17° podcast_La Guerra di Bannon, la guerra a Bannon, di Gianfranco Campa

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Lo scontro politico negli Stati Uniti inizia a delineare connotati di volta in volta un po’ più chiari; connotati i quali caratterizzano entrambi i due partiti storicamente in contesa sulle le leve del governo. Dalla parte del Partito Democratico la soluzione pare passare attraverso la liquidazione del gruppo di potere aggregatosi attorno ai Clinton. Le incognite da quel versante, però, non mancano; la principale riguarda la componente più radicale e legata al classico elettorato democratico, in buona parte ormai astenutosi o addirittura passato a sostenere Trump, quella rappresentata da Bernie Sanders. Sanders, da alcuni mesi, non fa più parte del Partito Democratico. In futuro, sempre che non rientri, si vedrà quale funzione intenderà assumere: quella di un leader alternativo oppure collaterale al Partito Democratico. La prima opzione potrebbe innescare un processo irreversibile di riorganizzazione del sistema politico americano con la formazione di un partito centrista, frutto della esplicitazione della collusione attualmente sottotraccia tra democratici e parte dei repubblicani, e due movimenti radicali. Ne parleremo meglio nei prossimi podcast. Da parte repubblicana l’obbiettivo non è più il conseguimento della vittoria da parte di uno degli schieramenti, ma la sconfitta totale dell’altro. Una dinamica che, se protratta all’estremo, potrebbe diventare perfettamente complementare alla prima opzione di confronto nella componente democratica. Buon ascolto, cliccando sull’immagine qui sotto_ Germinario Giuseppe

Mueller: Il Cacciatore Fasullo, 16° podcast di Gianfranco Campa

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La battaglia politica negli Stati Uniti sta assumendo sempre più l’aspetto di una faida grazie alla quale la criminalizzazione dell’avversario prende il sopravvento sul confronto tra le diverse opzioni politiche che in realtà continuano a sussistere; un confronto, quindi, che rischierebbe di affossare il sodalizio dell’attuale establishment neocon-democratico se condotto secondo i canoni classici della competizione politica. Da qui l’uso apertamente strumentale delle istituzioni più delicate, quali la magistratura. Una situazione ben conosciuta nel nostro paese ormai dagli anni ’90. Una conduzione dello scontro che spinge sempre più alla eliminazione dell’avversario, piuttosto che alla sua subordinazione in un crescendo che ci riserverà parecchie sorprese. Il rischio è quello di trascinare nel discredito le istituzioni chiave del paese minando ulteriormente la coesione e la capacità di controllo di quella formazione sociale. Se la guerra civile a metà ‘800 vedeva due fronti nettamente contrapposti in un quadro di acquisizione di potenza e di capacità di predominio, il conflitto attuale sta degenerando in forme frammentarie e polverizzate sempre più difficili da ricondurre ad una logica unitaria_ Giuseppe Germinario

 

 

WEINSTEIN, CLINTON! LE SUPERNOVA DELLO STARSYSTEM AMERICANO, di Gianfranco Campa

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Lo avevamo già, più volte annunciato. Tra i tanti qui a fianco due link http://italiaeilmondo.com/2017/10/22/un-torrido-inverno-di-giuseppe-germinario/

http://italiaeilmondo.com/2017/09/15/755/

Le impalcature dell’attuale sistema di potere americano iniziano a vacillare pericolosamente. La produzione cinematografica americana è uno dei veicoli fondamentali nella costruzione dell’immaginario; indispensabile a fornire una rappresentazione, indispensabile a orientare e a offrire motivi e chiavi di interpretazione alle azioni degli individui e guida e orientamento necessari a plasmare la società alle élites. E’ il modello americano! La cinematografia americana è un pilastro fondamentale della egemonia culturale e politica di quel paese. Nei momenti di crisi acuta ha spesso accentuato il proprio carattere propagandistico, ma ha sempre saputo offrire scorci sottili e di impressionante realismo e veridicità dei pregi, dei difetti e delle crudeltà della società, in particolare la loro. Da alcuni anni, però, si è legata in larga parte, quasi soffocata, ad una frazione precisa e particolare dell’establishment, quello democratico, sposando appieno l’ipocrisia del “politicamente corretto”. Ne ha guadagnato in posizioni di potere, ma ne ha perso pesantemente in credibilità agli occhi di gran parte dello stesso pubblico americano. Da qui, una delle cause del crollo degli incassi e dell’affluenza di pubblico. Da qui, soprattutto, il diretto coinvolgimento nei conflitti tra fazioni politiche e la sovraesposizione, in quanto personaggi pubblici particolarmente in vista, alle gogne politiche e mediatiche tipiche delle fasi di transizione sino a diventare, ormai, vittime sacrificali. Gianfranco Campa ci illustra, ancora una volta, con sagacia e dovizia di particolari, queste dinamiche. Una voce rara, pressoché unica, nello stantio salotto politico italico, della quale si dovrebbe saper approfittare. Buon ascolto, qui sotto_Giuseppe Germinario

