Il florido commercio di armi ed armamenti, di Giuseppe Gagliano

Nonostante la guerra in corso tra Russia e Ucraina, l’import-export di armi procede, anche se non senza qualche difficoltà dovute alle implicazioni della guerra stessa. Vi sono casi in cui l’esportazione di armi assume una valenza strutturata e non episodica, come ad esempio quello che vede coinvolta l’Argentina: il ministro dell’Economia argentino Massa ha deciso di inviare una delegazione in Danimarca allo scopo di acquisire ben 12 aerei F-16 da Lockheed Martin. Questa decisione non deve sembrare peregrina o casuale, poiché è anche il risultato sia delle pressioni esercitate dagli Stati Uniti che dalla vice presidente Cristina Kirchner. A proposito del ruolo degli Stati Uniti non va dimenticato che una volta nominato ministro, Sergio Massa è andato negli Stati Uniti per cercare il sostegno di Joe Biden per la sua candidatura alle primarie che si terranno in Argentina nel 2023. Questa richiesta di sostegno è stata accettata e condivisa almeno fino a questo momento da Biden, ma tale appoggio è condizionato dalla volontà da parte Argentina di boicottare qualunque partnership con la Cina.
Tra la Germania e la Germania è invece in funzione un sistema di contenimento anti-turco, con Berlino disposta a vendere alla Grecia carri armati Leopard e 205 veicoli da combattimento KF-41 Lynx infantry (IFV) di Rheinmetall. L’uomo chiave di questa relazione bilaterale è l’amministratore delegato dell’industria greca EODH, Andreas Mitsis, che ha un rapporto di stretta collaborazione con due importanti industrie militari tedesche e cioè la KMW e la Rheinmetall.
Mitsis non è stato soltanto un imprenditore di successo, bensì è stato consigliere dell’ex ministro della Difesa greco Akis Tsochatzopoulos, del partito socialdemocratico Pasok e segretario generale per l’Industria. Questi ruoli gli hanno consentito di avere rapporti molto stretti non solo con il Ministero della Difesa greco, ma anche con le principali industrie militari tedesche.
Indipendentemente dai rapporti tra l’imprenditore greco e i vertici del potere politico, rimane però il fatto che la crisi energetica legata all’attuale guerra in Ucraina potrebbe costituire un ostacolo serio per la Grecia nel finalizzare gli ordini con la Germania. Il fatto che il capo di Stato maggiore della Marina greca, Stylianos Petrakis, abbia chiesto all’industria navale tedesca ThyssenKrupp Marine Systems di abbassare il prezzo richiesto per modernizzare quattro fregate di classe Hydra (MEKO 200HN), da 700 milioni di euro a 600 milioni di euro, dimostra oggettivamente le difficoltà nelle quali si trova attualmente la Grecia.
Il fatto poi che la Grecia abbia rinunciato, almeno al momento attuale, ad acquistare le corvette proposte sia da Fincantieri che da Naval Group è una ulteriore dimostrazione della difficoltà in cui versa Atene.

https://www.notiziegeopolitiche.net/il-florido-commercio-di-armi-ed-armamenti/?fbclid=IwAR3WGVHlVIiBmaUk0OJeCxC65eqNpDzSYsqHoFZ6azzvuwSvQOdUmpbshqU

Sovranità economica, l’unica chance per sopravvivere alle illusioni dell’Ue, di Giuseppe Gagliano

La crisi commerciale con la Cina, l’epidemia di Covid, poi la guerra in Ucraina hanno distrutto i presupposti ideologici su cui si basava la costruzione europea. Il mito della “felice globalizzazione” è stato infranto a favore di una conflittuale regionalizzazione del commercio internazionale, ordinata intorno a Stati Uniti e alla Cina.

In questo contesto, la guerra è ormai la griglia di lettura di tutte le divisioni internazionali: guerra per l’acqua, metalli, diritto, dati. Guerra economica ovviamente, un concetto lontano da quello dell’autoregolamentazione e da quello dei seguaci di Adam Smith e della sua “mano invisibile”.

La guerra economica è rimasta a lungo un argomento tabù: presupponeva che un partner, perfino un “amico” fosse anche un avversario da cui proteggersi, e che certe dipendenze economiche avessero tragiche conseguenze politiche. La libera circolazione di uomini, idee, capitali, tecnologie e merci doveva così assicurare, dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo del blocco sovietico, una pace e una prosperità ampiamente condivise. Ma al contrario la guerra è sempre stata il corollario di tutta la civiltà: non è uno sfortunato avatar, ma la dimensione naturale della storia umana, senza che nessuna parte di essa sfugga.

La Germania, per 150 anni; l’Inghilterra l’ha esercitata sui mari; gli Stati Uniti si sono ispirati al modello giapponese e gli Stati autoritari o totalitari come Russia e Cina si sono dotati di tutti gli strumenti per unire la loro potenza economica alla loro volontà politica. L’attuale Europa non costituisce una alterativa valida. Essa è nata da Jean Monnet, alleato degli Stati Uniti, e il suo trattato costitutivo appare come il ripristino del Piano Marshall: insomma una felice riduzione all’antico ruolo di vassalli. Al contrario l’America è un partner particolare, se ricordiamo l’affare Snowden – la rivelazione del tentacolare sistema di spionaggio americano – che ha suscitato solo molto misurata indignazione tra gli europei di fronte ad un cinico saccheggio: “il più grande stratagemma del diavolo è far credere di non esistere”. La guerra economica tra amici non è l’unico tabù infranto.

Ma questi errori dipendono anche da una concezione liberale secondo la quale la globalizzazione e il mercato ci avrebbero liberato dalle pulsioni malvagie o arcaiche di Stati e Nazioni, insomma dalla Politica. Al contrario dobbiamo recuperare il concetto di patriottismo economico su cui si deve appoggiare la politica pubblica dell’intelligence economica – protezione delle aziende, supporto per loro a livello internazionale, influenza nelle organizzazioni internazionali e formazione. Il patriottismo economico è la sola difesa e la promozione degli interessi nazionali nel rispetto della reciprocità.

Solo gli Stati Uniti e la Cina si sono dotati di una ricca panoplia di strumenti di sovranità, secondo il proprio modello politico. Ma in economia, come in diritto, la sovranità non può essere assoluta. È necessario che gli Stati europei ricostruiscano tutto: lo Stato, la sua capacità di anticipare e finanziare, l’industria. Guardiamoci dunque da un’illusione: quella della “sovranità europea”, perché l’Europa non ha la volontà di emancipazione dalla tutela americana.

https://www.ilsussidiario.net/news/scenari-sovranita-economica-lunica-chance-per-sopravvivere-alle-illusioni-dellue/2391230/

DIETRO L’UCRAINA/ I piani americani che hanno indotto Mosca alla guerra, di Giuseppe Gagliano

Ecco come Obama e Biden hanno provocato la trappola che ha costretto la Russia a intervenire in Ucraina, secondo Michael Brenner

ucraina guerra kiev 17 lapresse1280 640x300
Soldati delle forze ucraine (LaPresse)

Professore emerito di affari internazionali nell’Università di Pittsburgh e membro del Center for Transatlantic Relations presso Sais/Johns Hopkins, Michael Brenner è stato direttore del programma di relazioni internazionali e studi globali presso l’Università del Texas. Ha anche lavorato presso il Foreign Service Institute, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e Westinghouse. È autore di numerosi libri e articoli sulla politica estera americana, la teoria delle relazioni internazionali, l’economia politica internazionale e la sicurezza nazionale.

Secondo lo studioso americano per capire il conflitto attualmente in corso con la Russia è necessario tenere presenti tre aspetti.

In primo luogo, la guerra in Ucraina è il culmine di una crisi iniziata poco dopo l’insediamento dell’amministrazione Biden. Questa crisi è di per sé una ripresa del fuoco dalle braci mal spente dell’iniziale conflagrazione risalente al colpo di Stato fomentato da Washington nel marzo 2014.

In secondo luogo, le fasi successive di questa crisi devono essere intese nel contesto della crescente ostilità delle relazioni russo-americane. I suoi indicatori sono stati l’intervento di Mosca nella guerra civile siriana (2015), le decisioni delle successive amministrazioni statunitensi di terminare o ritirarsi dagli accordi sul controllo degli armamenti risalenti alla Guerra fredda – che hanno suscitato la preoccupazione di Mosca per le intenzioni militari di Washington –, il graduale allargamento della Nato verso Est, le “rivoluzioni colorate” orchestrate alla periferia della Russia, e il sentimento antirusso suscitato dall’affare manipolato “Russiagate”.

Terzo, l’Ucraina è stata l’occasione, non la causa, della rottura definitiva delle relazioni tra Mosca e Washington.

Da aprile 2021 i contorni della strategia americana nei confronti dell’Ucraina e della Russia si sono ben presto chiariti: organizzare un incidente provocatorio nel Donbass che scateni una reazione russa che potrà poi essere utilizzata per confermare le affermazioni speculative di Washington sui preesistenti piani di invasione russa.

Il significativo rafforzamento delle forze ucraine lungo la linea di contatto nel Donbass, abbondantemente rifornite di missili anticarro Javelin e antimissili Sprint, prefigurava la preparazione di azioni militari offensive. L’azione Usa stava facendo esattamente quello di cui abbiamo accusato Mosca: pianificare un attacco deliberato. Washington si aspettava che la conseguente crisi costringesse gli europei occidentali ad accettare una serie completa di sanzioni economiche, inclusa la cancellazione del Nord Stream 2 contro la Russia. Era il fulcro del piano. Il team di politica estera di Joe Biden era convinto che le sanzioni draconiane avrebbero causato il collasso dell’economia fragile e non diversificata della Russia. Il vantaggio secondario per gli Stati Uniti sarebbe una maggiore dipendenza europea dagli Usa per le risorse energetiche, e implicitamente l’allineamento europeo con le posizioni politiche di Washington. Così, la paura della Russia e la dipendenza economica perpetuerebbero indefinitamente lo status di vassallo degli Stati europei che è loro proprio da 75 anni.

Pertanto, secondo Brenner, l’obiettivo principale di Washington nella crisi ucraina era la Russia: la crescente obbedienza degli alleati europei a Washington era un guadagno collaterale. Il diffuso boicottaggio delle esportazioni russe di gas naturale e petrolio è stato visto come un modo per drenare le risorse finanziarie e l’economia del Paese mentre i proventi dalle sue esportazioni diminuivano.

Se a questo si aggiunge il piano per escludere la Russia dal meccanismo di transazione finanziaria Swift, lo shock subito dall’economia doveva portare alla sua implosione. Il rublo sarebbe crollato, l’inflazione aumentata, il tenore di vita crollato, il malcontento popolare avrebbe indebolito Putin così tanto che sarebbe stato costretto a dimettersi o sarebbe stato sostituito da una cabala di oligarchi scontenti. Il risultato sarebbe stato una Russia più debole, legata all’Occidente, o una Russia isolata e impotente.

Come ha detto il presidente Biden: “Per l’amor di Dio, quest’uomo non può rimanere al potere”.

Per comprendere appieno la tattica adottata dagli Stati Uniti, bisogna tener conto di un fatto cruciale: pochissime persone nella Washington ufficiale si preoccupavano della stabilità dell’Ucraina o del benessere del popolo ucraino. I loro occhi erano fissi su Mosca. Nella mente degli strateghi di Washington, l’Ucraina rappresentava un’opportunità unica per giustificare l’imposizione di sanzioni paralizzanti che avrebbero messo fine alle presunte ambizioni di Putin in Europa e oltre. Inoltre, i legami sempre più stretti tra la Russia e gli Stati europei sarebbero stati interrotti, probabilmente in modo irrimediabile. Una nuova cortina di ferro avrebbe diviso il continente, segnato da una linea di sangue: sangue ucraino. Questa realtà geostrategica permetterebbe all’Occidente di dedicare tutte le sue energie al confronto con la Cina. Tutto ciò che gli Stati Uniti hanno fatto con l’Ucraina nell’ultimo anno è stato guidato da questo obiettivo generale.

Questi scenari ottimistici avevano in comune la speranza che la nascente partnership sino-russa sarebbe stata fatalmente indebolita, ribaltando l’equilibrio a favore degli Stati Uniti nella prossima battaglia con la Cina per la supremazia globale.

Come è stato concepito e deciso questo piano? In verità, gli obiettivi generali erano stati definiti dall’amministrazione Obama. Lo stesso presidente ha dato la sua approvazione al colpo di Stato di EuroMaidan (2014), che è stato supervisionato direttamente dall’allora vicepresidente Joe Biden, che ha agito come pilota per l’Ucraina tra marzo 2014 e gennaio 2016. Poi, l’amministrazione americana ha adottato misure forti per bloccare l’attuazione degli accordi di Minsk II, protestando con Merkel e Macron. Ecco perché Berlino e Parigi non hanno mai fatto il minimo gesto per convincere Kiev a rispettare i propri obblighi.

L’operazione per provocare una crisi nel Donbass è stata architettata da figure influenti – in particolare Anthony Blinken, segretario di Stato, e Jake Sullivan, capo del Consiglio di sicurezza nazionale – e circoli neoconservatori durante la presidenza Trump, la cui incoerenza e disordine ha impedito la definizione di una politica calibrata nei confronti dell’Ucraina e della Russia; così il peso delle sanzioni è aumentato negli anni 2016-2020.

La strategia era quella di aumentare la pressione su Mosca per stroncare sul nascere l’aspirazione della Russia a diventare ancora una volta un attore importante in grado di privare gli Stati Uniti dei suoi privilegi di egemone mondiale e unico sovrano d’Europa. Era guidata dall’ardente Victoria Nuland e dai suoi compagni neoconservatori del Consiglio di sicurezza nazionale (Nsc), della Cia, del Pentagono, del Congresso e dei media. Poiché Blinken e Sullivan erano essi stessi sostenitori di questa strategia di confronto, l’esito del dibattito era una conclusione scontata.

Per quanto riguarda l’Ucraina, il piano era pronto e in attesa della decisione della Casa Bianca. I fautori di una nuova Guerra fredda in tutta l’amministrazione hanno potuto imporre le loro opinioni su un governo in cui non c’erano voci dissenzienti e guidato da un presidente passivo e malleabile. Così prendeva corpo il piano antirusso in Ucraina con il rafforzamento delle forze militari lungo la linea di contatto nel Donbass e discorsi bellicosi sulla necessità di imporre sanzioni economiche più pesanti a Mosca in caso di conflitto, provenienti sia da Washington e Bruxelles.

I leader del Cremlino sembrano essere stati pienamente consapevoli di quello che stava succedendo. L’obiettivo americano di riportare la Russia al suo posto subordinato era dato per scontato dal Cremlino. Ma c’era incertezza su quali iniziative aspettarsi sul campo: un grande assalto delle forze di Kiev nel Donbass o piccoli atti provocatori per provocare una reazione russa che potesse fungere da pretesto per l’imposizione di sanzioni, inclusa la chiusura del Nord Stream 2?

