COLPO DI EXSTRASTATO III, Di Massimo Morigi

COLPO DI EXSTRASTATO III (CON FRANCHISE DI ISAAC ASIMOV PIÙ UN RITORNO AL PASSATO CON UN RITORNO AL FUTURO DALL’ITALIA E IL MONDO)

Di Massimo Morigi

 

«The door opened, snapping him to open-eyed attention. For a moment, his stomach constricted. Not more questions! But Paulson was smiling. “That will be all, Mr. Muller.” “No more questions, sir?” “None needed. Everything was quite clearcut. You will be escorted back to your home and then you will be a private citizen once more. Or as much so as the public will allow.” “Thank you. Thank you.” Norman flushed and said, “I wonder  – Who was elected?” Paulson shook his head. “That will have to wait for the official announcement. The rules are quite strict. We can’t even tell you. You understand.”  “Of course. Yes.” Norman felt embarrassed. “Secret Service will have the necessary papers for you to sign.”  “Yes.” Suddenly, Norman Muller felt proud. It was on him now in full strength. He was proud. In this imperfect world, the sovereign citizens of the first and greatest Electronic Democracy had, through Norman Muller (through him!) exercised once again its free, untrammeled franchise.»: Isaac Asimov, “Francise”,  in “if. Worlds of Science Fiction”, agosto 1955, p. 15 (consultabile su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/1955-08_IFhttps://ia801300.us.archive.org/25/items/1955-08_IF/1955-08_IF.pdf ed anche all’URL http://www.astro.sunysb.edu/fwalter/HON301/franchise.pdf; congelamento URL e documento  presso WayBack Machine: https://web.archive.org/web/20190911153029/http://www.astro.sunysb.edu/fwalter/HON301/franchise.pdf). Il testo appena citato è la chiusa del racconto breve di Isaac Asimov “Francise”, pubblicato in Italia col titolo Diritto di voto, che io ebbi modo di leggere in una lontana estate di metà anni Settanta in una raccolta di racconti, La terra è abbastanza grande, dedicata  al più grande maestro mai esistito della fantascienza (Isaac Asimov, “Diritto di voto”, in  “La terra è abbastanza grande”, Milano, Editrice Nord, 1975, pp. 91-112). Ma non è per indugiare con la memoria alle mie estive letture giovanili che nel presente finale di estate ho tirato in ballo il “Diritto di voto” di Asimov, ma, come forse qualcuno avrà già intuito,  è  per tornare sulla questione del voto elettronico sulla piattaforma Rousseau associando alla critica su questo racconto del più grande maestro della fantascienza le osservazioni che sono state mosse riguardo a “Colpo di extrastato” e a “Colpo di extrastato II”. La fantascienza, quando è fantascienza di qualità, si dice. e io condivido in pieno questa opinione, riesce a fornirci spunti letterari, filosofici  e politici che vanno ben al di là della banale descrizione di un meraviglioso (o pauroso) mondo tecnologico (o, nel peggiore dei casi, della rappresentazione delle terribili e truculente invasioni aliene). A questo punto chi abbia avuto la pazienza di seguirmi si aspetterà che io affermi: «Ecco, gente di poca fede quello che io sostengo nei due colpi extrastato era già stato intravvisto dal maestro della fantascienza in “Diritto di voto” e per arrivare a questa elementare verità sarebbe bastato annoiarsi come lo scrivente in lunghe letture estive.» (Magari con  “Azzurro” di sottofondo alla lettura, cantato da una volta tanto sublime Celentano  e musica scritta dal sempre ineffabile Paolo Conte: ogni allusione all’attuale primo inquilino di Palazzo Chigi è veramente puramente casuale.). Invece, quello che io sostengo è esattamente il contrario ed è cioè che quello che  la chiusa di  “Diritto di voto” ci restituisce non è una premonizione sulla nostra società attuale ma, in un certo senso, un suo profondo fraintendimento. Certo Norman Muller, l’antiroe del racconto scelto da un’ imperscrutabile tecnocrazia perché le sue pulsioni e manchevolezze di mediocre uomo della strada possano essere vagliate da un formidabile calcolatore elettronico per designare, attraverso l’ analisi di queste caratteristiche rappresentative di tutta la popolazione, il vincitore alla corsa alla presidenza degli Stati uniti, passa da un comprensibile stato di depressione per la responsabilità che la sua debole persona e personalità rappresenti mediamente quella di tutta la popolazione degli Stati uniti (e possa quindi, attraverso il processo algoritmico del calcolatore, essere la sola in grado di partorire una così grande scelta) ad una sorta di euforia : «”Yes.” Suddenly, Norman Muller felt proud. It was on him now in full strength. He was proud. In this imperfect world, the sovereign citizens of the first and greatest Electronic Democracy had, through Norman Muller (through him!) exercised once again its free, untrammeled franchise.»,  e questo a significare un profondo pessimismo verso un uomo-massa dominato dalle macchine e dai loro sacerdoti tecnocrati ma quello che la chiusa del racconto non ci dice è 1) la possibilità che tutta la faccenda della scelta mediata attraverso il calcolatore Multivac (e riguardo a questo punto,  poco importa se questo calcolatore emetta il vaticinio processando un solo soggetto passivo o una più vasta comunità composta da simili uomini-massa) sia una truffa e 2)   – e ancor più importante – non accenna minimente al fatto che questa veramente singolare procedura di voto elettronica, corretta o truffaldina che sia, designa chiaramente una costituzione materiale dello Stato che non ha assolutamente nulla a che fare con la precedente dove la scelta e selezione dei decisori alfa-strategici da parte dei decisori omega-strategici avveniva  – almeno a livello politico –  attraverso una procedura non elettronica ma semplicemente cartacea (con tutti i brogli che questa comportava, ma almeno per quanto riguarda il punto 2 questo è un elemento del tutto secondario). Ma non è stato per ridimensionare  la capacità della buona fantascienza di offrirci euristicamente interessanti e premonitori scenari politici e filosofici utili anche per le nostre attuali condizioni né tantomeno per indicare che in questo caso il buon Asimov dormicchiava che ho deciso di segnalare queste intime debolezze del racconto “Diritto di voto” in relazione alla votazione sulla piattaforma Rousseau. Al contrario, lo scopo è stato quello di segnalare che nelle vicende sociali e politiche (come anche in quelle che continuiamo  a definire fisiche e/o biologiche, così distinguendole da quelle storico-culturali e per la cancellazione di queste ridicole suddivisioni si rinvia, per brevità senza bibliografia, a tutto quanto in questi anni è stato scritto in merito al modello dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico) i cambiamenti ed i mutamenti non appartenenti stricto sensu all’ambito politico e sociale agiscono su quest’ambito non solo additivamente ma anche qualitativamente, talché è del tutto assurdo dire che una costituzione materiale e una forma di Stato che ha avuto la sua nascita in una  passata epoca tecnologica è la stessa costituzione materiale e forma di Stato dei tempi di Internet. E purtroppo (cioè in senso profondamente negativo) questo vale a maggior ragione per la presente situazione italiana, dove accanto ad una costituzione materiale sempre più palcoscenico di una politica privata ormai di qualsiasi valenza di scontro strategico (Parlamento e partiti animati dai lugubri fantocci burkiani le cui interióra non sono altro che segatura e stracci e le cui gesta, quando non sprofondano nella più abissale assurdità, ci richiamano ad un surreale spettacolo di burattini con tanto di pupari dietro le quinte) ed uno Stato in cui le sue varie articolazioni sono sempre più in preda ad una sindrome di disturbo dissociativo dell’identità (in quale altro modo inquadrare la persistente ignoranza da parte di questi corpi che il loro telos  primario dovrebbe essere il mantenimento dello Stato stesso e della popolazione che ne costituisce le fondamenta materiale e spirituale e non la tutela di ipostatici diritti universali?), anche il paperinesco voto sulla piattaforma Rousseau costituisce una novità (negativa) di grandissima portata. Concludo, come da titolo, con un recente ritorno al passato dall’ “Italia e il mondo” che prefigurava un ritorno al futuro che penso abbia mantenuto ancora oggi un qualche valore. Si tratta del “Per un recupero delle prerogative dello stato nazionale italiano, per la salvaguardia della integrità del Paese, verso una posizione di neutralità vigile” di Giuseppe Germinario (pubblicato sull’ “Italia e il mondo” il 2 febbraio 2018 ma il documento è di quattro anni più vecchio) e della mia risposta allo stesso. Vista l’importanza del testo di Germinario (col quale lo scrivente concordava allora pienamente, come concorda, se possibile, ancor più pienamente oggi, tempi  di apoptopici rousseauiani colpi di extrastato) e, modestamente, della mia risposta sempre sul blog allo stesso, ho pensato di congelare questi due testi in un’unica pagina copiaincollata caricata su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/perunrecuperodelleprerogative.dellostatonazionaleitalianoarticologerminariorispostamorigipdf e https://ia601501.us.archive.org/10/items/perunrecuperodelleprerogative.dellostatonazionaleitalianoarticologerminariorispostamorigipdf/PER%20UN%20RECUPERO%20DELLE%20PREROGATIVE.%20%20DELLO%20STATO%20NAZIONALE%20ITALIANO%20ARTICOLO%20GERMINARIO%20RISPOSTA%20MORIGIpdf.pdf (ovviamente, è anche possibile avere diretta visione di questi testi attraverso l’URL originario del blog http://italiaeilmondo.com/2018/02/02/per-un-recupero-delle-prerogative-dello-stato-nazionale-italiano-per-la-salvaguardia-della-integrita-del-paese-verso-una-posizione-di-neutralita-vigile/#disqus_thread ma chi ha avuto modo di seguirmi in questo blog non ha difficoltà a comprendere le ragioni di questa procedura archivistica dei tempi di Internet). Nella mia concorde replica all’intervento di Germinario, che prendendo le mosse da uno schema schmittiano («Allora sotto questo punto di vista deve costituire un fondamentale contributo il ragionamento sviluppato da Carl Schmitt nelle “Categorie del politico” e ripreso nell’incipit di questo commento: vale a dire che la forza politica che vorrà farsi carico del programma di Germinario dovrà, prima di tutto, prendere una decisa e cristallina posizione contro la retoriche democraticistiche, dei diritti umani e di una politica internazionale “pro umanità” lungo la direttiva espressa da Schmitt nelle “Categorie del politico”», lo sviluppava, però, lungo una prospettiva non classicamente “realpoliticistica” ma “culturalistica” (sotto qualche aspetto simile al costruttivismo wendtiano ma di ben altra consapevolezza e profondità storico-filosofica), che è l’apporto dialettico e del tutto innovativo che il Repubblicanesimo Geopolitico dà alla tradizione del realismo politico moderno, riallacciandosi in questo modo in via diretta all’antica tradizione umanistica della filosofia dell’azione e/o della prassi (che si dipana lungo un filo rosso che lega Aristotele, Machiavelli, Hegel, Marx per finire col più grande esponente novecentesco della filosofia della prassi, cioè Antonio Gramsci): «Ma non ci si dovrà fermare a questa “pars destruens”. La “pars construens” cui questa formazione politica dovrà ispirare la sua parte propositiva, dovrà porre sul piedistallo degli idoli infranti democraticistici e dirittoumanistici (che da sempre sono la principale arma di dominio agli agenti alfa-strategici) il concetto di Kultur, il che significa che il primo (se non l’unico) obiettivo di una nuova consapevole politica per la rinascita dell’Italia è l’ adamantina consapevolezza che l’Italia ha una cultura (intendendo per cultura quell’inestricabile intreccio dialettico fra cultura, arte, storia, economia, religione) che va ben oltre gli ultimi disgraziati settant’anni della sua storia “democratica”. In altre parole, questa forza politica deve essere consapevole che questa Kultur deve ritrovare un suo rinnovato Lebensraum che gli dia spazio e che la faccia rinascere.». Il più fatale errore che si può compiere ragionando (ed anche agendo) di e nella politica è pensare che cultura e politica siano due cose distinte mentre come ci insegna (anche se rozzamente) Marx ed in maniera invece impareggiabile Antonio Gramsci (e, immodestamente in una definitiva sistemazione dialettico-espressivo-strategica il Repubblicanesimo Geopolitico) non si tratta altro che di due facce della stessa medaglia. Il concetto di colpo di extrastato, pur con tutte le criticità segnalate dai gentili lettori dell’ “Italia e il mondo” ha a mio giudizio un innegabile pregio, e cioè che unisce in un solida sintesi dialettica la critica alla profondissima crisi istituzionale e politica italiana che in questa fase riesce a produrre anche un corpo politico-decisionale del tutto estraneo e prevalente al testo e alla prassi costituzionali (la piattaforma Rousseau) alla critica ad un’altrettanto degradante crisi culturale: cosa c’è di più idiota nel ritenere che una consultazione perché mediata da un apparato tecnologico-informatico sia migliore e più democratica di una tenuta attraverso un tradizionale sistema cartaceo? (questa credenza ha davvero  molte cupe analogie  con la pratica – diciamolo chiaramente: disperata e disperante – degli amoreggiamenti virtuali e davanti ad una Webcam: e, almeno da questo punto di vista, il racconto asimoviano con la sua realistica descrizione del timido e recalcitrante uomo-massa Norman Muller ci fornisce assai interessanti spunti). Concludevo il mio intervento in appoggio all’articolo di Germinario: «Quello che, tuttavia, dovremmo essere ben fermi nei nostri propositi, deve essere la consapevolezza (e quindi la decisione) che è giunto il momento di porre pubblicamente a chi dovrebbe esserne interessato questa problematica teorica. Dalle risposte (e anche dalla nostra decisione nel porre le domande), potrebbe nascere evoluzioni molto interessanti (molto interessanti perché rivoluzionarie) del ad oggi “stagnante” e maleodorante “caso italiano”». Ecco, allora come oggi, si è invocato «sia a livello di prassi che di teoria politica [di] un colpo altrettanto extra» ( chiusa di  “Colpo di extrastato”). E questo con buona pace delle vestali della retorica democraticistica diritto-universalistica, degli amoreggiatori politico-virtuali della piattaforma Rousseau ed anche di tutti i più o meno padani Tecoppa che non hanno capito che per rovesciare  il quadro dei rapporti di forza geopolitici sviluppatisi in seguito alla sconfitta nel secondo conflitto mondiale non basta proprio fare accordi con la misera controfigura di Segretario politico del partito triste ed indegno erede del grande (e a suo modo tragico) partito del gigante realista politico Palmiro Togliatti né essere politico più navigato – ci vuole ben poco! – del vispo ma politicamente stracciato scugnizzo capopentastellato. Ci vuole, appunto, un colpo “estra” (magari sapendo anche far tesoro e sviluppandole insieme dialetticamente la pur timida, anche se interessantissima, distopia asimoviana di “Francise” e gli ammaestramenti di Giuseppe Maranini, per i quali un buon punto di partenza può anche essere costituito dalla voce ‘Colpo di Stato’ da lui scritta per l’Enciclopedia Italiana e da noi citata all’inizio di questo trittico sul ‘Colpo di extrastato’…)…

 

Massimo Morigi – 14 settembre 2019

 

 

 

Strategie e capisaldi, di Fabio Falchi

Condivido molto ma non ritengo che la Lega dando vita ad un governo giallo-verde abbia commesso un errore strategico. L’errore della Lega, a mio giudizio, è stato un altro, ossia ritenere che l’alleanza giallo-verde fosse una alleanza strategica anziché tattica.

