Il Maghreb e le sue sfide per l’Europa, di Antonia Colibasanu

Proseguiamo con l’analisi dell’area mediterranea che ha per perno principale gli interventi di Antonio de Martini, ma che si avvale del contributo di altri analisti. E’ un’area cruciale per l’Italia anche se la sua classe dirigente, negli ultimi due decenni, non riesce che andare a rimorchio spesso e volentieri di uno o l’altro degli attori più intraprendenti protagonisti in quella zona_Giuseppe Germinario

Il Maghreb e le sue sfide per l’Europa

I paesi della regione hanno un passato complicato con le potenze europee e tra di loro.

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È in corso una battaglia per l’influenza sul Mediterraneo. Il suo fronte più contestato è a est, dove i progetti turchi sui giacimenti petroliferi hanno messo Ankara direttamente contro Grecia e Cipro e indirettamente contro il loro benefattore, la Francia. A volare sotto l’orizzonte dei radar, tuttavia, è un’altra gara tra Turchia e Francia sul confine più meridionale del Mediterraneo: il Maghreb.

La Francia è la principale potenza europea nella regione. Per i paesi del Maghreb, i rapporti con Parigi erano una necessità politica ed economica; il commercio, gli investimenti e l’influenza francesi, alcuni dei quali residui del colonialismo, erano troppo importanti da rinunciarvi. Ma da allora le cose sono leggermente cambiate. La Francia non dispone più del potere di una volta e lo sconvolgimento politico provocato dalle rivolte della Primavera araba ha inaugurato diversi nuovi governi. La Francia considera la regione importante per la sua sicurezza, ma ha bisogno di riequilibrare la sua posizione alla luce di queste nuove sfide.

Questo spiega in parte perché il primo ministro francese ha annullato il suo viaggio in Algeria il 9 aprile. Ha detto che la cancellazione era dovuta alle preoccupazioni per la pandemia, ma è difficile ignorare quanto si siano deteriorate le relazioni tra i due paesi. Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da tensioni diplomatiche. A gennaio, ad esempio, il presidente francese Emmanuel Macron si è rifiutato di scusarsi ufficialmente per l’occupazione francese dell’Algeria. Ad aprile, il capo dell’esercito algerino ha invitato pubblicamente la sua controparte francese, che pensava di essere venuta per discutere di cooperazione militare, a consegnare le mappe dei siti di test nucleari abbandonati.

Ma le questioni franco-algerine non sono solo questioni franco-algerine. Svolgono un ruolo negli affari di quasi tutte le aree del Maghreb – in particolare il Sahara occidentale , il territorio conteso nel vicino Marocco – che confliggono con le ambizioni turche in Nord Africa.

Una questione divisiva

L’8 aprile, il partito di Macron ha annunciato che avrebbe aperto un ufficio nella città marocchina meridionale di Dakhla, situata nel Sahara occidentale. La dichiarazione è arrivata pochi giorni dopo che CMA CGM, la principale società di trasporti e logistica francese, ha aperto una filiale in tutti i porti marocchini, compreso Dakhla. Gli sforzi di Parigi per rafforzare l’influenza nel Sahara occidentale hanno portato molti a sospettare che il governo si stia preparando a riconoscere la sovranità del Marocco sul territorio.

La regione è una questione divisiva all’interno della politica marocchina. Il Sahara occidentale è stato sotto il controllo spagnolo fino al 1974 ed è stato annesso dal Marocco nel 1975. Ciò ha portato a un conflitto armato di 16 anni tra il governo marocchino e il Polisario, un gruppo politico composto dal popolo saharawi della regione e sostenuto dal rivale regionale, l’Algeria. Nel 1991 è stato raggiunto un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite e il Marocco si è impegnato a indire un referendum sull’indipendenza. Il referendum non è mai avvenuto e il Polisario prosegue la sua battaglia.

L’etnia saharawi considera come propria patria il territorio occupato del Sahara occidentale. I nordici credono che sia semplicemente un’altra parte del regno marocchino.

La regione rimane sotto il controllo del Marocco. L’ONU la considera un’area di conflitto, mentre l’Algeria sostiene la sua indipendenza. Da quando il Marocco e l’Algeria hanno ottenuto l’indipendenza, sono stati in conflitto al loro confine, che rimane chiuso e contestato anche oggi.

Per l’Algeria, la priorità strategica fondamentale è il controllo dei territori meridionali che ne minacciano la sicurezza. L’economia algerina dipende dalla produzione di energia e la maggior parte delle sue riserve e dei suoi impianti di produzione si trovano nel sud. Le porose frontiere del deserto e l’attività militante hanno costretto l’Algeria a stabilire un sistema di forte sicurezza su due fronti separati: il Mali a sud-ovest e la Tunisia e la Libia a est. Per proteggere il sud-ovest, l’Algeria ha stabilito una partnership strategica con la Mauritania, che confina con la maggior parte del Sahara occidentale, rendendo il Marocco l’unico vicino sfidante per l’Algeria nel Maghreb.


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Il Marocco, d’altra parte, non ha le risorse di idrocarburi dei suoi vicini per sostenere le spese per la difesa. Ha invece investito nelle sue relazioni con gli Stati Uniti e i regni arabi del Golfo e con la Francia.

L’immagine più ampia

Il Marocco e l’Algeria sono i paesi più sviluppati della regione del Maghreb. L’area è unita dalle montagne dell’Atlante e dalla sua storia condivisa di dominazione ottomana ed europea. L’Algeria era una colonia francese mentre il Marocco era un protettorato spagnolo e francese e la Tunisia un protettorato francese. Gli ottomani cercarono di raggiungere Gibilterra, ma nessuna delle province del Maghreb era sotto il loro stretto controllo. Tutto questo può essere spiegato dalla geografia: mentre il Marocco si affaccia sull’Oceano Atlantico, che lo rende più difficile da dominare, gli altri due sono stati del Mediterraneo. Strategicamente, però, sia la Francia che gli ottomani volevano raggiungere Gibilterra, quindi dovevano mantenere un attento rapporto con il Marocco.

Laddove le relazioni franco-marocchine sono sempre state relativamente buone, Parigi ha lentamente perso terreno in Algeria e Tunisia dal 2011. La crisi economica europea ha indebolito l’economia francese, quindi le ex colonie hanno iniziato a vedere meno commercio e investimenti francesi in arrivo. Entrambi sono diventati sempre più instabili, ma l’Algeria è stata duramente colpita a partire dalla metà del 2014, quando i prezzi del petrolio hanno iniziato a diminuire. Senza riforme economiche in atto e senza investimenti e aiuti francesi, entrambi i paesi hanno assistito a un aumento delle proteste che hanno innescato un cambiamento politico. Naturalmente è cresciuto anche il sentimento antifrancese.


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Molti nel Maghreb hanno dovuto cercare un sostituto della Francia. Si inserisce la Turchia che vuole rivendicare l’influenza persa dalla caduta dell’Impero Ottomano. Dal 2011, la Turchia ha sostenuto le rivolte popolari che hanno rovesciato gli autocrati della regione, ha sostenuto i movimenti islamici e ha promosso l’immagine della Turchia come difensore del mondo musulmano.

In termini pratici, la Turchia ha concentrato la sua strategia sul commercio e sugli investimenti. L’approccio ha funzionato meglio in Algeria, dove più di 1.200 aziende turche hanno aperto un’attività. Mentre l’Algeria è diventata il quarto fornitore di gas della Turchia negli ultimi dieci anni, la Turchia è diventata il terzo importatore di prodotti algerini. La Turchia ottiene una fonte affidabile di energia a basso costo e l’Algeria ottiene un successo economico nel contenzioso.


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Per la Tunisia, le aperture turche sono state una fonte sia di progresso che di attrito. Gli sforzi di Ankara per far rivivere i siti e le comunità musulmane non si sono tradotti in gran parte in una partnership commerciale e di investimento. Il commercio è cresciuto notevolmente dopo il 2011, soprattutto a vantaggio della Turchia, poiché le imprese tunisine locali, in particolare quelle che lavorano nel settore tessile, sono state colpite dai prodotti turchi a basso costo. Ciò ha costretto il governo di Tunisi a reimporre alcuni dazi all’importazione nel 2018.

Da allora Tunisi si è rivolta a Parigi per chiedere aiuto. Nel 2020, i due hanno firmato un accordo quadro triennale del valore di 350 milioni di euro (420 milioni di dollari) per “sostenere le politiche pubbliche tunisine in vari campi” e Parigi ha anche inviato supporto medico nella lotta contro il COVID-19. In cambio, Parigi preme sull’attuale leadership tunisina per organizzare il 50 ° anniversario dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia, una mossa simbolica per una società che rimane divisa. Tuttavia, il sostegno locale al modello culturale turco sfida il governo a estendere i legami con la Francia.

Il Marocco è stato il paese più difficile da corteggiare per la Turchia. L’accordo di libero scambio che hanno firmato nel 2004 è stato rivisto nell’ottobre 2020, aumentando le tasse sui beni turchi importati fino al 90%. Per il Marocco, la motivazione alla base era tanto politica quanto economica. Non solo le merci turche a buon mercato stavano invadendo il suo mercato, ma i funzionari volevano placare altri alleati come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che sono concorrenti naturali della Turchia. La mossa è giustamente vista come supporto per il boicottaggio informale dei prodotti turchi guidato dai sauditi.

Implicazioni

Il conflitto diplomatico tra Francia e Turchia non è nuovo. Tuttavia, la crescente guerra di parole tra i presidenti turco e francese sta acuendo le tensioni tra la Turchia e i suoi alleati del Golfo come il Qatar da una parte, e tra la Francia e gli alleati del Golfo come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita dall’altra. Potrebbe avere lo stesso effetto nel Maghreb, dove gli schieramenti stanno diventando sempre più chiari. Le cose saranno probabilmente più complicate per la Tunisia, dove Francia e Turchia stanno spingendo per ottenere maggiore influenza.

La religione, in particolare l’Islam, è diventata sempre più una questione controversa in Francia. Quasi il 10 per cento della popolazione francese si identifica come musulmana e, secondo quanto riportato dai media, la maggior parte dei quartieri più poveri conosciuti come “banlieues” sono abitati da immigrati ritenuti appartenenti, nella loro maggioranza, alla fede islamica. Molti immigrati in Francia provengono dal Maghreb: un terzo del totale e circa 100.000 in più di quanto ha ricevuto da altri paesi dell’Unione europea. Nel 2019, la comunità di immigrati algerini in Francia era di circa 850.000 unità. Circa 300.000 della popolazione francese sono tunisini. Poiché la Turchia sta influenzando la politica di entrambe le ex colonie francesi, è probabile che le loro popolazioni, comprese quelle che entrano in Francia da questi paesi in cerca di opportunità economiche, siano ugualmente influenzate dalla diplomazia culturale turca.


