Iran, Cina e Russia: alleati ad hoc?, di Michel Nazet

I media occidentali sono stati ossessionati dalle posizioni anti-occidentali dell’Iran sin dalla Rivoluzione islamica del 1979 e dal suo presunto desiderio di acquisire armi nucleari. Le relazioni dell’Iran con la Russia, come con la Cina, sono quindi un po ‘il volto nascosto della politica estera iraniana e ne sono state completamente nascoste, fino ai piani per la (ri) costituzione dell’Eurasia per la Russia e la Terra Via della seta per la Cina.

 

I legami con la Cina sono attestati dai rapporti tra i Parti e i Cinesi, quindi dall’esistenza della via della seta che attraversava, dal II E  secolo prima di J. – C., tutto il nord della Persia, ed era un vettore di scambi di tutti i tipi. La Persia, la Cina e gran parte della Russia furono persino brevemente unificate dai mongoli tra il 1227 e il 1259, prima che il loro impero si spezzasse.

Quindi le relazioni con la Cina furono ridotte. Con la Russia, sono diventati sempre più difficili, la rimozione di Mosca a Persia numerosi territori nel XIX °  secolo (vedi mappa a pagina 47). Nel 1920, i comunisti incoraggiarono la creazione di una repubblica effimera di Gilan nel nord del paese; nel 1945 e nel 1946, Stalin cerca ancora di strappare l’Azerbaigian e il Kurdistan dalla Persia all’Iran. Queste minacce portano l’Iran a rivolgersi all’Alleanza occidentale e aderire al Patto di Baghdad.

L’Iran è alla ricerca di nuovi partner

La logica geopolitica contemporanea degli ultimi decenni ha avvicinato l’Iran alla Russia e alla Cina. Rompendo con gli Stati Uniti, sentendosi minacciato dall’accerchiamento delle potenze sunnite, molte delle quali sono ostili nei suoi confronti, traumatizzati dal suo isolamento durante la guerra con l’Iraq, Teheran adotta una politica estera “anti-egemonica”, neutralista e terzo mondo.

Pertanto, l’Iran si oppone principalmente agli Stati Uniti, influenti nel Golfo Persico, che si oppongono all’adesione al rango di potere internazionale dell’Iran.

Inoltre, ha sentito parlare a nome dei paesi del Sud, rifiutando il Washington Consensus (1) e facendo una campagna per un pianeta multipolare. Questo impegno si riflette in una posizione eminente all’interno del movimento non allineato, di cui Teheran è diventato il quartier generale dal 2012 e di cui Hassan Rohani è l’attuale segretario generale.

Queste posizioni hanno portato l’Iran ad avvicinarsi al suo vicino russo e alla Cina, che sono anche parte di una sfida all’attuale ordine mondiale e di una sfida a un egemonismo americano percepito come dinamico e minaccioso …

Verso un “nuovo impero mongolo”?

Di conseguenza, le relazioni tra i tre stati si sono intensificate solo a causa di molti interessi comuni (sensazione di essere circondati dagli Stati Uniti, lotta contro il terrorismo di ispirazione jihadista e traffico di droga in generale ed eroina in particolare).

L’Iran è quindi diventato, negli ultimi anni, un partner privilegiato della Russia, nell’ambito di un partenariato di cooperazione militare del 2001 rafforzato all’inizio del 2015, per gli acquisti di armi (quindi i missili antiaerei avanzati S-300 tra cui Mosca ha appena sbloccato la consegna), l’energia nucleare civile (costruzione della centrale di Bouchehr ), il settore del gas. Più recentemente, a marzo 2015, a seguito dell’embargo russo sui prodotti agricoli europei, l’Iran e la Russia hanno firmato un importante contratto che promuove le esportazioni iraniane di prodotti della pesca e dei prodotti lattiero-caseari, nonché i trasferimenti finanziari.

Allo stesso tempo, le relazioni economiche tra Iran e Cina si sono sviluppate fortemente dal 2004. Nonostante le pressioni, Pechino non applica le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite. La Cina è quindi diventata dall’inizio del decennio il primo partner economico dell’Iran (l’Unione Europea, da tempo in prima fila, essendo caduta al quarto posto); importa principalmente idrocarburi (50% di petrolio iraniano esportato) e prodotti petrolchimici. Il commercio, che ha raggiunto i 30 miliardi di dollari nel 2010, ora supera i 40 miliardi con l’obiettivo di 100 miliardi all’anno.

 

Allo stesso modo, mentre l’Iran ha posizioni molto vicine a quelle formulate dai BRICS e vi è collusione da parte degli organi di stampa iraniani, russi e cinesi, questo paese è diventato un osservatore presso la Shanghai Cooperation Organization ( dove Pechino e Mosca siedono già) nel 2005 e potrebbero diventare membri a pieno titolo al vertice di Ufa a luglio 2015. Infine, recentemente, il 3 aprile 2015, l’Iran ha aderito come membro fondatore dell’iniziativa bancaria cinese Asian Investment Bank , la Asian Infrastructure Investment Bank , alla quale gli Stati Uniti e il Giappone hanno rifiutato di aderire …

Sembra quindi prendere forma un asse Mosca-Teheran-Pechino che Thomas Flichy di La Neuville ha descritto come “il  nuovo impero mongolo (2)” e che Zbigniew Brzezinski aveva previsto dagli anni ’90.

Un’entità improbabile …

I tre paesi, plasmati da un acuto sentimento nazionale, sono lungi dall’avere dimensioni geografiche e umane comparabili. Sentono anche il bisogno assoluto di aprirsi agli Stati occidentali che rappresentano una domanda di solventi e sono fornitori di capitale e tecnologia … La loro capacità di opporsi all’egemonia è quindi limitata e irregolare.

Hanno anche interessi che possono rivelarsi divergenti. Ognuno aspira, sulla scala del continente asiatico, un luogo strategico che, se geograficamente complementare, compete anche con quello dei suoi due partner. Questa divergenza di interessi può quindi alimentare solo ulteriori motivi e sospetti, concretizzati dalle posizioni ambivalenti di Cina e Russia, ieri durante il conflitto iracheno-iraniano, oggi sull’energia nucleare iraniana. La Russia, in particolare, può sinceramente desiderare che Teheran acquisisca armi atomiche? D’altra parte, le controversie del passato hanno perso parte del loro significato poiché i due paesi non hanno più un confine terrestre dalla rottura dell’URSS. Né esiste, per il momento, una lotta per l’influenza in Asia centrale, anche nel Tagikistan della cultura iraniana. Qui la rivalità riguarda Mosca e Pechino.

 

Infine, questi paesi hanno poco in comune culturalmente e ideologicamente. I loro sistemi sociali non hanno nulla di paragonabile.

Tutto sommato, l’Iran, la Cina e la Russia condividono indubbiamente una visione divergente del mondo da quella trasmessa dall’Occidente, mentre la loro vicinanza geografica autorizza l’implementazione di complementarità economiche e collusione strategica. Ma hanno particolarità irriducibili che, se non ostacolano un inevitabile riavvicinamento, impediscono loro di essere troppo fuse. L’Iran ha quindi il suo progetto geopolitico per diventare una potenza regionale la cui influenza si estenderebbe sia al Medio Oriente che all’Asia centrale al fine di cessare di essere “una potenza limitata”. A medio termine, questo progetto prevede migliori relazioni con l’Occidente e anche con la Turchia, la chiave per il mondo di lingua turca.

Anche se la sua realizzazione, un vasto programma, richiederà non solo una normalizzazione del potere iraniano, ma anche una pacificazione regionale attualmente fuori portata, la straordinaria diplomazia iraniana, che si dice non sia mai buona come quando opera sul precipizio, tra cui lavoro…

 

  1. I principi delle politiche liberali incoraggiate dal FMI sono così chiamati: deregolamentazione, privatizzazioni, apertura, rigore di bilancio, ecc.
  2. Thomas Flichy di La Neuville, Cina, Iran, Russia, un nuovo impero mongolo? Lavauzelle, 2013.
  3. https://www.revueconflits.com/iran-chine-russie-allies-de-circonstance-michel-nazet/

La politica dello spazio, di  Jacek Bartosiak

La politica dello spazio

La prima puntata di una serie in quattro parti che esplora la concorrenza sullo spazio.

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Mentre scrivo questo articolo, chiuso nella bellissima regione della Warmia nella Polonia settentrionale, vicino al sito della campagna invernale di Napoleone del 1806-07, le ricadute della pandemia di coronavirus sembrano intensificare la rivalità tra Stati Uniti e Cina. Ricorda un fulmine che colpisce prima di una tempesta, illuminando un campo di battaglia poco prima dell’inizio di una nuova battaglia.

I campi di battaglia tra grandi potenze di solito consistono in cose come lavoro, commercio, produzione, valuta, investimenti e tecnologia. In un’economia globalizzata, il controllo su queste aree dà a un paese la capacità di imporre la propria volontà sugli altri – che è la definizione di potere. In precedenza erano controllati da potenze regionali all’interno delle loro sfere di influenza e dal crollo dell’Unione Sovietica sono stati dominati dall’unica superpotenza del mondo – gli Stati Uniti – che possiede una marina con portata globale, una valuta globale, una proiezione di potere capacità e superiorità nei mondi tecnologici e finanziari.

Ma il fattore più importante che determina il potere strutturale di un paese nell’economia globale è il suo vantaggio tecnologico. La capacità e la volontà di abbracciare la modernizzazione è una fonte di grande profitto e potere.

La tecnologia crea “nuove economie”, premiando coloro che investono in anticipo e abbracciano il cambiamento, lasciando indietro coloro che resistono al cambiamento e mantengono lo status quo. In questo modo, altera l’equilibrio del potere. Possiamo vedere questi cambiamenti di paradigma con le innovazioni in agricoltura, l’invenzione della polvere da sparo, l’addomesticamento e l’allevamento dei cavalli e i progressi nelle tecnologie di produzione e navigazione.

La rivoluzione industriale, il motore a vapore, il motore a combustione interna, l’aviazione, la metallurgia e Internet pongono i paesi occidentali ai vertici della gerarchia internazionale. È stata la capacità dell’Occidente di modernizzare che l’ha spinta verso l’alto e l’ha trasformata in un modello per gli altri che cercano di far avanzare il proprio status nel mondo.

Coloro che hanno modernizzato hanno preso parte alla corsa della civiltà; quelli che non ne sono usciti, e spesso si sono trovati divisi o colonizzati (il Commonwealth polacco-lituano e la Cina sono esempi chiave). In questo modo, la modernizzazione è uno sforzo geopolitico e una fonte di competizione senza fine tra tutte le aspiranti grandi potenze del mondo.

L’Inghilterra, un tempo povera e periferica, utilizzava la tecnologia per costruire una flotta di livello mondiale in grado di attraversare l’Atlantico. Ha sconfitto i suoi concorrenti nella corsa ai profitti della nuova economia, aprendo così la strada al suo controllo del mondo. La Cina, invece, ha avuto meno successo. Nel 15 ° secolo, prese la decisione imprudente di distruggere la propria flotta esplorando l’Oceano Indiano e la costa africana, mentre cercava di aggrapparsi al vecchio paradigma in cui molti decisori chiave cinesi erano a proprio agio. In tal modo, ha dimostrato che le cattive decisioni geostrategiche – contrarie alla modernizzazione – possono portare al collasso della propria civiltà.

In passato, epidemie e guerre hanno accelerato gli sforzi di modernizzazione. Radar britannico, bomba atomica e missili balistici tedeschi: tutte queste innovazioni sono nate dall’ultima guerra mondiale. Perfino Sputnik e i voli con equipaggio sulla luna erano in qualche modo i prodotti di quel conflitto e del programma tedesco sui missili balistici V-2. Wernher von Braun era, dopo tutto, uno dei principali architetti del V-2 e in seguito il cervello dietro al programma Apollo degli Stati Uniti.

La guerra fredda ha intensificato la competizione per la supremazia tecnologica. Le potenze hanno gareggiato per dimostrare le loro capacità in una serie di aree: razzi, aerei, radar, navi, ottica, circuiti integrati, microchip, voli spaziali e armi nucleari e termonucleari. Gli Stati Uniti hanno dimostrato la loro superiorità con iniziative come il Progetto Manhattan, il programma Apollo e la triade nucleare. Ma quando divenne evidente negli anni ’70 e ’80 che i sovietici avevano perso la corsa allo spazio, gli americani iniziarono a lasciarsi andare. Smisero di volare missioni con equipaggio sulla luna, contenti di lanciare voli verso un’orbita bassa della Terra facilmente raggiungibile, con l’aiuto di una tecnologia un po ‘migliorata sebbene datata degli anni ’60 e ’70.

60 anni di esplorazione spaziale
(clicca per ingrandire)

Era arrivata l’era della globalizzazione. Francis Fukuyama ha annunciato la fine della storia. Nuovi mercati hanno iniziato ad aprirsi. È emerso un mondo unipolare. Ma la fine della rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha portato un forte legame strategico, certamente quando si è trattato di esplorazione dello spazio, mentre il compiacimento degli Stati Uniti ha aperto le porte alle potenze emergenti – vale a dire la Cina – per competere con uno spazio USA sempre più inefficiente e un programma sottofinanziato.

In effetti, quando si tratta di esplorazione dello spazio, non è successo molto dopo la fine dell’Unione Sovietica. I lanci dello space shuttle si sono rivelati inefficienti. Gli Stati Uniti sono diventati dipendenti da altri paesi per accedere alla stazione spaziale internazionale. La NASA è diventata un simbolo di ipertrofia burocratica e cattiva gestione finanziaria. Durante il periodo in carica del presidente Barack Obama, alcuni hanno persino suggerito che fosse completamente eliminato e che il programma spaziale fosse terminato.

La mancanza di progressi è in parte dovuta alle risorse finanziarie necessarie per mantenere un moderno programma spaziale, in modo tale che solo le nazioni più potenti con le maggiori economie possano permettersi di averne uno. Oltre ai soldi, hanno bisogno di una visione e una strategia. Un primo esempio dell’inefficienza dell’attuale programma spaziale è lo Space Launch System della NASA, un’iniziativa estremamente costosa sostenuta principalmente da legislatori di stati come la Georgia e l’Alabama dove viene prodotto il sistema.

Queste inefficienze sono un sintomo della debolezza strutturale del sistema politico americano. Pertanto, imprenditori come Elon Musk e Jeff Bezos – i moderni Cristoforo Colombo e Vasco da Gama – hanno raccolto la bandiera della causa, lanciando i propri progetti spaziali con iniziative come SpaceX e Blue Origin.

Esploratori come Musk e Bezos, o Columbus e da Gama, o la moltitudine di temerari senza nome e coloro che assumevano rischi prima, hanno affrontato enormi sfide e rotto vecchi paradigmi. Spesso tali avventurieri hanno dovuto affrontare carenze finanziarie, derisioni e attacchi costanti. Il cambiamento è dirompente e alla gente non piace l’interruzione, quindi alla gente non piace il cambiamento.

Inoltre, con la fine della Guerra Fredda è arrivata l’illusione di una fine della storia: la convinzione che il liberalismo avesse trionfato e che forse i giorni peggiori di cambiamento e distruzione fossero passati. Nel corso della storia umana, i vincitori hanno sempre ipotizzato che il loro trionfo rappresentasse la fine della rivalità geopolitica. Che la vittoria degli Stati Uniti nella guerra fredda fosse dovuta principalmente al dominio tecnologico dell’Occidente e alla promessa di modernizzazione in qualche modo sfuggì alla nostra percezione.