Mi spiego meglio: La Lega doveva necessariamente risolvere due problemi prima di sfidare l’UE (sfida peraltro difficilissima e che non si può vincere con un “sovranismo” e un anti-europeismo da fiera paesana): strutturarsi come autentico partito nazionale (ossia non più “(macro)regionale”) e conquistare il maggior numero possibile delle casematte dell’apparato dello Stato italiano, quasi tutte controllate dal PD. Quindi era necessario fare una alleanza con “il nemico del suo nemico”, sapendo però che la natura “impolitica” del M5S (che pure , almeno in teoria , l’esperienza di governo poteva trasformare in una forza politica non più “impolitica”) poteva giocare dei brutti scherzi, e che il nemico da sconfiggere non era in primo luogo il più pericoloso (ossia il partito del PdR legato a doppio filo con l’UE) ma il più debole anche se ancora assai pericoloso per la Lega, ossia il PD (che la stessa UE non considerava più come il proprio “agente italiano”, per la sua debolezza e le sue divisioni interne, ).

Per la Lega quindi il conflitto , più che probabile, all’interno del governo giallo-verde (composto da tre attori politici: partito del PdR – che potendo contare pure su Conte si andava sempre più rafforzando, attirando di conseguenza pericolosamente dalla propria parte pure il M5S proprio per la sua “natura impolitica” -, M5S e Lega) andava combattuto cercando di non arrivare alla “rottura” prima di avere almeno nominato il Commissario europeo, i vertici delle aziende strategiche italiane nonché delle forze armate, di quelle dell’ordine e via dicendo, e al tempo stesso adoperandosi seriamente per trasformare la vecchia struttura della Lega Nord in una struttura adeguata ad un partito nazionale di massa.

Di fatto la Lega non solo non è riuscita a risolvere né l’uno né l’altro di questi problemi, ma volendo prima combattere il “padrone” anziché il suo “malconcio” maggiordomo le ha prese dall’uno e dall’altro e ora si trova a dover ricominciare tutto da capo, da una posizione che non si può certo definire una posizione vantaggiosa. In pratica, la Lega ha messo il carro (l’economia) davanti ai buoi (la strategia politica).

In questo contesto, per i leghisti è assai più facile regredire che progredire, pensando che con un grande successo elettorale (peraltro non affatto scontato) possa risolvere qualsiasi problema.

Comunque sia, l’analisi di Roberto merita davvero di essere letta perché impiega categorie strategico-politiche anziché categorie ideologiche e/o retoriche fuorvianti e incapacitanti.

 

Sinistri, destri, pentastellati e il declino del nostro Paese

Fabio Falchi

Che la sinistra sia parte costitutiva dei gruppi dominanti globalisti è un dato acquisito, così come ormai è un dato acquisito che pure il M5S sia finito nella cloaca globalista. Tuttavia, la questione politica del nostro Paese non è solo questa, che riguarda, sia pure in forma e misura diverse, tutti i Paesi occidentali.

Invero, anche la crisi del governo giallo-verde ha confermato che il problema dei destri è altrettanto grave di quello dei sinistri.

Ammettiamo pure che la premessa da cui partono i destri sia corretta, giacché è innegabile che la Lega, ostacolata com’era dalla UE e dal partito del PdR (in particolare da Conte e Tria che ormai potevano contare sull’appoggio del M5S), avesse scarsi margini riguardo alla manovra in deficit che voleva fare.

Basta però questo per affermare che il “Capitano” sarebbe stato vittima di un complotto o comunque sarebbe stato obbligato (da chi? e qui i complottisti si scatenano) ad aprire la crisi? Ovvero basta per affermare che il “Capitano” non avrebbe alcuna responsabilità riguardo alla caduta del governo giallo-verde o sostenerlo sarebbe come affermare che dato che l’Italia confina anche con la Francia, l’Austria e la Slovenia, non confina con la Svizzera?

Per i destri comunque il “Capitano” avrebbe fatto bene a chiedere elezioni anticipate (costringendo il M5S a scegliere tra una disfatta certa o ad allearsi con il PD per cercare di sopravvivere) e, non essendo riuscito ad ottenerle, avrebbe fatto bene ad andare all’opposizione (ma se davvero il M5S voleva mettere fine al governo giallo-verde entro quest’anno, vi era forse occasione migliore del voto sul decreto sicurezza bis o sul TAV per farlo?).

Comunque sia, anche se il “Capitano” avesse fatto bene a mollare tutto (dando così la possibilità al PD di condurre di nuovo la politica italiana e di nominare i vertici delle partecipate, vera locomotiva strategica della economia italiana – altro che PMI e flat tax!) e ad aspettare di prendersi una netta rivincita nelle urne (ma la pelle dell’orso non si vende prima di averlo ucciso) la questione da porsi è un’altra.

Difatti, non si deve ignorare che la manovra espansiva difesa dalla Lega in pratica consiste nel tagliare le tasse, in specie ai ricchi e alle PMI, senza considerare che i ceti più abbienti in questi anni hanno accumulato un enorme risparmio (e con “affari” peraltro in buona parte tutt’altro che “puliti” oltre che grazie ad un lavoro sottopagato) che alimenta i flussi finanziari e la rendita, non certo i settori produttivi, ma che i destri vogliono difendere a qualunque costo.

Del resto, è noto che le PMI non sono in grado di investire i miliardi di euro necessari per competere con i colossi internazionali (e senza la locomotiva strategica le PMI possono rivelarsi perfino una palla al piede!). Ciononostante, i destri ritengono che l’Italia da sola possa cavarsela nell’epoca dei grandi spazi e della sfida tra potenze continentali con un “sovranismo d’accatto” (che non si deve confondere con una equilibrata e necessaria difesa della sovranità nazionale) , come se il nostro Paese non fosse caratterizzato da un apparato statale obsoleto, da una burocrazia tra le più inefficienti del mondo, dallo sfascio del settore educativo, dal degrado del territorio, da disservizi di varia natura, da gravi ritardi tecnologici e via dicendo.

Punti deboli che i potentati stranieri com’è ovvio sfruttano a loro vantaggio, ma di cui chiaramente non sono i maggiori responsabili. Le “colpe” però per i destri sarebbero sempre solo degli “altri” e bisognerebbe quindi lasciare che il “genio italico” potesse esprimersi per risolverli (di conseguenza per la maggior parte dei destri preparazione, ordine mentale e studio sarebbero solo una perdita di tempo!).

Come se non bastasse, i destri oscillano tra un americanismo grottesco e un antiamericanismo da baraccone, l’uno e l’altro resi ancor più dannosi da una mancanza di un’autentica cultura (geo)politica che induce i destri a leggere la realtà geopolitica con lenti deformanti e ad accusare i sinistri di essere “comunisti” e “statalisti” e il governo Conte bis di essere giallo-rosso! (Non a caso, non pochi destri attribuiscono ai badogliani – oggi identificati soprattutto con i pentastellati – la responsabilità di tutti i disastri dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, dimenticandosi che era stato il regime fascista a portare il nostro Paese allo sfacelo e che l’8 settembre 1943 fu solo il frutto amaro, anzi amarissimo di quello sfacelo. E fu tale non perché i badogliani tradirono i tedeschi, ma perché tradirono il loro Paese, vale a dire perché, anziché difendere Roma com’era loro preciso dovere, preferirono svignarsela lasciando il Paese e l’esercito senza ordini).

In definitiva, è inutile prendersela solo con i pentastellati e i sinistri (che sono criminali in giacca e cravatta ma coerenti e capaci di guadagnarsi il concreto sostegno di potentati stranieri e ora pure di incassare qualche sì dalla UE preoccupata per la crisi della Germania e disposta a dare una mano al “Conte bis” pur di indebolire i populisti), perché la destra italiana è in buona misura una destra di buffoni, ciarlatani e complottisti come anche questa vicenda tragicomica di fine estate ha dimostrato.

Si obietterà che i sinistri e i pentastellati sono peggiori. Sì lo sono, ma né loro né i potentati stranieri, europei o americani, sono gli unici responsabili del declino del nostro Paese.

L’UNICO “COLPEVOLE” DI NASSIRIYA, di Piero Visani

L’UNICO “COLPEVOLE” DI NASSIRIYA

Quando facevo il consulente per l’istituzione militare, a un certo punto avevo nitidamente compreso che era meglio cambiare aria, prima che me la facessero cambiare d’autorità.
All’epoca – a differenza di quanto si potrebbe comunemente supporre – non è che incontrassi grande solidaritetà all’interno dell’ambiente militare, sempre prono ai potenti di turno e assolutamente favorevole allo “spirito del tempo”, quello dei “soldati di pace”, se vogliamo dilettarci in ossimori.

Ricordo nitidamente una mia conferenza al CASD (Centro Alti Studi per la Difesa), in cui un uditorio in uniforme mi suggerì di ammorbidire le mie posizioni sulla natura della professione militare, perché altre erano le idee dominanti in quella fase storica. E – si sa – all’interno di quell’istituzione è sempre bene stare “allineati e coperti”…

Sebbene io sia di natura molto freddo, la cosa mi provocò un minimo di irritazione, al punto che mi avventurai in una previsione, cosa che non faccio mai. Formulai un interrogativo, relativo alla scomoda “missione di pace” in Iraq in cui eravamo all’epoca impegnati e chiesi se, nel caso in cui ci fosse stato un attentato a carico dei nostri reparti, la responsabilità sarebbe stata assunta in toto dal potere politico – autore unico della amena teoria dei “soldati di pace” – o sarebbe stata addossata in toto ai comandanti militari, per carente spirito di “militarità” o per insufficienza delle misure di sicurezza.
Con un ottimismo che a me parve degno di miglior causa, il mio uditorio diede maggioritariamente prova di credere che il potere politico avrebbe dato adeguata copertura ai militari. Per me fu facile prevedere che sarebbe stato esattamente il contrario, ma i sorrisini di compatimento a mio carico si sprecarono, e non insistetti, ormai conoscevo le buone abitudini del luogo.

Fu il giorno in cui mi dissi che la mia esperienza in quell’ambiente era chiusa: detesto i preti atei…

Tutti sappiamo dell’attentato del 12 novembre 2003 e delle 28 vittime che provocò: 19 italiane e 9 irachene. E sappiamo pure delle vicende giudiziarie successive, culminate ieri nella condanna, da parte della Corte di Cassazione civile, del generale Bruno Stano, all’epoca dell’attentato comandante della missione italiana in Iraq.

Non intendo certo commentare una sentenza, ma commentare come succedono le cose in Italia: il conformismo di massa si adegua al pensiero dominante e cerca di trasformare i militari in crocerossine con il fucile. I militari si dicono contenti della trasformazione, perché altrimenti non si fa carriera e anzi si finisce all’indice. Un così eccelso livello di “militarità” genera sfracelli, come quello di Nassiriya e, alla fine, c’è un unico capro espiatorio, chiamato a scontare – da solo – le colpe di tutti, di tutti coloro che decidono di partecipare alle guerre coloniali degli Stati Uniti perché li obbliga la loro condizione di “Stati clienti” e debbono pure sforzarsi di vestirle, agli occhi dell’opinione pubblica italiana, come “missioni di pace”, altrimenti nessuno le accetterebbe. Poi ci scappano le decine di morti – perché le “missioni di pace” sono incredibilmente simili a quelle di guerra – e allora occorre trovare un colpevole, uno solo, perché i colpevoli del RIFIUTO DELLA REALTA’, cioè del rifiuto della politica, della guerra, della natura tragica dell’esistenza, delle responsabilità e della dignità sono tutto un popolo, cioè troppi, dunque non condannabili in massa.

La sentenza è stata emessa il 10 settembre, ma avrebbe potuto benissimo essere anche l’8… Certe date ci perseguitano…

Lezioni di umiltà, di Roberto Buffagni

Lezioni di umiltà

 

Cari amici vicini e lontani,

proviamo ad analizzare la situazione dopo l’insediamento del nuovo governo giallorosa. Cercherò di fare un’analisi strategica, e dunque di semplificare al massimo per andare all’essenziale (=  a quello che mi sembra l’essenziale, non sono infallibile).

Sarò molto pessimista perché “scopo della politica è antivedere il peggio, e sventarlo” (Julien Freund, Sociologie du conflit).

Siccome la botta è ancora molto calda e vivacissime le reazioni emotive nel campo “sovranista” (metto tra virgolette la parola “sovranismo” perché a mio avviso surroga a fini cosmetico-edulcoranti la corretta definizione di “nazionalismo”), premetto un riassuntino  o abstract della tesi di fondo che argomenterò: così, chi non la gradisse può risparmiarsi l’irritante lettura di questo articolo.

Riassuntino

La rottura dell’alleanza di governo decisa da Salvini è stata un grave errore, nel quale confluiscono e si palesano errori precedenti altrettanto gravi, come importanti limiti e lacune della Lega in particolare, e del “sovranismo” italiano in generale. Senza una seria e approfondita autocritica dei suddetti errori, e una riconfigurazione ideologica e organizzativa, il campo “sovranista” rischia l’implosione, mentre la “Nuova Lega” nazionalista rischia di diventare la Vecchia Lega 2.0, cioè un partito strutturalmente subalterno al proprio avversario (ieri “Roma ladrona”, oggi “Bruxelles ladrona”).

E ora, vediamo di spiegarci un po’ meglio.

 

Rottura dell’alleanza di governo

La rottura dell’alleanza di governo decisa da Salvini è stata un grave errore perché ha regalato l’iniziativa all’avversario, che pur frammentato e confuso è riuscito a sfruttarla, e a insediare il governo giallorosa. Le due più articolate giustificazioni della rottura di cui io sia a conoscenza si devono ad Alberto Bagnai[1]. La seconda e più recente, Cronaca di una crisi annunciata, racconta dettagliatamente ma non spiega. Spiega invece la prima, QED fuoriserie,  e individua la principale ragione della rottura nel crescente ostruzionismo, e, peggio, nell’attivo sabotaggio da parte dell’alleato di governo, certificato dal voto 5* per Ursula von der Leyden; sabotaggio che, conducendo al varo di una legge finanziaria inaccettabile, inevitabilmente avrebbe causato la sconfitta politica della Lega, del suo leader e dell’intero campo “sovranista”: “Fatto sta che Ursula è passata, e lì si è capito chi era vassallo e chi no. Se Salveenee phasheesta era nel mirino prima, figuriamoci dopo questa prova di coerenza! Quindi abbatterlo diventava una priorità. E come fare per scalzarlo? Semplice! Andargli contro sull’agenda economica, con la copertura politica dei 5 Stelle.” (sottolineature nel testo).

Volendo fare dell’umorismo, si potrebbe commentare che Salvini, “scalzandosi” da solo, ha sventato la minaccia.

In sintesi: Salvini (piano A)  ha scommesso sull’impossibilità di formare una maggioranza parlamentare sufficiente a insediare un nuovo governo, e sul susseguente plebiscito elettorale a suo favore che gli promettevano i sondaggi d’opinione. Il piano B era invece – nell’analisi di Bagnai e Borghi, prevalente a quanto mi risulta nel campo leghista – il seguente: se anche si perdesse la scommessa e non si andasse subito ad elezioni, prima o poi ci si dovrà andare, e allora vinceremo, anzi: trionferemo. Dopo il rovesciamento delle alleanze dei grillini, el pueblo avrà compreso la natura serpentesca del M5* e la supina subalternità alla UE del “partito delle istituzioni”, e premierà la Lega con un diluvio di voti. Finalmente insignita dei “pieni poteri”, la Nuova Lega entrerà nella “stanza dei bottoni” di antica memoria[2] e riuscirà a realizzare, almeno in larga misura, il suo programma. Insomma: una strategia win-win, come s’usa dire oggi: o vinci subito, o vinci dopo un po’.

Mentre scrivo (8 settembre 2019, ricorrenza proverbiale) è evidente che il piano A è fallito. Può riuscire il piano B? Chissà. Qui entriamo nel campo delle previsioni future, dove tutto è, per forza di cose, opinabile.

Iniziamo dunque l’analisi dal passato, che è meno opinabile del futuro.

 

Formazione del governo gialloverde 1

La situazione strategica nella quale Salvini si è trovato nell’agosto 2019 è identica alla situazione strategica in cui si era trovato (in cui aveva liberamente scelto di trovarsi) il giorno dell’inaugurazione del governo gialloverde: un alleato di governo inaffidabile che dispone del doppio dei seggi parlamentari, e un “partito delle istituzioni” dichiaratamente nemico.

