Italia e il mondo

L’aumento dei costi per il conflitto di Hormuz grava sulle casse dello Stato americano, mentre si profilano nuove minacce di guerra, di Simplicius

L’aumento dei costi per il conflitto di Hormuz grava sulle casse dello Stato americano, mentre si profilano nuove minacce di guerra.

Simplicius 30 ottobre
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Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, Trump si è dato da fare a insinuare un rinnovato attacco all’Iran. Durante i recenti comizi, ha minacciato di “fare un torto all’Iran” come non se ne sono mai visti:

In modo assurdo, pur affermando che l’Iran “non può e non avrà un’arma nucleare”, sostiene poi che tale capacità è ora “sepolta sotto migliaia di tonnellate di roccia”. La domanda logica che ne consegue è: perché, allora, la necessità di ulteriori attacchi? È la solita contraddizione.

Il Wall Street Journal riporta che l’operazione di salvataggio di Hormuz, condotta dagli Stati Uniti, costa ora ai contribuenti americani la cifra esorbitante di 2-3 miliardi di dollari al mese per il suo mantenimento:

https://www.wsj.com/politics/national-security/inside-the-us-militarys-open-ended-mission-to-keep-gulf-oil-flowing-0f4cbbc4

Attualmente gli Stati Uniti hanno 50.000 soldati e 20 navi della Marina impegnati in Medio Oriente, e il Congressional Budget Office stima che il conflitto costi agli Stati Uniti dai 2 ai 3 miliardi di dollari al mese, poiché il Pentagono consuma munizioni, carburante per aerei e rifornimenti per sostenere le proprie operazioni.

Secondo un nuovo rapporto del Congressional Budget Office , il costo totale del conflitto armato con l’Iran finora ha superato i 38 miliardi di dollari, cifra che non include nemmeno gli altri costi accessori generati indirettamente dalla guerra:

Costi operativi, logistici e di mantenimento del Dipartimento della Difesa.

Secondo le stime del CBO, al 1° agosto 2026 il conflitto armato con l’Iran è costato al Dipartimento della Difesa circa 38 miliardi di dollari. Tale importo comprende i costi di sostituzione delle munizioni esaurite e delle attrezzature perse in battaglia, l’aumento delle ore di volo, altre operazioni e l’incremento dei costi del carburante.

Questi costi in continua e spropositata servono tutti a promuovere l’agenda politica di Trump, secondo cui gli Stati Uniti “controllano” Hormuz e facilitano senza problemi il transito di energia globale. In realtà, questa narrazione continua a presentare diverse incongruenze.

Reuters riferisce che l’Iran ha continuato a trasportare silenziosamente gas e carburante per aerei attraverso lo stretto di Hormuz, nonostante il controllo “ferreo” esercitato dagli Stati Uniti su tale area.

Un’analisi condotta dal gruppo di pressione statunitense United Against Nuclear Iran (UANI), che monitora il traffico di petroliere legate all’Iran utilizzando il tracciamento navale e satellitare, mostra che almeno otto navi cisterna che trasportano GPL iraniano hanno lasciato il Golfo dell’Oman da metà luglio.

Un’altra petroliera che trasportava carburante per aerei iraniano ha raggiunto il Myanmar a settembre, come dimostrano ulteriori immagini satellitari e analisi del gruppo di intelligence marittima SynMax.

Un’analisi di Reuters sulle navi e sulle sanzioni imposte dal Dipartimento del Tesoro statunitense ha rivelato che sei delle otto navi cisterna per gas e la nave cisterna per carburante per aerei sono soggette a sanzioni statunitensi per il trasporto di prodotti petroliferi e petrolchimici iraniani.

Allo stesso tempo, Bloomberg scrive che l’amministrazione Trump sta procedendo alla legittimazione delle petroliere della precedente flotta “ombra”:

L’amministrazione Trump sta consentendo alle petroliere soggette a sanzioni di avviare una procedura per poter iniziare a trasportare legalmente petrolio greggio , ha dichiarato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright.

Gli investitori propongono di acquistare petroliere inattive soggette a sanzioni, ristrutturarle e utilizzarle per trasportare petrolio non soggetto a sanzioni, ha dichiarato Wright lunedì durante un evento di Citadel Securities a New York.

“Sposteremo alcune navi da quella che io chiamo la ‘flotta dei cattivi’ alla ‘flotta dei buoni'”, ha detto Wright. “Non trasporteranno più petrolio soggetto a sanzioni.”

La vicenda rivela che dietro le quinte le cose non sono così semplici come sembrano. Abbiamo scritto più volte di accordi segreti e strette di mano sottobanco che permettono a diversi prodotti energetici di attraversare lo stretto, nonostante le affermazioni di “blocchi”.

L’amministrazione è costretta a giocare su due fronti: da un lato, Trump ha bisogno dell’immagine di un blocco efficace e “inattaccabile”, dall’altro ha disperatamente bisogno che l’energia continui a fluire per sostenere l’economia in difficoltà alla vigilia delle importantissime elezioni di medio termine.

Naturalmente, secondo Trump, va tutto bene:

Mentre il Presidente degli Stati Uniti si dibatte con il suo trito e ritrito gioco di prestigio, l’Iran ha consolidato la sua posizione di egemone regionale, ereditata a seguito dello storico errore militare di Trump.

Il 26 ottobre, rappresentanti di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia sono giunti a Teheran per importanti colloqui. Tra questi figuravano il Capo di Stato Maggiore del Pakistan, Asim Munir, il Ministro della Difesa dell’Arabia Saudita, Khalid bin Salman, e il capo dell’agenzia di intelligence turca (MIT), Ibrahim Kalin.

Notizie quotidiane dall’Iran@DailyIranNews Alti funzionari di Iran, Pakistan, Turchia e Arabia Saudita posano per una foto di gruppo durante il loro incontro quadrilaterale a Teheran. L’Iran è il pacificatore in Medio Oriente e l’UNICA potenza egemone nella regione. BENVENUTI NELL’ERA DELLA PERSIA! 23:13 · 26 ottobre 2026·17.300 visualizzazioni26 risposte·97 condivisioni·504 Mi piace

Il quadro era inequivocabile. La guerra ha dimostrato che l’Iran si sta affermando come il centro di potere per eccellenza del Medio Oriente, dove le grandi potenze delle nazioni periferiche sono costrette a inchinarsi.

L’incontro è stato ospitato, in particolare, dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Mohsan Rezaei, che è emerso come una figura chiave in Iran agli occhi degli Stati Uniti:

Giuseppe Haboush@jhaboush L’intelligence statunitense ha concluso che Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed ex leader delle Guardie Rivoluzionarie, è il nodo centrale del regime e collabora strettamente con i funzionari che sovrintendono all’economia iraniana. 02:45 · 30 ottobre 2026·120.000 visualizzazioni51 risposte·29 condivisioni·153 Mi piace

Il Washington Post scrive che la Casa Bianca sta corteggiando Rezaei nella speranza che diventi l’ influente funzionario iraniano in grado di porre fine al conflitto. JD Vance si è impegnato personalmente per ottenere un incontro con il nuovo e influente personaggio iraniano.

https://www.washingtonpost.com/opinions/2026/10/29/white-house-sees-an-iranian-hard-liner-best-hope-peace/

Con l’aumentare del rischio di un rinnovato conflitto con l’Iran, il vicepresidente JD Vance ha inviato un messaggio al leader ultraconservatore di Teheran. dicendo che È pronto a incontrarlo personalmente per discutere una soluzione negoziata alla guerra.

La scorsa settimana Vance ha inviato una lettera a Mohsen Rezaei , segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed ex leader del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La lettera e il suo intento mi sono stati descritti da un funzionario statunitense a conoscenza dei negoziati. Il messaggio è stato reso pubblico per la prima volta dal Wall Street Journal.

La tempistica è intrigante: arriva subito dopo che Rezaei ha ospitato importanti leader militari e dell’intelligence mediorientale, il che suggerisce che l’amministrazione Trump sia diventata preoccupata e invidiosa della crescente influenza e del potere dell’Iran, e sia disperata di intervenire estorcendo risposte su cosa sia stato discusso e concordato direttamente dal padrone di casa.

Una delle principali preoccupazioni per gli Stati Uniti è stata senza dubbio l’ annuncio che uno dei punti focali dell’incontro fosse l’enfasi sul fatto che la sicurezza regionale dovrebbe essere gestita endogenamente dagli stessi membri della regione:

Teheran, IRNA – Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (SNSC), Mohsen Rezaei, ha dichiarato che una riunione quadrilaterale tenutasi a Teheran, alla quale hanno partecipato alti funzionari di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, ha sottolineato la necessità di garantire la sicurezza in Medio Oriente dall’interno della regione, senza interferenze straniere.

Come segnale chiaro e inequivocabile rivolto agli Stati Uniti, rappresenta il declino dell’influenza americana agli occhi delle potenze mediorientali, che hanno assistito in prima persona al fallimento dell’America nell’imporre la propria volontà al gigante iraniano nello Stretto di Hormuz.

In una lettera inviata direttamente a Rezaei, Vance descrive l’ex leader delle Guardie Rivoluzionarie come l’unico uomo in grado di promuovere un accordo per fermare il programma nucleare iraniano – lo stesso che Trump ha seppellito sotto migliaia di tonnellate di roccia – e si dice che sia tra le poche persone in costante contatto con l’enigmatica Guida Suprema Mojtaba Khamenei:

L’iniziativa di Vance riflette la convinzione dell’amministrazione Trump che Rezaei sia il punto di contatto essenziale a Teheran e l’unica persona in grado di costruire un consenso attorno a un accordo per fermare il programma nucleare. Funzionari dell’intelligence statunitense ritengono che Rezaei sia in contatto regolare con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei e che i due abbiano comunicato negli ultimi giorni , da quando è stata ricevuta la lettera di Vance. Se dovesse aver luogo un incontro, ha affermato il funzionario statunitense, i luoghi più probabili sarebbero Istanbul o Doha, in Qatar.

Non sorprende che l’articolo del Washington Post sottolinei come dietro l’urgenza si celi la convinzione degli Stati Uniti che la finestra di pace “potrebbe chiudersi” a causa delle pressioni israeliane per un’ulteriore escalation militare. Leggendo tra le righe, si comprende appieno la situazione: l’atto disperato e senza precedenti di Vance di contattare direttamente un ex capo delle Guardie Rivoluzionarie per un incontro personale ha lo scopo di prevenire quella che sa essere un’imminente provocazione israeliana che trascinerebbe ancora una volta gli Stati Uniti in una disastrosa continuazione della guerra.

La Casa Bianca ritiene che la finestra di opportunità per raggiungere un accordo senza un ritorno alla guerra si stia chiudendo. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu spinge per un cambio di regime come unica via “per eliminare questa minaccia una volta per tutte”. Dopo l’inaspettata e forte performance alle elezioni di martedì, Netanyahu conserva un ruolo decisivo in Israele. Il Presidente Donald Trump ha affermato di voler “portare a termine il lavoro” in Iran e il Pentagono sta intensificando l’invio di truppe nella regione. Ma è chiaro che Trump e Vance preferiscono un accordo pacifico a un nuovo conflitto.

In sintesi: gli Stati Uniti sono ora ricorsi a supplicare le Guardie Rivoluzionarie per un accordo al fine di tenere a bada l’avanzata israeliana, poiché non hanno il potere di limitare il controllo di Israele sul governo e sulla politica statunitensi.

La nuova campagna di attacchi, appena promessa, sarà probabilmente la più debole e meno efficace di tutte. Questo perché, a questo punto, le vanterie di Trump sono diventate inversamente proporzionali alle capacità del suo esercito, dato il degrado storico che il conflitto ha inflitto alle forze armate.

Mario Nawfal@MarioNawfal L’esercito statunitense ha spostato un’enorme quantità di equipaggiamento in Medio Oriente. Un’analisi di Hunterbrook traccia circa 193 voli cargo C-17 e C-5M dell’aeronautica statunitense nella regione tra il 29 settembre e il 29 ottobre. La base aerea di Ramstein in Germania ha… 21:17 · 30 ottobre 2026·48.300 visualizzazioni32 risposte·99 condivisioni·379 Mi piace

Oltretutto, l’Iran ha ricostituito gran parte di ciò che era andato perduto durante la guerra e ora ha una comprensione molto più approfondita delle tattiche statunitensi. Gli Stati Uniti si trovano anche in una situazione di grave svantaggio rispetto al primo conflitto, avendo perso ingenti risorse regionali sotto forma di basi, nodi di comando e controllo, installazioni radar, droni ISR ​​(Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) e morale delle truppe. Di fatto, la capacità degli Stati Uniti di colpire in profondità all’interno dell’Iran è ora messa in discussione, soprattutto dopo l’esaurimento delle principali munizioni a lungo raggio. Qualsiasi attacco futuro probabilmente continuerebbe a concentrarsi su installazioni costiere insignificanti e grandi infrastrutture civili come le centrali elettriche, che possono essere colpite anche da munizioni economiche a bassa precisione come il drone “Lucas”, una copia dello Shahed.

Ecco perché continuano a circolare voci secondo cui, al di là delle apparenze, gli Stati Uniti starebbero segretamente chiedendo all’Iran il permesso di colpire obiettivi strategici senza subire ritorsioni:

Il rapporto Hormuz@HormuzReport ULTIM’ORA: Secondo quanto riportato dal giornalista iraniano dell’IRIB Morteza Ghoroghi, l’amministrazione Trump avrebbe chiesto all’Iran il permesso di colpire Pickaxe Mountain senza ritorsioni, con Donald Trump intenzionato a lanciare attacchi contro l’Iran entro le prossime 24 ore. Ghoroghi ha scritto che… 02:01 · 17 ottobre 2026·672.000 visualizzazioni169 risposte·487 condivisioni·2.720 Mi piace

ULTIM’ORA: Secondo quanto riportato dal giornalista iraniano dell’IRIB Morteza Ghoroghi, l’amministrazione Trump avrebbe chiesto all’Iran il permesso di colpire Pickaxe Mountain senza ritorsioni, con Donald Trump intenzionato a lanciare attacchi contro l’Iran entro le prossime 24 ore.

Ghoroghi ha scritto che “l’America ha chiesto all’Iran di permettere un attacco a Pickaxe Mountain senza reagire”.

Se, come previsto, gli Stati Uniti riprenderanno un massiccio attacco contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato, si tratterà probabilmente di una messa in scena ancora più imponente di prima, il cui scopo sarà quello di permettere a Trump di segnalare una “vittoria” che gli consentirà di salvare la faccia e di uscire dalla guerra.


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La versione di Milei, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA VERSIONE DI MILEI

Il discorso del Presidente argentino Javier Milei a Madrid colpisce perché, anche se agli “addetti ai lavori” alcune affermazioni che sorprendono il grande pubblico sono note, l’essere sostenute da un politico apicale è sicuramente insolito.

In primo luogo rivendicare la genealogia del liberalismo più in Spagna che in Gran Bretagna. Il ruolo dei pensatori spagnoli, e in particolare della c.d. Seconda Scolastica nella modernità è stato spesso sottovalutato. Ma è un fatto che l’apporto di Francisco Suarez al diritto internazionale moderno non è secondo a nessuno, così come quello della Scuola di Salamanca nell’economia e nel diritto moderno è notevole. Parimenti il termine “liberale” per designare chi  lotta contro un potere se non tirannico, quanto meno, assoluto, nacque nella Corte di Cadice, in Spagna, durante la restaurazione.

Per cui dove il potere è “arbitrario, tirannico e liberticida che nasce e cresce la risposta liberale” afferma il Presidente argentino (lo sappiamo noi italiani, sudditi della Seconda Repubblica).

Così come correttamente sostiene Milei che malgrado il crescere delle democrazie liberali, nel loro seno sono proliferate nuove forme di tirannia, al servizio di politici e burocrati, per conculcare i diritti fondamentali; per cui occorre una costante vigilanza, Anche perché tartufescamente propagandano che l’alternativa al loro potere è l’abisso e la distruzione.

I liberali (veri, s’intende) sono la risposta dialettica all’abnorme crescita del potere pubblico. Come dice Milei, è successo in Argentina, primo paese a eleggere un Presidente liberale e libertario.

Ancor più decisamente di quanto espresso in altri casi simili, come ad esempio il noto discorso di Vance, il Presidente argentino sostiene che le idee che avversa non sono altro che “quelle dei nemici dell’Occidente, di coloro che vogliono fare di noi una civiltà morta… destinata ad essere conquistata o radicalmente eliminata”. Il tutto ipocritamente sostenuto con il richiamo a nobili cause (che causano risultati contrari alle “buone” intenzioni). I socialisti preferiscono “regnare nell’inferno piuttosto che servire in cielo” e sono capaci di trasformare qualsiasi cielo in un infermo.

Citando i risultati raggiunti usando la motosega, Milei consiglia di non rassegnarsi alla decadenza, e in particolare di non voltare le spalle alla politica; rinunciare a forgiare il destino di un popolo (che è questo il risultato della politica), significa imputridire nel declino.

Cos’ha di parzialmente diverso il discorso di Milei, specialmente (ma non solo) per gli italiani?

In primo luogo che non confonde, come tanti, i liberali veri con quelli sedicenti tali, che prosperano nei Talk-show, tutti pronti a difendere i diritti di piccole minoranze, mentre opprimono quelli di tutti (le proprietà soprattutto). Anzi li chiama socialisti: in effetti dati i risultati e il ricordo di quelli vecchi, sarebbe meglio ricondurli alla (larghissima) classe degli statalisti, o, ancor meglio, a quelli che,  come dice un detto spagnolo “buscan un lugar en el presupuesto” (cercano una nicchia nel bilancio dello Stato), chiaramente a carico di chi paga le imposte. Per i quali lo Stato non è l’istituzione per la protezione della comunità, ma, semmai, per quella dei governanti e del loro seguito.

Il Presidente argentino non è anti-globalista, diversamente da gran parte dei movimenti populisti: ha capito bene che l’avversario attuale dell’Occidente non è tanto la globalizzazione, quanto l’uso strumentale che ne viene fatto dalle élite decadenti e le idee che spesso esprimono. Le quali conservano questo stato di declino e di crescente debolezza della civiltà occidentale.

Teodoro Klitsche de la Grange

Discorso del Presidente Javier Milei al Forum sulla Nuova Economia 2026,
presso il Royal Casino Gran Círculo di Madrid
.

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Buongiorno a tutti. Innanzitutto, vorrei dire che questo è un luogo che mi riempie di
gioia perché è proprio qui che ho ricevuto il Premio Juan de Mariana, quindi per me è
una grande gioia.
Oltre alla gioia che provo per essere qui, desidero ringraziare Nueva Economía
Fórum e il suo Presidente, José Luis Rodríguez, per l’invito a parlare su questa
piattaforma, che ha ospitato tanti illustri leader mondiali. È un onore entrare a far
parte di questa lista. Desidero inoltre salutare le autorità presenti, gli ambasciatori e i
membri del corpo diplomatico, gli imprenditori e gli investitori che sono qui con noi, e i
nostri amici della stampa.
Come tutti sanno, la Spagna occupa un posto molto speciale nel mio cuore, sia
perché sono il Presidente dell’Argentina, sia perché sono un convinto libertario. In
qualità di Presidente dell’Argentina, ammiro la nazione spagnola perché ha portato la
civiltà occidentale nelle Americhe. Questa impresa civilizzatrice è, e dovrebbe
sempre essere, motivo di orgoglio per la Spagna, poiché ha donato a noi
latinoamericani le nostre istituzioni, la conoscenza, la religione, il progresso e
l’integrazione nel mondo.
Hanno collegato le Americhe a una tradizione profonda e senza pari nella storia
dell’umanità. Un lignaggio che inizia in Grecia, passa per Gerusalemme, fonda Roma
e si consolida in Europa attraverso il Cristianesimo. È un’eredità di amore per i valori,
per la scoperta, per le idee e, fondamentalmente, per la libertà nelle sue molteplici
forme. È un’eredità che cerca costantemente di elevare l’umanità al di sopra delle
condizioni a cui la natura la sottopone, consapevole dell’enorme sforzo e della
disciplina che ciò comporta.

In un altro episodio della nostra ricerca della libertà in America, guidata dall’Argentina
sotto il nostro eroe nazionale, il generale San Martín, la nazione cercò di definire il
proprio destino e determinò la propria indipendenza. Ma proprio per questo, ci
consideriamo eredi e beneficiari di quella grande impresa civilizzatrice, e per questa
ragione continuiamo a mantenere un legame profondo e stretto con la Spagna. Così

abbiamo accolto milioni di spagnoli in fuga dalla guerra e dalla carestia all’inizio del
XX secolo, e negli ultimi anni la Spagna ha accolto centinaia di migliaia di argentini
fuggiti dalla miseria e dalla mancanza di futuro, risultato del sinistro socialismo del
XXI secolo e della sua variante argentina, il kirchnerismo, di cui voi soffrite
regolarmente sotto il vergognoso dittatore Pedro Sánchez.
Oggi molti dei nostri amici, familiari e connazionali argentini vivono qui, e siamo grati
per il rifugio che ci hanno offerto quando il destino del nostro Paese sembrava cupo e
senza speranza. Sebbene questo non ci riempia di orgoglio, non ci rattrista
nemmeno, perché il nostro governo sta creando le condizioni affinché tutti gli
argentini desiderino tornare a casa. Per anni, molti hanno scelto di rimanere nel loro
Paese o di tornare dall’estero. Infatti, recenti studi dimostrano che sotto il governo
della condannata a morte, la regina del braccialetto elettronico, la corrotta Cristina
Fernández de Kirchner, quasi il 45% dei giovani voleva lasciare il Paese, con
Mauricio Macri questa percentuale è salita al 55%, con Alberto Fernández ha
superato il 70%, e oggi il numero di giovani che vogliono lasciare l’Argentina è sceso
al 25% e continua a diminuire. Quindi stiamo ricostruendo le fondamenta
dell’Argentina affinché i nostri giovani desiderino rimanere nel Paese.

Detto questo, apprezzo moltissimo anche la Spagna come paese libertario, e il
motivo è semplice: molti pensatori a me molto cari, come Hayek, Rothbard e Jesús
Huerta de Soto, considerano la Spagna la culla del liberalismo politico, un’ideologia il
cui obiettivo è portare la libertà nel mondo e la continuazione di quella grande
impresa civilizzatrice che fu la scoperta dell’America. Con il liberalismo, la libertà
stessa diventa il nome e la bandiera suprema.

Questo punto è molto interessante perché una delle scoperte di Murray Rothbard è
che le vere origini del liberalismo si trovano a Salamanca, in particolare nella Scuola
di Salamanca, ovvero in quella che conosciamo anche come la Scuola Scolastica. È
interessante anche perché uno dei più rinomati e importanti patrioti argentini della
nostra storia, Manuel Belgrano, studiò alla Scuola di Salamanca. Quindi, abbiamo
certamente delle buone ragioni per celebrare la Spagna come culla del liberalismo.
Pertanto, è un debito d’onore che avete verso il vostro stesso sangue cacciare i
socialisti, perché siete la culla del liberalismo.

In questo senso, addentriamoci un po’ nella storia: il termine “liberale”, come etichetta
politica, ha avuto origine alla corte di Cadice all’inizio del XIX secolo. Il termine
“liberale” si riferiva ai difensori delle libertà individuali contro gli assolutisti. Questi
ultimi credevano che tutto dovesse essere governato dalla volontà del monarca, cioè
dallo Stato. Gli assolutisti ritenevano che gli esseri umani non avessero diritti innati,
ma che i diritti dei sudditi fossero concessi come un dono dal potere politico. Alcuni
credono di possedere questi diritti anche se non sono imperatori, ma è importante
notare che per loro non si trattava di diritti inalienabili, bensì di concessioni
temporanee da parte del potere dominante. Sia la proprietà che la vita dei sudditi
erano a disposizione dello Stato, e qualsiasi resistenza all’autorità suprema era
considerata tradimento. Mentre le idee liberali hanno chiari antecedenti in grandi
autori come John Locke, il liberalismo politico in quanto tale è nato in questa nazione.
In altre parole, la prima volta che qualcuno ha alzato la voce contro il totalitarismo di
Stato, dichiarando “Io sono un liberale”, è stata proprio qui, in questo Paese. E non è
cosa da poco, perché le nazioni in cui la mancanza di diritti individuali, la tirannia e la
sottomissione al potere politico sono più diffuse sono proprio quelle in cui il
liberalismo diventa più necessario. Pertanto, laddove il potere diventa arbitrario,
tirannico e soffocante la libertà, la risposta liberale nasce e prospera.

Ma c’è chi sostiene che il liberalismo non sia più necessario perché ora abbiamo Stati
democratici che rispondono alla volontà popolare e una magistratura
presumibilmente indipendente, tra le altre cose. Il liberalismo avrebbe trionfato, no?
Non è così. La vittoria sulla tirannia è stata di breve durata, perché nuove forme di
tirannia sono presto emerse dall’interno della stessa democrazia liberale. Gli stessi
sistemi democratici hanno trovato il modo di pervertirsi, di allontanarsi dai loro
obiettivi originari e di diventare armi al servizio di politici e burocrati per calpestare i
diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà. C’è un motivo per cui diciamo che il prezzo
della libertà è l’eterna vigilanza. Per fare un semplice esempio: la funzione originaria
del Congresso era quella di limitare le esorbitanti richieste di spesa del potere
esecutivo. In Argentina, l’anno scorso abbiamo assistito all’esatto opposto: un
Congresso che voleva costringerci a spendere soldi che non avevamo per mandare
in bancarotta lo Stato, in modo da costringerci ad aumentare le tasse o a rovesciare il
governo. In altre parole, la politica ha stravolto la funzione originaria del Congresso, e
l’istituzione è servita alla politica, non al popolo. Questo è solo uno dei modi in cui i

nostri diritti vengono calpestati ripetutamente da uno Stato che aspira all’onnipotenza
e all’onnipresenza.
Uno Stato che, a causa della sua struttura e delle sue dimensioni, ha smesso di
rispondere alle reali esigenze della popolazione, ovvero libertà e crescita economica.
Uno Stato che usa la democrazia come scudo contro le critiche, mentre cela
decisioni e procedure con cui nessuno sarebbe mai d’accordo. E lo so e lo dico
perché è ciò che abbiamo vissuto in Argentina. Abbiamo vissuto all’ombra di uno
Stato tirannico, ma senza nemmeno un monarca che si assumesse la responsabilità
di quella tirannia. È stata l’oppressione di innumerevoli uffici e burocrazie a
distruggere la vita delle persone, a distruggere l’economia, la salute e la moneta,
senza che nessuno fosse in grado di porre fine alla spirale discendente. E come se
non bastasse, hanno contemporaneamente manipolato la popolazione dicendo loro:
o loro o l’abisso e la distruzione, il che è sadismo da manuale.

E proprio perché siamo stati noi a vedere e a vivere questo percorso verso le sue
conseguenze estreme e disastrose, l’Argentina è stato il primo Paese al mondo a
eleggere un presidente libertario. Questo non accade in condizioni normali,
ovviamente. Perché in Argentina, sotto una falsa maschera di empatia e solidarietà –
lo sapete, vero? Sono quelli empatici, quelli che mostrano solidarietà, ma sempre con
gli altri, sapete. In altre parole, questo ci ha fatto vivere sotto un livello devastante di
oppressione e violenza, e ha richiesto una risposta di pari portata ma in direzione
opposta. Bene, eccomi qui, con i miei metodi, le mie idee e il mio impegno per la
libertà.

Ma ciò che è accaduto in Argentina non è stato un fenomeno isolato, sebbene forse
molto più rapido e evidente. Le idee che hanno disorientato gli argentini per così
tanto tempo sono idee oggi molto di moda in Europa e in tutto l’Occidente. Queste
idee non sono altro che quelle dei nemici dell’Occidente, coloro che vogliono
trasformarci in una civiltà morta. Vogliono trasformarci in una civiltà di musei da
visitare, non di nuove conquiste da conquistare. Una civiltà che si limita a conservare
ma non a scoprire. Vale a dire, sono idee destinate a farci stagnare e a condannarci,
a essere conquistate o completamente eliminate. Naturalmente, nessuno dei suoi
sostenitori ammette apertamente questo obiettivo al pubblico; non si nascondono
dietro nobili cause per cercare di ottenere il sostegno popolare e, quando qualcuno

ne fa notare le conseguenze, vengono denigrati dai media, dal mondo accademico e
persino dal sistema giudiziario. Un chiaro esempio è il cosiddetto Stato sociale. Chi
potrebbe opporsi al welfare se non una persona malvagia dal cuore marcio? Ebbene,
si scopre che espandere indiscriminatamente la spesa pubblica per fornire servizi
sociali può essere fatto solo aumentando drasticamente le tasse, indebitandosi o
stampando moneta. E questo ha un impatto diretto sulla crescita economica,
producendo stagnazione e rendendo gli Stati sempre più incapaci di mantenere le
proprie promesse.

Non solo, ma la stagnazione crea meno opportunità per i giovani, che vengono
rapidamente attratti da idee rivoluzionarie a causa della mancanza di prospettive
future. L’ironia è che sono proprio questi
rivoluzionari da poltrona – i partiti di sinistra di tutto il continente – i responsabili di
questa brutale stagnazione; è una situazione ideale per loro. Un altro chiaro esempio
è la questione dell’immigrazione. Queste stesse persone
affermano che agevolare l’immigrazione sia una questione di umanitarismo e carità.
Ebbene, proprio ora stiamo assistendo a eventi che dipingono un quadro vivido delle
conseguenze del permettere l’invasione e la distruzione della
cultura occidentale.

Lungi dall’integrarsi, gli immigrati stanno disgregando la società europea, bruciando
monumenti antichi e distruggendo le proprietà dei lavoratori dalle cui tasse vivono. La
stagnazione economica, combinata con politiche migratorie irresponsabili, traccia un
percorso di declino che sarà molto difficile da invertire in futuro. Sostituiscono la
speranza con l’autocompiacimento, la produzione con la distribuzione e l’unità politica
con la balcanizzazione etnica. L’Occidente si trova ad affrontare un grave problema
demografico, ulteriormente aggravato dalle conseguenze fiscali ed economiche per
gli stati sociali. Ma questo problema non si risolve importando cittadini, soprattutto se
questi si oppongono con veemenza a tutti i principi che sono alla base della nostra
civiltà.

Ecco perché noi in Argentina guardiamo a questi sviluppi con grande preoccupazione
e riscopriamo gli ideali di libertà proprio per liberarci da questa strada. Ciò che sta
accadendo a Ceuta è emblematico delle azioni della sinistra. I socialisti preferiscono
regnare all’inferno piuttosto che servire in paradiso, e sono capaci di trasformare

qualsiasi paradiso in inferno pur di raggiungere il loro scopo. Ecco perché
incoraggiano l’invasione che vediamo a Ceuta. Ogni immigrato è un voto. E se il
prezzo è la distruzione totale del Paese, sono più che disposti a pagarlo. Non è stato
un incidente, non è stata una coincidenza. E le conseguenze si fanno già sentire;
come previsto, le strade sono diventate più pericolose, soprattutto per le donne, che
non possono più nemmeno camminare da sole di notte in molti quartieri delle grandi
città.

E non solo, ma l’argomentazione economica a favore dell’immigrazione incontrollata
è crollata da tempo. Le economie che hanno accolto il maggior numero di migranti
rimangono stagnanti come prima, o addirittura peggio, perché una larga parte degli
immigrati genera più entrate fiscali di quanto produca, costringendo il governo a
tassare sempre di più la popolazione produttiva. Pertanto, ricordate sempre: dietro le
misure socialiste non c’è empatia né solidarietà, solo sete di potere. E così, vediamo
che oggi ci troviamo ad affrontare la stessa identica lotta che noi liberali abbiamo
affrontato alle Cortes di Cadice, la stessa brama di dominio, lo stesso desiderio di
impadronirsi di ciò che appartiene agli altri e di usare lo Stato indiscriminatamente
per ottenere ricchezza e potere illimitati.

Pertanto, il mio consiglio di oggi, basato sull’esperienza argentina, è di non voltare le
spalle alla politica. In Argentina, noi liberali abbiamo commesso questo errore per
troppo tempo. Siamo rimasti ai margini, e questo ha portato a un secolo di declino
per la nostra nazione. E solo ora stiamo iniziando a uscirne grazie agli sforzi sia del
governo che di tutti i bravi argentini. E credetemi quando dico che combattere il
declino porta i suoi frutti. Quando ci siamo insediati, abbiamo ereditato un deficit
consolidato del 15% del PIL e un’inflazione che si stava avvicinando all’iperinflazione.
Il deficit di bilancio, che secondo loro non saremmo riusciti a eliminare nemmeno in 5
o 6 anni, beh, lo abbiamo eliminato nel primo mese del nostro mandato. E il deficit
quasi-fiscale, pari al 10% del PIL, lo abbiamo risolto in 6 mesi. Vale a dire, in 6 mesi
abbiamo effettuato un aggiustamento fiscale del 15% del PIL e abbiamo alleggerito il
settore privato di un onere equivalente al 15%.
punti percentuali del PIL, e non solo: abbiamo continuato ad apportare modifiche che
ci hanno permesso di ridurre le tasse per la prima volta nella storia di quattro punti
percentuali del PIL. Ciò significa che in 30 mesi di governo abbiamo restituito agli

argentini quasi 20 punti percentuali del PIL. Questo sì che si chiama liberare gli
argentini e i cittadini rispettosi della legge dall’oppressione dello Stato!
Inoltre, quando siamo entrati al governo, l’inflazione cresceva dell’1,5% al giorno, il
che corrisponderebbe a circa il 56 o 57% al mese. Avevamo inoltre quattro basi
monetarie in scadenza da un giorno all’altro e un debito pubblico in pesos
equivalente a 10 basi monetarie. In altre parole, ci trovavamo costantemente di fronte
alla prospettiva di moltiplicare la massa monetaria per 15. Nonostante ciò, siamo
riusciti a evitare l’iperinflazione. Oggi l’inflazione si aggira intorno al 30% annuo e, se
consideriamo i dati di base, negli ultimi mesi si è già avvicinata al 20%. Pertanto, non
solo abbiamo evitato l’iperinflazione, ma così facendo abbiamo anche impedito che la
povertà esplodesse a livelli superiori al 90%. Infatti, quando ci siamo insediati e
abbiamo affrontato la reale situazione, il 57% della popolazione viveva in povertà;
oggi questa percentuale è scesa al 32%. Ciò significa che abbiamo tirato fuori dalla
povertà un quarto della popolazione argentina. Inoltre, in un Paese che può sfamare
500 milioni di persone, il 20% della popolazione viveva in condizioni di indigenza.
Oggi, questa percentuale è scesa al 6%, e il tasso di povertà giovanile, che era del
70%, è ora al 42%.
È vero, non è la foto migliore, ma senza dubbio è il miglior film della storia argentina.
Nel frattempo, il rischio paese quando abbiamo vinto le elezioni era di circa 3.000
punti. Con grande sforzo, eravamo riusciti a ridurlo a circa 450 punti, ma, beh,
viviamo in un mondo turbolento. L’Argentina ha una storia creditizia terribile, essendo
stata il più grande debitore seriale della storia moderna. Inoltre, stiamo affrontando
una piaga peggiore degli orchi… nel franchise argentino del socialismo del XXI secolo
che minaccia costantemente di collassare. E il contesto internazionale è diventato
ancora più volatile. Dato che l’Argentina è un asset beta aggressivo, beh, oggi
abbiamo un rischio paese leggermente più alto. Tuttavia, l’Argentina è uno dei cinque
paesi al mondo con un saldo fiscale nel settore finanziario, e quando siamo
sostanzialmente saliti al potere, il debito in percentuale del PIL consolidato era del
100%, mentre oggi è del 39%. Questo significa che, una volta che il contesto
internazionale si sarà stabilizzato e gli argentini avranno approvato questa linea
d’azione il prossimo anno, l’Argentina sarà senza dubbio sulla buona strada per
diventare un paese con rating di investimento e inizierà a sperimentare un processo
di crescita senza precedenti nella sua storia.

Ma la cosa più importante non sono i numeri in sé, bensì ciò che hanno reso
possibile. Con un deficit pari a zero, il governo ha smesso di competere con i privati
per il credito. Con una Banca Centrale sana, abbiamo eliminato la necessità di
stampare moneta, elemento essenziale
per ridurre l’inflazione, e abbiamo anche rimosso i controlli valutari. E come se non
bastasse, abbiamo eliminato 18.000 regolamenti. In altre parole, abbiamo rimosso gli
ostacoli. I regolamenti sono fondamentalmente di due tipi: se si osserva ciò che
sta accadendo in Argentina per vedere l’impatto di ciascun regolamento che stiamo
eliminando, si può notare che l’Argentina sta diventando un importante esportatore di
petrolio e gas. È in corso una rivoluzione del petrolio e del gas in Argentina, ovvero
nel settore energetico. Ebbene, una di queste cose è ciò che è noto come Decreto
70/23. Non appena ci siamo insediati, abbiamo abolito la regolamentazione del
cosiddetto “barile criollo” (un riferimento a un prezzo specifico per il petrolio prodotto
a livello nazionale). In altre parole, abbiamo liberalizzato il prezzo del petrolio. E così
stiamo facendo: esportiamo sempre più petrolio. Stiamo per raggiungere un milione
di barili di petrolio al giorno di produzione. Inoltre, a partire dal prossimo anno,
inizieremo a esportare gas naturale liquefatto. Per la prima volta nella storia
dell’Argentina, il mese scorso abbiamo raggiunto i 10 miliardi di dollari di esportazioni.
Quest’anno supereremo i 100 miliardi di dollari e, entro i prossimi quattro anni,
arriveremo a circa 200 miliardi di dollari. Stiamo sicuramente cambiando l’Argentina
in modo significativo!
D’altro canto, vedrete anche i successi che l’Argentina sta ottenendo nel settore
minerario. Ebbene, la Legge sui Ghiacciai è stata recentemente modificata e oggi
l’Argentina esporta già litio, e presto vedrete l’Argentina esportare quantità
significative di rame e oro. Perché il caso del rame è così interessante? Perché
condividiamo la Cordigliera delle Ande con il Cile. Il Cile esporta rame per un valore
di 60 miliardi di dollari all’anno, mentre l’Argentina ne esporta 5 miliardi. Quindi,
riuscite a immaginare cosa potrebbe accadere in un futuro non troppo lontano?
L’Argentina sarà in grado di esportare rame per un valore di 60 miliardi di dollari.
Stiamo vivendo una vera rivoluzione, e questo grazie alla modifica della Legge sui
Ghiacciai. Vedete come cose apparentemente piccole possono avere un impatto
enorme? Quindi, la cosa più importante è ciò che sta accadendo dietro le quinte
nell’economia argentina. Quando verrà alla luce, le riforme strutturali saranno

chiaramente visibili e vedremo come stiamo lavorando per rendere di nuovo grande
l’Argentina.
Inoltre, il risultato è che il settore privato sta ricominciando a investire e, per la prima
volta in un secolo, stiamo iniziando a vedere il nostro vero potenziale. C’è un altro
aspetto che vale la pena affrontare in una nota tecnica, perché alcuni dicono: “Beh, il
livello degli investimenti in percentuale del PIL è ancora basso”. Questo è
interessante perché, supponiamo di avere due tipi di settori e di attuare un
cambiamento strutturale che comporti una riallocazione delle risorse. Un settore è
protetto, schermato dalla corruzione… perché la prima cosa da capire è che la
protezione che questi settori ricevono ha un prezzo. Quando si protegge un settore,
si sceglie di danneggiare tutti i cittadini di un paese. Pertanto, quando si applicano
queste misure protezionistiche, ciò che si cela realmente dietro è la corruzione, un
accordo commerciale tra politici corrotti e imprenditori corrotti.

