La solitudine di Papa Francesco, di Angelo Perrone

La solitudine di Papa Francesco

 

Le immagini di papa Francesco da solo nelle piazze e nelle strade di Roma, deserte per il coronavirus, sono il simbolo di un’epoca impaurita dal pericolo che il contagio passi attraverso la vicinanza umana. Se il contatto fisico è demonizzato, tutte le abitudini sociali sono sconvolte. Eppure la presenza solitaria del papa nella città vuota ricorda che ci sono molti modi per essere vicini agli altri, e che c’è una distanza dalle persone che è segno di solidarietà e partecipazione

 

di Angelo Perrone *

 

Papa Francesco, solo nella grande piazza di San Pietro a Roma, svuotata dal virus. Un’immagine piena di suggestione, che racchiude i significati più sconvolgenti di questa epidemia. Il pericolo del contagio, la necessità della lontananza fisica per sfuggire alla contaminazione, e provare così a venirne a capo. Un colpo d’occhio sorprendente, che il 27 marzo arriva nelle nostre case, attraverso lo schermo, e che rimane a lungo nella mente.

 

Lui era lì, in piedi sul palco a impartire la benedizione, a invocare il Signore che non ci lasci soli nella tempesta. Come se fosse davvero presente la gente, come se stesse rivolgendosi proprio a persone fisiche a poca distanza, guardandole negli occhi. Ma c’era solo un operatore della tv a riprendere la scena, a renderla persino struggente e malinconica in un’epoca di continua mescolanza di popoli.

 

Più lontano, oltre il margine del colonnato di San Pietro, che segna i confini del piccolo Stato e ora il divieto di avvicinamento a causa del virus, i lampeggianti della polizia. Tutti erano a casa, nessuno poteva avvicinarsi. Ancora più inquietante, nel buio silenzioso, la notte romana di inizio primavera. Nessuno è potuto entrare, ascoltare da vicino quelle parole di incoraggiamento e conforto.

 

Scena surreale, un uomo che parla accoratamente e però si rivolge al vuoto, al niente, perché la piazza che siamo abituati a vedere ricolma di gente attenta e festante, ora è desolata e silenziosa. Nessun rumore: vociare delle persone, traffico. Solo le gocce di una leggera pioggerellina di marzo, il crepitio di qualche braciere acceso a fare compagnia all’uomo anziano al centro della scena.

 

La prima volta nella storia della chiesa doveva accadere per questa epidemia da Covid, non per una guerra, un bombardamento, un assalto armato. Né per difetto di persone interessate, desiderose di ascoltare quelle parole: una mancanza di fedeli.

 

Si è concretizzato in quello spazio il paradosso di un uomo che sa dire parole di speranza, e di gente che vorrebbe venire a ascoltarle, per trovarvi conforto, ma è impedita a farlo. Un cortocircuito che rispecchia l’abnormità del coronavirus, lo sconvolgimento delle abitudini di vita. Nessun contatto tra le persone, nessun dialogo diretto e personale, tutti alla larga, lontani, la distanza è ciò che ci salverà. Forse.

 

Un messaggio di separazione umana che si replica ovunque nelle città, nei luoghi di lavoro, in quelli di divertimento; dunque anche e soprattutto in quella piazza, che diventa così simbolo tragico e allarmante di questa epoca, dei pericoli che stiamo attraversando.

 

Il papa che viene dalla strada, “pastore con l’odore delle pecore”, immagine di una Chiesa rivolta verso l’esterno, non poteva mancare di essere presente proprio nei luoghi dove si svolge la vita. Sono qui, tra voi, tra chi ha paura e chi continua a sperare. Lo aveva già fatto, in modo emblematico, il 15 marzo scorso sempre a Roma: il papa percorse un tratto di via del Corso a piedi e da solo.

 

Era un pellegrinaggio tra le chiese che custodiscono l’icona bizantina della Madonna e il crocifisso che aveva accanto a San Pietro, per manifestare il suo essere vicino alla città e a tutti coloro che patiscono in questo momento. Un gesto emblematico di solidarietà, in totale solitudine. Senza la folla a stringersi intorno, a implorare una stretta di mano.

 

Eppure, quella di papa Francesco è insieme una sfida ed un messaggio. Un segno, nel frastuono della vita. Avevamo bisogno del coronavirus per dirci che dovremmo spenderci nella solidarietà, specie davanti al dolore e alla sofferenza? Che è importante selezionare le cose dell’esistenza, scoprire il confine sottile tra l’inutile e il necessario? Dare una risposta collettiva ai problemi? La solitudine della parola sta lì, nella piazza vuota e nelle strade deserte, a rammentarci che si può essere vicini in tanti modi, e di alcuni può riuscire difficile percepire l’utilità.

 

Infatti, sembra privo di senso parlare nel buio della notte e nel silenzio dei luoghi deserti. Specie in quest’epoca che misura continuamente il consenso, che è in cerca di plauso, che mira a suscitare abbagli. Ma sarebbe sbagliato pensare che la gente non ci fosse per nulla a San Pietro o in via del Corso. Che quell’uomo predicasse davvero al vento, in angosciante e inutile solitudine.

 

Era chiusa nelle proprie case, per convinzione, oltre che per ordine delle autorità, per difendere sé stessa ma anche gli altri. Mossa non da intenti asociali, ma al contrario dalla riscoperta del senso di appartenenza ad una comunità. Dunque affatto lontana dai luoghi, piazze o strade, in cui il papa era presente. C’è una lontananza, che è segno di amore e di partecipazione.

 

* Di formazione giuridica, si occupa di diritto e politica giudiziaria. Dirige Pagine letterarie, rivista online di cultura, arte, fotografia.

 

senza né Capua, né coda, di Pierluigi Fagan

SENZA NE’ CAPUA, NE’ CODA. (Un’avvelenata) Il post è sull’uso improprio degli “esperti” nel dibattito pubblico, un problema già noto che è passato dalla sovraesposizione di economisti che non saprebbero gestire neanche il bilancio della rosticceria sottocasa, ai biologi che passano dalle piastre di Petri al crisis management con altrettanta nonchalance.

Nulla in particolare contro la signora in questione, già parlamentare della lista Monti (Scelta civica), che tutti i giorni ci spiega come si dovrebbe gestire l’emergenza da coronavirus in Italia stando a Miami, senza far i conti con il fastidioso attrito della realtà concreta. Senz’altro una “eccellenza” (mammamia questo uso smodato del vocabolario retorico mi fa venire l’orticaria), in più “donna e scienziata”, quindi mille punti, per carità. Ma “mille punti” a che gioco? in che contesto? mille punti ad un idraulico valgono anche per risolvere problemi dell’impianto elettrico? Il problema è che se aprite un qualsiasi quotidiano nazionale spagnolo, francese o inglese, scoprirete che con ritardo di una settimana, le stesse questioni che dibattiamo qua, vengono improvvisamente “scoperte” anche là. E così scopriamo tutti la stesse cose che -in breve- sono quattro:

1) mentre diventavamo tutti Paesi con concentrati di vecchi anziani che si camuffano con botulino e jeans, i nostri Paesi hanno continuato a ragionare come fossimo ai primi del Novecento quando cinque rivoluzioni tecno-scientifiche (energia, meccanica, chimica, elettrica e sanitaria) dettero lo start all’incredibile sviluppo economico del Novecento. I nostri Paesi cioè, non sono “paesi per vecchi” eppure siamo sempre più vecchi;

2) abbiamo creduto … alla favola bella che ieri ci illuse ed oggi ci delude … di un rampollo di famiglia portoghese sefardita trapiantata a Londra e proprietario di una banca (tal David Ricardo) che, due secoli fa, sosteneva che ogni Paese deve concentrarsi a produrre sempre meglio una specifica cosa e poi la scambia con altri Paesi per avere tutte le altre che non produce eppure servono per vivere. Così in ogni Paese mancano mascherine, camici, ventilatori, tamponi, reagenti chimici, farmaci ed ogni altro strumento necessario improvvisamente ed in quantità inimmaginabili per far fronte all’emergenza sanitaria. Quindi il primo che dice “facciamo a tutti i tamponi”, è pregato di tirar fuori anche i reagenti, i biologi, i laboratori e le attrezzature, altrimenti taccia.

3) come ben espresso da una studiosa politica britannica ieri sul Guardian, la nostra immagine di mondo è settata sul modo “aspettiamo di non avere scelta e poi ci adattiamo”, quando il mondo complesso funziona in modo che se non prevedi per tempo e ti attrezzi ex ante, quando ti svegli è tardi e il locomotore sulla rotaia su cui ti eri appisolato pensando di esser nel migliore dei mondi possibili, di trancia la gola;

4) pensavamo di vivere in un “mondo globale”, un grande villaggio comune mentre invece eravamo solo in un Risiko di giocatori egoisti competitivi che rubano le mascherine e la clorochina gli uni a gli altri. Pensavamo di esser in una commovente comunità degli europei ed invece stiamo in un tavolo da poker in cui si gioca a “mors tua vita mea”. Pensavamo di esser nell’era dell’informazione e della conoscenza ed invece tutti quanti non sappiamo e forse mai sapremo quanta gente ha preso davvero il virus, quanta ha l’influenza, quanta ne muore a casa, quanti tamponi davvero si fanno, quanti i ricoverati, gli ossigenati, gli intubati e soprattutto i morti. Dai cinesi ai russi, dai tedeschi a gli inglesi ed americani è gara a non dirla tutta e non turbare troppo il bambino che è in noi. Sulla “democrazia” non spendo parole, di questi tempi sparare sulla croce rossa è inelegante.

Ecco allora che quando il problema è complesso, l’esperto della frazione infinitesimale, apporta solo entropia, confusione falsa conoscenza. E giù col solito tormentone: gli economisti non sanno di biologia, i biologi di logistica, i logistici di geopolitica, i geopolitici di economia, in circoli vari sempre più larghi e senza chiusura, cioè senza né capo né coda. In questo triste momento di clamoroso fallimento cognitivo ed adattivo, ci illumina solo il terso pensiero dell’intramontabile di Ponte a Ema, il quale scuotendo sconfortato la testa diceva: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Aggrappiamoci alla sua saggezza, quando i sopravvissuti avranno acquisito tutti l’immunità di gregge, finito di contare i morti, forse sarà il caso di ripartire rimettendo proprio in discussione la nozione di “gregge” e cominciar col rivedere molte cose, se non tutte visto che son tra loro interconnesse.

GOOD BYE U.E.!, di Giuseppe Angiuli

GOOD BYE U.E.!

 Il periodo che stiamo vivendo in questo primo semestre del 2020, ricco di tumultuosi cambiamenti del nostro stile di vita in coincidenza con l’influenza globale da coronavirus, sarà senz’altro ricordato sui libri di storia come un momento topico di spartiacque da una fase storica ad un’altra, un momento in cui un vecchio ordine in decomposizione cede spazio ad un nuovo ordine che prende forma e definizione in tempo reale sotto i nostri occhi.

A distanza esatta di un secolo dall’influenza spagnola – che fece da sfondo alla ridefinizione degli equilibri geo-politici successivi al primo conflitto mondiale – un’altra pandemia dalla natura ed origine ancora non ben chiarite sta facendo da contorno ad un passaggio storico in cui tanti nodi gordiani stanno venendo finalmente al pettine, lasciando stupefatti molti tra noi, a cominciare da coloro che Bettino Craxi 25 anni fa ebbe a definire «i declamatori retorici dell’Europa», fautori di un «delirio europeistico che non tiene conto della realtà».

Come i fatti nudi e crudi stanno a dimostrare anche agli occhi dei più duri di comprendonio, un’Europa politicamente unita è sempre stata ben distante dall’esistere realmente, se non nella fantasia dei ben foraggiati burocrati di Bruxelles, giacchè troppo distanti sono sempre stati i tratti distintivi umani, linguistici, culturali e antropologici che storicamente connotano le sue sedicenti componenti fondanti.

Nel frangente più duro per i popoli del continente europeo, stanno crollando come castelli di sabbia tutti i principali luoghi comuni che hanno segnato un’epoca: il dovere di solidarietà tra Paesi vicini, i presunti effetti virtuosi dell’austerità finanziaria, lo stesso vincolo del pareggio di bilancio, la demonizzazione in sé e per sé della spesa pubblica e degli aiuti di Stato all’economia, tutti questi discutibili assunti su cui si è basata la narrazione conformista dell’europeismo retorico che ci stiamo lasciando alle spalle, stanno dimostrando improvvisamente il loro carattere fallace.

Al futuro remoto non possiamo mettere mani ma oggigiorno diventa senz’altro evidente che un’Europa davvero unita non potrà sicuramente esistere nel XXI° secolo, giacchè per i sistemi economici opulenti dei Paesi nordici come Germania, Olanda e loro satelliti risulterà sempre più conveniente camminare da soli con le loro gambe (apparentemente) forti piuttosto che mettere a disposizione dei popoli sottomessi della fascia latino-mediterranea i loro surplus di bilancio.

Questa U.E. è sempre stata come la fattoria degli animali di George Orwell, ossia una pseudo-comunità in cui ci sono sempre stati dei soggetti «più uguali degli altri».

Ormai il re è nudo e forse qui in Italia soltanto i visionari del PD potranno ancora non per molto raccontarci le loro frottole e panzane sullo spirito solidale dell’Europa comunitaria.

Se ormai perfino un ultra-europeista come Mattarella è giunto a mettere all’indice apertamente gli egoismi dei Paesi nordici in diretta TV, vuol dire che il super-lager U.E. è ad un passo dalla sua implosione, con tutti i suoi folli corollari a cominciare da quella maledetta moneta unica che a noi italiani in questo ventennio è costata la rinuncia ad una parte molto significativa del nostro tenore di vita e del nostro welfare (ahi, quanto erano belli gli anni ’80 del secolo scorso, vero?!).

Al punto in cui la crisi delle istituzioni comunitarie è ormai giunta, risulta oltremodo difficile immaginare o prefigurare qualsiasi ripensamento o accomodamento della Germania sulle folli regole di austerità dei trattati U.E.: i tedeschi nella storia hanno sempre perso quasi tutte le guerre decisive (e credo che perderanno anche quella in corso) giacchè troppo spesso hanno dimostrato di mancare di un requisito fondamentale di natura pre-politica, ossia la duttilità di cervello.

Hitler non riuscì a mutare strategia militare nemmeno quando i carri armati sovietici erano già a 5 chilometri di distanza da Berlino ed egli continuava ad assicurare con sussiego e baldanza ai suoi sodali che la Germania avrebbe senz’altro vinto la guerra.

Chi può pensare seriamente che la sig.ra Merkel e la Ursula Von der Lakrimen possano oggi dimostrare, alla vigilia dell’implosione del lager U.E., più duttilità di cervello di quanta ne dimostrò il Fuhrer nel 1945?

La Germania ha segato essa stessa il ramo su cui era seduta.

E’ giunto il momento per noi italiani di mollarla al suo destino, esattamente come abbiamo fatto alla nostra solita maniera ignominiosa nel 1943-45 (ossia decidendoci all’ultimo momento, quando i giochi sono ormai fatti e senza ancora avere deciso una vera strategia di uscita).

E dobbiamo farlo non perchè gli anglo-americani (che sono gli unici veri fautori di questa manovra che porterà al prossimo collasso della U.E.) siano buoni e caritatevoli o perchè intendano venire a «liberarci»: piuttosto, dobbiamo farlo perchè, esattamente come nel 1943-45, oggi non abbiamo altra scelta che quella di uscire il prima possibile dal lager a conduzione germanica in cui ci siamo fatti rinchiudere per nostra insipienza e temerarietà.

