Semiconduttori: la ricerca della sovranità (5/5)  di Gavekal

Semiconduttori: la ricerca della sovranità (5/5)

I semiconduttori rappresentano la principale sfida tecnologica per gli anni a venire. Sono essenziali per lo sviluppo della tecnologia digitale e dell’industria, e quindi dell’economia. La Cina è in ritardo rispetto a Stati Uniti e Taiwan. Catturare il mercato dei semiconduttori è quindi una sfida importante per la sovranità dei paesi. 

 

Conflitti traduzione di un articolo di Dan Wang originariamente pubblicato sul sito Gavekal

 

5- Il futuro

 

In risposta alle pressioni degli Stati Uniti, la Cina ha intensificato il suo impegno per migliorare la capacità tecnologica della sua industria dei chip. Negli ultimi tre anni, Xi Jinping ha regolarmente commentato la necessità di fare progressi nelle “tecnologie dei punti di collo di bottiglia”, creare “catene di approvvigionamento sicure e controllabili” e sviluppare la capacità di fare “R&S indigeno”. La Conferenza Centrale del Lavoro Economico, tenutasi a dicembre 2020, ha dichiarato per la prima volta la scienza e la tecnologia al centro dell’attività economica nel 2021. Continua il flusso di specifiche politiche di sostegno: ad agosto 2020, il Consiglio di Stato ha annunciato che avrebbe eliminato l’imposta sulle società sui fabbricati avanzati per 10 anni e tariffe esenti su vari articoli di importazione. E ora il governo offre un’assicurazione ai fabbri per proteggerli da apparecchiature o materiali difettosi da fornitori cinesi.

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Anche i fondi scorrono liberamente, e non solo i fondi di orientamento controllati dallo Stato. I segnali del governo hanno chiarito che le industrie tecnologiche sono una priorità nazionale, facendo precipitare i mercati azionari. SMIC ha raccolto 6,6 miliardi di dollari quando è stata quotata in borsa a Shanghai nel luglio 2020 e i settori tecnologici ufficialmente designati “strategici” rappresentano ora circa il 40% del totale dei nuovi finanziamenti alle società quotate in borsa. Non si tratta solo di semiconduttori, ma probabilmente non c’è mai stato un momento migliore per le aziende di circuiti integrati per attingere agli appalti pubblici. Secondo Credit Suisse, le società quotate cinesi senza una fabbrica negoziano con rapporti P/E di 60-90,

 

Non mancano quindi volontà politica e finanziamenti nella ricerca della sovranità cinese sui semiconduttori. Quali sono le possibilità di successo? Il trucco sta nel trovare la giusta definizione del termine “successo”. La completa autosufficienza è una fantasia, per la Cina o per qualsiasi altro paese, data la complessità della catena del valore dei semiconduttori. Ci vorranno molti anni prima che la Cina possa liberarsi dalla sua dipendenza dagli strumenti e dal software degli Stati Uniti. È improbabile che le aziende cinesi diventino leader del settore come TSMC, Samsung o Intel nel prossimo futuro, se mai lo saranno. Ma è probabile che alcune aziende cinesi diventino attori globali credibili in diversi segmenti nei prossimi 5-10 anni. E il ritmo dell’innovazione cinese potrebbe accelerare perché le aziende imprenditoriali, minacciate dalle sanzioni statunitensi, hanno adottato il programma di sovranità dei semiconduttori del governo.

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Le montagne sono alte…

 

È facile contare gli ostacoli. I semiconduttori sono semplicemente più difficili delle aree in cui la Cina ha ottenuto buoni risultati, come le apparecchiature per le telecomunicazioni mobili e i treni ad alta velocità. I progressi nel campo dei chip sono incrementali ed è impossibile fare il salto copiando o ridisegnando un piccolo numero di prodotti. La padronanza di un nuovo passaggio richiede la padronanza di tutti i passaggi precedenti e gran parte di questa padronanza deriva dalla conoscenza del processo radicata nell’esperienza di migliaia di ingegneri, acquisita in milioni di ore di formazione.

L’aritmetica della produzione di chip è spietata. Errori di progettazione o fabbricazione potrebbero non essere scoperti fino alla fine del processo di fabbricazione, dopo milioni di dollari di investimenti. Ogni fase del processo di fabbricazione deve essere completata quasi alla perfezione, altrimenti la resa dei trucioli utilizzabili sarà inaccettabilmente bassa.

 

L’ambiente imprenditoriale cinese non è noto per la sua pazienza. Gli imprenditori cinesi di chip si lamentano della mentalità di arricchirsi rapidamente della maggior parte degli investitori, che si aspettano di essere ripagati in due o tre anni, e non della lentezza della graduale padronanza delle tecnologie di base. I migliori ingegneri preferiscono lavorare per aziende più redditizie come Tencent o ByteDance , mentre molti ricercatori e professori lavorano per le start-up invece di perseguire la ricerca e lo sviluppo di base.

 

La portata e la natura dei finanziamenti pubblici possono creare l’illusione che ci sia una corsia preferenziale per il successo e portare a investimenti eccessivi in ​​strutture fisiche a scapito della conoscenza. Wei Shaojun, un eminente professore alla Tsinghua University e consulente del governo per i semiconduttori, ha criticato pubblicamente il Fondo nazionale per i circuiti integrati per aver finanziato principalmente gli acquisti di attrezzature. Suggerisce di spendere di più per la ricerca.

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… ma ci sono modi per avere successo

 

Tuttavia, diversi fattori favoriscono i produttori di chip cinesi. In primo luogo, la legge di Moore potrebbe raggiungere i suoi limiti, sia perché enormi investimenti in tecnologia avanzata non sono più commercialmente redditizi, sia perché potrebbero esserci limiti fisici alla produzione di chip al di sotto del nodo a 2 nm, che richiederebbe il controllo dei materiali a livello del singolo atomo. Per questi motivi, l’International Technology Roadmap for Semiconductors – la previsione tecnica di consenso per l’industria globale – ha deciso nel 2016 di non tentare più di tracciare obiettivi oltre il 2030. Se i leader del settore colpiscono una tecnologia a muro, le aziende cinesi avranno più spazio per recuperare .

 

Man mano che il settore matura, molte funzionalità cinesi saranno sufficienti per la maggior parte dei casi d’uso. I principali clienti per i chip 5nm più avanzati sono smartphone e PC, settori che hanno visto anni consecutivi di calo delle vendite. Tra le aree di crescita più interessanti ci sono i chip specializzati che aziende come Amazon producono per i server o Google per l’elaborazione dell’intelligenza artificiale. Questi chip sono spesso realizzati in nodi all’avanguardia come 14 nm. Oggi, le aziende cinesi possono realizzare i chip non sofisticati che entrano in prodotti di largo consumo come forni a microonde e carte di credito. Se, come prevedono gli evangelisti del 5G,

 

La Cina produce già gran parte dell’elettronica mondiale, che fornirà la base della domanda per questo tipo di attività di volume. I marchi cinesi producono circa il 40% degli smartphone del mondo , oltre un quarto delle vendite globali di PC e la maggior parte dei veicoli elettrici. Dominano i mercati di tutti i tipi di elettrodomestici, dai condizionatori d’aria ai televisori. Le aziende cinesi potrebbero già occupare posizioni di primo piano in alcuni prodotti del futuro, come veicoli autonomi e attrezzature per smart city.

 

E nonostante un governo statunitense ostile, le aziende cinesi di microchip possono ancora costruire relazioni stabili con i fornitori statunitensi. L’industria statunitense dei semiconduttori ha sfruttato le tensioni tra Stati Uniti e Cina per spingere per una maggiore assistenza governativa, ma non ha aderito all’agenda per paralizzare i produttori cinesi. I produttori di chip e hardware con sede negli Stati Uniti continuano a cercare licenze di esportazione per le loro vendite in Cina e la stragrande maggioranza di loro viene concessa.

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Inoltre, la maggior parte delle restrizioni sulle esportazioni statunitensi si applica solo agli articoli prodotti negli Stati Uniti, offrendo alle aziende la flessibilità di rifornire i clienti cinesi da fabbriche situate all’estero. Il CEO di KLA-Tencor ha suggerito che la società potrebbe utilizzare gli impianti di produzione in Israele e Singapore per vendere alle società cinesi; e Lam Research hanno annunciato nel 2020 che amplierà la produzione in Malesia, forse anche nel tentativo di soddisfare la domanda cinese. Questa tendenza all’offshoring sarà difficile da invertire, soprattutto perché in molti segmenti i concorrenti europei e asiatici sono pronti a riprendere le vendite che le società statunitensi stanno abbandonando a causa delle pressioni politiche.

 

Un’altra strada aperta alle aziende cinesi di chip è l’uso di tecnologie di proprietà intellettuale open source di base, che generalmente non sono soggette a controlli sulle esportazioni perché (come i brevetti e gli articoli scientifici) sono pubblicate. . Nel mondo dei chip, RISC-V è un’architettura open source che compete con le tecnologie proprietarie di ARM. Le aziende cinesi, guidate da Alibaba, hanno iniziato a utilizzare e migliorare RISC-V.

 

Infine, e questo è un punto cruciale, le sanzioni statunitensi potrebbero aver danneggiato, ma hanno anche allineato gli interessi delle aziende tecnologiche cinesi con l’obiettivo dell’autosufficienza del governo. In passato, le aziende tecnologiche cinesi hanno spesso resistito alle pressioni di Pechino per acquistare componenti locali o utilizzare standard locali perché volevano competere nei mercati globali. Un telefono Huawei, ad esempio, utilizza all’incirca la stessa proporzione di componenti cinesi di un iPhone, ad eccezione del processore, progettato dalle due società. Ma oggi, diverse grandi aziende tecnologiche cinesi stanno affrontando una qualche forma di sanzione da parte degli Stati Uniti e molti altri temono di finire in una lista nera incompresa.

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L’impatto più diretto di questo sviluppo è che Huawei e SMIC stanno aumentando i loro acquisti di design, chip e componenti domestici. Le piccole aziende di circuiti integrati che in precedenza non avrebbero potuto sognare di vendere a Huawei sono ora qualificate come fornitori. La sponsorizzazione di queste grandi aziende significa che questi fornitori possono migliorare più velocemente di quanto farebbero altrimenti, grazie alla fornitura di denaro e conoscenze tecniche da parte di fornitori esigenti.

 

Notevoli margini di miglioramento

 

Insomma, l’industria cinese dei semiconduttori ha ancora ampi margini di recupero tecnologico, anche se non riesce mai ad essere all’avanguardia del progresso; e l’opposizione politica di Washington non sarà sufficiente a compensare la crescente domanda da parte delle aziende cinesi di chip che le aziende statunitensi potrebbero non fornire più. In due segmenti, design e memoria, le basi per il progresso sono già poste. L’industria cinese del design senza fabbriche è in forte espansione, soprattutto nelle applicazioni mobili. L’unità HiSilicon di Huawei ha riunito un team di progettazione d’élite che sarà in grado di stimolare l’innovazione in altre aziende, anche se Huawei è irrimediabilmente paralizzata. Le aziende di design cinesi potrebbero iniziare a competere più attivamente con aziende come Qualcomm e Broadcom. Entrambi i produttori di memorie YMTC e CXMT sono credibili e non sembrano essere nel mirino degli Stati Uniti. Hanno buone possibilità di conquistare quote di mercato significative entro tre-cinque anni, a discapito degli operatori coreani in essere.

 

Anche alcuni altri segmenti offrono possibilità di vincita. Nel settore delle fonderie, la pura forza degli investimenti pubblici consentirà probabilmente a SMIC e ad altri di rimanere in gioco, anche se le dinamiche di mercato e i controlli tecnologici statunitensi li tengono costantemente a pochi passi dai leader mondiali. Se le aziende di design cinesi si comportano bene, aiuterà anche le fonderie cinesi. Alcune altre tecnologie mature, come i chip analogici, dove l’innovazione è meno problematica, dovrebbero vedere intensificarsi la concorrenza cinese nei prossimi anni. E le aziende cinesi hanno la possibilità di diventare più importanti nella produzione di materie prime (come wafer, gas e prodotti chimici) utilizzate nei chip.

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È molto più difficile vedere le aziende cinesi salire rapidamente alla ribalta nei chip generici di fascia alta realizzati da Intel e Nvidia, che sono difficili da produrre e mostrano effetti di blocco del software. Potrebbe volerci ancora più tempo prima che la Cina inizi a produrre le proprie apparecchiature di produzione di semiconduttori, poiché queste macchine utilizzano sia la scienza profonda che il software avanzato.

