Vincitori e vinti nella guerra in Ucraina, di Gianandrea Gaiani

Vincitori e vinti nella guerra in Ucraina

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In attesa di sviluppi militari e diplomatici che definiscano il possibile esito del conflitto tra russi e ucraini, è forse possibile evidenziare chi siano già oggi gli sconfitti e i vincitori nella guerra iniziata in Ucraina nel 2014 ma allargatasi a uno scontro convenzionale su vasta scala a partire dal 24 febbraio 2022.

Il tema verrà sviluppato presto in modo più analitico e organico ma pare evidente che gli sconfitti siano almeno tre:

  • l’Ucraina che uscirà in ogni caso devastata e probabilmente divisa dal conflitto, col rischio di subire pesanti condizioni di pace o perdite territoriali oltre ai gravi danni economici, umani e materiali.
  • la Russia che al di là dei possibili successi militari verrà forse a lungo emarginata dall’Occidente, tagliata fuori da quell’Europa a cui appartiene, sottoposta a sanzioni e costretta a guardare all’Asia dove l’attende il poco tranquillizzante abbraccio della Cina
  • l’Europa, costretta a fare i conti con la propria incapacità e irrilevanza geopolitica, con la pochezza della sua classe dirigente e con una disastrosa, devastante crisi economica ed energetica generata dalla sua stessa insipienza e dall’aver colpevolmente lasciato agli Stati Uniti (proprio come fece negli anni ’90 con la crisi in ex Jugoslavia) la gestione della sua sicurezza.

I vincitori assoluti di questa guerra sembrano quindi essere inevitabilmente Cina e Stati Uniti: i primi costituiscono una rilevante ancora di salvezza per la Russia non solo perché sono e saranno ancor di più grandi acquirenti del suo gas ma perché l’impoverimento e indebolimento russo aumenterà presumibilmente il peso di Pechino in Asia e nell’Indo-Pacifico.

Family photo - Extraordinary Summit of NATO Heads of State and Government

I secondi sono tornati a dominare un’Europa che, da tempo prima potenza economica del mondo in termini di PIL, sembrava voler trovare una propria dimensione strategica e militare indipendente da Washington.

Inoltre, l’impoverimento dell’Europa che a causa del caro-energia vedrà i suoi prodotti perdere competitività sui mercati globali, favorirà soprattutto Washington e Pechino, rispettivamente seconda e terza potenze economiche mondiali.

Sul piano militare è difficile non notare che se dall’estate scorsa la “difesa europea” era tornato in auge sull’onda dell’umiliante sconfitta in Afghanistan incentrata sull’indipendenza strategica dagli Stati Uniti, oggi si parla di “forze armate europee” complementari o addirittura integrate alla NATO.

Certo la paura (dei russi) “fa 90” in nazioni europee in cui il concetto di guerra era stato ormai rimosso e dimenticato ma è evidente che uno strumento militare della Ue, ammesso che possa un giorno concretizzarsi, avrà un senso solo se ci renderà autonomi dagli USA. Se le due guerre mondiali hanno fatto perdere all’Europa la predominanza strategica e coloniale sul mondo, la guerra in Ucraina rischia di togliere al Vecchio Continente anche la supremazia economica faticosamente riconquistata negli ultimi decenni.

La forte convergenza di vedute circa la guerra in Ucraina tra Stati Uniti ed Europa emersa nei recenti vertici di Bruxelles della NATO e del Consiglio d’Europa avrebbe dovuto far sorgere qualche interrogativo poiché gli interessi, a cominciare da quelli energetici e geopolitici, dell’Europa divergono in modo evidente da quelli di Washington.

A minare questa fittizia unità di intenti tra USA ed Europa hanno provveduto le ultime gaffes (ma saranno davvero tali?), del presidente statunitense Joe Biden.

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“Per l’amor di Dio, quest’uomo non può rimanere al potere”, ha detto Biden in Polonia, poche ore dopo aver accusato il presidente russo di essere “un macellaio”.

Possibile ma improbabile che sia stato ispirato da quel ministro europeo che aveva definito Putin “l’animale più atroce” anche se le frasi di Biden hanno avuto un’ampia eco costringendo molti in Occidente a rettificare o prendere le distanze.

Un portavoce della Casa Bianca ha specificato che il presidente non si riferiva al potere di Putin in Russia ma al potere che il presidente russo vuole esercitare sui paesi vicini e il segretario di Stato Anthony Blinken ha precisato che Washington non ha un piano per il cambio di regime a Mosca.

Rettifiche poco efficaci che non sono riuscite a fugare la sensazione di una profonda inadeguatezza del presidente degli Stati Uniti che tratta Putin come si trattasse di un Saddam Hussein, un Muhammar Gheddafi o un Bashar Assad da togliere rapidamente di mezzo.

Samuel Charap, esperto di Russia presso la Rand Corporation ritiene che le dichiarazioni di Biden esasperino in Russia “la percezione delle minacce esistenti relativamente alle intenzioni americane. I russi potrebbero essere molto più inclini a compiere gesti ostili come risposta, anche più di quanto già non siano”.

Citando ex funzionari e analisti, il Washington Post ha sottolineato come le parole di Biden pongano gravi implicazioni sulla capacità degli USA di contribuire a mettere fine alla guerra o di impedirne l’ampliamento. Ma soprattutto occorre chiedersi se la fine delle ostilità il più presto possibile sia un obiettivo che Washington (e con lei Londra) intenda perseguire.

Sono infatti troppe le affermazioni fuori luogo di Biden nei confronti di Putin (definito nelle scorse settimane anche “un assassino” e “un criminale di guerra”) per considerarle semplici e frequenti cadute di stile, inopportune ma non intenzionali.

NATO Secretary General Jens Stoltenberg in Bardufoss, Norway, to visit Cold Response, a Norwegian-led exercise with participation from 27 NATO Allies and partners.