Invece, il sogno di belle relazioni tra le persone ha legato le mani dei leader occidentali, in particolare gli americani, e ha bloccato il percorso verso azioni più audaci in nuove aree come lo spazio. L’idea che il cosmo e le sue illimitate possibilità e risorse appartenessero a tutta l’umanità – non solo a coloro che vi arrivarono per primi – era seducente. E se non ci fosse urgenza e chiarezza su chi pagherà e su chi trarrà beneficio dai frutti dell’esplorazione, allora gli investimenti pubblici e privati ​​per finanziare l’esplorazione dello spazio potranno aspettare.

Esistono chiari parallelismi con l’esplorazione dei mari e degli oceani, a cui il cosmo è strutturalmente (dal punto di vista dell’uso e del controllo) paragonabile. Solo i grandi poteri hanno capacità spaziali. I paesi senza tali capacità assomigliano a quelli privi di sbocco sul mare. In un’era di grande competizione di potere, tali stati non avrebbero fatto liberamente uso dell’esplorazione del mare. Solo durante i periodi in cui esisteva un egemone navale che approvava i principi del movimento, tutti gli stati potevano beneficiare del potenziale del mare dato. Al momento non esiste un singolo arbitro nello spazio, almeno non ancora. Quindi seguono le implicazioni.

Discussioni simili hanno avuto luogo durante i periodi di grandi scoperte geografiche: chi possiede le terre scoperte e i loro frutti? Su quali principi viene utilizzato l’oceano mondiale? Chi possiede l’Atlantico e le linee di comunicazione della nuova economia? Tali dibattiti si sono sempre conclusi allo stesso modo: il potere decide e il potere vittorioso impone la sua volontà di diventare arbitro della nuova economia. La Gran Bretagna ha giocato il gioco in più fasi e con grande maestria, con Trafalgar come ultimo tocco della grande visione.

Nell’era della recente globalizzazione, l’Occidente voleva credere che il corso della storia potesse essere domato e controllato e che le persone fossero cambiate. Soprattutto, che questa volta sarebbe stato diverso.

Non lo sarà.

Nel dicembre 2019, gli americani hanno creato Space Force. Durante l’inaugurazione, il presidente Donald Trump ha dichiarato: “lo spazio è il più nuovo dominio di guerra al mondo. Tra le gravi minacce alla nostra sicurezza nazionale, la superiorità americana nello spazio è assolutamente vitale. E stiamo procedendo, ma non  abbastanza. Ma molto presto, saremo in testa a molti. La Forza Spaziale ci aiuterà a scoraggiare l’aggressività e controllare l’altura più elevata. “

Trump ha aggiunto nelle osservazioni successive: “L’essenza dell’uomo americano è esplorare nuovi orizzonti e domare nuove frontiere. Ma il nostro destino, oltre la Terra, non è solo una questione di identità nazionale, ma una questione di sicurezza nazionale. Così importante per i nostri militari. Così importante. E la gente non ne parla. Quando si tratta di difendere l’America, non è sufficiente avere semplicemente una presenza americana nello spazio. Dobbiamo avere il dominio americano nello spazio. “

Pertanto, nella visione di Trump, sono gli Stati Uniti ad essere il guardiano del nuovo oceano mondiale, l’arbitro dei principi che regolano i viaggi nello spazio e i flussi strategici di persone, merci, investimenti, tecnologia, dati e conoscenze . A tal fine, gli Stati Uniti vogliono controllare la proiezione della forza dallo spazio alla Terra e viceversa, e allo stesso tempo controllare i sistemi di osservazione della Terra e le comunicazioni in entrambe le direzioni.

La competizione tra gli Stati Uniti e la Cina sarà del tutto incomparabile rispetto a qualsiasi cosa precedente. Una Cina sveglia è un grande potere. Quando gli Stati Uniti divennero un paese potente, la Cina praticamente non esisteva come importante centro statale, essendo stata colonizzata e dettata da potenze straniere. Mai nella storia c’è stata una Cina potente e un potente Stati Uniti allo stesso tempo. Le voci allarmistiche affermano addirittura che non c’è posto per entrambi allo stesso tempo.

Quando le potenze europee stavano combattendo per il dominio in Europa, mentre venivano scoperte nuove rotte attraverso l’Atlantico verso l’America e verso l’Asia intorno all’Africa e cambiando le economie e il commercio, esse consumarono le risorse necessarie per combattere per il dominio sul loro vecchio mondo natio – cioè  l’Europa. Nella prossima battaglia per la supremazia sulla Terra e la sua economia globalizzata, il centro di gravità delle catene del valore e delle tecnologie esistenti sarà rapidamente bloccato in una situazione di stallo, assomigliando alle Fiandre nel 1914-18. Pertanto, la concorrenza in nuovi campi e domini passerà alle catene del valore e alle tecnologie future, che creeranno industrie e produzione nel 21 ° secolo: 5G, intelligenza artificiale, stampa 3D, produzione distribuita, produzione spaziale in un vuoto, energia solare economica e illimitata energia, comunicazione dallo spazio alla Terra, esplorazione ed estrazione di risorse spaziali, ecc. La nuova economia è tradizionalmente creata da una svolta basata sull’accesso a nuove materie prime, nuove tecnologie di produzione e nuova connettività. L’esplorazione dello spazio promette tutti e tre contemporaneamente.

La nuova civiltà riguarderà le tecnologie emergenti, ma la condizione per questo è il dominio militare. In effetti, l’uno abilita l’altro. E nello spazio non c’è premio per il secondo posto; chi ottiene il controllo dell’accesso può negare l’accesso ad altri.

Non ci può essere illusione: nessuna delle due parti si arrenderà senza combattere. Per gli americani, non c’è spazio per l’alloggio nel loro attuale modello socio-economico. Non ascolteranno gli avvertimenti di Henry Kissinger, che teme il confronto con la Cina, né ascolteranno Kishore Mahbubani di Singapore, un collega del leggendario fondatore del paese, il defunto Lee Kuan Yew. Mahbubani crede che gli Stati Uniti debbano adattarsi al potere della Cina perché gli Stati Uniti hanno già perso la battaglia.

Neanche i cinesi si arrenderanno. Accettare le richieste di Washington sarebbe visto come un accordo con le versioni moderne dei trattati ineguali che hanno portato all’età dell’umiliazione del XIX secolo. La Cina è determinata a non cambiare la sua strategia di crescita, soprattutto perché gli ultimi 40 anni sono probabilmente il periodo migliore della storia dei 4.000 anni del Regno di Mezzo. Allora perché dovrebbe cambiare qualcosa adesso, specialmente quando il Paese che richiede il cambiamento è in circolazione da meno di 250 anni, un breve periodo dal punto di vista cinese?

James Carafano della influente Heritage Foundation con sede a Washington ha recentemente annunciato la rottura della cooperazione tra Stati Uniti e Cina, il divorzio della catena di approvvigionamento globale e la divisione del mondo in sfere di influenza: Nord America, Europa di fronte all’Atlantico e parti di Asia orientale in una zona e Cina e suoi alleati nell’altra zona. Con le parole di Slawomir Debski dell’Istituto polacco per gli affari internazionali, questo pone la Polonia, come avanzata roccaforte occidentale di fronte alla grande massa terrestre dell’Eurasia, sotto il potere della Cina.

Allo stesso modo, Andrew Michta del think tank americano del German Marshall Fund postula la necessità di un forte disaccoppiamento e fine della cooperazione con la Cina. E Wess Mitchell, ex vice segretario di stato USA per gli affari europei ed eurasiatici, fa un cenno ai paesi tra il Mar Baltico e il Mar Nero e ordina loro di schierarsi immediatamente con l’America e cessare la cooperazione economica con la Cina. L’implicazione è che, in caso contrario, quei paesi saranno esclusi dalla zona americana per impostazione predefinita.

Sebbene io personalmente conosca e apprezzi tutti questi pensatori, il confronto con la Cina sarà più complicato di quanto pensino gli americani.

Nonostante gli avvertimenti di Kissinger e le raccomandazioni del famoso leader di Singapore, gli americani intraprenderanno questa lotta – e la guerra sarà combattuta. È ora di allacciare le cinture di sicurezza.

https://geopoliticalfutures.com/the-politics-of-space/?tpa=YzJhM2ZmNzUyOTZjMzFhYTNiZWNmOTE1OTE0NTc2NDhhMmY4YTU&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=https%3A%2F%2Fgeopoliticalfutures.com%2Fthe-politics-of-space%2F%3Ftpa%3DYzJhM2ZmNzUyOTZjMzFhYTNiZWNmOTE1OTE0NTc2NDhhMmY4YTU&utm_content&utm_campaign=PAID+-+Everything+as+it%27s+published

Il Potere e l’Emersione/Caduta delle Nazioni, Di George Friedman

[Traduzione di Piergiorgio Rosso]

Qui sotto un interessante articolo di George Friedman che pone al centro la questione tra percezione e realtà di potenza nelle dinamiche geopolitiche. L’attenzione ovviamente si rivolge al confronto tra Stati Uniti e Cina, ovvero tra la potenza storica e quella emergente nel nuovo millennio. Un salutare invito al realismo dei rapporti di forza, ma anche una eccessiva schematicità, al limite della sicumera che lo spinge a glissare sul dirompente conflitto interno alle classi dirigenti americane e a quello potenziale e più sottotraccia che potrà investire quello cinese nel prossimo futuro. Un confronto che comunque, a prescindere dall’esito, non potrà ormai più ricacciare la Cina ad un ruolo marginale. Una dinamica che potrebbe mettere a nudo anche sorprendenti collusioni fra settori dei rispettivi gruppi dirigenti. Buona Lettura_Giuseppe Germinario

Il Potere e l’Emersione/Caduta delle Nazioni

Di George Friedman – 5 maggio 2020 – https://geopoliticalfutures.com/power-and-the-rise-and-fall-of-nations/
La settimana scorsa sono apparso su una stazione televisiva turca e ho parlato con un gruppo di imprese in Svizzera. La stessa domanda è stata al centro di entrambi gli eventi: a seguito della crisi del coronavirus, la Cina sostituirà gli Stati Uniti come potenza guida nel sistema internazionale? Era una domanda sconcertante dal mio punto di vista, ma il fatto che due gruppi intelligenti l’abbiano sollevata significa che deve essere capita o, se ciò non è possibile, almeno esaminata.

Percezione e Realtà

Non è una domanda nuova per me. Gli Stati Uniti sono da sempre stati visti come la potenza egemone e confrontata con le altre potenze emergenti. Con una certa regolarità la pubblica opinione americana e di altri paesi, arrivava alla conclusione che gli USA erano in declino e stavano per essere sorpassati da uno sfidante qualche volta dal punto di vista economico, qualche volta da quello militare, altre volte ancora in maniera coperta.

Negli anni cinquanta c’era una certa dose di maccartismo nel sostenere che gli USA fossero in declino e l’URSS stavano sorpassandoli. Quando i sovietici lanciarono lo Sputnik e mandarono Yuri Gagarin nello spazio, molti nel mondo erano convinti della superiorità sovietica, e molti negli Stati Uniti andarono nel panico a proposito della mancanza di enfasi sulla educazione scientifica. Quando gli USA furono sconfitti in Vietnam molti, anche fra gli analisti americani esperti,   conclusero che fossero in ritirata. Quando Nixon fu spodestato, il sospetto divenne certezza. Per quanto riguarda la Cina il fatto che avrebbe sorpassato gli USA economicamente era largamente accettato verso la fine degli anni ’90 ed i primi anni 2000. La velocità di crescita cinese era alta perché era stata preceduta dal disastro maoista. Estrapolando su questa base il PIL cinese avrebbe superato quello combinato del resto del mondo, incluso gli Stati Uniti.

Per buona parte del mondo il declino degli USA era auspicato ai fini della loro propria emersione. In altri casi era schadenfreunde [così nel testo. In tedescogodimento per le disgrazie altrui” – NdT]. In altri casi ancora era l’amarezza di vecchie potenze che stavano per essere rimpiazzate da una nazione che loro vedevano come del tutto inadatta all’egemonia.

Gli Usa erano al centro del sistema globale e la speranza che fallisse faceva vedere ogni errore come segno del collasso americano. Speranze simili riguardarono la Grecia alessandrina, Roma, l’Inghilterra e l’impero ottomano. Ogni passo falso ed ogni sfortuna era sottolineata come evidenza che la loro caduta era imminente. Nel tempo tutti questi imperi caddero, ma durarono per diversi secoli.

Le anticipazioni non derivavano da analisi spassionate ma dalla speranza. Come poteva Roma sopravvivere all’assalto di Annibale o i sovietici a quello di Hitler?

La percezione pubblica del potere è radicata in eventi che potrebbero avere poco a che fare con il potere. La realtà del potere può essere semplicemente definita come la capacità di costringere gli altri ad agire secondo i vostri desideri, anche contro i loro stessi interessi. Questa è un’equazione complessa. Da un lato è una definizione di come le nazioni possono costringere i comportamenti. Dall’altro lato c’è la valutazione da parte dell’oggetto del potere, se sia maggiore la pena della resistenza o la pena della capitolazione. Tutto questo può essere compreso solo nei dettagli: le nazioni coinvolte, cosa viene loro chiesto, l’intensità della pena e così via.

Ma gli strumenti generali del potere possono essere facilmente compresi. Esiste il potere militare, che è in definitiva la minaccia o la realtà della morte e della distruzione fisica. Esiste quindi un potere economico, che è il dolore che può essere inflitto da una vasta gamma di azioni economiche, come l’embargo di prodotti necessari o la manipolazione della valuta. Questo tipo di potere non infligge morte, ma limita la vita minacciando di infliggere povertà o abbassare il tenore di vita.

Il terzo tipo di potere è politico. È la manipolazione del sistema politico o dell’opinione pubblica in un paese da parte della minaccia o dell’applicazione della forza militare, l’imposizione di sofferenze economiche o la creazione di un senso della realtà che fa reagire l’opinione pubblica in modi che indeboliscano la nazione.

Il potere non è semplicemente la capacità di forzare, a volte comporta l’uso di incentivi. Entrambi possono costringere a cambiamenti nell’azione. Il potere non deve essere esplicito. Il programma spaziale sovietico diede ai sovietici un’influenza aprendo le porte alla possibilità che il potere sovietico ad un certo punto nel futuro non lontano avrebbe travolto il potere americano. Quella percezione, che in retrospettiva era assurda, nel breve periodo era molto reale. Le nazioni che avevano sottovalutato il potere militare sovietico rispetto al potere militare degli Stati Uniti dovevano rivalutare la loro posizione ed essere aperte ai desideri sovietici. Anche senza essere un uso diretto del potere, l’evento Sputnik-Gagarin ha generato un potenziale spostamento del potere che ha portato alcune nazioni a modificare le loro relazioni. Il potere in tutte le sue dimensioni è più sottile dell’uso diretto della forza o del potere economico.

Il quarto tipo di potere è la gestione delle percezioni. L’Unione Sovietica è crollata nel 1991. Diciassette anni dopo, nel 2008, la Russia è andata in guerra con la Georgia. Questo conflitto non ha invertito il catastrofico crollo dell’Unione Sovietica, le sue cause erano ancora lì. Ma la Russia non poteva permettersi di essere vista come debole. La guerra georgiana non ha spostato in modo significativo il potere relativo della Russia, ma ha cambiato la percezione del potere russo. Allo stesso modo, l’intrusione in Siria ha fatto ben poco per rafforzare la potenza russa, ma ha generato una percezione di una maggiore potenza russa. L’applicazione diretta del potere – il potere militare in questo caso – non è necessaria per cambiare le percezioni. Dato che le azioni della Russia erano più propaganda che risultati militari, l’uso della propaganda (ora chiamato guerra ibrida per qualche ragione) può in alcuni casi creare percezioni utili senza l’applicazione del potere reale.

