WRESTLING, di Pierluigi Fagan

WRESTLING. “Forma di spettacolo nel quale si combina l’esibizione atletica, con quella teatrale, la cui origine risiede nelle esibizioni di compagnie itineranti in fiere di paese” così Wikipedia. Il wrestling venne creato in quanto cosa a sé da un americano dell’Iowa. Esso è quindi una forma tipicamente americana in cui convergono: 1) “spettacolo” che fa pubblico ed audience quindi occasione commerciale di profitto; 2) “violenza” quindi sfogo dell’istinto alla competizione; 3) “simulazione” quindi trasferimento della violenza ad un piano in cui la forma (violenta) si dissocia dalla sostanza (effetti del subire vera violenza); 4) “convenzione” in quanto i wrestler condividono una codice teatrale conosciuto solo a loro che li fa attori di una compagnia di giro che fa spettacolo rivolto al pubblico in cui si simula la violenza depurandola dagli effetti materiali, spettacolo che per loro significa lavoro, soldi, prestigio e fan.

L’americanizzazione della cultura occidentale ha ormai decenni di penetrazione e sebbene da alcuni criticata con le affilate armi dell’intelligenza vigile, viene il dubbio abbia colonizzato anche la stessa intelligenza vigile. Un po’ come in quei film dei morti viventi in cui il protagonista che è ancora vivo-naturale e col quale ci identifichiamo, scappa di qui e di lì finendo a volte in trappole di relazioni con personaggi che “sembrano vivi” ma poi si rivelano anche loro ormai passati dall’altra parte.

Il trasferimento della politica a wrestling è la cifra più pericolosa dell’americanizzazione culturale che subiamo da decenni. Nessuno ormai pensa alla politica avendo come obiettivo i componenti della polis (città-Stato) cioè i polites (cittadini), chi “fa” politica pensa di default a come diventare rappresentante dei cittadini. Tutto il discorso pubblico è orientato ai politici che critichiamo o appoggiamo, ai loro partiti, chi non trova soddisfazione nell’”offerta politica”, ne crea una nuova, cioè fonda un partito. Ognuno è posseduto dal richiamo del dover dare “voce al popolo”, il suo popolo, la sua porzione di popolo, la sua interpretazione personale della parte di un popolo, da cui fondare “partiti”, cioè istituzionalizzazione di forme particolari di rappresentanza. Il popolo è “dato”, un dato immodificabile, rimane solo da dargli “voce”. Ma il vero richiamo del wrestler politico è esser “eletto”, diventare un eletto, il partito è solo il mezzo.

E’ un po’ come nell’economia di mercato, si fa una indagine di mercato, si scopre che c’è un buco nella domanda ovvero gente che domanda confusamente cose del tipo “Ambrogio … avverto un certo languorino … la mia non è proprio fame, è più voglia di qualcosa … di buono” con misto di speranze contraddittorie tipo “goloso ma che non fa ingrassare”. Si fa allora un Rocher con carta stagnola luccicante che promette di tappare il buco. Per questa soluzione tappabuchi, in politica, non si chiedono soldi ma voti. I voti poi fanno eleggere il rappresentante del popolo che va a fare il wrestler in nome e per conto del suo pubblico-cliente.

La pubblicità dei Rocher politici spazia dalla promessa di più sicurezza, più lavoro, più ricchezza, più modernità, più sovranità, più libertà e molto altro, oppure la promessa di contro, contro il liberismo, contro l‘unione europea, contro i migranti, contro i pedofili, contro i populisti o altro. Si noti l’asimmetria logica: “più” nel positivo, “contro” nel negativo, non “meno” che non scalda gli animi, “contro!”. Se poi ‘oggetto dopo il contro è macroscopico come “il capitalismo” meglio ancora, in fondo mica si tratta di fare i conti con la realtà, è una sorta di sondaggio d’opinione quello che si fa alle elezioni.

I temi su cui si offrono i più o i contro , sono quelli del discorso pubblico, una agenda di solito istituita dal potere in atto, il quale decide e nomina non solo i “suoi” temi ma anche quelli avversari. Chi sceglie il fronte contro il potere prende il termine negativo imposto dal potere e lo rivernicia di positivo, fatica immane e qualche volta anche energia mal riposta poiché nominare è creare enti e se l’ente è creato in un certo modo lo spazio politico che tenta di ribaltarne il giudizio (da negativo a positivo) è pre-determinato proprio da coloro contro i quali si vorrebbe fare lotta politica. Grande parte di quei più o contro sono irrealistici, forme dicotomiche del pensiero semplificato che sussume cose complicate in un termine-concetto in cui le porzioni di popolo si identificano come le contrade fanno col loro totem odiando il totem avversario.

Si tifa il proprio wrestler che fa finta di prender a cazzotti il wrestler del proprio odiato vicino invece che prender direttamente a cazzotti il proprio vicino. L’importante è che i “cittadini” non facciano direttamente politica tra loro, facciano gli spettatori, senza spettatori paganti viene giù tutto. Vale per i giovani filosofi non meno che per gli imbroglioni seriali.

L’estrema ambiguità del tutto crea questo spettacolo che nulla a che fare con la politica, dove il mercato è fatto di “valori”, i totem sono tanto squillanti quanto irrealistici, i wrestler gareggiano urlando ma mai facendosi davvero male, sperando di finire in qualche assemblea pubblica in forma stabile che gli procurerà fama, successo, soldi e porzioni di potere. Quando poi falliranno, e falliscono tutti -sistematicamente poiché i presupposti tra promessa e realtà sono in genere infondati- avanti una nuova linea di aspiranti “diamo voce al popolo!”.

Il post non conclude, era solo per sfogare amarezza personale. Non ne posso più di veder fondare partiti oltretutto soprastanti un dibattito politico pubblico che sta raggiungendo vette di confusione, indeterminazione, falsa coscienza, irrealismo, presa per il culo sistematica, ormai su una tangente che punta all’infinto ed oltre. E non vale solo per i wrestler, vale anche per coloro che fanno da pubblico perché sono loro, siamo noi a tener in piedi lo spettacolo.

tratto da facebook

LA MATASSA, di Antonio de Martini

LA MATASSA

L’Arabia Saudita si trova tra due fuochi da lei provocati: a sud la guerra con lo Yemen e a nord il conflitto siriano.

Gli Stati Uniti si trovano anch’essi tra due fuochi possibili: da una parte il conflitto in Irak con l’ISIS ( per combattere il quale hanno equipaggiato e autorizzato le milizie sciite) e dall’altra dovrebbero combattere e disarmare le stesse milizie sciite che secondo le accuse israeliane sono la base dell’attacco agli impianti petroliferi.

Entrambi i paesi stanno concertandosi oggi a Gedda circa il da farsi che consisterebbe nel decidere atti di guerra contro l’Iran, il quale nega tutto.

Gli Stati Uniti promettono di esibire alle Nazioni Unite le “ prove” che l’intelligence sta approntando, sempre che si trovi un Presidente USA disponibile a ripetere la scena di Colin Powell sulle armi di distruzione di massa irachene per avere il sostegno degli alleati.

Ne dubito.

Al massimo lo farà il fido Pompeo e tornerà con le pive nel sacco.

Il senato USA, anche repubblicani, dice che bisogna accertarsi che l’alleato saudita “ abbia tutte le armi necessarie” alla sua difesa . Escludono attacchi diretti di qualsiasi genere.
Alla peggio vorranno fare una Proxy war, ma ne stanno già facendo due….

La proxy war è una forma di lotta affidata nascostamente a terzi mirante a guerreggiare contro un paese terzo senza che appaia il mandante per non violare in forma sfacciata il principio di non ingerenza negli affari interni altrui fissato da Metternich nel Congresso di Vienna( 1815) .

Di fatto è impossibile trovare prove di una proxy war.

I dati di fatto sono che l’AS ha speso quest’anno 82,6 miliardi di dollari in armamenti e l’Iran 13,2.
Gli abitanti dichiarato dai sauditi sono 20 milioni e dagli iraniani 70.

L’Iran è stato oggetto di sanzioni da parte americana e gli europei stanno lavorando per farle togliere o attenuarne gli effetti.

Non credo vi siano dubbi su chi sia l’attaccante strategico, ne sulla fine che farebbero Riad e Tel Aviv in caso di scontro aperto.

Le conclusioni del vertice tra Mohammed ben Salman e Mike Pompeo dunque sono scontate.

La risposta di aumento delle sanzioni, inasprirebbe la situazione a danno degli interessi degli Stati Uniti, ma sarebbe ben vista dai sauditi.

Una decisione di intensificare qualche forma di proxy war sarebbe ben vista dagli americani ma danneggerebbe i sauditi destinati inevitabilmente a sostenere la reazione.

Una reazione nei confronti delle milizie sciite irachene ( incolpevoli) provocherebbe una nuova guerra in Irak e smentirebbe tre decenni di scelte politiche USA, dato che furono loro a dare il potere agli sciiti ed armarne le milizie.
Si passerebbe dalla tragedia alla farsa.

Parimenti impensabile è una rappresaglia contro gli Houti, dato che lo Yemen è stato da mesi dichiarato “ emergenza umanitaria” dalle Nazioni Unite e una serie di ben tre delibere senatoriali che proibivano di fornire armi e assistenza ai sauditi in guerra sono state fermate da un veto presidenziale.
Il quarto sarebbe di troppo.

Un’azione contro Hezbollah in Libano verrebbe vista come un diversivo e scatenerebbe una reazione contro Israele in un momento politico delicatissimo e alla vigilia della comunicazione del piano di pace coi palestinesi.

Le sole soluzioni sono un “ coup de teatre” di Trump alle Nazioni Unite con Rouhani ( che però agli occhi di molti potrebbe sembrare una sconfitta) o far fuori ( sei mesi) Mohammed ben Salman e dare tutte le colpe a lui.
Voi cosa scegliereste ?

IL FUTILE PARAVENTO DELLA “PIATTAFORMA ROUSSEAU” OVVERO DELL’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE, di Emilio Ricciardi

IL FUTILE PARAVENTO DELLA “PIATTAFORMA ROUSSEAU” OVVERO DELL’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE.

A seguito del suo intervento del 6 settembre 2019 (d’ora innanzi “Intervento”) intitolato “Colpo di extrastato”, in cui Massimo Morigi attribuisce a questo sintagma dignità di categoria teorica atta a cogliere la presunta epocale novità rappresentata dal voto elettronico espresso mediante la Piattaforma Rousseau dagli iscritti (a ciò legittimati) del Movimento 5 Stelle in relazione alla recente formazione dell’attuale governo, lo stesso autore è tornato sulla questione una prima volta il 9 settembre 2019 per approntare una replica (d’ora in poi “Replica”) ad un mio commento (in appresso “Commento”) al suo Intervento e, ancora, il 14 settembre 2019, per operare ulteriori annotazioni, che tuttavia non aggiungono alcunché di sostanziale alla completa esposizione della propria tesi, difatti già compiuta nei suoi primi due testi.

Quindi, seppure non vada trascurato di soffermarsi sui passaggi pertinenti dell’ultimo dei tre testi citati, è prevalentemente sui primi due, ma con attenzione ancor maggiore sulla Replica (di cui ringrazio Morigi per il tempo e la cura ad essa dedicati), che conviene incentrare le presenti mie considerazioni. Anticipo comunque sin d’ora che la Replica (ed a maggior ragione anche l’ultimo scritto) non è stata in grado di convincermi sull’asserita utilità e consistenza concettuale della categoria di “colpo di extrastato”. E ciò per i seguenti motivi.

0. Occorre prendere le mosse dalla constatazione secondo cui Morigi finisce per darmi ragione quando nella Replica afferma che “Il vero punto è […] non tanto la più o meno esibita trasparenza dei partiti” giacché, aggiunge, “se i partiti fossero trasparenti svanirebbero come la neve al sole dalla notte al mattino”.

Difatti, il nucleo fondamentale della critica all’Intervento espressa nel mio Commento era così compendiato: “nell’economia del testo di Morigi, il riferimento alla scarsa trasparenza di procedura ed esito del sondaggio svolto sulla piattaforma telematica dei 5 stelle, appa[re] tutto sommato superfluo, come del resto in buona sostanza sottolineato dallo stesso suo autore. Anche perché, se si continua a rimarcare la scarsa trasparenza di questa operazione, dolendosene, si corre il rischio di accreditare implicitamente l’idea secondo cui finora i processi decisionali interni ai partiti politici (che, è bene ricordarlo, sono semplici associazioni private non riconosciute) si siano svolti all’insegna delle più luminose democrazia ed, appunto, trasparenza. Il che sarebbe, com’è ovvio, balla colossale oltreché offensiva dell’intelligenza quanto meno del lettore abituale di queste pagine”.

Sulla mancanza di “trasparenza” quale fattore ampiamente noto e preesistente nelle teoria e prassi politiche (italiane e straniere, passate ed attuali), dunque, nulla quaestio[1].

  1. La dimensione fortemente problematica della concezione di Morigi, piuttosto, comincia a far esplicitamente capolino nella Replica allorché in questa si soggiunge: “Il vero punto è, come rileva anche Ricciardi ma come stranamente Ricciardi sembra non attribuirmi una piena consapevolezza in merito, […] che questi partiti, un tempo tanto importanti e la cui esistenza veniva espressamente citata anche in Costituzione, oggi non sono più lo snodo principale del conflitto strategico che si svolge all’interno delle élite politiche nazionali impegnate nella lotta per la conquista del potere”.

Senonché, basta leggere il mio Commento per avvedersi che nemmeno mi pongo il quesito in merito alla piena consapevolezza o meno di Morigi circa la pretesa novità rappresentata dalla sopraggiunta perdita d’importanza dei partiti politici.

E non me lo pongo perché già Morigi nel suo Intervento aveva in buona sostanza negato che questa fosse una novità, sostenendo ciò che ha poi confermato nella Replica (come segnalato sopra al paragrafo 0), ossia che “il punto importante per dare corpo alla categoria ‘colpo di extrastato’ non è tanto il fatto che la piattaforma Rousseau è tutto tranne che trasparente (in passato la <democrazia> dei partiti era nascostamente pesantemente guidata, quando questa etero direzione non era addirittura teorizzata, vedi centralismo democratico del vecchio PCI; e le lobby che da sempre manovrano le decisioni dei parlamenti delle moderne democrazie sono forse il fenomeno più studiato dall’attuale scienza politica, fino ad arrivare alla <postdemocrazia> teorizzata da Colin Crouch)”.

È indubbio, difatti, che sostenere che “in passato la <democrazia> dei partiti era nascostamente pesantemente guidata” e dunque assoggettata ad una “etero direzione”, equivalga a sostenere che i partiti non sono mai stati, non solo oggi ma anche in passato, “lo snodo principale del conflitto strategico”.

Di conseguenza, perché nel mio Commento avrei dovuto anche solo evocare o lambire la questione del se Morigi fosse pienamente consapevole o meno della sopraggiunta perdita d’importanza dei partiti, quando egli stesso nel suo Intervento ha mostrato di ritenere che pure nel passato i partiti erano etero diretti e che, quindi, nulla, sul punto, è davvero sopraggiunto?[2]

  1. Semmai, rilevo in Morigi una contraddizione (non la prima, per vero, e comunque generatrice di un’impasse che egli ha tentato di eludere in un modo che esaminerò nel successivo intero paragrafo 4) tra, da un lato, il riconoscimento della etero direzione e nulla trasparenza caratterizzanti da sempre i partiti politici e, dall’altro lato, l’asserzione circa la novità costituita dalla totale intrinseca mancanza di trasparenza nel Movimento 5 Stelle.