 

STA NASCENDO UN ASSE POLITICO DRAGHI-MATTARELLA?

In tanti sono sobbalzati sulla sedia dopo avere letto l’intervento di Mario Draghi sulle colonne del Financial Times di mercoledì 25 marzo 2020.

«Davanti a circostanze imprevedibili, per affrontare questa crisi occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra», ha pontificato il super Mario nazionale con il tono stentoreo di chi non ha bisogno finanche di dimostrare la fondatezza dei propri assunti, potendo contare unicamente sul senso di prestigio e sulla deferenza suscitati nell’establishment italico dal suo ruolo e dalla sua stessa personalità.

Non crediamo di sbagliare se affermiamo che Draghi sia effettivamente uno degli uomini pubblici in assoluto più influenti tra quelli di nazionalità italica, da sempre legato ai circuiti più altolocati della finanza anglo-americana, a cominciare dal colosso Goldman Sachs con cui ha lavorato per un lungo periodo.

E quel cambio di mentalità oggi ritenuto così indispensabile ed improcrastinabile consisterebbe, ad avviso dell’ex Governatore della BCE, nel fatto che il principale problema da affrontare per le economie dei Paesi dell’eurozona non debba essere più individuato nell’inflazione (come da qualche decennio a questa parte ci era stato assicurato a reti unificate da tutti gli economisti neo-liberisti di scuola ortodossa) bensì nel pericolo imminente che «la recessione si trasformi in una depressione duratura».

E per scongiurare tale pericolo, lo stesso Draghi, ribaltando di 180 gradi quei medesimi postulati che sino ad ora lo avevano reso celebre quale sacerdote indefesso dell’austerità e dei vincoli di bilancio, ha proposto che i Governi dei Paesi europei ricorrano senza indugio ad «un aumento significativo del debito pubblico».

Pur non avendo egli spiegato attraverso quali forme e modalità dovrebbe realizzarsi tale auspicato incremento del debito pubblico, le sue parole hanno indubbiamente assunto l’oggettivo significato di una svolta strategica, di quel tipo di svolte a cui ricorrono i grandi generali, per l’appunto, in tempo di guerra.

Le reazioni a caldo degli osservatori più ingenui ed istintivi, quelli solitamente abituati a guardare il dito anziché la luna, si sono presto incentrate sulle critiche – legittime quanto ovvie e scontate – alle scellerate politiche di privatizzazioni e di austerità finanziaria che per un lungo periodo hanno visto nell’insigne super Mario uno dei più strenui interpreti ed assertori, quanto meno a partire dalla sua partecipazione al noto meeting che si tenne sul panfilo Britannia nel giugno 1992 (un consesso al quale, secondo alcuni bene informati, avrebbe discretamente preso parte anche Beppe Grillo, oggi sedotto dalle formose sirene orientali).

Ma volendo andare un po’ a fondo e provare a leggere tra le righe quale significato politico potrebbe racchiudersi nelle clamorose esternazioni di Draghi, noi proveremmo quanto meno a porci alcune domande.

Quali scenari per il breve e medio periodo si lasciano intravedere nel discorso dell’ex Governatore della BCE?

Che tipo di convergenze politiche inedite – se ve ne sono – risultano sottintese alle sue dichiarazioni?

C’è un nesso logico-politico-temporale tra l’intervento di Draghi sul Financial Times del 25 marzo scorso ed il quasi contestuale anatema anti-tedesco pronunciato da Sergio Mattarella in diretta TV la sera del 27 marzo, allorquando l’inquilino del Quirinale è apparso rivolgere un ultimo e disperato appello alle entità che reggono le sorti dell’€urozona, con delle parole che non lasciano scampo ad equivoci di sorta (avendo egli auspicato che esse «comprendano la gravità della minaccia prima che sia troppo tardi»)?

E come è spiegabile l’accoglienza positiva che verso un ipotetico Governo Draghi si è presto manifestata da personalità euroscettiche tra cui si segnalano il leader della Lega Salvini (intervenuto pubblicamente in Parlamento a favore di un ipotetico Governo guidato da super Mario) ed il direttore del quotidiano La Verità Maurizio Belpietro (autore di un editoriale con stile di panegirico, lo stesso giorno del discorso in TV di Mattarella)?

Sta forse nascendo un asse politico Mattarella-Draghi-Salvini-Meloni (con quest’ultima apparentemente più fredda di altri rispetto all’idea di un Governo di unità nazionale) che avrà il compito di accantonare la stagione di Giuseppi Conte e di assumere le redini del Paese nella fase immediatamente successiva ad una ormai assai probabile e quasi imminente implosione dell’€urozona?

Noi non disponiamo della palla di cristallo per potere fornire una compiuta risposta a ciascuno dei suddetti interrogativi.

Ciò nondimeno, siamo certi che nelle fucine della politica italiana ed internazionale oggi è in fase di preparazione uno scenario di grandi e importanti novità di portata storica.

Quanto al probabile ruolo che Mario Draghi intende ritagliarsi nella nuova stagione, riteniamo decisivo soffermarci su quella parte del suo intervento sul Financial Times in cui l’ex Governatore della BCE ha precisato che «livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e dovranno essere accompagnati dalla cancellazione del debito privato».

A quale componente del debito privato ha inteso riferirsi Draghi?

Forse a quel debito oggi detenuto dalle grandi banche d’investimento internazionali, i cui bilanci (a cominciare da quelli di Deutsche Bank) sono pieni zeppi  di derivati tossici e di cui oggi la comunità finanziaria occidentale intende scongiurare il fallimento a catena?

 

 

Giuseppe Angiuli

Le prime manovre: Von der Leyen, Bce, mobilitazioni, riposizionamenti. Cronache del crollo, di Alessandro Visalli

Le prime manovre: Von der Leyen, Bce, mobilitazioni, riposizionamenti. Cronache del crollo.

 

Giorni pieni e convulsi.

Venerdì si è tenuto in teleconferenza il Consiglio Europeo, che ha visto uno scontro frontale e prolungato tra Spagna e Italia contro Olanda e Germania, la Francia leggermente defilata e gli altri spettatori attoniti. Al termine un veto di Spagna e Italia ha determinato il rinvio di quindici giorni con mandato alla Commissione ed alla Bce di elaborare proposte da riportare al tavolo.

Sabato, con un’inaudita dichiarazione la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, ha dichiarato che il suo mandato è di elaborare un “piano di ricostruzione” e non di lavorare sull’emissione di bond comuni. Questi, dice, sono ostacolati da “chiari confini giuridici” in quanto dietro c’è “la questione delle garanzie”. Ovvero la vecchia questione secondo la quale la Germania e gli altri paesi rifiutano quella che chiamano “un’unione di trasferimenti”, ovvero di garantire con le proprie risorse fiscali trasferimenti, in una forma o nell’altra, ovvero anche sotto forma di garanzie, ad altri paesi. Dunque, continua, “su questo le riserve della Germania come di altri paesi sono giustificate”. L’economista Sergio Cesaratto ha avuto una parola sola e semplice per questo: traditrice. Il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, invece in una conferenza stampa di qualche minuto fa ha detto, rispondendo[1][1] ad una domanda del giornalista del Corriere della Sera, che “il compito di elaborare la proposta non l’abbiamo dato alla Presidente della Commissione Europea, all’esito abbiamo dato all’Eurogruppo 14 gg per elaborare delle proposte che poi il prossimo Consiglio Europeo possa prendere in considerazione. Quel che mi permetto di dire e sarò inflessibile: qui c’è un appuntamento con la Storia, l’Europa deve dimostrare se è all’altezza di questa chiamata della storia. Uno shock simmetrico che riguarda tutti i sistemi degli stati membri. Si tratta di dimostrarsi adeguati o no”.

Venerdì la Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ha fatto una mossa nella direzione esattamente opposta: con tempismo insospettabile ha abolito tutti quei vincoli che la Bundesbank, in un lunghissimo corpo a corpo con la direzione del suo predecessore Mario Draghi era riuscita ad inserire nel corpo degli strumenti monetari “non convenzionali” dell’istituzione monetaria. Nel programma QE eliminato il vincolo del tetto del 33% per acquistare i titoli sovrani, dichiarato che gli acquisti saranno “illimitati” (e non i previsti 750 miliardi). Ipotizzato di attivare per la prima volta il programma OMT che fu messo a punto nel 2012 e mai utilizzato (bastò la minaccia), che però è soggetto a condizionalità. E, un paio di giorni fa, chiesto ai ministri delle finanze di considerare la proposta dei 9 paesi, di emettere titoli di debito comuni. L’esatto opposto di quel che dice la Von der Leyen.

Sabato, nella conferenza stampa già citata, rispondendo ad un giornalista di Sky che chiedeva se fosse vero che in caso di indisponibilità sia “davvero in campo l’ipotesi di bond non europei ma garantiti solo dagli stati sovrani che sono firmatari della lettera[2][2]. A questa inaudita domanda Gualtieri ha risposto, testualmente, “noi vogliamo che la risposta sia di tutta l’Europa a questa emergenza, di tutta l’Unione Europea a 27, di tutta l’area Euro”. Invece Conte ha detto, ancora testualmente, “su questo possiamo riassumere. Il nostro obiettivo in questo momento è assicurare liquidità con il massimo sforzo e la massima rapidità per assicurare liquidità alle imprese, famiglie e lavoratori”. Insomma, uno non risponde di no, e l’altro risponde sì.

Quel che si può concludere è che, come è accaduto qualche giorno, fa ricominciano le scaramucce al margine dei rispettivi campi. Sul probabile asse Usa-Francia la Lagarde ha chiarito le sue intenzioni (peraltro Macron ha sentito Trump e annunciato grandi interventi[3][3]), mentre sul fronte opposto la Von der Leyen ha precisato quale è la sua lealtà fondamentale per il blocco del nord.

Un articolo de El Pais[4][4], descrive plasticamente lo scontro di giovedì in Consiglio Europeo. Quando Charles Michels, il Presidente del Consiglio Europeo, dopo ore di discussione, ha proposto un testo di accordo che non prevedeva eurobond si è trovato davanti il presidente Pedro Sanchez, spagnolo, e quello italiano, Giuseppe Conte, uniti. Ma questa volta, non come nel 2012, anche con altri sette alleati. Sanchez risulterebbe aver risposto “è inaccettabile. Non posso accettare una parola vaga e diverse settimane di rinvio quando il mio paese ha l’emergenza sanitaria che ha. Abbiamo chiesto un’assicurazione comune sulla disoccupazione e non me la stai dando. Il mandato all’Eurogruppo deve essere chiaro”. Poco prima si era consumato lo scontro tra Conte e l’olandese Rutte sulla presenza o meno del riferimento al Mes. Al premier italiano che lo voleva rimuovere la Merkel ha risposto direttamente: “È uno strumento molto valido. Alla fine è quello che ti aiuterà. Non essere così critico. Se quello che stai aspettando sono i coronabond, non verranno mai. Il mio Parlamento non li accetterebbe. State generando aspettative che non saranno soddisfatte e invierete solo messaggi di divisione”.

In questa discussione è quindi intervenuto direttamente Sanchez, il quale ha proposto alla Merkel l’argomento esattamente simmetrico: se questa non può portare i coronabond al suo Parlamento, il premier spagnolo non può portare “nulla” al suo paese, “non in questo momento”.

 

Ovvero non con 54.000 malati, 5.800 morti (di cui quasi 700 oggi), 12.000 ricoverati (di cui 4.100 critici), e un numero di casi per milione di abitanti che è pari solo a quelli italiani e svizzeri (rispettivamente 1.500 e 1.600).

A questo punto lo scontro è salito di grado emotivo e ha sfiorato la rottura personale:

  1. “Pedro, ti sbagli. Dici che il paragrafo è nulla, ma ci sono persone che lavorano, devi lasciarle fare” (l’Eurogruppo).
  2. “Angela, sto ascoltando, ma è chiaramente insufficiente. Lo abbiamo già visto. Se non diamo loro un mandato chiaro, sappiamo già cosa accadrà. Non capisci l’emergenza che stiamo vivendo?”
  3. “Pedro, come puoi dire che non la capisco?” è stata la risposta risentita della Cancelliera tedesca, accusata di insensibilità umana.
  4. “Ho bisogno che tu capisca l’urgenza del momento”.
  5. “Pedro, siamo già al limite. Abbiamo già preso molti impegni” (dimostrando esattamente ciò a cui lo spagnolo alludeva).
  6. “Ho anche io preso molti impegni in una situazione molto difficile”.

 

Questo sarebbe stato, secondo il quotidiano spagnolo, il momento (il solo momento) in cui il presidente Francese, firmatario della lettera del giorno prima, è intervenuto in soccorso del suo alleato: “Pedro ha ragione. Sono con lui per il fatto che non possiamo trasferire la nostra responsabilità politica all’Eurogruppo. Questa è una questione politica, non possiamo lasciarla nelle mani dei ministri delle finanze, che si riproducono reciprocamente le posizioni”.

 

Ma le sei ore di “fine schermaglia e qualche pugnalata” si sono concluse alla fine con un nulla di fatto ed un rinvio di due settimane. Da impiegare per predisporre una proposta da riportare al tavolo.

Persino sulla scelta delle istituzioni da coinvolgere c’è stata una divergenza altamente indicativa, quando Pedro Sanchez ha proposto di incaricare tutte le cinque istituzioni europee (Commissione, Consiglio, Parlamento, BCE ed Eurogruppo) la Merkel ha risposto un secco “Nein”. Il motivo è stato semplice: una squadra diretta da una francese (Bce), una tedesca (Commissione), un belga (Consiglio), un italiano (Parlamento), un portoghese (Eurogruppo), è stato giudicato troppo sbilanciato. In un sistema decisionale sempre più nazionalizzato si è concluso quindi di escludere italiano e portoghese.

 

Questo è dunque il contesto nel quale, scavalcando gli altri due organismi investiti del compito, la Von der Leyen ha oggi dichiarato che reputa escluso inserire nel pacchetto di “soluzioni” i coronabond al centro dello scontro di ieri.

Ma tutto ciò avviene mentre in Spagna aumentano i morti, in Italia si comincia ad assaltare i supermercati e il governo accelera la spesa mettendo i primi cinque miliardi a disposizione. Soprattutto, mentre il papa produce un’impressionante teatralizzazione della crisi, con la sua benedizione “Urbi et orbi”[5][5].

Ed avviene, ciò è importante, mentre la curva di crescita dell’epidemia inizia ad attenuarsi in Italia, è un passo indietro in Spagna e Francia, ma è appena all’avvio della fase esponenziale in Olanda e Germania, che stanno tardando a prendere misure di distanziamento radicali (come ricorderà aspramente il premier portoghese).

In questa condizione per chi gioca il tempo? Tra quindici giorni l’Italia potrebbe essere anche a 120-130.000 casi, ma stabile, la Spagna e la Francia essere molto vicine, ma la Germania potrebbe averla superata e l’Olanda essere in piena accelerazione.

E, soprattutto, conviene mettere con le spalle al muro un avversario disperato?

 

Vediamo quanto.

Il 27 marzo, Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica italiana, ha pronunciato un solenne e doloroso discorso[6][6] che parte dal ricordo delle quasi diecimila persone che sono morte fino ad ora[7][7], ma subito dopo entra con decisione insolita nel merito della cosa:

 

“Nell’ Unione Europea la Banca Centrale e la Commissione, nei giorni scorsi, hanno assunto importanti e positive decisioni finanziarie ed economiche, sostenute dal Parlamento Europeo. Non lo ha ancora fatto il Consiglio dei capi dei governi nazionali. Ci si attende che questo avvenga concretamente nei prossimi giorni.

