DAL NOSTRO INDIGNATO SPECIALE, di Giuseppe Germinario (scritto il 18/10/2011)

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Qui Nuova Yorke! Così annunciava i propri servizi televisivi Ruggero Orlando, il primo corrispondente della RAI negli Stati Uniti. Non so se, effettivamente, le trasmissioni giungessero da oltreatlantico o fossero costruite,con uno scenario artefatto alle spalle del cronista, in gran parte nei più economici studi romani.

Se sono riusciti a riprodurre la battaglia di Tripoli in Qatar, ad uso e consumo della disinformazione e del morale dei combattenti sul posto, figuriamoci con che facilità, pur con i minori mezzi di allora, si riesca a simulare la presenza sul campo degli intrepidi corrispondenti.

Si sa come buona parte degli affanni in diretta dei cronisti, compresi quelli di guerra, siano dovuti alle arrampicate sulle scale di casa propria piuttosto che alle concitazioni e ai rischi di resoconti testimoniali sul posto propri dei classici giornalisti di inchiesta.

Il caso di “occupy Wall Street” rende superfluo ogni dubbio e rende perfettamente superflua anche ogni trasferta, per altro costosa, dei professionisti della verità.

Partito da Madrid, il movimento ha realizzato la maggior evidenza mediatica quando si è insediato in piazza Zuccotti, nei pressi di Wall Street; pare, tuttavia, clonato nelle caratteristiche di fondo.

Con l’eccezione della manifestazione di sabato scorso a Roma, l’adesione di massa a tale movimento è inversamente proporzionale al risalto mediatico garantito dai mass media, quasi a volerne forzare l’esistenza ed il successo in una sorta di accanimento terapeutico.

Di Onda in Onda, l’energia che li muove è, ormai, in via di esaurimento. È come la marea dei piccoli mari chiusi, come l’Adriatico che con i suoi flebili movimenti muove i mille detriti e gli avannotti sino a far intravedere o sfiorare, a questi soggetti passivi, la riva senza mai raggiungerla, due metri avanti e due indietro; non ha la forza di rovesciare sulla riva il prodotto del proprio ventre, in attesa rassegnata della inesorabile risacca che li riporti in alto mare in balia dei pesci più grossi e del caso.

Quanto più, negli anni che procedono, le idee e le rivendicazioni si dissolvono nella nebulosa di bisogni generici, tanto più il rituale si ripete più stancamente e, nella fase crepuscolare, vede apparire, a movimentare la scena, i personaggi più equivoci e le azioni più nichiliste, odiose e distruttive le quali, nel migliore dei casi riescono a prendersela con i totem, nemmeno con i sacerdoti che li hanno fabbricati; in altre parole, il più implicito ed efficace riconoscimento della religione dominante, proprio da parte dei presunti detrattori più viscerali.

Così vediamo sfilare sul palco di Zuccotti Park dispensatori delle peggiori banalità; sulla stampa personaggi, da Obama a Krugman, predisposti alla massima comprensione ma con un minimo di distinzione dei ruoli; per arrivaread Assange e a Draghi, il quale ultimo si dice arrabbiato quanto gli indignati.

Dal conflitto soggettivo di Kramer contro Kramer dei primi due alla sintesi teologica assoluta e perfetta, al mistero del Dio uno e trino impersonificato dal quarto, già massimo dirigente di Goldman & Sachs, poi controllore di quest’ultima nei panni di direttore di Banca d’Italia e BCE ed ora aspirante indignato. Un emulo del Supremo per il quale tempo e spazio non hanno significato.

Non so se tale perfezione sia legata all’abilità del personaggio o alla costrizione dovuta alla scarsezza di attori in grado di rappresentare i vari ruoli sul palcoscenico; propenderei per la seconda ipotesi, vista la facilità con cui le vicende politiche dell’ultimo ventennio hanno di fatto divorato tanti astri nascenti e vecchie volpi.

Sta di fatto che a Zuccotti Park, come altrove, prima si raccolgono le truppe, le si muove e poi si bandisce un’asta dove elencare le rivendicazioni e i beni da reclamare, nonché le prescrizioni da rispettare.

La cornucopia rischia di essere addirittura insufficiente visto che le rivendicazioni dovrebbero soddisfare il 99% della popolazione defraudata dal restante 1%; potrebbe addirittura trasformarsi in un vaso di pandora e seminare tra i questuanti la zizzania ancor prima di stabilire le priorità nell’elenco, pardon nel cahier de doléance del terzo stato al sovrano assoluto.

È la percentualizzazione inconsapevole della previsione di Marx di una moltitudine immensa sfruttata parassitariamente dalla quota restante infima della popolazione, con l’aggravante, rispetto allo scienziato, di considerare l’aspetto distributivo piuttosto che i rapporti di produzione.

A meno di un mese dall’apparizione, l’elenco di richieste e prescrizioni è già impressionante e sorprendente, alcune accettabili, altre decisamente reazionarie e velleitarie; si va dalle energie alternative, al consumo locale, alla sanità e istruzione garantita, al posto di lavoro garantito secondo aspirazioni e livello di istruzione, alla finanza gestita localmente, all’incentivazione della cooperazione, alla redistribuzione della terra.

Le prescrizioni riguardano una precisa gerarchia delle retribuzioni, per altro quantificate, secondo il ruolo assolto nella società, a cominciare da quello privilegiato dell’insegnante, l’abolizione dell’esercito e dell’industria militare, della finanza speculativa; curiosamente, ma forse non casualmente, si chiede la messa in stato di accusa della precedente amministrazione del guerrafondaio Bush per le sue due guerre e la legislazione speciale che ne è derivata, omettendo la richiesta a carico del pacifista Obama, per le sue cinque guerre dichiarate e le innumerevoli sotto copertura attualmente in corso.

Tutto questo, comunque, compreso il folklore, è una caratteristica comune alle onde e ai movimenti di questi ultimi venti anni; come è comune la chiave interpretativa degli eventi legata al predominio del potere economico su quello politico, al dominio e all’asservimento del pianeta alle mire della finanza e delle multinazionali e alla certezza di distruzione del nostro pianeta legata a questo dominio.

Tralascio le implicazioni di tale impostazione, più volte sottolineate dal blog e che impediscono di individuare la natura reale e complessa dei conflitti tra gruppi strategici e stati, il ruolo che in essa hanno i blocchi sociali e le cosiddette masse.

Quello che mi preme sottolineare è l’accentuazione del valore etico e morale delle scelte di quel movimento sino a spingersi alla valutazione della moralità delle persone e all’eticità dei comportamenti, compresa quella dei genitori verso i figli.

Non penso siano i diretti successori ed esegeti degli anabattisti tragicamente isolatisi, nel loro folle rigore e massacrati a Muenster; avendo minori pretese, la conseguenza sarà l’infiltrazione dei peggiori moralisti e demagoghi pronti a distinguere tra mercato corretto e distorto, tra finanza globale e locale e tra politici politicamente corretti e corsari.

Il richiamo alle primavere arabe, la comprensione esercitata da pulpiti i più sorprendenti, le condanne a senso unico dei guerrafondai inducono a pensare che questo movimento non rischia di essere infiltrato e deviato, ma parte già tarato e compromesso; in gran parte i componenti rappresentano la successione di quella parte di ceto medio oggetto di drastico ridimensionamento ed incapace di garantire ai figli un’analoga posizione sociale se non riproponendo una impossibile forma parassitaria ed assistenziale cui si va ad aggiungere una buona parte di ceto medio produttivo in crisi, soprattutto, per il declino di potenza ed economico di numerosi paesi.

La rivendicazione generica di istruzione rappresenta, forse, l’elemento emblematico di questa caratteristica.

Le capacità metamorfiche di queste onde periodiche permettono di inglobare anche singoli aspetti e obbiettivi dei movimenti sovranisti (gestione del debito, sovranità monetaria corrispondente alla sovranità statale) e renderle sfuggenti e oggetto di critica necessaria e sempre aggiornata; la loro fedeltà dichiarata ai principi costitutivi delle varie formazioni (vedi il preambolo del manifesto di “occupy Wall Street”) indica chiaramente la totale subalternità di questo movimento, non al Sistema, ma a singole componenti di esso.

Gli stessi bonari suggeritori, a cominciare da quel filantropo di George Soros, sono gli stessi agenti profittatori della speculazione che spingono, adesso, per un controllo pubblico e per vincoli rigidi delle banche la natura e finalità dei quali è tutta da verificare. Anche su questo riescono a raccogliere miracolosamente il consenso unanime di statisti, o presunti tali e movimentisti folgorati dalla lungimiranza e apertura democratica delle loro fondazioni culturali, compresa quella propinata sulle ali dei cacciabombardieri umanitari.

Tra i primi, da rilevare la sagacia e le capacità preveggenti di D’Alema, presidente del COPASIR, il quale, non più di tre mesi fa, auspicava e preconizzava una ripresa dei movimenti capaci di una spallata risolutiva contro il Governo.

Il futuro immediato, compresa la stesura definitiva del programma, sarà rivelatore dei fini e della composizione di questa ultima vague; quello che è certo, è l’apparente spontaneità di tutto questo; cosa che, il più delle volte, viene confusa con la facile e disordinata ricettività dei messaggi in determinati ambienti, sia in quelli apertamente nichilisti che in quelli più composti.

Questo vale soprattutto per quei paesi destinati a pagare maggiormente il peso del loro degrado e della loro subordinazione, in primo luogo l’Italia.

Il successo di questo tipo di manifestazioni – l’Italia, in questo, pare detenere il primato – è direttamente proporzionale all’ambiguità o inesistenza di programmi e alla quantità di illusioni in omaggio per coprire le peggiori svendite. Il solito modo per raccogliere gli scontenti dietro il carro dei loro benefattori e delle loro sanguisughe.

L’ORA X DELLA CATALOGNA, L’ULTIM’ORA DI PUIGDEMONT, di Giuseppe Germinario

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Carles Puigdemont ha confermato la dichiarazione di indipendenza della Catalogna ed auspicato una trattativa con il Governo Centrale di Spagna

Raramente accade di una classe dirigente così platealmente votata al suicidio come quella catalana, senza nemmeno l’aura romantica che spesso riveste i predestinati al sacrificio patriottico. Un epilogo tanto tragico quanto farsesco del destino individuale di questi condottieri. Non di tutti, beninteso. I più scaltri e furbi hanno istigato, hanno saputo defilarsi e alcuni arrivano ora a proporsi come mediatori con buone probabilità di qualche riconoscimento istituzionale nel prossimo futuro.

Un gruppo dirigente evidentemente privo di qualsiasi memoria storica. La Catalogna, in epoca moderna, ha conosciuto vari moti indipendentistici conclusisi inesorabilmente tutti più o meno tragicamente nel giro di pochi giorni o mesi.

Privo di cultura istituzionale visto che non solo ha violato apertamente la legge dello Stato centrale, anche se questo è pressoché la norma nei tentativi secessionistici, pur con le recenti eccezioni legate al dissolvimento del blocco sovietico; ha forzato, violato e gestito malamente le procedure della propria istituzione regionale che hanno portato al referendum e alla proclamazione di indipendenza e dirottato apertamente risorse pubbliche a fini privati legati alla promozione mediatica e lobbistica del progetto secessionistico in particolare negli Stati Uniti.

Privo soprattutto di basilare cultura ed accortezza politiche.

Ha con ogni evidenza del tutto sottostimato le implicazioni militari di un tale atto e la capacità reattiva di uno stato e governo centrale lesi in una delle loro prerogative fondamentali. Il recente accordo tra il Governo Centrale e la Regione Basca che riconosce ad essa ulteriore ampia autonomia e addirittura la prerogativa dell’imposizione fiscale deve averli indotti a sopravvalutare gravemente l’indebolimento delle capacità di difesa delle prerogative dello Stato Centrale. Un indebolimento certamente in atto grazie al processo di integrazione militare nella NATO e politico-economico nell’Unione Europea che ne ha accentuato la subordinazione politica e ridotto l’agibilità, ma non ancora del tutto compiuto. La Spagna ha infatti pagato il proprio relativo e fragile sviluppo economico incentrato soprattutto sull’edilizia, sulla creazione di infrastrutture e sul turismo con una cessione significativa del controllo delle proprie attività industriali più importanti; al pari dell’Italia e di altri paesi europei politicamente malconci e a causa di un contesto territoriale determinato dall’esistenza di ben quattro principali grandi nazionalità, ha ceduto maggiormente alle lusinghe europeiste di una regionalizzazione sovrana in grado di agire direttamente con le istituzioni comunitarie, aggirando le prerogative, il coordinamento e gli indirizzi dello stato centrale. Il risultato è la sovrapposizione di una subordinazione storica alla potenza americana a quella franco-tedesca, analoga a quella italiana anche se parzialmente contenuta dai retaggi nazionalistici più pervasivi legati al recente passato franchista.

Ha sorprendentemente glissato sulla indispensabile compattezza quantomeno della popolazione catalana necessaria a sostenere un confronto così aspro e definitivo. Il movimento indipendentista si sta rivelando invece una realtà politica significativa ma minoritaria non solo nell’intera Catalogna, compresa quella non interessata dall’azione referendaria, ma anche nell’epicentro stesso del conflitto, la zona di Barcellona.

Riguardo all’indispensabile sostegno internazionale necessario a rompere l’isolamento e a trarre energia, aiuto militare e appoggio politico sembra aver ignorato le conseguenze dell’appartenenza della Spagna alla Unione Europea e alla NATO. I legami ed il sostegno internazionale, i quali comunque non mancano, non possono infatti manifestarsi con le stesse modalità che hanno caratterizzato le primavere arabe e i movimenti secessionisti e sovvertitori di questi ultimi anni. La grande novità dell’evento di rottura riguarda proprio la sua collocazione geopolitica; non più ai margini della sfera occidentale e nelle zone di attrito con Russia e Cina, bensì al centro dell’Europa occidentale.

Sul tavolo dei congiurati non potevano certo mancare opzioni più graduali ed avvolgenti che implicassero un’alleanza con le altre comunità nazionali di Spagna, compresa quella della costruzione di uno stato federale ormai resa verosimile e praticabile dal recente accordo già citato con i Paesi Baschi.

Quale nefasta congiunzione astrale ha determinato alla fine l’attuale piega degli eventi?

Certamente hanno assunto un ruolo importante le ambizioni e le rivalità all’interno del gruppo dirigente catalano il quale tenta alla fine di trovare una loro compensazione ed uno loro spazio nella neonata entità statale; ma queste trovano espressione solo nel particolare humus e retroterra alimentatosi nella regione.

Nella Catalogna di questi ultimi anni si è condensato un sodalizio sempre più complice tra un gruppo di politici locali, ben radicati negli interessi della comunità e con una visione megalomane della propria collocazione nel contesto internazionale, e la componente sinistrorsa e movimentista riconducibile a Podemos e Sinistra Unita.

Dei primi va sottolineata la pervicacia con la quale hanno confermato la propria collocazione nella NATO e nella UE, l’ostinazione nella ricerca di un sostegno lobbistico negli ambienti angloamericani, per la verità con ampio dispiego di risorse e scarsi risultati. Apparentemente nulla di anomalo rispetto alla necessaria ricerca di alleanze, sostegno o quantomeno neutralità che tutte le forze irridententistiche, rivoluzionarie portano avanti nella loro azione. I legami professionali e la storia di gran parte di questi dirigenti inducono però a pensare a qualcosa di deleterio.

Dei secondi, in particolare di Podemos, va rilevata con qualche attenzione in più la loro impostazione politica. La formazione di questo gruppo dirigente, in particolare di Pablo Iglesias inizia negli ambienti universitari di Los Angeles, la fucina che ha generato il movimento degli indignati e di Occupy Wall Street  http://italiaeilmondo.com/2017/10/11/dal-nostro-indignato-speciale-di-giuseppe-germinario-scritto-il-18102011/( http://italiaeilmondo.com/2017/10/11/dal-nostro-indignato-speciale-di-giuseppe-germinario-scritto-il-18102011/ )di alcuni anni fa; prosegue con un immersione, non priva di contrasti, nei movimenti culturali latinoamericani che hanno sostenuto le svolte di numerosi regimi di quel continente; si insedia nelle università di Madrid e Barcellona, in particolare negli ambienti accademici, dalle quali partono le spinte organizzative e la formazione del soggetto politico. La quasi totalità dell’impegno si fonda su tecniche di comunicazione basate su un particolare recupero del concetto gramsciano di egemonia; elude il problema del controllo degli strumenti coercitivi e punta sulla manipolazione dei sistemi mediatici, per altro nemmeno controllati direttamente. Si tratta in particolare di imporre un linguaggio e i propri contenuti. Il mondo viene schematicamente diviso tra un 1% di dominanti e un 99% di defraudati; il conflitto deve concentrarsi con azioni di partecipazione dal basso; le rivendicazioni si riducono a mere politiche di diritti e di redistribuzione. In Spagna il successo politico del movimento si basa su una campagna mediatica su scala nazionale e sull’alleanza su base locale con le forze autonomistiche e le varie opposizioni sociali.

Il movimento indipendentista catalano è figlio di queste impostazioni, in linea per altro con i tentativi passati. Fonda la propria azione politica sulla base di colpi di mano e di smaccata manipolazione mediatica degli eventi. Una esasperazione analoga a quella cui stiamo assistendo negli Stati Uniti e che sta minando progressivamente la credibilità degli artefici. La gestione strumentale ed approssimativa del referendum, la montatura della critica verso atti repressivi in realtà alquanto blandi stanno spingendo in un vicolo cieco il gruppo dirigente catalano in una azione puramente simbolica e verbale che potrà trovare alimento, probabilmente, solo in provocazioni sempre più pericolose e strumentali. Non si conoscono le effettive capacità e propensioni del governo catalano a condurre in questa maniera e sino in fondo il gioco; c’è di che dubitarne. Come c’è da dubitare delle solide convinzioni di un popolo indipendentista così lesto a smobilitare la piazza, un minuto dopo le dichiarazioni solenni del Presidente Puigdemontes, non ostante l’ombra minacciosa delle forze lealiste in campo.

La conferma della dichiarazione di indipendenza di oggi al parlamento catalano, con un dilazionamento dei suoi effetti, rappresenta una mossa disperata che non cambierà un destino personale ormai segnato dei responsabili catalani e il declino delle formazioni politiche citate già per altro in corso.

Una debolezza che rischia di spingerli sempre più sotto la protezione e il salvacondotto esterni. Non sono mancati a queste forze gli incoraggiamenti, il sostegno e il supporto dei soliti centri di potere che hanno contribuito a sconvolgere l’intera area mediterranea; nemmeno è mancato il sostegno discreto e qualche incoraggiamento altrettanto discreto di centri presenti nei paesi europei.

È mancato rumorosamente, questa volta, l’aperto e sfrontato supporto diplomatico americano messo all’opera direttamente nelle piazze in Egitto, in Ucraina, in Siria, in Kossovo nel recente passato.

Segno che il fronte non è più così compatto e che il confronto in corso negli Stati Uniti sta lasciando la propria impronta anche in Europa.

Quello in corso in Catalogna rappresenta comunque un test, probabilmente anche una forzatura determinata dalla perdita parziale delle leve di comando, di quanto la politica di destabilizzazione e del caos sia ormai esportabile in Europa. Qualche riflesso visibile lo stiamo vivendo anche in Italia con la vicenda del referendum lombardo-veneto. Friedman tempo fa ci aveva avvertiti. Il suo fallimento indurrà, probabilmente, a riproporre, ma sotto mutate spoglie, quella politica; certamente contribuirà a mettere in crisi e a far piazza pulita di queste sedicenti forze di opposizione perfettamente complementari all’azione degli attuali establishment sino a determinarne l’ulteriore sopravvivenza. Si auspica da più parti il successo di una qualsiasi politica di destabilizzazione, perché potrebbe favorire di per sé la formazione di nuove classi dirigenti più autonome e più sensibili alla costruzione di formazioni sociali più coese ed eque, adatte a sostenere il confronto che sta covando nel mondo. È invece proprio la modalità di svolgimento di questo confronto sia all’interno che tra esse che determina la qualità della formazione dei centri strategici.

