VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA_2a parte, di Gianfranco Campa

Qui sotto la seconda parte del racconto di Gianfranco Campa. Un testo particolarmente rievocativo, molto più efficace di un testo accademico nell’offrire il senso profondo del conflitto che sta lacerando le classi dirigenti e l’intera nazione americana. La prima parte la troverete qui http://italiaeilmondo.com/2019/12/22/verso-la-guerra-civile-il-tramonto-dellimpero-usa-1a-parte_di-gianfranco-campa/ . Ci consente di guardare con un occhio più comprensivo ed un atteggiamento meno moralistico e superficiale all’ascesa incerta della Presidenza Trump e alla accanita resistenza di una classe dirigente tanto potente quanto decadente. Giuseppe Germinario 

 

 

VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA

 

(Seconda Parte)

 

CRONACHE DALL’ ULTIMA FRONTIERA

 

 

Siamo una potenza costituzionale non una potenza imperiale

 

Papà dove sei?” mi chiede mio figlio al telefono. “Ho appena lasciato il Ranch di George, sono sulla strada, il navigatore mi dice che dovrei arrivare a Bismarck intorno alla mezzanotte.” rispondo. “Mezzanotte!!!? Scusa, ma non sei nel mezzo del Wyoming?” mi chiede sorpreso mio figlio. “Si, avrei dovuto metterci circa 7 ore, ma voglio fare una piccola deviazione, arriverò a Bismarck tardi, vado direttamente in albergo, ti chiamo domani mattina così passo dall’Università e ti vengo a prendere.“ la mia risposta lascia mio figlio ancora più perplesso, ma alla perplessità manca la curiosità indagatrice di approfondire le ragioni del mio fuori programma: Chi? Che cosa? Quando? Dove? Perché?

Mentre percorro la 85, direzione nord, la mia attenzione tutta rivolta alla strada è temporaneamente distratta da tre cartelli, di una discreta grandezza, posizionati al ciglio della strada. Ad occhio e croce, ognuno di questi tabelloni, stile pubblicitario, sarà approssimativamente di 2 metri di altezza per 6 metri di lunghezza.  Apparentemente non c’è niente di anormale nel vedere tabelloni pubblicitari affissi ai margini delle strade cittadine e delle interstatali americane; in questo caso però qualcosa di insolito attira la mia attenzione. Da lontano osservo, sul primo dei cartelloni che incrocio, la sagoma di un fucile da caccia: “Benvenuti in Wyoming; Terra del Secondo Emendamento”. Rallento per leggere meglio le incisioni sugli altri due cartelloni; vorrei scattare una foto fermandomi sul ciglio della strada, ma non ho voglia di farmi passare dal Tir che ho appena superato un paio di chilometri prima. Così continuo la mia corsa, giusto rallentando quanto basta per leggere i messaggi scritti sugli altri due cartelloni. Ad un centinaio di metri dal primo tabellone, il secondo annuncia:  “Gli Schiavi erano Disarmati!“; ancora altri cento metri, il terzo e ultimo cartello annuncia “Le Armi hanno solo due nemici: La ruggine e i Politici!” Solo ora mi accorgo che pur essendo vicini al ciglio della strada i tre cartelloni sono piazzati all’interno della staccionata collocata ai bordi della strada; presumo che siano stati piazzati lì da privati, dal proprietario della terra stessa o da qualcun altro con il dovuto permesso. Hanno utilizzato quindi la proprietà che costeggia la strada per mandare un messaggio a chi si trova, come me, ad attraversare lo spazio sconfinato del Wyoming.

Un po di  miglia più avanti, mentre mi appresto ad superare il confine con il Sud Dakota, mi ritrovo di fronte un Pick Truck, Ford 350, Nero. Il paraurti posteriore è ricoperto di adesivi; riesco a leggerne un paio, prima di sorpassare il veicolo: “Laureato All’università di Smith and Wesson – LGBT: I Support; Liberty, Guns, Beer, Trump.” Trattengo a stento una risata, mentre un cartello mi annuncia l’entrata in Sud Dakota.

 

 

I messaggi pro-armi mi fanno riflettere sulla natura stessa, l’essenza, l’anima, che questa nazione incarna: Gli Stati Uniti non sono una entità creata da burocrati seduti a tavolino, in giacca e cravatta, a colpi di trattati internazionali, come è stata, per esempio, l’Unione Europea; al contrario una nazione nel cui DNA è inciso a caratteri cubitali l’uso delle armi. Una nazione forgiata nel sangue; con l’annientamento di un popolo indigeno (Indiani), una guerra di Indipendenza, passando attraverso le guerre Indiane, la guerra del 1812 con la Gran Bretagna e quella del 1846 con il Messico, per finire con una guerra civile che ha causato più morti fra gli Americani che in quelle della prima, seconda guerra Mondiale, della guerra di Corea e del Vietnam messe tutte insieme. L’America! Un paese cresciuto sul movimento dei coloni e dei pionieri che con le famiglie, tra mille pericoli e peripezie, si lanciavano alla conquista dell’ignoto. Per molti l’unica speranza di sopravvivenza era un fucile, una pistola con i quali proteggersi durante il loro cammino.

I dati sul possesso delle armi rendono chiaro l’enorme significato culturale e simbolico che esse rappresentano per i patrioti americani e i cittadini statunitensi in genere. Piaccia o no  il possesso delle armi è apprezzato, venerato negli Stati Uniti più che in qualsiasi altro paese del mondo. Le armi come simbolo della libertà e della cultura americana. I numeri parlano sa soli. Due sono i dati da considerare. Primo, il dato ufficiale sul numero delle armi in posseso dei cittadini americani quantificato tramite la loro immatricolazione delle armi; secondo, il numero totale stimato delle armi, comprese quelle non registrate in possesso degli americani. Uno studio del Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra sostiene che sono più di 393 milioni le armi di proprietà in possesso dei cittadini negli Stati Uniti. Il rapporto, che si basa su dati ufficiali  di oltre 230 paesi, rileva che il possesso globale delle armi è fortemente concentrato negli Stati Uniti. Nel 2017, ad esempio, gli americani costituivano il 4 percento della popolazione mondiale, ma possedevano circa il 46 percento dell’intero patrimonio mondiale stimato in 857 milioni armi da fuoco in mano a civili. Con una stima di 120,5 armi per ogni 100 residenti, il tasso di possesso pro-capite di armi, negli Stati Uniti è il doppio di quello di qualsiasi altra nazione. Lo stato con il numero pro-capite più alto di immatricolazione è il Wyoming.

https://en.wikipedia.org/wiki/Gun_ownership

Saluto il Wyoming e di conseguenza il Redoubt. Lontano dai maggiori centri abitati l’America Redoubt è un manifesto vivente al diritto di possesso delle armi. Si respira, si coglie, si osserva la voglia di libertà, incastonata negli spazi maestosi di questa America dell’ultima frontiera.

 

 

***

 

Anche il Dakota, sia il Nord che il Sud, sono Stati che potrebbero tranquillamente identificarsi e far parte dell’America Redoubt. La mentalità, lo spirito che li avvolge e lo stesso di quello del Wyoming, del Montana e Idaho, ma per i patrioti del Redoubt i territori del Dakota pongono, tatticamente parlando, un problema non indifferente: le enormi praterie, che il larga parte dominano un territorio povero di grandi catene montuose e di fitte foreste, sono del tutto inadatti alla guerriglia armata. Non danno sufficiente protezione da artiglieria pesante, carri armati e larghi gruppi di combattenti. In contrasto foreste, montagne e la conoscenza intima di esse offrono agli altri stati un vantaggio indubbio, soprattutto in presenza di un nemico più numeroso e meglio armato.

Ormai con la macchina ho raggiunto e sto attraversando le Montagne delle Colline Nere (Black Hills). Questa area geografica del Sud Dakota è una delle più storiche e significative degli Stati Uniti, per varie e importanti ragioni. E qui che Mount Rushmore è collocato. Qui c’e anche la montagna dedicata a Crazy Horse (Cavallo Pazzo) ed è sempre qui, fra i picchi e le foreste delle Colline Nere, che aleggiano i fantasmi storici di un passato mai dimenticato e ancora controverso. Le colline nere sono considerate montagne sacre per gli indiani della tribù Lakota. I Black Hills (Paha Shapa) rappresentano la storia e la tradizione dei popoli nativi di questa area geografica. Nel 1776 gli indiani Lakota-Sioux conquistarono a spese della tribù dei Cheyenne questo territorio. Il 1776  è un anno significativo; fu anche l’anno della Dichiarazione di Indipendenza che di fatto segnava la nascita degli Stati Uniti D’America. La stessa data, due aree geografiche lontane, due entità politiche separate, diverse e aliene fra di esse, che però, per l’ineluttabilità del destino, si incroceranno e si scontreranno nel futuro.

Attraversando le Colline Nere arrivo a un paesino che si chiama Custer.  L’ultima volta che ci ero passato, motivato dal consiglio di un’amico, mi sono fermato in un ristorante per assaggiare “Il miglior Barbecue D’America.” Dakota BBQ è un posto piccolo, niente di sofisticato, ma leggendario fra i buongustai, gli amanti della carne al barbecue. Purtroppo questa volta però dovrò rinunciare al miglior barbecue del mondo; il tempo a disposizione è poco e la strada che mi attende lunga. Do un’occhiata all’orologio; segna le 11:30, la mia corsa continua…

Il paesino di Custer evoca un pezzo di storia importante per gli Stati Uniti. Il paese prende il nome dal famoso ufficiale militare, George Armstrong Custer, comandante del Settimo Cavalleria. Settant’anni dopo l’epico viaggio di Lewis e Clark, che risalendo il fiume Mississippi, attraversarono il Continental Divide, diventando i primi americani ad entrare nei territori dell’Ovest, nel 1874, una spedizione militare comandata dal Tenente Colonnello Custer, partendo dal Forte Abraham Lincoln, sulla riva occidentale del fiume Missouri, in quello che oggi viene chiamata la capitale del Nord Dakota, Bismarck, si avventurò alla scoperta delle Colline Nere. Ufficialmente il governo degli Stati Uniti aveva incaricato Custer di intraprendere la spedizione con l’obiettivo di trovare un luogo adatto per insediare un nuovo forte militare. Ma Custer aveva anche l’obiettivo di accertare se le voci di una possibile presenza di vene d’oro nelle Colline Nere era veritiera. Così, partendo il 2 luglio 1874, l’eroe della guerra civile, George Custer, guidò il Settimo Cavalleria e un gruppo di spedizione di oltre mille uomini alla scoperta delle Colline Nere. Custer era convinto che le Colline Nere sarebbero state fonti di una vasta riserva aurea utile alla prosperità  della nuova nascente nazione degli Stati Uniti D’America.

L’interesse degli americani per le Black Hills e la spedizione di Custer, procedeva in violazione del trattato firmato a Fort Laramie, nel 1868, che garantiva ai Sioux “uso e occupazione assoluta e indisturbata” dell’intera area delle Colline Nere. La spedizione nelle Black Hills gettò le basi per la conseguente “invasione” dei pionieri, dei coloni alla ricerca dell’oro; fu uno dei fattori scatenanti l’ultima guerra indiana, la guerra delle grandi praterie fra i Sioux e gli Americani.  L’ultimo capitolo di un conflitto che spense la luce della libertà delle popolazioni native d’America. Ironia della sorte; è la stessa luce che va lentamente estinguendosi anche sui patrioti americani in questo ventunesimo secolo, patrioti travolti dal cambio epocale demografico e generazionale.

Durante la spedizione di Custer, fu eretto l’accampamento principale del settimo cavalleria nello stesso luogo dove oggi sorge il paese. E sempre nello stesso luogo, tramite una foto storica, Custer veniva immortalato, dopo una battuta di caccia con la sua preda, un orso grizzly.

 

http://www.bigskywords.com/montana-blog/the-black-hills-expedition-of-1874

 

Oggi, la popolazione delle Black Hills è composta principalmente dagli abitanti delle riserve indiane e da quelli della base aerea militare di Ellsworth; in più tanti turisti che, soprattutto d’estate, vengono a visitare questi luoghi leggendari. L’economia delle Black Hills è così passata dallo sfruttamento delle risorse naturali (miniere e legname) all’industria del turismo e dell’ospitalità.

Di solito passato Custer e la città di Rapid City, per raggiungere Bismarck, dovrei dirigermi verso nord attraversando le vasti praterie del Dakota. La strada mi porta a percorrere le riserve indiane delle tribù dei Cheyenne e di Standing Rock. Questa ultima tribù, due anni fa, salì alla ribalta delle cronache mondiali, quando i nativi, sostenuti da migliaia di attivisti ambientali, organizzarono una protesta, in larga scala, contro il gasdotto Dakota Access Pipeline (DAPL). Per i nativi di Standing Rock, i lavori del gasdotto violavano il territorio sovrano e sacro della riserva indiana. Il DAPL, anche conosciuto come Bakken, è un oleodotto sotterraneo lungo 1.172 miglia (1.886 km). Inizia nei giacimenti petroliferi di Scisto della formazione Bakken, nel Nord Dakota, e continua attraverso il Dakota del Sud, lo Iowa, fino al terminale petrolifero a Patoka, nell’Illinois. Insieme al gasdotto di trasferimento di petrolio greggio da Patoka a Nederland, in Texas, forma il sistema Bakken. La Costruzione del DAPL , un progetto da 3,78 miliardi di dollari, iniziò nel giugno 2016. Nonostante la massiccia protesta, che bloccò temporaneamente la costruzione del gasdotto, DAPL fu completato nell’aprile 2017, diventando operativo nel Giugno 2017.

Questa volta però mi dirigo verso est, invece che a nord; una deviazione dal mio tragitto originale con un chiaro obbietivo. Mentre la macchina continua la sua corsa, lo scenario cambia dalle montagne delle Colline Nere, alle pianure e dolci colline delle praterie del Dakota. Mi fermo ad una piccola stazione di servizio nel mezzo del niente; il nucleo urbano è composto, letteralmente parlando, da quattro, cinque case: Hayes, popolazione 77 abitanti recita il cartello al suo ingresso. Devo riempire il serbatoio e rifocillarmi un momento. Entro nella stanzetta del minimarket, anche se descriverlo così sembra eccessivo. Il commesso dietro il banco mi saluta: “Come stai? Tutto a posto?” “Si grazie” rispondo. Il commesso è probabilmente anche il proprietario della “stazione”. Un uomo sulla trentina, cappello, camicia, jeans, stivali e cinturone da cowboy.  Mi ricorda una giovane versione dello Sceriffo più duro e controverso D’America: il Capitano Clay Higgins il quale dopo la pensione fu eletto al Congresso Americano come rappresentante Repubblicano della Louisiana.

 

 

 

Solo ora mi accorgo che al lato del cinturone, il cowboy ha una fondina con dentro la pistola. Incuriosito gli domando: “Ci sono rischi di rapine in questo posto isolato?” No, perché?” Mi risponde. “ Niente, solo curiosità”. Sotto la giacca, la mia Sig 357, fedele compagna, che porto con me ogni volta che viaggio, grida vendetta. In California sarebbe culturalmente inaccettabile mostrare un arma in pubblico. Col gomito accarezzo il lato della giacca, avvertendo il rigonfiamento della mia pistola. Questo mi porta conforto e mi fa sentire meno solo nelle sconfinate pianure del Dakota. Mentre attendo che la cassa elabori i dati della mia carta di credito, noto un cartello affisso al muro, dietro il bancone, incuriosito leggo : “Troppo sangue versato. Siamo una potenza costituzionale non una potenza imperiale!” Deduco che il sangue versato sia riferito alle guerre combattute dall’America in questi ultimi vent’anni. Mi piacerebbe porre una domanda al Cowboy commesso, ma il tempo stringe e la tabella di marcia mi impone di proseguire il mio viaggio.

Da dove vieni?” Mi chiede il cowboy mentre, dopo aver firmato la ricevuta, raccolgo dal banco,  la bottiglia d’acqua e le noccioline acquistate. “Dalla California” gli rispondo. Lui mi guarda dritto negli occhi senza accennare ad un minimo di inflessione emotiva. “Ti sei perso nelle praterie?” Mi chiede. “No, Sono sulla strada per Bismarck vado a trovare mio figlio all’Università”.

Esco dalla stazione di servizio, improvvisamente un vento gelido mi avvolge.  L’assenza di rilievi montagnosi significativi e la latitudine, lasciano esposte le praterie del Nord e Sud Dakota ai venti polari provenienti dal Canada. Siamo agli inizi di Ottobre e mentre in California imperversa l’estate indiana, con temperature ben oltre i 30 gradi, in Dakota l’inverno è ormai arrivato.

 

***

 

L’OMBELICO DEL MONDO

 

Qual è il dovere più sacro e la più grande fonte di sicurezza per la Repubblica? Un inviolabile rispetto della Costituzione e delle leggi” 

 

 

Ciao Gianfranco, piacere di conoscerti” mi porge il benvenuto Vince. Il primo scambio è cordialmente positivo. Si avverte la sensazione di mutuo e reciproco rispetto. “Vince, il piacere è tutto mio.” rispondo.

 

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Vai a trovare Vince” mi aveva suggerito George prima di lasciare il suo ranch in Wyoming. Una veloce telefonata fatta da George, per confermare se Vince fosse disponibile, mi aveva convinto ad effettuare una piccola deviazione sulla strada verso Bismarck per conoscere uno degli amici più cari di George.

