L’esercito americano riscrive “furiosamente” la deterrenza nucleare per affrontare Russia e Cina, afferma il capo di STRATCOM, di Tara Copp

Il cane che si morde la coda. Giuseppe Germinario

Ma “l’esperienza dell’America non è quella che era alla fine della Guerra Fredda”, avverte l’ammiraglio Chas Richard.

Gli Stati Uniti stanno “furiosamente” scrivendo una nuova teoria della deterrenza nucleare che affronta simultaneamente Russia e Cina, ha affermato il comandante in capo dell’arsenale nucleare americano, e hanno bisogno che più americani lavorino su come prevenire la guerra nucleare.

I funzionari del comando strategico degli Stati Uniti hanno risposto a come sono cambiate le minacce di Mosca e Pechino quest’anno, ha affermato Chas Richard, capo della STRATCOM, ammiraglio della marina.

Mentre le forze russe hanno attraversato le profondità dell’Ucraina questa primavera, Richard ha detto di aver consegnato la prima valutazione del comandante del mondo reale su ciò che sarebbe servito per evitare una guerra nucleare. Ma la Cina ha ulteriormente complicato la minaccia e giovedì l’ammiraglio ha fatto una richiesta insolita agli esperti riuniti al Simposio sulla difesa spaziale e missilistica a Huntsville, in Alabama:

“Dobbiamo tenere conto delle [minacce] a tre”, ha detto Richard. “Questo è senza precedenti nella storia di questa nazione. Non abbiamo mai affrontato due avversari con capacità nucleare pari allo stesso tempo, che devono essere dissuasi in modo diverso”.

La necessità di una nuova teoria della deterrenza arriva quando l’esperienza istituzionale sull’evitare la guerra nucleare si è atrofizzata, ha detto Richard.

“Anche la nostra esperienza di deterrenza operativa non è quella che era alla fine della Guerra Fredda. Quindi dobbiamo rinvigorire questo sforzo intellettuale. E possiamo iniziare riscrivendo la teoria della deterrenza, ti dirò che lo stiamo facendo furiosamente alla STRATCOM”, ha detto Richard.

Per rispondere alla Russia questa primavera, gli Stati Uniti hanno lanciato squadre di posti di comando nucleari nel loro velivolo E-6 Mercury “Looking Glass”, che sono Boeing 707 militarizzati, per operazioni aviotrasportate estese. I leader militari hanno anche lavorato per ottenere i suoi altri comandi di combattimento sulla stessa pagina su come smorzare e bloccare l’escalation russa.

STRATCOM ha anche adottato misure per evolvere oltre la tradizionale teoria della deterrenza nucleare della “distruzione reciprocamente assicurata”, che postula che qualsiasi uso di armi nucleari comporterebbe un uso di rappresaglia e l’annientamento totale di tutte le parti e ha impedito la guerra nucleare per quasi 75 anni.

Questo perché all’inizio dell’invasione, il presidente russo Vladimir Putin ha suggerito che Mosca potrebbe rispondere a qualsiasi difesa occidentale dell’Ucraina con armi nucleari. I funzionari statunitensi temono, anche se non si aspettano, ciò potrebbe significare che la Russia utilizzerà testate più piccole in numero limitato su obiettivi specifici, piuttosto che lanciare la guerra termonucleare globale che avevano temuto per decenni.

“Mosca sta usando sia la coercizione nucleare implicita che quella esplicita”, ha detto Richard. “Stanno cercando di sfruttare un divario di deterrenza percepito, una soglia al di sotto della quale credono erroneamente di poter utilizzare armi nucleari”, come usando le loro armi tattiche, armi nucleari a corto raggio.

Le minacce hanno spinto STRATCOM a cambiare la sua reazione.

“Abbiamo alcune cose a due parti migliori che in realtà stanno funzionando abbastanza bene nell’attuale crisi che è radicalmente diversa”, ha detto Richard. “Non linearità, collegamenti, comportamento caotico, incapacità di prevedere: tutti attributi che semplicemente non compaiono nella classica teoria della deterrenza”.

“Ma questa è una versione a due parti”, ha detto Richard. E non tiene conto dei preoccupanti sviluppi dell’ipersonico cinese che potrebbe trasportare testate nucleari, delle ambizioni del presidente Xi Jinping nei confronti di Taiwan, delle lezioni che Pechino sta traendo dalla risposta occidentale all’Ucraina o della possibilità che Cina e Russia possano trovare vantaggioso unire le loro ambizioni e costringere gli Stati Uniti ad affrontare minacce nucleari simultanee.

“La Russia e la Repubblica popolare cinese hanno la possibilità di raggiungere unilateralmente, ogni volta che lo decidono, un’escalation di violenza a qualsiasi livello in qualsiasi ambito. Possono farlo in tutto il mondo e possono farlo con qualsiasi strumento di potere nazionale. Semplicemente non siamo abituati ad affrontare competizioni e scontri del genere”, ha detto Richard.

https://www.defenseone.com/threats/2022/08/us-military-furiously-rewriting-nuclear-deterrence-address-russia-and-china-stratcom-chief-says/375725/

SE QUESTO È UN POPOLO, di Marco Giuliani

SE QUESTO È UN POPOLO

Ennesima strage di civili a Gaza per mano di Israele. Il silenzio e la complicità delle grandi potenze

Noi speranzosi, ci siamo spesso domandati come potrà – semmai dovesse avvenire – evolvere in meglio, generando pace, il processo geopolitico mediorientale, e nella fattispecie le tormentate relazioni israelo-palestinesi. In questa prima parte di agosto 2022, però, è ancora un dovere riflettere (amaramente) sul sopracitato argomento storico-politico perché si è appena perpetrata un’ulteriore strage di civili a seguito dell’ennesima “operazione di sicurezza” degli israeliani. Sul campo di Gaza, tra sabato 6 e domenica 7 agosto sono caduti molti bambini e molte donne innocenti, e l’indifferenza dei grandi capi di stato, al contrario di ciò che è successo per gli ucraini, provoca indignazione. Il sentimento di pietas a giorni alterni delle nazioni cosiddette “democratico-liberali” e più sviluppate è ormai arcinoto e diviene tanto più disgustoso quanto più è premeditato.

Allora, facciamo un paio di esempi non troppo a caso: Usa e Italia, che per ovvie ragioni ci interessano di più essendo oggi due governi fratelli e simbiotici anche in fatto di riarmo. La Casa Bianca è l’antico alleato di Israele e da questa variabile indipendente se ne generano altre, altrettanto importanti e decisive. Suddetta condizione garantisce una protezione non solo politica e militare a Tel Aviv, ma genera a sua volta un concatenarsi di elementi per cui l’Occidente Atlantico si senta vincolato a comportarsi di conseguenza, senza intromettersi né esprimersi, neanche dal punto di vista formale. Oppure, quando lo fa, come nel caso della Farnesina dopo gli ultimi attacchi aerei sulla Striscia, sembra mentire al mondo intero e a sé stesso. I morti palestinesi passano in secondo piano, mentre al contempo entra in circolo un meccanismo secondo cui la vittima si trasforma in aggressore, e al contrario, chi invade diviene vittima. La frase fatta, ritrita, pubblicata sui profili social del Ministero degli Esteri italiano, è la solita «condanna per il lancio di razzi verso Israele». Okay, e le oltre 40 vittime palestinesi (e zero israeliane) che significato hanno? Sono state assassinate per scherzo? Il signor Di Maio, mentre si prepara a traslocare, ci spieghi quale tipo di sudditanza malata scaturisce, visto l’artificioso rovesciamento dei ruoli a mezzo stampa, pur di non contravvenire all’amicizia interessata con lo stato ebraico. Che tipo di messaggio invia a quella parte di comunità che non è bene informata sulla annosa questione mediorientale e sul suo sviluppo in divenire? Lo sappiamo, è banale e scontato ripeterlo. Il rapporto del do ut des è sempre attuale, ma in alcune circostanze suona come un lubrico servilismo verso il potente di turno.

Povera Palestina, ridotta a una prigione a cielo aperto che non permette di fuggire a chi tenta di farlo come rifugiato di guerra. Già, neanche questo è consentito a quei cittadini sotto le bombe che attendono di far parte di uno Stato legittimo da circa un secolo. Se questo è un popolo; se lo è, parafrasiamo al plurale il libro di Levi, che tanti strumentalizzano. E allora i potenti della terra intervengano, parlino e condannino, o perlomeno smettano di trafficare in armi ipertecnologiche con Israele, che oramai è tra i paesi più all’avanguardia dal punto di vista militare. Se questo è un popolo, continuare a parlare di guerra è ipocrita, perché Tel Aviv da anni gioca al gatto col topo, ripetendo sempre più frequentemente migliaia di operazioni definite “preventive”, le quali uccidono migliaia di poveracci che con il terrorismo islamico non c’entrano nulla. Se questo è un popolo, tutti i piagnoni che dal divano di casa “abbaiano” – cit. papa Francesco – all’invasione russa in Ucraina (scordandosi del massacro di migliaia di russofoni da parte di Kiev) e si scandalizzano della propaganda del Cremlino (come se dall’altra parte non ci fosse) urlino anche adesso, se hanno un minimo di credibilità; si dissocino dal bagno di sangue che avviene periodicamente presso la Striscia di Gaza. Anzi, facciano prima: siccome è un triste teatrino che oggi va di moda, chiedano ai rispettivi governanti di spedire armi al popolo aggredito in modo che possa difendersi. No, non lo fanno, perché i bambini palestinesi sembrano appartenere a un mondo lontano e forse perché non hanno gli occhi chiari come tanti ucraini. Forse perché sono musulmani? O forse perché POCHI fanno credere a MOLTI che Tel Aviv sia l’unico modello di democrazia del quadrante mediorientale (pensate se non lo fosse…).

Se questo è un popolo, infine, gli venga permesso di accedere agli ospedali quando ha dei feriti da curare, e non vengano sbarrati gli accessi alle autorità sanitarie, come denunciato poche ore fa da Medici senza Frontiere. Sempre se questo è un popolo.

 

MG

 

 

BIBLIOGRAFIA

Televideo Rai, pagina 150 del 07/08/2022 –

Sky TG24, edizioni del 6 agosto 2022 –

 

SITOGRAFIA

Profilo Twitter del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, consultato il 07/08/2022 –

Profilo Facebook di Medici senza Frontiere, pagina consultata l’8/08/2022 –

www.adnkronos.com, pagina del 7 agosto 2022 consultata il 9 agosto 2022 –

www.centrostudiamericani.org, pagina del 9 agosto 2022, consultata il 9 agosto 2022 –

 

 

 

L’ORIGINE DEL VIRUS SARS-COV-2 È ARTIFICIALE. UNA RIFLESSIONE CRITICA, di Luigi Longo

L’ORIGINE DEL VIRUS SARS-COV-2 È ARTIFICIALE. UNA RIFLESSIONE CRITICA.

di Luigi Longo

 

La narrazione che il potere continua a dare sull’origine del virus SARS-CoV-2 è quella di una sua origine naturale sviluppatasi a partire dal mercato cinese di Wuhan, una metropoli di 11 milioni di abitanti, capoluogo della provincia centro-meridionale dell’Hubei, è uno dei cuori economici della Cina in cui si intersecano un grandissimo numero di linee ferroviarie, stradali e aree che collegano il Paese al suo interno e col resto del mondo. Wuhan è dunque un hub economico, industriale, finanziario e logistico, ma anche meta turistica e importante città universitaria (cfr il mio scritto su L’Europa tra le vie della nato, le vie della seta e le vie dell’energia, seconda parte, pubblicato su questo sito).

Tale narrazione non rispetta gli elementi fondamentali di un confronto tra scienziati aperti a tutte le ipotesi e le tesi scientificamente dimostrate. Non solo, ma la scienza, in questa narrazione, è intesa in maniera neutrale, cioè senza farla passare nel gioco feroce del conflitto strategico dei dominanti delle potenze mondiali.

A partire dalla lettura del libro di Paolo Barnard con Steven Quay e Angus Dalgleish dal titolo L’origine del virus (Chiarelettere editore, Milano 2021), avanzo una riflessione critica. E’ un libro che dimostra la natura artificiale del virus SARS-CoV-2 già ipotizzata da altri saperi (conflitto strategico, geopolitica, eccetera).

La critica che avanzo agli autori è la concezione neutrale che hanno della scienza. Nel cercare di capire il perchè ci sono laboratori nel mondo, come quelli che usano la branca della scienza mefitica della Gain of Function, che producono virus chimerici, cioè manipolati geneticamente, per inventare una malattia nell’eventualità che un giorno esista davvero, non hanno la capacità di leggere l’insieme della realtà. Questa è una totale perversione, espressione di una crisi profonda di civiltà, soprattutto occidentale! Per gli autori i laboratori vanno chiusi per eticità, un valore generico, non calato nella realtà della guerra batteriologica tra potenze, che nulla dice perché è di una astrazione così alta che non fa vedere la realtà! Una dichiarazione da anima bella di hegeliana memoria.

E’ evidente che gli autori sono a digiuno di altri saperi e di orientamenti teorici che leggono i fenomeni dentro i rapporti sociali; essi praticano la divisione del lavoro sistemica che fa della parcellizzazione un punto di forza che non costruisce l’insieme delle dinamiche politiche, sociali, economiche e culturali. Loro non lo sanno ma praticano la scienza come quelli che usano la Gain of Function.

Gli autori insistono sulla responsabilità della Cina nella presunta fuga del virus dal laboratorio, ignorando che tutte le potenze mondiali usano la biologia come arma di conflitto; la storia questo insegna. E’ evidente che non si tratta di una fuga dal laboratorio ma di una guerra biologica iniziata dagli USA (molti studiosi lo sostengono) quale potenza mondiale in declino, massima esperta di guerra biologica! L’esempio concreto più recente è la presenza in Ucraina dei laboratori biologici statunitensi che conferma l’uso delle armi batteriologiche da parte degli USA (per non parlare di quelli segreti sparsi nel mondo!).

Gli autori indicano Anthony Fauci e Peter Daszak, quali finanziatori della Gain of Function, ma non riescono a collegarli agli agenti strategici statunitensi, in conflitto tra loro per l’egemonia; così come non li collegano agli agenti strategici cinesi in conflitto tra loro per l’egemonia.

Il tutto nel grande gioco del conflitto strategico per l’egemonia mondiale.

Gli autori sono, si, degli scienziati autorevoli nel loro sapere particolare, ma sono delle anime belle nel non capire come il loro sapere si inquadra nei rapporti sociali.

 

 

La reazione della Cina alla visita di Pelosi rivela i suoi piani di conflitto a Taiwan, di moon of alabama

Continua la risposta della Cina alla visita di Pelosi a Taiwan :

Taipei, 6 agosto (CNA) Il Ministero della Difesa Nazionale (MND) di Taiwan ha dichiarato sabato che diversi aerei e navi militari cinesi hanno operato vicino a Taiwan al mattino in quella che credeva essere una simulazione di un attacco all’isola principale di Taiwan. In un breve comunicato stampa, l’MND ha affermato che diversi aerei e navi militari cinesi hanno condotto attività vicino a Taiwan sabato mattina, con alcuni di loro che hanno attraversato la linea mediana dello Stretto di Taiwan, una zona cuscinetto non ufficiale normalmente evitata sia dagli aerei militari taiwanesi che da quelli cinesi e navi.