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Nel Maghreb, più paesi riconoscono la regione del Sahara occidentale come parte del Marocco (anche in modo non ufficiale), più tutto ciò potrebbe alimentare le tensioni con l’Algeria. Considerando l’attuale contesto economico, né il Marocco né l’Algeria vogliono un conflitto in piena regola. Tuttavia, la storia mostra che i paesi non possono sempre controllare l’entità delle tensioni, in particolare nelle aree montuose e desertiche dove le escalation apparentemente minori possono intensificarsi rapidamente. La situazione non è agevolata dal fatto che Algeri e Rabat hanno intrapreso una corsa agli armamenti circa 15 anni fa, con entrambi i paesi che accumulavano le loro scorte per un potenziale conflitto. Il confine – e il Maghreb in generale – necessita di una sorveglianza ravvicinata poiché qualsiasi conflitto tra i due paesi coinvolgerebbe la Turchia e la Francia, con ripercussioni sulla sicurezza e stabilità dell’Europa nel suo insieme.

https://geopoliticalfutures.com/the-maghreb-and-its-challenges-for-europe/

Perché è illusorio persistere nel continuare a credere che sia possibile una “pacificazione dei ricordi” con Algeria e Ruanda, di Bernard Lugan

Esistono e sono  esistiti i processi di decolonizzazione e le guerre di liberazione, esiste il neocolonialismo, esistono l’utilizzo delle ricostruzioni storiche e la retorica della liberazione per determinare le dinamiche geopolitiche e per giustificare la sopravvivenza di regimi che hanno tradito le aspettative di indipendenza e di sviluppo o che si sono rivelati fallimentari nel perseguirle_Giuseppe Germinario

Emmanuel Macron si ostina a rifiutare di vedere che Francia, Algeria e Ruanda non parlano della stessa cosa quando viene sollevata la questione della memoria. Per Parigi, la storia è una scienza che permette di conoscere e comprendere il passato. Per Algeri e per Kigali, è un mezzo per legittimare i regimi in atto attraverso una storia “organizzata”. Essendo l’incomunicabilità totale, i dadi vengono quindi caricati dall’inizio. Da qui l’affondamento del “Rapporto Stora” e del “Rapporto Duclert”.

Algeria e Rwanda non vogliono una “pacificazione della memoria” nel senso in cui la intende la Francia, poiché ogni normalizzazione passerebbe necessariamente per concessioni di memoria che farebbero esplodere le false storie su cui poggia la “legittimità” del popolo. Due regimi. Il presidente algerino Tebboune, inoltre, lo ha più che chiaramente riconosciuto quando ha dichiarato che “la memoria nazionale non può essere oggetto di rinuncia o di contrattazione”.
In definitiva, la Francia cerca una pace commemorativa basata sulla conoscenza scientifica degli eventi passati quando l’Algeria e il Ruanda chiedono il suo allineamento con le proprie storie inventate.

Prima di imbarcarsi in modo evaporato nel processo di appiattimento dei ricordi, Emmanuel Macron avrebbe potuto prevedere la notevole differenza di approccio dei paesi interessati, il che gli avrebbe poi permesso di capire che il suo approccio era destinato al fallimento. Ma, per questo, avrebbe dovuto chiedere consiglio a veri specialisti di storia dell’Algeria e del Ruanda, a conoscitori delle mentalità dei loro leader. Tuttavia, e al contrario, per il fascicolo algerino, il presidente francese ha scelto di rivolgersi a uno storico militante che ha firmato una petizione a sostegno degli abusi di sinistra islamo dell’UNEF, e, per il fascicolo ruandese, a uno storico totalmente incompetente nel la questione. Benjamin Stora è in linea con la storia ufficiale algerina scritta dall’FLN quando la tesi di Vincent Duclert su “Il coinvolgimento degli scienziati nell’affare Dreyfus” non lo rende un conoscitore della complessa alchimia etno-storica del Ruanda… e non lo consente osare parlare, contro tutta la cultura regionale, di “assenza di antagonismi etnici nella società tradizionale ruandese” (!!!).

Come poteva Emmanuel Macron aspettarsi un “avanzamento” dal “Sistema” vampirico che pompa la sostanza dell’Algeria dal 1962, quando osserva con più che gelosa cura che la storia legittima il suo dominio sul paese non è messa in discussione? È davvero una questione di sopravvivenza. L’omologo algerino di Benjamin Stora non ha quindi proposto una revisione storica, lasciando il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Saïd Chengriha, ad alzare la posta in gioco con la Francia evocando, contro lo stato delle conoscenze, i “milioni di martiri di la guerra d’indipendenza ”… In una frase, il tentativo dei poveri Elisiani di conciliare i punti di vista tra Francia e Algeria è stato così polverizzato. Inoltre, pur rafforzando il rapporto di fiducia instaurato tra i presidenti Macron e Tebboune, il generale Chengriha ha mostrato chiaramente che il presidente algerino è solo un fantoccio e che è l’istituzione militare che governa e impone la sua legge.

Padroni del tempo, i generali algerini ora metteranno pressione su Emmanuel Macron, chiedendogli di consegnare o di espellere alcuni grandi personaggi dell’opposizione attualmente profughi in Francia … La ricerca eterea e ideologica di un consenso storico avrà quindi portato una disfatta francese.

Nel caso del Ruanda la situazione è decisamente caricaturale perché il “Rapporto Duclert” va anche oltre il “Rapporto Stora” in quanto si allinea quasi del tutto con le posizioni di Kigali, legittimando così la falsa storia su cui poggia la legittimità “del regime del generale Kagame. Una storia radicata in tre postulati principali:
– La Francia ha sostenuto ciecamente il regime del presidente Habyarimana.
– Sono stati gli hutu che, il 6 aprile 1994, hanno abbattuto l’aereo del presidente Habyrarimana per compiere un colpo di stato che avrebbe innescato il genocidio.
– Era programmato il genocidio dei Tutsi.

Tuttavia, al contrario:

– Mentre la tragedia in Ruanda è stata causata dall’attacco lanciato dall’Uganda nell’ottobre 1990 da rifugiati tutsi o disertori dell’esercito ugandese, il “Rapporto Duclert” afferma, così come Kigali, che tra il 1990 e il 1993 la Francia ha appoggiato ciecamente il regime ruandese . Tuttavia, ogni intervento militare francese era subordinato a un’anticipazione ottenuta dal presidente Habyarimana nella condivisione del potere con coloro che gli avevano dichiarato guerra nell’ottobre 1990 … La differenza è significativa.

– Voltando le spalle allo stato delle conoscenze e allineandosi nuovamente con la tesi ufficiale di Kigali, il “Rapporto Duclert” suggerisce che sarebbero stati i suoi stessi sostenitori ad abbattere, il 6 aprile 1994, l’aereo del presidente Habyarimana. Un’ipotesi che anche i giudici Jean-Marc Herbaut e Nathalie Poux, incaricati del caso dell’attentato, hanno ritenuto non essere supportati da nessuno degli elementi del fascicolo. Inoltre, se si fossero presi la briga di interessarsi concretamente all’operato del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR), e di non parlarne attraverso letture di seconda o terza mano, gli autori del “Report Duclert” avrebbero appreso che questo tribunale, che lavora sulla questione da più di vent’anni, ha chiaramente escluso ogni responsabilità per gli hutu nell’attacco che ha scatenato il genocidio.

– Per gli editori del “Rapporto Duclert” tutto questo non ha importanza perché, secondo loro, e ancora come sostiene Kigali, poiché il genocidio era programmato, sarebbe comunque avvenuto, anche senza l’attacco … Ora, ancora una volta, è stato più che chiaramente stabilito dinanzi all’ICTR che il genocidio era la conseguenza dell’assassinio del presidente Habyarimana …

Grazie al “Rapporto Duclert”, Kigali è ora in una posizione di forza per chiedere alla Francia delle scuse ufficiali che dovranno essere supportate dal pagamento di contanti “forti e morbidi” … E se Parigi si dimostrasse ribelle, come il “Rapporto Duclert” ha, contro ogni verità storica, riconosciuto una parte della responsabilità francese nella genesi del genocidio, consigliato dall’uno o dall’altro studio legale dall’altra parte dell’Atlantico, il Ruanda potrebbe quindi decidere di citare in giudizio la Francia in tribunale internazionale… Si potrebbe quindi annunciare un nuovo ricatto. Frutto della debolezza francese e della volontà del presidente Macron di risolvere la controversia con il Rwanda, ora è la Francia che è a pancia in giù …

Bibliografia
– Per tutto ciò che riguarda la critica alla storia ufficiale dell’Algeria resa popolare in Francia da Benjamin Stora, rimandiamo al mio libro Algeria, History in the place .
– Per tutto ciò che concerne le critiche alla storia ufficiale del genocidio in Ruanda, riprese nel “Rapporto Duclert”, rimandiamo al mio libro Rwanda, un genocide en questions e alle mie relazioni di esperti dinanzi all’ICTR dal titolo Dieci anni di esperienza prima del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR)
– Per tutto ciò che riguarda il pentimento in generale, rimandiamo al mio libro Responding to decolonials, islamo-leftists and terrorists of pentance .
Maggiori informazioni sul blog di Bernard Lugan .

Covid 19, come prima più di prima_intervista al dottor Giuseppe Imbalzano

La crisi pandemica prosegue senza soluzione di continuità. La sequela di provvedimenti poco coerenti tra di loro, la logica raffazzonata che guida i comportamenti e informa le direttive, la sovrapposizione di funzioni rischiano di neutralizzare quel poco di iniziative più lucide intraprese dal nuovo governo. Il fattore tempo è cruciale per un paese in una condizione di emergenza dai tempi indefiniti. Un vero e proprio ossimoro che rischia di dilapidare le residue risorse e i residui fattori di coesione indispensabili a consentire una ripresa quantomeno accettabile. La crisi pandemica ha messo completamente e contemporaneamente a nudo le troppe debolezze di un paese ormai sempre più esposto passivamente alle intemperie politiche interne e geopolitiche. E’ qualcosa di più serio di un complotto e di un piano preordinato da soggetti ben individuati o quantomeno individuabili; è una situazione di stallo e di degrado opera di una classe dirigente decadente impegnata a perpetuarsi a scapito di gran parte del nostro paese. E’ in questo contesto e con questo presupposto che si inseriscono i complessi giochi e gli enormi interessi politici di destabilizzazione, periferizzazione, colonizzazione e di degrado socioeconomico._Buon ascolto, Giuseppe Germinario

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi.