L’amicizia tra Vince e George è di vecchia data. George era un giovane poliziotto appena arruolato nelle forze dell’ordine, Vince invece era un professore di storia in una delle più prestigiose e conosciute università della California. Secondo la versione dei fatti, che diverge leggermente a secondo di chi la racconta, Vince era in macchina mentre andava al lavoro e George era di pattuglia. George fermò Vince per notificargli una multa per eccesso di velocità. “Non l’ho multato, gli diedi semplicemente un avvertimento” sostiene George. “Mi multò per eccesso di velocità, andavo solo 15 miglia oltre la soglia del limite” sostiene tuttora Vince. Comunque sia quell’incontro fu l’inizio di un’amicizia che dura ormai da oltre 40 anni.

Vince, durante la sua lunga carriera, ha insegnato storia a migliaia di studenti, ma proprio come George, un giorno Vince si ritrovò sopraffatto dal futuro e relegato in un passato che non esisteva più. La sua colpa? Aver scritto una recensione accademica sulla “pericolosa” erosione dei valori della costituzione americana.  Vince denunciava il numero sempre più alto di istituzioni e cittadini americani che non sapevano piu interpretare l’essenza della costituzione, ignorando completamente il suo significato e i rispettivi contenuti. Vince attribuiva la decadenza dei valori costituzionali, tanto cari ai padri fondatori e ai patrioti americani, a vari motivi. Principalmente tre. Primo, la sempre più crescente macchina amministrativa, burocratica che snatura il concetto costituzionale di  “limited government.” Secondo, la crescente mancanza di insegnamento didattico storico sull’importanza dei valori costituzionali. Terzo, la connessione tra l’immigrazione moderna e l’erosione del rispetto, la conoscenza, l’intendimento dei concetti cardini della costituzione, in particolare quelli ribaditi nel secondo emendamento. Questo ultimo punto creò una levata di scudi da parte di varie entità accademiche e mediatiche che si precipitarono a definire lo scritto di Vince razzista. Vince aveva più volte cercato di chiarire la sua posizione: “La mia affermazione era neutrale, non era un giudizio pro o contro l’immigrazione, ma piuttosto una semplice constatazione dei fatti”. Vince sosteneva che la massiccia immigrazione moderna, proveniente principalmente dai paesi latini e asiatici è intrinsecamente diversa da quella del passato “L’immigrato in quanto tale, indipendentemente da dove proviene è sempre degno dei diritti e delle opportunità che gli Stati Uniti offrono

Secondo Vince, il logorio del rispetto nei riguardi del secondo emendamento in Stati dell’unione come la California e New York è dovuto anche al fatto che i nuovi immigrati sono estranei ai valori legati al concetto di possesso delle armi. La maggior parte arriva da paesi avversi alla cultura delle armi. “Non è una filosofia giusta o sbagliata, ma semplicemente la constatazione che nella stragrande maggioranza dei casi, i nuovi immigrati che arrivano negli Stati Uniti sono estranei al diritto del possesso alle armi, provengono da culture in cui l’equivalente del nostro secondo emendamento non esiste. Non comprendono né la necessità, né la ragione di possedere le armi.

La parte meno compresa del secondo emendamento è il significato, lo spirito, al di là del possesso fisico delle armi, che il secondo emendamento rappresenta: “Il secondo emendamento garantisce di fatto l’opzione del cittadino alla ribellione, alla rivoluzione. ll secondo emendamento, non è stato scolpito dai Padri Fondatori nel testo della costituzione per garantire il diritto del cittadino di andare a sparare al poligono, di andare a caccia, oppure di proteggersi dai criminali; queste sono le conseguenze naturali delle quali il cittadino beneficia.  La vera ragione dell’esistenza del secondo emendamento è quello di garantire un baluardo, un dissuasore contro la nascita di un governo, di un’entità sovrana ostile alla costituzione stessa. I Padri Fondatori si sono preoccupati di codificare i diritti alle armi nella costituzione con una sola ragione in mente: offrire al cittadino gli strumenti necessari per opporsi, se desidera, ad una dittatura tirannica.”  Sostiene Vince. Ad avallare questo concetto essenziale, primario, nella costruzione della costituzione americana, si può portare come esempio la collocazione stessa del secondo emendamento, nella stesura del dettato. Il primo emendamento afferma il diritto alla parola e alla libertà di espressione “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscono la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti.” Il secondo emendamento afferma il diritto al possesso delle armi. In altre parole; se il diritto al primo emendamento venisse meno, il secondo diventa garante e baluardo del rispetto del primo emendamento. Il due emendamenti sono interconnessi; il lento, inesorabile sgretolamento di questi due emendamenti porterà alla fine della repubblica a stelle e strisce; il tempo segna l’ora tarda della Repubblica Americana; l’ora della rivoluzione e della ricostruzione di una nuova entità. Una realtà fondamentalmente diversa da quella attuale. Il destino della Repubblica è ormai incanalato su binari che non si possono deviare…Mi vengono in mente le parole di alcuni dei Padri Fondatori, su tutti Alexander Hamilton, Samuel Adams e George Washington: Qual è il dovere più sacro e la più grande fonte di sicurezza per la Repubblica? Un inviolabile rispetto della Costituzione.” “Se mai dovesse venire il momento, quando uomini vanitosi e ambiziosi avranno i posti più alti nel governo, il nostro Paese avrà bisogno dei suoi patrioti per impedirne la sua rovina.“Il governo non è intelletto, non è eloquenza, è solo forza. Come il fuoco, è un servo pericoloso e un temibile padrone.

 

 

Due giorni dopo la pubblicazione dello scritto, Vince fu chiamato a rapporto dal rettore dell’università per chiedere chiarimenti su alcuni dei concetti più” controversi” espressi nel suo saggio. Poiché era professore di ruolo, al rettore dell’Università mancavano  le basi per poter licenziare Vince. “Probabilmente neanche il rettore credeva che il mio ‘peccato’ fosse degno di questa sollevazione di scudi. Ma anche lui dovette cedere  all’impeto critico al quale fu soggetto il mio scritto.

Come conseguenza del suo saggio Vince fu oggetto di minacce alla sua incolumità. Lettere minatorie arrivavano a decine ogni giorno, sia nel suo casellario postale all’Università, sia a casa. Una scritta sul muro dell’Università lo accusava di essere razzista e la macchina gli fu rigata più volte nel parcheggio dell’università stessa. Tutto ciò convinse Vince, dopo tanti decenni di insegnamento, ad appendere i libri al muro e andare in pensione; era il 22 Aprile 1998.

 

***

 

Seduti nel salone di Vince ci gustiamo il tè che sua moglie ha preparato. Il salone è di fatto una libreria privata; i muri sono ricoperti da scaffali pieni di testi. “Quanti sono?” Chiedo a Vince guardando gli scaffali. “Fino a qualche anno fa avevo una collezione di 1322 libri, oggi me ne sono rimasti 543

Vince ha raggiunto e superato la ottantina d’anni anche se ne dimostra non più di 70. ”Sembra più vecchio George, nonostante abbia una decina di anni in meno”,  rivolgo un complimento a Vince ridendo. “George ha vissuto una vita sempre sul filo del rasoio; sparatorie, inseguimenti, botte, arresti, insulti, umiliazioni, divorzi, fallimenti; ha combattuto contro tutto e tutti a volte anche con chi gli era amico. Andare in pensione e lasciare la California per il Wyoming, circondandosi di terra, aria, animali e libertà gli ha sicuramente prolungato la vita” Risponde Vince.

Perché il Sud Dakota?” domando schiettamente a Vince. “Mia moglie è originaria di Sioux Falls, ci incontrammo all’università di Berkeley dove si era trasferita a studiare e da allora non ci siamo più lasciati. Quando andai in pensione si presentò l’opportunità di comprare un appezzamento di terra e una casa qui a Highmore, dove il fratello buonanima, di mia moglie viveva.”   Risponde Vince. Tra la terra del cognato e quella di sua proprieta, intorno ai 110 acri (oltre 44 ettari)  negli ultimi vent’anni, Vince ha coltivato e prodotto tonnellate di Mais e Soia. Vince ora è in pensione per la seconda volta, la terra è stata data in gerenza ad una compagnia che produce il mais, “la stessa a cui vendevo il mais” precisa Vince. Gli Stati Uniti sono il primo produttore al mondo di mais, il Sud Dakota il sesto stato dell’unione per la produzione di mais.

Highmore, il centro abitato dove vive Vince, si fa fatica a chiamarlo paese. Highmore è la “capitale” della Contea di Hyde. Gli elettori della Contea di Hyde hanno votato repubblicano sin dalla creazione dello stato del South Dakota. In sole due elezioni hanno votato democratico: quelle di Franklin D. Roosevelt nel 1932 e Lyndon B. Johnson nel 1964.

Il censimento ufficiale dice che a Highmore vivono 795 persone. In totale nella contea vivono 1280 persone. L’estensione della contea di Hyde è di 2240 chilometri quadrati. Per fare un paragone è più o meno della stessa estensione della provincia di Latina. Hyde sta lentamente scomparendo; nel 1930 la popolazione era di 3690 abitanti. Da allora, anno dopo anno, la contea ha visto calare demograficamente la popolazione. Rispecchia una tendenza ormai consolidata nel paese. Le contee a maggioranza di cittadini bianchi vanno lentamente scomparendo se non sono rimpiazzate da immigrati provenienti da altri Stati dell’Unione o da altri paesi del mondo. Generalmente parlando, la popolazione degli Stati Uniti è sempre in crescita, ma in posti dove l’immigrazione non arriva, il basso tasso di natalità è una condanna certa per il futuro. “D’altronde” dice Vince ”se non sei dedito alla coltivazione e/o all’allevamento, per i giovani qui non c’è niente…

Nonostante tutto, Highmore è salito alla ribalta nazionale nel giugno del 2019, quattro mesi prima della mia visita a Vince. Infatti uno dei motivi di questa mia deviazione non era solo il desiderio di conoscere Vince, ascoltando in prima persona la sua personale storia di fuga verso l’ultima frontiera, ma anche la curiosità di visitare un piccolo centro abitato della praterie del Dakota, diventato, tutto di un colpo famoso e proiettato sulla ribalta della politica nazionale. Highmore, questa comunità minuscola, per qualche ora, si è ritrovata al centro dell’aspro scontro politico-sociale in atto di questi tempi di tardo impero americano. In un istante Highmore si è scoperta al centro del mondo: “Preferire chiamarlo l’ombelico del mondo, definirlo centro è esagerato; alla fine siamo solo un buco nel mezzo della prateria. Passata la sbornia mediatica, siamo tornati ad essere un buco…grazie a Dio…” specifica Vince.

 

https://www.ksfy.com/content/news/Parade-float-causes-controversy-511659961.html

Ogni Giugno, in questa centro abitato, si tiene la celebrazione annuale della giornata dei Coloni di Highmore. Un evento celebrativo per radunare tutti insieme i cittadini della contea e dare la possibilità anche agli espatriati da questa contea, che vivono in altri stati, di rientrare e celebrare la cultura e lo spirito delle praterie. Il Giugno passato però è stato particolare; era la celebrazione del cinquantesimo anniversario della giornata dei coloni. A renderla più vivace e “controversa” ci ha pensato un cittadino di Highmore; Jeff Damer. In uno dei carri della parata celebrativa ha pensato bene di mettere una gabbia con dentro due persone con le maschere rispettivamente di Hillary Clinton e Barack Obama. Al di fuori della gabbia un’altra persona con la maschera di Donald Trump a simboleggiare l’arresto e l’imprigionamento di Obama e Clinton per mano dello “Sceriffo” Trump. Inutile dire che in questi tempi di estrema sensibilità sociale e politica, il simbolismo del carro ha toccato un nervo delicato in questa America che naviga sull’orlo di una guerra civile.

I grandi network come la CNN e il mondo dei social media si sono improvvisamente accorti dell’esistenza di questo “ombelico del mondo” riversandosi nelle praterie del Dakota per comprendere meglio “l’odio” che spinge questi “trogloditi” a fomentare il loro razzismo, misoginismo e anticonformismo…

Ci conosciamo tutti qui, incluso Jeff, un bravo ragazzo, che non si aspettava di certo una reazione del genere..Nessuno mai si era preoccupato di sapere cosa succedesse in questa terra di frontiera…” esclama Vince. “Per qualche giorno mi sembrava di essere tornato in California, con l’ossessione del politicamente corretto che mi ha tormentato negli ultimi anni della mia carriera…Ho avuto flashbacks che mi hanno impedito di dormire per un paio di notti quasi fossi afflitto da disturbo da stress post-traumatico” dice Vince con tono mesto. “Grazie a Dio così come erano improvvisamente apparse le orde urbane-radical chic, così si sono dileguate, un paio di giorni dopo. Qui vive tutta brava gente e desidera solo essere lasciata in pace. Molti nella comunità, dopo la parata, da Jeff al Sindaco del paese, hanno subito minacce di morte. La maggior parte di queste minacce arrivavano da soggetti che vivono in altri stati, come la California.” continua Vince. Quello che questa gente non riesce a comprendere è il significato stesso del primo emendamento: Libertà di espressione e di parola vuol dire letteralmente quello. I Padri Fondatori non hanno lasciato dubbi. Qualsiasi opinione, per quanto odiosa possa essere, e` protetta dalla Costituzione. Fra l’altro ciò che è detestabile per me potrebbe essere apprezzato da qualcun altro. Il vero lascito al rispetto della libertà di parola non è quando scambiamo opinioni ed esprimiamo concetti con coloro con i quali ci troviamo d’accordo, ma quando ci confrontiamo con chi detestiamo  per le idee che esprimono. Non dobbiamo condividerle ne ascoltarle quelle idee, ma dobbiamo rispettare la libertà di chiunque di esprimerle” dice Vince. “Quello che è successo lo scorso Giugno ha convinto molti di Highmore che anche nelle nostre praterie la libertà concessa dalla Costituzione è ora minacciata da forze sovversive che fino a qualche anno fa erano relegate alle zone metropolitane e universitarie, soprattutto in stati come la California e New York. Qui  la gente ha perso un certo senso di innocenza e si ritrova ora a meditare sul proprio futuro. Molti sono venuti in pellegrinaggio a casa mia per chiedere consiglio e ascoltare la mia esperienza. Ho ricordato a loro che quello a cui hanno assistito, sperimentato, io e mia moglie lo avevamo già vissuto vent’anni fa. Prima di questa storia che ha travolto e stordito il nostro paesino, guardavo alle milizie civili armate del Montana o del Wyoming con un certo disinteresse; le ritenevo francamente troppo radicali e fanatiche. Ora purtroppo in Highmore si sente più di qualcuno che vorrebbe creare anche qui un reggimento miliziano. Ci sentiamo con le spalle al muro. Non vivrò abbastanza a lungo da assistere alla sfracello di questo paese e di questo ne sono riconoscente a Dio. Ma fra 20-30 anni tutto sarà diverso. La nostra cara amata nazione non esisterà più e se continuerà sarà in una forma completamenta diversa da quella attuale.” la voce di Vince è tremolante, quasi sull‘orlo del pianto.

Ti vuoi fermare per cena?” mi chiede Vince. “Ti ringrazio, apprezzo l’invito, ma devo declinare; sono già le sette di sera e devo ancora arrivare a Bismarck.” gli replico. “Ti posso donare un libro per farti compagnia?” mi chiede Vince. “Sei molto gentile Vince ma io non leggo quasi più i libri cartacei; preferisco gli audio ebook sul kindle, cosi anche quando sono in macchina posso ascoltare la narrazione, ma sono interessato a conoscere la tua raccomandazione su qualcosa da leggere” dichiaro con curiosità. “Washington’s Crossing di David Hackett Fischer” Risponde Vince

 

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Sei mesi dopo la Dichiarazione di Indipendenza, il sogno della rivoluzione americana stava già sfumando. Le forze britanniche aveva sbaragliato gli americani a New York, occupato tre colonie ed erano ormai ad un passo da Filadelfia. La notte di Natale del 1776 George Washington era sul punto di perdere la Guerra Rivoluzionaria. Le truppe continentali erano scoraggiate e quasi sconfitte. Il resto dei patrioti americani avevano perso fiducia nelle capacità militari-tattiche di Washington. Il generale Joseph Reed, uno degli ufficiali più vicini a Washington aveva cospirato contro di lui. Uno dei comandanti di Washington, Charles Lee era stato catturato due settimane prima dagli Inglesi. Il Congresso stesso aveva abbandonato Filadelfia rifugiandosi a Baltimore per sfuggire all’avanzata inglese.

Qualche mese prima, a luglio, nel preciso istante della dichiarazione di indipendenza, George Washington comandava una forza di 20,000 truppe per lo più male addestrate contro 32,000 soldati Britannici altamente addestrati, disciplinati e bene equipaggiati. Sconfitta dopo sconfitta, molti dei soldati continentali erano tornati a casa o avevano disertato raggiungendo le truppe britanniche. Con soli 5000 uomini rimasti, in quella fredda e ventosa notte di natale del 1776, George Washington stava guardando dritto alla disfatta che incombeva. In quella notte di Natale George Washington si sarebbe giocato la sua ultima e decisiva carta. In quella notte la battaglia di Trenton entrerà nella storia come quella che cambierà le sorti della Rivoluzione Americana.

Alle sue truppe esauste e demotivate George Washington aveva letto, tre giorni prima, lo scritto di Thomas Paine: “Questi sono i tempi che provano le anime degli uomini: il soldato estivo e il patriota di un giorno, in questa crisi, si defila nel servire il proprio paese; ma chi lo sostiene ora, merita l’amore e il ringraziamento dell’uomo e della donna. La tirannia, come l’inferno, non si sconfigge facilmente; tuttavia ci portiamo dietro questa consolazione: più difficile è il conflitto, più glorioso è il trionfo.

