Russia? Non solo gas ed armi, di Max Bonelli

 

Russia? Non solo gas ed armi

 

L’atterraggio dell’aereo è ben eseguito ma brusco, senza nessun riguardo

per gli ammortizzatori del carrello. Quando esco, una mattinata soleggiata mi accoglie all’aeroporto di Rostov sul Don. Mi rendo conto che la mia pesante giacca invernale è fuori luogo, per adesso, anche se siamo a metà ottobre nella grande città del sud della Russia alle porte del Caucaso. Siamo nell’area che storicamente apparteneva ai cosacchi del Don e l’aeroporto è intitolato all’Ataman cosacco Anatolj Solovjanenko. I cosacchi del Don hanno protetto il confine sud della Russia fin dai tempi di Pietro il Grande. L’aeroporto rimodernato per i mondiali di calcio è uno dei più importanti di tutta la Russia; collega la città di Rostov, circa 3 milioni di abitanti, con moltissimi altri centri dello stato-continente federazione di Russia. Già vedere la modernità delle struttura aeroportuale mi aveva fatto affiorare il ricordo di tanti articoli letti sui media atlantici di una Russia retrogada che si sostiene  a forza di vendite di armi e gas. Ma la discrepanza tra questo teatro mediatico e la realtà è aumentata a dismisura nelle 4 ore buone di macchina tra Rostov ed il confine con la Repubblica di Donetsk. Una distesa ininterrotta di migliaia di ettari di campi arati da trattori enormi e dall’aspetto moderno. Ricchi villaggi con case rinnovate o costruite recentemente dai tetti rossi fiammanti indice di una ricchezza diffusa tra gli imprenditori agricoli e tutto l’indotto che ruota intorno al settore.(1)

Un periodo d’oro per l’agricoltura in Russia che ha portato il paese a rivaleggiare con il Canada come esportatore di grano e renderlo nel 2017 il terzo produttore assoluto dopo Cina ed India di cui la produzione però si riversa per gran parte sul mercato interno. Gli Usa hanno una produzione di grano pari a poco più la metà di quella Russa.

La produzione cerealicola è solo la punta di diamante di una produzione agricola che sta conoscendo crescita in tutti i campi dal settore dell’allevamento per passare da quello ortofrutticolo e che grazie alle sanzioni dei paesi occidentali ha avuto sviluppo anche il settore di trasformazione di questi prodotti di base. Copie di formaggi francesi ed italiani sono ormai reperibili a buon mercato negli alimentari delle grandi città. Certo copie spesso non comparabili agli originali ma comunque produzione che prima del 2014 non trovava ne spazi ne incentivi da parte dello stato.

Uno dei maggiori incentivi sono sicuramente i bassi prezzi del carburante

che qui per i privati sta a 64 centesimi di euro al litro.

Questo balzo in avanti del paese nel settore agricolo è  uno dei  grossi successi della politica di Putin. La battaglia del grano vinta dallo “Zar” ha nel porto fluviale di Rostov uno degli importanti centri di smistamento. Qui le enormi chiatte smistano i carichi nei mercantili, che attraversando il mare di Azov e il ponte dello stretto della Crimea di Kerch, portano il grano russo nel Mar Nero e da lì nelle varie zone del mondo.

Il grano usato come strumento geopolitico, se si pensa che sia Venezuela che Siria hanno avuto accesso agevolato a questa risorsa. Strumento stabilizzante della politica russa in quei paesi.

Ma non solo, Egitto ed altri paesi arabi nelle loro crisi cicliche di aumento di prezzi alimentari sanno in caso di necessità di potersi rivolgere ad un altro interlocutore che non siano USA e Canada.

Questo aspetto della politica estera Russa viene volutamente censurato dai nostri media. In viaggio su strade provinciali non sempre perfette in questa  grande regione del sud della Russia europea, mi rendo conto con i miei occhi di quanto sia grande questa trasformazione e la ricchezza che essa produce. Il traffico è intenso, soprattutto di grandi automezzi e appena passiamo un centro abitato è un susseguirsi di bar, trattorie, bancarelle; segno di opportunità di commercio continue nella zona. Il conducente che mi sta portando al confine con la Repubblica Popolare di Donetsk,mi fa presente che la terra di Rostov è un po’ inferiore come qualità a quella della repubblica in quanto più argillosa. Facendo la tara sul patriottismo locale, deve essere vero; le enormi zolle sui campi testimoniano una terra che ha bisogno di trattori di massima potenza, come testimoniano la popolarità dei trattori Zavody, CNH -Kamaz  sui campi, esemplari giganteschi che emettono una visibile scia di fumo.

Con il passare delle ore ci avviciniamo al posto di confine Ustinovka. Si iniziano a vedere monumenti ai caduti della seconda guerra mondiale, ricordo dei sanguinosi scontri avvenuti oltre 70 anni fa. Dalla strada appaiono ben curati; la politica di Putin ha sempre sottolineato il significato unificante della “grande guerra patriottica”, definizione riattualizzata dopo il golpe in Ucraina e la guerra in Donbass.

L’obiettivo dei nazisti ieri e della Nato oggi erano e sono gli stessi: lo smembramento dell’immenso territorio dell’ex URSS vero continente minacciato dagli artigli del neoliberismo.

Il più importante di questi monumenti è il mausoleo di Matveyev Kurgan, posto su una altura strategica sul fiume Mius, su cui si incerniò una importante linea di difesa tedesca, avendo la bassa collina un valore strategico, dominando essa quel tratto di pianura del sud della Russia.

Decine di migliaia di anime russe sono sepolte su questi campi di grano tra i papaveri rossi come recitava in una sua canzone De Andrè.

Lo stato russo sta rinnovando radicalmente il mausoleo che diventerà un importante museo sulla guerra.

Segno di finanze statali non proprio malmesse e non potrebbe essere altrimenti visto che la Russia si appresta a superarci come riserve auree, continuando  a vendere titoli di stato statunitensi per acquistare tonnellate di oro.

In realtà essendo le nostre riserve auree depositate all’estero, il nostro controllo su di esse è meramente teorico, specialmente in un paese occupato come l’Italia; ma questa è un argomento che esula da questo articolo.

Ritornando ai dati economici della Russia, per me rimane un mistero come persona di buon senso, come un paese che ha un tasso di disoccupazione stabile sotto il 5% (4,5 2019), una inflazione che sta andando sotto il 5% nel 2019 viene costantemente additata come economia debole dipendente dal petrolio. Ma sono una persona di buon senso e non un economista quindi non percepisco la realtà come si deve ed a volte mi viene il dubbio che i dati economici siano un tantinello usati come una coperta corta, tirata  a coprire le convenienze del potere.

 

 

Max Bonelli

 

(1)

https://www.export.gov/article?id=Russia-Agricultural-Equipment

 

 

 

 

le guerre di Israele e il nomos della terra secondo Fabio Falchi

Da sempre il richiamo della terra, la sedimentazione dello spirito, della cultura e dell’anima di un popolo in un particolare territorio hanno suscitato l’interesse di studiosi ed analisti entrando a pieno titolo tra i fattori che determinano le dinamiche geopolitiche, il confronto e il conflitto tra stati e popoli. La retorica sulla globalizzazione in primo luogo e la tesi delle dinamiche del conflitto politico dettate dalla lotta di classe sembravano aver messo definitivamente in secondo piano questo interesse sino a prevederne la totale rimozione. Con il suo ultimo libro “le guerre di Israele e il nomos della terra” Fabio Falchi ci offre un esempio concreto di quanto sia illusoria questa rimozione e di come sia una che l’altra non possano prescindere dalla forza delle radici. Ne discutiamo in questa conversazione. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

IL BASTONE AMERICANO E Il “VENTRE MOLLE” DELL’OCCIDENTE, di Fabio Falchi

IL BASTONE AMERICANO E IL “VENTRE MOLLE” DELL’OCCIDENTE

È opinione diffusa tra coloro che (giustamente) criticano la politica di pre-potenza degli Stati Uniti che sarebbe giunto finalmente il momento non solo per l’Italia ma per l’UE di ribellarsi agli USA, perché la politica americana dei dazi e delle sanzioni arbitrarie non colpisce solo l’Italia ma tutta l’Europa. In realtà, è la guerra commerciale degli USA contro l’UE e in particolare contro la Germania che colpisce pure l’Italia. Comunque sia, pensare che ci si debba schierare con la Germania o dalla parte dell’UE per smarcarsi dagli USA significa interpretare i rapporti tra gli USA e l’UE in modo semplicistico e fuorviante.
Invero, la stessa supremazia economica della Germania in Europa (e in generale dell’Europa del Nord rispetto ai Paesi europei dell’area mediterranea) non sarebbe possibile senza l’egemonia (geo)politica degli USA sul Vecchio Continente, giacché gli interessi economici della UE di fatto sono garantiti, sotto il profilo geopolitico e militare, proprio dalla NATO, cioè dagli USA, tanto che se l’UE (che non è né uno Stato federale europeo né una Confederazione europea) dovesse smarcarsi dall’America, rischierebbe di precipitare in un caos geopolitico che non potrebbe non avere conseguenze disastrose per l’Europa.
In sostanza, l’UE, se si sganciasse dagli USA, per non sfasciarsi dovrebbe mutare l’intera sua struttura politica ed economica, per trasformarsi in un vero “soggetto” (geo)politico, rinunciando di conseguenza ad essere una unione competitiva europea, con tutto ciò che ne deriverebbe riguardo ai rapporti tra i diversi Paesi della UE.
Non a caso è sulla debolezza geopolitica e militare della UE che cerca di far leva l’America di Trump, che non è più disposta a subire la concorrenza europea (e soprattutto l’enorme surplus commerciale della Germania) a scapito della bilancia commerciale americana. Difatti, l’amministrazione di Trump rappresenta gli interessi non tanto della middle class cosmopolita americana quanto piuttosto quelli dei ceti medi americani che più sono stati penalizzati dalla crisi economica di questi ultimi anni, ovverosia Trump concepisce la politica di pre-potenza americana in funzione degli interessi della nazione americana più che in funzione della élite cosmopolita neoliberale, e dato che la UE è sì una potenza economico-commerciale ma anche un nano (geo)politico e militare è evidente che l’America di Trump sia convinta di potere vincere la partita contro la Germania o qualunque altro Paese europeo.
Certo, in teoria l’UE “a trazione” franco-tedesca (ma di fatto soprattutto “a trazione” tedesca) potrebbe allearsi con la Russia per cercare di smarcarsi dagli USA, ma chiaramente (perlomeno in questa fase storica) un simile mutamento di rotta geopolitica è pressoché impossibile. Del resto, i gruppi (sub)dominanti europei condividono la stessa ideologia neoliberale e “politicamente corretta” che caratterizza i gruppi (sub)dominanti americani che si oppongono a Trump, né si deve dimenticare che sia in America che in Europa (Italia compresa) gran parte della ricchezza si è concentrata nelle mani di circa il 10% della popolazione, ragion per cui per i gruppi (sub)dominanti occidentali è necessario difendere comunque il sistema (geo)politico ed economico euro-atlantista per opporsi non solo ai nuovi centri di potenza anti-egemonici (Russia, Cina, ecc.) ma anche alle classi sociali subalterne occidentali (che ormai comprendono la maggior parte dei ceti medi).
Vale a dire che (euro)atlantismo e neoliberalismo simul stabunt simul cadent, di modo che, anche se sotto il profilo  economico l’America e l’UE (e in specie la Germania) possono avere obiettivi diversi e perfino opposti, è ovvio che sia i “dem” che gli “eurocrati” considerino estremamente pericolosa la politica di Trump, che (benché  si tratti di una politica che non è esente da notevoli “oscillazioni” e contraddizioni, poiché neppure Trump non può non tener conto degli interessi del deep State statunitense) sembra ignorare il nesso strettissimo che unisce (euro)atlantismo e neoliberalismo, privilegiando invece una prospettiva populista e nazionalista, che rischia di danneggiare gli interessi politici ed economici delle élites cosmopolite neoliberali.
Sia Trump che i populisti europei costituiscono pertanto una minaccia che i gruppi (sub)dominanti neoliberali devono assolutamente eliminare, anche se paradossalmente i populisti (americani ed europei), tranne qualche eccezione, condividono gli stessi principi politici ed economici dei neoliberali.
D’altronde, non è un segreto che la strategia della oligarchia neoliberale mira a promuovere la colonizzazione di qualsiasi sfera sociale e personale da parte del mercato capitalistico e perfino una immigrazione irregolare di massa, nonostante la difficoltà di integrare buona parte dei cosiddetti “migranti economici” (da non confondere con i profughi che sono solo una piccola parte dei “migranti”). Al riguardo è significativo che non vi sia nemmeno una agenzia europea per l’immigrazione in Europa di cittadini extracomunitari che abbiano i requisiti necessari per inserirsi rapidamente nel sistema produttivo, mentre il flusso dei “migranti” che provengono dall’Africa viene gestito da organizzazioni criminali (a conferma, come ben sapeva Thomas Sankara, che coloro che sfruttano l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa).
In effetti, tanto più si indeboliscono il legame comunitario e il “senso di appartenenza”, che caratterizzano gli Stati nazionali, tanto più è difficile che emergano delle “contro-élites” capaci di sfruttare l’attuale crisi (non solo economica ma anche di legittimazione) per opporsi al sistema neoliberale (ovviamente secondo una prospettiva politico-culturale nettamente diversa da quella che contraddistingue il neofascismo).
Tuttavia, non è impossibile che da una “costola” del populismo (che peraltro è l’effetto della crisi di un sistema che non sa più risolvere i problemi che esso stesso genera) possa nascere una forza politica in grado di mettere fine alla pre-potenza delle élites neoliberali. In altri termini, parafrasando Carl Schmitt, non si può escludere che si veda solo insensato disordine (anche e soprattutto “mentale”) dove invece un nuovo senso può essere già in lotta per il suo ordinamento. Di questo però sono consapevoli anche gli strateghi del grande capitale (anche se non necessariamente i politici o gli intellettuali neoliberali), dato che difficilmente possono ignorare che l’indipendenza dell’Europa presuppone la sconfitta dell’oligarchia neoliberale.

