Orazio M. Gnerre, Prima che il mondo fosse, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Orazio M. Gnerre, Prima che il mondo fosse , Mimesis Ed. 2018, pp. 106, € 10,00.

“Alle radici del decisionismo novecentesco” è il sottotitolo di questo denso saggio, che non rende poi tutto ciò che vi si legge, dato che analizza, sotto l’aspetto decisionistico, la concezione antropologica dell’uomo moderno e, di conseguenza, il pensiero politico della modernità, connotato dal processo di secolarizzazione, dal divorzio tra cielo e terra, tra sacro e potere.

La ricerca di senso, anche in carenza del sacro tuttavia non si arresta: l’uomo moderno  cerca e trova dei surrogati, nella nazione, nel popolo, nella classe proletaria, nel Führer. Il Dio onnipotente, cui corrisponde l’onnipotenza giuridica del sovrano, è “messo tra parentesi” da Sieyès il quale ne dà la formula “La Nazione è tutto ciò che può essere per il solo fatto di esistere”, la quale contiene lo spinoziano “tantum juris quantum potentiae”. Proprio l’abate sosteneva che la Nazione non può essere sottomessa ad alcun vincolo giuridico o forma positiva “una nazione è indipendente da qualunque forma; e in qualunque modo essa voglia, è sufficiente che questa sua volontà si manifesti, perché ogni diritto positivo venga meno dinanzi ad essa che è la fonte e l’arbitro supremo di ogni diritto positivo”. La volontà nazionale si muove in uno spazio vuoto dal diritto, il quale ne è il prodotto ma non il limite.  Non è – in questo senso – vincolata da nulla. Ma che cos’è “il nulla”? La risposta è che “il nulla è l’estremo oblio del mondo reale nella posizione formale di un ordinamento. Il nulla è l’irrazionalismo del fondamento che Kelsen pone all’apice del proprio Stufenbau internazionale” (dalla prefazione di A. Sandri). Così la dottrina giuridica del XX secolo innova al giusnaturalismo dei secoli precedenti, un ordine razionale astratto “non scalfito dalla politica durante il secolo XIX”. Mentre nella prima metà del secolo scorso nasce “l’idea che l’unità reale del popolo e la sua immediata connessione con il leader costituiscano il nuovo presupposto, difficilmente inquadrabile nelle regolarità della legge dello Stato liberale di diritto, della decisione politica, dell’organizzazione amministrativa dello Stato”, idea la quale si diffonde nelle dottrine politiche e costituzionali, dal nazionalsocialismo al comunismo, ma lambisce anche le teorie socialdemocratiche; in Italia, la concezione di Costantino Mortati.

Così il decisionismo ha avuto un ruolo non esclusivamente giuridico: “Il decisionismo è stata la declinazione di una temperie generale, da un lato, e dall’altro la formalizzazione di una nuova teoria giuridica che potesse fornire alcune risposte… a una definizione dell’immagine di una modernità che, per l’uomo dell’epoca, risultava sempre più asfissiante”. Tale periodo storico – scrive Gnerre rifacendosi a Del Noce – è dal filosofo torinese “identificato come il periodo sacrale della secolarizzazione, in contrapposizione all’epoca seguente, da lui chiamata invece l’epoca secolare profana, che coinciderebbe con l’avvento (anche in campo sovietico) di una società che dava preminenza al consumo ed al benessere e che, con il crollo del Blocco Est ha visto la nascita di una société consumériste mondiale”.

Ma, in detta epoca (prima della guerra fredda, poi del post-comunismo) occorreva rimuovere il periodo “sacrale” “Questo grande rimosso è il fenomeno totalitario, che ha rappresentato senza alcun dubbio una modalità diversa di immaginazione della modernità, una modalità che ha perso ogni legittimità ed è stata cancellata dalle possibilità storiche, avendo perduto la sfida all’edificazione del futuro dell’umanità in un più vasto momento di una guerra mondiale, combattutasi anche sui fronti culturali, economici e giuridici e conclusasi col collasso dell’esperimento comunista sovietico”. Tuttavia, scrive l’autore: “il periodo sacrale della secolarizzazione non è ancora un capitolo chiuso della storia dell’umanità”.

La tecnica, la macchina, lo “spirito rappreso” del XX secolo non soddisfano – ieri, come ancora oggi – la domanda di senso. Ma, con ciò, e con il progressivo prevalere dell’economico sul politico, non si attinge solo la pace ossia la fine del polemos, ma, proseguendo conseguenzialmente, anche della Polis. E così arriviamo ai giorni nostri dove è in corso il tentativo – già in parte riuscito – di depotenziare lo Stato nazionale a favore dell’economia e della governance globale.

La tesi di Gnerre ricorda quelle esposte da Karl Löwith nel saggio (pubblicata in Italia con lo pseudonimo di U. Fiala) dal titolo Decisionismo politico sul pensiero di Carl Schmitt, per cui “Schmitt, con riferimento a ciò, dice che l’essenza dello Stato si riduce necessariamente ad una decisione assoluta, creata dal nulla e non giustificabile; e che questo “attivo nichilismo è invece peculiare solo allo Schmitt e a quei tedeschi del XX secolo che gli sono spiritualmente affini”.

E nel concetto di dittatura sovrana cui Schmitt riconduce le concezioni dei giacobini e, soprattutto, dei bolscevichi è riassunta l’opera di innovazione radicale del totalitarismo, che azzera l’esistente e crea una nuova comunità umana, attraverso lo strumento di una dittatura che, al contrario di quella classica romana, non è istituita “per serbare gli ordini” (Machiavelli) ma per rompergli. In funzione di una società nuova, per un uomo nuovo; cioè fondata (anche) su una diversa concezione antropologica.

Questo e molto altro c’è nel saggio di Gnerre; dati i limiti di una recensione ci si contiene a una breve considerazione sul pensiero politico-giuridico della modernità classica e di quella tarda (o post)moderna, in relazione sia al rapporto tra ideale e reale, sia a quella tra esistente e  normativo. Nella “prima” modernità, ossia quella del liberalismo ottocentesco, la concezione dell’uomo rimane quella “classica” cioè di un’antropologia (relativamente) pessimistica, ossia realista, onde la necessità di governi – e di controlli sui governi, come scritto nel Federalista (la novità in ciò è quella del controllo sui governi). Nella modernità “totalitaria” c’è un passo decisivo: il comunismo proclama di avere scoperto la formula per cambiare la natura umana. Da qui la necessità di una dittatura sovrana per metterla in opera. Nel pensiero post-moderno, poi, il problema antropologico è messo in sordina; tuttavia lo si considera risolto con la governance, la tecnocrazia e soprattutto l’obliterazione/negazione del politico. Anche qui, in modo indiretto, si crede di risolvere il problema del dominio politico, negandolo. Solo che l’uomo è Zoon politikon a dispetto della governance, e continua ad esserlo. E la realtà prevale sulle aspirazioni (esternate).

L’altra che, s’inverte il rapporto tra esistente e normativo. Se alla prima modernità era evidente (v. Sieyès) che era l’esistente a legittimare il normativo, nella tarda modernità è questo a legittimare quello. Ad Hegel tesi consimili sembravano riempire le teste di vento (id est aria fritta): nella post-modernità le gonfiano senza limite. Finché, e se ne hanno le avvisaglie, almeno quelle dei governati scoppiano.

Teodoro Klitsche de la Grange

Il Deep State contro Roger J. Stone, Jr: A Cautionary Tale, di Christian Josi

Qui sotto un articolo pubblicato sul periodico Townhall con un resoconto sufficientemente dettagliato e attendibile della vicenda giudiziaria, una vera e propria feroce persecuzione, nella quale è incappato Roger Stone. L’inaudita violenza della campagna mediatica e giudiziaria di questi anni non ha realizzato l’obbiettivo più ambito: la defenestrazione e la neutralizzazione del Presidente Trump. Ne hanno pesantemente condizionato e limitato l’indirizzo e l’agibilità politica costringendolo ad azioni contraddittorie e a legami politici che hanno pesato soprattutto nelle sue scelte di politica estera.  Non potendo eliminare il protagonista, le attenzioni più livide si sono rivolte ai personaggi determinanti che hanno costruito l’ascesa politica di Trump, Roger Stone, che gli hanno offerto supporto di relazioni, Paul Manafort, che gli avrebbero consentito solide basi di sostegno negli apparati di sicurezza e maggiore coerenza in politica estera rispetto ai proclami della campagna presidenziale, il generale Flynn. Una condotta spietata, indice di uno scontro politico feroce, inedito nella sua virulenza e durata, che ha come posta in palio il riconoscimento o meno di un mondo multipolare ormai in atto e la individuazione e le modalità di contrasto degli avversari strategici della potenza americana. Trump al momento è riuscito a venirne fuori pur  se a caro prezzo e riuscirà a contendere a fine anno la presidenza. Con le forze disponibili ha iniziato a reagire, tardivamente, con un vero e proprio repulisti di alcuni apparati importanti (NSC), ma senza disporre di sufficienti ed affidabili ricambi. Ha cominciato a chieder conto anche all’estero, anche in Italia, questa estate delle collusioni nelle macchinazioni ai suoi danni, come nell’affare Mifsud. Alcuni articoli sulla stampa estera,   https://www.telegraph.co.uk/news/2020/02/13/joseph-mifsud-mysterious-professor-trump-russia-scandal-heard-crossfire/?fbclid=IwAR0_pRqbHt9Y6maavGA7Z2utVUUzCowcEGtxdbna7q-RxDJvsjoJGZTXHFY  e nazionale https://www.lastampa.it/topnews/economia-finanza/2020/02/12/news/link-university-gli-affari-a-londra-con-il-falso-arcivescovo-1.38455817?fbclid=IwAR0wTALMQKU5dzxEIJi8TvUZnCqKWaSTPlYSuSclY4TYkLCdq2rjgRFurHQ sembrano il preannuncio di nuove attenzioni nei prossimi giorni, questa volta più circostanziate verso alcuni alti funzionari pubblici, di chiamate a correo e di denuncia delle ovvie  coperture politiche di tali azioni. Alcune di tali coperture ormai troppo al sicuro nei corridoi comunitari di Bruxelles, altri un po’ più esposti e vulnerabili per i riconoscimenti ostentati nell’ultima cena presidenziale di qualche anno fa. Trump è il Presidente degli Stati Uniti, insediatosi per affermare gli interessi degli Stati Uniti secondo il punto di vista di una elite alternativa in via di formazione di quel paese. La virulenza di quello scontro politico e le stesse offerte di una componente di quel teatro, prospettate più o meno esplicitamente, specie nel campo di azione del Mediterraneo, avrebbero potuto essere opportunità di un ricambio positivo di classi dirigenti nel nostro paese. Manca purtroppo la componente soggettiva in grado di cogliere le occasioni. Gli sviluppi dei prossimi giorni potrebbero essere una delle residue circostanze in una congiuntura destinata a chiudersi, in un modo o nell’altro, con le prossime elezioni americane, verso una direzione più definita e delimitata. Il ceto politico alternativo, o presunto tale, sorto in questi ultimi anni in Italia, sembra percorrere ancora una volta una strada opposta e subire il richiamo della foresta ai primi contraccolpi, già così traumatici per soggetti così fragili. Da una parte  torna a prevalere il richiamo e il vincolo europeista. Giancarlo Giorgetti così recita “Il punto è che farà la Cdu-Csu. Andrà a sinistra, verso verdi e socialisti? O si alleerà con i liberali? Da questo dipenderà la politica europea del Partito popolare. E noi dobbiamo essere “potabili” quando arriverà il momento” https://www.corriere.it/politica/20_febbraio_13/resteremo-nell-euro-migranti-si-collaboriora-bruxelles-ha-capito-ed945cec-4e9f-11ea-977d-98a8d6c00ea5.shtml?fbclid=IwAR0_zSZ2S_7Hn_8AV5TgCB-TVwG9PP1822fEZQCNoF07TvJ_rGxKFwqJhxg   

Rivelatore, oltre le intenzioni, l’aggettivo “potabile”. Non si tratta più di essere digeribili, assimilabili, metabolizzabili; bisogna diventare non inquinati, depurati e non tossici, con componenti da eliminare. E’ vero che qualcosa sta cambiando nella UE e nella sua politica economica; molto meno nella collocazione internazionale dei paesi europei. E’ ancora più vero che i cambiamenti che si preannunciano continuano a prevedere il sacrificio del nostro paese senza neppure la sponda offerta in questi ultimi due anni. Su questa base più che un partito nazionale e patriottico, può risorgere un movimento localista sostenitore di un federalismo d’accatto, privo però di uno stato centrale degno di questo nome. L’infamia dell’autorizzazione a procedere ai danni del Ministro dell’Interno Matteo Salvini rappresenta un passo di tale normalizzazione.

Dall’altro un movimento nazionalista fondato sulla religione, su dio e sulla civiltà. La nazione costituita dal popolo eletto che solo una costruzione politica su base religiosa come quella di Israele può permettersi di reggere pur con enormi costi politici e la forza di un paese a postura imperiale può sostenere. Non a caso che l’esplicitazione di un tale orientamento sia scaturita dalla recente partecipazione ad un convegno della Fondazione “Edmund Burke”. Ci aveva già provato tempo fa in Italia e in Europa con scarso successo Bannon; questa operazione appare oggi più promettente. Una base culturale ed ideologica, fideistica, manipolatoria ed elitaria, a dispetto dei reiterati appelli al popolo, da cui era riuscito a rifuggire in gran parte persino il fascismo di Benito Mussolini. Dubito che Giorgia Meloni riesca ancora a cogliere le pesanti implicazioni politiche e geopolitiche di un tale approccio culturale. 

Quello che una volta di più appare chiaro è che ci troviamo in un paese ormai drammaticamente povero di cultura e di cultura politica propria in particolare, ignaro della propria esperienza e tradizione millenaria. Un humus dal quale, più che una classe dirigente ambiziosa e consapevole dei propri limiti, può sorgere e proliferare un ceto politico remissivo e prostrato, il cui rappresentante più mellifluo appare il nostro PdC oppure un ceto tribunizio vittima del proprio impeto cieco e/o del proprio trasformismo più o meno consapevole. Entrambi in cerca di casa come profughi; entrambi però appesi voluttuosamente alla lenza dei pescatori più pazienti ed intraprendenti_Giuseppe Germinario

 

The Deep State contro Roger J. Stone, Jr: A Cautionary Tale

Scritto da Christian Josi | Fonte: TownHall | 14 febbraio 2020 19:01

The Deep State contro Roger J. Stone, Jr: A Cautionary Tale

La condanna del mio amico e collega Roger Stone è fissata per la prossima settimana a Washington, DC, e il circo che lo assedia è già in piena attività.

Questo caso, o la “strada ferrata”, come viene chiamato più appropriatamente, era concluso prima che iniziasse. Non avrebbe mai avuto una conduzione adeguata in questa sede, con questa giuria e soprattutto con il Giudice di Obama, Amy Berman Jackson e il fosco equipaggio dei pubblici ministeri del Deep-State sul caso (beh, in precedenza sul caso da quando tutti hanno lasciato questa settimana; ma perché Roger ha effettivamente preso una pausa quando il Presidente giustamente si è alzato in piedi per lui). È qualcosa che dovrebbe disturbare terribilmente tutti gli americani, indipendentemente da come potrebbero vedere Roger. Comunque, ho pensato che sarebbe stato un buon momento per rivisitare la narrazione ed evidenziare il modo brutto, vendicativo e davvero incostituzionale in cui questo affare si è svolto.

Come risultato del blackout mediatico sulle “notizie false” riguardanti l’accusa di Stone da parte di Robert Mueller e del Dipartimento di Giustizia (DOJ), pochi americani comprendono come e perché il consulente politico e lealista di lunga data di Trump è stato condannato per aver mentito al Congresso, quanto sia fragile il castello di accuse contro di lui e il modo in cui è stato trascinato in un processo in stile sovietico a Washington, DC, durante il quale il giudice ha precluso ogni efficace linea di difesa e ha accuratamente impilato una giuria anti-Trump composta completamente da democratici liberali.

Roger Stone è, come noto, il veterano stratega repubblicano, autore di bestseller del New York Times, esperto e consulente di lunga data della Trump Organization.

È un ex assistente del senatore Bob Dole, nonché dei presidenti Nixon e Reagan. Stone, 67 anni, è un veterano di 10 campagne presidenziali repubblicane. Il suo ruolo fondamentale nell’emersione politica di Donald Trump è dettagliato nella recente serie del documentario PBS su Donald Trump e nel pluripremiato documentario Netflix “Get Me Roger Stone”. Ha ricoperto il ruolo di Presidente del Comitato esplorativo presidenziale di Donald Trump nel 2000 e 2012 e vive a Fort Lauderdale con la sua affascinante moglie di 29 anni, Nydia Bertran Stone. Il presidente Trump è stato ospite d’onore al loro matrimonio a Washington, DC

Un’intensa indagine multimilionaria di due anni su Roger Stone ad opera del consigliere speciale Robert Mueller, iniziata nel 2017, non ha prodotto prove di collusione russa, nessuna collaborazione con Wikileaks e nessuna prova del fatto che Roger Stone avesse avuto un preavviso sulla fonte o sul contenuto di qualsiasi divulgazione di Wikileaks, comprese le e-mail di John Podesta prima della loro uscita; Robert Mueller alla fine ha accusato Roger Stone di “mentire al Congresso”. (A proposito, quando potremo accusare il Congresso di averci mentito quotidianamente?)

Il mese prima dell’arresto ostentato di Roger Stone, il presidente Trump ha twittato su Twitter: “Non testimonierò mai contro Trump” Questa affermazione è stata recentemente di Roger Stone, in sostanza affermando che non sarà costretto da un estorsore e da un procuratore fuori controllo a inventare bugie e storie sul “presidente Trump” È bello sapere che alcune persone hanno ancora coraggio “(3 dicembre 2018).

Il 25 gennaio 2019 l’FBI ha organizzato uno straordinario raid paramilitare prima dell’alba durante il quale 29 agenti dell’FBI in uniforme SWAT hanno fatto irruzione nella casa di Fort Lauderdale del 67enne consigliere di Trump, a bordo di 17 veicoli corazzati e utilizzando un’unità K-9, un elicottero sopra la testa e due unità anfibie sul canale dietro la casa di Stone per arrestarlo.

I pubblici ministeri sapevano che Stone era rappresentato da un avvocato e che lui aveva parlato con l’avvocato il giorno precedente. La successiva affermazione dei pubblici ministeri secondo cui Stone doveva essere arrestato in questo modo perché era considerato a “rischio di fuga” fu smentita ore dopo quando il governo non si oppose al suo rilascio senza una cauzione in contanti. Stone non aveva né un passaporto valido né un’arma da fuoco quando Il giudice Jackson ha proibito ai suoi avvocati di contestare le azioni dell’FBI in tribunale.

Sebbene la strada in cui viveva Stone fosse sigillata dall’FBI, la CNN era in prima fila a filmare l’arresto notturno di Stone.

Il video di sorveglianza domestica di Stone mostra un equipaggio della CNN che arriva e si installa a soli 25 piedi dalla sua porta di casa 11 minuti prima dell’arrivo dell’FBI con le armi d’assalto sguainate. Josh Campbell, ex assistente speciale del direttore dell’FBI James Comey ora con la CNN, è stato il primo corrispondente di notizie a denunciare l’arresto di Stone. Gli stessi avvocati di Stone hanno appreso dell’arresto del loro cliente da una telefonata di un produttore della CNN. L’FBI ha negato una richiesta FOIA per esibire tutte le e-mail tra l’FBI e la CNN nei giorni precedenti il ​​raid a casa di Stone, questione ora oggetto di una causa separata. Il senatore Lindsay Graham ha rilasciato una lettera al Dipartimento di Giustizia e all’FBI chiedendo chi ha disposto il raid nella casa di Stone. Non esiste alcuna documentazione pubblica di una risposta. Il consigliere speciale Robert Mueller ha rifiutato di commentare se l’ufficio del consulente speciale o l’FBI hanno lasciato la CNN prima dell’arresto di Stone per la TV durante la sua testimonianza al Congresso. Dopo l’arresto di Stone, il presidente Trump stesso ha twittato “Chi ha avvisato la CNN di essere lì?”

Al fine di giustificare i mandati di ricerca per e-mail, messaggi di testo e telefonate di Stone, così come le perquisizioni della casa e dell’ufficio di Stone in Florida e del suo appartamento a New York City, i pubblici ministeri hanno riferito a un giudice federale che avevano una probabile causa di riciclaggio di denaro straniero in contributi per campagne, frodi postali, frodi telefoniche e vari reati informatici tra cui l’accesso non autorizzato a un server di computer.

In realtà i pubblici ministeri non avevano prove del genere oltre al feed Twitter di Stone. Tutti i tweet di Stone erano basati su informazioni disponibili al pubblico. I mandati di perquisizione non hanno trovato conferme di nessuno di questi crimini e Stone è stato infine accusato di mentire al Congresso e di ripetuti tentativi di manomissioni dei testimoni. L’accusa inquisitoria di Stone è stata elaborata dal deputato Mueller Andrew Weissman sulla base dei meta-tag sulla accusa esplosiva spedita via e-mail alla stampa alle 7 del mattino del suo arresto (anche se un magistrato federale non ha denunciato l’accusa fino alle 9 : 30 di quella stessa mattina) in cui Weissman ha lasciato le sue iniziali.

Successivamente, l’ufficio del Special Counsel ha sostenuto che il caso di Stone sarebbe stato sottoposto al giudice Amy Berman Jackson perché avevano affermato che la vicenda era legata al caso non ancora trattato in cui Mueller accusava 75 russi per il presunto hackeraggio del Comitato nazionale democratico, sostenendo che l’indirizzo di posta di Stone è stato trovato da un mandato di ricerca in quel caso.

Il team di Mueller ha affermato che questa indagine è legata a quella di Stone per due motivi: primo, che alcuni “documenti rubati” sono un argomento in entrambi i casi, e in secondo luogo, che i mandati utilizzati nel caso degli hacker russi hanno fatto emergere “certe prove rilevanti” per il caso di Stone . In realtà, nessuna prova del caso di hacking russo è stata introdotta nel processo di Stone. Nulla nell’accusa di Stone avvalorava che avesse accesso a “documenti rubati”. Mueller fu essenzialmente autorizzato a “Judge Shop”, che è ampiamente considerato un abuso della Corte.

Il giudice Jackson, designato da Obama, è un attivista liberale che ha respinto la causa di morte per negligenza contro il segretario di Stato Hillary Clinton, oltre a respingere la causa da parte della Chiesa cattolica contestando il requisito di Obamacare secondo cui i datori di lavoro forniscono una copertura gratuita per la contraccezione e l’aborto.

La decisione di Jackson è stata annullata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Jackson ha anche presieduto il caso dell’ex responsabile della campagna Trump Paul Manafort durante il quale Manafort è stato incarcerato prima e durante il suo processo, nonostante non fosse stato condannato per nessun crimine. Una mozione preliminare per un giudice diverso e una sede diversa depositata dagli avvocati di Stone è stata negata, ovviamente.

Jackson ha decretato la prosecuzione dell’accusa contro ogni mozione degli avvocati di Stone tranne in un caso.

È stato riferito che il giudice spesso sorrideva e alzava gli occhi verso la giuria quando gli avvocati di Stone arringavano in tribunale.

Dopo un processo in stile sovietico di cinque giorni in cui il giudice Jackson ha vietato a Stone di costruire qualsiasi efficace linea di difesa, Stone è stato condannato da una giuria DC democratica su tutti e sette i capi di accusa ai suoi danni e ora affronta l’eventualità di molti, molti anni di prigione. Alcuni sostengono che ci sarà una mossa per prenderlo in custodia al momento della condanna, il che sarebbe una mossa molto insolita in un caso come questo e sottolinea semplicemente il disprezzo del Deep State contro il quale Stone si è scontrato.

Pochi minuti dopo la condanna di Stone, il presidente Trump ha twittato “Ora hanno condannato Roger Stone per aver mentito al Congresso e vogliono concedergli un lungo periodo di detenzione.

Che dire di Crooked Hillary, Comey, Strzok, Page, McCabe, Brennan, Clapper, Schiff, Ohr, Steele e Mueller stesso i qiuali hanno mentito e non sono stati perseguiti. Questo è un doppio standard come mai visto prima nel nostro paese “.

In effetti, Comey, Brennan, Clapper, McCabe, Strzok, Page, Rosenstein, Ohr e Mueller hanno mentito tutti sotto giuramento al Congresso su questioni consequenziali, ma il giudice Jackson ha espressamente vietato agli avvocati difensori di Stone di sostenere che il caso di Stone fosse un esempio di “accusa selettiva”. Naturalmente.

Il presidente Trump ha detto a FOX News alla vigilia di Natale 2019 che Stone era un “bravo ragazzo che piace a molte persone” e che ritiene che “fosse una brava persona” che, insieme al generale Michael Flynn, era stato trattato “molto ingiustamente” nel suo procedimento giudiziario dal consigliere speciale Robert Mueller e dal procuratore degli Stati Uniti per il distretto di Columbia.

Trump ha definito l’accusa di Stone e Flynn una “beffa di poliziotti sporchi”.

Roger Stone è stato incriminato per aver mentito al Congresso, nonostante l’incapacità di Mueller di trovare un crimine di fondo su cui basare la menzogna di Stone.

Al processo, i pubblici ministeri hanno fornito prove del fatto che Stone ha tentato (senza successo) di apprendere il contenuto delle rivelazioni di Wikileaks annunciate (che non è un crimine). Mueller ha criminalizzato le attività politiche perfettamente legali nell’accusa e nella condanna di Stone. Naturalmente.

A supervisionare il caso di Stone per l’Office of Special Counsel c’era Jeannie Rhee, che rappresentava Hillary Clinton e la Clinton Foundation nel grande caso di posta elettronica.

Rhee ha dato il massimo contributo alle campagne di Hillary nel 2008 e 2016 così come di Obama nel 2008. Aaron Zelinsky, ex editorialista di Huffington Post e assistente del procuratore degli Stati Uniti, è stato raccomandato dal procuratore generale Rod Rosenstein per assistere Rhee nell’accusa di Stone. Il caso di Stone alla fine sarebbe stato perseguito dall’assistente procuratore generale Jonathan Kravis, che era stato consigliere associato della Casa Bianca per il presidente Barack Obama. Adam Jed, un funzionario del DOJ di Obama che ha sostenuto con successo che l’atto del Congresso che bandiva il matrimonio gay era incostituzionale, ha completato l’accusa di Mueller contro Stone. Stone è stato perseguito dai suoi oppositori politici faziosi.

L’accusa incriminata di Rhee, avvocato di Hillary Clinton, è probabilmente correlata alla pubblicazione del libro di Stone, “The Clintons ‘War on Women”, che non solo descriveva gli attacchi sessuali seriali di Bill Clinton a più donne, ma anche il ruolo di Hillary nell’intimidazione, nel bullismo e nel silenziamento delle vittime. Ancora più importante, Roger Stone è stato il primo a esporre il collegamento Epstein-Clinton, documentando i 28 voli di Bill Clinton verso il condannato pedofilo nell’isola privata di Jeffrey Epstein e il ruolo di Epstein nella istituzione della Fondazione Clinton.

