LA COMMISSIONE EUROPEA PROPONE UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE PER DEBITO ECCESSIVO ALL’ITALIA. PERCHE’? a cura di Luigi Longo

LA COMMISSIONE EUROPEA PROPONE UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE PER DEBITO ECCESSIVO ALL’ITALIA. PERCHE’?

a cura di Luigi Longo

 

Riporto la nota di Domenico Rondoni [referente economico del MMT (Modern Money Theory) – Umbria], apparsa sul sito www.ariannaeditrice.it del 6/6/2019, per porre la seguente domanda: perché l’Italia che ha aumentato il rapporto debito/Pil meno degli altri paesi europei nel periodo 1992-2017 verrà sottoposta alla procedura di infrazione per debito eccessivo?

Propongo una riflessione non interessata ad evidenziare a) la debolezza e il degrado peculiare politico e sociale dell’Italia (attacco alle risorse mobili e immobili, assalto definitivo al cosiddetto made in Italy, distruzione delle imprese strategiche ormai definitivamente in mano straniere…); b) l’ideologia (nell’accezione negativa del termine) del governo per il cambiamento (sic) dei cosiddetti sovranisti, populisti in Italia (e in Europa) che non hanno una strategia per liberarsi dal giogo assurdo dei sub-dominanti europei (Germania e Francia): per loro la politica non è la reale prassi di cambiamento ma è un gioco di potere maldestro dentro la logica del capitale; c) l’Italia e l’Europa come espressioni geografiche dei predominanti statunitensi a prescindere dal loro insanabile (un indicatore del declino irreversibile) conflitto interno tra gli agenti strategici; d) il nuovo ri-equilibrio che la fine della UE comporterà con le nuove relazioni tra i sub-dominanti europei e i pre-dominanti statunitensi.

La riflessione che qui avanzo è interessata piuttosto a rilevare la mancanza di un progetto strategico di ri-fondazione dell’Europa che passa attraverso la fuoriuscita dei Paesi europei dalla NATO (il progetto Usa della fase multicentrica) che è una delle importanti istituzioni mondiali per il dominio Usa.

Altro che fuoriuscita dall’euro: per fare cosa? Per rimanere ancora sotto la sudditanza statunitense? Per rimanere nella incapacità di aprire relazioni di cambiamento con l’Oriente le cui potenze mondiali (soprattutto Russia, Cina) sono per un equilibrio multicentrico del dominio?

La UE (il progetto USA del secondo dopoguerra) è finita e occorre ri-pensare un’altra Europa fondata su nazioni autodeterminate e sovrane (con la loro storia, il loro territorio, la loro geografia, la loro cultura) con una idea di sviluppo e di ri-pensamento della modernità a partire dalla rottura del dominio statunitense perché gli Stati Uniti d’America restano il grande collante culturale ed il grande garante geopolitico-militare della riproduzione capitalistica mondiale.

La crisi della modernità occidentale è un altro indicatore del declino egemonico statunitense.

 

 

 

 

 

RICAPITOLIAMO

di Domenico Rondoni

Ci fanno entrare nell’euro con un rapporto debito/pil piu alto di tutti.
In questi 25 anni difficilissimi aumentiamo il rapporto debito/pil di meno di tutti.
E ora ci aprono una procedura di infrazione per DEBITO ECCESSIVO!?!?
Cioé è come se convinco uno zoppo a fare i cento metri con i normodotati, lo zoppo facendo un miracolo e lasciandoci quasi le penne arriva primo, ed io gli azzoppo pure l’altra gamba perché non ha fatto il record del mondo!!
Ma ci rendiamo conto in che gabbia di matti ci hanno cacciato?
Se questi non capiscono che il cosidetto debito pubblico è uno STRUMENTO DI CRESCITA ECONOMICA che va GESTITO ed AUMENTATO, non resta davvero altro da fare che evadere dal manicomio….

 

 

 

 

intervista al Generale Marco Bertolini_ Il concetto di sovranità e la sua declinazione in politica

Qui sotto una importante intervista al Generale Marco Bertolini. Si parte dalla sottolineatura del concetto di sovranità e della sua imprescindibile deglinazione in qualsivoglia azione politica. Si passa poi al riconoscimento dell’importanza degli strumenti dello Stato che consentono l’esercizio di queste prerogative in un contesto geopolitico sempre più complesso. Marco Bertolini, già Comandante della Folgore, ha assunto numerosi ed importanti incarichi nelle più svariate missioni all’estero dei contingenti militari italiani. Un patrimonio prezioso di esperienza al servizio del paese e della nazione. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

NB_In alcune parti la qualità dell’audio, dovuta ad un collegamento telematico non ottimale, non consente un ascolto agevole e lineare_Ce ne scusiamo con gli ascoltatori e con il Generale Marco Bertolini. Siamo sicuri che l’importanza degli argomenti rendano sopportabili tali mancanze

SALAMINA A ROVESCIO SUL 28° PARALLELO_Antonio de Martini e Pierluigi FAGAN

 

Salamina a rovescio di Antonio de Martini

 

Quasi mezzo millennio prima di Cristo, l’imperatore SERSE I organizzò una spedizione al confine estremo del regno.

I greci, che all’epoca erano il LIMES, si coalizzarono contro il gigante asiatico avanzante.

Temistocle , dopo aver incassato una sonora batosta sul mare, si arroccò dietro l’isolotto di Salamina -come Leonida alle Termopili dove un gruppetto di spartani tenne in scacco le fanterie persiane e vendette cara la pelle- e si sistemò a difesa.

Con la stessa tattica dieonida , nello stretto tra l’isola e il mare, Temistocle inflisse una battuta d’arresto alla flotta del gran re enormemente superiore e difficile da manovrare in spazi ristretti .

Facendo pagare ogni singola avanzata a caro prezzo, i greci guadagnarono tempo, fidando nella indisponibilità di Serse a restare troppo a lungo ai margini del suo impero a dar la caccia a quattro mangiatori di olive.

In caso di attacco USA , i persiani useranno la stessa tattica di Temistocle, tanto più che i due gruppi da battaglia della V e VI flotta , si sono già infognati in aree prive di spazi di manovra: il gruppo “Keasarge” ha superato lo stretto di Hormuz e si è inoltrato nella trappola.

Per uscire, dovranno passare a tiro anche di sasso dalle coste iraniane.

L’altro gruppo di battaglia ( sempre una portaerei ( Lincoln ) , una nave appoggio zeppa di Marines e patrioti che fanno la prima apparizione antiaerea da nave, più naviglio di scorta ) attende l’ordine di iniziare la lotta, ma è anch’esso incastrato nel mar rosso tra bab el mandeb e Suez.

A tiro dei guerriglieri houti e dei loro sofisticati droni.
Tutti a tiro di missile da entrambe le sponde che costeggiano.

Questo dispiegamento arrogante è la migliore garanzia che lo scontro non ci sarà. Nessuno è stupido fino a questo punto.

Si stanno impostando e propagandando incidenti veri e presunti – come quelli dell’articolo AP che ho allegato- , ma senza conseguenze, a meno di errori – voluti o no – di qualche zelota.

Le grida di allarme servono a condizionare i protagonisti politici e saggiare i tempi tecnici di reazione dell’avversario.

In caso di scontro reale i persiani, nel peggiore dei casi, affonderanno almeno una portaerei e naviglio minore, senza contare la pioggia di missili che lanceranno su Israele di cui – coi missili da Gaza nei giorni scorsi – hanno saggiato l’operatività del sistema anti missile Iron Dome.

Cinque anni fa, durante una manovra coi quadri nella zona del golfo persico tenutasi al Pentagono, i “ nemici” rappresentati da un ammiraglio in pensione noto per la sua indipendenza di giudizio, affondò ( coi barchini) quattro navi USA. Uno smacco per lo stato maggiore della Marina USA sia pure ad opera di un collega “ Maverick “.

Chissà se al presidente lo hanno detto.

 

 

ESTATE AL 28°N PARALLELO di Pierluigi FAGAN.

 

Il costante conflitto che accompagnerà la difficile transizione al mondo multipolare, sembra voler convergere nello spazio e nel tempo in un punto particolare dello spazio-mondo.

Da più parti, si nota che:

a) gli americani stanno dislocando una portaerei in direzione del Golfo Persico. Hanno già mosso altre navi da guerra, rifornito di bombardieri le basi intorno all’Iran, nonché disseminato batterie missilistiche ed anti-missilistiche. In più Bolton a Pompeo, non passano giorno senza qualche buona parola incendiaria verso l’Iran. Altri sostengono che in USA si nota grande fermento operativo pre-bellico ;

b) Trump annuncia ulteriori sanzioni all’Iran che si sommano alle precedenti, dopo aver ulteriormente stretto il cordone di divieto alle relazioni con l’Iran tra cui quelle italiane e greche prima permesse. Dopo aver del tutto isolato Teheran dagli europei, è ora la volta dei tre compratori di energie fossili iraniane ovvero Turchia, India e Cina. Gli iraniani hanno dato due mesi di tempo a gli altri firmatari del precedente accordo teso a bloccare lo sviluppo atomico dell’Iran, per dare segni di vita. In assenza di un chiaro atteggiamento di conferma dell’accordo che isolerebbe gli USA, Rouhani ha fatto sapere che riprenderà l’arricchimento dell’uranio, ma è molto probabile abbia già iniziato ;

c) infatti Israele segue Bolton e Pompeo annunciando di imminenti attentati sciiti tra Gaza ed obiettivi americani in Medio Oriente mentre l’Egitto ha bloccato petroliere iraniane a Suez;

d) davanti a gi EAU, qualcuno ha sabotato petroliere saudite che hanno preso fuoco;

e) Isis si ripresenta in Kashmir e nel sud del Pakistan a Gwadar, terminale della Via della Seta cinese, accendendo l’irredentismo del Belucistan. Anche lo Sri Lanka e lo stesso Kashmir rientrano nelle rotte logistiche della Via della Seta cinese. In Iran, invece, c’è un porto strategico per le proiezioni esterne dell’India.

Naturalmente torna di moda la classica minaccia di autoaffondamento di navi dismesse in un punto particolarmente basso dello stretto di Hormuz da parte iraniana che rappresenterebbe un Armageddon petrolifero-finanziario dalle conseguenze terribili per l’intera economia-mondo, in particolare asiatica.

Con Trump non si sa mai se sta a suo modo trattando e quanto è disposto ad andare fino in fondo se la trattativa non andasse all’esito sperato o se “questa volta è diverso”. Una cosa pare certa, come ogni estate, la temperatura dalle parti del 28° parallelo, tenderà a salire. Da seguire …

Lluch De Sa Font Infatti credo che la carta vincente sarà a giugno quando presenterà il suo piano di pace per la Palestina, in cui si dice verrà coinvolto Hamas e, se va in porto, sarà utile ad una rielezione. Certo che i potenti nemici che ha in casa e all’estero faranno il possibile per mettere i bastoni fra le ruote…

 

 

TROPPE TRUPPE MARISCIÀH di Antonio de Martini

 

(Trump ha comunque smentito la presenza e anche l’intenzione di schierare i 130.000 uomini a meno di una pesante provocazione dell’Iran, definendo una fake la notizia del NYT_A dire il vero gli attori locali interessati a trascinare gli USA in guerra sono però almeno due._ https://news.yahoo.com/trump-denies-planning-send-120-000-troops-counter-161151316.html?fbclid=IwAR3kizBenzZV93nvAV2HZiES4EC6i9BZkJETXExb0NEhMEWGgaaWNDRd2nM Giuseppe Germinario)

 

A partire dal 1991 resta impresso in mente un dato costante sull’esercito degli Stati Uniti: esiste una forza armata che potremmo definire “ territoriale “ e un’altra che chiamerei “ forza mobile” composta da 120/130.000 uomini che è il vero ferro di lancia dell’US Army.

La forza territoriale presidia e occupa basi e territori sfoggiando un apparato logistico impressionante e ben alimentato. Questa aliquota, in continua crescita, fa la parte del leone nel bilancio della Army.

Centinaia di basi nel mondo dove la forza aerea e la Marina possono contare di fare sosta, rifornimento o riposo. Da dove si può far partire una spedizione, ma di dubbia efficacia combattiva.

Lo sforzo strategico di tutti i presidenti che si sono succeduti da Eisenhower in poi è consistito nel cercare di erodere questa posta di bilancio a favore dell’aliquota “ combattente” da impiegare sul campo.