 

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L’orologio segna le 20:20, ancora tre ore e mezzo mi separano dalla mia destinazione finale: Bismarck. Mentre la macchina attraversa le praterie del Dakota, non c’è più nessuno sulla strada. A parte i mie fari, il buio è totale, le poche macchine che ogni tanto incrocio bucano fugacemente la notte. Il forte vento freddo lo avverto nel controllo dello sterzo; la macchina di tanto in tanto sbanda leggermente e richiede massima concentrazione nella guida.

Nella fredda e ventosa notte delle praterie rifletto sul mio viaggio che involontariamente si è trasformato in un’odissea nell’ultima frontiera americana: Vince fu il precursore di George e di tanti altri personaggi che come loro si sono ritrovati improvvisamente tagliati fuori da una società che stava rapidamente cambiando.

Molti anni prima che esistesse il Redoubt Americano, George e Vince si sono trasformati, giocoforza, in una sorta di nuovi pionieri alla ricerca di una nuova frontiera che gli permettesse di sfuggire all’onda inesorabile del cambiamento epocale in atto nella società americana. Quello che ha catapultato Highmore alla cronaca nazionale è un riflesso della guerra di pensiero e delle divisioni politiche che affliggono gli Stati Uniti odierni. Ormai nessuno ne è immune, neanche “un buco nel mezzo delle praterie.” Lo scontro fra forze opposte: da un lato quelle elitiste, progressiste-globaliste che cercano di cambiare, trasformare, un modo di pensare e di vivere radicato nel “passato” e dall’altro una parte della società, sempre più minoritaria, che cerca di aggrapparsi e tenere in vita quelle tradizioni, soprattutto costituzionali, sempre meno importanti in questa America del ventunesimo secolo. L’onda trasformatrice, picconatrice dei valori costituzionali, che partendo dai centri di potere amministrativo, finanziario, mediatico, filosofico e didattico ha trasformato la repubblica americana in una impero globalista, sta ora bussando alle porte degli stati del redoubt e della praterie della frontiera americana. Gente come Vince e George che anni prima era fuggita per evitare di essere travolta completamente da quell’onda, ora si ritrova a guardare, dalle montagne del Wyoming o dalle praterie del Dakota, lo tsunami che all’orizzonte avanza inesorabilmente. Con le spalle al muro non hanno più dove andare a ripararsi. Quando George disse che quella di casa sua sarebbe stata la collina di armageddon, l’ultimo suo atto, non scherzava affatto…L’orizzonte si oscura, i cieli annunciano la burrasca…

Questi sono i tempi che mettono alla prova l’animo degli uomini…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA, 1a parte_di Gianfranco Campa

Qui sotto la prima di una serie di articoli di Gianfranco Campa che testimoniano ed analizzano la dinamica dello scontro politico interno agli Stati Uniti; un confronto che sta superando soglie di asprezza e violenza tali da innescare una condizione di vera e propria guerra civile strisciante. Questo sito ha dedicato all’argomento ormai decine di articoli e podcast senza però entrare direttamente nel merito di queste dinamiche. Lo scontro politico in corso non è solo espressione di una polarizzazione e frammentazione della formazione sociale americana, ma sta diventando un fattore scatenante e un moltiplicatore degli antagonismi e delle contrapposizioni irriducibili. Non è detto che una simile condizione conduca necessariamente al declino; l’esempio delle vicissitudini interne alla Roma antica deve indurre alla prudenza nelle previsioni. Con questa serie si partirà da testimonianze dirette per poi passare a considerazioni generali necessarie a comprendere non solo le dinamiche interne ma anche i riflessi geopolitici della conflitto in corso. Si vedrà che la rappresentazione istrionica e caricaturale, moralistica di questo conflitto, così in auge tra i soloni mediatici del nostro paese non fa che contribuire alla cecità e al provincialismo dei comportamenti delle classi dirigenti italiche e alla considerazione caricaturale che si stanno guadagnando nel mondo con tutta la loro buona volontà e incoscienza_Giuseppe Germinario

 

 

 

VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA

 

(Prima Parte)

Questa è la mia collina di armageddon, da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

 

 

LA COLLINA DI ARMAGEDDON

 

Erano i primi giorni di servizio effettivo, giorni di smarrimento, annebbiamento mentale e fisico, seguiti ad un estenuante corso di addestramento durato sette mesi.  Ma non era finita! Ai sette mesi di accademia si aggiungevano i quattro mesi di addestramento sul campo. Quattro mesi di pratica, la prova del fuoco sulla strada, in auto, di pattugliamento con un altro agente seduto al fianco, specializzato nel valutare il rendimento ed il corretto adempimento al dovere. È sulla “strada” che devi dimostrare di aver appreso e di saper mettere in pratica i concetti di base propinati durante l’accademia di polizia. Un appuntamento giunto al quale di solito un buon 10-20% delle reclute fallisce l’obbiettivo e la realizzazione di una aspirazione.

Già nei mesi precedenti oltre il 30% dei commilitoni, compagni di accademia, tra di loro alcuni amici carissimi, erano stati rispediti a casa per aver fallito uno dei 187 esami previsti durante il corso. La durezza della selezione e la concreta possibilità di fallire spinge la maggior parte dei “rookies” a sviluppare una meccanismo di autodifesa. Per molti diventare un poliziotto rimarrà solo un miraggio, un sogno mai realizzato, riposto in qualche cassetto. Per questo ti guardi intorno e cerchi di trovare quella boa,  quel salvagente che ti possa aiutare a rimanere a galla, almeno fino a quando non esci dal tunnel. I meccanismi di autodifesa per superare lo stress e gli ostacoli esistono , anche se sono più che altro espedienti emotivi che ti danno una apparente sensazione di coraggio e di adeguatezza. Chi si affida alle preghiere, chi allo yoga, chi alla bevande energetiche, chi invece alla raccomandazione di qualcuno in una posizione di potere. Tutti questi accorgimenti, lo ribadisco, non assicurano il successo nell’iter di addestramento. Neanche l’ultima soluzione, il sotterfugio può garantire la sopravvivenza; in California per arrivare ad essere poliziotto la raccomandazione non serve, gli esami non si possono aggirare o addomesticare.

Il turno comincia alle 07.00 e finisce alle 19.00. Arrivo al distaccamento 30 minuti in anticipo, entro nello spogliatoio e mi guardo intorno. UOMINI/DONNE, BUSSA PRIMA DI ENTRARE, annuncia il cartello affisso sulla porta. E` il benvenuto in un distaccamento troppo piccolo per avere spogliatoi separati. Lo stress si fa sentire. Lo yoga non lo pratico, con le preghiere ho un rapporto a dir poco conflittuale e di individui che portano l’argenteria sulla divisa non ne conosco nessuno. Un certo senso di sconforto comincia ad insinuarsi nell’anima. Dov’è il galleggiante, il canapo che mi terrà a galla aiutandomi a sopravvivere nei prossimi quattro mesi?

Il distaccamento è minuscolo, in totale dieci agenti, incluso il Chief, due sergenti e sette agenti. Per curiosità do un’occhiata alla lista affissa nella bacheca, quella dei nomi che fanno servizio in questa piccola stazione. Il mio sguardo cade sulle generalità di uno dei due sergenti. Il cognome denota una chiara origine italiana. Mi rivolgo all’altro agente che si sta preparando al servizio con me; punto il dito sul cognome del Sergente “Italiano”: “George?” (non il suo vero nome) mi chiede. “Si” gli rispondo. “Lascia perdere e sempre ‘cranky’ (irritabile), non piace a nessuno;  trenta anni di servizio, potrebbe andare in pensione, ma è qui a rompere le scatole, a rendere la vita difficile a tutti…” La speranza si affloscia come un pallone bucato, lo sconforto ritorna. Appellarsi all’italianità del sergente per un trattamento meno ostico non sembra essere l’ancora che cercavo.

 

 

Caspita! Un vero ‘greaseball”, accento compreso, non uno di quei fasulli che vengono da New York pretendendo di essere Italiani per poi scoprire che sono di seconda o terza generazione” Così mi saluta George, incrociandolo nel parcheggio del distaccamento tra le  macchine di servizio. ”Si, Italiano, ma anche americano di adozione.” gli rispondo, accennando ad un saluto quasi militare. “Okay, whatever, cambia poco; un ‘greaseball’ in questo posto dimenticato da Dio, ci mancava solo quello…”  Questo è stato di fatto il primo contatto con George; un benvenuto corrispondente alle sue propensioni comunicative, prossime al nulla. Ma nonostante tutto, l’inizio di un’amicizia che a distanza di vent’anni resiste ancora al tempo e alla lontananza.

George, di nonna genovese e nonno siciliano. Di Italiano aveva ereditato solo il piacere della pasta al pesto; un piatto che sua nonna sapeva, da buona genovese, cucinare alla perfezione. George non ha mai visitato l’Italia, ne aveva il desiderio di farlo. Tutto barca, pesca e caccia. Due matrimoni falliti alle spalle, quattro figli adulti di cui tre sposati con cinque nipoti a testimoniare e rammentargli costantemente l’età che avanza. I nipoti hanno negli anni ammorbidito la durezza di un uomo che ha sempre combattuto contro tutto e tutti. Un uomo in constante stato di guerra; sul lavoro, in famiglia, con i vicini, con gli amici (quei pochi che gli sono rimasti), con i colleghi, subordinati e superiori che fossero. George è uno degli agenti, tra quelli che ho conosciuto negli anni, rimasti coinvolti in conflitti a fuoco; era appena entrato in servizio nella ormai lontana estate del 1973. Per anni George ha visto il mondo cambiare attorno a sé, ma al cambiamento ha sempre resistito, come un vecchio dinosauro che vede l’asteroide dell’estinzione avvicinarsi a grande velocità dal cielo e, ignorandolo, continua a foraggiarsi tra l’erba.

Uno di quegli asteroidi lo colpì a tre anni dal nostro primo incontro nel parcheggio della stazione di polizia. Era il Giugno 2004; le due del mattino di un sabato come tanti. E’ l’orario più probabile per pescare conducenti in preda ai fumi dell’alcool o di sostanze stupefacenti. Parcheggio la mia enorme macchina di pattuglia, una vecchia Ford Crown Victoria, appostandomi dietro un albero, nascosto all’uscita di una curva della strada principale che attraversa la giurisdizione, con il muso della macchina rivolto nella direzione della corsia della strada. Motore acceso, luci spente, rilevatore di velocità montato sul cruscotto che segnala la velocità di ogni passaggio. Molti non si accorgono nemmeno della mia presenza; altri, i più attenti, nel buio totale colgono la sagoma della mia macchina all’ultimo momento, quando ormai il radar sul cruscotto ha rivelato la loro andatura, troppo tardi per rallentare; i più premono il piede sul pedale del freno e allo stesso tempo, colti di sorpresa, fanno oscillare la macchina verso il lato opposto dove sono parcheggiato. Il traffico è ormai ridotto quasi a nulla, passa una macchina ogni 10 minuti; mentre contemplo la decisione di abbandonare la mia caccia per tornare a pattugliare, George, l’altro collega in servizio con me quella notte, mi chiama alla radio: “Campa c’è una macchina che ho visto sfrecciare mentre arrivavo da una delle traverse, dovrebbe comparire sul tuo radar da un momento all’altro; io non ho fatto in tempo a rivelare la velocità.” “10-4 (ricevuto)” rispondo. Il tempo di rimettere a posto il microfono della radio e il rilevatore di velocità sul cruscotto si illumina come un albero di natale. Segnala 83 miglia all’ora, in una zona dove il limite è di 30. Osservo i fari del veicolo che si avvicinano verso di me a grande velocità raggiungendo e passando dalla mia postazione senza neanche rallentare di un miglio. Accendo le luci della pattuglia faccio inversione e mi lancio all’inseguimento della macchina. “E passato?” mi chiede George alla radio. “Si” rispondo io, “come un razzo” aggiungo. “Non perderlo di vista questo mentecatto” mi dice. Giusto per una frazione di secondo osservo la mia velocità sul contamiglia: 90.  Ora ho la visuale sulla macchina sospetta,  la osservo sbandare due volte quasi finendo contro uno dei pali della luce posizionati al ciglio della strada. George mi raggiunge, ora siamo in due ad inseguire; sento alla radio che altre pattuglie stanno arrivando. “Campa prendo io la posizione primaria, tu prendi quella secondaria e mantieni la comunicazione con la centrale.”  Neanche il tempo di rispondere e osservo la macchina sospetta sbandare per la terza volta, l’ultima, sino a sbattere contro il palo del semaforo abbattendolo al suolo per poi terminare la sua corsa sulla panchina degli autobus in una nube di fumo.

 “Esci di lì coglione” sento gridare fra il trambusto, il fumo e le sirene. Raggiungo George che nel frattempo con le mani cerca di aprire lo sportello del guidatore; la macchina è però un groviglio di lamiere e plastica. A malapena riesce a tirare fuori il conducente attraverso quel che rimane del finestrino, prendendolo per la testa. “Sarge” (abbreviazione per Sergente) sento gridare dietro di me  “ma non vedi che ha perso conoscenza!”. La voce non la riconosco, ma appartiene a uno degli altri agenti nel frattempo arrivati sul posto. Mi rivolgo io al Sergente “probabilmente ha subito un grave trauma, meglio aspettare i paramedici, li ho già chiamati”

 

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Che necessità c’era di estrarlo di forza dall’abitacolo della macchina quando era chiaro che non era cosciente?” La domanda del Chief era diretta a George. “Poteva avere un’arma nell’abitacolo e volevo prevenire che la impugnasse” risponde George. “La macchina era un’accozzaglia di lamiere e lui era chiaramente svenuto se non addirittura morto; la tua logica è antidiluviana. Se mai uscirà dal coma rischia di rimanere paralizzato per il resto della sua vita e sarà anche grazie a uno dei mie Sergenti che vuole sempre usare le mani anche quando non e`necessario.” replica il Chief. “Mica siamo manovali! ” si difende George. “Infatti non sei un metalmeccanico, ma un agente addestrato, un supervisore, un professionista” risponde il Chief.

Sarà l’ultima “avventura” di un uomo superato dalla storia. Un uomo che non aveva colto il cambio generazionale nel modo di interpretare e gestire le relazioni sociali, l’ultimo di una generazione di dinosauri che combattono contro i fantasmi di un cambio epocale che li spinge a isolarsi sempre di più e allontanarsi dalla civiltà attuale.

La vecchia guardia si ritrova oggi smarrita, disorientata da una propsettiva completamente diversa di interpretare il ruolo di pubblico ufficiale. Le reclute e gli agenti che vengono ora sfornati dai corsi di polizia sono addestrati secondo criteri completamente diversi da quelli in uso solo dieci anni fa. Ad un impegno già estremamente stressante e rischiosissimo si aggiunge ora anche un aspetto politico che costringe i poliziotti a riconsiderare ogni azione intrapresa sul campo. Il risultato è visibile nelle statistiche: l’aspettativa media di vita dei poliziotti americani è di 59 anni. Se le armi, gli incidenti stradali, i suicidi non uccidono prematuramente un poliziotto, ci pensano malattie cardiovascolari e tumori vari. Al primo di dicembre di quest’anno, il 2019, le statistiche ci dicono che i soli poliziotti uccisi durante un conflitto a fuoco sono aumentati del 20% rispetto al 2018, per un totale di 267 poliziotti. Una strage senza precedenti. Con il pensionamento dei vecchi dinosauri, definiti a volte (a ragione) dal grilletto troppo facile e con il reclutamento di una nuova leva  imbavagliata dal credo del politicamente corretto i risultati rifulgono nelle statistiche ferali.

George, tre mesi dopo il rimbrotto nell’ufficio del Chief, andrà in pensione concludendo una carriera, che dopo oltre trent’anni, era cambiata di riflesso ai mutamenti del mondo che gli girava intorno. George non era stato capace di cogliere, comprendere e gestire il suo impegno adattandosi ai cambiamenti.

 

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La statale 85 taglia il Wyoming da nord a sud costeggiando il confine con lo stato del Nebraska e del South Dakota. Partendo da sud, cioè dal confine col Messico, la 85 termina a Fortuna, nel Nord Dakota, al confine col Canada. La zona est del Wyoming è forse la meno bella e maestosa di questo stato che incarna il concetto stesso di frontiera americana. I maestosi parchi nazionali di Yellowstone e Grand Teton si trovano dalla parte opposta, nella zona ovest vicino al confine con l’Idaho. Nonostante ciò percorrendo la 85 e attraversando il confine con il Sud Dakota si entra nel parco nazionale del Black Hills. Le bellissime colline del Black Hills sono meglio conosciute perché all’interno accolgono il Mount Rushmore e la montagna memoriale dedicata a Crazy Horse (Cavallo Pazzo).

Vivo negli Stati Uniti da oltre trent’anni, ma la magica terra del west, con i suoi panorami maestosi, epici, pieni di straordinaria bellezza naturale, non finisce mai di stregarmi. Vivo nell’Ovest, in California, perché l’est non è mai riuscito ad entusiasmarmi. Senza togliere nulla alla cosmopolita New York, alla calda Miami, alle montagne dello Shenandoah, al verde sontuoso del Vermont, preferisco l’Ovest con i suoi spettacolari parchi nazionali: Grand Canyon, Yosemite, Yellowstone, Bryce Canyon, Glacier e tanti altri. Dai picchi della Sierra Nevada, ai deserti dell’Arizona. Dalla spettacolare costa Pacifica ai laghi di Tahoe e Powell, dagli altopiani desertici del Nevada alle praterie del Dakota, dai crateri “lunari” dell’Idaho agli Archi monumentali dello Utah,  dalla Valle della Morte al parco nazionale di Zion, l’Ovest è un affresco senza uguali nel mondo. Attraversando le strade leggendarie dell’Ovest, lontano dai grandi centri abitati, in questi ampi e maestosi spazi aperti, si rivive lo spirito pionieristico di un tempo. L’ovest è stato e torna ad essere l’ultima frontiera.