Quindi, quando si avvia un processo di liberalizzazione dell’economia e si permette
alle risorse di fluire secondo le leggi naturali, ciò che accade è che si verifica una
riallocazione delle risorse. E se si ha un mercato del credito che richiede garanzie,
cosa succede? Quei settori che prima erano protetti e che dispongono solo di
garanzie non investono; Si stanno trattenendo. Nel frattempo, anche coloro che
devono emergere devono accumulare capitali, ma non hanno sufficienti garanzie, ed
è per questo che non si espandono con la stessa forza. Se a questo si aggiunge il
disastro creditizio che ha colpito l’Argentina, dove oggi il credito in Argentina è… il che
è piuttosto ironico perché a volte si sente nei notiziari argentini, ad esempio, che le
persone sono indebitate. Beh, il credito – non parlo del credito al settore privato non
finanziario – non so come sia la situazione in paesi come gli Stati Uniti, dove è il
150% del PIL, o persino in Cile, dove è il 120%, ma i nostri vicini hanno tra il 60 e il
70%. Bene, in Argentina, il credito al settore privato non finanziario è il 12% del PIL.
In altre parole, è davvero esiguo, vale a dire, è stentato, ed è per questo che a volte
quando si sentono questi riferimenti sono molto, molto lontani dalla realtà.

Ed è questo che fa sì che gli investimenti sembrino un po’ in ritardo, ma
parallelamente abbiamo creato il RIGI (Fondo Regionale di Garanzia degli
Investimenti). Nel RIGI abbiamo già 210 miliardi di dollari. È la più importante politica
di sviluppo settoriale nella storia dell’Argentina, di cui un terzo è già stato approvato

ed è pronto per essere attuato. Pertanto, ciò che vediamo è che, guardando al futuro,
attualmente abbiamo due strutture fiscali: la struttura del RIGI e la struttura fiscale del
vecchio sistema. Ebbene, il nostro obiettivo è che convergano, non che il RIGI
converga con il vecchio sistema, ma che il vecchio sistema converga con il RIGI, in
modo che tutta l’Argentina diventi una grande opportunità di investimento. Ed è
questo che renderà l’Argentina di nuovo grande.
Per tutte queste ragioni, l’Argentina è la prova che la lotta contro il declino porta i suoi
frutti. In questi tre anni di governo, siamo cresciuti circa quattro volte più velocemente
della media argentina degli ultimi 100 anni e, secondo diverse proiezioni, entro la fine
del prossimo anno saremo cresciuti circa tre volte più velocemente della media
OCSE per lo stesso periodo. E questo è solo l’inizio, perché se verremo rieletti, i
prossimi quattro anni saranno indimenticabili per l’Argentina. In soli tre anni, grazie al
lavoro di questa amministrazione, al nostro impegno per gli ideali di libertà e alla
volontà politica che ci guida tutti, abbiamo portato l’Argentina sull’orlo di una nuova
grande rinascita. Questa rinascita argentina sulla scena mondiale è alimentata dal
potenziale dei nostri cittadini, stanchi di vivere sotto la decadenza del socialismo
kirchnerista.

Abbracciando gli ideali di libertà, stiamo cambiando in meglio il ruolo del nostro
Paese nel mondo. Ed è per questo che, come sempre, per voi e per noi, vi invitiamo
a guardare al sud. Rivolgetevi a noi per gli investimenti, rivolgetevi a noi per la
produzione, ma in questo momento cruciale, vi esorto ad ascoltare anche gli argentini
a livello politico, perché abbiamo visto in prima persona dove finisce il socialismo
quando gli si permette di raggiungere le sue estreme conseguenze.

Vogliamo che la ricostruzione dell’Argentina sia la tabella di marcia per la
ricostruzione dell’Occidente. Vogliamo che i popoli del mondo vedano quanto
abbiamo pagato caro per esserci allontanati dalla retta via, che comprendano il
degrado economico che abbiamo subito per tanti anni e che vedano che è possibile
invertire la rotta. E non abbiamo inventato nulla di nuovo; siamo semplicemente
tornati ad applicare le idee che hanno reso l’Occidente ciò che è: rispetto illimitato
della proprietà privata e incentivi per le imprese affinché si sviluppino in modo
indipendente, senza interferenze statali.

Per questo vogliamo mostrare loro che il declino non è un destino, ma una scelta. E
vogliamo che possano tornare a sognare un futuro dignitoso se abbracciano l’albero
maestro degli ideali di libertà. La libertà non ha prezzo, ed è proprio per questo che è
il bene più prezioso al mondo. Nella terra della libertà scorre la prosperità, mentre nei
paesi che la sopprimono si diffonde solo la miseria.
Oggi vi rivolgo questo messaggio: non vogliamo vedervi soccombere ai mali che ci
hanno causato tanto dolore. Non lasciatevi sfuggire questa opportunità di agire. Ma
voglio anche ribadire un invito che guida tutta la nostra amministrazione: vogliamo
che i popoli liberi del mondo vedano l’Argentina come un faro di libertà in un mondo
che tende alla tirannia. Vogliamo che investiate, certo, ma vogliamo anche che
sappiate che potete venire a vivere in Argentina. Troverete in Argentina un luogo
dove costruire le vostre vite e le vostre attività, proprio come fecero i vostri antenati
un secolo fa. Vi accoglieremo a braccia aperte affinché insieme possiamo continuare
ad ampliare le frontiere della civiltà, del commercio e dell’industria. Perché questa è
la nostra missione e non ci arrenderemo mai. Quindi, che Dio vi benedica tutti, che le
forze del cielo siano con noi e lunga vita alla libertà, dannazione!

https://www.casarosada.gob.ar/informacion/discursos/51406-discurso-del-presidente-javier-milei-en-el-nueva-economia-forum-2026-en-el-real-casino-gran-circulo-de-madrid

Alla disperata ricerca del fascismo, di Aurèlien

Alla disperata ricerca del fascismo.

Potrebbero non gradire ciò che effettivamente riceveranno.

Aurelien28 ottobre
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Uno spettro si aggira per la casta professionale e manageriale (PMC) del mondo occidentale, insieme ai media a loro asserviti e alla loro espressione politica, il Partito. Spettri simili si sono già manifestati in passato, in particolare quelli della Rivoluzione, del Comunismo e della Guerra, e svariati soggetti sono stati indicati come artefici o facilitatori di questi spettri, dai Gesuiti agli Illuminati, dalla Massoneria agli Ebrei, dal KGB alla CIA. Nel momento in cui scrivo, in un contesto di diffusa violenza politica in Europa e con la previsione di ulteriori violenze, i soliti opinionisti sono in prima linea, puntando il dito contro i soliti sospetti.

Eppure lo spettro che ho in mente risale a un secolo fa, e i modi di visualizzarlo e di temerlo sono rimasti pressoché invariati in tutto questo tempo. Il fascismo – poiché è di questo che stiamo parlando – si è annidato come un ragno sgradevole nel mezzo della ragnatela politica da allora. La parola, come diceva George Orwell, “non ha più alcun significato se non nella misura in cui indica ‘qualcosa di indesiderabile'”. È uno di una serie di concetti con un nome ma senza contenuto, un significante senza significato. In questo, come osservava Orwell, assomiglia in parte a parole come “democrazia, socialismo, libertà, patriottico, realista, giustizia”, ​​che “hanno ciascuna diversi significati inconciliabili tra loro”. Tutto ciò che era possibile allora – e ora è peggio – è una vuota scelta tra parole vuote, alle quali attribuiamo significati che troviamo episodicamente confortanti.

Orwell aveva ragione, però, a sottolineare che mentre il “fascismo”, anche quando scriveva, era un vuoto semantico, un vaso da notte vuoto in attesa di essere riempito da chiunque avesse il potere di farlo, si trattava di un caso estremo. Al contrario, “democrazia”, ​​”libertà”, ecc., pur essendo di per sé in gran parte prive di un significato condiviso, attraggono difensori, commentatori e analisti che cercano di imporre i propri significati alla parola. Avrete quindi sentito parlare di “democrazia borghese”, “democrazia parlamentare”, “democrazia diretta”, “democrazia guidata”, “democrazia popolare” e molte altre. Le persone discutono animatamente sul significato di “democrazia”, ​​ma la ferocia stessa della lotta per controllarne il significato ci dice che la questione in gioco è importante e merita uno sforzo. Questo perché è molto difficile per chiunque essere contrario alla democrazia nel suo senso letterale di “governo del popolo” o almeno “governo dei cittadini”, quindi è di conseguenza importante poter dettare quale sia una definizione accettabile ed escludere le altre. Al contrario, il fascismo è diverso, se non unico, in quanto i dibattiti autentici, anziché polemici, sulla natura del fascismo sono solitamente lasciati agli specialisti: tutto ciò che bisogna sapere è che il fascismo è una cosa veramente brutta, anche se non si sa bene perché. Pertanto, “salvare la democrazia dal fascismo” è uno slogan profondamente radicato.

La vacuità stessa del termine ha fatto sì che, fin dall’inizio, “fascismo” sia stato strumentalizzato per giustificare le proprie idee politiche, per condannare quelle altrui, ma soprattutto per epurare e disciplinare coloro che, pur appartenendo alla propria fazione, rischiavano di sfuggire al controllo. Poiché il termine non ha praticamente alcun significato al di fuori di un contesto polemico immediato, un’accusa di “fascismo” è di fatto impossibile da confutare. Lo stesso Orwell fu notoriamente accusato di essere “fascista” per aver criticato le stragi e le purghe di Stalin. In effetti, e in parte per ragioni politiche interne a Mosca, i partiti politici non comunisti, persino quelli di ispirazione marxista, venivano regolarmente etichettati come “fascisti”. I grandi partiti socialisti europei venivano liquidati come “socialfascisti”, oggettivi alleati del sistema capitalistico e, in seguito, dei nazisti. Questa politica fu bruscamente invertita dopo il 1933, ma ormai era troppo tardi. Ancora oggi, alcuni storici sono influenzati da questa linea di pensiero, che era, di fatto, obbligatoria sotto pena di scomunica durante il periodo staliniano, e anche in seguito. Molto inchiostro è stato sprecato per sostenere che l’identificazione dei socialisti, piuttosto che dei nazisti, come principale nemico all’inizio degli anni ’30 non fosse il disastroso errore strategico che alcuni affermavano. E, viceversa, l’idea di una sorta di affinità naturale tra il sistema capitalistico e le “forze fasciste” – un altro cliché stalinista contro cui Gramsci mise in guardia i suoi compagni marxisti – è ancora più influente di quanto dovrebbe essere, non essendo supportata dalle prove dell’epoca.

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È quindi facile capire perché “fascista” sia un termine dispregiativo così diffuso, e per di più l’insulto per eccellenza da rivolgere a un partito politico o a un politico che non piace. È praticamente privo di significato e intrinsecamente negativo. Nessuno lo difenderà, tutti sosterranno di non essere fascisti ma che forse tu lo sei e, soprattutto, nessuno si chiederà mai “cosa intendi con questo?”. (Non ricordo quanti articoli dal titolo tipo “Trump è un fascista?” ho letto senza alcuna conoscenza o interesse per il significato della parola. Bastano pochi parallelismi con personaggi sgradevoli del passato e il gioco è fatto). Allo stesso modo, tutti gli articoli sensazionalistici che chiedono “ci stiamo muovendo verso uno stato fascista?” non si interessano minimamente a come fossero realmente gli stati fascisti , ma si limitano a condannare individui e movimenti odierni per associazione tendenziosa.

Questo è importante, perché sono sempre più convinto che la Destra, come la definirò, arriverà al potere in diversi stati occidentali, non necessariamente solo attraverso le urne, e non si tratterà della Destra neoliberale filo-Bruxelles. Questo processo includerà quasi certamente la violenza – una continuazione di ciò che abbiamo già visto – ma non credo che la Destra dovrà affrontare una sfida organizzata da parte della Sinistra, che si limiterà agli insulti e ai gesti simbolici che faranno sentire eroici i suoi sostenitori. Ma non sarà, e per ragioni che spiegherò non può essere, nulla di simile al “Fascismo” storico, e prima la gente smetterà con questo stupido discorso, meglio sarà per tutti.

Casualmente, mentre rimandavo l’inizio della stesura di questo paragrafo, stavo guardando in diretta televisiva l’inizio delle manifestazioni a Parigi e Marsiglia, e anche a Orléans il 24 ottobre, dove il Rassemblement national teneva la sua conferenza annuale. La maggior parte dei cartelli erano fatti in casa, alcuni molto specifici come “al Rassemblement national non dovrebbe essere permesso di tenere conferenze”, altri facevano riferimento alle rivendicazioni degli studenti, molti si lamentavano di problemi economici, e altri ancora inveivano vagamente contro un fascismo già presente o imminente.

Eppure, come molte manifestazioni simili a cui ho assistito nel corso degli anni, aveva il carattere comodo, autocelebrativo, monolitico e superficiale di una manifestazione contro il peccato organizzata dalla Chiesa cattolica. I partecipanti intervistati avevano generalmente cose sensate da dire e le loro lamentele erano spesso ben espresse. Ma mancava la consapevolezza di come tali lamentele potessero essere affrontate, per non parlare di come potessero essere combinate, e ancor meno risolte: forse, come ho suggerito la settimana scorsa , abbiamo superato quella fase e tutto ciò che rimane è la rabbia.

Nelle ultime settimane è diventato un cliché affermare che la violenza e i disordini nelle strade rafforzeranno la destra politica in Francia, e questo è molto probabilmente vero. Marine Le Pen continua a seguire la valida tattica politica di non interrompere mai gli avversari quando commettono un errore, mantenendo un atteggiamento da statista, pur tenendo a bada i suoi luogotenenti più impulsivi. Se questo la porterà all’Eliseo nel 2027 – e con quale meccanismo – è impossibile dirlo, e molto dipenderà da chi sarà il suo avversario al secondo turno, se ci sarà. Ma ovviamente esistono altri partiti di destra, e le elezioni non sono l’unico modo in cui “la Destra” (o teoricamente la “Sinistra”) può arrivare al potere. Per comprendere quali altre possibilità (e pericoli) ci siano, e quali opzioni siano probabilmente escluse, dobbiamo fare qualcosa che pochi si prendono la briga di fare, ovvero esaminare l’eredità moderna della destra francese e alcune delle forme che ha assunto. Fortunatamente, alcuni coraggiosi esploratori lo hanno già fatto.

La distinzione fondamentale tra destra e sinistra un secolo fa risiedeva nel fatto che la destra antidiluviana, che all’epoca dominava, guardava con nostalgia al governo della monarchia e all’influenza della Chiesa. Il suo obiettivo principale era rovesciare la Repubblica laica del 1870, dopo la quale si sarebbe potuto costruire uno stato conservatore forte e disciplinato. Anche se il ritorno letterale di un re era improbabile (c’erano comunque due pretendenti), il desiderio di un governo forte spinse l’esercito, la Chiesa e gran parte della classe dirigente a sostenere Pétain e a opporsi a De Gaulle nel 1940. Quella destra arcaica scomparve in gran parte dopo il 1945, e con essa la (piccolissima) destra nazionalista di estrema destra, ma la tendenza sopravvive nelle famiglie dell’antica aristocrazia di Versailles che da generazioni forniscono generali, banchieri, diplomatici e prefetti alla Repubblica. Non sono numerose, ma potrebbero diventare influenti a un certo punto.

D’altro canto, una delle distinzioni più fondamentali e meno comprese in politica è quella tra partiti di sinistra e partiti socialisti. Coloro che presero il controllo della Rivoluzione francese dopo i primi anni appartenevano alla sinistra (poiché sostenevano la Repubblica e auspicavano un cambiamento politico significativo), ma non erano socialisti. Erano, per usare un termine più appropriato, liberali, nel senso che la loro organizzazione (e il loro elettorato) proveniva in gran parte dalle nuove classi medie commerciali e professionali il cui potere era stato liberato dalla Rivoluzione. I loro discendenti formarono il Partito Radicale, non il Partito Socialista. Erano avvocati e dentisti, così come la Destra Tradizionale potrebbe essere rappresentata dai banchieri, e i socialisti erano spesso insegnanti. Senza dubbio, questa è l’origine della famosa osservazione fatta dal Presidente Chirac a Blair: “Io sono un uomo di sinistra, vede, mentre lei è un uomo di destra”. Ma sebbene questa corrente si considerasse di sinistra, ciò non le impedì di collaborare occasionalmente con la destra tradizionale per contrastare iniziative socialiste: l’esempio più famoso è la violenta e sanguinosa distruzione della Comune di Parigi nel 1871.

Finora ho parlato poco del fascismo, che non ebbe grande influenza in Francia, ma che è comunque l’argomento scelto per questa settimana. Bene, allora. La cosa più strana del fascismo è che apparentemente ci sia così tanto disaccordo al riguardo. Le sue origini, come racconterò, sono semplici e legate a un periodo storico preciso, e la sua ideologia, per quanto ne avesse una, non era molto più sottile di un pugno in faccia. In effetti, era praticamente tutto ciò che rappresentava. Gli stessi fascisti non lo nascondevano mai: anzi, si compiacevano dell’azione a discapito della riflessione. Il punto, però, è che se il fascismo può essere definito retrospettivamente come qualcosa che non era, o molto di più di quello che era, allora si aprono tutta una serie di interessanti possibilità per definire “fascisti” i propri nemici contemporanei. Altrimenti bisogna pensare ad altri insulti meno memorabili. Ignorando quindi ciò che i fascisti dicevano realmente, confondendo deliberatamente i confini tra l’ideologia iniziale e il comportamento successivo al potere, si può creare un fascismo su misura e applicarlo a chiunque o a qualsiasi organizzazione si desideri. (I miei genitori pensavano che la Gran Bretagna del dopoguerra stesse diventando “un po’ come la Germania di Hitler” a causa del razionamento alimentare e del crescente ruolo dello Stato).

Ebbene, il fascismo nacque in un luogo e in un tempo ben precisi, e fu tanto un movimento estetico quanto politico. Come movimento politico ebbe un successo solo moderato in Italia, venendo in gran parte domato dalle strutture di potere esistenti nel giro di un decennio, ma una versione diversa riscosse maggiore successo in Germania. Venerava la modernità, la tecnologia, il populismo, la rottura degli schemi e la violenza, e credeva che il mondo degli inizi del Novecento stesse cambiando radicalmente. Significativamente, il suo Manifesto Fascista, pubblicato nel 1919, fu scritto in collaborazione nientemeno che da Filippo Marinetti, il cui Manifesto Futurista aveva suscitato grande scalpore nel mondo dell’arte europea nel periodo immediatamente precedente la Prima Guerra Mondiale. I futuristi ammiravano la velocità e la tecnologia, e vedevano il Futuro incarnato prima nell’automobile e poi nell’aeroplano. L’arte, a loro avviso, non poteva essere altro che “violenza, crudeltà e ingiustizia”, ​​e Marinetti arrivò a sostenere un programma fortemente rivoluzionario, distruggendo deliberatamente l’arte del passato e glorificando la guerra come una sorta di igiene. Questa visione ebbe un’influenza sorprendente in molti paesi, sia all’epoca che in seguito. Né si limitò all’arte: il rifiuto viscerale del lungo diciannovesimo secolo si estese, attraverso la moda e la morale, all’azione politica. In tutte le grandi potenze, e soprattutto in quelle sconfitte o, come l’Italia, in crisi, si levavano ovunque le richieste di un rifiuto radicale del passato, di nuovi sistemi politici basati sulla violenza, sul modernismo e sulla tecnologia.

Perché il fascismo trionfasse come movimento politico, erano necessarie le giuste circostanze, che si verificarono nell’Italia del dopoguerra. Si tratta di una storia complessa e intricata, sorprendentemente poco trattata in lingua inglese, se paragonata alla valanga di libri su Hitler e i nazisti. La fluidità e l’imprecisione del fascismo, così come la sua relativa mancanza di successo finale, hanno scoraggiato la pubblicazione di diverse opere di qualità. Per curiosità, ho dato un’occhiata alle prime pagine del sito di Amazon, il cui elenco di libri si è rapidamente trasformato in “Il fascismo da Mussolini a Trump”, confermando in un certo senso la tesi di questo saggio: che il fascismo sia essenzialmente un bersaglio vuoto in cui chiunque può calciare per far valere le proprie ragioni politiche. Esistono storici seri del fascismo e dell’Italia di Mussolini, come Richard Bosworth , ma sono persi in un mare di polemisti e autori che preferirebbero di gran lunga scrivere di Hitler.

Si può ragionevolmente affermare che l’Italia del 1919-22 era nel caos politico dopo una guerra impopolare in cui il paese aveva cambiato schieramento, e dopo la catastrofica sconfitta di Caporetto, nel 1917, che la vittoria di Vittorio Veneto l’anno successivo non riuscì a rimediare. Il paese era in crisi economica, esacerbata da milioni di veterani di guerra disoccupati. Il Partito Socialista Italiano, che aveva ottenuto un terzo dei voti alle elezioni del 1919, aderiva alla Terza Internazionale di Lenin e il suo programma auspicava la “dittatura del proletariato” attraverso la rivoluzione violenta. Anche altri partiti non rivoluzionari ma favorevoli alle riforme ottennero buoni risultati, mentre i tradizionali schieramenti politici subirono gravi perdite e il paese era dilaniato da continue violenze. Il Re e l’Esercito esitarono a intervenire, non volendo rischiare una guerra civile, e fu a questo punto che Mussolini offrì il suo aiuto e la forza combattente degli Squadristi, in genere ex combattenti scontenti. Fu aiutato dalla prima di molte occasioni in cui diverse componenti della Sinistra non riuscirono ad allearsi contro di lui. Posto di fronte alla scelta tra una rivoluzione populista di sinistra che non potevano controllare e una rivoluzione populista di destra che ritenevano di poter controllare, la struttura di potere italiana scelse Mussolini, senza rendersi realmente conto di cosa stesse ottenendo. Ciò che ottennero, naturalmente, fu un sostegno politico in costante aumento per il nuovo Partito Fascista, in un momento in cui il sistema partitico tradizionale si stava sgretolando, e infine la “Marcia su Roma” dell’ottobre 1922 (alla quale Mussolini non partecipò) che sancì il crescente controllo dei fascisti sul sistema politico italiano. Lungi dall’essere lo “strumento di reazione” che speravano, tuttavia, la borghesia, come notò Gramsci all’epoca, evocò qualcosa di “peggiore del diavolo”.

Vorrei soffermarmi ancora un attimo sulla storia di questo periodo, perché su di esso circolano molti miti pericolosi. Il primo e più iniquo è che Mussolini (come Hitler dopo di lui) sia stato “portato al potere” da una popolazione ignorante e indottrinata dalla propaganda. Come abbiamo visto, questo è del tutto falso: Mussolini, come Hitler in seguito, fu portato al potere da una violenza paramilitare organizzata che lo Stato avrebbe potuto contrastare solo con un’enorme perdita di vite umane. Pertanto, l’attuale argomentazione secondo cui i politici e i partiti “estremisti” dovrebbero essere messi al bando, che i mezzi di comunicazione dovrebbero essere censurati per evitare che la gente senta cose sbagliate e che, in ultima analisi, persone come noi siano troppo stupide per poter votare, è completamente priva di fondamento storico. Già che ci siamo, vale la pena aggiungere che anche il mito secondo cui “Hitler fu eletto” sembra destinato a persistere per sempre, nonostante sia una completa caricatura. Quando Hitler fu “portato al potere con la forza”, per usare le parole di Ian Kershaw, fu come una soluzione provvisoria insoddisfacente per ottenere i voti necessari al Reichstag e permettere al cancelliere Brüning di smettere di governare per decreto. E anche questa soluzione funzionò piuttosto bene.

Non è possibile comprendere il fascismo senza la sua antitesi bolscevica, e senza considerare la crisi della modernità che all’epoca affliggeva gran parte dell’Europa. Era un’epoca di crescente potere popolare, ma senza un accordo su come esso dovesse essere espresso. Gli elettori e le classi istruite si espandevano costantemente, in un processo evidentemente inarrestabile, e persino negli stati autoritari una nuova generazione di lavoratori urbani sapeva leggere, e per loro nasceva una nuova generazione di giornali. Per la prima volta nel 1914, in una situazione di crisi, gli stati dovettero effettivamente tenere conto, almeno in parte, del sentimento popolare e dell’opinione parlamentare. Ma su quali basi poteva essere organizzato politicamente uno stato popolare? Come notava all’epoca l’ambiguo e perspicace Curzio Malaparte , il futuro immediato sarebbe stato lo scontro di due rivoluzioni: “quella italiana dominata dall’individualismo e quella russa dominata dal collettivismo”. Fascismo contro comunismo, in altre parole, razza contro classe, senza spazio per altre ideologie o sistemi di organizzazione politica del popolo. Col tempo, e soprattutto verso la fine degli anni ’30, questa visione divenne estremamente influente tra gli intellettuali occidentali, molti dei quali a quel punto avevano perso ogni speranza nella democrazia parlamentare come alternativa praticabile.

Mussolini non abbandonò mai del tutto le sue aspirazioni rivoluzionarie e la sua pretesa di rappresentare gli interessi della “gente comune”. Col passare del tempo, però, trovò conveniente ridimensionare questo aspetto del suo movimento e cercare di rendersi accettabile alle forze e alle strutture di potere di destra esistenti. In realtà, non aveva molta scelta, perché se nel 1925 esercitava un controllo effettivo e incontrollato sul sistema politico, non riuscì mai a sfidare i veri pilastri dello Stato italiano: l’esercito, la Chiesa e gli industriali, e fu costretto a collaborare con loro. E le sue ultime aspirazioni socialiste svanirono con le guerre insensate in cui trascinò il suo paese e che portarono infine alla sua caduta e alla sua morte.

È interessante notare lo scarso successo riscosso dai partiti fascisti altrove. In Spagna, ad esempio, dopo i “tre anni bolscevichi” del 1918-20, le continue agitazioni operaie e le diffuse violenze furono finalmente fermate da un buon vecchio colpo di stato militare reazionario nel 1923. In quel periodo non emerse un vero e proprio movimento fascista, sebbene il successivo movimento della Falange abbia tratto ispirazione da Mussolini. In Germania, lo scontro delle forze rivoluzionarie fu con la struttura di potere esistente: il Soviet di Monaco fu rovesciato dalle truppe regolari di Berlino e da una milizia composta da soldati recentemente smobilitati. Il principale tentativo di rovesciare la Repubblica di Weimar provenne dalla frangia politico-militare-conservatrice: il cosiddetto Putsch di Kapp del 1920 fallì perché i sindacati organizzarono uno sciopero generale e la burocrazia profondamente conservatrice si rifiutò di sottomettersi a un colpo di stato militare. E così via.

Ciò non significa che i movimenti fascisti fossero sconosciuti in Europa. In Francia, il più noto è il Parti populaire français guidato da Jacques Doriot, che al suo apice contava circa 120.000 iscritti. Tuttavia, Doriot era in realtà un ex alto funzionario del Partito Comunista, dal quale ruppe nel 1936. Il PPF non fu mai un partito fascista a tutti gli effetti, sebbene collaborasse attivamente con i tedeschi, e Doriot e altri andarono a combattere in Russia in uniforme tedesca. Ma Doriot era lontano dai centri del potere e non ebbe alcuna influenza né sui drammatici eventi del 1940, né sulle politiche collaborazioniste del governo di Vichy, che riteneva non sufficientemente radicali. All’altro capo dell’Europa, il movimento delle Croci Frecciate guidato da Ferenc Szálasi fu il più importante di una serie di movimenti nazionalisti di ispirazione nazista, che incorporarono in una certa misura caratteristiche fasciste e che godettero di un limitato sostegno popolare alla fine degli anni ’30. Fu tuttavia bandita sotto la dittatura nazional-militare dell’ammiraglio Horthy, e solo nel 1944, quando i tedeschi invasero il paese e rovesciarono il regime, la Croce Frecciata godette di alcuni mesi di un potere sanguinario.

Mi fermo qui, perché voglio ribadire che i miti popolari dei “leader fascisti” “portati al potere” da folle ignoranti sono un’illusione opportunistica di coloro che disprezzano e diffidano della gente comune. Tali leader, laddove detenevano un potere effettivo, venivano generalmente insediati da altri, per caso o semplicemente per pura stupidità; e nessuno più di Adolf Hitler, naturalmente, che dovette la sua ascesa da leader di una setta nazionalista mistica marginale a leader della Germania a una fortuna incredibile e a un’incredibile incompetenza da parte dei suoi oppositori. Anche allora, Hitler, come Mussolini, non ebbe vita facile. Gli industriali, da cui sarebbe dipeso l’importantissimo sforzo bellico futuro, erano estremamente diffidenti nei suoi confronti e nei confronti della sua retorica populista: i più accettabili Goebbels e Göring furono inviati per rassicurarli, garantendo loro che avrebbero mantenuto le loro industrie e i loro profitti. Ma Hitler non dominò mai gli industriali; né, del resto, la Chiesa, né l’esercito, che tentarono di ucciderlo più volte.

Il vero modello di potere e repressione di destra efficace nel ventesimo secolo era in realtà un modello familiare: la presa del potere, sotto nomi come “Rivoluzione Nazionale”, da parte di forze tradizionali che cercavano di rovesciare la democrazia o, come la intendevano loro, di scongiurare il caos. Gli esempi più noti sono la Spagna di Franco, la Francia di Pétain e il Portogallo di Salazar. Ben lontani dal populismo violento e dal fervore rivoluzionario del fascismo, si trattava di regimi autoritari elitari, saldamente fondati sulle tradizionali forze di governo dell’aristocrazia, dell’esercito e della Chiesa (probabilmente non è una coincidenza che tutti questi regimi fossero cattolici). Il che non significa che alcuno di essi abbia semplicemente cercato di tornare a una visione semplicistica del mondo di una generazione prima. La maggior parte aveva un’ideologia di qualche tipo, basata spesso su vaghi concetti di solidarietà nazionale e rinnovamento, talvolta influenzata dalla Dottrina Sociale Cattolica del periodo tra le due guerre, e molti di loro diffidavano delle nuove forze della destra liberale, come quelle presenti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

Infine, fin dall’inizio delle rivendicazioni per gli stati nazionali, sono emersi gruppi nazionalisti estremisti sufficientemente realisti da comprendere che, nella maggior parte dei casi, i confini sarebbero stati definiti con la forza e le popolazioni minoritarie espulse, se non peggio. Era quindi loro compito procurarsi le armi e la spietatezza necessaria affinché il loro “popolo” potesse sopravvivere. Nel corso delle generazioni, questi gruppi sono stati troppi per poterli elencare, figuriamoci analizzare, ma si possono fare due considerazioni generali. In primo luogo, tali gruppi si scindono e si riscindono, e ogni volta che si raggiunge un accordo, di qualsiasi tipo, ne emerge un altro più estremista che lo ripudia e continua a combattere. È un aspetto con cui bisogna convivere. In definitiva, è uno dei tanti e diversi prezzi che paghiamo per avere lo stato nazionale: ci sarà sempre qualcuno insoddisfatto. In secondo luogo, tali gruppi possono essere sanguinari, ma il loro effetto è raramente determinante in assenza di uno dei due seguenti criteri. Il primo è il sostegno bellico di una grande potenza. Ma tali gruppi, in definitiva, dipendono da questo sostegno per la loro sopravvivenza, come si è visto con i gruppi nazionalisti estremisti appoggiati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, nessuno dei quali è durato a lungo. Possono anche essere assimilati nelle strutture di potere esistenti, come nell’Ucraina contemporanea, ma lì non è chiaro chi sia al comando. Occasionalmente possono anche trovarsi accidentalmente nel mezzo di una crisi e aggravarla con attentati o assassinii. L’esempio più lampante è quello dei giovani nazionalisti serbi che assassinarono l’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914.

Si tratta essenzialmente di gruppi nazionalisti di destra, alimentati dall’odio e dalla paura verso altri gruppi e, molto spesso, animati dal desiderio di vendetta per torti presumibilmente subiti dai loro antenati. Negli anni ’60 e ’70, alcuni (come l’IRA) adottarono i discorsi allora in voga della liberazione nazionale e dell’alt-marxismo, soprattutto per cercare di ottenere denaro e armi da paesi come la Libia. Ma quasi per definizione questi gruppi sono di piccole dimensioni (l’IRA probabilmente non ha mai avuto più di poche centinaia di membri attivi contemporaneamente) e per la maggior parte dei paesi odierni rappresentano un problema di ordine pubblico, piuttosto che politico. Non hanno serie possibilità di prendere il potere da nessuna parte.

Non intendo esprimere giudizi di valore come “estremista” in questo contesto, ma concluderò parlando delle origini di alcuni partiti di destra organizzati oggi, tenendo presente che non sono le stesse del passato, né quelle dell’era post-1945. Ed è qui che ci avviciniamo al paradosso centrale, e generalmente sottovalutato, della politica moderna. Ho iniziato parlando, nel contesto della Rivoluzione francese, della tradizionale distinzione tra sinistra e destra: la prima auspicava il cambiamento, a volte rapido, la seconda la continuità, o almeno il minimo cambiamento possibile. A quei tempi, si poteva plausibilmente sostenere che il “cambiamento” fosse nell’interesse della gente comune, mentre l’opposizione al cambiamento poteva essere legittimamente vista come reazionaria. Mentre la sinistra repubblicana si scontrava, spesso violentemente, con il nascente movimento socialista, entrambe concordavano sul fatto che il mondo si stesse muovendo, più o meno, nella giusta direzione. È noto che collaborarono nel governo del Fronte Popolare in Francia nel 1936-37. Ora, sarei tentato di dire che le posizioni si sono invertite. L’attuale Sinistra Repubblicana (il PMC), eternamente legata com’è al cambiamento e all’innovazione senza criterio, accetta acriticamente tutto ciò che è nuovo e diverso, dalla deregolamentazione economica al transessualismo all'”intelligenza artificiale”. Al di fuori del PMC, ovviamente, quasi tutti riconoscono che il mondo sta peggiorando per la gente comune, e un gran numero di persone ne è infelice, alcune in modo violento. Ciononostante, le abitudini radicate da due secoli fanno sì che gli stessi vecchi slogan triti vengano riproposti all’infinito: oscurantista, retrogrado, reazionario, incapace di stare al passo e, naturalmente, “fascista”. È profondamente offensivo dire al figlio di un operaio metallurgico qualificato, la cui fabbrica è stata delocalizzata anni fa, che in qualche modo è colpa sua se tutto ciò che riesce a trovare è un lavoro da scassinatore. Ma questo è ciò che fa il PMC, e spiega buona parte dell’origine della rabbia.

Pertanto, Destra e Sinistra si sono effettivamente scambiate di posto, non come entità politiche organizzate, ma come insiemi di concetti. La Sinistra avanza furiosamente, senza alcuna reale preoccupazione per le conseguenze umane delle sue azioni, e ha inghiottito integralmente e senza nemmeno lamentarsi quelli che un tempo erano i rimedi economici della Destra Liberale. La Destra tradizionale, soprattutto nella sua veste di Democrazia Cristiana post-1945, è in gran parte scomparsa, ma, laddove ancora esiste, si allea di fatto con i socialisti rimasti nel tentativo di salvare ciò che è salvabile. Quindi, per quanto possa sembrare allucinatorio liquidare coloro che cercano di riportare l’industria in patria, difendere i servizi pubblici o migliorare il livello di lettura come provenienti dall'”estrema Destra”, acquista un senso distorto nell’odierno mondo politico speculare, che equipara qualsiasi tipo di cambiamento alla virtù e qualsiasi tipo di resistenza al vizio, etichettando poi tale resistenza come “Fascismo”.

Ciò è possibile solo perché gran parte dell’architettura politica del passato è scomparsa. La sinistra elitaria, istruita e individualista ha preso il sopravvento e in gran parte distrutto i partiti socialisti, il cui populismo e la cui attenzione per la comunità aveva tollerato a malincuore in passato. La competizione per i diritti individuali, le rivendicazioni delle minoranze, reali o presunte, l’imposizione di norme astratte e l’esportazione di tali norme, attraverso pressioni politiche e persino militari, hanno preso il posto delle tradizionali preoccupazioni socialiste per il benessere comune e la vita della gente comune. La destra tradizionale, basata su consuetudini e pratiche, piccole città e comunità locali, la Chiesa e le professioni tradizionali della classe media, è stata conquistata dalla destra neoliberista di finanzieri, speculatori immobiliari e profittatori di ogni genere. Entrambe le tendenze fanno del cambiamento fine a se stesso un feticcio ignorante: la follia dell'”intelligenza artificiale” è semplicemente l’ultima fase della discesa della classe dominante occidentale verso il collasso psicologico.

È questo che rende l’analisi politica contemporanea così distante dalla realtà, e i termini “sinistra” e “destra” sostanzialmente privi di significato. Di fatto, le due tendenze moderne si sono unite in una sorta di Partito Rivoluzionario Permanente, con le sue fazioni e le sue aspre dispute interne. Ora, per l’ultima volta, parlerò brevemente della Rivoluzione Francese, per due motivi. Il primo è che è ancora fortemente caricaturata e usata come argomento contro il potere popolare di ogni tipo. “Oh, c’è stata la presa della Bastiglia seguita dal Terrore”, sebbene questi eventi siano stati separati da anni di cambiamenti politici complessi e catastrofici. I cauti tentativi di riforma dei primi anni cedettero il passo al radicalismo solo quando il re cercò di fuggire all’estero e incoraggiò altre nazioni a invadere il suo paese. Ma in secondo luogo, e questo è più importante, gli ultras tra i giacobini, che acquisirono potere costantemente con l’aggravarsi della crisi, rappresentarono la prima fioritura politica della rivoluzione managerialista che ora è quasi completa in Occidente: erano i PMC dell’epoca.

Mentre i primi anni radicali della Rivoluzione avevano introdotto tutta una serie di riforme che ora diamo per scontate – l’abolizione della schiavitù, i diritti umani fondamentali, la parità tra uomo e donna, il divorzio consensuale e molte altre – si manifestò anche una tendenza verso un arido normativismo, imposto dalla repressione legalistica. Pertanto, i tentativi di breve durata di imporre settimane e mesi decimali, o la chiusura obbligatoria delle chiese e il culto dell’Essere Supremo al loro posto, furono i primi segnali che lo spirito liberale, manageriale, razionale e legalistico stava sfuggendo di mano. È questo, in definitiva, il motivo per cui la vostra organizzazione ha una Dichiarazione di Missione priva di significato e perché ha appena introdotto, con grande clamore, un nuovo sistema di rimborso spese che richiede un video di formazione di quindici minuti, impiega il doppio del tempo per essere utilizzato rispetto al precedente e continua a commettere errori. E naturalmente è stato affidato a terzi. Ma Avanti!: dobbiamo andare avanti. Queste tendenze, prima tenute perlopiù sotto controllo, ora hanno travolto tutto.

La gente comune non gradisce molto questa situazione. I suoi bisogni sono modesti e non è particolarmente interessata a futuri fantastici. Desidera un lavoro con un salario dignitoso, un alloggio decente, cibo a sufficienza, una buona istruzione per i figli, sicurezza nelle strade… È attraverso la fornitura, o la facilitazione, di queste cose che gli Stati acquisiscono legittimità, ed è attraverso la loro assenza che la perdono. (Se vi siete mai trovati in un Paese in cui lo Stato ha perso la sua legittimità, non avrete fretta di tornarci.) Alla domanda “Perché dovrei obbedire allo Stato?”, l’unica risposta sensata è, con Spinoza, “Perché è nel mio interesse farlo”. Nemmeno lo Stato più repressivo del mondo può impedire alle persone di passare con il semaforo rosso, di evadere le tasse o di rubare nei supermercati. La società funziona solo perché accettiamo di rispettare regole scritte e non scritte, in cambio delle quali lo Stato offre la sua protezione.