Obama aveva cercato di creare reparti speciali da aggiungere al “ corpo combattente” puntando sulla estrema specializzazione di 30.000 uomini in battaglioni capaci di operare a 360 gradi. Trump ha scelto diversamente.

Trump ha fatto la scelta di aumentare il bilancio in termini assoluti senza capire che la macchina finanziaria del Pentagono – di terra e di mare- non sarà mai sazia per definizione e assorbirà qualsiasi cifra venga stanziata perché la normale amministrazione è fatta così dappertutt: è onnivora.

Comunque la si giri, lo Stato Maggiore non riesce a mettere in campo più di 130.000 uomini realmente disponibili per il combattimento.

È il brillante corpo corazzato che ha vinto le due campagne irachene, ma si è rivelato incapace di domare gli Afgani nemmeno per un momento. Che lamenta di essere impantanato a Kabul e alla frontiera messicana. Che inizia a logorarsi in West Africa.

Oggi lo S.M. USA ha nuovamente messo a disposizione del Presidente questo contingente e lo ha bardato con due corpi di combattimento della marina e i missili antiaerei Patriots in versione navale, ma l’avversario Iran è un’altra cosa.

L’Iran, nella guerra 1980/88 contro l’Irak, ha perso settecentomila uomini senza batter ciglio e ha la natura e la storia e la geografia dalla sua parte.

Il suo territorio è vasto ( quasi sei volte l’Italia) e montagnoso quanto basta, il 60% della popolazione è nomade ad onta degli sforzi dello Scià Ali Reza per sedentalizzare gli abitanti.

Non può essere piegato dai bombardamenti come la Jugoslavia perché non ha industrie leader o grandi infrastrutture da abbattere; non può essere “ridotta allo stato pastorale,” perché lo è già in buona parte; non può essere parcellizzata perché è un paese di grande omogeneità culturale con minoranze sostanzialmente leali; dispone di via di fuga, non bloccabile, attraverso il Caspio. Con centotrentamila uomini possono dirigere il traffico, ma non invadere ne presidiare, ne condurre con successo uno sbarco dimostrativo.

Un bombardamento – anche agli impianti petroliferi- otterrebbe una doppia replica e nessun risultato.

Ha amici potenti ( Russia, Cina, Turchia, India) e nemici impopolari ( Israele) ; controlla il 30% flusso dei prodotti petroliferi destinati all’Europa.

Anche i peggiori avversari degli Ayatollah – come la casa imperiale rifugiatasi negli USA o qualche ex primo ministro parcheggiato a Parigi – si sono rifiutati di prendere parte al coro anti iraniano.

La comunità israelita all’interno ( presente con continuità da tremila anni) o la diaspora benestante di Francia e California all’estero ( da 40 anni) prenderebbero posizione contro ogni intervento mirante a destabilizzare un paese che da cinque secoli non ha mai attaccato nessun vicino.

Unici alleati degli USA i mujaheddin al Khalk – gli ex giovani comunisti del 1979 già nell’elenco USA delle organizzazioni terroriste – oggi “ graziati” e parcheggiati da Obama in Albania dopo aver organizzato qualche assassinio di “ scienziati atomici” che possono fare qualche sanguinoso attentato ma nulla di più.

Voler attaccare durante il Ramadan sarebbe il colmo della provocazione psicologica e dell’improntitudine.

A parte la rappresaglia contro Israele che metterebbe in crisi i rapporti interni agli USA, creerebbe una immediata reazione tra un miliardo e mezzo di mussulmani nel mondo e il braciere del focolaio afgano rischierebbe di estendersi al subcontinente indiano ( Pakistan e India mussulmana).

Alla Casa Bianca dovrebbero proprio decidersi a cambiare pusher.

LIBERARSI DA UNA EUROPA AMERICANIZZATA SI PUO’, RIPENSARE UN’ALTRA EUROPA LIBERA E AUTODETERMINATA E’ POSSIBILE a cura di Luigi Longo

LIBERARSI DA UNA EUROPA AMERICANIZZATA SI PUO’, RIPENSARE UN’ALTRA EUROPA LIBERA E AUTODETERMINATA E’ POSSIBILE

 

a cura di Luigi Longo

 

 

SI PUÒ

 

Si può siamo liberi come l’aria si può…si può siamo noi che facciam la storia …si può

Si può io mi vesto come mi pare si può…sono libero di creare si può son padrone del mio destino
si può posso mettermi un orecchino si può

Basta uno spunto qualunque la nostra fantasia non ha confini basta un pennello un colore e noi siamo pronti a perpetuare la creatività dei popoli latini

Si può contestare e parlare male si può migliorare il telegiornale si può fare critiche dall’esterno
si può sputtanare tutto il governo…si può

Si può occuparsi di spiritismo si può far dibattiti sull’orgasmo si può far politica alternativa
si può siamo pieni di iniziativa…si può

Siamo sicuri che abbiamo in comune la certezza del nemico siamo sicuri che c’è ma il più rosso e li più nuovo dei partiti non si sa perché diventa rosso antico

Si può siamo liberi come l’aria si può siamo noi che facciam la storia si può libertà libertà libertà libertà obbligatoria

Sono liberato sono davvero più leggero sono infedele sono matto posso far tutto

Viene la paura di una vertigine totale viene la voglia un po’ anormale di inventare una morale

Utopia trrr Utopia trrr utopia pia pia trrrr

Si può fare i giovani a sessant’anni si può regalare i blue jeans ai nonni si può star seduti come un indiano si può divertirsi con il digiuno si può

E dopo tante battaglie volendo puoi anche farti uno spinello il libanese è il migliore tra poco dovrebbe cominciare la pubblicità in un nuovo carosello

Si può inventarsi protagonista si può rinforzarsi dall’analista si può occuparsi dell’individuo
si può farsi ognuno la propria radio…si può

Si può con la nostra cultura dietro si può rinnovare tutto il teatro si può dare al mondo un messaggio giusto si può a livello di Gesù Cristo…si può

Basta una bella canzone la tua rivoluzione va da sola basta che ognuno si esprima e poi non importa se si chiama la rivoluzione della Coca Cola

Si può siamo liberi come l’aria si può siamo noi che facciam la storia…si può

Libertà libertà libertà libertà obbligatoria Ma come? Con tutte le libertà che avete, volete anche la libertà di cambiare? Utopia trrr Utopia trrr utopia pia pia trrrr

Libertà libertà libertà libertà  libertà libertà libertà libertà libertà libertà libertà

 

Giorgio Gaber*

 

[…] E come le quattro sezioni proposte nel testo siano solo indiziarie […] Indicano senza dubbio un tracciato che inizia partendo da piccole osservazioni […] per potersi accostare, successivamente, ai conflitti, agli scogli […] fino a comprendere che l’essenza dell’essere umano è quella di confrontarsi continuamente con il limite […] che ci circonda e da cui siamo costituiti.

Ma accanto ai limiti del soggetto, si aggiungono oggi più che mai, quelli della Polis che non c’è, quella Polis che avrebbe dovuto costituire la meta, forse utopica, di un viaggio di trasformazione.

 

Rita Simonitto**

Premetto che ho sempre trovato difficoltà a scrivere durante le campagne elettorali per le elezioni dei rinnovi istituzionali perché in esse vengono sempre esaltate le leggi fondamentali della stupidità (Carlo M. Cipolla).

Ritengo, pertanto, che parlare di una Europa che si liberi dall’egemonia statunitense e che lavori per un progetto di autodeterminazione e di libertà durante il rito mistificatorio delle elezioni europee sia un non senso ed una offesa alle persone intelligenti.

Le due letture che propongo, quindi, sono da intendere nella logica della ricerca interdisciplinare per un pensare e un agire strategico (Gianfranco La Grassa) sia per capire la creazione dell’attuale Unione Europea, sia per affrontare il superamento di questa Eurolandia (Franco Cardini), sia per progettare un’altra Europa a partire dalla autonomia e autodeterminazione delle singole nazioni (Costanzo Preve).

I due scritti sono: 1) Giovanna Cracco, l’Unione europea di Hayek in www.rivistapaginauno.it, febbraio-marzo 2019; 2) Redazione ANSA, Ventotene Europa Festival, gli studenti a Mattarella “vogliamo studiare l’UE” in www.ansa.it, 1/5/2019.

Dello scritto di Giovanna Cracco, di cui non condivido l’impianto teorico di riferimento, mi interessa evidenziare il pensiero teorico e politico di Friedrich von Hayek (il cui saggio sulla riflessione federalista venne pubblicato la prima volta nel 1939, sulla rivista scientifica New Commonwealth Quarter e in seguito inserito nell’opera Individualismo e ordine economico come ultimo capitolo). Il pensiero di Hayek ha contribuito sia a delineare il progetto reale della costruzione dell’attuale Unione europea voluta dagli USA (a partire dal secondo dopoguerra anche se il dibattito teorico per un progetto moderno di una Europa unita ebbe inizio sin dagli anni venti del secolo scorso: in una prima fase furono coinvolte personalità come Albert Einstein, Sigmund Freud, Thomas Mann, eccetera e in una seconda fase furono interessate personalità come Konrad Adenauer, Robert Schuman, Jean Monnet, Alcide De Gasperi e Winston Churchill); sia a sciogliere il nodo ideologico degli Stati Uniti per consolidarsi come “capitalismo avanzato”. Un capitalismo particolare, cioè, che riconquistasse il mito pioneristico liberal-liberista liquidando le nostalgie di New Deal- di “nuova via” capitalistica- emerse nello scorcio degli anni trenta (Aurelio Macchioro).

Del secondo scritto a cura della redazione ANSA mi interessa sottolineare gli obbiettivi del Ventotene Europa Festival, che si ispirano a Il Manifesto di Ventotene (www.senato.it/…/Per_unEuropa_libera_e_unita_Ventotene6.763_KB.pdf) , i quali sono nel solco di una sola Europa unita << che punta a costruire le fondamenta della Costituzione Europea, partendo da quattro principi cardine: diritti e doveri nella diversità, maggiore informazione sui benefici della partecipazione all’Unione Europea, lotta comune alla discriminazione, libertà di movimento e di opportunità >>, Gyorgy Lukacs direbbe che siamo in presenza di un insieme di onnipotenza astratta e di concreta impotenza.

E’ opportuno sottolineare che Il Manifesto di Ventotene non è stato né << […] L’Europa che volevano gli antifascisti di Ventotene […che] si può costruire solo a partire da valori fondanti. Come è stato per le Costituzioni del dopoguerra nei paesi liberati dai fascismi. Da tradurre in una Costituzione europea, che a sua volta legittimi istituzioni di governo democratico europeo >> (si veda il patetico Ai Lettori di MicroMega n.2/2019, pp.3-6), né << […] le sovranità politiche nascono da quella che Shakespeare chiamava la «materia di cui sono fatti i sogni» (e certamente di tale materia era fatto il Manifesto di Ventotene; peccato che esso accozzasse miti politici senza fondamento e una lettura assolutamente irreale dell’imminente dopoguerra europeo. Ciò che spiega, tra l’altro, perché il Manifesto di cui sopra sia sempre rimasto lettera morta, nonostante i salamelecchi universali) >> (Ernesto Galli Della Loggia, Una nazione vera o un mostriciattolo in www.corriere.it/editoriali/12_agosto_20/una-nazione-vera-o-un-mostriciattolo-ernesto-galli-della-loggia_f441548a-ea86-11e1-844e-2ddbe2183fb0.sht ).

Il Manifesto di Ventotene è stato, considerato le diverse pubblicazioni dal 1941 al 2017, una narrazione fuorviante della seconda guerra mondiale e soprattutto del successivo dopoguerra nascondendo e velando il ruolo di potenza mondiale degli USA (già capita nel 1934 da Antonio Gramsci) e delle sue strategie di dominio mondiale. Strategie che faranno dell’Europa (l’attuale Unione europea) un continente di una subalternità dolorosa, una provincia geografica dell’occidente americanista (Costanzo Preve).

Liberarsi da una Europa americanizzata si può, ripensare un’altra Europa libera e autodeterminata é possibile. Mancano i soggetti (gli agenti strategici) che costruiscano una Polis nazionale ed europea in grado di pensare un percorso di cambiamento, un viaggio di trasformazione a partire dalla messa in discussione del patto di bilancio europeo, del pareggio di bilancio e del debito pubblico; nonché dallo smantellamento delle basi USA-NATO; dalla pubblicizzazione ed eliminazione dei trattati e dei protocolli riservati che vincolano e sottomettono le nazioni a comandi e interessi stranieri. E qui mi fermo.

