Carlo Galli Sovranità, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Carlo Galli Sovranità Il Mulino, Bologna 2019, pp. 154, € 12,00

Uno degli effetti dell’esplosione dei partiti sovran-popul-idealitari è di aver tolto dal cono d’ombra creato nella seconda metà del novecento il concetto di sovranità.

Solo a parlare del quale si era spesso stigmatizzati come reazionari, sciovinisti e, in una logica tutta contemporanea, fascisti. Che la sovranità nazionale fosse stata la bandiera di Mazzini e Garibaldi, dei patrioti polacchi ed irlandesi, dei coloni americani e, anche se meno enfatizzata, di tanti partiti comunisti (da quello cinese a quello vietnamita), non valeva a questa legittima aspirazione/concetto, di essere sottratto all’anatema dell’oblio, al doversi rassegnare a un posto nell’archivio della Storia.

È quindi assai interessante questo saggio di Carlo Galli che ripercorrendo la storia dell’idea di sovranità e le concezioni della stessa colloca “le cose a posto” nella prima parte, per poi formulare le conclusioni negli ultimi due capitoli.

Non è il caso di ricordare al lettore il percorso che fa Galli nella prima parte, sintetica ed esauriente.

Importante è ricordare comunque alcuni connotati fondamentali della sovranità. Questa, nata con Bodin nell’intento di neutralizzare i conflitti di religione (avente funzione cioè di decisione-neutralizzazione del conflitto), fu pervertita nel fine dai totalitarismi del novecento: da strumento di protezione della società (individualistica) borghese (Hobbes), era diventato quello di affermazione aggressiva del “noi” comunitario (classe, nazione o razza); ed è stata superata dalla sconfitta dei totalitarismi (nel 1945 e nel 1989).

Altro punto – dall’autore passato ripetutamente in esame – è che il rapporto conflitto/sovranità è l’inverso di quanto pensano i “politicamente corretti”. Non è la sovranità a creare i conflitti: in effetti è il contrario. Se non vi fossero conflitti, se gli uomini fossero angeli, di sovrani (e anche di governi) non se ne avrebbe bisogno.

Resta il fatto che dalla lotta e dall’ostilità come presupposti del politico (Freund) non si può prescindere: “la sovranità è il farsi carico del fatto che all’origine della normalità c’è l’incompletezza dell’esistere associato”. Al sovrano, inoltre, compete non solo (e non tanto) dare delle norme, ma, ancor di più, decisioni per applicare quelle o anche per derogarle nello stato di eccezione (Schmitt).

La sovranità, inoltre, è realismo e prudenza politica, non “ipertrofia” dell’Io, individuale o collettivo “Sovranità per un corpo politico è la capacità di stabilire come stare nel mondo e nella storia, come organizzare l’interdipendenza fra più soggetti politici… Quindi sovranità come volontà della nazione non è necessariamente nazionalismo: è autonomia di quella volontà”

Pertanto alla domanda di sovranità contemporanea occorre dare risposte non demonizzaitrci (come quelle delle élite declinanti): nelle concezioni delle quali sintetizzate da Galli “Il funzionamento della politica interna è la governance, cioè la mediazione, fin che si può; ma quando ci sono ostacoli … allora interviene la decisione politica…. La politicità implicita nel sistema torna a farsi esplicita”. La governance è insomma una politica in maschera: una politica che non ha il coraggio di qualificarsi tale, ma non rinuncia ai mezzi propri: forza ed astuzia. In effetti una sovranità mistificata.

Come sostiene Galli: “Il problema, semmai, è decifrare quanto la richiesta di sovranità che nasce nelle società occidentali sia funzione del dominio già esistente, che cambia forma e legittimazione per mantenere la propria valenza oppressiva, o quanto al contrario quella richiesta sia uno sforzo di risolvere in direzione emancipativa le contraddizioni dell’oggi. Per gran parte dei cittadini europei la richiesta di sovranità politica è il ritorno alla funzione protettiva, la prima prestazione della sovranità … è insomma sintomo di una sofferenza economica e psicologica, di un’autodifesa della società davanti all’eccesso di movimento, di mobilità, di instabilità”. E la stessa domanda di sovranità non ha finalità imperialiste o iperpolitiche “ha più il segno della tutela delle esistenze singole e familiari, dei piani di vita individuali, che non della ipertrofia del «politico», della volontà di potenza nazionalistica. Ciò che si chiede è più uno Stato protettore che uno Stato guerriero”. L’autore conclude “La tesi di questo libro è che la sovranità è una tematica ineludibile, e che – se l’Italia non vuole sperimentare la «non-sovranità in un solo Paese» – va trattata seriamente, in chiave storica e politica, e non con anatemi”. Anche se la richiesta di sovranità è superficiale, carente di capacità progettuale e di direzione politica incerta, chi oggi teme la democrazia “illiberale” dovrebbe chiedersi quanto sia il “tasso di democraticità” del “neoliberismo” o di altre “ideologie” post moderne che della sovranità pretendono (e credono) di fare a meno.

Per cui “un tempo il pensiero non conformista doveva criticare la sovranità e la sua pretesa di autosufficienza, la sua intrinseca alienazione, la violenza implicita nelle sue istituzioni. Oggi, davanti ad altra violenza, ad altra alienazione, ad altra pretesa di autosufficienza deve vedere nelle pur contraddittorie richieste di sovranità il sintomo dell’esigenza di ritrovare un approccio integrale, ed emancipativo, alla politica”.

Un saggio, in definitiva, la cui lettura è la migliore difesa contro gli idola dei mass-media allineati al (non-) pensiero unico.

Teodoro Klitsche de la Grange

 

LIBERARSI DA UNA EUROPA AMERICANIZZATA SI PUO’, RIPENSARE UN’ALTRA EUROPA LIBERA E AUTODETERMINATA E’ POSSIBILE a cura di Luigi Longo

LIBERARSI DA UNA EUROPA AMERICANIZZATA SI PUO’, RIPENSARE UN’ALTRA EUROPA LIBERA E AUTODETERMINATA E’ POSSIBILE

 

a cura di Luigi Longo

 

 

SI PUÒ

 

Si può siamo liberi come l’aria si può…si può siamo noi che facciam la storia …si può

Si può io mi vesto come mi pare si può…sono libero di creare si può son padrone del mio destino
si può posso mettermi un orecchino si può

Basta uno spunto qualunque la nostra fantasia non ha confini basta un pennello un colore e noi siamo pronti a perpetuare la creatività dei popoli latini

Si può contestare e parlare male si può migliorare il telegiornale si può fare critiche dall’esterno
si può sputtanare tutto il governo…si può

Si può occuparsi di spiritismo si può far dibattiti sull’orgasmo si può far politica alternativa
si può siamo pieni di iniziativa…si può

Siamo sicuri che abbiamo in comune la certezza del nemico siamo sicuri che c’è ma il più rosso e li più nuovo dei partiti non si sa perché diventa rosso antico

Si può siamo liberi come l’aria si può siamo noi che facciam la storia si può libertà libertà libertà libertà obbligatoria

Sono liberato sono davvero più leggero sono infedele sono matto posso far tutto

Viene la paura di una vertigine totale viene la voglia un po’ anormale di inventare una morale

Utopia trrr Utopia trrr utopia pia pia trrrr

Si può fare i giovani a sessant’anni si può regalare i blue jeans ai nonni si può star seduti come un indiano si può divertirsi con il digiuno si può

E dopo tante battaglie volendo puoi anche farti uno spinello il libanese è il migliore tra poco dovrebbe cominciare la pubblicità in un nuovo carosello

Si può inventarsi protagonista si può rinforzarsi dall’analista si può occuparsi dell’individuo
si può farsi ognuno la propria radio…si può

Si può con la nostra cultura dietro si può rinnovare tutto il teatro si può dare al mondo un messaggio giusto si può a livello di Gesù Cristo…si può

Basta una bella canzone la tua rivoluzione va da sola basta che ognuno si esprima e poi non importa se si chiama la rivoluzione della Coca Cola

Si può siamo liberi come l’aria si può siamo noi che facciam la storia…si può

Libertà libertà libertà libertà obbligatoria Ma come? Con tutte le libertà che avete, volete anche la libertà di cambiare? Utopia trrr Utopia trrr utopia pia pia trrrr

Libertà libertà libertà libertà  libertà libertà libertà libertà libertà libertà libertà

 

Giorgio Gaber*

 

[…] E come le quattro sezioni proposte nel testo siano solo indiziarie […] Indicano senza dubbio un tracciato che inizia partendo da piccole osservazioni […] per potersi accostare, successivamente, ai conflitti, agli scogli […] fino a comprendere che l’essenza dell’essere umano è quella di confrontarsi continuamente con il limite […] che ci circonda e da cui siamo costituiti.

Ma accanto ai limiti del soggetto, si aggiungono oggi più che mai, quelli della Polis che non c’è, quella Polis che avrebbe dovuto costituire la meta, forse utopica, di un viaggio di trasformazione.

 

Rita Simonitto**

Premetto che ho sempre trovato difficoltà a scrivere durante le campagne elettorali per le elezioni dei rinnovi istituzionali perché in esse vengono sempre esaltate le leggi fondamentali della stupidità (Carlo M. Cipolla).

Ritengo, pertanto, che parlare di una Europa che si liberi dall’egemonia statunitense e che lavori per un progetto di autodeterminazione e di libertà durante il rito mistificatorio delle elezioni europee sia un non senso ed una offesa alle persone intelligenti.

Le due letture che propongo, quindi, sono da intendere nella logica della ricerca interdisciplinare per un pensare e un agire strategico (Gianfranco La Grassa) sia per capire la creazione dell’attuale Unione Europea, sia per affrontare il superamento di questa Eurolandia (Franco Cardini), sia per progettare un’altra Europa a partire dalla autonomia e autodeterminazione delle singole nazioni (Costanzo Preve).

I due scritti sono: 1) Giovanna Cracco, l’Unione europea di Hayek in www.rivistapaginauno.it, febbraio-marzo 2019; 2) Redazione ANSA, Ventotene Europa Festival, gli studenti a Mattarella “vogliamo studiare l’UE” in www.ansa.it, 1/5/2019.

Dello scritto di Giovanna Cracco, di cui non condivido l’impianto teorico di riferimento, mi interessa evidenziare il pensiero teorico e politico di Friedrich von Hayek (il cui saggio sulla riflessione federalista venne pubblicato la prima volta nel 1939, sulla rivista scientifica New Commonwealth Quarter e in seguito inserito nell’opera Individualismo e ordine economico come ultimo capitolo). Il pensiero di Hayek ha contribuito sia a delineare il progetto reale della costruzione dell’attuale Unione europea voluta dagli USA (a partire dal secondo dopoguerra anche se il dibattito teorico per un progetto moderno di una Europa unita ebbe inizio sin dagli anni venti del secolo scorso: in una prima fase furono coinvolte personalità come Albert Einstein, Sigmund Freud, Thomas Mann, eccetera e in una seconda fase furono interessate personalità come Konrad Adenauer, Robert Schuman, Jean Monnet, Alcide De Gasperi e Winston Churchill); sia a sciogliere il nodo ideologico degli Stati Uniti per consolidarsi come “capitalismo avanzato”. Un capitalismo particolare, cioè, che riconquistasse il mito pioneristico liberal-liberista liquidando le nostalgie di New Deal- di “nuova via” capitalistica- emerse nello scorcio degli anni trenta (Aurelio Macchioro).

Del secondo scritto a cura della redazione ANSA mi interessa sottolineare gli obbiettivi del Ventotene Europa Festival, che si ispirano a Il Manifesto di Ventotene (www.senato.it/…/Per_unEuropa_libera_e_unita_Ventotene6.763_KB.pdf) , i quali sono nel solco di una sola Europa unita << che punta a costruire le fondamenta della Costituzione Europea, partendo da quattro principi cardine: diritti e doveri nella diversità, maggiore informazione sui benefici della partecipazione all’Unione Europea, lotta comune alla discriminazione, libertà di movimento e di opportunità >>, Gyorgy Lukacs direbbe che siamo in presenza di un insieme di onnipotenza astratta e di concreta impotenza.