 

Le implicazioni più ampie di un’industria cinese dei chip molto più grande e prospera saranno miste. Alcuni degli operatori storici coreani, giapponesi, europei e americani perderanno quote di mercato, ma il processo sarà graduale. Si prevede che la capacità globale crescerà ben oltre la domanda ora che Cina, Stati Uniti e persino Europa concordano di aver bisogno di una maggiore produzione nazionale di semiconduttori per motivi di sicurezza. Il lato positivo è che ci saranno meno possibilità di carenza di chip come quelle che attualmente colpiscono il mondo. Il rovescio della medaglia è che le società con le prestazioni peggiori rimarranno sul posto e il ritmo dell’innovazione dei semiconduttori probabilmente rallenterà, perché gli attuali leader tecnologici dovranno dividere il mercato con aziende cinesi meno motivate dalla redditività. Man mano che la tecnologia matura e l’industria è sempre più guidata da considerazioni politiche, ci sono sempre meno possibilità che i semiconduttori continuino a consentire gli sbalorditivi progressi tecnologici di cui abbiamo goduto negli anni degli ultimi decenni.

https://www.revueconflits.com/5-semi-conducteurs-la-quete-de-la-souverainete/

TARDE BRICIOLE DI CONSAPEVOLEZZA, di Andrea Zhok

TARDE BRICIOLE DI CONSAPEVOLEZZA
In giovane età s’ha bisogno di certezze, saldi segnavia che ci permettano di orientarci. Perciò passiamo tutti attraverso una fase “faziosa”, in cui assumiamo che quelli del gruppo ideale X, i “nostri” abbiano sempre caratteristiche positive, argomenti validi, ottime ragioni, sensibilità adeguate, senso della realtà, mentre gli “altri”, appartenenti al gruppo ideale Y, presentano incorreggibili tratti negativi, barbarici, irragionevoli, insensibili, fondamentalmente abietti.
Abbastanza presto, con l’età adulta, alcuni fanno spazio ad un qualche grado di tolleranza, ammettendo che non tutto il male è negli “altri”, non tutto il bene è nei “nostri”.
Questo livello critico è di solito il livello più avanzato cui pervengono i più spiritualmente accorti, e il suo raggiungimento ci fa ritenere di aver ottenuto in qualche modo una sorta di saggezza, di maturità, di equilibrio.
E poi, e poi, alcuni, carchi d’anni e di delusioni onusti, pervengono ad un’ulteriore, amara, Illuminazione.
Lì, davanti agli occhi sta la verità, quella verità che non si avrebbe mai voluto vedere, quella verità che, forse, a saperla troppo presto ci avrebbe storpiato moralmente, e che tuttavia ora ci guarda in faccia.
E la verità è che i buoni e i cattivi, i ragionevoli e gli irragionevoli, i sensibili e gli insensibili, i cretini e gli intelligenti, i colti e gli ignoranti, i coraggiosi e i codardi, i magnanimi e i meschini sono distribuiti in maniera ASSOLUTAMENTE EQUANIME rispetto ad ogni credenza, ad ogni ideologia, ad ogni bandiera.
Tra quelli che perorano ideologie eroiche è zeppo di vigliacchi, tra quelli che proclamano l’amore per il prossimo è pieno di cinici, tra gli alfieri del pacifismo è pieno di soverchiatori prepotenti, tra i cavalieri dell’ideale ci sono secchiate di meschini, tra i veneratori della ragione ci sono legioni di dogmatici, tra i fedeli timorati di Dio brulica la hybris individualistica, ecc.
E peraltro di buono c’è che anche le qualità sono distribuite in maniera inaspettatamente equanime.
(Con una singola eccezione: quei liberali che rivendicano orgogliosamente di perseguire il proprio interesse e basta, perché è giusto così – fiat avaritia, pereat mundus – sono esattamente e solamente le nullità morali che sembrano essere.)
Molti sono disposti a fare un tratto di percorso in questa direzione, ammettendo che sì, forse dobbiamo aggiustare le nostre aspettative, forse dobbiamo ammettere che le spazio delle virtù e dei vizi è più variegato di quanto ci aspettavamo; ma dubito che molti siano disposti ad accettare il bruto fatto sociale che le credenze manifeste, le idee proclamate, la bandiere brandite non hanno nessuna, assolutamente nessuna capacità predittiva delle qualità umane di chi le impalma.
Tutti noi continuiamo ad essere propensi ad aprire credito ad alcune bandiere e ad avere deplorevoli aspettative verso altre. Si tratta probabilmente di una reazione primitiva, di un remoto istinto del gregge, che, in un mondo dove non ci sono praticamente più appartenenze su base materiale (fisica, territoriale, biologica, ecc.) ha bisogno di aggrapparsi all’idea che comunque tra “noi” e “loro” ci debba essere una differenza in qualche modo fondamentale.
Invece no.
Le differenze, qualitativamente enormi, abissali, antropologicamente incolmabili, ci sono naturalmente, ma ci sono tra alcuni di “noi” e alcuni di “loro”, tra alcuni di “noi” e altri tra “noi”, tra alcuni ed altri dei “loro”.
Per chi – come i filosofi – fa del traffico delle idee il proprio commercio d’elezione, questa è un’intuizione amarissima, una delusione profonda.
Eppure è qualcosa che abbiamo tutti verificato mille volte, vergognandoci di apparenti “alleati nelle idee”, la cui sola esistenza suonava come una confutazione in vivo di quelle stesse idee.
Ma il punto delle idee non può essere il loro possesso finale, non lo è mai stato, quasi fossero monete da ritirare dalla circolazione e mettere sotto il materasso una volta per tutte.
Il punto del commercio delle idee è sempre stato solo il loro uso, la loro pratica, il loro esercizio: esse sono come la proverbiale scala di Wittgenstein, che una volta saliti dove l’aria è più tersa e la vista più ampia può tranquillamente essere lasciata cadere.

LA GIOVIN POTENZA, di Pierluigi Fagan

LA GIOVIN POTENZA. Leggevo l’articolo di Rampini sul tour Biden. Rampini dice che i G7 erano il 70% del Pil mondiale quaranta anni fa, oggi il 40%, ma l’outlook è prossima, decennale, contrazione.
Biden ha lanciato la Via della Seta delle Lega delle Democrazie, ma senza soldi. Voglio poi vedere coordinare 12 soggetti che debbono decidere chi fa cosa, come e dove (coi soldi di chi). O più se consideriamo l’UE che non riesce a decidere neanche come ripartirsi 10.000 migranti.
Biden ha deciso di sparare 1 miliardo di siringhe sul mondo per guarirlo dal Covid, ma ne servono 11 miliardi per arrivare alla supposta immunità di gregge o insomma per dare una bella botta alle reti di contagio. La variante indiana, intanto, sta bloccando alcuni porti cinesi con un danno di logistica globale che sta pareggiando per entità la nave di traverso di Suez.
Hanno poi deciso di legalizzare una tassa al 15% per le compagnie speciali, ma dicono che è meglio di prima che pagavano zero. Sì, senz’altro, ma così legalizzi un vantaggio fiscale che tra l’altro a pura logica di mercato (Smith, Hayek) è cosa vietatissima. Sono pazzi. Poi l’accordo va ancora ratificato da tutti, inclusa l’Irlanda e l’Olanda.
Sul clima, chiacchiere ma verdi.
Io capisco che fare una strategia per i prossimi trenta anni per gli Stati Uniti d’America sia un gran bel problema strategico. Ma mi sembra che la giovin potenza vada errando. In Europa, a far la guerra fredda ai cinesi, non va a nessuno. Ho letto la ricerca dell’European Council for Foreign Relations che linko, per gli “europei” generalmente ed a maggioranza intesi, l’Europa dovrebbe diventare geopoliticamente più autonoma sebbene in alleanza con gli atlantici e soprattutto attrarre come un “faro”, cooperando un po’ con tutti, ma ogni tanto anche esprimendo valori e critiche. Una visione che l’estensore del commento definisce alla fine di solo “soft power”. Un continente di anziani, che hanno una lunga storia, coi francesi ed i tedeschi che coi cinesi fanno filarini niente male.
La ricerca dice tra l’altro anche che il sentiment medio degli europei verso l’UE è sempre meno positivo ed altre cose interessanti.
Ciò non vuol dire che la Cina non sia un problema negli equilibri multipolari, un gigante del genere, in qualsiasi sistema, tende per sola massa a condizionare il sistema del mondo. Non oggi, non per qualche decennio forse, ma in prospettiva senz’altro.
Sul problema Cina ne riparleremo, ma sugli americani io penserei a sviluppare di più un discorso critico sulle due culture, quella europea e quella anglosassone. Gli americani debbono darsi una calmata e ridistribuire meglio la loro enorme ricchezza al loro interno. Hanno ancora qualcosa come il 24% del Pil mondiale con appena il 4,2% della popolazione mondiale. I britannici seppero viversi, primo popolo che io ricordi, la contrazione di potenza senza dar di matto. La giovin potenza va accompagnata a darsi una calmata. I diritti d’autore su “democrazia” ed ogni altro valore di Occidente sono europei, e quella loro non nacque tale e tale non è mai stata, è un governo rappresentativo ed anche molto poco rappresentativo secondo molti studiosi politici anche americani. Sarebbe ora che gli europei ricominciassero a pensar con la testa propria e questo sembra non solo una idea di buonsenso ma anche sostanzialmente ben condivisa dai concontinentali, il che conforta.
Intanto i cinesi sfottono, questo meme intitolato “The Last G7” è diventato “viral” come una fiammata su Sina Weibo. Gli USA stampano dollari dalla carta igienica dicendo “Attraverso questo possiamo ancora governare il mondo”. La Germania prima a sinistra osserva poco convinta, l’australiano cerca di prender i dollari, la volpe giapponese serve acqua radioattiva di Fukushima a tutti, l’italiano si astiene. Poi c’è l’inglese ed il canadese, il francese che prende appunti e l’elefantino indiano. La rana è Taiwan. Dietro si vedono bombole ad ossigeno e una sacca da flebo. L’artista si chiama Bantonglaoatang. Cortesie multipolari 🙂.

IL GRAN TOUR DI BIDEN È UN GIRO A VUOTO, di Antonio de Martini

IL GRAN TOUR DI BIDEN È UN GIRO A VUOTO
Con il G7 Biden ha lanciato un duplice messaggio: l’America è tornata e siamo tutti uniti rispetto alla Cina che è l’avversario/concorrente da abbattere.
In realtà non avverrà nulla di tutto questo.
Le tre componenti del G7 – USA, UE e UK – hanno iniziato la litania dei distinguo : Johnson si è detto entusiasta di Biden , ma contrariamente alla prassi, Biden ha voluto due conferenze stampa separate.
Macron ha posto un “ prealable” circa l’affidabilità del governo inglese, specie sul tema spinoso e secolare del nord Irlanda.
“ Johnson vuole rinegoziare il protocollo firmato appena sei mesi fa, ma non c’è nulla da negoziare”.
Chi vuole rinegoziare sei mesi dopo la firma non vuole mantenere nessun impegno.”
La staffilata scava un fossato tra UE e UK e gli USA, dove è presente una importante diaspora irlandese, non possono spalleggiare l’alleato inglese.
L’impressione, al di la dell’enfatico “ unbreakable alliance” lanciato da Johnson, è che nessuno viole sentirsi ripetere l’ukaze di Bush del 2001 “ o con noi o contro di noi” e hanno “ fatto ammuina” per evitare di diventare ostaggi delle ossessioni anticinesi del presidente americano.
Il G7 rischia di dare quindi ombra a Biden che cerca di presentarsi all’incontro con Putin e allo scontro coi Cinesi come il leader dell’intero mondo occidentale.
Non è la figura trionfale che pensava di mostrare a amici e nemici.
Andrà, se andrà, all’incontro con Putin di mercoledì infragilito.
Ad onta del Brexit Johnson sta rendendosi conto che, per avere indipendenza commerciale e politica, deve assumere posizioni simili a quelle della UE nei confronti del grande fratello americano.
Nessuno è più disposto ad accettare il ritorno USA nel mondo multilaterale senza porre limiti e condizioni impensabili quattro anni fa.

SE E’ LUNEDÌ DEVE ESSERE IL BELGIO, di Antonio de Martini

SE E’ LUNEDÌ DEVE ESSERE IL BELGIO
Il vezzo molto americano di ottimizzare i vorticosi viaggi esteri del Presidente ha finito per mettere definitivamente in crisi quel che resta della NATO così com’é oggi.
Premuta dalla Russia che sembra avere in mano tutte le carte utili all’America ( in specie l’approvvigionamnto energetico della Cina e dell’Europa, l’alternativa – via transiberiana – alla via della seta che gli USA vogliono controllare e le relazioni militar-industriali col plateau turco-iranico che condiziona gli equilibri del mondo arabo), Joe Biden e consorte in Cornovaglia hanno ottenuto poco più che il sospirato thé con la regina e una dichiarazione d’amore appassionato del premier inglese, ma – con l’eccezione di Mario Draghi che ha definito l’altlantismo “ una colonna della nostra politica estera” ( senza spiegare come mai e perché Pacciardi che ne fu il proponente sia stato poi ostracizzato a vita )- ha ricevuto sorrisi e pacche sulle spalle ma nessun risultato concreto: una generica e quindi non vincolante adesione a un , per adesso ancora inesistente, progetto di alternativa alla via della seta cinese.
Macron, ha aperto le ostilità diplomatiche togliendo focus all’evento ancor prima di partire per Londra.
Ha avvertito con veemenza che non avrebbe preso in considerazione nessun cambiamento agli accordi dello scorso semestre sull’Irlanda e ponendo altrimenti dubbi sulla affidabilità inglese a mantenere gli impegni sottoscritti.
Questo contenzioso é andato ad aggiungersi alla guerra del baccalà sui diritti di pesca tra francesi e inglesi.
Non registravamo un contenzioso navale tra loro dai tempi della distruzione preventiva della flotta francese a Mers el kebir ( 1940).
Una volta sul posto il presidente francese ha annunziato che appena arriverà, al 1 luglio, alla presidenza di turno della UE, pretenderà a spese dell’inglese, l’uso del francese in tutti i documenti dell’Unione e per sottolineare la mancanza del sostegno americano ha annunciato “ il ritiro” – in realtà un dimezzamento scaglionato su tre anni – delle forze francesi da triangolo del Sahel (Mali, Burkina Faso, Niger) della operazione “Barkhane” che nacque- col sostegno logistico americano- nel quadro della lotta al terrorismo voluta dagli USA e che dovrebbe in teoria trascinarsi con aiuti europei scarsi e tenui.
Per compiere l’opera demolitrice della immagine NATO, dopo l’ex premier tedesco Schroeder diventato lobbista della Gasprom russa, ieri l’annunzio che l’ex premier francese Francois Fillon seguirà analoga strada nell’ente petrolifero statale russo.
Se a questi si aggiungono gli ex premier di seconda fila Blair e Prodi che fanno da consulenti al Kazakistan e incassando ricche parcelle ai seminari annuali a San Pietroburgo con Putin, la frana sotto i piedi di Joe e della NATO é completa.
La Germania evidentemente non si é accontenta della levata del veto USA sul gasdotto “ nord stream” e si intravede la manina merkelliana che ha bisogno di una maggiore “autonomia strategica” europea per fronteggiare l’estrema destra tedesca alle imminenti elezioni.
Tutta la dirigenza tedesca , da Bismarck in poi, ha predicato l’allargamento a est e il surplus monstre di 500 miliardi di euro registrato l’altro anno dalla Germania é dovuto in buona sostanza ai rapporti commerciali con la Cina.
Che si aspettavano?
La NATO, premuta dall’esterno dalla Russia e dall’interno dalla Turchia potrebbe essere recuperabile alla sola condizione di cambiare politica e con essa il segretario generale Stoltenberg rivelatosi inadeguato come leader e inaffidabile per la Germania ( si é bruciato aiutando la CIA a spiare la Merkel che ha fatto accusare la Danimarca di inaffidabilità) va cambiato con urgenza.
L’annunzio della dipartita potrebbe già essere fatto domani alla riunione NATO presente un frastornato Biden che sta raccogliendo la gramigna seminata da Trump e deve farlo con attenzione: La FOX che ha preso le distanze dall’ex Presidente ha perso un tre mesi il 45% dell’audience e conseguenti introiti pubblicitari.
Iniziano domani in Belgio le manovre per sostituire il danese alla NATO.
Non può essere un tedesco. Non si può premiare il ribelle e imprevedibile francese, Il portoghese é già all’ONU, resta – di prima fila- solo una possibile candidatura italiana a patto che non sia improvvisata ( 5 stelle) o inaffidabile per varie ragioni ( PD, Fdi, Berlusconiano o altri personaggi folcloristici del nostro panorama).
Di affidabili per un incarico NATO tipo Manlio Brosio, Figliuolo docet, potrebbe esserci solo un militare con un minimo di preparazione politica e in età non veneranda: Camporini. Who else?