Sono indispensabili ulteriori iniziative comuni, superando vecchi schemi ormai fuori dalla realtà delle drammatiche condizioni in cui si trova il nostro Continente. Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa.

La solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione ma è anche nel comune interesse.

Ho auspicato – e continuo a farlo -che le risposte all’emergenza del coronavirus possano essere il frutto di un impegno comune, fra tutti: soggetti politici, di maggioranza e di opposizione, soggetti sociali, governi dei territori. Unità e coesione sociale sono indispensabili in questa condizione”.

Lo stesso giorno il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha rilasciato un’intervista[8][8] nella quale pone domande dirimenti, “L’Unione europea, la zona euro, si riducono a un’istituzione monetaria e a un insieme di regole che consentono a ogni Stato di agire per conto suo?”. Quindi è entrato nel merito, ricordando che “dieci Paesi dell’eurozona, rappresentanti del 60% del suo Pil, hanno esplicitamente sostenuto una capacità di indebitamento comune, quale che sia il suo nome, oppure un aumento del bilancio dell’Unione europea per permettere un sostegno reale ai paesi più colpiti da questa crisi”. Tuttavia, “Alcuni Paesi, tra cui la Germania hanno espresso le loro reticenze. Abbiamo deciso di continuare questo fondamentale dibattito, al più elevato livello politico, nelle prossime settimane. Non possiamo abbandonare questa battaglia. Preferisco un’Europa che accetti divergenze e dibattiti piuttosto che un’unità di facciata che conduce all’immobilismo. Se l’Europa può morire, è nel non agire”.

 

Ecco. L’Europa può morire.

 

Vediamo ora i carnefici.

Mark Rutte, scrive[9][9] Yvonne Hofs sul giornale olandese De Volkskrant, un giornale progressista fondato nel 1919, non vogliono accettare gli eurobond e preferirebbero non dover prestare miliardi di euro a paesi come l’Italia o la Spagna. Il motivo della loro dura opposizione agli eurobond (ovvero ai “coronabond”), è che “entrambe le proposte possono portare i Paesi Bassi alla fine a pagare i debiti del governo italiano e spagnolo”. Vediamo quale è il meccanismo immaginato, perché è davvero interessante: “I crediti Eurobond e ESM sono finanziati da tutti i paesi dell’euro, ma i Paesi Bassi e la Germania non hanno davvero bisogno di quei soldi. I miliardi dell’ESM affluiranno quasi esclusivamente a paesi dell’euro deboli. Solo i paesi che ora pagano tassi di interesse relativamente elevati sul proprio debito nazionale beneficiano degli Eurobond: paesi con debiti elevati come l’Italia. I Paesi Bassi e la Germania ricevono prestiti più costosi con gli Eurobond; essi pagano meno interessi sui propri titoli di Stato nazionali rispetto a qualsiasi eurobond.”

La questione è semplice, dunque, un titolo emesso in comune spunterebbe sul mercato un tasso eguale europeo, attraendo capitali remunerati esattamente nello stesso modo. Ma oggi alcuni paesi del Nord in realtà attraggono talmente tanti capitali (dal sud) da spuntare dei tassi negativi, o comunque largamente inferiori a quelli che sono costretti a pagare i paesi dai quali i capitali fuggono. È una meccanica semplice e chiara. Ed è molto simile a quella della moneta. Una media è sempre superiore al valore più basso e minore del valore più alto. Dunque dei titoli mutualistici non convengono ai paesi del nord, in effetti rischierebbero di fare concorrenza alle emissioni dei paesi sovrani nordici, e comunque al minimo non gli servono.

L’argomento è sia egoistico, sia disvelante della posizione di vantaggio strutturale nella quale sono messi dalla presenza dell’unione. Posizione di vantaggio della quale non reputano essere loro dovere in alcun modo restituire parte.

 

Perché non lo reputano? Il resto lo chiarisce molto bene. Il Ministro delle finanze olandese, il cristiano democratico Wopke Hoeskstra, ha chiesto il 26 marzo che la Commissione Europea, diretta dalla tedesca Von der Leyen, indaghi sui paesi che hanno chiesto gli Eurobond (ovvero sul 60 % dell’eurozona) “per capire i motivi per cui non hanno abbastanza spazio di bilancio per rispondere all’impatto economico della crisi”. Ovvero, secondo l’articolista, “indagare sul motivo per cui alcuni paesi non hanno riformato le loro economie quando il sole ha brillato negli ultimi anni”. Dimenticando che il sole si è dimenticato di brillare al sud, continua affermando che invece “I Paesi Bassi lo fanno dal 2012. Poiché i gabinetti olandesi hanno adottato misure impopolari che colpiscono gli elettori, come l’innalzamento dell’età pensionabile e dell’IVA e la riduzione della detrazione degli interessi sui mutui, i Paesi Bassi sono ora in grado di combattere da soli la crisi della corona. Grazie alla disciplina di bilancio precedentemente dimostrata, il governo olandese ha 90 miliardi di euro in contanti per sostenere l’economia ora che minaccia di crollare sotto la peste del virus”.

Ovvero, i Paesi Bassi hanno praticato misure di austerità. Mentre “L’Italia non ha fatto tutto questo. Quel paese ora vuole aiuti finanziari dai Paesi Bassi, tra gli altri, perché non ha soldi per risolvere il proprio problema corona.”

Sulla base di questa affermazione fattualmente falsa[10][10], l’articolista da una parte nega che sia nazionalista la posizione olandese e non quella italiana, dall’altra estrae il costante timore di attivare una “unione di trasferimenti”.

L’affermazione è dimostrabilmente falsa, non solo ricordando le molte riforme effettuate, ma osservando i saldi primari, ovvero la presenza di risparmi (saldo primario positivo) o di deficit (saldo primario negativo). L’Italia ha un record, è in avanzo primario da 27 anni, ed anche l’incremento del debito pubblico è stato del 29,32% dal 2008 al 2014, contro il 25,23 dei Paesi Bassi ed il 15, 19% della Germania, ma sotto Danimarca, Francia, Stati Uniti, Lussemburgo, Grecia, Regno Unito e Portogallo.

Insomma, l’accusa è frettolosa, mentre il fatto di avere tassi sistematicamente più bassi ed una moneta sottovalutata (rispetto al tenore delle esportazioni), o di poter fare liberamente da zona franca fiscale (attraendo le nostre aziende, come FCA) va bene. Il punto però è un altro, qualunque uso “più liberale” dei meccanismi di prestito (incluso il Mes senza condizionalità) crea impopolarità. “Molti elettori che votano per VVD e CDA [i partiti di governo] temono che la zona euro diventerà un sindacato di trasferimento, in cui paesi deboli come l’Italia saranno strutturalmente sovvenzionati da paesi economicamente forti come i Paesi Bassi. Se Rutte e Hoekstra accettano gli Eurobond, avranno un ruolo i partiti euroscettici come FVD e PVV.”

Questo è il timore, esacerbato dal comportamento della Bce, nella quale, scrive il giornalista, mercoledì Klaas Knot e Jens Weidman sono andati in minoranza[11][11].

 

 

Un’articolo ed una posizione abbastanza netta. Alla quale il premier Portoghese ha reagito in modo davvero violento[12][12], definendo “ripugnanti” i commenti del ministro, e dichiarando che il Portogallo “non è più disponibile ad ascoltare ancora il ministro delle Finanze olandese”, di seguito ha attaccato la politica permissiva dell’Olanda con il virus (non ha ancora attivato misure “all’italiana”), con l’ottimo argomento che l’Unione Europea, se esiste, è un’area di libera circolazione. L’atteggiamento olandese (e, chiaramente, tedesco) viene, insomma, accusato da Costa di essere “avido”. E questa “avidità” di minacciare il futuro della Ue.

 

Non manca anche una incredibile uscita[13][13] di un Romano Prodi in cerca di riposizionamento, che qualifica come “drammatiche” le conseguenze possibili del Consiglio Europeo fallito. Il rinvio all’Eurogruppo è definito “tragicamente umoristico” e le diversità di vedute, “ad oggi non componibili”. Il realista ex Presidente della Commissione riassume così la cosa: “Si tratta dell’ormai consueto scontro fra Nord e Sud, fra i cosiddetti Paesi virtuosi e noi meridionali, che siamo evidentemente i viziosi. Come sempre il fronte dei virtuosi trova la sua punta più oltranzista nell’Olanda. Un Paese contrario all’entrata dell’Italia nell’euro e contrario a ogni forma di solidarietà. Un Paese che fa del rigore il proprio scudo ma che, nello stesso tempo, è di tutti il più abile a praticare politiche fiscali di dubbia legittimità per trasferire in Olanda le sedi delle imprese degli altri Stati europei, a cominciare dalla Fca”.

Del resto dietro la piccola ed arrogante Olanda (dieci milioni di abitanti, 800 miliardi di Pil) c’è la Germania che ha solo “la creanza di usare un linguaggio meno offensivo”. La conclusione del ragionamento, prima della chiusa rituale sull’interesse comune a superare i problemi è davvero insolitamente amara: “L’incomprensione e il distacco che i governanti europei stanno dimostrando non può che tradursi in un crescente e simmetrico distacco dei cittadini italiani nei loro confronti e nei confronti del progetto europeo. Se non si prende coscienza di questo inevitabile processo le conseguenze saranno gravi e senza rimedio. D’altra parte diventa impossibile identificarsi in una comunità se i membri della stessa comunità non si sentono tali nemmeno quando la sofferenza collettiva è ormai arrivata a un livello intollerabile. Se i governanti europei rispondono solo ai desideri e agli istinti di breve periodo del proprio elettorato, il patto che ha finora tenuto insieme i diversi Paesi europei non può che dissolversi”.

 

Probabilmente questa volta ha ragione.

 

[1][1] – Si veda https://www.youtube.com/watch?v=05FVLzg95KA

[2][2] – La lettera l’abbiamo pubblicata e commentata in “Campo di battaglia: Draghi, Consiglio Europeo, Coronavirus. Cronache del crollo”.

[3][3] – https://www.huffingtonpost.it/entry/macron-sente-trump-iniziativa-forte-a-giorni-per-reagire-alla-crisi_it_5e7d9fbdc5b6256a7a281cfd

[4][4] – 28 marzo 2020, El Pais, https://elpais.com/espana/2020-03-27/michel-tenemos-acuerdo-pedro-sanchez-no-asi-es-inaceptable-asi-fue-la-tensa-cumbre-de-la-ue.html

[5][5] – https://www.youtube.com/watch?v=5YceQ8YqYMc&feature=emb_logo

[6][6] – http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/mattarella-discorso-alla-nazione-47a97e13-8106-4b90-a2cf-07add8a1de62.html

[7][7] – Persone per le quali qualche giorno fa ho scritto “Perdiamo”.

[8][8] – Qui nel sito de la Repubblica, qui su Le Monde.

[9][9] – https://www.volkskrant.nl/nieuws-achtergrond/rutte-en-hoekstra-voeren-achterhoedegevecht-tegen-transferunie~baba7c03/

[10][10] – Si veda http://www.mef.gov.it/focus/prideandprejudice/

[11][11] – Alla BCE, nella quale le decisioni si prendono a maggioranza, sono presenti le Banche Centrali dell’eurogruppo, e quindi il gruppo dei 9 (o 10) sono in maggioranza netta.

[12][12] – https://video.repubblica.it/dossier/coronavirus-wuhan-2020/coronavirus-il-premier-portoghese-costa-attacca-il-ministro-delle-finanze-olandese-parole-ripugnanti/356962/357527?ref=RHPPRB-BS-I0-C4-P4-S1.4-T1

[13][13] – https://www.ilmessaggero.it/editoriali/romano_prodi/coronavirus_europa-5137245.html

Come, quando e cosa riaprire in Italia, del dottor Giuseppe Imbalzano

Come, quando e cosa riaprire in Italia- Giuseppe Imbalzano- Medico

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi.
La situazione economica è l’elemento più critico che si sta rivelando connesso con
l’infezione da Covid 19 e che sta creando, se possibile, più danni della infezione stessa.
La modalità con cui è stata affrontata questa epidemia non sempre ha seguito la linea di
ridurre le fonti di infezione e di preservare il personale di assistenza da eventuali contagi,
ma ha diffuso il virus negli ospedali e infettato un numero incredibile di operatori. Che sono certamente la causa di ulteriori infezioni tra i familiari e i pazienti. Così come la scelta di affidare ai medici di famiglia l’assistenza dei pazienti potenzialmente infetti ha costretto i primi ad affrontare, spesso senza gli strumenti di protezione necessari, situazioni del tutto critiche che dovevano esigere ben altra organizzazione. E la numerosità dei medici infetti ha creato ulteriori focolai territoriali. E, dalle informazioni giornalistiche, appaiono esistere molti minicluster familiari come causa di questa esplosione di casi in così breve tempo.
In questi giorni sono fiorite proposte di riapertura delle attività lavorative che hanno posto
come riferimento, tra le tante cose, le proiezioni di danno delle categorie secondo le età.
Una scelta che cerca di dimostrare il basso rischio dei soggetti che devono partecipare al
ciclo lavorativo in base a valutazioni che, nei fatti, appaiono assai discutibili, sia perché prive di certezza statistica, sia perché non tengono conto che non vi è una fungibilità di tutto il personale, di un possibile utilizzo di personale qualificato in tutti i settori senza la specifica competenza di chi debba gestire l’attività e il settore specifico. Dimenticando poi che i lavoratori hanno interazione anche con parenti e amici che potremmo inserire nelle
categorie a rischio. E che accettare il rischio in se stesso (con quale garanzia per chi
rischia?) non fa parte di una corretta valutazione e modello di attività, in particolare se riferita a terzi. Sarebbe ancora più pesante che le imprese aggiungessero al peso dell’inattività il peso degli eventuali contagi correlati e dei danni immateriali e previsti dal decreto Lvo 81/08.
E non credo, considerata la macchinosità del sistema, che verrebbe apprezzata dai
sindacati e quindi approvata per poter essere attivata e gestita come regola su tutto il
territorio nazionale.
Noi, oggi, ci troviamo in una situazione di grande criticità in alcune Regioni che non hanno
sviluppato un intervento caratterizzato dal modello di Sanità pubblica ma sono intervenuti
secondo schemi di clinica medica, inseguendo i malati che man mano si sono identificati,
usando gli ospedali alla stregua di luoghi di ricovero multifunzionali, non rispettando
neanche i parametri dell’accreditamento previsti per il ricovero delle malattie infettive. Scelta del tutto inadeguata rispetto alla situazione da affrontare e, ancora di più oggi, riguardo la situazione che si è creata e che sta diventando sempre più problematica.
Anziché spegnere il fuoco iniziale, la dislocazione dei casi ha moltiplicato le fonti di infezione.
Oggi non vorremmo che tutte le scelte che si propongono dessero la stura ad ulteriori fonti
di contagio. E per evitare le stesse, con l’obiettivo di garantire attività e recupero della
gestione delle attività riteniamo di promuovere una scelta che, partendo dalla attuale
situazione, porti al doppio risultato desiderato.
Se mantenessimo la chiusura dei comuni e la netta riduzione del traffico cittadino, e se
garantissimo il monitoraggio stretto dei nuovi casi e la loro identificazione, considerato che, ad oggi, abbiamo un elevato numero di comuni senza casi di infezione, potremmo avviare le attività nelle diverse realtà che sono virusfree da almeno 30 giorni, mantenendo una rigorosa vigilanza a quanto possa naturalmente accadere.
La scelta di riattivare i comuni free risponde ai due obiettivi di garantire la sicurezza e attivare il sistema industriale e commerciale. E ad un terzo, che spingerà i comuni, e i sindaci in particolare, ad operare per ridurre i rischi e favorire il rientro nella zona di sicurezza, riattivando le attività lavorative in piena sicurezza.
Oggi abbiamo informazioni molto poco utili per intervenire correttamente e ridurre le
infezioni. Non conosciamo da dove derivino i nuovi casi e comunque gli ospedali sono
ancora fonte di infezione per il personale con le relative conseguenze quantitative e di
cattiva gestione dei focolai.
È indispensabile modificare il modello da cui derivano le infezioni e nel contempo operare
per eliminare le condizioni che determinano la diffusione delle infezioni stesse.
La realtà attuale dei comuni virusfree è assai differente nelle diverse Regioni Italiane.
Come mero esempio presentiamo alcune realtà regionali- e le stesse, naturalmente, con
l’impegno di tutti, dovrebbero attivarsi per ridurre i casi di infezione e consentire di riprendere una normalità sociale che oggi ha qualche difficoltà ad essere riattivata.

