Capitalismo è potere, capitalisti tra i poteri_con Gianfranco La Grassa

Si muove brevemente dalla scadenza elettorale che occuperà il dibattito politico da qui al 25 settembre ed oltre; si passa progressivamente a considerare le logiche che muovono il conflitto politico e le dinamiche di composizione delle formazioni sociali. Il punto di partenza espresso da Gianfranco La Grassa non può prescindere dalla sua formazione teorica iniziale e quindi dalla definizione di Marx delle due caratteristiche essenziali che conformano il capitalismo. Presupposti allo stato, pur nella loro genialità, rivelatesi in parte errati, in parte insufficienti a spiegare la complessità delle dinamiche politiche conflittuali e dei comportamenti dei soggetti politici e dei centri decisori. La Grassa da un ventennio ha avviato con relativo successo un primo tentativo di definire chiavi interpretative più adeguate e cercato di inserire alcuni presupposti ancora validi della teoria marxiana nelle categorie determinanti e prevalenti del ruolo del politico nei vari ambiti delle sfere di attività sociale dell’uomo e nel conflitto determinante dei centri decisori. L’auspicio espresso è che questo sforzo teorico sia finalmente colto in Italia e proseguito da forze nuove e fresche meno vincolate dagli schemi maturati negli ultimi grandiosi e tragici due secoli. Schemi potenti, ma in buona parte fuorvianti rispetto all’effettivo corso degli eventi. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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La Turchia, l’Italia e il realismo_di Giuseppe Gagliano

Articolo come sempre ben centrato nella sua consueta essenzialità. Il focus è incentrato su uno Stato, la Turchia e un capo di governo, Erdogan, destinati ad assumere, nella veste di una potenza di media grandezza, un ruolo di primo piano in un ampio, se non addirittura sovradimensionato, in assenza di supporto e placet da parte dei grandi, spazio che va dall’area turcomanna, ai Balcani, all’Europa Orientale, al vicino oriente, al Mediterraneo Centro-Orientale, all’Africa Sahariana e Sub-sahariana. Offre altresì uno spunto interessante sulle miserie domestiche per caratterizzare ulteriormente, a seconda dei casi, la postura rispettivamente di plenipotenziario, di luogotenente e di cerbero di Mario Draghi, sotto le mentite spoglie di Capo di Governo. Non so se avete notato l’apparente discrasia tra l’annuncio trionfalistico e denso di aspettative per il prestigio del paese che ha accompagnato l’investitura a Presidente del Consiglio di Mario Draghi e il tono dimesso che ha accompagnato le particolari e specifiche prestazioni del nostro nell’agone internazionale. Un po’ c’entra la goffaggine con la quale il nostro si è avventurato nelle sue scorribande, specie esterne e prospicienti al suo territorio di elezione e di coltura, l’Europa; una sorta di ripetitore automatico, spesso gracchiante ed approssimativo. Tantissimo c’entra il merito della sua missione e la natura dell’esercizio delle sue funzioni.

Mario Draghi, ammantato dell’aura di supertecnocrate, è stato invocato per sistemare la farraginosa macchina amministrativa quel tanto che bastasse per avviare e mettere in atto il PNRR. Al di là delle aspettative illusorie affidate al piano e al netto dei suoi aspetti compromettenti e vincolanti, il nostro sta deludendo nell’ambito riformatore, sta ampiamente conseguendo altresì l’obbiettivo di vincolare ulteriormente le future politiche economiche e, conseguentemente, le dinamiche geopolitiche del nostro paese al carro NATO-UE ormai sempre più simbiotico. La missione ormai nemmeno tanto più occulta ed imprescindibile è un’altra: condurre con mano i paesi europei dell’area mediterranea all’interno delle spericolate strategie dell’attuale leadership americana. Con poco sforzo Spagna, Portogallo e Grecia hanno seguito il buon pastore in ordine ed allineati. Vigilare sui comportamenti di Macron in Francia e Scholz in Germania. I due conoscono sin troppo bene la propensione gregaria e la fonte primaria della sua affiliazione. E’ evidente lo scarso gradimento riguardo alla sua ossessiva presenza; hanno il serio problema, a prescindere dalla loro indole e propensione politica, di dover fronteggiare i forti impulsi di autonomia presenti all’interno dei rispettivi paesi. Che sia questa la funzione essenziale da svolgere lo si deduce dalla irrilevanza dei risultati ottenuti in ambito UE da Mario Draghi in materia di calmieramento e compensazione dei danni seguiti alla pedissequa attuazione delle sanzioni nominalmente ai danni della Russia. L’aspetto più pernicioso, che rivela per altro definitivamente lo spessore umano della persona e dell’uomo di governo, si è manifestato nella postura assunta di recente nei confronti della Turchia. A fronte di qualche risultato raggiunto nel campo degli scambi commerciali e delle commesse industriali, in settori nei quali per altro l’Italia ha mantenuto parzialmente la capacità produttiva ma perso significativamente il controllo strategico, risalta l’accettazione acritica della superiore postura strategica assunta dalla Turchia in aree di interesse vitale dell’Italia, a cominciare dal controllo degli hub energetici del Mediterraneo Orientale per finire con la gestione della crisi libica. Il tutto ovviamente in linea con l’accettazione pedissequa dei nuovi orientamenti statunitensi nei confronti della Turchia, ma particolarmente onerosi per il nostro paese. Dal punto di vista simbolico la irridente anticamera imposta a Draghi e a mezzo governo italiano in attesa del vertice è stata una significativa illustrazione della reale condizione geopolitica del nostro paese della quale il nostro luogotenente non fa che prendere atto e perseguire, perfezionandola. Questo commento non è una gratuita e sterile manifestazione di livore nei confronti di un personaggio tanto estraneo quanto influente nell’agone politico italiano. Vuole stigmatizzare la tragica e grave condizione nella quale sta trascinando il paese grazie alla sua pedissequa e solerte esecuzione dei dictat statunitensi. Non è demerito suo esclusivo. Ad esso contribuiscono la grettezza della quasi totalità della nostra classe dirigente e, con la parziale eccezione di parte degli ambienti vaticani, la condizione inebetita dell’intero ceto politico. Quest’ultima è ancora una volta patrimonio comune delle compagini che sostengono il governo e della forza di opposizione: la prima a partire dalla veste assunta dal Partito Democratico, il quale per esplicita ed ostentata ammissione, ha scelto una postura “discreta” e riservata proprio per non ostacolare il cammino di Draghi; la seconda, Fratelli d’Italia, assumendo una posizione ostentatamente più realista del re tale da farla apparire pienamente corresponsabile dei prossimi disastri annunciati. Sulla base degli antefatti, molto probabilmente Mario Draghi riuscirà a sgattaiolare senza particolari danni in tempo utile per sfuggire al prossimo redde rationem; addirittura con qualche benemerenza e lascito aggiuntivo. Il cerino acceso rimarrà in mano ai suoi improbabili epigoni. In quel momento, ormai prossimo, il paese dovrà seguire necessariamente una delle due vie obbligate: una opzione autonoma ed indipendente, dai costi comunque pesanti, tale da tirarsi fuori dalla trappola costruita dall’avventurismo disperato dell’attuale leadership statunitense; la continuità nelle attuali per così dire “scelte” che avranno per epilogo l’individuazione definitiva nella Russia del capro espiatorio responsabile del disastro autolesionistico economico-sociale prossimo a venire e relativo corollario di una politica apertamente bellicista, del tutto autolesionistica per l’intero continente europeo. Il compimento tragico di un percorso avviato con la 1a guerra mondiale e proseguito con la 2a. Un paese come l’Italia, il quale quattro anni fa, ha ostentatamente rifiutato di giocare nel Mediterraneo le carte che le sono state offerte, non merita alcuna considerazione, almeno sino a quando non vorrà liberarsi delle proprie nullità al comando. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Come le democrazie liberali a volte si piegano alla ragion di Stato. Il caso della Turchia e dell’Egitto. Il corsivo di Giuseppe Gagliano

Numerosi sono i cantori dei supremi valori della democrazia liberale. Valori, questi, che tuttavia – almeno nel contesto della politica estera – vengono profondamente ridimensionati di fronte alla ragion di Stato. Per non dire vanificati. Ieri con l’Egitto. Oggi con la Turchia.

Questa discrasia tra la realtà effettuale e i nostri ideali è pienamente giustificabile e comprensibile all’interno di una determinata cornice teorica quale quella del realismo ma diventa priva di legittimità e di giustificazione se si abbraccia un approccio di tipo liberale alla politica internazionale. Cosa ha indotto il nostro paese a consolidare i propri legami con la Turchia dopo le dichiarazioni di Mario Draghi fatte lo scorso anno a proposito del premier Erdogan definito un dittatore ? Vediamole in breve.

In primo luogo la necessità di contenere i flussi migratori proventi della Libia, sulla quale ormai la Turchia esercita una politica di influenza sempre più rilevante che ha in breve tempo marginalizzato quella italiana; in secondo luogo, grazie al gasdotto Tap l’Italia avrà sempre più bisogno della Turchia. E avrà sempre più bisogno della Turchia come delle nazioni africane e di quelle mediorientali perché l’Italia ha da molto tempo rinunciato ad avere una politica energetica autonoma.

Quanto alle sinergie strette tra Italia e Turchia nel settore degli armamenti queste non fanno altro che consolidare quelle che già esistono da molto tempo, come abbiamo avuto modo di indicare in un articolo precedente. Se poi guardiamo alle scelte poste in essere dal premier turco sia in relazione al vertice di Madrid della Nato – dove è riuscito a ottenere, senza troppo clamore, che in cambio di un suo ‘sì’, in relazione all’ingresso di Helsinki e Stoccolma nella Nato, la Finlandia e la Svezia promettessero di non prestare più sostegno ai leader curdi che Ankara considera ‘terroristi’ -, sia a indurre gli USA a rivedere la loro decisione di non vendere i 40 caccia F16 il vero vincitore del vertice di Madrid è certamente il premier turco.

Forse sulla carta e sui preziosi volumi di diritto internazionale e di filosofia della politica i valori della democrazia sono sacri e puri – come l’amore narrato nei film hollywoodiani – ma nel contesto della realtà conflittuale, quale è quella della politica internazionale, questi valori vengono profondamente ridimensionati e relativizzati. Ecco che allora la realtà concreta nella quale viviamo assomiglia a una via di mezzo fra un dramma e una tragica farsa.

https://www.startmag.it/mondo/turchia-egitto-italia-ragion-di-stato/?fbclid=IwAR01QO-5qz7R_tQLpoOGDb3c83f-DfpOfnKyd9vufBZmVgoMqtKPKi9CTq8

Ucraina, il conflitto 8a puntata con Max Bonelli

Siamo alla ottava puntata. La dinamica sul fronte orientale ucraino sta subendo una accelerazione. Ad un parziale ripiegamento in alcuni settori corrisponde la chiusura in sacche di importanti settori dell’esercito ucraino. Il prezzo pagato è comunque pesante, non solo per il numero di vittime e le perdite di materiale, quanto per le perdite tra le truppe meglio addestrate e motivate. Nel frattempo cade un altro punto fondamentale della narrazione occidentale. A giudicare dai comportamenti ormai documentati, le vere truppe di occupazione in quell’area sono quelle dell’esercito ucraino. La sorprendente selettività degli attacchi russi è in gran parte dovuta alle informazioni fornite dalla stessa popolazione. Nel frattempo emergono altre inquietanti verità dai sotterranei dell’acciaieria Azovstal di Mariupol; l’esistenza di forni crematori e la testimonianza della presenza di militari scelti americani, probabilmente cecchini, tra i corpi carbonizzati. Al momento non si può aggiungere altro. Ecco il video: https://vk.com/video-177555762_456256395 

Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Stati Uniti, diritti umani, assetti istituzionali e miserie personali_con Gianfranco Campa

La notizia del giorno proveniente dagli Stati Uniti in grado di scaldare gli animi e scatenare la tifoseria è la decisione della Corte Suprema in materia di interruzione di gravidanza. Problema mal posto. I giudici hanno in realtà sentenziato sulla istituzione di competenza a trattare dell’argomento, così come hanno deciso in analogia sul problema della detenzione personale delle armi. Una questione politica dirimente, molto più divisiva e sostanziale che investe la natura federale degli Stati Uniti. Si tratta quindi di un tema continuamente presente sin dalle origini nel confronto politico di quel paese e che nelle fasi di transizione assume toni conflittuali estremi. E’ uno dei temi che dividono gli Stati Uniti in maniera violenta anche in questi ultimi anni e che è alla base del sorgere e della affermazione del movimento di Trump. La commissione di inchiesta sui fatti del 6 gennaio al Campidoglio ne diventa il corollario quasi obbligato. I dilemmi sulle strategie in politica estera e sulle politiche economiche-sociali in una formazione sociale così polarizzata e squilibrata sono l’humus che alimenta e accende questa diatriba endemica nel corso di questi tre secoli. Chiavi interpretative che consentono di superare il gossip al quale ci sta abituando da anni una stampa istituzionale mai così faziosa e superficiale. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Stati Uniti! Il nuovo che avanza, il vecchio che annaspa_con Gianfranco Campa

Negli Stati Uniti il dibattito sul confronto geopolitico con la Russia in Ucraina sta coinvolgendo sempre più gli analisti e i decisori; non ha ancora coinvolto seriamente l’opinione pubblica. Diventerà centrale se e quando le implicazioni della sua conduzione appariranno più chiaramente nella economia e nella vita quotidiana degli americani; tanto più che ad essa si aggiungeranno gli enormi squilibri e paradossi creati dal dogmatismo ambientalista e dalla politica di conversione energetica. Un cumulo di contraddizioni che sta preparando le condizioni per una tempesta perfetta. Le prime vittime designate sono i paesi della Unione Europea. Gli Stati Uniti partono comunque da una posizione migliore ed ancora recuperabile, ma rischiano di seguire la stessa direzione se all’acceso confronto politico non dovesse corrispondere una effettiva svolta politica. In questo scenario stiamo assistendo ad un radicale ricambio del ceto politico del Partito Repubblicano e a un ceto politico democratico, per lo più attempato, aggrappato disperatamente alle leve di potere. Il punto di approdo risolutivo saranno le elezioni presidenziali del 2024; in funzione di quella scadenza procede la trappola giudiziaria tesa a liquidare definitivamente Donald Trump. Non è detto che l’eventuale successo della trama, si risolva favorevolmente per le cariatidi attualmente sulla scena. Sarebbe un colpo terribile per gli orfanelli smarriti in Europa. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

 

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Capi, plenipotenziari e luogotenenti, a cura di Giuseppe Germinario

La chiosa all’intervento di Putin, tradotto in calce, inizia con la dichiarazione inquietante, parte di una intervista al Corriere della Sera del 18 giugno, di un certo Pavlo Klimkin, già  oscuro Ministro del Governo Poroshenko e ambasciatore ucraino in Germania, nonché negoziatore degli accordi di Minsk: «Non voglio spaventare nessuno, ma sento che si avvicina il momento in cui le emozioni della guerra traboccheranno anche all’estero. Nel vostro Paese, ad esempio, ci sono migliaia di ucraini e anche di russi. Temo che ci saranno conflitti, personali e non. Succederà. È meglio prepararsi». Affermazioni invece che devono essere colte nel loro significato allusivo e “spaventare”. Potrebbe sembrare una delle tante rodomontate cui ci hanno abituato i dirigenti ucraini, se non fosse per i riscontri sempre più frequenti nella vita reale. 