E’ opportuno sottolineare che Il Manifesto di Ventotene non è stato né << […] L’Europa che volevano gli antifascisti di Ventotene […che] si può costruire solo a partire da valori fondanti. Come è stato per le Costituzioni del dopoguerra nei paesi liberati dai fascismi. Da tradurre in una Costituzione europea, che a sua volta legittimi istituzioni di governo democratico europeo >> (si veda il patetico Ai Lettori di MicroMega n.2/2019, pp.3-6), né << […] le sovranità politiche nascono da quella che Shakespeare chiamava la «materia di cui sono fatti i sogni» (e certamente di tale materia era fatto il Manifesto di Ventotene; peccato che esso accozzasse miti politici senza fondamento e una lettura assolutamente irreale dell’imminente dopoguerra europeo. Ciò che spiega, tra l’altro, perché il Manifesto di cui sopra sia sempre rimasto lettera morta, nonostante i salamelecchi universali) >> (Ernesto Galli Della Loggia, Una nazione vera o un mostriciattolo in www.corriere.it/editoriali/12_agosto_20/una-nazione-vera-o-un-mostriciattolo-ernesto-galli-della-loggia_f441548a-ea86-11e1-844e-2ddbe2183fb0.sht ).

Il Manifesto di Ventotene è stato, considerato le diverse pubblicazioni dal 1941 al 2017, una narrazione fuorviante della seconda guerra mondiale e soprattutto del successivo dopoguerra nascondendo e velando il ruolo di potenza mondiale degli USA (già capita nel 1934 da Antonio Gramsci) e delle sue strategie di dominio mondiale. Strategie che faranno dell’Europa (l’attuale Unione europea) un continente di una subalternità dolorosa, una provincia geografica dell’occidente americanista (Costanzo Preve).

Liberarsi da una Europa americanizzata si può, ripensare un’altra Europa libera e autodeterminata é possibile. Mancano i soggetti (gli agenti strategici) che costruiscano una Polis nazionale ed europea in grado di pensare un percorso di cambiamento, un viaggio di trasformazione a partire dalla messa in discussione del patto di bilancio europeo, del pareggio di bilancio e del debito pubblico; nonché dallo smantellamento delle basi USA-NATO; dalla pubblicizzazione ed eliminazione dei trattati e dei protocolli riservati che vincolano e sottomettono le nazioni a comandi e interessi stranieri. E qui mi fermo.

 

 

Le epigrafi sono tratte da:

 

*Giorgio Gaber, Si può in www.giorgiogaber.it, 1976/1977

**Rita Simonitto, Per ordine di verso. Poesie, Besa editrice, Nardò (LE), 2018, pag. 273.

Il grassetto è mio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’UNIONE EUROPEA DI HAYEK

di Giovanna Cracco

 

Ci attende una lunga campagna elettorale in vista delle europee di maggio. La complessità dei Trattati, degli accordi intergovernativi (come il Fiscal compact) e della struttura legislativa e istituzionale Ue non facilita i cittadini alla comprensione del ‘sistema’ Unione europea, e una politica sempre più spettacolo e povera di cultura avrà gioco facile ad appoggiarsi a slogan e dogmi. Eppure non è affatto complicato capire dove siamo. Certo occorre uscire dal postmodernismo e portare la riflessione sul piano storico e teorico, l’unico che consente di guardare l’Unione europea senza le lenti distorcenti della propaganda, a favore o contro; perché l’Unione europea, come tutti i progetti umani, e quelli politici ed economici non fanno certo eccezione, è figlia di un pensiero, di un’idea di società. Facciamo quindi un passo indietro.

L’affermarsi del sistema economico capitalistico ha prodotto il suo specifico conflitto sociale. Ben prima dei cosiddetti Trenta gloriosi – gli anni del dopoguerra caratterizzati, nei Paesi europei, da politiche socialdemocratiche di stampo keynesiano – il potere politico è intervenuto nella sfera economica per disinnescare il conflitto di classe, agendo principalmente su due piani: operando una redistribuzione attraverso le politiche fiscali, e implementando uno stato sociale – la prima a strutturarlo è stata la Prussia di Bismarck di fine Ottocento, dopo aver cercato inutilmente di contenere le rivolte del nascente movimento operaio attraverso la repressione. Per il pensiero economico liberista è una inaccettabile invadenza: Friedrich von Hayek, tra i massimi esponenti della Scuola austriaca, assertore dell’esistenza di una autoregolamentazione del mercato, di un ordine spontaneo che agisce attraverso la concorrenza, sostiene che il mercato non deve subire limiti. L’economista inizia dunque a riflettere su come eliminare l’ingerenza: individua il problema nella piena sovranità che contraddistingue gli Stati nazione, che consente loro il controllo sulle politiche monetarie ed economiche e sui fattori della produzione – capitali, merci, persone – e trova la soluzione nella sua “abrogazione”.

È il 1939 e Hayek pubblica un saggio sul trimestrale New Commonwealth Quarterly intitolato “The economic conditions of interstate federalism”; vi ipotizza la costruzione di una “federazione interstatale” tra Paesi, incardinata sull’unione della “sfera economica” e non di quella politica, all’interno della quale siano rimossi “gli ostacoli al movimento di uomini, beni e capitali”; “l’abrogazione delle sovranità nazionali” scrive Hayek, “e la creazione di un efficace ordine internazionale del diritto è un complemento necessario e il logico compimento del programma liberale”. Infatti, “l’assenza di barriere tariffarie e la libera circolazione di uomini e capitali tra gli Stati della federazione” continua l’economista, “ha alcune importanti conseguenze che spesso vengono trascurate: limitano in larga misura la portata della politica economica dei singoli Stati. Se merci, uomini e denaro possono circolare liberamente attraverso le frontiere interstatali, diventa chiaramente impossibile influenzare i prezzi dei diversi prodotti attraverso l’azione del singolo Stato”.

Hayek evidenzia un ulteriore effetto ‘positivo’ della federazione interstatale: verrebbero limitate anche “le interferenze meno radicali con la vita economica rispetto alla regolamentazione del denaro e dei prezzi”, per esempio “una legislazione come la limitazione del lavoro minorile o dell’orario di lavoro diventa difficile da eseguire per il singolo Stato”. Data la libera circolazione dei capitali, infatti, il Paese dovrebbe attrarli offrendo un costo del lavoro uguale o minore a quello degli altri Stati della federazione, comprimendo salari e diritti, e affiancando politiche fiscali favorevoli alle imprese. Il potere statale di intervento nell’economia dunque, attraverso politiche di protezione sociale e redistributive, verrebbe automaticamente limitato dalla logica ferrea della concorrenza, l’unica a regnare nel libero mercato.

Hayek pone poi come condizione necessaria anche l’istituzione di una politica monetaria comune: “Sarà anche chiaro che gli Stati all’interno dell’Unione non saranno in grado di perseguire una politica monetaria indipendente […] una politica monetaria nazionale che fosse prevalentemente guidata dalle condizioni economiche e finanziarie del singolo Stato porterebbe inevitabilmente alla rottura del sistema monetario universale. Chiaramente, quindi, tutta la politica monetaria dovrebbe essere una questione federale e non statale”. Anche su questo piano, spoliticizzando e denazionalizzando la moneta, ossia rompendo il legame tra Banca centrale e Paese, è il mercato a dettare legge e non più la politica, in questo caso quello finanziario – speculazione sui titoli pubblici, sentenze inappellabili di private agenzie di rating, spread… una realtà più che evidente ormai.

A questo punto l’economista sposta la riflessione sulla sfera politica: “Il lettore che ha seguito l’argomento fino a ora probabilmente concluderà che se, in una federazione, i poteri economici dei singoli Stati saranno così limitati, il governo federale dovrà assumere le funzioni che gli Stati non possono più svolgere e deve fare tutta la pianificazione e la regolamentazione che gli Stati non possono fare”. Ma non è così. Non può.

“È difficile immaginare come,” scrive infatti Hayek, “in una federazione, si possa raggiungere un accordo sull’uso di tariffe per la protezione di particolari industrie. Lo stesso vale per tutte le altre forme di protezione. A condizione che ci sia una grande diversità di condizioni tra i vari Paesi, come sarà inevitabilmente il caso in una federazione, l’industria obsoleta o in declino che chiede a gran voce assistenza incontrerà quasi invariabilmente, nello stesso campo e all’interno della federazione, industrie avanzate che chiedono libertà di sviluppo […] Ma anche dove non si tratta semplicemente di ‘regolare’ (cioè, frenare) il progresso di un gruppo per proteggere un altro gruppo dalla concorrenza, la diversità delle condizioni e i diversi gradi di sviluppo economico raggiunti dai diversi membri della federazione porranno seri ostacoli alla legislazione federale. […] Anche una legislazione come la limitazione dell’orario di lavoro o dell’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione, o la tutela dei servizi, sarà vista in una luce diversa nelle regioni povere e nelle regioni ricche” Dunque, conclude Hayek, “sembrano esservi pochi dubbi sul fatto che la portata della regolamentazione della vita economica sarà molto più ristretta per il governo centrale di una federazione che per gli Stati nazionali. E poiché, come abbiamo visto, il potere degli Stati che costituiscono la federazione sarà ancora più limitato, la gran parte delle interferenze con la vita economica a cui siamo abituati sarà del tutto impraticabile da un’organizzazione federale”.

La federazione interstatale raggiunge così l’obiettivo prefissato da Hayek, nella logica del pensiero liberista: estromettere la politica dalla regolamentazione del mercato, quella politica che mira ad attutire gli effetti sperequativi in termini di creazione di ricchezza prodotti dal sistema capitalistico. “La conclusione che, in una federazione, certi poteri economici, che ora sono generalmente esercitati dagli Stati nazionali, non potrebbe essere esercitati né dalla federazione né dai singoli Stati, implica che ci dovrebbe essere meno governo a tutto tondo […] Ciò significa che la federazione dovrà possedere il potere negativo di impedire ai singoli Stati di interferire con l’attività economica in determinati modi, sebbene non possa avere il potere positivo di agire al loro posto […] Significa che la pianificazione in una federazione non può assumere le forme che oggi sono preminentemente conosciute con questo termine; che non ci deve essere alcuna sostituzione delle interferenze quotidiane e delle regole per le forze impersonali del mercato […] la politica dovrà [solo] assumere la forma di fornire un quadro razionale permanente entro il quale l’iniziativa individuale avrà il più ampio campo di applicazione possibile e sarà realizzata per funzionare nel modo più vantaggioso possibile; e dovrà integrare il funzionamento del meccanismo competitivo quando, per loro natura, alcuni servizi non possono essere portati avanti e regolati dal sistema dei prezzi”. È la trasformazione dello Stato nell’attore che deve limitarsi a tracciare l’architettura (il “quadro razionale permanente”) dentro la quale il libero mercato può agire in totale autonomia: nessun aiuto pubblico alle imprese, nessuna protezione ai lavoratori con contratti collettivi nazionali – anche i lavoratori devono muoversi in regime di concorrenza tra loro – nessun welfare che, sostenendo economicamente e attraverso servizi pubblici le fasce più deboli della popolazione, le sottrae all’arena del mercato.

Seguito l’economista nella sua riflessione, risulta evidente che la federazione interstatale disegnata da Hayek nel 1939 è il ritratto dell’Unione europea, nel suo intero percorso di costruzione. [grassetto mio, L.L.]

Dalla nascita della Ceca nel 1951, trattato che istituiva un unico mercato del carbone e dell’acciaio, che eliminando sovvenzioni statali alle produzioni, diritti doganali e restrizioni quantitative all’import/export, sottraeva ai sei Stati firmatari la sovranità nazionale sulla politica economica delle due materie fondamentali per la ricostruzione industriale post bellica e la trasferiva all’Alta Autorità, organo della nuova entità sovranazionale che aveva il compito di stabilire le politiche di produzione e circolazione in un regime di libera concorrenza.

Passando per la creazione della Cee nel 1957, che ha esteso il mercato unico a tutti i settori manifatturieri e ha sancito i quattro pilastri fondamentali della futura Unione: libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali.

Approdando a Maastricht nel 1992, trattato nel quale si è innestata anche la teoria ordoliberista tedesca, con l’imposizione dei vincoli al bilancio pubblico, e che ha sancito la nascita di un’unica politica monetaria, con l’euro.

È questo, la struttura del pensiero di Hayek che ha trovato compimento nella Ue, [grassetto mio, L.L.] ciò che si intende quando si afferma che l’impianto neoliberista è insito nei Trattati europei, come più volte affermato anche da chi scrive, su queste pagine. E chi afferma che la soluzione ai mali dell’Europa sia un’unione anche politica e non solo economica, dovrebbe riflettere sulla disarmante logica del ragionamento dell’economista austriaco: è difficile immaginare come in una federazione di Stati che registrano tra loro grandi diversità di sistemi e condizioni economiche sia possibile trovare un accordo su politiche comuni, siano esse industriali, monetarie o sociali. E aggiungiamo, come ricordato più volte, che la modifica dei Trattati Ue richiede un voto all’unanimità.