Piemonte

Lombardia

Veneto

Liguria

Emilia Romagna

Lazio

Sicilia

A Nord i comuni coinvolti sono tanti, a sud non ancora molti comuni sono stati colpiti; garantire l’assenza di infetti è sostanziale e spingerà tutti verso una comune azione di riduzione del rischio e delle infezioni

NB

http://CVBreveImbalzano

La resa dei conti, di Andrea Zhok

La resa dei conti
1) Premessa
Come ampiamente previsto, l’incontro dell’Eurogruppo di ieri si è concluso con un nulla di fatto.
Che gli incontri europei si concludano con un nulla di fatto è peraltro oramai una tradizione consolidata. Settimane fa si erano concluse con un nulla di fatto le trattative per una variazione dello zero virgola nel budget europeo. Per anni si erano concluse con un nulla di fatto le richieste di rivedere le regole sull’accoglienza dei migranti da parte dei paesi dell’Europa meridionale. Incartarsi ad arte per rinviare sine die ogni decisione è una specialità in cui le istituzioni dell’UE hanno dimostrato da tempo straordinario talento.
E naturalmente non è un caso.
Il sistema dei trattati è stato disegnato per funzionare precisamente come una tonnara: una volta entrati non esiste nessuna possibilità di uscirne sani né di cambiare niente di significativo. (L’unanimità necessaria la puoi raggiungere solo su imperdibili iniziative simboliche come l’equiparazione di comunismo e nazismo.)
2) Prima del diluvio
L’emergenza coronavirus tende a farci dimenticare che l’UE non è mai davvero uscita dalla crisi del 2007. L’economia è rimasta lenta, e anche la famosa ‘locomotiva tedesca’ aveva iniziato ad arrancare.
Ben prima che il virus comparisse all’orizzonte si discuteva animatamente di una perdurante stagnazione dell’economia europea (con Italia e Germania in fondo alla classifica della crescita).
Ben prima del virus il sistema bancario tedesco scricchiolava in modo pauroso (i titoli tossici in Deutsche Bank sono ancora tutti là).
Ben prima del virus alcuni paesi, e con particolare intensità la Grecia, erano stati ridotti ai minimi termini, demolendone l’apparato pubblico, condannando la generazione più giovane all’emigrazione e quella più anziana a pensioni da fame, mentre scuole ed ospedali venivano smantellati e mentre le migliori risorse nazionali venivano depredate. Il tutto nel nome del ‘rigore’.
È importante ricordare questi dettagli davanti a quelli che vagheggiano di una ‘rapida ripresa’ europea e di un ‘sereno ritorno alla normalità’, nel caso di una (miracolosamente) rapida risoluzione dell’emergenza coronavirus. L’idea di un possibile andamento a V, con crollo verticale e impennata successiva dell’economia è completamente implausibile anche se domattina i marziani ci offrissero in dono una cura immediata per il Covid-19.
È implausibile una sereno ‘ritorno alla normalità’ essenzialmente perché nella precedente normalità non c’era proprio niente di sereno.
Date le premesse di funzionamento dell’economia dell’eurozona, l’eventuale scomparsa improvvisa del problema epidemico ripresenterebbe un quadro di rinnovata stagnazione, solo su un piano più basso (diciamo più che a V, un andamento a L). Questo per due ragioni, una profonda e una tecnica.
Quella profonda è che l’eurozona è stata più un problema che una risorsa, per buona parte dei suoi partecipanti sin dall’inizio.
Quella tecnica è che non ci sono nell’eurozona strumenti autenticamente anticiclici, a fronte di una crisi peggiore di quella del ’29 (la perdita di un terzo della capitalizzazione delle borse europee in tre settimane è analogo a quello del Wall Street Crash dell’ottobre 1929, e qui sembra essere solo all’inizio).
A questo elemento, che è già ora certo, si deve aggiungere una prospettiva altamente plausibile, ovvero che anche una volta superato il picco dell’epidemia nei principali paesi industrializzati, comunque la ripresa delle attività potrà prendere piede solo molto gradualmente, almeno fino a quando non si trova un vaccino.
3) Digressione: Cave vaccinum
A proposito del tema ‘vaccino’, è importante spendere un paio di parole cautelative. Vista la pressione colossale esercitata letteralmente da tutti i detentori di capitale del mondo affinché si arrivi presto ad approntare un vaccino, è certo che appena dell’acqua sporca avrà una vaga plausibilità di superare l’effetto placebo, essa verrà proposta, se non imposta, per sollecita ed estensiva somministrazione. C’è da augurarsi che anni di discussioni, spesso a vanvera, tra vaccinisti ed antivaccinisti, abbiano almeno allertato l’opinione pubblica sul fatto che un vaccino scarsamente testato può avere effetti peggiori della malattia.
Di fatto l’idea di poter semplicemente ‘premere sull’acceleratore’ ogni qual volta c’è una ‘domanda di mercato’ è una delle più pervicaci illusioni dell’epoca moderna. Tutti i nostri problemi ambientali e strategici vengono trattati sulla base di un assunto, che è un’ode alla hybris: Una volta che un problema nasce, il mercato troverà senz’altro una soluzione perché avrà interesse a farlo. Ma naturalmente non è affatto detto che, una volta emerso un problema, bastino potenti incentivi per trovare una soluzione.
Una ‘scoperta’ – anche una scoperta in un ambito altamente investigato come quello dell’approntamento dei vaccini – non è una mera ‘produzione programmabile’: ha comunque tempi suoi propri e non chiaramente prevedibili. In ogni caso non fulminei.
4) Cronache dal gorgo
Tutti questi elementi suggeriscono come massimamente probabile la prospettiva di un crollo, mondiale ed europeo, dei consumi e della produzione, seguito da una stabilizzazione a livelli di produzione e consumo marcatamente inferiori a quelli precedenti.
La situazione così descritta, tuttavia, non illustra adeguatamente la cascata di implicazioni.
Un crollo stabile di questa natura, in un contesto di produzioni e consumi mondializzati, implica necessariamente pesanti disfunzioni nella catena degli approvvigionamenti, e limiti nell’accesso ai mercati esteri. In altri termini, detto un po’ semplicisticamente, quanto più lontano un paese dall’autosufficienza, tanto più problematica sarà la sua situazione. I blocchi reciproci di forniture ospedaliere in questa fase potrebbero facilmente trasformarsi in limitazioni all’accesso ad altri generi di prima necessità. Tecnicamente, ciò che sta succedendo – e che credibilmente continuerà ad accadere nel medio periodo – è che i ‘costi di transazione’ internazionali (e anche intranazionali, ma in minor misura) tenderanno ad ampliarsi a dismisura. È già cresciuta la difficoltà a movimentare fisicamente alcunché, ma anche a difendere movimenti di merci da colpi di mano e atti illegali, ad esplorare e raccogliere informazioni in nuovi mercati, ecc. In quest’ottica, la ‘scommessa sull’export’, fondata sul presupposto di costi di transazione internazionali bassi, e alimentata come una virtù morale in ambito europeo, promette di collassare rovinosamente.
Simultaneamente, sul piano dei consumi interni, in assenza di vigorose compensazioni statali, un’enorme quantità di attività economiche diventerà insolvente, poiché le prospettive di guadagno sono spostate indefinitamente verso il futuro e mantenere costi fissi (affitti, macchinari, forza lavoro) risulterà insostenibile.
Questo significa, in assenza di interventi correttivi, che vedremo un incremento di milioni di disoccupati in aggiunta a quelli precedenti. Ma dire ‘milioni di disoccupati’ è di nuovo un’espressione freddamente numerica, che non dà conto del fenomeno. È importante capire che, se viene conservata la cornice competitiva che definisce la nostra organizzazione socioeconomica liberale, se cioè le persone continueranno a percepire (come nella precedente ‘normalità’) che un proprio vantaggio comparativo a breve termine potrebbe significare, per sé e la propria famiglia, tenere la testa sopra la linea di galleggiamento, allora quei ‘milioni di disoccupati’ implicheranno decine di migliaia di ‘persone disposte a tutto’ in circolazione. Si tratta di un processo di disgregazione sociale, già ben documentato nello sviluppo storico della ragione liberale, che arriverebbe al suo showdown. Disgregazione sociale significa ‘criminalità’ sul piano legale, e significa un ulteriore aumento dei costi di transazione sul piano economico; e dunque un ulteriore decremento di produzione e consumi. Ci potremmo trovare in pochi passaggi dentro una spirale in caduta libera, caduta impossibile da arrestare se viene mantenuta la cornice del ‘competitivismo’ corrente.
Questo quadro, per inciso, potrebbe essere dipinto a tinte ancor più fosche se volessimo ricordare le lezioni del passato. Infatti è inevitabile che, in un contesto in cui anche i ceti al potere iniziano a temere per la propria condizione, difficoltà sul fronte interno facciano crescere la tentazione di capri espiatori esterni. Che ciò possa condurre ad una crescita internazionale della conflittualità, anche esplicitamente bellica, è da mettere in conto; e questo comporterà un ulteriore ostacolo alle transazioni internazionali.
5) Prospettive e pastoie
Ora, al di là di ogni propensione o appartenenza ideologica, la domanda fondamentale suona: come è possibile porre un freno a questo percorso deflagrante?
La risposta, almeno sul piano teorico, è già a disposizione, visto che l’epoca industriale ha già vissuto situazioni di crisi similmente profonda. In formato semplice, la risposta è senza dubbio la seguente: solo il massiccio intervento degli Stati al di fuori di una logica di mercato può limitare i danni e correggere la rotta. Questo è già, spontaneamente, la direzione in cui ci si sta muovendo un po’ ovunque, ma apparentemente non se ne comprende bene la natura.
Il punto chiave qui non è la semplice invocazione dell’‘intervento degli Stati’. Come gli studi sulla rivoluzione neoliberale ci hanno insegnato, gli Stati hanno assunto negli ultimi cinquant’anni (ma in verità non è la prima volta) un ruolo di supporto esterno ed implementazione dei meccanismi di mercato. In Europa la Germania è stata il primo paese a farlo, seguita dal Regno Unito.
Nell’ordinamento di idee neoliberale lo Stato ha la funzione non solo di preservare il funzionamento dei mercati, ma di costruire tutte le proprie strutture in modo da ottimizzare la competizione. Le strutture economiche che non si adattano bene all’assiomatica del ‘mercato perfetto’ devono essere guidate verso modelli che almeno lo simulano (donde la competizione tra sistemi sanitari, tra scuole e università, le concessioni private di monopoli naturali – come le reti di trasporto -, ecc.). Chi rimane indietro in questo sistema deve essere ‘rieducato’, in modo che domani lasci a qualcun altro il fondo classifica: mors tua vita mea, correndo come se non ci fosse un domani sulla ruota del criceto.
Per gli Stati questa ‘rieducazione’ dovrebbe passare dalle ‘riforme’, che significa, almeno dal Washington Consensus (1989) ad oggi, cure di privatizzazioni, liberalizzazioni, abbattimento delle garanzie sulle condizioni di lavoro, flessibilità, apertura del mercato, ecc. Le famose ‘condizionalità’ del FMI e del MES sono precisamente tali atti di ‘rieducazione alla competizione’.
Che queste ricette si siano dimostrate fallimentari in tutti i casi in cui sono state applicate (erano state concepite per risollevare le economie dei paesi in via di sviluppo) non ha mai comportato alcun ripensamento. Di passaggio, un report del WTO del 2005, constatando i risultati deludenti del Washington Consensus sul piano internazionale ne traeva l’emblematica conclusione che bisognava insistere con maggior vigore: la caratteristica fondamentale dei paradigmi ideologici è infatti di essere impermeabili ad ogni falsificazione.
Ciò di fronte a cui ci troviamo infatti è proprio un paradigma teorico, paradigma che trae la sua autorevolezza dal fatto di essere stato utile a rafforzare la posizione di ceti già privilegiati, ma che ha una sua autonomia teorica di lungo periodo.
Dunque la risposta dev’essere, certo, l’intervento degli stati, ma ciò che va sottolineato è che la logica del loro intervento deve essere assolutamente estranea alla logica di mercato. La logica deve piuttosto aggirarsi dalle parti di – i liberisti perdonino l’abietta citazione – “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue necessità” (cfr. Atti degli apostoli 4, 32-35)
6) Il macigno sul sentiero
Arriviamo così ai ‘niet’ della Germania di questi giorni (e del passato; e del futuro). La Germania ha ricostruito sé stessa dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale adottando quel paradigma neoliberale noto come ‘ordoliberismo’ (anche se fino agli anni ’80 la sua implementazione è stata mitigata sul piano sociale dal timore di ‘sfigurare’ rispetto ai fratelli della Germania Est). L’ordoliberismo si distingue dal neoliberalismo americano essenzialmente per il maggior spazio attribuito allo Stato come funzione collaterale ai processi di mercato. Per così dire, se il modello americano propende a predicare l’”arrangiatevi”, quello tedesco è più incline al paternalistico: “vi rieduchiamo noi”. Tutta la classe dirigente tedesca è permeata da questo paradigma teorico da tre generazioni. Si tratta peraltro di un paradigma che a loro è tornato assai utile: anche se negli ultimi trent’anni le condizioni dei lavoratori tedeschi si sono erose e il welfare tedesco si è ristretto, comunque nel complesso gli avanzi della bilancia commerciale tedesca hanno permesso al paese di mantenere una posizione di complessiva supremazia economica.
La combinazione tra una consolidata rigidità ideologica e la coscienza dei vantaggi pratici ricevuti rende quel paradigma un macigno inscalfibile sulla strada di ogni correzione di rotta.
Quello che oggi molti non capiscono è che la Germania non oppone i suoi divieti perché ‘gli costerebbe’. Alcuni commentatori italiani continuano ad esprimersi appellandosi alla ‘generosità’ (o poca generosità) dei tedeschi, e chiedendo loro di ‘aprire il portafoglio’. Questo modo di esprimersi è altamente fuorviante. Qui non è questione di generosità, né di aprire il portafoglio, perché quello che viene chiesto alla Germania (e ai suoi satelliti) non solo non comporta per loro dei costi, ma gli sarebbe economicamente vantaggioso.
È infatti ovvio che un paese che ha puntato sull’export e su catene produttive lunghissime come la Germania verrà colpito durissimamente dalla presente crisi, molto più di quanto potranno dire i numeri di morti o contagiati. Essendo la Germania strutturalmente distante anni luce da un’economia ‘autarchica’, doversi relazionare con partner in forte contrazione dei consumi non potrà che abbattersi anche sui propri apparati produttivi. Il punto non ha dunque nulla a che fare con la ‘generosità’: in questo momento anche agendo per semplice tornaconto economico alla Germania converrebbe trasformare la BCE in un prestatore di ultima istanza, e adottare una ferma agenda anticiclica di matrice keynesiana.
Ma qui il punto non è pragmaticamente economico, ma eminentemente ideologico e, com’è noto, sulle idee i tedeschi non transigono. Fiat iustitia, pereat mundus.
E la giustizia di cui è ideologicamente portatrice la Germania è quella del paradigma neoliberale, ma è ancora più profondamente quello antico dell’ordalia (dal tedesco Ur-theil), cioè del iudicium Dei dove il fatto che il vincitore avesse vinto significava che la ragione era dalla sua parte (perché Dio lo aveva aiutato a vincere). Nel caso tedesco il competitivismo neoliberale si innesta in una disposizione culturale profondamente radicata, che lo rende particolarmente difficile da scalfire.
Il problema è che questa impermeabilità ideologica non è più un problema solo tedesco, ma oggi è divenuto un problema europeo (e in particolar modo italiano). Abbiamo costruito un sistema sociale ed internazionale il cui senso profondo è quello di sollecitare la competizione e di venerare la vittoria (sia pure nella forma mediata della guerra economica). Ma questo sistema, specialmente nel contesto di un’emergenza come la presente, può rivelarsi una tragica trappola.
7) Cooperazione e competizione
Nonostante tutte le chiacchiere intorno all’idea di una ‘comunità europea’, l’UE non è stata immaginata come una comunità, ma come un’arena (con annessa scuola gladiatoria). Tuttavia situazioni come quella presente, situazioni in cui siamo tutti investiti da un medesimo problema, sono situazioni che non si prestano affatto all’irrigidimento in atteggiamenti competitivi.
(Si potrebbe notare, a titolo di spunto filosofico, che nella condizione umana l’essere ‘investiti tutti del medesimo problema’ non è l’eccezione, ma la regola, e costruire una forma di vita incapace di esservi all’altezza è solo immensamente stupido. Ma tant’è.)
In ogni caso, al presente ci troviamo di fronte ad una situazione che porta alla luce uno scontro disposizionale tra due istanze antropologiche fondamentali: la cooperazione (e il senso di comunità) e la competizione (e il senso di individualità). Nella pluralità di forme di vita in cui l’umanità si è sviluppata fino a tempi recenti, cooperazione e competizione hanno sempre convissuto fianco a fianco in un equilibrio oscillante. L’ideologia neoliberale (ma invero la ragione liberale dalle sue origini) ha invece istituito la socialità nella forma unilaterale della competizione.
Ora, è immediatamente chiaro a chiunque non sia ideologicamente ottenebrato che in una situazione di comune emergenza si collabora. Si tratta, dopo tutto, dell’istinto che ha consentito alla specie umana di sopravvivere e svilupparsi. Ma a questo istinto si sovrappone oggi un impianto ideologico e istituzionale che legittima unilateralmente la competizione (e la cooperazione solo come strumento provvisorio per migliorare la competizione).
Il problema è dunque che in una cornice ideologica che si riconosce e legittima come per essenza votata alla competizione, la cooperazione non può avvenire. Chi coopera non può farlo davvero se pensa che l’attuale cooperazione sia semplicemente un episodio accidentale in un continuum infinito di competizione senza esclusione di colpi. Se so che alla fine verrò punito per ciò che do, se so che ogni mia esposizione mi renderà più debole per la successiva competizione con un avversario opportunista, allora la cooperazione non avrà luogo (o sarà meramente simbolica).
Questo è precisamente quanto accade oggi a livello di nazioni europee. La Germania preferisce rischiare perdite maggiori pur di non infrangere la propria iustitia neoliberale, dove alla fine ad aver ragione è solo chi vince. Per attori politici tedeschi imbevuti di spirito neoliberale una collaborazione che risulti comparativamente più benefica ad un mio competitore, di quanto lo sia per me, va rigettata. Va rigettata anche se per me è comunque altamente benefica, perché ciò che conta non è mai la vita, non è la salute, non il benessere, ma solo il mio posizionamento relativo nella competizione con l’altro. È una logica predatoria. È la logica di qualcuno con cui non è strutturalmente possibile collaborare. Una volta di più, nella sua storia, la Germania si dimostra incapace di guidare alcunché. E una volta di più, purtroppo, la loro storia è anche la nostra.