Il compito faticoso degli analisti e soprattutto dei pochi politici dediti alla causa è appunto quello di discernere il grano dal loglio piuttosto che dedicarsi alla contemplazione del caos primordiale.

podcast-episode-13_ Lo SMARRIMENTO DEI VINCITORI, di Gianfranco Campa

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Può capitare che anche l’uomo politico più ostinato e cinico, ma con ancora qualche residuo anelito di compassione represso nel fondo dell’animo, possa essere indotto ad un moto, magari un semplice cenno, di comprensione e conforto verso il suo più acerrimo avversario. Lo sconforto che ha colto in mondovisione John Kelly, capo di gabinetto presidenziale, proprio nelle fasi più colorite ed impetuose dell’intervento di Trump all’ONU, può spezzare ogni resistenza e senz’altro indurre a questo impulso. Bisognerebbe del resto mettersi, anche se di malavoglia, nei panni dei rappresentanti del vecchio establishment americano, in particolare neocon. Per mesi hanno dovuto metter mano a tutto il proprio arsenale e portare allo scoperto anche gli arnesi più riservati, quelli da esibire più come deterrenza che da mettere all’opera; hanno pregiudicato la credibilità dei mezzi di informazione, della magistratura, dei servizi investigativi e probabilmente di importanti settori delle forze armate, ma alla fine sembrava che fossero finalmente riusciti una volta per tutte ad addomesticare il Presidente riottoso e ad isolarlo dalla congrega di cattivi consiglieri. Ecco invece riemergere senza preavviso il Trump baldanzoso delle origini. E da quale pulpito! Niente meno che dall’assemblea generale dell’ONU; un sinedrio certamente poco produttivo di strategie politiche, ma certamente spettacolare nella funzione di propagazione mediatica e nella costruzione di immagine di un personaggio politico. Durante la sua performance ha rispolverato gran parte del suo repertorio d’antan: “America First”, il Nazionalismo, l’antiglobalismo, l’antimultilateralismo, l’indispensabile funzione dello stato; ha concesso rispetto ed ammirazione agli statisti dediti alla difesa degli interessi nazionali del proprio paese. Con qualche inverosimile acrobazia logica ha sostenuto però la coerenza della propria politica estera e l’incoerenza dei cosiddetti “stati canaglia” e dei loro sostenitori più o meno occulti. Un funambolismo troppo audace anche per i più perspicaci ed aperti interlocutori. La gran cassa dei saccenti, dimentichi delle batoste elettorali, non ha tardato a pontificare sull’inaffidabilità e sull’irrazionalità del Presidente. Faremmo torto alla nostra intelligenza, oltre che a quella di Trump, ad assecondare questa tesi. Gianfranco Campa ci illumina come di consueto sulla ragione principale di questo comportamento, tutt’altro che irrazionale. Trump sa benissimo che il proprio salvacondotto, nell’operazione trasformista ancora in corso, rimane la conservazione di buona parte del consenso del nocciolo duro del proprio elettorato. Il vecchio establishment non vuol capire che strattonature ulteriori rischiano di isolare del tutto Trump e trascinare il paese in un confronto politico interno dalla virulenza paragonabile solo a quella già conosciuta a metà ‘800. Il taglio particolare del discorso, inoltre, è motivato probabilmente da un’altra ragione ancora più imbarazzante; si tratta forse di una volontà manifesta di evidenziare la contraddizione e di chiedere tra le righe comprensione e tregua a quelli che avrebbero dovuto essere i suoi interlocutori privilegiati, primo fra tutti Putin, di una politica estera meno interventista e più condivisa. L’inerzia delle attuali dinamiche geopolitiche rende però pressoché impossibili ulteriori prove d’appello. Lavrov, ciò non ostante, ha dichiarato apertamente che “l’attuale incoerenza della politica estera americana” è la conseguenza delle numerose trappole disseminate dalla vecchia amministrazione Obama ai danni del nuovo presidente. Anche su questo Gianfranco Campa è stato particolarmente lucido in un articolo precedente http://italiaeilmondo.com/2017/03/09/sotto-la-copertura-delle-tenebre-di-gianfranco-campa/  _ Giuseppe Germinario

DEUTSCHLAND ÜBER ALLES?, di Giuseppe Germinario (versione integrale)

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trump-merkelI DUE PROTAGONISTI

Di Donald Trump temo che continueremo ancora per mesi se non anni a sorbirci soprattutto i resoconti dettagliati dei suoi difetti o sedicenti tali; dalla maldestra improvvisazione alla ruvidità di modi, dall’affettata eleganza alla volubilità di giudizi, alla rozza ignoranza. Con il nobile intento di salvaguardare l’umanità da questo flagello, i campioni dell’informazione democratica, in particolare il NYT (New York Times) e il WP (Washington Post), dimentichi delle restanti cose del mondo, stanno da tempo concentrando la totalità degli sforzi in questa missione piegando ad essa fatti, realtà e soprattutto deontologia professionale. Con la stessa dedizione, ma con evidente minore fatica, gli innumerevoli corifei dell’informazione europea, pervasi da certezze assolute, non fanno altro che spandere a cuor leggero veline e veleni propinati dai capostipiti. Eppure almeno una caratteristica del Presidente Americano dovrebbe accomunare il giudizio dei pochi fautori e dei tanti detrattori del suo prominente impegno: la capacità di scatenare l’aperto spirito bellicoso anche nelle personalità più prudenti e discrete; tra queste, senza dubbio il Cancelliere tedesco.

Di Angela Merkel, nella vicenda delle intercettazioni americane delle sue conversazioni telefoniche, abbiamo apprezzato la capacità di accettare dal versante amico le peggiori intrusioni e umiliazioni senza alcun pregiudizio dei rapporti, in particolare quelli con Obama e senza apparenti sussulti di orgoglio; nella vicenda del milione di profughi siriani, invece il suo spirito di accoglienza talmente ecumenico da equivocare sulle profferte amorose del branco senza autorizzazione delle interessate, salvo cercare di rifilare con discrezione gran parte degli ospiti ai paesi vicini una volta constatata la loro difficoltà di inserimento e la loro preparazione professionale evidentemente non all’altezza delle aspettative; nella vicenda delle contraffazioni dei dati di emissione degli scarichi delle auto tedesche, abbiamo apprezzato la difesa pur tardiva dello spirito puritano a scapito forse dell’immagine di efficienza del sistema industriale e dei sistemi di controllo tedeschi. Il meglio della sua valenza di amministratrice, almeno sino a pochi mesi fa, è emerso nella vicenda del collasso della Grecia quando con mirabile quadratura è riuscita a conciliare l’aura puritana del rigore contabile con il trasferimento sui bilanci pubblici degli stati europei di gran parte delle esposizioni bancarie tedesche verso quel paese, con il consolidamento dei profitti finanziari delle stesse sul debito restante, con l’acquisizione di buona parte della rete logistica greca e, ciliegina sulla torta, con la vendita a caro prezzo all’esercito ellenico di residuati bellici presenti nei depositi della Bundeswehr. Si sa che le trattative politiche riservano come corollario quasi sempre il lato oscuro della meschinità. Nella graduatoria degli inperturbabili la statista tedesca non detiene certo l’esclusiva, di sicuro è in posizione di ascesa. Tra gli innumerevoli esempi, gli allora Generale Wesley Clark e Segretaria di Stato Madeleine Albright si concessero come bottino della missione umanitaria in Jugoslavja una partecipazione azionaria delle società minerarie del Kosovo; la stessa pletora di funzionari, accademici ed economisti americani e tedeschi accorsi al capezzale della moritura URSS e della nascitura Russia di Boris Eltsin ottenne di scambiare le proprie disinteressate consulenze con una partecipazione attiva al saccheggio di quel paese; per non parlare delle cointeressenze in Ucraina. Anghela, come un re Mida dei nobili principi, è riuscita a trasformare anche la meschinità in rigore risanatorio, sempre però con un profilo dimesso e discreto; da pudico comportamento collaterale a qualità volta al bene pubblico.

UN CONFRONTO PREMATURO

Durante il G7/G20 avviene inopinatamente la sua metamorfosi e la consacrazione da Maria Maddalena del cenacolo europeo ad angelo giustiziere dell’attentatore all’ordine mondiale.

Sono bastati pochi mesi dal gelido saluto al non ancora insediato Presidente Americano, alla imbarazzata visita a Washington per finire con la contrapposizione al G7 per passare da una immagine di capo di governo in verità un po’ dimesso, tutt’al più abile ad agire nell’ombra, a quella di statista orgoglioso in grado di contrapporsi apertamente al neopresidente e, aspetto ben più rilevante, di trasformare la Germania da paese in grado di approfittare in maniera surrettizia delle opportunità della globalizzazione a nazione paladina di questa virtù o in alternativa, secondo le interpretazioni, in grado di contrapporsi, assieme alla Cina, alla prepotenza e all’unilateralismo americano.

Da allora è tutto un fiorire di letteratura e di tesi sul destino manifesto di un paese, inesorabilmente portato a scontrarsi con la nazione egemone; quello che divide i sostenitori riguarda il probabile esito finale dello scontro, ma confronto comunque dovrà essere.

La redazione di Limes, autrice di una per altro pregevole monografia sull’argomento, è la portabandiera più autorevole di questa tesi.

Sono sufficienti pochi atti politici pubblici, concentrati in poche settimane, in aggiunta magari al proposito proclamato di costruzione di un sistema diplomatico e di difesa europei autonomo dagli USA, per promuovere l’attendibilità di una svolta politica così straordinaria?

Già la dinamica e la successione dei recenti eventi da adito a parecchi dubbi.

Intanto il tampinamento postpresidenziale di Obama e l’accoglienza trionfale a lui riservata a Berlino, all’esponente quindi che, assieme a Hillary Clinton, suo successore designato, ha cercato ostinatamente di arginare la tendenza al multipolarismo e di destrutturare gli stati viziati da proprie ambizioni autonome, svelano i legami inestricabili di dipendenza e compromissione con il vecchio establishment nonché le aspettative di ripristino dello “statu quo ante” del cancelliere tedesco. Il veemente appello alla crociata in difesa dell’accordo sul clima di Parigi e del libero mercato globalizzato sventolato al G7 di Taormina, ha mostrato per altro subito la corda al G20 di appena due mesi dopo lasciando in mano alla Merkel un vessillo ridotto ad un cerino consunto con alle spalle truppe scarse e poco convinte a difenderlo. Si potrebbe interpretare come un modo spregiudicato di condurre una danza del quale si possiede il filo conduttore della musica. Più che una condottiera dotata di forza propria in realtà si è rivelata lo strumento di uno schema più grande e complesso giocato per lo più Oltreatlantico. Lo stesso pulpito si è rivelato poco attendibile vista la recente propensione della Germania a limitare le acquisizioni cinesi in Europa rivelando così una evidenza chiara ancora a pochi eletti: il confronto sul libero mercato è una battaglia per determinare regole commerciali più favorevoli ad una o l’altra delle formazioni socieconomiche e ai loro centri dominanti all’interno di logiche geopolitiche operanti all’interno ma non riducibili ad un mero o assolutamente prevalente confronto economico. Una riduttivismo invece che ancora prevale oppure tende a riaffiorare surrettiziamente in gran parte delle tesi, anche nella monografia di Limes.

UN APPROCCIO EVENEMENZIALE

L’approccio evenemenziale presente in gran parte degli studi e soprattutto nella divulgazione mediatica tende a focalizzare e spettacolarizzare un particolare duello a discapito degli altri e dello sguardo d’insieme. Il tentativo stesso di Trump di reimpostare in maniera bilaterale i rapporti e le relazioni tra gli stati può indurre ad accentuare tale interpretazione particolaristica. Un tentativo che se inteso come strategia può trascinare alla rovina gli Stati Uniti e favorire uno sviluppo caotico e gravido di incognite del multipolarismo, ma con qualche possibilità in più, per le potenze intermedie, di assumere una propria peculiare fisionomia. In realtà l’adozione del modello di relazioni bilaterali è del tutto irrealistico e fuorviante perché prescinde dal naturale gioco di alleanze che si dipana nel conflitto politico e il cui successo presuppone proprio ciò che l’attuale svolta politica sta sentenziando inappellabilmente: l’inesistenza di un centro dominante indiscusso. Esso conduce in pratica alla stessa sterilità di chiavi interpretative del concetto di globalizzazione fondato sul movimento atomistico dei singoli agenti sul mercato e sul declino inesorabile del ruolo degli stati nazionali. Se adottato altrimenti come espediente tattico, come da probabile intendimento di Trump, può servire ad una destrutturazione del sistema attuale di relazioni in vista di una ricostruzione più controllata delle sfere di influenza, ma a determinate condizioni: che gli attori in grado di condurre il gioco siano limitati, che riconoscano una reciproca legittimazione e che abbiano un’idea sufficientemente precisa della delimitazione delle sfere di influenza. In un modo o nell’altro si tratta di un processo ormai irreversibile rispetto al quale la classe dirigente dominante tedesca sembra molto più temere le incognite ed apprezzare le attuali rendite di posizione che cogliere le incerte opportunità.

Profetizzare, come prevede la redazione di Limes, uno scontro aperto tra Stati Uniti e Germania pare quantomeno prematuro se non azzardato. E infatti, ad eccezione dei contributi esterni in realtà molto più cauti, gli articoli dei redattori suffragano la tesi sulla base di stereotipi ormai consunti.

Da una parte cerca di fondare l’ineluttabilità del conflitto sulla base dell’incompatibilità tra le due culture. In realtà la storia offre innumerevoli esempi di conflitti atroci e di durature alleanze tra paesi e centri strategici dalle culture difficilmente compatibili. Gli stessi Stati Uniti hanno combattuto almeno tre guerre aperte con il paese a loro culturalmente più affine, il Regno Unito. Negli Stati Uniti, lo rivela la stessa rivista, la componente più numerosa è appunto quella di origine tedesca e la sua cultura ha impregnato pervasivamente la formazione politica e sociale americana, pur affermando in esse una scarsa capacità lobbistica. Paradossalmente, secondo i redattori, una stessa identità culturale avrebbe quindi contribuito decisivamente a determinare la costruzione di una nazione e della sua classe dirigente e nel contempo l’ineluttabile conflitto con il paese di origine di quel ceppo, costituitosi in stato nazionale. Una tesi, quindi, fuorviante, versione edulcorata del più famoso ed altisonante conflitto di civiltà teorizzato da Huntington.

Dall’altra cerca di spiegare la dinamica inesorabile di questo conflitto attraverso il confronto asimmetrico tra il peso e la forza economica crescente del paese europeo e la pervasività e la forza politica di quello americano. Una dinamica che tenta di spiegare non solo le modalità del conflitto tra i due paesi ma anche la natura del dilemma che dovranno risolvere le classi dirigenti degli altri paesi, in particolare quello dell’Italia, di fronte alla alternativa posta della alleanza strategica con uno o l’altro dei contendenti. Un confronto quindi tra il peso militare, la capacità diplomatica e la pervasività dei servizi di intelligence da una parte e la solidità finanziaria, la capacità produttiva e la potenza commerciale dall’altra.

Una chiave esplicativa più sofisticata della prima, ma altrettanto fuorviante e non priva di evidenti punti oscuri e vere e proprie omissioni.

8maggio1945germania-770x300LA RIMOZIONE DI UN EVENTO EPOCALE

Entrambi i limiti interpretativi pagano lo scotto di una rimozione o, nel migliore dei casi, di una valutazione del tutto parziale delle implicazioni di un evento politico epocale cruciale: la sconfitta militare, l’occupazione territoriale, la distruzione di un regime istituzionale, per altro odioso, la riduzione e lo smembramento territoriale della Germania.

La dimensione catastrofica di quella resa consentì ai due vincitori, l’URSS e gli USA, di decidere delle sorti di quel paese. Per quel che ci riguarda più direttamente, in quanto forza di occupazione gli Stati Uniti determinarono il carattere federale oltre che parlamentare del regime nella sua parte sud-occidentale, il suo carattere antisovietico, la limitazione drastica delle forze armate, in particolare quelle terrestri e l’infiltrazione e l’organizzazione delle principali istituzioni e sistemi.

Il carattere di occupazione di quella presenza non ancora risolto definitivamente nemmeno dagli accordi che hanno sancito negli anni ‘90 l’unificazione tedesca.

Una modalità di dominio non risolvibile con il controllo di una parte limitata delle élites dominanti del paese sconfitto e con azioni complottistiche tese a determinare direttamente le azioni dei vertici politici; piuttosto una azione altamente sofisticata e persuasiva tesa soprattutto ad orientare ed indurre, addirittura a creare delle dinamiche inerziali capace di attirare e integrare progressivamente in un sistema occidentale le varie formazioni sociali e i vari stati nazionali caduti nella rete dei liberatori. Un sistema fortemente attrattivo, capace nel rispetto delle gerarchie fondamentali, di offrire sviluppo ed una relativa libertà di azione, ma proprio per questo ancora più pervasivo. In questa trama la Germania Federale ha assunto un ruolo importante, superiore alle stesse aspettative delle élites tedesche emerse dalla sconfitta militare, in parte per merito proprio, soprattutto per scelta del vincitore. Accantonate rapidamente le tentazioni, vellicate soprattutto da Francia e Regno Unito, di ridurre il paese ad una condizione preindustriale, senza nulla cedere sulla capacità di controllo, si optò per un rapido sviluppo che stabilizzasse un paese alleato ai confini cruciali della propria zona di influenza, contribuisse economicamente e produttivamente al sostegno della macchina bellica e neutralizzasse le residue ambizioni egemoniche di Francia e Gran Bretagna. Il pegno da pagare in termini di sovranità fu estremamente pesante con un sistema di controllo e infiltrazione particolarmente intricato e insindacabile, per altro sancito, che riguardava non solo l’intelligence e le forze armate, ma anche il sistema politico, amministrativo e comprendente anche, un aspetto del tutto ignorato dai redattori di Limes come da gran parte dei giornalisti e studiosi, gli organi di informazione e le strutture economiche.

In settant’anni le cose possono cambiare; ma non è questo, sostanzialmente, il caso della Germania.

Le tentazioni e qualche timido e sporadico tentativo di affrancamento non sono certo mancati. Durante la guerra fredda il tentativo più coerente fu portato avanti negli anni ‘70 con l’ “oestpolitik”. Si trattò in realtà di una “interpretazione” troppo estensiva del processo di distensione, più che altro un riconoscimento meno precario delle rispettive zone di influenza, inaugurato dalle due superpotenze. Per ricondurre alla mansuetudine nell’ovile della pecorella inquieta, agli americani fu allora sufficiente assecondare i timori francesi di un rigurgito delle ambizioni tedesche e la loro conseguente improvvisa conversione all’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Europea e innescare una politica di riarmo missilistico. Con la crisi e la caduta del blocco sovietico si presentò un contesto apparentemente più favorevole a vellicare ambizioni più audaci.

SUSSULTI DI EGEMONIA

Il tentativo più organico e strutturato avvenne nella seconda metà degli anni ‘80 quando, percepita la crisi imminente del blocco sovietico e forte dei legami più o meno circospetti stretti con quella parte della loro classe dirigente legata al commercio e al finanziamento del debito estero, una parte dell’establishment tedesco tentò per alcuni anni di organizzare e sostenere il sistema bancario dei paesi dell’Est-Europa per favorire la ristrutturazione economica e salvaguardare buona parte di quella classe dirigente. Fu l’atto e il momento che suscitò, nei confronti dell’élite tedesca, le stesse premure dedicate a quella italiana. Il luogo di raccolta degli accoliti fu diverso; con gli uni si scelse il Panfilo di Sua Maestà, al largo di Roma; con gli altri un più modesto albergo bavarese. Anche il numero di convitati differiva; ben più numeroso sulla prestigiosa imbarcazione, limitato a meno di dieci persone nel gasthof. Non si è trattato, probabilmente, di un mero omaggio alla italica convivialità rispetto alla proverbiale essenzialità teutonica; deve aver influito la diversa funzione che i comprimari, inglesi nell’una e francesi nell’altra, hanno assunto nell’iniziativa; soprattutto, è stata la perdurante e progressiva frammentazione politica ed istituzionale dell’Italia rispetto alla Germania a determinare le diverse caratteristiche dell’iniziativa, i diversi sviluppi e gli esiti opposti pur in una comune riconfigurazione della subordinazione politica all’alleato d’oltreatlantico.

Il tentativo più intraprendente fu posto in atto durante la guerra civile in Jugoslavia conclusasi, al momento, con la frammentazione di quel paese e con una conflittualità latente pronta a riemergere. L’iniziale spinta propulsiva alla divisione fu data soprattutto dalla Germania sino ad essere rapidamente assorbita pur con qualche attrito significativo da quella americana. L’evento bellico rappresenta comunque una svolta significativa che vede il gruppo dirigente egemone in Germania passare da una politica di cooptazione e sostegno delle vecchie classi dirigenti riformate dei paesi del blocco sovietico ad una di progressiva aperta ostilità verso la Russia e tesa a favorire la liquidazione delle stesse nei paesi dell’Europa Orientale e nei Balcani. Una scelta indubbiamente vantaggiosa nell’immediato perché ha consentito di riprendere e perseguire una politica di influenza ed integrazione economica esattamente lungo i corridoi tracciati dai colonizzatori tedeschi nel corso dei secoli sino alla metà del ‘800 senza dover contestare i legami di subordinazione con lo stato egemone americano e indebolendo vistosamente la posizione politica ed economica dei due altri grandi paesi fondatori della UE, la Francia e l’Italia. Una scelta deleteria dal punto di vista strategico nel caso la Germania dovesse aspirare ad una maggiore e decisiva autonomia politica che richiedesse un avvicinamento duraturo e stabile alla Russia di Putin proprio perché troverebbe nei più importanti paesi dell’Europa Orientale e della penisola scandinava i più fieri oppositori a tale svolta con scarse possibilità di un loro ricambio con centri politici più duttili.