Il 1989 Visto da Mosca: declino o rinascita?, traduzione di Giuseppe Germinario

L’Europa tre decenni dopo l’apertura della cortina di ferro

Il 1989 Visto da Mosca: declino o rinascita?

Di  Cyrille BRET , 22 settembre 2019  Stampa l'articolo  lettura ottimizzata  Scarica l'articolo in formato PDF

Cyrille Bret è un alto funzionario e geopolitico. Ispettore dell’amministrazione, ha lavorato nelle industrie aeronautiche, digitali e ora è di stanza in un gruppo di difesa pubblica. Dopo la formazione all’Ecole Normale Supérieure, alla Sciences Po e all’Ecole Nationale d’Administration, è stato revisore contabile presso l’Istituto di studi di difesa nazionale superiore (IHEDN).

C. Bret ci offre una magistrale dimostrazione delle rotture e inversioni degli ultimi tre decenni in Russia. Diamo un’occhiata a Mosca per capire meglio l’Europa geografica – cioè la Russia inclusa, almeno fino agli Urali – da non confondere con l’Unione Europea, che è comunque vicina ad essa.

1989, un evento per la Russia?

Visto da Mosca l’anno 1989 è molto diverso da quello celebrato a Berlino e Parigi. Considerato dalla capitale dell’URSS e poi dalla Russia, il 1989 è una delle tappe che guidano lo stato sovietico dall’apice del suo potere alla sua dissoluzione, nell’arco di un decennio. Dal 1979, anno dell’intervento sovietico in Afghanistan nel 1991, che consacrò lo scioglimento dell’Unione, fino al 1985, data dell’adesione di Mikhail Gorbachev alla carica di segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), l’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche si stava avviando da potenza mondiale a perdente geostrategico e al disastro economico. Tuttavia, visto da Mosca, l’anno 1989 segna anche un nuovo inizio: è l’anno delle prime elezioni libere dalla rivoluzione del 1917.

È da molto tempo che dobbiamo cogliere la giusta posizione di quest’anno nel passato della Russia– e nel suo immediato futuro. A livello regionale, il 1989 segna il fallimento della strategia europea che l’URSS ha messo in atto dopo la seconda guerra mondiale: il 1989 è la replica inversa della vittoria del 1945 (I) anno in cui l’URSS è presente ovunque nell’Europa orientale e in Germania. Sul fronte interno, questo è il punto in cui le riforme di Mikhail Gorbachev segnano il tempo e annunciano la fine del regime comunista: il 1989 sta preparando il 1991 (II). Infine, nelle rappresentazioni collettive, è l’anno che inaugura l’indebolimento degli anni ’90 e prepara la rinascita del potere russo: il 1989 annuncia il 1999, data di ascesa al potere di Vladimir Putin. Se il 1989 è un momento chiave nella storia dell’Europa, è anche una data importante per la Russia (III).

Vista di Mosca del 1989: declino o rinascita?
Cyrille Bret
Cyrille Bret è un alto funzionario e geopolitico

I. Dal 1945 al 1989: la fine dell’egemonia sovietica nell’Europa orientale

Il 1989 è un evento europeo prima di essere un evento intrinsecamente russo. È a Berlino, Bucarest, Budapest, Vienna o Vilnius che si svolgono i principali eventi dell’anno. Per la Russia , questo è il momento in cui l’Europa centrale e orientale esce dalla sua alleanza militare, politica, economica e culturale. Inizia quindi un movimento di “de-radicalizzazione del fianco orientale dell’Europa” che porterà all’estensione della NATO e all’ampliamento dell’UE in questa zona di influenza russa.

La rapida democratizzazione dell’Europa orientale

Numerosi eventi nel 1989 segnano la fine del potere mondiale per l’Unione Sovietica. Prima in Asia centrale: il 15 febbraio 1989, le autorità sovietiche annunciarono il ritiro definitivo delle loro truppe dall’Afghanistan. È la fine di un’operazione militare lunga un decennio e un’ammissione di fallimento. Questa campagna sovietica in Afghanistan (1979-1989) è soprannominata “Vietnam dell’URSS”. In effetti, una superpotenza militare e nucleare non è riuscita a sostenere un regime comunista in questo paese al confine con l’URSS. Questa confessione di impotenza geopolitica porta a una serie di eventi che portano alla disintegrazione, in un anno, dell’egemonia sovietica su quello che fu chiamato il blocco orientale. La caduta – o apertura – del muro di Berlino , 9 novembre 1989, è il punto più alto di questo vasto riflusso. Già in primavera, il 2 maggio 1989, l’Ungheria comunista ha aperto i suoi confini all’Austria, avamposto dell’Occidente, ha riabilitato Imre Nagy, una figura di resistenza all’URSS nel 1956, e ha posto fine al regime comunista il 23 Ottobre 1989 proclamando la Repubblica. Nell’agosto 1989 la Polonia non ha più un primo ministro comunista: Tadeusz Mazowiecki, membro di Solidarnosc, accede alla premierato. E l’effetto “palla di neve” è impressionante: i cittadini della Repubblica Democratica Tedesca (RDT) stanno fuggendo dal regime comunista da Ungheria e Austria. In questo contesto di rapido ritiro sovietico, Mikhail Gorbachev, che è venuto a Berlino Est per celebrare il 40 ° anniversario della DDR, annuncia che nessun intervento armato frenerà il movimento al di fuori del comunismo. Ciò ha provocato la caduta del muro di Berlino, la fine della DDR e, successivamente, la riunificazione tedesca. Di fronte a questa passività esplicita e volontaria, le domande sono molte: è un trucco per riprendere in seguito il controllo dell’area? O un’ammissione di debolezza? o una strategia per superare la temporanea debolezza dell’URSS?

La guerra fredda è stata esplicitamente chiusa dal presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e dal leader sovietico Mikhail Gorbachev il 2 dicembre 1989 al vertice di Malta. Con la “rivoluzione rumena”, si conclude – tra il 16 e il 25 dicembre – l’anno 1989 smantellando un regime comunista alleato dell’URSS sul versante sud-orientale dell’Europa. Il suo sviluppo è sintomatico della fuga storica del 1989: di fronte ai movimenti di protesta a Timisoara nell’ovest del paese, la dittatura Ceausescu cerca di resistere organizzando, il 21 dicembre 1989, una manifestazione a sostegno del regime. Si ribella ai suoi organizzatori, costringendo il dittatore a fuggire, per essere perseguito e poi giustiziato, con sua moglie, Elena Petrescu, il 25 dicembre 1989.

Per l’URSS, il 1989 è un anno di inversione: quando inizia l’anno, il blocco orientale viene sfidato ma rimane al suo posto. Alla fine dell’anno, questo blocco è in declino.

Il fallimento della strategia stalinista della protezione occidentale

Per Mosca, gli eventi del 1989 hanno posto fine alla strategia europea ideata e messa in atto da J. Stalin sulla scia della seconda guerra mondiale. Il suo scopo era in effetti quello di costituire una fortezza comunista avanzata nell’Europa centrale e orientale. Con la presenza delle sue truppe sul suolo di questi stati, l’URSS aveva organizzato l’istituzione di “democrazie popolari”, ovvero regimi comunisti non democratici in Polonia (1944-1947), Romania (1947) Cecoslovacchia (Coup de Praga nel febbraio 1948), Ungheria (1949), ecc. La “liberazione” di questi paesi da parte delle truppe sovietiche contro la Germania nazista aveva permesso all’URSS di esercitare una vera amministrazione fiduciaria su quegli stati ridotti al ruolo di satelliti. Questa è la strategia della “cortina europea” per l’URSS,

Sul fronte economico, l’URSS aveva imposto la creazione del Comecon o Council for Mutual Economic Assistance (CMEA) per contrastare il Piano Marshall del 1947. Questa organizzazione internazionale stabilì una divisione del lavoro e una divisione dei ruoli tra i diversi Stati comunisti della regione. La sua missione era soprattutto quella di diffondere gli strumenti dell’economia pianificata sovietica, di organizzare il commercio tra questi Stati e l’URSS. A causa del ruolo centrale della valuta sovietica, del rublo e della dipendenza tecnologica dall’URSS, il Comecon permise all’URSS di assumere il ruolo di leader economico nell’Europa orientale. Se il CMEA non scompare ufficialmente fino al 1991, il 1989 segna la sua vera fine a causa della scomparsa dei regimi comunisti nelle principali economie della regione.

Sul versante militare, il Patto di Varsavia era lo strumento dell’egemonia sovietica nell’Europa centrale e orientale. Basato su un trattato multilaterale di amicizia e assistenza tra gli alleati dell’URSS, il Patto riunì, sotto la guida dell’Armata Rossa, le varie forze armate delle democrazie popolari. Nel 1989, è ancora in vigore ed è stato rinnovato per vent’anni nel 1985. Sebbene il Patto sia stato ufficialmente sciolto il 1 ° luglio 1991, è gradualmente scomparso nel 1989. In effetti, queste trasformazioni politiche hanno segnato il fine della cosiddetta dottrina della “sovranità limitata”, la cui paternità spetta a L. Breznev. L’evoluzione di un regime comunista verso un regime liberale è considerata a Mosca come una questione di interesse comune per tutti i regimi comunisti.

In breve, nel 1989 la rapida democratizzazione dell’Europa centrale e orientale segnò la fine di un progetto geopolitico di istituzione di un blocco e una zona cuscinetto tra la Russia e il resto dell’Europa. Si apre la strada a una “occidentalizzazione” di questa parte del continente. Si svolgerà già negli anni ’90.

II. Dal 1985 al 1991 fino al 1989: tentativi di riforme interne allo scioglimento dell’URSS

Per la politica interna sovietica e russa, il 1989 si avvicina secondo una sequenza più ampia che inizia con l’avvento di Mikhail Gorbachev al potere l’11 marzo 1985 e termina alla fine di dicembre 1991 con lo scioglimento ufficiale da parte di quest’ultima dell’URSS . Il 1989 replica quindi alla Rivoluzione del 1917.

Il regime comunista può riformarsi?

Consapevole delle debolezze economiche dell’URSS e della sua incapacità finanziaria di sostenere il costo della corsa agli armamenti con gli Stati Uniti, Mikhail Gorbachev è diventato Segretario Generale del Partito Comunista nel 1985. Ha lanciato un’ondata di riforme interne in URSS con l’obiettivo di consolidare il regime comunista e promuoverlo in Occidente. Sulla scena internazionale, dà priorità al disarmo simmetrico con gli Stati Uniti al fine di alleviare la pressione di bilancio che i programmi di armamento esercitano sulle finanze pubbliche sovietiche. Ma a livello nazionale, il 1986 segna l’inizio dei programmi di liberalizzazione politica ed economica. Il programma di “Trasparenza” (”  glasnost”)porta a misure ad alto contenuto simbolico: revoca dei divieti su molte produzioni culturali tra cui ”  Doctor Jivago  ” di Boris Pasternak; fine dell’esilio interno del fisico dissidente Andrei Sakharov a Gorkij.

Nel campo strettamente politico, la composizione del Partito Comunista viene rinnovata per portare i “riformatori” nei ruoli principali. In termini economici, la “ristrutturazione” o “ricostruzione” (”  perestrojka  “) impegna un nuovo NEP: i prezzi sono parzialmente liberalizzati, le società private sono autorizzate e emerge un intero settore informale. Questo movimento accelera nel 1989: per eleggere i due terzi dei deputati al Congresso dei deputati dell’Unione Sovietica, i cittadini dell’URSS possono scegliere tra diverse liste e vedere garantita la segretezza del voto. Questo è uno sviluppo decisivo per il Paese.

Il primo periodo delle riforme di Gorbachev assume un tono euforico … soprattutto all’estero: la ”  Gorbymania  ” in effetti ammalia gli Stati Uniti e in particolare l’Europa occidentale nel 1987. Tuttavia, la popolarità interna del leader sovietico è ben minore, a causa dei limiti delle sue riforme  [ 1 ] .

I limiti delle riforme e la fine dell’impero sovietico

Tuttavia, a partire dal 1989, iniziano a comparire i limiti delle riforme avviate. Sul fronte economico, le disuguaglianze si stanno allargando e l’inflazione sta aumentando, mettendo in discussione il patto sociale sovietico con i quali sono stati garantiti l’occupazione per tutta la vita, l’accesso a servizi pubblici a basso costo e l’uguaglianza sociale (relativa) in cambio di obbedienza politica. A livello rigorosamente politico i movimenti di scissione e secessione si moltiplicano. Sebbene Mikhail Gorbachev sia stato eletto presidente dell’URSS nel 1990, in parlamento i suoi sostenitori sono stati sopraffatti dai nazionalisti e dai liberali che preferivano la terapia d’urto. Così, già nel 1990, la Repubblica socialista federale russa della Russia è guidata da Boris Eltsin, la cui autorità è in aperta competizione con quella del leader sovietico. La tensione tra i riformatori liberali guidati da Eltsin e i conservatori sovietici sostenuti dall’esercito viene gradualmente esacerbata sulla scena politica. Culmina a terra e con le armi in mano nel tentativo di colpo di stato militare del 20 agosto 1991. Sostenuto dal presidente degli Stati Uniti, il presidente russo Eltsin si impone, eclissando il riformatore comunista e sospendendo il Partito comunista nel novembre 1991. La scacchiera politica russa, il movimento di decomunistizzazione iniziato timidamente nel 1989 termina, pochi mesi dopo, alla fine dell’URSS.