L’MND ha aggiunto che l’esercito cinese stava probabilmente “simulando un attacco all’isola principale di Taiwan”.

La linea mediana dello Stretto di Taiwan è stata tracciata nel 1955 dal generale dell’aviazione statunitense Benjamin Davis. Non ha più alcun significato.

Il traffico marittimo intorno a Taiwan continua senza troppi problemi. I porti di Taiwan sono ancora accessibili. Le navi evitano le zone che la Cina aveva designato come aree bersaglio.


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Alcune persone dell’agenzia di stampa taiwanese CNA ora riconoscono come sarebbe un vero conflitto con la Cina ( traduzione automatica):

Gli esperti hanno sottolineato che le esercitazioni militari su larga scala senza precedenti della Cina intorno a Taiwan ora danno un’idea di come l’esercito comunista bloccherà l’isola di Taiwan se lancerà una guerra contro Taiwan in futuro, e smaschererà anche l’esercito cinese. Dopo che Pelosi ha lasciato Taiwan, l’esercito comunista ha emesso un altro avviso di navigazione e munizioni vere [saranno] sparate nel Mar Giallo per 10 giorni consecutivi

Questa è la prima volta che un’esercitazione militare cinese si è avvicinata così vicino a Taiwan, con alcune esercitazioni operanti a meno di 20 chilometri dalla costa di Taiwan.

Un’altra cosa senza precedenti è che la posizione dell’esercitazione dell’esercito comunista include il mare e lo spazio aereo a est di Taiwan. Questa è un’area di importanza strategica per le truppe taiwanesi per ricevere rifornimenti e per eventuali rinforzi statunitensi.

Il mondo esterno ha a lungo ipotizzato che una delle strategie preferite dalla Cina per attaccare Taiwan fosse un blocco.

Questa azione di accerchiamento ha lo scopo di impedire a qualsiasi nave e aereo commerciale e militare di entrare o uscire da Taiwan, nonché di impedire l’avanzata di Taiwan da parte delle truppe statunitensi di stanza nella regione. Song Zhongping, un analista militare cinese indipendente, ha affermato che l’esercito cinese “ha ovviamente tutte le capacità militari per imporre un tale blocco” .

La Cina ha infatti la capacità di bloccare completamente Taiwan. Poiché l’intera area è anche coperta dai missili balistici terrestri cinesi e alla portata della sua forza aerea, è facile stabilire un blocco e difficile da violare.

L’esercito cinese non è più la forza armata alla leggera non professionale che alcuni pensano ancora che sia:

Secondo l’agenzia di stampa Xinhua, l’esercito cinese ha inviato più di 100 aerei militari e più di 10 fregate e cacciatorpediniere nell’esercitazione, tra cui il caccia stealth J-20 e il cacciatorpediniere Type 055, che sono armi all’avanguardia dell’aeronautica cinese e Marina, rispettivamente. Inoltre, attraverso l’esercitazione, l’EPL può testare e rafforzare le capacità di combattimento coordinate delle truppe partecipanti di vari servizi e armi, comprese le truppe di terra, mare, aria e missili, nonché le capacità di supporto strategico responsabili della guerra informatica.

Inoltre, l’esercitazione ha anche rappresentato un importante test per l’Eastern Theatre Command istituito dal Partito Comunista Cinese nel 2016. Questo teatro è responsabile delle operazioni militari in tutti i mari orientali della Cina e quindi copre Taiwan.

John Blaxland, professore di sicurezza internazionale presso l’Australian National University, ha detto ai giornalisti che ciò che la Cina aveva mostrato finora era un “grande esercito”.

“Non possono essere liquidati come una sorta di esercito meno esperto e poco potente, sono chiaramente in grado di coordinare operazioni terrestri e marittime e in grado di utilizzare sistemi missilistici ed essere efficaci”, ha affermato.

Braxland ha affermato che le esercitazioni dell’esercito cinese hanno mostrato a Taiwan, agli Stati Uniti e al Giappone che la Cina “ha le condizioni per svolgere le azioni che hanno minacciato di intraprendere”.

Barxland non è l’unico esperto “occidentale” a essere colpito da questa dimostrazione di forza ben coordinata.

Se si confronta una potenziale guerra su Taiwan con l’attuale guerra per procura NATO-Russia in Ucraina, si possono vedere i problemi degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti probabilmente vorranno evitare un conflitto diretto su Taiwan con una Cina armata di armi nucleari, proprio come evitano uno con la Russia in Ucraina. Questo è il motivo per cui Biden è in contrasto con i legislatori che vogliono attuare un folle Taiwan Policy Act che impegnerebbe gli Stati Uniti nella difesa delle isole.

Gli Stati Uniti preferirebbero aiutare Taiwan con altri mezzi. Ma come?

Un blocco aereo e marittimo colpirebbe duramente Taiwan. Circa il 40% della sua elettricità è generata da gas naturale che deve importare . Un’altra grande parte è prodotta con carbone importato anche da Taiwan. Lo stesso vale per i prodotti petroliferi. Prima che Pelosi sbarcasse a Taipei, le riserve di gas dell’isola erano sufficienti per soli 11 giorni . Il carbone e il petrolio sono più facili da immagazzinare, ma si esaurirebbero comunque prima che un blocco possa essere revocato.

Poi c’è il cibo :

Nel 2018, il tasso di autosufficienza alimentare di Taiwan è solo del 35%. Inoltre, la produzione effettiva di terreni agricoli a Taiwan è di circa 520.000 ettari, che è ben lontana dall’obiettivo di 740.000-810.000 ettari prescritto dal Ministero dell’Interno. In quanto nazione insulare, l’approvvigionamento alimentare dipende dal commercio internazionale ed è considerato pericoloso.

Un blocco totale di Taiwan probabilmente lo metterebbe in ginocchio nel giro di poche settimane o mesi. Tempo che potrebbe essere utilizzato per sconfiggere la sua forza aerea, le sue difese aeree e i suoi missili e prevenire gli attacchi di Taiwan alle risorse continentali della Cina. La Cina non deve invadere l’isola. Deve solo aspettare fino a quando non viene invitato a entrare.

In risposta a un blocco cinese di Taiwan, gli Stati Uniti dichiarerebbero probabilmente un blocco della Cina dalle importazioni di energia, cioè petrolio e GPL. Potrebbe applicarlo impedendo alle navi cinesi di passare attraverso Malacca Street e altri colli di bottiglia marittimi. (Il secondo grande gasdotto che la Russia sta attualmente costruendo verso la Cina è una delle contromosse a questa minaccia.)

In caso di blocco e controblocco la domanda diventa chi potrebbe resistere più a lungo. Qui la Cina ha il vantaggio di maggiori riserve. Anche gli Stati Uniti avrebbero solo pochi alleati in un simile conflitto. La Cina, come la Russia adesso, sarebbe ancora in regola con il resto del mondo. Ciò gli consentirebbe di mitigare la maggior parte delle conseguenze.

Andrei Martyanov sembra pensare che la flotta di sottomarini statunitensi tecnologicamente superiore potrebbe sconfiggere la marina cinese nel Mar Cinese Meridionale. Dubito che sia ancora così. È anche del tutto irrilevante. I sottomarini non possono revocare i blocchi imposti dai missili terrestri e da un’aviazione che vola sotto la copertura protettiva della difesa aerea della Cina continentale.

Oltre alle manovre la Cina ha adottato contromisure politiche contro gli USA :

Venerdì il ministero degli Esteri cinese ha annunciato le seguenti contromisure in risposta:
1. Annullamento del colloquio tra i comandanti teatrali tra Cina e Stati Uniti.
2. Annullamento dei colloqui di coordinamento della politica di difesa tra Cina e Stati Uniti (DPCT).
3. Annullamento delle riunioni dell’accordo consultivo marittimo militare Cina-USA (MMCA).
4. Sospensione della cooperazione Cina-USA sul rimpatrio degli immigrati clandestini.
5. Sospensione della cooperazione Cina-USA sull’assistenza legale in materia penale.
6. Sospensione della cooperazione Cina-USA contro i crimini transnazionali.
7. Sospensione della cooperazione Cina-USA contro il narcotraffico.
8. Sospensione dei colloqui Cina-USA sul cambiamento climatico

Gli appelli dei capi del Pentagono alla Cina ora restano senza risposta .

Gli Stati Uniti vogliono provocare ulteriormente la Cina con un altro passaggio di una nave da guerra attraverso lo Stretto di Taiwan. Ma l’interpretazione legale della Cina è che un passaggio militare non invitato attraverso la sua zona economica non è consentito. Gli Stati Uniti fanno la stessa affermazione quando si tratta della propria zona economica.

Poiché la Cina ha interrotto tutte le comunicazioni militari con gli Stati Uniti, il rischio di un passaggio è ora molto più alto. Non c’è da stupirsi quando la Cina reagisce.

Inserito da b il 6 agosto 2022 alle 16:37 UTC | Collegamento permanente

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L’ultimo sondaggio di Gallup mostra che quegli americani ossessionati dalla Russia sono una minoranza marginale, di Andrew Korybko

Il fatto che solo l’1% degli americani consideri la Russia come il “problema più importante” degli Stati Uniti mostra quanto i media mainstream siano estranei agli interessi del loro pubblico mirato. Ciò a sua volta aggiunge credito alla speculazione secondo cui il loro governo gli ha ordinato di condurre questa campagna di guerra dell’informazione senza precedenti contro la Russia nonostante sia popolare solo tra una minoranza marginale.

Il Mainstream Media (MSM) ha condotto una campagna di guerra dell’informazione senza precedenti contro la Russia già da quasi sei mesi, ma l’ultimo sondaggio di Gallup mostra che letteralmente solo l’1% degli americani lo considera il “problema più importante” degli Stati Uniti nonostante il loro governo già inviando a Kiev decine di miliardi di dollari a loro nome come parte della sua guerra per procura contro quella Grande Potenza eurasiatica. Ciò conferma che quegli americani ossessionati dalla Russia sono una minoranza marginale.

La società di sondaggi ha anche notato nel loro rapporto che l’1% di coloro che considerano la Russia il “problema più importante” del proprio paese è un forte calo rispetto a marzo, quando il 9% di loro condivideva tale opinione. Ciò suggerisce che gli americani sono stati influenzati in modo più potente all’inizio della campagna di guerra dell’informazione anti-russa del MSM, ma da allora sono diventati insensibili ad essa, con questioni interne come l’inflazione, la leadership disfunzionale e l’aborto considerati molto più importanti da loro al giorno d’oggi.

Questa è una cattiva notizia per i guerrafondai di Washington che presumevano erroneamente che il loro pubblico mirato potesse continuare a vedere la Russia come il “problema più importante” del loro paese fino all’estate. Quello che sembra essere successo è che i loro proxy MSM hanno esagerato e quindi hanno inflitto danni irreparabili alle loro operazioni di guerra dell’informazione dopo che il 99% degli americani non si preoccupa più del conflitto ucraino .

In assenza di una grande provocazione volta a fabbricare artificialmente un’altra falsa narrativa allarmante sulla Russia, potrebbe benissimo finire per essere il caso che questa tendenza sia irreversibile. In poche parole, l’MSM ha condiviso troppe affermazioni sulla Russia troppo in fretta al punto che la maggior parte delle persone ha iniziato a rinunciare dopo aver realizzato che tutto ciò che gli veniva detto su quale fosse una minaccia per il loro paese non è mai finito per essere esaurito.

La Russia non ha mai attaccato la NATO, la terza guerra mondiale non è scoppiata e nessuna spaventosa apocalisse nucleare si è mai verificata a differenza di ciò che il MSM aveva avvertito che stava per accadere. Il conflitto ucraino rimane contenuto e gli americani si sono presto resi conto di avere cose molto più importanti di cui preoccuparsi, come l’inflazione, di cui nessuno incolpa seriamente la Russia. “L’aumento dei prezzi di Putin” di cui Biden non si stanca mai di parlare non ha preso piede ed è ampiamente deriso come propaganda intellettualmente offensiva.

Probabilmente non c’è nulla che il governo degli Stati Uniti possa fare per far sì che la sua gente si prenda più cura, poiché molto probabilmente non morderebbe l’esca anche se i loro servizi di intelligence hanno progettato una grande provocazione come era stato precedentemente previsto. Ciò suggerisce che i Democratici non possono realisticamente fare campagna per il sostegno dell’amministrazione Biden a Kiev poiché il 99% degli elettori non pensa che abbia affrontato il “problema più importante del loro paese”. Al contrario, un numero crescente lo considera un’operazione di riciclaggio di denaro.

Il fatto che solo l’1% degli americani consideri la Russia come il “problema più importante” degli Stati Uniti mostra anche quanto l’MSM non sia in contatto con gli interessi del proprio pubblico mirato. Ciò a sua volta aggiunge credito alla speculazione secondo cui il loro governo gli ha ordinato di condurre questa campagna di guerra dell’informazione senza precedenti contro la Russia nonostante sia popolare solo tra una minoranza marginale. Basandosi su questa osservazione, si può concludere che i media americani non sono così “indipendenti” come affermano di essere.

In vista del futuro, è improbabile che le ossessive diffamazioni di MSM contro la Russia finiscano presto, anche se il 99% degli americani non lo considera il “problema più importante del proprio Paese”. Questo perché il governo degli Stati Uniti vuole segnalare falsamente ai suoi vassalli transatlantici che il loro stesso popolo presumibilmente non ha perso interesse in questa guerra per procura nella speranza che questa bugia convincerà i loro leader a non vacillare nel loro sostegno a Kiev come si preoccupano i funzionari americani già in atto.

Come l’autore ha notato la scorsa settimana, ” Il servizio fotografico di Vogue di Zelenskys ha esposto ciò che è diventato una sciarada il conflitto ucraino “, mentre l’ultimo sondaggio di Gallup ha appena confermato quell’osservazione con fatti statistici che nessuno può negare poiché quella società è considerata la più rispettabile al mondo nella sua campo. Questo sviluppo “politicamente scomodo” dimostra quale fallimento sia stata la campagna di guerra dell’informazione contro la Russia gestita dal governo statunitense del MSM.

https://korybko.substack.com/p/gallups-latest-poll-shows-that-those

LE MANI SULL’UCRAINA, SU TAIWAN E SUL KOSOVO: SINO A CHE PUNTO SI STANNO SPINGENDO GLI USA?_di Marco Giuliani

Intanto, in Italia, i maggiori partiti si raccomandano alla Casa Bianca per paura di perdere voti

 

La delicatissima fase in tema di relazioni internazionali che sta attraversando il pianeta (tutto) in questo 2022 sembra degenerare di giorno in giorno, senza soluzione di continuità. Ma qualcuno, in particolare, non si accontenta del conflitto russo-ucraino, tanto meno dello stato di enorme difficoltà che sta passando l’Unione Europea a fronte delle sanzioni inflitte a Mosca e del conseguente taglio delle forniture dei materiali energetici da parte del Cremlino. Viene spontaneo porsi alcune domande e tentare, previa analisi della situazione in divenire e dei relativi dati, di fornire delle risposte, che per altro appaiono sempre più come delle conclusioni fondate anziché delle supposizioni. Nel superare, infatti, la cosiddetta “linea rossa” citata da diversi capi di Stato sparsi nel mondo, gli Stati Uniti stanno gettando benzina sul fuoco della tensione già presente in diverse aree alimentando uno scontro che talvolta essi stessi hanno innescato senza ragioni apparenti. Quali sono gli obiettivi reali non tanto di Joe Biden – ormai in piena fase senile – quanto dell’establishment politico-finanziario-statunitense, oltre a quello di rimpinguare le casse delle grandi multinazionali che producono armi?

