Italia e il mondo

Russel R. Reno, Il ritorno degli dèi forti _ recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Russel R. Reno, Il ritorno degli dèi forti, Liberilibri, 2026, pp. 256, € 18,00.

Scrive Michele Silenzi nella prefazione «Dopo il 1945, e gli orrori della Seconda guerra mondiale e dei campi di sterminio, l’Occidente si convinse che mai più eventi del genere avrebbero dovuto verificarsi, anche perché avrebbero probabilmente significato la fine dell’umanità stessa. L’ordine uscito da quella catastrofe senza precedenti della storia è stato un ordine globale di successo impareggiabile… Questa situazione viene definita da Russell R. Reno, nel libro che avete tra le mani, “consenso postbellico”, ed è ciò che per l’autore è alla base degli ultimi ottant’anni di storia occidentale…. Dal 1945, questo modello, tra alti e bassi, è stato la colonna portante dell’Occidente e, in particolare dopo il 1989, di buona parte del mondo. Oggi, anzi, da qualche anno, esso appare in crisi, minato dagli stessi concetti e dagli stessi punti di forza che ne hanno reso possibile il successo. Il libro di Reno punta a illuminare precisamente tali punti».

L’autore si chiede cos’è che abbia determinato il successo e come i di esso presupposti siano la causa della successiva decadenza.

Scrive Silenzi nella prefazione che il successo era fondato «sull’idea d’indebolimento, ossia sul presupposto che per rifondare l’ordine mondiale dopo il 1945 era necessario che non ci fossero più ideologie che si ritenessero portatrici di una qualche “Verità” assoluta da imporre con la forza». Ciò che ha messo in crisi il modello è «il bisogno di appartenenza a un’idea più forte e piena di significato di quella, pur fondamentale, di un’economia ben funzionante e ricca di promesse». Ma questo «inesauribile gioco al rialzo dell’ideale “dell’apertura” e della distruzione dell’idea di verità ha lasciato l’intera società occidentale senza una casa spirituale in cui collocarsi. Nel frattempo, però, ed ecco il paradosso, la parte “debole” e “aperta” è divenuta quella “forte”, ossia quella dominante, al punto che chi non si riconosce in questi ideali assurti a nuova “Verità” condivisa viene squalificato socialmente e posto fuori dal consesso civile come una sorta di selvaggio, di primitivo, o di nostalgico dei tempi autoritari».

Scrive Reno che «La violenza che traumatizzò l’Occidente tra il 1914 e il 1945 suscitò una potente risposta guidata dagli Stati Uniti che era antifascista, antitotalitaria, anticolonialista, antimperialista e antirazzista». Tuttavia «La globalizzazione economica rompe il contratto sociale. La politica identitaria disintegra i legami civici. Un multiculturalismo antioccidentale tipicamente occidentale priva le persone del loro patrimonio culturale». Tutti questi anti (come soprattutto l’antifascismo e l’antitotalitarismo) hanno conformato una idea generale della società per cui «tutto ciò che è forte – gli amori forti e le verità forti – porta all’oppressione, mentre la libertà e la prosperità richiedono il regno degli amori deboli e delle verità deboli» mentre «Gli dèi forti sono gli oggetti dell’amore e della devozione degli uomini, le fonti delle passioni e delle lealtà che uniscono le società. Possono essere senza tempo. La verità è un dio forte che ci invita a riconoscere che esiste una realtà oggettiva».

Per cui oggi «la minaccia più grave alla salute politica dell’Occidente non è il fascismo o la rinascita del Ku Klux Klan, ma il declino della solidarietà e la rottura della fiducia tra i leader e i loro seguaci. Timoroso degli amori forti e impegnato in una sempre maggiore apertura, il consenso postbellico non è in grado di formulare, e tanto meno di affrontare, questi problemi».

L’autore scrive «L’Occidente sta precipitando verso una crisi profondissima non a causa di un difetto della modernità. I nostri problemi non derivano da Guglielmo di Ockham, dalla Riforma, da John Locke, dal capitalismo o dalla scienza e dalla tecnologia moderne» e ne conclude «I malumori che affliggono oggi la vita pubblica riflettono una crisi del consenso postbellico, degli dèi dell’apertura e dell’indebolimento, non una crisi del liberalismo, della modernità o dell’Occidente. I modi di pensare divenuti così influenti dopo il 1945 sono oggi assurdi ma allo stesso tempo obbligatori. Dobbiamo recuperare il “noi” che ci unisce, ma il consenso postbellico è uno zombie immortale. L’Occidente ha bisogno di ripristinare un senso di scopo trascendente nella vita pubblica (e privata). Il nostro tempo, questo secolo, richiede una politica di lealtà e solidarietà non di apertura e consolidamento. Non abbiamo bisogno di più diversità. Abbiamo bisogno di una casa. E per questo, avremo bisogno del ritorno degli dèi forti».

Qualche considerazione del recensore.

In primo luogo non è dato misurare, tra le diverse cause della decadenza occidentale indicate, il peso di quella per così dire spirituale, ritenuta dall’autore. E’ vero che questa ha un ruolo, ma non è sicuro che vi abbia contribuito – o vi contribuisca – in maniera prevalente.

D’altra parte, come pensava Rudolf Smend, in ogni comunità politica uno dei fattori d’integrazione è costituito da quella materiale, ossia dal consenso, condiviso da governati e governanti, su certi principi, valori, assetti. Ma se al posto di ciò un relativismo esasperato predica l’equivalenza o l’indifferenza dei valori, trovare un idem sentire de re publica è impossibile.. A meno che non sia, per l’appunto, credere che ogni valore va bene e l’unica distinzione a proposito è quella tra chi condivide tale opinione e chi no (il diverso e, al limite, il nemico). Con ciò se ne perde l’effetto unificante dei principi e valori condivisi, e quindi si affretta la dissoluzione della comunità.

D’altra parte, e continuando col ricordare il pensiero dei giuristi, Maurice Hauriou oltre un secolo orsono, individuava come (un) fattore di decadenza, l’attenuarsi della fede religiosa e la crescita dello spirito critico. Tuttavia, dato il “ciclo” politico, a quella succede la rinascita con una rinnovata e nuova religione e l’attenuarsi dello spirito critico. Quindi c’è da aspettarsi un ritorno degli dèi forti, sperando che siano,  diversamente da quelli del XX secolo, rispettosi delle identità degli altri.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Le persone sono strane_di Aurèlien

Le persone sono strane.

Soprattutto in politica.

Aurelien10 giugno
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La settimana scorsa abbiamo discusso dell’enorme divario che esiste tra il pensiero della classe politica e dei suoi parassiti nella casta professionale e manageriale (PMC) da un lato, e gli atteggiamenti e i desideri della gente comune dall’altro. Quest’ultima – persone come me e te – apprezza la società, la comunità, la storia e la cultura in un modo che le élite non riescono a comprendere e di cui diffidano profondamente. L’incapacità di queste stesse élite di gestire i problemi di oggi, per non parlare di quelli che ci attendono, non può più essere compensata dalla tradizionale solidarietà tra la gente comune, basata com’è sulla società, la cultura ecc., perché gran parte di essa è stata deliberatamente distrutta da quarant’anni di neoliberismo.

Non ho avuto il tempo di approfondire due questioni correlate. In primo luogo, perché esiste questa enorme disparità, non solo di opinioni, ma anche di convinzioni ed etica, tra chi detiene il potere e i suoi seguaci, e il resto di noi? In secondo luogo, e questo è un aspetto su cui voglio concentrarmi in particolare oggi, dato che se ne parla raramente, perché le élite persistono in queste strane idee e convinzioni anche quando è chiaro che non solo sono errate, ma anche dannose per la reputazione, la carriera, persino il potere e il denaro di chi ne è coinvolto. Ritengo che qualcosa sia andato molto storto alla fine della Guerra Fredda, e questo abbia portato a una serie di errori e incomprensioni, di cui quelli che coinvolgono l’Ucraina e l’Iran sono solo i più recenti. Suggerisco inoltre che alcune spiegazioni siano di natura procedurale e strutturale, ma che altre siano di natura psicologica, e che in generale, dobbiamo prestare molta più attenzione al modo in cui i fattori psicologici influenzano il comportamento nella politica internazionale.

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Ma partiamo dalle basi. La nostra attuale classe politica e i suoi consiglieri, ma anche l’ala mediatica del Consiglio di Sicurezza Pubblico (CSP), che probabilmente ha maggiore influenza nel determinare come la gente comune vede il mondo, sono cresciuti e hanno fatto carriera nel mondo post-Guerra Fredda. Un direttore politico di un Ministero degli Esteri oggi, ad esempio, era a scuola o all’università quando è caduto il Muro di Berlino. Un giornalista politico, un intellettuale di stampo pragmatico o un responsabile delle politiche governative potrebbero essere stati ancora in fasce. Inoltre, la sovrapproduzione di laureati, la proliferazione di ONG e, più recentemente, di siti internet, la fine di qualsiasi politica nella politica, l’abbandono di qualsiasi reale distinzione ideologica tra i principali partiti e le interconnessioni e persino i matrimoni misti all’interno di un CSP ormai quasi completamente omogeneo, fanno sì che vi sia una sovrapposizione quasi totale tra strutture formalmente separate e teoricamente indipendenti come il governo, la politica, le ONG, i servizi segreti, l’esercito, i media e la magistratura. Di conseguenza, sono previste pene severe per gli individui che si discostano dalla linea del partito. E coloro che si allontanano da questa linea, in pratica tendono ad aggrapparsi l’uno all’altro per protezione in strutture come i media alternativi, che sviluppano le proprie linee di partito e tendono a imporre il proprio conformismo con altrettanta ferocia.

Sebbene, come sempre, esistano differenze all’interno e tra questi gruppi, queste tendono a rimanere entro limiti piuttosto ristretti. Un giornalista, un attivista di un’ONG, un diplomatico e un ufficiale dei servizi segreti possono aver studiato la stessa materia nella stessa università e aver poi trascorso vent’anni in un ambiente in cui la maggior parte delle persone, in modo del tutto genuino, condivideva sostanzialmente le stesse opinioni. Possono dissentire sui dettagli in un caso come quello, ad esempio, dell’Iran, ma i loro approcci intellettuali saranno sorprendentemente simili. Chiunque incontrino, chiunque lavorino, chiunque frequentino, probabilmente opera all’interno dello stesso perimetro intellettuale limitato, e si sta diffondendo sempre più anche una comunità militare privata transnazionale, che parla una sorta di inglese globalizzato e spesso si è formata nelle università degli altri.

Ciò spiega in parte, se vogliamo, perché si tenda ad avere una visione omogenea del mondo. Ma non spiega perché tale visione sia quasi sempre errata, o quantomeno incompleta, e nella migliore delle ipotesi una caricatura. Una spiegazione meccanicistica risiede nella crescente tendenza verso una formazione universitaria generalista in materie – come il Diritto Internazionale Umanitario – che sono essenzialmente normative e teoriche, piuttosto che descrittive e analitiche, e che in realtà non preparano nessuno a nulla dal punto di vista intellettuale, figuriamoci pratico. Ma vorrei suggerire una spiegazione di natura più storica, che è anch’essa parte della risposta.

La Guerra Fredda (e torneremo su questo termine) si è conclusa molto più rapidamente di quanto la maggior parte delle persone potesse comprendere. Non era chiaro perché fosse finita proprio in quel momento, né quando esattamente fosse terminata. L’unica certezza era che qualcosa era cambiato violentemente, quasi da un giorno all’altro. L’unificazione tedesca, una vaga aspirazione nel 1988, era diventata realtà due anni dopo. In ogni caso, il periodo che va dalla fine degli anni ’40 alla fine degli anni ’80 non è mai stato una “guerra” di alcun tipo, e in effetti il ​​termine era inadeguato allora, e lo è ancora oggi. A parte tutto il resto, non c’era davvero nulla per cui combattere, il che significava, ad esempio, che le esercitazioni NATO per testare procedure e processi decisionali erano costrette a ricorrere a qualsiasi scenario pur di dare il via all’esercitazione. Uno scenario popolare era l’invasione sovietica della Jugoslavia in seguito alle operazioni di destabilizzazione del KGB. (Ironia della sorte, un ex stratega del Patto di Varsavia mi disse che il loro scenario abituale prevedeva un’invasione della Jugoslavia da parte della NATO.) Il risultato erano due enormi e ben preparati schieramenti armati che si fronteggiavano minacciosamente, senza però alcuna ragione apparente per combattere. Tuttavia, la generazione di leader politici al potere allora, come i loro consiglieri, non aveva conosciuto altro, e uno dei principali problemi concettuali tra il 1989 e il 1991 fu cercare di capire cosa fosse effettivamente giunto al termine e cosa ciò significasse. Comprensibilmente, in molte capitali occidentali c’era un forte desiderio di cambiare il meno possibile e di aggrapparsi a ciò che era noto e affidabile, soprattutto perché il futuro sembrava così incerto. C’erano, tuttavia, due punti su cui la maggior parte dei decisori e degli esperti occidentali concordava, ed entrambi i casi si sbagliavano.

La prima convinzione era che la “Guerra Fredda”, qualunque cosa fosse stata esattamente, fosse la causa delle crisi periodiche che il mondo aveva conosciuto per oltre quarant’anni. L’aggressione e l’ingerenza sovietica, o più neutralmente la rivalità tra superpotenze, spiegavano perché ci fossero state così tante guerre e crisi. Con la caduta dell’Unione Sovietica, quella tensione era scomparsa. Ne conseguiva che il mondo poteva ora guardare con ottimismo a una nuova era di maggiore pace e sicurezza. Vale la pena sottolineare che i critici della NATO, e della politica occidentale in generale, condividevano questa illusione, sebbene provenendo da una prospettiva opposta. Credevano che, con la fine della Guerra Fredda, non ci sarebbe stato più bisogno di alleanze militari, né tantomeno di eserciti. Ciò che tutto questo ignorava, ovviamente, era che molti dei problemi di sicurezza nel mondo non erano il prodotto della rivalità tra i due blocchi, ma piuttosto del fatto che i blocchi li sfruttavano in modo opportunistico. Ci fu un momento surreale, all’incirca tra la fine del 1989 e la metà del 1991, in cui sembrò davvero che il mondo stesse entrando in una nuova era. Parte della confusione e della rabbia in Europa per i combattimenti nell’ex Jugoslavia, quindi, derivò dalla doccia fredda che questi rappresentarono per tutte quelle ingenue speranze e analisi riduzioniste, poiché si scoprì che i conflitti in tutto il mondo avevano in realtà cause che dovevano ben poco a Washington o a Mosca. Per molti versi, come vedremo, le élite della sicurezza occidentali non sono mai riuscite a stare al passo con la natura in continua evoluzione dei conflitti e in molti casi non capivano, e tuttora non capiscono, cosa stesse succedendo.

Il secondo punto era che l’Occidente aveva “vinto” questo conflitto, se non altro perché l’Unione Sovietica e la sua ideologia erano scomparse. Questo non era previsto e aveva sbalordito i politici occidentali, ma in politica non si rifiuta qualcosa che viene offerto gratuitamente, quindi l’Occidente iniziò a costruire una narrazione di vittoria: non una vittoria militare, ovviamente, ma politica, basata sulla superiorità del suo “sistema”. E, cosa importante, il periodo 1989-90 si collocava proprio alla fine del periodo in cui Reagan e Thatcher erano stati al potere, ogni sorta di stravagante idea economica non era ancora stata completamente screditata e la generazione del 1968 stava salendo al potere. Rinvigoriti da coloro che avevano sentito parlare, se non addirittura mai letto, di quella teoria sulla fine della storia, i leader occidentali pensavano di aver trovato l’unica vera dottrina e che non restasse altro che applicarla. E così fu, con le successive generazioni che si susseguirono nelle università, nelle cariche governative e poi sul campo. I risultati sono fin troppo noti e non necessitano di ulteriori spiegazioni. Dopotutto, se le idee liberali/libertarie in voga alla fine degli anni ’80 rappresentavano davvero una sorta di capitolo finale hegeliano in un processo di sviluppo ideologico (o almeno questo è ciò che ricordavi di aver letto), allora per definizione tutte le altre idee erano sbagliate e superate, comprese quelle di origine non occidentale.

Questa ideologia non aveva una particolare coerenza, se non vaghi gesti in direzione della “libertà”. È ironico, quindi, che sia sempre stata inflessibile e dottrinaria, e che lo sia diventata ancora di più con il passare del tempo. Tendiamo a essere più consapevoli delle sue dimensioni economiche e politiche (mercati “liberi”, privatizzazioni, democrazia parlamentare di stampo occidentale), ma possedeva anche una massiccia componente sociale e ideologica di natura normativa. Sebbene siano stati i combattimenti in Afghanistan a ricevere maggiore attenzione mediatica, in realtà la maggior parte degli sforzi e dei finanziamenti internazionali erano concentrati altrove: il Paese era una sorta di zona di fuoco libero per ogni crociata sociale ed etica di stampo normativo che qualche governo o organizzazione fosse disposto a finanziare. Inutile dire che quasi tutti i tentativi, sia in Afghanistan che altrove nel mondo, si sono rivelati un fallimento.

Come ci si potrebbe aspettare, l’ideologia e le attività ad essa associate erano essenzialmente performative, perché questa era la tradizione politica (“demos”, sit-in) da cui provenivano i nuovi padroni, e perché conoscevano poco la vita e, con il passare del tempo, venivano rafforzati da chi ne sapeva ancora meno. Credevano quindi che i sistemi politici corrotti potessero essere riformati con corsi di formazione normativa tenuti da occidentali, che i regimi militari potessero essere riformati creando commissioni parlamentari di difesa e che si potesse indottrinare la gente a essere buona, o almeno a essere come loro. Era sufficiente creare strutture, redigere documenti e pronunciare parole, e la realtà stessa sarebbe cambiata. Le ripetute delusioni, per ragioni che esploreremo, non invalidarono le idee (non potevano, poiché le idee erano giuste) e portarono semplicemente a richieste di maggiori risorse e di un “migliore coordinamento”.

Come ho già accennato in diverse occasioni, l’ideologia delle moderne società militari private è una sorta di miscuglio di idee diverse, provenienti da gruppi di interesse differenti e reciprocamente tollerate, un po’ come le scimmie che si puliscono a vicenda. Nelle attività all’estero, dai tentativi di gestione di crisi importanti fino ai normali interventi di “governance” o “diritti umani”, si è riscontrata una notevole coerenza tra le politiche e le attività dei governi nominalmente di “sinistra” e quelli nominalmente di “destra”. Ad esempio, il governo conservatore di David Cameron ha imposto che tutti i corsi di formazione finanziati dal Regno Unito all’estero dovessero includere un modulo obbligatorio sulla gestione della violenza sessuale e di genere, a prescindere dalla sua pertinenza con l’argomento trattato. (Mi è stato detto che questo approccio era stato approvato dallo stesso Cameron). Ma lo stesso valeva per la ricca e fiorente rete che prosperava attorno a tali programmi: media, società di consulenza, commissioni parlamentari, think tank, ONG, gruppi di pressione e altri ancora chiedevano a gran voce più azione, più fondi, più personale e obiettivi più ambiziosi. Il fatto che forse il novanta percento di quegli sforzi sia andato completamente sprecato, e che ciò abbia minato la limitata quantità di lavoro valido svolto , è stato raramente riconosciuto. La letteratura critica che discute tali interventi, sia nei singoli paesi che più in generale , è ancora piuttosto scarsa.

In linea generale, l’ideologia sosteneva che, con la fine della Guerra Fredda, non vi fosse più alcuna ragione per i conflitti. I conflitti non riguardavano più nulla di specifico, ma erano il risultato di incomprensioni o delle macchinazioni di “imprenditori della violenza” che incitavano e traevano profitto dai conflitti, e che quindi dovevano essere eliminati, preferibilmente processati da qualche parte, per qualche reato. Pace e riconciliazione erano la naturale conseguenza dell’intervento internazionale, e rappresentavano comunque la naturale inclinazione delle popolazioni. La stragrande maggioranza di coloro che erano coinvolti nei conflitti erano vittime (sebbene alcune lo fossero più di altre, il che ha generato, ad esempio, feroci dissidi tra ONG rivali su come gestire i bambini soldato coinvolti in atrocità).

Se tutto ciò suona un po’ sprezzante, forse è giusto che lo sia. Questa ideologia è stata il prodotto di un’educazione occidentale borghese fortemente normativa, che ha enfatizzato il pensare a come il mondo dovrebbe essere piuttosto che a come è realmente, incoraggiando così attività simboliche anziché concrete. Questo porta a qualcosa che, a mio avviso, non viene compreso correttamente (o forse non viene compreso affatto) quando si parla e si scrive di politica internazionale. Il predominio del pensiero realista in senso lato è tale che le relazioni tra gli Stati vengono tipicamente interpretate attraverso l’analisi della pura forza economica, politica e militare, eppure tutta l’esperienza insegna che questo approccio è profondamente fuorviante e incompleto.

Nella vita di tutti i giorni, riconosciamo tutti l’importanza dei fattori psicologici nel determinare il nostro funzionamento, le nostre emozioni, i nostri punti di forza e di debolezza, le nostre relazioni interpersonali e, non da ultimo, il funzionamento di organizzazioni e istituzioni. Tutti percepiamo la differenza tra un operatore di call center comprensivo e uno che non vede l’ora di tornare a casa, o tra un’istituzione che sembra avere un vero concetto di servizio e una che vuole solo i nostri soldi, e adattiamo di conseguenza il nostro comportamento. Gran parte della nostra vita consiste in interazioni con le persone, influenzate da quanto le conosciamo, da cosa pensiamo di loro, da cosa speriamo di ottenere dal nostro rapporto e dalla consapevolezza che la nostra personalità, le nostre esperienze passate e i nostri atteggiamenti influenzeranno il modo in cui gli altri ci vedono.

Eppure, quando si tratta di questioni davvero importanti – economia, politica, istituzioni, potere – l’ideologia dominante della nostra società presuppone che le persone agiscano con perfetta razionalità, perseguendo il proprio vantaggio, così come lo percepiscono, quasi come macchine calcolatrici. L’idea di persone come attori economici razionali, mai stata altro che una “semplificazione” sfuggita di mano, è stata derisa quasi fino all’estinzione (qualcuno ha detto lotterie?), sebbene conservi ancora una presa ferrea sulle menti dell’élite. Ciononostante, persiste la convinzione, tra gli studiosi di relazioni internazionali e gli opinionisti che ne divulgano le teorie, che le nazioni stesse si comportino con assoluta razionalità. Naturalmente, basta un attimo di riflessione per ricordarci che le “nazioni” non hanno alcun ruolo attivo in questo contesto. Tutto è opera di individui. Anche il più semplice libro di storia vi parlerà dell’influenza che personalità, emozioni e ambizioni hanno avuto sul corso degli eventi, e ovviamente tutte le relazioni internazionali, di qualsiasi tipo, sono in realtà gestite da individui con le proprie storie, pregiudizi, ambizioni, gelosie e spesso complesse relazioni reciproche.

Consideriamo l’esempio più semplice: quello di una normale negoziazione internazionale. Seduti dietro la vostra bandiera nazionale o la vostra targhetta, non state pensando, o non dovreste pensare, a usare il potere della vostra nazione per schiacciare i vostri interlocutori. I vostri pensieri sono molto più banali. Che margine di manovra ho? Come interpreto le mie istruzioni? Quanto sarà indulgente il mio capo se cedo alle richieste di questo Paese su quella questione? Poi, vi guardate intorno al tavolo. A , laggiù, viene da un Paese potente, ma ha un Ministro debole e impopolare che non vuole discussioni. B viene da un Paese più piccolo, ma è apprezzato per la sua disponibilità e spesso ha buone idee. C ama collaborare, ma a volte si sforza troppo di compiacere e si spinge oltre i limiti di ciò che la sua capitale può tollerare. Nel frattempo, X è una persona che mi piace e con cui vado d’accordo, e spesso riusciamo a risolvere i problemi davanti a un caffè. Y viene da un Paese influente, parla molto e gli piace sentirsi parlare, ma ha difficoltà a formulare idee costruttive. Forse dovrei passargli un biglietto che potrà poi presentare come una sua proposta. Z è irrecuperabile e spesso aggressivo, e bisogna trovare un modo per gestirlo. E questo è solo un primo sguardo: ovviamente, il vero lavoro viene dopo.

Tutto ciò accade perché, all’interno dei governi, le decisioni su questioni importanti vengono prese da persone che possono essere intelligenti o ottuse, esperte o completamente inesperte, ben informate o irrimediabilmente ignoranti (o semplicemente non interessate a sapere), pragmatisti cinici o ideologi spietati, con forti interessi personali o disinteressate a tutto tranne che alla propria sopravvivenza. E questo in periodi di relativa normalità, in cui si lavora non più di sedici ore al giorno, sei o sette giorni alla settimana. In una crisi, le persone si comportano in modo imprevedibile e spesso irrazionale. Inoltre, non tutte le crisi hanno la stessa dinamica: una crisi che si deve gestire ma in cui si ha sostanzialmente il controllo ha una dinamica. Una crisi in cui si deve lottare per mantenere l’iniziativa ha una dinamica diversa, e una crisi in cui si è persa l’iniziativa ha una terza dinamica ancora. Quest’ultima spesso produce un estremo stress mentale anche su individui robusti e può portare i governi e i loro leader ad allontanarsi completamente dalla realtà, a vivere in confortanti mondi di fantasia e ad accettare solo le informazioni che vogliono sentire. Ho il forte sospetto che qualcosa del genere stia accadendo a Washington in questo momento, e che il signor Trump, in particolare, possa essere molto vicino a un esaurimento nervoso di qualche tipo.

Ciò che rende una crisi davvero grave è quando non si capisce cosa stia succedendo e perché stiano accadendo certe cose. Questo è profondamente destabilizzante, soprattutto quando si fa parte di un gruppo ampio e omogeneo che vede il mondo più o meno allo stesso modo, e quindi tutti sono confusi insieme. La politica ha in gran parte perso le vecchie divisioni ideologiche e concettuali che un tempo la caratterizzavano, e intere classi politiche, per non parlare dei loro consiglieri, commentatori dei media, opinionisti e altri, condividono ormai una soffocante omogeneità di pensiero che rende praticamente impossibile una discussione intelligente (per non parlare di una critica costruttiva). Inoltre, la loro educazione e la loro esperienza, basate su principi normativi e performativi, fanno sì che le idee che hanno in comune raramente vadano oltre le banalità. Se due ministri europei si incontrassero per discutere dell’Ucraina, praticamente tutta la conversazione si ridurrebbe all’accordo sul fatto che (1) dobbiamo continuare a fare pressione su Putin e (2) dobbiamo fare di più per aiutare l’Ucraina. Il loro repertorio concettuale non va oltre.

Non intendo addentrarmi qui nella complessa questione del rapporto tra linguaggio e pensiero. Mi limiterò a osservare che, in pratica, è molto difficile per le persone uscire dai discorsi a cui sono abituate e comprendere e riconoscere formalmente che certe cose stanno accadendo, e che accadono per ragioni che non rientrano nel loro repertorio standard. Tale repertorio è costituito in gran parte da aspettative normative predefinite, reazioni scritte e verbali e un elenco di azioni performative accettabili. Pertanto, è necessario un grande sforzo per cercare di inquadrare sviluppi inattesi e sconcertanti in uno schema comprensibile, o quantomeno per fingere che non stiano accadendo. Questa è la ragione fondamentale per cui l’Occidente ha gestito così male le crisi dalla fine della Guerra Fredda, e perché le sue prestazioni stanno effettivamente peggiorando, man mano che la sua classe politica e i suoi consiglieri diventano sempre più chiusi e autoreferenziali con il passare del tempo, sprofondando sempre più nella loro limitata biblioteca di concetti che riescono a comprendere e ad articolare.

Prendiamo ad esempio il nazionalismo. Nel suo senso più ampio, che include tradizione, storia, lingua e cultura, questi elementi costituiscono il Nemico e sono ancora visti come la fonte di molti dei mali del mondo. L’idea che l’attaccamento alla tradizione, alla storia, alla lingua e alla cultura possa effettivamente essere importante per molte persone, e che queste siano disposte a lottare e persino a combattere per difenderle, è qualcosa che l’attuale ideologia internazionalista, post-nazionale e transnazionale non riesce a comprendere. Ne consegue, come ho già accennato , che tali attaccamenti vengono relegati in blocco all'”estrema destra”, e le figure politiche o intellettuali che li esprimono vengono trattate come paria. Pertanto, non riusciamo a comprendere appieno il comportamento delle culture che non hanno seguito l’Occidente nell’agnosticismo culturale transnazionale, e ancor meno nell’attuale autoflagellazione e negazione della propria civiltà da parte dell’Occidente, che non mostra ancora segni di attenuazione. Ma questo non è solo un problema intellettuale, è anche un problema politico. Associamo il “nazionalismo” in questo senso più ampio, all’aggressione e al conflitto, e crediamo quindi di aver identificato potenziali conflitti, buoni e cattivi, e soprattutto persone come noi e persone diverse da noi. Questo ci dice quali figure politiche coltivare, quali ignorare, quali organizzazioni finanziare e quali futuri leader formare. Nel frattempo, la gente del posto, che spesso è più astuta di noi, sa cosa dire e come comportarsi per ottenere il nostro sostegno. E i loro oppositori interni sanno che la nostra posizione sul “nazionalismo” è profondamente contraddittoria: in linea generale, va bene quando lo praticano i non occidentali, a patto che sia diretto contro l’Occidente e non contro gruppi palesemente appoggiati dall’Occidente.

Il fatto che le persone possano effettivamente interessarsi ad alcune di queste problematiche non porta solo a errori politici nei rapporti con il resto del mondo, ma a qualcosa di più importante: l’incapacità di comprendere la vera natura dei problemi, e ancor meno di parlarne, perché non disponiamo dei concetti e del vocabolario necessari. Non si tratta di etnocentrismo, che è una costante di qualsiasi cultura, ma di qualcosa di molto più preoccupante. Di fatto, la nostra classe politica e i suoi parassiti hanno una serie di riflessi condizionati normativi per cui, quando viene introdotta una parola o un concetto, reagiscono immediatamente in uno dei pochi modi possibili. (Tutti conosciamo persone che si comportano in questo modo: è inquietante vedere un’intera classe politica agire in tal modo).

Ad esempio, l’Occidente non ha compreso, e non comprende appieno nemmeno ora, la serie di eventi che hanno portato dagli attacchi del 2001 contro gli Stati Uniti, alla campagna in Afghanistan, all’Iraq 2.0, alla Primavera araba del 2011, allo Stato Islamico, agli attacchi terroristici in Europa del 2015-16, fino alla caduta del regime di Assad. Possiamo agire (o parlare di agire) solo sulla base di ciò che riusciamo a concettualizzare. Le tesi e il funzionamento dell’Islam politico, per quanto siano stati studiati e documentati in modo esaustivo, non sono ancora penetrati nelle menti delle élite occidentali, perché non possono essere racchiusi nel discorso limitato e nella terminologia di cui l’Occidente dispone. I musulmani vivono o in paesi con regimi repressivi da rovesciare, dopo i quali abbracceranno con gioia e spontaneità i nostri valori, oppure, se vivono in Occidente, sono soggetti a discriminazioni razziste istituzionali. Qualsiasi altra possibile spiegazione viene ignorata o liquidata come il risultato di tiranni, delle attività di pochi pensatori conservatori o, come ultima risorsa e se tutto il resto fallisce, come conseguenza di un coinvolgimento occidentale diretto o indiretto. L’idea di dare a queste persone la possibilità di agire in base a principi che hanno elaborato autonomamente e in cui credono, semplicemente non trova spazio all’interno del sistema di norme che domina il nostro pensiero.

Questo è uno dei motivi per cui l’Occidente dimentica tutto e non impara nulla: ci sono cose che non possono essere apprese e realmente assimilate senza subire danni psicologici. Il problema di qualsiasi schema di pensiero normativo è che esso è essenzialmente immune agli effetti dirompenti di ogni apprendimento e di ogni esperienza. Infatti, poiché parliamo di norme, piuttosto che di giudizi oggettivi, opinioni pragmatiche o persino fatti, la modifica è quasi impossibile. Equivale a un cambiamento, e in pratica alla falsificazione, di una filosofia personale sul mondo. È una cosa ben diversa dal cambiare idea, e spesso incontra una forte resistenza (“Suppongo che tu non consideri importanti i diritti umani, e che Pol Pot sia uno dei tuoi eroi personali!”).

Le delusioni e i fallimenti, se riconosciuti, vengono percepiti come attacchi all’ego. Dopotutto, immaginate di essere un politicante di secondo piano che, dopo vent’anni, ha finalmente ottenuto un incarico ministeriale e si occupa da qualche mese della situazione in Ucraina. Immaginate di decidere con lucidità che è ora di smettere e di annunciarlo. Cosa succederà? Beh, innanzitutto ci si chiederà se ci si dimetterà prima di essere licenziati, ma poi si verrà gettati nell’oblio, si perderà ogni possibilità di una carriera decente, forse anche il seggio in parlamento, e si verrà attaccati senza pietà da ogni commentatore, media, sito internet e rivale politico. Ma non è la cosa peggiore, perché tutta la vostra vita è stata costruita attorno al successo in politica, e tutti quelli che conoscete, a livello personale e professionale, ora vi rifiuteranno, e diventerete una persona insignificante. In pratica, questo equivale a qualcosa di simile alla morte dell’ego, tanto strettamente legato è il vostro ego al vostro status professionale e istituzionale, come accadeva un tempo con il Partito Comunista o certe sette religiose. Se esiste un’unica spiegazione dominante per la persistente irrealtà dell’approccio della classe politica occidentale nei confronti dell’Ucraina e dell’Iran, probabilmente è questa. Quanto sarebbe bello vedere titoli come “LA PAURA DI DANNI ALL’EGO, DI MORTE, IMPEDISCE IL REALISMO SULL’UCRAINA, SECONDO GLI ESPERTI”. Ma forse dovremo aspettare ancora un po’.

Una conseguenza dell’abitudine al pensiero normativo è la convinzione che, se il mondo dovrebbe essere così e non lo è, allora deve esserci uno sforzo diabolico per renderlo diverso. Se accadono cose brutte, ciò non può essere dovuto al fatto che il mondo è così (dato che per definizione non lo è), né al caso o alla sfortuna, ma alla sovversione degli ideali da parte di macchinazioni malvagie organizzate. È un paradosso della nostra cultura che le librerie siano piene di libri su problemi personali e auto-miglioramento, mentre le narrazioni popolari del mondo tendono a essere estremamente riduzioniste dal punto di vista materiale. È vero, naturalmente, che se si cercano le cause di una crisi o di una guerra, è più facile speculare sul ruolo malevolo delle compagnie petrolifere che considerare la struttura psicologica di chi prende le decisioni importanti, ma la storia suggerisce che sono proprio i fattori personali a contare di più.

Ad esempio, ho menzionato l’apofenia diverse volte in altri saggi, ovvero la tendenza a individuare schemi nei dati che in realtà non esistono. Non sembra trattarsi di una malattia in sé (sebbene gli schizofrenici tendano a manifestarla in misura elevata), bensì di un’esagerazione, fino a livelli patologici, del naturale bisogno di identificare schemi nel mondo che ci aiutino a sopravvivere. Per molte persone, è più rassicurante avere uno schema, anche minaccioso, piuttosto che non averne affatto, come classico meccanismo di difesa contro un mondo troppo complesso da gestire. E naturalmente, la necessità di trovare lo schema (o di evitare il caos) viene prima di tutto: la “prova” vera e propria è secondaria, ed è per questo che gli apofenici raramente si arrendono di fronte a prove negative o inesistenti. La prova viene nascosta. Se i file sui contatti alieni non ci sono, è ovviamente perché sono stati distrutti. E la ricerca dimostra che le persone coinvolte in politica tendono a soffrire di apofenia più della media, il che non è rassicurante.

Le spiegazioni apofeniche possono essere molto attraenti. C’è il caso affascinante di Anatoly Golitsyn, un disertore del KGB che riuscì a convincere molte persone importanti in Occidente che l’Unione Sovietica fosse impegnata in una vasta operazione di inganno, facilitata da agenti a tutti i livelli dei governi occidentali, e che la scissione sino-sovietica fosse un mito, le rivolte della Germania dell’Est e dell’Ungheria fossero operazioni sotto falsa bandiera e la crisi di Praga del 1968 un’operazione di inganno del KGB. Avvertì pubblicamente che l’Unione Sovietica avrebbe finto di essere sempre più debole, solo per tendere una trappola all’ultimo momento. Pertanto, tutto ciò che accadeva a Mosca, e praticamente ovunque nel mondo, poteva in qualche modo essere ricondotto alla presunta cospirazione, e ogni segnale che il sistema sovietico stesse iniziando a crollare negli anni ’80 significava solo che la trappola stava per scattare. Golitsyn visse abbastanza a lungo da sentirsi riabilitato, con l’arrivo al potere nella nuova Russia di Vladimir Putin, ex ufficiale del KGB. Ma le sue accuse (supportate da altri, più o meno ben informati) contribuirono a paralizzare le agenzie di intelligence statunitensi e altri governi occidentali con cacce alle streghe e indagini sulla lealtà, al punto che alcuni si chiesero ironicamente se Golitsyn non fosse egli stesso parte di un’operazione di depistaggio.

Ma è caratteristico di questo modo di vedere il mondo che, una volta trovata una spiegazione onnicomprensiva, le persone vi si aggrappino a prescindere dalle obiezioni. C’è un divertimento caustico, ad esempio, nel vedere come, in ogni fase dello sfaldamento della tragica farsa dei tentativi statunitensi degli ultimi 25 anni di rimodellare il Medio Oriente, e poi, ad ogni sconfitta e ad ogni fallimento, i credenti trovino comunque nuovi modi per insistere sul fatto che “questo era il piano fin dall’inizio”, perché ovviamente deve esserci un piano generale: una mentalità apofenica lo richiede assolutamente. E ci sono molti altri esempi.

Il nostro atteggiamento emotivo nei confronti del mondo, che a sua volta plasma le nostre opinioni politiche e in definitiva ciò che crediamo del mondo di oggi, è ovviamente il prodotto della nostra giovinezza. Ho discusso più volte della natura fondamentalmente adolescenziale della nostra attuale classe politica, un problema che si sta aggravando man mano che genitori e università della classe media cercano di assecondare le difficoltà della crescita adolescenziale, assecondandole di fatto per sempre. Il comportamento adolescenziale è quasi per definizione performativo e mira a scioccare. Da adolescenti si può indossare una maglietta orribile o ascoltare musica con testi offensivi. Da studenti si può partecipare a manifestazioni contro presunti eventi in paesi stranieri sui quali non si può intervenire. Da giovani diplomatici si possono presentare con entusiasmo pacchetti di sanzioni che sembrano efficaci ma non portano a nulla di concreto. Ma non dobbiamo dimenticare che l’adolescenza è il periodo in cui iniziamo a renderci conto che i nostri genitori non sono gli esseri divini onnipotenti che credevamo fossero, bensì persone comuni, fallibili e relativamente impotenti. In alcuni casi, il desiderio di figure genitoriali sostitutive, che passano attraverso i guru o, oggigiorno, gli influencer, ricade sulle spalle dei governi, ai quali vengono attribuiti anche quei poteri soprannaturali che un tempo credevamo appartenessero ai nostri genitori. Chiunque abbia lavorato nella pubblica amministrazione conosce bene i furiosi attacchi dei media e dei cittadini contro i governi accusati di “non fare nulla” di fronte a problemi irrisolvibili.

Ma il problema risale a prima dell’adolescenza. E qui voglio sottolineare l’importanza del ruolo della mediazione nella comprensione popolare del mondo. Oggigiorno, poche persone ascoltano con attenzione i discorsi o le conferenze stampa dei leader mondiali, o ne leggono le trascrizioni. Nella migliore delle ipotesi, leggono un articolo di giornale, con i suoi inevitabili pregiudizi e la sua selettività. Più spesso leggono qualcosa su X, o magari su Substack o su un sito dedicato al commento politico, che in sostanza è un articolo di opinione, che dice loro cosa pensare, magari con qualche citazione. E le barriere all’ingresso sono così basse che oggi esiste una gamma quasi infinita di opinioni preconfezionate tra cui scegliere. Il simile tende ad attrarre il simile.