Nelle Repubbliche Federate, il 1989 vede le forze centrifughe risvegliate dal  glasnost  . Le aspirazioni all’indipendenza si manifestano in una forma che segna l’Europa. Negli Stati baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), le manifestazioni iniziate nel 1987 hanno avviato il processo di decomunistizzazione e di indipendenza nazionale. Questi movimenti pacifisti culminarono il 23 agosto 1989 formando una vasta catena umana, la Via Baltica, che univa le tre capitali (Tallin, Riga, Vilnius)oltre 500 chilometri. Questo è l’atto fondante di un processo di indipendenza per la Lituania (11 marzo 1990), l’Estonia (30 marzo 1990) e la Lettonia (4 maggio 1990). Durante il periodo dal 1989 al 1991, in questa parte dell’URSS, gli scontri armati sono strettamente evitati, ma le tensioni economiche e politiche sono più alte, specialmente in Lituania dove il blocco economico sovietico è rigoroso.

Il movimento di secessione degli Stati baltici lancia una spirale centrifuga che culmina con lo scioglimento dell’Unione Sovietica l’8 dicembre 1991. Nel Caucaso, l’Armenia diventa indipendente (23 agosto 1990), come la Georgia (9 aprile 1991) e Azerbaigian (18 ottobre 1991). L’Ucraina e le repubbliche dell’Asia centrale lasciano l’Unione tra il 1990 e il 1991. Che si tratti della strategia risoluta della Russia contro i costi dell’eccessiva estensione imperiale o dell’abbandono forzato, la Russia si sta liberando da queste periferie imperiali e sta permettendo a questi stati di allontanarsi dalla sua sovranità secolare. La fine dell’URSS, avviata dai movimenti del Baltico nel 1989, fu consacrata dalle dimissioni di Mikhail Gorbachev dalla sua posizione di Presidente dell’Unione Sovietica il 25 dicembre 1991 … che non esiste da due settimane (8 Dicembre 1991). È il Commonwealth of Independent States (CIS) che sostituisce l’Unione con una confederazione con legami istituzionali piuttosto ampi. La Repubblica, poi Federazione Russa, perde il posto centrale che occupava nel sistema istituzionale dell’URSS.

In sintesi, come visto da Mosca, in termini di politica interna, il 1989 è l’anno cardine di una rivoluzione al tempo stesso politica, territoriale ed economica. Lungi dal salvare il regime comunista adattandolo, il ”  glasnost” e l’introduzione di una dose di democrazia nelle istituzioni sovietiche hanno accelerato la caduta del PCUS. Allo stesso modo, la rinuncia alla violenza armata contro i movimenti centrifughi nel 1989 ha accelerato il processo di decomposizione.

III. Dal 1989 al 1999: dal declino al revanchismo russo

Se si considera l’immediato futuro della Russia, il 1989 apre un doloroso decennio che termina nel 1999 con l’ascesa di Vladimir Putin alla carica di presidente ad interim, eletto poi l’anno successivo.

Sul fronte economico, il fallimento delle “riforme” del periodo 1987-1989 porta a un’era di brutale liberalizzazione chiamata “terapia d’urto” in cui l’inflazione arriva fino al 1000% all’anno, dove esplode la disoccupazione e dove molte industrie statali scompaiono. Le disuguaglianze esplodono e lo stato sociale viene smantellato privando gran parte della popolazione russa dell’accesso all’assistenza sanitaria, all’istruzione, alle pensioni o all’energia. D’altra parte, alcune considerevoli fortune private sono costituite in pochi mesi dagli oligarchi che acquistano a prezzi economici i fiori all’occhiello dell’economia diretta nella metallurgia, negli idrocarburi e persino negli armamenti. Il crollo economico e il saccheggio delle risorse culminarono nel 1998 quando la Russia fu colpita da una violenta crisi economica.

Nella sfera domestica, la contrazione del PIL e il crollo delle finanze pubbliche russe stanno danneggiando le forze armate: le basi militari sono chiuse a decine e gli ordini industriali cessano. Unito all’ondata di indipendenza nazionale, l’indebolimento delle forze armate apre la strada a movimenti separatisti all’interno della stessa Federazione Russa. Pertanto, la prima guerra cecena, dal 1993 al 1996, ha visto la Nuova Russia reprimere in un bagno di sangue i movimenti di indipendenza spesso supportati da reti islamiste. Ciò che è in gioco allora è, per la Russia, la capacità di fermare il suo decadimento territoriale. La Russia degli anni ’90, nata dagli shock del 1998, coltiva la scomparsa politica.

In termini di geopolitica regionale, il 1989 si sta preparando per la perdita del vicino straniero. L’estensione della NATO alle porte della Federazione Russa è possibile solo perché la rete di alleanze sovietiche è stata rovinata nel 1989. In effetti, per la più giovane Federazione Russa nata nel 1991, il decennio 1989-1999 è il declino. Il 1999 ha segnato un grave rovesciamento militare nel continente: la Polonia, la Repubblica Ceca e l’Ungheria hanno aderito all’Alleanza atlantica, seguite nel 2004 da molti altri stati precedentemente parte del Patto di Varsavia, tra cui tre ex Repubbliche socialiste sovietiche (Estonia, Lettonia, Lituania). Visto da Mosca, questo movimento è una battuta d’arresto strategica di significato storico. In effetti, l’Occidente è ai confini dello spazio russo. È in questo decennio e grazie alle rivoluzioni colorate in Georgia (rivoluzione delle rose nel 2003) in Ucraina (rivoluzione arancione nel 2004), che la Russia riattiva la diffidenza verso i propri interlocutori.

Ma il 1989 finì davvero nel 1999, quando Vladimir Putin mise gradualmente in atto sia il suo regime che gli elementi di un relativo rinascimento per la Russia. Il decennio 1989-1999 è il periodo fondativo per comprendere la Russia di oggi. Per concedere agibilità agli oligarchi, li subordina come clienti o li fa condannare, come nel caso di Khodorkovsky. Per porre rimedio all’espansione della NATO, sta lottando contro l’adesione di Ucraina e Georgia e contro lo spiegamento di batterie antimissile sul suolo europeo. Ultimo ma non meno importante, per alleviare la debolezza militare della Russia, nel 2009 ha lanciato un vasto piano di modernizzazione, crescita e riforma delle forze armate. La forza politica e geopolitica della Russia nel 2019 è direttamente radicata nel lungo trauma del decennio 1989-1999. In breve, Vladimir Putin si pone come uno che rimedia agli anni fatali 1989-1991.

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1989, anno fondamentale per la Russia (anche)

Per la comunità europea, il 1989 è un anno altamente simbolico con una connotazione positiva. Questa data è sinonimo di margini di rilascio a Budapest, Varsavia o Bucarest . Le sovranità nazionali, indebolite dal XIX e XX secolo, sono state recuperate. A Parigi e Bonn, poi a Berlino, nel 1989 inizia l’incontro dell’Europa attorno al progetto portato avanti dalla Comunità e poi dall’Unione Europea . Dopo i conflitti dell’inizio del secolo e la divisione della guerra fredda, il 1989 annuncia la speranza di un periodo di convergenza e pace.

Vista di Mosca, 1989 ha uno status più ambiguo. L’anno ha una chiara carica negativa, soprattutto nelle attuali rappresentazioni collettive: all’esterno, segna il fallimento della strategia sovietica di barriere difensive in ​​Europa; all’interno, fa precipitare la fine del regime comunista e prepara il caos politico ed economico degli anni 1990. Ecco perché il 1989, associato al 1991, è, nel discorso del presidente Putin, un annus horibilis per la Russia. Tuttavia, il 1989 apre un decennio decisivo per la Russia contemporanea. Fu dal 1989 che la Russia di Putin iniziò a mettere radici: la creazione di un’oligarchia mafiosa, i fallimenti contro gli Stati Uniti, ecc. tutti questi fattori contribuiscono all’avvento di un regime centralizzato, forte e seduto su una potenza militare. Così, la Russia di oggi ha le sue origini nel 1989 e nel 1991 quanto nel 1999, l’anno del l’ascesa al potere dell’attuale presidente russo .

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REALISMO POLITICO E POPULISMO, di Teodoro Klitsche de la Grange

REALISMO POLITICO E POPULISMO

Se c’è una corrente di pensiero che pare rinvigorita dal crescente successo populista è quella del realismo politico. A iniziare dall’affermazione programmatica di Trump America first per arrivare a quella di Salvini prima gli italiani, per continuare col fatto che i populisti parlano così con riguardo agli interessi della comunità, mentre le èlite globaliste prestano ossequio ai valori dell’umanità, in primo luogo i diritti umani; i primi prendono in esame individualità, fatti, misure concreti, possibili ed esistenti; i secondi guardano a valori,  identità astratte e, al limite, costruzioni utopiche. Nel vero senso della parola “utopia” perché né alcuno ha mai visto come possa funzionare un potere politico (?) globale, cioè esercitato sull’umanità, né che forma possa assumere (federazione? impero? democrazia? tecnocrazia?).

Nel pensiero politico, in particolare quello moderno da Machiavelli in poi, il realismo ha contrapposto alle “immaginazioni” la realtà dell’analisi dei fatti valutati in base agli interessi e soprattutto ad una antropologia negativa,  consistente nel non considerare gli uomini come buoni e razionali (né disposti a diventarlo), ma inclini spesso al male e alla irrazionalità.

Se per un non-realista il problema principale è di come costruire uno Stato conforme a certi valori e idee, per un realista è quello di farlo di guisa che possa esistere e durare a lungo, vincendo le avversità della fortuna. È la capacità di conseguire tale risultato il criterio per giudicare se lo Stato è “ben costituito”. Di converso anche se si fonda sui valori più condivisi, ma non riesce a sopravvivere, tenuto conto che altri governi di altri popoli pensano e cercano il potere e non la bontà delle istituzioni, tanto buonismo non sarà servito a nulla, perché non tradotto (né traducibile) in sintesi politiche durature.

Il che non significa che uno Stato debba (e possa) essere privo di valori (ogni comunità politica ha un proprio ethos), ma solo che prima di quelli viene la necessità dell’esistenza collettiva. L’unità politica è un essere prima che un dover essere e come tutto ciò che esiste possiede intrinsecamente il conatus di Spinoza: «in suo esse perseverari». In questo senso è condivisibile la concezione di Meinecke che Kratos e Ethos sono compresenti nello Stato: «Kratos ed Ethos costruiscono insieme lo Stato e fanno la Storia”. Solo che nella concreta azione politica alcune forze vogliono che il primo prevalga sul secondo; altre il contrario.

Questa polarità contrapposta (e compresente) ha portato con se delle conseguenti antitesi: ragione di Stato/precetto morale; realtà/esigenza etica; interesse della comunità/norma universale; potenza/agire etico (tra le altre).

È da notare come vicine alla prima polarità sono per lo più le concezioni dei partiti sovran-popul-identitari; alla seconda quelle dei globalisti.

E questo malgrado circa trent’anni fa, con il collasso del comunismo sembrava prevalere la seconda. Con la vittoria delle democrazie liberali per implosione dell’avversario sistema del “socialismo reale”, pareva a giudizio – per primo – di Fukuyama che la storia fosse finita. E che di conseguenza il faro conduttore della nuova era che si apriva sarebbe stata una sintesi tra morale ed economia: tra diritti umani e mercato globale, con correlativo deperire della politica. Quanto questa previsione fosse errata lo provano gli eventi successivi.

Al venir meno nella vecchia opposizione borghesia/proletariato ossia liberalismo democratico/socialismo reale ne è subentrata una nuova. Quel che più interessa è che, essendo una delle polarità caratterizzata dalla sintesi tra morale ed economia, l’opposizione lo è dalla rimonta del politico e di quanto allo stesso pertiene. E così del realismo, per cui la dimensione politica è un’essenza dell’uomo ed è irriducibile a morale, diritto, economia (ed altro).

Ad ascoltare i discorsi dei leaders populisti così come a leggere i documenti, compresi quelli (pochi per ora) costituzionali, il prevalere dell’ “armamentario” realista è evidente. Se si inizia dalle scelte, queste sono dichiaratamente orientate all’interesse della comunità, contrapposto a quello “globale”. E non è solo propaganda. Friederich List quasi sue secoli orsono distingueva la “propria” economia da quella di Adam Smith, perché la prima era politica (cioè nazionale) mentre quella dello scozzese cosmopolitica. Boris Jhonson esprime la suità inglese, col suo specifico carattere insulare/marittimo, contrapposto a quello terrestre/continentale. Trump prende misure protezioniste non perché convinto autarchico, ma perché l’assetto opposto è contrario agli interessi nazionali.