INCONTRI DEL PRIMO TIPO, di Antonio de Martini

INCONTRI DEL PRIMO TIPO
Il Washington Post ha annunziato un nuovo mega contratto russo con l’Iran che minaccia di migliorare la posizione strategica iraniana e quella dei suoi alleati.
Il sistema satellitare Canopus-V dotato di una attrezzatura fotografica e di rilevamento ben più efficace e rapida dei mezzi a disposizione dell’Iran oggi.
L’imminente entrata in azione di questo strumento permetterebbe – ad esempio- all’hezbollah o agli houtis- di non essere piu colti di sorpresa e di tenere sotto controllo le basi israeliane da cui potrebbero partire azioni offensive.
La diffusione di questa notizia negli USA, nel silenzio russo e iraniano, significa che al dipartimento di stato prevale la corrente di pensiero che rifiuta l’ipotesi di fare richieste aggiuntive agli iraniani al negoziato di Vienna sul “rientro USA nell’accordo nucleare” come suggerito da alcuni falchi che sottovalutano la determinazione iraniana a non cedere e il fair play russo che continua a fornire solo mezzi difensivi.
Se la Russia rompesse il tacito accordo con Washington e fornisse il sistema antiaereo S400 a Teheran, cambierebbe significativamente la situazione strategica con Israele e nell’area.
Ecco un dossier serio – come quello cinese- sul tavolo della bilaterale russo americana di mercoledi invece che le chiacchiere sulla Crimea, l’Ucraina e i diritti umani ad uso delle folle.

Acqua: un prezioso know-how, di Jean-Baptiste Noé

In economia questo si chiama bene negativo, vale a dire un bene di cui ci accorgiamo dell’esistenza quando è scomparso. Questo è il caso della sicurezza e della pace, è anche il caso dell’acqua potabile. Se non c’è niente di più normale che aprire un rubinetto per fare la doccia o bere un bicchiere d’acqua, questo gesto quotidiano e innocuo è recente.

Acqua: un prezioso know-how

In Francia, cento anni fa, un gran numero di villaggi non aveva ancora l’acqua corrente. L’accesso all’acqua e il controllo della fonte sono stati oggetto di molti drammi e il retroscena di Jean de Florette e Manon des Sources di Marcel Pagnol. Senza acqua potabile, niente vita. Senza un sistema di approvvigionamento idrico, non c’è industria né agricoltura. Nel suo ultimo libro, Guerra e acqua . L’acqua, una questione strategica nei conflitti moderni(Robert Laffont, 2021), Franck Galland risale alle battaglie del 1914 quando l’acqua era essenziale per rifornire le truppe. Anche oggi gli eserciti in proiezione devono provvedere all’approvvigionamento dell’acqua, o che provenga dall’esterno, o che provenga da pozzi. Non c’è operazione riuscita senza collegamento all’acqua.

L’acqua non è una risorsa naturale, ma la dimostrazione della volontà politica e del genio umano. Molti territori hanno un trabocco d’acqua e tuttavia mancano di acqua per la loro popolazione. È il caso del Brasile, compreso San Paolovive in condizioni di stress idrico, quando questo paese è tuttavia un enorme serbatoio d’acqua ed è attraversato da uno dei fiumi più grandi del mondo. Idem nell’Africa tropicale: se l’acqua cade dal cielo, non scorre nei rubinetti. Al contrario, l’Andalusia, sebbene una regione arida, ha saputo molto presto come padroneggiare l’approvvigionamento e l’irrigazione per diventare un frutteto della Spagna. Con i loro acquedotti ancora visibili, i romani erano padroni dell’approvvigionamento idrico. In materia acquatica, non ci sono paesi privilegiati e paesi trascurati, ci sono paesi che sanno padroneggiare e sviluppare tecniche e quelli che sono rimasti indietro. Arabia Saudita e Qatar stanno sviluppando impianti di desalinizzazione, Singapore ricicla le sue acque reflue per renderle sicure al consumo, quando ancora sconsigliato, in una città come Mosca

Leggi anche:  Podcast – La guerra dell’acqua. Franck Galland

L’acqua potabile non è gratuita .

Trattare l’acqua, trasportarla e riciclarla ha un costo. Le grandi aziende sono molto brave a farlo, comprese Suez e Veolia in Francia. Si tratta di lavori tecnici, impegnativi, specializzati che richiedono un’elevata padronanza tecnologica. Città del Capo e Roma, per non aver mantenuto le proprie tubature e dighe, sono state vittime di penuria d’acqua e tagli. È fin troppo facile dare la colpa di questo al cambiamento climatico, quando i veri colpevoli sono politici avventati e demagoghi a breve termine. La mancata manutenzione dei tubi consente un breve risparmio e quindi abbassa i prezzi. Politicamente intelligente a breve termine, questa tattica si è conclusa in un dramma dieci anni dopo, quando i tubi e le infrastrutture sono diventati fatiscenti e obsoleti.

La vera guerra dell’acqua è quindi prima di tutto tecnologica. Acqua riciclata, desalinizzata, pompata in profondità, deviata o riservata, ci sono molti modi per essere in grado di fornire acqua alle megalopoli, affidandosi a società ad alte prestazioni che padroneggiano questi complessi traffici. Per aver fatto la scelta di un accentramento amministrativo dell’acqua, gli Stati americani sono regolarmente posti in stress idrico, in particolare in California. I tubi sono fatiscenti, spesso piombo, che causa gravi problemi sanitari, come in Flintnel Michigan. È un dibattito importante, anche se oscurato, che forse Joe Biden prenderà sul serio, lui che ha un “Mr. Water” nella sua squadra. La Cina sta anche affrontando la scarsità d’acqua, a causa della grande popolazione e dei territori aridi. Portare l’acqua dagli altipiani tibetani ai territori settentrionali e alla costa sarà una delle sue opere maggiori negli anni a venire. Forse un’opportunità di cooperazione globale, che non trasformerebbe più l’acqua in un agente bellicoso, ma in un fattore di pace.

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IL NUOVO PRINCIPE E LA NUOVA STRATEGIA DEL GIOCO DELLE PERLE DI VETRO, di Massimo Morigi

IN ACCOSTAMENTO A VERSO LA GUERRA CIVILE OVVERO IL NUOVO PRINCIPE E LA NUOVA STRATEGIA DEL GIOCO DELLE PERLE DI VETRO. FLECTERE SI NEQUEO SUPEROS ACHERONTA MOVEBO PARTE SECONDA

di Massimo Morigi

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,

le cortesie, l’audaci imprese io canto,

che furo al tempo che passaro i Mori

d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,

seguendo l’ire e i giovenil furori

d’Agramante lor re, che si diè vanto

di vendicar la morte di Troiano

sopra re Carlo imperator romano.

Ludovico Ariosto, Orlando furioso, canto I, ottava 1

A long, long time ago…
I can still remember
How that music used to make me smile.
And I knew if I had my chance
That I could make those people dance
And, maybe, they’d be happy for a while.

But february made me shiver
With every paper I’d deliver.
Bad news on the doorstep;
I couldn’t take one more step.

I can’t remember if I cried
When I read about his widowed bride,
But something touched me deep inside
The day the music died.

So bye-bye, miss american pie.
Drove my chevy to the levee,
But the levee was dry.
And them good old boys were drinkin’ whiskey and rye
Singin’, “this’ll be the day that I die.
“This’ll be the day that I die.”

Did you write the book of love,
And do you have faith in God above,
If the Bible tells you so?
Do you believe in rock ’n roll,
Can music save your mortal soul,
And can you teach me how to dance real slow?

Well, I know that you’re in love with him
’cause I saw you dancin’ in the gym.
You both kicked off your shoes.
Man, I dig those rhythm and blues.

I was a lonely teenage broncin’ buck
With a pink carnation and a pickup truck,
But I knew I was out of luck
The day the music died.

I started singin’,
“bye-bye, miss american pie.”
Drove my chevy to the levee,
But the levee was dry.
Them good old boys were drinkin’ whiskey and rye
And singin’, “this’ll be the day that I die.
This’ll be the day that I die.”

Now for ten years we’ve been on our own
And moss grows fat on a rollin’ stone,
But that’s not how it used to be.
When the jester sang for the king and queen,
In a coat he borrowed from James Dean
And a voice that came from you and me,

Oh, and while the king was looking down,
The jester stole his thorny crown.
The courtroom was adjourned;
No verdict was returned.
And while Lenin read a book of Marx,
The quartet practiced in the park,
And we sang dirges in the dark
The day the music died.

We were singing,
“bye-bye, miss american pie.”
Drove my chevy to the levee,
But the levee was dry.
Them good old boys were drinkin’ whiskey and rye
And singin’, “this’ll be the day that I die.
This’ll be the day that I die.”

Helter skelter in a summer swelter.
The birds flew off with a fallout shelter,
Eight miles high and falling fast.
It landed foul on the grass.
The players tried for a forward pass,
With the jester on the sidelines in a cast.

Now the half-time air was sweet perfume
While the sergeants played a marching tune.
We all got up to dance,
Oh, but we never got the chance!
’cause the players tried to take the field;
The marching band refused to yield.
Do you recall what was revealed
The day the music died?

We started singing,
“bye-bye, miss american pie.”
Drove my chevy to the levee,
But the levee was dry.
Them good old boys were drinkin’ whiskey and rye
And singin’, “this’ll be the day that I die.
This’ll be the day that I die.”

Oh, and there we were all in one place,
A generation lost in space
With no time left to start again.
So come on: jack be nimble, jack be quick!
Jack Flash sat on a candlestick
’Cause fire is the devil’s only friend.

Oh, and as I watched him on the stage
My hands were clenched in fists of rage.
No angel born in hell
Could break that Satan’s spell.
And as the flames climbed high into the night
To light the sacrificial rite,
I saw Satan laughing with delight
The day the music died

He was singing,
“bye-bye, miss american pie.”
Drove my chevy to the levee,
But the levee was dry.
Them good old boys were drinkin’ whiskey and rye
And singin’, “this’ll be the day that I die.
This’ll be the day that I die.”

I met a girl who sang the blues
And I asked her for some happy news,
But she just smiled and turned away.
I went down to the sacred store
Where I’d heard the music years before,
But the man there said the music wouldn’t play.

And in the streets: the children screamed,
The lovers cried, and the poets dreamed.
But not a word was spoken;
The church bells all were broken.
And the three men I admire most:
The Father, Son, and the Holy Ghost,
They caught the last train for the coast
The day the music died.

And they were singing,
“bye-bye, miss american pie.”
Drove my chevy to the levee,
But the levee was dry.
And them good old boys were drinkin’ whiskey and rye
Singin’, “this’ll be the day that I die.
This’ll be the day that I die.”

They were singing,
“bye-bye, miss american pie.”
Drove my chevy to the levee,
But the levee was dry.
Them good old boys were drinkin’ whiskey and rye
Singin’, “this’ll be the day that I die.”