 

 

Percorrendo la 85 in Wyoming, si attraversa un paesino di nome Lusk. Nel minuscolo centro del paese si trova una nota stazione di servizio, punto di ritrovo e di sosta per i motociclisti che attraversano gli Stati Uniti sugli assi East-Ovest, Nord-Sud. Una tappa storica e obbligata per gli amanti delle Harleys. In quella stazione di servizio, due anni fa, io e mia moglie, sulla via del ritorno in California, avevamo offerto la cena a un motociclista infreddolito che aveva sostato di rientro in Colorado.

Dopo aver attraversato il centro abitato, direzione nord, molte miglia più avanti si arriva a un incrocio con una strada non asfaltata, che sfocia in ambedue lati sulla 85. Svoltando si entra nella strada sterrata che mi conduce al ranch di George. Una tenuta collocata internamente, qualche miglio lontano dalla statale. Seduto su una collinetta , il ranch di George gode di una vista panoramica libera tutto intorno da ogni ostacolo. Una proprietà di diversi ettari.

Da quando tuo figlio frequenta l’università di Bismarck mi vieni a trovare tutti gli anni” mi accoglie George. “Lo sai che, anche se devo fare una piccola deviazione per arrivare qui, non mi perderei per nessuna ragione al mondo la possibilità di prendermi un caffè con te e contemplare dalla veranda di casa tua questa splendida vista’ rispondo. “Dalla California al Nord Dakota puoi prendere l’aereo e arrivare a Bismarck in poche ore invece di metterci due giorni con la macchina.”rincara la dose George. “Si lo so, l’aereo lo prendo al ritorno, se no non potrei venire a romperti le scatole; ma se vuoi me ne vado…” gli dico scherzando. “Gianfranco tu sei noioso. La birra non ti piace. Io il vino non lo bevo, mi costringi sempre a procurami una bottiglia di rosso perché la birra la detesti, che razza di Americano sei?” Mi apostrofa con fare seccato. “Parli tu che ti scoli la birra messicana…” gli replico

Il Ranch di George non è grandissimo, ma quanto basta per tenerlo occupato dalla mattina alla sera. Le donne vanno e vengono, ma è troppo scorbutico per stringere una relazione impegnativa. Vive solo, anche se tra figli, nipoti e amici c’è sempre qualcuno a visitarlo. Cinque cavalli, una quindicina di mucche, in più cani, galline, tacchini, ma soprattutto il grande orgoglio di George,  tre bisonti che scorrazzano liberi nella terra recintata di sua proprietà, rendono la visita al ranch di George uno svago e un diversivo per sfuggire alla routine quotidiana.

 

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La scorsa estate ho subito una invasione di serpenti a sonagli; uno di quei viscidi ha morso una mucca del mio bestiame. Superfluo dire che gli ho spappolato la testa con un colpo di fucile” mi racconta George mentre seduti in veranda ci beviamo una bibita. “Zitto che se ti sentono gli animalisti ti fanno causa.”  gli dico. “Mi possono baciare il culo. Mica siamo in quella fogna progressista della California. Questo è il Wyoming e questa è la mia terra. Io sono il re di questa terra. Faccio ciò che voglio.  Il governo, o qualsiasi altra organizzazione per me possono andare a puttane.” mi risponde George con tono aggressivo. Prosegue con un certa concitazione  “Da questa casa, su questa collina, riesco a vedere tutto intorno alla mia proprietà. Una posizione strategica, Se mai verranno e quando verranno avranno delle sorprese poco piacevoli.“ Poi puntando il dito verso l’orizzonte George esclama ”Questa è la mia collina di armageddon; da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

George, californiano di nascita, dopo il pensionamento, ha venduto la sua casa in San Rafael, a nord di San Francisco e si è trasferito in Wyoming. Grazie ai costi esorbitanti degli immobili in California, soprattutto nella baia di San Francisco, con i soldi della vendita della casa di proprietà dei genitori, George ha potuto trasferirsi in Wyoming comprandosi il ranch, il bestiame, la terra, tre trattori, due pickup trucks, un quad e una moto Harley. George diceva sempre che quando andava in pensione si sarebbe trasferito in Wyoming; ne era innamorato. Cosa attrae uno come George a trasferirsi nel maestoso Wyoming?

George non è l’unico poliziotto che ha lasciato la California dopo il pensionamento. L’esodo di poliziotti californiani che al termine della loro carriera si trasferiscono in altri stati è biblico, senza precedenti nella storia americana. Molti ex componenti delle forze dell’ordine scelgono l’Idaho come destinazione finale, ma anche il Wyoming, lo Utah, il Montana,  il Tennessee; il Nebraska, risultano fra i più gettonati. La maggior parte di loro preferisce vivere in campagna lontano dai maggiori centri metropolitani.

L’esodo verso questi stati non è riservato ai soli ex-componenti del mondo militare e delle forze dell’ordine: Cittadini comuni da ogni parte dell’America hanno deciso di trasferirsi negli stati “montagnosi”. Le ragioni di questo impulso migratorio sono le stesse per tanti altri che, come George, hanno abbandonato posti come la California, New York, Illinois, Pennsylvania, ma soprattutto i grandi centri metropolitani per trasferirsi nel cosiddetto redoubt states.

 

 

THE AMERICAN REDOUBT

 

 

 

Benvenuti nel redoubt americano. Che cos’è il redoubt americano? Piu semplicemente possiamo chiamarla l’ultima frontiera americana. Un pezzo di territorio che incorpora le aree geografiche del Nord Ovest-Pacifico. Include lo stato del Wyoming, del Montana, dell’Idaho e la parte orientale degli stati dell’Oregon e Washington. All’alba della nascita degli Stati Uniti, queste zone erano contese dai pionieri. La frontiera americana che si spostava verso ovest, lentamente ingoiava questi pezzi di terra, trasformandoli, malleandoli, rendendoli partecipi nella nascita della nazione a stelle e strisce. Domarli questi stati pero`non è mai stato del tutto possibile; troppo selvaggi, troppo ribelli, per conformarsi pienamente alle regole dettate della lontana Washington.  I territori del Wyoming, dello Utah, del Dakota, dell’Idaho stanno lentamente tornando ad essere terre di frontiera. L’ultima frontiera dell’impero americano, dove nelle montagne e colline del redoubt americano si terrà l’ultima battaglia fra i patrioti americani fedeli alla costituzione originaria e le forze anti-costituzionali. ”Questa è la mia collina di armageddon da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

Il concetto di redoubt ha preso forma e si è sviluppato nel 2010, in piena presidenza Obama. Gli anni dell’amministrazione Obama hanno esasperato lo scontro in atto fra il movimento patriottico americano (da non confondere con l’idea neo-conservatrice-repubblicana) e il crescente potere governativo che negli ultimi decenni ha cominciato a pervadere sempre di più l’esistenza dei cittadini americani regolamentando la vita quotidiana. In altre parti del mondo l’intervento sociale e legislativo dei governi centrali viene visto a volte come una panacea ai problemi dei cittadini stessi: scuola, sanità, trasporti e servizi sono parte essenziale del rapporto cittadino-stato. I patrioti americani invece concepiscono un mondo diverso, con un governo centrale presente ma non impositivo, minimalista non oppressivo. Incarnano lo spirito dei primi coloni inglesi fuggiti dalla madre patria e dalla oppressione della corona inglese, arrivati nel nuovo mondo alla ricerca della libertà di religione e di espressione. I patrioti americani moderni incarnano lo spirito dei patrioti del 1776. “ Voglio meno ingerenza burocratica, meno governo; lasciatemi in santa pace.Togliete le mani dalla mie tasche e fatemi avere più controllo del mio destino” (Ronald Reagan)

 

 

Ma non è solo dal governo che scappano quelli come George e tanti altri come lui.  Scappano sì dalla tassazione asfissiante degli stati e delle contee progressiste-liberali, ma anche dal cambiamento demografico che li fa sentire emarginati, ospiti in casa propria.  Scappano da questi stati che hanno cominciato, secondo loro, a violare con leggi oppressive il sacrosanto diritto di possedere le armi. Diritto incastonato nel secondo emendamento della costituzione Americana:  “«Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.»

 

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James Wesley Rawles è un autore americano che scrive romanzi sul tema della sopravvivenza; romanzi bevuti, letti e distribuiti tra i patrioti americani, incoraggiandoli a prepararsi alla prossima guerra civile e al caos che la caduta degli Stati Uniti porterà. Rawles si descrive come un costituzionalista tradizionale. Ex ufficiale dell’intelligence dell’esercito americano e` l’ispiratore, la mente, dell’esodo verso il redoubt americano. Anche Rawles, come George è californiano di nascita; di Livermore precisamente, un paese distante dal mio una decina di chilometri. Rawles cita la polarizzazione dei due maggiori partiti politici degli Stati Uniti,  la politicizzazione delle agenzie governative – individuando negli abusi di entità come l’FBI,  la CIA, la DIA e il Dipartimento degli Interni la causa di futuri conflitti. Rawles descrive la polizia, i tribunali e i mass media come complici delle agenzie statali e federali intente a violare i capisaldi presenti nella costituzione americana tesi a prevenire abusi da parte del governo e dei centri di potere della classe dirigente. Continua affermando che la tassazione è uno stratagemma socialista usato da un governo corrotto per “espropriare la produttività altrui e ridistribuire la ricchezza costruendo una base elettorale governo-dipendente e permanenteIl globalismo, il socialismo, la burocrazia sono inconciliabili con il patriottismo e la costituzione americana. I globalisti hanno come obiettivo la redistribuzione della ricchezza a livello globale e allo stesso tempo, attraverso il globalismo, i trattati internazionali ,  le grandi multinazionali e le leggi oppressive sull’ambiente, l’arricchimento personale di pochi a scapito della distruzione del concetto di nazioni e di popoli realmente liberi

 

 

Nel caos della futura caduta degli Stati Uniti, qualunque dovesse esserne il motivo, l’America Redoubt diventerebbe il nuovo baluardo, un nuovo soggetto geografico, dal quale, sulle ceneri della precedente, ricostruire il sogno di una nazione libera e costituzionalista; “Una nazione che diventi bastione di un nuovo cristianesimo tradizionale, libero da ogni legge o regola dettata da entità sovranazionali, globali, mondiali, con una presenza governativa ridotta al minimo essenziale. Una nuova nazione garante della libertà personale, con cittadini liberi di possedere le armi, di curarsi della propria terra come desidera, di vivere la propria vita sollevata da ogni giogo legislativo-burocratico. Mi piacerebbe vedere l’American Redoubt ritagliarsi l’autonomia necessaria rispetto a quelli che oggi conosciamo come gli Stati Uniti d’America. Vorrei vedere l’American Redoubt fondamentalmente come una roccaforte di valori tradizionali con il resto degli Stati Uniti affondare nell’oblio” afferma Rawles. Qui il blog di Rawles e dei patrioti dell’America Redbout:  https://survivalblog.com

Perché i patrioti americani hanno scelto questa area geografica per auto-esiliarsi? La risposta è da ricercare nella posizione “strategica” e politica di questa area geografica. Il Wyoming, Idaho, Montana, le parti orientali dell’Oregon e dello stato di Washington, sono a maggioranza di destra conservatrice. Sono geograficamente montagnosi, piene di risorse naturali. Secondo i patrioti dell’American Redbout la possibilità di acquistare proprietà con un esteso pezzo di terra, incluso di torrente, alberi e cacciagione, permette la completa indipendenza e quindi sopravvivenza in caso di collasso sociale. In più il fatto che le regioni sono montagnose permette a chi li conosce bene di usare il territorio a proprio favore in caso di conflitto armato. L’agenzia immobiliare survival realty  è specializzata nella vendita della perfetta proprietà da acquistare nell’America Rebout. https://www.survivalrealty.com/american-redoubt/

C`è un altro aspetto che spinge all’esodo dei patrioti americani verso il redoubt: Sono Stati in cui il diritto al possesso delle armi è regolato al minimo. L’Idaho, il Montana e il Wyoming sono considerati fra i primi dieci stati più permissivi nel possesso delle armi. Per esempio in Wyoming la legge permette il trasporto libero delle armi. Non è richiesto un permesso. Puoi andare dove vuoi con le tue armi, puoi anche mostrarle in pubblico. Non è richiesto nessun permesso e nessuna registrazione al momento dell’acquisto. Non ci sono limitazioni al numero delle armi che puoi acquistare. Non esiste nessuna legge che regola le dimensioni dei caricatori. In contrasto la California non permette l’uso di caricatori con più di 10 proiettili. Lo stato della California richiede un permesso per trasportare l’arma. Per acquistarla devi sottoporti ad un controllo per eventuali precedenti penali e problemi psichiatrici. Le armi acquistate devono essere tutte registrate. Qui in dettaglio le leggi che regolano il possesso di armi stato per stato:https://www.gunstocarry.com/gun-laws-state/#wy2

Ma chi sono e quanti sono esattamente i patrioti del redoubt? Un’inchiesta condotta dalla rivista The Economist in un articolo dell’agosto 2016 sul movimento american rebout intitolato “L’ultima Grande Frontiera”,  stimava che “migliaia di famiglie” si sono trasferite nella Redoubt  affermando che il  movimento “sta lentamente guadagnando terreno”  Quantificare l’esatto numero è impossibile perché la stragrande maggioranza delle persone che si trasferiscono sono per natura molto circospetti. Sono distaccati dal mondo mediatico-sociale. Molti di loro non hanno accesso a internet , televisione e telefono, strumenti che considerano di spionaggio e controllo. La forma di  comunicazione preferita è una battuta di caccia in cui ritrovarsi e coordinare varie idee, tra una birra, un barbeque e una sventagliata di caricatore. Wilderness living – The last big frontier | United States

La maggior parte sono cittadini che non si rispecchiano più in una nazione che sta cambiando, fedeli ancora ad una idea di America che va lentamente dissolvendosi. Sono di tutte le razze, non solo bianchi. Il rappresentante dei patrioti americani che si appresta a correre per la sedia del terzo distretto senatoriale dello stato dell’Idaho si chiama Alexander Barron, un afro-americano: https://alexanderbarron.com

I patrioti americani vengono definiti da molti, come rappresentanti di estrema destra. In realtà i patrioti americani  rifiutano il concetto di nazismo, fascismo e comunismo. Odiano entità come gli antifa e i naziskins. Sono ideologie che non collimano con la loro idea di libertà poiché vengono visti come strumenti di ideologie oppressive dei popoli, veicoli di governi autoritari; l’antitesi del credo patriottico americano che nel governo vede uno strumento di oppressione.

 

 

 

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Sposta una di quelle sagome più a destra, non vedi che che sono troppo vicine?” grido a George mentre osservando dalla distanza lo vedo posizionare i bersagli per il tiro. Non lo sento rispondere, ma anche se mi volta le spalle, realizzo mentalmente  la serie di di parolacce che probabilmente sta sussurrandomi contro. “A proposito non vedo l’AR-15- l’hai preso dal bunker?”  chiedo a George guardando di fronte a me la serie di armi appoggiate sul largo tavolo. “Bro, go fuck yourself!” esplode finalmente George, dopo il record di cinque minuti di silenzio durante I quali ha evitato di reagire alla mia prima provocazione. Ma ora la misura è colma “quando smetti di fare la parte della fighetta me lo dici. Hai riempito i caricatori?” mi chiede George. “Certo che li ho riempiti, mentre tu giocavi a bambole con le sagome. Il Remington, l’M60 e il Mossberg sono pronti , ma non vedo gli AR-15. Pensavo li avessi presi.gli rispondo.”Devo averli lasciati a casa” esclama George. “Potevi anche ricordami di portarli” mi dice con tono accusatorio. “Io sono incaricato di trasportare le cassette delle pallottole, le protezioni agli occhi e alle orecchie, tu le armi; se sei entrato in fase senile me lo dici prima, così penso a prendere e trasportare tutto io…” ribatto. “Whatever man! Let’s get it started” risponde con voce alterata.

Con l’arrivo di due amici di George, il suo poligono personale, situato all’interno della sua proprietà, si illumina come un campo di battaglia con i traccianti di fuoco che eruttano dalle canne delle nostre armi. Alla fine, circa 50 sagome e oltre mille cartucce vuote ricoprono il terreno sotto i nostri piedi. Mentre con aria soddisfatta ci stringiamo la mano complimentadoci a vicenda, mi vengono in mente le parole di George “Questa è la mia collina di armageddon, da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

 

 

 

 

 

 

 

 

Il calvario di Roger Stone; il tramonto della democrazia americana, di Gianfranco Campa

 

 

IL MARTIRIO DI ROGER STONE

 

All’annuncio della condanna di Roger Stone, Meghan McCain, la figlia del defunto guerrafondaio John Mccain, ha dichiarato “Marcisci all’inferno, Roger Stone.” Ana Navarro una commentatrice “repubblicana” della CNN ha rincarato la dose: “Marcisci in prigione e poi all’inferno.” Questi sono solo due esempi di centinaia di tweet e commenti che hanno invaso la sfera mediatica dopo la condanna di Roger Stone. Potrei riempire decine di pagine di queste reazioni volgari e demenziali, esibite da esponenti di entrambe le correnti politiche dominanti; questo solo per rendere l’idea dell’odio riversato su qualsiasi persona o entità che abbia collaborato, nel caso di Roger Stone addirittura creato, la figura politica di Donald Trump. Questo atteggiamento nei riguardi di Roger Stone è il riflesso diretto dell’odio che un numero notevole di persone prova per tutto ciò che viene identificato con Donald Trump; in aggiunta Roger Stone paga il dazio di anni di schermaglie con i poteri forti di Washington.