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Multinazionali e politica_un seminario organizzato da Socint e Unical con Dario Fabbri e Mario Caligiuri

“Multinazionali e politica” è il titolo assegnato ad un seminario organizzato da Unical (Università della Calabria) e Socint (Società di intelligence) tenutosi lunedì 12 aprile. Il titolo richiama un tema ricorrente e ampiamente dibattuto negli ambienti accademici, tra gli analisti e negli ambienti politici, compresi quelli più radicali. Le chiavi di interpretazione delle dinamiche che intercorrono tra i due ambiti, offerte dai due relatori, in particolare da Dario Fabbri, sono molto meno scontate in particolare nel panorama politico italiano.

Dario Fabbri di fatto riconosce al Politico, nella accezione di ambito, una funzione prevalente la cui prerogativa è la pervasività nei vari ambiti delle attività umane, compresa quella economica, piuttosto che la sua delimitazione comprendente in pratica l’intero spazio pubblico alternativo a quello privato e nella vulgata rispetto alle imprese. Da qui la subordinazione dei soggetti economici e delle loro logiche, comprese quelle delle multinazionali, agli indirizzi e alle manifestazioni di potere politici dei quali gli apparati statali sono la più grande espressione. Non è il capitalismo, né sono i capitalisti a determinare in assoluto le scelte politiche. I loro soggetti fanno certamente parte a pieno titolo dei vari centri decisionali in cooperazione e conflitto tra di loro, capaci di innervare i gangli istituzionali pubblici e privati; ma ne sono solo una parte. Per agire in quanto capitalisti, però, necessitano di regole, norme, strumenti persuasivi e coercitivi dei quali altri sono titolari.

Sulla base di queste chiavi interpretative viene meno quella sovradeterminazione del capitalismo, tanto più dei singoli capitalisti, siano essi proprietari o manager, rispetto all’azione dei politici, specie di quelli detentori delle leve istituzionali. Laddove questa sovradeterminazione dovesse apparire si tratterebbe più che altro di un inganno e tuttalpiù della manifestazione di debolezza e dipendenza politica e geopolitica di determinate formazioni sociali rispetto alle altre. L’Unione Europea ne è l’esempio più manifesto.

Non si tratta di negare l’importanza cruciale dell’affermazione di questo rapporto sociale di produzione, come definito da Marx meglio di altri, quanto piuttosto di ricollocarlo rispetto all’essenza del politico. Il rapporto capitalistico costituisce una delle basi fondamentali sulle quali si conformano i ceti sociali e quindi le classi dirigenti e poi ancora i centri decisionali; contribuisce significativamente ad alimentarne la dinamicità e il ricambio. Tutte prerogative ampiamente riconosciute da tutti, nel bene e nel male e in grado di garantire ad esso un futuro ancora senza scadenze; riconosciute di fatto anche da coloro i quali continuano a definirsi “anticapitalisti” quando in realtà essi stessi, al pari degli avversari/nemici, propugnano di fatto la regolazione di quel modo di produzione senza per altro riuscire a ridefinire sino in fondo il legame culturale e soprattutto “sentimentale” con i propri padri, che si chiamino Marx, Lenin, Mao e così via. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

NB_ Non è stato possibile fornire una versione “You tube” della registrazione, probabilmente per la dimensione del file o per mia imperizia. La registrazione su “rumble” comprende sia l’intervento di Dario Fabbri di circa 80 minuti che il successivo di Mario Caligiuri. Per l’ascolto, premere sul link qui sotto

https://rumble.com/vfnm5n-multinazionali-e-politica-con-dario-fabbri-e-mario-caligiuri.html

IL CONFLITTO PERMANENTE COME CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE, di Pierluigi Fagan

IL CONFLITTO PERMANENTE COME CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE.

Le scienze sociali che usano come unità metodologica lo stato, ovvero le Relazioni Internazionali e la Geopolitica, non potendo fare esperimenti di verificazione delle teorie, si accontentano di sostenere la loro “scientificità” verificando quanto una teoria si adatti ad eventi storici pregressi. La “Storia” è l’unico dato empirico di validazione delle interpretazioni, fatto già di per sé bizzarro visto che: a) la storia è sempre una narrazione stesa su eventi ben più complessi; b) l’interpretazione ovvero la teoria è, a sua volta, un riduzione della narrazione storica.

Oltre a queste due sospensive ce ne è una ancora più determinante. Se accettiamo come quadro di riferimento macro-storico, ovvero di lunga durata,  il fatto di trovarci in una transizione epocale che ci sta portando dall’epoca moderna ad un’altra che ancora non ha nome sebbene cominci a mostrare una sostanza chiaramente complessa, questo ricorso al passato rischia di basarsi sulle pericolose “false analogie”.  Il ricorso al conforto di come si sono comportati gli stati nel passato al presentarsi di schemi di ordine di tipo multipolare è naturale vanga fatto, ma da quei confronti dovremmo trarre indicazioni molto relative, deboli, indiziali, poco probanti. Non siamo nella linea di uno sviluppo continuo della stessa traiettoria, siamo nella frattura profonda di un modo con un altro e quindi siamo in terra incognita dove la passata esperienza ha valore marginale.

Il che ci porta a dover trattare daccapo il concetto di “multipolare”, prima  in astratto, poi in concreto e nel concreto distinguendo i casi in cui applicarlo al passato o allo stato presente/futuro. Il fine è quello di trarne una interpretazione contemporanea ed una luce che tenta di fendere le nebbiosità dell’immediato futuro.

In astratto, il concetto di “multipolare” dice che in un dato spazio-tempo, si presenta una configurazione d’ordine con più di due attori statali potenti (poli), legati  tra loro da molteplici relazioni di potenziale offesa-difesa o equilibrio, equilibrio che va inteso sempre in modo dinamico. Il concetto s’inscrive nelle premesse del tipico contesto realista ovvero un mondo ritenuto anarchico (non “disordinato”, ma privo di legge superiore ed entità in grado di applicarla, anche con la forza, a tutti), competizione a somma zero (se un polo assume più potenza, qualche altro la perde), gli stati si comportano in maniera razionale, le potenze tendono a massimizzare il loro potere (fino ad oggi non si son presentate potenze che s’accontentano), nessuno stato può esser certo delle intenzioni di un concorrente, la potenza -in ultima istanza- s’intende in senso militare ed infine, il fondo “tragico” cioè la constatazione che la guerra è un modo della politica ed è storicamente una costante.

La teoria realista in Relazioni Internazionali (la dottrina liberale non la pendiamo neanche in considerazione poiché a nostro giudizio infondata e con una componente eccessivamente ideologico-normativa) ha opinioni di giudizio diverse sul sistema multipolare astratto. Per Hans Morghentau (realismo della natura umana) i sistemi multipolari tendono ad auto-stabilizzarsi e sono l’ideale per raggiungere l’equilibrio di potenza. In più, la dinamica di compensazione per la quale se un polo tende ad emergere un po’ troppo o manifesta comportamenti non equilibrati tutti gli altri si alleano per compensarlo, renderebbe questo ordine complesso ma sostanzialmente stabile o forse stabile proprio perché complesso e dinamico. Questo bilanciamento è detto “equilibrio di potenza” e se manca, porta disordine in via automatica, cioè date le premesse realiste. Kenneth Waltz (realismo difensivo) contestava decisamente questa fiducia di Morghentau, sostenendo che l’unico ordine stabile e stabilizzante è il bipolare e quello multipolare è prima o poi soggetto a rottura di simmetria, quindi catastrofe. Infine, John Mearshemeir (realismo offensivo), concorda in pratica con Waltz e poi fa una classificazione con il bipolare più stabile del multipolare ma questo poi distinto in equilibrato che è migliore della peggiore configurazione possibile ovvero il multipolare con uno o più poli superiori a gli altri, il multipolare sbilanciato. L’intera classificazione andrebbe poi dinamicizzata tra ascendenti e discendenti perché se un ordine sembra multipolare in statica ma uno dei poli era l’egemone e uno degli sfidanti sta crescendo velocemente in potenza, le cose certo cambiano. Così cambiano se si dà un occhio alle future prospettive di medio periodo. L’ordine più stabile tipo “pace perpetua” è quello unipolare dove c’è un solo polo detto “egemone”, ma è del tutto teorico in quanto non si è mai presentato nella storia del mondo con tassi demografici inferiori, figuriamoci oggi o domani con 7,5 o 10 miliardi di individui e più di 200 stati con tendenza ad aumentare. L’impero-mondo è più un fantasma metafisico, cosa che la nostra mente può pensare ma che non per questo può essere davvero.

I dolori più intensi e seri per il concetto di multipolare, arrivano però quando si passa dall’analitico al sintetico, quando si va ad applicare la teoria alla realtà empirica. Tra i casi di multipolare rinvenuti più spesso nel registro storico, compaiono l’Italia rinascimentale del centro-nord e l’Europa del XIX secolo a 5 – 7 poli (Russia, Austro-Ungheria, Francia, Inghilterra, Impero ottomano e poi Prussia/Germania ed Italia) ma si sarebbe potuto anche considerare il periodo degli Stati combattenti nella Cina del V-III secolo a.C.  o la Grecia Antica da cui invece alcuni traggono il concetto bipolare della “trappola di Tucidide” per dar lustro con tono colto ai commenti sulla competizione odierna USA (potenza di acqua quindi Atene)  vs Cina (potenza di terra quindi Sparta). Il riferimento all’Antica Grecia è oltretutto doppiamente sbagliato perché per altri versi Atene e Sparta non erano sole e quindi non era un semplice ordine bipolare ma tanto quando si prende di così gran carriera la strada dell’analogia a tutti ci costi, i costi di semplificazione si pagano in imprecisione.

Cosa c’è di così scandalosamente impreciso in questo ricorso al registro storico? La mancanza delle variabili co-essenziali per ogni ricostruzione di fase storica, il contesto e la eterogeneità degli attori.