È probabile che gli alti funzionari di Washington non abbiano fatto loro stessi una scelta riguardo alle modalità tattiche della loro azione. Le divergenze tra i diversi attori e un presidente titubante avrebbero potuto benissimo lasciare aperte opzioni per arrivare a un consenso morbido e oscuro. L’alternanza di retorica bellicosa e parole rassicuranti in pubblico di Biden, così come le conversazioni telefoniche “non andiamo in guerra” che ha avviato con Putin e riaffermato nei comunicati stampa, ne sono un esempio, una prova tangibile.

Ma alla fine è stata presa la decisione di lanciare l’operazione contro la Russia. Prova innegabile di ciò sono gli annunci molto specifici del presidente Biden, di Anthony Blinken e del direttore della Cia William Burns sulla data dell’“offensiva” russa. Potevano essere così affermativi perché erano ben consapevoli della data fissata per l’inizio dell’operazione militare ucraina contro il Donbass e sapevano che Mosca avrebbe immediatamente reagito militarmente. Queste affermazioni non erano basate su informazioni privilegiate ottenute attraverso intercettazioni di comunicazioni russe o la presenza di una talpa al Cremlino. Washington non ha tale accesso ai centri decisionali di Mosca, come dimostra il fatto che gli Stati Uniti sono rimasti sorpresi da tutte le altre iniziative significative della Russia, compreso l’intervento militare in Siria nel 2015.

Il conto alla rovescia è stato innescato da un aumento di 30 volte dei bombardamenti ucraini nel Donbass, anche contro quartieri residenziali, tra il 16 e il 23 febbraio 2022, come riportato dagli osservatori dell’Osce. La forma e la portata esatte della reazione del Cremlino erano imprevedibili, ma questo di per sé non era un problema per Washington, dal momento che qualsiasi azione militare di Mosca serviva al suo grande scopo. Inoltre, gli americani erano convinti che l’ambizioso programma di addestramento ed equipaggiamento dell’esercito ucraino lanciato dal 2018 – e integrato dall’erezione di un’importante rete di fortificazioni che costituiscono una linea Maginot in miniatura – avrebbe impedito una disfatta delle forze di Kiev e, di conseguenza, creato le condizioni per una guerra di logoramento i cui effetti sull’economia e sull’opinione pubblica russa sarebbero stati particolarmente marcati.

Joe Biden ha richiamato indirettamente l’attenzione su questo punto durante una conferenza stampa tenutasi all’inizio di febbraio 2022. Ha affermato che una forte reazione da parte della Russia avrebbe garantito l’unità della Nato e l’accordo degli Stati membri al fine di imporre forti sanzioni. Una reazione più limitata, ha detto in quell’occasione, avrebbe provocato probabilmente un acceso dibattito tra i governi alleati sull’opportunità o meno di escludere la Russia dal sistema Swift e sospendere il progetto Nord Stream 2. Pertanto, l’attacco preventivo russo su larga scala del 24 febbraio ha permesso agli americani di vedere realizzata la loro opzione preferita, quella di sanzioni massicce.

Che dire della ripetuta affermazione di Joe Biden secondo cui Volodymyr Zelensky ha sfidato l’“avvertimento” del presidente degli Stati Uniti di un’imminente operazione militare russa? Abbiamo potuto consultare la trascrizione di questa famosa conversazione telefonica durante la quale il primo esprimeva infatti il suo scetticismo mentre il secondo insisteva a gran voce sul fatto che non c’erano dubbi. Ci sono solo due spiegazioni per questo indovinello. La prima è che Zelensky e la sua squadra di diplomatici dilettanti – tratti dalla sua ex squadra di produzione televisiva – sono rimasti sbalorditi all’avvicinarsi del fatidico giorno e, di conseguenza, hanno cercato di ottenere un certo margine di manovra. La seconda è che Zelensky potrebbe non essere stato informato della data esatta dell’offensiva dell’esercito ucraino contro il Donbass. I suoi stessi comandanti militari e alti funzionari della sicurezza avrebbero potuto venire a patti con gli americani – che erano stati a lungo presenti e attivi nel cuore dei principali centri decisionali del Paese – senza perdere la fiducia del presidente ucraino. La sua inclinazione a parlare nel modo sbagliato potrebbe essere la ragione principale di ciò, così come il fatto che è stato solo un presidente di facciata dalla sua elezione nel 2019.

Stravagante? No, solo strano. Come ci ha insegnato Sherlock Holmes: “Una volta eliminate tutte le altre possibilità, tutto ciò che resta – per quanto strano – è la verità”.

https://www.ilsussidiario.net/news/dietro-lucraina-i-piani-americani-che-hanno-indotto-mosca-alla-guerra/2376515/?fbclid=IwAR3ZEc97t35AEDe6AaBWk5Fk8JkRt1bhlJXjtZ9MyuTH_DyWr7TKPGmk8pc

La Turchia, l’Italia e il realismo_di Giuseppe Gagliano

Articolo come sempre ben centrato nella sua consueta essenzialità. Il focus è incentrato su uno Stato, la Turchia e un capo di governo, Erdogan, destinati ad assumere, nella veste di una potenza di media grandezza, un ruolo di primo piano in un ampio, se non addirittura sovradimensionato, in assenza di supporto e placet da parte dei grandi, spazio che va dall’area turcomanna, ai Balcani, all’Europa Orientale, al vicino oriente, al Mediterraneo Centro-Orientale, all’Africa Sahariana e Sub-sahariana. Offre altresì uno spunto interessante sulle miserie domestiche per caratterizzare ulteriormente, a seconda dei casi, la postura rispettivamente di plenipotenziario, di luogotenente e di cerbero di Mario Draghi, sotto le mentite spoglie di Capo di Governo. Non so se avete notato l’apparente discrasia tra l’annuncio trionfalistico e denso di aspettative per il prestigio del paese che ha accompagnato l’investitura a Presidente del Consiglio di Mario Draghi e il tono dimesso che ha accompagnato le particolari e specifiche prestazioni del nostro nell’agone internazionale. Un po’ c’entra la goffaggine con la quale il nostro si è avventurato nelle sue scorribande, specie esterne e prospicienti al suo territorio di elezione e di coltura, l’Europa; una sorta di ripetitore automatico, spesso gracchiante ed approssimativo. Tantissimo c’entra il merito della sua missione e la natura dell’esercizio delle sue funzioni.

Mario Draghi, ammantato dell’aura di supertecnocrate, è stato invocato per sistemare la farraginosa macchina amministrativa quel tanto che bastasse per avviare e mettere in atto il PNRR. Al di là delle aspettative illusorie affidate al piano e al netto dei suoi aspetti compromettenti e vincolanti, il nostro sta deludendo nell’ambito riformatore, sta ampiamente conseguendo altresì l’obbiettivo di vincolare ulteriormente le future politiche economiche e, conseguentemente, le dinamiche geopolitiche del nostro paese al carro NATO-UE ormai sempre più simbiotico. La missione ormai nemmeno tanto più occulta ed imprescindibile è un’altra: condurre con mano i paesi europei dell’area mediterranea all’interno delle spericolate strategie dell’attuale leadership americana. Con poco sforzo Spagna, Portogallo e Grecia hanno seguito il buon pastore in ordine ed allineati. Vigilare sui comportamenti di Macron in Francia e Scholz in Germania. I due conoscono sin troppo bene la propensione gregaria e la fonte primaria della sua affiliazione. E’ evidente lo scarso gradimento riguardo alla sua ossessiva presenza; hanno il serio problema, a prescindere dalla loro indole e propensione politica, di dover fronteggiare i forti impulsi di autonomia presenti all’interno dei rispettivi paesi. Che sia questa la funzione essenziale da svolgere lo si deduce dalla irrilevanza dei risultati ottenuti in ambito UE da Mario Draghi in materia di calmieramento e compensazione dei danni seguiti alla pedissequa attuazione delle sanzioni nominalmente ai danni della Russia. L’aspetto più pernicioso, che rivela per altro definitivamente lo spessore umano della persona e dell’uomo di governo, si è manifestato nella postura assunta di recente nei confronti della Turchia. A fronte di qualche risultato raggiunto nel campo degli scambi commerciali e delle commesse industriali, in settori nei quali per altro l’Italia ha mantenuto parzialmente la capacità produttiva ma perso significativamente il controllo strategico, risalta l’accettazione acritica della superiore postura strategica assunta dalla Turchia in aree di interesse vitale dell’Italia, a cominciare dal controllo degli hub energetici del Mediterraneo Orientale per finire con la gestione della crisi libica. Il tutto ovviamente in linea con l’accettazione pedissequa dei nuovi orientamenti statunitensi nei confronti della Turchia, ma particolarmente onerosi per il nostro paese. Dal punto di vista simbolico la irridente anticamera imposta a Draghi e a mezzo governo italiano in attesa del vertice è stata una significativa illustrazione della reale condizione geopolitica del nostro paese della quale il nostro luogotenente non fa che prendere atto e perseguire, perfezionandola. Questo commento non è una gratuita e sterile manifestazione di livore nei confronti di un personaggio tanto estraneo quanto influente nell’agone politico italiano. Vuole stigmatizzare la tragica e grave condizione nella quale sta trascinando il paese grazie alla sua pedissequa e solerte esecuzione dei dictat statunitensi. Non è demerito suo esclusivo. Ad esso contribuiscono la grettezza della quasi totalità della nostra classe dirigente e, con la parziale eccezione di parte degli ambienti vaticani, la condizione inebetita dell’intero ceto politico. Quest’ultima è ancora una volta patrimonio comune delle compagini che sostengono il governo e della forza di opposizione: la prima a partire dalla veste assunta dal Partito Democratico, il quale per esplicita ed ostentata ammissione, ha scelto una postura “discreta” e riservata proprio per non ostacolare il cammino di Draghi; la seconda, Fratelli d’Italia, assumendo una posizione ostentatamente più realista del re tale da farla apparire pienamente corresponsabile dei prossimi disastri annunciati. Sulla base degli antefatti, molto probabilmente Mario Draghi riuscirà a sgattaiolare senza particolari danni in tempo utile per sfuggire al prossimo redde rationem; addirittura con qualche benemerenza e lascito aggiuntivo. Il cerino acceso rimarrà in mano ai suoi improbabili epigoni. In quel momento, ormai prossimo, il paese dovrà seguire necessariamente una delle due vie obbligate: una opzione autonoma ed indipendente, dai costi comunque pesanti, tale da tirarsi fuori dalla trappola costruita dall’avventurismo disperato dell’attuale leadership statunitense; la continuità nelle attuali per così dire “scelte” che avranno per epilogo l’individuazione definitiva nella Russia del capro espiatorio responsabile del disastro autolesionistico economico-sociale prossimo a venire e relativo corollario di una politica apertamente bellicista, del tutto autolesionistica per l’intero continente europeo. Il compimento tragico di un percorso avviato con la 1a guerra mondiale e proseguito con la 2a. Un paese come l’Italia, il quale quattro anni fa, ha ostentatamente rifiutato di giocare nel Mediterraneo le carte che le sono state offerte, non merita alcuna considerazione, almeno sino a quando non vorrà liberarsi delle proprie nullità al comando. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Come le democrazie liberali a volte si piegano alla ragion di Stato. Il caso della Turchia e dell’Egitto. Il corsivo di Giuseppe Gagliano

Numerosi sono i cantori dei supremi valori della democrazia liberale. Valori, questi, che tuttavia – almeno nel contesto della politica estera – vengono profondamente ridimensionati di fronte alla ragion di Stato. Per non dire vanificati. Ieri con l’Egitto. Oggi con la Turchia.

Questa discrasia tra la realtà effettuale e i nostri ideali è pienamente giustificabile e comprensibile all’interno di una determinata cornice teorica quale quella del realismo ma diventa priva di legittimità e di giustificazione se si abbraccia un approccio di tipo liberale alla politica internazionale. Cosa ha indotto il nostro paese a consolidare i propri legami con la Turchia dopo le dichiarazioni di Mario Draghi fatte lo scorso anno a proposito del premier Erdogan definito un dittatore ? Vediamole in breve.

In primo luogo la necessità di contenere i flussi migratori proventi della Libia, sulla quale ormai la Turchia esercita una politica di influenza sempre più rilevante che ha in breve tempo marginalizzato quella italiana; in secondo luogo, grazie al gasdotto Tap l’Italia avrà sempre più bisogno della Turchia. E avrà sempre più bisogno della Turchia come delle nazioni africane e di quelle mediorientali perché l’Italia ha da molto tempo rinunciato ad avere una politica energetica autonoma.

Quanto alle sinergie strette tra Italia e Turchia nel settore degli armamenti queste non fanno altro che consolidare quelle che già esistono da molto tempo, come abbiamo avuto modo di indicare in un articolo precedente. Se poi guardiamo alle scelte poste in essere dal premier turco sia in relazione al vertice di Madrid della Nato – dove è riuscito a ottenere, senza troppo clamore, che in cambio di un suo ‘sì’, in relazione all’ingresso di Helsinki e Stoccolma nella Nato, la Finlandia e la Svezia promettessero di non prestare più sostegno ai leader curdi che Ankara considera ‘terroristi’ -, sia a indurre gli USA a rivedere la loro decisione di non vendere i 40 caccia F16 il vero vincitore del vertice di Madrid è certamente il premier turco.

Forse sulla carta e sui preziosi volumi di diritto internazionale e di filosofia della politica i valori della democrazia sono sacri e puri – come l’amore narrato nei film hollywoodiani – ma nel contesto della realtà conflittuale, quale è quella della politica internazionale, questi valori vengono profondamente ridimensionati e relativizzati. Ecco che allora la realtà concreta nella quale viviamo assomiglia a una via di mezzo fra un dramma e una tragica farsa.

https://www.startmag.it/mondo/turchia-egitto-italia-ragion-di-stato/?fbclid=IwAR01QO-5qz7R_tQLpoOGDb3c83f-DfpOfnKyd9vufBZmVgoMqtKPKi9CTq8

Terrorismo in Pakistan, un “imprevisto” per la Via della Seta di Pechino, di Giuseppe Gagliano

Un articolo che evidenzia opportunamente che la dinamica multipolare prosegue per vie incerte e problematiche non solo per la competizione tra i soggetti più importanti e potenzialmente egemoni, ma anche per le contraddizioni e le dinamiche politiche interne ai territori oggetto di penetrazione. L’articolo parla di Pakistan e accenna alle Filippine e all’Indonesia; ma anche in Africa emergono ormai situazioni simili. Sino ad ora la Cina, sulla base delle sue stesse radici culturali e di cultura politica e dell’assenza di un apparato militare e in parte diplomatico capace di proiezione esterna, ha privilegiato il rapporto diretto con le autorità locali sino a ritrarsi in situazioni di estrema precarietà politica ed istituzionale. Per il futuro, molto dipenderà dalla dinamica di competizione con gli Stati Uniti. Non a caso la diplomazia cinese è ancorata ad una visione delle relazioni internazionali ancora esente, almeno formalmente, da un sistema di alleanze stabili, così come propugnata dal mondo occidentale.