Resta una questione fondamentale: se la politica è esclusa dalle decisioni economiche, che fine fa la democrazia? È una domanda che si pone anche Hayek, e con molta franchezza risponde che la democrazia ne esce limitata. “Se, nella sfera internazionale, l’ordine democratico dovrebbe dimostrarsi possibile solo se i compiti del governo internazionale si limitano a un programma essenzialmente liberale, non farebbe altro che confermare l’esperienza nella sfera nazionale, nella quale ogni giorno sta diventando più ovvio che la democrazia funzionerà solo se non la sovraccaricheremo e se le maggioranze non abuseranno del loro potere di interferire con la libertà individuale”. Come abbiamo visto, l’economista associa lo Stato alle politiche di redistribuzione della ricchezza che vanno ad alterare l’equilibrio creato da mercato, e individua la causa nell’invadenza delle istituzioni democratiche (“le maggioranze”); da qui la necessità di non “sovraccaricarle”. Che si occupino d’altro – oggi diremmo diritti civili – non di economia. E conclude: “Se il prezzo che dobbiamo pagare per lo sviluppo di un ordine democratico internazionale è la restrizione del potere e delle funzioni del governo, non è sicuramente un prezzo troppo alto”.

Tuttavia c’è un problema. Per fortuna i Trenta gloriosi hanno creato strutture con cui ancora oggi fare i conti. Ricordiamo che Hayek scrive nel 1939, e dalla seconda guerra mondiale sono uscite Costituzioni, come quella italiana, di impronta keynesiana: il conflitto con i Trattati europei, di impronta neoliberista, è inevitabile. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1) richiama l’obiettivo della piena occupazione e non certo quello dei prezzi, della concorrenza e del libero mercato, così come i limiti imposti all’iniziativa economica privata contenuti nell’art. 41 e seguenti, in nome di “fini sociali”; l’art. 3 affianca all’uguaglianza formale quella sostanziale, imponendo allo Stato di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Art. 3). Principi oggi disattesi, ma ci sono alcuni diritti scritti tra i ‘fondamentali’ e ‘incomprimibili’ che è più difficile ignorare. Si pone dunque il problema se i Trattati Ue, che li negano, siano costituzionali.

Si è cercato di sanare questo conflitto con il Fiscal compact (2012) che ha imposto di inserire nella normativa nazionale – “tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente, preferibilmente costituzionale”, sottolineava – l’obbligo del pareggio di bilancio nel Def annuale, vincolando dunque le politiche economiche alle disponibilità finanziarie; in Italia ci ha pensato il governo Monti a modificare l’art. 81 della Carta, con il voto ad ampia maggioranza del Parlamento. Ma nel 2016 una sentenza della Corte Costituzionale ha sollevato il problema (1).

È una pronuncia relativa a una legge della Regione Abruzzo secondo cui la Regione stessa è tenuta a contribuire alle spese sostenute dalle Province – nel caso del ricorso, Pescara -per il trasporto degli studenti disabili nella misura del 50%. Negli anni tra il 2006 e il 2012 la Regione ha erogato alla Provincia somme inferiori e, afferma l’amministrazione di Pescara, il mancato finanziamento ha determinato un indebitamento tale da comportare una drastica riduzione dei servizi per gli studenti disabili, compro-1) Sentenza n. 275, 16 dicembre 2016 mettendo l’erogazione dell’assistenza specialistica e dei servizi di trasporto. La Provincia ricorre dunque al Tar e la Regione risponde che non contesta la legittimità delle spese ma che la stessa legge regionale prevede che il contributo sia garantito solo “nei limiti della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio”; il Tar investe allora la Corte Costituzionale, sollevando il dubbio di costituzionalità in merito all’art. 38 che stabilisce che “gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale”. Da una parte la Provincia sottolinea che “in tal modo, il godimento del diritto allo studio degli studenti disabili, tutelato dalla Costituzione, sarebbe rimesso ad arbitrari stanziamenti di bilancio di anno in anno decisi dall’ente territoriale […] senza che di ciò vi sia alcuna evidenza o limite a garanzia dell’effettivo godimento dei diritti costituzionalmente garantiti”, dall’altra la Regione rileva che “l’effettività del diritto allo studio del disabile deve essere bilanciato con altri diritti costituzionalmente rilevanti e, in particolare, con il principio di copertura finanziaria e di equilibrio della finanza pubblica, di cui all’art. 81 della Costituzione”.

La Corte Costituzionale, dando ragione alla Provincia, afferma: “Non può essere condivisa in tale contesto la difesa formulata dalla Regione secondo cui ogni diritto, anche quelli incomprimibili della fattispecie in esame, debbano essere sempre e comunque assoggettati a un vaglio di sostenibilità nel quadro complessivo delle risorse disponibili. […] è di tutta evidenza che la pretesa violazione dell’art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio, sia con riguardo alla Regione che alla Provincia cofinanziatrice. È la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”

Vale ripeterlo: è la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione.

A sinistra iniziano a farsi spazio movimenti di pensiero che parlano di ‘sovranità democratica’ e ‘sovranità costituzionale’ e di uscita dall’euro, in modo serio e approfondito. A quasi trent’anni da Maastricht e dopo quasi venti di Unione monetaria, distruzione del welfare, compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori, crescita delle disuguaglianze, non è più eludibile una domanda: che società vogliamo per il futuro? Quella del mercato o quella dei diritti costituzionali? È il caso di darsi una risposta prima di maggio.

 

 

Ventotene Europa Festival, gli studenti a Mattarella: ‘Vogliamo studiare l’Ue’

Una delegazione di giovani al vertice tra il capo dello Stato italiano e Macron

Redazione ANSA

Un appello alle istituzioni, nello specifico governo, parlamento e Capo dello Stato, affinché ascoltino la voce che arriva dai giovani del Ventotene Europa Festival: costruire un’Unione di diversità che rispetti le varie identità nazionali ma allo stesso tempo rafforzi gli strumenti di condivisione e opportunità. È il risultato del lavoro dei cinquanta studenti europei provenienti da tanti paesi Ue che si sono ritrovati sull’isola del Manifesto per la terza edizione del Ventotene Europa Festival, organizzato dalla Nuova Europa. Il lavoro dei ragazzi, tutti tra i 16 e i 18, alcuni dei quali hanno raggiunto Chambord per partecipare al vertice tra Mattarella e Macron, è un’operazione concreta in tre lingue (italiano, francese e inglese) che punta a costruire le fondamenta della Costituzione Europea, partendo da quattro principi cardine: diritti e doveri nella diversità, maggiore informazione sui benefici della partecipazione all’Unione Europea, lotta comune alla discriminazione, libertà di movimento e di opportunità. Il lavoro, che sarà consegnato al nostro Capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai vertici di Parlamento e Commissione Europea, è già invece nelle mani del Consiglio regionale del Lazio e del sindaco di Ventotene, Gerardo Santomauro. Obiettivo: evitare la disgregazione dell’Unione alle prossime elezioni europee di fine maggio, lanciando anche una campagna per lo studio dei trattati nell’ambito del reintegro dell’educazione civica nelle scuole.
D’altronde che ci sia necessità di una sensibilizzazione sui temi che riguardano i giovani lo dimostrano gli ultimi sondaggi, illustrati durante la quattro giorni di convegni e seminari cui hanno partecipato scrittori, economisti, giuristi e addetti ai lavori nel settore dell’accoglienza: un nuovo spettro si aggira per l’Europa ed è appunto l’astensionismo. Alle scorse consultazioni europee, nel 2014, si è registrata la più bassa affluenza di sempre e a dispetto del grande interesse che sta suscitando dal punto di vista mediatico l’appuntamento per rinnovare il Parlamento di Strasburgo, qualche segnale di costante disaffezione c’è.
A guardare i dati dell’affluenza dal 1979, data in cui si elesse la prima assemblea comunitaria, con la Gran Bretagna appena entrata nell’Ue, il rischio che anche questa tornata elettorale segua il trend è piuttosto alto. Il declino, fin dalla prima elezione, è stato implacabile: dal 62% del 1979, al 42,61% del 2014, non c’è stato un anno in cui gli elettori siano aumentati e il fenomeno di bradisismo europeista ha riguardato in particolare i Paesi fondatori: in quarant’anni in Germania si è passati dal 66% al 48%, in Francia dal 61% al 42%, in Italia dall’85% al 57%.
Nel Regno Unito, da sempre euroscettico, l’affluenza non ha mai superato il 40% (36% nel 2014) ed è difficile che con la Brexit sempre dietro l’angolo possa cambiare qualcosa in questo convulso e per certi versi inspiegabile 2019. Solo nei Paesi dove il voto è obbligatorio, come Belgio e Lussemburgo, gli elettori effettivi hanno sfiorato il 90% cinque anni fa, anno in cui slovacchi, cechi, polacchi, sloveni, ungheresi, croati, lettoni, rumeni e portoghesi non sono riusciti però a portare alle urne più del 30% dei cittadini.
Lo scarso interesse per il voto, destinato ad influenzarne l’esito, è spiegato da un recente Eurobarometro secondo cui la maggior parte degli europei considera molto basso il suo impatto sulla legislazione europea, nonostante questa abbia invece – spesso a loro insaputa – una ricaduta molto ampia sulle loro vite. La maggior parte delle persone che ha risposto al sondaggio è convinta che anche stavolta i cittadini non andranno a votare perché “ritengono che il loro voto non cambierà niente” in Europa, e perché “non si fidano del sistema politico” o “non sono interessati alla politica europea”. Viste le divisioni tra europeisti e sovranisti risulta difficile non comprendere questo stato d’animo. Solo un terzo degli europei ha un’opinione positiva sul Parlamento europeo, mentre un esprime un parere negativo e la maggioranza relativa (43%) è neutrale, ovvero se ne disinteressa.
Forse anche per questo assume una qualche rilevanza la voce che arriva dal Ventotene Europa Festival, incontro conclusivo di un percorso innovativo di cittadinanza europea iniziato nel 2017 con la fondazione di una Scuola d’Europa sull’isola, ospite dell’istituto Altiero Spinelli e patrocinata dall’associazione La Nuova Europa.
L’obiettivo è quello che in tanti auspicano e ora richiamato a gran voce dagli studenti provenienti da tutta Europa (quest’anno c’erano italiani, francesi, inglesi, portoghesi, spagnoli, ungheresi, e anche tunisini e americani) e radunatisi sull’isola pontina: porre le basi per una Costituzione Europea, in grado di colmare il grande gap sociale tra 500 milioni di cittadini e istituzioni comunitarie. Un sogno? Forse. Ma non lo era pure quello di Spinelli, Colorni e Rossi nel 1941, in piena seconda guerra mondiale con Hitler vittorioso? Contro ogni ragionevolezza, il Manifesto di Ventotene disegnò invece un quadro politico preciso, la federazione degli Stati per guadagnare la pace. Come immaginava Kant. Come predisse Churchill. Come chiedono oggi i giovani del Ventotene Europa Festival.

 

 

Trump, Pareto e la caduta delle élite, di Norman Rogers

Il significativo manifesto di una élite emergente

https://www.americanthinker.com/articles/2019/05/trump_pareto_and_the_fall_of_the_elites.html

Trump, Pareto e la caduta delle élite

Il sociologo ed economista italiano Vilfredo Pareto morì nel 1923. Vide le credenze e le azioni degli uomini motivate dal sentimento e dall’interesse personale. Le motivazioni apparenti date per certe credenze e azioni, come aiutare i non privilegiati, sono spesso la copertura di azioni realmente motivate dal desiderio di proteggere i privilegi delle élite – la struttura del potere. Ad esempio, i democratici sostengono di essere motivati ​​dal desiderio di aiutare i meno abbienti. Ma le loro azioni sono chiaramente motivate dal desiderio di proteggere il proprio potere e privilegi. Incoraggiare l’immigrazione di massa di clandestini che competono per posti di lavoro di livello inferiore non aiuta i diseredati, ma crea un nuovo gruppo di elettori che sosterrà i democratici. Aiuta anche gruppi privilegiati fornendo manodopera a basso costo.