Don McLean, American Pie

Apparentemente parlando d’altro (e cioè del tormentato ed irrisolto rapporto di Delio Cantimori col pensiero di Carl Schmitt) il mio ultimo Delio Cantimori, Carl Schmitt, l’occasionalismo e il romanticismo politico del Repubblicanesimo Geopolitico per una lettura inattuale della Lettre à Monsieur le Président e del suo commento di Giuseppe Germinario (pubblicato su “L’Italia e il Mondo” in data 16 maggio 2021 all’URL del blog http://italiaeilmondo.com/2021/05/16/delio-cantimori-carl-schmitt-loccasionalismo-e-il-romanticismo-politico-del-repubblicanesimo-geopolitico-_di-massimo-morigi/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210516084255/http://italiaeilmondo.com/2021/05/16/delio-cantimori-carl-schmitt-loccasionalismo-e-il-romanticismo-politico-del-repubblicanesimo-geopolitico-_di-massimo-morigi/) cercava di fornire elementi sottotraccia (sottotraccia non perché si voglia ricorrere ad un’ “ermeneutica della dissimulazione” alla Leo Strauss ma perché un pensiero collettivo strategico al riguardo è ancora tutto da definire) per cominciare a dare concrete ed operative risposte alle problematiche sollevate dall’intervento di Giuseppe Germinario Lettera al Presidente, Lettre à Monsieur le Président di e a cura di Giuseppe Germinario (pubblicato su “L’Italia e il Mondo” in data 29 aprile 2021 all’URL del blog http://italiaeilmondo.com/2021/04/29/lettera-al-presidente-lettre-au-president_di-e-a-cura-di-giuseppe-germinario/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20210430070632/http:/italiaeilmondo.com/2021/04/29/lettera-al-presidente-lettre-au-president_di-e-a-cura-di-giuseppe-germinario/?lcp_pagelistcategorypostswidget-3=4%23lcp_instance_listcategorypostswidget-3). Con un brevissimo scarto temporale dalla mia riflessione “ellittica”sulla Lettera al Presidente di Germinario e sulla lettera stessa dei generali francesi al loro presidente, sempre Germinario in data 5 maggio ha pubblicato all’URL del blog http://italiaeilmondo.com/2021/05/20/rumor-di-sciabole-di-giuseppe-germinario/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210520063533/http://italiaeilmondo.com/2021/05/20/rumor-di-sciabole-di-giuseppe-germinario/ Rumor di sciabole, un’acutissima riflessione su un’analoga lettera di militari, ma questa volta di massimi gradi delle forze armate USA al presidente degli Stati Uniti Biden. Nella chiusa dell’intervento di Germinario la cristallina analisi comparata delle due lettere (la cui brillantezza possiamo facilmente verificare andando alla fonte internettiana dei due documenti: URL per la lettera dei generali francesi, https://www.valeursactuelles.com/politique/pour-un-retour-de-lhonneur-de-nos-gouvernants-20-generaux-appellent-macron-a-defendre-le-patriotisme/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20210430070506/https:/www.valeursactuelles.com/politique/pour-un-retour-de-lhonneur-de-nos-gouvernants-20-generaux-appellent-macron-a-defendre-le-patriotisme/, oppure https://www.place-armes.fr/post/lettre-ouverte-a-nos-gouvernants, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20210501034121/https:/www.place-armes.fr/post/lettre-ouverte-a-nos-gouvernants; per la lettera dei militari americani, https://img1.wsimg.com/blobby/go/fb7c7bd8-097d-4e2f-8f12-3442d151b57d/downloads/2021%20Open%20Letter%20from%20Retired%20Generals%20and%20Adm.pdf?ver=1620909565500, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210514081526/https://img1.wsimg.com/blobby/go/fb7c7bd8-097d-4e2f-8f12-3442d151b57d/downloads/2021%20Open%20Letter%20from%20Retired%20Generals%20and%20Adm.pdf?ver=1620909565500, URL quest’ultimo raggiungibile tramite link alla pagina all’URL https://flagofficers4america.com/opening-statement#393e50a9-590e-4cf3-a356-84bf2eec4e5b, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20210513103857/https://flagofficers4america.com/opening-statement, pagina del sito https://flagofficers4america.com/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20210512205241/https://flagofficers4america.com/ e sottolineando, infine, che in Italia di questa lettera se ne era parlato per la prima, e per quanto ne sappiamo, unica volta, nella videointervista di Giuseppe Germinario a Gianfranco Campa Stati Uniti! Aggrappati al potere, pubblicata in data 13 maggio 2021 sull’ “Italia e il Mondo” all’URL http://italiaeilmondo.com/2021/05/13/stati-uniti-aggrappati-al-potere-lontani-dalla-realta_con-gianfranco-campa/ e sul canale YouTube del blog all’URL https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=9fs2mPrHN44&feature=emb_logo, cui ha fatto seguito anche un nostro caricamento della stessa su Internet Archive, generando così gli URL https://archive.org/details/stati-uniti-aggrappati-al-potere-lontani-dalla-realtane-parliamo-con-gianfranco-campa-480p e https://ia601405.us.archive.org/11/items/stati-uniti-aggrappati-al-potere-lontani-dalla-realtane-parliamo-con-gianfranco-campa-480p/Stati%20Uniti%20aggrappati%20al%20potere%20lontani%20dalla%20realt%C3%A0ne%20parliamo%20con%20Gianfranco%20Campa_480p.mp4, un caricamento sulla massima piattaforma internazionale di preservazione digitale che è stata riservata anche per tutte le altre analoghe videointerviste di Germinario a Campa, ugualmente fondamentali – e, soprattutto, uniche, uniche perché del tutto svincolate e disincantate rispetto agli idola fori dirittoumanistici e da ascoltare in parallelo alla lettura di Verso la guerra civile, sempre di Gianfranco Campa – per comprendere la politica e la dinamiche sociali negli Stati Uniti), svela infine a noi la sua funzione euristica riguardo ad una (triste) messa a fuoco del caso italiano: «Per finire in Francia quella lettera rivela la presenza di una forte componente istituzionale resistente ai propositi di subordinazione, ma priva di una espressione e quindi di una piattaforma politica coerente, vista la crisi delle residue formazioni gaulliste e la giustificata diffidenza nei confronti del Front National-RN; negli Stati Uniti la piattaforma politica è più articolata, il radicamento negli apparati comincia ad essere tangibile ma meno compiuto, il pregiudizio ideologico però rischia di annichilire lo slancio e riportare nel vecchio alveo conservatore il movimento. É il portato di chi tende a guardare il futuro degli Stati Uniti con gli occhi di un secolo fa, piuttosto che coniugare al futuro quelle chiavi interpretative e rendere praticabili i propositi tirannicidi. Vedremo! Tutto sommato la partita è ancora aperta, tranne che purtroppo nel nostro “pauvre pays”. I soggetti qualificati ad innescare processi simili potrebbero anche esserci, ma regolarmente ai margini delle situazioni. Manca la molla che li spinga ad agire in un circo sin troppo congestionato. Una decina di anni fa ci fu un timido tentativo in proposito, fallito in poche ore; il documento in fondo alla pagina del sito avrebbe dovuto costituire una prima traccia di lavoro  http://italiaeilmondo.com/2018/02/02/per-un-recupero-delle-prerogative-dello-stato-nazionale-italiano-per-la-salvaguardia-della-integrita-del-paese-verso-una-posizione-di-neutralita-vigile/ [Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20180816234404/http://italiaeilmondo.com/2018/02/02/per-un-recupero-delle-prerogative-dello-stato-nazionale-italiano-per-la-salvaguardia-della-integrita-del-paese-verso-una-posizione-di-neutralita-vigile/, N.d.A.]. Le condizioni erano improbabili, la dabbenaggine nostra ha fatto il resto. Restano le voci nel deserto.».

In particolare, colpisce della chiusa di questo intervento, corredata con URL di rinvio alla lettera-manifesto dello stesso Germinario Per un recupero delle prerogative dello Stato nazione italiano, per la salvaguardia dell’integrità del paese verso una posizione di neutralità vigile cui noi ora abbiamo fornito anche il congelamento Wayback Machine, un sentimento misto fra la consapevolezza che ormai i vecchi percorsi dialettico-strategici ereditati dalla tradizione ottocentesca non sono più percorribili («É il portato di chi tende a guardare il futuro degli con gli occhi di un secolo fa, piuttosto che coniugare al futuro quelle chiavi interpretative e rendere praticabili i propositi tirannicidi. Vedremo!», ed è evidente che questa affermazione, almeno per noi, non può essere limitata solo alla situazione statunitense) e la speranza, anche se debolissima per la verità e quasi travolta da un profondissimo pessimismo, che ancora non tutto è perduto, anche se nel nostro paese la situazione è ancora più tragica che nel resto delle altre c.d. democrazie industriali («Tutto sommato la partita è ancora aperta, tranne che purtroppo nel nostro “pauvre pays”. I soggetti qualificati ad innescare processi simili potrebbero anche esserci, ma regolarmente ai margini delle situazioni. Manca la molla che li spinga ad agire in un circo sin troppo congestionato. […]Le condizioni erano improbabili, la dabbenaggine nostra ha fatto il resto. Restano le voci nel deserto.»).

Fra queste voci nel deserto che, nello specifico, risposero alla lettera-manifesto di Germinario, vi fu il mio post di commento alla stessa pubblicato sul blog in data 25 agosto 2017. Lo riporto qui di seguito integralmente come testimonianza di un periodo certamente non ottimista ma dove ancora ci si illudeva che, nonostante le condizioni improbabili, fossero ancora disponibili margini di manovra per i vecchi percorsi dialettico-strategici: « «Chi dice umanità, mente, se uno Stato combatte il suo nemico politico in nome dell’ umanità, la sua non è una guerra dell’umanità, ma una guerra per la quale un determinato Stato cerca di impadronirsi, contro il suo avversario, di un concetto universale per potersi identificare con esso (a spese dell’avversario) […]. Umanità è strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche.»: Carl Schmitt, Le categorie del ‘politico’, Bologna, il Mulino, 1972, p. 139. A distanza di quattro anni la proposta politica di Giuseppe Germinario Per un recupero delle prerogative dello Stato nazionale italiano, per la salvaguardia della integrità del Paese, verso una posizione di neutralità vigile, mantiene intatta, in ogni sua articolazione, tutta la sua validità, l’unico problema non di dettaglio, ma è problema che non deriva certo dall’ottima elaborazione di Germinario ma ci è restituita direttamente dallo “stato delle cose” della situazione politica italiana, è l’individuazione (o ancor meglio, la creazione) del soggetto politico destinato a dar corpo e vita a queste proposte. Allora sotto questo punto di vista deve costituire un fondamentale contributo il ragionamento sviluppato da Carl Schmitt nelle Categorie del ‘politico’ e ripreso nell’incipit di questo commento: vale a dire che la forza politica che vorrà farsi carico del programma di Germinario dovrà, prima di tutto, prendere una decisa e cristallina posizione contro la retoriche democraticistiche, dei diritti umani e di una politica internazionale “pro umanità” lungo la direttiva espressa da Schmitt nelle Categorie del ‘politico’. Ma non ci si dovrà fermare a questa pars destruens. La pars construens cui questa formazione politica dovrà ispirare la sua parte propositiva, dovrà porre sul piedistallo dove prima si ergevano gli infranti idoli democraticistici e dirittoumanistici (che da sempre sono la principale arma di dominio agli agenti alfa-strategici) il concetto di Kultur, il che significa che il primo (se non l’unico) obiettivo di una nuova consapevole politica per la rinascita dell’Italia è l’ adamantina consapevolezza che l’Italia ha una cultura (intendendo per cultura quell’inestricabile intreccio dialettico fra cultura, arte, storia, economia, religione) che va ben oltre gli ultimi disgraziati settant’anni della sua storia “democratica”. In altre parole questa forza politica deve essere consapevole che questa Kultur deve ritrovare un suo rinnovato Lebensraum che gli dia spazio e che la faccia rinascere. Abbiamo velocemente accennato a parole e a concetti che a molti faranno correre più di un brivido lungo la schiena. Ma da questi brividi bisogna prendere congedo perché derivano dall’ affabulazione dei vincitori della Seconda guerra mondiale totalmente interessati assieme alla (giustissima) damnatio memoriae del nazismo anche alla damnatio memoriae della tradizione geopolitica tedesca (mentre all’atto pratico essa fu da loro accuratamente utilizzata e studiata soprattutto nel secondo dopoguerra) e questo non certo per il bene dell’umanità ma per potere vendere la loro merce avariata dirittoumanistica e democraticistica. C’è quindi in Italia una formazione politica che abbia il coraggio, al di là delle pur giuste ribellioni contro i singoli aspetti dell’operato delle attuali classi dirigenti “democratiche” (vedi la politica migratoria, giustamente avversata da parte di alcune forze ma senza una chiara impostazione teorica) a sostenere un dibattito serrato e sincero su questa “metanoia” teorica ancor prima che pratica della politica italiana? Questo, ovviamente, allo stato non è possibile dirlo. Quello che, tuttavia, è irrinunciabile tener ben fermo nei nostri propositi, deve essere la costante consapevolezza (e quindi la decisione) che è giunto il momento di porre pubblicamente a chi dovrebbe esserne interessato questa problematica teorica. Dalle risposte (e anche dalla nostra decisione nel porre le domande), potrebbero nascere evoluzioni molto interessanti (molto interessanti perché rivoluzionarie) del ad oggi stagnante e maleodorante “caso italiano”. Massimo Morigi – Eraclea (Policoro) 25 agosto 2017.».

Su questo mio post (che, fra l’altro, non era la mia prima espressione su come concretamente si dovesse procedere per iniziare l’edificazione di un gramsciano Nuovo Principe – essa era stata preceduta sul blog “Conflitti e Strategie” in data 3 maggio 2014 da Per una futura (e si spera non lontana) sintesi politico-culturale, post di risposta all’articolo del prof. Gianfranco la Grassa Un assaggio, una riflessione meno teorica ma ancor più – almeno nelle sue velleità – politicamente operativa della successiva pubblicata sull’ “Italia e il Mondo” ma che, ovviamente, ne condivideva gli stessi propositi rivoluzionari: «Per una futura (e si spera non lontana) sintesi politico-culturale degli sforzi di tutti coloro che ritengono completamente esaurita la fase storica della democrazia rappresentativa: 1) Concordare – ed approfondire – a livello teorico sulla natura puramente mitologica delle ideologie che hanno generato la modernità politica, prima fra tutte l’ideologia liberaldemocratica con tutti i suoi allucinatori corollari, in primo luogo l’allucinatoria narrazione dei diritti dell’uomo et similia; 2) Conseguentemente al punto 1, rendere sempre più chiaro e diffuso presso una pubblica opinione sempre più consapevole il fondamentale disvelamento del ruolo unicamente polemogeno dell’ideologia democratica e della sua insostituibile ed unica funzione nell’ambito dello scontro strategico nei suoi vari livelli (politico, economico e culturale) in cui questo si manifesta; 3) Sottolineare al contempo che un rinnovato discorso teorico-politico sulla libertà degli individui e delle sue varie aggregazioni in gruppi organizzati non deve essere lasciato morire assieme alla morte dell’allucinatoria narrazione dei diritti dell’uomo ma deve essere portato ad un livello più alto e consapevole attraverso il riconoscimento pratico e teorico di quello che concretamente significa la libertà, e cioè equilibrio dinamico dei vari livelli di potere che trova la sua espressione e manifestazione attraverso lo scontro strategico; 4) Infine, per quanto riguarda l’Italia e alla luce dei punti 1, 2 e 3 indicare nella sua progressiva neutralità come l’unico svolgimento storicamente sensato (non soluzione perché in storia non si danno soluzioni, quasi che le crisi di civiltà come la presente situazione italiana e delle altre democrazie rappresentative fosse un problema matematico) per la sua crisi politica, economica e culturale, della quale prospettare, appunto, una soluzione attraverso le ordinarie metodologie politiche e culturali indicate dall’ideologia democratica non è altro che una pratica magico-apotropaica utile solo per lasciare indisturbati al comando quegli stregoni – cioè i grandi agenti strategici – che costantemente, attraverso vuoti slogan falsamente scientifici e attraverso il martellamento dei grandi sistemi informativi di ‘distrazione di massa’, operano per insufflare e fissare nelle menti delle masse quegli schemi e risposte automatiche che sono in assoluta antitesi con il modello dello zoòn politikòn, modus operandi ed intima essenza dei quali sono del tutto simili a quella che viene definita mentalità mitico-religiosa. Massimo Morigi – Ravenna 3 maggio 2015». Alla quale seguì immediatamente l’ apprezzamento di La Grassa: «Ringrazio Massimo Morigi dell’intervento. È uno dei pochi che rifletta in termini di analisi della fase e sulla necessità di approntare nuove categorie interpretative. Per il resto, mi preoccupa il fatto che leggere i commenti in questo blog assomigli sempre più a quanto uno vive frequentando facebook. Spero si riesca a cambiare “qualcosina”.» e a cui fece seguito la mia risposta conclusiva: «5 maggio 2015 – La democrazia è un mito politico che oggi, il tempo in cui le decisioni fondamentali sono totalmente sottratte al politico, può trovare fedeli solo presso le masse incolte e nei truffatori di professione di queste masse stesse. Per iniziare quindi nuove sintesi politico-culturali, bisogna intraprendere una previa azione profilattica: denunciare appunto la natura totalmente ed unicamente mitologica della narrazione politica democratica e nel contempo additare alla pubblica esecrazione chi continua a farne truffaldinamente uso (o alla pubblica compassione chi sinceramente se ne dichiara devoto fedele…). Massimo Morigi». Il tutto visionabile e scaricabile all’URL di “Conflitti e Strategiehttp://www.conflittiestrategie.it/un-assaggio-di-glg-2-maggio, congelamento WebCite https://www.webcitation.org/6YG6DKlpW, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210521205830/https://www.webcitation.org/6YG6DKlpW, ed anche caricata autonomamente in pagina formato PDF su Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/PerUnaFuturaEsiSperaNonLontanaSintesiPolitico-culturaleKarlMarx_20/page/n1/mode/2up e https://ia600308.us.archive.org/34/items/PerUnaFuturaEsiSperaNonLontanaSintesiPolitico-culturaleKarlMarx_20/PerUnaFuturaEsiSperaNonLontanaSintesiPolitico-culturale.pdf), su questo mio post, dicevo, nulla da aggiungere e nulla da togliere per quanto riguarda i riferimenti culturali e per quanto riguarda l’analisi politico-filosofica dell’ideologia democraticistica e delle sue classi dirigenti italiane come quelle del resto delle c.d. democrazie industriali.