Del resto le fortune e il grande successo della Cina è dovuto, sino ad appena pochi anni fa, alla capacità della sua classe dirigente di sfruttare gli spazi offerti dalla globalizzazione così come disegnata dalle élites statunitensi. I problemi di competizione ostile esplicita si sono manifestati negli ultimi sette anni e disegneranno la conformazione multipolare con tratti inediti rispetto ad analoghe fasi nel passato, vista la profonda compenetrazione economica tra Cina e Stati Uniti, dalla quale sarà particolarmente problematico districarsi. Vero è che la compenetrazione economica non è necessariamente sinonimo di coesistenza geopolitica relativamente pacifica; certamente condizionerà gli aspetti conflittuali di essa, anche i più estremi. E’ altresì sempre più evidente che non solo conta l’azione e l’influenza esterna nelle dinamiche di un paese, ma che sono le classi dirigenti e i centri politici locali che sfruttano gli apporti esterni nei loro conflitti e rapporti cooperativi interni. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Per sviluppare il suo progetto della Nuova via della Seta, la Cina ha stretto un accordo col Pakistan che calpesta e impoverisce la regione del Belucistan

attentato_kabul_afghanistan_isis_autobomba_lapresse_2018
Autobomba (LaPresse)

Davvero la sinergia tra la Cina e i Paesi dell’Asia meridionale non presenta difficoltà di alcun genere? Se è vero che la collaborazione tra Cina e Pakistan nel contesto del China-Pakistan Economic Corridor (Cpec) è un progetto di punta della Bri (Nuova Via della Seta) che collega la Cina al porto di Gwadar sull’Oceano Indiano, guardando con attenzione la cartina  geografica non dobbiamo dimenticare che Gwadar si trova nel Belucistan, la più grande provincia del Pakistan e sede di violente insurrezioni.

Ci sono un totale di 42 progetti in Cpec in più settori. Finora ne sono stati completati solo nove, tutti nel settore energetico. È vero certamente che le relazioni bilaterali sono positive, considerando che l’oligarchia militare pachistana controlla la politica estera del proprio Paese e quindi non ci possono essere mutamenti tali da inficiarne  l’autorevolezza e i privilegi. Ma è anche vero che a causa dell’inettitudine del regime di Imran Khan in Pakistan, del disaccordo sulla tabella di marcia tra i due Paesi e della fragilità politica, il Cpec ha dovuto affrontare rallentamenti significativi negli ultimi quattro anni.

Ma esiste anche un’altra minaccia forse ancora più significativa: il 26 aprile infatti sono stati uccisi tre docenti cinesi durante un attacco suicida vicino all’Istituto Confucio che si trova all’Università di Karachi. Questo attacco terroristico è stato rivendicato da un gruppo separatista e terrorista noto come Baloch Liberation Army. Un attacco sporadico? Al contrario. Infatti questo drammatico incidente non è altro che uno degli svariati attacchi contro i lavoratori cinesi da parte di questo gruppo di separatisti.

Non dobbiamo dimenticare che il Belucistan condivide un onere sproporzionato dei progetti Cpec, fornendo il 62% della terra, compresa la costa di Gwadar, ma riceve i minori benefici dall’impresa. Dei progetti da 62 miliardi di dollari, il Belucistan ottiene solo il 4,5% del budget. Al contrario, il confine orientale del Paese, relativamente sviluppato, le province del Sindh e del Punjab, ottengono le autostrade e i progetti più redditizi attraverso il Cpec.

Cosa ha a che fare tutto ciò con i separatisti? L’esistenza di una iniqua distribuzione dei benefici non sta facendo altro che alimentare disordini sociali proprio tra la popolazione del Belucistan. Questo infatti ha posto in essere una vera e propria campagna di protesta contro le politiche di sfruttamento da parte del  governo federale. Accuse infondate? Per nulla. Sui 21 miliardi di dollari di “progetti energetici prioritari”, c’è solo un progetto in Khyber Pakhtunkhwa del valore di 1,8 miliardi di dollari e due in Belucistan (del valore di 1,3 miliardi di dollari). I partiti politici del Belucistan e del Khyber-Pakhtunkhwa affermano che mentre le loro risorse vengono utilizzate, i benefici maturati vanno principalmente alle altre due province.

Nel 2018 l’Assemblea del Belucistan ha approvato una risoluzione in cui esortava il governo federale a costituire una commissione nazionale per definire “l’ingiusta distribuzione di progetti e fondi nell’ambito del Cpec”. Tuttavia questo non è servito a cambiare le  scelte del  governo federale. Ma esistono altri problemi: quando la Cina ha affittato il porto di Gwadar a una società statale cinese per 40 anni, aveva promesso che questa città portuale sarebbe diventata un’altra Singapore, cioè una Singapore del Pakistan, ma in realtà la popolazione del Belucistan accusa i cinesi di scarsità di cibo, di acqua, elettricità e questo ha indotto migliaia di persone a organizzare proteste. Ma queste proteste sono anche legate alla presenza di pescherecci illegali cinesi nelle acque vicine, che vengono visti dalle popolazioni come una minaccia per la sussistenza locale.

I problemi non sono certamente finiti: noi sappiamo che gli investimenti cinesi sono secretati e che le operazioni finanziarie cinesi sono nella maggior parte dei casi opache, escludendo di fatto i funzionari  provinciali del Belucistan dal processo decisionale. Cosa hanno fatto le autorità federali per risolvere queste problematiche? Hanno attuato una dura repressione non facendo altro che esasperare l’etnia baloch del Belucistan. A questo riguardo non sorprendono le denunce fatte da Amnesty International sul fatto che il governo federale pachistano abbia non solo represso i legittimi dissensi sociali, ma abbia addirittura attuato sparizioni forzate nei confronti di studenti, attivisti e giornalisti e più in generale difensori dei diritti umani.

Insomma  i gruppi ribelli beluci vedono il Cpec come un’impresa imperialista, vogliono cacciare gli investitori cinesi e proprio per questo i gruppi terroristici stanno aumentando gli attacchi ai lavoratori cinesi per spingerli a lasciare il Belucistan.

Queste problematiche non sono localizzate solo in Pakistan. Lo dimostra ad esempio il progetto Chico River Pump Irrigation Project (Crpip) della Bri, che si trova nella provincia di Kalinga nelle Filippine e presenta gli stessi problemi.

Un altro caso è l’Indonesia Morowali Industrial Park (Imip) che ha sfruttato le divisioni etniche tra la forza lavoro indonesiana. Insomma la Bri ha esacerbato le divisioni etniche esistenti nei Paesi ospitanti, grazie alla preferenza della Cina a trattare esclusivamente con coloro che detengono posizioni di potere. Quando si prende in considerazione la Bri bisogna  allora considerare attentamente l’impatto che questo progetto ha sull’aspetto etnico e in generale sulla società civile.

https://www.ilsussidiario.net/news/scenari-terrorismo-in-pakistan-un-imprevisto-per-la-via-della-seta-di-pechino/2352287/?fbclid=IwAR0bwYzgIWHnglzmQx4mJNGmUUcIUx4iLGjsfBaJcZspHpLutwYJYvsg0ww

Jacques Baud Come procedono le operazioni in Ucraina, a cura di Giuseppe Gagliano

Jacques Baud Come procedono le operazioni in Ucraina

A partire dal 25 marzo 2022, la nostra analisi della situazione conferma le osservazioni e le conclusioni fatte a metà marzo.

L’offensiva lanciata il 24 febbraio è strutturata in due linee , in conformità con la dottrina operativa russa:

– Uno sforzo principale diretto verso il sud del paese nella regione del Donbass e lungo la costa del Mar d’Azov. Come previsto dalla dottrina, gli obiettivi principali sono su questa linea: la neutralizzazione delle forze armate ucraine (obiettivo di “smilitarizzazione”) e la neutralizzazione delle milizie paramilitari ultranazionaliste nelle città di Kharkov e Mariupol (obiettivo di “denazificazione”). Questa spinta principale è guidata da una coalizione di forze: le forze russe del distretto militare meridionale attraverso Kharkov e la Crimea, con – al centro – le forze della milizia delle repubbliche di Donetsk e Luhansk, nonché un contributo della Guardia nazionale cecena per i combattimenti nell’area urbana di Mariupol;

– Uno sforzo secondario su Kiev, il cui obiettivo è quello di “aggiustare” le forze ucraine (e occidentali), in modo da impedirle di condurre operazioni contro la spinta principale, o addirittura di portare indietro le forze della coalizione russa.

Questa offensiva segue rigorosamente gli obiettivi fissati da Vladimir Putin il 24 febbraio. Ma, ascoltando solo i loro pregiudizi, di “esperti” e politici occidentali hanno sottolineato che l’obiettivo della Russia era impadronirsi dell’Ucraina e rovesciare il suo governo. Applicando una logica molto occidentale, vedevano Kiev come il “centro di gravità” (Schwerpunkt) delle forze ucraine. Secondo Clausewitz, il “centro di gravità” è l’elemento da cui un belligerante trae la sua forza e capacità di agire, quindi è l’obiettivo prioritario della strategia di un avversario. Questo è il motivo per cui gli occidentali hanno sistematicamente cercato di prendere il controllo delle capitali nelle guerre che hanno intrapreso. Addestrato e consigliato da esperti della NATO, lo Stato Maggiore ucraino ha, in modo abbastanza prevedibile, applicato la stessa logica per rafforzare la difesa di Kiev e dei suoi dintorni, lasciando le sue truppe povere nel Donbass, lungo il principale asse di sforzo russo.

Se avessimo ascoltato attentamente Vladimir Putin, ci saremmo resi conto che l’obiettivo strategico della coalizione russa non è impadronirsi dell’Ucraina, ma rimuovere qualsiasi minaccia per le popolazioni di lingua russa del Donbass. Sulla base di questo obiettivo generale, il “vero” centro di gravità che la coalizione russa sta cercando di colpire è la maggior parte delle forze armate ucraine ammassate nel sud-sud-est del paese dalla fine del 2021, non Kiev.

Convinti che l’offensiva russa stia prendendo di mira Kiev, gli esperti occidentali hanno logicamente concluso che 1) i russi stanno calpestando e 2) la loro offensiva è destinata al fallimento perché non saranno in grado di tenere il paese a lungo termine.

Detto questo, il discorso occidentale su un’offensiva russa impantanata e i cui successi sono scarsi fa anche parte della guerra di propaganda condotta da entrambe le parti. Pertanto, la sequenza delle mappe delle operazioni pubblicate da Libération dalla fine di febbraio non mostra praticamente alcuna differenza da un giorno all’altro fino al 18 marzo (quando i media hanno smesso di aggiornarsi). Così, il 23 febbraio, su France 5, la giornalista Élise Vincent valuta il territorio preso dalla coalizione russa come l’equivalente della Svizzera o dei Paesi Bassi. In realtà, siamo più sulla superficie della Gran Bretagna.

Inoltre, va notato che le forze ucraine non compaiono su nessuna mappa della situazione presentata dai nostri media. Pertanto, se la mappa del Ministero delle Forze armate fornisce un’immagine leggermente più onesta della realtà, evita accuratamente di menzionare le forze ucraine circondate nel calderone di Kramatorsk.

Le forze ucraine, infatti, non sono mai rappresentate sulle nostre mappe, perché ciò dimostrerebbe che non sono state schierate al confine russo nel febbraio 2022, ma che sono state raggruppate nel sud del Paese in preparazione all’offensiva di cui è iniziata la fase preparatoria il 16 febbraio. Ciò conferma che la Russia ha reagito solo a una situazione avviata dall’Occidente, attraverso l’Ucraina, come vedremo. Oggi, sono queste forze che sono accerchiate nel calderone di Kramatorsk e metodicamente frammentate e neutralizzate passo dopo passo in maniera incrementale dalla coalizione russa.

La vaghezza mantenuta sulla situazione delle forze ucraine in Occidente ha altri effetti. Innanzi tutto mantiene l’illusione di una possibile vittoria ucraina. Così, invece di incoraggiare un processo di negoziazione, l’Occidente cerca di prolungare la guerra. Per questo l’Unione Europea e alcuni dei suoi paesi membri hanno inviato armi e incoraggiano così la popolazione civile ei volontari di ogni tipo ad andare a combattere, spesso senza addestramento e senza una vera struttura di comando, con conseguenze omicide.

Sappiamo che in un conflitto ciascuna parte tende a informare in modo da dare un’immagine favorevole della propria azione. Nasconde le profonde carenze della condotta ucraina, nonostante sia stata addestrata e consigliata dai soldati della NATO.

Pertanto, la logica militare avrebbe imposto che le forze catturate nel calderone di Kramatorsk si sarebbero ritirate su una linea all’altezza del Dnepr, ad esempio, per riorganizzarsi ed effettuare una controffensiva; ma gli fu proibito di ritirarsi dal presidente Zelensky. Già nel 2014 e nel 2015, un attento esame delle operazioni ha mostrato che gli ucraini stavano applicando schemi “stile occidentale”, totalmente inadatti alle circostanze, di fronte a un avversario più fantasioso, più flessibile e con strutture di leadership più snelle. Oggi è lo stesso fenomeno.

Infine, la visione parziale del campo di battaglia che ci è stata data dai nostri media ci ha reso incapaci di aiutare lo stato maggiore ucraino a prendere le giuste decisioni. Ci ha portato a pensare che l’ovvio obiettivo strategico fosse Kiev, che la “smilitarizzazione” fosse mirata all’adesione dell’Ucraina alla NATO e che la “denazificazione” fosse mirata a rovesciare Zelensky. Questa leggenda è stata alimentata dall’appello di Vladimir Putin alla disobbedienza all’esercito ucraino, interpretato (con grande immaginazione e pregiudizio) come un appello a rovesciare il governo. Tuttavia, questa chiamata era rivolta alle forze ucraine schierate nel Donbass in modo che si arrendessero senza combattere. L’interpretazione occidentale ha indotto il governo ucraino a giudicare male gli obiettivi russi e ad abusare del suo potenziale di vittoria.

Non vinci una guerra con il pregiudizio: la perdi, ed è quello che sta succedendo. Pertanto, la coalizione russa non è mai stata “fermata” o “fermata” da una resistenza eroica: semplicemente non ha attaccato dove previsto! Non volevamo ascoltare ciò che Vladimir Putin ci ha spiegato molto chiaramente. Per questo siamo così diventati – volens nolens – i principali artefici della sconfitta ucraina che sta prendendo forma. Paradossalmente, è probabilmente a causa dei nostri sedicenti “esperti” e strateghi occasionali sui nostri televisori che l’Ucraina si trova oggi in questa situazione!

Per quanto riguarda il corso delle operazioni, le analisi presentate dai nostri media provengono il più delle volte da politici o cosiddetti esperti militari, che trasmettono propaganda ucraina.

