PODCAST nr 9_ ACCELERAZIONI INSPIEGABILI. LO SCATTO IMPROVVISO DI MICHAEL HASTINGS VERSO LA MORTE 2a parte, di Gianfranco Campa

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il link della 1a parte  http://italiaeilmondo.com/2017/06/08/podcast-nr-8_-accelerazioni-inspiegabili-lo-scatto-improvviso-di-michael-hastings-verso-la-morte-1a-parte-di-gianfranco-campa/

Questo è un podcast ad alta tensione. Assieme alla prima parte consiglio di conservarlo e riascoltarlo ogni volta che la verità che ci viene propinata appare troppo evidente e scontata. La tragica morte di Hastings fa parte di quella casistica di incidenti dall’aura particolarmente misteriosa quando colpiscono chi si avvicina troppo a disvelare i meccanismi e le trame di potere dei centri strategici, specie quelli che operano nello “Stato profondo”. Non è certo la prima vittima, non sarà certamente l’ultima.

Il resoconto offre tuttavia diverse chiavi di lettura:

  • la più banale e paradossalmente drammatica riguarda i rischi del giornalismo di inchiesta in prossimità delle trame più oscure e meno commendevoli dell’azione politica
  • la più specifica riguarda il lato sempre più oscuro e tenebroso della gestazione e della gestione della presidenza di quel Barack Obama, presentatosi come il paladino del cambiamento, dei diritti umani e delle minoranze discriminate e rivelatosi come uno dei più foschi ed arbitrari campioni dell’interventismo più spregiudicato
  • la più generale riguarda la sempre più accentuata caratteristica multipolare del confronto geopolitico che renderà sempre più vorticosa la sarabanda di collusioni, di conflitti, di giravolte; metterà a dura prova la coerenza delle condotte dei centri strategici e nei momenti di scontro più acuto, come quello in corso negli Stati Uniti e tra i paesi protagonisti dell’agone internazionale, vedrà emergere insoliti barlumi di verità che sveleranno per brevi momenti le nudità del Re
  • la più inquietante riguarda il livello di assoluta sofisticazione della manipolazione e della determinazione degli eventi. Una difficoltà ulteriore per gli osservatori attenti, impegnati sempre più ad esercitare la virtù del dubbio. Un rischio ulteriore particolarmente pernicioso per gli attori politici sempre più esposti al delirio di onnipotenza e sempre più incuranti della necessità di organizzare con i tempi necessari quei blocchi egemonici e di consenso indispensabili a garantire forza e solidità alle decisioni politiche. Il particolare accanimento del vecchio establishment nei confronti dello zoccolo duro dei sostenitori originari di Donald Trump rivela l’importanza della posta in palio ma nasconde, probabilmente, anche il terrore delle conseguenze di questi disvelamenti. Buon ascolto_ Giuseppe Germinario

Per l’ascolto cliccare sull’icona apposita dell’immagine qui sotto. Il podcast può essere scaricato e registrato anche su tablet, cellulari e i-pod

 

 

PODCAST nr 8_ ACCELERAZIONI INSPIEGABILI. LO SCATTO IMPROVVISO DI MICHAEL HASTINGS VERSO LA MORTE 1a parte, di Gianfranco Campa

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A quattro anni dalla sua morte, pubblichiamo alcune considerazioni che vogliono contribuire ad aprire squarci sulle cause effettive della tragedia e sui troppi personaggi che in qualche maniera hanno potuto tirare un sospiro di sollievo alla notizia della morte del giovane giornalista. Michael Hastings, tra i vari articoli di inchiesta e denuncia, ha pubblicato un reportage che ha condotto alle dimissioni del Generale Mc Chrystal, allora comandante delle forze americane in Afghanistan. In un pericoloso crescendo sempre più prossimo al cuore dei centri di potere politico, le sue inchieste hanno messo a nudo le nefandezze e la spregiudicatezza delle loro pratiche. La sua è rimasta, suo malgrado, un’opera incompiuta. Buon ascolto, Giuseppe Germinario.