14° Podcast _ Trump non va dove lo porta il cuore, di Gianfranco Campa

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La vecchia talpa continua a scavare. I centri di potere americani dominanti hanno ripreso in mano le leve del Governo; quelle del governo, non quelle di potere. Queste ultime sono sempre rimaste fondamentalmente sotto controllo. Non sembrano in grado di determinare il consenso e la coesione necessaria a dare forza, rispettabilità e motivazioni alle loro intenzioni. Segno di una strategia inadeguata a garantire nel tempo la supremazia all’esterno e una rappresentazione dell’interesse nazionale appena dignitosa e credibile al proprio interno. Da qui l’erosione interna dei partiti politici americani; di quello repubblicano ma, come vedremo nei prossimi podcast, anche di quello democratico. Gli ultimi avvenimenti in Alabama e in Tennessee sono il prodromo. Alcuni centri in competizione, vedi i cinesi, sembrano accorgersi del fiume sotterraneo. La quasi totalità di quelli europei, aggrappati ostinatamente e ciecamente ai vecchi equilibri, rischiano ancora una volta di essere spiazzati. Dovranno perfezionare ulteriormente le loro qualità di camaleonti._ Giuseppe Germinario

podcast-episode-13_ Lo SMARRIMENTO DEI VINCITORI, di Gianfranco Campa

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Può capitare che anche l’uomo politico più ostinato e cinico, ma con ancora qualche residuo anelito di compassione represso nel fondo dell’animo, possa essere indotto ad un moto, magari un semplice cenno, di comprensione e conforto verso il suo più acerrimo avversario. Lo sconforto che ha colto in mondovisione John Kelly, capo di gabinetto presidenziale, proprio nelle fasi più colorite ed impetuose dell’intervento di Trump all’ONU, può spezzare ogni resistenza e senz’altro indurre a questo impulso. Bisognerebbe del resto mettersi, anche se di malavoglia, nei panni dei rappresentanti del vecchio establishment americano, in particolare neocon. Per mesi hanno dovuto metter mano a tutto il proprio arsenale e portare allo scoperto anche gli arnesi più riservati, quelli da esibire più come deterrenza che da mettere all’opera; hanno pregiudicato la credibilità dei mezzi di informazione, della magistratura, dei servizi investigativi e probabilmente di importanti settori delle forze armate, ma alla fine sembrava che fossero finalmente riusciti una volta per tutte ad addomesticare il Presidente riottoso e ad isolarlo dalla congrega di cattivi consiglieri. Ecco invece riemergere senza preavviso il Trump baldanzoso delle origini. E da quale pulpito! Niente meno che dall’assemblea generale dell’ONU; un sinedrio certamente poco produttivo di strategie politiche, ma certamente spettacolare nella funzione di propagazione mediatica e nella costruzione di immagine di un personaggio politico. Durante la sua performance ha rispolverato gran parte del suo repertorio d’antan: “America First”, il Nazionalismo, l’antiglobalismo, l’antimultilateralismo, l’indispensabile funzione dello stato; ha concesso rispetto ed ammirazione agli statisti dediti alla difesa degli interessi nazionali del proprio paese. Con qualche inverosimile acrobazia logica ha sostenuto però la coerenza della propria politica estera e l’incoerenza dei cosiddetti “stati canaglia” e dei loro sostenitori più o meno occulti. Un funambolismo troppo audace anche per i più perspicaci ed aperti interlocutori. La gran cassa dei saccenti, dimentichi delle batoste elettorali, non ha tardato a pontificare sull’inaffidabilità e sull’irrazionalità del Presidente. Faremmo torto alla nostra intelligenza, oltre che a quella di Trump, ad assecondare questa tesi. Gianfranco Campa ci illumina come di consueto sulla ragione principale di questo comportamento, tutt’altro che irrazionale. Trump sa benissimo che il proprio salvacondotto, nell’operazione trasformista ancora in corso, rimane la conservazione di buona parte del consenso del nocciolo duro del proprio elettorato. Il vecchio establishment non vuol capire che strattonature ulteriori rischiano di isolare del tutto Trump e trascinare il paese in un confronto politico interno dalla virulenza paragonabile solo a quella già conosciuta a metà ‘800. Il taglio particolare del discorso, inoltre, è motivato probabilmente da un’altra ragione ancora più imbarazzante; si tratta forse di una volontà manifesta di evidenziare la contraddizione e di chiedere tra le righe comprensione e tregua a quelli che avrebbero dovuto essere i suoi interlocutori privilegiati, primo fra tutti Putin, di una politica estera meno interventista e più condivisa. L’inerzia delle attuali dinamiche geopolitiche rende però pressoché impossibili ulteriori prove d’appello. Lavrov, ciò non ostante, ha dichiarato apertamente che “l’attuale incoerenza della politica estera americana” è la conseguenza delle numerose trappole disseminate dalla vecchia amministrazione Obama ai danni del nuovo presidente. Anche su questo Gianfranco Campa è stato particolarmente lucido in un articolo precedente http://italiaeilmondo.com/2017/03/09/sotto-la-copertura-delle-tenebre-di-gianfranco-campa/  _ Giuseppe Germinario

