WRESTLING, di Pierluigi Fagan

WRESTLING. “Forma di spettacolo nel quale si combina l’esibizione atletica, con quella teatrale, la cui origine risiede nelle esibizioni di compagnie itineranti in fiere di paese” così Wikipedia. Il wrestling venne creato in quanto cosa a sé da un americano dell’Iowa. Esso è quindi una forma tipicamente americana in cui convergono: 1) “spettacolo” che fa pubblico ed audience quindi occasione commerciale di profitto; 2) “violenza” quindi sfogo dell’istinto alla competizione; 3) “simulazione” quindi trasferimento della violenza ad un piano in cui la forma (violenta) si dissocia dalla sostanza (effetti del subire vera violenza); 4) “convenzione” in quanto i wrestler condividono una codice teatrale conosciuto solo a loro che li fa attori di una compagnia di giro che fa spettacolo rivolto al pubblico in cui si simula la violenza depurandola dagli effetti materiali, spettacolo che per loro significa lavoro, soldi, prestigio e fan.

L’americanizzazione della cultura occidentale ha ormai decenni di penetrazione e sebbene da alcuni criticata con le affilate armi dell’intelligenza vigile, viene il dubbio abbia colonizzato anche la stessa intelligenza vigile. Un po’ come in quei film dei morti viventi in cui il protagonista che è ancora vivo-naturale e col quale ci identifichiamo, scappa di qui e di lì finendo a volte in trappole di relazioni con personaggi che “sembrano vivi” ma poi si rivelano anche loro ormai passati dall’altra parte.

Il trasferimento della politica a wrestling è la cifra più pericolosa dell’americanizzazione culturale che subiamo da decenni. Nessuno ormai pensa alla politica avendo come obiettivo i componenti della polis (città-Stato) cioè i polites (cittadini), chi “fa” politica pensa di default a come diventare rappresentante dei cittadini. Tutto il discorso pubblico è orientato ai politici che critichiamo o appoggiamo, ai loro partiti, chi non trova soddisfazione nell’”offerta politica”, ne crea una nuova, cioè fonda un partito. Ognuno è posseduto dal richiamo del dover dare “voce al popolo”, il suo popolo, la sua porzione di popolo, la sua interpretazione personale della parte di un popolo, da cui fondare “partiti”, cioè istituzionalizzazione di forme particolari di rappresentanza. Il popolo è “dato”, un dato immodificabile, rimane solo da dargli “voce”. Ma il vero richiamo del wrestler politico è esser “eletto”, diventare un eletto, il partito è solo il mezzo.

E’ un po’ come nell’economia di mercato, si fa una indagine di mercato, si scopre che c’è un buco nella domanda ovvero gente che domanda confusamente cose del tipo “Ambrogio … avverto un certo languorino … la mia non è proprio fame, è più voglia di qualcosa … di buono” con misto di speranze contraddittorie tipo “goloso ma che non fa ingrassare”. Si fa allora un Rocher con carta stagnola luccicante che promette di tappare il buco. Per questa soluzione tappabuchi, in politica, non si chiedono soldi ma voti. I voti poi fanno eleggere il rappresentante del popolo che va a fare il wrestler in nome e per conto del suo pubblico-cliente.

La pubblicità dei Rocher politici spazia dalla promessa di più sicurezza, più lavoro, più ricchezza, più modernità, più sovranità, più libertà e molto altro, oppure la promessa di contro, contro il liberismo, contro l‘unione europea, contro i migranti, contro i pedofili, contro i populisti o altro. Si noti l’asimmetria logica: “più” nel positivo, “contro” nel negativo, non “meno” che non scalda gli animi, “contro!”. Se poi ‘oggetto dopo il contro è macroscopico come “il capitalismo” meglio ancora, in fondo mica si tratta di fare i conti con la realtà, è una sorta di sondaggio d’opinione quello che si fa alle elezioni.

I temi su cui si offrono i più o i contro , sono quelli del discorso pubblico, una agenda di solito istituita dal potere in atto, il quale decide e nomina non solo i “suoi” temi ma anche quelli avversari. Chi sceglie il fronte contro il potere prende il termine negativo imposto dal potere e lo rivernicia di positivo, fatica immane e qualche volta anche energia mal riposta poiché nominare è creare enti e se l’ente è creato in un certo modo lo spazio politico che tenta di ribaltarne il giudizio (da negativo a positivo) è pre-determinato proprio da coloro contro i quali si vorrebbe fare lotta politica. Grande parte di quei più o contro sono irrealistici, forme dicotomiche del pensiero semplificato che sussume cose complicate in un termine-concetto in cui le porzioni di popolo si identificano come le contrade fanno col loro totem odiando il totem avversario.

Si tifa il proprio wrestler che fa finta di prender a cazzotti il wrestler del proprio odiato vicino invece che prender direttamente a cazzotti il proprio vicino. L’importante è che i “cittadini” non facciano direttamente politica tra loro, facciano gli spettatori, senza spettatori paganti viene giù tutto. Vale per i giovani filosofi non meno che per gli imbroglioni seriali.

L’estrema ambiguità del tutto crea questo spettacolo che nulla a che fare con la politica, dove il mercato è fatto di “valori”, i totem sono tanto squillanti quanto irrealistici, i wrestler gareggiano urlando ma mai facendosi davvero male, sperando di finire in qualche assemblea pubblica in forma stabile che gli procurerà fama, successo, soldi e porzioni di potere. Quando poi falliranno, e falliscono tutti -sistematicamente poiché i presupposti tra promessa e realtà sono in genere infondati- avanti una nuova linea di aspiranti “diamo voce al popolo!”.

Il post non conclude, era solo per sfogare amarezza personale. Non ne posso più di veder fondare partiti oltretutto soprastanti un dibattito politico pubblico che sta raggiungendo vette di confusione, indeterminazione, falsa coscienza, irrealismo, presa per il culo sistematica, ormai su una tangente che punta all’infinto ed oltre. E non vale solo per i wrestler, vale anche per coloro che fanno da pubblico perché sono loro, siamo noi a tener in piedi lo spettacolo.

tratto da facebook

COSA SUCCEDE NEL FRONTE OCCIDENTALE? Il G7 secondo Pierluigi Fagan

COSA SUCCEDE NEL FRONTE OCCIDENTALE? La giornata di ieri, il post-Biarritiz, ha visto due fatti da analizzare con attenzione. L’argomento francamente non è da post su fb perché il sottostante da tenere in considerazione per tentar l’interpretazione è molto vasto e complicato. In più molti terranno conto di cose (come la situazione politica italiana a grana fine, Putin e il sovranismo, Aquisgrana, neoliberismo, Medio Oriente ed altri totem del dibattito pubblico contemporaneo) che invero c’entrano poco o nulla. Lo scenario è pura strategia geopolitica, la c.d. Grand Strategy.

i due fatti di ieri. Trump, mentre se ne torna a casa, trova l’attenzione per fare un tweet di supporto a Conte. Non ci interessa il cosa c’è dietro in termini di riflesso sulla situazione contingente italiana che sicuramente non è negli interessi specifici di Trump che ha ben altro a cui pensare, ci interessa domandarci solo perché l’ha fatto, perché ha trovato quella attenzione. Ha cancellato il bilaterale già previsto con Conte, ma poi s’è ricordato di dire che fa il tifo per lui per buona educazione? Improbabile.

Macron ieri fa una cosa molto importante. Riuniti gli ambasciatori del’esagono afferma che l’egemonia occidentale sta declinando e declinerà quasi irreversibilmente. Non è quindi più tempo di ostracizzare la Russia (!). Le due cose sono collegate? Io penso di sì.

Come già scritto, penso che Macron abbia offerto di schierarsi con Trump nel processo che sdogani la Russia riportandola non dalla parte occidentale ma almeno in aperta relazione alla parte occidentale. Per Trump questa mossa è decisiva. Il problema strategico di Trump è la Cina, se non si mette dell’attrito intorno al processo -quasi naturale- di sua esponenziale espansione, l’Occidente diventa un satellite della prossima stella centrale e gli Stati Uniti d’America, perderanno molti punti percentuali di peso sul sistema mondo. Come per le foreste pluviali, come per ogni sistema, anche gli USA andrebbero soggetti al “dieback” il limite oltre il quale una contrazione non è più aritmetica ma geometrica. La strategia per affrontare questo problema necessità la subordinazione di ogni altro intento laterale riferito ad un mondo ovviamente complesso e pieno di problemi, al compito principale. Rispetto a questo che è il problema principale dei prossimi trenta anni, la Russia non è affatto un competitor naturale (11° economia mondo, 9° per popolazione ma in contrazione) e fa una grande differenza se la Russia sta organicamente con la Cina o meno. Le si può concedere anche un ruolo strategico di bilanciamento, nessuno penso pensi che i russi possano buttarsi di colpo dall’altra parte. L’importante però è poter aprire una partita in cui si possono offrire cose e chiederne delle altre. Qui o là, qualcosa ne verrà, se non dirette, indirette. Kissinger c’ha scritto, a parti invertite, la storia recente delle relazioni internazionali con questo giochino vecchio quanto il mondo.

Macron vede allora una opportunità strategica. L’Europa, fino ad oggi, non ha minimamente affrontato questo problema, anzi, sulla scorta di una fedeltà al corso obamiano-clintoniano, ha continuato a fare affari con la Cina, sanzioni alla Russia, disprezzo per Trump. Il disprezzo è stato ricambiato dall’americano ed anche praticato con diversi attacchi commercial-diplomatici, in alcuni casi veri e propri sgarbi palesi come le trame di Bannon in terra italica. Nel frattempo però, il corso europeo dominato dal mercantilismo tedesco che è del tutto alieno da una visione organica geopolitica, è entrato in crisi. I dati sull’economia tedesca, quelli consolidati e quelli già di certo preventivati, dicono di un declino irreversibile di quella impostazione. Sempre nel frattempo, gli ucraini cambiano presidente ed arriva un grande amico dello stesso Macron. Sembra trapelare lo scontento ucraino per l’esser stati usati, sedotti ed abbandonati. Creato il caso del conflitto con i russi, nessuno si è più occupato degli ucraini, l’economia peggiora a vista d’occhio. Tant’è che nel buco si infilano i cinesi, oggi molto presenti da quelle parti. A gli ucraini, il muro contro i russi non conviene affatto, specie se nessuno gli paga il servizio.

