Italia e il mondo

VOX: Un partito sovranista in una gabbia atlantista, di Simon Rorschach

VOX: Un partito sovranista in una gabbia atlantista

Quando la sovranità spagnola si ferma alla NATO

Simon Rorschach27 settembre∙Pagato∙Articolo ospite
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Simon Rorschach analizza come VOX abbia fatto della sovranità il suo grido di battaglia in patria, pur rimanendo legata alla NATO e all’ordine atlantista all’estero.

VOX è diventato una delle espressioni più forti della rivolta sovranista spagnola, soprattutto su temi come l’immigrazione, l’identità nazionale e la resistenza a Bruxelles. Tuttavia, la sua politica estera non raggiunge ancora la piena indipendenza strategica: il partito rimane fermamente atlantista, sostiene la NATO e ha appoggiato l’Ucraina contro la Russia. Il risultato è una contraddizione sempre più evidente in alcune frange della destra europea: la sovranità nazionale viene difesa in patria, mentre il quadro geopolitico più ampio ereditato dalla Guerra Fredda rimane in gran parte inalterato.

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La Spagna è tornata a essere uno stato di frontiera. L’illusione che la storia si sia conclusa da qualche parte tra Maastricht e l’euro si è dissolta sulle spiagge e lungo le recinzioni di confine di Ceuta. A luglio, oltre 72.000 migranti hanno attraversato il confine con l’enclave spagnola dal Marocco, dando vita a una crisi che si è protratta fino a settembre, con migliaia di persone ancora presenti in città e manifestazioni di massa che chiedono espulsioni e una risposta più decisa da parte di Madrid. VOX ha colto al volo l’occasione, animata da un istinto che i partiti tradizionali hanno in gran parte perso: l’istinto che uno stato esista innanzitutto per difendere il proprio territorio. Ha chiesto un rafforzamento permanente delle Forze Armate, della Guardia Civil e della Polizia Nazionale a Ceuta e Melilla, una sorveglianza più rigorosa via terra, mare e aria e nuovi poteri che consentano all’esercito di partecipare a operazioni contro l’immigrazione clandestina. A fine settembre, il segretario generale del partito, Ignacio Garriga, si è recato a Ceuta e ha descritto la pressione esercitata dal Marocco come una forma di guerra ibrida, mentre i rappresentanti di VOX in tutta la Spagna continuavano a promuovere mozioni a difesa della sovranità spagnola su Ceuta e Melilla. Dietro gli slogan si cela il vero dato politico del momento: la sovranità è tornata a essere un tema centrale perché la Spagna ha scoperto che la sovranità può essere persa. Un confine che non si può difendere diventa una linea su una mappa amministrativa. Un governo che non riesce a decidere chi entra nel suo territorio cessa gradualmente di governare nel senso più antico e profondo del termine. VOX lo ha capito, e questa comprensione contribuisce a spiegare perché sia ​​diventata uno dei principali veicoli della reazione nazionale spagnola contro il disordine amministrativo.

C’è qualcosa di quasi spengleriano in questo contrasto. Una classe politica esausta parla il linguaggio delle procedure, dei meccanismi di distribuzione, dell’amministrazione umanitaria e del coordinamento europeo. VOX risponde con territorio, esercito, popolo, confine e Stato. Un vocabolario appartiene a una civiltà che crede che la politica possa essere ridotta alla gestione. L’altro appartiene al mondo antico in cui l’esistenza politica inizia con la distinzione: dentro ed fuori, cittadino e straniero, pace e pericolo, patria e oltre. VOX ha chiesto che la Catalogna respinga i trasferimenti di minori stranieri non accompagnati da Ceuta e ha invece chiesto il rimpatrio e il ricongiungimento familiare nei paesi di origine. A Melilla, il partito si è opposto ai progetti per ulteriori infrastrutture di accoglienza per migranti e ha chiesto invece un aumento del personale di sicurezza. Qualunque sia il giudizio sulle singole proposte, la struttura politica è chiara. VOX sta dicendo agli spagnoli che la nazione non è semplicemente una giurisdizione fiscale circondata da posti di dogana, ma una comunità storica con diritto alla continuità. Questo linguaggio ha una forte efficacia perché gran parte dell’Europa ha trascorso decenni a sopprimere queste categorie. Il sistema del dopoguerra ha insegnato agli europei che i confini erano motivo di imbarazzo, le preferenze nazionali moralmente discutibili, la continuità demografica obsoleta e la forza militare un anacronismo, tranne quando impiegata per cause definite dalla più ampia alleanza occidentale. Ceuta ha messo a nudo la fragilità di questa dottrina. Quando decine di migliaia di persone attraversano un confine in pochi giorni, le astrazioni scompaiono. Il territorio torna a essere fisico. La sovranità torna a essere visibile. La storia ritorna con volti, strade, recinzioni, soldati, folle e paura.

VOX è più forte quando segue questa logica in modo coerente. Le sue critiche al Marocco, la sua insistenza sul carattere spagnolo di Ceuta e Melilla e le sue richieste di autonomia in materia di immigrazione esprimono tutte una concezione classica di sovranità: la Spagna deve poter agire come Spagna. Il partito ha esteso questo principio anche alle sue critiche al potere sovranazionale europeo, alla regolamentazione ambientale e alle politiche che, a suo dire, indeboliscono l’agricoltura e l’industria spagnole. Eppure è qui che inizia la grande contraddizione. Il partito che esige indipendenza di giudizio nei confronti di Rabat e Bruxelles diventa molto più convenzionale quando la mappa si sposta verso est. VOX ha ripetutamente sostenuto politicamente l’Ucraina, condannato l’invasione russa e difeso il ruolo della Spagna all’interno della NATO e dell’alleanza transatlantica. Questo orientamento pone un chiaro limite alla dottrina sovranista del partito. La Spagna può essere sovrana nei confronti del Marocco, sovrana nei confronti dell’immigrazione clandestina, sovrana nei confronti di alcune direttive di Bruxelles, ma quando viene messa in discussione l’architettura strategica dell’Europa stessa, VOX ritorna in gran parte al quadro atlantista. Questa non è una piccola incoerenza. Tocca il significato stesso di sovranità. Se per sovranità si intende semplicemente il recupero dell’autorità nazionale all’interno di un ordine geopolitico i cui allineamenti fondamentali rimangono fissi altrove, allora ciò che è stato recuperato è l’autonomia amministrativa piuttosto che la piena indipendenza strategica.

L’Europa non deve scegliere eternamente tra la subordinazione a Washington e quella a Mosca, perché un’Europa sovrana non cercherebbe né l’una né l’altra. Negozierebbe con gli Stati Uniti laddove gli interessi convergono, con la Russia laddove convergono, con la Cina laddove convergono e con le più ampie potenze eurasiatiche e del Sud globale in base alle circostanze, non all’obbedienza ideologica. In un simile sistema, la Russia non dovrebbe essere immaginata né come un salvatore messianico né come un nemico eterno. Sarebbe trattata per quello che è: una vasta potenza eurasiatica con cui la sicurezza, l’energia, il commercio e la stabilità continentale dell’Europa sono indissolubilmente legati. VOX non ha abbracciato questa concezione. La sua retorica parte ancora spesso dal presupposto che la Spagna appartenga a un “Occidente” geopolitico il cui centro istituzionale rimane la NATO. Questo è importante perché l’alleanza transatlantica non è un’espressione metafisica dell’Europa. È una specifica struttura strategica creata in specifiche condizioni storiche, soprattutto la predominanza americana successiva alla Seconda Guerra Mondiale. La multipolarità inizia laddove tali assetti cessano di essere considerati eterni. I recenti avvertimenti del Primo Ministro slovacco Robert Fico, secondo cui l’Europa rischia di essere trascinata verso un confronto più ampio con la Russia, illustrano quanto diversamente un’altra tradizione sovranista europea interpreti la guerra in Ucraina: non semplicemente come uno scontro morale tra due fazioni, ma come un conflitto la cui escalation potrebbe compromettere la sovranità degli stessi Stati europei più piccoli. VOX rimane ben lontana da questa posizione.

Il risultato è un paradosso politico. VOX intuisce correttamente che l’Europa sta abbandonando l’era del comodo universalismo per tornare all’era dei confini, del potere, della demografia e delle civiltà in competizione. Eppure, interpreta ancora gran parte di questo ritorno attraverso categorie ereditate dall’era della Guerra Fredda. Desidera una Spagna più forte, ma in gran parte all’interno di un sistema strategico occidentale la cui gerarchia non contesta in modo sostanziale. Desidera la sovranità nazionale in patria, pur accettando un ordine di sicurezza all’estero che necessariamente limita le manovre indipendenti. Parla il linguaggio del destino nazionale sul confine meridionale, ma molto più spesso quello della disciplina dell’alleanza sul confine orientale. È qui che VOX si ferma a metà strada. La sovranità non può essere geografica. Uno Stato non può rivendicare il diritto di definire i propri interessi in modo indipendente a Ceuta, ma delegare la definizione intellettuale di tali interessi all’Ucraina. Né un’Europa civilizzata può continuare a trattare la Russia come un pianeta alieno, fingendo al contempo che una superpotenza oceanica a migliaia di chilometri di distanza costituisca il centro geopolitico permanente dell’Europa. Questa è la tragedia più profonda della destra europea contemporanea: ha riscoperto la nazione prima di aver riscoperto la geopolitica. Sa che i popoli devono sopravvivere, ma non si è ancora interrogato a fondo su quale ordine continentale avverrà la loro sopravvivenza.

Questa domanda diventerà sempre più urgente con la crescita di VOX. Ceuta e Melilla hanno fornito al partito un linguaggio politico adatto a un’epoca di rottura: la sovranità è indivisibile, i confini devono avere un significato, gli Stati devono essere in grado di agire e i cittadini devono sapere che il loro governo antepone la loro sicurezza alle astrazioni. VOX continua a insistere su questi temi in tutta la Spagna, con nuove iniziative a settembre che chiedono un rafforzamento permanente di Ceuta e Melilla e attaccano la risposta di Madrid alla crisi. Ma la stessa logica, prima o poi, si estende oltre lo Stretto di Gibilterra. Se la Spagna è sovrana, allora anche le sue relazioni con Washington devono essere giudicate in base agli interessi spagnoli. Le sue relazioni con Mosca devono essere giudicate in base agli interessi spagnoli. La sua posizione sull’Ucraina deve essere giudicata in base agli interessi spagnoli. La sua partecipazione alla NATO deve essere subordinata agli interessi spagnoli, non posta al di sopra di essi. Questo non significa sostituire una dipendenza con un’altra o idealizzare la Russia. Significa accettare il principio più rigoroso alla base della multipolarità: non esistono guardiani permanenti, solo potenze, interessi, geografia, storia e la capacità di decidere. VOX ha compreso questa verità alle porte meridionali della Spagna. La capacità della Spagna di seguire lo stesso pensiero in tutta Europa determinerà se il suo sovranismo rimarrà una rivolta all’interno del sistema atlantista o si svilupperà in qualcosa di più ampio: un contributo spagnolo al ritorno dell’Europa come polo indipendente in un mondo multipolare.