Nelle ultime settimane è diventato terribilmente evidente che lo Stato non è in grado di offrire questa protezione quando le regole e le norme informali iniziano a sgretolarsi. Questo era in qualche modo già noto, ma si poteva ignorare finché il problema rimaneva circoscritto alle periferie più povere. Ora, si è insinuato anche nei centri delle grandi città, comprese diverse in Francia. Le forze dell’ordine francesi non sono mai state così deboli, non solo in termini di numero, ma anche di capacità, soprattutto dopo una serie di riforme mal concepite. E sebbene anche le grandi manifestazioni siano gestibili (finora si sono svolte tutte pacificamente), è chiaro che anche un numero relativamente piccolo di teppisti può paralizzare una città, agendo in piccoli gruppi e devastando e saccheggiando. Questo pomeriggio ho visto i negozianti del centro della mia città barricare le vetrine in previsione delle rivolte previste per sabato prossimo. Non si fidano più dello Stato per la loro protezione, e hanno ragione.

Curzio Malaparte, che ho già menzionato, è l’autore del famigerato ” Technique du Coup d’état” , pubblicato per la prima volta in Francia perché era impossibile farlo in Italia. Dimenticate i movimenti di massa e l’assalto alle barricate, diceva, le rivoluzioni sono un processo tecnico condotto da piccoli gruppi di professionisti qualificati. Il suo libro è un manuale pratico, ma per i nostri scopi è la sua conclusione principale ad essere la più devastante: “Le democrazie parlamentari commettono l’errore di riporre troppa fiducia nei trionfi della libertà, mentre in realtà nulla è più fragile del moderno Stato europeo”. E gli Stati nel 1931 erano più forti di quanto lo siano ora, e anche i controlli e le norme sociali informali erano infinitamente più forti.

Probabilmente assisteremo alla formazione di gruppi di autodifesa, pattuglie di vigilantes con cani e gruppi WhatsApp di militari e poliziotti in pensione. In Francia circolano parecchie armi. E ovviamente alcune attività commerciali chiuderanno o si trasferiranno in zone più sicure. Nemmeno i ricchi saranno esenti: le guardie di sicurezza private pagate con il salario minimo non si sacrificheranno per proteggere palazzi di lusso (per lo più vuoti), negozi di antiquariato o grandi magazzini. (Un importante grande magazzino di Parigi è già stato saccheggiato). Ci stiamo avvicinando al punto in cui il denaro, in quanto tale, non offrirà più protezione: al massimo potrà aiutarti a correre più veloce. I magnati della tecnologia perderanno gran parte della loro ricchezza nel prossimo crollo dell'”intelligenza artificiale”, e con essa gran parte della loro influenza politica. Non saranno loro i nostri nuovi governanti.

Il potere effettivo potrebbe iniziare a spostarsi piuttosto rapidamente dalle mani dei politici che gesticolano. Eppure questi continueranno a gesticolare, a ripetere le stesse banalità e ad agire come se contassero qualcosa, mentre le acque intorno a loro si alzano. Tutto ciò sembra così controintuitivo che si può quasi capire perché le teorie del complotto sul controllo (il Gruppo Bilderberg, gli alieni di Zeta Reticuli) siano popolari in certi ambienti. Ma ahimè, non c’è niente di nuovo: i politici convenzionali, solidi e tradizionali degli anni ’30 fecero esattamente la stessa cosa: ostinatamente tagliarono la spesa pubblica in piena recessione, anche mentre la disoccupazione esplodeva. Il potere, a livello locale, si sposterà probabilmente verso gruppi e movimenti ad hoc etichettati come di destra, meno per la loro forza intrinseca che per la sacra tradizione della sinistra incapace di organizzare persino una festa in una birreria. Malaparte aveva ragione sulla fragilità degli stati moderni, come sa bene chiunque abbia lavorato al loro interno, sebbene ai suoi tempi la criminalità organizzata fosse meno potente e non esistessero gruppi islamisti radicali.

Ma le comunità che si organizzano per la propria protezione, che organizzano pattuglie e chiedono documenti d’identità perché non si fidano più dello Stato, saranno accolte con le inevitabili grida di “Fascismo!”, come se fossero loro stesse il problema. Da qui al 2027, le elezioni (se mai si terranno) saranno considerate “minacciate dal fascismo”, ovvero minacciate dal populismo, che a sua volta equivale a dire minacciate dalla democrazia. Ma la vera minaccia è psicologica: il patto di sicurezza implicito con lo Stato, mai formalmente riconosciuto, ha cominciato a sgretolarsi e nessuno sa dove ci porterà.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

La trasformazione dell’integrazione europea in un momento di svolta storica: caratteristiche, forze motrici e prospettive, di Ding Chun

La trasformazione dell’integrazione europea in un momento di svolta storica: caratteristiche, forze motrici e prospettive.

14 settembre 2026

Un saggio illuminante circa la postura della dirigenza cinese nei confronti non solo dell’Unione Europea, ma anche degli Stati Uniti e della Russia stessa, sino a certificare la qualità e i limiti del sempre più stretto sodalizio tra Cina e Russia. Occorre, però, sottolineare la provenienza degli autori, nella fattispecie l’area di Shangai. Al momento non ho cercato informazioni sugli autori, ma l’area è quella storicamente più intrecciata ai circuiti politico-economici statunitensi e la cui classe dirigente ne ha subito maggiormente l’influenza. Sta di fatto che il saggio dedica solo due striminzite parole a margine sulla stretta dipendenza degli apparati della UE dagli Stati Uniti, precisamente da una parte specifica della sua leadership; non dedica nessuna attenzione e riferimento alla postura russofoba e alla dichiarata e ossessiva ostilità alla Russia della UE; ritiene sostanzialmente positivo e promettente il processo di trasformazione che stanno portando avanti la dirigenza europea e, soprattutto, le classi dirigenti degli stati europei, pur sempre più autoreferenziali e contestate al loro interno, frenato in parte solo dai problemi legati all’eccessivo allargamento degli ultimi tre decenni. Si potrebbero fare molte congetture sulla natura opportunistica della postura cinese, sia essa di facciata o sostanziale. Sta di fatto che conferma due caratteristiche essenziali della politica estera cinese: da una parte la priorità assegnata alle attività commerciali con l’Unione; dall’altra che le relazioni con la Russia non sono di stretta alleanza, ma seguono una direzione simile su strade parallele. Il che induce ad ulteriori riflessioni sulla natura dei BRICS e sulla differenza sostanziale che si determinerà tra questi e le alleanze politiche che delineeranno all’interno e all’esterno di essi. Non è un caso che sia la dirigenza russa a spingere maggiormente in questo senso, vedi i suoi crescenti propositi euroasiatici, mentre la Cina, pur premunendosi militarmente da un possibile scontro aperto con gli Stati Uniti, mantenga una postura “multilaterale” alla quale ha legato ancora la prosperità della sua economia, fonte anch’essa di crescenti squilibri nel mondo. Giuseppe Germinario

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[Abstract]Dalla crisi ucraina del 2022, l’integrazione europea è entrata in un periodo di trasformazione. Questo documento esamina le caratteristiche principali dell’integrazione europea durante questo periodo da tre prospettive: espansione, approfondimento e funzionamento, ne analizza le forze trainanti e ne valuta le prospettive e la futura posizione internazionale dell’Europa. Il documento sostiene che, dal 2022, la logica dell’espansione dell’integrazione si è spostata da un approccio basato sulle condizioni a uno basato sulla strategia, l’attenzione dell’approfondimento dell’integrazione si è spostata dal coordinamento basato sulle regole allo sviluppo delle capacità e le caratteristiche dei modelli operativi di integrazione differenziati sono diventate più evidenti. La trasformazione dell’integrazione europea è guidata sia da contraddizioni strutturali interne che da shock geopolitici esterni. I fattori interni includono l’esaurimento dei dividendi di crescita del vecchio modello, la dipendenza da forniture di sicurezza esterne e l’accumulo di contraddizioni istituzionali e sistemiche; i fattori esterni includono l’escalation della crisi ucraina, gli aggiustamenti nell’orientamento strategico degli Stati Uniti e i cambiamenti nel panorama della concorrenza industriale globale. Guardando al futuro, la natura prolungata delle crisi che interessano l’Europa e l’intrinseca resilienza accumulata attraverso l’integrazione continueranno a guidare la trasformazione; Tuttavia, il dilemma tra azione collettiva e dipendenza esterna a lungo termine influenzerà la velocità e la profondità della trasformazione. Con maggiori capacità collettive, ci si aspetta che l’UE partecipi agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile, svolgendo un ruolo più autonomo e costruttivo nell’ordine regionale e nella governance economica globale.

[Parole chiave]Integrazione europea, crisi ucraina, riforma dell’UE, autonomia strategica, integrazione differenziata

[Biografie degli autori]Ding Chun, professore presso l’Istituto di Economia Mondiale, Università di Fudan; ricercatore presso l’Istituto per l’iniziativa Belt and Road e la governance globale; titolare della cattedra Jean Monnet, UE (Shanghai, CAP: 200433); Huang Kaiyue, dottorando presso l’Istituto di Studi Internazionali, Università di Fudan (Shanghai, CAP: 200433)

La trasformazione dell’integrazione europea in un’“epoca di svolta”: caratteristiche, motivazioni e prospettive * Ding Chun, Huang Kaiyue [Sintesi]

A partire dalla crisi ucraina del 2022, l’integrazione europea è entrata in una fase di trasformazione. Il presente articolo esamina le caratteristiche fondamentali dell’integrazione europea in questa fase di transizione da tre prospettive: espansione, approfondimento e funzionamento; ne analizza le motivazioni e ne valuta le prospettive future, nonché il futuro ruolo internazionale dell’Europa. Il presente articolo sostiene che, a partire dal 2022, la logica di espansione dell’integrazione sia passata da una dimensione determinata dalle condizioni a una guidata da considerazioni strategiche, mentre il baricentro dell’approfondimento dell’integrazione si sia spostato dal coordinamento normativo allo sviluppo delle capacità; inoltre, le caratteristiche dei modelli operativi di integrazione differenziata sono diventate più evidenti. La trasformazione dell’integrazione europea è guidata sia da contraddizioni strutturali interne che da shock geopolitici esterni. Tra i fattori interni figurano l’esaurimento dei dividendi di crescita del vecchio modello, la dipendenza esterna in materia di sicurezza e l’accumulo di contraddizioni nei meccanismi istituzionali; tra i fattori esterni figurano l’escalation della crisi ucraina, l’adeguamento dell’orientamento strategico degli Stati Uniti e i cambiamenti nel panorama della concorrenza industriale globale. In prospettiva, la cronicizzazione delle crisi nei paesi limitrofi dell’Europa e la resilienza intrinseca accumulata dall’integrazione continueranno a promuovere la trasformazione dell’integrazione; il dilemma dell’azione collettiva e la dipendenza esterna di lungo periodo influenzeranno invece la velocità e la profondità di tale trasformazione. Con il rafforzamento delle capacità comuni, l’Unione Europea potrà presumibilmente partecipare agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile, svolgendo un ruolo più autonomo e costruttivo nell’ordine regionale e nella governance economica globale.

【Parole chiave】 Integrazione europea, crisi ucraina, strategia di riforma dell’UE, autonomia strategica, integrazione differenziata

【Biografia degli autori】 Ding Chun, professore presso l’Istituto di Economia Mondiale dell’Università di Fudan, ricercatore presso l’Istituto di Ricerca sulla «Belt and Road» e sulla governance globale, titolare della cattedra Jean Monnet dell’UE (Shanghai, CAP: 200433); Huang Kaiyue, dottorando presso l’Istituto di Ricerca sugli Affari Internazionali dell’Università di Fudan (Shanghai, CAP: 200433)

【Codice di classificazione cinese】 D850 【Codice di identificazione della pubblicazione】 A 【Numero dell’articolo】 1006-1568-(2026)05-0001-24 【Codice DOI】 10.13851/j.cnki.gjzw.202605001

* Il presente articolo costituisce un risultato intermedio del progetto “Implicazioni per la Cina e raccomandazioni strategiche derivanti dalla governance dell’Unione Europea in materia di intelligenza artificiale” (SIIFE 2025-001) dell’Istituto di Ricerca Internazionale in Finanza ed Economia di Shanghai (Programma “Gao Feng”) e del progetto finanziato dal Centro di Ricerca sulla Civiltà Industriale Tedesca dell’Università di Tecnologia di Shenzhen, base di ricerca prioritaria in scienze umane e sociali della città di Shenzhen.
Con l’inizio del terzo decennio del XXI secolo, i cambiamenti epocali in atto da un secolo si stanno accelerando e il contesto interno ed esterno dell’Europa ha subito profondi mutamenti. Sul piano della sicurezza, la crisi ucraina si è completamente inasprita, con gravi ripercussioni sull’ordine di sicurezza europeo; sul piano economico, l’Europa è sprofondata in una situazione di bassa crescita, con una ripresa economica che procede a fatica; sul piano tecnologico, l’Europa non è riuscita a cogliere le opportunità offerte dalla nuova ondata di rivoluzione industriale, vedendo così compromessi i propri tradizionali vantaggi nel settore manifatturiero; sul piano sociale, l’invecchiamento demografico e la questione dei rifugiati continuano ad accrescere la pressione sui sistemi di sicurezza sociale dei paesi europei basati sul welfare; sul piano politico, le forze populiste continuano a rafforzarsi in diversi paesi, aggravando la frammentazione politica all’interno dell’Unione Europea. Sotto il peso di queste molteplici pressioni, l’Europa sta affrontando la prova più ardua dalla fine della Guerra Fredda.

Per comprendere appieno l’attuale situazione di stallo e i cambiamenti che l’Europa sta affrontando, l’integrazione rappresenta la lente di osservazione più diretta.

L’integrazione costituisce il fondamento istituzionale della prosperità e della stabilità europee; essa ha permesso all’Unione Europea di diventare un polo importante nel panorama economico mondiale e un attore determinante nella definizione delle regole del sistema di governance globale. Le carenze emerse nelle capacità dell’Europa durante le crisi successive sono, per lo più, riconducibili alle lacune dell’integrazione in settori specifici. A partire dal 2022, l’integrazione europea è entrata in una fase di transizione. L’Unione Europea sta attuando intensi adeguamenti in settori in cui i progressi dell’integrazione sono stati a lungo lenti, quali l’allargamento, la difesa e la politica fiscale; tali adeguamenti, che abbracciano diversi ambiti fondamentali e comportano una ridefinizione del modello operativo dell’integrazione, superano per ampiezza e intensità le singole iniziative puntuali guidate dalle crisi del passato.

Il tema di ricerca del presente articolo è: quali sono le caratteristiche fondamentali dell’integrazione europea in questa fase di transizione? Da quali fattori è guidata tale transizione? Quali sono le prospettive di tale transizione e quale impatto avrà sulla posizione internazionale dell’Europa?

Di seguito si prenderà come punto di partenza per lo studio della fase di transizione dell’integrazione l’escalation della crisi ucraina del 2022, integrando nell’analisi, come contesto preliminare, la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina e l’impatto della pandemia di COVID-19.

I. Formulazione del problema

Attualmente, nel mondo accademico si discute ampiamente della trasformazione e dei cambiamenti dell’integrazione europea. Le ricerche in materia possono essere suddivise in tre categorie, che rispondono rispettivamente alle domande: perché l’integrazione sta cambiando, in quale direzione sta cambiando e in quale forma sta cambiando.

La prima categoria di studi si concentra sulle dinamiche del cambiamento, interpretando l’integrazione come un processo guidato dalle crisi. Alcuni studiosi hanno messo in luce i meccanismi generali alla base di tale dinamica, sostenendo che le crisi spingono l’integrazione in avanti, ma che le riforme da esse promosse spesso non sono radicali. Ad esempio, il quadro analitico rappresentativo del «failing forward» (andare avanti fallendo) ritiene che la progettazione istituzionale dell’Unione Europea presenti difetti intrinseci; le crisi ne mettono in luce la concentrazione, mentre gli Stati membri promuovono riforme incomplete con compromessi minimi, e l’incompletezza delle riforme getta a sua volta le basi per la crisi successiva. ① L’analisi condotta dal mondo accademico sulle riforme della governance economica dell’Unione Europea successive alla crisi del debito europeo conferma tale valutazione: le misure correttive generate dalla crisi hanno alleviato l’urgenza del momento, ma i difetti istituzionali di fondo non sono stati eliminati. ② Altri studiosi si sono concentrati sull’analisi delle condizioni che determinano gli effetti delle crisi, sottolineando che non è certo che queste possano promuovere un approfondimento dell’integrazione. La crisi del debito europeo ha favorito la creazione di nuove istituzioni, mentre la crisi dei rifugiati non ha comportato quasi alcun progresso in termini di integrazione; tale differenza dipende dai costi irrecuperabili dei sistemi esistenti e dal grado di interdipendenza tra gli Stati membri; inoltre, dati provenienti da campioni di ampia portata dimostrano ulteriormente che gli effetti delle pressioni di crisi variano notevolmente a seconda dell’ambito tematico e del contesto nazionale. ③ In seguito all’escalation della crisi ucraina, questo filone analitico ha subito un’estensione. Studi comparativi hanno rilevato differenze significative nella logica di risposta dell’Unione Europea durante la pandemia di COVID-19 rispetto a quella adottata durante la crisi ucraina; la tradizionale tesi secondo cui le crisi forgiano l’integrazione necessita quindi di una nuova valutazione. ④

Una seconda categoria di studi si concentra sulla direzione della trasformazione dell’integrazione, sostenendo che l’Unione Europea si stia trasformando da forza normativa (regulatory power) ad attore geopolitico. Tre elementi sostengono tale valutazione: in primo luogo, l’attenzione è rivolta allo spostamento del baricentro funzionale. L’integrazione in ambiti quali la difesa, la finanza e la gestione delle frontiere – definiti «poteri statali fondamentali» (core state powers) – segue una logica politica distinta da quella basata sull’integrazione di mercato; le pressioni militari derivanti dalla crisi ucraina stanno spingendo verso una concentrazione di tali poteri a livello delle istituzioni dell’Unione Europea. ⑤ In secondo luogo, l’attenzione è rivolta alla trasformazione degli strumenti politici. Fattori quali la nuova rivoluzione industriale, la competizione tra grandi potenze e la recessione economica globale stanno determinando un forte ritorno della politica industriale, mentre alle politiche commerciali e di investimento vengono attribuite caratteristiche geopolitiche. Il paradigma di governance economica dell’UE si sta di conseguenza ridefinendo e l’Unione sta integrando la propria politica estera all’insegna della «sovranità europea» e dell’autonomia strategica.⑥ In terzo luogo, l’attenzione è rivolta al cambiamento degli attori. La Commissione europea sta entrando in ambiti tradizionalmente intergovernativi avvalendosi di strumenti industriali e di bilancio, mentre la cooperazione in materia di difesa mostra una tendenza alla sovranazionalità. ① La terza categoria di studi si concentra sull’andamento della transizione dell’integrazione, ritenendo che gli accordi differenziati stiano diventando la modalità operativa normale dell’integrazione europea. I lavori descrittivi tracciano sistematicamente la distribuzione delle differenze nei livelli di integrazione tra i settori politici e gli Stati membri, sottolineando che tali accordi differenziati potrebbero cristallizzarsi in un assetto istituzionale di coesistenza a lungo termine. ② I lavori interpretativi si concentrano sull’analisi delle cause di tali differenze, ritenendo che diverse combinazioni di benefici economici e adesione alle norme abbiano plasmato l’orientamento degli Stati membri nei confronti dell’integrazione. ③ La «de-integrazione differenziata» rappresentata dalla Brexit dimostra che le differenze possono anche trasformarsi in forze centrifughe. ④ Gli studi di natura espansiva estendono lo sguardo oltre i confini dell’Unione Europea, introducendo il concetto di «integrazione differenziata esterna» (external differentiated integration) per esaminare gli accordi differenziati che consentono ai paesi terzi di partecipare al quadro di integrazione; essi ritengono che l’Unione Europea stia sostituendo la divisione binaria tra Stati membri e paesi terzi con una gerarchia di adesione, fornendo così un approccio operativo per gestire gli stati intermedi di adesione. ⑤

Le ricerche sopra citate dimostrano che l’integrazione europea non procede in modo lineare secondo un progetto prestabilito, ma che gli shock causati dalle crisi e le differenze interne ne costituiscono lo stato normale. Tuttavia, le ricerche esistenti presentano ancora alcune lacune. In primo luogo, i tre tipi di studi si concentrano su aspetti distinti tra loro. Manca un’analisi globale, nell’ambito di un quadro unificato, dei cambiamenti relativi all’allargamento, all’approfondimento e alle modalità di funzionamento, il che rende difficile illustrare la sistematicità della trasformazione dell’integrazione a partire dal 2022. In secondo luogo, l’analisi empirica presenta un ritardo. La base empirica della maggior parte dei risultati si ferma al periodo precedente al 2022 o alle prime fasi della crisi ucraina, mentre manca una sintesi sistematica delle nuove pratiche emerse in modo massiccio in seguito. In terzo luogo, l’analisi dei meccanismi è scollegata dalla valutazione d’insieme. Inoltre, sono pochi gli studi che collegano i cambiamenti dei meccanismi alla situazione complessiva dell’Europa e al suo status internazionale, e sono relativamente scarse anche le valutazioni prospettiche sull’andamento della transizione.

Il presente articolo considera l’integrazione europea dal 2022 in poi come un processo di trasformazione olistico; esamina i cambiamenti dei meccanismi di integrazione in un quadro unificato, analizza sistematicamente le pratiche di integrazione emerse dopo la crisi ucraina e le collega alla posizione dell’Europa nel sistema internazionale e alle sue prospettive di sviluppo, al fine di formulare una valutazione completa.

II. Caratteristiche fondamentali della trasformazione dell’integrazione europea

Da quando, nel 2022, l’Europa ha vissuto una «svolta epocale» (Zeitenwende), il baricentro politico e le modalità operative dell’integrazione europea hanno subito cambiamenti piuttosto evidenti. La politica di allargamento dell’integrazione ha assunto una funzione geostrategica più rilevante, mentre l’approfondimento interno si è orientato verso lo sviluppo di capacità in settori quali l’industria, la difesa, la sicurezza sociale e la gestione dell’immigrazione; il funzionamento dei meccanismi, dal canto suo, ha manifestato caratteristiche più evidenti di flessibilità e di integrazione differenziata. (1) Allargamento dell’integrazione: dall’adesione «condizionata» all’adesione geostrategica

Prima del 2022, l’allargamento dell’Unione Europea seguiva la logica della «condizionalità» (Conditionality). I paesi candidati dovevano attuare riforme sostanziali in ambiti quali la politica, lo Stato di diritto e l’economia, raggiungendo i criteri di Copenaghen stabiliti nel 1993, per poter completare gradualmente il processo di adesione; tutti i precedenti allargamenti dell’Unione Europea hanno sostanzialmente seguito questo quadro di riferimento. A partire dal 2022, la dimensione geopolitica della politica di allargamento si è notevolmente rafforzata. Nella dichiarazione rilasciata nel 2023 in occasione del vertice dei leader della Comunità politica europea (European Political Community), l’allargamento dell’UE è stato definito un «investimento geostrategico» a favore della pace, della sicurezza, della stabilità e della prosperità. ① In primo luogo, il processo di allargamento è passato da una fase di stallo e stagnazione a una di ripresa e accelerazione. Dopo l’adesione della Croazia nel 2013, nell’Unione Europea si è manifestata una «stanchezza da allargamento» (enlargement fatigue), che ha portato a dieci anni consecutivi senza l’ammissione di nuovi membri. Il percorso di adesione dei Paesi dei Balcani occidentali procedeva a rilento, mentre quello della Turchia era sostanzialmente congelato. A partire dal 2022, questa situazione di stallo è cambiata in modo evidente. Nel giugno dello stesso anno, il Consiglio europeo ha concesso all’Ucraina e alla Moldavia lo status di paesi candidati all’adesione. Nel giugno 2024, l’Unione europea ha avviato formalmente i negoziati di adesione con l’Ucraina e la Moldavia. Il 15 giugno 2026, il processo di adesione di entrambi i paesi è passato ufficialmente dalla fase dei negoziati sul quadro politico a quella dei negoziati sui capitoli specifici. ② Nel contempo, è stato riattivato anche il processo di allargamento nella regione dei Balcani occidentali. Il Montenegro è attualmente il paese candidato che sta registrando i progressi più rapidi e si prevede che aderisca all’Unione nel 2028.① Anche i negoziati di adesione con l’Albania e la Macedonia del Nord hanno subito un netto acceleramento. Da ciò si evince che l’allargamento è tornato a occupare una posizione di rilievo nell’agenda decisionale dell’Unione Europea.

Tabella 1: Processo di adesione nella regione dei Balcani occidentali e in alcuni paesi partner dell’Europa orientale (al giugno 2026)

Paese/Regione Data di presentazione della domanda Data di acquisizione dello status di paese candidato Data di avvio dei negoziati di adesione Risultati raggiunti dal febbraio 2022 Ucraina 28/02/2022 23/06/2022 25/06/2024 Ha completato rapidamente il passaggio da paese richiedente a paese candidato, è entrata nella fase dei negoziati sui capitoli. Moldavia 3 marzo 2022 23 giugno 2022 25 giugno 2024 Ha completato rapidamente il passaggio da paese richiedente a paese candidato ed è entrata nella fase dei negoziati sui capitoli. Georgia 3 marzo 2022 14 dicembre 2023 — Ha compiuto rapidamente il passaggio da paese richiedente a paese candidato, ma a causa dei cambiamenti nella situazione politica interna, il processo di adesione è in stallo dal 2024. Albania 28.4.2009 23.6.2014 19.7.2022 I negoziati di adesione, rimandati per molti anni, sono stati ufficialmente avviati, è pronta ad affrontare la fase finale dei negoziati sui capitoli. Bosnia-Erzegovina 15 febbraio 2016 15 dicembre 2022 21 marzo 2024 Le è stato concesso lo status di paese candidato e sono stati avviati formalmente i negoziati di adesione, ma, a causa della situazione politica interna, non sono ancora stati avviati i negoziati sul quadro politico. Montenegro 15 dicembre 2008 17 dicembre 2010 17 dicembre 2010 29 giugno 2012 I negoziati hanno subito una notevole accelerazione; sono stati completati i negoziati su quasi la metà dei capitoli e l’adesione è prevista per il 2028. Macedonia del Nord 22 marzo 2004 17 dicembre 2005 19 luglio 2022 I negoziati di adesione, rimandati per molti anni, sono stati avviati ufficialmente, è stata completata la procedura di valutazione per l’adesione Serbia 22 dicembre 2009 1 marzo 2012 21 gennaio 2014 A causa dei legami ancora stretti tra la Serbia e la Russia, i negoziati sono giunti a un punto morto Kosovo ① 15 dicembre 2022 — — — Fonte: Huang Kaiyue, Gu Mingfei: «Analisi della trasformazione delle politiche di Stati Uniti, Europa e Russia nei Balcani occidentali in una prospettiva geostrategica», Ricerche di geografia mondiale, anno 2025, n. 3, pag. 90
In secondo luogo, i paesi destinatari dell’allargamento si sono estesi dai Balcani occidentali ai paesi del Partenariato orientale (Eastern Partnership). Prima del 2022, l’agenda di allargamento dell’integrazione europea era concentrata nella regione dei Balcani occidentali. L’Ucraina e la Moldavia, invece, erano state a lungo incluse nell’ambito della Politica europea di vicinato (European Neighbourhood Policy) e non erano state inserite nel percorso centrale dell’agenda di allargamento. A partire dal 2022, l’ambito di allargamento dell’Unione Europea si è notevolmente ampliato, dando vita a una struttura a due binari paralleli. Il binario occidentale è rivolto ai Balcani occidentali e procede gradualmente in base ai progressi delle riforme nei paesi della regione. Il binario orientale è rivolto ad alcuni paesi del Partenariato orientale; sebbene il ritmo di avanzamento sia più rapido, per i paesi candidati risulta più difficile attuare le riforme in un contesto di crisi. Il rapido avanzamento dell’agenda ucraina ha suscitato timori di emarginazione nei paesi dei Balcani occidentali, costringendo oggettivamente i paesi della regione ad accelerare il proprio percorso di adesione.

In terzo luogo, il percorso di allargamento è passato dal raggiungimento di standard globali all’integrazione graduale. Il modello tradizionale di allargamento prevedeva soglie istituzionali ben definite, che richiedevano ai paesi candidati di completare tutti i capitoli negoziali e soddisfare tutti i criteri di adesione prima di poter entrare formalmente a far parte dell’Unione. Prima di ciò, i paesi candidati difficilmente potevano partecipare in modo sostanziale al sistema politico dell’Unione. Dal 2022, l’integrazione graduale (gradual integration) è diventata un’importante direzione di innovazione politica. Ai paesi candidati è consentito partecipare in fasi successive a parte del sistema politico dell’UE prima dell’adesione formale, ottenendo in anticipo i benefici istituzionali. Ad esempio, sia il Piano di crescita per i Balcani occidentali (Growth Plan for the Western Balkans), per un importo complessivo di 6 miliardi di euro, sia il Meccanismo di assistenza per l’Ucraina (Ukraine Facility), per un importo complessivo di 50 miliardi di euro, incarnano questa logica. ② Il percorso di allargamento basato sull’integrazione graduale offre incentivi graduali ai paesi candidati, consentendo al contempo all’Unione europea di intervenire in una fase più precoce nella governance economica e nella costruzione della sicurezza di tali paesi. Questo percorso rende meno netti i confini tradizionali tra Stati membri e paesi candidati, creando una zona intermedia tra la piena adesione e le relazioni di buon vicinato.

(II) Approfondimento dell’integrazione: dal coordinamento normativo al rafforzamento delle capacità

Fino al 2022, il fulcro dell’approfondimento dell’integrazione europea si è concentrato sul livello del coordinamento normativo. La governance economica era incentrata sull’eliminazione delle barriere alla circolazione interna e sulla definizione di regole comuni per il mercato unico. Le politiche sociali sono state a lungo guidate dai singoli Stati membri, mentre le politiche comuni a livello dell’Unione Europea erano relativamente limitate; la cooperazione in materia di difesa si basava principalmente sul coordinamento intergovernativo; la gestione dell’immigrazione e dell’asilo presentava invece carenze in termini di accordi di governance comune.

Dal 2022, lo sviluppo delle capacità ha sostituito l’armonizzazione delle norme come direzione principale dell’approfondimento dell’integrazione europea; in diversi ambiti, l’Unione Europea ha spostato i propri obiettivi politici dalla convergenza normativa alla mobilitazione e all’utilizzo di risorse comuni. In primo luogo, la governance economica si è orientata verso lo sviluppo delle capacità in materia di competitività e sicurezza. L’integrazione economica dell’Unione Europea si è a lungo concentrata sul perfezionamento delle norme, sfruttando le economie di scala attraverso regole uniformi. Dal 2022, le questioni relative alla competitività e alla sicurezza economica sono rapidamente diventate priorità nel processo decisionale dell’Unione Europea. A livello di mercato, la riforma del mercato unico pone l’accento sul sostegno all’aggiornamento industriale e alla sovranità tecnologica. Nell’aprile 2024, il rapporto «Much More Than a Market» (noto anche come «Rapporto Letta»), pubblicato dal Consiglio dell’Unione Europea, ha proposto di promuovere un’integrazione profonda nei tre settori della finanza, dell’energia e delle telecomunicazioni, sostenendo inoltre l’istituzione della libera circolazione della conoscenza come «quinta libertà» del mercato unico. ① Nel settembre dello stesso anno, la relazione «Il futuro della competitività europea» (The Future of European Competitiveness, nota anche come «relazione Draghi») pubblicata dalla Commissione europea ha definito la crisi di competitività che l’Europa sta affrontando come una «sfida esistenziale» (existential challenge), proponendo un aumento annuo degli investimenti compreso tra circa 750 e 800 miliardi di euro. ② A livello industriale, sono stati varati in successione il «Critical Raw Materials Act» (Legge sulle materie prime critiche) e il «Net-Zero Industry Act» (Legge sull’industria a zero emissioni nette); i meccanismi di controllo sugli investimenti esteri sono stati ulteriormente inaspriti e il «Foreign Subsidies Regulation» (Regolamento sui sussidi esteri) è entrato pienamente in vigore, rendendo sempre più sistematico il «kit di strumenti» dell’UE per la sicurezza economica.

A livello fiscale, ha preso forma in via preliminare lo strumento finanziario comune. Il programma «Next Generation EU» ha effettuato per la prima volta, a nome dell’Unione europea, un’emissione di debito su larga scala sui mercati dei capitali, per un importo complessivo di circa 800 miliardi di euro, creando un precedente istituzionale per il modello di finanziamento congiunto. ③ Il piano di finanziamento degli armamenti «Security Action for Europe», elaborato dall’Unione europea nel maggio 2025, mette a disposizione degli Stati membri prestiti a lungo termine per un importo massimo di 150 miliardi di euro, estendendo lo strumento finanziario comune al settore della difesa. ① A livello energetico, il baricentro delle politiche si è spostato dal perfezionamento delle regole di concorrenza alla garanzia della sicurezza dell’approvvigionamento. Il piano «REPowerEU» mira a rafforzare la capacità dell’Unione europea di resistere agli shock energetici attraverso appalti congiunti, lo stoccaggio obbligatorio di gas, la gestione della domanda e la riforma del mercato dell’energia elettrica. ②

In secondo luogo, la politica sociale pone maggiore enfasi sullo sviluppo di capacità di protezione comune. La politica sociale è stata a lungo di competenza dei singoli Stati membri, mentre il ruolo dell’Unione europea si limitava al coordinamento e alla formulazione di raccomandazioni. Il piano d’azione «Pilastro europeo dei diritti sociali» (European Pillar of Social Rights), varato nel 2017, pur avendo stabilito un quadro di principi, era per lo più di natura non vincolante e privo di forza esecutiva. A partire dal 2022, l’aumento dei prezzi dell’energia e le pressioni inflazionistiche hanno aggravato il carico sulle condizioni di vita dei cittadini, determinando un netto aumento dell’importanza attribuita alle questioni sociali; l’Unione europea ha quindi promosso, attraverso la legislazione, una convergenza verso standard sociali più elevati tra gli Stati membri. Nell’ottobre 2022, la «Direttiva sui salari minimi adeguati» (Adequate Minimum Wages Directive) ha imposto agli Stati membri di perfezionare i meccanismi di fissazione e aggiornamento del salario minimo. Nel 2023, la «Raccomandazione sul reddito minimo adeguato» (Recommendation on Adequate Minimum Income) ha ulteriormente richiesto agli Stati membri di garantire un reddito minimo alla popolazione, tutelando le condizioni di vita fondamentali delle fasce vulnerabili. ③ La «Direttiva sulla trasparenza salariale» (Pay Transparency Directive) e la «Direttiva sul lavoro sulle piattaforme» (Platform Work Directive) si concentrano invece ulteriormente sulle questioni più rilevanti del mercato del lavoro, rafforzando rispettivamente la parità retributiva di genere e la tutela dei diritti dei lavoratori delle piattaforme. ④ La legislazione sopra citata sottolinea l’obiettivo dell’armonia sociale, stabilendo una soglia minima comune per la sicurezza sociale degli Stati membri, alleviando efficacemente la pressione sul tenore di vita e mantenendo la stabilità sociale di fronte all’impatto delle crisi.