Come già scritto, credo che Macron abbia offerto a Trump una esplicita alleanza di intenti: io ti aiuto a sdoganare la Russia, tu mi dai una serie di cose in cambio. Da qui la inaspettata dolcezza di Trump di questi giorni, il non sentirsi più ostracizzato almeno dal francese, il sopportare oltre il prevedibile lo strano invito a Zarif che ha lasciato con la mascella a terra ogni commentatore americano e non solo, le rituali litanie ambientali che fanno da positioning concettuale del francese e molto altro. Di questo “qualcosa in cambio” fa ovviamente parte il lasciar stare l’Italia, non intromettersi nelle faccende interne all’Europa.
Il patto ieri è stato perciò onorato da entrambi, con le due inaspettate uscite. Tutto ciò è molto nuovo e molto interessante in termini di dinamiche geopolitiche.

CNN, voce del Deep State preso in contropiede e sulla via della difensiva, dice che Merkel è contraria. La stessa Merkel del North Stream che ha coi russi svariati legami industriali e commerciali e con buona parte della sua industria che non vede l’ora di correre ad est o una Merkel che fa finta di proteggere le paranoie dell’est Europa suo noto Grossraum e gioca quindi al poliziotto cattivo mentre il francese fa il poliziotto buono? Del resto se si accende semaforo rosso alle relazioni con la Cina da qualche parte deve anche scattare un semaforo verde, no? Abe è d’accordo. Trudeau ad ottobre potrebbe perdere le elezioni interne pare e quindi la sua opinione conta quel che conterà lui che è comunque l’ultima ruota del carro nei G7. Rimane Boris Johnson che la vede in modo opposto, ma non si più far felici tutti. UK e BJ, per altro, non sono in condizioni di imporre nulla a nessuno.

Quanto al tweet su “Giuseppi” che forse Macron ha chiesto di fare, si ricordi chi è in Italia che più di tutti non vuole andare ad elezioni subito e dei due che sono in tale postura, chi dei due è intimo amico di Macron e sta per varare un partito sezione italiana di En Marche.

Staremo a vedere ma comunque l’uscita di ieri di Macron va considerata con molta, ma molta attenzione come per altro hanno subito fatto i russi.

PAS MAL. Niente male il vertice G7 per Marcon. Il francese è innanzitutto riuscito ad ingabbiare Trump piuttosto che vederlo abbandonare il vertice prima della fine com’era accaduto a Trudeau. In più ha ottenuto un Trump tutto sorrisi, amichevole, sbaciucchione come mai l’avevamo visto. Come? Il segreto della faccenda, viepiù date le premesse abbastanza terribili a botte di “queste riunioni sono inutili” o “adesso tasso i vini francesi”, dovrebbe stare in quelle due ore di pranzo assieme all’inizio dell’evento. Ma a base di quale menù?

Macron deve aver intuito bene l’esigenza di Trump di riportare Putin in famiglia, tant’è che ha incontrato il russo appena prima del vertice, appena dieci giorni fa. Da sciogliere, il problema Ucraina che forse non è più un così grande problema, né per Mosca, né per Kiev. Ma nell’UE, ci sono polacchi e baltici che di questa normalizzazione non ne vogliono sentir parlare, quindi occorre andar per gradi. Tant’è che Tusk, polacco, non a caso ha proprio tirato fuori l’Ucraina per dire no all’invito ai russi, allora meglio Kiev. Ma Macron, con Putin, s’era portato avanti, organizzando il vertice a quattro con Mosca, Kiev, Berlino e Parigi, il mese prossimo, pare. Se riuscisse a trovare un accordo che pare Kiev voglia, doppio slam, pace-pace-la-guerra-non-ci-piace e immagine di Putin ripulita per permettere a Trump l’invito al prossimo G7 a Mar-a-Lago. Magari non si chiude il mese prossimo, ma il processo è avviato.

Prezzo per il servizio del “ti capisco, pas de problèm, ti spiano la strada io, tranquillo” il “sai ho invitato Zarif qui”. Ricordo che la Francia era il primo Paese europeo in termini di penetrazione commerciale in Iran prima che Trump sclerasse con la faccenda della denuncia dell’accordo. A seguire l’Italia, ma anche la Germania aveva la sua acquolina in bocca. Immagino la faccia di Trump quando ha sputo di Zarif. Ma ultimamente, pare che l’ingestione di rospi, sia diventata una moda alimentare molto diffusa. Quindi gli avrà detto “vabbe’ farò finta di niente, ovviamente non lo incontro ma se tu vuoi far la mossa perché ti serve, farò finta di non aver né visto, né sentito”. Sull’Iran, come sulla Cina, nessuno sa fino a che punto vuole spingersi Trump e forse non lo sa neanche lui. Nel senso che, come scrivemmo nei post sull’ESTATE AD HORMUZ, in primis Trump avrebbe bisogno di presentarsi prima del novembre 2020 con l’accordo con l’Iran rifatto per dimostrare che quello fatto da Obama era fatto male e lui ha fatto meglio. Rifatto o in via di rifacimento. Poi nell’ambito del partitone geopolitico con la Cina, magari vede anche più profonde possibilità, ma intanto avere da parte di Teheran una apertura a lunghi ed inconcludenti negoziati, sarebbe già un mezzo successo. Se Zarif ha partecipato scientemente alla sceneggiata, evidentemente a Teheran, pragmaticamente, qualcuno comincia a pensar che l’ipotesi potrebbe non esser poi così malvagia. Zarif, dopo Biarritz, è volato a Pechino, certe cose si discutono non da soli.

Così Marcon ha aperto una bottiglia di chateau per fargli ingoiare il rospetto ed ha provato a buttarla lì “senti ma scherzavi sulla faccenda dei vini, vero?”. Trump deve aver detto “no, mica tanto”. Traccheggia qui e traccheggia lì, si va in patta ovvero la stentorea dichiarazione che il problema della tassazione dei GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple) si rimanda in ambito OCSE al 2020, magari dopo novembre 2020.

E “le COP21, l’ecologie, l’Amazon?” avrà chiesto implorante il francese “veditela tu, fai le dichiarazioni che credi mentre io faccio i bilaterali così non c’ero e se c’ero dormivo”. Intano Bolsonaro twittava contro la premiere dame e Macron vedeva avvicinarsi a grandi passi le improrogabili ragioni per non ratificare l’accordo UE-Mercosur. Manco a dire un futuro “vediamoci e parliamone” dopo che un ministro brasiliano gli ha dato pubblicamente dello stupido. Last minute s’è fatto pure dare la ridicola cifra di 20 milioni per intervenire da pompiere ma Bolsonaro gli ha già simpaticamente replicato che da uno che non sa evitare un incendio alla sua principale chiesa, non prende lezioni.

Però ha fatto buone p.r., ha invitato ai “tre giorni coi grandi”, week end spesato e con foto opportunity da giocarsi in patria, l’India, l’alleato Egitto in Libia, due africani occidentali, Unione africana e Banca africana per lo sviluppo ed il delfino Sanchez, più Cile, Australia, Sud Africa. A Conte ha messo pure di sfuggita la mano sulla spalla dicendogli che Ursula stava lavorando sul nuovo Patto di stabilità, una buona parola per tutti, la speranza rasserena i cuori.

Trumpone, invece, prima s’ è fatto sfuggire un ambiguo possibile ripensamento su i dazi cinesi salvo poi inviare un suo uomo a meglio specificare che ripensava al fatto di non averne applicati di più alti. Poi s’è beccato anche qualche lamento da BJ che non si stacca dall’UE per trovarsi con la globalizzazione balcanizzata in macerie. Poi s’è inventato che sta per chiudere il più grande accordo commerciale di tutti i tempi con i giapponesi. Abe ha provato a dirgli dei missili di Kim Jong un ma Trump ha detto che è tutto previsto e sotto controllo. Poi si è proteso in sbaciucchiamenti anche alla Merkel dicendo che lui al G7 si sente a casa perché lì sono “tutti amici”. Mi sa che Trumpone ha capito che negli ultimi tempi ha un po’ esagerato e che deve rallentare soprattutto in patria dove gli ordini alle imprese di smobilitare dalla Cina più tutto il resto hanno fatto perdere ai suoi amici in borsa bei quattrini e creato panico generale. Così ha riferito di bellissime e commoventi telefonate con Xi, ripromosso ad amico dopo esser stato recentemente retrocesso a nemico, per nuove intenzioni negoziali a cui sembra i mercati credano poco.

Insomma, niente di più di “politica internazionale”, trattative, diplomazia, piccoli do ut des, bilanciamenti, rimandi all’anno prossimo tanto fino a novembre non succederà nulla di definitivo, tutti assieme appassionatamente ognuno a farsi gli affari suoi. Ma di questi tempi, è già qualcosa, il francese -a noi notoriamente poco simpatico- se l’è giocata non male, bisogna dargliene atto.

NB dalla bacheca di Pierluigi Fagan

NOTIZIE DA UN ALTRO PIANETA, di Pierluigi Fagan

NOTIZIE DA UN ALTRO PIANETA. La NASA ha pubblicato su Nature uno studio incredibile. Tramite osservazione satellitare, si sono accorti che il pianeta Terra è più verde di venti anni fa. Se ne sono accorti dopo un po’ dall’inizio del monitoraggio appunto venti anni fa, ed avevano pensato che questa ripresa del verde planetario fosse un prodotto inaspettato dell’esubero di CO2, una sorta di effetto benefico collaterale all’effetto ritenuto malefico dell’eccesso di emissioni, una applicazione della logica Zichichi, un maitre à penser che ultimamente ha molto seguito qui da noi.