La natura dell’alleato di governo, il Movimento 5*, era certamente ben nota, da anni, almeno a un esponente di rilievo della Lega, il sen. Alberto Bagnai[3]. (Non posso naturalmente sapere se questa analisi del M5* fosse nota e condivisa anche dai massimi dirigenti della Lega, Salvini anzitutto). Semplificando[4]: il M5* è una forza politica che non designa un avversario o un nemico politico, e vi sostituisce categorie prepolitiche quali “la corruzione”. Da ciò consegue che a) il M5* può rastrellare consensi sia tra chi appartenga a una cultura politica di sinistra, sia tra chi appartenga a una cultura politica di destra, sia tra chi di cultura politica sia privo, “i qualunquisti”: è il segreto del suo successo b) ma soprattutto, può allearsi con tutti o con nessuno, e così neutralizzare  o influenzare la dialettica politica italiana: e questa invece è la mission per cui ha ricevuto l’impulso iniziale, in conformità alle specifiche elaborate dal dr. Gene Sharp e dai suoi collaboratori e continuatori[5]. Naturalmente, fatta salva la buonafede dei suoi elettori, e della maggioranza dei suoi attivisti e dirigenti: una buonafede essenziale per l’adempimento della mission (dell’operazione di influenza), perché non è possibile arruolare milioni di agenti.

Il “partito delle istituzioni”, invece, è il partito delle istituzioni e degli apparati dello Stato italiani, i quali entrambi sono embricati con le istituzioni e gli apparati UE. “Embricati” vuol dire che personale dirigente, mentalità, procedure, leggi, regolamenti, direttive, catene di comando e controllo di tutte, tutte le istituzioni e gli apparati statali italiani non possono prescindere dal rapporto con la UE, esattamente come le FFAA italiane sono integrate nella NATO. A solo titolo di esempio: un’ eventuale uscita dalla NATO  implicherebbe certo la decisione politica “usciamo”, ma chi si illudesse che la decisione basterebbe sarebbe diciamo ingenuo: le FFAA smetterebbero di funzionare l’istante successivo alla decisione, e dal giorno dopo ci potrebbero invadere con successo anche le Isole Tonga. Il che implica naturalmente che, in questo esempio, l’istituzione-FFAA resisterebbe con tutti i mezzi (per tacere delle reazioni dell’alleato statunitense).

Che il “partito delle istituzioni” italiano fosse nemico (non “avversario”, nemico) di una forza politica come la nuova Lega “sovranista”, che si contrapponeva frontalmente alla UE,  non era dunque difficile da immaginare; e per chi difettasse d’ immaginazione, dovevano bastare le forzature di Mattarella nella fase di formazione del governo: rifiuto di incaricare il leader della Lega di un mandato esplorativo per la formazione del governo, rifiuto di incaricarne il pericoloso sovversivo prof. Giulio Sapelli, rifiuto di accettare come Ministro dell’Economia l’altro pericoloso sovversivo prof. Paolo Savona. Forzature che erano anche gravi errori politici, perché ostendevano urbi et orbi la natura ibrida ed eterodiretta delle istituzioni italiane, e manifestavano l’incapacità del “partito delle istituzioni” di garantire un governo che godesse sia della legittimazione elettorale, sia della conformità al quadro sistemico UE.

Digressione: com’è fatta la UE

La UE è un potere di fatto, essenzialmente privo di legittimazione. Esso è privo di legittimazione perché

  1. l’unica fonte di legittimazione generalmente accettata in tutta Europa e in Occidente è “la volontà del popolo”, e la forma in cui questa legittimazione si esprime è la democrazia parlamentare a suffragio universale. In Europa i popoli sono molti, con diversi interessi e culture. Nessuno tra essi è in grado di federare gli altri[6] e trasformare la UE in un vero e proprio Stato
  2. la UE è di fatto uno spazio decisionale delimitato da trattati interstatali. All’interno di questo recinto, entrano in gioco i rapporti di forza tra gli Stati che lo creano, e naturalmente i più forti e i più coesi hanno il sopravvento, legiferando a proprio vantaggio e/o piegando l’interpretazione dei trattati a proprio beneficio. Lo Stato più forte e coeso, la Germania, con lungimiranza ha provveduto, con una decisione della Corte Costituzionale, a sovraordinare la propria legislazione a quella UE, così garantendosi la possibilità di decidere in ultima istanza qualora si apra uno stato d’eccezione
  3. ne consegue che la UE è una entità politica insieme molto fragile e molto rigida, esposta in via permanente a una latente crisi di legittimità
  4. per sopravvivere, la UE dunque deve progressivamente ibridare o “contaminare” clandestinamente, come una malattia autoimmune, istituzioni e apparati degli Stati che la compongono, e che sono gli unici ad avere ereditato (dal passato regime) la legittimità
  5. questa ibridazione e “contaminazione” non può perfezionarsi fino a trasformare gli Stati che compongono la UE in Länder di un vero e proprio Stato Europeo Federale o confederale, per la ragione esposta al punto 1
  6. dunque, qualunque forza politica rilevante (= in grado di andare al governo) contesti la UE in nome della “volontà del popolo” si autodesigna come nemico, ripeto nemico, non “avversario”, della UE, e deve attendersene una reazione proporzionata al rischio esistenziale che le fa correre
  7. la reazione della UE si dispiegherà anzitutto sul piano delle istituzioni e degli apparati dello Stato che essa ha ibridato e “contaminato”, che sono il suo punto di forza e che diventano così il principale terreno di scontro tra forze favorevoli e avverse alla UE.
  8. La forza politica che in nome della “volontà del popolo” si oppone alla UE è costretta a combattere la sua battaglia sul terreno di scontro scelto dal nemico (istituzioni, apparati dello Stato) perché la “volontà del popolo” non può direttamente affermarsi sul terreno extra-istituzionale, per esempio con le barricate, lo scontro militare, lo sciopero generale, etc.[7] Per affermarsi, la “volontà del popolo” deve anzitutto passare attraverso la vittoria elettorale: e qui la UE cercherà di contrastarla mediante leggi elettorali a sé favorevoli, campagne mediatiche, attacchi giudiziari ai leader, eventualmente brogli, etc. Una volta tradotta in voto politico maggioritario la “volontà del popolo”, essa dovrà trasformare il consenso formalizzato dal voto in potenza politica, cioè in capacità di implementare nella realtà effettuale le proprie decisioni politiche.
  9. Per trasformare il consenso in potenza, è necessario impiegare le istituzioni e gli apparati dello Stato, gli strumenti operativi senza i quali nessuna decisione politica è concretamente realizzabile. Dunque l’ eventuale vittoria elettorale di una forza politica anti UE non è la fine, ma l’inizio dello scontro. L’insediamento al governo di una forza politica che in nome della “volontà del popolo” sfidi la UE segna soltanto lo schieramento in campo delle forze contrapposte, non la vittoria. Con la vittoria elettorale la battaglia non finisce: comincia.

 

 

Formazione del governo gialloverde, 2

La situazione strategica nella quale Salvini e la Lega si sono trovati nell’agosto 2019 è identica alla situazione strategica in cui si erano trovati (in cui avevano liberamente scelto di trovarsi) il giorno dell’inaugurazione del governo gialloverde: un alleato di governo inaffidabile che dispone del doppio dei seggi parlamentari, e un “partito delle istituzioni” dichiaratamente nemico.

Formare il governo gialloverde è stata un’abile mossa tattica, e un grave errore strategico[8].

Abile mossa tattica, perché a) si andava al governo b) l’alleato era inesperto e privo di una linea politica persuasiva, lo si poteva egemonizzare e strappargli consensi nell’elettorato c) il moltiplicatore di potenza della posizione istituzionale favoriva vittorie della Lega nelle elezioni regionali e locali.

Grave errore strategico, perché i rapporti di forza nelle istituzioni tra Lega, M5* e “partito delle istituzioni” sarebbero rimasti gli stessi, a meno di una nuova tornata elettorale politica in cui la Lega potesse capitalizzare il consenso conquistato nel paese.  Ora, non era difficile prevedere che quanto maggiore il consenso acquisito dalla Lega nel corso dell’esperienza di governo gialloverde, tanto più violenta la resistenza sia dell’alleato di governo, sia del “partito delle istituzioni” a regalare alla Lega l’opportunità di farsi plebiscitare. A prescindere dalla sua natura e delle eterodirezioni a cui è soggetto, Il M5*, e in particolare il suo ceto dirigente, si sarebbe opposto con tutti i mezzi a una prova elettorale che gli avrebbe inflitto un colpo devastante, forse mortale; e da che parte stesse il “partito delle istituzioni” lo si era visto con tutta chiarezza fin da subito.

(“Preferivi Cottarelli?” Sì, preferivo Cottarelli, perché un governo Cottarelli sarebbe stato un governo di minoranza, screditato nel paese, insediato dal solo “partito delle istituzioni” subito dopo una serie di gravi errori politici, e  che il parlamento avrebbe potuto incapacitare[9]. Nel frattempo, in attesa di nuove elezioni, sarebbero stati liberi tutti i partiti, di maggioranza e minoranza, di ridiscutere programmi e alleanze.)

Per rimediare in tutto o in parte all’errore strategico dell’ingresso nel governo gialloverde, e uscire dall’angolo morto in cui si era ficcata, la Lega avrebbe dovuto

  1. Piano A (molto difficile): assicurarsi che in Parlamento non potesse formarsi una maggioranza diversa dalla gialloverde, cioè spaccare il M5* e letteralmente portargli via un numero consistente di parlamentari, una manovra molto difficile, specie se non si dispone di larghi fondi e non si possono promettere sinecure e prebende. Escludere a priori un rovesciamento delle alleanze come quello che si è compiuto in questi giorni era impossibile; e infatti, esso si è realizzato.
  2. Piano B (un po’ meno difficile) restare nel governo, contendere il terreno palmo su palmo, dividere l’elettorato 5*, costringere eventualmente il M5* a prendere l’iniziativa della rottura, su un tema di grande rilievo e facile comprensibilità per tutti, in modo da rendere più difficile (comunque non impossibile) al “partito delle istituzioni” la ricerca di una nuova maggioranza e il diniego di nuove elezioni.

 

Sintesi 1: prima di “staccare la spina” bisogna assicurarsi di non restare fulminati.

Sintesi 2: siccome la strategia è sovraordinata alla tattica, una mossa tattica ha effetto a breve, una mossa strategica a lungo termine. La mossa dell’ingresso nel governo gialloverde era tatticamente corretta, e ha pagato subito. Però era strategicamente sbagliata, e ha riscosso il suo prezzo dopo un anno.

 

Perché gli errori

Ometto valutazioni sulla personalità del leader della Lega, Matteo Salvini. Mi limito ad osservare, con le parole dell’amico Fabio Falchi, che “non si trova facilmente un Alessandro Magno ed è per questo che ci sono le accademie, le scuole di guerra e gli Stati Maggiori (che sono il surrogato del genio).
Evidentemente però, anche grazie agli esperti di marketing e ai pubblicitari, è più facile prendere voti che impegnarsi seriamente a creare una organizzazione che sappia combattere quel tipo di conflitto che non è altro che la prosecuzione della guerra con altri mezzi
.”

Mi risulta invece (non ho informazioni privilegiate, e sarò lieto di essere smentito) che sia la decisione di entrare nel governo, sia la decisione di uscirne, sono state prese informalmente, tra pochissime persone vicine al leader, perché la Lega non dispone di una struttura di comando analoga a uno Stato Maggiore, nella quale si eseguano analisi e si formulino piani, si presentino al decisore in modo coerente opzioni diverse e anche opposte, si progettino modifiche all’organizzazione delle forze disponibili, si segua l’esecuzione degli ordini fino a loro effettiva implementazione.

Mi risulta anche che nella Lega non viene incoraggiata l’iniziativa e l’indipendenza di pensiero, ma semmai l’obbedir tacendo alle decisioni dei cari leader. La disciplina va benissimo. La mancanza d’iniziativa e d’indipendenza invece, specie tra i quadri, va malissimo. L’esercito prussiano divenne il migliore del mondo anzitutto grazie alla Auftragstaktik (tattica di missione): nella formulazione di von Moltke senior, “più alta l’autorità, più corti e generali gli ordini”. Agli ufficiali subalterni era garantito un notevole margine di manovra per raggiungere gli obiettivi, e nella loro formazione era incoraggiato lo spirito d’iniziativa. Con esecutori anzitutto preoccupati di non sgarrare e di coprirsi le spalle non si va da nessuna parte, tranne a Pontida.

 

Che succede adesso

Le linee di tendenza prevedibili sono le seguenti.

  1. L’obiettivo strategico del “partito delle istituzioni” italiano e della UE è: ripristinare la contrapposizione tra un centrosinistra e un centrodestra, comunque composti, che siano entrambi sistemici, cioè che accettino senza retropensieri, una volta per tutte, il contesto UE (che lo legittimino nell’unico modo in cui è possibile legittimarlo, vale a dire omettendo di contestarlo)[10]
  2. Non è un obiettivo facile. Per raggiungerlo, è necessaria la riconfigurazione del centrosinistra e del centrodestra + un grado accettabile di controllo della grave contrapposizione paese legale/paese reale.
  3. Centrosinistra: dopo il rovesciamento delle alleanze, l’indebolito M5* sarà incoraggiato a prendere il posto della vecchia sinistra massimalista ormai logora, svolgendone la consueta funzione (intercettare il dissenso + al momento buono votare per il partitone). Mi pare già prepararsi, tra le file di Nuova Direzione, Senso Comune, Patria e Costituzione e altre formazioni analoghe, un nuovo ceto dirigente del M5*, che andrà a integrare e sostituire parzialmente il vecchio, già screditato. Non sono in grado di prevedere le evoluzioni interne al PD, con le relative lotte fra correnti e leader. Possibile che dal PD si distacchino formazioni più centriste e apertamente liberali, come ad esempio quella auspicata da Calenda.
  4. Il centrodestra è l’obiettivo principale dell’operazione, perché nel centrodestra c’è la Lega e il bacino elettorale più pericoloso per il partito delle istituzioni e per la UE. Si farà certamente leva sulla base sociale della Lega (PMI, lavoratori autonomi) e sulla sua base di potenza territoriale (Lombardo-Veneto), come dimostrano i recenti interventi pubblici di Luca Zaja e Roberto Maroni[11]. Attraverso questi ultimi, si incoraggerà la riconversione della Lega secondo le tradizionali specifiche del prodotto, vale a dire: a) Salvini surroga Bossi come leader carismatico (= che prende tanti voti) e come Bossi propagandava senza crederci la cantafavola della secessione grazie ai duecentomila bergamaschi con la pallottola in canna, così Salvini propaganderà senza crederci la cantafavola del sovranismo, con il “prima gli italiani” e il “basta immigrati”. Dovranno però gradualmente sparire le allusioni all’uscita dall’euro e/o dalla UE b) intanto si tratta con il “partito delle istituzioni” italiano e con la UE per ottenere la forma di autonomia regionale il più possibile ampia, e nel conflitto tra potenze interno alla UE ci si lega alla Germania per difendersi dalla Francia (sulla quale si orienta invece il PD). A garanzia dell’accettazione del quadro sistemico UE, si incoraggerà l’alleanza tra Lega e Forza Italia o suoi eventuali avatar quali la nuova formazione di Urbano Cairo. Punto delicato dell’operazione, Fratelli d’Italia, che sulla linea “sovranista” ha moltiplicato i suoi voti, che ha il nazionalismo nel DNA, e nel quale potrebbero confluire i “sovranisti” delusi dalla Lega . E’ dunque prevedibile che nel prossimo futuro, proprio su Fratelli d’Italia convergeranno attacchi e manovre tese a normalizzarlo.
  5. Al fine di controllare il pericoloso scollamento tra paese legale e paese reale, si incoraggeranno a) cambiamenti ad hoc della legge elettorale b) controllo e censura dei social media c) secca repressione delle manifestazioni di dissenso d) provvedimenti assistenziali sul modello degli 80 euro renziani e) “nuova narrazione” di un’Italia protagonista nel dialogo intereuropeo f) character assassination + persecuzione giudiziaria di Salvini (che non ha più la copertura parlamentare dagli attacchi giudiziari) e altri leader “sovranisti”, es. Giorgia Meloni, al fine di demoralizzare l’opposizione “sovranista” e di dimostrarle che mettersi contro la UE è troppo difficile.