Andiamo per ordine. L’Europa orientale sta vivendo il suo sesto mese di guerra, e le dinamiche sono più o meno rimaste le stesse: i russi si allargano e gli ucraini reagiscono come possono grazie all’invio di armi da parte di UE e Washington e facendosi scudo con strutture residenziali. I caduti, tra militari e civili, potrebbero essere oggi qualcosa come 40-50.000, anche se le stime, per vari motivi, non possono (e non potranno, se non tra diversi anni) essere precise. A Bruxelles non importa, tanto meno alla Casa Bianca; i due soggetti terzi, di fatto, continuano a “dirigere” le ostilità con una regia che Zelensky – mentre fornisce previsioni cervellotiche per cui Putin attaccherà anche altri paesi – asseconda tout court dalle stanze del “grande fratello” di Kiev.

Contemporaneamente, nell’emisfero opposto del globo si inasprisce la tensione tra la Cina e i soliti Usa per la questione-Taiwan, presso cui ha transitato la Pelosi, facendo arrabbiare di brutto Pechino. Anche in questa circostanza, sembra abbastanza chiaro l’intento degli americani di mostrare i muscoli e dare dimostrazione di poter fare il loro comodo ingerendo dall’Atlantico al Pacifico tramite la ormai ben nota guerra ibrida. Ma attenzione, i cinesi non sono gli afghani, e visto il coinvolgimento del nucleare, la lite potrebbe diventare spiacevole per tutti. Ora, rispetto allo status dei rapporti tra le due superpotenze, rientra probabilmente il disegno di creare una lacerazione profonda tra l’Occidente e suoi dirimpettai orientali fornendo arsenali e denaro a coloro che l’Occidente stesso vorrebbe diventassero alleati strettissimi. Contrapponendosi, in omnibus et pro omnibus, ai paesi che al contrario sta trasformando in nemici senza che in tempi recenti abbiano operato delle mosse per diventarlo. A margine di una politica del genere, anche Ronald Reagan avrebbe potuto sembrare un moderato.

 

Terza questione: Kosovo. Provincia autonoma storicamente a grande maggioranza albanese, fa parte del reclutamento di quanti più paesi europei possano entrare a far parte dell’alleanza atlantica, forzatura che Nato e Usa vogliono per creare un punto di contatto tra la crisi ucraina e l’instabilità nei Balcani; stavolta, il nemico inquadrato è la Serbia, vicina a Vladimir Putin e guarda caso uno dei pochi stati dell’area che non ha chiuso lo spazio aereo a Mosca. In più c’è la minaccia diretta: «Se i serbi prevaricano, la Nato interverrà con la forza», fanno sapere dal KFOR, missione militare interforze a presidio dell’area, che conta la presenza di quasi mille unità italiane sul campo. In forma più leggera, ma analogamente a quanto è successo dai primi anni Duemila in Ucraina nei confronti dei russofoni, le autorità kosovare stanno operando un graduale ma continuo smantellamento di tutto ciò che contrassegna l’identità serba (targhe, documenti, simboli). Il risultato è che i serbi kosovari protestano inducendo le autorità locali a opporre un controllo di polizia, il quale ha provocato già diversi scambi a fuoco presso il confine. È una strategia rozza della Nato? Forse, o forse no. Annotiamo esclusivamente che alcuni giorni fa ha avuto luogo un incontro tra il Segretario di Stato statunitense Blinken e il premier kosovaro Kurti per definire la futura integrazione euro-atlantica del Kosovo.

Dalle nostre parti, intanto, in vista delle politiche di settembre, in un clima da mercato delle vacche, si pensa più alle poltrone che al fabbisogno dei cittadini. Tra i maggiori partiti italiani, in relazione all’appiattimento che da mesi contraddistingue la loro propaganda, si è formata la fila per raccomandarsi a Washington, ribadendo fedeltà – per non dire asservimento – al Patto Atlantico in fatto di rapporti bilaterali e fornitura di armi (più soldi) agli ucraini. Ergo: anziché manifestare apertamente una propria autonomia di pensiero e anteporre la salvaguardia degli interessi nazionali, il grande centro allineato preferisce l’endorsement della Casa Bianca. L’Italia politica del terzo millennio è arrivata anche a questo.

                               MG

 

BIBLIOGRAFIA

AA.VV., The Last of the Whampoa Breed: Stories of the Chinese Diaspora, Columbia University Press, 2003 –

  1. Biagini, Storia dell’Albania, Milano, Bompiani, 1998 –

 

SITOGRAFIA

www.tag24.it, pagina del 04/08/2022 consultata il 04/08/2022 –

www.lantidiplomatico.it, pagina del 04/08/2022 consultata il 04/08/2022 –

Tra Serbia e Kosovo è ancora guerra delle targhe, articolo pubblicato il 01/08/2022 sulla pagina www.ispionline.it, consultata il 05/08/2022 –

Segretario Blinken incontra il presidente kosovaro Osmani e il Primo Ministro Kurti, articolo pubblicato il 26/07/2022 su www.state.gov, sito del Dipartimento di Stato Usa, consultato il 05/08/2022 –

Una guida alla teoria delle relazioni internazionali alla luce della guerra in Ucraina, di Stephen M. Walt

Una “originale” interpretazione della reazione “equilibrata” del mondo occidentale all’intervento russo in Ucraina, densa comunque di spunti sui quali riflettere. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Una guida alla teoria delle relazioni internazionali alla luce della guerra in Ucraina

Una considerazione su quali teorie sono state confermate e quali sono fallite.

Di  , editorialista di Foreign Policy e Robert e Renée Belfer, professore di relazioni internazionali all’Università di Harvard.

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Il mondo è infinitamente complesso e, per necessità, ci affidiamo tutti a varie credenze o teorie su “come funziona il mondo” per cercare di dare un senso a tutto ciò. Poiché tutte le teorie sono semplificazioni, nessun approccio unico alla politica internazionale può tenere conto di tutto ciò che sta accadendo in un dato momento, prevedere esattamente cosa accadrà nelle settimane e nei mesi a venire o offrire un piano d’azione preciso di cui è garantito il successo. Anche così, il nostro bagaglio di teorie può ancora aiutarci a capire come è avvenuta la tragedia in Ucraina, spiegare alcuni di ciò che sta accadendo ora, segnalarci opportunità e potenziali insidie ​​e suggerire alcune ampie linee d’azione per il futuro. Poiché anche le migliori teorie delle scienze sociali sono rozze e ci sono sempre eccezioni anche a regolarità consolidate, gli analisti saggi guarderanno a più di uno per intuizioni e manterranno un certo scetticismo su ciò che ognuno di loro può dirci.

Alla luce di quanto sopra, cosa hanno da dire alcune note teorie sulle relazioni internazionali sui tragici eventi in Ucraina? Quali teorie sono state rivendicate (almeno in parte), che sono state ritenute carenti e quali potrebbero evidenziare questioni chiave mentre la crisi continua a svilupparsi? Ecco un’indagine provvisoria e tutt’altro che completa di ciò che gli studiosi hanno da dire su questo pasticcio.

Realismo e liberalismo

Non sono certo un osservatore obiettivo qui, ma è ovvio per me che questi eventi preoccupanti hanno riaffermato la rilevanza duratura della prospettiva realista sulla politica internazionale. A livello più generale, tutte le teorie realistiche descrivono un mondo in cui non esiste alcuna agenzia o istituzione in grado di proteggere gli stati gli uni dagli altri e in cui gli stati devono preoccuparsi se un pericoloso aggressore potrebbe minacciarli in futuro. Questa situazione costringe gli stati, in particolare le grandi potenze, a preoccuparsi molto della loro sicurezza e a competere per il potere. Sfortunatamente, queste paure a volte portano gli stati a fare cose orribili. Per i realisti, l’invasione russa dell’Ucraina (per non parlare dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003) ci ricorda che le grandi potenze a volte agiscono in modi terribili e sciocchi quando credono che i loro interessi di sicurezza fondamentali siano in gioco. Quella lezione non giustifica tale comportamento, ma i realisti riconoscono che la condanna morale da sola non lo impedirà. È difficile immaginare una dimostrazione più convincente dell’importanza dell’hard power, in particolare del potere militare.Anche la Germania postmoderna sembra aver recepito il messaggio .

Purtroppo, la guerra illustra anche un altro concetto realista classico: l’idea di un “dilemma di sicurezza”. Il dilemma sorge perché i passi che uno stato compie per rendersi più sicuro spesso rende gli altri meno sicuri. Lo stato A si sente insicuro e cerca un alleato o acquista altre armi; Lo Stato B si allarma per questo passaggio e risponde a tono, i sospetti si approfondiscono ed entrambi i paesi finiscono per essere più poveri e meno sicuri di prima. Aveva perfettamente senso che gli stati dell’Europa orientale volessero entrare nella NATO (o il più vicino possibile ad essa), date le loro preoccupazioni a lungo termine sulla Russia. Ma dovrebbe anche essere facile capire perché i leader russi, e non solo Putin, hanno considerato questo sviluppo allarmante. Ora è tragicamente chiaro che la scommessa non ha dato i suoi frutti, almeno non per quanto riguarda l’Ucraina e probabilmente la Georgia.

Vedere questi eventi attraverso la lente del realismo non significa sostenere le azioni brutali e illegali della Russia; è semplicemente riconoscere tale comportamento come un aspetto deplorevole ma ricorrente delle vicende umane. I realisti da Tucidide in giù attraverso EH Carr, Hans J. Morgenthau, Reinhold Niebuhr, Kenneth Waltz, Robert Gilpin e John Mearsheimer hanno tutti condannato la natura tragica della politica mondiale, avvertendo allo stesso tempo che non possiamo perdere di vista i pericoli che il realismo mette in evidenza, compresi i rischi che sorgono quando si minaccia ciò che un altro stato considera un interesse vitale. Non è un caso che i realisti abbiano da tempo sottolineato i pericoli dell’arroganza e i pericoli di una politica estera eccessivamente idealistica, sia nel contesto della guerra del Vietnam, dell’invasione dell’Iraq nel 2003, sia del perseguimento ingenuo dell’allargamento aperto della NATO . Purtroppo, in ogni caso i loro avvertimenti sono stati ignorati, solo per essere vendicati da eventi successivi.

La risposta straordinariamente rapida all’invasione della Russia è anche coerente con una comprensione realistica della politica delle alleanze. I valori condivisi possono rendere le alleanze più coese e durature, ma i seri impegni per la difesa collettiva derivano principalmente dalla percezione di una minaccia comune . Il livello di minaccia, a sua volta, è una funzione del potere, della vicinanza e del nemico con capacità offensive e intenzioni aggressive. Questi elementi spiegano molto il motivo per cui l’Unione Sovietica ha dovuto affrontare forti coalizioni di bilanciamento in Europa e in Asia durante la Guerra Fredda: aveva una grande economia industriale, il suo impero confinava con molti altri paesi, le sue forze militari erano grandi e progettate principalmente per operazioni offensive e sembrava avere un carattere altamente revisionista ambizioni (cioè la diffusione del comunismo). Oggi, le azioni della Russia hanno aumentato notevolmente la percezione della minaccia in Occidente e il risultato è stato un’esibizione di un comportamento equilibrato che pochi si sarebbero aspettati solo poche settimane fa.

Al contrario, le principali teorie liberali che hanno informato gli aspetti chiave della politica estera occidentale negli ultimi decenni non sono andate bene. Come filosofia politica, il liberalismo è una base ammirevole per organizzare la società, e io per primo sono profondamente grato di vivere in una società in cui quei valori continuano a dominare. È anche incoraggiante vedere le società occidentali riscoprire le virtù del liberalismo, dopo aver flirtato con i propri impulsi autoritari. Ma come approccio alla politica mondiale e guida alla politica estera, le carenze del liberalismo sono state nuovamente smascherate.

Come in passato, il diritto internazionale e le istituzioni internazionali si sono rivelate una debole barriera al comportamento rapace delle grandi potenze. L’interdipendenza economica non ha impedito a Mosca di lanciare la sua invasione, nonostante i notevoli costi che di conseguenza dovrà affrontare. Il soft power non è riuscito a fermare i carri armati russi e il voto sbilenco 141-5 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (con 35 astenuti) che condanna l’invasione non avrà molto impatto.

Come ho notato in precedenza , la guerra ha demolito la convinzione che la guerra non fosse più “pensabile” in Europa e la relativa affermazione che l’allargamento della NATO verso est creerebbe una “zona di pace” in continua espansione. Non fraintendetemi: sarebbe stato meraviglioso se quel sogno si fosse avverato, ma non è mai stata una possibilità probabile e tanto più dato il modo arrogante in cui è stato perseguito. Non sorprende che coloro che hanno creduto e venduto la storia liberale ora vogliono attribuire tutta la colpa al presidente russo Vladimir Putin e affermare che la sua invasione illegale “dimostra” che l’allargamento della NATOnon aveva nulla a che fare con la sua decisione. Altri ora si scagliano scioccamente contro quegli esperti che hanno correttamente previsto dove potrebbe portare la politica occidentale. Questi tentativi di riscrivere la storia sono tipici di un’élite di politica estera che è riluttante ad ammettere errori oa ritenersi responsabile.

Che Putin abbia la responsabilità diretta dell’invasione è fuori discussione, e le sue azioni meritano tutta la condanna che possiamo raccogliere. Ma gli ideologi liberali che hanno respinto le ripetute proteste e avvertimenti della Russia e hanno continuato a promuovere un programma revisionista in Europa con scarsa considerazione per le conseguenze sono tutt’altro che irreprensibili. Le loro motivazioni possono essere state del tutto benevole, ma è evidente che le politiche che hanno adottato hanno prodotto l’opposto di ciò che intendevano, si aspettavano e avevano promesso. E difficilmente possono dire oggi di non essere stati avvertiti in numerose occasioni in passato.

Le teorie liberali che enfatizzano il ruolo delle istituzioni se la cavano un po’ meglio, aiutandoci a comprendere la rapida e straordinariamente unitaria risposta occidentale. La reazione è stata rapida in parte perché gli Stati Uniti ei loro alleati della NATO condividono una serie di valori politici che ora vengono sfidati in modo particolarmente vivido e crudele. Ancora più importante, se istituzioni come la NATO non esistessero e una risposta doveva essere organizzata da zero, è difficile immaginare che sia altrettanto rapida o efficace. Le istituzioni internazionali non possono risolvere conflitti di interesse fondamentali o impedire alle grandi potenze di agire come desiderano, ma possono facilitare risposte collettive più efficaci quando gli interessi statali sono per lo più allineati.