Col tempo però, comparando le rilevazioni su mappe, hanno scoperto che tutto il rinverdimento planetario era concentrato in due zone di questo strano altro pianeta, le zone dette “Cina” ed “India”. Caramba, che sorpresa! Hanno poi scoperto che i gli abitanti di questo strano altro mondo, i cinesi, usano quello che chiamano “Esercito Popolare” per piantare alberi che contrastino l’avanzata dei deserti interni ed anzi, pare che questi strani esseri si siano messi in testa di rubare spazio al deserto stesso, piantando alberi a ripetizione. Un esercito di vangatori, che buffa idea, no? Mettete dei fiori nei vostri cannoni, diceva una antica canzone … . Si sono anche detti sorpresi del fatto che, alla stessa NASA, avevano letto i giornali che mostravano quanto pazzi fossero questi cinesi che si auto-soffocavano con l’emissione di CO2 a causa della dissennata idea di far avanzare il loro sviluppo. Ma allora non erano così pazzi se il satellite dotato addirittura di un Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer, o Modis (un po’ di auto-pubblicità su gli effetti meravigliosi degli investimenti in tecnologia ci vuole sempre, no?), mostrava questa massiccia avanzata del bosco cinese.

Quanto a quegli altri alieni degli indiani, alla NASA hanno scoperto che a furia di fare figli che chiedevano di mangiare, si sono messi a coltivare sempre più spazio con culture multiple. Insomma, i bizzarri indiani continuando pervicacemente a volersi nutrire con i vegetali, con l’agricoltura invece che le manipolazioni molecolari driven by biotecnologie di società quotate in borsa (creazione di valore dogma centrale della nostra forma di civiltà avanzata), piantano cose che poi crescono aumentando il verde. Che buffo, no?

Certo, che i cinesi siano strani visto che si ostinano a definirsi addirittura “comunisti”, si sa, ma gli indiani sarebbero pure “democratici”. Cose dell’altro mondo …

E dire che invece, qui nel nostro pianeta, il nostro campione del nuovo Sud America liberato dalla presa dell’illiberismo chavista-lulista, Bolsonaro, il verde lo sta eliminando. Mah, comunque in quell’altro strano pianeta del quale non avremmo notizie senza l’occhio vigile della NASA, anche gli etiopi stanno piantando alberelli, 350 milioni per la precisione in meno di dodici ore, giusto ieri. Su quell’altro pianeta sottosviluppato, deve esserci una strana epidemia di ragion pratica …

Mano umana (nome della strana specie che abita questo altro pianeta di esseri strani), non mano invisibile. La mano invisibile il verde lo distrugge per creare valore salvo poi mandare ragazzine con l’aria truce in giro per le grandi assemblee dei potenti a far da coscienza infelice che ammonisce. Qui da noi, allora, si scrivono corposi libri sull’Antropocene, usando carta che è presa dagli alberi che Bolsonaro sta buttando giù. Lì invece nell’altro pianeta, non scrivono libri ma prendono zappe e vanghe e piantano semi.

Chissà, magari invece che lo scontro delle civiltà e la guerra dei mondi, ci converrebbe copiare questi alieni animati da una ragione strumentale così diversa dalla nostra? Chissà, forse è una fake news della sezione orientalista della NASA …

[“Richiede una mente davvero insolita intraprendere l’analisi dell’ovvio” A. N. Whitehead]

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DEL CAMBIAMENTO POLITICO NEL SUD EUROPA, di Pierluigi Fagan

DEL CAMBIAMENTO POLITICO NEL SUD EUROPA. Torna al governo in Grecia il partito cardine del sistema che la fece precipitare nel dramma del 2015. Scontato il momentaneo purgatorio, NeoDemokratia torna con le sembianze del più tipico rappresentante delle élites greche, un banchiere di Harvard con alle spalle una famiglia politica di lungo corso. Le Borse festeggiano in anticipo da giorni con l’acquolina in bocca dato l’annuncio di massicce e corpose privatizzazioni, riduzione dell’impiego statale, meno tasse per le classi commerciali qui molto forti. Forse una Bruxelles PPE-Liberale, allenterà un po’ il cappio al collo dei Greci donando qualche ulteriore possibilità in più. Il sistema elettorale greco, regalerà all’effettivo 40% di ND, la maggioranza assoluta.

Ma il grande ritorno della Grecia media, non è tutto. Dopo quattro anni di governo terribile, un governo che poteva governare solo austerità e contrazione, Syriza segna un inaspettato 32% ma la sua area può anche contare il 3.4% di Varoufakis. Poco più del 35% quindi, cioè esattamente il risultato trionfante ed inaspettato del 2015. Sebbene il governo sarà monocolore ND, la sua area potrebbe contare anche sull’8% dell’ex PASOK un 48% circa quindi per una opposizione che oltre al blocco Syriza-Varoufakis potrebbe contare il 5% degli inossidabili comunisti per un circa 41%. Più altre sigle sparse tra cui un nuovo movimento nazionalista di destra che subentra a gli allarmanti nazisti di Alba Dorata. Insomma, il pendolo della transizione greca oscilla oggi chiaramente a centro-destra / destra ma non poi così tanto e soprattutto dentro una dinamica, appunto, a “pendolo”.

Ne vengono tre considerazioni:

1) Le nazioni europee sono più o meno tutte, storicamente, per lo più centrate su i grandi numeri di un centro che tende a destra. I numeri son questi, piccola e media borghesia alleata della grande borghesia dalla quale riceve possibilità per sviluppare i suoi piccoli affari. Quando non stravincono o vincono è perché parte del loro elettorato non va a votare, non perché ha cambiato idea. Ricordo feroci polemiche con coloro che dimenticando questo piccolo particolare di fisica sociale, vaneggiavano di un tradimento di Tsipras che non aveva voluto uscire dall’euro a suo tempo, come se questo fosse effettivamente possibile e soprattutto come se questo fosse veramente volontà del “popolo”. “Popolo” è un aggregato statistico-culturale, ma le sue partizioni interne sono assai eterogenee e come sempre, contraddittorie. Una politica che non tiene conto di questo baricentro conservatore del sistema, può animare la produzione intellettuale di disegnatori del mondo alla tastiera, ma non produrre cambiamento effettivo.

2) La condizione greca, sappiamo avere non pochi punti in comune con la condizione di altri Paesi del Sud Europa, è un fatto strutturale. Fintanto che qualcuno non inventerà la bacchetta magica per dissolvere l’UE alla mezzanotte del “giorno che cambierà tutte le cose”, le forze politiche dei Paesi del Sud Europa, dovrebbero cercare una loro fronte comune per pesare qualcosa in ambito europeo. Grandi eterogeneità di posizioni politiche vengono magicamente sintetizzate da coloro che concordano su pochi e chiari punti dell’agenda di governo europeo, il potere unisce. L’opposizione invece, non ha mai questa tendenza a sintetizzarsi, odia l’arte del compromesso, ama le distinzioni ideali nitide, identitarie, minoritarie ma pure. In politica, la purezza, è un vizio intellettuale.

3) Qualche ulteriore punto percentuale Tsipras l’ha perso sulla questione del riconoscimento della Macedonia, ovvero sulla questione “nazionale”. Ma Tsipras ha dovuto ingoiare quel punto (Tsipras e Syriza hanno dovuto ingoiare parecchie cose in questi anni, loro ed i loro elettori), per ragioni strettamente geopolitiche. C’è qui tutta una questione che coinvolge la Turchia ed un complesso gioco di controllo dei fondali dell’Egeo ricco di gas nel più ampio gioco Mediterraneo (giacimenti al largo della costa siriana, libanese, cipriota, israeliana). Non è stata l’UE ad imporre il contrastato riconoscimento della Macedonia che qui è atavica questione nazionale che risale ad Alessandro il Grande, ma gli USA e quell’imposizione per una serie di complicate ragioni che qui non possiamo dettagliare, non aveva alternative politiche realisticamente possibili.

Quindi, a proposito dei progetti di cambiamento politico nel Sud Europa, si tenga ben fisso in agenda questo breve elenco: a) i progetti di egemonia su una massa decisiva di popolo debbono avere ben chiaro in mente chi è questo popolo, cosa vuole, cosa sa, cosa è disposto a fare e subire per raggiungere un supposto obiettivo di cambiamento; b) in attesa di migliori condizioni di contesto, l’UE esiste e tocca farci i conti. Le sue forze maggioritarie tra l’altro alleate di quelle del capitale finanziario occidentale globale, sono formidabili. Andare al confronto senza una chiara alleanza intra-europea, non ha speranze; c) il contesto geopolitico non è la quarta pagina del giornale da frequentare per coloro che hanno aspirazioni estere, il contesto geopolitico è politico, l’esterno è solo la parte fuori dell’interno ed assieme fanno l’Uno oggetto di contesa politica.

Se queste tre cose non vengono pensate “tutte assieme”, scriviamo articoli e post su facebook, ma non illudiamoci di star facendo politica. E soprattutto, scordiamoci di poter governare un cambiamento.

L’ANGELO DELLA STORIA, di Pierluigi Fagan

L’ANGELO DELLA STORIA. (tratto da facebook) Ogni tanto, come saprete, torno a studiare la c.d. “nascita delle società complesse”, in particolare il caso a noi più vicino ovvero quello del Vicino Oriente mesopotamico. Sono in gioco le “origini” della gerarchia sociale, dell’ineguaglianza, del ruolo dell’economia nella strutturazione della società, l’immagine di mondo ed i suoi amministratori, la nascita dello Stato e della guerra sistematica. Insomma il “pacchetto” che contraddistingue le nostre società contemporanee.

L’indagine ha molti motivi per esser condotta, ma oggi ha anche una attualità in più. Un terremoto demografico come quello che si è prodotto tra inizi ‘900 ed oggi o anche meglio, dal 1950 ad oggi, disegna un “mondo” completamente diverso dal precedente. Poiché storicamente le “novità” si producono quasi sempre nel contesto ovvero esternamente alle società, sebbene poi noi si legga le trasformazioni come interne a queste (in realtà sono “adattamenti”), le “cause” dei cambiamenti profondi sono per lo più esterne.