La violazione del False Statement Act per il quale Stone è stata accusato, richiede non solo che l’affermazione sia falsa, ma anche che sia materiale e che ci fosse l’intenzione di ingannare.

L’affermazione dell’accusa secondo cui Stone ha mentito perché “la verità non porterebbe bene a Donald Trump” è ridicola in considerazione del fatto che il candidato Trump stesso ha parlato apertamente dell’interesse della sua campagna per la divulgazione di Wikileaks:

10 ottobre 2016 a Wilkes-Barre, Pennsylvania: “Questo è appena uscito”, ha detto Trump. “WikiLeaks, adoro WikiLeaks.”

12 ottobre 2016 a Ocala, FL: “Questa roba su Wikileaks è incredibile”, ha detto Trump. “Ti dice il cuore interiore, devi leggerlo.”

13 ottobre 2016 a Cincinnati, OH: “È stato fantastico ciò che è uscito su WikiLeaks.”

31 ottobre 2016 a Warren, MI: “Ne è arrivato un altro oggi”, ha detto Trump. “Questo Wikileaks è come un tesoro.”

4 novembre 2016 a Wilmington, OH: “Scendendo dall’aereo, stavano solo annunciando nuovi WikiLeaks e volevo rimanere lì, ma non volevo farti aspettare”, ha detto Trump. “Ragazzo, adoro leggere quelle WikiLeaks.”

In effetti, il candidato Trump ha menzionato WikiLeaks 141 volte nel mese prima delle elezioni del 2016, secondo MSNBC.

Quindi, cosa stava nascondendo Stone? Stone, che è comparso volontariamente davanti al comitato e non in giudizio, non aveva motivo di mentire su ciò che era un’attività politica completamente legale. Durante il processo di Stone non c’erano testimonianze del fatto che avesse detto a qualsiasi funzionario della campagna Trump di Wikileaks che non avrebbero potuto leggere sul feed Twitter di Stone. Il comitato di intelligence della Camera ha votato per consegnare la testimonianza classificata di Stone su richiesta di Mueller, ma non ha rinviato Stone per l’accusa. Il rapporto finale della commissione non ha rilevato che Stone aveva indotto in errore la commissione.

Anche un’altra narrazione, “manomissione dei testimoni”, è falsa.

Stone aveva già divulgato alla House Intelligence Committee che il conduttore radiofonico progressista e l’impressionista comico Randy Credico, con il quale Stone aveva nobilmente lavorato sulla riforma della giustizia penale, era la sua fonte per quanto riguarda il significato e i tempi delle prossime rivelazioni di Wikileaks alla House Intelligence Committee. Stone ha esortato Credico a far valere i suoi diritti sul Quinto emendamento per non testimoniare davanti al Comitato di intelligence della Camera perché, secondo Stone, Credico ha affermato di aver temuto l’esposizione pubblica nella comunità progressista perché aveva “contribuito a eleggere Trump”. Credico ha ammesso che il suo avvocato gli ha consigliato di far valere i suoi diritti sul Quinto emendamento così come numerosi giornalisti e l’ACLU.

Le accuse sostenute dai pubblici ministeri, secondo cui Stone aveva minacciato di “rubare il cane di Credico” per costringerlo al silenzio, furono specificamente negate da Credico al processo. Il 20 gennaio 2020, Credico ha scritto una lettera al giudice Jackson affermando che “non si è mai sentito minacciato da Stone”. Tuttavia Stone è stato condannato con l’accusa di manipolazione di testimoni. L’accusa ha insistito sul fatto che Credico non era la fonte di Stone riguardo al contenuto generale e rilascio di ottobre delle rivelazioni di Wikileaks, nonostante il rilascio di Stone di una catena di e-mail  indiscutibilmente dimostrano che lo era.

I pubblici ministeri federali hanno insistito sul fatto che il dott. Jerry Corsi era la fonte della limitata conoscenza dei piani di Wikileaks da parte di Stone, ma i pubblici ministeri non hanno prodotto alcuna prova per dimostrarlo e non ha indicato intenzionalmente Corsi come testimone del processo di Stone. Uno scambio di e-mail del 2 agosto tra Stone e Corsi, prodotto dal governo durante il processo, ha dimostrato che i pronostici di Corsi che una grande mole di dati di Wikileaks sarebbe arrivata in agosto e che riguardava la Clinton Foundation erano errati. Uno scambio di testi tra Corsi e Stone il 3 ottobre riconosceva che “Assange non ha nulla e si è preso gioco di se stesso”.

Il criminale condannato Rick Gates ha testimoniato al processo di Stone di aver sentito una conversazione al telefono cellulare tra Stone e Trump mentre era su un SUV sulla strada per l’aeroporto di LaGuardia nell’agosto 2016.

Gates ha ammesso di non poter ascoltare la vera conversazione e che i pubblici ministeri federali non hanno prodotto registrazioni telefoniche o testimoni aggiuntivi per confermare questa affermazione, sebbene Gates abbia affermato che c’erano due agenti dei servizi segreti nel SUV. Sia Trump che Stone hanno negato che questa conversazione abbia mai avuto luogo. Nelle risposte scritte alle domande di Mueller, il presidente Trump ha negato espressamente di aver mai discusso delle rivelazioni di Wikileaks. Gates, condannato per cospirazione e mentendo all’FBI, ricevette solo una condanna a 45 giorni in cambio della sua testimonianza contro Stone. I pubblici ministeri federali hanno anche rifiutato di perseguire Gates per non aver pagato tasse su milioni di dollari di entrate; introiti che ha ammesso di aver sottratto al suo partner Paul Manafort.

Naturalmente, il D.C. La giuria ha ritenuto Stone colpevole di tutte le accuse. Mentre un giurato (un collaboratore di Beto O’Rourke) ha dichiarato al Washington Post che la giuria era “diversa per età, genere, razza, etnia, reddito, istruzione e occupazione”. La sua affermazione è fuorviante per non dire altro. La giuria non includeva repubblicani, né veterani militari, né cattolici della chiesa romana, né uomini neri e nessuno con un’istruzione universitaria inferiore ma includeva un ex candidato democratico al Congresso, due avvocati che lavoravano nelle amministrazioni democratiche, tre giurati con legami con FBI, tre giurati con legami con il Dipartimento di Giustizia e due giurati con legami con la CIA e un incaricato di Obama nella posizione di direttore delle comunicazioni di un dipartimento federale. È ed è sempre stato discutibile se un repubblicano possa ottenere un processo equo nel Distretto di Columbia.

La premessa alla base dell’accusa federale a Roger Stone contenuta nelle prime due pagine del disposto è che i russi hanno violato il DNC e fornito questi dati presumibilmente compromessi con Wikileaks. Tutte le domande a cui Stone avrebbe mentito si riferivano a questa presunta azione, ma il giudice Amy Berman Jackson non avrebbe permesso agli avvocati di Stone di confutare ciò chiamando testimoni forensi come per l’NSA Bill Binney. Avendo basato l’accusa contro Stone su questa premessa, i pubblici ministeri federali ora hanno insistito sul fatto che era irrilevante.

Quando il governo ha ammesso di scoprire che l’FBI non aveva mai ispezionato i server DNC e aveva invece fatto affidamento su una bozza di promemoria redatta da Crowdstrike, una società IT strettamente legata a Hillary Clinton, l’ammissione ha ottenuto un’ampia copertura mediatica.

Il governo ha quindi presentato un’ulteriore risposta al tribunale affermando di avere altre fonti di conferma che il DNC era stato violato dai russi ma ha rifiutato di fornire qualsiasi conferma fattuale di tale affermazione.

Il giudice Jackson ha vietato agli avvocati di Stone di sollevare qualsiasi questione relativa alla cattiva condotta del procuratore speciale, del DOJ, dell’FBI o dei membri del Congresso.

“Non ci saranno indagini sugli investigatori nella mia aula di tribunale”, ha detto, nonostante la nomina del consigliere speciale John Durham, ad opera del procuratore generale Bill Barr, per fare esattamente questo.

Il deputato Adam Schiff ha ammesso che il suo coordinamento con l’ufficio del Consiglio speciale ha violato le regole della Camera in una lettera al presidente del Comitato di intelligence Devin Nunes.

Tuttavia, il giudice Jackson ha proibito agli avvocati di Stone di perseguire queste prove di un “insediamento” di Schiff. Il Washington Post ha riferito che Mueller aveva in anticipo una copia della testimonianza classificata di Stone (un’altra violazione delle regole della Camera) prima della votazione da parte del comitato completo per rilasciare la testimonianza al Consiglio speciale su richiesta di Mueller, ma lo ha fatto senza rinvio a giudizio per falsa testimonianza. Schiff, il deputato Eric Swallwell e il deputato Joaquin Castro hanno predetto tutti, immediatamente dopo la testimonianza di Stone, che sarebbe stato incriminato per spergiuro – impossibile per loro sapere senza aver visto gli esiti della sorveglianza su Stone.

https://townhall.com/columnists//christianjosi/2020/02/15/the-deep-state-v-roger-j-stone-jr-a-cautionary-tale-n2561371

Polonia e poi Polonia, di Guillaume Berlat

Fonte: Vicino e Medio Oriente, Guillaume Berlat , 10-02-2020

“ Il mondo che abbiamo creato è il risultato dei nostri pensieri. Non può essere cambiato senza cambiare il nostro modo di pensare ”(Albert Einstein). Arrivato all’Eliseo a maggio 2017, il nostro affrettato Presidente della Repubblica aveva pensieri e idee molto determinati sul nuovo mondo che intendeva plasmare a sua immagine.

Li ha sviluppati durante l’Atto I del suo mandato di cinque anni (2017-2019) con il successo che conosciamo. L’Unione europea ha dovuto essere completamente trasformata come il suo discorso alla Sorbona. La coppia franco-tedesca dovrebbe essere rivitalizzata secondo la loro volontà. Donald Trump, a cui era riuscito a schiacciarsi il polso in un memorabile braccio di ferro, lo avrebbe mangiato in mano, all’insaputa dell’inghiottimento dell’Accordo nucleare e sul clima iraniano (COP21) diventando un seguace incondizionato del multilateralismo. Françafrique aveva rinunciato al fantasma di Ouagadougou. La Libia avrebbe trovato le strade della pace. L’Iran si sarebbe messo a tacere con gli Stati Uniti. La Cina diventerebbe il modello del libero scambio. Inoltre, Emmanuel Macron ha distribuito alcuni punti negativi e alcuni mandati alla Russia. Ricevendolo a Versailles, ha impartito a Vladimir Putin una lezione di democrazia, una boccata diplomatica per il suo atteggiamento pauroso portato durante la campagna elettorale (diffusione di “notizie false” e intrusione nel sistema informatico del partito in corso). Fu nel centro dell’Europa (paese del gruppo Visegrad) che vide i cattivi studenti della classe europea: Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca. Ha amministrato loro alcuni gravi rimproveri per il loro comportamento intollerabile su vari registri.

Con l’ingresso nell’atto II del suo quinquennio (dalla seconda metà del 2019), il Capo dello Stato sembra essersi reso conto, oltre alle sue grandi difficoltà sulla scena domestica, del suo isolamento sulla grande scacchiera internazionale e della necessità di cambiare il suo fucile. Ne abbiamo un nuovo esempio con la visita ufficiale che ha appena compiuto in Polonia il 3 e 4 febbraio 2020 per completare il tandem franco-tedesco. Con Varsavia, il tono è cambiato. Dopo Haro sulla Polonia, simbolo di una diplomazia di invettiva, siamo improvvisamente andati a Bravo in Polonia 1 , segno di una diplomazia di coccole. Questo cambio di piede fa appello alla diplomazia dell’incostanza che deve valere la pena di essere bravo a Giove.

DIPLOMAZIONE DI INVETTIVO: HARO SULLA POLONIA

Chi non ricorda le parole particolarmente aspre, per quanto riguarda le usanze della lingua diplomatica tradizionale, indirizzate dal Presidente della Repubblica contro le autorità polacche da quando è entrato in carica! Tutto è successo nel corso dei mesi.

Una delle prime azioni europee di Emmanuel Macron riguarda la revisione della direttiva sui lavoratori distaccati. Lodevole in sostanza, questa iniziativa è stata imbarazzante in termini di know-how. Era fortemente rivolto ai lavoratori polacchi, i famosi idraulici polacchi che hanno compensato la mancanza di rappresentanti di questa professione nel nostro paese.

Quindi fu l’allineamento di Varsavia con la politica di sicurezza americana che scatenò l’ira del nostro agosto monarca. Come non comprare aerei europei e non sposare le idee divine sulla politica europea di sicurezza e di difesa che esistono solo nello spirito di Emmanuel Macron?

Abbiamo quindi ricevuto critiche alle violazioni dello stato di diritto imposte (i famosi valori dell’Europa) dai leader polacchi alla loro gente e alle minacce delle sanzioni europee. Di cosa si tratta? Procedimento avviato dalla Commissione e dal Parlamento europeo contro la Polonia e l’Ungheria per ” evidente rischio di violazione grave da parte di uno Stato membro dei valori di cui all’articolo 2 ” (Articolo 7 del trattato sull’Unione che sono ” i valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello stato di diritto, nonché del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti alle minoranze.“(Articolo 2 del trattato sull’Unione). Il presidente della Repubblica ha pronunciato parole molto dure per stigmatizzare gli eccessi autoritari della Polonia incompatibili con l’appartenenza alla famiglia delle democrazie. Emmanuel Macron ha menzionato il caso di queste democrazie inaccettabili e democrazie illiberali. Ha parlato di ” spiriti pazzi ” che in Polonia e in Ungheria ” mentono al loro popolo “. Ma non è tutto.

La Francia, custode degli impegni climatici sottoscritti dagli Stati durante la COP21 di Le Bourget (dicembre 2015), non poteva sopportare che Varsavia bloccasse tutti i progressi previsti per proteggere il nostro pianeta dal grande sconvolgimento, ragione per cui non ne poteva fare a meno le sue centrali a carbone particolarmente inquinanti. Era meno attenta alle centrali a carbone tedesche. Questo problema ambientale, caro a Greta Thunberg, si è aggiunto alla già lunga lista di sostanze irritanti tra i due paesi.

È vero che altri rimproveri più gravi hanno pesato sulla testa di questi due cattivi allievi della classe europea. Molto legati alle radici cristiane dell’Europa e alla loro sovranità, gravemente danneggiata durante l’era sovietica, questi stati intendevano rimanere padroni del proprio destino. Ciò significa rifiutare concretamente di accogliere i migranti sul loro territorio (contrariamente a quanto le autorità europee hanno chiesto loro in termini di condivisione degli oneri), di adottare una politica multiculturale (tutti a casa e le mucche saranno ben tenute, rimane il loro valuta) i cui effetti sono particolarmente ” benefici “Nel nostro paese. In una parola, rimanere ciò che era la Polonia e non diventare qualcos’altro sotto la pressione di un’élite globalista ed europeista. D’altra parte, Varsavia non ha disprezzato ricevere sostanziosi sussidi dall’Unione europea che le hanno permesso di ottenere buoni risultati economici. Quello che si chiama volere burro, soldi in burro e il sorriso del caseificio.

In breve, la Polonia, come l’Ungheria di Viktor Orban, era diventata la testa di un Giove turco che non ha mai smesso di inchiodarlo nella gogna. A Emmanuel Macron piaceva opporsi ai ” populisti ” e ai ” progressisti“. Misuriamo così l’estensione del divario tra Parigi e Varsavia sul concetto stesso di costruzione europea, sulla natura delle relazioni bilaterali. Quindi questi non erano problemi minori che i diplomatici sono responsabili di risolvere toccando la loro cassetta degli attrezzi. La controversia era quindi profonda, concernente questioni fondamentali, tra cui quella che è particolarmente importante agli occhi della patria dei diritti umani, quella dei valori. Siamo al centro della famosa diplomazia moralizzante della Francia che non ha nulla a che fare con Realpolitik 2 e che è stata fonte di molte delusioni negli ultimi mesi.

A parte un’inversione di tendenza inaspettata, nessuno normalmente costituito, immaginava nel prossimo futuro che le cose sarebbero cambiate e, ancor meno, che Giove avrebbe fatto il primo passo per tentare un riavvicinamento con la turbolenta Polonia. Ma succede tutto a chi sa aspettare. Lunedì 3 febbraio e martedì 4 febbraio dell’anno di grazia 2020, anno dell’IRON RAT, nell’astrologia cinese (anche quella del coronavirus), il presidente della Repubblica fa una visita ufficiale notata a Varsavia, solo oggetto del suo risentimento.

LA DIPLOMAZIA DELLA CLINOTERAPIA: BRAVO IN POLONIA

I miracoli accadono persino nella diplomazia. Ciò che era impensabile ieri improvvisamente lo diventa. Come ci dice il proverbio, la verità di un giorno non è quella di sempre! Non appena è arrivato sul suolo polacco, il Presidente della Repubblica ha fissato il ritmo e il tono della sua visita ufficiale. È accompagnato dai ministri degli affari esteri, delle forze armate, dell’economia e della transizione ecologica. Ha salutato Varsavia come una ” svoltaNei rapporti con la Polonia, collocandolo nel contesto della Brexit. Diavolo! Che lunga strada percorsa in così poco tempo nella comprensione reciproca … Ripetiamo, una sorta di miracolo diplomatico quando la scena non stava accadendo a Lourdes nella grotta delle apparizioni di Massabielle e Brigitte Macron non è ancora Bernadette Soubirous.

Un anticipo dichiarativo. Le parole del capo dello stato sembravano impensabili solo pochi giorni fa. Ritorniamo a quelli più importanti che danno il tono per questa visita alla riconciliazione. ” Spero che questa visita, i nostri scambi, segnino una vera svolta nel ruolo che insieme potremo svolgere per l’Europa di domani ” , ha dichiarato Emmanuel M. Macron molto solennemente, parlando alla stampa insieme al suo La controparte polacca Andrzej Duda, dopo le loro interviste. Duda ha parlato di una ” svolta “, accogliendo con favore la firma di un programma di cooperazione polacco-francese come parte del loro ” partenariato strategico “. Ha detto di esserne convinto dopo la Brexit“L’Unione europea dovrebbe in qualche modo sposare un nuovo modulo (…) con una nuova distribuzione di carte e una nuova apertura. I diversi ruoli all’interno dell’UE dovranno essere riconfigurati ”. Per Emmanuel Macron, la cooperazione tra Parigi e Varsavia deve servire a ” raccogliere la sfida del clima e sostenere la Polonia, che deve affrontare una sfida che non sottovaluto “. È una domanda, ha il presidente il presidente francese, di ” rafforzare il progetto europeo, perché in effetti oggi c’è (…) dopo la Brexit, una fragilità e un dubbio che hanno risolto“. Sperava che Francia e Polonia avrebbero sviluppato la loro cooperazione nel campo dell’energia e dell’industria militare, evocando il progetto del futuro carro armato europeo. Questo progetto è stato anche citato dal presidente polacco. Il capo di stato francese desiderava tenere un vertice franco-tedesco-polacco nei prossimi mesi, il cosiddetto formato ” triangolo di Weimar ” . Come punto di passaggio obbligatorio, ha dedicato una frase alle controverse riforme della giustizia attuate in Polonia dai conservatori al potere, indicando che le aveva discusse con Mr Duda e che desiderava il dialogo tra Varsavia e il La Commissione europea in materia “si intensifica“. La dimensione economica bilaterale non era assente da questa visita. Infine, rispondendo alle preoccupazioni polacche sulla sua apertura a Mosca e ai suoi critici nei confronti della NATO, ha affermato il suo attaccamento all’alleanza atlantica e l’impegno della Francia a difendere il suo fianco orientale, citando la partecipazione di circa quattromila soldati francesi a esercitazioni e pattuglie in questa regione. “La Francia non è né filo-russa né anti-russa, è filo-europea “, ha affermato, prima di sostenere un ” dialogo politico impegnativo ” con la Russia 3 .

Una grande responsabilità. Un bell’esempio di diplomazia pratica e realistica praticata, per una volta, da Giove. Quando sei stato per molto tempo rimescolato con un amico dal carattere torbido, è meglio dedicarti ai suoi punti di convergenza e mettere il più possibile i soggetti di divergenza sotto il tappeto. Questo è l’approccio adottato da Emmanuel Macron durante la sua visita in Polonia. Il rapporto bilaterale non è stato in buone condizioni, e questo è stato il caso dal 2016, quando la fiducia di Parigi nel suo partner polacco è stata interrotta dopo l’annullamento di un contratto per l’acquisto di 50 elicotteri Airbus. Oggi si pone nuovamente la domanda sull’acquisizione polacca di aerei da combattimento americani. da allora, non si è mai veramente ripreso, soprattutto perché i due paesi hanno una visione antagonista dell’integrazione europea. Ad un’Europa più integrata che Emmanuel Macron desidera, i polacchi rispondono all’Europa delle nazioni. A questa profonda antipatia si aggiunse una grave disputa sulla questione del rispetto dello stato di diritto in Polonia. “Il popolo polacco merita di meglio dei suoi leader ”, aveva lanciato Emmanuel Macron in modo poco attraente. 4

Una preoccupazione per il realismo. Il presidente della repubblica è che la Polonia è diventata inevitabile su molti argomenti. È stato quindi necessario sottoporre la controversia sullo stato di diritto a Bruxelles 5 e concentrarsi sugli aspetti essenziali: negoziati di bilancio, difesa dell’Europa, ambiente (adozione dell’obiettivo della neutralità del carbonio). A Varsavia, Emmanuel Macron sperava ancora una volta che ” l’integrazione e il lavoro congiunti europei saranno rafforzati” in difesa e “che l’Europa disporrà di un bilancio degno di questo nome in questo settore“. I comunicatori del castello confessano che non ci saranno progressi duraturi su tutti questi argomenti senza la benevola cooperazione di Varsavia. Sulla questione del piano verde adottato dalla Commissione europea, Emmanuel Macron intende cambiare la posizione polacca promettendo alcune specie ostinate e ostinate. La buona vecchia pratica del dare e avere. La Francia ritiene che la Polonia abbia il suo posto in Europa. Lo ha associato al progetto Europa delle batterie con la Germania 6 . Vorrebbe fargli capire che non esiste competizione ma complementarità tra NATO e difesa europea. Una lunga opera di persuasione. Un giornale polacco intitola ” Macron seppellisce l’ascia di guerra “. Ciascuno dei due leader vede nella ” Brexit»L’opportunità di rivitalizzare un’Europa in cattive condizioni dandogli il bellissimo ruolo. L’idea è di dimostrare che l’Europa protegge i suoi cittadini. È chiaro che i due capi di stato hanno insistito sulla necessità di costruire un’Europa forte con un’industria forte e innovativa. 7In una parola, enfatizzare tutto ciò che unisce le persone piuttosto che tutto ciò che le divide. Per sigillare il riavvicinamento franco-polacco, è stato necessario mettere tra parentesi i soggetti arrabbiati. Ma allo stesso tempo, ascolta l’ora di una cena nella residenza francese, gli oppositori polacchi al regime praticato durante la guerra fredda durante le visite presidenziali. Ha cercato di spiegare le ragioni della sua apertura verso Mosca dopo l’incontro di Brégançon. Un esercizio delicato che può offendere i suoi ospiti e portare al contrario dell’effetto previsto.

Un esercizio sottobicchiere. Sentendo che potrebbe essere andato un po ‘troppo in una direzione il 3 febbraio, ne prese un altro il 4 febbraio. Il secondo giorno della sua visita in Polonia, Emmanuel Macron ha messo in guardia Varsavia martedì contro la ” negazione dei principi europei “, avvertendo che i sussidi UE per la transizione energetica saranno compensati da un cambiamento nelle politiche polacche. In un discorso all’Università Jagellonica di Cracovia (sud), il presidente francese ha quindi criticato con retorica le riforme che minacciano lo stato di diritto e l’indipendenza dei giudici in Polonia, obiettivi di una procedura di infrazione di la Commissione europea 8. Ribadendo che l’Europa deve aiutare finanziariamente questo paese a ridurre il posto del carbone e le sue emissioni di CO2, Macron ha menzionato un collegamento con questa procedura. ” Non commettere errori! Ha lanciato agli studenti presenti nel pubblico. “La Polonia non può mai fare un tale cambiamento da sola, può farlo solo attraverso l’Europa, con l’Europa “. ” E non commettere errori: non credere a chi te lo dice, l’Europa mi darà dei soldi con una mano per fare la mia transizione climatica ma mi permetterà di (fare) le mie scelte politiche altro. Non è vero! Ha continuato. “L’Europa è un blocco, un blocco di valori, un blocco di testo, un blocco ambizioni “, ha insistito 9. Astenendosi dal ” dargli lezioni “, ha messo in guardia la Polonia da ” una rinascita nazionalista in negazione dei principi politici europei “. La Polonia non può scegliere ” su una parte dell’Europa che (noi) si adatta ma che si allontana dai suoi valori fondamentali “, ha insistito, dopo aver celebrato i legami franco-polacchi. Il suo discorso pieno di riferimenti storici ha lasciato gli studenti presenti sulla loro fame. “Il presidente Macron mancava di elementi concreti, parlava molto di ideali ma non diceva quali interessi comuni potessero difendere Francia e Polonia ” , ha dichiarato Michal Klusek, 29 anni. “Il suo discorso sembrava piuttosto vago, i popoli dell’Europa centrale sono più abituati a uno stile di discorso anglosassone ”, ha aggiunto Johana Klusek, sua moglie ceca. Emmanuel Macron, d’altra parte, ha espresso la sua solidarietà con i suoi ospiti polacchi contro gli attacchi della Russia, che ha accusato la Polonia di collusione con Hitler e antisemitismo, anche di aver contribuito allo scoppio del conflitto mondiale. ” Voglio ribadire la solidarietà della Francia con il popolo polacco di fronte a coloro che vogliono negare la realtà ” e contro ” qualsiasi tentativo di falsificare la” Storia “ . “ Vedo l’approccio russo alla reinterpretazione della seconda guerra mondiale, per far sentire in colpa il popolo polacco. È un progetto eminentemente politico ”, ha osservato. “La Polonia non è responsabile dello scoppio della seconda guerra mondiale, è stata una vittima. La Polonia non ha scelto di essere il luogo dell’orrore ” , ha detto. Il presidente polacco Andrzej Duda ha anche annunciato martedì che la sua controparte francese lo aveva invitato in modo informale a un vertice del “triangolo di Weimar” (con la Germania) il 14 luglio a Parigi 10 .

Ottimo esempio di diplomazia allo stesso tempo in cui mescola le carte! Capire chi può.

Resta da vedere come dovrebbe essere compreso questo improvviso sviluppo diplomatico, sia nel tempo che nello spazio?

DIPLOMAZIA DI INCONSTANCE: BRAVO A GIOVE

Il viso polacco di Emmanuel Macron, una sorta di valzer di Chopin a due tempi, deve essere imperativamente inserito nel contesto più generale della pratica diplomatica del Capo dello Stato. La relazione che il mondo ne fa si basa sull’analisi di un falso problema che ignora un problema reale.