Il miraggio della multipolarità, di Eurosiberia – Huang Yiping, Zhang Xiaojing, Wu Ge e Shi Kang sulla Cina e il riequilibrio globale, di Fred Gao – Una pietra, tre uccelli: la silenziosa vittoria di Pechino nella seconda guerra mondiale a Washington, di George Chen

Il miraggio della multipolarità

Il mondo tra due ordini

Constantin von Hoffmeister28 settembre∙Pagato
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La guerra con l’Iran ha messo a nudo una scomoda verità sul mondo in cui crediamo di vivere. Per anni ci è stato detto che l’era unipolare è finita, che la supremazia americana ha ceduto il passo a un nuovo equilibrio di civiltà, potenze e centri di sovranità. I ​​BRICS si stanno espandendo. La Cina è in ascesa. La Russia sta combattendo contro l’Occidente in Ucraina. Nuovi corridoi commerciali stanno emergendo al di fuori del controllo americano. Eppure, quando Washington decide di sottoporre un Paese a pressioni estreme, la vecchia gerarchia torna improvvisamente alla ribalta. L’Iran lo sta scoprendo nel modo più brutale possibile. Gli Stati Uniti possono attaccare, bloccare, sanzionare, minacciare Paesi terzi, limitare il traffico aereo, soffocare i canali bancari e costringere le aziende straniere a scegliere tra Teheran e l’accesso al sistema finanziario incentrato sugli Stati Uniti. Cina e Russia possono protestare. L’Iran deve comunque subirne le conseguenze.

La multipolarità è davvero arrivata?

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La Cina sta certamente aiutando l’Iran, ma la portata e la natura di tale aiuto rivelano i limiti della relazione. Secondo quanto riportato, i fornitori cinesi avrebbero inviato circa 1.300 spedizioni di componenti a duplice uso al Ministero della Difesa iraniano durante la prima metà del 2026, tra cui apparecchiature GPS, motori elettrici, parti di aeromobili ed elettronica utilizzabile in droni e sistemi di guida missilistica. Dopo che il blocco navale americano ha iniziato a limitare il commercio marittimo, la compagnia aerea iraniana Mahan Air ha ampliato notevolmente le sue rotte verso la Cina, passando da soli quattro voli settimanali all’inizio di marzo a circa ventisette alla fine di aprile. Questa impennata di emergenza si è poi attenuata: alla fine di settembre, gli orari pubblicati mostravano solo circa sei voli settimanali diretti per Teheran da Pechino, Shanghai e Guangzhou complessivamente. L’Iran ha anche sviluppato un meccanismo commerciale simile al baratto con la Cina che converte i proventi del petrolio in crediti utilizzati per acquistare beni cinesi, consentendo a miliardi di dollari di scambi commerciali di aggirare i canali bancari convenzionali. Si tratta di importanti canali di approvvigionamento. Non rappresentano, tuttavia, il comportamento di una grande potenza mecenate determinata a impedire la sconfitta di un alleato. Si tratta del comportamento di uno Stato che fa passare con cautela i rifornimenti attraverso le falle, evitando al contempo uno scontro diretto con Washington.

Questa distinzione è fondamentale. Se il sistema internazionale fosse già pienamente multipolare nel senso più stretto del termine, l’Iran non si limiterebbe a ricevere componenti, dichiarazioni diplomatiche e discreti meccanismi per eludere le sanzioni. Potrebbe aspettarsi che un’altra grande potenza garantisca le sue principali rotte di esportazione, protegga i suoi collegamenti marittimi essenziali, fornisca una difesa aerea su larga scala, offra un sistema di compensazione finanziaria affidabile al di fuori del dollaro e renda proibitivo strangolare economicamente il paese. Invece, la Cina calibra il suo coinvolgimento. La Cina ha evitato un impegno formale di difesa nei confronti di Teheran ed è rimasta riluttante ad assumersi il tipo di onere di sicurezza militare che gli Stati Uniti accettano abitualmente per i propri partner.

La Russia presenta un quadro altrettanto rivelatore. Mosca e Teheran definiscono la loro relazione strategica. Hanno ampliato la cooperazione militare, condotto esercitazioni, scambiato armi e coordinato le proprie azioni a livello diplomatico. Il presidente Putin ha pubblicamente affermato il sostegno della Russia all’Iran. Eppure, quando l’Iran è stato attaccato direttamente da Stati Uniti e Israele all’inizio di quest’anno, la Russia non è intervenuta a sostegno dell’Iran. Nemmeno la Cina lo ha fatto. Teheran è rimasta in gran parte isolata, mentre entrambe le potenze hanno condannato gli attacchi ma hanno evitato un intervento militare deciso. La Russia ha ovvie ragioni di cautela: il suo confronto con l’Occidente consuma risorse militari e la espone a rischi enormi. La Cina ha ragioni diverse: la sua prosperità dipende ancora fortemente dal commercio globale, dall’energia importata, dalle esportazioni industriali e da un’economia mondiale relativamente stabile. Motivazioni diverse portano allo stesso risultato. L’Iran combatte in gran parte da solo.

È qui che il linguaggio alla moda della multipolarità si scontra con la realtà materiale. Le conferenze diplomatiche non creano di per sé un ordine multipolare. Né un ordine multipolare si crea con fotografie di presidenti che si stringono la mano, l’appartenenza ai BRICS, dichiarazioni di sovranità o esercitazioni navali condotte in tempo di pace. Il potere diventa reale quando uno Stato può impedire a un altro Stato di imporre la propria volontà. Da questo punto di vista, la trasformazione rimane incompleta. Washington possiede ancora qualcosa che né Pechino né Mosca sono riuscite a replicare a livello globale: una combinazione di portata militare, influenza finanziaria, potere sanzionatorio, controllo su importanti colli di bottiglia tecnologici, alleanze, basi all’estero e la capacità di punire terze parti per aver mantenuto relazioni con l’avversario. Gli Stati Uniti non controllano tutto, ma possono comunque aumentare il costo della disobbedienza in gran parte del pianeta.

L’Iran occupa quindi la scomoda frontiera tra il vecchio ordine e quello che potrebbe eventualmente sostituirlo. Appartiene all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e ai BRICS. Mantiene partenariati strategici con Russia e Cina. Per anni, Teheran ha promosso un ordine post-americano e ha cercato una maggiore integrazione nelle istituzioni e nelle reti associate a un mondo multipolare emergente. Eppure, quando la pressione diventa esistenziale, tali relazioni offrono molta meno protezione di quanto il linguaggio del partenariato strategico possa suggerire. Pechino vuole che l’Iran sopravviva, commerci, resista alle pressioni americane e vincoli le risorse statunitensi. Non sembra disposta a preservare l’Iran a costo del proprio rapporto economico con gli Stati Uniti o della stabilità del sistema commerciale mondiale. La Russia vuole l’Iran come partner, ma non ha trattato un attacco all’Iran come un attacco alla Russia. La differenza tra un partenariato e un’alleanza diventa più evidente sotto il fuoco.

Il calcolo della Cina è particolarmente freddo. L’Iran è utile perché complica la strategia americana in Medio Oriente, assorbe l’attenzione degli Stati Uniti, garantisce alla Cina l’accesso al petrolio a prezzi scontati e offre a Pechino un partner strategicamente importante in Asia occidentale. Ma una guerra regionale che distrugga le infrastrutture energetiche del Golfo, chiuda le vitali rotte marittime, faccia crollare il commercio mondiale e mandi alle stelle i prezzi delle materie prime, danneggerebbe anche la Cina. Pechino rimane il principale esportatore mondiale di merci e il maggiore importatore di petrolio greggio. La sua sfida geopolitica agli Stati Uniti coesiste quindi con la dipendenza da un’economia mondiale che la Cina non ha alcun interesse a distruggere. Pechino sta cercando di bilanciare tre obiettivi contemporaneamente: sostenere l’Iran, mantenere buoni rapporti con gli stati arabi del Golfo e proteggere il flusso stabile di petrolio e commercio nella regione. A differenza di Washington, non vuole diventare il principale garante militare della regione.

In altre parole, l’Iran sta ricevendo assistenza, ma non del tipo che dimostrerebbe l’esistenza di un ordine multipolare maturo. La Cina lo aiuta a respirare. La Russia lo aiuta a resistere all’isolamento diplomatico. Reti al di fuori del controllo occidentale lo aiutano a sopravvivere. Nessuno di questi Paesi ha ancora dimostrato la volontà di frapporre direttamente il proprio potere tra l’Iran e gli Stati Uniti. La differenza tra aiutare l’Iran a resistere alle pressioni americane e scoraggiare attivamente tali pressioni è enorme. Un mondo veramente multipolare non arriverà quando gli avversari americani potranno ottenere dispositivi elettronici cinesi o dichiarazioni di solidarietà russe, ma quando Washington non potrà più isolarne uno senza dover affrontare un sistema avversario capace di assorbire lo shock economico, proteggere gli scambi commerciali, soddisfare le esigenze militari e imporre costi comparabili in cambio.

Il mondo attuale può quindi essere meglio compreso come un sistema unipolare in erosione piuttosto che come un sistema multipolare compiuto. La supremazia americana è più debole di quanto non lo fosse dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e centri di potere alternativi stanno indubbiamente emergendo. Ma l’Iran dimostra quanto della vecchia architettura rimanga in piedi. L’aquila non vola più sola in un cielo vuoto; sono comparsi altri predatori. Eppure, quando si avventa su un bersaglio vulnerabile, questi continuano a volteggiare a distanza, calcolando il prezzo dell’intervento. Finché ciò non cambierà, la multipolarità rimarrà meno un fatto compiuto e più una lotta per ciò che verrà dopo.


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Una pietra, tre uccelli: la silenziosa vittoria di Pechino nella seconda guerra mondiale a Washington

La vittoria più importante del vertice Xi-Trump potrebbe essere derivata dalla Seconda Guerra Mondiale, non dal commercio.

George Chen30 settembre
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Foto d’archivio: i leader degli Stati Uniti (a sinistra), della Cina (al centro) e del Giappone.

Nei giorni successivi alla recente visita di Stato del presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti, la maggior parte dei media e dei commenti si è concentrata sui temi ampiamente previsti: dazi doganali, commercio, intelligenza artificiale (IA) e controllo delle esportazioni.