Ed effettivamente, mettersi contro la UE senza essere adeguatamente preparati è troppo difficile: se qualcosa ha dimostrato quest’anno di governo gialloverde, è proprio questo.

Dunque hanno ragione Maroni e Zaja? Bisogna accettare il quadro UE e al suo interno contrattare al meglio i propri interessi?

No, non hanno ragione Maroni e Zaja. Hanno torto, e non solo perché non è patriottico, generoso e carino fregarsene del Meridione e pensare solo al Nord. Maroni e Zaja hanno torto anche dal limitato punto di vista degli interessi del Nord Italia, perché:

  1. La secessione del Nord è impossibile. La UE esiste perché la fanno esistere gli Stati, e non può permettere che essi si disgreghino. Se servisse un esempio, basti riandare con la memoria all’avventura indipendentista della Catalogna.
  2. L’autonomia regionale così come la vogliono i lombardi e in particolare i veneti scasserebbe ulteriormente le istituzioni italiane, accrescendovi la frammentazione dei centri decisionali e la confusione dei livelli istituzionali. La si potrebbe realizzare efficacemente solo nel quadro di una completa riforma istituzionale dello Stato italiano, che lo trasformasse in una Repubblica presidenziale federale. Francamente non ne vedo le condizioni di possibilità.
  3. La tattica autonomista può pagare, in termini economici, vista l’interdipendenza tra manifatturiero italiano e tedesco. Ma siccome non esiste solo l’economia, che non decide tutto, e la suddetta interdipendenza non è un dato permanente come la collocazione geografica, gli interessi di Germania e Nord Italia possono divergere, ad esempio perché entrano in campo più rilevanti interessi franco-tedeschi. Inoltre, oggi il tacito patto tra Germania e USA è messo in forse, e la crescente rivalità tra Germania e Stati Uniti già ora espone il Nord Italia a seri contraccolpi, anche economici. Come descritto brevemente più sopra, la UE è uno spazio decisionale delimitato da trattati interstatali. All’interno di questo recinto, entrano in gioco i rapporti di forza tra gli Stati che lo creano, e naturalmente i più forti e i più coesi hanno il sopravvento, legiferando a proprio vantaggio e/o piegando l’interpretazione dei trattati a proprio beneficio. Che peso avrebbero le regioni del Nord, nel recinto decisionale della UE? A occhio e croce, un peso minore del Lombardo-Veneto all’interno dell’Impero austro-ungarico, perché almeno l’Impero era uno Stato vero e proprio, e il Lombardo-Veneto ne faceva parte (per questo Carlo Cattaneo caldeggiava una linea federalista). Sintesi: indebolendo lo Stato italiano con un autonomismo massimalista, il Nord indebolisce l’unica entità politica che può difenderlo e rappresentarlo all’interno della UE. Anche la scelta autonomista-massimalista di Maroni e Zaja, dunque, è un’abile mossa tattica e un grave errore strategico.

Che fare ora?

Anzitutto, riconoscere i propri errori e analizzarli: per approfittare della lezione che impartiscono le sconfitte, bisogna ammettere che non sono né vittorie né pareggi. Dopo, solo dopo si può cominciare a ragionare su come prepararsi meglio per riprendere a combattere; ad esempio, su come prepararsi per condurre la battaglia all’interno delle istituzioni e degli apparati dello Stato, che sono – non mi stanco di ripeterlo – il terreno principale e decisivo dello scontro.

Non è facile: ci vuole umiltà.  Ma “Gloriam praecedit humilitas. Humilitas alta petit”,  “L’umiltà precede la gloria. L’umiltà sprona alla grandezza.” E’ anche il motto di un’antica casata lombarda. Forse la Lega, che proprio da quelle parti ebbe umili natali, se ne ricorderà.

[1] http://goofynomics.blogspot.com/2019/08/qed-fuoriserie.html

http://goofynomics.blogspot.com/2019/09/cronaca-di-una-crisi-annunciata.html

Ci sono naturalmente altre analisi, tra le quali segnalo questa, recentissima, di Carlo Galli: https://ragionipolitiche.wordpress.com/2019/09/04/che-cose-questa-crisi/

Personalmente, concordo nell’insieme con le analisi di Fabio Falchi e Piero Visani: http://italiaeilmondo.com/2019/08/31/alea-iacta-est-di-fabio-falchi/ ; http://italiaeilmondo.com/2019/08/23/il-conte-dimezzato-la-crisi-di-governo-sul-proscenio-e-dietro-le-quinte_-con-piero-visani/ (intervista video); http://italiaeilmondo.com/2019/09/02/crisi-politica-e-guerre-sordide-a-cura-di-giuseppe-masala-e-piero-visani/

http://www.destra.it/errare-humanum-est-perseverare-diabolicum/

 

[2] Per i più piccini: ne favoleggiava Pietro Nenni nel corso del dibattito interno al PSI sul progetto di primo governo di centrosinistra.

[3] V. ad es. http://goofynomics.blogspot.com/2014/10/agli-ortotteri.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2012/09/ortotteri-e-suini.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2012/07/ortotteri-e-anatroccoli.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2017/03/cinque-stelle-due-logiche-una-risposta.html

[4] Qui invece, analiticamente, quel che penso del M5* e del suo rapporto con la UE: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[5] E’ il gruppo di lavoro che ha gettato le basi teoriche e operative per l’implementazione delle “rivoluzioni colorate” in tutto il mondo, se ne vedano qui i manuali gratuitamente scaricabili https://www.aeinstein.org/, https://canvasopedia.org/.  Ne raccomando caldamente la lettura, perché vi si apprendono i metodi impiegati nelle “guerre ibride”, o “guerre di quinta generazione”. Non tutti, naturalmente: per esempio, nei manuali qui disponibili non si suggerisce l’impiego di cecchini bipartisan che sparano sulla folla dei manifestanti e sulle forze di polizia che la fronteggiano allo scopo di destabilizzare un governo, com’è avvenuto in Ucraina o in Egitto; né si specifica l’importanza di disporre di agenti all’interno del sindacato, della magistratura e degli apparati di coercizione dello Stato-bersaglio, né i metodi per assicurarseli (che vanno dalla simpatia ideologica, alla corruzione, al ricatto). Questo tipo di metodi si insegnano e apprendono in altre sedi. Sia i metodi “aperti” sia i metodi “coperti” convergono verso uno stesso scopo, che può essere la destabilizzazione di un governo, la distruzione di una forza politica sgradita e/o del suo leader, etc., senza impiegare la forza militare tradizionale, e con il minimo impiego della violenza possibile, perché la violenza ha un alto costo politico. “L’ arma preferita della guerra di quinta generazione è lo stallo politico. Chi combatte una guerra di quinta generazione vince dimostrando l’impotenza della potenza militare tradizionale…questi combattenti vincono quando non perdono, mentre noi perdiamo quando non vinciamo” (https://www.scribd.com/doc/50049562/Fifth-Generation-War-Warfare-versus-the-nonstate-by-LtCol-Stanton-S-Coerr-USMCR)

[6] Per una analisi di questo punto, v. http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[7] Se qualcosa hanno insegnato le esperienze rivoluzionarie del Novecento, ad es. l’affermazione dei fascismi, è che anche forze politiche dotate di milizie armate non riescono a rovesciare le istituzioni con lo scontro militare diretto. E’ indispensabile guadagnarsi la complicità delle istituzioni e degli apparati dello Stato.

[8] E’ odioso dire “ve l’avevo detto”. Mi autocito solo per mostrare che non era difficile accorgersene, se me ne sono subito accorto io che non sono Clausewitz. http://italiaeilmondo.com/2018/05/24/dalla-mia-palla-di-cristallo-governo-lega-5-eccetera-che-accadra-di-roberto-buffagni/

[9] Per esempio così: http://italiaeilmondo.com/2018/05/29/dalla-mia-palla-di-cristallo-governo-ombra-di-roberto-buffagni/

[10] Ne anticipavo qualcosa qui: http://italiaeilmondo.com/2019/08/13/navigazione-a-vista-di-roberto-buffagni/

[11] https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13499741/matteo-salvini-roberto-maroni-progetto-fallito-due-italia-crisi-m5s-governo-imprenditori.html ; https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13492326/matteo-salvini-luca-zaia-insulti-accuse-video-facebook-diretta-sospetto-rivolta-veneto-.html

COLPO DI EXTRASTATO  II, Di Massimo Morigi

COLPO DI EXTRASTATO  II di Massimo Morigi

Osserva in primo luogo Emilio Ricciardi nel commentare il mio “Colpo di extrastato”: «Però anche con la formazione del governo Monti nel 2011 si andò molto vicini alla fenomenologia efficacemente descritta da Massimo Morigi nel suo breve intervento. La variante, certo importante, è che nella presente occasione, il cui completo dispiegamento è ancora in corso, la conduzione eteronoma si è resa molto più visibile, direi scontata ed anzi auspicata espressamente da spezzoni rilevanti dell’opinione pubblica e dei ceti (pseudo)dirigenti. Ecco, azzarderei a sostenere, con una punta iperbolica, che il colpo di mano è stato compiuto all’insegna di una sorta di rassegnata e fatale trasparenza. Ma a proposito di quest’ultimo lemma, e segnatamente della sciagurata trasformazione semantica che esso ha subito nell’ultimo quarto di secolo ad opera del diritto pubblico e della stessa pratica istituzionale, diventando addirittura (ed a mio avviso abusivamente) una categoria ontologica della politica, mi permetto di rilevare come, nell’economia del testo di Morigi, il riferimento alla scarsa trasparenza di procedura ed esito del sondaggio svolto sulla piattaforma telematica dei 5 stelle, appaia tutto sommato superfluo, come del resto in buona sostanza sottolineato dallo stesso suo autore. Anche perché, se si continua a rimarcare la scarsa trasparenza di questa operazione, dolendosene, si corre il rischio di accreditare implicitamente l’idea secondo cui finora i processi decisionali interni ai partiti politici (che, è bene ricordarlo, sono semplici associazioni private non riconosciute) si siano svolti all’insegna delle più luminose democrazia ed, appunto, trasparenza. Il che sarebbe, com’è ovvio, balla colossale oltreché offensiva dell’intelligenza quanto meno del lettore abituale di queste pagine. Quindi, propongo di abbandonare risolutamente, nell’analisi politica, l’uso della categoria della trasparenza e, in genere, di non fare proprie similari (pseudo)categorie in quanto appaiono di dubbia utilità teorica, quando non foriere di (per quanto non volute) diversioni rispetto ai nuclei cruciali delle questioni in esame.» In merito a questa prima osservazione, consiglio a nessuno di  avventurarsi a cuor leggero in merito alla natura più o meno privata dei partiti, i quali nella nostra Costituzione vengono citati anche se poi riguardo al loro “dover essere” ci si limita ad una vacua retorica democratica che dice tutto e il contrario di tutto (“Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”: Art. 49 Cost.), tanto è vero è che se si avesse voluto consentire la vita solo a quei partiti in cui la loro vita “democratica”  era regolata (formalmente ed unicamente formalmente, per carità)  solo alla luce dei principi liberaldemocratici a cui si richiama il suddetto Art. 49, il PCI avrebbe dovuto essere messo al bando per via del suo centralismo democratico. Il vero punto è, come rileva anche Ricciardi ma come stranamente Ricciardi sembra non attribuirmi una piena consapevolezza in merito, non tanto la più o meno esibita trasparenza dei partiti (se i partiti fossero trasparenti svanirebbero come la neve al sole dalla notte al mattino) ma il fatto che questi partiti, un tempo tanto importanti e la cui esistenza veniva espressamente citata anche in Costituzione, oggi non sono più lo snodo principale del conflitto strategico  che si svolge all’interno delle élite politiche nazionali impegnate nella lotta per la conquista del potere. Certo, questo processo di depotenziamento dei partiti (preceduto storicamente in tutte le “democrazie” occidentali dal depotenziamento del Parlamento) non è iniziato con Rousseau (piattaforma); come ho banalmente rilevato in “Colpo di extrastato” lobby e gruppi particolari, in Italia come all’estero, hanno sempre manovrato più o meno occultamente per traslare il potere e dai parlamenti e dai partiti e lasciare a queste formazioni storiche solo il ruolo di velo di Maia buono per gabbare gli ingenui. Il punto è che con la piattaforma Rousseau è la prima volta è che si riconosce, sia a livello di commentatori politici che nella pubblica opinione, come fondamentale e fondante per la decisione politica non tanto una dialettica più o meno trasparente all’interno degli attori riconosciuti, o per lettera costituzionale o per prassi costituzionale, e quindi pubblicamente accreditati ad elaborare la decisione ma un soggetto del tutto alieno a questi soggetti, una sorta di accrocchio tecnologico informatico dove la “trasparenza” non è che venga conculcata come nei vecchi partiti classici  (ma ricordiamoci l’adagio “l’ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù”) ma è un concetto totalmente alieno proprio per il processo tecnologico e verificabile solo da esperti informatici nell’emissione dei suoi responsi. Insomma per segnalare la numinosa novità di Rousseau richiamo qui due situazioni fictae. La prima è questa. Durante i primi cinquant’anni di vita repubblicana c’era un partito, la Democrazia cristiana, fortemente condizionato dalla Chiesa cattolica; e certamente la Chiesa cattolica non solo si è servita di quel partito per cercare d’imporre nella società italiana i suoi valori ed ha anche manovrato più nel dettaglio e per far nascere una particolare alleanza politica all’interno del perimetro anticomunista e, addirittura, più nello specifico per imporre un ministro a dispetto di un altro meno vicino alle gerarchie ecclesiastiche. Ma nemmeno al tempo delle delle Madonne pellegrine del ’48 e dei governi centristi degli anni ’50 dominati dalla Democrazia cristiana la Chiesa esplicitamente non ha mai fatto trapelare una esplicita e pubblica decisione a favore di questo o quel governo ma si limitava, in ottemperanza del suo alto magistero religioso e morale, a vietare ai cattolici, pena l’inferno, di votare per quei partiti che erano a suo giudizio l’espressione politica del cancro dell’ateismo e dell’irreligiosità. Poi, lo sappiamo, la Chiesa manovrava anche a favore di esplicite e ben definite alleanze partitiche  magari altre da quelle che erano sorte sotto il paravento politico della Democrazia cristiana (vedi, per esempio l’operazione Sturzo) ma questo è un altro discorso e richiamo  ancora il  precedente cinico motto per sottolineare che in politica, come nel resto di tutte le altre faccende della vita, le illusioni contano e quando queste cadono non si può far finta di nulla pensando che siccome si trattava di illusioni la loro scomparsa conta meno di nulla e non vale nemmeno la pena di segnalarle e di cercare di elaborare un pensiero non banale a proposito. Il secondo esempio riguarda più nello specifico la trasparenza dei partiti ed anche su questo punto il ragionamento fa leva sull’importanza delle false rappresentazioni, o meglio  la concreta modalità di come queste possono essere rappresentate. Nei vecchi partiti per arrivare ad un decisione e/o prevalere nello scontro politico venivano messe in atto le più ignobili manovre ma se queste manovre non avevano in concreto nulla di democratico e trasparente avevano un grandi pregio. Queste manovre erano condotte da uomini in carne ed ossa e chi avesse voluto vedere un po’ più a fondo avendone la formazione e l’intelligenza riusciva a mettere a fuoco, molto chiaramente e con tanto di nomi e cognomi, i volti di questi manovratori. Nel caso di Rousseau con chi dobbiamo prendercela ? (o se d’accordo con il suo ultimo governativo vaticinio, chi dobbiamo ringraziare?). L’ottimo Casaleggio figlio, le poche migliaia di illuminati che hanno creato (?) questa decisione, qualche benevolo o malevolo, a seconda dei gusti, algoritmo informatico, oppure deprecare (o lodare, sempre a seconda dei gusti), i soliti poteri forti? Ma il vero snodo, lo ripeto, della categoria di “colpo di extrastato”, non è tanto la trasparenza o l’opacità dei processi decisionali è che nella pubblica opinione, nella pubblicistica politica per finire con la scienza politica la caduta da parte di tutti dell’illusione della trasparenza nei processi decisionali non viene segnalata e non segnalando la caduta di quest’illusione non si riesce a vedere un fatto di primaria importanza: e cioè che si riconosce piena titolarità politica e decisionale a corpi del tutto inediti ed extracostituzionali i quali non solo si presentano come nuovi ed antagonisti centri di potere rispetto a quelli della vecchia tradizione politica ma che, in prospettiva, aprono la via  al pubblico riconoscimento a centri di decisione politica la cui natura malefica (malefica dal punto di vista di chi pensa che l’attività politica sia la più nobile delle attività umane, per chi non ha questa  aristotelica ed arendtiana visione antropologica dello ζῷον πολιτικόν questa natura può essere completamente benefica: Fukuyma docet) sta a quella della piattaforma Rousseu come un T. Rex sta alla rana Kermit (ci stiamo, del resto, avvicinando al pieno riconoscimento di questi T. Rex: oggi qualsiasi decisione politica viene vagliata e giudicata ex post alla luce delle reazioni dei mercati; nell’evoluzione politica prossima ventura di cui Rousseau non è che un piccolo e in fondo modesto Giovanni Battista non ci vuole molta fantasia a prefigurare una costituzione materiale dove prima di prendere la decisione politica si ausculteranno ex ante ed obbligatoriamente le reazioni di questo o quel potentato o gruppo economico).