Quanto all’eterogeneità, l’ordine multipolare diventa una costruzione strutturalista nella scuola realista americana che (si tenga conto  che tutti i pensatori e le idee che animano la disciplina delle RI, sono sempre e solo americani), come dice Mearsheimer, tratta gli stati o potenze come palle da biliardo, al limite più o meno grosse a seconda della potenza. Mearsheimer e tutti i realisti hanno buone ragioni per far diventare gli stati scatole nere di cui c’importa solo l’imput e l’output, ed è il rifiuto di seguire i liberali nelle loro assurde perorazioni sul fatto che le forme di governo interne a gli stati (democrazie vs varie configurazioni di autoritarismo) farebbero la differenza. Ma se i liberali rendono un po’ assurde le considerazioni sulla struttura a grana fine che distingue gli stati tra loro (struttura che si dovrebbe invece dettagliare per: grandi o piccoli? di terra o di mare? con che tipo di demografia, economia, mentalità e tradizioni, collocazione geografica, tradizione filosofico-religiosa e scientifica? a quale punto del loro ciclo storico? etc.), nondimeno queste strutture a grana fine vanno analizzate per capire la natura degli attori prima di portarli dentro le analogie. Gli stati non sono gli atomi della fisica realista, sono entità intenzionali ed autocoscienti.

La mancanza decisiva è però il non considerare il contesto. Tanto per dire una sola, unica e principale, questione che differenzia l’ordine multipolare del mondo di oggi rispetto a qualsivoglia porzione del mondo di ieri, è che quelle di ieri erano appunto “porzioni”, quello di oggi è un “tutto” che non ha un fuori. Non c’è un altro mondo in cui far sfogare le contraddizioni dell’attuale mondo multipolare mentre l’Italia rinascimentale era solo un ritaglio di un frame più grande in cui c’erano la Francia, la Spagna, lo Stato Pontificio, il Sacro Romano Impero ed il Mediterraneo, mentre nell’Europa del XIX secolo c’era la corsa alle colonie ed a gli imperi fuori d’Europa. Entrambe erano situazioni occorse in ambiente omogeneo (italiano o europeo) mentre oggi abbiamo attori molto più eterogenei e distanti nello spazio (tra Cina ed USA c’è un oceano, ad esempio, nonché più di due millenni e mezzo di differente longevità). Entrambe le situazioni erano a bassa interdipendenza tra gli attori mentre oggi l’interdipendenza è alta. Entrambe le situazioni erano a bassa o media demografia mentre oggi il mondo è al sua massimo storico di densità, così l’economia che con la demografia fornisce le coordinate del potere potenziale ma non ancora effettivo, ha oggi peso e dinamiche non parametrabili a ieri. E sul potere effettivo, quello delle armi, che differenza fa un multipolare atomico che ha almeno due poli legati tra loro dalla fatidica Mutual Assured Distruction (MAD) ma con un generico “rischio atomico” anche più ampio e diffuso? O anche solo la potenza annichilente dell’armamento “convenzionale” attuale rispetto a gli esempi pregressi? O come agisce il fattore reputazionale in epoca di opinioni pubbliche che fan da spettatori, prima che attori, dei giochi politici inter-nazionali ma i cui giudizi condizionano l’azione dei governi?

Insomma, siamo come detto in terra incognita, lì dove il ricorso all’esperienza precedente non è vietata ma va usata con un molto ampio beneficio d’inventario perché nell’inventario ci sono variabili che rendono falsa l’analogia.

Dirigiamoci quindi con prudenza ad esaminare la nuova versione di sistema multipolare mondiale a cui stiamo tendendo. C’è un’unica super potenza, gli USA e due potenze asimmetriche, una militare -la Russia-, l’altra economica -la Cina-. Chi usa i meccanismi tipici delle tradizioni di pensiero di RI o GP, a questo punto prevede che i poteri potenziali della demografia e della economia cinese, questione di tempo, verranno presto trasformati in potenza militare. Ma c’è qualcosa che potrebbe ostacolare questa predizione, almeno nella sua forma lineare.

Primo, memore della lezioni data dalla guerra fredda, la Cina starà ben attenta a non farsi trascinare nell’over-spending militare a scapito del reinvestimento nello sviluppo e nella ridistribuzione. Solo un analista da think tank americano può sottovalutare il problema delle eccessive diseguaglianze in un sistema di 1,4 mld di persone, errore che nessun cinese che conosca la storia cinese, farà mai.

Secondariamente, la Cina starà ben attenta a non eccitare l’altrui “dilemma della sicurezza”, ovvero quella situazione di incertezza per la quale ogni stato sa che se eccede nella crescita delle dotazioni militari, fossero anche per difesa, non essendo escludibile in alcun modo che ciò che oggi si crea per difesa domani possa esser usato per offesa, altro non fa che sollecitare pari riarmo nei vicini. Oltretutto, la Cina ha bisogno a prescindere di pace ed armonia nel suo quadrante strategico perché la sua principale linea strategica è sviluppare  reti commerciali. Inoltre è suo fine specifico proporsi come “potenza amica” in modalità “cooperazione e reciprocità” ad esempio nei confronti dell’Africa, evitando rozze intenzioni coloniali, aggressive o eccessivamente egoiste. Preoccupazione che poi andrebbe anche allargata poiché la Cina tende ad attrarre “clienti” prima nella sfera occidentale e quindi deve dare qualcosa in più o di meglio. Le dichiarazioni pubbliche di come la Cina vede le interrelazioni estere sono oggi -più o meno-  le stesse dalla Conferenza di Bandung del 1955 e per molti versi sembrano credibili, non per superiorità etica ma per intelligenza strategica di cui i cinesi sono dotati da un paio di millenni prima di von Clausewitz.

Infine, stante che la Cina non è attaccabile via mare dagli USA (potere frenante del mare) e dal Giappone, ha stretto un sostanziale accordo di cooperazione a largo raggio con la Russia (nel passato l’unico vero nemico potenziale dal punto di vista geografico e qualche volta storico) e sembra intenzionata ad avere relazioni amicali-sospettose ma in sostanziale equilibrio con l’India, la sua dotazione di potenza effettiva può limitarsi a rinforzare la marina, la presenza nello spazio, l’elettronica ed il digitale, porre qualche avamposto discreto in giro per il mondo, senza mettersi a sfornare carri armati e missili a nastro. Si tenga poi conto che la Cina è molto grande e popolosa e credo che l’ultimo desiderio dei suoi governanti sia quello di annettere altri territori e popolazioni, ingigantendo un problema già difficile di gestione della sua propria massa. Se la terra manca, meglio comprarla come stanno facendo in Africa o favorire una discreta diaspora come in Siberia orientale.

Gli altri due attori in che traiettoria stanno? La Russia, potenza di mezzo dell’Eurasia, posizione al contempo comoda e  scomoda strategicamente, è da ormai settanta anni oggetto di pressione da parte USA per rimanere avviluppata nella escalation di potenza militare che per lei si trasforma in un “a scapito” del progresso economico. Salvata dalla dotazione di energie e molte materie prime e sovrana alimentarmente, la Russia segue questa escalation per via dell’ovvio riflesso di sicurezza. Ma anche per via dell’interesse ad approfittare degli eventuali cedimenti delle vicine ex repubbliche già interne all’URSS che ha interesse a riportare sotto la sua sfera di influenza, per via del far virtù della necessità di produrre armi poiché sono anche beni per l’export (export che poi lega a sé eventuali partner), per via dell’importanza che storicamente ha all’interno del suo sistema di potere la burocrazia militare ed infine, per via della necessità di supportare alla bisogna alleati periferici a loro volta messi sotto pressione dagli americani. Fintanto che gli europei rimangono dentro il sistema occidental-atlantico, la Russia difficilmente si svincolerà da questa traiettoria. In prospettiva, in Russia si libererà molta terra (per via del riscaldamento globale), il che, in un mondo sempre più denso ed affollato e stante che la Russia è uno dei paesi a più bassa densità abitativa del mondo (nonché in assoluto il più grande), non è una cattiva prospettiva fatti salvi gli ovvi problemi di gestione, logistica ed integrazione di eventuali migrazioni. Per la stessa ragione, la regione polare prospiciente la costa settentrionale, diventa nuovo quadrante “caldo”.

Gli USA sono in una posizione di potenza effettiva, cioè militare, molto lontana dal poter esser insidiata da alcuno. Di contro, la loro pur ragguardevole demografia, è ben superata sia dalla Cina che dall’India, ma in prospettiva, insidiata  anche dalle crescite dei più periferici ovvero l’Indonesia, il Brasile, la Nigeria. Una volta che questi paesi, come sta succedendo con Cina ed India, si metteranno a convertire demografia in crescita economica, anche questo secondo aspetto che l’ha vista a lungo leader senza competitor, diventerà relativo. Si tenga poi conto di alcune altre variabili.

Una è la “rendita di cittadinanza” ovvero il contributo del più ampio sistema di cui si è polo, del sistema occidentale complessivo nella storia pregressa, del sistema asiatico e del sistema africano oggi ed in prospettiva. Il “centro del mondo” si sta già velocemente spostando verso oriente e questo tenderà a limitare le condizioni di possibilità per gli USA, a prescindere da quanto questi saranno in grado di puntellare i loro punti di forza e minimizzare quelli di debolezza.

Un’altra variabile da tener d’occhio sono  le soglie critiche, invisibili punti nei quali i sistemi che si stanno espandendo o contraendo, subiscono una accelerazione non lineare del moto tendenziale. Gli USA possono senz’altro assorbire una riduzione del loro peso di Pil sul totale mondiale ma ci sono appunto soglie oltre le quali gli effetti di contrazione non sono lineari, si pensi, ad esempio, al ruolo mondiale del dollaro ed a gli effetti a cascata che avrebbe anche solo una sua relativa limitazione.  Su questa resilienza nella contrazione, agisce poi in forma problematica, la strana configurazione della scala sociale statunitense che ha una élite assolutamente fuori norma e quindi idiosincratica ad ogni decrescita.

Poi c’è il disordine in cui chi è abituato a competere entro quadri legali e normativi, di norme visibili o invisibili ed in ambienti che per quanto anarchici hanno comunque infrastrutture ed istituzioni multilaterali, potrebbe faticare ad orizzontarsi in un ambiente molto meno regolato e supportato. Poiché -in macro- stiamo transitando da un mondo relativamente più semplice ad uno relativamente più complesso, la complessità diventa essa stessa un problema per chi intende garantirsi un potere così sproporzionato come quello a cui sono abituati gli americani. Di contro, si può anche ipotizzare un interesse ad accompagnare ed anzi, alimentare un certo disordine globale per alzare la domanda di “protezione”. Ma in questo caso, è molto dubbio il poter riuscire a prevedere e quindi governare tutte le dinamiche disordinanti che intenzionalmente si vorrebbero promuovere.