Per l’ascolto cliccare sull’icona apposita dell’immagine qui sotto. Il podcast può essere scaricato e registrato anche su tablet, cellulari e i-pod 

 

7° PODCAST _ Le Filippine sono vicine, di Gianfranco Campa

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Ci siamo lasciati nel podcast di sette giorni fa con un accenno finale alla situazione nelle Filippine ed eccoci a commentare, con l’audio odierno, le prodezze militari degli affiliati ISIS di quel paese, precisamente nell’isola di Mindanao. Un salto di qualità inquietante dell’azione militare che lascia presagire analoghe iniziative in altri punti critici del mondo. Sino ad ora in Europa abbiamo assistito all’azione terroristica di gruppi almeno in apparenza limitati; le enclaves presenti in varie città europee, la chiusura in comunità poco permeabili di vasti insediamenti di immigrati, la recente scoperta in Spagna di un naviglio carico di tonnellate di armi destinate a gruppi interni lascia intendere che anche l’Europa coltiva l’humus e comprende questi punti critici. L’azione militare legata all’integralismo islamico, per quanto rozzo e strumentale possa apparire il bagaglio ideologico, nasce da conflitti interni al mondo musulmano, in particolare arabo e nordafricano; è sempre più una componente di giochi geopolitici di forze, centri strategici e stati di gran lunga più potenti e pervasivi. Sia in maniera passiva, consentendo, come in Francia e Gran Bretagna, una azione di influenza perniciosa di paesi arabi, in particolare quelli più integralisti della penisola arabica, tra le comunità di immigrati di quei paesi in cambio di investimenti finanziari, commesse e quant’altro; sia in maniera attiva con il sostegno diretto alle loro politiche estere. Le primavere arabe rappresentano l’apoteosi di questo impegno scellerato. Adesso rischiamo di pagare lo scotto di tanto avventurismo. Il generale Mattis, Segretario alla Difesa americano, nella intervista pubblicata tre giorni fa, ha del resto dichiarato che la lotta all’ISIS rappresenta almeno a parole la priorità, ma va inquadrata nell’ambito di uno scontro con forze ben più potenti: l’Iran, la Cina, la Russia quindi. Non ci resta che fissare bene nella memoria nostra e della popolazione più attenta le responsabilità di queste classi dirigenti, specie europee, perché è qui che ci tocca vivere e qui si concentreranno gran parte degli interessi in conflitto, costrette a pescare sempre più nel torbido e nel trasformismo per sopravvivere. Intanto a Londra mentre scrivo un altro autista un po’ distratto…Buon ascolto_ Giuseppe Germinario

PODCAST nr 6 _TRUMP E LA CINA. Un amore appena cominciato. Ma è già finito?, di Gianfranco Campa

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Gli scenari ormai si fanno sempre più complessi. I focolai di tensione negli ultimi dieci anni sono sempre più numerosi, ma si sono susseguiti nel tempo. La novità di questi ultimi mesi è che ormai tendono ad alimentarsi contemporaneamente e contestualmente. Come per l’Ucraina con la Russia, il confronto investe direttamente, ormai i rapporti tra Stati Uniti e Cina. Ancora una volta la dinamica non è condizionata dal semplice rapporto tra stati ma anche e soprattutto dalle tensioni sempre più sordide e distruttive tra le fazioni politiche negli States. Sembra che ogni passo sia mosso allo scopo di screditare e delegittimare il Presidente Trump, anche quando si finge di assecondare la sua linea politica originaria, come nel caso della Cina. Uno scontro dove i margini di mediazione sono sempre più ristretti. L’obbiettivo è quello di spingere Trump sempre più nelle spire dei neoconservatori e di isolare e distruggere la componente “produttivista” che ha costituito il nocciolo duro delle forze che hanno portato alla sua elezione. Il timore, forse il terrore è che, con o senza Trump, una tale situazione possa riprodursi in futuro. Intanto anche le Filippine iniziano a scaldarsi rapidamente. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

5° PODCAST-LUNGO LA MEZZALUNA, di Gianfranco Campa

Voters coming and going at the entrance to a polling station in Pyongyang, as North Korea held elections for provincial, city, and county people’s assemblies Sunday, July 24, 2011 (AP Photo/APTN)