Uno spazio fisico fisso (il mondo) che triplica la sua densità in settanta anni (1950-2020 da 2,5 a 7,5 miliardi di individui e da 70 a 200 Stati) è un terremoto di contesto che ha, e sempre più avrà, molte ripercussioni sull’organizzazione della nostra vita associata. Quindi il come si originò lo standard attuale torna d’attualità per provare a capire come potrebbe evolversi. Viepiù se va incontro a vari tipi di problematica ambientale. Non è detto che questo sguardo indietro serva davvero per lo sguardo in avanti (l’angelo della storia di Klee-Benjamin), ma è l’unica o comunque la prima, strada che abbiamo. Aggiornerò quindi sulle ultime evidenze macro della ricerca sull’argomento su cui ho fatto una recente, ennesima, full immersion di studio.

L’oggetto di studio è il Vicino Oriente (mezzaluna fertile) che transita dal Mesolitico al Neolitico e finisce con Uruk ovvero: 1) la prima città; 2) il primo Stato centralizzato con Uruk al centro di un sistema di villaggi tributari; 3) presenza inequivoca di stratificazione sociale e divisione del lavoro, ed anche di genere e di generazione oltreché etnica (con molta probabilità, questa fu la prima ragione di differenziazione sociale in tempi addietro alle vere e proprie “società complesse”); 4) agricoltura irrigua con logistica complessa; 5) dominio di élite bipartite tra sacerdoti e re o poi fuse in un’unica entità (il re “divino”); 6) alte e spesse mura di contenimento della città e presenza di specialisti armati; 7) leggi e tasse; 8) sistemi di notazione scritta. Il tutto a partire grossomodo dal 3300 a.C. anticipato da un periodo di progressiva formazione ed espansione che inizia forse nel 4000 a.C., tempo registrato come data del Diluvio nella mitologia sumera. Come soro arrivati a ciò e perché?

1) La prima novità degli studi connessi è il doppio ampliamento dello spazio e del tempo di osservazione. Uruk era praticamente sulla costa sud dell’Iraq dove oggi c’è Bassora, alla foce del Tigri ed Eufrate, il suo tempo parte, come detto, dal 3200 a.C. Oggi questo è considerato il punto d’arrivo di una più ampia e lunga dinamica che porta non solo alla c.d. Mezzaluna fertile ma anche al sud dell’attuale Turchia che è forse l’inizio del processo ed altri spazi contigui. Altresì il tempo del processo inizia nel 12.000 a.C., novemila anni prima di Uruk.

2) Il processo ha tre linee di sviluppo generale:
a) scende da nord a sud, dall’Anatolia al Persico. I siti scavati dagli archeologi, temporalmente compaiono lunga una sequenza storica (dal 12.000 al 3000) che va dalla catena del Tauro al bassopiano che sfocia nel Persico, passando per il nord siriano ed iracheno (l’ex Stato islamico). Questo asse verticale, ha poi un incrocio orizzontale che ingloba il Levante (Israele e Giordania) tanto quanto i monti Zagros (Iran occidentale). Interazioni progressive si hanno tanto con la civiltà egiziana che con quella della Valle dell’Indo,
b) prevede un costante aumento della popolazione, qualche volta con veloci aumenti seguiti da stasi, ma nel complesso unidiretto dal meno al più;
c) il processo è oggetto di almeno due cambiamenti climatici che rendono l’approvvigionamento idrico (non solo agricolo, anche a piante ed animali oggetto di caccia e raccolta) sempre più difficile. Questi scrolloni climatici incidono ovviamente sulla sussistenza che a sua volta cambia la struttura sociale che già cambiava di suo per l’incremento demografico.

3) L’estrema sintesi di ciò che pare sia successo dovrebbe essere questa: tribù seminomadi di cacciatori raccoglitori, tendono a sedentarizzarsi nell’Anatolia meridionale probabilmente per l’aumento della consistenza demografica dovuta anche a condizioni climatiche molto favorevoli e cominciano a ricorrere sempre più, prima ad una forma di cura del selvatico ed orticultura, poi di agricoltura. Ma l’out put agricolo è solo un integratore di dieta che permane largamente di caccia e raccolta e la sua produzione è detta “secca” ovvero ricorre alle semplici precipitazioni naturali, all’umidità, forse a pozzi scavati. Siamo tra 12.000 e 9000. In seguito, tra 9000 e 6000, scendono verso il nord siriano-iracheno in cerca di spazi pedemontani più ampi per maggiori opportunità di coltivazione ed allevamento, sempre lungo i tratti iniziali dei due grandi fiumi. Qui si notano due fenomeni importanti: a) si formano “culture” ovvero reti di villaggi anche molto piccoli ma interconnessi tra loro in un più vasto areale. Questi villaggi avevano una divisione del lavoro naturale poiché alcuni agricoli, altri pastorali, altri vicino alle materie prime del Tauro (ossidiana, malachite, rame), altri produttori di bellissima ceramica, ed erano legate da scambi commerciali e culturali; b) si cominciano a trovare segni di immagini di mondo che legavano tra loro le mentalità delle genti di quell’areale; c) tra 6000 e 4000 continua lo spostamento verso sud anche in seguito ad un cambiamento climatico. Le comunità si allargano e di converso cresce il ricorso all’agricoltura, ora irrigua sebbene a logistica semplice ovvero con una sola striscia campi contigui i corsi dei fiumi. Nell’alluvio precipitano cacciatori raccoglitori dell’est e poi pescatori del sud. Verso la fine del periodo (Eridu) compaiono i primi templi ovvero luoghi fisici in cui un sacerdote o gruppi di, amministrano l’immagine di mondo, parte del raccolto è centralizzato e ridistribuito; d) Infine da 4000 al pieno Uruk, siamo ormai all’estremo sud quindi alla foce dei due fiumi di cui inizialmente si sfruttano le piene ma poi si incanalano lungo sistemi di logistica irrigua molto complessa, pianificata ed amministrata centralmente. Ai centri templari si affiancano quelli palaziali, nasce lo Stato. Prima città, poi territorio con colonie, poi impero.

Il tutto è stato accompagnato da una fase molto umida e ricca d’acqua con clima temperato continentale (12.000 – 8000), un primo scrollone di improvvisa secchezza intorno al 6400 a.C. ed un secondo ancora più deciso post-diluviano. In breve, le popolazioni aumentavano con condizioni ecologico-climatiche favorevoli ma poi dovevano fare i conti con le inversioni climatico-ecologiche. Prima è aumentata la densità abitativa in aree più ospitali, dopo la dimensione dei singoli centri che hanno fatto da centro a sistemi più ampi, poi formalizzati in Stati (regni) e poi Imperi (2200 a.C. Akkad – Sargon). L’agricoltura non fu una invenzione ma una pratica millenaria. Se ne fece sempre maggior ricorso per necessità demografico-ecologica. La guerra nasce dal confitto sulla terra e le risorse in ambienti affollati, solo alla fine del processo. Tutto ciò, qui come altrove (dalla Cina alle Americhe), è stato basato sulla relazione demografia-ecologia e il semplice aumento dei gruppi (prima del numero, poi della consistenza) ha portato all’auto-organizzazione che è stata gerarchica poiché più semplice. Il precursore dei sistemi gerarchici furono le credenze condivise amministrate da sacerdoti. Tali prime forme furono auto-organizzate e non imposte.

Nota a parte: i materialisti storici dovrebbero forse rivedere le loro convinzioni. C’è un problema di organizzazione dei grandi gruppi umani alla base delle gerarchie sociali ed il modo in cui organizzano la loro economia è solo un derivato oltretutto dipendente anche da fattori di contesto (adattamento). I rapporti struttura – sovrastruttura sono del tipo uovo-gallina, sono cioè coevolventi e reciprocamente causali. Le gerarchie sono il modo più semplice e diretto sin qui trovato dall’umanità per organizzare i grandi gruppi umani, nei piccoli il problema o non si pone o si pone molto diversamente. L’ipotesi che cambiando il sistema economico si annulli la stratificazione della società è come pensare che sia lo scodinzolio a muovere il cane, anche se certo, la può mitigare.

Distruzione creatrice, a cura di Giuseppe Germinario

● Olivier Costa: «Au niveau européen, c’est un effondrement pour les deux groupes historiques» [ ● Olivier Costa: ‘A livello europeo, è un crollo per i due gruppi storici’] da http://www.lefigaro.fr/politique/elections-europeennes-des-victoires-et-des-defaites-en-trompe-l-oeil-l-avis-des-experts-20190527

«À l’échelle européenne, Il est difficile de tirer une conclusion générale. [ ‘Su scala europea, è difficile trarre una conclusione generale.] Les campagnes ont été, une fois de plus, fortement focalisées sur des enjeux domestiques et les résultats sont contrastés de pays en pays, selon les configurations politiques propres à chacun. [ Le campagne sono state, ancora una volta, fortemente incentrate sulle questioni interne e i risultati sono contrastati da paese a paese, in base alle specifiche configurazioni politiche di ciascuno.] On note toutefois un recul global des partis de gouvernement, une montée des écologistes et l’absence d’un raz-de-marée souverainiste. [ C’è, tuttavia, un arretramento generale dei partiti governativi, un aumento di ambientalisti e l’assenza di uno tsunami da parte del sovrano.] Au Parlement européen, les socialistes (S&D) et les démocrates-chrétiens (PPE) ne cumulent plus que 43% des voix (contre 54% en 2014 et 66% en 1999). [ Nel Parlamento europeo, i socialisti (S & D) e i cristiano-democratici (PPE) accumulano solo il 43% dei voti (contro il 54% nel 2014 e il 66% nel 1999).] Plus que la continuation d’une tendance, c’est un véritable effondrement. [ Più che la continuazione di una tendenza, è un vero collasso.] Concrètement, ces deux groupes ne pèsent plus assez lourd pour faire passer des textes. [ Concretamente, questi due gruppi non hanno abbastanza peso per passare i testi.] Et, pour commencer, ils ne seront pas en situation d’assurer l’élection du futur président de la Commission européenne, qui doit être ‘élu’ à la majorité des membres du Parlement. [ E, per cominciare, non saranno in grado di assicurare l’elezione del futuro presidente della Commissione europea, che deve essere ‘eletto’ dalla maggioranza dei membri del Parlamento.] En 2014, déjà, ils avaient dû nouer une alliance avec les libéraux du groupe ALDE – qui devraient être rejoints par les députés LREM. [ Nel 2014, già, hanno dovuto formare un’alleanza con i liberali del gruppo ALDE – a cui dovrebbero far parte i deputati LREM.] Le renouvellement de cet accord est désormais incontournable. [ Il rinnovo di questo accordo è ormai inevitabile.] En outre, le groupe des Verts saura sans doute monnayer chèrement son appui.» [ Inoltre, il gruppo di Verdi probabilmente salverà caro per il suo sostegno ‘.]