Infine, la vera palla al piede della potenza americana ovvero l’Europa, una Europa testardamente frazionata, bizantina, anziana,  viziata, sospesa in una bolla che riflette la sua eccezionale storia specifica ma la isola da un mondo del tutto nuovo che gli europei sembrano non comprendere realisticamente del tutto. A partire dall’ovvia constatazione che in un ordine multipolare così dinamico, l’Europa non è una potenza e non è neanche un soggetto in termini di politica estera oltreché essere economicamente e demograficamente frazionata, non esser cioè un “totale più della somma delle parti”. Condizione quest’ultima a cui si ritiene di poter far fronte con il vuoto slogan degli “Stati Uniti d’Europa” che non ha la minima condizione di possibilità di veder mai luce e sopratutto funzionare. Questo far fronte al grande problema adattivo di questa parte di mondo usando slogan che non vanno da nessuna parte, rinforza la diagnosi di disadattamento degli europei ai tempi che vengono.

Il mondo multipolare che si sta affermando, ha anche molte medie potenze, potenze regionali e qualche significativa piccola potenza locale in grado di ostacolare giochi che una volta i geografi imperiali britannici progettavano al calduccio dei protetti salotti londinesi sorseggiando il loro tè rituale. Per segnare le cartine del mondo, oggi servono cose un po’ più complesse che non le matite. Più in generale, questo mondo tende alla convergenza degli indici economici (veniamo dalla grande divergenza ma andiamo verso la grande convergenza tra grandi aree), crea reti regionali più dense delle reti genericamente globali, tende al pluralismo dei grandi enti internazionali (banche, investimenti, culture, tradizioni, ambiti di cooperazione, piazze finanziarie, forum diplomatici), offre alternative a quello che prima era un monopolio, pone le economie che si emancipano da posizioni primitive in grande vantaggio dinamico rispetto alle economie mature, oltre a tutte le varie e preoccupanti articolazioni del problema ambientale, semplice da citare ma molto complesso da descrivere. Infine, le grandi cornici ideologiche che legavano élite e popoli nazionali intenti nell’opera di “civilizzazione” del colonialismo e dell’ imperialismo europei, l’afflato repubblicano dei napoleonici, il fascismo, il nazismo, il comunismo ed il liberalismo con i loro antagonisti simmetrici che animarono il ‘900, sono assai depotenziate e non si vede chi altro potrebbe prenderne il posto a parte qualche gruppo di islamisti suicidi finanziati dall’Arabia Saudita. Si può come senz’altro si sta facendo con la Russia, nazificare il nemico dirigendo le fila del concerto mediatico, ma da qui a poterci far perno per convincere le opinioni pubbliche dell’inevitabilità di una guerra diretta ce ne corre.

A quale tipo di ordine multipolare ci avviamo, quindi? E come si comporterà, almeno all’inizio, il sistema multipolare in un mondo denso ed intrecciato, un sistema che per la prima volta è multi-atomico e quindi soggetto a più vincoli di “reciproca, distruzione assicurata” (sempre che si voglia continuare a sottostimare il potenziale bellico convenzionale che per molti aspetti non gli è secondo)? Il quadro prima disegnato ha sintesi nella definizione di “multipolare sbilanciato” in cui la superpotenza americana non può certo sperare di aumentare raggio ed intensità del proprio potere, non può accontentarsi di uno status quo perché comunque trascinata in basso dalla dinamica tra le parti del sistema mondiale e deve quindi resistere il più possibile nel mantenere i propri ancora significativi vantaggi, nel mentre tenta di rallentare l’ascesa degli sfidanti. Deve farlo nel quadro problematico dello stato del mondo prima accennato e con una gran proliferare di attori medi e piccoli che seguono ognuno una propria traiettoria. Ancora con una leadership solida nel potere effettivo (militare), il problema americano risiede nel potere potenziale, nel rapporto tra il suo essere meno del 5% della popolazione mondiale con un potere economico che ancora domina il 25% dell’economia mondiale anche sulla scorta di un ancor più ampio potere finanziario.

Il vincolo della reciproca distruzione assicurata, per gli USA, vale non solo verso i russi ma anche i cinesi poiché è chiaro che questi due, al di là della loro reciproca competizione per altri versi naturale essendo vicini, avendo punti di forza complementari, hanno ben chiaro il comune interesse, loro e di molti altri, a che si stabilisca un vero quadro multipolare bilanciato. La crescita della loro attuale cooperazione è di fatto un’alleanza difensiva non detta. Cina, India, Sud Est asiatico, Pakistan, le due Coree, l’Africa e il Sud America hanno tutti interesse a non imbracciare le armi nel mentre crescono economicamente e socialmente. Anche la Russia, se potesse,  avrebbe urgenza di dedicarsi di più al suo sviluppo piuttosto che dissanguarsi nella rincorsa di potenza col gigante americano. Da questo corso, non sarebbero in teoria distanti, se fossero liberi da condizionamenti di altro tipo, neanche i giapponesi e gli europei. Gli unici che davvero hanno interesse a far pesare nel quadro la super potenza di cui sono ancora proprietari sono gli Stati Uniti d’America e qualche potenza locale in Medio Oriente.  Si potrebbe leggere l’intero quadro come un film della transizione tra un assetto sbilanciato ad uno più bilanciato e quindi segnato dalla sfida economica degli ascendenti verso il discendente americano che resisterà in tutti modi. Ma come, se in ultima istanza il conflitto diretto è sconsigliato dal vincolo atomico?

Quello nel quale siamo già immersi è un sistema multipolare sbilanciato con conflitto permanente. Potremmo dar nome a questa interpretazione come nuovo “realismo complesso”, un realismo che reinterpreta le costanti storiche all’attualità del mondo di oggi profondamente diverso da quello di ieri. “Conflitto” prende qui un nuovo significato che include varie forme di confronto armato ma non è riducibile solo a quello, prende il posto della guerra tradizionale dilatando però il fronte ed il tempo della tenzone. Oggi le potenze si muovono in uno scenario multidimensionale.

Il fattore demografico, la stazza, la massa di un attore, fattore sempre importante, oggi può diventare decisivo e non solo più per alimentare la propria potenza effettiva cioè armata, ma anche per il corrispettivo di crescita economica. Diventa anche un’arma nel caso di procurate migrazioni da paesi terzi verso coloro che si vogliono mettere in difficoltà. Queste migrazioni indotte si creano facilmente con le guerre per procura che oltretutto sono un vivace mercato per la sovrapproduzione dell’industria militare di cui è dotata ogni potenza. Ogni produzione ha un mercato e se la prima è maggiore del secondo, il secondo va sollecitato ad ampliarsi e/o intensificarsi. Questo gioco periferico che non riguarda il confronto diretto tra potenze, ha poi il vantaggio di tenere occupato il nemico dietro gli alleati che combattono i nostri amici in quel specifico teatro e quindi rinforza i legami di amicizia e dipendenza interni al polo. Il mondo è pieno di minoranze, popoli senza stati, confini precari disegnati dai francesi o dagli inglesi nel periodo coloniale, il catalogo delle occasioni di conflitto potenziale è molto ampio. I popoli sono molti di più degli stati e quindi il gioco delle nazioni in cerca di sovranità è facile da attivare.  L’ideologia islamista è un potente alleato di questa strategia per chi ha lo stomaco di usarla mentre sbraita nel simularne il contenimento. Incidenti in acqua o in aria possono sempre accendere l’attenzione su qualche quadrante di mondo e mandare messaggi che sfruttano la naturale paranoia da sicurezza di qualsiasi stato, specie se potenza emergente o alleato debole del polo nemico. Gli incidenti procurati possono essere ottime scuse per elevare sdegno morale propedeutico a più prosaiche sanzioni, dazi commerciali, blocchi navali, interdizioni dello spazio aereo. Molto conflitto non è pubblico ma si avvale delle consuete reti spionistiche e contro-spionistiche ed oggi c’è tutto un campo nuovo in cui giocare a rubarsi segreti e dati, la rete di tutte le reti. C’è poi lo spazio, nuova frontiera per novelli capitani Kirk, satelliti che scrutano, lanciano raggi accecanti o distruttori, coordinano l’ingegneria e l’elettronica dei nuovi sistemi militari soprattutto missilistici e navali. Conflitto è anche mostrare nuove armi che solleticano i generali della parte avversa che chiedono fondi ulteriori per pareggiare i conti disegnando sciagure e tragedie certe ed altrimenti inevitabili, anche perché potranno far leva politica sull’opinione pubblica in stato perenne di sovreccitata paura. Anche solo nell’accezione puramente armata del “conflitto”, evitando il confronto diretto, ci sono molte occasioni in modalità indiretta. Se la linea strategica obbligata è frenare il ribilanciamento tra potenze, cosa meglio di un attrito distribuito ovunque?

Poiché però il conflitto è “multidimensionale” ecco anche la sua versione  economica e produttiva ma anche politica e di opinione. I tentativi di monopolio energetico o di materie prime tutte essenziali, anche e soprattutto quelle per lo sviluppo del digitale che ha il fronte commerciale ma anche quello militare ed aerospaziale. Seppellita la globalizzazione semplice 1.0, si va ad una rete di contrattazioni, aperture-chiusure, formazione di blocchi in un sistema dotato di vari sottosistemi, quindi più complesso. Poi c’è il conflitto finanziario, società di rating, grandi fondi in grado di scuotere il mercato a bacchetta, l’altalena dei cambi valutari, i ricatti su i debiti sovrani.

Poi c’è l’egemonia culturale, mostrarsi i migliori, i più attraenti, i più benevoli quindi far di tutto per mostrare che il nemico è tra i peggiori, fa moralmente ribrezzo, è repellente e malevolo, infingardo, non ha legittimità. Ci sono i boicottaggi, il rinserrare le fila delle proprie istituzioni multilateriali,  i propri fondi monetari, le banche per lo sviluppo, i progetti di cooperazione da cui ostracizzare il nemico ed i suoi amici. Poi c’è da far uscire scandali a ripetizione, fondi neri, paradisi fiscali improvvisamente sotto i riflettori per una settimana, uso di armi proibite, leader nemici dai dubbi gusti sessuali, storie di droghe, perversioni, bugie dette, inaffidabilità degli altrui standard, sgarbi diplomatici, fake news per avvelenare la credibilità generale di tutti indistintamente in modo da paralizzare il discorso pubblico. C’è il controllo digitale e il ricatto (quello pubblico ma molti altri di cui neanche abbiamo notizia), il divide et impera, il bait and bleed (falli scannare tra loro), il dissanguamento economico del nemico stressato in decine di micro-conflitti, il più composto bilanciamento di potenza e lo scaricabarile in cui si lascia la nemico l’ònere e l’onore di districare matasse che si sono ben aggrovigliate con le proprie mani e che si disordinano mentre l’altro tenta di metterle in ordine. Poi c’è l’arte di mettere zizzania dentro gli equilibri del nemico, militari contro politici, imprenditori contro militari, società civile contro élite, varie élite contro altre élite, eccitare i nazionalismi dormienti e poi far chiasso per ogni ingiusta repressione delle minoranze, far confliggere le diverse osservanze religiose. Sovreccitare i vicini del nemico, mettere in dubbio i legami di alleanza dentro un polo, isolarlo, stringergli le condizioni di possibilità, acuirne le contraddizioni.