 

 

Le epigrafi sono tratte da:

 

*Giorgio Gaber, Si può in www.giorgiogaber.it, 1976/1977

**Rita Simonitto, Per ordine di verso. Poesie, Besa editrice, Nardò (LE), 2018, pag. 273.

Il grassetto è mio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’UNIONE EUROPEA DI HAYEK

di Giovanna Cracco

 

Ci attende una lunga campagna elettorale in vista delle europee di maggio. La complessità dei Trattati, degli accordi intergovernativi (come il Fiscal compact) e della struttura legislativa e istituzionale Ue non facilita i cittadini alla comprensione del ‘sistema’ Unione europea, e una politica sempre più spettacolo e povera di cultura avrà gioco facile ad appoggiarsi a slogan e dogmi. Eppure non è affatto complicato capire dove siamo. Certo occorre uscire dal postmodernismo e portare la riflessione sul piano storico e teorico, l’unico che consente di guardare l’Unione europea senza le lenti distorcenti della propaganda, a favore o contro; perché l’Unione europea, come tutti i progetti umani, e quelli politici ed economici non fanno certo eccezione, è figlia di un pensiero, di un’idea di società. Facciamo quindi un passo indietro.

L’affermarsi del sistema economico capitalistico ha prodotto il suo specifico conflitto sociale. Ben prima dei cosiddetti Trenta gloriosi – gli anni del dopoguerra caratterizzati, nei Paesi europei, da politiche socialdemocratiche di stampo keynesiano – il potere politico è intervenuto nella sfera economica per disinnescare il conflitto di classe, agendo principalmente su due piani: operando una redistribuzione attraverso le politiche fiscali, e implementando uno stato sociale – la prima a strutturarlo è stata la Prussia di Bismarck di fine Ottocento, dopo aver cercato inutilmente di contenere le rivolte del nascente movimento operaio attraverso la repressione. Per il pensiero economico liberista è una inaccettabile invadenza: Friedrich von Hayek, tra i massimi esponenti della Scuola austriaca, assertore dell’esistenza di una autoregolamentazione del mercato, di un ordine spontaneo che agisce attraverso la concorrenza, sostiene che il mercato non deve subire limiti. L’economista inizia dunque a riflettere su come eliminare l’ingerenza: individua il problema nella piena sovranità che contraddistingue gli Stati nazione, che consente loro il controllo sulle politiche monetarie ed economiche e sui fattori della produzione – capitali, merci, persone – e trova la soluzione nella sua “abrogazione”.

È il 1939 e Hayek pubblica un saggio sul trimestrale New Commonwealth Quarterly intitolato “The economic conditions of interstate federalism”; vi ipotizza la costruzione di una “federazione interstatale” tra Paesi, incardinata sull’unione della “sfera economica” e non di quella politica, all’interno della quale siano rimossi “gli ostacoli al movimento di uomini, beni e capitali”; “l’abrogazione delle sovranità nazionali” scrive Hayek, “e la creazione di un efficace ordine internazionale del diritto è un complemento necessario e il logico compimento del programma liberale”. Infatti, “l’assenza di barriere tariffarie e la libera circolazione di uomini e capitali tra gli Stati della federazione” continua l’economista, “ha alcune importanti conseguenze che spesso vengono trascurate: limitano in larga misura la portata della politica economica dei singoli Stati. Se merci, uomini e denaro possono circolare liberamente attraverso le frontiere interstatali, diventa chiaramente impossibile influenzare i prezzi dei diversi prodotti attraverso l’azione del singolo Stato”.

Hayek evidenzia un ulteriore effetto ‘positivo’ della federazione interstatale: verrebbero limitate anche “le interferenze meno radicali con la vita economica rispetto alla regolamentazione del denaro e dei prezzi”, per esempio “una legislazione come la limitazione del lavoro minorile o dell’orario di lavoro diventa difficile da eseguire per il singolo Stato”. Data la libera circolazione dei capitali, infatti, il Paese dovrebbe attrarli offrendo un costo del lavoro uguale o minore a quello degli altri Stati della federazione, comprimendo salari e diritti, e affiancando politiche fiscali favorevoli alle imprese. Il potere statale di intervento nell’economia dunque, attraverso politiche di protezione sociale e redistributive, verrebbe automaticamente limitato dalla logica ferrea della concorrenza, l’unica a regnare nel libero mercato.

Hayek pone poi come condizione necessaria anche l’istituzione di una politica monetaria comune: “Sarà anche chiaro che gli Stati all’interno dell’Unione non saranno in grado di perseguire una politica monetaria indipendente […] una politica monetaria nazionale che fosse prevalentemente guidata dalle condizioni economiche e finanziarie del singolo Stato porterebbe inevitabilmente alla rottura del sistema monetario universale. Chiaramente, quindi, tutta la politica monetaria dovrebbe essere una questione federale e non statale”. Anche su questo piano, spoliticizzando e denazionalizzando la moneta, ossia rompendo il legame tra Banca centrale e Paese, è il mercato a dettare legge e non più la politica, in questo caso quello finanziario – speculazione sui titoli pubblici, sentenze inappellabili di private agenzie di rating, spread… una realtà più che evidente ormai.

A questo punto l’economista sposta la riflessione sulla sfera politica: “Il lettore che ha seguito l’argomento fino a ora probabilmente concluderà che se, in una federazione, i poteri economici dei singoli Stati saranno così limitati, il governo federale dovrà assumere le funzioni che gli Stati non possono più svolgere e deve fare tutta la pianificazione e la regolamentazione che gli Stati non possono fare”. Ma non è così. Non può.

“È difficile immaginare come,” scrive infatti Hayek, “in una federazione, si possa raggiungere un accordo sull’uso di tariffe per la protezione di particolari industrie. Lo stesso vale per tutte le altre forme di protezione. A condizione che ci sia una grande diversità di condizioni tra i vari Paesi, come sarà inevitabilmente il caso in una federazione, l’industria obsoleta o in declino che chiede a gran voce assistenza incontrerà quasi invariabilmente, nello stesso campo e all’interno della federazione, industrie avanzate che chiedono libertà di sviluppo […] Ma anche dove non si tratta semplicemente di ‘regolare’ (cioè, frenare) il progresso di un gruppo per proteggere un altro gruppo dalla concorrenza, la diversità delle condizioni e i diversi gradi di sviluppo economico raggiunti dai diversi membri della federazione porranno seri ostacoli alla legislazione federale. […] Anche una legislazione come la limitazione dell’orario di lavoro o dell’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione, o la tutela dei servizi, sarà vista in una luce diversa nelle regioni povere e nelle regioni ricche” Dunque, conclude Hayek, “sembrano esservi pochi dubbi sul fatto che la portata della regolamentazione della vita economica sarà molto più ristretta per il governo centrale di una federazione che per gli Stati nazionali. E poiché, come abbiamo visto, il potere degli Stati che costituiscono la federazione sarà ancora più limitato, la gran parte delle interferenze con la vita economica a cui siamo abituati sarà del tutto impraticabile da un’organizzazione federale”.

La federazione interstatale raggiunge così l’obiettivo prefissato da Hayek, nella logica del pensiero liberista: estromettere la politica dalla regolamentazione del mercato, quella politica che mira ad attutire gli effetti sperequativi in termini di creazione di ricchezza prodotti dal sistema capitalistico. “La conclusione che, in una federazione, certi poteri economici, che ora sono generalmente esercitati dagli Stati nazionali, non potrebbe essere esercitati né dalla federazione né dai singoli Stati, implica che ci dovrebbe essere meno governo a tutto tondo […] Ciò significa che la federazione dovrà possedere il potere negativo di impedire ai singoli Stati di interferire con l’attività economica in determinati modi, sebbene non possa avere il potere positivo di agire al loro posto […] Significa che la pianificazione in una federazione non può assumere le forme che oggi sono preminentemente conosciute con questo termine; che non ci deve essere alcuna sostituzione delle interferenze quotidiane e delle regole per le forze impersonali del mercato […] la politica dovrà [solo] assumere la forma di fornire un quadro razionale permanente entro il quale l’iniziativa individuale avrà il più ampio campo di applicazione possibile e sarà realizzata per funzionare nel modo più vantaggioso possibile; e dovrà integrare il funzionamento del meccanismo competitivo quando, per loro natura, alcuni servizi non possono essere portati avanti e regolati dal sistema dei prezzi”. È la trasformazione dello Stato nell’attore che deve limitarsi a tracciare l’architettura (il “quadro razionale permanente”) dentro la quale il libero mercato può agire in totale autonomia: nessun aiuto pubblico alle imprese, nessuna protezione ai lavoratori con contratti collettivi nazionali – anche i lavoratori devono muoversi in regime di concorrenza tra loro – nessun welfare che, sostenendo economicamente e attraverso servizi pubblici le fasce più deboli della popolazione, le sottrae all’arena del mercato.

Seguito l’economista nella sua riflessione, risulta evidente che la federazione interstatale disegnata da Hayek nel 1939 è il ritratto dell’Unione europea, nel suo intero percorso di costruzione. [grassetto mio, L.L.]

Dalla nascita della Ceca nel 1951, trattato che istituiva un unico mercato del carbone e dell’acciaio, che eliminando sovvenzioni statali alle produzioni, diritti doganali e restrizioni quantitative all’import/export, sottraeva ai sei Stati firmatari la sovranità nazionale sulla politica economica delle due materie fondamentali per la ricostruzione industriale post bellica e la trasferiva all’Alta Autorità, organo della nuova entità sovranazionale che aveva il compito di stabilire le politiche di produzione e circolazione in un regime di libera concorrenza.

Passando per la creazione della Cee nel 1957, che ha esteso il mercato unico a tutti i settori manifatturieri e ha sancito i quattro pilastri fondamentali della futura Unione: libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali.

Approdando a Maastricht nel 1992, trattato nel quale si è innestata anche la teoria ordoliberista tedesca, con l’imposizione dei vincoli al bilancio pubblico, e che ha sancito la nascita di un’unica politica monetaria, con l’euro.

È questo, la struttura del pensiero di Hayek che ha trovato compimento nella Ue, [grassetto mio, L.L.] ciò che si intende quando si afferma che l’impianto neoliberista è insito nei Trattati europei, come più volte affermato anche da chi scrive, su queste pagine. E chi afferma che la soluzione ai mali dell’Europa sia un’unione anche politica e non solo economica, dovrebbe riflettere sulla disarmante logica del ragionamento dell’economista austriaco: è difficile immaginare come in una federazione di Stati che registrano tra loro grandi diversità di sistemi e condizioni economiche sia possibile trovare un accordo su politiche comuni, siano esse industriali, monetarie o sociali. E aggiungiamo, come ricordato più volte, che la modifica dei Trattati Ue richiede un voto all’unanimità.

Resta una questione fondamentale: se la politica è esclusa dalle decisioni economiche, che fine fa la democrazia? È una domanda che si pone anche Hayek, e con molta franchezza risponde che la democrazia ne esce limitata. “Se, nella sfera internazionale, l’ordine democratico dovrebbe dimostrarsi possibile solo se i compiti del governo internazionale si limitano a un programma essenzialmente liberale, non farebbe altro che confermare l’esperienza nella sfera nazionale, nella quale ogni giorno sta diventando più ovvio che la democrazia funzionerà solo se non la sovraccaricheremo e se le maggioranze non abuseranno del loro potere di interferire con la libertà individuale”. Come abbiamo visto, l’economista associa lo Stato alle politiche di redistribuzione della ricchezza che vanno ad alterare l’equilibrio creato da mercato, e individua la causa nell’invadenza delle istituzioni democratiche (“le maggioranze”); da qui la necessità di non “sovraccaricarle”. Che si occupino d’altro – oggi diremmo diritti civili – non di economia. E conclude: “Se il prezzo che dobbiamo pagare per lo sviluppo di un ordine democratico internazionale è la restrizione del potere e delle funzioni del governo, non è sicuramente un prezzo troppo alto”.