Prendiamo, ad esempio, la ricca contea di Marin , in California. Marin è in gran parte popolato da professionisti benestanti e altamente istruiti. Una sottoclasse di immigrati spesso illegali fornisce servizi a prezzi accessibili come il lavoro in giardino e il servizio di babysitting. Nelle elezioni presidenziali del 2012, Marin ha votato il 74% per Obama . Nelle elezioni del 2016, Marin ha votato il 77% per Hillary e solo il 16% per Trump. Un’altra ricca contea della California, Santa Clara County, è il cuore della Silicon Valley. Nelle elezioni del 2016, la Contea di Santa Clara ha votato solo il 21% per Trump. La Contea di Fresno, in California, una contea a maggioranza ispanica con un tasso di povertà molto elevato, ha votato il 43% per Trump. La California nel suo complesso ha votato il 32% per Trump. La nazione nel suo complesso ha votato il 46% per Trump. Nel distretto di Manhattan, a New York City, uno dei posti più ricchi del paese, solo il 10% dei voti è andato a favore di Trump. Chiaramente la classe privilegiata vota democratica e si oppone fortemente a Trump.

In luoghi abitati da élite, i democratici dominano. La vittoria di Trump è stata costruita con il voto pesante delle persone della classe operaia che non condividono il patrocinio che i Democratici conferiscono ai gruppi di identità considerati vittime. I gruppi che sono vere vittime, come le persone il cui lavoro è stato esternalizzato a paesi a basso reddito, si sono ribellati ai democratici ed hanno eletto Trump. Chiaramente i democratici rappresentano l’élite, classe dominante. Questo non vuol dire che i repubblicani non sono compagni di viaggio con i democratici. Gran parte delle classi intellettuali e politiche di destra si schiera con i democratici nel loro odio per Trump. Molti politici nascondono la loro antipatia per Trump per paura di essere primari.

La reazione delle élite all’elezione di Trump fu di lanciare un attacco extra-giudiziario con accuse false di collusione russa. L’FBI e il Dipartimento di Giustizia hanno adottato tattiche di stato di polizia come intercettazioni, intrappolamento e persino il collocamento di sospetti in isolamento per lunghi periodi al fine di esercitare pressioni su di loro per testimoniare contro Trump. La maggior parte della stampa, a sua volta parte dell’élite, ha partecipato con tutto il cuore a questo sforzo per distruggere Trump e rimuoverlo dall’incarico.

Trump ha, finora, respinto gli attacchi dell’élite establishment. La sua prestazione come presidente è stata molto forte. Ha cambiato le leggi fiscali con l’effetto di migliorare notevolmente la competitività dell’economia statunitense. Ha risollevato l’industria del petrolio e del gas. Gli Stati Uniti ora sono indipendenti dal punto di vista energetico e diventeranno uno dei maggiori esportatori di energia. È in procinto di rinegoziare le condizioni commerciali di vecchia data che sono state sfavorevoli ai lavoratori statunitensi e americani, in particolare con la Cina. Ha cambiato la relazione tra gli Stati Uniti e i nemici della Corea del Nord e dell’Iran, mettendo quei nemici sulla difensiva. Ha fatto queste cose di fronte agli attacchi implacabili dei media e dell’élite establishment.

L’élite, i democratici e i repubblicani, che gestivano il paese prima che Trump presiedesse a un lento declino nazionale.L’economia era incatenata dalla regolamentazione e dalle tasse. I problemi non sono stati risolti ma buttati giù per la strada.La crisi del riscaldamento globale è un esempio di una crisi fasulla, credenza in cui è diventata una necessità politicamente corretta.Le soluzioni proposte per il riscaldamento globale non in crisi, come capovolgere l’economia e alimentarla con mulini a vento, sarebbero comiche se non che i sostenitori di tali politiche sono seri. Ovviamente le misure per ridurre le emissioni di CO2 sono inutili perché l’86% delle emissioni proviene da altri paesi, molti dei quali non hanno intenzione di aderire al Green New Deal suicida. Prima di Trump, gli Stati Uniti erano alla deriva senza direzione e distratti da mode irrilevanti e problemi immaginari.

Trump è entrato in carica con una serie di politiche completamente diverse che hanno rimesso in discussione la precedente saggezza convenzionale sull’economia, il commercio, la difesa e l’energia. Le sue politiche stanno cambiando opinione pubblica e intellettuali. È arrivato un nuovo paradigma e sta guadagnando terreno. Questa è una minaccia per il vecchio establishment dell’élite. Devono fermare Trump e screditarlo, altrimenti il ​​vecchio establishment sarà ulteriormente screditato e perderà la sua capacità di governare.

Pareto ha visto la vita di un paese influenzato dalla crescita e dal declino delle classi dirigenti d’élite. Quando una classe dirigente perde la sua vitalità, è probabile che una nuova classe dominante sorgerà e sostituirà la vecchia classe dominante. In questa transizione, la vecchia classe dominante potrebbe tentare di preservare i suoi privilegi attaccando selvaggiamente l’aspirante classe dominante. Trump è il capo dell’aspirante classe dominante. Lui e i suoi sostenitori sono selvaggiamente attaccati. Trump è raffigurato come un criminale, un eccentrico conoscitore, come qualcuno guidato da una mancanza di controllo degli impulsi o da un razzista. Ma Trump è un vero talento politico. Ha astutamente respinto gli attacchi e ha un’eccellente possibilità di essere rieletto. È aiutato dalla disorganizzazione e dall’estremismo dei suoi avversari nella classe dirigente in declino.

Se una nuova classe dirigente, ispirata da Trump, consolida il potere, molti degli occupanti di sinecure nel governo e nell’istruzione correranno il rischio di perdere il lavoro. Sotto la vecchia élite, le università sono diventate mostri sovrafinanziati, sfruttando gli studenti il ​​cui futuro è ipotecato dal debito degli studenti. Questo oltraggio può continuare perché le università fanno il lavaggio del cervello ai giovani per sostenere la vecchia classe dirigente e perché le università forniscono supporto intellettuale per le politiche della vecchia classe dominante. Sotto la vecchia classe dominante, il governo è diventato pesantemente popolato da server temporali il cui impiego continuato sarebbe diventato inutile in seguito a una riorganizzazione del governo ispirata da Trump.

Il cambiamento è un pericolo chiaro e presente per i responsabili. Questo è ciò che sta dietro gli attacchi feroci e illegali contro Trump. Trump è chiaramente la migliore speranza per il futuro degli Stati Uniti. Siamo molto fortunati che Trump sia riuscito a superare in astuzia l’establishment e rimanere presidente.

Norman Rogers è l’autore del libro: Dumb Energy: A Critique of Wind and Solar Energy .

Trump e la decinesizzazione degli Stati Uniti, a cura della redazione

Qui sotto il testo tradotto di due brevi articoli apparsi sulla stampa americana. Rivela un aspetto, quello del recupero del controllo della logistica, della vera e propria guerra economica intrapresa con sempre maggior convinzione dagli Stati Uniti. Non è solo un confronto di natura economica, quanto l’aspetto economico di un confronto politico sempre più serrato, aperto e ampio. Spazia ormai dall’ambito militare, a quello tecnologico più raffinato, al controllo delle comunicazioni e dei trasporti. La permeabilità della formazione sociale statunitense, contestuale al processo di globalizzazione così come si è sviluppato negli ultimi trenta anni, sta subendo una battuta di arresto che nemmeno un eventuale rovesciamento della Presidenza Trump potrà rimettere interamente in discussione. E’ il prodromo alla formazione di più sfere di influenza entro le quali la potenza egemone dovrà mantenere un fermo controllo. Il corollario nel frattempo è che negli Stati Uniti si è innescato un processo di reindustrializzazione e di ricostruzione delle infrastrutture in grado di garantire maggiore coesione e forza alla formazione sociale, registrando tassi di crescita sino ad ora sconosciuti in questo millennio_Buona lettura_Giuseppe Germinario

 

ll Dipartimento per la Sicurezza Interna (Department of Homeland Security) dell’Amministrazione Trump ha costretto, per motivi di sicurezza, la compagnia statale cinese Cosco a cedere il controllo del porto di Long Beach in California. Long Beach è uno dei maggiori porti degli Stati Uniti (il quarto per esattezza). Il terminal di Long Beach ha registrato, nel 2018, un valore contabile netto di 345,24 milioni di dollari. Il suo utile netto lo scorso anno ha raggiunto 85,86 milioni di Dollari, in aumento di quattro volte rispetto all’anno precedente, il 2017.

Orient Overseas (International) Limited (OOCL) ha dichiarato di aver venduto il 100% del terminal container di Long Beach (LBCT) per $ 1,78 miliardi a un consorzio guidato da Macquarie Infrastructure Partners. Macquarie Infrastructure Partners Inc. è una società specializzata in investimenti infrastrutturali. L’azienda investe in strade, ferrovie, progetti di ponti, aeroporti, porti, acqua e acque reflue, energia e servizi pubblici, nonché infrastrutture sociali e di comunicazione. Gli investimenti di Macquarie Infrastructure Partners Inc si concentrano in Nord America, in particolare Stati Uniti e Canada. Macquarie Infrastructure Partners ha sede a New York.

OOCL è stato obbligato a vendere il terminale, uno dei più automatizzati del paese, ai sensi dell’Accordo sulla sicurezza nazionale con il Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Il governo federale ha intimato la cessione del terminale dopo che una verifica dell’anno scorso, ha confermato l’acquisto di OOCL da parte di COSCO Shipping Holdings. La società cinese Cosco Shipping Holdings, acquirente di OOCL (Orient Overseas International), con sede ad Hong Kong, è stata costretta quindi a vendere la proprietà del Terminal californiano.

L’amministrazione Obama aveva concesso nel 2012 il via libera ad OOCL per la firma di un contratto di locazione di 40 anni con la Città di Long Beach per il controllo del porto. La maggior parte dei movimenti di container Asiatici (Cinesi)in America, passa per Long Beach. L’accordo faceva parte del “Middle Harbor Redevelopment Program” per finanziare l’espansione per 1,5 miliardi di dollari del porto di Long Beach entro il 2020.

Ma una delle prime azioni del Department of Homeland Security, sotto l’amministrazione Trump, è stata la formazione, nel marzo 2017,  del Comitato per gli  Investimenti Esteri negli Stati Uniti. Una commissione di revisione e controllo su investimenti fatti da compagnie straniere che potrebbero minare la sicurezza nazionale. La commissione era nata sulla scia di una denuncia dell’acquisizione da parte di Cosco di un ex impianto portuale della Marina statunitense.

La Cina gestisce sei dei dieci porti container più trafficati del mondo. Il governo cinese ha anche finanziato la costruzione e la gestione di 43 porti in 35 paesi nell’ambito dell’iniziativa “One Belt and One Road” (OBOR) lanciata cinque anni fa dal Ministero dei Trasporti Cinese.

A complemento dei suoi sforzi per ottenere il predominio sulle attività, la Cina ha indotto le proprie compagnie statali ad acquistare esclusivamente prodotti e servizi da altre imprese statali cinesi.

Di conseguenza, il China International Marine Containers Group è diventato il più grande produttore mondiale di container e Shanghai Zhenhua Heavy Industries ha guadagnato una quota di mercato internazionale del 70% per le gru portuali e ora esporta in 300 porti di 100 paesi.

Secondo i termini dell’acquisizione di Macquarie, Orient Overseas International intascherà un guadagno di 1,29 miliardi di dollari; continuerà a controllare il traffico di navi e ferrovie negli impianti di container per i prossimi vent’anni, poiché i termini del precedente accordo fatto durante il regno dell’amministrazione Obama, non è annullabile in tutte le sue forme.

 

 

https://www.americanthinker.com/blog/2019/05/trump_administration_forces_china_to_sell_the_port_of_long_beach.html

https://www.americanshipper.com/news/macquarie-consortium-buying-long-beach-container-terminal?autonumber=848093

https://www.bloomberg.com/research/stocks/private/snapshot.asp?privcapId=8642218

NÉ POLITICA NÉ GIUSTIZIA, di Teodoro Klitsche de la Grange

NÉ POLITICA NÉ GIUSTIZIA

A distanza di poche settimane l’una dall’altra tre notizie hanno riproposto il problema del rapporto tra poteri (politico e giudiziario): l’assoluzione (in Cassazione) dell’ex Sindaco di Roma Marino, le dimissioni della Presidente della Regione Umbra, Marini e le non dimissioni del sottosegretario Siri, ambedue quest’ultime a seguito delle indagini delle competenti procure. Dalla combinazione e comparazione di tali vicende emerge quale potrebb’essere un ragionevole bilanciamento delle rispettive esigenze della politica e della giustizia, punto dolente dello stato di diritto.