Cina e USA

Questo ci riporta all’inizio e all’idea che la Cina sostituirà o sta per sostituire gli Stati Uniti come principale potenza globale. Militarmente, gli Stati Uniti controllano gli oceani Atlantico e Pacifico. La Cina non controlla nessuno dei due. Da un punto di vista militare, può usare missili e innescare uno scambio nucleare, ma ha una marina limitata e una forza missilistica vulnerabile. La Cina, quindi, non è nemmeno vicina ad essere una potenza globale.Economicamente, il PIL degli Stati Uniti prima del coronavirus era di $21 trilioni. La Cina era di $14 trilioni. Entrambe le economie si sono ovviamente contratte, ma non ci sono prove che le contrazioni trasformeranno sostanzialmente il divario tra di loro. Circa il 19% del PIL cinese proviene dalle esportazioni, di cui circa il 5% è destinato agli Stati Uniti. Circa il 13% del PIL degli Stati Uniti proviene dalle esportazioni, circa la metà delle quali è destinata al Nord America e solo lo 0,5% delle quali va in Cina. La Cina ha una popolazione molto più grande degli Stati Uniti, quindi il suo reddito pro capite è molto più basso degli Stati Uniti. Ciò significa che l’impatto di una contrazione economica sugli standard di vita sarà molto maggiore negli Stati Uniti, dove il cuscinetto è maggiore, rispetto alla Cina.In termini di potere politico, la Cina si è messa in una posizione pericolosa. Non è riuscita a disinnescare i sospetti statunitensi sul comportamento e le intenzioni cinesi. Inoltre, non ha gestito con successo i negoziati commerciali con gli Stati Uniti. Ciò significa che la Cina ha lasciato che aumentassero le tensioni economiche e militari proprio con il suo cliente più importante. In un momento di contrazione economica in cui le importazioni statunitensi diminuiranno, la Cina affronta minacce sproporzionate a causa della sua dipendenza dalle esportazioni.Il punto forte della Cina è la dipendenza da una catena di approvvigionamento che si basa su manodopera a basso costo. Ma il coronavirus ha dimostrato alle aziende che hanno creato la catena di approvvigionamento, che un’eccessiva dipendenza da qualsiasi paese, come nel caso dell’industria farmaceutica americana, può distruggere un’azienda. La crisi ha trasformato questo in una debolezza, piuttosto che in una forza, poiché le imprese americane spostano le loro catene di approvvigionamento dalla Cina. In alcuni casi, questa non è una cosa complessa o costosa da fare.

 

La Cina si concentra sulla percezione per compensare la debolezza. Idee strane come la costruzione di un sistema di trasporto via terra verso l’Europa (ovvero la Belt and Road Initiative) sono volte a dimostrare le capacità di una nazione. La doccia di prestiti sui paesi fa lo stesso, anche quando i prestiti non si materializzano completamente. A costi relativamente bassi, la Cina si posiziona come un potere finanziario. Allo stesso modo, i movimenti militari statunitensi nel Mar Cinese Meridionale non hanno lo scopo di esercitare il potere degli Stati Uniti, ma di creare la percezione di una forte potenza navale.

Pio Desiderio

La Cina è economicamente e militarmente molto più debole degli Stati Uniti. Ma la sua manipolazione della percezione del suo potere è abile, tanto che i turchi e gli europei tendono a vedere il coronavirus come una transizione al potere cinese. Si dice che la percezione sia realtà. Non lo è davvero. A un certo punto, la finzione del potere porta un avversario a credere in quel potere, e ciò può portare a un conflitto economico, politico o militare che il potere percepito non può vincere. La guerra sulle percezioni va bene per guadagnare tempo. Ma se seguita troppo a lungo, alla fine il guerriero della percezione è creduto, gli viene messa paura e poi ingaggiato. Ora che siamo nel mezzo della crisi del coronavirus, gli Stati Uniti hanno inondato il paese di denaro-stimolo e ciò avrà conseguenze. Così sarà per la contrazione dell’economia cinese, insieme alla preoccupazione politica interna per l’affidabilità del governo cinese in un momento in cui è davvero importante. Mentre ci vorranno diversi anni prima che entrambi i paesi si riprendano, l’idea che la crisi abbia aperto le porte al dominio cinese è strana o forse un pio desiderio. La sofferenza è reale, ma l’ordine delle cose è forte.

VERSO LA GUERRA CIVILE IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA – IV parte, di Gianfranco Campa

qui le parti precedenti: http://italiaeilmondo.com/2020/01/17/verso-la-guerra-civile-il-tramonto-dellimpero-usa_2a-parte-di-gianfranco-campa/

 

VERSO LA GUERRA CIVILE IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA 

 

(Quarta e Ultima Parte)

 

 

I NEMICI SI SCHIERANO: LE CITTÀ STATO

 

 

 “Preferisco stare nella mia fattoria piuttosto che essere imperatore del mondo.”

 

String of sporting, music events impact traffic tonight across Bay Area - Mercury News

 

Il traffico è apocalittico! Si avanza di pochi centimetri alla volta, ogni 5 minuti. Sono le 14 e 20 di un martedì qualunque e mentre sono al volante della mia macchina, affogato nella marea di veicoli che mi accerchia, rifletto sul cambiamento che gli ultimi 30 anni hanno portato nella vita quotidiana di chi vive nella Bay Area (la Baia di San Francisco). Lo stesso ponte, nello stesso giorno e alla stessa ora, trenta anni fa riuscivo ad atrraversarlo in meno di dieci minuti; adesso se sono fortunato riesco a farcela in ¾ d’ora. All’epoca le scorribande da un parte all’altra della baia erano, per me che, lavoravo al giornale di San Francisco, prassi quotidiana, ordinaria amministrazione. Infatti fino a quando riuscivo a rientrare alla base prima delle 15:00, di solito la mia auto sulle freeways della baia scivolava piacevolmente, priva di intralci significativi. Ora pur facendo un lavoro diverso e una strada diversa, il traffico è diventato  talmente asfissiante che le corsie libere di una volta giacciono nella mia mente come un pallido ricordo. Qualche settimana fa un articolo di Business Insider sosteneva che il traffico nell’area della baia era aumentato, solo nell’ultimo decennio, dell’84%.

Il mio viaggio nell’ultima frontiera americana è terminato appena qualche giorno fa e già, non ostante il desiderio di rientrare in California dalla mia famiglia, lo stress del traffico, delle torme di auto e persone che mi cingono d’assedio mi porta un senso di soffocamento nel cuore. Con la mente rivivo il mio viaggio nell’America del Redoubt. Non ci sono più le praterie del Dakota, le montagne del Wyoming, le colline della Idaho. Non ci sono più le rade macchine che ogni tanto incrociavo nelle strade deserte in quelle immense praterie. Non ci sono più i cavalli liberi a cavalcare tra terreni incolti e selvaggi; un vero inno alla libertà. Non ci sono più i pascoli con i Bisonti e le Mucche a foraggiare. Non ci sono più i cartelloni pubblicitari che dichiarano amore eterno alle Armi, a Dio e alla Patria. Spariti i Cowboys con la pistola nella fondina attaccata al fianco, alla cintura dei jeans. Il sussurro del vento delle praterie rimane un pallido ricordo rimpiazzato dal rumore dei motori delle macchine e dei camion bloccati sulla freeway.

Mentre pazientemente attendo di avanzare centimetro per centimetro imbottigliato nel traffico, sulla mia destra osservo lo stagliarsi all’orizzonte dei grattacieli di San Francisco. In una giornata limpida come quella di oggi riesco a cogliere in tutta la sua estensione l’area urbana della baia di San Francisco; 8 milioni di persone stipate in una area geografica di appena 18,040 km2.

Il mio viaggio nell’America del Redoubt e dell’ultima frontiera mi ha sbattuto in faccia il contrasto stridente fra l’America dei grandi centri urbani e quella dei grandi spazi immensi; due mondi lontani fra di loro geograficamente, economicamente e culturalmente. Due mondi diversi, agli antipodi nel modo di interpretare la vita, la libertà, ma soprattutto la costituzione americana. Due mondi che hanno sempre fatto fatica a incontrarsi, ma che in questi ultimi anni si sono divaricati tra di loro ancora di più. I centri urbani da un lato; addensamenti di masse umane, un caleidoscopio di razze e culture che convivono sopra, sotto, nei meandri di grattacieli, di periferie e freeways; conglomerati caotici che si avviluppano per centinaia di chilometri senza interruzione. Dall’altro? Praterie, montagne, deserti, colline, laghi, piccoli paesi, spazi immensi, cieli limpidi e profondi. Tutte cose che mettono in risalto le differenze di questi due mondi, ma nonostante tutto un qualcosa li accomuna. Lontano dai grandi centri urbani, si trovano le fattorie e i terreni che producono carne, latte, formaggi; il grano, le verdure, l’acqua, cioè tutto il necessario e l’indispensabile alla vita, alla sopravvivenza dei grandi centri urbani. Due mondi lontani ma allo stesso tempo connessi da un legame esistenziale. Il primo, il mondo urbano, in particolare al secondo. La ribellione che fermenta nell’America dell’ultima frontiera, all’interno dell’America rurale renderà questo rapporto ancora più problematico, ma soprattutto mette a rischio la sopravvivenza stessa dei grandi centri urbani.

Lo scontro segue in apparenza gli schemi del confronto politico. In realtà la divisione fra repubblicani e democratici, fra destra e sinistra, fra i liberali e i conservatori, fra rossi e blu, fra i globalisti e i nazionalisti patriottici, fra lo stato ombra e lo stato costituzionale, fra Wall Street e Main Street è in realtà solo un corollario del vero scontro del quale l’America prossima futura sarà testimone e protagonista; lo scontro fra i centri urbani e le aree rurali. Lo scontro fra le città-stato e il resto del paese, lo scontro tra urbanisti e ruralisti. Queste sono le forze realmente schierate, una accanto all’altra, una contro l’altra; due forze destinate a scontrarsi in una guerra civile prossima futura. Quanto prossima?

 

***

 

Le elezioni presidenziali del 2016, con la vittoria a sorpresa di Donald Trump, hanno evidenziato una mappatura all’interno della società americana che va ben aldilà della ideologia politica. Trump ha vinto nei centri rurali mentre Hillary Clinton ha vinto, comodamente, nei centri urbani, soprattutto in quelli più grandi. La elezione di Trump ha confermato una tendenza già in corso che si era vista con il referendum in Inghilterra l’anno prima; i centri periferici e rurali avevano votato per la Brexit mentre i centri urbani avevano votato contro. La cosa si è ripetuta nelle recenti elezioni in Canada dove Justin Trudeau, ha vinto grazie ai voti dei centri urbani ma ha perso pesantemente nelle zone rurali. Il potere, il dominio conseguito, soprattutto grazie alla globalizzazione, dalle Città Stato negli ultimi decenni è ora messo in discussione.

Le città stato americane sono l’esempio più chiaro della posizione acquisita negli anni da questi centri urbani. Tra i tanti esempi Los Angeles è la città stato centro del potere mediatico; San Francisco la città stato centro del potere della new economy che ha dato vita, grazie alla Silicon valley, alla rivoluzione digitale e all’alta tecnologia; New York è la città stato di Wall Street, centro di potere finanziario e bancario. Washington è la città stato centro di potere amministrativo, politico. Boston è la città stato centro del potere intellettuale. Las Vegas il centro del divertimento.  Poi ci sono Chicago, Seattle, Detroit. Philadelphia e via discorrendo, tutti posti dove i democratici elitisti, l’establishment politico e finanziario, propinatori del concetto di globalismo si annidano e proliferano…

Con la fine della seconda guerra mondiale e l’avvento del globalismo, negli ultimi decenni la società americana ha visto la separazione fra i centri rurali e quelli urbani divaricarsi in maniera sempre più accentuata. L’ascesa al potere delle Città Stato non è nuova nella storia dell’umanità. Basta ricordare le Città Stato della Grecia e quelle dell’Italia. Il globalismo ha contribuito ad alimentare, ha sostenuto la crescita di potere economico e politico delle città stato. In questi agglomerati si annidano anche le forze elitiste che controllano i processi del globalismo. Gli elitisti che grazie alle masse urbane sotto il loro controllo, propinano le politiche che hanno plasmato l’America degli ultimi 50 anni.

In tempi di prosperità le città stato crescono, acquistano potere e dettano le linee sociali e politiche da seguire. Il cittadino di San Francisco o di New York diventa il cittadino del mondo, un cittadino non più ancorato al concetto di delimitazione, di nazionalismo, di sovranità. In altre parole il cittadino di San francisco o di New York si riflette, tanto si identifica in quello di Roma, Londra , Parigi, Tokyo, Pechino e via dicendo, quanto lo stesso è completamente alienato e distaccato dalla realtà rurale prossima che lo circonda. Chi sente il bisogno dei trogloditi del Montana, del Wyoming, del Dakota, dell’Idaho quando si ha a disposizione il mondo intero? Non è un caso che molti dei grandi centri urbani Statunitensi si trovano nello zone costiere del Pacifico o dell’Atlantico. Così si intrecciano tra di essi più facilmente rapporti, collaborazioni, scambi culturali ed economici. Si firmano trattati internazionali, mentre il resto del paese, le zone interne e rurali rimangono ancorate ad un concetto più tradizionale di società, appena sfiorate dalla globalizzazione.

Con l’avvento di Trump e della Brexit la globalizzazione è entrata in crisi. Più probabilmente ne sono la cartina di tornasole. Il processo di globalizzazione si è arrestato ed è ora entrato in una fase di decadenza; una crisi che, anche dopo l’uscita di scena di Trump, quest’anno o fra quattro anni, sarà comunque irreversibile. Così come caddero le città stato greche e italiane, così le città stato americane cadranno sotto i colpi di una crisi che si aggrava sempre di più e che fomenta la ribellione nei centri rurali del paese.

Le città stato oggi sono potenti perché raggruppano una popolazione molto più larga rispetto alle aree rurali. Globalmente parlando il 54% della popolazione vive nelle aree urbane; negli Stati Uniti arriva addirittura al 63%. Questa differenza, associata alla globalizzazione, ai trattati internazionali e al libero scambio di prodotti e di persone, alimentata ulteriormente dai grandi hub di trasporto di massa presenti nelle città stato, fa sì che il potere di queste sia molto più incisivo e decisivo rispetto alle zone rurali. La potenza delle città stato non è riuscita a fermare le elezioni di Trump poiché il sistema elettorale negli Stati Uniti ha caratteristiche peculiari rispetto al resto delle democrazie nel mondo. La costituzione americana non contempla un sistema maggioritario. In altre parole la maggioranza dei votanti non decide la presidenza; è il sistema del collegio elettorale che decide le elezioni presidenziali. Ecco perché Trump ha vinto nel collegio elettorale pur perdendo nel voto popolare con una differenza di oltre due milioni e mezzo di voti. Nonostante ciò è diventato Presidente. I padri fondatori avevano immaginato e paventato un futuro in cui il voto popolare, le masse, avrebbero influenzato e deciso le sorti per il resto del paese, tagliando fuori dalle decisioni politiche il cuore agricolo, rurale e produttivo della nazione. I padri fondatori stessi erano nazionalisti e per la maggior parte figli delle campagne. Tra di loro gente come Thomas Jefferson, George Washington, Benjamin Franklin, John adams, James Madison. Famose sone le frasi espresse da alcuni di loro sull’importanza della libertà e del significato che la terra, i suoi frutti e i suoi figli hanno sul resto della nazione:

Sembrano esserci solo tre modi per acquisire ricchezza da parte di una nazione:  Il primo è la guerra, come fecero i romani, nel saccheggio dei popoli soggiogati. Questa è la rapina. Il secondo è il  commercio, più generalmente definito barare, fregare il prossimo. Il terzo dall’agricoltura, l’unico modo onesto in cui l’uomo riceve un vero ritorno del seme gettato nel terreno, in una sorta di continuo miracolo, portato dalla mano di Dio a suo favore, come ricompensa per la sua vita innocente e la sua industria virtuosa. ” Benjamin Franklin

Penso che i nostri  futuri governi rimarranno virtuosi per molti secoli; purché siano principalmente agricoli ” Thomas Jefferson.