È comprensibile. Questi sono i temi che dominano le relazioni odierne tra Stati Uniti e Cina. Eppure, un esito potenzialmente rilevante del secondo vertice dell’anno tra Xi e il suo omologo, il presidente Donald Trump, ha ricevuto sorprendentemente meno attenzione. Non si trattava di economia, sicurezza o tecnologie emergenti, bensì di storia – per essere più precisi, di chi oggi ha il potere di definire o addirittura riscrivere la storia.

Si trattava di come Pechino e Washington avessero descritto pubblicamente il proprio ruolo e la propria esperienza nella Seconda Guerra Mondiale.

Durante la recente visita di Xi, entrambi i leader hanno sottolineato la cooperazione in tempo di guerra tra Cina e Stati Uniti contro le potenze fasciste. Secondo quanto riportato da fonti ufficiali cinesi e americane , le due parti hanno ricordato che Cina e Stati Uniti “erano alleati nella Seconda Guerra Mondiale e hanno combattuto fianco a fianco per vincere la guerra”. Il presidente Trump ha analogamente affermato che i due popoli “ci avevano persino resi alleati nella Seconda Guerra Mondiale”, mentre il presidente Xi ha osservato che cinesi e americani avevano “combattuto spalla a spalla contro l’aggressione fascista”.

Nessuna di queste affermazioni è storicamente inventata. Cina e Stati Uniti erano effettivamente dalla stessa parte durante la Seconda Guerra Mondiale. La questione non è se le affermazioni siano vere, ma perché questi specifici fatti storici siano stati messi in evidenza proprio ora, quali significati politici attribuiscono a diversi pubblici e perché la narrazione abbia generato disagio sia a Tokyo che a Taipei.

In tal senso, il linguaggio della Seconda Guerra Mondiale potrebbe rivelarsi uno degli esiti più interessanti dal punto di vista strategico e al contempo sottovalutati del recente vertice tra Xi e Trump.

La storia conta ancora

Spesso si discute di politica internazionale in termini di potenza militare, influenza economica e vantaggio tecnologico. Ma anche la storia conta.

Le nazioni competono non solo per il territorio e i mercati, ma anche per le narrazioni, i simboli e la memoria collettiva. Il modo in cui gli eventi storici vengono ricordati può plasmare la legittimità contemporanea, il posizionamento diplomatico e l’identità nazionale.

Per decenni, una delle narrazioni storiche più importanti di Pechino è stata quella del ruolo della Cina nella lotta globale contro il fascismo e il militarismo giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale. I leader cinesi hanno ripetutamente sostenuto che la Cina fu una grande potenza alleata il cui contributo alla vittoria è stato spesso sottovalutato nel discorso storico occidentale.

Il governo cinese ha sottolineato in particolare come la cooperazione in tempo di guerra tra Cina e Stati Uniti dimostri che i due Paesi hanno una lunga storia di collaborazione per il raggiungimento di un obiettivo comune.

Dal punto di vista di Pechino, non si tratta semplicemente di una discussione sugli anni ’40. Riguarda lo status e la posizione internazionale della Cina oggi. In tale contesto, sentire un presidente americano in carica invocare pubblicamente l’alleanza sino-americana in tempo di guerra assume un significato che va ben oltre la mera rievocazione storica.

La tempistica del riconoscimento di alto profilo della Cina come alleata durante la Seconda Guerra Mondiale da parte di Trump è stata particolarmente significativa, poiché la narrazione bellica è riemersa proprio mentre un’altra disputa storica tra Pechino e Tokyo attirava l’attenzione alle Nazioni Unite. Durante il suo intervento all’Assemblea Generale dell’ONU, la Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi ha rinnovato la richiesta di lunga data di Tokyo di eliminare le cosiddette clausole sugli “stati nemici” dalla Carta delle Nazioni Unite.

Queste disposizioni, contenute negli articoli 53, 77 e 107, furono redatte nel 1945 e si riferivano ai paesi che avevano combattuto a fianco delle potenze dell’Asse durante la Seconda Guerra Mondiale, tra cui il Giappone. Sebbene l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia dichiarato obsolete le clausole nel 1995 e i leader mondiali ne abbiano nuovamente approvato l’eliminazione durante il Vertice Mondiale del 2005, il loro testo rimane formalmente inserito nella Carta poiché qualsiasi modifica richiede la ratifica da parte dei due terzi degli Stati membri, compresi tutti e cinque i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Pechino si è opposta all’ultima iniziativa di Tokyo, sostenendo che le clausole continuano a essere parte integrante dell’ordine internazionale postbellico instauratosi dopo la sconfitta del fascismo e del militarismo. I funzionari cinesi hanno collegato la questione alle preoccupazioni relative a quelle che definiscono le crescenti capacità militari del Giappone, all’aumento delle spese per la difesa e ai dibattiti sulla revisione costituzionale. I diplomatici cinesi hanno descritto le disposizioni come un richiamo ai fondamenti storici dell’ordine post-1945, piuttosto che come una semplice tecnicalità giuridica obsoleta.

Dal punto di vista di Pechino, quindi, la rinnovata enfasi sulla Seconda Guerra Mondiale durante la visita di Xi a Washington non si limitava alla commemorazione di una vittoria alleata condivisa. Rafforzava anche un messaggio cinese più ampio, secondo cui il verdetto storico del 1945 rimane rilevante per la politica di sicurezza asiatica contemporanea. Dal punto di vista di Tokyo, tuttavia, tali riferimenti rischiano di perpetuare un quadro obsoleto che continua a interpretare il Giappone moderno attraverso il prisma del suo passato bellico. La controversia dimostra come la memoria della Seconda Guerra Mondiale rimanga una questione diplomatica attuale in Asia orientale, anche a più di ottant’anni dalla fine del conflitto.

Perché Tokyo ha prestato attenzione

Ciò che rende l’episodio degno di nota è che nessuna delle due parti ha criticato esplicitamente il Giappone.

In effetti, nessuna delle dichiarazioni ufficiali rilasciate da Washington e Pechino in merito al recente vertice tra Trump e Xi sembra aver menzionato esplicitamente il Giappone contemporaneo. Eppure il Giappone era inevitabilmente parte del contesto.

L’alleanza in tempo di guerra tra Cina e Stati Uniti nacque perché entrambi i paesi combattevano contro il Giappone imperiale. Qualsiasi discussione sulla cooperazione tra Stati Uniti e Cina durante la Seconda Guerra Mondiale fa necessariamente riferimento a quel periodo storico.

I media e gli ambienti politici giapponesi hanno subito notato la formulazione. Alcuni osservatori del Giappone hanno espresso preoccupazione per il fatto che i riferimenti a Cina e Stati Uniti come alleati in tempo di guerra potessero rafforzare la narrazione storica preferita da Pechino e potenzialmente entrare a far parte di una più ampia disputa sulla memoria del conflitto. Alcuni media hanno inoltre riportato le preoccupazioni dei funzionari giapponesi riguardo all’uso del termine “alleati” da parte di Washington in relazione alla Cina.

Questa sensibilità non emerge dal nulla.

Cina e Giappone hanno trascorso decenni a gestire controversie storiche legate alla memoria bellica. Sebbene i legami economici rimangano estesi, i disaccordi su storia, politica di sicurezza e influenza regionale complicano spesso le relazioni.

Le relazioni tra Cina e Giappone si sono deteriorate da quando la Primo Ministro Sanae Takaichi si è insediata, in particolare dopo che quest’ultima ha pubblicamente collegato la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan agli interessi di sicurezza del Giappone. Pechino ha interpretato tali dichiarazioni come un’ingerenza negli affari interni della Cina, mentre Tokyo le ha difese come un riflesso delle realtà strategiche nell’Asia orientale. La disputa ha aggiunto una nuova fonte di attrito a un rapporto già appesantito da rancori storici e ambizioni regionali contrastanti.

In questo contesto, il linguaggio che richiamava la Seconda Guerra Mondiale, emerso durante la visita di Xi a Washington, ha avuto una risonanza che va ben oltre la mera memoria storica. Sebbene nessuna delle due parti abbia menzionato esplicitamente il Giappone, alcuni osservatori giapponesi hanno interpretato l’enfasi sulla cooperazione tra Stati Uniti e Cina in tempo di guerra come un modo per dare maggiore visibilità alla narrazione storica preferita da Pechino, in un momento di crescente sfiducia strategica tra Tokyo e Pechino.

La dimensione di Taiwan

Se il Giappone ha affrontato la questione attraverso la lente della memoria storica e della sicurezza regionale, Taiwan l’ha vista attraverso una lente completamente diversa: la rappresentazione.

La domanda centrale per molti osservatori taiwanesi era semplice: quando Xi e Trump parlavano della “Cina” che combatteva al fianco degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, a quale Cina si riferivano?

Storicamente, il governo riconosciuto dagli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale era quello della Repubblica di Cina (ROC), guidata dal governo nazionalista di Chiang Kai-shek. La Repubblica Popolare Cinese (RPC) non esisteva ancora. Fu istituita il 1° ottobre 1949, dopo che le forze comuniste di Mao Zedong sconfissero i nazionalisti nella guerra civile cinese, costringendo il governo della ROC a ritirarsi a Taiwan.

Mao Zedong e Chiang Kai-shek a Chongqing, in Cina, nel settembre del 1945, brindano alla vittoria sul Giappone. (Foto: AFP)

La rivalità tra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang era stata interrotta, ma non risolta, dall’invasione giapponese della Cina e dalla più ampia guerra del Pacifico. Sebbene le due parti avessero cooperato contro il Giappone sotto un fragile fronte unito, la guerra civile riprese dopo la resa del Giappone nel 1945 e si concluse infine con il controllo comunista della Cina continentale. Per i due decenni successivi, sia Pechino che Taipei rivendicarono di essere l’unico governo legittimo della Cina.

L’equilibrio internazionale si spostò gradualmente a favore di Pechino. Nel 1971, le Nazioni Unite adottarono la Risoluzione 2758, trasferendo il seggio della Cina, compreso il suo seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, dalla Repubblica di Cina alla Repubblica Popolare Cinese. Otto anni dopo, nel 1979, Washington stabilì formalmente relazioni diplomatiche con Pechino e trasferì il riconoscimento ufficiale da Taipei alla Repubblica Popolare Cinese, pur mantenendo relazioni non ufficiali con Taiwan in base al Taiwan Relations Act.