É invece necessaria, alla luce soprattutto delle ultime vicende epidemiologiche che hanno visto la maggior parte delle già instupidite ed omega-strategiche masse dalla narrazione liberal-democraticistica ora finalmente totalmente asservite, atterrite e definitivamente lobotomizzate dai terroristici ordini castrensi abbaiati dai mass-media (alle quali fanno da contraltare minoritarie ma robuste ed altrettanto poco strategiche masse che al terrore oppongono il rifiuto del pericolo; vale a dire, quando la superstizione scientifica dei primi, i.e. l’idolatria scientifico-virologica, va a braccetto con la diffidenza aprioristica, e quindi altrettanto irragionevole e quindi superstiziosa perché intrinsecamente non dialettica come la superstizione scientifica, sui ritrovati della tecnica, nel caso specifico i vaccini. Siamo generosi, tre padri nobili per quest’ultimi: il Mago del Nord Johann Georg Hamann, Heidegger e Severino, mentre per i primi Popper e Fukuyama, anche se proprio nobili non sono e anche se, con ogni probabilità, non ne hanno mai sentito parlare ma però un tronfio ed accecato pavone tuttologo televisivo ed una altrettanto televisiva vaiassa nazionale sempre col cuore oscenamente in mano non si possono negare a nessuno…), una profonda revisione dell’ottimismo che informava Per un recupero delle prerogative dello Stato nazionale italiano, per la salvaguardia della integrità del Paese, verso una posizione di neutralità vigile e le mie due analoghe considerazioni di cui si è appena detto.

In altre parole, riprendendo le parole di Germinario in Rumor di sciabole bisogna a tutti i costi evitare di «guardare il futuro degli Stati Uniti [ma anche al nostro, N.d.A.] con gli occhi di un secolo fa, piuttosto che coniugare al futuro quelle chiavi interpretative e rendere praticabili i propositi tirannicidi.», in altre parole, sviluppando il ragionamento, bisogna abbandonare l’illusione per le future azioni strategiche di mettere in campo manovre che pianificando di partire magari da piccoli numeri mobilitatori si propongano poi di interessare nell’immediato – ma anche in una dimensione temporale di medio-lungo periodo – più grosse e quindi decisive masse di manovra.

Morte de facto, quindi, del Moderno Principe? Sì se il nostro approccio dovesse rimanere quello informato alla tradizione romantico-rivoluzionaria otto-novecentesca (e non mi riferisco solo a quella marxista ma anche a quella imperniata sulle aspirazioni identitarie dei popoli, in primis a quella mazziniano-risorgimentale), no, invece, se noi di queste tradizioni rivoluzionarie vogliamo mantenere lo spirito strategico-espressivo ma passando da una dimensione tragico-eroica dove le masse si sarebbero risvegliate in breve tempo grazie all’azione di élite illuminate (Mazzini, Lenin, Gramsci e D’Annunzio le quattro massime figure archetipiche della rivoluzione, nonostante l’abissale differenza dei loro progetti sociali, condividevano questa medesima Stimmung. Ricordiamo tangenzialmente che l’impresa fiumana fu la prima e l’ultima volta che un’espressività poetica cercò romanticamente di incarnarsi direttamente e senza mediazioni nell’azione politica e che la Carta del Carnaro di Alceste de Ambris e Gabriele D’Annunzio – vera e propria stranezza ma forse non più di tanto viste le pubbliche rimozioni sulla storia contemporanea ed anche meno recente d’Italia, unico URL rilevato dove sulla Rete ci è stato dato di incontrarne il testo: http://www.dircost.unito.it/cs/pdf/19200000_Carnaro_DAnnunzio_ita.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20140910120022/http://www.dircost.unito.it/cs/pdf/19200000_Carnaro_DAnnunzio_ita.pdf – fu il primo documento di natura costituzionale che cercò, alla luce di un socialismo di stampo mazziniano, di combattere l’anomia del sistema liberal-capitalistico: si vedano gli articoli LXIII – titolo: Della edilità –, LXIV – titolo: Della musica – e LXV esclusivamente dedicati all’arte urbanistica e alla musica come mezzo per elevare il popolo, fascistica estetizzazione della politica o benjaminiana politicizzazione dell’estetica? Nel dubbio, una sola certezza: la nostra vigente costituzione non è certo la costituzione più bella del mondo…) a una più sottile, sotterraneamente più pervasiva e tesa a minare e spiazzare con inusitati ironici aggiramenti e creative metafore, dialettiche imprese, associazioni, intese ed azioni il portato politico, culturale, epistemologico e gnoseologico della presente civiltà nata dal rifiuto della tradizione aristotelica e politicamente trionfante con l’Illuminismo e, in finale stazione d’arrivo, culturalmente avvelenante ogni slancio dialettico-strategico-espressivo col positivismo ed il neopositivismo (e su come possa teoricamente svilupparsi il rifiuto di questa eredità non intendo proprio dilungarmi, avendolo fatto praticamente in ogni luogo. La presente comunicazione è stata monopolizzata dal riferimento a Carl Schmitt, chi ci ha seguito anche altrove sa bene che a questo “timido decisionista” proprio non ci si è fermati…).

Non per essere più chiari ma però nel proposito di iniziare il percorso degli spiazzanti inusitati ironici aggiramenti e creative metafore, dialettiche imprese, associazioni, intese ed azioni, si tratta di passare dalle tragiche ma anche ironiche Weltanschauung da Le confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo o da L’armata a cavallo di Isaac Babel ad aspettative e tentativi di espressività strategica che possono trovare nel Gioco delle perle di vetro di Hermann Hesse il loro specchio riflettente altrettanto ironico ma nel contempo anche creativamente deformante proprio per la momentaneamente sospesa – e quindi, in ultima analisi, ancora più dirompente in prospettiva di lungo periodo – attiva tragicità storica.

Pur nelle loro profonde differenze rilevate da Germinario, le due lettere dei militari francesi e statunitensi così brillantemente da lui discusse, denotano, assieme ad una volontà di azione, pure una totale mancanza totale lucidità sulla natura della crisi di civiltà che ha pur suscitato la loro volontà di azione ed espressione presentandosi perciò come l’ultimo e più elitario frutto (elitario non nel senso di una apprezzabile elaborazione teorica ma nel senso di interpretazione di un sentimento di massa più generale – cioè di un sentimento condiviso da un gran numero di agenti omega-strategici e che attraverso questa condivisione definiscono la loro identità sia subalterna ma anche di contrapposizione all’esistente – da parte di agenti quasi alfa-strategici che per convinzione e/o tornaconto danno voce a questo sentimento) della più vasta e di massa volontà di azione e di rifiuto di omologazione, che si accompagna ad una ottenebrata e non chiara visione culturale della posta in gioco, di quella parte dell’America profonda e soprattutto rurale ma anche di (ormai ex) aristocrazia operaia ed artigiana che oggi si riconosce politicamente in Donald Trump è che è stata meravigliosamente descritta da Gianfranco Campa in Verso la guerra civile (documento all’URL http://italiaeilmondo.com/2020/05/16/verso-la-guerra-civile-il-tramonto-dellimpero-usa_2a-parte-di-gianfranco-campa/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210201075858/http:/italiaeilmondo.com/2020/05/16/verso-la-guerra-civile-il-tramonto-dellimpero-usa_2a-parte-di-gianfranco-campa/), una Stimmung quella di questa America profonda che con ardente spirito anche se non con adeguati strumenti conoscitivo-teorici (il risibile mito da parte di costoro di un ritorno allo spirito originario della Costituzione federale del 1789) si oppone – anche se fino ad ora inanamente a quanto pare, ma il futuro è nelle mani di Dio e anche nelle loro e perché no? anche nelle nostre se dialetticamente ed espressivamente ispirate: vedi il progetto ove «Separatist Group Seeks To Move Oregon Border To Create ‘Greater Idaho’», all’URL https://www.opb.org/news/article/move-oregon-border-greater-idaho-petition/?fbclid=IwAR3KVUbaOrEQCYmmM21wE0ZLuLWxSEZa28cXylp_kjdxIN3xuIQI4bschcU, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200224151627/https://www.opb.org/news/article/move-oregon-border-greater-idaho-petition/ e, al riguardo, vedi anche l’ultima videointervista di Giuseppe Germinario a Gianfranco Campa, pubblicata sull’ “Italia e il Mondo” in data 29 maggio 2021, Stati Uniti! Il Gran Cavaliere, il Grande Idaho, il caro estinto, all’URL del blog http://italiaeilmondo.com/2021/05/29/stati-uniti-il-gran-cavaliere-il-grande-idaho-il-caro-estinto_con-gianfranco-campa/, all’URL del canale YouTube del blog https://www.youtube.com/watch?v=2L6Np7j6RcY&feature=emb_logo e infine agli URL del nostro congelamento Internet Archive https://archive.org/details/stati-uniti-il-gran-cavaliere-il-grande-idaho-il-caro-estinto-480p e https://ia601505.us.archive.org/19/items/stati-uniti-il-gran-cavaliere-il-grande-idaho-il-caro-estinto-480p/Stati%20Uniti%20Il%20gran%20cavaliere%20il%20Grande%20Idaho%20il%20caro%20estinto_480p.mp4 all’anomia e alla conseguente progressiva erosione degli spazi di libera strategicità dell’individuo e delle formazioni sociali in cui questo si riconosce tipiche di questa tarda società liberal-capitalista, una Stimmung fra l’altro molto simile a quella descritta da Delio Cantimori nella sua analisi sulla Germania di Weimar e sulla reazione contro questa costituita dalla Konsevative Revolution e dai gruppi giovanili di destra e/o rossobrunisti che, con idealità confuse ma grande ardore nei propositi, fecero da mosche cocchiere alla presa del potere da parte del nazionalsocialismo, argomento per il quale si rinvia al già citato Massimo Morigi, Delio Cantimori, Carl Schmitt, l’occasionalismo e il romanticismo politico del Repubblicanesimo Geopolitico per una lettura inattuale della lettre à Monsieur le Président e del suo commento di Giuseppe Germinario e sottolineando che la fascinazione-distanziamento del grande storico italiano verso questi movimenti può anche essere stato un tratto certamente nicodemico ma anche atteggiamento euristicamente utile e dialetticamente creativo qui ed ora nelle nostre prossime mosse del gioco delle perle di vetro. (Scriveva Delio Cantimori su questi movimenti: «Questo mondo è caotico e convulso, violento e fremente nella Germania di questi ultimi anni. Fra i più agitati ed estremisti perché in sommovimento, radicali perché non fiduciosi nella storia, anarchici per nostalgia d’ordine assoluto, ha trovato fortuna lo Schmitt. Per tutti ricorderemo il più vigoroso e onesto fra gli scrittori che hanno rappresentato e alimentato con eloquenti parole tale stato d’animo: lo Jünger. Accanto a lui il Salomon, A. E. Günther, il Niekisch, e con lui, più vecchi, il Moeller van den Bruck, Hans Grimm, e infiniti altri: uomini ora, venuti su durante la guerra, che hanno costituito, come è stato detto, “una generazione di giovani usi all’agire e impreparati al pensare quant’altri mai nell’era moderna”: irosi, al ritorno dalla guerra o all’ascoltare i maggiori raccontare di quelle esperienze terribili che ne avevan fatto il carattere e segnato indelebilmente la mente, contro la società “borghese” nella quale tornavano: il mondo della Germania del dopo guerra, con gli inetti e timidi politici della socialdemocrazia, pavidi contro le forze della ribellione delle plebi, e perciò strumento in mano degli antichi avversari politici, con la disgregazione morale e materiale di un paese in disfatta, vivente, per quanto riguarda la vita spirituale, sugli avanzi di convinzioni   dimostrate vane dalla storia, su vaghe speranze o atroci determinazioni, caotico, in continuo sommovimento, pieno d’incertezza. In quel mondo, quegli uomini non potevano inserirsi, a meno di rinunciare a se stessi, di cedere alla sua ipocrisia, a quelle convenzioni che l’inesperienza giovanile, questa volta indurita e incapace di svolgimento per aver compiuto l’immane impresa della guerra, non era capace di accettare per superare. Essi che cercavano certezza non potevano trovarla in quel disfacimento: e si misero ad accelerarlo con la loro opera di distruzione, nei campi opposti, ma sullo stesso piano, del comunismo estremista e del radicalismo nazionalista: nella ribellione. Che era una ribellione di disperati, di “figli della borghesia”, della borghesia prussiano-guglielmina, che a tanti prima della guerra mondiale appariva come modello  di salde virtù. Lavoro, dovere, senso dello stato, della famiglia, amore della cultura…: chi non ricorda le apologie del Treitschke per quel mondo, dal quale i giovani già negli anni precedenti alla guerra cercavano di sfuggire con il movimento così ingenuo oggi ai nostri occhi, della Jugendbewegung? Tutte quelle certezze, la sicurezza di quell’ordine costituito, che questi giovani ricercavano al ritorno della terribile esperienza, non c’erano più: scomparsi nel dissolvimento della sconfitta, nella esagitazione delle ribellioni, mentre gli occhi della mente fissi  per tanto tempo agli strumenti di guerra e alle stragi non riuscivano a scorgere sotto il tumulto degli affetti  della dolorosa pace le fila nascoste da seguire, i frammenti e le rovine su cui edificare, le luci su cui orientarsi per riconquistare una sicurezza, una certezza.»: Delio Cantimori, La politica di Carl Schmitt, “Studi Germanici”, 1, 1935, citato  da Luisa Mangoni (a cura di), Delio Cantimori, Politica e storia contemporanea. Scritti (1927-1942), Torino, Einuadi, 1991, pp. 246-247 ma citabile anche da Massimo Morigi, Flectere si nequeo superos acheronta movebo. Delio Cantimori, Carl Schmitt, l’occasionalismo e il romanticismo politico del Repubblicanesimo Geopolitico per una lettura inattuale della Lettre à Monsieur le Président e del suo commento di Giuseppe Germinario, cit.. Mondo caotico e convulso, violento e fremente di coloro che volevano abbattere la Repubblica di Weimar e mondo caotico e convulso, violento e fremente di coloro che negli Stati Uniti non accettano la sconfitta di Trump e dei Proud Boys che attaccano Capitol Hill. Persino troppo facile parlare di corsi e ricorsi, in specie per quanto riguarda la cenere e i diamanti di questo lungo secondo dopoguerra… .).