Un falso problema. Il quotidiano di breve durata Le Monde : ” Macron rivisita il rapporto con la Polonia “! 11Bugger. Il problema della diplomazia di Giove non è compreso dalla piccola estremità del cannocchiale, grande specialità del nostro follicolare incolto? Non mancano il punto? Questa è la vera domanda. Per dettagliare tutti i soggetti bilaterali ed europei affrontati durante questa visita ufficiale è certamente necessario per la prima comprensione della materia. Tuttavia, è lungi dall’essere sufficiente per la sua analisi più dettagliata. L’articolo dei nostri due pappagalli di carte stampa si diletta nella descrizione dei dettagli senza la minima importanza della dimensione geopolitica e geostrategica di questa visita. Ancora una volta, i problemi reali vengono toccati nella migliore delle ipotesi, nella peggiore delle ipotesi ignorati dalla grave ignoranza dello stato del mondo, dalle sue grandi sfide e dalle risposte che vengono loro fornite. Tutto ciò non fa parte della cultura generale dei nostri due esperti, generale e informale, il segno distintivo del grande quotidiano serale. Come direbbe l’altro, sanno tutto ma non capiscono niente. Ancora più serio, non si preoccupano di pensare, di porsi le stesse domande durante una simile visita. Sono biblicamente semplici: perché, come, quando, per quali obiettivi a breve e lungo termine? Tutta questa insalata ovviamente manca del minimo di spirito critico che ci si può aspettare da un giornalista che afferma di essere indipendente. Per leggere questa prosa indigente, capiamo meglio perché i cittadini si stanno allontanando da questi panni che sono chiamati grandi quotidiani nazionali e che non hanno nulla di grande, soprattutto non l’altezza della vista essenziale per affrontare questioni così importanti. Ma dov’è il nocciolo del problema di questa inaspettata visita ufficiale in Polonia dopo il flop del viaggio in Israele della settimana precedente.

Un vero problema Non esitate a chiamare una vanga una vanga come facciamo regolarmente nelle nostre riviste! Dopo la Russia (incontro con Brégançon) e l’Ungheria (ricevimento di Viktor Orban all’Élysée 12 ), è ora la volta della Polonia di essere al centro dell’attenzione di Emmanuel Macron. Perché quelli che sono stati diffamati ieri sono l’oggetto di tutti i pregiudizi di Giove? La risposta è semplice e doppia.

In sostanza, in primo luogo, l’atto I del quinquennio ha ampiamente dimostrato che tutti i piani proposti da Giove e dalla sua brutta truppa di consiglieri non sofisticati hanno reso pschitt. Alleanza con Donald Trump, rilancio delle relazioni franco-tedesche, costruzione europea, molteplici mediazioni e altre interferenze in questioni sulle quali la Francia non ha apportato il minimo valore aggiunto … Dopo due anni, i risultati sono catastrofici, La Francia si ritrova isolata e la sua voce non è più udibile sulla scena internazionale ed europea. Il tempo delle imprecazioni è finito. È urgente cambiare registro se vogliamo influenzare la soluzione dei principali problemi di domani e la ridefinizione della grammatica delle relazioni internazionali nel 21 ° secolo.

Sulla procedura, quindi, l’atto I del quinquennio ha ampiamente dimostrato i limiti della diplomazia di anatema e invettiva. Come giustamente Talleyrand sottolinea: ” Per diventare un buon diplomatico, devi non solo essere ignorante, ma anche educato”.Il minimo che si può dire è che Emmanuel Macron mancava di educazione elementare nei confronti di alcuni dei suoi omologhi, compresi e soprattutto quelli che difficilmente apprezziamo. Confuse moralità e diplomazia. Tuttavia, questi due concetti sono contraddittori se vogliamo praticare una diplomazia del reale, a lungo termine. Il Presidente della Repubblica ha il dovere di non essere scortese con i leader di altri popoli, specialmente quando questi ultimi sono stati scelti democraticamente. È importante spazzare fuori dalla tua porta prima di somministrare lezioni di etica e rettitudine all’intero pianeta.

Il risultato è lì sotto i nostri occhi. Dopo aver interpretato i volgari piromani – cosa che nessuno gli ha chiesto – ora interpreta i vigili del fuoco in un patetico pas de deux se si desidera misurare la distanza percorsa da maggio 2017. La diplomazia francese è apertamente aperta per quello che ‘è: una diplomazia di caos, negazione permanente, incoerenza, incoerenza, incoerenza, vuoto … E si potrebbero moltiplicare all’infinito le qualificazioni negative che lo caratterizzano. È perché il male che lo rosicchia è profondo. La diplomazia francese non è più credibile in quanto manca di coerenza e coerenza nel tempo e nello spazio. Questi non sono alcuni atti contrari, che non ingannano nessuno, che ripristineranno la fiducia nella parola di Francia.

“Di fronte a situazioni tragiche negli ultimi anni, in particolare a Gaza, la diplomazia emotiva e quindi il breve periodo hanno prevalso sulla diplomazia dell’anticipazione e sul lungo tempo” 13 . Come meglio riassumere il dramma della diplomazia francese di Giove rispetto a questo ex ambasciatore, esperto di questioni del Vicino e Medio Oriente che non ha lingua in tasca? Emmanuel Macron ha impiegato più di due anni per iniziare a imparare dai suoi errori, i suoi errori come principiante inesperto sulla scena internazionale. Prima di tuffarsi, avrebbe dovuto leggere La Géopolitique pour les nuls 14, Si immergono al fine di evitare di cadere nelle trappole lui stesso armato e ha tutta la difficoltà di uscire 15 . È tutt’altro che glorioso di un uomo che ha pensato di inventare un nuovo uomo. Ancora una volta il fallimento è amaro. Abbiamo bisogno di altre idee e di altri uomini oltre a quelli che abbiamo che non implementano in nessun momento la diplomazia fino alle sfide che affrontano. La vita è spesso responsabile della somministrazione di lezioni ai presuntuosi.

Nella diplomazia, come in altre discipline, la condanna non è sufficiente. È spesso controproducente. Emmanuel Macron ha iniziato la spirale discendente della diplomazia francese con i suoi colpi del mento, le sue frasi inadeguate, le sue stupide lezioni morali, il suo totalitarismo del pensiero … Il suo ridicolo aumenta solo con il tempo in un momento in cui giudichi parole più che atti. Con le sue ripetute focacce, la macchina diplomatica macroniana è condannata all’esaurimento (come i suoi collaboratori minacciati di ” esaurimento”“) Mentre il divario si allarga solo tra la sua finzione diplomatica e la realtà. I fantasmi non ne sanno nulla nelle relazioni internazionali. Questo è anche il motivo per cui fanno film. E questo è in definitiva ciò di cui si tratta con Giove. La visita ufficiale di Emmanuel Macron potrebbe facilmente dare origine alle riprese di un film di fantascienza, in cui la realtà supera la finzione, che potremmo chiamare Operation Demining and Seduction a Varsavia !

Guillaume Berlat
10 febbraio 2020

1 Sylvie Kauffmann, l’ Europa cura la sua Brexit a Varsavia , Le Monde, 6 febbraio 2020, pag. 32.
2 Catherine Chatignoux, realpolitik di Macron in Polonia , Les Échos, 5 febbraio 2020, pag. 9.
Macron accoglie una “svolta” con Varsavia , AFP, 3 febbraio 2020.
4 Catherine Chatignoux, Emmanuel Macron in Polonia per rilanciare il dialogo , Les Échos, 3 febbraio 2020, p. 11.
5 Jean-Pierre Stroobants, Bruxelles è allarmato dall’acquisizione della giustizia da parte del PiS, Le Monde, 5 febbraio 2020, pag. 2.
6 Laure Mandeville (osservazioni raccolte da),Andrzej Nowak: “Varsavia ha il diritto di definire l’Europa come Parigi o Berlino”, Le Figaro, 7 febbraio 2020, pag. 17
7 Laure Mandeville, Francia e Polonia si avvicinano per servire l’Europa. A Varsavia, i presidenti Macron e Duda volevano dimenticare le vecchie lamentele e manifestare un’ambizione comune , Le Figaro, 4 febbraio 2020, p. 7.
8 Laure Mandeville, Before the young Poles, motivo europeo di Macron , Le Figaro, 5 febbraio 2020, pagg. 6-7.
9 Olivier Faye / Piotr Smolar, a Cracovia, Macron chiede valori europei , Le Monde, 6 febbraio 2020, pag. 4.
10 Macron chiede il rispetto dei valori europei, AFP, 4 febbraio 2020.
11 Olivier Faye / Piotr Smolar, Macron rivisita il rapporto con la Polonia , Le Monde, 5 febbraio 2020, pagg. 1-2.
12 Anne Rovan, Il caso Orban pone i Ventisette di fronte alle loro contraddizioni , Le Figaro, 5 febbraio 2020, pag. 7.
13 Yves Aubin de la Messuzière, Sul conflitto israelo-palestinese, la voce della Francia si è spenta , Le Monde, 4 febbraio 2020, pag. 28.
14 Philippe Moreau Defarges, Geopolitica per i manichini . Per mettere in tutte le mani ! Primo, 2019.
15 François Bonnet, Macron 22, potere solitario in un vicolo cieco ,www.mediapart.fr , 6 febbraio 2020.

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Fonte: Vicino e Medio Oriente, Guillaume Berlat , 10-02-2020

DELLA FUNZIONE INTELLETTUALE IN SOCIETA’, di Pierluigi Fagan

DELLA FUNZIONE INTELLETTUALE IN SOCIETA’. I rapporti tra immagini di mondo individuali e quella collettiva sono complessi. Chi ha quasi coincidenza, naturale o indotta, tra le due, avrà successo sociale assicurato. Chi no, dipende da come gestirà la relazione. Un individuo a tendenze intellettuali in una popolazione seminomade-militare, ad esempio, potrà soffrire di disadattamento finendo con l’esser un cattivo soldato sebbene sia un ottimo pensatore. Ma c’è anche la possibilità di scavarsi una nicchia adattiva, ad esempio diventare un cantore delle gesta dell’orda (fornirle la funzione di memoria), uno storico, il redattore dei discorsi pubblici dei capi, colui che aiuta a spiegare al “popolo” perché si fa così ed è giusto si faccia così e non in altro modo.

Può anche diventare un sacerdote, molte volte gli individui a tendenze intellettuali, nella storia, hanno avuto sfogo solo nell’appartenenza al clero. Così era nell’Antico Egitto ed in Mesopotamia, nei mille anni del medioevo europeo è stato così, lo studioso confuciano nella longeva Cina imperiale anche, (sebbene il confucianesimo non sia propriamente una religione per il significato che diamo in Occidente del termine), il monaco buddista pure, i filosofi arabi in effetti aristotelico-neoplatonici erano necessariamente, prima, islamici. Poi qualcuno ha capito il trucco ed ha detto “se siete islamici siete già dotati di un filosofia, quindi il resto fa solo confusione” e da allora l’islam non ammette più il pensiero filosofico (circa 1200 d.C.). Spesso, sono proprio gli intellettuali se in forma civile o i chierici in forma religiosa a “costruire” l’immagine di mondo. Non che se la inventino, usano certo pezzi esistenti, svolgono però la funzione di cucitori di pezzi dandone coerenza estesa, ci mettono le cause, abbinano i valori e conseguenti giudizi, danno coerenza ed offrono compiuta forma narrativa.

Poiché l’idm collettiva non ha un Io penso, per giungere sul piano sociale alla complessità funzionale che hanno le idm individuali, qualcuno dotato di Io penso deve confezionarle e revisionarle di continuo in nome e per conto del gruppo sociale o come più spesso avviene, delle proprie élite di potere. Gramsci aveva capito il problema e la sua definizione di “intellettuale organico” era appunto la presa di coscienza e di responsabilità dell’intellettuale che invece di operare al servizio del potere, si mette a servizio dei suoi simili. La cosa poi non è così semplice perché se i contro-poteri o poteri alternativi, non hanno parte anche minoritaria del potere sociale (come accadde in Italia con l’egemonia del PCI anni ’50-’60-’70), non potranno mantenere i propri intellettuali che comunque sono individui necessitati come chiunque altro. Se quindi un potere domina tutte le fonti di reddito per intellettuali, coloro che sfidano quel potere non avranno gli “Io penso” che costruiscono, coordinandole, le immagini di mondo organiche ed estese e quindi non avendo una facoltà pensante condivisa, la loro azione politica sarà depotenziata ed inefficace.

Alcune forme di potere nelle varie comunità occidentali, si sono talmente evolute, da prevedere a loro beneficio, anche la coltivazione del pensiero dissenziente. Naturalmente sarà un pensiero dissenziente inefficace, cioè che non produce teorie viabili per un altro modo di stare al mondo. In Occidente, ciò ha preso la forma tipica del “pensiero critico”, una voluminosa tradizione di chirurghi della contraddizione e giudici morali che sanzionano lo status quo, i quali producono solo “coscienza infelice”. Hanno qualche cattedra, pubblicano qualche volume, vengono interrogati pubblicamente quando la società ha bisogno di far della falsa contrizione e pentimento, ma tanto si sa che tutto questo non sposta l’ordine sociale di un millimetro. Purtroppo, le vicende del pensiero occidentale, ad un certo punto hanno portato questa convinzione che la funzione critica o negativa, sia parte dello sviluppo adattivo di una immagine di mondo. In parte è così, ma in parte no, perché la forma complessiva di una immagine di mondo non cambia perché cambiano o si aggiustano alcune sue parti minori. Su quelle maggiori o strutturali, i poteri dominanti accettano l’alternativo volo pindarico solo se è di tipo ideale, cioè ineffettivo sul piano pratico.

Così, gli ultimi centosettanta anni di invocazione dell’uscita dal capitalismo che è come invocare di uscire dalla polmonite per uno che vive nudo al polo nord.

tratto da facebook

Wellingtoniana e… Salviniana, di Piero Visani

Wellingtoniana e… Salviniana

       Dal momento che mi pare di capire – da certi comportamenti – che non solo si intende insistere in strategie comunicative totalmente errate, ma si vuole pure accentuarle, ricorrerò all’aneddotica, soluzione immaginifica adatta a penetrare (forse…) nelle menti più semplici e meno provvedute…
       Notte fra sabato 17 e domenica 18 giugno 1815. Piana di Waterloo. La giornata è stata afosa e il calare delle tenebre non ha portato refrigerio. Qualche tuono annuncia che presto potrebbe scoppiare un temporale anche di forte intensità, ma per il momento ancora si fa attendere.
       Nel quartier generale britannico, nei pressi di Mont Saint-Jean, gli aiutanti di campo (molti dei quali giovani e giovanissimi rampolli della nobiltà inglese) e gli ufficiali subalterni si affollano intorno al loro comandante, il duca di Wellington, certamente per trarre conforto e sicurezza dalla sua calma glaciale. Per alcuni, che per ragioni anagrafiche non avevano potuto prendere parte alla Guerra Peninsulare in Spagna e Portogallo (1808-1814) contro i francesi, quella che si annunciava per l’indomani era la prima grande battaglia della loro vita (e per non pochi di essi sarebbe stata anche l’ultima…)
       Il desiderio di avere indicazioni su cosa sarebbe potuto accadere il giorno dopo era troppo forte, per cui i più audaci azzardarono a chiederlo al loro comandante: “Vostra Grazia, che cosa accadrà domani?”.
       Con il suo consueto, nobiliare distacco, il “Duca di ferro” [così era soprannominato] li guardò con l’aria serena di un comandante che di battaglie ne aveva vinte molte, contro i francesi, e rispose: “Verranno su alla solita vecchia maniera [si riferiva al fatto che i francesi erano soliti attaccare in colonne di battaglione, invece che in linea] e noi li batteremo alla solita vecchia maniera” [vale a dire con i reparti schierati in linea, che potevano sviluppare un volume di fuoco nettamente superiore a quello dei francesi, come era accaduto a partire dalla battaglia di Maida, in Calabria, nel 1806, ed era continuato per tutta la Guerra Peninsulare, senza che i comandanti francesi – salvo pochissime eccezioni – si accorgessero della natura del problema].
       Questo accadde puntualmente anche il giorno dopo, a Waterloo.
       L’aneddoto serve solo a ricordare che l’iterazione di tattiche e strategie già dimostratesi perdenti in varie occasioni, specie quanto si va all’attacco di gente molto abile nella difesa, serve solo a perdere una volta di più e forse sarebbe meglio cambiarle. Forse…

Oltre la destra e la sinistra: la necessità di una nuova direzione, di Andrea Zhok

Oltre la destra e la sinistra: la necessità di una nuova direzione
tratto da facebook