Il realismo può essere la migliore guida generale alla triste situazione che ora dobbiamo affrontare, ma difficilmente ci racconta l’intera storia. Ad esempio, i realisti sottovalutano giustamente il ruolo delle norme come forti vincoli al comportamento delle grandi potenze, ma le norme hanno svolto un ruolo nello spiegare la risposta globale all’invasione della Russia. Putin sta calpestando la maggior parte se non tutte le norme relative all’uso della forza (come quelle contenute nella Carta delle Nazioni Unite), e questo è uno dei motivi per cui i paesi, le società, e individui in gran parte del mondo hanno giudicato le azioni della Russia in modo così duro e hanno risposto in modo così vigoroso. Niente può impedire a un paese di violare le norme globali, ma trasgressioni chiare e palesi influenzeranno invariabilmente il modo in cui le sue intenzioni vengono giudicate dagli altri. Se le forze russe agiranno con ancora maggiore brutalità nelle settimane e nei mesi a venire, gli attuali sforzi per isolarla e ostracizzarla sono destinati ad intensificarsi.

Errata percezione e calcolo errato

È anche impossibile comprendere questi eventi senza considerare il ruolo della percezione errata e dell’errore di calcolo. Le teorie realistiche sono meno utili qui, poiché tendono a ritrarre gli stati come attori più o meno razionali che calcolano freddamente i loro interessi e cercano opportunità invitanti per migliorare la loro posizione relativa. Anche se tale presupposto è per lo più corretto, i governi e i singoli leader operano ancora con informazioni imperfette e possono facilmente giudicare male le proprie capacità e le capacità e le reazioni degli altri. Anche quando le informazioni sono abbondanti, le percezioni e le decisioni possono ancora essere distorte per ragioni psicologiche, culturali o burocratiche. In un mondo incerto pieno di esseri umani imperfetti, ci sono molti modi per sbagliare.

In particolare, la vasta letteratura sull’errata percezione, in particolare il lavoro seminale del defunto Robert Jervis , ha molto da dirci su questa guerra. Ora sembra ovvio che Putin abbia sbagliato i calcoli su diverse dimensioni: ha esagerato l’ostilità occidentale nei confronti della Russia, ha sottovalutato gravemente la determinazione ucraina, ha sopravvalutato la capacità del suo esercito di ottenere una vittoria rapida e senza costi e ha interpretato male la risposta dell’Occidente. La combinazione di paura e sicurezza eccessiva che sembra essere stata all’opera qui è tipica; è quasi scontato dire che gli stati non iniziano le guerre a meno che non si siano convinti di poter raggiungere i loro obiettivi rapidamente e a costi relativamente bassi. Nessuno inizia una guerra che credono sarà lunga, sanguinosa, costosa e che probabilmente finirà con la loro sconfitta. Inoltre, poiché gli esseri umani sono a disagio nell’affrontare i compromessi, c’è una forte tendenza a vedere l’andare in guerra come fattibile una volta che hai deciso che è necessario. Come scrisse una volta Jervis , “quando il decisore arriva a considerare la sua politica come necessaria, è probabile che creda che la politica possa avere successo, anche se una tale conclusione richiede la distorsione delle informazioni su ciò che faranno gli altri”. Questa tendenza può essere aggravata se le voci dissenzienti vengono escluse dal processo decisionale, o perché tutti nel circuito condividono la stessa visione del mondo imperfetta o perché i subordinati non sono disposti a dire ai superiori che potrebbero sbagliarsi.

Teoria del prospetto, che sostiene che gli esseri umani sono più disposti a correre rischi per evitare perdite che per ottenere guadagni, potrebbe aver lavorato anche qui. Se Putin credeva che l’Ucraina si stesse gradualmente allineando con gli Stati Uniti e la NATO – e c’erano ampie ragioni per farlo pensare così – allora prevenire quella che considera una perdita irrecuperabile potrebbe valere un enorme tiro di dadi. Allo stesso modo, anche il pregiudizio di attribuzione – la tendenza a vedere il nostro comportamento come una risposta alle circostanze ma ad attribuire il comportamento degli altri alla loro natura di base – è probabilmente rilevante: molti in Occidente ora interpretano il comportamento russo come un riflesso del carattere sgradevole di Putin e in nessun modo una risposta alle azioni precedenti dell’Occidente. Da parte sua, Putin sembra pensare che le azioni degli Stati Uniti e della NATO derivino da un’arroganza innata e da un desiderio profondamente radicato di mantenere la Russia debole e vulnerabile e che gli ucraini stiano resistendo perché o vengono fuorviati o sono sotto l’influenza di elementi “fascisti”

La fine della guerra e il problema dell’impegno

La moderna teoria IR sottolinea anche il ruolo pervasivo dei problemi di impegno . In un mondo di anarchia, gli stati possono farsi promesse a vicenda ma non possono essere certi che verranno mantenute. Ad esempio, la NATO avrebbe potuto offrire di togliere per sempre l’adesione dell’Ucraina dal tavolo (sebbene non l’abbia mai fatto nelle settimane prima della guerra), ma Putin avrebbe potuto non credere alla NATO anche se Washington e Bruxelles avessero messo quell’impegno per iscritto. I trattati contano, ma alla fine sono solo pezzi di carta.

Inoltre, la letteratura scientifica sulla fine della guerra suggerisce che i problemi di impegno incomberanno ampi anche quando le parti in guerra avranno rivisto le loro aspettative e cercheranno di porre fine ai combattimenti. Se Putin si fosse offerto di ritirarsi dall’Ucraina domani e avesse giurato su una pila di Bibbie ortodosse russe che l’avrebbe lasciato in pace per sempre, poche persone in Ucraina, in Europa o negli Stati Uniti avrebbero preso le sue assicurazioni per valore nominale. E a differenza di alcune guerre civili, dove a volte gli accordi di pace possono essere garantiti da estranei interessati, in questo caso non esiste un potere esterno che possa minacciare in modo credibile di punire i futuri trasgressori di qualsiasi accordo che potrebbe essere raggiunto. A parte la resa incondizionata, qualsiasi accordo per porre fine alla guerra deve lasciare tutte le parti sufficientemente soddisfatte da non sperare segretamente di modificarla o abbandonarla non appena le circostanze saranno più favorevoli. E anche se una parte capitola completamente, imporre una “pace del vincitore” può gettare i semi di un futuro revanscismo. Purtroppo, oggi sembra che siamo molto lontani da qualsiasi tipo di accordo negoziato.

Inoltre, altri studi su questo problema, come il classico di Fred Iklé Every War Must End e Peace at What Price?: Leader Culpability and the Domestic Politics of War Termination di Sarah Croco—evidenziano gli ostacoli interni che rendono difficile porre fine a una guerra. Patriottismo, propaganda, costi irrecuperabili e un odio sempre crescente per il nemico si combinano per inasprire gli atteggiamenti e far andare avanti le guerre molto tempo dopo che uno stato razionale potrebbe fermarsi. Un elemento chiave in questo problema è ciò che Iklé ha chiamato il “tradimento dei falchi”: coloro che sono favorevoli alla fine della guerra sono spesso liquidati come antipatriottici o peggio, ma gli intransigenti che prolungano inutilmente una guerra possono alla fine fare più danni alla nazione che pretendono di difendere. Mi chiedo se c’è una traduzione russa disponibile a Mosca. Applicato all’Ucraina, un’implicazione preoccupante è che un leader che inizia una guerra senza successo potrebbe essere riluttante o incapace di ammettere di aver sbagliato e portarla a termine. Se è così, poi la fine dei combattimenti arriva solo quando emergono nuovi leader che non sono legati alla decisione iniziale per la guerra.

Ma c’è un altro problema: gli autocrati che affrontano la sconfitta e il cambio di regime possono essere tentati di ” giocare per la risurrezione “. I leader democratici che presiedono alle debacle della politica estera possono essere costretti a lasciare l’incarico alle prossime elezioni, ma raramente, se non mai, rischiano la reclusione o peggio per i loro errori o crimini. Gli autocrati, al contrario, non hanno una via d’uscita facile, soprattutto in un mondo in cui hanno motivo di temere il perseguimento penale del dopoguerra per crimini di guerra. Se stanno perdendo, quindi, hanno un incentivo a combattere o intensificare anche di fronte a probabilità schiaccianti, nella speranza di un miracolo che invertirà le loro fortune e risparmierà loro la cacciata, la prigionia o la morte. A volte questo tipo di scommessa dà i suoi frutti (es. Bashar al-Assad), a volte no (es. Adolf Hitler, Muammar al-Gheddafi), ma l’incentivo a continuare a raddoppiare nella speranza di un miracolo può mettere fine a una guerra ancora più difficile di quanto potrebbe essere.

Queste intuizioni ci richiamano ad essere molto, molto attenti a ciò che desideriamo. Il desiderio di punire e persino umiliare Putin è comprensibile, ed è allettante vedere la sua cacciata come una soluzione facile e veloce per l’intero terribile disastro. Ma mettere in un angolo il leader autocratico di uno stato dotato di armi nucleari sarebbe estremamente pericoloso, non importa quanto atroci possano essere state le sue azioni precedenti. Solo per questo motivo, coloro che in Occidente chiedono l’assassinio di Putin o che hanno affermato pubblicamente che i russi comuni dovrebbero essere ritenuti responsabili se non si sollevano e rovesciano Putin sono pericolosamente irresponsabili. Vale la pena ricordare il consiglio di Talleyrand: “Soprattutto, non troppo zelo”.

Sanzioni economiche

Chiunque cerchi di capire come andrà a finire, dovrebbe studiare anche la letteratura sulle sanzioni economiche . Da un lato, le sanzioni finanziarie imposte la scorsa settimana ricordano la straordinaria capacità dell’America di “ armare l’interdipendenza ”, soprattutto quando il Paese agisce di concerto con altre importanti potenze economiche. D’altra parte, una notevole quantità di studi seri mostra che le sanzioni economiche raramente costringono gli stati a cambiare rapidamente rotta. Il fallimento della campagna di “massima pressione” dell’amministrazione Trump contro l’Iran è un altro esempio lampante. Le élite al potere sono in genere isolate dalle conseguenze immediate delle sanzioni e Putin sapeva che le sanzioni sarebbero state imposte e credeva chiaramente che gli interessi geopolitici in gioco valessero il costo previsto. Potrebbe essere stato sorpreso e sconcertato dalla velocità e dalla portata della pressione economica, ma nessuno dovrebbe aspettarsi che Mosca inverta presto la rotta.

Questi esempi non fanno altro che graffiare la superficie di ciò che la borsa di studio IR contemporanea potrebbe contribuire alla nostra comprensione di questi eventi. Non ho menzionato l’enorme letteratura sulla deterrenza e la coercizione, un numero qualsiasi di opere importanti sulle dinamiche dell’escalation orizzontale e verticale , o le intuizioni che si potrebbero ricavare considerando gli elementi culturali (comprese le nozioni di mascolinità e in particolare il culto della personalità maschilista di Putin ”).

La conclusione è che la letteratura scientifica sulle relazioni internazionali ha molto da dire sulla situazione che stiamo affrontando. Sfortunatamente, è probabile che nessuno in una posizione di potere presti molta attenzione ad esso, anche quando accademici esperti offrono i loro pensieri nella sfera pubblica. Il tempo è la merce più scarsa in politica, specialmente durante una crisi, e Jake Sullivan, Antony Blinken e i loro numerosi subordinati non inizieranno a sfogliare i numeri arretrati della Sicurezza internazionale o del Journal of Conflict Resolution per trovare la roba buona.

Anche la guerra ha una sua logica e scatena forze politiche che tendono a soffocare voci alternative, anche in società in cui la libertà di parola e il dibattito aperto rimangono intatti. Poiché la posta in gioco è alta, in tempo di guerra i funzionari pubblici, i media e la cittadinanza dovrebbero impegnarsi al massimo per resistere agli stereotipi, pensare con freddezza e attenzione, evitare iperboli e cliché semplicistici e soprattutto rimanere aperti alla possibilità che possano sbagliarsi e che è necessaria una diversa linea di condotta. Una volta che i proiettili iniziano a volare, tuttavia, ciò che di solito si verifica è un restringimento della vista, una rapida discesa nei modi di pensiero manichei, l’emarginazione o la soppressione delle voci dissenzienti, l’abbandono delle sfumature e un’ostinata attenzione alla vittoria a tutti i costi. Questo processo sembra essere ben avviato all’interno della Russia di Putin, ma una forma più mite è evidente anche in Occidente . Tutto sommato, questa è una ricetta per peggiorare una situazione terribile.

https://foreignpolicy.com/2022/03/08/an-international-relations-theory-guide-to-ukraines-war/

Il futuro dell’Europa in un mondo che cambia, di Adriel Kasonta

 

Non solo i tracciati energetici, non solo le dinamiche geoeconomiche, è tutto l’asse geopolitico che si sta spostando velocemente ad est. La Pelosi, nel suo piccolo, con il suo viaggio a Taiwan è riuscita a dare una bella spinta a questa dinamica. Ha sgonfiato la prosopopea della dirigenza cinese, ha ottenuto una effimera vittoria personale ed un notevole vantaggio economico legato ai giochi speculativi del coniuge sul mercato dei semiconduttori, ma ha risvegliato la cautela e la sagacia tattica della tradizione confuciana. Ha rivelato definitivamente il carattere decadente dello scontro politico interno alle fazioni dell’amministrazione Biden, verso una deriva sempre più legata agli interessi predatori immediati cui si cerca di piegare le dinamiche geopolitiche, piuttosto che alla loro sussunzione agli interessi geopolitici. Sino a poche settimane fa la dirigenza cinese ha resistito alla tentazione propria e alle sollecitazioni russe di serrare una alleanza politica piuttosto che perseguire una impostazione multilaterale. Non sarà più così.

Geo_monitor
@colonelhomsi
Chinese Foreign Ministry called on Russia to unite for the sake of security. Russia and China must guide the countries of the Eurasian region towards achieving real security that is common, comprehensive, common and sustainable..
Lingua originale: inglese. Traduzione di
.
Il ministero degli Esteri cinese ha invitato la Russia a unirsi per motivi di sicurezza. Russia e Cina devono guidare i paesi della regione eurasiatica verso il raggiungimento di una sicurezza reale che sia comune, globale, comune e sostenibile..

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Buona lettura, Giuseppe Germinario

Karin Kneissl è un’analista energetica e autrice di 14 libri e molti articoli su argomenti legati all’energia. Dal 1995 insegna diritto internazionale, geopolitica ed economia dell’energia in diverse università.

Dal 2017 al 2019, Kneissl è stato ministro degli affari esteri austriaco. Nel giugno 2021 è stata eletta direttrice indipendente del consiglio di Rosneft ma si è dimessa il 20 maggio 2022.

Kneissl ha studiato giurisprudenza e arabo all’Università di Vienna dal 1983 al 1987. Nel 1988 ha ottenuto una borsa di studio presso l’Università Ebraica di Gerusalemme, dove ha svolto la sua tesi di ricerca, e in seguito ha studiato ad Amman.