In terzo luogo, la cooperazione in materia di difesa si sta orientando verso la costruzione di un quadro istituzionale. La cooperazione in materia di difesa all’interno dell’Unione Europea è rimasta a lungo limitata al coordinamento dei meccanismi e ad azioni su piccola scala. Dal 2022, la difesa è diventata il settore in cui l’integrazione procede più rapidamente. La spesa per la difesa degli Stati membri è aumentata di oltre il 50% in tre anni, passando da circa 218 miliardi di euro nel 2021 a 343 miliardi di euro nel 2024, per avvicinarsi ai 400 miliardi di euro nel 2025. ① Il cambiamento più significativo si è verificato a livello istituzionale. Nel 2023, la Commissione europea ha adottato successivamente l’«Act in Support of Ammunition Production» (Legge a sostegno della produzione di munizioni) e l’«European Defence Industry Reinforcement Through Common Procurement Act» (Legge sul rafforzamento dell’industria della difesa europea attraverso gli appalti comuni), aggirando i vincoli del Trattato che vietano il finanziamento delle spese per operazioni militari a carico del bilancio dell’Unione europea e convogliando i fondi dell’Unione nei settori dell’industria della difesa e degli appalti comuni. ② Nell’ottobre 2025, l’Unione europea ha pubblicato la «Tabella di marcia per la prontezza alla difesa 2030» (Defence Readiness Roadmap 2030), proponendo di aumentare la quota degli appalti comuni, rafforzare la capacità di assunzione di commesse dell’industria europea della difesa, istituire alleanze di capacità nei settori prioritari e monitorare annualmente i progressi nell’attuazione. ③

In quarto luogo, la gestione dell’immigrazione e dell’asilo si sta estendendo verso una governance comune. Nel settore dell’immigrazione, l’Unione europea aveva finora promosso l’integrazione principalmente attraverso la collaborazione tra gli Stati membri. Sebbene sia stato definito un quadro istituzionale per la ripartizione delle responsabilità in materia di asilo, l’attuazione concreta dipendeva in larga misura dalle risorse proprie degli Stati membri, mentre a livello dell’Unione europea mancava da tempo un accordo comune stabile. Durante la crisi dei rifugiati del 2015, la pressione derivante dall’accoglienza dei rifugiati si è concentrata sui paesi di confine dell’Unione europea, mentre la riforma del sistema comune di asilo dell’Unione europea è rimasta a lungo in una fase di stallo. A partire dal 2022, la crisi ucraina ha provocato un afflusso massiccio di rifugiati, con un notevole aumento della pressione migratoria a carico dell’Europa, il che ha accelerato l’adeguamento dell’agenda in materia. Dopo lo scoppio della crisi, l’UE ha deciso di attivare per la prima volta la «Direttiva sulla protezione temporanea» (Direttiva 2001/55/CE) del 2001, conferendo ai rifugiati ucraini numerosi diritti sociali quali il soggiorno, l’accesso al lavoro, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e alla previdenza sociale, ④ e stanziando 17 miliardi di euro per sostenere gli Stati membri nell’accoglienza e nel reinsediamento dei richiedenti asilo. ⑤ Nel maggio 2024, l’Unione Europea ha adottato il nuovo «Patto sull’immigrazione e l’asilo» (Pact on Migration and Asylum), ridefinendo il quadro normativo in materia di immigrazione e asilo. Tale Patto mira a istituire procedure unificate a livello dell’Unione Europea per lo screening all’ingresso e la gestione delle frontiere, stabilendo un meccanismo di «solidarietà obbligatoria» (Mandatory Solidarity) che consenta agli Stati membri di condividere il carico dei paesi di frontiera attraverso l’accoglienza e il trasferimento dei richiedenti asilo, il contributo finanziario o altre modalità. ① Nel contempo, l’ambito di applicazione della gestione delle frontiere si è ulteriormente ampliato. La Croazia, la Bulgaria e la Romania hanno aderito successivamente allo spazio Schengen, estendendo ulteriormente il sistema comune di gestione delle frontiere ai confini sud-orientali dell’Unione europea. Di conseguenza, l’Unione europea ha creato un quadro di collaborazione più stabile in materia di accoglienza e reinsediamento dei rifugiati e di gestione dell’asilo, rafforzando anche la propria capacità di rispondere congiuntamente alle pressioni dei flussi migratori esterni. (3)

Meccanismi operativi: il rafforzamento significativo dell’integrazione differenziata

L’integrazione differenziata (differentiated integration) non è un fenomeno nuovo nell’Unione europea. L’area dell’euro, lo spazio Schengen e l’«Europa a più velocità» (multi-speed Europe) sono tutti accordi istituzionali dell’Unione europea volti a accogliere la diversità interna. ② Tuttavia, a partire dal 2022, il fenomeno dell’integrazione differenziata si è notevolmente intensificato e la portata delle politiche si è ampliata in modo significativo, diventando un modello operativo normalizzato. In primo luogo, l’applicazione delle regole decisionali è diventata più flessibile. Le regole formali di decisione dell’Unione Europea non sono state modificate: l’unanimità rimane la procedura di base in settori altamente sensibili quali la politica estera, la difesa e l’allargamento, ma nella pratica sono emerse sempre più soluzioni flessibili. Per quanto riguarda il meccanismo di voto, l’astensione costruttiva (constructive abstention) consente agli Stati membri di dichiarare di non partecipare all’attuazione, senza tuttavia porre il veto alla risoluzione. Prima del 2022, tale meccanismo era stato utilizzato una sola volta. Dal 2022 in poi, questa regola è stata invocata in diverse occasioni. Ad esempio, nel febbraio 2022, dopo consultazioni urgenti, gli Stati membri dell’UE hanno deciso di fornire all’Ucraina equipaggiamenti militari letali; Austria, Irlanda e Malta hanno fatto approvare la risoluzione proprio ricorrendo a tale meccanismo. ③ Per quanto riguarda la soglia di voto, l’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) autorizza il Consiglio dell’Unione europea ad adottare misure adeguate in situazioni di emergenza, in uno spirito di solidarietà tra gli Stati membri. Poiché tale disposizione non prevede una procedura di voto specifica, il Consiglio dell’Unione europea adotta il sistema di voto a maggioranza qualificata (qualified majority) ai sensi del Trattato sull’Unione europea. ④ A partire dal 2022, numerose leggi dell’Unione europea in materia di energia adottate con carattere d’urgenza sono state approvate in base a tale disposizione. Per quanto riguarda il processo decisionale, l’Unione europea ha inoltre apportato una serie di adeguamenti tecnici. Prendendo ad esempio le sanzioni contro la Russia, dal 2022 la Commissione europea ha progressivamente assunto il ruolo principale nella stesura dei progetti di sanzioni, presentandoli direttamente al Comitato dei rappresentanti permanenti del Consiglio dell’Unione europea (COREPER II), riducendo così la fase di consultazione punto per punto da parte del Gruppo di lavoro dei consiglieri per le relazioni esterne (Working Party of Foreign Relations Counsellors). Successivamente, la Commissione europea ha inoltre introdotto il meccanismo di coordinamento denominato «confessionali» (confessionals): prima della presentazione formale delle proposte, i rappresentanti della Commissione comunicano con i rappresentanti permanenti degli Stati membri, singolarmente o in gruppi, per individuare in anticipo le «linee rosse» di ciascuna parte e adeguare di conseguenza il contenuto delle proposte, riducendo così la probabilità che queste vengano respinte nella fase di votazione formale. ①

Di conseguenza, la Commissione europea è diventata di fatto il principale artefice delle proposte di sanzioni. Inoltre, un analogo ampliamento del proprio ruolo si è verificato anche nel settore della difesa. A partire dal 2022, la Commissione europea ha guidato in successione la pubblicazione di numerosi piani di difesa, acquisendo un notevole potere di definizione dell’agenda e di allocazione delle risorse in un settore che tradizionalmente rientrava nelle decisioni intergovernative degli Stati membri. ②

In secondo luogo, il quadro di cooperazione tende a diventare più aperto e diversificato. Si è notevolmente aumentato il fenomeno di combinazioni di paesi diversi che promuovono tematiche politiche diverse, fenomeno particolarmente evidente nel settore della difesa. Da un lato, il modello della «coalizione dei volenterosi» (coalition of the willing) si sta diffondendo rapidamente. L’esempio più rappresentativo è la «coalizione di capacità» (capability coalition) a sostegno dell’Ucraina: tale meccanismo copre diversi settori, tra cui la difesa aerea, la guerra elettronica e i droni, è guidato da uno a tre paesi, prevede la partecipazione volontaria degli Stati membri e coordina gli aiuti in base alle esigenze specifiche delle forze armate ucraine. ③

D’altro canto, la partecipazione dei paesi non membri dell’UE al quadro di integrazione europea si sta estendendo ad ambiti altamente politici quali la difesa. A partire dal 2024, l’UE ha progressivamente firmato accordi di «partenariato in materia di sicurezza e difesa» con 12 paesi, tra cui Regno Unito, Norvegia, Giappone, Canada e India, fornendo un canale istituzionale per la partecipazione sistematica dei paesi terzi alla cooperazione in materia di difesa dell’UE. ④ Tra questi, il Regno Unito e l’UE hanno istituito un dialogo diplomatico e di sicurezza periodico e un meccanismo di consultazioni operative annuali, riservando inoltre al Regno Unito uno spazio per la partecipazione ai meccanismi di difesa dell’UE; ⑤ ciò segna la prima cooperazione istituzionalizzata in materia di difesa tra le due parti dopo la Brexit.
Nel 2023 il Canada ha aderito al progetto della rete europea di hub logistici nell’ambito della Cooperazione Strutturata Permanente (PESCO), diventando il primo paese terzo a partecipare contemporaneamente a due progetti PESCO. ① La Svizzera, dal canto suo, è stata invitata nel 2025 ad aderire al progetto PESCO sulla mobilità militare, diventando il primo Paese neutrale non membro dell’UE a partecipare a tale quadro. ② Inoltre, il programma «Operazioni di sicurezza europee» ha ulteriormente esteso ai Paesi terzi firmatari di accordi di partenariato l’idoneità a partecipare agli appalti congiunti di armamenti e attrezzature militari. L’ambito di partecipazione all’integrazione europea ha ormai superato i confini geografici, assumendo le caratteristiche di una cooperazione flessibile orientata alle esigenze funzionali.

III. I fattori trainanti della trasformazione dell’integrazione europea

Prima del 2022, il modello di integrazione europea esistente presentava già molteplici contraddizioni strutturali; la necessità di riforme era presente da tempo, ma mancava una spinta politica sufficiente. In seguito alla piena escalation della crisi ucraina, le pressioni esterne – quali l’adeguamento dell’orientamento strategico degli Stati Uniti e l’intensificarsi della concorrenza industriale globale – sono aumentate di pari passo, modificando la percezione del rischio e l’orientamento politico degli Stati membri dell’UE e accelerando notevolmente l’agenda delle riforme, che in precedenza procedeva a rilento. (1)

Contraddizioni strutturali accumulate a lungo a livello interno. In primo luogo, i dividendi di crescita del modello di integrazione esistente tendono ad esaurirsi. Il modello di integrazione originario aveva generato notevoli dividendi di crescita: tra il 1999 e il 2008, il tasso di crescita annuale composto dell’economia dell’Unione Europea ha raggiunto il 2,2%. ③ Tuttavia, dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, i benefici istituzionali derivanti dal percorso tradizionale si sono ridotti e l’ulteriore approfondimento dell’integrazione ha raggiunto una fase di stallo, come dimostra in modo evidente la stagnazione dell’integrazione nel settore dei servizi. Nel 2023, il grado di integrazione del mercato dei servizi nell’Unione Europea era pari solo al 7,6%.④ I fornitori di servizi transfrontalieri continuano a dover affrontare procedure di autorizzazione complesse e normative settoriali disomogenee. La frammentazione dei mercati dei capitali limita l’innovazione in materia di finanziamenti. Il finanziamento delle imprese tecnologiche europee continua a dipendere da mercati frammentati e dal credito bancario; i fondi raccolti dalle start-up ammontano solo alla metà di quelli delle loro controparti statunitensi, costringendo molte imprese a ricorrere a finanziamenti dall’estero. Nel periodo 2008-2021, quasi il 30% delle “unicorni” europee ha trasferito la propria sede all’estero, per lo più negli Stati Uniti. ① Non si è migliorata nemmeno l’asimmetria tra l’architettura monetaria e quella fiscale. Sebbene l’area dell’euro abbia realizzato l’unificazione monetaria, manca una politica fiscale comune. Quando i paesi dell’Europa meridionale con elevato indebitamento si trovano ad affrontare una crisi del debito, non possono né aumentare la propria competitività attraverso la svalutazione della moneta, né disporre di strumenti fiscali comuni per alleviare la pressione, e non hanno altra scelta che scambiare politiche di austerità con i salvataggi. Dopo la crisi del debito europeo, sebbene siano stati istituiti successivamente il Meccanismo europeo di stabilità (European Stability Mechanism, ESM) e l’Unione bancaria europea (European Banking Union), le questioni relative all’assicurazione comune sui depositi (common deposit insurance) e al debito comune rimangono difficili da risolvere a causa delle divergenze tra gli Stati membri. Il cumulo di tali ostacoli rende difficile che il tradizionale percorso di integrazione dei mercati possa fornire nuovi impulsi di crescita. Se l’Unione europea intende mobilitare investimenti strategici su larga scala, dovrà rafforzare lo sviluppo delle capacità nei settori del mercato, della finanza e della politica fiscale.

In secondo luogo, le capacità in materia di sicurezza dipendono da tempo da fonti esterne. Dopo la fine della Guerra Fredda, l’Europa è entrata in un «periodo di dividendi di pace» durato 30 anni, durante il quale la sicurezza della maggior parte dei paesi europei è dipesa dagli Stati Uniti e dalla NATO. La quota della spesa per la difesa sul PIL dei paesi membri sia dell’Unione Europea che della NATO è scesa dal 3% circa alla fine della Guerra Fredda all’1,54% nel 2021. Nel 2021, solo quattro Stati membri dell’Unione Europea hanno raggiunto l’obiettivo fissato dalla NATO di destinare il 2% del PIL alla spesa per la difesa. ② L’insufficienza degli investimenti a lungo termine ha causato l’indebolimento delle capacità di difesa europee. L’Unione Europea è priva di un sistema di pianificazione operativa congiunta e di comando indipendente dalla NATO, e presenta gravi carenze in termini di capacità chiave quali il trasporto aereo strategico, gli attacchi a lungo raggio e la difesa aerea e antimissile. All’inizio della crisi ucraina, le riserve di munizioni di alcuni Stati membri erano sufficienti a sostenere operazioni militari ad alta intensità solo per pochi giorni. La frammentazione dell’industria della difesa e del sistema di approvvigionamento ha aggravato la situazione sopra descritta. All’interno dell’Europa coesistono oltre 170 tipi diversi di sistemi d’arma, mentre negli Stati Uniti se ne contano solo circa 30. ③ Circa tre quarti degli appalti nel settore della difesa degli Stati membri vengono aggiudicati ad aziende nazionali; gli appalti congiunti transnazionali sono da tempo ostacolati, impedendo all’industria della difesa di realizzare economie di scala, con costi unitari che rimangono elevati. In precedenza, il contesto esterno dell’Europa era relativamente stabile e le garanzie di sicurezza fornite dagli Stati Uniti e dalla NATO riuscivano ancora a mascherare questa lacuna. Dopo il 2022, il contesto di sicurezza esterno dell’Unione Europea si è drasticamente deteriorato e le carenze di capacità accumulate nel lungo periodo si sono trasformate in pressioni concrete, diventando così uno dei principali motori dell’accelerazione dell’integrazione della difesa europea.

In terzo luogo, le contraddizioni istituzionali e meccaniche ostacolano l’avanzamento delle riforme. Dalla «Strategia di Lisbona» (Lisbon Strategy) del 2000 al «Rapporto Draghi» del 2024, l’Unione Europea ha già redatto numerose «diagnosi» dei propri problemi istituzionali; tuttavia, tra la diagnosi dei problemi e l’adozione di misure concrete sussiste da sempre un divario evidente, dovuto ai seguenti tre motivi.

In primo luogo, l’eccessivo onere normativo. Nel periodo 2019-2024, l’Unione Europea ha emanato oltre 13.000 atti normativi; più del 60% delle imprese dell’Unione considera la complessa regolamentazione come il principale ostacolo agli investimenti.①

In secondo luogo, i cicli decisionali sono troppo lunghi. Le riforme di grande portata dell’Unione Europea richiedono spesso un complesso processo di coordinamento, e il tempo che intercorre tra la proposta di una politica e la sua attuazione è piuttosto lungo. Dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (Treaty of Lisbon) nel 2009, l’Unione europea non ha più modificato tale trattato e la riforma istituzionale è rimasta a lungo in sospeso. Il divario tra il quadro istituzionale e gli obiettivi di riforma continua ad ampliarsi.

In terzo luogo, la mancanza di consenso politico. Con l’allargamento dell’Unione europea a 27 Stati membri, la struttura degli interessi degli Stati membri è diventata più complessa e le differenze nelle preferenze politiche sono sempre più marcate. In materia di politica energetica, l’alleanza per l’energia nucleare guidata dalla Francia è da tempo in contrapposizione con il fronte delle energie rinnovabili guidato da Germania, Austria e altri paesi. Per quanto riguarda la difesa e la sicurezza, la Polonia e i paesi baltici considerano la deterrenza nei confronti della Russia una priorità assoluta, mentre gli Stati membri dell’Europa meridionale prestano maggiore attenzione alla questione dell’immigrazione clandestina; è quindi difficile per entrambe le parti trovare un accordo sulle priorità di investimento. In materia di commercio estero, le economie orientate all’esportazione, come quella tedesca, tendono a sostenere un contesto commerciale aperto, mentre paesi come la Francia e l’Italia pongono maggiore enfasi sulla «protezione industriale» e sull’«autonomia strategica». La divergenza di interessi ha fatto sì che l’Unione Europea si trovasse ripetutamente in difficoltà di coordinamento di fronte a questioni urgenti; il protrarsi delle indecisioni ha notevolmente indebolito lo slancio delle riforme. (2)

L’effetto cumulativo degli shock geopolitici esterni

In primo luogo, la crisi ucraina ha ridefinito la percezione della sicurezza e la logica politica in Europa. Dopo la fine della Guerra Fredda, i decisori politici europei avevano ritenuto, per un certo periodo, che la probabilità di una nuova guerra su larga scala tra Stati sul continente europeo fosse notevolmente diminuita. Tale valutazione ha indotto i paesi dell’UE a destinare in modo generalizzato le proprie risorse allo sviluppo dei mercati e alla spesa sociale, relegando a lungo le questioni relative alla difesa ai margini delle politiche. La crisi ucraina ha scosso radicalmente questa percezione, riportando la sicurezza militare al centro dell’integrazione europea. Nel marzo 2022, l’Unione Europea ha pubblicato la «Bussola strategica per la sicurezza e la difesa» (A Strategic Compass for Security and Defence), definendo chiaramente la Russia come «la minaccia principale e più diretta alla sicurezza europea». ② L’allora Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che la Germania stava entrando in una fase di «svolta epocale», abbandonando la linea di sicurezza nei confronti della Russia perseguita per decenni dopo la fine della Guerra Fredda.① La Finlandia e la Svezia hanno presentato, nel giro di pochi mesi, domanda di adesione alla NATO, rinunciando alla posizione di neutralità e di non allineamento militare da tempo perseguita. La crisi ucraina ha inoltre messo in luce la vulnerabilità dell’interdipendenza economica. Il tradizionale concetto di «cambiamento attraverso il commercio» (Wandel durch Handel) ha perso parte del suo fascino, mentre le politiche economiche all’interno e all’esterno dell’Unione Europea si sono spostate da una priorità data all’efficienza a un equilibrio tra efficienza e sicurezza. In alcuni settori si è quindi manifestata una tendenza, in misura variabile, alla «securitizzazione», caratterizzata dalla politicizzazione, dalla strumentalizzazione e dall’uso come arma delle questioni economiche, il che ha esacerbato le tensioni commerciali tra l’Unione Europea e le altre principali economie mondiali.

In secondo luogo, il riorientamento strategico degli Stati Uniti ha accentuato l’incertezza nelle relazioni transatlantiche. A partire dal 2017, anno in cui Trump è entrato in carica per la prima volta come presidente degli Stati Uniti, gli impegni degli Stati Uniti in materia di sicurezza nei confronti dell’Europa si sono ridotti. Dopo la rielezione di Trump alla presidenza nel 2025, tale incertezza si è ulteriormente accentuata. A seguito del vertice dell’Aia del 2025, gli Stati Uniti hanno richiesto agli alleati della NATO di aumentare la spesa per la difesa fino al 5% del PIL. ② Nel contempo, gli Stati Uniti hanno anche ridotto i propri investimenti in materia di sicurezza nei confronti dell’Europa. Nel maggio 2026, gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania e hanno pianificato di ridurre parte delle forze militari chiave assegnate alla NATO. ③ Per l’Europa, che da tempo dipende dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, l’urgenza di costruire un’autonomia in materia di difesa è aumentata repentinamente. Sul piano economico, i dazi sono diventati lo strumento principale con cui gli Stati Uniti esercitano pressioni sull’Europa. Nell’aprile del 2025, gli Stati Uniti hanno annunciato l’imposizione di un «dazio di reciprocità» del 20% sui prodotti dell’Unione Europea. Sebbene alla fine di luglio dello stesso anno gli Stati Uniti e l’Unione Europea abbiano raggiunto un accordo quadro che fissava l’aliquota del 15% per la maggior parte dei prodotti dell’Unione Europea, i prodotti in acciaio, alluminio e rame hanno mantenuto un’aliquota elevata del 50%. ④ L’impatto dei dazi ha indebolito le previsioni sulle esportazioni dell’Unione Europea, aggravando al contempo l’incertezza sugli investimenti delle imprese. Secondo le previsioni della Banca Centrale Europea, i dazi statunitensi e l’incertezza delle politiche commerciali hanno determinato una revisione al ribasso di circa lo 0,7% delle previsioni di crescita del PIL reale dell’area dell’euro per il periodo 2025-2027. ⑤

La concomitanza delle pressioni in ambito di sicurezza ed economico ha costretto l’Europa ad accelerare l’integrazione del mercato interno, lo sviluppo delle capacità di difesa e la diversificazione dei partner commerciali.

In terzo luogo, il panorama della concorrenza industriale globale sta subendo profondi cambiamenti e l’Europa rischia di cadere nella «trappola della tecnologia intermedia» (middle-technology trap). La rivoluzione dell’intelligenza artificiale (IA) e delle nuove tecnologie energetiche sta accelerando la riorganizzazione del panorama industriale globale. L’Europa vanta una solida tradizione nel settore manifatturiero tradizionale, ma l’eccessiva dipendenza dalla struttura industriale esistente le ha fatto perdere ripetutamente le opportunità offerte dall’ondata di Internet e dell’IA; di conseguenza, fatica a stabilire un vantaggio competitivo all’avanguardia nei settori ad alta tecnologia e a mantenere la competitività in termini di costi nei segmenti di fascia medio-bassa. Da un lato, i settori in cui l’Europa vanta un vantaggio competitivo tradizionale devono affrontare il rapido recupero delle economie emergenti. Nel settore chimico, la quota dell’Unione Europea sulle vendite globali di prodotti chimici è scesa dal 21% del 2009 al 13% del 2024, mentre nello stesso periodo quella della Cina è salita dal 24% al 46%. ① Nel settore della produzione meccanica, dal 2020 la Cina ha superato la Germania, diventando il maggiore esportatore mondiale di macchinari. ② Gli elevati costi energetici indeboliscono ulteriormente il vantaggio competitivo dell’industria manifatturiera europea. Nel 2024, il prezzo medio dell’energia elettrica per i grandi utenti industriali delle industrie ad alto consumo energetico dell’Unione Europea era superiore del 50% rispetto a quello cinese, mentre il prezzo del gas naturale per uso industriale era superiore di circa il 44%. ③ Ciò ha indotto alcune imprese europee a trasferire la propria capacità produttiva in Cina e in altre località. Ad esempio, il colosso chimico tedesco BASF ha avviato la chiusura di alcuni dei propri impianti produttivi in Germania e ha intensificato gli investimenti in Cina. D’altro canto, per quanto riguarda la competizione nelle tecnologie all’avanguardia e il potenziale di sviluppo futuro, il divario tra l’Europa e gli Stati Uniti e la Cina continua ad ampliarsi. Le principali imprese tecnologiche statunitensi hanno già costruito un sistema competitivo completo che abbraccia dati, potenza di calcolo, piattaforme e talenti. Anche la Cina ha consolidato un vantaggio nella ricerca e sviluppo e nella commercializzazione dei risultati in alcuni settori tecnologici all’avanguardia.

Al contrario, l’Europa presenta punti deboli in diversi ambiti chiave. Per quanto riguarda gli investimenti in ricerca e sviluppo, nel 2023 l’intensità di R&S dell’Unione Europea (ovvero la percentuale della spesa per ricerca e sviluppo rispetto al PIL) era pari solo al 2,22%, inferiore al 3,45% degli Stati Uniti e al 2,58% della Cina. ④ Le risorse dell’UE destinate alla ricerca e sviluppo rimangono concentrate in settori tradizionali quali l’automotive e l’industria chimica, mentre gli investimenti in settori emergenti quali l’intelligenza artificiale e la tecnologia quantistica risultano insufficienti. Sulla spesa complessiva per la ricerca e sviluppo delle principali aziende globali nei settori del software e di Internet, gli Stati Uniti rappresentano il 71%, la Cina il 15% e l’UE il 7%. Per quanto riguarda la trasformazione industriale, la quota dell’Unione Europea sui ricavi globali nel settore tecnologico è scesa dal 22% del 2013 al 18% del 2023, mentre nello stesso periodo quella degli Stati Uniti è salita dal 30% al 38%, con un divario in continuo aumento. ⑤ Nel 2024, gli Stati Uniti hanno lanciato 40 modelli di intelligenza artificiale di grande impatto, la Cina ne ha lanciati 15, mentre l’Europa ne ha lanciati complessivamente solo 3. Nello stesso anno, la Cina ha aggiunto 295.000 nuovi robot industriali, pari al 54% del totale installato a livello mondiale, mentre l’Unione Europea ne ha installati solo 67.800 nello stesso periodo. ① L’accelerazione dell’iterazione tecnologica ha ulteriormente ridotto la finestra di opportunità per recuperare il ritardo. Il «Rapporto sull’Indice di IA 2025» dell’Università di Stanford mostra che la potenza di calcolo necessaria per l’addestramento dei modelli di IA all’avanguardia raddoppia circa ogni cinque mesi. La mole dei dati utilizzati per l’addestramento dei modelli di grandi dimensioni raddoppia circa ogni otto mesi. ② Se l’Europa dovesse continuare a seguire il percorso originario, risulterebbe difficile trasformare i vantaggi della ricerca scientifica in vantaggi industriali, trovandosi così sotto pressione da entrambi i fronti nella divisione globale del lavoro.

IV. Prospettive di trasformazione dell’integrazione europea e futuro ruolo dell’Unione Europea

Nel complesso, la trasformazione dell’integrazione europea continuerà a progredire. Di fronte alle pressioni di sicurezza a lungo termine e alla concorrenza industriale sempre più agguerrita, per i singoli Stati diventa sempre più difficile affrontare autonomamente le sfide, rendendo sempre più urgente la necessità di un’azione comune a livello dell’Unione Europea. La dimensione del mercato, il capitale istituzionale e le basi industriali, scientifiche e di talenti accumulate nel corso della lunga integrazione forniscono un solido sostegno a tale trasformazione. Allo stesso tempo, la dispersione delle risorse finanziarie, la divergenza degli interessi degli Stati membri e la dipendenza dall’esterno continueranno a influenzare il ritmo delle riforme dell’UE, e i risultati della trasformazione varieranno a seconda dei diversi ambiti tematici. Queste resistenze aumenteranno i costi della trasformazione dell’integrazione, ma difficilmente ne modificheranno la direzione generale. Con il progressivo rafforzamento delle capacità comuni, l’Unione Europea parteciperà agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile, svolgendo un ruolo più autonomo e costruttivo nell’ordine regionale e nella governance economica globale.

(I) Motori della trasformazione: il protrarsi delle crisi e la resilienza intrinseca dell’integrazione. In primo luogo, il protrarsi delle crisi nelle regioni limitrofe rafforza la dinamica della trasformazione verso l’integrazione. L’integrazione europea è di per sé una storia di continuo avanzamento nell’affrontare le crisi; le crisi sono sempre state un motore importante per l’ampliamento e l’approfondimento dell’integrazione. Dal 2022, la crisi ucraina e l’escalation della situazione in Medio Oriente continuano a incidere sul contesto di sicurezza alle frontiere dell’Europa, con ripercussioni che si estendono anche ai settori dell’energia, del commercio e della governance sociale. Le crisi presentano evidenti effetti transfrontalieri, rendendo difficile per i singoli Stati membri rispondere in modo efficace da soli. Il coordinamento a livello dell’Unione Europea, sebbene richieda compromessi politici, consente di ampliare la portata delle azioni, coordinare le risorse degli Stati membri e ripartire i rischi derivanti da un’azione individuale. Anche il sostegno dell’opinione pubblica europea ha consolidato le basi politiche della transizione verso l’integrazione. L’indagine «Eurobarometro» del 2026 rivela che il 72% degli intervistati ritiene che il proprio Paese tragga beneficio dall’adesione all’Unione Europea; la percentuale di sostegno alla politica comune di sicurezza e difesa e all’euro raggiunge rispettivamente l’81% e l’82%, mentre il 60% degli intervistati si dichiara ottimista riguardo al futuro dell’Unione Europea e il 51% esprime fiducia nell’Unione; nel complesso, gli indicatori in questione si attestano a livelli storicamente elevati. ①

Allo stesso tempo, l’elevata interdipendenza ha rafforzato la sostenibilità della transizione. Il mercato unico e le politiche comuni hanno creato stretti legami tra gli Stati membri. Le politiche di un singolo Paese spesso hanno un impatto significativo sugli altri Stati membri; un’azione autonoma potrebbe trasferire i costi nazionali sugli altri Stati membri, provocando attriti all’interno dell’Unione. Ciò rende ancora più necessario per gli Stati membri avvalersi delle istituzioni dell’Unione per coordinare le politiche e promuovere l’estensione di ulteriori funzioni di governance a livello dell’Unione.

In secondo luogo, le economie di scala derivanti dall’integrazione a lungo termine forniscono la base materiale per la trasformazione. Il mercato unico europeo copre circa 450 milioni di persone e 26 milioni di imprese, con un volume economico complessivo di circa 18.000 miliardi di euro. A partire dall’aprile 2026, dall’istituzione del mercato unico il PIL dell’Unione Europea è aumentato di circa il 3–4% e sono stati creati circa 3,6 milioni di posti di lavoro. ② Il mercato unico ha inoltre potenziato la capacità complessiva dell’Europa nell’allocazione delle risorse e nella mobilitazione delle politiche. Gli Stati membri possono organizzare la produzione transfrontaliera avvalendosi del mercato unico, nonché ampliare l’impatto delle proprie politiche attraverso appalti comuni e investimenti pubblici. La politica commerciale comune, dal canto suo, trasforma le forze di mercato frammentate degli Stati membri in risorse complessive dell’Unione, ampliando il margine di negoziazione dell’Europa sul mercato globale. L’euro ha ulteriormente consolidato i vantaggi di scala del mercato unico, riducendo i costi di transazione all’interno dell’area dell’euro e attenuando le fluttuazioni dei tassi di cambio. Nel primo trimestre del 2026, la quota dell’euro nei principali indicatori, quali le riserve valutarie globali, era pari al 20,03%, confermando la sua posizione di seconda valuta internazionale più importante al mondo; ③ ciò ha fornito un solido sostegno all’Europa per lo svolgimento di regolamenti transfrontalieri e di finanziamenti comuni. Con il continuo sviluppo del mercato obbligazionario denominato in euro, la capacità dell’Europa di mobilitare capitali a lungo termine presenta ancora un potenziale di crescita.

In terzo luogo, il capitale istituzionale derivante dall’integrazione a lungo termine ha rafforzato la capacità di riforma dell’Europa. L’Unione europea ha istituito un sistema giuridico e un’architettura di governance relativamente completi, in grado di tradurre il consenso politico tra gli Stati membri in norme comuni, la cui applicazione è supervisionata congiuntamente dalle istituzioni dell’Unione e dagli Stati membri. La forte vincolatività giuridica e la continuità delle politiche hanno inoltre accresciuto la credibilità delle norme dell’Unione. Le imprese possono così formulare previsioni operative relativamente stabili, mentre la cooperazione tra gli Stati membri non è soggetta a shock significativi causati dai cambiamenti politici interni. Il mercato unico e il sistema di regolamentazione comune conferiscono inoltre all’UE una forte capacità di diffusione delle norme. Quando le imprese multinazionali entrano nel mercato europeo, devono adeguare le proprie modalità operative agli standard dell’UE. Poiché il mercato europeo è di grandi dimensioni e il sistema di regolamentazione è relativamente ben sviluppato, le imprese, al fine di ridurre i costi di conformità duplicati, tendono spesso ad estendere tali standard ad altri mercati, dando origine al cosiddetto «effetto Bruxelles» (Brussels Effect). ① Tale effetto è particolarmente evidente in settori quali la protezione dei dati, la politica della concorrenza e la governance ambientale. L’intensificarsi della concorrenza globale potrebbe indebolire l’effetto di ricaduta di alcune norme, ma le capacità legislative, normative e di regolamentazione accumulate dall’UE nel lungo periodo continueranno a sostenere il mantenimento della sua influenza istituzionale.

In quarto luogo, le basi industriali, di ricerca scientifica e di talenti riservano un notevole potenziale di sviluppo per la transizione verso l’integrazione. A livello industriale, l’Europa dispone di un sistema industriale relativamente completo e mantiene un vantaggio significativo in settori quali l’aerospaziale, le attrezzature industriali, il settore biomedico e i materiali di alta gamma; i relativi cluster industriali hanno inoltre accumulato competenze ingegneristiche consolidate e reti di approvvigionamento mature. A livello di ricerca scientifica, l’Europa dispone ancora di un sistema di produzione di conoscenza di ampie dimensioni e ampiamente distribuito. I dati statistici del 2022 indicano che la produzione scientifica dell’Unione Europea rappresenta circa il 18% del totale mondiale, seconda solo alla Cina. ② Il sistema di ricerca europeo presenta un elevato livello di cooperazione internazionale e reti di ricerca transnazionali relativamente mature. A livello di risorse umane, l’Europa dispone di un numero considerevole di ricercatori e ingegneri. Nel 2024, i ricercatori dell’Unione Europea superavano 2,1 milioni di persone. ③ Un sistema di istruzione superiore relativamente completo, un sistema di formazione professionale e programmi di ricerca transnazionali consentono all’Europa di formare costantemente personale qualificato. La libera circolazione delle persone favorisce inoltre l’allocazione efficiente delle risorse di ricerca tra gli Stati membri, fornendo un importante sostegno al successivo recupero tecnologico. Se si riuscisse a migliorare l’efficienza nella trasposizione dei risultati della ricerca, ad ampliare l’offerta di capitale a lungo termine e a promuovere le nuove tecnologie avvalendosi del mercato unico, l’Europa avrebbe ancora la possibilità di creare nuovi motori di crescita in settori quali l’industria verde, le scienze della vita e la produzione avanzata.

(II) Resistenze alla trasformazione: il dilemma dell’azione collettiva e la dipendenza dall’esterno. In primo luogo, la capacità di mobilitare risorse limita la velocità di avanzamento della trasformazione verso l’integrazione. Da un lato, l’UE presenta un volume economico complessivo considerevole, ma le risorse fiscali e finanziarie sono concentrate principalmente a livello degli Stati membri, con un divario tra gli obiettivi comuni e la frammentazione delle risorse. I progetti transnazionali comportano inoltre la ripartizione dei costi e dei benefici. Gli Stati membri dell’UE che ne traggono minori benefici potrebbero opporsi al cofinanziamento, mentre quelli che ne traggono maggiori benefici difficilmente potrebbero sostenere autonomamente le spese. In secondo luogo, anche il margine di manovra finanziario degli Stati membri è limitato. Il debito pubblico di molte delle principali economie si trova a livelli storicamente elevati e deve inoltre far fronte alla pressione sulla spesa sociale derivante dall’invecchiamento demografico. In assenza di un sostegno finanziario adeguato, l’attuazione dell’agenda per la competitività potrebbe risultare notevolmente compromessa. In terzo luogo, anche la mobilitazione del capitale privato risente della frammentazione dei mercati. Il tasso di risparmio dei residenti europei è nel complesso elevato, ma la frammentazione dei mercati dei capitali ne limita le dimensioni e la liquidità, mentre la regolamentazione frammentata e le differenze fiscali aumentano i costi degli investimenti transfrontalieri. Se l’integrazione dei mercati finanziari procedesse a rilento, le finanze pubbliche potrebbero subire pressioni ancora maggiori e sarebbe difficile ampliare efficacemente la portata degli investimenti a lungo termine. Inoltre, i progetti infrastrutturali e industriali richiedono investimenti continui e solitamente non possono essere portati a termine entro cicli politici di breve durata. I governi degli Stati membri sono generalmente sottoposti a pressioni elettorali a breve termine, il che potrebbe comportare un’attenzione e un impegno insufficienti nei confronti dei progetti a lungo termine, con conseguente rallentamento dei relativi progressi. In secondo luogo, la capacità di coordinamento politico limita la profondità della transizione verso l’integrazione. Le politiche dell’Unione europea devono tenere conto delle diverse strutture economiche, delle preoccupazioni in materia di sicurezza e delle preferenze sociali dei vari Stati membri. Quando le riforme entrano nei settori chiave della sovranità, gli Stati membri richiedono solitamente di mantenere un ampio controllo sulle politiche; a seguito di ripetute consultazioni, l’intensità delle riforme nella proposta finale risulta spesso inferiore agli obiettivi originariamente fissati. Le norme comuni devono essere recepite e attuate dagli Stati membri; le differenze nelle capacità amministrative e nei modelli di regolamentazione dei vari paesi possono facilmente determinare risultati disomogenei nell’attuazione.

In futuro, la difficoltà di coordinamento delle politiche dell’Unione europea è destinata ad aumentare ulteriormente. Il livello di sviluppo economico della maggior parte dei paesi candidati è inferiore alla media dell’Unione europea; la loro adesione potrebbe aumentare la pressione sulle spese destinate alle politiche di coesione. L’aumento del numero dei membri renderà inoltre più complessa la struttura degli interessi, ponendo nuove sfide ai meccanismi di coordinamento esistenti.

La cooperazione tra Germania e Francia continua a svolgere un ruolo importante, ma la sua efficacia di coordinamento è in calo. Attualmente la Germania è ostacolata dal rallentamento della crescita economica e dalla frammentazione politica interna, con un conseguente indebolimento sia della capacità decisionale in materia di politica estera sia della disponibilità a investire risorse. La Francia, dal canto suo, è vincolata dalle pressioni fiscali e dalle divisioni politiche, con una conseguente riduzione della sua capacità di promuovere le riforme dell’Unione Europea. Nel contempo, l’assetto delle forze all’interno dell’Europa sta diventando sempre più diversificato e l’influenza dei paesi dell’Europa centrale e orientale sulle questioni di sicurezza è in netto aumento.①

Il nuovo assetto di coordinamento è in fase di formazione e le riforme di grande portata potrebbero richiedere più tempo per raggiungere un consenso.

In terzo luogo, la dipendenza dall’estero limita il margine di manovra per la trasformazione dell’integrazione. L’integrazione europea si è a lungo fondata su basi esterne quali la garanzia di sicurezza fornita dagli Stati Uniti e il mantenimento dell’apertura dei mercati globali; nel breve termine è difficile liberarsi da tale dipendenza. ② Lo sviluppo delle capacità di sicurezza deve ancora fare affidamento sul quadro della NATO, e il divario nelle capacità autonome è difficile da colmare nel breve periodo. Anche nel settore tecnologico sussiste una forte dipendenza dall’estero. Oltre l’80% dei prodotti, dei servizi, delle infrastrutture e della proprietà intellettuale digitali dell’Unione Europea dipende da fornitori extra-europei. ③ Nel settore del cloud computing, la quota di mercato dei fornitori locali dell’UE è scesa dal 29% del 2017 al 15% del 2022, mentre le tre aziende statunitensi Amazon, Microsoft e Google detengono complessivamente circa il 70%. ① A tal proposito, nel giugno 2026 la Commissione europea ha presentato il Pacchetto sulla sovranità tecnologica europea (European Technological Sovereignty Package).

Tuttavia, l’Unione europea rimane un’economia altamente aperta, il cui sviluppo industriale dipende dal commercio globale, dai capitali e dalle catene di approvvigionamento. Un’eccessiva «securitizzazione» dell’economia potrebbe danneggiare i suoi interessi commerciali, innescare contromisure da parte dei partner commerciali e indebolire la competitività delle imprese europee nelle catene di approvvigionamento globali. L’Europa deve mantenere un equilibrio tra la riduzione delle dipendenze critiche e il mantenimento di mercati aperti.

(III) L’Unione europea dopo la transizione: una potenza internazionale con capacità autonome rafforzate

In primo luogo, l’Unione europea continuerà a essere un importante artefice dell’ordine regionale europeo. L’ordine europeo post-transizione sarà plasmato congiuntamente dall’Unione europea, dalla NATO e da potenze quali gli Stati Uniti e la Russia; la crisi ucraina avrà un impatto di vasta portata sull’ordine di sicurezza perimetrale dell’Europa. Per l’Unione europea, l’area effettiva di copertura dell’integrazione europea si estenderà ulteriormente oltre i suoi confini geografici; gli Stati membri, i paesi candidati e i paesi partner potrebbero instaurare legami multilivello attorno a diverse tematiche. La Comunità politica europea offre una nuova piattaforma politica, i cui partecipanti includono gli Stati membri dell’UE, la maggior parte dei paesi candidati e Stati non membri dell’UE quali il Regno Unito, la Norvegia e la Svizzera, fornendo all’UE uno spazio politico più ampio per i rapporti con i paesi non membri.

In futuro, l’ordine regionale europeo potrebbe assumere una struttura multilivello incentrata sull’UE: gli Stati membri parteciperebbero a un meccanismo di integrazione completo, i paesi candidati entrerebbero gradualmente in alcuni settori politici, mentre gli altri paesi europei manterrebbero la cooperazione attraverso accordi specifici e piattaforme regionali. L’Unione europea difficilmente riuscirà a uniformare completamente le percezioni di sicurezza dei vari paesi, e la competizione tra grandi potenze continuerà a influenzare l’ordine regionale europeo. Tuttavia, nell’attuale sistema istituzionale europeo, i meccanismi in grado di garantire un coordinamento politico costante e di produrre risultati comuni sono pochi, e l’Unione europea continua a svolgere un ruolo difficilmente sostituibile.

Con la trasformazione del processo di integrazione, il ruolo regionale dell’Unione europea si estenderà dall’integrazione economica e dall’orientamento normativo alla definizione dell’ordine di sicurezza, svolgendo un ruolo organizzativo e di coordinamento più forte nel panorama regionale. In secondo luogo, l’Unione Europea continuerà a essere un attore importante nella governance economica globale, ma il suo modello di cooperazione sarà sempre più influenzato dalla logica della sicurezza economica.