1) Lo scenario contemporaneo
Due grandi tendenze caratterizzano la politica dell’ultimo quarto di secolo nel mondo occidentale. La prima, e più importante, è rappresentata dal trionfo del modello liberale con i connessi processi di globalizzazione; e in maniera concomitante, dalla crescita di reazioni di rigetto di tali processi (dai ‘no-global’ degli anni ’90, al ‘populismo’ e ‘sovranismo’ odierni).
La seconda tendenza, derivativa, è una crisi profonda delle categorie politiche di ‘destra’ e ‘sinistra’; tale crisi si è manifestata sia come ‘crisi d’identità’ che in cortocircuiti e ribaltamenti concettuali, dove posizioni tradizionalmente ascrivibili alla ‘sinistra’ sono state assimilate dalla ‘destra’ e viceversa.
Questi due processi vanno intesi insieme e sono parte di una medesima configurazione. La prima tendenza è quella strutturalmente portante e definisce il carattere della nostra epoca, come epoca del trionfo della ‘ragione liberale’ (e della sconfitta del suo principale competitore storico, dopo la caduta del muro di Berlino). In mancanza di avversari la ragione liberale ha accelerato le tendenze di sviluppo interne, e segnatamente i processi di movimentazione globale di merci, forza-lavoro e capitale. Quest’accelerazione ha riportato alla luce i limiti del progetto politico liberale e capitalistico, che dopo la crisi finanziaria del 2008 appaiono manifesti a chiunque non sia ideologicamente accecato.
Il rimescolamento odierno delle categorie di ‘destra’ e ‘sinistra’ è un effetto diretto dell’apogeo, e della concomitante crisi, della ragione liberale. Una chiara manifestazione ne è stato lo scivolamento negli anni ’80 e ‘90 della ‘sinistra’ occidentale (comunisti e socialisti) su posizioni liberali, facendo proprie le istanze di ciò che fino a poc’anzi era il ‘nemico’. Ciò è avvenuto facendosi carico dell’intero blocco ideologico liberale, dalla tradizione dei diritti umani, al libertarismo individualista, dalla contestazione dello Stato, alla venerazione delle libertà di mercato. Solo alcune minoranze della ‘sinistra’ tradizionale hanno continuato, con non pochi imbarazzi e ambiguità teoriche, a tener fermi alcuni punti di contestazione al blocco liberal-capitalistico. Simultaneamente, il vuoto nella rappresentanza di istanze anticapitalistiche e antiliberali prodotto dalla defezione della ‘sinistra’ ha fatto spazio ad una sua parziale appropriazione da parte della ‘destra’.
Questo duplice processo di riposizionamento sta trasformando il paesaggio politico tradizionale, ma il tutto si sta svolgendo in una cornice di opacità e scarsa consapevolezza, che nasconde il carattere strutturalmente obsoleto delle categorie di ‘destra’ e ‘sinistra’. Finora chi ha osato denunciare tale obsolescenza è stato tacciato di ‘qualunquismo’ o di ‘tradimento’, in un pervicace rifiuto di riconoscere uno stravolgimento già avvenuto. In molti rimangono abbarbicati a simulacri delle vecchie categorie, oramai scarnificate o ‘geneticamente modificate’, senza voler riconoscere che la realtà si è lasciata alle spalle quelle forme, come un serpente la sua pelle. A sinistra, dove l’esplicitazione dell’apparato teorico è stata storicamente più definita, l’irrigidimento delle posizioni appare particolarmente persistente, con l’aggrapparsi ansioso ad una coperta di Linus fatta di parole d’ordine e riflessi condizionati. La minore elaborazione teorica della destra si è rivelata, in questa fase, un paradossale vantaggio, consentendo aggiustamenti di tiro più pragmatici (o semplicemente più opportunisti).
Il processo cui stiamo assistendo è dotato di una logica storica ferrea, che però deve trovare riconoscimento teorico, e rappresentanza politica, per superare l’attuale situazione di incertezza e paralisi. Ciò cui assistiamo oggi è la faticosa ricomposizione di quel mondo umano che il modello liberal-capitalistico ha progressivamente marginalizzato. Tale ricomposizione deve avvenire recuperando in un’immagine unitaria le contestazioni della ragione liberale presenti tanto nella tradizione ‘di destra’ che in quella ‘di sinistra’.
2) Le radici storiche
Il modello liberal-capitalistico ha poco più di due secoli nell’Europa continentale e solo qualche decennio di più in Inghilterra, dove mosse i primi passi. In Europa il suo imporsi passò attraverso lo spartiacque, determinante quanto ambiguo, della Rivoluzione francese, che fu anche il contesto in cui vennero alla luce le categorie di ‘destra’ e ‘sinistra’.
Come noto, questa distinzione nacque nell’Assemblea Nazionale Costituente del 1789, a partire dalla posizione fisica dei gruppi rispetto al presidente: alla sua destra stavano monarchici, conservatori e tradizionalisti, mentre filorivoluzionari e illuministi stavano alla sinistra. Successivamente, nell’Assemblea Legislativa del 1791, la destra venne assegnata ai fautori della monarchia costituzionale – che accettavano l’abolizione del feudalesimo –, e la sinistra ai repubblicani seguaci delle idee dell’Illuminismo (Giacobini, Cordiglieri, Girondini, ecc.).
L’evoluzione interna del processo rivoluzionario portò alla luce ben presto una discrasia interna alla parte vincente, cioè alla ‘sinistra’. Schematicamente, l’opposizione alle gerarchie di sangue dell’Ancien Régime iniziò a mostrare una divaricazione tra chi intendeva sostituirle con una gerarchia di censo e chi intendeva sostituirle con una società egalitaria. Le istanze egalitarie, che persero terreno dopo il 1794, riemersero in varie forme di neogiacobinismo dopo la Restaurazione, ricevendo una nuova investitura con l’opera di Karl Marx, in cui l’egalitarismo usciva dall’astrattezza giacobina e prendeva la veste chiarificatrice di una richiesta di giustizia sociale, nella cornice di una critica ai meccanismi di produzione e riproduzione del capitale.
Il modello liberal-capitalistico si impose in Europa, nella scia della Rivoluzione francese, come presa del potere da parte della borghesia (che rappresentava allora una minoranza della popolazione, inferiore al 10%). Ad essa nel corso dell’800 si opposero dunque un fronte conservatore e tradizionalista (destra), e un fronte egalitario (frazione dell’originaria ‘sinistra’). La loro diversa genesi tenne l’antiliberalismo della destra e quello della sinistra (socialista e comunista) a distanza nel corso dell’intero XIX secolo e per parte del XX. Per tutta la prima metà del XIX secolo – la ragione liberale ebbe motivazioni storiche potenti per imporsi, presentandosi come una necessità storica dotata di un carattere ‘progressivo’ che né l’egalitarismo di ‘sinistra’, né il tradizionalismo di ‘destra’ potevano vantare.
Nella seconda metà del XIX secolo l’elaborazione marxiana fornì alla ‘sinistra’ antiliberale un potente strumento di analisi che, identificando il ruolo fondamentale del capitale, consentiva di approntare politiche popolari strutturate. È su questa base che il movimento socialista poté espandere la sua base di consenso nel corso dell’800, fino a divenire una concreta minaccia per il modello liberal-capitalistico.
Diversa fu la storia dell’antiliberalismo di destra, nel cui ambito non vi fu una figura di impatto comparabile a quello di Marx, e la cui impronta ab origine antirivoluzionaria (e antipopolare) lo relegò a lungo in una posizione di opposizione tendenzialmente aristocratica ed elitista. La mancanza di una teorizzazione dominante lasciò tuttavia spazio ad una varietà di posizioni, che oscillavano dal tradizionalismo, al conservatorismo religioso, al nazionalismo, al populismo, al darwinismo sociale spenceriano, all’individualismo nietzscheano. Questa minore definitezza teorica ha spesso consentito alla destra di adattarsi alle circostanze in maniera pragmatica (od opportunistica), come visibile nella parabola fascista, dove tutte le istanze citate, per quanto in contraddizione tra loro, riuscirono a trovare spazio.
D’altro canto, tanto nella tradizione di destra che in quella di sinistra hanno trovato posto forme di assimilazione del paradigma liberal-capitalistico.
A destra ciò è avvenuto precocemente, rigiocando la concezione gerarchica della società, originariamente di matrice aristocratica, in chiave di gerarchizzazione economica: il darwinismo spenceriano e versioni divulgative del superomismo nietzscheano hanno fornito spesso il pretesto per assimilare istanze capitalistiche. Un’ampia parte della tradizione di destra, a partire da fine ‘800 ha rivestito il capitalista vittorioso (‘padroni del vapore’ o ‘maghi della finanza’ che fossero) dei panni dell’eroe guerriero: Shylock che recita Sigfrido.
A sinistra l’assimilazione di istanze liberali avvenne più tardi, una volta venuta meno la fiducia nella lezione marxiana, ma a quel punto essa avvenne con grande radicalità, rendendo nell’ultima parte del XX secolo pressoché indistinguibili posizioni liberali e posizioni ‘di sinistra’.
Ma tanto nell’ambito della destra quanto in quello della sinistra ha continuato a sussistere una dimensione, minoritaria ma viva, di consapevole contestazione del modello liberal-capitalistico.
3) Parzialità strutturali e il dovere di superarle
Tanto la tradizione antiliberale di destra, che quella di sinistra sono naufragate più volte contro limiti e parzialità delle rispettive letture della realtà. Ma percepire dei limiti non è di per sé ancora sufficiente a definire un orizzonte di superamento.
D’altro canto chi aderisce al modello liberal-capitalistico non vede alcuna necessità di ‘superare destra e sinistra’, perché ne considera le versioni antiliberali meri tratti folcloristici finiti nella “pattumiera della storia”, e ne contempla come concrete solo le varianti liberali, che sono espressioni essenzialmente intercambiabili del modello dominante (il ‘bipolarismo’ politico degli ultimi decenni ne è chiara testimonianza).
La percezione, spesso acuta, della necessità di superare le parzialità della ‘destra’ e della ‘sinistra’ tradizionali non è di per sé sufficiente a produrre una sintesi feconda. Confuse evocazioni di ‘incontri a metà strada’, e formule ad effetto tipo “valori di destra, idee di sinistra” lasciano il tempo che trovano, finché non se ne determinano gli specifici punti ciechi.
Alla tradizione della destra antiliberale è mancata l’analisi marxiana e post-marxiana. Essa ha perciò sofferto di tre fondamentali tendenze: 1) a sottovalutare la capacità delle condizioni economiche di determinare i rapporti di potere, interni ed esterni; 2) a sottostimare l’impatto dell’educazione e della cultura sulle disposizioni umane; 3) a misconoscere la diversificazione degli interessi di classe e la loro essenziale divergenza in una cornice capitalistica. Nonostante alcuni autori di matrice marxista, come Gramsci, siano stati in parte recepiti da minoranze della riflessione di destra (es.: Alain De Benoist), questa dimensione analitica resta subottimale nella ‘destra sociale’, e ciò ne limita la capacità di avere una visione pienamente realistica della società e di incidere sui processi capitalistici.
Alla tradizione di sinistra, sulla scorta del suo originario innesto nell’universalismo illuminista, è mancata un’adeguata comprensione del significato antropologico di tre fattori: 1) il radicamento territoriale; 2) l’appartenenza alla natio (famiglia, comunità, stato-nazione); e 3) l’adesione ad un éthos (costumi, tradizioni, cultura materiale). Nonostante in Marx, sulla scorta di Hegel, ci sia un apparato teorico capace di fare spazio a questi fattori, tale dimensione è rimasta ambigua nelle pagine marxiane, e successivamente verrà marginalizzata con l’assimilazione del socialismo scientifico in chiave positivistica. Tanto il socialismo nel XIX secolo, che il comunismo nella prima parte del XX secolo, manterranno comunque aperta la porta a questa dimensione etica di radicamento e appartenenza, che fa capolino in intellettuali come Gramsci e Pasolini. Tuttavia dopo il ’68 la componente libertaria e individualistica avrà la meglio, espellendo l’idea stessa di ‘comunità’, così cruciale alla tradizione ideale del ‘comunismo’ – che precede di molto Marx – dal novero delle idee ‘di sinistra’.
Lo scarso credito che oggi caratterizza l’antiliberalismo di ‘sinistra’ e quello di ‘destra’, separatamente presi, è dovuto alle loro strutturali parzialità, emblematicamente rappresentate dall’insuccesso dei comunismi e dei fascismi storici. Sul piano simbolico (sospendendo il piano della realtà storica, molto più articolato e complesso) i comunismi-socialismi realizzati sono percepiti come appiattimento individuale e ateismo di stato, mentre i fascismi come prevaricazione violenta, irrazionalismo e intolleranza. In entrambi i casi questa approssimazione simbolica segnala un fondo reale.
L’ispirazione comunista-socialista ha sofferto di un fondamentale punto cieco, nell’assumere una visione astratta dell’umano, di matrice illuminista. In questa visione il razionalismo si tradusse frequentemente in riduzionismo scientifico e laicismo forzoso, dove l’uomo sottratto alla dimensione storico-tradizionale e a quella spirituale veniva uniformato e semplificato. Ciò prese la forma a fine ‘800 di una ‘naturalizzazione’ dell’uomo secondo un modello positivista e riduzionista, modello profondamente inadeguato a fornire una spinta motivazionale e un’adesione affettiva duratura alle aggregazioni sociali. Tale astrattezza si palesa già nella difficoltà teorica per le riflessioni marxiane di attribuire contenuti positivi al comunismo a venire: la definizione del comunismo come “movimento reale che abbatte lo stato di cose presenti” ne rivela in trasparenza il carattere essenzialmente negativo. Questa labilità della matrice socialista/comunista nell’istituire un’adesione partecipativa profonda può essere scorta in filigrana – al netto di un’ovvia semplificazione storica – in molti momenti decisivi della sua storia. L’impotenza dei partiti socialisti di opporsi all’empito nazionalista che fece da volano alla Prima Guerra Mondiale ne mostrò drammaticamente un aspetto. La scarsa ‘fidelizzazione’ delle popolazioni sotto il ‘socialismo reale’, una volta venute meno le esigenze di guerra, ne fu un’altra espressione. L’involuzione delle ‘sinistre’, fino all’odierno ‘sconfittismo’, una volta venuta meno la fiducia nel modello critico marxista, dopo il ’68, ne è una terza espressione. Finché c’è un nemico, la componente critico-negativa dell’apparato socialista-comunista può rappresentare da sola un collante sufficiente, ma in mancanza di questo ruolo oppositivo l’adesione promossa da un paradigma positivista e riduzionista risulta fragile. Per quanto questo problema non sia strettamente imputabile alla concettualizzazione marxiana, che rimane nell’essenza umanista e storicista, esso è stato spesso caratterizzante degli sviluppi storici socialisti/comunisti.
L’ispirazione di destra ha invece sofferto di un differente punto cieco, anch’esso discendente dalla mossa originante che la mise al mondo: l’originaria ostilità al razionalismo illuminista si sviluppò spesso in generico irrazionalismo e anti-intellettualismo. Quest’aspetto ha preservato la destra dal riduzionismo e dall’astrattezza positivista, ma l’ha spesso consegnata al mero pregiudizio. Questa permeabilità al pregiudizio, al convincimento prerazionale e prescientifico, è alla radice dei suoi due principali difetti storici. Da un lato, l’aspettativa che le diversità di fondo, i contrasti, siano razionalmente inestricabili ha promosso una propensione alla ‘sbrigatività semplificatoria’ che non di rado è sfociata in violenza o prevaricazione, vissute come necessità di tagliare nodi gordiani razionalmente indissolubili. Dall’altro lato, lo spazio lasciato al giudizio pre-analitico, al pre-giudizio, ha aperto le porte a scivolamenti nella xenofobia e nel razzismo. Per quanto il rigetto da destra delle astrazioni illuministe e dello scientismo sia perfettamente compatibile con un’idea forte di razionalità (ad esempio quella hegeliana), questa tendenza irrazionalistica ha spesso preso il sopravvento nelle prospettive di destra.
Queste due parzialità spiegano anche i modi specifici in cui la teoria liberale ha potuto assimilare di volta in volta talune istanze sia di destra che di sinistra. La ragione liberale è infatti caratterizzata dalla giustapposizione di due errori complementari. Da un lato promuove una visione dell’umano ridotto ad un’individualità impermeabile e irriducibile, sottratta a valutazioni razionali, una scatola nera come agglomerato di desiderata insindacabili, di pulsioni che si esprimono in meri atti di preferenza. Dall’altro lato essa promuove una visione della natura (mondo) come luogo governato da leggi rigorose e inviolabili (fisiche o economiche), leggi che pongono la natura come mero materiale a disposizione, anonimo strumento dominabile attraverso cause e computazioni. La prima posizione, che possiamo chiamare di “individualismo a-razionale”, ha dato ospitalità ad alcune istanze di destra, mentre la seconda, che possiamo chiamare di “naturalismo riduzionistico e costruttivista”, è risultata compatibile con alcune istanze di sinistra.
È importante sottolineare come l’antiliberalismo ‘di destra’ e quello ‘di sinistra’ siano accomunati proprio nell’opposizione a questi due pilastri della concettualità liberale. Entrambi infatti assumono una base ‘umanistica’, per cui esiste una ‘essenza dell’umano’, irriducibile all’individuale, che consente di definire ciò che è giusto o ingiusto, ciò che è di valore o disvalore. Ed entrambi assumono l’idea di una natura dotata di valore e sviluppo (una storia), e che non è semplicemente ‘a disposizione’ come strumento per finalità arbitrarie.
4) Necessità e difficoltà di una nuova direzione
Il tacito presupposto di tutto quanto precede è l’identificazione del ‘nemico’ in questa fase storica. Per chi scrive (per ragioni che troveranno esplicitazione in un lavoro di prossima uscita), il problema strutturale dell’epoca che abbiamo la ventura di vivere è rappresentato dalla necessità inderogabile di superare il modello liberal-capitalistico, modello che ha esaurito la sua spinta storica propulsiva e che ora comincia a divorare sé stesso, avvelenando simultaneamente tutto ciò che lo circonda, uomini e natura, valore e senso, storie e speranze.
Il modello di società liberal-capitalistico, pur presentando linee di rottura molteplici, possiede, come tutti i sistemi storici consolidati, grande inerzia e resilienza. Non basta segnalarne i gravi problemi per decretarne il superamento, ma è necessario disporre di un’offerta politica con un’alternativa che permetta di percepire per contrasto l’intollerabilità del sistema vigente.
Ciò significa che vanno riconosciuti i modi fondamentali dell’influsso dell’economia sulla società (alienazione, sfruttamento), che vanno denunciati i meccanismi di ricatto economico su individui e gruppi, che va compreso come la mercificazione operi in profondità nel disgregare soggetti e forme di vita. Al tempo stesso bisogna comprendere come ciascun soggetto sia pienamente ciò che è in quanto nato e cresciuto in uno specifico contesto: famigliare, territoriale, linguistico, culturale, materiale; e che tale appartenenza ne definisce in parte significativa l’orizzonte valoriale e il senso. Bisogna comprendere che tanto l’identità individuale quanto l’identità collettiva rappresentano fattori determinanti nella definizione di ciò che di volta in volta è ‘di valore’, e che perciò svuotare tali identità nel nome di un’umanità astratta composta di individui idiosincratici e, di principio, mutuamente estranei è non solo un errore teorico, ma una fondamentale minaccia al senso che gli uomini conferiscono alle proprie esistenze.
Questo significa che una politica che voglia rappresentare un’alternativa al modello dominante deve far posto a idee e valori che si sono trovate storicamente su versanti differenti: giustizia sociale, solidarietà, redistribuzione, comunità, appartenenza, identità, lealtà, onorabilità, riconoscimento, senso dello Stato e amore per la propria terra. Si tratta di una costellazione di nozioni non soltanto internamente compatibili, ma fondamentalmente coessenziali, e strutturalmente alternative a tutte le tendenze di fondo del modello liberal-capitalistico.
Molti problemi contingenti si oppongono a questa esigenza, pure inderogabile. Ne voglio menzionare qui solo uno, apparentemente minore, e tuttavia insidioso, che probabilmente continuerà ad ostacolare a lungo la creazione di una sintesi capace di superare le parzialità storiche di ‘destra’ e ‘sinistra’. Non si tratta di una difficoltà teorica, ma squisitamente psicologica. Ciascuna tradizione ha avuto, ed ha, le sue letture preferenziali della storia, in cui ha collocato sia i propri ‘eroi indiscussi’ che le sue ‘figure controverse, ma difendibili’. La ricostruzione storica in forme convenienti, proiettandovi le proprie ragioni e i torti altrui, è sempre stata una forma influente per creare un senso di gruppo e una sfera di mutuo riconoscimento. Due secoli di evoluzione politica su binari paralleli ha creato dei ‘pantheon’, negativi e positivi, costruiti per essere mutuamente incompatibili.
Ora, fino a quando le prospettive antiliberali di destra e di sinistra si incontrano sul terreno dell’analisi del presente e sulla progettazione di prospettive future, non vi sono ragioni sostanziali perché esse non possano conciliarsi, creando anzi una sintesi assai più potente delle sue parti. Ma nel momento in cui esse confrontano le proprie narrazioni storiche e i relativi ‘pantheon’, lo scontro è sempre latente. (Questa insidia è peraltro ben presente anche all’interno della stessa storia della ‘sinistra’, dove il ‘pantheon’ socialista e quello comunista sono ben lontani dal coincidere.) Ci sono figure e personaggi storici costruiti in modo da suscitare la semplice immediata repulsione in un gruppo mentre magari sono stimati, o almeno giustificati, nell’altro. Ci sono letture degli eventi articolate e consolidate che confliggono senza scampo. Per quanto la freddezza dell’analisi storica possa in linea di principio restituire ragioni e torti, riconfigurare luci ed ombre di qualunque figura del passato, è dubbio che tale differenza di retroterra possa essere liquidata con facilità. La nascita di una prospettiva politica che superi destra e sinistra in una chiave critica del modello liberale è una necessità storica, ma l’esatta forma in cui ciò potrà avere luogo appare ancora piena di incognite.

Antonino Galloni L’altra moneta Womanesimo e Natura, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Antonino Galloni L’altra moneta Womanesimo e Natura (dall’avere all’essere), Ed. Arianna 2019, pp. 159 € 15,00

È inconsueto leggere nel “proemio” del libro che “Al liceo e all’Università mi hanno insegnato che la guerra è la continuazione della politica, con altri mezzi; adesso insegno che l’economia può essere la continuazione della guerra, con vari mezzi”. Il che significa: a) che la politica – e il politico – è determinante; b) che l’economia riproduce – e spesso serve – le stesse distinzioni e finalità del politico. Cioè crea (e supporta) inimicizia ed amicizia, situazioni di comando ed obbedienza. Cosa ovviamente nota al pensiero moderno da Marx a Weber, Schmitt o Wittvogel, ma dimenticata da quello contemporaneo per cui l’economia (lo sviluppo economico) dovrebbe avere come effetto di eliminare il dominio, pacificare, e così subordinare il politico.

L’esprit de commerce limita l’esprit de comquete: che la considerazione di Constant non fosse una regolarità, ma solo una possibilità, più probabile dopo la rivoluzione francese che qualche secolo prima, lo provano, dopo la morte del pensatore di Losanna, le guerre imperialistiche che hanno connotato – in parte – il XIX e XX secolo. Nello stesso periodo, il raggruppamento amico/nemico è stato, almeno fino al collasso del comunismo, determinato (per lo più) da una scriminante economica: la proprietà o meno dei mezzi di produzione.

In tale prospettiva è chiaro che servirsi sempre di moneta a debito – com’è quella che l’istituto d’emissione presta allo Stato – può non essere opportuno, specie in situazioni di crisi. Ricorda Galloni “durante la Prima Guerra Mondiale il Ministro del Tesoro del Regno Unito, trovandosi in difficoltà, scelse di emettere sterline non a debito (non fornite dalla Banca d’Inghilterra), così risolvendo un enorme problema per il suo Paese (e non si può negare che ciò abbia contribuito alla conclusione positiva delle belligeranze per il suo Paese … eppure funzionò” e potrebbe ancora funzionare.

Onde l’economista propone di emettere moneta a sola circolazione nazionale, non convertibile, come mezzo per uscire dalla crisi. Mesi fa, polemizzando con Draghi il quale aveva sostenuto – mal applicando l’albero di Porfirio (la c.d. “divisione esauriente”) e riferendosi ai mini-Bot proposti dalla Lega che questi o sono illegali o generano ulteriore debito – che non era vero né l’uno né l’altro. Infatti perché fossero illegali occorrerebbe che fossero vietati da una legge o un Trattato: ma il Trattato di Lisbona non li vieta. Che aumentino lo stock di debito non è neanche vero, nella proposta leghista, perché da un lato sono liberamente accettati dal creditore, il quale lo fa perché opta di essere pagato subito con quelli e non anni dopo con l’euro. D’altra parte se il creditore li gira in pagamento a qualche (proprio) creditore, anche in tal caso il terzo può liberamente accettarli o meno. Il tutto fu (ampiamente) sperimentato in Germania negli anni ’30 con un mezzo simile: le cambiali MEFO (garantite dallo Stato). Scriveva Schacht, il quale tale sistema aveva ideato e realizzato, che data la garanzia del Reich e il buon saggio d’interesse, gran parte delle cambiali finirono per essere girate a terzi o detenute in attesa della scadenza, piuttosto che presentate per lo sconto alla Reichsbank.

L’effetto (anche) delle cambiali Mefo fu di finanziare gli enormi investimenti pubblici del Terzo Reich (compreso il riarmo). Anche in tal caso “funzionò”. Ma contro tali strumenti alternativi si ricorre ad ogni genere di esorcismo anche a quello della logica.

Dimenticando quello che l’Europa (tanto amata) ci ricorda sempre, da ultimo con la sentenza della Corte UE del 28 gennaio: che i debiti vanno pagati. e alla scadenza. L’inverso di quanto praticato dalla finanza (piddina soprattutto) della seconda repubblica.

Peraltro nascondendo che di tali – o simili – mezzi alternativi d’estinzione delle obbligazioni si era fatto uso con risultati positivi. Dato però che l’assetto di potere economico oggi prevalente è diverso, occorre non intaccarlo. E con buona pace dell’ “ottimo” economico, torniamo così al rapporto di dominio.

Teodoro Klitsche de la Grange

DAGLI AMICI MI GUARDI IDDIO…., di Teodoro Klitsche de la Grange

DAGLI AMICI MI GUARDI IDDIO….

Da quando è in sella il governo giallorosso i suoi sostenitori decantano che i rapporti con l’Europa sono tornati al bello stabile, che il governo è tra i più considerati a Bruxelles e così via.

Nessuno, che mi risulti, ha notato, all’apertura di tali cori, che l’Unione Europea aveva concesso all’Italia un incremento del rapporto deficit/PIL del di 2,2% per il corrente anno, a fronte del 2,04% assicurato al governo “nemico” Lega-M5S.

Questo (misero) 0,16% del PIL, pari a poco più di 2,5 miliardi di euro, ci ha dato la misura dell’amicizia nutrita dall’establishment europeo nei confronti del nuovo governo. Per fare un paragone è assai meno del deficit concesso alla Francia e comunque inferiore a quello realizzato dalla Spagna (2,5%) che non sembrano preoccupare granché i vertici europei. Anche in passato sono stati tollerati rapporti deficit/PIL superiori al 10% senza ansie eccessive. Vero è che per l’Italia – a differenza di altri Stati (come l’Irlanda e il Portogallo) – le dimensioni economiche e il complesso del debito pubblico rende l’incremento più rischioso.

Ciò stante resta il fatto che laddove esiste un rapporto d’amicizia politica o quanto meno un interesse comune degli Stati i rapporti economici non si misurano col bilancino e la partita doppia, ma seguono esigenze e criteri di carattere politico. Facciamo due esempi di questa costante nel secolo scorso.

Il primo: quando la Gran Bretagna, già in guerra con il III Reich, si trovò a corto di contante, Roosvelt ne finanziò l’armamento con la legge “affitti e prestiti” con cui praticamente concesse un credito amplissimo alla Gran Bretagna (e non solo). Rischiando grosso, perché questa era esposta all’invasione delle Panzer Divisionen, per cui i creditori americani correvano il rischio di ritrovarsi il debitore inglese “al gabbio” tedesco.

Qualche anno dopo, di fronte ad un’Europa distrutta dalla guerra, il Presidente Truman col piano Marshall decise di aiutarne la ricostruzione con copiosi aiuti economici. Anche in tal caso determinante fu l’esigenza politica di bloccare l’espansionismo sovietico e di consolidare il rapporto con i governi amici dell’Europa occidentale; comunque il piano si rivelò una mossa azzeccata anche economicamente, perché consentì di accelerare il recupero delle economie europee con notevoli benefici anche per quella USA.

Se i Presidenti USA avessero valutato le situazioni ricordate in base al giornalmastro, forse l’Inghilterra sarebbe finita sotto un Gauleiter o qualche paese europeo-occidentale sotto un governo comunista o para-comunista (di “larghe intese”) con notevole ridimensionamento della potenza USA (e probabilmente, anche  dell’economia). Quindi era stata una scelta corretta e provvida quella di aiutare gli amici politici, anche correndo un rischio elevato.

Se questo è vero, occorre capire perché i governanti europei sono così avari nei confronti dei loro “alleati” italiani e lesinino loro anche gli zerovirgola.

La prima spiegazione è che gli eurocrati pensino che l’economia debba prevalere sulla politica; ma l’ipotesi non è del tutto credibile – anche se in linea col pensiero prevalente (oggi al tramonto). Questo perché l’ascesa del popul-sovranisti rischia di mandare a casa gran parte degli attuali governanti europei (in particolare quelli di centrosinistra, debilitati dalla disaffezione del loro elettorato); e in politica, l’obiettivo di conservazione del potere è primario onde non è credibile che, per  qualche zerovirgola si ripeta quanto già successo nel 2018: che l’Italia è stata il primo paese dell’Europa occidentale ad avere un governo popul-sovranista.

Tenuto conto che comunque c’è un interesse a dare una mano al governo giallorosso, occorre cercare i motivi perché, a Bruxelles si limitino alla falange del mignolo. All’uopo possono formularsi due ipotesi.

La prima è che si considera il governo giallorosso poco o punto affidabile, per due ragioni concorrenti. L’una che tutti i governi italiani dal 2008 ad oggi, pur applicando, spesso con zelo, le direttive europee, non hanno fatto altro che aumentare l’indice deficit/PIL.

Per cui il PD che di quei governi (con l’eccezione del Conte 1) e dell’attuale è il sostegno più qualificante è considerato poco affidabile. Alla fin fine coniuga le direttive europee con la conservazione degli assetti vintage e la strategia delle mance (alle banche, alle concessionarie “privatizzate”, ai tax-consommers) per cui l’aumento del deficit e della spesa non ha alcun effetto politico gratificante. La crescita dei consensi, anche rispetto alle politiche 2018, dei partiti sovranisti (LEGA e          FDS) lo comprova. Come parimenti il crollo rovinoso dei 5S, aumentato dopo il varo del governo Conte-bis. E qua veniamo alla seconda ragione: se il governo attuale, già minoritario, continua a perdere consensi, l’aiuto è politicamente inutile. Meglio trattare con chi ha una reale legittimazione democratica, e cioè il consenso del potere maggioritario, perché quanto meno, ha più autorità nel far valere poi gli accordi stipulati e mantenerli.

Insomma c’è un grave sospetto che quello 0,16% in più di deficit sia dovuto alla scarsa considerazione che “la dove si puote ciò che si vuole” si ha delle declinanti élite italiane. Altre ragioni si potrebbero enumerare, ma paiono d’impatto minore. La sostanza è che in Europa si aspettano l’imminente tracollo – se non definitivo, almeno per un decennio – degli “amici” italiani.

Per cui come succede in guerra dove gli ascari o gli auxilia erano i primi ad essere sacrificati, così lo saranno gli “amici” italiani, a prova di un rapporto ineguale più che di amicizia, di sudditanza. Politicamente normale per chi la accetta.

Teodoro Klitsche de la Grange

VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA_ di Gianfranco Campa

 

VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA

 

(Prima Parte)

Questa è la mia collina di armageddon, da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

 

 

LA COLLINA DI ARMAGEDDON

 

Erano i primi giorni di servizio effettivo, giorni di smarrimento, annebbiamento mentale e fisico, seguiti ad un estenuante corso di addestramento durato sette mesi.  Ma non era finita! Ai sette mesi di accademia si aggiungevano i quattro mesi di addestramento sul campo. Quattro mesi di pratica, la prova del fuoco sulla strada, in auto, di pattugliamento con un altro agente seduto al fianco, specializzato nel valutare il rendimento ed il corretto adempimento al dovere. È sulla “strada” che devi dimostrare di aver appreso e di saper mettere in pratica i concetti di base propinati durante l’accademia di polizia. Un appuntamento giunto al quale di solito un buon 10-20% delle reclute fallisce l’obbiettivo e la realizzazione di una aspirazione.

Già nei mesi precedenti oltre il 30% dei commilitoni, compagni di accademia, tra di loro alcuni amici carissimi, erano stati rispediti a casa per aver fallito uno dei 187 esami previsti durante il corso. La durezza della selezione e la concreta possibilità di fallire spinge la maggior parte dei “rookies” a sviluppare una meccanismo di autodifesa. Per molti diventare un poliziotto rimarrà solo un miraggio, un sogno mai realizzato, riposto in qualche cassetto. Per questo ti guardi intorno e cerchi di trovare quella boa,  quel salvagente che ti possa aiutare a rimanere a galla, almeno fino a quando non esci dal tunnel. I meccanismi di autodifesa per superare lo stress e gli ostacoli esistono , anche se sono più che altro espedienti emotivi che ti danno una apparente sensazione di coraggio e di adeguatezza. Chi si affida alle preghiere, chi allo yoga, chi alla bevande energetiche, chi invece alla raccomandazione di qualcuno in una posizione di potere. Tutti questi accorgimenti, lo ribadisco, non assicurano il successo nell’iter di addestramento. Neanche l’ultima soluzione, il sotterfugio può garantire la sopravvivenza; in California per arrivare ad essere poliziotto la raccomandazione non serve, gli esami non si possono aggirare o addomesticare.

Il turno comincia alle 07.00 e finisce alle 19.00. Arrivo al distaccamento 30 minuti in anticipo, entro nello spogliatoio e mi guardo intorno. UOMINI/DONNE, BUSSA PRIMA DI ENTRARE, annuncia il cartello affisso sulla porta. E` il benvenuto in un distaccamento troppo piccolo per avere spogliatoi separati. Lo stress si fa sentire. Lo yoga non lo pratico, con le preghiere ho un rapporto a dir poco conflittuale e di individui che portano l’argenteria sulla divisa non ne conosco nessuno. Un certo senso di sconforto comincia ad insinuarsi nell’anima. Dov’è il galleggiante, il canapo che mi terrà a galla aiutandomi a sopravvivere nei prossimi quattro mesi?

Il distaccamento è minuscolo, in totale dieci agenti, incluso il Chief, due sergenti e sette agenti. Per curiosità do un’occhiata alla lista affissa nella bacheca, quella dei nomi che fanno servizio in questa piccola stazione. Il mio sguardo cade sulle generalità di uno dei due sergenti. Il cognome denota una chiara origine italiana. Mi rivolgo all’altro agente che si sta preparando al servizio con me; punto il dito sul cognome del Sergente “Italiano”: “George?” (non il suo vero nome) mi chiede. “Si” gli rispondo. “Lascia perdere e sempre ‘cranky’ (irritabile), non piace a nessuno;  trenta anni di servizio, potrebbe andare in pensione, ma è qui a rompere le scatole, a rendere la vita difficile a tutti…” La speranza si affloscia come un pallone bucato, lo sconforto ritorna. Appellarsi all’italianità del sergente per un trattamento meno ostico non sembra essere l’ancora che cercavo.

 

 

Caspita! Un vero ‘greaseball”, accento compreso, non uno di quei fasulli che vengono da New York pretendendo di essere Italiani per poi scoprire che sono di seconda o terza generazione” Così mi saluta George, incrociandolo nel parcheggio del distaccamento tra le  macchine di servizio. ”Si, Italiano, ma anche americano di adozione.” gli rispondo, accennando ad un saluto quasi militare. “Okay, whatever, cambia poco; un ‘greaseball’ in questo posto dimenticato da Dio, ci mancava solo quello…”  Questo è stato di fatto il primo contatto con George; un benvenuto corrispondente alle sue propensioni comunicative, prossime al nulla. Ma nonostante tutto, l’inizio di un’amicizia che a distanza di vent’anni resiste ancora al tempo e alla lontananza.

George, di nonna genovese e nonno siciliano. Di Italiano aveva ereditato solo il piacere della pasta al pesto; un piatto che sua nonna sapeva, da buona genovese, cucinare alla perfezione. George non ha mai visitato l’Italia, ne aveva il desiderio di farlo. Tutto barca, pesca e caccia. Due matrimoni falliti alle spalle, quattro figli adulti di cui tre sposati con cinque nipoti a testimoniare e rammentargli costantemente l’età che avanza. I nipoti hanno negli anni ammorbidito la durezza di un uomo che ha sempre combattuto contro tutto e tutti. Un uomo in constante stato di guerra; sul lavoro, in famiglia, con i vicini, con gli amici (quei pochi che gli sono rimasti), con i colleghi, subordinati e superiori che fossero. George è uno degli agenti, tra quelli che ho conosciuto negli anni, rimasti coinvolti in conflitti a fuoco; era appena entrato in servizio nella ormai lontana estate del 1973. Per anni George ha visto il mondo cambiare attorno a sé, ma al cambiamento ha sempre resistito, come un vecchio dinosauro che vede l’asteroide dell’estinzione avvicinarsi a grande velocità dal cielo e, ignorandolo, continua a foraggiarsi tra l’erba.