 

DOVE VA L’UE?, di Pierluigi FAGAN  

Lettori e lettrici sanno che qui si rimane attaccati possibilmente ai fatti e poi si liberano le opinioni. La premessa è per dire che con post del 15 aprile, informavo sulle stime dei sondaggi europei. Alcuni opinavano che i sondaggi valgono quello che valgono ma rispondevo che la struttura delle elezioni europee, ripartite tra diversi gruppi e tra parecchi stati, annullava di molto i possibili margini di errore.

Nel post si dava conto di tre fatti: 1) popolari e socialdemocratici non avrebbero sicuramente più avuto la maggioranza ed avrebbero dovuto cooptare i liberali (confermato), 2) la somma dei due gruppi che è improprio etichettare entrambi come sovranisti (EFD M5S e Farage + ENF ovvero Salvini-Le Pen), avrebbero raggiunto circa 116 deputati complessivi (pare ne avranno 114); 3) la partita politica più interessante poiché indecisa e potenzialmente quasi clamorosa, sarebbe stato il voto francese dove le previsioni non sapevano dire se la vittoria sarebbe andata a Le Pen o Macron (ha poi vinto Le Pen). Il post ebbe 14, miseri, like.

Nel frattempo, siamo stati intrattenuti da una montante paranoia opinionista sul rischio che Salvini e Le Pen avrebbero dominato Bruxelles. Ma la loro Europa delle nazioni e delle libertà, era stimata a 55 deputati su 751 (ne ha poi ottenuti, pare 58), siamo a meno dell’8%, cosa si domina con l’8%? Certo il peso politico delle due formazioni, l’una francese, l’altra italiana, è significativo in ragione del peso politico dei sue Paesi ma insomma mi pareva un po’ esagerato questo ingiustificato allarme su cui s’è detto più del necessario e del giustificato. Siamo stati intrattenuti da un meccanismo psico-politico che prima ci ha impaurito (o resi speranzosi) senza ragione del trionfo sovranista per poi annunciare sollevati (o delusi) dello scampato pericolo. Una specie di “meccanismo matrimonio Pamela Prati”. E’ che in Europa più che i fatti, si discutono le altrui opinioni, opinioni contro altre opinioni entrambe slegate dai fatti. Questo è sintomo di nevrosi e il fatto che la nobile arte della “politica”, sia oggi qui nel sub-continente ammalata di nevrosi, preoccupa anche se -purtroppo- non da oggi.

Insomma, dove va l’UE? La nuova maggioranza è peggio della precedente poiché i “liberali” sposteranno ulteriormente l’asse politico verso il meno Stato e più mercato. Per commentare il suicidio non assistito della socialdemocrazia ormai non ci sono più parole e la convivenza tra loro e liberali, farà perdere loro ulteriore consenso. La nuova maggioranza a tre, vale un 58% mentre la precedente a due, valeva il 64%. Gente sensata, notata questa frana continua di consensi che per altro va avanti da molti anni, si darebbe una regolata ma tanto il parlamento conta poco o niente e gente sensata, in Europa, pare soggetta al principio di scarsità crescente.

In ordine sparso si nota un vero e proprio crollo della Sinistra che quasi dimezza i suoi consensi (Syriza, Podemos) con crollo relativo anche in Francia (Mélenchon) dove era arrivata al 20% al primo turno delle presidenziali, ripiegando oggi ad un misero 6%.

Ovviamente la novità apparente sono i Verdi, una sorta di partito rifugio per tutti i progressisti che non si sentivano di votare socialdemocratico o sinistra. Ho molto rispetto per le questioni ambientali, ma votare così tanto i Verdi in una UE stretta tra neo-ordo-liberismo e imbarazzo geopolitico, appare più effetto di uno smarrimento che di un convincimento. E’ un po’ come mettersi a parlare del tempo che fa in una discussione imbarazzante.

Considerevole invece l’affermazione dei liberali anche se lo scarto rispetto al 2014 è in buona parte dato da En Marche che nel 2014 non esisteva. Ciononostante, i soli liberali sommano più o meno quanto i due gruppi euro-scettici-sovranisti messi insieme, tanto per dire quali sono i rapporti di forza nell’opinione pubblica europea.

Il piccante di questa pietanza europoide sbiadita, lo danno i sempre significativi britannici con i conservatori quinti a livello percentuale di Forza Italia o giù di lì.

Ma un risultato merita il posto al centro della scena: la Francia. Qui il botto non è da poco, almeno simbolicamente. La giovane speranza europoide arriva secondo dopo i nazionalisti e questo non è fatto di poco conto. Macron però è tipo da fregarsene alla grande, l’hanno eletto per cinque anni con maggioranza bulgara e quindi andrà avanti. A livello di legittimità politica se Merkel in patria perde ulteriore 1,5% rispetto alle politiche e Macron perde a sua volta 1,6% rispetto al primo turno delle sue politiche, sembra che l’asse di Aquisgrana non abbia infiammato gli elettori. Di contro, oltre al fatto simbolico, non è che a puri numeri sia poi questa grande tragedia per i due piloni eurocratici, quindi avanti con giudizio cooptando i liberali nei giochi che contano, si spartiranno le cariche che contano, assediando sempre più strettamente i pavidi socialdemocratici in una sorta di cannibalismo delle élite per cui i giovani arrivati si nutrono della carogna dell’anziano che ha fatto il suo tempo.

In breve, l’UE che ne esce è più insipida della precedente, più di destra ed al contempo più liberale, con una spruzzata di ecologismo superficiale. A questo punto la palla passa al novembre del prossimo anno quando si terranno le elezioni americane. Se vincerà Biden, l’eurocrazia avrà un supplemento di ossigeno, se vince Trump, forse questa lunga agonia avrà la sua fine, forse.

Scenari, di Piero Visani dahttps://derteufel50.blogspot.com/2019/05/scenari.html?spref=fb&fbclid=IwAR1N3BEHnFygSz_9fpSygLzOGfeYcmOQJ34BCNX4ekdwh2RFls_hdmeyKS8

       Grande assente dell’ennesimo – e fastidioso – “ludo cartaceo”: che fare del futuro di un “gigante economico, nano politico e verme militare”? L’unico problema dell’Europa odierna paiono essere i muri ai confini e l’ambiente à la Greta, più ovviamente la conservazione dell’esistente da parte di chi ha ancora i denari per poterselo godere e di chi ha un’età anagrafica per cui “la sua sicura sorte sarà certo la morte”, per cui conservare è preferibile a marcire…
       Silenzio assoluto, per contro, sui problemi strategici, geopolitici, politici e di “massa critica” di un continente uscito ormai fuori dalla Storia e da tutto, che ambisce solo ad una serena pensione (per chi ancora l’avrà) e a una sempiterna vacanza, nel significato originale latino di “assenza”, magari per fare un po’ a botte in qualche località pseudo-trendy, ma al massimo in risse da strada, l’unico livello di conflittualità etilico-“pasticchico” che ancora conosca. Finis Europae.
 
Distruzione creatrice, di Fabio Falchi 
Non c’è dubbio che il partito che ha vinto queste elezioni sia la Lega, che ha ottenuto quasi il 35% dei voti.
Al Nord la Lega ha preso addirittura il 40%, assai meno al Sud . In buon numero gli elettori meridionali hanno disertato le urne e questo è un brutto segno per il nostro Meridione, sempre più dipendente da politiche assistenziali, nonostante abbia notevoli potenzialità di sviluppo, sia per l’indubbia intelligenza della sua “gente” che per la sua eccezionale posizione geopolitica e geo-economica.
In definitiva, il M5S, come prova il buon risultato che ha conquistato al Sud nonostante il crollo a livello nazionale, è vittima della sua stessa insipienza politica e del suo disordine mentale che lo hanno portato a difendere una politica da Terzo Mondo, perfettamente funzionale agli interessi del capitalismo predatore euro-atlantista, e a sostenere le posizioni del PD.
Il risultato del PD comunque non sorprende, ottenuto anche grazie alla insipienza del M5S. Il PD, del resto, è il partito del grande capitale nazionale, in sostanza, tranne poche eccezioni, parassitario e dei ceti medi inefficienti e parassitari (soprattutto dirigenti della PA , insegnanti semicolti, la “pretaglia”, ecc.) che hanno tutto da perdere da una politica imperniata sulla innovazione e sul potenziamento dei settori strategici della nostra economia.
I ceti medi e popolari produttivi ormai sono rappresentati soprattutto dalla Lega, il cui successo dipende da vari fattori: l’immigrazione clandestina, la crisi economica, l’austerity imposta degli “eurocrati”, l’indebolimento del legame comunitario e via dicendo.
Tuttavia, adesso vi è da temere che il M5S faccia l’inciucio con il PD. Il braccio di ferro con l’UE comunque è appena cominciato e sarà questo probabilmente a decidere anche la sorte del governo giallo-verde.
Al riguardo si deve tener conto che l’Italia ha avanzi primari dagli anni Novanta, ovvero spende meno di quanto incassa al netto della spesa degli interessi sul debito. In pratica, i ceti produttivi da alcuni decenni lavorano per pagare le imposte e gli interessi sul debito, ossia per mantenere i ceti sociali parassitari. Non a caso il risparmio nazionale in questi anni è cresciuto a dismisura – quasi 4.500 mld , ovvero quasi il doppio del debito pubblico! – a scapito delle forze produttive.
Da questa trappola si deve uscire ad ogni costo e non è certo la flat tax da sola che può risolvere questo problema. Occorre essere disposti ad adottare nuovi strumenti finanziari e attingere al risparmio nazionale per finanziare un piano di sviluppo su base nazionale (in particolare, per potenziare i settori strategici – sistemi d’arma, robotica, nuove tecnologie, telecomunicazioni, energia, ecc.- e le infrastrutture ).
Non vi è comunque solo la questione economica, ma pure quella, perfino più importante, dello Stato e della difesa del legame comunitario. Difatti, occorre sapere “trascinare le masse” per cambiare il Paese e per questo ci vuole una “ideologia” (nel senso migliore del termine), che non può ignorare la questione dei grandi spazi e le sfide del multipolarismo. Al finto europeismo si dovrebbe quindi contrapporre una nuova idea di Europa, ossia una “Lega europea” basata su principi e valori comunitari, una “Lega” intesa cioè come una Nuova Alleanza per un’Europa basata su Stati e popoli sovrani.
Ovviamente, attualmente la Lega non pare né volere né sapere intraprendere questa strada, “ancorata” com’è ai principi e ai valori dei suoi stessi “nemici”. Ma il nuovo corso (geo)politico che essa stessa ha contribuito a creare è solo all’inizio e nulla esclude che possa essere l’inizio di una “distruzione creatrice” come tante volte è accaduto nella storia.