Politica e giustizia hanno principi d’azione (e scopi) differenti. La prima si fonda sul detto salus rei publicae suprema lex; ne consegue che esigenze e vincoli “giuridici” cedono se è in gioco l’interesse dello Stato e l’autonomia della politica, organizzata di guisa da rispondere – almeno nelle democrazie – alla volontà popolare, onde i rappresentanti sono eletti dal popolo direttamente (Parlamento, Presidenti di Regione, Sindaci) o indirettamente nominati dagli eletti (governo, Presidente della Repubblica). La seconda in base al principio fiat justitia, pereat mundus, ed è organizzata (prevalentemente) con il reclutamento di personale burocratico con metodi burocratici (in sostanza una cooptazione).

Dato che sono pochi i casi in cui l’ordinamento esclude del tutto la responsabilità (giudiziaria) comune di soggetti pubblici (come i capi dello Stato), per gli altri rappresentanti occorre elaborare – per equilibrare i principi – delle norme derogatorie in vario modo alla giurisdizione ordinaria: Tribunali e accusatori “speciali”, autorizzazioni a procedere, divieto di determinati atti d’indagine e così via. La giustizia politica è tutta una fioritura di deroghe a quella penale comune, e non potrebbe essere diversamente  – a parte l’opportunità o meno di questa o quella norma. Il perché è agevole da intendere. E proprio il caso Marino ne fornisce l’esempio. Il Sindaco di Roma era stato eletto dai cittadini della capitale; non era un Cavour o un Bismarck, ma comunque aveva ottenuto la (sufficiente) maggioranza dei consensi. Data la non eccessiva popolarità di cui godeva, qualche “svarione” amministrativo, e forse un rapporto difficile con l’allora Presidente del Consiglio, il PD, per toglierlo di mezzo, faceva dimettere la maggioranza dei consiglieri comunali. Da ciò conseguiva la nomina del Commissario e la convocazione di nuove elezioni, vinte dalla Raggi. Dato che non era possibile manifestare, almeno in parte, le ragioni reali (tutte politiche) della decisione, la stampa iniziò a sbandierare l’apertura di un processo per avere, il Sindaco, pagato, con la carta di credito comunale, pranzi (ed altro) di carattere del tutto privato. Che la circostanza non toccasse granché i romani (preoccupati e) afflitti da decenni di cattiva amministrazione  (dalla “monnezza” ai trasporti, alla fiscalità locale) era cosa che non sembrava (né sembra) interessare  granché i giustizialisti in servizio permanente effettivo. A distanza di qualche anno la Cassazione ha assolto Marino. Risultato: un Sindaco eletto è stato dimissionato dalla strumentalizzazione politico-mediatica di un preteso reato e del relativo processo. Col risultato (voluto) che l’unico effetto del processo e della strumentalizzazione del quale non è stato quello (di giustizia) di punire un reo, ma solo quello (politico) di eliminare un avversario. Effetto che la vicenda Marino condivide con tanti altri casi di “giustizia politica” degli ultimi trent’anni (e non solo).

Si dice che c’è la presunzione d’innocenza e chi non è condannato con sentenza definitiva dovrebbe continuare a svolgere la sua funzione: ma a parte il fatto che non sempre è così (v. legge c.d. Severino), è ancora peggio che per una bandiera di onestà e di illibatezza si pretendano le dimissioni (preventive) di soggetti come la Marini o Siri che sono solo indagati. Vero è che la moglie di Cesare dev’essere al di sopra di ogni sospetto, ma ad esercitare pubbliche funzioni per volontà del popolo era Cesare e non la di lui signora. Il quale ripudiò la moglie  ma conservò la carica (e, notoriamente, fece carriera).

E ad essere troppo sensibili all’onestà, si finisce con l’essere più giustizialisti della pubblica accusa, con il risultato, sovente, di strumentalizzare (il funzionamento) della giustizia a scopo politico. Né vera giustizia né sana politica. Cioè proprio quello che, a parole, si vorrebbe evitare.

Teodoro Klitsche de la Grange

CARO ZIO JOE, LA VECCHIAIA TI FA BELLO? di Gianfranco Campa

 

CARO ZIO JOE, LA VECCHIAIA TI FA BELLO?

 

Il vecchio caro Joe Biden rompe gli indugi e si presenta alle primarie democratiche per giocarsi la possibilità di sfidare Donald Trump alle presidenziali del 2020. Zio Joe dovrà scalare una montagna molto ripida. Il partito democratico di zio Joe non esiste più. Quello di oggi è un partito democratico orientato decisamente verso l’estrema sinistra. Zio Joe rappresenta il vecchio establishment democratico centrista Clintoniano (Bill…), mentre la nuova leva del partito democratico si è spostata su tematiche e politiche decisamente lontane dai parametri dell’establishment tradizionale del vecchio asinello.

L’ ex vicepresidente Joe Biden ha 76 anni e dovesse vincere le elezioni, il senatore democratico del Delaware, sarebbe il più vecchio presidente Americano mai insediatosi alla Casa Bianca. Il più vecchio fino ad ora è l’attuale presidente Donald Trump, investito nel gennaio del 2017 a 70 anni. Prima di Trump, il più anziano presidente è stato il repubblicano Ronald Reagan, che la momento della sua inaugurazione, nel Gennaio del 1981, aveva 69 anni. Un eventuale presidenza di Biden prenderebbe l’avvio nel gennaio del 2021 alla veneranda età di 78 anni; un record assoluto che lo vedrebbe alla fine della sua prima legislatura oltre la soglia degli 82 anni e dovesse vincere un secondo mandato, alla fine della sua presidenza, Biden supererà gli 86 anni. Con tutto il rispetto per zio Joe, le interviste i giornalisti le andrebbero a fare in una Casa Bianca trasformata in casa di cura presidenziale.

A livello di salute Biden sembra per il momento abbastanza vitale; quello che più preoccupa è lo stato mentale di zio Joe. Per chi non lo sapesse, nel febbraio del 1988, a 45 anni, Joe Biden ha subito un intervento chirurgico per correggere un aneurisma che gli aveva procurato un ictus emorragico ad un’arteria del lato destro del cervello. Biden svenne in una stanza d’albergo poco dopo aver tenuto un discorso sulla politica estera. Biden perse i sensi per oltre quattro ore prima di svegliarsi in un ospedale di Wilmington, nel Delaware. La situazione risultò subito talmente grave che venne trasferito al Walter Reed Medical Center, il tutto mentre riceveva l’estrema unzione dal prete. Il chirurgo, che ha eseguito l’intervento al cervello, all’epoca disse che l’operazione era stata più seria di quanto inizialmente si fosse pensato. Biden infatti fu sull’orlo di muorire.

Trattandosi di un rappresentante democratico, lo stato di salute mentale e fisico di Biden non è mai stato messo in discussione dai mass media. Quelle poche volte infatti che si sono sollevate obiezioni, ci sono sempre state potenti levate di scudi tese a proteggere Biden con dichiarazione di medici e di esperti lesti a minimizzare i problemi riguardanti la sua reale condizione fisica e soprattutto mentale. Ma se dobbiamo tenere conto delle dichiarazioni fatte di impeto durante l’emergenza medica di Biden, tutte sono, meno che rassicuranti.  La moglie di Biden, Jill, disse all’epoca che “Il nostro medico ci ha detto che c’era il 50% di possibilità al che Joe non sarebbe sopravvissuto all’operazione. Il medico ha anche detto che era ancora più probabile che Joe avrebbe avuto danni permanenti al cervello se fosse sopravvissuto…” Questo potrebbe spiegare le ripetute gaffe e atteggiamenti compromettenti dei quali Biden ha dato ampio sfoggio negli ultimi trenta anni. Biden è certamente un uomo fortunato ad essere sopravvissuto fino ad ora nonostante una miriade di altri problemi medico/fisici, tra i quali un battito cardiaco irregolare. Fortuna che potrebbe esaurirsi da un momento all’altroIn questo contesto bisognerà porre particolare attenzione alla scelta di chi sara` il suo vicepresidente, quella scelta ci dirà molto su quale reale binario la campagna elettorale di Biden si indirizzerà. E`più che probabile che il vicepresidente di Biden sarà quello/a che finirà la legislatura e avrà quindi il comando della situazione alla casa Bianca.

Bisogna in ogni caso chiarire che Biden non aveva nessuna intenzione di presentarsi alle primarie democratiche del 2020; dopo le elezioni presidenziali del 2016 riteneva ormai concluso il suo ciclo in politica. A quel tempo Biden, vice presidente uscente dell’amministrazione Obama, avrebbe voluto presentarsi alle primarie democratiche con la concreta possibilità non solo di vincere le primarie ma di ottenere senza problemi la presidenza. Biden sarebbe stato un avversario formidabile per Trump poiché avrebbe vinto in molti dei cosiddetti  stati del Rust Belt, quegli stessi stati che hanno consegnato la presidenza a Donald Trump. Biden politicamente parlando è sempre stato visto come un moderato centrista molto vicino alle cause dei colletti blu. Figlio della Pennsylvania, vicino ai movimenti sindacali, Biden avrebbe vinto senza problemi proprio in quegli stati che la Clinton non si è neanche degnata di visitare. Biden fu costretto a farsi da parte per non ostacolare la corsa della Clinton, poiché la avrebbe di sicuro relegata a un ruolo secondario, senza se e senza ma. La presidenza del 2016 era stata promessa alla Clinton; era il suo turno e nessuno poteva opporsi alla sua potenza e richiesta di lasciapassare. La scusa per giustificare la messa da parte di Biden fu la morte per un tumore al cervello del figlio, Beau Biden, avvenuta qualche mese prima delle primarie Democratiche. Biden e la sua famiglia non sono nuovi a tragedie simili. Nel Dicembre del 1972, la prima moglie di Biden, Neilla Hunter e la figlia di un anno, Naomi, rimasero uccise in un incidente automobilistico mentre facevano lo shopping natalizio a Hockessin, nel Delaware. I due figli maschi che erano nella macchina con la madre e la sorellina rimasero feriti non gravemente. A quell’epoca Biden era stato appena eletto al Senato e fu incoraggiato a continuare la sua carriera politica nonostante la tragedia personale e famigliare.

Fonti vicino alla famiglia hanno sempre sostenuto che zio Joe avrebbe espresso il desiderio di presentarsi alle primarie del 2016 ma fu sempre scoraggiato dai vertici del partito Democratico. Per bocca dello stesso Biden, il figlio morente avrebbe chiesto al padre di presentarsi alle elezioni del 2016. Ora quegli stessi vertici democratici presi dallo scoramento emotivo nel vedere Bernie Sanders in testa ai sondaggi, hanno supplicato Biden di salvare il salvabile e presentarsi alle primarie del 2020.  Un grido di aiuto arrivato anche dai Mass Media, dall’Establishment repubblicano e da molti dei componenti dello stato ombra. Biden come cura contro il Trumpismo e il Sanderismo, l’ultima speranza di salvare il salvabile e rinsaldare una struttura composta da capitalismo sfrenato, complesso della macchina militare, establishment politico e stato ombra che vedono in Trump e nel cambiamento politico in atto nel partito democratico i nemici principali e mortali.  Quello stesso Biden che era stato confinato, relegato al ruolo comprimario prima con Obama e poi con Hillary Clinton è ora diventato il salvatore della patria. Il problema però è che ormai, come ho detto prima, il partito democratico di Biden è in via di estinzione. L’ostacolo maggiore per Biden non è superare Trump e vincere le prossime presidenziali bensì vincere le primarie democratiche ed aver la meglio sugli altri candidati democratici.