Uno di quegli asteroidi lo colpì a tre anni dal nostro primo incontro nel parcheggio della stazione di polizia. Era il Giugno 2004; le due del mattino di un sabato come tanti. E’ l’orario più probabile per pescare conducenti in preda ai fumi dell’alcool o di sostanze stupefacenti. Parcheggio la mia enorme macchina di pattuglia, una vecchia Ford Crown Victoria, appostandomi dietro un albero, nascosto all’uscita di una curva della strada principale che attraversa la giurisdizione, con il muso della macchina rivolto nella direzione della corsia della strada. Motore acceso, luci spente, rilevatore di velocità montato sul cruscotto che segnala la velocità di ogni passaggio. Molti non si accorgono nemmeno della mia presenza; altri, i più attenti, nel buio totale colgono la sagoma della mia macchina all’ultimo momento, quando ormai il radar sul cruscotto ha rivelato la loro andatura, troppo tardi per rallentare; i più premono il piede sul pedale del freno e allo stesso tempo, colti di sorpresa, fanno oscillare la macchina verso il lato opposto dove sono parcheggiato. Il traffico è ormai ridotto quasi a nulla, passa una macchina ogni 10 minuti; mentre contemplo la decisione di abbandonare la mia caccia per tornare a pattugliare, George, l’altro collega in servizio con me quella notte, mi chiama alla radio: “Campa c’è una macchina che ho visto sfrecciare mentre arrivavo da una delle traverse, dovrebbe comparire sul tuo radar da un momento all’altro; io non ho fatto in tempo a rivelare la velocità.” “10-4 (ricevuto)” rispondo. Il tempo di rimettere a posto il microfono della radio e il rilevatore di velocità sul cruscotto si illumina come un albero di natale. Segnala 83 miglia all’ora, in una zona dove il limite è di 30. Osservo i fari del veicolo che si avvicinano verso di me a grande velocità raggiungendo e passando dalla mia postazione senza neanche rallentare di un miglio. Accendo le luci della pattuglia faccio inversione e mi lancio all’inseguimento della macchina. “E passato?” mi chiede George alla radio. “Si” rispondo io, “come un razzo” aggiungo. “Non perderlo di vista questo mentecatto” mi dice. Giusto per una frazione di secondo osservo la mia velocità sul contamiglia: 90.  Ora ho la visuale sulla macchina sospetta,  la osservo sbandare due volte quasi finendo contro uno dei pali della luce posizionati al ciglio della strada. George mi raggiunge, ora siamo in due ad inseguire; sento alla radio che altre pattuglie stanno arrivando. “Campa prendo io la posizione primaria, tu prendi quella secondaria e mantieni la comunicazione con la centrale.”  Neanche il tempo di rispondere e osservo la macchina sospetta sbandare per la terza volta, l’ultima, sino a sbattere contro il palo del semaforo abbattendolo al suolo per poi terminare la sua corsa sulla panchina degli autobus in una nube di fumo.

 “Esci di lì coglione” sento gridare fra il trambusto, il fumo e le sirene. Raggiungo George che nel frattempo con le mani cerca di aprire lo sportello del guidatore; la macchina è però un groviglio di lamiere e plastica. A malapena riesce a tirare fuori il conducente attraverso quel che rimane del finestrino, prendendolo per la testa. “Sarge” (abbreviazione per Sergente) sento gridare dietro di me  “ma non vedi che ha perso conoscenza!”. La voce non la riconosco, ma appartiene a uno degli altri agenti nel frattempo arrivati sul posto. Mi rivolgo io al Sergente “probabilmente ha subito un grave trauma, meglio aspettare i paramedici, li ho già chiamati”

 

***

 

Che necessità c’era di estrarlo di forza dall’abitacolo della macchina quando era chiaro che non era cosciente?” La domanda del Chief era diretta a George. “Poteva avere un’arma nell’abitacolo e volevo prevenire che la impugnasse” risponde George. “La macchina era un’accozzaglia di lamiere e lui era chiaramente svenuto se non addirittura morto; la tua logica è antidiluviana. Se mai uscirà dal coma rischia di rimanere paralizzato per il resto della sua vita e sarà anche grazie a uno dei mie Sergenti che vuole sempre usare le mani anche quando non e`necessario.” replica il Chief. “Mica siamo manovali! ” si difende George. “Infatti non sei un metalmeccanico, ma un agente addestrato, un supervisore, un professionista” risponde il Chief.

Sarà l’ultima “avventura” di un uomo superato dalla storia. Un uomo che non aveva colto il cambio generazionale nel modo di interpretare e gestire le relazioni sociali, l’ultimo di una generazione di dinosauri che combattono contro i fantasmi di un cambio epocale che li spinge a isolarsi sempre di più e allontanarsi dalla civiltà attuale.

La vecchia guardia si ritrova oggi smarrita, disorientata da una propsettiva completamente diversa di interpretare il ruolo di pubblico ufficiale. Le reclute e gli agenti che vengono ora sfornati dai corsi di polizia sono addestrati secondo criteri completamente diversi da quelli in uso solo dieci anni fa. Ad un impegno già estremamente stressante e rischiosissimo si aggiunge ora anche un aspetto politico che costringe i poliziotti a riconsiderare ogni azione intrapresa sul campo. Il risultato è visibile nelle statistiche: l’aspettativa media di vita dei poliziotti americani è di 59 anni. Se le armi, gli incidenti stradali, i suicidi non uccidono prematuramente un poliziotto, ci pensano malattie cardiovascolari e tumori vari. Al primo di dicembre di quest’anno, il 2019, le statistiche ci dicono che i soli poliziotti uccisi durante un conflitto a fuoco sono aumentati del 20% rispetto al 2018, per un totale di 267 poliziotti. Una strage senza precedenti. Con il pensionamento dei vecchi dinosauri, definiti a volte (a ragione) dal grilletto troppo facile e con il reclutamento di una nuova leva  imbavagliata dal credo del politicamente corretto i risultati rifulgono nelle statistiche ferali.

George, tre mesi dopo il rimbrotto nell’ufficio del Chief, andrà in pensione concludendo una carriera, che dopo oltre trent’anni, era cambiata di riflesso ai mutamenti del mondo che gli girava intorno. George non era stato capace di cogliere, comprendere e gestire il suo impegno adattandosi ai cambiamenti.

 

***

 

 

La statale 85 taglia il Wyoming da nord a sud costeggiando il confine con lo stato del Nebraska e del South Dakota. Partendo da sud, cioè dal confine col Messico, la 85 termina a Fortuna, nel Nord Dakota, al confine col Canada. La zona est del Wyoming è forse la meno bella e maestosa di questo stato che incarna il concetto stesso di frontiera americana. I maestosi parchi nazionali di Yellowstone e Grand Teton si trovano dalla parte opposta, nella zona ovest vicino al confine con l’Idaho. Nonostante ciò percorrendo la 85 e attraversando il confine con il Sud Dakota si entra nel parco nazionale del Black Hills. Le bellissime colline del Black Hills sono meglio conosciute perché all’interno accolgono il Mount Rushmore e la montagna memoriale dedicata a Crazy Horse (Cavallo Pazzo).

Vivo negli Stati Uniti da oltre trent’anni, ma la magica terra del west, con i suoi panorami maestosi, epici, pieni di straordinaria bellezza naturale, non finisce mai di stregarmi. Vivo nell’Ovest, in California, perché l’est non è mai riuscito ad entusiasmarmi. Senza togliere nulla alla cosmopolita New York, alla calda Miami, alle montagne dello Shenandoah, al verde sontuoso del Vermont, preferisco l’Ovest con i suoi spettacolari parchi nazionali: Grand Canyon, Yosemite, Yellowstone, Bryce Canyon, Glacier e tanti altri. Dai picchi della Sierra Nevada, ai deserti dell’Arizona. Dalla spettacolare costa Pacifica ai laghi di Tahoe e Powell, dagli altopiani desertici del Nevada alle praterie del Dakota, dai crateri “lunari” dell’Idaho agli Archi monumentali dello Utah,  dalla Valle della Morte al parco nazionale di Zion, l’Ovest è un affresco senza uguali nel mondo. Attraversando le strade leggendarie dell’Ovest, lontano dai grandi centri abitati, in questi ampi e maestosi spazi aperti, si rivive lo spirito pionieristico di un tempo. L’ovest è stato e torna ad essere l’ultima frontiera.

 

 

Percorrendo la 85 in Wyoming, si attraversa un paesino di nome Lusk. Nel minuscolo centro del paese si trova una nota stazione di servizio, punto di ritrovo e di sosta per i motociclisti che attraversano gli Stati Uniti sugli assi East-Ovest, Nord-Sud. Una tappa storica e obbligata per gli amanti delle Harleys. In quella stazione di servizio, due anni fa, io e mia moglie, sulla via del ritorno in California, avevamo offerto la cena a un motociclista infreddolito che aveva sostato di rientro in Colorado.

Dopo aver attraversato il centro abitato, direzione nord, molte miglia più avanti si arriva a un incrocio con una strada non asfaltata, che sfocia in ambedue lati sulla 85. Svoltando si entra nella strada sterrata che mi conduce al ranch di George. Una tenuta collocata internamente, qualche miglio lontano dalla statale. Seduto su una collinetta , il ranch di George gode di una vista panoramica libera tutto intorno da ogni ostacolo. Una proprietà di diversi ettari.

Da quando tuo figlio frequenta l’università di Bismarck mi vieni a trovare tutti gli anni” mi accoglie George. “Lo sai che, anche se devo fare una piccola deviazione per arrivare qui, non mi perderei per nessuna ragione al mondo la possibilità di prendermi un caffè con te e contemplare dalla veranda di casa tua questa splendida vista’ rispondo. “Dalla California al Nord Dakota puoi prendere l’aereo e arrivare a Bismarck in poche ore invece di metterci due giorni con la macchina.”rincara la dose George. “Si lo so, l’aereo lo prendo al ritorno, se no non potrei venire a romperti le scatole; ma se vuoi me ne vado…” gli dico scherzando. “Gianfranco tu sei noioso. La birra non ti piace. Io il vino non lo bevo, mi costringi sempre a procurami una bottiglia di rosso perché la birra la detesti, che razza di Americano sei?” Mi apostrofa con fare seccato. “Parli tu che ti scoli la birra messicana…” gli replico

Il Ranch di George non è grandissimo, ma quanto basta per tenerlo occupato dalla mattina alla sera. Le donne vanno e vengono, ma è troppo scorbutico per stringere una relazione impegnativa. Vive solo, anche se tra figli, nipoti e amici c’è sempre qualcuno a visitarlo. Cinque cavalli, una quindicina di mucche, in più cani, galline, tacchini, ma soprattutto il grande orgoglio di George,  tre bisonti che scorrazzano liberi nella terra recintata di sua proprietà, rendono la visita al ranch di George uno svago e un diversivo per sfuggire alla routine quotidiana.

 

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La scorsa estate ho subito una invasione di serpenti a sonagli; uno di quei viscidi ha morso una mucca del mio bestiame. Superfluo dire che gli ho spappolato la testa con un colpo di fucile” mi racconta George mentre seduti in veranda ci beviamo una bibita. “Zitto che se ti sentono gli animalisti ti fanno causa.”  gli dico. “Mi possono baciare il culo. Mica siamo in quella fogna progressista della California. Questo è il Wyoming e questa è la mia terra. Io sono il re di questa terra. Faccio ciò che voglio.  Il governo, o qualsiasi altra organizzazione per me possono andare a puttane.” mi risponde George con tono aggressivo. Prosegue con un certa concitazione  “Da questa casa, su questa collina, riesco a vedere tutto intorno alla mia proprietà. Una posizione strategica, Se mai verranno e quando verranno avranno delle sorprese poco piacevoli.“ Poi puntando il dito verso l’orizzonte George esclama ”Questa è la mia collina di armageddon; da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

George, californiano di nascita, dopo il pensionamento, ha venduto la sua casa in San Rafael, a nord di San Francisco e si è trasferito in Wyoming. Grazie ai costi esorbitanti degli immobili in California, soprattutto nella baia di San Francisco, con i soldi della vendita della casa di proprietà dei genitori, George ha potuto trasferirsi in Wyoming comprandosi il ranch, il bestiame, la terra, tre trattori, due pickup trucks, un quad e una moto Harley. George diceva sempre che quando andava in pensione si sarebbe trasferito in Wyoming; ne era innamorato. Cosa attrae uno come George a trasferirsi nel maestoso Wyoming?

George non è l’unico poliziotto che ha lasciato la California dopo il pensionamento. L’esodo di poliziotti californiani che al termine della loro carriera si trasferiscono in altri stati è biblico, senza precedenti nella storia americana. Molti ex componenti delle forze dell’ordine scelgono l’Idaho come destinazione finale, ma anche il Wyoming, lo Utah, il Montana,  il Tennessee; il Nebraska, risultano fra i più gettonati. La maggior parte di loro preferisce vivere in campagna lontano dai maggiori centri metropolitani.

L’esodo verso questi stati non è riservato ai soli ex-componenti del mondo militare e delle forze dell’ordine: Cittadini comuni da ogni parte dell’America hanno deciso di trasferirsi negli stati “montagnosi”. Le ragioni di questo impulso migratorio sono le stesse per tanti altri che, come George, hanno abbandonato posti come la California, New York, Illinois, Pennsylvania, ma soprattutto i grandi centri metropolitani per trasferirsi nel cosiddetto redoubt states.

 

 

THE AMERICAN REDOUBT

 

 

 

Benvenuti nel redoubt americano. Che cos’è il redoubt americano? Piu semplicemente possiamo chiamarla l’ultima frontiera americana. Un pezzo di territorio che incorpora le aree geografiche del Nord Ovest-Pacifico. Include lo stato del Wyoming, del Montana, dell’Idaho e la parte orientale degli stati dell’Oregon e Washington. All’alba della nascita degli Stati Uniti, queste zone erano contese dai pionieri. La frontiera americana che si spostava verso ovest, lentamente ingoiava questi pezzi di terra, trasformandoli, malleandoli, rendendoli partecipi nella nascita della nazione a stelle e strisce. Domarli questi stati pero`non è mai stato del tutto possibile; troppo selvaggi, troppo ribelli, per conformarsi pienamente alle regole dettate della lontana Washington.  I territori del Wyoming, dello Utah, del Dakota, dell’Idaho stanno lentamente tornando ad essere terre di frontiera. L’ultima frontiera dell’impero americano, dove nelle montagne e colline del redoubt americano si terrà l’ultima battaglia fra i patrioti americani fedeli alla costituzione originaria e le forze anti-costituzionali. ”Questa è la mia collina di armageddon da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

Il concetto di redoubt ha preso forma e si è sviluppato nel 2010, in piena presidenza Obama. Gli anni dell’amministrazione Obama hanno esasperato lo scontro in atto fra il movimento patriottico americano (da non confondere con l’idea neo-conservatrice-repubblicana) e il crescente potere governativo che negli ultimi decenni ha cominciato a pervadere sempre di più l’esistenza dei cittadini americani regolamentando la vita quotidiana. In altre parti del mondo l’intervento sociale e legislativo dei governi centrali viene visto a volte come una panacea ai problemi dei cittadini stessi: scuola, sanità, trasporti e servizi sono parte essenziale del rapporto cittadino-stato. I patrioti americani invece concepiscono un mondo diverso, con un governo centrale presente ma non impositivo, minimalista non oppressivo. Incarnano lo spirito dei primi coloni inglesi fuggiti dalla madre patria e dalla oppressione della corona inglese, arrivati nel nuovo mondo alla ricerca della libertà di religione e di espressione. I patrioti americani moderni incarnano lo spirito dei patrioti del 1776. “ Voglio meno ingerenza burocratica, meno governo; lasciatemi in santa pace.Togliete le mani dalla mie tasche e fatemi avere più controllo del mio destino” (Ronald Reagan)

 

 

Ma non è solo dal governo che scappano quelli come George e tanti altri come lui.  Scappano sì dalla tassazione asfissiante degli stati e delle contee progressiste-liberali, ma anche dal cambiamento demografico che li fa sentire emarginati, ospiti in casa propria.  Scappano da questi stati che hanno cominciato, secondo loro, a violare con leggi oppressive il sacrosanto diritto di possedere le armi. Diritto incastonato nel secondo emendamento della costituzione Americana:  “«Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.»

 

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James Wesley Rawles è un autore americano che scrive romanzi sul tema della sopravvivenza; romanzi bevuti, letti e distribuiti tra i patrioti americani, incoraggiandoli a prepararsi alla prossima guerra civile e al caos che la caduta degli Stati Uniti porterà. Rawles si descrive come un costituzionalista tradizionale. Ex ufficiale dell’intelligence dell’esercito americano e` l’ispiratore, la mente, dell’esodo verso il redoubt americano. Anche Rawles, come George è californiano di nascita; di Livermore precisamente, un paese distante dal mio una decina di chilometri. Rawles cita la polarizzazione dei due maggiori partiti politici degli Stati Uniti,  la politicizzazione delle agenzie governative – individuando negli abusi di entità come l’FBI,  la CIA, la DIA e il Dipartimento degli Interni la causa di futuri conflitti. Rawles descrive la polizia, i tribunali e i mass media come complici delle agenzie statali e federali intente a violare i capisaldi presenti nella costituzione americana tesi a prevenire abusi da parte del governo e dei centri di potere della classe dirigente. Continua affermando che la tassazione è uno stratagemma socialista usato da un governo corrotto per “espropriare la produttività altrui e ridistribuire la ricchezza costruendo una base elettorale governo-dipendente e permanenteIl globalismo, il socialismo, la burocrazia sono inconciliabili con il patriottismo e la costituzione americana. I globalisti hanno come obiettivo la redistribuzione della ricchezza a livello globale e allo stesso tempo, attraverso il globalismo, i trattati internazionali ,  le grandi multinazionali e le leggi oppressive sull’ambiente, l’arricchimento personale di pochi a scapito della distruzione del concetto di nazioni e di popoli realmente liberi

 

 

Nel caos della futura caduta degli Stati Uniti, qualunque dovesse esserne il motivo, l’America Redoubt diventerebbe il nuovo baluardo, un nuovo soggetto geografico, dal quale, sulle ceneri della precedente, ricostruire il sogno di una nazione libera e costituzionalista; “Una nazione che diventi bastione di un nuovo cristianesimo tradizionale, libero da ogni legge o regola dettata da entità sovranazionali, globali, mondiali, con una presenza governativa ridotta al minimo essenziale. Una nuova nazione garante della libertà personale, con cittadini liberi di possedere le armi, di curarsi della propria terra come desidera, di vivere la propria vita sollevata da ogni giogo legislativo-burocratico. Mi piacerebbe vedere l’American Redoubt ritagliarsi l’autonomia necessaria rispetto a quelli che oggi conosciamo come gli Stati Uniti d’America. Vorrei vedere l’American Redoubt fondamentalmente come una roccaforte di valori tradizionali con il resto degli Stati Uniti affondare nell’oblio” afferma Rawles. Qui il blog di Rawles e dei patrioti dell’America Redbout:  https://survivalblog.com

Perché i patrioti americani hanno scelto questa area geografica per auto-esiliarsi? La risposta è da ricercare nella posizione “strategica” e politica di questa area geografica. Il Wyoming, Idaho, Montana, le parti orientali dell’Oregon e dello stato di Washington, sono a maggioranza di destra conservatrice. Sono geograficamente montagnosi, piene di risorse naturali. Secondo i patrioti dell’American Redbout la possibilità di acquistare proprietà con un esteso pezzo di terra, incluso di torrente, alberi e cacciagione, permette la completa indipendenza e quindi sopravvivenza in caso di collasso sociale. In più il fatto che le regioni sono montagnose permette a chi li conosce bene di usare il territorio a proprio favore in caso di conflitto armato. L’agenzia immobiliare survival realty  è specializzata nella vendita della perfetta proprietà da acquistare nell’America Rebout. https://www.survivalrealty.com/american-redoubt/

C`è un altro aspetto che spinge all’esodo dei patrioti americani verso il redoubt: Sono Stati in cui il diritto al possesso delle armi è regolato al minimo. L’Idaho, il Montana e il Wyoming sono considerati fra i primi dieci stati più permissivi nel possesso delle armi. Per esempio in Wyoming la legge permette il trasporto libero delle armi. Non è richiesto un permesso. Puoi andare dove vuoi con le tue armi, puoi anche mostrarle in pubblico. Non è richiesto nessun permesso e nessuna registrazione al momento dell’acquisto. Non ci sono limitazioni al numero delle armi che puoi acquistare. Non esiste nessuna legge che regola le dimensioni dei caricatori. In contrasto la California non permette l’uso di caricatori con più di 10 proiettili. Lo stato della California richiede un permesso per trasportare l’arma. Per acquistarla devi sottoporti ad un controllo per eventuali precedenti penali e problemi psichiatrici. Le armi acquistate devono essere tutte registrate. Qui in dettaglio le leggi che regolano il possesso di armi stato per stato:https://www.gunstocarry.com/gun-laws-state/#wy2

Ma chi sono e quanti sono esattamente i patrioti del redoubt? Un’inchiesta condotta dalla rivista The Economist in un articolo dell’agosto 2016 sul movimento american rebout intitolato “L’ultima Grande Frontiera”,  stimava che “migliaia di famiglie” si sono trasferite nella Redoubt  affermando che il  movimento “sta lentamente guadagnando terreno”  Quantificare l’esatto numero è impossibile perché la stragrande maggioranza delle persone che si trasferiscono sono per natura molto circospetti. Sono distaccati dal mondo mediatico-sociale. Molti di loro non hanno accesso a internet , televisione e telefono, strumenti che considerano di spionaggio e controllo. La forma di  comunicazione preferita è una battuta di caccia in cui ritrovarsi e coordinare varie idee, tra una birra, un barbeque e una sventagliata di caricatore. Wilderness living – The last big frontier | United States

La maggior parte sono cittadini che non si rispecchiano più in una nazione che sta cambiando, fedeli ancora ad una idea di America che va lentamente dissolvendosi. Sono di tutte le razze, non solo bianchi. Il rappresentante dei patrioti americani che si appresta a correre per la sedia del terzo distretto senatoriale dello stato dell’Idaho si chiama Alexander Barron, un afro-americano: https://alexanderbarron.com

I patrioti americani vengono definiti da molti, come rappresentanti di estrema destra. In realtà i patrioti americani  rifiutano il concetto di nazismo, fascismo e comunismo. Odiano entità come gli antifa e i naziskins. Sono ideologie che non collimano con la loro idea di libertà poiché vengono visti come strumenti di ideologie oppressive dei popoli, veicoli di governi autoritari; l’antitesi del credo patriottico americano che nel governo vede uno strumento di oppressione.

 

 

 

***

 

Sposta una di quelle sagome più a destra, non vedi che che sono troppo vicine?” grido a George mentre osservando dalla distanza lo vedo posizionare i bersagli per il tiro. Non lo sento rispondere, ma anche se mi volta le spalle, realizzo mentalmente  la serie di di parolacce che probabilmente sta sussurrandomi contro. “A proposito non vedo l’AR-15- l’hai preso dal bunker?”  chiedo a George guardando di fronte a me la serie di armi appoggiate sul largo tavolo. “Bro, go fuck yourself!” esplode finalmente George, dopo il record di cinque minuti di silenzio durante I quali ha evitato di reagire alla mia prima provocazione. Ma ora la misura è colma “quando smetti di fare la parte della fighetta me lo dici. Hai riempito i caricatori?” mi chiede George. “Certo che li ho riempiti, mentre tu giocavi a bambole con le sagome. Il Remington, l’M60 e il Mossberg sono pronti , ma non vedo gli AR-15. Pensavo li avessi presi.gli rispondo.”Devo averli lasciati a casa” esclama George. “Potevi anche ricordami di portarli” mi dice con tono accusatorio. “Io sono incaricato di trasportare le cassette delle pallottole, le protezioni agli occhi e alle orecchie, tu le armi; se sei entrato in fase senile me lo dici prima, così penso a prendere e trasportare tutto io…” ribatto. “Whatever man! Let’s get it started” risponde con voce alterata.

Con l’arrivo di due amici di George, il suo poligono personale, situato all’interno della sua proprietà, si illumina come un campo di battaglia con i traccianti di fuoco che eruttano dalle canne delle nostre armi. Alla fine, circa 50 sagome e oltre mille cartucce vuote ricoprono il terreno sotto i nostri piedi. Mentre con aria soddisfatta ci stringiamo la mano complimentadoci a vicenda, mi vengono in mente le parole di George “Questa è la mia collina di armageddon, da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

 

 

 

VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA

 

(Seconda Parte)

 

CRONACHE DALL’ ULTIMA FRONTIERA

 

 

Siamo una potenza costituzionale non una potenza imperiale

 

Papà dove sei?” mi chiede mio figlio al telefono. “Ho appena lasciato il Ranch di George, sono sulla strada, il navigatore mi dice che dovrei arrivare a Bismarck intorno alla mezzanotte.” rispondo. “Mezzanotte!!!? Scusa, ma non sei nel mezzo del Wyoming?” mi chiede sorpreso mio figlio. “Si, avrei dovuto metterci circa 7 ore, ma voglio fare una piccola deviazione, arriverò a Bismarck tardi, vado direttamente in albergo, ti chiamo domani mattina così passo dall’Università e ti vengo a prendere.“ la mia risposta lascia mio figlio ancora più perplesso, ma alla perplessità manca la curiosità indagatrice di approfondire le ragioni del mio fuori programma: Chi? Che cosa? Quando? Dove? Perché?

Mentre percorro la 85, direzione nord, la mia attenzione tutta rivolta alla strada è temporaneamente distratta da tre cartelli, di una discreta grandezza, posizionati al ciglio della strada. Ad occhio e croce, ognuno di questi tabelloni, stile pubblicitario, sarà approssimativamente di 2 metri di altezza per 6 metri di lunghezza.  Apparentemente non c’è niente di anormale nel vedere tabelloni pubblicitari affissi ai margini delle strade cittadine e delle interstatali americane; in questo caso però qualcosa di insolito attira la mia attenzione. Da lontano osservo, sul primo dei cartelloni che incrocio, la sagoma di un fucile da caccia: “Benvenuti in Wyoming; Terra del Secondo Emendamento”. Rallento per leggere meglio le incisioni sugli altri due cartelloni; vorrei scattare una foto fermandomi sul ciglio della strada, ma non ho voglia di farmi passare dal Tir che ho appena superato un paio di chilometri prima. Così continuo la mia corsa, giusto rallentando quanto basta per leggere i messaggi scritti sugli altri due cartelloni. Ad un centinaio di metri dal primo tabellone, il secondo annuncia:  “Gli Schiavi erano Disarmati!“; ancora altri cento metri, il terzo e ultimo cartello annuncia “Le Armi hanno solo due nemici: La ruggine e i Politici!” Solo ora mi accorgo che pur essendo vicini al ciglio della strada i tre cartelloni sono piazzati all’interno della staccionata collocata ai bordi della strada; presumo che siano stati piazzati lì da privati, dal proprietario della terra stessa o da qualcun altro con il dovuto permesso. Hanno utilizzato quindi la proprietà che costeggia la strada per mandare un messaggio a chi si trova, come me, ad attraversare lo spazio sconfinato del Wyoming.