Impossibile non notare che tali dichiarazioni sembrano avere l’obiettivo di irrigidire Mosca allontanando l’avvio di negoziati concreti e rischiando di determinare un’accelerazione o un ampliamento di un conflitto che minaccia di travolgere l’Europa.

Difficile credere sia un caso, specie dopo le polemiche degli ultimi giorni scatenate dalle parole di Biden, che oggi è tornato a definire Vladimir Putin dal suo account Twitter personale “un dittatore deciso a ricostruire un impero”. Guarda caso l’esternazione è giunta poche ore dopo l’annuncio che i colloqui tra russi e ucraini in Turchia hanno fatto emergere uno schema di intesa su cui continuare le trattative ma che già prevede una riduzione delle operazioni militari russe nel settore di Kiev, dove le forze di Mosca hanno assunto già da alcuni giorni un assetto difensivo.

Poche ore prima del tweet, in una conferenza stampa, Biden aveva chiarito che i suoi commenti sul leader del Cremlino sono “personali”.

Affermazione forse ancor più imbarazzante degli insulti che Biden ha riservato a Putin ma del resto una guerra prolungata in Ucraina sembra essere negli interessi di Washington che vedrebbe logorarsi la Russia e indebolirsi rapidamente l’Europa, rivale economico e commerciale (a oggi l’angolo più ricco del mondo in termini di PIL) a cui già nel 2014, dopo il golpe del Maidan, Barack Obama (di cui Biden era vice) chiedeva di rinunciare al gas russo sicuro e a buon mercato per acquistare quello statunitense, da fornire liquefatto via nave, in misura insufficiente e a costi ben più alti.

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A Washington si parla ormai apertamente di un duello in atto nell’Amministrazione che vedrebbe da una parte Casa Bianca e Dipartimento di Stato puntare a rafforzare la sfida militare e le provocazioni a Mosca e dall’altro il Pentagono impegnato a smorzare i toni bellicosi, impedendo (finora) che alle armi antiaeree e anticarro fornite alle truppe di Kiev si aggiungessero aerei da combattimento, carri armati e artiglierie.

Negli Stati Uniti la guerra in Ucraina ha fatto precipitare ancora più basso la popolarità di Biden, che vede oggi appena il 40 per cento degli americani approvare il suo operato contro il 55 per cento che lo disapprova.

Un sondaggio pubblicato da NBC News registra come sette americani su 10 abbiano poca fiducia nella capacità del presidente di gestire il conflitto. Ed un numero ancora maggiore, otto su dieci, temono che la guerra provochi l’aumento dei prezzi energetici e addirittura possa portare ad un coinvolgimento delle armi nucleari. E il sondaggio è stato condotto tra il 18 ed il 22 marzo, quindi prima del viaggio di Biden in Europa e delle ultime dichiarazioni che tante polemiche hanno suscitato.

In Europa il primo a “tirare le orecchie” a Biden, affermando di non ritenere Putin un macellaio, è stato il presidente francese Emmanuel Macron, sempre più a disagio di fronte alle dichiarazioni aggressive che Washington dispensa pubblicamente ogni volta che sembra aprirsi la possibilità di negoziati concreti tra i belligeranti.

“Non è il momento di alimentare un’escalation ne’ di parole ne’ di azioni”, ha ammonito Macron che punta a un nuovo incontro con Putin per dare un ruolo alla Francia e all’Europa nelle trattative.

“Non stiamo cercando un cambio di regime, spetta ai cittadini russi decidere se lo vogliano o meno”, ha dichiarato l’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Josep Borrell (nella foto sotto): “Quello che vogliamo è impedire che l’aggressione continui e fermare la guerra di Putin contro l’Ucraina”.

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Persino l’alleato NATO più fedele, la Gran Bretagna, ha preso le distanze da Biden con il ministro dell’Istruzione Nadhim Zahawi mentre il loquace Boris Johnson questa volta non ha speso una sola parola sulle affermazioni sopra le righe del presidente americano.

Ad Ankara anche Recep Tayyp Erdogan ha mostrato insofferenze per le parole di Biden. “Se tutti bruciano i ponti con la Russia, chi parlerà con loro alla fine?”.

Nonostante le critiche diffuse la politica della Casa Bianca difficilmente cambierà rotta a conferma della divergenza di interessi che separa ormai da tempo gli USA dall’Europa e della pochezza di una Ue che invece di assumere iniziative per risolvere la guerra in Ucraina (cominciata otto anni or sono non un mese fa), ha preferito lasciarsi “commissariare” dagli USA nella tutela dei suoi interessi strategici.

La presenza di Biden al Consiglio d’Europa (organismo da cui è stata appena estromessa la Russia) non è apparsa come la cortesia che una grande potenza accorda a un ospite di riguardo ma un omaggio a chi è venuto da oltreoceano per dettare termini e condizioni del nostro vassallaggio, con tutte le relative conseguenze sul piano politico, strategico, economico e energetico.