Una delle più grandi intuizioni di Sigmund Freud (confermata dalla neurologia moderna) fu che esistono ricordi così profondamente radicati nella nostra mente che non sappiamo nemmeno della loro esistenza, e quindi non possiamo nemmeno parlarne (per questo vengono definiti ricordi “non dichiarativi”). Tutti i ricordi dei primi anni di vita sono di questo tipo, e ne veniamo a conoscenza solo attraverso le conseguenze indirette: il senso di bisogni insoddisfatti, ad esempio, e il modo in cui li affrontiamo. Più in generale, da giovani assorbiamo una visione del mondo in gran parte o completamente inconscia, che generalmente resiste a qualsiasi esperienza o prova contraria. È quindi facile capire, ad esempio, che crescere in una famiglia con uno o entrambi i genitori autoritari predispone a vedere il mondo in termini di forze severe e ostili che non si possono controllare, e che si sarà naturalmente attratti, come autori o lettori, da argomentazioni che trattano di egemonia e impero. Allo stesso modo, crescere in un’atmosfera di repressione e tensione, dove alcune cose non vengono mai dette e ci sono segreti di cui non si può parlare, può predisporre a credere in poteri occulti e cospirazioni segrete. (Dico “predisporre” perché, ovviamente, non c’è nulla di deterministico in questo caso: stiamo parlando di tendenze.)

Questo è abbastanza ovvio, e la maggior parte delle persone sarebbe d’accordo dopo un attimo di riflessione. Il problema è che non è possibile costruire una teoria generale su una base simile, perché, francamente, le persone sono diverse e reagiscono in modo diverso a situazioni diverse. La calma sicurezza intellettuale del marxista, del fondamentalista islamico o cristiano può essere fuori luogo e superficiale, ma almeno produce una visione del mondo internamente coerente. Ma se non possiamo fare altro, possiamo provare a liberarci dalla nostra dipendenza da spiegazioni materialiste riduttive e accettare che in politica, forse ancora più che altrove, le persone sono strane .

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

Il concetto di politica – Carl Schmitt _ di élucid

Il concetto di politica – Carl SchmittSintesi e podcast del libro

In Il concetto di politico (1932), Carl Schmitt sviluppa la sua concezione del politico, che egli considera il dominio fondamentale della società, indissolubilmente legato al concetto di conflitto, di opposizione tra amico e nemico, che ritiene inerente alla natura umana. In questo testo egli muove inoltre una feroce critica al liberalismo e alla pretesa dei liberali di superare e distruggere lo Stato e la nozione di politica.

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Biblioteca Politica

pubblicato il 05/06/2026 Di Élucid

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Definire il concetto di politica è complicato; è difficile separarlo dal concetto di Stato. Ciò non costituisce un problema fintanto che lo Stato continua a esistere, ma resta comunque auspicabile una definizione positiva. Schmitt lo individua in un’opposizione fondamentale tra amico e nemico, che costituisce il fondamento della politica.

Da ricordare

Il nemico non è il rivale personale, né il concorrente, né l’avversario occasionale; è il nemico pubblico, l’hostis dei Romani, nemico di un intero popolo, di un’intera entità politica, e da essa designato. Questo antagonismo è l’antagonismo per eccellenza; ogni antagonismo che si estremizza tende quindi a diventare politico. Il culmine di questo antagonismo è la guerra, che rimane sempre un’opzione per la politica. Se un’autorità politica è incapace di effettuare per il popolo unito questa designazione del nemico, allora semplicemente non esiste in quanto autorità politica. La guerra civile rappresenta una forma di dissoluzione dello Stato incapace di mantenere l’unità del popolo contro un hostis ; dall’esito della guerra civile emergerà una nuova autorità politica.

È impossibile per un popolo sfuggire all’antagonismo politico. Proclamarsi senza nemici non depoliticizzerà il mondo, ma non farà altro che renderlo vulnerabile ai suoi nemici, che sono sempre ben reali. Esso sarà o distrutto, o assorbito da un’altra entità politica capace e disposta a difenderlo al suo posto contro i suoi nemici. Un corollario di questo principio è che è impossibile unificare l’umanità all’interno di un unico Stato; se un giorno dovesse avvenire una tale unificazione, la politica scomparirebbe. Allo stesso modo, è altrettanto vano, come pretende di fare il liberalismo, immaginare che sia possibile distruggere lo Stato e la politica e sostituirli con altre forze, in primo luogo l’economia. I conflitti economici si intensificheranno fino a diventare antagonismi politici, e la politica sopravviverà.

Biografia dell’autore

Carl Schmitt (1888-1985) è stato un giurista e filosofo tedesco. Teorico del concetto di sovranità statale, che concepiva come assoluta, Schmitt era un pensatore reazionario, fortemente critico nei confronti delle istituzioni borghesi, del liberalismo politico e del parlamentarismo. Professore di diritto di fama durante la Repubblica di Weimar, a partire dal 1930 si avvicina agli ambienti politici.

Inizialmente contrario al partito nazista, al quale preferiva i conservatori di Kurt von Schleicher, vi aderì infine nel 1933 e divenne rapidamente uno dei principali giuristi degli albori del Terzo Reich. Contribuì alla fondazione ideologica e costituzionale del nuovo regime. Fu tuttavia presto allontanato dal potere, già nel 1936. Non rinnegò mai il suo impegno a favore del nazionalsocialismo e rimase escluso dalla vita pubblica tedesca per il resto dei suoi giorni; tuttavia, continuò a essere attivo come intellettuale e la sua opera continuò ad avere una grande influenza dopo la sua morte, in particolare sui neoconservatori americani e su alcuni regimi autoritari, ma anche in alcuni circoli della sinistra post-marxista.

Avviso:Il presente documento è una sintesi dell’opera di riferimento sopra citata, realizzata dai team di Élucid; il suo scopo è quello di riportare le idee principali di tale opera e non intende riprodurne il contenuto. Per approfondire le vostre conoscenze su questo argomento, vi invitiamo ad acquistare l’opera di riferimento presso la vostra libreria. La copertina, le immagini, il titolo e le altre informazioni relative all’opera di riferimento sopra citata rimangono di proprietà del suo editore.

Indice dell’opera

I. Statale e politico
II. La distinzione tra amico e nemico, criterio della politica
III. La guerra, fenomeno di ostilità
IV. Lo Stato come forma di unità politica, messo in discussione dal pluralismo
V. La decisione di entrare in guerra e l’identificazione del nemico
VI. Il mondo non è un’unità politica, ma un pluriverso politico
VII. I fondamenti antropologici delle teorie politiche
VIII. La depoliticizzazione attraverso la polarità Stato-economia

Sintesi del libro

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Capitolo I. Lo Stato e la politica

Secondo Schmitt, « il concetto di Stato presuppone quello di politica ». In generale, definire la politica è un compito arduo. Essa viene solitamente definita in modo negativo, per esclusione, e in relazione ad altri concetti. Si parla quindi di politica in contrapposizione a ciò che rientra nell’economia, nel diritto, nella morale. Tali definizioni non sono inutili ; consentono in particolare di identificare ciò che non rientra nella sfera politica. Ma la loro utilità si ferma qui; per coglierne il significato è necessaria una definizione più positiva del concetto. E in questo ambito, ogni tentativo di definire la politica come ciò che è relativo allo Stato è naturalmente vano, poiché la politica, sebbene sia certamente legata allo Stato, gli preesiste.

Ma in definitiva, elaborare una definizione positiva della politica non è indispensabile fintantoché lo Stato esiste e rimane un’entità stabile e duratura, poiché in tal caso la politica può effettivamente essere definita in funzione dello Stato. Finché lo Stato rimane un’entità sovrana detentrice del monopolio della politica, non c’è bisogno di approfondire ulteriormente. Ma naturalmente, tale soddisfazione vale solo finché lo Stato non è indebolito, finché non lascia svilupparsi entità autonome all’interno delle quali la politica possa intervenire; in caso contrario, il confine fino ad allora netto tra politico e non politico tende a scomparire. Una definizione positiva della politica, che si traduca nell’evidenziazione del suo criterio specifico, si rivela quindi essenziale.

Capitolo II. La distinzione tra amico e nemico, criterio della politica

Molti concetti si definiscono attraverso una distinzione fondamentale tra due poli: l’estetica ha come distinzione fondamentale il bello e il brutto; l’economia, il redditizio e il non redditizio; la morale, il bene e il male. Lo stesso vale per la politica. Schmitt identifica questa distinzione fondamentale della politica con quella tra amico e nemico. Da questa distinzione derivano tutti gli atti e le motivazioni politiche.

Questa distinzione tra amico e nemico costituisce, senza alcun dubbio, il criterio specifico ricercato da Schmitt per definire il politico, in quanto non deriva da nessun’altra distinzione fondamentale identificabile in un altro ambito. Pertanto, il nemico politico non è necessariamente moralmente cattivo, o esteticamente brutto, né tantomeno un concorrente economico – a volte può persino essere interessante trattare con lui. Semplicemente, è «altro», straniero, in un senso sufficientemente forte, al punto da implicare la negazione dell’esistenza dell’entità che lo giudica, affinché i conflitti provocati da questa alterità non possano essere risolti né dall’applicazione di norme né dall’intervento di una terza parte.

Capitolo III. La guerra, fenomeno di ostilità

Il nemico è diverso dal concorrente, dall’avversario o dal rivale personale. Il nemico è necessariamente un nemico pubblico; per riprendere i termini latini, il nemico è qui l’hostis, e non l’inimicus. Il fatto che alcune lingue non distinguano i due termini può creare seri problemi. Così, il passo della Bibbia che prescrive di « amare i propri nemici » si riferisce all’inimicus, ma certamente non all’hostis ; è solo nella vita privata, e non in quella pubblica, che il superamento di un odio personale ha senso.

L’antagonismo politico è l’antagonismo supremo, superiore a tutti gli altri. Di conseguenza, più un conflitto diventa estremo, più è politico. Anche il vocabolario della politica è polemico per natura, poiché trova senso solo se l’ascoltatore è consapevole del nemico che si suppone debba essere colpito, combattuto, attraverso lo Stato di diritto, la dittatura, l’assolutismo, ecc.

Al contrario, la politica, che rappresenta una forma di conflitto molto attenuata, conserva ormai ben poco dell’antagonismo politico se non vaghi intrighi, rivalità e macchinazioni. Quando la politica inizia ad assimilarsi alla politica di partito, è un sintomo dell’indebolimento dello Stato: gli antagonismi interni legati alle logiche dei partiti politici sono diventati più potenti dell’antagonismo strutturale che oppone lo Stato ai suoi nemici. Il livello estremo di questa logica è quello in cui la classificazione tra amici e nemici all’interno dello Stato trionfa e produce una guerra civile.

La guerra costituisce effettivamente il culmine della logica della distinzione tra amico e nemico, la negazione esistenziale di un altro essere. Il concetto stesso di nemico implica necessariamente la possibilità di una lotta. Non è né necessariamente ideale né auspicabile; si tratta semplicemente di una possibilità che rimane sempre sul tavolo. Schmitt non approva la formula comunemente attribuita a Clausewitz, secondo cui la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi; ma concorda sul fatto che la guerra dipenda effettivamente da una decisione politica preliminare, in quanto il nemico deve essere identificato. Un pianeta interamente pacificato sarebbe libero da ogni distinzione tra amico e nemico e, di conseguenza, da ogni attività politica.

Capitolo IV. Lo Stato come forma di unità politica, messo in discussione dal pluralismo

Una conseguenza dell’antagonismo amico-nemico caratteristico della politica è che ogni antagonismo, se è abbastanza forte da determinare una suddivisione degli individui in amici e nemici, diventa allora un antagonismo politico. È proprio questo antagonismo a caratterizzare la politica, e non la guerra o la lotta, che sono solo una conseguenza di esso. Così, se la lotta di classe, concetto di natura inizialmente economica, diventa sufficientemente seria da portare le rispettive classi a trattarsi come nemiche attraverso una guerra, all’interno dello Stato o tra Stati, allora la natura politica della lotta di classe risulterà dimostrata. Al contrario, agisce in modo politico anche un’entità che è capace e desiderosa di negare agli altri la qualifica di nemico; d’altra parte, una mancanza di volontà di operare questa discriminazione tra amico e nemico, e di fare la guerra se necessario, rappresenta una mancanza di potenziale politico.

La politica può quindi avere origini molteplici, il che contribuisce a conferirle il suo dinamismo. Fondamentalmente, è politico qualsiasi raggruppamento che si realizzi tenendo presente la possibilità della lotta. È questo che conferisce all’autorità politica il suo carattere decisivo e la sua qualità di sovrana: spetta a lei risolvere ogni situazione che implichi un antagonismo politico. Se non ne è in grado, se considerazioni economiche, religiose o di altro tipo diventano sufficientemente potenti da impedire a tale autorità politica di impedire una guerra decisa contro i propri interessi e principi, ciò dimostra che essa non aveva proprio raggiunto quel grado decisivo che è la sovranità. E se, al contrario, forze interne riescono a impedire una guerra voluta dall’autorità politica, ma non sono abbastanza potenti da determinare a loro volta un antagonismo suscettibile di portare alla guerra, allora ogni unità politica scompare. Un’autorità politica sovrana deve essere in grado di comandare questo antagonismo amico-nemico, altrimenti semplicemente non esiste.

È il carattere politico dello Stato a fondarne l’unità e a conferirgli il suo carattere determinante, quello di centro decisionale. La politica presuppone l’antagonismo amico-nemico e l’unità di comunità che ne deriva; non esiste né società né associazione politica. La politica trascende in questo l’individualismo e le interazioni delle associazioni sociali come concepite dal liberalismo, poiché la volontà dello Stato è l’unica a essere determinante; se non lo è, l’unità dello Stato e la politica stessa si ritrovano distrutte.

Capitolo V. La decisione di entrare in guerra e l’identificazione del nemico

Il carattere politico dello Stato spiega perché esso abbia il potere non solo di designare il nemico, ma anche di decidere di combatterlo attivamente, vale a dire di disporre della vita di esseri umani: i propri cittadini, ai quali lo Stato chiede di essere pronti sia a uccidere che a morire, e gli individui presenti nel campo nemico, che lo Stato cercherà di eliminare. È il jus belli: il diritto alla guerra. Ciò presuppone un popolo politicamente unito.

Di conseguenza, in tempi di pace, al di fuori di qualsiasi conflitto bellico, lo Stato ha il compito di garantire la tranquillità e l’ordine all’interno dei propri confini, al fine di instaurare una situazione normale. Infatti, ogni norma trova fondamento solo in una situazione che essa stessa considera normale; una norma non può far valere la propria autorità di fronte a una situazione che si discosta da essa. Per farlo, lo Stato avrà talvolta bisogno di distruggere un nemico interno, che può designare in vari modi: ostracismo, messa al bando, ecc. Nel caso estremo, ciò porta a una guerra civile, che implica necessariamente la disintegrazione dello Stato, di quell’unità pacificata internamente da un potere politico decisionale. È l’esito della guerra civile che determinerà l’eventuale futuro di questo Stato e la sua ricomparsa. Il combattimento si svolge necessariamente al di fuori della norma, ed è il suo risultato che rifonderà la norma.

In alcune società possono tuttavia sopravvivere forme di diritto relative alla pena di morte la cui risoluzione rimane al di fuori delle questioni di Stato. Si pensi al potere di vita o di morte del pater familias romano, o alle vendette tra famiglie o clan. Ma questi comportamenti non possono includere la designazione dell’hostis, e dovranno cedere il passo a quest’ultima, e alla volontà dello Stato, in caso di necessità, se si desidera che lo Stato mantenga la propria unità politica. Infine, l’individuo conserva sempre il diritto strettamente privato di scegliere di morire per la causa di sua scelta se lo desidera ; un simile comportamento non interessa allo Stato, purché non derivi da un’ingiunzione a carattere politico di una comunità alla quale l’individuo appartiene. Ma esigere dagli esseri umani che uccidano, o muoiano, per un ideale, per una causa, per una norma, costituisce una follia ; solo nel caso in cui sia in gioco una lotta esistenziale, quando esiste e minaccia un nemico in senso politico, cioè un nemico esistenziale, che nega la forma di esistenza degli individui uniti dietro lo Stato, diventa politicamente logico difendersi da questo nemico, anche a costo di vite umane.

La guerra va separata radicalmente dal concetto di giustizia. Una guerra ha senso solo se è diretta contro un nemico reale, non se viene condotta per ideali o norme giuridiche. Un popolo può benissimo scegliere di rinunciare alla guerra come strumento di politica nazionale attraverso un trattato, ma non è mai possibile dichiarare la guerra fuorilegge in quanto tale, e avrà sempre il potere di designare il proprio nemico e di agire contro di lui se lo ritiene necessario. Rendere più difficile il ricorso alla guerra non fa altro che proiettare la distinzione amico-nemico in una nuova dimensione, quella internazionale, che le offre nuove possibilità. Ma un popolo non può scegliere di sfuggire all’antagonismo politico.

Ci sono persone che lo fanno, dimostrando così di volersi allontanare dalla realtà politica di cui fanno parte, per dedicarsi esclusivamente alla propria vita privata. Ma anche supponendo che un intero popolo agisca in questo modo e abbandoni all’unanimità le preoccupazioni di un’esistenza politica, allora un altro popolo si assumerà il compito di proteggerlo dai suoi nemici, che rimangono ben reali, e assumerà al posto del primo popolo la sovranità politica su di esso. Ma un popolo non può seriamente immaginare di poter avere solo amici, né che la sua impotenza volontaria possa forse intenerire i suoi nemici. Se un popolo agisce in questo modo, ciò non porterà alla fine dell’antagonismo politico nel mondo, ma semplicemente alla scomparsa di un popolo debole.

Capitolo VI. Il mondo non è un’unità politica, è un pluriverso politico

Un’altra conseguenza del rapporto tra Stato e politica, nonché dell’esistenza dell’antagonismo amico-nemico, è l’esistenza di una pluralità di Stati. Finché lo Stato esisterà sulla Terra, ce ne saranno necessariamente diversi, e qualsiasi idea di uno Stato universale che comprenda tutta l’umanità e l’intero pianeta non è che una chimera. Il concetto di umanità esclude il concetto di nemico – almeno su questo pianeta – e quindi il concetto di guerra. Pretendere di fare la guerra « in nome dell’umanità » non equivale affatto a essere effettivamente una guerra « dell’umanità », ma significa semplicemente che un belligerante cerca di appropriarsi di un concetto di universalità a scapito del suo avversario per screditarlo meglio. Umanità, pace, giustizia, morale, progresso, civiltà… Molti concetti possono servire a questo scopo. A questo proposito, ricordiamo le parole di Proudhon: «Chi parla di umanità vuole ingannare». La logica rimane la stessa: negare al proprio avversario la qualità di essere umano, il che permette di spingere la guerra fino ai limiti più estremi dell’inumano.

È proprio per questo che il mondo politico non è un universum, ma un pluriversum. Ciò non significa prevedere che una tale unificazione dell’umanità sia impossibile; semplicemente, se un giorno dovesse verificarsi, non conoscerà più né la politica né lo Stato. La Società delle Nazioni non era affatto un progetto internazionale, di portata universale, ma un progetto fondamentalmente interstatale, volto a garantire lo statu quo degli attuali confini degli Stati. Un’organizzazione analoga che pretendesse l’universalità avrebbe il compito molto arduo di sottrarre agli Stati il jus belli di cui dispongono, pur avendo cura di non arrogarselo a sua volta.

Capitolo VII. I fondamenti antropologici delle teorie politiche

Da un punto di vista antropologico, le diverse teorie dello Stato e dottrine politiche possono essere classificate a seconda che postulino che l’uomo sia buono per natura o che sia corrotto per natura. Questa contrapposizione implica stabilire se l’uomo costituisca o meno un problema che la teoria deve risolvere, un essere pericoloso di cui occorre tenere conto della pericolosità.

Secondo Schmitt, l’opposizione tra le teorie anarchiche e quelle autoritarie si articola attorno a questo criterio. Postulare una natura buona dell’uomo è generalmente prerogativa delle teorie politiche liberali, contrarie a un eccessivo intervento dello Stato, che deve rimanere al servizio della società; la società scaturisce dalle virtù dell’uomo, mentre lo Stato esiste solo per gestirne i vizi. Questa fede nella bontà naturale dell’uomo è ancora più forte tra gli anarchici e si traduce nella negazione pura e semplice dello Stato. Al contrario, il liberalismo non nega radicalmente lo Stato, ma non è stato in grado né di elaborarne una teoria positiva né di riformarlo. Ha semplicemente voluto sottoporre la politica all’economia e accompagnarla con barriere etiche? La dottrina della separazione dei poteri non può essere definita una teoria dello Stato.

Di conseguenza, si deve concludere che tutte le vere teorie dello Stato presuppongono un uomo corrotto. Di per sé, ciò non è affatto sorprendente; poiché la politica si fonda sulla possibile esistenza di un nemico, non può certo basarsi su un postulato antropologico ottimista. Attenersi a un simile postulato rivela semplicemente l’accecamento di chi vi crede. Il rifiuto di operare una distinzione tra amico e nemico è sempre un sintomo del declino della politica. In Russia come in Francia, alla vigilia delle rivoluzioni del 1789 e del 1917, il popolo era idealizzato e considerato virtuoso per natura dalle classi decadenti, che non vedevano la botola aprirsi sotto i loro piedi.

Capitolo VIII. La depoliticizzazione attraverso la polarità Stato-economia

Il liberalismo, per sua stessa natura, è incapace di proporre una teoria dello Stato. Può solo formulare una critica liberale della politica. La sua vocazione è quella di neutralizzare la politica. Il suo sistema teorico si limita in gran parte all’opposizione alla restrizione delle libertà da parte dello Stato nella politica interna, a vantaggio della proprietà privata e della libertà individuale, facendo in modo di trasformare lo Stato in un insieme di compromessi volti a mantenere un equilibrio tranquillo.

Per questo motivo, il liberalismo sceglie generalmente di concentrarsi sulla morale e sull’economia. Poiché l’unità politica presuppone che, in determinate situazioni, l’uomo sia disposto a sacrificare la propria vita, l’individualismo liberale è del tutto incapace di conciliarsi con tale esigenza. Per il liberale, qualsiasi restrizione alla libertà individuale, alla proprietà privata e alla libera concorrenza è una violenza; e lo Stato deve limitarsi a garantire queste libertà e a distruggere ciò che le ostacola. Per questo, il liberalismo fa ricorso al principio dello Stato di diritto, ovvero del diritto privato, che riunisce al contempo concetti morali ed economici.

Il liberalismo snatura così il concetto politico di lotta, trasformandolo in competizioni economiche o in dibattiti etici che si susseguono all’infinito. Il popolo, politicamente unito, si trasforma sotto un regime liberale, a seconda delle circostanze, o in un pubblico che aspetta che la cultura gli venga versata in gola, o in una massa di lavoratori o di consumatori. Dal punto di vista morale, il potere pubblico e la politica vengono denigrati come propaganda; dal punto di vista economico, come controlli ingiustificati. L’obiettivo è quello di sottomettere lo Stato e la politica a una morale individualista e agli interessi economici, privandoli del loro significato.

La forza del liberalismo risiede nella sua estrema semplicità. Il suo pensiero traccia una linea retta tra fanatismo e ragione, ignoranza e conoscenza, arcaismo e progresso, schiavitù e libertà. Una simile antitesi dualistica seduce facilmente la mente pigra. Il liberalismo, del resto, non è l’unico a funzionare in questo modo. Lo stesso vale per il marxismo e la sua opposizione tra borghesi e proletari; il marxismo si è rivelato tanto più potente in quanto è sceso anch’esso nell’arena economica per combattere il liberalismo con le sue stesse armi.

Ma il fondamento storico del liberalismo, la sua opposizione all’assolutismo, al feudalesimo e all’Ancien Régime, è oggi del tutto superato. Il liberalismo ha distrutto il suo avversario, e la coalizione liberale, quella che riunisce economia, etica, tecnica e parlamentarismo, ha trionfato ed è ormai diventata la norma; ma il liberalismo, che si è costruito su questa opposizione, ha così perso la sua ragion d’essere. Continua a permeare l’atmosfera intellettuale dell’Europa, ma l’economia ha smesso di significare libertà, la tecnica non serve più al solo comfort dell’uomo, il progresso non comporta quel perfezionamento morale che i pensatori del XVIIIe secolo avevano previsto.

È per questo che è vano pensare che il liberalismo, con la sua polarità etica-economica, sia in grado di sradicare lo Stato e la politica e di depoliticizzare il mondo. Gli antagonismi economici si sono semplicemente trasformati in antagonismi politici, il che non ha nulla di sorprendente: come abbiamo visto, al pari di qualsiasi altro settore di attività, le dissensioni all’interno dell’economia possono raggiungere lo stadio della distinzione amico-nemico che rende il conflitto politico. Cambierà solo la terminologia; di ispirazione liberale, definirà come non politici i nuovi mezzi di coercizione che un imperialismo fondato sull’economia metterà in atto.

Al contrario, saranno definiti violenti quei paesi che cercheranno di sottrarsi a questo imperialismo dai metodi che si proclamano pacifici. La guerra stessa scompare dal linguaggio; si parla ormai solo di sanzioni, di salvaguardia dei trattati, di misure di «polizia internazionale» destinate a «garantire la pace». L’avversario non è più chiamato nemico, ma viene dichiarato fuorilegge, o addirittura «fuori dall’umanità». Ma in definitiva, questo nuovo sistema non rappresenta che una continuazione di quello vecchio, poiché non può sfuggire alla logica della politica.

Niente in comune…di Aurèlien

Niente in comune…

È tutto ciò che ci resta.

Aurelien3 giugno
 
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Alla fine della Seconda guerra mondiale, George Orwell espresse più volte, nelle sue lettere e nei suoi articoli, la sensazione che il popolo britannico fosse apparso stranamente più felice durante la guerra rispetto al periodo immediatamente precedente. Ora, ovviamente, Orwell non intendeva dire che fossero oggettivamente pieni di vita e di gioia, che fossero felici di essere bombardati o di vedere i propri mariti, figli e figlie mandati in guerra e, in alcuni casi, morire. Ma Orwell, acuto osservatore dell’umore pubblico, si rivelò sostanzialmente nel giusto, almeno sotto certi aspetti. I ricoveri negli ospedali psichiatrici diminuirono, ad esempio, i giorni lavorativi persi per malattia e assenteismo calarono, l’effetto del razionamento fu quello di migliorare la salute in generale.

Il morale britannico durante la guerra è stato oggetto di studi approfonditi, e le conclusioni hanno seguito il consueto schema dialettico edipico della storiografia. In primo luogo, gli studi del periodo bellico e del dopoguerra che esaltavano lo spirito britannico, poi una scuola “revisionista” di breve durata composta da giovani storici che guardavano con disprezzo alla gente comune, e ora, una sorta di consenso sul fatto che il quadro originale – quello di una società che è riuscita a sopportare un enorme stress senza crollare – sia sostanzialmente accurato. Non mi addentrerò qui nei dettagli di questo argomento, per quanto affascinante, ma userò piuttosto un paio delle sue caratteristiche per affrontare una questione più ampia e ormai piuttosto urgente: in che misura le società occidentali saranno in grado di far fronte agli enormi stress sociali, economici e persino di sicurezza che possono aspettarsi nei prossimi cinque anni circa? Possono sperare di riuscirci, gravate com’è da governi che temono e diffidano della propria popolazione e da partiti politici il cui unico modello di business è la divisione? Possiamo imparare qualcosa dai successi e dai fallimenti nelle situazioni di crisi del passato, in Gran Bretagna e altrove?

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Non è che la vita nella Gran Bretagna prebellica fosse idilliaca. La povertà, la malnutrizione e la disoccupazione erano diffuse, ma soprattutto regnava un clima di cupezza e paura per la guerra che praticamente tutti ritenevano imminente. Sarebbe stata come la guerra del 1914-18, ma molto peggiore: i bombardamenti sulle città, probabilmente con l’uso di gas velenosi, avrebbero causato milioni di morti già nelle prime settimane. La società sarebbe crollata, con o senza un’invasione fisica da parte della Germania. Questo era il futuro prossimo apocalittico descritto dallo stesso Orwell, attraverso gli incubi di George Bowling in Coming Up for Air (1939), ma era anche un elemento comune della cultura popolare e politica dell’epoca. Paradossalmente, quindi, il primo anno di guerra, almeno, fu quasi una sorta di sollievo. Avrebbe potuto andare molto peggio.

È importante sottolineare che l’esperienza britannica fu sostanzialmente unica, in quanto l’unico paese europeo pienamente coinvolto nella guerra a non essere stato occupato. Ciò distingue la sua esperienza in modo fondamentale da quella, per esempio, della Francia o dell’Italia, dove la storiografia del fronte interno della guerra è ancora oggetto di accese controversie e le famiglie e le comunità ne portano ancora le cicatrici. Prendendo la Francia come controesempio, possiamo chiederci se sia possibile identificare fattori che favoriscano o ostacolino il mantenimento di una sorta di solidarietà e unità nazionale di fronte a un senso di disastro imminente. Nel caso della Francia, quell’unità si è sgretolata.

Ricordiamo a cosa portò tutto ciò. Dopo la sconcertante sconfitta iniziale degli eserciti francese e britannico nel maggio 1940 e l’evacuazione di Dunkerque, l’esercito, guidato dal suo nuovo capo Weygand, si rifiutò di continuare a combattere, temendo il collasso interno e persino una guerra civile e una rivoluzione comunista. Il governo fu costretto a chiedere un armistizio, il parlamento si sciolse e conferì pieni poteri all’anziano Philippe Pétain, l’eroe di Verdun, che era considerato una figura apolitica potenzialmente in grado di salvare la Francia nel suo momento più buio. Il regime instaurato nella città termale di Vichy, tuttavia, rifletteva gli interessi e le ambizioni della destra antirepubblicana: l’esercito, la Chiesa, molti membri della pubblica amministrazione, nonché numerosi politici, giornalisti, intellettuali e uomini d’affari. Si trattava di persone che non avevano mai accettato l’idea di una Repubblica laica e che consideravano la sconfitta, e persino l’occupazione per qualche anno, un prezzo ragionevole da pagare per instaurare una dittatura conservatrice d’élite, simile alla Spagna di Franco.

Queste persone ritenevano di agire nell’interesse della Francia: preservare ciò che poteva essere preservato affinché la Francia potesse riprendere il proprio posto tra le grandi potenze una volta che i tedeschi se ne fossero andati. (Esistevano sì sostenitori dichiarati della Germania e del nazismo, ma erano pochi.) Ma molti altri vedevano Vichy come l’unica opzione sensata, il Maresciallo come l’unica figura in grado di unificare la Francia, e quasi qualsiasi sistema politico preferibile alla Terza Repubblica, ormai irrimediabilmente disfunzionale, che alla fine nessuno si preoccupava più di cercare di salvare. La politica di collaborazione attiva di Vichy — essenzialmente volta ad assicurarsi quanta più influenza possibile su Berlino — era molto meno popolare, e recenti studi dimostrano che il popolo francese era (comprensibilmente) molto ostile all’occupazione tedesca e resistette nella misura massima possibile in una situazione complessa e difficile. .

Infine, la Resistenza stessa era un concetto molto controverso, sia durante che dopo la guerra, e in effetti lo è ancora oggi. Nonostante il loro indubbio eroismo, i gruppi erano divisi nelle loro fedeltà e nei loro obiettivi, e non aiutò il fatto che i comunisti passarono praticamente dall’oggi al domani dall’essere alleati di fatto dei tedeschi al rivendicare il ruolo principale nella Resistenza. (E, a onor del vero, molti comunisti comuni avevano ignorato le istruzioni di Mosca e avevano combattuto comunque contro i tedeschi.) Per molti esponenti della destra, i membri della Resistenza erano semplicemente dei terroristi, che rischiavano di far precipitare il Paese in una guerra civile e di instaurare un regime di terrore una volta terminata la guerra.

Eppure, sebbene gli eventi successivi alla sconfitta francese avessero origini ben precise, resta il fatto che l’intero periodo che va, diciamo, dal 1936 al 1945 (sul quale sembra uscire un nuovo libro ogni mese) è e sarà sempre fonte di profonde divisioni. De Gaulle, quando era al potere, capì chiaramente che, a meno che non si fosse sviluppata e accettata una narrazione, il paese rischiava semplicemente di andare in pezzi. La sua narrazione imposta dei “quaranta milioni di resistenti” era un’esagerazione, ma conteneva abbastanza verità da essere accettata a malincuore da quasi tutti, e così contribuì a tenere unito il paese. La maggior parte degli studi delle ultime due generazioni è stata dedicata a minare quella narrazione nei dettagli, ma senza sostituirla con nulla di veramente sostanziale. E a un livello più popolare, la Resistenza funge ancora da pietra di paragone ideologica e patriottica: a ottobre uscirà un nuovo film sulla vita dell’eroe e martire della Resistenza Jean Moulin.

Sebbene la storia dei due paesi abbia effettivamente preso strade nettamente divergenti dopo il 1940, è comunque utile confrontare la loro esperienza nei primi 6-9 mesi di guerra, in parte per comprendere ciò che ne seguì, e in parte perché ciò offre insegnamenti più ampi. La prima e più evidente differenza tra i due paesi nel 1939 era che in Gran Bretagna il sistema politico funzionava più o meno, mentre in Francia non era così. La caduta di Chamberlain nel 1940 fu in parte il risultato del fallimento (probabilmente inevitabile) della sua politica di riarmo combinata con i negoziati, ma in parte anche della sua salute (era già affetto da cancro all’intestino) e di un senso generale di esaurimento politico. La sua sostituzione con Churchill non pose problemi e fu generalmente accolta con favore, e non vi erano differenze sostanziali tra i partiti politici britannici riguardo alla guerra. In Francia, la situazione era completamente diversa. Sebbene fossero stati compiuti alcuni sforzi per riformare la moribonda Terza Repubblica, la vita politica in Francia era già frammentata in modo irreparabile, al punto che non ci fu mai un voto formale alla Camera dei Deputati per dichiarare guerra: era troppo controverso. Ciò rifletteva l’instabilità del sistema politico stesso (alcuni governi durarono solo poche settimane) ma anche le aspre divisioni all’interno del paese: le divisioni tra Sinistra e Destra, tra repubblicani e i loro oppositori tradizionalisti, erano già abbastanza gravi, ma la stessa sinistra era divisa a causa dell’insistenza di Stalin affinché i comunisti trattassero i socialisti come i loro principali nemici (“socialfascisti”) fino al Fronte Popolare del 1936, e poi di nuovo come nemici in seguito al Patto Nazista-Sovietico. Già prima dell’inizio dei combattimenti, quindi, nel Paese esistevano molteplici e profonde fratture politiche fondamentali, che si estendevano persino alla questione se dovesse essere una Repubblica o meno.

A peggiorare le cose era il fatto che lo stesso sistema di governo francese funzionasse molto male. I suoi membri erano spesso uomini capaci — secondo gli standard odierni, certamente — ma non esisteva affatto una vera e propria organizzazione centrale per il processo decisionale. Il presidente del Consiglio dei ministri era più simile al presidente di un comitato che a un primo ministro britannico, senza alcuno staff personale proprio. Non venivano necessariamente conservate le registrazioni delle decisioni importanti. E anche le figure capaci erano soggette a influenze e pressioni esterne, e potevano fare ben poco. Ad esempio, Paul Reynaud, il presidente del Consiglio dei ministri al momento dell’attacco tedesco nel 1940, era un politico capace e desideroso di difendere il paese, ma completamente sotto l’incantesimo della sua amante Hélène de Portes, che si autoinvitava a importanti riunioni politiche e i cui feroci pregiudizi anti-britannici e filo-tedeschi, insieme alla sua diplomazia personale non autorizzata, plasmarono gran parte delle politiche di governo.

Il risultato fu un sistema politico disprezzato dalla stragrande maggioranza dei francesi di ogni orientamento politico, e la sua scomparsa non fu certo rimpianta. Eppure, se il governo e le élite delusero il popolo, il popolo non deluse il Paese. Una nuova generazione di uomini lasciò la Gare de l’Est per una guerra ai confini, come avevano fatto i loro padri e i loro nonni, perché quella era la tradizione, e a quei tempi era ciò che facevano gli uomini. Il sabotaggio e le diserzioni richieste da Stalin e temute dal governo non si verificarono: i comunisti erano motivati a combattere quanto chiunque altro, forse anche di più. E quando i combattimenti ebbero effettivamente inizio, quelle unità francesi a contatto con i tedeschi combatterono estremamente bene, infliggendo ai tedeschi perdite proporzionalmente pesanti quanto quelle che essi stessi subirono in seguito per mano dell’Armata Rossa.

Perché i soldati del 1940 non combattevano per un sistema politico decrepito o per un’ideologia, né per mantenere al potere un gruppo di politici anziani. Combattevano, come erano stati educati a fare, per difendere le loro famiglie e le loro comunità, in un’epoca in cui le famiglie e le comunità esistevano ancora. I libri di scuola e il sistema educativo insegnavano loro l’orgoglio per il proprio paese e le sue conquiste, nonché l’ammirazione per la bellezza e la varietà del suo territorio, la forza della sua cultura e lo splendore della sua storia. E dopo la sconfitta, la Resistenza nacque essenzialmente dallo stesso insieme di motivazioni: il patriottismo, la necessità di ripristinare un certo grado di orgoglio e onore nazionale e di svolgere almeno un ruolo nella liberazione del proprio paese. Dall’estrema destra all’estrema sinistra, c’era sorprendentemente poca differenza negli atteggiamenti e nella retorica dei comuni résistants.

La situazione in Gran Bretagna era più tranquilla nel 1939-40 perché il sistema politico era più stabile. Non esisteva un equivalente della destra antidemocratica organizzata, e né la Chiesa né l’esercito erano attori politici come lo erano in Francia. Dopo la sconfitta di Dunkerque, ci furono certamente voci che sostenevano un armistizio con la Germania solo per ragioni di autoconservazione nazionale, ma non c’era alcun equivalente della lobby francese che attendeva con gioia la sconfitta come modo per regolare i conti politici e introdurre una nuova forma di governo autoritario. Né il sistema politico interno era così frammentato e contorto, e si rivelò abbastanza facile istituire un governo di unità nazionale quando iniziò la guerra. I piani di emergenza che erano stati elaborati dalla metà degli anni ’30 funzionarono in generale in modo soddisfacente.

Il risultato fu un Paese che entrò in guerra con sobrietà e serietà, con un senso di terrore ma anche con la consapevolezza che c’erano cose che non potevano essere evitate. Non ci fu alcun improvviso slancio di patriottismo né sventolio di bandiere, ma un sentimento diffuso, documentato in mille memorie, trasmissioni radiofoniche e ricordi di famiglia, secondo cui si trattava di qualcosa che andava semplicemente fatto. «Facciamola finita», era il modo più comune di esprimerlo. Non c’era nemmeno alcun sciovinismo o odio antitedesco artificiale. A differenza del 1914, non c’era bisogno di «vendere» la guerra. Tutti avevano visto i cinegiornali e sapevano di cosa fossero capaci Hitler e i nazisti, e di cosa avessero già fatto. La convinzione che si trattasse di un male da sradicare non fece che crescere con l’avanzare della guerra, e quando le truppe britanniche liberarono Belsen nell’aprile del 1945, era ormai più o meno assoluta. Anche nel 1939, i pacifisti convinti erano relativamente pochi, mentre la sinistra intellettuale, dominata all’epoca dal Partito Comunista, attraverso pubblicazioni come il New Statesman, e che in alcuni casi si aggrappava alla linea di Mosca secondo cui si trattava di una guerra civile borghese e i lavoratori britannici dovevano restarne fuori, non aveva alcuna influenza pratica sul Partito Laburista né dentro né fuori dal Parlamento.

In Gran Bretagna, quindi, nel 1939 esisteva una visione della guerra ampiamente condivisa. Non era dominante – nessuna visione lo è mai – ma era molto diffusa. Aveva inoltre un tono decisamente difensivo, piuttosto che basarsi sull’aggressività o sull’odio verso gli stranieri. Nonostante tutte le sue imperfezioni, la Gran Bretagna, la sua popolazione, la sua storia e la sua cultura erano generalmente considerate degne di essere difese e, cosa fondamentale, degne di sacrifici personali. Il risultato fu che, sebbene ci fossero molte lamentele – gli inglesi amavano lamentarsi – c’era anche un alto grado di acquiescenza su questioni come il razionamento del cibo, le restrizioni ai trasporti e i blackout, che sconvolgevano sostanzialmente la vita quotidiana. Inoltre, quasi dall’inizio della guerra si riconobbe che le cose non sarebbero potute tornare alla normalità in seguito, e si cominciò rapidamente a gettare le basi per il modello economico e sociale di successo del dopoguerra, che iniziò ad essere abbandonato solo negli anni ’80. In altre parole, c’era la sensazione che la guerra fosse combattuta anche per qualcosa.