Conclude Ricciardi: «Aggiungo, infine, un’osservazione che, pur non essenziale, mi preme tuttavia depositare. Certo, le scorribande balneari di Salvini possono infastidire per la dimensione di sguaiatezza istituzionale che indubbiamente evocano, e non occorre certo citare Buffon per evidenziare quanto anche un certo decoro e stile costituiscano sostanza rivelatrice dell’uomo. E tuttavia non crederà, Morigi, che la decisione sulla crisi di governo sia stata assunta in preda ad orge bacchiche e con cuffie acustiche alle orecchie. Anche qui: inviterei a non introiettare criteri di giudizio, in particolare stilemi ed idiosincrasie etico-estetiche (ed insomma i canoni del “buon gusto”), sciorinati dai ceti dominanti perbene, quali parametri di valutazione di una determinata azione politica.» A ciò – amichevolmente – replico. L’hubris e il non dominio della pulsioni esistono, non sono un’invenzione da fairy tale ed ammetterle nella spiegazione di una vicenda umana, più o meno storica che sia, non vuol dire credere nella fata turchina. Sono talmente presenti nella storia  umana che mi rifiuto in questa sede di addurre esempi di vicende storiche dove problemi caratteriali e comportameli hanno prodotto decisioni irrazionali e disastrose (mi limito solo a segnalare che la grande tradizione filosofica greca, se non teniamo conto della problematica dell’ “uomo virtuoso”, in primis sviluppata da Platone ed Aristotele, perde molto significato per noi moderni se la si riduce ad un accozzaglia di opinioni interessanti ma, in fondo, scientificamente ingenue intorno alla natura fisica del mondo). Non so, ovviamente – e se lo so, lo so solo a livello di euristico esempio paradossale: Papete, discinte cubiste, libagioni alcoliche etc; via non mi si faccia citare gli annibaleschi  ozi di Capua: io non c’ero e sfido qualunque storico ad averne un’opinione precisa – se le caratteristiche della personalità dell’ex ministro dell’interno lo abbiano indotto alla totale coglioneria di innescare la crisi di governo che ha portato alla nascita del governo giallo-rosso. Sono però del tutto convinto che la mancanza di cultura politica (cultura politica che non significa solo avere letto i libri giusti ma significa , soprattutto, aver ben presente che Tecoppa è un personaggio patetico, la cui immagine rovesciata ed assolutamente non patetica a cui ci si dovrebbe ispirare  è quella del Principe machiavelliano-gramsciano) dello stesso lo ha cacciato in un guaio in cui, al momento, né è uscito gravemente ammaccato.

E concludendo, penso che le categorie vecchie e nuove che siano, sono utili in quanto strumenti per segnalare problemi concreti ed in formazione; diversamente non importa di quanto (presunto) realismo e cinismo possano far sfoggio sono del tutto inutili (la vicenda di Marx, nonostante la grandezza di questo pensatore, e delle sue interpretazioni, molto meno grandi, qualcosa dovrebbe pur insegnarci). Come penso, immodestamente, di grande utilità sia la categoria di ‘colpo di extrastato”, ovviamente non argomentando ulteriormente questa opinione  bastante  , spero, quanto finora  –   anche se non esaustivamente –  detto.

 

P.S. Concordando con Buffagni…

 

Massimo Morigi – 7 settembre 2019

REALISMO POLITICO E POPULISMO, di Teodoro Klitsche de la Grange

REALISMO POLITICO E POPULISMO

Se c’è una corrente di pensiero che pare rinvigorita dal crescente successo populista è quella del realismo politico. A iniziare dall’affermazione programmatica di Trump America first per arrivare a quella di Salvini prima gli italiani, per continuare col fatto che i populisti parlano così con riguardo agli interessi della comunità, mentre le èlite globaliste prestano ossequio ai valori dell’umanità, in primo luogo i diritti umani; i primi prendono in esame individualità, fatti, misure concreti, possibili ed esistenti; i secondi guardano a valori,  identità astratte e, al limite, costruzioni utopiche. Nel vero senso della parola “utopia” perché né alcuno ha mai visto come possa funzionare un potere politico (?) globale, cioè esercitato sull’umanità, né che forma possa assumere (federazione? impero? democrazia? tecnocrazia?).

Nel pensiero politico, in particolare quello moderno da Machiavelli in poi, il realismo ha contrapposto alle “immaginazioni” la realtà dell’analisi dei fatti valutati in base agli interessi e soprattutto ad una antropologia negativa,  consistente nel non considerare gli uomini come buoni e razionali (né disposti a diventarlo), ma inclini spesso al male e alla irrazionalità.

Se per un non-realista il problema principale è di come costruire uno Stato conforme a certi valori e idee, per un realista è quello di farlo di guisa che possa esistere e durare a lungo, vincendo le avversità della fortuna. È la capacità di conseguire tale risultato il criterio per giudicare se lo Stato è “ben costituito”. Di converso anche se si fonda sui valori più condivisi, ma non riesce a sopravvivere, tenuto conto che altri governi di altri popoli pensano e cercano il potere e non la bontà delle istituzioni, tanto buonismo non sarà servito a nulla, perché non tradotto (né traducibile) in sintesi politiche durature.

Il che non significa che uno Stato debba (e possa) essere privo di valori (ogni comunità politica ha un proprio ethos), ma solo che prima di quelli viene la necessità dell’esistenza collettiva. L’unità politica è un essere prima che un dover essere e come tutto ciò che esiste possiede intrinsecamente il conatus di Spinoza: «in suo esse perseverari». In questo senso è condivisibile la concezione di Meinecke che Kratos e Ethos sono compresenti nello Stato: «Kratos ed Ethos costruiscono insieme lo Stato e fanno la Storia”. Solo che nella concreta azione politica alcune forze vogliono che il primo prevalga sul secondo; altre il contrario.

Questa polarità contrapposta (e compresente) ha portato con se delle conseguenti antitesi: ragione di Stato/precetto morale; realtà/esigenza etica; interesse della comunità/norma universale; potenza/agire etico (tra le altre).

È da notare come vicine alla prima polarità sono per lo più le concezioni dei partiti sovran-popul-identitari; alla seconda quelle dei globalisti.

E questo malgrado circa trent’anni fa, con il collasso del comunismo sembrava prevalere la seconda. Con la vittoria delle democrazie liberali per implosione dell’avversario sistema del “socialismo reale”, pareva a giudizio – per primo – di Fukuyama che la storia fosse finita. E che di conseguenza il faro conduttore della nuova era che si apriva sarebbe stata una sintesi tra morale ed economia: tra diritti umani e mercato globale, con correlativo deperire della politica. Quanto questa previsione fosse errata lo provano gli eventi successivi.

Al venir meno nella vecchia opposizione borghesia/proletariato ossia liberalismo democratico/socialismo reale ne è subentrata una nuova. Quel che più interessa è che, essendo una delle polarità caratterizzata dalla sintesi tra morale ed economia, l’opposizione lo è dalla rimonta del politico e di quanto allo stesso pertiene. E così del realismo, per cui la dimensione politica è un’essenza dell’uomo ed è irriducibile a morale, diritto, economia (ed altro).

Ad ascoltare i discorsi dei leaders populisti così come a leggere i documenti, compresi quelli (pochi per ora) costituzionali, il prevalere dell’ “armamentario” realista è evidente. Se si inizia dalle scelte, queste sono dichiaratamente orientate all’interesse della comunità, contrapposto a quello “globale”. E non è solo propaganda. Friederich List quasi sue secoli orsono distingueva la “propria” economia da quella di Adam Smith, perché la prima era politica (cioè nazionale) mentre quella dello scozzese cosmopolitica. Boris Jhonson esprime la suità inglese, col suo specifico carattere insulare/marittimo, contrapposto a quello terrestre/continentale. Trump prende misure protezioniste non perché convinto autarchico, ma perché l’assetto opposto è contrario agli interessi nazionali.

D’altra parte è tipico del realismo attribuire di gran lunga più importanza ai risultati che alle intenzioni dell’azione politica. A seguire la logica di Weber (delle “due” etiche) ciò porta ad una maggiore responsabilità del governante (verso i governati). Quando Salvini sostiene che, con la “linea dura” nei confronti delle migrazioni, naufragi e decessi in mare si sono drasticamente ridotti (e i dati non risultano contestati) ricorda dappresso l’elogio di Machiavelli al Valentino, che, per quanto “tenuto crudele” aveva pacificato la Romagna onde il Duca era stato “molto più pietoso che il popolo fiorentino il quale, per fuggire il nome di crudele, lasciò distruggere Pistoia”. La zelante e caritatevole accoglienza del centrosinistra non solo andava (e va) contro la volontà della maggioranza degli italiani, ma incentivava le partenze e quindi i naufragi, realizzando così il contrario delle buone intenzioni esternate dai propugnatori.

I quali hanno l’abitudine – correlata – di paragonare non i fatti con i fatti ma le intenzioni e le realizzazioni (cattive o meno buone) degli altri con le proprie immaginazioni. Modo di argomentare frutto di (mediocre) retorica: dato che alla fantasia (et similia) non vi sono limiti, ma alla realtà si, è scontato che a comparare questa ai prodotti di quella, la seconda ne abbia a perdere.

Contrariamente a quello che sosteneva Machiavelli per cui la scelta politica è data tra alternative reali e concrete, ed è da scegliere non il meglio assoluto ma “il men tristo per buono”; e soprattutto, rifuggire dalle “immaginazioni”.

E si potrebbe continuare a lungo, il rapporto tra forza e diritto, obbligazione politica e convenzioni internazionali e così via, ma i limiti redazionali di questo intervento, per ora, non me lo consentono.

Teodoro Klitsche de la Grange

COLPO DI EXTRASTATO, di Massimo Morigi

COLPO DI EXTRASTATO

 

«COLPO DI STATO (fr. e ingl. coup d’état; sp. golpe de estado; ted. Stadtsstreich). – Si intende generalmente con questa espressione un fatto contro la legge e al di fuori della legge, volto a modificare il vigente ordinamento dei pubblici poteri. In senso più ristretto si vuole che questa violenta trasformazione sia operata da uno degli stessi organi costituzionali, cioè, in pratica, nelle costituzioni a tipo inglese, da uno degli organi esecutivi, il re o il suo gabinetto, poiché negli altri organi manca quel continuo e diretto esercizio di un potere per sua natura imperfettamente limitabile e sindacabile qual è il potere di governo, base necessaria per l’attuazione di un atto di forza. In senso più ampio s’intende per colpo di stato ogni violenta modificazione dell’ordinamento costituzionale vigente, anche se questa non sia dovuta a uno degli organi esecutivi. Anche in questa sua più lata accezione, il concetto di colpo di stato non coincide con quello di rivoluzione. Il colpo di stato contiene sempre in sé un elemento di rivoluzione: cioè un brusco mutamento dell’ordine esistente. Ma per rivoluzione, in senso stretto, s’intende un mutamento prodotto da un moto popolare. D’altra parte rivoluzioni anche grandiose possono avvenire senza che si verifichi questa soluzione di continuità nella vita giuridica: si prenda ad esempio la rivoluzione dell’ottobre 1922 in Italia, che, sebbene iniziata con un atto insurrezionale, si svolse poi interamente per vie legali. Un vero colpo di stato fu invece quello compiuto nel regno iugoslavo, il 6 gennaio 1929, da re Alessandro, che sospese la costituzione, ritornando provvisoriamente al sistema della monarchia assoluta. La storia di tutti i popoli e di tutti i tempi è ricca di colpi di stato: particolarmente famosi sono i colpi di stato del 18 brumaio (1799), col quale Napoleone Bonaparte s’impadronì del potere, e quello di Napoleone III del 2 dicembre 1851.». Ho riportato integralmente la voce ‘Colpo di stato’ scritta, imperante il regime fascista, per l’Enciclopedia Italiana da Giuseppe Maranini. Lo scopo di questo mio “calligrafismo” politologico è duplice. Il primo è sottolineare l’abissale povertà della cultura politica della cosiddetta destra italiana (leggi: Salvini e suo partito) che per nascondere le sue incommensurabili coglionerie tattiche (leggi: Papete e decisioni prese sotto l’effetto di discinte cubiste ed abbondanti libagioni alcoliche) non sa far altro che demonizzare coloro che si sono rifiutati di farsi infilzare (leggi Cinque stelle che hanno fatto di tutto per non andare alle elezioni). Ma, francamente, lo sfoggio di uno dei maggiori giuspubblicisti italiani sarebbe veramente ingiustificato per stigmatizzare il novello Tecoppa padano che malamente si lagna perché i pentastellati si rifiutano di farsi infilzare. Il vero scopo è un altro (e, diciamolo chiaramente, un po’ più ambizioso) ed è quello di sottolineare – more solito, del resto, per chi ha la pazienza e l’amorevole comprensione di seguire il presente povero autore – l’assoluta insipienza della cultura politologica italiana laddove non si accorge che quello che è avvenuto nell’attuale risolta “felicemente” crisi di governo italiana  se non è stato la realizzazione di un “colpo di Stato” (non c’è stata violenza di alcun tipo e tutto si è svolto secondo le norme dell’ordinamento costituzionale) è stato comunque un “colpo” ma non di Stato bensì di extrastato, per il semplice ed elementare dato di fatto che la decisione finale di dare il via al nuovo governo non è avvenuta in Parlamento o attraverso il dibattito più o meno democratico (o più o meno guidato) all’interno dei partiti dell’attuale sistema politico ma attraverso la decisione di una piattaforma elettronica telematica la cui trasparenza nella raccolta dei voti che vi sono confluiti è tutta da dimostrare. Ma il punto importante per dare corpo alla categoria ‘colpo di extrastato’ non è tanto il fatto che la piattaforma Rousseau è tutto tranne che trasparente (in passato la “democrazia” dei partiti era nascostamente pesantemente guidata, quando  questa etero direzione  non era addirittura teorizzata, vedi centralismo democratico del vecchio PCI; e le lobby che da sempre manovrano le decisioni dei parlamenti delle moderne democrazie sono forse il fenomeno più studiato dall’attuale scienza politica, fino ad arrivare alla “postdemocrazia” teorizzata da Colin Crouch), il punto fondamentale è un altro, ed è cioè che tutti, dalla pubblica opinione, alle massime cariche istituzionali, per dare vita ad un governo hanno aspettato senza fiatare una esplicita e chiara decisione di un corpo, ma un corpo che non è previsto né in  Costituzione né in alcuna prassi politica sviluppatasi sotto il mantello costituzionale. Si è aspettato, in altre parole, che un corpo al di fuori dello Stato dettasse allo Stato (inteso non solo come ordinamento giuridico ma anche come prassi politica consolidatasi in compatibilità di questo ordinamento) cosa si deve fare o non fare (in questo caso fare il governo giallorosso). Il “colpo di extrastato” è, a quanto mi risulta, una novità del tutto italica. C’e da augurarsi che a questa poco felice novità sempre dal nostro paese possano partire  inedite contromisure che non ricalchino né tecoppiane e ridicole reazioni né tantomeno le risibili pasquinate modello “Tout va très bien, Madame la Marquise”. Detto in altre parole, è necessario sia a livello di prassi che di teoria politica di un colpo altrettanto extra. E qui mi fermo, se non richiamandomi in extremis ancora a Maranini, perché come dissero Marx e Churchill, «Le ultime parole sono per gli idioti che non hanno detto abbastanza.».