I messaggeri in quell’albergo bavarese devono evidentemente essere stati particolarmente persuasivi anche se assecondati dalle circostanze propizie della morte violenta dei due nuovi paladini della ostpolitik, Herrhausen di Deutsche Bank e Rohwedder di Treuhandanstalt.

Da questi due eventi a cavallo della riunificazione si è dipanata la condizione di un paese ormai al centro di attenzioni e sospetti, ma incapace di una politica assertiva capace di aggregare forze e in grado tutt’al più di neutralizzare e fiaccare le forze di potenziali rivali nel campo “amico” europeo.

Negli ultimi venti anni i pochi atti politici autonomi di quella classe dirigente sono consistiti nella non partecipazione ufficiale alle avventure militari, in particolare Libia ed Iraq, salvo garantire efficacemente, ma in modo discreto, i propri servizi logistici e di intelligence come avvenuto in Libia. Per il resto si è rifugiata in annunci velleitari, quali la creazione di una forza militare congiunta e integrata con i francesi, miseramente fallita o nel perseguimento classico di una politica di influenza a rimorchio nel vicinato, come avvenuto in Ucraina, con grave pregiudizio delle relazioni con i russi o nel supporto opportunistico e lucrativo alla destabilizzazione specie nel Grande Medio Oriente. La Germania, infatti, lemme lemme risulta costantemente tra i primi fornitori ufficiali di armi e munizioni dei Sauditi, impegnati in Yemen, dei Giordani e della pletora di governi a supporto delle primavere.

I LIMITI STRUTTURALI

Una fondata e non frettolosa elezione della Germania a protagonista geopolitico e antagonista naturale degli Stati Uniti non può prescindere da una analisi della condizione strutturale del paese.

La particolare struttura federale già dibattuta nelle università americane a partire dagli anni ‘30 e imposta nel regime di occupazione assegna importanti competenze di politica estera ai laender in cooperazione e spesso in conflitto tra loro e con lo stato centrale, indebolendone di fatto coerenza e incisività. Un esempio significativo si può trarre dal ruolo decisivo assunto dal Governo Bavarese nella fomentazione della guerra civile in Jugoslavja e nella capacità di trascinare altre regioni di stati confinanti su questo indirizzo in opposizione alle direttive dei rispettivi stati nazionali. Una organizzazione istituzionale che riesce comunque a mantenere una propria operatività grazie al ruolo unificante delle grandi associazioni verticali entro le quali si compongono gli interessi lobbistici e gli indirizzi di buona parte dei centri decisionali.

A garantire, più che la coerenza, l’incisività di una struttura così articolata fa difetto però l’estrema permeabilità delle strutture di intelligence e degli apparati coercitivi e di controllo, il retaggio più pesante della disfatta militare e del conseguente regime di occupazione. La vicenda delle intercettazioni americane ai danni della Cancelliera ha semplicemente rivelato il livello di integrazione ed infiltrazione dei servizi tedeschi con quelli americani; la susseguente rimozione del responsabile, più che la volontà una riorganizzazione e una depurazione delle strutture, ha rivelato la stizza di un capo politico per la pubblicità imbarazzante di quei segnali di attenzione. Per il carattere di riservatezza insito, i Servizi di Sicurezza sono particolarmente vulnerabili; la permeabilità, comunque, investe un po’ tutti gli apparati coercitivi e sanzionatori dello stato germanico, compreso quello militare ancora particolarmente debole.

Una chiosa a parte merita il sistema di informazione, quasi del tutto allineato all’ortodossia atlantica. Con l’eccezione di alcune testate nazionali a tiratura limitata ed alcune testate locali il livello di controllo del sistema mediatico è impressionante. Una capacità di indirizzo delle testate e di legame diretto con singoli giornalisti. È del resto notoria la meticolosità con cui i vari centri strategici americani curano le relazioni con i media istituzionali. Le campagne giornalistiche e la manipolazione dell’opinione pubblica sono sempre stati strumenti propedeutici al conflitto politico, al condizionamento dei centri e all’eliminazione degli avversari, anche se la diffusione dei network on line ha in parte facilitato la possibilità di centri politici alternativi e ridefinito le modalità di manipolazione dell’informazione. In Germania, nella fattispecie, colpisce il fatto che la componente più orientata ad una politica autonoma con la Russia, un tempo significativa, trovi sempre meno spazio mediatico e non riesca ormai da anni a creare una opinione pubblica favorevole a sostegno delle proprie scelte.

La chiave di lettura determinante per individuare il peso reale della Germania e la sua collocazione nelle dinamiche geopolitiche riguarda però il ruolo dell’economia nello stabilire il peso strategico e la condizione conflittuale di un paese.

Chi attribuisce alla Germania un ruolo di protagonista assoluto, di competitore e di antagonista di prim’ordine tende ad attribuire più o meno esplicitamente all’economia, nel migliore dei casi ai rapporti sociali economici, il ruolo preponderante e sovradeterminante gli altri ambiti delle attività umane, compresa quella politica, solitamente assumendo il seguente canovaccio.

UNO SCHEMA INTERPRETATIVO LIMITANTE E FUORVIANTE

La capacità di potenza si esprimerebbe soprattutto attraverso il peso economico; il campo preponderante di esercizio della competizione sarebbe il mercato; l’esercizio della potenza si realizzerebbe soprattutto attraverso la capacità commerciale; la sua misura si pondererebbe attraverso i dati macroeconomici del PIL, del saldo commerciale, degli attivi finanziari, nel migliore dei casi anche della presenza preponderante nel settore dei beni di consumo di massa più evoluti e durevoli. Scelte politiche non corrispondenti alla condizione economica sono considerate illogiche, sbagliate o semplicemente degli accidenti della storia destinati a rientrare o a determinare la sconfitta dei soggetti promotori.

Uno schema fuorviante sia in termini generali che affrontando una analisi della condizione della particolare economia tedesca.

Si può partire dalla constatazione che i mercati tengono conto e tendono a conformarsi progressivamente alle sfere di influenza politiche in via di formazione proprio perché gli attori economici privilegiano le condizioni di maggiore stabilità; le stesse grandi aziende, ormai da alcuni anni, tendono a riassumere il controllo diretto della verticale delle filiere produttive seguendo le condizioni di sicurezza politica. In una fase nella quale la leva economica, sotto forma di condizioni di finanziamento ed investimento e di apertura del mercato, di controllo tecnologico, addirittura dei prezzi in numerosi settori specie strategici, viene utilizzata non solo per condizionare, ma come strumento diretto di sanzione e conflitto, la funzione della politica emerge dalla maschera della competizione puramente economica tra gli attori.

Ma il politico, nella sua accezione di essenza, di caratteristica intrinseca, trova il modo di agire in maniera ancora più “subdola” nell’ambito economico; un esempio può essere l’invenzione, l’adozione, l’applicazione su base industriale e la padronanza delle tecnologie.

In Cina, ad esempio, il tentativo imponente di assumere la creazione e la padronanza delle tecnologie, uno dei fondamenti utili a garantire l’autonomia, l’autorevolezza e l’indipendenza delle decisioni della classe dirigente di un paese, passa anche attraverso lo scontro tra i sostenitori dei grandi colossi industriali, eredi delle imprese statali del periodo “socialista”, di fatto ancora sotto controllo politico diretto, e l’ampio settore di medie e piccole aziende, presenti nel sudest del paese molto più dipendenti dalle tecnologie e dai moduli organizzativi occidentali. Nel recente passato è sufficiente rispolverare alcuni casi, l’Olivetti in Italia e il sistema di motore a reazione Arrow in Canada tra i tanti, per constatare che la capacità tecnologica ed organizzativa di una azienda possono determinare gli standard di un mercato solo all’interno di contesti conformati politicamente.

Il mercato, infatti, rappresenta un’area, un campo di azione governato da un insieme di regole di natura politica, frutto di imposizioni e mediazioni, entro il quale agiscono gli attori economici; la rottura e la modifica di queste ultime comporta inevitabilmente ed intrinsecamente atti politici.

L’immagine che ancora si offre del mercato è invece troppo spesso fuorviante e semplicistica.

Il mercato globale viene rappresentato come una rete con un centro regolatorio indefinito e indefinibile; il suo innegabile sviluppo è però artificiosamente amplificato dalla frammentazione politica degli stati che ha trasformato in commercio estero gran parte degli scambi interni degli stati nazionali antecedenti il crollo del blocco sovietico; la sua rappresentazione glissa sull’esistenza e il rafforzamento al suo interno di aree, settori e blocchi attraverso i quali, tra l’altro si veicolano le influenze politiche.

La stessa raffigurazione degli organismi internazionali preposti alla regolazione di esso nasconde il fatto che tali regole non sono affatto neutrali e soddisfacenti in egual misura i vari attori, ma anche, più prosaicamente, che ammettono innumerevoli deroghe, omissioni, clausole particolari e comportamenti discriminatori che lasciano sospettare il peso politico differente dei paesi nella conduzione.

Gli esempi più clamorosi riguardano probabilmente il diverso trattamento riservato a Russia e Cina nei tempi di adesione agli organismi nonché nelle modalità e nella qualità dei trasferimenti di tecnologia occidentale; come pure il diverso trattamento riservato alle cosiddette Tigri Asiatiche e alla Corea del Sud rispetto ad alcuni paesi del Sud-America.

UNA RAPPRESENTAZIONE PIU’ ESAUSTIVA

Questo schema consente, probabilmente, una valutazione più realistica e meno enfatica del peso economico sia intrinseco che rispetto agli altri ambiti dell’azione politica nel determinare la forza geopolitica della Germania e, soprattutto, nel determinare i passi e le condizioni necessari a garantire la sua emersione come attore politico più autonomo.

 hermannsdenkmalLa Germania, a partire dalla fine degli anni ‘80, al pari di tutti i paesi, ha avviato un processo di profonda trasformazione economica concomitante e favorito dalla sua nuova collocazione geopolitica determinata dall’unificazione seguendo però proprie peculiarità.

Ha salvaguardato ed accentuato il carattere dualistico del suo sistema finanziario trasformando, dopo l’uccisione di Herrhausen, la Deutschbank nella quinta banca di investimento al mondo dedita a servizi di consulenza e alla gestione dei nuovi e più speculativi prodotti finanziari e tutelando dalle intromissioni comunitarie il sistema di banche territoriali a tutela dei sistemi locali economici e sociali.

La difesa ostinata della sua politica restrittiva in ambito europeo non serve soltanto a indebolire i suoi concorrenti economici prossimi, l’Italia e la Francia, ma a difenderla dalle loro debolezze e, sinché possibile, dalle implicazioni più rischiose della sua esposizione nei circuiti finanziari dominati dal sistema angloamericano.

Ha governato con lungimiranza il processo di precarizzazione di larghi settori dell’economia industriale e dei servizi, analogo a quello di altri paesi, compensando parzialmente con il welfare pubblico la regressione socioeconomica di vaste aree sociali.

Ha saputo tutelare e sviluppare alcuni settori di produzione di beni di consumi di massa tradizionali ma relativamente più complessi (automobile, agroalimentare, meccanica) mantenendo il pieno controllo della catena produttiva e di valore e decentrando sapientemente la componentistica nei paesi dell’hinterland più affine non garantendo più la quasi esclusiva del settore all’Italia.

germania_economia_apL’attivo commerciale imponente che ne deriva è il frutto non solo di queste politiche, ma anche di un misconosciuto basso livello di investimenti sia pubblici, in particolare delle infrastrutture del paese, che, con sorpresa, privati rispetto ai più importanti paesi dello scacchiere mondiale. Un livello, specie in quelli pubblici che, protrattosi nel tempo analogamente alla condizione dell’Italia, rischia di pregiudicare le stesse capacità tecniche e tecnologiche di ricostruzione. Un attento esame del campione di immagine tedesco, la Volkswagen, rivela sorprendentemente i punti deboli, sopperiti sino ad ora da una indubbia capacità commerciale, del suo settore privato.

L’economia tedesca, tra l’altro, è pervasa, più degli altri paesi europei dagli investimenti statunitensi in importanti settori così come dipende maggiormente dalle esportazioni in America.

La Germania è senz’altro presente in maniera significativa in alcuni settori importanti come quello dei beni industriali, della meccatronica, della chimica, del software applicato; ma è quasi del tutto assente, al pari degli altri paesi europei, nel settore del controllo e della gestione on line dei dati, fondamentale per il controllo dei flussi e dei comandi operativi nell’industria 4.0.

E’ in difficoltà in altri ambiti strategici, tra i quali l’avionica, l’aeronautica, il gps (Galileo) oggetto di ingenti investimenti soprattutto pubblici, frutto soprattutto di ricerche nell’ambito militare francese, ma pregiudicati dai dissidi di gestione tra i paesi cooperanti o dalle limitazioni nell’uso in ambito militare, frutto a loro volta delle imposizioni e delle premure americane.

Il progetto AIRBUS, gestito da Germania, Francia e Spagna, conosce così una fase di crisi acuta ed improvvisa, alimentata anche dai dissidi di gestione, la quale sta rinfocolando le ambizioni di una direzione avulsa dal controllo azionario e le voci di una possibile acquisizione da parte dell’americana General Electric; il progetto Galileo, invece, dopo anni di faticosa gestazione, avversato dalla stessa Commissione Europea al pari di Airbus, vede intaccato il proprio primato tecnologico dalla inibizione della possibilità di applicazione nell’ambito militare.

Sono solo due degli episodi, questi ultimi, rivelatori della dipendenza politica di quel paese in tutti gli ambiti, a partire ancora una volta da quelli prioritari istituzionali e mediatici.

Ci sarebbe anche da aggiungere le considerazioni sugli effetti della politica comunitaria tesa ad impedire sistematicamente la formazione di colossi industriali paragonabili con quelli americani e ultimamente cinesi, ma solo per constatare che la stessa Unione Europea è propedeutica al mantenimento di questa subordinazione dei paesi dell’intero continente.

LE INTENZIONI E LE POSSIBILITA’ DI AFFRANCAMENTO

Ogni atto politico, compresi quelli di politica economica, della classe dirigente germanica va valutato, quindi, secondo l’intenzione e la capacità di affrancamento da tale situazione.

A tutt’oggi non risultano passi decisivi in questa direzione.

Intanto l’aspirazione ad ottenere un vero e proprio trattato di pace apertamente riconosciuto dagli Stati Uniti e da Francia e Gran Bretagna risulta ancora inevasa a distanza di settant’anni, con tutto quello che implica nei diritti e nella discrezionalità di forze militari ancora di occupazione; dal punto di vista istituzionale del ripristino del controllo effettivo su settori chiave dell’apparato statale lo sforzo appare più di immagine che effettivo; da quello invece del sistema di informazione e di formazione dell’opinione pubblica la situazione risulta ancora peggiorata visto il progressivo declino e l’incapacità persuasiva della residua classe dirigente ancora legata alla Oestpolitik.

La stessa crisi del Partito Socialdemocratico non fa che accentuare questa parabola; le lamentele e le rimostranze recenti della classe imprenditoriale tedesca riguardante l’esposizione eccessiva della Merkel contro la Presidenza di Trump sono per di più legate ai rischi di sanzioni commerciali legate al surplus commerciale.

Le tentazioni per una politica più autonoma ed indipendente certamente non mancano. Più che per forza propria potranno trovare ulteriore alimento dalle evidenti forzature che la politica estera americana, attualmente in fibrillazione, sta operando. Queste ultime, in particolare, ultimamente si stanno esercitando sugli ostacoli alla costruzione vitale del secondo gasdotto Northstream tra Russia e Germania in grado di rafforzare il ruolo di hub europeo e di controllore essenziale delle forniture nel continente e sulle pressioni per un aumento dei bilanci di spesa militare. Un loro significativo incremento potrebbe indurre al rafforzamento di un proprio complesso industriale militare propedeutico alla nascita di una struttura di difesa autonoma; una eventualità, però, in controtendenza con le attuali pulsioni autodistruttive operanti sia in Germania che nella stessa Francia.

Lo stesso progetto di cooperazione militare rafforzata portato avanti ultimamente e strombazzato dalla Germania presenta numerosi aspetti di ambiguità:

  • nasce sulle ceneri dell’ipotesi di integrazione delle forze armate tedesche e francesi fallita ad inizio secolo;

  • punta all’integrazione di paesi (Olanda, Romania, Rep. Ceka) appartenenti all’area di influenza tedesca ma particolarmente legati, in funzione antirussa, all’establishment statunitense;

  • si tratta ancora di forze limitate tese, probabilmente, più a compensare la debolezza delle forze operative tedesche e il timore di affrontare le conseguenze esterne di un più pesante riarmo diretto;

  • il debole coinvolgimento della Francia e l’assenza dell’Italia lascia intravedere una funzione di contenimento di questi paesi piuttosto che di affrancamento dalla tutela americana;

  • negli ultimi anni, il carattere antirusso della politica estera tedesca si è ulteriormente accentuato e rischia di diventare irreversibile, non ostante le relazioni economiche non corrispondano esattamente ai proclami sanzionatori; questo comporta dei riflessi diretti nelle opzioni militari.

hermannsdenkmalCONSUNTIVO

In realtà l’attuale classe dirigente tedesca, rispetto al quale non risultano emergere forze alternative credibili, tende inesorabilmente a cacciarsi in una situazione analoga a quella che la hanno trascinata nelle due ultime rovinose guerre mondiali.

Non ha la forza e le caratteristiche per diventare, da sola, l’artefice di un polo politico comparabile con quelli in via di formazione, in competizione con gli Stati Uniti; per ambire a tale condizione dovrebbe puntare razionalmente a stringere un sodalizio meno squilibrato e su basi più paritarie in via prioritaria con la Francia e l’Italia e su questo costruire un rapporto costruttivo con la Russia. Questo implica una ridefinizione dei rapporti e un’azione verso la maggior parte dei paesi dell’Europa Orientale e quelli scandinavi che agevoli un ricambio di quelle classi dirigenti così oltranziste, impegnate ad affermare la propria identità e rafforzare la loro circoscritta influenza regionale a scapito della Russia, scegliendo la via apparentemente più comoda ed immediata: una alleanza politica sempre più stretta con gli Stati Uniti attualmente praticabile soprattutto grazie alla garanzia del retroterra tedesco, ma resa certamente più fragile da una sua defezione. Non si può dire certo che gli ingombranti vicini, Italia e Francia, concedano più di tanto qualche chance a questa eventualità. Una svolta quindi tanto più improbabile per l’azione ricorrente di Francia e Italia di “utilizzo” del potente d’oltreatlantico per regolare le controversie di vicinato in un processo di integrazione atlantista che sta coinvolgendo pesantemente, ormai anche la Francia, anche se non ancora, probabilmente, in maniera irreversibile. Si tratterebbe di rimettere in discussione le modalità di costruzione di un sistema di relazioni costruito negli ultimi trenta anni, laddove la posizione di vassallo privilegiato ha consentito di costruire una formazione sociale sufficientemente solida da garantire un largo consenso e discreti margini di azione.

Più che una subordinazione riottosa sembra per tanto, quello della Germania, un sodalizio consenziente per quanto prono. Una condizione che difficilmente può essere superata senza la formazione di poli alternativi che impediscano di continuare a lucrare sui saldi commerciali e senza un significativo indebolimento della potenza egemone ancora in gran parte da compiersi. L’alternativa, in mancanza di un recupero del controllo pieno delle leve di potere, potrebbe essere una fuga velleitaria in avanti, magari vellicata dalla stessa potenza egemone, propedeutica ad una terza pesante lezione storica.

E L’ITALIA?

In tale contesto inquadrare la collocazione dell’Italia come un paese dibattuto nella scelta tra il contendente tedesco e quello americano con una propensione iniziale per quella teutonica, appare una indicazione fuorviante; del tutto fuori luogo se, come statuisce la redazione di Limes, a questo dilemma corrisponde la formazione sul suolo italico di due blocchi in tenzone tra loro; quello economico sensibile alle sirene germaniche, quello istituzionale, degli apparati di sicurezza legato a quelle americane. Una contrapposizione che non offre una sintesi credibile semplicemente perché uno dei pilastri e ambiti del contenzioso, quello economico, non è assolutamente una prerogativa assoluta e nemmeno prevalente della Germania. La struttura economica italiana, negli ultimi trenta anni ha subito una drammatica perdita di controllo dei propri assetti strategici più importanti, superiore alla stesa distruzione dell’apparato produttivo. La gran parte di quelle attività sono finite in mano americana e poi francese, più che tedesca. È sufficiente scorrere i destini dell’industria aeronautica, dei generatori, della ceramica, della siderurgia specializzata, della meccanica, oltre che dei marchi alimentari, della moda e soprattutto della rete di telecomunicazioni per rivelare una penetrazione ben più articolata e preoccupante. I commensali del banchetto sono numerosi. È sufficiente orientare i propri padiglioni verso la voce dei corifei, tra i tanti Calenda, tutti impegnati ad identificare la globalizzazione con il mercato americano, per individuare le priorità stabilite dalla maggior parte della classe dirigente. L’impegno tedesco si è concentrato, piuttosto, sulla gestione del drenaggio del risparmio, sull’acquisizione di alcuni poli logistici necessari ai flussi dell’industria tedesca, sul controllo parziale ma indiretto della componentistica e sul ridimensionamento della capacità produttiva di un importante competitore.