La Francia non aveva una versione dei fatti condivisa, o meglio, essendo la Francia, ne aveva diverse in competizione tra loro. Per molti esponenti della destra, una guerra con la Germania avrebbe distrutto la Francia, e si riteneva che questo fosse l’obiettivo dei finanzieri della City di Londra che tiravano le fila, in modo da poter prendere il controllo dell’Impero francese: naturalmente, la distruzione della flotta francese da parte degli inglesi a Orano non fece che confermare questa teoria. Tali teorie cospirative non erano una novità in Francia: solo l’identità dei cattivi variava a seconda della situazione. Oltre agli inglesi (ovviamente), esisteva una ricca tradizione interna di attribuire la colpa di tutto ai massoni, dalla Rivoluzione francese (un’operazione di cambio di regime preparata con cura nel corso di decenni, basta guardare le prove!) all’affare Dreyfus. Quest’ultimo fu ampiamente interpretato come un complotto sponsorizzato dalla Germania che coinvolgeva ebrei e massoni per distruggere il morale dell’esercito francese, e il fatto che Dreyfus fosse ebreo e che il governo fosse guidato dai Socialisti Radicali (moderati), molti dei quali erano massoni, era una prova più che sufficiente. Queste teorie circolavano abbondantemente nelle riviste e persino nei giornali rispettabili dell’epoca, per mano di autori che oggi avrebbero canali YouTube per spiegare la “realtà” della guerra in Iran, per esempio.

Ma la frattura narrativa più profonda riguardava il Partito Comunista. Sebbene il partito stesso fosse irrimediabilmente disorganizzato dall’effetto boomerang del patto nazista-sovietico e la sua leadership fosse fuggita a Mosca, era ancora visto con terrore da gran parte dell’establishment politico francese. Era opinione diffusa che un esercito clandestino segreto fosse pronto a prendere il potere a Parigi, in concomitanza con un’invasione tedesca. Quando l’invasione era in corso e il governo era fuggito a Bordeaux, una delle argomentazioni utilizzate da Weygand a favore di un armistizio era che la rivoluzione minacciata era già avvenuta e che Maurice Thorez, leader del PCF, era stato comprato dai tedeschi e ora era insediato all’Eliseo. Una semplice telefonata stabilì che ciò era del tutto falso.

De Gaulle era ben consapevole che le tensioni nella società francese che avevano generato quella situazione assurda erano profonde e che la Francia del 1944-45 era a un passo dalla guerra civile. Le gestì come meglio poté, ad esempio inserendo nell’esercito ex comandanti di Vichy e facendo tutto il possibile per promuovere l’unità, pur nel rispetto della necessità di un’adeguata epurazione, assicurandosi così il sostegno della Resistenza e dei suoi compagni in esilio. Ma De Gaulle lasciò presto il potere e il paese barcollò tra i traumi dell’Indocina e dell’Algeria, finché un vero e proprio colpo di Stato militare nel 1958 riportò De Gaulle al potere. Fu solo allora, dopo essere sopravvissuto a un altro tentativo di colpo di Stato militare nel 1961, oltre che a vari tentativi di assassinio, che si sentì abbastanza forte da usare i media radiotelevisivi e il sistema educativo per sviluppare un mito risanatore, un discorso di unità che sorvolava su molti fatti scomodi ma che, tra le altre cose, alla fine ridusse la tradizionale destra cattolica reazionaria a un’ombra di ciò che era stata. (Ora sta tornando un po’ alla ribalta a causa della stupidità dei recenti governi francesi.)

Si tratta di una panoramica concisa e altamente selettiva su due episodi molto complessi, ma ritengo che essi illustrino due verità fondamentali che non troverete nei libri di testo di scienze politiche. La prima è che le persone sono disposte a sopportare difficoltà, privazioni e persino pericoli se credono di avere qualcosa in comune che vale la pena preservare. Questa cosa, o queste cose, non sono generalmente dettate da poteri e strutture esterni (sebbene possano essere condivise da essi), ma derivano piuttosto da eredità comuni e da una visione condivisa che le persone preferiscono preservare piuttosto che perdere. Gli inglesi non hanno sopportato privazioni, carenze e pericoli per cinque anni perché il governo glielo diceva, o perché amavano il sistema di classi del loro paese; infatti, studi hanno dimostrato che i tentativi di influenzare il morale popolare in Gran Bretagna durante la guerra non furono più efficaci di quanto lo fossero altrove. Allo stesso modo, i soldati francesi del 1940 e i combattenti della Resistenza degli anni successivi non combattevano per un sistema politico screditato, né per le «duecento famiglie» che secondo l’opinione popolare controllavano la Francia, ma per il Paese stesso, la sua dignità e il suo onore, e in quest’ultimo caso anche per un futuro migliore, come stabilito nel programma del Consiglio Nazionale della Resistenza, che costituì la base del modello economico e sociale francese di successo del dopoguerra, fino a quando non fu abbandonato a partire dagli anni ’80.

In secondo luogo, quando un discorso comune è assente o viene meno, raramente viene sostituito da un altro discorso comune. Piuttosto, ha inizio una lotta per imporre discorsi, generalmente preesistenti, che emergono dall’ombra per scontrarsi tra loro. In generale, questi discorsi riflettono posizioni ideologiche che i loro autori sostengono da tempo e rappresentano un tentativo di modellare la realtà degli eventi attuali secondo uno schema che li soddisfa e che pensano di poter spiegare agli altri. Tuttavia, non dovremmo dare per scontato che la gente comune sia stupida e accetti semplicemente i discorsi dei potenti, o scelga meccanicamente tra di essi come si fa tra marche di bagnoschiuma. C’è una distinzione molto importante tra un discorso apparentemente “egemonico” e il modo in cui le persone pensano e sentono individualmente, e ancor più il modo in cui si comportano. In pratica, nessun discorso è mai del tutto egemonico se non a livello puramente formale, né un discorso è generato semplicemente da condizioni materiali e interessi di classe, o almeno nessuno è mai riuscito a spiegare esattamente come ciò possa accadere. Ad esempio, l’attuale discorso sulle “frontiere aperte” e sull’“immigrazione senza restrizioni” potrebbe essere considerato moralmente egemonico, in quanto le strutture di potere occidentali, i media, gli opinionisti e le ONG lo considerano tutti un obiettivo teoricamente essenziale, compreso il suo corollario logico, secondo cui gli interessi dei migranti dovrebbero, se necessario, prevalere su quelli degli abitanti autoctoni. Ma in pratica nessun governo si comporta effettivamente in questo modo in modo coerente, e nessun elettorato sostiene tali opinioni nemmeno con la più piccola maggioranza. È solo che si rischia la propria carriera mettendo pubblicamente in discussione il discorso.

Da ciò derivano, a mio avviso, due conclusioni importanti. La prima è che i discorsi non devono necessariamente essere “veri” (qualunque cosa ciò significhi) per avere valore. Il mito di De Gaulle dei “quaranta milioni di resistenti” fu ampiamente accettato proprio perché era un’esagerazione, piuttosto che un’invenzione, perché unificò il paese attorno a un messaggio positivo e perché pose fine a una controversia che avrebbe potuto lacerare la nazione. Allo stesso modo, il discorso post-1994 sulla Verità e la Riconciliazione in Sudafrica, e la relativa Commissione, non ha trovato La Verità (cosa comunque impossibile) e non ha raggiunto la Riconciliazione, ma non era quello il punto. Il punto era stabilire un discorso accettato che evitasse la catastrofe e consentisse la costruzione di una fragile unità nazionale, che è effettivamente ciò che è accaduto. La popolazione in generale, secondo la mia esperienza, non era molto interessata al processo, ma il discorso è stato efficace nel raggiungere l’obiettivo che si era prefissato.

Questi sono esempi di discorsi dell’élite, e tutti i governi, in ogni momento, cercano di imporre tali discorsi alle loro popolazioni, con maggiore o minore successo. Ma alla fine, essi non hanno un grande effetto concreto a meno che non siano almeno in sintonia con i sentimenti della gente comune. Sia in Gran Bretagna che in Francia nel 1939 esisteva un serbatoio di sentimenti comunitari, di solidarietà sociale e di cultura e storia condivise, oltre al desiderio di preservare tutto ciò, che rafforzava il discorso ufficiale in Gran Bretagna e contribuiva a colmare le sue carenze in Francia. Credo che da quanto precede risulti più evidente il motivo per cui ho insistito in così tante occasioni sul fatto che qualsiasi forma di ritorno al servizio militare obbligatorio in Occidente è impossibile e anzi impensabile. La retorica e il discorso dei governi, persino la quantità di denaro che sono disposti a spendere, non fanno e non possono fare alcuna differenza. Su quale base concepibile potrebbe un governo occidentale lanciare una simile iniziativa? A quali sentimenti collettivi di solidarietà potrebbe fare appello? Quali sono questi “valori” che la nostra classe politica ama invocare? Non ne hanno idea. E alla fine non si possono motivare le persone esclusivamente con l’odio e la paura, che sono praticamente tutto ciò che è rimasto loro. I vecchi tempi sono finiti, e sono state le nostre élite a bandirli, con il loro concetto “post-nazionale” di paesi come giganteschi hotel in cui gruppi casuali di persone vivono per un certo periodo di tempo. Chi è disposto a morire per un hotel?

Ma la sfida non sarà necessariamente così drammatica. Ho iniziato questo saggio parlando delle probabili tensioni dei prossimi anni, che saranno probabilmente di natura economica e sociale piuttosto che militare, e ho sottolineato che non possiamo aspettarci alcuna guida utile da governi che disprezzano le proprie popolazioni. La domanda, quindi, è se tra la gente comune rimarrà un senso di solidarietà e comunità sufficiente a compensare l’inutilità e la negatività dei governi. Temo di no, e in questo spirito ricordiamo a noi stessi quanto danno i governi neoliberisti abbiano effettivamente arrecato al tipo di solidarietà che ho descritto in precedenza. Lo scopo del neoliberismo, dopotutto, è ridurre gli esseri umani allo status unico di consumatori intercambiabili, senza legami familiari, comunitari, storici, culturali o linguistici che potrebbero minarne l’omogeneità e rendere i mercati che costituiscono la loro intera esistenza meno efficienti di quanto potrebbero essere. E all’élite occidentale piace congratularsi con se stessa perché, ovunque vada, la storia e le culture nazionali sono state in gran parte soppresse, le identità nazionali sono state confuse, si trovano ovunque gli stessi negozi, hotel e ristoranti, tutti guardano la stessa TV e lo stesso cinema, e tutti parlano inglese. Se l’Occidente non è ancora un terreno sociale e culturale perfettamente privo di caratteristiche e di ostacoli, si sta avvicinando a quello stato. E ormai da quarant’anni, il vangelo dell’individualismo radicale e della “libertà” ha trionfato ovunque.

Il che va bene finché qualcosa non va storto. E le cose vanno storte, e all’improvviso l’efficienza economica si rivela non essere l’unico criterio importante, e ci si rende conto che la società deve comunque funzionare anche. Prenderò l’esempio del Covid, perché è recente e anche molto chiaro. Ora, non mi addentrerò in questioni relative all’efficacia dei vaccini o all’origine del virus, mi limiterò a sottolineare che, mentre i governi occidentali attraversavano la classica progressione di una crisi politica, dalla negazione al panico, hanno chiesto ai propri cittadini di fare una serie di cose banali e spesso sensate. Poiché la malattia si diffondeva per via aerea e, una volta infettate, le persone la espellevano con il respiro, i governi hanno chiesto alla popolazione di indossare le mascherine per evitare di contagiare gli altri. Questo tipo di misura è una procedura standard di sanità pubblica per le malattie trasmissibili ed è molto comune nei paesi asiatici durante le epidemie influenzali, ad esempio. Il messaggio era abbastanza semplice da essere compreso anche da un bambino di sei anni: per favore, esegui un semplice gesto prima di entrare in uno spazio affollato per evitare di contagiare gli altri, e gli altri faranno lo stesso semplice gesto per proteggerti. Tutti saranno più al sicuro e l’epidemia finirà più rapidamente.

Nella maggior parte dei paesi occidentali la reazione è stata, nel migliore dei casi, un sostegno condizionato, e spesso è stata violentemente negativa. Vuoi dire che dovrei sopportare un piccolo disagio per aiutare gli altri? Che ci guadagno? Dopotutto, se non sono contagioso e non indosso una mascherina non perdo nulla. I governi si sono resi conto di non sapere più come fare appello all’interesse collettivo più ampio: in effetti, i loro ghostwriter non erano nemmeno del tutto sicuri di cosa fosse. E mentre il semplice egoismo spiega gran parte della resistenza, questo è stato il punto – aiutato da molta incompetenza governativa – in cui discorsi precedentemente marginali hanno iniziato a strisciare fuori dai loro nascondigli. Oggi le mascherine, domani i campi di concentramento. È tutta una grande cospirazione per aumentare i profitti, tutte queste mascherine contengono microchip di localizzazione (l’ho sentita dire), ma nella sua forma più semplice e brutale, la mia libertà include la libertà di contagiare gli altri con una malattia pericolosa e potenzialmente mortale e, se non ti sta bene, peggio per te. In alcuni paesi, almeno, il diritto di contagiare gli altri è stato presentato come la dimostrazione definitiva di un individualismo spietato.

Nei momenti di ozio, mi chiedo se il Covid non sia stato una sorta di semplice test che un’Autorità Galattica ci ha imposto per verificare se i governi occidentali fossero ancora in grado di gestire un’emergenza sanitaria con la stessa calma e competenza di cui avrebbero dato prova cinquant’anni fa, e se avrebbero tratto insegnamenti sui rischi della globalizzazione e di un’economia mondiale iper-fragile e strettamente interconnessa. E la risposta deprimente è “No” in entrambi i casi. Il che non fa pensare che siamo ben preparati per le conseguenze incerte ma gravi di una combinazione di Ucraina, Iran e cambiamento climatico. In nessuno di questi casi i governi hanno dimostrato la capacità di parlare, o anche solo di pensare, al di là dei cliché. E non c’è alcun segno che le società occidentali abbiano ora una capacità di azione collettiva simile a quella che possedevano un tempo, anche se ci fosse qualcosa di definito da fare.

Prendiamo ad esempio il razionamento. In generale la gente preferisce evitarlo, e persino gli esperti del settore petrolifero, ossessionati dai prezzi, parlano di “distruzione della domanda” come della “soluzione” preferibile al semplice fatto di non avere abbastanza petrolio. A ben pensarci, la “distruzione della domanda” significa che la gente soffrirà la fame, che ospedali e scuole saranno costretti a chiudere, che i treni non circoleranno, che le compagnie aeree falliranno e molte altre cose ancora, alcune delle quali sono al momento piuttosto imprevedibili. È difficile vederla come una “soluzione”. Ora siamo abituati all’idea del razionamento tramite il prezzo. Alcune persone non possono permettersi di sfamarsi, altre non possono permettersi un alloggio, ed è così che va il mondo. Ma l’idea di un razionamento deliberato, della fissazione di quote da parte del governo, è quasi letteralmente impensabile dal punto di vista politico, e non è nemmeno chiaro se i moderni governi occidentali abbiano conservato la capacità, o anche solo la volontà, di farlo. E che dire dell’umore popolare? Come ci si può aspettare che una società brutalizzata per decenni da un individualismo spietato passi dall’oggi al domani a un senso di solidarietà e condivisione?

E la via per il potere politico, al giorno d’oggi, passa proprio attraverso la negazione dell’esistenza stessa di una società integrata, e attraverso la frammentazione di una nazione in identità in conflitto tra loro, isolate le une dalle altre e detentrici di verità diverse. In Francia, Macron (il primo presidente a odiare attivamente il proprio Paese) ha affermato che «non esiste una cultura francese». Mélenchon, per non essere da meno, ha cercato di coltivare la “Nuova Francia”, fatta di immigrati, minoranze sessuali, fondamentalisti islamici e progressisti urbani, lasciando tutti gli altri come l’Altro, la vecchia e noiosa Francia di mera storia. E uno dei suoi luogotenenti ha recentemente assicurato al popolo francese che l’idea che la Francia sia mai stata una “nazione bianca e cristiana” è un mito. Lo stesso si riscontra in molti altri paesi occidentali, riprodotto da media sempre all’erta per qualsiasi manifestazione di unità nazionale o di autentica identità collettiva, in contrapposizione alle vaghe coalizioni di start-up dell’industria del risentimento. L’altro giorno mi ha colpito il fatto che, ad esempio, i contenuti del manifesto del Partito Comunista Francese del 1944 sarebbero probabilmente etichettati oggi come “estrema destra”. E la conseguenza più pericolosa di questa divisione deliberatamente inculcata, che risale ormai a decenni fa, è che ha minato la solidarietà popolare che da sola può compensare i fallimenti del governo, tanto a livello di discorso quanto a livello di organizzazione.

Ciò fa pensare che stiamo per affrontare una crisi particolarmente grave, articolata in tre aspetti. In primo luogo, i governi non hanno né la capacità né la comprensione necessarie per affrontare alcune delle crisi prevedibili dei prossimi anni, per non parlare poi di quelle imprevedibili. In secondo luogo, si è creato un enorme divario tra i discorsi ufficiali dei governi e il modo in cui la maggior parte delle persone vede il mondo; in terzo luogo, quarant’anni di neoliberismo hanno distrutto le strutture sociali e le organizzazioni informali che avrebbero potuto compensare, almeno in parte, le due carenze precedenti.

Se questo non vi basta a deprimervi, tornate la settimana prossima e approfondiremo ulteriormente l’argomento.

**********************************

Per questa settimana è tutto. Come sempre, grazie a tutti coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica le traduzioni in spagnolo sul suo sito qui, mentre Marco Zeloni pubblica le traduzioni in italiano su un sito qui, e Italia e il Mondo le pubblica qui. Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente tradotte sul sito czstrat.cz. Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e sintesi in altre lingue, purché ne citino la fonte e me lo facciano sapere.

Alcuni collegamenti inquietanti tra le guerre in Ucraina e in Iran _ di Andrew Day …e altro

Alcuni collegamenti inquietanti tra le guerre in Ucraina e in Iran

Il “negoziante in capo” degli Stati Uniti ha provocato una catastrofe geopolitica sempre più grave.

Pezeshkian and Putin hold meeting in Turkmenistan

(Foto: Presidenza iraniana/Anadolu via Getty Images)

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Andrew Day

2 giugno 202600:05

https://elevenlabs.io/player/index.html?publicUserId=cb0d9922301244fcc1aeafd0610a8e90a36a320754121ee126557a7416405662

Innanzitutto, la brutta notizia: la guerra in Iran non sembra destinata a concludersi presto. Lunedì Teheran ha dichiarato che avrebbe sospeso i colloqui di pace con gli Stati Uniti per protestare contro gli attacchi israeliani a Gaza e in Libano.

E ora la notizia ancora peggiore: la guerra in Iran è collegata alla guerra in Ucraina in una miriade di modi preoccupanti, e più la prima si protrae, più la seconda diventa pericolosa.

I discorsi sulla «Terza guerra mondiale» tendono ad essere ridicolmente esagerati — pensati per generare clic e attirare l’attenzione sui social media, piuttosto che per mettere in luce i rischi geopolitici — ma i legami tra queste due guerre sono stati, semmai, poco approfonditi.

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Il nesso più evidente: la Russia ha aiutato l’Iran, suo partner strategico, a colpire obiettivi statunitensi in Medio Oriente, come rappresaglia per il sostegno americano allo sforzo bellico dell’Ucraina. A giudicare dalla sorprendente precisione con cui Teheran ha colpito tali obiettivi, Mosca sembra aver fornito informazioni di intelligence di ottima qualità.

Non si è certo trattato di una conseguenza imprevedibile della guerra del presidente Donald Trump. Pochi giorni dopo che, alla fine di febbraio, gli Stati Uniti e Israele avevano sferrato attacchi contro l’Iran, Rosemary Kelanic di Defense Priorities aveva dichiarato a The American Conservative che si aspettava che la Russia venisse in aiuto dell’Iran, se non altro per creare un quid pro quo.

«Ora la Russia potrebbe aiutare l’Iran a colpire le basi statunitensi in tutta la regione», ha avvertito Kelanic, «e poi usare questo fatto come merce di scambio dicendo: “Ehi, vi abbiamo detto da tempo di smettere di armare gli ucraini, quindi che ne dite di smettere di armare gli ucraini e noi smetteremo di armare o aiutare l’Iran?”»

L’avvertimento di Kelanic si è rivelato fondato, ma l’Occidente guidato dagli Stati Uniti non ha sospeso il proprio sostegno all’Ucraina, come probabilmente sperava Mosca. Ciononostante, il Cremlino ha trovato il modo di esercitare la sua nuova influenza.

Dopo che il ministro degli Esteri russo ha minacciato la scorsa settimana di intensificare gli attacchi in Ucraina, avvertendo i governi americani ed europei di evacuare i propri cittadini dalla capitale Kiev, Anatol Lieven del Quincy Institute ha individuato diverse ragioni per cui la Russia si sente così incoraggiata, tra cui questa: «Se Washington decidesse di aumentare gli aiuti all’Ucraina, la Russia potrebbe offrire un aiuto corrispondente all’Iran nel suo programma di attacchi con missili e droni, aumentando la probabilità di vittime statunitensi».

E questo non è l’unico modo in cui la guerra in Iran ha contribuito a spianare la strada alla Russia verso un’escalation. Come ha avvertito, con crescente apprensione, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, Kiev sta esaurendo pericolosamente le scorte di missili intercettori per la difesa aerea, e Washington non ha risposto alla sua richiesta di fornirne altri. Uno dei motivi principali? Gli Stati Uniti hanno rapidamente esaurito le proprie scorte di missili intercettori per difendere i propri asset e i partner mediorientali dagli attacchi iraniani.

Impantanati in Medio Oriente, gli Stati Uniti hanno fatto un passo indietro nei loro sforzi diplomatici volti a mediare un accordo di pace tra Russia e Ucraina. Come ho riferito, Trump non ha mai messo insieme una squadra di diplomatici professionisti per elaborare un accordo che potesse soddisfare sia la Russia che l’Ucraina. Ora, la sua piccola squadra di diplomatici dilettanti – guidata dall’investitore immobiliare Steve Wiktoff, amico di Trump – è distratta da una crisi mediorientale che minaccia di far crollare l’intera economia globale.

A peggiorare le cose, dopo che gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato un attacco a sorpresa contro l’Iran nel bel mezzo dei negoziati, i russi hanno ancora meno fiducia nei negoziatori americani rispetto a prima. Il presidente russo Vladimir Putin era già preoccupato per possibili complotti di assassinio. Gli attacchi americano-israeliani che hanno ucciso la Guida Suprema dell’Iran e altri alti funzionari non hanno certo contribuito a placare i suoi timori.

Prima della guerra in Iran, le élite russe della sicurezza nazionale mi chiedevano spesso: «Se stringiamo un accordo con Trump, come possiamo essere sicuri che un futuro presidente democratico non lo straccerà?» Ma dopo l’inizio della guerra, hanno iniziato a chiedersi se Trump non stesse mettendo in atto contro di loro la stessa strategia che sembra aver usato contro l’Iran: indurre l’avversario in un falso senso di sicurezza con i negoziati, per poi intensificare l’escalation militare.

«L’esperienza iraniana non passerà inosservata», ha dichiarato l’analista russo Fyodor Lukyanov a TAC. «In generale, si può affermare che le possibilità di giungere a una soluzione negoziata siano ora diminuite». Ho chiesto a numerosi analisti e funzionari russi se questa opinione sia diffusa tra le élite politiche di Mosca, e tutti mi hanno risposto di sì.

Naturalmente, anche l’Iran nutre scarsa fiducia nei negoziatori americani, il che spiega in parte perché sia stato così difficile ottenere progressi diplomatici significativi tra Washington e Teheran. «Non si può dire che nulla sia stato definito con una squadra che non ha un quadro professionale o morale ben definito, che è capricciosa e cambia continuamente le proprie richieste», ha dichiarato la scorsa settimana un alto funzionario iraniano ad Amwaj.media.

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Donald Trump, il “negoziatore in capo” degli Stati Uniti, si trova ad affrontare crisi geopolitiche allarmanti e interconnesse. L’accordo di pace che ha orchestrato a Gaza e il cessate il fuoco che ha ottenuto in Libano sono falliti, mentre Israele intensifica l’escalation militare per sabotare i colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran. Poiché è improbabile che la guerra con l’Iran si concluda presto con un accordo negoziato, c’è da aspettarsi che la Russia rimanga 1) diffidente nei confronti della diplomazia statunitense, 2) desiderosa di sostenere lo sforzo bellico dell’Iran e 3) tentata di intensificare la crisi in Ucraina.

Come se non bastasse: con le risorse militari e l’attenzione di Washington prosciugate da una crisi in escalation che essa stessa ha scatenato in Medio Oriente e da una guerra in Ucraina che ha contribuito a provocare, potrebbe Pechino intravedere un’occasione fugace per invadere Taiwan, che considera una provincia ribelle?

Forse non siamo ancora alla terza guerra mondiale, ma non è più esagerato preoccuparsi di questa eventualità. Allacciate le cinture.

Trump non ha bisogno di un grande accordo con l’Iran

La scelta tra «accordo o guerra» è un falso dilemma — e meno male.

President Trump Delivers U.S. Coast Guard Academy Commencement Address

(Foto di Chip Somodevilla/Getty Images)

Andrew Day

27 maggio 202600:05

https://elevenlabs.io/player/index.html?publicUserId=cb0d9922301244fcc1aeafd0610a8e90a36a320754121ee126557a7416405662

Il presidente Donald Trump ha sempre affermato che preferirebbe raggiungere un accordo piuttosto che entrare in guerra con l’Iran, ma che non esiterebbe a ricorrere a quest’ultima opzione se fosse necessario.

Come previsto, quando l’anno scorso non è riuscito a concludere un accordo sul nucleare, Trump ha bombardato gli impianti nucleari iraniani. E quando, alla fine di febbraio, non si intravedeva ancora alcun accordo di ampio respiro, lui e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno lanciato una guerra congiunta su vasta scala contro l’Iran, che è rapidamente degenerata in una catastrofe geopolitica ed economica globale.

Il conflitto è rimasto acceso fino all’entrata in vigore del cessate il fuoco lo scorso aprile. Nel bene o nel male, Trump è tornato in modalità negoziale, ma ha modificato la sua retorica nel suo tipico stile: Ora, dice che o concluderà un grande accordo o scatenerà una grande guerra. “Sarà solo un Grande Accordo per tutti o nessun accordo – Ritorno al fronte e agli scontri a fuoco, ma più grandi e più intensi che mai”, ha scritto Trump lunedì su Truth Social. “E nessuno lo vuole!”

Il presidente ha ragione: nessuno lo vuole. Lo stesso Trump chiaramente non lo vuole, ed è per questo che ha lanciato ultimatum drammatici, arrivando persino a minacciare di annientare la civiltà iraniana se Teheran non avesse riaperto lo Stretto di Ormuz, per poi rinunciare a mettere in atto le sue minacce quando la Repubblica Islamica non ha ceduto.

Per comprendere gli sforzi di Trump volti a porre fine alla guerra e le probabilità che ci riesca, dovreste prestare meno attenzione alle sue sparate sui social media e riflettere maggiormente sui vincoli che lo costringono ad agire. Se lo farete, penso che sarete d’accordo con me sul fatto che probabilmente non assisteremo né a una grande guerra né a un accordo di ampia portata — e che la prima ipotesi sia più probabile della seconda. Stando così le cose, Trump dovrebbe puntare invece a un accordo di portata limitata che ponga fine alla guerra ma lasci irrisolte le questioni politiche spinose.

Venerdì scorso, mentre gli opinionisti si lasciavano prendere dal panico all’idea che Trump stesse per riaccendere la guerra, ho avanzato una previsione contraria, scrivendo su X: «Nessun attacco e nessun accordo. Non si potrà raggiungere un accordo (globale in stile JCPOA) a causa dei vincoli politici. Non si potrà attaccare a causa dei limiti delle scorte di munizioni e delle capacità di ritorsione dell’Iran».

(Il JCPOA — ovvero il Piano d’azione congiunto globale — era l’accordo sul nucleare iraniano siglato dal presidente Barack Obama nel 2015 e dal quale Trump si è ritirato tre anni dopo. Secondo gli analisti, Trump si sente sotto pressione per ottenere un accordo più ampio e vantaggioso di quello precedente, per evitare di dare l’impressione di aver davvero combinato un pasticcio con l’Iran.)

Sabato scorso, l’opinione pubblica ha cambiato rotta e i commentatori si sono improvvisamente messi ad aspettarsi che Washington e Teheran raggiungessero una sorta di accordo di pace storico. I falchi sull’Iran sono entrati in modalità crisi, mentre i pacifisti erano in fermento per l’entusiasmo, e tutto questo basandosi principalmente su alcune dichiarazioni ottimistiche di Trump.

Il delirio dei falchi mette in luce proprio quel tipo di vincoli politici che mi preoccupano. Ogni volta che Trump sembra sul punto di raggiungere un accordo di pace con l’Iran, la lobby israeliana va su tutte le furie, accusandolo di assecondare il principale avversario di Israele in Medio Oriente. «L’AIPAC sta attualmente ritwittando i politici che CRITICANO aspramente il presunto accordo di pace di Trump con l’Iran», ha osservato sabato Eli Clifton del Quincy Institute, riferendosi al più importante gruppo di pressione filoisraeliano.

Israele è ben felice di lasciare che i propri sostenitori a Washington si scontrino con il presidente per suo conto, ma dispone di altri mezzi, più indiretti, per ostacolare la diplomazia. L’Iran insiste affinché l’attuale cessate il fuoco si estenda all’intero conflitto regionale, compreso il Libano, dove Israele sta conducendo una sanguinosa campagna militare. Pertanto, Israele può sabotare i negoziati di pace inasprendo il conflitto in Libano.

Questo è uno dei motivi principali per cui il cessate il fuoco esiste solo di nome, con giornalisti e leader mondiali che continuano a coniare nuovi termini per descriverlo: «fragile», «in crisi», «sotto pressione» e persino «in terapia intensiva» (quest’ultima è di Trump, ovviamente). Ora, tra le crescenti speranze di un accordo di pace o almeno di un “memorandum d’intesa” tra Washington e Teheran, Netanyahu sta intensificando la campagna in Libano.

A meno che Trump non eserciti una reale influenza su Israele, il problema persisterà – e lui non è mai sembrato particolarmente propenso a farlo. Quindi, invece di ricorrere alle misure coercitive, Trump ha escogitato una nuova, grande “carota”. Lunedì ha affermato che un accordo con l’Iran dovrebbe prevedere l’obbligo per Turchia, Pakistan, Egitto, Giordania e i Paesi arabi del Golfo di firmare gli Accordi di Abramo, che hanno normalizzato le relazioni tra le nazioni musulmane e Israele.

Trump sta cercando di offrire alcuni incentivi a Israele affinché appoggi l’accordo con l’Iran, ma questa mossa complica ulteriormente i negoziati di pace, già di per sé abbastanza difficili. I paesi a maggioranza musulmana nutrono risentimento nei confronti di Israele per il trattamento riservato ai palestinesi, quindi i loro leader non possono firmare gli accordi senza rischiare ripercussioni politiche interne.

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Condizionare il successo diplomatico tra Stati Uniti e Iran al comportamento di un gruppo di nazioni musulmane non è certo una buona soluzione al problema dell’influenza di Israele. E non è certo in linea con la politica dell’«America First». Chi si oppone alla guerra con l’Iran dovrebbe incoraggiare Trump a cambiare rotta, restringendo l’ambito dei negoziati per limitare il ruolo dei sabotatori e rimandare le questioni politiche più spinose a un momento successivo.

Data la posizione di forza dell’Iran, Trump dovrebbe fare concessioni significative per garantire un accordo globale che limiti il programma nucleare iraniano e affronti le questioni regionali di più ampio respiro, e tali concessioni finirebbero inevitabilmente per irritare i falchi anti-Iran. È quindi preferibile puntare a un accordo di portata limitata ma realizzabile che ponga ufficialmente fine alla guerra, stabilizzi le relazioni bilaterali e crei un quadro di riferimento per un dialogo continuo.

Se anche un accordo minimo dovesse rivelarsi irrealizzabile, a causa di Israele o di qualche altro fattore, allora le voci contrarie alla guerra dovrebbero sottolineare che Trump non ha affatto bisogno di un accordo: può semplicemente porre fine alla guerra. La dicotomia “accordo o guerra” è una falsa scelta, e meno male, considerando quanto un accordo si sia rivelato irraggiungibile. L’Iran non rappresenta una minaccia per il territorio americano, e l’America ha già abbastanza problemi di cui preoccuparsi sul fronte interno. Signor Presidente, è ora di tornare a casa.

Informazioni sull’autore

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Andrew Day

Andrew Day è caporedattore di The American Conservative. Ha conseguito un dottorato in scienze politiche presso la Northwestern University. Potete seguirlo su X @AKDay89.

Il Partito Repubblicano di Spencer Pratt

La star dei reality diventata candidata a sindaco offre un’anteprima di come potrebbe essere il Partito Repubblicano dopo Trump.

Spencer Pratt Visits "Fox & Friends"

Scott Greer

29 maggio 202600:05

https://elevenlabs.io/player/index.html?publicUserId=cb0d9922301244fcc1aeafd0610a8e90a36a320754121ee126557a7416405662

Una star dei reality show dal carattere esuberante sta conquistando ancora una volta gli elettori repubblicani. Spencer Pratt, ex protagonista della serie di MTV The Hills, dovrebbe qualificarsi per il ballottaggio per la carica di sindaco di Los Angeles contro Karen Bass. 

Pratt non sta guadagnando consensi né come repubblicano solo di nome né come populista economico. La sua campagna è un attacco incredibilmente divertente all’élite liberale di Los Angeles, ai vagabondi e alla criminalità fuori controllo. Affronta le questioni quotidiane con cui si confrontano gli elettori, ma che molti politici si rifiutano di affrontare, come il problema dei senzatetto. Pur essendo una celebrità (di secondo piano), ha una storia in cui è facile identificarsi che spiega la sua incursione in politica. La sua casa è andata distrutta nell’incendio di Pacific Palisades, e i politici responsabili del disastro sono ancora al potere e non hanno fatto nulla per prevenire future catastrofi. Ecco perché lui, il non-politico per eccellenza, è sceso in campo. Ed è anche il motivo per cui molti angelini stanno sostenendo la sua candidatura da outsider, nonostante la sua iscrizione al Partito Repubblicano e i suoi legami con Trump.

Ha ancora poche possibilità di diventare sindaco, ma è più credibile di qualsiasi altro candidato repubblicano in lizza negli ultimi tempi. Che vinca o perda, l’ex star dei reality TV mostra un possibile futuro per un GOP post-Trump. Non sarà un ritorno al GOP screditato degli anni precedenti a Trump, né sarà un veicolo instabile per intellettuali “post-liberali”. Privilegerà lo stile rispetto all’ideologia e i meme rispetto alle lezioni. Sarà molto simile a Trump, ma diverso dall’uomo stesso.

Sono molte le cose che distinguono Pratt. Pur essendo un “troll” divertente, lo fa a modo suo. A differenza di molti candidati repubblicani, non cerca di imitare lo stile dei post o i manierismi di Trump. Ron DeSantis ha notoriamente cercato di scimmiottare Trump dal punto di vista stilistico, retorico e politico. Ha funzionato bene nella Florida repubblicana, ma non ha funzionato sulla scena nazionale. Pratt non si lancia in lunghe invettive su Truth Social, non “suona la fisarmonica” mentre parla e non ricorre alle frasi tipiche di Trump. Sta creando qualcosa di suo. Ha fatto della vita in una roulotte una parte distintiva del suo marchio. Non sta cercando di essere Trump; sta semplicemente essendo se stesso. Trump non funzionerebbe nella California meridionale. Ma lo stile da “fratello” di Pratt sì.

Sebbene Pratt abbia uno stile tutto suo, si è fatto un nome in modo simile a come fece Trump durante la campagna elettorale del 2016. A differenza dei suoi avversari, Pratt sa come intrattenere il pubblico. Che si tratti di lanciare insulti coloriti ai suoi avversari sul palco del dibattito o di pubblicare una parodia di Il principe di Bel-Air, Pratt sa come attirare l’attenzione. Sa come far apparire i suoi avversari come le figure noiose e fuori dal mondo della classe dirigente corrotta che sono. Trump ha messo in atto magistralmente la stessa tattica nella sua prima corsa alla presidenza. Karen Bass e Nithya Raman sono l’Hillary e il Jeb di Pratt. Nonostante il suo passato controverso e la mancanza di esperienza, Pratt riesce a presentarsi meglio dei suoi rivali poco entusiasmanti. 

Una delle questioni centrali per Pratt è il problema dei senzatetto a Los Angeles. In netto contrasto con i suoi avversari, non è affatto un sostenitore dei senzatetto. Si scaglia contro i dirigenti della città per aver permesso a “zombi” drogati di vagare liberamente per le strade. Parla dei pericoli che rappresentano e di come abbiano trasformato quartieri un tempo tranquilli in veri e propri incubi. Quando viene criticato per la sua mancanza di “sensibilità” sulla questione, si rifiuta di scusarsi. Insiste addirittura nel dire che è fuorviante chiamarli “senzatetto”, sostenendo che sono per lo più tossicodipendenti che sono stati portati in città da “ONG truffaldine”. Nessuno dei suoi avversari oserebbe mai parlare della questione in questi termini. Ma Pratt lo fa, ed è per questo che sta ottenendo così tanto sostegno nella Los Angeles profondamente democratica.

È una mossa molto “trumpiana”. Trump si è distinto proprio su una questione simile nel 2016. Ha fatto dell’immigrazione il suo cavallo di battaglia quando nessun altro candidato voleva farlo, e lo ha fatto senza remore. Non ha esitato a definire gli immigrati clandestini “stupratori” e “spacciatori”. È stato l’unico candidato a chiedere un divieto di ingresso per i musulmani in seguito a una serie di attacchi terroristici mortali negli Stati Uniti e in Europa. Era una questione importante per gli elettori repubblicani e indipendenti, ma nessuno degli altri candidati l’aveva affrontata fino a quando Trump non l’ha resa una priorità. Tuttavia, molti candidati, proprio come gli avversari di Pratt sulla questione dei senzatetto, hanno rimproverato gli elettori e hanno affermato che la vera soluzione fosse concedere l’amnistia agli immigrati clandestini. L’immigrazione, hanno solennemente proclamato, ha reso grande l’America. Gli elettori non erano d’accordo e Trump ha vinto.

Pratt presenta inoltre delle somiglianze con Zohran Mamdani. Le loro posizioni politiche effettive sono agli antipodi, ma il modo in cui conducono le loro campagne elettorali è simile. La star dei reality show rimane concentrata esclusivamente sulle questioni locali piuttosto che su quelle nazionali. Questa è stata la strategia vincente di Zohran a New York. Mamdani ha parlato principalmente di questioni relative al costo della vita invece che delle sue convinzioni radicali. Ciò ha creato un legame con i newyorkesi e lo ha aiutato a sconfiggere l’establishment. Sia Pratt che Mamdani si presentano come outsider carismatici che affronteranno le questioni che il sistema si rifiuta di affrontare. Le loro rispettive tematiche sono diverse, così come le loro idee politiche e i loro stili. Mamdani è anche un ideologo, mentre Pratt certamente non lo è. Ma entrambe le loro campagne dimostrano come gli outsider possano fare scalpore nelle elezioni delle grandi città.

Pratt, come Mamdani, riconosce che la politica nell’era Trump richiede un certo livello di intrattenimento. I politici devono adattarsi ai ritmi della nostra cultura moderna e catturare l’interesse degli elettori con approcci che i politici del passato avrebbero deriso. Mamdani ha girato spot pensati per l’era dei social media, mentre Pratt promuove filmati epici generati dall’intelligenza artificiale sulla sua campagna. È un dato di fatto con cui i membri di entrambi i partiti stanno facendo i conti. Il crimine peggiore nella politica contemporanea è essere noiosi.