D’altra parte è tipico del realismo attribuire di gran lunga più importanza ai risultati che alle intenzioni dell’azione politica. A seguire la logica di Weber (delle “due” etiche) ciò porta ad una maggiore responsabilità del governante (verso i governati). Quando Salvini sostiene che, con la “linea dura” nei confronti delle migrazioni, naufragi e decessi in mare si sono drasticamente ridotti (e i dati non risultano contestati) ricorda dappresso l’elogio di Machiavelli al Valentino, che, per quanto “tenuto crudele” aveva pacificato la Romagna onde il Duca era stato “molto più pietoso che il popolo fiorentino il quale, per fuggire il nome di crudele, lasciò distruggere Pistoia”. La zelante e caritatevole accoglienza del centrosinistra non solo andava (e va) contro la volontà della maggioranza degli italiani, ma incentivava le partenze e quindi i naufragi, realizzando così il contrario delle buone intenzioni esternate dai propugnatori.

I quali hanno l’abitudine – correlata – di paragonare non i fatti con i fatti ma le intenzioni e le realizzazioni (cattive o meno buone) degli altri con le proprie immaginazioni. Modo di argomentare frutto di (mediocre) retorica: dato che alla fantasia (et similia) non vi sono limiti, ma alla realtà si, è scontato che a comparare questa ai prodotti di quella, la seconda ne abbia a perdere.

Contrariamente a quello che sosteneva Machiavelli per cui la scelta politica è data tra alternative reali e concrete, ed è da scegliere non il meglio assoluto ma “il men tristo per buono”; e soprattutto, rifuggire dalle “immaginazioni”.

E si potrebbe continuare a lungo, il rapporto tra forza e diritto, obbligazione politica e convenzioni internazionali e così via, ma i limiti redazionali di questo intervento, per ora, non me lo consentono.

Teodoro Klitsche de la Grange

C’EST L’ORIENT ! …….C’EST LA guerre, di Antonio de Martini

C’EST L’ORIENT !

Sono un lettore di “L’Orient-Le jour”, il giornale francofono di Beirut e di “ The Times of Israël” anglofono di Tel Aviv.

Oggi su l’Orient c’è un articolo dedicato al ministro degli Esteri israeliano che definisce « burattino dell’Iran » il segretario di Hezbollah, Nasrallah.

Strano che la mia copia, sono abbonato, proprio oggi non mi sia arrivata e che il tono del pezzo sia in contrasto con l’abituale felpata cautela. Provocatorio.

Sono giorni ormai che Israele ha lanciato, in perfetta coordinazione con l’ambasciatore USA a Beirut , una offensiva giornalistico-diplomatica mirante a disarmare e far mettere fuori legge l’Hezbollah inserito dagli USA nell’elenco delle “organizzazioni terroristiche”.

Si tratta di un “aiutino” offerto da Trump alla campagna elettorale di Netanyahu del quale il Libano dovrebbe fare le spese.

Hezbollah è un partito politico che raccoglie stabilmente il 50% dei suffragi elettorali , dispone di un esercito più forte, esperto e motivato di quello del governo libanese. ( 25.000 effettivi e 30.000 riservisti, reduci dalla vittoria in Siria ).

I quindici anni di conflitto civile, cessato nel 91, sofferto dal piccolo paese (103.000 morti su 3 milioni di abitanti) hanno vaccinato per almeno un secolo l’intera popolazione dall’idea di ricorrere alla violenza interna o esterna che sia.

Non faranno la guerra per gli USA né Israele. Né altri.

La guerra civile fu istigata e finanziata dagli stessi attori del presente conflitto siriano e che sono dietro all’improvviso impellente bisogno di sbarazzarsi di Hezbollah diventato ormai un attore permanente dello scenario Levantino.

Israele ha attaccato militarmente il Libano ripetutamente: voleva acqua ( il fiume Litani) e mirava al territorio compreso tra Tiro e Sidone.

Già nel 1982 invase tutto il sud Libano fino alla periferia di Beirut ( operazione “ pace in Galilea”) scacciandone gli abitanti – in prevalenza sciiti- che si spostarono di 50 km, in trecentomila, verso Beirut.
Il catasto di Saida ( Sidone) fu distrutto intenzionalmente per facilitare la rapina.

I Cristiani si spostarono, a loro volta, versoJunie, di una ventina di km.

Da questa mal meditata occupazione israeliana nacque un movimento di resistenza ( l’Hezbollah ) che – assieme alla opinione pubblica internazionale- indusse gli israeliani a rientrare nei confini, appropriandosi solo di una fascia di dieci km che dovettero poi ugualmente abbandonare a causa degli attacchi partigiani diuturni e delle troppo onerose misure di sicurezza.

Un secondo tentativo – un blitz punitivo vero e proprio contro Hezbollah – tentato dagli israeliani, si risolse in una sconfitta militare netta che provocò la rimozione del comandante israeliano accusato di incapacità.

Nel 2006 ci furono bombardamenti israeliani nella piana della Bekaa ad alcune infrastrutture ( e a una fabbrica di bottiglie per birra a capitale indiano!) che gli USA rifinanziarono ristabilendo la tregua.

Adesso, dopo aver fallito coi carri armati prima e con gli aerei dopo, provano con la propaganda e le pressioni diplomatiche.

L’obbiettivo di minima è ottenere un attacco Hezbollah che ridarebbe il carisma del capo militare a Netanyahu offuscato da accuse di tangenti su forniture militari tedesche e pressato dal rivale generale Ganz.

L’obbiettivo medio è quello di far ritirare dalla Siria i volontari Hezbollah che danno manforte al governo e agli iraniani e limitarne la libertà di movimento.

L’obbiettivo strategico é far continuare “l’unrest” nel Levante ritagliando un ruolo per l’emarginata diplomazia USA, a rimorchio e incapace di aver un ruolo guida in tutta l’area.

Ora ha inviato la signora Hole a Cipro per mediare a nome dell’ONU una riconciliazione greco-turca….

Hezbollah ha fatto sapere di essere per ora soddisfatto anche solo dell’innervosimento israeliano che teme un attacco sul suo territorio e ha pubblicato alcune foto di camionette israeliane di presidio al confine con dentro dei manichini.

Un trucco, già utilizzato, per supplire alla carenza di personale esausto dai turni impossibili, al punto che nel sud – a Gaza- il governo israeliano ha offerto cospicua assistenza finanziaria a Hamas in cambio di una “ tregua durevole”.

L’arma demografica comincia a fare effetto. Gli ebrei americani comprano volentieri una casa in Israele, ma non intendono lasciarci le ossa.

Anche il governo siriano, dopo otto anni di guerra, ha scarsità di effettivi.

A Deraa ( zona del giabal druso) , dopo la riconquista, ha concluso un accordo con gli sconfitti: ha lasciato l’armamento leggero di dotazione a un battaglione di ex nemici, incaricandolo di mantenere l’ordine pubblico in città.

Cerca la riconciliazione e
le truppe fedeli le risparmia per presidiare il troppo vicino confine israeliano.

Quali forze sono presenti nell’Artico?, di Laurence Artaud

NB. La traduzione sarà perfezionata appena possibile_Giuseppe Germinario

Quali forze sono presenti nell’Artico?
Rincorsa alle materie prime: un nuovo confronto internazionale?

Di  Laurence ARTAUD , 28 agosto 2019  Stampa l'articolo  lettura ottimizzata  Scarica l'articolo in formato PDF

Laureata in letteratura e civiltà comparate (Sorbonne Paris III DEA) e poi in HEC, Laurence Artaud ha trascorso la sua carriera in organizzazioni francesi incaricate del supporto all’esportazione. Si è quindi specializzata nell’analisi di concetti e pratiche di intelligenza economica e ha quindi acquisito una comprensione delle problematiche della geopolitica. Appassionata dell’estremo nord, dove è stata regolarmente per venticinque anni, è stata in grado di osservare i cambiamenti geografici e politici nella regione

Questa è una panoramica generale delle implicazioni geopolitiche e strategiche dei cambiamenti climatici nell’Artico. L’autore presenta prima le questioni militari e politiche nel 20 ° secolo, poi gli antagonismi dei paesi rivieraschi e infine i nuovi paradigmi del 21 ° secolo legati al cambiamento climatico: il passaggio del Nord-Est, la sovranità economica e l’accesso a risorse naturali.

Da tempi immemori l’Artico e il Polo Nord hanno affascinato l’immaginazione degli esploratori, scienziati, antropologi ed etnologi. Hanno quindi attratto società che commerciavano pelli, società minerarie e oro, petrolio e altre risorse, incluso il diamante di cui la Russia è diventata in questo decennio il più grande produttore del mondo (Repubblica di Yakutia ). Durante la seconda guerra mondiale e poi durante la guerra fredda, queste aree che si estendevano dalla Siberia orientale all’Alaska assunsero una dimensione militare e strategica. Largo solo 85 chilometri, lo stretto di BeringDal 1947 il confronto est / ovest si è cristallizzato lì, soprattutto perché le aree artiche sono ancora molto militarizzate, soprattutto dalla parte russa.

Dalle sfide militari strategiche ai problemi economici e commerciali
Nel ventesimo secolo, il gioco delle “forze” ha coinvolto principalmente i paesi rivieraschi, ovvero Russia, Canada, Stati Uniti, Danimarca (a causa della Groenlandia) e in misura minore la Norvegia (Svalbard). I problemi erano geostrategici e militari; ma con il riscaldamento globale che causa lo scioglimento del permafrost, la ritirata del ghiacciaio e lo scioglimento del ghiaccio marino (progressivo restringimento spaziale e del volume), l’ interesse spasmodico per l’Artico sta aumentando: l’accesso alle risorse naturali e l’apertura della via del mare a Nordest ora attira nuove potenze per motivi economici e commerciali.
Dalla metà del XX secolo, il Canada e la Russia hanno minato e giacimenti di gas e pozzi di idrocarburi nei rispettivi territori. Sin dal periodo sovietico, la Russia è stata molto attiva nella penisola di Yamal e ora sta investendo molto nel petrolio.
Il riscaldamento globale sta facilitando l’accesso alle risorse naturali, ma recenti ricerche scientifiche dimostrano che il sottosuolo è ricco di vari minerali e terre rare. Tuttavia, le difficoltà tecniche di sfruttamento e l’alto costo delle attività in un ambiente molto ostile rallentando ulteriormente uno sviluppo petrolifero veramente competitivo anche se molti depositi di gas di scisto sono stati scoperti e gestiti a costi inferiori nell’ultimo decennio, in particolare negli Stati Uniti (Kansas, Oklahoma, …) al confine con gli Stati Uniti. il Canada. Inoltre, pochissimi paesi padroneggiano ancora queste tecnologie e i “nuovi entranti” dovranno fare affidamento su partner più esperti per lavorare a queste latitudini.
La pesca, anche a meno di cinquecento chilometri dal Polo Nord, è anche una questione economica per tutte le flotte nell’emisfero settentrionale. Le zone economiche esclusive (ZEE) definite nel 1982 dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (applicata solo nel 1994) sono ora oggetto di un’attenzione particolare da parte dei paesi asiatici non firmatari.
Infine, l’ultimo aspetto della tensione riguarda la navigazione nel passaggio a nord-est. Questa via di mare è davvero una risorsa importante poiché riduce la rotta degli esportatori asiatici verso l’Europa. La rotta marittima settentrionale (NMR) è quindi di interesse non solo per la Cina ma anche per il Giappone, la Corea del Sud e Taiwan. L’avidità di questi paesi indica negoziati internazionali sotto il segno di scontri economici.
Pertanto, il riscaldamento globale e la globalizzazione degli scambi stanno cambiando la “geografia”. Il passaggio a nord-ovest è già aperto alle navi portacontainer e petroliere per più di 6 mesi all’anno e il passaggio a nord-est è anche rapidamente privo di ghiaccio durante l’estate australe. In entrambi i casi, le navi sono sempre precedute da costosi rompighiaccio per ridurre il rischio di incidenti.

Il Consiglio artico: prima rappresentazione delle popolazioni indigene
Nel 1996 (Conferenza di Ottawa) fu formato un nuovo attore istituzionale; ilConsiglio artico . Affronta le questioni affrontate dagli otto stati con una parte del loro territorio nell’Artico e consente alle popolazioni indigene di ottenere, per la prima volta, una rappresentazione reale. Per la prima volta, sei associazioni aborigene hanno lo status di partecipanti permanenti al Consiglio

Inizialmente, nel 1991, il trattato era limitato alla strategia di protezione ambientale dell’Artico, ma la Dichiarazione di Ottawa (1996) istituì un Consiglio artico rafforzato per promuovere lo sviluppo sostenibile e lo sviluppo sostenibile. supervisione dei rischi inerenti alle sostanze tossiche e inquinanti. Tuttavia, le sue dichiarazioni non sono vincolanti.
È composto da 8 membri permanenti che sono (in ordine alfabetico), Canada , Danimarca , Stati Uniti , Finlandia , Islanda , Norvegia , Svezia e Russia, 6 associazioni indigene nella regione artica e membri osservatori, organizzazioni non governative, organizzazioni internazionali e 13 paesi, tra cui la Francia, sono regolarmente ammessi.
Questi osservatori non hanno potere decisionale, ma la loro presenza attesta il crescente interesse del mondo per queste regioni. La Francia spera di far sentire la propria voce nella misura in cui desidera sviluppare attività economiche (idrocarburi, miniere, ricerca scientifica, turismo).
Se, per secoli, l’immaginazione degli europei li ha attratti ad esplorare l’Artico dal IX secolo (Vichinghi), quindi il XVI e il XIX secolo, alla ricerca di due passaggi (Nord-Ovest e Nord-Est), nel ventesimo secolo, la posta in gioco militare fu raddoppiata dall’avidità economica internazionale a causa della ricchezza degli scantinati e degli stock ittici.