Massimo Morigi

COSA SUCCEDE NEL FRONTE OCCIDENTALE? Il G7 secondo Pierluigi Fagan

COSA SUCCEDE NEL FRONTE OCCIDENTALE? La giornata di ieri, il post-Biarritiz, ha visto due fatti da analizzare con attenzione. L’argomento francamente non è da post su fb perché il sottostante da tenere in considerazione per tentar l’interpretazione è molto vasto e complicato. In più molti terranno conto di cose (come la situazione politica italiana a grana fine, Putin e il sovranismo, Aquisgrana, neoliberismo, Medio Oriente ed altri totem del dibattito pubblico contemporaneo) che invero c’entrano poco o nulla. Lo scenario è pura strategia geopolitica, la c.d. Grand Strategy.

i due fatti di ieri. Trump, mentre se ne torna a casa, trova l’attenzione per fare un tweet di supporto a Conte. Non ci interessa il cosa c’è dietro in termini di riflesso sulla situazione contingente italiana che sicuramente non è negli interessi specifici di Trump che ha ben altro a cui pensare, ci interessa domandarci solo perché l’ha fatto, perché ha trovato quella attenzione. Ha cancellato il bilaterale già previsto con Conte, ma poi s’è ricordato di dire che fa il tifo per lui per buona educazione? Improbabile.

Macron ieri fa una cosa molto importante. Riuniti gli ambasciatori del’esagono afferma che l’egemonia occidentale sta declinando e declinerà quasi irreversibilmente. Non è quindi più tempo di ostracizzare la Russia (!). Le due cose sono collegate? Io penso di sì.

Come già scritto, penso che Macron abbia offerto di schierarsi con Trump nel processo che sdogani la Russia riportandola non dalla parte occidentale ma almeno in aperta relazione alla parte occidentale. Per Trump questa mossa è decisiva. Il problema strategico di Trump è la Cina, se non si mette dell’attrito intorno al processo -quasi naturale- di sua esponenziale espansione, l’Occidente diventa un satellite della prossima stella centrale e gli Stati Uniti d’America, perderanno molti punti percentuali di peso sul sistema mondo. Come per le foreste pluviali, come per ogni sistema, anche gli USA andrebbero soggetti al “dieback” il limite oltre il quale una contrazione non è più aritmetica ma geometrica. La strategia per affrontare questo problema necessità la subordinazione di ogni altro intento laterale riferito ad un mondo ovviamente complesso e pieno di problemi, al compito principale. Rispetto a questo che è il problema principale dei prossimi trenta anni, la Russia non è affatto un competitor naturale (11° economia mondo, 9° per popolazione ma in contrazione) e fa una grande differenza se la Russia sta organicamente con la Cina o meno. Le si può concedere anche un ruolo strategico di bilanciamento, nessuno penso pensi che i russi possano buttarsi di colpo dall’altra parte. L’importante però è poter aprire una partita in cui si possono offrire cose e chiederne delle altre. Qui o là, qualcosa ne verrà, se non dirette, indirette. Kissinger c’ha scritto, a parti invertite, la storia recente delle relazioni internazionali con questo giochino vecchio quanto il mondo.

Macron vede allora una opportunità strategica. L’Europa, fino ad oggi, non ha minimamente affrontato questo problema, anzi, sulla scorta di una fedeltà al corso obamiano-clintoniano, ha continuato a fare affari con la Cina, sanzioni alla Russia, disprezzo per Trump. Il disprezzo è stato ricambiato dall’americano ed anche praticato con diversi attacchi commercial-diplomatici, in alcuni casi veri e propri sgarbi palesi come le trame di Bannon in terra italica. Nel frattempo però, il corso europeo dominato dal mercantilismo tedesco che è del tutto alieno da una visione organica geopolitica, è entrato in crisi. I dati sull’economia tedesca, quelli consolidati e quelli già di certo preventivati, dicono di un declino irreversibile di quella impostazione. Sempre nel frattempo, gli ucraini cambiano presidente ed arriva un grande amico dello stesso Macron. Sembra trapelare lo scontento ucraino per l’esser stati usati, sedotti ed abbandonati. Creato il caso del conflitto con i russi, nessuno si è più occupato degli ucraini, l’economia peggiora a vista d’occhio. Tant’è che nel buco si infilano i cinesi, oggi molto presenti da quelle parti. A gli ucraini, il muro contro i russi non conviene affatto, specie se nessuno gli paga il servizio.

Come già scritto, credo che Macron abbia offerto a Trump una esplicita alleanza di intenti: io ti aiuto a sdoganare la Russia, tu mi dai una serie di cose in cambio. Da qui la inaspettata dolcezza di Trump di questi giorni, il non sentirsi più ostracizzato almeno dal francese, il sopportare oltre il prevedibile lo strano invito a Zarif che ha lasciato con la mascella a terra ogni commentatore americano e non solo, le rituali litanie ambientali che fanno da positioning concettuale del francese e molto altro. Di questo “qualcosa in cambio” fa ovviamente parte il lasciar stare l’Italia, non intromettersi nelle faccende interne all’Europa.
Il patto ieri è stato perciò onorato da entrambi, con le due inaspettate uscite. Tutto ciò è molto nuovo e molto interessante in termini di dinamiche geopolitiche.

CNN, voce del Deep State preso in contropiede e sulla via della difensiva, dice che Merkel è contraria. La stessa Merkel del North Stream che ha coi russi svariati legami industriali e commerciali e con buona parte della sua industria che non vede l’ora di correre ad est o una Merkel che fa finta di proteggere le paranoie dell’est Europa suo noto Grossraum e gioca quindi al poliziotto cattivo mentre il francese fa il poliziotto buono? Del resto se si accende semaforo rosso alle relazioni con la Cina da qualche parte deve anche scattare un semaforo verde, no? Abe è d’accordo. Trudeau ad ottobre potrebbe perdere le elezioni interne pare e quindi la sua opinione conta quel che conterà lui che è comunque l’ultima ruota del carro nei G7. Rimane Boris Johnson che la vede in modo opposto, ma non si più far felici tutti. UK e BJ, per altro, non sono in condizioni di imporre nulla a nessuno.

Quanto al tweet su “Giuseppi” che forse Macron ha chiesto di fare, si ricordi chi è in Italia che più di tutti non vuole andare ad elezioni subito e dei due che sono in tale postura, chi dei due è intimo amico di Macron e sta per varare un partito sezione italiana di En Marche.

Staremo a vedere ma comunque l’uscita di ieri di Macron va considerata con molta, ma molta attenzione come per altro hanno subito fatto i russi.

PAS MAL. Niente male il vertice G7 per Marcon. Il francese è innanzitutto riuscito ad ingabbiare Trump piuttosto che vederlo abbandonare il vertice prima della fine com’era accaduto a Trudeau. In più ha ottenuto un Trump tutto sorrisi, amichevole, sbaciucchione come mai l’avevamo visto. Come? Il segreto della faccenda, viepiù date le premesse abbastanza terribili a botte di “queste riunioni sono inutili” o “adesso tasso i vini francesi”, dovrebbe stare in quelle due ore di pranzo assieme all’inizio dell’evento. Ma a base di quale menù?

Macron deve aver intuito bene l’esigenza di Trump di riportare Putin in famiglia, tant’è che ha incontrato il russo appena prima del vertice, appena dieci giorni fa. Da sciogliere, il problema Ucraina che forse non è più un così grande problema, né per Mosca, né per Kiev. Ma nell’UE, ci sono polacchi e baltici che di questa normalizzazione non ne vogliono sentir parlare, quindi occorre andar per gradi. Tant’è che Tusk, polacco, non a caso ha proprio tirato fuori l’Ucraina per dire no all’invito ai russi, allora meglio Kiev. Ma Macron, con Putin, s’era portato avanti, organizzando il vertice a quattro con Mosca, Kiev, Berlino e Parigi, il mese prossimo, pare. Se riuscisse a trovare un accordo che pare Kiev voglia, doppio slam, pace-pace-la-guerra-non-ci-piace e immagine di Putin ripulita per permettere a Trump l’invito al prossimo G7 a Mar-a-Lago. Magari non si chiude il mese prossimo, ma il processo è avviato.

Prezzo per il servizio del “ti capisco, pas de problèm, ti spiano la strada io, tranquillo” il “sai ho invitato Zarif qui”. Ricordo che la Francia era il primo Paese europeo in termini di penetrazione commerciale in Iran prima che Trump sclerasse con la faccenda della denuncia dell’accordo. A seguire l’Italia, ma anche la Germania aveva la sua acquolina in bocca. Immagino la faccia di Trump quando ha sputo di Zarif. Ma ultimamente, pare che l’ingestione di rospi, sia diventata una moda alimentare molto diffusa. Quindi gli avrà detto “vabbe’ farò finta di niente, ovviamente non lo incontro ma se tu vuoi far la mossa perché ti serve, farò finta di non aver né visto, né sentito”. Sull’Iran, come sulla Cina, nessuno sa fino a che punto vuole spingersi Trump e forse non lo sa neanche lui. Nel senso che, come scrivemmo nei post sull’ESTATE AD HORMUZ, in primis Trump avrebbe bisogno di presentarsi prima del novembre 2020 con l’accordo con l’Iran rifatto per dimostrare che quello fatto da Obama era fatto male e lui ha fatto meglio. Rifatto o in via di rifacimento. Poi nell’ambito del partitone geopolitico con la Cina, magari vede anche più profonde possibilità, ma intanto avere da parte di Teheran una apertura a lunghi ed inconcludenti negoziati, sarebbe già un mezzo successo. Se Zarif ha partecipato scientemente alla sceneggiata, evidentemente a Teheran, pragmaticamente, qualcuno comincia a pensar che l’ipotesi potrebbe non esser poi così malvagia. Zarif, dopo Biarritz, è volato a Pechino, certe cose si discutono non da soli.

Così Marcon ha aperto una bottiglia di chateau per fargli ingoiare il rospetto ed ha provato a buttarla lì “senti ma scherzavi sulla faccenda dei vini, vero?”. Trump deve aver detto “no, mica tanto”. Traccheggia qui e traccheggia lì, si va in patta ovvero la stentorea dichiarazione che il problema della tassazione dei GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple) si rimanda in ambito OCSE al 2020, magari dopo novembre 2020.

E “le COP21, l’ecologie, l’Amazon?” avrà chiesto implorante il francese “veditela tu, fai le dichiarazioni che credi mentre io faccio i bilaterali così non c’ero e se c’ero dormivo”. Intano Bolsonaro twittava contro la premiere dame e Macron vedeva avvicinarsi a grandi passi le improrogabili ragioni per non ratificare l’accordo UE-Mercosur. Manco a dire un futuro “vediamoci e parliamone” dopo che un ministro brasiliano gli ha dato pubblicamente dello stupido. Last minute s’è fatto pure dare la ridicola cifra di 20 milioni per intervenire da pompiere ma Bolsonaro gli ha già simpaticamente replicato che da uno che non sa evitare un incendio alla sua principale chiesa, non prende lezioni.

Però ha fatto buone p.r., ha invitato ai “tre giorni coi grandi”, week end spesato e con foto opportunity da giocarsi in patria, l’India, l’alleato Egitto in Libia, due africani occidentali, Unione africana e Banca africana per lo sviluppo ed il delfino Sanchez, più Cile, Australia, Sud Africa. A Conte ha messo pure di sfuggita la mano sulla spalla dicendogli che Ursula stava lavorando sul nuovo Patto di stabilità, una buona parola per tutti, la speranza rasserena i cuori.

Trumpone, invece, prima s’ è fatto sfuggire un ambiguo possibile ripensamento su i dazi cinesi salvo poi inviare un suo uomo a meglio specificare che ripensava al fatto di non averne applicati di più alti. Poi s’è beccato anche qualche lamento da BJ che non si stacca dall’UE per trovarsi con la globalizzazione balcanizzata in macerie. Poi s’è inventato che sta per chiudere il più grande accordo commerciale di tutti i tempi con i giapponesi. Abe ha provato a dirgli dei missili di Kim Jong un ma Trump ha detto che è tutto previsto e sotto controllo. Poi si è proteso in sbaciucchiamenti anche alla Merkel dicendo che lui al G7 si sente a casa perché lì sono “tutti amici”. Mi sa che Trumpone ha capito che negli ultimi tempi ha un po’ esagerato e che deve rallentare soprattutto in patria dove gli ordini alle imprese di smobilitare dalla Cina più tutto il resto hanno fatto perdere ai suoi amici in borsa bei quattrini e creato panico generale. Così ha riferito di bellissime e commoventi telefonate con Xi, ripromosso ad amico dopo esser stato recentemente retrocesso a nemico, per nuove intenzioni negoziali a cui sembra i mercati credano poco.

Insomma, niente di più di “politica internazionale”, trattative, diplomazia, piccoli do ut des, bilanciamenti, rimandi all’anno prossimo tanto fino a novembre non succederà nulla di definitivo, tutti assieme appassionatamente ognuno a farsi gli affari suoi. Ma di questi tempi, è già qualcosa, il francese -a noi notoriamente poco simpatico- se l’è giocata non male, bisogna dargliene atto.

NB dalla bacheca di Pierluigi Fagan

la costruzione storica del sovranismo, a cura di Luigi Longo

IL SOVRANISMO NON E’ UN DATO STORICO MA E’ UNA COSTRUZIONE STORICA

a cura di Luigi Longo

 

Propongo la lettura dello scritto di Marco Della Luna apparso sul sito www.marcodellaluna.info del 22 /8/2019 con il titolo Il sovranismo della serva Italia. Non lo condivido in toto ma lo ritengo utile per una eventuale discussione critica.