Risse e minacce ai meno entusiasti del sostegno al regime ucraino e ai russi residenti in Italia; una sicumera tale che gli aiuti e i sostegni diventano pretese gratuite. Del resto gli ucraini sono stati eletti dalla nostra commissaria i nuovi templari a difesa della Unione Europea e della democrazia; qualche obolo bisognerà pure riconoscere al merito. Solo che questo obolo arriva a costare ormai 5 miliardi di euri al mese solo per mantenere una nazione in guerra e costerà oltre 600 miliardi di euri per una ricostruzione a spese dell’Europa, ma determinata dalle politiche provocatorie ed avventuriste statunitensi. Le prime reazioni della gente alla sicumera imperante cominciano ad affiorare con gli sfratti di nuclei ucraini ospitati da famiglie inglesi e francesi con scarsa riconoscenza e cura degli occupanti, diciamo così, delle suppellettili; con l’improvvisa cancellazione del Governo Polacco di quasi ogni forma di sostegno assistenziale ai rifugiati. Onde prevenire le scontate ed indignate, pelose critiche di razzismo, non si tratta di accusare certo la genìa di un popolo, quanto di stigmatizzare la politica “compassionevole” di accettazione a buon mercato fatta di concessioni agevolate ed approssimative di cittadinanza (vedi circolari del Ministero degli Interni), di promozioni gratuite a scuola (disposizioni del Ministero della Istruzione) e quant’altro tende a creare un atteggiamento di pretese piuttosto che di integrazione in una comunità civile. Gli Stati Uniti, la UE e gli stati europei non stanno sostenendo il popolo ucraino; stanno puntellando un regime nemico di quel popolo, apertamente nei confronti di una parte, in maniera subdola verso l’altra; tale compagine é disposta a sacrificare sino alla morte la propria gente per interessi prosaici inseriti in una economia di guerra e perché preda di un nazionalismo astratto e fanatico che per reggersi deve consegnarsi mani e piedi allo straniero. Sono dinamiche già viste in questi ultimi due secoli in quell’area e in quel vasto campionario di repubbliche delle banane conosciuto in America Latina e in Africa. Dinamiche che ridurranno il popolo ucraino superstite a diventare plebe e riserva di mercenari buoni a tutti gli usi dentro e fuori il loro paese, in un contesto europeo in cui le bande più o meno organizzate proliferano già nelle periferie; ucraini senza nemmeno la effettiva disponibilità della loro terra e delle poche competenze tecnologiche mantenute ed acquisite nella terra di nessuno delle biotecnologie, dell’informatica e degli armamenti. Simili dichiarazioni non devono passare sotto silenzio. Mettono in piena luce la imperterrita coerenza del nostro Presidente del Consiglio, nonché plenipotenziario, nonché secondino e segugio dei possibili trasgressori europei ai dictat della componente più oltranzista dei decisori statunitensi. Altrettanto ostinato e ligio come Zelenski, ma molto meno convincente nella recitazione. Altrettanto disposto a dissestare e sconvolgere il paese che governa, non solo in occasione del conflitto ucraino, ma sempre meno credibile nella capacità di ammantare il disastro e il suicidio con l’aura di valori e principi inossidabili e inoppugnabili. Dotato però di una visione più ampia; ancora più disposto di Zelenski ad estendere la logica della geopolitica ucraina ai paesi dei Balcani, con la spinta alla loro inclusione accelerata nella UE. Un modo per introdurre ulteriori situazioni di conflitto civile all’interno della istituzione europea e per ridurre ulteriormente la UE ad appendice e clone della NATO. Sarà forse l’età e il peso degli antefatti, la scontata ripetitività di un uomo che ha iniziato quarant’anni fa la propria brillante carriera partecipando a pieno titolo alla liquidazione del patrimonio industriale e finanziario del proprio paese e conta di concludere il proprio percorso di “statista” chiudendo definitivamente il ciclo con il totale e supino asservimento politico e degrado socio-economico. I nostri ventriloqui della “stampa e comunicazione” non vogliono capire o fingono di non capire che non è il nostro paese ad acquisire lustro e prestigio da Mario Draghi, ma è la sua figura esclusiva di plenipotenziario a farlo emergere nell’agone europeo. Ragion per cui, se qualche cambiamento ci sarà, sarà dovuto all’aspro confronto interno negli Stati Uniti. Mario Draghi prima se ne andrà, meglio sarà. E con lui la coorte di ministri, improbabili nella gran parte, di cui amava pavoneggiarsi, almeno sino a poco tempo fa. Certamente non gli mancherà, a missione conclusa, l’ennesimo riconoscimento di una giusta mercede. Lo ha ribadito del resto lui stesso più volte che non ha bisogno di mecenati italici per garantirsi un futuro dorato. L’importante è che, quantomeno, senza che ne arrivi uno peggiore, se ne vada nel silenzio sprezzante piuttosto che con gli allori e con l’aura del salvatore della patria. Un concetto del resto estraneo al suo bagaglio e che fatica addirittura ad esprimere con appropriatezza, tanto è distante dalla sua forma mentis.

Non mancherà certo qualche solerte alta istituzione pronta a conferire onorificenze nemmeno richieste. L’importante che si arrivi quantomeno ad evidenziare la solitudine del potere, “il re nudo”.

Intanto godetevi l’intervento di Putin, sperando che la sua lettura rafforzi la convinzione di dover uscire fuori, prima che sia troppo tardi, dal cappio, dal pantano e dalla tragedia in cui ci stiamo e ci stanno infilando. Ci sarà tempo per commentare il resto. Buona lettura, Giuseppe Germinario

 

Sessione plenaria del Forum economico internazionale di San Pietroburgo

Il Presidente ha partecipato alla sessione plenaria del 25° Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

17:40
San Pietroburgo

Alla sessione ha preso parte anche il Presidente della Repubblica del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev . Il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping e il presidente della Repubblica araba d’Egitto Abdel Fattah el-Sisi sono intervenuti alla sessione in videoconferenza.

Il tema di quest’anno è Nuove opportunità in un nuovo mondo.

* * *

La moderatrice della sessione plenaria Margarita Simonyan: Buon pomeriggio, o quasi sera.

Come forse saprai, abbiamo avuto un piccolo problema tecnico. Per fortuna, è stato risolto rapidamente. Siamo grati a coloro che hanno risolto questo problema.

Ringraziamo anche il pubblico.

Siamo grati al nostro leader, il presidente Vladimir Putin, per aver tradizionalmente inserito questo forum nel suo programma in modo che possa parlarci delle prospettive economiche e di altri piani.

Siamo grati al presidente Kassym-Jomart Tokayev per aver partecipato al nostro forum. Sappiamo che non è una cosa facile da fare. Grazie per supportare il nostro forum e il nostro paese. Lo apprezziamo davvero.

Avremo molte domande oggi. Alcuni potrebbero non piacerti e potrei non essere felice di chiederne alcuni. Saremmo molto più felici di parlare solo di cose buone, ma questo è impossibile oggi.

Signor Presidente, vorrei chiederle di prendere posizione e di dirci cosa c’è in serbo per tutti noi. Grazie.

Presidente della Russia Vladimir Putin: Grazie mille. Presidente Tokayev, amici e colleghi,

Saluto tutti i partecipanti e gli ospiti del 25° Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Si svolge in un momento difficile per la comunità internazionale in cui l’economia, i mercati e gli stessi principi del sistema economico globale hanno subito un duro colpo. Molte catene commerciali, industriali e logistiche, dislocate dalla pandemia, sono state sottoposte a nuovi test. Inoltre, nozioni aziendali fondamentali come la reputazione aziendale, l’inviolabilità della proprietà e la fiducia nelle valute globali sono state gravemente danneggiate. Purtroppo, sono stati indeboliti dai nostri partner occidentali, che lo hanno fatto deliberatamente, per il bene delle loro ambizioni e al fine di preservare obsolete illusioni geopolitiche.

Oggi, la nostra – quando dico “nostra”, intendo la leadership russa – la nostra visione della situazione economica globale. Vorrei parlare in modo più approfondito delle azioni che la Russia sta intraprendendo in queste condizioni e di come intende svilupparsi in queste circostanze che cambiano dinamicamente.

Quando ho parlato al Forum di Davos un anno e mezzo fa, ho anche sottolineato che l’era di un ordine mondiale unipolare è giunta al termine. Voglio iniziare con questo, perché non c’è modo di aggirarlo. Questa era è finita nonostante tutti i tentativi di mantenerla e preservarla a tutti i costi. Il cambiamento è un processo naturale della storia, poiché è difficile conciliare la diversità delle civiltà e la ricchezza delle culture del pianeta con stereotipi politici, economici o di altro tipo: qui non funzionano, sono imposti da un centro in modo approssimativo e maniera senza compromessi.

Il difetto è nel concetto stesso, poiché il concetto afferma che esiste un potere, sebbene forte, con una cerchia ristretta di stretti alleati o, come si suol dire, paesi con accesso garantito e tutte le pratiche commerciali e le relazioni internazionali, quando è convenienti, sono interpretati esclusivamente nell’interesse di questo potere. Essenzialmente funzionano in una direzione in un gioco a somma zero. Un mondo costruito su una dottrina di questo tipo è decisamente instabile.

Dopo aver dichiarato la vittoria nella Guerra Fredda, gli Stati Uniti si proclamarono messaggeri di Dio sulla Terra, senza alcun obbligo e solo interessi dichiarati sacri. Sembrano ignorare il fatto che negli ultimi decenni si sono formati nuovi centri potenti e sempre più assertivi. Ciascuno di essi sviluppa il proprio sistema politico e le proprie istituzioni pubbliche secondo il proprio modello di crescita economica e, naturalmente, ha il diritto di proteggerli e di assicurare la sovranità nazionale.

Si tratta di processi oggettivi e di vere e proprie trasformazioni tettoniche rivoluzionarie nella geopolitica, nell’economia globale e nella tecnologia, nell’intero sistema delle relazioni internazionali, dove il ruolo di paesi e regioni dinamici e potenzialmente forti è in sostanziale crescita. Non è più possibile ignorare i loro interessi.

Per ribadire, questi cambiamenti sono fondamentali, rivoluzionari e rigorosi. Sarebbe un errore presumere che in un momento di cambiamento turbolento, si possa semplicemente lasciar perdere o aspettare che tutto ritorni in carreggiata e diventi quello che era prima. Non lo farà.

Tuttavia, l’élite dominante di alcuni stati occidentali sembra nutrire questo tipo di illusioni. Si rifiutano di notare le cose ovvie, aggrappandosi ostinatamente alle ombre del passato. Ad esempio, sembrano credere che il predominio dell’Occidente nella politica e nell’economia globali sia un valore immutabile ed eterno. Niente dura per sempre.

I nostri colleghi non stanno solo negando la realtà. Più di quello; stanno cercando di invertire il corso della storia. Sembrano pensare nei termini del secolo scorso. Sono ancora influenzati dalle proprie idee sbagliate sui paesi al di fuori del cosiddetto “miliardo d’oro”: considerano tutto un ristagno, o il loro cortile. Li trattano ancora come colonie, e le persone che ci vivono, come persone di seconda classe, perché si considerano eccezionali. Se sono eccezionali, significa che tutti gli altri sono di seconda categoria.

In tal modo, l’irrefrenabile urgenza di punire, di schiacciare economicamente chiunque non si adatti al mainstream, non vuole obbedire ciecamente. Inoltre, impongono crudamente e spudoratamente la loro etica, le loro opinioni sulla cultura e le idee sulla storia, a volte mettendo in discussione la sovranità e l’integrità degli stati e minacciando la loro stessa esistenza. Basti ricordare cosa è successo in Jugoslavia, Siria, Libia e Iraq.

Se uno stato “ribelle” non può essere soppresso o pacificato, cercano di isolare quello stato, o “cancellarlo”, per usare il loro termine moderno. Tutto va bene, anche lo sport, le Olimpiadi, i divieti di cultura e capolavori d’arte solo perché i loro creatori vengono dal Paese “sbagliato”.

Questa è la natura dell’attuale ciclo di russofobia in Occidente e delle folli sanzioni contro la Russia. Sono pazzi e, direi, sconsiderati. Non hanno precedenti nel numero di essi o nel ritmo con cui l’Occidente li sforna.

L’idea era chiara come il giorno: si aspettavano di schiacciare improvvisamente e violentemente l’economia russa, di colpire l’industria, la finanza e il tenore di vita delle persone della Russia distruggendo catene commerciali, richiamando con la forza le società occidentali dal mercato russo e congelando i beni russi.

Questo non ha funzionato. Ovviamente, non ha funzionato; non è successo. Gli imprenditori e le autorità russe hanno agito in modo raccolto e professionale e i russi hanno mostrato solidarietà e responsabilità.

Passo dopo passo, normalizzeremo la situazione economica. Abbiamo stabilizzato i mercati finanziari, il sistema bancario e la rete commerciale. Ora siamo impegnati a saturare l’economia con liquidità e capitale circolante per mantenere il funzionamento stabile di imprese e aziende, occupazione e posti di lavoro.

Le terribili previsioni per le prospettive dell’economia russa, che erano state fatte all’inizio della primavera, non si sono concretizzate. È chiaro perché questa campagna di propaganda è stata alimentata e sono state fatte tutte le previsioni del dollaro a 200 rubli e il crollo della nostra economia. Questo era e rimane uno strumento in una lotta per l’informazione e un fattore di influenza psicologica sulla società russa e sui circoli economici interni.

Per inciso, alcuni dei nostri analisti hanno ceduto a questa pressione esterna e hanno basato le loro previsioni sull’inevitabile crollo dell’economia russa e su un critico indebolimento della valuta nazionale, il rublo.

La vita reale ha smentito queste previsioni. Tuttavia, vorrei sottolineare che per continuare ad avere successo, dobbiamo essere esplicitamente onesti e realistici nel valutare la situazione, essere indipendenti nel giungere a conclusioni e, naturalmente, avere uno spirito positivo, il che è molto importante. Siamo persone forti e possiamo affrontare qualsiasi sfida. Come i nostri predecessori, possiamo risolvere qualsiasi compito. L’intera storia millenaria del nostro Paese lo conferma.

In soli tre mesi dall’imponente pacchetto di sanzioni, abbiamo soppresso i picchi dei tassi di inflazione. Come sapete, dopo aver raggiunto il picco del 17,8 per cento, l’inflazione ora si attesta al 16,7 per cento e continua a scendere. Questa dinamica economica si sta stabilizzando e le finanze statali sono ora sostenibili. Confronterò questo con altre regioni più avanti. Sì, anche questa cifra è troppo per noi: il 16,7 percento è un’inflazione elevata. Dobbiamo e lavoreremo su questo e, ne sono certo, otterremo un risultato positivo.

Dopo i primi cinque mesi di quest’anno, il bilancio federale ha un avanzo di 1,5 trilioni di rubli e il bilancio consolidato – un avanzo di 3,3 trilioni di rubli. Solo a maggio, l’eccedenza del bilancio federale ha raggiunto quasi mezzo trilione di rubli, superando di oltre quattro volte la cifra di maggio 2021.

Oggi, il nostro compito è creare le condizioni per costruire la produzione e aumentare l’offerta nel mercato interno, nonché ripristinare la domanda e il finanziamento bancario nell’economia in proporzione alla crescita dell’offerta.

Ho accennato al fatto che abbiamo adottato misure per ristabilire le attività fluttuanti delle società. Nella maggior parte dei settori, le imprese hanno ricevuto il diritto di sospendere i premi assicurativi per il secondo trimestre dell’anno. Le aziende industriali hanno ancora più opportunità: potranno ritardarle anche nel terzo trimestre. In effetti, questo è come ottenere un prestito senza interessi dallo stato.

In futuro, le aziende non dovranno pagare i premi assicurativi ritardati in un unico pagamento. Potranno pagarli in rate uguali in 12 mesi, a partire da giugno del prossimo anno.

Prossimo. Da maggio il tasso del mutuo agevolato è stato ridotto. Ora è del 9 per cento, mentre il programma è stato prorogato fino alla fine dell’anno. Come ho già detto, il programma mira ad aiutare i russi a migliorare la loro situazione abitativa, sostenendo nel contempo l’industria dell’edilizia domestica e le industrie correlate che danno lavoro a milioni di persone.

Dopo il picco di questa primavera, i tassi di interesse sono gradualmente scesi, poiché la Banca centrale ha abbassato il tasso di riferimento. Credo che ciò consenta di ridurre ulteriormente al 7 per cento il tasso del mutuo agevolato.

Cosa è importante qui? Il programma durerà fino alla fine dell’anno senza modifiche. Significa che i nostri concittadini russi che cercano di migliorare le loro condizioni di vita dovrebbero approfittare del sussidio entro la fine dell’anno.

Anche il limite di prestito non cambierà, a 12 milioni di rubli per Mosca e San Pietroburgo e 6 milioni per il resto della Russia.

Vorrei aggiungere che dobbiamo rendere più accessibili i prestiti a lungo termine alle imprese. L’attenzione deve spostarsi dai sussidi di bilancio per le imprese ai prestiti bancari come mezzo per stimolare l’attività imprenditoriale.

Abbiamo bisogno di supportare questo. Assegneremo 120 miliardi di rubli dal National Wealth Fund per aumentare la capacità della VEB Project Financing Factory. Ciò fornirà prestiti aggiuntivi per iniziative e progetti tanto necessari per un valore di circa mezzo trilione di rubli.

Colleghi,

Ancora una volta, la guerra lampo economica contro la Russia era destinata a fallire fin dall’inizio. Le sanzioni come arma si sono rivelate negli ultimi anni un’arma a doppio taglio, danneggiando i loro sostenitori e architetti solo molto, se non di più.

Non sto parlando delle ripercussioni che vediamo chiaramente oggi. Sappiamo che i leader europei in modo informale, per così dire, di nascosto, discutono della possibilità molto preoccupante che le sanzioni vengano comminate non alla Russia, ma a qualsiasi nazione indesiderabile e, in definitiva, a chiunque, comprese l’UE e le società europee.

Finora non è così, ma i politici europei hanno già assestato un duro colpo alle loro economie da soli. Vediamo che i problemi sociali ed economici peggiorano in Europa, e anche negli Stati Uniti, i prezzi di cibo, elettricità e carburante aumentano, con la qualità della vita in Europa in calo e le aziende che perdono il loro vantaggio sul mercato.

