Dopo l’ora x della Catalogna, a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto una intervista ad un dirigente indipendentista catalano sulle rivendicazioni della regione. Il segno che le pesanti frizioni tra governo centrale e le forze separatiste proseguono. A fianco il link di un articolo del 17 ottobre scorso apparso sul sito http://italiaeilmondo.com/2017/10/10/lora-x-della-catalogna-lultimora-di-puigdemont-di-giuseppe-germinario/

La ricerca catalana dell’indipendenza non vacilla. Di Attilio Moro

Grazie7

In un’intervista a Consortium News, un leader indipendentista e membro del parlamento spagnolo ha dichiarato ad Attilio Moro che i catalani non hanno rinunciato a cercare di separarsi da Madrid.

Di Attilio Moro a Barcellona

“Libertà per i prigionieri politici”, proclamano striscioni appesi a centinaia di balconi, da Plaza Catalunya alle Ramblas e Vila de Gracia nel Quartiere Gotico. Hanno chiesto la libertà per i molti attivisti di base che chiedono l’indipendenza dalla Spagna e che sono stati arrestati. E anche per la libertà di Charles Puigdemont, ex presidente della Generalitat de Catalunya, arrestato a marzo dalle autorità tedesche. Il 19 luglio un giudice tedesco ha respinto la richiesta di estradizione della Spagna. Sarebbe stato accusato di ribellione e sedizione se fosse tornato in Spagna.

Puigdemont è fuggito in Belgio il giorno dopo il referendum sull’indipendenza, il 1 ° ottobre 2017, con la polizia spagnola alle calcagna. Gli agenti dei servizi segreti di Madrid hanno quindi nascosto un plotter GPS nell’auto che stava guidando da Helsinki, dove aveva partecipato a una conferenza a Bruxelles. Ora è ad Amburgo sotto la supervisione della polizia tedesca.

Otto ministri del governo catalano disciolto (Vice Presidente Joseph Junqueras Rull, Dolores Bassa Meri Borras, Joaquim Forn, Charles Mund, Jordi Torull Raul Romeva) si trovano in un carcere di Madrid, accusati di minacciare la integrità del paese. Sette leader separatisti e intellettuali sono fuggiti in Scozia e in Olanda per evitare di essere arrestati.

Non c’erano armi o violenza quando questi leader hanno organizzato il referendum per l’indipendenza, che è stato un grande successo e che, a Madrid, ha violato la Costituzione spagnola. Questi arresti avevano lo scopo di impedire lo svolgimento del referendum.

Puigdemont: ricercato in Spagna.

All’inizio di questo mese presso la sede del Partit Democrata, uno dei due principali partiti catalani indipendenza, ho incontrato Sergi Miquel, un leader separatista e membro del parlamento nazionale.

“La mia generazione non aveva mai visto tali misure, pensavamo appartenessero al passato, nell’era di Franco”, mi disse. “Ma tutto questo accade oggi in Spagna, in Europa: deputati e governatori eletti democraticamente vengono arrestati e detenuti per motivi politici. La sentenza sarà pronunciata in autunno. Rischiano fino a trent’anni di carcere. ”

Ho chiesto a Miquel se il nuovo governo spagnolo di minoranza del primo ministro socialista Pedro Sanchez sarebbe stato più propenso al compromesso rispetto all’ex primo ministro Mariano Rajoy.

“Tra due anni ci saranno nuove elezioni in Spagna, e nessuno dei partiti politici ci parlerà, così da non perdere gli elettori spagnoli che sono contro di noi”, ha detto Miquel. “I nostri leader potrebbero persino ricevere una condanna esemplare. Molto dipenderà dall’Europa: l’UE deve smettere di chiudere un occhio su questa flagrante violazione della democrazia e dei diritti umani nel suo territorio. ”

Il 9 luglio, Sanchez e Quim Torra, primo ministro della Catalogna, succeduto a Puigdemont, si sono incontrati a Madrid per provare a rilanciare il dialogo. Hanno concordato di riprendere le riunioni in sette anni tra i ministri spagnolo e catalano. E hanno discusso la possibilità di commemorare congiuntamente l’attacco terroristico a Barcellona lo scorso agosto. Ma Sanchez si è opposto categoricamente alla tenuta di un nuovo referendum sull’indipendenza della Catalogna.

“L’indipendenza ci attende”

Miquel: “Il nostro percorso è tracciato”

Ho chiesto a Miquel cosa potremmo fare nel frattempo per i prigionieri catalani. “Sfortunatamente non molto”, dice. “Dal marzo scorso, le famiglie dei detenuti hanno avuto solo un giorno di viaggio per vedere i loro parenti per 45 minuti in un carcere di Madrid. Chiediamo – e le organizzazioni umanitarie dovrebbero unirsi a noi – che siano almeno trasferiti in un carcere di Barcellona. Certo, speriamo in un’amnistia, dal momento che non è stato commesso alcun crimine grave. Speriamo che il nuovo governo, dopo le prossime elezioni, sarà formato dal Partito socialista e dal gruppo politico meno ostile nei nostri confronti, Podemos. ”

Miquel non ha escluso che il governo catalano stia organizzando un nuovo referendum per l’indipendenza, nonostante gli arresti e la repressione violenta contro gli elettori primi. “Possiamo subire perdite e battute d’arresto, ma il nostro percorso è tracciato”, ha detto.

Miquel ha detto che anche cercare di ottenere più autonomia da Madrid sarebbe difficile, almeno nel breve periodo.

“Saremmo pronti,” ha detto. “Ma il governo spagnolo non lo ammetterà. Al contrario, stanno lentamente erodendo la poca autonomia che siamo riusciti a raggiungere negli ultimi 50 anni. I baschi oggi sono molto più autonomi di noi. Vogliamo che il nostro diritto all’autodeterminazione sia riconosciuto in Spagna e in Europa. Sappiamo che il processo sarà lungo e complesso. Affronteremo altre difficoltà, arresti e violazioni dei diritti. Ma sappiamo che alla fine della strada, l’indipendenza ci attende. ”

Attilio Moro è un giornalista italiano esperto, corrispondente per il quotidiano Il Giorno a New York, che in precedenza ha lavorato in radio (Italia Radio) e in televisione. Ha viaggiato molto, coprendo la prima guerra in Iraq, le prime elezioni in Cambogia e Sud Africa, e ha coperto Pakistan, Libano, Giordania e diversi paesi dell’America Latina, tra cui Cuba, Ecuador e Argentina. Attualmente è corrispondente per gli affari europei a Bruxelles.

Fonte: Attilio Moro, Notizie del Consorzio , 25-07-2018

Tradotto dai lettori del sito www.les-crises.fr . Traduzione liberamente riproducibile per intero, citando la fonte.

sovranità, sovranismo e sovranismi, di Giuseppe Germinario

L’esito clamoroso delle elezioni politiche dello scorso marzo e l’avvento repentino ed inatteso del Governo Conte hanno contribuito a rinnovare il vocabolario politico ormai stantìo come lo erano del resto i portatori  della cultura politica corrispondente ad esso. Uno dei termini assurti ad improvvisa notorietà è “sovranismo”. Un termine che in Italia ha fatto capolino da meno di un decennio, ma che in paesi come gli Stati Uniti e la Francia è utilizzato senza scandalo da lungo tempo.

Ad ascoltare le vecchie trombe, sempre onnipresenti sui giornali e nei rotocalchi, nelle rubriche e nei servizi di cosiddetta informazione televisiva non ostante il netto ridimensionamento e la sonora sconfitta, si tratterebbe di un mero insulto associabile tranquillamente a quelli da sempre in auge di fascismo, di nazionalismo, di populismo e via dicendo. Un repertorio ultradecennale di etichette ormai ritrito e dal significato sempre più vacuo riproposto da personaggi sempre meno credibili; una rimozione di concetti che impedisce ogni parvenza di confronto.

Non c’è da attendersi, per altro, da una vecchia classe dirigente decadente e smarrita, addomesticata da decenni a delegare a terzi le scelte fondamentali, ormai nessuno sforzo di comprensione della nuova fase di competizione e conflitto nell’agone internazionale.

Eppure la radice e l’etimologia e il significato del termine originario, sovranità, dovrebbe indurre a maggior curiosità e rispetto proprio perché sottende uno dei principi fondanti dell’impegno politico; di qualsiasi impegno politico di qualsivoglia orientamento.

LA SOVRANITA’

Il concetto di sovranità sottende senz’altro la decisione sulla base di propri orientamenti generali, senza la quale ogni attività politica sarebbe priva di senso; sottende quindi un discrimine. La decisione, a sua volta, per avere senso deve quantomeno cercare di essere messa all’opera e in qualche maniera essere riconosciuta anche dagli oppositori, se presenti in maniera significativa. La normazione e l’istituzionalizzazione forniscono le modalità e i luoghi operativi del complesso delle decisioni e diventano quindi l’oggetto, i regolatori e i condizionatori del conflitto politico tra centri tra loro cooperanti e/o conflittuali, almeno sino a quando quelle modalità sono accettate dalla comunità in maniera prevalente. Il presupposto basico di questa abilità operativa è la disponibilità di forza e la capacità di potenza. Lo stato nazionale è la forma istituzionale che a partire dall’età moderna regola e conduce in maniera sempre più diffusa e pervasiva le dinamiche politiche all’interno e tra le varie formazioni sociali nel mondo nei vari ambiti dell’attività umana.

IL SOVRANISMO

Il termine sovranismo viene coniato e utilizzato, più nella polemica politica che, purtroppo, nel confronto teorico, per affermare la necessità di salvaguardare e potenziare appunto le prerogative dello stato.

Rispetto, però, a chi e cosa?

Pare poco contestabile che esso assuma la maggiore nitidezza e potenza di significato nel confronto e nella contrapposizione con il processo di globalizzazione. Una dinamica quest’ultima di uniformizzazione e di progressivo abbattimento di frontiere per certuni innescata e gestita da un ristretto cartello di potentati organizzato in gruppi elitari (Bilderberg, ect) ed espressione diretta dell’alta finanza. In esso lo Stato viene visto come mero strumento a condizione che sia ridotto di dimensione e svuotato di funzioni oppure come una entità destinata a liquefarsi a vantaggio di organismi sovranazionali sempre più determinanti sotto il ferreo controllo del cartello. Per altri il processo di globalizzazione viene visto come un processo naturale che porterebbe alla costruzione di un governo unico mondiale, fondato per lo più su principi morali minimi e sul diritto universale. In esso gli attuali stati verrebbero a fondersi in unità continentali e quindi a sciogliersi o subordinarsi sotto una unica entità. La conduzione delle società al di là di quei principi minimi comuni sarebbe affidata a comunità particolari autogovernate o attraverso una regolazione spontanea tra individui.

È un successo e nitore di significato poggiati su basi fragili e su una rappresentazione inadeguata delle dinamiche politiche. Il nemico è tanto rappresentato nitidamente quanto inafferrabile e sfuggente all’atto pratico.

La finanza è nient’affatto un cartello unico, tantomeno la detentrice del potere assoluto mondiale e il burattinaio delle infinite trame nello scacchiere geopolitico; nemmeno l’artefice unico delle disuguaglianze tra un pugno di satrapi ed una massa di diseredati così come rappresentate con pressapochismo preoccupante.

Naufragata miseramente l’illusione della contrapposizione tra masse peripatetiche all’inseguimento dei notabili riuniti periodicamente nelle località più amene e il POTENTATO le cui prerogative sono realizzate soprattutto attraverso gli organismi sovranazionali (FMI, BM, WTO, ect), rimarrebbe quindi la contrapposizione tra gli stati e il cartello suddetto. Da qui la rivendicazione delle prerogative sovrane dello Stato ai danni di questo e degli organismi sovranazionali usurpatori.

I LIMITI POLITICI DI CERTO SOVRANISMO

Una chiave di lettura che induce a indirizzi e obbiettivi politici sterili se non controproducenti

I potenti della finanza, in realtà, non costituiscono un cartello compatto, tantomeno sono i decisori ultimi dei destini del mondo. Sono parte integrante dei vari centri strategici decisionali in cooperazione e conflitto tra loro i quali devono disporre e far parte in via prioritaria delle leve istituzionali, quindi degli apparati statali, per il perseguimento delle loro strategie in conflitto. Non si tratta di un uso meramente strumentale. Sono centri che hanno bisogno di leve e di radicamento, quindi di istituzioni, di un territorio dei quali fanno parte; sono espressione e guida di una comunità e di una formazione sociale originaria. In questa dinamica i decisori della finanza sono quindi condizionabili al pari di altri.

Quella rappresentazione infatti induce ad una contrapposizione sterile e meramente declamatoria nei riguardi di figure praticamente inafferrabili.

La contrapposizione Stati/cartello della finanza spinge alla proposta e creazione di un cartello degli stati, pressoché tutti indistintamente sminuiti e svuotati dall’avversario ed interessati, in alcuni casi con il necessario ricambio di classe dirigente, quindi alla Santa Alleanza. Nell’attuale e futuro contesto geopolitico verrebbero a formarsi alleanze politiche paradossali ed improbabili del tutto irrealistiche, le quali riproporrebbero sotto mentite spoglie il consueto conflitto tra centri decisionali e tra stati nazionali, con le loro gerarchie, le loro subordinazioni e i loro dualismi.

Agli organismi sovranazionali si tende ad attribuire una potestà propria che non hanno oppure possiedono di riflesso per conto di questi centri e degli stati nazionali dominanti. Sono il frutto di trattati e il luogo entro i quali e attraverso i quali si esercita l’egemonia e nei momenti transitori la rivalità dei centri e degli stati dominanti. La loro giurisdizione, nei pochi casi di affermazione, non è equiparabile a quella esercitata dagli stati nazionali al proprio interno ed è nel migliore dei casi di tipo riflesso; devono appoggiarsi, quindi, alla forza degli stati. Quelli che sono dei semplici strumenti e servitori assumono, secondo la chiave offerta dal dualismo sovranismo/globalismo, il ruolo di attori dominanti con tutte le incongruenze del caso. In alcuni casi tendono a conquistarsi alcuni margini di autonomia operativa come succede ad esempio in alcune fasi alla Commissione Europea. Tali margini sono però il frutto della prevalenza dello spirito comunitaristico che tende ad attribuire pari peso a tutti i numerosi paesi della Unione Europea, un filo conduttore tipico, ad esempio, della diplomazia comunitaria italiana notoriamente pesantemente subordinata ad indirizzi esterni; soprattutto, tali margini sono possibili grazie alla subordinazione diretta, in una fase di frammentazione politica, e non mediata al deus ex machina dell’Unione Europea, gli Stati Uniti.

Il dualismo sucitato nasconde inoltre un altro grande dilemma irrisovibile secondo lo schema proposto.

Il dualismo sovranismo/cartello finanziario vorrebbe rappresentare efficacemente una dinamica universale alla quale vengono sussunti i vari eventi politici. Il duro confronto con la realtà geopolitica spinge però a ridurre surrettiziamente il dominio del cartello in realtà al solo mondo occidentale. Diventa difficile, allora, spiegare e collocare correttamente il ruolo degli agenti finanziari operanti nei paesi emergenti e rivali del polo statunitense ancora prevalente. Un dominio universale diventerebbe, quindi, relativo e soprattutto localizzato. Gli avversari di questo presunto dominio tendono ad assumere l’aura dei paladini dell’emancipazione e dei fautori di un nuovo ordine sociale più giusto ed egualitario perché capaci di riaffermare “la priorità del politico sull’economico” e di regolare meglio il potere degli agenti finanziari. Si tende quindi a nascondere il fatto che anche gli avversari del polo occidentale, per altro tutto da ricostruire, sono altrettanti agenti di influenza tesi a creare proprie aree geopolitiche di controllo e di dominio di dimensione regionale o globale a seconda delle capacità delle rispettive classi dirigenti. Fautori di nuove formazioni sociali dove comunque si esercita il dominio di élites e centri decisionali con le proprie gerarchie di comando, i propri conflitti, le proprie modalità di sopraffazione e di costruzione delle gerarchie sociali, pur rappresentando alternative positive rispetto ad una prospettiva di dominio unipolare, vengono esibiti come paladini di un modello e di un riscatto sociale a dir poco mitizzato.

In realtà quella rappresentazione attribuisce all’economico, addirittura ad un particolare aspetto di esso, la finanza, una funzione malposta e sopravvalutata. Non è l’economico che predomina; prevale in alcuni contesti e in alcune fasi l’esercizio delle strategie politiche nell’economico rispetto agli altri ambiti. Strategie che hanno comunque bisogno del supporto della forza e normativo proprio degli Stati. Prevale in particolare nei momenti di predominio unipolare quando l’uso della forza e dell’influenza politica diretta può essere più discreto e velato. Assume una appariscenza abbagliante per il carattere ancora particolarmente sofisticato del sistema di dominio ed influenza dell’area occidentale rispetto a quello dei poli emergenti alternativi e sempre più contrapposti, siano essi regionali che globali. L’apparenza del dominio della finanza, così come la rappresentazione liberista dei legami economici, del tutto misitficante rispetto alla realtà delle barriere e dei vincoli che la stessa potenza prevalente, analogamente ai competitori tende a frapporre, tende a nascondere l’ambizione di dominio unipolare di una potenza, dei suoi centri decisionali dominanti, del suo Stato rispetto ai concorrenti. La stessa finanza, i suoi agenti, sono compartecipi di queste dinamiche ed oltre ad assumere la veste scontata di predatori sono i coartefici di un traghettamento di risorse economiche teso a garantire la coesione minima delle formazioni sociali e le risorse che consentano l’esercizio e la realizzazione delle strategie politiche.