Quali forze sono presenti nell'Artico?
Mappa dell’Artico. Anno polare internazionale – ipy-api.gc.ca
Clicca sulla miniatura per ingrandire la mappa dell’Artico. Territori nelle vicinanze dell’Artico: Canada, Stati Uniti, Russia, Finlandia, Svezia, Norvegia, Islanda, Groenlandia (Danimarca)

I. Nel ventesimo secolo: questioni militari e politiche

La seconda guerra mondiale e poi la guerra fredda hanno illustrato la posizione geostrategica dell’Artico e l’emergere di rivalità militari tra i paesi che confinano con il Nord Atlantico.

Navigazione artica degli alleati per sfuggire agli U-boat tedeschi
L’importanza strategica della rotta transatlantica è apparsa durante la prima guerra mondiale.
Durante la seconda guerra mondiale, ha facilitato le forniture di materiale (legno, ferro, combustibili esplosivi, …) e cibo per gli alleati. L’entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1941 costrinse i convogli marittimi a navigare il più lontano possibile dai numerosi sottomarini tedeschi nel Nord Atlantico. Tuttavia, oltre un centinaio di navi mercantili furono affondate dagli U-boat tedeschi durante questo periodo. Da quel momento in poi, i primi convogli che riunivano il Nord America nell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (URSS) iniziarono a impegnarsi più a nord sulla rotta artica per sventare i sottomarini nemici. 

La via del ferro e la battaglia dell’acqua pesante
La Germania, che dipendeva molto dal ferro svedese (paese neutrale), doveva spedire il minerale via mare lungo le coste di Svezia, Finlandia o Norvegia (Narvik).
Misurando il ruolo strategico di queste rotte, la Gran Bretagna decise di interrompere la via del ferro (Battaglia di Narvik).
Le battaglie di acqua pesante guidate dagli alleati in 5 successive operazioni militari e il cui obiettivo era quello di distruggere una centrale di acqua pesante in Norvegia, illustrano l’intensità della competizione nella corsa nucleare.

La base nucleare dell’Artico durante la guerra fredda
Gli Stati Uniti hanno mantenuto la loro inviolabilità nucleare a causa della sua lontananza geografica fino all’esplosione russa del 1949.

Tuttavia, dal 1949, furono minacciati dai bombardieri intercontinentali russi, in grado di sorvolare l’Artico e raggiungere il Canada nord-orientale e gli Stati Uniti.
Ecco perché i canadesi hanno installati nel 1952 radar collocati più vicino alla banchisa per proteggere la parte settentrionale del loro paese ora minacciato. Allo stesso modo, la Groenlandia riparò varie basi militari americane lungo la sua costa occidentale, la più strategica delle quali era quella di Thule, situata a 1.600 km dal polo.
Il lancio nel 1957 del primo satellite sovietico Sputnik mise in discussione la superiorità strategica americana; questo successo nello spazio civile potrebbe essere facilmente applicato a obiettivi militari equipaggiando una testata nucleare nel satellite.
Questa nuova dimensione, durante la guerra fredda, posizionò ancora una volta l’Artico al centro dei conflitti strategici est-ovest. La calotta di ghiaccio era al centro di uno scontro nucleare tecnicamente possibile tra Stati Uniti e URSS. Anche i paesi europei sulle traiettorie sono stati minacciati.
Fino alla caduta dell’Unione Sovietica (1991) , l’energia nucleare è al centro della rivalità est-ovest nell’Artico.
Le maggiori potenze occidentali si sono posizionate nella regione o stabilendo basi offensive o posizionando siti per mezzi di allarme avanzati, situati intorno al 70 ° parallelo, alla latitudine della North West Highway.
Questi includono installazioni istituite dalla Seconda Guerra Mondiale dagli Alleati, a volte rinforzate durante la Guerra Fredda: in Groenlandia, Thule, (Sondre Stormfjord – Kangerlussaq, Baia di Disko); in Canada, (Goose Bay – Labrador,., ..); in Alaska e alle Isole Aleutine (non artico ma così vicino). In Islanda, durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti stabilirono una base aerea a Keflavik (vicino alla capitale Reykjavik). Questa situazione al centro del Nord Atlantico consente di controllare tutto lo spazio aereo del Nord Atlantico. Situato all’aeroporto internazionale, è stato aperto come base aerea strategica.

Dal 1951, gli Stati Uniti avevano assunto la difesa dell’Islanda  ; nel 2006, l’esercito americano lasciò l’isola; la base era “chiusa” o piuttosto “messa a dormire” da circa l’anno 2016, la Marina degli Stati Uniti avrebbe preso in considerazione la possibilità di trasferirsi lì per posizionare pattuglie marittime e Boeing P-8 Poseidon per osservare l’evoluzione Sottomarini russi nel Nord Atlantico.

In effetti, la recrudescenza delle tensioni tra le potenze occidentali e la Russia, l’annessione della Crimea, il conflitto in Ucraina e una riaffermata attività militare russa, l’Islanda trova un interesse geostrategico.

Infine, è necessario tenere conto del “potere di occultamento del ghiaccio impacchettato” che garantisce un “rifugio naturale” per i sottomarini la cui capacità di autonomia è stata aumentata dalla propulsione nucleare. Il sottomarino può quindi rimanere diverse settimane immerso sotto il ghiaccio del pacchetto e, l’acqua che rimane libera dal ghiaccio (sotto il ghiaccio del pacchetto), riemergere per eseguire operazioni militari offensive convenzionali.

II. Gli antagonismi dei paesi rivieraschi

I 23.600 km di costa lungo l’Oceano Artico hanno da tempo assicurato ildominio russo della regione, nonostante le controversie militari “contenute” con la Norvegia.

Oslo e Mosca: “compartimentare” e “concordare questioni marittime”
Bruno Tertrais, vicedirettore della Fondazione per la ricerca strategica (FRS), ricorda in un articolo del 12 gennaio 2019 che “l’esercizio del La NATO, Trident Juncture 2018 , ha nuovamente attirato l’attenzione sull’Artico , in particolare a causa della “reazione russa”. ”

La disputa storica tra Norvegia e Russia è antica a causa della loro vicinanza geografica al confine settentrionale e dei possibili “tracimazione” delle attività militari russe, nonostante le ripetute riassicurazioni da quel paese.
Tuttavia, esiste una cooperazione rafforzata tra i due stati per il salvataggio in mare:
Oslo ammette nel 2019 che la Russia è una “sfida strategica ma non una minaccia”, i russi che sanno “compartimentare” e questa circostanza di “cooperazione” nell’Artico è mantenuto.

Il caso delle Svalbard

L’arcipelago delle Svalbard è sotto la sovranità della Norvegia dal Trattato di Parigi del 1920, che prevede “la parità di trattamento tra i firmatari per le attività economiche ma vieta l’istituzione di basi militari”.
Il business del carbone viene abbandonato dai norvegesi a causa della difficoltà di sfruttamento e del declino di questa energia. Tuttavia, i russi mantengono una presenza di quasi 500 “minatori” stabiliti con le loro famiglie nel fiordo di Longyearbyen (Pyramiden, …) anche se le miniere sono appena sfruttate.
I norvegesi hanno poi trasformato l’arcipelago in una base di ricerca scientifica che accoglie ricercatori da tutto il mondo, sistemati paese per paese in stazioni “nazionali” ben distinte. La Cina è appena entrata nella base di Longyearbyen.
Nel 2006, la “stabilità” del sottosuolo ha persino permesso di installare nell’arcipelago delle Svalbard, vicino a Longyearbyen, la riserva mondiale di “semi”. Questa “volta mondiale del grano” scavata nel fianco della montagna a una profondità di 120 metri è stata progettata per proteggere i semi delle colture alimentari in tutto il mondo. Nel maggio 2017, la volta è stata allagata a causa dello scioglimento del permafrost a causa del riscaldamento globale. La banca del seme sarebbe rimasta intatta.

Situazione tesa per le acque internazionali
La Convenzione di Montego Bay del 1982 sulla delimitazione marittima mondiale ha riconosciuto la sovranità russa sulle terre di Francis Joseph, ma ne ha limitato lo spazio territoriale.
Tra la Norvegia e la Russia persistono difficoltà a delimitare le zone di pesca, soprattutto perché i paesi del Nord Europa ritengono, al di là dei trattati, che abbiano anche un diritto di accesso a queste acque per la pesca del granchio.
“L’attuale equilibrio” potrebbe continuare a causa delle convergenze economiche e militari di interesse.

Russia
Durante tutto il periodo sovietico, la Russia aveva, de jure o de facto , un accesso limitato alle regioni artiche, tra cui lo Stretto di Bering e il porto di Murmansk, una distanza di 5.700 km inclusa una parte occidentale libera di gelato tutto l’anno (Kola Peninsula, Murmansk).
Tuttavia, l’accesso dall’Oceano Artico (Mare di Chukchi) all’Oceano Pacifico (Mare di Bering) è “complicato” in quanto se lo Stretto è largo solo 85 km, è ostruito da Arcipelago dei Diomede …
Numerosi arcipelaghi, tra cui Nouvelle-Zemble, permisero ai russi di moltiplicare l’istituzione di relè terrestri per installare centri di test nucleari.
Quali sono i nuovi paradigmi?

III. I nuovi paradigmi del 21 ° secolo

Le rivalità della fine del XX secolo sono esacerbate nel XXI secolo; riguardano la sovranità del passaggio a nord-est, la delimitazione delle zone di pesca e la corsa internazionale alle risorse minerarie e petrolifere.

L’avidità ora riguarda tre aree: lo sfruttamento dei minerali, le terre rare e gli idrocarburi, l’accesso al passaggio a nord-est e la delimitazione delle zone di pesca. I conflitti di frontiera sono ora esacerbati sopra e sotto il ghiaccio .
Il riscaldamento globale sta colpendo principalmente le regioni dell’Artico (e dell’Antartico) con l’effetto immediato dello scongelamento del permafrost, con lo scioglimento del ghiaccio marino che garantisce il libero accesso al passaggio a nord-est durante il periodo estivo.
Di conseguenza, si stanno aprendo nuove rotte di navigazione, facilitando la circolazione delle navi, l’accesso alle zone di pesca e agli scantinati è più facile da esplorare e sfruttare anche se un disgelo troppo grande destabilizza i sottostrati di esplorazione in modo pericoloso.
Questa situazione indotta dal clima respinge le carte della sovranità internazionale e nuovi attori, in particolare Cina e Giappone , bramano questo nuovo El Dorado.
La domanda è se, dietro a questi effetti a cascata, le società di esplorazione e sfruttamento degli scantinati (miniere, idrocarburi) continueranno le loro attività. In effetti, le condizioni meteorologiche ostili per l’uomo e i macchinari, che causano una rivalutazione dei costi di produzione molto elevati a causa dei provati rischi di inquinamento marino e terrestre, potrebbero ostacolare questi sviluppi.

Il passaggio a nord-est e le sovranità economiche della regione
Lo scioglimento della banchisa ha dato un nuovo significato al progetto immaginato nel XVI secolo dagli esploratori europei per utilizzare il mitico passaggio del nord-est per attraversare le strade. tra Nord Atlantico e Nord Pacifico.
I primi tentativi risalgono al XVI secolo, ma non è stato fino al 1879 che un browser finlandese, AE Nordenskiöld, va da Atlantic Pacific utilizzando questo percorso seguito dal norvegese Roald Amundsen nel 1918 – 1920.
The Road Il Nord Marittimo senza ghiaccio durante l’estate artica è la via più breve dall’Europa all’Asia. Le navi sono scortate dai rompighiaccio nucleari russi per prolungare l’orario di apertura della traversata.
Due questioni importanti sono oggetto di discussioni molto tesi tra i paesi che si affacciano l’Artico , ma anche con i paesi europei e asiatici:
. da un lato, lo status giuridico delle rotte marittime dei passaggi nord-ovest e nord-est mentre si prevede un aumento della navigazione in queste aree: sono stretti internazionali o sono sotto la completa sovranità di Canada e Russia? 
. d’altra parte, la questione dell’estensione della sovranità economica sulle piattaforme continentali oltre le 200 miglia nautiche in vista dell’abbondanza di risorse naturali in due regioni.
Queste due prospettive, a volte contraddittorie per lo stesso stato, portano a giochi di alleanze spesso messi in discussione.
Il passaggio a nord-est diventa un centro di importanti rivalità in termini di sovranità nazionale.

Il passaggio a nord-est apre la strada a nuove rotte di navigazione competitive Negli
ultimi anni, il passaggio a nord-est ha attirato l’interesse della marina mercantile.
Anche se le navi portacontainer devono essere scortate dai rompighiaccio nucleari russi, a spese degli armatori, i viaggi tra il Pacifico e l’Atlantico sono notevolmente ridotti con differenze di circa il 40% per le navi provenienti dagli Stati Uniti. Giappone, 30% per quelli dalla Corea del Sud, 25% per quelli dalla Cina (Shanghai).

Questa riduzione dei tempi di consegna rappresenta una riduzione significativa del costo del carburante e della manodopera a bordo. Inoltre, non trascurabili, le compagnie assicurative non addebitano rischi per la pirateria marittima (a differenza della Somalia, del Golfo di Aden o, più recentemente, del Golfo di Guinea …). Infine, il passaggio non impone alcun vincolo di larghezza e tiraggio a differenza del Canale di Suez.