Ma l’approccio di Pratt lo distingue dagli altri aspiranti repubblicani. Ciò di cui parla è davvero importante per gli elettori di Los Angeles. Altri candidati più spettacolari preferiscono affrontare temi che li rendono delle star del web, ma che non riescono a entrare in sintonia con la gente comune. Il miglior esempio è il candidato alla carica di governatore della Florida, James Fishback. Ha conquistato i titoli dei giornali nazionali per la sua campagna animata dalle preoccupazioni e dai meme della destra online, con alcuni articoli che prevedono che potrebbe essere il futuro del GOP. Ma i numeri raccontano una storia diversa. I sondaggi raccolti dal New York Times e da RealClearPolitics mostrano che Fishback non supera nemmeno il 10% e spesso si colloca in un distante terzo posto. Sebbene le sue promesse di bandire il “goyslop” dalle mense scolastiche e di tassare gli account OnlyFans gli abbiano fatto guadagnare un notevole seguito tra i giovani, non sembrano aver colpito i floridiani che decidono le primarie repubblicane.

Si discute molto su come sarà il Partito Repubblicano quando Trump lascerà la presidenza. È opinione diffusa che possa sostituire la figura di Trump con un’ideologia più coerente, il cosiddetto «trumpismo». L’aspetto che assumerà tale ideologia è oggetto di dibattito, ma esponenti di spicco del Partito Repubblicano come Josh Hawley sono ansiosi di condividere la loro versione con il mondo. Questi esponenti ritengono che il trumpismo senza Trump manterrà unita la coalizione attraverso una combinazione ben articolata di populismo economico e conservatorismo sociale. 

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Pratt indica una strada diversa. Manterrà la combattività divertente di Trump, ma con uno stile che non sia una copia diretta di quello del presidente. Non sarà particolarmente ideologico, a parte l’opposizione a sinistra, ai criminali, agli immigrati clandestini e ai senzatetto. Sarà pragmatico e in sintonia con la maggior parte delle tendenze culturali. Sarà online, ma più incentrato su ciò che attrae gli utenti di Instagram piuttosto che quelli di X. In questo scenario, il trumpismo sarà più uno stile che un’ideologia coesa.

Il «prattismo» richiede semplicemente che i candidati nazionali portino avanti questa linea. Se riuscisse a vincere le elezioni per la carica di sindaco e a dare una svolta a Los Angeles, l’ex star dei reality show potrebbe diventare un candidato alla Casa Bianca. Ma si tratta ancora di un’ipotesi molto remota. Il problema principale per Pratt come successore di Trump è che è bloccato nella California meridionale, ed è difficile per un repubblicano affermarsi come candidato nazionale da quella regione profondamente democratica. Probabilmente spetterà ad altri trasformare il GOP di Spencer Pratt in realtà.

A differenza di altri possibili scenari futuri, il «prattismo» riscuote grande successo in una delle città più democratiche del Paese. Forse non avrebbe successo a Los Angeles, ma potrebbe affermarsi a livello nazionale, proprio come il «trumpismo».

Informazioni sull’autore

Scott Greer

Scott Greer è un giornalista pluripremiato, conduttore del programma “Highly Respected” e autore di No Campus for White Men.

A Trump potrebbero mancare i suoi avversari di principio

I suoi nuovi amici non sono solo i suoi avversari di un tempo, ma anche gli ostacoli alle politiche che intende attuare oggi, in particolare la pace in Iran.

Dr. Christine Blasey Ford And Supreme Court Nominee Brett Kavanaugh Testify To Senate Judiciary Committee

(Foto di Win McNamee/Getty Images)

W. James Antle, III

W. James Antle III

28 maggio 202600:05

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Aprima vista non ci sono tre politici più diversi di John Cornyn, Thomas Massie e Bill Cassidy, i tre legislatori repubblicani il cui mandato al Congresso è stato recentemente interrotto dal presidente Donald Trump.

Massie è l’unico del trio che potrebbe avere un futuro politico. Pur avendo perso con un distacco di quasi 10 punti, ha ottenuto poco più del 45% dei voti, contro il 36% di Cornyn e il poco meno del 25% di Cassidy.

Ma la verità è che a Trump non sono mai importati granché né gli istituzionalisti dell’establishment repubblicano come Cornyn e Cassidy, né i rigorosi costituzionalisti della cerchia di Massie. Pur provenendo da contesti radicalmente diversi sia in termini di politica che di potere istituzionale (una fazione ha guidato il partito per decenni, l’altra era una minoranza al suo interno ben prima dell’arrivo di Trump), entrambi continuano a dire a Trump che non può fare certe cose.

La novità principale è che, quasi a metà del secondo mandato di Trump, proprio mentre il resto dell’elettorato gli volta le spalle, egli è riuscito a convincere la base repubblicana che questi sono esempi equivalenti di quel tipo di «perdente di principio» che il partito si era rivolto a lui per respingere dieci anni fa. Durante l’era del Tea Party, negli anni precedenti a Trump, i Massie di questo mondo stavano sempre più spesso sconfiggendo i Cornyn e i Cassidy nelle primarie (e nelle convention) repubblicane. Nel 2026, il presidente non ha molto da fare con nessuno dei due.

Nel frattempo, Trump ha domato il Freedom Caucus, quel gruppo di conservatori ribelli della Camera dei Rappresentanti che ha di fatto posto fine a diverse presidenze repubblicane. Anche alcune figure dell’establishment si sono dimostrate abbastanza flessibili da fare pace con Trump. Cornyn e Cassidy ci hanno provato, seppur in ritardo.

Ma la vecchia guardia che ha fatto pace con Trump sarà disposta a fare pace con Trump? A quanto pare, no, se ciò significa porre fine alla guerra in Iran. 

Quando sono circolate le ultime notizie secondo cui Trump stava cercando ancora una volta una via d’uscita, il senatore Roger Wicker del Mississippi non ne è stato affatto contento. «La presunta tregua di 60 giorni — basata sulla convinzione che l’Iran possa mai agire in buona fede — sarebbe un disastro», ha scritto su X Wicker. «Tutto ciò che è stato ottenuto con l’Operazione Epic Fury andrebbe in fumo!»

Il senatore Lindsey Graham della Carolina del Sud, amico di Trump che ha già dichiarato pubblicamente che le maggioranze repubblicane al Congresso dovrebbero essere sacrificate in Iranha espresso un concetto simile.

«Viene da chiedersi perché la guerra sia scoppiata, se queste percezioni sono corrette», ha scritto Graham, riferendosi ai limiti di ciò che è realisticamente possibile ottenere in Iran entro un lasso di tempo che il popolo americano sia disposto a tollerare. Sembra sul punto di avere un’illuminazione, ma poi arriva la seconda parte: «Personalmente sono scettico riguardo all’idea che all’Iran non si possa impedire di seminare il terrore nello Stretto e che la regione non sia in grado di proteggersi dalla potenza militare iraniana».

La Casa Bianca sembra riconoscere il divario tra Graham e la realtà. Un funzionario ha dichiarato a Byron York del Washington Examiner che secondo Graham «i benefici giustificano sempre i costi. Ma il presidente non la vede affatto in questo modo». Il funzionario ha concluso che Trump e Graham hanno «un modo di pensare alle cose fondamentalmente diverso, una visione delle cose fondamentalmente diversa».

Storicamente, è sempre stato così — almeno fino a tempi relativamente recenti, a quanto pare.

Ora sono i falchi a dire a Trump che non può fare qualcosa che chiaramente vorrebbe fare. Li troverà scomodi quanto i deputati libertari e i parlamentari del Senato? Non si rende conto che Mitch McConnell, Liz Cheney, Adam Kinzinger e la maggior parte dei suoi tormentatori repubblicani originari provengono dall’ala ultra-interventista del partito? Oppure, dopo essersi alienato gli ultimi repubblicani che potrebbero effettivamente sostenere la sua diplomazia, Trump non ha più nessun altro a cui rivolgersi?

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Per vari motivi, Tulsi Gabbard e Thomas Massie lasceranno presto Washington, almeno per il prossimo futuro. Lindsey Graham, invece, probabilmente resterà. Solo poche settimane fa, a Trump questo poteva sembrare un modo per eliminare gli ostacoli all’azione. Ma presto gli ostacoli potrebbero provenire proprio dalle persone con cui Trump si circonda attualmente.

Se Trump riuscirà a portare la guerra a una conclusione giusta, si spera che gli ex alleati che hanno a lungo sostenuto tale obiettivo – soprattutto perché sin dall’inizio si erano opposti all’entrata in guerra – non si lancino a loro volta in una campagna di vendetta.

La cosa migliore in questo caso sarebbe che continuassero a essere fastidiosamente fedeli ai propri principi.

Informazioni sull’autore

W. James Antle, III

W. James Antle III

W. James Antle III è direttore responsabile della rivista Washington Examiner e redattore collaboratore di The American Conservative.

I luoghi comuni per eccellenza – Lo scontro delle civiltà: cosa ha scritto davvero Huntington

 I luoghi comuni per eccellenza – Lo scontro delle civiltà: cosa ha scritto davvero Huntington

di John Mackenzie

  • Samuel Huntington è uno degli autori più citati eppure meno letti nel dibattito geopolitico. Il suo «scontro di civiltà» è diventato un comodo cliché, sbandierato da tutte le parti in causa per giustificare tesi che egli non ha mai sostenuto.
  • Lungi dall’essere un manifesto bellicista, il libro del 1996 è un monito contro l’interventismo, una critica all’universalismo occidentale e un’analisi dell’ascesa della Cina.
  • Torniamo al testo dell’edizione originale, per rendersi conto della portata del malinteso.

Quello che dicono tutti

Dall’11 settembre 2001, questa espressione è sulla bocca di tutti. Gli editorialisti la utilizzano per spiegare il terrorismo islamista, i politici se ne servono per giustificare le loro guerre, gli attivisti anti-imperialisti la ribaltano contro l’Occidente. Lo «scontro di civiltà» è diventato una di quelle formule che esentano dal pensare.

La sintesi prevalente è semplice: Huntington avrebbe predetto — e, secondo alcuni, auspicato — una guerra globale tra l’Occidente cristiano e l’Islam. Il suo libro sarebbe il manifesto intellettuale della crociata neoconservatrice, la giustificazione teorica dell’invasione dell’Iraq, il breviario degli islamofobi. A sinistra, lo si cita per denunciare l’arroganza occidentale. A destra, lo si cita per legittimare la fermezza nei confronti dell’Islam. In entrambi i casi, non lo si è letto.

Questa interpretazione si è consolidata dopo l’11 settembre 2001, ma era già presente sin dalla pubblicazione dell’articolo fondante su Foreign Affairs nel 1993, e poi del libro nel 1996. Fin dall’inizio, Huntington è stato vittima del proprio successo: il titolo d’impatto ha oscurato il contenuto.

Ciò che Huntington ha scritto realmente

La prima cosa che si scopre aprendo Lo scontro delle civiltà (1996) è che il libro non è un appello alla guerra. È un monito contro di essa — e in particolare contro l’interventismo americano.

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Otto civiltà, non due

Huntington non parla di uno scontro tra l’Occidente e l’Islam. Egli individua otto civiltà: occidentale, ortodossa, islamica, indù, sino-confuciana, giapponese, latinoamericana e africana. Il mondo che descrive è fondamentalmente multipolare, e l’Islam è solo uno dei tanti attori. La sua tesi di partenza è enunciata fin dall’introduzione:

«Gli scontri tra civiltà rappresentano la principale minaccia alla pace nel mondo, ma costituiscono anche, all’interno di un ordine internazionale ormai fondato sulle civiltà, la garanzia più sicura contro una guerra mondiale.»

Non è un manifesto bellicista, ma una diagnosi delle condizioni della pace.

«La modernizzazione non significa necessariamente occidentalizzazione. La modernizzazione rafforza le culture e riduce il potere relativo dell’Occidente. In sostanza, il mondo sta diventando più moderno e meno occidentale.» — Huntington, 1996

Modernizzazione non significa occidentalizzazione

Uno degli aspetti meno noti del libro è la sua critica all’universalismo occidentale. Huntington dedica ampie pagine a dimostrare che la modernizzazione economica e tecnologica non comporta automaticamente l’adozione dei valori liberali occidentali: «La modernizzazione si distingue dall’occidentalizzazione e non produce affatto una civiltà universale, né dà luogo all’occidentalizzazione delle società non occidentali.»

Mangiare hamburger e indossare jeans, scrive, non rende una persona occidentale. L’Occidente non è il consumismo: è il diritto, le istituzioni, la separazione tra spirituale e temporale. La storia ne è la prova: Giappone, Singapore e Taiwan si sono modernizzati senza occidentalizzarsi. Lo Scià d’Iran, invece, ha tentato il contrario — imporre l’occidentalizzazione per modernizzarsi — e ha provocato la rivoluzione islamica del 1979. Conclusione di Huntington: «La modernizzazione rafforza le culture e riduce il potere relativo dell’Occidente. Fondamentalmente, il mondo sta diventando più moderno e meno occidentale.»

Leggi anche: L’Occidente: il primato della persona e dello Stato di diritto

La vendetta di Dio

Huntington dedica ampi passaggi a quella che definisce «la rivincita di Dio»: il massiccio ritorno della religione a partire dagli anni ’70, dopo un secolo in cui le élite intellettuali consideravano la secolarizzazione come un processo ineluttabile. Questo ritorno riguarda tutte le civiltà: il numero di chiese attive nella regione di Mosca passa da 50 nel 1988 a 250 nel 1993; i protestanti dell’America Latina passano da 7 milioni nel 1960 a 50 milioni nel 1990. E riguarda anche l’Islam: «Tra i musulmani come tra gli altri, il rinnovamento religioso è un fenomeno urbano; attrae persone orientate verso la modernità, con un buon livello di istruzione e una posizione nelle libere professioni. (…) I giovani sono religiosi, mentre i loro genitori sono laici.»

La sua conclusione contraddice frontalmente la visione dominante: «Il rinnovamento delle religioni non occidentali è la manifestazione più potente dell’antioccidentalismo nelle società non occidentali. Questo rinnovamento non è un rifiuto della modernità; è un rifiuto dell’Occidente e della cultura laica, relativista e degenerata che è associata all’Occidente. (…) È una dichiarazione di indipendenza culturale: saremo moderni, ma non saremo come voi.»

Sull’Islam: una constatazione, non una condanna

Per quanto riguarda l’Islam, Huntington è più sfumato rispetto ai suoi commentatori. Egli non definisce l’Islam come nemico ereditario dell’Occidente, ma rileva una tensione strutturale tra due religioni universaliste e missionarie: «L’Islam e il cristianesimo sono entrambe religioni monoteiste. Entrambe sono universaliste e pretendono di incarnare la vera fede, alla quale tutti gli esseri umani devono aderire. Entrambe sono religioni missionarie i cui membri hanno l’obbligo di convertire i non credenti.»

Egli attribuisce la recrudescenza della violenza ai confini dell’Islam a fattori demografici e politici ben precisi — la giovinezza delle popolazioni, il fallimento dei modelli laici autoritari — e non a una fatalità religiosa. E formula un’osservazione che i suoi detrattori occidentali si guardano bene dal citare: «Il problema centrale per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico. È l’Islam, una civiltà diversa i cui rappresentanti sono convinti della superiorità del proprio potere. Il problema per l’Islam non è la CIA o il Dipartimento della Difesa americano. È l’Occidente, una civiltà diversa i cui rappresentanti sono convinti dell’universalità della propria cultura.» Le due civiltà si fronteggiano con la stessa certezza di avere ragione.

«Poiché i leader occidentali hanno capito che il processo democratico nelle società non occidentali porta all’insediamento di governi ostili all’Occidente, cercano di influenzare tali elezioni.» — Huntington, 1996

Leggi anche: Buddismo e Islam: uno scontro inevitabile?

Un anti-interventista radicale

È proprio questo il paradosso della ricezione della sua opera. Huntington trae dalla sua analisi una conclusione profondamente anti-interventista. Ritiene che tentare di imporre la democrazia liberale in civiltà che non condividono gli stessi fondamenti culturali sia non solo vano, ma anche destabilizzante. E osserva con pungente ironia: «Poiché i leader occidentali hanno compreso che il processo democratico nelle società non occidentali porta alla nascita di governi ostili all’Occidente, si sforzano di influenzare tali elezioni e mettono meno ardore di un tempo nel difendere la democrazia in quelle società.»

In questo senso, si oppone frontalmente ai neoconservatori che lo hanno strumentalizzato dopo l’11 settembre 2001 per giustificare l’invasione dell’Iraq.

La vera sfida: la Cina, non l’Islam

Un altro punto sistematicamente ignorato: secondo Huntington, la vera sfida strategica del XXI secolo non è l’Islam, bensì l’ascesa della Cina. Egli dedica ampie considerazioni all’affermazione della civiltà sino-confuciana e alla rivalità sino-americana, osservando che Pechino intende riconquistare la posizione dominante che occupava in Asia per due secoli prima del trattato di Nanchino del 1842: «Le civiltà potenti sono universali; quelle deboli sono particolariste. La crescente fiducia in se stessa dell’Estremo Oriente ha fatto emergere un universalismo asiatico paragonabile a quello che era caratteristico dell’Occidente.”

«È l’Asia», scrive, «che è ormai il crogiolo delle civiltà, dove si delineano le linee di frattura del mondo contemporaneo».

Leggi anche: Cina: riflettere sulle gerarchie nel mondo moderno

Un appello al rinnovamento dell’Occidente

La conclusione del libro è quella che viene citata meno spesso. Huntington invita l’Occidente non a una crociata, ma a un esame di coscienza. Egli individua cinque segni di declino interno: l’aumento dei comportamenti antisociali, il crollo della famiglia, la debolezza del capitale sociale, l’erosione dell’etica, il disinteresse per la conoscenza. E avverte: quando una civiltà non ha più la volontà di difendersi, si espone all’invasione di civiltà più giovani e dinamiche. Lungi dall’esportare i propri valori con la forza, l’Occidente dovrebbe prima incarnarli al suo interno.

«Un libro che critica l’universalismo occidentale è diventato il vessillo degli universalisti bellicisti. Un autore che invita alla moderazione strategica viene citato da coloro che vogliono esportare la democrazia con le armi.»

Le parole dell’autore la dicono lunga

Il vero «scontro» non è quello tra le civiltà. È quello tra il pensiero di Huntington e la sua interpretazione. Un libro che critica l’universalismo occidentale è diventato il vessillo degli universalisti bellicisti. Un autore che invita alla moderazione strategica viene citato da coloro che vogliono esportare la democrazia con le armi. Un pensatore che vede nella Cina la sfida centrale del secolo viene ridotto a un pamphlet anti-islamico.

Leggere Huntington oggi significa rendersi conto della portata del malinteso e capire che il mondo che egli descriveva nel 1996 è, nel bene e nel male, quello in cui viviamo.

Libro – Uno sguardo retrospettivo sullo “Scontro delle civiltà”

di Louis Vidal

Un’opera fondamentale di geopolitica, criticata ma imprescindibile per comprendere le grandi sfide culturali e militari del XXI secolo.

Lo scontro delle civiltà (The Clash of Civilizations) è un saggio scritto dal politologo statunitense Samuel Huntington nel 1996. All’indomani del crollo dell’URSS, l’autore ha voluto descrivere il nuovo ordine mondiale, fondato, secondo lui, sulle civiltà. Fin dalla sua pubblicazione, l’opera ha suscitato vivaci reazioni, sia positive che negative. Il concetto di «scontro di civiltà» è ancora molto presente nei media. Ma cosa comporta e quali chiavi di lettura offre alla geopolitica e alle relazioni internazionali attuali?

Il 3 gennaio 1992, pochi giorni dopo la scomparsa dell’URSS, alcuni accademici russi e statunitensi si riuniscono a Mosca. Durante la cerimonia ufficiale, la bandiera della nuova Federazione Russa viene issata al contrario… Questo aneddoto simboleggia ironicamente i primi passi del mondo che sta per nascere in questo fine secolo. Huntington avverte che in questo nuovo mondo «le bandiere rimangono essenziali, proprio come altri simboli di identità culturale» (p. 16). Il politologo sostiene la tesi secondo cui «la cultura, le identità culturali […] determinano le strutture di coesione, disgregazione e conflitto nel mondo del dopoguerra fredda». Huntington considera la nuova politica globale come multipolare e multicivilizzazionale. Spiega inoltre che le società non occidentali si sono certamente modernizzate, ma non per questo si sono occidentalizzate; al contrario, hanno riaffermato le proprie culture e identità. L’autore afferma inoltre che le pretese universalistiche dell’Occidente sono oggi una minaccia per se stesso; esse esacerbano le altre civiltà, in particolare l’Asia e il mondo musulmano. Infine, sempre secondo Huntington, l’Occidente è minacciato e deve salvarsi attraverso la riaffermazione della cultura e dell’identità comuni dei suoi Stati membri.

Chi siamo?

Un mondo multipolare e multiculturale è quindi subentrato al dominio degli Stati-nazione europei e alla bipolarità della guerra fredda. Ormai, le principali distinzioni tra i popoli non sono più ideologiche, politiche o economiche, ma culturali. « Chi siamo ? » è la domanda fondamentale che i popoli e le nazioni del mondo devono porsi. Per comprendere «ciò che sta accadendo», l’autore invita a ripensare le mappe e i paradigmi del mondo. Precisa che tali rappresentazioni sono ovviamente semplificate, ma comunque necessarie; sono indispensabili per pensare e agire. Huntington smonta i vecchi paradigmi. La fine della storia non avrà luogo. Il paradigma universalista e armonioso – predetto da Francis Fukuyama

[simple_tooltip content=’Francis Fukuyama, politologo americano, autore di La fine della storia e l’ultimo uomo nel 1992’] 1[/simple_tooltip]

 e da molti occidentali all’inizio degli anni ’90 – è illusorio. Tuttavia, il paradigma caotico, che immaginerebbe il mondo come totalmente pericoloso e anarchico, è altrettanto fallace. Il paradigma statale, prevalente sin dai trattati di Westfalia del 1648, rimane perspicace, ma non è più sufficiente.

Infine, il paradigma bipolare, quello della Guerra Fredda, è ormai del tutto superato. Secondo Huntington, il paradigma più pertinente è oggi quello delle civiltà. La nuova politica globale si basa sulle civiltà.

Inoltre, sottolinea che, sebbene questo paradigma civile sia adeguato al mondo della fine del XX secolo e dell’inizio del XXI, in futuro risulterà superato.

Secondo il politologo, nel mondo esistono nove principali aree civilizzazionali: occidentale, latinoamericana, africana, islamica, cinese, indù, ortodossa, buddista e giapponese. Egli definisce la civiltà come «una cultura in senso lato» (p. 45). Secondo lui, le civiltà sono «i più grandi “noi” e si oppongono a tutti gli altri “loro”» (p. 48). Fatto saliente della nostra epoca, mai nella storia le civiltà hanno avuto così tanti contatti, nel bene e nel male.

L’autore ricorda che «la maggior parte delle società ha un “senso morale” piuttosto simile […] riguardo a ciò che è bene o male» (p. 69). Tuttavia, egli ritiene che questa base morale comune non sia assolutamente sufficiente per costruire una civiltà unica e universale. Il mondo non è ancora – e forse non sarà mai – un vasto spazio monocivilizzazionale. La lingua e la religione sono elementi fondamentali di ogni cultura e civiltà. Per il momento, non esiste né una lingua universale e comune né una religione universale e comune.

L’Occidente e il mondo

Huntington osserva il declino relativo dell’Occidente. Dopo aver dominato il mondo per almeno quattro secoli, l’Occidente vede ora la propria influenza ridursi in tutto il mondo. Il suo potere «diminuisce rispetto a quello di altre civiltà» (p. 108). Il politologo rileva anche il fenomeno dell’indigenizzazione delle altre civiltà: «Man mano che le società non occidentali accrescono i propri mezzi economici, militari e politici, affermano con maggiore slancio le virtù dei propri valori, delle proprie istituzioni e della propria cultura» (p. 126). Questo rinnovamento identitario è accompagnato da un profondo ritorno alla religione. Huntington cita Gilles Kepel

[simple_tooltip content=’Gilles Kepel, politologo francese, autore di La revanche de Dieu : chrétiens, juifs et musulmans à la reconquête du monde (1991).’] 2 [/simple_tooltip]

che parla di «rivincita di Dio». Questa rinascita religiosa non è un rifiuto della modernità, ma dell’Occidente e della «cultura laica, relativista, degenerata che [ad esso] è associata» (p. 142). Ciò è particolarmente evidente nelle civiltà asiatiche e nel mondo musulmano. Paesi asiatici come il Giappone, la Corea del Sud, Singapore, la Malesia, l’Indonesia, l’India o la Cina si sono ampiamente modernizzati nel XX secolo, ma hanno conservato e riaffermato la loro cultura e identità. Allora in piena espansione, la Cina in rinascita promuoveva «capitalismo e partecipazione all’economia mondiale da un lato, autoritarismo e ritorno alla cultura tradizionale cinese dall’altro» (p. 148).

Leggi anche: Iraq, la guerra per procura degli Stati Uniti

Nella sua analisi globale, Huntington si sofferma a ripercorrere i fondamenti della civiltà occidentale: l’eredità classica (il pensiero greco e il diritto romano), il cattolicesimo e il protestantesimo, la molteplicità delle lingue europee, la separazione dei poteri spirituale e temporale, lo Stato di diritto, il pluralismo sociale, i corpi intermedi e l’individualismo. Non dimentica di sottolineare che questi fattori non sono tutti propri dell’Occidente. La specificità della civiltà occidentale è la combinazione di tutti questi elementi.

Gli occidentali, e in particolare gli americani, hanno sempre nutrito un’ambizione missionaria. Ritengono che tutte le civiltà debbano adottare i loro valori e le loro istituzioni. Parlano di universalismo mentre gli altri vedono imperialismo. Il dominio dell’Occidente ha sempre suscitato reazioni diverse: dal rifiuto all’assimilazione o al riformismo. Il rifiuto fu particolarmente forte in Giappone e in Cina fino alla metà del XIX secolo. Oggi è il caso di alcuni fondamentalisti musulmani. L’assimilazione o la rinuncia alla propria cultura autoctona e l’occidentalizzazione furono opera, in particolare, del presidente turco Mustafa Kemal Atatürk, nella prima metà del XX secolo. Egli sosteneva che « la modernizzazione è auspicabile e necessaria, che la cultura autoctona è incompatibile con la modernizzazione e deve essere abbandonata o abolita e che la società deve essere interamente occidentalizzata per modernizzarsi adeguatamente » (p. 95). Il riformismo, orientamento più recente e più diffuso, si caratterizza per la volontà di conciliare modernizzazione e conservazione delle specificità culturali. Uno degli esempi più illuminanti proviene dal Giappone con la politica dello Yosei: « spirito giapponese, tecnica occidentale ».

Il risveglio dell’Islam e della Cina

Nel mondo della fine del XX secolo, gli Stati guida sono diventati i principali poli di potere e influenza. Huntington avverte che «[all’interno di questi blocchi culturali, gli Stati tendono a distribuirsi in cerchi concentrici attorno allo Stato o agli Stati guida, in base al loro grado di identificazione e integrazione con il blocco a cui appartengono]» (p. 225). L’autore spiega che «le civiltà costituiscono le tribù umane più vaste, e lo scontro di civiltà è un conflitto tribale su scala globale» (p. 303).

Per Huntington, la rinascita dell’Islam è uno dei grandi eventi del mondo delle civiltà. Egli paragona questa rinascita alla Riforma protestante del XVI secolo. Entrambe criticano la stagnazione e la corruzione delle istituzioni esistenti: ieri la Chiesa, oggi l’Occidente. Entrambe predicano «un ritorno a una versione più pura e più esigente della loro religione» ed esortano «al lavoro, all’ordine e alla disciplina» (p. 157). Questo rinnovamento musulmano è emerso in modo particolare negli anni Settanta con le immense entrate petrolifere nel mondo arabo. Questo boom economico «ha accresciuto la ricchezza e il potere di molte nazioni musulmane e le ha rese capaci di invertire i rapporti di dominio e subordinazione che esistevano con l’Occidente» (p. 166). Huntington afferma che nell’Islam le tribù e la Umma (la comunità dei credenti) hanno molta più importanza degli Stati-nazione. Questi ultimi sono spesso delegittimati « perché sono per lo più il prodotto arbitrario, se non addirittura capriccioso, dell’imperialismo occidentale, e i loro confini spesso non coincidono con quelli dei gruppi etnici » (p.256).

Nell’Islam non c’è mai stato uno Stato di riferimento. Nessun Paese musulmano può vantarsi di essere l’equivalente della Cina per il mondo confuciano o degli Stati Uniti per l’Occidente. Questa mancanza di uno Stato di riferimento rappresenta un grave problema per l’Islam nel panorama delle civiltà; essa impedisce qualsiasi forma di unità e coesione nel mondo musulmano.

Nella seconda metà del secolo scorso, il boom economico dell’Estremo Oriente ha sconvolto la politica mondiale. Ha inoltre messo in luce le profonde disparità culturali tra asiatici e occidentali. La mentalità confuciana, fondamento di gran parte delle società asiatiche, contrasta con la natura occidentale, in particolare quella americana. La prima valorizza l’autorità, la gerarchia, il consenso, il rifiuto del conflitto, la supremazia dello Stato sulla società e sull’individuo, la priorità al lungo termine. La seconda si fonda sulla libertà, l’uguaglianza, la democrazia, l’individualismo, la critica all’autorità, la competizione, i diritti individuali, il breve termine e i guadagni immediati. Secondo Huntington, la Cina sarà la grande rivale degli Stati Uniti per tutto il XXI secolo.

Egli sostiene che «i conflitti tra Stati Uniti e Cina sono fondamentalmente anche conflitti di potere. La Cina rifiuta di riconoscere la leadership o l’egemonia degli Stati Uniti nel mondo; gli Stati Uniti rifiutano di riconoscere la leadership o l’egemonia della Cina in Asia» (p. 338).

Con la sua storia, la sua cultura, le sue dimensioni, il suo ruolo, la sua economia e il suo ritrovato orgoglio, la Cina ha tutte le carte in regola per consolidare la propria posizione egemonica in Estremo Oriente e contendere il primato di superpotenza agli Stati Uniti.

Lo scontro delle civiltà

All’incrocio tra i diversi blocchi civili, alcuni paesi faticano ancora a dare una risposta alle proprie questioni identitarie e culturali. Si tratta spesso di grandi paesi, talvolta Stati di riferimento, divisi tra occidentalizzazione e indigenizzazione, e lacerati tra diverse civiltà. La Russia è divisa tra il mondo ortodosso e l’Europa, la Turchia tra l’Islam e l’Europa, il Messico tra il Sudamerica e l’Occidente, l’Australia tra l’Asia e l’Occidente. Il politologo parla anche dell’America Latina e dell’Africa. Se la prima sta diventando sempre più occidentale, la seconda lo è sempre meno. Queste due civiltà rimangono tuttavia molto dipendenti dall’Occidente. Per il momento, hanno solo un’influenza limitata nei nuovi rapporti di forza mondiali.

Secondo il politologo, l’invasione sovietica dell’Afghanistan e la guerra del Golfo sono stati eventi precursori dello scontro di civiltà. Queste guerre «incarnano una transizione verso un nuovo tipo di conflitti etnici e di scontri tra gruppi appartenenti a civiltà diverse» (p. 365). Le resistenze alle potenze straniere non si sono fondate su principi nazionalisti o socialisti, ma su principi islamici. Sono state condotte in nome della jihad. Occidentali e musulmani non hanno affatto avuto la stessa lettura di questi conflitti. Huntington sintetizza questa dicotomia affermando che « là dove l’Occidente vede una vittoria del mondo libero, i musulmani vedono una vittoria dell’Islam » (p.366). La scomparsa dell’URSS e la disgregazione della Jugoslavia sono anch’esse simboli del ritorno delle civiltà e dei loro conflitti etnici e religiosi. Non definendosi più comunisti o cittadini jugoslavi, gli individui «hanno sentito l’urgente bisogno di trovarsi una nuova identità. L’etnicità e la religione erano a portata di mano» (p. 393).

L’immigrazione è un tema fondamentale della nuova politica globale. Huntington avverte che «l’espansione numerica di un determinato gruppo genera pressioni politiche, economiche e sociali su altri gruppi e provoca reazioni a catena» (p. 388).

I movimenti di popolazione si ripeteranno, si intensificheranno e sconvolgeranno l’equilibrio delle civiltà. L’autore sostiene che «la nuova ondata migratoria deriva in gran parte dalla decolonizzazione e dall’instaurazione di nuovi Stati e regimi di polizia che hanno incoraggiato o costretto le persone a spostarsi. È tuttavia anche il risultato della modernizzazione e dello sviluppo tecnologico» (p. 290).

Gli occidentali sono stati accecati dal proprio potere. Questa disillusione non è fatale. Huntington li esorta a riaffermare la propria identità e la propria cultura. Li incoraggia a creare istituzioni complementari alla NATO per una migliore integrazione economica e politica, nella speranza di ritrovare il proprio potere. L’Occidente è una «civiltà giunta a maturità, [che] non possiede più il dinamismo economico o demografico che le consentirebbe di imporre la propria volontà ad altre società» (p. 468). Per il politologo, è urgente che i leader occidentali smettano di voler occidentalizzare il mondo e si sforzino di conservare e ravvivare i fondamenti essenziali e unici della civiltà occidentale.

La pace tra le civiltà

Con il declino dell’Occidente, la potenza economica della Cina e l’esplosione demografica dell’Islam e dell’Africa, Huntington teme che in futuro le guerre di civiltà si moltiplichino e diventino sempre più complesse. Per evitarle e fermarle, egli conta in particolare sull’azione degli Stati faro delle civiltà. Grazie al loro potere e alla loro legittimità, essi hanno la possibilità di placare le tensioni tra gruppi o Stati belligeranti legati alle loro aree di civiltà. Huntington presenta le tre condizioni che ritiene essenziali per ottenere la pace in un mondo multipolare e multicivilizzazionale: la regola dell’astensione, la mediazione concertata e la regola dei punti in comune. Prima di tutto, scoraggia qualsiasi ingerenza in un conflitto intercivile o intracivile. Al contrario, incoraggia una mediazione concertata sistematica tra i protagonisti di un conflitto. Infine, raccomanda l’individuazione dei punti in comune fondamentali tra tutte le civiltà: «i popoli di tutte le civiltà dovrebbero impegnarsi a diffondere i valori, le istituzioni e le pratiche che condividono con i popoli di altre civiltà. Questo sforzo contribuirebbe non solo ad attenuare lo scontro di civiltà, ma rafforzerebbe anche la Civiltà al singolare […] La Civiltà al singolare si riferisce a un insieme complesso: grande moralità, alto livello di istruzione, elevazione religiosa, filosofica, artistica, tecnologica; buon tenore di vita e senza dubbio molte altre cose ancora» (p. 484).

Da leggere anche: Di fronte alla Cina, Taiwan avrà difficoltà a mantenere la propria indipendenza

Lo scontro tra civiltà non è un auspicio di Samuel Huntington, anzi. Con precisione e lungimiranza, egli descrive la realtà di un mondo complesso e conflittuale. Lo scontro tra civiltà rappresenta una minaccia per la pace nel mondo. Il politologo americano si mostra tuttavia ottimista, concludendo che questo scontro può anche essere « all’interno di un ordine internazionale, ormai fondato sulle civiltà, la salvaguardia più sicura contro una guerra mondiale » (p.487).

Il luogo comune per eccellenza – Joseph Nye e il soft power

di John Mackenzie

  • Joseph Nye è uno dei teorici più citati e più fraintesi nel campo delle relazioni internazionali.
  • Il suo concetto di «soft power», coniato nel 1990, è diventato uno slogan universale brandito da governi autoritari, agenzie di comunicazione e diplomatici che ne tradiscono il significato ogni volta che lo utilizzano.
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Quello che dicono tutti

L’espressione è ovunque. Gli esperti di comunicazione la usano per indicare l’influenza culturale, gli addetti stampa per promuovere le tournée artistiche, i governi per giustificare i propri investimenti nei media internazionali. La Cina parla del suo soft power quando inaugura un Istituto Confucio. Il Qatar lo invoca per giustificare i miliardi investiti nello sport mondiale. La Russia lo veste di canali televisivi e festival cinematografici. In Francia, lo si evoca per difendere la francofonia o le esportazioni cinematografiche.

Il concetto fondamentale si riassume in poche parole: il soft power è il potere che deriva dalla cultura, dall’immagine e dall’influenza. Hollywood contro i carri armati. I jeans contro la propaganda. Un’alternativa pacifica e non violenta al hard power militare. Un’arma che anche gli Stati più modesti possono permettersi, purché investano abbastanza nella loro comunicazione internazionale. E soprattutto, uno strumento universale, a disposizione di tutti — democrazie e regimi autoritari.

Questa interpretazione è errata sotto quasi tutti i punti di vista. Confonde le risorse con i comportamenti, lo strumento con le sue istruzioni d’uso, la vetrina con il negozio. Peggio ancora, ribalta il concetto contro se stesso: Nye aveva costruito la sua teoria proprio per descrivere ciò che i regimi autoritari non possono fare.

Ciò che Nye ha effettivamente scritto

Una definizione rigorosa, sistematicamente ignorata

Nye ha elaborato il concetto in Bound to Lead (1990) e lo ha approfondito in Soft Power (2004) e poi in The Future of Power (2011). La sua definizione è precisa:

«Il soft power è la capacità di influenzare gli altri attraverso strumenti non coercitivi quali la definizione dell’agenda, la persuasione e l’attrazione positiva, al fine di ottenere i risultati desiderati.»1

La distinzione fondamentale è chiara: «L’hard power consiste nel spingere; il soft power consiste nel tirare.»2 Non si tratta quindi di una questione di immagine o di comunicazione. È una forma di potere che agisce sulle preferenze e sulle agende degli altri attori — non attraverso la forza o il denaro, ma attraverso l’attrazione e la persuasione.

Nye distingue tre «volti» del potere. Il primo è la coercizione diretta. Il secondo è la capacità di stabilire l’agenda, di definire di cosa si parla e di cosa non si parla. Il terzo — il più profondo — è la capacità di plasmare le preferenze iniziali degli altri, di fare in modo che vogliano spontaneamente ciò che vuoi tu. È a questo terzo livello che opera il soft power, ed è questo livello che la maggior parte dei commentatori ignora completamente.

Tre fonti, non una sola

Contro la riduzione culturalista, Nye è chiaro:

«Il soft power di un paese si basa su tre risorse fondamentali: la sua cultura (laddove risulta attraente per gli altri), i suoi valori politici (quando li rispetta sia in patria che all’estero) e la sua politica estera (quando gli altri la percepiscono come legittima e dotata di autorità morale).»3

La cultura rappresenta quindi solo un terzo dell’equazione — e comunque solo quando è attraente. I valori politici e la credibilità delle politiche estere contano altrettanto. Aggiunge immediatamente: « Le condizioni tra parentesi sono la chiave per determinare se le potenziali risorse di soft power si traducano in un comportamento di attrazione. »4 Uno Stato che esporta film popolari ma conduce guerre illegittime distrugge il proprio soft power.

La formula è concisa: «Nel soft power, ciò che pensa il destinatario è particolarmente importante, e i destinatari contano tanto quanto gli attori. L’attrazione e la persuasione sono costruzioni sociali. Il soft power è una danza che richiede dei partner.»5

Per quanto riguarda McDonald’s e Hollywood, Nye li cita proprio per illustrare ciò che il soft power non è: «Naturalmente, mangiare da McDonald’s o indossare una maglietta di Michael Jackson non è automaticamente un indicatore di soft power. Le milizie possono perpetrare atrocità o combattere gli americani pur indossando Nike e bevendo Coca-Cola.»6 Il possesso di una risorsa culturale non produce automaticamente attrazione. Dipende dal contesto e dalla capacità di convertire tale risorsa in un comportamento favorevole. Nye illustra il concetto con un esempio assurdo: « Avere un esercito di carri armati più numeroso può portare alla vittoria se la battaglia si svolge in un deserto, ma non in una palude. Allo stesso modo, un bel sorriso può essere una risorsa di soft power, ma se sorrido al funerale di tua madre, questo rischia di distruggere il mio soft power piuttosto che crearlo. »7

Un complemento al potere forte, non il suo contrario

L’errore più diffuso consiste nel contrapporre soft power e hard power come due strategie mutuamente esclusive. Nye non ha mai smesso di smentirlo. È proprio per correggere questo errore che nel 2004 ha coniato il concetto di smart power: « Ho coniato il termine smart power nel 2004 per contrastare la percezione errata secondo cui solo il soft power può produrre una politica estera efficace. Ho definito lo smart power come la capacità di combinare le risorse dell’hard e del soft power in strategie efficaci. »8

La dimostrazione passa attraverso un esempio illuminante. Quando Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa di George W. Bush, capì nel 2006 che la guerra al terrorismo si giocava anche nelle redazioni, concluse che gli Stati Uniti dovevano comunicare meglio. Nye commenta: «Purtroppo, Rumsfeld ha dimenticato la prima regola della pubblicità: se hai un prodotto scadente, nemmeno la migliore pubblicità riuscirà a venderlo.»9 Il soft power non è marketing. Non è una tecnica per vendere meglio una politica. È il prodotto stesso — la realtà di ciò che un paese è e fa.