I SOVRANISMI

La dura realtà delle dinamiche geopolitiche e delle trasformazioni sociali sempre più convulse sta facendo scivolare di fatto la rappresentazione sempre più inadeguata del dualismo sovranismo(Stato)/cartello della finanza verso un confronto tra “sovranismi”. Tra centri decisionali i quali, attraverso l’affermazione delle prerogative dello Stato, riescono a prevalere e predominare ed altri che tendono prevalentemente a subire da alcuni e influenzare in maniera subordinata altri di rango inferiore. In questo contesto il termine “sovranismo” è destinato ad affermarsi, ma a sfumare di significato e valenza simbolica, giacché tende a rappresentare sia gli aspetti di emancipazione che quelli di predominio dell’esercizio delle prerogative statuali. In ogni caso l’azione politica e la strategia politica, nei suoi vari ambiti di azione, è destinata a riprendersi il suo ruolo nel dibattito teorico e nella rappresentazione degli eventi. Con essa tornerà ad assumere una più corretta collocazione il ruolo della forza, della potenza, dell’egemonia e più prosaicamente il ruolo e la funzione dello Stato e delle sue istituzioni sia nel sistema di relazioni internazionali, sia nelle dinamiche interne proprie di funzionamento attraverso il confronto tra centri decisionali, sia nella funzione di plasmare le formazioni sociali.

Alcuni studiosi più avveduti hanno stigmatizzano l’uso del termine da parte di forze politiche approssimative le quali ipotizzano la necessità di un’azione solitaria, solipsistica, atomistica degli stati nazionali, in particolare dell’Italia, nel contesto geopolitico. Una condizione irrealistica anche rispetto a quelle di alleanze instabili e mutevoli tipiche di paesi in grado di esercitare una significativa sovranità e propria di fasi politiche di transizione. Non si tratta solo di primitivismo; spesso si tratta di una particolare forma di sovranismo che tende ad attribuire ancora una volta alle relazioni economiche la prevalenza se non l’esclusività. Una posizione, ad esempio, espressa sino a poco tempo fa da un personaggio politico lucido come Claudio Borghi nella Lega. Una espressione tipica, ad esempio, di ceti imprenditoriali medi e piccoli i quali vedono in uno stato nazionale del tutto sganciato da alleanze e vincoli la possibilità di costruire relazioni economiche ed affari con qualsivoglia soggetto. Ancora una volta un modo di riproporre l’irrealistica superiorità e l’universalismo mitizzato dell’economico rispetto alla limitatezza dell’azione politica. Certamente la dura realtà sta costringendo Borghi a modificare nei fatti tali convinzioni. La mancata razionalizzazione di tali cambiamenti può però spingere a situazioni nefaste ed imprevedibili, almeno rispetto alle intenzioni dell’attuale nuova classe dirigente in via di formazione.

IL FUTURO DEL SOVRANISMO

Tutto ciò sembra spingere i più accorti ad accantonare il termine, piuttosto che salvaguardarlo e potenziarlo di significato rispetto a queste rappresentazioni riduttive. Una rinuncia che somiglia ad un rinvio e ad una resa in una fase di battaglia politica aperta da risolvere sul campo del confronto teorico e dell’analisi politica. Così come appare pericoloso il tentativo di attribuire un attributo, sia esso popolare, costituzionale o altro, al termine sovranità in modo tale da contrapporre in termini antagonistici, nel classico schema destra-sinistra, i vari sovranismi, patriottismi e nazionalismi che dir si voglia in una fase in cui gli antagonisti da sconfiggere sarebbero altri. Una tentazione ricorrente che sente il bisogno di associare il termine sovranità ad entità astratte o reali, come quella di popolo, le quali non esercitano per costituzione o fattualmente il loro potere decisionale se non attraverso l’influenza e la azione di élites e centri decisionali. Un discorso che meriterebbe e meriterà attente considerazioni a parte.

Sono limiti ed incomprensioni che non riguardano fortunatamente solo questo campo politico.

LE FAGLIE

George Soros, presentato come l’essenza del protagonismo e l’onnipotenza del predominio globalista, lo ha implicitamente disvelato nella insolita sequela di interventi ed interviste di questo, in particolare nel suo intervento, ben coadiuvato dai suoi adepti e serventi ossequiosi, al festival dell’economia di Trento.

Ha semplicitamente incluso in un “annus horribilis”, giustificato da imprecisati errori la sequela di sconfitte politiche iniziate con l’elezione di Trump e proseguite con l’affermazione di Orban in Ungheria, Kurtz in Austria, la triade Conte-Salvini-Di Maio in Italia e la mancata elezione di procuratori legali di fiducia (avete letto bene) negli Stati Uniti; ha risolto il dilemma politico, confortato dalla sola elezione di Macron in Francia, rivelatasi progressivamente effimera, suggerendo semplicemente pragmatismo.

Soros, non ostante la vulgata, non è il deus ex machina della globalizzazione. È una pedina importante ed influente di un centro strategico e finanziario colossale, i Rotschild, a loro volta parti di centri decisionali ben più importanti e dal raggio di azione ben più ampio dell’ambito finanziario.

Dispongono di un armamentario ideologico, di apparati e di forza ancora impressionanti, superiori ma non più esclusivi; non dispongono di una strategia vincente e soprattutto ancora in grado di prendere atto della incipiente formazione di nuovi poli di potenza autonomi.

Un logoramento evidente, reso con ogni evidenza trasparente negli Stati Uniti, laddove nuove élites stanno riuscendo a cristallizzare in centri di potere e negli apparati le loro azioni politiche e le loro strategie sia pure al prezzo di pesanti compromessi. Meno determinante in Europa laddove la loro crisi si manifesta in una condizione di stasi nei paesi egemoni (Francia e Germania) e nella prevalenza di forze “sovraniste” in Europa Orientale imbrigliate dalla russofobia e suscettibili quindi di prestarsi a nuove e più stringenti subordinazioni di stampo atlantista. Nel mezzo la situazione italiana ormai oscillante verso questa seconda opzione.

Come chiarito da Piero Visani nella recente intervista su questo blog, si tratta di una di quelle rare faglie che periodicamente si aprono nel contesto geopolitico e nella coesione delle formazioni sociali le quali, però, non durano indefinitamente. Il miracolo raro nelle contingenze politiche deve essere la concomitanza tra contingenza politica favorevole e la formazione di un ceto politico adeguato a coglierla. I tempi di formazione dell’una il più delle volte non coincidono con quelli dell’altra.

Esiste una prima traccia della formazione di due internazionali. Quella globalista, consolidata e strutturata, forte della sapienza maturata negli ultimi quaranta anni, prosegue pervicacemente anche se annaspa nella visione generale. Quella cosiddetta “sovranista”, rappresentata dall’avvento in Europa di Bannon, un personaggio politico come minimo ormai ai margini della battaglia politica negli USA, portatore della ipotesi sovranista criticata da questo articolo. Potrebbe essere, purtroppo, il prodromo di una deriva di questi movimenti ancora nascenti. Il fatto che le redini siano in mano a due esponenti politici militanti americani dovrebbe indurre a qualche cautela maggiore nelle scelte. Altra cosa è il dibattito politico e teorico sul quale gli studiosi e strateghi americani sono più avanti di parecchie spanne, su questo il confronto dovrebbe essere molto più serrato.

 

TRAME E CULTURA, a cura di Antonio de Martini

A tre giorni dalla morte di Inge Feltrinelli_Giuseppe Germinario

BORIS PASTERNAK E INGE SCHOENTHAL: DUE STORIE DI MILIARDI DI EREDITA’ CONTESE, DOVE APPAIONO LA MORTE DI CHE GUEVARA E QUELLA DI FELTRINELLI, IL KGB, LA CIA. UNA INTERVISTA ESCLUSIVA A SERGIO D’ANGELO.

Sergio d’Angelo ha compiuto ottantotto anni e ne dimostra venticinque di meno anche fisicamente, oltre che di memoria. E’ a lui che il mondo deve il romanzo capolavoro di Boris Pasternak ” Il dottor Zivago” che fruttò all’autore il Nobel per la letteratura e una vita di persecuzioni, anche se la maggior parte degli italiani di tutto questo ricorda forse solo il film e Julie Christie.

Il Corriere della Collera pubblica oggi una lunga intervista a Sergio d’Angelo, di Kontinent USA e del presidente della associazione per l’amicizia Russia Stati Uniti Edward Lozansky, uno scienziato nucleare sovietico che fece il cammino inverso rispetto a Bruno Pontecorvo che scelse di andare a lavorare in Unione Sovietica. Due ebrei inquieti, su opposte sponde della guerra fredda.

IL Corriere della Collera, oggi 5 gennaio 2012, è lieto di offrire questa esclusiva ai propri lettori e promette a breve , oltre a questa verità sulla morte di Feltrinelli, anche uno studio comparativo della due inchieste della magistratura sulla morte di Enrico Mattei, curato dall’ ex A. D. dell’Agip, uno dei suoi discepoli.

L’intervista è preceduta da una nota redazionale che pubblico integralmente.

“Kontinent USA, su richiesta di alcuni suoi lettori, torna oggi sul caso Pasternak per discuterne un importante aspetto rimasto finora nell’ombra.

Per introduzione, soprattutto ad uso del pubblico più giovane, conviene qui ricordare che il geniale poeta e scrittore russo Boris Pasternak (1890-1960) subì negli ultimi anni di vita durissime persecuzioni dal regime sovietico. Ciò per aver fatto pubblicare in Occidente il suo romanzo “Dottor Zhivago”, un capolavoro proibito in patria ma presto coronato da uno strepitoso successo mondiale e dal conferimento del Premio Nobel all’autore.

La prima edizione al mondo del “Zhivago” ebbe luogo in Italia, a Milano, nel novembre 1957, presso la casa editrice fondata dal giovane Giangiacomo Feltrinelli appena due anni prima. Feltrinelli, benché avesse ereditato uno dei massimi patrimoni industrali e finanziari esistenti in Italia, era stato militante del Partito comunista italiano (PCI) e lautamente lo aveva sovvenzionato. Dal PCI si era però staccato nella primavera 1957, ribellandosi alle forti pressioni cui l’avevano sottoposto i dirigenti di quel partito nel tentativo di non fargli pubblicare il romanzo sconfessato da Mosca. E in quella circostanza professò di volersi battere, da editore di sinistra, per l’assoluta libertà del pensiero e della cultura.

Ma di fatto, negli anni successivi, smise a poco a poco di occuparsi di faccende editoriali per mobilitarsi prima come generoso finanziatore di guerriglie nel Terzo Mondo, poi come improbabile guerrigliero in Italia e dintorni. Perse la vita in un fallito attentato nella periferia di Milano (marzo 1972).

L’aspetto del caso Pasternak cui si riferisce l’inizio di questa nota è il ruolo esercitato per quasi quindici anni (1958-1972)

dalla Signora Inge Schoental nella vita di Giangiacomo Feltrinelli. Nel 1962 Inge ebbe da Giangiacomo il figlio Carlo, erede universale del patrimonio miliardario paterno: quello sul quale lei regna da vari decenni.

Per approfondire questo argomento Kontinent USA ha intervistato Sergio d’Angelo, il giornalista italiano che nella primavera del 1956 ottenne da Pasternak il dattiloscritto del “Zhivago”, con l’intesa di passarlo a Feltrinelli, ed ebbe una parte rilevante, in Russia e fuori, nelle complesse vicende originate dalla sua iniziativa. Di tutto ciò d’Angelo ha dato ampia testimonianza in un suo libro pubblicato in Italia nel 2006. Nel settembre dell’anno successivo, pochi giorni dopo l’edizione russa dello stesso libro (“Delo Pasternaka: Vospominanija Ochevidtsa”, Novoe Literaturnoe Obozrenie, Moskva 2007), d’Angelo è stato insignito del Premio Liberty (Sezione Finestra sull’Europa), fondato nel 1999 e presieduto da una giuria di illustri membri della comunità russo-americana.

Il Premio Liberty, che ogni anno viene assegnato a persone distintesi per i loro contributi alla cultura, è sponsorizzato dalla Casa Russia di Washington, dalla Università Americana di *Mosca e da Kontinent USA.

Un personaggio del “caso Pasternak”

INGE SCHOENTAL FRA LEGGENDA E REALTA’

Intervista a Sergio d’Angelo

Edward Lozansky – Premetto che solo negli ultimi giorni ho potuto vedere il DVD con cui parecchi mesi fa la Signora Inge Schoental si è raccontata al suo pubblico italiano. Si tratta, direi, di una lunga autocelebrazione con qualche diplomatico tocco di modestia: per esempio l’ammissione di non aver imparato bene l’italiano. Comunque sia, quel DVD ha riacceso in me e in altri colleghi, tutti cultori di Pasternak, tutti appassionati al “romanzo del romanzo”, il desiderio di sapere molto di più sulla influenza che Inge, con la sua indubbia personalità, ha avuto sulla sorte di Giangiacomo Feltrinelli. Per prima cosa, dunque, potresti riferirci chi era e che ha fatto Inge prima del suo incontro con l’editore milanese?

D’Angelo – A questo riguardo parecchi giornali, periodici e libri, per lo più italiani, hanno riportato le sue dichiarazioni. In sintesi ecco quanto se ne ricava. Inge nasce in Germania, a Essen (Ruhr), nel 1930. E’ ancora nella primissima infanzia quando il padre, ebreo, emigra in America per scampare al potere nazista. Lei cresce a Gottinga, nella Bassa Sassonia, accanto alla madre e a due fratelli più piccoli, fra seri pericoli e ristrettezze economiche. Durante la guerra frequenta il liceo con l’idea di proseguire gli studi, ma i soldi per farlo non ci sono.

E.L. – E alla fine della guerra?

D’A – Inge trascorre ancora a Gottinga, con la famiglia, pochi altri anni che preferisce dimenticare. Poi decide di andarsene per suo conto e, grazie al passaggio che le danno su un camion, arriva ad Amburgo. Ha pressoché vent’anni, è una bella ragazza che non passa inosservata, Molto intraprendente. Comincia a girare in bicicletta la grande città portuale che dista solo poche decine di chilometri dal confine della Germania orientale. Cerca lavoro, cerca di fare conoscenze, e infine riesce ad essere assunta come apprendista fotoreporter dalla rivista “Constanze”. Presto viene incaricata di servizi fotografici su persone di spicco della Germania occidentale e, dalla seconda metà degli anni cinquanta, può ampliare il raggio delle sue trasferte per raggiungere alcune celebrità residenti in altri paesi. La trasferta più lontana, esotica e gratificante (1957) avrà luogo nella Cuba precastrista, dove Ernest Hemingway la ospiterà per una quindicina di giorni nella propria Finca Vigia, vicino all’Avana.

E.L. – Insomma fa una fulminea carriera, anche se il nome di lei non figura fra i miti della fotografia Ma come ha avuto modo di incontrare Feltrinelli?

D’A – All’inizio del luglio 1958 Feltrinelli, separatosi poco prima dalla seconda moglie, decide di fare un viaggio in Svezia per acquistarvi

un nuovo panfilo. Nello stesso tempo comunica all’editore amburghese Heinrich Rowohlt, col quale ha già un rapporto di amicizia ed affari, che il 14 dello stesso mese, durante un’apposita tappa, vorrebbe fargli visita. Rowohlt è d’accordo e la sera del giorno stabilito, per onorare l’ospite italiano, dà una festa. Inge è lì. Sgargiantemente abbigliata. Lei partecipa alla festa, chiarisce, in quanto svolge incarichi di fotoreporter anche per Rowohlt . Cena al tavolo con i due editori e ce la mette tutta per far colpo su Feltrinelli. Riportando un successone. Lo stesso editore amburghese testimonierà molti anni dopo in un’intervista alla rivista “Panorama” (29 settembre 1985) che Inge e Feltrinelli “simpatizzarono subito e, quando lasciarono la festa, credo non avessero più bisogno di nessun altro”.

E.L. – Dopo di che mi aspetto che presto i due vadano a Milano e poi, felici e contenti, convolino a nozze. Non è così?

D’A – Parliamo di una cosa per volta. Vanno a Milano, verissimo, ma non possono sposarsi, perché lui ha un’altra moglie, sia pure separata, e in Italia il divorzio non c’è ancora. Corre voce che per aggirare l’ostacolo Feltrinelli ricorra alla “Sacra Rota”, tribunale ecclesiastico cui è consentito sciogliere i matrimoni non consumati, e si dichiari affetto da “impotentia erigendi et coeundi” [incapacità di erezione ed eiaculazione], così come ha fatto per mettere fine al suo primo matrimonio. Ma ciò non è rilevante. Infatti Feltrinelli, per la ragione di cui diremo, finisce di convivere con Inge prima del previsto e si lega sentimentalmente alla giovanissima Sibilla Melega, destinata a diventare l’ultima delle sue mogli.

E.L. – Comunque immagino che in un primo tempo Inge sia stata molto contrariata per non poter consolidare con nozze italiane la sua relazione con Feltrinelli.

D’A – Penso di sì. Ad ogni modo Inge, stabilitasi nella casa avita di Feltrinelli, inaugura con disinvoltura la sua nuova vita da miliardaria. Che però non è una vita oziosa. Chiede e ottiene infatti di essere presto inserita nella casa editrice quale incaricata dei rapporti con editori e autori stranieri e, proprio in questa veste, all’inizio del 1959 accompagna Feltrinelli in un viaggio di circa quattro mesi nel continente nord-americano. A dire il vero, i due prima si sposano in Messico (per lei anche questo è meglio niente) e festeggiano l’evento con una vacanza itinerante che include la Bassa California e Cuba. Poi si fermano a lungo negli Stati Uniti per discutere progetti e scambi di diritti con diversi illustri editori. Ma sono sicuro che incontrano pure alcuni militanti di estrema sinistra.