Secondo gli esperti, le perdite dirette e calcolabili dell’UE dovute alla febbre delle sanzioni potrebbero superare i 400 miliardi di dollari quest’anno. Questo è il prezzo delle decisioni che sono lontane dalla realtà e contraddicono il buon senso.

Queste spese ricadono direttamente sulle spalle delle persone e delle aziende nell’UE. Il tasso di inflazione in alcuni paesi dell’Eurozona ha superato il 20%. Ho menzionato l’inflazione in Russia, ma i paesi dell’Eurozona non stanno conducendo operazioni militari speciali, eppure il tasso di inflazione in alcuni di essi ha raggiunto il 20%. Anche l’inflazione negli Stati Uniti è inaccettabile, la più alta degli ultimi 40 anni.

Naturalmente, anche l’inflazione in Russia è finora a doppia cifra. Tuttavia, abbiamo adeguato le prestazioni sociali e le pensioni all’inflazione e aumentato i salari minimi e di sussistenza, proteggendo così i gruppi più vulnerabili della popolazione. Allo stesso tempo, gli alti tassi di interesse hanno aiutato le persone a mantenere i propri risparmi nel sistema bancario russo.

Gli uomini d’affari sanno, ovviamente, che un tasso chiave elevato rallenta chiaramente lo sviluppo economico. Ma nella maggior parte dei casi è un vantaggio per le persone. Hanno reinvestito una notevole quantità di denaro nelle banche a causa dei tassi di interesse più elevati.

Questa è la nostra principale differenza rispetto ai paesi dell’UE, dove l’aumento dell’inflazione sta riducendo direttamente i redditi reali delle persone e divorando i loro risparmi, e le attuali manifestazioni della crisi colpiscono soprattutto i gruppi a basso reddito.

Le crescenti spese delle società europee e la perdita del mercato russo avranno effetti negativi duraturi. L’ovvio risultato di ciò sarà la perdita di competitività globale e un calo a livello di sistema del ritmo di crescita delle economie europee negli anni a venire.

Nel complesso, ciò aggraverà i problemi profondi delle società europee. Sì, abbiamo anche molti problemi, ma ora devo parlare dell’Europa perché puntano il dito contro di noi anche se hanno già abbastanza dei loro problemi. Ne ho parlato a Davos. Un risultato diretto delle azioni e degli eventi dei politici europei quest’anno sarà l’ulteriore crescita della disuguaglianza in questi paesi, che, a sua volta, dividerà ancora di più le loro società, e il punto in questione non è solo il benessere, ma anche l’orientamento al valore dei vari gruppi in queste società.

In effetti, queste differenze vengono soppresse e spazzate via sotto il tappeto. Francamente, le procedure democratiche e le elezioni in Europa e le forze che salgono al potere sembrano un fronte, perché partiti politici quasi identici vanno e vengono, mentre in fondo le cose rimangono le stesse. I reali interessi delle persone e delle imprese nazionali vengono spinti sempre più alla periferia.

Tale disconnessione dalla realtà e dalle esigenze della società porterà inevitabilmente a un’ondata di populismo e movimenti estremisti e radicali, a grandi cambiamenti socioeconomici, al degrado ea un cambiamento delle élite nel breve termine. Come puoi vedere, le feste tradizionali perdono sempre. Nuove entità stanno venendo a galla, ma hanno poche possibilità di sopravvivenza se non sono molto diverse da quelle esistenti.

I tentativi di mantenere le apparenze e le chiacchiere sui presunti costi accettabili in nome della pseudo-unità non possono nascondere la cosa principale: l’Unione Europea ha perso la sua sovranità politica, e le sue élite burocratiche stanno ballando al ritmo di qualcun altro, facendo di tutto raccontato dall’alto e danneggiando la propria gente, le economie e le imprese.

Ci sono altre questioni di fondamentale importanza qui. Il peggioramento della situazione economica mondiale non è uno sviluppo recente. Ora esaminerò le cose che ritengo estremamente importanti. Quello che sta succedendo ora non deriva da quello che è successo in questi mesi, ovviamente no. Inoltre, non è il risultato dell’operazione militare speciale condotta dalla Russia nel Donbass. Dirlo è una distorsione deliberata e non nascosta dei fatti.

L’aumento dell’inflazione nei mercati dei prodotti e delle materie prime era diventato un dato di fatto molto prima degli eventi di quest’anno. Il mondo è stato trascinato in questa situazione, a poco a poco, da molti anni di politiche macroeconomiche irresponsabili perseguite dai paesi del G7, comprese l’emissione incontrollata e l’accumulo di debito non garantito. Questi processi si sono intensificati con l’inizio della pandemia di coronavirus nel 2020, quando l’offerta e la domanda di beni e servizi sono diminuite drasticamente su scala globale.

Questo fa sorgere la domanda: cosa c’entra la nostra operazione militare nel Donbass con questo? Niente di niente.

Poiché non potevano o non volevano escogitare altre ricette, i governi delle principali economie occidentali hanno semplicemente accelerato le loro macchine per la stampa di denaro. Un modo così semplice per compensare deficit di bilancio senza precedenti.

Ho già citato questa cifra: negli ultimi due anni, l’offerta di moneta negli Stati Uniti è cresciuta di oltre il 38 per cento. In precedenza, un aumento simile richiedeva decenni, ma ora è cresciuto del 38 percento o 5,9 trilioni di dollari in due anni. In confronto, solo pochi paesi hanno un prodotto interno lordo maggiore.

Anche l’offerta di moneta dell’UE è aumentata notevolmente in questo periodo. È cresciuto di circa il 20 percento, ovvero 2,5 trilioni di euro.

Ultimamente ho sentito parlare sempre di più dei cosiddetti – mi scusi, non mi piacerebbe davvero farlo qui, nemmeno menzionare il mio nome a questo proposito, ma non posso farne a meno – tutti sentiamo parlare di così -chiamata ‘inflazione Putin’ in Occidente. Quando vedo questo, mi chiedo chi si aspettano comprerebbe queste sciocchezze – persone che non sanno leggere o scrivere, forse. Chiunque sia abbastanza alfabetizzato da leggere capirebbe cosa sta realmente accadendo.

Russia, le nostre azioni per liberare il Donbass non hanno assolutamente nulla a che fare con questo. L’aumento dei prezzi, l’accelerazione dell’inflazione, la carenza di cibo e carburante, benzina e problemi nel settore energetico sono il risultato di errori a livello di sistema che l’attuale amministrazione statunitense e la burocrazia europea hanno commesso nelle loro politiche economiche. Ecco dove sono le ragioni, e solo lì.

Citerò anche la nostra operazione: sì, potrebbe aver contribuito alla tendenza, ma la causa principale è proprio questa: le loro politiche economiche errate. In effetti, l’operazione che abbiamo lanciato nel Donbass è un’ancora di salvezza a cui stanno afferrando per poter incolpare i propri errori di calcolo sugli altri, in questo caso, sulla Russia. Ma chiunque abbia almeno completato la scuola primaria capirebbe le vere ragioni della situazione odierna.

Quindi, hanno stampato più soldi, e poi? Dove sono finiti tutti i soldi? È stato ovviamente utilizzato per pagare beni e servizi al di fuori dei paesi occidentali: è qui che scorreva il denaro appena stampato. Hanno letteralmente iniziato a ripulire, a spazzare via i mercati globali. Naturalmente nessuno ha pensato agli interessi degli altri Stati, compresi quelli più poveri. Sono rimasti con gli scarti, come si suol dire, e anche quello a prezzi esorbitanti.

Se a fine 2019 le importazioni di merci verso gli Stati Uniti ammontavano a circa 250 miliardi di dollari al mese, ora sono cresciute a 350 miliardi. È interessante notare che la crescita è stata del 40 per cento, esattamente in proporzione all’offerta di moneta non garantita stampata negli ultimi anni. Stampavano e distribuivano denaro e lo usavano per spazzare via le merci dai mercati di paesi terzi.

Questo è quello che vorrei aggiungere. Per molto tempo, gli Stati Uniti sono stati un grande fornitore di cibo nel mercato mondiale. Era orgoglioso, ea ragione, delle sue conquiste, della sua agricoltura e delle sue tradizioni contadine. A proposito, questo è un esempio anche per molti di noi. Ma oggi il ruolo dell’America è cambiato drasticamente. Si è trasformata da esportatore netto di cibo in importatore netto. In parole povere, sta stampando denaro e attirando flussi di merci, acquistando prodotti alimentari in tutto il mondo.

L’Unione europea sta accumulando importazioni ancora più velocemente. Ovviamente, un così forte aumento della domanda che non è coperta dall’offerta di beni ha innescato un’ondata di carenze e inflazione globale. È qui che ha origine questa inflazione globale. Negli ultimi due anni, praticamente tutto – materie prime, beni di consumo e in particolare prodotti alimentari – è diventato più costoso in tutto il mondo.

Sì, certo, questi paesi, compresi gli Stati Uniti, continuano a importare merci, ma l’equilibrio tra esportazioni e importazioni è stato invertito. Credo che le importazioni superino le esportazioni di circa 17 miliardi. Questo è l’intero problema.

Secondo le Nazioni Unite, nel febbraio 2022 l’indice dei prezzi dei generi alimentari era del 50% più alto rispetto a maggio 2020, mentre l’indice delle materie prime composite è raddoppiato in questo periodo.

Sotto la nuvola dell’inflazione, molti paesi in via di sviluppo si pongono una buona domanda: perché scambiare beni con dollari ed euro che stanno perdendo valore proprio davanti ai nostri occhi? La conclusione si suggerisce: l’economia delle entità mitiche viene inevitabilmente sostituita dall’economia dei valori reali e dei beni.

Secondo il FMI, le riserve valutarie globali sono ora a 7,1 trilioni di dollari e 2,5 trilioni di euro. Tali riserve sono svalutate ad un tasso annuo di circa l’8 per cento. Inoltre, possono essere confiscati o rubati in qualsiasi momento se agli Stati Uniti non piace qualcosa nella politica degli stati coinvolti. Penso che questa sia diventata una minaccia molto reale per molti paesi che mantengono le loro riserve di oro e valuta estera in queste valute.

Secondo le stime degli analisti, e questa è un’analisi oggettiva, inizierà una conversione delle riserve globali proprio perché non c’è spazio per esse con tali carenze. Saranno convertiti dall’indebolimento delle valute in risorse reali come cibo, materie prime energetiche e altre materie prime. Altri paesi lo faranno, ovviamente. Ovviamente, questo processo alimenterà ulteriormente l’inflazione globale del dollaro.

Per quanto riguarda l’Europa, la loro politica energetica fallita, puntando ciecamente tutto sulle energie rinnovabili e sulle forniture spot di gas naturale, che hanno causato aumenti dei prezzi dell’energia dal terzo trimestre dello scorso anno – ancora, molto prima dell’operazione nel Donbass – hanno anche esacerbato gli aumenti dei prezzi. Non abbiamo assolutamente nulla a che fare con questo. È stato a causa delle loro stesse azioni che i prezzi sono saliti alle stelle, e ora stanno ancora una volta cercando qualcuno da incolpare.

Gli errori di calcolo dell’Occidente non solo hanno influito sul costo netto di beni e servizi, ma hanno anche comportato una diminuzione della produzione di fertilizzanti, principalmente fertilizzanti azotati derivati ​​dal gas naturale. Nel complesso, i prezzi globali dei fertilizzanti sono aumentati di oltre il 70% da metà 2021 a febbraio 2022.

Sfortunatamente, al momento non ci sono condizioni che possano superare queste tendenze di prezzo. Al contrario, aggravata dagli ostacoli all’attività dei produttori di fertilizzanti russi e bielorussi e dall’interruzione della logistica di approvvigionamento, questa situazione si sta avvicinando a un punto morto.

Non è difficile prevedere sviluppi futuri. Una carenza di fertilizzanti significa un raccolto inferiore e un rischio maggiore di un mercato alimentare globale sottofornito. I prezzi saliranno ancora, il che potrebbe portare alla fame nei paesi più poveri. E sarà pienamente sulla coscienza dell’amministrazione statunitense e della burocrazia europea.

Voglio sottolineare ancora una volta: questo problema non si è presentato oggi né negli ultimi tre o quattro mesi. E di certo non è colpa della Russia, come cercano di affermare alcuni demagoghi, spostando sul nostro Paese la responsabilità dell’attuale stato di cose dell’economia mondiale.

Forse sarebbe anche bello sentire che siamo così potenti e onnipotenti da poter far esplodere l’inflazione in Occidente, negli Stati Uniti e in Europa, o che possiamo fare cose per gettare tutto nel disordine. Forse sarebbe bello sentire questo potere, se solo ci fosse della verità in esso. Questa situazione si sta preparando da anni, stimolata dalle azioni miopi di coloro che sono abituati a risolvere i propri problemi a spese di qualcun altro e che hanno fatto affidamento e fanno ancora affidamento sul meccanismo dell’emissione finanziaria per superare le offerte e attirare flussi commerciali, aumentando così deficit e provocando disastri umanitari in alcune regioni del mondo. Aggiungerò che questa è essenzialmente la stessa politica coloniale predatoria del passato, ma ovviamente in una nuova iterazione, un’edizione più sottile e sofisticata. All’inizio potresti anche non riconoscerlo.

L’attuale priorità della comunità internazionale è aumentare le consegne di cibo al mercato globale, in particolare per soddisfare le esigenze dei paesi che hanno più bisogno di cibo.

Pur garantendo la sua sicurezza alimentare interna e fornendo il mercato interno, la Russia è anche in grado di aumentare le sue esportazioni di cibo e fertilizzanti. Ad esempio, le nostre esportazioni di grano nella prossima stagione possono essere aumentate a 50 milioni di tonnellate.

Forniremo in via prioritaria i Paesi che più hanno bisogno di cibo, dove potrebbe aumentare il numero di persone che muoiono di fame, in primis i Paesi africani e il Medio Oriente.

Allo stesso tempo, ci saranno problemi lì, e non per colpa nostra. Sì, sulla carta grano, cibo e fertilizzanti russi… Per inciso, gli americani hanno adottato sanzioni sui nostri fertilizzanti e gli europei hanno seguito l’esempio. Più tardi, gli americani li hanno sollevati perché hanno visto a cosa poteva portare. Ma gli europei non si sono tirati indietro. La loro burocrazia è lenta come un mulino nel 18° secolo. In altre parole, tutti sanno che hanno fatto una cosa stupida, ma fanno fatica a tornare sui propri passi per motivi burocratici.

Come ho detto, la Russia è pronta a contribuire all’equilibrio dei mercati globali dei prodotti agricoli e vediamo che i nostri colleghi delle Nazioni Unite, consapevoli della portata del problema alimentare globale, sono pronti al dialogo. Potremmo parlare di creare normali condizioni logistiche, finanziarie e di trasporto per aumentare le esportazioni russe di cibo e fertilizzanti.

Per quanto riguarda le forniture alimentari ucraine ai mercati globali – devo menzionarlo a causa di numerose speculazioni – non le stiamo ostacolando. Possono farlo. Non abbiamo estratto i porti ucraini del Mar Nero. Possono ripulire le miniere e riprendere le esportazioni di cibo. Garantiremo la navigazione sicura delle navi civili. Nessun problema.

Ma di cosa stiamo parlando? Secondo il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, la questione riguarda 6 milioni di tonnellate di grano (lo stimiamo in 5 milioni di tonnellate) e 7 milioni di tonnellate di mais. Questo è tutto, del tutto. Poiché la produzione mondiale di grano è di 800 milioni di tonnellate, 5 milioni di tonnellate fanno poca differenza per il mercato globale, come puoi vedere.

In ogni caso, il grano ucraino può essere esportato, e non solo attraverso i porti del Mar Nero. Un’altra rotta è la Bielorussia, che è, per inciso, la via più economica. Oppure via Polonia o Romania, come preferisci. In effetti, ci sono cinque o sei rotte di esportazione.

Il problema non è con noi, il problema è con l’adeguatezza delle persone che controllano a Kiev. Possono decidere cosa fare e, almeno in questo caso particolare, non dovrebbero prendere l’iniziativa dai loro capi stranieri, i loro padroni dall’altra parte dell’oceano.

Ma c’è anche il rischio che il grano venga utilizzato come pagamento per le consegne di armi. Questo sarebbe deplorevole.

Gli amici,

Ancora una volta, il mondo sta attraversando un’era di cambiamenti drastici. Le istituzioni internazionali stanno crollando e vacillando. Le garanzie di sicurezza vengono svalutate. L’Occidente ha deciso di rifiutarsi di onorare i suoi precedenti impegni. È stato semplicemente impossibile raggiungere nuovi accordi con loro.

Date queste circostanze e in un contesto di crescenti rischi e minacce, la Russia è stata costretta a portare avanti l’operazione militare speciale. È stata una decisione difficile ma necessaria e siamo stati costretti a prenderla.