DIFFICILMENTE

In realtà, sino a quando l’attuale classe dirigente tedesca riuscirà a mantenere in qualche maniera il controllo della costruzione europea per conto terzi, difficilmente la propensione tutta italica a costituire fazioni autodistruttive per conto di podestà stranieri potrà essere soddisfatta e la disputa occuperà inevitabilmente temi più rarefatti, come difficilmente il sodalizio tedesco-americano potrà incrinarsi significativamente, specie in una fase di restaurazione della politica americana ormai vincente.

Difficilmente, però, l’approccio offerto dalla redazione potrà offrire un contributo ad uno sforzo consapevole e proficuo di individuazione di un interesse nazionale capace di raccogliere il consenso delle parti più dinamiche e dignitose della comunità; come pure diventa alquanto arduo individuare, in Europa, nei vari paesi, le forze suscettibili di essere coinvolte.

Quanto alla Germania, se resurrezione dovrà essere, richiederà la realizzazione di numerose condizioni; i timidi vagiti richiederanno tempo per arrivare ad espressioni più articolate e razionali. La stessa formazione sociale tedesca inizia a conoscere importanti crepe nella sua proverbiale coesione con la erosione dei punti di garanzia e stabilità, ma anche di immobilismo. Si sta cominciando dal ruolo dei sindacati; ben presto toccherà anche il sistema periferico di promozione ed assistenza sociale. Bisognerà vedere se gli eventi, ormai incalzanti, concederanno il tempo necessario a compiere le svolte.

12° Podcast _ UNA DINASTIA IN BILICO, di Gianfranco Campa

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Questa volta i riflettori puntano a illuminare un altro angolo del palcoscenico a stelle e strisce; quello sino ad ora riservato ai Clinton. Protagonisti, nell’ombra e in primo piano, in questi ultimi venti anni, ma con una pesante ipoteca riguardo al loro futuro politico segnato dalla drammatica sconfitta elettorale alle presidenziali americane. Gli attacchi forsennati a Trump dell’intero vecchio establishment hanno impedito la resa dei conti postelettorale nel Partito Democratico. La sua progressiva normalizzazione tranquillizzerà probabilmente la vecchia classe dirigente e la spingerà a regolare i conti al proprio interno e a gestire in qualche maniera il ricambio. Il contesto geopolitico e sociopolitico è, però, radicalmente mutato rispetto ad appena dieci anni fa. Gli Stati Uniti in qualche maniera devono prendere atto della presenza di altri attori di peso nello scacchiere internazionale; all’interno le basi di consenso dei due partiti tradizionali sono cambiate con una erosione delle basi elettorali e un significativo spostamento di opinione di importanti settori di ceto popolare e medio, come per altro sta avvenendo in maniera più confusa anche in Europa. Sullo sfondo una radicale polarizzazione che impedisce a tutte le forze di assumere il ruolo di forza politica in grado di garantire la coesione del paese. Le emergenti non riescono ancora a sedurre almeno una parte significativa dei settori di punta e più avanzati del paese; le altre sembrano ancora del tutto sorde ai richiami del loro elettorato tradizionale.La paralisi programmatica e progettuale di queste ultime appare sempre più evidente. Come se non bastasse, la possibile formazione autonoma di un nuovo movimento politico, come conseguenza della defenestrazione dei sostenitori originari dallo staff presidenziale, potrebbe catalizzare definitivamente questi settori ed avviare ad una crisi profonda se non irreversibile prima il Partito Repubblicano e poi quello Democratico. Non a caso la componente radicale, più legata ai ceti professionali, del Partito Democratico stesso si è rivelata molto più cauta e sconcertata nei confronti di Trump. Nelle intenzioni della famiglia Clinton questa dovrebbe essere una fase di transizione generazionale, ma con le stesse dinastie come protagoniste; nei fatti Hillary Clinton potrebbe rivelarsi il capro espiatorio perfetto da offrire in cambio della definitiva defenestrazione di Trump e con questo pregiudicare le ambizioni della progenie e di qualche adepto rimasto impigliato in qualche parte del mondo. Fantapolitica? Molto probabile! Questi due anni sono stati però effervescenti e sorprendenti. Le trappole disseminate nello scacchiere internazionale iniziano a stringersi e gli armadi di gran parte di questi esponenti politici, cresciuti e formatisi in altri contesti, sono ricolmi di scheletri pronti alla riesumazione. Lo scontro è apertissimo _ Giuseppe Germinario

ASTRI NASCENTI, STELLE CADENTI, MINE VAGANTI, DI GIUSEPPE GERMINARIO (3° PARTE) – tratto dal sito conflittiestrategie.it

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http://www.conflittiestrategie.it/astri-nascenti-stelle-cadenti-mine-vaganti-1a-parte

http://www.conflittiestrategie.it/astri-nascenti-stelle-cadenti-mine-vaganti-2a-parte

 

Così, il 27 novembre scorso, al convitato di lusso è stata sottratta la sedia e revocato l’invito ai banchetti ufficiali; gli sono rimaste ancora le colazioni riservate di lavoro e le cene tra adepti. Le autorevoli rassicurazioni riguardo ad una sua “caduta in piedi” sono state evidentemente improvvide se non ingannevoli. “Cadere in piedi” in effetti mi pare una dinamica il cui esito improbabile avrebbe dovuto, quantomeno, far insospettire il Cavaliere circa le effettive probabilità di realizzazione. Si tratta di una prodezza balistica alquanto inverosimile, dai connotati prodigiosi propri di una liturgia pasquale o delle ambasce pagane di un messaggero olimpico, di Mercurio nella fattispecie, piuttosto che della precarietà di un normale essere umano. Il disposto combinato di vanagloria e pusillanimità del nostro e di perfida rassicurazione liquidatoria dell’altro hanno alimentato per breve tempo l’illusione che le peggiori dinamiche distruttive nel nostro paese fossero almeno governate e dirette dai nostri controllori d’oltreoceano almeno quanto quelle costruttive, pur entrambe deleterie per gli interessi del nostro paese. Venti anni di berlusconismo ed antiberlusconismo, evidentemente, non possono essere rimossi più che risolti se non con il progressivo sacrificio, per il momento ancora prevalentemente simbolico, del protagonista, non ostante i presumibili auspici contrari dei nostri protettori.

Una sconfitta ed una rimozione, tra l’altro, tutt’altro che scontate nel loro esito finale; il dualismo, al contrario, potrebbe riproporsi sotto altre spoglie.

LE OPZIONI DISPONIBILI

L’eclisse parziale della stella Berlusconi ha intanto concesso ulteriore risalto al fulgore dell’astro nascente, Renzi, la settimana successiva; due eventi che hanno il merito di far uscire allo scoperto le opzioni politiche, chiamarle strategie sarebbe al momento troppo, latenti da tempo negli schieramenti politici.

La prima, marcatamente bipolare, è sostenuta dal neosegretario del PD, ma ha bisogno di un alter ego minimamente credibile nell’altro versante per rendere presentabile la tenzone politica; la seconda, rievocativa della prima repubblica, punta alla costruzione di una coalizione con una forza politica egemone e altre forze minori da supporto. Il nucleo più importante a sostegno di questa opzione risiede ancora, anche se fortemente ridimensionato, nella minoranza del PD ma dispone di solidissimi appoggi nella compagine di governo, in quella parlamentare e nella struttura stessa del partito. Per la natura stessa della proposta, induce però ad alimentare le ambizioni egemoniche o contrattualistiche delle diverse componenti politiche aprendo quest’ultima a diverse subordinate e ad una situazione ancora più conflittuale e frammentata. Il perseguimento di questa opzione da parte dei vari portatori ha portato ad esiti disastrosi.

IL RITORNO DEL VECCHIO

Il PD di Bersani ha celato nello stallo elettorale la perdita di milioni voti, ma ha rivelato solarmente la totale incapacità di una proposta politica minima che non fosse il mero affidamento del futuro del paese al buon cuore dei tutori europei e americani; Scelta Civica di Monti, non ostante la maieutica della CEI (Consiglio Episcopale) coltivata con i due seminari di Todi ( http://www.conflittiestrategie.it/le-apparenze-ingannano-di-giuseppe-germinario), si è rivelata una maschera di cera in grado di ingannare pochi elettori del PDL di Berlusconi e destinata a liquefarsi al primo calore del contenzioso politico; epilogo compiutosi inesorabilmente infatti in pochi mesi.

La reiterazione degli antichi fasti democristiani, oggi come allora, avrebbe avuto bisogno di un fulcro abbastanza solido su cui appoggiarsi e del sostegno esplicito e generoso del protettore americano; due fattori pressoché assenti nell’attuale scenario geopolitico.

Il fulcro, allora, era costituito dalle Partecipazioni Statali e da centri di potere e amministrativi superstiti del fascismo ancora solidi attorno ai quali è stato possibile costruire uno sviluppo industriale complementare ma efficace e, attraverso la collaborazione di organizzazioni di massa collaterali, un blocco sociale sufficientemente coeso grazie al collante ideologico, alla redistribuzione delle risorse, alla gestione meno traumatica ma spesso parassitaria delle ristrutturazioni economiche; il sostegno esterno era relativamente generoso per la necessità di controllare i conflitti sociali, di tenere unito il blocco antisovietico e di scoraggiare eventuali ambizioni autonomistiche degli alleati europei, della Germania e soprattutto della Francia in particolare.

Tutti questi fattori stanno progressivamente  e drammaticamente venendo meno ormai da tempo. Le Partecipazioni Statali sono state ridimensionate e, soprattutto, stanno perdendo ogni funzione di indirizzo e di equilibrio della struttura produttiva del paese. Con tutti gli orpelli parassitari ed assistenzialistici dei quali furono progressivamente gravate, riuscirono comunque, allora, a salvaguardare l’industria di base, a mantenere alcuni settori di punta e, cosa oggi del tutto rimossa dalla memoria, a garantire nel settore dell’agricoltura, della distribuzione commerciale e dell’intermediazione bancaria attività meno condizionate da rapporti di servaggio e suscettibili di sviluppo più equilibrato. Riguardo a quest’ultimo aspetto basterebbe ricordare il ruolo regolatore dell’industria pubblica di trasformazione nell’acquisto dei prodotti agricoli, della funzione della rete pubblica di distribuzione nel garantire gli sbocchi commerciali alle attività industriali e agricole di piccole e medie dimensioni; e invece, proprio la sopravvalutazione unilaterale del “piccolo è bello” proclamata dalla DC ai quattro venti dalla fine degli anni ’70 offrì il cappello ideologico non solo della svendita della grande industria pubblica avviata negli anni ’80, ma anche pose le premesse della crisi della stessa piccola e media industria e azienda agricola iniziata a fine millennio. Al crollo di quel pilastro si cercò di sopperire con l’istituzione di consorzi e distretti, ma con relativo e temporaneo successo; l’assenza di ampie piattaforme industriali e finanziarie hanno impedito il consolidamento dei successi iniziali e favorito l’attuale declino grazie soprattutto all’avventurismo delle modalità di ingresso nel sistema di moneta unica e di relazioni comunitarie.

Oggi, ma ormai da tempo, nessuno di quei fattori è in grado di supportare efficacemente questa opzione politica.

Le Partecipazioni Statali hanno perso gran parte del controllo del sistema finanziario, hanno liquidato interi settori complementari necessari a sostenere l’attività di gran parte del tessuto economico intermedio, hanno mantenuto solo una parte dei settori industriali strategici, in questo condizionati pesantemente da partecipazioni estere affatto paritetiche tese soprattutto a spremere il più possibile rendimenti immediati e ad asservire le attività nei circuiti geoeconomici dominanti nell’area.

La mancanza di direzione politica autorevole e minimamente autonoma del paese sta di fatto spingendo i settori pubblici strategici superstiti su due strade parallele; quelli legati alla ricerca scientifica, specie quella militare ed energetica, e all’energia indirizzate verso una direzione sempre più autonoma da quella del paese, sempre più integrata di fatto e subordinata, spesso ormai anche nominalmente, ai circuiti strategici soprattutto americani e sempre più estromessa da collaborazioni con paesi potenzialmente alternativi al blocco occidentale; quella legata alle grandi infrastrutture del paese (cantieristica, grandi mezzi di trasporto civili, energie alternative in minor misura, ect) destinate ad un maggior controllo, ma comunque a collaborazioni facilmente commutabili in annessioni. Si tratta, è bene precisarlo, di dinamiche in corso in tutti i paesi europei, compresa la stessa Francia, il paese dalla tradizione sovranista più marcata; la qualità del dibattito e della resistenza in atto è comunque differente, a detrimento del ceto politico italiota. Come al solito, le scelte peggiori sono accompagnate e sostenute dai più nobili propositi; nella fattispecie hanno dato il loro indispensabile contributo il pacifismo ipocrita a senso unico e l’ecologismo casereccio nel giustificare questi indirizzi.

La stessa grande industria privata, in gran parte operante in settori complementari e di base, rimpolpata in parte dalle privatizzazioni a buon mercato degli anni ’90, sta subendo un drastico ridimensionamento in parte assorbita e gravitante all’estero, in parte indebolita, attratta dalla prospettiva di facili rendite, dalle avventure nella gestione fallimentare delle reti strategiche nazionali privatizzate (Pirelli nella Telecom tra i tanti esempi illuminanti).

La Pubblica Amministrazione, d’altro canto, ha subito un processo di frammentazione e sovrapposizione di poteri, grazie alla pressione concomitante delle politiche regionaliste europee e del quadro politico nazionale del quale ho parlato in alcuni precedenti articoli.

Di fronte a tale sfacelo, agli epigoni della Prima Repubblica non è riuscito, semmai ci avessero provato, il tentativo di superare la sindrome degli orfanelli, anzi dei trovatelli. Nelle loro mani è rimasto ben poco oltre al connubio con alcuni centri finanziari e al controllo di associazioni, per altro in evidente crisi di rappresentanza, dediti a meri compiti di redistribuzione e contrattazione della condizione professionale o impegnati nel cosiddetto terzo settore. È il motivo di fondo per cui ogni tentativo di ricostruzione di questo schieramento si è risolto in una sommatoria di forze residuali oppure in strutture di partito più complesse ma sostanzialmente immobili e passive. Una dinamica che ha portato  questi gruppi a consegnarsi sempre più mani e piedi alle direttive di centri esteri proprio quando il contesto internazionale consentiva una ridefinizione delle gerarchie intermedie nel blocco euroatlantico a cominciare dal ruolo di potenza regionale della Germania e dal riallineamento nella NATO della Francia a scapito della posizione di rendita dell’Italia.

Il continuo scacco di questa riproposizione di schieramento non sembra scoraggiare per altro nuovi tentativi, questa volta più discreti e sottotraccia. Alla scissione con rammarico di Alfano e alla frammentazione di Scelta Civica corrispondono i movimenti più discreti di Corrado Passera, impegnato a costruire una rete di relazioni tra fondazioni e associazioni da mettere a profitto in caso di implosione del centrodestra.

Già la statura di un tale personaggio che cerca di costruire la propria immagine di successo con le ceneri cosparse sul capo del proprio padre putativo, Carlo Debenedetti, attribuendogli l’esclusiva di quegli stessi insuccessi, l’Olivetti, del quale è stato lui stesso pieno corresponsabile, lascia presagire la caratteristica saliente di questo eventuale schieramento, sia nella versione sinistra-centro, che in quella di centrosinistra che di centrodestra: più che l’interclassismo del dopoguerra, la sommatoria di gruppi impegnati ad accapigliarsi sulle spoglie residue in un campo di azione regolato da altri. La recente sentenza della Corte Costituzionale sul sistema elettorale vigente lascia intravedere in parte anche quali centri istituzionali hanno interesse a consolidare le proprie prerogative e il proprio potere di intervento alimentando questa situazione di conflittualità sterile e crepuscolare.

La caratura e la storia di tutti i fautori di questo progetto, nelle sue varie componenti e ambizioni egemoniche, non fanno che confermare la mancanza di quei tasselli fondamentali che hanno reso possibile il successo democristiano; una sua affermazione non farebbe che sancire la prevalenza di quelle forze e di quei centri istituzionali i quali traggono alimento da una situazione paludosa e in disfacimento che consenta di protrarre condizioni di privilegio e di potere. Mi pare, comunque, un progetto senza speranza, una riedizione di cose già viste, a partire dalla vicenda di Fini, ma con la possibilità di un biglietto di ritorno alla casa madre di almeno una parte dei protagonisti.

Continua ad impressionare, per altro, la debolezza, a cominciare dalla Chiesa Cattolica, dei poteri nazionali “profondi” che orientano le dinamiche politiche; un ulteriore segno del paradosso che sta condannando l’Italia: un paese d’importanza strategica ma con classi dirigenti prive di autorevolezza e luce propria.

LE NOVITA’

A quella ecumenica si oppone l’opzione bipolare, impersonata da Renzi e dal Cavaliere.

Un sistema, quest’ultimo, certamente meno dispendioso economicamente ed organizzativamente e meno bisognoso di raccogliere larghi consensi elettorali; meglio predisposto a seguire con qualche efficacia almeno una parvenza di indirizzo politico dichiarato. In grado, quindi, di offrire all’inquietudine della plebe il capro espiatorio dei costi della politica, qualche vittima annessa, qualche riforma istituzionale; di riorganizzare e snellire in qualche maniera le strutture pachidermiche che stanno letteralmente soffocando il paese.

Dell’attuale segretario del PD ho già parlato nella prima parte di questa trilogia; più che di una rottura politica, si tratta di un processo di cooptazione selettiva delle vecchie strutture. Un processo di ammodernamento che potrà giocare sull’ambiguità di alcune parole d’ordine per raccogliere nuovi sorprendenti alleati ed interlocutori di cui la sinistra è fonte inesauribile. La recente spinta all’introduzione del contratto di lavoro unico, della semplificazione delle normative del codice del lavoro, della ridefinizione e formalizzazione del ruolo del sindacato, tra le troppe cose dette da Renzi, sono problemi sentiti e reali ma posti in funzione di un’ulteriore apertura indiscriminata e subordinata della struttura economica del paese alle influenze non genericamente straniere, ma euroatlantiche; in nome della separazione delle competenze assistenziali e di servizio del sindacato da quelle di rappresentanza, ha trovato una sponda in apparenza sorprendente in quella parte del sindacalismo radicale, rappresentato dalla FIOM di Landini, il quale in nome di una rivendicazione degli interessi della massa, assieme al ridimensionamento politico dell’apparato assistenziale, sta distruggendo ulteriormente il legame professionale costituente il sindacato confederale e di categoria. Le sue ultime proposte di reddito minimo garantito e di istituzione di un unico contratto collettivo per l’industria sono, a questo proposito, il perfetto contraltare all’opzione di abolizione del contratto di lavoro collettivo. Il risultato dei due approcci è identico: entrambe spingeranno a scindere il problema del reddito da quello dello sviluppo economico e delle attività industriali e inaridiranno ulteriormente il residuo patrimonio sindacale legato alla capacità di contrattare gli inquadramenti ed i riconoscimenti professionali e la condizione lavorativa legata all’organizzazione del lavoro. Basterebbe osservare con qualche attenzione l’effettiva composizione delle manifestazioni di queste componenti “radicali” per scorgere il cambiamento di natura dell’attività e la subordinazione politica perfettamente complementare a quella immobilista ancora maggioritaria.

Il prosieguo delle prossime settimane ci rivelerà la natura di queste sortite renziane; ballon d’essai o semplici slogan.

Renzi, però, soffre di un handicap pesante: il fattore tempo. Più passa, più l’equivoco di mantenere la propria forza sul consenso determinante delle vittime predestinate delle sue politiche rischia di smascherarsi; più si allontana la possibilità, già di per sé remota, di conquistare parti consistenti dell’elettorato liberale o riformatore di centrodestra per ora aggiuntive, in futuro sostitutive di buona parte del tradizionale elettorato piddino.