Peraltro, mentre tale asserzione è contenuta, per lo meno esplicitamente (spiegherò i motivi di questa puntualizzazione nel successivo sottoparagrafo 3.1.), nella sola Replica, quel riconoscimento è stato operato sin da subito nell’Intervento (e di poi ribadito nella Replica).

Il fulcro dell’Intervento, in effetti, voleva essere esplicitamente altro rispetto all’opinione inerente la mancanza di trasparenza della piattaforma Rousseau: “il punto fondamentale è un altro, ed è cioè che tutti, dalla pubblica opinione, alle massime cariche istituzionali, per dare vita ad un governo hanno aspettato senza fiatare una esplicita e chiara decisione di un corpo, ma un corpo che non è previsto né in Costituzione né in alcuna prassi politica sviluppatasi sotto il mantello costituzionale”.

Quest’ultima proposizione è poi ripresa, onde ribadirne la correttezza, nel testo del 14 settembre 2019, laddove si ripete essere la Piattaforma Rousseau un corpo politico-decisionale del tutto estraneo e prevalente al testo e alla prassi costituzionali”.

Senonché, una volta riconosciute, come si è visto aver fatto Morigi, la mancanza di trasparenza ed anzi la totale etero direzione caratterizzanti l’azione (anche) dei vecchi partiti politici, deriva necessariamente che anche tale azione si ponga contro ed al di fuori della Costituzione, atteso che l’art. 49 di questa esige il “metodo democratico” di essa azione (laddove mancanza di trasparenza ed etero direzione risultano invece evidentemente incompatibili con detto metodo).

E deriva altresì’ necessariamente che è contraddittorio affermare che un’azione politica di tal fatta si sia sviluppata “sotto il mantello costituzionale”, perché una prassi politica priva di trasparenza ed etero diretta e quindi lesiva del “metodo democratico” dettato dalla Costituzione non può, per definizione, trovare legittimazione (ossia “copertura”, quale ”mantello giuridico”) in questa stessa Costituzione.

Pertanto, se si sostiene che la Piattaforma Rousseau (recte: l’insieme degli iscritti al Movimento 5 Stelle legittimati al voto elettronico mediante utilizzo di questo dispositivo telematico) è “corpo che non è previsto né in Costituzione né in alcuna prassi politica sviluppatasi sotto il mantello costituzionale”, ed insomma “del tutto estraneo e prevalente al testo e alla prassi costituzionali”, allora si deve pure logicamente concludere che anche i vecchi partiti politici partecipano delle medesime caratteristiche che dunque non potrebbero non definirsi eversive.

Ciononostante, in costanza dell’esistenza dei vecchi partiti sia la “pubblica opinione, [sia] le massime cariche istituzionali, per dare vita ad un governo” aspettavano normalmente “senza fiatare una esplicita e chiara decisione” di organi decisionali di partiti che pure, per quanto rilevato, agivano in sostanziale spregio di quel “metodo democratico” prescritto dall’art. 49 della Costituzione.

Di conseguenza, la disamina svolta sino a questo punto delle considerazioni di Morigi sembra consentire di affermare che con la Piattaforma Rousseau non si è attuato alcun “colpo di extrastato”, in quanto asserita nuova forma della prassi politica rispetto a quella invalsa nella precedente fase storica.

Occorre ora, giunti a questo tratto del discorso che si sta conducendo, soffermarsi sull’ultimo argomento addotto da Morigi a favore della propria tesi.

  1. Prima devo tuttavia rendere una spiegazione, che mi consente anche di affrontare alcune affermazioni svolte da Morigi nel già menzionato suo testo del 14 settembre 2019.

In particolare, più sopra ho accennato alla circostanza per cui soltanto nella Replica viene sottolineata e stigmatizzata espressamente la mancanza di trasparenza del processo decisionale elettronico del Movimento 5 Stelle. Mi riferisco, precisamente, al seguente passaggio: “è la prima volta che si riconosce […] come fondamentale e fondante per la decisione politica […] una sorta di accrocchio tecnologico informatico dove la <trasparenza> non è che venga conculcata come nei vecchi partiti classici (ma ricordiamoci l’adagio <l’ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù>) ma è un concetto totalmente alieno proprio per il processo tecnologico e verificabile solo da esperti informatici nell’emissione dei suoi responsi”.

Ebbene, a parte il fatto che, sul piano degli effetti, sfugge la reale e sostanziale differenza tra conculcamento della trasparenza nei vecchi partiti politici ed eliminazione di essa già sul piano concettuale a causa dell’applicazione delle tecnologie informatiche al procedimento elettorale interno al partito de quo.

Ma soprattutto, ciò che preme rimarcare è che anche il procedimento elettorale incentrato sulla segretezza del voto cartolare risulta intrinsecamente privo di trasparenza, se per questa si intenda, come devesi e pur semplificando, l’insieme degli accorgimenti che garantiscono la certezza, per i votanti, dell’autenticità del voto espresso e del suo conteggio fino alla pubblicazione dei risultati. Difatti, è difficile negare che, se è vero che l’elettore che esprime un voto segreto conosce il dato (il suo voto) che così è immesso nel meccanismo ed il dato (aggregato) che ne è emesso, ossia il risultato elettorale, non ha invece modo di verificare l’iter che ha compiuto quel dato dal momento della sua immissione fino alla sua confluenza nel dato complessivo, o quantomeno non può avere la certezza di quale sia stato tale iter. Proprio perché nessuno potrà mai dargli la garanzia assoluta, nemmeno assistendo allo scrutinio, che nella fase di quest’ultimo il documento su cui ha apposto il suo voto sia davvero oggetto di conteggio, e di un conteggio corretto.

A ciò si aggiunga la difficile se non impossibile verificabilità della correttezza delle operazioni di conteggio del voto cartolare, e ciò a causa dell’effetto combinato dell’elevato numero di votanti (come sovente accade nelle elezioni politiche nazionali della stragrande maggioranza dei paesi a democrazia rappresentativa) e dell’esistenza di particolari regole costituzionali che devolvono la giurisdizione esclusiva inerente la contestazioni elettorali ai medesimi organi elettivi, con la conseguente assai ridotta capacità operativa di procedere ad un controllo di decine di milioni di schede elettorali in tempi fisiologici e ragionevoli, ossia tali da scongiurare un’eccessivamente prolungata incertezza riguardo la reale legittimazione popolare degli eletti[3].

Insomma, se trasparenza non c’è nel voto elettronico, con la connessa difficoltosa verificabilità della genuinità della relativa procedura, lo stesso deve dirsi per il voto cartaceo.

3.1.   Quest’ultima sottolineatura ben introduce la disamina della seguente affermazione contenuta nel testo di Morigi del 14 settembre 2019, in quanto anch’essa incentrata, come mostrerò più oltre, e sebbene Morigi non lo dichiari in modo esplicito, sul concetto di trasparenza (e con ciò giustifico l’individuazione, dianzi operata, di un legame fra essa affermazione e la critica, già analizzata, alla mancanza di trasparenza della Piattaforma Rousseau svolta nella Replica): una “procedura di voto elettronica, corretta o truffaldina che sia, designa chiaramente una costituzione materiale dello Stato che non ha assolutamente nulla a che fare con la precedente dove la scelta e selezione dei decisori alfa-strategici da parte dei decisori omega-strategici avveniva  – almeno a livello politico –  attraverso una procedura non elettronica ma semplicemente cartacea (con tutti i brogli che questa comportava, ma almeno per quanto riguarda il punto 2 questo è un elemento del tutto secondario)”.

Qui Morigi non motiva espressamente l’implicito favore che sembra accordare al voto cartaceo rispetto a quello elettronico. Ed insomma non si perita di precisare in che modo e perché la procedura elettorale elettronica determinerebbe addirittura uno stravolgimento radicale della costituzione materiale dello Stato rispetto a quella vigente in costanza dell’omologa cartacea. Nondimeno, sembra di poter capire che, secondo Morigi, la presenza di schede elettorali cartacee, pur non eliminando il rischio di brogli elettorali, consentirebbe comunque di verificarne la perpetrazione, ciò che, invece, il voto elettronico non permetterebbe di fare. In altri e più concisi termini: per Morigi sarebbe la trasparenza, sub specie verificabilità di eventuali brogli elettorali, il tratto che differenzia il voto cartaceo da quello elettronico (dunque non trasparente, come quello della Piattaforma Rousseau, secondo quanto asserito, esplicitamente, nella Replica).

Tuttavia, così in thesi argomentando, Morigi trascura che, come illustrato più sopra, anche la procedura elettorale cartacea con voto segreto, soprattutto nella fase dello scrutinio (ma anche in quella della trasmissione centralizzata) dei voti, e quando si attua in paesi con decine di milioni di votanti, non può mai né garantire al votante certezza circa la correttezza delle operazioni né rendere possibile un controllo completo dell’intera procedura medesima, tanto meno in tempi tali da essere compatibili con l’esigenza dell’opinione pubblica di avere risposte celeri in merito all’esistenza o meno di una legittimazione democratica degli eletti.

Certo, nel voto elettronico la verificabilità dei brogli è più difficoltosa di quanto lo sia con il voto cartaceo, ma si tratta di una differenza di ordine quantitativo, ossia attinente al maggior rischio di brogli (perché minore è la possibilità di verificarli) che il primo esibisce, non già di una differenza di ordine qualitativo, idonea cioè, come invece sostiene Morigi, ad incidere addirittura, sfigurandola irreversibilmente, sulla “costituzione materiale dello Stato”.

3.2.   Eppure anche in altro passaggio del suo testo del 14 settembre 2019, Morigi esprime il convincimento che “è del tutto assurdo dire che una costituzione materiale e una forma di Stato che ha avuto la sua nascita in una  passata epoca tecnologica è la stessa costituzione materiale e forma di Stato dei tempi di Internet”, e lo fa in base all’assunto, introdotto immediatamente prima, “che nelle vicende sociali e politiche i cambiamenti ed i mutamenti non appartenenti stricto sensu all’ambito politico e sociale agiscono su quest’ambito non solo additivamente ma anche qualitativamente”.

Senonché, il nesso causale che con tale assunto viene delineato su un piano generale risulta da una petizione di principio, enunciato e non dimostrato, ed allo stesso modo anche il nesso causale specifico, quello in virtù del quale la scoperta ed uso di internet non può non avere determinato un cambiamento della “costituzione materiale e forma di Stato”, risulta meccanico e proclamato in modo apodittico. Al punto da giungersi financo ad una concezione feticistica dell’innovazione tecnologica, quale potenza che plasma e trasforma la struttura e l’essenza dei rapporti poltico e sociali, a loro volta puri elementi passivi, inerti e direi neutri, che subiscono l’azione demonica ed incandescente della prima.

Per contro, non è affatto scontato che un elemento nuovo, nato in un ambito diverso dalle dimensioni politica e sociale in senso stretto, una volta trasmigrato in quest’ultime in virtù dell’uso che di esso elemento è fatto, debba divenire il fattore che trasforma la conformazione essenziale delle predette dimensioni qual era stata sino a quel momento. Insomma, può ammettersi perfettamente l’ipotesi che l’elemento sia immesso nel sistema esterno (a quello della sua genesi) e da esso assorbito senza subire, il sistema recettore, alcuna trasformazione o comunque modificazione rilevante.

  1. Terminata così la digressione resasi però necessaria per discutere le due soprariferite affermazioni contenute nel testo di Morigi del 14 settembre 2019. è possibile finalmente affrontare, come già avevo anticipato, l’ultimo argomento, stavolta svolto nella Replica del 9 settembre 2019.

In particolare, in quest’ultima viene introdotto ex novo un tema che non era stato oggetto del benché minimo accenno, nemmeno implicito, nell’Intervento: l’importanza dell’illusione.

Così al riguardo si afferma: “Ma il vero snodo, lo ripeto, della categoria di <colpo di extrastato>, non è tanto la trasparenza o l’opacità dei processi decisionali è che nella pubblica opinione, nella pubblicistica politica per finire con la scienza politica la caduta da parte di tutti dell’illusione della trasparenza nei processi decisionali non viene segnalata”.

Ebbene, qui si ha l’impressione che Morigi sia stato costretto a ricorrere all’ulteriore argomento basato sull’assunto circa la passata esistenza dell’illusione della trasparenza dell’azione dei partiti politici, al fine di aggirare la difficoltà logica di continuare a sostenere il carattere di novità epocale della Piattaforma Rousseau in quanto enigmatica ed impersonale entità telematica non controllabile se non “da esperti informatici[4], ed allo stesso tempo nondimeno riconoscere che anche nei vecchi partiti politici la trasparenza era completamente assente.

Nella Replica si sostiene, difatti, che non già la mancanza di trasparenza dei e nei partiti politici segna la novità della presente epoca del presunto “colpo di extrastato” rispetto all’epoca precedente, bensì la caduta dell’illusione della trasparenza, in passato invece esistente.

È necessario, quindi, indagare motivi e legittimità dell’asserzione che attribuisce decisiva rilevanza a questa illusione.

4.1.   Al riguardo, nella Replica si indicano due esempi per tentare di dimostrare l’importanza delle illusioni nutrite circa l’esistenza della trasparenza dei processi decisionali dei partiti politici.

Il primo esempio attinge al rapporto tra la Chiesa cattolica e la Democrazia Cristiana, affermandosi che “la Chiesa esplicitamente non ha mai fatto trapelare una esplicita e pubblica decisione a favore di questo o quel governo ma si limitava, in ottemperanza del suo alto magistero religioso e morale, a vietare ai cattolici, pena l’inferno, di votare per quei partiti che erano a suo giudizio l’espressione politica del cancro dell’ateismo e dell’irreligiosità”.

Vero; ma in questo caso non vedo dove e come avrebbe agito l’illusione sull’esistenza della trasparenza nelle decisioni della Democrazia Cristiana, atteso che all’epoca per qualsiasi osservatore ed elettore minimamente attrezzati era chiaro e palese il penetrante condizionamento vero e reale esercitato costantemente dalla Chiesa cattolica sulla prima.

Il secondo esempio riguarda più nello specifico la trasparenza dei partiti ed anche su questo punto il ragionamento fa leva sull’importanza delle false rappresentazioni, o meglio la concreta modalità di come queste possono essere rappresentate. Nei vecchi partiti per arrivare ad un decisione e/o prevalere nello scontro politico venivano messe in atto le più ignobili manovre ma se queste manovre non avevano in concreto nulla di democratico e trasparente avevano un grande pregio. Queste manovre erano condotte da uomini in carne ed ossa e chi avesse voluto vedere un po’ più a fondo avendone la formazione e l’intelligenza riusciva a mettere a fuoco, molto chiaramente e con tanto di nomi e cognomi, i volti di questi manovratori”.

Ma è proprio il contenuto del testé riportato secondo esempio a dirci in maniera inequivocabile come anche in questo caso non siano all’opera “false rappresentazioni” in ordine alla trasparenza. Difatti, posto che era nelle manovre oscure interne ai partiti che si sostanziava la mancanza di democrazia e trasparenza; e posto che, nonostante il carattere nascosto e letteralmente osceno di tali manovre, si “riusciva a mettere a fuoco, molto chiaramente e con tanto di nomi e cognomi, i volti di questi manovratori”; allora ne consegue che era possibile vedere chiaramente la vera realtà delle lotta politica interna ai partiti, senza farsi irretire, appunto, da alcuna illusione.