Sia chiaro: qualsiasi guerra è una tragedia. Il problema qui è che i nostri strateghi del pareggio stanno chiaramente cercando di drammatizzare eccessivamente la situazione per escludere qualsiasi soluzione negoziata. Questa evoluzione, tuttavia, spinge alcuni soldati occidentali a parlare ea dare un giudizio più sfumato. Così, su Newsweek, un analista della Defense Intelligence Agency (DIA), l’equivalente americano del a Direction du Renseignement Militaire (DRM) in Francia, osserva che “in 24 giorni di conflitto, la Russia ha effettuato circa 1.400 attacchi e lanciato quasi 1.000 missili (in confronto, gli Stati Uniti hanno effettuato più di attacchi e lanciato più missili sul primo giorno della guerra in Iraq nel 2003)”.

Mentre gli occidentali “preparano” il campo di battaglia con attacchi intensi e prolungati prima di inviare le loro truppe sul campo, i russi preferiscono un approccio meno distruttivo, ma più ad alta intensità di truppe. Su France 5, la giornalista Mélanie Tarvant presenta la morte dei generali sul campo di battaglia come prova della destabilizzazione dell’esercito russo. Ma è una profonda incomprensione delle tradizioni e delle modalità di funzionamento di questa. Mentre in Occidente i comandanti tendono a guidare da dietro, le loro controparti russe tendono a guidare dalla parte anteriore dei loro uomini: in Occidente diciamo “Avanti!” in Russia dicono “Seguimi!” “. Questo spiega le elevate perdite ai vertici del comando, già osservate in Afghanistan, ma anche una selezione dei quadri molto più rigorosa che in Occidente.

Inoltre, l’analista della DIA osserva che “la stragrande maggioranza degli attacchi aerei ha luogo sul campo di battaglia, con aerei russi che forniscono ‘supporto aereo ravvicinato’ alle forze di terra. Il resto – meno del 20%, secondo gli esperti statunitensi – prende di mira aeroporti militari, caserme e depositi di supporto”. Così, la frase “bombardamento indiscriminato [che] devasta la città e uccide tutti” ripresa dai media occidentali sembra contraddire l’esperto dell’intelligence americana che afferma “se solo ci convinciamo che la Russia sta bombardando indiscriminatamente, o non infligge più danni perché il suo personale non è all’altezza o perché tecnicamente inetto, quindi non vediamo il conflitto per quello che è”.

In effetti, le operazioni russe differiscono fondamentalmente dal concetto occidentale. L’ossessione degli occidentali di non avere vittime nelle proprie forze li porta a operazioni che risultano essenzialmente in attacchi aerei molto mortali. Le truppe di terra intervengono solo quando tutto è stato distrutto. Ecco perché, in Afghanistan o nel Sahel, gli occidentali uccidono più civili che terroristi. Questo è il motivo per cui i paesi occidentali impegnati in Afghanistan, Medio Oriente e Nord Africa non pubblicano più il bilancio delle vittime civili causate dai loro attacchi . Perché, infatti, gli europei impegnati in regioni che incidono solo marginalmente sulla loro sicurezza nazionale, come gli estoni nel Sahel, si recano lì per “sporcarsi le mani”.

In Ucraina la situazione è molto diversa. Basta guardare una mappa delle zone linguistiche per vedere che la coalizione russa opera quasi esclusivamente nella zona di lingua russa, quindi in mezzo a popolazioni generalmente favorevoli. Il che spiega anche le dichiarazioni di un ufficiale dell’aeronautica americana: “So che i media continuano a dire che Putin prende di mira i civili, ma non ci sono prove che la Russia lo faccia intenzionalmente”.

Al contrario, è per lo stesso motivo – ma implicitamente – che l’Ucraina ha schierato i suoi combattenti paramilitari ultranazionalisti in grandi città come Mariupol o Kharkov: senza legami affettivi o culturali con le popolazioni locali, queste milizie possono combattere anche a costo di pesanti vittime civili. Le atrocità che stiamo scoprendo sono ancora nascoste dai media francofoni, per paura di perdere il sostegno all’Ucraina, come riportato dai media vicini ai repubblicani negli Stati Uniti.

Dopo gli scioperi di “decapitazione” nei primi minuti dell’offensiva, la strategia operativa russa è stata quella di aggirare i centri urbani per avvolgere l’esercito ucraino “fissato” dalle forze delle repubbliche del Donbas. È importante ricordare che la “decapitazione” non ha lo scopo di annientare lo stato maggiore o il governo (come tendono a capire i nostri “esperti”), ma di tagliare le strutture di comando in modo da impedire la manovra coordinata delle forze. Cerchiamo, al contrario, di preservare gli organi di gestione per poter negoziare una via d’uscita dalla crisi.

Il 25 marzo 2022, dopo aver chiuso a chiave il calderone di Kramatorsk, chiuso ogni possibilità di ritirata agli ucraini e preso la maggior parte delle città di Kharkov e Mariupol, la Russia ha quasi raggiunto i suoi obiettivi: non resta che concentrare i suoi sforzi per ridurre sacche di resistenza. Quindi, contrariamente a quanto sostenuto dalla stampa occidentale, non si tratta di un riorientamento o di un ridimensionamento della sua offensiva, ma di metodica attuazione degli obiettivi. La forza lavoro ha annunciato il 24 febbraio.

Un aspetto particolarmente preoccupante di questo conflitto è l’atteggiamento dei governi europei che consentono o incoraggiano l’impegno dei loro cittadini ad andare a combattere in Ucraina. L’appello di Volodymyr Zelensky a unirsi alla Legione Internazionale per la Difesa Territoriale dell’Ucraina da lui appena creata è stato accolto con entusiasmo dai paesi europei.

Incoraggiati dai media che ritraggono un esercito russo in rotta, molti di questi giovani se ne vanno immaginando di andare – letteralmente – a una battuta di caccia. Tuttavia, una volta lì, la disillusione è grande. Le testimonianze mostrano che questi “dilettanti” finiscono spesso come “carne da cannone” senza avere alcun impatto reale sull’esito del conflitto. L’esperienza dei recenti conflitti mostra che l’arrivo di combattenti stranieri non aggiunge nulla a un conflitto se non aumentarne la durata e la letalità.

Inoltre, dovrebbe destare preoccupazione l’arrivo di diverse centinaia di combattenti islamici dalla regione di Idlib, regione sotto il controllo e la protezione della coalizione occidentale in Siria (e in cui due leader dello Stato islamico sono stati uccisi dagli americani). In effetti, le armi che forniamo in modo molto generoso all’Ucraina sono già in parte nelle mani di persone e organizzazioni criminali e stanno già cominciando a porre un problema di sicurezza per le stesse autorità di Kiev. Per non parlare del fatto che le armi la cui efficacia è elogiata contro gli aerei russi potrebbero alla fine minacciare i nostri aerei militari e civili…

Il volontario presentato con orgoglio da RTBF al telegiornale delle 19:30 dell’8 marzo 2022 era un ammiratore del “Corps Franc Wallonie” dei volontari belgi impegnati con il Terzo Reich, e illustra il tipo di pubblico attratto dall’Ucraina. Alla fine, dovrai chiederti chi ha vinto di più dal Belgio o dall’Ucraina…

La distribuzione indiscriminata di armi potrebbe benissimo rendere – volens nolens – l’UE un sostegno all’estremismo, o addirittura al terrorismo internazionale. Risultato: aggiungiamo sventura a sventura, per soddisfare le élite europee più della stessa Ucraina.

*

In conclusione, vale la pena sottolineare tre punti.

– L’intelligence occidentale ignorata dai responsabili politici

I documenti militari rinvenuti presso il quartier generale ucraino nel sud del Paese confermano che l’Ucraina si stava preparando ad attaccare il Donbass e che gli spari osservati dagli osservatori dell’OSCE dal 16 febbraio annunciavano un’imminente focolaio.

Qui una riflessione è d’obbligo per gli occidentali: o i loro servizi di intelligence non hanno visto cosa stava succedendo e sono molto cattivi, oppure i politici hanno scelto di non ascoltarli. Sappiamo che i servizi di intelligence russi hanno capacità analitiche di gran lunga superiori rispetto ai servizi occidentali. Sappiamo anche che i servizi di intelligence americani e tedeschi avevano compreso molto bene la situazione dalla fine del 2021 e sapevano che l’Ucraina si stava preparando ad attaccare il Donbass.

Questo ci permette di dedurre che i leader politici americani ed europei hanno deliberatamente spinto l’Ucraina in un conflitto che sapevano sarebbe andato perduto, al solo scopo di infliggere un colpo politico alla Russia.

Il motivo per cui Zelensky non dispiegò le sue forze al confine russo e affermò ripetutamente che il suo grande vicino non lo avrebbe attaccato era presumibilmente che pensava di fare affidamento sulla deterrenza occidentale. Ha detto alla CNN il 20 marzo che gli era stato chiaramente detto che l’Ucraina non avrebbe fatto parte della NATO, ma pubblicamente sembra il contrario! Quindi l’Ucraina è stata sfruttata per colpire la Russia. Obiettivo la chiusura del gasdotto North Stream 2, annunciata l’8 febbraio da Joe Biden durante la visita di Olaf Scholz a cui è seguita una pioggia di sanzioni.

– Una diplomazia rotta

Ovviamente, dalla fine del 2021, l’Occidente non ha fatto alcuno sforzo per riattivare gli accordi di Minsk, come dimostrano i resoconti di visite e conversazioni telefoniche, in particolare tra Emmanuel Macron e Vladimir Putin. Tuttavia, la Francia, in quanto garante degli Accordi di Minsk e come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non ha rispettato i propri impegni, il che ha così portato alla situazione che l’Ucraina sta vivendo oggi. Abbiamo persino la sensazione che gli occidentali abbiano cercato di aggiungere benzina sul fuoco dal 2014.

Pertanto, la messa in allerta delle forze nucleari da parte di Vladimir Putin il 27 febbraio è stata presentata dai nostri media e dai nostri politici come un atto di irrazionalità o di ricatto. Ciò che si dimentica è che ha fatto seguito alla minaccia appena velata lanciata da Jean-Yves Le Drian, tre giorni prima, che aveva indicato che la NATO avrebbe potuto utilizzare l’arma nucleare. aria. È molto probabile che Putin non abbia preso sul serio questa “minaccia”, ma abbia voluto spingere i paesi occidentali – e la Francia in particolare – ad abbandonare il linguaggio eccessivo.

– La vulnerabilità degli europei alla manipolazione è in aumento

Oggi, la percezione diffusa dai nostri media che l’offensiva russa si sia arenata, che Vladimir Putin sia pazzo, irrazionale e quindi pronto a tutto pur di uscire dall’impasse in cui si troverebbe. In questo sfondo totalmente emotivo, la strana domanda posta dal senatore repubblicano Marco Rubio durante l’audizione di Victoria Nuland davanti al Congresso: “Se c’è un incidente o un attacco in Ucraina con armi biologiche o chimiche, c’è qualche dubbio nella tua mente che ci sia un 100 % di possibilità che i russi siano responsabili? Naturalmente lei risponde che non ci sono dubbi. Eppure non c’è assolutamente alcuna indicazione che i russi stiano usando tali armi. Inoltre, i russi hanno finito di distruggere le loro scorte nel 2017, mentre gli americani non le hanno ancora distrutte…

Forse questo non significa niente. Ma nello stato d’animo attuale, tutte le condizioni sono soddisfatte perché si verifichi un incidente, che potrebbe spingere gli occidentali a impegnarsi maggiormente, in una forma o nell’altra, nel conflitto ucraino (incidente “sotto falsa bandiera”).

https://centrostudistrategicicarlodecristoforis.wordpress.com/2022/03/30/jacques-baud-come-procedono-le-operazioni-in-ucraina/?fbclid=IwAR0FfLnjq3cwbEGDZsGC8f3Go_v9Sm077Mkk-nWp72NWXv3j_-pSouVkv8E

La questione Ucraina nella analisi di Jacques Baud( servizi segreti svizzeri), a cura di Giuseppe Gagliano

La questione Ucraina nella analisi di Jacques Baud( servizi segreti svizzeri)

I referendum condotti dalle due repubbliche autoproclamate di Donetsk e di Lugansk nel maggio 2014 non sono stati referendum di “indipendenza” (независимость), come sostenuto da alcuni giornalisti poco scrupolosi, ma di referendum di “autodeterminazione” o di “autonomia” L’aggettivo “filo-russo” suggerisce che la Russia fosse parte del conflitto, ma non era proprio il caso. Il termine “russofoni” sarebbe stato più onesto. D’altra parte, questi referendum sono stati proposti contro il parere di Vladimir Putin.

In realtà, queste repubbliche non hanno cercato di separarsi dall’Ucraina, ma di acquisire uno status di autonomia che garantisca loro l’uso del russo come lingua ufficiale. Infatti, il primo atto legislativo del nuovo governo formato dopo il rovesciamento del presidente Yanukovych, è stata l’abolizione, il 23 febbraio 2014, della legge Kivalov-Kolesnichenko del 2012 che faceva del russo una lingua ufficiale. Questa decisione provoca una tempesta nella parte di popolazione di lingua russa. Ne segue una feroce repressione contro le regioni di lingua russa (Odessa, Dnepropetrovsk, Kharkov, Luhansk e Donetsk) fin dal febbraio 2014, che conduce ad una militarizzazione del contesto e ad alcuni massacri (a Odessa e Mariupol, i più importanti). Alla fine dell’estate del 2014, non resta altro che le repubbliche autoproclamate di Donetsk e Luhansk.

In questa fase, troppo rigidi e trincerati dietro ad un approccio dottrinario dell’arte delle operazioni, gli stati maggiori ucraini subiscono il nemico senza riuscire ad imporsi. L’esame dello svolgimento dei combattimenti nel 2014-2016 nel Donbass mostra che lo stato maggiore ucraino ha applicato sistematicamente e meccanicamente gli stessi schemi operativi. Tuttavia, la guerra condotta dagli autonomisti assomiglia molto a ciò che osserviamo nel Sahel: delle operazioni molto mobili effettuate con mezzi leggeri. Con un approccio più flessibile e meno dottrinario, i ribelli sono stati in grado di sfruttare l’inerzia delle forze ucraine per “intrappolarle” ripetutamente.

I ribelli sono armati grazie alle defezioni delle unità ucraine di lingua russa che passano dalla parte dei ribelli. Con il progredire degli insuccessi ucraini, i battaglioni di carri armati, di artiglieria o di contraerea incrementano i ranghi degli autonomisti. È questo ciò che spinge gli ucraini ad impegnarsi negli accordi di Minsk.

Ma, subito dopo aver firmato gli accordi di Minsk 1, il presidente ucraino Petro Poroshenko lancia una vasta operazione antiterrorismo (ATO / Антитерористична операція) contro il Donbass. Bis repetita placent: consigliati male dagli ufficiali della NATO, gli ucraini subiscono una sconfitta schiacciante a Debaltsevo che li costringe ad impegnarsi negli Accordi di Minsk 2 …

È essenziale ricordare qui che gli accordi di Minsk 1 (settembre 2014) e Minsk 2 (febbraio 2015), non prevedevano né la separazione, né l’indipendenza delle repubbliche, ma la loro autonomia nel quadro dell’Ucraina. In queste accordi è scritto esplicitamente che lo status delle repubbliche doveva essere negoziato tra Kiev e i rappresentanti delle repubbliche, per una soluzione interna all’Ucraina.