Questa è stata la decisione di un paese sovrano, che ha il diritto incondizionato di difendere la propria sicurezza, che si basa sulla Carta delle Nazioni Unite. Questa decisione mirava a proteggere il nostro popolo e gli abitanti delle repubbliche popolari del Donbass che per otto lunghi anni sono stati oggetto di genocidio da parte del regime di Kiev e dei neonazisti che godevano della piena protezione dell’Occidente.

L’Occidente non solo ha cercato di attuare uno scenario “anti-Russia”, ma si è anche impegnato nello sviluppo militare attivo del territorio ucraino, inondando l’Ucraina di armi e consiglieri militari. E continua a farlo ora. Francamente, nessuno presta attenzione all’economia o al benessere delle persone che vivono lì, semplicemente non se ne preoccupano affatto, ma non hanno mai risparmiato denaro per creare un punto d’appoggio della NATO nell’est diretto contro la Russia e coltivare aggressività, odio e russofobia.

Oggi i nostri soldati e ufficiali, così come la milizia del Donbass, stanno combattendo per proteggere la loro gente. Stanno combattendo per il futuro della Russia come paese multietnico grande, libero e sicuro che prende le proprie decisioni, determina il proprio futuro, fa affidamento sulla sua storia, cultura e tradizioni e rifiuta qualsiasi tentativo esterno di imporre pseudo-valori intrisi di disumanizzazione e degrado morale.

Senza dubbio, i nostri obiettivi delle operazioni militari speciali saranno raggiunti. La chiave di questo è il coraggio e l’eroismo dei nostri soldati, consolidata società russa, il cui sostegno dà forza e fiducia all’esercito e alla marina russi e una profonda comprensione della verità e della giustizia storica della nostra causa che è costruire e rafforzare la Russia come un forte potere sovrano.

Il mio punto è che la sovranità non può essere segmentata o frammentata nel 21 ° secolo. Le componenti della sovranità sono ugualmente importanti e si rinvigoriscono e si completano a vicenda.

Quindi, ciò che conta per noi non è solo la difesa della nostra sovranità politica e della nostra identità nazionale, ma anche il rafforzamento di tutto ciò che determina l’indipendenza economica, finanziaria, professionale e tecnologica del nostro Paese.

La struttura stessa delle sanzioni occidentali si basava sulla falsa premessa che economicamente la Russia non è sovrana ed è criticamente vulnerabile. Si sono talmente lasciati trasportare nel diffondere il mito dell’arretratezza della Russia e delle sue posizioni deboli nell’economia e nel commercio globali che, a quanto pare, hanno iniziato a crederci loro stessi.

Durante la pianificazione del loro blitzkrieg economico, non si sono accorti, hanno semplicemente ignorato i fatti reali di quanto il nostro Paese fosse cambiato negli ultimi anni.

Questi cambiamenti sono il risultato dei nostri sforzi pianificati per creare una struttura macroeconomica sostenibile, garantire la sicurezza alimentare, implementare programmi di sostituzione delle importazioni e creare il nostro sistema di pagamento, solo per citarne alcuni.

Naturalmente, le restrizioni delle sanzioni hanno creato molte sfide per il paese. Alcune aziende continuano ad avere problemi con i pezzi di ricambio. Le nostre aziende hanno perso l’accesso a molte soluzioni tecnologiche. La logistica è allo sbando.

Ma, d’altra parte, tutto questo ci apre nuove opportunità, se ne parla spesso ma è proprio così. Tutto questo è uno slancio per costruire un’economia con pieno e non parziale potenziale tecnologico, produttivo, umano e scientifico e sovranità.

Naturalmente, è impossibile risolvere all’istante una sfida così ampia. È necessario continuare a lavorare sistematicamente con uno sguardo al futuro. Questo è esattamente ciò che la Russia sta facendo attuando i suoi piani a lungo termine per lo sviluppo di rami dell’economia e il rafforzamento della sfera sociale. Le sperimentazioni in corso si limitano ad adeguare e modificare i piani senza cambiarne l’orientamento strategico.

Oggi vorrei parlare dei principi chiave su cui si svilupperà il nostro Paese, la nostra economia.

Il primo principio è l’apertura. Gli stati genuinamente sovrani sono sempre interessati a un partenariato equo ea contribuire allo sviluppo globale. Al contrario, i paesi deboli e dipendenti sono solitamente alla ricerca di nemici, alimentando la xenofobia o perdendo gli ultimi resti della loro identità e indipendenza, seguendo ciecamente la scia del loro sovrano.

La Russia non seguirà mai la strada dell’autoisolamento e dell’autarchia, anche se i nostri cosiddetti amici occidentali lo stanno letteralmente sognando. Inoltre, stiamo ampliando la cooperazione con tutti coloro che ne sono interessati, che vogliono lavorare con noi e continueranno a farlo. Ce ne sono molti. Non li elencherò a questo punto. Costituiscono la stragrande maggioranza delle persone sulla Terra. Non elencherò tutti questi paesi ora. È conoscenza comune.

Non dirò nulla di nuovo quando vi ricordo che tutti coloro che vogliono continuare a lavorare o stanno lavorando con la Russia sono soggetti a palesi pressioni da parte degli Stati Uniti e dell’Europa; arriva fino alle minacce dirette. Tuttavia, questo tipo di ricatto significa poco quando si tratta di paesi guidati da veri leader che conoscono la differenza tra i propri interessi nazionali, gli interessi della propria gente e quelli di qualcun altro.

La Russia rafforzerà la cooperazione economica con questi stati e promuoverà progetti congiunti. Allo stesso tempo, continueremo sicuramente a collaborare con le società occidentali che sono rimaste nel mercato russo nonostante la torsione del braccio senza precedenti: anche tali società esistono.

Riteniamo che lo sviluppo di un’infrastruttura di pagamento conveniente e indipendente nelle valute nazionali sia una base solida e prevedibile per approfondire la cooperazione internazionale. Per aiutare le aziende di altri paesi a sviluppare legami logistici e di cooperazione, stiamo lavorando per migliorare i corridoi di trasporto, aumentare la capacità delle ferrovie, la capacità di trasbordo nei porti dell’Artico e nella parte orientale, meridionale e in altre parti del paese, anche nel Bacini Azov-Mar Nero e Caspio: diventeranno la sezione più importante del corridoio nord-sud, che fornirà una connettività stabile con il Medio Oriente e l’Asia meridionale. Prevediamo che il traffico merci lungo questa rotta comincerà a crescere costantemente nel prossimo futuro.

Ma il commercio estero non è la nostra unica priorità. La Russia intende aumentare la cooperazione scientifica, tecnologica, culturale, umanitaria e sportiva basata sull’uguaglianza e sul rispetto reciproco tra i partner. Allo stesso tempo, il nostro Paese si adopererà per una leadership responsabile in tutte queste aree.

Il secondo principio del nostro sviluppo a lungo termine è la fiducia nella libertà imprenditoriale. Ogni iniziativa privata volta a beneficiare la Russia dovrebbe ricevere il massimo sostegno e spazio per l’attuazione.

La pandemia e gli eventi più recenti hanno confermato l’importanza della flessibilità e della libertà nell’economia. Le imprese private russe – in condizioni difficili, tra i tentativi di frenare il nostro sviluppo con qualsiasi mezzo – hanno dimostrato di poter competere sui mercati globali. Anche le imprese private dovrebbero essere accreditate per l’adattamento della Russia alle condizioni esterne in rapido cambiamento. La Russia deve garantire lo sviluppo dinamico dell’economia, naturalmente, basandosi su affari privati.

Continueremo a ridurre gli ostacoli amministrativi. Ad esempio, nel 2016-2018 abbiamo imposto una moratoria sugli audit di routine delle piccole imprese. Successivamente è stata prorogata fino al 2022. Nel 2020 questa moratoria è stata estesa alle medie imprese. Inoltre, il numero di audit non programmati è diminuito di circa quattro volte.

Non ci siamo fermati a questo e lo scorso marzo abbiamo annullato gli audit di routine per tutti gli imprenditori, indipendentemente dalle dimensioni delle loro attività, a condizione che le loro attività non mettano a rischio le persone o l’ambiente. Di conseguenza, il numero di audit di routine è diminuito di sei volte rispetto allo scorso anno.

Perché sto dando così tanti dettagli? Il punto è che dopo che è stata imposta la moratoria sugli audit, il numero delle violazioni da parte degli imprenditori – questo è stato il risultato – non è aumentato, anzi è diminuito. Ciò testimonia la maturità e la responsabilità delle imprese russe. Naturalmente, dovrebbero essere motivati ​​​​piuttosto che essere costretti a osservare regolamenti e requisiti.

Quindi, ci sono tutte le ragioni per fare un altro passo avanti radicale, ovvero abbandonare, per sempre e su base permanente, la maggior parte degli audit per tutte le imprese russe, ad eccezione di attività rischiose o potenzialmente pericolose. Tutti hanno capito da tempo che non c’era bisogno di controllare tutti senza eccezioni. Dovrebbe essere operativo un approccio orientato al rischio. Chiedo al Governo di sviluppare nei prossimi mesi i parametri specifici di tale riforma.

C’è un altro argomento molto delicato per le imprese, che oggi è diventato importante anche per la nostra sicurezza nazionale e la nostra resilienza economica. Per ridurre e ridurre al minimo ogni tipo di abuso e scappatoia per esercitare pressione sugli imprenditori, stiamo costantemente rimuovendo dal diritto penale le norme non valide che vengono applicate ai reati economici.

Lo scorso marzo è stata firmata una legge in base alla quale le cause penali fiscali contro gli imprenditori devono essere portate davanti a un tribunale solo dal servizio fiscale: non c’è altro modo. Presto sarà approvato un disegno di legge sulla riduzione dei termini di prescrizione per i reati fiscali e sul rigetto delle azioni legali per avviare un procedimento penale dopo che gli arretrati fiscali sono stati pagati.

Lavorando in modo completo, anche se prudente, dobbiamo depenalizzare un’ampia gamma di reati economici, ad esempio quelli che puniscono le imprese prive di licenza o accreditamento. Questa è una pratica controversa oggi perché i nostri partner occidentali si rifiutano illegittimamente di fornire tali licenze.

Le nostre stesse agenzie non devono da sole responsabilizzare penalmente le nostre attività per non aver fatto nulla di male. Il problema è questo, e le piccole imprese lo capiscono molto bene: se una licenza è scaduta e i partner occidentali si rifiutano di estenderla, cosa devono fare le aziende, concludere le operazioni? In nessun caso, lasciarli lavorare. Il controllo statale dovrebbe continuare, ma non dovrebbero esserci indebite interferenze negli affari.

Ha senso anche pensare di innalzare la soglia della responsabilità penale per dazi doganali non pagati e altre tasse simili. Inoltre, non abbiamo riconsiderato per molto tempo i parametri dei termini “grande” e “molto grande” perdita economica ai fini dei reati economici nonostante l’inflazione abbia accumulato il 50 per cento dal 2016. La legge ora non rispecchia le realtà e le esigenze attuali da correggere.

Occorre riconsiderare le condizioni per la detenzione degli imprenditori e per l’estensione delle indagini preliminari. Non è un segreto che queste pratiche siano state a lungo utilizzate in modo inappropriato.

Le aziende sono state costrette a cessare l’attività oa fallire anche prima che le indagini fossero terminate. Ne risente la reputazione dei proprietari e del marchio, senza dimenticare la perdita finanziaria diretta, la perdita di quote di mercato e di posti di lavoro.

Voglio chiedere alle forze dell’ordine di porre fine a queste pratiche. Chiedo inoltre al Governo e alla Corte Suprema di redigere una legislazione adeguata entro il 1° ottobre di quest’anno.

Inoltre, presso il Consiglio di sicurezza, è stata impartita un’istruzione speciale per esaminare le cause penali aperte senza procedere successivamente in tribunale. Il numero di tali casi è cresciuto negli ultimi anni. Conosciamo le ragioni. Un caso viene spesso aperto senza motivi sufficienti o per esercitare pressioni sui singoli. Ne discuteremo in autunno per intraprendere un’azione legislativa e cambiare il modo in cui lavorano le nostre forze dell’ordine.

Inutile dire che i governi regionali svolgono un ruolo importante nella creazione di un ambiente imprenditoriale moderno. Come è consuetudine durante il Forum di San Pietroburgo, sottolineo le regioni che hanno compiuto progressi significativi nelle classifiche nazionali di investimento sul clima compilate dall’Agenzia per le iniziative strategiche.

Ci sono stati cambiamenti nei primi tre. Mosca e Tatarstan sono rimaste al vertice e sono state raggiunte dalla Regione di Mosca che, nell’arco di un anno, è passata dall’ottavo posto alle prime tre. I leader della classifica includono anche le regioni di Tula, Nizhny Novgorod, Tyumen, Novgorod e Sakhalin, San Pietroburgo e Bashkortostan.

Separatamente, vorrei evidenziare le regioni che hanno fatto i progressi maggiori come la Regione di Kurgan, che è salita di 36 posizioni; il Territorio di Perm e il Territorio dell’Altai, in rialzo di 26 posizioni; Inguscezia, fino a 24 punti; e la regione di Ivanovo che è salita di 17 posizioni.

Voglio ringraziare e congratularmi con i nostri colleghi nelle regioni per l’ottimo lavoro svolto.

Il governo federale e i governi regionali e municipali dovrebbero concentrarsi sul sostegno alle iniziative imprenditoriali individuali nelle piccole città e nelle remote comunità rurali. Siamo consapevoli di tali storie di successo. Ciò include lo sviluppo di software popolari e la commercializzazione di alimenti biologici prodotti localmente e prodotti rispettosi dell’ambiente a livello nazionale utilizzando siti Web nazionali.

È importante creare nuove opportunità, introdurre formati di vendita al dettaglio moderni, comprese le piattaforme di e-commerce, come ho detto sopra, e ridurre la logistica, i trasporti e altri costi, anche utilizzando uffici postali russi aggiornati.

È anche importante aiutare i dipendenti delle piccole imprese, i lavoratori autonomi e gli imprenditori in fase di avvio ad acquisire abilità e competenze aggiuntive. Si prega di includere misure corrispondenti adattate specificamente alle piccole città e alle aree rurali e remote come linea separata nel progetto nazionale per la promozione delle piccole e medie imprese.

Oggi vorrei rivolgermi ai nostri funzionari, proprietari di grandi aziende, ai nostri dirigenti e dirigenti aziendali.

Colleghi, amici,

Un successo reale e stabile, un senso di dignità e rispetto di sé si ottengono solo quando colleghi il tuo futuro e il futuro dei tuoi figli con la tua Patria. Abbiamo mantenuto legami con molte persone per molto tempo e sono consapevole dei sentimenti di molti dei capi e dei proprietari delle nostre aziende. Mi hai detto molte volte che il business è molto più di un semplice profitto, e sono pienamente d’accordo. Si tratta di cambiare la vita intorno a te, di contribuire allo sviluppo delle tue città, delle regioni e del paese nel suo insieme, il che è estremamente importante per la realizzazione personale. Non c’è niente come servire le persone e la società. Questo è il senso della tua vita e del tuo lavoro.

Gli ultimi avvenimenti hanno ribadito quello che ho sempre detto: a casa sta molto meglio. Coloro che si sono rifiutati di ascoltare quel chiaro messaggio hanno perso centinaia di milioni, se non miliardi di dollari in Occidente, in quello che sembrava un rifugio sicuro per i loro beni.

Vorrei dire ancora una volta quanto segue ai nostri colleghi, sia quelli che sono in questo pubblico che quelli che non sono qui: per favore, non cadete di nuovo nella stessa trappola. Il nostro paese ha un potenziale enorme e ci sono compiti più che sufficienti che richiedono il tuo contributo. Investi qui, nella creazione di nuove imprese e posti di lavoro, nello sviluppo delle infrastrutture turistiche, nel sostegno a scuole, università, sanità e sociale, cultura e sport. So che molti di voi lo stanno facendo. Lo so, ma volevo ripeterlo.

È così che le famiglie Bakhrushin, Morozov, Shchukin, Ryabushinsky, Akchurin, Galeyev, Apanayev, Matsiyev, Mamontov, Tretyakov, Arsanov, Dadashev e Gadzhiyev hanno compreso la loro nobile missione. Molte famiglie di mercanti e imprenditori russi, tartari, buriati, ceceni, daghestani, yakutiani, osseti, ebrei, armeni e altre famiglie non hanno privato i loro eredi della loro quota dovuta, e allo stesso tempo hanno inciso i loro nomi nella storia del nostro paese.

Per inciso, vorrei sottolineare ancora una volta che resta da vedere cosa è più importante per i potenziali eredi: denaro e proprietà o il buon nome dei loro antenati e il servizio al paese. Quest’ultimo è qualcosa che non può essere sperperato o, perdonate il mio linguaggio, sprecato per bere.

Un buon nome è qualcosa che apparterrà sempre ai tuoi discendenti, alle generazioni future. Farà sempre parte delle loro vite, passare da una generazione all’altra, aiutarli e renderli più forti di quanto il denaro o la proprietà che potrebbero ereditare possano renderli.