Peraltro, l’affermazione secondo cui sarebbero state sufficienti volontà e capacità intellettuali per lacerare il velo dell’apparenza ed identificare addirittura gli oscuri “manovratori” delle decisioni dei partiti politici, mi pare pecchi di ottimismo se non di una sorta di onnipotenza del pensiero. Si considerino, difatti, a confutazione e comunque forte ridimensionamento della portata della soprarichiamata affermazione, tutti quegl’importanti e gravi accadimenti della nostra vita politica nazionale i quali, seppure ascritti (in tutto o in parte) alle decisioni manifeste dei partiti politici, non è stato possibile ricondurre ai responsabili ultimi “con tanto di nomi e cognomi”. Laddove, in quei pochi casi in cui ciò si è verificato, lo è stato comunque a distanza di decenni, ed il più delle volte a seguito dell’emersione di circostanze e documenti, avvenuta di rado casualmente, più spesso deliberatamente, in vista del perseguimento, in quest’ultima evenienza, di scopi ulteriori poiché funzionali a nuove strategie, naturalmente ignote alla generalità della popolazione nel momento del loro dipanarsi in atto.

In definitiva, i due esempi riportati nella Replica non mi paiono così calzanti e persuasivi.

4.2.   Però nel contesto dell’esposizione del primo esempio è operato un fugace accenno al ruolo delle illusioni in generale, il quale sembra poter fornire qualche indizio utile per capire la funzione che gioca questo elemento nell’impianto argomentativo di Morigi.

Precisamente, si afferma che “in politica, come nel resto di tutte le altre faccende della vita, le illusioni contano e quando queste cadono non si può far finta di nulla pensando che siccome si trattava di illusioni la loro scomparsa conta meno di nulla e non vale nemmeno la pena di segnalarle e di cercare di elaborare un pensiero non banale a proposito”.

Ora, affermare che “le illusioni contano”, in questo contesto discorsivo, sembra voler significare che le illusioni non sono nulla, e che producono effetti reali. Se questa mia interpretazione è corretta, allora deve dirsi che tali effetti saranno pure reali, ma i pensieri e le azioni inclusi nella cerchia di tali effetti saranno irrimediabilmente inficiati dall’esser derivati da una percezione errata (qual è appunto l’illusione) della realtà vera, e dunque, in definitiva, da erroneità e falsità.

Se poi si traslano queste considerazioni generali nell’ambito del discorso che si stava conducendo, ne viene che l’asserito diffuso convincimento, presente nella precedente epoca storico-politica, circa la trasparenza delle decisioni dei partiti politici era un’illusione e, in quanto tale, un falso convincimento.

Libero, quindi, Morigi, naturalmente, di elaborare “un pensiero non banale” sulla suddetta illusione (e sulla sua presunta caduta). Ma mi permetto di osservare che se il pensiero vuole conoscere la realtà e le determinazioni vere di una presunta nuova era politica e le sue differenze rispetto alla precedente (e non v’è dubbio che Morigi voglia applicarsi alla produzione di un pensiero di tal fatta), non può accontentarsi fermandosi alla considerazione delle false rappresentazioni che sulle corrispondenti epoche storiche si sono formate, assumendole quali dati di realtà di ultima istanza. E non può perché in questo modo non sarebbe in grado di nemmeno tentare di conseguire quello scopo prefissosi (ossia l’acquisizione della conoscenza delle vere determinazioni di una nuova epoca politica).

Di conseguenza, e per tornare specificamente al discorso centrale di questo scritto, può affermarsi ciò: posto che la totale mancanza di trasparenza dei processi decisionali dei partiti politici e dunque la loro etero direzione sono dati caratterizzanti sia la precedente sia l’attuale fase storica, ne discende che l’utilizzo della piattaforma Rousseau non integra alcuna novità inerente i predetti processi, con il corollario per cui il ricorso alla nozione di “colpo di extrastato”, per qualificare tale utilizzo ed evidenziare così tale presunta novità, non pare rivestire utilità teorica. Anzi, ribadisco che, a mio avviso, il convogliamento delle energie intellettuali individuali e collettive nell’elaborazione di tale nozione può essere financo dannoso poiché rischia di distogliere l’attenzione dal tentativo di cogliere le vere configurazioni dei processi politici reali.

  1. Vergo, infine, due ordine di notazioni inerenti il seguente, in parte già riportato, passaggio: “nella pubblica opinione, nella pubblicistica politica per finire con la scienza politica la caduta da parte di tutti dell’illusione della trasparenza nei processi decisionali non viene segnalata e non segnalando la caduta di quest’illusione non si riesce a vedere un fatto di primaria importanza: e cioè che si riconosce piena titolarità politica e decisionale a corpi del tutto inediti ed extracostituzionali”.

Il primo ordine di notazioni si risolve in un unico rilievo di natura logica. In particolare, se si assume essere intervenuta “la caduta da parte di tutti dell’illusione della trasparenza nei processi decisionali”, vuol dire che questi “tutti”, ossia i soggetti portatori di tale illusione, sono consapevoli della caduta di questa, del suo venir meno. Difatti, una volta svanita una determinata illusione, i soggetti di essa si avvedono di ciò che era stata, proprio perché, essa svanendo, non ne sono più irretiti e la possono riconoscere in quanto tale. Di conseguenza, non può porsi un problema di mancata evidenziazione da parte delle “pubblica opinione”, “pubblicistica politica” e “scienza politica” della caduta, del dileguarsi di questa illusione, proprio perché il suo svanire ha segnalato ciò che essa stessa era ai soggetti che ne risultavano avvolti.

Il secondo ordine di notazioni è di natura fattuale. Contrariamente a quanto si sostiene nella Replica, esponenti di quelle istanze e discipline dianzi menzionate, ossia la pubblica opinione nonché la pubblicistica e la scienza politiche, hanno, in occasione della nota recente consultazione telematica, levato dolenti e pensosi ammonimenti di fronte al presunto nuovo ed esiziale pericolo generato dall’asserita inaudita anomalia extracostituzionale della piattaforma Rousseau[5].

D’altronde, questi ammaestramenti vanno ad alimentare una serqua di allarmi rivolti ormai da tempo sullo stesso tema da molte voci della stampa[6]. Cosicché la Piattaforma Rousseau finisce per essere ormai largamente additata, segnalata e riconosciuta all’opinione pubblica come la scatola nera che inghiotte le velleità di democrazia diretta sbandierate dai suoi fautori. È dunque la mancanza di trasparenza che si rivela in modo trasparente. O, riprendendo il titolo di questo scritto, l’innocuo paravento che tenta senza esito di mascherare l’ampiamente consolidata realtà di forze che agiscono dietro le formazioni politiche operanti sulla scena.

Peraltro, gli argomenti adoperati dai menzionati critici della recente votazione elettronica in questione esibiscono tutti quale sfondo comune la salda fede nella democrazia rappresentativa, architrave della legalità costituzionale ed anzi eterna garanzia di trasparenza messa a repentaglio da quell’inedita procedura decisionale telematica.

Ecco, il tenore di tali argomenti, ma anche la biografia pubblica dei personaggi che se ne sono resi fautori, mi pare comprovino ampiamente la fondatezza di quanto da me paventato nel Commento riguardo al rischio (che investe anzitutto il piano culturale e della consapevolezza) generato dalla concentrazione dell’analisi politica sulla ritenuta novità rappresentata dal carattere malefico ed oscuramente extracostituzionale della piattaforma Rousseau: si finisce per accreditare l’idea che questo dispositivo abbia infranto il preesistente paradiso terrestre della trasparente democrazia rappresentativa incentrata armonicamente sui partiti politici in quanto operanti con “metodo democratico”.

Idea falsa e risibile, naturalmente[7].

Ma su ciò Morigi suppongo convenga senza riserve.

 

 

[1]   Semmai sollevo un rilievo, anche se non essenziale e quindi da collocarsi non nel testo ma appunto in questa nota, il quale mira ad evidenziare una perplessità riguardo il “consiglio” di Morigi di non “avventurarsi a cuor leggero in merito alla natura più o meno privata dei partiti, i quali nella nostra Costituzione vengono citati anche se poi riguardo al loro <dover essere> ci si limita ad una vacua retorica democratica che dice tutto e il contrario di tutto”. Difatti, quale che possa essere stato lo spirito con cui nel Commento mi sono accostato (non già avventurato) a siffatto tema, e dunque se con colpevole spensieratezza (come pare ritenere Morigi) oppure con animo gravido di timore e tremore, il dato certo ed incontestabile è che la natura giuridica dei partiti politici nell’ordinamento italiano è, come segnalavo, quella di “semplici associazioni private non riconosciute”. Ed è dato la cui solidità non viene scalfita di un ette dall’accenno ai partiti che opera la Costituzione, rientrando, tale accenno, nel novero delle tanto belle quanto vacue dichiarazioni di principio o programmatiche di cui è infarcita la Carta, secondo quanto, del resto, riconosce lo stesso Morigi. Ma allora poco si comprende la congruenza di uno schema argomentativo che contempla, in un primo momento, a ritenuto sostegno della propria tesi, il richiamo alla rilevanza di un elemento che io avrei omesso di considerare (e cioè il riferimento costituzionale ai partiti politici) e, subito dopo, la radicale squalificazione dell’elemento medesimo. Non è la prima volta, peraltro, che Morigi indulge ad una simile modalità argomentativa di stampo palinodico.

[2]   Tant’è che di questo, del fatto cioè che nell’Intervento la c.d. assenza di trasparenza nei partiti non è presentata in realtà come una novità e quindi non fa problema, ho dato puntualmente atto nel mio Commento: “nell’economia del testo di Morigi, il riferimento alla scarsa trasparenza di procedura ed esito del sondaggio svolto sulla piattaforma telematica dei 5 stelle, appa[re] tutto sommato superfluo, come del resto in buona sostanza sottolineato dallo stesso suo autore.

[3]   A questo proposito, la vicenda delle elezioni politiche nazionali italiane del 2006 è paradigmatica. Esse videro la vittoria della coalizione di centrosinistra, ma con un esiguo scarto di voti alla Camera dei Deputati. La coalizione avversaria chiese allora inizialmente di procedere al riconteggio di tutte le schede elettorali, per poi accettare, a seguito di un accordo politico, di contare solo le schede del 10% dei seggi (https://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/politica/polemica-schede/riconteggio-totale/riconteggio-totale.html). La Giunta per le elezioni, tuttavia  unico organo munito di giurisdizione al riguardo ai sensi dell’art. 66 della Costituzione, riuscì a ricontare soltanto le schede relative a 180 seggi, di contro ai programmati 6000 seggi, ossia l’equivalente del suddetto 10%, e calcolò che per ricontare il totale ci sarebbero voluti due mandati addizionali di 5 anni (traggo questi dati da http://paduaresearch.cab.unipd.it/6293/1/carlotto_paolo_tesi.pdf).

[4]   D’altronde, va pure di molto stemperata l’enfasi sulla presunta natura “malefica” di questa “sorta di accrocchio tecnologico informatico” dispensatore di “responsi” ordalici. Difatti, in base allo statuto del Movimento 5 Stelle, la devoluzione alla “consultazione in Rete degli iscritti” dell’assunzione della generalità delle decisioni politiche del Movimento stesso, tra cui è rientrata infatti anche quella riguardante la costituzione del nuovo attuale governo, non è affatto obbligatoria, ma è rimessa alla scelta totalmente discrezionale del suo “Capo Politico ovvero, in sua assenza od inerzia, d[e]l Garante” [v. art. 4, lettere a), comma 2°, ultimo alinea e b), comma 1°, dello Statuto, visionabile qui: https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/associazionerousseau/documenti/statuto_MoVimento_2017.pdf]. Pertanto, se pure si volesse dare rilevanza all’apparenza (o illusione) della trasparenza, e dunque in definitiva sapere – per riprendere le parole usate nella Replica – “con chi dobbiamo prendercela”, la responsabilità della decisione di costituire il nuovo governo, ove per responsabilità si intende la causa prima che ha consentito agli iscritti di esprimersi, sarebbe ascrivibile formalmente e sostanzialmente a Luigi Di Maio quale “Capo Politico” ed a Giuseppe Piero Grillo quale Garante del Movimento 5 Stelle (come del resto rilevato dalla stampa: https://www.ilpost.it/2019/09/03/piattaforma-rousseau-voto-oggi).

[5]   Di seguito, riporto una breve silloge di alcune delle opinioni espresse al riguardo, tutte da me tratte dall’articolo https://www.ilfoglio.it/politica/2019/09/09/news/la-soffitta-dei-simboli-inutili-272931/. Ferruccio de Bortoli: “<#Rousseau, uno dei giorni più bui della nostra democrazia rappresentativa>”; Francesco Storace: “<La democrazia italiana nelle mani della piattaforma #Rousseau. Decide #Casaleggio senza alcuna trasparenza se il governo deve partire o no. Ora #Mattarella potrà nominare i ministri>”; Mara Carfagna:<Ah, quindi il Conte-bis non sarà legittimato dalle Camere, ma dalla piattaforma #Rousseau? Eppure non mi pare che i Padri Costituenti, nella loro saggezza e nel ruolo di rappresentanti del popolo italiano, avessero previsto di inserire la Casaleggio Associati in Costituzione>”; il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick: “<non è incostituzionale in sé, ma mi sembra contro lo spirito della Carta far diventare la piattaforma Rousseau, o un’altra simile, uno strumento per l’esercizio della sovranità>”, Cesare Mirabelli: “<Il presidente incaricato, sulla base del voto di un numero ristretto di persone, sia pure iscritte al partito M5s, si ritira e restituisce il mandato nelle mani del presidente della Repubblica? Non è quanto stabilisce la Costituzione>”.

[6]   Tra gli innumerevoli interventi giornalistici, cfr. https://www.ilsole24ore.com/art/il-lato-oscuro-rousseau-hacker-bilanci-e-votazioni-non-certificate-ACDjgeg.

[7]   È significativo, al riguardo, che già nel 1966 un intellettuale come Lelio Basso, convinto assertore dell’imprescindibile funzione storica dei partiti e certamente distante da un estremismo antiparlamentare, dopo aver negato “che il parlamento sia veramente o possa essere la sede effettiva del potere e che tutti i problemi possano risolversi con la semplice azione parlamentare”, evidenziava il compimento di un “processo di progressivo svuotamento di un’autonoma funzione del parlamento a beneficio dell’esecutivo e dei partiti”, che riconosceva contestualmente essersi “rivelati strumenti politici più adeguati, anche se largamente insufficienti, alla democrazia di massa”, avendo cura però di soggiungere immediatamente che i reali beneficiari di tale processo di progressivo svuotamento erano “dietro di essi [ossia “dell’esecutivo e dei partiti”], [la] burocrazia, [i] gruppi di pressione e [le] forze economico-sociali” (http://leliobasso.it/documento.aspx?id=5b7a6827d18ca804ef8249e24302aaed).

A PROPOSITO DELLA SERVITU’ VOLONTARIA EUROPEA E ITALIANA DELLA RICERCA SCIENTIFICA VERSO GLI USA a cura di Luigi Longo

A PROPOSITO DELLA SERVITU’ VOLONTARIA EUROPEA E ITALIANA DELLA RICERCA SCIENTIFICA VERSO GLI USA

a cura di Luigi Longo

 

 

Suggerisco la lettura dello scritto di Antonio Mazzeo* su Ecco come il Pentagono condiziona e finanzia la ricerca scientifica in Italia ,apparso ne http://antoniomazzeoblog.blogspot.com il 13/9/2019, che riguarda i finanziamenti USA (via Pentagono, US Army, US Air Force, US Navy), con l’immancabile ruolo della NATO, per la ricerca scientifica indirizzata allo sviluppo di armi e tecnologie belliche sia a livello internazionale, sia a livello italiano (su cui lo scritto si sofferma).