Nel settembre 2018, la nave da trasporto danese Venta dalla Corea del Sud di Maesk è arrivata a San Pietroburgo dopo un viaggio di 37 giorni attraverso lo stretto di Bering e lungo la costa settentrionale della Siberia. caricato con pesce russo congelato e componenti elettronici coreani. È la prima nave di questa categoria ad attraversare la rotta marittima settentrionale attraverso l’Artico russo con un carico commerciale a bordo.

La nave di 200 metri, del peso di 42.000 tonnellate vuote e con una capacità di 3.596 container TEU, è in grado di operare a temperature fino a -25 gradi Celsius e di farsi strada attraverso il ghiaccio baltico . Fa parte di una nuova serie di 7 navi portacontainer costruite nei cantieri navali cinesi Cosco di Zhoushan

Questo esempio illustra le prospettive commerciali del passaggio a nord-est, che consente agli armatori di guadagnare quasi due settimane rispetto alla classica rotta del canale di Suez. Se questa rotta è ancora difficile e costosa, la Russia e diversi paesi asiatici sono molto interessati alla prospettiva di ottenere rapidamente uno sviluppo commerciale redditizio. Alla fine di agosto 2019, molti media francesi hanno trasmesso la decisione del gruppo CMA-CGM, numero 4 al mondo nel trasporto marittimo, di “non navigare mai nell’Artico” per “proteggere l’ambiente e il pianeta” per “le generazioni future”. Secondo Mika Mered, questa sarebbe un’operazione di comunicazione “greenwashing”. Da seguire.

Risorse marine La

maggior parte delle risorse alieutiche sono ben note ma potrebbero presto mutare, spostarsi o scomparire, la temperatura dell’acqua e la sua salinità cambiano sempre più velocemente. Le specie del sud potrebbero migrare verso queste acque più fredde, ora più temperate.
Le normative internazionali in materia di pesca non si applicano ancora all’Artico centrale. La pesca commerciale è attualmente regolata dalla Convenzione internazionale del 1982 sul diritto del mare che non copre specificamente l’Artico o le sue particolarità.
Gli scienziati stanno già osservando che il volume elencato è molto limitato e temono già un esaurimento della risorsa a causa di un intenso sfruttamento industriale. Nel 2012 hanno parlato a favore di un precedente divieto di pesca. Allo stesso tempo, le flotte dei paesi asiatici si stanno avvicinando all’acqua libera: i consumatori di pesce giapponesi sono posizionati nelle zone di pesca e i principali porti cinesi sono a soli 8000 km dall’Artico …

L’Unione europea mantiene una posizione precauzionale sulla regolamentazione della pesca, ma la Norvegia, che non è un membro dell’UE, con la pesca e l’acquacoltura come il secondo più grande articolo di esportazione (dietro gli idrocarburi) gode di una situazione speciale, più favorevole.

Una terra che alimenta l’avidità e porta a rivalità contrastanti per la corsa alle materie prime

Durante la seconda guerra mondiale, le aree artiche erano già state esplorate, in particolare i campi petroliferi terrestri e le risorse minerarie già sfruttate.

Oil and Gas

Le prime piattaforme petrolifere sono apparsi nel 1930 in Venezuela, nel 1947 nel Golfo del Messico, e si moltiplicano nel Mare del Nord fino al 1960
non è stato fino al 1968 che il il petrolio fu scoperto in Alaska e, nel caso del Grande Nord, l’ostilità e la durezza del clima impongono condizioni di vita molto difficili per gli uomini e richiedono attrezzature e attrezzature tecniche molto robuste e costose; anche se il petrolio del Medio Oriente è ancora abbondante, facile da estrarre e competitivo.
Pertanto, le piattaforme petrolifere di Trading Bay (Alaska), situate su una stretta fascia costiera, sono molto spesso catturate nel ghiaccio e il loro funzionamento sospeso per diverse settimane.

Tuttavia, nonostante le difficoltà di estrazione e sfruttamento di queste materie prime, le grandi potenze si impegnano tutte in una corsa di velocità e intimidazione per affermare la loro forza di volontà e occupare posizioni geopolitiche.
Nel 2008, gli Stati Uniti hanno pubblicato un rapporto affermando che il 22% delle potenziali risorse energetiche sfruttabili sarebbe artico . Altri studi non concordano sul fatto che la risorsa gas / shale gas sarà molto più grande di quella del petrolio e sarebbe più facile da sfruttare sotto la piattaforma continentale e non sotto il mare.

Nel 2019 lo sfruttamento rimane incerto ma le crisi politiche o economiche potrebbero accelerare la ricerca. Queste fattorie rimarranno costose e ora l’opinione pubblica internazionale è molto più attenta alle questioni ambientali, tanto più incerta in quanto i rischi dell’inquinamento ambientale non sono ancora dominati a queste latitudini. Lo sviluppo di queste attività potrebbe quindi essere rallentato da molte incertezze.

Le compagnie

Shell hanno tentato di esplorare il mare di Chukchi al largo dell’Alaska, ma questa ricerca ha suscitato tanta controversia che Shell ha dovuto rinunciare a cercare di mantenere il progetto nonostante abbia speso miliardi di dollari.
Total, Engie ed EDF stanno cercando di essere presenti nell’Artico, ma in un contesto di declino delle tariffe globali per gli idrocarburi, molti progetti sono stati abbandonati o messi a dormire in questa regione.
Ciononostante, le esplorazioni continuano e le società francesi stanno stringendo collaborazioni con società canadesi (ENGIE detiene i diritti petroliferi al largo dell’isola di Baffin) o società russe che controllano meglio i rischi di questa regione (in particolare il Gazprom).
La Norvegia è oggetto di investimenti esteri, in particolare di EDF, e la compagnia petrolifera italiana ENI ha appena aperto una piattaforma petrolifera nell’Artico norvegese.

Minerali e terre rare Minerali e

terre rare sono diventati essenziali per i paesi che sono sempre più consumatori di nuove tecnologie che producono oggetti connessi e altri, la cui produzione richiede uranio, litio e altre risorse minerali.
Tuttavia, l’Artico conterrebbe riserve promettenti di questi materiali tra cui diamanti, oro, ferro, uranio e persino rubini.
Nell’ottobre 2013, il ministro dell’industria e dei minerali della Groenlandia, Jens-Erik Kirkegaard, annuncia la revoca del divieto di estrazione mineraria, in particolare per l’uranio. La London Mining britannica aveva già ottenuto la licenza per gestire un deposito di minerale di ferro situato a 150 km a nord-est della capitale Nuuk. Si prevede che questo sito produrrà circa 15 milioni di tonnellate all’anno e impiegherà da 1.000 a 3.000 persone nel tempo.
Dagli anni ’90, gli Inuit si sono opposti al lancio di progetti minerari a Nunavut. Ad esempio, il progetto di estrazione dell’uranio di Areva, situato nel sito di Kiggavik (Baker Lake), è stato oggetto di ritorsioni nel 2009 da un referendum locale. I popoli indigeni temono l’impatto delle miniere sul loro habitat e la lontananza del caribù, credendo che Areva abbia sottovalutato i rischi ambientali.
Entro il 2019, gli atteggiamenti degli Inuit stanno cambiando e alcuni membri delle loro comunità mostrerebbero interesse per queste nuove attività sulla base del fatto che il lavoro minerario avrebbe portato lo sviluppo nella regione.
Ma oggi dobbiamo contare su un’opinione internazionale che potrebbe opporsi alla creazione di aziende agricole non sufficientemente sicure che potrebbero modificare l’equilibrio ecologico della regione. Le organizzazioni internazionali ambientaliste avvertono della pericolosità di questi progetti; vedono questo come una minaccia al sistema ecologico dell’Artico, sostenendo che i pericoli di tale sfruttamento costituiscono minacce “irreversibili” per la flora e la fauna locali sia durante il normale funzionamento che in un caso molto critico di incidente industriale. Infatti, temperature gelide, condizioni meteorologiche estreme,
Inoltre, alcune comunità Inuit credono che le attività industriali, che inizialmente hanno portato al loro rapido sviluppo, sono ora considerate pericolose, soprattutto perché contribuiscono ad accelerare il riscaldamento globale, che minaccia i loro habitat e habitat. stili di vita.


Una strategia cinese aggressiva nell’Artico?

. La Cina sta portando avanti una vasta ricerca accademica dagli anni ’80 per preparare le attività future e sensibilizzare all’importanza socioeconomica di una forte presenza nell’Artico. Questo approccio apparentemente limitato al campo accademico fa anche parte del programma di Pechino per rafforzare il nazionalismo cinese. Queste pubblicazioni sono oggetto di disaccordi nel mondo accademico.
Tuttavia, la volontà di potere della Cina nell’Artico si sta sviluppando sul campo: nel 1992, prima che fosse ampiamente discussa l’apertura dei Passaggi, la Cina organizzò un primo programma di ricerca quinquennale con le università. da Kiel e Brema (Germania).
Nel 1994, la Cina ha acquisito un rompighiaccio ucraino per istituire un programma di ricerca polare coordinato da un’amministrazione cinese artica e antartica. In questa occasione, ha istituito la sua prima stazione scientifica a Ny Alesund. (Spitzbergen).
Parallelamente a queste attività, la Cina conduce una diplomazia molto sottile e molto attiva; ad esempio, un inaspettato riavvicinamento con l’Islanda con il quale sono stati conclusi sei accordi di cooperazione nei settori dell’energia e della scienza. La Cina ha inoltre firmato numerosi partenariati bilaterali di cooperazione politica ed economica con i paesi dell’Artico. Comprendono scambi accademici e scientifici, studi sulla navigazione artica, lo sfruttamento delle risorse naturali, …
Nel 2019, la Cina non (ancora) interviene nella governance del Consiglio artico, ma vuole far sentire la sua voce su questioni relative alle risorse naturali, alla navigazione e all’attuazione della Convenzione sul diritto del mare …

. In campo economico, la Cina ha un forte interesse per l’estrazione e l’estrazione di idrocarburi.
Ha quindi unito le forze con la società britannica London Mining, che sta iniziando a gestire un’importantissima miniera di ferro a Isua, nel sud-ovest della Groenlandia. A Nunavut, ha stretto una partnership con Wesco (Canada) per il deposito di minerale di ferro a Nunavut e ha acquisito una delle più grandi società canadesi (Canadian Royalties Inc.) per gestire un deposito di nichel a Nunavik, Nunavut. .
Nel campo degli idrocarburi, stiamo assistendo all’attuazione di strategie “incrociate” tra Russia e Cina. In effetti, la Russia, che controlla il passaggio a nord-est, e vuole sviluppare un massiccio sfruttamento delle risorse naturali nella sua zona è consapevole dell’interesse cinese per l’Artico. La Russia ritiene che la Cina potrebbe fornire il capitale necessario per questi nuovi progetti, anche se sarebbe un cliente preferito per l’uso della rotta marittima settentrionale.
Gli ostacoli sono duplici e di diversa natura: da un lato, la Cina ha appena scoperto giacimenti di petrolio di scisto molto importanti sul suo territorio, aumentando così le sue riserve locali, dall’altro le sue difficoltà tecniche per sfruttare i siti in l’Artico perché la Cina non ha una competenza tecnologica specializzata molto avanzata.
Per quanto riguarda la navigazione attraverso il passaggio a nord-est, la Cina si sta posizionando con molta forza per abbreviare i suoi viaggi sia per il trasporto di idrocarburi dalle risorse naturali artiche e di gas, sia per i manufatti.
I russi furono i primi a usare questa via di mare nel 2010 per consegnare petrolio in Cina. L’autocisterna di Baltica ha consegnato il condensato di gas naturale Murmansk a nord-est della provincia cinese dello Zhejiang.
Questa iniziativa è stata seguita dalla firma di un accordo bilaterale di cooperazione a lungo termine per la navigazione artica e lo sviluppo della rotta del Mare del Nord-Est tra la compagnia di trasporti russa Sovcomflot e China National Petroleum Corporation (CNPC). Questo accordo, firmato dai più alti dignitari dei due paesi, è stato ufficialmente dichiarato parte della strategia di cooperazione energetica sino-russa.

Questo accordo, oltre agli accordi esistenti, determina i termini di utilizzo congiunto del passaggio a nord-est. I due paesi perseguono obiettivi diversi: la Russia conta su un proficuo partenariato economico e la Cina su una nuova rotta marittima competitiva.
Questi sforzi di cooperazione sino-russa, avviati nel 2010, hanno dato risultati significativi: ci sono 5 transiti marittimi nel 2010, 34 nel 2011, 47 nel 2012 e la crescita è gradualmente confermata. Tuttavia, le navi cinesi sono ancora poche in numero, la maggior parte del traffico rimane dagli armatori russi o europei
.