Karin Kneissl, Foto: Felicitas Matern

Successivamente, ha trascorso un anno come borsista Fulbright presso il Center for Contemporary Arab Studies della Georgetown University di Washington, DC. Nel 1992 si diploma all’École Nationale d’Administration (ENA) di Parigi.

Kneissl è entrato a far parte del Ministero degli Affari Esteri austriaco nel 1990 e ha prestato servizio a Parigi e Madrid, oltre che nello studio legale.

Ha lasciato il servizio diplomatico nell’ottobre 1998 ed è diventata analista freelance.

Quella che segue è la prima puntata di un’intervista in due parti con Karin Kneissl. Per leggere la Parte 2, clicca qui .


Adriel Kasonta: Secondo il primo ministro ungherese Viktor Orbán, l’Unione europea non solo si è sparata un colpo al piede quando si è trattato di sanzionare la Russia, “ma ora è chiaro che l’economia europea si è sparata nei polmoni e sta ansimando per aria.” Si è trattato davvero di un errore di calcolo di Bruxelles e, in caso affermativo, cosa c’era dietro?

Karin Kneissl: Da circa 20 anni tengo conferenze sul tema dell’energia, con particolare attenzione al petrolio e al gas. E l’ho fatto anche per un pubblico, come mi piace chiamare i decisori, non solo i decisori.

Mi piace questa distinzione molto interessante che la lingua inglese ha tra chi prende le decisioni e chi prende le decisioni perché, alla fine, i politici e i commissari dipendono dal loro personale per plasmare quelle decisioni. E ho avuto la possibilità di tenere lezioni accademiche o nei cosiddetti corsi di leadership strategica che hai.

Quindi per circa due decenni, l’ho fatto a livello regolare. E il mio pubblico non era solo giovani studenti e giovani colleghi poco più che ventenni, ma erano anche funzionari pubblici. E che fosse nei gabinetti del governo nazionale oa livello europeo, sono stato davvero molto spesso incuriosito e irritato dalla totale assenza di avere un quadro più ampio di ciò che dovrebbe essere la politica energetica.

Per 20 anni siamo stati tutti bloccati nella politica climatica. Abbiamo anche rinunciato all’idea di ministro dell’energia. Di conseguenza, anche il ministro dell’Economia [indossava] il cappello del ministro dell’Energia, il che è sbagliato, perché l’energia in quanto tale a livello nazionale è un argomento altamente frammentato.

Il ruolo è spesso suddiviso tra i ministeri dell’ambiente, delle infrastrutture e degli affari esteri. Spesso alcune competenze sono con l’ufficio del primo ministro. La competenza in quanto tale non viene presa sul serio. Quindi potresti pensare di avere persone che dovrebbero conoscere meglio dopo le crisi del 2006 e del 2009 perché c’erano già crisi in termini di sicurezza nell’approvvigionamento e convenienza dell’energia. Ma no, non avevano imparato; non avevano davvero studiato il quadro più ampio.

Quindi, all’inizio dell’anno, c’era una sorta di convinzione tra molti decisori che si può uscire sul mercato, volare nel Golfo, volare da qualche altra parte e firmare un contratto e importare, che sia gas o petrolio, alcuni settimane dopo. Ma anche se lavoravi nel settore tessile e volessi acquistare lino speciale o cotone speciale, questi tipi di merci non sono disponibili in grandi volumi sul mercato perché i contratti vengono stipulati almeno per un anno.

E nel settore dell’energia, dobbiamo calcolare in periodi molto più lunghi, in intervalli molto più lunghi. E non si tratta solo di acquistare la merce, ma anche di trasportarla. Hai le navi? Hai i terminali?

E non era una conoscenza segreta interna. Era risaputo che le materie prime provenienti dalla Federazione Russa (carbone, petrolio, gas, uranio o altri [materiali] rari di cui hai bisogno anche per il settore delle rinnovabili) non potevano essere facilmente sostituite. Ci vuole un po’. Nel caso del gas, occorrono dai tre ai cinque anni per sostituirlo.

C’è questo titolo del libro che mi piace, ha 20 anni, e si chiama La tirannia della comunicazione di Ignacio Ramonet. È stato l’ex direttore di Le Monde diplomatique e ha pubblicato il suo libro alla fine degli anni ’90. E questo titolo è molto eloquente. È passato molto tempo prima che i social network venissero sviluppati. Tuttavia, come giornalista, descrive il declino della vera informazione fatto dai giornalisti e l’ascesa della comunicazione diretta e distribuita da aziende o uffici governativi.

E ricordo da giovane funzionario, giovane diplomatico che lavorava al Ministero degli Affari Esteri austriaco, alla fine degli anni ’80, che la persona più importante nel gabinetto del ministro degli Esteri non era più capo di gabinetto. Non era il suo consigliere per la politica estera, no. Era l’addetto stampa.

E questo è iniziato nel 1988, e io stesso ho fatto parte del governo in cui tutto riguardava la comunicazione, e mi sono astenuto da questo. Avevo uno stile diverso che non piaceva ai media austriaci e ad altri perché non lavoravo per la stampa. Volevo risolvere i problemi.

Non ero interessato ai sondaggi. Mi interessava sapere come avremmo potuto trovare una soluzione a qualsiasi livello, che si trattasse di una causa consolare da risolvere o di cercare di migliorare le relazioni tra Turchia e Austria. Voglio dire, questo non è qualcosa che distribuisci solo dalle persone della comunicazione, e oggi siamo in un mondo in cui la politica attuale è sostituita dalla comunicazione.

Le agenzie di comunicazione hanno preso il sopravvento sul campo politico. Quindi si tratta di fare uno spettacolo. Vorrei fare un esempio concreto del ministro dell’economia tedesco, che è anche ministro dell’energia, il vicecancelliere [Robert] Habeck, in viaggio a marzo in Qatar, ad esempio, e in altri paesi del Golfo. I media, il suo ufficio e i suoi addetti alla comunicazione lo presentavano come se la cosa fosse stata chiusa e realizzata.

Ma veramente? Il signor Habeck è tornato con tonnellate di metri cubi di GNL [gas naturale liquefatto] nel suo bagaglio? Quindi c’è questa mancanza di sfumature che c’è una differenza tra viaggiare lì e dire che siamo interessati a diversificare il nostro portafoglio di importazioni di GNL del Qatar e ottenere effettivamente il GNL.

E non devi essere un vero esperto nel campo dell’energia per sapere che i loro clienti esistenti nell’est hanno prenotato il GNL e abbiamo assistito alla crisi del gas tra aprile e novembre 2021 che era già lì. Non è iniziato il 24 febbraio di quest’anno.

L’anno scorso, le navi GNL del Qatar e del Nord America e quelle di Rotterdam e di altri porti europei sono andate a est, perché i clienti asiatici hanno semplicemente pagato un prezzo migliore.

E questo ha a che fare con questo eurocentrismo profondamente radicato. Crediamo di essere così grandi che nessuno può fare a meno di noi. Paghiamo il prezzo migliore, quindi dobbiamo ottenere i volumi maggiori, il che non ha senso. È stata una sciocchezza per almeno due decenni. Ma è così spiacevole osservare che questa ignoranza e arroganza (è una combinazione pericolosa) persiste.

AK: Sei noto per aver affermato che “il nome del gioco oggi è [mobilità a prezzi accessibili e] energia a prezzi accessibili”. Mentre parliamo, il prezzo del gas in Europa ha superato per la prima volta dall’inizio di marzo i 2.000 dollari USA per 1.000 metri cubi. Credi che il Vecchio Continente potrebbe presto affrontare un’ondata di disordini sociali che avrà un impatto significativo sui suoi vari scenari politici?

KK: Sì, la questione sociale . Sapete, c’erano filosofi francesi già nel 18° secolo, ma poi soprattutto nel 19° secolo, quando la questione sociale divenne lo slancio scatenante per tutte le rivoluzioni che abbiamo visto durante quest’ultimo. Che fosse il 1830, 1845, La Commune nel 1871, lo chiami, ce l’hai.

Per tutto il XIX secolo si è sempre trattato di questioni sociali e gli imperi sono crollati perché avevano sottovalutato la questione sociale. Semplicemente non l’avevano capito.

Qualcuno che l’aveva capito e che era un uomo del 19° secolo era [Otto von] Bismarck. Voglio dire, Bismarck è stato colui che ha introdotto un sistema di previdenza sociale molto moderno, non per beneficenza. Non era l’empatia a guidarlo. Era la consapevolezza che se non fai qualcosa al riguardo, rischi la rivoluzione. Questa è la consapevolezza che ad alcune persone oggi manca.

Come ho scritto nel mio libro Die Mobilitätswende (“Mobilità e transizione”), le rivoluzioni di oggi non riguardano “dacci il nostro pane quotidiano”. Si tratta di “darci la nostra auto quotidiana”, “darci la nostra energia quotidiana” e “darci la nostra benzina quotidiana a prezzi accessibili”. E lo abbiamo visto con il movimento dei Gilet Gialli nell’autunno del 2018, che ha innescato un’enorme incertezza per il governo francese.

E abbiamo anche visto, tra l’altro, che i francesi sono stati i primi ad agire durante lo scorso anno per affrontare in qualche modo le tariffe per mettere tutti i tipi di livellamento perché sentono ancora la pressione che hanno ricevuto dal movimento dei Gilet Gialli, che è durato diversi mesi .

E ricordo un dibattito che ho avuto in TV lo scorso autunno su questa domanda. Ero ancora un po’ riluttante allora perché pensavo che l’aumento dei prezzi in tandem con l’inflazione sarebbe stato comunque gestibile dal cittadino medio. Ma cosa è successo e cosa accadrà ancora adesso, vista l’attuale cattiva gestione (è una crisi casalinga, in particolare di tedeschi e austriaci), non escluderei nulla.

E non sono il primo a dirlo, lo sai. Ci sono state altre persone che sono molto più sotto controllo che continuano a dirlo. È logica.

Quello che temo di più come essere umano è il seguente: dico sempre che puoi incanalare sentimenti di rabbia attraverso un’elezione. Potrebbe esserci una nuova festa, una specie di movimento che assorbe questa rabbia. Nel caso della Germania, questa rabbia è già stata assorbita dalle frange di destra e di sinistra. È lì.

In Germania li chiamiamo Wutbürger (“cittadini arrabbiati”). E questo movimento di Wutbürger è iniziato con la crisi finanziaria del 2008-2009. In Germania si è rispecchiato molto nell’enorme sforzo per salvare l’euro (con grande angoscia del contribuente medio tedesco), la spaccatura nord-sud che si poteva già sentire nel 2010-11. E quello è stato il momento in cui AfD [Alternativa per la Germania] sulla fascia destra e Die Linke sulla fascia sinistra sono saliti.

Ma la rabbia è una cosa. Rabbia che puoi sempre canalizzare. Ciò che non puoi più canalizzare e affrontare – e lo dico da persona che ha sempre cercato di capire la natura umana, perché non siamo algoritmi – è la disperazione. E secondo la mia valutazione, siamo già in tempi di disperazione. Le persone sono disperate.

La rilevanza dell’Asia cresce a spese dell’Europa

A conclusione di un’intervista in due parti, un analista energetico prevede le crescenti fortune dell’Asia non OCSE

Questa è la seconda puntata di un’intervista in due parti con Karin Kneissl , analista dell’energia ed ex ministro degli Affari esteri austriaco. Nel giugno 2021 è stata eletta direttrice indipendente del consiglio di Rosneft e si è dimessa il 20 maggio 2022.

Per una panoramica più completa della sua esperienza e delle sue credenziali, vedere la Parte 1 dell’intervista.


Adriel Kasonta: Secondo le stime dell’Agenzia internazionale per l’energia fornite nel World Energy Outlook nel 2017, il gas naturale svolgerà un ruolo importante in futuro come fonte di energia. Entro il 2040, il consumo di gas sarà del 40% superiore a quello attuale. Inoltre, la popolazione terrestre passerà da 7,4 miliardi a 9 miliardi a quel punto.

Con una correlazione tra domanda di energia e crescita demografica di due terzi in Asia e di un terzo in Medio Oriente, America Latina e Africa, quali sono le prospettive (a breve e lungo termine) dell’Europa?

Karin Kneissl: Bene, l’Europa sta diventando sempre più irrilevante. Demograficamente parlando e, purtroppo, anche politicamente irrilevante. E attualmente sto scrivendo un libro dal titolo provvisorio Un Requiem per l’Europa , perché l’Europa in cui sono cresciuto e l’Europa a cui mi ero dedicato ha cessato di esistere.

Karin Kneissl. Foto: Felicitas Matern

Ma tornare a fatti e cifre, consumo di gas e sviluppi demografici riguarda l’Asia non OCSE [Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico]. Qui è dove sta suonando la musica. Non è il Giappone, dove negli ultimi 15 anni abbiamo usato più pannolini per gli anziani che per la popolazione dei bambini.

Questo è molto significativo. È l’Asia non OCSE e il mondo non OCSE dove c’è un’attività demografica e dove ci sarà anche domanda, perché ci sarà una sorta di nuova classe media, qualunque cosa chiameremo classe media in futuro. Non sarà più la definizione che abbiamo studiato alcuni decenni fa, ma è lì, e non è all’interno dell’Europa dell’UE, ma al di fuori dell’Europa dell’UE.

L’energia è una competenza frammentata ma i nostri decisori non hanno compreso appieno di non avere il monopolio su questo argomento. Attualmente, non è solo la Presidenza del Consiglio contro il Ministero dell’Ambiente contro il Ministero dell’Economia. Comprende società semi-statali, società rinazionalizzate (come EDF in Francia), società seminazionalizzate e mercati azionari privati ​​quotati in borsa. Quindi è bric-à-brac . È un bel circo con cui devi fare i conti quando vuoi sviluppare una strategia energetica coerente.

AK: Molti sostengono che sia stato un errore per l’Europa diventare dipendente dalla Russia quando si tratta di gas e petrolio. La mia domanda è, qual è l’alternativa, se esiste?

KK: Sicuramente, e ci sono stati degli sforzi in passato. Diversi [paesi], austriaci, tedeschi e italiani, guardavano all’Iran da almeno 25 anni, se non di più. E c’è stato un periodo tra il 2000 e il 2005 in cui [Mohammad] Khatami era presidente, e c’erano progetti come Nabucco (personalmente non mi sono mai fidato di questo progetto) che sono rimasti solo come un progetto. Ma ci sono stati milioni di investimenti e strutture sviluppate per aggirare la Russia.

Ed è stato affermato molto chiaramente. Ad esempio, questo famoso progetto Nabucco, che è rimasto un progetto per 15 anni, non è mai riuscito a ottenere un solo contratto di esplorazione, ma [c’era] molto marketing attorno ad esso. È stato anche ampiamente commercializzato dalla Commissione europea perché esisteva già un approccio molto irrazionale nei confronti della Russia. Non è venuto fuori dal nulla.

Questo è un argomento enorme. Ho osservato con grande stupore quanto siano irrazionali i rapporti. E questo è iniziato molto prima del 2014 o quest’anno. Quindi c’era l’Iran all’ordine del giorno, ma poi sono arrivate Ahmadinejad e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2007-2008, che hanno cacciato l’Iran da SWIFT.