Ecco perché dal 2014, la Russia ha sistematicamente chiesto la loro applicazione rifiutando di essere parte nei negoziati, perché era una questione interna all’Ucraina. D’altra parte, l’Occidente – guidato dalla Francia – ha rigorosamente cercato di sostituire gli accordi di Minsk con il “formato Normandia”, che portava russi e ucraini faccia a faccia. Tuttavia, ricordiamoci che non ci sono mai state truppe russe nel Donbass prima del 23-24 febbraio 2022. D’altra parte, nemmeno gli osservatori dell’OSCE hanno mai osservato la minima traccia di unità russe operative nel Donbass. Allo stesso modo, la mappa dell’intelligence americana pubblicata dal Washington Post il 3 dicembre 2021 non mostra truppe russe nel Donbass.

Nell’ottobre 2015, Vasyl Hrytsak, direttore del Servizio di sicurezza dell’Ucraina (SBU), ha confessato che solo 56 combattenti russi erano stati osservati nel Donbass. L’esercito ucraino era allora in uno stato deplorevole. Nell’ottobre 2018, dopo quattro anni di guerra, il capo della Procura Militare ucraina Anatoly Matios dichiarava che l’Ucraina aveva perso 2.700 uomini nel Donbass: 891 per malattie, 318 per incidenti stradali, 177 per altri incidenti, 175 per avvelenamenti (alcol, droghe), 172 per manipolazione imprudente di armi, 101 per violazioni di regole di sicurezza, 228 per omicidio e 615 suicidi.

In effetti, l’esercito è minato dalla corruzione dei suoi quadri e non gode più del sostegno della popolazione. Secondo un rapporto del ministero degli Interni del Regno Unito, in occasione del richiamo dei riservisti nel marzo-aprile 2014, il 70% non si è presentato per la prima sessione, l’80% per la seconda, il 90% per la terza e il 95% per la quarta. Nell’ottobre/novembre 2017, il 70% dei soldati di leva non si è presentato alla campagna di richiamo “Autunno 2017”. Per non parlare dei suicidi e delle diserzioni (queste spesso a beneficio degli autonomisti) che raggiungono fino al 30% delle forze nella cosiddetta area di Anti-Terrorist Operation. I giovani ucraini si rifiutano di andare a combattere nel Donbass e preferiscono l’emigrazione, il che spiega anche, almeno parzialmente, il deficit demografico del paese.

Il ministero della Difesa ucraino si rivolge allora alla NATO per farsi aiutare a rendere le proprie forze armate più “attraenti”. Ma ciò richiede tempi molto lunghi e proprio per questo il governo ucraino ha fatto ricorso a milizie paramilitari per compensare la mancanza di soldati. Esse sono soprattutto composte da mercenari stranieri, spesso attivisti di estrema destra. Nel 2020, esse costituivano circa il 40% delle forze ucraine e contavano circa 102.000 uomini, secondo Reuters. Sono armate, finanziate e addestrate dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna, dal Canada e dalla Francia. Vi sono rappresentate più di 19 nazionalità, tra le quali quella svizzera.

I paesi occidentali hanno quindi chiaramente creato e sostenuto le milizie ucraine di estrema destra. Nell’ottobre 2021, il Jerusalem Post ha lanciato l’allarme denunciando il progetto Centuria. Queste milizie operano nel Donbass dal 2014, con il sostegno occidentale. Sebbene il termine “nazista” possa essere discusso, resta il fatto che queste milizie sono violente, diffondono un’ideologia nauseante e sono virulentemente antisemite. Il loro antisemitismo è più culturale che politico, motivo per cui il termine “nazista” non è davvero appropriato. Il loro odio per l’ebreo deriva dalle grandi carestie degli anni 1920 e 1930 in Ucraina, derivanti dalla confisca dei raccolti da parte di Stalin per finanziare la modernizzazione dell’Armata Rossa. Tuttavia, questo genocidio – noto in Ucraina come Holodomor – è stato perpetrato dal NKVD (antenato del KGB), i cui livelli dirigenziali superiori erano composti principalmente da ebrei. Ecco perché, oggi, gli estremisti ucraini chiedono a Israele di scusarsi per i crimini del comunismo, come osserva il Jerusalem Post. Siamo quindi ben lontani da una “riscrittura della storia” da parte di Vladimir Putin.

Queste milizie, nate dai gruppi di estrema destra che hanno animato la rivoluzione dell’Euromaidan nel 2014, sono composte da individui fanatici e brutali. La più nota di queste è il reggimento Azov, il cui emblema ricorda quello della 2a Divisione Panzer SS Das Reich, che è oggetto di vera venerazione in Ucraina per aver liberato Kharkov dai sovietici nel 1943, prima di perpetrare in Francia il massacro di Oradour-sur-Glane nel 1944.

Tra le figure famose del reggimento Azov c’era l’oppositore Roman Protassevitch, arrestato nel 2021 dalle autorità bielorusse a seguito del caso del volo RyanAir FR4978. Il riferimento è al dirottamento intenzionale di un aereo di linea da parte di un MiG-29 il 23 maggio 2021 – con l’accordo di Putin, ovviamente – per arrestare Protassevitch, anche se le informazioni ora disponibili non confermano in alcun modo questo scenario.

Protassevitch un “giornalista” innamorato della democrazia. In verità, un’indagine piuttosto illuminante prodotta da una ONG americana nel 2020, metteva in evidenza le attività militanti di estrema destra di Protassevitch. Il complottismo occidentale si mette allora in moto e dei media poco scrupolosi “ripuliscono” la sua biografia. Infine, nel gennaio 2022, viene pubblicato il rapporto dell’ICAO a riprova che, malgrado alcuni errori procedurali, la Bielorussia ha agito in conformità con le regole in vigore e che il MiG-29 è decollato 15 minuti dopo che il pilota RyanAir aveva deciso di atterrare a Minsk. Quindi nessun complotto bielorusso, tanto meno in complicità con Putin. Un altro dettaglio: Protassevitch, crudelmente torturato dalla polizia bielorussa, ora è libero.

La qualifica di “nazista” o “neonazista” data ai paramilitari ucraini è considerata propaganda russa. Forse, ma questa non è l’opinione del Times of Israel, del Simon Wiesenthal Center o del Counterterrorism Center della West Point Academy. Ciò detto, possiamo parlarne perché, nel 2014, la rivista Newsweek sembrava invece associarli invece allo… Stato islamico. Dunque, l’Occidente sostiene e continua ad armare le milizie che dal 2014 si sono rese colpevoli di molti crimini contro le popolazioni civili: stupri, torture e massacri. Mentre il governo svizzero è stato molto veloce ad assumere sanzioni contro la Russia, non ne ha adottata alcuna contro l’Ucraina, che massacra la propria popolazione dal 2014. In effetti, chi si batte per difendere i diritti umani in Ucraina ha condannato da lungo tempo le azioni di questi gruppi, ma non è stato seguito dai nostri governi. Questo perché, in realtà, non stiamo cercando di aiutare l’Ucraina, ma piuttosto di combattere la Russia.

L’integrazione di queste forze paramilitari nella Guardia Nazionale non si è in alcun modo accompagnata ad una “denazificazione”, come alcuni pretenderebbero. Tra i tanti esempi, quello delle insegne del Reggimento Azov è edificante.

Molto schematicamente, nel 2022, le forze armate ucraine che combattono l’offensiva russa sono articolate in:
– Esercito, sotto il controllo del ministero della Difesa: è articolato in 3 corpi d’armata e composto da formazioni di manovra (carri armati, artiglieria pesante, missili, ecc.).
– Guardia Nazionale, che dipende dal ministero dell’Interno ed è articolata in 5 comandi territoriali.

La Guardia Nazionale è quindi una forza di difesa territoriale che non fa parte dell’esercito ucraino. Comprende milizie paramilitari, chiamate “battaglioni di volontari” (добровольчі батальйоні), conosciute anche con il nome evocativo di “battaglioni di rappresaglia”, costituiti da fanteria. Principalmente addestrati per il combattimento urbano, ora difendono città come Kharkov, Mariupol, Odessa, Kiev, ecc.

La maggior parte dei servizi non sono più in grado di comprendere la situazione militare in Ucraina. Gli autoproclamati “esperti” che sfilano sui nostri schermi trasmettono instancabilmente le stesse informazioni modulate dall’affermazione che la Russia – e Vladimir Putin – sono irrazionali. Facciamo un passo indietro.

Dal novembre 2021, gli americani non smettono di denunciare la minaccia di un’invasione russa dell’Ucraina. Eppure gli ucraini non sembrano essere d’accordo. Per quale motivo?

Dobbiamo tornare al 24 marzo 2021. Quel giorno, Volodymyr Zelensky emise un decreto per la riconquista della Crimea e iniziò a schierare le sue forze nel sud del paese. Simultaneamente, si svolgono diverse esercitazioni della NATO tra il mar Nero e il mar Baltico, accompagnate da un significativo aumento dei voli di ricognizione lungo il confine russo. La Russia ha poi condotto alcune esercitazioni, al fine di verificare la prontezza operativa delle sue truppe e per dimostrare che stava seguendo l’evoluzione della situazione.

Le acque si calmano fino a ottobre-novembre, con la fine delle esercitazioni ZAPAD 21, i cui movimenti di truppe sono interpretati come un rinforzo in vista di un’offensiva contro l’Ucraina. Eppure anche le autorità ucraine confutano l’idea di preparativi russi per la guerra e Oleksiy Reznikov, ministro della Difesa ucraino, afferma che non c’è stato alcun cambiamento al confine dalla primavera.

In violazione degli accordi di Minsk, l’Ucraina conduce delle operazioni aeree nel Donbass utilizzando droni, con cui effettua almeno un attacco contro un deposito di carburante a Donetsk nell’ottobre 2021. La stampa americana lo nota, ma non quella europea, e nessuno condanna queste incursioni.

Nel febbraio 2022, gli eventi precipitano. Il 7 febbraio, durante la sua visita a Mosca, Emmanuel Macron ribadisce a Vladimir Putin il suo attaccamento agli accordi di Minsk, un impegno che avrebbe ripetuto al termine del suo incontro con Volodymyr Zelensky, il giorno successivo. Ma l’11 febbraio, a Berlino, dopo 9 ore di lavori, si conclude senza un risultato concreto la riunione dei consiglieri politici dei leader del “Formato Normandia”: gli ucraini si rifiutano ancora di attuare gli accordi di Minsk, apparentemente sotto la pressione degli Stati Uniti. Vladimir Putin constata allora che Macron gli ha fatto promesse vane, e che l’Occidente non è pronto a far rispettare gli accordi, come d’altronde è da otto anni.

I preparativi ucraini nell’area di contatto continuano. Il Parlamento russo si allarma e il 15 febbraio chiede a Vladimir Putin di riconoscere l’indipendenza delle repubbliche, cosa che egli rifiuta di fare.

Il 17 febbraio, il presidente Joe Biden annuncia che la Russia avrebbe attaccato l’Ucraina nei giorni successivi. Come fa a saperlo? .Ma dal 16, i bombardamenti di artiglieria sulle popolazioni del Donbass sono drammaticamente aumentati, come dimostrano i rapporti quotidiani degli osservatori dell’OSCE. Naturalmente, né i media, né l’Unione europea, né la NATO, né alcun governo occidentale reagisce né interviene. Si dirà in seguito che questa è disinformazione russa. Nei fatti, sembra che l’Unione europea e alcuni paesi abbiano deliberatamente ignorato il massacro del popolo del Donbass, sapendo che ciò avrebbe provocato un intervento russo.

Allo stesso tempo, ci sono segnalazioni di atti di sabotaggio nel Donbass. Il 18 gennaio, i combattenti del Donbass hanno intercettato sabotatori equipaggiati con attrezzature di lingua occidentale che tra loro si esprimevano in polacco e cercavano di provocare incidenti chimici a Gorlivka. Potrebbero essere mercenari della CIA costituiti da combattenti ucraini o europei, guidati o “consigliati” dagli Americani per compiere azioni di sabotaggio nelle Repubbliche del Donbass.

In effetti, Joe Biden sa già dal 16 febbraio che gli ucraini hanno iniziato a bombardare le popolazioni civili del Donbass, mettendo Vladimir Putin di fronte a una scelta difficile: aiutare militarmente il Donbass, e creare un problema internazionale, o stare a guardare i russofoni del Donbass farsi schiacciare.

Se decide di intervenire, Vladimir Putin può invocare l’obbligo internazionale della “Responsibility To Protect ” (R2P). Ma sa che qualunque sia la sua natura o la sua portata, l’intervento innescherà una pioggia di sanzioni. Pertanto, che il suo intervento sia limitato al Donbass oppure che si spinga oltre per fare pressione sugli Occidentali con riguardo allo status dell’Ucraina, il prezzo da pagare sarà lo stesso. Questo è ciò che spiega nel suo discorso del 21 febbraio.

Quel giorno, accetta la richiesta della Duma e riconosce l’indipendenza delle due repubbliche del Donbass e, subito dopo, firma trattati di amicizia e assistenza con esse.

I bombardamenti dell’artiglieria ucraina sul popolo del Donbass proseguono e il 23 febbraio le due repubbliche chiedono aiuto militare russo. Il 24, Vladimir Putin invoca l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che prevede l’assistenza militare nel quadro di un’alleanza difensiva.

Al fine di rendere l’intervento russo totalmente illegale agli occhi dell’opinione pubblica, viene deliberatamente nascosto il fatto che la guerra sia effettivamente iniziata il 16 febbraio. L’esercito ucraino si stava preparando ad attaccare il Donbass già nel 2021, come alcuni servizi di intelligence russi ed europei sapevano bene… Nel suo discorso del 24 febbraio, Vladimir Putin ha esposto i due obiettivi della sua operazione: “smilitarizzare” e “de-nazificare” l’Ucraina. Non si tratta quindi di impadronirsi dell’Ucraina, o addirittura di occuparla, e certamente non di distruggerla.

A partire da quel momento, la visibilità sullo sviluppo dell’operazione è limitata: i Russi hanno un’eccellente capacità di mantenere segrete le operazioni (processo OPSEC) e i dettagli della loro pianificazione non sono conosciuti. Certo, abbastanza rapidamente, lo svolgimento delle operazioni consente di capire come gli obiettivi strategici siano stati tradotti sul piano operativo.

– Smilitarizzazione:
. distruzione a terra dell’aviazione ucraina, dei sistemi di difesa aerea e delle risorse di ricognizione;
. neutralizzazione delle strutture di comando e di intelligence (C3I), nonché delle principali rotte logistiche nella profondità del territorio;
. accerchiamento della maggior parte dell’esercito ucraino ammassato nel sud-est del paese.

– Denazificazione:
. distruzione o neutralizzazione di battaglioni di volontari che operano nelle città di Odessa, Kharkov e Mariupol, nonché in altre sedi sul territorio.