Nel suo articolo del 2013 è ancora più diretto: «Nel secolo in cui viviamo, qualsiasi iniziativa di potere intrapresa da uno Stato dovrà combinare sia le risorse del hard power che quelle del soft power al fine di definire strategie di smart power. »10 Il potere negli affari internazionali assomiglia a «una partita a scacchi in 3D»11: la scacchiera militare, quella economica e quella transnazionale richiedono strumenti diversi e complementari. Non si può vincere su un unico scacchiere.

Nye formula la questione anche in termini narrativi: in un mondo dominato dall’informazione, «la politica può in definitiva ridursi a quella in cui prevale la storia»12. Le narrazioni diventano la moneta del soft power. Ma una narrazione credibile non può essere inventata di sana pianta: deve corrispondere a una realtà.

Il paradosso dei regimi autoritari

Questa è senza dubbio la lezione più importante di Nye — e la più ignorata da coloro che pretendono di metterla in pratica. Il soft power funziona solo se si basa su una credibilità reale. Ma questa credibilità non può essere creata dai governi: nasce dalla società civile. Nye lo afferma senza ambiguità: «Sebbene i governi controllino la politica, la cultura e i valori sono radicati nelle società civili. Il soft power può sembrare meno rischioso del potere economico o militare, ma è spesso difficile da utilizzare, facile da perdere e costoso da ristabilire.»13

E soprattutto: « Il soft power dipende dalla credibilità, e quando i governi vengono percepiti come manipolatori e l’informazione è vista come propaganda, la credibilità viene distrutta. »14 La formula è incisiva: « La migliore propaganda non è propaganda. »

La dimostrazione di forza da parte della Cina è al centro di The Future of Power. Pechino ha investito miliardi nelle Olimpiadi del 2008, nell’Expo di Shanghai, negli Istituti Confucio e nei media internazionali.

«Gli sforzi della Cina sono stati ostacolati dalla sua censura politica interna. Nonostante tutti gli sforzi compiuti per trasformare Xinhua e CCTV in concorrenti della CNN e della BBC, non esiste un pubblico internazionale per questa fragile propaganda.»15

Nye cita il regista Zhang Yimou, al quale è stato chiesto del motivo per cui nella sua filmografia manchino film contemporanei: i suoi film sulla Cina di oggi sarebbero stati censurati.

Il paradosso è strutturale, e non solo congiunturale. Anche se il modello autoritario può esercitare una certa attrazione in alcuni paesi che ammirano la crescita cinese, «il modello di crescita autoritario genera soft power nei paesi autoritari, ma non esercita alcuna attrazione nei paesi democratici. Ciò che attrae a Caracas può respingere a Parigi. »16 L’attrazione è sempre relativa al destinatario.

Nye trae la conclusione logica: «Un sistema autoritario fatica a generare soft power perché gran parte di esso proviene dalla società civile, non dai governi. Il soft power americano proviene da Hollywood, da Harvard, dalla Fondazione Bill e Melinda Gates e da molti, molti altri. »17 È l’esatto contrario di ciò che fanno Cina, Russia o Qatar, che investono massicciamente in strumenti governativi — media, istituti culturali, eventi sportivi — credendo che il denaro possa comprare l’attrattiva.

L’esempio della Norvegia è illuminante se considerato a posteriori: con 5 milioni di abitanti, ha sviluppato una strategia di smart power credibile basandosi su politiche di pace e di aiuto allo sviluppo percepite come legittime — non su spese di comunicazione. 18 Le dimensioni non contano. Ciò che conta è la coerenza tra i valori proclamati e le azioni.

Le parole dell’autore la dicono lunga

Il paradosso è sorprendente: il concetto coniato per descrivere il potere di attrazione delle democrazie liberali viene oggi ampiamente strumentalizzato da regimi che ne violano tutte le condizioni. Cina, Qatar e Russia spendono miliardi in «soft power» — e si stupiscono che non funzioni. Eppure Nye ha fornito loro la risposta già nel 2011: l’attrazione non si decreta. Si merita.

Ma c’è di più: ridurre il soft power alla comunicazione internazionale non solo significa tradire Nye, ma anche ripetere esattamente l’errore commesso da Rumsfeld e che Nye aveva aspramente criticato. Se la politica è sbagliata, nemmeno la migliore pubblicità riuscirà a venderla. Il soft power non è una patina. È la sostanza stessa.

In un mondo in cui le narrazioni circolano alla velocità di Internet e ogni contraddizione tra i valori proclamati e le azioni concrete è immediatamente evidente, il soft power è diventato più impegnativo che mai — e i regimi che credono di poterlo comprare, più vulnerabili che mai.


Note

1 Joseph S. Nye Jr., The Future of Power, PublicAffairs, 2011, p. 21. 

2 Ibid., p. 21. 

3 Ibid., p. 84. 

4 Ibid., p. 84. 

5 Ibid., p. 84. 

6 Ibid., p. 22. 

7 Ibid., p. 22. 

8 Ibid., p. 23. 

9 Ibid., p. 28. 

10 Joseph S. Nye, «L’equilibrio delle potenze nel XXI° secolo», Géoéconomie, n. 65, 2013/2, Éditions Choiseul, p. 20. 

11 Joseph S. Nye Jr., «The Future of Power», Bulletin of the American Academy of Arts and Sciences, vol. 64, n. 3, primavera 2011, p. 50. 

12 Il futuro del potere, op. cit., p. 113. 

13 Ibid., p. 83. 

14 Ibid., p. 83. ↩

15 Ibid., p. 107. ↩

16 Ibid., p. 98. 

17 Joseph S. Nye Jr., «The Future of Power», Bulletin of the American Academy of Arts and Sciences, op. cit., p. 49. 

18 Il futuro del potere, op. cit., p. 24. 

Il “phantom withdrawal” e la narrativa della frattura _ di Nell Bonilla

Il “phantom withdrawal” e la narrativa della frattura

Uno spettro si aggira (di nuovo) sull’Europa: non il ritiro annunciato di 5.000 soldati statunitensi dalla Germania, ma la storia che se ne racconta. I titoli parlano di “frattura transatlantica”, “Trump abbandona la NATO”, “l’ombrello americano si sta chiudendo”. Ma questo film l’abbiamo già visto. E capire perché l’ultima proiezione non sia mai realmente iniziata rivela qualcosa di interessante su come l’impero in declino proietti debolezza mentre stringe la morsa.

Il piano d’azione 2020

Nel luglio 2020, l’amministrazione Trump ha annunciato un piano per ridurre drasticamente la presenza militare statunitense in Germania da circa 36.000 a 24.000 unità, con un taglio di circa 11.900 effettivi. Di questi, quasi 5.600 sarebbero stati ridistribuiti in altre zone dell’Europa della NATO, mentre circa 6.400 sarebbero tornati negli Stati Uniti. Il pacchetto includeva trasferimenti di grande impatto: il Comando europeo degli Stati Uniti da Stoccarda a Mons, in Belgio; il Comando Africa degli Stati Uniti fuori dalla Germania; il 2° Reggimento di cavalleria di ritorno in patria… ecc.

All’epoca, la CNN riportò le parole di Markus Söder, governatore della Baviera, secondo cui tale mossa «minava la NATO e gli stessi Stati Uniti». La versione diffusa era che Trump stesse punendo la Germania, lacerando l’alleanza e offrendo alla Russia un vantaggio strategico.

Eppure, a maggio 2026, nessun soldato era stato trasferito in modo definitivo nell’ambito di quel piano del 2020. The plan was frozen by the incoming Biden administration in February 2021; Gen. Tod Wolters, then EUCOM commander, said every option was “on hold” and would be reexamined “from cradle to grave.” The Pentagon’s own leadership conceded the plan was “really a concept” requiring months of detailed work. Congress had already jammed it up with legislative restrictions. CNBC later summarized that the withdrawal had “never actually been implemented.” Unit locations today confirm it: the 2nd Cavalry Regiment is still at Rose Barracks in Vilseck; EUCOM remains at Patch Barracks in Stuttgart…etc. Public sources show zero permanent relocations attributable to the 2020 plan.Il piano è stato congelato dalla nuova amministrazione Biden nel febbraio 2021; il generale Tod Wolters, allora comandante dell’EUCOM, ha affermato che ogni opzione era «in sospeso» e sarebbe stata riesaminata «dall’inizio alla fine». La stessa leadership del Pentagono ha ammesso che il piano era “in realtà un concetto” che richiedeva mesi di lavoro dettagliato. Il Congresso lo aveva già bloccato con restrizioni legislative. La CNBC ha successivamente sintetizzato che il ritiro “non è mai stato effettivamente attuato”. Le attuali ubicazioni delle unità lo confermano: il 2° Reggimento di Cavalleria è ancora alla caserma Rose a Vilseck; l’EUCOM rimane alla caserma Patch a Stoccarda… ecc. Fonti pubbliche mostrano zero trasferimenti permanenti attribuibili al piano del 2020.

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L’aumento che ha sostituito il calo

Anziché ridursi, la presenza permanente delle truppe statunitensi in Germania è rimasta sostanzialmente stabile, per poi aumentare in termini di capacità qualitative. Reuters ha riferito che, a dicembre 2025, 36.436 militari in servizio attivo erano assegnati in modo permanente in Germania — un numero leggermente superiore alla soglia di 36.000 da cui avrebbe dovuto partire il taglio previsto per il 2020. L’amministrazione Biden ha aggiunto circa 500 soldati e 750 familiari nell’area di Wiesbaden, legati a un nuovo Comando di fuoco teatrale e a una task force multidominio, unità specializzate in fuoco a lungo raggio, difesa aerea, guerra elettronica e spazio. Dopo il 2022, la presenza statunitense in Europa si è ulteriormente espansa con forze a rotazione e una maggiore integrazione nella NATO, tra le altre iniziative. Il “ritiro punitivo” del 2020 è stato sostituito da una presenza tecnologicamente più avanzata.

Il ritiro del 2026: reale, selettivo e inserito in un più ampio processo di ricomposizione

Ora, nel maggio 2026, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania nell’arco di sei-dodici mesi. Secondo quanto riportato, si tratterebbe di un’unità delle dimensioni di una brigata, probabilmente il 2° Reggimento di Cavalleria, l’unica brigata di combattimento di stanza in modo permanente in Germania. Se ciò dovesse avvenire, si tratterebbe di un cambiamento sostanziale. Tuttavia, le indicazioni strutturali più approfondite suggeriscono una ricomposizione, non un ritiro.

Si consideri ciò che non viene toccato: Ramstein, il centro globale per il trasporto aereo e la guerra con i droni; il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare statunitense al di fuori degli Stati Uniti; l’EUCOM e l’AFRICOM; i quartier generali dell’Esercito in Europa e in Africa; e la vasta struttura di comando e logistica della NATO sul suolo tedesco. Ancora più eloquente è una recente mossa che è passata in gran parte inosservata nelle narrazioni allarmistiche: un colonnello dell’esercito statunitense è stato nominato vicecapo della Divisione Operazioni del Comando dell’Esercito tedesco. The German army’s own spokesperson framed this as designed “to further deepen German‑American cooperation and optimise joint operational capability within NATO.” Lt. Gen. Christian Freuding called it “an expression of our mutual, deep trust.” This is a position that is embedded in the part of the German Army where missions are planned and operational decisions prepared. It represents a deepening of U.S. influence over allied decision‑making. Il portavoce dell’esercito tedesco ha definito questa mossa come volta a «approfondire ulteriormente la cooperazione tedesco-americana e ottimizzare la capacità operativa congiunta all’interno della NATO». Il tenente generale Christian Freuding l’ha definita «un’espressione della nostra profonda fiducia reciproca». Si tratta di una posizione integrata nella parte dell’esercito tedesco in cui vengono pianificate le missioni e preparate le decisioni operative. Rappresenta un approfondimento dell’influenza statunitense sul processo decisionale alleato.

Anche se il numero di soldati sul campo è diminuito, l’integrazione dei comandi è di fatto più profonda. Gli Stati Uniti possono attuare una “ridistribuzione degli oneri” per un pubblico politico interno, rafforzando al contempo i meccanismi di interoperabilità dell’alleanza che mantengono le forze armate europee all’interno di un quadro guidato dagli Stati Uniti. L’Europa parla di autonomia strategica; la presenza dei colonnelli garantisce che qualsiasi forma di autonomia esercitata passi prima attraverso il governo statunitense.

La narrazione di Rift

È qui che il discorso si ricollega alla tesi che sto sviluppando sullo “Stato-bunker” e sulla guerra cognitiva. La narrativa di una frattura transatlantica – l’idea che gli Stati Uniti stiano abbandonando la Germania e la NATO, che l’alleanza si stia sgretolando, che il potere americano sia in caotica ritirata – non è nuova. Era molto diffusa nel 2020. E ora viene nuovamente messa in evidenza. E in entrambi i casi, svolge una funzione strategica indipendente dai fatti operativi.

Dal punto di vista della struttura dominante, una narrazione incentrata sulla debolezza e sulla disunione può anche rivelarsi una risorsa. Mentre gli avversari o gli alleati scettici si concentrano sullo spettacolo della frattura – i tweet rabbiosi del presidente, gli annunci di riduzione delle truppe, gli editoriali sulla fine dell’alleanza – l’effettiva architettura del controllo viene riorganizzata.

Lo Stato-bunker necessita di accesso ai comandi, interoperabilità, dipendenza tecnologica e la capacità di dispiegare una forza schiacciante quando necessario. Il colonnello della divisione operativa tedesca vale più di una brigata di fanteria statica, poiché garantisce agli Stati Uniti un’influenza diretta sulle decisioni nell’ambito della pianificazione militare alleata.

Inoltre, questa riorganizzazione potrebbe non essere destinata solo al pubblico statunitense, ma anche agli stessi europei, affinché accettino la rimilitarizzazione.

La ricomposizione non è una ritirata

Per essere chiari: il ritiro di 5.000 soldati non è “falso” nel senso che sia stato inventato di sana pianta. Se il 2° Reggimento di Cavalleria lascerà Vilseck, si tratterà di una reale riduzione della presenza militare terrestre statunitense in Germania. Ma non è il primo atto di abbandono. Si tratta piuttosto di un adeguamento strategico verso un modello di controllo più snello, più integrato e più modulabile.

Si passa da guarnigioni permanenti a forze a rotazione, da concentrazioni di fanteria a potenza di fuoco e integrazione multidominio, da comandi statunitensi autonomi a stati maggiori delle strutture alleate.

Ecco come si adatta lo Stato-bunker: liberandosi delle parti costose, visibili e politicamente vulnerabili della vecchia impostazione imperiale, pur mantenendo — e persino rafforzando — le strutture di comando, di intelligence e le infrastrutture tecno-militari che contano davvero. (Sì, in parte perché la mancanza di una base industriale e la finanziarizzazione li costringono a farlo.)

In altre parole, i titoli dei giornali e i tweet potrebbero far pensare che l’edificio stia crollando, ma gli organigrammi indicano che il nucleo si sta consolidando.

Da non perdere

La prossima volta che leggerete un articolo sulla frattura transatlantica, sul ritiro degli Stati Uniti dalla Germania o sullo sgretolarsi della NATO, chiedetevi: qual è la mossa corrispondente nell’architettura di comando? Where is the US colonel being placed? Which operational planning cell is being “deepened”? What fires capability is being upgraded while the infantry brigade packs its bags? Dove viene assegnato il colonnello statunitense? Quale cellula di pianificazione operativa viene “rafforzata”? Quale capacità antincendio viene potenziata mentre la brigata di fanteria fa i bagagli?

La trappola consiste nel farti credere che il teatro politico dell’impero sia la sua realtà strategica. Tuttavia, possiamo leggere i manifesti, analizzare i dati sulle basi militari disponibili al pubblico, seguire gli spostamenti del personale e vedere la riorganizzazione per quello che è.

Breve riflessione su impero, sopravvivenza e multipolarità

C’è un punto cieco nel modo in cui lo spazio dissidente e multipolare affronta il tema della fine dell’egemonia statunitense.

Al momento, è diffusa la convinzione che il passaggio a un «mondo multipolare» rappresenti la sconfitta definitiva e fatale della classe dirigente occidentale. La narrativa è che l’impero guidato dagli Stati Uniti stia crollando sotto il proprio peso, che la multipolarità sia inevitabile e che non ci resti altro da fare che aspettare che la polvere si depositi. (Forse, tuttavia, è solo la fine dell’unipolarità egemonica statunitense che viene celebrata da altri, e in tal caso si tratta di un processo reale. La multipolarità è già qui.)

Ma se una determinata forma di multipolarità non rappresentasse affatto una minaccia per l’impero transatlantico? O, per meglio dire, se una forma di multipolarità fosse meno minacciosa di un’altra per le classi dirigenti guidate dagli Stati Uniti?

È assolutamente necessario distinguere tra due diverse visioni del futuro.

Il primo è la multipolarità antimperialista. This is a world built on genuine equality among nations, the dismantling of coercive financial hierarchies, and a total rejection of the “might makes right” logic. This version is a lethal threat to the transatlantic ruling class because it abolishes the extractive class structure they rely on. Si tratta di un mondo fondato su un’autentica uguaglianza tra le nazioni, sullo smantellamento delle gerarchie finanziarie coercitive e sul rifiuto totale della logica secondo cui “la forza fa diritto”. Questa visione rappresenta una minaccia letale per la classe dirigente transatlantica, poiché abolisce la struttura di classe estrattiva su cui essa fa affidamento.

Il secondo è la «multipolarità competitiva d’élite». This is essentially the 19th-century Concert of Europe updated for the AI age. Power is distributed among several great powers, each brutally managing its own sphere of influence, (while the transatlantic ruling strata will attempt to get the biggest share of the pie regardless, constantly, and violently) its own proxy conflicts, and its own hierarchical supply chains. Si tratta essenzialmente del «Concerto europeo» del XIX secolo, rivisitato nell’era dell’intelligenza artificiale. Il potere è distribuito tra diverse grandi potenze, ciascuna delle quali gestisce in modo spietato la propria sfera d’influenza (mentre le élite transatlantiche cercheranno comunque, costantemente e con violenza, di accaparrarsi la fetta più grande della torta), i propri conflitti per procura e le proprie catene di approvvigionamento gerarchiche.

La classe dirigente occidentale potrebbe sopravvivere al secondo scenario. Non sarebbe l’unica potenza egemone, ma potrebbe potenzialmente rimanere il blocco più ricco e istituzionalmente più radicato sulla scena mondiale, continuando a detenere il controllo della finanza globale, della sorveglianza e della tecnologia militare. Un mondo di potenze in competizione tra loro rimane pur sempre un mondo imperiale.

Una volta compreso che il sistema guidato dagli Stati Uniti è in grado di sopravvivere a una multipolarità caratterizzata dalla competizione tra élite, l’attuale panorama mediatico e politico acquista improvvisamente tutto il suo senso.

Guardate chi, secondo l’algoritmo, ha attualmente il diritto di essere la voce più forte tra quelle “anti-establishment” o “anti-imperialiste”. I veri anti-imperialisti – quelli che riescono davvero a collegare i puntini tra avventurismo militare, colonialismo di insediamento e i meccanismi della finanza occidentale – vengono sistematicamente messi a tacere.

L’algoritmo, invece, amplifica notevolmente un’opposizione nazionalista di destra. Queste figure si oppongono agli attuali gestori of the empire, but they do not oppose the dell’impero, ma non contestano i meccanismi of empire itself. They have no problem with coercion, military dominance, or civilizational hierarchy—they just want it run more ruthlessly, stripped of its liberal, therapeutic PR. dell’impero stesso. Non hanno alcun problema con la coercizione, il dominio militare o la gerarchia civilizzatrice: vogliono semplicemente che tutto sia gestito in modo più spietato, spogliato della sua immagine pubblica liberale e terapeutica.

Si tratta di un’operazione di “cattura cognitiva” di grande successo. Elevando algoritmicamente i nazionalisti-imperialisti a “vera resistenza”, il sistema incanala l’energia molto concreta del dissenso pubblico in una forma che l’impero può facilmente assorbire. Normalizza l’idea che l’alternativa all’egemonia statunitense sia un diverso gruppo di potenze che si spartiscono il mondo.

Non si tratta né di una grande cospirazione né di un piano generale eseguito alla perfezione. La struttura transatlantica opera in modo probabilistico: modella la distribuzione dei possibili esiti senza determinarne uno specifico.

La celebrazione dell’apparente caduta dell’impero costituisce il mezzo preferito da quest’ultimo per mantenere la propria legittimità durante la fase di ristrutturazione e nel tentativo di sopravvivere.

L’impero si sta liberando di ciò che non può più permettersi – la finzione dei valori liberali universali e il mantenimento di una comoda classe media interna – e si sta ritirando in un “Stato-bunker” fortificato, incentrato su tecnologia, difesa e finanza. Si sta preparando ad agire in un contesto violento e multipolare. E trae immenso vantaggio da una classe dissidente che scambia un adattamento strutturale per un collasso terminale (sì, gli Stati Uniti come paese potrebbero crollare e sono sicuramente in declino, così come l’Europa). La classe dirigente trae vantaggio dal discorso; il discorso è in gran parte prodotto da persone che credono sinceramente di opporsi alla classe dirigente; entrambe le cose possono essere vere contemporaneamente.

L’obiettivo dell’analisi politica è quello di aumentare marginalmente il costo della traiettoria preferita dagli strati dominanti transatlantici. Dobbiamo rendere le distinzioni concettuali — ovvero che la multipolarità non è necessariamente anti-imperialismo, che il declino di un paese non equivale alla sostituzione della classe dominante e che «post-liberale» non significa «post-imperiale» — così chiare che il pubblico non possa più godersi ciecamente lo spettacolo senza rendersi conto esattamente di ciò che sta consumando.

Il nostro compito dovrebbe essere quello di rifiutare l’accettazione passiva dell’idea di un «collasso inevitabile» e di costruire le infrastrutture invisibili e complesse di un mondo che funzioni realmente al di là della logica dell’impero, in modo più cooperativo, coeso e orientato al bene comune.

Una grande strategia di consolidamento_di Wess Mitchell

Una grande strategia di consolidamento

Come Trump può rilanciare la potenza americana

A. Wess Mitchell

Pubblicato il 21 aprile 2026

Christian Gralingen

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La nuova strategia di difesa del Paese prevedeva un radicale cambiamento. Dava priorità al territorio nazionale e riposizionava le forze che avevano pattugliato frontiere lontane per quasi un secolo. Affidava agli alleati il compito di garantire la sicurezza dei perimetri difensivi più remoti, molti dei quali sembravano impreparati ad assumersi tale onere. Gli esperti dell’establishment erano sgomenti. I falchi avvertivano che la nuova strategia avrebbe incoraggiato gli avversari e sostenevano il vecchio approccio, che prevedeva di essere forti ovunque contemporaneamente.

Era il 1904 e il Paese era il Regno Unito. Si trovava di fronte a un dilemma sostanzialmente simile a quello che oggi deve affrontare gli Stati Uniti. Il suo impero era la potenza più forte del mondo. La sua marina militare contava più navi da guerra rispetto alle due marine successive più grandi messe insieme. Ma la sua situazione strategica stava peggiorando. Il primato economico della Gran Bretagna stava cominciando a vacillare, poiché potenze emergenti la superavano nella produzione industriale. La Germania imperiale stava costruendo una flotta d’alto mare. Francia e Russia stavano lanciando nuove sfide al potere britannico in Africa e in Asia. Gli Stati Uniti e il Giappone, nuovi rivali, perseguivano il dominio sulle loro regioni. I leader britannici avevano una scelta: potevano continuare a cercare di superare in potenza tutti questi concorrenti o provare qualcosa di nuovo.

L’ammiraglio in capo del Paese, John “Jacky” Fisher, optò per la seconda opzione. Egli delineò una strategia volta a rafforzare la posizione britannica che poteva essere definita come consolidamento. Il consolidamento consiste nel concentrarsi sui propri interessi primari, potenziando al contempo le risorse nazionali per accrescere il potere a propria disposizione nel tempo. Non si trattava di ridimensionamento né di rassegnazione al declino nazionale. Fisher decise che, invece di cercare di mantenere tutte le remote stazioni navali dell’Impero britannico, avrebbe dato priorità alle acque adiacenti alle Isole Britanniche per scoraggiare la Germania, la principale minaccia del Regno Unito. Per colmare le lacune che ciò creava altrove, puntò a fare affidamento su alleati regionali, come il Giappone e la Francia, che i diplomatici britannici stavano corteggiando. In questo modo, sperava di guadagnare tempo affinché il Regno Unito potesse mobilitare le sue potenti industrie e rimanere un passo avanti rispetto ai rivali nelle tecnologie di punta.

La strategia era controversa. Tuttavia, permise al Regno Unito di realizzare ciò che il teorico militare prussiano Carl von Clausewitz definì la «legge suprema e più semplice della strategia»: la concentrazione. Concentrando le limitate risorse militari sul teatro principale, il Regno Unito alleviò la pressione su più fronti che gravava sul proprio impero e si pose in una posizione più solida in vista del prossimo scontro con la Germania imperiale.

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Gli Stati Uniti si trovano oggi in una situazione analoga. Per trentacinque anni hanno mantenuto la pace e conservato la propria influenza in tutte le principali regioni del mondo senza dover compiere difficili compromessi. Hanno continuato a ritenere di poterlo fare anche quando la loro forza economica relativa è diminuita e il potenziamento militare dei rivali ha eroso la loro superiorità. Di conseguenza, gli Stati Uniti si trovano ora ad affrontare un grave squilibrio tra il proprio potere nazionale e gli obiettivi strategici a cui si sono abituati.

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Come fece il Regno Unito ai tempi di Fisher, gli Stati Uniti devono adottare una strategia di consolidamento. La seconda amministrazione Trump ha compiuto passi significativi in questa direzione, avviando ambiziose riforme interne volte ad ampliare il potere nazionale nei confronti della Cina. La guerra che ha dichiarato all’Iran a febbraio potrebbe favorire il consolidamento se il suo raggio d’azione restasse circoscritto, ma potrebbe minare la strategia se dovesse protrarsi nel tempo. In futuro, Washington dovrà impegnarsi pienamente nel progetto di consolidamento; le future amministrazioni dovranno mantenere la rotta per garantire che la strategia dia i suoi frutti. Ciò significa non farsi trascinare in grandi guerre né ricadere nelle vecchie abitudini politiche che rafforzano la difficile situazione strategica degli Stati Uniti. Se si concentreranno sul consolidamento, gli Stati Uniti avranno una chance storica di ritrovare la loro posizione di grande potenza e prevalere in una competizione duratura con la Cina, l’avversario più potente nella storia degli Stati Uniti.

SPARSI TROPPO

Il potere americano è sovraccarico. Gli impegni del Paese superano le risorse finanziarie e militari a sua disposizione. Questo sovraccarico — chiaramente visibile ai suoi cittadini, ai suoi alleati e ai suoi avversari — è il risultato dei cambiamenti nell’equilibrio di potere internazionale, ma anche delle scelte politiche compiute dagli Stati Uniti in passato. Il crollo dell’Unione Sovietica ha lasciato gli Stati Uniti senza alcun concorrente alla pari. Washington ha reagito tagliando la spesa per la difesa e ampliando al contempo le proprie operazioni militari in tutto il mondo. Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, ha avviato dispiegamenti su larga scala e prolungati in Afghanistan e Iraq, oltre a operazioni militari in più di una dozzina di altri paesi.

I costi finanziari e umani di queste guerre sono ben documentati. Meno noto al grande pubblico è il fatto che gli Stati Uniti abbiano intrapreso trent’anni di guerre di spedizione ininterrotte, lasciando che le fondamenta strutturali del proprio potere militare – la base industriale della difesa, la capacità cantieristica e la potenza nucleare – andassero in declino. Le guerre periferiche non hanno aumentato in modo sostanziale l’accesso degli Stati Uniti alle risorse né, come speravano i loro ideatori, hanno ampliato il numero delle democrazie alleate degli Stati Uniti. Al contrario, hanno esaurito la forza degli Stati Uniti in innumerevoli modi, tra cui il rinvio della modernizzazione militare, la riduzione dell’arsenale del Pentagono e l’aumento del debito pubblico a lungo termine a livelli così elevati da ostacolare la capacità di Washington di investire nel futuro del Paese.

L’eccessiva espansione economica è un’altra ferita autoinflitta. Le operazioni militari statunitensi dal 2001 hanno aggiunto 8.000 miliardi di dollari al debito pubblico. Nello stesso periodo, la spesa per le prestazioni sociali è aumentata di oltre 2.000 miliardi di dollari fino a rappresentare, nel 2024, il 51% del bilancio federale. Una serie di salvataggi governativi, comprese le misure di stimolo in risposta alla crisi finanziaria globale del 2008-2009 e alla pandemia di COVID-19, ha aggiunto altri 7.000 miliardi di dollari al debito, una somma paragonabile all’importo totale speso dagli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale. Già oggi gli Stati Uniti spendono di più per il servizio del debito pregresso che per finanziare la propria difesa.

Le forze armate statunitensi non sono più in grado di affrontare più di un rivale di rilievo alla volta.

Un’ultima ferita autoinflitta è di natura sociale. La vertiginosa espansione fiscale del Paese ha coinciso con una deindustrializzazione che ha sostenuto i mercati azionari ma ha devastato le comunità della classe operaia che, per generazioni, avevano fatto affidamento su posti di lavoro ben retribuiti nel settore manifatturiero. Tra il 2000 e il 2015, hanno chiuso più di 60.000 fabbriche negli Stati Uniti e si è perso un terzo dei posti di lavoro nel settore manifatturiero del Paese. Nelle comunità della Rust Belt, i salari sono diminuiti, la disoccupazione è aumentata e, per gli uomini di mezza età, l’aspettativa di vita è diminuita. I decessi per overdose e i suicidi sono aumentati a livello nazionale.

Anche fattori esterni hanno contribuito a disperdere eccessivamente le forze degli Stati Uniti. Mentre il Paese si indeboliva, il numero dei suoi concorrenti andava aumentando. Trent’anni fa, gli Stati Uniti non avevano avversari alla pari. Oggi devono affrontare un avversario alla pari, la Cina, e una Russia sempre più audace, oltre alle minacce provenienti dall’Iran, dalla Corea del Nord e da una schiera di attori non statali. Il potere della Cina è aumentato in modo spettacolare. Nel 1991, il suo PIL era pari a 2.000 miliardi di dollari (al valore attuale). Nel 2024, era pari a 37.000 miliardi di dollari, con un aumento del 1.500 per cento. La Cina ha utilizzato la sua crescente ricchezza per mettere in atto un potenziamento militare senza precedenti. Tra il 1991 e il 2023, ha aumentato la spesa per la difesa da 23 miliardi di dollari (in dollari odierni) a oltre 300 miliardi, con un incremento del 1.300%. Solo nel 2024, un singolo cantiere navale cinese ha prodotto più navi di quante gli Stati Uniti ne abbiano costruite dal 1945.

Le tre più recenti Strategie di Difesa Nazionale degli Stati Uniti hanno chiarito che le forze armate statunitensi non sono più organizzate né equipaggiate per combattere più di un rivale di rilievo alla volta. Come il Regno Unito all’inizio del XX secolo, gli Stati Uniti si trovano ad affrontare il pericolo di una guerra su più fronti che andrebbe oltre la loro capacità immediata di gestirla: ciò che il Pentagono definisce il problema della «simultaneità».

In sintesi, gli Stati Uniti devono affrontare un numero maggiore di nemici e vincoli interni più gravosi rispetto a quelli che hanno dovuto affrontare sia durante la Guerra Fredda sia nel periodo successivo alla Guerra Fredda. Dispongono di forze armate che, fino a poco tempo fa, erano configurate principalmente per operazioni di guerra expeditionary in zone periferiche piuttosto che per un conflitto con un avversario di pari livello, e di un debito pubblico che impedisce loro di contrarre prestiti nei livelli necessari per una guerra su vasta scala. Il divario tra i mezzi a disposizione di Washington e gli obiettivi per i quali potrebbe presto doverli impiegare non fa che aumentare.

RICARICA DELLE BATTERIE

L’obiettivo del consolidamento è quello di ridurre il divario tra i mezzi e i fini di uno Stato, aumentando sistematicamente i primi e limitando o ridefinendo i secondi. Si basa sull’idea che una grande potenza possa ricostituire la propria forza affrontando decisioni difficili, con l’intento di migliorare la propria posizione di potere rispetto a quella che avrebbe altrimenti avuto. In pratica, ciò significa accettare in modo proattivo i compromessi strategici come un male necessario nel breve termine, rinnovando al contempo con vigore i fattori strutturali sottostanti – tecnologia, alleanze, produzione industriale – per alleviare o addirittura superare tali compromessi nel lungo periodo.

Il consolidamento non è la stessa cosa del ridimensionamento. Entrambi sono risposte a una situazione di sovraccarico. Tuttavia, differiscono per quanto riguarda il problema fondamentale che intendono affrontare e l’obiettivo finale che cercano di raggiungere. Il ridimensionamento si verifica quando una grande potenza ritiene che il proprio nucleo sia talmente indebolito che nessun cambiamento, per quanto creativo, le consentirà di mantenere la sua posizione precedente. L’obiettivo della grande potenza è rinunciare a ciò che possiede per alleggerire il proprio fardello. Al contrario, il consolidamento parte dal presupposto che il nucleo di forza di una grande potenza rimanga vitale, ma sia stato gestito in modo errato, compromettendone il potenziale. In questo caso, l’obiettivo della grande potenza è preservare e ricostituire ciò che possiede, ridistribuendo i propri impegni esterni e mobilitando la propria base di risorse.

Molte delle conquiste territoriali di maggior successo della storia furono compiute da grandi potenze al culmine del loro splendore, che necessitavano di un periodo di recupero mirato per ritrovare nuove energie. Un esempio classico è l’Impero Romano durante il regno di Adriano. Immediatamente prima che diventasse imperatore nel 117 d.C., Roma aveva intrapreso guerre che avevano esteso il suo potere più in profondità nell’Europa orientale, nel Caucaso e nel Medio Oriente. Sebbene queste campagne avessero avuto successo dal punto di vista militare, avevano sovraccaricato l’esercito romano e prosciugato le casse dell’impero. Adriano consolidò il potere rinunciando alle conquiste del suo predecessore Traiano e fortificando un perimetro difendibile lungo i confini naturali dell’Impero Romano: i fiumi Reno, Danubio ed Eufrate. Negoziò la pace con il principale avversario di Roma (l’Impero Partico nell’odierno Iran), delegò maggiormente agli alleati e intensificò le riforme economiche e amministrative interne. Il risultato fu una nuova età dell’oro.

Gli Stati Uniti spendono di più per il servizio del debito pregresso che per finanziare la propria difesa.

Più vicino ai giorni nostri, il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon avviò una fase di consolidamento tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70, quando gli Stati Uniti erano stanchi della guerra ma non in vero e proprio declino. L’obiettivo di Nixon era quello di riportare l’attenzione di Washington sulla sua principale sfida con l’Unione Sovietica. Come Adriano e Fisher, perseguì la distensione con i rivali e trasferì gli oneri della sicurezza agli alleati, ad esempio adottando la Dottrina di Guam, che attribuiva ai partner asiatici la responsabilità della propria difesa convenzionale. Accompagnò queste mosse con un ambizioso programma di riforme economiche, rinegoziando le relazioni commerciali con gli alleati, espandendo la produzione energetica interna e investendo nelle infrastrutture statunitensi e nell’innovazione tecnologica. Ciò alleviò le pressioni fiscali, aumentò le esportazioni e permise agli Stati Uniti di riorientare le proprie spese militari.

Non tutti i tentativi di consolidamento hanno successo. Nel XV secolo, la dinastia Ming tentò di consolidare il potere cinese dopo un periodo di espansione. Rafforzò la Grande Muraglia e migliorò l’agricoltura e le infrastrutture, ma non riuscì a riformare adeguatamente le istituzioni di governo né a rafforzare le difese contro i mongoli e i manciù, finendo per soccombere alle pressioni esterne e crollare. Tra la prima e la seconda guerra mondiale, l’Impero britannico tentò quello che sulla carta sembrava un tentativo ispirato di consolidamento che includeva preferenze commerciali imperiali (abbassando le tariffe all’interno dell’impero e aumentandole per tutti gli altri) e devoluzione politica. A quel punto, tuttavia, gli oneri sull’impero erano del tutto sproporzionati rispetto alla sua esigua base di risorse; il Regno Unito non riuscì a scongiurare una guerra su più fronti e alla fine scivolò fuori dalla classifica delle grandi potenze. Alla fine degli anni ’80, l’Unione Sovietica ha cercato di consolidarsi riducendo le perdite in Afghanistan, utilizzando il controllo degli armamenti per ridurre gli oneri della difesa, ristrutturando l’economia e aprendo politicamente. Ma il suo governo era in definitiva troppo rigido ideologicamente per attuare le riforme necessarie a salvarsi.

Affinché il consolidamento abbia successo, devono sussistere alcune condizioni fondamentali. In primo luogo, uno Stato deve disporre di un potere di base sufficiente: l’intero presupposto del consolidamento è che le riserve di forza sottoutilizzate possano essere sfruttate grazie a una gestione più oculata. Quando nessuna mobilitazione, per quanto massiccia, può eguagliare la portata delle minacce esterne, il ridimensionamento diventa inevitabile. In secondo luogo, uno Stato deve possedere la volontà e la determinazione necessarie per attuare una strategia di consolidamento. Ciò richiede leader forti in grado di imporre politiche impopolari (e gestire le distrazioni causate dalle inevitabili crisi) e un sistema politico in grado di sostenere piani a lungo termine. Infine, il consolidamento richiede tempo. Si tratta di un periodo di tregua intenzionale dalle costose avventure di politica estera e, soprattutto, dalla prova estremamente gravosa della guerra tra grandi potenze. Sia gli alleati che i nemici hanno voce in capitolo nel successo della strategia: gli alleati, perché devono acconsentire a un accordo rivisto che richiede loro un maggiore impegno, e i nemici, perché lo Stato in fase di consolidamento ha bisogno di un periodo di relativa stabilità per riabilitare la propria posizione.

UN NUOVO INIZIO

La seconda amministrazione Trump ha perseguito elementi chiave di consolidamento, come dimostrano sia i suoi documenti strategici sia la maggior parte, sebbene non tutte, delle sue principali politiche. La Strategia di Sicurezza Nazionale del 2025 ha identificato esplicitamente il crescente divario tra i mezzi e i fini degli Stati Uniti – il punto di partenza di qualsiasi strategia di consolidamento – come il problema organizzativo della politica statunitense. La NSS ha proposto un programma di rivitalizzazione nazionale che riequilibri gli impegni esterni del Paese e realizzi investimenti interni generazionali nelle capacità fondamentali per aumentare nel tempo il potere degli Stati Uniti rispetto al suo principale rivale, la Cina.

Allo stesso modo, la Strategia di Difesa Nazionale del 2026 segna una svolta storica e presenta una sorprendente somiglianza con l’approccio di Fisher del 1904. Come Fisher, il sottosegretario alla Difesa per le politiche Elbridge Colby, principale artefice della NDS, ebbe la lungimiranza di rendersi conto che il suo Paese era sostanzialmente impreparato ad affrontare una nuova minaccia principale e il coraggio di elaborare una strategia originale che andava contro la corrente politica dominante. La NDS richiede una maggiore attenzione all’emisfero occidentale e alla Cina, una riduzione controllata dell’impegno statunitense in Europa e in Medio Oriente e un programma ambizioso per la mobilitazione delle risorse militari-industriali degli Stati Uniti.