Tuttavia c’è un problema. Per fortuna i Trenta gloriosi hanno creato strutture con cui ancora oggi fare i conti. Ricordiamo che Hayek scrive nel 1939, e dalla seconda guerra mondiale sono uscite Costituzioni, come quella italiana, di impronta keynesiana: il conflitto con i Trattati europei, di impronta neoliberista, è inevitabile. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1) richiama l’obiettivo della piena occupazione e non certo quello dei prezzi, della concorrenza e del libero mercato, così come i limiti imposti all’iniziativa economica privata contenuti nell’art. 41 e seguenti, in nome di “fini sociali”; l’art. 3 affianca all’uguaglianza formale quella sostanziale, imponendo allo Stato di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Art. 3). Principi oggi disattesi, ma ci sono alcuni diritti scritti tra i ‘fondamentali’ e ‘incomprimibili’ che è più difficile ignorare. Si pone dunque il problema se i Trattati Ue, che li negano, siano costituzionali.

Si è cercato di sanare questo conflitto con il Fiscal compact (2012) che ha imposto di inserire nella normativa nazionale – “tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente, preferibilmente costituzionale”, sottolineava – l’obbligo del pareggio di bilancio nel Def annuale, vincolando dunque le politiche economiche alle disponibilità finanziarie; in Italia ci ha pensato il governo Monti a modificare l’art. 81 della Carta, con il voto ad ampia maggioranza del Parlamento. Ma nel 2016 una sentenza della Corte Costituzionale ha sollevato il problema (1).

È una pronuncia relativa a una legge della Regione Abruzzo secondo cui la Regione stessa è tenuta a contribuire alle spese sostenute dalle Province – nel caso del ricorso, Pescara -per il trasporto degli studenti disabili nella misura del 50%. Negli anni tra il 2006 e il 2012 la Regione ha erogato alla Provincia somme inferiori e, afferma l’amministrazione di Pescara, il mancato finanziamento ha determinato un indebitamento tale da comportare una drastica riduzione dei servizi per gli studenti disabili, compro-1) Sentenza n. 275, 16 dicembre 2016 mettendo l’erogazione dell’assistenza specialistica e dei servizi di trasporto. La Provincia ricorre dunque al Tar e la Regione risponde che non contesta la legittimità delle spese ma che la stessa legge regionale prevede che il contributo sia garantito solo “nei limiti della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio”; il Tar investe allora la Corte Costituzionale, sollevando il dubbio di costituzionalità in merito all’art. 38 che stabilisce che “gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale”. Da una parte la Provincia sottolinea che “in tal modo, il godimento del diritto allo studio degli studenti disabili, tutelato dalla Costituzione, sarebbe rimesso ad arbitrari stanziamenti di bilancio di anno in anno decisi dall’ente territoriale […] senza che di ciò vi sia alcuna evidenza o limite a garanzia dell’effettivo godimento dei diritti costituzionalmente garantiti”, dall’altra la Regione rileva che “l’effettività del diritto allo studio del disabile deve essere bilanciato con altri diritti costituzionalmente rilevanti e, in particolare, con il principio di copertura finanziaria e di equilibrio della finanza pubblica, di cui all’art. 81 della Costituzione”.

La Corte Costituzionale, dando ragione alla Provincia, afferma: “Non può essere condivisa in tale contesto la difesa formulata dalla Regione secondo cui ogni diritto, anche quelli incomprimibili della fattispecie in esame, debbano essere sempre e comunque assoggettati a un vaglio di sostenibilità nel quadro complessivo delle risorse disponibili. […] è di tutta evidenza che la pretesa violazione dell’art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio, sia con riguardo alla Regione che alla Provincia cofinanziatrice. È la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”

Vale ripeterlo: è la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione.

A sinistra iniziano a farsi spazio movimenti di pensiero che parlano di ‘sovranità democratica’ e ‘sovranità costituzionale’ e di uscita dall’euro, in modo serio e approfondito. A quasi trent’anni da Maastricht e dopo quasi venti di Unione monetaria, distruzione del welfare, compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori, crescita delle disuguaglianze, non è più eludibile una domanda: che società vogliamo per il futuro? Quella del mercato o quella dei diritti costituzionali? È il caso di darsi una risposta prima di maggio.

 

 

Ventotene Europa Festival, gli studenti a Mattarella: ‘Vogliamo studiare l’Ue’

Una delegazione di giovani al vertice tra il capo dello Stato italiano e Macron

Redazione ANSA

Un appello alle istituzioni, nello specifico governo, parlamento e Capo dello Stato, affinché ascoltino la voce che arriva dai giovani del Ventotene Europa Festival: costruire un’Unione di diversità che rispetti le varie identità nazionali ma allo stesso tempo rafforzi gli strumenti di condivisione e opportunità. È il risultato del lavoro dei cinquanta studenti europei provenienti da tanti paesi Ue che si sono ritrovati sull’isola del Manifesto per la terza edizione del Ventotene Europa Festival, organizzato dalla Nuova Europa. Il lavoro dei ragazzi, tutti tra i 16 e i 18, alcuni dei quali hanno raggiunto Chambord per partecipare al vertice tra Mattarella e Macron, è un’operazione concreta in tre lingue (italiano, francese e inglese) che punta a costruire le fondamenta della Costituzione Europea, partendo da quattro principi cardine: diritti e doveri nella diversità, maggiore informazione sui benefici della partecipazione all’Unione Europea, lotta comune alla discriminazione, libertà di movimento e di opportunità. Il lavoro, che sarà consegnato al nostro Capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai vertici di Parlamento e Commissione Europea, è già invece nelle mani del Consiglio regionale del Lazio e del sindaco di Ventotene, Gerardo Santomauro. Obiettivo: evitare la disgregazione dell’Unione alle prossime elezioni europee di fine maggio, lanciando anche una campagna per lo studio dei trattati nell’ambito del reintegro dell’educazione civica nelle scuole.
D’altronde che ci sia necessità di una sensibilizzazione sui temi che riguardano i giovani lo dimostrano gli ultimi sondaggi, illustrati durante la quattro giorni di convegni e seminari cui hanno partecipato scrittori, economisti, giuristi e addetti ai lavori nel settore dell’accoglienza: un nuovo spettro si aggira per l’Europa ed è appunto l’astensionismo. Alle scorse consultazioni europee, nel 2014, si è registrata la più bassa affluenza di sempre e a dispetto del grande interesse che sta suscitando dal punto di vista mediatico l’appuntamento per rinnovare il Parlamento di Strasburgo, qualche segnale di costante disaffezione c’è.
A guardare i dati dell’affluenza dal 1979, data in cui si elesse la prima assemblea comunitaria, con la Gran Bretagna appena entrata nell’Ue, il rischio che anche questa tornata elettorale segua il trend è piuttosto alto. Il declino, fin dalla prima elezione, è stato implacabile: dal 62% del 1979, al 42,61% del 2014, non c’è stato un anno in cui gli elettori siano aumentati e il fenomeno di bradisismo europeista ha riguardato in particolare i Paesi fondatori: in quarant’anni in Germania si è passati dal 66% al 48%, in Francia dal 61% al 42%, in Italia dall’85% al 57%.
Nel Regno Unito, da sempre euroscettico, l’affluenza non ha mai superato il 40% (36% nel 2014) ed è difficile che con la Brexit sempre dietro l’angolo possa cambiare qualcosa in questo convulso e per certi versi inspiegabile 2019. Solo nei Paesi dove il voto è obbligatorio, come Belgio e Lussemburgo, gli elettori effettivi hanno sfiorato il 90% cinque anni fa, anno in cui slovacchi, cechi, polacchi, sloveni, ungheresi, croati, lettoni, rumeni e portoghesi non sono riusciti però a portare alle urne più del 30% dei cittadini.
Lo scarso interesse per il voto, destinato ad influenzarne l’esito, è spiegato da un recente Eurobarometro secondo cui la maggior parte degli europei considera molto basso il suo impatto sulla legislazione europea, nonostante questa abbia invece – spesso a loro insaputa – una ricaduta molto ampia sulle loro vite. La maggior parte delle persone che ha risposto al sondaggio è convinta che anche stavolta i cittadini non andranno a votare perché “ritengono che il loro voto non cambierà niente” in Europa, e perché “non si fidano del sistema politico” o “non sono interessati alla politica europea”. Viste le divisioni tra europeisti e sovranisti risulta difficile non comprendere questo stato d’animo. Solo un terzo degli europei ha un’opinione positiva sul Parlamento europeo, mentre un esprime un parere negativo e la maggioranza relativa (43%) è neutrale, ovvero se ne disinteressa.
Forse anche per questo assume una qualche rilevanza la voce che arriva dal Ventotene Europa Festival, incontro conclusivo di un percorso innovativo di cittadinanza europea iniziato nel 2017 con la fondazione di una Scuola d’Europa sull’isola, ospite dell’istituto Altiero Spinelli e patrocinata dall’associazione La Nuova Europa.
L’obiettivo è quello che in tanti auspicano e ora richiamato a gran voce dagli studenti provenienti da tutta Europa (quest’anno c’erano italiani, francesi, inglesi, portoghesi, spagnoli, ungheresi, e anche tunisini e americani) e radunatisi sull’isola pontina: porre le basi per una Costituzione Europea, in grado di colmare il grande gap sociale tra 500 milioni di cittadini e istituzioni comunitarie. Un sogno? Forse. Ma non lo era pure quello di Spinelli, Colorni e Rossi nel 1941, in piena seconda guerra mondiale con Hitler vittorioso? Contro ogni ragionevolezza, il Manifesto di Ventotene disegnò invece un quadro politico preciso, la federazione degli Stati per guadagnare la pace. Come immaginava Kant. Come predisse Churchill. Come chiedono oggi i giovani del Ventotene Europa Festival.

 

 

Trump e la decinesizzazione degli Stati Uniti, a cura della redazione

Qui sotto il testo tradotto di due brevi articoli apparsi sulla stampa americana. Rivela un aspetto, quello del recupero del controllo della logistica, della vera e propria guerra economica intrapresa con sempre maggior convinzione dagli Stati Uniti. Non è solo un confronto di natura economica, quanto l’aspetto economico di un confronto politico sempre più serrato, aperto e ampio. Spazia ormai dall’ambito militare, a quello tecnologico più raffinato, al controllo delle comunicazioni e dei trasporti. La permeabilità della formazione sociale statunitense, contestuale al processo di globalizzazione così come si è sviluppato negli ultimi trenta anni, sta subendo una battuta di arresto che nemmeno un eventuale rovesciamento della Presidenza Trump potrà rimettere interamente in discussione. E’ il prodromo alla formazione di più sfere di influenza entro le quali la potenza egemone dovrà mantenere un fermo controllo. Il corollario nel frattempo è che negli Stati Uniti si è innescato un processo di reindustrializzazione e di ricostruzione delle infrastrutture in grado di garantire maggiore coesione e forza alla formazione sociale, registrando tassi di crescita sino ad ora sconosciuti in questo millennio_Buona lettura_Giuseppe Germinario

 

ll Dipartimento per la Sicurezza Interna (Department of Homeland Security) dell’Amministrazione Trump ha costretto, per motivi di sicurezza, la compagnia statale cinese Cosco a cedere il controllo del porto di Long Beach in California. Long Beach è uno dei maggiori porti degli Stati Uniti (il quarto per esattezza). Il terminal di Long Beach ha registrato, nel 2018, un valore contabile netto di 345,24 milioni di dollari. Il suo utile netto lo scorso anno ha raggiunto 85,86 milioni di Dollari, in aumento di quattro volte rispetto all’anno precedente, il 2017.

Orient Overseas (International) Limited (OOCL) ha dichiarato di aver venduto il 100% del terminal container di Long Beach (LBCT) per $ 1,78 miliardi a un consorzio guidato da Macquarie Infrastructure Partners. Macquarie Infrastructure Partners Inc. è una società specializzata in investimenti infrastrutturali. L’azienda investe in strade, ferrovie, progetti di ponti, aeroporti, porti, acqua e acque reflue, energia e servizi pubblici, nonché infrastrutture sociali e di comunicazione. Gli investimenti di Macquarie Infrastructure Partners Inc si concentrano in Nord America, in particolare Stati Uniti e Canada. Macquarie Infrastructure Partners ha sede a New York.

OOCL è stato obbligato a vendere il terminale, uno dei più automatizzati del paese, ai sensi dell’Accordo sulla sicurezza nazionale con il Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Il governo federale ha intimato la cessione del terminale dopo che una verifica dell’anno scorso, ha confermato l’acquisto di OOCL da parte di COSCO Shipping Holdings. La società cinese Cosco Shipping Holdings, acquirente di OOCL (Orient Overseas International), con sede ad Hong Kong, è stata costretta quindi a vendere la proprietà del Terminal californiano.