Inizia un itinerario che in pochi giorni partirà dal punto focale coreano, si spingerà verso il groviglio del Medio Oriente per concludersi con il viaggio del Presidente Trump in Europa sino alla sua partecipazione al vertice del G7. In Corea, la vittoria dei liberal-democratici, rappresenta una battuta d’arresto, vedremo se solo temporanea, della strategia conflittuale americana verso la Corea del Nord. Alla luce delle intenzioni politiche originarie, del resto già abbondantemente annacquate, dell’amministrazione Trump, rappresenta una smentita delle intenzioni di conflitto verso la Cina piuttosto che verso la Russia, quanto più la situazione in Medio Oriente da un lato, con l’esito delle elezioni in Iran, non pare offrire ulteriori pretesti di revisione ostile del trattato, dall’altro vede il tentativo di rabberciare il ruolo dei Sauditi. Una condizione che non fa che accentuare la diffidenza dei Russi. In Europa si vedrà come lo sciagurato fronte democratico-conservatore riuscirà a contribuire  all’ulteriore collasso della strategia originaria di Trump, senza addivenire però ad una sia pur minima condizione di costruzione di una politica estera sganciata dall’avventurismo americano di questi ultimi decenni. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

PODCAST NR 4- Trump licenzia James Comey direttore dell’FBI, di Gianfranco Campa

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Con il licenziamento del capo del FBI, gli equilibri interni all’amministrazione Trump sembrano subire un nuovo cambiamento, questa volta più favorevole al nucleo storico duramente ridimensionato dalle dimissioni di Flynn, dalla defenestrazione di Bannon e dal sopravvento di Matis a Segretario della Difesa. Due mesi fa Comey affermava al Congresso Americano che le indagini non riguardavano il Presidente, ma lo staff che lo ha portato a vincere le elezioni. Voleva essere forse un segnale di salvezza a Trump in cambio del sacrificio dei collaboratori più fedeli; ma era probabilmente anche la confessione che il vecchio establishment intendeva eliminare ogni condizione che riproducesse in futuro una tale situazione. Una guerra senza prigionieri. Dopo i primi cedimenti, probabilmente Trump non deve aver evidentemente creduto al proprio salvacondotto. Contemporaneamente, nello scacchiere internazionale l’esito elettorale in Corea del Sud, il sostegno militare diretto ai curdi siriani, i prossimi colloqui israelo-palestinesi, i primi contatti ufficiali tra i massimi diplomatici russi e americani sembrano indebolire alcune recenti scelte interventiste americane nel Pacifico e delineare meglio gli orientamenti in Medio Oriente e le basi di una trattativa. L’offensiva del vecchio establishment che da mesi cerca di logorare e annichilire la nuova amministrazione assume sempre più i connotati di una fibrillazione di una forza tanto potente ma dallo scarso respiro strategico. La vera cartina di tornasole sarà il ruolo che i militari alla testa del Segretariato alla Difesa sapranno conservare o meno. Qualche crepa comincia a manifestarsi. Si vedrà. Comey è stato accusato anche dai democratici per aver avvallato per pochi giorni le indagini sulla Clinton stessa, legate alle rivelazioni sulle sue mail.  In realtà è stato costretto dalla veementi pressioni di settori stessi del FBI e della Polizia di New York a cedere per alcune settimane. Quello che è certo è che il conflitto politico negli USA sta sempre più assumendo l’aspetto di uno scontro cruento che sta erodendo ulteriormente la coesione di quella formazione sociale. Qui sotto i link del memorandum di accusa a Comey  (http://www.dolphnsix.com/news/3745892/rosenstein-memo ) e del documento dell’agente britannico da cui è partita la campagna sulle presunte intromissioni russe (https://www.documentcloud.org/documents/3259984-Trump-Intelligence-Allegations.html). Buon ascolto _ Giuseppe Germinario

PODCAST N°3 – A DUE PASSI DALLE ELEZIONI IN SUD-COREA, di Gianfranco Campa

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La trama del confronto con la Corea del Nord si svolge secondo un canovaccio sempre più complesso. Il confronto coinvolge certamente alcuni stati (USA, Corea del Nord, Cina e Russia) come attori principali, altri come comprimari. Le dinamiche, in realtà, si svolgono tra centri di potere all’interno degli stati in cooperazione e conflitto tra di essi all’interno e all’esterno. Il focus si sta concentrando su entrambe le Coree. Al Sud  gli Stati Uniti vorrebbero scongiurare l’eventualità di un successo delle forze politiche favorevoli ad un riavvicinamento tra le due Coree nelle prossime elezioni del 9 maggio. Al Nord la possibile destabilizzazione del regime mette in allarme la Cina, timorosa di perdere il controllo politico di quel paese. Una situazione quindi precaria che rischia di trasformare i destabilizzatori in destabilizzati e viceversa. A questo punto, un intervento diretto di una superpotenza, rischia di legittimare la reazione dell’altra. Come dice giustamente Campa, le parole vanno interpretate alla luce dei comportamenti. I comportamenti più discreti, dietro le quinte, si intuiscono sulla base degli eventi e delle loro concatenazioni. In una fase di conflitto multipolare è un’impresa sempre più difficoltosa_Giuseppe Germinario