L’offensiva russa si sta svolgendo in un modo molto “classico”. In primo luogo – come avevano fatto gli israeliani nel 1967 – con la distruzione a terra dell’aviazione nelle primissime ore. Poi, assistiamo a una progressione simultanea su più assi, secondo il principio dell’”acqua che scorre”: si avanza ovunque la resistenza sia debole e si lasciano le città per un secondo momento. A nord, la centrale di Chernobyl è occupata immediatamente per prevenire atti di sabotaggio. Le immagini dei soldati ucraini e russi che monitorano congiuntamente l’impianto non sono mostrate, naturalmente…

L’idea che la Russia stia cercando di impadronirsi di Kiev, la capitale per eliminare Zelensky, viene tipicamente dagli occidentali: questo è ciò che essi hanno fatto in Afghanistan, Iraq, Libia e ciò che volevano fare in Siria con l’aiuto dello Stato islamico. Ma Vladimir Putin non ha mai avuto intenzione di eliminare o rovesciare Zelensky. Al contrario, la Russia cerca di tenerlo al potere spingendolo a negoziare con l’assedio a Kiev. Lui che si era rifiutato di farlo fino ad ora per attuare gli accordi di Minsk, ma ora i russi vogliono ottenere la neutralità dell’Ucraina.

Molti commentatori occidentali sono rimasti sorpresi dal fatto che i russi abbiano continuato a cercare una soluzione negoziata, mentre conducevano operazioni militari. La spiegazione è nella filosofia strategica russa, fin dai tempi sovietici. Per gli occidentali, la guerra inizia quando la politica si ferma. Tuttavia, l’approccio russo segue un’ispirazione clausewitziana: la guerra è la continuità della politica e si può passare in modo fluido dall’una all’altra, anche nel corso dei combattimenti. Questo crea pressione sull’avversario e lo spinge a negoziare.

Da un punto di vista operativo, l’offensiva russa è stata esemplare: in sei giorni, i russi hanno conquistato un territorio vasto come il Regno Unito, con una velocità di avanzamento superiore a quella che la Wehrmacht aveva raggiunto nel 1940.

La maggior parte dell’esercito ucraino era schierata nel sud del paese per una grande operazione contro il Donbass. Ecco perché le forze russe sono state in grado di circondarla all’inizio di marzo nel “calderone” tra Slavyansk, Kramatorsk e Severodonetsk, con una spinta da est attraverso Kharkov e un’altra da sud dalla Crimea. Le truppe delle repubbliche di Donetsk (DPR) e delle repubbliche di Luhansk (LPR) hanno completato l’azione delle forze russe con una spinta da est.

A questo punto, le forze russe stanno lentamente stringendo la morsa, ma non sono più sotto la pressione del tempo. Il loro obiettivo di smilitarizzazione è quasi raggiunto e le forze ucraine residue non hanno più una struttura di comando operativa e strategica.

Per quanto riguarda le repubbliche del Donbass, esse hanno “liberato” i propri territori e stanno combattendo nella città di Mariupol.

In città come Kharkov, Mariupol e Odessa, la difesa è assicurata da milizie paramilitari. Sanno che l’obiettivo della “denazificazione” è principalmente rivolto a loro.

Per un aggressore in area urbana, i civili rappresentano un problema. Questo è il motivo per cui la Russia sta cercando di creare corridoi umanitari per svuotare le città di civili e lasciare solo le milizie al fine di combatterle più facilmente.

Al contrario, queste milizie cercano di mantenere i civili nelle città per dissuadere l’esercito russo dal venirvi a combattere. Ecco perché sono riluttanti a implementare questi corridoi e fanno di tutto per garantire che gli sforzi russi siano vani: possono così usare la popolazione civile come “scudi umani”. Come è ovvio, i video che mostrano civili che cercano di lasciare Mariupol e vengono picchiati dai combattenti del reggimento Azov sono accuratamente censurati da noi.

Su Facebook, il gruppo Azov era classificato nella stessa categoria dello Stato islamico e soggetto alla “politica della piattaforma su individui e organizzazioni pericolosi”. Era quindi vietato glorificarlo e i “post” che gli erano favorevoli venivano sistematicamente banditi. Ma il 24 febbraio, Facebook ha cambiato la sua policy e ha permesso post favorevoli alla milizia. Parimenti, a marzo, la piattaforma ha autorizzato l’appello all’omicidio di soldati e leader russi negli ex paesi dell’Europa orientale. Questo per quanto riguarda i valori che ispirano i nostri leader, come vedremo di seguito.

I nostri media diffondono un’immagine romantica della resistenza popolare. È questa immagine che ha portato l’Unione europea a finanziare la distribuzione di armi alla popolazione civile. Si tratta, in verità, di un atto criminale.

Queste strutture di comando sono l’essenza degli eserciti: la loro funzione è quella di incanalare l’uso della forza in funzione di un obiettivo. Armando i cittadini in modo disordinato, come avviene attualmente, l’UE li trasforma in combattenti, e quindi anche in potenziali obiettivi. Inoltre, senza comando, senza scopi operativi, la distribuzione di armi porta inevitabilmente a regolamenti di conti, a banditismo e ad azioni più letali che efficaci. La guerra diventa una questione di emozioni. La forza diventa violenza. È esattamente quello che è successo a Tawarga (Libia) dall’11 al 13 agosto 2011, dove 30.000 neri africani sono stati massacrati con armi paracadutate (illegalmente) dalla Francia. D’altra parte, anche il Royal Institute for Strategic Studies (RUSI) britannico non vede alcun valore aggiunto in queste consegne di armi.

Inoltre, quando si consegnano armi a un paese in guerra, ci si espone al rischio di essere considerati belligeranti. Gli attacchi russi del 13 marzo 2022 sulla base aerea di Mykolaiv seguono il loro avvertimento che le spedizioni di armi sarebbero state trattate come obiettivi ostili.

L’UE ripete la disastrosa esperienza del Terzo Reich nelle ultime ore della battaglia di Berlino. La guerra deve essere lasciata ai militari, e quando una parte ha perso, bisogna ammetterlo. E se ci deve essere una resistenza, essa deve necessariamente essere guidata e strutturata. Invece, stiamo facendo esattamente il contrario: i cittadini vengono spinti a combattere e, allo stesso tempo, Facebook sta permettendo appelli all’omicidio di soldati e leader russi. Questo per quanto riguarda i valori che ci ispirano.

In alcuni servizi di intelligence, questa decisione irresponsabile è vista come un modo per usare la popolazione ucraina come carne da macello per combattere la Russia di Vladimir Putin. Questo tipo di decisione omicida doveva essere lasciata ai colleghi del nonno di Ursula von der Leyen. Sarebbe stato più saggio avviare negoziati e così ottenere garanzie per la popolazione civile, piuttosto che aggiungere benzina sul fuoco. È facile essere combattivi con il sangue degli altri…

È importante chiarire fin da subito che non è l’esercito ucraino che difende Mariupol, ma la milizia Azov, che è composta da mercenari stranieri.

Nel suo riassunto della situazione del 7 marzo 2022, la missione russa delle Nazioni Unite a New York dichiara che “i residenti riferiscono che le forze armate ucraine hanno evacuato il personale dal reparto di maternità dell’ospedale della città di Mariupol e hanno istituito una postazione di tiro all’interno della struttura”.

L’8 marzo, il media russo indipendente Lenta.ru, ha pubblicato la testimonianza di civili di Mariupol che hanno affermato che il reparto maternità era stato preso dalle milizie del reggimento Azov che avevano cacciato gli occupanti civili, minacciandoli con le armi. Essi confermano così le dichiarazioni dell’ambasciatore russo di poche ore prima.

L’ospedale di Mariupol occupa una posizione dominante. Per questo è perfettamente adatto al posizionamento di armi anticarro e all’osservazione. Il 9 marzo, le forze russe colpiscono l’edificio. Secondo la CNN, ci sono 17 feriti, ma il filmato non mostra vittime in quegli ambienti e nulla prova che le vittime di cui si parla siano collegate a questo attacco. Si parla di bambini, ma in realtà non vediamo nulla. Può essere vero, ma può essere falso… Ciò non impedisce ai leader dell’UE di vederlo come un crimine di guerra… Ciò consente, subito dopo, a Zelensky di invocare una no-fly zone sull’Ucraina …

In realtà, non si sa esattamente cosa sia successo. Ma la sequenza degli eventi tende a confermare che le forze russe abbiano colpito una posizione del reggimento Azov e che il reparto maternità fosse quindi libero da civili.

Il problema è che le milizie paramilitari che assicurano la difesa delle città sono incoraggiate dalla comunità internazionale a non rispettare gli usi di guerra. Sembra che gli Ucraini abbiano riprodotto l’episodio del reparto maternità di Kuwait City nel 1990, che era stato integralmente artefatto e messo in scena dalla ditta Hill & Knowlton a fronte del compenso di 10,7 milioni di dollari al fine di convincere il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad intervenire in Iraq per l’operazione Desert Shield/Storm.

Inoltre, i politici occidentali hanno accettato attacchi contro i civili nel Donbass per otto anni, senza adottare alcuna sanzione contro il governo ucraino. Da tempo siamo entrati in una dinamica in cui i politici occidentali hanno accettato di sacrificare il diritto internazionale al loro obiettivo di indebolire la Russia.

Secondo Baud sembra che in tutto il mondo occidentale, i servizi siano stati sopraffatti dalla politica. Il problema è che sono i politici a decidere: il miglior servizio di intelligence del mondo è inutile se il decisore non lo ascolta. Questo è ciò che è accaduto durante questa crisi.

Tuttavia, se alcuni servizi di intelligence avevano un quadro molto accurato e razionale della situazione, altri avevano chiaramente la stessa immagine di quella propagata dai nostri media. In questa crisi, i servizi dei paesi della “nuova Europa” hanno svolto un ruolo importante. In secondo luogo, sembra che in alcuni paesi europei, i politici abbiano deliberatamente ignorato i loro servizi per rispondere ideologicamente alla situazione. Ecco perché questa crisi è stata irrazionale fin dall’inizio. Si osserverà che tutti i documenti che sono stati resi pubblici durante questa crisi sono stati presentati dai politici sulla base di fonti di informazione commerciale …

Alcuni politici occidentali, ovviamente, volevano che ci fosse un conflitto. Negli Stati Uniti, gli scenari di attacco presentati da Anthony Blinken al Consiglio di Sicurezza erano solo il frutto dell’immaginazione di un Tiger Team che lavora per lui: costui ha fatto esattamente come Donald Rumsfeld nel 2002, che con questi modi aveva “scavalcato” la CIA e altri servizi di intelligence molto meno sensibili sulle armi chimiche irachene.

I drammatici sviluppi a cui stiamo assistendo oggi hanno cause che conoscevamo, ma che ci siamo rifiutati di vedere:
– a livello strategico, l’espansione della NATO (che non abbiamo trattato qui);
– sul piano politico, il rifiuto occidentale di attuare gli Accordi di Minsk;
– e sul piano operativo, i continui e ripetuti attacchi alle popolazioni civili del Donbass negli ultimi anni, e il loro drammatico incremento alla fine di febbraio 2022.

In altre parole, possiamo naturalmente deplorare e condannare l’attacco russo. Ma NOI (cioè gli Stati Uniti, la Francia e l’Unione europea in testa) abbiamo creato le condizioni per lo scoppio di un conflitto. Mostriamo compassione per il popolo ucraino e per i due milioni di rifugiati. E va bene. Ma se avessimo avuto un minimo di compassione per lo stesso numero di rifugiati del popolo ucraino del Donbass massacrati dal loro stesso governo, che sono fuggiti in Russia nell’arco di otto anni, nulla di tutto questo probabilmente sarebbe accaduto.

Se sia corretto applicare il termine “genocidio” agli abusi subiti dal popolo del Donbass è una questione aperta. Questo termine è generalmente riservato a casi più grandi (Olocausto, ecc.), ma la definizione nella Convenzione sul genocidio è probabilmente abbastanza ampia da poter essere applicata. I giuristi lo apprezzeranno.

Chiaramente, questo conflitto ci ha portati all’isteria. Le sanzioni sembrano essere diventate lo strumento preferito della nostra politica estera. Se avessimo insistito affinché l’Ucraina rispettasse gli accordi di Minsk, che avevamo negoziato e approvato, tutto ciò non sarebbe accaduto. La condanna di Vladimir Putin è anche la nostra. Non ha senso piagnucolare dopo i fatti, bisognava agire prima. Tuttavia, né Emmanuel Macron (come garante e come membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite), né Olaf Scholz, né Volodymyr Zelensky hanno rispettato i loro impegni. In definitiva, la vera sconfitta è quella di coloro che non hanno voce.

L’Unione europea non è stata in grado di promuovere l’attuazione degli Accordi di Minsk. Anzi, al contrario, non ha reagito quando l’Ucraina ha bombardato la propria popolazione nel Donbass. Se lo avesse fatto, Vladimir Putin non avrebbe avuto bisogno di reagire. Assente dalla fase diplomatica, l’UE si è distinta per aver alimentato il conflitto. Il 27 febbraio il governo ucraino ha accettato di avviare i negoziati con la Russia. Ma poche ore dopo, l’Unione europea ha votato un finanziamento di 450 milioni di euro per fornire armi all’Ucraina, aggiungendo benzina sul fuoco. A partire da quel momento, gli ucraini sentono che non avranno bisogno di raggiungere un accordo. La resistenza delle milizie Azov a Mariupol provocherà persino un ulteriore finanziamento di 500 milioni di euro per le armi.

In Ucraina, con la benedizione dei paesi occidentali, chi è a favore di una negoziazione viene eliminato. È il caso di Denis Kireyev, uno dei negoziatori ucraini, assassinato il 5 marzo dai servizi segreti ucraini (SBU) perché troppo favorevole ad un accordo con la Russia: viene ucciso dalla milizia Mirotvorets (“Peacemaker”). Questa milizia è associata al sito web Mirotvorets che elenca i “nemici dell’Ucraina”, con i loro dati personali, indirizzo e numeri di telefono, in modo che possano essere molestati o addirittura eliminati; una pratica punibile in molti paesi, ma non in Ucraina. L’ONU e alcuni paesi europei ne hanno chiesto la chiusura… Che però è stata rifiutata dalla Rada.

Alla fine, il prezzo sarà alto, ma Vladimir Putin probabilmente raggiungerà gli obiettivi che si era prefissato. I suoi legami con Pechino si sono consolidati. La Cina sta emergendo come mediatore del conflitto, mentre la Svizzera entra nella lista dei nemici della Russia. Gli americani devono chiedere a Venezuela e Iran il petrolio per uscire dall’impasse energetica in cui si sono cacciati: Juan Guaido sta lasciando la scena per sempre, e gli Stati Uniti devono ritornare vergognosamente sulle sanzioni imposte ai loro nemici.

I ministri occidentali che cercano di far collassare l’economia russa e che assicurano che il popolo russo soffra, o addirittura chieda l’assassinio di Putin, mostrano (anche se hanno parzialmente invertito la forma delle loro osservazioni, ma non sulla sostanza!) che i nostri leader non sono migliori di quelli che odiamo. Perché punire gli atleti paraolimpici russi o gli artisti russi non ha assolutamente nulla a che fare con una lotta contro Putin.