La disperazione dell’establishment politico si rivela nella volontà di voler Joe Biden candidato a tutti i costi. Lo stesso Biden ha dichiarato che molti esponenti dei poteri forti, inclusi alcuni leaders politici mondiali (sarei curioso di sapere chi siano questi leaders mondiali) lo avrebbero supplicato di presentarsi alle presidenziali del 2020. Non sono mancate dichiarazioni di sostegno da entrambe gli schieramenti politici; per esempio dalla famiglia di John Mccain la quale avrebbe sostenuto che alle presidenziali, in un’ipotetica corsa Biden contro Trump, loro avrebbero votato sicuramente per Biden. Questo ardente desiderio di voler Biden, candidato a tutti i costi, si scontra con le molte ombre che affliggono il vecchio zio Joe. Obama per esempio è rimasto muto all’annuncio di Biden di rendere ufficiale la sua candidatura alle presidenziali, cosa alquanto strana. Di solito un presidente uscente sostiene il suo vice presidente come candidato a succedergli più che altro per ragioni di eredità politica. Un presidente uscente vede benevolmente la candidatura del suo vicepresidente come una opportunità di continuare a costruire e consolidare il retaggio amministrativo del presidente uscente. Stranamente, sia nel 2016, sia ora Obama su Biden è rimasto in silenzio. Cosa sa Obama di Biden? Il silenzio e il mancato supporto di Obama e solo dovuto ad una diversità di opinione politica oppure dietro questo silenzio si nasconde qualcosa  di più sinistro? Biden nel giorno dell’annuncio della sua candidatura ufficiale ha dichiarato che avrebbe detto lui stesso ad Obama di non sostenerlo ufficialmente durante le primarie. Questa dichiarazione di Biden non è assolutamente credibile e porta a speculare sui motivi del mancato sostegno di Obama.

Biden era già stato candidato alla presidenza in due precedenti tornate elettorali; nel 1988 e nel 2008. Nel 1988 dovette scusarsi e abbandonare la corsa presidenziale per accuse di plagio e per aver mentito sul suo curriculum accademico. Le bugie e le gaffe verbali di zio Joe sono apertamente ben note nei circoli di Washington.

Joe Biden ha sempre affermato che nel 1972, la responsabilità del tragico incidente stradale in cui persero la vita la sua prima moglie e sua figlia, era dell’autista del camion ubriaco. Accusa sempre smentita dalla polizia e dai documenti che affermano al contrario che purtroppo l’incidente fu causato da una manovra maldestra della moglie. La famiglia del camionista coinvolto nel tragico incidente, Curtis C. Dunn, ha sempre respinto le accuse di Joe Biden e  ha  sempre manifestato l’angoscia che pervade la famiglia per la continua menzogna perpetrata da Biden ai loro danni. Pamela Hamill, una delle figlie, ha  chiesto più volte a Biden di smetterla di infangare la memoria del suo defunto padre, scomparso nel 1999 e quindi non più in grado di difendersi. Dunn era il conducente del camion a rimorchio coinvolto nell’incidente del dicembre 1972. Secondo il giudice della Corte Suprema del Delaware, Jerome O. Herlihy, che ha supervisionato le indagini della polizia come procuratore capo, non ci sono prove a sostegno della accusa di Biden: “Le voci sulla guida in stato di ebbrezza come fattore di corresponsabilità, in particolare per il camionista (Dunn), non sono corrette.” La polizia ha stabilito che la prima moglie di Biden aveva tagliato involontariamente la strada al camion, senza accorgersi del suo arrivo. Nonostante il tentativo di Dunn di evitare la collisione, nella sterzata per evitare una collisione,  il mezzo si è rovesciato distruggendo la macchina dei Biden. Dunn fu il primo a fornire assistenza, una scena che ha lasciato un segno indelebile per il resto della vita di Dunn fino alla sua morte.

Ci sono altre ombre nel passato e presente di zio Joe; le ha sommarizzate bene l’altro nostro vecchio indipendente, esponente di spicco di questa pazza stagione della politica  americana, Bernie Sanders: “Il popolo americano è stanco di sentire parlare del nepotismo, del vezzeggiare, del plagio, della corruzione in Ucraina, della corruzione nelle Isole Vergini, del tentativo di colpo di stato contro il presidente Trump, del mentire sulla morte di sua moglie, dell’installare un governo mondiale aprendo i confini degli Stati Uniti.” Infatti una degli aspetti più ombrosi di Biden è la partecipazione attiva dell’altro figlio, Hunter Biden, negli affari loschi del governo Ucraino di Poroshenko e nel ruolo attivo che Biden e i suoi associati hanno probabilmente avuto nella costruzione del Russiagate.

Strana famiglia quella dei Biden; ricorda molto quella dei Kennedy. Una famiglia attraversata da tragedie e controversie, incluso la scioccante relazione di Hunter Biden, che nel 2017 avrebbe divorziato da sua moglie Kathleen Buhle, madre dei suoi tre figli, per mettersi insiema alla cognata, la vedova del fratello Beau, Hallie Olivere. La stessa Buhle ha accusato più volte Hunter di essere un cocainomane e giocatore d’azzardo.

Zio Joe in tempi normali avrebbe potuto essere il candidato principale dei Democratici. In tempi normali Biden avrebbe un percorso relativamente facile per la nomina. Ma questi non sono tempi normali e Joe Biden non è un candidato normale. Per zio Joe si prospettano delle primarie ostiche nel Partito Democratico. Dovrà correre inventandosi una nuova formula politica, denunciando e negando tutto ciò che è stato nel passato; tutto da capo per cercare di adeguarsi al volo a questo nuovo spirito che aleggia nel partito democratico.

Biden nel video della presentazione alla sua candidatura ha dichiarato che “Se diamo a Donald Trump otto anni alla Casa Bianca, cambierà per sempre e fondamentalmente il carattere di questa nazione e non posso quindi restare a guardare e assistere che ciò accada… ” Bisognerà vedere se il nuovo partito democratico, avverso al vecchio uomo bianco, rappresentante del decadente establishment politico americano, gli offrirà la possibilità di fermare Donald Trump. Io ho piu` di qualche dubbio su questo…

 

IL TESTAMENTO SPAGNOLO, di Antonio de Martini

IL TESTAMENTO SPAGNOLO

Tra un paio di giorni, la Spagna ci dirà se vuole restare unita oppure farsi preda di una delle periodiche convulsioni che contagiano regolarmente l’Europa.

Eppure sembriamo non capirlo. Preferiamo guardarci l’ombelico della nostra crisi senza capire che siamo inestricabilmente connessi a tutte le convulsioni del mondo Mediterraneo.

Per tre secoli gli spagnoli hanno dominato il globo e sono passati dal dominio alla irrilevanza in maniera inusitata : senza aver subito invasioni o perso una battaglia “storica” decisiva che segnasse la fine.

Sono stati distrutti – con una “ guerra senza guerra” e cento mini sconfitte- dalla inflazione per troppa ricchezza che non hanno saputo gestire e dalla superiorità di interpretazione della realtà degli anglosassoni che hanno logorato questo grande impero militar-cattolico sostituendolo gradatamente con un impero commercial-protestante basato sul dominio del mare.

Grandi studi sono stati realizzati negli anni sugli imperi, dal romano, al cinese all’ottomano, ma pochi sanno come Madrid sia passata da capitale del vecchio e nuovo mondo a buen retiro dei Borboni.

Credo che la ragione dell’oscuramento subito da questi studi, sia da ritrovarsi nella grande somiglianza con la situazione dell’Unione Europea. Potrebbero suggerire paragoni.

L’UE , per numero di abitanti, capacità tecnologiche, potenza commerciale, non è, finora, stata seconda a nessuno nel mondo.

Questo gigante commerciale, culturale, scientifico e demografico, è stato però progressivamente ridotto a un nano politico e gli è stato impedito di dotarsi di un apparato difensivo all’altezza del necessario.

È stato provato della capacità di iniziativa politica e sociale e paralizzato progressivamente.

Senza addentrarci nella Storia, constatiamo che siamo stati incapaci di risolvere il problema dei rapporti con gli USA e con la Russia, di convincere l’Inghilterra a non violentare la geografia e la storia allontanandosi da noi, abbiamo ceduto alle suggestioni egoistiche nazionali di ciascuno senza capire che il livello cui i problemi si pongono è ormai irreversibilmente continentale.

Non abbiamo nemmeno risolto problemi locali come Cipro o Gibilterra o il problema basco.
Non abbiamo stabilizzato il Levante o assorbito armonicamente la Turchia.

Ci siamo fatti imporre il controllo dei traffici marittimi e aerei con gli stessi mezzi che condizionarono gli spagnoli nel XVII e XVIII secolo: la pirateria e la finanza, l’ipervalutazione politica delle minoranze religiose o etniche usate come grimaldello per incrinare il grande valore dell’Unità.

Ci siamo regolarmente fatti imporre lo spartito del concerto, spesso da musicisti da strapazzo, stonando comunque.

Tra due giorni, vedremo se almeno gli spagnoli hanno imparato la lezione, restando uniti e concordino se abboccheranno al nuovo problema della grottesca “ indipendenza” catalana.

Poi tra un mese toccherà a tutta l’Europa.

Introduzione a geopolitica e Internet Di  Laurent BLOCH

Introduzione a geopolitica e Internet

Di  Laurent BLOCH , 23 marzo 2017  Stampa l'articolo  lettura ottimizzata  Scarica l'articolo in formato PDF

Precedentemente responsabile dell’informatica scientifica presso l’Institut Pasteur, direttore del sistema informativo dell’Università Paris-Dauphine. È autore di numerosi libri sui sistemi di informazione e sulla loro sicurezza. Si dedica alla ricerca nella cyberstrategia. Autore di “Internet, vettore di potenza degli Stati Uniti”, ed. Diploweb 2017.

Internet è un fattore di potenza degli Stati Uniti? Se sì, come? Perché? fino a quando? Lo scopo di questo libro è di fornire alcune risposte a queste domande.

Laurent Bloch presenta in questa introduzione il suo approccio e il suo piano.

Diploweb.com , pubblica questo libro di Laurent Bloch, Internet, vettore del potere degli Stati Uniti?; fornisce a tutti gli elementi necessari per una corretta valutazione della situazione. Questo libro è già disponibile su Amazon in formato digitale Kindle e in formato cartaceo stampato . Sarà pubblicato qui in serie, capitolo per capitolo, ad una velocità di circa uno per trimestre.

introduzione

Internet è un fattore di potenza degli Stati Uniti? Se sì, come? Perché? fino a quando?

Lo scopo di questo libro è di fornire alcune risposte a queste domande.

Il primo capitolo ricorda brevemente il processo di creazione di Internet , non come spesso si legge per scopi militari, ma attraverso finanziamenti militari statunitensi, e in gran parte da cittadini statunitensi, nonostante importanti contributi europei come French Louis Pouzin  [ 1 ] . Il fatto di essere gli inventori di Internet ha dato agli Stati Uniti un’egemonia in quest’area. Sarebbe irragionevole aspettarsi che desistessero di propria iniziativa.

Il secondo capitolo specifica precisamente la natura di questo dominio che è Internet e introduce a questo scopo la nozione di cyberspazio , a cui verrà data una definizione e un modello operativo. Il cyberspazio sarà paragonato ad altri spazi pubblici globali (Global Commons) come l’alto mare, lo spazio aereo e lo spazio esterno. Come si esercita l’egemonia nel cyberspazio? Come si muovono gli Stati Uniti e le aziende statunitensi? Perché ora nel cyberspazio viene decisa l’attribuzione dell’egemonia globale?

Le polemiche sulla corsa alle elezioni presidenziali americane del 2016 hanno suggerito che la Russia sarebbe in grado di sfidare il dominio degli Stati Uniti sul cyberspazio: vedremo che non è così, anche supponendo che la Russia sia stata in grado di trarre vantaggio abilmente delle sue abilità in un approccio classico da debole a forte. Se l’egemonia americana nel cyberspazio è effettivamente soggetta a sfide, vengono piuttosto dall’Asia orientale, così come le debolezze interne della società americana, incluso il suo sistema educativo (vedi capitolo 7).


Un libro pubblicato da Diploweb.com, Kindle e formato tascabile


Il capitolo 3 analizza il funzionamento delle istituzioni di fatto che regolano il funzionamento di Internet e la posizione dominante degli americani. Capitolo 4 è dedicato alle grandi dati (Big Data) e il suo utilizzo da parte delle imprese (quasi tutti americani) per aumentare il loro potere . Il capitolo 5 esamina gli aspetti legali degli equilibri di potere nel cyberspazio . Nessuna egemonia politico-militare duratura è possibile senza egemonia culturale: questo è il tema del capitolo 6 sull’egemonia culturale nel cyberspazio . In un universo economico dove avere ricercatori e ingegneri di alto livello è un fattore di successo cruciale,il sistema educativo , che è l’argomento del capitolo 7, ha un ruolo decisivo.