E.L. – Perché ne sei sicuro?

D’A – Perché proprio al ritorno da quel viaggio Feltrinelli mi dice per la prima volta di avere scoperto, parlandone con gente ben informata, che i massimi poteri degli Stati Uniti si stanno preparando alacremente a fascistizzare tutto l’Occidente e a scatenare la terza guerra mondiale. Io ci scherzo su. Ma di questa presunta scoperta lui continua a vantarsi in giro.

E.L. – E Inge è d’accordo con lui?

D’A – Di certo non in pubblico. Anzi, lei si atteggerà sempre a illuminata intellettuale che, favorita dalla sua importante posizione nell’editoria, vuole contribuire al progresso pacifico, democratico e culturale della società. Tanto che arriverà ad ammettere, quando capita il discorso, che Feltrinelli sia politicamente un po’ troppo radicale e impulsivo…

E.L. – Scusami se ti interrompo. Nel tuo libro sul caso Pasternak tu hai sostenuto che Mosca, dopo l’uscita del “Zhivago” in Italia, non poteva arrendersi all’idea di far mancare i soldi di Feltrinelli alla causa del comunismo…

D’A – Vero. E ho aggiunto che a un certo punto progettò di indurre Feltrinelli (sapendolo affetto da seri complessi, specie da megalomania infantile, e pertanto molto influenzabile) a finanziare quei focolai di guerriglia che si accendevano soprattutto nel Terzo Mondo ed erano appoggiati da Mosca nel quadro della sua strategia planetaria.

E.L. – A questo scopo, però, Mosca doveva individuare chi potesse e volesse manipolare Feltrinelli. In altre parole chi sapesse inculcargli il concetto che soltanto le sinistre rivoluzionarie, quelle già ricorse alle armi o pronte a ricorrervi, fossero veramente in grado di scongiurare il dilagare del fascismo e l’olocausto nucleare. E tu non supponi …

D’A – Al riguardo lasciamo parlare una serie di fatti. Dopo la lunga sosta negli Stati Uniti Inge convince Fertrinelli ad accreditare presso Pasternak e Olga Ivinskaia, compagna e ispiratrice dello scrittore, un proprio amico di Amburgo, il giornalista Heinz Schewe, che sta per trasferirsi a Mosca come corrispondente del quotidiano “Die Welt”. Questi assicurerà alla casa editrice, spiega lei , un canale più che sicuro per concordare con l’autore del “Zhivago” il modo di risolvere i problemi legali e giudiziari che si moltiplicano in parallelo con le nuove edizioni occidentali del “Zhivago”: in concreto per far firmare a Pasternak un contratto più favorevole all’editore, sotto il profilo dei diritti, rispetto a quello stilato inizialmente. Ma Pasternak non firmerà mai il nuovo contratto.

E.L. – Perché?

D’A – Per tre motivi. Primo: firmare il nuovo contratto gli avrebbe attirato nuove persecuzioni da parte del potere sovietico. Secondo: il testo predisposto a Milano implicava la sconfessione di una sua procuratrice parigina che fra l’altro avrebbe dovuto amministrare gli onorari spettanti all’autore per tutte le edizioni del “Zhivago”. Terzo: Il nuovo contratto avrebbe incluso, fra le clausole che lui non gradiva affatto, anche il suo consenso all’utilizzazione cinematografica del Zhivago”.

E.L. – Davvero Pasternak era contrario a un film tratto dal suo romanzo?

D’A – Sì, disse molte volte di temere una banalizzazione. Ma torniamo a Schewe. Il giornalista di Amburgo viene accolto con assoluta fiducia da Psternak e Olga, diventa ospite molto assiduo della casa di lei e dei suoi figli. Comunque il suo comportamento sembra inspiegabile dal momento in cui, poco dopo la morte dello scrittore (30 maggio 1960), Olga e la figlia Irina Emelianova vengono arrestate, processate e condannate a lunghe pene detentive. Il potere sovietico ha preso queste misure per “riabilitare” l’autore del “Zhivago” (un gigante da non regalare per sempre ai nemici dell’URSS) mediante una campagna per demonizzare Olga come una donna avida e intrigante che, complice la figlia, avrebbe tradito e fuorviato Pasternak, “ingenuo ma leale cittadino sovietico”. La campagna diffamatoria, per essere più efficace, doveva però scattare solo dopo che le condanne fossero passate in giudicato.

E.L. – Ci fu dunque un lungo segreto di Stato. Quando cessò?

D’A – Qualcosa cominciò a trapelare, in URSS e in Gran Bretagna, fin dall’inizio di gennaio, ma fu il quotidiano londinese “Daily Telegraph” a rilevare per primo, il 18 dello stesso mese, diversi particolari sul dramma delle due donne. Ebbene, Schewe era l’unico giornalista occidentale che, per aver frequentato la casa di Olga fino alla vigilia dell’arresto, sapeva quel che era successo. Avrebbe potuto fare un scoop giornalistico, soprattutto avrebbe dovuto ricordare che molte volte Pasternak aveva raccomandato a tutti i suoi amici stranieri di suonare le campane a martello se, dopo la sua morte, come presentiva, Olga fosse stata arrestata. E invece non diffuse la notizia, La dette riservatamente solo a Feltrinelli, il quale me la gridò in faccia un mese dopo per accusarmi di essere la causa dell’arresto e quindi per licenziarmi.

E.L. – A quel punto anche tu potevi rivelare la notizia. Che cosa ti trattenne?

D’A – Il sospetto che si trattasse di una balla.

E.L. – Era stato lo stesso Schewe a mettergli in testa che la colpa dell’arresto fosse tua?

D’A – Non lo so. Comunque il 17 gennaio 1961 Schewe mi rivolse la medesima accusa in un’intervista sul “Corriere della Sera”, il più importante giornale italiano. In breve, secondo la sua versione, io avevo irresponsabilmente fatto consegnare ad Olga un grosso pacco di rubli e la polizia l’aveva scoperto: donde l’arresto e poi la condanna per contrabbando di valuta. Le cose però non stavano affatto in questo modo. A cominciare dal 1959 io avevo inviato a Olga, per Pasternak, un paio di somme già convertite in rubli, quelle che potevo permettermi, utilizzando come “corriere” qualche amico molto fidato. Sapevo che Pasternak aveva estremo bisogno di aiuto perché, in seguito allo scandalo sollevato dalle autorità sovietiche quando nell’ottobre 1958 lui era stato insignito del Premio Nobel, l’Unione degli scrittori lo aveva privato delle sue uniche fonti di guadagno.

E.L. – Mi ricordo. Non gli era più permesso di pubblicare o ristampare le proprie opere, nemmeno le magistrali traduzioni dei grandi classici come Shakespeare e Goethe.

D’A – Esatto. Però nel marzo 1960 Feltrinelli (dopo aver ottenuto che la summenzionata procuratrice parigina declinasse il mandato per evitare a Pasternak le conseguenze di un rumoroso procedimento giudiziario minacciato da Milano) mi versò finalmente la somma in dollari che lo scrittore gli aveva chiesto di mettere a mia disposizione quasi un anno prima per consentirmi di gestirla come fondo per rimesse periodiche all’indirizzo di Olga. Il fondo era consistente. Proveniva dagli onorari, senza dubbio molte volte più consistenti, che spettavano allo scrittore per tutte le edizioni del “Zhivago” uscite fino a quel momento in Occidente. Pasternak aveva stabilito l’entità del fondo e me ne aveva affidato la gestione esentandomi dal renderne conto a chicchessia e raccomandandomi di iniziare le rimesse quanto prima possibile. Tutto questo sta scritto nelle sue dichiarazioni autografe, poi pubblicate integralmente.

E.L. – E subito tu cominciasti a organizzare la rimessa di cui parla Schewe…

D’A – Quasi subito. Si trattava di un’operazione complessa e purtroppo potei completarla soltanto dopo la morte di Pasternak, comunque nella certezza di eseguire la sua volontà. Riassumo la fase finale della rimessa. Verso la fine di luglio due giovani coniugi molto legati alla mia famiglia (un medico toscano e una slovena capace di cavarsela col russo) giungono a Mosca en touriste a bordo di un maggiolino Volkswagen dove sono accuratamente nascoste numerose mazzette di rubli. I due prendono posto in un grande albergo pieno di turisti stranieri e si riposano dalle fatiche del lungo viaggio automobilistico.

E.L. – Iniziato dove?

D’A – In Italia, a Roma. Poi i due coniugi hanno attraversato l’Austria, Berlino, Varsavia. All’indomani dell’arrivo a Mosca cominciano a visitare la città, usando esclusivamente mezzi pubblici e guardandosi bene dal servirsi di telefoni. Fra l’altro, avendo ricevuto da me una mappa del centro cittadino e precise istruzioni di comportamento, si fanno portare con un taxi nelle vicinanze della strada (che poi raggiungono a piedi) dove sorge l’edificio in cui abita Olga e lo osservano dall’esterno, senza fermarsi. Nello stesso modo, un paio di giorni dopo, tornano di pomeriggio davanti a quell’edificio e salgono senza preavviso all’appartamento giusto. Apre Olga. Essi, riconoscendola dal modo in cui l’avevo descritta, le porgono un generico biglietto di presentazione (lei ben conosce la mia scrittura) e si informano a gesti se possono parlare liberamente. Possono. Allora concordano che la sera del giorno successivo. per l’esattezza il primo agosto, torneranno con le mazzette di rubli prelevate all’ultimo minuto dal maggiolino e sistemate in due normali borse da viaggio. E ciò avviene puntualmente. Col seguito di una cena che Olga vuole offrire in casa.

E.L. – I “corrieri” ripartono, hanno fatto un lavoro perfetto. Quando e come poi qualcosa va storto?

D’A – Olga ci descrive minutamente in un libro di memorie, “A Captive of Time” (Doubleday, Garden City, New York 1978), le vicende dei quindici giorni che intercorrono dalla visita dei “corrieri” al suo arresto (16 agosto). Ne traggo l’essenziale. Olga confida quasi subito a Schewe, sempre suo assiduo visitatore, l’arrivo dei rubli e lui si mostra costernato. Esclama: “Adesso noi [sic!] siamo spacciati”. Olga nasconde i rubli o parte di essi in una valigia che chiude a chiave e consegna a un’ignara sarta abitante al piano di sotto, dicendole che ripasserà, appena ne avrà il tempo, per decidere le modifiche da apportare agli indumenti che stanno lì dentro. Olga non fa assolutamente menzione di sue grosse spese che possano aver dato nell’occhio.

E.L. – Esiste, di quei giorni, anche una versione di Schewe?

D’A – Nella citata intervista sul “Corriere”, quella in cui mi addita come il colpevole dell’arresto, Schewe sosterrà che Olga aveva attinto al denaro appena ricevuto per comprare una motocicletta al figlio e in quel modo (tanto più che allora pochissime motociclette giravano per Mosca) era incappata incautamente nel mirino della polizia.

E.L. – Se fosse vera la storia della motocicletta cadrebbe il sospetto di una spiata …

D’A – No, la spiata è molto più di un sospetto. Infatti la mattina del 16 agosto, come Olga racconta in “Captive of Time”, diversi agenti fanno direttamente irruzione nell’appartamento della sarta di Olga, forzano la valigia e sequestrano i rubli. In quel momento Olga non è nemmeno a Mosca. Si trova in una casetta di campagna, non molto distante dalla capitale, dove altri agenti, quella stessa mattina, l’arrestano con l’imputazione di aver contrabbandato valuta: imputazione ridicola, ovviamente, perché Olga (al pari della figlia che sarà arrestata una ventina di giorni dopo) mai ha messo piede fuori dell’URSS e mai ha ricevuto banconote estere.

E.L. – E Schewe commenta questo fatto?

D’A – In modo incredibile. Mi riferisco ancora alla sua intervista al “Corriere”. Non che lui parli dell’ incursione nell’appartamento della sarta… Però sostiene testualmente che, date le circostanze, “il tribunale sovietico non poteva far altro che condannare lei [Olga] e la figlia Irina”. In sostanza, finge di ignorare che il processo è stato preceduto da qualche mese di interrogatori nella Lubianka (dove si portano solo gli oppositori politici) e sbrigato in un solo giorno nella più assoluta segretezza, senza testimoni a discarico e senza possibilità di ricorrere in appello. E così sconfessa a priori la sentenza con cui il 2 novembre 1988, al tempo di Gorbaciov, la Corte suprema della Repubblica sovietica russa annullerà quel processo e assolverà pienamente madre e figlia per “insussistenza di reato”.

E.L – Allora si può concludere che Schewe…

D’A – La conclusione su Schewe emergerà fra poco. Nel marzo 1961, cercando di riparare allo scandalo internazionale per la sorte di Olga e figlia, Aleksei Adzhubei, direttore del giornale “Izvestia” (e genero di Krusciov), compie un giro di conferenze in Gran Bretagna. E con l’occasione tira fuori un presunto asso dalla manica. Una lettera in tedesco sequestrata dalla polizia sovietica (poi pubblicata e ripubblicata in Occidente) che Feltrinelli ha inviato ad Olga, nel tentativo di forzarne la volontà, all’indomani della morte di Pasternak. L’editore chiede ad Olga di mandargli al più presto il nuovo contratto per i diritti del “Zhivago” e qualsiasi documento riservato dello scrittore; le spiega che tutto ciò non deve mai capitare “nelle mani delle autorità o della famiglia Pasternak”; e le promette che farà del suo meglio “per evitare pagamenti a terze persone” o, se non dovesse riuscirci, per far sì che “una parte sostanziale del profitto resti per lei e per Irina”.

E.L. – Mi ricordo benissimo. In quella lettera Feltrinelli cita anche Schewe.

D’A – Lo cita eccome. Feltrinelli raccomanda ad Olga di non fidarsi di “nessuno ad eccezione di Schewe”, e poi, se un giorno questo “nostro comune amico” non fosse più a Mosca, di fidarsi soltanto di coloro che le mostreranno “una delle parti mancanti” e ai quali lei mostrerà “l’altra parte” [allegati alla lettera sono due mezzi biglietti italiani da mille lire].

E.L. – Un tocco cospiratorio in cui la propaganda sovietica ha inzuppato il pane. Ma quella lettera non provava affatto che fosse stata Olga, una donna resa molto cauta da tante tragiche esperienze di perseguitata, ad ispirare tante sciocchezze, compresa la superflua raccomandazione di non far cadere le carte riservate nelle mani delle autorità.

D’A – Su questo non può esserci il minimo dubbio. Ma il punto che ora mi preme chiarire è un altro. Sulla base di ciò che sta scritto in quella lettera Schewe dovrebbe essere giudicato dal regime sovietico come un complice di prim’ordine in attività criminose; e in quanto tale, sarebbe a dir poco espulso immediatamente dall’URSS, come accade di regola a qualsiasi corrispondente “borghese” (ossia non comunista) che abbia commesso un’ infrazione sia pure infinitamente più lieve. Invece Schewe può restare tranquillo nell’URSS fino a 1967 (e vi trova anche moglie), fruendo di una”grazia” che è anche la prova definitiva dei suoi servigi al KGB.

E.L. – Prova definitiva come una “pistola fumante” in mano al killer. Ma Inge ha mantenuto anche in seguito rapporti amichevoli con Schewe?

D’A – Che Schewe sia rimasto nel suo ambito familiare è un dato di fatto. Carlo, figlio di Feltrinelli ed Inge, riferisce nel suo libro “Senior Service” (Milano 1999) che nel mezzo degli anni sessanta suo padre e Schewe si tenevano in contatto: se non altro per capire se io avessi una “sponda” americana o sovietica [insomma se fossi al soldo della CIA o del KGB]. Ovviamente la fonte di questa notizia è sua madre, perché all’epoca lui aveva non più di quattro o cinque anni. Di prima mano (anche se forse non all’insaputa di Inge) Carlo racconta poi nello stesso libro di aver fatto una visita a Schewe, in Germania, quando questi era ormai pensionato.

E.L. – Risposta esauriente. Adesso torniamo all’impegno di Inge nella casa editrice, ai suoi viaggi con Feltrinelli…

D’A – Allo scorcio degli anni cinquanta la casa editrice presenta diverse novità significative. Licenziamenti (incluso il mio) e nuove assunzioni, cancellazione di libri tradotti o già in bozze… Più rilevante, tuttavia, è il “maggiore respiro internazionale” che Inge si vanta esplicitamente di promuovere: soprattutto affiancando Feltrinelli, dai primi anni sessanta, in moltissimi viaggi di lavoro nei paesi del Terzo Mondo.

E.L. – I due cercano libri da tradurre?

D’A – In teoria sì. In pratica, invece, quei viaggi hanno per effetto soprattutto l’iniziazione rivoluzionaria dell’editore milanese.

E.L. – Per esempio?

D’A – In Africa, dove per qualche anno si concentra il loro interesse, i due visitano ripetutamente Algeria, Marocco, Guinea, Nigeria, Ghana. Feltrinelli, coadiuvato da Inge, riesce a stabilire rapporti personali con i leader saliti di recente alla ribalta della storia anticoloniale, da Ben Barka a Sékou Touré. In particolare si infervora per la causa dell’indipendenza algerina, dandone la dimostrazione più concreta con l’offrire asilo a Milano, nei locali di un suo istituto, ad alcuni disertori francesi. E nell’estate 1962, grazie alla compiacenza del presidente ghanese Kwame Nkrumah, si infila addirittura fra i delegati dei paesi non allineati all’assemblea di Accra sul disarmo nucleare. Quanto alle scoperte editoriali i giri africani fruttano solo un manoscritto sull’Algeria (magari trovato a Parigi) che lui pubblica anche in lingua originale col proposito di contrabbandarlo in Francia.