Il sacrificio di Roger Stone è stato concepito e celebrato sull’altare dello stato ombra e di tutte quelle forze malefiche che hanno sferrato negli ultimi quattro anni attacchi incessanti, violenti, quasi ossessivi contro chi ha sfidato lo “status quo” del potere di Washington. Ne sono rimasti travolti figure come appunto Roger Stone, Paul Manafort, Michael Flynn  e molti altri. In particolare Stone è stato colui che forse ha pagato il prezzo più alto.

I problemi per Roger Stone sono iniziati quando ha cominciato ad essere bandito da ogni piattaforma mediatica, censurando la sua libertà di espressione, negandogli la possibilità di spiegare la propria versione dei fatti di fronte all’opinione pubblica americana. I problemi sono continuati dopo essere stato intercettato dall’FBI, indagato dal procuratore speciale Robert Muller ed arrestato nella sua casa in Florida. Ventinove agenti FBI, armati fino ai denti, fecero irruzione all’alba nella casa di Stone per arrestare un 67enne che non ha mai commesso nessun reato, neanche una multa per un parcheggio e quindi con una fedina penale, fin a quel momento, immacolata. Se vogliamo fare un paragone, neanche per trasportare El Chapo si erano visti dispiegati così tanti agenti federali.

I problemi di Roger Stone  si sono aggravati quando il giudice preposto ha ingiunto al suo di team di avvocati e allo stesso Roger Stone “un gag order” cioè un bavaglio mediatico; in altre parole non potevano parlare o discutere del caso giudiziario, pubblicamente, con nessuno. Un provvedimento giudiziario con qualche precedente, ma nel suo caso portato alla massima esponenza, visto che, sia prima che dopo il processo, l’ingiunzione al silenzio non è stata ancora revocata. Una persecuzione giudiziaria feroce senza precedenti quella contro Stone, riservata solo ai mostri criminali più pericolosi.  Una persecuzione giudiziaria trasformata in una caccia alle streghe, sfociata in un processo e una condanna a cui fra poco (a Febbraio) seguirà una sentenza.

Roger Stone è stato riconosciuto colpevole di tutte le accuse formulate contro di lui; sette capi di accusa tra le quali ostruzione della giustizia, manipolazione di testimoni e ultimo, ma non meno importante, l’accusa di aver mentito al Congresso. Il quasi settantenne Stone per queste condanne rischia fino a cinquant’anni anni di carcere, l’equivalente di un ergastolo per un uomo della sua età; una sentenza di morte in una prigione federale.

Il più fedele alleato del presidente Donald Trump, colui che non l’ho ha mai tradito, che lo ha sempre sostenuto anche quando, nei momenti più difficili della presidenza, altri personaggi hanno, per mancanza di coraggio o per interessi personali, ripudiato pubblicamente e privatamente il presidente. Roger Stone invece ha sempre difeso il Presidente. Solo in rare occasioni, come fu con l’attacco missilistico ordinato da Trump contro la Siria, Stone si permise di criticare Trump, non accusandolo, ma semplicemente facendo una critica costruttiva alla sua decisione  bellicosa, esortando il presidente ad essere più cauto nel dare ascolto agli elementi oltranzisti dello stato ombra che pullano numerosi nella sua amministrazione.

Veniamo al processo svoltosi contro Roger Stone.

Alcuni aspetti interessati da tenere in considerazione:

Primo Il processo si è svolto in una corte del distretto della Colombia, cioè quel pezzo di terra meglio conosciuto come Washington DC. Praticamente Roger Stone è stato giudicato proprio nel ventre della bestia, dello stato ombra, dei poteri amministrativi e dell’establishment politico della capitale americana. Vi ricordo che Hillary Clinton, a Washington, alle presidenziali del 2016, aveva ricevuto il 91% dei voti a favore, mentre solo il 4% era stato appannaggio di Donald Trump; praticamente l’intera Washington è una fogna burocratico-politica. Il processo in una corte di Washington comporta quindi una giuria composta interamente da elettori o simpatizzanti democratici. Un fattore che ha reso la difesa di Roger Stone improba, a prescindere dalla consistenza delle prove presentate.

Secondo Il giudice che ha presieduto il processo si chiama Amy Berman Jackson, un giudice nominato da Obama. La giudice Jackson è recidiva. Jackson era già venuta alla ribalta nazionale quando, nel 2017, aveva archiviato la causa civile contro Hillary Clinton presentata da due delle famiglie che avevano perso i propri cari nell’attacco all’ambasciata americana di Bengasi, in Libia. Le famiglie sostenevano, a ragione, che Hillary Clinton non aveva fatto niente per aiutare i loro familiari durante l’attacco all’ambasciata e poi aveva anche mentito per nascondere le proprie pesanti responsabilità.     .

I procuratori del Russiagate hanno cercato volutamente di far sì che il processo contro Roger Stone si svolgesse presso la corte del giudice Jackson, ben sapendo che la cosiddetta giudice non era certo un modello di imparzialità; nasconde negli armadi una agenda pro-stato ombra, pro-partito democratico. Il giudice Jackson tra l’altro presiede anche il processo contro Paul Manofort. Il caso Manofort è stato trasferito l’anno scorso nel distretto del giudice ammazza trumpiani sotto richiesta del Dipartimento di Giustizia. Si profila quindi per Manofort lo stesso destino di Roger Stone.

Durante il processo a Roger Stone la giuria ha avuto modo di ascoltare una delle accuse principali; la tesi quindi secondo la quale Stone avrebbe cercato di nascondere il suo tentativo, nel 2016, di collaborare con WikiLeaks e con il fondatore Julian Assange per ottenere informazioni sull’allora candidato Hillary Clinton.

Questa peculiare tesi di collaborazione, tra Wikileaks e Roger Stone, collaborazione che Wikileaks e Julian Assange negano, sarebbe per qualcuno la motivazione maggiore del martirio di Stone. Infatti secondo alcune tesi complottistiche, Stone sarebbe odiato dallo stato ombra non solo per essere stato uno dei costruttori, uno degli architetti del fenomeno Trump, ma soprattutto per la sua decennale avversità e ostruzione allo stato ombra, tra cui appunto la collaborazione con una entità, Wikileaks, che è stata e continua ad essere una spina nel fianco dei poteri oscuri di Washington.

Lo scontro Roger Stone-Stato Ombra risale a tempi immemorabili, all’epoca dell’amministrazione Nixon, quando un giovane Stone partecipò alla campagna presidenziale 1972 di Richard Nixon. Prima di Nixon, Stone si era offerto come volontario per la campagna di Barry Goldwater del 1964. Fu con Goldwater prima e Nixon dopo che Stone comprese velocemente le modalità dei giochi che manovrano le stanze del potere di Washington. Soprattutto nel caso delle dimissioni di Nixon per lo scandalo Watergate, Stone all’epoca individuò i meccanismi di Washington rendendosi conto di chi realmente tesseva la rete del potere negli Stati Uniti.

Apriamo un piccolo capitolo su Richard Nixon. Stone ha sempre sostenuto che la corruzione di Nixon era seconda solo alla stato ombra, ma nonostante ciò,  lo scandalo Watergate era stata solo il pretesto, non la reale ragione del suo siluramento. Per Roger Stone, Nixon fu costretto a dimettersi sotto la minaccia di un impeachment (suona familiare?) per essersi opposto allo stato ombra e alla CIA, dopo averla venerata e usata. Il prezzo pagato da Nixon e` stato alto per aver intrapreso attività anti stato ombra come per esempio la distensione con l’Unione Sovietica. “Durante i giorni bui e difficili di Watergate, mentre la frenesia consumava i media e gran parte dell’attenzione pubblica negli Stati Uniti, al presidente Nixon furono inviati messaggi di sostegno da Leonid Brezhnev. Breznev disse al suo ex nemico che sapeva che sarebbe rimasto forte e che non avrebbe ‘ceduto sotto la pressione’. Anatoly Dobrynin, ambasciatore sovietico negli Stati Uniti per oltre venti anni e figura di spicco nelle relazioni USA-Unione Sovietica, ha ricordato che Richard Nixon lo ha ringraziato per il fatto che lui, unico tra i leader di altre nazioni, inclusi gli alleati, aveva trovato semplici parole di conforto per risollevargli il morale” https://www.nixonfoundation.org/2010/07/nixon-and-brezhnev-personal-partners-in-detente/

Secondo Roger Stone, quando Nixon fu eletto al suo secondo mandato come presidente nel 1972, ottenne un grado di indipendenza che lo rese pericoloso per lo stato ombra. Verso la fine del suo primo mandato, Nixon iniziò a progettare l’eliminazione dell’intera leadership della CIA. Sfortunatamente, Nixon non si rese conto che la CIA si era infiltrata nel circolo più ristretto della sua amministrazione e riempiva il suo staff di spie. Lo stato ombra era ben consapevole dei piani di Nixon. Non sono teorie della cospirazione, di complottisti, bensi verità ben suffragate da testimonianze e registrazioni audio.  Nixon e i suoi collaboratori erano pronti, dopo l’elezione al secondo mandato, ad assumere il controllo completo  di un governo federale che ritenevano ostile al presidente e alla sua agenda. “Di fronte a una burocrazia che non controlliamo, non avevamo personale fedele a noi e con il quale non sapevamo come comunicare, abbiamo creato la nostra burocrazia“, scrissero alla Casa Bianca in un promemoria del 1972 trovato nei documenti di HR Haldeman , che in seguito andò in prigione per aver nascosto i crimini di Watergate.

Nixon diede ai suoi aiutanti istruzioni dettagliate, dopo aver vinto le elezioni, su come sbarazzarsi dei burocrati ostili al suo governo. Nixon dettò ai suoi collaboratori le istruzioni per una “pulizia interna” alla CIA. “Voglio uno studio fatto immediatamente su quante persone nella CIA potrebbero essere rimosse tramite ordine  presidenziale. . . . Naturalmente, la riduzione dovrebbe essere giustificata esclusivamente per il fatto che è necessaria per motivi di bilancio, ma entrambi conoscete il vero motivo. . . . Voglio che si abbandoni il reclutamento da una delle qualsiasi scuole Ivy League o di altre università in cui il presidente dell’università o le facoltà universitarie hanno condannato i nostri sforzi per porre fine alla guerra in Vietnam.” (Richard Nixon). Su questo capitolo Nixon-stato ombra ci sarebbe da  scrivere fiumi di inchiostro, ma non abbiamo il tempo a disposizione e francamente neanche la voglia di intraprendere questo lavoro.

Roger Stone si è scontrato con gli apparati del potere di Washington in altre occasioni, per esempio con il suo lavoro investigativo svolto sull’assassinio di JFK che Stone attribuisce ad un complotto CIA-LBJ (Lyndon B.Johnson.)

Stone ha scritto molti libri sulle fasi più oscure e controverse della moderna storia americana, libri di denuncia contro lo stato ombra, i poteri forti di Washington :

-The Man Who Killed Kennedy: The Case Against LBJ

-Nixon’s Secrets: The Rise, Fall and Untold Truth about the President, Watergate, and the Pardon

-Jeb! and the Bush Crime Family

-The Myth of Russian Collusion: The Inside Story of How Donald Trump REALLY Won

Stone è stato anche il principale personaggio, la forza che ha convinto Trump a pubblicare i fascicoli sulla morte di JFK, anche se poi altre forze, opposte, presenti all’interno della amministrazione, convinsero Trump a rendere pubblici i fascicoli con molte omissioni, perpetuando così il silenzio che ormai vige da quasi 60 anni sulle reali ragioni della morte del presidente Kennedy. Il 26 aprile 2017 l’Archivio Nazionale pubblicò 19.045 documenti inerenti all’assassinio di JFK. Tuttavia, ripeto, alcuni documenti non furono divulgati.

Per anni Roger Stone è riuscito a sfuggire all’attenzione dello stato ombra facendo la parte dell’istrione. Per molti anni i mass media e i poteri di Washington hanno posto poca attenzione a quel ”giullare di Stone” e Stone è stato piu che felice di interpretare quella parte. Alla fine però il ruolo centrale di Stone nella costruzione del fenomeno Trump ha rimosso il velo che lo aveva fino ad ora protetto  Per lo stato ombra non era più possibile ignorare il ruolo e il livello di influenza che Stone si era ritagliato nel circolo di Trump. Un conto sono i libri e le idee complottiste che la maggior parte degli americani ignorano, un altro è la raggiunta capacità di essere determinante nell’insediare un presidente alla casa Bianca e persuaderlo a pubblicare gli archivi segreti su JFK, un pericolo mortale per lo stato ombra che non può più permettersi di ignorare. Ci sono molte entità che considerano Roger Stone ancora come un pagliaccio; ma se così fosse le componenti dei poteri forti di Washigton non avrebbero scantenato una offensiva giudiziaria di tale violenza da rendere il potere di Stone inefficace.

Cosa rimarrà dopo la sentenza contro Roger Stone? E una domanda che molti degli amici e familiari di Stone si fanno. E’ inconcepibile per loro veder morire Roger Stone  in galera. Due sono le vie da seguire: la prima, un ricorso giudiziario che verrà presentato al più presto dai suoi avvocati. La seconda, la speranza di un perdono presidenziale da parte di Trump. Quell’ultima non è solo l’opzione più sicura per salvare Stone  ma è anche la più pericolosa per tutti i personaggi coinvolti. La pressione su Trump per graziare Roger Stone è ora enorme. Molti dei sostenitori di Trump chiedono a voce alta il perdono di Stone; ma perdonare Stone in questo momento per Trump significherebbe spostare tutta l’attenzione dello stato ombra sul presidente, rinnovando e dando nuovo impeto a quel moto di odio intenso che certe forze sovversive esprimono nei confronti del fenomeno Trumpiano. Un perdono di Stone ora come ora inasprirebbe una guerra fra stato ombra e Trump già così dura, feroce, mortale; una stalingrado politica “scherzando amaramente disse di aver catturato la cucina ma lottiamo ancora per il soggiorno e la camera da letto

Se fossi in Trump aspetterei i risultati elettorali del 2020. Se Trump dovesse vincere, potrà permettersi il perdono di Stone, in caso contrario perdonare Stone equivarrebbe a  correre un rischio enorme. Una volta decaduto, Trump potrebbe essere messo sotto inchiesta dal prossimo dipartimento di giustizia in mano a un presidente democratico.

Concludo con una aggiornamento sul fronte della guerra Trump-stato ombra. Fra cinque giorni il rapporto dell’ispettore generale Michael Horowitz sarà presentato al senato americano. La  indagine riguarda gli abusi commessi dall’FBI nel servirsi della corte FISA per ottenere mandati di sorveglianza per spiare la campagna di Trump, in particolare l’azione su Carter Page. Si tratta quindi di stabilire se vi sia stato un abuso del processo FISA. Il rapporto di Horowitz non è giuridicamente vincolante, cioè Horowitz non può portare capi di imputazione ma può solo raccomandarli al dipartimento di giustizia. A differenza di molti sostenitori di Trump che sperano in un ribaltamento dei fronti, io sono personalmente pessimista. Il rapporto di Horowitz non conterrà nessuna condanna degli attori chiave del complotto di spionaggio contro Trump e i suoi collaboratori, cioè il cosiddetto spygate. Se condanna sarà; saranno solo piccoli pesci ha pagare il prezzo dei crimini commessi da ben altri personaggi posizionati più in alto.