https://www.analisidifesa.it/2022/03/vincitori-e-vinti-nella-guerra-in-ucraina/

Stati Uniti, Ucraina e il punto di rottura_con Gianfranco Campa

Joe Biden e lo staff presidenziale, se non il momento di sintesi, avrebbero quantomeno dovuto essere il punto di mediazione del coacervo di interessi e di indirizzi politici in grado di sconfiggere con qualsiasi mezzo Trump ed imporre la conduzione di una linea politica che ristabilisse all’interno il pieno controllo del paese senza modificarne sostanzialmente gli equilibri, sarebbe meglio dire gli squilibri politico-sociali e all’esterno il predominio statunitense unipolare o tutt’al più bipolare, ma con una Cina appesa al processo di globalizzazione da essi disegnato. L’impresa era di per sè ardua ed improbabile; la vivacità e distruttività dello scontro politico interno ne hanno reso la conduzione talmente oscillante ed inaffidabile sino a suscitare la diffidenza e l’ostilità persino nel complicato sistema di alleanze in divenire contro la Cina e la Russia, riuscendo a rafforzare un asse sino-russo ed un loro timido avvicinamento ad una pletora di paesi altrimenti in aperto o sordo conflitto sino ad un decennio fa. L’unica miserabile eccezione a questa volatilità rimangono i centri decisori dei paesi europei aggrappati a qualsiasi prezzo ad una parte dei centri decisori statunitensi, anche a costo di vedersi trascinati in una guerra come vittime designate. Una postura suicida che condannerà al dissesto intere nazioni e ad una sopravvivenza precaria le loro classi dirigenti. La evidente mediocrità dello staff presidenziale e i limiti fisici stessi di Joe Biden hanno trasformato in pochi mesi l’intera compagine in un vaso di coccio strattonato e stritolato da tendenze contrapposte. Il punto in comune di esse sono la russofobia; quello che li divide è il livello di conflittualità nei confronti della Cina. Una situazione aperta a svariati punti di arrivo ma pericolosissima ed esposta a colpi di mano imprevedibili. In questi spazi il movimento di Trump, pur tra mille limiti ed esposto ad operazioni trasformistiche, potrebbe trovare enormi praterie da percorrere con esiti altrettanto imprevedibili per gli Stati Uniti e di riflesso nel mondo. Joe Biden sarà la prima vittima designata, per meglio dire il caproespiatorio da sacrificare; Kamala Harris, nella sua vacuità, lo seguirà a ruota. Riemergono in lizza vecchie cariatidi e nuove figure dal futuro incerto. Nel frattempo l’offensiva russa in Ucraina si consolida e consegue i primi significativi successi; il battaglione Azov ha perso ormai i 3/4 dei suoi effettivi e l’intero comando abbattuto questo pomeriggio; il resto delle compagini neonaziste si avvicinano alla stessa fine, sperando che il resto dell’esercito ucraino riesca a separare da esse il proprio destino; la minaccia nucleare somiglia sempre meno ad un videogame. Ascoltate Gianfranco Campa! E’ una voce unica nel panorama italiano. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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PUPAZZI E PUPARI_di Pierluigi Fagan

PUPAZZI E PUPARI.

Alla sua elezione nel 2019, Zelensky ricevette un caldo benvenuto da parte di una organizzazione che si chiama: UKRAINE KRISIS M.C. Questi, pubblicarono una lunga lista di “linee rosse” che il nuovo presidente non avrebbe dovuto oltrepassare, pena la perdita di consenso internazionale occidentale che vale a due livelli: il grande pubblico, il piccolo vertice dei “portatori di interesse” ovvero governi e loro diramazioni, tra cui i finanziatori, protettori, armatori della giovane democrazia ucraina. Il documento era sottoscritto da una lunga lista di organizzazioni ucraine e non che troverete in fondo al testo. Il movente era dato dal fatto che su quel primo mese di governo del neo-presidente, eletto su una piattaforma anti-corruzione e di relativa pacificazione con la Russia, l’organizzazione aveva da ridire allarmata. Tanto da scrivergli non dei ragionamenti politici o punti di vista legittimi, ma una chiara lista della spesa di “linee rosse”, da non superare in alcun modo, un diktat insomma, l’oggetto di un contratto.

1. CHI FINANZIA L’UKRAINE KRISIS? L’elenco completo è nell’allegato. Segnaliamo con distinzione: International Renaissance Foundation (IRF membro del network Open Society Foundation di George Soros); il National Endowment for Democracy (una stella di primaria grandezza della galassia di fondazioni ed ONG americane tese a “promuovere” con ogni mezzo la democrazia ed il mercato, non l’una o l’altro ma l’abbinata perché controllando il mercato si controlla la democrazia); la NATO; istituzioni della Lega del Nord Europeo-Anglosassoni (olandesi, svedesi, norvegesi, finlandesi, polacchi, canadesi, estoni, cechi, tedeschi ed americani a capo di tutto).

2. QUALI ERANO LE LINEE ROSSE DA NON OLTREPASSARE SEGNALATE A ZELENSKY? Una selezione delle tante cose che il neo-Presidente NON avrebbe dovuto fare pena a perdita di finanziamenti e protezione comprendeva:

– Consultare il popolo con appositi referendum per decidere come negoziare con la Russia.

– Fare negoziati diretti con la Russia senza i partner occidentali

– Cedere qualsivoglia punto nei negoziati con la Russia sulle varie questioni (NATO, Donbass, Crimea, allineamento internazionale etc.) non cedere neanche un millimetro di territorio, non riconoscere a Mosca alcun punto per il quale l’Occidente ha elevato sanzioni alla Russia (Crimea).

– Ritardare, sabotare o rifiutare il corso strategico per l’adesione all’UE e alla NATO

– Ripensare la legge sulla lingua, l’ostracismo a media e social media russi, dialogare coi partiti di opposizione filo-russi (poi di recente messi direttamente fuori legge, sono 11), venire a patti politici con precedenti figure coinvolte nel governo Janukovich (democraticamente eletto e rovesciato col colpo di Stato del 2014), lanciare operazioni giudiziarie contro il governo precedente di Poroshenko (appoggiato dagli stessi firmatari) contro il quale Zelensky vinse le elezioni con il 30%.

Il documento è regolarmente on line. Datato 23 maggio 2019 (il secondo turno delle elezioni ucraine che elessero a sorpresa Zelensky era il 21 aprile, un mese prima). L’ho trovato seguendo un semplice link della pagina Wiki del IRF di Soros. Tempo di ricerca 2 minuti.

Si noterà in tutta evidenza che pur essendo del 2019, tocca gli stessi punti a base oggi del conflitto e relative, impossibili, trattative di pace. Se ne volgete il testo dal negativo al positivo, è in pratica buona parte della piattaforma 3+2 avanzata dai russi per risolvere il conflitto.