Un po di  miglia più avanti, mentre mi appresto ad superare il confine con il Sud Dakota, mi ritrovo di fronte un Pick Truck, Ford 350, Nero. Il paraurti posteriore è ricoperto di adesivi; riesco a leggerne un paio, prima di sorpassare il veicolo: “Laureato All’università di Smith and Wesson – LGBT: I Support; Liberty, Guns, Beer, Trump.” Trattengo a stento una risata, mentre un cartello mi annuncia l’entrata in Sud Dakota.

 

 

I messaggi pro-armi mi fanno riflettere sulla natura stessa, l’essenza, l’anima, che questa nazione incarna: Gli Stati Uniti non sono una entità creata da burocrati seduti a tavolino, in giacca e cravatta, a colpi di trattati internazionali, come è stata, per esempio, l’Unione Europea; al contrario una nazione nel cui DNA è inciso a caratteri cubitali l’uso delle armi. Una nazione forgiata nel sangue; con l’annientamento di un popolo indigeno (Indiani), una guerra di Indipendenza, passando attraverso le guerre Indiane, la guerra del 1812 con la Gran Bretagna e quella del 1846 con il Messico, per finire con una guerra civile che ha causato più morti fra gli Americani che in quelle della prima, seconda guerra Mondiale, della guerra di Corea e del Vietnam messe tutte insieme. L’America! Un paese cresciuto sul movimento dei coloni e dei pionieri che con le famiglie, tra mille pericoli e peripezie, si lanciavano alla conquista dell’ignoto. Per molti l’unica speranza di sopravvivenza era un fucile, una pistola con i quali proteggersi durante il loro cammino.

I dati sul possesso delle armi rendono chiaro l’enorme significato culturale e simbolico che esse rappresentano per i patrioti americani e i cittadini statunitensi in genere. Piaccia o no  il possesso delle armi è apprezzato, venerato negli Stati Uniti più che in qualsiasi altro paese del mondo. Le armi come simbolo della libertà e della cultura americana. I numeri parlano sa soli. Due sono i dati da considerare. Primo, il dato ufficiale sul numero delle armi in posseso dei cittadini americani quantificato tramite la loro immatricolazione delle armi; secondo, il numero totale stimato delle armi, comprese quelle non registrate in possesso degli americani. Uno studio del Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra sostiene che sono più di 393 milioni le armi di proprietà in possesso dei cittadini negli Stati Uniti. Il rapporto, che si basa su dati ufficiali  di oltre 230 paesi, rileva che il possesso globale delle armi è fortemente concentrato negli Stati Uniti. Nel 2017, ad esempio, gli americani costituivano il 4 percento della popolazione mondiale, ma possedevano circa il 46 percento dell’intero patrimonio mondiale stimato in 857 milioni armi da fuoco in mano a civili. Con una stima di 120,5 armi per ogni 100 residenti, il tasso di possesso pro-capite di armi, negli Stati Uniti è il doppio di quello di qualsiasi altra nazione. Lo stato con il numero pro-capite più alto di immatricolazione è il Wyoming.

https://en.wikipedia.org/wiki/Gun_ownership

Saluto il Wyoming e di conseguenza il Redoubt. Lontano dai maggiori centri abitati l’America Redoubt è un manifesto vivente al diritto di possesso delle armi. Si respira, si coglie, si osserva la voglia di libertà, incastonata negli spazi maestosi di questa America dell’ultima frontiera.

 

 

***

 

Anche il Dakota, sia il Nord che il Sud, sono Stati che potrebbero tranquillamente identificarsi e far parte dell’America Redoubt. La mentalità, lo spirito che li avvolge e lo stesso di quello del Wyoming, del Montana e Idaho, ma per i patrioti del Redoubt i territori del Dakota pongono, tatticamente parlando, un problema non indifferente: le enormi praterie, che il larga parte dominano un territorio povero di grandi catene montuose e di fitte foreste, sono del tutto inadatti alla guerriglia armata. Non danno sufficiente protezione da artiglieria pesante, carri armati e larghi gruppi di combattenti. In contrasto foreste, montagne e la conoscenza intima di esse offrono agli altri stati un vantaggio indubbio, soprattutto in presenza di un nemico più numeroso e meglio armato.

Ormai con la macchina ho raggiunto e sto attraversando le Montagne delle Colline Nere (Black Hills). Questa area geografica del Sud Dakota è una delle più storiche e significative degli Stati Uniti, per varie e importanti ragioni. E qui che Mount Rushmore è collocato. Qui c’e anche la montagna dedicata a Crazy Horse (Cavallo Pazzo) ed è sempre qui, fra i picchi e le foreste delle Colline Nere, che aleggiano i fantasmi storici di un passato mai dimenticato e ancora controverso. Le colline nere sono considerate montagne sacre per gli indiani della tribù Lakota. I Black Hills (Paha Shapa) rappresentano la storia e la tradizione dei popoli nativi di questa area geografica. Nel 1776 gli indiani Lakota-Sioux conquistarono a spese della tribù dei Cheyenne questo territorio. Il 1776  è un anno significativo; fu anche l’anno della Dichiarazione di Indipendenza che di fatto segnava la nascita degli Stati Uniti D’America. La stessa data, due aree geografiche lontane, due entità politiche separate, diverse e aliene fra di esse, che però, per l’ineluttabilità del destino, si incroceranno e si scontreranno nel futuro.

Attraversando le Colline Nere arrivo a un paesino che si chiama Custer.  L’ultima volta che ci ero passato, motivato dal consiglio di un’amico, mi sono fermato in un ristorante per assaggiare “Il miglior Barbecue D’America.” Dakota BBQ è un posto piccolo, niente di sofisticato, ma leggendario fra i buongustai, gli amanti della carne al barbecue. Purtroppo questa volta però dovrò rinunciare al miglior barbecue del mondo; il tempo a disposizione è poco e la strada che mi attende lunga. Do un’occhiata all’orologio; segna le 11:30, la mia corsa continua…

Il paesino di Custer evoca un pezzo di storia importante per gli Stati Uniti. Il paese prende il nome dal famoso ufficiale militare, George Armstrong Custer, comandante del Settimo Cavalleria. Settant’anni dopo l’epico viaggio di Lewis e Clark, che risalendo il fiume Mississippi, attraversarono il Continental Divide, diventando i primi americani ad entrare nei territori dell’Ovest, nel 1874, una spedizione militare comandata dal Tenente Colonnello Custer, partendo dal Forte Abraham Lincoln, sulla riva occidentale del fiume Missouri, in quello che oggi viene chiamata la capitale del Nord Dakota, Bismarck, si avventurò alla scoperta delle Colline Nere. Ufficialmente il governo degli Stati Uniti aveva incaricato Custer di intraprendere la spedizione con l’obiettivo di trovare un luogo adatto per insediare un nuovo forte militare. Ma Custer aveva anche l’obiettivo di accertare se le voci di una possibile presenza di vene d’oro nelle Colline Nere era veritiera. Così, partendo il 2 luglio 1874, l’eroe della guerra civile, George Custer, guidò il Settimo Cavalleria e un gruppo di spedizione di oltre mille uomini alla scoperta delle Colline Nere. Custer era convinto che le Colline Nere sarebbero state fonti di una vasta riserva aurea utile alla prosperità  della nuova nascente nazione degli Stati Uniti D’America.

L’interesse degli americani per le Black Hills e la spedizione di Custer, procedeva in violazione del trattato firmato a Fort Laramie, nel 1868, che garantiva ai Sioux “uso e occupazione assoluta e indisturbata” dell’intera area delle Colline Nere. La spedizione nelle Black Hills gettò le basi per la conseguente “invasione” dei pionieri, dei coloni alla ricerca dell’oro; fu uno dei fattori scatenanti l’ultima guerra indiana, la guerra delle grandi praterie fra i Sioux e gli Americani.  L’ultimo capitolo di un conflitto che spense la luce della libertà delle popolazioni native d’America. Ironia della sorte; è la stessa luce che va lentamente estinguendosi anche sui patrioti americani in questo ventunesimo secolo, patrioti travolti dal cambio epocale demografico e generazionale.

Durante la spedizione di Custer, fu eretto l’accampamento principale del settimo cavalleria nello stesso luogo dove oggi sorge il paese. E sempre nello stesso luogo, tramite una foto storica, Custer veniva immortalato, dopo una battuta di caccia con la sua preda, un orso grizzly.

 

http://www.bigskywords.com/montana-blog/the-black-hills-expedition-of-1874

 

Oggi, la popolazione delle Black Hills è composta principalmente dagli abitanti delle riserve indiane e da quelli della base aerea militare di Ellsworth; in più tanti turisti che, soprattutto d’estate, vengono a visitare questi luoghi leggendari. L’economia delle Black Hills è così passata dallo sfruttamento delle risorse naturali (miniere e legname) all’industria del turismo e dell’ospitalità.

Di solito passato Custer e la città di Rapid City, per raggiungere Bismarck, dovrei dirigermi verso nord attraversando le vasti praterie del Dakota. La strada mi porta a percorrere le riserve indiane delle tribù dei Cheyenne e di Standing Rock. Questa ultima tribù, due anni fa, salì alla ribalta delle cronache mondiali, quando i nativi, sostenuti da migliaia di attivisti ambientali, organizzarono una protesta, in larga scala, contro il gasdotto Dakota Access Pipeline (DAPL). Per i nativi di Standing Rock, i lavori del gasdotto violavano il territorio sovrano e sacro della riserva indiana. Il DAPL, anche conosciuto come Bakken, è un oleodotto sotterraneo lungo 1.172 miglia (1.886 km). Inizia nei giacimenti petroliferi di Scisto della formazione Bakken, nel Nord Dakota, e continua attraverso il Dakota del Sud, lo Iowa, fino al terminale petrolifero a Patoka, nell’Illinois. Insieme al gasdotto di trasferimento di petrolio greggio da Patoka a Nederland, in Texas, forma il sistema Bakken. La Costruzione del DAPL , un progetto da 3,78 miliardi di dollari, iniziò nel giugno 2016. Nonostante la massiccia protesta, che bloccò temporaneamente la costruzione del gasdotto, DAPL fu completato nell’aprile 2017, diventando operativo nel Giugno 2017.

Questa volta però mi dirigo verso est, invece che a nord; una deviazione dal mio tragitto originale con un chiaro obbietivo. Mentre la macchina continua la sua corsa, lo scenario cambia dalle montagne delle Colline Nere, alle pianure e dolci colline delle praterie del Dakota. Mi fermo ad una piccola stazione di servizio nel mezzo del niente; il nucleo urbano è composto, letteralmente parlando, da quattro, cinque case: Hayes, popolazione 77 abitanti recita il cartello al suo ingresso. Devo riempire il serbatoio e rifocillarmi un momento. Entro nella stanzetta del minimarket, anche se descriverlo così sembra eccessivo. Il commesso dietro il banco mi saluta: “Come stai? Tutto a posto?” “Si grazie” rispondo. Il commesso è probabilmente anche il proprietario della “stazione”. Un uomo sulla trentina, cappello, camicia, jeans, stivali e cinturone da cowboy.  Mi ricorda una giovane versione dello Sceriffo più duro e controverso D’America: il Capitano Clay Higgins il quale dopo la pensione fu eletto al Congresso Americano come rappresentante Repubblicano della Louisiana.

 

 

 

Solo ora mi accorgo che al lato del cinturone, il cowboy ha una fondina con dentro la pistola. Incuriosito gli domando: “Ci sono rischi di rapine in questo posto isolato?” No, perché?” Mi risponde. “ Niente, solo curiosità”. Sotto la giacca, la mia Sig 357, fedele compagna, che porto con me ogni volta che viaggio, grida vendetta. In California sarebbe culturalmente inaccettabile mostrare un arma in pubblico. Col gomito accarezzo il lato della giacca, avvertendo il rigonfiamento della mia pistola. Questo mi porta conforto e mi fa sentire meno solo nelle sconfinate pianure del Dakota. Mentre attendo che la cassa elabori i dati della mia carta di credito, noto un cartello affisso al muro, dietro il bancone, incuriosito leggo : “Troppo sangue versato. Siamo una potenza costituzionale non una potenza imperiale!” Deduco che il sangue versato sia riferito alle guerre combattute dall’America in questi ultimi vent’anni. Mi piacerebbe porre una domanda al Cowboy commesso, ma il tempo stringe e la tabella di marcia mi impone di proseguire il mio viaggio.

Da dove vieni?” Mi chiede il cowboy mentre, dopo aver firmato la ricevuta, raccolgo dal banco,  la bottiglia d’acqua e le noccioline acquistate. “Dalla California” gli rispondo. Lui mi guarda dritto negli occhi senza accennare ad un minimo di inflessione emotiva. “Ti sei perso nelle praterie?” Mi chiede. “No, Sono sulla strada per Bismarck vado a trovare mio figlio all’Università”.

Esco dalla stazione di servizio, improvvisamente un vento gelido mi avvolge.  L’assenza di rilievi montagnosi significativi e la latitudine, lasciano esposte le praterie del Nord e Sud Dakota ai venti polari provenienti dal Canada. Siamo agli inizi di Ottobre e mentre in California imperversa l’estate indiana, con temperature ben oltre i 30 gradi, in Dakota l’inverno è ormai arrivato.

 

***

 

L’OMBELICO DEL MONDO

 

Qual è il dovere più sacro e la più grande fonte di sicurezza per la Repubblica? Un inviolabile rispetto della Costituzione e delle leggi” 

 

 

Ciao Gianfranco, piacere di conoscerti” mi porge il benvenuto Vince. Il primo scambio è cordialmente positivo. Si avverte la sensazione di mutuo e reciproco rispetto. “Vince, il piacere è tutto mio.” rispondo.

 

***

 

Vai a trovare Vince” mi aveva suggerito George prima di lasciare il suo ranch in Wyoming. Una veloce telefonata fatta da George, per confermare se Vince fosse disponibile, mi aveva convinto ad effettuare una piccola deviazione sulla strada verso Bismarck per conoscere uno degli amici più cari di George.

L’amicizia tra Vince e George è di vecchia data. George era un giovane poliziotto appena arruolato nelle forze dell’ordine, Vince invece era un professore di storia in una delle più prestigiose e conosciute università della California. Secondo la versione dei fatti, che diverge leggermente a secondo di chi la racconta, Vince era in macchina mentre andava al lavoro e George era di pattuglia. George fermò Vince per notificargli una multa per eccesso di velocità. “Non l’ho multato, gli diedi semplicemente un avvertimento” sostiene George. “Mi multò per eccesso di velocità, andavo solo 15 miglia oltre la soglia del limite” sostiene tuttora Vince. Comunque sia quell’incontro fu l’inizio di un’amicizia che dura ormai da oltre 40 anni.

Vince, durante la sua lunga carriera, ha insegnato storia a migliaia di studenti, ma proprio come George, un giorno Vince si ritrovò sopraffatto dal futuro e relegato in un passato che non esisteva più. La sua colpa? Aver scritto una recensione accademica sulla “pericolosa” erosione dei valori della costituzione americana.  Vince denunciava il numero sempre più alto di istituzioni e cittadini americani che non sapevano piu interpretare l’essenza della costituzione, ignorando completamente il suo significato e i rispettivi contenuti. Vince attribuiva la decadenza dei valori costituzionali, tanto cari ai padri fondatori e ai patrioti americani, a vari motivi. Principalmente tre. Primo, la sempre più crescente macchina amministrativa, burocratica che snatura il concetto costituzionale di  “limited government.” Secondo, la crescente mancanza di insegnamento didattico storico sull’importanza dei valori costituzionali. Terzo, la connessione tra l’immigrazione moderna e l’erosione del rispetto, la conoscenza, l’intendimento dei concetti cardini della costituzione, in particolare quelli ribaditi nel secondo emendamento. Questo ultimo punto creò una levata di scudi da parte di varie entità accademiche e mediatiche che si precipitarono a definire lo scritto di Vince razzista. Vince aveva più volte cercato di chiarire la sua posizione: “La mia affermazione era neutrale, non era un giudizio pro o contro l’immigrazione, ma piuttosto una semplice constatazione dei fatti”. Vince sosteneva che la massiccia immigrazione moderna, proveniente principalmente dai paesi latini e asiatici è intrinsecamente diversa da quella del passato “L’immigrato in quanto tale, indipendentemente da dove proviene è sempre degno dei diritti e delle opportunità che gli Stati Uniti offrono

Secondo Vince, il logorio del rispetto nei riguardi del secondo emendamento in Stati dell’unione come la California e New York è dovuto anche al fatto che i nuovi immigrati sono estranei ai valori legati al concetto di possesso delle armi. La maggior parte arriva da paesi avversi alla cultura delle armi. “Non è una filosofia giusta o sbagliata, ma semplicemente la constatazione che nella stragrande maggioranza dei casi, i nuovi immigrati che arrivano negli Stati Uniti sono estranei al diritto del possesso alle armi, provengono da culture in cui l’equivalente del nostro secondo emendamento non esiste. Non comprendono né la necessità, né la ragione di possedere le armi.

La parte meno compresa del secondo emendamento è il significato, lo spirito, al di là del possesso fisico delle armi, che il secondo emendamento rappresenta: “Il secondo emendamento garantisce di fatto l’opzione del cittadino alla ribellione, alla rivoluzione. ll secondo emendamento, non è stato scolpito dai Padri Fondatori nel testo della costituzione per garantire il diritto del cittadino di andare a sparare al poligono, di andare a caccia, oppure di proteggersi dai criminali; queste sono le conseguenze naturali delle quali il cittadino beneficia.  La vera ragione dell’esistenza del secondo emendamento è quello di garantire un baluardo, un dissuasore contro la nascita di un governo, di un’entità sovrana ostile alla costituzione stessa. I Padri Fondatori si sono preoccupati di codificare i diritti alle armi nella costituzione con una sola ragione in mente: offrire al cittadino gli strumenti necessari per opporsi, se desidera, ad una dittatura tirannica.”  Sostiene Vince. Ad avallare questo concetto essenziale, primario, nella costruzione della costituzione americana, si può portare come esempio la collocazione stessa del secondo emendamento, nella stesura del dettato. Il primo emendamento afferma il diritto alla parola e alla libertà di espressione “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscono la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti.” Il secondo emendamento afferma il diritto al possesso delle armi. In altre parole; se il diritto al primo emendamento venisse meno, il secondo diventa garante e baluardo del rispetto del primo emendamento. Il due emendamenti sono interconnessi; il lento, inesorabile sgretolamento di questi due emendamenti porterà alla fine della repubblica a stelle e strisce; il tempo segna l’ora tarda della Repubblica Americana; l’ora della rivoluzione e della ricostruzione di una nuova entità. Una realtà fondamentalmente diversa da quella attuale. Il destino della Repubblica è ormai incanalato su binari che non si possono deviare…Mi vengono in mente le parole di alcuni dei Padri Fondatori, su tutti Alexander Hamilton, Samuel Adams e George Washington: Qual è il dovere più sacro e la più grande fonte di sicurezza per la Repubblica? Un inviolabile rispetto della Costituzione.” “Se mai dovesse venire il momento, quando uomini vanitosi e ambiziosi avranno i posti più alti nel governo, il nostro Paese avrà bisogno dei suoi patrioti per impedirne la sua rovina.“Il governo non è intelletto, non è eloquenza, è solo forza. Come il fuoco, è un servo pericoloso e un temibile padrone.

 

 

Due giorni dopo la pubblicazione dello scritto, Vince fu chiamato a rapporto dal rettore dell’università per chiedere chiarimenti su alcuni dei concetti più” controversi” espressi nel suo saggio. Poiché era professore di ruolo, al rettore dell’Università mancavano  le basi per poter licenziare Vince. “Probabilmente neanche il rettore credeva che il mio ‘peccato’ fosse degno di questa sollevazione di scudi. Ma anche lui dovette cedere  all’impeto critico al quale fu soggetto il mio scritto.

Come conseguenza del suo saggio Vince fu oggetto di minacce alla sua incolumità. Lettere minatorie arrivavano a decine ogni giorno, sia nel suo casellario postale all’Università, sia a casa. Una scritta sul muro dell’Università lo accusava di essere razzista e la macchina gli fu rigata più volte nel parcheggio dell’università stessa. Tutto ciò convinse Vince, dopo tanti decenni di insegnamento, ad appendere i libri al muro e andare in pensione; era il 22 Aprile 1998.

 

***

 

Seduti nel salone di Vince ci gustiamo il tè che sua moglie ha preparato. Il salone è di fatto una libreria privata; i muri sono ricoperti da scaffali pieni di testi. “Quanti sono?” Chiedo a Vince guardando gli scaffali. “Fino a qualche anno fa avevo una collezione di 1322 libri, oggi me ne sono rimasti 543

Vince ha raggiunto e superato la ottantina d’anni anche se ne dimostra non più di 70. ”Sembra più vecchio George, nonostante abbia una decina di anni in meno”,  rivolgo un complimento a Vince ridendo. “George ha vissuto una vita sempre sul filo del rasoio; sparatorie, inseguimenti, botte, arresti, insulti, umiliazioni, divorzi, fallimenti; ha combattuto contro tutto e tutti a volte anche con chi gli era amico. Andare in pensione e lasciare la California per il Wyoming, circondandosi di terra, aria, animali e libertà gli ha sicuramente prolungato la vita” Risponde Vince.

Perché il Sud Dakota?” domando schiettamente a Vince. “Mia moglie è originaria di Sioux Falls, ci incontrammo all’università di Berkeley dove si era trasferita a studiare e da allora non ci siamo più lasciati. Quando andai in pensione si presentò l’opportunità di comprare un appezzamento di terra e una casa qui a Highmore, dove il fratello buonanima, di mia moglie viveva.”   Risponde Vince. Tra la terra del cognato e quella di sua proprieta, intorno ai 110 acri (oltre 44 ettari)  negli ultimi vent’anni, Vince ha coltivato e prodotto tonnellate di Mais e Soia. Vince ora è in pensione per la seconda volta, la terra è stata data in gerenza ad una compagnia che produce il mais, “la stessa a cui vendevo il mais” precisa Vince. Gli Stati Uniti sono il primo produttore al mondo di mais, il Sud Dakota il sesto stato dell’unione per la produzione di mais.

Highmore, il centro abitato dove vive Vince, si fa fatica a chiamarlo paese. Highmore è la “capitale” della Contea di Hyde. Gli elettori della Contea di Hyde hanno votato repubblicano sin dalla creazione dello stato del South Dakota. In sole due elezioni hanno votato democratico: quelle di Franklin D. Roosevelt nel 1932 e Lyndon B. Johnson nel 1964.

Il censimento ufficiale dice che a Highmore vivono 795 persone. In totale nella contea vivono 1280 persone. L’estensione della contea di Hyde è di 2240 chilometri quadrati. Per fare un paragone è più o meno della stessa estensione della provincia di Latina. Hyde sta lentamente scomparendo; nel 1930 la popolazione era di 3690 abitanti. Da allora, anno dopo anno, la contea ha visto calare demograficamente la popolazione. Rispecchia una tendenza ormai consolidata nel paese. Le contee a maggioranza di cittadini bianchi vanno lentamente scomparendo se non sono rimpiazzate da immigrati provenienti da altri Stati dell’Unione o da altri paesi del mondo. Generalmente parlando, la popolazione degli Stati Uniti è sempre in crescita, ma in posti dove l’immigrazione non arriva, il basso tasso di natalità è una condanna certa per il futuro. “D’altronde” dice Vince ”se non sei dedito alla coltivazione e/o all’allevamento, per i giovani qui non c’è niente…

Nonostante tutto, Highmore è salito alla ribalta nazionale nel giugno del 2019, quattro mesi prima della mia visita a Vince. Infatti uno dei motivi di questa mia deviazione non era solo il desiderio di conoscere Vince, ascoltando in prima persona la sua personale storia di fuga verso l’ultima frontiera, ma anche la curiosità di visitare un piccolo centro abitato della praterie del Dakota, diventato, tutto di un colpo famoso e proiettato sulla ribalta della politica nazionale. Highmore, questa comunità minuscola, per qualche ora, si è ritrovata al centro dell’aspro scontro politico-sociale in atto di questi tempi di tardo impero americano. In un istante Highmore si è scoperta al centro del mondo: “Preferire chiamarlo l’ombelico del mondo, definirlo centro è esagerato; alla fine siamo solo un buco nel mezzo della prateria. Passata la sbornia mediatica, siamo tornati ad essere un buco…grazie a Dio…” specifica Vince.

 

https://www.ksfy.com/content/news/Parade-float-causes-controversy-511659961.html

Ogni Giugno, in questa centro abitato, si tiene la celebrazione annuale della giornata dei Coloni di Highmore. Un evento celebrativo per radunare tutti insieme i cittadini della contea e dare la possibilità anche agli espatriati da questa contea, che vivono in altri stati, di rientrare e celebrare la cultura e lo spirito delle praterie. Il Giugno passato però è stato particolare; era la celebrazione del cinquantesimo anniversario della giornata dei coloni. A renderla più vivace e “controversa” ci ha pensato un cittadino di Highmore; Jeff Damer. In uno dei carri della parata celebrativa ha pensato bene di mettere una gabbia con dentro due persone con le maschere rispettivamente di Hillary Clinton e Barack Obama. Al di fuori della gabbia un’altra persona con la maschera di Donald Trump a simboleggiare l’arresto e l’imprigionamento di Obama e Clinton per mano dello “Sceriffo” Trump. Inutile dire che in questi tempi di estrema sensibilità sociale e politica, il simbolismo del carro ha toccato un nervo delicato in questa America che naviga sull’orlo di una guerra civile.