L’amministrazione Obama aveva concesso nel 2012 il via libera ad OOCL per la firma di un contratto di locazione di 40 anni con la Città di Long Beach per il controllo del porto. La maggior parte dei movimenti di container Asiatici (Cinesi)in America, passa per Long Beach. L’accordo faceva parte del “Middle Harbor Redevelopment Program” per finanziare l’espansione per 1,5 miliardi di dollari del porto di Long Beach entro il 2020.

Ma una delle prime azioni del Department of Homeland Security, sotto l’amministrazione Trump, è stata la formazione, nel marzo 2017,  del Comitato per gli  Investimenti Esteri negli Stati Uniti. Una commissione di revisione e controllo su investimenti fatti da compagnie straniere che potrebbero minare la sicurezza nazionale. La commissione era nata sulla scia di una denuncia dell’acquisizione da parte di Cosco di un ex impianto portuale della Marina statunitense.

La Cina gestisce sei dei dieci porti container più trafficati del mondo. Il governo cinese ha anche finanziato la costruzione e la gestione di 43 porti in 35 paesi nell’ambito dell’iniziativa “One Belt and One Road” (OBOR) lanciata cinque anni fa dal Ministero dei Trasporti Cinese.

A complemento dei suoi sforzi per ottenere il predominio sulle attività, la Cina ha indotto le proprie compagnie statali ad acquistare esclusivamente prodotti e servizi da altre imprese statali cinesi.

Di conseguenza, il China International Marine Containers Group è diventato il più grande produttore mondiale di container e Shanghai Zhenhua Heavy Industries ha guadagnato una quota di mercato internazionale del 70% per le gru portuali e ora esporta in 300 porti di 100 paesi.

Secondo i termini dell’acquisizione di Macquarie, Orient Overseas International intascherà un guadagno di 1,29 miliardi di dollari; continuerà a controllare il traffico di navi e ferrovie negli impianti di container per i prossimi vent’anni, poiché i termini del precedente accordo fatto durante il regno dell’amministrazione Obama, non è annullabile in tutte le sue forme.

 

 

https://www.americanthinker.com/blog/2019/05/trump_administration_forces_china_to_sell_the_port_of_long_beach.html

https://www.americanshipper.com/news/macquarie-consortium-buying-long-beach-container-terminal?autonumber=848093

https://www.bloomberg.com/research/stocks/private/snapshot.asp?privcapId=8642218

Salvini, Di Maio e il Terzo_di Giuseppe Germinario

La conferenza stampa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con oggetto il caso Armando Siri è stata un piccolo capolavoro di sottili argomentazioni tese a giustificare la decisione di dimissionamento del sottosegretario. http://www.governo.it/articolo/conferenza-stampa-del-presidente-conte/11474La prevedibile accalorata reazione dei due esponenti politici maggiormente interessati alle implicazioni dell’affare, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, non ha colto e centrato il punto focale di quella prolusione. Nella costruzione logica del discorso l’effetto scatenante sono state ovviamente le indagini giudiziarie, ma il motivo della defenestrazione riguarda il comportamento politico di un esponente di governo impegnato a difendere retroattivamente, consapevolmente o meno che fosse, interessi particolari piuttosto che l’interesse generale, non tanto il suo coinvolgimento giudiziario.

Il merito degli argomenti è però tanto efficace nella rappresentazione mediatica, quanto debole nella consistenza.

La gestione degli incentivi e delle agevolazioni ai consumi, atori e soprattutto alle imprese impegnate nel settore delle energie alternative, in particolare eolica e solare, è il frutto avvelenato del fondamentalismo ambientalista delle politiche energetiche perpetuate negli ultimi due decenni soprattutto dai governi di centrosinistra, parallelamente alla liberalizzazione del settore e bruscamente interrotte da un paio di anni.

Una mole spropositata di incentivi, introdotti repentinamente che hanno indotto enormi investimenti su tecnologie ancora poco efficienti, suscettibili solo nel tempo di migliorie significative; un ambito nel quale era del tutto assente sia l’industria di produzione degli utensili che l’artigianato competente nell’installazione e manutenzione. Il risultato ottenuto fu un notevole incremento della quota di energia verde prodotta al prezzo però di massicce importazioni di pannelli e tecnologie dalla Cina e installatori dalla Spagna. In poco tempo si assistette alla fioritura di numerose aziende di produzione e distribuzione nonché di intermediari nell’acquisizione di terreni per i parchi di produzione; attività rese profittevoli esclusivamente dall’entità degli incentivi, ma entrate immediatamente in crisi con l’altrettanto repentino scemare degli stessi. Attività di tipo speculativo nelle quali sono implicate, oltre alle scontate cosche mafiose, figure imprenditoriali ben più importanti dei tal Arata, ben ammanicate con il vecchio establishment.

Deve essere stato evidentemente uno dei servizi resi al paese e all’umanità, tra i tanti, del verde Pecoraro Scanio; servizi che gli hanno garantito un posto in prima fila alle europee in quota M5S; ma anche una scelta che ha creato l’humus adatto alla proliferazione di corruzione, parassitismo ed assistenzialismo da una parte e a interventi riparatori dall’altro.

Con questa puntualizzazione l’intervento di Conte assume ben altra caratteristica e ben altra durezza, se non proditorietà, stando almeno allo stato attuale delle indagini e della posizione giudiziaria di Siri.

Giuseppe Conte è diventato Presidente del Consiglio in quota 5Stelle, ma in virtù del contratto di governo e del protagonismo dei due vice ha potuto assumere, almeno in apparenza, la figura di terzo.

Come Schmitt, Freund e pochi altri hanno insegnato, quella del terzo è una posizione fondamentale ed indispensabile nel gioco politico. Può assumere di volta in volta la veste di mediatore, di arbitro e giudice pur essendo il più delle volte parte in causa.

Nella fattispecie Giuseppe Conte ha assunto, nell’ordinaria amministrazione, la funzione di mediatore. Nella ripartizione dei beni disponibili, quindi, l’onore della prima fila spetta ai beneficiari Salvini e Di Maio. In almeno un paio di occasioni, in questi dieci mesi, la figura di Conte si è però elevata al rango di arbitro: la gestione delle trattative con la Commissione Europea sulla Finanziaria e la gestione della conferenza internazionale sulla Libia. Si tratta però ancora di una funzione il cui esercizio è possibile grazie al riconoscimento delle parti in causa. Quando esso manca, lo vediamo nelle partite di calcio, all’arbitro non resta che la fuga e il riparo in luogo sicuro.

Con il caso Siri si è verificato il salto di qualità. Non ostante le esortazioni salomoniche alla calma rivolta ai due contendenti l’avvocato Giuseppe Conte ha assunto la veste di giudice. Di fatto un intervento a gamba tesa col fine di ripristinare e mantenere un equilibrio, un rapporto di forze in via di alterazione.

Il Presidente rischia di cadere nella tentazione ricorrente al quale cede il terzo. Quella di diventare esplicitamente parte in causa del conflitto e di trarne il massimo vantaggio specie nel momento di debolezza di entrambe i contendenti. Per il momento il bersaglio designato è Salvini. Il varco che si è cercato invano di aprire con il caso Diciotti, potrà determinarsi sfruttando la crepa del caso Siri entro la quale ancora una volta potrà agire la magistratura, parti di essa, per delimitare l’agone politico. Il moltiplicarsi delle azioni giudiziarie lasciano intravedere che sarà ancora una volta questa la modalità per tentare di ridisegnare e ripristinare lo scenario politico. Per il resto, ad alimentare i dissidi e il senso di impotenza, ci penserà la risicatezza del bottino disponibile grazie ai vincoli-capestro sottoscritti da tutti in sede comunitaria.

A Giuseppe Conte, però, manca una referenza fondamentale per esercitare compiutamente questa ultima funzione di terzo: la disponibilità delle leve di potere e di una forza propria, giacché la forza è un atout imprescindibile in politica. Lo ha dimostrato nel prosieguo delle due occasioni nelle quali ha potuto emergere: in Libia con il chiaro ridimensionamento della funzione mediatrice del Governo Italiano, in Europa con l’intangibilità dei parametri che regolano le politiche economiche degli stati europei.

L’ambiguità e la opacità di questo suo ruolo deriva dalla discrepanza netta tra la rappresentazione del conflitto e delle divisioni sullo scenario pubblico e le divisioni e i contrasti effettivi che agiscono nell’ombra e dietro le quinte. Lo scenario ci offre la contrapposizione tra Salvini e Dimaio, la Lega e i Cinque stelle.

Il Governo in realtà è composto da tre attori, una delle quali, la componente “tecnica”, rappresenta il vero giudice. Una componente composta in parte da figure autonome, in parte da figure cooptate nel seno dei due partiti, specie dai 5Stelle, per mancanza di una propria classe dirigente. È pervaso, altresì, da due anime, queste sì in fondamentale conflitto tra di esse. Una apertamente europeista, pedissequamente atlantista, ben disposta verso l’umanitarismo e il politicamente corretto; ben salda nel controllo delle leve di potere, ma incapace di offrire una prospettiva accettabile per quanto ingannevole. L’altra con aspirazioni di indipendenza politica, incapace però di tradurle in strategie e tattiche politiche adeguate con il risultato di ricadere continuamente nel trasformismo più becero. Due anime che attraversano entrambe i partiti al governo anche se sotto mentite spoglie di diversa foggia. Quella restauratrice in uno si manifesta con il progressismo dei diritti, nell’altro con quello della persistenza di una classe dirigente più preparata e navigata, addestrata da venti anni di esperienza amministrativa, ma legata ad una visione localistica e regionalista sostanzialmente compatibile con le attuali opzioni europeiste e con la attuale insignificanza nell’agone geopolitico. Una mistura particolarmente deleteria e mistificante per il paese. Il resto, comprese le migrazioni incontrollate di adepti nei partiti, di fatto nel partito, è un corollario per quanto rischioso

In questo contesto e con queste dinamiche la funzione di Giuseppe Conte rischia di apparire inesorabilmente più che di Terzo per “conto terzi”. Una funzione che potrà portare al drastico ridimensionamento, se non al dissolvimento di uno, dell’ultimo arrivato quindi tra i partiti e al pieno rientro nei ranghi dell’altro. Gli osanna mediatici a Mario Draghi e la posizione di attesa del PD lasciano intendere questi propositi. Tra il dire e il fare, fortunatamente, c’è di mezzo un vecchio ceto politico troppo screditato ed incapace e un contesto geopolitico, compreso il presunto asse franco-tedesco, sempre più mutevole e meno stabile nella stessa Europa. Per ora può essere ancora una opportunità; tra non molto potrà rivelarsi, se procrastinata, una vera e propria iattura e catastrofe per l’intera Europa e soprattutto per l’Italia; senza nemmeno il palliativo del declino languido conosciuto dall’Italia postrinascimentale.

 

IL TESTAMENTO SPAGNOLO, di Antonio de Martini

IL TESTAMENTO SPAGNOLO

Tra un paio di giorni, la Spagna ci dirà se vuole restare unita oppure farsi preda di una delle periodiche convulsioni che contagiano regolarmente l’Europa.

Eppure sembriamo non capirlo. Preferiamo guardarci l’ombelico della nostra crisi senza capire che siamo inestricabilmente connessi a tutte le convulsioni del mondo Mediterraneo.

Per tre secoli gli spagnoli hanno dominato il globo e sono passati dal dominio alla irrilevanza in maniera inusitata : senza aver subito invasioni o perso una battaglia “storica” decisiva che segnasse la fine.

Sono stati distrutti – con una “ guerra senza guerra” e cento mini sconfitte- dalla inflazione per troppa ricchezza che non hanno saputo gestire e dalla superiorità di interpretazione della realtà degli anglosassoni che hanno logorato questo grande impero militar-cattolico sostituendolo gradatamente con un impero commercial-protestante basato sul dominio del mare.

Grandi studi sono stati realizzati negli anni sugli imperi, dal romano, al cinese all’ottomano, ma pochi sanno come Madrid sia passata da capitale del vecchio e nuovo mondo a buen retiro dei Borboni.

Credo che la ragione dell’oscuramento subito da questi studi, sia da ritrovarsi nella grande somiglianza con la situazione dell’Unione Europea. Potrebbero suggerire paragoni.

L’UE , per numero di abitanti, capacità tecnologiche, potenza commerciale, non è, finora, stata seconda a nessuno nel mondo.