Eppure, l’eredità di questa storia rimane di grande rilevanza ancora oggi. Pechino considera la Repubblica Popolare Cinese l’unico legittimo rappresentante della Cina e vede Taiwan come parte inalienabile del suo territorio sovrano. Taiwan, dal canto suo, continua a governarsi nell’ambito del quadro costituzionale della Repubblica di Cina e conserva l’eredità politica del governo che combatté al fianco degli Stati Uniti contro il Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale. La questione di Taiwan è quindi diventata una delle questioni più delicate nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Negli ultimi anni, il presidente Xi ha ripetutamente definito la questione di Taiwan la “prima linea rossa invalicabile” nei rapporti bilaterali.

In tale contesto, i dibattiti su chi abbia rappresentato la Cina durante la Seconda Guerra Mondiale raramente si limitano alla storia. Toccano anche questioni contemporanee di legittimità, identità nazionale, sovranità e futuro delle relazioni tra le due sponde dello Stretto.

Vi ricordate dei Flying Tigers?

La controversia assume una connotazione particolarmente emotiva poiché la Seconda Guerra Mondiale occupa un posto di rilievo nella memoria storica di Taiwan.

La narrazione sulla Seconda Guerra Mondiale emersa dal vertice Xi-Trump ha scatenato rapidamente una reazione negativa a Taiwan. Funzionari e commentatori hanno sottolineato che l’alleato degli Stati Uniti in tempo di guerra era il governo della Repubblica di Cina guidato da Chiang Kai-shek, e non la Repubblica Popolare Cinese, fondata solo nel 1949.

In risposta alle preoccupazioni che il ruolo della Repubblica di Cina durante la guerra venisse messo in secondo piano, il viceministro degli Esteri di Taiwan, Francois Wu, si è detto “profondamente rattristato” da quello che considera il graduale sostituto dei fatti storici con la versione della storia preferita da Pechino.

Un simbolo spesso citato è quello delle Tigri Volanti, il gruppo di volontari americani che combatté in Cina prima dell’ingresso formale degli Stati Uniti in guerra. La loro eredità rimane un importante monito della cooperazione in tempo di guerra tra gli Stati Uniti e la Repubblica di Cina. Questo spiega perché il linguaggio utilizzato al vertice abbia suscitato una forte reazione a Taiwan.

I “Flying Tigers”, il gruppo di volontari americani dell’aeronautica nazionalista cinese, videro il loro primo combattimento vicino a Kunming, in Cina, il 20 dicembre 1941 (foto d’archivio).

Secondo Reuters , i funzionari taiwanesi hanno sostenuto che Pechino stesse tentando di plasmare o ridefinire la narrazione storica relativa alla Seconda Guerra Mondiale. Il governo di Taiwan ha sottolineato che la Repubblica di Cina era un’alleata degli Stati Uniti in tempo di guerra e ha espresso preoccupazione per il fatto che la Repubblica Popolare Cinese venisse presentata come l’unica erede di tale eredità.

Le reazioni online sono state ancora più forti. Molti commentatori taiwanesi hanno sottolineato che la Repubblica Popolare Cinese è stata fondata solo nel 1949. Altri hanno sostenuto che i riferimenti contemporanei alla “Cina” spesso confondono la distinzione tra la Repubblica di Cina del periodo bellico e l’attuale Repubblica Popolare Cinese.

Che si condividano o meno tali critiche, esse dimostrano come le narrazioni storiche possano avere immediate conseguenze politiche.

Una singola frase pronunciata a Washington ha avuto una profonda risonanza al di là dello Stretto di Taiwan.

La crescente fiducia della Cina

Il significato dell’episodio risiede meno nella storia in sé e più nella diplomazia contemporanea. Da molti anni, Pechino cerca di contrastare la percezione che le relazioni tra Stati Uniti e Cina siano definite esclusivamente da rivalità e confronto.

Mettere in evidenza la Seconda Guerra Mondiale serve a diversi scopi contemporaneamente. In primo luogo, ricorda al pubblico che i due paesi un tempo collaborarono con successo su scala globale.

In secondo luogo, colloca la Cina all’interno della comunità dei vincitori alleati, uno status che Pechino considera un’importante fonte di legittimità internazionale.

In terzo luogo, sottolinea l’idea che la cooperazione, piuttosto che il conflitto, abbia un precedente storico nelle relazioni bilaterali.

È importante sottolineare che il messaggio è rivolto non solo al pubblico americano, ma anche a quello regionale.

Quando Washington riconosce pubblicamente una storia bellica condivisa con la Cina, Pechino può presentarlo come prova del fatto che, anche in un contesto di competizione strategica, gli Stati Uniti riconoscono il ruolo e lo status storico della Cina. Si tratta di un prezioso capitale simbolico.

Tuttavia, dobbiamo fare attenzione a non interpretare eccessivamente l’episodio come prova di un importante riallineamento geopolitico. Nulla di quanto emerso dal vertice Xi-Trump ha modificato le fondamenta del sistema di alleanze americano in Asia. Non vi è alcuna indicazione che Washington abbia indebolito i suoi impegni di sicurezza nei confronti del Giappone o modificato il suo consolidato quadro politico verso Taiwan.

Eppure la diplomazia non si misura solo in base a trattati, comunicati o risultati politici. Le narrazioni contano. L’immagine conta. Il simbolismo conta. Anzi, gran parte del significato del vertice non risiedeva in cambiamenti politici sostanziali, bensì nei messaggi veicolati attraverso il linguaggio pubblico e l’immaginario politico. In politica, il simbolismo spesso plasma le percezioni ben prima di plasmare le politiche.

Vista in quest’ottica, Pechino ha ottenuto un risultato notevole. Senza ricevere alcuna concessione formale da Washington, è riuscita a promuovere una narrazione storica strettamente allineata alla sua consolidata interpretazione della Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso tempo, il linguaggio utilizzato da entrambi i leader ha suscitato dibattito in Giappone e a Taiwan, dimostrando come la memoria storica controversa continui a influenzare la politica contemporanea in Asia orientale.

Forse la lezione più ampia riguarda l’evoluzione dell’approccio diplomatico della Cina.

Vent’anni fa, Pechino si trovava spesso a reagire a narrazioni elaborate altrove. Oggi, è sempre più in grado di definire le agende e inquadrare le discussioni in termini che favoriscono i suoi interessi. La narrazione della Seconda Guerra Mondiale illustra bene questa tendenza.

Anziché pretendere concessioni politiche, Pechino ha tratto vantaggio da un dibattito incentrato su legittimità, memoria e riconoscimento storico. Questa potrebbe rivelarsi, in definitiva, una forma di influenza più sostenibile. L’episodio dimostra inoltre che le vittorie diplomatiche non si concretizzano sempre in comunicati, tariffe doganali o accordi di investimento. Talvolta emergono attraverso la definizione e la percezione.

Per Pechino, il risultato più prezioso del vertice potrebbe non essere stato un singolo accordo economico o un impegno politico. Potrebbe essere stato il fatto che gli Stati Uniti abbiano ribadito pubblicamente una narrativa che la Cina promuove da decenni.

Il fatto che si consideri tale sviluppo in modo positivo o negativo dipende in larga misura dalla prospettiva politica. Mentre gli analisti si concentravano sugli accordi commerciali e sulla cooperazione in materia di intelligenza artificiale, una disputa più silenziosa sulla storia si svolgeva sotto gli occhi di tutti.

E in termini diplomatici, Pechino potrebbe essere uscita da quella contesa con più vantaggi di quanto molti osservatori si rendano conto.

Un altro sviluppo degno di nota è l’emergere di una nuova generazione di responsabili politici cinesi. In tutte le principali istituzioni governative, incluso il Ministero degli Affari Esteri, i funzionari nati negli anni ’70 e ’80 occupano sempre più posizioni di rilievo, molti dei quali ricoprono ora il ruolo di direttori generali, viceministri e altre posizioni di leadership che contribuiscono a plasmare la politica estera, la strategia economica e l’agenda di sicurezza nazionale della Cina.

Rispetto alle generazioni precedenti, molti di questi funzionari sono cresciuti durante i decenni di apertura economica e integrazione globale della Cina. Un numero significativo ha studiato, lavorato o trascorso lunghi periodi all’estero, acquisendo così una maggiore familiarità con le istituzioni internazionali, i sistemi politici occidentali e i mercati globali. Sia nei negoziati diplomatici, nelle conferenze internazionali o nei dialoghi ufficiali, spesso dimostrano un livello di sicurezza e raffinatezza che riflette la crescente influenza e la sicurezza di sé della Cina sulla scena mondiale.

Ciò non significa necessariamente che per Washington sia diventato più facile trattare con la Cina. Piuttosto, suggerisce che Pechino ora affronta la gestione delle relazioni sino-americane da una posizione di maggiore esperienza istituzionale e sicurezza rispetto a una generazione fa.

La gestione della narrazione relativa alla Seconda Guerra Mondiale in occasione della visita di Xi a Washington potrebbe essere un esempio di questa crescente fiducia in sé stessi: la capacità di plasmare il dialogo diplomatico attraverso la storia, il simbolismo e la comunicazione strategica, anziché affidarsi esclusivamente ai tradizionali negoziati politici.

Esiste un proverbio cinese, yi shi er niao (一石二鳥), che letteralmente significa “prendere due piccioni con una fava”. Se si misura il successo in base all’impatto narrativo piuttosto che alle concessioni politiche, Pechino potrebbe ritenere che l’interpretazione della Seconda Guerra Mondiale emersa dal vertice Xi-Trump abbia raggiunto qualcosa di ancora più raro e migliore: tre piccioni con una fava. Il linguaggio utilizzato ha turbato il Giappone, ha innescato un dibattito a Taiwan sulla rappresentazione storica e ha persuaso il Presidente degli Stati Uniti ad adottare pubblicamente una formulazione che si allinea strettamente alla versione di lunga data di Pechino sulla storia del periodo bellico.

Perlomeno, scommetto che il presidente Xi avesse qualche buon motivo per sorridere durante il volo di ritorno in patria.


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Huang Yiping, Zhang Xiaojing, Wu Ge e Shi Kang sulla Cina e il riequilibrio globale

Fred Gao28 settembre
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Questa è la trascrizione della “Tavola rotonda IV: Riequilibrio nazionale e globale” tenutasi in occasione del Forum dei capi economisti della Tsinghua PBCSF del 2026.

I partecipanti erano

Huang Yiping , professore emerito Boya e preside della Scuola nazionale di sviluppo presso l’Università di Pechino;

Zhang Xiaojing , ricercatrice presso l’Istituto di Finanza e Banche dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali e direttrice dell’Istituto Nazionale per la Finanza e lo Sviluppo;

Wu Ge , capo economista e assistente del presidente di Changjiang Securities;

Shi Kang, professore ordinario presso la Facoltà di Finanza dell’Università Tsinghua e direttore del suo Centro per la Politica Macroeconomica Internazionale.