LA RIESUMAZIONE

Berlusconi soffre dello stesso handicap, ma in senso contrario; ha bisogno di tempo. La riesumazione di Forza Italia ha una consistenza molto più reale di quanto sembrano concedere i suoi detrattori abituali e atavicamente perdenti destinata a sopravvivere in qualche maniera al Cavaliere; poggia su uno zoccolo duro formatosi nell’elettorato censitario agli albori dell’unità d’Italia e nel periodo giolittiano e, dopo il sussulto identitario cristallizzatosi per pochi mesi nell’Uomo Qualunque di Giannini degli anni ’50, raccolto nel secondo dopoguerra in una sorta di letargo vigile e inquieto nel ventre democristiano sino agli anni ’80. Una componente importante anti-antifascita e/o a-fascista sempre più diffidente e insofferente verso il sodalizio sempre più stretto tra l’antifascismo del PCI e l’antifascismo azionista e popolare, con progressiva prevalenza di quest’ultimo, consolidatosi definitivamente con il compromesso storico.

Ci provò già Craxi a ridare autonomia ad una parte di quello zoccolo cercando di affiancarla alla componente socialista “libertaria” e manageriale, ma con scarso successo. Ci riuscì Berlusconi, sconvolgendo i piani post-Tangentopoli i cui strateghi pregustavano anzitempo la cavalcata trionfale della “gioiosa macchina da guerra”; successivamente il Cavaliere, ad inizio millennio, riuscì ad innestare, con il PDL, anche buona parte del gruppo dirigente democristiano intermedio restio, dal loro punto di vista, alla riedizione del “compromesso storico”. Col senno di poi, fu l’indizio che la resistenza sorda alla politica del PCI avviata alla fine degli anni ’70 era molto più consistente di quella che appariva sul palcoscenico politico e portò ad una gestione cinica di avvenimenti drammatici come il sequestro Moro e ad una freddezza sorda ma pressoché irrilevante per la difesa degli interessi strategici del paese dispiegati dagli anni ’80, verso le privatizzazioni, l’ingresso nello SME e i conflitti latenti in politica estera, specie sugli scacchieri mediorientale e balcanico.

L’attuale riesumazione di Forza Italia punta alla salvaguardia del consenso di quello zoccolo duro senza una parte della componente libertaria, l’esodo di una quota importante della componente democristiana ciellina e il mantenimento di gran parte di quella legata ad una visione comunitarista/gestionale (Gelmini, ect) e contendendosi con Renzi la componente liberale, in una fase però nella quale il liberal/liberismo può essere il veicolo dell’annichilimento definitivo del paese senza quelle prospettive ingannevoli che ha saputo prospettare negli anni ’90. L’obbiettivo di questa riproposizione è ricondurre forze potenzialmente alternative, sensibili a ipotesi di più autonoma collocazione internazionale del paese e di difesa e sviluppo del proprio patrimonio produttivo, nell’alveo di un partito “responsabile”; da qui i continui appelli al ritorno di Alfano e, nel caso, pronto a raccogliere i cocci di una eventuale rottura degli attuali equilibri europei e in particolare dell’unione monetaria, gestita però dai paesi dominanti piuttosto che dalle principali vittime dell’attuale gestione comunitaria ed euroatlantica.

Una dilazione di tempi che, tra l’altro, coincide con l’esigenza di sopravvivenza personale di Berlusconi nel suo limbo sempre più precario e sempre esposto alla Spada di Damocle giudiziaria.

La cartina di tornasole e il fattore in grado di logorare gli sforzi dinamici nel teatrino è certamente l’attuale Governo degli Inetti.

IL GOVERNO DEGLI INETTI

Della progressiva caduta dei pilastri sui quali il Governo Letta ha fondato, parallelamente al PD, la sua esistenza ho parlato in altro articolo (http://www.conflittiestrategie.it/mago-merlino-e-mago-mago). Gli eventi hanno rivelato immediatamente l’inconsistenza di quei sostegni, rivelatisi piuttosto delle imbragature destinate a soffocare progressivamente il paese.

L’azione di governo sta quindi assumendo la forma di provvedimenti convulsi che, in aggiunta al loro carattere recessivo e predatorio, stanno rendendo sempre più ingarbugliata e opaca l’azione amministrativa.

L’incremento della tassazione sui consumi e della miriade di balzelli si affianca all’introduzione di imposizioni che assorbono tasse, imposte e tributi sino a rendere sempre meno trasparente la corrispondenza tra gestione dei servizi e riscossione dei rispettivi introiti e rendere, quindi, più difficoltosa la verifica dei criteri di gestione di uffici e aziende. La “spending review”, affidata per altro a un economista avulso dal contesto nazionale piuttosto che a un esperto di gestione, non ha la caratteristica di un progetto di riorganizzazione teso a rifinalizzare la spesa pubblica e adottare nuovi moduli, ma un programma di semplice contenimento di spesa affidato all’insieme degli attuali responsabili della gestione amministrativa suddivisi in ben venticinque sottogruppi di lavoro; ho infatti l’impressione che Cottarelli sia stato scelto più per le sue entrature internazionali necessarie a collocare le privatizzazioni che per le competenze legate alla missione ufficiale di cui è stato investito. La destinazione delle relative risorse, tutt’altro che certe, da ricavare si sta allontanando sempre più dal finanziamento della riduzione del cuneo fiscale delle aziende per trasferirsi in parte in provvedimenti assistenziali, ma soprattutto a ridurre lo stock del debito, in ossequio alle direttive europee. Quei pochi provvedimenti adottati, defiscalizzazione di investimenti e ricerca e ricapitalizzazione delle aziende, rischiano così di essere sterilizzati sino a penalizzare pesantemente non tanto le aziende strategiche, già a rischio di esodo dal controllo nazionale, ma anche le stesse aziende dei settori complementari necessari a garantire almeno un qualche ruolo subalterno significativo nello scacchiere internazionale. L’azione di Equitalia e Agenzia Entrate si sta rivelando sempre più quella che è sempre stata: una morsa tesa a spremere sanzioni e aggi dai malcapitati. L’introduzione pressoché indiscriminata di tracciature, verifiche, aggiornamento banale e reiterato di documenti e archivi continuamente duplicati e sovrapposti, sta intralciando sempre più le attività di intermediazione finanziaria e bancaria sino ai semplici pagamenti di bonifici ed altre operazioni già di per sé tracciate e, presumibilmente, intasando le capacità di analisi degli addetti ai controlli. Nei resoconti sulla stampa estera delle riunioni nei consessi comunitari europei, si notano rimostranze e opposizioni qua e là di esponenti governativi spagnoli, irlandesi, francesi; non vi è traccia alcuna di una posizione di qualche peso del Governo Italiano. La retorica europeista continua a spadroneggiare imperterrita presentando come un successo il progetto di unione bancaria che avrà come risultato principale quello di costringere le banche italiane a ridurre le proprie quote di titoli pubblici nazionali, ad esporre di nuovo ulteriormente il debito pubblico sul mercato estero e a ricapitalizzare ulteriormente gli istituti garantendo loro, tra l’altro, l’accesso e l’appropriazione delle riserve auree nazionali. La retorica mondialista spinge in Governo ad avvallare le condizioni peggiori di apertura del mercato eurostatunitense senza nemmeno la minima contropartita dell’ottenimento di una sede giurisdizionale in grado di giudicare i contenziosi tra aziende e tra queste e gli stati nazionali; sede garantita invece a Francia, Germania e Gran Bretagna. L’unico soprassalto di orgoglio nazionale Letta lo ha concesso nella surreale conferenza congiunta con Putin durante la quale, a un presidente russo visibilmente distratto dall’incontro significativo con Papa Francesco, Letta ha sbandierato il maggior successo dell’accordo di cooperazione economica dopo anni di gelo: la cessione da parte di ENI alla Russia della società Artic e dei relativi diritti di esplorazione e estrazione di idrocarburi. Ciliegina sulla torta, subito dopo, il nostro prode si è precipitato in Lettonia a patrocinare in funzione antirussa l’accordo UE-Ucraina a nome dell’Unione e di capi di stato europei ben attenti a non apparire in prima persona nel contenzioso. L’amaro destino di “un leader con le palle”….. al posto della testa; il servo sciocco (http://www.youtube.com/watch?v=vvY9g4UoQks). La gestione sorprendente di affari come Telecom con la piena connivenza con i malmessi spagnoli in un settore strategico per l’economia e la sicurezza del paese in contrapposizione, persino, con una parte importante del PD più sensibile almeno ad un controllo delle reti infrastrutturali e in buona consonanza invece con il neosegretario del PD

Quale sussulto ci si può aspettare del resto da esponenti come Letta e Saccomanni i quali hanno l’ambizione dichiarata di soddisfare le proprie ambizioni personali postgovernative con incarichi di prestigio presso la Comunità Europea?! Gli stessi i quali nel frattempo sembrano impegnati ad attingere per le nomine dagli istituti internazionali di fede atlantica personaggi di dichiarata fede dalemiana, come il prossimo Presidente dell’Istituto di Statistica, non ostante l’affermazione del “nuovo corso rinnovatore” nel PD e il cui ottimismo si spinge al paradosso di una valutazione positiva, legata all’abbassamento dello spread dei titoli pubblici dovuto “al rialzo dei tassi tedeschi con una Germania che inizia ad avere problemi simili agli italiani“.

Un vuoto e una remissività che sta accentuando sempre più i tratti crepuscolari dell’accapigliamento a difesa delle prerogative dei vari gruppi; sono i segnali di una crescente conflittualità sterile e distruttiva di fazioni disposte ad aggrapparsi a qualsiasi appiglio e naviglio altrui, anche il più infido e fragile, ma senza una prospettiva di navigazione salda per l’intero bastimento. Una dinamica resa più trasparente dai sassolini gettati negli ingranaggi dal M5S di Beppe Grillo, ma senza alcun merito aggiuntivo.

Si tratta di una compagine senza capacità innovative, ma in grado, con la sua tradizione ecumenica ed avvolgente, di soffocare ogni anelito e spingere sempre più il paese nella palude. Paradossalmente ha subito una seria battuta d’arresto, ad opera di Renzi, il più indifferente tra gli antiberlusconiani capace però di conquistare l’entusiasmo di questi ultimi, proprio quando la vecchia guardia ha segnato il maggior successo riuscendo a spaccare il PDL, alleandosi con lui. Un merito che Alfredo Reichlin, bontà sua, ha sottolineato nei suoi editoriali. L’eventuale stanco protrarsi di questo conflitto sordido non porterà alla scomparsa politica del sindaco fiorentino, un esito che sarebbe letale per il partito; verosimilmente lo ricaccerà e confinerà nella stucchevole antitesi antiberlusconiana. A far pendere la bilancia per una o per l’altra opzione sarà, presumibilmente, ancora una volta una forza esogena. Settori della magistratura, nel caso volessero accelerare il malinconico e pretestuoso epilogo di Berlusconi oppure figure come Mario Monti, ormai prive di prestigio nazionale, ma in grado con il gruppetto disponibile al Senato, di far precipitare Letta & C. Forze esogene, appunto, perché sappiamo come sia maturata Tangentopoli negli anni ’90 e come il professore abbia costruito la propria carriera all’estero.

Sono i paradossi di un conflitto politico che poggia sul vuoto pneumatico; può fare a meno e sopravvivere persino alle persone in carne e ossa. In un paese dove ancora il prestigio dei santi prevale su quello di Gesù, in mancanza di un condottiero, magari impegnato a redimersi forzosamente, è sufficiente trascinare il gioco con qualche icona da esibire nelle processioni. Il risultato rischia di essere il caos paludoso o un sistema oligarchico policentrico dai poteri tanto concentrati quanto limitati all’interno della formazione sociale.

La risposta dovrà essere un progetto politico fondato più che sul diniego o sulle fuoriuscite liberatorie, sull’individuazione di quei punti e accordi interni e internazionali la cui modifica consenta di riaffermare il recupero di prerogative e agibilità politica nazionali autonome, la riorganizzazione dello stato e di gerarchie funzionali, la formazione di un blocco sociale determinato nel quale ci sia spazio la produzione di risorse necessarie a garantire forza e condizioni dignitose anche agli strati più popolari e riconoscimento delle capacità professionali. Una parte “construens” che finalizzi la parte “destruens” oggi in voga con qualche faciloneria di troppo e con l’interesse sempre meno velato di nostri supervisori a curare opzioni alternative. L’attuale drammatica frammentazione del paese potrebbe rendere agevole la destabilizzazione, ma rendere impossibile una ricostruzione duratura senza una struttura politica capillare e dalle idee chiare. Nel paese operano già troppe forze interne ed esterne tese a ridurre la formazione sociale a poco più di un’entità geografica. Più o meno l’Italia del ‘6/’700.

FIN(e)CANTIERI, a cura di Giuseppe Germinario

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Qui sotto il testo apparso sulla rivista “Difesa Online”  con una valutazione molto critica dei contenuti dell’accordo che si va profilando tra l’italiana Fincantieri e la francese STX riguardo al settore della cantieristica navale. Già quattro anni fa in un paio di articoli avevo trattato di un “misterioso documento”, redatto da una inesistente Lisa Jeanne, riguardante le problematiche e il futuro di Finmeccanica, compresa la divisione cantieristica navale. ( http://italiaeilmondo.com/2017/09/13/astri-nascenti-stelle-cadenti-mine-vaganti-2a-parte-di-giuseppe-germinario-gia-pubblicato-sul-sito-conflittiestrategie-it-il-28112013/  in particolare il paragrafo “LE ASPIRAZIONI NASCOSTE DI LISA JEANNE”). Già da allora si paventava il declino inesorabile e il rischio della perdita di controllo della gestione di una azienda strategica; una delle poche capaci di sviluppare tecnologia, di garantire un minimo di autonomia produttiva nel sistema della difesa e di trasferire nel produzione civile le competenze acquisite. Da allora sono stati compiuti ulteriori decisivi passi indietro nella cessione di queste competenze tecniche e nel controllo delle produzioni del complesso militare. Una scelta colpevole già anni fa, addirittura masochistica e criminale in una fase di incipiente multipolarismo nella quale l’ambito della produzione militare strategica, compreso quello navale, non solo viene sempre più tutelato dagli stati decisi a salvaguardare in qualche maniera la propria autonomia decisionale, ma risulta decisivo, grazie alle crescenti commesse e ai maggiori margini economici, al mantenimento della stessa cantieristica civile e delle stesse produzioni civili ad alto contenuto tecnologico. L’Italia, al contrario, con la cessione della Avio, del Nuovo Pignone, con l’assorbimento di Selenia era già sulla strada di un inesorabile declino e una inevitabile sudditanza. Altri settori apparentemente estranei a questi ambiti, come quello della ceramica e della siderurgia specializzata, seguivano la stessa strada. Da allora il cammino è apparso inarrestabile. Ad esso si aggiunge, in conclusione, l’intenzione di Leonardo di concentrarsi sulla sola elicotteristica civile ed ora di Fincantieri nella costruzione di navi commerciali, settori i quali consentono produzioni dai margini ben più ridotti, poco compatibili con livelli elevati di ricerca. Con il rischio sempre più tangibile di vedere ridimensionati, nel medio termine, anche questi settori. Questo dovrebbe essere uno dei temi fondamentali da trattare per chi volesse realmente costruire una forza politica di interesse nazionale, contrapposta alla palude crescente del nostro scenario politico. Altri temi, come quello dell’immigrazione, pur importanti, dovrebbero fungere da corollario. Sarebbe finalmente il discrimine qualificante tra una forza politica in grado di formare una classe dirigente seria, capace di governare e indirizzare un paese ed una invece esposta e vittima di facili demagogie. Qui sotto il testo e il link di riferimento:

 

FINCANTIERI: THE FRENCH CONNECTION E L’ITALIAN JOB

( http://www.difesaonline.it/evidenza/lettere-al-direttore/fincantieri-french-connection-e-litalian-job )di Damiano Trieste)
11/09/17

L’accordo è ormai cosa fatta. I titoli Fincantieri sono infatti in salita da alcuni giorni ed è ricominciato il mantra celebrativo della nascita del polo franco-italiano della cantieristica militare. Il compito è convincere gli italiani che quella che promette di essere una sonora sconfitta in realtà sarà una luminosa vittoria del nostro capitalismo di Stato. I dettagli non sono ancora noti. Ci avventuriamo però in un’ipotesi (sperando di essere in errore), basata sul pessimismo che la storia recente del nostro Paese e dei suoi centri di potere impone. La nostra sfera di cristallo dice che la soluzione adottata, dopo i proclami indignati dei nostri governanti come reazione per la rimessa in discussione da parte di Macron degli accordi già sottoscritti, privilegerà la Francia a scapito l’Italia, nel senso, per essere concreti, del nostro Pil, dei livelli occupazionali, etc..

Ecco quindi la mossa del cavallo con cui Macron farà scacco matto all’Italia (magari con lo zampino di qualche “fraterno” amico italiano): dare vita a un Polo europeo della cantieristica, suddiviso in due rami. A Fincantieri la gestione, ancorché sotto tutela del governo francese (che non cede la maggioranza della proprietà), del nuovo gruppo industriale Saint Nazaire-Fincantieri per il mercantile; alla francese Naval Groups il controllo del ramo militare di Fincantieri (quello redditizio).

L’impresa che tanto ci aveva inorgogliti, finalizzata alla conquista di un pericoloso concorrente francese, si sta trasformando nel soccorso, con fondi pubblici, ai cantieri di Saint Nazaire per non farli fallire e nella cessione al gruppo francese Naval Groups del controllo della nostra Industria Navalmeccanica militare, con conseguenze pesanti anche per Leonardo. Un bel colpo di scena, non c’è che dire.

Considerato il rapporto di forza fra Naval Groups e Fincantieri militare, la prima capacità a essere anemizzata (come sempre è accaduto nei casi precedenti di merger fra aziende italiane e gruppi francesi) sarà quella progettuale, per ridurci al ruolo di semplici subfornitori. Poi seguirà la dismissione di alcuni cantieri italiani destinati a costruire navi militari, considerati esuberanti rispetto a quelli del nuovo gruppo franco-italiano. Il primo a cadere sarà lo storico cantiere di Castellammare di Stabia, su cui peraltro Fincantieri non ha investito da tempo, seguiranno gli altri. Con buona pace dei Sindacati e dell’indotto industriale italiano, Fincantieri non solo continuerà a trasferire ai cantieri Vaard in Romania carichi di lavoro da Riva Trigoso e dal Muggiano, ma si avvarrà anche dei cantieri francesi, a scapito di quelli italiani, per onorare gli impegni sottoscritti per il mantenimento dei livelli occupazionali di Saint Nazaire. Si prepari quindi Monfalcone, Ancona e poi Palermo (che possiede il più grande bacino in muratura del Mediterraneo in grado di ospitare navi da 350.000 tonnellate – foto).

Sul fronte militare, oltre alle conseguenze negative per l’occupazione nella cantieristica e dell’indotto, fra i danni collaterali ci saranno anche i livelli occupazionali delle aziende di Leonardo. Visto che Thales, il suo principale concorrente possiede il 15% di Naval Groups, è evidente che come conseguenza della leadership francese sul ramo militare, i sistemi d’arma e di comando e controllo di Thales saranno privilegiati sulle nuove navi, rispetto a quelli di Leonardo. Considerato che quasi il 50% del valore economico di una nave militare è rappresentato dai suoi equipaggiamenti, il danno in termini di Pil e di occupazione per l’Italia è evidente. Ancora peggiore potrebbe essere lo scenario se il Governo avesse offerto anche Finmeccanica nel pacco dono ai francesi. In questo caso anche Leonardo verrebbe ridotta progressivamente al ruolo di sub-fornitrice dell’Industria francese.

Il Governo italiano riducendo sempre più il bilancio della Difesa ha demolito non solo le potenzialità operative delle Forze Armate, ma con loro ha impoverito la capacità d’innovazione e più in generale la forza dell’industria ad alta tecnologia della Difesa, rendendola sempre più vulnerabile e meno competitiva sui mercati esteri. Esattamente l’opposto di quello che ha fatto la Francia, che ora si appresta ad assorbire anche le nostre ultime capacità autonome nel settore della Difesa.

È inoltre opportuno chiarire che nonostante i proclami per la creazione di un nuovo Airbus Navale, in grado di accelerare l’integrazione della Difesa Europea, Macron non metterà a sistema Europa tutti i suoi cantieri, ma solo quelli in difficoltà di Saint Nazaire, tenendo per la Francia i cantieri navali a più alto contenuto tecnologico, ovvero quelli in grado di costruire le unità militari più sofisticate fra cui i sottomarini, esattamente come già accaduto con l’Airbus Aeronautico. Anche in il quel caso la Francia tenne separati da Airbus, in mani esclusivamente francesi, gli stabilimenti della Dassault, da cui provengono gli ottimi caccia multiruolo Rafale (foto), con cui la Francia ha fatto, spesso con successo, concorrenza al consorzio europeo Eurofighter.

Una volta di più la Francia accorperà sotto la sua leadership un fastidioso concorrente europeo, mantenendo tuttavia nelle sue mani i gioielli di famiglia. Quindi Europa si, ma a guida francese.