Certamente sono convinto che questa America profonda, rurale e trumpiana – ad oggi ancora persa ed ottenebrata nei suoi antistorici ed antidialettici miti di una incorrotta purezza originaria da mantenere a tutti i costi inalterata – non saprebbe proprio cosa farsene di un Nuovo Principe e della sua nuova strategia del gioco delle perle di vetro (lo sciamano Jake Angeli però è un bel segnalatore d’incendio che nel mito dello spirito originario della Costituzione degli Stati Uniti si stanno innestando elementi extravaganti che sono in diretta antitesi con la mentalità ed i propositi dei padri fondatori i quali, fra l’altro, ponendo come massimo obiettivo la sola felicità individuale così come la poteva concepire un capitalista o aspirante tale del Diciottesimo secolo, avevano costruito lo strumento ideologico di matrice illuminista per la disumanizzazione e quindi l’annientamento e lo sterminio delle popolazioni native, che questa felicità individuale – vera e propria Urform dell’attuale individualismo metodologico – proprio non riuscivano nemmeno a concepire essendo mosse da una totalitaria mentalità comunitaria ed animista. (A questo proposito, si veda che in quella stessa Declaration of Indipendence del 4 luglio 1776 dove, dopo che con alate parole fra le verità di per sé evidenti venivano poste l’uguaglianza, la vita, la libertà e la ricerca della felicità – «We hold these Truths to be self-evident, that all Men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty, and the Pursuit of Happiness–» –, veniva messo in stato di accusa il re della Gran Bretagna Giorgio III e uno delle accuse più gravi era quella di avere utilizzato gli spietati nativi contro i coloni: «The History of the present King of Great-Britain is a History of repeated Injuries and Usurpations, all having in direct Object the Establishment of an absolute Tyranny over these States. To prove this, let Facts be submitted to a candid World. […] He has excited domestic Insurrections amongst us, and has endeavoured to bring on the Inhabitants of our Frontiers, the merciless Indian Savages, whose known Rule of Warfare, is an undistinguished Destruction, of all Ages, Sexes and Conditions.», dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti citata dalla pagina all’URL https://www.constitutionfacts.com/content/declaration/files/Declaration_ReadTheDeclaration.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20101226182606/https://www.constitutionfacts.com/content/declaration/files/Declaration_ReadTheDeclaration.pdf. Curiosa ma non superflua nota a margine. «According to Joint Resolution 175 of the 103rd Congress: the phrase in the Declaration of Independence ‘All men are created equal’, was suggested by the Italian patriot and immigrant Philip Mazzei.» – da Wikipedia all’URL https://en.wikipedia.org/wiki/Philip_Mazzei#Mazzei_letter, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20210530073318/https://en.wikipedia.org/wiki/Philip_Mazzei e qui di seguito anche l’URL della pagina che riporta la Joint Resolution 175 of the 103rd Congress, https://www.govinfo.gov/content/pkg/BILLS-103hjres175eh/pdf/BILLS-103hjres175eh.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200928183532/https://www.govinfo.gov/content/pkg/BILLS-103hjres175eh/pdf/BILLS-103hjres175eh.pdf. Soprassalto di orgoglio nazionalistico nel sottolineare che la frase della dichiarazione d’indipendenza “tutti gli uomini sono creati uguali” è, in questa specifica formulazione, da attribuirsi all’italiano Filippo Mazzei? Può darsi, ma sarebbe meglio dire che, piuttosto, siamo sempre dalle parti della cenere e dei diamanti. Filippo Mazzei, originariamente di professione medico, si era trasferito dall’Italia alla Virginia per coltivare colà la vite, ulivi, agrumi e seta. Come dotazione di capitale per iniziare questa avventura imprenditoriale – nel corso della quale aveva potuto crearsi amicizie altolocate, fra cui il padre fondatore degli Stati Uniti Thomas Jefferson: la sua «tenuta (“Colle”) nella contea di Alberarle non [era] distante da quella (“Monticello”) di Thomas Jefferson.», fonte: Toscana Medica. Mensile di informazione e dibattito per i Medici toscani a cura dell’Ordine dei Medici e degli Odontoiatri di Firenze, all’URL https://www.toscanamedica.org/106-toscana-medica/frammenti-di-storia/363-filippo-mazzei-un-toscano-illustre-che-fu-anche-chirurgo, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200922234039/https://www.toscanamedica.org/106-toscana-medica/frammenti-di-storia/363-filippo-mazzei-un-toscano-illustre-che-fu-anche-chirurgo – si era portato dall’Italia degli endentured servant, qualcosa di poco meno che schiavi. Cenere e diamanti… .).

Ma, poco importa. Come promesso, col nostro nuovo gioco delle perle di vetro, saremo noi a vedere cosa potremo farcene dello sciamano accostandoci così, seppur non nei tempi da noi desiderati e con assai diverso ed inferiore stile rispetto ad un Principe di Machiavelli o a un Che fare? di Lenin (ma, non diversamente da loro, con immutati propositi sempre all’insegna della virgiliana strofa ‘Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo’) a Verso la guerra civile e alla sua (e si spera anche nostra) Epifania Strategica.

P.S. La scarcerazione di Giovanni Brusca proprio perché avvenuta su disposizione delle vigenti leggi e quindi esito inevitabile e necessitato dal principio di legalità ma una legalità concepita da un sistema politico marcio e criminale alle radici pone definitivamente fine alla legittimità della repubblica nata il 2 giugno 1946 (liberazione di Brusca che, oltre alle micidiale azione disgregatrice a livello cultural-antropologico e di quel poco che rimaneva del senso del bene comune, ci colloca ad un livello di civiltà analogo a quello delle società che praticano il cannibalismo e/o i sacrifici umani: non hanno considerato i balordi stenterelli dell’odierno italico realismo politico d’accatto – non certo gli eredi di Machiavelli e Gramsci ma semmai di Pulcinella, ma a questi sempiterni eroi del politicamente corretto manca la popolaresca tragicomica forza di questa maschera napoletana conservandone solo il meschino opportunismo e vigliaccheria – che magnificano questo accaduto come un prezzo che si doveva pagare per sconfiggere (?) la mafia che questa vicenda getta l’Italia nel più profondo discredito internazionale?, con i suoi conseguenti pesantissimi ed irrimediabili danni reputazionali, politici e, in ultima istanza, economici?, innnescanti in prospettiva strategica e dei rapporti di forza fra il de facto protettorato euroatlantico che va sotto il nome di Italia e gli agenti alfastrategici di questo protettorato relazioni ancora più vessatorie e coloniali di quelle già sfavorevolmente peggiorate dalla crisi del Coronavirus e fra le grandi potenze che non appartengono a questo perimetro di forze aggravanti ulteriormente comportamenti falsamente amichevoli ma, in realtà, giustamente sprezzanti ed aggressivi verso un paese che ha dimostrato in maniera così vergognosa di non possedere alcuna spina dorsale morale prima ancora che politica). Ad di là di tutti gli spiazzanti inusitati ironici aggiramenti e creative metafore, dialettiche imprese, associazioni, intese ed azioni di cui abbiamo detto, solo partendo dall’ assai poco metaforico esplicito e pubblico riconoscimento di questa catastrofe che ha incenerito la legittimità storica, politica e morale di questa repubblica, sarà possibile la costruzione di un dialettico percorso di nuova e strategica pubblica artistica e creativa espressività (un tempo avremmo detto ‘di rinascita nazionale’, oggi la nostra pubblica definizione identitaria deve ironicamente evolversi dai romantici stilemi herderiani e mazziniani da dannunziano Manuale del Rivoluzionario ma mantenendone inalterato il nocciolo). Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo.

Massimo Morigi – giugno 2021

 

Libia, le singolarità del Fezzan_di Bernard Lugan

La terza regione che compone la Libia è il Fezzan, un deserto il cui sottosuolo è ricco di petrolio e acqua, popolata da Tuareg a ovest e Toubou a est, mentre le oasi principali sono arabe.

Negli ultimi anni, diversi gruppi ribelli del Ciad avevano venduto i loro servizi a vari clan libici. L’offensiva iniziale dell’anno 2019 dalle forze del generale Haftar li aveva costretti o ad allinearsi al suo seguito o a lasciare il paese per tornare in Ciad dove l’esercito del presidente Déby li stava aspettando…
L’offensiva del generale Haftar è stata condotta in accordo con il Ciad e decisa il 16 ottobre 2018 in occasione del viaggio del generale a N’Djamena.
Il presidente Idriss Déby Itno e il generale avevano di fatto gli stessi interessi al Fezzan.
Per il presidente ciadiano un’offensiva dell’ANL (Esercito nazionale libico) guidato dal generale Haftar avrebbe disperso i gruppi armati di opposizione fino a quel momento al sicuro nel santuario libico. Per il Generale Haftar, la conquista del Fezzan, oltre all’eliminazione delle forze ostili, gli avrebbe attirato la simpatia delle tribù locali che soffrivano della loro presenza.
Inoltre, nel suo tentativo di circondare e isolare il riconosciuto pseudo-governo di Tripoli
da parte della comunità internazionale, il controllo del Fezzan è stato un passaggio fondamentale
L’offensiva di terra del generale Haftar iniziò nel Gennaio 2019 e all’inizio di marzo, l’intero Fezzan e i suoi giacimenti petroliferi erano sotto il suo controllo.
Prima dell’offensiva delle forze del generale Haftar il Fezzan era in mano a milizie raggruppate in due grandi coalizioni formate intorno alle due principali popolazioni della regione, i Tuareg a ovest e i Toubou a est. I due popoli facevano parte di due alleanze
opposte.
Il primo, formatosi intorno al Toubou, fu sostenuto dalle forze del generale Haftar, dalla
tribù Gheddafi (Kadafdha e Magarha) e armato dagli Emirati Arabi Uniti. La seconda
alleanza unisce Tuareg, arabi Ouled Slimane, le milizie di Misurata e Tripoli ed era armata
dal Qatar e dalla Turchia.

La vittoria delle forze del generale Haftar ha condannato entrambi a riposizionarsi.
Il fallimento del generale Haftar a Tripoli rischia di avere conseguenze dirette per il Fezzan e quindi ripercussioni su tutto il BSS. In effetticon  le forze di Misurata-GNA-Turchia attualmente in vantaggio, le tribù del Fezzan saranno quindi probabilmente unite a loro. Se è così, le conseguenze regionali sarebbero poi importanti perché la Turchia, che già sostiene i gruppi terroristi armati che Barkhane combatte potrebbe aiutarli ancora più facilmente.
In realtà, il generale Haftar non ha mai veramente controllato il Fezzan; i suoi unici appoggi in qualche modo affidabili sono stati alcune tribù arabe di cui lui aveva comprato i capi. Per il resto, i Toubou che odiano gli arabi, si vendono al miglior offerente; quanto ai Tuareg, si protendono verso Tripoli.
Tuttavia, il Fezzan dove le tribù definiscono le loro alleanze secondo i rapporti di forza tra
Tripoli e Bengasi, è la retrovia degli avversari del presidente Déby. Ricordiamo, nel 2019,
la loro ultima offensiva che stava per riuscire fino a N’Djamena quando fu bloccata solo dall’intervento dell’aviazione francese.
Tra questi avversari, quello che attualmente sembra essere il più pericoloso militarmente per il presidente Déby è il Toubou-Gorane Mahamat Mahdi Ali, che dirige il FACT (Front pour la alternance et la concorde au Tchad). Quest’ultimo, che afferma di avere 4000 combattenti, sa di poter fare affidamento sul bacino etnico che si estende tra le regioni di Borkou, Ennedi e Kanem.
Al momento, le sue forze sono di stanza al centro della Libia, a una sessantina di chilometri da Jufra, nella regione di Jebel Sawad
(Fonte: Consultazione Fezzan).

Il Fezzan, il Ciad e le tribù arabe della Libia
L’intreccio tra le popolazioni della Libia e del Ciad è una potente realtà [1] come pure il rischio di contagio.
L’esempio di Awlad Sulayman (Ouled Slimane) lo mostra perfettamente. Sotto il nome generico di Awlad Sulayman, si possono trovare diverse tribù o frazioni di tribù beduine, come Hassouna, Magharba, e anche parte di Kadhafda, la tribù del colonnello Gheddafi, che si era stabilita nella regione peri-chadica, soprattutto nel nord Kanem. Anche le tribù commerciali originarie della Tripolitania hanno segmenti in Ciad come il Majabra, il
Zouweye e il Massamra. In Niger, gli arabi libici controllano il grande commercio attraverso il Sahara sull’asse principale Tripoli-Sebha-Agadez. Sebha e Al Jawf sono quindi legati a Tamanrasset, Agadez

A metà del XVIII secolo, l’Awlad Sulayman controllava la parte “libica” del commercio
transahariano sull’asse Syrtes-Fezzan. In guerra contro gli ottomani che volevano sottometterli, furono sconfitti e diversi segmenti della tribù partirono poi verso il nord del lago Ciad, estendendo così il loro percorso commerciale a sud.
Avendo intrattenuto rapporti con le parti della tribù rimaste nell’attuale Libia, quindi insieme alle tribù associate, controllavano poi tutti i commerci attraverso il Sahara, dalla regione peri-chadica al Mediterraneo.
Oggi, gli Awlad Sulayman sono in rivalità con i Toubou che vivono sia in Libia che in Ciad, da qui il rischio di contagio regionale. Soprattutto da quando gli Awlad Sulayman hanno
reti tessute in uno spazio che si estende dal dal Mediterraneo all’Africa centrale.