Questo gigante commerciale, culturale, scientifico e demografico, è stato però progressivamente ridotto a un nano politico e gli è stato impedito di dotarsi di un apparato difensivo all’altezza del necessario.

È stato provato della capacità di iniziativa politica e sociale e paralizzato progressivamente.

Senza addentrarci nella Storia, constatiamo che siamo stati incapaci di risolvere il problema dei rapporti con gli USA e con la Russia, di convincere l’Inghilterra a non violentare la geografia e la storia allontanandosi da noi, abbiamo ceduto alle suggestioni egoistiche nazionali di ciascuno senza capire che il livello cui i problemi si pongono è ormai irreversibilmente continentale.

Non abbiamo nemmeno risolto problemi locali come Cipro o Gibilterra o il problema basco.
Non abbiamo stabilizzato il Levante o assorbito armonicamente la Turchia.

Ci siamo fatti imporre il controllo dei traffici marittimi e aerei con gli stessi mezzi che condizionarono gli spagnoli nel XVII e XVIII secolo: la pirateria e la finanza, l’ipervalutazione politica delle minoranze religiose o etniche usate come grimaldello per incrinare il grande valore dell’Unità.

Ci siamo regolarmente fatti imporre lo spartito del concerto, spesso da musicisti da strapazzo, stonando comunque.

Tra due giorni, vedremo se almeno gli spagnoli hanno imparato la lezione, restando uniti e concordino se abboccheranno al nuovo problema della grottesca “ indipendenza” catalana.

Poi tra un mese toccherà a tutta l’Europa.

I PUNTI CHIAVE DELLE  ELEZIONI ISRAELIANE 2019, di A.J. Nolte

I PUNTI CHIAVE DELLE  ELEZIONI ISRAELIANE 2019

Democrazia | Israele | Medio Oriente e Nord Africa

Di primo impatto, i risultati delle elezioni israeliane del 2019 si allineano allo status quo che li ha preceduti. Al momento, Benjamin Netanyahu sembra probabile che riuscirà a costituire una coalizione molto simile a quella che attualmente governa Israele. Dietro la facciata, tuttavia, diversi cambiamenti sia nella sinistra che nella destra israeliana, potrebbero rivelare una mutazione radicale nel panorama politico di Israele. Più precisamente, come avevo accennato alla vigilia, vincere le elezioni potrebbe essere solo l’inizio del periodo più impegnativo di Netanyahu nella sua lunga carriera politica. All’interno di uno schema darò alcuni suggerimenti chiave sulle elezioni e analizzerò le sfide che il Primo Ministro Netanyahu potrebbe affrontare nelle settimane e nei mesi a venire.

Il crollo della sinistra

Le elezioni del 2019 rappresentano quello che possiamo definire un crollo storico della sinistra israeliana. Al momento, il venerabile partito laburista israeliano è sulla buona strada per ottenere solo un misero bottino di sei seggi nella Knesset. Meretz, il partito israeliano più a sinistra, che non si oppone apertamente al progetto sionista, riceverà quattro seggi. Per contrasto, il blocco identificato con la sinistra israeliana ha ora tanti seggi quanti quelli del ​​frammentato blocco arabo ed è probabile che possa esercitare un’influenza quasi nulla. Parte di questo collasso potrebbe essere un risultato temporaneo del voto tattico degli elettori di centro-sinistra i quali speravano di dare alla coalizione di centro-destra Bianco-Blu un numero sufficiente di seggi per renderli il naturale partito di governo. I sostenitori della sinistra israeliana possono quindi consolarsi con il pensiero di uno ricompattamento di schieramenti da parte degli elettori di sinistra nelle prossime elezioni con la speranza che i problemi di Netanyahu porteranno a nuove elezioni anticipate. Ma questa è una scommessa pericolosa, e maschera un problema più ampio per la sinistra israeliana: sono un movimento senza un messaggio e sembrano aver perso la fiducia dell’elettorato di centro israeliano.

Cosa fanno ora gli elettori arabi?

L’affluenza araba è stata dichiarata piuttosto bassa, il che ha, in una rappresentazione che potrebbe essere familiare al pubblico americano, spinto molti dei partiti arabi a dichiarare una presunta soppressione del voto arabo. Comunque sia, per i leader dei partiti politici arabo-israeliani, il calo della partecipazione è un segnale preoccupante. La lista di Hadash-Ta’al e la più radicale lista di Balad-Ra’am, si dividevano su piccolezze tecniche, con Hadash-Ta’al che accennava a una sua disponibilità a fornire un sostegno a Benny Gantz, mentre Balad-Ra’am tracciava un posizione politica alternativa, indipendente,  più militante e rigida. Il risultato? Hadash-Ta’al ha mancato di catturare seggi parlamentari e Balad-Ra’am ha superato appena la soglia per ottenere un seggio. Date queste realtà, forse vale la pena chiedersi se i partiti esclusivamente arabi siano davvero il veicolo più efficace per le aspirazioni politiche degli arabi israeliani. Questo esito segna la seconda elezione consecutiva nella quale elementi della destra israeliana hanno mobilitato i propri elettori basandosi sulla paura dei partiti arabi al governo. Dato che la realtà e il collasso della sinistra israeliana sono constatati sopra, la convergenza degli interessi di questi due gruppi sembra inevitabile, a scapito sia di Hadash-Ta’al che di Balad-Ra’am.

Che ora per Gantz?

La saggezza convenzionale è che questa elezione probabilmente segna il punto più alto della carriera politica di Benny Gantz. Quella bianco-blu, dopo tutto, è una coalizione problematica di partiti e personalità di centro-centrodestra, tenuti insieme dalla loro opposizione a Netanyahu e a molte delle sue politiche. La coalizione è un caleidoscopio di personalità incompatibili; Gantz crediamo che non avrà né la pazienza né l’interesse a interporsi con successo. Il sospetto è che per di più il partner della coalizione di Gantz, Ye’or Lapid, difficilmente rimarrà parte integrante a lungo termine della coalizione di opposizione. Eppure ci sono ragioni per essere scettici su questa analisi. In primo luogo, come verrà discusso in seguito, la vittoria elettorale di Netanyahu non significa che sia fuori dal pantano del pericolo giudiziario. Secondo, tutte queste problematiche avrebbero in ogni caso minato, a lungo termine, la coalizione di Gantz nel caso avesse vinto. In realtà, il futuro politico di Gantz rimane nelle sue mani. Sì, mantenere la sua faziosa coalizione insieme all’opposizione e dimostrarsi una presenza credibile sulla scena politica israeliana sarà una sfida difficile. Eppure, se ci riesce, Gantz potrebbe potenzialmente posizionarsi come il principale successore di Bibi. Ciò richiede pazienza, sapienza e abilità politiche; qualità che il neofita Gantz dovrà sviluppare al volo. Tuttavia, difficilmente sarebbe il primo generale israeliano a passare con successo e diventare un leader politico, o il primo politico israeliano a riprendersi da una sconfitta politica solo per tornare come primo ministro in seguito.

Giù con i movimenti secolari. Su con le parti religiose

Oltre a Netanyahu, i vincitori più chiari delle elezioni sono i partiti religiosi di destra, sia ultra-ortodossi che sionisti religiosi. Per coloro che non conoscono la nomenclatura, i partiti ultra-ortodossi hanno dato il via agli scettici del progetto sionista che si unirono alla politica negli anni ’80 e generalmente impegnati in una politica transnazionale volta a preservare lo status speciale del giudaismo ortodosso nello stato israeliano. Le parti si dividono lungo linee etniche, con Shas che rappresenta il Sephardi e l’UTJ che rappresentano le varie comunità ashkenazite. Al contrario, i partiti sionisti religiosi accettano pienamente ed entusiasticamente il progetto sionista fino al punto di partecipare attivamente all’organizzazione degli insediamenti. Sia i partiti sionisti ultra-ortodossi che quelli religiosi hanno ottenuto buoni risultati elettorali, con il blocco combinato ultra-ortodosso che ha ottenuto 16 seggi. Il blocco religioso sionista è più piccolo, con cinque seggi al momento (questo esito potrebbe cambiare in base ai voti dei militari ancora da contare).

D’altra parte, se si può affermare che qualsiasi forza a destra abbia perso le elezioni, è grazie alla nuova destra di Naftali Bennett e Aylet Shaked. Bennett e Shaked si separarono da Jewish Home, il fiore all’occhiello dei sionisti religiosi, nella speranza che mantenere le posizioni di sicurezza della Casa Ebraica con un orientamento più laico sarebbe stata una mossa elettoralmente vincente. Molti osservatori della politica israeliana sospettano che Bennett e Shaked alla fine sperassero di cementare il loro partito nel Likud e succedere a Netanyahu nei prossimi cinque o dieci anni. Al momento, tuttavia, il nuovo partito di destra di Bennett e Shaked è in bilico appena al di sotto della soglia elettorale necessaria per entrare in parlamento; una realtà che, se confermata, potrebbe avere implicazioni negative per il loro futuro politico. Anche se riescono ad elevarsi al di sopra della soglia necessaria, è comunque un drammatico scarso risultato visto anche come i sondaggi li posizionavano a  febbraio e marzo. La morale della storia è che, anche all’interno della destra, il populismo conservatore ed esplicitamente religioso è in netta ripresa in Israele, mentre quello laico e in fase tramontante.

In una certa misura, fattori prettamente legati alla realta israeliana hanno guidato questa realtà, come la situazione della sicurezza di Israele e l’elevato tasso di natalità degli ebrei ortodossi. Tuttavia può anche essere visto come parte di una tendenza più ampia di populismo religioso conservatore in tutto il mondo, dall’Ungheria alla Turchia, dall’Indonesia all’India. Chiaramente, l’assunzione generale della rilevanza decrescente della religione nel ventunesimo secolo è, nella migliore delle ipotesi, limitata a una manciata di ricchi paesi occidentali postindustriali. Nel caso di Israele, una conoscenza pratica dell’ebraismo ortodosso e del suo pensiero politico associato è probabilmente un passo avanti.

Cosa c’è di nuovo in Netanyahu?

Innegabilmente, l’elezione è un trionfo per Bibi Netanyahu. Eppure non è la conclusione delle sue sfide politiche. Per lui rimangono due compiti difficili: superare accuse e indagini e infilare l’ago da cucito tra i suoi partner della coalizione e gli Stati Uniti. Per quanto riguarda il primo, Netanyahu è quasi sicuro di far passare un disegno di legge che gli garantisca l’immunità dai procedimenti giudiziari, una pietra miliare delle sue trattative di coalizione. Tuttavia, c’è il rischio che un continuo rigurgito di scandali possa costare a Bibi una morte dai mille tagli. Per evitare ciò, dovrà gestire attentamente le aspettative e garantire la lealtà dei suoi partner di coalizione. I più critici al riguardo sono due piccoli partiti laici: Yisrael Beiteinu, il partito nazionalista laico di Avigdor Lieberman, la cui base elettorale è tra gli israeliani di origine dell’Europa orientale, e Kulanu, un partito fondato da Moshe Cahlon che si erge per ragioni economiche, sicurezza, ed è popolare tra le comunità ebraiche israeliane di Sephardic e Mizrahi. La perdita di Kulanu lascerebbe Bibi con una maggioranza molto ristretta di un solo membro nella Knesset; perdere Yisrael Beiteinu lo metterebbe sotto la soglia dei 60 posti, probabilmente facendo scattare un altro giro di elezioni.