Huang Yiping ha esortato il governo centrale ad assumersi maggiori debiti per risanare i bilanci degli enti locali e delle famiglie. Ha inoltre sostenuto che le politiche di stimolo economico devono essere più innovative. Nonostante i successivi cicli di nuove politiche negli ultimi tre o quattro anni, la pressione al ribasso sull’economia è persistita. A questo punto, ha suggerito, è necessario uno stimolo più incisivo per spezzare questo circolo vizioso. (Il mio primo pensiero è andato a un altro pacchetto di misure della stessa portata di quelle annunciate nella conferenza stampa congiunta da diverse importanti agenzie governative il 24 settembre 2024).

Zhang Xiaojing ha sottolineato che le politiche fiscali e monetarie dovrebbero essere integrate da “politiche patrimoniali”: destinare i beni pubblici a un utilizzo più produttivo, migliorarne i rendimenti e sostenere le famiglie attraverso agevolazioni sui mutui, una maggiore protezione sociale e migliori servizi pubblici. Ha inoltre evidenziato la tensione tra “investire nelle persone” e i rapporti tra governo centrale e governi locali, in particolare per quanto riguarda la responsabilità dei governi in merito ai risultati ottenuti. I governi locali possono investire nelle persone, ma queste persone possono trasferirsi altrove. I benefici sono quindi difficili da quantificare negli indicatori di performance dei funzionari locali, mentre la spesa rimane chiaramente visibile. Ciò indebolisce gli incentivi dei governi locali a realizzare investimenti significativi nelle persone. Per affrontare questo problema, Zhang ha sostenuto che il governo centrale dovrebbe assumere un ruolo guida, valutando le prestazioni su un orizzonte temporale più lungo.

Wu Ge , un veterano della politica monetaria cinese che ha trascorso molti anni nel dipartimento di politica monetaria della Banca Popolare Cinese, ha ribadito che la debolezza economica non può essere attribuita interamente a fattori strutturali come l’invecchiamento della popolazione. Le politiche anticicliche hanno ancora un ruolo da svolgere. Le politiche fiscali, monetarie e di altro tipo dovrebbero agire in sinergia e la transizione dai vecchi ai nuovi motori di crescita dovrebbe seguire il principio di “stabilire il nuovo prima di smantellare il vecchio”, piuttosto che permettere alle politiche di compensarsi a vicenda. Ha inoltre esortato i responsabili politici a fare di più per guidare le aspettative del mercato. La politica monetaria e fiscale dovrebbe avere una chiara “funzione di reazione”: un’inflazione eccessivamente bassa o una crescita nominale debole dovrebbero innescare automaticamente tagli dei tassi di interesse, espansione fiscale e misure per stabilizzare il mercato immobiliare. Se i responsabili politici non intervengono nemmeno quando gli indicatori nominali si deteriorano bruscamente, i mercati inizieranno inevitabilmente a mettere in discussione la loro determinazione.

Anche Shi Kang ha sostenuto un maggiore ricorso all’indebitamento da parte del governo centrale per alleviare la pressione sugli enti locali. La sua particolare preoccupazione riguardava la distribuzione: con il passaggio dell’industria da una produzione ad alta intensità di lavoro a una ad alta intensità di capitale, i benefici derivanti dalle esportazioni e dal progresso tecnologico potrebbero non affluire più automaticamente alle famiglie comuni. Sono quindi necessarie politiche più incisive per migliorare la distribuzione del reddito e garantire che le famiglie partecipino in modo più equo ai vantaggi della crescita.

Qui sotto trovate la versione integrale in inglese della trascrizione che ho realizzato con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Potete trovare la versione cinese sul blog WeChat di New Economist 新经济学家智库

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Shi Kang: Passiamo ora alla discussione. Anziché introdurre un’altra domanda, chiediamo innanzitutto al professor Huang di concludere il quarto punto che stava illustrando.

Huang Yiping: Sarei molto felice di continuare. Stiamo certamente affrontando nuove problematiche, ma gli squilibri non sono necessariamente tutti negativi. Anche il mio pensiero si sta evolvendo. In passato abbiamo avuto squilibri globali, e ora stiamo assistendo a nuovi sviluppi e ad alcuni fattori insoliti.

Se l’intelligenza artificiale si svilupperà nella direzione che prevedo, lo squilibrio tra domanda aggregata e offerta aggregata potrebbe non scomparire presto. Potrebbe persistere per un certo periodo.

All’inizio, Wu Ge chiese: qual è il problema che l’economia cerca effettivamente di risolvere? Il nostro presupposto è che le risorse siano scarse. L’economia studia come utilizzare le risorse limitate per produrre di più e soddisfare i bisogni delle persone, affrontando al contempo la relazione tra efficienza ed equità.

La mia valutazione preliminare è che la discrepanza tra domanda aggregata e offerta aggregata potrebbe persistere e che questo squilibrio persistente sarebbe dannoso per una crescita economica sostenibile. In passato, la Cina era ancora un’economia relativamente piccola e i mercati esteri erano più ricettivi alla sua produzione. Ora che la Cina è diventata una grande economia, una maggiore resistenza nei mercati internazionali renderebbe più accentuate le pressioni sulla capacità produttiva interna. Andando oltre, se l’intelligenza artificiale influenzasse l’offerta e la domanda in modo asimmetrico tra le economie nazionali, i problemi che la Cina affronta oggi potrebbero diventare problemi globali in futuro.

Ciò ha un’importante implicazione politica: per un certo periodo di tempo, potremmo aver bisogno di un sostegno politico costante alla domanda aggregata, piuttosto che di un singolo stimolo anticiclico una tantum quando l’economia è temporaneamente debole.

Possiamo già osservare due fenomeni. In primo luogo, l’economia subisce ogni anno una certa pressione al ribasso. Le politiche di sostegno la stabilizzano per un certo periodo, ma la pressione al ribasso di fondo non scompare. In secondo luogo, gli squilibri internazionali sembrano ampliarsi.

Forse è proprio questo che Wu Ge intendeva dire prima. Sebbene non condivida appieno le sue proposte specifiche, ne condivido l’orientamento generale: potremmo dover prendere in considerazione misure più incisive per incrementare la domanda aggregata. Si tratta di una questione estremamente urgente, che non possiamo risolvere oggi con un singolo intervento.

Più nello specifico, dividerei la questione in due grandi aree. La prima riguarda le misure strutturali, principalmente volte a rispondere alla domanda interna. Fondamentalmente, l’insufficiente domanda interna in Cina è principalmente un problema di consumi insufficienti. Anche gli investimenti contano marginalmente nel breve termine, ma osservando la struttura complessiva dell’economia, lo squilibrio tra un’offerta forte e una domanda debole è piuttosto evidente.

Non possiamo fare affidamento indefinitamente sul credito al consumo o sui programmi di permuta per incrementare i consumi. Queste misure possono fornire una spinta a breve termine, ma non possono sostenere un aumento duraturo della spesa. In definitiva, tutto si riduce al reddito e alla fiducia.

Anche le questioni strutturali sono connesse all’ammodernamento industriale. Dobbiamo riflettere ulteriormente su quali meccanismi di mercato facilitino un’allocazione efficiente delle risorse. Le imprese e le capacità produttive che intendono uscire dal mercato devono poterlo fare. Dobbiamo inoltre discutere quali politiche industriali possano promuovere l’ammodernamento senza creare una pressione eccessiva dovuta alla sovraccapacità produttiva.

Credo sia importante portare avanti le riforme orientate al mercato. Da un lato, dovremmo permettere al mercato di svolgere un ruolo maggiore nell’allocazione delle risorse. Dall’altro, dovremmo lasciare al mercato una maggiore autonomia sia nell’allocazione delle risorse che nella distribuzione del reddito. Ciò contribuirebbe ad aumentare la quota di reddito destinata alle famiglie, a vantaggio sia dei consumi che dello sviluppo di nuove forze produttive di qualità.

La terza questione strutturale riguarda la cooperazione internazionale. Concordo in linea di massima con quanto affermato da Shi Kang in merito alle pressioni che si avvertono all’estero. La Cina produce bene e gli altri Paesi traggono vantaggio dall’acquisto di prodotti cinesi. Tuttavia, la Cina è ormai una grande economia, ben diversa da una piccola economia.

Singapore, ad esempio, ha un surplus delle partite correnti molto elevato rispetto alla sua economia, ma il suo impatto globale è limitato. Quando la Cina esporta un po’ di più o un po’ di meno, ciò influenza le strutture economiche, lo sviluppo industriale, l’occupazione e la distribuzione del reddito di altri paesi.

Dobbiamo quindi costruire un nuovo quadro per la cooperazione economica internazionale. Mentre perseguiamo il nostro sviluppo, dobbiamo anche valutare se altri Paesi possano trarne beneficio. Ad esempio, potremmo intensificare la cooperazione in materia di investimenti e di industria. Quando le aziende producono all’estero, non si limitano a esportare tecnologia e prodotti: possono anche creare posti di lavoro, reddito, gettito fiscale e PIL a livello locale, contribuendo alla prosperità condivisa. Credo che, a lungo termine, questa sia la direzione da seguire.

La sfida immediata, tuttavia, è che ci troviamo già ad affrontare questa situazione. Disponiamo già di un quadro politico e sono stati introdotti numerosi schemi e misure per promuovere i consumi. In merito alle riforme orientate al mercato, anche la Terza Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale del PCC ha auspicato che il mercato svolga un ruolo attivo nell’allocazione delle risorse.

Anche se queste misure si rivelassero efficaci, potrebbero richiedere tempo. Non è detto che producano risultati immediati. Nel frattempo, abbiamo bisogno di politiche anticicliche – o, potremmo dire, di politiche di stimolo della domanda aggregata – per rilanciare la domanda complessiva?

Ho ascoltato molte delle sue analisi sulla politica fiscale e monetaria: qual è la migliore, la politica fiscale o quella monetaria? Non ho una preferenza particolarmente netta. Ma quando si scelgono le politiche – ad esempio, se sia più importante stimolare gli investimenti o i consumi – la questione non è se per caso preferiamo gli investimenti o i consumi.

Piuttosto, se abbiamo già un’offerta elevata e una domanda debole, gli investimenti effettuati oggi attenueranno questo squilibrio domani o lo peggioreranno? Questo è un aspetto che dobbiamo considerare.

Sia la politica fiscale che quella monetaria possono essere molto efficaci. Oggi non discuterò se la politica fiscale sia più diretta di quella monetaria. Continuo a pensare che gli investimenti siano importanti e che stimolare i consumi non sia così semplice. Per questo motivo concordo in particolare con quanto affermato da Zhang Xiaojing.