Di fronte all’ascesa del protezionismo e alla riorganizzazione delle catene di approvvigionamento globali, l’Unione Europea sta ampliando la propria rete di partenariati interregionali. Nel 2026, l’Unione Europea ha firmato un accordo di partenariato e un accordo commerciale provvisorio con il Mercato Comune del Sud (MERCOSUR). ② Ha inoltre concluso i negoziati per accordi di libero scambio con l’India e l’Australia e ha portato a termine i negoziati per l’approfondimento dell’accordo di partenariato economico UE-ESA con quattro paesi dell’Africa sud-orientale, elevandolo a accordo di libero scambio globale, ampliando così ulteriormente la propria presenza economica e commerciale in America Latina, Asia meridionale e Africa. Nel campo dello sviluppo globale, l’UE ha annunciato che il programma «Global Gateway» ha già raggiunto in anticipo l’obiettivo di mobilitare 300 miliardi di euro di investimenti, cifra che nel 2027 potrebbe raggiungere i 400 miliardi di euro.① Nel 2024, l’aiuto pubblico allo sviluppo (APS) fornito dall’UE e dai suoi Stati membri ha raggiunto gli 88,7 miliardi di euro, pari al 42% del totale mondiale, confermando l’UE come il principale partner collettivo di sviluppo a livello mondiale. ② Questi strumenti forniscono il sostegno necessario all’Unione europea per attrarre partner esterni e ampliare l’efficacia della propria governance. Al contempo, l’Unione attribuirà maggiore importanza alla sicurezza economica e all’affidabilità dei partner, ovvero amplierà la cooperazione economica e commerciale con i «partner affidabili», mentre nei confronti dei cosiddetti paesi «a rischio» rafforzerà i controlli sugli investimenti e le misure di difesa commerciale.

Questa apertura selettiva potrebbe favorire la politicizzazione delle relazioni economiche ed commerciali esterne dell’Unione Europea, in contrasto con i principi di apertura, multilateralismo e non discriminazione da essa da tempo sostenuti; di conseguenza, la sua reputazione di leader nella governance globale potrebbe risentirne.

In terzo luogo, è prevedibile un rafforzamento delle capacità autonome dell’Unione Europea. La trasformazione del processo di integrazione migliorerà la capacità dell’Unione di definire posizioni comuni e di organizzare azioni esterne. Si prevede che l’influenza effettiva delle istituzioni dell’Unione continui ad ampliarsi e che l’Unione stessa partecipi agli affari internazionali con un’identità complessiva più stabile. Il rafforzamento dell’autonomia offrirà all’Unione Europea un ventaglio più ampio di opzioni politiche, ridurrà la dipendenza da un unico partner e le consentirà di assumere posizioni più flessibili a seconda della natura delle questioni.

Le relazioni transatlantiche rimarranno un pilastro fondamentale della politica estera e di sicurezza europea. Tuttavia, i cambiamenti nell’orientamento strategico degli Stati Uniti spingeranno l’Europa a prestare maggiore attenzione ai propri interessi e ai propri piani a lungo termine. Anche al termine del mandato di Trump, è altamente probabile che l’orientamento politico dell’«America First» e la richiesta che l’Europa si assuma maggiori responsabilità continuino a prevalere. Il grado di autonomia dell’Unione Europea varierà a seconda dei settori. In ambiti quali il cambiamento climatico, la regolamentazione digitale e le norme internazionali, l’Unione dispone già di una solida base per agire in modo indipendente e dovrebbe continuare a proporre iniziative politiche caratterizzate da una specificità europea. Nei settori della sicurezza militare e delle tecnologie digitali fondamentali, invece, lo sviluppo delle capacità autonome dell’Unione richiederà un processo di consolidamento più lungo. Con l’ulteriore rafforzamento della leadership delle istituzioni dell’Unione, l’Europa darà vita a un sistema di politica estera più completo e cercherà un maggiore margine di manovra strategico tra la competizione tra grandi potenze e la cooperazione multilaterale.
Da oltre settant’anni, l’integrazione europea, partita dalla Comunità del carbone e dell’acciaio, ha attraversato diverse fasi – tra cui l’unificazione dei mercati, l’integrazione monetaria e l’approfondimento politico – plasmando profondamente il percorso di sviluppo dell’Europa contemporanea e consentendole di accumulare risorse fondamentali quali un vasto mercato unico, un maturo meccanismo di coordinamento multilaterale e un sistema di governance completo.

Attualmente, la geopolitica è tornata a interessare il continente europeo, le relazioni transatlantiche sono messe alla prova e il panorama industriale globale sta subendo una rapida riorganizzazione. Di fronte a crisi multiple, l’Unione Europea ha avviato una trasformazione sistemica che si articola su tre dimensioni: l’ampliamento, l’approfondimento e il funzionamento dell’integrazione; tale trasformazione ha registrato un netto miglioramento in termini di portata e intensità, attenuando efficacemente l’impatto politico ed economico derivante dalla crisi ucraina e dimostrando che l’integrazione europea possiede ancora una forte resilienza istituzionale e una spiccata capacità di risposta alle crisi.

Guardando al futuro, l’integrazione europea rimarrà ancora per un certo periodo in una fase di transizione. Il coordinamento degli interessi tra gli Stati membri dell’UE presenta notevoli difficoltà, i cicli di sviluppo delle capacità in materia di difesa e industria sono piuttosto lunghi e il deficit di finanziamenti per le riforme volte a rafforzare la competitività deve ancora essere colmato. Tuttavia, la direzione delle riforme si sta gradualmente delineando e il quadro istituzionale nei settori chiave ha già preso forma in via preliminare. In una prospettiva di medio-lungo termine, con la crescita costante degli investimenti nella difesa, l’integrazione dei mercati dei capitali e la progressiva attuazione degli strumenti di politica industriale, si prevede che i risultati dello sviluppo delle capacità diventeranno evidenti. L’Europa dispone ancora di solide basi economiche, di capitale istituzionale e di capacità di ricerca scientifica, e conserva un potenziale di sviluppo in settori quali l’industria verde, le scienze della vita e la produzione di alta tecnologia.

La capacità dell’Europa di trasformare le pressioni in motori di sviluppo dipenderà in larga misura dalla capacità della transizione dell’integrazione di ridurre costantemente il divario tra capacità di attuazione e ambizioni strategiche, nonché dalla disponibilità dello spazio necessario da parte del contesto esterno. Se si riuscirà a mantenere la direzione delle riforme e a raggiungere costantemente gli obiettivi, l’Unione europea post-transizione potrà diventare una forza internazionale più autonoma e costruttiva.

Per quanto riguarda le relazioni tra Cina e Unione europea, la trasformazione dell’integrazione europea renderà la politica dell’Unione europea nei confronti della Cina più complessa. Entrambe le parti continuano ad avere un forte bisogno di cooperazione in settori quali il cambiamento climatico, la transizione verde e la governance globale, e la complementarità economica rimane una base importante delle relazioni bilaterali; tuttavia, la tendenza dell’Unione europea a generalizzare le questioni economiche e commerciali in termini di sicurezza sta avendo un impatto negativo sulle relazioni economiche e commerciali bilaterali.

Allo stesso tempo, all’interno dell’Unione europea non vi è un fronte unito riguardo alla posizione nei confronti della Cina, e la diversificazione degli interessi tra gli Stati membri lascia spazio a una cooperazione pragmatica tra Cina e Unione europea.

In una prospettiva a lungo termine, una ragionevole componente di autonomia strategica nel processo di integrazione europea favorisce lo sviluppo di un ordine internazionale multipolare. Un’Europa dotata di maggiore indipendenza politica e capacità di azione potrà offrire più opzioni in materia di cooperazione economica e commerciale e di governance globale, diventando così una forza importante per la salvaguardia del multilateralismo. Pertanto, continuare a mantenere l’ampiezza e la profondità dei contatti con l’Europa, promuovere la cooperazione sia a livello delle istituzioni dell’Unione Europea che degli Stati membri, ampliare i punti di convergenza degli interessi su temi specifici e, al contempo, mantenere la necessaria vigilanza nei confronti della generalizzazione degli strumenti di sicurezza economica, rappresenta una scelta pragmatica da parte della Cina per affrontare le incertezze legate alla fase di transizione dell’integrazione europea. [Responsabile editoriale: Zhang Jun]

① Erik Jones, R. Daniel Kelemen e Sophie Meunier, “Failing Forward? La crisi dell’euro e la natura incompleta dell’integrazione europea”, Comparative Political Studies, vol. 49, n. 7, 2016, pp. 1010-1034; Erik Jones, R. Daniel Kelemen e Sophie Meunier, “Failing Forward? Crises and Patterns of European Integration», Journal of European Public Policy, vol. 28, n. 10, 2021, pp. 1519-1536. ② Ding Chun, Yang Jiawei: «Problemi, miglioramenti e prospettive del sistema di governance economica europea», International Forum, n. 1, 2019, pp. 33-49. ③ Frank Schimmelfennig, «L’integrazione europea (teoria) in tempi di crisi: un confronto tra la crisi dell’euro e quella di Schengen», Journal of European Public Policy, vol. 25, n. 7, 2018, pp. 969–989; Federico Maria Ferrara e Hanspeter Kriesi, «Pressioni di crisi e integrazione europea», Journal of European Public Policy, vol. 29, n. 9, 2022, pp. 1351-1373. ④ Veronica Anghel ed Erik Jones, «L’Europa si forgia davvero attraverso le crisi? L’UE durante la pandemia e la guerra tra Russia e Ucraina», Journal of European Public Policy, vol. 30, n. 4, 2023, pp. 766-786. ⑤ Philipp Genschel, «Integrazione bellicista? La guerra in Ucraina, l’Unione europea e i poteri degli Stati centrali», Journal of European Public Policy, vol. 29, n. 12, 2022, pp. 1885-1900; Veronica Anghel e Jelena Džankić, «L’UE in tempo di guerra: conseguenze della guerra tra Russia e Ucraina sul processo di allargamento», Journal of European Integration, vol. 45, n. 3, 2023, pp. 487-501. ⑥ Sophie Meunier e Kalypso Nicolaïdis, «La geopoliticizzazione della politica commerciale e degli investimenti europea», Journal of Common Market Studies, vol. 57, n. S1, 2019, pp. 103-113; Kathleen R. McNamara, «Trasformare l’Europa? La politica industriale dell’UE e la svolta geopolitica», Journal of European Public Policy, vol. 31, n. 9, 2024, pp. 2371-2396; Feng Zhongping: «Integrazione europea, autonomia strategica e relazioni tra Cina e Europa», Rivista di Economia Internazionale, 2023, n. 5, pp. 27-37. ① Pierre Haroche, «Il sovranazionalismo contrattacca: una lettura neofunzionalista del Fondo europeo per la difesa», Journal of European Public Policy, vol. 27, n. 6, 2020, pp. 853-872. ② Katharina Holzinger e Jale Tosun, «Perché l’integrazione differenziata è una pratica così diffusa in Europa: una spiegazione razionale», Journal of Theoretical Politics, vol. 31, n. 4, 2019, pp. 642-659; Dirk Leuffen, Julian Schuessler e Jana Gómez Díaz, «Il sostegno pubblico all’integrazione differenziata: valori liberali individuali e preoccupazioni riguardo alla discriminazione tra Stati membri», Journal of European Public Policy, vol. 29, n. 2, 2022, pp. 218-237; Chen Jie: «Integrazione differenziata: nuovi sviluppi nella ricerca sull’integrazione europea», Insegnamento e Ricerca, n. 9 del 2021, pagg. 100–112. ③ He Zhigao e Gong Xiaoxuan: «Benefici economici, identità normativa e percorsi di integrazione differenziata in Europa», Economia e Politica Mondiale, n. 2 del 2021, pagg. 78–104. ④ Li Mingming: «Sulla de-integrazione differenziale dell’Unione europea e gli orientamenti dell’integrazione nell’era post-Brexit», Studi europei, n. 5, 2020, pp. 72–89; Tian Yuewan e Tian Dewen: «Dalla “integrazione differenziale” alla “de-integrazione differenziale” — — una nuova esplorazione della teoria dell’integrazione europea», Il mondo contemporaneo e il socialismo, n. 6, 2020, pp. 40–51. ⑤ Frank Schimmelfennig e Thomas Winzen, Ever Looser Union? Differentiated European Integration, Oxford: Oxford University Press, 2020, pp. 1-20; Stefan Telle, Paolo Chiocchetti e Brigid Laffan, «External Differentiated Integration: Between Stability and Change», West European Politics, vol. 48, n. 5, 2025, pp. 977-1001.① Consiglio europeo, «Dichiarazione di Granada», 6 ottobre 2023, https://www.consilium. europa.eu/en/press/press-releases/2023/10/06/granada-declaration/. ② Consiglio dell’Unione europea, «Seconda conferenza di adesione con l’Ucraina, 15 giugno 2026», 15 giugno 2026, https://www.consilium.europa.eu/en/meetings/international-ministerial-meetings/2026/06/15/ukraine/; Consiglio dell’Unione europea, «Seconda conferenza di adesione con la Repubblica di Moldavia, 15 giugno 2026», 15 giugno 2026, https://www.consilium.europa.eu/en/ meetings/international-ministerial-meetings/2026/06/15/moldova/. ① Servizio europeo per l’azione esterna, «Un’opportunità storica per il Montenegro di concludere il processo di adesione all’UE», 24 aprile 2026, https://www.eeas.europa.eu/delegations/montenegro/ historic-opportunity-montenegro-conclude-eu-accession-process_en?s=225. ① Ai sensi della legislazione dell’Unione europea, il Kosovo potrà aderire all’UE solo dopo aver ottenuto il riconoscimento da parte di tutti gli Stati membri dell’Unione. A giugno 2026, cinque dei ventisette Stati membri dell’UE continuavano a non riconoscere l’«indipendenza» del Kosovo; di conseguenza, il Kosovo si è limitato a presentare una domanda unilaterale, senza ottenere da parte dell’UE la conferma del proprio status di paese candidato. ② Engjellushe Morina, «Accelerare le adesioni: perché nella politica di allargamento dell’UE è meglio procedere più rapidamente», Consiglio europeo per le relazioni estere, 18 dicembre 2025, https://ecfr.eu/publication/ accelerate-the-accessions-why-faster-is-better-in-eu-enlargement-policy/#gradual-integration-and-its-pitfalls.① Enrico Letta, «Much More Than a Market: Speed, Security, Solidarity», Consiglio dell’Unione europea, 18 aprile 2024, https://www.consilium.europa.eu/media/ny3j24sm/much-morethan-a-market-report-by-enrico-letta.pdf. ② Mario Draghi, «Il futuro della competitività europea», Commissione europea, 9 settembre 2024, https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/draghi-report_en, pag. 5. ③ EUR-Lex, Regolamento (UE) 2020/2094 del Consiglio, del 14 dicembre 2020, che istituisce uno strumento di ripresa dell’Unione europea a sostegno della ripresa a seguito della crisi causata dal COVID-19, Unione europea, 14 dicembre 2020, https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2020/2094/oj. ① EUR-Lex, Regolamento (UE) n. 2025/1106 del Consiglio, del 27 maggio 2025, che istituisce l’iniziativa «Security Action for Europe» (SAFE) attraverso il rafforzamento dello strumento per l’industria europea della difesa (Testo rilevante ai fini del SEE), Unione europea, 27 maggio 2025, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/? uri=CELEX%3A32025R1106. ② REPowerEU, Commissione europea, 18 maggio 2025, https://commission.europa.eu/topi cs/energy/repowereu_en. ③ EUR-Lex, Direttiva (UE) 2022/2041 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 ottobre 2022, relativa ai salari minimi adeguati nell’Unione europea, Unione europea, 19 ottobre 2022, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:32022L2041; EUR-Lex, Raccomandazione del Consiglio del 30 gennaio 2023 sul reddito minimo adeguato che garantisca l’inclusione attiva, Unione europea, 30 gennaio 2023, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri =CELEX:32023H0203(01). ④ Tabella di marcia per posti di lavoro di qualità, Commissione europea, 4 dicembre 2025, https://data.consilium. europa.eu/doc/document/ST-16464-2025-INIT/en/pdf, pagg. 12, 9.① «Dati sulla difesa 2024-2025», Agenzia europea per la difesa, dicembre 2025, https://eda.europa.eu/publications-and-data/defence-data. ② «Circa 2 miliardi di euro per rafforzare la prontezza dell’industria della difesa dell’UE, anche per aumentare la produzione di munizioni a 2 milioni all’anno nel 2025», Commissione europea, 15 marzo 2024, https://defence-industry-space.ec.europa.eu/around-eu2-billion-strengthen-eus-defence-industryreadiness-including-ramp-ammunition-production-2-2024-03-15_en. ③ Tabella di marcia per la prontezza operativa 2030, Commissione europea, 16 ottobre 2025, https://defenceindustry-space.ec.europa.eu/eu-defence-industry/readiness-roadmap-2030_en. ④ EUR-Lex, Decisione di esecuzione (UE) 2022/382 del Consiglio del 4 marzo 2022, Unione europea, 4 marzo 2022, https://eur-lex.europa.eu/eli/dec_impl/2022/382/oj/eng. ⑤ «Come l’UE aiuta i rifugiati provenienti dall’Ucraina», Consiglio dell’Unione europea, 26 giugno 2026, https://www.consilium.europa.eu/en/policies/refugee-inflow-from-ukraine/.① Patto sulla migrazione e l’asilo: un sistema comune dell’UE per la gestione della migrazione, Commissione europea, 11 giugno 2026, https://home-affairs.ec.europa.eu/policies/migration-and-asylum/pact-migration-and-asylum_en. ② Ding Chun, Zhang Mingxin, Yang Jiawei: «Analisi politico-economica dell’“Europa a più velocità”: un’analisi empirica basata sulla convergenza dello sviluppo degli Stati membri dell’UE», Studi europei, n. 4, 2017, pagg. 1–17. ③ Nel 2008 l’UE ricorse all’«astensione costruttiva»; nel 2022, Austria, Irlanda e Malta hanno acconsentito solo alla fornitura di armi non letali da parte dell’UE all’Ucraina, ma hanno esercitato l’«astensione costruttiva» durante la votazione. Si veda Cecilia Navarra, Lenka Jančová e Isabelle Ioannides, «Qualified Majority Voting in Common Foreign and Security Policy: A Cost of Non-Europe Report», Servizio di ricerca del Parlamento europeo, 28 agosto 2023, https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2023/740243/EPRS_STU(2023)740243_EN.pdf, pag. 24. ④ EUR-Lex, Versione consolidata del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, Unione europea, 7 giugno 2016, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=uriserv%3AOJ. C_.2016.202.01.0001.01.ENG&toc=OJ%3AC%3A2016%3A202%3ATOC.① Jan Lepeu, «L’Ucraina, la de-targetizzazione delle sanzioni dell’UE e l’ascesa della Commissione europea come artefice della politica estera dell’UE», International Politics, vol. 62, 2025, pp. 975-987. ② Calle Håkansson, «La guerra in Ucraina e l’emergere della Commissione europea come attore geopolitico», Journal of European Integration, vol. 46, n. 1, 2024, pp. 25-45. ③ «Coalizioni di capacità a sostegno dell’Ucraina», 23 marzo 2026, Uffici governativi della Svezia, https://www.government.se/government-policy/swedens-support-to-ukraine/military-support-to-ukraine/capability-coalitions/. ④ «Partnership in materia di sicurezza e difesa», Consiglio dell’Unione europea, https://www.consilium.europa.eu/en/policies/security-defence-partnerships/. ⑤ «Partnership in materia di sicurezza e difesa tra l’Unione europea e il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord», Governo del Regno Unito, 19 maggio 2025, https://www.gov.uk/government/publications/uk-eu-security-and-defence-partnership/security-and-defence-partnership-between-the-european-union-and-the-united-kingdom-of-great-britain-and-northern-ireland. ① «PESCO: il Canada sarà invitato a partecipare al progetto “NetLogHubs”, » Consiglio dell’Unione europea, 20 febbraio 2023, https://www.consilium.europa.eu/en/press/pressreleases/2023/02/20/pesco-canada-will-be-invited-to-participate-in-the-netloghubs-project/. ② «PESCO: la Svizzera sarà invitata a partecipare al progetto “Mobilità militare”», Consiglio dell’Unione europea, 13 gennaio 2025, https://www.consilium.europa.eu/en/press/ pressreleases/ 2025/01/13/pesco-la-svizzera-sarà-invitata-a-partecipare-al-progetto-sulla-mobilità-militare/. ③ Ding Chun, Zhang Yanni: «L’economia europea nel contesto della globalizzazione: trasformazioni, cause e prospettive», Scienze sociali, n. 7, 2025, pag. 132. ④ Relazione annuale 2025 sul mercato unico e la competitività, Commissione europea, 29 gennaio 2025, https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/HTML/?uri=CELEX:52025DC0026.① Mario Draghi, Il futuro della competitività europea, pag. 6. ② Spese per la difesa dei paesi della NATO (2014-2025), NATO, 28 agosto 2025, https://www.nato.int/content/dam/nato/webready/documents/finance/def-exp-2025-en.pdf, pag. 9. ③ Bence Nemeth, Andrew Dorman e Anna Unger, Superare gli ostacoli al mercato unico della difesa, Direzione generale delle politiche esterne del Parlamento europeo, 17 dicembre 2025, https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/STUD/2025/775283/EXPO_STU(2025)775283_EN.pdf, pag. 21.① Mario Draghi, «Il futuro della competitività europea», pagg. 18, 69. ② Una bussola strategica per la sicurezza e la difesa: per un’Unione europea che protegga i propri cittadini, i propri valori e i propri interessi e contribuisca alla pace e alla sicurezza internazionali, Commissione europea, 21 marzo 2022, https://www.eeas.europa.eu/sites/default/files/documents/strategic_compass_en3_web.pdf.① Olaf Scholz, «Impegno risoluto per la pace e la sicurezza», Governo federale della Germania, 27 febbraio 2022, https://www.bundesregierung.de/breg-en/service/archive/policy- statement-by-olaf-scholz-chancellor-of-the-federal-republic-of-germany-and-member-of-the- german-bundestag-27-february-2022-in-berlin-2008378. ② «Investimenti nella difesa e l’impegno del 5% della NATO», NATO, 29 giugno 2026, https://www.nato.int/en/what-we-do/introduction-to-nato/defence-expenditures-and-natos-5- commitment. ③ «Gli Stati Uniti pianificano un ritiro più rapido delle truppe dall’Europa, secondo quanto riporta un quotidiano», Reuters, 30 maggio 2026, https://www.reuters.com/world/us-planning-faster-troop-withdrawal-europe-newspaper-says – 2026-05-30/. ④ «Scheda informativa: Gli Stati Uniti e l’Unione europea raggiungono un accordo commerciale di vasta portata», The WhiteHouse, 28 luglio 2025, https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2025/07/fact-sheet-the- united-states- and-european-union-reach-massive-trade-deal/. ⑤ Proiezioni macroeconomiche dello staff della BCE per l’area dell’euro, Banca centrale europea, 11 settembre 2025, https://www.ecb.europa.eu/pub/pdf/other/ecb.projections202509_ecbstaff~c0da697d54.en.pdf, pag. 7.① «Fatti e cifre 2025 dell’industria chimica europea», Consiglio europeo dell’industria chimica, 15 dicembre 2025, https://cefic.org/facts-and-figures-of-the-european-chemical-industry/ profile. ② «Ingegneria meccanica e impiantistica in cifre e grafici», VDMA, aprile 2026, https://www.vdma.eu/en/mechanical-plant-engineering-figures-charts. ③ «Elettricità 2025: analisi e previsioni fino al 2027», Agenzia internazionale per l’energia, 14 febbraio 2025, https://www.iea.org/reports/electricity-2025/. ④ «Spese per la ricerca e lo sviluppo», Eurostat, novembre 2025, https://ec.europa.eu/eurostat/statistics- explained/index.php?title=R%26D_expenditure. ⑤ Mario 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“Ora la Casa sono io” — Scott Bessent, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, di Futur Early

Mangiare o riscaldarsi: gli Stati Uniti e il gelo in arrivo dell’arroganza.

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“ «Ora sono io la Camera» — Scott Bessent, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti

Mangiare o riscaldarsi — Gli Stati Uniti e l’imminente gelo dell’arroganza

FuturEarly24 ottobre
 
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Scenario al 7%

Un nuovo attacco statunitense all’Iran, seguito da una massiccia rappresaglia iraniana contro le infrastrutture petrolifere e del gas del CCG, potrebbe innescare una reazione a catena che porterebbe il rendimento dei titoli del Tesoro USA a 10 anni verso il 7%. La variabile critica sarebbe l’entità e la durata dell’interruzione dell’approvvigionamento energetico. Se i danni agli impianti di produzione ed esportazione dell’Arabia Saudita, del Qatar o degli Emirati Arabi Uniti coincidessero con una restrizione prolungata del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, i prezzi del petrolio e del GNL potrebbero impennarsi, con ripercussioni sui trasporti, sull’elettricità, sui prodotti chimici, sui fertilizzanti e, infine, sui prezzi al consumo in generale.

La Federal Reserve si troverebbe di fronte a una scelta difficile: allentare la politica monetaria per attutire lo shock economico o mantenere tassi restrittivi per impedire che un picco inflazionistico determinato dai prezzi dell’energia si radichi. Inizialmente, i rendimenti dei titoli del Tesoro potrebbero diminuire poiché gli investitori cercherebbero rifugio; il pericolo emerge se le aspettative di inflazione aumentassero più rapidamente dei timori di recessione.

La linea di frattura dell’IA

Allo stesso tempo, un grave fallimento nel finanziamento dell’IA potrebbe trasformare uno shock energetico in un evento creditizio di più ampia portata. Immaginate un laboratorio leader nel settore dell’IA che fatica a trasformare spese straordinarie in ricavi ricorrenti, perdendo l’accesso a nuovi finanziamenti o non riuscendo a onorare gli impegni nei confronti dei fornitori di servizi cloud e dei partner infrastrutturali.

Le perdite potrebbero propagarsi al credito privato, al finanziamento dei data center e agli investitori altamente indebitati come SoftBank. L’effetto immediato sarebbe probabilmente una fuga verso beni rifugio, che spingerebbe al ribasso i rendimenti dei titoli del Tesoro.

Ma se le perdite innescassero vendite forzate, un inasprimento delle condizioni di credito e un brusco deterioramento degli investimenti delle imprese, l’economia statunitense potrebbe trovarsi di fronte a una pericolosa combinazione di rallentamento della crescita e aumento dei costi dei fattori di produzione.

Sam Altman e Re Lear
FuturEarly·22 settembre
Sam Altman and King Lear
C’è qualcosa di quasi shakespeariano nella portata della proposta di OpenAI. Tra il 2026 e il 2030, secondo quanto riferito, l’azienda sarebbe pronta a sostenere e bruciare 278 miliardi di dollari di flusso di cassa libero negativo, spendendo al contempo circa 856 miliardi di dollari in potenza di calcolo e infrastrutture, secondo
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La convergenza

Il punto di svolta critico sarebbe una perdita di fiducia nel mercato obbligazionario statunitense stesso.

Un’inflazione energetica persistente potrebbe impedire alla Federal Reserve di tagliare i tassi in modo aggressivo, mentre una crescita più debole, un potenziale sostegno fiscale e il già consistente fabbisogno di finanziamento federale aumenterebbero le preoccupazioni sulle prospettive fiscali degli Stati Uniti.

Se gli investitori richiedessero contemporaneamente una maggiore compensazione per l’incertezza inflazionistica, l’emissione di titoli del Tesoro e il rischio fiscale a lungo termine, il premio di termine potrebbe aumentare bruscamente. Aste di titoli del Tesoro deludenti e una vendita massiccia e prolungata di obbligazioni a lungo termine — anche in presenza di un calo dei mercati azionari e del credito — sarebbero particolarmente preoccupanti. Ciò indicherebbe che la normale fuga verso beni rifugio sarebbe sopraffatta dalle preoccupazioni relative all’inflazione e alla situazione fiscale.

Un movimento sostenuto verso il 7% sul titolo del Tesoro a 10 anni è quindi plausibile, ma richiederebbe che diversi fattori andassero male contemporaneamente: danni prolungati alle forniture energetiche del Golfo, aspettative di inflazione ormai radicate, un contagio creditizio significativo legato all’intelligenza artificiale e una sostanziale rivalutazione del rischio fiscale statunitense e del premio di durata.

Partendo da un rendimento iniziale vicino al 5%, raggiungere il 7% richiederebbe una rivalutazione straordinaria, non semplicemente un picco temporaneo del petrolio o il fallimento di una singola società operante nel settore dell’IA.

A mio avviso, i presupposti sono ormai presenti. Abbiamo superato la soglia critica per quanto riguarda i danni alle forniture energetiche del Golfo — l’oleodotto Est-Ovest e oltre. Le scosse nel credito legato all’IA si stanno facendo più forti. E il rischio fiscale statunitense e quello del premio di termine sono ora oggetto di mormorii da Tokyo a Seul.

Il pericolo determinante sarebbe un mercato stretto tra un problema di inflazione che impedisce l’allentamento monetario e una crisi finanziaria che lo richiede. È questa la convergenza da tenere d’occhio: non la guerra, le perdite nel settore dell’IA o l’aumento del debito considerati isolatamente, ma la loro interazione che mina la fiducia nel costo e nell’affidabilità del capitale statunitense.

Quando la diplomazia economica ha incontrato la diplomazia dello Stretto
FuturEarly·9 aprile
When Economic Statecraft Met Strait-Craft
Mentre il mondo si concede una tregua — un respiro temporaneo in quello che viene considerato un cessate il fuoco, una pausa in una guerra scelta, una provocazione premeditata e pianificata e un attacco contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele — vale la pena confrontarsi con le illusioni che hanno reso questo conflitto apparentemente plausibile, a cominciare dalla finzione secondo cui gli oleodotti esistenti o il loro ampliamento c…
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L’aritmetica dell’arroganza: da 19,95 a 40,44 trilioni di dollari

Da quando Donald Trump è entrato in carica il 20 gennaio 2017, il debito nazionale lordo degli Stati Uniti — ovvero il debito pubblico totale in essere, comprese le partecipazioni intragovernative — è balzato da circa 19,95 trilioni di dollari a 40,44 trilioni di dollari a ottobre 2026 e, se le attuali tendenze di indebitamento dovessero persistere, potrebbe plausibilmente raggiungere i 45–47 trilioni di dollari entro gennaio 2029 — un aumento straordinario di circa 26 trilioni di dollari in soli 12 anni.

Sebbene l’aumento di 7,8 trilioni di dollari durante il primo mandato di Trump sia stato influenzato in modo significativo dalla pandemia di COVID-19 e dalla spesa per le emergenze, la preoccupazione più profonda è la persistente espansione del debito pubblico nel corso delle successive amministrazioni, il che solleva seri interrogativi sulla disciplina fiscale, sulla sostenibilità economica e su chi, in ultima analisi, tragga beneficio da questo indebitamento.

La discrepanza fondamentale risiede tra la creazione di debito e la creazione di ricchezza per le masse: il governo può creare trilioni di nuovi debiti, ma ciò non si traduce automaticamente in una maggiore sicurezza finanziaria, in salari reali in aumento, in alloggi a prezzi accessibili, in servizi pubblici migliori o in un significativo accumulo di ricchezza per i cittadini americani comuni.

Nel frattempo, il costo crescente del servizio del debito e del suo rifinanziamento rischia di destinare una quota sempre maggiore delle risorse pubbliche al pagamento degli interessi piuttosto che agli investimenti produttivi. La domanda cruciale, quindi, è se questo accumulo senza precedenti di passività stia generando una prosperità economica sufficientemente diffusa da giustificarlo — oppure se la nazione stia creando debito a un ritmo sempre più rapido rispetto alla creazione di ricchezza tangibile e ampiamente condivisa.

La domanda da 1,2 trilioni di dollari

Consideriamo ora l’enorme cifra di 1,2 trilioni di dollari che Donald Trump ha proposto come pagamento di 5.000 dollari a circa 240 milioni di adulti americani aventi diritto, qualora i repubblicani mantenessero il controllo del Congresso nelle elezioni di medio termine.

Non si tratta esattamente di spiccioli per mantenere lo status quo politico; equivale a circa il 3% del debito pubblico americano, pari a 40,44 trilioni di dollari. E ciò avviene in un momento in cui il deficit di bilancio e l’onere del debito continuano a crescere. La domanda ovvia è: chi sta effettivamente pagando per questa mossa politica da 1,2 trilioni di dollari?

  • Se il denaro dovesse provenire dai dazi sui beni importati, la realtà è che gli importatori americani — e, in ultima analisi, in misura diversa, i consumatori americani — si fanno carico di gran parte del costo. In altre parole, Washington potrebbe consegnare alla gente un assegno con una mano mentre con l’altra gli svuota le tasche alla cassa.
  • Se proviene dai tagli alla spesa pubblica, allora qualcosa dovrà cedere, e dopo anni di pressioni sui servizi pubblici, è rimasta ben poca carne sull’osso prima che il coltello raggiunga il midollo.
  • E se la risposta è un maggiore ricorso al prestito da parte del Tesoro, la questione diventa ancora più interessante: mentre gli investitori stranieri e alcuni alleati degli Stati Uniti rivalutano la loro esposizione ai titoli del Tesoro americano, chi esattamente si metterà in fila per finanziare questo montepremi da 1,2 trilioni di dollari?

Ma soprattutto, si tratterà di una vera creazione di ricchezza per gli americani comuni, o semplicemente di denaro preso in prestito mascherato da dividendo politico — con il conto comodamente addebitato al futuro?

I mercati obbligazionari possono garantire la pace?
FuturEarly·24 maggio
Can Bond Markets Bond the Peace?
James Carville una volta disse che se potesse reincarnarsi, vorrebbe tornare come il mercato obbligazionario. Quando gli fu chiesto perché, rispose: «Perché così si può intimidire chiunque».
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“Ora sono io a dettare legge”

Scott Bessent era un protetto della società di investimenti di George Soros, membro del team che nel 1992 mise in ginocchio la Banca d’Inghilterra. Doveva avere appena dieci anni quando Roy Cohn, il famigerato avvocato litigioso, insegnava a Donald Trump l’arte del contenzioso come arma: citare in giudizio, minacciare, contrattaccare e non cedere mai.

Ciò che sta riemergendo oggi è un istinto simile, ora trasferito dall’aula di tribunale ai mercati finanziari. “ Ora sono io a dettare le regole”, dichiarò Bessent — riferendosi allo yen, anche se l’istinto è trasversale.

Sembrava meno un Segretario del Tesoro e più Robert De Niro o Joe Pesci in *Casino* o *Quei bravi ragazzi*. Ma c’è una differenza fondamentale tra intimidire una parte in causa e affrontare un mercato obbligazionario. Quest’ultimo non può essere costretto alla sottomissione con le minacce, ridotto al silenzio con cause legali o costretto con la forza a comprare debito americano. E con Washington intrappolata in una situazione strategica e geografica difficile intorno allo Stretto di Hormuz e a Bab el-Mandeb, l’ultima cosa di cui il Tesoro ha bisogno è aprire un altro fronte soffocando il mercato obbligazionario stesso.

Bessent potrà anche comprendere l’asimmetria informativa; ciò che non può creare è l’asimmetria di credibilità. Non ci si può proteggere dal Golfo Persico, né si può uscire da uno squilibrio fiscale strutturale a parole.

Il conto è arrivato: Una valutazione dei costi globali
FuturEarly·2 maggio
The Bill Has Arrived: A Global Cost Assessment
Una promessa non mantenuta
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Una curva inarrestabile

L’Operazione Twist, avviata nel 1961 sotto la presidenza di John F. Kennedy, fu un’iniziativa coordinata tra il Tesoro e la Federal Reserve volta ad abbassare i tassi di interesse a lungo termine, sostenendo al contempo il dollaro attraverso un aumento dei tassi a breve termine.

La Fed acquistava titoli del Tesoro a più lunga scadenza vendendo al contempo buoni del Tesoro a breve termine, nel tentativo di appiattire la curva dei rendimenti, stimolare gli investimenti interni e attirare capitali a breve termine negli Stati Uniti. La sua efficacia nel ridurre in modo significativo i costi di finanziamento a lungo termine, tuttavia, rimane oggetto di dibattito. Vi suona familiare?

Ma quella era un’altra epoca: un panorama geopolitico diverso, un’architettura fiscale diversa e un’egemone ormai anziana che operava ancora vicino all’apice del proprio potere economico e finanziario.

Link: BBC

Oggi, il controllo dei rendimenti si sta rivelando sempre più inflessibile.

Miliardi in acquisti aggiuntivi di titoli del Tesoro potrebbero offrire un sollievo temporaneo, proprio come le portaerei e le vaste basi militari possono proiettare un potere formidabile, ma nessuna delle due cose garantisce il successo strategico quando ci si trova di fronte ad alternative asimmetriche e più economiche.

Il parallelo non sta nel fatto che le obbligazioni e i droni siano la stessa cosa, ma che una spesa finanziaria o militare schiacciante non possa ribaltare l’aritmetica di fondo. L’America è intrappolata in una triplice impasse:

  1. la geografia del Golfo Persico,
  2. l’arroganza fiscale del Tesoro,
  3. e le conseguenze inflazionistiche dei deficit persistenti, dell’elevata emissione di debito e delle turbolenze nel mercato energetico.

La questione non è se il rendimento dei titoli del Tesoro a dieci anni raggiungerà il 7% o quello a trent’anni si avvicinerà all’8% secondo una tempistica specifica; la questione è cosa accadrà al modello fiscale americano se gli investitori inizieranno a esigere un prezzo sostanzialmente più alto per finanziarlo. A quel punto, il costo per difendere il sistema potrebbe diventare una delle forze che lo destabilizzano.

Il tetto che perde

«Ora sono io la Camera. ” Proprio così, signor Segretario. Ma il tetto perde, le fondamenta stanno cedendo e l’ingegnere strutturale ha smesso di rispondere alle sue telefonate. Sia in patria che all’estero, le frane non sono più solo un rischio riportato nella perizia; stanno cominciando a sembrare una caratteristica del paesaggio.

La bonanza del settore privato trainata dalla tecnologia, la frenesia delle operazioni finanziarie e le valutazioni esuberanti potrebbero ancora scoprire che anche il casinò più sfarzoso dipende dal fatto che qualcuno sia in grado di pagare il conto.

Nel frattempo, ai deficit gonfiati di Washington e delle principali capitali europee viene chiesto di sostenere un’operazione di rifinanziamento perpetuo, come se il mercato obbligazionario fosse un bancomat inesauribile anziché il revisore definitivo dell’arroganza politica. Per non parlare del continuo finanziamento della guerra in Ucraina.

Nel nord-est degli Stati Uniti, le famiglie devono far fronte a bollette del gasolio da riscaldamento in aumento, mentre l’amministrazione Trump mostra scarsa propensione ad abbassare il termostato geopolitico nel Golfo Persico.

Le conseguenze sono potenzialmente esplosive: un inferno nei rendimenti dei titoli del Tesoro, un ulteriore inasprimento delle condizioni finanziarie e mercati dei capitali sempre più inclini a cercare la via d’uscita.

Il problema nel proclamarsi “la Casa” è che, alla fine, qualcuno dovrà ispezionarne le fondamenta. E il mercato obbligazionario, a differenza di un comizio politico, non applaude a comando.

Cosa cederà per prima

Il che ci porta alla domanda scomoda: cosa cederà per prima sotto il peso accumulato dell’eccessivo impegno geopolitico, dell’eccesso fiscale e dell’arroganza finanziaria: l’economia americana o una delle sue portaerei sempre più esposte nell’Oceano Indiano?

Gli esiti sarebbero radicalmente diversi, ma le implicazioni strategiche di entrambi sarebbero colossali. E alla base di entrambi si cela la stessa contraddizione strutturale: una superpotenza che cerca di mantenere la supremazia globale attraverso impegni in continua espansione, mentre il suo margine di manovra fiscale si riduce.

I rendimenti decennali e trentennali non sono semplici quotazioni di mercato; sono prezzi legati alla fiducia, alla credibilità e al costo futuro del potere americano.