La ricerca, il suo indirizzo, il suo pensare e agire strategico, la sua produzione, le sue innovazioni con sistemi (Federico Buttera) sono elementi fondanti dello sviluppo di un Paese. Pertanto si pongono due domande: incastrare la cosiddetta ricerca libera nelle strategie di ricerca USA è un elemento di sovranità? E quando si parla di relazioni (in tutte le loro sfere sociali) e di rapporti di forza tra Paesi perché si tende a mettere sullo stesso piano gli USA e l’Europa (che, è opportuno ricordarlo sempre, non esiste come entità politica), o,  gli USA, la Germania e la Francia, mettendo cioè  sullo stesso livello pre-dominanti e sub-dominanti (sic)?

Ripropongo, perché ahinoi sarà ancora di triste attualità per un lungo periodo, quanto scritto da un grande storico americanista, Raimondo Luraghi, Gli Stati Uniti appaiono, nel mondo di oggi, una realtà onnipresente: non solo essi sono una delle superpotenze da cui dipende l’avvenire dell’umanità (e, invero, data la terrificante capacità distruttiva delle armi moderne, la sua stessa esistenza): ma le teorie scientifiche, i processi tecnologici, i condizionamenti culturali, i modelli di comportamento americani penetrano, per il bene come per il male, tutta la nostra vita, influenzandola assai più di quanto comunemente non appaia.

 

 

*peace-researcher e giornalista, ha realizzato numerose inchieste sui processi di riarmo e militarizzazione in Italia e nel Mediterraneo. Ha pubblicato recentemente Un Eco Muostro a Niscemi. L’arma perfetta del XXI secolo (Edizioni Punto L, Ragusa) e nel 2010 il volume I Padrini del Ponte. Affari di mafia sullo Stretto di Messina (Alegre Edizioni, Roma). Ha conseguito il Primo premio “Giorgio Bassani” di Italia Nostra per il giornalismo. È membro della Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella e della Rete No Ponte.

 

ECCO COME IL PENTAGONO CONDIZIONA E FINANZIA LA RICERCA SCIENTIFICA IN ITALIA

di Antonio Mazzeo

La ricerca scientifica nelle università e nei laboratori di istituti pubblici e privati italiani? Sempre più finalizzata allo sviluppo di armi e tecnologie belliche e con il generoso contributo delle forze armate degli Stati Uniti d’America. E’ quanto emerge dall’analisi del data base relativo alle spese effettuate dal governo di Washington, consultabile liberamente in rete (vedi https://gov.data2www.com). La sistematizzazione dei dati, non certo facile per l’enorme mole degli indicatori e delle informazioni contenute, ha permesso di documentare come a partire dal 2010 ad oggi il Dipartimento della Difesa USA, congiuntamente a US Army, US Air Force e US Navy abbia sovvenzionato con oltre 15 milioni di dollari programmi, sperimentazioni, conferenze, workshop e scambi internazionali delle università e dei più noti centri di ricerca nazionali.

Principali beneficiarie delle sovvenzioni dell’apparato militare a stelle e strisce sono, in ordine, l’Università degli Studi di Padova (22 i progetti per un ammontare complessivo di 1.427.549 dollari, di cui erogati 1.125.267); il Politecnico di Milano (1.183.353 dollari, di cui utilizzati in parte per un controverso studio sui mammiferi marini d’interesse della Marina militare statunitense); l’Università di Trieste (1.061.080); la Sapienza di Roma (957.194). A seguire ci sono poi l’Università di Bologna (602.620 dollari); Genova (454.388); la Cattolica del Sacro Cuore di Milano (432.000 per un programma di ricerca scientifica applicata sulla “modulazione delle funzioni cerebrali”, appena conclusosi); Catania (372.500 dollari, prima tra le università meridionali grazie ai programmi elaborati dal Dipartimento di Ingegneria Elettronica ed Informatica); Parma (363.500 dollari, in buona parte destinati alla ricerca e allo sviluppo del “Low Cost 3rd Vision”, presumibilmente visori di ultima generazione per militari e robot); il Politecnico di Bari (346.000); l’Università di Siena (316.000); Pisa (317.000, tutti al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione); Brescia (300.500), L’Aquila (264.000); Firenze (260.346); Milano (224.050); la Federico II di Napoli (230.940 dollari, in buona parte per un progetto triennale di ricerca sulla “sopravvivenza dei materiali compositi in ambiente marino”, che si concluderà a fine settembre 2019); l’Università di Trieste (211.345 dollari, quasi tutti al Dipartimento di Fisica e un modestissimo contributo al Dipartimento di Scienze Politiche per coprire parzialmente le spese di viaggio per una conferenza sugli Stati Uniti); l’Università Politecnica delle Marche (207.000); Bari (200.000); Perugia (192.500, tutti al Dipartimento di Fisica); l’Università degli Studi della Calabria (169.000); dell’Insubria di Varese (153.500); del Sannio di Benevento (128.229 dollari su un capitolo-fondi dell’Istituto per le tecnologie USA per “misurare il sistema di calibramento” delle famigerate electroshock-weapon, le armi elettro-schock entrate di moda tra le forze armate e di polizia di mezzo mondo); Udine (125.850); Torino (100.000). Sovvenzioni minori e/o simboliche sono state erogate dal Dipartimento della Difesa e dalle forze armate USA all’Università degli Studi di Roma 3 (76.000 dollari); all’Ateneo di Bergamo (70.000); al Politecnico di Torino (59.353 dollari per una ricerca sui sistemi operativi satellitari dell’US Air Force); all’Università di Camerino (27.000); Pavia (25.000); alla Fondazione degli Studi Universitari di Vicenza (20.000); Roma Tor Vergata (10.000).

Inquietante l’ammontare dei contributi del Pentagono a favore di diversi istituti del CNR, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, il maggiore ente pubblico scientifico italiano. Si tratta complessivamente di 1.538.920 dollari (1.053.800 già erogati); beneficiari, in ordine di valore, l’Istituto di Ingegneria del Mare (CNR-INM) di Roma (894.000 dollari in buona parte per ricerche di idrodinamica e sul funzionamento dei mezzi navali ad alta velocità); l’Istituto di Scienza e Tecnologia dei Materiali Ceramici (CNR-ISTEC) di Faenza (195.000 dollari); l’Istituto per i Polimeri Composti e Biomateriali (CNR-IPCB) di Napoli (150.000 dollari per il programma Shedding Light on Brain Microdomains, avviato nel febbraio 2017 e che si concluderà a fine gennaio 2020); l’Istituto Nanoscienze (CNR-NANO) di Pisa (93.419); l’Istituto Superconduttori Materiali Innovativi (CNR-SPIN) di Genova (55.000); l’Istituto dei Materiali per l’Elettronica ed il Magnetismo (CNR-IMEM) di Parma (100.000); l’Istituto di Scienze Marine (CNR-ISMAR) di Venezia (26.000); l’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie (CNR-IFN) di Padova (10.000); l’Istituto delle Metodologie Inorganiche e dei Plasmi (CNR-IMIP) di Bari (10.000); l’Istituto per la Microelettronica e Microsistemi (CNR-IMM) di Catania (5.000).

A riprova dell’interesse strategico rivestito dal Pentagono per le aree marittime, va segnalato l’imponente contributo (861.621 dollari) a favore delle ricerche dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste, noto anche come OGS – Osservatorio Geofisico di Trieste, denominazione in vigore fino al 1999, anno di trasformazione in ente pubblico nazionale. In particolare il Dipartimento della Difesa USA ha contribuito agli studi dell’osservatorio triestino sulle correnti marine nell’area orientale del Mar Mediterraneo, del Mar di Marmara (tra l’Egeo e il Mar Nero), nell’Oceano Atlantico a ridosso delle coste del Senegal. Sorprendenti per alcuni versi, invece, i contributi delle forze armate USA alle ricerche di due dei più prestigiosi centri medico-sanitari privati italiani, l’Istituto Europeo di Oncologia e l’Istituto Ortopedico “Galeazzi”, entrambi con sede centrale a Milano. Nello specifico, al primo sono stati erogati 519.311 dollari per analizzare i potenziali rischi dell’esposizione ai raggi X con la tomografia computerizzata. Al “Galeazzi” sono andati invece 349.689 dollari per “ricerche medico-militari” sulla diffusione delle metastasi. Il Pentagono ha inoltre sovvenzionato con 16.000 dollari il Centro Internazionale di Fisica Teorica (ICTP) “Abdus Salam” di Trieste e pure l’ENEA, l’ente pubblico di ricerca nazionale che opera nei settori dell’energia e delle nuove tecnologie (5.000 dollari). Sovvenzioni sono state effettuate pure a favore di società private (50.000 dollari alle Industrie Bitossi S.p.A. di Vinci, Firenze per una ricerca sulle leghe di alluminio “per applicazioni balistiche” e 10.000 dollari alla EAAT Design e Prototyping di Napoli per la “ricerca applicata Eurocorror 2014”) e ad alcuni ricercatori italiani: 150.020 dollari all’ingegnere aeronautico Sara Cerri di Gattinara, Vercelli (collaborazione al programma co-finanziato dall’Unione europea di sviluppo delle fonti energetiche alle isole Hawaii) e 90.000 dollari all’ingegnere elettronico pugliese Vito Roppo, per uno studio sui semiconduttori negli anni 2010-2016 (nel curriculum vitae del dottor Roppo si fa anche riferimento al coordinamento di “5 progetti per un valore complessivo di 120mila euro” presso il Centro di ricerca d’ingegneria missilistica dell’aviazione di US Army di Huntsville, Alabama, novembre 2007-settembre 2012).

Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America ha infine contribuito economicamente ad alcuni progetti di sviluppo di sistemi da guerra sottomarini realizzati dal NATO Centre for Maritime Research & Experimentation, il Centro per la ricerca e la sperimentazione marittima con sede a La Spezia, sotto il controllo dell’agenzia della NATO che si occupa di scienza e nuovi sistemi tecnologici [corsivo mio]. Complessivamente al centro ligure sono stati erogati 816.840 dollari. Anche in questo caso è presumibile che una parte del denaro sia stato utilizzato per programmi a cui hanno collaborato gli istituti universitari e i centri di ricerca pubblici e privati italiani partner. Presso il Centro Interuniversitario di Ricerca sui Sistemi Integrati per l’Ambiente Marino (ISME), attivato nell’ateneo di Genova, sono operativi infatti i laboratori di Oceanic engineering per la “progettazione e lo sviluppo di robot, veicoli autonomi e droni navali e sottomarini”, in collaborazione con la struttura NATO di La Spezia, [corsivo mio] le industrie belliche e la Marina militare italiana. Nel marzo 2015, il Polo “Guglielmo Marconi” di La Spezia dell’Università degli Studi di Genova, ha inoltre sottoscritto un accordo di collaborazione con il NATO Centre for Maritime Research & Experimentation per lo “sviluppo di sistemi robotici e ingegneristici e tecnologie di comunicazione sottomarini”. Un master di II livello sull’elettroacustica subacquea è stato attivato invece dal Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa, sempre in collaborazione con il Centro NATO di La Spezia [corsivo mio] e alcune importanti aziende del complesso militare industriale nazionale.

 

IL FILOSOFO E IL SARCHIAPONE, di Teodoro Klitsche de la Grange

IL FILOSOFO E IL SARCHIAPONE

Non c’è giorno in cui i media simpatizzanti per il governo Conte-bis, e i loro beniamini a Palazzo non ripetano slogan, idola, topoi ben noti perché – per lo più – ripetuti perfino da oltre quarant’anni. È stato riciclato anche quello famigerato sulle tasse “paghiamole tutti, paghiamone meno” ossia il ritornello che ha accompagnato tutti gli aumenti fiscali dagli anni ’70 in poi, quanto mai sgradito ai contribuenti che le pagano, perché volto ad ammorbidire la resistenza a pagarne di più: ma non a farle pagare agli evasori/elusori dato la ben nota scarsa efficienza del fisco italiano a perseguirli. I quali tranquillamente preferiscono pagarne poche in Olanda o Lussemburgo se vogliono restare in Europa, altrove se vogliono uscirne.

Non ne manca nessuno: dalla “Green Economy” (con la quale si volge in propaganda un problema serio) al lamento sull’accoglienza e così via. Tutti al fine di “riempire” di contenuti un patto di governo la cui ragion d’essere è: a) tirare a campare; b) evitare il probabile successo di Salvini.

Tuttavia, più per il PD e connessi che per il M5S c’è un problema di credibilità: come si fa a dare credito ad un partito, “polo” sinistro della “Seconda Repubblica”, regime la cui classe dirigente ha registrato i peggiori risultati nel tempo o nello spazio dall’unità d’Italia ad oggi? Più di un anno fa scrivevo su questo sito (“La peggiore di tutte”) che la classe dirigente della seconda repubblica – usando come riferimento l’incremento dal prodotto individuale lordo (indice estremamente importante) anche se non esaustivo – aveva fatto i peggiori risultati (1994-2018) della zona euro e della UE; lo stesso a paragonarla con le altre classi dirigenti dall’Unità d’Italia in poi. Pretendere, di fronte a tale disastro che gli italiani prendano per buone le solite ricette ma anche le nuove propinate dagli stessi medici, è un desiderio di difficile attuazione.

Il perché ce lo spiegava Croce in un passo tanto spesso citato, su morale e politica, dove il filosofo, tra l’altro, criticava “nessuno, quando si tratta di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purchè abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e abilità operatoria, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini forniti tutt’al più di attitudini d’altra natura” ma  laddove, aderendo al richiamo dell’onestà e/o della competenza l’elettorato “ha messo a capo degli Stati uomini da tutti amati e venerati per la loro probità e candidezza e ingegno scientifico e dottrina; ma subito poi li ha rovesciati, aggiungendo alle loro alte qualifiche quella, non so se del pari alta, d’inettitudine”. Croce così rilevava come il popolo giudicasse i governanti in base ai risultati più che alle intenzioni e alla (di essi) dottrina; con riguardo all’onestà politica la definiva “non è altro che la capacità politica: come l’onestà del medico e del chirurgo, che non rovina e assassina la gente con la propria insipienza condita di buone intenzioni e di svariate e teoriche conoscenze”.

Il guaio o meglio la tara (ma non solo del PD) è di essere lo stesso partito, e in buona parte lo stesso personale dirigente che ha co-gestito la fallimentare “Seconda Repubblica”: per cui la credibilità a risolvere problemi – col loro armamentario            ideale e materiale – è radicalmente compromessa. Aggravato il tutto poi se le soluzioni proposte somigliano in gran parte a quelle già praticate. Buone forse a confortare qualche militante, ma poco idonee a incrementare il numero (insufficiente) di quelli che non credono né votano PD. Agli altri ha lo stesso effetto di chi volesse ripetere lo stesso sketch, come quello sul Sarchiapone di Walter Chiari o barzellette risapute: un dejà vu, per lo più accompagnato da indifferenza e (spesso) tanti sbadigli.