Sia la NSS che la NDS si basano su una logica di compromessi. Spostando l’attenzione dalle priorità politiche di lunga data in Europa e in Medio Oriente, accettano di assumersi rischi maggiori in quelle aree. Esercitando pressioni sugli alleati affinché garantiscano una maggiore reciprocità in materia di sicurezza e commercio, accettano il rischio di tensioni in tali relazioni. Sostenendo una certa forma di convivenza strategica con i principali avversari, Cina e Russia, vanno contro la convinzione tradizionale secondo cui entrambe le potenze debbano essere contenute contemporaneamente.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Fort Bragg, Carolina del Nord, febbraio 2026Jonathan Drake / Reuters

Ancor prima di pubblicare questi documenti strategici, l’amministrazione Trump aveva iniziato a ridurre l’onere quotidiano che grava sulla potenza statunitense e a rafforzare i punti di forza fondamentali del Paese. Ha cercato di ridurre gli impegni preesistenti in teatri operativi non prioritari, riducendo la presenza militare statunitense in Siria e tagliando gli aiuti militari all’Ucraina. Ha ridotto la spesa per gli aiuti esteri e le istituzioni internazionali e ha aumentato le risorse per la sicurezza dei confini statunitensi, la lotta al traffico di droga e l’assistenza ai regimi amici in America Latina e Sudamerica per arginare la diffusione dell’influenza cinese e russa in quelle regioni. I suoi sforzi per mettere il Venezuela al guinzaglio e perseguire gli interessi statunitensi in Groenlandia hanno seguito entrambi una logica consolidazionista, così come i suoi tentativi di riconfigurare le relazioni con gli alleati degli Stati Uniti. Ha esercitato con successo pressioni sugli alleati europei affinché avallassero un obiettivo di spesa per la difesa del cinque per cento nella NATO; all’inizio del 2026 ha delineato una revisione strategica dell’alleanza che avrebbe spostato l’onere della difesa convenzionale sui paesi europei. Parallelamente, ha utilizzato i dazi per negoziare nuovi accordi commerciali con gli alleati e sollecitare impegni di investimento interno che daranno impulso alla reindustrializzazione degli Stati Uniti; tali impegni ammontano finora a 5.000 miliardi di dollari. I dazi hanno fruttato circa 200 miliardi di dollari e, se rimarranno in vigore, potrebbero aggiungere circa 5.200 miliardi di dollari alle entrate degli Stati Uniti nel prossimo decennio.

Come Nixon, Donald Trump ha cercato una distensione con i principali rivali. Con la Russia, la sua amministrazione ha perseguito una diplomazia volta a porre fine alla guerra in Ucraina e mosse concomitanti (tra cui la diplomazia sul prezzo del petrolio e la chiusura delle scappatoie nelle sanzioni energetiche) per spingere la Russia verso una via d’uscita. Con la Cina, ha utilizzato una combinazione di pressioni e diplomazia costante per tentare di riequilibrare le relazioni commerciali a favore degli Stati Uniti senza innescare un improvviso deterioramento che potrebbe portare a gravi shock economici o a uno scontro militare. Sebbene i termini di una nuova architettura commerciale con la Cina siano ancora in fase di negoziazione, il processo per raggiungerla è coerente con la logica consolidazionista di cercare la coesistenza con un principale rivale per guadagnare tempo e mettere a posto i tasselli (tra cui l’espansione della produzione di semiconduttori, il rimpatrio delle catene di approvvigionamento e l’aumento della capacità di produzione di minerali critici) per una posizione futura più forte.

A livello nazionale, l’amministrazione ha perseguito un processo di rinnovamento incoraggiando il reinvestimento nel settore manifatturiero interno. Oltre a cercare di ottenere tariffe doganali più basse sulle esportazioni statunitensi, ha ampliato i crediti d’imposta per i settori strategici, ha semplificato le onerose procedure di autorizzazione ambientale per i progetti industriali e ha finanziato poli di investimento nell’alta tecnologia. Ha avviato riforme degli appalti militari che danno priorità ai contratti con startup commerciali innovative e ha introdotto contratti a più lungo termine per garantire una produzione sostenuta dei sistemi d’arma più necessari. Ha chiesto un aumento del 50% del bilancio della difesa e ha utilizzato decreti presidenziali per sollecitare maggiori investimenti nella capacità di produzione militare.

Tra il 2000 e il 2015, è andato perso un terzo dei posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense.

L’amministrazione ha inoltre cercato di accelerare l’innovazione nei settori tecnologici che determineranno l’esito della competizione tra Stati Uniti e Cina. La sua strategia in materia di intelligenza artificiale ha alleggerito i vincoli normativi che ostacolano le innovazioni, ha accelerato il rilascio delle autorizzazioni per i centri dati dedicati all’IA, ha reso disponibili terreni federali per strutture di calcolo su larga scala, ha mobilitato ingenti investimenti privati in strutture per l’IA e ha avviato il processo di espansione della rete elettrica per garantire fonti energetiche abbondanti a centri dati grandi quanto diversi isolati.

Alla base di tutte queste iniziative c’è uno sforzo coordinato volto a sfruttare appieno le risorse naturali degli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha allentato le restrizioni normative sulla produzione e l’esportazione di combustibili fossili, ha aperto i terreni federali e le aree offshore all’esplorazione e ha aumentato i finanziamenti destinati all’arricchimento dell’uranio. Nel 2025, la produzione statunitense di petrolio greggio ha raggiunto livelli record e quella di gas naturale liquefatto ha superato la produzione complessiva dei tre principali produttori successivi.

Resta da vedere in che modo la guerra contro l’Iran influenzerà questa strategia. Se gli Stati Uniti riusciranno a raggiungere rapidamente i loro principali obiettivi militari – ovvero distruggere le capacità nucleari dell’Iran e indebolirne l’arsenale di missili balistici e la base industriale – alleggeriranno il peso della «simultaneità», neutralizzando di fatto il più debole dei tre principali avversari del Paese. Tuttavia, la guerra ha già prosciugato l’arsenale militare statunitense e compromesso la sua prontezza operativa in vista di un conflitto con la Cina. Un conflitto che si protragga per mesi o che comporti l’invio di truppe sul campo minerebbe il consolidamento, prosciugando risorse umane e finanziarie degli Stati Uniti e provocando aumenti sostenuti dei prezzi dell’energia, un’inflazione più elevata, una crescita modesta e ripercussioni sociali.

Le precedenti strategie di consolidamento si erano trovate di fronte a bivi simili. Adriano dovette affrontare una crisi nel Levante che richiese l’invio di diverse legioni e che avrebbe potuto trasformarsi in un problema su più fronti. All’epoca di Fisher, gli inglesi dovevano affrontare crisi in Asia, Nord Africa e nei Balcani che avrebbero potuto mandare all’aria i suoi piani di concentrazione navale. L’amministrazione Nixon dovette affrontare una spirale di escalation in Vietnam che avrebbe potuto impedirle di ridefinire le priorità a favore dell’Europa. In tutti questi casi, i leader gestirono le crisi senza permettere che sovvertissero la logica centrale della loro strategia. Per gli Stati Uniti oggi, la gestione significherà utilizzare eventuali successi in Iran per ridurre realmente la priorità del Medio Oriente in futuro.

CHI NON RISCHIA, NON VINCE

Come tutte le strategie, anche quella di consolidamento comporta dei rischi. Infatti, richiede la volontà di accettare rischi evidenti nel breve termine in cambio di benefici a lungo termine. Questi rischi si dividono in due categorie principali. La prima è che gli avversari intuiscano lo scopo sotteso alla strategia e accelerino i propri piani di aggressione. La Cina, in particolare, potrebbe cogliere l’occasione e tentare di conquistare Taiwan. Allo stesso modo, la Russia potrebbe cercare di sfruttare una riduzione dell’impegno statunitense in Europa prima che il trasferimento degli oneri agli alleati si sia pienamente concretizzato. Entrambe le serie di rischi aumentano quanto più a lungo si protrae la guerra in Iran.

I critici della strategia di Trump provenienti dalla destra più bellicista sostengono che dare priorità all’emisfero occidentale e alla Cina comprometterà la capacità delle forze armate statunitensi di contrastare i rivali negli altri teatri operativi. Alcuni chiedono che gli Stati Uniti amplino rapidamente le proprie forze armate fino a raggiungere una dimensione in grado di gestire due o più guerre contemporaneamente (ritornando così al vecchio standard delle 2 o 2,5 guerre), provvedendo al contempo a ricapitalizzare l’arsenale nucleare statunitense. Sebbene sia concettualmente allettante, questa soluzione richiederebbe un immenso indebitamento pubblico aggiuntivo. Inoltre, non tiene conto di come gli Stati Uniti potrebbero far fronte ai propri impegni esistenti durante i molti anni necessari per completare un tale potenziamento. La definizione delle priorità è una necessità e deve essere affrontata ora, in modo volontario e logico.

La seconda serie di rischi riguarda gli alleati e i partner degli Stati Uniti, che potrebbero non comprendere o non essere convinti da una strategia di consolidamento, percepirla come un ripiegamento o addirittura come ostilità, e reagire in modi tali da ostacolare la capacità di Washington di trarne i benefici. Alcuni critici di sinistra sostengono che, abbandonando componenti chiave del cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole, l’amministrazione Trump impedirà agli Stati Uniti di raccogliere i frutti della cooperazione globale. Temono che gli alleati possano concludere che Washington stia rinunciando al suo ruolo di garante affidabile della sicurezza e cerchino relazioni più strette con Pechino e Mosca.

Esercitazione militare congiunta tra Stati Uniti e Corea del Sud, Yeoncheon, Corea del Sud, marzo 2026Kim Soo-hyeon / Reuters

Come i falchi, tuttavia, questi critici tendono a sopravvalutare la solidità e la sostenibilità dello status quo. Considerano l’«ordine» come qualcosa di intrinsecamente prezioso e un fine in sé, anche se proprio alcuni elementi di quell’ordine – accordi commerciali sbilanciati, migrazioni di massa e protocolli transnazionali che hanno lasciato la Cina sostanzialmente libera da vincoli – hanno eroso il potere degli Stati Uniti. Sebbene sia vero che gli Stati tendono a riallinearsi quando le vecchie strutture non servono più ai loro interessi, le attuali realtà geopolitiche probabilmente impediranno un riallineamento fondamentale. In molti luoghi, compreso l’Indo-Pacifico, i partner degli Stati Uniti non dispongono di un punto di riferimento alternativo per la sicurezza regionale. E la dipendenza dei paesi della NATO dalla tecnologia e dalla pianificazione della difesa statunitense garantisce un grado di dipendenza che non può essere annullato da discorsi che invocano una maggiore sovranità europea. Anche l’UE, nonostante tutta la sua potenza commerciale, si trova di fronte a limiti reali su quanto possa rafforzare i suoi legami strategici con la Cina. Il grande mercato interno europeo, rivolto verso l’interno, non può assorbire le merci di un altro esportatore – e viceversa. Semmai, l’insorgere di un nuovo shock economico causato dalla crescente sovraccapacità della Cina potrebbe avvicinare l’UE agli Stati Uniti.

Tuttavia, le alleanze sono importanti e Washington non può affidarsi a forze strutturali cieche per mantenerle unite. Ottenere il massimo rendimento dagli alleati è essenziale per un consolidamento di successo. La dura negoziazione di Trump con gli alleati – che ha allarmato tanti osservatori dell’establishment – è stata fondamentale per indurli a fare cose che altrimenti non avrebbero fatto. Ora la sua amministrazione deve avvicinarli maggiormente. Un modo per farlo è riorganizzare la NATO secondo le linee proposte da Colby in un discorso tenuto a febbraio a Bruxelles: in un accordo di questo tipo, gli alleati europei tornerebbero a concentrarsi sulla difesa territoriale in cambio del sostegno strategico e nucleare degli Stati Uniti, un concetto sostanzialmente simile alla Dottrina di Guam di Nixon. Lì, così come in Asia, l’obiettivo potrebbe essere quello di integrare le basi industriali della difesa degli Stati Uniti e degli alleati per acquisire la capacità di aumentare la produzione di munizioni vitali.

Il modo migliore per mantenere il sostegno degli alleati è spiegare loro con frequenza, in modo coerente e persuasivo perché gli Stati Uniti stanno apportando dei cambiamenti e in che modo tali cambiamenti andranno anche nel loro interesse. È esattamente ciò che l’amministrazione Trump ha iniziato a fare. Colby ha illustrato gli aspetti concreti della questione a febbraio. Pochi giorni dopo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha esposto le ragioni di ordine civile alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, sostenendo che un “rinnovamento” del potere statunitense è un prerequisito per la difesa dell’Occidente. Sostenere questi messaggi, lavorando al contempo in modo pragmatico per aiutare i partner ad attuare i loro piani di potenziamento della difesa, mitigherà l’inevitabile attrito che deriva dalla definizione delle priorità.

DI NUOVO CON I PIEDI PER TERRA

Trump ha compiuto passi importanti per avviare gli Stati Uniti su un percorso di consolidamento. Alcune delle qualità che hanno maggiormente allarmato i suoi critici – la sua eterodossia concettuale e la rapidità con cui cambia le politiche – si sono rivelate cruciali per spingere il sistema statunitense, così come gli alleati degli Stati Uniti, ad adottare una mentalità improntata all’urgenza. Gli Stati Uniti devono ora mantenere la rotta, preservando la massima stabilità possibile dei propri confini e utilizzando saggiamente il tempo guadagnato dal consolidamento per rafforzare la propria base di potere. Soprattutto, non devono permettere che la guerra in Iran si trasformi in un pantano. Anche una piccola guerra regionale, se si protrae nel tempo, potrebbe far deragliare il consolidamento.

Washington deve inoltre ricorrere alla diplomazia nella misura massima possibile per sostenere e, entro certi limiti, ampliare le relazioni di distensione che Trump sta cercando di instaurare con la Russia e la Cina. La distensione non è indice di debolezza, non più di quanto lo fosse la pace di Adriano con i Parti; l’obiettivo è impedire ai rivali di perseguire le loro strategie ottimali, consentendo al contempo agli Stati Uniti di perseguire la propria strategia ottimale.

Nei confronti della Russia, Washington dovrebbe proseguire l’attuale doppia strategia di diplomazia e pressioni. Il suo obiettivo dovrebbe essere quello di porre fine alla guerra con un glacis ucraino intatto, appena oltre il perimetro di sicurezza formale degli Stati Uniti, che sia abbastanza forte da impedire l’espansione della Russia e (insieme al riarmo della NATO) da distogliere l’attenzione della Russia verso i suoi territori orientali, dove la Cina sta compiendo profondi progressi.

Washington ha bisogno di alleati in grado di difendersi da soli e di rafforzare la potenza americana.

Dovrebbe continuare a respingere la spinta della Russia verso un nuovo accordo globale sulla sicurezza in Europa, che avrebbe solo l’effetto di orientare le energie di Mosca verso ovest. Dovrebbe invece incoraggiare nuove iniziative nel campo del controllo degli armamenti. A causa della guerra in Ucraina, la Russia dovrà reindirizzare le spese destinate al proprio arsenale nucleare verso la ricostruzione delle proprie forze convenzionali. Ciò rappresenta un’opportunità per rivedere i vecchi accordi sugli armamenti, concepiti quando gli Stati Uniti avevano un solo grande rivale, al fine di tenere conto della necessità di scoraggiare la Cina.

Anche nei confronti della Cina, gli Stati Uniti dovrebbero cercare di circoscrivere il campo di competizione. Dovrebbero continuare a porre l’accento sulla deterrenza attraverso l’impedimento, anziché sulla supremazia, come obiettivo del potere statunitense in Asia. Dovrebbero dialogare con Pechino principalmente sul fronte commerciale, con l’obiettivo di raggiungere una nuova distensione geoeconomica che non arrivi al completo disaccoppiamento, introducendo al contempo restrizioni nei settori dell’alta tecnologia per proteggere i principali vantaggi competitivi.

Man mano che il filone commerciale si sviluppa, Washington dovrebbe essere disposta a valutare l’introduzione di una componente di sicurezza nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti e la Cina devono avviare discussioni più approfondite sulle implicazioni strategiche delle tecnologie emergenti nel settore spaziale e informatico, ad esempio, che presentano un elevato potenziale di escalation. L’amministrazione Trump ha inoltre ragione a porre l’accento sullo sviluppo di nuovi meccanismi di gestione delle crisi, al fine di garantire che piccoli incidenti e contrattempi non degenerino in conflitti indesiderati.

Washington deve affiancare alla propria apertura diplomatica nei confronti dei rivali uno sforzo globale volto a trasformare le proprie alleanze in strutture più mature e ben integrate. L’obiettivo immediato dovrebbe essere quello di sviluppare alleanze in grado di ridurre l’onere della simultaneità degli Stati Uniti, apportando contributi sostanzialmente maggiori alla sicurezza convenzionale nelle rispettive regioni. Ciò significa che le future amministrazioni statunitensi dovranno esercitare pressioni sugli alleati non solo affinché mantengano i loro lodevoli impegni ad aumentare la spesa per la difesa, ma anche affinché realizzino ciò a cui questi fondi sono destinati: una maggiore prontezza operativa, scorte più consistenti e una maggiore capacità di combattimento.

Gli Stati Uniti devono affrontare difficili compromessi in materia di spesa.

Oltre a ciò, gli Stati Uniti dovrebbero puntare a portare le proprie alleanze a un livello in cui gli alleati non solo si difendano in modo più efficace, ma rafforzino anche attivamente la base di potere statunitense. Dovrebbero puntare ad alleati che garantiscano l’accesso ai mercati per sostenere la reindustrializzazione degli Stati Uniti, continuando al contempo a sostenere il dollaro come principale valuta di riserva; le cui industrie della difesa siano allineate con quelle statunitensi in strutture integrate; e le cui normative in materia di tecnologia favoriscano, anziché ostacolare, l’innovazione statunitense in settori quali l’intelligenza artificiale. Raggiungere questo risultato richiederà tempo e un nuovo grande accordo con gli alleati che codifichi la reciprocità su tutta la linea, sia in materia di sicurezza che di commercio, in modo che la reciprocità non sia solo un sottoprodotto transitorio delle minacce tariffarie, ma parte integrante delle fondamenta del rapporto.

La sfida più ardua sarà quella interna. Il modo più rapido per gli Stati Uniti di far deragliare il consolidamento sarebbe quello di ricadere nelle abitudini che hanno portato a un’eccessiva espansione: fissarsi sul raggiungimento della supremazia mondiale in materia di difesa, tornare ad accordi commerciali non reciproci, aggrapparsi nuovamente a cause transnazionali distaccate dall’interesse nazionale statunitense, perseguire la costruzione della nazione e la promozione della democrazia con zelo missionario, o tornare a politiche economiche che accelerano lo svuotamento del cuore dell’America. Gli Stati Uniti hanno grandi vantaggi intrinseci rispetto ai loro rivali e dispongono di riserve di forza molto più profonde di quelle che avevano Roma o il Regno Unito nel loro periodo di massimo splendore. Ma il loro debito è diventato un fardello. Alla fine, non si può ignorare il fatto che gli Stati Uniti debbano affrontare difficili compromessi in materia di spesa. Ciò è difficile da immaginare nell’attuale contesto polarizzato. Ma un buon punto di partenza sarebbe quello di sviluppare un consenso sul consolidamento come strategia e sui suoi corollari di riequilibrio degli impegni all’estero e di rinnovamento interno. In definitiva, la via d’uscita ottimale dal problema del debito è una crescita economica più forte, che può essere raggiunta solo attraverso il mix auto-rinforzante del consolidamento, composto da deregolamentazione, investimenti mirati e aumento della produzione energetica.

Se gli Stati Uniti riuscissero a mantenere la rotta del consolidamento, tra una decina d’anni potrebbero ritrovarsi in una situazione nettamente migliorata. Avrebbero un’economia fiorente alimentata da energia abbondante ed economica, una solida base manifatturiera e un settore dell’intelligenza artificiale senza pari. Avrebbero alleati sicuri di sé dotati di forze armate di tutto rispetto che avrebbero modificato radicalmente gli equilibri di potere nelle principali regioni del mondo e liberato il Paese dagli aspetti peggiori del problema della simultaneità. Avrebbe un arsenale di armi più vasto, sostenuto da un’industria americana rinata che dipende meno dal suo principale rivale per sviluppare medicinali salvavita, alimentare l’economia statunitense o procurarsi i materiali necessari per fare la guerra. Quegli Stati Uniti avrebbero davvero ritrovato un secondo slancio come grande potenza e sarebbero in grado di garantire ai propri cittadini e ai propri alleati il mantenimento della sicurezza e della prosperità a cui si sono abituati nel XXI secolo.

Iceberg? Quale iceberg?_di Aurèlien

Iceberg? Quale iceberg?

Chi avrebbe mai potuto prevederlo?

Aurelien15 aprile
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La prima volta che ho attraversato un confine terrestre in Europa è stato da adolescente, su un treno proveniente da una località del Belgio di cui non ricordo il nome, diretto ad Amsterdam. Durante il viaggio, un paio di agenti della polizia di frontiera olandese sono passati sul treno per controllare che tutti avessero un passaporto o una carta d’identità. Dopotutto, stavamo attraversando un confine nazionale ed entrando in un altro paese.

Non che fosse difficile a quei tempi. Dato che non sapevo quando avrei viaggiato di nuovo all’estero, ero andato all’ufficio postale locale con una fotografia e avevo comprato un passaporto turistico britannico valido per un anno. Mi costò dieci scellini e mi permise di viaggiare praticamente ovunque nell’Europa occidentale. L’intera procedura richiese circa quindici minuti, se non ricordo male. Qualche anno dopo, alcuni miei amici all’università, che avevano più soldi, trascorsero l’estate facendo l’autostop fino in Grecia e ritorno, dormendo sulla spiaggia, cosa che era perfettamente possibile anche sotto il regime dei colonnelli. Alcuni si spinsero fino in Afghanistan, senza particolari difficoltà.

Il fascino di questi viaggi, prima dell’avvento dell’iperturismo di massa, risiedeva nel fatto che si andava in un posto diverso . Era però necessario imparare qualche parola della lingua, per capire qualcosa del paese e per adattarsi a usanze e stili di vita molto diversi. Soprattutto, bisognava essere preparati all’incredibile profondità e complessità delle società europee e della loro storia, e rendersi conto che si trattava di una questione di dettagli minuziosi, dove le piccole differenze contavano moltissimo. Si imparava presto, ad esempio, che in realtà esistevano due Belgio, con sistemi paralleli di partiti politici e istituzioni, e questo ha perfettamente senso se si considerano le circostanze della nascita del Belgio, cosa che ovviamente quasi nessuno fa. Quindi non avrei dovuto sorprendermi se, quarant’anni fa, entrando in un negozio a Bruxelles e chiedendo qualcosa in francese, il proprietario mi avesse risposto in inglese. Bruxelles è nelle Fiandre, naturalmente: cosa mi aspettavo?

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Per me, e per molte altre persone, questo è affascinante e diverso, e mi ha rattristato molto vederlo progressivamente nascosto (anche se fortunatamente non distrutto) sotto strati di omogeneità plastica. Per fare un esempio, non c’è dubbio che l’attuale situazione valutaria in Europa sia più “efficiente” dal punto di vista economico, in termini puramente contabili. È vero che posso prelevare euro da un bancomat vicino a casa e spenderli in Portogallo o in Italia. È anche vero che quando ho viaggiato all’estero per la prima volta, c’erano limitazioni sulla quantità di denaro che si poteva portare fuori dal paese, e bisognava ordinarlo in anticipo. Ma. C’è sempre un ma. Ai vecchi tempi, il denaro era un simbolo tangibile di identità collettiva, e i governi si impegnavano a fondo nella progettazione di banconote dall’aspetto spettacolare che lo rappresentassero. Questo è lo sfondo di uno dei migliori film francesi recenti, L’Affaire Bojarski, che racconta la storia di come il suo protagonista, che dà il titolo al film, abbia ingannato le autorità francesi per oltre un decennio con splendide copie artigianali di banconote francesi, vere e proprie opere d’arte nella loro versione originale. È stato proprio questo a farmi ricordare quanto il denaro fosse un tempo tangibile e concreto, e quanto fosse legato a luoghi e tempi specifici. Certo, era scomodo portare con sé diverse valute nel portafoglio, ma ti ricordava che ti trovavi in ​​un luogo diverso.

Al contrario, faccio fatica persino a ricordare che aspetto abbia una banconota da dieci euro, così sono andato a dare un’occhiata. Posso dire che è di un rosa-marrone sporco e bianca, con un disegno astratto su un lato e una specie di ingresso sull’altro. Ne avrò maneggiate un numero enorme negli ultimi venticinque anni, ma queste, come tutte le altre banconote in euro, non mi hanno lasciato letteralmente alcuna impressione. E questo è ovviamente voluto. Durante il periodo precedente all’introduzione dell’euro, ci furono diverse proposte per un nome più interessante e per disegni che almeno accennassero all’enorme profondità e varietà della cultura e della storia europea. Tutte furono respinte a favore di un nome insipido e anonimo e di disegni che sembrano raffigurare un luogo su Marte. L’idea di fondo era proprio quella di creare qualcosa senza identità, qualcosa che venisse dal nulla, come parte della creazione di un’Europa senz’anima, anonima, economicamente efficiente e post-nazionale. Ma perché mai qualcuno dovrebbe volerlo fare?

Ho già accennato alla storia in precedenza, e poiché non è l’argomento principale che mi interessa qui, la tralascerò brevemente. Diciamo solo che ciò che vediamo oggi è il risultato cumulativo di diversi secoli di glorificazione dell’individuo e del conseguente cambiamento, dal considerare l’individuo come membro della società al vedere la società stessa come priva di caratteristiche particolari, proprio come le banconote in euro, ma solo come un insieme di individui che si trovano a coincidere temporaneamente nello stesso tempo e nello stesso luogo. Non esiste quindi un’identità o una storia collettiva che le banconote, ad esempio, possano esprimere. Ci troviamo ora in quella che potremmo definire la fase decadente di questo processo, e stiamo iniziando a vedere sempre più gli svantaggi e i pericoli che ne derivano. E ce ne saranno altri in futuro.

A ben pensarci, è indubbio che l’“individuo” sia diventato possibile solo quando le società hanno raggiunto un certo livello di complessità. Se foste stati un pastore di yak, la moglie di un contadino o un cacciatore nelle steppe, la vostra vita sarebbe stata molto simile a quella delle generazioni precedenti e a quelle future. Avreste potuto essere A, figlio di B, figlio di C, del villaggio di D, e basta. L’individuo, nella misura in cui esisteva, era separato dal tutto. (Possiamo ancora oggi osservare l’eredità di questo, in società meno distanti dalle origini e dove le persone si identificano ancora con un gruppo più ampio. Un uomo d’affari giapponese si presenterebbe (in giapponese, comunque) con una formula del tipo Nome dell’azienda/Dipartimento/Qualifica/Cognome, il che è utile all’interlocutore, che in questo modo comprende lo status e i punti di riferimento di chi si presenta.) In teoria, la nobiltà, le caste sacerdotali o persino i mercanti e i commercianti potevano avere un’identità personale più definita a quei tempi, ma almeno nelle società antiche ci sono molte prove che le loro vite fossero in gran parte governate, se non di più, da rituali e tradizioni. Anche quando si svilupparono le città, il sistema di apprendistato e le tradizioni familiari facevano sì che un uomo seguisse in gran parte la vita del padre, e ancor più quella della madre, per le donne. Gli “individui” erano generalmente figure marginali: si pensi a François Villon.

Solo quando la vita urbana divenne sufficientemente complessa, per la maggior parte delle persone si rese necessario cercare di vivere una vita individuale. Con un mondo che offriva più “scelte” rispetto alla sola agricoltura, agli ordini religiosi o a un mestiere artigianale, assistiamo all’inizio della crescita di una classe media urbana con una propria visione individualistica della vita e proprie teorie. Il testo chiave, naturalmente, è il Leviatano di Hobbes , il cui celebre frontespizio mostra, in modo critico, non una società stabile organizzata in una gerarchia, bensì un insieme anarchico di individui, che necessitano del loro corpo di contenimento – il Leviatano – per essere controllati con la forza e impedire la disgregazione della società.

Possiamo certamente ritenere che la maggiore enfasi sull’individuo negli ultimi secoli fosse inevitabile e giusta. Le libertà che si cercava di conquistare, come la libertà di credo e di parola, non erano trascurabili, anche se erano essenzialmente riservate alle élite. Ma il risultato finale, come ho già discusso in diverse occasioni, è stato l’alienazione del neonato individuo dalla sua società, dalla sua comunità, dalla sua storia e dalla sua identità, e il suo espulsione da un mondo che aveva un senso, dove tutto era connesso, verso un mondo in cui la dottrina ufficiale affermava che nulla era connesso e l’individuo era solo un puntino microscopico, perso da qualche parte in un universo privo di significato. Eppure ci viene detto che siamo liberi come mai prima d’ora. Dopotutto, possiamo cambiare sesso con una semplice dichiarazione! E poi si chiedono perché così tante persone siano infelici oggi.

In questa fase decadente del dogma dell’individualismo, le persone vengono reinventate come individui teoricamente sovrani, ma privi del potere di determinare concretamente qualcosa di importante nella propria vita. Il corollario di ciò, ovviamente, è che se qualcosa va storto, è colpa dell’individuo. A quanto pare, creiamo la nostra realtà. Se possiamo essere tutto ciò che vogliamo, semplicemente desiderandolo, allora è ovvio che la povertà e la disoccupazione di cui soffriamo siano opera nostra. Di conseguenza, i tempi in cui ci si aspettava che lo Stato rendesse la vita dei suoi cittadini più facile e migliore, e si prendesse cura di loro, sono ormai lontani. Oggi, il tuo insegnante è un tablet, se te lo puoi permettere, e il tuo medico è un chatbot basato sull’intelligenza artificiale.

Per gli individui, nel senso tradizionale del termine, esisteva un processo chiamato “crescita”, ma sono passati molti anni da quando ho sentito usare questo termine in riferimento ai bambini in Occidente. L’idea era che si acquisisse maturità mettendosi alla prova rispetto ai limiti imposti dalla famiglia e dalla società, imparando a distinguere tra ciò che si poteva cambiare o influenzare e ciò che non si poteva. Si emergeva, almeno in teoria, come una persona più completa, diventando un individuo in un senso simile a quello junghiano: un membro della società, ma pur sempre se stessi. A sua volta, la creazione della propria identità implicava un’adesione selettiva, o un’identificazione, con gruppi più ampi, che spaziavano dalla Chiesa e dagli scout ai partiti politici, dai circoli di appassionati alle squadre di calcio.

Ufficialmente, almeno, il mondo è completamente cambiato. Il bambino, ad esempio, è al centro di un sistema educativo non gerarchico, e tutto deve essere fatto per promuovere e difendere, con benevolenza, la sua indipendenza e individualità. I ​​bambini sono incoraggiati a “essere se stessi” e ad “esprimersi”, in spregio alla verità riconosciuta che i bambini in età scolare non hanno un’identità da esprimere, e che in realtà continuiamo a sviluppare la nostra personalità fino a metà dei vent’anni. In effetti, crescere è, o era, un processo di sperimentazione di idee e personalità, fino a trovare, con un po’ di fortuna, la propria strada verso una sorta di individualità. Eppure, paradossalmente, i bambini di oggi hanno meno libertà, e quindi meno possibilità di sviluppare la propria individualità, rispetto ai loro genitori, e molto meno rispetto ai loro nonni. Il corollario dell’iper-individualismo è la sfiducia e il sospetto verso gli altri, quindi i bambini devono essere protetti, controllati, esposti solo alle influenze positive e istruiti fin dalla tenera età a rispettare una serie di norme liberali incoerenti sulla società. A parte, ovviamente, il fatto che hanno anche accesso a Internet, il quale, nel rispetto del vangelo dell’individualismo e della libertà di scelta creativa, nonché della libertà di fare un sacco di soldi, si è trasformato in una cloaca intellettuale e morale da cui si può letteralmente dissotterrare qualsiasi cosa.

La storia di come siamo arrivati ​​a questo punto è stata raccontata molte volte da me e da altri, ma credo che il punto più importante sia uno di quelli raramente menzionati. Un vangelo dell’individualismo non deve necessariamente portare al collasso di una società, e non lo fa di certo, se non in presenza di altri due fattori. Il primo è la mancanza di controlli esterni e di forze di contrasto. In epoca moderna, abbiamo assistito non solo al declino della religione organizzata, a favore di pratiche individualistiche basate sull’io e vagamente spirituali, ma anche al parallelo declino delle ideologie politiche di ogni genere, generalmente fondate sulla convinzione che la società debba essere difesa così com’è, o che possa e debba essere migliorata. Questo è andato di pari passo con il declino delle organizzazioni di volontariato e collettive di ogni tipo, e persino delle cause con cui le persone possono concretamente identificarsi. Acquistare qualcosa da un’azienda che chiede di aggiungere un facoltativo uno per cento a un ente di beneficenza, o firmare una petizione online contro il riscaldamento globale, lascia la persona media insoddisfatta. E il tipo di organizzazione collettiva che attrae membri, purtroppo, sembra essere sproporzionatamente interessata a mettere gli uni contro gli altri gruppi all’interno della società. (Ne parleremo più avanti.) Come aveva previsto Yeats, i migliori mancano di ogni convinzione, mentre i peggiori sono pieni di intensa passione. A ciò possiamo aggiungere la distruzione dei tradizionali controlli legali e politici, in particolare la terribile malattia della “deregolamentazione”, per cui le serrature sono state rimosse dalle porte e alle volpi è stata fornita una guida illustrata ufficiale che spiegava loro come entrare nel pollaio.

Il secondo fattore era un’incredibile ingenuità e una totale mancanza di consapevolezza, o persino di interesse, riguardo alle probabili conseguenze dell’ossessione per l’individuo e le sue scelte. Qualunque fosse l’obiezione, la risposta era sempre che non avrebbe avuto importanza. Si facevano gesti e si inventavano termini altisonanti per mascherare il fatto che i sostenitori di un individualismo economico intransigente, ad esempio, non avevano riflettuto sulle conseguenze e, in ogni caso, non gliene importava. Ora, ovviamente, è troppo tardi. Perché la prima e più ovvia critica è quella formulata un secolo fa dal grande socialista britannico R.H. Tawney: la libertà per il luccio, diceva, è la morte per il pesciolino. Più in generale, meno regole ci sono, maggiore è il vantaggio per i ricchi e i potenti. Ma va bene così, dicevano gli economisti dell’epoca. I nostri modelli dimostrano che andrà tutto bene. Certo, dobbiamo fare l’ipotesi semplificativa che tutti i prodotti siano identici e che tutti i consumatori abbiano lo stesso potere d’acquisto, ma questi sono dettagli.

Prendiamo il libero scambio, per esempio. Sicuramente è meglio se gli scambi commerciali fluiscono liberamente attraverso le frontiere, così tutto si equilibrerà e le società che sanno produrre meglio questo o quello si specializzeranno in quei prodotti, e tutti finiranno per produrre ciò che sanno fare meglio, e saremo tutti felici. Poiché le merci e il potere contrattuale sono identici in tutti i casi, andrà tutto bene. (Se pensate di riconoscere lo spirito della teoria del vantaggio comparato di Ricardo, beh, lo riconoscete). Nella vita reale, ovviamente, questo principio crolla immediatamente. Così, nel mio supermercato locale posso comprare un sacchetto di arance biologiche dalla Francia per 4 euro, o uno simile dalla Spagna per 3 euro. Le arance sembrano identiche, quindi lo spirito di Ricardo mi tira per la manica e mi dice “compra quelle più economiche!”. Un momento, però, perché le arance trasportate da più lontano dovrebbero essere significativamente più economiche? Ebbene, si scopre, sorprendentemente, che la gente imbroglia. I coltivatori di arance in Spagna spesso utilizzano manodopera immigrata temporanea illegale. Mentre in Francia l’organizzazione che ispeziona le aziende per verificare tali questioni è molto efficace, in Spagna l’equivalente è molto più debole. Il risultato è che si perdono posti di lavoro stabili in Francia, ma anche in Spagna, e immigrati clandestini vengono trafficati attraverso il Mediterraneo per lavorare per una miseria, spesso in condizioni spaventose. E naturalmente, ciò comporta una pressione sui produttori francesi affinché a loro volta utilizzino lavoratori irregolari, semplicemente per essere competitivi. (L’anno scorso ci sono stati dei procedimenti giudiziari, dopo che un produttore di Champagne è stato scoperto a impiegare lavoratori irregolari, molti dei quali sono morti per colpo di calore nei campi). Ah, non doveva andare così, vero?

Ma con le importazioni più economiche, i prezzi non dovrebbero forse scendere, lasciando così più soldi da spendere in altre cose? Sicuramente ne beneficia il singolo individuo; e la società, in fondo, non è altro che un insieme di individui, no? Beh, no. Per esempio, compravo magliette, calzini e simili da un’azienda francese chiamata DIM, che produce articoli sia per uomo che per donna. Poi ho notato che, mentre la qualità è calata drasticamente, i prezzi sono rimasti invariati. Avevano ovviamente delocalizzato la produzione, credo nel subcontinente indiano, e si erano intascati la differenza. Quindi i lavoratori disoccupati ci rimettono, il cliente ci rimette e l’azienda e gli azionisti ci guadagnano. E questo spinge i concorrenti a fare lo stesso, e così via. Oh cielo, non doveva andare così.

Ma è così. Ciò che può essere vantaggioso per me a livello personale (arance a basso costo) e per i singoli produttori (maggiori profitti) ha ogni sorta di conseguenze inaspettate e solitamente negative quando la vita reale prende il sopravvento e persone reali con motivazioni reali iniziano a prendere decisioni reali. Gli esseri umani, in fin dei conti, non sono fungibili. Molte città sono sorte attorno alle fabbriche e alla produzione di materie prime, e le loro popolazioni non possono semplicemente dedicarsi ad altri mestieri o trasferirsi altrove. Non lontano da dove scrivo ci sono complessi di edilizia popolare, costruiti da amministrazioni comunali di sinistra per ospitare gli operai, dove letteralmente non c’è lavoro a parte minimarket, negozi di tatuaggi, consegne di cibo a domicilio e criminalità. Questo, ovviamente, non si poteva prevedere quando le fabbriche sono state chiuse. E mi è appena venuto in mente, passando davanti a una lavanderia chiusa, che contro ogni previsione, la fissazione per il franchising ha fatto sì che le unità economiche diventassero sempre più piccole e quindi sempre più vulnerabili.

E ovviamente lo stesso ragionamento vale anche a livello macro. Le persone sono persone, i lavoratori sono lavoratori, provengono da qualsiasi luogo, è sempre la stessa cosa. Dopotutto, vivere ovunque nel mondo è un diritto umano fondamentale, no? E chi può biasimare i migranti che perseguono razionalmente i propri interessi economici e si dirigono verso luoghi dove i sussidi sociali sono più generosi? Ciò che questo ha prodotto in Francia (e sembra essere un fenomeno ampiamente diffuso) è una nuova sottoclasse di migranti economici scaricati in aree povere dove i servizi sanitari e scolastici sono già sovraccarichi, spesso senza conoscere il francese, privi di competenze o di un’istruzione adeguata, e con più problemi di salute rispetto alla media. Classi in cui un terzo dei bambini non parla correttamente il francese e in cui un numero considerevole proviene da zone di conflitto e presenta problemi psicologici si trovano ovunque. E si scopre che i giovani immigrati, arrivati ​​per compensare il calo demografico, in realtà invecchiano e diventano a loro volta parte del problema. Poiché nella maggior parte di queste società è vietato alle donne lavorare, ora si registra una carenza in alcuni settori di assistenti domiciliari, collaboratrici domestiche e persino in posizioni lavorative tradizionalmente riservate alle donne, come le addette alle pulizie. Ovviamente, questo non era prevedibile.

Insisto su questi punti perché è fondamentale capire che il processo è ormai sfuggito al controllo di chiunque, o persino alla sua comprensione. È stato concepito, per quanto possa esserlo mai stato, da idioti che non riuscivano a vedere oltre il proprio naso. Se fosse stato effettivamente ideato da geni del male, il problema sarebbe minore. Certo, non mancano le persone malvagie, o quelle che un tempo si credevano geni, ma nessuno ha davvero il controllo, come si può notare dalle risposte confuse e incoerenti dei leader nazionali e dei cosiddetti magnati dell’industria. Di conseguenza, non ci resta che affidarci alla fortuna. Il sistema che si è creato (nessuno può davvero dire che sia stato “costruito”) si è formato attraverso l’interazione tra un individualismo radicale e un sistema economico e sociale strettamente interconnesso, incapace di gestire l’imprevisto. Di conseguenza, quando qualcosa va storto, come inevitabilmente accadrà, il sistema non riesce a far fronte alla situazione e nessuno ha la minima idea di cosa fare.