E.L. – Effettivamente non è molto…

D’A – In compenso, durante una pausa dei viaggi in Africa, Inge dà alla luce Carlo (marzo 1972). Il neonato è senza dubbio figlio di Feltrinelli, la somiglianza con lui è fuori discussione, e poco importa se nella cerchia dell’editore corre voce che ci sia stato un ricorso all’inseminazione artificiale. Sia come sia, si deve rilevare un fatto. Questo figlio (che il padre subito riconosce e nomina per testamento suo erede universale) sarà determinante nel consentire ad Inge di mantenere la sua presa su Feltrinelli quando fra non molto finirà la loro convivenza sotto lo stesso tetto e soprattutto dopo che lui, alcuni anni più tardi, passerà alla clandestinità.

E.L. – E la passione per Cuba? Quando esattamente comincia?

D’A – Nel gennaio 1964. Inge e Feltrinelli sbarcano a Cuba, dove entrambi sono già stati. Adesso qui tutto è cambiato. C’è Fidel Castro, il socialismo caraibico, il miraggio dell’esplosione rivoluzionaria nell’intera America Latina. Feltrinelli, che di tutto ciò si entusiasma, viene ricevuto varie volte dal lider màximo, ne conquista la benevolenza, può perfino misurarsi con lui in qualche tiro di basket (ripreso dalle istantanee di Inge, l’ex fotoreporter). Anche questo viaggio, va detto, non manca di un contenuto editoriale: ottenere i diritti in esclusiva mondiale sulle memorie di Fidel Castro. Peccato che le memorie non sono state ancora scritte e che l’autore in pectore, pur avendo incassato un generoso acconto, non le scriverà mai.

E.L. – Ma i due torneranno a Cuba anche in seguito?

D’A – Ci tornerà molto spesso Feltrinelli. Ma senza Inge. La ragione è che una svolta significativa interviene di lì a poco nella vita della coppia. Durante una festa affollata lei viene scoperta in estrema intimità con un noto giornalista del PCI, suscitando a dire il vero più perplessità che scandalo. Possibile che una donna come lei, generalmente considerata molto padrona di sé, abbia agito con tanta leggerezza? Ad ogni modo il risultato è che Feltrinelli va ad abitare per conto proprio, lasciando a lei la disponibilità della dimora patrizia, la cura del figlio, l’usufrutto su una cospicua parte del patrimonio familiare e l’incarico di dirigente nella casa editrice.

E.L. – Un po’ troppo. Segno che lui resta succubo della personalità di Inge.

D’A – E’ così e sarà sempre così. Intanto il nuovo assetto non impedisce ad Inge, che conserva intatte tutte le sue funzioni materne e professionali, di incontrare e condizionare Feltrinelli tutte le volte che vuole. E le dà in più la possibilità di dissociarsi in modo naturale da quei viaggi nel Terzo mondo che finirebbero col rendere poco credibile la sua coltivata immagine pubblica di intellettuale progressista ma non rivoluzionaria. Del resto Feltrinelli è ormai caricato e prosegue sulla rotta prefissatagli. Tanto che all’inizio del 1967, visitando Cuba per l’ennesima volta, proclamerà in un discorso al College Habana Libre di aver esaurito il suo compito di editore europeo e di considerarsi soltanto “un combattente contro l’imperialismo”.

E.L. – E come combatte?

D’A – Assume l’incarico di pubblicare l’edizione italiana del bimestrale “Tricontinental”, redatto a Cuba quale organo dell’Organizzazione della solidarietà fra i popoli di Asia, Africa e America Latina; e di quel bimestrale diventa ufficialmente fiduciario e inviato, occupandosi per conseguenza di ulteriori guerre e guerriglie, dal Medio Oriente al Vietnam, dall’Angola all’Uruguay, in breve in una buona parte del terzo Mondo. Non che prenda parte personalmente ad azioni di carattere militare, ma si spinge verso molte delle aree in fermento (mentre le mete di lavoro preferite di Inge sono adesso Parigi, Londra, New York) per incontrare i giusti protagonisti e contribuire alle loro cause con elargizioni di denaro e/o forniture di materiale bellico. Per esempio, subito dopo la Guerra dei Sei Giorni, incontra, non per ossequiarli solo a parole, Yasser Arafat e altri dirigenti di al Fatah.

E.L. – Per gli affari editoriali, d’ora in poi, lui avrà poco tempo…

D’A – In realtà , prima ancora della sua solenne dichiarazione al College Havana Libre, Feltrinelli ha cominciato a mollare ad Inge, gradualmente, le redini della casa editrice. Anzi, a questo proposito vorrei fare una digressione rispetto al tema dei finanziamenti alle guerriglie. Si tratta di una mia diretta esperienza e testimonianza…

E.L. – Ti ascolto.

D’A – Dopo la scarcerazione di Olga (novembre 1964) prendo un’iniziativa che ormai non può cancellare il “gesto di clemenza” con cui è stata ridotta la sua pena detentiva (e prima ancora quella della figlia). Cioè propongo a Feltrinelli, attraverso il suo principale avvocato, di istituire e presiedere un Premio Pasternak. Per finanziarlo suggerisco di utilizzare legalmente una lettera autografa che Pasternak, alla fine del mio lavoro giornalistico in URSS, aveva inviato per mio tramite a Feltrinelli: una lettera in cui, fra l’altro, gli dava disposizione di versarmi a titolo di compenso la metà di tutti gli onorari del “Zhivago” spettanti all’autore.

E.L. – Una gran bella somma!

D’A – Equivalente oggi a molti milioni di dollari. Perciò su quella lettera, che Pasternak volle farmi leggere in sua presenza, avevo scritto un grosso NO stampatello accanto alle righe che mi riguardavano, spiegando allo scrittore che mai avrei accettato di sottrarre ai suoi onorari una cifra tanto spropositata e augurandogli di venire in possesso prima o poi di tutto ciò cui aveva diritto. Feltrinelli mostrò la lettera, appena l’ebbe ricevuta, a parecchi suoi collaboratori, lodandomi per la rinuncia al denaro…

E.L – Ma la tua rinuncia non impedisce legalmente l’operazione che proponi a Feltrinelli?

D’A – Non l’impedisce perché gli eredi di Pasternak, “per ragioni politiche e morali”, non potranno mai reclamare “quell’oro di Giuda”. Lo ha stabilito nell’ottobre 1961 il vertice del Partito comunista sovietico (PCUS), primo firmatario Mikhail Suslov. Comunque Feltrinelli rigetta la mia proposta senza una parola di spiegazione.

E.L. – Sicché tu inizi una vertenza giudiziaria contro la società editrice.

D’A – Per l’appunto. Motivi di spazio non mi permettono di ricapitolare qui tutte le fasi della vertenza giudiziaria (1965-1972) ch’io finanzio nei primi anni con il residuo del fondo rimesse. Del resto ho già assolto questo compito, con profusione di documenti, nel mio libro sul caso Pasternak; e poi chi volesse accedere direttamente agli atti processuali può rivolgersi all’Archivio di Stato in Roma. Qui, invece, ricorderò per sommi capi gli episodi che provano in modo schiacciante la stretta intesa fra la società editrice (sempre più dominata da Inge) e le competenti autorità sovietiche in tutto il corso della vertenza.

E.L. – Va’ avanti.

D’A – Dopo una lunga e debole contestazione della validità giuridica della citata lettera di Pasternak la società editrice, convintasi ch’io non ne ho fatto una copia (il che è vero), presenta in giudizio una precedente e generica lettera dello scrittore, manomessa con un NO apocrifo, sostenendo che mi sono confuso. Ma, rendendosi conto che questo falso non potrà reggere a lungo, rivela a Mosca ch’io voglio istituire un Premio Pasternak. Mosca si allarma seriamente. Si mobilita. Infatti subito dopo, nel maggio 1966, il vertice del PCUS capovolge la decisione di cinque anni prima stabilendo che i figli di Pasternak potranno ereditare i proventi del “Zhivago” (e quindi intervenire nella mia vertenza), con ciò impedendo che “determinati circoli utilizzino per fini antisovietici le rilevanti somme dello scrittore scomparso”.

E.L. – Qui sembra smentita la proverbiale inefficienza della burocrazia sovietica.

D’A – Non generalizziamo. Ascolta adesso l’esempio di un pasticcio spionistico. Nell’agosto 1967, mentre sto raccogliendo importantitestimonianze a mio favore, una signora russa, Galina Oborina, che mi ha conosciuto a Mosca e poi si è trasferita definitivamente a Roma in seguito al suo matrimonio con un italiano, mi consegna la copia di una lettera dattiloscritta che Pasternak, di cui sarebbe stata da tempo buona amica, le avrebbe dettata e firmata una quindicina di giorni prima di morire, quando già era allettato. Nella copia, si legge fra l’altro, lo scrittore insiste affinché io accetti finalmente la ricompensa che mi aveva proposto nel nostro ultimo incontro.

E.L. – E’ passato molto tempo dalla data della copia. Tu non dubiti…

D’A – L’Oborina mi racconta molte sue vicende che sembrano spiegare il ritardo della consegna. Comunque io chiedo alla signora di andare da un notaio per autenticare la copia. Ciò che lei fa senza battere ciglio. Io allora deposito in giudizio la copia autenticata. E la società editrice propone quasi subito una querela di falso corredata dalle dichiarazioni giurate di due medici sovietici in cui si afferma che Pasternak, alla data indicata nella copia, stava troppo male per dettare e firmare una lettera. L’Oborina si mostra spaventata e rifiuta di testimoniare in giudizio. Io smentirò i due medici sovietici con testimonianze molto qualificate. Una è di Valeri Tarsis, noto scrittore sovietico dissidente costretto all’esilio dopo aver subito un periodo di manicomio sulla base di diagnosi imposte dal potere. E infine, sia pure tanto tempo dopo, arriva il chiarimento: dal cosiddetto Archivio Mitrokhin spunta il nome dell’Oborina quale agente del Secondo direttorato del KGB. Insomma falsa la lettera e falsa la smentita.

E.L. – Ma come finisce la causa di falso?

D’A – Non finirà mai. Intanto per aprirla è necessario che si chiuda formalmente il giudizio in corso, ciò che richiede, senza che io ne capisca il perché, quasi un anno e mezzo. Infatti il procedimento di falso comincia nel gennaio 1969. Da quel momento la società editrice, ormai chiaramente interessata a perdere tempo, non fa altro che chiedere la comparizione degli eredi di Pasternak, ma per essi, ovviamente ignari di quanto succede a Milano, c’è sempre qualcuno che con vari pretesti chiede e ottiene il rinvio delle udienze.

E.L. – Chi sono gli eredi di Pasternak?

D’A – In questo periodo i due figli Evgheni e Leonid. A loro, però, viene presto aggiunta Olga.

E.L. – Inspiegabile.

D’A – E invece no, sta’ a sentire. Verso la fine del 1969 il console generale sovietico a Roma, Ivan Iutkin, mi invita a un colloquio riservato. Ci vado. Faccio una brevissima anticamera, durante la quale una mia vecchia conoscenza di Mosca, Lolli Zamoiski (che poi figurerà come colonnello del KGB nel citato Archivio Mitrokhin), accerta la mia identità con una furtiva occhiata dallo spiraglio di una porta. Iutkin è gentilissimo. Si dice molto dispiaciuto che gli eredi di Pasternak, in particolare la mia carissima Olga, debbano testimoniare contro di me e mi propone di parlarne, per trovare una soluzione, con due alti dirigenti del Collegio giuridico sovietico per l’estero. Mi scappa di dirgli, sorridendo, che da noi i testimoni a proprio favore non sono presi troppo su serio. Comunque, qualche giorno dopo. io e due miei avvocati incontriamo al Consolato generale, in presenza di Iutkin, il vicepresidente del Collegio giuridico Andrei Korobov e un suo assistente con l’aria di autorevole sorvegliante.

E.L. – In altre termini un occhio del KGB?

D’A – Probabile. Ad ogni modo Korobov mi consiglia con lunghi giri di parole pacate e quasi amichevoli di rinunciare alla mio genere di pretesa sugli onorari di Pasternak e a un certo punto io gli domando, per la verità retoricamente, se in questo caso tutte quelle cospicue somme finirebbero davvero nelle tasche degli eredi. Risposta: certamente sì. Una mia espressione di incredulità fa allora scattare il suo assistente. Con voce arrogante costui mi intima di non divagare. Afferma che io sto dimostrando di non nutrire alcun affetto per Olga (inclusa fra gli eredi, ormai è chiaro, con l’intenzione di condizionarmi psicologicamente). E infine mi grida che “oggi si deve decidere se ci lasciamo da amici o da nemici.” Con grande calma gli spiego che l’alternativa è molto seria e perciò mi serve altro tempo per rifletterci. Fine della seduta.

E.L. – Che è anche l’ultima, immagino.

D’A – Naturalmente. Tuttavia devo convincermi che le manovre congiunte di Milano e Mosca non mi permetteranno di arrivare in tempi men che biblici (quindi anche entro i limiti della mia resistenza finanziaria) alla conclusione dell’intera vertenza e al traguardo del Premio Pasternak. Di conseguenza i miei avvocati, in pieno accordo con me, comunicano alla società editrice che io potrei prendere in considerazione la proposta di chiudere la nostra controversia purché ciò avvenga con una transazione che la impegni a rimborsarmi tutte le spese giudiziarie e non giudiziarie che ho sostenuto di tasca mia per arrivare al punto in cui ci troviamo.

E.L. – E la risposta?

D’A – La risposta non arriva e la causa di falso continua a languire fra le convocazioni mancate dei testimoni russi. Però qualcosa di strano avviene fuori dalle aule di giudizio. Il primo marzo 1970 la Società editrice annuncia sui principali quotidiani del mondo di aver stipulato un accordo con gli eredi di Pasternak (ancora i due figli Evgheni e Leonid più Olga) rappresentati da Korobov, il vicepresidente del Collegio giuridico per l’estero. In sostanza la Società editrice avvierà subito le pratiche valutarie per versare quanto dovuto agli eredi di Pasternak e otterrà da questi ultimi il “secondo contratto” perseguito invano per anni. Questo contratto riconoscerà alla Società diritti molto più ampi sulle utilizzazioni del “Zhivago”, comprese quelle diverse dalla stampa, evitandole in questo modo il grosso delle contestazioni legali sollevate finora, soprattutto all’estero, da editori ed altri soggetti coinvolti nel giro d’affari del romanzo.

E.L. – Bel colpo, su questo non c’è che dire.

D’A – C’è da dire tuttavia che i due contraenti, come ad esempio rileva il londinese “Sunday Times”, hanno ignorato il fatto che io ho promosso un’azione legale, tuttora in corso, per rivendicare parte di quel denaro. Il loro accordo è insomma un mostro giuridico. Ma il peggio deve ancora venire.

E.L. – Un altro accordo?

D’A – No, tutt’altra cosa. Il 20 gennaio 1972 diversi grandi quotidiani del pianeta, dal “New York Times” al “Corriere della Sera”, riferiscono che il giorno prima gli eredi di Pasternak avrebbero dovuto presentarsi come testimoni al tribunale dove si celebra (si fa per dire) la causa di falso e invece hanno chiesto per telegramma di rinviare l’udienza, ora fissata al 24 marzo. La lista degli eredi, si legge ancora, ha subito una variazione. Olga è stata cancellata e al suo posto figura Katia, indicata come figlia dello scrittore. Non si tratterebbe di una notizia sensazionale se non per un dato di fatto: lo scrittore non ha mai avuto una figlia e perciò Katia Pasternak è stata inventata dal KGB.

E.L. – Con quale scopo?

D’A – Si può supporre che questa Katia, munita di tutti i necessari documenti falsi, potrebbe dichiarare di aver rinunciato all’eredità per potersi qualificare come testimone. Di sicuro, comunque, non potremo mai saperlo. La morte di Feltrinelli (14 marzo) ha per conseguenza l’annullamento dell’udienza che avrebbe dovuto tenersi dieci giorni dopo. E non solo. A questo punto comincia anche la fine dell’intera vertenza giudiziaria in quanto i miei avversari di Milano devono occuparsi di problemi societari e personali molto più pressanti (fra cui il regolamento finanziario con cui Inge, sborsando molti milioni di dollari, taciterà Sibilla Melega, ultima moglie dell’editore). In concreto la Società editrice ora accetta la transazione che io ho proposto alla fine del 1969 e che sarà eseguita, causa i tempi tecnici, alla fine del 1972.

E.L. – Toglimi una curiosità. Ti tenta mai l’idea di riaprire quel caso?

D’A – Vuoi scherzare? Solo per la verità storica, niente altro, sto citando l’insieme dei fatti che fanno luce sul ruolo di Inge nella vita di Feltrinelli. Anzi, colgo qui l’occasione per dichiarare, a scanso di equivoci, che dalla Società editrice io non pretenderò mai neanche un centesimo. A nessun titolo.

E.L. – Bene, torniamo allora all’impegno di Feltrinelli nel Terzo Mondo. Eravamo rimasti al suo incontro con Arafat.