Infine, per palati forti,  c’è l’angolo si dice ma non ci si crede del Dark Word, innesti uomo-macchina, psicobiologia, manipolazione del clima, agenti tossici selettivi, avvelenamenti alimentari ed epidemie progettate in laboratorio, piani segreti, oscure congreghe, centri di interesse invaginati in centri di interesse, bio-chimica aggressiva e molto molto altro che noi, pur mediamente informati, neanche immaginiamo. Prima di dubitare a priori all’entrata di questo Dark World come se il mondo fosse proprio quello proiettato sullo schermo del cinematografo che scambiamo per realtà,  collegatevi a quella vostra porzione di cervello che è inorridita a leggere il sadismo medioevale o la scientifica atrocità dei nazisti o dei khmer cambogiani, i vari stermini dei nativi, storie di schiavi, stupri, impalamenti, sqartamenti, profanazioni, eccidi, massacri, olocausti e tutta la scienza e tecnica che si è spremuta per giungere a quel risultato. L’uomo è sublime e malvagio da sempre, non c’è motivo di escludere a priori l’esistenza di una costante preparazione al conflitto anche nei dungeon del mondo degli inferi. Oltretutto, questa ricerca silenziosa del primato che darebbe qualche vantaggio non calcolato dal nemico, dà poi una cascata di benefici secondi di invenzioni sfruttabili civilmente.

lnsomma il conflitto è da intendere in forma multidimensionale e diventa permanente poiché non si apre-chiude con una guerra tradizionale, diventa la cifra stessa di un sistema multipolare che alcuni vorranno riportare a bipolare o quantomeno mantenere sbilanciato mentre altri vorranno portarlo a bilanciato per poi farsi venire l’appetito di esser loro la nuova super-potenza che lo sbilancia dandosi un vantaggio di potenza. Il vincolo atomico non porta la pace perpetua ma il conflitto permanente e diffuso a medio-alta intensità. Questa è la condizione di un pianeta a prossimi 10 miliardi di abitanti in lotta, chi per la sopravvivenza e chi per il primato gerarchico, chi per l’essere e chi per l’avere.

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Questo è il mondo multipolare a cui dovremmo adattarci, in cui ci piaccia o meno, tutte le nostre preoccupazioni ed interessi, personali e collettivi, politici ed economici, ideali e pragmatici, i nostri sogni e le paure, le speranze e le delusioni, saranno tutte per vie che molti non vedono con chiarezza e molti non vedono per niente, determinate da questo che è il gioco di tutti i giochi. Noi tutti, dentro i nostri stati, siamo le pedine. Siamo più in modalità, lunga e continua sofferenza e crescente disordine dall’esito imperscrutabile, che morte rapida e violenta da “terza guerra mondiale”. Questo è il conflitto permanente che segnerà il gioco di tutti i giochi di questa prima fase del nuovo mondo multipolare e con questo dovremmo fare realisticamente i conti scegliendo il nostro modo di stare al mondo prima che sia il mondo strattonato dai giochi di potenza, a deciderlo per noi.

Bibliografia minima:

H. Morghentau, Politica tra le nazioni, Il Mulino 1997 (introvabile)

K. Waltz, Teoria della politica internazionale, il Mulino 1987

J. Mearsheimer, La logica di potenza, UBE 2003-8

B. Milanovic, Ingiustizia globale, Luiss 2017

G. Arrighi, Caos e governo del mondo, Bruno Mondadori 2006

C. Kupchan, Nessuno controlla il mondo, il Saggiatore 2013

H. Kissinger, Ordine mondiale, Mondadori 2015

Il mito di un mondo basato su regole Pensieri dentro e intorno alla geopolitica, di George Friedman

Il mito di un mondo basato su regole

Pensieri dentro e intorno alla geopolitica.

Due concetti sono stati costantemente utilizzati negli ultimi tempi nelle discussioni sulle relazioni internazionali. Uno è un ordine internazionale liberale e il secondo è un sistema basato su regole. Nel primo, il termine “liberale” non ha molto a che fare con quello che gli americani chiamano liberalismo. Piuttosto, descrive un sistema internazionale impegnato a favore dei diritti umani, del libero scambio e dei principi correlati. Il secondo è l’idea che esista un sistema di regole concordato che governa le relazioni tra le nazioni. Insieme, si pensa che queste nozioni creino prevedibilità e decenza nel modo in cui le nazioni interagiscono tra loro.

La questione è emersa durante l’amministrazione dell’ex presidente Donald Trump, accusato di minare questi principi, ad esempio, imponendo tariffe alla Cina e mettendo in discussione il valore della NATO. La questione si ripresenta perché l’amministrazione Biden, arrivata al potere criticando le politiche del suo predecessore, ha chiarito che intende tornare a questi principi.

La domanda più importante è se sia mai esistito un ordine internazionale basato su regole o se fosse un’illusione. C’è stata a lungo una visione che il rapporto tra le nazioni non dovrebbe essere una guerra di tutti gli uni contro gli altri, ma piuttosto una cooperazione armoniosa tra gli stati. Filosofi e teologi hanno sognato di dare vita a questa visione e in varie occasioni sono stati fatti tentativi per istituzionalizzarla.

Nel 20 ° secolo, sono stati fatti due tentativi per creare un sistema di governo internazionale basato su regole e liberale. La prima è stata la Società delle Nazioni, fondata dopo la prima guerra mondiale e defunta ben prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale. Aveva delle regole, ma non c’era modo di farle rispettare, sia perché le stesse nazioni che violavano le sue regole erano membri sia, cosa più importante, perché non c’erano mezzi per farle rispettare. Adolf Hitler non è stato creato dall’ordine liberale e basato su regole, ma non ne è stato in alcun modo infastidito.

Il secondo tentativo sono state le Nazioni Unite, che sono state create per essere una Società delle Nazioni più forte. Le maggiori potenze che hanno vinto la seconda guerra mondiale sono state riconosciute come una classe speciale di nazioni e hanno ricevuto poteri speciali nel Consiglio di sicurezza. Il problema con il Consiglio di sicurezza era che sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica erano membri permanenti, e l’Unione Sovietica chiedeva che ai membri permanenti fosse permesso di porre il veto alle azioni a cui si opponevano. Poiché il mondo era allora diviso tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, opposti l’uno all’altro in ogni modo possibile, il risultato era che nulla poteva essere fatto. Le Nazioni Unite non sono state in grado di far rispettare le regole e sono sprofondate in una complessa burocrazia di azioni umanitarie volte a mitigare il dolore causato dal mancato adempimento della propria missione. Tale mitigazione non era banale, ma non costituiva un sistema basato su regole.

La Guerra Fredda è stata una miscela caotica di sovversione, guerre civili, interventi e minacce di scambio nucleare. Il mondo non era affatto liberale, con l’Europa dell’Est, l’Unione Sovietica e la Cina che vivevano sotto le regole comuniste, e il Terzo Mondo, che si era liberato dall’imperialismo europeo, era intrappolato tra la manipolazione degli Stati Uniti e quella sovietica.

È difficile capire a quale sistema liberale basato su regole ci si aspetta di tornare. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, ci fu un momentaneo brivido di vedere l’era dell’Acquario salire. Ma era la stessa illusione che seguì le guerre napoleoniche, la prima e la seconda guerra mondiale. Il Congresso di Vienna, la Società delle Nazioni e le Nazioni Unite avevano tutte delle regole, ma poche furono seguite. Il Trattato di Maastricht fu firmato quando l’Unione Sovietica crollò e portò lo stato di diritto in quello che era stato uno dei luoghi più illegali del mondo: l’Europa. Ma lo stato di diritto era per l’Europa, e le regole non sono mai state così chiare come lo era il puro potere di alcuni dei suoi membri, vale a dire la Germania. È liberale ma non abbastanza liberale da comprendere l’intera esperienza europea. L’Unione europea ha regole in abbondanza e un po ‘di liberalismo per l’avvio, ma l’Europa è solo un frammento idiosincratico di un sistema globale che una volta governava.

L’era del dopo Guerra Fredda ha dato origine al radicalismo islamico, alle infinite guerre americane e all’ascesa della Cina, che aveva seguito a lungo le proprie regole, solo alcune delle quali potevano essere considerate liberali. Ad accompagnare questa epoca c’era la sensazione che ciò che contava fossero gli interessi dello stato-nazione. Ciò di cui uno Stato aveva bisogno era la sua considerazione primaria, come ottenerlo la sua ossessione. Ogni nazione determinava quanto liberalismo tollerava e, quando istruiti da estranei su come dovevano vivere, spesso rispondevano con insurrezioni.

Non può esserci stato di diritto, come disse il filosofo Thomas Hobbes, senza un Leviatano, un potere travolgente che lo imponga e lo amministri. Per un po ‘di tempo dopo il crollo sovietico, c’era la speranza che gli Stati Uniti avrebbero guidato un ordine multilaterale piuttosto che diventare il Leviatano. Gli Stati Uniti non avevano né l’interesse né la capacità di governare il mondo, ma giusto o sbagliato, non potevano sempre sfuggire ai tentativi: le potenze dominanti tendono ad agire in un certo modo se vogliono continuare a essere potenze dominanti.

E senza lo Stato di diritto, il liberalismo è sempre stato impossibile. Sono stati seguiti accordi internazionali nella misura in cui ne hanno beneficiato le nazioni e c’erano alcune organizzazioni internazionali di cui è stato utile farne parte. Ma lo stato di diritto veniva invocato quando la legge sosteneva la posizione di una nazione e il liberalismo non poteva governare un mondo che era un vasto miscuglio di credenze, tutte abbracciate appassionatamente come l’unica verità. L’ordine internazionale liberale, in altre parole, esisteva quando era conveniente. In alcuni luoghi, non è mai esistito.