Io non sono un giornalista ma come studioso faccio certo ricerche per comprendere gli eventi. Ma evidentemente “fare ricerche” per inquadrare fenomeni non è giudicato necessario nel regime democratico di mercato, viepiù dalla sua “libera stampa”. Ma io non sono un “democratico di mercato”, sono un democratico radicale cioè uno che pensa che la democrazia dovrebbe essere l’ultima istanza di decisione politica di una comunità.

La giovane “democrazia” ucraina è sovrana o condizionata? Condizionata da chi ed a quali fini geopolitici? Da quanto tempo? Nell’interesse ucraino deciso da ucraini o nell’interesse di chi altro, deciso da chi altro, veicolato con quali modalità “democratiche”? Cosa sanno gli ucraini nei vasti numeri del perché sono stati invasi da una forza armata del temuto vicino con il quale avevano un longevo e complicato contenzioso, stante che va ripetuto che -per quanto per noi ovvio- non c’è “diritto” formale che giustifichi che uno Stato invada l’altro armato? Ma l’elenco delle linee rosse non era poi, per buona parte, il contenuto dei vaghi “Accordi di Minsk II”? Ed a Francia e Germania che sovraintendevano quegli accordi, ciò era ed è noto o no? E cosa succede nei fatti bruti e non sul piano del diritto formale, quando si crea una situazione di questo tipo? Le migliaia di morti e milioni di profughi che fuggono dalla propria precedente vita ora in macerie, vedono migliorata la propria posizione esistenziale dal fatto che il piano del diritto formale condanna senza appello questi eventi che tanto si producono lo stesso sul piano del realismo concreto? E converrebbe oggi agli ucraini basarsi sul diritto formale o sul realismo concreto per tentare risolvere la situazione? E siamo sicuri che la giovane democrazia ucraina possa, se lo volesse, agire sul piano del realismo concreto quando i suoi sponsor necessari (ricordo che l’Ucraina, prima della guerre era al 133° posto per Pil pro capite, mentre oggi è sostanzialmente uno stato fallito tenuto in vita dai finanziamenti americani ed europei) vogliono solo che rimanga l’eterno testimonial dell’infrazione russa del diritto formale? Per cui non c’è alcuna “pace” possibile, perché non è questa nell’interesse degli sponsor? E come giudichiamo questi sponsor che per proprie mire geopolitiche sacrificano uomini, donne e bambini ancorché questi vittime in prima battuta dei russi? E come agiscono questi sponsor della democrazia di mercato in Italia e non solo nei recenti “tempi speciali”, ma nei tempi normali dei decenni della nostra vita democratica post-bellica? Ed in Francia? Ed in Germania?

E’ quando i più sembrano avere incrollabili certezze di giudizio che conducono all’azione, che occorre farsi qualche domanda.

https://pierluigifagan.wordpress.com/2022/03/29/pupazzi-e-pupari/

Stati Uniti Russia! Stillicidio o scontro frontale_con Antonio de Martini

I momenti di attrito suscitano solitamente livelli di allarme tali da paventare l’arrivo di eventi estremi. Il sistema mediatico è solitamente il grande veicolo di queste dinamiche e di tali rappresentazioni della realtà. Con il conflitto russo-ucraino, parte ormai di un confronto russo-sino-statunitense sempre più acceso, si è aperta una nuova e più dirompente tappa nelle dinamiche geopolitiche. Una accelerazione che richederà, però, ulteriori passaggi prima che possa passare eventualmente ad uno scontro aperto e distruttivo, fermo restando il ruolo soggettivo degli attori in grado di imprimere e forzare il corso degli eventi. Spesso si confondono i proclami e le intenzioni con la realtà e le concrete possibilità. E’ il caso della fondatezza delle aspirazioni di autonomia ed indipendenza politica delle classi dirigenti dei paesi europei. Un equivoco ed una illusione che la sempre maggior durezza dei fatti cui si andrà incontro renderà un sapore amaro alla vita di gran parte dei popoli europei. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vyugm9-stillicidio-o-scontro-frontale-con-antonio-de-martini.html

Le liturgie e i meccanismi della Unione Europea_con Francesca Donato

Le tre emergenze imposte in questi ultimi tre anni, l’emergenza ambientale e la conversione energetica, la crisi pandemica, la crisi bellica in Ucraina ha messo a nudo le peculiarità fondative di questa Unione Europea le quali, più che valorizzare, tendono ad inibire le pulsioni e le aspirazioni di autonomia politica e pregiudicare le potenzialità di sviluppo dei paesi della comunità. Le liturgie ed il lirismo che ammantano le iniziative più importanti delle istituzioni europee riescono ad imporre con sempre maggiore difficoltà la propria narrazione. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vyczbb-liturgie-e-meccanismi-della-unione-europea-con-francesca-donato.html

Ucraina e il peggio dell’Europa_con Augusto Sinagra

Ancora una volta l’Unione Europea si sta rivelando un recinto in grado di impedire che le pecorelle possano acquisire una reale autonomia di azione e di scelta soprattutto riguardo alle relazioni da perseguire in primo luogo con i vicini di casa. Una pura appendice della NATO destinata ad esistere solo sino a quando il buon pastore la riterrà utile. Un fattore di freno, piuttosto che di sviluppo. Più la Unione Europea procederà ad allargarsi, più accentuerà tale debolezza e tale precarietà. Lo abbiamo visto con le emergenze ambientali-energetiche e con quella pandemica; l’ulteriore emergenza del conflitto russo-ucraino ne ha suggellato alla luce del sole la simbiosi ed il legame indissolubile. Classi dirigenti abituate ormai a liquidare ambizioni e dignità per un piatto di lenticchie ormai sempre più magro. Un ribaltamento della situazione potrà ormai arrivare solo da una crisi aperta e distruttiva interna al centro dell’impero della quale ormai da anni si possono osservare i prodromi. La passività e l’accondiscendenza si pagheranno a caro prezzo in un futuro sempre meno lontano. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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La prossima spartizione dell’Ucraina, di  Gilbert Doctorow 

La prossima spartizione dell’Ucraina

Chi di voi ha seguito il link al mio saggio di ieri e ha visto l’intervista di 10 minuti con il sindaco di Kiev Vitali Klitschko sul programma “Newsmakers” di TRT World sarà sicuramente d’accordo sul fatto che questo politico ucraino ad alta visibilità sta guidando i restanti residenti della capitale del paese e il popolazione più ampia dell’Ucraina dritta al disastro in nome dell’autodifesa patriottica.