Colleghi,

Una politica macroeconomica responsabile ed equilibrata è il terzo principio guida del nostro sviluppo a lungo termine. In effetti, questa politica ci ha ampiamente consentito di resistere alla pressione senza precedenti esercitata dalle sanzioni. Consentitemi di ribadire che questa è una politica essenziale a lungo termine, non solo per rispondere alle sfide attuali. Non seguiremo le orme dei nostri colleghi occidentali replicando la loro amara esperienza innescando una spirale inflazionistica e sconvolgendo le loro finanze.

Il nostro obiettivo è garantire una solida crescita economica per gli anni a venire, riducendo l’onere dell’inflazione sui nostri dipendenti e imprese e raggiungendo il tasso di inflazione target a medio e lungo termine del 4%. L’inflazione è stata una delle prime cose che ho menzionato durante le mie osservazioni, quindi lasciate che vi dica questo: rimaniamo impegnati a raggiungere questo obiettivo di un tasso di inflazione del quattro per cento.

Ho già incaricato il Governo di elaborare proposte in merito alle nuove linee guida di bilancio. Devono garantire che la nostra politica di bilancio sia prevedibile e ci consenta di sfruttare al meglio le condizioni economiche esterne. Perché abbiamo bisogno di tutto questo? Mettere la crescita economica su basi più stabili, realizzando al contempo le nostre infrastrutture e gli obiettivi tecnologici, che forniscono una base per migliorare il benessere delle nostre persone.

È vero, ultimamente alcune valute di riserva internazionali hanno intrapreso una strada suicida, il che è un fatto ovvio. In ogni caso, hanno chiaramente intenzioni suicide. Naturalmente, usarli per “sterilizzare” la nostra offerta di moneta non ha alcun senso. Tuttavia, il principio di pianificare la propria spesa in base a quanto si guadagna rimane rilevante. Funziona così e lo capiamo.

La giustizia sociale è il quarto principio alla base del nostro sviluppo. Ci deve essere una forte dimensione sociale quando si tratta di promuovere la crescita economica e le iniziative imprenditoriali. Questo modello di sviluppo deve ridurre la disuguaglianza invece di approfondirla, a differenza di quanto sta accadendo in altri paesi. Ad essere onesti, non siamo stati in prima linea quando si tratta di raggiungere questi obiettivi. Dobbiamo ancora risolvere molti problemi e problemi in questo senso.

Ridurre la povertà e la disuguaglianza significa creare domanda di prodotti di fabbricazione russa in tutto il paese, colmare il divario tra le regioni in termini di capacità e creare nuovi posti di lavoro dove sono più necessari. Questi sono i principali motori di sviluppo economico.

Consentitemi di sottolineare che generare uno slancio positivo in termini di crescita del reddito familiare e riduzione della povertà sono i principali indicatori di performance per le agenzie governative e lo stato in generale. Dobbiamo raggiungere risultati tangibili in questo ambito già quest’anno, nonostante tutte le sfide oggettive che dobbiamo affrontare. Ho già affidato questo compito al Governo.

Ancora una volta, forniamo un sostegno mirato ai gruppi più vulnerabili: pensionati, famiglie con bambini e persone in situazioni di vita difficili.

Le pensioni sono indicizzate annualmente ad un tasso superiore all’inflazione. Quest’anno sono stati aumentati due volte, incluso un altro 10 percento il 1 giugno.

Contestualmente è stato aumentato del 10 per cento anche il salario minimo, così come il minimo di sussistenza – una cifra di riferimento utilizzata per calcolare molte prestazioni sociali e pagamenti – di conseguenza, anche queste prestazioni dovrebbero crescere, aumentando i redditi di circa 15 milioni di persone.

Negli ultimi anni abbiamo costruito un sistema olistico per sostenere le famiglie a basso reddito con bambini. Le donne hanno diritto al sostegno statale sin dalle prime fasi della gravidanza e fino al compimento dei 17 anni di età.

Il tenore di vita e la prosperità delle persone sono i fattori demografici più importanti; la situazione attuale è piuttosto impegnativa a causa di diverse ondate demografiche negative che si sono recentemente sovrapposte. Ad aprile in Russia sono nati meno di centomila bambini, quasi il 13 per cento in meno rispetto ad aprile 2020.

Chiedo al Governo di continuare a tenere sotto controllo lo sviluppo di ulteriori misure di sostegno per le famiglie con bambini. Devono essere di vasta portata e commisurati all’entità della straordinaria sfida demografica che stiamo affrontando.

Il futuro della Russia è assicurato dalle famiglie con due, tre e più figli. Pertanto, dobbiamo fare di più che fornire un sostegno finanziario diretto: dobbiamo indirizzare e indirizzare il sistema sanitario, l’istruzione e tutte le aree che determinano la qualità della vita delle persone verso i bisogni delle famiglie con bambini.

Questo problema è affrontato, tra gli altri approcci, dalle iniziative sociali nazionali, che i team regionali e l’Agenzia per le iniziative strategiche stanno attuando insieme. Quest’autunno valuteremo i risultati del loro lavoro, esamineremo e classificheremo le regioni russe in base alla qualità della vita al fine di applicare le migliori esperienze e pratiche il più ampiamente possibile in tutto il paese.

Dare priorità allo sviluppo delle infrastrutture è il quinto principio alla base della politica economica russa.

Abbiamo aumentato la spesa di bilancio diretta per l’ampliamento dei corridoi di trasporto. L’anno prossimo sarà lanciato un piano ambizioso per la costruzione e la riparazione della rete centrale autostradale federale e regionale. Almeno l’85% delle strade deve essere regolamentato entro i prossimi cinque anni.

Il prestito di bilancio infrastrutturale è un nuovo strumento ampiamente utilizzato. I prestiti sono emessi per 15 anni con un aprile del 3 per cento. Come ho detto prima, sono molto più popolari di quanto pensassimo inizialmente. Le regioni hanno molteplici progetti ben congegnati e promettenti che dovrebbero essere lanciati al più presto. Esamineremo come utilizzare questa misura di sostegno. Abbiamo discusso di questo problema ieri sera. Quello che sto dicendo è che è uno strumento affidabile.

L’aggiornamento dei servizi abitativi e dei servizi pubblici è una questione separata con un arretrato di problemi. L’industria è cronicamente sottoinvestita per un importo di 4,5 trilioni di rubli. Oltre il 40% delle reti deve essere sostituito, il che spiega la loro bassa efficienza e le grandi perdite. Circa il 3% delle reti diventa inutilizzabile ogni anno, ma non più del 2% viene sostituito, il che aggrava ulteriormente il problema ogni anno.

Propongo di consolidare le risorse e di lanciare un programma completo per il miglioramento degli alloggi e dei servizi pubblici e di sincronizzarlo con altri piani di sviluppo delle infrastrutture e di revisione degli alloggi. L’obiettivo è capovolgere la situazione e ridurre gradualmente il numero di reti datate, proprio come stiamo facendo trasferendo persone da edifici strutturalmente non sicuri o riparando strade. Discuteremo in dettaglio di alloggi e servizi pubblici e del complesso edilizio con i governatori in una riunione del Presidium del Consiglio di Stato la prossima settimana.

In una nota a parte, propongo di aumentare le risorse per finanziare progetti per creare un ambiente urbano confortevole in piccole città e insediamenti storici. Questo programma funziona bene per noi. Propongo di destinare altri 10 miliardi di rubli all’anno per questi scopi nel 2023-2024.

Assegneremo fondi aggiuntivi per rinnovare le aree urbane nel Distretto Federale dell’Estremo Oriente. Voglio che il governo destini fondi dedicati a questo scopo nell’ambito dei programmi per il prestito di bilancio delle infrastrutture e l’ammodernamento di alloggi e servizi pubblici, così come altri programmi di sviluppo.

La promozione di miglioramenti e sviluppo globali per le aree rurali è per noi una priorità assoluta. Le persone che vivono lì stanno nutrendo il paese. Ora vediamo che stanno nutrendo anche una parte importante del mondo, quindi devono vivere con comodità e dignità. A questo proposito, chiedo al governo di stanziare fondi aggiuntivi per il programma corrispondente. I dazi all’esportazione sui prodotti agricoli possono fungere da fonte di finanziamento in questo caso. Questa è una fonte di reddito permanente. Certo, possono esserci delle fluttuazioni, ma almeno questo garantisce un flusso costante di entrate.

In una nota a parte, suggerisco di ampliare i programmi di riqualificazione e modernizzazione dei centri culturali rurali, nonché dei teatri e dei musei regionali, stanziando sei miliardi di rubli per ciascuno di questi progetti nel 2023 e nel 2024.

Quello che ho appena detto sulle istituzioni culturali è qualcosa che le persone non vedono l’ora, qualcosa a cui tengono davvero. Ti faccio un esempio recente: durante la consegna delle medaglie Hero of Labor, uno dei vincitori, Vladimir Mikhailov della Yakutia, mi ha chiesto direttamente aiuto per la costruzione di un centro culturale nel suo villaggio natale. Questo è stato durante la parte della cerimonia in cui ci siamo incontrati a porte chiuse. Lo faremo sicuramente. Il fatto che le persone sollevino questo problema a tutti i livelli dimostra che sono davvero ansiose di vedere implementati questi progetti.

A questo punto, vorrei fare una nota a margine su un argomento che è particolarmente rilevante ora, dato che siamo all’inizio dell’estate, quando i russi di solito trascorrono le vacanze estive.

Ogni anno, sempre più turisti vogliono visitare gli angoli più belli del nostro Paese: parchi nazionali, oasi faunistiche e riserve naturali. Secondo le stime disponibili, quest’anno questo flusso turistico dovrebbe superare i 12 milioni di persone. È fondamentale che tutti gli organi di governo, le imprese ei turisti siano ben consapevoli di cosa possono e non possono fare in questi territori, dove possono costruire infrastrutture turistiche, e dove tale attività è severamente vietata perché mette in pericolo ecosistemi unici e fragili.

Il disegno di legge che disciplina il turismo nei territori speciali protetti e che regola civilmente tale attività è già alla Duma di Stato.

In questo contesto, vorrei richiamare la vostra attenzione sul fatto che dobbiamo elaborare in anticipo tutte le stime pertinenti e garantire che le decisioni siano equilibrate. Dobbiamo essere seri su questo.

Vorrei porre un accento particolare sulla necessità di preservare il lago Baikal. In particolare, esiste un progetto di sviluppo globale per la città di Baikalsk, che deve diventare un modello di governance municipale sostenibile ed eco-sensibile.

Non si tratta solo di sbarazzarsi degli impatti ambientali negativi accumulati dalla cellulosa e della cartiera di Baikalsk, ma anche di stabilire uno standard di vita più elevato per la città e trasformarla in una destinazione caratteristica per il turismo ambientale in Russia. Per realizzare questo progetto dobbiamo affidarci alle tecnologie più all’avanguardia e all’energia pulita.

Nel complesso, svilupperemo una tecnologia pulita per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati nell’ammodernamento ambientale degli impianti di produzione e per ridurre le emissioni pericolose, soprattutto nei grandi centri industriali. Continueremo anche a lavorare su progetti di economia a circuito chiuso, progetti verdi e conservazione del clima. Ho parlato di questi problemi in dettaglio in questo forum l’anno scorso.

Di conseguenza, il sesto principio trasversale di sviluppo che consolida il nostro lavoro è, a mio avviso, il raggiungimento di un’autentica sovranità tecnologica, creando un sistema integrale di sviluppo economico che non dipenda da istituzioni straniere quando si tratta di componenti di importanza critica. Abbiamo bisogno di sviluppare tutti gli ambiti della vita a un livello tecnologico qualitativamente nuovo senza essere semplicemente utenti di soluzioni di altri paesi. Dobbiamo disporre di chiavi tecnologiche per lo sviluppo di beni e servizi di prossima generazione.

Negli ultimi anni, abbiamo concentrato molta attenzione sulla sostituzione delle importazioni, riuscendo in una vasta gamma di settori, tra cui agricoltura, prodotti farmaceutici, apparecchiature mediche, produzione per la difesa e molti altri.

Ma dovrei sottolineare che nella nostra società si discute molto sulla sostituzione delle importazioni. E non è una panacea né una soluzione completa. Se imitiamo gli altri solo quando proviamo a sostituire le merci straniere con copie, anche se di altissima qualità, potremmo finire per recuperare costantemente il ritardo mentre dovremmo essere un passo avanti e creare le nostre tecnologie, beni e servizi competitivi che possono diventare nuovi standard globali.

Se ricordi, Sergei Korolyov non si è limitato a copiare o aggiornare localmente la tecnologia missilistica catturata. Si è concentrato sul futuro e ha proposto un piano unico per sviluppare il razzo R-7. Ha aperto la strada allo spazio per l’umanità e di fatto ha stabilito uno standard per il mondo intero, per decenni a venire.

In modo proattivo: è così che lavoravano all’epoca i fondatori di molti programmi di ricerca sovietici. E oggi, basandosi su queste basi, i nostri designer continuano a fare progressi e a mostrare il loro valore. È grazie a loro che la Russia ha armi supersoniche che non esistono in nessun altro paese. Rosatom rimane il leader nella tecnologia nucleare, sviluppando la nostra flotta di rompighiaccio a propulsione nucleare. Molte soluzioni di IA e Big Data russe sono le migliori al mondo.

Per ribadire, lo sviluppo tecnologico è un’area trasversale che definirà il decennio in corso e l’intero 21 ° secolo. Esamineremo in modo approfondito i nostri approcci per costruire un’economia basata sulla tecnologia rivoluzionaria – una tecnoeconomia – alla prossima riunione del Consiglio per lo sviluppo strategico. C’è così tanto di cui possiamo discutere. Soprattutto, molte decisioni manageriali devono essere prese nell’ambito della formazione ingegneristica e del trasferimento della ricerca all’economia reale e della fornitura di risorse finanziarie per le aziende high-tech in rapida crescita. Discuteremo anche lo sviluppo di tecnologie trasversali e lo stato di avanzamento dei progetti di trasformazione digitale nei singoli settori.

Per essere chiari, ovviamente è impossibile realizzare tutti i prodotti disponibili e non ce n’è bisogno. Tuttavia, abbiamo bisogno di possedere tecnologie critiche per poterci muovere rapidamente se dovessimo iniziare la nostra produzione di qualsiasi prodotto. Questo è ciò che abbiamo fatto quando abbiamo iniziato rapidamente a produrre vaccini contro il coronavirus e, più recentemente, abbiamo lanciato la produzione di molti altri prodotti e servizi.

Ad esempio, dopo che i partner disonesti di KamAZ hanno lasciato il mercato russo, il loro posto è stato preso da società nazionali, che forniscono parti per modelli tradizionali e persino veicoli avanzati, di trasporto e pesanti.

Il sistema di pagamento con carta Mir ha sostituito con successo Visa e MasterCard sul mercato nazionale. Sta espandendo la sua geografia e guadagnando gradualmente il riconoscimento internazionale.

Lo stabilimento di trattori di San Pietroburgo è un altro esempio calzante. Il suo ex partner straniero ha smesso di vendere motori e fornire manutenzione in garanzia. I costruttori di motori di Yaroslavl e Tutayev sono venuti in soccorso e hanno iniziato a fornire i loro motori. Di conseguenza, la produzione di macchine agricole presso lo stabilimento di trattori di San Pietroburgo ha raggiunto un livello record tra marzo e aprile. Non è diminuito, ma ha raggiunto il massimo storico.

Sono sicuro che ci saranno più pratiche positive e storie di successo.

Per ribadire, la Russia possiede il potenziale professionale, scientifico e tecnologico per sviluppare prodotti che godono di una forte domanda, inclusi elettrodomestici e attrezzature per l’edilizia, nonché attrezzature industriali e di servizio.

Il compito di oggi è aumentare le capacità e mettere prontamente in funzione le linee necessarie. Una delle questioni chiave sono condizioni di lavoro confortevoli per le aziende e la disponibilità di siti di produzione preparati.

Chiedo al Governo di presentare entro l’autunno i parametri chiave delle nuove linee guida operative per i distretti industriali. Cosa c’è di critico qui?

Primo: finanziamento. I progetti lanciati in questi cluster devono disporre di una risorsa di credito a lungo termine per un massimo di dieci anni a un tasso di interesse annuo inferiore al sette percento in rubli. Abbiamo discusso tutte queste questioni anche con le nostre agenzie economiche. Tutti erano d’accordo, quindi procederemo.

Secondo – la tassazione. I cluster devono avere un livello basso di tasse relativamente permanenti, compresi i contributi assicurativi.

Terzo: sostenere la produzione nella fase iniziale e di avvio, formando un pacchetto di ordini che include il sovvenzionamento degli acquisti di prodotti pronti da parte di tali imprese. Non è un problema facile, ma penso che potrebbero essere necessari sussidi. Sono necessari per garantire il mercato. Dobbiamo solo risolverlo.