L’idea che gli esseri umani debbano essere fungibili, che possano essere trattati come unità astratte e intercambiabili, capaci di essere spostate ovunque e di fare qualsiasi cosa, era pericolosa anche quando veniva difesa come una semplice semplificazione, perché c’era sempre la possibilità che qualcuno la scambiasse per la realtà. Ma in realtà l’intera tendenza dell’economia neoliberista è stata proprio quella di cercare di creare quella realtà, non solo nell’economia ma anche nella società. La dequalificazione ha ridotto la varietà all’interno della forza lavoro e le diverse professioni e tipologie di competenza che un tempo rendevano le società interessanti. Il passaggio da una società basata sulle qualifiche a una basata sulle credenziali, dalla competenza effettiva a un certificato di completamento, ha creato una forza lavoro anonima e ampiamente intercambiabile, che si occupa principalmente di dati astratti su uno schermo. Se una persona con una laurea in Studi Culturali lascia il lavoro di operatore di call center il venerdì, può essere sostituita il lunedì da una persona con una laurea in Relazioni Internazionali. Una laurea è solo una generica garanzia di saper leggere e scrivere. Allo stesso modo, si è fatto ogni sforzo per nascondere le differenze – nell’abbigliamento, ad esempio – tra bambini e adulti, tra uomini e donne, e per assegnare i posti di lavoro in modo indistinguibile tra uomini e donne, il tutto in nome dell’efficienza economica.

È fondamentale che noi stessi arriviamo a considerare dipendenti e cittadini, noi compresi, come intercambiabili. Dobbiamo essere pronti ad andare ovunque ci venga chiesto, a lavorare con chiunque ci venga ordinato e, in quanto manager, a trattare tutti come intercambiabili, salvo nei numerosi casi in cui ci viene espressamente detto di non farlo. Dobbiamo essere “CEO delle nostre vite” e responsabili del nostro benessere. Se perdiamo il lavoro, in qualche modo è colpa nostra. Poiché viviamo come individui, alienati gli uni dagli altri, dobbiamo considerare ogni altro come un concorrente e un rivale. Le nostre relazioni reciproche diventano così sempre più venali e transazionali.

Lo stesso vale a livello internazionale. Ho menzionato le banconote, ma in realtà molti altri simboli di appartenenza vengono soppressi contemporaneamente. La lingua dell’élite europea, ad esempio, è una sorta di inglese strozzato e senza vita con influenze francesi, a volte chiamato Globisch. (Paradossalmente, la lingua di lavoro di Bruxelles deriva quindi da una lingua che quasi nessuno parla come madrelingua). Si continuano a compiere grandi sforzi per creare uno spazio europeo piatto, anonimo e monotono, in cui tutto e ovunque è uguale e non accade nulla di diverso o interessante. Questo è un sistema politico che rinnega la propria storia e il suo incommensurabilmente ricco patrimonio culturale, e la cui massima espressione culturale è l’Eurovision Song Contest. I cittadini d’Europa (e qui includo il Regno Unito) sono essi stessi fungibili, trasferibili e intercambiabili. Si spostano (o vengono spostati) da un paese all’altro, e in effetti “paese” in questo senso significa semplicemente lo spazio legale e geografico in cui ci si trova a vivere. Non si è più legati al paese in cui si vive di quanto un azionista sia legato alla società in cui possiede azioni. Una nazione non è altro che un insieme temporaneo di persone che non vivono in nessun altro luogo.

Naturalmente, questo è incredibilmente lontano dal tipo di vita che la gente comune desidera davvero condurre. Forse una piccolissima parte della popolazione, che parla tre lingue, è sposata con qualcuno che ne parla altre tre, si sposta in un vortice di hotel internazionali intercambiabili e viaggi aerei in business class, mangia in ristoranti indistinguibili in paesi facilmente confondibili, e si sveglia solo occasionalmente al mattino chiedendosi ” Dove sono ?”, apprezza davvero questo genere di cose o le considera naturali. Non riesco a immaginare il perché.

Ma l’aspetto più dannoso della nostra situazione attuale è che lo stesso impulso individualistico radicale che ha distrutto società e comunità ha anche portato alla creazione e al rafforzamento di altre discutibili identità di gruppo. La sostituzione delle società universaliste con quelle di individualismo sfrenato ha paradossalmente portato a una maggiore conformità e a una minore libertà rispetto al passato. Cinquant’anni fa, le principali divisioni tra le popolazioni occidentali erano economiche e sociali. C’erano operai e impiegati, laureati e non laureati, datori di lavoro e dipendenti, proprietari e affittuari, persone che vivevano di rendite e persone che si indebitavano, professionisti da una parte e artigiani dall’altra, entrambi qualificati da anni di studio e apprendistato. I partiti politici cercavano di rappresentare, e anche di ottenere il sostegno di, alcuni di questi gruppi. I partiti di sinistra costruivano alloggi popolari, mentre i partiti di destra incoraggiavano la proprietà della casa. Tutto ciò ora sembra appartenere a un altro pianeta.

All’epoca, quindi, si dava per scontato che le persone fossero naturalmente organizzate in gruppi socioeconomici oggettivi (oggettivamente si possedeva una casa o non la si possedeva) e che ci si potesse rivolgere a loro su questa base. Ma l’erosione della sostanza e dell’ideologia dalla politica a partire dagli anni ’80, e la sostituzione dei tradizionali partiti di massa con strutture elitarie di nicchia tra cui ci si poteva muovere liberamente, come un calciatore professionista, ha creato evidenti problemi quando si trattava di cose noiose come ottenere consensi e vincere le elezioni. Fortunatamente, il liberalismo stava comunque facendo un buon lavoro nel disgregare questi gruppi tradizionali e nel minare le loro correlazioni tradizionali (sia i professionisti che i laureati, ad esempio, possedevano generalmente una casa). Questi gruppi sono stati progressivamente scomposti in individui: laureati disoccupati, speculatori proprietari di molte case, lavoratori autonomi, ex dipendenti diventati “liberi professionisti” da un giorno all’altro, accademici con contratti semestrali senza benefit, influencer di YouTube… l’elenco è infinito. E non esistono più strutture, soprattutto non quelle che premiano il talento, lo studio e l’impegno. È davvero possibile suggerire a un adolescente di oggi di fare questo o quello nella speranza di trovare un giorno un “buon lavoro”? Questo ha tutta una serie di conseguenze pratiche che, ovviamente, erano imprevedibili: famiglie allargate disgregate, coppie che non possono permettersi una casa o una famiglia, tragitti sempre più lunghi per andare al lavoro, isolamento e depressione, la fine della maggior parte delle società e delle organizzazioni sociali.

Eppure, in teoria, questo non dovrebbe essere un problema. Siamo, dopotutto, individui. Perseguiamo i nostri interessi personali, sia finanziari che personali. Non cerchiamo altro che il vantaggio economico e la massima estensione possibile dei nostri diritti. Non dobbiamo nulla a nessuno e cooperiamo gli uni con gli altri solo per il reciproco vantaggio, secondo presupposti attentamente definiti. Tutti noi pretendiamo un trattamento speciale o una priorità per svariati motivi e ci lamentiamo quando non lo otteniamo. Eppure siamo infelici e lo diventiamo sempre di più.

Perché alla fine si scopre che la maggior parte di noi non vuole essere un individuo isolato, costretto a lottare per le briciole. La maggior parte di noi non coglie mai i vantaggi di questo “individualismo” che ci viene incessantemente proposto. Questi vantaggi, ironicamente, vanno in modo sproporzionato a chi ha una rete familiare o professionale o a chi può contare sul denaro, non agli individui isolati. Perché pensate che le persone si iscrivano a LinkedIn, se non per creare gruppi e reti di supporto artificiali che sostituiscano quelli reali andati perduti?

Credo sia ormai assodato che l’ascesa della classe agiata negli anni ’60 – composta da persone con un’istruzione universitaria, in gran parte libere da debiti, con nuove opportunità nelle università, nella politica e nei media, nonché accesso alle professioni tradizionali – abbia creato una nuova dinamica sociale in politica. Invece di promuovere gli interessi della classe che si erano lasciati alle spalle, i membri della classe agiata si sono dedicati a lotte intestine per il potere e la ricchezza, sfruttando, tra le altre cose, idee filosofiche di moda, spesso fraintese, che circolavano nei bar universitari. Con sufficiente ingegno, qualsiasi gruppo poteva dichiararsi oppresso, svantaggiato, emarginato ecc. e organizzarsi per cercare di sottrarre ricchezza, potere, posizioni e posti di lavoro agli altri. I membri di tali gruppi non dovevano necessariamente essere d’accordo su tutto – potevano detestarsi violentemente – ma potevano cooperare nell’obiettivo più ampio di accrescere il proprio potere. Come tutte le classi dirigenti in cerca di potere, hanno costruito ideologie egoistiche e autoassolutorie per sostenere le proprie ambizioni, e nel corso dei decenni queste si sono consolidate in quella che oggi chiamiamo Politica Identità, o IdiotPol in breve.

Sebbene IdiotPol abbia danneggiato molte istituzioni, alcune in modo irreparabile, con gruppi che si combattevano violentemente e cercavano di instaurare stati di polizia concorrenti, il vero problema è sorto quando anche la struttura stessa della politica nazionale ha iniziato a essere infettata. I raggruppamenti politici che mirano a costruire o conquistare partiti politici devono essere costruiti attorno a una qualche forma di interesse comune e, in assenza di interessi economici, quelli identitari erano gli unici disponibili. Il risultato, anticipando i giorni nostri, è una cultura politica in cui ogni mobilitazione è negativa. Il mondo non diventerà un posto migliore, né c’è alcuna possibilità di tornare alla situazione del passato, quindi la dinamica storica della politica moderna è sostanzialmente assente. Al suo posto ci sono risentimento, pretese di trattamento privilegiato e tentativi di accaparrarsi la fetta più grande di una torta che si sta riducendo. Il vocabolario dell’interesse e dell’impegno collettivo è stato soppresso e gruppi di persone completamente disparati, senza nulla in comune, si ritrovano appaiati in una qualche categoria ascritta e istruiti a votare per questo o quel partito che presumibilmente li rappresenterà. Dato che questi gruppi sono solo ascrittivi e non organici come lo erano tradizionalmente i raggruppamenti politici, sono lacerati da dispute e faide, e da feroci lotte per ottenere lo status di vittima privilegiata.

Come in passato, le conseguenze di queste idee sono ormai fuori dal controllo di chiunque. Praticamente tutta la politica tradizionale, con le sue preoccupazioni, i suoi obiettivi, i suoi mezzi organizzativi, è stata relegata nelle segrete dell'”estrema destra”. Ciò è necessario, perché se i politici cercassero davvero di rispondere ai bisogni e alle richieste del popolo, il sistema politico attuale crollerebbe. È quindi necessario mantenere la ferrea presa della politica ascrittura, nel caso in cui persone appartenenti a diversi gruppi ascritturali comincino a rendersi conto di avere interessi comuni e agiscano di conseguenza. Si raggiungono livelli assurdi, come quando il leader del Partito Socialista in Francia afferma che l’idea che diverse parti del paese abbiano problemi diversi e debbano essere trattate in modo diverso sia un argomento dell'”estrema destra”. Tutti sanno che l’intero paese assomiglia sostanzialmente al VI arrondissement di Parigi. Inoltre, non si può cercare di imporre una politica ascrittura e divisiva a una società senza il rischio di perdere il controllo del processo, come è effettivamente accaduto in diversi paesi. Dopotutto, uomini e bianchi, per non parlare dei fondamentalisti religiosi e persino delle “persone attratte dai minori”, sono anch’essi gruppi ascrittivi. Chiunque può partecipare a questo gioco, come dimostra un sorprendente sondaggio d’opinione condotto di recente in Francia, secondo il quale circa la metà dei francesi ritiene di essere stata vittima di razzismo. Esperti e media faticano ancora a trovare un modo accettabile di interpretare questo dato.

La cosa più strana è che la destra mainstream, lungi dall’opporsi a queste sciocchezze, le ha abbracciate, seppur non sempre con lo stesso entusiasmo. In parte ciò è dovuto al fatto che i partiti politici moderni non hanno veri principi e si aggrappano a qualsiasi cosa sia di moda in quel momento, ma soprattutto perché si tratta di un’arma estremamente utile per attaccare i propri nemici in tutto lo spettro politico. Dopotutto, chi oserebbe sostenere che la società, o qualche istituzione, dovrebbe essere meno diversificata o dovrebbe escludere deliberatamente delle persone? E quale migliore difesa contro tali accuse provenienti dagli avversari se non quella di promuovere a posizioni di potere politici non bianchi, non maschi o non eterosessuali? Questo permette di aggirare abilmente i tradizionali criteri di competenza, perché ovviamente non abbiamo bisogno di competenza, vero?

Il problema, naturalmente, è che, come la logistica just-in-time, il subappalto, la migrazione economica incontrollata e tutto il resto di questo miserabile insieme di idee abbozzate, la sostituzione della vera comunità con un gruppo ascritto e la soppressione delle identità autentiche a favore di quelle artificiali, dipendono, per la loro sopravvivenza, dal fatto che non succeda nulla di male. Supponiamo, tanto per fare un esperimento mentale, che nei prossimi mesi qualcosa vada storto. Forse le navi cariche di petrolio non arriveranno. Forse non ci sarà abbastanza cibo per tutti. Forse le medicine scarseggeranno, forse ci saranno interruzioni di corrente e penuria di benzina.

Ora, una società organica, per quanto imperfetta, possiede effettivamente sia un discorso che un’organizzazione per affrontare tali problemi. Ha un discorso di comunità nazionale, di storia e cultura condivise e l’idea che le persone vivano insieme perché lo desiderano. Possiamo ricordare la famosa formulazione di Ernest Renan secondo cui una nazione non è una questione di razza o di lingua, ma qualcosa di positivo: un “referendum senza fine” che dimostra che le persone vogliono attivamente vivere insieme. Un simile discorso non sarebbe compreso dai nostri leader odierni: si potrebbe chiedere ai residenti di un paese europeo di agire in solidarietà reciprocamente tanto quanto si potrebbe chiedere agli azionisti di non vendere le proprie azioni. Quando si sono annientati i punti di riferimento comuni, quando si sono accolte nel proprio paese persone che vi si trovano per ragioni finanziarie, che non desiderano integrarsi e che potrebbero anzi identificarsi maggiormente con gli interessi di un altro paese, allora, anche se si potesse riesumare il vecchio discorso di solidarietà comunitaria, nessuno capirebbe di cosa si sta parlando.

E comunque i meccanismi per invocare e utilizzare quella solidarietà non esistono più. I governi di oggi sono incapaci di organizzarsi granché, come ha dimostrato il Covid. Hanno rinunciato alle capacità che avevano un tempo, e anche laddove possiedono poteri teorici non sono in grado di esercitarli. Inoltre, l’intero nostro sistema politico, dal livello nazionale in giù, si basa sull’individuazione, l’alimentazione e lo sfruttamento delle differenze, come i passeggeri del Titanic che litigavano su chi avesse diritto ai posti migliori. Ah, e il Titanic non aveva scialuppe di salvataggio per tutti perché nessuno lo riteneva necessario.

Quello che vedo davanti a me è un iceberg?

«La rivolta di Atlante»: decifrare la strategia di sicurezza nazionale di Trump_di Lee Jones

«La rivolta di Atlante»: decifrare la strategia di sicurezza nazionale di Trump

Di Lee Jones

I tempi in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante sono finiti.

Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 20251

Aun anno dal ritorno di Donald Trump alla presidenza, molti si chiedono ancora: cosa vogliono lui e i suoi sostenitori nel mondo e dal mondo? Sotto la sua guida, Washington sembra aver oscillato in modo incontrollato da una posizione all’altra: imponendo dazi, poi riducendoli; sembrando voler placare la Russia, poi armando l’Ucraina; predicando la pace, poi bombardando l’Iran, invadendo il Venezuela e minacciando la Groenlandia. C’è forse un metodo in questa apparente follia?

La recente Strategia di sicurezza nazionale (NSS), pubblicata nel novembre 2025, fornisce alcuni indizi. È ovviamente rischioso fare affidamento su un documento politico ufficiale come guida per capire cosa farà effettivamente Trump. La sua prima NSS, pubblicata nel 2017, è stata ampiamente vista come l’inizio di una “Nuova Guerra Fredda” con la Russia e la Cina, in quanto dichiarava che le potenze “revisioniste”, e non i terroristi, erano ormai la principale minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. Eppure Trump ha continuato a perseguire sia un accordo commerciale con la Cina sia relazioni amichevoli con la Russia.2 Con altri tre anni di Trump davanti a noi, e forse un altro mandato con JD Vance o un altro successore trumpiano, dobbiamo cercare di capire cosa sta guidando il regime che controlla la prima potenza mondiale. Inoltre, come ho sostenuto in precedenza in queste pagine, esiste ora un nutrito gruppo di funzionari attorno a Trump, il che indica la formazione di una visione del mondo collettiva e di un progetto politico che va oltre le idiosincrasie del presidente.3 Inoltre, gran parte di ciò che Trump ha fatto nel suo primo anno è di fatto coerente con la nuova NSS, rendendola un oggetto di studio degno di nota.

Il compito analitico consiste quindi nel trovare un equilibrio tra due estremi inaccettabili: l’ipotesi che sia in atto una grande strategia ben ponderata, oppure quella che Trump sia semplicemente fuori di testa. La mia posizione è che vi sia una visione del mondo in qualche modo coerente a guidare l’amministrazione Trump, ed è essenziale cercare di comprenderla. Allo stesso tempo, il declino della repubblica americana ha dato origine a un regime altamente personalistico e populista, guidato da un individuo profondamente imprevedibile —e la comprensione di questo, e delle sue conseguenze, deve essere presente in qualsiasi analisi della politica statunitense.

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La NSS rivela una visione del mondo emergente all’insegna dell’«America First», fortemente influenzata dall’ideologia paleoconservatrice e caratterizzata da un netto rifiuto del cosiddetto ordine internazionale liberale, ormai irrimediabilmente frammentato. Contrariamente a molti commenti esistenti, tuttavia, la NSS non segnala una ritirata realista verso sfere d’influenza in stile ottocentesco o verso una politica dell’equilibrio di potere. È meglio intesa come una fusione tra l’ideologia della destra radicale —che attacca il globalismo liberale e difende la “civiltà occidentale”, pur tollerando le differenze politiche e culturali con le potenze rivali—e il tradizionale supremacismo americano favorito dai campi conservatori più familiari: i pianificatori del Pentagono, i falchi sulla Cina e la cricca del Tesoro degli Stati Uniti. Queste fazioni si uniscono sotto lo slogan nazionalista “America First”, ma hanno concezioni diverse degli interessi americani. In definitiva, tuttavia, nel regime populista di Trump, sarà la definizione di interesse nazionale data dallo stesso presidente a prevalere. Il declino della democrazia rappresentativa, espresso e accelerato da Trump, si traduce così in politiche che a volte sono in sintonia, e a volte profondamente in contrasto, con gli interessi del popolo americano e persino del suo gruppo di interesse più potente: le grandi imprese.

Ideologia guida: realismo o paleoconservatorismo?

Per interpretare correttamente la NSS ed evitare interpretazioni errate, occorre distinguere due correnti ideologiche: il realismo, una tradizione dominante nella teoria delle relazioni internazionali (RI), e la visione della destra radicale.

È importante comprendere il realismo perché molti hanno interpretato gli attacchi di Trump all’ordine internazionale liberale come il segnale del ritorno a un mondo realista. Il realismo sostiene che gli Stati vivano in un sistema internazionale anarchico, privo di un governo mondiale che ne faccia rispettare le regole. Di conseguenza, gli Stati devono fare affidamento sulle proprie forze per sopravvivere e prosperare, dando priorità senza scrupoli al proprio interesse e scoraggiando i potenziali nemici rafforzando il proprio potere nei confronti dei rivali, sia autonomamente che attraverso alleanze con altri Stati.

I realisti non sono d’accordo sul fatto che gli Stati debbano o debbano cercare solo il potere necessario per sopravvivere (“realismo difensivo”) o massimizzare il proprio potere per garantire la vittoria (“realismo offensivo”). Al di là di queste divisioni, tuttavia, essi promuovono generalmente una politica estera caratterizzata da un’attenzione laserata agli interessi nazionali fondamentali, dall’evitare impegni marginali e da un’enfasi sulla moderazione e la prudenza, in particolare quando si ha a che fare con grandi potenze pericolose. Ciò pone il realismo in netto contrasto con la tradizione “utopica” o liberale della politica estera, dominante dalla fine della Guerra Fredda, che cerca la pace attraverso la diffusione della democrazia, la promozione dell’interdipendenza economica e la creazione di istituzioni liberali a livello nazionale e internazionale. I principali sostenitori americani del realismo, voci nel deserto per molti anni, sono stati accademici come Stephen Walt e John Mearsheimer, nonché la più ampia comunità politica e intellettuale del Quincy Institute for Responsible Statecraft.

Una lettura superficiale della NSS potrebbe far pensare che il realismo abbia ormai avuto la meglio sul liberalismo nell’elaborazione delle politiche statunitensi. Infatti, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sintetizzato il documento così: «Fuori l’utopismo idealistico, spazio al realismo spietato». 4 Questa frase ricorre nella nuova Strategia di Difesa Nazionale (NDS), pubblicata proprio mentre il presente articolo andava in stampa. Gran parte della NSS sembrerebbe sostenere questa interpretazione, e presumibilmente persone di orientamento realista hanno contribuito alla sua stesura. Il documento è costellato di frasi dal tono realista: «Lo scopo della politica estera è la protezione degli interessi nazionali fondamentali; questo è l’unico obiettivo di questa strategia». 5 “È naturale e giusto che tutte le nazioni mettano al primo posto i propri interessi e difendano la propria sovranità.”6 “L’influenza sproporzionata delle nazioni più grandi, più ricche e più forti è una verità senza tempo delle relazioni internazionali,”7 e così via. Pur insistendo sul fatto che “l’America e gli americani devono sempre venire prima di tutto”,8 la NSS sostiene una visione ristretta incentrata su soli cinque “interessi nazionalisti fondamentali e vitali” e cinque “priorità”, 9 nonché una spietata gerarchizzazione delle regioni del mondo. Ciò ha portato alcuni a sostenere che la NSS segni un ritorno alla politica delle grandi potenze, caratterizzata da un compromesso tra gli Stati dominanti e le loro rispettive sfere d’influenza, che comporta una concentrazione ristretta degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale insieme a una politica di appeasement nei confronti di Russia e Cina altrove. Come vedremo, questa interpretazione fraintende le intenzioni della strategia e i suoi probabili effetti.

Ma soprattutto, trascura la forte influenza dell’ideologia conservatrice radicale, senza la quale gran parte della Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) e dell’attuale politica statunitense non avrebbe molto senso. In America, il pensiero di estrema destra è stato sviluppato principalmente da paleoconservatori come Sam Francis, Paul Gottfried e Pat Buchanan. In un contesto di crescente reazione populista contro il neoliberismo, le loro idee, un tempo marginali, hanno influenzato un movimento in rapida espansione e sono state tradotte in politiche trumpiane da figure come Steve Bannon e Stephen Miller.

La visione del mondo paleoconservatrice può essere riassunta come segue. 10 I problemi del mondo sono causati dall’ascesa di un’élite manageriale liberale. Questa élite è emersa come risultato di una transizione dalla società borghese classica, caratterizzata da individualismo, virtuosa autocontrollo e deliberazione tra rappresentanti razionali, a una complessa società di massa in cui il controllo sull’economia, la società e la politica è passato a burocrazie su larga scala. Ciò ha facilitato l’emergere di una “nuova classe” le cui pretese di competenza tecnica l’hanno posizionata per gestire tali burocrazie e che cerca di guidare la società verso un miglioramento collettivo.11 I paleoconservatori odiano la “nuova classe” perché diffonde valori liberali, degradando le culture tradizionali e le gerarchie di razza, genere, classe e nazione.

I paleoconservatori e la destra populista in senso lato stanno conducendo apertamente una «guerra culturale» contro la nuova classe. A livello interno, combattono i liberali e cercano di ripristinare la cultura tradizionale, intesa come discendente da un’eredità “cristiana” o “europea” e spesso codificata o esplicitamente inquadrata in termini etnonazionalisti. Cercano di smantellare le istituzioni managerialiste create dalla nuova classe, un progetto che si estende a livello internazionale, poiché interpretano l’egemonia statunitense del dopoguerra fredda come un’estensione del progetto della nuova classe.

A loro avviso, la globalizzazione e le istituzioni ad essa collegate, quali le Nazioni Unite, l’Organizzazione mondiale del commercio e il Forum economico mondiale (tra le altre), hanno imposto regole e valori “globalisti”, promuovendo una governance liberale e calpestando la sovranità nazionale e le culture. Lo Stato americano, sotto il dominio globalista, è stato fondamentale per questo progetto, promuovendo politiche di libero scambio e di migrazione di massa in patria e un interventismo liberale all’estero, anche attraverso interventi militari. Traditi dalle loro élite globaliste, la classe media e i lavoratori americani hanno subito conseguenze economiche e culturali disastrose.

La destra populista preferisce e promuove un ordine mondiale multipolare. Ma in questo contesto, “multipolare” non significa, come lo intendono i realisti delle relazioni internazionali, una distribuzione approssimativamente equa del potere tra diversi Stati principali. Piuttosto, riflettendo l’appropriazione da parte del movimento del relativismo culturale postmodernista e della critica postcoloniale alle gerarchie culturali, significa un approccio del tipo “vivi e lascia vivere” tra civiltà diverse, con l’obiettivo di preservare l’integrità e l’unicità culturale di ciascun gruppo. Esso cerca di rivitalizzare la civiltà occidentale contro le minacce culturali e demografiche del non-Occidente, coesistendo pacificamente ma separatamente con altri blocchi civilizzazionali in una società internazionale relativamente fluida e pluralista, cooperando solo laddove gli interessi coincidono.

Una visione del genere non trova alcun riscontro nel realismo della metà del XX secolo di figure come Henry Kissinger, il quale «vedeva la realpolitik come un mezzo prudente per istituzionalizzare un ordine liberale globale a immagine degli Stati Uniti»; al contrario, essa si ricollega ai realisti del XIX e dell’inizio del XX secolo come Otto von Bismarck e Carl Schmitt, che vedevano il mondo come un insieme di culture particolari. Lo scopo della politica estera «non è “convertire gli altri a ciò che attualmente soddisfa i gusti politici e culturali americani”, ma garantire l’integrità fisica e culturale della nazione».12 Il “realismo” della destra MAGA è, quindi, una forma di isolazionismo populista, che consiglia moderazione nei confronti delle ambizioni globaliste della nuova classe. Ciò produce un orientamento che, soprattutto nel mettere in primo piano gli interessi nazionali rispetto ai valori e agli impegni liberali, a volte sembra realismo ma è ben distinto, violando persino molti precetti realisti.

La novità della NSS del 2025 consiste nell’aver integrato l’agenda della destra populista con le tradizionali—e in parte compatibili—preoccupazioni relative alla supremazia americana sotto lo slogan «America First». L’influenza della destra populista produce impegni ufficiali senza precedenti a favore dell’antiglobalismo, del rinnovamento della civiltà occidentale e di un modus vivendi con le civiltà rivali. Tuttavia, i continui (e più convenzionali) impegni a favore della supremazia americana smorzano questa agenda radicale, suggerendo una continua proiezione di potenza globale e un confronto con la Cina, piuttosto che un ritorno a una politica estera esclusivamente emisferica.

L’adesione della destra alla multipolarità

L’ossessione della destra populista per le nuove élite di classe trova chiara e incisiva espressione nell’introduzione dell’NSS, che traccia un bilancio severo della politica estera americana del dopoguerra fredda, così come è stata definita e attuata da loro:

Le élite della politica estera si sono convinte che il dominio permanente degli Stati Uniti su tutto il mondo fosse nell’interesse del nostro Paese. . . . [Hanno] gravemente sottovalutato la disponibilità degli Stati Uniti ad assumersi per sempre oneri globali che il popolo americano non vedeva in alcun modo collegati all’interesse nazionale. Hanno sopravvalutato la capacità degli Stati Uniti di finanziare, contemporaneamente, un imponente Stato assistenziale, normativo e amministrativo insieme a un gigantesco complesso militare, diplomatico, di intelligence e di aiuti esteri. Hanno fatto scommesse estremamente errate e distruttive sul globalismo e sul cosiddetto libero scambio che hanno svuotato proprio quella classe media e quella base industriale da cui dipendono la preminenza economica e militare americana. Hanno permesso ad alleati e partner di scaricare il costo della loro difesa sul popolo americano e, a volte, di trascinarci in conflitti e controversie centrali per i loro interessi ma marginali o irrilevanti per i nostri. E hanno legato la politica americana a una rete di istituzioni internazionali, alcune delle quali guidate da un vero e proprio antiamericanismo e molte da un transnazionalismo che cerca esplicitamente di dissolvere la sovranità dei singoli Stati.13

Garantire la «sicurezza» americana significa oggi contrastare il globalismo sia sul territorio nazionale che all’estero. L’insistenza dei paleoconservatori sul ripristino dei confini culturali tradizionali e delle gerarchie interne permea un documento che tradizionalmente si concentra esclusivamente sulle minacce esterne. Tra una lunga lista di «desideri», il governo statunitense punta ora al «ripristino e al rilancio della salute spirituale e culturale americana… Vogliamo un’America che custodisca le glorie del passato e i propri eroi, e che guardi avanti verso una nuova età dell’oro. Vogliamo un popolo orgoglioso, felice e ottimista… una cittadinanza che abbia un lavoro remunerativo… [e] un numero crescente di famiglie forti e tradizionali che crescano figli sani.”14

Tra i dieci «principi fondamentali» della NSS figurano l’impegno a favore del «primato delle nazioni» contro le organizzazioni internazionali che minano la sovranità, della «sovranità e del rispetto» e dell’essere «a favore dei lavoratori americani». Un altro principio fondamentale è la “competenza e il merito”, non lo “status di gruppo privilegiato”, che si riferisce implicitamente alle azioni positive e ad altre misure “woke” che, promuovendo individui incapaci, rischiano il collasso di “sistemi complessi” come le infrastrutture e la sicurezza nazionale—conseguenze che “renderebbero l’America irriconoscibile e incapace di difendersi”. 15 Ma in questa prospettiva, dare priorità al merito non significa certamente reclutare i migliori e i più brillanti dall’estero: «In ogni nostro principio e in ogni nostra azione, l’America e gli americani devono sempre venire prima di tutto.»16 Infatti, la prima priorità elencata nella NSS è intitolata con l’affermazione: «L’era della migrazione di massa è finita», citando il danno arrecato alla «coesione sociale».17

Passando alla politica estera, questo progetto interno di restaurazione è indissolubilmente legato al «ripristino della fiducia in sé stessa dell’Europa come civiltà e dell’identità occidentale»18 in una sezione intitolata «promuovere la grandezza europea». Non vi è alcuna discussione reale sull’aggressione russa. Il problema fondamentale, afferma la NSS, è che l’Europa rischia la «cancellazione civilizzazionale» a causa del malgoverno delle sue élite liberal-globaliste, che stanno trasferendo la sovranità all’UE, consentendo la migrazione di massa e minando le libertà tradizionali come la libertà di parola. Il risultato è «un crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi». 19 Rispecchiando la visione della destra radicale secondo cui le identità civili sono basate sull’etnia, la NSS inquadra la migrazione come una minaccia razzializzata all’identità europea e quindi alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, avvertendo che, man mano che i paesi diventano “a maggioranza non europea”, potrebbero benissimo rifiutare l’alleanza con gli Stati Uniti.20

«La mancanza di fiducia in se stessi [come civiltà] è particolarmente evidente nei rapporti dell’Europa con la Russia», sostiene la NSS. Obiettivamente, «gli alleati europei godono di un significativo vantaggio in termini di potere duro rispetto alla Russia sotto quasi ogni aspetto, ad eccezione delle armi nucleari… [eppure] molti europei considerano la Russia una minaccia esistenziale».21 L’implicazione è che se le élite europee non fossero così spregevoli, si renderebbero conto che non hanno bisogno dell’aiuto degli Stati Uniti per perpetuare la guerra in Ucraina e contenere la Russia. Ma «i funzionari europei […] nutrono aspettative irrealistiche riguardo alla guerra», trincerati in «governi di minoranza instabili […] che calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l’opposizione. Una grande maggioranza europea vuole la pace, eppure quel desiderio non si traduce in politica […] a causa della sovversione dei processi democratici da parte di quei governi».22 Riformulato come un problema culturale, il compito dell’America è quello di «rendere di nuovo grande l’Europa» intervenendo per sostenere i «paesi alleati» e le forze «patriottiche» (cioè altre forze di estrema destra) affinché prendano il potere e ripristinino la «fiducia in se stessa della civiltà» europea, il che permetterà agli Stati Uniti di porre fine alla guerra e ripristinare la stabilità strategica con la Russia.

Queste argomentazioni e affermazioni non hanno senso da una prospettiva realista convenzionale. Eppure questa è ora la linea politica americana, come emerge dal discorso esplosivo del vicepresidente JD Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel febbraio 2025, in cui ha affermato che la sfida più grande per la sicurezza dell’Europa non era «alcun […] attore esterno», bensì «la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali». 23 La NSS, come Vance, definisce questi valori come liberali —democrazia e libertà di parola—ma se la condotta repressiva dell’amministrazione Trump all’interno del Paese rivela qualcosa, questa è semplicemente una tattica per rimuovere gli ostacoli all’ascesa della destra radicale in Europa, il che consentirebbe un’attenzione più esplicita alle gerarchie tradizionali.

L’ideologia della destra radicale influenza le relazioni degli Stati Uniti con le potenze non occidentali in senso opposto, riflettendo il suo approccio distintivo alla multipolarità. Mentre l’Europa dovrà affrontare una sovversione politica volta a riorientarla verso i valori occidentali tradizionali, così come definiti dall’America, le potenze non occidentali saranno lasciate in pace, e le loro differenze civili saranno riconosciute e rispettate. Gli Stati Uniti saranno «rispettosi delle diverse religioni, culture e sistemi di governo degli altri paesi». 24 In contrasto con le campagne universalistiche a favore di cause liberali e globaliste, la nuova politica estera degli Stati Uniti «cercherà di instaurare buone relazioni […] con le nazioni del mondo senza imporre loro cambiamenti democratici o sociali che differiscano ampiamente dalle loro tradizioni e storie […] anche se spingeremo gli amici che la pensano come noi a sostenere le nostre norme condivise». 25

La passata politica statunitense in Medio Oriente, ad esempio, è descritta come controproducente in quanto «costringeva queste nazioni — in particolare le monarchie del Golfo — ad abbandonare le loro tradizioni e le loro forme storiche di governo». 26 Allo stesso modo, in Africa, «la politica americana […] si è concentrata sul fornire, e successivamente sul diffondere, l’ideologia liberale».27 Tutto ciò è destinato a cambiare con un approccio del tipo “vivi e lascia vivere” nei confronti di civiltà dissimili. Ciò si integra bene con l’incoraggiamento alla multipolarità e alla tolleranza verso i sistemi illiberali da parte di Russia e Cina. Tale moderazione potrebbe anche essere musica per le orecchie dei realisti, ma attaccare i propri alleati non è certo un principio realista. Il fatto che gli Stati Uniti non agiscano più come principali promotori dell’ordine internazionale liberale ha senso solo come conseguenza dell’ascesa interna della destra populista.

La geopolitica trumpiana: non solo sfere d’influenza

L’adesione alla multipolarità nel senso inteso dalla destra populista non significa che Trump abbia semplicemente rinunciato alla supremazia degli Stati Uniti e alla competizione tra grandi potenze. Molti hanno argomentato in questo senso, date le minacce di Trump a Panama, Venezuela e Groenlandia, nonché la sua politica di appeasement nei confronti della Russia riguardo all’Ucraina.28 Alcuni osservatori della Cina, notando l’allentamento delle tensioni bilaterali, hanno analogamente concluso che la cosiddetta Nuova Guerra Fredda sia finita. 29 Ma questi giudizi sono in contrasto con la politica dichiarata e il comportamento degli Stati Uniti. Ed è qui che cominciamo a vedere la continua influenza di attori e prospettive più tradizionali, che impediscono una piena adesione all’isolazionismo populista paleoconservatore.

Ci sono tre ragioni per dubitare che Trump intenda rinunciare all’egemonia statunitense per adottare una politica ridimensionata e puramente emisferica. La prima è che gli Stati Uniti rimangono esplicitamente impegnati a mantenere la supremazia globale. L’obiettivo chiave, enunciato nella primissima pagina della NSS, è che «l’America rimanga il Paese più forte, più ricco, più potente e di maggior successo al mondo per i decenni a venire». «America First» significa chiaramente non solo mettere al primo posto gli interessi nazionali americani, ma anche mantenere il primo posto nella gerarchia globale. Questo desiderio di mantenere l’egemonia pervade la NSS, proprio come ha guidato la precedente politica tariffaria di Trump.

Per ristabilire la supremazia degli Stati Uniti sembrano essere necessari due obiettivi piuttosto contraddittori. Il primo è il perseguimento di politiche commerciali e industriali aggressive che si discostino dal globalismo ma non del tutto dal neoliberismo. L’approccio privilegiato riflette ciò che gli studiosi di economia politica Illias Alami e Adam Dixon definiscono “capitalismo di Stato”: un “ruolo dello Stato rafforzato nella promozione, nella supervisione e nella proprietà del capitale” affiancato da “forme muscolari di statalismo”, che danno origine a un “neoliberismo mutato.”30

Il governo promuoverà la sicurezza economica garantendo la sicurezza delle catene di approvvigionamento (con il coinvolgimento delle agenzie di intelligence nel monitoraggio delle vulnerabilità), incoraggiando la reindustrializzazione attraverso l’uso di dazi, stimolando l’innovazione tecnologica e rivitalizzando la base militare-industriale statunitense.31 Queste misure saranno accompagnate da tagli fiscali e da “iniziative di deregolamentazione” volte a liberare fonti energetiche a basso costo e a incoraggiare gli investimenti. 32 Mentre gli Stati Uniti limitano le importazioni sul proprio territorio, apriranno le porte al capitale americano all’estero. “Ogni funzionario del governo statunitense . . . dovrebbe comprendere che parte del proprio lavoro consiste nell’aiutare le aziende americane a competere e ad avere successo.” 33 In particolare nell’emisfero occidentale, i funzionari dovranno «individuare opportunità strategiche di acquisizione e investimento» per le imprese statunitensi, cercare finanziamenti dal governo degli Stati Uniti e perseguire «contratti a fornitore unico per le nostre aziende», abbattendo al contempo le barriere normative che ostacolano i beni, i servizi e i capitali statunitensi. 34 Questo programma si estende all’Europa, al Medio Oriente e all’Africa.35

Il secondo meccanismo per ripristinare la supremazia degli Stati Uniti consiste nel trasferire i costi sugli alleati. Ciò è contraddittorio nella misura in cui una spietata priorità data agli interessi economici e strategici propri offre agli altri Stati ben pochi motivi per collaborare con Washington. Una maggiore condivisione degli oneri è chiaramente un tentativo di conciliare la continua insistenza sulla supremazia degli Stati Uniti con l’opinione della cricca del Tesoro statunitense — guidata dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, dal Segretario al Commercio Howard Lutnick e da altri — secondo cui l’egemonia degli Stati Uniti nella sua forma attuale è insostenibile. La soluzione consiste nel trasferire ad altri i costi del mantenimento dell’ordine mondiale. A tal fine, l’America istituirà una “rete di condivisione degli oneri”, ricompensando “potenzialmente” i partner che aumentano la spesa per la difesa e replicano i controlli sulle esportazioni statunitensi con accordi più vantaggiosi in materia di commercio, tecnologia e armamenti.36 La NSS parla anche di “consolidare il nostro sistema di alleanze in un gruppo economico”.37

La successiva Strategia di Sicurezza Nazionale (NDS) rende più esplicito il piano di ripartizione degli oneri. Gli Stati Uniti si concentreranno sulla difesa interna e sulla deterrenza nei confronti della Cina, mentre gli alleati regionali dovranno affrontare minacce secondarie come Russia, Iran e Corea del Nord con un’assistenza statunitense più limitata.38 Ciò ricorda la Dottrina Nixon che, in un contesto di declino del potere statunitense e di imminente sconfitta in Vietnam, cercava di distribuire la responsabilità della vigilanza anticomunista alle potenze medie.