D’A – Poco dopo quell’incontro l’editore milanese intraprende una missione anomala. Vola in Bolivia, portandosi molto denaro ritirato da un suo conto a New York, nel tentativo di aiutare in qualche modo il Che Guevara braccato nella giungla e l’intellettuale Régis Debrais rinchiuso in carcere. Si sistema in un albergo di la Paz, dove si fa raggiungere dalla moglie Sibilla Melega, ma qualcosa in cui sperava, forse un contatto con qualcuno, non funziona. Le faccenda si potrebbe mettere molto male e invece, buon per lui e Sibilla, si conclude con qualche interrogatorio e l’imbarco forzato su un aereo in partenza dal paese. A questa avventura, comunque, fa seguito un’improvvisa svolta nella visione strategica di Feltrinelli.

E.L. – In che senso?

D’A – Nel senso che Feltrinelli, appena rimpatria dalla Bolivia, concentra la sua attenzione sui prodromi del Sessantotto italiano: manifestazioni studentesche con qualsiasi possibile motivazione, occupazioni di parecchie università, violente proteste antiamericane sullo spunto della guerra del Vietnam e del colpo di Stato in Grecia, scontri fra militanti di sinistra e di destra. Quanto a lui basta per illudersi che anche qui possano funzionare i modelli insurrezionali delle aree sottosviluppate.

E.L. – E quando passa all’applicazione di questa teoria?

D’A – Quasi subito. Per cominciare sceglie la Sardegna, con l’esplicito obiettivo di trasformarla nella “Cuba del Mediterraneo”, facendo levasoprattutto su separatismo e banditismo, due fenomeni locali che spesso si integrano. Ad essi dà manforte sia con finanziamenti generosi sia con forniture di armi, apparecchi per telecomunicazioni e altri materiali utilizzabili per la guerriglia. Con il risultato di contribuire per qualche anno (promovendo anche la costituzione di un “Fronte rivoluzionario sardo per il comunismo”) a scatenare una fitta successione di gravi e gravissimi disordini, incluso perfino il sabotaggio di manovre militari. Inoltre, fin dai primi mesi del 1968, quando le agitazioni degli studenti e degli infiltrati di vario colore si inaspriscono e dilagano in tutto il territorio nazionale, Feltrinelli si convince che in Italia sia imminente un colpo di Stato ordito da CIA, NATO, grande industria e alta finanza.

E.L. – Una ragione di più, immagino, per spingerlo a stringere i tempi dell’azione rivoluzionaria.

D’A – Infatti dal 1968 e soprattutto nel 1969 (l’ anno delle bombe “rosse” e “nere” che in molte parti del paese prendono di mira sedi e simboli istituzionali, banche, borse, esposizioni industriali, stazioni ferroviarie, treni e tralicci elettrici) Feltrinelli avvia e intensifica la frequentazione e il finanziamento di vari gruppi della sinistra combattente, mette in vendita nelle sue grandi librerie apologetici opuscoli sulle guerriglie in corso nel mondo, perfino manuali per costruire bombe molotov e lanciarle con fucili a canne mozze. Per conseguenza i servizi di intelligence lo tengono d’occhio, la magistratura lo interroga e gli infligge qualche lieve condanna, la polizia compie diversi sequestri nella sue librerie, le cronache nazionali si occupano di lui sempre più spesso. Il fatto politicamente più serio, tuttavia, consiste negli attacchi che ora gli sferra la stampa del PCI.

E.L. – Perché dici che è il fatto politicamente più serio?

D’A – Da un quarto abbondante di secolo il PCI ha perseguito l’avvicinamento morbido al potere ed ha quindi avversato risolutamente qualsiasi iniziativa, fosse anche soltanto di carattere giornalistico, che intralciasse la sua marcia da una posizione “più a sinistra”. Figurarsi dunque se può tollerare che “un avventuriero dilettante” tipo Feltrinelli finanzi adesso la nascente ultrasinistra eversiva. Ma la linea morbida del PCI non nasce dal nulla. E’ in piena sintonia con una scelta strategica della politica estera sovietica. E quindi la recente svolta di Feltrinelli è vista da Mosca come uno spinoso problema.

E.L. – E lui se ne rende conto? Reagisce?

D’A – Lui ostenta disprezzo ideologico per il PCI. Accusa i dirigenti di questo partito di “ciarlatanismo ammantato di fraseologia di sinistra”. E non è tenero nemmeno con il regime sovietico che spesso identifica col capitalismo di Stato. Nello stesso tempo Inge si mostra molto costernata per tutti i rischi cui lui si espone, gli dice di essere certa che i sicari del terrorismo neofascista e di vari servizi segreti sono ormai alle sue calcagna; e lo scongiura di defilarsi, di lasciare almeno per un po’ di tempo l’Italia. Nell’autunno 1969 lui alla fine si convince, le dà ragione. Al punto da ripetere più volte agli amici fidati che presto, a Milano o nei dintorni, potrebbe essere rinvenuto il suo cadavere crivellato di colpi. Pertanto prepara il suo definitivo sganciamento dalla casa editrice (di cui conserverà solo formalmente la presidenza) con una ristrutturazione che permette ad Inge di entrare nel consiglio di amministrazione e di assumere la carica di vicepresidente.

E.L. – In pratica, insomma, lei diventa il capo dell’azienda.

D’A – Proprio così. Ad accelerare e modificare le ulteriori mosse di Feltrinelli intervengono d’altronde i fatti che si susseguono a Milano nell’ultimo bimestre del 1969: una manifestazione di operai e studenti che degenera in guerriglia con molti feriti; uno sciopero che culmina con la morte di un giovane agente di polizia colpito alla testa con un tubo di ferro; e infine la bomba che esplode – il 12 dicembre – in una grande banca del centro cittadino provocando diciotto morti e ottantotto feriti. A torto o ragione si diffonde il sospetto che dietro questi fatti possa anche esserci la mano di Feltrinelli. Un giudice ordina a titolo cautelativo il ritiro del suo passaporto e lui nello stesso giorno, con l’aiuto di un contrabbandiere, oltrepassa la frontiera svizzera, deciso a vivere in clandestinità.

E.L. – Clandestinità, se non sbaglio, con molti aspetti donchisciotteschi. Non è questo il momento in cui Feltrinelli vuole tramutarsi da sostenitore di guerriglie in guerrigliero sul campo?

D’A – Certo. Infatti comincia subito a reclutare una sua milizia con il vecchio nome di Gruppi di azione partigiana (GAP) che deve essere pronta nella prossima primavera quale componente dell’Esercito internazionale proletario. Stabilisce che almeno all’inizio, poi si vedrà, il suo principale campo d’azione sarà l’Italia, dove ogni tanto rientrerà, sempre da clandestino, nonostante che il ritiro del suo passaporto venga revocato in febbraio. Vede tutto facile, si monta ancor di più la testa, scrive e pubblica addirittura un opuscolo sull’ordinamento della società postcapitalistica: quella di cui, anche se non lo dice apertamente, si sente il capo futuro. Il 12 marzo Inge, che spesso va a trovarlo, spiega all’ad e al direttore generale della casa editrice, entrambi sinceramente affezionati a Feltrinelli e angosciati per le sue gesta spericolate, che ormai non c’è nulla da fare. “Nessuno può più capirlo… he’s lost [è perduto]” scriverà nel proprio diario. E l’ad lancia l’idea che per salvarlo conviene farlo arrestare.

E.L. – Lei si oppone?

D’A – Credo che semplicemente lasci cadere il discorso. Feltrinelli intanto si aggira vorticosamente in Austria, Svizzera e Francia. Abbastanza spesso, solo per motivi di militanza, mette piede in Italia (munito di documenti falsi, camuffato nei modi più fantasiosi, privo dei suoi tipici baffoni), tenendosi ovviamente alla larga dalla casa editrice e dintorni. Con Inge, che di solito gli porta il figlio ancora bambino, si vede assiduamente in vari luoghi del suo esilio fino a poco prima della fine. E con Sibilla, che per stargli più vicina si è scelta come base un panfilo ormeggiato in Costa Azzurra, trascorre qualche periodo di riposo in una sua villa fra i boschi della Carinzia o fissa improvvisati appuntamenti qua e là: ma non oltre la primavera del 1971, quando lei, non sopportando più le scelte esistenziali del marito, troverà a Roma un nuovo interesse sentimentale.

E.L. – Ma in concreto, a parte i finanziamenti ai gruppi della sinistra armata in Italia e magari in altri paesi europei, quante e quali sono le azioni compiute da Feltrinelli in questa fase finale delle sue avventure? Parlo di azioni eversive.

D’A – Poche e di pochissima rilevanza: messaggi “Radio GAP” che utilizzano apparecchiature tedesche ottenute per vie traverse e talvolta interferiscono con qualche trasmissione televisiva in aree dell’Italia settentrionale; attentati dinamitardi senza serie conseguenze a Milano e dintorni contro cantieri edili dove si sono verificati infortuni sul lavoro e contro imprese appartenenti a sostenitori di formazioni neofasciste. Una delle ultime azioni, una rapina al casino di Saint Vincent, resta allo stato di progetto in considerazione delle scarse probabilità di riuscita. In sostanza Feltrinelli, sempre più dominato dall’ambizione di emergere come grande teorico e capo rivoluzionario, è schiavo di un tragico gioco. Scrive scombinate risoluzioni strategiche, acquista in Svizzera e a Milano appartamenti da usare come covi per i militanti dei GAP; organizza esercitazioni con pistole, fucili e bombe a mano, sottoponendo se stesso e uno sparuto gruppetto di seguaci a esercizi faticosi, a digiuni, perfino all’ingestione di cibi avariati; e infine, per darsi l’aspetto del guerrigliero sul campo, si lava sempre di meno. Una volta Inge, tornando da uno degli incontri con lui, di dice impressionata per averlo trovato molto magro e coi denti ingialliti.

E.L. – Finché nel marzo 1972 il suo tragico gioco finisce all’improvviso…

D’A – All’improvviso e in modo imprevedibile. Il 13 di quel mese, come viene annunciato con largo anticipo, il PCI aprirà a Milano il suo XIII Congresso, destinato a concludersi al quinto giorno con l’elezione di Berlinguer alla carica di segretario generale del partito. Feltrinelli decide subito di intralciare l’evento provocando un massiccio black out della città. A questo scopo ripartisce i suoi Gap in otto piccoli commandos, uno dei quali guidato da lui, con il compito di far saltare simultaneamente altrettanti tralicci dell’alta tensione situati, a molta distanza l’uno dall’altro, nella campagna milanese. Per l’attuazione del piano sceglie la tarda sera del 14. Ma salta l’appuntamento e non salta nessun traliccio. Tutti i commandos, escluso quello formato da lui e altri due uomini, disertano.

E.L. – Quindi Feltrinelli è caduto in una trappola ben predisposta. E’ stato vittima di un vero e proprio complotto, non di un semplice incidente.

D’A – Questo e certo, ma lui non farà in tempo a saperlo. In qualche modo è ferito dall’esplosione di una carica e muore dissanguato ai piedi del traliccio mentre i suoi accompagnatori fuggono con il furgone usato per arrivare sul posto. Il suo cadavere viene scoperto da alcuni contadini nel pomeriggio del 15 e, siccome ha indosso documenti falsi, gli inquirenti non riescono a identificarlo prima della mattina del 16. La successiva inchiesta giudiziaria finisce con l’archiviazione per insufficienza di prove e in giro restano tutte le possibili voci sull’identità dei responsabili: neofascisti, comunisti, servizi segreti italiani, KGB, CIA.

E.L. – Sai se Inge ha fatto qualche ipotesi?

D’A – Francamente no. So soltanto che la mattina del 15 marzo, ossia all’indomani dell’esplosione sotto il traliccio, lei parte per Lugano insieme con il figlio e un notaio, spiegando all’ad della società editrice che Feltrinelli le ha dato appuntamento in quella città alle ore tredici dello stesso giorno per la stesura di un atto riguardante una sua villa in Italia. Poche ore dopo, nel tardo pomeriggio del 15, lei rientra a Milano. Con aria sconvolta informa l’ad, presenti altre persone, che Feltrinelli non si è presentato all’appuntamento; ed aggiunge che lui non si sarebbe mai comportato così, tanto meno potendo incontrare il figlio, se non gli fosse successo qualcosa di terribile.

E.L. – Tutto ciò è strano…

D’A – Stranissimo. Possibile che Feltrinelli abbia nascosto ad Inge, pur considerandola fino all’ultimo la sua compagna rivoluzionaria, quell’attentato dinamitardo che progettava da un po’ di tempo? Possibile che Feltrinelli le abbia dato appuntamento a Lugano, per una pratica notarile, solo poche ore dopo l’attentato? O che non abbia avuto modo di disdire l’appuntamento se per qualche imprevista evenienza fosse stato spostato il giorno dell’operazione? Io penso che in realtà Inge abbia messo in scena l’appuntamento di Lugano per far testimoniare, se mai fosse stata sfiorata da qualche sospetto nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria, che lei non sapesse nulla dell’attentato in preparazione e quindi non potesse essere accusata di omessa denuncia o di complicità.

E.L. – Bene, siamo arrivati alla fine di questa storia. Ora ti chiedo di concludere l’intervista con una valutazione sintetica della vera misura in cui Inge ha inciso sulla vita di Feltrinelli e quindi sul caso Pasternak.

D’A – Fin qui io ho riferito esclusivamente fatti incontrovertibili. Sono quelli descritti in note pubblicazioni non prevenute verso i protagonisti di cui ho trattato e da loro mai contestate (ma delle quali mi impegno a precisare in questo stesso foglio, su eventuali richieste dei lettori, i titoli e le pagine). Sono i fatti provati dagli atti della mia vertenza giudiziaria, da alcuni documenti degli archivi sovietici, da numerosi articoli e commenti di grandi giornali. Ciò detto, posso dichiarare che questi fatti, ove se ne considerino coincidenze temporali e connessioni logiche, sollevano immancabilmente pesanti interrogativi.

E.L. – Precisiamoli.

D’A – Primo: E’ stata Inge, per via diretta o indiretta, per convinzione ideologica o voglia di ricchezza, ad accettare l’incarico di manipolare psicologicamente Feltrinelli con l’intento di farne un finanziatore di guerriglie? Ossia è stata lei a rendersi corresponsabile, sia pure moralmente, della fine dell’editore milanese?

E.L. – E il secondo interrogativo?

D’A – E’ stata Inge, nel corso della mia vicenda giudiziaria con la società editrice, a governare il coordinamento di Milano con Mosca in un carosello di spie sovietiche, documenti truccati, false testimonianze e tentativi di intimidazione nei miei confronti? Ossia è stata lei ad impedire l’istituzione di un premio Pasternak e ad assicurarsi per giunta quel nuovo e più vantaggioso contratto editoriale che l’autore non avrebbe mai firmato?

E.L. – Chiaro, anzi chiarissimo. Grazie a te anche a nome dei miei amici.

D’A – Grazie a te

L’ULTIMA FRONTIERA, di Gianfranco Campa

L’ULTIMA FRONTIERA

La prima volta che attraversai il confine fra gli Stati Uniti e il Messico era l’ormai lontano Giugno 1993. All’epoca viaggiavo su una Oldsmobile Cutlass Cruiser, versione familiare, con motore, se la memoria non mi inganna, di 3300 cc di cilindrata. Una di quelle macchine che per ogni miglio di strada si beveva il carburante di un’intera stazione di servizio. Ma all’epoca questo poco contava; in California un gallone di benzina costava intorno a un dollaro. In altre parole, 3,8 litri di benzina mi costavano intorno agli 80 centesimi di Euro.

Un anno strano il 1993; l’anno prima era stato eletto alla presidenza un certo Bill Clinton che aveva sconfitto alle elezioni presidenziali George Bush (padre) con l’aiuto di un miliardario Texano di nome Ross Perot. La ancora relativamente sconosciuta first lady, Hillary Clinton, aveva viaggiato in gioventù con la versione berlina della Oldsmobile con cui mi apprestavo ad attraversare il confine messicano.

L’avvento di Perot aveva dirottato verso il magnate, dall’accento provinciale, tipicamente Texano, una larga fetta di voti che in teoria sarebbero dovuti andare a Bush, aprendo quindi la strada alla vittoria di  Bill Clinton. Una vittoria fra amici di merende poiché la differenza fra Clinton e Bush si rivelò alquanto minima per quello che riguardava la politica e geopolitica americana. Perot al contrario è stato invece, in un certo senso, un apripista di Trump, un precursore, anche se Perot sbagliò tattica opponendosi al sistema bipartitico americano, invece che infiltrarsi e addomesticarlo dall’interno. Fatto sta che fino a questo momento Perot rimane nella storia moderna Americana come l’unico tentativo serio di rompere il regime tradizionale politico a stelle e strisce. Perot fu colui che in tempi remoti si è confrontato con l’establishment dell’epoca, opponendosi anche alla prima Guerra del Golfo e all’Accordo Nordamericano per il Libero Scambio, meglio conosciuto come NAFTA. Tra l’altro Ross Perot rimarrà famoso anche per la sua frase “pittoresca” con cui defini NAFTA come il “suono di un succhiatore gigante.” Succhiatore di posti manifatturieri (complice insieme ad altri accordi mondiali globali), svuotatore e trasformatore di intere aree industriali in zone fantasma, solo parzialmente rimpiazzate dal settore ad alta tecnologia e dal terziario. Succhiatore anche di speranze latine, speranze che in quel tardo Giugno del 1993 erano ancora palpabili per le strade della città messicana.

L’accordo NAFTA sarebbe entrato in vigore nel Gennaio del 1994, ma nonostante la povertà da terzo mondo, la città di Tijuana appariva relativamente ordinata, sicura e vivace in quell’estate del 1993. Parlando con la gente per la strada, tra un venditore di deliziosi Churros e uno di gustosi Tacos, traspariva l’ottimismo che la vicinanza ai gringos li avrebbe favoriti in questa visione globale del futuro prossimo.