La lezione che traiamo da questo conflitto è sul nostro senso di umanità a geometria variabile. Se eravamo così appassionati di pace e così affezionati all’Ucraina, perché non l’abbiamo incoraggiata di più a rispettare gli accordi che aveva firmato, quelli che anche i membri del Consiglio di Sicurezza avevano approvato?

L’integrità dei media si misura dalla loro volontà di lavorare secondo i termini della Carta di Monaco. Erano riusciti a diffondere l’odio per i cinesi durante la crisi del Covid e i loro messaggi polarizzati portano agli stessi effetti contro i russi. Il giornalismo si sta sempre più spogliando della professionalità per diventare attivista e militante…

Come disse Goethe, “Maggiore è la luce, più scura è l’ombra”. Più sproporzionate sono le sanzioni contro la Russia, più numerosi sono i casi in cui non abbiamo fatti che evidenziano il nostro razzismo e il nostro servilismo. Perché nessun politico occidentale ha reagito agli attacchi contro la popolazione civile del Donbass per otto anni?

Perché alla fine, cosa rende il conflitto in Ucraina più criticabile della guerra in Iraq, Afghanistan o Libia? Quali sanzioni abbiamo adottato contro coloro che hanno deliberatamente mentito davanti alla comunità internazionale per condurre guerre ingiuste, ingiustificate, ingiustificabili e omicide? Abbiamo cercato di “colpire” il popolo americano che ci ha mentito (perché è una democrazia!) prima della guerra in Iraq? Abbiamo adottato una sola sanzione contro i paesi, le aziende o i politici che stanno armando il conflitto in Yemen, considerato la “peggiore catastrofe umanitaria del mondo”? Abbiamo punito i paesi dell’Unione europea che praticano la tortura più abietta sul loro territorio a beneficio degli Stati Uniti?

Porre la domanda significa darci la risposta… E la risposta non è gloriosa.

https://centrostudistrategicicarlodecristoforis.wordpress.com/2022/03/17/la-questione-ucraina-nella-analisi-di-jacques-baud-servizi-segreti-svizzeri/?fbclid=IwAR3MtRXP7M6vYTK4zCfcIWffgaTIll_Poy8wU-wpBBfe7Vq7kn4uC2qF2vs

SPY UCRAINA/ Ecco come gli Usa (e la Francia) aiutano l’esercito di Kiev_ Ucraina: perchè a est non condannano la Russia,di Giuseppe Gagliano

SPY UCRAINA/ Ecco come gli Usa (e la Francia) aiutano l’esercito di Kiev

Giuseppe Gagliano

Vi è una strettissima collaborazione fra l’intelligence americana (Cia, Nsa e Dia) e i servizi di sicurezza ucraini. Destinatari di informazioni e mezzi

Base militare Ucraina
Leopoli, base militare a Yavoriv: Centro Internazionale mantenimento Pace e Sicurezza (LaPresse)

In quale modo gli Usa monitorano l’attuale situazione in Ucraina? Attraverso strumenti numerosi e ben articolati.

In primo luogo, attraverso un centro specializzato chiamato Europe and Eurasia Mission Center (Eemc) diretta da David Marlowe, un’agenzia di copertura dell’attività della Cia.

In secondo luogo, grazie alla strettissima collaborazione che vi è stata fra l’intelligence americana – Cia, Nsa e Dia – con i servizi di sicurezza ucraini. Ad esempio, la National security agency collabora con l’intelligence ucraina Szru, mentre la Cia collabora strettamente con l’Sbu.

Un ruolo altrettanto significativo è stato dato anche dalla Francia, in particolar modo dal gruppo francese Thales, che ha fornito strumenti di guerra elettronica, come rivelato dal sito investigativo Disclose, non solo all’Ucraina, ma anche alla Russia. Per non parlare poi del contributo molto importante fornito da parte americana all’Ucraina dall’azienda americana Silver Back 7, diretta da Victor Levine, o quello altrettanto importante di Stephen Dorff sotto il profilo dell’addestramento. D’altronde, la sinergia tra i servizi segreti americani, europei e ucraini – ammesso che ce ne fosse bisogno – è ulteriormente confermata da una notizia recentissima data dall’agenzia di stampa Reuters.

Infatti, secondo Reuters, sia l’agenzia di intelligence informatica francese sia quella ucraina – in collaborazione con quella americana, cioè con la Nsa – stanno indagando su un cyberattacco posto in essere da un gruppo di hacker che è stato in grado di interrompere l’accesso a internet via satellite dell’Ucraina. Questa informativa è interessante non tanto perché molto probabilmente l’attacco hacker sarà ricondotto o alla Russia o alla Bielorussia – ben difficilmente alla Cina –, ma perché questa informativa dimostra la stretta collaborazione che vi è stata – e vi è tuttora – tra le agenzie di intelligence francese, americana e ucraina. Inoltre è altrettanto importante il fatto, come riferito da Reuters, che il satellite che fornisce i collegamenti via internet appartenga a una società americana, la Viasat Inc., che – rileva Reuters – collabora strettamente con il Dipartimento della Difesa Usa.

Per quanto riguarda il rifornimento di armi, dobbiamo domandarci da dove arrivino la maggior parte delle armi che servono all’Ucraina per fronteggiare l’offensiva russa. Certamente da Varsavia, dalla quale fino a questo momento hanno, per esempio, ricevuto 17mila missili anticarro; naturalmente le armi ritenute più efficaci sono i missili anti-aerei, come gli Stinger, e le armi anticarro di provenienza britannica.

Un secondo fronte di collaborazione tra la Polonia e le forze europee che stanno contrastando l’offensiva russa si concretizza attraverso il servizio segreto polacco, l’Agencja Wywiadu, mediante la realizzazione di campi per addestrare le forze ucraine e l’utilizzo di droni turchi Bayraktar TB-2.

Del resto, non è un caso se proprio qualche giorno fa la Russia ha lanciato un chiaro avvertimento alla Polonia con un attacco missilistico multiplo contro la base militare ucraina di Yavoriv, che si trova a meno di 15 miglia dal confine con la Polonia. Qual è infatti il significato di questo attacco dal punto vista politico e strategico? È presto detto: non solo le forze russe sono in grado di colpire il limite occidentale dell’Ucraina, ma possono travalicare questi confini fino a colpire obiettivi della Nato. Non dimentichiamoci, infatti, che proprio la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, ha annunciato alla fine della scorsa settimana che due batterie missilistiche Patriot statunitensi erano state spostate in Polonia, di stanza a Rzeszow. Fonti militari britanniche affermano che un sistema simile, lo Sky Sabre a medio raggio, già nel paese dopo recenti esercitazioni, potrebbe essere posizionato per rafforzare le difese polacche.

A proposito della Polonia, non dimentichiamoci che esiste un legame di ferro tra l’intelligence polacca e la Cia, soprattutto per quanto riguarda le detenzioni arbitrarie dei terroristi.

Infine, all’interno di questa vasta coalizione, bisogna individuare delle differenze, come mostra, ad esempio, il ruolo della Romania, che svolge un compito determinante di deterrenza anche e soprattutto sul fronte del contenimento di una eventuale offensiva russa nel Mar Nero.

https://www.ilsussidiario.net/news/spy-ucraina-ecco-come-gli-usa-e-la-francia-aiutano-lesercito-di-kiev/2307857/

Ucraina: perchè a est non condannano la Russia

di Giuseppe Gagliano

La Cina, uno dei partner più stretti della Russia e che ha recentemente dichiarato che il partenariato sino-russo non ha “nessuna area di cooperazione proibita”, ha rifiutato di chiamare l’offensiva russa una “invasione”, ed ha espresso la sua opposizione a “tutte le sanzioni unilaterali illegali”. Il paese orientale continua a importare grano dalla Russia, aiutando implicitamente quest’ultima a resistere alle sanzioni. Tuttavia il sostegno della Cina alla Russia non è così semplice. La Cina dipende fortemente dal mais ucraino (30% delle sue importazioni totali) e ha investito 3 miliardi di dollari nel paese come parte della sua iniziativa Belt & Road. Infatti nel 2019 la Cina ha sostituito la Russia come il più grande partner commerciale dell’Ucraina. Oggi l’Ucraina rimane il terzo fornitore di armi della Cina (dopo Russia e Francia, che rappresentano rispettivamente il 77% e il 9,7% delle importazioni totali di armi della Cina nel periodo 2016-2020).
Tuttavia la Cina è costretta a rimanere uno spettatore dei bombardamenti in Ucraina, un paese una volta ricettivo alle sue proposte.
Pur chiedendo timidamente il ripristino della pace, la Cina non può condannare esplicitamente la Russia o imporre sanzioni considerando che questa guerra si basa in parte sullo stesso argomento che la Cina sta usando per l’invasione e l’annessione di Taiwan, vale a dire sul concetto di “unità storica condivisa”.
La crisi in Ucraina garantisce la concentrazione dell’UE sulle sue immediate vicinanze. Inoltre l’intervento russo in Ucraina potrebbe incoraggiare la Cina a risolvere le sue controversie di confine nella regione, mentre la diplomazia ha giocato poco a suo favore. Il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO non inviino direttamente aiuti militari dell’Ucraina, invia un segnale inequivocabile alle nazioni asiatiche afflitte da conflitti regionali: devono badare a se stesse. L’occidente, che si è presentato a lungo come la “luce della speranza” del mondo, potrebbe non offrire sostegno militare in caso di eventi simili in Asia. Ciò potrebbe avere un effetto destabilizzante nella regione e già oggi il futuro dell’Indo-Pacifico è minacciato.
Se si considerano i paesi del sud-est asiatico, ad eccezione di Singapore che ha condannato l’aggressione russa, il Myanmar, governato dai militari, ha fortemente sostenuto Mosca. D’altra parte Thailandia, Filippine, Indonesia e Malesia non hanno condannato apertamente la Russia e sono sul filo del rasoio tra reprimenda e sostegno. Questa mancanza di consenso si è riflessa nella dichiarazione congiunta rilasciata dai ministri degli Esteri dell’ASEAN il 28 febbraio, che non menzionava l’invasione russa di uno stato sovrano, per non parlare del fatto che la Russia ha preso di mira i civili e ha cercato di impadronirsi delle principali città ucraine.
Negli ultimi dieci anni per i paesi dell’ASEAN Mosca è stata il più grande fornitore di armi al sud-est asiatico, tra il 1999 e il 2018, rappresentando il 26% del totale della regione. In futuro il conflitto avrà ripercussioni in termini di frammentazione della sicurezza, delle relazioni economiche e commerciali con gli Stati Uniti e l’Europa da un lato e la Russia e i suoi alleati dall’altro.
Poi c’è il caso dell’India, la grande potenza dell’Asia meridionale che gode di un’amicizia forte con la Russia, rafforzata dalla sua attuale crisi di confine con la Cina e i territori contesi con il Pakistan. Per mantenere intatta questa relazione, l’India è stata molto attenta a non condannare la Russia e, così facendo ha anche mantenuto la sua politica estera storicamente interessata di “non allineamento”. Come il suo grande rivale cinese, anche l’India si è astenuta tre volte dal votare contro la Russia alle Nazioni Unite, sottolineando al contempo l’importanza della Carta delle Nazioni Unite come mezzo per risolvere le tensioni attraverso la diplomazia e il dialogo. Tuttavia ha implicitamente disapprovato l’abbandono della Russia del percorso diplomatico e ha chiesto la fine di ogni violenza.
L’India è il più grande importatore mondiale di armi russe, rappresentando il 23% delle esportazioni totali di armi della Russia e il 49% delle importazioni totali di armi dell’India nel 2016-2020. Circa il 70% dell’arsenale militare indiano è di origine russa. Oltre ad essere un partner militare affidabile, il Cremlino ha ripetutamente usato il suo diritto di veto in seno al Consiglio di sicurezza per bloccare le risoluzioni che criticavano l’India sul Kashmir, territorio conteso che l’India condivide con il Pakistan. In cambio l’India si è astenuta dal voto su una risoluzione delle Nazioni Unite che condannava Mosca per la sua annessione dalla Crimea nel 2014. Inoltre Cina e India nel bel mezzo della loro rivalità trovano in Russia “un amico comune” su cui l’uno o l’altro dei nemici giurati può fare affidamento in caso di escalation delle tensioni. Le recenti aperture del Pakistan alla Russia rendono ancora più imperativo per l’India non ridimensionate le sue relazioni con Mosca, suo alleato a vita.
L’India è stata tacitamente condannata dai suoi alleati occidentali per non aver preso una posizione chiara a favore dell’Ucraina. In una recente dichiarazione il ministro degli Esteri indiano ha denunciato la politica dei “doppio standard” degli Stati Uniti e dell’occidente, fuggiti dall’Afghanistan pochi mesi fa nel caos totale, nonostante le proteste di diversi paesi per i problemi di sicurezza nella regione. Insomma l’India non seguirà ciecamente l’interpretazione occidentale dei principi e degli interessi democratici sull’altare dei suoi interessi nazionali.
Non a caso l’India è l’unico membro del Quad ad astenersi dal condannare apertamente la Russia. Quello che l’occidente deve capire è che il partenariato dell’India con la Russia è stato consolidato negli ultimi sette decenni e ha una certa “profondità” che non è ancora stata raggiunta con i suoi nuovi partner occidentali. L’India si sta quindi sforzando di mantenere i suoi vecchi legami con la Russia e le sue nuove partnership con l’occidente, secondo le sue priorità strategiche. Gli Stati Uniti hanno bisogno dell’India (e viceversa) al loro fianco per rafforzare la rilevanza del QUAD, controbilanciare efficacemente la minaccia cinese e sviluppare una strategia efficace nella regione indo-pacifica.
La posizione dei paesi del Medio Oriente sul conflitto ucraino non è diversa da quella della maggior parte dei paesi asiatici. In breve mantengono una “ambiguità strategica”. Allo stesso modo gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita e l’Iran si sono astenuti dal condannare apertamente la Russia. Il 3 marzo Vladimir Putin ha parlato telefonicamente con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman con l’obiettivo di rafforzare un’alleanza geopolitica cruciale, mentre le sanzioni occidentali colpiscono l’economia russa. La Russia è più isolata economicamente di quanto non lo sia stata negli ultimi decenni, con molte delle sue banche tagliate fuori dal sistema finanziario globale e commercianti riluttanti a elaborare le sue spedizioni di petrolio. L’OPEC+, guidato da Arabia Saudita e Russia, ha in gran parte ignorato questa escalation della crisi nella riunione del 2 marzo. Ma il cartello è sempre più sotto pressione per aumentare la produzione al fine di abbassare i prezzi del petrolio greggio, il che potrebbe creare tensioni tra Mosca e Riyadh.
In realtà l’invasione dell’Ucraina potrebbe essere una manna per l’Arabia Saudita, poiché le sue entrate derivanti dalle esportazioni di petrolio sono aumentate bruscamente, con i prezzi del petrolio che raggiungono quasi 120 dollari al barile, il livello più alto del decennio, e che da poco hanno cominciato a calare. Se l’Arabia Saudita decide di non aumentare la sua produzione di petrolio, ciò le consente di raggiungere due obiettivi. In primo luogo i prezzi elevati consentiranno al governo saudita di raccogliere maggiori entrate al barile, con stime che suggeriscono che le sue entrate potrebbero raggiungere i 375 miliardi di dollari quest’anno, rispetto ai 145 miliardi di dollari del 2020. In secondo luogo la Russia sarà soddisfatta, il che proteggerà i loro interessi reciproci. Ciò potrebbe rafforzare le prospettive di un partenariato energetico ed economico globale che potrebbe includere gli Emirati Arabi Uniti e altri paesi della regione del Medio Oriente. Per quanto riguarda la Russia, potrebbe usare la sua influenza sull’Iran (e a sua volta sui ribelli Houthi nello Yemen) per disinnescare le tensioni nella regione del Golfo. Ciò significa inevitabilmente che gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero perdere la loro influenza nella regione.

https://www.notiziegeopolitiche.net/ucraina-perche-a-est-non-condannano-la-russia/?fbclid=IwAR1IlW-qoa15t1jbZ6eCGpoCPx3fYG-7pZmQpKV3a3KZYi7dxgbINqDte_c

Politica estera americana e John Wayne, di Giuseppe Gagliano

Politica estera americana e John Wayne

Sconsigliamo in primo luogo vivamente la lettura di questo articolo ai lettori filoamericani e filo atlantici che abbondano nel nostro paese a sovranità limitata ( o nulla).