Non perderò tempo qui con le feroci bugie di Klitschko sugli invasori russi, sulle loro intenzioni, sulle loro azioni e così via. Nel mio tempo al microfono dello spettacolo, ho sostenuto che il rifiuto di Klitschko di qualsiasi ritorno imposto all’impero sovietico sotto il diktat russo è una totale sciocchezza. La Russia ne ha avuto abbastanza dell’impero e il controllo dell’Ucraina sarebbe solo un ostacolo interminabile per l’economia e il focus politico russi. La motivazione russa è proprio quella di liberare l’Ucraina dalle formazioni NATO attualmente incorporate, dall’adesione alla NATO ancora prevista dall’Alleanza e dai radicali neonazisti che dal 2014 sono stati la forza dietro il trono del regime di Kiev.

Il mio punto qui è evidenziare le conseguenze della determinazione di Klitschko e di altri nel governo ucraino di non cercare alcun compromesso per porre fine ai combattimenti e salvare ciò che resta del loro paese a questo punto, prima che i russi proseguano il loro lavoro di demolizione fino al suo conclusione logica. Se Kiev non alza bandiera bianca, non negozia una pace in buona fede, la guerra si concluderà con le infrastrutture civili e militari dell’Ucraina totalmente distrutte, con l’emigrazione di massa permanente di milioni di persone, compresi i segmenti più abili del popolazione e con un decennio o più di indigenza per coloro che sono abbastanza sfortunati da rimanere.

Ieri sera ho ricevuto una nota da un lettore dei miei saggi, che diceva che la guerra non finirà con un trattato alle condizioni della Russia. Invece, aiutata e incoraggiata dagli Stati Uniti e dall’Europa, la leadership di Kiev lancerà un’insurrezione contro gli “occupanti” e questo crescerà e diventerà doloroso e costoso per la Russia come qualsiasi cosa gli Stati Uniti abbiano sperimentato in Afghanistan.

Non nego che un’insurrezione ucraina sia una plausibile fase successiva alla guerra, soprattutto vista la posizione irrazionale sui “compromessi” che vediamo nell’intervista a Klitschko. Tuttavia, ci sono modi ovvi per il Cremlino di rispondere in modo da contenere i rischi per se stesso. Per cominciare, possono rendersi conto della minaccia lanciata da Putin prima dell’inizio della guerra: privare l’Ucraina della sua statualità. Non del tutto, ma per privarli dello stato nella configurazione che esiste dal 1991. Ciò significa dividere l’Ucraina, staccare i territori a ovest di Kiev e del fiume Dnepr, formando uno stato di groppa senza sbocco sul mare con la sua capitale logicamente in Leopoli, vicino alla frontiera polacca.

Per usare il linguaggio della comunità bancaria, la Russia creerebbe così una “bad bank”, contenente i velenosi asset del radicalismo ucraino, pochissimi asset industriali o altri importanti asset economici, e portata a distanza non più minacciosa per la Russia. La “buona banca” sarebbe l’Ucraina centrale, i territori a est del fiume Dnepr, che hanno una popolazione di lingua russa notevolmente più ampia, che dovrebbe rispondere all’appello della Russia a difendere i propri interessi nella vita pubblica del paese e uscire dalla il bullismo a cui sono stati sottoposti dai nazionalisti negli ultimi 8 anni. Questa Ucraina centrale avrebbe ricevuto indietro la costa del Mar Nero ora occupata dai russi e avrebbe goduto dell’agricoltura e di altri importanti beni economici che hanno sempre definito la prosperità ucraina. Presumibilmente le repubbliche del Donbas rimarrebbero indipendenti come la terza parte di un’Ucraina divisa. Tuttavia, se l’Ucraina centrale sarà adeguatamente ricostituita con tutta la debita protezione delle minoranze e con un federalismo adeguatamente funzionante, non c’è motivo per escludere la possibilità che il Donbas torni all’ovile nell’Ucraina a est del Dnepr. La loro inclusione aiuterebbe notevolmente l’equilibrio delle comunità linguistiche nell’intero stato ricombinato.

Il summenzionato epilogo è, ovviamente, solo uno dei tanti che potrebbero essere lanciati nelle prossime settimane quando i russi chiudono la loro morsa sulle principali città dell’Ucraina e avvicinano il momento della verità, quando la leadership ucraina deve decidere se citare in giudizio o meno per la pace alle condizioni del vincitore.