Per il settore mercantile, la mancanza della maggioranza della proprietà non consentirà a Fincantieri, probabilmente con suo grande sollievo, di adottare piani industriali aggressivi per rilanciare Saint Nazaire, potendo scaricare sul suo maggior azionista (lo Stato Italiano) i debiti del cantiere francese, che devono essere davvero poderosi, considerato il prezzo irrisorio di 80 milioni di euro a cui sono stati acquistati. Un prezzo fantastico per un affare convenientissimo. Strano che all’asta si sia presentata, unica fra tutti i grandi gruppi cantieristici del mondo, fra cui il colosso tedesco ThyssenKrupp, solo Fincantieri. Possibile che Bono sia stato l’unico a fiutare l’affare?

Ai meno ingenui tutta l’operazione appariva sin dall’inizio come il salvataggio di Saint Nazaire e non un’acquisizione per eliminare un pericoloso concorrente nel segmento delle grandi navi passeggeri, come veniva raccontato al pubblico italiano. Sarebbe stato assai più vantaggioso per Fincantieri lasciare che i cantieri di Saint Nazaire fallissero, senza accollare alla nostra finanza pubblica anche questo fardello. Anche la giustificazione addotta in merito alla mancanza di spazi per costruire navi passeggeri da 200.000 tonnellate non ha senso, visto che Fincantieri possiede a Palermo (foto) un bacino in muratura in grado di contenere navi di grandissimo tonnellaggio (300.000 tons.) molto superiore a quello richiesto per le nuove pur grandi navi passeggeri. Sarebbe bastato investire risorse nel cantiere siciliano invece che all’estero, per disporre di uno stabilimento in grado di reggere la concorrenza sulle navi passeggeri di grande taglia , sempre più richieste dagli armatori internazionali.

Del resto anche la proposta fatta dal ministro dell’economia francese La Maire di dare vita a un Airbus nel settore navale, per vincere le resistenze del governo italiano, è farina del sacco di Bono (facile la verifica sul web), sinora non decollata per le conseguenze negative sull’insieme delle aziende della Difesa italiana. Perché allora è la Francia a proporla e non il nostro Governo, se l’idea era dell’amministratore delegato del gruppo italiano? Un fatto è sicuro, dopo che La Maire ha garantito che l’amministratore delegato e il presidente del nuovo gruppo Franco Italiano nel settore passeggeri sarebbero stati espressione di Fincantieri, anche senza la maggioranza della proprietà, l’atteggiamento di Fincantieri è tornato estremamente collaborativo. Dopo tale annuncio si sono ritrovati Francia e Fincantieri alleati a spingere per far accettare la proposta francese e dall’altra, il Ministro Calenda e Padoan che cercavano di resistere per ottenere maggiori tutele per l’interesse italiano. Ma Fincantieri non era di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, cioè dello Stato Italiano?

Che le conseguenze dell’accordo possano essere nefaste per l’interesse dei cittadini italiani, qualora dovesse essere configurato come anticipato da noi (nella speranza di aver sbagliato), lo dimostrano i precedenti delle fusioni industriali con i francesi, nello spazio e nella missilistica. La Selenia Spazio ad esempio era un’eccellenza mondiale nella costruzione dei satelliti. Da quando è entrata in gioco Thales come sua partner di maggioranza, l’azienda italiana è scomparsa dai radar.

Alla fine dei conti, per la politica italiana la scelta sarà combattere il blocco Francia/Fincantieri o piegarsi, evitando il conflitto con avversari potenti, cercando di salvare la faccia con il racconto dell’Airbus Navale. Si tratta in fondo di arrivare all’elezioni d’Aprile. Si potrà comunque raccontare la favola della vittoria Italiana, perché avremmo ottenuto dai francesi (anche se su proposta francese, ma questa è una sottigliezza) di dare vita al polo industriale europeo per la difesa comune. Diremo anche che non conta chi comanda, ma è lo spirito europeo che miriamo a rafforzare. E poi meglio avere Fincantieri come amica in tempi di elezioni che come nemica. D’altra parte i danni li subiranno gli italiani, ma non subito, fra qualche tempo, a elezioni passate. Un altro settore produttivo strategico sembra quindi destinato a cadere in mani straniere, nell’indifferenza complice dell’opposizione e dei Sindacati.

Se dovesse finire così, Macron avrebbe vinto alla grande. Sarebbe riuscito a non dare agli italiani la proprietà di Saint Nazaire e a prendere il controllo tramite Naval Groups del comparto industriale italiano dedicato alla costruzione di navi militari. Se ciò non fosse già abbastanza, tramite Thales potrebbe assorbire in un abbraccio mortale anche le aziende di Leonardo. In sintesi tutto il settore dell’industria della difesa italiana passerebbe sotto leadership francese. Macron avrebbe fatto il suo dovere nei confronti del popolo che l’ha eletto, quello di difendere gli interessi nazionali francesi. Ma anche noi italiani abbiamo un vincitore: il Dott. Giuseppe Bono. Invece di andare in pensione, dopo 12 anni di regno su Fincantieri, a cui era approdato dopo un periodo a Finmeccanica e prima ancora in Efim, a 73 anni conquisterà un’altra prestigiosa poltrona che gli consentirà di rimanere in sella, con tutti gli annessi e connessi del caso, almeno sino a 77 anni. Vassallo del Re di Francia e non più monarca assoluto di Fincantieri, è vero, ma a 73 anni, quando la maggioranza dei coetanei è in pensione da tempo, si può senz’altro accontentare.

E all’interesse nazionale? Ci penserà qualcun altro.

Oppure no.

(foto: Présidence de la République française / Fincantieri / U.S. Air Force)

ASTRI NASCENTI, STELLE CADENTI, MINE VAGANTI (2A PARTE), di Giuseppe Germinario (già pubblicato sul sito conflittiestrategie.it il 28/11/2013)

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ASTRI NASCENTI, STELLE CADENTI, MINE VAGANTI (2A PARTE)

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IL FERVORE DEL BUON PASTORE

Sono vessilli che trovano nella compagine di Cuperlo i campioni più accorati.

Tutti i documenti a sostegno del candidato esaminati, da quelli di Alfredo Reichlin ( http://italianieuropei.it/it/la-rivista/archivio-della-rivista/item/3159-il-partito-democratico-e-il-coraggio-delle-riforme.html , http://www.unita.it/polopoly_fs/1.508015.1372315872!/menu/standard/file/notecongresso19giugno.pdf ) a quello del gruppo di Bersani (http://www.fareilpd.it/fare-il-pd-idee-proposte-verso-il-congresso/ ), a D’Alema (http://italianieuropei.it/it/italianieuropei-7-8-2013/item/3100-la-politica-in-europa-e-leuropa-nella-politica.html), al documento ufficiale di Cuperlo stesso (https://docs.google.com/gview?url=https://s3.amazonaws.com/PDS3/allegati/Documento+congressuale+Cuperlo.pdf&chrome=true ) ne sono impregnati.

Tutti costoro riconoscono che la globalizzazione del mercato ha sancito la rottura dell’equilibrio tra la politica, ridotta alla capacità democratica di redistribuzione della ricchezza e acquisizione di diritti e l’economia, intesa come capacità di drenaggio, produzione e collocazione di risorse. Il dominio dell’economia sulla politica sarebbe legato alla diversa dimensione spaziale della azione rispettiva; la prima mondiale, la seconda ancorata ancora a logiche e ambiti nazionali. Il “grande nodo che sta mettendo nell’angolo perfino il presidente degli Stati Uniti: la debolezza della politica”. L’economia è ridotta, quindi, a “una branca della matematica e una tecnica per l’accumulo di ricchezze in gran parte fittizie”. Una “svolta “mercatista” che ha affidato a una ristretta oligarchia il diritto di manovrare liberamente i capitali e di inondare il mondo di debiti, creando così una colossale rendita finanziaria” manipolando a piacimento i mercati fuori da ogni controllo. D’Alema non vuol essere da meno rispetto a Reichlin “Oggi viviamo il tempo della globalizzazione e i processi di cui Antonio Gramsci aveva intuito la portata hanno ormai dispiegato la loro potenza ben oltre l’egemonia del fordismo e del modello americano. Nel tempo del capitalismo finanziario globale la crisi democratica legata alla perdita di sovranità degli Stati sembra essere giunta a un punto al limite di rottura” Un mondo, quindi, dominato da oligarchie parassitarie fonte di enormi diseguaglianze tra un gruppo sempre più ristretto di privilegiati ed una massa sempre più larga di poveri in grado di attrarre nel baratro settori sempre più larghi di ceti medi.

A voler essere maliziosi, ma paternamente comprensivi, si comprende umanamente da quale profondità di analisi sia scaturito il motivo per il quale questi reduci togliattiani abbiano provveduto a collocare tanta parte della progenie in quegli ambienti perversi e da quelli a loro volta selezionare i propri successori politici. Sarebbe sufficiente esaminare il curriculum di buona parte delle nuove leve, per far risaltare la stridente contraddizione.

Meritano invece decisamente minore tolleranza per le conseguenze nefaste di questa interpretazione dualista sulla fondatezza e completezza delle analisi e sulle scelte politiche che ne derivano ormai da lungo tempo.

Un dualismo dalle prospettive promettenti quando, con Marx, si è cercato di spiegare un aspetto essenziale dei rapporti sociali di produzione e di sfruttamento (estrazione di plusvalore) attraverso il conflitto e la cooperazione tra capitalisti e salariati nel corrispondente modo di produzione; ma che ha visto sbiadire sempre più la connotazione di queste due figure man mano che si pretendeva di spiegare i conflitti e le vicende politiche del mondo sulla base di questo dualismo e di profetizzare che una parte del polo, il capitalista, si sarebbe ridotta a pochi percettori di rendite e l’altra estesa alla quasi totalità della popolazione. Man mano che la complessità delle formazioni sociali e dei rapporti tra di esse cresceva e scalpitava dentro quelle gabbie interpretative, negli ambienti “progressisti” pur di mantenere la comoda visione dualistica, si preferiva sfocare le figure polari, piuttosto che aggiungere e cambiare chiavi di lettura.

Dalla contrapposizione salariati/capitalisti si è passati, via via nei decenni, a quella tra sfruttati e sfruttatori, padroni e lavoratori, redditieri e produttori, poveri e ricchi sino alla riproposizione evangelica, riproposta dall’ultimo Reichlin, tra ultimi e privilegiati, anche se ancora con il fragile paravento di valore rievocativo.

Le implicazioni negative di questa semplificazione sono numerose e sempre più pesanti.

Impediscono di cogliere la natura dei conflitti e delle relazioni tra gli stati, i paesi, le formazioni sociali e i centri strategici all’interno di essi e tendono a rimuovere i retaggi storici, culturali e le strategie politiche che vanno oltre i meri interessi economici. Per costoro, infatti, il campo di azione politico e istituzionale ottimale dovrebbe coincidere con il campo di azione economico, il mercato; essendo questo ormai globale, anche il governo dovrà essere mondiale. D’Alema infatti chiosa “Eppure l’Europa ha rappresentato e rappresenterebbe ancora il tentativo più ambizioso di costruire una unione politica in grado di dare una risposta democratica alla crisi della sovranità degli Stati; in grado cioè di produrre (per riprendere un’espressione gramsciana) l’esperimento più avanzato di “cosmopolitismo della politica” che sino ad oggi sia stato tentato nella storia umana”. L’ambizione diventa, quindi, quella di creare una forza politica mondiale capace di perseguire l’obbiettivo e contrapporsi e regolare questi poteri oligarchici; la conseguenza immediata consiste nell’individuare nelle forze politiche mondialiste del paese dominante, in questo caso il Partito Democratico di Obama, il punto di riferimento e nelle forze politiche e negli stati che cercano di riaffermare la propria sovranità e indipendenza, quantomeno una maggiore autonomia, le componenti inconsapevoli se non retrograde, antistoriche.

Con ciò si evidenziano due limiti interpretativi fondamentali che stanno imprigionando l’attività politica dei progressisti: il mercato, quindi l’economico, come ambito sovradeterminato e prioritario dell’azione degli stati; lo stato come regolatore e garante del bene e delle relazioni pubbliche. Il mercato come campo prioritario e tendenzialmente esclusivo di azione; lo stato come arbitro e giudice. Le conclusioni seguono conseguentemente una precisa direzione; si riduce il conflitto politico tra centri ad esclusiva tendenziale competizione economica, quando è lo stesso ambito economico ad essere sempre più pervaso di competizione politica e strategica; si tende a ridurre ad unico i vari mercati, con regole diverse, che si sovrappongono secondo le congiunture; lo stato passerebbe da allenatore in campo di una squadra a giudice arbitro sovrano su un unico campo; le istituzioni statali passerebbero dallo stato di strutture dotate di logiche ed interessi propri frutto dei conflitti di centri in competizione politica a quelle di organismi neutri sovra determinati in base al consenso democratico. La conclusione probabile di tanta astrazione sarà il ritorno probabile della “fine della politica”. Ci sta arrivando Habermas nelle sue congetture sempre più spinte, lo seguiranno gli scopritori del nuovo mondo man mano che identificheranno sempre più il bene comune con gli interessi del dominante di turno.

La sindrome idolatrica da cui è colto l’intero gruppo dirigente del PD ha infatti raggiunto livelli patologici (http://www.conflittiestrategie.it/gli-idolatri). Un approccio del tutto complementare ai ricorrenti movimenti globalisti impegnati a ingaggiare duelli contro i mulini a vento, spesso con la bonaria comprensione e il sostegno delle varie fondazioni filantropiche.

Ad una interpretazione piatta del contesto internazionale corrisponde un progressivo appiattimento e semplicismo di quella nazionale. Il problema di fondo è la contrapposizione tra il 10% di popolazione ricca ed il 90% di quella povera. Il nodo di fondo diventa quindi la povertà, l’obbiettivo una mera redistribuzione della ricchezza. Siamo lontani ormai dall’alleanza dei produttori e dall’ambizione di costruire una parvenza di società alternativa; siamo alla contrapposizione, nel migliore dei casi, tra ricchi e poveri. Reichlin, forte delle sue reminiscenze togliattiane, tende a riproporre la costruzione di un blocco nazionale, di una identità contrapposta al blocco parassitario dominante sulla falsa riga della via nazionale al socialismo. La ripetizione dello stesso errore commesso a partire dagli anni ’50 dal PCI il quale vedeva nella rendita fondiaria e nella stagnazione l’assillo di un paese che stava avviando invece il miracolo economico sulla base di uno sviluppo industriale complementare e di un allineamento geopolitico scaturito da una sconfitta militare. Altri, privi di quel bagaglio culturale, si limitano a centellinare la distribuzione delle risorse su basi sempre più filantropiche.

Il risultato è, comunque, identico; poiché il bersaglio grosso delle grandi rendite è evanescente o irraggiungibile, alla fine la redistribuzione avviene secondo criteri prevalentemente assistenziali a scapito dei percettori medi di reddito, in particolare di quelli professionali e produttivi;di conseguenza, si alimentano le contrapposizioni e le rivalità tra i vari frammenti della società piuttosto che la costruzione di una prospettiva per il paese. Anche la stratificazione sociale viene definita quasi esclusivamente sulla base del reddito, piuttosto che sulla funzione e sul ruolo. In mancanza di un progetto in grado di definire il ruolo politico del paese, l’organizzazione statale necessaria, i settori necessari a creare le risorse per queste politiche non ci si pone nemmeno il compito di individuare e costruire il blocco sociale su cui costruire l’identità del paese. Da qui l’atavica incapacità di penetrazione in gran parte dei ceti medi professionali. (http://www.conflittiestrategie.it/il-groviglio-dei-ceti-medi-di-giuseppe-g ). Paradossalmente da una parte si contribuisce ad allargare la base della piramide distributiva del reddito, dall’altra si favorisce la difesa corporativa e di ceto degli strati intermedi abbarbicati comunque alla loro funzione e ruolo. In tempi di precarietà e di livellamento al ribasso dei redditi, il mantenimento del proprio status e della propria collocazione professionale, specie tra i lavoratori indipendenti, dipende dai circuiti familiari, dall’adesione a lobby associative piuttosto che dal dinamismo individuale. Nelle stesse grandi aziende, specie di servizio, e nei centri amministrativi, la prevalenza sempre più marcata dell’obbiettivo immediato rispetto alla strategia di lungo termine, determinata dalla composizione proprietaria delle aziende, dalla subalternità strategica, dall’adozione di modelli di gestione aziendali antiquati sta sempre più dissociando la competenza professionale dal riconoscimento economico di esso, tutelando, tutt’al più quegli strati intermedi sempre più ridotti legati all’esercizio del potere e dell’autorità. Sono temi completamente avulsi dal dibattito di un partito sempre più lontano dai nuclei sociali portanti della formazione e per questo destinato, nel migliore dei casi, ad un ruolo di compartecipante.

Nei documenti non mancano certo le affermazioni riguardanti la priorità del lavoro, in particolare di un lavoro stabile e dignitoso; qua e là si riafferma la necessità di una politica industriale. Sono, però, dichiarazioni retoriche, avulse dal contesto. Nel paese occidentale del trionfo del lavoro nero, il problema si riduce alla determinazione giuridica del rapporto di lavoro; pur di non rimettere in discussione la regolazione comunitaria dei mercati, i criteri di utilizzo ed erogazione dei fondi europei, si spacciano per politica industriale semplici e generiche agevolazioni fiscali e incentivazioni, appelli allo sviluppo della ricerca, della scuola e così via. Nessuna parola sulla creazione di grandi piattaforme industriali, sulla salvaguardia delle grandi industrie strategiche in funzione della politica estera, della forza del paese e dei suoi standard di vita, sullo scempio di risorse avvenuto nell’energia solare ed eolica, su una pur minima distinzione seria tra settori strategici, settori complementari vitali alla coesione del paese e allo sviluppo della domanda e delle attività; tutt’al più tristi lai ipocriti ad ogni dipartita annunciata, ma sempre corroborati dalla venerazione delle virtù del mercato.

L’unico metro dichiarato di valutazione è la salvaguardia dell’occupazione delle aziende; un po’ poco per un gruppo dirigente con qualche ambizione per il proprio paese.

In proposito risulta particolarmente illuminante un documento ufficioso scaturito probabilmente dalle file interne di Finmeccanica in quota PD, già commentato tempo fa da Gianni Petrosillo sulla nostra testata.

LE ASPIRAZIONI NASCOSTE DI LISA JEANNE

http://www.nens.it/zone/pagina.php?ID=8&ID_pgn=808&ctg1=Analisi&ctg2=Nessuna

http://www.nens.it/zone/pagina.php?ID=8&ID_pgn=809&ctg1=Analisi&ctg2=Nessuna

http://www.nens.it/zone/pagina.php?ID=8&ID_pgn=810&ctg1=Analisi&ctg2=Nessuna

Non voglio deludere le aspettative e la curiosità dei lettori, ma dietro quel cognome così rievocativo non si celano le grazie di alcuna studiosa di Sciences Po.

Con le chiavi interpretative adatte, delle quali l’estensore non appare per altro dotato, quel documento rivela che le aziende strategiche agiscono in funzione delle strategie e delle potenzialità politiche di un paese e della relativa collocazione gerarchica nel contesto internazionale; che aziende di queste dimensioni, in particolare attive in settori strategici, sono esse stesse veicolo di politica; che all’interno stesso delle aziende assume un ruolo essenziale la gestione politica dei gruppi, dei sistemi operativi e delle relazioni tese al conseguimento anche dei risultati economici; che in particolari forme di subordinazione, essa stessa diventa una particolare forma di finanziamento del paese dominante e di integrazione produttiva subordinata del paese di rango inferiore; che un gruppo manageriale lasciato a se stesso tende altrimenti a ricercare autonomamente il sostegno politico e l’inserimento in determinate strategie, specie del paese dominante (contatti diretti con il Pentagono); in subordine o contestualmente, nel caso riesca a mantenere i legami con i centri strategici originari, specie se di un paese politicamente periferico e subordinato, tende invece a presentare come strategici e meritevoli di sviluppo settori in realtà secondari. È esattamente quello che auspica il “pulzello” di Finmeccanica sotto mentite spoglie, probabilmente per assecondare le proprie ambizioni personali.

Le modalità legate ai settori operativi, agli assetti proprietari e alle dimensioni cambiano, ma le dinamiche purtroppo sono identiche in altre aziende rilevanti, in particolare l’ENI.

L’unica dialettica che investe il partito riguarda la divergenza tra i totalmente indifferenti al regime di controllo delle grandi attività industriali (Renzi) e coloro che vogliono salvaguardare almeno la gestione e il controllo delle reti interne del paese e di settori collaterali emergenti (trasporti, energie alternative e poco altro), rappresentati da esponenti come Fassina, ma pronti a sacrificare anch’essi il resto. Si tratta, comunque, di battaglie difensive, senza alcuna capacità di coagulare attorno a queste realtà un’adesione politica più ampia e di innescare cicli economici positivi, senza la forza per avviare collaborazioni internazionali paritetiche.