Per comprendere le lotte di potere nel cyberspazio è necessario collocarle nel loro contesto storico, e per far ciò tornare alla guerra economica che ha contrapposto il Giappone agli Stati Uniti negli anni ’70 e ’80 , riassunto nel capitolo 8 Cercheremo di estrapolare le lezioni di questo conflitto all’ipotesi di conflitti sino-americani e russo-americani nel futuro (anche nel presente!).

Nel cyberspazio, come in altri spazi, le questioni topografiche hanno una grande influenza sull’esito delle battaglie, e nel Capitolo 9 esamineremo le ragioni che fanno di una posizione centrale una risorsa decisiva nel cyberspazio; questa posizione è occupata oggi dagli Stati Uniti .

Per comprendere tutti gli eventi che avvengono nel cyberspazio, oggi a vantaggio degli Stati Uniti, è necessario collocarli nel contesto di una rivoluzione industriale in atto dalla metà degli anni ’70, che mette il calcolo e Internet nel cuore del sistema industriale contemporaneo, al posto dell’elettricità industriale e del motore a combustione interna che dominava la grande industria del secolo precedente. Per fare luce sul nostro argomento, abbiamo aggiunto al nostro testo un allegato A che spiega brevemente la nozione della rivoluzione industriale e come si applica al nostro oggetto.

Molti aspetti dell’equilibrio di potere descritti nelle linee seguenti sono difficili da capire se non abbiamo un’idea abbastanza precisa degli aspetti materiali del cyberspazio, l’enorme quantità di investimenti da fare per occupare una posizione di potere. , la pesantezza dell’infrastruttura di Internet. Queste realtà devono essere lette, che è l’argomento dell’Appendice B, per capire che il cyberspazio non è solo uno spazio “virtuale” .

1 ]  Louis Pouzin, ingegnere e ricercatore francese, ha inventato alcuni importanti artefatti ancora in uso nell’informatica contemporanea: la shell per comunicare con un sistema operativo, e specialmente il datagramma, descritto nel primo capitolo di questo libro, concetto base rivoluzionaria del funzionamento di Internet

Julian Assange e le colonne (i colonnisti) infami, di Giuseppe Germinario

È sicuramente presto per stilare una graduatoria, ma di sicuro l’arresto di Julian Assange sarà in ottima posizione per conquistare il primato dell’evento più infame dell’anno. Si spera in qualche copertina alternativa al Time o al Financial Time. Anche il lato oscuro deve meritare almeno una lama di luce caravaggesca.

È la conferma di una amara constatazione. Il potere consolidato solitamente sa e può aspettare meglio di chi gli si oppone nel decidere tempi e modi di azione.

Perché tanto accanimento su Julian Assange?

In fondo, in questi dieci anni, è stato solo il punto terminale, dedito alla diffusione imparziale di un flusso immane e sorprendente di informazioni riservate e segrete rilasciate da ambienti specifici dei servizi di “intelligence” americani.

La Ragion di Stato del resto aveva individuato e neutralizzato i trafugatori e messaggeri di quel tesoro: Edward Snowden, rifugiato in Russia e Chelsea Manning, condannata, graziata da Obama e reincriminata recentemente con Trump. I pesci in realtà, a prima vista, paiono troppo piccoli per gestire da soli una simile impresa.

Pare che il destino, piuttosto che la Giustizia o la faida interna, abbia sentenziato provvidenzialmente la sorte di Rich Seth, il probabile vero responsabile di quelle fughe. Morto di una morte violenta, rimasta oscura nella dinamica e negli autori soprattutto per la frettolosità e il disinteresse con i quali sono state archiviate le indagini.

Perché, quindi, continuare nella persecuzione?

Le divergenze di strategie tra i diversi centri decisionali statunitensi si stanno rivelando inconciliabili sino a ridurre la lotta politica sullo scenario istituzionale ad una guerriglia pretestuosa e senza regole con una fazione disposta a prediligere, in mancanza di argomenti, l’arma giudiziaria e la diffamazione come strumento di eliminazione dell’avversario; le conseguenze distruttive sulla credibilità, la autorevolezza e la capacità di sintesi degli apparati e delle istituzioni sono disastrose. La traduzione operativa degli indirizzi da parte degli apparati si è trasformata in una lotta di potere senza esclusione di colpi sempre più ostentata e sempre meno propensa alla riservatezza necessaria a rendere l’esercizio del potere presentabile ed accettabile. Siamo alla parziale emersione dello stato profondo e della disarmonia della sua azione tipica delle crisi di sistema.

Da qui le crisi di coscienza di alcuni e l’ostentata arroganza e sicumera di altri. Uno dei motivi di tanta protervia nasce quindi dalla consapevolezza che le schegge impazzite e i grilli parlanti sono destinati a proliferare e diventare sempre più incontrollabili. Non rimane quindi che tentare di stringere ulteriormente la morsa sul sistema mediatico e di eliminare le voci dissenzienti, specie quelle non schierate, almeno apertamente e quindi più esposte.

Il grande merito di Julian Assange e della sua squadra è di aver creato un sistema di acquisizione e diffusione delle informazioni schermato in modo tale da rendere difficoltosa l’individuazione delle gole profonde.

Inizialmente la sua attività di divulgazione sembrava orientata ai danni della componente neocon repubblicana e delle sue avventure militari in Afghanistan e Iraq. Da qui la tolleranza e la popolarità negli ambienti democratici americani e progressisti in Europa. La condizione di Assange da paladino della libertà e della democrazia a strumento di potere e burattino nelle mani di Putin e dei suoi utili idioti si è ribaltata con la divulgazione delle malefatte del clan dei Clinton ai danni degli avversari interni al Partito Democratico e dei presunti suoi avversari repubblicani in grado di minacciare le sue ambizioni presidenziali. Trump non era tra questi ultimi; era ritenuto, anzi, l’avversario più debole e di comodo. Alle malefatte di piccolo cabotaggio si è aggiunta la pubblicità su quelle di calibro più pesante legate al suo ruolo di segretario di stato, in particolare durante l’intervento in Libia e nell’intreccio di relazioni con i sauditi.

In realtà lo straordinario patrimonio di informazioni detenuto da Wikileaks, composto da centinaia di migliaia, se non da milioni di file, non copre il solo spazio prettamente politico ed istituzionale americano; ospita diversi ambiti di azione strategica nei più vari angoli del mondo, compresi quelli di altri stati e delle multinazionali, in particolare quelle impegnate nel campo della elaborazione e gestione dei dati, sempre più sorprese  a colludere e fare affari mettendo a disposizione i propri dati. Si deve dar atto ad Assange e Wikileaks della veridicità di tutte le informazioni sino ad ora diffuse e della trasparenza di accesso ad esse.

Si sa però che l’informazione non è mai neutra. È soggetta alle pratiche di divulgazione, di interpretazione rispetto ai contesti e di manipolazione. Il dato viene individuato è costruito all’interno di queste dinamiche.

L’ulteriore contributo di wikileaks è stato quello di distribuire in pacchetti le informazioni. Sono il sistema mediatico e i singoli organi di informazione ad interpretare, selezionare, contestualizzare e diffondere i vari contenuti di wikileaks. Il loro problema, però, è che da almeno dieci anni non dispongono più del monopolio dell’informazione grazie alla diffusione delle reti social, a cominciare da Facebook e Twitter. Se queste reti da una parte, assieme alle agenzie di stampa, liberano in gran parte dall’onere, dai rischi e dalla gratificazione del lavoro di inchiesta gli organi di informazione, dall’altra consentono la proliferazione di canali alternativi spesso alternativi ed in competizione con quelli classici, almeno sino a quando i furori censori e la manipolazione sapiente della disponibilità dei dati avrà preso compiutamente il sopravvento. Sono dinamiche che assieme al potere di formazione della opinione pubblica stanno erodendo irreversibilmente le basi economiche del sistema e svelando pericolosamente i cordoni ombelicali e i meccanismi che legano la stampa libera e i centri di potere. Un arretramento che produce il riflesso incondizionato della partigianeria tanto settaria quanto più avulsa e dell’ulteriore perdita di autorevolezza.

Queste strategie e dinamiche, nella loro individuazione oggettiva, sono comunque il frutto di scelte soggettive degli attori in campo; di uomini con la loro intelligenza e con la loro stupidità, con il loro senso di opportunità e con la loro incomprensione dei tempi, con i loro propositi e le loro rivalse, con la loro generosità e la loro cattiveria, con la loro schiettezza e infine la loro infamia.

Julian Assange è caduto purtroppo nella morsa costrittiva della rivalsa dei centri di potere più cinici e dei detrattori, i più meschini dei quali sono proprio quelli che hanno fruito sino ad un minuto prima delle sue informazioni.

Le schiere di avversari livorosi si sono infoltite paurosamente offrendo agli strateghi della persecuzione nuovi strumenti e coperture per procedere nel loro disegno di annichilimento fisico e psicologico. Tanto più la fetta di privilegio da difendere è risicata tanto più il gelido cinismo si trasforma in livorosa rivalsa ed infamia.

Appena un anno fa abbiamo apprezzato il ventriloquo Soros lamentare l’eccessiva libertà e il pericolo conseguente di manipolazione dei social network. Appena un mese dopo è scattata l’operazione di rigorosa normalizzazione  dell’azione di questi, i cosiddetti GAFA i quali ovviamente pretendono il necessario lucro dal mercimonio. Una pratica che ha messo però a nudo la superiorità strategica legata alla straordinaria capacità di controllo e manipolazione dei dati delle aziende statunitensi e la diretta connivenza con gli apparati di intelligence. Un mondo che Assange aveva iniziato a disvelare. Un mondo che non tollera scorribande, in grado di presentare la vendetta su un piatto freddo.

IL GELIDO CINISMO

Hanno atteso sette anni. Con le dovute pressioni sono riusciti a trasformare l’asilo politico nell’ambasciata equadoregna a Londra in una prigionia sempre più insostenibile e sofferente sino al tradimento della revoca dello status di rifugiato. Dal cinismo delle alte sfere si passa quindi all’infamia da kapò del Presidente Moreno. Un primo obbiettivo è stato raggiunto: consegnare Assange alla Gran Bretagna; un paese che consente l’estradizione di fatto per decisione politica e che permette al paese richiedente, nella fattispecie gli Stati Uniti, di ricalibrare nel tempo i capi di accusa. Il modo meno compromettente per prolungare a tempo indeterminato le detenzioni ritardando la chiusura dei processi dalle costruzioni probatorie improbabili e dall’esito incerto.

IL RISENTIMENTO RANCOROSO E IMPOTENTE

Il caleidoscopio dei cattivi sentimenti si arricchisce a questo punto di un altro elemento: il risentimento rancoroso. In prima linea Hillary Clinton; non ha ancora introiettato il fiele della sconfitta. Lungi dal giustificare e riconoscere le proprie malefatte, rivelatesi alla fine così disastrose per gli interessi stessi del suo paese, non riesce a far altro che riversare la propria collera isterica e impotente ai danni del malcapitato che le ha svelate. Una anziana puerile e capricciosa che non riesce a rassegnarsi all’oblio. Una manifestazione per altro tanto rumorosa ma tutto sommato la meno nociva

IL VILE TRADIMENTO

Scendendo di un gradino la scala delle gerarchie di influenza subentra la viltà del tradimento. Tocca ai tanti giornalisti fruitori a buon mercato dei servizi di WikiLeaks e lesti voltagabbana pronti a spalleggiare e sostenere al momento opportuno gli argomenti capziosi degli inquisitori. Si distinguono tra questi Luke Harding e David Leigh, giornalisti del Guardian i quali hanno costruito la propria fortuna e reputazione su un libro e su un film costruito sui file di Assange per poi non solo avallare la tesi infondata dei legami tra WikiLeaks e Putin, ma addirittura passare a Scotland Yard le crittografie con le quali Assange riusciva ad acquisire le informazioni e che incautamente aveva trasmesso ai due paladini dell’informazione.