Quarto: amministrazione semplificata che include ispezioni minime o assenti, nonché un comodo monitoraggio doganale non gravoso.

Quinto, e probabilmente il più importante, è necessario predisporre meccanismi di garanzia della domanda a lungo termine per i nuovi prodotti innovativi che stanno per entrare nel mercato. Ricordo al Governo che tali condizioni preferenziali e rispettivi distretti industriali devono essere varati già dal 1° gennaio 2023.

In una nota correlata, voglio dire che i punti di crescita industriale sia nuovi che già operativi devono attrarre le piccole imprese e coinvolgerle nella loro orbita. È fondamentale per gli imprenditori, per le piccole realtà, vedere l’orizzonte e cogliere le loro prospettive.

Pertanto, chiedo al governo insieme alla SME Corporation [Federal Corporation for the Development of Small and Medium Enterprises] e alle nostre più grandi aziende di lanciare uno strumento per contratti a lungo termine tra aziende a partecipazione statale e PMI. Ciò garantirà la domanda dei prodotti di tali imprese per anni a venire, mentre i fornitori possono assumere con sicurezza impegni per lanciare un nuovo impianto di produzione o ampliarne uno esistente per soddisfare quell’ordine.

http://en.kremlin.ru/events/president/news/68669

Tre uomini in treno, a cura di Giuseppe Germinario e di Claudio Martinotti Doria

Abbiamo appreso dai giornali della missione congiunta di Macron, Draghi e Scholz in treno verso Kiev. In questo sito abbiamo offerto una vasta testimonianza del dibattito e dei tormenti che stanno affliggendo le classi dirigenti e gli analisti statunitensi, russi e cinesi a proposito del conflitto ucraino. Esiste un angolo di mondo pervaso invece da certezze granitiche, pari solo alla scarsa consapevolezza riguardo all’inarrestabile declino cui sta scivolando. Gli unici coerenti, indefessi ed imperterriti nel proseguire a prescindere sulla loro linea di rigore morale, anche al prezzo di qualsiasi sacrificio se non proprio, delle proprie popolazioni, sono i nostri autorevoli statisti europei, nella quasi totalità. Dall’immagine l’allegra compagnia sembrerebbe in procinto di impegnarsi in un acceso confronto a briscola. La triade a capo della confraternita sembra in realtà essere stata colta da un sussulto di realismo. Pare che vogliano indurre Zelenski a più miti consigli. Ma delle due l’una:

  • hanno sbagliato direzione. Avrebbero dovuto allungare il viaggio verso Mosca per poi solcare l’Atlantico su un boat-love, destinazione Washington, le due sedi di insediamento dei veri decisori dei destini dell’Ucraina
  • sono stati in realtà mandati in avanscoperta da chi, comodamente insediato a Washington, come suo solito usa lanciare l’esca e nascondere la mano per concedersi ogni mano libera, anche nei confronti del proprio burattino a Kiev. Trattandosi di un pesce particolarmente grosso il pescatore ha appeso agli ami ben tre molluschi.

Staremo a vedere.

Nel frattempo abbiamo ricevuto da un volonteroso un dettagliato piano di pace che riflette la situazione sul campo, ma che sicuramente risulterà indigesto ad una parte dei commensali. Il buon esito dipenderà dall’afflizione da astinenza che perseguiterà sempre più uno dei due contendenti sul campo. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Ipotesi di un piano di pace che ponga fine al conflitto in Ucraina, che un ministro degli Esteri italiano serio e competente e con una visione realistica e prospettica della situazione avrebbe potuto fornire alle parti in causa.

Di Claudio Martinotti Doria

Ci sarebbero molte premesse da fare prima di enucleare seppur sinteticamente i punti della proposta del piano di pace, ma non voglio ripetermi, le ho scritte già una miriade di volte nei miei articoli precedenti, per cui mi limiterò a ripetere solo l’essenziale in poche righe.

Se questo piano di pace non fosse accettato dalla leadership ucraina (e dai loro burattinai anglosassoni e occidentali in genere) il conflitto proseguirà a tempo indeterminato. La Russia può reggerlo senza problemi (l’Ucraina no, fra breve sarà allo stremo) e se ulteriormente provocata potrebbe esserci un’escalation che ridurrebbe le infrastrutture ucraine a ruderi, le forze armate ucraine collasseranno, la miseria e penuria saranno sempre più gravi e irrimediabili, i razionamenti non saranno sufficienti e i prezzi saliranno alle stelle, la popolazione si rivolterà, ci saranno sommosse e la guerra civile esploderebbe ovunque nel paese, non solo nelle regioni del sud-ovest (perché di guerra civile si tratta). Inoltre se questo piano di pace non fosse accettato la Russia proseguirebbe nell’Operazione Militare Speciale fino a ricongiungersi con la Transnistria togliendo ogni sbocco al mare all’Ucraina distruggendo quel poco di economia residua che gli rimane. Vorrei che questo fosse chiaro.

Ecco in sintesi il piano di pace per ottenere quantomeno un “cessate il fuoco”, prolungato e controllato.

1-      L’Ucraina riconosce la Crimea come uno stato facente parte della Federazione Russa.

2-     L’Ucraina riconosce la Repubblica Popolare di Doneck e di Lugansk, nella loro estensione territoriale dell’intero Donbass, come stati facenti parte della Federazione Russa.

3-     L’Ucraina riconosce il diritto degli Oblast’ di Zaporižžja e di Cherson di aderire alla Federazione Russa se la maggioranza della popolazione manifestasse questo desiderio.

4-     L’Ucraina concederà il riconoscimento di regione autonoma, dotata di piena autonomia, con un proprio statuto e un proprio governo ai seguenti oblast’:

–          Odessa;

–          Mykolaïv;

–          Dnipropetrovs’k;

–          Kharkiv;

–          Poltava;

–          Sumy

–          Černihiv;

5-     Gli oblast’ elencati al punto precedente dovranno essere interamente e permanentemente “smilitarizzati”, nessun insediamento di Forze Armate ucraine sarà consentito, potranno operare solo le Forze dell’Ordine, in numero adeguato e non eccessivo, armate solo per le funzioni di servizio istituzionale. Non dovranno esserci depositi di armi di alcun genere, nessuna milizia territoriale a scopi bellici.

6-    Quanto contemplato al punto precedente si dovrà estendere a tutti i territori a ovest del fiume Dnepr negli oblast’ di Čerkasy e di Kiev.

7-     Mai e per nessun motivo le Forze Armate ucraine dovranno oltrepassare il fiume Dnepr in nessun punto del suo percorso, che svolgerà il ruolo di confine naturale tra l’Ucraina Occidentale e le regioni autonome smilitarizzate.

8-     L’Isola dei Serpenti nell’oblast di Odessa rimarrà sotto il controllo della Federazione Russa;

9-     A garanzia del rispetto di questo piano di pace, se e quando verrà sottoscritto dalle parti, stanzieranno in posizione strategica a ovest del fiume Dnepr, in particolare negli oblast autonomi, Forze di Pace di paesi Nato non invisi alla Federazione Russa e di paesi non facenti parte della NATO ma su mandato dell’ONU, con la stessa condizione precedente di non essere invisi alla Federazione Russa.

Per maggiori dettagli il sottoscritto rimane a disposizione.

15 giugno 2022

Cav. Dottor Claudio Martinotti Doria, Via Roma 126, 15039 Ozzano Monferrato (AL), Unione delle Cinque Terre del Monferrato,  Italy,

Email: claudio@gc-colibri.com  – Blog: www.cavalieredimonferrato.it 

Confronto USA o cooperazione cinese? Mentre l’Asia-Pacifico contempla la sua sicurezza futura, la scelta è ovvia

Mentre i capi della difesa di Stati Uniti e Cina si dirigono a Singapore per promuovere le loro strategie di sicurezza per l’Indo-Pacifico, i paesi della regione devono affrontare una scelta
Dato il loro desiderio di sviluppo e cooperazione, l’attenzione degli Stati Uniti sull’esclusività e la rivalità offre poco rispetto alla visione cinese della comprensione reciproca

Complessi cambiamenti stanno avvenendo nella sfera della sicurezza internazionale. Disordini civili in Africa e problemi regionali in Medio Oriente stanno emergendo uno dopo l’altro, mentre la guerra Russia-Ucraina mette l’Europa nell’occhio del ciclone, anche se solo pochi mesi fa molti pensavano che la guerra fosse lontana dall’Europa.

In confronto, l’Asia-Pacifico, nonostante alcune incertezze, ha mantenuto la pace e la stabilità generali, con lo sviluppo e la cooperazione che rimangono l’obiettivo principale.

Tuttavia, nel contesto dell’accelerazione delle tensioni tra le grandi potenze e della mancanza di fiducia reciproca strategica, molti sono preoccupati per quanto tempo possano durare questa pace e stabilità e lo slancio positivo che favorisce lo sviluppo.

Il Dialogo Shangri-La si terrà a Singapore questo fine settimana, tornando dopo tre anni, e la questione di come mantenere la pace e la sicurezza nell’Asia-Pacifico tornerà sotto i riflettori. Sia il ministro della Difesa cinese che il segretario alla Difesa americano parteciperanno all’incontro, che è destinato ad attirare l’attenzione di alto livello.

Il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti Lloyd Austin dovrebbe tenere un importante discorso sulla politica di difesa degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, mentre il Consigliere di Stato cinese e Ministro della Difesa Nazionale, il generale Wei Fenghe, parlerà della visione della Cina per l’ordine regionale nell’Asia-Pacifico.

Di recente abbiamo assistito a molti sviluppi sulla strategia indo-pacifica da parte dell’amministrazione Biden. Il 12 febbraio, la Casa Bianca ha emesso la sua tanto attesa strategia indo-pacifica. Ulteriori annunci – la “Dichiarazione congiunta dei leader USA-ROK”, “Dichiarazione dei leader congiunti USA-Giappone” e “Dichiarazione dei leader congiunti quad” – sono stati fatti durante la visita del presidente Joe Biden nel nord-est asiatico dal 21 al 24 maggio.

Il 26 maggio, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha tenuto un discorso alla George Washington University, delineando l’approccio dell’amministrazione alla Cina. È molto probabile che il segretario Austin esponga in modo completo la parte militare della strategia indo-pacifica degli Stati Uniti a Singapore.

Sebbene sia ancora in via di formazione, la strategia ha già una struttura chiara. Con la premessa che la Cina sia concorrente strategica degli Stati Uniti, è composta da tre pilastri.

Il primo è rafforzare le alleanze. Sulla base delle loro alleanze militari bilaterali con Giappone, Corea del Sud, Australia, Filippine e Thailandia, gli Stati Uniti sono ora concentrati su Quad e Auku. Sta anche tentando di espandere la Nato nell’Asia-Pacifico.

Il secondo è promuovere l’Indo-Pacific Economic Framework (IPEF). Nato dagli Stati Uniti, con altri 12 Stati membri fondatori, l’IPEF ignora i due quadri esistenti della regione, il Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) e l’Accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico (CPTPP).

Il terzo pilastro è intensificare l’azione militare su tutti i fronti. Gli Stati Uniti stanno mostrando i muscoli e alimentando i problemi di sicurezza nella regione attraverso le loro “operazioni di libertà di navigazione” nel Mar Cinese Meridionale, i transiti di alto profilo attraverso lo Stretto di Taiwan ed esercitazioni militari congiunte nell’Oceano Pacifico occidentale.

Questa combinazione può aiutare a difendere gli interessi egemonici degli Stati Uniti in una certa misura, ma non può in alcun modo mantenere la pace e la sicurezza regionali vantaggiose per tutti i paesi della regione.

Le alleanze militari sono di natura esclusiva, il che significa che le garanzie di sicurezza che gli Stati membri si forniscono a vicenda devono prendere di mira una terza parte. Pur salvaguardando i vantaggi in termini di sicurezza di un piccolo blocco, le alleanze militari creano rivalità non necessarie e rischiano di alimentare divisioni, scontri o persino conflitti.
Qual è lo scopo dell’iniziativa marittima indo-pacifica del Quad?
8 giugno 2022

Nel frattempo, l’IPEF è in sostanza una forma di protezionismo. Incoraggia la circolazione interna all’interno di un piccolo blocco, mettendo a repentaglio la struttura cooperativa regionale esistente, ostacolando il libero scambio e invertendo la tendenza all’integrazione regionale.

Accendere la fiamma delle questioni relative agli hotspot di sicurezza può essere visto come una creazione aperta di conflitti, aggravando le tensioni regionali e offuscando lo sviluppo della regione con pesanti oneri per la sicurezza.


L’incrociatore missilistico guidato della US Navy USS Port Royal (CG 73) attraversa il Mar Cinese Meridionale, come parte di un dispiegamento programmato nella regione, il 9 aprile 2021 Foto: Dispensa della US Navy

Dopotutto, dietro la strategia indo-pacifica degli Stati Uniti c’è una mentalità da guerra fredda che applica percezioni obsolete alla prospera Asia-Pacifico di oggi. Eppure le due guerre mondiali e la Guerra Fredda del 20° secolo sono la prova che il confronto e il conflitto possono solo portare al disastro, e un futuro luminoso è sempre guidato da una cooperazione vantaggiosa per tutti.

Distintamente diversa dalla mentalità superata della strategia indo-pacifica degli Stati Uniti, la Cina ha avanzato una serie di proposte piene di saggezza cinese, con in mente il futuro di tutta l’umanità e le attuali tendenze di sviluppo.

Ad esempio, la Cina ha proposto di costruire una “comunità con un futuro condiviso per l’umanità”, un’iniziativa che incoraggia gli Stati a rispondere alla chiamata del tempo, trattarsi alla pari e impegnarsi nella consultazione e nella comprensione reciproca, invece di ricorrere a alleanze esclusive e confronto. Crea un percorso per la costruzione di una partnership inclusiva e costruttiva che non crea alcun nemico immaginario né prende di mira terze parti.

Anche l’iniziativa Belt and Road, incentrata su una maggiore connettività, è guidata dai principi di ampia consultazione, contributo congiunto e benefici condivisi. Ad aprile, sono stati firmati oltre 200 documenti di cooperazione tra la Cina e 149 paesi e 32 organizzazioni internazionali.

La Global Security Initiative sostenuta dalla Cina delinea sei impegni: per la visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile; al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti i paesi; al rispetto degli scopi e dei principi della Carta delle Nazioni Unite; prendere sul serio le legittime preoccupazioni di sicurezza di tutti i paesi; risolvere pacificamente le divergenze e le controversie tra paesi attraverso il dialogo e la consultazione; e al mantenimento della sicurezza in entrambi i domini tradizionali e non tradizionali.

Queste nuove idee rappresentano gli sforzi significativi della Cina per esplorare un approccio per promuovere il progresso della civiltà umana. Sono più rilevanti che mai alla luce dei profondi e complessi cambiamenti nella sicurezza internazionale.

Ora l’Asia-Pacifico si trova a un bivio. La scelta tra un gioco a somma zero e una cooperazione win-win può portare la regione su strade completamente diverse, verso prospettive molto diverse. Che si tratti di salvaguardare la sicurezza regionale a vantaggio di tutti e mantenere lo slancio dello sviluppo e della prosperità, o di percorrere il sentiero battuto delle guerre calde e fredde con un confronto connivente, c’è motivo di credere che tutti i paesi della regione possano fare la scelta giusta.

Il colonnello senior Zhao Xiaozhuo è un membro anziano dell’Accademia delle scienze militari, PLA, Cina

https://www.scmp.com/comment/opinion/article/3180836/us-confrontation-or-chinese-cooperation-asia-pacific-contemplates?fbclid=IwAR0izVzFuzjvqgxdVAo7nelmoRoJIjBOo9smGZqKwMGiT3PuWPDhHHhl_2I

LA CINA NELL’INTERREGNO, di Hu Wei

Questo articolo, sia pure al momento in gran parte contraddetto dal prosieguo degli eventi, rappresenta plasticamente l’esistenza e la vivacità del dibattito presente tra i decisori cinesi riguardo alla collocazione geopolitica del paese e in particolare al rapporto da tenere nei confronti soprattutto degli Stati Uniti e quindi, in subordine, della Russia. Non è certamente il segno di un confronto politico esploso ora, in particolare con il conflitto militare in Ucraina.