SALAMINA A ROVESCIO SUL 28° PARALLELO_Antonio de Martini e Pierluigi FAGAN

 

Salamina a rovescio di Antonio de Martini

 

Quasi mezzo millennio prima di Cristo, l’imperatore SERSE I organizzò una spedizione al confine estremo del regno.

I greci, che all’epoca erano il LIMES, si coalizzarono contro il gigante asiatico avanzante.

Temistocle , dopo aver incassato una sonora batosta sul mare, si arroccò dietro l’isolotto di Salamina -come Leonida alle Termopili dove un gruppetto di spartani tenne in scacco le fanterie persiane e vendette cara la pelle- e si sistemò a difesa.

Con la stessa tattica dieonida , nello stretto tra l’isola e il mare, Temistocle inflisse una battuta d’arresto alla flotta del gran re enormemente superiore e difficile da manovrare in spazi ristretti .

Facendo pagare ogni singola avanzata a caro prezzo, i greci guadagnarono tempo, fidando nella indisponibilità di Serse a restare troppo a lungo ai margini del suo impero a dar la caccia a quattro mangiatori di olive.

In caso di attacco USA , i persiani useranno la stessa tattica di Temistocle, tanto più che i due gruppi da battaglia della V e VI flotta , si sono già infognati in aree prive di spazi di manovra: il gruppo “Keasarge” ha superato lo stretto di Hormuz e si è inoltrato nella trappola.

Per uscire, dovranno passare a tiro anche di sasso dalle coste iraniane.

L’altro gruppo di battaglia ( sempre una portaerei ( Lincoln ) , una nave appoggio zeppa di Marines e patrioti che fanno la prima apparizione antiaerea da nave, più naviglio di scorta ) attende l’ordine di iniziare la lotta, ma è anch’esso incastrato nel mar rosso tra bab el mandeb e Suez.

A tiro dei guerriglieri houti e dei loro sofisticati droni.
Tutti a tiro di missile da entrambe le sponde che costeggiano.

Questo dispiegamento arrogante è la migliore garanzia che lo scontro non ci sarà. Nessuno è stupido fino a questo punto.

Si stanno impostando e propagandando incidenti veri e presunti – come quelli dell’articolo AP che ho allegato- , ma senza conseguenze, a meno di errori – voluti o no – di qualche zelota.

Le grida di allarme servono a condizionare i protagonisti politici e saggiare i tempi tecnici di reazione dell’avversario.

In caso di scontro reale i persiani, nel peggiore dei casi, affonderanno almeno una portaerei e naviglio minore, senza contare la pioggia di missili che lanceranno su Israele di cui – coi missili da Gaza nei giorni scorsi – hanno saggiato l’operatività del sistema anti missile Iron Dome.

Cinque anni fa, durante una manovra coi quadri nella zona del golfo persico tenutasi al Pentagono, i “ nemici” rappresentati da un ammiraglio in pensione noto per la sua indipendenza di giudizio, affondò ( coi barchini) quattro navi USA. Uno smacco per lo stato maggiore della Marina USA sia pure ad opera di un collega “ Maverick “.

Chissà se al presidente lo hanno detto.

 

 

ESTATE AL 28°N PARALLELO di Pierluigi FAGAN.

 

Il costante conflitto che accompagnerà la difficile transizione al mondo multipolare, sembra voler convergere nello spazio e nel tempo in un punto particolare dello spazio-mondo.

Da più parti, si nota che:

a) gli americani stanno dislocando una portaerei in direzione del Golfo Persico. Hanno già mosso altre navi da guerra, rifornito di bombardieri le basi intorno all’Iran, nonché disseminato batterie missilistiche ed anti-missilistiche. In più Bolton a Pompeo, non passano giorno senza qualche buona parola incendiaria verso l’Iran. Altri sostengono che in USA si nota grande fermento operativo pre-bellico ;

b) Trump annuncia ulteriori sanzioni all’Iran che si sommano alle precedenti, dopo aver ulteriormente stretto il cordone di divieto alle relazioni con l’Iran tra cui quelle italiane e greche prima permesse. Dopo aver del tutto isolato Teheran dagli europei, è ora la volta dei tre compratori di energie fossili iraniane ovvero Turchia, India e Cina. Gli iraniani hanno dato due mesi di tempo a gli altri firmatari del precedente accordo teso a bloccare lo sviluppo atomico dell’Iran, per dare segni di vita. In assenza di un chiaro atteggiamento di conferma dell’accordo che isolerebbe gli USA, Rouhani ha fatto sapere che riprenderà l’arricchimento dell’uranio, ma è molto probabile abbia già iniziato ;

c) infatti Israele segue Bolton e Pompeo annunciando di imminenti attentati sciiti tra Gaza ed obiettivi americani in Medio Oriente mentre l’Egitto ha bloccato petroliere iraniane a Suez;

d) davanti a gi EAU, qualcuno ha sabotato petroliere saudite che hanno preso fuoco;

e) Isis si ripresenta in Kashmir e nel sud del Pakistan a Gwadar, terminale della Via della Seta cinese, accendendo l’irredentismo del Belucistan. Anche lo Sri Lanka e lo stesso Kashmir rientrano nelle rotte logistiche della Via della Seta cinese. In Iran, invece, c’è un porto strategico per le proiezioni esterne dell’India.

Naturalmente torna di moda la classica minaccia di autoaffondamento di navi dismesse in un punto particolarmente basso dello stretto di Hormuz da parte iraniana che rappresenterebbe un Armageddon petrolifero-finanziario dalle conseguenze terribili per l’intera economia-mondo, in particolare asiatica.

Con Trump non si sa mai se sta a suo modo trattando e quanto è disposto ad andare fino in fondo se la trattativa non andasse all’esito sperato o se “questa volta è diverso”. Una cosa pare certa, come ogni estate, la temperatura dalle parti del 28° parallelo, tenderà a salire. Da seguire …

Lluch De Sa Font Infatti credo che la carta vincente sarà a giugno quando presenterà il suo piano di pace per la Palestina, in cui si dice verrà coinvolto Hamas e, se va in porto, sarà utile ad una rielezione. Certo che i potenti nemici che ha in casa e all’estero faranno il possibile per mettere i bastoni fra le ruote…

 

 

TROPPE TRUPPE MARISCIÀH di Antonio de Martini

 

(Trump ha comunque smentito la presenza e anche l’intenzione di schierare i 130.000 uomini a meno di una pesante provocazione dell’Iran, definendo una fake la notizia del NYT_A dire il vero gli attori locali interessati a trascinare gli USA in guerra sono però almeno due._ https://news.yahoo.com/trump-denies-planning-send-120-000-troops-counter-161151316.html?fbclid=IwAR3kizBenzZV93nvAV2HZiES4EC6i9BZkJETXExb0NEhMEWGgaaWNDRd2nM Giuseppe Germinario)

 

A partire dal 1991 resta impresso in mente un dato costante sull’esercito degli Stati Uniti: esiste una forza armata che potremmo definire “ territoriale “ e un’altra che chiamerei “ forza mobile” composta da 120/130.000 uomini che è il vero ferro di lancia dell’US Army.

La forza territoriale presidia e occupa basi e territori sfoggiando un apparato logistico impressionante e ben alimentato. Questa aliquota, in continua crescita, fa la parte del leone nel bilancio della Army.

Centinaia di basi nel mondo dove la forza aerea e la Marina possono contare di fare sosta, rifornimento o riposo. Da dove si può far partire una spedizione, ma di dubbia efficacia combattiva.

Lo sforzo strategico di tutti i presidenti che si sono succeduti da Eisenhower in poi è consistito nel cercare di erodere questa posta di bilancio a favore dell’aliquota “ combattente” da impiegare sul campo.

Obama aveva cercato di creare reparti speciali da aggiungere al “ corpo combattente” puntando sulla estrema specializzazione di 30.000 uomini in battaglioni capaci di operare a 360 gradi. Trump ha scelto diversamente.

Trump ha fatto la scelta di aumentare il bilancio in termini assoluti senza capire che la macchina finanziaria del Pentagono – di terra e di mare- non sarà mai sazia per definizione e assorbirà qualsiasi cifra venga stanziata perché la normale amministrazione è fatta così dappertutt: è onnivora.

Comunque la si giri, lo Stato Maggiore non riesce a mettere in campo più di 130.000 uomini realmente disponibili per il combattimento.

È il brillante corpo corazzato che ha vinto le due campagne irachene, ma si è rivelato incapace di domare gli Afgani nemmeno per un momento. Che lamenta di essere impantanato a Kabul e alla frontiera messicana. Che inizia a logorarsi in West Africa.