Teodoro Klitsche de la Grange

COLPO DI EXSTRASTATO III, Di Massimo Morigi

COLPO DI EXSTRASTATO III (CON FRANCHISE DI ISAAC ASIMOV PIÙ UN RITORNO AL PASSATO CON UN RITORNO AL FUTURO DALL’ITALIA E IL MONDO)

Di Massimo Morigi

 

«The door opened, snapping him to open-eyed attention. For a moment, his stomach constricted. Not more questions! But Paulson was smiling. “That will be all, Mr. Muller.” “No more questions, sir?” “None needed. Everything was quite clearcut. You will be escorted back to your home and then you will be a private citizen once more. Or as much so as the public will allow.” “Thank you. Thank you.” Norman flushed and said, “I wonder  – Who was elected?” Paulson shook his head. “That will have to wait for the official announcement. The rules are quite strict. We can’t even tell you. You understand.”  “Of course. Yes.” Norman felt embarrassed. “Secret Service will have the necessary papers for you to sign.”  “Yes.” Suddenly, Norman Muller felt proud. It was on him now in full strength. He was proud. In this imperfect world, the sovereign citizens of the first and greatest Electronic Democracy had, through Norman Muller (through him!) exercised once again its free, untrammeled franchise.»: Isaac Asimov, “Francise”,  in “if. Worlds of Science Fiction”, agosto 1955, p. 15 (consultabile su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/1955-08_IFhttps://ia801300.us.archive.org/25/items/1955-08_IF/1955-08_IF.pdf ed anche all’URL http://www.astro.sunysb.edu/fwalter/HON301/franchise.pdf; congelamento URL e documento  presso WayBack Machine: https://web.archive.org/web/20190911153029/http://www.astro.sunysb.edu/fwalter/HON301/franchise.pdf). Il testo appena citato è la chiusa del racconto breve di Isaac Asimov “Francise”, pubblicato in Italia col titolo Diritto di voto, che io ebbi modo di leggere in una lontana estate di metà anni Settanta in una raccolta di racconti, La terra è abbastanza grande, dedicata  al più grande maestro mai esistito della fantascienza (Isaac Asimov, “Diritto di voto”, in  “La terra è abbastanza grande”, Milano, Editrice Nord, 1975, pp. 91-112). Ma non è per indugiare con la memoria alle mie estive letture giovanili che nel presente finale di estate ho tirato in ballo il “Diritto di voto” di Asimov, ma, come forse qualcuno avrà già intuito,  è  per tornare sulla questione del voto elettronico sulla piattaforma Rousseau associando alla critica su questo racconto del più grande maestro della fantascienza le osservazioni che sono state mosse riguardo a “Colpo di extrastato” e a “Colpo di extrastato II”. La fantascienza, quando è fantascienza di qualità, si dice. e io condivido in pieno questa opinione, riesce a fornirci spunti letterari, filosofici  e politici che vanno ben al di là della banale descrizione di un meraviglioso (o pauroso) mondo tecnologico (o, nel peggiore dei casi, della rappresentazione delle terribili e truculente invasioni aliene). A questo punto chi abbia avuto la pazienza di seguirmi si aspetterà che io affermi: «Ecco, gente di poca fede quello che io sostengo nei due colpi extrastato era già stato intravvisto dal maestro della fantascienza in “Diritto di voto” e per arrivare a questa elementare verità sarebbe bastato annoiarsi come lo scrivente in lunghe letture estive.» (Magari con  “Azzurro” di sottofondo alla lettura, cantato da una volta tanto sublime Celentano  e musica scritta dal sempre ineffabile Paolo Conte: ogni allusione all’attuale primo inquilino di Palazzo Chigi è veramente puramente casuale.). Invece, quello che io sostengo è esattamente il contrario ed è cioè che quello che  la chiusa di  “Diritto di voto” ci restituisce non è una premonizione sulla nostra società attuale ma, in un certo senso, un suo profondo fraintendimento. Certo Norman Muller, l’antiroe del racconto scelto da un’ imperscrutabile tecnocrazia perché le sue pulsioni e manchevolezze di mediocre uomo della strada possano essere vagliate da un formidabile calcolatore elettronico per designare, attraverso l’ analisi di queste caratteristiche rappresentative di tutta la popolazione, il vincitore alla corsa alla presidenza degli Stati uniti, passa da un comprensibile stato di depressione per la responsabilità che la sua debole persona e personalità rappresenti mediamente quella di tutta la popolazione degli Stati uniti (e possa quindi, attraverso il processo algoritmico del calcolatore, essere la sola in grado di partorire una così grande scelta) ad una sorta di euforia : «”Yes.” Suddenly, Norman Muller felt proud. It was on him now in full strength. He was proud. In this imperfect world, the sovereign citizens of the first and greatest Electronic Democracy had, through Norman Muller (through him!) exercised once again its free, untrammeled franchise.»,  e questo a significare un profondo pessimismo verso un uomo-massa dominato dalle macchine e dai loro sacerdoti tecnocrati ma quello che la chiusa del racconto non ci dice è 1) la possibilità che tutta la faccenda della scelta mediata attraverso il calcolatore Multivac (e riguardo a questo punto,  poco importa se questo calcolatore emetta il vaticinio processando un solo soggetto passivo o una più vasta comunità composta da simili uomini-massa) sia una truffa e 2)   – e ancor più importante – non accenna minimente al fatto che questa veramente singolare procedura di voto elettronica, corretta o truffaldina che sia, designa chiaramente una costituzione materiale dello Stato che non ha assolutamente nulla a che fare con la precedente dove la scelta e selezione dei decisori alfa-strategici da parte dei decisori omega-strategici avveniva  – almeno a livello politico –  attraverso una procedura non elettronica ma semplicemente cartacea (con tutti i brogli che questa comportava, ma almeno per quanto riguarda il punto 2 questo è un elemento del tutto secondario). Ma non è stato per ridimensionare  la capacità della buona fantascienza di offrirci euristicamente interessanti e premonitori scenari politici e filosofici utili anche per le nostre attuali condizioni né tantomeno per indicare che in questo caso il buon Asimov dormicchiava che ho deciso di segnalare queste intime debolezze del racconto “Diritto di voto” in relazione alla votazione sulla piattaforma Rousseau. Al contrario, lo scopo è stato quello di segnalare che nelle vicende sociali e politiche (come anche in quelle che continuiamo  a definire fisiche e/o biologiche, così distinguendole da quelle storico-culturali e per la cancellazione di queste ridicole suddivisioni si rinvia, per brevità senza bibliografia, a tutto quanto in questi anni è stato scritto in merito al modello dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico) i cambiamenti ed i mutamenti non appartenenti stricto sensu all’ambito politico e sociale agiscono su quest’ambito non solo additivamente ma anche qualitativamente, talché è del tutto assurdo dire che una costituzione materiale e una forma di Stato che ha avuto la sua nascita in una  passata epoca tecnologica è la stessa costituzione materiale e forma di Stato dei tempi di Internet. E purtroppo (cioè in senso profondamente negativo) questo vale a maggior ragione per la presente situazione italiana, dove accanto ad una costituzione materiale sempre più palcoscenico di una politica privata ormai di qualsiasi valenza di scontro strategico (Parlamento e partiti animati dai lugubri fantocci burkiani le cui interióra non sono altro che segatura e stracci e le cui gesta, quando non sprofondano nella più abissale assurdità, ci richiamano ad un surreale spettacolo di burattini con tanto di pupari dietro le quinte) ed uno Stato in cui le sue varie articolazioni sono sempre più in preda ad una sindrome di disturbo dissociativo dell’identità (in quale altro modo inquadrare la persistente ignoranza da parte di questi corpi che il loro telos  primario dovrebbe essere il mantenimento dello Stato stesso e della popolazione che ne costituisce le fondamenta materiale e spirituale e non la tutela di ipostatici diritti universali?), anche il paperinesco voto sulla piattaforma Rousseau costituisce una novità (negativa) di grandissima portata. Concludo, come da titolo, con un recente ritorno al passato dall’ “Italia e il mondo” che prefigurava un ritorno al futuro che penso abbia mantenuto ancora oggi un qualche valore. Si tratta del “Per un recupero delle prerogative dello stato nazionale italiano, per la salvaguardia della integrità del Paese, verso una posizione di neutralità vigile” di Giuseppe Germinario (pubblicato sull’ “Italia e il mondo” il 2 febbraio 2018 ma il documento è di quattro anni più vecchio) e della mia risposta allo stesso. Vista l’importanza del testo di Germinario (col quale lo scrivente concordava allora pienamente, come concorda, se possibile, ancor più pienamente oggi, tempi  di apoptopici rousseauiani colpi di extrastato) e, modestamente, della mia risposta sempre sul blog allo stesso, ho pensato di congelare questi due testi in un’unica pagina copiaincollata caricata su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/perunrecuperodelleprerogative.dellostatonazionaleitalianoarticologerminariorispostamorigipdf e https://ia601501.us.archive.org/10/items/perunrecuperodelleprerogative.dellostatonazionaleitalianoarticologerminariorispostamorigipdf/PER%20UN%20RECUPERO%20DELLE%20PREROGATIVE.%20%20DELLO%20STATO%20NAZIONALE%20ITALIANO%20ARTICOLO%20GERMINARIO%20RISPOSTA%20MORIGIpdf.pdf (ovviamente, è anche possibile avere diretta visione di questi testi attraverso l’URL originario del blog http://italiaeilmondo.com/2018/02/02/per-un-recupero-delle-prerogative-dello-stato-nazionale-italiano-per-la-salvaguardia-della-integrita-del-paese-verso-una-posizione-di-neutralita-vigile/#disqus_thread ma chi ha avuto modo di seguirmi in questo blog non ha difficoltà a comprendere le ragioni di questa procedura archivistica dei tempi di Internet). Nella mia concorde replica all’intervento di Germinario, che prendendo le mosse da uno schema schmittiano («Allora sotto questo punto di vista deve costituire un fondamentale contributo il ragionamento sviluppato da Carl Schmitt nelle “Categorie del politico” e ripreso nell’incipit di questo commento: vale a dire che la forza politica che vorrà farsi carico del programma di Germinario dovrà, prima di tutto, prendere una decisa e cristallina posizione contro la retoriche democraticistiche, dei diritti umani e di una politica internazionale “pro umanità” lungo la direttiva espressa da Schmitt nelle “Categorie del politico”», lo sviluppava, però, lungo una prospettiva non classicamente “realpoliticistica” ma “culturalistica” (sotto qualche aspetto simile al costruttivismo wendtiano ma di ben altra consapevolezza e profondità storico-filosofica), che è l’apporto dialettico e del tutto innovativo che il Repubblicanesimo Geopolitico dà alla tradizione del realismo politico moderno, riallacciandosi in questo modo in via diretta all’antica tradizione umanistica della filosofia dell’azione e/o della prassi (che si dipana lungo un filo rosso che lega Aristotele, Machiavelli, Hegel, Marx per finire col più grande esponente novecentesco della filosofia della prassi, cioè Antonio Gramsci): «Ma non ci si dovrà fermare a questa “pars destruens”. La “pars construens” cui questa formazione politica dovrà ispirare la sua parte propositiva, dovrà porre sul piedistallo degli idoli infranti democraticistici e dirittoumanistici (che da sempre sono la principale arma di dominio agli agenti alfa-strategici) il concetto di Kultur, il che significa che il primo (se non l’unico) obiettivo di una nuova consapevole politica per la rinascita dell’Italia è l’ adamantina consapevolezza che l’Italia ha una cultura (intendendo per cultura quell’inestricabile intreccio dialettico fra cultura, arte, storia, economia, religione) che va ben oltre gli ultimi disgraziati settant’anni della sua storia “democratica”. In altre parole, questa forza politica deve essere consapevole che questa Kultur deve ritrovare un suo rinnovato Lebensraum che gli dia spazio e che la faccia rinascere.». Il più fatale errore che si può compiere ragionando (ed anche agendo) di e nella politica è pensare che cultura e politica siano due cose distinte mentre come ci insegna (anche se rozzamente) Marx ed in maniera invece impareggiabile Antonio Gramsci (e, immodestamente in una definitiva sistemazione dialettico-espressivo-strategica il Repubblicanesimo Geopolitico) non si tratta altro che di due facce della stessa medaglia. Il concetto di colpo di extrastato, pur con tutte le criticità segnalate dai gentili lettori dell’ “Italia e il mondo” ha a mio giudizio un innegabile pregio, e cioè che unisce in un solida sintesi dialettica la critica alla profondissima crisi istituzionale e politica italiana che in questa fase riesce a produrre anche un corpo politico-decisionale del tutto estraneo e prevalente al testo e alla prassi costituzionali (la piattaforma Rousseau) alla critica ad un’altrettanto degradante crisi culturale: cosa c’è di più idiota nel ritenere che una consultazione perché mediata da un apparato tecnologico-informatico sia migliore e più democratica di una tenuta attraverso un tradizionale sistema cartaceo? (questa credenza ha davvero  molte cupe analogie  con la pratica – diciamolo chiaramente: disperata e disperante – degli amoreggiamenti virtuali e davanti ad una Webcam: e, almeno da questo punto di vista, il racconto asimoviano con la sua realistica descrizione del timido e recalcitrante uomo-massa Norman Muller ci fornisce assai interessanti spunti). Concludevo il mio intervento in appoggio all’articolo di Germinario: «Quello che, tuttavia, dovremmo essere ben fermi nei nostri propositi, deve essere la consapevolezza (e quindi la decisione) che è giunto il momento di porre pubblicamente a chi dovrebbe esserne interessato questa problematica teorica. Dalle risposte (e anche dalla nostra decisione nel porre le domande), potrebbe nascere evoluzioni molto interessanti (molto interessanti perché rivoluzionarie) del ad oggi “stagnante” e maleodorante “caso italiano”». Ecco, allora come oggi, si è invocato «sia a livello di prassi che di teoria politica [di] un colpo altrettanto extra» ( chiusa di  “Colpo di extrastato”). E questo con buona pace delle vestali della retorica democraticistica diritto-universalistica, degli amoreggiatori politico-virtuali della piattaforma Rousseau ed anche di tutti i più o meno padani Tecoppa che non hanno capito che per rovesciare  il quadro dei rapporti di forza geopolitici sviluppatisi in seguito alla sconfitta nel secondo conflitto mondiale non basta proprio fare accordi con la misera controfigura di Segretario politico del partito triste ed indegno erede del grande (e a suo modo tragico) partito del gigante realista politico Palmiro Togliatti né essere politico più navigato – ci vuole ben poco! – del vispo ma politicamente stracciato scugnizzo capopentastellato. Ci vuole, appunto, un colpo “estra” (magari sapendo anche far tesoro e sviluppandole insieme dialetticamente la pur timida, anche se interessantissima, distopia asimoviana di “Francise” e gli ammaestramenti di Giuseppe Maranini, per i quali un buon punto di partenza può anche essere costituito dalla voce ‘Colpo di Stato’ da lui scritta per l’Enciclopedia Italiana e da noi citata all’inizio di questo trittico sul ‘Colpo di extrastato’…)…

 

Massimo Morigi – 14 settembre 2019

 

 

 

Strategie e capisaldi, di Fabio Falchi

Condivido molto ma non ritengo che la Lega dando vita ad un governo giallo-verde abbia commesso un errore strategico. L’errore della Lega, a mio giudizio, è stato un altro, ossia ritenere che l’alleanza giallo-verde fosse una alleanza strategica anziché tattica.

Mi spiego meglio: La Lega doveva necessariamente risolvere due problemi prima di sfidare l’UE (sfida peraltro difficilissima e che non si può vincere con un “sovranismo” e un anti-europeismo da fiera paesana): strutturarsi come autentico partito nazionale (ossia non più “(macro)regionale”) e conquistare il maggior numero possibile delle casematte dell’apparato dello Stato italiano, quasi tutte controllate dal PD. Quindi era necessario fare una alleanza con “il nemico del suo nemico”, sapendo però che la natura “impolitica” del M5S (che pure , almeno in teoria , l’esperienza di governo poteva trasformare in una forza politica non più “impolitica”) poteva giocare dei brutti scherzi, e che il nemico da sconfiggere non era in primo luogo il più pericoloso (ossia il partito del PdR legato a doppio filo con l’UE) ma il più debole anche se ancora assai pericoloso per la Lega, ossia il PD (che la stessa UE non considerava più come il proprio “agente italiano”, per la sua debolezza e le sue divisioni interne, ).