Di quelle speranze rimarrà, a 25 anni di distanza, poco o niente. Nonostante quello che sostengono Wikipedia, gli economisti e i mass media, l’area metropolitana di Tijuana è stata sì parziale beneficiaria di alcuni investimenti nei settori dell’High Tech e manifatturiero, ma nonostante i proclami entusiastici riguardanti le potenzialità di quella città, la realtà si è rivelata col tempo ben diversa. Tijuana è anche una delle tante vittime di quella che possiamo definire la sindrome anti-trumpiana che pervade i mass-media e la politica Californiana. Le élites, abbagliate dall’odio viscerale per Trump, confidano in Tijuana come in uno strumento da rispolverare e mettere in mostra per avallare la teoria che la globalizzazione ha funzionato nonostante l’avvento di Trump. Trump come forza demoniaca distruttrice del sogno globalista e del libero scambio Nordamericano. Nel loro immaginario Tijuana oggi come oggi celebra le potenzialità come hub dal futuro economico roseo, dove invece di costruire muri si auspicano ponti di fratellanza e collaborazione. Ma tutto ciò rimane solo sulla carta e nel pio desiderio di chi la realtà si rifiuta di analizzarla e riconoscerla.

La frontiera messicana dal centro di San Diego dista solo venti minuti di macchina; all’entrata in Messico l’attesa e il controllo sono insistenti, diversamente dal ritorno, dove il controllo alla frontiera Statunitense, quella cosiddetta di San Ysidro, ti sottopone a ore di tediosa attesa, a volte sotto un solo cocente. Questo di per sé testimonia il fallimento della rappresentazione del Nord America formato da nazioni senza frontiere: Canada-USA-Messico. Infatti alla NAFTA avrebbe dovuto far seguito un trattato stile Schengen mai materializzatosi.

Dopo il 1994, con NAFTA a pieno regime, Tijuana si evolse da centro turistico a centro produttivo. Aziende del calibro di Panasonic, Samsung aprirono grandi impianti di assemblaggio.

Strano destino quello di Tijuana! La benedizione della vicinanza al confine avrebbe dovuto essere la sua salvezza, ma il sogno americano si e` infranto contro il muro della realta`.

Dopo un iniziale boom, Tijuana (e il Messico) sono entrati in un periodo di declino economico. La speranza era che NAFTA riducesse le disparità di reddito tra Stati Uniti e Messico; a 25 anni dall’accordo, il divario è continuato a crescere.

Nel 2014, a vent’anni dalla firma del NAFTA, anche  la disparità di reddito all’interno del Messico fra la classe ricca e quella povera è aumentata a dismisura. La quota del reddito nazionale dalla classe più ricca del paese è aumentata oscillando dal 24% fino al 58% lasciando al palo il resto della popolazione Messicana. A Tijuana, dal 2000 in poi sono stati persi 33.000 posti di lavoro.  Secondo Garrett Brown, ex-capo della rete per la salute e la sicurezza dei Maquiladora (Maquiladora è il termine usato per descrivere una fabbrica in Messico gestita da una società straniera e che esporta i suoi prodotti nel paese di tale società), il salario medio messicano nel 1975 era pari al 23% del salario di produzione degli Stati Uniti. Nel 2002 era meno di un ottavo. Secondo Brown, dopo il NAFTA, i salari reali messicani sono calati del 22%, mentre la produttività dei lavoratori è aumentata del 45% .  Alle società statunitensi è stato concesso di possedere terreni e fabbriche, ovunque in Messico, non solo a Tijuana. Per esempio la compagnia ferroviaria Union Pacific, con sede negli Stati Uniti, in collaborazione con la famiglia oligarca messicana dei Larrea, una delle più ricche del Messico è diventata proprietaria della principale linea ferroviaria nord-sud del paese e ha soppresso l’intero servizio passeggeri a scapito di quello merci. L’occupazione nel settore ferroviario messicano, in questi anni è crollata da 90.000 a 36.000 impiegati. I sindacati delle ferrovie hanno lanciato scioperi a catena nella speranza di salvare i loro posti di lavoro, ma alla fine hanno perso la loro battaglia e il loro attuale sindacato è diventato una pallida memoria del suo passato

I bassi salari sono la calamita utilizzata per attrarre gli investitori statunitensi e altri investitori stranieri.  La Ford, uno dei maggiori datori di lavoro del Messico, ha investito 9 miliardi di dollari nella costruzione di nuove fabbriche, ma nel frattempo Ford ha chiuso 14 stabilimenti statunitensi, eliminando il lavoro di decine di migliaia di lavoratori statunitensi. Entrambe le mosse erano parte del piano strategico dell’azienda per ridurre i costi di manodopera e spostare la produzione. Quando nel 2008  la General Motors è stata salvata dal governo degli Stati Uniti (Obama), chiuse una dozzina di stabilimenti statunitensi, mentre ha prosequito con  la costruzione di nuovi impianti sul territorio Messicano.

Nel 2010, secondo il Monterrey Institute of Technology, 53 milioni di messicani vivevano in condizioni di povertà, circa la metà della popolazione del paese. La crescita della povertà, a sua volta, ha alimentato la migrazione. Nel 1990, 4,5 milioni di persone di origine messicana vivevano negli Stati Uniti. Un decennio più tardi, quella popolazione è più che raddoppiata a 9,75 milioni, e nel 2008 ha raggiunto il picco di 12,67 milioni.

Tra il  2001 e il 2015, 267 aziende manifatturiere sono scomparse dalla città di Tijuana. Molto della produzione manifatturiera che ha lasciato gli Stati Uniti si è indirizzata verso l’area Asiatica (Cina in primis), lasciando Tijuana e il Messico al palo. In altre parole si sentono forti i suoni del succhiatore gigante….

(Carovana di un cartello mafioso della droga)

Altre componenti hanno contribuito alla crisi di Tijuana e a rendere monco il NAFTA: l’attacco dell’undici di Settembre, la crisi finanziaria del 2008,  l’emergenza del virus H1N1, ma soprattutto la violenza dei cartelli della droga.  Di conseguenza molti dei turisti americani hanno smesso di visitare la regione e le attività turistiche sono crollate. Resiste ancora il turismo del sesso, visto la larga presenza di prostitute e quella dell’alcol, soprattutto da parte di studenti americani che nel fine settimana si recano al di là del confine per delle facili sbronzate.

Tijuana così rimane per il momento nel limbo, un progetto iniziato e rimasto in sospeso con la città che potrebbe essere in teoria il ponte della California verso l’America Latina, con un potenziale vantaggio economico per entrambe le parti. La  California è la sesta economia al mondo, pari al 13% del PIL USA. Un bacino Tijuana-San Diego offre un potenziale di forza lavoro di oltre 3 milioni di persone.

(Sparatoria tra Forze dell’Ordine e componenti del pericolossissimo cartello Los Zetas.)

Nell’attesa che finalmente le fortune di Tijuana si invertano, in questi anni  si sono arricchiti solo gli oligarchi messicani e i cartelli della droga (sovvenzionati dall’Appetito degli Americani per le droghe). Il livello di violenza è allarmante, con cifre che riflettono quelle di una vera e propria guerra civile. A Tijuana dal Febbraio scorso ci sono stati in media 8 omicidi al giorno. Nel solo mese di Luglio si sono registrati 242 omicidi. Tijuana è considerata la quarta città più violenta del mondo; in altri termini gareggia di pari passo con città situate in piene zone di guerra. La violenza ha mietuto vittime non solo fra criminali dei cartelli della droga ma anche fra civili innocenti, incluso molte figure politiche e giornalistiche. In Tijuana l’ultima agenzia di Stampa ancora aperta è guardata a vista dai militari messicani 24/7. Insomma siamo in una situazione che ricorda molto più la Siria piuttosto che un paese Nord Americano.

In Mexico, rails are risky crossing for a new wave of Central American migrants - The Washington ...

C’è un altro aspetto inquietante che contribuisce ai problemi di Tijuana. La vicinanza col confine Californiano l’ha resa meta del pellegrinaggio migratorio. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, disperati di ogni tipo da ogni parte del globo, si ritrovano alla fine del loro viaggio travagliato a Tijuana. Tijuana rappresenta il capolinea del viaggio e l’inizio di quella che dovrebbe essere la speranza di una vita nuova nell’America dei sogni, la realizzazione del sogno americano. Ma i sogni finiscono a Tijuana; lì si trasformano in incubi e le vite di milioni di disperati si intrecciano con i problemi di un tessuto sociale ormai al collasso. Prima ancora dell’avvento di Trump il confine a Tijuana era sommerso da immigrati clandestini convergenti da tutto il mondo bloccati dalle sempre più imponenti misure di controllo doganale. Da quando Trump è entrato alla Casa Bianca la situazione è solo peggiorata. I più fortunati pagano i cosiddetti coyotes ( trafficanti di esseri umani) fino a 20.000 dollari  per farsi trasportare oltre il confine, a piedi nel deserto, per finire il più delle volte intercettati dalla polizia di frontiera (Border Patrol). I meno fortunati (la maggioranza) rimangono bloccati al confine.

Secondo le statistiche del governo americano: Nel 2016 un totale di 409.000 immigrati clandestini sono stati catturati mentre tentavano di attraversare illegalmente il confine sudoccidentale con gli Stati Uniti. Un aumento del 23% rispetto all’anno precedente. Inutile dire che la tendenza è in deciso aumento. Arrivano da tutte le parti gli immigrati a Tijuana; Dal Centro e Sud America, Zone Caraibiche, Zone Asiatiche, Africane, e Mediorientali. Non sono solo i Messicani a voler attraversare il confine.

Immigrant family separation: Why do they flee their home countries?

Se tutto ciò non bastasse si aggiunge un altro problema per la città e il governo messicano. Mentre Tijuana si gonfia di immigrati bloccati al confine americano, si aggregano ogni giorno a questi anche quelli privi di documenti che vengono deportati, rimpatriati dagli Stati Uniti. Tijuana è al collasso, sopraffatta da un marea di persone senza casa e senza futuro. I centri di accoglienza sono colmi e traboccano di gente. In Italia e in Europa i centri di accoglienza sono delle regge reali paragonate a quelle Messicane dove mancano anche delle forme più elementari di assistenza. Lo stato Messicano non ha le risorse per poter seguire tutti questi disperati che gonfiano la frontiera Messico-USA

Tijuana rappresenta l’ultima frontiera dove  vanno a naufragare i sogni di milioni di persone. Sogni alimentati dalle false promesse dei trattati internazionali mirati solamente ed esclusivamente ad arricchire le multinazionali a spese di lavoratori e immigrati. NAFTA è ora morta, soppressa da Trump cecchino della globalizzazione sfrenata. In molti non ne sentiranno la mancanza, altri continueranno a far finta che Tijuana abbia un grande potenziale e che i trattati internazionali sono la panacea che cura tutti i dolori sociali.

Tijuana rappresenta la visione di un futuro non troppo lontano per l’Italia stessa. Italia paese di frontiera svuotato di contenuti e idee. Impoverito da anni di abusi sovranazionali travestiti da trattati internazionali spacciati come rimedi a tutti i nostri problemi. Immigrati e rifugiati che arrivano dai posti più disparati e disperati con la speranza di superare il confine con la Francia, Svizzera, Austria etc.

Tijuana città fallita, di un bellissimo paese come il Messico ricco di storia e bellezze naturali. Anche l’Italia un paese fallito? Si sente nel sottofondo  il suono di un succhiatore gigante…

 

 

http://zetatijuana.com/2018/08/tijuana-estado-fallido/

 

https://www.politicalresearch.org/2014/10/11/globalization-and-nafta-caused-migration-from-mexico/

 

https://www.sandiegoreader.com/news/2018/aug/08/stringers-tijuanas-most-violent-month-all-history/

 

https://www.nytimes.com/2017/01/27/world/americas/mexico-border-tijuana-migrants-haitians-trump-wall.html

Putin contro Putin, di Natalia Castaldo

Qui sotto alcune considerazioni di una cittadina italo-russa pubblicate su facebook riguardanti le incertezze e i limiti dell’attuale politica estera perseguita da Putin. Limiti ed incertezze apparsi già una quindicina di anni fa quando il leader emergente fu distratto, nelle sue scelte, dalla illusione di una Unione Europea autonoma dagli Stati Uniti. Tutto sta, però, nel valutare la forza effettiva della Russia nel sostenere una politica estera più attiva e dirompente, ma anche l’effettiva volontà di buona parte dei paesi europei di sganciarsi dal giogo americano. Che sia l’intera Europa, poi, a concepire tale scelta pare azzardato. Buona lettura_Giuseppe Germinario

La popolarità di Putin è in discesa e da russa vengo bombardata di domande sul perché.
Sono una putiniana ma non di quelle che “Putin ha sempre ragione” e ho sempre trovato patetico il tentativo da parte sia dell’estrema destra che dei comunisti di costruirsi un Putin a propria immagine e somiglianza.
Putin punto di riferimento delle destre, Putin neocomunista, niente che un russo, che conosce bene la Russia, possa prendere seriamente.
Molti attribuiscono il calo di popolarità di Putin alle sue politiche interne, in special modo alla riforma delle pensioni.
Ma non sono d’accordo.
Putin conosce benissimo l’importanza di tenere i conti a posto e sono proprio le impeccabili finanze russe ad impedire che siano i mercati a ordinare a Putin cosa fare.
Se le continue speculazioni contro il rublo vanno a vuoto, il merito è del bassissimo debito pubblico russo.

E’ proprio questo il punto, il debito.
Un Occidente completamente rincitrullito da settant’anni di spese folli si è illuso di poter vivere al di sopra delle proprie possibilità e purtroppo questa infezione mentale rischia di arrivare anche in Russia.
Non è un caso che i principali propugnatori del malcontento sono quei personaggi a cavallo tra Italia e Russia, che anche quando sono filorussi, mantengono purtroppo tutti i riflessi di settant’anni di radioattiva propaganda occidentale.
Putin non ha fatto altro che tenere i conti a posto.
E chi dice che ci sono i problemi (non mi sono mai sognata di dire che la Russia è il bengodi) farà bene a confrontare il PIL russo di oggi con quello del 1999, a confrontare il debito di oggi con il debito degli anni Novanta, a qualificare il reddito pro capite odierno e confrontarlo con l’epopea postcomunista.
Perché quel che a pochi evidentemente è chiaro è che ogni alternativa a Putin oggi è MORTALE per la Russia, da una parte e dall’altra.
Da una parte ci sono le teste calde dell’estrema destra e dell’estrema sinistra che vorrebbero una Russia nazionalista e imperialistica (col risultato di scatenare gli idioti filoamericani “Ecco! La Russia vuole aggredirci tutti!!”) oppure il ritorno del comunismo con tutti i suoi sfasci.
Dall’altra i soliti liberali del cazzo, i Navalnyj, quelli che rivorrebbero il ritorno alle epoche del liberismo sfrenato, quando la Russia era un inferno invivibile. Sono sempre minoritari ma in lieve crescita.

La realtà è secondo me un’altra.
Il vero punto debole di Putin è la politica estera.
Dopo il capolavoro compiuto in Siria, è come se Putin si fosse avvitato in una sorta di spirale prudenzialista.
L’Ucraina è stata lasciata praticamente sola a se stessa, idem la Georgia.
E’ come se Putin si fosse fidato del nuovo corso di Trump e avesse abbandonato la prospettiva di allargare la propria sfera di influenza in Europa.
L’alleanza con la Cina se così stretta rischia di rivelarsi mortale per la Russia perché la Cina è un’America meno intelligente ma non meno brutale e imperialistica.

Il destino della Russia è invece l’Europa.
Putin continua a pregare i paesi europei di togliere le sanzioni ma non offre nulla in cambio.
Non offre sostegno né militare né economico ai paesi europei che volessero uscire dalla NATO e dall’Unione Europea, non ha grande considerazione di personaggi sicuramente limitati sul piano politico come Salvini e la Le Pen (Berlusconi è la merda ma nei suoi momenti migliori valeva venti volte Salvini) ma che tuttavia hanno più volte strizzato l’occhio verso la Russia.
Ha deciso invece di fidarsi degli Stati Uniti con il trattato di Helsinki che per me è come il patto Molotov-Ribbentrop: una grossa stupidata di Putin.
Sul momento evita l’inasprimento delle tensioni con gli Stati Uniti ma nel breve e lungo termine ottiene il risultato di scaricare il sovranismo europeo tra le braccia di Trump, facendo il gioco degli USA, i quali temono come la peste i sovranismi europei (e stanno mettendo in campo tutte le proprie armate) proprio perché sanno che se si forma una saldatura tra Europa e Russia, per gli USA è la fine.
Di conseguenza, Trump sta sterilizzando le volontà sovraniste europee proprio perché c’è un Putin che ha abbandonato l’Europa al suo destino.

Putin è ancora in tempo per cambiare la rotta ma adesso deve giocarsi la carta più importante: esportare il putinismo.
E’ inutile che si faccia soverchie illusioni: gli americani vogliono la morte della Russia, la sua distruzione, la trasformazione in colonia angloamericana.
E questa è una cosa che non cambierà, chiunque sia il presidente.
Sarà che sono anche italiana ma sono sempre stata convinta che l’alleato naturale della Russia sia l’Europa, non la Cina.

Tutto questo nulla toglie al fatto che anche internamente ci siano problemi.
Ma quando un paese ha un’estensione tale da occupare due continenti, la politica estera e la politica interna coincidono.
Se la Russia investe nell’Europa, ne ricava anche vantaggi interni.
Questa è la cosa che molti analisti e purtroppo anche molti russi sembrano essersi dimenticati.
O la Russia inizia a promuovere l’uscita dalla NATO dei paesi europei o per Putin sarà l’inizio del declino, quello vero.
E con il declino di Putin, anche quello russo.