E quando l’accordo nucleare JCPOA [Joint Comprehensive Plan of Action] è stato concluso, in molte capitali dell’UE sono tornate grandi aspettative. Tutti correvano al mercato energetico iraniano: francesi, italiani e, naturalmente, tedeschi. E dopo un anno si sono arresi perché tutti si sono resi conto che la pressione degli Stati Uniti era troppo intensa; anche se le sanzioni del Consiglio di sicurezza sono state revocate, c’erano ancora sanzioni statunitensi. Quindi tutti si stavano ritirando.

E poi, a maggio 2018, il JCPOA è stato in qualche modo distrutto dagli Stati Uniti. Ora stanno cercando di riavviare il JCPOA, ma non credo che ciò accadrà.

Sono cinque anni che non vado in Iran. Tuttavia, direi dalla mia lontana osservazione, anche se ora essendo in Libano, sono un po’ più vicino, e spero di andarci, penso che gli iraniani siano in una situazione molto migliore oggi. Hanno più libertà di movimento. Le loro ali non sono più tagliate come lo erano sette anni fa. Ora hanno un’alleanza strategica con la Cina. Le sanzioni che esistono, nessuno le mette in atto. Stanno esportando tutto ciò che possono esportare.

Ciò di cui hanno bisogno, ovviamente, è una tecnologia per nuovi investimenti. La mia [ipotesi plausibile] sarebbe che non apriranno molto le porte per dire: “Sì, per favore, Germania, vieni, colleghiamoci al punto in cui ci siamo fermati 15 anni fa in termini di realizzazione di una sorta di progetti infrastrutturali, GNL in Europa”, ecc. Non credo che questo accadrà, perché non c’è fiducia. C’era poca fiducia in precedenza, ma la fiducia è completamente scomparsa negli ultimi 15 anni dal punto di vista iraniano.

E tutti gli iraniani sanno che, come dico sempre, “oleodotti e compagnie aeree si stanno spostando verso est”. E l’Iran non è solo la vecchia potenza del Golfo Persico. È anche una potenza dell’Asia centrale, lo è sempre stata, ed è una potenza del bacino del Caspio. Quindi guarda tanto a est, in particolare all’India, al Pakistan e all’Afghanistan, ovviamente, quanto guarda nel Mediterraneo al Libano, dove attualmente vivo.

Ma i suoi veri interessi, ovviamente, sono nel Golfo Persico e nell’Asia centrale. È troppo presto per dirlo, ma la mia sensazione istintiva è che non solo l’Iran, ma anche le petromonarchie sunnite arabe, come a volte vengono chiamate, non saranno facilmente attirate in una nuova partnership con alcun consorzio dell’UE. Non credo. E questo è [per] ragioni storiche.

Quindi c’è la Russia, e il suo gas non può essere sostituito così facilmente. C’era anche la Libia, ovviamente. Prendiamo un’azienda austriaca come OMV. Aveva il 25% del suo portafoglio di petrolio e gas in Libia. Ma poi è arrivata la meravigliosa operazione di intervento umanitario guidata dalla Francia, che si è rapidamente trasformata in un cambio di regime nel marzo 2011. Quindi la Libia avrebbe potuto essere un fornitore di gas ideale perché i giacimenti di gas libici sono relativamente inutilizzati e molto vicini all’Europa. Quindi questa è un’altra cosa.

E molte persone ora sognano il Mediterraneo orientale: il bacino del Levante. Il problema qui è la linea di demarcazione marittima. In altre parole, chi ottiene cosa? C’è Israele, Cipro, Turchia, Libano e Palestina. C’è un pantano sul diritto del mare, e pochissimi qui applicano davvero la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Invece, tutti fanno le loro piccole cose in termini di accordi bilaterali.

E onestamente, se fossi un’azienda a cui fosse chiesto di fare le perforazioni, verificherei prima di tutto se ho qualche altro progetto un po’ meno complicato da fare, perché questo è costoso ed è politicamente complesso. E soprattutto, ora abbiamo questi prezzi elevati.

Ma sappiamo che la recessione è con noi e non si fermerà a Natale come regalo. Sarà con noi almeno per l’anno 2023. E quando avrai una recessione così drammatica in tandem con l’inflazione, prima o poi ci sarà un crollo dei prezzi delle materie prime. Non credo che torneranno dove erano forse all’inizio del 2021 a causa delle linee di rifornimento vulnerabili e del conflitto in Ucraina.

Ogni volta che combatti, ovviamente, petrolio e gas rimangono alti. Ma fare investimenti ora e scoprire che tra tre anni ci si trova di fronte a un altro livello di prezzo non è facile da gestire per le aziende che subiscono un’enorme pressione da parte dei loro azionisti e un sistema di sanzioni imprevedibile.

Prima di quest’anno avevi già bisogno di enormi studi legali internazionali che ti guidassero attraverso ogni telefonata che faresti per dirti se ti è permesso o meno fare questa telefonata a causa di sanzioni contro chiunque.

AK: Come sappiamo, la Russia è da tempo impegnata, tra le altre cose, in un perno energetico verso l’Asia, con Mosca e Pechino attualmente nelle fasi finali della costruzione del primo gasdotto in grado di inviare gas dalla Siberia a Shanghai. Non sembra che Mosca sarà isolata in tempi brevi, per quanto riguarda la ricerca di nuovi mercati per la sua energia .

Mi sembra anche che l’Europa abbia bisogno della Russia più di quanto la Russia abbia bisogno dell’Europa. Se ho ragione, è davvero nell’interesse del Vecchio Continente trattare Mosca come un nemico e spingerla ulteriormente nelle braccia di Pechino?

KK: La geografia è qualcosa che non puoi mai cambiare. E il continente europeo è molto difficile da definire perché non sappiamo dove finisce o dove inizia. C’è la Gran Bretagna e le Azzorre. Sono una persona mediterranea e per me il Mediterraneo è il centro dell’eredità e del patrimonio europeo. Quindi, se dipendesse da me, porterei tutti i paesi mediterranei in qualcosa di europeo.

Ma stiamo decisamente sottovalutando il trend generale significativo. E quando ho servito come ministro degli affari esteri [austriaco], ero irritato da questa assenza di un vero pensiero geopolitico tra i miei colleghi. E anche se non hanno capacità di pensiero geopolitico, almeno dovrebbero avere qualcuno nel loro staff che abbia questa comprensione. Ma non c’è, ed è un comportamento ingenuo.

E ora si trasforma in una situazione molto pericolosa, perché abbiamo un completo disprezzo per la realtà, per la realtà geografica, per una realtà mercantile, per il concetto di base della diplomazia.

Nel 2020 ho pubblicato un libro intitolato Diplomatie Macht Geschichte , che in tedesco è un gioco di parole perché dice, da un lato, “la diplomazia fa la storia”, ma macht significa anche “potere”, quindi, dall’altro, “storia del potere della diplomazia”.

Ed è un libro enorme. L’ho scritto come libro di testo per studenti universitari. Ma puoi riassumere queste 500 pagine in una frase e dire: “Diplomazia equivale a mantenere i canali di comunicazione contro ogni previsione in ogni circostanza”. In altre parole, “Continuate a parlarvi in ​​ogni circostanza”. E gli unici che attualmente esercitano la diplomazia sono i membri del governo turco.

AK: Come disse notoriamente Otto von Bismarck, “L’unica costante in politica estera è la geografia”. A questo proposito, quale dovrebbe essere la ragion d’essere dell’Europa in futuro? È la continuazione di un atlantismo in gran parte fallito, o forse qualcos’altro?

KK: Per quanto riguarda la ragion d’essere dell’Europa, non dimentichiamo che c’è stato un buon periodo di prosperità quando il continente è stato costruito da piccole entità. Sia che si risalga ai tempi delle città-stato greche ( polis ) che erano in forte competizione tra loro, sia che si vada alla fine del 18° secolo e al Sacro Romano Impero della nazione tedesca (profondamente frammentato a livello territoriale ), questi sono esempi di quando l’Europa era fiorente.

Ogni piccolo sovrano voleva avere i migliori inventori, le migliori università e i migliori insegnanti. Quindi l’Europa era tutta incentrata sulla concorrenza e le menti più brillanti potevano lavorare con questo sovrano e, se avessero avuto un malinteso, sarebbero andate da un altro sovrano.

C’erano molte piccole entità abbastanza frammentate, e questa piccolezza era un vantaggio per l’Europa perché creava concorrenza e un’enorme quantità di università. E questo è ciò che ha fatto l’Europa. e l’Europa dovrebbe tornare ad essere un luogo di pluralismo e di libertà (cosa che non è più).

 

https://asiatimes-com.translate.goog/2022/07/the-future-of-europe-in-a-changing-world/?fbclid=IwAR0Su_elUnnP1uY76QYdv4JA89mjVYtOLXADq_WWI1j8UKWBFwQYhxIXtjo&_x_tr_sl=auto&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it

https://asiatimes-com.translate.goog/2022/07/asias-relevance-growing-at-europes-expense/?_x_tr_sl=auto&_x_tr_tl=it&_x_tr_hl=it

Perché la guerra fallisce, di Lawrence Freedman

Proseguiamo con la rassegna dei punti di vista di analisti prossimi al convitato di pietra del conflitto ucraino. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Perché la guerra fallisce

L’invasione russa dell’Ucraina e i limiti del potere militare

Il 27 febbraio, pochi giorni dopo che la Russia ha invaso l’Ucraina, le forze russe hanno lanciato un’operazione per impadronirsi dell’aeroporto di Chornobaivka vicino a Kherson, sulla costa del Mar Nero. Kherson è stata la prima città ucraina che i russi sono riusciti ad occupare e, poiché era anche vicino alla roccaforte russa della Crimea, l’aeroporto sarebbe stato importante per la fase successiva dell’offensiva. Ma le cose non sono andate secondo i piani. Lo stesso giorno in cui i russi hanno preso il controllo dell’aeroporto, le forze ucraine hanno iniziato a contrattaccare con droni armati e presto hanno colpito gli elicotteri che volavano con rifornimenti dalla Crimea. All’inizio di marzo, secondo fonti della difesa ucraina, i soldati ucraini hanno compiuto un devastante raid notturno sulla pista di atterraggio, distruggendo una flotta di 30 elicotteri militari russi. Circa una settimana dopo, le forze ucraine ne distrussero altri sette. Entro il 2 maggio L’Ucraina aveva effettuato 18 attacchi separati all’aeroporto, che, secondo Kiev, aveva eliminato non solo dozzine di elicotteri ma anche depositi di munizioni, due generali russi e quasi un intero battaglione russo. Tuttavia, durante questi attacchi, le forze russe hanno continuato a muoversi in equipaggiamento e materiale con elicotteri. In mancanza di una strategia coerente per difendere la pista di atterraggio e di una valida base alternativa, i russi si sono semplicemente attenuti ai loro ordini originali, con risultati disastrosi.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha descritto la battaglia di Chornobaivka come un simbolo dell’incompetenza dei comandanti russi, che stavano spingendo “il loro popolo al massacro”. In effetti, ci sono stati numerosi esempi simili dalle prime settimane dell’invasione. Sebbene le forze ucraine fossero costantemente sconfitte, hanno usato la loro iniziativa con grande vantaggio , poiché le forze russe hanno ripetuto gli stessi errori e non sono riuscite a cambiare tattica. Fin dall’inizio, la guerra ha fornito un notevole contrasto negli approcci al comando. E questi contrasti possono aiutare molto a spiegare perché l’esercito russo ha così sottoperformato le aspettative.

Nelle settimane precedenti l’invasione del 24 febbraio, i leader e gli analisti occidentali e la stampa internazionale erano naturalmente fissati sulle forze schiaccianti che il presidente russo Vladimir Putin stava accumulando ai confini dell’Ucraina. Ben 190.000 soldati russi erano pronti a invadere il paese. Organizzato in ben 120 gruppi tattici di battaglione, ciascuno aveva armature e artiglieria ed era sostenuto da un supporto aereo superiore. Pochi immaginavano che le forze ucraine avrebbero potuto resistere a lungo contro il rullo compressore russo. La domanda principale sui piani russi era se includessero forze sufficienti per occupare un paese così grande dopo che la battaglia fu vinta. Ma le stime non avevano tenuto conto dei molti elementi che determinano una vera misura delle capacità militari.

Il potere militare non riguarda solo gli armamenti di una nazione e l’abilità con cui vengono usati. Deve tenere conto delle risorse del nemico, nonché dei contributi di alleati e amici, sotto forma di assistenza pratica o di interventi diretti. E sebbene la forza militare sia spesso misurata in potenza di fuoco, contando gli inventari di armi e le dimensioni di eserciti, marine e forze aeree, molto dipende dalla qualità dell’equipaggiamento, dal modo in cui è stato mantenuto e dall’addestramento e dalla motivazione di il personale che lo utilizza. In qualsiasi guerra, la capacità di un’economia di sostenere lo sforzo bellico e la resilienza dei sistemi logistici per garantire che i rifornimenti raggiungano le linee del fronte secondo necessità, sono di importanza crescente con il progredire del conflitto. Così è il grado in cui un belligerante può mobilitare e mantenere il sostegno per la propria causa, sia internamente che esternamente, e minare quella del nemico, compiti che richiedono la costruzione di narrazioni avvincenti in grado di razionalizzare le battute d’arresto e di anticipare le vittorie. Soprattutto, però, il potere militare dipende da un comando efficace. E ciò include sia i leader politici di un paese, che agiscono come comandanti supremi, sia coloro che cercano di raggiungere i loro obiettivi militari come comandanti operativi.

L’invasione dell’Ucraina da parte di Putin ha sottolineato il ruolo cruciale del comando nel determinare il successo militare finale. La forza grezza delle armi può fare solo così tanto per uno stato. Come i leader occidentali hanno scoperto in Afghanistan e in Iraq, l’equipaggiamento militare e la potenza di fuoco superiori possono consentire alle forze armate di ottenere il controllo del territorio, ma sono molto meno efficaci nell’amministrazione di successo di quel territorio. In Ucraina Putin ha lottatoanche per ottenere il controllo del territorio, e il modo in cui le sue forze hanno condotto la guerra ha già assicurato che qualsiasi tentativo di governare, anche nel presunto est filo-russo dell’Ucraina, sarà accolto da animosità e resistenza. Per lanciare l’invasione, Putin ha commesso l’errore familiare ma catastrofico di sottovalutare il nemico, presumendo che fosse debole nel suo nucleo, pur avendo un’eccessiva fiducia in ciò che le sue stesse forze potrebbero ottenere.

IL DESTINO DELLE NAZIONI

I comandi sono ordini autorevoli, a cui obbedire senza fare domande. Le organizzazioni militari richiedono forti catene di comando perché commettono violenza disciplinata e mirata. In tempo di guerra, i comandanti affrontano la sfida speciale di persuadere i subordinati ad agire contro i propri istinti di sopravvivenza e superare le normali inibizioni sull’uccisione dei loro simili. La posta in gioco può essere estremamente alta. I comandanti possono avere il destino dei loro paesi nelle loro mani e devono essere profondamente consapevoli del potenziale di umiliazione nazionale se dovessero fallire, così come di gloria nazionale se ci riuscissero.