*

Lo scioglimento del ghiaccio impacchettato e della calotta di ghiaccio sono solo l’aspetto più spettacolare dei profondi sconvolgimenti che stanno cambiando strutturalmente il sistema ecologico della regione; c’è già un aumento delle precipitazioni, un aumento del rischio di tempeste e cicloni e incendi boschivi senza fine che causano molti decessi.
Questo nuovo ambiente crea certamente nuove opportunità economiche per i paesi non ripariali, ma acuisce nuove rivalità e cambia le relazioni politiche ereditate dai secoli precedenti. I nuovi concorrenti, asiatici e indiani, potrebbero rivendicare nuovi accordi.
Dagli anni 2000, il Canada e la Russia hanno combattuto per la sovranità sul Polo Nord. Sollevare una bandiera sul palo non è rilevante, ma nel 2007 i russi hanno inviato un sommergibile per piantare una bandiera sotto il mare
, quindi l’isola Hans, isola disabitata di 1,3 km2 e situata equidistante Tra Thule (Groenlandia) e Nunavut, le tensioni sono visibili a tutti mentre ogni paese invia soldati per occupare simbolicamente il terreno. I danesi hanno piantato la loro bandiera prima che il Primo Ministro canadese andasse lì. La domanda è “pendente” con le Nazioni Unite …
I canadesi affermano oggi che “ciò che accade nell’Artico non è irrilevante per il resto del mondo”, se non altro perché i livelli degli oceani sono già in aumento, le correnti stanno cambiando senza trascurare gli effetti terrestri già registrati nell’Artico, tra cui emissioni molto elevate di metano e meno riflessione della luce, …

Di fronte a queste nuove minacce, gli stati rivieraschi stanno accelerando le loro indagini cartografiche nella speranza di poter acquisire nuove aree nonostante i rischi di sfruttamento. Inoltre, le controversie sui confini non sono solo terrestri, ma possono anche essere giocate sotto il ghiaccio.
Infine, lo stato dei due attraversamenti nord-ovest e nord-est – acque interne, acque territoriali e stretto di Bering – è ancora oggetto di discussione sia da parte dei paesi rivieraschi sia dalla comunità commerciale internazionale.

Finché gli scontri sono limitati ai paesi rivieraschi, il Consiglio artico può contenere queste storiche volontà di potere. Ma nel 1996, Germania, Regno Unito e Polonia furono ammessi come “osservatori permanenti”. La Francia è entrata nel Consiglio solo nel 2000.
Quindici anni dopo, un rapporto interdipartimentale francese (2016), “La grande sfida dell’Artico”si concentra su questioni ambientali e sulla necessità di garantire il coinvolgimento della popolazione locale. Individua le opportunità per le aziende francesi che consiglia di avvicinarsi agli attori locali e stabilire partnership. I settori privilegiati, quelli in cui si potrebbe avanzare il progresso tecnologico francese, sono lo sfruttamento delle risorse minerarie e quello degli idrocarburi, la sorveglianza spaziale, le energie rinnovabili, il TIC e un turismo “equo”. Tuttavia, il coinvolgimento politico della Francia non sembra essere una priorità.
Ma da allora, nel 2013, il Consiglio ha ammesso Cina, Giappone, Corea del Sud, Singapore, India e Italia; come molti paesi asiatici (ad eccezione dell’Italia) molto determinati ad affermare la propria forza di volontà per accedere alle risorse minerarie e petrolifere e per utilizzare i due “passaggi” dell’Artico per accelerare le loro navi portacontainer quindi le loro navigazioni. I cartelli del ventesimo secolo potrebbero essere destabilizzati e il centro di gravità dell’economia globale potrebbe spostarsi verso i paesi asiatici e il Pacifico.

Copyright agosto 2019-Artaud / Diploweb.com

https://www.diploweb.com/Quelles-forces-en-presence-dans-l-Arctique.html?utm_source=sendinblue&utm_campaign=NL25120919_Gopolitique_du_monde&utm_medium=email

Gianmarco Ottaviano Geografia economica dell’Europa sovranista, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Gianmarco Ottaviano Geografia economica dell’Europa sovranista, Laterza, Bari 2019, pp. 164, € 16,00.

Il montare della marea sovran-popul-identitaria comincia a far scrivere libri – come questo che non si limitano ad affrontare il crescente populismo con anatemi e scomuniche, ma cercano di capire il perché di un successo così rapido e diffuso; in specie rilevano che (almeno) una delle cause ne è stata (l’improponibilità) e gli errori delle élite in sostituzione. Mentre fino a qualche mese fa il taglio degli scritti antisovranisti ondeggiava dalla somiglianza ai trattati di demonologia (applicata preferibilmente a Salvini) fino a quella dei manuali di bon-ton del politicamente corretto (relativamente ai pentastellati).

L’autore analizza in particolare il rapporto tra successo populista e situazione economico-sociale di certi territori, ad esempio nel referendum sulla Brexit “ Il Leave tende a prevalere nelle circoscrizioni con: minori livelli di istruzione e qualificazione; maggiore tradizione di industria manifatturiera; minori salari e maggiore disoccupazione; maggiore crescita dell’immigrazione” onde “anche senza sapere che cosa abbia votato esattamente una circoscrizione, le sue caratteristiche socioeconomiche permettono di indovinare con molta precisione la popolarità dei voti Leave e Remain”, anche se non bisogna trascurare, a livello di con-causa, altri fattori. E il voto della Brexit è stato più anti-globalizzazione che anti-immigrazione “se si valutano direttamente gli impatti specifici di immigrazione e globalizzazione sul voto Leave, si trova che la seconda è molto più importante: quello in favore della Brexit è principalmente un voto di protesta contro la globalizzazione”. La cosa su cui insiste l’autore è che l’Unione Europea, rifiutata dai britannici, ha relativamente poco a che fare con gli effetti negativi della globalizzazione.

Peraltro sono proprio le zone più dipendenti dell’integrazione  europea ad aver votato Leave, al contrario sono quelli più indifferenti a aver sostenuto il Remain “Le aree con maggiore dipendenza della UE sono quelle in cui la proporzione di voto Leave è stata maggiore. Al contrario, le aree in cui il voto Remain è stato in proporzione più elevato sono proprio quelle la cui dipendenza dall’Unione Europea è minore”. Insomma il voto sulla Brexit secondo Ottaviano è frutto di errata percezione degli interessi reali. Dopo un’articolata considerazione di diversi aspetti del problema nell’ultimo capitolo l’autore tira le somme. Al contrario dei globalisti d.o.c. ritiene poco utile la distinzione destra/sinistra. Scrive riguardo alle elezioni presidenziali francesi del 2017 “se la tradizionale distinzione tra destra e sinistra in termini di libertà individuali e solidarietà sociale è ancora utile per distinguere fra di loro gli sconfitti del primo turno Fillon e Mélenchon, non sembra altrettanto efficace se si vogliono invece capire le differenze tra i vincitori Macron e Le Pen”. Inoltre “la tradizionale contrapposizione fra destra e sinistra sembra essere poco utile anche per spiegare le recenti vicende elettorali italiane”. Quanto al nemico “il populismo continua ad avere un unico nemico dichiarato, con un nome preciso ma un’identità sfuggente: la cosiddetta «élite», intesa come minoranza ingiustamente privilegiata rispetto alla «massa»”. Questo è caratterizzato dall’essere un “elitismo amorale”: “Elitismo perché, una volta al potere, i cittadini più autorevoli perseguono solo gli interessi dei gruppi esclusivi di cui fanno parte a scapito di quelli del popolo che li ha selezionati aspettandosi cooperazione… Un esempio eclatante di doppiopesismo da parte delle élite riguarda i cosiddetti «paradisi fiscali», cioè quei paesi che si distinguono dagli altri per il fatto di attirare capitali dall’estero con la promessa di far pagare meno tasse ai loro proprietari e di chiudere un occhio sull’origine eventualmente illegale dei capitali stessi”.

Durante tutta la crisi dal 2008, i capitali parcheggiati nei “paradisi fiscali” sono ulteriormente aumentati: “Nessuna logica di libero scambio giustifica questa specie di «spoliazione legalizzata» a vantaggio di ristrette élite transnazionali”. Peraltro l’ “ascensore sociale” è fermo, con le conseguenze sottolineate già un secolo fa da Pareto.

Nel complesso un libro da leggere.

Teodoro Klitsche de la Grange

COSA SUCCEDE NEL FRONTE OCCIDENTALE? Il G7 secondo Pierluigi Fagan

COSA SUCCEDE NEL FRONTE OCCIDENTALE? La giornata di ieri, il post-Biarritiz, ha visto due fatti da analizzare con attenzione. L’argomento francamente non è da post su fb perché il sottostante da tenere in considerazione per tentar l’interpretazione è molto vasto e complicato. In più molti terranno conto di cose (come la situazione politica italiana a grana fine, Putin e il sovranismo, Aquisgrana, neoliberismo, Medio Oriente ed altri totem del dibattito pubblico contemporaneo) che invero c’entrano poco o nulla. Lo scenario è pura strategia geopolitica, la c.d. Grand Strategy.

i due fatti di ieri. Trump, mentre se ne torna a casa, trova l’attenzione per fare un tweet di supporto a Conte. Non ci interessa il cosa c’è dietro in termini di riflesso sulla situazione contingente italiana che sicuramente non è negli interessi specifici di Trump che ha ben altro a cui pensare, ci interessa domandarci solo perché l’ha fatto, perché ha trovato quella attenzione. Ha cancellato il bilaterale già previsto con Conte, ma poi s’è ricordato di dire che fa il tifo per lui per buona educazione? Improbabile.

Macron ieri fa una cosa molto importante. Riuniti gli ambasciatori del’esagono afferma che l’egemonia occidentale sta declinando e declinerà quasi irreversibilmente. Non è quindi più tempo di ostracizzare la Russia (!). Le due cose sono collegate? Io penso di sì.

Come già scritto, penso che Macron abbia offerto di schierarsi con Trump nel processo che sdogani la Russia riportandola non dalla parte occidentale ma almeno in aperta relazione alla parte occidentale. Per Trump questa mossa è decisiva. Il problema strategico di Trump è la Cina, se non si mette dell’attrito intorno al processo -quasi naturale- di sua esponenziale espansione, l’Occidente diventa un satellite della prossima stella centrale e gli Stati Uniti d’America, perderanno molti punti percentuali di peso sul sistema mondo. Come per le foreste pluviali, come per ogni sistema, anche gli USA andrebbero soggetti al “dieback” il limite oltre il quale una contrazione non è più aritmetica ma geometrica. La strategia per affrontare questo problema necessità la subordinazione di ogni altro intento laterale riferito ad un mondo ovviamente complesso e pieno di problemi, al compito principale. Rispetto a questo che è il problema principale dei prossimi trenta anni, la Russia non è affatto un competitor naturale (11° economia mondo, 9° per popolazione ma in contrazione) e fa una grande differenza se la Russia sta organicamente con la Cina o meno. Le si può concedere anche un ruolo strategico di bilanciamento, nessuno penso pensi che i russi possano buttarsi di colpo dall’altra parte. L’importante però è poter aprire una partita in cui si possono offrire cose e chiederne delle altre. Qui o là, qualcosa ne verrà, se non dirette, indirette. Kissinger c’ha scritto, a parti invertite, la storia recente delle relazioni internazionali con questo giochino vecchio quanto il mondo.

Macron vede allora una opportunità strategica. L’Europa, fino ad oggi, non ha minimamente affrontato questo problema, anzi, sulla scorta di una fedeltà al corso obamiano-clintoniano, ha continuato a fare affari con la Cina, sanzioni alla Russia, disprezzo per Trump. Il disprezzo è stato ricambiato dall’americano ed anche praticato con diversi attacchi commercial-diplomatici, in alcuni casi veri e propri sgarbi palesi come le trame di Bannon in terra italica. Nel frattempo però, il corso europeo dominato dal mercantilismo tedesco che è del tutto alieno da una visione organica geopolitica, è entrato in crisi. I dati sull’economia tedesca, quelli consolidati e quelli già di certo preventivati, dicono di un declino irreversibile di quella impostazione. Sempre nel frattempo, gli ucraini cambiano presidente ed arriva un grande amico dello stesso Macron. Sembra trapelare lo scontento ucraino per l’esser stati usati, sedotti ed abbandonati. Creato il caso del conflitto con i russi, nessuno si è più occupato degli ucraini, l’economia peggiora a vista d’occhio. Tant’è che nel buco si infilano i cinesi, oggi molto presenti da quelle parti. A gli ucraini, il muro contro i russi non conviene affatto, specie se nessuno gli paga il servizio.

Come già scritto, credo che Macron abbia offerto a Trump una esplicita alleanza di intenti: io ti aiuto a sdoganare la Russia, tu mi dai una serie di cose in cambio. Da qui la inaspettata dolcezza di Trump di questi giorni, il non sentirsi più ostracizzato almeno dal francese, il sopportare oltre il prevedibile lo strano invito a Zarif che ha lasciato con la mascella a terra ogni commentatore americano e non solo, le rituali litanie ambientali che fanno da positioning concettuale del francese e molto altro. Di questo “qualcosa in cambio” fa ovviamente parte il lasciar stare l’Italia, non intromettersi nelle faccende interne all’Europa.
Il patto ieri è stato perciò onorato da entrambi, con le due inaspettate uscite. Tutto ciò è molto nuovo e molto interessante in termini di dinamiche geopolitiche.

CNN, voce del Deep State preso in contropiede e sulla via della difensiva, dice che Merkel è contraria. La stessa Merkel del North Stream che ha coi russi svariati legami industriali e commerciali e con buona parte della sua industria che non vede l’ora di correre ad est o una Merkel che fa finta di proteggere le paranoie dell’est Europa suo noto Grossraum e gioca quindi al poliziotto cattivo mentre il francese fa il poliziotto buono? Del resto se si accende semaforo rosso alle relazioni con la Cina da qualche parte deve anche scattare un semaforo verde, no? Abe è d’accordo. Trudeau ad ottobre potrebbe perdere le elezioni interne pare e quindi la sua opinione conta quel che conterà lui che è comunque l’ultima ruota del carro nei G7. Rimane Boris Johnson che la vede in modo opposto, ma non si più far felici tutti. UK e BJ, per altro, non sono in condizioni di imporre nulla a nessuno.