 “Preferisco stare nella mia fattoria piuttosto che essere imperatore del mondo.” George Washington

 

 

IL TRAMONTO DELLE CITTÀ STATO

 

“Se verranno camuffati da “semplici” nuovi residenti li riconosceremo e li smaschereremo. Se verranno armati, affamati e disperati li affronteremo…”

I nazionalisti fedeli alla costituzione sono quindi in realtà i veri eredi del concetto dell’America come inteso originariamente dai padri fondatori: potere limitato dei burocrati e quindi dei governi, antimperialismo e potere costituzionale, poteri ai cittadini garantito principalmente dalla costituzione con la garanzia del possesso delle armi e della libertà di parola.

Il potere delle città stato e quindi dei globalisti elitisti è ora in fase calante. La globalizzazione e i trattati internazionali sono in crisi e la fine della globalizzazione porterà la fine del potere delle città-stato. Le economie hanno esaurito il loro impeto espansionista, soprattutto il modello di capitalismo sfrenato; anche questo contribuisce all decadenza delle città stato. Nessuna sommatoria di potere finanziario e politico può fermare il tramonto dei centri urbani. Si aggiunge anche un altro aspetto all’equazione del tramonto delle città-stato: la crisi del tasso di natalità. Verso la fine di questo secolo, secondo alcuni studi, la popolazione mondiale comincerà a declinare. Ciò che ancora permette ad alcuni, anche se non tutti, ì grandi centri urbani americani, occidentali in genere ed asiatici di crescere è l’immigrazione, soprattutto dai paesi più poveri del terzo mondo, in particolare l’Africa e l’India. Intorno al 2040 il calo demografico, pur con la crescita immigratoria attuale, comincerà ad influire in maniera negativa sui centri urbani; questo metterà in crisi la ricchezza e la prosperità delle città-stato. Il calo demografico associato al riflusso della ricchezza contribuirà al deterioramento degli standard di vita nelle città-stato. Il calo demografico colpirà anche i centri rurali, ma la differenza fra le zone interne del paese e le zone urbane è fondamentale visto che le risorse si trovano nelle zone interne.

I centri urbani credono di essere potenti e ricchi ma mancano delle risorse primarie per sopravvivere. Le risorse che permettono ai centri urbani di operare provengono dall’interno del paese, dalle zone rurali. L’acqua, il cibo, le principali fonti di sostentamento dei cittadini metropolitani,proviene dalle sorgenti delle montagne, dei laghi, dei bacini idrici. Il grano proviene dalle praterie. La carne proviene dai ranch e dagli allevamenti di bestiame. Le verdure, l’insalata, la frutta proviene dalle campagne. Senza il contributo delle zone rurali, i grandi centri urbani farebbero fatica a sopravvivere.

Lo scontro prossimo futuro nell’America del ventesimo secolo è sì uno scontro politico costituzionale, ma si trasformerà più o meno rapidamente in uno scontro anche per il controllo delle risorse. I miliziani, i cittadini dell’ultima frontiera americana saranno pronti a respingere le orde alla ricerca di quel sostentamento che i centri urbani non potranno più offrire? Chi sono queste orde provenienti dai centri urbani? Le orde non saranno semplicemente ex-residenti delle città stato che fuggono dai centri dell’Impero in fase di disfacimento. Tra queste orde liberali progressiste, orfane delle classi globaliste, elitiste si annidano, ex funzionari dello stato burocratico, ex appartenenti ai centri di potere finanziario ed economico. Questi potenti soggetti porteranno con sé armate mercenarie arruolate fra i guerrieri della giungla urbana; ex-appartenenti alle bande criminali che infestano i centri urbani a stelle e strisce. Tra di loro ci saranno potenziali terroristi, ex-narcotrafficanti, ex-carcerati se non malavitosi in piena attività. Opposte a queste orde ci saranno i miliziani, i patrioti e i semplici residenti delle campagne e dei paesi dell’America dell’ultima frontiera.

Non è fantascienza, nè complottismo; è uno scenario di una società che quando si sgretolerà potrà affrontare scenari apocalittici. Il professore Vince mi disse “ Gianfranco, due sono gli esiti possibili, in una caduta dell’impero americano: Il primo, una fratturazione relativamente indolore; ognuno per la sua strada, noi abitanti delle praterie insieme all’America rebout da una parte, dall’altra gli stati dove i grossi centri urbani sono collocati. I quei centri si annidano i proponenti di una costituzione americana revisionata secondo le necessità e i bisogni ideologici degli elettori democratici liberali progressisti. Tieni però presente che anche in stati ultra-liberali come la California, lontano dai centri urbani, ad esempio nel nord e nella sua valle centrale, i residenti “conservatori”, i  patrioti talvolta superano di numero i liberali progressisti. La seconda possibilità, una caduta violenta che degenera in una guerra civile che porterà le orde urbane a infrangere il confine delle terre libere dell’ultima frontiera

Il cerchio a questo punto si chiude. Nel mio viaggio precedente nel profondo dell’america del redoubt, il sentimento quasi complottista che ora si annida nell’America dell’ultima frontiera appariva quasi fuori luogo, esagerato. La “fuga” di George, Vince e migliaia di patrioti come loro l’avevo interpretata come l’incapacità di adattarsi, da parte di certi dinosauri ancorati al passato, ad un mondo dinamico, ad una società in constante moto perpetuo di cambiamento.  Ora comprendiamo il sentimento e la logica dei patrioti americani. Non sono dei fanatici complottisti alla ricerca di uno scontro armato contro un invisibile e immaginario nemico; sono persone che si sono rifugiate nell’ultima frontiera per evitare di rimanere travolti dalle possibili conseguenze catastrofiche che la caduta dell’impero americano porterà a molti dei suoi figli. Ritengono la possibilità di tornare alle origini di una nazione costituzionale antiimperialista, una possibilità troppo remota; piuttosto si preparano, dovesse essere necessario, ad affrontare lo scontro civile prossimo futuro; una nuova guerra civile.

La logica di scegliere le armi e il territorio su cui scontrarsi rappresenta un vantaggio tattico importante da ponderare. Riaffiora continuamente nella mia memoria la frase di George: “Se verranno camuffati da ‘semplici” nuovi residenti li riconosceremo e li smaschereremo. Se verranno armati, affamati e disperati li affronteremo. La giungla urbana è la loro casa, ma questo è il nostro territorio. Conosciamo ogni albero, ogni ruscello, ogni montagna, ogni vallata, ogni grotta, ogni pietra di questa nostra terra. Sappiamo cosa vuol dire sopravvivere semplicemente con quello che la nostra terra ci offre. Conosciamo le tempeste di neve e di pioggia, la intensità dei terremoti, la forza e la direzione del vento, gli animali che vagano in questa nostra ultima frontiera, dell’ America libera e costituzionale. Siamo pronti!Questa è la mia collina di armageddon, da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto.” Se non sarà George a difendere la sua terra saranno sicuramente i suoi figli o nipoti a dover affrontare la guerra civile prossima futura. Tutta la sua stirpe è forgiata nella solidità di una tempra che tanto distingue i residenti dell’ultima frontiera americana. Gli americani del Redoubt; gente pacifica, cresciuta nel rispetto del prossimo e nel rispetto della libertà del vicino, altrettanto anelante all’ardente desiderio di libertà. Gente forgiata fra le praterie, le montagne, i duri inverni e il duro lavoro delle fattorie e terre. Pronta ad aiutare chiunque abbia bisogno, ma allo stesso tempo gente che se messa contro un muro, che se appena percepisce che qualcuno vuole privarli della libertà, fa scattare un istinto guerriero che li porta a difendere la propria terra e i propri cari fino alla morte. Le orde urbane avranno anche i gangster addestrati alla sopravvivenza nelle giungle di cemento, ma in queste terre dell’ultima frontiera, carichi di armi e munizioni, i patrioti non indietreggeranno di un centimetro…

Rappresenteranno l’ennesimo paradosso della storia. Saranno per alcuni versi i nuovi indiani d’America; figli, per una beffa del destino, di coloro che li hanno spossessati. Sarebbe la nemesi.

 

IL VIRUS DEL NOSTRO MALCONTENTO

 

 

“La nostra Costituzione garantisce che il diritto dei cittadini sia protetto…Ho prestato giuramento di sostenere la costituzione…

 

P.S. Sono passati quasi 4 mesi dal rientro del mio viaggio nell’america dell’ultima frontiera e la crisi del coronavirus e scoppiata travolgendo il mondo.

Ha gli occhi grandi e verdi che ricordano le praterie del Dakota. D’altronde lei stessa è figlia di quelle praterie. Nata e cresciuta nel Sud Dakota, da famiglia di agricoltori, colpita dalla tragedia della perdita del padre a soli 22 anni, ha dovuto lasciare il college per tornare a casa ad occuparsi del ranch di famiglia. Se si deve descrivere una donna che incarna lo spirito delle praterie, la cinquantenne governatrice repubblicana del Sud Dakota, Kristi Noem è la candidata per eccellenza.

La Noem si è rifiutata, con altri quattro governatori, di imporre il lockdown ai cittadini del Sud Dakota. Ha invece preferito suggerire le linee guida per evitare l’espansione del contagio e ha lasciato ai cittadini stessi la decisione, la responsabilità di gestire la crisi. I risultati fino ad ora hanno dato ragione a lei, forte anche del vantaggio di una popolazione assai diradata, mancando al Sud Dakota, centri urbani di grandi proporzioni. Comunque sia, al momento attuale, il Sud Dakota registra 2,600 casi con 21 morti.

La governatrice ha espresso il suo pensiero nei seguenti termini “La nostra Costituzione garantisce che il diritto dei cittadini sia protetto…Ho prestato giuramento di sostenere la costituzione… Il mio ruolo rispetto alla sicurezza pubblica è qualcosa che assumo seriamente. Le persone stesse sono le entità principalmente responsabili della loro propria sicurezza. Sono a loro che vengono affidate ampie libertà – sono liberi di esercitare i loro diritti, quelli al lavoro, al culto e allo svago- oppure starsene a casa se desiderano praticando il distanziamento sociale. La scelta è loro…La mia responsabilità è rispettare i diritti delle persone e dei cittadini che mi hanno eletto…

I cittadini del Sud Dakota hanno ringraziato la loro  governatrice con una parata di veicoli di fronte alla sua casa. Un omaggio e un incitamento al suo coraggio: Ambulanze, Polizia, Vigili del Fuoco, Camionisti, semplici cittadini…In altri paesi si è giustamente voluto ringraziare gli operatori sanitari; nel Sud Dakota hanno voluto invece celebrare una donna che gode del rispetto dei propri elettori e cittadini. L’immagine di una governatrice in lacrime per la intensità dell’evento ha fatto il giro dei social media.

 

Sono curioso di sentire l’opinione di Vince: lo chiamo a quasi due mesi dall’ultima volta che abbiamo parlato la telefono: ” L’ultima volta ci siamo sentiti a Natale credo? “ Mi risponde Vince prima ancora di di salutarmi con un Hello. “Si, volevo sapere se il coronavirus fino ad ora ha risparmiato te e la tua famiglia.”Gli chiedo. “Siamo in buona salute, se non ci ha ucciso l’inverno delle praterie, non penso lo farà il coronavirus…hai parlato con George?” mi risponde Vince “Si, l’ho sentito la settimana scorsa; l’ho trovato bene, anche se un po alticcio, ma in buono spirito.” rispondo a Vince. “ George! Il dottore gli ha detto di smettere con alcool e fumo ma quello continua imperterrito è più duro di una sequoia ” Esclama Vince. Chiedo a Vince la sua opinione sulla situazione in America, visto il drammatico cambio di eventi rispetto a qualche mese fa: “La crisi del Coronavirus ha solamente contribuito ad evidenziare le differenze di questa America in profonda crisi di identità . Di solito, nel passato, eventi di grande impatto hanno sempre condotto ad una unificazione di spirito ed intenti fra gli americani, coagulando il paese intorno alla causa, qualunque essa fosse. Così fu con la prima e seconda guerra mondiale. E stato cosi anche con l’undici di Settembre, anche se quella unità nazionale fu sperperata con la guerra in Iraq.  Questa volta la crisi del Coronavirus ha accentuato ancora di più le differenze nel paese. Il lockdown e le limitazioni alla libertà del cittadino ha incrementato ancora di più la convinzione, fra i patrioti, che la costituzione sia stata violata in una maniera irreparabile. Un lento, inesorabile tramonto dei valori costituzionali, accentuato da una crisi che quei valori avrebbe dovuto far rinascere. Il solco scavato è ormai irrimediabilmente troppo profondo da colmare. Il destino della nazione è segnato, mi sento addirittura di stabilire una data alla caduta. Mentre prima ero convinto che i tempi non erano quantificabili, ora sono dell’opinione che al  massimo fra quattro decenni, gli Stati Uniti D’America saranno un’entità del tutto diversa da quella attuale. Vedi anche solo come i diversi stati dell’unione si stanno muovendo per gestire la crisi del Coronavirus. La diversità di risposte e soluzioni fra i vari stati è accentuata dalle differenze politiche e sociali. I democratici approvano le misure restrittive imposte da burocrati e scienziati e forse, in uno stato come New York, queste misure sono anche necessarie; in molti Stati repubblicani le misure restrittive per il controllo della pandemia sono viste con una insofferenza enorme. D’altronde è come ingabbiare una bestia selvaggia; la bestia in gabbia tende a ribellarsi. Lo spirito americano è uno spirito pionieristico. Se i nostri antenati si fossero preoccupati dei pericoli, della morte e delle sfide che li attendevano quando partivano alla conquista dell’ignoto, sarebbero rimasti dove erano…La differenza di risposte e di interpretazioni alla crisi del Coronavirus mette in risalto, per la prima volta dal 1861, lo spirito federalista dell’Unione…”  Lo spirito federalista dell’Unione! Mi colpiscono le parole di Vince. Lui sostiene che per la prima volta dalla fine della guerra civile l’America sta tornando ad un sistema di federalismo incentrato sull’importanza degli stati e delle realtà locali rispetto al potere centrale. Parte delle problematiche che portarono alla guerra civile (1861-1865) riguardavano appunto l’interpretazione del federalismo. Molti cittadini degli Stati del Sud ritenevano che i soli governi statali avessero il diritto di prendere decisioni importanti, come per esempio la legalizzazione della schiavitù. I sostenitori dei diritti degli Stati credevano che i singoli governi statali avessero il potere sul governo centrale federale. La maggior parte degli stati del sud alla fine si separò dall’Unione perché ritenevano che la secessione fosse l’unico modo per proteggere i propri diritti. Il risultato fu appunto quella terribile guerra civile. In altre parole quello che Vince sostiene è che si stanno ricreando le condizioni per una America impostata sul potere dei singoli stati e delle realtà locali, in contrasto con le autorità federali. Un’America ante 1861, ante guerra civile insomma. “Gianfranco tante volte non ci si accorge di essere entrati  in una condizione di guerra civile fino a quando la prima pallottola non ti ha bucato la fronte..! Un’ultima cosa, Gianfranco. E’ sbagliato definire nazionalisti i patrioti. Il nazionalismo impone una interpretazione centralista del concetto di nazione. I patrioti americani credono nella costituzione, che è decana della indipendenza personale e territoriale. I patrioti amano il loro paese ma odiano la centralità burocratica di esso…” Tutto mi è ora più chiaro. Le risposte che cercavo le ho trovate lungo il mio viaggio nell’america dell ultima frontiera.