PODCAST nr 2 _ ESCALATION IN COREA, di Gianfranco Campa

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Il secondo podcast di Italia e il mondo. Il gioco in Corea. (cliccare sul cursore dell’immagine in basso)

Una partita giocata ormai al rialzo. Se va bene, scopriremo chi tra i due contendenti sta bluffando; uno dei due contendenti, comunque, è destinato ad una rovinosa caduta di immagine e credibilità. Se va male si rischia un conflitto dalle conseguenze imprevedibili nella loro gravità. I motivi contingenti che stanno portando a questo alto livello di tensione sono numerosi, non ultimo la delega in bianco lasciata da Trump ai militari all’interno dello staff presidenziale, senza poter rinunciare alla propria responsabilità politica. Il Presidente, ormai, è destinato a rimanere in ostaggio e il suo destino è in mano ai suoi avversari di appena otto mesi fa. La posta strategica è ancora più decisiva. Si tratta di determinare il livello di autonomia decisionale che, nel bene e nel male, possono avere paesi e potenze regionali, tra questi oltre alla Corea del Nord, Egitto, Turchia ed Iran, i quali aspirano a mantenere un ruolo attivo meno subordinato alle strategie delle grandi potenze, in primis degli Stati Uniti; una autonomia, purtroppo, che dipende sempre più, ormai, anche dalla capacità di deterrenza nucleare. Anche le tensioni regionali spingono di per sé verso questo tipo di riarmo. Ma una grande responsabilità ricade su chi ha chiuso entrambi gli occhi sul riarmo nucleare di paesi alleati, come Israele, osteggiando gli altri; soprattutto ricade sulle potenze che hanno fomentato la destabilizzazione e distruzione di paesi e stati (Iraq, Jugoslavia, Libia, Siria tra questi) sprovvisti di armamento strategico, favorendo e legittimando così i propositi di riarmo di altri. Si vedrà se questa politica in particolare statunitense riuscirà a trovare sponde ed uditori sensibili nelle fila delle altre due potenze di rango, Cina e Russia. Con l’attuale gruppo dirigente russo pare improbabile, perché la Russia ha bisogno di questi paesi per compensare lo scarto di potenza che la separa dagli Stati Uniti e perché con Putin, dal famoso discorso di Monaco nel 2007, ha inaugurato una linea diplomatica di maggior rispetto delle entità statuali. Il gruppo dirigente cinese sembra apparentemente più permeabile alle pressioni americane per tante ragioni, impossibili da enumerare in questo commento. Intanto, però, i cinesi hanno schierato due corpi d’armata (500.000 uomini) alla frontiera nordcoreana e i russi stanno rafforzando a loro volta il loro presidio. Vedremo se questi schieramenti sono rivolti solo contro la coalizione statunitense oppure nascondono qualche gioco più complesso rivolto anche verso i nordcoreani_ Giuseppe Germinario

PODCAST

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Con questa registrazione avviamo un nuovo servizio a disposizione dei lettori. Dieci minuti di registrazione di un intervento o di un filmato dedicato ad un argomento preciso imposto dall’attualità. Il contenuto è fruibile digitando sull’immagine. Digitando sul pulsante PODCAST del menu orizzontale posto sotto il titolo del sito sono fruibili i filmati via via prodotti. La registrazione è fruibile direttamente su computer. Per l’utilizzo su tablet e cellulari occorre scaricare l’apposito software che appare al tentativo di apertura. Buon ascolto

L’utilizzo della GBU-43/B  Massive Ordnance Air Blast (MOAB), apre nuovi scenari nello scacchiere geopolitico mondiale. L’incontro fra Trump e Xi Jinping porta all’isolamento di Pyongyang. Di Gianfranco Campa 

 

 