Se la debolezza economica a breve termine e il crescente squilibrio esterno di cui abbiamo parlato in precedenza sono legati a una contrazione relativa degli investimenti, come possiamo invertire questa tendenza? Se a questo fenomeno sono connessi diversi problemi – debito degli enti locali, mercato immobiliare, eccesso di capacità produttiva nei settori tradizionali – allora una possibile soluzione, a mio avviso, è la ristrutturazione del bilancio.

Il mio suggerimento è di utilizzare una maggiore leva a livello di governo centrale per risanare o migliorare i bilanci degli enti locali, delle istituzioni finanziarie, delle imprese e delle famiglie.

In sostanza, questo è ciò che gli Stati Uniti hanno fatto durante la crisi dei mutui subprime: il governo ha aumentato il proprio indebitamento mentre imprese, istituzioni e famiglie hanno ridotto il proprio debito. Alla fine della crisi, l’economia si è ripresa con forza.

Se i bilanci di questi singoli operatori economici non vengono risanati, le politiche di stimolo risulteranno in definitiva molto meno efficaci, poiché tali operatori non avranno la capacità di intraprendere nuove attività.

Non entrerò nei dettagli tecnici. Dobbiamo riflettere su ciò che Wu Ge ha affermato e trovare nuovi approcci, ovvero “pensare fuori dagli schemi”.

Da tre o quattro anni a questa parte utilizziamo queste politiche tradizionali. Ogni anno, forniamo degli stimoli, l’economia si stabilizza per un po’, ma la pressione al ribasso rimane. Se adottassimo misure un po’ più aggressive, forse avremmo la possibilità di uscire da questo circolo vizioso.

Shi Kang: Professor Huang, è stata un’ottima osservazione, che ci riporta al punto sollevato dal professor Zhang. La posizione del professor Huang, in sostanza, sostiene un maggiore potere decisionale del governo centrale.

Chi di voi era presente stamattina ricorderà che anche il professor Ju ha sollevato questo argomento. La sua presentazione verteva sull’internazionalizzazione del renminbi e sulle tre dimensioni del riequilibrio dell’economia cinese. Le sue tre dimensioni differivano in parte dalle vostre: le sue erano di natura più macroeconomica, mentre le vostre si concentrano maggiormente sul livello microeconomico.

Il professor Justin Yifu Lin non era d’accordo con la sua proposta, ma credo che la direzione generale sia giusta. Trovare il modo per il governo centrale di aumentare la propria influenza, e quindi alleviare la pressione sugli enti locali, è una direzione importante.

Il professor Huang ha inoltre sollevato un punto eccellente riguardo alla necessità di superare il quadro tradizionale e trovare nuovi approcci. Non possiamo continuare a concentrarci solo sui programmi di permuta o a discutere di trasferimenti monetari, sebbene questi ultimi rimangano una cosa positiva.

Le proposte e le opinioni di Xiaojing sono relativamente nuove per la maggior parte delle persone. Potresti approfondirle?

Zhang Xiaojing: Vorrei aggiungere qualche altra riflessione, anche in merito al suggerimento del professor Huang di modificare il quadro di riferimento.

In passato ci siamo affidati alla politica fiscale e monetaria. Wu Ge ci ha anche ricordato di non trascurare la politica monetaria. Tutti parlano continuamente di politica fiscale. Credo che entrambe siano importanti, ma nessuna delle due è sufficiente. Il keynesismo non basta.

Vorrei aggiungere un’altra categoria. Ho già pubblicato un articolo su questo argomento – credo fosse nell’ottavo numero – in cui sostengo che abbiamo bisogno di una “politica patrimoniale”.

Può sembrare una novità, ma pensate alla proposta presentata alla Terza Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale del PCC di esaminare la gestione del bilancio macroeconomico nazionale. In sostanza, è questo il significato.

Dobbiamo riconoscere che, oltre ai tre pilastri principali della politica macroeconomica di cui solitamente parliamo – pianificazione, politica fiscale e politica monetaria – dovremmo aggiungerne uno nuovo: la politica di bilancio. Per semplicità, la chiamerò politica patrimoniale.

Che cosa significa? L’elemento più importante è il punto che abbiamo appena discusso: un moderato riequilibrio e una redistribuzione della ricchezza tra il settore pubblico e quello delle famiglie.

Come dovremmo procedere?

Innanzitutto, come abbiamo già detto, la Cina possiede ingenti patrimoni netti nel settore pubblico. I confronti internazionali dimostrano che i nostri patrimoni netti sono di gran lunga superiori a quelli delle economie avanzate. Ma tutti i paesi hanno patrimoni nel settore pubblico: gli Stati Uniti li hanno, e anche la Svezia.

Ciò ha portato a un nuovo filone di pensiero sulla ricchezza pubblica e sulla ricchezza delle nazioni, che pone l’accento su come la ricchezza del settore pubblico possa essere accumulata e come i suoi rendimenti possano essere migliorati.

La mia prima proposta in materia di politica patrimoniale è quindi quella di utilizzare in modo produttivo i numerosi beni di proprietà del settore pubblico e di aumentarne i rendimenti.

Un aumento di un punto percentuale del rendimento degli asset del settore pubblico a livello mondiale sarebbe sufficiente a soddisfare il fabbisogno globale di infrastrutture pubbliche. Basterebbe un solo punto percentuale.

Immaginate cosa significherebbe se aumentassimo di un punto percentuale il rendimento dei nostri asset del settore pubblico. Non entrerò nei dettagli delle cifre, ma sarebbe un risultato di enorme importanza.

Non dobbiamo lasciare che questa ricchezza rimanga lettera morta. È fondamentale, soprattutto: dobbiamo metterla a frutto. Sbloccare il valore del patrimonio esistente è diventato ormai uno dei compiti più importanti per gli enti locali.

Il secondo punto riguarda i trasferimenti. Non dovremmo esaminare tutte queste risorse e concludere che dobbiamo continuare ad espandere la produzione. In molti settori, un’ulteriore espansione non è necessaria.

Penso che dovremmo effettuare i trasferimenti appropriati. Ci sono molti modi per farlo, compresi i metodi fiscali e finanziari menzionati in precedenza. Anche i mutui ipotecari residenziali sono rilevanti.

Ho sentito un’argomentazione che ha molto senso, e l’ho sollevata io stesso in diverse occasioni: i mutui ipotecari sulle case sono una delle fonti di sostegno più importanti per le nostre banche, perché i loro tassi di interesse sono piuttosto elevati.

Perché così tante banche vedono nei prestiti al consumo una potenziale nuova opportunità? Perché anche i tassi di interesse sui prestiti al consumo sono relativamente alti. Tuttavia, la portata dei prestiti al consumo è di gran lunga inferiore a quella dei mutui ipotecari.

Se, in un certo senso, le famiglie hanno sovvenzionato il settore finanziario – e persino quello statale – attraverso i loro mutui, ora dobbiamo trovare il modo di ridurre tale sovvenzione e, al contrario, fornire sostegno alle famiglie.

Come possiamo farlo? Ridurre i tassi di interesse sembra difficile; non ne parleremo oggi. Ma anche senza ridurre i tassi, possiamo sovvenzionare il pagamento degli interessi. Abbiamo avuto numerose discussioni in merito con il Ministero delle Finanze.

Credo che sarà estremamente importante ricorrere a misure fiscali e finanziarie per ridurre questo onere a carico delle famiglie. Ridurlo, di per sé, rappresenta una forma di riequilibrio della ricchezza.

Poi, naturalmente, ci sono le pensioni, l’assistenza sanitaria, la previdenza sociale e i relativi servizi pubblici. Dobbiamo assolutamente rafforzarli.

La dirigenza centrale ha auspicato un “investimento nelle persone”. In passato, non avevamo un’idea chiara di cosa significasse. Oggi, credo che adottare un approccio basato sul bilancio rappresenti un cambiamento radicale nel modo in cui concepiamo sia l’investimento nelle persone sia il rischio di indebitamento.

In numerose discussioni passate, ho sottolineato che, in oltre 40 anni, le attività e le passività della Cina sono cresciute e si sono espanse di pari passo. Abbiamo contratto passività, ma in cambio sono state create attività.

Sia attraverso l’industrializzazione che l’urbanizzazione, potevamo vedere edifici, infrastrutture, fabbriche, macchinari e attrezzature. I beni materiali erano lì, a portata di mano. Debito da una parte, attività dall’altra: sembravano ben bilanciati, senza rischi.

Ma se oggi investiamo nelle persone, avremo investimenti e debiti, senza però una visibile formazione di patrimonio, perché il capitale umano è in gran parte assente dal nostro bilancio nazionale. Si tratta di un’omissione nell’ambito del Sistema dei Conti Nazionali (SCN).

Investire nelle persone sarà una strategia nazionale per molto tempo a venire. Se ci indebitiamo per investire nelle persone ma non possiamo vedere i risultati concreti, i due aspetti appariranno squilibrati. A meno che non troviamo una soluzione a questo problema, i governi non saranno in grado di impegnarsi pienamente a investire nelle persone. Semplicemente non accadrà.

Molti enti locali si stanno già lamentando: “Ci chiedete di investire, ma una volta fatto ciò, non si crea nulla di tangibile. Saremo chiamati a risponderne e le valutazioni dimostreranno che i rischi sono molto elevati”.

E questo prima ancora di considerare un altro problema: cosa succede se un ente locale investe in qualcuno e poi quella persona se ne va? Le esternalità sono considerevoli.

Ho quindi due considerazioni da fare riguardo a questo cambiamento. Investire nelle persone è di per sé una forma di riequilibrio del bilancio.

Innanzitutto, il governo centrale dovrebbe assumersi la responsabilità di questa situazione. Ciò risolverebbe il problema delle esternalità.

In secondo luogo, e questo è molto importante, le nostre future valutazioni del saldo fiscale e del rischio di debito devono adottare una prospettiva intertemporale.

Non possiamo dire: “Oggi abbiamo investito in qualcuno. Ha partecipato a un corso di formazione, ha assistito a un concerto, è andato a uno spettacolo dal vivo e ha migliorato le sue competenze in vari modi. Domani dovremmo vedere un aumento del capitale umano in bilancio, insieme a brevetti e innovazioni”.

È impossibile. L’orizzonte di valutazione deve essere esteso. Dobbiamo guardare al passato.

Come dovremmo misurare le prestazioni – gli indicatori chiave di prestazione (KPI) – degli investimenti nelle persone? Questa è una sfida per i paesi di tutto il mondo. Alcuni hanno istituito conti satellite per il capitale umano. La Danimarca e molti altri paesi lo stanno facendo, e dovremmo farlo anche noi.

La mia terza proposta si ricollega al punto sollevato dal professor Huang riguardo all’impatto dell’intelligenza artificiale.