Gli Stati Uniti sono ormai entrati in uno stato di pre-guerra civile. Tempi, modi e schieramenti in questione contengono ancora elementi di incertezza; il destino è però segnato, scritto nella storia prossima futura. I miei figli e soprattutto i miei nipoti saranno testimoni di eventi epocali, dovranno solo scegliere con chi schierarsi. Dovessi essere chiamato io a scegliere, la mia decisione l’avrei già presa…

 

 

 

 

 

 

 

38° podcast_Il bersaglio grosso, di Gianfranco Campa

Quando, ormai quattro anni fa, apparve sulla scena politica statunitense un personaggio politico apparentemente estraneo ai circoli che ci avevano assuefatti ormai per decenni, le sue filippiche contro il multilateralismo, il globalismo e il principale beneficiario degli assetti mondiali ad essi conseguenti, la Cina, apparivano ancora come fastidiose e rozze dissonanze. Eppure già allo scadere della presidenza Obama qualche disorientamento e la crescente situazione di stallo già spingevano per un cambio di paradigma. Quelle affermazioni apparentemente estemporanee avevano però un limite nella loro vulgata o sottintendevano qualcosa di più essenziale. Puntavano l’attenzione sul dito piuttosto che sulla luna; probabilmente nascondevano la luna dietro il dito; ancora meglio, il lato luminoso della luna impediva di conoscere quello più oscuro e intrigante. Il problema di fondo non era l’emersione di un rivale temibile, la Cina, quanto il fallimento del progetto egemonico mondiale americano e gli enormi scompensi nelle formazioni sociali, nella fattispecie quella americana, creati dai processi di globalizzazione ad esso connessi. Il successo duraturo di Trump, a prescindere dalla stessa eventualità di una sua rielezione, non è altro che la constatazione dell’avanzare di un mondo multipolare, dell’emersione quindi di più potenze. “L’America prima di tutto” comporta quindi la rinnovata capacità di una nuova classe dirigente statunitense di giostrare tra queste contraddizioni e tra le logiche e gli interessi di questi paesi emergenti per riaffermare e mantenere la propria potenza e, soprattutto, consolidare la propria coesione sociale e politica. L’esito positivo non è ancora scritto nel finale di spartito, ma la posta in palio inizia ad essere più definita e circoscritta. Il podcast di Gianfranco Campa si presta a due interpretazioni. Uno più emotivo e forse semplicistico, tende a ridurre il confronto ai due giganti riservando al resto il ruolo di comparse o figuranti. L’altra, di più difficile lettura, è che, comunque, l’emersione di nuovi soggetti crea situazioni di rivalità, di conflitto e di affinità mutevoli tra tutti i protagonisti prima che il processo arrivi a consolidarsi e cristallizzarsi in sodalizi più stabili. Gli scompensi, i dissesti, le tragedie e le riconformazioni riguarderanno tutte le formazioni sociali, non solo quella americana. La Cina, quindi, oltre ad essere un soggetto assoluto di competizione, inizia ad apparire anch’essa un oggetto. Il prevalere di una o dell’altra interpretazione non dipende dall’autore ma dall’atteggiamento manicheo, dogmatico o pragmatico del lettore. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Le turbolenze della vita continuano, di Giuseppe Germinario

La crisi pandemica del coronavirus ha portato ad una netta accelerazione ed intensificazione del confronto geopolitico e delle trasformazioni politiche ed economiche delle formazioni sociali. Ha conquistato, però, la pressoché totale esclusiva attenzione dell’opinione pubblica sia istituzionale che informale. Passano in secondo piano o vengono del tutto ignorate notizie come questa del Presidente statunitense Trump il quale, attraverso due tweet, annuncia di aver dato ordine alla flotta presente nel Golfo Persico di aprire il fuoco e colpire le imbarcazioni e i barchini che dovessero avvicinarsi alle navi americane.

 

La attività di controllo e spesso di provocazione dei navigli iraniani non è in realtà mai cessata, anche se ultimamente sta registrando una relativa intensificazione. Quali possono essere, quindi, i motivi che hanno spinto Trump ad una decisione così allarmante? Non tutto è riconducibile direttamente a l’asprezza del confronto iraniano-statunitense. Corrono voci di un crescente distacco e insofferenza tra le gerarchie dell’esercito iraniano e la suprema autorità politico-religioso Khamenei. Un più alto livello di allarme potrebbe servire a rinserrare i legami. Nel versante statunitense l’azione potrebbe servire a destabilizzare l’area petrolifera del Medio Oriente e bloccare la corsa al ribasso dei prezzi del petrolio, particolarmente nefasta per le sorti della produzione petrolifera americana, resa già precaria dalla esposizione debitoria di gran parte dei produttori di petrolio da “fracking”. I timori e le inquietudini americani circa la possibilità di un accordo tacito tra sauditi e russi mirante a destabilizzare l’industria petrolifera americana, ormai loro diretta concorrente e a rendere nuovamente dipendente la potenza statunitense dalle importazioni, senza averne peraltro più il totale controllo dei flussi, sono sempre più manifesti. Emergono addirittura voci di un possibile blocco del greggio saudita ai porti texani a esso esclusivamente dedicati. In sostanza due conferme: gli Stati Uniti sono sempre meno il deus exmachina delle dinamiche geopolitiche e geoeconomiche, ma ne rimangono ancora il principale attore; da questa dinamica di relativizzazione della potenza ci sarà da aspettarsi una reazione sempre più vivace piuttosto che una rassegnata constatazione. Una vastissima gamma di opzioni del resto è ancora disponibile e non è detto che il fronte degli avversari sia in realtà così solido e compatto.

Giuseppe Germinario

 

Coronavirus_Qualche risposta ai tanti perché, a cura di Giuseppe Germinario

Proseguiamo con la nostra carrellata sui diversi approcci alla crisi pandemica adottati dai vari paesi e spesso dalle varie regioni all’interno di essi. All’articolo iniziale (iniziatico?) di Roberto Buffagni, al podcast di Gianfranco Campa, agli elzeviri di Massimo Morigi, ai contributi preziosissimi di Giuseppe Imbalzano, alle riflessioni di T.K. de la Grange, ai contributi esterni, tutti raccolti in un apposito dossier, segue questo articolo dedicato alla Germania. Una modalità di azione sottotraccia quella adottata dal ceto politico e dalla classe dirigente dominanti di quel paese. Una costante delle tattiche adottate a partire dalla disastrosa disfatta militare del ’45. A cominciare dalla manipolazione di dati poco realistici. Non si tratta solo della casuale disparità dei criteri di rilevazione frutto ed indice della eterogeneità insopprimibile della galassia europea ed europeista e delle sue esigenze politiche. E’ probabilmente un accorgimento, certamente meno guascone rispetto a quello adottato dai francesi, teso a contenere l’allarmismo e il rischio di destabilizzazione interna, a giustificare misure meno draconiane e meno selettive nell’ambito delle relazioni sociali e soprattutto economiche e a porre, quindi, il paese in una posizione migliore rispetto a quella di paesi dai comportamenti più schizofrenici e massivi nell’agone internazionale, in particolare geoeconomico. Pur tuttavia, non si tratta di un mero espediente. L’articolo qui in basso rivela chiaramente anche il substrato di una gestione della crisi pandemica decisamente più accorta e preveggente sia nelle modalità operative che nella tempistica adottate. Probabilmente queste misure, in aggiunta alla annunciata valanga di sovvenzioni e di protezioni del proprio apparato economico, non saranno sufficienti a parare i terribili colpi di là da venire. La Germania è un paese troppo controllato, subordinato politicamente e militarmente, con una area di influenza diretta in un Est Europeo legato di contro a doppio filo piuttosto agli statunitensi ed una economia dai volumi e da una organizzazione impressionante, ma tecnologicamente poco innovativa e troppo vulnerabile dal punto di vista finanziario, troppo legata ai settori più speculativi della finanza anglosassone, troppo esposta alle crescenti instabilità e chiusure del commercio internazionale. Se a questo si aggiunge la sua atavica propensione a confondere le mire egemoniche in Europa con la predazione e l’annichilimento puri e semplici dei propri “fratelli europei” specie latini, non ci vorrà molto a valutare la effettiva dimensione e le conseguenze del suo progressivo e fatale isolamento. Al suo cospetto rifulge ancora di più la drammatica e sconsolante condizione nella quale si sta progressivamente cacciando il nostro paese. Un paese ormai da trenta anni dilaniato da conflitti politici tanto più virulenti quanto più privi di strategie e tattiche in grado di offrire prospettive nazionali dignitose e autonome. Un salto di qualità mancato e un degrado già ben avviato negli anni ’80 ma che ha conosciuto la propria apoteosi con l’epurazione di Tangentopoli e il progressivo emergere di un ceto politico particolarmente abile nell’annichilire ed asservire gli apparati e le competenze pubblici alle proprie baruffe di fazione. Una sterilità ed una miseria che ha trovato una ulteriore occasione di prevaricazione con questa crisi pandemica. Uno scontro ormai sordo e feroce disposto a sacrificare e strumentalizzare la stessa dedizione ed il coraggio manifestati dalle categorie professionali chiamate ad affrontare i rischi della crisi sanitaria. Uno scontro asimmetrico nella posizione dei belligeranti che lascia presagire la prevalenza di una fazione, quella più compromessa politicamente ma meno esposta amministrativamente, piuttosto che la possibilità di una emersione di una nuova classe dirigente o quantomeno di una vecchia almeno rinsavita, più accorta e autorevole. Da una parte le forze della maggioranza governativa detengono il controllo e quindi la più grave responsabilità politica di una gestione a dir poco contraddittoria e intempestiva della crisi. Appunto una responsabilità politica che facilmente potrà sfuggire alle pendenze giudiziarie e ai desideri di rivalsa delle vittime della mala conduzione che già si manifestano numerosi. Una elusione delle responsabilità  culminata nella mancata avocazione di poteri speciali, nella assenza di direttive univoche e cogenti, nella sovrapposizione di incarichi esecutivi a persone chiaramente inadatte e spesso compromesse con il processo di debilitazione delle strutture pubbliche. Figure di secondo piano destinate a non oscurare il futuro politico dei protagonisti e una insipienza a suo modo funzionale a scaricare le responsabilità sui centri amministrativi più esposti. Un rituale del cerino acceso destinato a rimanere in mano ai responsabili regionali e amministrativi. Lo stesso gioco se si vuole che, a parti rovesciate, sta probabilmente giocando Trump con i suoi avversari democratici, impelagati nel focolaio epidemico di New York. Ma con una differenza sostanziale: gli Stati Uniti sono appunto una Federazione di Stati, non di regioni dalle competenze sovrapposte. Dall’altra una opposizione, in particolare la Lega, sua componente maggioritaria, reduce già da numerosi e clamorosi errori politici che ne hanno minato credibilità e sicumera e gestore a buon titolo di una regione, il Veneto, capace di affrontare decorosamente l’emergenza, ma anche della Lombardia, epicentro della epidemia e degli errori di gestione più marchiani e dolorosi. Nei tempi ravvicinati vincerà probabilmente chi detiene il pallino dei mezzi di comunicazione e chi potrà eludere l’agorà giudiziaria. Su questo il centrosinistra è chiaramente avvantaggiato di parecchie spanne. Bisogna dar atto della resistenza di Conte alle profferte capziose degli ologrammi di Bruxelles di utilizzo dei fondi del MES e di prestiti obbligazionari con garanzie dei singoli stati; come pure del tentativo di fronte comune dei paesi mediterranei. Tentativo per altro già messo in forse dal comportamento ambiguo e subdolo di Macron, quindi della Francia. La partita non è ancora chiusa; qualche incrinatura si intravede anche nella stessa Germania e Olanda. L’esempio preclaro della devastazione della Grecia e del vacuo successo del miracolo spagnolo sono un avvertimento, un incubo chiaro più alle popolazioni che alle élites dominanti. Lo scontro all’ultimo sangue tra reciproche debolezze, il nocciolo dell’acceso scontro politico in Italia, non lascia presagire molto di buono. I ricatti, le minacce e le ritorsioni possono essere il preludio ad un ennesimo e clamoroso cedimento, ad una definitiva capitolazione seguiti da proteste ed opposizioni di comodo. Vedremo cosa succederà domani, 7 aprile. Sorge a questo punto un interrogativo angosciante. Come possono forze politiche paralizzate da una crisi sanitaria tutto sommato circoscrivibile, se gestita a suo tempo con maggiore accortezza, contrattare al meglio la propria posizione in Europa o gestire il piano B della uscita dall’euro e dalla attuale Unione Europea senza cadere in una visione assistenzialistica e parassitaria, residuale apparentemente alternativa all’attuale? Già in almeno tre occasioni l’attuale ceto politico è mancato all’appuntamento, a volte persino offerto, negli ultimi tre anni. La stessa sottovalutazione delle implicazioni geopolitiche del comunque ben accetto sostegno umanitario lascia intravedere il pressapochismo dei passi intrapresi. Si blatera tanto di volerci liberare della signoria statunitense, ignorandone le pesanti implicazioni; in realtà si fa fatica a liberarsi persino dalle angherie e dalle grettezze del suo maggiordomo tedesco, non ostante le spinte e gli incoraggiamenti nemmeno troppo velati a saltare il fosso. Al peggio non si intravede la fine. Scusate lo sfogo. Non saremo profeti in patria, almeno in Russia hanno avuto modo di apprezzare e riconoscere la competenza professionale dell’esperto che su questo blog ci ha illuminato di cotanta sagacia e supponenza nazionali. Un sincero augurio per la nuova avventura. Giuseppe Germinario

Ecco perché in Germania si muore molto meno per coronavirus rispetto all’Italia

In Germania il tasso di letalità è 1,4%, in Italia 12,5%

In Germania la percentuale delle persone che muoiono per coronavirus è bassissima rispetto ai casi rilevati in confronto alle percentuali di letalità indicate dai dati ufficiali in Italia. In parte la differenza può essere provocata da dati ufficiali poco affidabili. Ma questa da sola non può essere una spiegazione sufficiente.

Una inchiesta del NYT di cui riportiamo la traduzione di ampi stralci ci aiuta a capire perché. Ne emerge purtroppo un quadro impietoso per l’Italia

I “corona-taxi”

Heidelberg, Germania. Li chiamano “taxi corona”: medici equipaggiati con indumenti protettivi guidano per le strade deserte per controllare i pazienti che sono a casa. Prendono l’esame del sangue cercando segni che il paziente possa avere il covid19 e che le sue condizioni possano aggravarsi. Possono suggerire il ricovero in ospedale anche a un paziente che ha solo sintomi lievi: le possibilità di sopravvivere sono notevolmente più alte se si affronta il virus all’inizio.

I taxi corona di Heidelberg sono solo una delle iniziative. Ma illustrano un livello di impegno di risorse pubbliche nella lotta contro l’epidemia che aiuta a spiegare uno degli enigmi più intriganti della pandemia: perché il tasso di mortalità della Germania è così basso?