È possibile sapere chi si ammala?, di Giuseppe Imbalzano

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi.

È possibile sapere chi si ammala?

Non il mio vicino di casa, ma quali siano i luoghi e i flussi di chi continua ad ammalarsi?

Quali siano e da dove si infettano i nuovi pazienti, quale sia il percorso e chi determina i nuovi casi nella nostra comunità?

Se non specifichiamo i meccanismi e i flussi, i determinanti e tracciamo i percorsi delle infezioni e continuiamo a sparare nel mucchio, avremo numeri grossolani e casuali.

È come, per altro, sapere quanti incidenti stradali abbiamo ma non sappiamo se siano di notte o di giorno e dove, per evitare di esserne coinvolti.

E così per le infezioni.

Da dove derivano, dalle attività mantenute attive che hanno forti interazioni o dai runner e dai padroni dei cani che girano intorno al proprio palazzo o dalle fonti che hanno causato questa esplosione di casi in un tempo che dire breve è poco?

Abbiamo interrotto i flussi delle infezioni o abbiamo mantenuto i problemi di aree che hanno determinato questa situazione in poco più di 30 giorni?

Tutti guardano i numeri in più o in meno e le curve ma il perché nessuno, il dove nessuno, il chi nessuno.

E allora, chi, avendone responsabilità, riprenda la retta via delle analisi dei casi e delle loro origini, delle situazioni che ne hanno causato l’esplosione, dei percorsi, della indagine sui singoli casi e dei relativi flussi generali, delle gabbie da cui fuggono i virus, e che hanno causato così tanti casi in poco tempo?

Ad errore si rischia di sovrapporre errore e si persegue lo stesso errore. Non siamo di fronte ad una patologia cronico degenerativa, ma di fronte ad una infezione. E come tale va affrontata e risolta.

È chiaro che questa epidemia, in Lombardia in particolare, è esplosa per la moltiplicazione dei focolai con la distribuzione in tutti gli ospedali dei malati, in ambienti non sempre idonei per accoglierli.

E da lì, diffusa.

Gli oltre 6000 sanitari positivi in Italia (per non parlare di coloro che non sono stati identificati precocemente) non hanno trasmesso a nessuno l’infezione? Vittime di una organizzazione inadeguata e priva di attenzioni minime per la sicurezza dei lavoratori?

Non sappiamo quanti siano stati i malati già ricoverati infettati in seguito a questi trasferimenti, e anche loro a quante altre persone abbiano trasmesso il virus.

E quanti siano stati poi i familiari e parenti che abbiano avuto il dispiacere di esserne affetti.

E quanti invece si siano ammalati per i contatti, inconsapevoli, che hanno avuto con il personale sanitario in genere o per aver solo frequentato gli ospedali.

Forse è stato sottovalutato questo movimento e non abbiamo perseguito le linee corrette per debellare una infezione che è esplosa così velocemente.

Solo per contatti diretti ed indiretti è verosimile, ma bisogna recuperare le informazioni, che il personale sanitario abbia determinato almeno 25 mila casi, compresi parenti e amici oltre a pazienti, che poi, nella interazione dei propri territori abbiano creato le ulteriori infezioni.

E oggi?

Abbiamo la certezza che questo flusso, queste infezioni siano cessate o abbiamo ancora movimenti che provengono dalle strutture sanitarie e che negli ultimi giorni hanno avuto una rinnovata attività dalle strutture socio sanitarie, con un numero di infetti e di decessi che è del tutto innaturale?

Anche lì, cosa è accaduto? Mancata attenzione rigorosa al problema o cosa?

Sono stati predisposti protocolli rigorosi e azioni di limitazioni del rischio o perchè è accaduto?

Le domande sono tante, ma in realtà è una sola, cosa sta accadendo e come impedire che questa infezione faccia ulteriori danni e mieta ulteriori, del tutto ingiustificate, vittime.

Gli ospedali misti, come abbiamo avuto modo di dire più volte, non sono la soluzione a questo problema, comunque.

Ci chiediamo, nel contempo, cosa sia stato fatto per evitare ulteriori infezioni al personale e ai cittadini ed evitare altri possibili focolai sia comunitari che nella gestione domiciliare dei casi.

Vorremmo anche sapere cosa sia accaduto ai cittadini, sia in quarantena che per la gestione delle patologie (e se familiari siano stati successivamente infetti) e anche quali siano stati i modelli di sicurezza adottati nelle Rsa, per protocolli previsti o meno dalle Regioni ed adottati in modo organico dalle strutture assistenziali.

E cosa sia accaduto al personale sanitario, costretto a lavorare anche se abbia avuto contatti con malati infetti e quanti poi siano diventati positivi nel corso dei giorni successivi.

Non vorremmo che questo filone di infezioni sia diventato terra di nessuno e privo delle necessarie valutazioni, e azioni di mitigazione della infezione, che non è, come ci attendevamo, stata adeguatamente frenata dalla lunga chiusura in quarantena della comunità.

 

Giuseppe Imbalzano- medico

NB_ http://CVBreveImbalzano

Lettera alla professoressa Capua, del dr. Giuseppe Imbalzano

Campo di battaglia: Draghi, Consiglio Europeo, Coronavirus. Cronache del crollo, di Alessandro Visalli

Il Governo italiano ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio Europeo che si riunisce oggi, sottoscritta da Emmanuel Macron (Francia), Pedro Sanchez (Spagna), Sophie Wilmes (Belgio), Kyriakos Mitsotakis (Grecia), Leo Varadkar (Irlanda), Xavier Bettel (Lussemburgo), Antonio Costa (Portogallo), Janez Jansa (Slovenia).

Si parla di quasi la metà degli stati dell’eurozona (9 su 19), per un totale di 212 milioni di abitanti (64% dell’area) e 7.800 mila miliardi di Pil (il 57% di quello dell’eurozona).

E’ chiaro che se andassero fino in fondo, nel Consiglio Europeo di oggi (che include tutti i membri dell’Unione Europea, e quindi 442 milioni di abitanti e 17.000 miliardi di Pil, per cui in questo consesso si parla del 48% degli abitanti e 45% del Pil), sarebbe una forza imponente.

Rispetto all’attuale stato dell’epidemia i paesi firmatari sono “titolari” del 72% dei casi in Europa e del 77% dei casi nella sola eurozona. In rapporto agli abitanti il paese più colpito è il piccolo Lussemburgo (che ha 2,67 casi per 1000 abitanti), seguito dall’Italia (1,24), Spagna (1,04), Belgio (0,45), Irlanda (0,34), Francia (0,33), Portogallo (0,3), Slovenia (0,26), Grecia (0,07). Tra i paesi che non hanno firmato spicca la Germania, con 35.700 casi (0,44) e l’Olanda, con 6.400 (0,38), l’Austria con 5.500 (0,64), la Finlandia, con 900 (0,16), la Svezia, 2.500 (0,25), la Polonia, con 1.000 (0,03), Romania, 900 (0,05).

Jeremy Mann

 

Vediamo la lettera:

La lettera al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, del Presidente Conte e dei leader di Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna.

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Caro Presidente, caro Charles

la pandemia del Coronavirus è uno shock senza precedenti e richiede misure eccezionali per contenere la diffusione del contagio all’interno dei confini nazionali e tra Paesi, per rafforzare i nostri sistemi sanitari, per salvaguardare la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali e, non ultimo, per limitare gli effetti negativi che lo shock produce sulle economie europee.

Tutti i Paesi europei hanno adottato o stanno adottando misure per contenere la diffusione del virus. Il loro successo dipenderà dalla sincronizzazione, dall’estensione e dal coordinamento con cui i vari Governi attueranno le misure sanitarie di contenimento.

Abbiamo bisogno di allineare le prassi adottate in tutta Europa, basandoci su esperienze pregresse di successo, sulle analisi degli esperti, sul complessivo scambio di informazioni. È necessario ora, nella fase più acuta dell’epidemia. Il coordinamento che tu hai avviato, con Ursula von der Leyen, nelle video-conferenze tra i leader è d’aiuto in tal senso.

Sarà necessario anche in futuro, quando potremo ridurre gradualmente le severe misure adottate oggi, evitando sia un ritorno eccessivamente rapido alla normalità sia il contagio di ritorno da altri Paesi. Dobbiamo chiedere alla Commissione europea di elaborare linee guida condivise, una base comune per la raccolta e la condivisione di informazioni mediche ed epidemiologiche, e una strategia per affrontare nel prossimo futuro lo sviluppo non sincronizzato della pandemia.

Mentre attuiamo misure socio-economiche senza precedenti, che impongono un rallentamento dell’attività economica mai sperimentato prima, abbiamo comunque bisogno di garantire la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali, e la libera circolazione di dispositivi medici vitali all’interno dell’UE. Preservare il funzionamento del mercato unico è fondamentale per fornire a tutti i cittadini europei la migliore assistenza possibile e la più ampia garanzia che non ci saranno carenze di alcun tipo.

Siamo pertanto impegnati a tenere i nostri confini interni aperti al necessario scambio di beni, di informazioni e agli spostamenti essenziali dei nostri cittadini, in particolare quelli dei lavoratori transfrontalieri. Abbiamo anche bisogno di assicurare che le principali catene di valore possano funzionare appieno all’interno dei confini dell’UE e che nessuna produzione strategica sia preda di acquisizioni ostili in questa fase di difficoltà economica. I nostri sforzi saranno prioritariamente indirizzati a garantire la produzione e la distribuzione delle attrezzature mediche e dei dispositivi di protezione fondamentali, per renderli disponibili, a prezzi accessibili e in maniera tempestiva a chi ne ha maggiore necessità.

Le misure straordinarie che stiamo adottando per contenere il virus hanno ricadute negative sulle nostre economie nel breve termine. Abbiamo pertanto bisogno di intraprendere azioni straordinarie che limitino i danni economici e ci preparino a compiere i passi successivi. Questa crisi globale richiede una risposta coordinata a livello europeo. La BCE ha annunciato lo scorso giovedì 19 marzo una serie di misure senza precedenti che, unitamente alle decisioni prese la settimana prima, sosterranno l’Euro e argineranno le tensioni finanziarie.

La Commissione europea ha anche annunciato un’ampia serie di azioni per assicurare che le misure fiscali che gli Stati membri devono adottare non siano ostacolate dalle regole del Patto di Stabilità e Crescita e dalla normativa sugli aiuti di Stato. Inoltre, la Commissione e la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) hanno annunciato un pacchetto di politiche che consentiranno agli Stati membri di utilizzare tutte le risorse disponibili del bilancio dell’UE e di beneficiare degli strumenti della BEI per combattere l’epidemia e le sue conseguenze.

Gli Stati membri dovranno fare la loro parte e garantire che il minor numero possibile di persone perda il proprio lavoro a causa della temporanea chiusura di interi settori dell’economia, che il minor numero di imprese fallisca, che la liquidità continui a giungere all’economia e che le banche continuino a concedere prestiti nonostante i ritardi nei pagamenti e l’aumento della rischiosità. Tutto questo richiede risorse senza precedenti e un approccio regolamentare che protegga il lavoro e la stabilità finanziaria.

Gli strumenti di politica monetaria della BCE dovranno pertanto essere affiancati da decisioni di politica fiscale di analoga audacia, come quelle che abbiamo iniziato ad assumere, col sostegno di messaggi chiari e risoluti da parte nostra, come leader nel Consiglio Europeo.