L’idea che dobbiamo tornare a un’epoca gloriosa in cui le nazioni erano governate da leggi e liberalismo è una fantasia, una fantasia che ci permette di credere che possiamo tornare ad essa. È una nostalgia per cose che non sono mai state. La condizione umana lega gli esseri umani a comunità grandi e piccole che si considerano libere. Non si sottomettono a regole che non hanno stabilito, né a principi politici che non hanno creato. I greci non accettavano le regole dei persiani o il loro ordine politico. Così era allora, e così è adesso. Il mondo non cambia molto e l’unico posto in cui possiamo tornare siamo noi stessi.

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NOTTE FONDA, MA SOLO IN OCCIDENTE_di FF

NOTTE FONDA, MA SOLO IN OCCIDENTE
Come sempre in tempi di insicurezza politica e sociale e di grave crisi economica si diffondono le peggiori forme di irrazionalismo, che, lasciando spazio a ciarlatani e demagoghi di ogni risma, sembrano offrire non solo una “immagine del mondo” che non richiede particolare “ingegno” o cultura per essere compresa dai “semplici”, ma pure un facile rimedio ai mali che affliggono le “moltitudini”.
Capacità di organizzazione, lucidità di pensiero e ordine mentale non vengono così neppure presi in considerazione, quasi che bastasse una folla inferocita per “cambiare il mondo”. Eppure è noto che se nei secoli passati le “moltitudini” potevano uccidere qualche nobile o incendiare qualche castello, poi tutto tornava come prima. Bastava cioè una “decisa” carica di cavalleria e mozzare qualche “testa calda” per calmare i bollenti spiriti delle “moltitudini”.
In politica centomila teste, sempre pronte ad azzuffarsi tra di loro perché ciascuna vuole difendere solo il proprio “bene” anche a scapito di quello degli altri, valgono assai meno di mille teste che vedono il bosco oltre agli alberi, ossia hanno uno scopo comune e soprattutto sanno come perseguirlo, senza anteporre il proprio interesse a quello del gruppo cui appartengono.
D’altronde, miseria, rabbia e disperazione hanno sempre contraddistinto la vita delle “moltitudini” nei secoli passati, ma non hanno mai abbattuto i muri della prigione in cui le “moltitudini” erano rinchiuse, tranne quando, nel cosiddetto “secolo breve”, le “moltitudini” sono diventate dei veri eserciti, guidati da “rivoluzionari di professione” o comunque era il “moderno principe” a guidarle. Anche il “secolo breve” però è finito, perlomeno in Occidente in cui le “moltitudini” sembrano tornate ad essere quel che sono state nel corso dei millenni.
E con i “nuovi tempi”, non più diversi da quelli “vecchi”, i “signori” sono tornati a comandare e le “moltitudini” ad ubbidire anche se ancora pronte a seguire l’arruffapopolo di turno, sia che si tratti di qualche “signore” che vuole fare le scarpe ad altri “signori” carpendo la fiducia delle “moltitudini”, sia che si tratti del solito cieco che vuol guidare degli altri ciechi, scambiando la propria immagine fasulla del mondo per la realtà. Sotto questo aspetto, conta relativamente poco pure che oggi sia la destra a pretendere o a far finta di rappresentare gli interessi delle “moltitudini” mentre la sinistra difende a spada tratta quelli dei nuovi “signori”, giacché quel che conta davvero è che le “moltitudini” pensino e si comportino come vogliono i “signori”, e che gli “eunuchi”, di destra o di sinistra che siano, facciano bene il loro mestiere.
Dunque, tutto come prima o perfino peggio di prima?
No. E non solo perché i nuovi “signori” non sono dei “signori” ma in buona misura sono solo “plebaglia” arricchita e volgare, ovverosia non tanto perché considerino dei maestri di pensiero e di morale saltimbanchi, pagliacci e ballerine, o perché siano privi di quel senso estetico che una volta caratterizzava il mondo indubbiamente “feroce” dei “signori” ma che ha lasciato opere che “impreziosiscono” tuttora la vita delle stesse “moltitudini”, quanto piuttosto perché pensano di potere governare il mondo grazie all’aiuto (certo non disinteressato) degli “eunuchi” e di quella sorta di “liberti” che sono i cosiddetti “tecnici”, mentre è solo il “loro mondo” che governano.
Nuove “moltitudini”, infatti, sono comparse sul palcoscenico della storia, anch’esse guidate se non da “rivoluzionari di professione” da capi capaci e soprattutto decisi a non servire più coloro che ancora credono di essere i “padroni del mondo”. Sicché, chi pensa che ormai sia possibile soltanto una continua “variazione” o “ricapitolazione” di quel che in Occidente già esiste, ignora che i confini dell’Occidente non sono (ancora?) i confini del mondo. Vale a dire che ignora che non esiste solo la storia dell’Occidente e che pertanto pure la storia dell’Occidente, comunque la si pensi, è ben lungi dall’essere terminata.

 

Mediterraneo! La Turchia nel quadrante orientale_con Antonio de Martini

Proseguiamo con la nostra conversazione a tappe con Antonio de Martini. Il focus rimane il Mediterraneo, l’attenzione si incentra sulla Turchia. Un paese emergente che pretende l’ingresso a pieno titolo tra le potenze regionali protagoniste; quanto per merito proprio, quanto per le debolezze altrui? Uno scacchiere intricato dove le potenze regionali avranno sempre più nuove carte da giocare. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Türkische Kavallerie auf der Heeresstrasse südlich von Jerusalem.
April 1917

https://rumble.com/vfhcz3-mediterraneo-la-turchia-nel-quadrante-orientale-con-antonio-de-martini.html

 

 

La Cina come Paese del Terzo Mondo, Di George Friedman

La Cina come Paese del Terzo Mondo

Di: George Friedman

Si discute molto sulla crescita dell’economia cinese e sull’espansione dell’influenza internazionale della Cina. Non c’è dubbio che l’economia cinese si sia costantemente espansa negli ultimi 40 anni, dalla morte di Mao Zedong. Ma Mao aveva creato una Cina straordinariamente povera, basata sull’ideologia e sul desiderio di eliminare il potere della vecchia élite economica concentrata lungo la costa. Mao li temeva come una minaccia alla rivoluzione. In effetti, temeva la tendenza borghese verso la ricchezza e il comfort come sfida alla rivoluzione. Ha soffocato l’economia cinese e, di conseguenza, praticamente qualsiasi comportamento razionale da parte dei governanti cinesi avrebbe generato una crescita drammatica. La Cina, con una vasta forza lavoro potenziale e una cultura fondamentalmente sofisticata, inevitabilmente si sollevò perdendo la strana e malevola morsa di Mao.

Quarant’anni dopo, con una struttura politica ragionevolmente razionale, la Cina è diventata una delle più grandi economie del mondo, seconda solo agli Stati Uniti. Il divario tra Stati Uniti e Cina è ancora sostanziale, con il prodotto interno lordo cinese solo al 70% degli Stati Uniti. Questo è ovviamente molto più stretto di 40 o addirittura 20 anni fa. Tuttavia, è un divario sostanziale. Ma il PIL rappresenta la produzione aggregata di una nazione e, da un punto di vista aggregato, l’economia cinese di 14 trilioni di dollari è un miracolo.

Ma semplicemente non è il miracolo che sembra essere. Una misura di un’economia tra le tante è il PIL, l’economia nel suo insieme. Un altro modo di guardare a un’economia è il PIL pro capite, l’aggregato diviso per la popolazione. Questo dà un senso, imperfetto ma utile, di come stanno i cittadini cinesi rispetto ai cittadini di altri paesi. Guardando l’economia nel suo insieme, la Cina è impressionante. Nel PIL pro capite, è un’altra questione.

Ci sono due modi per misurare queste cose. Uno è il PIL nominale, misurato rispetto al dollaro USA, la valuta di riserva mondiale. L’altro modo per misurare è la parità del potere d’acquisto (PPP). Questo esamina la quantità di alloggio o cibo che può essere acquistato per un importo fisso di denaro. In apparenza questo è il modo migliore, ma soffre di due difetti. Uno è che in un paese vasto come gli Stati Uniti o la Cina, il costo degli alloggi o di altri beni varia notevolmente. Trovare un unico valore per l’alloggio – e la miriade di altri punti dati – che include San Francisco e Little Rock, Arkansas, può essere fatto, se accetti di essere lontano molte volte. Inoltre, questi sono ovviamente manipolati per ragioni politiche. Tuttavia, il PIL nominale e il PPA insieme danno un buon senso della realtà. Nel PIL nominale pro capite, la Cina è al 59 ° posto nel mondo, dietro Costa Rica, Seychelles e Maldive. In termini di PPP, la Cina è classificata 73, subito dietro Guyana e Guinea Equatoriale.

In confronto, gli Stati Uniti sono al quinto posto nominalmente, dietro a Lussemburgo, Svizzera, Irlanda e Norvegia. Gli Stati Uniti sono settimi in termini di PPP. Il PIL pro capite tende ad essere più elevato nei paesi relativamente piccoli, socialmente ed etnicamente omogenei, costruiti attorno alla finanza o ad una singola merce di alto valore. Gli Stati Uniti sono grandi e socialmente ed etnicamente diversi, con un’economia molto diversificata. Date le circostanze, classificarsi al quinto posto nel mondo è un risultato significativo.

Le classifiche della Cina di 59 e 73, e dei paesi a cui si colloca accanto, offrono un’immagine molto diversa dello status della Cina. Su base aggregata, è battuto solo dagli Stati Uniti. Su base pro capite, si colloca tra i paesi del Terzo mondo molto più poveri. Quindi ci sono almeno due modi per guardare alla Cina: come potenza economica di livello mondiale e come paese del Terzo Mondo.

È possibile essere entrambi. Quando aggreghiamo la ricchezza della Cina, ha la capacità di plasmare parti dell’economia globale e di costruire una capacità militare significativa, ma quando aggrega valore economico, può farlo solo trasferendo ricchezza ad alcuni settori della società e lontano da altri settori. In altre parole, coloro che beneficiano della strategia cinese controllano e consumano una ricchezza molto maggiore rispetto al PIL medio. Per estensione, coloro che non fanno parte di questo gruppo possiedono una quota sostanzialmente inferiore. In termini comparativi, i cinesi più ricchi godono di uno status alla pari degli americani più ricchi; la maggior parte degli altri vive peggio di qualcuno in Guyana o in Guinea Equatoriale.