I grandi network come la CNN e il mondo dei social media si sono improvvisamente accorti dell’esistenza di questo “ombelico del mondo” riversandosi nelle praterie del Dakota per comprendere meglio “l’odio” che spinge questi “trogloditi” a fomentare il loro razzismo, misoginismo e anticonformismo…

Ci conosciamo tutti qui, incluso Jeff, un bravo ragazzo, che non si aspettava di certo una reazione del genere..Nessuno mai si era preoccupato di sapere cosa succedesse in questa terra di frontiera…” esclama Vince. “Per qualche giorno mi sembrava di essere tornato in California, con l’ossessione del politicamente corretto che mi ha tormentato negli ultimi anni della mia carriera…Ho avuto flashbacks che mi hanno impedito di dormire per un paio di notti quasi fossi afflitto da disturbo da stress post-traumatico” dice Vince con tono mesto. “Grazie a Dio così come erano improvvisamente apparse le orde urbane-radical chic, così si sono dileguate, un paio di giorni dopo. Qui vive tutta brava gente e desidera solo essere lasciata in pace. Molti nella comunità, dopo la parata, da Jeff al Sindaco del paese, hanno subito minacce di morte. La maggior parte di queste minacce arrivavano da soggetti che vivono in altri stati, come la California.” continua Vince. Quello che questa gente non riesce a comprendere è il significato stesso del primo emendamento: Libertà di espressione e di parola vuol dire letteralmente quello. I Padri Fondatori non hanno lasciato dubbi. Qualsiasi opinione, per quanto odiosa possa essere, e` protetta dalla Costituzione. Fra l’altro ciò che è detestabile per me potrebbe essere apprezzato da qualcun altro. Il vero lascito al rispetto della libertà di parola non è quando scambiamo opinioni ed esprimiamo concetti con coloro con i quali ci troviamo d’accordo, ma quando ci confrontiamo con chi detestiamo  per le idee che esprimono. Non dobbiamo condividerle ne ascoltarle quelle idee, ma dobbiamo rispettare la libertà di chiunque di esprimerle” dice Vince. “Quello che è successo lo scorso Giugno ha convinto molti di Highmore che anche nelle nostre praterie la libertà concessa dalla Costituzione è ora minacciata da forze sovversive che fino a qualche anno fa erano relegate alle zone metropolitane e universitarie, soprattutto in stati come la California e New York. Qui  la gente ha perso un certo senso di innocenza e si ritrova ora a meditare sul proprio futuro. Molti sono venuti in pellegrinaggio a casa mia per chiedere consiglio e ascoltare la mia esperienza. Ho ricordato a loro che quello a cui hanno assistito, sperimentato, io e mia moglie lo avevamo già vissuto vent’anni fa. Prima di questa storia che ha travolto e stordito il nostro paesino, guardavo alle milizie civili armate del Montana o del Wyoming con un certo disinteresse; le ritenevo francamente troppo radicali e fanatiche. Ora purtroppo in Highmore si sente più di qualcuno che vorrebbe creare anche qui un reggimento miliziano. Ci sentiamo con le spalle al muro. Non vivrò abbastanza a lungo da assistere alla sfracello di questo paese e di questo ne sono riconoscente a Dio. Ma fra 20-30 anni tutto sarà diverso. La nostra cara amata nazione non esisterà più e se continuerà sarà in una forma completamenta diversa da quella attuale.” la voce di Vince è tremolante, quasi sull‘orlo del pianto.

Ti vuoi fermare per cena?” mi chiede Vince. “Ti ringrazio, apprezzo l’invito, ma devo declinare; sono già le sette di sera e devo ancora arrivare a Bismarck.” gli replico. “Ti posso donare un libro per farti compagnia?” mi chiede Vince. “Sei molto gentile Vince ma io non leggo quasi più i libri cartacei; preferisco gli audio ebook sul kindle, cosi anche quando sono in macchina posso ascoltare la narrazione, ma sono interessato a conoscere la tua raccomandazione su qualcosa da leggere” dichiaro con curiosità. “Washington’s Crossing di David Hackett Fischer” Risponde Vince

 

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Sei mesi dopo la Dichiarazione di Indipendenza, il sogno della rivoluzione americana stava già sfumando. Le forze britanniche aveva sbaragliato gli americani a New York, occupato tre colonie ed erano ormai ad un passo da Filadelfia. La notte di Natale del 1776 George Washington era sul punto di perdere la Guerra Rivoluzionaria. Le truppe continentali erano scoraggiate e quasi sconfitte. Il resto dei patrioti americani avevano perso fiducia nelle capacità militari-tattiche di Washington. Il generale Joseph Reed, uno degli ufficiali più vicini a Washington aveva cospirato contro di lui. Uno dei comandanti di Washington, Charles Lee era stato catturato due settimane prima dagli Inglesi. Il Congresso stesso aveva abbandonato Filadelfia rifugiandosi a Baltimore per sfuggire all’avanzata inglese.

Qualche mese prima, a luglio, nel preciso istante della dichiarazione di indipendenza, George Washington comandava una forza di 20,000 truppe per lo più male addestrate contro 32,000 soldati Britannici altamente addestrati, disciplinati e bene equipaggiati. Sconfitta dopo sconfitta, molti dei soldati continentali erano tornati a casa o avevano disertato raggiungendo le truppe britanniche. Con soli 5000 uomini rimasti, in quella fredda e ventosa notte di natale del 1776, George Washington stava guardando dritto alla disfatta che incombeva. In quella notte di Natale George Washington si sarebbe giocato la sua ultima e decisiva carta. In quella notte la battaglia di Trenton entrerà nella storia come quella che cambierà le sorti della Rivoluzione Americana.

Alle sue truppe esauste e demotivate George Washington aveva letto, tre giorni prima, lo scritto di Thomas Paine: “Questi sono i tempi che provano le anime degli uomini: il soldato estivo e il patriota di un giorno, in questa crisi, si defila nel servire il proprio paese; ma chi lo sostiene ora, merita l’amore e il ringraziamento dell’uomo e della donna. La tirannia, come l’inferno, non si sconfigge facilmente; tuttavia ci portiamo dietro questa consolazione: più difficile è il conflitto, più glorioso è il trionfo.

 

***

 

L’orologio segna le 20:20, ancora tre ore e mezzo mi separano dalla mia destinazione finale: Bismarck. Mentre la macchina attraversa le praterie del Dakota, non c’è più nessuno sulla strada. A parte i mie fari, il buio è totale, le poche macchine che ogni tanto incrocio bucano fugacemente la notte. Il forte vento freddo lo avverto nel controllo dello sterzo; la macchina di tanto in tanto sbanda leggermente e richiede massima concentrazione nella guida.

Nella fredda e ventosa notte delle praterie rifletto sul mio viaggio che involontariamente si è trasformato in un’odissea nell’ultima frontiera americana: Vince fu il precursore di George e di tanti altri personaggi che come loro si sono ritrovati improvvisamente tagliati fuori da una società che stava rapidamente cambiando.

Molti anni prima che esistesse il Redoubt Americano, George e Vince si sono trasformati, giocoforza, in una sorta di nuovi pionieri alla ricerca di una nuova frontiera che gli permettesse di sfuggire all’onda inesorabile del cambiamento epocale in atto nella società americana. Quello che ha catapultato Highmore alla cronaca nazionale è un riflesso della guerra di pensiero e delle divisioni politiche che affliggono gli Stati Uniti odierni. Ormai nessuno ne è immune, neanche “un buco nel mezzo delle praterie.” Lo scontro fra forze opposte: da un lato quelle elitiste, progressiste-globaliste che cercano di cambiare, trasformare, un modo di pensare e di vivere radicato nel “passato” e dall’altro una parte della società, sempre più minoritaria, che cerca di aggrapparsi e tenere in vita quelle tradizioni, soprattutto costituzionali, sempre meno importanti in questa America del ventunesimo secolo. L’onda trasformatrice, picconatrice dei valori costituzionali, che partendo dai centri di potere amministrativo, finanziario, mediatico, filosofico e didattico ha trasformato la repubblica americana in una impero globalista, sta ora bussando alle porte degli stati del redoubt e della praterie della frontiera americana. Gente come Vince e George che anni prima era fuggita per evitare di essere travolta completamente da quell’onda, ora si ritrova a guardare, dalle montagne del Wyoming o dalle praterie del Dakota, lo tsunami che all’orizzonte avanza inesorabilmente. Con le spalle al muro non hanno più dove andare a ripararsi. Quando George disse che quella di casa sua sarebbe stata la collina di armageddon, l’ultimo suo atto, non scherzava affatto…L’orizzonte si oscura, i cieli annunciano la burrasca…

Questi sono i tempi che mettono alla prova l’animo degli uomini…

 

 

VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA

 (Terza Parte)

 

UN CAMBIAMENTO EPOCALE

 

 

“Lo scopo della costituzione e` limitare il potere del governo federale non quello dei cittadini americani”

 

 

La sala riunioni è affollata. Gente in fila che preme per entrare nel ginnasio di una scuola (Horizon Middle School) di Bismarck. La fila di persone si snoda sin oltre il portone di entrata. Dentro la sala tutte le sedie sono occupate e molti sono appoggiati ai muri in piedi. Non avverto per ora la tensione che mi sarei aspettato per un dibattito così saturo di tensione politica e sociale. Mi accomodo nella terzultima fila in fondo la sala. Prima di entrare nel ginnasio, mentre ero in fila, ho scambiato due battute con un cittadino di Bismarck: Jim è un uomo sulla cinquantina, mi invita a sedermi accanto; ci sono anche la moglie, Mary e un amico di Jim, Greg. Siamo tutti coetanei, anche loro attenti a partecipare alla pubblica riunione. Jim è un imprenditore, ha una ditta di costruzione e scavi; la moglie e i due figli lavorano con lui. Mentre parlo con Jim, osservo con la coda dell’occhio Greg. Un uomo dai lineamenti duri, rughe scavate nella pelle come se fossero dei canali di irrigazione. Occhi blu profondi, capigliatura spessa, barba lunga. La stazza e` imponente; ad occhio e croce Greg svetta a oltre un metro e novanta e supera abbondantemente i 100 chili. Sotto la camicia pesante da cowboy, non intravedo grasso; deduco che la stazza di Greg è per la maggior parte composta da muscoli. Le mani sono grosse come pale meccaniche e nel momento di stringerle le ho sentite callose e ruvide. L’insieme mi lascia pensare ad un uomo temprato da un lavoro duro e faticoso. Mi giro verso Greg e gli domandò: “hai terra?” “Si ho terra, animali e un ranch” mi risponde. Un tema ricorrente quello della terra, dei ranch e degli animali, in questa landa americana dell’ultima frontiera, rada di popolazione, quasi a simboleggiare gli immensi spazi sconfinati, posizionati alla periferia del mondo metropolitano, caotico e  decadente della civiltà occidentale.

 

 

Cosa ha spinto tuo figlio a iscriversi all’università di Bismarck?” Mi chiede Jim incuriosito. “Ha vinto una borsa di studio dall’università di Bismarck e quindi ha deciso di frequentare l’università  in Nord Dakota” rispondo. Aggiungo: ”Infatti ha accettato con molte riserve l’offerta da Bismarck, l’ho convinto dicendogli che se non andava dove gli offrivano una borsa di studio, il costo dell’Università sarebbe stato per me decisamente proibitivo e di conseguenza avrebbe dovuto vedersela da solo.”Povero ragazzo cresciuto e nutrito al sole della California, finito nella ‘tundra’ del Dakota…” Scherza Jim.

Sul palco di fronte alla platea sono seduti i commissari della contea di Burleigh, dove si  trova la capitale del Nord Dakota; Bismarck. Jim con il dito mi indica i commissari identificandoli per nome e cognome:  Brian Bitner, Jerry Woodcox, Mark Armstrong, Kathleen Jones e Jim Peluso.  Mi guardo intorno alla platea, osservo nel volto dei partecipanti alla riunione il tratto della società di questa ultima frontiera americana. Gli uomini e le donne che mi circondano rappresentano i cittadini del Nord Dakota e proprio come quelli del Sud Dakota e degli Stati del Redoubt Americano, sono ancora a maggioranza tradizionalmente bianca, una realtà che rappresenta una america che va velocemente scomparendo.  Nel resto degli stati dell’Unione, oltre questa terra da ultima frontiera, la composizione della popolazione americana è cambiata drammaticamente negli ultimi due decenni.

 

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Sin dall’insediamento di Jamestown nel 1607 e dallo sterminio dei popoli nativi, gli Stati Uniti sono stati prevalentemente a maggioranza bianca. I bianchi rappresentavano nel 1950 intorno all’88% della popolazione statunitense. Nel 2018 sono scesi al 60%. Scenderanno al di sotto del 50% nei prossimi 10-15 anni. Già ora i non bianchi rappresentano più della metà delle popolazioni delle Hawaii, del Distretto di Columbia (Washington), della California, del Nuovo Messico, del Texas e del Nevada. “Resistono” gli stati dell’ultima frontiera americana; Idaho, Montana, Wyoming, North Dakota, South Dakota, ma e una resistenza simbolica, dal destino segnato.

Altro dato interessante; nel 2020 si prevede che negli Stati Uniti ci saranno più nascite di bambini non bianchi rispetto a bambini bianchi. Nel 2015, per la prima volta, negli Stati Uniti ci sono stati più decessi che nascite di persone bianche. Gli stati con il numero più alto di morti di bianchi rispetto alle nascite includono la California, la Florida, la Pennsylvania e il Michigan.

 

 

 

https://www.pewresearch.org/fact-tank/2019/12/20/key-ways-us-changed-in-past-decade/

Il cambiamento demografico negli Stati Uniti è una certezza, un destino segnato che renderà la razza bianca minoritaria; porterà cambiamenti epocali nella composizione politica e ideologica della terra a stelle e strisce.  L’America sta cambiando ed è un cambiamento senza possibilità di ritorno. La popolazione bianca sta velocemente scomparendo mentre aumenta la popolazione ispanica, asiatica e nera. Questo passaggio da una nazione in maggioranza bianca a una più diversificata sta avvenendo in alcuni luoghi degli Stati Uniti più rapidamente rispetto ad altri. Gli stati del Redoubt Americano e dell’ultima frontiera sono quelli che stanno cambiando molto più lentamente, ancorati, asserragliati ancora a una popolazione ed a una tradizione culturale e costituzionale che rappresenta il volto di una America smarrita, un concetto di un’america tradizionale incanalata ormai sul viale del tramonto.

L’onda del cambiamento sta bussando inesorabilmente e prepotentemente alle porte del Redoubt. Quel cambiamento che fino a 10 anni fa ancora eludeva l’ultima frontiera americana, ora si ritrova sotto le mura, alla soglia del cancello. Infatti non solo i grandi centri urbani o le zone costiere, ma anche stati limitrofi ai territori del Redoubt come il Colorado, si sono ormai trasformati completamente in una nuova entità. Il muro del Redoubt si sta lentamente ma inesorabilmente sgretolando e con esso l’America dell’ultima frontiera. L’unica domanda da porsi è se i patrioti del redoubt saranno disposti ad accettare questo cambiamento senza porre resistenza.

 

 

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La riunione trasformata in dibattito va avanti per circa quattro ore. I commissari prima discutono fra di loro e poi passano la parola al pubblico che ha il diritto, se desidera, di esprimersi apertamente al microfono ed esporre la propria opinione per cercare di convincere i commissari a favore o contro la ricollocazione dei rifugiati nella terre delle comunità del Nord Dakota. Alla mezz’ora di dibattito tra i commissari fanno seguito tre ore e mezza di interventi da parte dei cittadini di fronte al tavolo dei commissari e di fronte alla platea stessa. La lunga fila di cittadini in piedi, al centro della sala, aspetta diligentemente il proprio turno per esprimere il proprio parere di fronte ai commissari sperando di convincerli a votare contro o a favore della risoluzione di accettazione della quota di rifugiati. Negli occhi e nello sguardo di Jim, Mary e Greg intravedo il riflesso della emotività che questo tema crea nell’animo di molti cittadini di Bismarck.

 

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In seguito alla sconfitta degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, migliaia di vietnamiti furono trasferiti come richiedenti asilo negli Stati Uniti, per sfuggire all’avanzata del  comunismo.

Il 13 aprile 1979, il procuratore generale degli Stati Uniti per l’amministrazione Carter, Griffin Bell, annunciò che, attraverso un ordine esecutivo, avrebbe concesso l’ammissione di migliaia di rifugiati dal Sud-Est asiatico e dai paesi del blocco sovietico negli Stati Uniti.  Come risultato delle azioni di Bell, il numero totale di rifugiati che entrarono negli Stati Uniti raggiunse quell’anno oltre 65.000 (40.000 dal sud-est asiatico e 25.000 dal blocco sovietico). L’azione esecutiva dell’amministrazione Carter apriva la strada alla necessità di cementare una legge, una soluzione, che non fosse temporanea. Il continuo flusso di rifugiati all’indomani della guerra del Vietnam e le rivoluzioni comuniste nel sud-est asiatico generano un sostegno politico, da parte di ambedue i partiti (Repubblicano e Democratico), sulla necessità di rendere permanente, con una legge ed una riforma, l’ammissione di rifugiati negli Stati Uniti allargandone il numero.  Alla fine del 1979 il Congresso approvò tale riforma all’unanimità: Refugee Act del 1980-S.643.

Il 18 marzo 1980, la legge fu presentata al presidente Jimmy Carter che la firmò aprendo definitivamente le porte ai rifugiati. La nuova legge si integrava con la legge sull’immigrazione e naturalizzazione datata 1965, creando anche un meccanismo per rivedere e adeguare le quote dei rifugiati per far fronte alle emergenze che via via si andavano a creare nel mondo. La legge cambiò la definizione di rifugiato stesso, conformando le leggi immigratori americane agli standard stabiliti dalle convenzioni e dai protocolli delle Nazioni Unite.

Dal 1980 ad oggi, cioè dal passaggio in legge del Refugee Act, che va aggiunto appunto alla riforma del 1965, gli Stati Uniti hanno ammesso più rifugiati di qualsiasi altro paese al mondo, oltre 3 milioni in totale. I rifugiati vanno aggiunti al numero degli immigrati legali, che dal 1980, è passato da meno di 15 milioni a 45 milioni. Un aumento vertiginoso spinto dell’immigrazione su larga scala dall’America Latina e dall’Asia, con una popolazione di origine straniera che si è attestata nel 2018 a 44,7 milioni. Agli immigrati legali vanno aggiunti quelli illegali che si calcola siano intorno ai venti milioni (stima per difetto).

 

https://www.migrationpolicy.org/article/frequently-requested-statistics-immigrants-and-immigration-united-states

 

Per anni gli stati, le varie contee e municipalità dell’Unione, si sono visti sdoganare un numero sempre più alto di rifugiati ricollocati dal governo federale nelle proprie giurisdizioni. Stati come la California, New York e  Washington hanno accolto migliaia di rifugiati senza battere ciglio. Altri Stati soprattutto quelli del Redoubt e dell’ultima frontiera americana hanno, malgrado la loro reticenza, accolto i rifugiati senza aver strumenti a disposizione per opporsi. I cittadini dell’ultima frontiera americana hanno sempre espresso la loro disapprovazione al flusso migratorio nei loro stati, mentre i politici locali, siano essi democratici o repubblicani (maggioranza), si sono sempre adoperati per facilitare la ricollocazione dei rifugiati nei territori di loro competenza. Da una parte il governo federale, spalleggiato dai politici locali (di qualsiasi partito essi fossero) che impone agli stati dell’ultima frontiera le quote dei rifugiati pena la perdita di finanziamenti federali,  dall’altro i cittadini che vorrebbero un maggior potere decisionale nella scelta di imporre quote di rifugiati nei propri territori, città, paesi e comunita`.

 

 

Negli anni, i flussi dei rifugiati ammessi negli Stati Uniti è oscillato tra alti e bassi a seconda degli scenari geopolitici mondiali e delle amministrazioni in carica alla Casa Bianca. Con l’avvento di Donald Trump due importanti fattori si sono creati. Il primo:Il numero massimo imposto dall’amministrazione Trump di rifugiati ammessi negli Stati Uniti è sceso al record più basso mai registrato, 18,000 nel 2019, ben al disotto dei 110,000 imposti da Obama nel 2016. Il secondo: Trump nel Settembre del 2019 ha firmato ed emesso un ordine esecutivo con cui, per la prima volta dal 1980,  le agenzie che si occupano di reinsediamento di rifugiati devono ottenere il consenso scritto dai funzionari statali e locali in qualsiasi giurisdizione chiedono di collocare i rifugiati. In altre parole mentre prima i governi locali non avevano modo di opporsi sul numero di rifugiati che il governo federale assegna tramite le agenzie non governative, l’ordine esecutivo di Trump  delega autorità decisionale e consente ai governi locali di accettare o meno i rifugiati e se disponibili a collaborare con le agenzie che si occupano dei rifugiati, decidere quanti rifugiati sono disposti a ospitare.

L’ordine esecutivo di Trump coniugato con il numero striminzito di rifugiati che l’amministrazione Trump è disposta a far entrare, ha reso difficile il lavoro delle agenzie non governative. Le lamentele e le cause intentate in corte per cercare, tramite i giudici, di bloccare l’ordine esecutivo di Trump, si sono moltiplicate. Catholic Charities, Hebrew Immigrant Aid Society, Lutheran Immigration and Refugee Service, Church World Service e tante altre organizzazioni che si occupano di rifugiati sono sul piede di guerra contro l’amministrazione Trump. Cio che queste organizzazioni però non colgono è l’altra faccia di una società che alla periferia dei grandi centri urbani e dei grandi stati liberal-progressisti, fondamentalmente è stanca di vedersi imporre decisioni dall’alto senza essere consultata.

Il decreto esecutivo di Trump ha dato voce ai patrioti che si oppongono all’immigrazione e ai rifugiati offrendo ai cittadini uno strumento da usare per mettere pressione sui politici locali. Prima di Trump i politici si nascondevano dietro la scusa che non potevano opporsi alle quote di rifugiati imposte da Washington nei loro territori. Ora quella scusa è stata rimossa; Trump ha prima abbassato le quote di ammissione di rifugiati nel paese e poi ha trasferito il potere decisionale nelle mani degli stessi enti locali. Il risultato è questa assemblea di cui sono testimone, resa necessaria per discutere e convincere i commissari della contea se accettare o meno i rifugiati.

https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/executive-order-enhancing-state-local-involvement-refugee-resettlement/

 

 

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Lentamente la gente in fila, uno alla volta, si presenta di fronte al microfono ed esprime pubblicamente la propria opinione sui rifugiati da collocare nella contea di Burleigh. Sorprendentemente molti di quelli che sono in fila esprimono un’opinione positiva e di sostegno ai rifugiati incoraggiando i commissari  a votare a favore dell’insediamento. Jim con la testa, alzando il mento, indica in direzione delle persone in piedi in mezzo alla sala in attesa pazientemente del loro turno per parlare: “Vedi li riconosci da lontano; molti non sono neanche di Bismarck. Ci sono Immigrati, studenti universitari sottoposti al lavaggio del cervello dai propri professori universitari anche loro presenti in fila, in attesa di parlare ed impartire lezioni di comportamento a noi ‘ignorantoni.” Poi ci sono i rappresentanti di organizzazioni religiose che ci dicono che dobbiamo accettare tutti i rifugiati perché anche Gesù Cristo con la sua famiglia è stato un rifugiato. Se ci ostiniamo ad essere intransigenti ci dicono che andremo sicuramente all’inferno“ mi sussurra Jim all’orecchio. “ Ma all’inferno qualcuno di noi c’è già stato!” continua Jim rivolgendo lo sguardo verso Greg. Mi giro di lato e osservo Greg, ponderando le parole di Jim e chiedendomi che cosa intendesse per  “all’inferno qualcuno c’è già stato”. Jim quasi come se leggesse il mio pensiero continua a parlare sottovoce “quando nel buio più totale che ti avvolge, nei momenti di disperazione che ti  lacerano l’anima, l’unica consolazione che ti tiene a galla è quella di sapere che hai fatto tutto il possibile affinché il sacrificio delle persone a te più care non sia stato invano. Quando Greg ha perso suo figlio, appena ventenne militare in Iraq, queste organizzazioni religiose, caritatevoli, nonostante la tragedia, si sono viste poco o niente.  Gli unici vicini a Greg sono stati i patrioti che stringendosi intorno alla famiglia l’hanno sostenuta e aiutata. Queste entità religiose ritengono meglio concentrarsi sui rifugiati perché portano denaro. Miliardi di dollari dei contributi che ogni anno vanno a riempire le casse di queste organizzazioni religiose o laiche.  Ci sputo sopra e li vomito questi ipocriti

Continua la parata delle persone che esprimono la loro opinione; ha ormai superato le quattro ore, le ultime tre ore e mezza sono state spese dando la possibilità al pubblico di esprimersi. La maggior parte della gente è rimasta seduta ad ascoltare con attenzione e rispetto. Ogni volta che al microfono si sentiva qualcuno esprimere un giudizio positivo, eloquentemente spiegando le ragione per cui si dovrebbero accogliere i rifugiati nelle terre del Dakota, la sala rumoreggiava. Un signore seduto di fronte a me continuava a muoversi nervosamente sulla sedia, quasi come se stesse combattendo internamente con un fuoco invisibile, cercando di domare uno spirito inquieto.

Proprio come era successo con Highmore; “l’ombelico del mondo”, i mass media come la CNN, il New York Times si sono, solo ora, accorti dei malumori espressi da questa ultima frontiera americana. Si sono presentati in massa a questa riunione in Bismarck. Ufficialmente è la prima volta, il primo dibattito pubblico, da quando Trump ha firmato l’ordine esecutivo, in cui un ente locale è chiamato, alimentato dall’impeto dei patrioti e cittadini, ad esprimersi sui rifugiati. Nei commenti dei giornalisti presenti si intravede una certa condiscendenza nei riguardi dei cittadini di Bismarck, a dimostrazione che i rappresentanti delle élite mediatiche e politiche di questo paese nutrono un disprezzo culturale nei confronti di una parte del popolo americano. Si può quasi leggere nella testa ciò che pensano: “…ma come si permettono questi mandriani retrogradi a sfidare le regole del buon senso comune…?

Si susseguono gli interventi:

Non siamo contro i rifugiati o gli immigrati, ma abbiamo i nostri veterani, i nostri senzatetto , gli alcolizzati e tossicodipendenti a cui pensare”

“Siamo una nazione che ha sempre accettato i rifugiati e gli immigrati”

“Stiamo parlando di un piccolo numero di persone che fuggono da guerre e disastri e hanno bisogno della nostra assistenza”

”Secondo le cifre ufficiali ogni rifugiato costa alla collettività dei contribuenti 65.000 dollari di spese necessarie per provvedere ai loro bisogni di base, come alloggio, cibo…”

Alla fine degli interventi i commissari si apprestano a votare. Il processo di voto è semplice e trasparente; i commissari vengono chiamati per nome e annunciano a voce il loro voto: Brian Bitner: No a i rifugiati. Un mormorio si alza in sala, con qualcuno che due file di fronte a me applaude convinto. Jerry Woodcox: Si a i rifugiati. “Vergognati!” Si sente qualcuno esclamare in sala.  Mark Armstrong: Si ai rifugiati “Bravo Mark!” Una voce alla mia destra proclama la sua soddisfazione.  “Mark ma che fai? Hai perso la testa? ” Chiede invece ad alta voce un uomo tre-quattro file avanti a me. Jim Peluso: No ai rifugiati. “ Way to go Jim! (E la strada giusta Jim)” dichiara una voce dietro di me. Kathleen Jones: Si ai rifugiati! Voto finale; tre a favore dei rifugiati due contro. Greg si alza di impeto dalla sedia che cade per terra ed esce dalla sala senza dire una parola. Mary stringe la mano al marito Jim e i due restano seduti a fissare un punto del muro alle spalle dei commissari. C’è chi applaude contento della decisione dei commissari, il resto, la maggioranza, si alza e in silenzio comincia a sfollare la sala; si avverte un senso di rabbia e delusione tra la maggior parte delle persone presenti. Un uomo si alza e camminando si avvicina al tavolo dei commissari, punta il dito verso di loro che sono rimasti seduti di fronte alla platea: “La Costituzione non autorizza il Congresso o alcun ramo del governo federale a fornire alcun tipo di assistenza sociale o aiuto finanziario supplementare agli immigrati o rifugiati. Lo scopo della costituzione è limitare il potere del governo federale non quello dei cittadini americani; con questa decisione andate contro la volontà dei cittadini di Bismarck, portate l’acqua per conto dei  politici e degli apparati burocratici,  vi allineate con gli interessi di queste agenzie sovranazionali, vergognatevi…!” Impreca l’uomo.