Dobbiamo riconoscere la gravità della situazione e la necessità di una ulteriore reazione per rafforzare le nostre economie oggi, al fine di metterle nelle migliori condizioni per una rapida ripartenza domani. Questo richiede l’attivazione di tutti i comuni strumenti fiscali a sostegno degli sforzi nazionali e a garanzia della solidarietà finanziaria, specialmente nell’Eurozona.

In particolare, dobbiamo lavorare su uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’UE per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati Membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia.

Vi sono valide ragioni per sostenere tale strumento comune, poiché stiamo tutti affrontando uno shock simmetrico esogeno, di cui non è responsabile alcun Paese, ma le cui conseguenze negative gravano su tutti. E dobbiamo rendere conto collettivamente di una risposta europea efficace ed unita. Questo strumento di debito comune dovrà essere di dimensioni sufficienti e a lunga scadenza, per essere pienamente efficace e per evitare rischi di rifinanziamento ora come nel futuro.

I fondi raccolti saranno destinati a finanziare, in tutti gli Stati Membri, i necessari investimenti nei sistemi sanitari e le politiche temporanee volte a proteggere le nostre economie e il nostro modello sociale.

Con lo stesso spirito di efficienza e solidarietà, potremo esplorare altri strumenti all’interno del bilancio UE, come un fondo specifico per spese legate alla lotta al Coronavirus, almeno per gli anni 2020 e 2021, al di là di quelli già annunciati dalla Commissione.

Dando un chiaro messaggio di voler affrontare tutti assieme questo shock unico, rafforzeremmo l’Unione Economica e Monetaria e, soprattutto, invieremmo un fortissimo segnale ai nostri cittadini circa la cooperazione determinata e risoluta con la quale l’Unione Europea è impegnata a fornire una risposta efficace ed unitaria.

Abbiamo inoltre bisogno di preparare assieme “il giorno dopo” e riflettere sul modo in cui organizziamo le nostre economie attraverso i nostri confini, le catene di valore globale, i settori strategici, i sistemi sanitari, gli investimenti comuni e i progetti europei.

Se vogliamo che l’Europa di domani sia all’altezza delle sue storiche aspirazioni, dobbiamo agire oggi e preparare il nostro futuro comune. Apriamo pertanto il dibattito ora e andiamo avanti, senza esitazione.

Firmato da

Sophie Wilmès, Primo Ministro del Belgio

Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica francese 

Kyriakos Mitsotakis, Primo Ministro of Greece

Leo Varadkar, Primo Ministro of Ireland

Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano

Xavier Bettel, Primo Ministro del Lussemburgo

António Costa, Primo Ministro del Portogallo

Janez Janša , Primo Ministro della Slovenia


Pedro Sánchez, Primo Ministro della Spagna

Un breve commento.

Cosa si sta dicendo qui? Che la crisi da coronavirus in corso è esterna e non è colpa di nessuno, che per affrontarla si interromperanno gli scambi e disgregheranno le “catene del valore” (ovvero la connessione di fornitori e clienti di ogni singola impresa), che nello sforzo di canalizzare le risorse contro l’aggressione virale ci sono aziende strategiche e non, che le prime vanno tenute in attività e protette dalle possibili aggressioni ostili, che i danni per i cittadini e l’economia vanno compensati da spesa pubblica, che per farla serve che ci sia un’emissione di titoli di debito comune, garantita in solido.

Nel luogo della lettera in cui si arriva al punto, e si chiede uno strumento di debito comune, alle medesime condizioni e per tutti, la frase successiva risponde all’obiezione luterana sempre ripetuta, che il debito è colpa e

Qui il caso è diverso, nessun paese è responsabile.

Quindi la lettera accende una piccola luce sul futuro e specifica che da ora bisognerà “organizzare le economie”, ovvero le catene del valore globali, i settori strategici, i sistemi sanitari e gli investimenti comuni.

Dunque nel campo di battaglia si è schierato un esercito, ed ha dichiarato le sue intenzioni.

Al contempo è sceso in campo un generale, Mario Draghi sul Financial Times, ha scritto un articolo di grande decisione e rilevanza.

Jeremy Mann

Leggiamolo:

“La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nella paura della propria vita o in lutto per i propri cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere supportati.  Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile. Mentre molti affrontano una perdita di vite umane, molti altri affrontano una perdita di sostentamento. Giorno dopo giorno, le notizie economiche stanno peggiorando. Le aziende affrontano una perdita di reddito nell’intera economia. Molti stanno già ridimensionando e licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile.  La sfida che affrontiamo è come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di valori predefiniti che lasciano danni irreversibili. È già chiaro che la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito sostenuta dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare il divario – deve alla fine essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato.  È il ruolo corretto dello stato utilizzare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire. Gli Stati l’hanno sempre fatto di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e Germania tra il 6 e il 15% delle spese di guerra in termini reali fu finanziato dalle tasse. In Austria-Ungheria, Russia e Francia, nessuno dei costi continui della guerra furono pagati con le tasse. Ovunque, la base imponibile è stata erosa dai danni di guerra e dalla coscrizione. Oggi è a causa dell’angoscia umana della pandemia e della chiusura.  La domanda chiave non è se ma come lo Stato dovrebbe mettere a frutto il proprio bilancio. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dalla perdita del lavoro. In caso contrario, emergeremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità permanentemente inferiori, poiché le famiglie e le aziende lottano per riparare i propri bilanci e ricostruire le attività nette. I sussidi per l’occupazione e la disoccupazione e il rinvio delle tasse sono passi importanti che sono già stati introdotti da molti governi. Ma proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un momento di drammatica perdita di reddito richiede un immediato sostegno di liquidità. Ciò è essenziale per tutte le imprese per coprire le proprie spese operative durante la crisi, siano esse grandi aziende o ancora di più piccole e medie imprese e imprenditori autonomi. Diversi governi hanno già introdotto misure di benvenuto per incanalare la liquidità verso le imprese in difficoltà. Ma è necessario un approccio più completo.  Mentre diversi paesi europei hanno diverse strutture finanziarie e industriali, l’unico modo efficace per entrare immediatamente in ogni falla dell’economia è di mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari: mercati obbligazionari, principalmente per grandi società, sistemi bancari e in alcuni paesi anche le poste sistema per tutti gli altri. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici. Le banche in particolare si estendono in tutta l’economia e possono creare denaro istantaneamente consentendo scoperti di conto corrente o aprendo linee di credito.  Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo stanno diventando un veicolo per le politiche pubbliche, il capitale necessario per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli ulteriori scoperti o prestiti. Né la regolamentazione né le regole di garanzia dovrebbero ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci bancari a tale scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le emette.  Le aziende, tuttavia, non attingeranno al supporto di liquidità semplicemente perché il credito è economico. In alcuni casi, ad esempio le aziende con un portafoglio ordini, le loro perdite possono essere recuperabili e quindi ripagheranno il debito. In altri settori, probabilmente non sarà così. Tali società potrebbero essere ancora in grado di assorbire questa crisi per un breve periodo di tempo e aumentare il debito per mantenere il proprio personale al lavoro. Ma le loro perdite accumulate rischiano di compromettere la loro capacità di investire in seguito. E, se l’epidemia di virus e i blocchi associati dovessero durare, potrebbero realisticamente rimanere in attività solo se il debito raccolto per mantenere le persone impiegate in quel periodo fosse infine cancellato.  O i governi compensano i mutuatari per le loro spese, o quei mutuatari falliranno e la garanzia sarà resa valida dal governo. Se il rischio morale può essere contenuto, il primo è migliore per l’economia. Il secondo percorso sarà probabilmente meno costoso per il budget. Entrambi i casi porteranno i governi ad assorbire una grande parte della perdita di reddito causata dalla chiusura, se si vogliono proteggere posti di lavoro e capacità.  I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico. Dobbiamo anche ricordare che, visti i livelli attuali e probabilmente futuri dei tassi di interesse, un tale aumento del debito pubblico non aumenterà i suoi costi di servizio.  Per alcuni aspetti, l’Europa è ben equipaggiata per affrontare questo straordinario shock. Ha una struttura finanziaria granulare in grado di incanalare i fondi verso ogni parte dell’economia che ne ha bisogno. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una risposta politica rapida. La velocità è assolutamente essenziale per l’efficacia. Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni ’20 è abbastanza una storia di ammonimento.  La velocità del deterioramento dei bilanci privati ​​- causata da una chiusura economica che è sia inevitabile che desiderabile – deve essere soddisfatta della stessa velocità nello schierare i bilanci pubblici, mobilitare le banche e, in quanto europei, sostenersi a vicenda nella ricerca di evidentemente una causa comune”.

Se i nove governi affermano che non è colpa di nessuno e che bisogna sia sostenere sia ristrutturare le economie europee, ma ragionano in termini di capitali da raccogliere sul mercato a condizioni di mercato, sia pure eguali per tutti, Draghi dice una cosa diversa.

Intanto ricolloca la crisi che nel paludato linguaggio delle segreterie era solo “senza precedenti”, come “tragedia di proporzioni bibliche”. Dichiara il costo economico essere al contempo “enorme ed inevitabile” e la recessione sia “profonda” sia “inevitabile”.

Abbiamo dunque al primo passaggio della sua stringente logica un costo economico “enorme” ed una recessione “profonda” (che potrebbe mutare in “depressione”[1]) entrambe inevitabili.

A ciò che è inevitabile bisogna rispondere inevitabilmente. E qui si diventa perentori, “la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico”.

E perché? La bomba arriva esattamente a questo passaggio. Anni di controinformazione, analisi condotte con il metodo dei saldi settoriali, insistenza sul debito privato e sulla eccessiva valutazione di quello pubblico ottengono improvvisamente piena legittimazione. A decine di servili ripetitori del senso comune economico devono essere scoppiate le orecchie: “la perdita di reddito sostenuta dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare il divario – deve alla fine essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici”.

Ripetiamo:

  • le perdite del settore privato ed i debiti accumulati, devono essere assorbiti dai bilanci pubblici.

E il “moral hazard”? E la “colpa”? E … l’horror vacui qui colpisce anche buona parte della sinistra storica, che ha inconsapevolmente interiorizzato una versione della narrativa ordoliberale, immaginando che lo stato debba essere “austero” perché l’economia sia “sana”.

Cosa accade se, in condizioni date come queste, le perdite anche esse inevitabili (e, come vedremo, senza colpa) del settore privato, cittadini e imprese, sono assorbite nei bilanci pubblici? Che il debito pubblico sale, che sale in modo “permanente”, e che il debito privato viene “cancellato”.

C’è una glossa di teoria, “È il ruolo corretto dello stato utilizzare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire”.

Quindi è inevitabile, si deve agire, tramite l’espansione del debito pubblico.

Come? Qui c’è il punto. Il “se” è superato. Restano alcune cose:

  •   non fornire solo reddito di base (es, helicopter money), ma proteggere le persone dalla perdita del lavoro,
  •   garantire sostegno alla liquidità immediato,

Arriva la seconda bomba.

In una strategia rivolta a garantire liquidità all’economia reale, imprese e famiglie, Draghi propone di utilizzare le banche, che sono capillarmente diffuse. E propone che queste aprano linee di credito e scoperti di conto corrente, immediatamente e senza aspettare liquidità (quindi senza aspettare la Bce o altri), perché queste “possono creare denaro istantaneamente”.

Ripetiamo:

  • “Le banche possono creare denaro istantaneamente consentendo scoperti di conto corrente o aprendo linee di credito”.

E le riserve? E il buon padre di famiglia? E … anche qui l’horror vacui colpisce buona parte della sinistra storica, che non lo sapeva ma era rimasta ai tempi del dollaro-oro.

In sostanza le banche devono prestare soldi creati dal nulla, istantaneamente, a imprese che conservano l’occupazione. E lo devono fare a costo zero. La ragione è che le imprese, non licenziando, sostituiscono il pubblico che in caso diverso dovrebbe intervenire garantendo un reddito ed un lavoro.

Ovviamente il denaro si crea dal nulla, ma deve essere restituito (schematicamente una banca apre una scrittura contabile, che ad un certo punto deve essere chiusa), e quindi prestare a costo zero lascia impregiudicato l’assorbimento del danno delle mancate restituzioni. Serve qualcuno che faccia fronte e chiuda le scritture. Per questo il governo nello schema di Draghi non impegna denaro immediato per sostenere l’occupazione, ma presta garanzie alle banche per coprire il loro rischio. Ed il costo di queste garanzie, anche esso, deve essere zero.

Questa è la terza bomba, comincia ad assomigliare ad un bombardamento a tappeto. Il costo zero è come l’illimitato, sono altri due tabù. Si deve guadagnare dal sudore della fronte.

  • Ripetiamo, “il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le emette”.

C’è un problema, le regole prudenziali delle convenzioni di Basilea. Vanno sospese, “Né la regolamentazione né le regole di garanzia dovrebbero ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci bancari a tale scopo”.

Abbiamo poi la quarta bomba. Per alcune imprese e “mutuatari”, il debito alla fine andrebbe cancellato. O tramite il fallimento e la copertura delle perdite da parte del governo o direttamente da questo lasciandole in vita.

Insomma, il debito pubblico salirà per tenere in vita la società. L’alternativa sarebbe peggiore. Ma salirà come? Senza aumentare i costi di servizio.

Qui non entra nel dettaglio, strettamente parlando un enorme incremento del debito pubblico, e la sua detenzione permanente, senza aumento dei costi del servizio di questo (ovvero in sostanza creando moneta) è possibile se gli Stati emettono titoli a scadenza illimitata, non redimibili, ed a tasso zero e se la Banca Centrale li acquista e li detiene. Un simile titolo non è “di mercato” per definizione e corrisponde ad una monetizzazione del debito.

Ogni altra soluzione aumenta i costi del servizio, soprattutto alla luce degli enormi volumi qui prefigurati.

Ciò non significa che i bilanci delle Banche Centrali (i titoli sarebbero poi da redistribuire pro quota nei vari bilanci) resteranno permanentemente ‘gravati’ da un attivo enorme, senza rendimento[2], ma che la progressiva espansione dell’economia li renderebbe sempre meno rilevanti. In fondo il debito pubblico è sempre stato riassorbito in questo modo, il suo vero problema è esclusivamente il costo del suo servizio, ovvero il monte degli interessi annuali che lo stato paga[3].

Tutto ciò va fatto in fretta, e senza remore, perché, ultima bomba: “La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono”.

Abbiamo un esercito che si è schierato ed abbiamo un generale che sembra volerne prendere la testa.

La battaglia si combatterà e penso che sarà persa. Troppo forte è l’inerzia del pensiero unico ordoliberale (attenzione, non che questa posizione sia rivoluzionaria, è comunque una variante di affidamento al mercato, ma con notevole incremento della presenza pubblica[4]). Nella scaramuccia di cavalleria dei giorni scorsi, in sede di Eurogruppo, è stato chiaro l’animus dell’armata nordica.

Mentre Peter Altmeier dichiara per la Germania che “Impediremo una svendita degli interessi economici e industriali tedeschi” (Wir werden einen Ausverkauf deutscher Wirtschafts- und Industrieinteressen verhindern) e, in inglese, in quanto rivolto oltre manica, “Germany is not for sale”, al contempo l’Olanda e la Germania, unite, hanno rigettato ogni ipotesi di messa in comune del debito. Sempre Altmeir, cambiando oggetto, ha detto che “la discussione sugli eurobond è un dibattito sui fantasmi” (Die Diskussion über Euro-Bonds ist eine Gespensterdebatte) e ha aggiunto che “dalla lezione degli anni ’70 abbiamo imparato che lo Stato non può salvare tutti” e che “l’Innovazione è più importante delle sovvenzioni” (Innovation ist wichtiger als Subvention). Insomma, gli interessi economici e industriali tedeschi saranno sostenuti contro qualsiasi nemico, ma quelli degli altri devono restare esposti. Per gli altri vale il principio che non si sovvenziona.