Man mano che tali costi aumentano, il margine per la prudenza e il pragmatismo — la capacità di promuovere la pace all’estero e la prosperità in patria — si riduce di ora in ora.

C’è un antico proverbio persiano, volutamente schietto nella sua saggezza: «Non hai mai pisciato su una superficie dura.»

Il segretario Bessent potrebbe ancora scoprire che i mercati non hanno pazienza per le spavalderie teatrali. E quando il vento cambia, è sempre saggio avere un impermeabile.

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Vivek Ramaswamy, Flavio Bolsonaro e la cultura corrosiva del “mai chiedere scusa”, di Glenn Greenwald

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Cosa succede a un sistema politico quando ammettere un errore viene denigrato come una debolezza, rifiutarsi di chiedere scusa viene venerato come un atto di coraggio e la sfacciataggine viene considerata una virtù?

Glenn Greenwald24 ottobre
 
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Screenshot dell’annuncio pubblicitario online della campagna elettorale di Vivek Ramaswamy

Il candidato del Partito Repubblicano alla carica di governatore dell’Ohio, Vivek Ramaswamy, ha suscitato questa settimana una condanna diffusa a seguito di uno spot elettorale online che vedeva protagonista la madre biologica della sua avversaria democratica, Amy Acton. È difficile ricordare uno spot politico simile a questo.

Con una telecamera puntata direttamente sul suo volto, l’anziana madre di Acton denuncia e diffama la figlia con un astio implacabile che raramente si vede negli attacchi di un genitore nei confronti del proprio figlio, soprattutto quando vengono espressi in modo così pubblico. La sua condanna della propria figlia non ha assolutamente nulla a che vedere con la politica o l’ideologia, ma è interamente dettata dall’astio personale. Con disprezzo viscerale, la madre di Acton la definisce una bugiarda incallita, una manipolatrice e una persona «che ha bisogno di aiuto». Esorta quindi gli abitanti dell’Ohio a non fidarsi di nulla di ciò che dice sua figlia e a «non votare» per qualcuno che è così malato di mente, patologicamente disonesto e, in generale, un essere umano semplicemente orribile.

Questo spot innovativo, com’era prevedibile, ha suscitato un’immediata e forte indignazione online e sui media, anche tra alcuni esponenti del Partito Repubblicano. Il ricorso ai familiari di altre persone in ambito politico denota in genere una certa disperazione, e non è difficile capire perché la campagna di Vivek ricorra con tanto entusiasmo a tattiche non ortodosse.

Sebbene Barack Obama abbia vinto due volte nello Stato dell’Ohio, quest’ultimo è stato un baluardo repubblicano nell’era Trump. Trump ha conquistato lo Stato in tre elezioni presidenziali consecutive. Dal 2011 è guidato da un governatore repubblicano e i suoi due senatori sono repubblicani. JD Vance ha conquistato un seggio al Senato nel 2022, mentre il democratico Sherrod Brown ha perso la corsa per il quarto mandato nel 2024, venendo sconfitto dal senatore Bernie Moreno (R-OH).

Eppure, nella corsa alla carica di governatore, i sondaggi di tutto l’anno hanno mostrato che l’ambiziosissimo Ramaswamy è leggermente o moderatamente indietro rispetto ad Acton, che non ha mai ricoperto prima d’ora una carica elettiva. I mercati predittivi si sono dimostrati ancora più pessimisti riguardo alle possibilità di Ramaswamy. Nella corsa al Senato dello Stato, Sherrod Brown ha mantenuto un solido vantaggio nei sondaggi nel suo tentativo di vendicare la sconfitta del 2024 e conquistare il suo quarto mandato, ora in competizione con il senatore in carica John Husted (R-OH).

In quanto partito all’opposizione alla Casa Bianca, con la popolarità di Trump ai minimi storici mentre si avvicina alla fine del suo mandato e con la guerra contro l’Iran da lui scatenata che continua a causare prezzi elevati della benzina, i Democratici – pur rimanendo impopolari – godono di un vantaggio strutturale su più fronti nelle elezioni di medio termine. Lo stesso Vivek non ha mai vinto un’elezione e — in quanto miliardario con una storia sulle origini della sua ricchezza tutt’altro che esemplare — deve affrontare sfide del tutto particolari in qualità di candidato repubblicano non convenzionale nel Midwest. In sintesi, Vivek è un candidato disperato. E come le persone disperate in generale, anche i candidati disperati ricorrono spesso ad atti disperati.

Quando lunedì lo spot è apparso per la prima volta online, non riportava alcun riferimento ufficiale alla campagna elettorale. Manca, ad esempio, la ormai familiare dicitura prevista dalla legge: “Sono il candidato X e approvo questo messaggio”. Tuttavia, la campagna di Vivek si è infine assunta la responsabilità del suo finanziamento e della sua produzione, e sta ora spendendo almeno 4 milioni di dollari per mandarlo in onda in Ohio.

Gli autori di questo nuovo spot, tra cui Vivek, sapevano quasi certamente che avrebbe suscitato una reazione che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stata profondamente polarizzante. Tutto in questo spot è strano, cupo e inquietante.

Non è certo la prima volta che una campagna elettorale sfrutta un parente arrabbiato di un candidato avversario o i suoi conflitti familiari per ottenere un vantaggio elettorale. Nell’ultimo decennio, i Democratici hanno spesso messo in primo piano i vari cugini di Trump e figure simili che condannavano ferocemente il suo carattere. (I Democratici hanno trasformato la nipote di Trump, Mary Trump, in una donna molto ricca proprio per averlo fatto). Non appena RFK Jr. ha iniziato a opporsi al Partito Democratico per poi unirsi alla campagna elettorale e all’amministrazione di Trump, ai membri della sua numerosa pseudo-famiglia reale è stato concesso uno spazio mediatico illimitato per attaccarlo nei modi più al vetriolo e personali immaginabili, e non hanno mai smesso di farlo.

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Nell’ambito della #Resistenza anti-Trump, i Democratici hanno cinicamente portato alla ribalta la figlia quindicenne di George e Kellyanne Conway quando ha filmato di nascosto e poi pubblicato su TikTok i suoi litigi urlati con la madre pro-Trump, mentre la figlia trans di Elon Musk è apparsa in innumerevoli programmi televisivi per esprimere il proprio odio verso il padre.

Tuttavia, c’è qualcosa di particolarmente alienante nell’utilizzare la madre anziana di qualcuno in uno spot politico d’attacco. Nella migliore delle ipotesi — ovvero: anche se tutto ciò che il copione sostiene fosse vero — lo spot è visceralmente volgare e ripugnante. Ciò non significa che utilizzare un parente stretto di qualcuno come testimone a favore in una campagna politica non sia mai giustificabile o sia un tabù assoluto. Ma anche in astratto, si fatica a immaginare uno scenario in cui l’uso di una donna anziana in questo modo sia al tempo stesso giustificato ed efficace.

Nel caso specifico dello spot su Acton, tutte queste domande sono diventate rapidamente irrilevanti una volta venute alla luce le tragiche circostanze di questa famiglia e del rapporto “madre-figlia”. Nonostante sia stata presentata nello spot come una testimone attendibile per mettere in discussione l’integrità della candidata democratica, la donna che appare nello spot — pur essendo la madre biologica di Amy Acton — non ha avuto nulla a che fare con la vita di sua figlia negli ultimi quasi 50 anni.

Questo perché, negli anni ’70, la madre biologica di Acton abbandonò la figlia e il figlio (il fratello minore di Acton) quando Amy aveva appena 12 anni. Fuggì di casa e lasciò i figli per stare con il suo fidanzato, perdendo la custodia di entrambi i bambini. Come può una donna — anche se è la madre biologica — pretendere di valutare in modo attendibile il carattere di una donna di 60 anni che non vede da quando questa era bambina?

Ciò che rendeva l’annuncio ancora più ripugnante erano i motivi per cui le due erano rimaste in contrasto per così tanto tempo. Amy Acton, all’età di 12 anni, aveva accusato il compagno di sua madre di averla aggredita e violentata, accuse confermate da suo fratello. Non si trattava di un ricordo riemerso durante una terapia vent’anni dopo. All’epoca la denuncia era stata presentata immediatamente alla polizia.

E c’erano prove almeno sufficienti per indurre la polizia ad arrestare il fidanzato e per farlo accusare di quei reati. Una volta uscito su cauzione, è fuggito per evitare di rispondere delle accuse, e la sua fidanzata — la madre di Amy Acton — ha scelto di andarsene con lui, anche se quella scelta significava abbandonare la propria figlia e il figlio minore. Ecco chi la campagna di Vivek ha deciso di rendere protagonista di questo spot denigratorio contro Amy Acton: una persona che, nella migliore delle ipotesi, ha abbandonato i propri figli in tenera età e, se le accuse fossero vere, lo ha fatto per schierarsi dalla parte dello stupratore pedofilo di sua figlia.

Alla fine, Amy Acton ha superato tutto questo, è andata all’università, si è laureata in medicina, è diventata direttrice sanitaria dell’Ohio ed è ora la favorita per diventare il prossimo governatore dello Stato. Acton ha ogni sorta di opinioni politiche e decisioni passate che meritano una critica perfettamente legittima — comprese le sue dichiarazioni e le sue politiche riguardo alla crisi del COVID — ma l’ultima persona in assoluto qualificata a esprimersi su tutto ciò è la madre che l’ha abbandonata 50 anni prima.

La cattiva per eccellenza della storia è la donna presentata come protagonista dello spot. Anche per chi considera la politica un gioco sporco, senza esclusione di colpi e in cui si vince a tutti i costi, questo è stato un passo — anzi, molti passi — troppo oltre.

Fortunatamente per Vivek, c’era una soluzione ovvia e semplice a questo problema. Tutto ciò che doveva fare era denunciare lo spot. Quando era stato diffuso per la prima volta, lo spot non riportava il suo nome. La sua campagna elettorale non lo aveva ancora mandato in onda. E non c’erano prove del suo coinvolgimento nella sua realizzazione.

E anche se ne fosse stato a conoscenza o avesse partecipato alla sua realizzazione, gli sarebbe bastato smentirlo prima che andasse in onda. Chiunque, figuriamoci un consulente politico esperto, saprebbe cosa dire: Ritengo che Amy Acton sia profondamente inadatta a governare l’Ohio e che la sua ideologia danneggerebbe la vita dei cittadini del nostro Stato. Per questo motivo, dovremmo concentrarci su ciò che conta in queste elezioni. Come in tutte le campagne elettorali, testiamo molti spot pubblicitari e sono giunto alla conclusione che questo non soddisfi i nostri standard e non verrà mandato in onda. Ci concentreremo esclusivamente sulle politiche liberali di Amy Acton che danneggeranno le famiglie lavoratrici dell’Ohio.

Ecco tutto. Si tratta semplicemente di un’assunzione di responsabilità e di scuse semplici e dirette: il tipo di cosa che qualsiasi persona perbene, per definizione, fa continuamente. Per chi di noi ha figli, l’ammissione dei propri errori e la virtù di chiedere scusa sono fondamentali per l’educazione dei figli. Tutti commettiamo errori, ovviamente, e la maggior parte delle persone ammira chi è in grado di riconoscerli e di scusarsi per essi, proprio perché farlo richiede un minimo di integrità, umiltà e responsabilità personale.


Eppure, di fronte alle diffuse critiche provenienti anche da molti dei suoi stessi alleati politici, non è questo che Vivek ha scelto di fare in questa occasione. Anzi, ha fatto proprio il contrario. Ha difeso lo spot. La sua campagna elettorale ha diffuso una dichiarazione che iniziava così: «Non sappiamo cosa sia successo tra Amy e sua madre». Cosa? Non è vero. Forse non sappiamo con certezza se la donna protagonista dello spot avesse un fidanzato che ha violentato la sua stessa figlia — anche se la polizia sembrava ritenere credibili le accuse — ma sappiamo che ha abbandonato la propria figlia all’età di 12 anni. Questo, di per sé, dovrebbe rendere inammissibile qualsiasi spot che abbia come protagonista questa donna.

Ma lo staff elettorale di Vivek non si è fermato qui nel giustificare lo spot. «Quello che sappiamo», ha sostenuto lo staff elettorale di Vivek, «è che Amy Acton è una bugiarda seriale che ha seri problemi con la verità».

Forse è vero. Molti politici hanno un rapporto precario con la verità. Amy Acton potrebbe essere una di loro. Si tratta ovviamente di una questione rilevante da sollevare in una campagna elettorale di grande importanza. Ma l’ultima persona in assoluto qualificata a esprimersi su tale questione è la sua madre biologica, che non fa parte della sua vita da quando lei aveva 12 anni e che è al centro di accuse atroci.

Allora — sulla scia di tutta questa indignazione pubblica — perché Vivek ha difeso e giustificato questa pubblicità invece di limitarsi a scusarsi o, almeno, a prenderne le distanze e voltare pagina? Probabilmente ci sono diverse ragioni, ma una cosa è chiara.

Il rifiuto di Vivek di scusarsi mette in luce un ethos culturale prevalente che è corrosivo e umiliante. Esso equipara le scuse alla debolezza, l’ammissione di colpa alla codardia e il riconoscimento dell’errore alla resa. All’interno di questo quadro distorto, l’unico modo per dimostrare coraggio, convinzione e volontà di lottare per una causa è insistere sulla propria infallibilità e, soprattutto, non cedere mai.

Questo codice etico amorale non è emerso casualmente da un giorno all’altro. È stato, almeno in parte, una reazione — comprensibile — alle campagne intimidatorie in nome della giustizia sociale che cercavano di costringere le persone a rinunciare alle proprie convinzioni e a sottomettersi a rituali di umiliazione pubblica come punizione per qualsiasi tipo di pensiero scorretto. È comprensibile che la reazione ai rituali di scuse pubbliche imposte sia stata quella di incoraggiare le persone a rivendicare il diritto di mantenere le proprie opinioni, indipendentemente dalla loro impopolarità. Da ciò è emersa, in molte fazioni, la determinazione collettiva a non assecondare mai una folla online inferocita per paura, piuttosto che per un sincero senso di rimorso. Tutto ciò è comprensibile, persino necessario.

Quando una folla inferocita esige una penitenza pubblica, delle scuse offerte per paura spesso non placano la folla, ma piuttosto la incoraggiano. Questo perché chi cerca di costringere gli altri a scusarsi pubblicamente non lo fa per una causa giusta, ma per dare prova di puro potere. All’interno di quella dinamica di massa, le scuse estorte vengono interpretate come un segno di debolezza, non di rimorso.

Con l’aumentare della popolarità di questo rituale sadico, molti hanno capito che l’unica soluzione è la sfida. Le folle online, alla ricerca di vendetta e non di un sincero pentimento, hanno alimentato una reazione in cui i loro bersagli sono comprensibilmente riluttanti a scusarsi, anche quando sanno che dovrebbero farlo, perché ciò non farebbe altro che alimentare ulteriori attacchi.

Dan Hauser, uno dei principali consiglieri del senatore Mike Lee (R-UT), aveva inizialmente promosso lo spot elettorale denigratorio contro Vivek, ma poi si è scusato pubblicamente per averlo fatto una volta venute a conoscenza delle circostanze relative al legame familiare di Amy Acton. Questo, a mio avviso, sembra esattamente ciò che dovremmo incoraggiarci a vicenda a fare: ammettere i propri errori e chiedere scusa quando ci rendiamo conto di aver sbagliato. Così l’ho lodato in quello che mi è sembrato uno scambio piuttosto normale e banale:

A quanto pare, questo scambio è stato percepito da molti come tutt’altro che normale. Sia Hauser che io siamo stati subito sommersi da critici rabbiosi che insistevano sul fatto che il suo comportamento iniziale non potesse essere perdonato, che quelle scuse dovessero essere disprezzate, non accettate né lodate. Questa è la cultura che in qualche modo ha dipinto le scuse come l’atto peggiore, o quantomeno più controproducente, ed è il motivo per cui così tante persone sono ora così restie a farlo. Quindi capisco perfettamente la reazione negativa. Perché scusarsi se si viene solo diffamati ancora di più?

Per quanto comprensibile possa essere quella reazione, non dovremmo permettere che questi eccessi della folla alimentino l’estremo culturale opposto, secondo cui le scuse sono considerate un atto di codardia e capitolazione. Eppure questo è, in molti degli ambienti frequentati da Vivek, il nuovo codice. Ammettere la validità di una critica significa rafforzare i propri nemici. Per quanto ignobile, immorale e spregevole possa essere il proprio gesto — come ad esempio mettere in primo piano una madre che ha abbandonato i propri figli in uno spot denigratorio sulla scia di accuse di stupro — l’unica cosa peggiore è scusarsi per quello spot.

Oltre a essere privo di etica e senso di responsabilità, e oltre a privarci dell’unica azione che ci permette di evolverci sia a livello personale che sociale (ovvero interiorizzare e ammettere i propri errori e impegnarsi a evitarli in futuro), questo imperativo di “non chiedere mai scusa” capovolge la realtà. Ammettere un errore e chiedere scusa richiede forza e coraggio, non debolezza e sottomissione.

Ammettere pubblicamente un errore è possibile solo per chi è sufficientemente sicuro di sé, coraggioso e padrone di sé. Solo chi è terrorizzato dall’idea di mostrarsi vulnerabile in pubblico, o insicuro riguardo al proprio carattere, teme più di ogni altra cosa di ammettere pubblicamente un errore. Ecco perché un rifiuto categorico di ammettere un errore è anche estremamente controproducente. Tutti noi abbiamo incontrato persone del genere nella nostra vita. La maggior parte delle persone capisce cosa rivela questa ostinazione sul carattere di una persona.

Ecco perché il comportamento di Vivek — non solo lo spot denigratorio, ma soprattutto la sua difesa dello stesso e il rifiuto di ritirarlo — ha suscitato tanto disprezzo. Se ci fossero dubbi al riguardo, basta osservare come, sulla scia di questa debacle, le sue probabilità di vittoria a novembre siano crollate al minimo storico:

A dire il vero, proprio nelle ultime ventiquattro ore si è verificato un controesempio perfetto che illustra tutti questi punti, proveniente da una fonte davvero inaspettata. Si potrebbe definire la “lezione anti-Vivek”. Riguarda una persona che si è trovata in una situazione molto simile a quella affrontata da Vivek, ma che ha scelto di gestirla seguendo la strada esattamente opposta e, probabilmente, con esiti molto diversi.


Questa scelta davvero insolita ha avuto luogo ieri in Brasile. Il ballottaggio presidenziale di quel Paese— tra il presidente in carica Lula da Silva e il senatore Flavio Bolsonaro — si terrà domenica. Definire la politica brasiliana polarizzata e osservare che i due candidati si disprezzano a vicenda sia sul piano personale che politico significa minimizzare la situazione.

L’attuale presidente, Lula, ha lasciato la carica nel 2010 al termine del secondo mandato e, mentre si preparava a ricandidarsi alle presidenziali del 2018 contro il padre di Flavio, Jair Bolsonaro, è stato incarcerato con l’accusa di corruzione. Con Lula in carcere, condannato a 11 anni di reclusione, Bolsonaro ha sconfitto piuttosto facilmente il partito di Lula ed è diventato presidente nel 2018.

Una volta annullata la condanna di Lula e ottenuto il suo rilascio dal carcere, questi si è candidato contro Jair Bolsonaro e lo ha sconfitto per un soffio nel 2022. Lo stesso Bolsonaro è stato poi incarcerato con l’accusa di aver tentato di organizzare un colpo di Stato dopo la sua sconfitta elettorale, e ora si trova a sua volta in carcere, dove sta scontando una pena di ventotto anni agli arresti domiciliari. Dalla sua cella, Bolsonaro ha scelto suo figlio Flavio — senatore di Rio de Janeiro — come candidato presidenziale del suo partito per il 2026. Il termine «polarizzazione» non rende giustizia al clima politico che regna in Brasile.

Il primo turno delle elezioni in Brasile si è tenuto il 5 ottobre e Bolsonaro ha sorpreso i sondaggisti chiudendo con due punti di vantaggio su Lula. Poiché nessuno dei due candidati alla presidenza ha ottenuto più del 50% dei voti, domenica si terrà il ballottaggio. Ciononostante, il partito di destra di Bolsonaro ha ottenuto una vittoria storica: ha schiacciato il partito di sinistra liberale di Lula in ogni regione del Brasile e ora domina il Senato, la Camera dei deputati e le principali cariche di governatore.

Alla luce di questi risultati, Flavio Bolsonaro è considerato il chiaro favorito per vincere il ballottaggio contro Lula e diventare presidente del Paese, vendicando così la sconfitta subita dal padre nel 2022 e la sua successiva incarcerazione.

Prima del ballottaggio erano previsti due dibattiti presidenziali. Il primo dibattito tra Bolsonaro e Lula si è tenuto domenica scorsa. Fin dall’inizio, è stato così aspro sul piano personale e inesorabilmente sgradevole — così pieno di attacchi e accuse a raffica — che persino i professionisti della politica e i sostenitori più fedeli lo hanno trovato profondamente sgradevole da guardare. Si è rapidamente diffuso il consenso sul fatto che probabilmente il dibattito non abbia giovato a nessuno dei due, in particolare presso gli elettori di cui hanno più bisogno: coloro che si sono rifiutati di votare al primo turno e che sono sembrati saggi nella loro astensione.

Il secondo e ultimo dibattito si è tenuto ieri sera. A entrambi i candidati era stato chiaramente consigliato di moderare i toni, fare del loro meglio per nascondere il proprio disprezzo personale e cercare di concentrarsi sulle loro dichiarate intenzioni di migliorare la vita degli elettori. Sebbene ci siano riusciti in gran parte, Flavio Bolsonaro ha avuto un lapsus particolarmente evidente quando si è riferito a Lula con un soprannome dispregiativo che la destra brasiliana usa da tempo: nove dita (“nove dedos”). Quel “soprannome” allude in modo beffardo al fatto che Lula ha subito l’amputazione del mignolo sinistro in seguito a un incidente occorsogli mentre lavorava in una fabbrica all’età di 17 anni.

Questo insulto è uscito dalla bocca di Bolsonaro mentre rispondeva all’affermazione di Lula sull’aumento del salario minimo per i lavoratori. Bolsonaro ha replicato che l’aumento era ingannevole, dato che l’inflazione e gli altri aumenti del costo della vita causati da Lula avrebbero annullato tale aumento salariale. «Non serve a nulla», ha detto Bolsonaro, «se con una mano dai, con le altre nove la togli».

Screenshot del secondo dibattito presidenziale in Brasile, 23 ottobre 2026

Lula ha ormai 80 anni e punta al suo quarto mandato presidenziale. Sebbene non sia nemmeno paragonabile a Joe Biden per quanto riguarda i segni dell’età, è visibilmente più lento e meno abile politicamente rispetto alla figura altamente carismatica che ha dominato la scena politica brasiliana per quasi tre decenni. Tuttavia, l’occasione che Bolsonaro gli ha offerto era troppo ghiotta perché un politico scaltro come Lula potesse lasciarsela sfuggire.

Lula ha immediatamente colto al volo l’insulto di Flavio, mettendo in risalto in modo drammatico e con grande convinzione quello che è stato a lungo, e rimane tuttora, il suo superpotere politico: l’estrema povertà e le privazioni che Lula — come decine di milioni di brasiliani — ha dovuto affrontare durante l’infanzia e fino alla vita adulta. Qualunque cosa si pensi di Lula, essere riuscito a emergere dalla brutalità della povertà brasiliana — uno dei dieci figli, analfabeta fino all’età di nove anni, privato di ogni opportunità fondamentale per il proprio avanzamento sociale — è una vita che merita rispetto e ammirazione.

Riferendosi ai presunti legami di Bolsonaro con le temute milizie armate del Paese, Lula ha tuonato: «Non permetterò a un miliziano di chiamarmi “nove dita”. Non hai mai lavorato un solo giorno in vita tua; non sai nemmeno cosa sia un libretto di lavoro. […] Dovrai chiedermi scusa». Facendo eco a una lamentela nei confronti dei datori di lavoro condivisa da gran parte della classe operaia brasiliana, Lula ha aggiunto: «Milioni di lavoratori subiscono infortuni a causa dell’irresponsabilità dei loro datori di lavoro». Lula ha concluso esigendo nuovamente delle scuse.

Se c’è una cosa che Lula sa fare, è usare la sua storia di vita, innegabilmente fonte di ispirazione, per entrare in sintonia con il lavoratore brasiliano medio, compresi coloro che già da tempo hanno perso fiducia nei suoi decenni di promesse non mantenute e negli scandali di corruzione dilaganti del suo partito. Per seguire questo dibattito, i media avevano riunito un gruppo casuale di elettori “indipendenti” per registrare le loro reazioni in tempo reale al dibattito. La reazione indignata di Lula all’insulto delle «nove dita» di Bolsonaro e il suo successivo discorso sui lavoratori brasiliani hanno, com’era prevedibile, registrato di gran lunga la reazione più favorevole nei suoi confronti.

Il movimento di Bolsonaro ha fatto proprio lo stesso ethos del “mai chiedere scusa” di molti altri movimenti politici nominalmente anti-establishment nel mondo democratico (incluso, probabilmente, il MAGA). Data la predominanza di Lula sulla politica brasiliana negli ultimi venticinque anni — è stato eletto presidente per la prima volta nel 2002 — un odio viscerale nei confronti di Lula è stato a lungo un elemento centrale della politica di Bolsonaro e una forza trainante del suo movimento. Chiedere scusa a Lula non è una cosa che nessuno di loro farebbe con leggerezza, ammesso che lo facciano. Molti preferirebbero piuttosto ingoiarsi la lingua.

Eppure la gravità dell’errore di Bolsonaro e l’efficacia della giusta rabbia di Lula — presentata come una difesa della dignità dei lavoratori poveri brasiliani, da tempo in difficoltà — erano palpabili. Bolsonaro si trovava chiaramente in una posizione molto precaria. In quel momento, Bolsonaro avrebbe dovuto chiedere scusa a Lula, il nemico più odiato e demonizzato dal suo movimento? Avrebbe potuto farlo senza apparire «debole» e senza allontanare e mettere in imbarazzo il suo elettorato di base? Oppure avrebbe dovuto seguire la strada di Vivek e raddoppiare la posta in gioco?

Sembrava un momento piuttosto decisivo, di quelli che possono ribaltare l’esito di un’elezione imminente. Non appena Lula ebbe finito, Flavio si diresse con calma al centro del palco e, con tono composto e misurato, si rivolse direttamente a Lula alle sue spalle, porgendogli delle scuse in gran parte prive di riserve o giustificazioni compiacenti: «Lula, se ti ho offeso definendoti “nove dita”, ti chiedo scusa, sinceramente. Non volevo offenderti». Ripeté: «Ti chiedo sinceramente scusa». Ha poi sfruttato quel momento come transizione per chiedere a Lula se avrebbe chiesto scusa a tutti i brasiliani che hanno sofferto durante i circa 20 anni di governo di Lula.

Ciò che più colpisce in questo caso è la reazione immediata del gruppo di analisi dei media alle scuse di Flavio. Proprio come le obiezioni di Lula all’insulto di Flavio sono state considerate il momento migliore di Lula, così le scuse di Flavio sono state considerate il suo momento migliore fino a quel momento. Contrariamente a quanto sembrano supporre Vivek e tanti altri, le scuse non vengono percepite come difetti caratteriali, né come segni di debolezza, né come mancanza di forza d’animo.

Chiunque abbia mai dovuto chiedere scusa o ammettere un errore sa bene quanto sia difficile farlo. Occorre fare appello all’umiltà per riconoscere il proprio errore e poi ammetterlo pubblicamente. Ci vuole un coraggio particolare per farlo davanti a un vasto pubblico, e occorre una determinazione ancora maggiore quando le scuse sono rivolte a un rivale odiato.

E gli elettori — indubbiamente stanchi, soprattutto nell’era di Internet, di essere bersagliati da un flusso infinito di attacchi personali e accuse sia in ambito politico che al di fuori di esso — hanno ovviamente reagito alle scuse di Flavio Bolsonaro con apprezzamento e probabilmente con un senso di sollievo. Forse qualcuno vicino a Vivek Ramaswamy dovrebbe condividere questa lezione con lui.

Non c’è bisogno di idealizzare nulla di tutto ciò. Non ho bisogno di prediche sui gravi problemi del movimento di Bolsonaro, della candidatura di Lula o di qualsiasi altra fazione politica. Sono ben consapevole di tutte le sfumature e dei controargomenti quando elogio queste scuse.

Posso anticipare e condividere pienamente le argomentazioni che molti avanzeranno contro di essa. A volte i politici si scusano esclusivamente per interesse personale, perché si rendono conto di doverlo fare, e dietro a ciò non si nasconde alcuna qualità lodevole né un sincero senso di rammarico. Forse è stato proprio questo a motivare le scuse di Flavio. Alcuni errori sono imperdonabili anche se seguiti da una breve scusa. Alcuni atti rivelano troppa malizia personale e scarsa integrità morale per poter essere sanati con una rapida espressione di rimorso. La versione di scuse accompagnata dalla frase condizionale «se ti ho offeso» è generalmente meno sincera di quella senza tale precisazione. E così via, all’infinito. Capisco tutto questo.

Il punto qui non è quello di elogiare Flavio Bolsonaro né di condannare Vivek Ramaswamy in questi due casi. Ho incontrato entrambi e, in una certa misura, li conosco, e non li vedo come semplici caricature. Non ho alcun dubbio che ciascuno di loro, in altri contesti, abbia probabilmente mostrato tratti opposti a quelli che sto evidenziando qui. Questo vale per la maggior parte di noi, se non per tutti.

La dinamica di gran lunga più importante, a mio avviso, è la cultura ormai dominante secondo cui le scuse — e le espressioni di rammarico in generale — sono appannaggio esclusivo dei deboli e dei senza spina dorsale. Nessuno trae beneficio da una dinamica sociale che denigra l’ammissione dell’errore considerandola una capitolazione, o che equipara l’insistenza ostinata sulla propria infallibilità a una sorta di nobile determinazione. Si tratta di un insieme di norme culturali che, con molta maggiore probabilità, promuovono e rafforzano il peggio di noi.

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La vittoria di Lula potrebbe rappresentare una svolta per l’America Latina
Di Guillaume Long* – Al JazeeraL’esito delle elezioni presidenziali brasiliane dimostra che l’ondata di estrema destra in America Latina non è inevitabile.All’età di 80 anni, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha ottenuto una straordinaria vittoria politica. Dopo aver perso il primo turno contro Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, con il 47% contro il 45%, Lula ha sfidato ogni pronostico aggiudicandosi una sorprendente vittoria al secondo turno, con il 51,8% dei voti contro il 48,2% di Bolsonaro.Il suo trionfo ha smentito tutti i sondaggi pre-elettorali e ha coronato una spettacolare rimonta in campagna elettorale che pochi avevano previsto.La vittoria di Lula nel Paese più grande dell’America Latina non si limita a fermare il ritorno al potere dell’estrema destra in Brasile. Rompe una serie di vittorie elettorali della destra in tutta la regione e infligge un duro colpo all’agenda sempre più interventista del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nell’emisfero occidentale.Quando Bolsonaro ha sconfitto inaspettatamente Lula al primo turno, il risultato ha provocato un’ondata di shock in tutto il Brasile e oltre. Per il governo, la sconfitta è stata particolarmente sorprendente, dati i suoi ottimi risultati socioeconomici. Ne è seguita una straordinaria mobilitazione politica durata tre settimane che ha trasformato la fiacca campagna del primo turno del Partito dei Lavoratori di Lula in uno scontro esistenziale sul futuro della democrazia e della sovranità in Brasile.I risultati economici non erano certo quelli di un governo destinato alla sconfitta. L’economia brasiliana è cresciuta complessivamente del 9,2 per cento tra il 2023 e il 2025, rispetto a una media di appena il 5,6 per cento tra i suoi vicini sudamericani. La disoccupazione è scesa dal 9,3 per cento nel 2022 al minimo storico del 5,4 per cento nel 2026.Il Brasile è inoltre uscito dalla Mappa della fame delle Nazioni Unite nel 2025, dopo vi essere rientrato sotto l’amministrazione di Bolsonaro senior. In Amazzonia, la deforestazione è scesa al livello più basso degli ultimi decenni, un netto ribaltamento della tendenza registrata sotto il suo predecessore.Non tutto è stato roseo sotto l’amministrazione Lula. Milioni di brasiliani sono rimasti intrappolati nei debiti delle carte di credito, alle prese con tassi di interesse estremamente elevati, mentre l’esplosione del gioco d’azzardo online ha devastato i mezzi di sussistenza delle famiglie. Il risultato del ballottaggio ha inviato un chiaro segnale di malcontento sociale.Lula ha risposto con misure insolitamente audaci: un’ampia iniziativa di alleggerimento del debito e restrizioni sulle scommesse online, oltre all’ampliamento delle prestazioni sociali, ai sussidi sul carburante e al passaggio da una settimana lavorativa di sei giorni a una di cinque. Queste politiche miravano a ricollegare i risultati macroeconomici del governo alle preoccupazioni economiche quotidiane degli elettori brasiliani.Bolsonaro ha offerto una visione radicalmente diversa per il Brasile: tagli drastici alla spesa pubblica, privatizzazioni, riduzione delle tasse e, soprattutto, una risposta con pugno di ferro alla criminalità e all’insicurezza. Le sue proposte includevano la costruzione di cinque carceri di massima sicurezza sul modello del famigerato sistema penitenziario di El Salvador e l’autorizzazione all’uso della forza letale contro criminali pesantemente armati.Bolsonaro si è inoltre impegnato a concedere la grazia a suo padre, condannato a 27 anni per aver complottato per rovesciare le elezioni del 2022, e a concedere clemenza a coloro che sono stati condannati per l’assalto dell’8 gennaio 2023 alle istituzioni democratiche brasiliane. Per i suoi sostenitori, ciò rappresentava un’opportunità per ribaltare quella che consideravano una persecuzione giudiziaria. Per i suoi oppositori, minacciava di riabilitare il tentativo di colpo di Stato e di minare l’indipendenza giudiziaria.La campagna di Lula è tornata in campo con rinnovato slancio, grazie alla mobilitazione di molti giovani brasiliani a livello di base. La campagna è riuscita a superare persino i pregiudizi algoritmici dei giganti dei social media come Meta, che favorivano Bolsonaro.In definitiva, le elezioni sono diventate una battaglia non solo per la democrazia brasiliana, ma anche per la sua sovranità. L’amministrazione Trump è intervenuta in modo evidente nella politica brasiliana durante tutto il mandato di Lula, imponendo dazi punitivi, sanzionando un giudice della Corte Suprema coinvolto nel procedimento contro Jair Bolsonaro e sostenendo apertamente la candidatura di suo figlio.A maggio, Trump ha ricevuto Flavio Bolsonaro nello Studio Ovale. Due giorni dopo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha designato le due maggiori organizzazioni criminali brasiliane come organizzazioni terroristiche straniere, una misura che Flavio aveva pubblicamente richiesto.Queste designazioni hanno implicazioni che vanno ben oltre la politica elettorale. Potenzialmente aprono la porta a operazioni militari statunitensi sul territorio brasiliano nell’ambito della guerra in espansione di Washington contro il cosiddetto «narcoterrorismo». Il mondo ha visto come una simile designazione di organizzazione terroristica straniera abbia permesso agli Stati Uniti di intervenire militarmente in Venezuela e di rapire il suo presidente in carica.Mentre Trump cerca di coinvolgere il più grande paese dell’America Latina nel sistema di dominio militare emisferico di Washington, in continua espansione, Lula ha difeso l’autonomia strategica del Brasile, insistendo sul fatto che la cooperazione contro la criminalità organizzata debba rispettare la sovranità nazionale.Ha inquadrato le elezioni come una scelta tra un Brasile sovrano che traccia la propria rotta e uno subordinato all’agenda geopolitica di Washington. Il risultato elettorale di domenica dimostra che il popolo brasiliano ha fatto la sua scelta.È importante sottolineare che la vittoria di Lula potrebbe segnare una svolta nella deriva verso destra dell’America Latina. Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, la destra ha ottenuto una serie di vittorie elettorali in Honduras, Cile e Bolivia, tra gli altri. Ma la rielezione di Lula suggerisce che il suo slancio potrebbe essere in fase di rallentamento.Il risultato arriva proprio alla vigilia delle elezioni di medio termine negli Stati Uniti e potrebbe rappresentare una battuta d’arresto significativa per la forza della leadership di Trump nelle Americhe. In Argentina, il presidente Javier Milei — che attacca regolarmente Lula e ha dato tutto il suo appoggio a Bolsonaro — sta perdendo terreno nei sondaggi in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. In Cile, il presidente José Antonio Kast ha subito un crollo ancora più repentino del sostegno pubblico.Claudia Sheinbaum, in Messico, da parte sua, avrà probabilmente tirato un sospiro di sollievo. Una sconfitta di Lula l’avrebbe lasciata sempre più isolata in una regione che gravita verso il vicino settentrionale del Messico. Al contrario, i due paesi più popolosi e le maggiori economie dell’America Latina rimarranno saldamente a sinistra nel prossimo futuro.È troppo presto per dichiarare conclusa la svolta a destra della regione. Ma la vittoria di Lula fa pensare che l’onda abbia già raggiunto il culmine. Il Brasile non aderirà allo Shield of the Americas di Trump e, sebbene la «Dottrina Donroe» rimanga una minaccia, il momento di massimo splendore potrebbe già essere passato.La vittoria di Lula è una rivincita per una vita trascorsa a lottare per i più emarginati e privi di diritti della società. E il suo significato si estende ben oltre i confini del Brasile. Per i difensori della democrazia, del multilateralismo, del diritto internazionale, della tutela ambientale e della sovranità del Sud del mondo, essa invia un messaggio potente: l’avanzata dell’estrema destra non è né inevitabile né irreversibile. Non in Brasile. Non da nessuna parte.*Analista politico senior presso il Center for Economic and Policy Research.

Korybko al Telegraph: un compromesso tra la NATO europea e la Russia è inevitabile….e altro_di Andrew Korybko

Korybko al Telegraph: un compromesso tra la NATO europea e la Russia è inevitabile.

Andrew Korybko28 ottobre
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Nonostante le promettenti opportunità economiche che questo potrebbe aprire, è improbabile che la Russia accetti compromessi strategico-militari nell’ambito di un accordo globale mediato dagli Stati Uniti con la NATO orientale, a meno che la NATO orientale non ricambi.

A fine ottobre, il Telegraph ha pubblicato un articolo citando fonti diplomatiche anonime secondo cui ” la Russia spera di indebolire la NATO con i colloqui di pace con l’Ucraina “. Prevedono che “Putin probabilmente chiederà che la presenza della NATO in Europa venga ridotta ai livelli del 1997, prima che i paesi dell’ex blocco orientale iniziassero ad aderire all’alleanza”, in base alle sue richieste di garanzie di sicurezza formulate a partire dalla fine del 2021. Questa previsione si basa sull’annuncio del suo principale consigliere, Yuri Ushakov, secondo cui la Russia ora desidera che l’Europa partecipi al processo di pace.

Secondo il Telegraph, “ciò significherebbe un potenziale ritiro delle truppe NATO da Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania, nonché dalla Finlandia, che ha aderito all’alleanza nel 2023”. Tecnicamente parlando, non è del tutto vero, dato che la Russia ha auspicato un ritorno allo status quo militare-strategico continentale a partire dalla data di firma dell’Atto Fondamentale NATO-Russia nel 1997. In pratica, ciò significherebbe il ritiro delle truppe dei Paesi membri della NATO precedenti al 1997 dai territori dei nuovi membri.