Gli albori si sono potuti intravedere già a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, in una fase di piena ostilità della Cina nei confronti della Unione Sovietica e di virulento confronto interno. I termini della discussione di allora erano del tutto diversi e riguardavano, tra le altre cose, il ruolo della pianificazione centralizzata, il rapporto centro/periferia e città/campagna, quello tra grande industia centralizzata, sul modello sovietico e sistema industriale decentrato fondato sulle comuni agricole. A farne le spese fu Liu Shaoqi, ex presidente della Repubblica Popolare Cinese; a guadagnarne, all’ombra di Mao Tze Tung, fu in realtà Zhou enLai, il vero artefice cinese dell’accordo con Nixon e Kissinger. Fu una svolta prettamente politico-diplomatica con pochi riflessi sulle scelte politiche interne al paese, quasi del tutto indipendenti. Il vero mutamento radicale avvenne alla fine degli anni ’80 con l’avvento di una politica economica aperta agli investimenti esteri e al mercato mondiale e la concretizzazione in economia della scelta di rapporti privilegiati con gli Stati Uniti. Fu una modalità di apertura paragonabile più che a quella di tanti paesi africani, dell’America Latina e dell’Europa Orientale, che portò ad una sorta di colonizzazione di quei paesi, quanto a quella piuttosto di paesi del Sud-Est Asiatico contemporanei e, storicamente, a quella degli stessi Stati Uniti, della Germania e del Giappone a fine ‘800. In quel periodo si assistette ad una sorta di congelamento della disastrata grande industria cinese e alla creazione di zone economiche aperte sulla fascia costiera, la più importante a Shangai, ma molto selettive dal punto di vista del controllo e dell’acquisizione delle capacità tecnologiche e imprenditoriali occidentali e del controllo politico del processo di trasformazione. E’ in quelle aree che si è formata una classe dirigente e una élite politica strettamente legata, anche culturalmente, ai centri decisori statunitensi e molto attiva nella lotta politica interna, usualmente molto aspra e spesso sanguinosa. La fase di ristrutturazione, sviluppo e potenziamento tecnologico dei grandi colossi industriali, piuttosto che la loro liquidazione così come avvenuta nei paesi dell’Europa Orientale, fu l’indizio e il segnale di affermazione definitiva di una classe dirigente dalle ambizioni sempre più distinte e assertive, ormai conflittuali con i disegni strategici statunitensi. Merito senza dubbio dei centri decisori dominanti cinesi, ma anche della “dabbenaggine” e presunzione, in realtà espressione anch’essa di un acceso confronto interno, statunitense. Quando si parla di “affermazione definitiva”, ci si riferisce ad una fase e non si vuole eludere l’esistenza in Cina di centri decisori in conflitto e quindi di uno scontro politico dall’esito mutevole. E’ l’esistenza dello stesso articolo qui sotto in qualche maniera a certificarlo e a collocare sotto un’altra luce l’attuale politica statunitense, avventurista sì, ma non irrazionale. Le elezioni presidenziali nel 2024, forse anche quelle di medio termine nel prossimo novenbre negli Stati Uniti e il Congresso del Partito Comunista Cinese a fine anno ci potranno dire qualcosa di più chiaro in merito all’esito del confronto. Non solo negli Stati Uniti, ma anche nella Cina stessa. La posizione espressa dall’autore è di fatto minoritaria; avrebbe però il vantaggio della soluzione in termini di conservazione e semplificazione di alcuni attuali dilemmi geopolitici storici della Cina, soprattutto nei confronti di India, Pakistan e Sud-Est Asiatico. A quale prezzo rispetto all’autonomia politica dagli Stati Uniti, è tutto da vedere. E’ la riprova ancora una volta, ma poco evidenziato da gran parte degli analisti, che il confronto geopolitico tra stati passa attraverso un confronto tra centri decisori tra di loro ostili e interconnessi nell’agone internazionale. Buona Lettura, Giuseppe Germinario

Le Grand Continent_Questo articolo, inviato dall’autore in lingua cinese al sito Usa-Cina Perception Monitor dove è stato pubblicato il 5 marzo e poi tradotto in inglese il 12 marzo, è da allora oggetto di acceso dibattito. Il suo autore, Hu Wei, è uno studioso cinese che occupa una posizione speciale nell’ecosistema delle relazioni internazionali a Shanghai. Viene presentato come vicepresidente del Centro di ricerca sulle politiche pubbliche dell’Ufficio del Consiglio di Stato, presidente dell’Associazione di Shanghai per la ricerca sulle politiche pubbliche e presidente del comitato accademico del Chahar Institute.

In questo breve testo, Hu Wei presenta possibili scenari per il resto della guerra, dieci giorni dopo l’inizio dell’offensiva russa. Per lui, il fatto che l’invasione dell’Ucraina distolga l’attenzione dagli Stati Uniti non deve essere preso troppo ottimisticamente: la Cina ha interesse a sostenere Putin se vincerà, ma Putin perderà sicuramente questa guerra e isolerà ulteriormente la Russia dal resto del Paese. il mondo. Per Hu la conseguenza sarebbe poi lineare: l’egemonia degli Stati Uniti si estenderà, parallelamente alla loro influenza sui loro alleati europei che potranno dire addio ai loro sogni di autonomia strategica; La Cina sarà isolata contro un Occidente di fronte unito; cadrà una “nuova cortina di ferro”, questa volta non più confinata in Europa ma separando le democrazie dai regimi autoritari su scala globale.

Non solo un tale risultato non distoglierebbe l’attenzione degli Stati Uniti dalla Cina nell’Indo-Pacifico, ma rafforzerebbe questo lavoro di “accerchiamento”, sia militare (NATO, Quad, AUKUS) che ideologico attraverso il sistema di valori occidentale. Drammatizzando questa sequenza come quella di una scelta storica, Hu identifica una finestra di opportunità “da una a due settimane” in cui la Cina dovrà fare una “scelta strategica” – in questo caso, smettere di sostenere Vladimir Putin.

Se non si deve dare troppa importanza all’autore negli ambienti decisionali di politica estera in Cina, il suo testo è stato censurato in questa lingua e non ha mancato di suscitare reazioni e risposte denunciando l'”eccessiva” attenzione riservata a questo articolo come un -op” guidato dall’occidente a dividere Russia e Cina… Tanti indizi che sono il segno che questo testo punta appunto ad una serie di elementi al centro del dilemma cinese che presiede gli arbitrati in questi giorni. Anche se è incerto se la Cina deciderà presto di abbandonare la sua neutralità o di smettere di alimentare la sua ambiguità strategica, come rivela la mappa delle reazioni globali all’invasione dell’Ucraina prodotto dal Geopolitical Studies Group – l’incontro di lunedì tra Jake Sullivan e Yang Jiechi potrebbe aiutare a districare alcune incognite, mentre la Russia ha chiesto aiuti economici e militari a Pechino.

Hu Wei_La guerra russo-ucraina è il conflitto geopolitico più grave dalla seconda guerra mondiale e avrà conseguenze globali di gran lunga maggiori rispetto agli attacchi dell’11 settembre . In questo momento critico, la Cina deve analizzare e valutare attentamente la direzione della guerra e il suo potenziale impatto sul panorama internazionale. Allo stesso tempo, per lottare per un ambiente esterno relativamente favorevole, la Cina dovrebbe reagire in modo flessibile e fare scelte strategiche in linea con i suoi interessi a lungo termine.

L’operazione “militare speciale” della Russia contro l’Ucraina ha suscitato aspre polemiche in Cina, con i suoi sostenitori e oppositori divisi in due campi implacabilmente opposti. Questo articolo non rappresenta nessuna delle parti ma intende fornire spunti di riflessione e costituire un punto di riferimento per il più alto livello decisionale in Cina. Presenta un’analisi obiettiva delle possibili conseguenze della guerra e delle opzioni di contromisura a nostra disposizione.

I. Prevedere il futuro della guerra russo-ucraina

1. Vladimir Putin potrebbe non essere in grado di raggiungere gli obiettivi che si è prefissato, che metterebbe la Russia in una situazione delicata. L’obiettivo dell’attacco di Putin era risolvere completamente la questione ucraina e distogliere l’attenzione dalla crisi interna della Russia sconfiggendo l’Ucraina in una guerra lampo, sostituendo i suoi leader e alimentando un governo filo-russo. Tuttavia, la guerra lampo è fallita e la Russia non è in grado di sostenere una guerra prolungata e gli alti costi che essa comporta. Lo scoppio di una guerra nucleare porrebbe la Russia in totale antagonismo con il resto del mondo e sarebbe quindi invincibile. Anche la situazione all’interno e all’esterno del Paese è sempre più sfavorevole. Anche se l’esercito russo è riuscito a occupare Kiev, la capitale dell’Ucraina, e a creare un governo fantoccio a caro prezzo, non significherebbe la vittoria finale. A questo punto, l’opzione migliore per Putin è quella di porre fine alla guerra in modo decente attraverso colloqui di pace, che richiedono all’Ucraina di fare concessioni sostanziali. Tuttavia, ciò che non è raggiungibile sul campo di battaglia è anche difficile da ottenere al tavolo delle trattative. In ogni caso, questa azione militare costituisce un errore irreversibile.

2. Il conflitto potrebbe intensificarsi ulteriormente e non si può escludere un possibile coinvolgimento occidentale nella guerra. L’escalation della guerra sarebbe certamente costosa, ma è molto probabile che Putin non si arrenderà facilmente dato il suo carattere e il suo potere. La guerra russo-ucraina potrebbe intensificarsi oltre l’Ucraina e potrebbe anche includere la possibilità di un attacco nucleare. Se ciò accadesse, gli Stati Uniti e l’Europa non potrebbero restare fuori dal conflitto, che scatenerebbe una guerra mondiale, anche nucleare. Il risultato sarebbe una catastrofe per l’umanità e una resa dei conti tra Stati Uniti e Russia. Questa resa dei conti finale, nella misura in cui la potenza militare russa non può competere con quella della NATO, sarebbe anche peggio per Putin.

3. Anche se la Russia riuscirà a conquistare l’Ucraina dopo una scommessa disperata, sarà comunque una “patata bollente” politica. La Russia avrebbe quindi portato un pesante fardello e sarebbe stata sopraffatta. In queste circostanze, indipendentemente dal fatto che Volodymyr Zelensky sia vivo o meno, molto probabilmente l’Ucraina istituirà un governo in esilio per affrontare la Russia a lungo termine. La Russia sarà soggetta sia alle sanzioni occidentali che a una ribellione sul territorio ucraino. Le linee del fronte si allungheranno. L’economia nazionale non sarà redditizia e alla fine sarà trascinata al ribasso. Questo periodo non supererà alcuni anni.

4. La situazione politica in Russia può cambiare o esplodere nelle mani dell’Occidente. Dopo il fallimento della guerra lampo di Putin, le speranze di una vittoria russa sono deboli e le sanzioni occidentali hanno raggiunto il massimo storico. Poiché i mezzi di sussistenza delle persone sono gravemente colpiti e le forze contro la guerra e contro Putin si uniscono, la possibilità di un ammutinamento politico su vasta scala in Russia non può essere esclusa. Con l’economia russa sull’orlo del collasso, sarebbe difficile per Putin sostenere una situazione così pericolosa, anche escludendo una sconfitta nella guerra russo-ucraina. Se Putin dovesse essere estromesso dal potere a causa di disordini civili, un colpo di stato o per qualsiasi altro motivo, la Russia sarebbe ancora meno propensa a confrontarsi con l’Occidente.

II. Analisi dell’impatto della guerra russo-ucraina sul panorama internazionale

1. Gli Stati Uniti riguadagnerebbero la leadership nel mondo occidentale e l’Occidente ne emergerebbe più unito. Attualmente l’opinione pubblica pensa che la guerra in Ucraina significhi il completo crollo dell’egemonia americana, ma la guerra riporterebbe infatti Francia e Germania, che entrambe volevano staccarsi dagli Stati Uniti, in un’architettura di difesa sotto l’egida della NATO , distruggendo il sogno dell’Europa di realizzare una diplomazia indipendente e un’autonomia strategica. La Germania aumenterebbe significativamente il suo budget militare; Svizzera, Svezia e altri paesi rinuncerebbero alla loro neutralità. Con il Nord Stream 2 sospeso a tempo indeterminato, la dipendenza dell’Europa dal gas naturale statunitense aumenterebbe inevitabilmente.

2. Una “cortina di ferro” cadrebbe di nuovo, non solo dal Mar Baltico al Mar Nero, ma più in generale in una resa dei conti finale tra il campo dominato dall’Occidente ei suoi concorrenti. L’Occidente tratterà il confine tra democrazie e stati autoritari, definendo il divario con la Russia come una lotta tra democrazia e dittatura. La nuova cortina di ferro non sarà più tracciata tra i due campi del socialismo e del capitalismo e non si limiterà alla Guerra Fredda. Sarà una battaglia all’ultimo sangue tra chi è a favore e chi è contro la democrazia occidentale. L’unità del mondo occidentale sotto la cortina di ferro avrà un effetto di travaso sugli altri paesi: si consoliderà la strategia indo-pacifica degli Stati Uniti,

3. La potenza occidentale crescerà in modo significativo, la NATO continuerà ad espandersi e l’influenza degli Stati Uniti nel mondo non occidentale aumenterà. Dopo la guerra russo-ucraina, per quanto la Russia realizzi la sua trasformazione politica, indebolirà notevolmente le forze anti-occidentali in tutto il mondo. La scena successiva agli sconvolgimenti sovietici e orientali del 1991 potrebbe ripetersi: le teorie sulla “fine dell’ideologia” potrebbero riapparire, la rinascita della terza ondata di democratizzazione perderebbe slancio e altri paesi del Terzo Mondo abbraccerebbero l’Occidente. L’Occidente otterrebbe più “egemonia”, sia in termini di potenza militare che in termini di valori e istituzioni. Il suo duro potere e il suoil soft power raggiungerà nuove vette.

4. In questo contesto, la Cina sarebbe più isolata. Per i motivi di cui sopra, se la Cina non adotta misure proattive per rispondere, dovrà affrontare un ulteriore contenimento da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente. Una volta caduto Putin, gli Stati Uniti non dovranno più confrontarsi con due concorrenti strategici, ma dovranno solo bloccare la Cina nel contenimento strategico. L’Europa si staccherà ancora di più dalla Cina, il Giappone diventerà l’avanguardia anti-cinese, la Corea del Sud cadrà ancora di più nelle mani degli Stati Uniti, Taiwan si unirà al concerto anti-cinese e il resto del mondo dovrà scegliendo da che parte stare seguendo una logica gregaria. La Cina non sarà solo circondata militarmente dagli Stati Uniti, dalla NATO, dal Quad e dall’AUKUS, ma sarà anche sfidato dai valori e dai sistemi occidentali.

[Dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, con le nostre mappe, analisi e traduzioni annotate abbiamo aiutato più di 1,5 milioni di persone a comprendere le trasformazioni geopolitiche di questa sequenza. Se trovi utile il nostro lavoro e pensi che meriti supporto, puoi  iscriverti qui .]

III. La scelta strategica della Cina

1. La Cina non può essere legata a Putin e deve staccarsi da lui il prima possibile. Nel senso che un’escalation del conflitto tra Russia e Occidente aiuta a distogliere l’attenzione degli Stati Uniti dalla Cina, la Cina dovrebbe essere felice della situazione e persino sostenere Putin, ma solo se la Russia non cade. Essere sulla sua stessa barca avrà un impatto sulla Cina se perde il potere. A meno che Putin non riesca ad assicurarsi la vittoria con il sostegno della Cina, una scarsa prospettiva per ora, la Cina non ha il potere di sostenere la Russia. Una delle leggi della politica internazionale dice che non ci sono «né eterni alleati né perpetui nemici», ma che «i nostri interessi sono eterni e perpetui». Nelle attuali circostanze internazionali, La Cina può solo salvaguardare i propri interessi, scegliere il male minore e scaricare il peso della Russia il prima possibile. Al momento, si stima che ci sia una finestra di una o due settimane prima che la Cina perda il respiro. La Cina deve agire con decisione.

2. Deve evitare di giocare contemporaneamente da entrambe le parti, rinunciare alla neutralità e scegliere la posizione dominante nel mondo. Al momento, la Cina ha cercato di non offendere nessuna delle due parti e ha preso una posizione intermedia nelle sue dichiarazioni e scelte internazionali, inclusa l’astensione dal voto in Consiglio di sicurezza e Assemblea generale delle Nazioni Unite. Tuttavia, questa posizione non soddisfa le esigenze della Russia e ha fatto infuriare l’Ucraina, i suoi sostenitori e simpatizzanti, mettendo la Cina dalla parte sbagliata di gran parte del mondo. In alcuni casi, l’apparente neutralità è una scelta saggia, ma non si applica a questa guerra, dove la Cina non ha nulla da guadagnare. Poiché la Cina ha sempre sostenuto il rispetto della sovranità nazionale e dell’integrità territoriale, può solo evitare un ulteriore isolamento schierandosi con la maggior parte dei paesi del mondo. Questa posizione è anche favorevole alla risoluzione della questione di Taiwan.