Il Fezzan e la tratta degli schiavi
Con la conquista araba, la Libia divenne il punto culminante di gran parte della tratta degli schiavi dall’Africa sud-sahariana. Dalla regione del Sahelotchadian al Mediterraneo, il più
breve è stato davvero colui che ha preso le tracce da ovest di Fezzan via Ghat e Mourzouk,
evitando così i deserti del Tibesti a est e Ténéré a ovest.
Secondo Jacques Thiry (1995) dal 750 al 1800,  si dice che siano passati più di 5 milioni di schiavi africani del Fezzan.
Lungo i binari, la mortalità era estrema e i viaggiatori europei hanno descritto i cadaveri essiccati o gli scheletri che li hanno segnati.
L’esploratore tedesco Gustave Nachtigal descrive un raid nella regione del Lago Ciad:
“Gli aggressori – tra loro schiavi, che non erano i meno assetati di sangue, tagliare il
le teste dei resistenti, strapparono loro le viscere, hanno tagliato le loro membra; le madri preferivano uccidere i propri figli piuttosto che vederli ridotti in schiavitù; nella fase della spartizione, i bambini piccoli incapaci di camminare erano semplicemente dati a chi voleva prenderli. In altri casi, sono stati buttati via (…) Abusi sessuali erano frequenti, anche ai danni di tutte le ragazze. I Toubou sembrano aver affrontato i loro schiavi più crudelmente di quanto non abbiano fatto gli Arabi e i Tuareg, aggiungendo ulteriormente al loro
sofferenza la costrizione a indossare merci, limitando così il numero di cammelli. Era raro che una bambina di sei o sette anni anni arrivasse alla fine del suo viaggio senza essere stata deflorata dal Toubou: tale condotta provocò il disgusto dei tuareg. ”
(Thiry, 1995: 525 e 534) (vedi bibliografia).
La schiavitù non fu abolita fino a tardi che con la colonizzazione. Quest’ultimo prosciuga le
fonti di approvvigionamento occupando le tradizionali zone di caccia agli schiavi della regione del Ciad-Sahel. Da quel momento in poi il Fezzan, privato dell’unica ricchezza, entra in letargia.

[1] Il libro di riferimento riguardante le popolazioni arabe del Ciad e i loro legami con le regioni settentrionali è quello di H.A. MacMichael (1967).

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UN PO’ DI PROSPETTIVA STORICA, di Andrea Zhok

Qui sotto alcune interessanti considerazioni di Andrea Zhok. Non parlerei di libertà di coltivazione, preservazione e sviluppo del patrimonio culturale, quanto piuttosto del fatto che la battaglia politica nell’ambito culturale almeno sino ad ora prevede dinamiche molto più sofisticate e indirette laddove la coercizione, insita nel politico, è molto più mediata dalla capacità egemonica, persuasiva e discorsiva. Richiede tempi più lunghi ed offre spazi più agibili anche esterni alle istituzioni preposte. Ritengo anzi che gli spazi esterni, con risorse umane (ancora esistenti) e finanziarie (teoricamente disponibili, ma non significativamente fruibili per la cecità e la pochezza dei detentori) appropriate, siano la strada più praticabile viste le dinamiche e le incrostazioni di potere che stanno asfissiando le istituzioni preposte, a cominciare dalle università. Il fiorire di blog e siti, pur nella spazzatura dominante, sono comunque il segno di questa vitalità e fragilità. La battaglia culturale è certamente fondamentale per consentire indipendenza e fondatezza di giudizio in qualsiasi condizione politica, anche la più asservita; è quindi la premessa di un possibile “risorgimento”. Personalmente ritengo che si dovrebbe fare qualche sforzo in più per individuare realisticamente gli spazi e le opportunità nella cornice prospettata con lucidità dal post di Andrea Zhok, superando il dozzinale “anti” e “pro” che caratterizza le fazioni diversamente impegnate nelle tenzoni. Sia in ambito europeo, che nel Mediterraneo questi si sono aperti esplicitamente e anche se con crescenti difficoltà se ne apriranno ancora perchè si stanno ridefinendo le aree di influenza e le modalità di gestione interna di esse. Una qualsiasi forza egemonica e imperiale non riesce a gestire direttamente paesi anche più piccoli e meno complessi dell’Italia; devono agire nelle contraddizioni, nelle rappresentazioni e negli interessi locali e appoggiarsi alle realtà politiche in loco. Sta a queste cercare di preservare margini di autonomia e controllo operativo e su questo si può condurre quantomeno un’azione di smascheramento e delegittimazione del nostro ceto politico e di gran parte della classe dirigente. Vale nell’ambito del controllo delle leve con l’obbiettivo di contrastare i progressivi processi di integrazione operativa subordinata in ambito militare, di ordine pubblico e diplomatico; vale nell’economia, nella ricerca scientifica, nelle applicazioni tecnologiche e nella formazione delle piattaforme industriali. Sembrano ambiti estranei e avulsi dalla logica del conflitto sociale e della “lotta di classe”; in realtà è da quelle dinamiche che dipendono la formazione di ceti medi forti, dinamici e funzionali, di blocchi e formazioni sociali coese nonché la difesa realistica e la collocazione proficua degli interessi degli strati più popolari. Il confronto culturale è certamente essenziale; ma di aspra battaglia politica comunque si tratta. Quanto al “junk” culturale americano, esiste sicuramente negli Stati Uniti e sta ammorbando e debilitando quel paese. Ma non c’è solo quello, fortunatamente per loro; hanno ancora carte da giocare. E’ da noi che arriva e ci viene filtrato quasi esclusivamente quello con zelante accondiscendenza. Buona lettura_Giuseppe Germinario
tratto da facebook.
UN PO’ DI PROSPETTIVA STORICA, di Andrea Zhok
Qualche giorno fa ho letto sulla rivista Limes alcune considerazioni scritte in forma anonima da un ufficiale americano in congedo. Nulla di davvero nuovo, né sconvolgente, solo un promemoria della situazione reale dell’Italia in rapporto agli USA.
<<“Che cosa abbiamo? Il controllo militare e di intelligence del territorio, in forma pressoché totale. E quel grado, non eccessivo, di influenza sul potere politico -soprattutto sui poteri informali ma fondamentali che gestiscono di fatto il paese. Quello che voi italiani ci avete consegnato nel 1945 -a proposito, se qualcuno di voi mi spiegasse perché ci dichiaraste guerra, gliene sarei davvero grato- e che non potremmo, nemmeno volendolo, restituirvi. Se non perdendo la terza guerra mondiale.
In concreto -e vengo, penso, a quella «geopolitica» di cui parlate mentre noi la facciamo- dell’Italia ci interessano tre cose. La posizione (quindi le basi), il papa (quindi l’universale potenza spirituale, e qui forse come cattolico e correligionario del papa emerito sono un poco di parte) e il mito di Roma, che tanto influì sui nostri padri fondatori.
La posizione. Siete un gigantesco molo piantato in mezzo al Mediterraneo. Sul fronte adriatico, eravate (e un po’ restate, perché quelli non muoiono mai) bastione contro la minaccia russa, oggi soprattutto cinese. Ma come vi può essere saltato in mente di offrire ai cinesi il porto di Trieste? Chiedo scusa, ma avete dimenticato che quello scalo di Vienna su cui i rossi di Tito stavano per mettere le mani ve lo abbiamo restituito noi, nel 1954? E non avete la pazienza di studiare il collegamento ferroviario e stradale fra Vicenza (e Aviano) e Trieste -ai tempi miei faceva abbastanza schifo, ma non importa- che fa di quel porto uno scalo militare, all’intersezione meridionale dell’estrema linea difensiva Baltico-Adriatico? E forse dimenticate che una delle più grandi piattaforme di comunicazioni, cioè di intelligence, fuori del territorio nazionale l’abbiamo in Sicilia, a Niscemi, presso lo Stretto che separa Africa ed Europa, da cui passano le rotte fra Atlantico e Indo- Pacifico?”.>>
Il testo prosegue in modo interessante, ma siccome non sono qui intenzionato a sviluppare un discorso di natura geopolitica, per quel che voglio dire, basta così.
Parto da queste valutazioni, che sono un semplice realistico bagno di realtà, per fare alcune considerazioni generali sulla condizione storica dell’Italia.
Il dato di partenza, ben illustrato nel passaggio succitato, è che l’Italia non è in nessun modo valutabile come un paese politicamente sovrano.
Siamo un protettorato USA, cui è stato concesso di acquisire una seconda forma di dipendenza, economica, nei confronti della Germania, nella cornice UE. Questo è quanto.
Siamo dunque poco più di un’espressione geografica, come diceva Metternich, la cui politica ha minimi margini di gioco.
Siamo lontani dagli anni in cui vedevamo le dirette ingerenze dei “servizi segreti deviati” nella politica italiana (“strategia della tensione”), ma ne siamo lontani semplicemente perché ciò che spontaneamente si agita nella politica italiana è già totalmente asservito, e non richiede una manipolazione troppo robusta.
Facciamo una politica estera che ci viene dettata nei dettagli dagli USA, abbaiando obbedienti ai loro avversari.
Facciamo una politica interna innocua e perfettamente inconcludente, e una politica economica apprezzata dagli USA (e che coincide con il gradimento degli ordoliberisti tedeschi.)
Questa è la situazione e, come dice correttamente l’ufficiale, non cambierà fino alla terza guerra mondiale (o fino ad un cataclisma di pari portata).
I margini reali della nostra politica sono quelli che passano tra l’essere un paese nel gruppo di coda nella cornice ordoliberista europea e l’essere un paese nel gruppo di testa, nella stessa cornice. Possiamo cioè migliorare un po’ le condizioni di vita di alcuni gruppi, nel quadro economico dato.
Non è un obiettivo insignificante, può essere meritevole di impegno, ma segnala chiaramente i confini di una politica nazionale che vive nella boccia dei pesci rossi tenuta sul comodino dagli USA.
Non è in discussione la cornice di sistema economico, così come non è in discussione nulla che riguardi la politica estera.
Per quelli che si riempiono la bocca di ‘libertà’ è utile capire che la libertà che abbiamo è quella che il guardiano del carcere concede ai detenuti modello.
In questo contesto, c’è qualcosa che possiamo fare? C’è un ruolo che possiamo giocare senza che sia già pregiudicato?
Direi che rimane soltanto un autentico spiraglio di libertà positiva. E’ lo spiraglio, per rifarci ad un modello classico – e inarrivabile -, che aveva la Grecia antica rispetto alla strapotenza romana: non abbiamo margini per muovere foglia sul piano della politica sovrana, ma potenzialmente avremmo qualcosa da dire come ‘potenza culturale’.
Lo so che siamo troppo occupati, grazie ai nostri media, a piangerci addosso per non essere abbastanza simili al padrone americano.
Lo so che tutto ciò che viene promosso come esemplarità da perseguire dal nostro apparato informativo non travalica i limiti di un’emulazione goffa del modello americano.
Non paga del colonialismo materiale, economico e politico una parte significativa delle classi dirigenti del nostro paese, incardinata nel sistema mediatico, cerca h24 di ridurre l’Italia anche ad una colonia culturale.
Ciò avviene in mille modi, dall’adozione di modelli formativi di ispirazione americana, all’assorbimento passivo illimitato della filmografia americana (e dei suoi temi, che siamo indotti a immaginare siano i nostri), alla resa incondizionata a tonnellate di imprestiti linguistici da parvenu (ci muoveremo grazie al Green pass, canteremo le lodi del Recovery fund, che ci permetterà di ribadire il Jobs act, dopo essere finalmente usciti dal Lockdown, in attesa che vadano al governo quelli della Flat tax al posto di quelli del Gender fluid, e ci dedicheremo allo Smart working, rivitalizzando i settori del Food e del Wedding, mentre lotteremo impavidi contro le Fake news.)
Fortunatamente, nonostante tutti i tentativi di distruzione, le tradizioni culturali hanno una natura coriacea, un’inerzia che tende a permanere nonostante le attività di boicottaggio costante.
E così, nonostante la distruzione sistematica di scuola e università sul piano istituzionale, una tradizione di formazione mediamente decente, a volte brillante, continua a persistere.
E così, nonostante la demolizione a colpi di squallore american-style della cultura musicale, in quello che un tempo era considerato il paese musicale per eccellenza, rimangono buone tradizioni di formazione e continuiamo a produrre musicisti di rango.
E così, nonostante i tentativi di devastare la cultura enogastronomica più ricca del mondo a colpi di bollinature UE e promozioni McDonald’s, rimane un’ampia cultura diffusa della buona alimentazione.
Ecc. ecc.
Il punto di fondo credo sia il seguente.
Nel medio-lungo periodo l’unico vero patrimonio che, come italiani, siamo nelle condizioni di coltivare, preservare e sviluppare liberamente è quello culturale.
Abbiamo ereditato una delle dieci tradizioni culturali più ricche, durature e molteplici del mondo.
E se non cediamo su tutta la linea a quelle élite cosmopolite, mediaticamente sovrarappresentate, ma culturalmente straccione che ambientano i loro sogni a Central Park e nella Baia di San Francisco, se non molliamo completamente il colpo, può darsi che la storia ci riservi ancora un ruolo che non sia quello di un villaggio turistico coloniale.
commenti

Giovanni Greco

Concordo, ma aggiungerei anche il patrimonio tecnologico potenziale del Nostro paese, che, nel suo “piccolo” ( ma neanche tanto…), riesce ad esprimere l’eccellenza, quando non la si svende al privato o all’estero.