12° Podcast _ UNA DINASTIA IN BILICO, di Gianfranco Campa

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Questa volta i riflettori puntano a illuminare un altro angolo del palcoscenico a stelle e strisce; quello sino ad ora riservato ai Clinton. Protagonisti, nell’ombra e in primo piano, in questi ultimi venti anni, ma con una pesante ipoteca riguardo al loro futuro politico segnato dalla drammatica sconfitta elettorale alle presidenziali americane. Gli attacchi forsennati a Trump dell’intero vecchio establishment hanno impedito la resa dei conti postelettorale nel Partito Democratico. La sua progressiva normalizzazione tranquillizzerà probabilmente la vecchia classe dirigente e la spingerà a regolare i conti al proprio interno e a gestire in qualche maniera il ricambio. Il contesto geopolitico e sociopolitico è, però, radicalmente mutato rispetto ad appena dieci anni fa. Gli Stati Uniti in qualche maniera devono prendere atto della presenza di altri attori di peso nello scacchiere internazionale; all’interno le basi di consenso dei due partiti tradizionali sono cambiate con una erosione delle basi elettorali e un significativo spostamento di opinione di importanti settori di ceto popolare e medio, come per altro sta avvenendo in maniera più confusa anche in Europa. Sullo sfondo una radicale polarizzazione che impedisce a tutte le forze di assumere il ruolo di forza politica in grado di garantire la coesione del paese. Le emergenti non riescono ancora a sedurre almeno una parte significativa dei settori di punta e più avanzati del paese; le altre sembrano ancora del tutto sorde ai richiami del loro elettorato tradizionale.La paralisi programmatica e progettuale di queste ultime appare sempre più evidente. Come se non bastasse, la possibile formazione autonoma di un nuovo movimento politico, come conseguenza della defenestrazione dei sostenitori originari dallo staff presidenziale, potrebbe catalizzare definitivamente questi settori ed avviare ad una crisi profonda se non irreversibile prima il Partito Repubblicano e poi quello Democratico. Non a caso la componente radicale, più legata ai ceti professionali, del Partito Democratico stesso si è rivelata molto più cauta e sconcertata nei confronti di Trump. Nelle intenzioni della famiglia Clinton questa dovrebbe essere una fase di transizione generazionale, ma con le stesse dinastie come protagoniste; nei fatti Hillary Clinton potrebbe rivelarsi il capro espiatorio perfetto da offrire in cambio della definitiva defenestrazione di Trump e con questo pregiudicare le ambizioni della progenie e di qualche adepto rimasto impigliato in qualche parte del mondo. Fantapolitica? Molto probabile! Questi due anni sono stati però effervescenti e sorprendenti. Le trappole disseminate nello scacchiere internazionale iniziano a stringersi e gli armadi di gran parte di questi esponenti politici, cresciuti e formatisi in altri contesti, sono ricolmi di scheletri pronti alla riesumazione. Lo scontro è apertissimo _ Giuseppe Germinario