Gli effetti dell’intelligenza artificiale sono talmente rilevanti che le politiche di gestione patrimoniale devono tenerne conto. Il suo impatto si estende all’intera economia. Non si tratta semplicemente di un settore industriale che improvvisamente si trova in difficoltà, seguito da interventi mirati del governo centrale. Abbiamo fondi sufficienti per sostenere un processo di cosiddetta distruzione creativa di questa portata?

Un aspetto molto importante da considerare è che le amministrazioni locali, così come il governo centrale (che ha istituito un fondo per orientare gli investimenti nell’innovazione), stanno investendo in numerose aziende che operano nel settore dell’intelligenza artificiale.

Gran parte di questi investimenti assume la forma di partecipazioni azionarie, poiché molte di queste aziende sono a capitale privato. Grazie ai rendimenti generati dall’innovazione, compresa l’innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale, i governi acquisiranno nuove e consistenti risorse e ricchezze.

La mia proposta è che, poiché l’impatto dell’IA è ampio e sistemico, la ricchezza derivante da questi rendimenti dell’innovazione dovrebbe essere destinata specificamente alle persone colpite negativamente dall’IA.

Questa è la mia terza proposta di politica patrimoniale: i governi dovrebbero accumulare nuove tipologie di risorse legate all’intelligenza artificiale e all’innovazione tecnologica, e utilizzare tali risorse per sostenere le persone danneggiate dalla distruzione creativa.

Credo che, attraverso questi approcci, possiamo gradualmente stabilire un quadro di riferimento per le politiche patrimoniali che vada oltre la tradizionale combinazione di politiche fiscali, monetarie e di pianificazione. Ciò ci consentirebbe di impiegare concretamente la nostra ricchezza accumulata – e ne possediamo una quantità considerevole.

Se non riusciamo a far fruttare questa ricchezza, allora possederla non serve a molto. Grazie.

Shi Kang: Il professor Zhang ha ulteriormente spiegato come potremmo migliorare o riformare il modo in cui compiliamo, valutiamo e persino misuriamo i bilanci. Trovo questo particolarmente stimolante nell’era dell’intelligenza artificiale.

Intorno al 2000, si verificarono squilibri globali. La Cina registrò ingenti surplus tra il 2000 e il 2007. A quel tempo, l’economia cinese era ad alta intensità di lavoro.

Che cosa significava? Significava che quando la Cina registrava un surplus delle esportazioni, ne beneficiavano gli esportatori di tutte le dimensioni. Ne beneficiavano anche i lavoratori e le loro famiglie. Si trattava di un surplus i cui benefici venivano ampiamente condivisi.

Oggi, quando conduciamo ricerche sul campo, scopriamo che molte aziende – nei settori dei semiconduttori, dei circuiti integrati o dei veicoli a energia alternativa – sono ad alta intensità di capitale.

Ciò solleva un problema nel contesto dell’IA: con la divergenza dei settori, i vantaggi derivanti dalla domanda esterna, o i benefici associati a questi squilibri, non sono più ampiamente condivisi.

Abbiamo quindi bisogno di una serie di politiche distributive, e credo che questa necessità sia urgente.

Ora, invitiamo Wu Ge a proseguire la discussione sulla politica monetaria. Ho una domanda molto specifica e mi chiedo se lei sia d’accordo.

L’attuale orientamento politico è essenzialmente descritto come una politica monetaria “moderatamente accomodante”, unitamente a una politica fiscale proattiva. Sarebbe favorevole a rimuovere la parola “moderatamente”? Oppure aggiungerebbe un altro qualificatore per descrivere la politica monetaria di cui abbiamo bisogno ora? Questa è la mia domanda.

Wu Ge: La lingua cinese è ricca e piena di sfumature, quindi puoi scegliere la formulazione che preferisci. Ma ciò che interessa di più alle persone è se ne traggono un beneficio finanziario tangibile.

Parlando di vantaggi finanziari concreti, posso rivolgere una domanda a coloro che sono rimasti fino alla fine? La dirigenza centrale attribuisce grande importanza al vostro reddito e alle vostre aspettative di reddito. Quindi, permettetemi di chiedere: come dimostrate di avere un reddito elevato o di disporre di denaro?

Potrebbe sembrare una domanda inutile: “So benissimo se ho soldi”. Ma da una prospettiva macroeconomica, o da quella del denaro e del sistema bancario, cosa significa avere soldi? Dove sono i soldi? Dove sono finiti? Come aumenta la quantità di denaro? Come fa la società nel suo complesso ad accumulare più denaro? Cosa viene prima: la gallina o l’uovo?

Dal punto di vista monetario e bancario, la risposta è in realtà piuttosto semplice. Tutto il nostro reddito, compresi i profitti aziendali e persino le entrate pubbliche, esiste sotto forma di depositi all’interno della rete di pagamento del sistema bancario.

Pochissime persone sono in grado di operare al di fuori di un sistema di pagamento o di conti corrente dominato dalle banche commerciali.

Non so se tutti siano d’accordo con questo principio, ma è un principio fondamentale del denaro e del sistema bancario: il nostro denaro non può sfuggire al controllo del sistema di pagamento bancario commerciale. Questo è il primo punto.

Se tutto il nostro denaro, o la stragrande maggioranza di esso, si trova nel sistema bancario, cosa intendiamo per denaro posseduto dalle persone? Quanti soldi hanno in tasca? A livello macroeconomico, questo valore viene definito M2.

Cos’è M2? Sono i depositi delle persone; corrispondono alla quantità di denaro che possiedono.

Dove compare questa voce nel bilancio di una banca, o del sistema bancario commerciale nel suo complesso? Sul lato delle passività.

Tutto il nostro denaro si trova nel sistema bancario. Le banche hanno attività e passività, e le loro passività sono costituite principalmente da M2, ovvero dai depositi dei clienti.

E dall’altro lato del bilancio? Le banche possono utilizzare i fondi per concedere prestiti, acquistare obbligazioni, svolgere altre attività o persino acquistare valuta estera. Tutte queste operazioni possono generare denaro.

Quindi, da una prospettiva macroeconomica, immaginiamo di trattare l’intera società come un unico grande sistema. Mettiamo insieme tutto il denaro che le persone detengono presso le banche commerciali e accorpiamo tutte le banche commerciali in un’unica banca.

Quindi chiedetevi: se le persone devono avere più soldi e sentirsi più ricche, se l’aggregato monetario M2 deve aumentare, cosa deve succedere?

Il lato degli asset deve espandersi.

Questo è ciò che la macroeconomia e la teoria monetaria e bancaria intendono quando affermano che i prestiti creano depositi, o che il credito crea depositi.

Da dove provengono i soldi? Vengono generati attraverso l’espansione del credito.

Pertanto, se vogliamo soddisfare le aspettative e le aspirazioni di reddito delle persone, da una prospettiva monetaria e bancaria abbiamo bisogno di un meccanismo per la creazione di credito. E tale meccanismo richiede un’espansione sul lato degli attivi: prestiti e acquisti di obbligazioni.

In tal senso, parlare di reddito in modo isolato non ha molto senso. Alla sua origine, il reddito – o i depositi – è strettamente legato al credito.

Cosa può dunque favorire un’espansione costante del credito, anziché il rallentamento della crescita annua del credito in essere che abbiamo osservato?

Alcuni potrebbero obiettare: “No, è semplicemente ciò che accade quando una società invecchia. I desideri delle persone diminuiscono.”

Ma questo è oggetto di dibattito. Il premio Nobel Modigliani sosteneva proprio che una società che invecchia può stimolare la domanda di consumo. La persona anziana più razionale spenderebbe il suo ultimo dollaro proprio nel momento in cui lascia questo mondo.

Quindi la vecchiaia, soprattutto la fase finale della vita, dovrebbe essere un periodo di consumi consistenti, non di contrazione. Naturalmente, questo è discutibile.

Esistono anche molti paesi la cui popolazione è molto più anziana della nostra e i cui problemi di basso tasso di natalità sono molto più gravi. Eppure, di recente abbiamo assistito a molti cambiamenti positivi anche in questi paesi.

I fattori strutturali, i fattori di lungo periodo e la crescita potenziale influenzano certamente la traiettoria della creazione di credito, le opportunità che ne derivano e le aspettative di reddito. Ma non ne determinano il destino.

Alcuni paesi hanno una popolazione più anziana della Cina, eppure, quando attuano politiche anticicliche efficaci, si può osservare un aumento dell’occupazione e, in alcuni casi, persino dei tassi di natalità.

In questo senso, i problemi ciclici e quelli strutturali non sono opposti. Gestire bene i problemi ciclici può contribuire ad attenuare quelli strutturali, e affrontare bene i problemi strutturali può contribuire ad attenuare quelli ciclici.

La Cina si trova ad affrontare molteplici sfide e cerca di raggiungere molteplici obiettivi. Secondo la teoria economica, compresi modelli come quello di Mundell-Fleming e la regola di Tinbergen, il raggiungimento di molteplici obiettivi richiede molteplici strumenti politici.

Ciò di cui abbiamo bisogno, quindi, è un pacchetto di misure politiche con almeno tre frecce al loro arco. Cercare di progredire con un solo strumento non funzionerà. Questo è il mio primo punto.

In secondo luogo, il pensiero cinese, e la filosofia orientale più in generale, tende a enfatizzare l’equilibrio e la moderazione.

In questo processo, dobbiamo assolutamente seguire il principio della leadership centrale di “instaurare il nuovo prima di smantellare il vecchio”.

Prendiamo ad esempio le finanze degli enti locali. Se l’attività fiscale locale si contrae, qualche altra fonte di sostegno deve compensare la perdita. Se tale fonte sostitutiva non è ancora sufficientemente consistente, la contrazione dovrebbe essere minore.

Lo stesso vale per la transizione dai vecchi ai nuovi fattori di crescita e dai settori tradizionali a quelli nuovi.

La dirigenza centrale sostiene che dovremmo prima costruire il nuovo e poi smantellare il vecchio. Siamo molto entusiasti delle novità, ma il fatto di apprezzare il nuovo significa forse che dovremmo rifiutare il vecchio?

Come possiamo trovare un equilibrio tra i due?

Se si muovono a velocità diverse – se i nuovi settori crescono rapidamente mentre quelli tradizionali sono in forte declino, ma questi ultimi rappresentano ancora una quota molto ampia dell’economia – dovremmo riconsiderare l’equilibrio del sostegno tra di essi?

A questo proposito, la dirigenza centrale ha posto notevole enfasi negli ultimi anni sulla valutazione della coerenza delle politiche: quali politiche favoriscono l’espansione del credito e quali ne causano la contrazione?

Se ricordo bene, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma aveva un dipartimento dedicato a valutare se le diverse politiche stessero perseguendo obiettivi contrastanti e se fossero coerenti tra loro.