Giuseppe Germinario

Non parlerei di libertà di coltivazione, preservazione e sviluppo del patrimonio culturale, quanto piuttosto del fatto che la battaglia politica nell’ambito culturale almeno sino ad ora prevede dinamiche molto più sofisticate e indirette laddove la coercizione, insita nel politico, è molto più mediata dalla capacità egemonica, persuasiva e discorsiva. Richiede tempi più lunghi ed offre spazi più agibili anche esterni alle istituzioni preposte. Ritengo anzi che gli spazi esterni, con risorse umane (ancora esistenti) e finanziarie (teoricamente disponibili, ma non significativamente fruibili per la cecità e la pochezza dei detentori) appropriate, siano la strada più praticabile viste le dinamiche e le incrostazioni di potere che stanno asfissiando le istituzioni preposte, a cominciare dalle università. Il fiorire di blog e siti, pur nella spazzatura dominante, sono comunque il segno di questa vitalità e fragilità. La battaglia culturale è certamente fondamentale per consentire indipendenza e fondatezza di giudizio in qualsiasi condizione politica, anche la più asservita; è quindi la premessa di un possibile “risorgimento”. Personalmente ritengo che si dovrebbe fare qualche sforzo in più per individuare realisticamente gli spazi e le opportunità nella cornice prospettata con lucidità dal post di Andrea Zhok, superando il dozzinale “anti” e “pro” che caratterizza le fazioni diversamente impegnate nelle tenzoni. Sia in ambito europeo, che nel Mediterraneo questi si sono aperti esplicitamente e anche se con crescenti difficoltà se ne apriranno ancora perchè si stanno ridefinendo le aree di influenza e le modalità di gestione interna di esse. Una qualsiasi forza egemonica e imperiale non riesce a gestire direttamente paesi anche più piccoli e meno complessi dell’Italia; devono agire nelle contraddizioni, nelle rappresentazioni e negli interessi locali e appoggiarsi alle realtà politiche in loco. Sta a queste cercare di preservare margini di autonomia e controllo operativo e su questo si può condurre quantomeno un’azione di smascheramento e delegittimazione del nostro ceto politico e di gran parte della classe dirigente. Vale nell’ambito del controllo delle leve con l’obbiettivo di contrastare i progressivi processi di integrazione operativa subordinata in ambito militare, di ordine pubblico e diplomatico; vale nell’economia, nella ricerca scientifica, nelle applicazioni tecnologiche e nella formazione delle piattaforme industriali. Sembrano ambiti estranei e avulsi dalla logica del conflitto sociale e della “lotta di classe”; in realtà è da quelle dinamiche che dipendono la formazione di ceti medi forti, dinamici e funzionali, di blocchi e formazioni sociali coese nonché la difesa realistica e la collocazione proficua degli interessi degli strati più popolari. Il confronto culturale è certamente essenziale; ma di aspra battaglia politica comunque si tratta. Quanto al “junk” culturale americano, esiste sicuramente negli Stati Uniti e sta ammorbando e debilitando quel paese. Ma non c’è solo quello, fortunatamente per loro; hanno ancora carte da giocare. E’ da noi che arriva e ci viene filtrato quasi esclusivamente quello con zelante accondiscendenza.

Luigi Giordano

I media, maledetti media, fanno la differenza. Seguono l’ordine del giorno deciso dalle élite, ovvero i loro padroni.

Roberto Buffagni

Concordo, è il “calati juncu ca passa la china” che ci permise di sopravvivere, come realtà culturale, nella lunga notte politica di Seicento e Settecento. Oggi fa più buio e ci sono meno luci ma la ricetta più o meno è quella. Ci sarebbe stato uno spiraglio di finestra di opportunità con la presidenza Trump, se Trump non fosse stato Trump e se i sovranisti italiani e non solo non fossero stati i sovranisti italiani e non solo, ma la finestra si è chiusa e qualcuno ci ha anche lasciato le dita in mezzo.

Stefano Vezzoli

Una persona maliziosa, un critico, vedrebbe in questo suo scritto un elogio, come unica speranza politica, della resilienza tanto bistrattata. Resilienza che lei stesso ha criticato riferendosi al discorso di Draghi.
Ora, come rispondere a questa critica? Dove passa e quanto è sottile il confine tra resilienza passiva e resistenza attiva? E trovato questo confine, che si mantiene in forma istintiva (individuale), come renderlo poi esplicito, politico, militante, per tradurlo in azione di “riconquista” (comunitaria)?
Forse la differenza tra resilienza e resistenza è dunque che la prima è individuale, atomizzata, non guidata all’azione politica, umorale; mentre la seconda è collettiva, sociale, indirizzata politicamente, romantica?

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Autore

Andrea Zhok

Stefano Vezzoli Mi sono astenuto attentamente dall’usare il termine resilienza, per quanto fosse qui appropriato. Ad ogni modo non ho mai detto che la resilienza sia una qualità cattiva (così come quando ho criticato la retorica dell’eccellenza non ho mai pensato che mirare ad eccellere sia di per sé male); quello che ho detto è che la resilienza su base individuale propagandata (prescritta) dal neoliberalismo altro non è che l’accettazione di prendere bastonate, contando sul fatto che poi ci si rialzerà. La resilienza culturale di un paese non è una scelta, è una qualità intrinseca: descrittiva, non prescrittiva.

Raul Catalano

Condivido molto di questo scritto ma, utopia per utopia, credo che la possibilità di sganciarsi (almeno un poco) da questo destino di totale omologazione e sudditanza ormai possa passare solo da un aumento della forza contrattuale europea nel suo complesso, sia perché il discorso potrebbe applicarsi benissimo alla maggior parte degli altri paesi europei (UK esclusa, ovviamente, e infatti …) ma soprattutto perché senza una sufficiente “massa critica” le probabilità di resistere alla attrazione economico/culturale/militare del gigante morente americano e della Cina pigliatutto sono prossime allo zero. Con tutto ciò di male che posso pensare della Europa a trazione tedesca, abbiamo più in comune con loro che con la volgarità e la superficialità americana. Sappiamo benissimo che qualsiasi singolo tentativo di vera autonomia rispetto agli interessi geopolitici americani verrebbe schiacciata, con le buone e con le cattive.

Dario Grison

Raul Catalano sì però non è solo l’Italia ad essere uscita sconfitta nel 45, ma l’Europa continentale intera. Ricordo una brillante sintesi di Caracciolo: agli USA interessa un’Europa abbastanza forte da non dover intervenire, ma sufficientemente debole da non costituire una concorrente

Alessandro Bruno

Negli anni 80 però, ci furono coraggiosi e notevoli tentativi di distaccarsi dal dominio atlantista. E ogni tanto, qualcuno è riuscito anche a svincolarsi negli ultimi vent’anni. (Per esempio, D’Alema in Libano 2006) o perfino Berlusconi con la Libia …

Altro…

Alessandro Leonardi

Considerate la varie traiettorie del Sistema globale nei prossimi due/tre decenni, fra multiple crisi, salti tecnologici, disperati tentativi di rivitalizzare la “crescita occidentale” e tensioni strutturali alle stelle, la mia generazione (i Millenial) e quelle successive potrebbero vedere per la prima volta l’Italia in una forma drasticamente diversa rispetto allo status quo messo in piedi dal 1945. Probabilmente fuori dall’orbita di questa o quella Potenza. Non è ancora il momento, siamo ancora distanti, ma nei prossimi 20/30 anni potrebbe succedere di tutto, data la velocità stessa del modello globale e le sue crisi interne. Sinceramente non credo che le istituzioni repubblicane reggeranno in codesta forma, in caso di violenti scossoni esterni. L’Italia è un bel vecchio museo aggrappato al treno planetario e quindi il suo destino è legato ad esso. Nel bene e nel male.
Autore

Andrea Zhok

Alessandro Leonardi Se è solo un vecchio museo qualcuno se ne approprierà e basta, come accade sempre per le reliquie. Per avere/essere un patrimonio culturale la cultura (conoscenza, destrezza, sensibilità, ecc.) deve essere nelle persone.

Dario Grison

L’alternativa è diventare tutti cattolici tradizionalisti, che sembra essere l’unica forma di influenza ancora perseguibile, a detta dell’anonimo di Limes
Autore

Andrea Zhok

Dario Grison Non necessariamente tradizionalisti, però che la cultura cristiana abbia radici profonde, e feconde, nella cultura italiana è indubbio.

Maria Esposito Siotto

Grazie per la riflessione e la diffusione del documento. Ricordo una sua riflessione in merito ai danni della pandemia in un paese a forte vocazione culturale per i motivi dei limiti alla mobilità ed al turismo imposti dai lockdown. La risorsa cu…

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Autore

Andrea Zhok

Maria Esposito Siotto Ovviamente, ma questa è una visione a breve termine, sin troppo alimentata, quella di vendere ad un buon prezzo le glorie passate (“valorizzazione del patrimonio”).
Accettabile, ma nel lungo periodo assai miope.

Claudio Gallo

Non ci resta che coltivare una gentile impotenza. Poi, a proposito dei servizi deviati: sono deviati solo dopo che si fanno prendere con le mani nel sacco.

Marcello Bernacchia

“Correligionario del papa emerito”? Cioè, sta dicendo che non considera Bergoglio cattolico?

Maurizio Candiotto

Marcello Bernacchia la domanda contiene la risposta…

Marcello Bernacchia

D’altronde, se non mettessero becco anche lì, che colonizzatori sarebbero?

Roberto Buffagni

Marcello Bernacchia Se davvero è un ufficiale, normale che disprezzi Bergoglio, come si disprezzerebbe il servilismo e la corrività in chiunque.

Marcello Bernacchia

Io su Bergoglio sono più possibilista, nonostante non poche perplessità. E penso che un ufficiale Usa di Bergoglio disprezzi il “socialismo” (reale o presunto), che per me è un punto a favore di Bergoglio.

Roberto Buffagni

Marcello Bernacchia Può essere. Un consiglio: se aspetta il socialismo da Bergoglio, si metta comodo.

Marcello Bernacchia

Non lo aspetto da lui, ma constato che qualcuno da lui lo teme. E ciò che è creduto vero esiste, come già notava von Hofmannsthal.

Maurizio Candiotto

Marcello Bernacchia E’ tutto da vedere se ciò che taluni da lui temono sia davvero il socialismo

Maurizio Candiotto

Marcello Bernacchia E, comunque, di *quale* socialismo, esattamente, stiamo parlando? Di quello che “serve a fare funzionare meglio il capitalismo”?! Quello, lo temo anche io (e in effetti esiste o va ad esistere. Magari anche con un aiutino da Mr. B.)

Federico Virgilio

Non cedere sulla linea significa “pensare con la propria testa”: sarà questa la sfida per il prossimo imminente futuro. E’ un presente di barbarie…

Carlo Pasini

Professore, l’ufficiale in congedo (da cui il post) parte male quando dice di “avegli consegnato il Paese nel ’45″” e, quando con spocchia chiede “perché ci dichiaraste guerra” che invece il vergognoso Duce dichiarò a Gran Bretagna e Francia.
A mio avviso è il globale neoliberismo il nemico del Paese ( quello della Costituzione) e della nostra Democrazia, ma non scomoderei fatti di 75-80 anni fa per le parole di un esuberante Yankee.

Sebastiano Lisi

“[…] ma potenzialmente avremmo qualcosa da dire come ‘potenza culturale’.”
Mah, forse stando nelle università non si vede, ma credo che pure come vagheggiata ‘potenza culturale’ i buoi siano da tempo scappati.

Gabriela Fantato

Ecco, con queste riflessioni acute, precise e colte mi son commossa, e mi è venuto in mente anche Foscolo (….)” A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti “(….).
E da , a seguire, che l’Italia è un Paese ” invasi” da una subcultura anglofona, ” tranne la memoria, tutto”( ci è stato rubato, svenduto, dimenticato!!!).
Da questa nostra storia di grande musica, arte, letteratura, anche di cultura gastronomica,direi, dobbiamo trarre forza e orgoglio per ” opporci” all’ annientamento politico/ sociale in atto.
Grazie prof Andrea Zhok , lei è una guida!

Marco Sore

Raggelante notare come l’ufficiale, dal suo punto di vista, abbia fatto un discorso onesto.

Mauribeth Duir

Nel nostro piccolo, da queste parti ci stiamo lavorando 🙂
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    • 2 h

Jacopo De Battista

Al contrario della retorica imperante della “liberazione” è bene ricordare che noi la seconda guerra mondiale l’abbiamo persa, e l’abbiamo persa particolarmente male.
Chi può stupirsi di queste conseguenze?

Pierclaudio Brunelli

Ben ponderato e ben scritto…ma non posso fare a meno di percepire la considerazione finale .quasi uguale a: “quante me ne hanno date…ma quante gliene ho dette!!!!”

Angela Mastrolonardo

Siamo vittime e complici di questi bulli che ci tengono sotto schiaffo. Provo un senso di soffocamento, riesco solo a sottrarmi ai loro “prodotti culturali” e alle loro mode. Ho preservato la mia famiglia da questo

Massimiliano Esse

Nulla di strano. Tutto preciso.

Mario Amato

Non posso che essere d’accordo al 100%.
D’altra parte per chiunque abbia seguito con spirito critico gli avvenimenti degli ultimi 40 anni risulta chiaro e abbastanza evidente, e senza contare le decine di basi militari USA che abbiamo.

Mi ritorna in me…

Altro…

Renato Rivolta

Che noi siamo una provincia dell’Impero è fuori discussione. Che la Cina sia un pericolo mi sembra però altrettanto oggettivo. I cinesi, a differenza degli americani, non usano i missili e i droni per “esportare la democrazia”, usano mezzi più raffina…

Del resto, a differenza degli yankees, hanno qualche migliaio di anni in più di storia sulle spalle
Autore

Andrea Zhok

Renato Rivolta Diciamo che dopo settant’anni di dieta unilaterale yankee un po’ di ‘mezzi raffinati’ cinesi possono essere un accettabile compromesso.

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Gian Luca Beccari

Professore, lo vado dicendo da molti anni, inoltre considerare “alleati” chi ti ha sconfitto e colonizzato, è semanticamente una offesa alla verità. Inoltre mi permetto di aggiungere un’altra stringente e determinante forma di controllo, quella messa quella messa in atto attraverso piattaforme tecnologiche che controllano ogni nostro movimento, tutto ovviamente controllato da oltre oceano.

Camillo De Vito

Giusto. Ed è quello che ripete Dario Fabbri ed anche io prima di lui, da nessun pulpito e con nessun titolo se non quello di osservare la realtà. Ma penso che farsi allungare il guinzaglio e liberarsi dei tedeschi, potremmo farlo.
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