©Gilbert Doctorow, 2022

https://gilbertdoctorow.com/2022/03/19/the-coming-partition-of-ukraine/

Ucraina tra propaganda e realtà_con Max Bonelli

Impossibile farsi una idea attendibile della situazione del conflitto in Ucraina attingendo dai tradizionali mezzi di informazione. Una manipolazione talmente ottusa e univoca, al limite del grottesco, da far perdere la residua credibilità di un sistema informativo, già ampiamente compromessa con la campagna antipandemica. Non è comunque priva di effetti. La rappresentazione mediatica tra “buoni e cattivi” ancora una volta si riverbera nella società nella contrapposizione tra untori e moralisti. E’ una pratica politica ormai corrente e cosciente in vista della gestione delle crisi sociali e geopolitiche legate al drammatico dissesto che si va profilando nel mondo occidentale e in particolare in quello italico. Max Bonelli ci offre un affresco della situazione in Ucraina partendo da una base di conoscenza diretta e sul posto delle dinamiche presenti in Ucraina, ma che si riverbereranno pesantemente in Europa e rimescoleranno rapidamente le carte e gli schieramenti nel mondo intero, a partire dal Medio Oriente. Una narrazione del tutto antitetica rispetto a quanto ci viene offerto proditoriamente dal sistema mediatico. In Ucraina è avvenuto qualcosa di molto più preoccupante di quanto avviene normalmente in periodo di guerra; quando cioé il peso dei militari e delle formazioni paramilitari è destinato solitamente ma temporaneamente a crescere. In questa ottica la decisione dell’intervento russo assume tutt’altro significato. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vy15fb-ucraina-tra-propaganda-e-realt-con-max-bonelli.html

La Russia e il multipolarismo in Europa_con Gianfranco La Grassa

Il multipolarismo sta sbarcando in Europa. I paesi europei più che parteciparvi, lo stanno subendo. La narrazione dominante addita la Russia come artefice della minaccia. In realtà sono i centri decisori al momento prevalenti negli Stati Uniti a cercare di stringere il giogo al collo. Le sue pressioni sono enormi ed assillanti. Un atto di forza che potrebbe trasformarsi in una manifestazione di fragilità. Tanto dipenderà dall’esito del conflitto in Ucraina. L’intervento russo assume ancora, proprio per il carattere estremo dell’iniziativa, una postura difensiva. Riuscire ad arrestare comunque il processo di allargamento della NATO ad est rappresenterebbe una prima significativa vittoria ed una ripresa dell’iniziativa già manifestatasi nei suoi prodromi in Libia, in Siria e in Africa. L’intesa con la Cina ne rappresenterebbe il suggello. I circoli dirigenti europei hanno ancora una volta scelto di appiattirsi totalmente sulla linea avventurista americana, definendo così l’Europa, il proprio continente, come il terreno di contesa e di battaglia di interessi altrui. Lo stanno facendo in nome della pace e dell’unità europea. Avrebbero avuto la possibilità di giocare sulle contraddizioni e sul conflitto che sta imperversando nei centri politici statunitensi; stanno al contrario alimentando le condizioni per una polverizzazione della realtà politica continentale foriera di lotte intestine ben manipolate e rinfocolate dall’esterno. E’ una classe dirigente che deve la propria esistenza sulla delega e sulla dipendenza ormai settantennale dalle scelte di oltreatlantico, condannando così l’Europa, in primis l’Italia, ad una condizione prossima di pauroso dissesto e degrado. Qualche segnale di reazione comunque appare all’orizzonte; più strutturato in Francia, con la candidatura di Zemmour all’Eliseo, più sottotraccia in Germania, in Ungheria. In Italia i sussulti di un paio di anni fa si sono rivelati un fuoco fatuo; forse ancora meno. Acrobazie parodistiche di saltimbanchi improvvisati, incapaci di destare un qualche timore nei centri che contano. L’epilogo lo abbiamo visto con l’allineamento tempestivo ed esibito, ammantato di anelito patriottico, di quelli che avrebbero aspirato a rappresentare una opposizione seria a questo sfacelo e a questa postura così meschina ed autolesionista. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vxuk3p-la-russia-e-il-multipolarismo-in-europa-con-gianfranco-la-grassa.html

SPY UCRAINA/ Ecco come gli Usa (e la Francia) aiutano l’esercito di Kiev_ Ucraina: perchè a est non condannano la Russia,di Giuseppe Gagliano

SPY UCRAINA/ Ecco come gli Usa (e la Francia) aiutano l’esercito di Kiev

Giuseppe Gagliano

Vi è una strettissima collaborazione fra l’intelligence americana (Cia, Nsa e Dia) e i servizi di sicurezza ucraini. Destinatari di informazioni e mezzi

Base militare Ucraina
Leopoli, base militare a Yavoriv: Centro Internazionale mantenimento Pace e Sicurezza (LaPresse)

In quale modo gli Usa monitorano l’attuale situazione in Ucraina? Attraverso strumenti numerosi e ben articolati.

In primo luogo, attraverso un centro specializzato chiamato Europe and Eurasia Mission Center (Eemc) diretta da David Marlowe, un’agenzia di copertura dell’attività della Cia.

In secondo luogo, grazie alla strettissima collaborazione che vi è stata fra l’intelligence americana – Cia, Nsa e Dia – con i servizi di sicurezza ucraini. Ad esempio, la National security agency collabora con l’intelligence ucraina Szru, mentre la Cia collabora strettamente con l’Sbu.

Un ruolo altrettanto significativo è stato dato anche dalla Francia, in particolar modo dal gruppo francese Thales, che ha fornito strumenti di guerra elettronica, come rivelato dal sito investigativo Disclose, non solo all’Ucraina, ma anche alla Russia. Per non parlare poi del contributo molto importante fornito da parte americana all’Ucraina dall’azienda americana Silver Back 7, diretta da Victor Levine, o quello altrettanto importante di Stephen Dorff sotto il profilo dell’addestramento. D’altronde, la sinergia tra i servizi segreti americani, europei e ucraini – ammesso che ce ne fosse bisogno – è ulteriormente confermata da una notizia recentissima data dall’agenzia di stampa Reuters.