Un tasso di letalità inferiore di 9 volte a quello dell’Italia

Il virus e la malattia risultante, Covid-19, hanno colpito la Germania con forza: secondo la Johns Hopkins University il paese ha più di 90.000 infezioni confermate in laboratorio al 4 di aprile, più di qualsiasi altro paese tranne gli Stati Uniti, l’Italia e Spagna.

Ma con circa 1.300 morti, il tasso di letalità in Germania si attesta all’1,4 per cento, rispetto al 12,5 per cento in Italia, a circa il 10 per cento in Spagna, Francia e Gran Bretagna, al 4 per cento in Cina e al 2,5 per cento negli Stati Uniti. Anche la Corea del Sud, un modello di riferimento internazionale per la lotta al covid19, ha un tasso di letalità più elevato, l’1,7 per cento.

“Si è parlato di un’anomalia tedesca”, ha detto Hendrik Streeck, direttore dell’Istituto di virologia presso l’ospedale universitario di Bonn. Il professor Streeck ha ricevuto chiamate di colleghi dagli Stati Uniti e altrove. “‘Che cosa stai facendo diversamente?” mi chiedono. “Perché il tuo tasso di letalità è così basso?”

Ci sono diverse risposte dicono gli esperti, differenze molto reali nel modo in cui il paese ha affrontato l’epidemia rispetto ad altri.

Molti più test = molti casi rilevati in tempo

Una delle spiegazioni per il basso tasso di letalità è che la Germania ha testato molte più persone rispetto alla maggior parte delle nazioni. Ciò significa che individua più persone con pochi o nessun sintomo, anche tra i più giovani, aumentando il numero di casi noti ma non il numero di vittime.

Una delle conseguenze del gran numero di test è che l’età media delle persone rilevate come infette è inferiore in Germania rispetto a molti altri paesi. Molti dei primi pazienti hanno preso il virus nelle stazioni sciistiche austriache e italiane ed erano relativamente giovani e sani, ha detto il professor Kräusslich. “È iniziato come un’epidemia di sciatori”, ha affermato.

Poi con il diffondersi delle infezioni, sono state colpite più persone anziane e anche il tasso di letalità, solo lo 0,2 per cento due settimane fa, è aumentato. Ma l’età media di chi si sa che contrae la malattia rimane relativamente bassa, 49 anni in Germania, mentre in Italia è 62 anni secondo i rapporti ufficiali.

La Germania sta conducendo circa 350.000 test di coronavirus a settimana, (oltre 3 volte di più che in Italia) e comunque molto più di qualsiasi altro paese europeo. Test precoci e diffusi hanno permesso alle autorità di rallentare la diffusione della pandemia isolando i casi infettivi. Ha inoltre consentito di somministrare il trattamento salvavita in modo più tempestivo.

Preparati in anticipo alla pandemia

A metà gennaio, molto prima che la maggior parte dei tedeschi pensasse al virus, l’ospedale Charité di Berlino aveva già sviluppato un test e pubblicato la formula online.
Quando la Germania registrò il suo primo caso di Covid-19 a febbraio, i laboratori di tutto il paese avevano accumulato uno stock di kit di test.

Diagnosi precoci = meno morti

“Il motivo per cui in Germania abbiamo così poche morti al momento rispetto al numero di infetti può essere ampiamente spiegato dal fatto che stiamo facendo un numero estremamente elevato di diagnosi di laboratorio”, ha affermato il dott. Christian Drosten, capo virologo di Charité , il cui team ha sviluppato il primo test.

“Quando ho una diagnosi precoce e posso curare precocemente i pazienti (ad esempio collegarli a un ventilatore prima che le loro condizioni si deteriorino) – le possibilità di sopravvivenza sono molto più elevate”, ha affermato il professor Kräusslich.

Costanti test al personale medico

Il personale medico, particolarmente a rischio di contrarre e diffondere il virus, viene regolarmente testato. Per semplificare la procedura, alcuni ospedali hanno iniziato a eseguire test di blocco, utilizzando i tamponi di 10 dipendenti e dando seguito a test individuali solo se si riscontra un risultato positivo.

Da aprile test gratuiti su larga scala per trovare i possibili focolai

Alla fine di aprile, le autorità sanitarie hanno anche in programma di lanciare uno studio su larga scala, testando campioni casuali di 100.000 persone in Germania ogni settimana per valutare dove si sta accumulando immunità.

Una chiave per garantire test su larga scala è che i pazienti non pagano nulla per questo, ha affermato il professor Streeck. Questa, ha detto, è una notevole differenza con gli Stati Uniti nelle prime settimane dell’epidemia. “È improbabile che negli USA un giovane senza assicurazione sanitaria e prurito alla gola si rechi dal medico e quindi rischia di infettare più persone”, ha affermato.

Il caso della scuola di Bonn

Un venerdì di fine febbraio, il professor Streeck ha ricevuto la notizia che un paziente del suo ospedale di Bonn si era rivelato positivo per il coronavirus: un uomo di 22 anni che non aveva sintomi ma il cui datore di lavoro (una scuola) gli aveva chiesto di fare un test dopo aver saputo che aveva preso parte a un evento di carnevale in cui qualcun altro si era dimostrato positivo.

Nella maggior parte dei paesi, compresi Italia e Stati Uniti, i test sono in gran parte limitati ai pazienti più malati, quindi probabilmente all’uomo sarebbe stato rifiutato un test.

Non in Germania. Non appena i risultati del test sono arrivati, la scuola è stata chiusa e a tutti i bambini e il personale è stato ordinato di rimanere a casa con le loro famiglie per due settimane. Sono state testate circa 235 persone.

Test e monitoraggio sono la strategia che ha avuto successo in Corea del Sud e abbiamo cercato di imparare da ciò”, ha affermato il professor Streeck.

La Germania ha anche imparato a correggere i propri errori presto: la strategia di tracciamento dei contatti avrebbe dovuto essere utilizzata in modo ancora più aggressivo, ha affermato.

Tutti quelli che erano tornati in Germania da Ischgl, una stazione sciistica austriaca che aveva avuto un focolaio, per esempio, avrebbero dovuto essere rintracciati e testati, ha detto il professor Streeck e non lo abbiamo fatto ma poi abbiamo imparato.

Un robusto sistema di assistenza sanitaria pubblica

Prima della pandemia di coronavirus in tutta la Germania, l’ospedale universitario di Giessen aveva 173 letti di terapia intensiva dotati di ventilatori. Nelle ultime settimane, l’ospedale ha cercato di creare altri 40 posti letto e ha aumentato il personale che era in standby per lavorare in terapia intensiva fino al 50%.

“Abbiamo così tanta capacità ora che stiamo accettando pazienti da Italia, Spagna e Francia”, ha dichiarato Susanne Herold, specialista in infezioni polmonari che ha supervisionato la ristrutturazione. “Siamo molto forti nell’area della terapia intensiva.”

In tutta la Germania, gli ospedali hanno ampliato le loro capacità di terapia intensiva e sono partiti da un livello elevato. A gennaio la Germania aveva circa 28.000 letti di terapia intensiva dotati di ventilatori, cioè 34 ogni 100.000 persone, quasi 3 volte di più che in Italia dove il rapporto è di 12 ogni 100.000 persone.

Ora ci sono 40.000 letti di terapia intensiva disponibili in Germania.

Fiducia nel governo

La cancelliera Angela Merkel ha comunicato in modo chiaro, calmo e regolare durante la crisi, imponendo misure di distanziamento sociale sempre più rigorose nel paese. Le restrizioni, che sono state cruciali per rallentare la diffusione della pandemia, hanno incontrato poca opposizione politica e sono ampiamente seguite.

Le valutazioni di approvazione verso la Merkel sono aumentate vertiginosamente.

“Forse la nostra più grande forza in Germania”, ha affermato il professor Kräusslich, “è il processo decisionale razionale ai massimi livelli di governo combinato con la fiducia di cui il governo gode nella popolazione”.

Una fiducia che riesce a guadagnarsi grazie ai fatti.

https://www.peopleforplanet.it/ecco-perche-in-germania-si-muore-molto-meno-per-coronavirus-rispetto-allitalia/?fbclid=IwAR3SKu4ZclYWLzpPQqWFMKFKTGKqxeDbBbyWO3JVAeyKN3w_0FLetvzKuuY

Le prime manovre: Von der Leyen, Bce, mobilitazioni, riposizionamenti. Cronache del crollo, di Alessandro Visalli

Le prime manovre: Von der Leyen, Bce, mobilitazioni, riposizionamenti. Cronache del crollo.

 

Giorni pieni e convulsi.

Venerdì si è tenuto in teleconferenza il Consiglio Europeo, che ha visto uno scontro frontale e prolungato tra Spagna e Italia contro Olanda e Germania, la Francia leggermente defilata e gli altri spettatori attoniti. Al termine un veto di Spagna e Italia ha determinato il rinvio di quindici giorni con mandato alla Commissione ed alla Bce di elaborare proposte da riportare al tavolo.

Sabato, con un’inaudita dichiarazione la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, ha dichiarato che il suo mandato è di elaborare un “piano di ricostruzione” e non di lavorare sull’emissione di bond comuni. Questi, dice, sono ostacolati da “chiari confini giuridici” in quanto dietro c’è “la questione delle garanzie”. Ovvero la vecchia questione secondo la quale la Germania e gli altri paesi rifiutano quella che chiamano “un’unione di trasferimenti”, ovvero di garantire con le proprie risorse fiscali trasferimenti, in una forma o nell’altra, ovvero anche sotto forma di garanzie, ad altri paesi. Dunque, continua, “su questo le riserve della Germania come di altri paesi sono giustificate”. L’economista Sergio Cesaratto ha avuto una parola sola e semplice per questo: traditrice. Il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, invece in una conferenza stampa di qualche minuto fa ha detto, rispondendo[1][1] ad una domanda del giornalista del Corriere della Sera, che “il compito di elaborare la proposta non l’abbiamo dato alla Presidente della Commissione Europea, all’esito abbiamo dato all’Eurogruppo 14 gg per elaborare delle proposte che poi il prossimo Consiglio Europeo possa prendere in considerazione. Quel che mi permetto di dire e sarò inflessibile: qui c’è un appuntamento con la Storia, l’Europa deve dimostrare se è all’altezza di questa chiamata della storia. Uno shock simmetrico che riguarda tutti i sistemi degli stati membri. Si tratta di dimostrarsi adeguati o no”.

Venerdì la Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ha fatto una mossa nella direzione esattamente opposta: con tempismo insospettabile ha abolito tutti quei vincoli che la Bundesbank, in un lunghissimo corpo a corpo con la direzione del suo predecessore Mario Draghi era riuscita ad inserire nel corpo degli strumenti monetari “non convenzionali” dell’istituzione monetaria. Nel programma QE eliminato il vincolo del tetto del 33% per acquistare i titoli sovrani, dichiarato che gli acquisti saranno “illimitati” (e non i previsti 750 miliardi). Ipotizzato di attivare per la prima volta il programma OMT che fu messo a punto nel 2012 e mai utilizzato (bastò la minaccia), che però è soggetto a condizionalità. E, un paio di giorni fa, chiesto ai ministri delle finanze di considerare la proposta dei 9 paesi, di emettere titoli di debito comuni. L’esatto opposto di quel che dice la Von der Leyen.

Sabato, nella conferenza stampa già citata, rispondendo ad un giornalista di Sky che chiedeva se fosse vero che in caso di indisponibilità sia “davvero in campo l’ipotesi di bond non europei ma garantiti solo dagli stati sovrani che sono firmatari della lettera[2][2]. A questa inaudita domanda Gualtieri ha risposto, testualmente, “noi vogliamo che la risposta sia di tutta l’Europa a questa emergenza, di tutta l’Unione Europea a 27, di tutta l’area Euro”. Invece Conte ha detto, ancora testualmente, “su questo possiamo riassumere. Il nostro obiettivo in questo momento è assicurare liquidità con il massimo sforzo e la massima rapidità per assicurare liquidità alle imprese, famiglie e lavoratori”. Insomma, uno non risponde di no, e l’altro risponde sì.

Quel che si può concludere è che, come è accaduto qualche giorno, fa ricominciano le scaramucce al margine dei rispettivi campi. Sul probabile asse Usa-Francia la Lagarde ha chiarito le sue intenzioni (peraltro Macron ha sentito Trump e annunciato grandi interventi[3][3]), mentre sul fronte opposto la Von der Leyen ha precisato quale è la sua lealtà fondamentale per il blocco del nord.

Un articolo de El Pais[4][4], descrive plasticamente lo scontro di giovedì in Consiglio Europeo. Quando Charles Michels, il Presidente del Consiglio Europeo, dopo ore di discussione, ha proposto un testo di accordo che non prevedeva eurobond si è trovato davanti il presidente Pedro Sanchez, spagnolo, e quello italiano, Giuseppe Conte, uniti. Ma questa volta, non come nel 2012, anche con altri sette alleati. Sanchez risulterebbe aver risposto “è inaccettabile. Non posso accettare una parola vaga e diverse settimane di rinvio quando il mio paese ha l’emergenza sanitaria che ha. Abbiamo chiesto un’assicurazione comune sulla disoccupazione e non me la stai dando. Il mandato all’Eurogruppo deve essere chiaro”. Poco prima si era consumato lo scontro tra Conte e l’olandese Rutte sulla presenza o meno del riferimento al Mes. Al premier italiano che lo voleva rimuovere la Merkel ha risposto direttamente: “È uno strumento molto valido. Alla fine è quello che ti aiuterà. Non essere così critico. Se quello che stai aspettando sono i coronabond, non verranno mai. Il mio Parlamento non li accetterebbe. State generando aspettative che non saranno soddisfatte e invierete solo messaggi di divisione”.

In questa discussione è quindi intervenuto direttamente Sanchez, il quale ha proposto alla Merkel l’argomento esattamente simmetrico: se questa non può portare i coronabond al suo Parlamento, il premier spagnolo non può portare “nulla” al suo paese, “non in questo momento”.

 

Ovvero non con 54.000 malati, 5.800 morti (di cui quasi 700 oggi), 12.000 ricoverati (di cui 4.100 critici), e un numero di casi per milione di abitanti che è pari solo a quelli italiani e svizzeri (rispettivamente 1.500 e 1.600).

A questo punto lo scontro è salito di grado emotivo e ha sfiorato la rottura personale:

  1. “Pedro, ti sbagli. Dici che il paragrafo è nulla, ma ci sono persone che lavorano, devi lasciarle fare” (l’Eurogruppo).
  2. “Angela, sto ascoltando, ma è chiaramente insufficiente. Lo abbiamo già visto. Se non diamo loro un mandato chiaro, sappiamo già cosa accadrà. Non capisci l’emergenza che stiamo vivendo?”
  3. “Pedro, come puoi dire che non la capisco?” è stata la risposta risentita della Cancelliera tedesca, accusata di insensibilità umana.
  4. “Ho bisogno che tu capisca l’urgenza del momento”.
  5. “Pedro, siamo già al limite. Abbiamo già preso molti impegni” (dimostrando esattamente ciò a cui lo spagnolo alludeva).
  6. “Ho anche io preso molti impegni in una situazione molto difficile”.

 

Questo sarebbe stato, secondo il quotidiano spagnolo, il momento (il solo momento) in cui il presidente Francese, firmatario della lettera del giorno prima, è intervenuto in soccorso del suo alleato: “Pedro ha ragione. Sono con lui per il fatto che non possiamo trasferire la nostra responsabilità politica all’Eurogruppo. Questa è una questione politica, non possiamo lasciarla nelle mani dei ministri delle finanze, che si riproducono reciprocamente le posizioni”.