La seconda sfida di Bibi sarà la mediazione tra i suoi partner della coalizione e gli Stati Uniti. Come accennato nella mia anteprima delle elezioni, la questione dell’annessione della West Bank rappresenta un potenziale spinoso per Bibi, nelle modalità che i suoi alleati sionisti religiosi sono intenti a perseguire. La sua espressione di sostegno alla politica poco prima delle elezioni ha quasi certamente contribuito a garantire la lealtà dei partner della coalizione alla sua destra. Ora, tuttavia, Bibi affronta il guanto del ciclo elettorale degli Stati Uniti. Senza mezzi termini, lo scenario migliore per Netanyahu sarebbe la rinuncia del Presidente Trump a rilasciare un piano di pace prima delle elezioni del 2020, lasciando il suo vago impegno a un “incredibile affare che tutti ameranno” per un ipotetico secondo mandato. Per Bibi, la vittoria di Trump nel 2020 potrebbe essere quasi altrettanto importante della sua nel 2019, dal momento che il Partito Democratico appare, dal punto di vista israeliano, preoccupantemente traballante nel suo sostegno allo stato ebraico. Quindi Bibi vorrà fare tutto il possibile per rafforzare la posizione di Trump. D’altra parte, qualsiasi accordo di pace dovesse presentare Trump, l’offerta avrà probabilmente anche l’input dell’altro alleato chiave del presidente, il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin-Salman. E qualsiasi piano proposto da MBS è molto improbabile che incontri il sostegno dei nuovi membri della coalizione Knesset sul fianco destro di Bibi. Per Bibi, quindi, la sfida consisterà nel convincere Trump che ora non è il momento di un nuovo piano di pace; con la promessa però che, una volta stabilizzata la posizione di Netanyahu, potrebbe avere più spazio per negoziare. Ironia della sorte, se non fosse stato per il bisogno di Bibi di un accordo di immunità e per la loro implacabile campagna basata sugli errori e peccheati di Bibi, Blue e White avrebbero probabilmente fornito a Bibi una coalizione stabile, dalla quale avrebbe potuto negoziare efficacemente con Trump e, probabilmente, con i sauditi. Ma Bibi ha bisogno di una legge sull’immunità; Blue e White non gliene daranno una; la coalizione di cui ha bisogno per la sopravvivenza politica non è una compagine quindi che possa accogliere qualsiasi iniziativa di pace di Trump.

L’anno che verra`, quindi, sarà probabilmente impegnativo per il primo ministro Netanyahu. Ma se l’elezione di martedì ci hanno insegnato qualcosa: Bibi non bisogna mai  considerarlo politicamente finito, finché non e` lui stesso a ritirarsi dalla politica, e forse nemmeno in quel caso. Bibi deve essere riconosciuto come un impareggiabile operatore politico all’interno del mondo, a volte sconcertante e sempre affascinante, della politica israeliana. Quindi, anche se il prossimo anno sarà difficile, è una scommessa vincente puntare, in qualche modo, su un Bibi trionfante su tutte le sfide che lo attendono.

A.J. Nolte è un assistente professore di politica presso la Robertson School of Government della Regent University. Nel 2017 ha conseguito un dottorato di ricerca presso la Catholic University of America. Precedentemente, ha lavorato per il Religious Freedom Project presso la Georgetown University e il Center for Complex Operations presso la National Defence University, è stato professore aggiunto di politica al Messiah College e ha insegnato alla George Washington University, alla Catholic University e alla National Defence University. Gli interessi di ricerca di Nolte includono religione e politica, pensiero politico cristiano e islamico, minoranze cristiane, politica comparata, tribalismo e globalizzazione. Vive a Virginia Beach con sua moglie Tisa e la figlia Reagan.

 

https://providencemag.com/2019/04/aftermath-takeaways-2019-israeli-elections/

 

 

 

Russia in America Latina: insidie ​​e opportunità, di Nicolas Dolo

Russia in America Latina: insidie ​​e opportunità

Il 23 gennaio 2019, Juan Guaido, presidente del parlamento venezuelano, si è proclamato Presidente della Repubblica agendo secondo le più discutibili disposizioni costituzionali. Il 35enne riceve immediatamente il sostegno di una sfilza di potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, rivelando un’operazione di interferenza che assomiglia alla CIA in America Latina negli anni ’70 Qualunque cosa si possa pensare di questa auto-proclamazione, il secondo mandato di Nicolas Maduro sembra in ogni caso iniziare in condizioni particolarmente difficili. La Russia ha prontamente reagito e difeso il presidente venezuelano con le unghie e con i denti.

Pochi giorni prima del pronunciamiento di Guaido, tuttavia, la piattaforma online russa ” Colonel Cassad  ” , molto rilevante e “informata  “, ha ripreso un lungo articolo di Dmytro Strauss. Questo post, inizialmente pubblicato su un blog di informazione ucraino piuttosto marcato a sinistra, è una visione illuminata e severa del Venezuela, paese in cui l’autore risiede da diversi anni. Se ci fidiamo di lui, il presidente Maduro, finora poco considerato dai media internazionali, è personalmente responsabile della terribile situazione attuale nel suo paese.

Un’elezione totalmente anti-democratica

Strauss per prima cosa tratta il racconto dell’attuale leadership, che afferma che le ultime elezioni presidenziali sono innegabili, dal momento che Maduro avrebbe raccolto il 67% dei voti espressi.

I commissari politici del Partito socialista di unità socialista del Venezuela (PSUV) hanno, è vero, iniziato privando quasi la metà degli elettori del loro diritto al voto sfruttando la giustizia elettorale, e tra tutti quelli che potrebbero rappresentare un dimostrata opposizione politica al sistema. La stessa giustizia elettorale ha invalidato la maggior parte delle candidature dissenzienti, anche quelle del PSUV, a seguito di numerose accuse di atti di corruzione o di tradimento alla patria dei più sospetti.

Per stimolare l’elettorato, il governo ha anche costretto gli elettori a rinnovare la loro “Diario della Patria” (i tipi di tessere annonarie) direttamente in tende situate nelle exit poll. Nonostante questo dispositivo, vero ricatto al cibo, solo il 32% degli elettori si è alla fine recato alle urne nelle ultime elezioni presidenziali.

Supponendo che non ci fosse alcuna frode elettorale, di cui si possa legittimamente dubitare, Maduro sarebbe stato effettivamente eletto da appena l’11% dei venezuelani in età di voto. L’evidente mancanza di carisma del presidente venezuelano, a migliaia di miglia da quella di Hugo Chavez, non può da sola spiegare questa profonda disaffezione.

I Chavisti, rimossi dal potere, cercano la rivincita

Strauss torna quindi sulla capacità di Maduro, uomo d’apparato di prim’ordine che è riuscito a rivoltare gli organi di potere venezuelani in favore del suo entourage, e di escludere “chavisti”.

In occasione dei due colpi e movimenti di repressione dell’opposizione nel 2014 e 2017 Maduro ha approfittato degli eventi per emarginare in maniera massiccia i compagni di strada storici di Hugo Chavez dalla leadership politica, amministrativa, giudiziaria, diplomatico, economico e militari del paese con il pretesto di casi di corruzione o di accordo con un nemico invisibile. Questa epurazione ad esempio hanno costretto a “dimettersi” Rafael Ramirez, rappresentante permanente del Venezuela presso le Nazioni Unite e vecchio confidente di Chavez dal suo incarico nel 2017. Molto rispettato tra chavisti e come loro, sempre più critico delle derive del governo, è ancora minacciato da mille insidie dalla giustizia e dai servizi segreti del suo paese.

Dal suo esilio segreto, Ramirez ha iniziato a pubblicare all’inizio del 2018 testi aspri contro il potere venezuelano, e ha fatto inviti sempre più espliciti a rovesciare il “dittatore e traditore Maduro”. Proprio di recente, 27 membri della Guardia Nazionale Bolivariana sono stati arrestati dall’intelligence venezuelana. Sono sospettati di aver fomentato un ennesimo tentativo, vero o presunto, di colpo di stato militare. La loro incarcerazione, un segno dei tempi a Caracas, non ha mancato di provocare gravi disordini e scontri nelle strade della capitale, disordini ulteriormente esacerbati dalle dichiarazioni di Guaido.

Il disastro economico in corso

Strauss torna infine sul disastro economico del Venezuela e, questa è la più interessante, sulla percezione che i venezuelani hanno della assistenza dall’estero, tra cui Cina e Russia.

La realtà economica, sociale e della sicurezza del popolo venezuelano è tragica, con il paese che ha registrato un tasso di inflazione superiore all’800.000% nel 2018. Nei settori privato e pubblico, il reddito disponibile dei lavoratori è crollato. Molti dipendenti pubblici sono ora costretti a migliorare l’ordinario lavorando per la maggior parte del loro tempo da soli in proprio.I servizi pubblici di base non sono più assicurati, salute, polizia e istruzione inclusi. Le distribuzioni alimentari governative, che sono diventate indispensabili, sono esse stesse oggetto di diversione, la maggior parte dei “kit” concessi alle famiglie giungono loro mezzo vuoto. Il paese, considerato relativamente sicuro fino al 2013, è diventato allo stesso tempo il più pericoloso al mondo in termini di omicidi ogni 100.000 abitanti.

Più disastrose le une delle altre le scappatelle economiche del presidente Maduro hanno costituito un freno per la diversificazione economica, e hanno contribuito a svuotare più della metà delle riserve auree del paese. Queste ultime sono state sprecate come garanzia della creazione di una improbabile criptovaluta petrolifera,  un’alternativa alle transazioni in dollari ma già un clamoroso fallimento.

La Cina e la Russia sono volate in soccorso del Venezuela nel dicembre 2018. Le hanno concesso un prestito di $ 5 miliardi e un piano di investimento da $ 6 miliardi nei settori petrolifero e minerario. Strauss, tuttavia, ci dice che la popolazione venezuelana e i”chavisti” vedono questi piani di supporto con un occhio molto malevolo: essi lo considerano meno come un aiuto nella lotta contro l’imperialismo degli Stati Uniti che come un tentativo di “colonizzazione sino-russo -cubaine “, e quindi di interferenza diretta altrettanto riprovevole di quella degli Stati Uniti.

La Cina è sempre più presente in Sud America, dove è diventato il più grande investitore in molti paesi e il più grande partner commerciale del gigante brasiliano. Questo “piccolo” prestito di $ 5 miliardi probabilmente si inserisce nel quadro attuale della sua strategia di penetrazione commerciale “morbida” (alcuni direbbero di accerchiamento). Per quanto riguarda la Russia, d’altra parte, l’approccio sembra un po ‘diverso, e non senza rischi.

Lotta di influenza in America Latina

La Russia conosce poco l’America Latina, naturalmente dovuta a considerazioni geografiche, linguistiche e storiche. Nel nome della Dottrina Monroe, non abbandonata nonostante la relativa indifferenza di Donald Trump, lo stato profondo americano lo considera comunque come la sua zona privilegiata di influenza, con più o meno successo.

I russi hanno storicamente avvicinato questa parte del mondo durante la Guerra Fredda, principalmente attraverso il loro alleato cubano. Sebbene originariamente bolivariano stricto sensu(Dobbiamo ricordare qui che il Bolivarianismo era una dottrina nazionalista conservatrice che si opponeva alla dottrina liberale colombiana Santandériste). Hugo Chavez fu influenzato da alcuni pensatori marxisti. D’altra parte, Nicolas Maduro è un puro prodotto marxista-leninista, che è stato successivamente convertito dall’opportunismo al bolivarismo. In ogni caso, il Venezuela è gradualmente entrato in un processo di totale opposizione con gli Stati Uniti e, inversamente, in un riavvicinamento a Cuba e, indirettamente, alla Russia. Con grande pragmatismo, quest’ultima naturalmente non ha chiuso le porte a una nazione sudamericana che non era apertamente ostile ad essa.

Probabilmente in risposta alla strategia di accerchiamento del territorio russo ad opera di una NATO ormai completamente nelle mani dei neoconservatori, i russi, per la prima volta in Sud America, hanno condotto un’esercitazione militare su piccola scala all’inizio di dicembre 2018. Questo è stato l’atterraggio di due bombardieri in Venezuela e quindi un messaggio suggerendo agli Stati Uniti che la Russia ha i mezzi per far venire il “solletico” nella loro area diretta di influenza . A seguito di questo esercizio, e gli annunci di investimenti diretti nell’economia venezuelana, i rumori a Mosca dicono che i russi potrebbero pensare alla possibilità di aprire una base permanente di bombardieri in Venezuela.

Data la situazione politica quantomeno fragile di Caracas e l’ostilità della popolazione verso piani di aiuti stranieri, è tuttavia legittimo porre la questione della rilevanza di quest’ultima idea, e più in generale del sostegno fornito dalla Russia a Nicolas Maduro.

Un segno inosservato potrebbe segnalare l’inizio di un piccolo cambiamento strategico e confermare il realismo della diplomazia russa: in occasione della recente riunione del G20 a Buenos Aires, Putin ha ampiamente sottolineato il suo desiderio di sviluppare significativamente ulteriori rapporti con Argentina, e in particolare con il Brasile. Se non si mosso per il giuramento del Jair Bolsonaro del 1 ° gennaio 2019, Putin ha comunque delegato il Presidente della Duma di Stato Vyacheslav Volodin, a rappresentarlo. È stato in grado di parlare per qualche istante, e cordialmente, con il nuovo presidente brasiliano.