Mi preme evidenziare le seguenti tre questioni:

La prima di breve periodo. Il governo giallo-verde non è mai stato antisistemico, piuttosto è da destrutturare il suo essere sistemico. Per favore lasciamo perdere le categorie populiste, sovraniste finalizzate a creare confusione e a velare la realtà: si parla di etica quando è stata svuotata di senso, si critica la UE quando si rispettano i suoi dettami, si difende la Costituzione quando è stata distrutta e non tutela nessuna autonomia nazionale, ci si affida al Presidente della Repubblica per gli equilibri dei giochi di potere quando egli è il garante, in ultima istanza, della servitù volontaria verso la Nato-Usa, si discute di infrastrutture per lo sviluppo quando esse servono per la crescita subordinata alle strategie della Nato, si costruisce il Fondo Monetario Europeo senza denunciare il tentativo di controllo da parte di Francia e Germania sulle economie di tutta l’area europea…

Basta andare un po’ oltre la superfice della crisi aperta dalla Lega per capire che la vera ragione della crisi è la costruzione della Macroregione Alpina che sembra destinata a diventare realtà (nel 2016 il Parlamento europeo ha dato il via libera alla costituzione della macroregione). “La Macroregione Alpina, che coinvolge 48 Regioni (tra cui Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta) di 7 Paesi (Italia, Austria, Francia, Germania, Slovenia, Svizzera e Liechtenstein) che sono il cuore pulsante dell’economia europea, è un progetto davvero importante e lungimirante sul quale noi della Lega Nord siamo stati tra i primi a credere […] Il riconoscimento ufficiale della Macroregione Alpina, che coinvolge un territorio che conta circa 80 milioni di cittadini, consentirà alle nostre Regioni di interfacciarsi direttamente con le Istituzioni Europee e di gestire, in modo autonomo e coordinato, i numerosi finanziamenti UE per progetti comuni relativi all’Ambiente, al Turismo, ai Trasporti, all’Energia. Insomma, un’occasione straordinaria per il Veneto e per tutte le Regioni coinvolte che diventano le vere e principali protagoniste della realizzazione di misure politiche e amministrative comuni in un territorio sovranazionale che rappresenta il motore economico dell’Europa […]. Un progetto, quello della strategia macroregionale EUSALP (EU Strategy for the Alpine Region), che saprà essere un nuovo straordinario strumento di sviluppo economico e di governance per i nostri territori”(https://www.leganord.org/notizie/le-news/15552-macroregione-alpina-via-libera-ufficiale-dal-parlamento-europeo).

Il concretizzarsi della Macroregione Alpina fa esplodere le enormi contraddizioni della Lega che da una parte si dice sovranista e anti Unione Europea e dall’altra parte mette in atto l’Europa delle regioni a regia dei sub-dominanti della UE (Comidad, La Bavarian connection spiega il tradimento di Salvini e L’incubo di un fondo monetario europeo in www.comidad.org, rispettivamente del 15/8/2019 e 22/8/2019).

L’autonomia differenziata? E’ solo un cavallo di Troia!

La seconda di medio periodo. La necessità di una forza politica non ribellistica e impotente ma razionale e sistemica in grado di difendere gli interessi nazionali a partire dalla eliminazione reale della servitù volontaria( sia verso i sub-dominanti europei sia verso i pre-dominanti statunitensi) che significa renderla coerente con la Costituzione (cioè coincidenza tra forma e realtà), essendo la Costituzione il luogo istituzionale garante, tramite il Presidente della Repubblica, sia della sudditanza alla UE che è un progetto Usa terminato, utile nella fase monocentrica (si vedano le revisioni della Costituzione che hanno profondamente mutato titolarità e forme di esercizio della sovranità), sia della sudditanza alla Nato (ovverosia gli Stati Uniti) con il progetto delle macroregioni europee (rimando ai miei scritti pubblicati su questo blog: Il Progetto dell’Unione Europea è finito, la Nato è lo strumento degli Usa nel conflitto strategico della fase multicentrica e Contro l’Europa delle regioni per l’Europa federata delle nazioni sovrane protagonista nella fase multicentrica).

Intendo una forza politica (la cui articolazione è tutta da costruire) nazionale ed europea, pensata a partire dai singoli Paesi. Sarà poi nel fare teorico e pratico, in maniera innervata, che si costruiranno saperi e prassi politica condivisi a diverse scale territoriali, tenendo presente che << Quando si “salta di scala” (come amano dire i geografi), cambia drasticamente la natura del problema […] e cambiano le prospettive di trovare una soluzione. Quello che appare un buon metodo per risolvere problemi a una scala non vale per un’altra. Cosa anche peggiore, soluzioni dimostratesi assolutamente valide a una determinata scala (diciamo quella “locale”) non necessariamente si sommano ascendendo (o a cascata discendendo) traducendosi in buone soluzioni per una scala diversa (ad esempio, quella globale) >> (David Harvey, Città ribelli, il Saggiatore, Milano, 2013, pag.92).

Sarebbe auspicabile per cominciare creare una rete coordinata dei vari blog critici sparsi nello spazio virtuale, a mò di laboratorio pensante (che oggi non esiste… perchè?)

 

La terza di lungo periodo. La possibilità di una forza politica capace di pensare una strategia in grado di de-americanizzare sia l’Italia sia l’Europa e contemporaneamente costruire un’altra Europa autonoma (libertà di vivere con le proprie leggi, a prescindere da chi fa le leggi e articola il proprio dominio attraverso il gioco della separazione dei poteri che non esiste) e riorganizzata in diverse macro aree secondo le peculiarità storiche dei Paesi.

Una Europa così pensata deve guardare a Oriente perché le Potenze lì delineatesi sono per una egemonia mondiale multicentrica; al contrario degli Usa, che sono una potenza mondiale egemone in irreversibile declino, che ha una concezione di dominio monocentrica, foriera di guerra.

Qui intendo una forza politica che rivoluzioni i rapporti sociali storicamente dati al di là delle aperture di finestre storiche conseguenza del conflitto tra agenti strategici dominanti delle Potenze per la egemonia mondiale. Solo in questa direzione si può immaginare che il popolo (con i suoi agenti strategici della rivoluzione) diventi un soggetto di cambiamento.

 

IL SOVRANISMO DELLA SERVA ITALIA

di Marco della Luna

 

Nell’800 l’Italia unitaria è nata serva al servizio di potenze dominanti, per loro volere e intervento. Con le guerre coloniali e con l’inopportuna partecipazione alla I GM ha cercato invano di affrancarsi e di parificarsi a Francia, Germania, Regno Unito. Poi ci ha provato Mussolini. Poi, nel secondo dopoguerra, in diversi modi, grandi personaggi hanno tentato di difendere gli interessi nazionali dal predominio e dall’ingerenza degli interessi stranieri: Mattei, Moro, Craxi, Berlusconi; i primi due stati neutralizzati da criminali, il terzo dalla giustizia, il quarto di nuovo dalla giustizia in collaborazione con lo spread (Draghi-Merkel). Gli spavaldi economisti che prospetta(va)no una facile e vantaggiosa uscita dell’Italia dall’Euro per sottrarsi al rigorismo recessivo, forse non tenevano presente la realtà storica.

E’ stato provato che l’Italia è inserita, da poteri tecno-finanziari esterni ad essa e contrari ai suoi interessi, in un certo programma europeo o atlantico, che comprende il suo spolpamento e la cessione dei suoi assets a controllo straniero. L’euro e le sue regole sono uno strumento essenziale a questo fine (vedi i miei Euroschiavi, Tecnoschiavi, Cimiteuro, Traditori al Governo, Oligarchia per popoli superflui). L’Italia neanche se unita e neanche se guidata da autentici statisti -quali oggi non esistono né in Italia né altrove in Occidente- potrebbe battere il liberal-capitalismo finanziario imperante, e affrancarsi da tale programma: gli strumenti finanziari, monetari, mediatici e giudiziari in mano agli interessi dominanti sono troppo forti; prima bisognerebbe che il loro apparato di potenza fosse abbattuto da un rivolgimento perlomeno continentale. Soprattutto sotto leaders modesti come Salvini, Di Maio, Renzi, con certezza non si raggiunge la libertà. I tentativi di affrancamento, come quello, vago e timido, del governo gialloverde, non possono che fallire e ricadere in danno agli italiani.

Dai tempi dell’occupazione longobarda, e poi franca, normanna, francese, spagnola, austriaca, la gran parte dei politici italiani aspira a collaborare coi padroni stranieri aiutandoli a sfruttare l’Italia, perché aiutandoli si eleva verso di essi e sopra i comuni italiani. E’ un tratto culturale storicamente consolidato. In Italia, fare il Quisling non è un titolo di demerito, ma all’opposto di nobiltà; questo va ricordato a coloro che hanno dato del Quisling al Quirinale: non è un vilipendio, è un encomio.

Da tutto quanto sopra consegue che agli italiani conviene un governo non ribelle agli interessi stranieri, specificamente franco-tedeschi, piuttosto che uno ribellista ma impotente, che attira ritorsioni su di loro. Un governo sottomesso ma dialogante, che attenui la violenza del processo di spolpamento, espropriazione ed invasione afroislamica, e lo diluisca nel tempo, dando modo alla popolazione generale di vivere decentemente qualche anno in più, e alla parte più valida di essa di emigrare e trasferire aziende e patrimonio all’estero.

Agli intellettuali antisistema non conviene farsi partito politico, sia perché non vi è spazio per l’azione politica, sia perché verrebbero attaccatati dai magistrati politici e dall’apparato mediatico.

L’azione antisistema, di critica e controproposta al regime tecnofinanziario, sebbene impossibile sul piano governativo, potrebbe invece parallelamente continuare sul piano culturale e informativo: la critica intelligente e competente potrebbe costituire un’associazione internazionale di ricerca scientifica socio-economica, geostrategica e storica, meglio se con sede all’estero (fuori della portata della giustizia nostrana), indipendente da ogni ente pubblico e dal capitale privato, avente lo scopo di mettere in luce la verità, gli inganni e i meccanismi monetari-finanziari che essi nascondono.

 

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Ora qualche nota sulla crisi di governo in atto.

Salvini l’ha aperta in un momento scelto razionalmente, forse non il migliore, ma verosimilmente l’ultimo possibile (non voglio pensare l’abbia aperta confidando nelle assicurazioni di Zingaretti, che non si sarebbe alleato coi grillini ma avrebbe spinto per le elezioni: se Salvini si fosse fidato di tali dichiarazioni, ignorerebbe l’abc della politica, ossia che menzogna e dissimulazione sono parte essenziale del metodo politico). Poi l’ha gestita male, con tentennamenti, incertezze, contraddizioni, e scarse analisi economico-giuridiche. Al Senato non si è difeso efficacemente dalle stroncature di Conte: ha replicato usando argomenti deboli mentre ne aveva a disposizione di ben più forti; non ha ribattuto sul piano giuridico-costituzionale; è apparso in pallone, impacciato, patetico nei suoi appelli alla Madonna e nel suo offrirsi come bersaglio. La sua difesa è stata fatta molto meglio dalla sen. Bernini di Forza Italia, che ha smascherato l’ipocrisia e le contraddizioni di Conte. Salvini è un buon comunicatore, ha un buon fiuto, non è stupido, è ben sopra la media dei politici nostrani, ma adesso tutti hanno potuto vedere che non ha la saldezza né la preparazione culturale dello statista. E’ o è stato un leader carismatico, e i leaders carismatici perdono il carisma allorché appaiono perdenti. Però Salvini può ancora rinquartarsi e recuperare, specialmente se la Lega va all’opposizione e fa opposizione dura e aggressiva nelle piazze, o anche se ricuce con il partito della Casaleggio & Associati, perlomeno al fine di proteggersi dagli attacchi giudiziari stando al governo. Però in ogni caso dovrebbe colmare le sue lacune in diritto costituzionale ed economia internazionale.

Ad ogni modo, la carica sovranista e antisistema dei capi grillini e leghisti era da tempo andata scemando e riducendosi a poche banalità pressoché inoffensive e a denunce sterili.

Ben diversamente, Grillo era partito, prima che fosse fondato il M5S, da una vera critica antisistema, che metteva in luce il fattore centrale del potere e dell’iniquità, che spoglia della loro sovranità i popoli: la privatizzazione della sovranità monetaria, il monopolio privato della produzione e allocazione della moneta e del credito. Poi, divenendo capo di una formazione partitica assieme alla Casaleggio e Associati, aveva smesso di parlare di queste cose, troppo autenticamente disturbanti per il sistema, e ciò era giustificato, ad usum imbecillium, asserendo che si tratterebbe di cose che la gente non capisce. Era passato alla dottrina del vaffa, più alla portata della classe cui si rivolgeva, e ben tollerabile per il sistema.

Tuttavia, ancora nei due anni precedenti le elezioni politiche del 2018, alcuni esponenti grillini, segnatamente Villarosa (attuale sottosegretario alle finanze), Pesco e Sibilia, si erano interessati e avevano approfondito con impegno la materia monetaria e bancaria, richiedendo e ricevendo la collaborazione mia e di altri studiosi di questo campo, organizzando eventi pubblici e promettendo iniziative concrete una volta al governo. Ma, al contrario, una volta accomodatisi sulle poltrone governative, i predetti non solo non hanno preso alcuna concreta e visibile iniziativa, ma hanno addirittura rifiutato ulteriori contatti con noi. Evidentemente avevano ricevuto ordini di scuderia e calcolato la loro convenienza. Si sono allineati al sistema, con tutto il Movimento, il quale si è rivelato e confermato uno strumento per raccogliere il dissenso antisistema e poi neutralizzarlo, anzi portarlo al sistema convertendolo in consenso ad esso, a braccetto col partito dei finanzieri detto PD, e con la risibile mascheratura di contentini demagogici, rumorosi e dannosi come il c.d. reddito di cittadinanza, il salario minimo, una riforma giacobina e incompetente del processo penale. E dopo hanno votato Ursula von der Leyen, falco finanziario germano-rigorista, gettando completamente la maschera: servono interessi opposti a quelli dichiarati. Ancor prima, Movimento e Lega erano entrambi passati da posizioni critiche verso l’Euro, spavaldamente contemplanti la possibilità di uscirne senza danno (Borghi, Bagnai) in caso di rifiuto di opportune e strutturali riforme dell’apparato europeo, a posizioni di definitiva accettazione dell’Euro e di arrendevolezza a Bruxelles. Ma ciò non è bastato ad evitare l’isolamento e la marginalizzazione dell’Italia in sede europea, né a ottenere più margini di spesa pubblica.

Insomma, come governo antisistema il governo gialloverde era fallito prima di cadere, o più precisamente prima di nascere. Non abbiamo perso molto. Anzi, abbiamo guadagnato in chiarezza.

 

 

 

 

 

 

sinistra e impunità, di Paolo di Remigio e Fausto Di Biase

Per una storia filosofica dell’impunità

 

Prima ancora che entrasse in vigore la Costituzione nel 1948, l’indipendenza della Repubblica italiana era stata compromessa dal traumatico trattato di pace dell’anno precedente, con il quale le potenze occidentali vincitrici avevano stabilito un protettorato sull’Italia impedendovi l’avvicendamento dei partiti di sinistra al governo, controllandone gli apparati di sicurezza interni, la politica estera e la politica economica[1]. La politica italiana del dopoguerra è così determinata dall’intersecarsi di due scissioni: quella visibile tra destra e sinistra carica di contenuto classista, quella invisibile tra chi ha accettato la riduzione a provincia dell’Italia e chi non vi si è rassegnato.

 

Benché distinte, le due scissioni si sono rafforzate a vicenda. Che la NATO non sia stata sciolta dopo la fine dell’Unione Sovietica, ma abbia anzi esteso il suo campo di intervento, dimostra che la guerra fredda tra USA e URSS è nata dall’aspirazione geopolitica statunitense a rimuovere l’ostacolo dell’URSS e a stabilire un impero mondiale, e ha assunto l’aspetto della lotta di classe tra borghesia e proletariato per il solo fatto che l’URSS affermava di seguire un modello economico socialista. Per questo motivo l’anticomunismo non è stato soltanto una scelta di classe, è stato anche un atto di subalternità all’impero statunitense; viceversa, il comunismo è stato non solo una difesa degli interessi dei lavoratori, ma anche un’alleanza con l’Unione Sovietica. Quanto più esasperati i sentimenti della lotta di classe, tanto più condannati a essere semplici coperture del conflitto geopolitico e dunque della dipendenza dello Stato dall’uno o dall’altro impero. Viceversa, il settore del mondo politico italiano meno sensibile all’isteria anticomunista o alle velleità insurrezionali è stato il più leale alla Costituzione democratica e ha tentato sin da principio il recupero di spazi di indipendenza nazionale.