L’UOMO Ω, di Gianfranco Campa

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L’UOMO OMEGA, di Gianfranco Campa

Mentre i figli di Ivanka Trump e Jared Kushner cantavano una canzoncina al presidente Cinese Xi Jinping a Mar-A-Lago in Florida, 59 missili Tomahawk colpivano la base militare aerea Siriana di al-Shayrat sancendo la fine di una distensione mai iniziata e l’inasprirsi di una tensione con la Russia dai connotati oscuri e pericolosi. Il giorno dell’attacco è significativo e sconcertante allo stesso momento: esattamente cento anni prima nello stesso giono, più o meno alla stessa ora, gli Stati Uniti entravano nel calderone della prima guerra mondiale.

Questo attacco sanciva anche la negazione, la sconfitta, di un uomo; quell Donald Trump che per tutta la campagna elettorale aveva auspicato una distensione e un rapporto con la Russia più amichevole e convergente. Una politica nazional-populista incentrata prima di tutto sugli interessi di coesione interna piuttosto che sugli impulse verso l’estero, meno guerrafondaia e più incentrata sulla tessitura di rapporti piuttosto che sulla loro distruzione a livello internazionale; ora Trump si ritrova decostruito, ristrutturato e impacchettato in una nuova versione, quella di Neocon.

Un cammino relativamente breve. Ci sono voluti all’establishment esattamente 21 settimane e 3 giorni per completare la trasformazione di un uomo che si è ritrovato assediato e accerchiato senza quella capacità e quella necessaria forza  mentale e fisica da contrapporre all’incessante tambureggiamento di un sistema politico luciferino che ci sta spingendo verso un abisso dal quale, al momento, non si vedono all’orizzonte personaggi capaci di sottrarci.

Il giorno dopo l’attacco, gli arcinemici neocons e neoliberals del Presidente, si sono trasformati in cantori di lodi e inni celebrativi. I media si sono associate almeno per il momento al coro di lodi verso questo uomo “nuovo”. Fareed Zakaria sulla CNN ha detto che Donald Trump è diventato presidente questa notte (la notte del bombardamento). Fino al giorno prima gli sputava in faccia, il buon Zakaria; il giorno dopo era lì a leccargli il sedere. Brian Williams sulla MSNBC celebrava le immagini dei missili lanciati dalle navi della marina americana come “una bellissima visione celeste”, rischiando di farsela addosso dall’emozione. La MSNBC con la giornalista Rachel Maddow per mesi è stato la grancassa di questo neomaccartismo versione XXI secolo.

I vari John McCain, Lindsey Graham, Marco Rubio e compagnia assortita si sono come camaleonti trasformati da cecchini a salvatori di Trump, dichiarandosi orgogliosi del Presidente. E’ chiaro che costoro non si accontenteranno di una semplice sortita e spingeranno affinché il presidente continui e espanda l’intervento militare.

E così un uomo solo e ingabbiato è diventato tutto d’un colpo l’eroe della giornata, l’equivalente del leader di quella classe politica che lo aveva eretto a nemico numero uno, crocifiggendolo ogni volta che starnutiva o scorreggiava. Alla fine Trump sollecitato dalle vipere presenti nel suo entourage, si è venduto, come il musicista Robert Johnson,  l’anima al diavolo, liberandosi momentaneamente, in un colpo solo, di quei nemici che lo avevano assediato.

Sembra che la mossa sia stata di successo; l’indice di gradimento verso Trump da parte degli americani è passato dal 35% a oltre il 50 % nel volgere di una notte. Vorrei ricordare però a Trump che Bush aveva il 73% di gradimento prima della guerra in Iraq ma alla fine del suo mandato ne conservava solo il 32%. Una vittoria di Pirro che costerà a Trump più di quel che crede.

In ogni caso i poveri bambini siriani gridavano vendetta e vendetta è stata verso quel “mostro” di Assad. Nessun atto è stato messo in opera per incoraggiare la gente ad aspettare. Almeno una inchiesta dell’ONU; l’evidenza del precedente caso nel 2013 di uso di armi chimiche, prima associato frettolosamente ad Assad per poi essere, dopo le indagini dell’U.N. Independent International Commission of Inquiry on Syria, attribuito ai ribelli, unici responsabili, secondo il giudice Carla Del Ponte, dell’uso di armi chimiche. A nulla è servito ricordare che prima della guerra in Iraq, ci avevano assicurato che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa.