L’unica speranza per Tump rimangono le indagini tuttora in corso del procuratore speciale John Durham, incaricato dal procuratore generale Bill Barr di far chiarezza sull’origine del Russiagate. Se il procuratore Durham non individuerà i colpevoli di questa farsa, lo stato ombra potrà continuare impunemente  e senza più ostacoli la sua guerra di demolizione della presidenza Trump. Non ci resta che sperare nell’onestà di Bill Barr e di John Durham. Nel frattempo sono passati tre anni dall’inizio di questa guerra e mentre molti collaboratori amici di Trump rischiano la galera a vita i rappresentanti dello stato ombra, colpevoli di crimini ben più gravi, sono tuttora liberi di esprimere le loro opinioni sui canali televisivi americani. In base a questo è chiaro che la querra tra Trump e lo stato ombra è impari e  fino ad ora è stata giocata da Trump in posizione di difesa. Si spera che le cose cambino per Trump nelle prossime settimane, ma il tempo a disposizione per ribaltare la situazione sta scadendo. Novembre 2020 è dietro l’angolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

36° podcast_Se ne deve andare!_di Gianfranco Campa

Le campagne processuali a carico di Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America, sono e vanno avanti a prescindere. Un fatto pressoché unico nella storia degli Stati Uniti. La pervicacia e la sistematicità della tessitura sono il segno non solo della radicalità delle opzioni politiche in campo, ma anche della loro incompatibilità. Una condotta spietata che ha portato al sacrificio di due personaggi chiave dello staff di Trump, Flynn e Roger Stone, in secondo piano Manafort, colpiti da accuse pesantissime  e da decenni di duro carcere e a minacce sempre più prossime all’ultimo suo mentore, Rudolph Giuliani, il più esperto. Le oscillazioni della condotta presidenziale si spiegano in gran parte per l’ostracismo e per l’assenza di una classe dirigente alternativa sufficientemente radicata negli apparati. Non si esita nemmeno a stravolgere la finzione della separazione e della indipendenza dei poteri di uno Stato pur di proseguire nella persecuzione. Per non parlare, poi, della retorica della democrazia. Il parere e la volontà del popolo vale solo se in sintonia con l’élite dominante. Sono rari i momenti in cui un sistema di potere è costretto a gettare la maschera; quando avviene la strada verso la destabilizzazione di un paese e delle sue istituzione è ormai diretta lungo un pendio sempre più ripido. Negli Stati Uniti, vista la tempistica, tutto congiura alla presentazione del candidato unico alle presidenziali. Non male per il più fiero avversario dei regimi cosiddetti totalitari. Ascoltate la narrazione di Gianfranco Campa! Ne vale la pena.Buon ascolto_Giuseppe Germinario

35°podcast_un posto per troppi, di Gianfranco Campa

Tanto i giochi nel Partito Repubblicano sembrano ormai chiusi, tanto quelli nella campagna delle primarie sono aperti ed incerti. E’ il segno dei tempi. Trump, da esterno, è riuscito appieno nell’OPA sino ad assumere il controllo del partito, salvo scontare una fronda perniciosa che potrà operare man mano e solo se il Partito Democratico potrà assumere una linea chiaramente antagonista al Presidente uscente ma attenuata nel radicalismo sociale. L’affollamento nelle primarie democratiche, d’altro canto, non è un segno di vitalità e di confronto politiche tra diverse opzioni in quel partito. Rivela piuttosto l’assenza di una reale leadership capace di offrire una sintesi accettabile ed una prospettiva credibile ed unificante al paese. E’ il segno di una drammatica frammentazione del paese in gruppi contrapposti. L’ostinazione nel perseguire la procedura di impeachement del Presidente a prescindere dalla fondatezza delle accuse, anzi a dispetto della loro evidente infondatezza e pretestuosità, sta spingendo l’agone politico verso il punto di non ritorno. Tulsi Gabbard aveva stigmatizzato proprio questo negli ambienti del suo partito. Un affronto che il cerchio magico detentore ancora pur con difficoltà delle redini del Partito Democratico non è disposto a tollerare. La strada è aperta ormai ad altre inedite opzioni. Giuseppe Germinario

CASO EPSTEIN! Debolezze e vulnerabilità dei potenti_di Gianfranco Campa

Alle 6.30, ora di New York, del 10 agosto 2019, Jeffrey Epstein, 66 anni, si è suicidato nella sua cella dove era detenuto in attesa di processo. L’ufficio responsabile delle carceri federali ha annunciato che Jeffrey Epstein si è impiccato in una cella del Metropolitan Correctional Center di Manhattan. Già il Il 24 luglio,  Epstein era stato trovato ferito e semi-cosciente nella sua cella di prigione con segni di strangolamento sul collo. Da lì fu presa la decisione di metterlo sotto speciale sorveglianza. Non è ancora chiaro se quell’incidente fosse un tentativo di suicidio o una aggressione di un altro detenuto.

La morte di Jeffrey Epstein in regime di detenzione è equiparabile alla versione italiana di morti “opportune”, di uomini potenti e scomodi che muoiono in prigione bevendo un caffè al cianuro. Data la riconosciuta brutalità, gli americani a differenza degli italiani preferiscono spezzare il collo piuttosto che servire un espresso mattutino avvelenato. Comunque sia, Epstein non c’è più; le conseguenze della morte del pedofilo newyorkese sono tutte ancora de decifrare. Si spenderanno fiumi di parole, di ipotesi, di opinioni; tutti diventeranno esperti del caso Epstein. La sua morte verrà strumentalizzata a scopi politici, a seconda della appartenenze ideologiche. Per i Repubblicani il caso Epstein mostra la evidente immoralità e corruzione dei politici democratici, visti i nomi del calibro di Clinton, Richardson e Mitchell (tutti politici democratici di peso) coinvolti nello scandalo. Per i democratici il caso Epstein rappresenta l’ennesima prova del carattere indecente di Donald Trump, visto che il presidente è stato più volte accusato di molestie sessuali. E non è detto che, approfittando della contingenza, per colpire il bersaglio grosso costoro non esitano a sacrificare qualche nobile decaduto di casa propria. Trump ed Epstein sono stati amici fino al 2004 il momento in cui l’amicizia fra i due si interruppe bruscamente. Epstein fu messo letteralmente alla porta.

Epstein era stato arrestato lo scorso 7 luglio  all’aeroporto del New Jersey su mandato di cattura del distretto meridionale federale di New York in quanto indagato per cospirazione, traffico di ragazze minorenni e violenza carnale. Per queste accuse Epstein rischiava fino a 45 anni di carcere. I casi cui si riferiscono le accuse dei procuratori di New York riguardano attività illecite nelle residenze di Epstein di New York e Florida. Il  procuratore a capo dell’inchiesta a carico di Jeffrey Epstein è Maurene Comey, figlia di James Comey, ex capo del FBI. Un particolare questo passato stranamente inosservato ai più,  ma che aggiunge alla già tenebrosa, complicata,  storia di Jeffrey Epstein, una dimensione politica particolare, visto il ruolo determinante che il padre, James Comey, ha avuto nel sollevare Hillary Clinton dallo scandalo delle 33000 email secretate prima e nella costruzione del Russiagate dopo. Non è quindi inverosimile sospettare che l’inchiesta su Epstein, avviata dal covo di vipere anti-trumpiane del distretto meridionale federale di New York, tenda a risucchiare Trump nel giro di Epstein e allo stesso momento lasciare nell’ombra o perlomeno a sminuire i collegamenti di Bill Clinton con i loschi affari di Epstein. Se questa ipotesi fosse vera, per i procuratori di New York sarà una impresa improba il tentativo di salvataggio della reputazione di Bill Clinton nonostante le sue ventisei visite accertate nelle case del matematico.

Il caso Epstein, il tipico esempio di quando si chiudono le porte della stalla dopo che i buoi sono già scappati. 

La morte di Epstein avviene il giorno dopo in cui la corte d’appello federale di Manhattan aveva dato l’assenso nel rendere pubblico il dossier di 2.000 pagine di documenti che descrivono con dovizia di particolari le accuse di abusi sessuali ai danni di ragazze minorenni. La morte di Epstein dopo la pubblicazione di questi documenti non è probabilmente una coincidenza così fortuita. I documenti resi pubblici sono il frutto delle testimonianze di alcune delle vittime del pedofilo Epstein; tra di esse Virginia Giuffrè. Il  plico dei documenti giudiziari è una fonte immane di informazioni dettagliate che descrivono i crimini di Epstein; svelano molti dei nomi coinvolti nella trama. Tra di essi Donald Trump, Bill Clinton, l’avvocato di fama mondiale Alan Dershowitz, e il Principe Andrew, duca di York .

Ai documenti pubblicati dalla Corte Federale si aggiungono testimonianze e prove che negli anni, altri personaggi conosciuti e potenti, sono stati associati al circuito di Epstein: Bill Gates, Richard Branson, Tony Blair, Michael Bloomberg, Naomi Campbell, Dustin Hoffman, Larry Summers, attori come Kevin Spacey, Woody Allen, Alec Baldwin, George Mitchell, l’ex senatore democratico, Bill Richardson, ex governatore democratico del Nuovo Messico, Les Wexner, amministratore e fondatore della catena Victoria Secrets, ect ect ect. ect .

Bisogna chiarire che le connessioni di Epstein negli ambienti delle élite internazionali ha portato giocoforza negli anni ad associare Epstein a molte figure e celebrità potenti. Nei circoli elitisti è facile incontrare le stesse persone; in questo senso non tutti coloro che sono stati fotografati a fianco di Epstein erano partecipi oppure consapevoli dei comportamenti immorali e criminosi del finanziere.

Ci sono tre categorie di individui che hanno frequentato il pedofilo Epstein:

1 Quelli che hanno incrociato la strada di Epstein senza coltivare necessariamente una amicizia stretta, ma solo una conoscenza generica.

2 Quelli che erano amici di Epstein e non erano necessariamente al corrente delle sue malefatte

3 Quelli che, prove alla mano, ero amici partecipi,  beneficiari e complici dei suoi loschi comportamenti.

ll nome di Epstein è assurto alle cronache solo negli ultimi tempi; in realtà Epstein, in determinati ambienti della politica, della finanza, della giustizia e dei complottisti era già una vecchia conoscenza da almeno quindici anni, per una serie di motivi ovviamente non del tutto edificanti.

La vita di Jeffrey Epstein è incredibilmente complicata da narrare e decifrare. Principalmente per due motivi: Jeffrey Epstein, nonostante la trovata tardiva notorietà tra i mass media e la gente comune, per quasi tutta la sua vita è riuscito a condurre una esistenza riservata e accessibile solo a un gruppo ristretto di persone potenti e selezionate; come prima accennato la vita di Epstein è stata un complicato intreccio di un network che si snoda fra rapporti nazionali, internazionali, sociali e di affari con potenti figure di rilevanza mondiale.

Veniamo ai fatti, quelli  inconfutabili e documentabili. I complotti, le teorie della cospirazione le lasciamo per il momento ai margini di questa storia anche se giocano un ruolo importante intorno alla figura del protagonista e meritano per lo meno una menzione.

Partiamo dal principio!

Epstein ha cominciato la sua carriera come insegnante  in una scuola di Manhattan. Iniziò a insegnare nel settembre del 1974 alla Dalton school. E qui dobbiamo contraddire una teoria di cospirazione che in questi giorni serpeggia nei social media secondo la quale il padre dell’attuale procuratore generale Bill Barr, cioè Donald Barr, fosse, nel settembre del 1974, uno degli amministratori della Dalton e avrebbe assunto personalmente Jeffrey Epstein alla scuola come insegnante. La verità è che Donald Barr aveva lasciato la scuola Dalton nel Marzo del 1974, sei mesi prima che Epstein iniziasse ivi a lavorare. Quindi le strade del procuratore generale Bill Barr, Donald Barr ed Epstein non si sono incrociate. E’ pura forzatura che questi due cognomi siano stati associati alla stessa scuola.

Nel 1978 Epstein fu assunto da Alan Greenberg come consulente finanziario per la banca Bear Sterns, grosso istituto di investimento globale che fallì con la crisi del 2008. Apparentemente Greenberg fu colpito dalle abilità matematiche di Epstein, nel frangente professore dei suoi figli, studenti della Dalton.

Nel 1981, in circostanze non del tutto chiarite, Epstein fu licenziato da  Bear Stearns. In quello stesso anno Epstein avvio un’attività in proprio fondando un istituto di consulenza finanziaria chiamata Intercontinental Assets Group. Nel 1988 Epstein fondò un’altra società di gestione finanziaria cui diede il proprio nome: La Epstein Inc. Questa seconda finanziaria era specializzata nel gestire il portafoglio di clienti con almeno un miliardo di dollari a disposizione. E durante questo periodo, a contatto con molti miliardari a livello nazionale e internazionale, che Epstein conosce potenti entità, figure del mondo politico, mediatico, finanziario e anche scientifico. Infatti, Epstein organizzava frequentemente conferenze in ambito scientifico con lo scopo di raccogliere fondi per finanziare vari progetti. Non è sorprendente;  Epstein, come ho detto in precedenza,  ha iniziato la sua carriera come professore di matematica. Tra gli scienziati amici di Epstein figurano Stephen Hawking,  Martin Nowak e Lawrence Krauss. Quest’ultimo è uno scienziato di spicco, un fisico teorico di fama internazionale con alle spalle molti anni di ricerca. Autore di numerosi libri di successo e prolifico docente noto per il suo stile vivace e accattivante. Le sue lezioni di cosmologia raccolgono regolarmente migliaia se non milioni di visualizzazioni su YouTube. Senza sminuire le capacità intellettuali di un grande scienziato, Krauss è purtroppo stato  accusato da molte donne di molestie sessuali; comportamenti di cui Krauss si sarebbe reso responsabile nel corso di oltre un decennio.

Alla metà degli anni 2000, nel 2005 per l’esattezza, la stampa americana riportò la notizia che la polizia di Palm Beach, in Florida, fu contattata dalla madre di una ragazzina di 14 anni, in quanto la figlia, per 400 dollari di ricompensa, era stata costretta a spogliarsi di fronte a Epstein nella sua casa di Palm Beach e fargli un massaggio. Quella denuncia portò la Polizia di Palm Beach ad aprire una inchiesta di undici mesi in cui emerse che oltre 40 ragazzine minorenni furono abusate da Epstein nella sua residenza a Palm Beach. In quella stessa residenza la polizia fece irruzione con un mandato di perquisizione e vi raccolse quantità industriali di indizi sui comportamenti e i loschi affari di Epstein.

Nel rapporto della polizia di Palm Beach è documentato in dettaglio come veniva gestito il giro di pedofilia gestito da Epstein. La sua fidanzata, Ghislaine Maxwell, aiutava a reclutare le adolescenti per suo conto.

Chi era questa signora Maxwell, fidanzata di Epstein?

Brevemente apro una parentesi: Ghislaine Maxwell è la figlia del defunto ex magnate inglese Robert Maxwell; personaggio controverso, morto affogato nella isole Canarie, in circostanze sospette nel 1991. Ghislaine Maxwell faceva da intermediaria nel reclutare le giovani vittime per soddisfare le abitudini pedofile di Epstein. Secondo il rapporto della polizia, la testimonianza di una delle vittime di Epstein, una certa Haley Roberts, riferiva che Maxwell ed Epstein reclutavano le ragazze dai quartieri più poveri degli Stati Uniti. Ma anche dall’Est Europeo, dalla Francia e nel Sud America.

Uno altro intermediario per il reclutamento di bambine era, secondo alcune testimonianze delle vittime, il francese Jean-Luc Brunel. Il francese Brunel è il co-fondatore di MC2, un’agenzia di modelle con sede a Tel Aviv e Miami.

L’inchiesta della polizia di Palm Beach, cominciata nel Marzo del 2005 e conclusasi nel Febbraio del 2006, raccomandava al procuratore federale di convalidare quattro capi di accusa contro Jeffrey Epstein. Le quattro imputazioni configurano la violenza carnale ai danni di ragazze minorenni. Imputazione che, se convalidate dal procuratore, avrebbe dovuto portare ad un processo a seguito del quale Epstein rischiava il carcere a vita. Gli uffici del  procuratore locale e federale decisero però di temperare le accuse contro Epstein, riducendo i  capi di accusa ad uno solo, cambiandolo da violenza carnale a sollecitazione alla prostituzione. Un capo di accusa appunto mitigato rispetto a quelli di violenza carnale.

All’epoca il trattamento benevolente mostrato dai giudici e procuratori federali nei riguardi di Epstein, fece imbestialire la polizia di Palm Beach. Il capo della polizia Michael Raider, accusò il procuratore della contea di Palm Beach di essersi sottomesso alla volontà di gente ricca e potente, prima per aver minimizzato la moltitudine di prove presenti nel rapporto della polizia e poi per aver trasmesso la responsabilità investigativa all’FBI, trasferendo il procedimento penale dalla corte locale a quella federale.

Il patteggiamento tra le autorità giudiziarie federali e gli avvocati di Epstein consistette nel pagamento per danni materiali, psichici e fisici alle vittime di Epstein di un indennizzo di svariati milioni di dollari sommati a diciotto mesi di carcere dei quali  tredici effettivamente scontati e per di più in stato di semilibertà.

Come conseguenza del patteggiamento le migliaia di pagine di documenti relativi all’inchiesta della polizia di Palm Beach furono messi sotto sigillo istruttorio prevenendone la diffusione.

Al processo penale con condanna definitiva ridotta a tredici mesi, sequì per Epstein una causa civile intentata dagli avvocati delle vittime. Nel 2008 gli avvocati rappresentati di alcune delle vittime di Epstein, fecero causa civile sia contro Epstein sia contro il governo americano reivindicando, in linea con la legge federale, il diritto a togliere il sigillo alle 1500 pagine di documenti e riaprire quindi il processo criminale; richiesta motivata dalla scoperta di nuovi elementi incriminatori contro Epstein. La richiesta delle vittime di Epstein di pubblicare il dossier fu respinta dal giudice. Una decisione che ha rinforzato negli anni la convinzione che Epstein avesse delle connessioni e conoscenze in settori potenti della politica e giustizia americana.

Qui apriamo la parentesi su i servizi di intelligence.  Il procuratore che nel 2006 si rifiutò di procedere contro Epstein sui quattro capi di imputazione generati dell’inchiesta della polizia di Palm Beach era Alexander Acosta.

Chi e`Acosta?

È stato, fino alle sue dimissioni, avvenute il 19 di luglio scorso , segretario al lavoro dell’amministrazione Trump. Le dimissioni di Acosta risultano alquanto sospette, visto che Epstein era stato arrestato qualche giorno prima della decisione di Acosta. Una semplice coincidenza,oppure Acosta sapeva che l’arresto di Epstein avrebbe indotto un enorme interesse sul suo operato?