Il secondo motivo per dubitare che Trump stia cercando di creare una sfera d’influenza isolata a livello emisferico è che la NSS rifiuta espressamente di concedere alle potenze rivali le proprie sfere d’influenza. Certamente, la NSS assume un tono in qualche modo populista e isolazionista, dichiarando nella primissima pagina: «gli affari degli altri paesi ci riguardano solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi.»39 Più sottile, tuttavia, è la discussione su uno dei dieci «principi» dichiarati della politica statunitense, «Equilibrio di potere»:

Gli Stati Uniti non possono permettere che alcuna nazione assuma un ruolo così dominante da minacciare i nostri interessi. Collaboreremo con alleati e partner per mantenere gli equilibri di potere a livello globale e regionale, al fine di impedire l’emergere di avversari dominanti. Poiché gli Stati Uniti rifiutano il concetto fallimentare di dominio globale per sé stessi, dobbiamo impedire il dominio globale, e in alcuni casi anche regionale, da parte di altri. Ciò non significa sprecare sangue e risorse per limitare l’influenza di tutte le grandi e medie potenze del mondo. L’influenza sproporzionata delle nazioni più grandi, più ricche e più forti è una verità senza tempo delle relazioni internazionali. Questa realtà comporta talvolta la necessità di collaborare con i partner per contrastare le ambizioni che minacciano i nostri interessi comuni.40

Da un lato, gli Stati Uniti rinunciano apertamente all’obiettivo della nuova classe di «dominio globale» e sembrano ripiegare su una posizione realista volta a impedire che qualsiasi potenza egemonica rivale domini il mondo. D’altro canto, gli Stati Uniti continueranno a impedire «il dominio globale, e in alcuni casi persino regionale, di altri» (enfasi aggiunta); ciò chiaramente non significa che le grandi potenze rivali abbiano il permesso di godere delle rispettive «sfere d’influenza», dato che «in alcuni casi» potrebbero non godere nemmeno dell’egemonia regionale. Come discusso di seguito, tali casi includono chiaramente la Cina. E, poiché gli Stati Uniti si attribuiscono il ruolo di contenere le potenze rivali, devono mantenere la capacità di proiezione di potenza globale: un impegno de facto al ruolo dell’America come arbitro dell’ordine mondiale.

La terza ragione va ricercata nelle posizioni e nei comportamenti di Trump che, insieme ad altri passaggi della Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS), indicano una tendenza persistente verso l’attivismo globale, non un ripiegamento nelle sfere d’influenza. L’intervento americano in Iran, i piani di Trump per un “Consiglio di pace” globale che governi Gaza e oltre, i bombardamenti statunitensi sulla Nigeria in nome della prevenzione di un “genocidio cristiano”: nessuna di queste azioni è coerente con un’attenzione disciplinata alla “sfera d’influenza” americana, né tantomeno con un chiaro interesse nazionale. Inoltre, la stessa NSS impegna gli Stati Uniti a intervenire in altre quattro regioni al di fuori del proprio emisfero: Europa, Medio Oriente, Africa e Asia; in effetti, solo l’Antartide non viene menzionata.

Gli obiettivi indicati in queste sezioni sono spesso in linea con gli obiettivi strategici tradizionali del Pentagono, in particolare quello di impedire agli avversari l’accesso a territori o risorse chiave. In Europa, come discusso in precedenza, gli Stati Uniti rivendicano un ruolo continuativo nella «gestione delle relazioni europee con la Russia».41 In Medio Oriente, la NSS dipinge un quadro piuttosto roseo di una pace regionale in rapida espansione, consentendo a Washington di passare dagli interventi globalisti falliti di «nation-building» alla promozione del commercio e degli investimenti. Tuttavia, come afferma anche il documento, gli Stati Uniti “avranno sempre interessi fondamentali” nel combattere il radicalismo islamista, nell’impedire che le forniture energetiche del Golfo cadano “nelle mani di un nemico dichiarato”, nel mantenere aperti lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso e nel garantire che “Israele rimanga al sicuro”. 42 Quest’ultimo impegno viene avanzato senza spiegazioni e viola sicuramente sia il principio dell’“America First” sia qualsiasi logica realista, poiché i principali realisti sostengono da tempo in modo convincente che l’alleanza con Israele non serve più agli interessi nazionali degli Stati Uniti. 43 L’Africa riceve scarsa menzione (solo tre paragrafi), ma l’amministrazione prevede interventi per il mantenimento della pace, la lotta al terrorismo, il commercio e gli investimenti.44

Entra nella Dottrina Donroe

Con questo non si intende negare l’intensa attenzione riservata dal regime di Trump all’Emisfero occidentale. La NSS sostiene esplicitamente la Dottrina Monroe, aggiungendovi un «corollario di Trump»,45 che i commentatori hanno soprannominato «Dottrina Donroe» in seguito all’intervento in Venezuela. Gli obiettivi nell’emisfero occidentale sono la stabilizzazione e la cooperazione con i regimi latinoamericani per ridurre la migrazione e il traffico di droga, per prevenire «incursioni straniere ostili o l’acquisizione di beni chiave» e per garantire l’accesso alle risorse per le «catene di approvvigionamento critiche» e «a località strategiche chiave». 46 La NDS identifica queste località come la Groenlandia, il “Golfo d’America” e il Canale di Panama, tutte al centro degli interventi statunitensi (o delle richieste di intervento) nell’ultimo anno.

A guidare questa attenzione alla sicurezza nazionale ed emisferica non è solo la critica dei paleoconservatori secondo cui i confini statunitensi sarebbero invasi da immigrati e droga, il che richiederebbe una difesa nazionale più risoluta; si tratta, soprattutto, della rivalità con la Cina, presentata come una «risposta» contro i «concorrenti extra-emisferici». 47 Ironia della sorte, in linea con la prassi diplomatica di Pechino, è stato fatto un notevole sforzo per non menzionare la Cina in tutto il NSS, ma la Cina aleggia comunque sul documento. La NSS afferma senza mezzi termini: “Vogliamo che le altre nazioni [nell’emisfero occidentale] ci vedano come il loro partner di prima scelta, e noi . . . scoraggeremo la loro collaborazione con altri”. I diplomatici statunitensi continueranno—come hanno fatto per anni—a mettere in guardia dai “costi nascosti” della collaborazione con “altri”, 48 tra cui «spionaggio, [minacce alla] sicurezza informatica [e] trappole del debito», e useranno «l’influenza degli Stati Uniti nella finanza e nella tecnologia» per costringere i governi a rifiutare «tale assistenza».49

Questo aiuta a dare un senso a molte delle azioni intraprese dall’amministrazione nei paesi vicini. Il primo viaggio all’estero del Segretario di Stato Marco Rubio è stato in America Latina, dove ha messo in guardia i paesi dal collaborare con la Cina. La prima campagna di pressioni di Trump nella regione è stata diretta contro Panama e mirava a estromettere un’azienda cinese dalla proprietà dei porti situati alle due estremità del Canale di Panama. Il suo intervento in Venezuela può sembrare poco sensato dal punto di vista delle grandi compagnie petrolifere statunitensi (vedi sotto), ma lo è se l’obiettivo è quello di estromettere la Cina dall’America Latina, dato che il Venezuela è il suo partner più stretto. Anche la mossa di Trump sulla Groenlandia è animata dalla rivalità con la Cina e la Russia. Trump sostiene che l’area sia «piena zeppa di navi russe e cinesi ovunque… Amo il popolo cinese. Amo il popolo russo. Ma non li voglio come vicini in Groenlandia, non succederà.”50 Nonostante i media riferiscano che la NDS riduca la priorità attribuita alla Cina come minaccia per concentrarsi sul territorio americano, quel documento in realtà “dà priorità alla difesa del territorio nazionale e alla deterrenza nei confronti della Cina” insieme, riflettendo l’intreccio di questi due obiettivi. 51

Il desiderio di dominare l’emisfero occidentale e di competere con la Cina trae ispirazione sia dal paleoconservatorismo che da una dottrina più tradizionale, ponendo le basi per la loro intesa con Trump. Per i paleoconservatori, difendere la nazione e la cultura americane richiede una forte difesa dell’emisfero. I loro scritti talvolta esaltano l’espansionismo dei presidenti imperialisti che Trump ammira tanto, celebrando il loro «robusto nazionalismo». 52 Pat Buchanan, che promosse l’«America First» nella sua candidatura presidenziale del 1992, ha sostenuto che il desiderio di Trump di acquisire la Groenlandia, avanzato per la prima volta nel 2019, rifletteva una «venerabile tradizione di espansionismo americano», osservando cupamente che «la Cina, l’aspirante superpotenza del XXI secolo, ha mostrato interesse» per l’isola.53 I paleoconservatori come Buchanan sono da tempo critici nei confronti della Cina, che considerano un «mostro di Frankenstein» creato dalle politiche di libero scambio mal guidate dei globalisti. Tuttavia, i loro istinti populisti-isolazionisti inducono anche alla cautela. Persino Buchanan era ambivalente riguardo a una nuova Guerra Fredda, mettendo in guardia contro uno scontro sconsiderato o un’ingerenza a Taiwan e proponendo invece la “coesistenza”, in linea con l’impegno paleoconservatore a favore della multipolarità.54

La NSS contiene inoltre elementi che indicano la persistente influenza dei tradizionali falchi sulla Cina e dei geostrateghi del Pentagono. Sebbene alcuni resoconti dei media suggeriscano che nella stesura della NSS siano state aggirate le normali procedure interagenzia, alcune parti recano i consueti segni distintivi di un lavoro collettivo. La sezione teoricamente dedicata all’«Asia» sembra voler impegnare gli Stati Uniti in una competizione con Pechino che si estende a livello globale, non solo all’emisfero occidentale o all’Indo-Pacifico. La NSS afferma che «per prosperare in patria, dobbiamo competere con successo» in Asia.55 Gli obiettivi di base qui riflettono una profonda continuità con le prime amministrazioni Trump e Biden. Essi includono obiettivi geostrategici convenzionali: ripristinare «un equilibrio militare favorevole agli Stati Uniti e ai nostri alleati nella regione», scoraggiare la guerra su Taiwan e mantenere il Mar Cinese Meridionale aperto alla navigazione internazionale. 56 L’unica vera novità è la richiesta che «alleati e partner» facciano molto di più per contenere la Cina, riflettendo la visione del Tesoro sui costi dell’egemonia statunitense.57

La NDS ribadisce che gli Stati Uniti perseguiranno «la stabilità strategica… la risoluzione dei conflitti e la de-escalation», e che l’obiettivo «non è dominare la Cina, né soffocarla o umiliarla», ma piuttosto scoraggiare l’aggressività cinese attraverso «la forza, non lo scontro». 58 Ciononostante, questa posizione equivale comunque a una strategia di contenimento, in cui alla Cina non è permesso nemmeno dominare i propri vicini, né tantomeno realizzare ciò che Pechino considera la riunificazione nazionale con Taiwan. Inoltre, l’obiettivo dichiarato della NSS di «riequilibrare le relazioni economiche degli Stati Uniti con la Cina» equivale a una richiesta che Pechino smantelli il suo intero modello di crescita, poiché include «la fine (tra le altre cose) — predatoria, dei sussidi e delle strategie industriali guidate dallo Stato; delle pratiche commerciali sleali; della distruzione di posti di lavoro e della deindustrializzazione; del furto su larga scala di proprietà intellettuale e dello spionaggio industriale». 59

Questi obiettivi indicano probabilmente che, per quanto i paleoconservatori possano cercare un compromesso con la Cina, l’ostilità a lungo termine è insita nella piattaforma di politica estera trumpiana. La decisione di evitare di indicare la Cina come la minaccia principale è probabilmente di natura tattica e riflette il desiderio dell’amministrazione di non inimicarsi Pechino, mentre Trump e la cerchia del Tesoro cercano di raggiungere un «accordo» per rimodellare le relazioni sino-americane a favore di Washington. Dopo la sua iniziale offensiva tariffaria, Trump ha ripetutamente attenuato le misure anti-cinesi, in particolare per quanto riguarda i controlli sulle esportazioni di semiconduttori, per lasciare ai suoi negoziatori lo spazio necessario per perseguire questo grande accordo. 60 La Cina gode ora di un’aliquota tariffaria media ponderata sul commercio (37,5% al momento della stesura di questo articolo) non molto più alta di quella di molti partner e alleati degli Stati Uniti, tra cui l’India (34,3%), che la NSS individua ripetutamente come un paese che gli Stati Uniti devono coltivare come alleato anti-cinese. 61

Il problema è che gli obiettivi perseguiti da Washington equivalgono a una richiesta di capitolazione totale della Cina sulle sue «quattro linee rosse»: «la questione di Taiwan», la difesa della versione cinese di «democrazia e diritti umani», il mantenimento del «percorso e del sistema scelti dalla Cina» e «il diritto della Cina allo sviluppo». 62 Una posizione anti-globalista può tollerare la versione cinese di democrazia e diritti umani e il suo sistema autoritario. Ma i cambiamenti economici richiesti minerebbero fatalmente quel sistema, che si basa sulla globalizzazione per ottenere una crescita a più alto valore aggiunto, e minaccerebbero il modello di sviluppo della Cina. Di conseguenza, su queste basi non è probabile che si giunga a un grande accordo soddisfacente. E, finora, i cinesi sembrano avere la meglio in questa sfida.

Da questo punto di vista, i falchi cinesi e i pianificatori del Pentagono stanno probabilmente preparando una strategia di riserva basata sulla rivalità globale con la Cina, da attuare nel caso in cui i negoziati dovessero alla fine fallire. La sezione presumibilmente dedicata all’“Asia” sottolinea la necessità di sviluppare con gli alleati “un piano congiunto per il cosiddetto ‘Sud del mondo’”, mobilitando finanziamenti privati e le istituzioni finanziarie internazionali (adeguatamente riformate in funzione degli interessi statunitensi), in modo che gli Stati Uniti rimangano “il partner globale di prima scelta”63 (enfasi aggiunta). E l’Europa sarà ancora spinta «ad agire per combattere la sovraccapacità mercantilista, il furto tecnologico, lo spionaggio informatico e altre pratiche economiche ostili», presumibilmente da parte della Cina.64 C’è, quindi, una notevole continuità nell’orientamento strategico dei trumpisti sulla Cina, rendendo prematuro dichiarare la fine della nuova Guerra Fredda; si tratta probabilmente di una tregua temporanea.

Le illusioni contro la democrazia

Cosa dobbiamo quindi pensare della NSS e della politica estera di Trump? È evidente che essa segna la fine dell’ordine internazionale liberale, con grande sgomento dei globalisti di tutto il mondo. Come afferma la NDS, gli Stati Uniti non impiegheranno più risorse per «sostenere astrazioni irrealizzabili come l’ordine internazionale basato sulle regole».65 Ma c’è qualcosa di cui rallegrarsi in tutto questo? Dopotutto, i conservatori radicali non sono certo gli unici a percepire che il globalismo è stato estremamente problematico. Anche alcuni esponenti della sinistra hanno criticato le élite liberali per aver intrapreso guerre distruttive senza fine e aver istituito accordi di governance transnazionali che consolidano le politiche economiche neoliberiste, svuotano la democrazia e danneggiano i propri cittadini; e anche loro hanno invocato la ricostruzione della sovranità nazionale.66

Da questo punto di vista, un apparente allontanamento degli Stati Uniti dal globalismo verso una «definizione più mirata dell’interesse nazionale», il rispetto della sovranità e una «predisposizione al non-interventismo»67 potrebbero rivelarsi positivi per la pace mondiale. Il continuo impegno a favore della supremazia degli Stati Uniti, tuttavia, così come previsto dalla NSS, non implica chiaramente alcun reale rispetto per la sovranità altrui. Inoltre, la natura personalista del regime populista di Trump significa che, in pratica, la determinazione dell’interesse nazionale americano è lasciata a lui, con il risultato di un processo decisionale altamente irregolare, spesso delirante, che alimenta il disordine internazionale.

Gli antiglobalisti potrebbero interpretare la Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) di Trump come un esempio di ciò che Philip Cunliffe sostiene nel suo recente libro, The National Interest: Politics After Globalization. Alla luce delle conseguenze disastrose delle politiche globaliste, Cunliffe esorta i lettori ad abbandonare la promozione della democrazia e la liberalizzazione economica e a riorientare invece il dibattito e la pratica politica verso l’interesse nazionale. Ciò, sostiene, indurrebbe una maggiore moderazione a livello internazionale, poiché la nazione è limitata a una popolazione e a un territorio definiti. Una politica realmente fondata sulla sovranità nazionale incoraggerebbe inoltre il rispetto per gli altri Stati sovrani, creando le basi per una cooperazione internazionale pacifica.68

Ma chiaramente non è questo ciò che sta accadendo nel secondo mandato di Trump. Trump sostiene di essere il presidente della pace mentre semina il caos in tutto il mondo, rimproverando ed estorcendo agli alleati, bombardando altri paesi, rapendo leader stranieri e minacciando di annettere territori stranieri. Si potrebbe concludere che Cunliffe abbia semplicemente torto, forse in modo pericoloso: mettere in primo piano l’interesse nazionale porterà sempre a questo tipo di politica aggressiva e imperialista. Vorrei proporre un’interpretazione diversa.

Il primo problema è che la contro-élite trumpiana è chiaramente legata alla supremazia americana, pur rifiutandone le versioni liberali o globaliste. Ciò alimenta una contraddizione inconciliabile tra gli interessi della nazione americana, intesa come comunità politica limitata e circoscritta, e gli interessi dello Stato americano inteso come formazione imperiale. Questa contraddizione si è manifestata sulla questione dei dazi: la determinazione di Trump a mantenere l’egemonia del dollaro statunitense significa che i dazi semplicemente non possono servire al suo obiettivo dichiarato di reindustrializzazione interna.69 La definizione espansiva di interessi nazionali della NSS trascinerà inoltre lo Stato americano in conflitti esteri, nonostante la presunta avversione della destra radicale nei loro confronti. Come osserva la stessa NSS, «Per un paese i cui interessi sono così numerosi e diversi come i nostri, non è possibile un’adesione rigida al non-interventismo.»70

Non si tratta semplicemente della problematica eredità ideologica dell’eccezionalismo americano o dell’influenza residua dei falchi cinesi e dei pianificatori del Pentagono. Ciò riflette gli interessi concreti acquisiti dalle imprese statunitensi e dallo Stato americano nell’economia capitalista mondiale. È infatti vero, ad esempio, che l’economia americana risentirebbe della chiusura di rotte marittime fondamentali, il che richiede una proiezione di potenza a livello globale per evitare un simile scenario. In effetti, è stata proprio la globalizzazione degli interessi commerciali statunitensi all’inizio del XX secolo a generare originariamente «un nuovo vocabolario della sicurezza nazionale». 71 Come afferma la NDS, in definitiva, l’egemonia cinese in Asia deve essere contrastata per sostenere «l’accesso al centro di gravità economico mondiale, con implicazioni durature per le prospettive economiche della nostra nazione, compresa la nostra capacità di reindustrializzarci». 72 Questa realtà pone limiti oggettivi all’adesione all’isolazionismo populista dei paleoconservatori. Questi ultimi possono aver saccheggiato Gramsci in cerca di indicazioni per le loro teorie sulla guerra culturale, ma il loro rifiuto del suo approccio alla classe e al capitalismo crea un enorme punto cieco nella loro visione del mondo.

In secondo luogo, e in relazione a ciò, una vera politica di sovranità nazionale del tipo auspicato da Cunliffe richiede una democrazia rappresentativa funzionante; è proprio la sua assenza a far sì che l’«America First» si manifesti come dottrina imperialista e come comportamento caotico e da gangster. Come osserva Cunliffe, la mancanza di un dibattito democratico significativo su quali interessi la nazione debba perseguire è ciò che ha portato la politica estera a fossilizzarsi attorno alle agende delle élite o a strutture ereditate come le alleanze della Guerra Fredda. Quel dibattito, sostiene, deve essere rivitalizzato per riorientare la politica al servizio degli interessi dei cittadini.

Eppure il populismo contemporaneo, di estrema destra o di altro tipo, è un sintomo del grave declino della democrazia rappresentativa; non ne segna la rinascita. Il populismo esprime ostilità verso élite ristrette ed egoiste e le loro opere, ma non ricostruisce la partecipazione di massa alla vita pubblica né ripristina i legami di rappresentanza politica distrutti da decenni di globalismo. Al contrario, il leader populista si pone come l’incarnazione della nazione, in una posizione unica per interpretare la volontà popolare e l’interesse nazionale. Ciò consente a Trump di prendere decisioni che sono in definitiva slegate dagli interessi della maggior parte degli americani, e persino dagli interessi del suo gruppo più potente: il mondo imprenditoriale organizzato.

Ciò risulta evidente se si considera la guerra contro il Venezuela. Ciò che ha contraddistinto questa vicenda dal recente comportamento imperialista degli Stati Uniti è stata l’affermazione sfacciata e predatoria degli interessi statunitensi da parte di Trump, senza alcun tentativo di giustificare l’intervento in base alla legalità internazionale o al benessere globale, a differenza, per esempio, della guerra in Iraq del 2003. Gli obiettivi, dichiarati apertamente, erano quelli di rimuovere un “narcotrafficante” che danneggiava gli americani e di ripristinare l’accesso degli Stati Uniti al petrolio venezuelano. Sfortunatamente per l’amministrazione, le grandi compagnie petrolifere statunitensi sembrano del tutto disinteressate. Questo perché il petrolio venezuelano è eccessivamente costoso da estrarre, specialmente dopo anni di cattiva gestione interna e sanzioni statunitensi che hanno paralizzato le infrastrutture, per non parlare dei bassi prezzi globali del petrolio. 73 In una riunione tenutasi dopo l’operazione, in cui Trump ha cercato di mobilitare 100 miliardi di dollari dalle compagnie petrolifere statunitensi, l’amministratore delegato di Exxon Mobil ha affermato categoricamente che il Venezuela era “non investibile”. 74 Trump ha “reagito” dicendo che avrebbe impedito a quella società, che non vuole tornare in Venezuela, di tornare in Venezuela.

Sotto Trump, quindi, lo Stato americano sostiene di mettere «l’America al primo posto», in particolare gli interessi del capitale statunitense, ma quest’ultimo è chiaramente disinteressato alle avventure di Trump. I dazi di Trump, osteggiati praticamente da ogni gruppo imprenditoriale americano, sono l’illustrazione definitiva della natura non rappresentativa della sua politica. Lungi dal fungere da capitalista collettivo ideale, come suppone la teoria marxista strutturalista, l’amministrazione Trump non si preoccupa nemmeno di consultare i presunti beneficiari per verificare se le politiche proposte servano ai loro interessi; questi vengono contattati solo a posteriori, quando si rivela il disallineamento.

Questa frattura tra Stato e società è il risultato del grave declino della democrazia rappresentativa americana, che ha portato persino le grandi imprese a perdere un controllo effettivo sullo Stato. Dopo aver introdotto con successo il neoliberismo negli anni ’70 e nei primi anni ’80, le grandi imprese hanno trascurato l’organizzazione politica necessaria per definire un progetto nazionale, limitandosi a esercitare pressioni settoriali su un Congresso corrotto e facilmente influenzabile. Il declino della rappresentanza popolare sotto il neoliberismo, tuttavia, ha generato una reazione populista che ha portato le imprese a perdere progressivamente il controllo del Partito Repubblicano a favore di Trump e, di conseguenza, il Congresso a cedere il proprio potere a un ramo esecutivo sempre più autoritario. Di conseguenza, i metodi tradizionali di influenza e controllo del capitale statunitense non sono più efficaci. Singoli oligarchi come Elon Musk, Jensen Huang di Nvidia, Mark Zuckerberg di Meta e Tim Cook di Apple possono ancora influenzare le decisioni, ma solo corteggiando l’imperatore in persona, e promuovono solo i propri interessi o ideologie particolari, non quelli della loro classe più ampia.75

Se nemmeno il mondo imprenditoriale riesce a far valere i propri interessi nella politica estera, che possibilità ha l’americano medio? Il Congresso rimane sostanzialmente inerte; il principale canale istituzionale per la definizione democratica dell’interesse nazionale rimane bloccato. Ciò consente a Trump di imporre alla politica estera statunitense la propria visione personale dell’interesse nazionale, una visione estremamente singolare e spesso fondamentalmente delirante.

Certo, le decisioni di Trump non nascono dal nulla: come suggerisce la NSS, esistono fazioni ben identificabili in lotta per ottenere influenza, ciascuna delle quali spinge in direzioni leggermente diverse. I paleoconservatori, populisti-isolazionisti per istinto, vogliono un ridimensionamento globale, un’attenzione particolare alla difesa del territorio nazionale e della cultura, e un rifiuto delle politiche globaliste e neoliberiste a vantaggio dei lavoratori statunitensi. Il Pentagono e i falchi cinesi, tuttavia, rifiutano l’isolazionismo: rimangono impegnati a favore della supremazia americana e di una definizione più ampia degli interessi statunitensi, che include impedire alle potenze rivali l’accesso a teatri strategici chiave—Europa, Medio Oriente e Asia—. La NDS chiarisce: “La nostra non è una strategia di isolamento”; le “avventure sciocche e grandiose” dei globalisti sono finite. “Ma non ci ritireremo.”76 La cricca del Tesoro statunitense, nel frattempo, ritiene che l’egemonia degli Stati Uniti sia insostenibile, non necessariamente indesiderabile. È favorevole al trasferimento degli oneri e a politiche commerciali e industriali aggressive, ma anche al proseguimento di pratiche neoliberiste come i tagli fiscali e la deregolamentazione, in linea con gli istinti libertari dei paleoconservatori ma non, a quanto pare, con il loro desiderio di rinnovamento nazionale in chiave populista.

L’impegno nazionalista a favore della supremazia americana maschera queste differenze a livello dottrinale. Ma il processo decisionale su questioni specifiche, specialmente quando è guidato da un leader populista estremamente arbitrario, spesso fa emergere disaccordi più profondi. La politica estera di Trump a volte coinciderà con gli interessi dei suoi sostenitori, altre volte no. La base del movimento MAGA sembra soddisfatta del fatto che l’attacco al Venezuela rifletta l’interesse nazionale, ma le pressioni sull’Iran, il coinvolgimento degli Stati Uniti a Gaza e le minacce alla Groenlandia sono tutte misure altamente impopolari.77

La NSS e la NDS prevedono addirittura delle deroghe esplicite per le fissazioni particolari di Trump. La NSS definisce apparentemente gli interessi statunitensi in modo restrittivo, dichiarando che «non possiamo permetterci di prestare uguale attenzione a ogni regione e a ogni problema nel mondo» e che «prestare un’attenzione costante alla periferia è un errore».78 Eppure permette esplicitamente a Trump di agire dove vuole in nome della pacificazione, «anche in [aree] periferiche rispetto ai nostri interessi fondamentali immediati», sulla base della fantasiosa motivazione che ciò aumenta la stabilità e l’influenza degli Stati Uniti, «riallinea paesi e regioni verso i nostri interessi» e apre i mercati, mentre le uniche «risorse necessarie» sarebbero la «diplomazia presidenziale», che comporta «costi relativamente minori in termini di tempo e attenzione». 79 Ciò riflette ovviamente la convinzione delirante di Trump che i suoi presunti poteri di negoziatore pacificheranno magicamente conflitti radicati. Allo stesso modo, la NDS, pur insistendo sulla priorità delle “minacce più pericolose agli interessi degli americani”, si impegna a fornire a Trump “la flessibilità operativa e l’agilità necessarie per altri obiettivi… contro bersagli ovunque”.80 Si tratta semplicemente di un capriccio individuale travestito da strategia nazionale.

La più grande illusione dell’amministrazione Trump, tuttavia, è che l’«America First» possa ripristinare la supremazia degli Stati Uniti in assenza di qualsiasi incentivo che spinga gli altri a collaborare con la sua agenda. La NSS implica che gli Stati Uniti possano fare letteralmente tutto ciò che vogliono, e che gli altri Stati non solo dovranno accettarlo, ma collaboreranno anche al ripristino della supremazia statunitense. In questa prospettiva, gli Stati Uniti possono e imporranno dazi doganali e reindustrializzeranno l’America attraverso politiche interventiste; chiunque altro adotti questo approccio per sé, tuttavia, è colpevole di comportamento “predatorio” e deve essere schiacciato. Gli Stati Uniti possono dominare l’emisfero occidentale, ma i rivali non possono egemonizzare le regioni vicine. Gli alleati europei dovranno affrontare sovversione politica e pressioni per abbattere le barriere alle imprese statunitensi, ma ci si aspetta anche che aumentino la spesa per la difesa e si uniscano al confronto di Washington con la Cina. Ma, ovviamente, tali politiche unilaterali danno agli altri paesi pochi motivi per collaborare con gli Stati Uniti.

In effetti, l’allontanamento dal globalismo priva di qualsiasi seria giustificazione la pretesa degli Stati Uniti di continuare a rivendicare la leadership mondiale. Come sottolinea la NSS, nell’emisfero occidentale «la scelta che tutti i paesi dovrebbero affrontare è se vogliono vivere in un mondo guidato dagli Stati Uniti, composto da paesi sovrani ed economie libere, oppure […] in uno in cui sono influenzati da paesi dall’altra parte del mondo». 81 In Asia, «ciò che differenzia l’America dal resto del mondo — la nostra apertura, trasparenza, affidabilità, impegno per la libertà e l’innovazione, e il capitalismo di libero mercato — continuerà a renderci il partner globale di prima scelta». 82 Queste affermazioni sono slegate dalla realtà, ignorando l’abbandono di questi presunti valori e accordi istituzionali da parte della stessa amministrazione Trump.

Il momento post-americano

Se mai gli Stati Uniti fossero stati “affidabili” o “impegnati a favore della libertà”, le minacce rivolte ai propri alleati della NATO stanno spingendo anche i più creduloni a riconsiderare la questione. Queste giustificazioni della leadership americana sembrano stranamente copiate e incollate da un’epoca che lo stesso Trump ha decisamente chiuso. Andando avanti, non è più affatto chiaro perché molti paesi dovrebbero considerare un ordine guidato dagli Stati Uniti superiore a uno guidato dalla Cina, che almeno promette una “cooperazione vantaggiosa per tutti” e l’adesione alla Carta delle Nazioni Unite come fondamento delle sue varie “iniziative” globali. Come minimo, qualunque cosa si possa pensare dei suoi valori autoritari e della sua forma di governo, la Cina appare sempre più come il partner più sano di mente, stabile e prevedibile sulla scena mondiale.

Abbandonare la maschera del globalismo per rivelare nient’altro che pura coercizione accelererà quasi certamente il declino della potenza globale degli Stati Uniti. Alcuni alleati dell’Europa occidentale e dell’Asia nord-orientale continueranno molto probabilmente a cooperare con gli Stati Uniti perché non vedono alternative, date le minacce esterne che devono affrontare da parte di Russia, Cina o Corea del Nord. Ma anche questi paesi vedono ora gli stessi Stati Uniti come una minaccia potenziale o effettiva. Di conseguenza, molto probabilmente si uniranno alla maggioranza globale nel perseguire non una rinnovata subordinazione a Washington, ma il “polialineamento”, una politica volta a mantenere e coltivare relazioni con molti partner esterni, compresa la Cina, come copertura contro l’aggressione americana.83

Come ha chiarito di recente a Davos il primo ministro Mark Carney, ormai anche il Canada dichiara apertamente una politica di questo tipo. Ciò rende altamente improbabile che gli Stati Uniti riescano a «consolidare il nostro sistema di alleanze in un gruppo economico», come propone la NSS, o a delegare il mantenimento degli ordini regionali auspicati dagli Stati Uniti a subordinati compiacenti, come prevede la NDS. 84 Anche laddove gli interessi apparentemente coincidono, la politica di potere americana senza freni eroderà le condizioni necessarie per la cooperazione.

Come hanno a lungo sottolineato i gramsciani, la genialità dell’élite americana del dopoguerra è stata quella di convincere le classi dominanti e alcune classi subordinate di altri Stati che la leadership statunitense non funzionava solo a vantaggio dell’America, ma anche a vantaggio loro. Ciò comportava una certa condivisione di ricchezza e potere attraverso la fornitura di beni pubblici, quali la sicurezza e l’accesso ai mercati, e la creazione di istituzioni multilaterali che limitassero il comportamento degli Stati Uniti. Insieme all’uso della violenza contro gli Stati nemici e le forze sociali recalcitranti in una lotta condivisa contro il comunismo (e altre minacce comuni), questa strategia ha assicurato per decenni la cooperazione volontaria degli altri Stati con l’agenda globale degli Stati Uniti.85 Questo contesto ha permesso a due presidenti precedenti, Nixon e Reagan, di trasferire i costi della leadership statunitense sugli alleati dopo periodi di crisi e declino. Ma quel contesto è svanito. Le sue crescenti contraddizioni—in particolare dopo la Guerra Fredda, l’ascesa della Cina e lo svuotamento della democrazia e dell’economia> americana—hanno portato i trumpisti a vedere il grande accordo come un affare sfavorevole in cui gli altri hanno “fregato” l’America. Ma fornire benefici sostanziali ai propri seguaci è sempre stato il prezzo che gli Stati Uniti hanno pagato per la leadership.

E come gli americani scopriranno presto, in assenza di tali concessioni, gli altri Stati non hanno alcun motivo di seguire l’esempio degli Stati Uniti. Un leader senza seguaci è semplicemente qualcuno che sta camminando—forse verso un precipizio. I trumpisti, dopotutto, non possono avere entrambe le cose: «America First» significherà sempre più spesso «America da sola».

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 1 (Primavera 2026): 190–213.

Note

Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America (Washington D.C.: Casa Bianca, 2025), 12.

David E. Sanger, Nuove guerre fredde: l’ascesa della Cina, l’invasione della Russia e la lotta dell’America per difendere l’Occidente (Londra: Scribe, 2024), 96–97.

Lee Jones, “La scommessa tariffaria di Trump e il declino dell’ordine neoliberista”, American Affairs 9, n. 2 (estate 2025), 3–23.

Paul McLeary, “Hegseth dichiara la fine dell’‘idealismo utopico’ degli Stati Uniti con una nuova strategia militare”, Politico, 6 dicembre 2025.

Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 1.

Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 9.

Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 10.

Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 11.

Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 5, 11–15.

10 A questo proposito mi rifaccio a: Rita Abrahamsen et al., World of the Right: Radical Conservatism and Global Order (Cambridge: Cambridge University Press, 2024). Sono particolarmente grato per le conversazioni avute con Jean-François Drolet e Michael Williams e per la loro eccellente ricerca.

11 Cfr.: Julius Krein, “L’élite manageriale di James Burnham”, American Affairs 1, n. 1 (primavera 2017), 126–151.

12 Jean-François Drolet e Michael C. Williams, «America First: Paleoconservatorismo e lotta ideologica nella destra americana», Journal of Political Ideologies 25, n. 1 (dicembre 2020): 28–50.

13 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 1–2.

14 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 4.

15 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, pp. 9–11.

16 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 11.

17 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 11.

18 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 5.

19 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 25.

20 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 27.

21 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 25.

22 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 26.

23 J.D. Vance, “Discorso del Vicepresidente alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco”, American Presidency Project, 14 febbraio 2025.

24 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 4.

25 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 9.

26 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 28.

27 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 29.

28 Cfr.: Stacie E. Goddard, “L’ascesa e il declino della competizione tra grandi potenze: le nuove sfere d’influenza di Trump”, Foreign Affairs, 22 aprile 2025; Monica Duffy Toft, “Il ritorno delle sfere d’influenza”, Foreign Affairs, 13 marzo 2025.

29 Cfr.: Suisheng Zhao, “L’ascesa e la caduta di una nuova guerra fredda: la rivalità tra le grandi potenze USA-Cina dal primo al secondo mandato del presidente Trump”, Journal of Contemporary China, 7 gennaio 2026.

30 Ilias Alami e Adam Dixon, Lo spettro del capitalismo di Stato (Oxford: Oxford University Press, 2024).

31 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 13–14.

32 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 6–7.

33 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 18.

34 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 18–19.

35 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 27–29.

36 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 12.

37 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 22.

38 Strategia di difesa nazionale 2026: Ripristinare la pace attraverso la forza per una nuova età dell’oro dell’America (Washington D.C.: Dipartimento della Guerra, 2026), 4, 13, 19–20.

39 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 1.

40 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 10. Enfasi nell’originale.

41 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 25.

42 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 28–29.

43 John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, La lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti (New York: Farrar, Straus and Giroux, 2007).

44 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 29.

45 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 5.

46 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 5.

47 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 15.

48 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 17.

49 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 17.

50 Sarah Smith, “Trump sostiene che gli Stati Uniti debbano ‘appropriarsi’ della Groenlandia per impedire che Russia e Cina se ne impadroniscano”, BBC News, 9 gennaio 2026.

51 2026 Strategia di difesa nazionale, 4.

52 Christopher Hooks, “I veri uomini rubano i paesi”, New Republic, 18 giugno 2025.

53 Pat Buchanan, “La Groenlandia: l’idea MAGA di Trump!”, Buchanan.org, 23 agosto 2019.

54 Pat Buchanan, “Coesistenza o guerra fredda con la Cina?”, Buchanan.org, 26 gennaio 2021.

55 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 19.

56 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 23–24.

57 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 24.

58 2026 Strategia di difesa nazionale, 4, 18.

59 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 21.

60 Cfr.: Joris Teer, “Tech War 2.0: I pericoli della strategia ‘G2’ di Trump nei confronti di una Cina sempre più audace”, Istituto europeo per gli studi sulla sicurezza, 16 dicembre 2025.

61 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 21–24.

62 La sicurezza nazionale della Cina nella nuova era (Pechino: Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, 2025), 32.

63 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 22.

64 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 27.

65 2026 Strategia di difesa nazionale, 4.

66 Philip Cunliffe et al., Taking Control: Sovranità e democrazia dopo la Brexit (Cambridge: Polity, 2023).

67 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 8–9.

68 Philip Cunliffe, The National Interest: Politics after Globalization (Cambridge: Polity, 2025). Per un’argomentazione analoga, cfr.: Wolfgang Streeck, Taking Back Control? States and State Systems After Globalism (Londra: Verso, 2024).

69 Jones, «La scommessa tariffaria di Trump e il declino dell’ordine neoliberista».

70 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 9.

71 Julius Krein, “Difendere la nazione”, Claremont Review of Books 26, n. 1 (inverno 2026).

72 2026 Strategia di difesa nazionale, 10.

73 Matt Huber, “Gli interessi della capitale petrolifera statunitense in Venezuela?”, Matt Huber (Substack), 5 gennaio 2026; Matthew Zeitlin, “Le 4 cose che si frappongono tra gli Stati Uniti e il petrolio del Venezuela,” Heatmap, 5 gennaio 2026. Rispondendo alle ipotesi secondo cui il Venezuela potrebbe sostituire il Canada nella fornitura di petrolio agli Stati Uniti, un esperto ha stimato che l’investimento necessario a tal fine si aggirerebbe intorno a 1.000 miliardi di dollari. Vedi: Ricardo T. Noel, “Il mito del trilione di dollari: perché il Venezuela non sostituirà il Canada”, Reddit, 5 gennaio 2026.

74 Natalie Sherman, “Trump chiede 100 miliardi di dollari per il petrolio venezuelano, ma il capo della Exxon definisce il Paese ‘non investibile’”, BBC News, 9 gennaio 2026.

75 Alex Bronzini-Vender, “Divisioni di classe”, Phenomenal World, 2 dicembre 2024. Vedi anche: Mark Mizruchi, The Fracturing of the American Corporate Elite (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 2013).

76 Strategia di difesa nazionale 2026, 4, 24.

77 Sohrab Ahmari, “Perché i sostenitori del MAGA appoggiano la cattura di Nicolás Maduro”, UnHerd, 3 gennaio 2026; Piotr Smolar, “I sostenitori MAGA di Trump divisi sulla sua politica estera,” Le Monde, 29 agosto 2025.

78 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 15.

79 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 13.

80 Strategia di difesa nazionale 2026, 5.

81 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 18.

82 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 22.

83 Cfr.: Jessica DiCarlo et al., «Polyalignment and the Second Cold War: Navigating Great Power Rivalry», numero speciale di Third World Quarterly, di prossima pubblicazione.

84 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 22.

85 Robert W. Cox, Produzione, potere e ordine mondiale: le forze sociali nella costruzione della storia (New York: Columbia University Press, 1987).

Lee Jones è professore di economia politica e relazioni internazionali alla Queen Mary University di Londra. Il suo libro più recente, scritto in collaborazione con altri autori, è Taking Control: Sovereignty and Democracy after Brexit (Polity, 2023).

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