Infatti, secondo Reuters, sia l’agenzia di intelligence informatica francese sia quella ucraina – in collaborazione con quella americana, cioè con la Nsa – stanno indagando su un cyberattacco posto in essere da un gruppo di hacker che è stato in grado di interrompere l’accesso a internet via satellite dell’Ucraina. Questa informativa è interessante non tanto perché molto probabilmente l’attacco hacker sarà ricondotto o alla Russia o alla Bielorussia – ben difficilmente alla Cina –, ma perché questa informativa dimostra la stretta collaborazione che vi è stata – e vi è tuttora – tra le agenzie di intelligence francese, americana e ucraina. Inoltre è altrettanto importante il fatto, come riferito da Reuters, che il satellite che fornisce i collegamenti via internet appartenga a una società americana, la Viasat Inc., che – rileva Reuters – collabora strettamente con il Dipartimento della Difesa Usa.

Per quanto riguarda il rifornimento di armi, dobbiamo domandarci da dove arrivino la maggior parte delle armi che servono all’Ucraina per fronteggiare l’offensiva russa. Certamente da Varsavia, dalla quale fino a questo momento hanno, per esempio, ricevuto 17mila missili anticarro; naturalmente le armi ritenute più efficaci sono i missili anti-aerei, come gli Stinger, e le armi anticarro di provenienza britannica.

Un secondo fronte di collaborazione tra la Polonia e le forze europee che stanno contrastando l’offensiva russa si concretizza attraverso il servizio segreto polacco, l’Agencja Wywiadu, mediante la realizzazione di campi per addestrare le forze ucraine e l’utilizzo di droni turchi Bayraktar TB-2.

Del resto, non è un caso se proprio qualche giorno fa la Russia ha lanciato un chiaro avvertimento alla Polonia con un attacco missilistico multiplo contro la base militare ucraina di Yavoriv, che si trova a meno di 15 miglia dal confine con la Polonia. Qual è infatti il significato di questo attacco dal punto vista politico e strategico? È presto detto: non solo le forze russe sono in grado di colpire il limite occidentale dell’Ucraina, ma possono travalicare questi confini fino a colpire obiettivi della Nato. Non dimentichiamoci, infatti, che proprio la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, ha annunciato alla fine della scorsa settimana che due batterie missilistiche Patriot statunitensi erano state spostate in Polonia, di stanza a Rzeszow. Fonti militari britanniche affermano che un sistema simile, lo Sky Sabre a medio raggio, già nel paese dopo recenti esercitazioni, potrebbe essere posizionato per rafforzare le difese polacche.

A proposito della Polonia, non dimentichiamoci che esiste un legame di ferro tra l’intelligence polacca e la Cia, soprattutto per quanto riguarda le detenzioni arbitrarie dei terroristi.

Infine, all’interno di questa vasta coalizione, bisogna individuare delle differenze, come mostra, ad esempio, il ruolo della Romania, che svolge un compito determinante di deterrenza anche e soprattutto sul fronte del contenimento di una eventuale offensiva russa nel Mar Nero.

https://www.ilsussidiario.net/news/spy-ucraina-ecco-come-gli-usa-e-la-francia-aiutano-lesercito-di-kiev/2307857/