Oggi lo S.M. USA ha nuovamente messo a disposizione del Presidente questo contingente e lo ha bardato con due corpi di combattimento della marina e i missili antiaerei Patriots in versione navale, ma l’avversario Iran è un’altra cosa.

L’Iran, nella guerra 1980/88 contro l’Irak, ha perso settecentomila uomini senza batter ciglio e ha la natura e la storia e la geografia dalla sua parte.

Il suo territorio è vasto ( quasi sei volte l’Italia) e montagnoso quanto basta, il 60% della popolazione è nomade ad onta degli sforzi dello Scià Ali Reza per sedentalizzare gli abitanti.

Non può essere piegato dai bombardamenti come la Jugoslavia perché non ha industrie leader o grandi infrastrutture da abbattere; non può essere “ridotta allo stato pastorale,” perché lo è già in buona parte; non può essere parcellizzata perché è un paese di grande omogeneità culturale con minoranze sostanzialmente leali; dispone di via di fuga, non bloccabile, attraverso il Caspio. Con centotrentamila uomini possono dirigere il traffico, ma non invadere ne presidiare, ne condurre con successo uno sbarco dimostrativo.

Un bombardamento – anche agli impianti petroliferi- otterrebbe una doppia replica e nessun risultato.

Ha amici potenti ( Russia, Cina, Turchia, India) e nemici impopolari ( Israele) ; controlla il 30% flusso dei prodotti petroliferi destinati all’Europa.

Anche i peggiori avversari degli Ayatollah – come la casa imperiale rifugiatasi negli USA o qualche ex primo ministro parcheggiato a Parigi – si sono rifiutati di prendere parte al coro anti iraniano.

La comunità israelita all’interno ( presente con continuità da tremila anni) o la diaspora benestante di Francia e California all’estero ( da 40 anni) prenderebbero posizione contro ogni intervento mirante a destabilizzare un paese che da cinque secoli non ha mai attaccato nessun vicino.

Unici alleati degli USA i mujaheddin al Khalk – gli ex giovani comunisti del 1979 già nell’elenco USA delle organizzazioni terroriste – oggi “ graziati” e parcheggiati da Obama in Albania dopo aver organizzato qualche assassinio di “ scienziati atomici” che possono fare qualche sanguinoso attentato ma nulla di più.

Voler attaccare durante il Ramadan sarebbe il colmo della provocazione psicologica e dell’improntitudine.

A parte la rappresaglia contro Israele che metterebbe in crisi i rapporti interni agli USA, creerebbe una immediata reazione tra un miliardo e mezzo di mussulmani nel mondo e il braciere del focolaio afgano rischierebbe di estendersi al subcontinente indiano ( Pakistan e India mussulmana).

Alla Casa Bianca dovrebbero proprio decidersi a cambiare pusher.

Greta sì, Greta no_ di Pierluigi Fagan e Roberto Buffagni

Pierluigi Fagan

 

IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA. Sulla questione ecologia-Greta, mi trovo in dissenso profondo con molti amici ed amiche con i quali, di solito, si hanno punti di vista comuni. Che fare? Lasciar perdere per non sfilacciare ulteriormente le già sparute file del pensiero critico, o far di questo dissenso un momento di dialettica interna al nostro stesso pensiero critico? La domanda è retorica in tutta evidenza, la scelta è già fatta. Perché?

Ho l’impressione, forse sbaglio e chiedo in sincerità di dibattere la questione tra noi con la ponderazione ed intelligenza tipica dei frequentatori di questa pagina, che noi si sia finiti in un setting di pensiero la cui matrice per altri versi siamo molto lucidi a criticare. Per ragioni che qui non possiamo affrontare, ad un certo punto del secolo scorso, già ai suoi inizi, si è andata manifestando nel pensiero, uno spostamento di asse. Tra la relazione soggetto – oggetto fatta dal pensiero, è emerso il problema dello strumento che ci fa comporre e scambiare il pensiero: il linguaggio.

Tralasciamo i riferimenti più o meno colti e passiamo al momento successivo, quando un filosofo francese minore, pone all’attenzione la natura narrativa di ogni discorso, narrazioni fatte di linguaggio. Il linguaggio è materia della forma discorsiva che influisce, limita, indirizza il discorso stesso ed in più, tutto è discorso. Penso nessuno possa sottovalutare l’importanza di queste osservazioni ormai patrimonio della nostra conoscenza. Per altro ci era già arrivato anche Eraclito, e non solo lui, qualche secolo fa.

Danno da pensare due cose. La prima è il venirsi a formare di una sorta di monopolio concettuale di questo fatto, tutti ormai parlano più o meno solo di questo, tutto è narrazione e contro-narrazione.

Il secondo è che tale sviluppo è parallelo a fatti storici di estrema magnitudo. Nel mentre ci interrogavamo sulle parole e le cose, la grammatica generativa, le parole per dirlo, il media è il messaggio, in Occidente abbiamo fatto due guerre per un totale approssimato di 80 milioni di morti, abbiamo raggiunto la manipolazione nucleare a cui poi abbiamo fatto seguire la società dei consumi ed oggi la società dominata da un media (Internet), il libero scambio e dai rentier. Ma davvero ciò che diciamo è tutto nello strumento che usiamo per dirlo e nei veicoli che usiamo per scambiarcelo?

Rosa Parks era una sartina dell’Alabama, che non aveva finito gli studi di istruzione secondaria, che un giorno del 1955, tornando a casa stanca per il lavoro, osò sedersi su un sedile dell’autobus riservato ai bianchi. Venne arrestata per questo e questo fece scoppiare una contraddizione. Rosa Parks non fondò il movimento dei diritti civili, c’era già Martin Luther King, non andò in televisione a fare portavoce di quelle istanze, né pubblicò libri. Probabilmente, oggi sarebbe diverso perché diversa è la struttura della comunicazione e della formazione e gestione dell’opinione pubblica.

Ho visto su Repubblica stamane due cose. Uno è un video di interviste a giovani ieri riuniti a Piazza del Popolo, nel quale si tendeva a metter in contrasto i proclami integralisti di Greta contro lo shopping e l’utilizzo di aerei. L’altra è una intervista fatta da Formigli che sorrideva ironico mentre la ragazza svedese (ha sedici anni, non si capisce perché molti la chiamano “bambina”) ripeteva i suoi punti di vista che potremmo definire “ingenuamente radicali”. Domandava anche dell’Asperger come se a Rosa Parks avessero domandato della sua mancanza di diploma, come le gerarchie cattoliche chiesero a Giovanna d’Arco divenuta un po’ troppo ingombrante dopo aver svolto la funzione simbolica, quale fosse la sua formazione teologica ed i suoi rapporti con la magia. Mi sembra cioè che non tutto il mainstream sia poi così tranquillo nell’utilizzare la Rosa Parks svedese.

Di contro, la ragazza sciorinava il decalogo dell’ambientalista individuale ma due volte, sottolineava che il problema -in realtà- è sistemico. Dire che un viaggio in aereo inquina di più di tutti i nostri possibili sforzi sulla raccolta differenziata, è intaccare un caposaldo del nostro attuale modo di vivere. Dire di avere un cellulare di quattro anni fa datogli da uno che non lo usava più, anche. Dire che vanno bene i comportamenti individuali responsabili ma il problema è a livello di multinazionali e governi è un inquadramento proto-politico. Dire che il settore energetico svedese è “abbastanza pulito” ma aggiungere che serve a poco se si continua “a consumare, costruire, importare ed esportare merci” non è molto conforme al modo di vedere il mondo del WEF di Davos. O dire che in fondo Trump è meno ipocrita di tanti leader europei che si sciacquano la bocca con pie intenzioni a cui non conseguono fatti o “è tutto il sistema che è sbagliato ed i media hanno più responsabilità di ogni altro poiché se non c’è corretta informazione non c’è conoscenza diffusa e non può esserci mobilitazione” non sembrano imbeccate di chi presuntivamente la starebbe “manipolando” per fini neo-liberali. O almeno non solo, o almeno non del tutto.

Allora, certo la ragazza ha sedici anni ed ha la sua conformazione mentale bianco-nero. Ha dietro qualcuno ovvio. La sua rivolta individuale è stata da qualcuno scelta per far notizia e di notizia in notizia è diventato “un caso”. Un “caso” manipolato da opposti interessi, ovvio. Ognuno contribuisce a creare quel caso parlandone, nel bene e nel male. Inoltre, voluto o meno, l’intero discorso finisce per collassare sul riscaldamento climatico che è un terreno complesso ed incerto, facile da negare o sminuire o dubitare, quando invece attiene a questioni ben più complesse ed assai meno dubitabili, sminuibili, negabili.

Quello che mi e vi domando è perché non ci lamentiamo dell’assenza di un Martin Luther King, di un “movimento” politico che su questo tema possa far battaglia politica trasformativa del nostro modo di stare al mondo? Perché molte menti acute si dilettano solo in contro-narrazione della narrazione gretesca (ma è poi quella di Greta o è delle interpretazioni che gli sono state appiccicate addosso?) e non vanno alla cosa, cosa che non fa meno parte del dominio neo-liberale al pari delle diseguaglianze? Perché non c’è chi usa il simbolo a modo suo riempiendo di contenuti forti una questione che rischia di finire nel calderone del tema d’opinione settimanale e via alla prossima? Perché ci accaniamo sul media e sottovalutiamo il messaggio o almeno le sue potenzialità?

Insomma, non è che nella curva parabolica della svolta linguistica, siamo anche noi finiti nel paradigma ebraico de “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.”? Non è che schifiamo quei giovani ingenui e grezzi come ai nostri tempi altri disprezzavano la nostra ingenua indignazione per l’ingiustizia? Non è che la nostra critica ha finito col pender le stesse forme del discorso dominate trasformando tutto in inconsistenti nuvole di parole che non smuovo un granello di polvere?