 

Ma le sei ore di “fine schermaglia e qualche pugnalata” si sono concluse alla fine con un nulla di fatto ed un rinvio di due settimane. Da impiegare per predisporre una proposta da riportare al tavolo.

Persino sulla scelta delle istituzioni da coinvolgere c’è stata una divergenza altamente indicativa, quando Pedro Sanchez ha proposto di incaricare tutte le cinque istituzioni europee (Commissione, Consiglio, Parlamento, BCE ed Eurogruppo) la Merkel ha risposto un secco “Nein”. Il motivo è stato semplice: una squadra diretta da una francese (Bce), una tedesca (Commissione), un belga (Consiglio), un italiano (Parlamento), un portoghese (Eurogruppo), è stato giudicato troppo sbilanciato. In un sistema decisionale sempre più nazionalizzato si è concluso quindi di escludere italiano e portoghese.

 

Questo è dunque il contesto nel quale, scavalcando gli altri due organismi investiti del compito, la Von der Leyen ha oggi dichiarato che reputa escluso inserire nel pacchetto di “soluzioni” i coronabond al centro dello scontro di ieri.

Ma tutto ciò avviene mentre in Spagna aumentano i morti, in Italia si comincia ad assaltare i supermercati e il governo accelera la spesa mettendo i primi cinque miliardi a disposizione. Soprattutto, mentre il papa produce un’impressionante teatralizzazione della crisi, con la sua benedizione “Urbi et orbi”[5][5].

Ed avviene, ciò è importante, mentre la curva di crescita dell’epidemia inizia ad attenuarsi in Italia, è un passo indietro in Spagna e Francia, ma è appena all’avvio della fase esponenziale in Olanda e Germania, che stanno tardando a prendere misure di distanziamento radicali (come ricorderà aspramente il premier portoghese).

In questa condizione per chi gioca il tempo? Tra quindici giorni l’Italia potrebbe essere anche a 120-130.000 casi, ma stabile, la Spagna e la Francia essere molto vicine, ma la Germania potrebbe averla superata e l’Olanda essere in piena accelerazione.

E, soprattutto, conviene mettere con le spalle al muro un avversario disperato?

 

Vediamo quanto.

Il 27 marzo, Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica italiana, ha pronunciato un solenne e doloroso discorso[6][6] che parte dal ricordo delle quasi diecimila persone che sono morte fino ad ora[7][7], ma subito dopo entra con decisione insolita nel merito della cosa:

 

“Nell’ Unione Europea la Banca Centrale e la Commissione, nei giorni scorsi, hanno assunto importanti e positive decisioni finanziarie ed economiche, sostenute dal Parlamento Europeo. Non lo ha ancora fatto il Consiglio dei capi dei governi nazionali. Ci si attende che questo avvenga concretamente nei prossimi giorni.

Sono indispensabili ulteriori iniziative comuni, superando vecchi schemi ormai fuori dalla realtà delle drammatiche condizioni in cui si trova il nostro Continente. Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa.

La solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione ma è anche nel comune interesse.

Ho auspicato – e continuo a farlo -che le risposte all’emergenza del coronavirus possano essere il frutto di un impegno comune, fra tutti: soggetti politici, di maggioranza e di opposizione, soggetti sociali, governi dei territori. Unità e coesione sociale sono indispensabili in questa condizione”.

Lo stesso giorno il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha rilasciato un’intervista[8][8] nella quale pone domande dirimenti, “L’Unione europea, la zona euro, si riducono a un’istituzione monetaria e a un insieme di regole che consentono a ogni Stato di agire per conto suo?”. Quindi è entrato nel merito, ricordando che “dieci Paesi dell’eurozona, rappresentanti del 60% del suo Pil, hanno esplicitamente sostenuto una capacità di indebitamento comune, quale che sia il suo nome, oppure un aumento del bilancio dell’Unione europea per permettere un sostegno reale ai paesi più colpiti da questa crisi”. Tuttavia, “Alcuni Paesi, tra cui la Germania hanno espresso le loro reticenze. Abbiamo deciso di continuare questo fondamentale dibattito, al più elevato livello politico, nelle prossime settimane. Non possiamo abbandonare questa battaglia. Preferisco un’Europa che accetti divergenze e dibattiti piuttosto che un’unità di facciata che conduce all’immobilismo. Se l’Europa può morire, è nel non agire”.

 

Ecco. L’Europa può morire.

 

Vediamo ora i carnefici.

Mark Rutte, scrive[9][9] Yvonne Hofs sul giornale olandese De Volkskrant, un giornale progressista fondato nel 1919, non vogliono accettare gli eurobond e preferirebbero non dover prestare miliardi di euro a paesi come l’Italia o la Spagna. Il motivo della loro dura opposizione agli eurobond (ovvero ai “coronabond”), è che “entrambe le proposte possono portare i Paesi Bassi alla fine a pagare i debiti del governo italiano e spagnolo”. Vediamo quale è il meccanismo immaginato, perché è davvero interessante: “I crediti Eurobond e ESM sono finanziati da tutti i paesi dell’euro, ma i Paesi Bassi e la Germania non hanno davvero bisogno di quei soldi. I miliardi dell’ESM affluiranno quasi esclusivamente a paesi dell’euro deboli. Solo i paesi che ora pagano tassi di interesse relativamente elevati sul proprio debito nazionale beneficiano degli Eurobond: paesi con debiti elevati come l’Italia. I Paesi Bassi e la Germania ricevono prestiti più costosi con gli Eurobond; essi pagano meno interessi sui propri titoli di Stato nazionali rispetto a qualsiasi eurobond.”

La questione è semplice, dunque, un titolo emesso in comune spunterebbe sul mercato un tasso eguale europeo, attraendo capitali remunerati esattamente nello stesso modo. Ma oggi alcuni paesi del Nord in realtà attraggono talmente tanti capitali (dal sud) da spuntare dei tassi negativi, o comunque largamente inferiori a quelli che sono costretti a pagare i paesi dai quali i capitali fuggono. È una meccanica semplice e chiara. Ed è molto simile a quella della moneta. Una media è sempre superiore al valore più basso e minore del valore più alto. Dunque dei titoli mutualistici non convengono ai paesi del nord, in effetti rischierebbero di fare concorrenza alle emissioni dei paesi sovrani nordici, e comunque al minimo non gli servono.

L’argomento è sia egoistico, sia disvelante della posizione di vantaggio strutturale nella quale sono messi dalla presenza dell’unione. Posizione di vantaggio della quale non reputano essere loro dovere in alcun modo restituire parte.

 

Perché non lo reputano? Il resto lo chiarisce molto bene. Il Ministro delle finanze olandese, il cristiano democratico Wopke Hoeskstra, ha chiesto il 26 marzo che la Commissione Europea, diretta dalla tedesca Von der Leyen, indaghi sui paesi che hanno chiesto gli Eurobond (ovvero sul 60 % dell’eurozona) “per capire i motivi per cui non hanno abbastanza spazio di bilancio per rispondere all’impatto economico della crisi”. Ovvero, secondo l’articolista, “indagare sul motivo per cui alcuni paesi non hanno riformato le loro economie quando il sole ha brillato negli ultimi anni”. Dimenticando che il sole si è dimenticato di brillare al sud, continua affermando che invece “I Paesi Bassi lo fanno dal 2012. Poiché i gabinetti olandesi hanno adottato misure impopolari che colpiscono gli elettori, come l’innalzamento dell’età pensionabile e dell’IVA e la riduzione della detrazione degli interessi sui mutui, i Paesi Bassi sono ora in grado di combattere da soli la crisi della corona. Grazie alla disciplina di bilancio precedentemente dimostrata, il governo olandese ha 90 miliardi di euro in contanti per sostenere l’economia ora che minaccia di crollare sotto la peste del virus”.

Ovvero, i Paesi Bassi hanno praticato misure di austerità. Mentre “L’Italia non ha fatto tutto questo. Quel paese ora vuole aiuti finanziari dai Paesi Bassi, tra gli altri, perché non ha soldi per risolvere il proprio problema corona.”

Sulla base di questa affermazione fattualmente falsa[10][10], l’articolista da una parte nega che sia nazionalista la posizione olandese e non quella italiana, dall’altra estrae il costante timore di attivare una “unione di trasferimenti”.

L’affermazione è dimostrabilmente falsa, non solo ricordando le molte riforme effettuate, ma osservando i saldi primari, ovvero la presenza di risparmi (saldo primario positivo) o di deficit (saldo primario negativo). L’Italia ha un record, è in avanzo primario da 27 anni, ed anche l’incremento del debito pubblico è stato del 29,32% dal 2008 al 2014, contro il 25,23 dei Paesi Bassi ed il 15, 19% della Germania, ma sotto Danimarca, Francia, Stati Uniti, Lussemburgo, Grecia, Regno Unito e Portogallo.

Insomma, l’accusa è frettolosa, mentre il fatto di avere tassi sistematicamente più bassi ed una moneta sottovalutata (rispetto al tenore delle esportazioni), o di poter fare liberamente da zona franca fiscale (attraendo le nostre aziende, come FCA) va bene. Il punto però è un altro, qualunque uso “più liberale” dei meccanismi di prestito (incluso il Mes senza condizionalità) crea impopolarità. “Molti elettori che votano per VVD e CDA [i partiti di governo] temono che la zona euro diventerà un sindacato di trasferimento, in cui paesi deboli come l’Italia saranno strutturalmente sovvenzionati da paesi economicamente forti come i Paesi Bassi. Se Rutte e Hoekstra accettano gli Eurobond, avranno un ruolo i partiti euroscettici come FVD e PVV.”

Questo è il timore, esacerbato dal comportamento della Bce, nella quale, scrive il giornalista, mercoledì Klaas Knot e Jens Weidman sono andati in minoranza[11][11].

 

 

Un’articolo ed una posizione abbastanza netta. Alla quale il premier Portoghese ha reagito in modo davvero violento[12][12], definendo “ripugnanti” i commenti del ministro, e dichiarando che il Portogallo “non è più disponibile ad ascoltare ancora il ministro delle Finanze olandese”, di seguito ha attaccato la politica permissiva dell’Olanda con il virus (non ha ancora attivato misure “all’italiana”), con l’ottimo argomento che l’Unione Europea, se esiste, è un’area di libera circolazione. L’atteggiamento olandese (e, chiaramente, tedesco) viene, insomma, accusato da Costa di essere “avido”. E questa “avidità” di minacciare il futuro della Ue.

 

Non manca anche una incredibile uscita[13][13] di un Romano Prodi in cerca di riposizionamento, che qualifica come “drammatiche” le conseguenze possibili del Consiglio Europeo fallito. Il rinvio all’Eurogruppo è definito “tragicamente umoristico” e le diversità di vedute, “ad oggi non componibili”. Il realista ex Presidente della Commissione riassume così la cosa: “Si tratta dell’ormai consueto scontro fra Nord e Sud, fra i cosiddetti Paesi virtuosi e noi meridionali, che siamo evidentemente i viziosi. Come sempre il fronte dei virtuosi trova la sua punta più oltranzista nell’Olanda. Un Paese contrario all’entrata dell’Italia nell’euro e contrario a ogni forma di solidarietà. Un Paese che fa del rigore il proprio scudo ma che, nello stesso tempo, è di tutti il più abile a praticare politiche fiscali di dubbia legittimità per trasferire in Olanda le sedi delle imprese degli altri Stati europei, a cominciare dalla Fca”.

Del resto dietro la piccola ed arrogante Olanda (dieci milioni di abitanti, 800 miliardi di Pil) c’è la Germania che ha solo “la creanza di usare un linguaggio meno offensivo”. La conclusione del ragionamento, prima della chiusa rituale sull’interesse comune a superare i problemi è davvero insolitamente amara: “L’incomprensione e il distacco che i governanti europei stanno dimostrando non può che tradursi in un crescente e simmetrico distacco dei cittadini italiani nei loro confronti e nei confronti del progetto europeo. Se non si prende coscienza di questo inevitabile processo le conseguenze saranno gravi e senza rimedio. D’altra parte diventa impossibile identificarsi in una comunità se i membri della stessa comunità non si sentono tali nemmeno quando la sofferenza collettiva è ormai arrivata a un livello intollerabile. Se i governanti europei rispondono solo ai desideri e agli istinti di breve periodo del proprio elettorato, il patto che ha finora tenuto insieme i diversi Paesi europei non può che dissolversi”.

 

Probabilmente questa volta ha ragione.

 

[1][1] – Si veda https://www.youtube.com/watch?v=05FVLzg95KA

[2][2] – La lettera l’abbiamo pubblicata e commentata in “Campo di battaglia: Draghi, Consiglio Europeo, Coronavirus. Cronache del crollo”.

[3][3] – https://www.huffingtonpost.it/entry/macron-sente-trump-iniziativa-forte-a-giorni-per-reagire-alla-crisi_it_5e7d9fbdc5b6256a7a281cfd

[4][4] – 28 marzo 2020, El Pais, https://elpais.com/espana/2020-03-27/michel-tenemos-acuerdo-pedro-sanchez-no-asi-es-inaceptable-asi-fue-la-tensa-cumbre-de-la-ue.html

[5][5] – https://www.youtube.com/watch?v=5YceQ8YqYMc&feature=emb_logo

[6][6] – http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/mattarella-discorso-alla-nazione-47a97e13-8106-4b90-a2cf-07add8a1de62.html

[7][7] – Persone per le quali qualche giorno fa ho scritto “Perdiamo”.

[8][8] – Qui nel sito de la Repubblica, qui su Le Monde.

[9][9] – https://www.volkskrant.nl/nieuws-achtergrond/rutte-en-hoekstra-voeren-achterhoedegevecht-tegen-transferunie~baba7c03/

[10][10] – Si veda http://www.mef.gov.it/focus/prideandprejudice/

[11][11] – Alla BCE, nella quale le decisioni si prendono a maggioranza, sono presenti le Banche Centrali dell’eurogruppo, e quindi il gruppo dei 9 (o 10) sono in maggioranza netta.