Nel frattempo, le forze dei membri della NATO successivi al 1997 potrebbero ancora, in teoria, schierarsi nei territori degli altri Paesi, un aspetto significativo considerando che la Polonia ora comanda il più grande esercito europeo della NATO (E-NATO) e che il blocco vichingo, di fatto guidato dalla Svezia, si sta rapidamente militarizzando in parallelo. Lo schieramento di forze aeree e navali svedesi per contribuire al pattugliamento dei confini finlandesi con la Russia, unitamente allo schieramento di forze aeree e di difesa aerea in Polonia, testimonia la solidità del loro partenariato strategico-militare nel Mar Baltico .

Come valutato in precedenza , ciò potrebbe persino gettare le basi per il loro patrocinio militare congiunto sul Baltico orientale, fulcro della NATO 3.0 , che prevede che gli europei guidino il contenimento della Russia da parte della NATO, mentre gli Stati Uniti ” tornano all’Asia (orientale) ” per contenere più efficacemente la Cina. L’ Intermarium , ovvero gli stati tra Germania e Russia, dovrebbe svolgere il ruolo più importante in questo contesto. Polonia e Svezia ne sono i pesi massimi, quindi è naturale che guidino congiuntamente il contenimento della Russia.

Gran Bretagna, Francia e Germania, le prime due potenze nucleari e la terza leader de facto dell’UE, hanno schierato diverse forze nei territori degli Stati membri successivi al 1997. Tuttavia, nell’ambito di un accordo generale mediato dagli Stati Uniti tra la NATO orientale e la Russia sull’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, potrebbero potenzialmente ritirare le proprie forze per facilitare i compromessi da parte della Russia senza mettere in pericolo i loro alleati. Questi alleati regionali, guidati da Polonia e Svezia, sono ora abbastanza forti da poter resistere autonomamente.

In cambio del rispetto dello spirito della richiesta russa ai membri della NATO precedenti al 1997 di ritirare le proprie truppe dai territori dei membri successivi, questi ultimi e la Russia potrebbero raggiungere un accordo di de-escalation mediato dagli Stati Uniti per il ritiro delle loro truppe dal confine. Mosse simmetriche da parte della Polonia e degli Stati baltici da un lato, e della Russia e della Bielorussia dall’altro, potrebbero costituire la base dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra e portare a nuovi negoziati sul controllo degli armamenti, se vi fosse la volontà di farlo.

Nonostante le promettenti opportunità economiche che questo potrebbe aprire, è improbabile che la Russia accetti compromessi strategici-militari nell’ambito di un accordo globale mediato dagli Stati Uniti con la NATO orientale, a meno che quest’ultima non ricambi. La via più realistica per raggiungere tale obiettivo è il ritiro delle forze russe dai territori occupati dai paesi membri successivi al 1997. Anche la Francia dovrebbe ritirare la sua offerta di estendere il proprio ombrello nucleare su questi territori. In tal caso, una stabilità duratura nel dopoguerra diventerebbe una prospettiva concreta.

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L’architettura di sicurezza europea del dopoguerra comincia a prendere forma.

Andrew Korybko28 ottobre
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Questo ordine emergente è il più sostenibile possibile date le circostanze.

Il grande obiettivo strategico che la Russia cercava di perseguire con il suo intervento militare su larga scala in Ucraina era quello di rimodellare l’architettura di sicurezza europea al fine di risolvere il dilemma di sicurezza tra NATO e Russia, causato dalla continua espansione verso est del blocco nel corso dei decenni. La NATO ha respinto le richieste di garanzie di sicurezza della Russia a partire dalla fine del 2021, i colloqui di pace con l’Ucraina della primavera del 2022 sono stati sabotati e la Russia non è stata in grado di raggiungere i suoi obiettivi massimalisti in Ucraina con la forza.

Questa situazione contestualizza diversi recenti sviluppi che, nel loro insieme, hanno preparato il terreno per una serie di compromessi mediati dagli Stati Uniti tra la NATO europea (E-NATO) e la Russia, volti a costruire l’architettura di sicurezza postbellica più realistica e sostenibile per il continente. La tendenza generale è la creazione, da parte degli Stati Uniti, della NATO 3.0 , che si rifà alla visione di Trump 2.0 di una E-NATO in grado di contenere la Russia, consentendo così il ridispiegamento della maggior parte delle forze americane in Europa verso il territorio nazionale, l’America Latina e la regione Asia-Pacifico.

A condizione che le ultime tendenze rimangano invariate, i paesi compresi tra Germania e Russia, noti collettivamente come Intermarium , svolgeranno un ruolo di primaria importanza. Il centro di gravità della sicurezza militare diventerebbe quindi il Baltico, sul quale il blocco vichingo guidato dalla Svezia e la Polonia eserciterebbero una protezione militare congiunta sulle sue estremità orientali (Finlandia e Stati baltici). Gli Stati Uniti e l’E3 (Regno Unito, Francia e Germania) “guideranno da dietro “, ottimizzando lo ” spazio Schengen militare “.

Affinché la Russia acconsenta al dispiegamento dei peacekeeper dell’E3 in Ucraina, gli Stati Uniti dovrebbero impegnarsi per iscritto a non estendere loro le garanzie previste dall’articolo 5 della Costituzione, e i membri della NATO precedenti al 1997 dovrebbero ritirarsi dai paesi che hanno aderito dopo l’Atto Fondamentale NATO-Russia di quell’anno. L’unica eccezione potrebbe essere una base militare statunitense permanente in Polonia, che potrebbe essere necessaria affinché il paese di riferimento polacco dell’Intermarium accetti tutti i compromessi che verranno trattati in questo articolo.

Allo stesso modo, probabilmente a parte gli Stati Uniti, anche la Francia e il Regno Unito dovrebbero impegnarsi per iscritto a non estendere i loro ombrelli nucleari ai membri del blocco successivi al 1997. Detto questo, i paesi dell’Intermarium (ad eccezione della Norvegia, membro del Blocco Vichingo e membro fondatore della NATO) potrebbero schierare un numero illimitato di truppe e attrezzature sul territorio altrui, il che rappresenterebbe un compromesso significativo da parte della Russia, considerando il rapido rafforzamento della componente aerea del Blocco Vichingo e il fatto che la Polonia comanda il più grande esercito dell’E-NATO .

Parallelamente, gli Stati Uniti potrebbero acquisire partecipazioni nei gasdotti Nord Stream, Yamal e Brotherhood affinché la Russia possa riprendere le esportazioni di energia verso l’UE sotto la supervisione statunitense, in modo che tutti abbiano un interesse comune nel mantenimento della pace. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti potrebbero mediare ritiri militari reciproci tra l’Intermarium e la Russia lungo il fianco orientale della NATO , che funge anche da fianco occidentale del ” cordone sanitario “. A quel punto, potrebbero seguire canali di gestione delle crisi e colloqui sul controllo degli armamenti per istituzionalizzare i progressi sopra descritti.

Il centro delle risorse partenariato strategico che Russia e Stati Uniti stanno attivamente negoziare secondo Western media I rapporti darebbero a Washington interessi tangibili, finanziari e strategici nel preservare l’ordine postbellico in mezzo a qualsiasi provocazione che l’Ucraina, il Regno Unito e/o chiunque altro potrebbero mettere in atto per rovinarlo. Attraverso questi mezzi, gli Stati Uniti potrebbero più liberamente ” pivotare verso l’Asia ” per contenere la Cina, la Russia potrebbe concentrarsi sull’affrontare le emergenze minacce in Asia centrale, e l’UE potrebbe ricostruire la sua economia devastata dalle sanzioni.

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La Carta eurasiatica sulla diversità e la multipolarità può accelerare la transizione sistemica globale

Andrew Korybko30 ottobre
 
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La Carta non deve seguire l’esempio delle dichiarazioni del BRICS e dell’SCO, diventando puramente superficiale.

La Bielorussia e la Russia hanno avviato congiuntamente il processo di stesura del testo di una Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità, promossa per la prima volta dalla Bielorussia alla fine di settembre a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Myanmar, Tagikistan e Vietnam hanno firmato la loro dichiarazione congiunta. La notevole assenza di Cina e India, che insieme alla Russia costituiscono il nucleo RIC dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), potrebbe essere spiegata dalle recenti critiche mosse dal presidente bielorusso Alexander Lukashenko a tutti e tre i paesi.

All’incontro SCO+ tenutosi all’inizio di settembre, a margine del vertice SCO a Bishkek, ha dichiarato: «Siamo pronti ad agire in modo attivo e determinato. Francamente, è proprio questo che ci aspettiamo dai nostri leader. Per quanto possiamo essere tutti alla pari qui, riconosciamo che ci sono tre Stati particolarmente potenti — la Repubblica Popolare Cinese, l’India e la Federazione Russa — potenze nucleari influenti in termini di economia e risorse. Innanzitutto, ci aspettiamo che siano loro a prendere l’iniziativa. Purtroppo, tale iniziativa non c’è ancora».

Comunque sia, tutti gli Stati eurasiatici possono partecipare alla stesura della Carta. La dichiarazione congiunta ha inoltre annunciato che «lo scopo di questo processo è quello di elaborare un documento politico che definisca i principi di cooperazione, riaffermi l’impegno nei confronti del diritto internazionale e definisca approcci comuni per garantire una sicurezza equa e indivisibile nello spazio eurasiatico, nonché per favorire i partenariati economici, promuovere i legami culturali e umanitari e facilitare gli scambi tra civiltà in un’era multipolare».

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha aggiunto nel suo intervento all’evento di lancio che «La nostra proposta è quella di creare una nuova architettura di sicurezza eurasiatica come base per lo sviluppo pacifico e progressivo di tutte le nazioni che vivono nel continente più grande e ricco del pianeta, che ospita alcune delle civiltà più antiche del mondo». Il testo dovrà essere concordato all’unanimità secondo i «Termini di riferimento del gruppo di lavoro», dovrà essere redatto entro ottobre 2027 e successivamente si terrà a Minsk un vertice per la firma.

L’importanza della Carta risiede nel dare impulso alla transizione sistemica globale, stabilendo un codice di condotta che guidi il comportamento dei suoi firmatari nei rapporti reciprocie nei consessi multilaterali. Ciò può a sua volta portare a un’azione più coesa su una gamma più ampia di questioni in seno all’ONU, alla Banca Mondiale e ad altre istituzioni simili, rispetto a quanto possano ottenere i BRICS e l’SCO. Entrambi i gruppi multipolari sono gonfiati, il BRICS oggi molto più della SCO, e ciò ha compromesso la loro capacità di concordare dichiarazioni che non siano del tutto superficiali.

Si spera quindi che il processo di redazione del testo della Carta eviti di seguire lo stesso destino sotto questo aspetto, in modo da produrre finalmente un documento molto più mirato che possa poi portare a iniziative significativamente coordinate per accelerare i processi di multipolarità in tutto il mondo e, in particolare, all’interno dei forum multilaterali. Lo scenario in cui Stati rivali si contendano l’influenza nel processo di redazione del testo, indebolendone di conseguenza la formulazione, equivarrebbe a un’ennesima occasione persa per la multipolarità.

Pertanto, sebbene tutti gli Stati eurasiatici siano invitati a partecipare al processo di redazione del testo, la presidenza bielorussa dovrebbe far capire con discrezione alla Cina, all’India e agli altri rivali che manifestano interesse ad aderire che ci si aspetta che accettino condizioni più impegnative rispetto a quelle previste nelle dichiarazioni del BRICS e della SCO. In qualità di alleato nell’Unione Statale, la Russia può integrare gli sforzi della Bielorussia, soprattutto poiché fa parte del nucleo del RIC che sta guidando i processi di multipolarità globale. La Carta non deve seguire la stessa sorte delle dichiarazioni del BRICS e della SCO, diventando puramente superficiale.

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Finlandia e Norvegia hanno appena rotto l’isolamento politico della Russia promosso dalla NATO in Europa.

Andrew Korybko27 ottobre
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Questo sviluppo è incredibilmente importante poiché potrebbe innescare una serie di eventi mediati dagli Stati Uniti per allentare le tensioni militari e di sicurezza tra la NATO orientale e la Russia dopo la fine del conflitto ucraino, attraverso un accordo globale tra tutte le parti.

Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store hanno telefonato a Putin martedì per discutere della ripresa dei colloqui trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti ad Abu Dhabi il mese prossimo. Sono i primi membri principali della NATO europea (E-NATO), che esclude l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, favorevole alla Russia, e il primo ministro slovacco Robert Fico, a rompere l’isolamento politico del blocco nei confronti della Russia. Non sorprende che Stubb abbia avuto un ruolo in questo.

A fine agosto aveva dichiarato che “A un certo punto, si dovrà instaurare un dialogo da parte europea, e forse il ruolo più importante in questo senso sarà svolto dai paesi che condividono un confine con la Russia”, affermazione che qui è stata interpretata come un’allusione a un suo possibile avvio di un dialogo con la Russia. Le argomentazioni sorprendentemente solide che ha espresso poco dopo riguardo alla Russia e il suo successivo tentativo di far ragionare le sue controparti isteriche della NATO europea hanno reso, a posteriori, la telefonata di martedì ancora più plausibile.

Quanto al motivo per cui il Primo Ministro norvegese ha accettato la chiamata, ciò si spiega con il fatto che ha ospitato l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, subito prima e subito dopo il suo ultimo viaggio a Mosca per incontrare Putin, durante il quale Witkoff ha incontrato anche Stubb e Zelensky. Il ruolo di Oslo nell’ultima fase del processo di pace russo-ucraino mediato dagli Stati Uniti è significativo poiché la Norvegia non è membro dell’UE, e quindi il suo ministro degli Esteri di fatto, Kaja Kallas, politicamente intransigente, è escluso da questi colloqui.

In un’ottica più ampia, è stato recentemente valutato che ” il fronte artico del ‘Cordon Sanitaire’ rappresenta la minaccia maggiore per la Russia ” a causa del suo rapido rafforzamento aereo e della conseguente vicinanza alla maggior parte delle risorse nucleari russe per un secondo attacco, conferendo così al Blocco Vichingo un potenziale formidabile. Il suddetto blocco, che la Svezia intende guidare, dovrebbe rafforzare la sua sinergia con la Polonia, che comanda il più grande esercito della NATO orientale , e possibilmente trasformare gli Stati baltici in un loro protettorato congiunto .

L’assetto sopra descritto rappresenta un sottoblocco baltico all’interno della NATO , in grado di esercitare simultaneamente influenza sull’Artico, sul Baltico e sull’Europa centrale, costituendo così il nucleo della NATO 3.0 . Il relativo pragmatismo dimostrato di recente nei confronti della Russia dai membri finlandesi e norvegesi del Blocco Vichingo potrebbe portare direttamente alla ripresa del dialogo tra Polonia e Russia , sebbene forse con la mediazione di Trump, data la ben nota animosità storica tra i rispettivi governi.

Il bucaneve polacco-bielorusso La diplomazia potrebbe combinarsi con il riavvicinamento tra Bielorussia e Stati Uniti e con l’approccio pragmatico del Blocco Vichingo verso la Russia per creare un canale di gestione delle crisi tra Russia, Stati Uniti e Polonia, che potrebbe estendersi alla Bielorussia, al Blocco Vichingo e agli Stati baltici. L’obiettivo potrebbe essere quello di sfruttare questo canale per coordinare i reciproci ritiri militari dal confine a fini di de-escalation, in modo da gettare le basi per la costruzione dell’architettura di sicurezza europea postbellica e la ripresa dei negoziati sul controllo degli armamenti.

La rottura tra Finlandia e Norvegia e l’isolamento della Russia da parte della NATO è quindi incredibilmente importante poiché potrebbe mettere in moto una sequenza di eventi mediati dagli Stati Uniti per alleviare le tensioni militari e di sicurezza tra la NATO e la Russia dopo la fine del conflitto ucraino per un grande un accordo tra tutte le parti. In tale scenario, l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra sarebbe costruita principalmente dall’Intermarium, guidato congiuntamente da Polonia e Svezia, e dalla Russia sotto la supervisione degli Stati Uniti, e potrebbe in definitiva risultare sostenibile.

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La protezione militare congiunta svedese-polacca sul Baltico orientale potrebbe costituire il nucleo della NATO 3.0.

Andrew Korybko27 ottobre
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Le loro potenziali pattuglie congiunte lungo i confini tra Finlandia e Stati baltici e la Russia potrebbero diventare un elemento permanente dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.

L’annuncio svedese di fine settembre relativo al secondo dispiegamento in altrettanti anni di aerei Gripen in Polonia è stato seguito, poco dopo e all’inizio di ottobre, da un annuncio correlato riguardante il sistema di difesa aerea Patriot, che andrà a integrare gli sforzi di Stoccolma per proteggere il centro logistico della NATO a Rzeszów. La tempistica coincide con il previsto dispiegamento svedese di aerei e navi da guerra in Finlandia per contribuire al pattugliamento del confine con la Russia. Questo evento rappresenta inoltre una rapida espansione della cooperazione militare con la Polonia.

Solo 13 mesi fa, nel settembre 2025, hanno firmato un accordo di cooperazione tecnico-militare e, nello stesso mese, hanno condotto la loro prima esercitazione a breve termine (SNEX) sull’isola strategica svedese di Gotland. Due mesi dopo, a novembre, la Polonia ha annunciato l’acquisto dalla Svezia di tre sottomarini diesel-elettrici di classe A26 Blekinge, nell’ambito di un accordo il cui valore è stimato in poco meno di 2,5 miliardi di euro. La tendenza generale che avvicina questi due Paesi è il concetto di NATO 3.0 promosso dagli Stati Uniti.

In sostanza, ciò si riferisce alla supervisione da parte degli Stati Uniti del contenimento della Russia da parte della NATO europea (E-NATO), mentre gli Stati Uniti “tornano all’Asia (orientale)” per contenere più efficacemente la Cina. Gli alleati che dovrebbero accelerare l’attuazione di questo processo fanno parte del Gruppo di Bergen , organizzato dagli Stati Uniti, che include in particolare Svezia e Polonia. Entrambe svolgono un ruolo importante nel nuovo ” cordone sanitario ” attorno alla Russia. La prima guida il Blocco Viking nell’Artico-Baltico, mentre la seconda comanda il più grande esercito della NATO europea .

Qui è stato spiegato che la Polonia prevede di collegare il Blocco Vichingo lungo il fianco nord-occidentale del “cordone sanitario” con l’Impero Neo-Ottomano guidato dalla Turchia lungo tutto il suo fianco meridionale, al fine di diventare il cuore geomilitare della NATO 3.0. Il grande obiettivo strategico della Polonia è quello di assemblare l’ Intermarium sotto la sua guida per contenere la Russia nel modo più efficace possibile. La Polonia non confina direttamente con la Turchia, ma solo con la Svezia attraverso il Mar Baltico, ed è per questo che al momento sta dando priorità a questo vettore dei suoi piani per la NATO 3.0.

L’invito rivolto alla Svezia a rafforzare la complessa difesa aerea del centro logistico NATO di Rzeszów può essere considerato il seguito spirituale dell’esercitazione SNEX di Gotland del settembre 2025 e un segnale di ciò che ci aspetta. Una cooperazione più complessa e forse anche duratura potrebbe presto seguire. Ad esempio, la Polonia potrebbe unirsi alla missione aerea e navale svedese lungo i confini finlandesi con la Russia, qualora i partner comuni di Helsinki lo richiedessero. Missioni congiunte simili sono possibili anche negli Stati baltici.

Tutti gli elementi sopracitati potrebbero diventare componenti permanenti dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, il cui scopo potrebbe essere quello di ampliare gli interessi diretti degli stati regionali nella sicurezza reciproca, in modo che qualsiasi incidente con la Russia provochi una risposta congiunta, “scoraggiando” così il Cremlino, come quest’ultimo potrebbe credere. Il rischio, tuttavia, è che un incidente di minore entità possa degenerare in una crisi potenzialmente incontrollabile, e la consapevolezza di tale rischio potrebbe indurre terze parti, come l’Ucraina, a compiere provocazioni sotto falsa bandiera a tale scopo.

Ciò che è necessario, quindi, nello scenario di una protezione militare congiunta svedese-polacca sulla Finlandia e sugli Stati baltici, che potrebbe costituire il nucleo della NATO 3.0, sono canali di gestione delle crisi tra questi paesi (almeno Svezia e Polonia), il leader americano della NATO e la Russia. Questo potrebbe idealmente gettare le basi per nuovi accordi di de-escalation, anche se non sul controllo degli armamenti come quelli esistenti prima del 2022, che ridurrebbero complessivamente il rischio di una guerra dovuta a errori di valutazione. Trump farebbe bene a proporre questa soluzione.

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La Polonia si trova ad affrontare la decisione di politica estera più cruciale dalla fine del comunismo.

Andrew Korybko27 ottobre
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Può accettare i compromessi economici, politici e di sicurezza che gli Stati Uniti tacitamente si aspettano da lei per poter svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico che Trump intende costruire con Putin, oppure può isolarsi mentre il blocco vichingo, la Germania e persino l’Ucraina ne traggono vantaggio.

La fine del comunismo ha visto la Polonia prendere la fatidica decisione di aderire alla NATO, che ha rappresentato l’espansione verso est più significativa del blocco, data la secolare rivalità con la Russia e il suo status di membro del Patto di Varsavia più popoloso al di fuori dell’ex Unione Sovietica, rimodellando così l’ordine europeo. La prossima decisione di politica estera della Polonia sarà altrettanto cruciale, tuttavia, poiché la fine del conflitto ucraino rimodellerà l’ordine europeo in modo altrettanto radicale quanto la fine del comunismo.

Il ministro delle Finanze polacco Andrzej Domański ha dichiarato lunedì, durante il quarto Forum economico polacco-tedesco, che “In nessun caso si potrà mai tornare al ‘business as usual’ con la Russia. La Polonia non lo accetterà mai”. Quella che normalmente verrebbe considerata una banalità scontata assume un significato strategico alla luce dell’articolo del Washington Post, pubblicato dopo l’ accordo sul diesel tra Russia e Stati Uniti, secondo cui Trump prevede di mediare un importante accordo energetico tra Russia, UE e Ucraina nell’ambito di un grande compromesso .

Se la Polonia si rifiutasse categoricamente di partecipare a un accordo in base al quale gli Stati Uniti potrebbero ottenere partecipazioni parziali nel gasdotto Yamal, che attraversa il territorio polacco, come “salvaguardia politica” per la ripresa delle esportazioni di energia russa verso l’UE, si troverebbe isolata dall’ordine emergente auspicato dagli Stati Uniti. Questo perché gli Stati Uniti potrebbero prevedibilmente ottenere partecipazioni simili nel Nord Stream, che termina in Germania, e/o nel gasdotto Fratellanza, che attraversa l’Ucraina. Berlino e Kiev avrebbero quindi la meglio su Varsavia .

Allo stesso modo, i membri finlandesi e norvegesi del Blocco Vichingo, che include anche la Svezia (Danimarca, Islanda e Stati baltici possono essere considerati parte di esso o partner a seconda dei punti di vista), hanno appena rotto l’isolamento politico della Russia da parte della NATO europea (E-NATO) chiamando Putin . ” Il fronte artico del ‘Cordon Sanitaire’ è il più minaccioso per la Russia “, ma il fronte centroeuropeo guidato dalla Polonia è al secondo posto, dato che la Polonia ora comanda il più grande esercito dell’E-NATO .

Il blocco vichingo e la Polonia possono guidare congiuntamente l’ Intermarium tra Germania e Russia nell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, che sembra essere la soluzione preferita dagli Stati Uniti, in quanto rappresenta l’esito più realistico e sostenibile del conflitto ucraino, consentendo loro di ” pivotare verso l’Asia “. Affinché ciò accada, tuttavia, la politica estera polacca deve allinearsi con quella del leader americano della NATO, che sta organizzando la NATO 3.0 proprio con l’obiettivo di contenere la Russia all’interno del blocco, in modo che gli Stati Uniti possano poi contenere la Cina.

La Polonia può svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico auspicato dagli Stati Uniti, ma dovrà accettare la sua dimensione economica, trainata dal settore energetico, e riprendere il dialogo con la Russia (probabilmente inizialmente con la mediazione statunitense) per allentare le tensioni tra l’Intermarium e la Russia. In tal caso, la Polonia potrebbe diventare più importante per la Russia nell’ordine postbellico rispetto alla Germania, come proposto in precedenza , ma se rifiutasse questi compromessi pragmatici, si ritroverebbe isolata e perderebbe il favore degli Stati Uniti, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.

Non è quindi un’esagerazione affermare che la Polonia si trova di fronte alla decisione di politica estera più cruciale dalla fine del comunismo. Può accettare i compromessi economici, politici e di sicurezza tacitamente richiesti dagli Stati Uniti per poter svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico che Trump intende costruire con Putin , oppure può isolarsi mentre il blocco vichingo, la Germania e persino l’Ucraina ne traggono vantaggio. Le conseguenze di questa decisione dureranno decenni, quindi la Polonia deve scegliere con estrema attenzione.

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Perché l’Ucraina sta rispettando il cessate il fuoco di Alyoshki voluto da Melania?

Andrew Korybko30 ottobre
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A quanto pare, Trump è finalmente riuscito a costringere Zelensky alla sua prima concessione.

Il cessate il fuoco che Melania Trump ha contribuito a siglare nell’insediamento di Alyoshki, in prima linea sul lato russo del fiume Dnepr, nella regione di Kherson, sta sorprendentemente reggendo . La Russia ha sempre rispettato tutti i precedenti cessate il fuoco, mentre l’Ucraina non lo ha mai fatto, sfruttandoli invece per far ruotare le proprie truppe, rifornire il fronte e poi riprendere le ostilità con la Russia da posizioni sul campo di battaglia relativamente più vantaggiose. Il fatto che l’Ucraina abbia finora rispettato l’ultimo cessate il fuoco merita quindi un approfondimento.

Il contesto generale in cui è stato concordato questo cessate il fuoco è completamente diverso dagli altri, a causa dell’escalation della faida pubblica tra Trump e Zelensky, del misterioso rallentamento di Starlink/Starshield all’inizio di ottobre e dell’accordo russo-americano sul diesel , che ha dimostrato la volontà politica degli Stati Uniti di concludere accordi economici con la Russia senza alcuna concessione da parte di quest’ultima nei confronti dell’Ucraina. Tutto ciò si verifica, in modo significativo, nel contesto degli sforzi congiunti russo-americani per costruire l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra .

Per questi motivi, potrebbero esserci gravi conseguenze se l’Ucraina violasse in modo significativo il cessate il fuoco di Melania, il che potrebbe spingere Trump a tagliare le forniture di armi, intelligence, Starshield, ecc. all’Ucraina come punizione per aver umiliato sua moglie, come potrebbe affermare che Zelensky abbia fatto in quello scenario. Anche i giornalisti del canale Newsmax, vicino a Trump, sono sul posto per monitorare il cessate il fuoco e sono in contatto con Melania , quindi lei potrebbe informare immediatamente il marito se l’Ucraina violasse il cessate il fuoco.

Zelensky sta quindi procedendo con cautela, tenendo presente che il fallimento da parte dell’Ucraina dei prossimi colloqui trilaterali con la Russia, mediati dagli Stati Uniti, potrebbe compromettere definitivamente i suoi rapporti con Trump, il quale prevede di ospitare una cerimonia per la firma dell’accordo di pace durante il G20 di dicembre in una delle sue proprietà a Miami. Non c’è alcuna garanzia che ciò accada entro quella data, ma se l’Ucraina violasse il cessate il fuoco di Alyoshki, Putin potrebbe incolpare Zelensky di aver mandato a monte l’ultimo tentativo di Trump di vincere il Premio Nobel per la Pace, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.

Se il cessate il fuoco dovesse reggere, tuttavia, potrebbe essere esteso ad altri insediamenti in prima linea, a condizione che vi sia la volontà politica da parte di tutte e tre le parti. L’ufficio di Melania potrebbe proporlo, e sia Putin che Zelensky sarebbero riluttanti a rifiutarlo per timore di irritare Trump. In questo scenario, il modello di cessate il fuoco monitorato dai media statunitensi negli insediamenti locali potrebbe diventare lo standard per la prima fase di attuazione di un cessate il fuoco più ampio , che potrebbe iniziare nella regione di Kherson per poi estendersi ad altre zone.

Kherson rappresenterebbe un punto di partenza realistico per un cessate il fuoco più ampio, dato che il Dnepr funge da Linea di Controllo tra Russia e Ucraina, il che significa che qualsiasi cessate il fuoco in quella regione equivarrebbe di fatto alla cessazione degli attacchi al di là del fiume. In caso di successo, la fase successiva potrebbe prevedere un cessate il fuoco marittimo per la protezione della Crimea, di Odessa e del traffico marittimo internazionale, quest’ultimo sfruttato dall’Ucraina per contrabbandare armi nel paese. Trump considererebbe una vittoria un eventuale accordo in tal senso al G20.

Nel complesso, la sorprendente adesione dell’Ucraina al cessate il fuoco di Alyoshki voluto da Melania Trump suggerisce che quest’ultimo sia finalmente riuscito a costringere Zelensky alla sua prima concessione, sulla quale potrà poi costruire ulteriori accordi per porre fine rapidamente al conflitto. La tempistica è ipotetica, ma i segnali sono chiari: Trump si sta lavando le mani della guerra per procura della NATO contro la Russia attraverso l’Ucraina per ” tornare all’Asia (orientale) ” e contenere più efficacemente la Cina durante i suoi ultimi due anni di mandato.

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Perché alcuni polacchi vogliono organizzare la parata per la Festa dell’Indipendenza di quest’anno a Leopoli?

Andrew Korybko28 ottobre
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Volevano spingere la coalizione di governo a condannare i loro piani per smascherare l’ipocrisia dei liberali, dopo che il sindaco loro alleato aveva permesso agli ucraini di tenere la Marcia dell’Indipendenza di quest’anno a Varsavia, nonostante le nuove tensioni politiche e sociali con l’Ucraina a causa del genocidio in Volinia.

A metà settembre, il ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz ha dichiarato che “le proposte politiche per l’organizzazione di marce non sono tentativi di commemorazione e di costruzione di un’autentica politica della memoria, ma creano invece ulteriori divisioni tra le nazioni”. Il riferimento era alla proposta avanzata a fine agosto dal deputato conservatore dell’opposizione Dariusz Matecki di tenere la Marcia per la Festa dell’Indipendenza di quest’anno l’11 novembre a Leopoli, una delle culle storiche della civiltà polacca, poi entrata a far parte dell’Ucraina.

Ha spiegato che “l’assistenza fornita dallo Stato polacco ai polacchi che vivono in Ucraina è insufficiente e il sostegno precedentemente concesso loro viene sistematicamente ridotto. Nel frattempo, le amministrazioni locali e le istituzioni pubbliche polacche finanziano organizzazioni ucraine che operano in Polonia, nonché eventi legati all’Ucraina”. È proprio quest’ultimo punto ad essere il più rilevante per la sua proposta, dato che molti polacchi sono furiosi per il fatto che agli ucraini sia stato permesso di organizzare una marcia per la Festa dell’Indipendenza a Varsavia alla fine di agosto.

Peggio ancora, il sindaco liberale di Varsavia, Rafał Trzaskowski, era il patrono onorario dell’evento , il che era scandaloso viste le nuove tensioni politiche e sociali tra la Polonia e l’Ucraina a seguito della decisione di Zelensky di onorare la Volinia. I colpevoli del genocidio dell’OUN-UPA a livello statale all’inizio di quest’anno. L’opposizione conservatrice, che era filo-ucraina quanto l’attuale coalizione liberale al governo prima di perdere il potere alla fine del 2023 e di aver assunto un atteggiamento un po’ ostile nei confronti dell’Ucraina poco prima di allora, si è reinventata come critica nei confronti dell’Ucraina.

Questo contesto chiarisce la proposta di Matecki, che voleva denunciare l’ipocrisia della coalizione di governo, la quale permetteva agli ucraini di sfilare a Varsavia nel giorno della loro indipendenza, ma si opponeva alla sfilata dei polacchi a Leopoli nel giorno della loro festa nazionale. Anche gli alleati della coalizione, come l’attivista ucraina e cittadina polacca naturalizzata Natalia Panczenko, sono altrettanto ipocriti. La Panczenko si è detta ” inorridita ” all’idea che i polacchi sfilassero a Leopoli, nonostante avesse sfilato in precedenza con i suoi compatrioti a Varsavia .

La sua sfrontatezza ha spinto l’attivista polacca Małgorzata Zych a replicare : “Se le relazioni tra Polonia e Ucraina dovrebbero essere di alleanza e amicizia, perché un’iniziativa di questo tipo nei rapporti tra i nostri Paesi disturba Natalia Panczenko?”. Lo stesso vale per la coalizione di governo. La differenza tra queste due manifestazioni è che gli ucraini non subiscono discriminazioni in Polonia, nonostante le affermazioni contrarie, mentre i polacchi subiscono discriminazioni in Ucraina, secondo l’ex ambasciatore polacco .

Inoltre, ” l’Ucraina ha trascorso l’ultimo anno a preparare il terreno per chiedere risarcimenti e territori alla Polonia “, mentre la Polonia non chiede né risarcimenti né territori all’Ucraina . Dal punto di vista dei polacchi patriottici, il fatto che gli ucraini abbiano tenuto la loro marcia per il Giorno dell’Indipendenza a Varsavia sotto il patrocinio onorario del sindaco della capitale polacca, nel contesto sopracitato e in quello, già menzionato, delle nuove tensioni legate al genocidio in Volinia, rappresenta una provocazione suprema che giustifica una loro marcia a Leopoli.

Resta da vedere se manterranno la posizione, ma lo scopo di questa proposta, ovvero quello di evidenziare l’ipocrisia della coalizione di governo e dei suoi alleati come Panczenko, è già stato raggiunto, e potrebbe lasciare un’impressione duratura sugli elettori in vista delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027. La tendenza è che la coalizione di governo verrà sostituita da una tra i partiti di opposizione conservatori e libertari-nazionalisti. Se ciò accadrà, sarà in parte dovuto al fatto che gli elettori saranno stanchi del fatto che la coalizione favorisca gli ucraini a scapito dei polacchi.

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La Russia è il partner più affidabile dell’Africa perché non ha bisogno delle risorse dei suoi paesi

Andrew Korybko29 ottobre
 
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Questo fatto, unito alla reputazione positiva di cui gode la Russia ai loro occhi, spiega perché così tanti paesi del continente stiano oggi ampliando con entusiasmo la cooperazione con essa, nonostante le pressioni occidentali.

Questa settimana Mosca ha ospitato il terzo vertice Russia-Africa, che si tiene ogni due anni a partire dall’edizione inaugurale tenutasi a Sochi nel 2019. Questo formato ottimizza il coinvolgimento della Russia con i paesi del continente consentendole di esaminare, discutere e promuovere le relazioni bilaterali e multilaterali. Tra i numerosi partner dell’Africa, la Russia è senza dubbio il più affidabile, poiché non ha bisogno delle risorse di questi paesi, di cui dispone già in abbondanza. Ciò significa che la Russia offrirà sempre accordi equi e senza condizioni.

Sebbene le esigenze economiche e la necessità di rompere l’isolamento della Russia da parte dell’Occidente siano motivazioni importanti, la forza trainante principale alla base delle iniziative russe in Africa negli ultimi anni è il modo in cui ciò rafforza la sua sicurezza nazionale. L’obiettivo esplicitamente dichiarato dalla Russia di rafforzare in modo globale la sovranità dei propri partner, al fine di aiutarli a liberarsi dalle catene neocoloniali dell’Occidente, mira a privare i suoi rivali occidentali delle risorse africane che finanziano in parte i loro complessi militare-industriali.

Questi stessi complessi militare-industriali contribuiscono all’uccisione di russi da parte dell’Ucraina, sia militari che civili, e si prevede che continueranno a rappresentare un problema per la sicurezza nazionale della Russia anche molto tempo dopo la fine del conflitto ucraino, a causa della corsa agli armamenti tra Europa e Russia. Aiutando l’Africa a liberarsi dalle catene neocoloniali che consentono all’Occidente di sottrarle così tanta ricchezza, la Russia spera di costringere l’Occidente a reindirizzare la spesa sociale verso la corsa agli armamenti, con tutte le conseguenze politiche interne che ne derivano.

Questo obiettivo contestualizza il coinvolgimento del suo Africa Corps (precedentemente Wagner) nella Repubblica Centrafricana e in quella che oggi è nota come Alleanza del Sahel, entrambe le quali fino a quel momento rientravano nella “sfera d’influenza” della Francia ma da allora ne sono uscite, sebbene non senza subire i costi punitivi della guerra ibrida . La Francia continua a intromettersi nei loro affari, da qui l’importanza del continuo sostegno russo alla “sicurezza democratica”, ovvero l’assistenza con tattiche, strategie e, se richiesto, politiche di contrasto alla guerra ibrida.

Per quanto riguarda gli altri partner africani della Russia, tuttavia, i loro legami con essa sono più convenzionali. Anziché un sostegno attivo sul campo di battaglia, la Russia fornisce investimenti, tecnologia, scambi commerciali, energia, fertilizzanti, trasferimento di competenze e modernizzazione delle infrastrutture, ecc. Anche i suddetti partner ricevono tale sostegno, oltre a quello militare e di sicurezza descritto in precedenza. I legami di ciascun Paese con la Russia sono unici, ma esistono alcune somiglianze tra di essi e all’interno delle regioni, da cui deriva l’importanza dei vertici multilaterali.

Tornando all’ultimo punto, le aspettative degli appassionati dovrebbero essere moderate, perché la vittoria dell’Africa, con l’aiuto della Russia, sul neoimperialismo occidentale non si realizzerà pienamente nell’immediato futuro. Si tratta di un processo in corso, un grande obiettivo strategico a lungo termine verso il quale tutte le parti stanno procedendo lentamente ma inesorabilmente. Ci saranno colpi di scena e, in alcuni casi, forse anche battute d’arresto, ma ciò che conta è che questa tendenza sia in linea con la transizione sistemica globale verso la multipolarità che si è accelerata negli ultimi anni.

Tutto sommato, la Russia è il partner più affidabile dell’Africa perché non ha bisogno delle risorse dei paesi africani; proprio per questo si può sempre contare su di essa per proporre accordi equi e senza condizioni. La Russia non dispone neanche lontanamente dell’eccesso di capitale di cui dispongono gli Stati Uniti e la Cina per investire nel continente, ma la sua competenza globale nel settore delle risorse (materie prime, energia e minerali) la distingue da entrambi, così come la sua reputazione, come già spiegato. Ecco perché oggi così tanti Stati africani stanno ampliando con entusiasmo la cooperazione con la Russia.

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La Cina come nuova potenza egemone globale? _ di Constantin von Hoffmeister

La Cina come nuova potenza egemone globale?

Il potere viene prima dell’ideologia.

Constantin von Hoffmeister25 ottobre∙Pagato
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L’affermazione secondo cui la Cina non può diventare la principale potenza mondiale perché priva di una grande idea politica si basa su una strana incomprensione della storia. Si dice che la Gran Bretagna abbia conquistato il mondo con il libero scambio e un governo parlamentare. L’America ha seguito l’esempio con la libertà, la democrazia e i diritti individuali. La Cina, ci viene detto, non ha nulla di paragonabile da offrire. La sua ricchezza può crescere, le sue fabbriche possono dominare e la sua tecnologia può progredire, ma senza una dottrina che le altre nazioni desiderino abbracciare, non potrà mai dominare il mondo. Carl Schmitt avrebbe riconosciuto la debolezza di questa argomentazione. Aveva capito che l’autorità politica non deriva da belle dichiarazioni. Cresce dal potere di stabilire regole, tracciare confini e decidere cosa accade quando tali regole vengono contestate. La mentalità liberale inverte questa relazione. Immagina che le nazioni scoprano prima principi universali e poi costruiscano il loro potere su di essi. La storia di solito procede nella direzione opposta. Uno Stato diventa potente, fa apparire i suoi interessi naturali e alla fine li descrive come principi che tutta l’umanità dovrebbe accettare. Il sermone segue la conquista. L’argomentazione morale viene dopo la vittoria economica.