Le feroci critiche della polizia di Palm Beach, delle vittime di Epstein e in generale dei cittadini comuni costrinsero Acosta all’epoca, nel 2006 appunto, a difendersi con energia dalle accuse di corruzione e favoritismi arrivate da tutti i fronti. Acosta disse che non c’erano abbastanza prove per garantire una condanna di Epstein al processo. Disse anche che all’epoca fu soggetto a una pressione enorme da parte di avvocati rappresentanti di vari personaggi di rilievo, ma la cosa più importante che ammise fu la pesante pressione giunta anche dall’FBI; gli fece capire in sostanza che Epstein era un loro collaboratore. Una dichiarazione scioccante di Acosta. All’epoca non fece scalpore ma ora, con Epstein sepolto con i suoi segreti, assume un enorme e torbido significato.

Molte domande sorgono spontanee su questo presunto rapporto Servizi-Epstein.

Che tipo di compito assolveva Epstein nell’FBI? Cosa poteva offrire Epstein in termini di operazioni di controspionaggio dell’FBI? Il ruolo di Epstein potrebbe essere stato solo e semplicemente quello di una spia per conto dell’FBI su operazioni anti-prostituzione, anti-pedofilia. Quest’ultima ipotesi sembra la meno probabile.

Le affermazioni di Acosta invece si prestano purtroppo ad un’altra interpretazione. La sensazione è che Epstein contribuiva ed era la pedina principale di un rapporto  di spionaggio tra diverse agenzie di intelligence.

A sostegno di questa ipotesi abbiamo la testimonianza di alcuni inquilini del palazzo dove viveva Epstein a New York. L’ex primo ministro israeliano ed ex capo dell’intelligence militare israeliana, Ehud Barak, era stato visto spesso entrare ed uscire dal lussuoso condominio di Jeffrey Epstein a New York. I condomini del 301, collocato sulla 66th St. est, sapevano quando Ehud Barak era presente a casa di Epstein, poiché erano visibili macchine appariscenti parcheggiate fuori la strada, di fronte al condominio e guardie della sicurezza piazzate nell’androne.

Le voci più ricorrenti sono  quelle che descrivono Epstein come doppio agente di FBI e Mossad. Se così fosse tutte quelle personalità potenti e importanti che per anni hanno frequentato Epstein potrebbero improvvisamente ritrovarsi da predatori di giovani donne a prede dei servizi di intelligence; quindi ricattabili. E più che plausibile che Epstein abbia registrato, con telecamere nascoste, gli incontri spinti e osè di questi personaggi. Si sa poi che spesso l’uomo quando si ritrova in un situazione, chiamiamola di intimità, parla dicendo più di quello che dovrebbe e vorrebbe.

Che materiale possedeva Epstein sui visitatori facoltosi che hanno  frequentato la piccola Saint James, isola dell’arcipelago delle Vergini, nella sua abitazione a Palm Beach e in quella di New York? Quanto materiale aveva accumulato negli anni Epstein? Documenti che potevano contenere rivelazioni talmente scabrose da poter ricattare un numero considerevole di uomini ricchi e potenti? In questo senso sarei più che curioso di sapere che cosa gli agenti dell’FBI hanno sequestrato nel corso dell’irruzione nell’isola di Epstein, piuttosto di sapere come sia morto Epstein. Suicidio o non suicidio a questo punto non fa più differenza. Ci sono domande ben più importanti cui rispondere riguardo ai trascorsi di Jeffrey Epstein

I video e le foto della moltitudine di agenti federali confluiti sull’ isola di Jeffrey Epstein, mi lasciano più irrequieto della morte stessa di Epstein. Gli agenti hanno sequestrato tonnellate di indizi utili a fare chiarezza sulle attività di Epstein. L’unico problema è che stiamo parlando di funzionari appartenenti ad  un’agenzia che prima ha protetto Epstein e poi l’ha usato per i propri scopi. Sarebbe poi la stessa agenzia che ha indagato su Hillary Clinton e l’ha alleggerita dai sospetti. La stessa agenzia che ha chiuso la sua inchiesta sulla strage di Las Vegas senza trovare un apparente movente. La stessa agenzia che ha utilizzato la corte FISA per ottenere dai giudici il permesso di sorvegliare  gli associati di Trump usando come prova il fasullo dossier di Christopher Steele. Come disse un tale Andreotti: “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”.

Così la domanda da porsi è la seguente: Gli agenti sono andati lì per raccogliere indizi utili a far luce una volta per tutte sugli intrecci, sui rapporti intricati e tentacolari di un personaggio enigmatico come Epstein, oppure per distruggere e coprire le tracce di qualcuno e qualcosa o di troppe cose? Questa foga investigativa sarebbe tornata utile molti anni fa per prevenire la vittimizzazione di centinaia di povere ragazze minorenni da parte di Epstein.

A proposito di ragazze; Quante sono le ragazze minorenni che Epstein ha coinvolto nel suo giro? Juan Alessi, ex manager delle proprietà di Epstein, disse che in un arco di 10 anni, c’erano state più di 100 ragazze  che entravano e uscivano dalle proprietà di Epstein. Cento sarebbe quindi il numero di partenza; una stima per difetto, Probabilmente si tratta di centinaia di ragazze che negli anni sono state coinvolte nel giro di sfruttamento , sequestro e violenza perpetrata ai loro danni da Epstein e dai suoi associati.

Dopo la morte di Epstein Ghislaine Maxwell diventa la figura principale di questa inchiesta. Dopo Epstein, Maxwell è la protagonista che conosce i segreti più intimi del giro di Epstein, quella che più di tutti, dopo di lui, si è resa responsabile delle tratte di ragazze minorenni introdotte in quel torbido giro. Maxwell sarà la chiave per risolvere molti dei misteri che Epstein si è portato con sé all’inferno. Sempre che faccia in tempo a parlare.

NB Qui sotto tutta la documentazione citata nell’articolo con relativo motore di ricerca per facilitare l’accesso a dati specifici. E’ in lingua originale, ma vale la pena scorrerlo_Giuseppe Germinario

https://www.documentcloud.org/documents/6250471-Epstein-Docs.html

GROENLANDIA: PANICO! LA CALOTTA POLARE SI STA SCIOGLIENDO- SOLO CHE NON E VERO.   Di Paul Homewood

GROENLANDIA: PANICO! LA CALOTTA POLARE SI STA SCIOGLIENDO- SOLO CHE NON E VERO.

Di Paul Homewood

 

 

Il Washington Post ha aderito alla bufala del caldo record in Groenlandia:

 

 

“La stessa cupola di calore che ha arroventato l’Europa e ha battuto i record nazionali di temperatura in cinque paesi la scorsa settimana si è spostata in Groenlandia, dove sta causando uno dei più grandi eventi di scioglimento mai osservati della fragile calotta di ghiaccio.

 Secondo gli scienziati che hanno analizzato i dati più recenti, alcune misure mostrano che lo scioglimento del ghiaccio è più drastico rispetto a un evento record di riferimento avvenuto nel luglio 2012. Durante quell’evento, circa il 98 percento della calotta glaciale ha subito uno scioglimento della superficie, accelerando il processo di spargimento del ghiaccio nell’oceano.

 Il destino della calotta glaciale della Groenlandia è di fondamentale importanza per ogni residente costiero del mondo, dal momento che la Groenlandia è già il principale contributore dell’innalzamento del livello del mare. Il ritmo e l’estensione dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia aiuteranno a determinare quanto e quando si alzeranno livelli del mare…

 L’Istituto meteorologico danese ha twittato che più della metà della calotta glaciale ha avuto un certo grado di scioglimento martedì scorso, secondo una simulazione del modello al computer, che l’ha resa “la più alta, fino ad ora, di quest’anno”.

 Ma il picco di questo evento di scioglimento dovrebbe ancora arrivare tra  mercoledì o giovedì.”

 https://www.washingtonpost.com/weather/2019/07/31/greenland-ice-sheet-is-throes-one-its-greatest-melting-events-ever-recorded/?utm_term=.d9f16f438ffe

 

 

Nel frattempo, nel mondo reale, le temperature a Nuuk a ovest e Tasiilaq a est raggiungono un picco rispettivamente a 7 ° C e 11 ° C. Il punto più caldo è più a nord a Ilulissat, dove oggi raggiungerà i 16 ° C.

Qui il grafico:

Storicamente parlando non c’è nulla di insolitamente strano in queste temperature:

 

Infatti, la temperatura a Nuuk è in realtà inferiore alla media per il mese di luglio:

La superficie di massa della calotta polare risulta ben al di sopra di quella registrata nel 2012:

E non si fa menzione del fatto che la calotta polare  è cresciuta sostanzialmente lo scorso anno, e anche l’anno precedente:

 

 

Il fatto banale è che la calotta glaciale della Groenlandia si scioglie ogni estate, in particolare quando splende il sole. Questo è quello che fa. E cresce di nuovo in inverno quando la neve cade. In effetti, se non si sciogliesse, continuerebbe a crescere esponenzialmente anno dopo anno.

Inevitabilmente ci sono alcuni giorni in cui il clima è più caldo e più soleggiato del normale, e altri quando fa più freddo. Scegliere i giorni che fanno più comodo per adattarli al credo politico è ridicolo e disonesto.

L’anno scorso Scientific American si lamentava dell’estate perduta della Groenlandia:

La banda di Capital Weather del  Washington Post hanno venduto molto tempo fa le loro anime ai truffatori del riscaldamento globale. Vergognosamente anche gli scienziati della DMI (Danish Meteorological Institute) si sono ora uniti alla banda.

Anche volendo assecondare il pessimismo mediatico, se la calotta polare della Groenlandia continua a sciogliersi a questo ritmo “straordinario” , entro 12.500 anni non ci sarà più.

Sì, avete capito bene. Tra 12.500 anni – circa due volte più avanti nel futuro di quanto sia trascorso dalla prima civiltà del mondo: i Sumeri, nel 4500 a.C. – la calotta glaciale della Groenlandia si dimezzerebbe con conseguenze quasi incalcolabili per quelli di noi che saranno ancora vivi .

Se la Groenlandia dovesse continuare a perdere una massa di ghiaccio ad un tasso di 103 miliardi di tonnellate all’anno, quanto tempo ci vorrebbe per sciogliere la metà della calotta glaciale? Non tutta, intendiamoci, ma la metà. (Si noti che NON sto dicendo che la proiezione di una tendenza attuale è un modo per stimare l’evoluzione futura della calotta glaciale, ma sto semplicemente usandola come un modo per confrontare i numeri statistici.)

Per rispondere alla nostra domanda; se 103 miliardi di tonnellate perse all’anno sono un numero alto, dobbiamo confrontare la perdita annuale di massa di ghiaccio con la quantità complessiva di ghiaccio della calotta glaciale della Groenlandia. La calotta glaciale della Groenlandia contiene circa 2,6 E + 15 (2.600.000.000.000.000) tonnellate di acqua sotto forma di neve e ghiaccio. Quindi, se la calotta glaciale della Groenlandia dovesse perdere 103 miliardi di tonnellate all’anno nel futuro, occorrerebbero circa dodicimila cinquecento anni per perderne metà …

E anche se la perdita salisse a dieci volte la media a lungo termine, ci vorrebbero comunque milleduecento anni per sciogliere metà del ghiaccio della calotta glaciale della Groenlandia. Persino i miei pronipoti da nonni non vivranno abbastanza a lungo per vederlo.

 

 

34°podcast_Un epilogo inglorioso, di Gianfranco Campa

Per anni abbiamo assistito ad una campagna martellante che avrebbe dovuto condurre inesorabilmente e repentinamente alla defenestrazione, se non peggio, di Donald Trump dalla Presidenza Americana. L’inchiesta ha rispettato esattamente le attese più volte espresse da questo sito sin dall’inizio. Si è rivelata un castello di carte, anzi una vera coltre di vapori mefitici che hanno appestato il clima politico negli Stati Uniti e nei paesi occidentali. Una campagna che ha resistito per due anni solo ed esclusivamente per la potenza e la pervasività dei centri di potere protagonisti della macchinazione. Ha creato guasti e conseguenze enormi i cui effetti sono ancora ben lungi da essere integralmente dispiegati: ha compromesso le relazioni tra USA e Russia con quest’ultima sempre più indotta a rafforzare le relazioni cooperative con la Cina; ha compromesso la credibilità delle istituzioni e dell’intero sistema mediatico americani. Ben presto, se il mandato presidenziale di Trump dovesse essere confermato, salteranno fuori le connivenze internazionali, comprese quelle riguardanti il ceto politico ed i servizi di intelligence italiani, nell’organizzare la macchinazione. Quel che è certo è la impressionante pochezza di alcuni dei protagonisti del proscenio, nella fattispecie Mueller; come pure che lo scontro continuerà con modalità ancora più virulente ma sotto mutate spoglie. I due recenti attentati stragistici negli Stati Uniti ne sono l’annuncio. Il podcast di Gianfranco Campa mi pare un grande contributo alla comprensione. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

UN COLPO DIETRO L’ALTRO; LA NON TANTO LENTA AGONIA DEL GIGANTE DI ARGILLA, di Gianfranco Campa

 

UN COLPO DIETRO L’ALTRO; LA NON TANTO LENTA AGONIA DEL GIGANTE DI ARGILLA

 

Le prime avvisaglie si erano viste alla fine dello scorso anno quando a Dicembre la Bayer aveva annunciato il taglio di 12.000 posti di lavoro sparsi per il mondo. Successivamente, lo scorso aprile, l’annuncio da parte del gigante farmaceutico e agricolo che di questi 12.000 posti di lavoro, circa 4.500 sarebbero toccati alla Germania. La nazione teutonica dovrebbe quindi sostenere l’urto maggiore dei tagli previsti dall’azienda. Praticamente un terzo dei tagli colpisce i lavoratori in Germania, una decisione dettata dalla necessità di rafforzare le finanze della Bayer dopo il fiasco Monsanto. Superfluo dire che a nulla sono servite le proteste dei lavoratori tedeschi, proteste direi più che giustificate sia dalla quantità sia dalle modalità dei tagli annunciati. Le perdite di posti di lavoro interesseranno le filiali Bayer di Berlino, Wuppertal e Monheim.

Il caso dei tagli della Bayer sembrava inizialmente isolato e forse anche in un certo senso necessario,  giustificati direi, visto l’ingente somma di denaro che Bayer prevede di dover pagare per far fronte alle oltre 13.000 cause legali contro Monsanto attualmente in corso presso le corti di giustizia statunitensi. Nell’agosto 2018, una giuria, in California, ha ordinato a Monsanto di risarcire un ex-giardiniere, malato di linfoma, per 289 milioni di dollari di danni. Il tumore sarebbe stato causato dall’uso dell’erbicida Roundup che contiene una sostanza chimica chiamata glifosato. La Monsanto sostiene che il glifosato, se usato in modo appropriato, non è una sostanza nociva. Il 13 maggio 2019 un’altra giuria californiana ha ordinato a Monsanto di pagare 80 milioni di dollari di danni a una coppia che sostiene di essersi ammalata di cancro usando Roundup. Se tanto mi da tanto, visto i sostanziosi pagamenti punitivi fino ad ora sentenziati contro Monsanto, le 13,000 vertenze verranno a costare alla Bayer più 10 miliardi di dollari in risarcimenti alle vittime di Roundup.  La Bayer ha acquistato la Monsanto per 63 miliardi di dollari, dovrà investire, nel prossimo decennio,  almeno altri 6 miliardi per la ricerca e lo sviluppo in sostanze non pericolose, alternative al glifosato. Ricapitolando; 63 miliardi per l’acquisto di Monsanto, piu 6 miliardi per investimenti nella ricerca, più 10 miliardi di danni da pagare per le cause civili e si può facilmente dedurre come la Bayer si sia cacciata, con l’acquisto di Monsanto, in un tunnel oscuro.

Se i problemi della Bayer non bastassero, per la Germania gli ultimi due mesi sono stati da apocalisse. Al colosso chimico si aggiunge la casa automobilistica Ford che ha reso ufficialmente noto l’intenzione di tagliare complessivamente 12.000 posti di lavoro in Europa, dei quali quasi la metà, 5.400, solo in Germania. Un colpo durissimo per il paese teutonico che subisce il peggio dei tagli, visto che la Ford costruisce gran parte delle proprie vetture destinate al mercato Europeo in Germania, dove impiega un totale di 24.000 persone. Solo nella sede Ford di Colonia, lavorano circa 18.000 persone. La  Ford impiega un totale di circa 51.000 persone e gestisce 24 stabilimenti in tutta Europa. Chiusure di fabbriche sono previste anche in Galles, Russia, Francia e Slovacchia .

L’annuncio della Ford rientra nel programma di ristrutturazione e riorganizzazione che la casa automobilistica americana ha intrapreso. Probabilmente si tratta del primo concreto passo verso la smobilitazione e la vendita degli assetti societari in Germania e in Europa. A conferma Ferdinand Dudenhöffer, esperto del settore automobilistico, accademico dell’Università di Duisburg-Essen, ha dichiarato che: “Questo potrebbe essere il primo passo verso una vendita completa o parziale” del business automobilistico Ford in Europa.

Alla Bayer e alla Ford si aggiunge il gigante bancario Deutsche Bank il quale secondo il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung sta contemplando il taglio di più di un quinto della sua forza lavoro. I tagli fanno parte del programma di ristrutturazione della banca tedesca. Si parla di eliminare oltre 20.000 posti di lavoro su un totale di 91.500 dipendenti. Il futuro della Deutsche Bank è irto di ostacoli; se ne saprà di piu quando la banca presenterà i risultati operativi del secondo trimestre, il 24 luglio.