Ucraina: perchè a est non condannano la Russia

di Giuseppe Gagliano

La Cina, uno dei partner più stretti della Russia e che ha recentemente dichiarato che il partenariato sino-russo non ha “nessuna area di cooperazione proibita”, ha rifiutato di chiamare l’offensiva russa una “invasione”, ed ha espresso la sua opposizione a “tutte le sanzioni unilaterali illegali”. Il paese orientale continua a importare grano dalla Russia, aiutando implicitamente quest’ultima a resistere alle sanzioni. Tuttavia il sostegno della Cina alla Russia non è così semplice. La Cina dipende fortemente dal mais ucraino (30% delle sue importazioni totali) e ha investito 3 miliardi di dollari nel paese come parte della sua iniziativa Belt & Road. Infatti nel 2019 la Cina ha sostituito la Russia come il più grande partner commerciale dell’Ucraina. Oggi l’Ucraina rimane il terzo fornitore di armi della Cina (dopo Russia e Francia, che rappresentano rispettivamente il 77% e il 9,7% delle importazioni totali di armi della Cina nel periodo 2016-2020).
Tuttavia la Cina è costretta a rimanere uno spettatore dei bombardamenti in Ucraina, un paese una volta ricettivo alle sue proposte.
Pur chiedendo timidamente il ripristino della pace, la Cina non può condannare esplicitamente la Russia o imporre sanzioni considerando che questa guerra si basa in parte sullo stesso argomento che la Cina sta usando per l’invasione e l’annessione di Taiwan, vale a dire sul concetto di “unità storica condivisa”.
La crisi in Ucraina garantisce la concentrazione dell’UE sulle sue immediate vicinanze. Inoltre l’intervento russo in Ucraina potrebbe incoraggiare la Cina a risolvere le sue controversie di confine nella regione, mentre la diplomazia ha giocato poco a suo favore. Il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO non inviino direttamente aiuti militari dell’Ucraina, invia un segnale inequivocabile alle nazioni asiatiche afflitte da conflitti regionali: devono badare a se stesse. L’occidente, che si è presentato a lungo come la “luce della speranza” del mondo, potrebbe non offrire sostegno militare in caso di eventi simili in Asia. Ciò potrebbe avere un effetto destabilizzante nella regione e già oggi il futuro dell’Indo-Pacifico è minacciato.
Se si considerano i paesi del sud-est asiatico, ad eccezione di Singapore che ha condannato l’aggressione russa, il Myanmar, governato dai militari, ha fortemente sostenuto Mosca. D’altra parte Thailandia, Filippine, Indonesia e Malesia non hanno condannato apertamente la Russia e sono sul filo del rasoio tra reprimenda e sostegno. Questa mancanza di consenso si è riflessa nella dichiarazione congiunta rilasciata dai ministri degli Esteri dell’ASEAN il 28 febbraio, che non menzionava l’invasione russa di uno stato sovrano, per non parlare del fatto che la Russia ha preso di mira i civili e ha cercato di impadronirsi delle principali città ucraine.
Negli ultimi dieci anni per i paesi dell’ASEAN Mosca è stata il più grande fornitore di armi al sud-est asiatico, tra il 1999 e il 2018, rappresentando il 26% del totale della regione. In futuro il conflitto avrà ripercussioni in termini di frammentazione della sicurezza, delle relazioni economiche e commerciali con gli Stati Uniti e l’Europa da un lato e la Russia e i suoi alleati dall’altro.
Poi c’è il caso dell’India, la grande potenza dell’Asia meridionale che gode di un’amicizia forte con la Russia, rafforzata dalla sua attuale crisi di confine con la Cina e i territori contesi con il Pakistan. Per mantenere intatta questa relazione, l’India è stata molto attenta a non condannare la Russia e, così facendo ha anche mantenuto la sua politica estera storicamente interessata di “non allineamento”. Come il suo grande rivale cinese, anche l’India si è astenuta tre volte dal votare contro la Russia alle Nazioni Unite, sottolineando al contempo l’importanza della Carta delle Nazioni Unite come mezzo per risolvere le tensioni attraverso la diplomazia e il dialogo. Tuttavia ha implicitamente disapprovato l’abbandono della Russia del percorso diplomatico e ha chiesto la fine di ogni violenza.
L’India è il più grande importatore mondiale di armi russe, rappresentando il 23% delle esportazioni totali di armi della Russia e il 49% delle importazioni totali di armi dell’India nel 2016-2020. Circa il 70% dell’arsenale militare indiano è di origine russa. Oltre ad essere un partner militare affidabile, il Cremlino ha ripetutamente usato il suo diritto di veto in seno al Consiglio di sicurezza per bloccare le risoluzioni che criticavano l’India sul Kashmir, territorio conteso che l’India condivide con il Pakistan. In cambio l’India si è astenuta dal voto su una risoluzione delle Nazioni Unite che condannava Mosca per la sua annessione dalla Crimea nel 2014. Inoltre Cina e India nel bel mezzo della loro rivalità trovano in Russia “un amico comune” su cui l’uno o l’altro dei nemici giurati può fare affidamento in caso di escalation delle tensioni. Le recenti aperture del Pakistan alla Russia rendono ancora più imperativo per l’India non ridimensionate le sue relazioni con Mosca, suo alleato a vita.
L’India è stata tacitamente condannata dai suoi alleati occidentali per non aver preso una posizione chiara a favore dell’Ucraina. In una recente dichiarazione il ministro degli Esteri indiano ha denunciato la politica dei “doppio standard” degli Stati Uniti e dell’occidente, fuggiti dall’Afghanistan pochi mesi fa nel caos totale, nonostante le proteste di diversi paesi per i problemi di sicurezza nella regione. Insomma l’India non seguirà ciecamente l’interpretazione occidentale dei principi e degli interessi democratici sull’altare dei suoi interessi nazionali.
Non a caso l’India è l’unico membro del Quad ad astenersi dal condannare apertamente la Russia. Quello che l’occidente deve capire è che il partenariato dell’India con la Russia è stato consolidato negli ultimi sette decenni e ha una certa “profondità” che non è ancora stata raggiunta con i suoi nuovi partner occidentali. L’India si sta quindi sforzando di mantenere i suoi vecchi legami con la Russia e le sue nuove partnership con l’occidente, secondo le sue priorità strategiche. Gli Stati Uniti hanno bisogno dell’India (e viceversa) al loro fianco per rafforzare la rilevanza del QUAD, controbilanciare efficacemente la minaccia cinese e sviluppare una strategia efficace nella regione indo-pacifica.
La posizione dei paesi del Medio Oriente sul conflitto ucraino non è diversa da quella della maggior parte dei paesi asiatici. In breve mantengono una “ambiguità strategica”. Allo stesso modo gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e l’Iran si sono astenuti dal condannare apertamente la Russia. Il 3 marzo Vladimir Putin ha parlato telefonicamente con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman con l’obiettivo di rafforzare un’alleanza geopolitica cruciale, mentre le sanzioni occidentali colpiscono l’economia russa. La Russia è più isolata economicamente di quanto non lo sia stata negli ultimi decenni, con molte delle sue banche tagliate fuori dal sistema finanziario globale e commercianti riluttanti a elaborare le sue spedizioni di petrolio. L’OPEC+, guidato da Arabia Saudita e Russia, ha in gran parte ignorato questa escalation della crisi nella riunione del 2 marzo. Ma il cartello è sempre più sotto pressione per aumentare la produzione al fine di abbassare i prezzi del petrolio greggio, il che potrebbe creare tensioni tra Mosca e Riyadh.
In realtà l’invasione dell’Ucraina potrebbe essere una manna per l’Arabia Saudita, poiché le sue entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio sono aumentate bruscamente, con i prezzi del petrolio che raggiungono quasi 120 dollari al barile, il livello più alto del decennio, e che da poco hanno cominciato a calare. Se l’Arabia Saudita decide di non aumentare la sua produzione di petrolio, ciò le consente di raggiungere due obiettivi. In primo luogo i prezzi elevati consentiranno al governo saudita di raccogliere maggiori entrate al barile, con stime che suggeriscono che le sue entrate potrebbero raggiungere i 375 miliardi di dollari quest’anno, rispetto ai 145 miliardi di dollari del 2020. In secondo luogo la Russia sarà soddisfatta, il che proteggerà i loro interessi reciproci. Ciò potrebbe rafforzare le prospettive di un partenariato energetico ed economico globale che potrebbe includere gli Emirati Arabi Uniti e altri paesi della regione del Medio Oriente. Per quanto riguarda la Russia, potrebbe usare la sua influenza sull’Iran (e a sua volta sui ribelli Houthi nello Yemen) per disinnescare le tensioni nella regione del Golfo. Ciò significa inevitabilmente che gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero perdere la loro influenza nella regione.

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