Per la Lega quindi il conflitto , più che probabile, all’interno del governo giallo-verde (composto da tre attori politici: partito del PdR – che potendo contare pure su Conte si andava sempre più rafforzando, attirando di conseguenza pericolosamente dalla propria parte pure il M5S proprio per la sua “natura impolitica” -, M5S e Lega) andava combattuto cercando di non arrivare alla “rottura” prima di avere almeno nominato il Commissario europeo, i vertici delle aziende strategiche italiane nonché delle forze armate, di quelle dell’ordine e via dicendo, e al tempo stesso adoperandosi seriamente per trasformare la vecchia struttura della Lega Nord in una struttura adeguata ad un partito nazionale di massa.

Di fatto la Lega non solo non è riuscita a risolvere né l’uno né l’altro di questi problemi, ma volendo prima combattere il “padrone” anziché il suo “malconcio” maggiordomo le ha prese dall’uno e dall’altro e ora si trova a dover ricominciare tutto da capo, da una posizione che non si può certo definire una posizione vantaggiosa. In pratica, la Lega ha messo il carro (l’economia) davanti ai buoi (la strategia politica).

In questo contesto, per i leghisti è assai più facile regredire che progredire, pensando che con un grande successo elettorale (peraltro non affatto scontato) possa risolvere qualsiasi problema.

Comunque sia, l’analisi di Roberto merita davvero di essere letta perché impiega categorie strategico-politiche anziché categorie ideologiche e/o retoriche fuorvianti e incapacitanti.

 

Sinistri, destri, pentastellati e il declino del nostro Paese

Fabio Falchi

Che la sinistra sia parte costitutiva dei gruppi dominanti globalisti è un dato acquisito, così come ormai è un dato acquisito che pure il M5S sia finito nella cloaca globalista. Tuttavia, la questione politica del nostro Paese non è solo questa, che riguarda, sia pure in forma e misura diverse, tutti i Paesi occidentali.

Invero, anche la crisi del governo giallo-verde ha confermato che il problema dei destri è altrettanto grave di quello dei sinistri.

Ammettiamo pure che la premessa da cui partono i destri sia corretta, giacché è innegabile che la Lega, ostacolata com’era dalla UE e dal partito del PdR (in particolare da Conte e Tria che ormai potevano contare sull’appoggio del M5S), avesse scarsi margini riguardo alla manovra in deficit che voleva fare.

Basta però questo per affermare che il “Capitano” sarebbe stato vittima di un complotto o comunque sarebbe stato obbligato (da chi? e qui i complottisti si scatenano) ad aprire la crisi? Ovvero basta per affermare che il “Capitano” non avrebbe alcuna responsabilità riguardo alla caduta del governo giallo-verde o sostenerlo sarebbe come affermare che dato che l’Italia confina anche con la Francia, l’Austria e la Slovenia, non confina con la Svizzera?

Per i destri comunque il “Capitano” avrebbe fatto bene a chiedere elezioni anticipate (costringendo il M5S a scegliere tra una disfatta certa o ad allearsi con il PD per cercare di sopravvivere) e, non essendo riuscito ad ottenerle, avrebbe fatto bene ad andare all’opposizione (ma se davvero il M5S voleva mettere fine al governo giallo-verde entro quest’anno, vi era forse occasione migliore del voto sul decreto sicurezza bis o sul TAV per farlo?).

Comunque sia, anche se il “Capitano” avesse fatto bene a mollare tutto (dando così la possibilità al PD di condurre di nuovo la politica italiana e di nominare i vertici delle partecipate, vera locomotiva strategica della economia italiana – altro che PMI e flat tax!) e ad aspettare di prendersi una netta rivincita nelle urne (ma la pelle dell’orso non si vende prima di averlo ucciso) la questione da porsi è un’altra.

Difatti, non si deve ignorare che la manovra espansiva difesa dalla Lega in pratica consiste nel tagliare le tasse, in specie ai ricchi e alle PMI, senza considerare che i ceti più abbienti in questi anni hanno accumulato un enorme risparmio (e con “affari” peraltro in buona parte tutt’altro che “puliti” oltre che grazie ad un lavoro sottopagato) che alimenta i flussi finanziari e la rendita, non certo i settori produttivi, ma che i destri vogliono difendere a qualunque costo.

Del resto, è noto che le PMI non sono in grado di investire i miliardi di euro necessari per competere con i colossi internazionali (e senza la locomotiva strategica le PMI possono rivelarsi perfino una palla al piede!). Ciononostante, i destri ritengono che l’Italia da sola possa cavarsela nell’epoca dei grandi spazi e della sfida tra potenze continentali con un “sovranismo d’accatto” (che non si deve confondere con una equilibrata e necessaria difesa della sovranità nazionale) , come se il nostro Paese non fosse caratterizzato da un apparato statale obsoleto, da una burocrazia tra le più inefficienti del mondo, dallo sfascio del settore educativo, dal degrado del territorio, da disservizi di varia natura, da gravi ritardi tecnologici e via dicendo.

Punti deboli che i potentati stranieri com’è ovvio sfruttano a loro vantaggio, ma di cui chiaramente non sono i maggiori responsabili. Le “colpe” però per i destri sarebbero sempre solo degli “altri” e bisognerebbe quindi lasciare che il “genio italico” potesse esprimersi per risolverli (di conseguenza per la maggior parte dei destri preparazione, ordine mentale e studio sarebbero solo una perdita di tempo!).

Come se non bastasse, i destri oscillano tra un americanismo grottesco e un antiamericanismo da baraccone, l’uno e l’altro resi ancor più dannosi da una mancanza di un’autentica cultura (geo)politica che induce i destri a leggere la realtà geopolitica con lenti deformanti e ad accusare i sinistri di essere “comunisti” e “statalisti” e il governo Conte bis di essere giallo-rosso! (Non a caso, non pochi destri attribuiscono ai badogliani – oggi identificati soprattutto con i pentastellati – la responsabilità di tutti i disastri dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, dimenticandosi che era stato il regime fascista a portare il nostro Paese allo sfacelo e che l’8 settembre 1943 fu solo il frutto amaro, anzi amarissimo di quello sfacelo. E fu tale non perché i badogliani tradirono i tedeschi, ma perché tradirono il loro Paese, vale a dire perché, anziché difendere Roma com’era loro preciso dovere, preferirono svignarsela lasciando il Paese e l’esercito senza ordini).

In definitiva, è inutile prendersela solo con i pentastellati e i sinistri (che sono criminali in giacca e cravatta ma coerenti e capaci di guadagnarsi il concreto sostegno di potentati stranieri e ora pure di incassare qualche sì dalla UE preoccupata per la crisi della Germania e disposta a dare una mano al “Conte bis” pur di indebolire i populisti), perché la destra italiana è in buona misura una destra di buffoni, ciarlatani e complottisti come anche questa vicenda tragicomica di fine estate ha dimostrato.

Si obietterà che i sinistri e i pentastellati sono peggiori. Sì lo sono, ma né loro né i potentati stranieri, europei o americani, sono gli unici responsabili del declino del nostro Paese.

L’UNICO “COLPEVOLE” DI NASSIRIYA, di Piero Visani

L’UNICO “COLPEVOLE” DI NASSIRIYA

Quando facevo il consulente per l’istituzione militare, a un certo punto avevo nitidamente compreso che era meglio cambiare aria, prima che me la facessero cambiare d’autorità.
All’epoca – a differenza di quanto si potrebbe comunemente supporre – non è che incontrassi grande solidaritetà all’interno dell’ambiente militare, sempre prono ai potenti di turno e assolutamente favorevole allo “spirito del tempo”, quello dei “soldati di pace”, se vogliamo dilettarci in ossimori.

Ricordo nitidamente una mia conferenza al CASD (Centro Alti Studi per la Difesa), in cui un uditorio in uniforme mi suggerì di ammorbidire le mie posizioni sulla natura della professione militare, perché altre erano le idee dominanti in quella fase storica. E – si sa – all’interno di quell’istituzione è sempre bene stare “allineati e coperti”…

Sebbene io sia di natura molto freddo, la cosa mi provocò un minimo di irritazione, al punto che mi avventurai in una previsione, cosa che non faccio mai. Formulai un interrogativo, relativo alla scomoda “missione di pace” in Iraq in cui eravamo all’epoca impegnati e chiesi se, nel caso in cui ci fosse stato un attentato a carico dei nostri reparti, la responsabilità sarebbe stata assunta in toto dal potere politico – autore unico della amena teoria dei “soldati di pace” – o sarebbe stata addossata in toto ai comandanti militari, per carente spirito di “militarità” o per insufficienza delle misure di sicurezza.
Con un ottimismo che a me parve degno di miglior causa, il mio uditorio diede maggioritariamente prova di credere che il potere politico avrebbe dato adeguata copertura ai militari. Per me fu facile prevedere che sarebbe stato esattamente il contrario, ma i sorrisini di compatimento a mio carico si sprecarono, e non insistetti, ormai conoscevo le buone abitudini del luogo.

Fu il giorno in cui mi dissi che la mia esperienza in quell’ambiente era chiusa: detesto i preti atei…

Tutti sappiamo dell’attentato del 12 novembre 2003 e delle 28 vittime che provocò: 19 italiane e 9 irachene. E sappiamo pure delle vicende giudiziarie successive, culminate ieri nella condanna, da parte della Corte di Cassazione civile, del generale Bruno Stano, all’epoca dell’attentato comandante della missione italiana in Iraq.

Non intendo certo commentare una sentenza, ma commentare come succedono le cose in Italia: il conformismo di massa si adegua al pensiero dominante e cerca di trasformare i militari in crocerossine con il fucile. I militari si dicono contenti della trasformazione, perché altrimenti non si fa carriera e anzi si finisce all’indice. Un così eccelso livello di “militarità” genera sfracelli, come quello di Nassiriya e, alla fine, c’è un unico capro espiatorio, chiamato a scontare – da solo – le colpe di tutti, di tutti coloro che decidono di partecipare alle guerre coloniali degli Stati Uniti perché li obbliga la loro condizione di “Stati clienti” e debbono pure sforzarsi di vestirle, agli occhi dell’opinione pubblica italiana, come “missioni di pace”, altrimenti nessuno le accetterebbe. Poi ci scappano le decine di morti – perché le “missioni di pace” sono incredibilmente simili a quelle di guerra – e allora occorre trovare un colpevole, uno solo, perché i colpevoli del RIFIUTO DELLA REALTA’, cioè del rifiuto della politica, della guerra, della natura tragica dell’esistenza, delle responsabilità e della dignità sono tutto un popolo, cioè troppi, dunque non condannabili in massa.

La sentenza è stata emessa il 10 settembre, ma avrebbe potuto benissimo essere anche l’8… Certe date ci perseguitano…

Lezioni di umiltà, di Roberto Buffagni

Lezioni di umiltà

 

Cari amici vicini e lontani,

proviamo ad analizzare la situazione dopo l’insediamento del nuovo governo giallorosa. Cercherò di fare un’analisi strategica, e dunque di semplificare al massimo per andare all’essenziale (=  a quello che mi sembra l’essenziale, non sono infallibile).

Sarò molto pessimista perché “scopo della politica è antivedere il peggio, e sventarlo” (Julien Freund, Sociologie du conflit).

Siccome la botta è ancora molto calda e vivacissime le reazioni emotive nel campo “sovranista” (metto tra virgolette la parola “sovranismo” perché a mio avviso surroga a fini cosmetico-edulcoranti la corretta definizione di “nazionalismo”), premetto un riassuntino  o abstract della tesi di fondo che argomenterò: così, chi non la gradisse può risparmiarsi l’irritante lettura di questo articolo.

Riassuntino

La rottura dell’alleanza di governo decisa da Salvini è stata un grave errore, nel quale confluiscono e si palesano errori precedenti altrettanto gravi, come importanti limiti e lacune della Lega in particolare, e del “sovranismo” italiano in generale. Senza una seria e approfondita autocritica dei suddetti errori, e una riconfigurazione ideologica e organizzativa, il campo “sovranista” rischia l’implosione, mentre la “Nuova Lega” nazionalista rischia di diventare la Vecchia Lega 2.0, cioè un partito strutturalmente subalterno al proprio avversario (ieri “Roma ladrona”, oggi “Bruxelles ladrona”).

E ora, vediamo di spiegarci un po’ meglio.

 

Rottura dell’alleanza di governo

La rottura dell’alleanza di governo decisa da Salvini è stata un grave errore perché ha regalato l’iniziativa all’avversario, che pur frammentato e confuso è riuscito a sfruttarla, e a insediare il governo giallorosa. Le due più articolate giustificazioni della rottura di cui io sia a conoscenza si devono ad Alberto Bagnai[1]. La seconda e più recente, Cronaca di una crisi annunciata, racconta dettagliatamente ma non spiega. Spiega invece la prima, QED fuoriserie,  e individua la principale ragione della rottura nel crescente ostruzionismo, e, peggio, nell’attivo sabotaggio da parte dell’alleato di governo, certificato dal voto 5* per Ursula von der Leyden; sabotaggio che, conducendo al varo di una legge finanziaria inaccettabile, inevitabilmente avrebbe causato la sconfitta politica della Lega, del suo leader e dell’intero campo “sovranista”: “Fatto sta che Ursula è passata, e lì si è capito chi era vassallo e chi no. Se Salveenee phasheesta era nel mirino prima, figuriamoci dopo questa prova di coerenza! Quindi abbatterlo diventava una priorità. E come fare per scalzarlo? Semplice! Andargli contro sull’agenda economica, con la copertura politica dei 5 Stelle.” (sottolineature nel testo).

Volendo fare dell’umorismo, si potrebbe commentare che Salvini, “scalzandosi” da solo, ha sventato la minaccia.

In sintesi: Salvini (piano A)  ha scommesso sull’impossibilità di formare una maggioranza parlamentare sufficiente a insediare un nuovo governo, e sul susseguente plebiscito elettorale a suo favore che gli promettevano i sondaggi d’opinione. Il piano B era invece – nell’analisi di Bagnai e Borghi, prevalente a quanto mi risulta nel campo leghista – il seguente: se anche si perdesse la scommessa e non si andasse subito ad elezioni, prima o poi ci si dovrà andare, e allora vinceremo, anzi: trionferemo. Dopo il rovesciamento delle alleanze dei grillini, el pueblo avrà compreso la natura serpentesca del M5* e la supina subalternità alla UE del “partito delle istituzioni”, e premierà la Lega con un diluvio di voti. Finalmente insignita dei “pieni poteri”, la Nuova Lega entrerà nella “stanza dei bottoni” di antica memoria[2] e riuscirà a realizzare, almeno in larga misura, il suo programma. Insomma: una strategia win-win, come s’usa dire oggi: o vinci subito, o vinci dopo un po’.

Mentre scrivo (8 settembre 2019, ricorrenza proverbiale) è evidente che il piano A è fallito. Può riuscire il piano B? Chissà. Qui entriamo nel campo delle previsioni future, dove tutto è, per forza di cose, opinabile.

Iniziamo dunque l’analisi dal passato, che è meno opinabile del futuro.