Per sé vale che “il nostro scopo non è solo proteggerci da acquisizioni nemiche (feindlichen[5]), ma anche evitare mancanza di capitale e di liquidità”, per gli altri, per i nemici, ovvero noi, solo se siamo capaci di farcela, se siamo “innovativi”.

Lo scontro delle cavallerie, la classica scaramuccia di avvio, è andato così.

Oggi c’è la battaglia. Avremmo bisogno di Decimo Claudio Druso (detto “germanico”), ma abbiamo solo Giuseppe Conte. Perderemo.

Ma non finirà qui. I popoli nordici hanno una strana caratteristica: sembrano sempre vincere, perché hanno una grande capacità operativa, ma poi alla fine perdono sempre e rovinosamente, perché non avendo la forza sufficiente vogliono troppo e non lasciano nulla. Finiscono per coalizzare tutti contro di loro, ed anche allora continuano, dritti, come un caprone lanciato nella corsa e la testa bassa. Ora pensano di aggirare questo ostacolo, che la sorte ha posto davanti ai piedi, assorbendo i nostri capitali e le nostre aziende, come fecero con quelle della Germania dell’est[6] quando cadde il muro e come hanno fatto per venti anni al tempo dell’euro.

Ma tutto sta arrivando al suo termine[7].

Il mondo non è già più quello della “fine della storia” tardo novecentesca[8], il baricentro si sposta verso est e noi siamo geograficamente, culturalmente, storicamente meglio posizionati. Tra qualche tempo dovremo rovesciare le cartografie d’Europa.

Tra dieci anni vedremo chi ha perso e chi ha vinto. Ma, come è accaduto già due volte, il prezzo per loro sarà altissimo.

 

[1] – Nel gergo economico una “recessione” è un evento ciclico relativamente normale, una “depressione” è una stagnazione permanente e difficilmente risolvibile dell’economia come quella del 29-39 aperta dalla crisi finanziaria e conclusa solo dalla seconda guerra mondiale.

[2] – Non sarebbe molto diverso se i titoli avessero un rendimento, una volta nel bilancio della banca centrale, perché questa deve restituire gli utili ai rispettivi Tesori. Come accade ora per la quota (20%) del debito già detenuto e che potrebbe benissimo essere annullato senza alcuna conseguenza pratica.

[3] – Bisogna notare che questo pagamento di interessi, che in Italia è attivato fino ad essere vicino ai cento miliardi, rappresenta un trasferimento netto di risorse dalla generalità dei cittadini ai renditieri che posseggono titoli di debito. È, insomma, un fattore tra i più rilevanti di incremento delle ineguaglianze e uno strumento potente di redistribuzione verso l’alto.

[4] – L’intero meccanismo proposto da Draghi è preordinato a salvaguardia delle gerarchie sociali e nazionali attuali. Limita l’intervento pubblico ad un consolidamento dello status dei rapporti di classe, si mette a salvaguardia del sistema delle imprese attuale, in qualche modo congelandolo. Certo, l’alternativa è diventare una colonia interna (ancora di più) del capitale nordico, ma ciò che serve è ben altro e molto più.

[5] – Come giustamente scrive Vincenzo Costa “Feindlich” allude a nemico, un termine che non si usa a cuor leggero. Non dice competitori: dice nemici. Allude al fatto che chi non riesce a proteggere la propria economia, chi non è in grado di sostenerla in questo momento, diventerà un terreno di conquista per altri. Perderà il dominio sui settori strategici, la sovranità sulle scelte di politica economica: diventerà una colonia. (cfr https://www.facebook.com/vincenzo.costa.79025/posts/106587930990528)

[6] – Si veda il testo di Vladimiro Giacchè.

[7] – Si veda “Riavviare l’economia in Cina, cronache del crollo

[8] – Titolo del famoso libro di Francis Fukuyama.

tratto da https://tempofertile.blogspot.com/2020/03/campo-di-battaglia-draghi-consiglio.html?fbclid=IwAR1XM3rbnJWlwkVHlHej6KZfzAAkH-R90D5rvpSAusTYaQMhQ6vs_8vvDdg

Doktor Faustus ci ha scritto una lettera, di Giuseppe Masala

Doktor Faustus ci ha scritto una lettera.

Mi pare che il periodo chiave della lettera di Mario Draghi pubblicata ieri dal Financial Times sia il seguente: <<La sfida che affrontiamo è quella sul come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di fallimenti aziendali che lascierebbero danni irreversibili. È evidente che la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito sostenuta dal settore privato deve alla fine essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato>>.
Dunque Draghi propone la trasformazione il Debito Privato in Debito Pubblico al fine di evitare fallimenti aziendali privati (di banche e di grandi imprese) che creerebbero danni permanenti al sistema economico minacciando (questo è chiaro ma sott’inteso) i livelli occupazionali. Dice anche che il Debito Pubblico non è il male come lui stesso ha sempre detto in questi trenta anni. Una notevole svolta culturale. Ma una notevole svolta culturale fatta quando serve a lui, agli interessi suoi e dei suoi dante causa. Troppo comodo svoltare quando conviene dopo che per trenta anni – con il ditino alzato – ci è stato spiegato che vivevamo sopra le nostre possibilità: troppe pensioni, troppi dipendenti pubblici, troppe scuole, financo troppi ospedali. E ora ci dice che il Debito Pubblico può raddoppiare? E per di più – non troppo casualmente – quando serve per salvare banche, grandi aziende e finanziarie di ogni tipo e natura?

Peraltro Draghi si guarda bene dal fare un discorso di natura qualitativa sulla spesa pubblica che dovrebbe alimentare l’aumento del Debito Pubblico aggiuntivo che ora (ora!) pretenderebbe.
Il tranello del diavolo si nasconde nei particolari, e soprattutto in quello che non dice.
Ora, siccome solo un pazzo da manicomio, potrebbe continuare a sostenere la maggior efficienza del settore privato su quello pubblico (siamo alla terza crisi di enorme portata in 12 anni; 2008, 2012 e ora 2020) è ora di dire che se si fa spesa pubblica non deve essere solo per sussidiare il settore privato (e soprattutto del grande privato) ma deve ritornare lo Stato Imprenditore. Bisogna rifare esattamente ciò che Draghi e Prodi distrussero negli anni novanta. Bisogna rifare l’IRI, EFIM (per le piccole e medie imprese), bisogna rinazionalizzare le banche ma non per riprivatizzarle e ridarle in pasto agli squali di borsa (magari in cambio del solito piatto di lenticchie allo Stato, ovvero a noi) appena torna qualche sprazzo di sereno, ma per rimanerci: come fece Beneduce negli anni ’30. Punto. Non mi basta neanche la difesa dei livelli occupazionali (e magari degli stipendi da fame di oggi). Occorre un piano di assunzioni nel pubblico e nelle aziende rinazionalizzate a colpi di 200mila persone all’anno per almeno cinque anni esattamente come fece Tina Anselmi nel 1977. Sbancare le casse dello stato per salvare gli amici dopo che per trenta anni sono stati negati salario decente e anche un posto all’ospedale non mi pare una proposta accettabile.

Dunque, il Professor Draghi oltre ad un discorso quantitativo faccia anche un discorso qualitativo sulla spesa pubblica che andrà finanziata a debito pubblico per salvare il sistema produttivo. Se no il discorso oltre che tardivo, privo di quella necessaria autocritica è anche in assoluta malafede.

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il testo integrale: La pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Oggi molti temono per la loro vita o piangono i loro cari scomparsi. Le misure varate dai governi per impedire il collasso delle strutture sanitarie sono state coraggiose e necessarie, e meritano tutto il nostro sostegno.

Ma queste azioni sono accompagnate da un costo economico elevatissimo – e inevitabile. E se molti temono la perdita della vita, molti di più dovranno affrontare la perdita dei mezzi di sostentamento. L’economia lancia segnali preoccupanti giorno dopo giorno. Le aziende di ogni settore devono far fronte alla perdita di introiti, e molte di esse stanno già riducendo la loro operatività e licenziando i lavoratori. Appare scontato che ci troviamo all’inizio di una profonda recessione.

La sfida che ci si pone davanti è come intervenire con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura, resa ancor più grave da un’infinità di fallimenti che causeranno danni irreversibili. È ormai chiaro che la nostra reazione dovrà far leva su un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato – e l’indebitamento necessario per colmare il divario – dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello stato. Livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e dovranno essere accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

Il giusto ruolo dello stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa, e che non è in grado di assorbire. Tutti gli stati hanno fatto ricorso a questa strategia nell’affrontare le emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più significativo della crisi in atto – si finanziavano attingendo al debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e in Germania soltanto una quota fra il 6 e il 15 per cento delle spese militari in termini reali fu finanziata dalle tasse, mentre nell’Impero austro-ungarico, in Russia e in Francia, i costi correnti del conflitto non furono finanziati dalle entrate fiscali. Ma inevitabilmente, in tutti i paesi, la base fiscale venne drammaticamente indebolita dai danni provocati dalla guerra e dall’arruolamento. Oggi, ciò è causato dalle sofferenze umane per la pandemia e dalla chiusura forzosa delle attività economiche.

La questione chiave non è se, bensì come lo stato debba utilizzare al meglio il suo bilancio. La priorità non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro, ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro. Se non agiremo in questo senso, usciremo da questa crisi con tassi e capacità di occupazione ridotti, mentre famiglie e aziende a fatica riusciranno a rimettere in sesto i loro bilanci e a ricostruire il loro attivo netto.

Il sostegno all’occupazione e alla disoccupazione e il posticipo delle imposte rappresentano passi importanti che sono già stati introdotti da molti governi. Ma per proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un periodo di grave perdita di reddito è indispensabile introdurre un sostegno immediato alla liquidità. Questo è essenziale per consentire a tutte le aziende di coprire i loro costi operativi durante la crisi, che si tratti di multinazionali o, a maggior ragione, di piccole e medie imprese, oppure di imprenditori autonomi. Molti governi hanno già introdotto misure idonee a incanalare la liquidità verso le aziende in difficoltà. Tuttavia, si rende necessario un approccio su scala assai più vasta.

Pur disponendo i diversi paesi europei di strutture industriali e finanziarie proprie, l’unica strada efficace per raggiungere ogni piega dell’economia è quella di mobilitare in ogni modo l’intero sistema finanziario: il mercato obbligazionario, soprattutto per le grandi multinazionali, e per tutti gli altri le reti bancarie, e in alcuni paesi anche il sistema postale. Ma questo intervento va fatto immediatamente, evitando le lungaggini burocratiche. Le banche, in particolare, raggiungono ogni angolo del sistema economico e sono in grado di creare liquidità all’istante, concedendo scoperti oppure agevolando le aperture di credito.

Le banche devono prestare rapidamente a costo zero alle aziende favorevoli a salvaguardare i posti di lavoro. E poiché in questo modo esse si trasformano in vettori degli interventi pubblici, il capitale necessario per portare a termine il loro compito sarà fornito dal governo, sottoforma di garanzie di stato su prestiti e scoperti aggiuntivi. Regolamenti e normative collaterali non dovranno ostacolare in nessun modo la creazione delle opportunità necessarie a questo scopo nei bilanci bancari. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrà essere calcolato sul rischio creditizio dell’azienda che le riceve, ma dovrà essere pari a zero, a prescindere dal costo del finanziamento del governo che le emette.

Le aziende, dal canto loro, non preleveranno questa liquidità di sostegno semplicemente perché i prestiti sono a buon mercato. In alcuni casi – pensiamo alle aziende con ordini inevasi – le perdite potrebbero essere recuperabili e a quel punto le aziende saranno in grado di ripianare i debiti. In altri settori, questo probabilmente non sarà possibile.

Tali aziende forse saranno in grado di assorbire la crisi per un breve periodo di tempo e indebitarsi ulteriormente per mantenere salvi i posti di lavoro. Tuttavia, le perdite accumulate potrebbero mettere a repentaglio la loro capacità di successivi investimenti. E se la pandemia e la chiusura delle attività economiche dovessero protrarsi, queste aziende resterebbero attive, realisticamente, solo se i debiti contratti per mantenere i livelli occupazionali durante quel periodo verranno alla fine cancellati.

O i governi risarciranno i debitori per le spese sostenute, oppure questi debitori falliranno, e la garanzia verrà onorata dal governo. Se si riuscirà a contenere il rischio morale, la prima soluzione è quella migliore per l’economia. La seconda appare meno onerosa per i conti dello stato. In entrambi i casi, tuttavia, il governo sarà costretto ad assorbire una larga quota della perdita di reddito causato dalla chiusura delle attività economiche, se si vorrà proteggere occupazione e capacità produttiva.

I livelli di debito pubblico dovranno essere incrementati. Ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva, e pertanto della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la fiducia nel governo. Dobbiamo inoltre ricordare che in base ai tassi di interesse presenti e probabilmente futuri, l’aumento previsto del debito pubblico non andrà a sommarsi ai suoi costi di gestione.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo shock fuori del comune, in quanto dispone di una struttura finanziaria capillare, capace di convogliare finanziamenti verso ogni angolo dell’economia, a seconda delle necessità. L’Europa dispone inoltre di un forte settore pubblico, in grado di coordinare una rapida risposta a livello normativo e la rapidità sarà assolutamente cruciale per garantire l’efficacia delle sue azioni.

Davanti a circostanze imprevedibili, per affrontare questa crisi occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra. Gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima. E il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti ci sia di avvertimento.

La velocità del tracollo dei bilanci delle aziende private – provocate da una chiusura economica al contempo doverosa e inevitabile – dovrà essere contrastata con pari celerità dal dispiegamento degli interventi del governo, dalla mobilitazione delle banche e, in quanto europei, dal sostegno reciproco per quella che è innegabilmente una causa comune.

ALTRA LETTERA
Mi pare che ieri sia stata la giornata delle lettere. Molto importante quella scritta da Conte ai paesi dell’Eurozona che chiede uno sforzo comune dell’EU per contrastare la recessione. Bene, la lettera è stata cofirmata da Spagna, Francia, Portogallo, Slovenia, Grecia, Irlanda, Belgio, Lussemburgo e Italia. Tutti coloro che non l’hanno firmata evidentemente sono contrari. Siamo di fronte ad una spaccatura all’interno della UE senza precedenti. Anche se non lo dicono è così. I paesi dell’area euro sono 19, la lettera l’hanno firmata in 9 e conseguentemente 10 sono contrari.

 il testo della lettera: Caro Presidente, caro Charles

la pandemia del Coronavirus è uno shock senza precedenti e richiede misure eccezionali per contenere la diffusione del contagio all’interno dei confini nazionali e tra Paesi, per rafforzare i nostri sistemi sanitari, per salvaguardare la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali e, non ultimo, per limitare gli effetti negativi che lo shock  produce sulle economie europee. 

Tutti i Paesi europei hanno adottato o stanno adottando misure per contenere la diffusione del virus. Il loro successo dipenderà dalla sincronizzazione, dall’estensione e dal coordinamento con cui i vari Governi attueranno le misure sanitarie di contenimento.

Abbiamo bisogno di allineare le prassi adottate in tutta Europa, basandoci su esperienze pregresse di successo, sulle analisi degli esperti, sul complessivo scambio di informazioni. È necessario ora, nella fase piu’ acuta dell’epidemia. Il coordinamento che tu hai avviato, con Ursula von der Leyen, nelle video-conferenze tra i leader è d’aiuto in tal senso.