3. La Cina deve realizzare la più grande svolta strategica possibile e non essere ulteriormente isolata dall’Occidente. Tagliarsi fuori da Putin e rinunciare alla neutralità aiuterà a costruire l’immagine internazionale della Cina e ad alleggerire le sue relazioni con gli Stati Uniti e l’Occidente. Sebbene sia difficile e richieda grande saggezza, è la migliore opzione possibile per il futuro. L’idea che un conflitto geopolitico in Europa innescato dalla guerra in Ucraina ritarderà in modo significativo il perno strategico statunitense dall’Europa alla regione indo-pacifica non può essere trattata con eccessivo ottimismo. Negli Stati Uniti si stanno già levando voci per dire che l’Europa è importante ma che la Cina lo è di più, e che l’obiettivo principale degli Stati Uniti è impedire alla Cina di diventare la potenza dominante nella regione indo-pacifica. In queste circostanze, la priorità assoluta della Cina è apportare di conseguenza gli adeguamenti strategici appropriati, cambiare gli atteggiamenti ostili degli americani nei suoi confronti e salvarsi dall’isolamento. La cosa principale è impedire agli Stati Uniti e all’Occidente di imporre sanzioni congiunte alla Cina.

4. La Cina dovrebbe prevenire lo scoppio di guerre mondiali e nucleari e dare un contributo insostituibile alla pace mondiale. Poiché Putin ha esplicitamente incaricato i deterrenti strategici della Russia di entrare in uno stato di speciale prontezza al combattimento, la guerra russo-ucraina potrebbe sfuggire al controllo. Una giusta causa attira molto sostegno, una causa ingiusta trova poco. Se la Russia è l’istigatore di una guerra mondiale o addirittura di una guerra nucleare, sicuramente metterà il mondo in subbuglio. Per dimostrare il suo ruolo di grande potenza responsabile, la Cina non solo non può schierarsi con Putin, ma deve anche adottare misure concrete per prevenire il suo possibile avventurismo. La Cina è l’unico paese al mondo con questa capacità e deve sfruttare appieno questo vantaggio unico. La fine del sostegno cinese a Putin molto probabilmente porrà fine alla guerra, o almeno gli impedirà di intensificarla. Di conseguenza, la Cina riceverà sicuramente molti elogi internazionali per il mantenimento della pace nel mondo, che potrebbe aiutarla a evitare l’isolamento, ma anche trovare un’opportunità per migliorare le sue relazioni con gli Stati Uniti e il mondo.

CREDITI
L’articolo originale è disponibile qui in inglese e francese: https://uscnpm.org/2022/03/12/hu-wei-russia-ukraine-war-china-choice/

Il sindacalismo compassionevole, di Giuseppe Germinario

Il testo prende spunto da un incontro pubblico del Partito Democratico tenutosi il 7 giugno a Rovereto dal titolo “il lavoro che cambia”. È appunto prevalentemente un’occasione per introdurre un tema, visti il carattere locale dell’iniziativa, ma anche, come appena accennato nel convegno, la relativa originalità, per alcuni aspetti in controtendenza con le linee generali, delle politiche industriali propugnate ed adottate convintamente per altro per iniziativa di una parte specifica, la più dinamica, di quel gruppo dirigente piddino; con un atteggiamento, al contrario, però significativamente passivo della influente componente sindacale, rivelatasi avulsa dal contesto. Un retaggio, quest’ultimo, endemico nel sindacalismo trentino, ma che ha pervaso progressivamente la matrice culturale del sindacalismo nazionale e della sinistra comunista e progressista.

La vulgata prevalente nel dibattito di questi decenni, compresi gli ultimi epigoni attuali, sulle politiche economiche e sul ruolo del sindacato, vedeva nell’avvento e nel protagonismo politico dell’operaio-massa la condizione e il veicolo di maggiore potenza e forza del sindacato, nonché della sua brillante capacità di elaborazione politica manifestatasi in tutto il suo splendore tra gli anni ‘60 e ‘70. Quella enorme pressione, dalle caratteristiche radicali, contribuì a determinare sicuramente in termini positivi alcune dinamiche della vita sindacale:

  • il ruolo dialettico e biunivoco che si instaurò tra i diversi livelli di contrattazione, da quella aziendale, a quella articolata, di categoria ed infine interconfederale. Superando in questo il carattere antitetico di questi livelli così come interpretato nel dibattito sindacale negli anni ‘50 e personificato dal duro confronto tra CGIL e CISL in quella fase.

  • L’estensione del concetto di rappresentanza da quello dell’iscritto alla totalità delle categorie dei dipendenti, pur tra le mille ambiguità legate ad un rapporto mai del tutto definito e compiuto tra le rappresentanze di base aziendali e il vertice sindacale espressione delle tre sigle confederali.

Paradossalmente ne segnò la fase crepuscolare e l’avvio di un lento e malinconico declino, via via sempre più evidente e incontestabile.

La vera spina dorsale che consentì quel poderoso sviluppo e soprattutto, per una breve fase, il momento di maggiore capacità di elaborazione del movimento erano invece altre figure rimaste sempre più nell’ombra della narrazione: l’operaio e più in generale le figure professionalizzate da una parte, i quadri e tecnici dall’altra, pur se per un breve periodo.

Fu quello il momento durante il quale il gruppo dirigente sindacale unitario e parallelamente la dirigenza del PCI da una parte, ma anche il prevalente senso comune interno a quei movimenti dall’altra, tentarono di realizzare concretamente la pretesa di rappresentanza dell’intero movimento operaio e con esso la pretesa di egemonia culturale e programmatica sull’intera società.

Un tentativo e un’ambizione dalle gambe corte, esauritisi entrambi rapidamente in pochi anni nel loro velleitarismo, pur con significativi successi sulla condizione lavorativa e nell’ambito delle prestazioni sociali.

Quella ambizione poggiava infatti su un assunto teorico errato ed insufficiente a collocare correttamente le figure sociali coinvolte nello scontro politico: individuava nella lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori il motore della storia e nel conflitto tra i rentier, gli azionisti e la finanza parassitari da una parte e i produttori dall’altra, i soggetti portatori del conflitto e dell’esercizio del potere.

Un assunto che offriva una versione riduttiva della potente dinamica del conflitto, già di per sé economicista, offerta da Marx nel Capitale. Esso impediva di individuare la funzione strategica e positiva di queste figure nel ruolo e nella gestione delle imprese, viste come luogo di perseguimento di strategie, piuttosto che luoghi di mera estrazione di profitto. Il veicolo di sviluppo dinamico del modo di produzione capitalistico. Attribuendo loro la funzione di controllo e dominio di ultima istanza delle dinamiche politiche di esercizio del potere, impediva in realtà di individuare la loro appartenenza a vario titolo e peso decisionale nei centri decisori politici in conflitto e cooperazione tra di essi nonché la capacità egemonica propositiva di questi nelle formazioni sociali. Un assunto che d’altro canto produceva una etica del lavoro e un legame forte ed compiaciuto con l’impresa che comunque creava le condizioni per un rapporto conflittuale, ma inscindibile, con la controparte.

Pur con questi peccati di origine, esplose quindi la stagione del “nuovo modello di sviluppo”, delle “riforme di struttura” risoltasi in generale in una giostra parolaia sul modello economico, ma con alcune serie proposte di riorganizzazione, come il “piano intermodale dei trasporti” di Libertini e con alcune conquiste sostanziali dello stato sociale, come la riforma delle pensioni e del sistema sanitario, pur con il retaggio di disastrose pratiche clientelari e corporative delle quali stiamo pagando il prezzo pesante ancora oggi.

All’interno delle fabbriche e nelle unità produttive quel nocciolo duro impose tematiche inedite sia in assoluto che nei contenuti proposti e oggetto di contrattazione. L’organizzazione del lavoro, la salute, la perequazione salariale con l’assorbimento in busta paga delle voci ad personam e l’inquadramento unico rappresentarono nella fase matura il tentativo di superamento delle mere condizioni di “fatica” e di sperequazione individuale dei trattamenti per giungere a modalità di controllo dell’organizzazione del lavoro, di ricomposizione delle mansioni. Fu un fiorire di letteratura sull’argomento che ebbe in Braverman il capostipite di un gruppo di intellettuali in grado di fornire chiavi di interpretazione ed analisi a supporto dell’impegno sindacale. L’inquadramento unico, nei decenni successivi, fu incriminato per la sua funzione di appiattimento dei livelli salariali e di inquadramento professionale. Era invece, nella impostazione originaria, un serio tentativo di far corrispondere le qualifiche alle reali competenze professionali. Di intrecciare, adottando il criterio della complessità delle competenze, l’inquadramento impiegatizio con quello operaio e di regolare a questo una adeguata differenziazione salariale e mobilità professionale. Fu il radicalismo egualitario affermatosi inizialmente nelle catene di montaggio e preso a modello in altri ambiti, insieme ad altri fattori esogeni, a sovvertire quelle impostazioni e a creare le condizioni paradossali di una aspirazione all’eguaglianza che riaprì la strada alle fratture interne al movimento operaio, al riavvicinamento di parte di esso, quella più qualificata o con responsabilità, alle vecchie sirene e ad un impoverimento evidente del sindacato e del suo gruppo dirigente. Se nell’ambito operaio il conflitto si risolse praticamente negli anni ‘80, la dinamica egualitaria proseguì per almeno un ventennio nell’ambito del pubblico impiego. Le istanze di contrattualizzazione del rapporto di lavoro nel pubblico impiego, culminate con la legge quadro del pubblico impiego, intendeva a ragione metter fine alla regolazione delle retribuzioni e del rapporto di lavoro per via di leggi e leggine. Intendeva trasformare la funzione del sindacato del pubblico impiego stesso, sino ad allora impegnato nella cura di interessi e problemi individuali e nel rincorrere la benevolenza dei politici disposti a promuovere leggi e leggine ad hoc. Ad una formalizzazione comunque necessaria di un rapporto di lavoro contrattuale corrispose una politica sindacale sensibile alla difesa di settori specifici del pubblico impiego meglio rappresentati nelle varie sigle, piuttosto che una regolazione del rapporto corrispondente all’organizzazione del lavoro in corso o ipotizzata. Da qui nacquero veri e propri obbrobri come il primo contratto privatistico dei postelegrafonici che prevedeva l’inquadramento del 80% del personale in un’unica categoria, cui si cominciò a porre rimedio flebilmente solo dopo il 2000.

Un indirizzo consolidato che più che contrastare sembra subire ed assecondare le dinamiche salariali imposte dalle aziende, frutto allo stesso tempo di una cultura imprenditoriale prevalente sopravvissuta agli anni ‘50, di un degrado costante della struttura economica e della posizione delle imprese italiane nelle catene di valore e nelle filiere e di una arretratezza tecnologica crescente solo in parte compensata, in ambiti per altro circoscritti, certamente non nell’ambito strategico della rilevazione e della manipolazione dei dati.

Tutte dinamiche che stanno producendo la sottoretribuzione delle prestazioni qualificate, l’esodo ormai ultradecennale della manodopera più qualificata, compresa quella extracomunitaria, dall’Italia, la diffusione del lavoro nero, precario e sottopagato.

Negli ultimi mesi il tema dei bassi salari sembra aver suscitato nuovo interesse sino a rendere possibili interventi legislativi.

Ancora una volta, però, viene impostato solo nei termini di una rivalutazione del minimo salariale in analogia a quanto operato con le pensioni; ancora una volta, quindi, si rischia di approfondire la dinamica di appiattimento dei salari a dispetto dei peana in nome della formazione permanente, del merito e di tutta la retorica annessa che ha angustiato periodicamente la platea.

Siamo alla nemesi. Quella che era una istanza della componente più radicale e sterile del movimento sindacale è diventato il principio guida di quel conservatorismo compassionevole, coniato negli ambienti neocon e democratici americani, ma dalle solide radici ormai anche nel movimento progressista e sindacale italiano ed europeo.

Una dirigenza all’altezza dei tempi, consapevole della situazione e intenzionata a recuperare il meglio della tradizione e dell’anima confederale del sindacato dovrebbe fare almeno qualche sforzo e recuperare l’attitudine ad inserire le proprie politiche sindacali in un contesto più ampio e dare risposte realistiche ad almeno alcune domande di fondo:

  • piuttosto che indugiare sul dilemma fine/proseguimento della globalizzazione con una opzione prevalente, come per altro emerso pallidamente anche nella riunione di Rovereto, sul proseguimento dovrebbe riflettere piuttosto sulle modifiche del processo di globalizzazione in un contesto multipolare; sul fatto che si vorrebbe che le dinamiche geopolitiche siano governate tutt’al più da due potenze egemoni, gli Stati Uniti in posizione dominante e la Cina, in grado di delimitare le proprie sfere di influenza, i terreni di scontro e le modalità di relazione tra di esse, compreso l’ambito economico. Gli unici due attori, quindi, titolati a trattare seriamente. Il ruolo della Unione Europea e dei singoli stati europei diventa, a meno di un sussulto, quello che è ormai sempre più evidente: di puro e semplice gregario destinato a subire i contraccolpi più duri e destabilizzanti. La postura del Governo Draghi deve essere necessariamente quella di assecondare le pulsioni della componente più oltranzista dell’amministrazione americana o deve essere quella di agire, almeno con Francia e Germania, sulle contraddizioni lì presenti per puntare ad un compromesso accettabile per i due contendenti del conflitto ucraino e tentare di ripristinare i rapporti con la Russia?

  • l’Unione Europea soffre semplicemente di una carenza di integrazione, di una carenza di risorse disponibili da investire oppure è uno strumento costruito per inibire le capacità industriali locali, favorire il drenaggio finanziario ed alimentare quella polarizzazione e quegli squilibri che il lirismo europeista tende invece a rivendicare come fine? A differenza che negli altri paesi, compresi gli Stati Uniti, in Italia manca un dibattito ed una analisi seria sul modello di mercato e concorrenza posto in questi decenni, sulla funzione dei fondi strutturali, sull’assenza di governo dei processi di creazione di realtà imprenditoriali di dimensioni e capacità adeguate. La gestione europea della crisi pandemica si è risolta nell’affidamento ad un paio di multinazionali americane la fornitura di vaccini, inibendo ulteriormente di fatto la ricerca europea; la campagna di conversione ecologica, condotta in maniera dogmatica, rischia di creare dissesti irrecuperabili e dipendenza tecnologica cronica. È un problema di accelerazione e di effettiva realizzazione o piuttosto di revisione strategica radicale di questi programmi? Quanto al PNRR sarà opportuno parlarne quando inizieranno ad emergere i reali limiti e condizionamenti, visto il tabù imperante imposto dalla retorica vigente

  • è ancora ritenuto così irrilevante il presidio italiano almeno delle aziende strategiche ed importanti, almeno di quello che è rimasto, oppure l’unica preoccupazione deve rimanere quella di bloccare l’influenza cinese?

  • Cosa significa regolare i flussi immigratori?

Il fatto che si voglia concentrare l’impegno sindacale su due aspetti ormai drammatici e diffusi come il rapporto di lavoro precario e clandestino e la tutela dei salari più bassi, sui deboli, come si usa oggi con il linguaggio compassionale, potrebbe sembrare la scelta obbligata.

Certamente lodevole nelle intenzioni, ma sterile nei fatti. Senza il coinvolgimento e il protagonismo di soggetti forti difficilmente un movimento realmente radicale e riformatore riesce ad essere determinante.

Trattandosi di ambienti esposti e polverizzati, il miglioramento consolidato delle loro posizioni deve necessariamente passare per il sostegno politico e per l’azione normativa e fattuale dei partiti e dei governi e per la capacità di pressione ed interlocuzione autorevole della dirigenza sindacale con essi.

Non pare che l’insieme della dirigenza sindacale brilli di autonomia di giudizio e di analisi politica.

Una condizione del tutto inverosimile oggi tale da far scivolare il movimento sindacale in una condizione di puro e semplice collateralismo non solo con gli ambienti confindustriali, ma ancor più con quelli governativi, come reso evidente dal recente congresso della CISL; in alternativa in un impegno testimoniale buono tutt’al più ad introdurre qualche variazione normativa del tutto illusoria e insufficiente a risolvere problemi ormai incancreniti praticamente dall’unità d’Italia senza una politica che risponda ai tre quesiti posti.

La dirigenza sindacale deve quindi risolvere il problema del rapporto con queste figure forti, sia quelle presenti nel lavoro dipendente, sia quelle professionali autonome. Tra queste ultime vi è un intero mondo, peculiare dell’Italia per ragioni legate alla polverizzazione delle aziende, altamente professionalizzato, legato direttamente al mondo produttivo, non organizzato rigidamente in ordini professionali da esplorare piuttosto che da esorcizzare e stigmatizzare con l’eterna tiritera dell’evasione fiscale. Un mondo cui offrire sostegno politico per iniziative di forniture di servizi agevolati e pratiche consortili tali da rafforzare la loro posizione contrattuale.

Cinquanta anni fa élites sindacali ed élites dei partiti si contendevano questa ambizione; oggi nessuna delle due appare in grado quantomeno di cogliere l’opportunità.

È il tempo infinito delle attese.

“Ce lo deve dire l’Europa”; ce lo deve suggerire qualcuno da Washington. Ma dubito che ne abbiano l’interesse. Intanto nell’oblio, il paese va alla deriva sotto un podestà straniero con il plauso di tutti.

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