Il comando militare è spesso descritto come una forma di leadership e, come delineato nei trattati sul comando, le qualità ricercate nei leader militari sono spesso quelle che sarebbero ammirevoli in quasi tutti i contesti: profonda conoscenza professionale, capacità di utilizzare le risorse in modo efficiente, buona comunicazione abilità, la capacità di andare d’accordo con gli altri, un senso di scopo morale e di responsabilità e la volontà di prendersi cura dei subordinati. Ma l’alta posta in gioco della guerra e lo stress del combattimento impongono le proprie esigenze. Qui, le qualità rilevanti includono un istinto a mantenere l’iniziativa, un’attitudine a vedere chiaramente situazioni complesse, una capacità di creare fiducia e la capacità di rispondere agilmente a condizioni mutevoli o impreviste. La storica Barbara Tuchman ha identificato la necessità di una combinazione di risoluzione – “la determinazione a vincere” – e giudizio, o la capacità di usare la propria esperienza per leggere le situazioni. Un comandante che combina la determinazione con un’acuta intelligenza strategica può ottenere risultati impressionanti, ma la determinazione combinata con la stupidità può portare alla rovina.

Non tutti i subordinati seguiranno automaticamente i comandi. A volte gli ordini sono inappropriati, forse perché si basano su informazioni datate e incomplete e possono quindi essere ignorati anche dall’ufficiale sul campo più diligente. In altri casi, la loro attuazione potrebbe essere possibile ma poco saggia, forse perché esiste un modo migliore per raggiungere gli stessi obiettivi. Di fronte a ordini che non amano o diffidano, i subordinati possono cercare alternative alla totale disobbedienza. Possono procrastinare, eseguire gli ordini con noncuranza o interpretarli in un modo che si adatta meglio alla situazione che devono affrontare.

Per evitare queste tensioni, tuttavia, la moderna filosofia di comando seguita in Occidente ha cercato sempre di più di incoraggiare i subordinati a prendere l’iniziativa per affrontare le circostanze; i comandanti si fidano di coloro che sono vicini all’azione per prendere le decisioni vitali, ma sono pronti a intervenire se gli eventi vanno storti. Questo è l’approccio adottato dalle forze ucraine. La filosofia di comando della Russia è più gerarchica. In linea di principio, la dottrina russa consente l’iniziativa locale, ma le strutture di comando in atto non incoraggiano i subordinati a rischiare di disobbedire ai loro ordini. Sistemi di comando rigidi possono portare a un’eccessiva cautela, a una fissazione su determinate tattiche anche quando sono inappropriate e alla mancanza di “verità di base”, poiché i subordinati non osano segnalare problemi e invece insistono sul fatto che tutto va bene.

I problemi della Russia con il comando in Ucraina sono meno una conseguenza della filosofia militare che dell’attuale leadership politica. Nei sistemi autocratici come quello russo, funzionari e ufficiali devono pensarci due volte prima di sfidare i superiori. La vita è più facile quando agiscono in base ai desideri del leader senza fare domande. I dittatori possono certamente prendere decisioni coraggiose sulla guerra, ma è molto più probabile che queste siano basate su presupposti mal informati ed è improbabile che siano state contestate in un attento processo decisionale. I dittatori tendono a circondarsi di consiglieri che la pensano allo stesso modo e ad apprezzare la lealtà al di sopra della competenza nei loro alti comandanti militari.

DAL SUCCESSO ALLO STALLO

La disponibilità di Putin a fidarsi del proprio giudizio in Ucraina rifletteva il fatto che le sue decisioni passate sull’uso della forza avevano funzionato bene per lui. Lo stato dell’esercito russo negli anni ’90 prima che prendesse il potere era terribile, come dimostrato dalla guerra del presidente russo Boris Eltsin del 1994-1996 in Cecenia. Alla fine del 1994, il ministro della Difesa russo Pavel Grachev rassicurò Eltsin che avrebbe potuto porre fine allo sforzo della Cecenia di separarsi dalla Federazione Russa spostando rapidamente le forze russe a Grozny, la capitale cecena. Il Cremlino considerava la Cecenia uno stato artificiale infestato da gangster per il quale ci si poteva aspettare che pochi dei suoi cittadini sacrificassero la propria vita, soprattutto di fronte all’esplosione del potere militare russo: ipotesi fuorvianti in qualche modo simili a quelle fatte su scala molto più ampia nell’attuale invasione dell’Ucraina. Le unità russe includevano molti coscritti con poco addestramento e il Cremlino non riuscì ad apprezzare quanto i difensori ceceni sarebbero stati in grado di sfruttare il terreno urbano. I risultati furono disastrosi. Il primo giorno dell’attacco, l’esercito russo ha perso oltre 100 veicoli corazzati, compresi i carri armati; I soldati russi furono presto uccisi al ritmo di 100 al giorno. Nelle sue memorie, Eltsin ha descritto la guerra come il momento in cui la Russia “si è separata da un’altra illusione eccezionalmente dubbia ma affettuosa: sulla potenza del nostro esercito . . . sulla sua indomabilità”. compresi i serbatoi; I soldati russi furono presto uccisi al ritmo di 100 al giorno. Nelle sue memorie, Eltsin ha descritto la guerra come il momento in cui la Russia “si è separata da un’altra illusione eccezionalmente dubbia ma affettuosa: sulla potenza del nostro esercito . . . sulla sua indomabilità”. compresi i serbatoi; I soldati russi furono presto uccisi al ritmo di 100 al giorno. Nelle sue memorie, Eltsin ha descritto la guerra come il momento in cui la Russia “si è separata da un’altra illusione eccezionalmente dubbia ma affettuosa: sulla potenza del nostro esercito . . . sulla sua indomabilità”.

La prima guerra cecena si è conclusa in modo insoddisfacente nel 1996. Alcuni anni dopo, Vladimir Putin, che nel settembre 1999 è diventato primo ministro malato di Eltsin, ha deciso di combattere di nuovo la guerra, ma questa volta si è assicurato che la Russia fosse preparata. Putin era stato in precedenza a capo del Servizio di sicurezza federale, o FSB, il successore del KGB, dove iniziò la sua carriera. Quando nel settembre 1999 i condomini a Mosca e altrove furono bombardati, Putin incolpò i terroristi ceceni (sebbene vi fossero buone ragioni per sospettare che l’FSB stesse cercando di creare un pretesto per una nuova guerra) e ordinò alle truppe russe di prendere il controllo della Cecenia da “tutti mezzi a disposizione”. In questa seconda guerra cecena, la Russia procedette con più deliberazione e spietatezza finché non riuscì ad occupare Grozny. Nonostante la guerra si trascinasse per un po’ di tempo, l’impegno visibile di Putin per porre fine alla ribellione cecena è stato sufficiente a fornirgli una vittoria decisiva nelle elezioni presidenziali della primavera del 2000. Mentre Putin stava facendo una campagna, i giornalisti gli hanno chiesto quali leader politici ha trovato “più interessanti”. Dopo aver citato Napoleone – che i giornalisti hanno preso per scherzo – ha offerto Charles de Gaulle, una scelta naturale forse per qualcuno che voleva ripristinare l’efficacia dello stato con una forte autorità centralizzata.

Entro il 2013, Putin era andato in qualche modo verso il raggiungimento di tale scopo. Gli alti prezzi delle materie prime gli avevano dato un’economia forte. Aveva anche emarginato la sua opposizione politica in patria, consolidando il suo potere. Eppure le relazioni della Russia con l’Occidente erano peggiorate, in particolare per quanto riguarda l’Ucraina. Fin dalla rivoluzione arancionedel 2004-2005, Putin era preoccupato che un governo filo-occidentale a Kiev potesse cercare di entrare a far parte della NATO, un timore aggravato quando la questione è stata affrontata al vertice della NATO di Bucarest del 2008. La crisi, tuttavia, è arrivata nel 2013, quando Victor Yanukovich, presidente filorusso dell’Ucraina, stava per firmare un accordo di associazione con l’UE. Putin ha esercitato forti pressioni su Yanukovich fino a quando non ha accettato di non firmare. Ma il capovolgimento di Yanukovich ha portato esattamente a ciò che Putin aveva temuto, una rivolta popolare – il movimento Maidan – che alla fine ha fatto cadere Yanukovich e ha lasciato l’Ucraina completamente nelle mani dei leader filo-occidentali. A questo punto Putin ha deciso di annettere la Crimea .

Nel lanciare il suo piano, Putin ha avuto i vantaggi di una base navale russa a Sebastopoli e un notevole sostegno alla Russia tra la popolazione locale. Eppure continuò a procedere con cautela. La sua strategia, che ha seguito da allora, era quella di presentare qualsiasi mossa russa aggressiva come nient’altro che una risposta alle suppliche di persone che avevano bisogno di protezione. Schierando truppe con uniformi e equipaggiamento standard ma senza contrassegni, che divennero noti come i “piccoli uomini verdi”, il Cremlino convinse con successo il parlamento locale a indire un referendum sull’incorporazione della Crimea in Russia. Con l’evolversi di questi eventi, Putin era pronto a trattenersi nel caso in cui l’Ucraina o i suoi alleati occidentali avessero affrontato una sfida seria. Ma l’Ucraina era allo sbando – aveva solo un ministro della difesa ad interim e nessuna autorità decisionale in grado di rispondere – e l’Occidente non ha intrapreso alcuna azione contro la Russia oltre a sanzioni limitate. Per Putin, la presa della Crimea, con pochissime vittime e con l’Occidente in gran parte in disparte, ha confermato il suo status di astuto comandante supremo.

Ma Putin non si accontentava di andarsene con questo chiaro premio; invece, quella primavera e quell’estate, permise alla Russia di essere coinvolta in un conflitto molto più intrattabile nella regione del Donbas, nell’Ucraina orientale. Qui, non poteva seguire la formula che aveva funzionato così bene in Crimea: il sentimento filo-russo nell’est era troppo debole per implicare un diffuso sostegno popolare alla secessione. Molto rapidamente, il conflitto si è militarizzato, con Mosca che ha affermato che le milizie separatiste agivano indipendentemente dalla Russia. Tuttavia, entro l’estate, quando sembrava che i separatisti di Donetsk e Luhansk, le due enclavi filo-russe nel Donbas, avrebbero potuto essere sconfitte dall’esercito ucraino, il Cremlino ha inviato forze russe regolari. Sebbene i russi non abbiano avuto problemi contro l’esercito ucraino, Putin è stato comunque cauto. Non ha annesso le enclavi,

Per alcuni osservatori occidentali, la guerra russa nel Donbas sembrava una nuova potente strategia di guerra ibrida. Come descritto dagli analisti, la Russia è stata in grado di mettere in secondo piano i suoi avversari riunendo forze regolari e irregolari e attività palesi e segrete e combinando forme consolidate di azione militare con attacchi informatici e guerra dell’informazione. Ma questa valutazione ha sopravvalutato la coerenza dell’approccio russo. In pratica i russi avevano messo in moto eventi dalle conseguenze imprevedibili, guidati da individui che faticavano a controllare, per obiettivi che non condividevano del tutto. L’accordo di Minsk non è mai stato attuato e i combattimenti non si sono mai fermati. Al massimo, Putin aveva tratto il meglio da un pessimo lavoro, contenendo il conflitto e, mentre sconvolgeva l’Ucraina, dissuadendo l’Occidente dal farsi coinvolgere troppo. A differenza della Crimea,l’Occidente .

FORZA TRAVOLGENTE

Nell’estate del 2021, la guerra del Donbas era in una situazione di stallo per più di sette anni e Putin ha deciso un piano audace per portare a termine le cose. Non essendo riuscito a utilizzare le enclavi per influenzare Kiev, ha cercato di sfruttare la loro difficile situazione per sostenere il cambio di regime a Kiev, assicurandosi che sarebbe rientrata nella sfera di influenza di Mosca e non avrebbe mai più preso in considerazione l’adesione alla NATO o all’UE. Pertanto, avrebbe intrapreso un’invasione su vasta scala dell’Ucraina.

Un tale approccio richiederebbe un enorme impegno delle forze armate e una campagna audace. Ma la fiducia di Putin è stata rafforzata dal recente intervento militare russo in Siria, che ha sostenuto con successo il regime di Bashar al-Assad, e dai recenti sforzi per modernizzare le forze armate russe. Gli analisti occidentali avevano ampiamente accettato le affermazioni russe sulla crescente forza militare del paese, inclusi nuovi sistemi e armamenti, come le “armi ipersoniche”, che almeno suonavano impressionanti. Inoltre, le sane riserve finanziarie russe limiterebbero l’effetto di eventuali sanzioni punitive. E l’Occidente è apparso diviso e turbato dopo la presidenza di Donald Trump, un’impressione che è stata confermata dal ritiro fallito degli Stati Uniti dall’Afghanistan nell’agosto 2021.

Quando Putin ha lanciato quella che ha definito “operazione militare speciale” in Ucraina , molti in Occidente hanno temuto che potesse avere successo. Gli osservatori occidentali avevano osservato per mesi il massiccio accumulo di forze russe al confine ucraino e, quando è iniziata l’invasione, le menti degli strateghi statunitensi ed europei sono andate avanti alle implicazioni di una vittoria russa che minacciava di incorporare l’Ucraina in una Grande Russia rivitalizzata. Sebbene alcuni paesi della NATO, come gli Stati Uniti e il Regno Unito, avessero affrettato rifornimenti militari in Ucraina, altri, in seguito a questo pessimismo, erano più riluttanti. È probabile che l’equipaggiamento aggiuntivo, conclusero, sarebbe arrivato troppo tardi o addirittura sarebbe stato catturato dai russi.

Meno notato è stato che l’accumulo di truppe russe, nonostante le sue dimensioni formidabili, era tutt’altro che sufficiente per prendere e tenere tutta l’Ucraina. Anche molti all’interno o collegati all’esercito russo potrebbero vedere i rischi. All’inizio di febbraio 2022, Igor “Strelkov” Girkin, uno dei primi leader separatisti russi nella campagna del 2014, ha osservato che l’esercito ucraino era più preparato di quanto non fosse otto anni prima e che “non ci sono quasi abbastanza truppe mobilitate, o essere mobilitato”. Eppure Putin non ha consultato esperti sull’Ucraina, affidandosi invece ai suoi più stretti consiglieri – vecchi compagni dell’apparato di sicurezza russo – che hanno fatto eco alla sua opinione sprezzante secondo cui l’Ucraina potrebbe essere facilmente presa.

Non appena l’invasione iniziò, divennero evidenti le debolezze centrali della campagna di Russia. Il piano prevedeva una guerra breve, con avanzamenti decisivi in ​​diverse parti del paese il primo giorno. Ma l’ottimismo di Putin e dei suoi consiglieri significava che il piano era modellato in gran parte attorno a operazioni rapide da parte di unità di combattimento d’élite. È stata data poca considerazione alla logistica e alle linee di rifornimento, che hanno limitato la capacità della Russia di sostenere l’offensiva una volta che si è fermata, e tutto l’essenziale della guerra moderna, inclusi cibo, carburante e munizioni, ha iniziato a essere rapidamente consumato. In effetti, il numero di assi di avanzamento ha creato una serie di guerre separate che vengono combattute contemporaneamente, tutte presentando le proprie sfide, ciascuna con le proprie strutture di comando e senza un meccanismo appropriato per coordinare i propri sforzi e allocare risorse tra di loro.