In seconda battuta-non senza una certa provocatorietà-non possiamo fare a meno di osservare come il tanto sbandierato multilateralismo del presidente Biden e del segretario di Stato Blinken si sia rivelato-come era d’altra parte prevedibile-un bluff di carattere diplomatico: il multilateralismo inteso dagli Stati Uniti significa stringere alleanze sempre più strette di carattere economico e militare con i propri alleati per perseguire meglio gli obiettivi egemonici americani a livello globale.Ma certo non significa contrattare -su un piano di parità in ambito politico e diplomatico -con la Cina e con la Russia.Questo pseudo- multilateralismo sta gettando le premesse per un conflitto per la questione ucraina tra Russia e USA. Conflitto questo che coinvolgerebbe direttamente l’Europa e che avrebbe conseguenze incalcolabili, imprevedibili ma certamente gravissime ed insieme drammatiche. Un conflitto questo che deve essere assolutamente scongiurato.A tutti i costi .

Al di là della irrilevanza-consueta quanto prevedibile-sia dell’Unione Europea che dell’ONU ciò che Putin ha sostanzialmente chiesto agli Stati Uniti e alla Nato è di fermare l’allargamento dell’Alleanza ai paesi dell’est e soprattutto di smettere di continuare ad armare l’Ucraina in funzione antirussa.Si tratta di rispettare la sovranità territoriale della Russia.Ma si tratta anche di abbandonare la consueta politica unilaterale americana secondo la quale sarebbero Stati Uniti-come nei film western americani- gli unici sceriffi che possono legiferare sul mondo decidendo cosa è giusto e cosa non lo è. La politica estera americana è stata troppo spesso ispirata al modus operandi dei film interpretati dall’attore John Wayne. Non sei d’accordo con me? Ti sparo addosso!

Ci domandiamo con quale credibilità gli Stati Uniti possono pretendere di affrontare un conflitto con la Russia dopo il fallimento sia in relazione alla situazione della Crimea sia in relazione all’Afghanistan. Ancora una volta le lezioni del passato non hanno insegnato nulla agli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Ucraina l’attuale presidente invece di continuare ad acquistare armi dagli Stati Uniti farebbe bene a cercare di risolvere la gravissima situazione nella quale versa il suo paese: la situazione economica infatti è catastrofica nonostante sia stato dato un prestito di 5 miliardi di dollari dal FMI nel 2000 a cui poi se ne è aggiunto un secondo 750 milioni di dollari per evitare che l’Ucraina vada in default .Inoltre il calo di popolarità del presidente americano potrebbe portarlo a fare scelte molto pericolose per non apparire debole agli occhi degli elettori e dei repubblicani .Se Putin dovesse spuntarla questo certamente equivarrebbe alla fine ingloriosa della politica neo conservatrice e delle sue nefaste conseguenze a livello di equilibrio internazionale.

https://centrostudistrategicicarlodecristoforis.wordpress.com/2021/12/25/politica-estera-americana-e-john-wayne/?fbclid=IwAR2U_maLWgIq1J9YZyCODnooOT-mYfJ2ipXhYp-VDpkwyEoeSa0v6YKCb9I

Che succede tra la Francia e l’Egitto?, di giuseppe_gagliano/

Qui sotto un interessante articolo di Giuseppe Gagliano, tratto dalla rivista https://www.startmag.it/ riguardante un episodio di informazione pilotata in grado di condizionare ed alterare gli indirizzi di politica estera francese in tutta l’area mediorientale e mediterranea. La lettura spinge ad alcune considerazioni a più livelli di astrazione. Ci suggerisce che limitare l’analisi geopolitica al mero rapporto può essere riduttivo e fuorviante. Chi agisce non è lo Stato in quanto tale, ma sono i soggetti, siano essi individui o soprattutto gruppi, in conflitto e cooperazione tra di essi, dotati di poteri decisionali e di condizionamento, in grado di rappresentarlo, di detenere le leve operative e di influenzarle. La titolarità dell’autorità è un fattore importante di agibilità se ad essa corrisponde una coerenza ed un controllo effettivi e sostanziali degli apparati. L’impegno ufficiale e formale va di pari passo con le azioni sotto traccia, rivelatrici dei legami trasversali che attraversano la dinamica di questi centri. Nella fattispecie l’articolo rivela le dinamiche di confronto e cooperazione tra alcuni centri decisionali francesi e turchi nel plasmare i rapporti con l’Egitto e i paesi del Golfo, anch’essi attraversati da spinte e controspinte. Il tutto in logiche ancora più estese che fanno riferimento alle fazioni statunitensi, una, quella obamiana, sostenitrice delle primavere arabe, l’altra ad esse ostile. Definire per altro in questo contesto Jamal Khashoggi giornalista, non rende bene la natura di questo scontro e di quell’assassinio. Rivela altresì la permeabilità e la fragilità di quelle formazioni socio-politiche che hanno aperto indistintamente, in nome di una “società aperta” apparentemente priva di identità, i propri spazi a vere e proprie comunità chiuse in grado di condizionare pesantemente e destabilizzare all’interno l’azione politica. Ad un livello ancora inferiore di riflessione deve portare a considerare la portata del Trattato del Quirinale tra l’Italia e la Francia nelle sue implicazioni nell’area mediterranea, in particolare la Libia e l’Egitto. Il trattato in qualche maniera vorrebbe mettere molto parzialmente al riparo l’Italia dalle mire turche nel vicinato prossimo della Libia e dei Balcani, in particolare l’Albania e la Bosnia. La postura, però, è talmente subordinata da farle perdere quasi ogni capacità di mediazione, sostenendo le poche figure, tra queste il figlio di Gheddafi in grado di ricomporre il mosaico libico; l’ultima possibilità di ricostruire in tal modo una nuova capacità di influenza diretta in quell’area. Lo stesso dicasi dei rapporti con l’Egitto di Al Sisi dove l’Italia, grazie all’affare Regeni, è ridotta più o meno consapevolmente a strumento di trame altrui. La liberazione di Zaki sarà probabilmente il contentino per far cadere in ombra l’omicidio Regeni; il prezzo della gestione “dell’affaire” è stato comunque già molto pesante anche per oche giulive artefici di tal fatta di questa tragicommedia. La posta in palio più significativa riguarda la Turchia di Erdogan ed il tentativo di trasformare il suo rapporto di collaborazione conflittuale con la Russia in ostilità dichiarata; di ridurre quindi i suoi margini di iniziativa autonoma e ricondurli nell’alveo del confronto strategico con la Cina e la Russia. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Ecco perché il fondatore e direttore del Centro di ricerca sull’intelligence francese (CF2R) non condivide quanto riferito dal sito di giornalismo investigativo Disclose. L’articolo di Giuseppe Gagliano

 

Secondo quanto sostenuto da Eric Denécé, fondatore e direttore del Centro di ricerca sull’intelligence francese (CF2R), quanto riferito dal sito di giornalismo investigativo francese Disclose sarebbe viziato da numerose deficienze informative oltre che da un’impostazione palesemente unilaterale e faziosa.

In primo luogo l’autore osserva – non senza amarezza – come i documenti che sono stati forniti al sito francese provengano dal ministero delle Forze armate e, in particolare, dalla Direzione dell’intelligenza militare e dal ministero degli Affari esteri. Insomma, una vera e propria fuga di notizie fatta probabilmente da analisti che non condividono le scelte poste in essere dall’attuale amministrazione francese in relazione alla vendita di armi e al sostegno al regime egiziano di Al-Sisi.

Data la gravità della condotta posta in essere da questi informatori verrà avviata un’indagine da parte del controspionaggio soprattutto perché chi ha dato questi documenti al sito investigativo francese lo ha fatto con premeditazione cioè con la volontà di danneggiare esplicitamente le relazioni bilaterali tra Francia ed Egitto. Che lo si voglia o no queste informazioni avvantaggeranno i concorrenti della Francia.

In secondo luogo, l’autore sottolinea come il sito dei giornalisti investigativi non sia certo neutrale ma sia relativamente noto in Francia per le sue posizioni antimilitariste e soprattutto per aver sostenuto le rivoluzioni arabe in particolare quelle egiziane.

Un altro aspetto sottolineato dall’autore è il fatto che secondo il sito non vi sia alcun legame tra contrabbando e terrorismo al confine occidentale con l’Egitto. I trafficanti, invece, trasportano come e quando vogliono armi, droga, migranti e vari prodotti di contrabbando come il riso per rifornire il mercato nero.

Il quarto aspetto sottolineato dall’autore è di natura squisitamente geopolitica: egli infatti afferma che l’Egitto stia vivendo in questo momento una grave minaccia terroristica determinata anche dai numerosi traffici di armi sui confini che alimentano diversi gruppi di jihadisti.

Per tutte queste ragioni – che lo si voglia o meno – non si può escludere che questa indagine sia un vera e propria opera di destabilizzazione di natura informativa. Bisogna infatti interrogarsi sullo scopo di questa indagine.

Citiamo le parole dell’autore: “Oltre allo scooping e all’attivismo politico, Disclose mira a interrompere la vendita di armi all’Egitto… a vantaggio conscio o inconscio dei nostri concorrenti. Si tratta innegabilmente anche di un attacco diretto al regime egiziano di Al-Sisi che ha posto fine alla nefasta parentesi dei Fratelli Musulmani e che ha saputo ricostruire stretti rapporti con la Francia. Non ho alcun ricordo di Disclose e dei suoi giornalisti che difendevano i copti egiziani vittime di attacchi terroristici e persecuzioni da parte dei Fratelli musulmani o che hanno riferito come Morsi stava consegnando segreti di Stato egiziani ai suoi padrini turchi e qatarioti che lo hanno sostenuto per destabilizzare il paese, ecc. La loro indignazione è quindi molto selettiva”.

Perché in definitiva le osservazioni di Denécé sono di estremo interesse?

In primo luogo perché i lettori comuni non hanno gli strumenti né per poter verificare quanto sostenuto dal sito investigativo ma neppure per poterlo smentire. In secondo luogo è molto ingenuo pensare – come fanno molti lettori in assoluta buona fede – che da un lato ci sia la verità e che quindi le informazioni debbano essere lette come oro colato e dall’altra parte invece ci sia solo ed esclusivamente la ragion di Stato e le logiche perverse della politica internazionale.

In secondo luogo perché la vendita fatta recentemente dal presidente francese Emmanuel Macron di Rafale ha suscitato la durissima reazione del giornalisti investigativi del sito francese Disclose?

Il sito dei giornalisti investigativi francesi ricorda che dal 2015, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti sono stati coinvolti nella guerra in Yemen, che ha causato quasi 400.000 vittime. Nonostante la gravità degli abusi commessi e le accuse di crimini di guerra, il tema non è stato all’ordine del giorno della visita di Macron nel Golfo venerdì 3 e sabato 4 dicembre.

Tuttavia, le armi vendute dalla Francia alle due monarchie del Golfo vengono utilizzate direttamente nel conflitto, come rivelano i documenti di “confidenzialità-difesa” ottenuti da Disclose. Queste note scritte dal Segretariato generale per la difesa e la sicurezza nazionale (SGDSN), organizzazione posta sotto l’autorità di Matignon, rivelano che lo Stato francese ha autorizzato, nel 2016, la consegna di quasi 150.000 proiettili all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti. Pur sapendo che queste munizioni sarebbero state utilizzate nella guerra in Yemen.

Il 12 maggio 2016 si è tenuta a Parigi una riunione della Commissione interministeriale top secret per lo studio delle esportazioni di materiale bellico (CIEEMG), alla presenza dei rappresentanti del ministero degli Affari esteri, della Difesa, dell’Economia e del palazzo dell’Eliseo, poi occupata da François Hollande.

Al centro dei dibattiti, la proposta di rafforzare i controlli sulle esportazioni di armi verso i Paesi coinvolti nella guerra in Yemen. Il ministero degli Esteri, allora guidato da Jean-Marc Ayrault, è favorevole. Si interroga, in particolare, sulle consegne in corso di armi Caesar all’Arabia Saudita.

“La Francia è oggetto di interrogatorio da parte del Parlamento europeo e delle Ong per presunte violazioni del Trattato sul commercio delle armi”, ha avvertito un diplomatico.

Qualunque sia l’avvertimento, il gabinetto di Jean-Yves Le Drian si oppone a ogni forma di restrizione: “Un blocco doganale di apparecchiature già oggetto di un contratto sarebbe difficile da giustificare all’Arabia. I diplomatici sono costretti a concordare con questa opinione. Le armi verranno consegnate”.

Nel dettaglio, si tratta di 41.500 proiettili della compagnia Junghas, sussidiaria di Thales, destinati alla guardia saudita; 3.000 proiettili anticarro, 10.000 proiettili fumogeni, 50.000 proiettili ad alto potenziale esplosivo e 50.000 razzi di artiglieria prodotti da Nexter all’esercito degli Emirati, nonché 346 missili anticarro dalla società MBDA all’esercito del Qatar. Importo totale dei contratti: 356,6 milioni di euro.

Non importa di quali crimini siano accusati i “partner” della Francia. Come l’assassinio dell’ottobre 2018 del giornalista saudita Jamal Khashoggi. Sabato 4 dicembre, Macron sarà il primo leader occidentale a rimettere in sella il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, sospettato dalla comunità internazionale di aver ordinato l’omicidio.

https://www.startmag.it/mondo/che-succede-tra-la-francia-e-legitto/?fbclid=IwAR3RSddir9W7FO8m42LHWF4En0qe0RfyoDzLgOuooPaNOs9cQyC-kev7KpI

1 2 3 4