Tra soggetto, linguaggio, discorso-narrazione, l’attenzione alla “parola” ci stiamo perdendo la “cosa”? E’ a questo che è servita la svolta linguistica? Trasformare tutto in pulviscolo per cui non si possono più far mattoni e con mattoni, nuove città? Non era forse questo “far città con le nostre mani” che dio voleva evitare colpendo Babele con la sua maledizione? Non stiamo noi stessi aiutando coloro che vogliono imporre “fatti” mentre noi si fanno solo “discorsi”?

A chiudere, una sola nota. Praticamente tutta la filosofia anglosassone cioè anglo-americana, quindi intrinsecamente scientista, liberale, mercato come meccanismo ordinante ogni sociale, tutto il pensiero complesso recente e dominante di quella cultura, si basa sulla svolta linguistica. Della serie “pensiamo a come pensiamo”, poi parliamo.

 

 

Roberto Buffagni

 

Perchè non me ne frega niente di Greta e delle sue opere? Non me ne frega niente perchè a) Greta è un Golem, mi fa pena e impressione (anche come padre) b) sotto c’è la fregatura malthusiana c) adesso semmai c’è bisogno di investimenti industriali, fabbriche a rotta di collo d) l’ambiente come propostomi dagli ambientalisti mi lascia gelido, mi piace la natura, l’aria aperta, i panorami, le bellezze naturali, sono cacciatore etc. e così la natura mi illumina la vita, mi poetizza, mi fa bene alla salute etc., ma quando me la propongono tipo bugiardino delle medicine non me ne frega niente, la mia reazione emotiva al riscaldamento climatico è “e io mi compro il condizionatore” e) l’altra natura che mi interessa sul serio, e che credo anche sia, come dire: d’attualità filosofico-politica? è la natura umana, e quella sì che mi mobilita, perché c’è tanta gente che la minaccia (poi c’entra anche con la natura non umana ma è un altro discorso) f) una proposta politica unificante che abbia come tema “salviamo il mondo” mi sembra destinata alla totale inefficacia e/o a usi preoccupanti, perché da un canto prevede possibile la concordia universale di tutti i buoni contro i cattivi inquinatori, dall’altro sottovaluta la caratteristica specificamente umana di fregarsene dei dati di realtà e operare, invece, sulla base di motivazioni riconducibili sia al proprio interesse personale o di gruppo, sia al desiderio eventualmente anche autodistruttivo, bref mi sembra ricadere sotto le critiche tipiche che si possono rivolgere contro l’universalismo politico.

tratto da https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/102176207669665731

Quale Europa e quante Europa nel prossimo futuro_Intervista a Pierluigi Fagan

 La Brexit, il patto franco-tedesco, il gruppo di Visegrad sono il segno di un processo di riconfigurazione delle relazioni tra gli stati europei che sta mettendo in forse l’attuale organizzazione della Unione Europea. L’unica area ad assumere un carattere magmatico e poco definibile rimane l’Europa Mediterranea; proprio lo spazio che torna ad assumere un ruolo strategico di primaria importanza nelle complesse dinamiche geopolitiche determinate principalmente, ormai, da stati extraeuropei. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Via della seta e capodanno a primavera, di Antonio de Martini _L’inganno sino-europeo, di Pierluigi Fagan

Per molti paesi, ad esempio l’Iran, l’arrivo della primavera coincide col Capodanno.

Quando commerciavamo con la via della seta – quella vera- anche noi adottavamo quel calendario.

Fino al XIV secolo, Firenze , che era il centro mercantile e finanziario del mondo e con quei paesi aveva contatti continui, festeggiava il capodanno al 25 marzo e finanziava i propri artigiani che erano i migliori del mondo.

Poi, la cupidigia dei banchieri fiorentini che preferirono prestare denaro, invece che agli artigiani, ai potenti politici che li spendevano per guerreggiare tra loro, provocò la crisi finanziaria che distrusse la ricchezza della città.

Tutto cominciò col BREXIT dell’epoca: re Edoardo III di Inghilterra che aveva preso a prestito oltre 1.300.000 fiorini d’oro dai banchieri fiorentini, adducendo pretesti, annunziò che non avrebbe più pagato il debito.

Iniziò la catena dei fallimenti dei banchieri e la città decadde.

Il Brexit di oggi , ora come allora, serve a preparare l’Inghilterra ( centro finanziario del mondo) a non pagare più i suoi ingentissimi debiti e far sparire le ricchezze in esso depositate.

Se fosse rimasta nella UE sarebbe stata vincolata a obblighi e sorveglianze di tipo greco.

Risolto il problema dell’uscita, sarà libera nei suoi movimenti.
Solo con questo precedente storico il brexit acquista un significato strategico.

Oggi, la crisi finanziaria di ripete identica, compreso – per i nostri banchieri- i dettagli di considerare ” pericolosa ” la via della seta e prestare il denaro allo Stato ( che aumenta le spese militari) invece che a chi punta a produrre e esportare.
Sembra un investimento sicuro perché non conoscono la storia.

MENO MALE CHE C’E’ MACRON.di Pierluigi Fagan

Sulla stampa nazionale di oggi, qualcuno nota che i francesi hanno firmato contratti coi cinesi anche più cospicui dei nostri. Solo di Airbus si parla di 30 mld (Di Maio ha firmato per soli 2,5 mld o 7 secondo altri calcoli), in più c’è molto altro. Ma ecco il colpo di genio giornalistico. Il fatto non diventa una difesa del fatto che noi abbiamo firmato per molto meno a fronte di una sproporzionata canizza di commenti strappa-capelli (dal “diventiamo colonia” al “adesso gli USA ce la faranno pagare cara”). Diventa un “Macron fa più affari di noi ma non ha alcuna necessità di firmare impegni per la BRI”. Quindi siamo cornuti e mazziati, ci siamo esposti alla firma di cose che non si dovevano firmare ed abbiamo pure svenduto il sacrificio. Però:

1) La Francia ha uno dei quattro vice-presidenti della banca cinese-internazionale che finanzia la realizzazione della BRI (Thierry de Longuemar) che condivide il board of director con un inglese, un tedesco ed un indiano (la banca è la AIIB). Ciò in ragione del fatto che la Francia è il sesto sottoscrittore di quote del capitale della banca (noi decimi, esclusa ovviamente la Cina che è la prima). Quindi non aderisce alla BRI, la finanzia.

2) Come si vede nella cartina, opportuna visto che i più sono deboli in geografia, Trieste è logisticamente il luogo europeo di costa dal quale, sbucando nel Mediterraneo da Suez, con lo stesso tratto si arriva dappertutto tra Europa del sud, est, nord, ovest. Cioè, la Francia non può essere parte della BRI perché ne è una delle tante destinazioni, non ne può essere uno snodo, almeno questo dice la geografia.

3) Il chiasso mediatico-politico agitato su spinta franco-tedesca ed americana, contro gli accordi Italia-Cina ha fatto cassare almeno una ventina di altri accordi, molti dei quali erano tra l’altro più convenienti per noi che per i cinesi. Cito ad esempio, l’agreement tra Politecnico di Milano e Huawei sulla ricerca 5G dove pare chiaro che non era Huawei a bramare le nostre straordinarie competenze, ma semmai il contrario. Proprio in favore di un aumento del nostro know-how nazionale su questa importante tecnologia, anche al fine di controllare meglio quello che i cinesi possono o non possono fare in materia.

Così ci sono quelli che vorrebbero esser governati dagli USA, da Putin, da Merkel ed anche da Macron. Per fortuna sono in ribasso quelli che vorrebbero farsi governare dai britannici. Quinte colonne che sorreggono tutti gli interessi possibili, meno i nostri. Grande Paese, grande futuro .

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I contenuti del memorandum franco-cinese_Nota a margine
Accordi firmati tra Francia e Cina:
1 – General Terms Agreement (GTA) fra Airbus e China Aviation Supplies Holding Company (CASC) per 300 apparecchi (290 A32a e 10 A350), per un valore di circa 30 miliardi di euro;
2 – Intesa fra BNP Paribas, Eurazeo e China Investment Corporation per la creazione di un fondo di cooperazione franco-cinese per 1 miliardo di euro;
3 – Accordo EDF-China Energy Investment Corporation sullo sviluppo di un progetto eolico off-shore di Dongtai (1 miliardo di euro);
4 – Accordo Fives-CNBM (China National building Materials Group) sul riscaldamento climatico e la cooperazione in paesi terzi (previsto 1 miliardo di euro): e’ la realizzazione di tecnologie pulite per ridurre il consumo energetico, soprattutto in Africa;
5 – Intesa per il sostegno da parte del fondo franco-cinese presso mercati terzi di una piattaforma sulle energie rinnovabili (fra 1 e 1,5 miliardi);
6 – Accordo di cooperazione e contratto di costruzione di 10 nuove navi con capacita’ di 15.000 container (1,2 miliardi);
7 – Contratto Airbus-Twenty First Century Aerospace Technology per il rafforzamento della cooperazione franco-cinese nel settore dell’immagine satellitare;
8 – Memorandum su cofinanziamenti fra BNP Paribas e Bank of China (fino a 6 miliardi in 3 anni) per finanziamenti in paesi terzi;
9 – Accordo di investimento fra il Grande Porto di Marsiglia e Provence promotion e Quechen silicon chemical international developement (105 milioni);
10 – Accordo cooperazione fra EDF e Huadian per la fornitura di servizi energetiche a Wuhan (100 milioni);
11 – Contratto di acquisto di un sistema di controllo ambientale fra Liebherr Aerospace e COMAC (41 milioni);
12 – Accordo cooperazione strategica fra Schneider Electric e Bank of China per il finanziamento di progetti a paesi terzi;
13 – Accordo di cooperazione strategica fra Schneider Electric e Power Construction Corporation (fino a 6 miliardi) sulla modernizzazione delle fabbriche della PCC in Cina e in un paese terzo;
14 – Partnership fra Indigo e Sunsea per lo sviluppo di parcheggi intelligenti in Cina e in altri paesi.
La Francia inoltre partecipa significativamente al fondo di finanziamento delle Vie della Seta (BRI) promosso dalla Cina
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