Il primo segnale che le cose non stavano andando secondo i piani di Putin è stato quello che è successo all’aeroporto di Hostomel, vicino a Kiev. Detto che avrebbero incontrato poca resistenza, i paracadutisti d’élite che erano stati inviati a trattenere l’aeroporto per gli aerei da trasporto in arrivo furono invece respinti da un contrattacco ucraino. Alla fine, i russi riuscirono a prendere l’aeroporto, ma a quel punto era troppo danneggiato per avere un qualche valore. Altrove, unità di carri armati russi apparentemente formidabili furono fermate da difensori ucraini molto più leggermente armati. Secondo un resoconto, un’enorme colonna di carri armati russi destinata a Kiev fu inizialmente fermata da un gruppo di soli 30 soldati ucraini, che si avvicinò di notte su quad e riuscì a distruggere alcuni veicoli in testa alla colonna, lasciando il resto bloccato su una carreggiata stretta e aperto a ulteriori attacchi. Gli ucraini hanno ripetuto con successo tali imboscate in molte altre aree.

Le forze ucraine, con l’assistenza occidentale, avevano intrapreso riforme energiche e pianificato attentamente le loro difese. Erano anche molto motivati, a differenza di molti dei loro omologhi russi , che non erano sicuri del perché fossero lì. Le unità ucraine agili, attingendo prima ad armi anticarro e droni e poi all’artiglieria, colsero di sorpresa le forze russe. Alla fine, quindi, il corso iniziale della guerra non fu determinato da un numero maggiore e potenza di fuoco, ma da tattiche, impegno e comando superiori.

ERRORI CUMULATIVI

Fin dall’inizio dell’invasione, il contrasto tra gli approcci al comando russo e ucraino è stato netto. L’errore strategico originale di Putin era di presumere che l’Ucraina fosse sufficientemente ostile da impegnarsi in attività anti-russe e incapace di resistere alla potenza russa. Mentre l’invasione si bloccava, Putin sembrava incapace di adattarsi alla nuova realtà, insistendo sul fatto che la campagna era nei tempi previsti e procedeva secondo i piani. Impedito di menzionare l’alto numero di vittime russe e le numerose battute d’arresto sul campo di battaglia, i media russi hanno rafforzato incessantemente la propaganda del governo sulla guerra. Al contrario, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, l’obiettivo iniziale dell’operazione russa, ha rifiutato le offerte degli Stati Uniti e di altre potenze occidentali di essere portate in salvo per formare un governo in esilio. Non solo è sopravvissuto, ma è rimasto a Kiev, visibile e loquace, radunando il suo popolo e facendo pressioni sui governi occidentali per un maggiore sostegno, finanziario e militare. Dimostrando l’impegno schiacciante del popolo ucraino a difendere il proprio paese, ha incoraggiato l’Occidente a imporre sanzioni molto più severe alla Russia di quanto avrebbe potuto fare altrimenti, nonché a fornire forniture di armi e materiale bellico all’Ucraina. Mentre Putin si ripeteva ostinatamente mentre la sua “operazione militare speciale” vacillava, Zelensky crebbe in fiducia e statura politica. ha incoraggiato l’Occidente a imporre sanzioni molto più severe alla Russia di quanto avrebbe potuto fare altrimenti, nonché a fornire forniture di armi e materiale bellico all’Ucraina. Mentre Putin si ripeteva ostinatamente mentre la sua “operazione militare speciale” vacillava, Zelensky crebbe in fiducia e statura politica. ha incoraggiato l’Occidente a imporre sanzioni molto più severe alla Russia di quanto avrebbe potuto fare altrimenti, nonché a fornire forniture di armi e materiale bellico all’Ucraina. Mentre Putin si ripeteva ostinatamente mentre la sua “operazione militare speciale” vacillava, Zelensky crebbe in fiducia e statura politica.

La nefasta influenza di Putin incombeva anche su altre decisioni strategiche chiave della Russia. La prima, dopo le battute d’arresto iniziali, è stata la decisione dell’esercito russo di adottare le tattiche brutali utilizzate in Cecenia e Siria: prendere di mira le infrastrutture civili, inclusi ospedali ed edifici residenziali. Questi attacchi hanno causato immense sofferenze e difficoltà e, come si poteva prevedere, hanno solo rafforzato la determinazione ucraina. Le tattiche erano controproducenti anche in un altro senso. Insieme alle rivelazioni su possibili crimini di guerra da parte delle truppe russe nelle aree intorno a Kiev, come Bucha, gli attacchi della Russia a obiettivi non militari hanno convinto i leader di Washington e di altre capitali occidentali che era inutile cercare di mediare un accordo di compromesso con Putin. Invece, i governi occidentali hanno accelerato il flusso di armi verso l’Ucraina, con una crescente enfasi sui sistemi offensivi e difensivi. Questa non era la guerra tra Russia e NATO rivendicata dai propagandisti di Mosca, ma stava rapidamente diventando la cosa più vicina.

Una seconda decisione strategica chiave è arrivata il 25 marzo, quando la Russia ha abbandonato il suo obiettivo massimalista di prendere Kiev e ha annunciato che si stava concentrando invece sulla “completa liberazione” della regione del Donbas. Questo nuovo obiettivo, sebbene promettesse di portare maggiore miseria a est, era più realistico, e lo sarebbe stato ancora di più se fosse stato l’obiettivo iniziale dell’invasione. Il Cremlino ora nominò anche un comandante russo in generale per guidare la guerra, un generale il cui approccio sarebbe stato più metodico e impiegherebbe artiglieria aggiuntiva per preparare il terreno prima che l’armatura e la fanteria si muovessero in avanti. Ma l’effetto di questi cambiamenti è stato limitato perché Putin aveva bisogno di risultati rapidi e non ha dato alle forze russe il tempo di riprendersi e prepararsi per questo secondo round della guerra.

Lo slancio era già passato dalla Russia all’Ucraina e non poteva essere invertito abbastanza rapidamente per rispettare il calendario di Putin. Alcuni analisti hanno ipotizzato che Putin volesse qualcosa che potrebbe chiamare una vittoria il 9 maggio, la festa russa che segna la fine della Grande Guerra Patriottica, la vittoria della Russia sulla Germania nazista. Altrettanto probabile, tuttavia, era il desiderio suo e dei suoi alti comandanti militari di ottenere guadagni territoriali nell’est prima che l’Ucraina potesse assorbire nuove armi dagli Stati Uniti e dall’Europa. Di conseguenza, i comandanti russi inviarono di nuovo in combattimento unità che erano state appena ritirate dal nord a est; non c’era tempo per ricostituire le truppe o rimediare alle mancanze mostrate nella prima fase della guerra.

Nella nuova offensiva, iniziata sul serio a metà aprile, le forze russe hanno ottenuto pochi guadagni, mentre i contrattacchi ucraini hanno rosicchiato le loro posizioni. Ad aumentare l’imbarazzo, l’ammiraglia russa del Mar Nero, la Moskva, è stato affondato in un audace attacco ucraino. Entro il 9 maggio non c’era molto da festeggiare a Mosca. Anche la città costiera di Mariupol, che la Russia aveva attaccato senza pietà dall’inizio della guerra e ridotta in macerie, non fu completamente catturata fino a una settimana dopo. A quel punto, le stime occidentali suggerivano che un terzo della forza di combattimento russa iniziale, sia personale che equipaggiamento, era andato perso. Erano circolate voci secondo cui Putin avrebbe sfruttato le vacanze per annunciare una mobilitazione generale per soddisfare il bisogno di manodopera dell’esercito, ma non è stato fatto alcun annuncio del genere. Tanto per cominciare, una mossa del genere sarebbe stata profondamente impopolare in Russia. Ma ci sarebbe voluto anche del tempo per portare coscritti e riservisti al fronte, e la Russia avrebbe comunque dovuto affrontare una cronica carenza di attrezzature.

Dopo una serie ininterrotta di decisioni di comando sbagliate, Putin stava esaurendo le opzioni. Quando l’offensiva in Ucraina ha completato il suo terzo mese, molti osservatori hanno iniziato a notare che la Russia era rimasta bloccata in una guerra impossibile da vincereche non osava perdere. I governi occidentali e alti funzionari della NATO hanno cominciato a parlare di un conflitto che potrebbe continuare per mesi, e forse anni, a venire. Ciò dipenderebbe dalla capacità dei comandanti russi di continuare a combattere con forze esaurite e dal morale basso e anche dalla capacità dell’Ucraina di passare da una strategia difensiva a una offensiva. Forse l’esercito russo potrebbe ancora salvare qualcosa dalla situazione. O forse Putin a un certo punto avrebbe visto che potrebbe essere prudente chiedere un cessate il fuoco in modo da poter incassare i guadagni realizzati all’inizio della guerra prima che una controffensiva ucraina li portasse via, anche se ciò significherebbe ammettere il fallimento.

POTERE SENZA SCOPO

Bisogna stare attenti quando si traggono grandi lezioni dalle guerre con le loro caratteristiche speciali, in particolare da una guerra le cui conseguenze non sono ancora note. Analisti e pianificatori militari studieranno sicuramente la guerra in Ucrainaper molti anni come esempio dei limiti del potere militare, alla ricerca di spiegazioni sul perché una delle forze armate più forti e più grandi del mondo, con una formidabile forza aerea e marina e nuovi equipaggiamenti e con esperienza di combattimento recente e di successo, ha vacillato così malamente. Prima dell’invasione, quando l’esercito russo veniva confrontato con le forze di difesa più piccole e meno armate dell’Ucraina, pochi dubitava di quale parte avrebbe preso il sopravvento. Ma la vera guerra è determinata da fattori qualitativi e umani, e furono gli ucraini che avevano tattiche più acute, riunite da strutture di comando, dal più alto livello politico ai comandanti sul campo più bassi, che erano adatte allo scopo.

La guerra di Putin in Ucraina, quindi, è soprattutto un caso di studio in un fallimento del comando supremo. Il modo in cui vengono fissati gli obiettivi e le guerre lanciate dal comandante in capo modella ciò che segue. Gli errori di Putin non erano unici; erano tipici di quelli fatti da leader autocratici che arrivano a credere alla propria propaganda. Non ha messo alla prova le sue ipotesi ottimistiche sulla facilità con cui avrebbe potuto ottenere la vittoria. Si fidava delle sue forze armate per la consegna. Non si rendeva conto che l’Ucraina rappresentava una sfida su una scala completamente diversa dalle precedenti operazioni in Cecenia, Georgia e Siria. Ma faceva anche affidamento su una struttura di comando rigida e gerarchica che non era in grado di assorbire e adattarsi alle informazioni da terra e, soprattutto, non consentiva alle unità russe di rispondere rapidamente al mutare delle circostanze.

Il valore dell’autorità delegata e dell’iniziativa locale sarà una delle altre lezioni chiave di questa guerra. Ma affinché queste pratiche siano efficaci, i militari in questione devono essere in grado di soddisfare quattro condizioni. In primo luogo, deve esserci fiducia reciproca tra coloro che sono ai livelli senior e più giovani. Quelli al più alto livello di comando devono avere fiducia che i loro subordinati abbiano l’intelligenza e la capacità di fare la cosa giusta in circostanze difficili, mentre i loro subordinati devono avere fiducia che l’alto comando fornirà tutto il sostegno possibile. In secondo luogo, coloro che combattono devono avere accesso alle attrezzature e alle forniture di cui hanno bisogno per andare avanti. Ha aiutato gli ucraini che stavano usando armi portatili anticarro e di difesa aerea e stavano combattendo vicino alle loro basi,

Terzo, coloro che forniscono la leadership ai livelli di comando più giovani devono essere di alta qualità. Sotto la guida occidentale, l’esercito ucraino aveva sviluppato il tipo di corpo di sottufficiali in grado di garantire che le esigenze di base di un esercito in movimento saranno soddisfatte, dalla manutenzione dell’equipaggiamento all’effettiva preparazione al combattimento. In pratica, ancora più rilevante è stato il fatto che molti di coloro che sono tornati nei ranghi quando l’Ucraina si è mobilitata erano veterani esperti e avevano una comprensione naturale di ciò che doveva essere fatto.

Ma questo porta alla quarta condizione. La capacità di agire efficacemente a qualsiasi livello di comando richiede un impegno per la missione e la comprensione del suo scopo politico. Questi elementi mancavano da parte russa a causa del modo in cui Putin aveva lanciato la sua guerra: il nemico che le forze russe erano state indotte ad aspettarsi non era quello che avevano di fronte e la popolazione ucraina non era, contrariamente a quanto era stato detto loro, incline essere liberato. Più il combattimento è futile, più basso è il morale e più debole è la disciplina di coloro che combattono. In queste circostanze, l’iniziativa locale può semplicemente portare all’abbandono o al saccheggio. Al contrario, gli ucraini stavano difendendo il loro territorio contro un nemico intento a distruggere la loro terra. C’era un’asimmetria di motivazione che ha influenzato i combattimenti fin dall’inizio. Il che ci riporta alla follia della decisione originale di Putin. È difficile comandare alle forze di agire a sostegno di un’illusione.

https://www.foreignaffairs.com/articles/russian-federation/2022-06-14/ukraine-war-russia-why-fails

Ucraina, il conflitto_11a puntata, con Stefano Orsi e Max Bonelli

La 11a puntata inizia con un documento interno all’esercito ucraino che conferma le crescenti difficoltà, evidenti ormai sul campo, nel sostenere e contenere la pressione costante dell’esercito russo. Una nota che segue numerosi atti di protesta della truppa riguardo la conduzione della guerra e il comportamento dei comandi e della dirigenza politica ucraini. Alle difficoltà sul campo corrisponde una netta accentuazione del carattere terroristico della reazione ucraina sempre più rivolta a ritorsioni verso la popolazione civile e al sacificio dissennato delle proprie forze militari. Un aspetto sempre più difficile da nascondere anche per i media meglio disposti verso una causa sbagliata quale è la reazine della dirigenza ucraina. E’ sempre più evidente il paradosso di una forza che si proclama paladina dell’indipendenza di un paese, ma che in realtà si sta rivelando uno spietato esercito di occupazione al momento della vasta componente ostile della popolazione, ma che non tarderà a manifestare la propria indole anche verso le componenti favorevoli e passive. Emerge sempre più chiaramente la natura di un regime tanto ottuso e spietato ideologicamente, quanto portatore diretto di interessi e dinamiche geopolitiche esterne; dinamiche dalle generalità conosciute, ormai sparse ai quattro venti, che non tarderanno a dover rendere conto anche nel proprio paese, gli Stati Uniti. L’ennesimo frutto marcio portato dalle tante rivoluzioni colorate che hanno infestato questo ventennio. Avrebbero dovuto scompigliare i propositi di un mondo multipolare; stanno costringendo, in realtà, le forze emergenti a coalizzarsi non ostante i vecchi e nuovi contenziosi che attraversano un mondo sempre più disarticolato. Il finale non è scritto, ma non è scontato come poteva apparire appena venti anni fa. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/v1eu231-ucraina-il-conflitto-11a-p-con-max-bonelli-e-stefano-orsi.html

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