Sarà necessario anche in futuro, quando potremo ridurre gradualmente le severe misure adottate oggi, evitando sia un ritorno eccessivamente rapido alla normalità sia il contagio di ritorno da altri Paesi. Dobbiamo chiedere alla Commissione europea di elaborare linee guida condivise, una base comune per la raccolta e la condivisione di informazioni mediche ed epidemiologiche, e una strategia per affrontare nel prossimo futuro lo sviluppo non sincronizzato della pandemia.

Mentre attuiamo misure socio-economiche senza precedenti, che impongono un rallentamento dell’attività economica mai sperimentato prima, abbiamo comunque bisogno di garantire la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali, e la libera circulazione di dispositivi medici vitali all’interno dell’UE. Preservare il funzionamento del mercato unico è fondamentale per fornire a tutti i cittadini europei la migliore assistenza possibile e la più ampia garanzia che non ci saranno carenze di alcun tipo.

Siamo pertanto impegnati a tenere i nostri confini interni aperti al necessario scambio di beni, di informazioni e agli spostamenti essenziali dei nostri cittadini, in particolare quelli dei lavoratori transfrontalieri. Abbiamo anche bisogno di assicurare che le principali catene di valore possano funzionare appieno all’interno dei confini dell’UE e che nessuna produzione strategica sia preda di acquisizioni ostili in questa fase di difficoltà economica. I nostri sforzi saranno prioritariamente indirizzati a garantire la produzione e la distribuzione delle attrezzature mediche e dei dispositivi di protezione fondamentali, per renderli disponibili, a prezzi accessibili e in maniera tempestiva a chi ne ha maggiore necessità. 

Le misure straordinarie che stiamo adottando per contenere il virus hanno ricadute negative sulle nostre economie nel breve termine. Abbiamo pertanto bisogno di intrapredere azioni straordinarie che limitino i danni economici e ci preparino a compiere i passi successivi. Questa crisi globale richiede una risposta coordinata a livello europeo. La BCE ha annunciato lo scorso giovedì 19 marzo una serie di misure senza precedenti che, unitamente alle decisioni prese la settimana prima, sosterrano l’Euro e argineranno le tensioni finanziarie.

La Commissione europea ha anche annunciato un’ampia serie di azioni per assicurare che le misure fiscali che gli Stati membri devono adottare non siano ostacolate dalle regole del Patto di Stabilità e Crescita e dalla normativa sugli aiuti di Stato. Inoltre, la Commissione e la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) hanno annunciato un pacchetto di politiche che consentiranno agli Stati membri di utilizzare tutte le risorse disponibili del bilancio dell’UE e di beneficiare degli strumenti della BEI per combattere l’epidemia e le sue conseguenze.

Gli Stati membri dovranno fare la loro parte e garantire che il minor numero possibile di persone perda il proprio lavoro a causa della temporanea chiusura di interi settori dell’economia, che il minor numero di imprese fallisca, che la liquidità continui a giungere all’economia e che le banche continuino a concedere prestiti nonostante i ritardi nei pagamenti e l’aumento della rischiosità. Tutto questo richiede risorse senza precedenti e un approccio regolamentare che protegga il lavoro e la stabilità finanziaria.

Gli strumenti di politica monetaria della BCE dovranno pertanto essere affiancati da decisioni di politica fiscale di analoga audacia, come quelle che abbiamo iniziato ad assumere, col sostegno di messaggi chiari e risoluti da parte nostra, come leader nel Consiglio Europeo. 

Dobbiamo riconoscere la gravità della situazione e la necessità di una ulteriore reazione per rafforzare le nostre economie oggi, al fine di metterle nelle migliori condizioni per una rapida ripartenza domani. Questo richiede l’attivazione di tutti i comuni strumenti fiscali a sostegno degli sforzi nazionali e a garanzia della solidarietà finanziaria, specialmente nell’Eurozona. 

In particolare, dobbiamo lavorare su uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’UE per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati Membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia. 

Vi sono valide ragioni per sostenere tale strumento comune, poichè stiamo tutti affrontando uno shock simmetrico esogeno, di cui non è responsabile alcun Paese, ma le cui conseguenze negative gravano su tutti. E dobbiamo rendere conto collettivamente di una risposta europea efficace ed unita. Questo strumento di debito comune dovrà essere di dimensioni sufficienti e a lunga scadenza, per essere pienamente efficace e per evitare rischi di rifinanziamento ora come nel futuro.

I fondi raccolti saranno destinati a finanziare, in tutti gli Stati Membri, i necessari investimenti nei sistemi sanitari e le politiche temporanee volte a proteggere le nostre economie e il nostro modello sociale.

Con lo stesso spirito di efficienza e solidarietà, potremo esplorare altri strumenti all’interno del bilancio UE, come un fondo specifico per spese legate alla lotta al Coronavirus, almeno per gli anni 2020 e 2021, al di là di quelli già annunciati dalla Commissione.  

Dando un chiaro messaggio di voler affrontare tutti assieme questo shock unico, rafforzeremmo l’Unione Economica e Monetaria e, soprattutto, invieremmo un fortissimo segnale ai nostri cittadini circa la cooperazione determinata e risoluta con la quale l’Unione Europea è impegnata a fornire una risposta efficace ed unitaria. 

Abbiamo inoltre bisogno di preparare assieme “il giorno dopo” e riflettere sul modo in cui organizziamo le nostre economie attraverso i nostri confini, le catene di valore globale, i settori strategici, i sistemi sanitari, gli investimenti comuni e i progetti europei. 

Se vogliamo che l’Europa di domani sia all’altezza delle sue storiche aspirazioni, dobbiamo agire oggi e preparare il nostro futuro comune. Apriamo pertanto il dibattito ora e andiamo avanti, senza esitazione. 

Firmato da

Sophie Wilmès, Primo Ministro del Belgio
Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica francese
Kyriakos Mitsotakis, Primo Ministro of Greece
Leo Varadkar, Primo Ministro of Ireland
Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano
Xavier Bettel, Primo Ministro del Lussemburgo
António Costa, Primo Ministro  del Portogallo
Janez Janša , Primo Ministro della Slovenia
Pedro Sánchez, Primo Ministro della Spagna

 

PROSIEGUO

Paul de Grauwe, importante economista di origine belga sostiene che “senza coronabond l’intero progetto europeo scomparirà”. Per coronabond ovviamente bisogna intendere una qualche forma di mutualizzazione del debito indipendentemente dal nome che si voglia dare. Nel frattempo sembra che oggi ad aver silurato l’ipotesi sia stato Kurtz, il Cancelliere austriaco. Figuriamoci.
Gualtieri ripete come un disco rotto che “EU deve condividere rischi. Servono bond comuni”. Galtieri, mettiti l’anima in pace. Non c’è possibilità. E anche se i paesi del Nord Europa convergessero sull’ipotesi appena sarà chiara l’entità del disastro sarà evidente che si tireranno indietro. Io già lo dico da settimane: prepararsi all’impatto. L’Euro non si salva. Non è questione di se, ma di quando.

Sarebbe bene che si pensasse a salvare il salvabile. Che poi in questo caso sarebbe anche l’utile: Mercato Comune, iniziative culturali comuni e libera circolazione delle persone (al netto delle inevitabili restrizioni sanitarie). Salvare questi aspetti è importante al fine di minimizzare i rischi di guerra in Europa. Ripeto, ho detto minimizzare, non annullare. Il rischio c’è per i prossimi anni ed è legato purtroppo a dinamiche non europee.

PROTAGONISTI E COMPARSE

Io credo che il rigetto del documento finale del vertice dei capi di stato e di governo europei di oggi da parte dell’Italia sia un fatto davvero inedito. L’Italia è tradizionalmente il paese che più ha scommesso sul progetto europeo e adesso – in frangenti drammatici – fa ciò che che generalmente faceva la Gran Bretagna. La lettera divulgata stamane e firmata da nove paesi (Italia, Francia, Spagna, Lussemburgo, Belgio, Grecia, Portogallo, Irlanda e Slovenia) delinea chiaramente quella che è la linea di frattura interna all’UE:

👉 Mitteleuropa e Scandinavia capeggiate dalla Germania;
👉Paesi Latini, Mediterranei e anglosassoni capeggiati dalla Francia;

Politicamente il Trattato di Aquisgrana tra Germania e Francia è in pezzi. Ed è in pezzi perchè le condizioni reali pongono Parigi e Berlino su sponde opposte: la Francia, paese in grave difficoltà a causa di #Covid19 e con una situazione economico-finanziaria precaria chiede mutualizzazione del debito, Berlino paese con una situazione economico-finanziaria solida (almeno in apparenza, ma tanto da illudere i tedeschi di superare la crisi da soli) che non ne vuole sentir parlare.

Le due grandi capitali non si sono mosse in prima persona ma hanno lasciato che le seconde linee si scornassero. Austria e Olanda per i tedeschi e Italia e Spagna per i francesi.

Siamo ad un tornante della Storia d’Europa. Io credo che un accordo lo troveranno per questa volta. Ma quando sarà chiara l’entità del disastro economico ancora in corso secondo me la spaccatura definitiva sarà inevitabile. Salvare ciò che è giusto salvare (a partire dal Mercato Unico) non sarebbe sbagliato. Ritornare all’Europa dei primi del ‘900 non sarebbe interesse di nessuno.

ECCEZIONE E ORDINAMENTO, di Teodoro Klitsche de la Grange

ECCEZIONE E ORDINAMENTO

Dopo i primi decreti (amministrativi) sull’emergenza sanitaria è iniziato sulla stampa un lamento corale sulla triste “fine” dello Stato di diritto, col suo Parlamento, le sue leggi (e decreti-legge) ma soprattutto i suoi diritti, garantiti dalla Costituzione come (in genere) nelle altre costituzioni degli Stati democratici-liberali e nelle dichiarazioni (anche internazionali).

Di quella italiana la prima vittima è stato il diritto di locomozione (art. 16), ormai ridotto – in linea generale e salvo deroghe – alla facoltà di girare intorno al proprio isolato.

Tali considerazioni presuppongono che tra eccezione e norma vi sia incompatibilità assoluta e che un ordinamento “liberale” debba necessariamente bandire la prima – e le relative misure – dalla normativa.

Ma è vero ciò? Tra i tanti esempi contrari che si possono portare, è istruttivo ricordare le considerazioni – a  distanza più che secolare – che facevano sull’habeas corpus due pensatori come De Maistre e Gaetano Mosca.

L’habeas corpus è, come noto, un istituto dell’ordinamento inglese volto alla tutela della libertà personale e della legalità delle accuse, onde evitare arresti e detenzioni arbitrarie. Dopo la rivoluzione francese normative in qualche misura simili (anche se probabilmente meno efficaci) si diffusero agli ordinamenti europei (continentali) e nelle dichiarazioni internazionali dei diritti. A tale proposito Gaetano Mosca lo considerava lo strumento più semplice ed efficace pensato e praticato a tutela della libertà personale. Scrive Mosca che l’habeas corpustutela i cittadini inglesi… in modo così pratico ed efficace che non è stato possibile in nessun altro paese, e neppure nel secolo XIX, fare di meglio”.

Proprio per la sua libertà ed efficacia, De Maistre, un secolo prima di Mosca, sulla base del fatto che spesso era sospeso dal Parlamento, lo considerava un’eccezione, nel senso che, se applicato sempre, avrebbe travolto la costituzione (id est l’esistenza ordinata) della Gran Bretagna. Sosteneva De Maistre “La costituzione inglese è un esempio più vicino a noi, e di conseguenza colpisce maggiormente. La si esamini con attenzione: si vedrà che essa funziona solo nella misura in cui non funziona (se è consentito il gioco di parole). Essa non si regge che sulle eccezioni. L’habeas corpus, per esempio, è stato sospeso così spesso e così a lungo, che si è potuto sospettare che l’eccezione fosse divenuta la regola. Supponiamo per un istante che gli autori di tale famoso atto avessero avuto la pretesa di fissare i casi in cui potesse essere sospeso: l’avrebbero con ciò stesso ridotto a nulla”. Ovvero l’ordinamento inglese riesce a funzionare nella misura in cui l’habeas corpus è sospeso. Ma chi aveva ragione: il costituzionalista siciliano o il diplomatico sabaudo? È facile rispondere: entrambi. La tutela delle libertà fondamentali è connaturale ad un ordinamento liberale, come la sospensione o la deroga delle stesse lo è nel caso sia in pericolo la vita comunitaria ed individuale: perché senza vita non c’è libertà. Così nelle legislazioni e anche nelle costituzioni – sia degli Stati liberali era ed è previsto che in situazioni eccezionali potevano essere sospese le libertà individuali. La “costituzione più bella del mondo” non lo contempla: ma la legislazione ordinaria ha riconosciuto, anche ad organi amministrativi eccezionali, creati ad hoc, di provvedere con ordinanze, in deroga alle leggi, col solo limite dei principi generali dell’ordinamento giuridico (ad es. art. 1 L. 22/12/1980 n. 876, in occasione del terremoto campano-lucano).

Parimenti gran parte degli ordinamenti liberali prevedevano e prevedono garanzie della libertà individuale simili (anche se – spesso – meno efficaci dell’habeas corpus). Pertanto è chiaro che lo Stato democratico-liberale tiene tanto alla libertà individuale quanto all’esistenza comunitaria, anzi in caso d’eccezione, limita quella per salvaguardare questa. In definitiva ha fatto proprie – come ogni ordinamento – le affermazioni di De Maistre che “non è nel potere dell’uomo fare una legge che non abbia necessità di alcuna eccezione”. E l’eccezione, tenuto conto del principio d’uguaglianza, è rapportata alla situazione oggettiva: se è realmente eccezionale sono necessarie e legittime le misure d’emergenza: se non lo è, deve applicarsi la normativa ordinaria. Di converso osservare questa se ricorre un caso d’emergenza significa fare un buco nell’acqua; del pari, attentare alla libertà individuale quando non ve ne sono i presupposti. Ossia dare all’apparato pubblico dei poteri enormi senza che ve ne sia ragione. Questi è stato il pretesto spesso usato per sovvertire l’ordine, giustificando abusi di potere, dal colpo di Stato in giù.

Il cui movente comune è salvaguardare la “poltrona” di chi esercita il potere talvolta in condizione di dichiarare legalmente lo stato d’eccezione. Ma all’uso improprio non c’è rimedio giuridico se non, come scriveva Locke (per i casi estremi) che l’“appello al cielo” ossia la disobbedienza e, al limite, la guerra civile.

Resta il fatto che la prima tutela che si ha in questi casi è la limitazione nel tempo soprattutto (e nello spazio) delle misure d’emergenza (la sunset clause della legislazione inglese), dimenticata talvolta in quella nazionale, dove misure eccezionali (anti BR) sono state in vigore anni dopo la fine della situazione che le aveva giustificate. La seconda, e la più importante: che i cittadini vigilino perché ciò non succeda.

Resta il fatto che in ogni ordinamento sia liberal-democratico che non, vale la regola che Machiavelli enunciava nei Discorsi sulla dittatura romana: “perché senza uno simile ordine le cittadi con difficultà usciranno degli accidenti istraordinari… Perché quando in una republica manca uno simile modo, è necessario, o servando gli ordini rovinare, o per non rovinare rompergli”.

Esorcizzare l’abuso (sempre possibile) opponendosi alle misure d’emergenza ed alla loro previsione è credere che la storia non possa bussare più alla porta di casa. Mentre il problema è essere pronti ad accoglierla, quando prima o poi si presenta.

Teodoro Klitsche de la Grange

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