(clicca per ingrandire)

Tutti i paesi hanno la disuguaglianza. A volte può non avere alcun effetto, altre volte può destabilizzare il paese. La Cina è cresciuta creando un’economia vasta e significativa. La maggioranza della società che non fa parte dell’élite costiera che gestisce il commercio internazionale, le banche e gli investimenti, o che fa parte della struttura militare-industriale, vive vite almeno paragonabili ai loro equivalenti negli Stati Uniti. La grande maggioranza all’interno del paese vive nell’ordine della Guinea Equatoriale. Pochi americani vivono vite in quest’ordine, anche se indubbiamente alcuni possono essere trovati.

Il PIL pro capite fornisce un numero irreale. Ma ti permette di vedere come una nazione si confronta con i suoi pari. Ma poi devi immaginare il grado di disuguaglianza richiesto per mantenere il PIL aggregato e il modo in cui si concentra la ricchezza, e quindi considerare le conseguenze di vivere ben al di sotto del reddito pro capite. Nel caso della Cina, crea una vita di massa vasta ma a volte difficile da vedere come il Terzo Mondo. Negli Stati Uniti, anch’essi pieni di disuguaglianze, gli esclusi vivono ancora nel contesto delle aspettative euro-americane. Con le eccezioni, non vivono al di sotto delle vite di quelli della Guinea Equatoriale.

Il PIL aggregato concentrato per l’alta tecnologia o la finanza può avere un potere significativo nel mondo. Il rischio è il malcontento sociale degli esclusi. Va ricordato che quando Mao fallì in una rivolta a Shanghai, portò la Lunga Marcia verso l’interno per radunare un esercito di contadini tra quelli esclusi dalla ricchezza accumulata tra alcuni impegnati nel commercio internazionale lungo la costa, e usò quell’esercito per rovesciare il regime che hanno accusato della loro miseria. Xi Jinping ovviamente conosce bene la storia e il giro di vite su alcuni dei più ricchi in Cina, fatto in modo molto visibile, credo sia inteso a dimostrare l’impegno del Partito Comunista Cinese nei confronti dei poveri. La domanda è se può fare di più senza danneggiare la macchina che ha creato il PIL aggregato del suo paese. Potrei sbagliarmi nella mia speculazione sulla natura delle sue azioni, ma il fatto è che lo status della Cina, sotto ogni punto di vista, ha generato una ricchezza pari alla migliore del mondo e una povertà pari alla peggiore.

MONTESQUIEU A PECHINO, di Pierluigi Fagan

MONTESQUIEU A PECHINO. La notizia è la firma del Comprehensive Strategic Partnership con scadenza a 25 anni tra Iran e Cina, infrastrutture vs energia, un classico. A breve termine, l’Iran che sta sulla faglia Occidente – Oriente come Russia, Turchia, Siria, impedito di volgersi ad Ovest, si volta ad Est, la Cina ottiene alimentazione per il suo sviluppo. Ma le cose più interessanti si intravedono a medio-lungo termine.
Pechino ottiene una importante casella nella sua strategia di infrastruttura commerciale nota come Belt and Road Initiative. Come da cartina, l’Iran è cerniera fondamentale del progetto (infatti l’accordo giunge dopo cinque anni di trattative, qui non s’improvvisa nulla), vediamo perché:
1) La partnership con l’Iran permette alla via che dalla Cina passa nelle repubbliche centroasiatiche (tramite la Cina occidentale ovvero lo Xinjiang, da cui i problemi con gli Uiguri) di darsi una alternativa. Andare a nord verso la Russia o andare a Sud, appunto in Iran.
2) Un’altra via passa il confine col Pakistan. Arrivati in Pakistan potrete andare a sud e sfruttare i porti di costa come alternativa mista terra-mare per bypassare gli eventuali blocchi di Malacca o potrete andare ad ovest ed entrare, appunto, in Iran per proseguire la rotta est-ovest dove pure, come vedremo nel punto 5, si presentano nuove alternative portuali.
3) La strategia dei porti diretti sull’Oceano Indiano, dopo Malesia, Thailandia e soprattutto Myanmar (Sri Lanka, Maldive?), tutti per bypassare gli eventuali blocchi di Malacca o turbolenze nel mar della Cina, si dota di altre alternative con Pakistan ed Iran.
4) Il tutto ha effetti sulle contradditorie relazioni Cina-India. I due sono geo-storicamente condannati a convivere, ma l’India è due passi indietro la Cina quanto a sviluppo di tutti i fattori, quindi un po’ collabora ed un po’ vorrebbe competere. Su questa forbice si inseriscono gli Stati Uniti. La strategia di alternative accerchianti l’India, toglie potere negoziale all’India. Ma il CSP con l’Iran crea anche un problema in più perché l’India è in un altrettanto strategico accordo di collaborazione strategica con Russia e lo stesso Iran, una sorta di mini-via-del-cotone a cui gli indiani tengono molto. In più l’India importa energia dall’Iran.
5) Il grosso dei giochi ovviamente è in Iran. In Iran, nel sud-est, potrete avere un altro porto di sbocco. Potreste fare accordi ragionevoli che coinvolgono l’India per sfruttare il loro trilaterale con Russia ed Iran. Potreste sostituirvi all’India nel trilaterale se gli indiani vi fanno uno sgarbo indigeribile. Dal confine ovest dell’Iran, potrete andarvene in Iraq (6) e ricostruirlo, da qui in Siria (7) che significa Mediterraneo, mettere pressione alla Turchia (9) per spingerla ad entrare nel “piatto ricco mi ci ficco” ingoiando il rospo uiguro (gli Uiguri sono popoli turchici e sappiate che le ultime irriducibili bande armate jihadiste nel nord della Siria, sono uiguri sponsorizzati da Ankara), andare via Giordania in Israele (8), amico dei cinesi come i palestinesi. Tenete conto che sulla costa israeliana già c’è un porto amico che si raggiunge dal Golfo di Aqaba, alternativa se si blocca Suez.
10) Ma considerate che Voi avete anche ottime relazioni con gli arabi sunniti, tutti indistintamente (Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman, Kuwait etc.). Però è sempre meglio avere alternative e quindi se avete i sunniti dovete avere anche gli sciti, così vi bilanciate. Magari vi mettete a fare il termine medio della complessa relazione, tanto per voi pari sono, in più siete “atei”.
Ottenete quindi la prima e più importante cosa utile in un mondo multipolare: amici. Amici non perché vi siete simpatici ovviamente, ma perché avete interessi in comune, interessi economici e commerciali, la più antica valuta delle relazioni internazionali. Il vantaggio geopolitico (armi, porti, basi militari da evitare ma un domani non si sa mai) consegue.
Il progetto BRI offre diversi vantaggi: A) crea un tessuto di accordi bilaterali strategici cioè multidimensionali; B) fatta su base prioritaria commerciale ed economica intona pacificamente le relazioni; C) è ridondante offre cioè alternative ad alternative, il che la rende “resiliente”; D) siccome ogni bilaterale non è essenziale avendo alternative parziali, le trattative future su nodi che si presenteranno da sé o perché spinti da avversari (USA) vi vede in posizione di relativa forza, voi le alternative le avete, il partner no; E) il che porta i partner in concorrenza potenziale tra loro, abbassandone le aspettative; F) infine, manda un messaggio a gli europei del tipo: se fosse stati liberi di sviluppare una vostra strategia geopolitica, oltre che coi Paesi Medio Orientali avremo dovuto trattare con voi visto che questa area avrebbe avuto la vostra influenza, ma siccome siete schiavi degli americani, noi riempiamo il vuoto creato dalla vostra inazione ed insipienza. Pensateci …
Quanto al partitone Cina vs USA, scrivevo ormai anni fa sul libro che ho pubblicato che alla fine la faccenda è molto semplice: i cinesi hanno i soldi, gli americani le armi. Un po’ il contrario della Guerra fredda vinta perché soldi batte armi, sempre. Ma giocare coi sovietici non è come giocare coi cinesi. Quindi a medio lungo tempo non c’è partita, i cinesi i soldi (tecnologie, prodotti, infrastrutture, know how, mercati di sbocco etc.) ne avranno sempre di più e nei paesi contesi, le armi non si mangiano, non rendono amati i leader locali, non danno stabilità, potere e sviluppo. Il pragmatismo cinese, inoltre, essendo appunto pragmatico e realista e non su basi valoriali “idealistiche”, mette tutti d’accordo, sciti e sunniti, indiani e pakistani, turchi e forse anche curdi. Ci sono curdi anche nel nord Iran dove si va per il confine coi turchi. Come ben sanno in Medio Oriente dove la tradizione mercantile è storia profonda (come in Cina), il migliore affare è quello in cui tutti ci guadagnano o quasi. Gli americani allora possono solo contenere, mettere attrito, rallentare, che è quello che giustamente faranno. (Il primo che cita la “Trappola di Tucidide” viene bannato 🙂 scherzo …)
Filosoficamente, nella “filosofia delle relazioni tra popoli sul pianeta Terra”, la strategia cinese allude al vecchio “doux commerce” di Montesquieu. Traducendo “doux” con “gentile”: “… è regola pressoché generale che dovunque vi siano costumi gentili, vi è commercio; e che dovunque vi sia commercio, vi siano costumi gentili” (Esprit des Lois) con finale contrapposizione tra “nazioni ingentilite” e nazioni “rozze e barbare”. In realtà pare che il concetto risalga a Montaigne ed abbia poi deliziato Voltaire, Smith, Hume, Kant. Se ne trova una, come sempre acuta, analisi in termini di storia delle idee in A. O. Hirschman – Le passioni e gli interessi – Feltrinelli (p. 47). Dove per altro si riportano anche considerazioni di dileggio da parte di Marx ed Engels.
Quindi abbiamo nazioni che si dichiarano quantomeno socialiste (Cina) che agiscono in base a principi criticati da Marx ma promossi dai liberali europei i cui eredi contemporanei (USA, UK) però sono d’accordo con Marx. Ehhh, che ci volete fare, l’era complessa è complicata.
Quello che posso dirvi è: fate attenzione. Quello che oggi nello spirito partigiano che vi faceva tifare per gli indiani contro i cowboy nei film americani anni Settanta, vi fa tifare per Davide contro Golia, domani quando Davide sarà Golia vi creerà una contraddizione. La Cina, da sola, è quasi un quinto dell’umanità. Pensateci …
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