Se gli estremisti dell’uno e dell’altro campo hanno solitamente tacciato i moderati di debolezza o di connivenza con il nemico, oggi il moderatismo interclassista appare non solo la scelta più nobile in quanto era la sola via per emancipare lo Stato italiano dalla condizione di paese sconfitto, ma anche la scelta più eroica, l’unica che sia stata pagata con l’assassinio politico. In questo senso vanno lette la capacità di De Gasperi e di Togliatti di evitare la guerra civile in Italia e l’impresa di Mattei di garantire con un’audace politica energetica le basi dello sviluppo industriale e l’attenuazione del conflitto di classe; anche il tentativo di costruire l’alleanza con i socialisti prima e con i comunisti poi, di cui Moro, Nenni e Berlinguer sono stati protagonisti, ha un significato che sfugge a chi legga la storia del dopoguerra secondo la sola dimensione della lotta di classe e trascuri il compito di pagare il debito storico che la guerra fascista aveva caricato sugli italiani. Che lo sviluppo industriale sia stato caotico, che il centro-sinistra sia stato deludente sotto il profilo delle riforme sociali ed economiche e si sia risolto in un logoramento dei partiti di sinistra, nulla toglie al loro significato più profondo: De Gasperi, Togliatti, Mattei, Nenni, Berlinguer, Moro hanno cercato la pacificazione dell’Italia così da attenuarne la scissione di classe e da riguadagnarle spazi di sovranità nazionale.

Dalla metà degli anni Sessanta la reazione delle potenze occidentali all’emancipazione dell’Italia si è servita però non solo dei conflitti di classe, ma anche di quelli generazionali. Se il Sessantotto fosse stato un semplice conflitto generazionale quale si verifica dalla notte dei tempi, la maschera classista e il velleitarismo politico sarebbero caduti subito ed esso si sarebbe ridotto a una fiammata come il maggio francese. Non è stato così perché la sua spontaneità è stata soltanto un’apparenza, perché è stato uno strumento dello scontro profondo tra Europa e Stati Uniti, e in particolare tra Italia e paesi europei, per mutare le posizioni di forza che tenevano quella assoggettata alla potenza imperiale, questa assoggettata a tutti. Così il movimento studentesco e la nascita del partito armato hanno reso superflua la cosiddetta violenza neofascista per realizzare la strategia della tensione e riportare l’Italia al 1947: subito infiltrato, in seguito protetto e aiutato dai servizi occidentali e dalle loro propaggini italiane, fu il partito armato con l’ampio sostegno del movimento studentesco lo stupido carnefice che alimentò per conto dell’impero la tensione sociale ed eliminò Moro e il suo progetto. La mancata coscienza della natura dello scontro tra estremismo e moderatismo ha effetti ancora devastanti in Italia: gli eredi dell’estremismo non hanno ancora capito la funzione storica dell’estremismo né quale progetto sia stato interrotto con l’uccisione di Aldo Moro; perciò il rifiuto della colpa si accompagna a una pratica di irresponsabile sacrificio degli interessi nazionali e a un’ideologia universalistica di inaudita ipocrisia.

 

Ha notato Giorgio Bocca: “L’aspetto più misterioso delle vicende dei circoli giovanili che daranno vita a Prima Linea è la loro lunga impunità o comunque la tolleranza che li circonda. A Torino già nel ’75 la polizia conosce benissimo chi sono i giovani che frequentano il Centro Lafargue in via della Consolata dove c’è la redazione di Senza Tregua. Sa che una delle più assidue frequentatrici ha partecipato ad un assalto al Centro Studi Donati perché ci ha trovato un suo paio di guanti, sa che circa ottanta giovani frequentatori del circolo provengono dai servizi d’ordine di Lotta Continua e di Potere Operaio, eppure non fa arresti anche se gli attentati proseguono. Ma anche quando la polizia e i carabinieri li colgono in flagrante e devono ammanettarli, si trova sempre il modo di scarcerarli nel giro di pochi mesi… Baglioni… arrestato nel ’77 perché sorpreso mentre si esercita con le armi sulle Prealpi lombarde, rientra in fabbrica portato in trionfo. Marco Donat Cattin continua indisturbato a fare il bibliotecario all’Istituto Galileo Ferraris, chiedendo ed ottenendo regolari permessi per partecipare alle azioni armate. Roberto Sandalo, notissimo alla polizia, può frequentare la scuola allievi ufficiali alpini, diventare ufficiale e come tale impadronirsi di armi e trasportarle per l’organizzazione clandestina. Rosso e Libardi, due altri esponenti, saranno liberati addirittura durante il sequestro Moro. Perché…?”[2]

Alla domanda di Bocca si risponde non solo osservando che le file dei contestatori e dei rivoluzionari erano frequentate dai figli degli ottimati; c’è anche una ragione più sgradevole, evidente nelle parole di Giannettini al convegno dell’Istituto Alberto Pollio di una decina d’anni prima: “E… se gli anticomunisti avessero maggiore sensibilità politica, approfitterebbero della situazione per sfruttare in senso anticomunista la naturale tendenza alla ribellione delle nuove generazioni culturali contro il conformismo delle dottrine ufficiali.”[3] La contestazione giovanile e gli anni di piombo sono stati prima provocati e poi tollerati dai poteri contro cui lottavano; per tutti gli anni ’70 al movimento studentesco è stato consentito fare cortei, scontrarsi con la polizia, assaltare i supermercati, spadroneggiare nelle scuole e nelle università, darsi alla tossicodipendenza, assumere come valore la negazione dei valori, perché l’esasperazione della tensione sociale favoriva il consolidamento del regime utile alle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale.

Infine sulle responsabilità nella strategia della tensione, su quelle del movimento studentesco come su tutte le altre, è passato il silenzio che ha coperto l’impunità e agli alimentatori delle velleità rivoluzionarie, come premio per avere svolto un lavoro utile contro il loro popolo, sono state consentite brillanti carriere nel mondo della cultura e nell’amministrazione pubblica. È così entrato in crisi lo stesso senso di giustizia: il disprezzo della legge positiva e l’esaltazione del perdono sono diventati a tal punto costume delle élite, che mentre si ingigantiscono i reati di opinione per limitare la libertà di espressione, mentre diventa imputabile non tanto l’atto quanto l’inconscio, nelle scuole si concepisce la valutazione negativa come un abuso dei docenti e l’atto di indisciplina del discente come sempre tollerabile; l’umanitarismo dei giornali sorvola sul contesto illegale del fenomeno dell’immigrazione; la stessa repressione del crimine appare così illegittima che i rappresentanti del popolo si precipitano a visitare in carcere i rei confessi. Ma l’effetto più ampio della crisi del senso di giustizia è stato la nascita di un intero movimento politico che si esaurisce nell’invocare la punizione dei corrotti e resta senza fiato davanti al compito di emarginare il ceto dirigente che lavora per gli interessi stranieri.

v

 

Il castigo appare ormai come un prodotto dell’odio, come una seconda violenza della società contro quelli che la prima violenza della sua ingiustizia ha costretto a sbagliare. Viceversa, il perdono da sentimento privato diventa un termine giuridico, addirittura politico. Con la vittoria del sentimentalismo del perdono si perde la capacità di pensare la realtà sociale secondo il concetto di giustizia per diluire ogni cosa nell’atmosfera commossa dell’amore. C’è però differenza tra amore, che è il legame positivo verso qualunque essere, perfino inanimato, e giustizia, che è il legame positivo tra liberi. Il sentimentalismo fa della libertà un caso particolare dei legami positivi; ma la libertà è il concetto supremo; la sua particolarizzazione è anche la sua fine. Di qui la necessità di studiare il concetto di pena nella sua peculiare relazione al concetto della libertà, quale lo fissano i ‘Lineamenti di filosofia del diritto’ di Hegel[4].

La libertà non è soltanto l’astrazione del potersi distaccare da ogni esistente, è anche capacità di collocarsi nell’esistenza, innanzitutto nel corpo vivente (il mio corpo), poi nelle cose; questo collocarsi nell’esistente è la proprietà. È nota l’avversione che da Rousseau in poi la proprietà provoca, ma è altrettanto nota la deriva totalitaria del suo rifiuto; questa si genera perché il rifiuto della libertà esistente comporta la regressione alla libertà astratta, che sente sé stessa soltanto nella distruzione dell’esistente. In ogni caso, quanto più si colloca nell’esistente, nella proprietà, tanto più la libertà può essere violata. Essendo l’espressione di una volontà che annulla l’espressione di una volontà, la violenza è però il proprio distruggersi; la sua intima nullità si manifesta nel fatto che la violenza è annullata dalla violenza, che la violenza prima è violata da una violenza seconda.

Dal punto di vista sentimentale alla colpa si lega il rimorso, il bisogno di dolore, perché solo il dolore sofferto può cancellare il dolore inflitto e consentire il perdono. Il perdono non può dunque essere affatto inteso come un atto gratuito di amore verso chi ha violato la persona o la sua proprietà; esso è piuttosto l’attesa di serenità perché il dolore dell’offensore ha cancellato il dolore dell’offeso. Viceversa, il perdono a chi non prova rimorso è indifferenza alla giustizia analoga all’indifferenza alla giustizia del criminale.

Che provi o meno rimorso, chi viola la libertà esistente 1. ha negato il diritto universale, quindi anche il proprio diritto; 2. essendo inoltre un essere razionale, con la sua violazione egli ha affermato per sé stesso il suo diritto, alternativo al diritto universale. La violazione della sua violazione, cioè il castigo, avendo come doppia negazione un risultato positivo, da un lato ristabilisce il diritto universale, diritto che è proprio anche di chi lo ha violato; dall’altro, come violenza seconda, applica al delinquente il diritto che lui stesso ha stabilito con la sua violenza. – Chi, per esempio, ruba, rende valida la legge che la proprietà privata non è un diritto, una legge alternativa alla legge universale: la proprietà privata è un diritto. Rubare è però rendere mia proprietà una cosa che è proprietà di un altro. Conformemente alla natura contraddittoria del crimine, la legge affermata (la proprietà privata non è un diritto) è anche negata (non è vero che la proprietà privata non sia un diritto): vale per tutti eccetto che per il ladro. Ma una legge che a parità di condizioni è valida per tutti eccetto che per chi la pone è una legge nulla. La nullità di questa legge consiste nel suo rovesciamento, cioè che essa vale per nessuno eccetto che per lui (tutti hanno diritto alla proprietà eccetto il ladro, che quindi non solo restituisce ciò che ha preso, ma perde ciò che ha), e che valga soltanto per il criminale è appunto il castigo. La violazione della violazione, cioè il castigo contro il delitto, la giustizia come contrappasso, non solo ristabilisce il diritto di tutti, ma onora il criminale come liberamente agente secondo una legge, non lo squalifica come irresponsabile.

 

La forma elementare del contrappasso è la vendetta. Che la vendetta non sia sentita come male è testimoniato dalla letteratura universale che l’ha tra i suoi temi principali. Essendo però l’atto con cui è l’offeso stesso a ristabilire la sua libertà più che la libertà in generale, essa contiene a sua volta l’offesa; l’unità di annullamento della violazione e violazione, questa combinazione di violenza prima e violenza seconda in un unico atto, scatena l’infinità della faida. A differenza della vendetta, finalizzata a ripristinare soltanto l’infinità dell’offeso, la pena ripristina il valore del diritto, dunque la libertà e la dignità di tutti; il giudice, terzo tra offensore e offeso, essendo dalla parte della giustizia, è dalla parte non solo dell’offeso a cui dà la riparazione, ma anche dell’offensore, a cui dà l’espiazione. A dispetto della letteratura anarchica, punire il delitto è dunque in sé giusto: possono esserci pene sbagliate, ripugnanti, abnormi; questi difetti appartengono però alla realizzazione del concetto e non compromettono il concetto stesso. In altri termini, in un mondo più giusto del nostro ci sarebbero giudici e pene, perché anche ogni mondo è composto di individui che devono fronteggiare il loro lato naturale, la cui volontà può dunque diventare schiava del desiderio, violare l’esistenza della libertà altrui e infrangere la giustizia. Viceversa, un mondo senza pene non sarebbe affatto un mondo giusto, perché sarebbe un mondo in cui gli uomini sarebbero irresponsabili dei loro atti, non sarebbero più liberi.

Che la responsabilità delle proprie azioni sia per l’individuo identica alla sua libertà, che non vi si possa rinunciare senza perdere tutto, è già stato un tema della tragedia greca. L’eroe tragico ha voluto qualcosa senza avere previsto le conseguenze di ciò che ha voluto, dunque senza averle volute; di fronte alla realtà delle conseguenze non volute, egli è nel dilemma se disconoscerle affermando la propria irresponsabilità, cioè il proprio abbandono al destino, o se rivendicare la propria responsabilità, quindi la propria libertà, accettando il contrappasso anche di ciò che non ha voluto. Il suo eroismo è, come notò Hegel, il rivendicare ogni responsabilità, di ciò che ha voluto come di ciò che ne è seguito, preferendo la rovina al dominio del destino; accettandola muto, non recriminando contro le conseguenze non volute delle sue scelte, la sua libertà si estende sulla regione che prima ignorava; così il destino è svuotato e solo allora le Erinni possono trasformarsi in Eumenidi.

Lo sforzo di dimenticare e l’impunità comprata con il silenzio hanno ucciso il senso della giustizia e della libertà degli italiani, ne hanno paralizzato per molto tempo ogni reazione a una servitù sempre più soffocante. Dal delitto Moro in poi il loro ceto dirigente è infatti diventato preda della colpa inespiata: è cessata ogni apparenza di dignità del partito armato che non ha voluto accorgersi di essere stato il sicario dell’impero; è cessata anche la dignità della Democrazia Cristiana che ha prestato il definitivo atto di omaggio alle potenze vincitrici; ed è cessata infine la dignità del Partito Comunista che dal vecchio padrone è passato a ‘padron miglior’[5]. A Moro prigioniero non sfuggì il significato politico della fermezza nei confronti del suo caso; egli scrisse nel memoriale che per il PCI “il rigore, il rifiuto della flessibilità ed umanità è un certificato di ineccepibile condotta”; se “si guardano le cose che stanno accadendo e la durezza senza compromessi (come per scansare il sospetto) della posizione di Berlinguer (oltre che di altri) sull’odierna vicenda delle Brigate rosse, è difficile scacciare il sospetto che tanto rigore serva al nuovo inquilino della sede del potere in Italia per dire che esso ha tutte le carte in regola, che non c’è da temere defezioni, che la linea sarà inflessibile e che l’Italia e i paesi europei nel loro complesso hanno più da guadagnare che da perdere da una presenza comunista al potere.”[6] Infine l’orgia del servilismo, che la prima repubblica dissimulava e che solo l’occhio acuto di Moro poteva scorgere anche dove sembrava assente, è diventata manifesta come seconda repubblica.

Fausto Di Biase

Paolo Di Remigio

 

[1] Cfr. Giovanni Fasanella, Il puzzle Moro, Chiarelettere, Milano 2018, cfr. il capitolo La frontiera e la sconfitta, soprattutto la parte intitolata L’umiliazione dell’Italia.

[2] G. Bocca, Gli anni del terrorismo, Curdo, Milano, 1988-1989, pp. 174-175.

[3] G. Giannettini, La varietà delle tecniche nella condotta della guerra rivoluzionaria, disponibile al seguente indirizzo: http://www.misteriditalia.it/strategiatensione/nascita/interventi/14.pdf.

[4] Nei §§ 90-103. Cfr. anche i §§ 499-500 dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche.

[5] Don Giovanni, Atto II, Scena ultima.

[6] Citato in A. C. Moro, Storia di un delitto annunciato, Editori Riuniti, Roma 1998, pp. 257-258.

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