Con la Bayer, la Ford e la Deutsche Bank non finisce qui: La compagnia chimica tedesca BASF ha annunciato che taglierà 6.000 posti di lavoro su 122.000 dipendenti sparsi per il mondo.Il problema è che di questi 6000 posti, la metà, quindi 3000, saranno soppressi in Germania. La maggior parte presso la sua sede centrale a Ludwigshafen sul Reno, nella Germania occidentale. I dirigenti di BASF mirano a “migliorare il sistema organizzativo per operare in modo più efficace ed efficiente“, ha detto l’amministratore delegato Martin Brudermüller.

Alla Bayer, Ford, Deutsche Bank, BASF; si aggiungono altre: La multinazionale Siemens ha annunciato che taglierà 2.700 posti di lavoro a livello mondiale di cui la maggior parte, 1.400 posti, concentrati  in Germania. La maggior parte di questi posti saranno eliminati nelle sedi di Berlino e di Erlangen, in Baviera.

Potrei continuare all’infinito con queste fosche notizie per la Germania. Notizie che si accavallano di giorno in giorno, una dietro l’altra, mostrando preoccupanti crepe nel corpaccione del gigante di argilla. Un crescendo che negli ultimi due mesi ha visto un’accelerazione vertiginosa.  Ci sono, per esempio, altre industrie importanti come la Goodyear e la Nokia che hanno annunciato, all’inizio del 2019, una riduzione di 1.100 posti di lavoro in Germania rispettivamente per la Goodyear e 1.330 posti di lavoro per la Nokia.

Secondo gli economisti, confortati dai dati elaborati dall’Ufficio federale di statistica del Paese, l’economia della Germania ha evitato per miracolo di scivolare  in recessione durante gli ultimi tre mesi dello scorso anno, il 2018. La potenza economica più grande d’Europa ha registrato una crescita uguale a zero durante il quarto trimestre del 2018.  Questi problemi, legati al ridimensionamento e alla ristrutturazione dei processi produttivi, sono aggravati dalla situazione geopolitica.  La guerra commerciale di Trump con la Cina complica non poco la fluidità delle esportazioni tedesche, che si affidano principalmente alle due maggiori economie mondiali per i loro mantenimento e crescita.

Le case automobilistiche tedesche pendono inoltre sotto la costante minaccia del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di imporre tariffe e dazi alle auto provenienti dall’Unione Europea. Trump si potrebbe svegliare una mattina e avendo dormito storto la notte precedente potrebbe imporre dazi dannosi ai prodotti europei, soprattutto tedeschi.

L’associazione di ingegneria VDMA (Verband Deutscher Maschinen- und Anlagenbau – VDMA), con sede a Francoforte, ha dichiarato che le tariffe di ritorsione sui beni importati imposti dagli Stati Uniti e dalla Cina contribuirebbero a un calo della produzione del 2% solo per il 2019. Tutto ciò senza tener conto nei prossimi mesi dell’impatto negativo che i tagli a migliaia di posti di lavoro potrebbero avere sull’andamento dell’economia della Germania. Ricordiamoci che non si parla soltanto dei posti di lavoro persi direttamente nelle industrie specifiche; ad essi dobbiamo aggiungere la perdita di posti indiretti nel settore dell’indotto, coinvolto in un giro di affari con le industrie madri alle prese con i tagli alla loro forza lavoro. Un indotto che possiede importanti propaggini in Europa Orientale e in Italia. I prossimi mesi ci diranno se la Germania sopravviverà all’apocalisse, oppure se morirà e di che tipo di morte narreranno le cronache; quanti paesi europei, purtroppo, trascinerà con sè, nel proprio destino.  Germania, un gigante in Europa, scopertosi all’improvviso dai piedi d’argilla di fronte a giochi geopolitici mondiali più grandi di lei. Il bullo lo puoi fare in Europa, al cospetto della Cina e degli Stati Uniti puoi solo osservare e sperare…

 

 

https://www.reuters.com/article/germany-economy/germanys-export-dependent-industry-feels-pain-of-trade-conflicts-idUSL8N2432YX

 

https://www.destatis.de/EN/Press/2019/02/PE19_050_811.html;jsessionid=2DA9660940D2D85A1E568DE5B0D14546.InternetLive2

 

https://www.autonews.com/automakers-suppliers/ford-targets-5000-job-cuts-germany

 

https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-04-08/bayer-job-cuts-are-said-to-include-4-500-positions-in-germanyhttps://www.bloomberg.com/news/articles/2019-04-08/bayer-job-cuts-are-said-to-include-4-500-positions-in-germany

 

https://www.dw.com/en/german-chemical-firm-basf-to-cut-6000-jobs/a-49378811

 

https://www.dw.com/en/germanys-siemens-to-cut-2700-jobs/a-49253017

 

https://www.marketwatch.com/story/goodyear-to-cut-1100-jobs-in-germany-as-it-cuts-tire-production-modernizes-plants-2019-03-19

 

 

GIORNALISTI IN COMPETIZIONE NEL RIPORTARE LE FAKE NEWS SULL’ARTICO di Tony Heller

GIORNALISTI IN COMPETIZIONE NEL RIPORTARE LE FAKE NEWS SULL’ARTICO di Tony Heller

 

Qui sotto un interessante saggio che raccoglie una parte delle mistificazioni sostenute sulla questione ambientale. Un catastrofismo che allontana la ricerca di soluzioni pragmatiche che consentano di affrontare positivamente il nesso tra sviluppo e trasformazioni ambientali. Un allarmismo ben coltivato anche in Italia che ha fatto le fortune di non pochi esponenti politici e che ha contribuito spesso ad assecondare  il processo di degrado socioeconomico del paese, a cominciare dalle dismissioni di numerosi comparti strategici. La questione dell’ILVA di Taranto è solo uno degli ultimi esempi di questo deleterio modo di affrontare la questione. Un approccio emotivo e strumentale che di fatto asseconda i disegni di subordinazione economica e militare di cui abbiamo spesso parlato su questo sito. Milena Gabanelli è uno degli alfieri di tutto ciò, per altro tra i meno innocenti_Giuseppe Germinario

L’Artico riceve più radiazioni solari in questo periodo dell’anno rispetto a qualsiasi altro posto sulla Terra e le temperature possono essere molto calde a nord del Circolo Polare Artico.

“L’energia totale ricevuta ogni giorno in cima all’atmosfera dipende dalla latitudine. Le massime quantità giornaliere di energia in entrata (rosa pallido) si verificano ad alte latitudini in estate, quando i giorni sono lunghi, piuttosto che all’equatore.”

 

https://earthobservatory.nasa.gov/features/EnergyBalance/page3.php

Nel 1927, un gruppo di donne tentò di arrivare con la macchina  all’Oceano Artico. Il caldo, lo scioglimento del permafrost e gli incendi boschivi li costrinsero ad ad abbandonare la loro spedizione.

“La carovana delle macchine arrivo fino a 434 miglia a nord del Circolo Polare Artico, preparandosi a trovare sulla loro strada il gelo. Con loro stupore, le temperature non scesero mai sotto i 30 gradi all’ombra.

 L’intenzione era di raggiungere l’Oceano Artico, ma 65 chilometri di terra paludosa sulla costa glielo impedirono. La media del viaggio e` stata di 337 chilometri al giorno, il che è stato di per sé arduo e a un certo punto la carovana ha avuto un vero e proprio incontro con la morte tra gli incendi boschivi in Svezia su strade impraticabili.”

 

 

https://trove.nla.gov.au/newspaper/article/51442108/3208568

I bambini che stanno prendendo il sole vicino al Polo Nord:

 

https://trove.nla.gov.au/newspaper/article/58314725

Temperature di 38 gradi sono state riportate nell’Artico.

Le stazioni meteorologiche sul fiume Yukon, nell’Artico, hanno riportato temperature di oltre 38 gradi all’ombra (articolo del 1937):

Ogni volta che c’è una giornata calda nell’Artico,  i giornalisti militanti annunciano l’apocalisse. Fox News afferma che la Groenlandia sta attraversando “una crisi del ghiaccio” ed è inondata dallo “scioglimento delle acque glaciali“.

“La foto ipnotica di Olsen scattata il 13 giugno mentre guada sulla lastra di ghiaccio con l’acqua che spruzza, da l’illusione che i suoi cani stiano camminando sull’acqua – ma è tutt’altro che un trucco. Gli esperti dicono che questa immagine è indicativa della crisi climatica del pianeta.

 

 

https://www.foxnews.com/science/stunning-photo-shows-dogs-walking-on-water-amid-greenland-ice-crisis

L’attuale, ennesima, ondata di sciocchezze sul clima è iniziata con questo tweet, che i giornalisti hanno subito raccolto e male interpretato.

 

https://twitter.com/RasmusTonboe/status/1139504201615237120

Il tizio che ha scattato la foto ha scritto chiaramente che non aveva nulla a che fare con la calotta glaciale e invece il mare ghiacciato che che si scioglieva sulla superficie della calotta di ghiaccio.

Quindi Fox News ha continuato con questa grossolana distorsione.

Lo stesso Olsen chiede un’azione immediata:

Non ha detto niente del genere. Ha chiesto maggiori capacità predittive, il che è piuttosto dubbio perché ho visto le previsioni del tempo caldo su Ventusky diversi giorni prima.

 

https://twitter.com/SteffenMalskaer/status/1139550265634381824

Poi Fox News ha reiterato la dose sulle sue bugie climatiche, sostenendo che la Groenlandia ha visto questo anno uno scioglimento del ghiaccio da record con oltre il 40%.

“Nello stesso momento in cui Olsen ha scattato questa foto, è giunta notizia che la Groenlandia ha subito una perdita di due miliardi di tonnellate di ghiaccio già in questa stagione, circa il 40% della distesa ghiacciata della loro nazione. Mentre il paese vive lo scioglimento annuale da giugno ad agosto, il tasso finora registrato quest’anno è stato record.”

Il volume totale della calotta glaciale della Groenlandia è di circa 2.900.000 km³ (https://web.viu.ca/earle/geol305/The%20Greenland%20Ice%20Sheet.pdf) , ovvero poco meno di 2.900.000 miliardi di tonnellate di ghiaccio. Piuttosto che del 40% dello scioglimento del manto glaciale, il numero corretto è lo 0.000007% della calotta glaciale: Fox News si e` “confusa” di sette ordini di grandezza.

Due miliardi di tonnellate di ghiaccio sembrano tante se non si considera che la Groenlandia può guadagnare sei volte tanto in un solo giorno, come accaduto lo scorso novembre.

http://polarportal.dk/en/greenland/surface-conditions/

Comunque per essere proprio onesti, è stato Jason Samenow corrispondente meteorologico del Washington Post a dare il via alla campagna di disinformazione.

 

https://www.washingtonpost.com/

Analizziamo una per una le affermazioni fatte Samenow:

“Il ghiaccio si sta sciogliendo in modi senza precedenti mentre l’estate si avvicina nell’Artico. Nei giorni scorsi, le osservazioni hanno rivelato un evento di scioglimento del record sulla ghiacciaia della Groenlandia, mentre l’estensione del ghiaccio sull’Oceano Artico non è mai stata così bassa a metà giugno durante l’era dei satelliti meteorologici.”

La foto della slitta che ha dato il via a questo tsunami di propaganda è stata presa dall’Istituto meteorologico danese, che ha monitorato il ghiaccio marino più a lungo di chiunque altra entità. Nel loro monitoraggio, mostrano l’estensione del ghiaccio marino, la più alta in diversi anni, che ultimamente e lentamente declinata ma che continua ad essere vicino a ciò che è stata negli ultimi anni.

 

http://ocean.dmi.dk/arctic/icecover.uk.php

La loro pretesa di scioglimento senza precedenti della Groenlandia rientra negli errori di misurazione di altri eventi di metà Giugno e molto inferiore rispetto a molti eventi che si verificano più tardi in estate.

 

L’Istituto meteorologico danese mostra che l’estensione dello scioglimento della Groenlandia è stata al di sotto del normale per la maggior parte del tempo da metà maggio, con un picco negli ultimi giorni. Il picco è appena al di sopra dell’estensione media di scioglimento per luglio. Niente di eccezionale quindi, rientra nei parametri.

Le nevicate sono state un po ‘al di sotto della media quest’anno, ma ci sono stati pochi scioglimenti finora in questa stagione. Molto meno di quanto non fosse accaduto entro questa data nel 2012. Le affermazioni di scioglimento da record sono estremamente scorrette. La quantità di scioglimento in Groenlandia quest’anno è stata nella media.

 

Ci sono stati un paio di giorni relativamente caldi in Groenlandia la scorsa settimana, ma le temperature al centro della calotta sono state generalmente fredde.

 

http://www.summitcamp.org/status/weather/index?period=1month

 

http://www.summitcamp.org/status/webcam/

Negli ultimi due anni, la superficie della Groenlandia ha guadagnato quantità di ghiaccio quasi record. Il Washington Post ha omesso di menzionarlo.

 

Samenow poi ha fatto questa affermazione straordinaria.

“La Groenlandia ha visto le temperature salire mercoledì fino a 40 gradi sopra il normale, mentre l’acqua libera dal ghiaccio esiste in luoghi a nord dell’Alaska, dove raramente, se non mai e successo negli ultimi tempi.

Questa è una sciocchezza completa. Il ghiaccio ogni anno naturalmente recede molto più lontano dalla costa dell’Alaska:

 

 

Paragonato a 20 anni fa:

 

Le temperature sono state fredde a nord dell’Alaska e c’è stato poco scioglimento. Quello che realmente è accaduto e stato che i venti hanno spinto  il ghiaccio dall’Alaska verso le Svalbard, dove hanno registrato più estensione di ghiaccio degli ultimi anni.

 

http://ocean.dmi.dk/arctic/icethickness/thk.uk.php

C’è più ghiaccio intorno a Svalbard di quanto non fosse nel 1922.

“Strane cose che accadono nell’Artico ghiacciato:

 Il Polo Nord si scioglierà?

 Testimonianze di pescatori, cacciatori di foche ed esploratori che navigano nei mari intorno allo Spitzbergen e all’Artico orientale indicano tutti un cambiamento radicale delle condizioni climatiche, con temperature elevate fino ad allora sconosciute in quella parte della superficie terrestre.

 Precedentemente le acque intorno a Spitzbergen hanno mantenuto una temperatura estiva pari nei 5 gradi di congelamento. Quest’anno è salito fino a 28 gradi. Lo scorso inverno l’oceano non si è congelato nemmeno sulla costa settentrionale di Spitzbergen. Questa dichiarazione e` confermata dall’autorità del dottor Noel.”

 

 

https://www.newspapers.com/newspage/80726506/

 

Stessa storia a Baffin Bay. C’è più ghiaccio ora di quanto non fosse nel 1923.

 

https://journals.ametsoc.org/doi/abs/10.1175/1520-0493%281924%2952%3C591d%3AOWIBB%3E2.0.CO%3B2

 

Samenow poi in qualche modo si cerca di incolpare i tornado e le inondazioni negli Stati Uniti al ghiaccio che si scioglie:

“Francis aveva in precedenza suggerito che le condizioni nell’Artico potessero avere un ruolo nell’estrema circolazione atmosferica che ha provocato lo sciame di tornado e le inondazioni record negli Stati Uniti centrali durante le ultime due settimane di maggio.

 ‘Non possiamo dire che il rapido riscaldamento artico stia causando questo modello in particolare, ma sicuramente è coerente con questo’, ha detto Francis, scienziato senior del Woods Hole Research Center.”

Oltre al fatto che le sue affermazioni di insolite condizioni meteorologiche artiche sono del tutto  infondate, queste affermazioni sono esattamente l’opposto di quello che è successo nel 2012, quando c’è stata una perdita di ghiaccio da record e gli Stati Uniti hanno sperimentato calore, siccità e quasi un numero record di pochi tornado.

Il 2012 infatti è stato  essere l’anno con i minori numeri di tornado dal 1989.

 

https://www.ncdc.noaa.gov/sotc/tornadoes/201213

I generatori di bufale del Washington Post affermano sempre le stesse sciocchezze, scelgono alcuni giorni che si adattano alla loro propaganda e ignorano interi anni che non si adattano alla loro propaganda. Ecco un articolo simile uscito ad aprile:

 

https://www.washingtonpost.com/weather/2019/04/18/its-been-exceptionally-warm-greenland-lately-ice-is-melting-month-early/?noredirect=on&utm_term=.d9831affa49d

Non c’era niente di particolarmente insolito in corso ad aprile.

 

 

E Samenow perché non ha menzionato il grande accumulo di ghiaccio negli ultimi due anni?

 

Non vi è alcuna indicazione di una crisi di scioglimento ghiaccio nell’Artico. I più grandi ghiacciai della Groenlandia stanno infatti crescendo. Il ghiacciaio Petermann sta crescendo.

 

l ghiacciaio Jakobshavn sta crescendo.

 

https://www.sciencealert.com/one-greenland-glacier-is-growing-but-that-is-not-a-cause-for-celebration

Le affermazioni di un crollo artico sono infondate. Non c’è stata tendenza dello scioglimento del ghiaccio artico dall’inizio della documentazione MASIE iniziata tredici anni fa.

 

 

I ghiacciai della Groenlandia stanno crescendo. Gli ultimi due anni hanno registrato un guadagno di massa che sfiora il record. L’attuale standard giornalistico paragonabile alla  raccolta della ciliegie; un giorno qua e un giorno là, e quindi travisando il significato dei dati, è giornalismo della peggiore faziosità. La Groenlandia non si sta sciogliendo ora, ma 80 anni fa si.

 

https://www.newspapers.com/newspage/89276088/

 

https://realclimatescience.com/2019/06/journalists-competing-for-fakest-arctic-news/

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