Una dialettica, quindi, poco interessante dove la componente più dinamica, quella liberale di Renzi, sembra ben attrezzata a distruggere, ma con poche possibilità di costruzione. Come già avvenuto tra i socialisti francesi e soprattutto nella SPD tedesca, la componente similsocialdemocratica italiana ha perduto larga parte dei legami amministrativi e politici con settori produttivi e gestionali; quegli stessi settori, tra l’altro, sono stati ampiamente ridimensionati e indeboliti dalla colonizzazione della rete distributiva commerciale italiana e dalla collusione con gli avversari politici interni ed esteri di un tempo; ha conservato soprattutto i legami con le strutture associative e assistenziali, dal potere contrattuale quindi largamente indebolito. Da qui il carattere prevalentemente redistributivo ed esortativo, quindi prevalentemente contrattuale e subordinato, del proprio programma. Una caratteristica distante dalla connotazione del sindacato e del militante PCI degli anni ’60 e ’70.

Vedremo gli sviluppi sino a dicembre di questa campagna delle primarie.

La convenzione nazionale del 24 agosto ha intanto evidenziato lo spessore dell’intero gruppo dirigente uscito sconfitto dalle ultime e penultime elezioni politiche; tutti rumorosamente defilati, assenti. Per non danneggiare Cuperlo, la loro priezione, per confidare in un ingresso dalla porta di servizio, dopo qualche mese di logoramento.

Il conflitto più violento e più sordo in realtà si sta svolgendo in maniera apparentemente estemporanea sotto traccia tra Renzi e D’Alema, un personaggio da tempo fuori da ogni incarico ufficiale di partito, ma che detiene ancora, attraverso soprattutto la sua fondazione, le redini fondamentali dei contatti con la socialdemocrazia tedesca e soprattutto con le componenti clintoniane del partito democratico americano; una relazione esclusiva che Renzi è andato a insidiare evidentemente con qualche successo, vista la qualità e l’intensità degli incontri propedeutici da lui ottenuti con altri ambienti democratici americani nelle estati scorse.

Si sa che a tanta confusione, nel nostro paese corrisponde altrettanta possibilità di scelta di opzioni politiche da parte dei nostri supervisori d’oltreatlantico. Il problema è che sono opzioni ancora fragili e provvisorie le quali, purtroppo, lasciano spazio a vere e proprie azioni destabilizzanti nel caso dovessero sorgere forze organizzate autenticamente sovraniste. La frammentazione attuale del paese e delle sue istituzioni, purtroppo, sono un ottimo viatico e offrono un campo aperto a tali iniziative.

Di queste altre opzioni parlerò nella terza parte dell’articolo con un convitato di lusso a cui è stato ormai sottratto, come prevedibile, il posto di riguardo a tavola ma che pare disposto ancora a banchettare nelle sale laterali sempre più prossime all’uscita del retrobottega almeno sino all’epilogo drammatico per lui, assolutamente tragico per il paese.

GLI IDOLATRI, di Giuseppe Germinario – tratto al sito www.conflittiestrategie del 02/02/2013

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Un intero partito in adorazione. Siamo a quei rari momenti epocali di “una storia ed insieme una profezia che si auto adempie”. “La riprova, insomma, di quell’astuzia della storia che talora dà compimento all’impossibile, che, al di là di interpretazioni eroistiche, accetta di veder condizionati i propri sviluppi dalla presenza e dall’azione di un singolo, comunque espressione di un movimento profondo, di cambiamenti tellurici, qual è, appunto, BARACK Hussein Obama”. Così recita l’articolo iniziale del giornalista deputato Paolo Corsini su “Tam Tam Democratico”, la rivista mensile on line del PD, interamente dedicata a “Gli USA di Obama Secondo”http://www.tamtamdemocratico.it/doc/247734/barack-hussein-obama-la-biografia-come-programma.htm; così il tenore di tutti gli articoli successivi. Una orgia osannante che, se ancora in vita, sconvolgerebbe addirittura il buon Durkheim. Si potrebbe attribuire all’ingenuità dei neofiti tanto accaloramento; a ben vedere le firme degli autori, si tratta di personaggi ben inseriti e da tempo sulla cresta dell’onda; il neofitismo è evidentemente di altra natura.

Obama è insieme tradizione e innovazione, ripresa di una continuità e assunzione del moderno, sintesi del passato e speranza del nuovo, oltre la politica praticata e conosciuta all’interno dello stesso filone democratico, sino a Bill Clinton”

Obama diventa la figura determinante, il profeta e la guida destinata ad aprire le chiuse e indirizzare una corrente che percorre l’intero pianeta. Ha chiesto ed ottenuto altri quattro anni per completare la propria opera. Non è il capo di stato, tanto più di quello più potente; guai a parlare di stato in epoca di globalismo. È il messia che guida una corrente di pensiero cosmica che ha prevalso, finalmente, sulla iattura del liberismo conservatore e che sta dando fiato e speranza ai discepoli nel mondo. Ça va sans dire chi siano gli eletti nel Bel Paese. Ha sancito innanzitutto “la conclusione, sul piano della politica internazionale, dell’unilateralismo e la ripresa del dialogo in nome di un multipolarismo rinnovato. Come a dire una dichiarazione di dipendenza degli Stati Uniti d’America dalla realtà e dal mondo”. Prosegue Giorgio Tonini, importante senatore di area liberal, sancendo “l’esaurirsi della lunga stagione di egemonia del pensiero neo-conservatore, fondato sulla convinzione che fosse la disuguaglianza sociale, insieme allo squilibrio macroeconomico globale, l’unico vero motore dello sviluppo”. In alternativa “La dottrina Obama è pertanto una specie evoluta, adattatasi con successo all’ambiente del nuovo secolo, del più ampio genere di pensiero, progressista e riformista, che va sotto il nome generico di “Terza Via” la cui paternità risale a Clinton e Blair, Schröder e Prodi. Obama è, quindi, investito dell’immane compito di far crescere un paese in declino relativo “fino ad esercitare il ruolo di “presidente democratico” di una comunità internazionale che ha ancora e forse più che mai bisogno di un“egemone responsabile”. Il suo è “Un pensiero che considera semplicemente insensata la distinzione e ancor più la divisione del lavoro, tra sinistra e centro, tra progressisti e moderati”; un buon quarto di Monti ben insediato nel PD, con un quarto restante in attesa di collocarsi tra le eventuali spoglie del PDL.

Ci pensa Laura Pennacchi a rimettere i puntini sulle i; con Obama “Il discrimine destra/sinistra sarà praticato più intensamente e non solo perché” nel “l’America “generosa”, “aperta”, “tollerante” che è nel cuore di Obama, rispetto all’America gretta, intollerante, chiusa evocata dai repubblicani”. “Concentrando tutte le sue energie sul rilancio della “piena e buona occupazione, l’innovazione più interessante che Obama metterà in atto riguarderà, anche sotto il profilo delle politiche di welfare, la stessa concezione della politica economica e il suo rapporto con le politiche sociali” Siamo al nuovo modello di sviluppo con il quale i democratici “sanno che bisogna affrontare quattro sfide immani: 1) procedere a una salutare definanziarizzazione (il che rende necessaria una radicale riforma della finanza), 2) dare più valore ai consumi collettivi (tra cui spiccano quelli connessi al welfare state) rispetto ai consumi individuali, 3) sostenere maggiormente la domanda interna rispetto alla domanda estera ma intervenire anche dal lato dell’offerta, 4) creare lavoro e combattere le diseguaglianze”. Arriviamo al clou, al dilemma della guerra e della pace con la destra su un verso e la sinistra sull’altro. La Pennacchi merita una attenzione particolare; la sua analisi è un insulto a decenni di ricerca storica: “il “mercantilismo” emblematicamente impersonato dalla Germania della Merkel, con cui non a caso Obama è in polemica, non è modernità ma regressione all’Ottocento, a un’epoca in cui l’adozione generalizzata di strategie mercantilistiche (privilegianti in modo ossessivo le esportazioni) generò la spinta al colonialismo, le guerre, la diffusione di pratiche commerciali scorrette, in ossequio al principio che l’obiettivo dei governi non fosse l’elevamento del benessere e della qualità della vita dei cittadini, ma incrementare le esportazioni per aumentare la potenza economica dei paesi. È stato, viceversa, proprio attraverso il travaglio della crisi degli anni ’30 che le culture riformiste maturarono – grazie a Roosevelt, Keynes e Beveridge, la socialdemocrazia scandinava – un’idea alternativa. L’idea, cioè, che il fine della crescita economica dovesse essere non più la potenza economica del Paese ma il benessere dei suoi cittadini e il compito della politica economica dovesse essere la piena utilizzazione delle sue risorse, prima di tutto il lavoro. Quest’idea si incarna oggi nel modello dello “sviluppo umano” di straordinaria modernità innovatività, a cui solo un big push finalizzato alla creazione di lavoro e veicolato da un rinnovato motore pubblico può dare vita.” “da parte di Obama e dei democratici americani il richiamo al New Deal di Roosevelt svela anche il significato più profondo, attinente proprio agli alternativi obiettivi attribuiti all’economia e alla politica economica: dare la priorità non alla potenza e alla forza ma al benessere dei cittadini e alla qualità delle loro vite.” Ormai quella di Obama è una marcia Trionfale. Pietro Marcenaro, altro Senatore ex sindacalista, ci lascia con il fiato sospeso; “Non dico che siamo lì”, ma “Dopo le primavere arabe è realistico pensare che democrazia, stato di diritto, diritti umani possano camminare sulle gambe dei popoli e che ci siano le condizioni perché l’idea della loro esportazione con la forza possa essere accantonata” “Lo sviluppo di questo confronto, che ha attraversato l’Islam sunnita come quello sciita, è stato fortemente favorito dal cambiamento avvenuto alla guida dell’amministrazione americana” “Mai in passato era stato così forte ed era risultato così chiaro il legame tra una prospettiva di pace e di stabilizzazione in Medio Oriente e il progresso di un processo di democratizzazione”. Gli orizzonti, come l’esaltazione si ampliano: “L’altro grande tema sul quale la politica estera americana durante il secondo mandato di Obama sarà chiamata alla prova è quella del multilateralismo”; “Obama aveva presieduto la riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che aveva adottato all’unanimità la risoluzione su disarmo e non proliferazione nucleare”; le ombre dei responsabili che possano offuscare tanto slancio si stagliano evidenti: “La tragica spirale nella quale è precipitata la crisi siriana – lo spettacolo del veto di russi e cinesi al Consiglio di sicurezza, il fallimento delle missioni di Kofi Annan e di Brahimi, l’incapacità di fermare i massacri e di imporre un negoziato – è l’esempio più drammatico di questa crisi.”, con l’Europa malinconico assente. L’incoronazione finale non può spettare che a Lapo Pistelli, il responsabile esteri del PD. “Barack Obama è stato la gioia di ogni internazionalista democratico; affiancato da uno straordinario Segretario di Stato come Hillary Clinton, il giovane Presidente è stato la prima personalità del mondo politico a guadagnarsi un Premio Nobel per la Pace “preventivo””. Quell’elenco di impegni, indulge Pistelli, era troppo ambizioso perché “proprio grazie alla inedita offerta di responsabilizzazione e coinvolgimento di alleati e avversari – dipendeva in misura equivalente dalla volontà americana e dalla risposta altrui. Il caso russo e quello iraniano testimoniano di una mano tesa cui si è risposto più volentieri con un pugno chiuso.” Vedremo, purtroppo, il profeta dileguarsi dai lidi europei e dal Medio Oriente, sollevandolo, bontà sua, dalla lacerazione morale di “un faticoso percorso di contenimento delle incoerenze fra principi e interessi, fra la retorica politica sul valore della democrazia e il sostegno alle petro-monarchie sunnite del Golfo”; “ridotta in quantità, l’America nel mondo orienterà comunque anche le proprie priorità in direzioni diverse” verso l’Asia e il Pacifico; l’attenzione, comunque, sarà rivolta maggiormente al proprio interno anche se “potrebbe essere comunque richiamata dal disordine che regna in ogni fase di transizione multipolare. Se, ad esempio, la Russia proseguisse nella propria traiettoria involutiva, qualche altra transizione araba degenerasse in conflitto aperto, lo scontro fra Israele e Iran passasse dalle parole ai fatti” Termino il pot pourri con Umberto Ranieri cui spetta trarre un bilancio. “Nel complesso si è consolidata l’immagine di Obama come leader pronto ad ascoltare la voce altrui e ad agire nel solco di una radicata tradizione di liberalismo multilaterale”, “In politica estera ha messo da parte gli approcci nazionalisti e unilaterali che producevano rigetto e ostilità di gran parte del mondo”. Il realismo comincia a farsi strada: “un ripensamento della politica americana verso il mondo arabo investito da trasformazioni e cambiamenti spesso drammatici; scongiurare che a prevalere nel sommovimento nel mondo arabo siano forze che si ispirano al fondamentalismo, aggressive verso l’Occidente. Il punto drammatico è la Siria”. Uno spiraglio di luce si apre anche per gli europei: “Nel contesto di un mondo multipolare le relazioni transatlantiche possono ritrovare il proprio originario carattere strategico”.

GLI ADEPTI

Due pagine di citazioni possono abusare della pazienza dei lettori, ma offrono un quadro dell’appiattimento critico dell’intero quadro dirigente, dalla vecchia guardia sino alle nuove leve. Una vera e propria mutazione antropologica, avviatasi negli anni ’70 e ormai compiutasi. Verrebbe da pensare cosa il Profeta potrebbe farsene di automi così rudimentali i quali più che di aggiornamenti saltuari di software sembrano aver bisogno di un telecomando continuamente in funzione. Dovrebbero operare nei loro spazi con margini operativi e di giudizio relativamente autonomi, dovrebbero essere espressioni di realtà comunque complesse, impossibili da gestire altrimenti direttamente da parte dei centri dominanti; in realtà somigliano sempre più a spettri che appaiono di luce riflessa.

Riprendo il discorso dalla Pennacchi, dalla tesi secondo la quale lo scontro politico nascerebbe dal conflitto e dall’interazione tra due grandi correnti di pensiero; quella di destra, “mercantilista”, creatrice di squilibri, diseguaglianze, di conflitti e guerre, di potenza; quella di sinistra, neokeynesiana, creatrice di benessere, di uguaglianza, di sviluppo, di pace e dialogo, attenta alla costruzione di ceti intermedi con la funzione di modello e collante dell’intera società. La prima trova la sua massima espressione nella Germania di Merkel, la seconda in Obama, a sua volta legata al new deal roosveltiano.

Il new deal non fu solo un movimento americano, né fu un movimento di per sé pacifico e propedeutico alla pace. Tra i tanti paesi, conobbe analoghi processi nella Germania nazista e nell’Italia fascista. Negli Stati Uniti fu una formidabile fase di ristrutturazione e riorganizzazione, portata avanti per tentativi e conflitti con i settori tradizionali dell’establishement, basata su nuovi sistemi gestionali e manageriali, forte di un consenso popolare ma soprattutto di nuovi ceti; costruì una struttura e una nuova classe dirigente le quali furono perfettamente in grado di sostenere lo sforzo bellico, organizzare il nuovo sistema di dominio e innescare la fase di sviluppo del secondo novecento. Gli anni ’30 non ebbero nemmeno l’esclusiva di quelle politiche. Nella Germania guglielmina di fine ottocento, il militarismo, parallelo a quello delle altre potenze europee, procedette di pari passo con l’affermazione di uno stato sociale all’avanguardia per quell’epoca; così come l’America di Lyndon Johnson nel mentre si impelagava nella guerra in Vietnam, ampliò ulteriormente il welfare e favorì la crescita dei ceti intermedi. Come faccia la Pennacchi ad attribuire una corrispondenza diretta tra politiche keynesiane di eguaglianza e politiche pacifiche del tutto agnostiche rispetto alla ricerca di potenza dei paesi e degli stati è un mistero degno di un atto di fede, piuttosto che di una ricerca accurata. La stessa Germania, portatrice di quelle politiche mercantiliste, sta operando per difendere con le unghie e con i denti il proprio sistema economico-sociale, compreso quel welfare che, secondo la logica demo progressista, dovrebbe invece liquidare a spron battuto. Ha ragione Giorgio Tonini, quindi, a riconoscere una funzione dinamica e creatrice anche al pensiero “neocon”. Gli anni di Thatcher e di Reagan, più che un periodo di tagli generalizzati della spesa pubblica, comportarono la rapida destrutturazione di settori ed apparati obsoleti mantenuti in piedi dalle inerzie burocratiche e dagli apparati concertativi privi di basi economiche valide. Fu il periodo della crisi di grandi aziende e multinazionali decotte (Xerox, minatori), ma anche quello degli sviluppi della ricerca scientifica, dei settori dell’elettronica, dell’aereonautica, delle biotecnologie e dell’informatica; lo stato sociale non fu significativamente ridimensionato se non per i suoi aspetti più parassitari; si cercò di costruire su basi diverse il ceto medio; lo stesso sistema finanziario fu riorganizzato in funzione di quelle esigenze e della concentrazione delle risorse necessarie. Su quest’ultimo aspetto destra e sinistra addirittura si contesero il primato alimentando la politica del credito facile sostenuta dalla liberalizzazione finanziaria; il democratico Clinton, negli Stati Uniti, fu appunto il maggior artefice e l’epigono di queste politiche liberalizzatrici. L’esaurirsi di una fase, secondo Tonini, pone le premesse per l’affermarsi su basi nuove di un nuovo ciclo basato su una nuova corrente di pensiero, all’interno dei filoni storici, ma con tratti fortemente originali. Per questo è contrario ad una riproposizione delle tesi socialdemocratiche care, si fa per dire, alla componente d’alemiana, di Fassina e quant’altri.

LE LUCCIOLE

Per tutta l’intelligentjia democratica, però, queste correnti sono appunto flussi che percorrono il pianeta, attraversano una struttura reticolare senza gerarchie; è, in pratica, la cosiddetta globalizzazione. Sta ai soggetti avere la capacità di coglierli e valorizzarli. Per Tonini le comunità sono i soggetti, le cerniere in grado di catturare e valorizzare le proprietà dei flussi; per il resto dei pensatori, altri tipi di cellule se non proprio gli individui, mai gli stati. Le relazioni, comprese quelle conflittuali, assumono l’aspetto di legami multilenticolari. Non esistono gerarchie, livelli di potenza, strutture in grado di coagulare, sedimentare ed esprimere la forza. Se esistono sono solo l’espressione residuale di resistenze conservatrici, forze oscurantiste autocratiche di vecchio stampo (l’Iran, la Cina, La Russia, la Siria). Alle forze statuali classiche in declino, si contrappongono sino ad eroderle, i movimenti di emancipazione; se proprio le prime dovessero ostinarsi a resistere, tutt’al più, se dovesse occorrere una spallata, subentrerebbe la comunità internazionale cosiddetta, di solito un manipolo di prepotenti che si identificano con il bene comune se non addirittura con quello dell’umanità. Sostenere una simile rappresentazione comporta, però, una rimozione degli eventi a dir poco sconvolgente. Si parla di multilateralismo, quindi di una molteplicità di stati nominalmente di pari dignità; appena, però, traspare questa ambizione, si rischia di diventare dei paria. Quando nei contenziosi tra dirittoumanitaristi e stati diventati canaglia, appaiono gruppi di stati intenzionati ( i BRICS) a porsi come mediatori, sono semplicemente ignorati e rimossi, pena il rischio di equiparare la diversa dignità dei contendenti. È stata sufficiente la rivendicazione primaverile di libertà di particolari gruppi in gran parte isolati dal resto del paese, avulsi da ogni discorso di salvaguardia di sovranità di quegli stati e di quelle comunità, per consentire inopinatamente l’infiltrazione, l’intromissione determinante e l’impantanamento secondo le convenienze geopolitiche, sino al sostegno diretto, all’investitura e all’utilizzo delle peggiori marmaglie di predoni che affliggono le zone di conflitto endemico. Il Kosovo, la Libia, la Siria sono solo gli esempi più drammatici dello sfoggio di ipocrisia dei benpensanti a danno dei loro “beneficiati”. Si arriva così al paradosso che una potenza economica di medio/alto rango economico, ma di basso rango politico come la Germania, solo perché portatrice del pensiero mercantilista neocon, diventi la responsabile principale delle nequizie e l’avversario politico da battere, mentre il peggior mestatore dei tempi recenti, arrivato ormai a condurre contemporaneamente ben tre guerre dichiarate, sia stato investito, ancor prima di cominciare, dell’aura sacra del riformatore, dell’umanista, del pacifista, del difensore dei diritti umani, del giustiziere sociale keynesiano. Una fama, del resto, del tutto immeritata compreso in quest’ultimo aspetto, se è vero che i risultati sono così magri e il livello di consenso interno così lontano da quello riaffermato per ben tre volte dal suo antesignano Roosvelt. Devono ammetterlo tra le righe, a denti stretti, gli stessi apologeti.