[12][12] – https://video.repubblica.it/dossier/coronavirus-wuhan-2020/coronavirus-il-premier-portoghese-costa-attacca-il-ministro-delle-finanze-olandese-parole-ripugnanti/356962/357527?ref=RHPPRB-BS-I0-C4-P4-S1.4-T1

[13][13] – https://www.ilmessaggero.it/editoriali/romano_prodi/coronavirus_europa-5137245.html

La prossima fase della lotta cinese contro il Coronavirus, di Phillip Orchard. Traduzione di Piergiorgio Rosso

Un colpo da maestro. Il gruppo dirigente del Partito Comunista Cinese è riuscito in queste ultime due settimane in un miracolo. E’ riuscito a ribaltare, almeno in Europa e in Italia, la percezione della propria immagine di primo responsabile della propagazione incontrollata del coronavirus all’interno e della sua diffusione all’esterno. Il danno politico legato all’attività censoria e agli iniziali ritardi nella informazione, dovuti verosimilmente in parte a timori di ordine pubblico e di lesione di immagine e in parte alle necessità di predisposizione di un apparato operativo funzionale sono stati compensati dal successo quantomeno momentaneo nel contenimento del virus dovuto ai draconiani interventi di isolamento, pur al netto delle presumibili manipolazioni di dati che riguardano la Cina al pari degli altri paesi. Le condizioni oggettive favorevoli all’incubazione di epidemie, in parte dovute a ragioni climatiche, ma in parte a condizioni socioeconomiche, in un breve lasso di tempo sono scivolate nel dimenticatoio di fronte all’espandersi dell’emergenza e alla rimozione, alla imperdonabile sottovalutazione ed improvvisazione almeno iniziale con le quali si è affrontato il problema dei focolai rispettivamente in Iran, in Iraq, in Italia e via via negli altri paesi. La successione temporale e geografica della propagazione, al netto delle evidenti manipolazioni dei dati in corso nei vari paesi, indicano e confermano l’origine e il percorso di diffusione. A questa confusione ed allarme crescenti si sono sovrapposte delle vere e proprie campagne ossessive riguardanti l’origine artificiale del virus e la volontarietà della diffusione. Non che l’ipotesi sia inverosimile. A Wuhan ci sono laboratori appositi dediti alla ricerca e manipolazione dei virus e un incidente che possa aver provocato la fuga del virus rimane una ipotesi plausibile; manipolazioni destinati presumibilmente ad uso civile, quanto militare. Ne è seguita invece una vera e propria battaglia mediatica e di manipolazione informativa tesa ad attribuire la responsabilità a l’uno o all’altro, ai cinesi o agli americani. L’esito di questa battaglia, specie in Italia e nel gossip internettiano, sembra volgere decisamente a favore della Cina. Una schiera di adepti sembra essere colta da furore indomito nel cavalcare questa onda; furore che nella gran parte dei casi si riduce a fungere da gran cassa più o meno inconsapevole sulla base di spartiti scritti da altri. In un prossimo articolo mostreremo come l’esasperazione delle teorie più complottistiche e allarmistiche, venute alla luce negli ultimi decenni, nascono proprio da fonti equivoche di quel paese, gli Stati Uniti, oggetto degli strali dei più accaniti partigiani della polemica antiamericana. Tanto accaniti per altro, quanto dannosi alla causa del recupero delle prerogative di sovranità della nostra nazione e del nostro stato, gravemente compromesse dalla catastrofe militare del ’43 e dalla qualità delle classi dirigenti specie degli ultimi tre decenni. Si sa però che le vittorie mediatiche spesso e volentieri non coincidono con la vittoria della verità. Quest’ultima probabilmente non verrà mai alla luce. Quello che appare chiarissimo, purtroppo, specie in Italia, è la capacità di assorbimento acritico delle informazioni più astruse e la propensione partigiana di abbeverarsi fideisticamente ad una delle due fonti secondo le proprie propensioni di fedeltà e sudditanza. Entrambi i burattinai hanno agito da maestri, i cinesi più degli americani. Trump ha parlato di virus cinese; le varie ambasciate cinesi, nelle telefonate e nelle voci insinuanti fatte circolare, parlano di virus giapponese, americano, tedesco o italiano a seconda degli interlocutori. I secondi, forti della loro esperienza plurimillenaria, stanno prevalendo sui primi anche su questo aspetto, almeno per il momento. Il colpo da maestro lo si è raggiunto con la fornitura di aiuti, pervenuti all’Iran, all’Iraq e poi all’Italia a fronte di un comportamento meschino e cieco dei paesi fratelli europei e dell’assenza di un qualsiasi gesto da parte americana. Nelle more buona parte degli aiuti giunti da Pechino sono destinati alle comunità cinesi in Italia, tra le quali quella milanese che conta alcune decine di migliaia di immigrati provenienti dalla regione di Wuhan. Onore al merito della lungimirante diplomazia cinese. E onore alla sua capacità di influenza e controllo militare e “comunitario” delle proprie comunità all’estero. Decisamente sconfortante, al contrario, il comportamento dei tifosi del Bel Paese i quali pur di liberarsi dal gioco di un padrone non esitano ad accettare, a volte senza nemmeno accorgersene, di buon grado il giogo dell’altro contendente. L’esito di questo atteggiamento l’abbiamo già conosciuto in altri secoli bui, con il nostro suolo calpestato da più padroni a volte in contrasto e a volte in collusione tra di loro, comunque ai danni nostri. Se si cominciasse a mettere in secondo piano l’aspetto “affettivo” nelle relazioni internazionali e nelle logiche geopolitiche, si individuerebbero più facilmente i limiti, i punti critici e i lati oscuri dei rapporti di dominio instaurati tante dalle potenze emergenti che da quelle impegnate a difendere le posizioni egemoniche consolidate. Rappresenterebbero esattamente gli spazi di opportunità ed agibilità di una politica più autonoma ed indipendente, di costruzione di una identità nazionale politicamente più salda. Alzare la testa e saper guardare con i propri occhi comporta però dei rischi; per degli uccellini vissuti in gabbia la fuga da una porticina aperta il più delle volte si risolve comodamente con il ricovero rassicurante in un’altra gabbia. Non è detto, tra l’altro, che essa sia alla fine più accogliente. Gli sviluppi legati a questa crisi saranno tutti lì a dimostrarlo. La simpatia e l’affinità culturale verso un popolo, nella fattispecie cinese, non deve comportare una subalternità o peggio ancora la ricerca di un nuovo protettore, pena il deterioramento dei rapporti di amicizia. Buona lettura_Giuseppe Germinario

La prossima fase della lotta cinese contro il Coronavirus

[https://geopoliticalfutures.com/the-next-phase-of-chinas-fight-with-the-coronavirus/] di  Phillip Orchard – March 13, 2020

 

Il Partito Comunista Cinese vorrebbe farci sapere che sta vincendo la guerra contro il coronavirus e che tutti noi dobbiamo ringraziare Xi Jinping. Questo è stato il messaggio centrale dei media statali cinesi nelle ultime settimane, segnando un importante punto di svolta nella crisi. Internamente, la massiccia mobilitazione della Cina contro il virus sembra aver frenato la marea, con il tasso di crescita delle nuove infezioni che rallenta a valori a singola cifra e l’industria cinese che sta tornando al lavoro con cautela. E mentre l’epidemia è diventata una pandemia, le risposte a chiazze dei governi occidentali hanno messo in una luce più favorevole sia i passi falsi fatti di Pechino all’inizio, che i suoi successivi successi.

E’ stata una fortuna per i propagandisti di Pechino, che ora possono richiamare l’attenzione sui trionfi della Cina e sui problemi del mondo. Il loro messaggio ha anche chiarito che Xi e il suo circolo interno emergeranno intatti dalla crisi sanitaria – e forse anche più forti. Xi ha comandato le battaglie decisive della “Guerra popolare” contro un nemico invisibile, almeno secondo i media statali intenzionati a elevare il presidente a uno status simile a quello di Mao.

Ma se Xi è al sicuro sul suo trono, il suo regno non lo è. L’economia cinese, per dirla chiaramente, è in pessime condizioni. Quasi tutti i problemi che Pechino non era riuscita a risolvere sono stati peggiorati di un ordine di grandezza dalla crisi del coronavirus. E mentre il virus che diventa globale potrebbe rappresentare un colpo di striscio alla iper-macchina cinese, la sua diffusione potrebbe benissimo chiudere le strade più promettenti del paese verso una rapida ripresa.

La battaglia di Xi

Un mese fa, il CCC stava vacillando. L’epidemia era diventata quasi incontenibile e la struttura decisionale strettamente centralizzata di Xi sommata ad una cultura della censura, erano almeno in parte responsabili. Ciò ha creato pressioni sia in patria che all’estero, costringendo Pechino ad attuare una svolta verso la “campagna dei cento fiori” di Mao, allentare le restrizioni ai rapporti indipendenti e censurare i social media con un tocco più leggero. Lo sdegno che seguì, in particolare dopo la morte del dottore Li Wenliang, fece paura a Pechino, costringendola a una serie di mosse goffe per soffocare il dissenso. Pechino fu anche costretta a rinviare il suo Congresso Nazionale annuale, su cui il PCC fa affidamento per allineare i meccanismi dello stato con la sua agenda. Per gran parte di questo tempo, lo stesso Xi era chiaramente assente dai riflettori. Quando il governo centrale ha finalmente lanciato una campagna per dimostrare il suo comando nella risposta alla crisi, non è stata guidata da Xi ma dal Premier Li Keqiang, la figura più vicina a Xi rispetto a un rivale del Comitato permanente del Politburo. Ma non appena apparve chiaro che la crisi avrebbe raggiunto il picco, all’inizio di febbraio, Xi è tornato saldamente di nuovo in scena.I pilastri del potere in Cina sono spesso descritti come “le tre P”: l’Esercito Popolare di Liberazione [PLA in inglese – NdT], il personale e la propaganda. E diventando il volto pubblico della risposta del governo, Xi ha dimostrato di controllare ciascuna di esse. All’inizio di febbraio ha schierato l’esercito, che gli risponde direttamente come presidente della Commissione militare centrale e che era stato notevolmente assente dalla risposta di gennaio, per costruire ospedali, trasportare forniture, garantire l’ordine pubblico e inviare medici in prima linea a Wuhan. Se Xi avesse perso il controllo delle nomine del personale chiave, non sarebbe stato in grado di sostituire la leadership del partito nella provincia di Hubei con una coppia di suoi fedelissimi. Infine, la macchina della propaganda è andata a tutto regime per fare del Presidente un leone. I media statali hanno iniziato a riferirsi al presidente come “il leader del popolo” e soprattutto, durante la tanto attesa visita di Xi a Wuhan questa settimana, equiparando la sua leadership nella lotta contro il coronavirus al comando di Mao sulla vittoria della guerra civile del Partito Comunista nel 1949. Questo rappresenta più di un mero simbolismo. Elevando efficacemente Xi allo status di Mao, il Partito Comunista sta legando la propria legittimità ancora più strettamente al culto della personalità di Xi, rendendo quasi impossibile per i rivali sloggiarlo.Tuttavia, ci sono almeno altre due “P” che contano. La prima è il pubblico, che per ora sembra sostenere ampiamente il PCC. A dire il vero, ci sono sacche di malcontento per la cattiva gestione di Pechino – e non solo nei circoli dei social media all’interno dei quali ingannare con astuzia i censori è diventata una forma d’arte. I medici di Wuhan non hanno smesso di parlare della soppressione da parte del governo della informazione sul virus. Un discorso particolarmente ottuso tenuto dal capo del partito di Wuhan che chiedeva una “campagna di educazione alla gratitudine” per i residenti della città prima del tour di ispezione di Xi, è stato affossato dai censori dopo aver ottenuto così tanti contraccolpi. E i video trapelati hanno mostrato che il vice premier cinese Sun Chunlan è stato inondato di insulti da cittadini in quarantena durante la sua visita a Wuhan. Ma questo deve ancora tradursi in un qualsiasi tipo di movimento di massa per le strade.Ciò è dovuto in parte al fatto che il paese è stato effettivamente bloccato. (In effetti, i sistemi di controllo digitali messi in atto per combattere la diffusione del virus saranno utili per combattere i tentativi di mobilitazione contro il governo in futuro.) Anche perché non si vede in giro nessun esponente o partito di opposizione di rilievo. (Questo è il motivo per cui qualsiasi segno di una divisione importante nel PLA o nel Politburo sarebbe così importante). Ma il potere della macchina mediatica dello stato non dovrebbe essere sottovalutato. La propaganda è più efficace quando contiene noccioli di verità. Pechino può ragionevolmente indicare i blocchi in Italia e altrove per sostenere che la sua risposta era entro i limiti accettabili e potrebbe indicare la grave carenza di maschere mediche, kit di test, letti d’ospedale e così via in luoghi come gli Stati Uniti per sostenere che, qualunque siano i suoi difetti, il modello di governo del PCC è superiore alle democrazie occidentali in una crisi.La guerra non è finitaL’altra “P” è la prosperità. La crescita a rotta di collo stava già diventando impossibile da sostenere. A febbraio l’economia si è effettivamente fermata. Circa un terzo delle imprese cinesi rimane chiuso, e molte altre operano solo a capacità parziale. Come è stato chiarito dai dati anemici sulla crescita del credito pubblicati questa settimana, le croniche difficoltà di Pechino per ottenere liquidità per le piccole e medie imprese – che rappresentano fino all’80% dell’occupazione in Cina e più della metà delle quali afferma di poter usare i loro risparmi per massimo due mesi – persistono. Anche il “sistema bancario ombra” ha toccato un minimo da tre anni, a febbraio. Questa è una buona notizia per la battaglia a lungo termine di Pechino contro prestiti sconsiderati, ma è una cattiva notizia nell’attuale contesto.Abbiamo notato che la Cina sarebbe ragionevolmente ben posizionata per un recupero a “V” una volta che potesse contenere il virus abbastanza da riavviare il suo motore di produzione, vale a dire fino a quando potesse evitare lo sfondamento dei rischi sistemici nel settore finanziario o immobiliare. Fondamentalmente quello che è successo dopo l’epidemia di SARS nel 2003. Una volta che le persone potranno effettivamente tornare a lavorare in massa, non sarà difficile riavviare i settori delle fabbriche e dei servizi cinesi.Il ritmo della ripresa dipenderà quindi principalmente dalla domanda. La massiccia spesa per gli stimoli e il settore statale aiuteranno. Ma con la perdita di massa dei salari a breve termine che potrebbe trascinare verso il basso il consumo interno per almeno un mese o più, il consumo esterno sarà di nuovo la chiave.Questo è il motivo per cui la diffusione globale della crisi è un grosso problema per la Cina, soprattutto perché sta avvenendo a un ritmo che potrebbe durare mesi e potrebbe risalire nuovamente in autunno. Interruzioni prolungate degli scambi sarebbero abbastanza gravi per le esportazioni cinesi, che sono diminuite di oltre il 17% solo a gennaio e febbraio. Più le economie europee e statunitensi rallentano, più la domanda occidentale di beni cinesi si prosciugherà. In questa luce, i peggiori scenari come quelli presentati dalle Nazioni Unite che prevedono un colpo di $2 trilioni di dollari al prodotto interno lordo globale, sembrano in qualche modo ottimisti.

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Nel frattempo, lo stress sui mercati finanziari in Occidente – combinato con la probabile spinta alle forze politiche anti-globalizzazione e l’ampia consapevolezza tra le multinazionali che le catene di approvvigionamento sono diventate eccessivamente dipendenti dalla Cina – ridurranno gli investimenti e i flussi di capitali verso la Cina. Nonostante l’impressionante capacità della Cina di individuare ogni singolo contagiato da virus in ogni singola porta delle fabbriche o degli aeroporti, non è impossibile che il virus ritorni. Altre quarantene di massa, ovviamente, potrebbero essere incalcolabilmente dirompenti. (Un lato positivo del rallentamento globale per Pechino: il crollo dei prezzi del petrolio avrà effetti contrastanti sull’economia cinese, ma nel complesso farà più bene che male.)Da quasi un decennio eravamo in attesa del prossimo grande shock che avrebbe testato la resilienza del sistema guidato dal PCC. L’ipotesi era che lo shock più probabile sarebbe venuto da forze esterne. Si scopre che lo shock è arrivato dall’interno, si è diffuso nel resto del mondo e ora sembra probabile che ritorni indietro. Non c’è nulla che i propagandisti cinesi possano fare a riguardo.

Verso le elezioni presidenziali americane. Il supermartedì visto da Gianfranco Campa

Con il responso del supermartedi le primarie americane hanno emesso un primo verdetto. Dalla parte repubblicana la conferma di Trump alla candidatura presidenziale non è mai stata seriamente in discussione. Da parte democratica dal cesto dei diciotto candidati sono emersi Sanders e sorprendentemente Joe Biden. Se però nessuno dei due dovesse ottenere la maggioranza dei delegati alla Convenzione di luglio, dovremo attenderci ulteriori sorprese. Se il partito Repubblicano sembra ormai stretto intorno a Trump, il partito Democratico rischia gravi lacerazioni qualunque sia l’esito finale delle primarie. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

 

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