LO SCIACALLAGGIO

Buon ultima per importanza, primeggia per meschinità la vigliaccheria degli sciacalli. Una qualità presente in quell’area estesa del giornalismo di periferia che ha certificato il proprio servilismo di passatori di veline, ignorando elegantemente la mole di informazioni compromettenti a carico dei politici e delle classi dirigenti del proprio paese offerta di WikiLeaks. Primeggiano su tutte la quasi totalità delle testate italiane, ormai in gran parte impegnate a riportare più che altro i titoli e le interpretazioni delle testate estere, con alcuni manutengoli di alto rango dell’informazione a fungere da maramaldi. Si passa dalla perfida compostezza di un editorialista della Stampa, transfuga dal Corriere, al commento saccente di un critico di regime del Corriere, all’attacco sbracato di firme del Giornale sempre pronti ad assecondare le badogliate del loro finanziatore. A ciascuno il proprio stile, ma concordi e solidali nella missione. Un discorso a parte meritano i giornalisti di Repubblica. Stranamente rinunciano alle filippiche, ma stigmatizzano la parabola discendente di Assange, in debito di autorevolezza e popolarità dal momento in cui ha scelto come bersagli Obama e Clinton. Un giudizio viziato dall’accecamento ideologico che induce all’identificazione della fazione democratico-progressista con quella di popolo.

Nell’affare Assange rimane comunque una zona grigia tutta da esplorare: il silenzio di Trump e dello staff a lui più vicino. Il Presidente americano avrebbe potuto prolungare, probabilmente con una semplice telefonata al presidente equadoregno, la segregazione nel rifugio dell’ambasciata.

Il costo politico con il Russiagate in dirittura d’arrivo ma non concluso avrebbe potuto essere pesante. Potrebbe essere in corso un tentativo di portare Assange negli Stati Uniti, ma di farlo uscire dalla condanna all’esilio senza fine con una condanna simbolica simile a quella subita dalla Manning. Un disegno reso impalpabile dall’incertezza e dalla ferocia dello scontro politico in corso negli States. Rimane l’altra ipotesi, la più inquietante: che il sacrificio di Assange sia l’obolo in cambio del sacrificio di qualche pesce minore tra gli artefici della macchinazione del Russiagate. Trump ha pagato un prezzo molto alto con il sacrificio di Flynn in avvio di presidenza. Buona parte della vecchia guardia che lo aveva portato alla vittoria si era defilata e solo di recente si era riconciliata. Le veementi proteste di quell’area per l’arresto di Assange lasciano intuire che un altro cedimento di Trump della stessa natura rischia di creare una frattura irreparabile nella propria compagine in cambio di una tregua del tutto improbabile con i nemici. Un dilemma  che si scioglierà probabilmente nei prossimi mesi.

Nelle more la posta in palio è particolarmente importante. Passa dalla pretesa di extraterritorialità della giurisdizione statunitense al tentativo di restringere drasticamente le possibilità di accesso alle fonti della stampa, all’arbitrarietà della costruzione giuridica necessaria all’estradizione. Una costruzione che sta suscitando qualche perplessità, non si sa quanto sincera, anche in quella stampa che negli ultimi tempi ha perso ogni ritegno nella faziosità della propria narrazione.

EUROPA SI EUROPA NO, di Antonio de Martini

Antonio de Martini ricostruisce da par suo a larghi tratti le dinamiche che hanno portato alla condizione attuale dell’Europa, in particolare dei suoi stati e dei suoi popoli. Ne evidenzia le fratture che hanno determinato ascesa e declino e conclude con un appello accorato: “L’Europa deve restare unita ad ogni costo come entità geopolitica e regolare i conti in famiglia. Se possibile, spietatamente.” E’ un appello realistico e corrispondente alla realtà? Sino a che punto il peccato d’origine dell’Unione Europea, la natura delle sue classi dirigenti, la conferma della sua espressione di dipendenza geopolitica con la implosione del blocco sovietico rendono praticabile una strategia interna di trasformazione della sua missione politica?

EUROPA SI EUROPA NO

Credevo di parlare a gente che sa cosa sia l’Europa e conosca le sue istituzioni. Mi sono accorto dell’errore.

Bisogna partire da zero.

Chi guarda all’Europa di oggi, scopre la caratteristica di una grande civiltà in guerra perenne con se stessa.

È un grande cervello – dove si è più volte pensato il pensiero del mondo – ma ha in se due segni di frattura che vengono definite CULTURE dagli intellettuali e che periodicamente degenerano in tumori che cercano di distruggerla.

La prima frattura è quella tra la cultura cattolica e quella protestante.
L’altra è la religione dell’attaccamento al patrio suolo, con confini che nell’ultimo trentennio hanno assunto addirittura dimensioni provinciali.

Il carattere di ogni società procede dalla sua filosofia, ossia dalla sua religione.

Prima del cinquecento, l’Europa ( e il mondo Mediterraneo di cui non parleremo) era unita e una sola era la religione, da quando Costantino imperatore l’aveva unificata accettando il cristianesimo e creando lo strumento unificante dei Concili per evitare scelte frazionistiche ( eresia = scelta).

L’Europa rimase sostanzialmente una – col nome di cristianità- fino alla Riforma e alle guerre che ne seguirono.

Dal punto di vista geopolitico, gli inglesi introdussero il concetto di “equilibrio europeo” che postulava la divisione dell’Europa in due blocchi e loro ago della bilancia.

I tentativi di ricreare l’Impero unito naufragarono regolarmente ma il danno si allargò perché ogni tentativo ( dei franchi, degli Hohenstaufen, degli Ottoni, degli Absburgo) contribuì, con morti e battaglie, a creare delle metastasi: il concetto di patriottismo e in successivi frazionamenti addirittura fedeltà a dinastie o singoli.

Tutti pretesero riti, cerimonie, giuramenti, ripresi dalla religione, il cui indebolimento progressivo veniva ad essere surrogato con la dimensione “ laica” territorio/signore.

Gli intrighi del papato fecero il resto, ossia cercavano di supplire all’indebolimento della capacità aggregante della religione con l’assunzione di un ruolo politicoe la stipula di alleanze.

Lo stesso “ laicismo “ nacque come concetto a causa delle scomuniche scagliate contro i re francesi.

Il massacro, enorme per l’epoca, della guerra dei trenta anni impose a tutti i trattati di Westfalia e l’accettazione di una serie di leggi internazionali ( che proibivano la pirateria, riconoscevano ai principi tedeschi la scelta religiosa , confini e diritti riconosciuti, princìpi di non ingerenza ecc).

L’affermarsi del nazionalismo in Francia ( Richelieu) e successivamente con Bismarck in Germania ( e gli intrighi inglesi) portarono a confronti armati sempre più cruenti fino al massacro inaudito di trenta milioni di persone nella prima guerra mondiale.

Si giurò che “mai più”, ma una pace mal concepita indusse la Germania ad affidarsi a chi prometteva la rivincita .

La seconda guerra mondiale portò il numero dei morti a sessanta milioni e alla creazione di strumenti bellici capaci di distruggere il pianeta.

Nessuna meraviglia che l’idea di riunificare l’Europa prendesse nuovamente piede assieme all’idea di bandire la armi nucleari.

Anche l’Inghilterra – stremata, surclassata dagli USA e con l’impero perduto – per qualche anno percorse questa strada, ( Churchill promosse anche con successo la costituzione del Consiglio d’Europa), ma riprese dapprima l’armamento nucleare e poi la strada della competizione con una Germania dimezzata ma ancora capace di produrre più ricchezza di un’ isola senza impero e senza agricoltura.

Nel frattempo era nata una forma di Europa economica in funzione anti sovietica, accettabile, perché importatrice solvibile , anche dalla nuova potenza anglosassone nata dai due conflitti mondiali.

La morte di Stalin raffreddò il processo di unificazione in atto ma non riuscì a fermarlo.

L’Inghilterra tentò di mettersi in competizione radunando – il vecchio sogno di Hitler- i paesi satelliti del nord del mondo creando “ la zona di libero scambio “, ma nel 1973 si arrese ed entro nella Comunità economica Europea

La caduta dei soviet e lo sfaldamento del patto di Varsavia produssero – come era già avvenuto per la morte di Stalin- una nuova sensazione di sicurezza appena temperata dalla riunificazione della Germania.

Siamo ormai ai tempi nostri. Senza entrare nel merito basterà dire che gli USA non potendo più reggere il loro ricco e dispendioso treno di vita, identificarono il pericolo per la loro egemonia politica ed economica, nel fattore Europa/ Germania.

L’Europa ha quasi il doppio degli abitanti/consumatori degli Stati Uniti, tecnologie se non superiori, uguali; capacità di sfruttamento dei paesi meno sviluppati e legami mondiali più soft.

Basterebbe la sola Germania, alleata con le riserve della Russia a piegare gli USA.

L’Europa Unita legata a Russia o Cina relegherebbe gli USA al rango potenza secondaria.

Da quando il presidente George Bush senior annunziò IL NUOVO ORDINE MONDIALE, gli USA hanno incoraggiato la rottura tra l’Unione Europea e l’Inghilterra; distrutta la Jugoslavia che minacciava da tergo i paesi dell’est Europa; occupato , di fatto, il continente africano con 86 nuove basi e presidi militari ; polverizzato le velleità indipendentistiche del mondo arabo; indebolito i paesi dell’Europa Mediterranea esportandovi la loro crisi finanziaria e proibendo loro di commerciare con la Russia e l’Iran ; destrutturato la Libia, l’Irak e il Venezuela , ipotecando così l’intera produzione petrolifera del mondo ( eccetto la Russia e Kazakistan).

Unici ostacoli : l’Asia, dove l’Afganistan, e la Siria resistono in armi da 17 e 8 anni rispettivamente e l’Iran ( sono gli stessi paesi che resistettero nel XIX secolo agli attacchi inglesi, con l’aggiunta della Siria all’epoca, ottomana ) .

Il cemento unificante della unità Europea , la cristianità, è in crisi profonda e fu respinta , col silenzio, quando Benedetto XVI lo propose.
L’unico cemento comune rimasto , la democrazia, vissuta dai più come sinonimo di benessere, è crollato sotto i colpi della crisi finanziaria “ globale”.

Manca, oggi, la motivazione filosofica per l’Unità Europea, ma sussiste l’imperativo categorico geopolitico senza il quale saremo condannati all’oscurità per il resto dei tempi.

L’urto più subdolo , sotterraneo, violento è decisivo si sta avendo – nel contempo- tra il mondo cattolico e quello protestante, con quasi gli stessi protagonisti di un tempo, ( Irlanda, Cuba, America Latina, Africa sub sahariana) ma con “una guerra senza guerra” giocata a colpi di comunicazione planetaria. Chi primo conquisterà la Cina vincerà la partita.

Il Papa è gradito a circa il 55% del mondo ( con punte dell’80 % in zone strategiche come Italia-Spagna-Polonia mentre gli USA sono attorno al trenta e arrancano con la palla sul piede di Israele al 20%. del gradimento mondiale e in discesa.

Di qui la “scoperta” della omosessualità dei preti e l’accusa di “ inazione” mossa al Papa da parte di paesi che pur fanno della omosessualità una bandiera di libertà e degli stupri sistematici di interi orfanotrofi del Galles un hobby per intoccabili lords.

Il Papa è in difficoltà sopratutto interna ( replica della operazione wikileaks in chiave vaticana, vicenda omosessualità dei prelati e frazionismo del Papa dimissionario che sembra non aver chiara la situazione geopolitica per concentrarsi su aspetti dottrinari, permettetemi di dirlo, desueti) .

Le prossime elezioni Europee sono l’opportunità che si offre agli USA per dare una ulteriore spallata alla costruzione europea con stati e partiti neo costituiti e dai finanziamenti opachi, i cui protagonisti sono costantemente “ pompati” dai media.

Questi stati e liste quisling sono guidate da marionette al cui confronto i collaborazionisti del terzo Reich erano dei premi Nobel di ogni disciplina e dei gran signori.

Salvini e Di Maio hanno avuto in sei mesi più copertura stampa ( anche internazionale) che Andreotti in quaranta anni. E c’è ancora chi ha dubbi.

L’Agente USA Bannon è venuto in Italia per seminare discordia tra le file dei cattolici, specie tradizionalisti, dispone di ingenti fondi ( ad esempio, ha stipulato un affitto ventennale della Abbazia di Trisulti ( 24.000 metri quadri) e ha detto a Salvini che il vero nemico è il Papa.

I suoi consigli di strategie politiche può darli qualsiasi pubblicitario con cinque anni di esperienza, ma capisco che a costoro sembrino oracoli. Gira con un seguito da magnate con fondi “ di proprietà di una signora”.

L’Europa deve restare unita ad ogni costo come entità geopolitica e regolare i conti in famiglia. Se possibile, spietatamente.

Gli Inglesi – che mostrano segni di europeismo tardivo- sono già fuori. The sooner, the better.

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