Mi rivolgo verso Jim e alzandomi chiedo se vogliono rimanere in sala ancora per molto. “No, siamo pronti ad uscire” mi risponde Jim, poi prosegue “ meglio andarcene, voglio vedere dove è andato Greg”. Io, Jim e Mary usciamo insieme dalla sala  e dal tepore dei riscaldamenti, appena messo piede fuori, l’aria gelida mi colpisce come una lama di coltello al viso. Greg è in piedi appoggiato ad un camion nel parcheggio, presumo che sia il suo veicolo. Jim si avvicina a Greg e gli chiede come sta: “you okay man?”  Greg gli risponde “all good bro”. Poi Jim si rivolge verso di me “hai programmi per stasera?” mi chiede. “No, devo solo rientrare un po presto in albergo, domani mattina ho il volo di ritorno in California” gli rispondo. “Vieni con noi! Andiamo a bere qualcosa” mi propone Jim.

 

 

***

 

 

 

L’ ASCESA DELLE MILIZIE

 

 

“Sono come avvoltoi che circolano sopra il corpo di un guerriero ferito mortalmente…”

 

 

Sono le nove di sera, la citta e deserta, una macchina della polizia attraversa l’incrocio di fronte al pub. Siamo ancora in autunno e ci sono solo 3 gradi, mi chiedo come fanno i colleghi di Bismarck ad operare durante l’inverno quando la temperatura a Gennaio scende sotto i trenta gradi, non li invidio…

Il pub è quasi vuoto, io Jim e Greg ci accomodiamo al tavolo con l’intenzione di ordinare qualcosa da bere, la moglie di Jim è tornata a casa. Dopo la riunione e la “sconfitta” dei cittadini di Bismarck, l’atmosfera al nostro tavolo è sobria e serena, la rabbia, specialmente quella di Greg, sembra essere passata, anche se non è mai sfociata in isteria. Non ci sono state parole fuori posto, non ho sentito in sala bestemmie o parolacce, ma solo una genuina frustrazione che si è materializzata in un uscita frettolosa e rabbiosa di molti dei partecipanti dalla sala riunioni.

Si scherza e si ride fra noi tre. Jim e Greg sono interessati principalmente ad ascoltare le mie avventure da poliziotto californiano. Anche se ho conosciuto per la prima volta Jim e Greg questa notte, percepisco che l’amicizia sarà duratura e il mio prossimo viaggio in Nord Dakota e nell’ultima frontiera americana, oltre a includere George e Vince, avrà come protagonisti anche Jim e Greg.

Vorrei chiedere a Greg i dettagli sulla morte del figlio in Iraq, ma mi astengo per rispetto verso l’uomo che ancora non conosco bene; quando i tempi saranno maturi, al mio prossimo viaggio, avrò la possibilità di discutere anche del figlio di Greg. La perdita di un figlio è una tragedia immane per un padre, quello che rende questa tragedia ancora più dolorosa è il sapere che il sacrificio di tanti giovani americani, per certi versi è stato del tutto inutile. Il prezzo pagato dalle famiglie americane per le avventure imperialistiche dei centri di potere di Washington è altissimo. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato nel 2016 dal Dipartimento degli Affari dei Veterani degli Stati Uniti (VA), analizzando i dati di 55 milioni di veterani, dal 1979 al 2014, l’analisi indica che una media di 20 veterani muore per suicidio ogni giorno. Senza includere guerre come quella della Corea e del Vietnam, ai suicidi si aggiungono i morti in Afghanistan; 2,216 e quelli in Iraq; 4,576.

Cerco di comprendere l’opposizione dei cittadini di Bismarck all’accoglienza verso i rifugiati. Parlando con Jim e Greg, capisco che non è un opposizione spinta da un impulso intollerante, ma piuttosto una forma di ribellione contro i poteri burocratici e amministrativi: “I veri rifugiati siamo noi non loro. I nostri soldati, appartenenti a legioni sparse per il mondo, in terre e frontiere distanti, che prestano servizio in aree geografiche delle quali a malapena riconosciamo il nome, tornano a casa distrutti. Soffrono di stress post traumatico. Appena attraversato il ciglio della porta di casa, lasciano cadere lo zaino a terra, si dirigono in camera da letto o sul divano e vanno a dormire stanchi, privi di ogni energia, svuotati da ogni motivazione, gusci vuoti, fantasmi, pallidi ricordi di quegli esseri umani che furono prima di arruolarsi. Molti si chiedono perché sono in Afghanistan, in Iraq, in Siria. I nostri soldati sono il riflesso di una nazione esausta da decenni di guerre create con pretesti fasulli per il beneficio di una classa dirigente alla quale la costituzione non interessa in nessun modo. Poi, per compensarci dei sacrifici fatti dai noi stessi, dai nostri amici, dai nostri figli, dai nostri fratelli e sorelle, dai nostri padri e dai nostri nonni ci impongono i rifugiati nelle nostre terre, rifugiati che le loro politiche hanno contribuito a creare, dicendo che è nostro dovere accettarli altrimenti siamo razzisti, egoisti, tribali, intolleranti, xenofobi…Spediamo oltre 700 miliardi annui in spese militari per crearci una corazza, un’armata invincibile. Ci dicono che i nostri nemici sono i russi, i cinesi, i terroristi, quelli stessi terroristi finanziati dalla classe dirigente di questo paese. Tutto ciò mentre dall’interno la nostra nazione si sta lacerando. Le nostre tradizioni stanno scomparendo. Le nostre terre stanno morendo.  Le nostre città invase e violentate. La nostra costituzione calpestata. La nostra nazione somiglia a un palestrato pieno di muscoli con un corpo perfetto, ma dentro quel corpo dalla apparenza invincibile, un cancro lo sta lentamente consumando.” risponde Jim alla mia domanda del perché si sono recati stasera alla riunione esprimendo la loro opposizione alla collocazione di nuovi rifugiati nel loro territorio. Greg incalza la dose “I globalisti guerrafondaii, lo stato burocratico permanente, insieme alla macchina del complesso militare creano, tramite politiche estere fallimentari, le crisi sociali che spingono milioni di persone a spostarsi in cerca di rifugio e poi chiedono a noi cittadini, contribuenti, di sostenere queste politiche fallimentari tramite i sacrifici, le tasse, l’impegno morale e finanziario, accogliendo nelle nostre terre migliaia di poveri rifugiati sfrattati dai teatri di guerra e violenza che gli stessi poteri forti hanno creato distruggendo quelle terre, le loro culture e tradizioni. I poveri rifugiati sono vittime come lo siamo noi, vittime degli stessi nemici. Si aggiungono i sostenitori del politicamente corretto che usano parole come razzismo e intolleranza per imporre i flussi migratori nelle nostre terre e cambiare sostanzialmente la nostra composizione culturale e costituzionale. Sono come avvoltoi che circolano sopra il corpo di un guerriero ferito a morte…”

Fra una birra, le patatine fritte e un bicchiere di vino, la serata al pub scorre veloce, si trasforma in una discussione filosofica-culturale. Scopro con grande sorpresa che Greg è laureato in ingegneria, la sua apparenza bruta e rude inganna e annebbia il giudizio sulla persona, mai giudicare un libro dalla copertina…

La discussione si incanala su diversi argomenti: “Quello che è successo stasera è solo un esempio, un anticipo,  di ciò che avverrà in altri stati; continuano a spingere le loro ideologie e le loro leggi nei nostri territori e se reagiamo ci criticano e ci etichettano usando ogni aggettivo dispregiativo possibile. Nel frattempo sempre più persone si stanno radicalizzando unendosi ai miliziani.”  Afferma Jim. Un tema ricorrente questo delle milizie; lo aveva già accennato Vince durante la mia visita a Highmore due giorni prima. “Ma quante milizie ci sono in Nord Dakota?” Chiedo a Jim. Mi risponde Greg inserendosi nella conversazione ”Una domanda difficile da rispondere, non ti so dire esattamente quanti miliziani ci sono in Nord Dakota, ma ti posso assicurare che c’è ne sono molti di più rispetto al passato. Conosco più di qualcuno che ora fa parte della milizia. Gente assolutamente normale alienata sempre di più dalla società moderna. Si rifugia formando una comunità nella comunità, unendosi a gruppi che resistono e promettono guerra ai nemici della costituzione. Questi sono gli ultimi fuochi di un mondo che sta finendo, tutto intorno il cambiamento ci avvolge; ci si sente impotenti, il coagularsi intorno ad altre persone simili è il naturale processo di autodifesa messo in atto per resistere al cambiamento epocale che ci sta avvolgendo. Si sente nell’aria cha la rivoluzione è prossima. I tempi e i modi non li conosco, ma verrà come è sicuro che la notte segue il giorno, come la morte segue la vita…

Greg ha ragione, lui percepisce ciò che i dati ci dicono: Secondo uno studio del Southern Poverty Law Center; nel 2016 venivano identificati 276 gruppi di milizie attive in tutti gli Stati Uniti. Rispetto ai 202 del 2014 c’è stato un aumento del 37%. Il numero rappresenta una impetuosa crescita dopo diversi anni di declino. Le schiere dei miliziani è cresciuto in modo esplosivo dopo le elezioni nel 2008 del presidente Obama. Si è passati da 42 gruppi nel 2008  ai 276 del 2016. Secondo dati non ufficiali, tra il 2017 e il 2019, i gruppi miliziani attivi sul territorio dell’unione sarebbero aumentati superando abbondantemente le quattrocento unità.

https://www.splcenter.org/news/2016/01/04/antigovernment-militia-groups-grew-more-one-third-last-year

Quantificare il numero dei singoli membri però è molto problematico poiché una larga maggioranza dei miliziani aderiscono in incognito, non pubblicizzano la loro appartenenza alle milizie. Le cifre ufficiali dicono che sarebbero oltre 50,000 i membri appartenenti alle forze miliziane. E una cifra su cui nutro seri dubbi visto la reticenza dei membri stessi a manifestarsi; stimerei quel numero ad almeno il doppio, 100,000. Significativa è stata la manifestazione recentemente svoltasi in Richmond, la capitale dello stato della Virginia.

Lo stato della Virginia, sotto il controllo di legislatori democratici, ha cercato di introdurre una legge restrittiva sull’uso delle armi. La reazione dei cittadini è stata immediata. Secondo la polizia sarebbero state altre 22,000 le persone armate fino ai denti scese in piazza a Richmond per dimostrare contro la legge. Ora è chiaro che non tutti i 22,000 partecipanti erano membri miliziani, ma è altrettanto certo che almeno la metà dei partecipanti hanno contatti o appartengono a organizzazioni miliziane. Il resto ha la potenzialità di unirsi ai miliziani visto che la libertà delle armi è uno dei maggiori punti che accomuna i patrioti americani di ogni tipo e i miliziani. 22,000 persone in piazza a protestare solo nello stato della Virginia mi fanno pensare che 100,000 miliziani per l’intero paese è probabilmente un numero ancora troppo basso. A dimostrazione della pesante presenza di miliziani durante la manifestazione di protesta contro la legge sulle armi, basterebbe osservare alcune delle bandiere che sventolavano nelle strade di Richmond, una fra tutte quella del “III 1776”, un gruppo paramilitare molto nutrito, antigovernativo, fondato nel 2008, attivo sia negli Stati Uniti sia in Canada.

 

 

 

Secondo i mass media e i democratici, i movimenti miliziani sarebbero composti da gruppi bianchi di estrema destra. Questa definizione di comodo, semplicistica e affrettata, denota una mancanza di onestà intellettuale e giornalistica. I miliziani e i movimenti patriottici in generale, sono composti da varie estrazioni sociali, razziali, inclusi afroamericani, latini, donne e movimenti omosessuali.

Storicamente parlando le forze miliziane moderne sono tornate alla ribalta nazionale agli inizi degli anni novanta, ma in realtà hanno sempre fatto parte della cultura a stelle e strisce. Infatti le unità della milizia costituirono la spina dorsale della forza che iniziò la rivoluzione americana e furono usate per potenziare l’esercito continentale durante la guerra di indipendenza. Fu la milizia che portò a termine l’assedio di Boston e diede a George Washington un esercito con cui proseguire la guerra prima che il Congresso continentale potesse fornire l’autorizzazione a una forza semi-professionale.

Quando la Rivoluzione americana finì, l’esercito fu ridotto a una piccola forza in risposta a uno spirito anti-monarchico prevalente all’epoca che considerava un esercito permanente come un pericolo per un popolo libero. Tuttora nello spirito patriottico prevale sì il sostegno ai soldati americani per il dovere che esplicano al servizio della patria, ma nel profondo del loro spirito di libertà sono convinti che un esercito è un viatico di potere in mano ai burocrati per minare e indebolire l’autorità dei governi locali e dei cittadini.

 

 

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Mentre la notte fredda del Nord Dakota scorre via velocemente è giunto il momento di congedarmi dai miei nuovi amici. Il ritorno in albergo e le poche ore di sonno sono tutto ciò che mi separa dal volo di rientro in California. Una delle cose più belle degli Stati Uniti, soprattutto nell’America dell’ultima frontiera è la facilità con cui si fa amicizia e ci si connette con la gente.

Dopo la presa di posizione anti-rifugiati dei cittadini di Bismarck, la diga si è aperta. Sono seguite altre udienze pubbliche: La contea di Beltrami in Minnesota ha votato contro l’insediamento di nuovi rifugiati. La contea di Cass dove si trova la città di Fargo in Nord Dakota  ha votato si ai rifugiati, creando anche li molto malumore. Il governatore del Texas ha chiuso lo stato ad ulteriori rifugiati, i semi della ribellione stanno lentamente germogliando.

Al mio ritorno in albergo mi sdraio sul letto esausto da un viaggio che in 5 giorni mi ha portato a percorrere oltre 2,700 chilometri attraversando 7 stati, incluso il cuore dell’America Redoubt. Non è la prima volta che attraverso gli Stati Uniti dal nord a sud, da est a ovest, in lungo e in largo. Questo viaggio però rispetto agli altri mi ha lasciato dentro un segno indelebile. Sono partito da San Francisco per Bismarck, in macchina, come avevo già fatto altre volte, non più con l’intenzione solamente di visitare il figlio, gli amici o parchi nazionali, bensì con il desiderio di comprendere meglio i cambiamenti in atto in questa nazione. Negli ultimi anni ho sperimentato di persona il cambiamento tumultuoso in corso in America. Un cambiamento culturale, demografico e generazionale che, alimentato dalla politica corrosiva di questi ultimi quattro-cinque anni, sta lacerando profondamente la terra a stelle e strisce. Il viaggio si è trasformato in una odissea che mi ha spiritualmente ed emotivamente scosso, esaurendo l’energia che avevo dentro. Ritornerò in California, al lavoro, in riserva, più stanco di quando sono partito, ci vorranno molti giorni per recuperare. Definire questo viaggio una vacanza è per lo meno un azzardo.

Mentre rivivo mentalmente i momenti più particolari di quel viaggio, improvvisamente mi ricordo che devo prendere la mia pistola, scaricarla, smontarla, per poterla trasportare, con il consenso del capitano, nella stiva dell’aereo. Fisso l’arma per qualche secondo pensando a quanto importante sia questo strumento nello scontro culturale epocale in atto negli Stati Uniti.

Sdraiato sul letto in attesa che morfeo mi accolga, incuriosito vado su un sito di miliziani, leggo la loro introduzione:

Perché state tutti nell’ombra, patrioti? Risorgete fratelli e sorelle di questa nazione, coraggiosamente insieme, l’uno con l’altro, chiedete ai nostri servitori eletti di tornare allo stato di diritto se non vogliono essere trattati da criminali quali sono!

Desideriamo la pace, ma non a spese della nostra libertà! Siamo uniti e pronti!

Per il momento, oh voi tiranni, andate avanti contro di noi usando le vostre leggi incostituzionali, ma mentre ci prepariamo allo scontro finale, vi avvertiamo che non obbediremo! E  rifiutandoci di obbedire, stroncheremo e annulleremo le vostre leggi incostituzionali rendendole inutili!

Fratelli e sorelle, alle armi!

https://modernmilitiamovement.com/

Il mio viaggio nell’America del Redoubt è terminato, quello nella futura prossima guerra civile continua. Mi consola la poesia scritta da un patriota delle praterie:

Lascia che l’America sia di nuovo America.

Lascia che sia il sogno di una volta.

Lascia che sia il pioniere sulla prateria

cercare una casa dove lui stesso è libero.

Lascia che l’America sia di nuovo il sogno sognato dai sognatori.

Lascia che sia quella grande terra splendente

dove mai i re sorgeranno né i tiranni cospireranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

la matassa, di Pierluigi Fagan

Avevamo detto che la logica degli eventi culminati con l’uccisioni di Soleimani, ci sarebbe apparsa più chiara in seguito ai suoi sviluppi. Proviamo dunque a fare il punto del cosa e quanto successivamente successo, ha o non ha chiarito il quadro.

L’Iran ha inviato una serie di missili forse avvertendo per tempo gli americani di modo da non fare vittime. Ha mostrato i suoi gioielli (i missili erano tutti made in Iran), ha dato in pasto alle sue opinioni pubbliche un segno di presenza, ha minimizzato gli effetti concreti dell’attacco. In realtà, per dichiarazioni convergenti dei suoi vari vertici politici e militari, l’Iran ha ribadito che l’obiettivo di fondo rimane l’estromissione degli americani dalla regione, che a sua volta è una dichiarazione propagandistica che va ridotta a “estromissione dall’Iraq”.

Ci sono almeno tre buoni motivi per perseguire questo obiettivo: 1) non avere gli americani vicini di terra, stante che rimarranno vicini di acqua sulla sponda occidentale del Golfo Persico ed in parte nel Kuwait; 2) poter espandere la propria influenza sul territorio vicino vista la maggioranza sciita di quest’ultimo; 3) continuare a perseguire l’obiettivo del continuum territoriale che dia in qualche modo a Teheran la possibilità di portare una pipeline a sfociare nel Mediterraneo che poi era il cuore del lavoro tessuto da Soleimani.

A proposito di gas e Mediterraneo, va segnalato che: 1) il giorno dell’attacco Netanyahu si trovava in Grecia dove ha firmato con la Grecia e Cipro, accordi per una nuova pipeline che partendo dalle acque territoriali israeliane, via Cipro, arriverà in Grecia. I Greci hanno specificato che dell’accordo fa implicitamente parte l’Italia (poiché la pipeline, dalla Grecia andrebbe in Italia) che però non era presente per suoi motivi interni di governo; 2) pare che i Greci si apprestino anche a diventare porto d’attracco per l’importazione di gas GNL offerto dagli USA (fonte analista di al Jazeera ovvero Qatar). Più in generale, si stanno configurando due cartelli del gas, uno è quello turco-russo, l’altro è quello americano-israeliano-egiziano-cipriota-greco (con la linea egiziana che è concorrente di quella israeliana). Entrambi contano sulla riconversione energetica europea di transizione (da petrolio e carbone a gas, in attesa delle rinnovabili) ampiamente annunciata dalla ex punk U. von der Leyen; 3) pochi giorni fa il cartello turco-russo ha inaugurato il TurkStream che arriverà in Bulgaria e da lì Serbia ed Ungheria, mentre per completare a nord il NorthStream2 che arriverà in Germania, mancano solo 300 Km su i 2.500 previsti e già pronti. Su entrambi o meglio su i paesi partner, Trump è pronto ad elevare sanzioni secondo una legge firmata a dicembre e ratificata dal Congresso. Per altro i russi hanno fatto anche un nuovo accordo con gli ucraini nell’ambito dell’operazione disgelo promossa da Macron per far passare il gas di nuovo anche tramite loro. In Italia arriverà anche il TAP si stima nel 2020.

I turchi sono su tutte le furie con gli israeliani-greci-ciprioti in quanto, sebbene non riconosciuta dalla comunità internazionale, c’è una parte turca di Cipro e quindi pretendono di esser messi in torta al nuovo progetto. Ignorati, hanno allora fatto un accordo con la Libia e questa nuova liaison spiega anche il perché delle truppe di jihadisti siriani amici di Ankara inviati da quest’ultima in Libia. Libia in cui oltre a quello di terra, si può perforare nel Golfo di Sirte sotto il quale c’è sicuramente altro gas abbondante. La faccenda turco-greca animerà le cronache dei prossimi mesi/anni poiché sotto c’è una certa confusione su i diritti delle acque territoriali e quindi ci sarà da questionare parecchio. In questo casino s’inscrive l’ambizione di Teheran di aggiungersi al “porta anche tu il metano in Europa”, stante che a questo punto potrebbe anche portare quello del Qatar (visto che l’operazione Siria non è andata in porto) che è alleata e finanziatrice di Serraj tramite Erdogan, anche condividendo i panni ideologici sempre utili della comune “fratellanza musulmana”, che invece fa venire l’orticaria a quelli del Golfo ed all’Egitto.

Tornando a USA vs Iran, il giorno dopo lo strike iraniano, Trump ha detto che aumenterà la pressione sanzionatoria verso Teheran e tutti coloro che ancora fanno affari con Teheran (cioè l’Asia e la Russia), pretendendo più impegno da parte della NATO. Si potrebbe allora ipotizzare che Trump voglia in effetti quasi uscire quatto-quatto dall’Iraq facendo bella figura elettorale tipo “riporto i ragazzi a casa”, facendo anche finta di assecondare le volontà irachene che però vanno pesate in quanto sunniti e curdi non sono affatto d’accordo col ritiro americano voluto dagli sciiti, allentando la tensione con Teheran, ma senza effettivamente levare il piedino dall’Iraq poiché sostituito da quello NATO che è pur sempre una sistema ordinato dagli americani. La cosa diventerebbe confusa, con sopra tutta l’ulteriore confusione propagandistica, si guadagnano un po’ di mesi e dopo la rielezione si vedrà.

Ma Trump, invero, nel mentre tutti si aspettavano notizie sul fatto del giorno che era lo strike missilistico, è apparso circonfuso di luce avvicinandosi al leggio della conferenza stampa in quel della Casa Bianca, parlando invece di nucleare. E sul nucleare iraniano ha detto che tutti i paesi del precedente accordo debbono archiviarlo, incluso l’Iran che per altro non lo ha abbandonato del tutto pur avendo dichiarato l’aumento delle produzioni connesse. La sua raccolta di nuovi accordi da portare all’esame elettorale (di cui parlammo in un precedente post), avrebbe compimento laddove potesse presentarsi con un nuovo accordo con l’Iran. Trump infatti, mentre tutti aspettavano di sapere notizie sull’attacco, si è dilungato su i miliardi dati da Obama all’Iran a seguito di quell’accordo, mostrando alla propria opinione pubblica come questi abbiamo finanziato le strategie del super-cattivo Soleimani. Vedo analisti che snobbano la partita elettorale americana nell’analisi dei fattori, ma mi sa che sono poco informati sulle reali condizioni politiche di Trump e del suo centro di potere. Super sanzioni all’Iran quindi ed a tutti coloro che ci fanno affari cioè i co-firmatari del precedente accordo, a dire: “perché non la fate finita e mi fate fare questo nuovo accordo che ce ne stiamo tutti più tranquilli e felici?”.

Sul piano militare si segnala che gli USA stanno silenziosamente rinforzando la presenza aero-navale-missilistica nella zona a dire “io voglio trattare con le buone ma se necessario da qui a novembre, posso anche usare le cattive se preferite”. Tant’è che i dem hanno fatto un pronunciamento che tanto non passerà al Senato, per limitare i “poteri di guerra” del Presidente. Certo che i dem sanno cosa sta succedendo sul piano militare e lo sanno dal di dentro. “Speak softly and carry a big stick; you will go far” diceva Theodore Roosevelt, tra i beniamini di Trump per sua esplicita ammissione.

Middle East Eye (Qatar, se non amico, quasi-amico o non nemico dell’Iran, stante che comunque ospita la più grande base americana della zona da cui probabilmente è partito il drone killer di Soleimani, ma ha anche in condominio con l’Iran il più grande giacimento di gas del mondo sotto le onde del Persico) ha sostenuto che spifferi ottenuti dai diretti interessanti, dicono che le forze irregolari alleate di Teheran nella regione non sono pronte a condurre attacchi significativi, la decapitazione missilistica americana ha anche gettato in confusione le forze sciite in Iraq. Tant’è che si segnala la nascita di una sorta di federazione delle forze sciite perché lo sbandamento è stato forte. Iraq in cui si comincia a giocare anche la partita di nuove elezioni per un nuovo governo (parallelamente anche in Israele, con probabilità) che è poi quello che dovrebbe dar seguito ai pronunciamenti del parlamento sull’uscita della forze straniere dal proprio territorio e stante che il nazionalismo iracheno (inclusa una parte sciita), comincia a mal soffrire tanto gli americani, che gli iraniani.

Infine, Teheran, ha ammesso l’errore dell’abbattimento dell’aereo ucraino. Poteva non farlo ma l’ha fatto, segno che ci tiene a tenere un certo profilo a livello di comunità internazionale, pagando in immagine di affidabilità ma guadagnando in onestà. Potrebbe anche trattarsi di un segno di prevalenza dell’ala riformista vs quella militare, partita nota a gli USA da prima di colpire Soleimani e parte del quadro come dicemmo il giorno dopo il fatto.

Insomma, non abbiamo le idee molto più chiare o meglio abbiamo chiarito certi punti ma se ne sono aperti altri, come al solito. Chiudo con una nota metodologica. Allego cartina presa da un post di un contatto amico che ringrazio (Davide Ragnolini) perché esemplifica visivamente che sorta di grande casino sia il Medio Oriente, tenuto conto che manca l’affaire palestinese-israeliano, le questioni petrolifere, quelle ideologiche, gli sciiti e sunniti, per “semplificare”. Nonché la Cina, l’India e Keyser Söze. Anche a consigliare a molti amici di moderare gli impeti ideologici nel fare analisi, la realtà è già bella complicata e dovremmo tutti cercar di comprenderla meglio moderando l’entropia dei giudizi in libera uscita. Dopo tifiamo, ma prima raccontiamo la partita. Al prossimo aggiornamento che tanto la faccenda, come si sarà capito. “non finisce qui”.

 

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