Quanto al tweet su “Giuseppi” che forse Macron ha chiesto di fare, si ricordi chi è in Italia che più di tutti non vuole andare ad elezioni subito e dei due che sono in tale postura, chi dei due è intimo amico di Macron e sta per varare un partito sezione italiana di En Marche.

Staremo a vedere ma comunque l’uscita di ieri di Macron va considerata con molta, ma molta attenzione come per altro hanno subito fatto i russi.

PAS MAL. Niente male il vertice G7 per Marcon. Il francese è innanzitutto riuscito ad ingabbiare Trump piuttosto che vederlo abbandonare il vertice prima della fine com’era accaduto a Trudeau. In più ha ottenuto un Trump tutto sorrisi, amichevole, sbaciucchione come mai l’avevamo visto. Come? Il segreto della faccenda, viepiù date le premesse abbastanza terribili a botte di “queste riunioni sono inutili” o “adesso tasso i vini francesi”, dovrebbe stare in quelle due ore di pranzo assieme all’inizio dell’evento. Ma a base di quale menù?

Macron deve aver intuito bene l’esigenza di Trump di riportare Putin in famiglia, tant’è che ha incontrato il russo appena prima del vertice, appena dieci giorni fa. Da sciogliere, il problema Ucraina che forse non è più un così grande problema, né per Mosca, né per Kiev. Ma nell’UE, ci sono polacchi e baltici che di questa normalizzazione non ne vogliono sentir parlare, quindi occorre andar per gradi. Tant’è che Tusk, polacco, non a caso ha proprio tirato fuori l’Ucraina per dire no all’invito ai russi, allora meglio Kiev. Ma Macron, con Putin, s’era portato avanti, organizzando il vertice a quattro con Mosca, Kiev, Berlino e Parigi, il mese prossimo, pare. Se riuscisse a trovare un accordo che pare Kiev voglia, doppio slam, pace-pace-la-guerra-non-ci-piace e immagine di Putin ripulita per permettere a Trump l’invito al prossimo G7 a Mar-a-Lago. Magari non si chiude il mese prossimo, ma il processo è avviato.

Prezzo per il servizio del “ti capisco, pas de problèm, ti spiano la strada io, tranquillo” il “sai ho invitato Zarif qui”. Ricordo che la Francia era il primo Paese europeo in termini di penetrazione commerciale in Iran prima che Trump sclerasse con la faccenda della denuncia dell’accordo. A seguire l’Italia, ma anche la Germania aveva la sua acquolina in bocca. Immagino la faccia di Trump quando ha sputo di Zarif. Ma ultimamente, pare che l’ingestione di rospi, sia diventata una moda alimentare molto diffusa. Quindi gli avrà detto “vabbe’ farò finta di niente, ovviamente non lo incontro ma se tu vuoi far la mossa perché ti serve, farò finta di non aver né visto, né sentito”. Sull’Iran, come sulla Cina, nessuno sa fino a che punto vuole spingersi Trump e forse non lo sa neanche lui. Nel senso che, come scrivemmo nei post sull’ESTATE AD HORMUZ, in primis Trump avrebbe bisogno di presentarsi prima del novembre 2020 con l’accordo con l’Iran rifatto per dimostrare che quello fatto da Obama era fatto male e lui ha fatto meglio. Rifatto o in via di rifacimento. Poi nell’ambito del partitone geopolitico con la Cina, magari vede anche più profonde possibilità, ma intanto avere da parte di Teheran una apertura a lunghi ed inconcludenti negoziati, sarebbe già un mezzo successo. Se Zarif ha partecipato scientemente alla sceneggiata, evidentemente a Teheran, pragmaticamente, qualcuno comincia a pensar che l’ipotesi potrebbe non esser poi così malvagia. Zarif, dopo Biarritz, è volato a Pechino, certe cose si discutono non da soli.

Così Marcon ha aperto una bottiglia di chateau per fargli ingoiare il rospetto ed ha provato a buttarla lì “senti ma scherzavi sulla faccenda dei vini, vero?”. Trump deve aver detto “no, mica tanto”. Traccheggia qui e traccheggia lì, si va in patta ovvero la stentorea dichiarazione che il problema della tassazione dei GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple) si rimanda in ambito OCSE al 2020, magari dopo novembre 2020.

E “le COP21, l’ecologie, l’Amazon?” avrà chiesto implorante il francese “veditela tu, fai le dichiarazioni che credi mentre io faccio i bilaterali così non c’ero e se c’ero dormivo”. Intano Bolsonaro twittava contro la premiere dame e Macron vedeva avvicinarsi a grandi passi le improrogabili ragioni per non ratificare l’accordo UE-Mercosur. Manco a dire un futuro “vediamoci e parliamone” dopo che un ministro brasiliano gli ha dato pubblicamente dello stupido. Last minute s’è fatto pure dare la ridicola cifra di 20 milioni per intervenire da pompiere ma Bolsonaro gli ha già simpaticamente replicato che da uno che non sa evitare un incendio alla sua principale chiesa, non prende lezioni.

Però ha fatto buone p.r., ha invitato ai “tre giorni coi grandi”, week end spesato e con foto opportunity da giocarsi in patria, l’India, l’alleato Egitto in Libia, due africani occidentali, Unione africana e Banca africana per lo sviluppo ed il delfino Sanchez, più Cile, Australia, Sud Africa. A Conte ha messo pure di sfuggita la mano sulla spalla dicendogli che Ursula stava lavorando sul nuovo Patto di stabilità, una buona parola per tutti, la speranza rasserena i cuori.

Trumpone, invece, prima s’ è fatto sfuggire un ambiguo possibile ripensamento su i dazi cinesi salvo poi inviare un suo uomo a meglio specificare che ripensava al fatto di non averne applicati di più alti. Poi s’è beccato anche qualche lamento da BJ che non si stacca dall’UE per trovarsi con la globalizzazione balcanizzata in macerie. Poi s’è inventato che sta per chiudere il più grande accordo commerciale di tutti i tempi con i giapponesi. Abe ha provato a dirgli dei missili di Kim Jong un ma Trump ha detto che è tutto previsto e sotto controllo. Poi si è proteso in sbaciucchiamenti anche alla Merkel dicendo che lui al G7 si sente a casa perché lì sono “tutti amici”. Mi sa che Trumpone ha capito che negli ultimi tempi ha un po’ esagerato e che deve rallentare soprattutto in patria dove gli ordini alle imprese di smobilitare dalla Cina più tutto il resto hanno fatto perdere ai suoi amici in borsa bei quattrini e creato panico generale. Così ha riferito di bellissime e commoventi telefonate con Xi, ripromosso ad amico dopo esser stato recentemente retrocesso a nemico, per nuove intenzioni negoziali a cui sembra i mercati credano poco.

Insomma, niente di più di “politica internazionale”, trattative, diplomazia, piccoli do ut des, bilanciamenti, rimandi all’anno prossimo tanto fino a novembre non succederà nulla di definitivo, tutti assieme appassionatamente ognuno a farsi gli affari suoi. Ma di questi tempi, è già qualcosa, il francese -a noi notoriamente poco simpatico- se l’è giocata non male, bisogna dargliene atto.

NB dalla bacheca di Pierluigi Fagan

Lumi sul Vicino Oriente, di Antonio de Martini

IL FLUIDO QUADRO STRATEGICO TURCO

IL bombardamento che ha bloccato il progredire del convoglio di rinforzi turchi all’avamposto di MOREK, non è rimasto senza conseguenze.

Già la settimana scorsa i turchi hanno abbattuto un aereo siriano lasciando nella indeterminatezza la sorte del pilota.

Subito dopo, Erdogan ha emesso un comunicato ufficiale annunziando di non riconoscere l’annessione russa della Crimea, dove era stato più volte in visita per incontrare Putin.

Non mi è chiaro se questa dichiarazione sia un episodio di baruffa tra innamorati o un secondo movimento di ritorno alla casa atlantica, dopo la commissione mista che studia i futuri pattugliamenti nella zona di sicurezza.

Aspettiamo l’esito della terza mossa che è la ripresa dell’attività diplomatica verso i comprimari della crisi siriana.

Mevut Cavusoglu , il Ministro degli Esteri che riesce a resistere ai cambiamenti di rotta più repentini, è appena rientrato da Beirut dove ha cercato appoggi.

La grande debolezza militare del Libano, ne ha fatto un interlocutore obbligato ad avere rapporti amichevoli con tutti i protagonisti dello scenario.il veicolo ideale.

Gli interessi in comune sono numerosi: il Libano ospita il secondo, per importanza, numero di sfollati siriani sul suo territorio ( Turchia 3,6 milioni; Libano 2,3).

A fronte di Cipro che gode della protezione israeliana grazie a una convenzione militare trilaterale coi Greci, il Libano ( che ha la sua quota di concessioni gaspetrolifere in mare), potrebbe volersi appoggiare alla Turchia dato che ha in contenzioso i limiti con Israele e Trump sta vanificando l’appoggio offerto da Obama ai libanesi.

I siriani hanno catturato alcuni militari turchi e per liberarli vogliono indietro il loro pilota.

Abbas Ibrahim, il capo dell’intelligence libanese ha relazioni eccellenti con tutto il Vicino Oriente, ma eccezionalmente buone coi siriani e potrebbe essere il veicolo negoziale ideale per un accordo Siro-Turco che renderebbe anche superflua la presenza militare russa al confine sud di Ankara .

Una mossa pacificatrice del genere sarebbe una vendetta verso i russi e, al contempo, un favore agli USA e un alleggerimento per i siriani, nonché un diminuito allarme per i curdi.

Un “ en plein” regionale.

Per atti ostili verso la Siria, i turchi avrebbero potuto rivolgersi più proficuamente verso la Giordania o l’Arabia Saudita, dunque la mossa verso il Libano mostra che Erdogan vuole stabilizzare la sua frontiera ed è più interessato a posizionarsi come potenza regionale.

Al posizionamento globale mostra sempre meno interesse.
E non è il solo.

KHAN CHEIKHUN: UOVO, GALLINA, FRITTATA.

Khan Cheikhun é il nome della località della provincia di Idleb (Siria) conquistata pochi giorni fa dall’esercito governativo siriano.

La provincia in questione é stata finora occupata dalla branca siriana di Al Kaida che ora ha cambiato nome in “Haya Tahrir el Sham “ per poter godere di assistenza e rifornimenti occidentali e della « protezione politica » della Turchia.

Lo SM turco ha, nella provincia, alcuni « punti di osservazione” il più avanzato dei quali è Morek, che in realtà è un caposaldo.

Dopo l’occupazione/liberazione di Khan Cheikhoun da parte siriana, i turchi si erano premurati di rifornire in armi e munizioni il loro “ punto di osservazione” più esposto a un attacco.

Numerosi media hanno informato l’Occidente di un bombardamento di un convoglio di rifornimento in marcia verso Morek ( 50 camion e 5 carri e alcuni VTT) inviato prevedendo una ulteriore avanzata siriana.

Il bombardamento potrebbe, ragionano i media, essere cagione del possibile deterioramento dell’intesa russo-turca del settembre 2018 costituente una zona di sicurezza congiunta in quell’area.

Il bombardamento, dicono gli analisti, non può essere stato realizzato nella ignoranza dei russi.

È la speranza di vedere uno screzio tra Russia e Turchia ( sempre i benedetti S400!) che ha indotto i media a dare, eccezionalmente, notizia di una vittoria di Assad.

Putant quod cupiunt.

L’artiglieria siriana e l’aviazione russa sono entrambe intervenute ma con distinte – politicamente raffinate – modalità di intervento.

I siriani hanno usato l’artiglieria provocando al convoglio 3 morti e 12 feriti civili (del MIT il servizio segreto turco?).

L’aeronautica russa ha invece effettuato una incursione davanti al convoglio distruggendo la strada ancora da percorrere ( ma nel contempo offrendo copertura aerea ai siriani per impedire agli F16 turchi ogni attacco),senza mirare ai turchi.

Si è trattato, a mio avviso, di una chiara messa in guardia a Erdogan e al suo Stato Maggiore: se volete a sud una zona di sicurezza con noi e a est un’altra con gli USA, state sognando.

Al contempo, la Russia sta mantenendo l’impegno coi siriani a difendere l’indipendenza e l’integrità del territorio nazionale.

Se i turchi cedono a Idlieb, Putin ha mantenuto la promessa alla Siria.

Se invece fermano la nuova fascia di sicurezza con gli USA, Putin ha messo un’altra zeppa nel rapporto Trump-Erdogan.

Non è – come affermato dagli analisti- la Russia che ha violato le intese di pacificazione di Astana : è la Turchia che ha creato una situazione nuova con la “ fascia di sicurezza” a pattugliamento congiunto turco-americano ( ancora in fieri) e ha incassato un “ caveat” dai russi.

Ora la Turchia deve scegliere tra l’uovo di oggi ( assieme agli alleati di sempre di Tahrir El Sham) della zona di Idleb e la gallina di domani ( in mezzo ai nemici curdi di sempre) verso Mossul.

Anche i russi han difeso il loro uovo siriano senza troppo turbare la gallina turca che potrebbe dare uova d’oro.

Temo proprio che la frittata la farà la commissione mista turco-americana incaricata di definire limiti e regole di ingaggio della “ zona di sicurezza” lungo la frontiera verso Hassake e Mossul.
Let’s wait and see.

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