La tempistica dell’attacco agli innocenti civili Siriani è a dir poco sospetta, appena qualche giorno prima della visita a Mosca di Tillerson, già programmata da molto tempo. All’apparenza si potrebbe pensare ad una mossa brillante di Trump. Pretende di colpire la Siria di Assad alleata di Putin togliendosi davanti tutte quelle accuse di essere un pupazzo di Putin e della Russia. Distogliendo l’attenzione anche dalla pressione incessante dell’FBI, la quale sta conducendo un’inchiesta su presunti rapporti tra alcuni ex-collaboratori di Trump, principalmente Carter Page, Paul Manafort, Roger Stone ed esponenti politici Russi. Rapporti che i tre non hanno mai negato ma che hanno sempre considerato collocabili nei parametri della legalità. Ormai è chiaro che ogni cosa associata alla Russia è suscettibile di essere screditata dall’apparato di potere con il supporto, l’appoggio e l’azione delle nuove guardie pretoriane, i servizi di Intelligence.

Io comunque a tutta sta brillantezza di Trump non credo neanche un po`. Primo perché ha mostrato molta approssimazione nella gestione delle politiche estere ma anche interne; ma soprattutto perché, se di brillantezza si è trattato, mi viene allora difficile spiegare la dichiarazione della Clinton la quale la mattina stessa nel giorno dell’attacco aveva, durante un discorso in uno dei tanti incontri con gruppi di femministe, che alle parole di Clinton hanno fatto seguire applausi scroscianti che la dice lunga sulle reali priorità` di questi gruppi, suggerito una azione diretta ai posti da dove si presume siano partiti gli aerei responsabili dell’attacco ai civili siriani.

Un genio quello Trumpista, ma solo a metà; perché un lampo “creativo” da condividere con quella pacifista dura e pura di Hillary che ha anticipato l’iniziativa  del presidente di qualche ora. Trump ha completato la sua trasformazione da nazional-populista a guerrafondaio neocons, una versione maschile della pericolosa Clinton in pantaloni e peluche arancione.

La trasformazione di Trump non è comunque avvenuta nel giro di una notte; è proseguita nel corso di mesi e settimane, sotto la gestione brillante dell’uomo Omega, Mike Pence e del suo compare, Jared Kushner.

Trump era all’apparenza l’uomo Alpha; il primo, il comandante di nuovo corso, Ora è diventato un Bush versione 2.0. Mike Pence è invece l’uomo Omega, perché paladino dei neocons; con quell sorriso sornione sarà l’ultimo a restare in piedi se Trump dovesse essere rimosso con le buone o con le cattive. E’ chiaro che se la capitolazione ideologica di Trump dovesse completarsi senza possibilità di resipiscenza allora risulterebbe inutile la sua rimozione dall Casa Bianca, almeno fino alla scadenza del mandato.

Pence, come avevo scritto in precedenti articoli, è stato l’entità responsabile dell’abbattimento di Flynn e del suo gruppo di advisors, messi da parte da McMaster e rimpiazzati con i soliti membri dei gruppi Think Tank tornati al potere dopo nemmeno più di tre mesi di esilio. McMaster ha reclutato tra gli altri Fiona Hill, una studiosa della Brookings Institution e tradizionalmente un falco anti-russo, una McCain in gonella. Fiona Hill sarà senior director per gli affari di Russia e Europa. Origianariamente, Flynn aveva scelto Tim Shea, un personaggio molto più mite e propositivo verso la Russia.

Dopo la dipartita di Flynn, Pence è volato a Monaco a Febbraio per partecipare al Munich Security Conference della NATO dove con il suo solito sorriso affabile e sornione ha tranquillizato i membri NATO attaccando la Russia per la suo atteggiamento aggressivo e mandando il chiaro messaggio che con Trump non sarebbe cambiato nulla.

Se il siluramento di Flynn non è bastato, se le dichiarazioni di Pence a Monaco non sono state sufficienti, allora l’emarginazione di Steve Bannon dovrebbe rendere chiaro una volta per tutte chi ora comanda a Washington. I neocons sono tornati grazie a Pence, l’uomo Omega, l’ultimo a sorridere, l’ultimo a parlare, l’ultimo a rimanere in piedi.

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