 

Formazione del governo gialloverde 1

La situazione strategica nella quale Salvini si è trovato nell’agosto 2019 è identica alla situazione strategica in cui si era trovato (in cui aveva liberamente scelto di trovarsi) il giorno dell’inaugurazione del governo gialloverde: un alleato di governo inaffidabile che dispone del doppio dei seggi parlamentari, e un “partito delle istituzioni” dichiaratamente nemico.

La natura dell’alleato di governo, il Movimento 5*, era certamente ben nota, da anni, almeno a un esponente di rilievo della Lega, il sen. Alberto Bagnai[3]. (Non posso naturalmente sapere se questa analisi del M5* fosse nota e condivisa anche dai massimi dirigenti della Lega, Salvini anzitutto). Semplificando[4]: il M5* è una forza politica che non designa un avversario o un nemico politico, e vi sostituisce categorie prepolitiche quali “la corruzione”. Da ciò consegue che a) il M5* può rastrellare consensi sia tra chi appartenga a una cultura politica di sinistra, sia tra chi appartenga a una cultura politica di destra, sia tra chi di cultura politica sia privo, “i qualunquisti”: è il segreto del suo successo b) ma soprattutto, può allearsi con tutti o con nessuno, e così neutralizzare  o influenzare la dialettica politica italiana: e questa invece è la mission per cui ha ricevuto l’impulso iniziale, in conformità alle specifiche elaborate dal dr. Gene Sharp e dai suoi collaboratori e continuatori[5]. Naturalmente, fatta salva la buonafede dei suoi elettori, e della maggioranza dei suoi attivisti e dirigenti: una buonafede essenziale per l’adempimento della mission (dell’operazione di influenza), perché non è possibile arruolare milioni di agenti.

Il “partito delle istituzioni”, invece, è il partito delle istituzioni e degli apparati dello Stato italiani, i quali entrambi sono embricati con le istituzioni e gli apparati UE. “Embricati” vuol dire che personale dirigente, mentalità, procedure, leggi, regolamenti, direttive, catene di comando e controllo di tutte, tutte le istituzioni e gli apparati statali italiani non possono prescindere dal rapporto con la UE, esattamente come le FFAA italiane sono integrate nella NATO. A solo titolo di esempio: un’ eventuale uscita dalla NATO  implicherebbe certo la decisione politica “usciamo”, ma chi si illudesse che la decisione basterebbe sarebbe diciamo ingenuo: le FFAA smetterebbero di funzionare l’istante successivo alla decisione, e dal giorno dopo ci potrebbero invadere con successo anche le Isole Tonga. Il che implica naturalmente che, in questo esempio, l’istituzione-FFAA resisterebbe con tutti i mezzi (per tacere delle reazioni dell’alleato statunitense).

Che il “partito delle istituzioni” italiano fosse nemico (non “avversario”, nemico) di una forza politica come la nuova Lega “sovranista”, che si contrapponeva frontalmente alla UE,  non era dunque difficile da immaginare; e per chi difettasse d’ immaginazione, dovevano bastare le forzature di Mattarella nella fase di formazione del governo: rifiuto di incaricare il leader della Lega di un mandato esplorativo per la formazione del governo, rifiuto di incaricarne il pericoloso sovversivo prof. Giulio Sapelli, rifiuto di accettare come Ministro dell’Economia l’altro pericoloso sovversivo prof. Paolo Savona. Forzature che erano anche gravi errori politici, perché ostendevano urbi et orbi la natura ibrida ed eterodiretta delle istituzioni italiane, e manifestavano l’incapacità del “partito delle istituzioni” di garantire un governo che godesse sia della legittimazione elettorale, sia della conformità al quadro sistemico UE.

Digressione: com’è fatta la UE

La UE è un potere di fatto, essenzialmente privo di legittimazione. Esso è privo di legittimazione perché

  1. l’unica fonte di legittimazione generalmente accettata in tutta Europa e in Occidente è “la volontà del popolo”, e la forma in cui questa legittimazione si esprime è la democrazia parlamentare a suffragio universale. In Europa i popoli sono molti, con diversi interessi e culture. Nessuno tra essi è in grado di federare gli altri[6] e trasformare la UE in un vero e proprio Stato
  2. la UE è di fatto uno spazio decisionale delimitato da trattati interstatali. All’interno di questo recinto, entrano in gioco i rapporti di forza tra gli Stati che lo creano, e naturalmente i più forti e i più coesi hanno il sopravvento, legiferando a proprio vantaggio e/o piegando l’interpretazione dei trattati a proprio beneficio. Lo Stato più forte e coeso, la Germania, con lungimiranza ha provveduto, con una decisione della Corte Costituzionale, a sovraordinare la propria legislazione a quella UE, così garantendosi la possibilità di decidere in ultima istanza qualora si apra uno stato d’eccezione
  3. ne consegue che la UE è una entità politica insieme molto fragile e molto rigida, esposta in via permanente a una latente crisi di legittimità
  4. per sopravvivere, la UE dunque deve progressivamente ibridare o “contaminare” clandestinamente, come una malattia autoimmune, istituzioni e apparati degli Stati che la compongono, e che sono gli unici ad avere ereditato (dal passato regime) la legittimità
  5. questa ibridazione e “contaminazione” non può perfezionarsi fino a trasformare gli Stati che compongono la UE in Länder di un vero e proprio Stato Europeo Federale o confederale, per la ragione esposta al punto 1
  6. dunque, qualunque forza politica rilevante (= in grado di andare al governo) contesti la UE in nome della “volontà del popolo” si autodesigna come nemico, ripeto nemico, non “avversario”, della UE, e deve attendersene una reazione proporzionata al rischio esistenziale che le fa correre
  7. la reazione della UE si dispiegherà anzitutto sul piano delle istituzioni e degli apparati dello Stato che essa ha ibridato e “contaminato”, che sono il suo punto di forza e che diventano così il principale terreno di scontro tra forze favorevoli e avverse alla UE.
  8. La forza politica che in nome della “volontà del popolo” si oppone alla UE è costretta a combattere la sua battaglia sul terreno di scontro scelto dal nemico (istituzioni, apparati dello Stato) perché la “volontà del popolo” non può direttamente affermarsi sul terreno extra-istituzionale, per esempio con le barricate, lo scontro militare, lo sciopero generale, etc.[7] Per affermarsi, la “volontà del popolo” deve anzitutto passare attraverso la vittoria elettorale: e qui la UE cercherà di contrastarla mediante leggi elettorali a sé favorevoli, campagne mediatiche, attacchi giudiziari ai leader, eventualmente brogli, etc. Una volta tradotta in voto politico maggioritario la “volontà del popolo”, essa dovrà trasformare il consenso formalizzato dal voto in potenza politica, cioè in capacità di implementare nella realtà effettuale le proprie decisioni politiche.
  9. Per trasformare il consenso in potenza, è necessario impiegare le istituzioni e gli apparati dello Stato, gli strumenti operativi senza i quali nessuna decisione politica è concretamente realizzabile. Dunque l’ eventuale vittoria elettorale di una forza politica anti UE non è la fine, ma l’inizio dello scontro. L’insediamento al governo di una forza politica che in nome della “volontà del popolo” sfidi la UE segna soltanto lo schieramento in campo delle forze contrapposte, non la vittoria. Con la vittoria elettorale la battaglia non finisce: comincia.

 

 

Formazione del governo gialloverde, 2

La situazione strategica nella quale Salvini e la Lega si sono trovati nell’agosto 2019 è identica alla situazione strategica in cui si erano trovati (in cui avevano liberamente scelto di trovarsi) il giorno dell’inaugurazione del governo gialloverde: un alleato di governo inaffidabile che dispone del doppio dei seggi parlamentari, e un “partito delle istituzioni” dichiaratamente nemico.

Formare il governo gialloverde è stata un’abile mossa tattica, e un grave errore strategico[8].

Abile mossa tattica, perché a) si andava al governo b) l’alleato era inesperto e privo di una linea politica persuasiva, lo si poteva egemonizzare e strappargli consensi nell’elettorato c) il moltiplicatore di potenza della posizione istituzionale favoriva vittorie della Lega nelle elezioni regionali e locali.

Grave errore strategico, perché i rapporti di forza nelle istituzioni tra Lega, M5* e “partito delle istituzioni” sarebbero rimasti gli stessi, a meno di una nuova tornata elettorale politica in cui la Lega potesse capitalizzare il consenso conquistato nel paese.  Ora, non era difficile prevedere che quanto maggiore il consenso acquisito dalla Lega nel corso dell’esperienza di governo gialloverde, tanto più violenta la resistenza sia dell’alleato di governo, sia del “partito delle istituzioni” a regalare alla Lega l’opportunità di farsi plebiscitare. A prescindere dalla sua natura e delle eterodirezioni a cui è soggetto, Il M5*, e in particolare il suo ceto dirigente, si sarebbe opposto con tutti i mezzi a una prova elettorale che gli avrebbe inflitto un colpo devastante, forse mortale; e da che parte stesse il “partito delle istituzioni” lo si era visto con tutta chiarezza fin da subito.

(“Preferivi Cottarelli?” Sì, preferivo Cottarelli, perché un governo Cottarelli sarebbe stato un governo di minoranza, screditato nel paese, insediato dal solo “partito delle istituzioni” subito dopo una serie di gravi errori politici, e  che il parlamento avrebbe potuto incapacitare[9]. Nel frattempo, in attesa di nuove elezioni, sarebbero stati liberi tutti i partiti, di maggioranza e minoranza, di ridiscutere programmi e alleanze.)

Per rimediare in tutto o in parte all’errore strategico dell’ingresso nel governo gialloverde, e uscire dall’angolo morto in cui si era ficcata, la Lega avrebbe dovuto

  1. Piano A (molto difficile): assicurarsi che in Parlamento non potesse formarsi una maggioranza diversa dalla gialloverde, cioè spaccare il M5* e letteralmente portargli via un numero consistente di parlamentari, una manovra molto difficile, specie se non si dispone di larghi fondi e non si possono promettere sinecure e prebende. Escludere a priori un rovesciamento delle alleanze come quello che si è compiuto in questi giorni era impossibile; e infatti, esso si è realizzato.
  2. Piano B (un po’ meno difficile) restare nel governo, contendere il terreno palmo su palmo, dividere l’elettorato 5*, costringere eventualmente il M5* a prendere l’iniziativa della rottura, su un tema di grande rilievo e facile comprensibilità per tutti, in modo da rendere più difficile (comunque non impossibile) al “partito delle istituzioni” la ricerca di una nuova maggioranza e il diniego di nuove elezioni.

 

Sintesi 1: prima di “staccare la spina” bisogna assicurarsi di non restare fulminati.

Sintesi 2: siccome la strategia è sovraordinata alla tattica, una mossa tattica ha effetto a breve, una mossa strategica a lungo termine. La mossa dell’ingresso nel governo gialloverde era tatticamente corretta, e ha pagato subito. Però era strategicamente sbagliata, e ha riscosso il suo prezzo dopo un anno.

 

Perché gli errori

Ometto valutazioni sulla personalità del leader della Lega, Matteo Salvini. Mi limito ad osservare, con le parole dell’amico Fabio Falchi, che “non si trova facilmente un Alessandro Magno ed è per questo che ci sono le accademie, le scuole di guerra e gli Stati Maggiori (che sono il surrogato del genio).
Evidentemente però, anche grazie agli esperti di marketing e ai pubblicitari, è più facile prendere voti che impegnarsi seriamente a creare una organizzazione che sappia combattere quel tipo di conflitto che non è altro che la prosecuzione della guerra con altri mezzi
.”

Mi risulta invece (non ho informazioni privilegiate, e sarò lieto di essere smentito) che sia la decisione di entrare nel governo, sia la decisione di uscirne, sono state prese informalmente, tra pochissime persone vicine al leader, perché la Lega non dispone di una struttura di comando analoga a uno Stato Maggiore, nella quale si eseguano analisi e si formulino piani, si presentino al decisore in modo coerente opzioni diverse e anche opposte, si progettino modifiche all’organizzazione delle forze disponibili, si segua l’esecuzione degli ordini fino a loro effettiva implementazione.

Mi risulta anche che nella Lega non viene incoraggiata l’iniziativa e l’indipendenza di pensiero, ma semmai l’obbedir tacendo alle decisioni dei cari leader. La disciplina va benissimo. La mancanza d’iniziativa e d’indipendenza invece, specie tra i quadri, va malissimo. L’esercito prussiano divenne il migliore del mondo anzitutto grazie alla Auftragstaktik (tattica di missione): nella formulazione di von Moltke senior, “più alta l’autorità, più corti e generali gli ordini”. Agli ufficiali subalterni era garantito un notevole margine di manovra per raggiungere gli obiettivi, e nella loro formazione era incoraggiato lo spirito d’iniziativa. Con esecutori anzitutto preoccupati di non sgarrare e di coprirsi le spalle non si va da nessuna parte, tranne a Pontida.

 

Che succede adesso

Le linee di tendenza prevedibili sono le seguenti.

  1. L’obiettivo strategico del “partito delle istituzioni” italiano e della UE è: ripristinare la contrapposizione tra un centrosinistra e un centrodestra, comunque composti, che siano entrambi sistemici, cioè che accettino senza retropensieri, una volta per tutte, il contesto UE (che lo legittimino nell’unico modo in cui è possibile legittimarlo, vale a dire omettendo di contestarlo)[10]
  2. Non è un obiettivo facile. Per raggiungerlo, è necessaria la riconfigurazione del centrosinistra e del centrodestra + un grado accettabile di controllo della grave contrapposizione paese legale/paese reale.
  3. Centrosinistra: dopo il rovesciamento delle alleanze, l’indebolito M5* sarà incoraggiato a prendere il posto della vecchia sinistra massimalista ormai logora, svolgendone la consueta funzione (intercettare il dissenso + al momento buono votare per il partitone). Mi pare già prepararsi, tra le file di Nuova Direzione, Senso Comune, Patria e Costituzione e altre formazioni analoghe, un nuovo ceto dirigente del M5*, che andrà a integrare e sostituire parzialmente il vecchio, già screditato. Non sono in grado di prevedere le evoluzioni interne al PD, con le relative lotte fra correnti e leader. Possibile che dal PD si distacchino formazioni più centriste e apertamente liberali, come ad esempio quella auspicata da Calenda.
  4. Il centrodestra è l’obiettivo principale dell’operazione, perché nel centrodestra c’è la Lega e il bacino elettorale più pericoloso per il partito delle istituzioni e per la UE. Si farà certamente leva sulla base sociale della Lega (PMI, lavoratori autonomi) e sulla sua base di potenza territoriale (Lombardo-Veneto), come dimostrano i recenti interventi pubblici di Luca Zaja e Roberto Maroni[11]. Attraverso questi ultimi, si incoraggerà la riconversione della Lega secondo le tradizionali specifiche del prodotto, vale a dire: a) Salvini surroga Bossi come leader carismatico (= che prende tanti voti) e come Bossi propagandava senza crederci la cantafavola della secessione grazie ai duecentomila bergamaschi con la pallottola in canna, così Salvini propaganderà senza crederci la cantafavola del sovranismo, con il “prima gli italiani” e il “basta immigrati”. Dovranno però gradualmente sparire le allusioni all’uscita dall’euro e/o dalla UE b) intanto si tratta con il “partito delle istituzioni” italiano e con la UE per ottenere la forma di autonomia regionale il più possibile ampia, e nel conflitto tra potenze interno alla UE ci si lega alla Germania per difendersi dalla Francia (sulla quale si orienta invece il PD). A garanzia dell’accettazione del quadro sistemico UE, si incoraggerà l’alleanza tra Lega e Forza Italia o suoi eventuali avatar quali la nuova formazione di Urbano Cairo. Punto delicato dell’operazione, Fratelli d’Italia, che sulla linea “sovranista” ha moltiplicato i suoi voti, che ha il nazionalismo nel DNA, e nel quale potrebbero confluire i “sovranisti” delusi dalla Lega . E’ dunque prevedibile che nel prossimo futuro, proprio su Fratelli d’Italia convergeranno attacchi e manovre tese a normalizzarlo.
  5. Al fine di controllare il pericoloso scollamento tra paese legale e paese reale, si incoraggeranno a) cambiamenti ad hoc della legge elettorale b) controllo e censura dei social media c) secca repressione delle manifestazioni di dissenso d) provvedimenti assistenziali sul modello degli 80 euro renziani e) “nuova narrazione” di un’Italia protagonista nel dialogo intereuropeo f) character assassination + persecuzione giudiziaria di Salvini (che non ha più la copertura parlamentare dagli attacchi giudiziari) e altri leader “sovranisti”, es. Giorgia Meloni, al fine di demoralizzare l’opposizione “sovranista” e di dimostrarle che mettersi contro la UE è troppo difficile.