PREDICHE E PREDICATORI, di Antonio de Martini

PREDICHE E PREDICATORI

Stasera 17 settembre, la RAI – il TG1- ha mostrato il Presidente della Repubblica inaugurare all’isola d’Elba, l’anno scolastico di una scuola.

E’ la venisettesima volta in trenta giorni che l’esimio Presidente si scaglia, con sguardi di odio e solenni parole, contro l’odio che viene sparso tra gli italiani.

Il tema , per la venisettesima volta quest’anno, è costituito dalle leggi razziali varate dal fascismo – la parte ” ruffiana” psicologicamente prigioniera della Germania – nel luglio del 1938.

Le leggi razziali non ci sono più, anzi la Repubblica ha rimediato alle esclusioni varando apposita legge che ha allungato i limiti di età degli impiegati statali di cinque anni in modo da consentire il recupero delle carriere.

E’ in virtù di questa legge _ del governo centrista- che Pacciardi potè far nominare il Generale Liuzzi a capo di Stato Maggiore dell’Esercito per ben cinque anni.

Sono passati ottanta anni dalle leggi e settantacinque dalla loro abolizione, senza che nessuna autorità ne facesse uso in pubbliche cerimonie , compresi gli immediati predecessori Napolitano e Scalfaro e Cossiga.

Ci si limitava alla commemorazione delle stragi di Sant’Anna di Stazzema , alle fosse ardeatine e al campo di concentramento di San Saba e un paio di volte ai fratelli Cervi ( in occasione di un film sul tema).

Questo martellamento comunicazionale nell’estate del 2018 ha certamente una sua ragione e non è giustificato da una captatio benevolentiae verso la colonia ebraica italiana che non supera i cinquantamila soggetti nemmeno contando i gatti di casa.

Gli stessi rappresentanti delle comunità ebraiche si sono distinti in positivo per la sobrietà dei tre interventi compiuti in Tv.

Poiché a pensar male si fa peccato, ma generalmente si coglie nel segno e dacché sarei già un peccatore incallito e – peccato più, peccato meno – non ci faccio caso, azzardo una ipotesi fondata sul ragionamento e non sulle emozioni che ormai troppi politici evocano..

Quando si insiste con tanta ripetitività nella comunicazione e si continua a parlare di odio senza indicare gli untori, deduco che il discorso del Presidente mira a suscitare emotività e non ragionamenti di tipo etico o paralleli politici che si lasciano alla immaginazione delle famiglie riunite a cena.

Signor Presidente,

Ritengo che qualcuno, nel suo entourage e con legami esteri non effimeri, miri, con questo martellamento, a suscitare reazioni, non solo politiche ( e già questo sarebbe un fatto molto grave) contro la comunità ebraica italiana per poter mettere in stato di accusa ( se si scatena la fantasia malata di qualche psicolabile) una delle componenti del governo e facilitare lo sganciamento dell’altra compagine da un governo che rischia la popolarità paradossale quanto le pare, ma popolarità.

A conferma di questo mio giudizio temerario, il TG 1 ha presentato un filmato che si armonizza con questa ipotesi, risuscitando Buttiglione, D’Alema e Bossi e dedicando loro un servizio al ” patto della crostata” con cui Bossi fu convinto a far cadere il governo Berlusconi. In più si è soffermato sulle immagini di Scalfaro che stringe la mano a Bossi al Quirinale.

Per chi, come me, ha fatto comunicazione per tutta la vita, le immagini e l’ossessiva ripetizione del discorsetto falso-pacificatore sono sufficentemente eloquenti. Ma ho anche un’altra esperienza fatta seguendo la politica.

Nelle immediate viglie elettorali degli anni cinquanta e sessanta, ignoti imbrattavano di catrame le tombe del cimitero ebraico, il quotidiano ” Il Tempo” , che aveva fino allora tirato la volata alla destra, cambiava repentinamente orientamento e raccomandava di votare per la Democrazia Cristiana. Posso rispolverare anche altri ricordi del genere che spero non dover fare per carità di Patria.

Si, signor Presidente, in Italia c’è chi predica odio, da sempre. Ma non era mai successo che il pulpito fosse posto tanto in alto.

La morte di Alexander Zakharcenko. Cui prodest?, di Max Bonelli

 

 

La morte di Alexander Zakharcenko

Cui prodest?

 

Il 31 agosto muore Alexander Zakharcenko(1)  per trauma cranico in seguito ad

una esplosione nel caffè “separ” situato sul viale Puskin  in centro città.

Insieme a lui muore la sua guardia del corpo e viene ferito il suo braccio destro

Alexander Timofeev, ministro dell’economia fondatore insieme a

Zakharcenko della organizzazione “oplot”(2) che poi ha dato il nome alla

brigata meccanizzata, incentrata sui fedelissimi di Zakharcenko.

 

Non ho conosciuto personalmente Zakharcenko ma parlando, durante i miei

viaggi  in Donbass con gente che ha avuto questo onore, mi riferivano di una

persona dedita al suo popolo, alla causa dei russi e dei russofoni

dell’Est ucraina. Era tenuto a freno a stento da Mosca, da cui il Donbass dopo

il blocco commerciale imposto dagli ucraini, dipendeva per l’esportazione

della sua produzione. La voglia di rispondere alle continue provocazioni

ucraine era palese nei suoi discorsi. Piaceva al popolo perché andava a

combattere insieme ai soldati non curandosi della sua carica di presidente della

Repubblica. Fu ferito a Debaltzevo nel 2015 ad un piede e zoppicò per molti

mesi per i postumi della ferita. Aveva subito molti altri attentati e la protezione

intorno a lui era stretta. Per questo ho aspettato molto prima di scrivere

qualcosa sull’argomento. Sia perché aspettavo lo sviluppo delle indagini da

parte delle forze di sicurezza della Repubblica coadiuvate sicuramente da

consiglieri russi, sia perché in questi casi per trovare i colpevoli bisogna spesso

vedere chi si avvantaggia dalla eliminazione del leader.

 

A due settimane si sa poco o niente sulla dinamica dell’attentato, a parte che

era un esplosivo al plastico dentro una lampada, probabilmente attivato da un

sistema detonante ad attivazione telefonica. Il locale “separ” risulta aperto

nella fine del 2017 e pensare che agenti del SBU ucraina piazzano in tempi non

sospetti esplosivo in un locale appetibile per la dirigenza di DNR ed aspettano

pazientemente che un pomeriggio ci arriva la dirigenza per attivare la trappola,

mi sembra improbabile. Presuppone in ogni caso una spia nello stretto cerchio

di persone intorno al presidente  o dei gestori del locale.

Viene sollevata nell’intervista di Stealkov (l’eroe di Slaviansk) ,intervista

che vi allego (3), l’ipotesi della pista interna con o senza l’apporto della  SBU

ucraina. La sua ipotesi è che Zakarchenko fosse diventato un personaggio

scomodo, non solo per la sua caratterialità poco incline ad essere manipolato

ma anche perché dietro la sua ombra si nascondevano personaggi come il suo

braccio destro Alexander Timofeev anche lui ferito nell’attentato.

Personaggio questo sicuramente meno limpido di Zakarchenko. Timofeev

aveva mani in pasta in molti affari economici non senza ombre come

abusi sulla tassazione di alcolici, espropriazione di aziende e simili.

Il presidente non intervenne con la sua pistola come “si mormora a Donetsk”

fece con un altro personaggio simile di Novoazosk nel 2015 . Questo aveva

fatto nascere malumori, accentuati dall’annullamento della data delle  elezioni,

una settimana prima dell’attentato.

Tutto questo non è leggenda e lo prova che il ministro dell’economia

Timofeev(4) si presenta ferito dai postumi dell’esplosione al funerale di

Zakarchenko e quello stesso giorno scappa in Russia dopo essere destituito di

tutti i suoi titoli.

Strani provvedimenti da riservare ad uno scampato all’attentato dei nazisti

ucraini. Lo stesso provvedimento usato contro Plotinsky, l’ex presidente della

repubblica di Lugansk gemellata a Donetsk in questa ribellione filorussa,

anche lui esiliato in Russia.

 

Chi si avvantaggia? Difficile dirlo con certezza, ma torniamo sui fatti concreti.

Denis Pushilin (5) prende il comando della repubblica di Donetsk fino alle elezioni prontamente rifissate a novembre 2018.

Lui è il mediatore imposto da Surkov(6)  il plenipotenziario di Mosca per Ossezia, Abkazia ed Ucraina.

Pushlin è poco amato dal popolo di Donetsk ed è ancora ricordato come affarista senza scrupoli che fece soldi con una finanziaria piramidale a sistema Ponzi che svuotò le tasche a tanti cittadini russi ed ucraini negli anni ‘90.

Sembra che si presenti alle elezioni ma dovrebbe avvenire una pesante

ingerenza russa per vederlo eletto.

La linea diplomatica imposta da Surkov era manifestatamente osteggiata dal

popolo di Donetsk; prendersi le cannonate e non rispondere non fa piacere a

nessuno, specie se te lo impone un diplomatico affarista che vive a Mosca ma “ubi maior minor cessat” e gli aiuti di Mosca fanno comodo di fronte al blocco

economico ucraino. Ma il popolo del donbass sopporta a denti stretti.

La popolarità del partito diplomatico presso i militari è descritta bene

dall’ultimo nome dei militari protagonisti della vittoria sugli ucraini 2014-2015

ancora vivo, il colonello in pensione delle FSB russa Igor Strelkov,

protagonista della resistenza di Slaviansk.

In ogni sua intervista parla di Surkov come di un traditore della Russia ed esprime il pensiero dei militari che hanno combattuto una guerra vittoriosa contro il mal diretto esercito ucraino nel 2015 e si sono visti la vittoria rubata con gli accordi di Minsk, quando sentivano di poter arrivare con le armi a Mariupoli e Kharkov.

 

Un altro personaggio che potrebbe emergere in questa vicenda è Alexander

Khodakovsky (7) ex comandante della FSB ucraina di Donetsk, uomo in amicizia con l’oligarca Rinat Akhmetov. Comandante della brigata Vostok. Era lui che comandò il primo disastroso assalto all’aeroporto di Donetsk che costo 70 morti ai filorussi. Uno che lavorava  nei  servizi segreti ma non sapeva che nell’aeroporto della sua città c’erano contractors baltici, polacchi ed americani a difenderlo!

A luglio 2014 rilascia una intervista alla Reuters in cui affermava che i filorussi avevano un sistema missilistico Bulk e subito il “bravo” giornalista trasformò questa affermazione in una confessione di abbattimento del volo MH17. Fu mandato per premio a difendere l’altura Savur- Mohyla  che sovrasta la steppa del Donbass fino al Mar Azov, li sotto le cannonate si comportò meglio e riprese quota politicamente. Anche lui si presenterà alle elezioni di novembre. Potrebbe essere il punto di compromesso fra il partito dei diplomatici (Surkov-Pushilin) ed i militari con una strizzatina d’occhio all’oligarca Akmetov al quale Zakarchenko aveva nazionalizzato lo stadio dello Shakhtar Donetsk. Mettendo all’opposizione l’ala dura dell’Oplot che si affiderà forse ad una canditatura di bandiera, la moglie di Zakarchenko Natalia.

In questo panorama il coraggioso popolo del Donbass continuerà a pregare per

il suo pantheon di eroi uccisi a tradimento: Mozguvoj, Motorola, Givi,

Zakharchenko, vittime del nazismo ucraino supportato dalla oligarchia

neoliberista USA-Ucraina ma con il sicuro apporto di una rete di traditori locali

che fornisce orari, informazioni senza le quali sarebbe impossibile compiere

questi attentati.

Anche in Donbass vale il detto “dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi

guardo io”

 

 

Max Bonelli

Autore del libro

Antimaidan

 

 

(1)

https://it.wikipedia.org/wiki/Aleksandr_Zacharčenko

 

(2)

https://ru.wikipedia.org/wiki/Оплот_(батальон)

 

 

 

 

 

(3)

https://www.youtube.com/watch?v=7-nsog17IZw

 

(4)

https://ru.wikipedia.org/wiki/Тимофеев,_Александр_Юрьевич

 

(5)

https://en.wikipedia.org/wiki/Denis_Pushilin

 

(6)

https://en.wikipedia.org/wiki/Vladislav_Surkov

 

(7)

https://en.wikipedia.org/wiki/Alexander_Khodakovsky

 

 

 

 

 

 

 

cretini e (AL) potere, di Antonio de Martini

Aneddoti e ricostruzioni illuminanti_Giuseppe Germinario

LARGO AI CRETINI

I giovani italiani degli anni 50, ebbero le prime notizie della guerra da un libro che riscosse notorietà: Navi e Poltrone di Antonino Trizzino.

Il libro, molto preciso nella descriziomne degli eventi, narra le vicissitudini della guerra navale nel Mediterraneo, attribuendo, senza prove, le nostre perdite e sconfitte al tradimento di alti gradi della Marina.

Ora che le vicende belliche passate non interessano più granché, la storiografia ci sta spiegando che gli inglesi disponevano delle chiavi dei cifrari tedeschi, giapponesi ed anche italiani.

abbiamo anche appreso che gli inglesi ( e i tedeschi) avevano il radar, frutto delle ricerche di Guglielmo Marconi e della società che aveva creato in Gran Bretagna, perché nella natia Bologna nessuno se lo era filato.

Gli inglesi protessero i loro progressi tecnologici con grande cura, disposti anche a perdere una battaglia pur di non rivelare come vincevano le guerre. L’industria e lo stato si coordinavano in uno sforzo nazionale coordinato.

Noi italiani siamo invece ancora oggi in preda ad atteggiamenti paranoici che cercano la spiegazione di tutto nel tradimento della Patria, nell’odio tra italiani e nell’intrigo. Si cerca tutto e non si spiega nulla. Come a Genova oggi.

Nella realtà italiana di sempre, c’è diffidenza generalizzata verso il nuovo, malattie mentali diventate moda apprezzabile, disprezzo verso la tecnologia, ammirazione verso la furbizia da tre soldi e ricerca delle apparenze.

Esempi?

La tecnologia: Guglielmo Marconi fu nominato presidente della Accademia d’Italia, ma le sue scoperte considerate utili solo per la propaganda, al punto che il Vaticano lo sciolse dal vincolo matrimoniale in cambio della costruzione della Radio vaticana.

Fermi fu lasciato partire ( per le sciagurate leggi razziali che colpivano la moglie) benché avesse già posto le basi dell’energia nucleare. Un concorrente in meno per la cattedra.

La megalomania: aver fatto la guerra senza mai essersi chiesti come mai il nemico di notte ci vedeva e noi no.
Come mai le nostre navi venivano intercettate in mare e affondate. Come mai i nostri rifornimenti erano colpiti con precisione millimetrica. .

Il pressapochismo: dopo l’occupazione dell’Albania, ci addentrammo in territorio greco con pattuglie e scoprimmo che i greci stavano fortificando a ritmo forsennato la zona di accesso verso Atene. I nostri avvertirono l’alto comando che senza un attacco immediato non sarenno più potuti passare.

L’alto comando ignorò l’avvertimento ( come oggi furono ignorati gli avvertimenti del ponte di Genova….).

L’autoassoluzione per evitare accuse agli amici: Dopo l’attacco al porto di Taranto dove ci silurarono in porto una corazzata ed altro noviglio, quando una commissione tedesca ( su richiesta giapponese…) ci chiese quali ammaestramenti avessimo tratto dall’evento, rispondemmo che si era trattato di una fatalità che ci colse di sorpresa !

L’intelligence inglese, invece, capì dall’interessamento giapponese ( nella commissione tedesca che venne a indagare, c’era una spia) che il giappone aveva deciso un attacco aeronavale e capi ( dalle domande circostanziate dei giapponesi) che si sarebbe trattato di Pearl Harbour.

La persecuzione dei capaci: Felice Ippolito aveva portato l’ente italiano per l’energia nucleare a livelli di eccellenza: Lo accusarono di aver usato a Cortina d’Ampezzo la jeep dell’ente per una gita. la coalizione dei cretini ( dal magistrato al politico, al giornalista) fece il resto. Al fisofofo Gallupi, offrirono la possibilità di un concorso a cattedra a Napoli, solo dopo che assurse a fama europea.

Anni dopo, Achille Albonetti, sempre del CNEN, subì la stessa sorte a causa del suo attivismo.

L’assessore di Roma – non ricordo più il nome) che costruì lo svincolo del muro torto e i sottopassaggi dei lungotevere ( senza i quali la circolazione sarebbe impossibile oggi) fu scartato dalla DC e i suoi piani bocciati, per timore che diventasse sindaco.

I dieci eminenti cittadini che fecero un ” appello per una Nuova Repubblica” denunziando la partitocrazia nel 1965, subirono l’ostracismo per trenta anni.
Giano Accame, quando si accorsero di lui, non trovò un posto per oltre venti anni, dato che ogni direttore temette di essere soppiantato da uno scrittore tanto più capace.

Il generale Mori, riesce a catturare il capo della Mafia? Da quel giorno, – sono passati quattordici o quindici anni, è sotto inchiesta per motivi cangianti come la pelle di un camaleonte. L’unica costante è il gruppo dei cretini che ne ha ostacolato la carriera.

Cambiano i regimi, le ideologie e i governanti, ma la selezione a rovescio della classe dirigente è il presidio dell’equilibrio di potere nelle città come nei governi nazionali: l’intelligenza, la cultura e il senso del dovere devono soccombere di fronte alle esigenze dei mediocri e degli ignoranti che trionfano.