10° Podcast _ DALLAS o WATERGATE? Tertium datur: l’avventurismo, di Gianfranco Campa

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Sono poche le voci in grado di fornire informazioni e soprattutto interpretazioni fondate sugli avvenimenti cruciali che da quasi un anno investono e si dipartono dalla Casa Bianca. Gianfranco Campa, con la sua partecipazione emotiva, ci conduce nelle stanze dove si sta consumando una battaglia politica di insolita cruenza. Raramente il conflitto politico tra gruppi dirigenti assume contorni così espliciti. Gli obbiettivi e le intenzioni sono adattati alle strategie e alle tattiche, se non sacrificati alle esigenze di sopravvivenza di uno dei contendenti. La distinzione che i teorici più accorti fanno tra regnanti, governanti e dominanti appare a tratti anche agli osservatori meno esperti. Una cosa mi pare ormai certa. Il vecchio establishment, dovesse prevalere, non potrà più tornare alle vecchie tattiche e appare incapace di intravedere nuove strategie; la permanenza di questo conflitto nei termini così acuti rischia di trascinare l’intera classe dirigente americana in una condizione caotica di stallo in grado di innescare una condizione di declino e pregiudicare ulteriormente la coesione di quella formazione sociale. Si vedrà sino a che punto i paesi rivali saranno in grado di approfittare di questa situazione. Giuseppe Germinario

PODCAST nr 9_ ACCELERAZIONI INSPIEGABILI. LO SCATTO IMPROVVISO DI MICHAEL HASTINGS VERSO LA MORTE 2a parte, di Gianfranco Campa

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il link della 1a parte  http://italiaeilmondo.com/2017/06/08/podcast-nr-8_-accelerazioni-inspiegabili-lo-scatto-improvviso-di-michael-hastings-verso-la-morte-1a-parte-di-gianfranco-campa/

Questo è un podcast ad alta tensione. Assieme alla prima parte consiglio di conservarlo e riascoltarlo ogni volta che la verità che ci viene propinata appare troppo evidente e scontata. La tragica morte di Hastings fa parte di quella casistica di incidenti dall’aura particolarmente misteriosa quando colpiscono chi si avvicina troppo a disvelare i meccanismi e le trame di potere dei centri strategici, specie quelli che operano nello “Stato profondo”. Non è certo la prima vittima, non sarà certamente l’ultima.

Il resoconto offre tuttavia diverse chiavi di lettura:

  • la più banale e paradossalmente drammatica riguarda i rischi del giornalismo di inchiesta in prossimità delle trame più oscure e meno commendevoli dell’azione politica
  • la più specifica riguarda il lato sempre più oscuro e tenebroso della gestazione e della gestione della presidenza di quel Barack Obama, presentatosi come il paladino del cambiamento, dei diritti umani e delle minoranze discriminate e rivelatosi come uno dei più foschi ed arbitrari campioni dell’interventismo più spregiudicato
  • la più generale riguarda la sempre più accentuata caratteristica multipolare del confronto geopolitico che renderà sempre più vorticosa la sarabanda di collusioni, di conflitti, di giravolte; metterà a dura prova la coerenza delle condotte dei centri strategici e nei momenti di scontro più acuto, come quello in corso negli Stati Uniti e tra i paesi protagonisti dell’agone internazionale, vedrà emergere insoliti barlumi di verità che sveleranno per brevi momenti le nudità del Re
  • la più inquietante riguarda il livello di assoluta sofisticazione della manipolazione e della determinazione degli eventi. Una difficoltà ulteriore per gli osservatori attenti, impegnati sempre più ad esercitare la virtù del dubbio. Un rischio ulteriore particolarmente pernicioso per gli attori politici sempre più esposti al delirio di onnipotenza e sempre più incuranti della necessità di organizzare con i tempi necessari quei blocchi egemonici e di consenso indispensabili a garantire forza e solidità alle decisioni politiche. Il particolare accanimento del vecchio establishment nei confronti dello zoccolo duro dei sostenitori originari di Donald Trump rivela l’importanza della posta in palio ma nasconde, probabilmente, anche il terrore delle conseguenze di questi disvelamenti. Buon ascolto_ Giuseppe Germinario