Ed effettivamente, mettersi contro la UE senza essere adeguatamente preparati è troppo difficile: se qualcosa ha dimostrato quest’anno di governo gialloverde, è proprio questo.

Dunque hanno ragione Maroni e Zaja? Bisogna accettare il quadro UE e al suo interno contrattare al meglio i propri interessi?

No, non hanno ragione Maroni e Zaja. Hanno torto, e non solo perché non è patriottico, generoso e carino fregarsene del Meridione e pensare solo al Nord. Maroni e Zaja hanno torto anche dal limitato punto di vista degli interessi del Nord Italia, perché:

  1. La secessione del Nord è impossibile. La UE esiste perché la fanno esistere gli Stati, e non può permettere che essi si disgreghino. Se servisse un esempio, basti riandare con la memoria all’avventura indipendentista della Catalogna.
  2. L’autonomia regionale così come la vogliono i lombardi e in particolare i veneti scasserebbe ulteriormente le istituzioni italiane, accrescendovi la frammentazione dei centri decisionali e la confusione dei livelli istituzionali. La si potrebbe realizzare efficacemente solo nel quadro di una completa riforma istituzionale dello Stato italiano, che lo trasformasse in una Repubblica presidenziale federale. Francamente non ne vedo le condizioni di possibilità.
  3. La tattica autonomista può pagare, in termini economici, vista l’interdipendenza tra manifatturiero italiano e tedesco. Ma siccome non esiste solo l’economia, che non decide tutto, e la suddetta interdipendenza non è un dato permanente come la collocazione geografica, gli interessi di Germania e Nord Italia possono divergere, ad esempio perché entrano in campo più rilevanti interessi franco-tedeschi. Inoltre, oggi il tacito patto tra Germania e USA è messo in forse, e la crescente rivalità tra Germania e Stati Uniti già ora espone il Nord Italia a seri contraccolpi, anche economici. Come descritto brevemente più sopra, la UE è uno spazio decisionale delimitato da trattati interstatali. All’interno di questo recinto, entrano in gioco i rapporti di forza tra gli Stati che lo creano, e naturalmente i più forti e i più coesi hanno il sopravvento, legiferando a proprio vantaggio e/o piegando l’interpretazione dei trattati a proprio beneficio. Che peso avrebbero le regioni del Nord, nel recinto decisionale della UE? A occhio e croce, un peso minore del Lombardo-Veneto all’interno dell’Impero austro-ungarico, perché almeno l’Impero era uno Stato vero e proprio, e il Lombardo-Veneto ne faceva parte (per questo Carlo Cattaneo caldeggiava una linea federalista). Sintesi: indebolendo lo Stato italiano con un autonomismo massimalista, il Nord indebolisce l’unica entità politica che può difenderlo e rappresentarlo all’interno della UE. Anche la scelta autonomista-massimalista di Maroni e Zaja, dunque, è un’abile mossa tattica e un grave errore strategico.

Che fare ora?

Anzitutto, riconoscere i propri errori e analizzarli: per approfittare della lezione che impartiscono le sconfitte, bisogna ammettere che non sono né vittorie né pareggi. Dopo, solo dopo si può cominciare a ragionare su come prepararsi meglio per riprendere a combattere; ad esempio, su come prepararsi per condurre la battaglia all’interno delle istituzioni e degli apparati dello Stato, che sono – non mi stanco di ripeterlo – il terreno principale e decisivo dello scontro.

Non è facile: ci vuole umiltà.  Ma “Gloriam praecedit humilitas. Humilitas alta petit”,  “L’umiltà precede la gloria. L’umiltà sprona alla grandezza.” E’ anche il motto di un’antica casata lombarda. Forse la Lega, che proprio da quelle parti ebbe umili natali, se ne ricorderà.

[1] http://goofynomics.blogspot.com/2019/08/qed-fuoriserie.html

http://goofynomics.blogspot.com/2019/09/cronaca-di-una-crisi-annunciata.html

Ci sono naturalmente altre analisi, tra le quali segnalo questa, recentissima, di Carlo Galli: https://ragionipolitiche.wordpress.com/2019/09/04/che-cose-questa-crisi/

Personalmente, concordo nell’insieme con le analisi di Fabio Falchi e Piero Visani: http://italiaeilmondo.com/2019/08/31/alea-iacta-est-di-fabio-falchi/ ; http://italiaeilmondo.com/2019/08/23/il-conte-dimezzato-la-crisi-di-governo-sul-proscenio-e-dietro-le-quinte_-con-piero-visani/ (intervista video); http://italiaeilmondo.com/2019/09/02/crisi-politica-e-guerre-sordide-a-cura-di-giuseppe-masala-e-piero-visani/

http://www.destra.it/errare-humanum-est-perseverare-diabolicum/

 

[2] Per i più piccini: ne favoleggiava Pietro Nenni nel corso del dibattito interno al PSI sul progetto di primo governo di centrosinistra.

[3] V. ad es. http://goofynomics.blogspot.com/2014/10/agli-ortotteri.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2012/09/ortotteri-e-suini.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2012/07/ortotteri-e-anatroccoli.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2017/03/cinque-stelle-due-logiche-una-risposta.html

[4] Qui invece, analiticamente, quel che penso del M5* e del suo rapporto con la UE: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[5] E’ il gruppo di lavoro che ha gettato le basi teoriche e operative per l’implementazione delle “rivoluzioni colorate” in tutto il mondo, se ne vedano qui i manuali gratuitamente scaricabili https://www.aeinstein.org/, https://canvasopedia.org/.  Ne raccomando caldamente la lettura, perché vi si apprendono i metodi impiegati nelle “guerre ibride”, o “guerre di quinta generazione”. Non tutti, naturalmente: per esempio, nei manuali qui disponibili non si suggerisce l’impiego di cecchini bipartisan che sparano sulla folla dei manifestanti e sulle forze di polizia che la fronteggiano allo scopo di destabilizzare un governo, com’è avvenuto in Ucraina o in Egitto; né si specifica l’importanza di disporre di agenti all’interno del sindacato, della magistratura e degli apparati di coercizione dello Stato-bersaglio, né i metodi per assicurarseli (che vanno dalla simpatia ideologica, alla corruzione, al ricatto). Questo tipo di metodi si insegnano e apprendono in altre sedi. Sia i metodi “aperti” sia i metodi “coperti” convergono verso uno stesso scopo, che può essere la destabilizzazione di un governo, la distruzione di una forza politica sgradita e/o del suo leader, etc., senza impiegare la forza militare tradizionale, e con il minimo impiego della violenza possibile, perché la violenza ha un alto costo politico. “L’ arma preferita della guerra di quinta generazione è lo stallo politico. Chi combatte una guerra di quinta generazione vince dimostrando l’impotenza della potenza militare tradizionale…questi combattenti vincono quando non perdono, mentre noi perdiamo quando non vinciamo” (https://www.scribd.com/doc/50049562/Fifth-Generation-War-Warfare-versus-the-nonstate-by-LtCol-Stanton-S-Coerr-USMCR)

[6] Per una analisi di questo punto, v. http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[7] Se qualcosa hanno insegnato le esperienze rivoluzionarie del Novecento, ad es. l’affermazione dei fascismi, è che anche forze politiche dotate di milizie armate non riescono a rovesciare le istituzioni con lo scontro militare diretto. E’ indispensabile guadagnarsi la complicità delle istituzioni e degli apparati dello Stato.

[8] E’ odioso dire “ve l’avevo detto”. Mi autocito solo per mostrare che non era difficile accorgersene, se me ne sono subito accorto io che non sono Clausewitz. http://italiaeilmondo.com/2018/05/24/dalla-mia-palla-di-cristallo-governo-lega-5-eccetera-che-accadra-di-roberto-buffagni/

[9] Per esempio così: http://italiaeilmondo.com/2018/05/29/dalla-mia-palla-di-cristallo-governo-ombra-di-roberto-buffagni/

[10] Ne anticipavo qualcosa qui: http://italiaeilmondo.com/2019/08/13/navigazione-a-vista-di-roberto-buffagni/

[11] https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13499741/matteo-salvini-roberto-maroni-progetto-fallito-due-italia-crisi-m5s-governo-imprenditori.html ; https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13492326/matteo-salvini-luca-zaia-insulti-accuse-video-facebook-diretta-sospetto-rivolta-veneto-.html

UN GOVERNO DURATURO?, di Teodoro Klitsche de la Grange

UN GOVERNO DURATURO?

Da quando ha cominciato a profilarsi il governo Conte-bis, frutto dell’accordo tra PD e M5S la domanda più frequente è: durerà? Le risposte sono diverse; tuttavia non mancano, anche nei media sostenitori della nuova maggioranza, dubbi espressi e questo significa già, per certa stampa, molto.

Infatti, a prescindere da altro, la coalizione parte, nel paese (dati delle elezioni europee di maggio) con un gradimento dei partiti che la compongono pari a circa il 40%. Di fronte ha un’opposizione (Lga, FdI, FI) la quale, in base agli stessi dati, ha circa il 50%. Per rimontare tale divario occorre un miracolo o giù di li; i tempi della seconda repubblica, quando, il divario tra centrosinistra e centrodestra si misurava spesso nei decimi di punto più che con punti completi, appaiono lontani.

Fatta tale premessa, occorre ricordare in primo luogo, come mi capitò di scrivere subito dopo le elezioni di marzo 2018 su questo sito “Nei paesi in cui il sistema elettorale non consente di esprimere un governo direttamente investito dal corpo elettorale, come l’Italia …  è doveroso, per non perdere ogni contatto con i principi elementari della democrazia politica, che, anche se non designato previamente un leader e una squadra di governo precostituita, quanto meno il governo – necessariamente di coalizione – debba costituirsi interpretando l’orientamento espresso dal corpo elettorale nelle votazioni,  come da prassi”. Questa è la prima tara del nuovo governo: infatti a distanza di tre mesi dalle elezioni europee caratterizzate da due risultati principali: a) che il governo Conte 1 era cresciuto nel consenso (malgrado il contrasto dei poteri forti) di due punti percentuali; e ancor più i populisti, tenuto conto anche di Fratelli d’Italia, avevano accresciuto i suffragi al 60% circa dei votanti; b) che le proporzioni tra i due “contraenti di governo” Lega e M5S, si erano invertite, con la prima in grande crescita e il secondo in caduta libera, il quadro politico è ribaltato

Infatti non si comprende come, con un “indirizzo politico” fresco fresco espresso dall’elettorato da tre mesi si possa costituire un governo che: 1) è di minoranza nel paese; 2) esclude il partito più votato dagli italiani, in crescita spettacolare (raddoppiato in meno di un anno). Si ha un bel chiacchierare di legalità, centralità parlamentare e altro. Sarebbe, tanto per ricordare la prassi della Prima Repubblica, quando le elezioni del 1976 vedevano il PCI arrivare al (proprio) massimo storico dei suffragi con il 34,5%, come se la DC avesse deciso di fare il governo con Almirante. Coerentemente all’indirizzo espresso dal popolo (quando se ne parlava di meno lo si rispettava di più) il PCI allora entrava nella maggioranza di governo; al contrario della Lega che, per “eccesso di bulimia elettorale” lo deve lasciare.

All’epoca prevaleva una concezione della democrazia realistica e responsabile onde il governo “di solidarietà nazionale” che ne uscì era corrispondente all’indirizzo dato dagli elettori; ai giorni nostri si ha la percezione, probabilmente maggioritaria nel paese, che la soluzione è dovuta al cul-de-sac in cui si è cacciato il M5S, che secondo molti, spererebbe di evitare un ulteriore deperimento e forse anche di riavviare la crescita, cacciando dal governo Salvini. Ma non si capisce la logica che sostiene un tale pensiero, sia per il motivo sopra esposto, sia perché, a tacer d’altro, Salvini ha dimostrato di saper fare l’opposizione non meno bene di quanto abbia fatto il ministro.

In secondo luogo, e come mi è capitato di ripetere, in specie per la situazione italiana ed euro-occidentale negli ultimi decenni, in politica per capire la situazione occorre rifarsi a due criteri essenziali (che spesso si sovrappongono): la costante del potere e quella del nemico.

Quanto alla prima, il collante della nuova coalizione è la conservazione del potere più che l’acquisto: schivando le elezioni o un governo a prevalente trazione leghista PD e M5S hanno evitato, i primi una conferma del ruolo d’opposizione, i secondi di seguire il PD in quel ruolo (meno probabile); ovvero (più probabile) di divenire lo junior partner della coalizione populista, peraltro con una Lega in grado di attingere al “secondo forno” (onde il potere di Salvini sarebbe enormemente accresciuto).

Relativamente al secondo le forze politiche “le quali si distribuiscono lungo l’asse (e il discrimine) del vecchio assetto politico (borghese/proletario) sono passate in minoranza rispetto a quelle sovran–popul-identitarie, distribuite secondo il discrimine identità/globalizzazione (ossia potere decisivo alle istituzioni nazionali o a quelle non-nazionali) … Di conseguenza: a) i primi sono legittimati – anzi hanno il dovere – di costituire il governo; b) anche il governo futuro dovrà realizzare politiche radicalmente diverse da quelle seguite fin adesso” (come scrivevo tempo fa). Il governo Conte bis costituisce un ibrido, giacchè formato da un partito del vecchio “asse” e da uno del nuovo.

Ma quando si va alle decisioni che più interessano l’opinione pubblica l’individuazione del nemico, o meglio dell’avversario, è decisiva. Il nemico reale degli italiani è stato individuato dai populisti negli “euroinomani”, negli “gnomi di Zurigo” (nella finanza), nell’immigrazione incontrollata e in chi la sollecita ed organizza; dai globalisti nei populisti, nei tradizionalisti cattolici, nei tax-payers (anche se per questa meno vistosamente) perché colpevoli di non farsi spennare in silenzio. Sarà chiaro nei prossimi mesi se il governo Conte somiglia di più a quello Monti (et similia) prosternati a Bruxelles, tutti contenti di prendere i quattrini degli italiani e spenderli a favore di finanza, clientele, migranti. Naturalmente con il permesso di Bruxelles di dilatare il deficit (tanto interessi e capitale li paghiamo noi). Solo che si tratta di un copione già recitato e con troppe repliche, onde gli italiani lo conoscono bene. E da come hanno votato negli ultimi anni pare difficile che lo dimentichino e ci ricaschino.

Teodoro Klitsche de la Grange

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