Insomma, da quando i costruttori dell’impero di Roma si trasferirono a Costantinopoli ( La nuova Roma ) lasciando la città in mano a schiavi, liberti ed eunuchi, , questi crearono la cultura del dominio dei mediocri in un atteggiamento permanente contro l’eccellenza, la capacità e il valore individuale.

E il cristianesimo è il custode di questa ideologia della mediocrità imbelle presentata come “amore per i più svantaggiati, deboli e i giovani”. Di che amore si tratti in realtà, cominciano a scoprirlo in questi giorni anche i più distratti..

IL CASO DE LORENZO ALTRA PROVA DEL PREVALERE DEI CRETINI.

Tra i casi di persone capaci e intelligenti oppresse dai mediocri, merita un citazione speciale quello del generale Giovanni de Lorenzo.

Dopo la defenestrazione del generale Cadorna che fece seguito a Caporetto nel 1917, è stato l’unico caso di un generale destituito dall’incarico di capo di Stato Maggiore dell’Esercito.

L’accusa lanciata dal settimanale l’Espresso era di aver tentato un colpo di Stato con la complicità del Presidente della Repubblica Antonio Segni mentre era comandante generale dell’arma dei carabinieri.
In realtà colpiva il capo di Stato maggiore che aveva cancellato un triennio di forniture FIAT concordate con il predecessore ( Aloia).

L’occasione nacque perché de Lorenzo ( penna bianca per i suoi del SIFAR) si era attirato le ire del nuovo presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, per aver – come da compito di istituto- indagato sui candidati alla presidenza.

Il capo del centro di controspionaggio di Roma – il colonnello Fiorani- aveva rivelato i dettagli della inchiesta al figlio di Saragat suo compagno di merende a Parigi dove entrambi avevano lavorato in Ambasciata.

Quando Saragat chiese di vedere il dossier, gli fu risposto che era stato distrutto – vero- ma Fiorani spiegò che se fosse stata fatta una richiesta di informazioni all’Arma territoriale, si sarebbe poptuto ricostruire il dossier.

La ricostruzione – riguardava i comportamenti malati del padre del presidente caduti sotto l’occhio dei CC di Torino e la vicenda del fratello morto suicida sul pianerottolo di una prostituta – scatenò l’ira furibonda dell’interessato che chiese l’immediato arresto di de Lorenzo.

Ci volle del bello e del buono per dissuaderlo e ad accontentarsi della destituzione, ma aveva fatto i conti senza le cautele prese dall’ex capo servizio che aveva custodito copiosa documentazione, penalmente rilevante, a carico dei più bei nomi della classe di governo.

Trattative furono svolte tramite un consigliere di Stato ( Lugo) , gli fu offerta la nomina ad Ambasciatore ( in Brasile), ma il generale tenne duro e giunse a querelare l’Espresso, ma fu tutto inutile.

Dalla CIA giunse il generale Walters che tentò una mediazione , ben sapendo che de Lorenzo si era limitato a compiere doveri previsti dai protocolli NATO ( ad es schdatura degli elementi comunisti attivi anche sul piano clandestino) e di quelli presenti nelle FFAA ( circolare R/300).

De Lorenzo fu destituito come se avesse perso una guerra e per difendersi dall’ arresto si fece eleggere deputato.

Al suo posto, nominarono il generale Vedovato , fratello di un deputato DC.

Il suo autista, fedele e ncolpevole, fu trasferito alla stazione di Acilia in modo che dovesse fare un paio di ore di viaggio ogni giorno per recarsi in caserrma.

Tutto questo fu reso più facile dal tradimento della fiducia posta da de Lorenzo nel generale Allavena che lo aveva sostituito al SIFAR. Un soggetto meno che mediocre al cui fratello la FIAT diede una concessionaria ancora attiva.

Poco dopo Allavena scopri di avere un cancro allo stato terminale. Scrisse, a riprova della mediocrità, su carta intestata, una lettera al suo vecchio capo ammettendo che , se avesse saputo di morire in così breve tempo, non l’avrebbe tradito.

La storia è lunga e l’ho condensata in sei post sul http://corrieredellacollera.com dei mesi di settembre e ottobre 2011 se qualcuno volesse tutti i dettagli.

Quel che conta ai fini di questa storia, è che appena sorse un uomo che aveva reso l’intelligenceitaliano interlocutore privilegiato degli USA nel Mediterraneo e al costo di settemila biciclette aveva convinto l’Alfa Romeo a cedere tremila Giuliette motorizzando le forze dell’ordine, il sistema ( Agnelli ) lo espulse e colpì senza badare agli uomini ne ai mezzi.

e tanto meno alle istituzioni.
I mediocri coi miliardi sono una vera iattura.

A PROPOSITO DEI CRETINI ECCO UN ESEMPIO A SPESE DI UN PICCOLO MAGGIORE E DELL’ITALIA.

Maggiore, ebreo, istriano, piccolo di statura. Il maggiore Pettorelli Lalatta ( all’epoca Finzi), capo del servizio “I” della Prima Armata schierata in trentino nel 1917 ha un colpo di fortuna: un sottufficiale boemo si presenta alle nostre linee come ” parlamentario” a nome del suo comandante di battaglione. Vogliono disertare trattandone i termini.

Il maggiore intuisce che potrebbe essere vero, va in prima linea, attraversa le trincee e incontra il tenente PIVKO, comandante di un battaglione bosniaco, nativo sloveno, che ha deciso di non limitarsi a disertare, ma di infliggere il massimo dei danni alla prosopopea austro-ungarica.

In pochi pericolosi incontri notturni sul fronte fanno un piano. Carzano è a soli 40 km da Trento e la zona è difesa da un velo di truppe dato che il grosso viene ammassato in Veneto dove si sta preparando un attacco frontale.

Una penetrazione a sorpresa prenderebbe alle spalle l’intero esercito nemico e porrebbe termine alla guerra.

Finzi riesce fortunosamente a giungere fino a Cadorna che approva il piano audacissimo.

Finzi studia ogni particolare: gli uomini fedeli a Pivko faranno da guide ai nostri reparti, mentre agli altri militari nemici verrà dato vino con oppio per addormentarli. Tutta la linea tenuta dal battaglione sarà sgombra per l’intera notte.

Come da promessa a Cadorna, Finzi parte alla testa del primo reparto di bersaglieri incaricato di prendere Carzano e assicurare il passaggio al resto dei nostri approfittando della notte. la strada è una valle priva di ostacoli. Al mattino , entrando in una Trento sguarnita di forze, la guerra sarà praticamente vinta. Cadorna assegna due divisioni della prima Armata a questa operazione.

Quando dopo ore di trepidazione Finzi torna indietro per vedere come mai la brigata comandata dal generale Zincone che doveva essere la prima a partire, non avanza, si accorge che – benché consapevoli che la via fosse libera- i soldati vengono avviati per un camminamento singolo dilatando i tempi come se fossero di giorno e sotto il fuoco.

Cerca Zincone e lo trova semi sbronzo assieme al comandante di Armata – il generale ETNA, un figlio naturale del re – mentre stanno disputandosi a tavolino l’onore di entrare a Trento.

Invita Zincone a muovere rapisissimo la brigata. Il vile rifiuta.

Ormai albeggia, le vedette dell’artiglieria austriaca danno l’allarme, inizia il fuoco di sbarramento, affluiscono in tutta fretta reparti raffazonati di riserva. Il battaglione di bersaglieri che presidiava Carzano viene sterminato.

La reazione di Cadorna è furibonda: una commissione presieduta dal generale Pecori Giraldi indaga e riferisce.

L’essere figlio naturale del re non salva Etna che assieme a Zincone vengono destituiti e le divisioni componenti la prima armata – che viene sciolta- vengono assegnate alle altre grandi unità.

Lo stato maggiore dell’Armata che aveva osteggiato il piccolo maggiore che aveva osato fare da solo un piano audace e fattibile viene disperso.

A Finzi, decorato dell’Ordine Militare di Savoia ( la massima onorificenza) , viene tappata la bocca. e quando nel 1928 pubblica un libro sulla ” Occasione perduta” di Carzano, il libro viene sequestrato. Cadorna scrive in quei giorni al figlio che ha provato “la più grande furia di tutta la guerra”.

Un mese dopo gli austriaci attaccano a Caporetto.

Se avessimo sfondato, non ci sarebbe stata ne Caporetto, ne la rivoluzione russa di ottobre dato il crollo austriaco.

Sabato e domenica 16 settembre prossimo, a Carzano si commemora il sacrificio dei nostri bersaglieri assieme ai quali ha voluto essere sepolto anche il piccolo maggiore diventato generale. Partecipa tutto il paese.
Partecipa, come ogni anno, una rappresentanza austriaca, la associazine bersaglieri con fanfare locali e nessuno dello Stato Maggiore dell’Esercito. Meglio così.

Tra i bersaglieri di Carzano, c’era un certo Mursia ed è all’omonimo all’editore, discendente del bersagliere, che dobbiamo la fortuna di una limitata ristampa dell’opera dell’ormai generale Pettorelli Lalatta negli anni sessanta.

Il tenente Ljudevit Pivko, considerato in Slovenia un eroe nazionale, finì la guerra al comando di un battaglione italiano e contribuì alla creazione di reparti di irredentisti slavi.
Il sottufficiale che fece da “parlamentario”, quando nel 1938 Hitler occupò la Cecoslovacchia, fu impiccato.

Il libro di memorie, interessantissimo, di Pivko, ” Abbiamo vinto l’Austria Ungheria” è edito in italiano dalla Goriziana.

PER FINIRE

Dopo il martellamento sistematico dei media che tendono a colpevolizzare tutti gli italiani per ” le persecuzioni antiebraiche” credo sia il momento di intervenire e chiarire – se necessario con più post – che un popolo intero non è mai razzista al completo, nemmeno i tedeschi.

Si tratta di decisioni prese a tavolino per delegittimare, quando non addirittura derubare intere categorie di cittadini.

La vicenda, sordida in ogni aspetto, inizia, come al solito, con i pareri di autorevoli esperti. In questo caso di dieci ” scienziati” di cui però nessuno fa il nome, perché aprirono la via alle persecuzioni, alla sostituzione di libri di testo, alla decadenza da cattedre universitarie, alla disponibilità di posti nel pubblico impiego, fino all’assecondare le persecuzioni fisiche una volta iniziata la guerra.

Il 14 luglio 1938, si noti la data, i seguenti professori pubblicarono il Manifesto che diede una “base scientifica” all’esistenza di una ” razza italiana”.

Firmatari, furono i professori:

Lino Businco
Lidio Cipriani
Arturo Donaggio
Leone Franzi
Guido Landra
Nicola Pende
Marcello Ricci
Franco Savorgnan
Sabato Visco
Edoardo Zavattari

A ottobre, il Gran Consiglio del Fascismo emanò una direttiva su come trattare gli ebrei e il 17 Novembre, il re Vittorio Emanuele III firmò una delibera del Consiglio dei ministri , addirittura inasprita rispetto a quanto chiesto da Gran Consiglio.

Le banche non furono da meno: Poiché un ebreo non poteva possedere terreni con un estimo superiore a cinquemila lire e proprietà di valore che superasse le ventimila, si aprì un lucroso mercato.

Venne costituito un ENTE PUBBLICO : l’EGELI ( Ente per la gestione e liquidazione immobiliare con Regio Devreto del 27 marzo 1939).

I beni sottratti ai legittimi proprietari vennero gestiti da diciannove banche tra le quali: ISTITUTO SAN PAOLO di TORINO; MONTE DEI PASCHI di SIENA; CASSA DI RISPARMIO DELLE PROVINCIE LOMBARDE; ISTITUTO DI CREDITO FONDIARIO DELLE VENEZIE e di VERONA: ecc
Noterete tutti l’assenza del Banco di Napoli e di altri istituti meridionali.

I dieci ” scienziati” non si limitarono agli scritti, presero accordi diretti e operativi con Hitler, Himmler ed altri, alimentarono il dibattito con un apposito ufficio ( che si disputrono tra Visco e Pende) e con la rivista ” La Difesa della Razza” cui collaborò Amintore Fanfani oltre che il futuro PCI Zangrandi.

A presiedere ” Il tribunale della razza” , un giurista di vaglia, ( stavo per dire di razza) primo presidente della Corte d’Appello: Gaetano Azzariti, che divenne nel 1957 il primo presidente della Corte Costituzionale di questa Repubblica.

Al dibattito partecipò volentieri anche ” La civiltà cattolica “, rivista dei gesuiti, auspicando “una soluzione del problema ghetto”.
Durante il conflitto, furono deportati ottomila ebrei italiani ( di cui 700 bambini).
Al manifesto aderirono 300 personalità a partire dai principali gerarchi ed alcuni intellettuali che non avreste mai dett.

Il grosso del popolo rimase estraneo a questa scelta sciagurata che divise un popolo fino ad allora non aveva conosciuto fratture di rilievo.

E’ lo stesso senso di estraneità che proviamo oggi di fronte alle commemorazioni fasulle che la TV ci impone oggi, ma senza fare nomi per non dispiacere ai parenti ancora annidati in RAI.
.

Va detto che esistettero anche oppositori fieri e dignitosi e il numero dei più attivi buoni pareggia, grosso modo, quello dei più cattivi di segno opposto.

In Israele hanno creato il Muro dei Giusti che ospita 17.500 nomi. Di questi 295 ( tra cui Perlasca) sono italiani.

Centocinque istituti religiosi della capitale ospitarono ebrei in fuga. Come vedete, l’Italia si divise a metà e i soliti zeloti conformisti cretini si annidarono dove poterono ( ministeri, enti, polizie) , sopravvissero alla reazione post bellica e ci hanno governato con riti e decreti ( e sequestri di beni da amministrare con discrezione) similari solo che hanno cambiato bersagli. Con gli ebrei non conviene più.

Questi ed altri dettagli – e tanti altri nomi illustri – potrete leggerli nel bel libro di un amico oggi purtroppo scomparso, FRANCO CUOMO.

Si intitola ” I DIECI” edito tra i saggi di BADINI, CASTOLDI; DALAI

Da questo resoconto sommario, si deduce che la legge dei cretini è valida anche quando la storia segna i momenti di lutto più tragici.
Resistono a tutto e tronano a galla.

Sulla via del tramonto, di Antonio de Martini

Il breve scritto di Antonio de Martini riveste una grande importanza. Per giorni l’intero sistema di informazione tedesco, prontamente ripreso anche da quello italiano, ha denunciato a spron battuto gli assalti proditori di gruppi di estrema destra a danno di immigrati nella città tedesca di Chemnitz, ex KarlMarxstadt. Le proteste sono partite con l’ennesimo episodio di selvaggio accoltellamento di cittadini inermi, nella fattispecie intenti a prelevare con il bancomat, ad opera di immigrati regolarmente provvisti di coltello. L’ultimo efferato episodio è culminato con la morte del depredato e il ferimento di altri cittadini giunti a soccorso del malcapitato ad opera inizialmente di due immigrati ai quali si sono aggiunti una ulteriore torma di malintenzionati della stessa origine. La manifestazione di protesta più significativa è stato l’assedio per strada di un centinaio di immigrati raccoltisi ad opera di un migliaio di cittadini, compresi anche neonazisti, i quali hanno provveduto a sequestrare a tutti l’arnese così familiare e a consegnare quindi il bottino di un centinaio di coltelli alla locale stazione di polizia. Tanto clamore sul crescente razzismo ha fatto da controcanto alla coltre di silenzio mediatico sugli innumerevoli episodi di violenza, anche estrema, anche di gruppo, verificatisi nelle città tedesche vittime delle ultime massicce ondate di immigrazione incontrollata. Qualcuno comincia a pagare il fio di cotanta manipolazione. Quando in Italia? Buona lettura_Giuseppe Germinario

Hans-Georg Maaßen e Angela Merkel sono alla crisi del settimo anno.

Hans è stato per oltre sei anni a capo del Bfd, il servizio segreto interno della Repubblica federale tedesca.

Angela, la sua referente politica cui egli deve la nomina.
Proprio ieri, Hans ha fatto una dichiarazione molto precisa.

Smentendo la Cancelliera: ha detto che i video apparsi su internet in cui attivisti di estrema destra assaltavano immigrati, era falso e che al suo servizio non risultavano tafferugli di sorta, nemmeno lievi in quel di Chemnitz.

Durante il periodo della DDR ( Repubblica democratica tedesca) Chemnitz aveva un altro nome: si chiamava Karl Marx Stadt.

Evidentemente qualcuno fidava nel silenzio assenso dei cittadini, trascurando il fatto che il nome nuovo era stato sradicato a viva forza dopo la caduta del muro.

Un’altra ” fake news” di origine governativa.
Il bravo servitore dello stato, è stato convocato davanti alla commissione parlamentare per rispondere della sua dichiarazione . Hans-Georg Maaßen, dovrà trovarsi presto un altro lavoro, ma conserva il decoro.

LA GUERRA, UN EVENTO TANTO PRESENTE QUANTO RIMOSSO; ALMENO IN EUROPA_CONVERSAZIONE CON PIERO VISANI

Qui sotto una interessante intervista a Piero Visani; analizza la situazione politica in Europa e in Italia partendo, soprattutto dai limiti di formazione delle classi dirigenti europee. La rimozione di un concetto e di un evento presente nella storia dell’umanità, la guerra, ha contribuito pesantemente a procrastinare la condizione di subordinazione delle classi dirigenti nazionali europee, in particolare dell’Italia. Piero Visani, tra gli altri, è autore del libro “Storia della Guerra”, edito da DAKS.

Buon ascolto_Giuseppe Germinario

 

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