Convergenze di vedute tra russi e brasiliani

Nonostante la relativa ammirazione che Jair Bolsonaro dice di provare nei confronti del “Patriota” Donald Trump, e alcune battaglie comuni dei due presidenti, la linea di condotta del nuovo governo brasiliano in cui troviamo una percentuale molto alta di alti ufficiali, è in linea con la dottrina pragmatica del presidente Ernesto Geisel (1974-1979).

Come sviluppato in diversi articoli precedentemente pubblicati su Stratpol e altrove, è questa dottrina che ha causato il disallineamento strategico degli Stati Uniti nel 1977, e una relazione che può essere descritta come complicata tra le due nazioni. La dottrina militare brasiliana fu illustrata negli anni Venti per i suoi desideri di controllo del territorio e del destino nazionale, e l’esercito fu a favore quindi dell’iniziativa di sviluppo delle molte industrie strategiche del paese. Queste industrie hanno contribuito a limitare il più possibile la dipendenza del Brasile da paesi stranieri. Da un punto di vista geopolitico, l’esercito ha anche articolato l’idea di un eccezionalismo brasiliano e della necessaria leadership regionale del Brasile, che spera alla fine di diventare una delle grandi potenze mondiali.

In altre parole, le forze del nuovo Brasile, come quelle della Russia di Vladimir Putin, hanno un approccio multipolare, multilaterale, ragionevole e sovranista nelle relazioni internazionali. Le guardie del corpo di Bolsonaro sono estremamente sensibili ai segni di rispetto che altre grandi e medie potenze possono portare, e il fatto è che la Russia finora è stata estremamente misurata e rispettosa – a differenza, a proposito, dela Francia del presidente Macron.

Le relazioni commerciali tra Brasile e Russia sono ancora piuttosto limitate, e si concentrano principalmente sulle materie prime. Le possibilità di nuovi riavvicinamenti economici, tecnologici e strategici sono numerose ed evidenti. La Russia ha già dimostrato di essere l’unica grande sostenitrice del Brasile nelle sue ambizioni di seggio permanente nel Consiglio di sicurezza, e questo approccio dovrebbe essere in grado di influenzare la qualità delle relazioni tra i due paesi a medio e lungo termine.

In contrasto con il Venezuela, che fa parte di un approccio sociale libertario e marxista perfettamente compatibile con l’idea del globalismo, Bolsonaro in Brazil è al passo con la Russia nel suo approccio alla società civile. Totale neutralità del servizio pubblico, lotta contro la teoria del genere, ritorno ai valori tradizionali del rispetto per la chiesa e la patria, lotta contro l’influenza politica e sociale degli oligarchi, libertà d’impresa piuttosto che libertà d’impresa, maggiore rispetto per le industrie strategiche, la lotta contro l’influenza dannosa delle ONG straniere al servizio di interessi spesso discutibili, sono solo alcune delle scelte e dei punti in comune tra questo nuovo Brasile e la Russia di Vladimir Putin.

Maduro in Venezuela non è in una situazione sostenibile

Il socialismo venezuelano di Maduro, d’altra parte, chiaramente non ha il vento nelle sue vele in Sud America. Sembrerebbe persino che il senso della storia sia sbagliato, dal momento che il continente passa al campo opposto. Tornando forse a una definizione più tradizionale di Bolivarismo, il presidente boliviano Evo Morales si era recato al giuramento del nuovo presidente del Brasile, con calore lodando il suo “fratello” Jair Bolsonaro.

Il massiccio flusso di rifugiati economici dal Venezuela al Brasile ora aggiunge un importante problema di sicurezza, umano ed economico alla reciproca ostilità ideologica tra i due paesi. Anche la Colombia e il Perù sono direttamente o indirettamente colpiti dalla situazione umanitaria venezuelana. I tre paesi erano ansiosi di riconoscere le affermazioni di Guaido, in nome di un “tutto tranne Maduro” finalmente comprensibile.

Mentre scuote alcuni uffici editoriali, anche a Mosca, l’idea di un intervento militare brasiliano in Venezuela (forse con il sostegno della Colombia) sembra ancora irrealistica. Si scontra anche con le abitudini dell’esercito brasiliano, molto più esperto nell’esercizio del soft power che nei conflitti diretti. Per Bolsonaro, il “fronte” è comunque all’interno del Brasile stesso. Non poteva permettersi di schierare forze armate all’estero, e quindi di rompere le sue promesse elettorali di rapido ripristino dell’ordine, sicurezza e progresso economico sul territorio nazionale – almeno non durante questa prima legislatura.

Jair Bolsonaro ha effettivamente indebolito Maduro eliminando sine die molti programmi di scambio economico precedentemente organizzati (in perdita) tra Brasile, Venezuela e Cuba da Lula e Dilma Rousseff. L’apertura dei conti della Banca nazionale di sviluppo (BNDES) di Rio de Janeiro ha anche rivelato il finanziamento di massicce transazioni fraudolente tra il produttore brasiliano Odebrecht e il governo di Caracas (circa 12 miliardi di reals – 3 miliardi di euro), gettando il Venezuela in ulteriore imbarazzo.

Un’opportunità storica per la Russia in Sud America

La tentazione è grande (e in qualche misura legittima) per i russi di opporsi direttamente agli Stati Uniti sul dossier venezuelano. La legittimità e il sostegno popolare del presidente Maduro, tuttavia, sono particolarmente bassi; è impossibile prevedere anche quando l’esercito di questo paese, più patriottico che chavista possa continuare realmente a sostenere il regime. In queste circostanze, il sostegno incondizionato al governo venezuelano corrente è senza dubbio una scommessa rischiosa.

La Russia, tuttavia, ha un’opportunità storica per mantenere il suo attuale rapporto strategico con il Venezuela e per costruire forti legami con il Brasile. Basterebbe che sorgesse come garante obiettivo e ragionato delle discussioni che si terranno tra le varie parti coinvolte: governo, opposizione, militari, nazioni vicine. Tutti questi attori non mancheranno di notare rapidamente la accortezza della diplomazia russa, che contrasta nettamente con il solito compiacimento degli Stati Uniti. Un colpo da maestro sarebbe quello di riunire i militari venezuelani boliviani e brasiliani, la cui visione dell’indipendenza sudamericana è finalmente abbastanza vicina – e nessuno dei quali è un vera e propria emanazione dello stato profondo degli Stati Uniti.

Oltre a ciò, la Russia starebbe gettando le fondamenta per un lavoro certosino e approfondito volto a sedurre e persuadere un nuovo alleato potenziale che i suoi interessi geostrategici a lungo termine coincidano molto più di quanto s immagini con i propri.

Introduzione a geopolitica e Internet Di  Laurent BLOCH

Introduzione a geopolitica e Internet

Di  Laurent BLOCH , 23 marzo 2017  Stampa l'articolo  lettura ottimizzata  Scarica l'articolo in formato PDF

Precedentemente responsabile dell’informatica scientifica presso l’Institut Pasteur, direttore del sistema informativo dell’Università Paris-Dauphine. È autore di numerosi libri sui sistemi di informazione e sulla loro sicurezza. Si dedica alla ricerca nella cyberstrategia. Autore di “Internet, vettore di potenza degli Stati Uniti”, ed. Diploweb 2017.

Internet è un fattore di potenza degli Stati Uniti? Se sì, come? Perché? fino a quando? Lo scopo di questo libro è di fornire alcune risposte a queste domande.

Laurent Bloch presenta in questa introduzione il suo approccio e il suo piano.

Diploweb.com , pubblica questo libro di Laurent Bloch, Internet, vettore del potere degli Stati Uniti?; fornisce a tutti gli elementi necessari per una corretta valutazione della situazione. Questo libro è già disponibile su Amazon in formato digitale Kindle e in formato cartaceo stampato . Sarà pubblicato qui in serie, capitolo per capitolo, ad una velocità di circa uno per trimestre.

introduzione

Internet è un fattore di potenza degli Stati Uniti? Se sì, come? Perché? fino a quando?

Lo scopo di questo libro è di fornire alcune risposte a queste domande.

Il primo capitolo ricorda brevemente il processo di creazione di Internet , non come spesso si legge per scopi militari, ma attraverso finanziamenti militari statunitensi, e in gran parte da cittadini statunitensi, nonostante importanti contributi europei come French Louis Pouzin  [ 1 ] . Il fatto di essere gli inventori di Internet ha dato agli Stati Uniti un’egemonia in quest’area. Sarebbe irragionevole aspettarsi che desistessero di propria iniziativa.

Il secondo capitolo specifica precisamente la natura di questo dominio che è Internet e introduce a questo scopo la nozione di cyberspazio , a cui verrà data una definizione e un modello operativo. Il cyberspazio sarà paragonato ad altri spazi pubblici globali (Global Commons) come l’alto mare, lo spazio aereo e lo spazio esterno. Come si esercita l’egemonia nel cyberspazio? Come si muovono gli Stati Uniti e le aziende statunitensi? Perché ora nel cyberspazio viene decisa l’attribuzione dell’egemonia globale?

Le polemiche sulla corsa alle elezioni presidenziali americane del 2016 hanno suggerito che la Russia sarebbe in grado di sfidare il dominio degli Stati Uniti sul cyberspazio: vedremo che non è così, anche supponendo che la Russia sia stata in grado di trarre vantaggio abilmente delle sue abilità in un approccio classico da debole a forte. Se l’egemonia americana nel cyberspazio è effettivamente soggetta a sfide, vengono piuttosto dall’Asia orientale, così come le debolezze interne della società americana, incluso il suo sistema educativo (vedi capitolo 7).


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Il capitolo 3 analizza il funzionamento delle istituzioni di fatto che regolano il funzionamento di Internet e la posizione dominante degli americani. Capitolo 4 è dedicato alle grandi dati (Big Data) e il suo utilizzo da parte delle imprese (quasi tutti americani) per aumentare il loro potere . Il capitolo 5 esamina gli aspetti legali degli equilibri di potere nel cyberspazio . Nessuna egemonia politico-militare duratura è possibile senza egemonia culturale: questo è il tema del capitolo 6 sull’egemonia culturale nel cyberspazio . In un universo economico dove avere ricercatori e ingegneri di alto livello è un fattore di successo cruciale,il sistema educativo , che è l’argomento del capitolo 7, ha un ruolo decisivo.

Per comprendere le lotte di potere nel cyberspazio è necessario collocarle nel loro contesto storico, e per far ciò tornare alla guerra economica che ha contrapposto il Giappone agli Stati Uniti negli anni ’70 e ’80 , riassunto nel capitolo 8 Cercheremo di estrapolare le lezioni di questo conflitto all’ipotesi di conflitti sino-americani e russo-americani nel futuro (anche nel presente!).

Nel cyberspazio, come in altri spazi, le questioni topografiche hanno una grande influenza sull’esito delle battaglie, e nel Capitolo 9 esamineremo le ragioni che fanno di una posizione centrale una risorsa decisiva nel cyberspazio; questa posizione è occupata oggi dagli Stati Uniti .

Per comprendere tutti gli eventi che avvengono nel cyberspazio, oggi a vantaggio degli Stati Uniti, è necessario collocarli nel contesto di una rivoluzione industriale in atto dalla metà degli anni ’70, che mette il calcolo e Internet nel cuore del sistema industriale contemporaneo, al posto dell’elettricità industriale e del motore a combustione interna che dominava la grande industria del secolo precedente. Per fare luce sul nostro argomento, abbiamo aggiunto al nostro testo un allegato A che spiega brevemente la nozione della rivoluzione industriale e come si applica al nostro oggetto.

Molti aspetti dell’equilibrio di potere descritti nelle linee seguenti sono difficili da capire se non abbiamo un’idea abbastanza precisa degli aspetti materiali del cyberspazio, l’enorme quantità di investimenti da fare per occupare una posizione di potere. , la pesantezza dell’infrastruttura di Internet. Queste realtà devono essere lette, che è l’argomento dell’Appendice B, per capire che il cyberspazio non è solo uno spazio “virtuale” .

1 ]  Louis Pouzin, ingegnere e ricercatore francese, ha inventato alcuni importanti artefatti ancora in uso nell’informatica contemporanea: la shell per comunicare con un sistema operativo, e specialmente il datagramma, descritto nel primo capitolo di questo libro, concetto base rivoluzionaria del funzionamento di Internet

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