Per l’ascolto cliccare sull’icona apposita dell’immagine qui sotto. Il podcast può essere scaricato e registrato anche su tablet, cellulari e i-pod

 

 

PODCAST nr 8_ ACCELERAZIONI INSPIEGABILI. LO SCATTO IMPROVVISO DI MICHAEL HASTINGS VERSO LA MORTE 1a parte, di Gianfranco Campa

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A quattro anni dalla sua morte, pubblichiamo alcune considerazioni che vogliono contribuire ad aprire squarci sulle cause effettive della tragedia e sui troppi personaggi che in qualche maniera hanno potuto tirare un sospiro di sollievo alla notizia della morte del giovane giornalista. Michael Hastings, tra i vari articoli di inchiesta e denuncia, ha pubblicato un reportage che ha condotto alle dimissioni del Generale Mc Chrystal, allora comandante delle forze americane in Afghanistan. In un pericoloso crescendo sempre più prossimo al cuore dei centri di potere politico, le sue inchieste hanno messo a nudo le nefandezze e la spregiudicatezza delle loro pratiche. La sua è rimasta, suo malgrado, un’opera incompiuta. Buon ascolto, Giuseppe Germinario.

Per l’ascolto cliccare sull’icona apposita dell’immagine qui sotto. Il podcast può essere scaricato e registrato anche su tablet, cellulari e i-pod 

 

7° PODCAST _ Le Filippine sono vicine, di Gianfranco Campa

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Ci siamo lasciati nel podcast di sette giorni fa con un accenno finale alla situazione nelle Filippine ed eccoci a commentare, con l’audio odierno, le prodezze militari degli affiliati ISIS di quel paese, precisamente nell’isola di Mindanao. Un salto di qualità inquietante dell’azione militare che lascia presagire analoghe iniziative in altri punti critici del mondo. Sino ad ora in Europa abbiamo assistito all’azione terroristica di gruppi almeno in apparenza limitati; le enclaves presenti in varie città europee, la chiusura in comunità poco permeabili di vasti insediamenti di immigrati, la recente scoperta in Spagna di un naviglio carico di tonnellate di armi destinate a gruppi interni lascia intendere che anche l’Europa coltiva l’humus e comprende questi punti critici. L’azione militare legata all’integralismo islamico, per quanto rozzo e strumentale possa apparire il bagaglio ideologico, nasce da conflitti interni al mondo musulmano, in particolare arabo e nordafricano; è sempre più una componente di giochi geopolitici di forze, centri strategici e stati di gran lunga più potenti e pervasivi. Sia in maniera passiva, consentendo, come in Francia e Gran Bretagna, una azione di influenza perniciosa di paesi arabi, in particolare quelli più integralisti della penisola arabica, tra le comunità di immigrati di quei paesi in cambio di investimenti finanziari, commesse e quant’altro; sia in maniera attiva con il sostegno diretto alle loro politiche estere. Le primavere arabe rappresentano l’apoteosi di questo impegno scellerato. Adesso rischiamo di pagare lo scotto di tanto avventurismo. Il generale Mattis, Segretario alla Difesa americano, nella intervista pubblicata tre giorni fa, ha del resto dichiarato che la lotta all’ISIS rappresenta almeno a parole la priorità, ma va inquadrata nell’ambito di uno scontro con forze ben più potenti: l’Iran, la Cina, la Russia quindi. Non ci resta che fissare bene nella memoria nostra e della popolazione più attenta le responsabilità di queste classi dirigenti, specie europee, perché è qui che ci tocca vivere e qui si concentreranno gran parte degli interessi in conflitto, costrette a pescare sempre più nel torbido e nel trasformismo per sopravvivere. Intanto a Londra mentre scrivo un altro autista un po’ distratto…Buon ascolto_ Giuseppe Germinario

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