LE LANTERNE

Ancora una volta, prima o poi, i nostri invasati dovranno ammettere che non esistono politiche di per sé giuste, come anche una politica, per essere tale, ha bisogno di una gerarchia, di una geografia (uno spazio) e di una cadenza temporale. Una politica keynesiana non è giusta, praticabile e conveniente di per sé. È certamente una opzione, probabilmente adesso la migliore, per un paese in piena sovranità, in grado di continuare a drenare sotto varie forme risorse dal suo circondario e di esprimere la forza necessaria a realizzare i propositi. Gli Stati Uniti rientrano in questo paradigma; un massiccio intervento keynesiano potrebbe addirittura servire a rinforzare la coesione interna attualmente un po’ scricchiolante. Di sicuro quelle politiche non renderanno automaticamente quel paese un fautore di pace e di democrazia, come vorrebbero far credere i nostri della sinistra. Per un paese intermedio come la Germania, impegnato a lucrare in maniera predatoria ai danni dei suoi vicini più sciocchi e deboli, senza però mettere minimamente in discussione le gerarchie geopolitiche fondamentali e l’attuale liberalizzazione finanziaria, una politica di apertura indistinta al mercato occidentale, una politica finanziaria più disposta alla spesa e alla condivisione di garanzie comuni esporrebbe il paese alle stesse fibrillazioni e ricatti dei vicini e si vedrebbe minacciato nella propria precaria situazione.

Il discorso si potrebbe porre diversamente solo se preliminarmente singoli stati, o gruppi (ad esempio quelli europei) si ponessero il problema del livello di sovranità e di forza e delle conseguenti politiche necessarie a preservarle.

IL DIBATTITO SERIO

Negli Stati Uniti, come di solito nei paesi storicamente centrali, le modalità di dibattito sono molto più trasparenti che nella periferia, specie quella sottomessa e prona come la nostra italica; è anche meno ovattato di quel pathos ideologico e retorico tipico di quei paesi impegnati a conquistarsi una condizione più autonoma, come ad esempio la Russia di Putin, tanto più se appena sfuggiti alle fauci fameliche dell’America dei Clinton.

Nelle scuole di economia americane da anni le teorie liberiste non hanno più il monopolio culturale. Accanto ad esse hanno piena cittadinanza, compreso negli organismi finanziari internazionali, altre teorie tese a riconoscere al contesto culturale, agli influssi naturali e ultimamente alle stesse scelte politiche un peso sempre più importante nelle teorie e nelle scelte economiche stesse. Per non parlare dei centri di elaborazione strategica, laddove l’economia stessa è uno dei campi, dei fattori e degli elementi del gioco politico. Sono scuole e correnti di pensiero che offrono argomenti, motivazioni e costruzioni ideologiche e culturali ai vari centri di potere in lotta e collusione tra di loro per l’affermazione.

Lo stesso predominio americano del secondo novecento è nato su un presupposto diverso da quello delle potenze coloniali precedenti. Se i rapporti tra le colonie in precedenza dovevano passare necessariamente, spesso per norma, tramite il paese dominante, uno dei capisaldi stabiliti dagli Stati Uniti fu la possibilità di rapporti reticolari tra gli stati dell’impero con il ruolo di mediatore, arbitro e parte in causa della potenza dominante. Un modo più dinamico di concepire le gerarchie che consentisse comunque la formazione ed il consolidamento degli stati nazionali e che in qualche maniera mantenesse un equilibrio economico generale con politiche nazionali dotate tendenzialmente di una certa autonomia operativa. Questo equilibrio fu incrinato più volte nei decenni precedenti e fu rotto nella situazione di relativo unipolarismo negli anni ’90 e giustificato con l’affermazione piena delle teorie neoliberiste. Con l’emergere di paesi più autonomi le teorie delle opzioni politiche e della sussunzione a queste delle scelte economiche hanno ritrovato piena legittimità non solo in quei paesi ma sono riapparse apertamente anche nel paese ancora dominante, non solo come riflesso ma come argomento esplicito di battaglia politica in mano ai vari centri. La stessa teoria della MTT, certamente non la più importante e ancora limitata al ristretto ambito economico finanziario, è nata negli Stati Uniti. Sta di fatto che il dibattito sulle condizioni politiche di creazione ed accesso ai mercati regionali, con l’esclusione esplicita di paesi rivali, è sempre più aperto anche negli Stati Uniti e corroborata da scelte politiche come il TPP nell’area del Pacifico; come è sempre più esplicita la negoziazione politica della difesa del proprio mercato interno e dei propri processi di reindustrializzazione in controtendenza con le delocalizzazioni avvenute negli ultimi trent’anni verso la Cina.

Un po’ per provincialismo, un po’ per inettitudine, un po’ per servilismo congenito, in Italia faticano ad arrivare gli echi di questo dibattito. Nel PD pare siano riusciti a sintetizzare particolarmente bene le due ultime qualità e a rivestire di cosmopolitismo senza radici la prima.

Hanno sposato con entusiasmo una delle due opzioni in campo nel centro dominante, confidando nella definitiva prevalenza nei prossimi anni e nella possibilità di salvaguardare per qualche tempo ancora la propria base sociale e politica, quella tra l’altro meno adatta, da sola, a salvaguardare un minimo di autonomia del paese. Non hanno compreso che quell’opzione assume compatibilità, dimensioni e connotati diversi a seconda del paese che ne sarà portatore e fautore; è probabile che si siano messi felicemente nelle mani della componente più predatoria di quel paese.

goldencalfMALINCONICHE ILLUSIONI

Certamente si sono preclusi ogni chiave realistica di interpretazione della situazione politica e garantiti la cecità che li sta facendo annaspare nei momenti critici, compresa l’attuale campagna elettorale.

Parlano di prosecuzione delle primavere arabe, di un movimento di massa maggioritario in quei paesi, con il rischio, tutt’al più di un colpo di mano dei fondamentalismi, ma non vedono il carattere elitario e l’isolamento di quasi tutti quei movimenti, compreso quello islamico. Le recenti elezioni in Egitto, compreso il tentativo di colpo di stato, sono emblematiche di questa cecità. Si è spacciata, nel peggiore stile degli ascari, una vera e propria guerra di aggressione tesa al risultato minimo dello smembramento di un paese una rivolta tribale, settaria in Libia e poi in Siria. In quest’ultimo caso rientrata inizialmente dalle sue caratteristiche popolari appena iniziata l’opera di infiltrazione e provocazione dei servizi occidentali, della Turchia e delle monarchie della penisola araba e trasformatasi progressivamente in lotta tra fazioni etniche. Non vedono, quindi, o fingono di non vedere il sostegno aperto o surrettizio offerto dal dirittoumanitarista di Washington alle componenti più retrive e mercenarie. L’esempio più eclatante arriva sicuramente dalla Turchia dove le forze più apertamente europeiste, più aperte formalmente ai diritti civili sono diventate sorprendentemente quelle forze islamiche le quali, pur di sconfiggere la componente politica maggioritaria dell’esercito, li hanno scavalcati nelle velleità comunitarie e hanno trasformato repentinamente la loro politica di buon vicinato con i paesi vicini, in una politica aggressiva e destabilizzante, molto più compatibile con i disegni occidentali ma che rischia di destabilizzare il loro stesso paese.

Come non vedono quello che succede nel circondario, non vogliono vedere ancor meno quello che succede nel cortile, soprattutto nella soggezione e nell’insulsaggine di questo processo unitario europeo a beneficio di terzi. I più audaci, come Ranieri, arrivano ad auspicare un rinnovato afflato strategico dell’alleanza euro atlantica. I più, tra i nostri pdiini, paventano malinconicamente e con rassegnazione un proposito di affievolimento dell’interesse se non proprio di abbandono dello scacchiere europeo e mediorientale da parte dell’alleato americano; una interpretazione manichea esattamente speculare alla denuncia altrettanto manichea dell’unilateralismo guerrafondaio di Bush tutt’altro che cieco e scevro, allora, da compromessi. Quell’unilateralismo presupponeva una sorta di residuo riconoscimento di ruolo bipolare alla Russia di Putin, del resto ricambiato con alcuni favori tra i quali il transito sul territorio russo di truppe e materiale americani diretto in Afghanistan e l’insediamento “provvisorio” di alcune basi nelle ex repubbliche sovietiche confinanti con esso; nonché l’annichilimento di ogni velleità europeista autonoma di Francia e Germania. Una politica che lasciò spazi di manovra a Berlusconi sia di rottura di alcune scelte europee, sia di avvicinamento alla Russia, alla Libia e alla Turchia di allora, paese ben diverso dall’attuale. Il momento di evidente contraddizione e svolta di quella politica avvenne con la guerra in Georgia, con Berlusconi e dietro di lui Bush impegnati a contenere i danni con Putin e Gates e il profeta annunciato Obama a proseguire nella politica di provocazione antirussa.

Una illusione, quella del defilamento americano verso il Pacifico e verso la politica interna, pericolosa se non ipocrita la quale maschera il ben accetto ruolo ancillare predestinato ai nostri prematuri orfanelli. La linea calda dei conflitti dal Sahel africano al Pakistan lascia intravvedere ancora quali saranno ancora per tanti anni le linee di conflitto caldo, pericolosamente vicine all’Europa.

NOTARELLA

Vi è un altro argomento forte che angustia le prefiche del neoisolazionismo americano, espresso in un articolo della rivista apparentemente avulso dal contesto redazionale (http://www.tamtamdemocratico.it/doc/247710/la-rivoluzione-energetica.htm ). La prossima acquisizione dell’indipendenza energetica ad opera degli Stati Uniti e la possibilità che il paese diventi esportatore di materie prime energetiche. Per i nostri orfanelli un ulteriore segno dell’incipiente isolazionismo. Nell’articolo c’è però una notiziola cruciale, del tutto anodina, destinata a sconvolgere la già debole costruzione di questa tesi: il petrolio ed il gas destinato attualmente in Europa è gravato da un prezzo di almeno il 20% superiore ai prezzi correnti, del tutto ingiustificato rispetto agli stessi costi trasporto delle materie prime. Probabilmente uno scotto alle rendite dei paesi produttori; sicuramente una cedola necessaria a garantire la prosecuzione delle primavere arabe. È sicuramente il margine che consente agli Stati Uniti di sfruttare convenientemente le proprie riserve non convenzionali e di proporre una alternativa agli europei alla propria “dipendenza” dai paesi arabi, dal Nord-Africa, sui quali per altro gli americani sono ben impiantati a fungere da controllori, ma soprattutto dalla Russia; è sicuramente quell’autonomia, quell’assicurazione che consente loro di operare in maniera più spregiudicata e con minor nocumento personale in quelle aeree, compreso un parziale defilamento che possa attirare su quei posti nuovi protagonisti diretti e nuove occasioni di conflitto da alimentare e/o arbitrare. Un po’ come successo tra Cina e Russia dopo l’abbandono dell’Indocina da parte degli States negli anni ’70.

Discorsi che potrebbero provocare l’agorafobia, l’opposto della claustrofobia, a un ceto abituato a rifugiarsi sotto le gonne pur di evitare scelte autonome ma rischiose e a rimuovere più o meno coscientemente ogni discorso legato alla autorevolezza e alla potenza di un paese dietro magari propositi ecumenici di cooperazione internazionale, di sovranazionalità, di diritto internazionale senza sovranità che mascherano avventure sempre più squallide e balorde; come anche prefigurare una sorta di interventismo per conto terzi, ulteriormente affinato rispetto allo spettacolo offerto in Libia. La fine tragica di Gheddafi, purtroppo, è stata prontamente rimossa; rimane il ghigno mostruoso, gioviale e terribile di “quel formidabile Segretario di Stato” di nome Hillary così invidiato dai nostri buonisti oltranzisti da salotto. Più la situazione si incancrenisce, più facilmente si trovano volontari a fornire giustificazioni teoriche a questo arbitrio. Habermas è l’ultimo arrivato, ma ce ne saranno ancora e di più lucidi.

Il Messia di Washington ha compreso che una potenza militare soverchiante, oltre il doppio di quella dei restanti paesi messa insieme oltre ad essere, probabilmente, ormai economicamente insostenibile serve a catalizzare gli avversari contro l’unico avversario. Da qui il ridimensionamento e la ridislocazione delle forze.

Certamente, il Profeta di Washington ha di che temere nello Stivale, più che la fedeltà, pressoché gratuita, la lucidità e l’utilità di queste schiere adoranti. Sarà per questo timore, oltre che per il giusto riconoscimento, che ha invitato a metà febbraio, nello Studio Ovale, il più fedele nel tempo, da lungo tempo, ma anche il più lucido dei servitori. Ha dimostrato di saper operare sotto mentite spoglie e allo scoperto; merita, a fine carriera, l’onore delle armi e non si sa quale altro riconoscimento. Potrà dispensare sicuramente ancora qualche buon consiglio ed eseguire un’ultima direttiva in tempi così incerti e con persone così inaffidabili.

RAPPORTO CONFIDENZIALE, di Gianfranco Campa

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Gianfranco Campa, dalla sua postazione particolare, ci introduce amabilmente ormai da alcuni anni tra i retroscena e nei meandri della politica americana attraverso affreschi ( http://italiaeilmondo.com/2016/11/03/crepe-nellimpero-di-gianfranco-campa-gia-pubblicato-il-19-marzo-2012-sul-sito-www-conflittiestrategie-it/ ) e rapidi flash ( http://italiaeilmondo.com/2016/11/03/la-rivolta-degli-sceriffi-di-gianfranco-campa-gia-pubblicato-su-www-conflittiestrategie-it-il-18-giugno-2016/ ). Adesso tocca ad uno dei dinosauri di quello scenario, pur pesantemente acciaccato ormai, ad essere oggetto di attenzioni: Hillary Clinton. Se la rappresentazione offerta dalla CNN dovesse essere corretta, c’è da rimanere esterrefatti. Possibile che un politico di quel livello, dal curriculum così impressionante, sia capace di una analisi ed una interpretazione così rozza e squinternata dell’esito delle recenti elezioni presidenziali? Ad un politico ancora in attività, seppure sulla via del tramonto, non è possibile pretendere un giudizio obbiettivo, indipendente dalle conseguenze politiche. Colpisce, però, la rozza strumentalità delle accuse e l’incapacità di cogliere la novità e l’efficacia della conduzione della campagna elettorale del suo acerrimo avversario; il mix di raccolta di dati, gestione, intervento mirato sul territorio, uso combinato di tecniche tradizionali e innovative. Un errore imperdonabile , per una professionista della politica. Ci sarebbe da prendere atto di un fallimento quasi esistenziale di questa classe dirigente formatasi negli anni ’90 e successivi in un agone senza veri competitori e avversari politici, se avversari possono chiamarsi i vari Boris Eltsin, Scalfaro, Letta, D’Alema, Ciampi, Merkel, Sarkozy. Una classe dirigente abituata evidentemente a vincere facile e poco avvezza allo scontro duro con competitori reali. Una classe dirigente che ha infatti dilapidato in pochissimi anni un potenziale egemonico apparentemente superiore a quello dell’Inghilterra del secolo XIX. Lascio al più autorevole Campa il compito di discettare in futuro della condizione del suo paese. Preme sottolineare, piuttosto, la conferma della condizione peregrina della nostra classe dirigente, in particolare della cosiddetta sinistra. Abbiamo visto, in questi anni recenti, dirigenti qualificati, come Massimo d’Alema, gonfiare talmente di compiacimento il proprio gracile corpo da insufflare persino le proprie gote al cospetto e nelle grazie ostentate di Hillary Clinton; abbiamo visto i suoi numerosi epigoni, in particolare di genere femminile, tra questi la Dassù, la Pinotti, la Mogherini, accorrere affannosamente e senza ritegno, al momento dell’assegnazione del loro incarico istituzionale, nemmeno dai diretti referenti istituzionali americani, ma attraverso i sensali, capaci di aprire loro almeno le porte di servizio ( http://italiaeilmondo.com/category/dossier/autori-dossier/giuseppe-germinario/.  ) Una progenie politica che, evidentemente, ha evitato di analizzare seriamente gli errori e i meriti del proprio passato;  ha semplicemente rimosso gli antefatti e, con questo, pronto a assorbire dai più potenti il peggio, trascinando il paese lentamente nella attuale disastrosa condizione, pur di sopravvivere a se stessi. Sembrano ormai destinati a soccombere; ma non è detto che il paese, pur liberatosi dal fardello, riesca ugualmente ad emergere. Germinario Giuseppe

Il libro di Hillary Clinton sulla campagna presidenziale dell’anno scorso, uscirà nelle librerie degli Stati Uniti il 12 Settembre, ma già si conoscono importanti passaggi dei suoi contenuti del testo  dal titolo “What Happened” (Cosa e` Successo). Potrei spiegare tranquillamente io alla Signora Clinton cose è successo; ma la Clinton nel libro si ostina ad elaborare una serie di teorie che hanno contribuito secondo lei alla sconfitta della sua campagna elettorale e di conseguenza alla vittoria del presidente Donald Trump.

Il libro è stato acquistato in Florida dalla CNN una settimana prima del previsto lancio. Grazie alla sua tempestività si possono apprezzare alcuni passaggi dell’opera.

Puoi biasimare i dati, incolpare il messaggio, incolpare tutto quello che vuoi – ma io ero il candidato” scrive.Era la mia campagna, quelle sono le mie decisioni“. La Clinton ammette di aver anche sottovalutato Trump.

Penso che sia giusto dire che non ho capito quanto velocemente il terreno si stava spostando sotto i nostri piedi“, scrive. “Stavo correndo una tradizionale campagna presidenziale con politiche accuratamente pensate e coalizioni costruite minuziosamente, mentre Trump stava gestendo un reality show televisivo che ha saputo coltivare in modo irresistibile facendo leva sulla rabbia degli americani“.

Poi la Clinton punta il dito contro il direttore dell’FBI James Comey quando ha riaperto l’inchiesta sullo scandalo delle emails classificate.”La lettera di Comey ha sconvolto la campagna presidenziale” scrive Clinton.

Nel libro, Clinton parla anche del suo matrimonio con l’ex presidente Bill Clinton e osserva che  “Ci sono stati momenti in cui ero profondamente incerta se il nostro matrimonio doveva continuare o meno, ma in quei giorni mi sono fatta le domande importanti: lo amo ancora? Posso rimanere in questo matrimonio senza diventare irriconoscibile a me stessa- contorta dalla rabbia, dal risentimento o dalla solitudine? Le risposte erano sempre affermative”.

Ha anche affrontato l’intromissione della Russia nelle elezioni del 2016 e si chiede se una risposta più forte da parte del presidente Barack Obama avrebbe aiutato. Su Vladimir Putin, Clinton sostiene di aver meditato una vendetta; “non avrei mai immaginato che Putin avesse l’audacia di lanciare un massiccio attacco contro la nostra democrazia, proprio sotto i nostri nasi – e di averla fatta anche franca”. Personalmente su questo passaggio non saprei se ridere o piangere talmente ridicola risalta la affermazione di Clinton. HC si rammarica per non avere potuto fargliela pagare, a Putin. “Non aspettavo altro che mostrare a Putin come i suoi sforzi per influenzare le nostre elezione, installando un amichevole burattino (Trump), erano falliti”, scrive. “So che Putin gode di tutto quello che è successo, ma ride bene chi ride ultimo…“.

Inoltre Clinton afferma che “Ci sono  molte persone che speravano che anche io scomparissi, ma sono ancora qui.”

Apparentemente la Clinton nel libro attribuisce anche molte colpe della perdita delle elezioni anche  a Bernie Sanders, Joe Biden, Barack Obama e altri.

L’uscita del libro di Clinton avviene nel momento in cui il libro della sua guida spirituale, il pastore Metodista; Bill Shillady è stato ritirato dagli scaffali delle Librerie con l’accusa di Plagio. Il libro intitolato: “The Daily Devotions of Hillary Rodham Clinton” (Le devozioni quotidiane di Hillary Rodham Clinton),  è una raccolta delle e-mails che lui e altri ministri hanno inviato all’ex Segretario di Stato ogni quotidianamente durante la campagna presidenziale del 2016. Ogni e-mails devotamente composta ogni mattina alle 4 in punto, conteneva un brano della Scrittura, un breve sermone e una preghiera per lei da recitare quel giorno.

Alla fine sulla domanda della Clinton; Cosa e Successo? La risposta è più semplice di quello che sembra: E` successo che Trump ha vinto e la Clinton ha perso. Quello che invece continuiamo a non sapere e che fine hanno fatto le 33.000 emails che la signora Clinton ha eliminato dal suo server…Quello si richiede una risposta che ancora non è arrivata e forse mai arriverà…

Penso che ogni analisi sia superflua. Ogni volta che sento la Clinton parlare, scrivere o semplicemente respirare, mi rendo conto che con tutte le sue debolezze, le sue incertezze, la sua approssimazione, Trump a suo modo e` stata una salvezza.

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