La convinzione che la Cina non abbia alcun fascino culturale rivela anche quanto poco molti osservatori occidentali conoscano il mondo al di là dei propri confini. Vedono fabbriche cinesi, telecamere di sorveglianza e funzionari del partito, ma trascurano le abitudini e i desideri delle giovani generazioni in tutta l’Asia. L’intrattenimento, i servizi digitali, i beni di consumo e la cultura urbana cinesi hanno acquisito un’influenza che non può essere misurata contando i discorsi politici. Carl Schmitt sosteneva che ogni potenza storica cerca di stabilire uno spazio politico in cui i propri principi diventino decisivi. Tale spazio non si crea solo con le argomentazioni. Si sviluppa attraverso il commercio, le istituzioni, la tecnologia e la graduale accettazione degli standard di un paese da parte degli altri. Si pensi a come gli europei vedevano l’America all’inizio del XX secolo. Per molti, era un paese di enormi edifici, ricchezza volgare e uomini d’affari che confondevano il denaro con la civiltà. Oswald Spengler vedeva nell’America il trionfo finale di una civiltà che aveva perso la sua anima. Eppure, nel giro di pochi decenni, gli americani avevano trasformato il consumo ordinario in un modello di felicità umana. La casa di periferia, l’automobile, il frigorifero e il cinema divennero simboli di progresso. L’Europa aveva deriso lo stile di vita americano prima di imparare a imitarlo.

La distinzione di Carl Schmitt tra potere politico e pretese liberali di verità universale aiuta a spiegare questo cambiamento. La Gran Bretagna non divenne la fabbrica del mondo perché l’umanità scoprì improvvisamente la bellezza morale del libero scambio. Divenne potente perché l’industria britannica poteva produrre beni a costi inferiori rispetto ai suoi concorrenti e la potenza navale britannica contribuì a garantire l’accesso ai mercati esteri. Il libero scambio britannico permise ai tessuti a basso costo di Manchester di inondare il mercato indiano, indebolendo i produttori locali che avevano scarso potere di resistere alle politiche commerciali imposte dai loro governanti britannici. Quando la concorrenza industriale di Germania e America si intensificò, Joseph Chamberlain, sostenitore della riforma tariffaria imperiale, e altri politici britannici iniziarono a mettere in discussione gli stessi principi che il loro paese aveva a lungo promosso. La libertà americana seguì un modello analogo. La libertà di attraversare un continente in auto dipendeva da strade finanziate e organizzate dallo stato, da enormi scorte di carburante a basso costo e da fabbriche in grado di produrre milioni di automobili. Il sistema parlamentare britannico e il linguaggio costituzionale americano acquisirono prestigio internazionale perché appartenevano a stati di successo. Altre nazioni ne copiarono le istituzioni nella speranza di replicarne la prosperità. Schmitt comprese che le pretese di validità universale spesso celano gli interessi di particolari potenze. Ciò che appare come un principio di civiltà è spesso un assetto che serve a coloro che sono già abbastanza potenti da poterlo imporre.

La Cina sta sviluppando un modello di vita che potrebbe acquisire la stessa autorevolezza internazionale, sebbene ammiratori e oppositori non abbiano ancora trovato un accordo su come definirlo. Carl Schmitt si sarebbe interessato meno al nome che alla struttura politica che si sta delineando al di sotto di esso. Le città cinesi dimostrano una forma di modernità costruita attorno a infrastrutture sofisticate, trasporti ad alta velocità, servizi digitali integrati, pianificazione industriale e un rapporto insolitamente stretto tra Stato e vita economica. La condotta personale è sempre più mediata dalla tecnologia, mentre l’autorità pubblica antepone l’ordine e la stabilità collettiva alla concezione liberale dell’autonomia individuale. Il fascino del sistema cinese risiede nei risultati tangibili che i suoi sostenitori gli attribuiscono: ferrovie moderne, rapidi progressi edilizi, capacità produttiva in espansione e l’impressione di un governo in grado di realizzare piani a lungo termine. Per i Paesi la cui esperienza con la consulenza politica occidentale ha portato a risultati economici deludenti, questo esempio merita attenzione. Pechino non pretende che ogni partner riproduca le sue istituzioni. Offre investimenti, macchinari, commercio e infrastrutture, pur ribadendo la sovranità e la non ingerenza politica. La concezione di Schmitt di un mondo diviso in spazi politici distinti offre una chiave di lettura per comprendere perché tale approccio metta in discussione l’assunto occidentale secondo cui ogni paese debba alla fine adottare lo stesso sistema politico.

Il linguaggio con cui la Cina spiega il proprio ruolo internazionale sta già cambiando. Pechino promuove la cooperazione internazionale basata sullo sviluppo economico, la sovranità nazionale e la prosperità condivisa, si presenta come un’antica civiltà sopravvissuta a conquiste straniere e umiliazioni nazionali e sostiene che la modernizzazione non debba necessariamente comportare l’abbandono delle tradizioni nazionali. Carl Schmitt si opponeva all’idea che la vita politica possa essere ridotta a un unico sistema universale governato da principi giuridici astratti. La sua teoria del Großraum , o grande spazio, riguarda l’organizzazione della politica internazionale attorno a vaste regioni con le proprie potenze dominanti e i propri principi politici. Tale teoria solleva una questione che rimane attuale: ogni civiltà deve seguire le regole stabilite da un centro vincente, oppure possono coesistere più centri? Il linguaggio ufficiale cinese è più universale della visione regionale di Schmitt, ma la sua enfasi sulla sovranità e l’opposizione alle interferenze esterne condividono alcune delle stesse preoccupazioni. In gran parte del mondo in via di sviluppo, i funzionari cinesi possono fare appello a governi che ricordano il dominio coloniale e diffidano delle lezioni occidentali su “democrazia” e “diritti umani”. Tali appelli non rendono la Cina disinteressata o benevola. Dimostrano piuttosto che una potenza emergente può promuovere i propri interessi presentando la propria esperienza storica come guida per gli altri.

La cultura svolgerà gran parte del lavoro rimanente. Carl Schmitt aveva compreso che un’autorità duratura non può essere spiegata unicamente attraverso le istituzioni formali. Gli assetti politici dipendono anche da abitudini consolidate, lealtà e presupposti su ciò che costituisce la vita normale. Il sistema economico viene prima, e le forme culturali si diffondono di pari passo. Le aziende americane un tempo portavano lo stile di vita americano nelle case straniere attraverso automobili, film, musica, pubblicità e beni di consumo. Le persone adottavano abitudini americane molto prima di apprendere il linguaggio della filosofia politica americana. Qualcosa di simile potrebbe accadere con la Cina. Le sue serie televisive, l’animazione, i videogiochi, la tecnologia di consumo, le pratiche commerciali e le forme di vita urbana raggiungono già un pubblico al di fuori dei suoi confini. La loro influenza futura dipenderà dal fatto che questi prodotti continuino a diventare più attraenti, accessibili e competitivi. Tra una generazione, gli studiosi potrebbero dare a questo insieme di abitudini un nome altisonante e descriverlo come una coerente filosofia cinese della vita moderna. Potrebbero scoprire principi profondi in assetti che in origine si sono sviluppati per risolvere problemi pratici. Schmitt avrebbe messo in guardia dal confondere tali spiegazioni retrospettive con le cause del cambiamento storico. Una civiltà di successo acquisisce interpreti che spiegano perché il suo successo era inevitabile. Una civiltà in declino si procura dei critici che spiegano perché il suo fallimento fosse meritato.

La storia del nazionalsocialismo offre un monito particolarmente cupo contro il considerare l’attrazione ideologica come prova di forza politica o legittimità storica. La sua propaganda attrasse seguaci, sia in Germania che all’estero, attraverso promesse di rinascita nazionale, grandezza militare, gerarchia razziale e distruzione dei nemici ideologici designati. Dietro queste promesse si celava un regime responsabile di persecuzioni sistematiche, guerre di aggressione e genocidio. La persistenza dei movimenti neonazisti dimostra che le idee distruttive possono conservare seguaci anche molto tempo dopo la sconfitta del regime che le ha promosse. Eppure, l’esistenza di fedeli convinti non salvò la Germania nazista dalla sconfitta. I suoi governanti si trovarono ad affrontare nemici dotati di una maggiore capacità industriale, popolazione, accesso al carburante e risorse materiali. La carenza di petrolio e l’incapacità della Germania di sostenere una guerra prolungata contro le potenze alleate si rivelarono gravi, insieme a catastrofiche decisioni strategiche e alle conseguenze dell’aggressione nazista (l’invasione dell’Unione Sovietica ne è l’esempio principale). L’impegno ideologico poteva spingere i soldati a combattere con maggiore tenacia e la popolazione a sopportare maggiori sofferenze, ma non poteva produrre carburante illimitato né rimpiazzare le fabbriche distrutte. L’enfasi posta da Schmitt sulle decisioni politiche concrete e sulla realtà del potere risulta utile in questo contesto.

La conclusione è semplice: le idee contano, ma non fluttuano al di sopra del mondo materiale. Crescono al suo interno, ne traggono forza e spesso scompaiono quando il potere che le sostiene crolla. Carl Schmitt rifiutò l’abitudine liberale di celare le decisioni politiche dietro pretese di moralità neutrale e legge universale. La sua critica contribuisce a mettere in luce la distanza tra ciò che le grandi potenze dicono e ciò che effettivamente fanno. L’ideologia può ispirare il sacrificio, garantire l’obbedienza e persuadere le persone a lavorare o a combattere per ricompense che potrebbero non ricevere mai. Nei movimenti politici di massa del ventesimo secolo, i governi hanno dimostrato come simboli, slogan, cerimonie e promesse di un futuro glorioso potessero mobilitare intere popolazioni. Ma l’ideologia da sola non può spiegare l’ascesa e la caduta degli imperi mondiali. La Gran Bretagna possedeva tessuti a basso costo, una flotta mercantile e il controllo di importanti rotte commerciali. L’America possedeva petrolio, un’enorme capacità industriale, un mercato continentale e la capacità di produrre beni desiderabili su una scala che i suoi concorrenti faticavano a eguagliare. Le loro dottrine politiche si diffusero di pari passo con questi vantaggi. La Cina possiede oggi una formidabile capacità produttiva, estese reti di trasporto ed energetiche, tecnologie avanzate e una presenza commerciale in espansione. Resta da vedere se queste basi saranno sufficienti a sostenere un nuovo sistema mondiale. Quel che è certo è che nessun comitato di filosofi può creare una leadership mondiale redigendo una dichiarazione sufficientemente ispiratrice. Schmitt sapeva che il linguaggio politico non può abolire le realtà del potere. Una civiltà non diventa dominante perché tutti ne ammirano le idee. Più spesso, le sue idee diventano di moda perché la civiltà stessa è già diventata dominante.


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RINCHIUDERE E FAR MORIRE: L’UNICA POSSIBILE RISPOSTA AL MALCONTENTO POPOLARE E L’OPZIONE RUSSA, di Marco Della Luna

RINCHIUDERE E FAR MORIRE: L’UNICA POSSIBILE RISPOSTA AL MALCONTENTO POPOLARE E L’OPZIONE RUSSA

Generali 0

RINCHIUDERE E FAR MORIRE:

LA RISPOSTA DEL SISTEMA E L’OPZIONE RUSSIA

Le violenze e i saccheggi di strada a cui abbiamo assistito negli ultimi giorni non sono episodi isolati, bensì fenomeni destinati ad aumentare nei prossimi anni. Essi rappresentano la conseguenza automatica e inevitabile del sistema socio-economico su cui si reggono la produzione del potere e del profitto in Occidente — un sistema che da tempo domina e assoggetta la politica stessa, soprattutto in Europa.

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1. L’architettura del potere: il sistema monetario estrattivo

L’Occidente vive in un modello monetario di tipo estrattivo. La classe dominante finanziaria adotta lo strumento dell’emissione continua di moneta-debito (moneta creata dal nulla e gravata da interesse) per arricchirsi e, al contempo, depredare la società:

  • Generazione di bolle speculative: Emettendo moneta a costo zero, l’élite ne incamera il valore nominale e la impiega per alimentare bolle finanziarie e immobiliari. Quando queste immancabilmente scoppiano, il conto viene presentato ai risparmiatori e ai piccoli investitori che regolarmente rimangono col cerino in mano.
  • Sottomissione sistemica: Prestando moneta a interesse, il potere finanziario sottomette Stati, imprese e privati. L’accumulo degli interessi impone a chi riceve il credito la necessità strutturale di richiedere costantemente nuovi prestiti e nuove emissioni, incatenando la società a una dinamica di eterna dipendenza verso i detentori del signoraggio monetario. I nuovi prestiti vengono subordinati all’obbedienza a condizioni imposte.

2. Effetti collaterali: deindustrializzazione, austerity e tagli al welfare

L’immissione illimitata di liquidità produce un duplice effetto nefasto:

  1. Inflazione e impoverimento: La moneta emessa non fluisce verso investimenti produttivi o infrastrutturali, ma viene diretta verso la speculazione e il saldo dei debiti pregressi, svalutando il potere d’acquisto dei cittadini.
  2. Smantellamento dello Stato sociale: L’aumento iperbolico del debito pubblico e dei relativi tassi d’interesse costringe gli Stati ad adottare politiche di austerity, tagliando la spesa per sanità, servizi e previdenza. La cura di malati, invalidi e pensionati diventa così un costo insostenibile di fronte ai rigidi vincoli di bilancio. L’ulteriore spesa per il welfare agli immigrati completa l’opera.

3. La gestione della “popolazione ridondante” è il problema del momento

L’avvento dell’automazione avanzata e dell’intelligenza artificiale accelera questo processo: la classe dominante necessita di un numero sempre minore di lavoratori e consumatori per preservare la propria ricchezza e la propria egemonia.

Il risultato è l’espulsione di masse crescenti dal mercato del lavoro, liquidate secondo la logica cinica degli useless eaters (“bocche inutili”): un rifiuto organico. Per gestire e contenere questa sovrappopolazione ridondante, si attuano strategie biopolitiche di contenimento e riduzione della fertilità e della longevità:

  • Ingegneria culturale: Diffusione di modelli e stili di vita che scoraggiano la famiglia, la riproduttività e l’impegno civico, intellettuale o politico (gender, tossicodipendenze).
  • Politiche sanitarie ed eutanasiche: Dalle direttive per il razionamento delle cure agli anziani, all’ostentata promozione dell’eutanasia per malati cronici e fragili (come già avviene in Canada o Giappone)(e un domani, probabilmente, anche per i disoccupati cronici), ai vaccini pediatrici e per adulti che riducono la fertilità e abbreviano l’attesa di vita.
  • Ripristino del servizio militare obbligatorio: E’ visto come un valido modo per rinchiudere e tener sotto controllo i giovani, nonché eventualmente mandarli al fronte a morire.
  • Controllo della mobilità: Progetti di restrizione della libertà di spostamento tramite la colpevolizzazione dell’auto privata, la rigidità del modello urbano della “città di 15 minuti” e l’impiego emergenziale di forme di lockdown.

“Rinchiudere e far morire” diventa così il metodo di gestione sociale per le eccedenze demografiche create dal sistema stesso. Le istituzioni politiche, totalmente asservite a questo schema, non possono ovviamente rivoltarsi contro il sistema da cui dipendono e a cui rispondono, perciò non possono offrire risposte effettive, se non di tipo mistificatorio o apertamente repressivo, alla rabbia e alla disperazione delle nuove generazioni, che subiscono una violenza molto superiore a ogni violenza che abbiano la forza di commettere, e vedono davanti a sé un futuro pessimo e senza prospettive di miglioramento, che avrebbe come unica soluzione razionale il suicidio. Non ci può essere dialogo se non fittizio.

4. La necessità del nemico esterno e l’alternativa geopolitica

Per attuare misure strutturalmente ostili alla popolazione senza rischiare l’insurrezione, il sistema necessita della costante fabbricazione di un nemico esterno (la Russia, la Cina, l’Iran) verso cui deviare la frustrazione e la paura delle masse, e la loro aggressività, così che non si diriga verso le vere cause e i veri responsabili che stanno distruggendo il loro futuro, i loro diritti, le loro libertà.

Ma proprio quei Paesi oggi additati come avversari — soprattutto la Russia e la Bielorussia — appaiono in gran parte esenti dalle suddescritte dinamiche speculativo-estrattive-distruttive che affliggono l’Occidente, avendo mantenuto l’economia ancorata alla produzione reale anziché al turbo-capitalismo finanziario e al sistema delle bolle, un po’ come l’Italia delle partecipazioi statali, della Lira, del grande sviluppo. E proprio grazie a ciò riescono a tener testa, nella produzione di armi e munizioni, ai paesi occidentali che sostengono l’Ucraina e che hanno un PIL di decine di volte superiore al loro. E riescono a dare un futuro ai loro giovani. Razionalmente, anche i nostri giovani, disperati perché il loro futuro è stato rubato, potrebbero emigrare in Russia per trovarne uno, e potrebbero anche arruolarsi nell’Armata russa per combattere concretamente il sistema che glielo ha rubato in patria, compresi i suoi servitori politici.

Proprio perché rappresentano un’alternativa sistemica concretamente esistente, Russia e Bielorussia pongono una minaccia socio-politica al sistema occidentale, il quale perciò ne fa il suo bersaglio. La strategia occidentale punta a destabilizzarle attraverso l’espansione geopolitica verso est e la costante pressione militare, costringendole a uno sforzo bellico che sottragga risorse agli investimenti interni e ai consumi per provocarne il collasso economico e del consenso popolare — ossia riproponendo, nei fatti, la medesima dottrina adottata negli anni ’80, con successo, dall’amministrazione Reagan mediante il programma Star Wars contro l’URSS.

Nel frattempo, uno dei più ligi servitori di questa strategia, il ministro Guido Crosetto, coerentemente inquadra le sommosse e i saccheggi di Milano e altre città italiane ed europee come forma di guerra ibrida organizzata, o perlomeno istigata, dal nemico sistemico: l’immancabile Russia di Vladimir Putin.

23.10.26 Marco Della LunaLuna

La crisi esistenziale della statualità: proliferazione e impatti operativi della guerra per procura nei conflitti mediorientali – Analisi, di Ramzi Bendebka

mappa del Medio Oriente Iran

La crisi esistenziale della statualità: proliferazione e impatti operativi della guerra per procura nei conflitti mediorientali – Analisi

Di Dott. A.S. Ramzi Bendebka

Punti chiave:

  • Erosione del monopolio weberiano sulla violenza fisica: la guerra per procura moderna è controintuitiva rispetto ai processi storici di costruzione dello Stato, con l’armamento, il finanziamento e l’addestramento di attori sub-statali al di fuori delle strutture costituzionali, creando un destabilizzante “oligopolio della violenza”.
  • Infiltrazione istituzionale e sovranità ibrida: le reti per procura sostenute dall’Iran sfruttano la debolezza dello Stato nella regione per creare sistemi politici, militari ed economici paralleli; ricevono finanziamenti pubblici, godono di immunità statale e impunità costituzionale e non sono soggette al controllo civile.
  • Passaggio dal panarabismo alla preservazione statalista ( Wataniyya ): si è verificato un significativo cambiamento di paradigma nelle agende politiche della regione, passando dal concetto novecentesco di unità araba transnazionale (Qawmiyya) alla necessità di proteggere la sovranità territoriale, i confini statali e l’esistenza dello stato-nazione (Wataniyya).
  • Stravolgimento delle grandi potenze e fallimento delle transazioni: le superpotenze e i concorrenti globali, come Stati Uniti, Russia e Cina, utilizzano il Medio Oriente come uno spazio di influenza a somma zero, privilegiando la lotta al terrorismo a breve termine, la sicurezza energetica o la leva geopolitica rispetto al sostegno al rafforzamento dell’autorità statale mediorientale.

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Introduzione

Lo Stato-nazione è stata la forma politica più contesa e meno data per scontata nel Medio Oriente moderno. La mappa territoriale della regione, in gran parte definita durante il riassetto imperiale del dopoguerra , è rimasta sostanzialmente invariata. Ciononostante, la sostanza interna della sovranità statale nella regione si è progressivamente erosa. In seguito alle rivolte arabe del 2011, si prevedeva ampiamente che i confini tracciati dall’accordo Sykes-Picot sarebbero scomparsi a causa della libera circolazione delle persone o della frammentazione sub-statale, ma ciò non si è verificato. Tuttavia, i poteri amministrativi effettivi degli Stati esercitati entro questi confini si sono notevolmente ridotti e il divario tra il controllo amministrativo di fatto e la legittimità interna, e la sovranità legale de jure (riconoscimento internazionale), si è significativamente ampliato.

L’indipendenza postcoloniale ha prodotto molti “stati duri e deboli”, strutturalmente fragili e istituzionalmente privi di una solida legittimità civica, ma al contempo autoritari e coercitivi nei confronti del dissenso interno. La delimitazione arbitraria dei confini imperiali ha creato un certo grado di incongruenza tra confini e identità, seminando i germi dell’irredentismo e delle vulnerabilità strutturali nel sistema regionale. La lotta tra reti identitarie sub-statali o trans-statali ha quindi rappresentato una minaccia costante per la statualità moderna in Medio Oriente, mentre le preoccupazioni dello stato interno si concentravano sulla sopravvivenza del regime.

Lo stato attuale dello stato-nazione mediorientale può essere compreso solo studiando le debolezze strutturali interne dello stato e gli attori esterni che le sfruttano. Alcune di queste dinamiche esterne rappresentano le sfide più aspre alla statualità nella regione odierna, soprattutto la costante proliferazione della guerra per procura asimmetrica . La guerra per procura è un’erosione attiva dello stato che mina il monopolio della violenza fisica, istituzionalizza forme di governo ibride e coinvolge attori armati non statali nella struttura di potere costituzionale e amministrativa dello stato ospitante. La moderna guerra per procura non è una guerra per rovesciare il confine internazionale ; è una guerra che mina lo stato centrale dall’interno sfruttando le differenze strutturali interne. I finanziatori esterni armano gruppi sub-statali con un elevato potere cinetico e trasformano gli stati in luoghi di costante rivalità per la sicurezza, mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza del governo westfaliano in Medio Oriente.

Dall’unificazione panaraba alla preservazione dello statalismo: il riordino delle priorità regionali

Nel corso del XX secolo, si è assistito a una forte spinta da parte di movimenti ideologici sovranazionali volti a mettere in discussione la legittimità dei singoli stati in Medio Oriente. Il nazionalismo arabo fu un movimento anticoloniale che si batté per l’unità nazionale , affermando che tutti i popoli di lingua araba costituivano un’unica nazione indivisa ( al-Umma al-‘Arabiyya ), unita da lingua, storia, cultura e un senso di identità collettiva. Nacque alla fine del XIX secolo, durante la cosiddetta Nahda (Risveglio Arabo) sotto il dominio ottomano. Dopo la Prima Guerra Mondiale e l’instaurazione dei mandati occidentali, il movimento nazionalista arabo si trasformò in un fervente movimento antimperialista che rivendicava l’unificazione politica della comunità araba sotto lo slogan del panarabismo ( Qawmiyya ).

Nel panarabismo, i territori post-coloniali erano considerati costrutti artificiali, temporanei e divisivi delle potenze coloniali europee. Gli ideologi panarabi classici affermavano che il mondo arabo fosse diviso in stati indipendenti , un’aberrazione storica inaccettabile che doveva essere corretta attraverso il raggiungimento dell’unità panaraba. In questa ideologia, si riteneva che la sicurezza e gli interessi dell’intera nazione araba (raison de la nation Arabe) avessero un valore morale assoluto e una priorità rispetto al ristretto interesse personale di qualsiasi stato (raison d’état). Il concetto di sovranità statale individuale ( Wataniyya ) veniva spesso denunciato dai panarabi come “regionalismo” o slealtà alla causa antimperialista.

L’apice del panarabismo si raggiunse negli anni ’50 e ’60, sotto la guida del carismatico presidente egiziano Gamal Abdel Nasser . Nel 1956, Nasser nazionalizzò il Canale di Suez e, grazie alla vittoria sulle forze britanniche, francesi e israeliane, il Cairo acquisì una grande influenza ideologica transnazionale. Nasser si rivolse direttamente alle popolazioni dei paesi arabi confinanti attraverso la stazione radiofonica Sawt al-Arab di Radio Cairo e sfruttò la pressione popolare interna contro i regimi conservatori filo-occidentali. In larga misura, Nasser creò una norma informale di comportamento regionale che stabilì standard di condotta, limitando così la sovranità dei singoli stati e penalizzando quelli che cercavano alleanze di sicurezza al di fuori dei sistemi di sicurezza “collettivi” regionali.

Il tentativo più esplicito di realizzare il sogno panarabo si ebbe nel febbraio del 1958, quando Nasser unificò Egitto e Siria nella Repubblica Araba Unita (RAU) . La RUA era un’iniziativa di incorporazione politica, in cui la sovranità statale di ciascuno Stato membro avrebbe dovuto scomparire a favore di un unico Stato regionale. L’esperimento della RUA, tuttavia, rivelò ben presto il conflitto fondamentale tra gli ideali unionisti e la realtà strutturale. L’unione era fortemente centralizzata al Cairo, con i militari e i tecnocrati egiziani che controllavano le cariche chiave; i partiti politici siriani erano disorganizzati e le politiche economiche egiziane venivano imposte alla Siria. L’unione non era equa per le élite politiche e militari siriane , che si sentivano frustrate dalla loro posizione di subordinazione all’Egitto e la consideravano una forma di governo amministrativo egiziano che mirava a promuovere lo Stato egiziano piuttosto che l’unità. Nel settembre del 1961, il colpo di Stato militare di Damasco sciolse la RUA e ristabilì l’indipendenza della Siria. La scomparsa dell’Unione Araba Unita rappresentò un duro colpo per la causa del panarabismo , poiché divenne chiaro che persino popoli ideologicamente simili non erano disposti a rinunciare alla propria statualità locale e all’autonomia amministrativa.

Mentre la Repubblica Araba Unita rivelava le debolezze strutturali dell’unificazione panaraba, la catastrofica sconfitta araba nella Guerra dei Sei Giorni del giugno 1967 pose fine all’ideologia panaraba. Il rapido collasso militare degli arabi minò le più importanti pretese dei regimi rivoluzionari in termini di leadership regionale e legittimità antimperialista. Dopo il 1967, la politica estera araba subì una svolta: un cambiamento fondamentale di enfasi, passando dalla dimensione ideologica a quella pragmatica e dall’azione transstatale alla politica westfaliana. L’autodifesa, la difesa territoriale e l’equilibrio di potere della realpolitik furono gli unici mezzi di sopravvivenza adottati dai regimi arabi in risposta alle gravi minacce alla sicurezza che dovevano affrontare. La costruzione interna dello stato fu ulteriormente incoraggiata dalla regolarità della guerra e dall’aumento dei flussi di entrate interne derivanti dal boom petrolifero degli anni ’70, che portarono a una maggiore forza dello stato e alla resistenza alla sovversione ideologica esterna da parte dei singoli governi. La nozione di patriottismo e lealtà basata sul singolo stato territoriale, chiamata Wataniyya, divenne il fattore dominante nelle relazioni internazionali in Medio Oriente , soppiantando la Qawmiyya.

I leader politici contemporanei interpretano il ruolo dei nazionalisti arabi (neo-panarabismo) in modo difensivo, non con l’intento di creare un’entità unificata che ridurrebbe l’importanza dello Stato e aumenterebbe il potere del movimento panarabo. La politica della regione non si concentra tanto sul tentativo di “sfumare i confini”, quanto piuttosto su un feroce sforzo difensivo per preservare e rafforzare lo Stato. L’ordine regionale moderno in Medio Oriente è incentrato sulla sicurezza delle strutture statali, dei confini nazionali e sull’integrità contro la disgregazione degli stati subnazionali. A differenza della metà del XX secolo, quando gli stati abbracciarono l’opzione della fusione politica, i governi odierni in Medio Oriente sono spinti a preservare lo Stato-nazione e la sua sicurezza contro attori armati subnazionali e altre forze per procura che mirano a indebolire lo Stato dall’interno.

Destrutturare lo Stato sovrano: reti di intermediari iraniani e dinamiche tra grandi potenze

Gli attori armati non statali all’interno di reti per procura asimmetriche rappresentano attualmente la maggiore minaccia alla sopravvivenza degli Stati in Medio Oriente. Questo è l’approccio seguito dalla Repubblica Islamica dell’Iran, che ha costruito una rete regionale avanzata denominata “Asse della Resistenza” (Mihwar al-Muqawama). Il modello per procura iraniano è stato avviato all’indomani della Rivoluzione Islamica del 1979 ed è gestito dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche – Forza Quds (IRGC-QF), conferendo a Teheran la capacità di schierare una forza asimmetrica, creare profondità strategica e intimidire gli avversari regionali e globali, senza dover affrontare l’onere finanziario o la minaccia militare diretta di un conflitto interstatale convenzionale.

La strategia per procura dell’Iran non mira a rovesciare gli stati ospitanti o a sostituirli con colonie formali, bensì a creare una situazione di “sovranità ibrida” . Gli attori ibridi per procura non sono rivoluzionari, ma risiedono all’interno delle strutture statali formali, le sfruttano e le controllano dall’interno. Il risultato è la creazione di sovranità parallele che erodono gradualmente lo stato a livello politico, militare, economico e amministrativo.

I gruppi ibridi competono alle elezioni nazionali , siedono in parlamento e occupano posizioni chiave nel governo, sia a livello politico che istituzionale. Utilizzano tattiche politiche e minacce per ottenere leggi che consentano loro di bloccare le decisioni in materia di difesa nazionale, controllare i ministeri civili e gestire ingenti somme di denaro pubblico per pagare il proprio personale, costruire basi militari e consolidare le proprie reti politiche. Nel settore militare, le forze armate statali formali, note come apparato militare, sono sottofinanziate o limitate. Allo stesso tempo, questi gruppi ibridi mantengono proprie ali militari equipaggiate con armi cinetiche avanzate, tra cui missili balistici a guida di precisione, droni armati e missili da crociera antinave. Queste ali armate sono totalmente indipendenti dal controllo operativo, hanno propri consigli e finanziatori esterni e non sono soggette né ai ministeri della difesa nazionale né ai comandanti in capo costituzionali.

In ambito economico, le reti di intermediari creano economie sommerse non soggette al controllo della banca centrale. Il loro compito è quello di assumere il controllo di importanti valichi di frontiera internazionali, supervisionare il commercio transfrontaliero illegale, imporre dazi doganali illegali e svolgere attività commerciali. Queste attività privano le casse statali centrali delle entrate fiscali e finanziano le milizie . In ambito sociale, gli intermediari gestiscono sistemi alternativi di assistenza sociale, tribunali religiosi e strutture sanitarie. La fornitura di servizi di base alle fasce più emarginate della popolazione crea una solida legittimità popolare a livello sub-statale, che supera le carenze infrastrutturali delle strutture statali formali. Gli attori intermediari ibridi beneficiano di tutti i vantaggi dello Stato , come l’immunità sovrana, la tutela legale, gli stipendi statali e la rappresentanza statale tramite agenti diplomatici ufficiali, ma non si assumono le responsabilità costituzionali, gli obblighi legali o i doveri civici imposti dallo Stato westfaliano contemporaneo.

I tre casi di studio regionali – Libano, Iraq e Yemen – illustrano molto chiaramente questo tipo di cattura dello Stato. Hezbollah si è trasformato da movimento clandestino nel gruppo politico e militare più potente del Libano. Hezbollah possiede un braccio armato tecnologicamente avanzato, sia per il numero di missili a guida di precisione in suo possesso, sia per le capacità di questi ultimi. Hezbollah esercita un effettivo potere di veto sulle decisioni del governo e controlla le forze armate libanesi, con membri sia nel governo che nel parlamento. Le azioni unilaterali di Hezbollah, come il dispiegamento di migliaia di combattenti in Siria per preservare il regime di Assad o l’avvio di guerre ai confini con Israele senza considerarne le conseguenze, hanno privato il governo libanese della sua autorità in materia di guerra e pace, escludendo di fatto lo Stato formale dalla lista delle potenze sovrane.

Tuttavia, in Iraq, il vuoto di sicurezza creatosi dopo l’invasione statunitense del 2003 ha favorito la proliferazione di gruppi armati sostenuti dall’Iran. La creazione delle Forze di Mobilitazione Popolare (PMF/Hashd al-Shaabi) è stata innescata dall’emergere dell’ISIS nel 2014, che ha riunito decine di gruppi armati. Nel 2016, il parlamento iracheno ha approvato una legge per integrare le PMF nell’apparato di sicurezza statale e per assegnare stipendi governativi ai suoi membri. Si è trattato però di un’incorporazione legale, non di una subordinazione legale delle milizie al governo. Stabilire e coltivare una forte fedeltà a protettori esterni, estese reti economiche del mercato nero, il controllo dei valichi di frontiera, l’infiltrazione nei ministeri statali e le incursioni militari non autorizzate in paesi stranieri sono tutti elementi distintivi delle principali brigate delle PMF che stanno sistematicamente minando la sovranità ufficiale irachena.

Il conflitto tra Ansar Allah e lo Yemen si è trasformato in una guerra per procura, dove una questione politica interna è sfociata in un conflitto catastrofico. Nel 2014, gli Houthi hanno conquistato in modo decisivo la capitale Sana’a, rovesciando il governo riconosciuto, dopo aver ricevuto tecnologia missilistica avanzata, droni armati e addestramento tattico dall’Iran e da Hezbollah. Gli Houthi hanno preso il controllo del nord dello Yemen, riscuotendo tasse e governando milioni di persone senza alcuna autorità riconosciuta a livello internazionale. Gli Houthi, che occupano una posizione geografica lungo il Mar Rosso, hanno utilizzato la loro flotta di missili e droni avanzati per colpire il traffico marittimo internazionale, pur non dovendo affrontare alcuna responsabilità legale internazionale per le loro azioni, minacciando al contempo costantemente l’Arabia Saudita e cercando di indebolire una delle potenze regionali.

Inoltre, la discrepanza tra principale e agente è molto marcata nel caso della guerra per procura. Col passare del tempo, i gruppi per procura non statali sviluppano basi locali, acquisiscono risorse locali e perfezionano la tecnologia militare. Ciò porta all’emergere di aspirazioni politiche locali e all’indipendenza tra i gruppi per procura, che a volte sfociano in scontri con i loro sponsor o nel coinvolgimento di questi ultimi in inutili escalation. Se gruppi per procura autonomi lanciano un’operazione militare scoordinata o violano le linee rosse, i paesi ospitanti si trovano ad affrontare contrattacchi devastanti. Il paese ospitante formale non ha alcun potere di veto sul patrocinatore straniero o sul gruppo per procura locale ed è completamente emarginato in materia di sicurezza nazionale.

Queste minacce per procura sub-statali sono state sistematicamente ignorate dalle grandi potenze globali (Stati Uniti, Russia e Cina) nel tentativo di aiutare gli stati mediorientali a eliminarle. Gli interventi delle grandi potenze hanno spesso aggravato la fragilità statale a causa di tre fattori sistemici:

Il Medio Oriente è un campo di competizione strategica a somma zero per le potenze mondiali. Le grandi potenze non investono nella costruzione di istituzioni statali trasparenti; al contrario, favoriscono i propri alleati statali o sub-statali per superare in competitività i rivali globali. In Siria, ad esempio, l’intervento militare russo si è basato sul principio di preservare il regime e garantire le infrastrutture navali a Tartus e Khmeimim, piuttosto che sull’obiettivo di ripristinare un apparato statale unificato e responsabile. In secondo luogo, gli attori esterni perseguono politiche transazionali a breve termine e interessi di sicurezza ristretti , anziché politiche volte a smantellare le milizie non statali, per affrontare questioni come il transito energetico, la non proliferazione nucleare e la lotta al terrorismo. Gli Stati Uniti , in molte occasioni, si sono alleati direttamente con attori sub-statali per raggiungere obiettivi tattici contro gruppi estremisti, il che ha a sua volta avuto un impatto negativo sull’autorità dello Stato centrale. In terzo luogo, l’intervento straniero incentrato sul cambio di regime o sul ritiro rapido ha ripetutamente minato la governance amministrativa. L’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti nel 2003 e l’invasione della Libia da parte della NATO nel 2011 hanno distrutto le istituzioni e i sistemi amministrativi esistenti, ma non hanno creato alternative valide. Il conseguente vuoto di sicurezza ha permesso ai concorrenti regionali e alle reti non statali di forze per procura di crescere a passi da gigante. Ma, intrappolati tra l’aggressiva penetrazione substatale per procura e l’apatia transazionale delle potenze globali, Gli stati mediorientali sono strutturalmente indeboliti e non possono affermare la sovranità westfaliana esclusiva sui propri territori nazionali.

Conclusione

Il Medio Oriente è oggi uno stato-nazione in crisi. Lo stato mediorientale è stato spesso concepito come uno stato forte e debole: fortemente militarizzato, istituzionalmente debole, strutturalmente vulnerabile e privo di legittimità civica. La guerra per procura sfrutta aggressivamente questa situazione ed è un motore di destrutturazione statale. Le potenze esterne forniscono finanziamenti, armi e addestramento ad attori non statali, rompendo così il monopolio weberiano della violenza fisica e sostituendo lo stato con un oligopolio eterarchico della forza. L’ascesa di attori ibridi per procura, come Hezbollah in Libano, le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) in Iraq e gli Houthi in Yemen, che ricoprono posizioni formali nel governo e operano anche come forze militari indipendenti, crea una paralisi politica permanente e debolezze strutturali, oltre a minacciare i paesi vicini. Allo stesso tempo, si può osservare che gli stati mediorientali sono oggi preoccupati dal problema fondamentale di proteggere i propri confini, le proprie istituzioni e la propria sopravvivenza, passando dall’unionismo panarabo del XX secolo (Qawmiyya) alla preservazione statalista (Wataniyya).

Per ristabilire la stabilità in Medio Oriente, l’era della gestione per procura deve cedere il passo alla ricostruzione della sostanza politica dello Stato-nazione in modo funzionale ed empirico. A livello nazionale, i governi a vari livelli dovrebbero istituire chiare istituzioni civiche, promuovere la cittadinanza nazionale e garantire che tutte le milizie armate organizzate siano strettamente subordinate alle forze di difesa costituzionali unificate, o addirittura eliminarle. A livello internazionale, le grandi potenze mondiali e regionali devono passare da un approccio competitivo a un coinvolgimento indiretto negli Stati fragili. Se non si rispetta la sovranità territoriale e non si ricostruisce il sistema amministrativo centrale, lo Stato mediorientale continuerà a perpetuare un circolo vizioso di collasso istituzionale, governo per procura e conflitto.

Informazioni sul Dott. Ramzi Bendebka

Il Dott. Ramzi Bendebka è Professore Associato e Ricercatore presso l’Università Islamica Internazionale della Malesia (ISU) di Kuala Lumpur, Malesia. I suoi campi di ricerca includono Studi Internazionali, Studi sul Medio Oriente e sull’Africa, Studi Regionali e la Regione Asia-Pacifico. Collabora con diversi siti e piattaforme di rilievo, come Asia Power Watch, l’Atlas Institute of International Studies e Modern Diplomacy. Ramzi Bendebka è redattore di sezione, membro del comitato editoriale e revisore per diverse riviste. Ha curato diversi libri e il suo recente articolo di ricerca, “New regionalism” in the Middle East and North Africa region (MENA): an evaluation of its characteristics, Journal of International Studies, è stato pubblicato sul Journal of International Studies.

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