Questo è di fondamentale importanza. Come spesso diciamo, la macroeconomia contiene molte fallacie di composizione: ciò che è razionale per un singolo attore non è necessariamente razionale per il sistema nel suo complesso.

A quanto ho capito, dobbiamo guardarci proprio da questo errore.

Negli ultimi anni, la pressione sulle finanze locali ha spinto molti enti locali a cercare di aumentare le entrate fiscali attraverso pratiche che, a mio avviso, la leadership centrale si oppone fermamente.

In realtà, però, le amministrazioni locali continuano a ricorrervi per diverse ragioni. Credo che si tratti di metodi miopi che esauriscono le fonti stesse di entrate future.

Hanno un impatto considerevole sulle aspettative e sulla fiducia delle persone, soprattutto sulla fiducia degli imprenditori privati. Questo merita particolare attenzione.

Il mio ultimo punto è che la politica ha bisogno di regole, soprattutto la politica anticiclica.

L’elaborazione di politiche anticicliche è più un’arte che una scienza. Ma, che si tratti di politica fiscale o monetaria, credo che abbiamo bisogno di regole e parametri di riferimento.

Non sto dicendo che dobbiamo adottare meccanicamente una regola usata in un altro paese, come la regola di Taylor. Possiamo essere più flessibili. Ma abbiamo comunque bisogno di obiettivi.

Ad esempio, la politica macroeconomica dovrebbe tenere conto sia del PIL reale che delle variabili nominali. Quando le variabili nominali diminuiscono in modo molto brusco, la politica dovrebbe reagire in modo anticiclico.

Le regole sono fondamentali perché regole credibili possono influenzare le aspettative delle persone senza che ogni politica richieda necessariamente spese immediate e concrete.

Per usare una metafora della strategia della fortezza vuota di Zhuge Liang: puoi dimostrare il tuo dominio sulle mura della città senza muovere un solo soldato, e la gente ti crederà comunque.

Ma tale credibilità dipende dal fatto che tu abbia effettivamente portato a termine gli obiettivi che ti eri prefissato in passato, ovvero se le tue azioni corrispondano alle tue parole.

Ad esempio, se diciamo di voler promuovere una ripresa moderata dei prezzi, dobbiamo impegnarci concretamente per raggiungerla. Se diciamo di voler arrestare il declino del mercato immobiliare e stabilizzarlo, dobbiamo effettivamente farlo.

Credo che in tal caso il mercato collaborerebbe con il governo centrale per orientare l’economia verso un equilibrio migliore e di qualità superiore. Grazie.

Shi Kang: Wu Ge ha offerto spunti di riflessione eccellenti. Vorrei porre un’altra domanda, magari una che mi interessa particolarmente a livello personale.

Ho letto di recente un tuo articolo sulle fluttuazioni dei tassi di cambio in seguito agli aumenti dei tassi da parte della Federal Reserve.

Questo è un aspetto che preoccupa molte persone in questo momento. Forse la Fed alzerà nuovamente i tassi di interesse, o addirittura avvierà un nuovo ciclo di inasprimento. Che impatto avrebbe ciò sugli squilibri di cui stiamo parlando?

Dopo la crisi finanziaria, questi squilibri si sono nettamente ridotti. Ma quali potrebbero essere le conseguenze questa volta?

Wu Ge: Questa domanda andrebbe rivolta al professor Ju, esperto di questioni internazionali. Permettetemi però di offrire una breve risposta.

In primo luogo, l’opinione generale del mercato è che questo aumento dei tassi non segnerebbe necessariamente l’inizio di un vero e proprio ciclo di inasprimento monetario.

Come tutti sanno, l’economia statunitense ha i suoi problemi. Un fattore importante che ha contribuito a questa ondata di aumenti dei prezzi è la situazione nello Stretto di Hormuz e, di conseguenza, negli stretti intorno al Mar Rosso. In seguito alla chiusura di entrambi i passaggi, il prezzo del petrolio greggio è aumentato di 100 dollari.

In tale contesto, quando la politica potrebbe altrimenti orientarsi verso posizioni restrittive o accomodanti, uno shock di costi così forte richiede una risposta. Potrebbe non trattarsi di una ripetizione dell’era Volcker, ma credo che una risposta politica sia comprensibile.

Eppure non è questo ciò che preoccupa maggiormente i mercati, o almeno non è la loro principale preoccupazione.

Negli ultimi due anni, negli Stati Uniti abbiamo assistito a un fenomeno davvero insolito: i tassi di interesse, in particolare quelli di mercato, hanno continuato ad aumentare.

In linea di principio, quando i tassi di interesse del mercato statunitense aumentano, il dollaro dovrebbe apprezzarsi. Tuttavia, negli ultimi due anni, abbiamo assistito a un aumento dei rendimenti dei titoli del Tesoro a 10 anni e di altri titoli di Stato statunitensi, mentre il dollaro si è deprezzato. Più i tassi aumentano, più il dollaro si indebolisce.

Perché?

Perché la valutazione dell’economia statunitense da parte degli utenti non si basa più solo sulla regola di Taylor (crescita e inflazione) o sulla possibilità di un singolo aumento dei tassi d’interesse. Naturalmente, anche queste considerazioni rimangono importanti.

Ma da quando l’amministrazione Trump si è insediata, è emersa una domanda ancora più importante: gli Stati Uniti sono ancora un punto di riferimento per gli investitori? Molti hanno iniziato a dubitarne.

Negli ultimi due anni, pertanto, gli investitori esteri hanno ridotto la quota destinata ai titoli del Tesoro statunitensi e ad altri investimenti negli Stati Uniti.

La vendita di titoli del Tesoro statunitensi o di attività denominate in dollari è ciò che permette il verificarsi simultaneo di questi due fenomeni: un aumento dei rendimenti dei titoli del Tesoro a 10 anni e un deprezzamento del dollaro.

Certo, gli Stati Uniti hanno ancora il loro settore tecnologico e la loro industria dell’intelligenza artificiale. Ma, oggettivamente parlando, la tecnologia e l’intelligenza artificiale stesse sono in fase di adattamento.

Come il professor Huang, credo che l’intelligenza artificiale offra enormi potenzialità per il futuro. Ma dal punto di vista di un investitore, che tipo di business rappresenta esattamente l’IA?

Attualmente, si tratta di un settore caratterizzato da costi elevati, indebitamento pesante e costi marginali in aumento, ma anche da grandi promesse.

Dal punto di vista commerciale o degli investimenti, ciò non lo rende particolarmente adatto a una frenetica corsa agli investimenti a breve termine.

In questo senso, forse assomiglia alle ferrovie durante la Rivoluzione Industriale. Le ferrovie potevano portarci verso orizzonti lontani e un futuro migliore, ma ben pochi investitori sarebbero stati in grado di guadagnarci effettivamente nel breve termine.

Nel loro insieme, questi fattori implicano che i mercati reagiranno certamente agli aumenti o ai tagli dei tassi da parte della Fed, ma gli investitori sono più preoccupati, soprattutto da quando Trump si è insediato, per la sostenibilità delle finanze pubbliche statunitensi, la solidità dell’indipendenza delle banche centrali e persino per il riassetto dell’ordine politico internazionale.

Stamattina è uscita una notizia secondo cui Trump avrebbe rinnovato il suo interesse per la Groenlandia.

Il ritorno di Stalin: cosa significa la rilettura storica della Russia per il Sud del mondo, di Think BRICS – Un pellegrinaggio quasi anacronistico, di François Mauld d’Aymée

Il ritorno di Stalin: cosa significa la rilettura storica della Russia per il Sud del mondo

In un contesto di guerra e sanzioni, la Russia sta ripristinando i simboli dell’era staliniana. Cosa comunica questo recupero al Sud del mondo in merito a sovranità, sviluppo e al prezzo umano del potere statale centralizzato a livello nazionale?

Pensate ai BRICS28 settembre
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La Russia ha iniziato a restaurare i simboli dell’era staliniana in un momento di profondo confronto con l’Occidente.

Il 29 aprile 2025, un decreto presidenziale ha ripristinato il nome Stalingrado per l’aeroporto internazionale di Volgograd. Il 15 maggio, Mosca ha inaugurato una copia a grandezza naturale di un bassorilievo staliniano presso la stazione della metropolitana Taganskaya . L’originale era stato rimosso nel 1966, quando le autorità costruirono un passaggio di interscambio attraverso la stazione.

Queste decisioni hanno un peso politico significativo. Riportano Stalin alla ribalta pubblica mentre la Russia si trova ad affrontare sanzioni, un lungo confronto con i governi occidentali e la prospettiva di un’economia di guerra prolungata. Il messaggio è rivolto alla società russa, ma raggiunge anche i paesi del Sud del mondo .

La Russia presenta Stalin come simbolo di forza industriale, vittoria militare e indipendenza nazionale. Questa immagine attrae coloro che considerano i modelli politici ed economici occidentali né universali né neutrali. Tuttavia, lascia irrisolta una questione spinosa: è possibile separare le conquiste dello stato staliniano dalla repressione che le ha rese possibili?

Perché Stalin sta tornando proprio ora

Per tre decenni dopo il crollo dell’Unione Sovietica, lo Stato russo mantenne le distanze da Stalin. Celebrò la vittoria sovietica sulla Germania nazista , ma evitò di riabbracciare pienamente il leader che aveva governato il paese durante la fase di industrializzazione e la Seconda Guerra Mondiale .

Il video originale descrive questo periodo come un tentativo di integrare la Russia con l’Occidente e di adottare le narrazioni liberali occidentali. Tale rapporto è poi fallito. Le sanzioni sono diventate una caratteristica permanente del contesto internazionale della Russia e Mosca si sta preparando a un confronto prolungato con gli stati occidentali .

In questo contesto, Stalin offre un simbolo politico già pronto . Rappresenta uno Stato che ha mobilitato la società, costruito l’industria pesante e sconfitto la Germania nazista sotto estrema pressione. La sua immagine può essere usata per dire ai russi che l’isolamento è gestibile e che la forza nazionale dipende dalla disciplina e da un processo decisionale centralizzato.

Il restauro della statua di Stalingrado si inserisce perfettamente in questo messaggio. Il nome richiama la battaglia del 1942-43, uno dei punti di svolta decisivi della Seconda Guerra Mondiale. Il bassorilievo della metropolitana aggiunge un ulteriore livello di significato, collegando la Mosca odierna alla figura del leader associato alla trasformazione industriale forzata dell’Unione Sovietica.

Non si tratta necessariamente di una completa riabilitazione di ogni aspetto del regime staliniano. Lo Stato sta enfatizzando alcuni elementi selezionati della sua eredità: la vittoria, l’ordine, lo sviluppo industriale e la resistenza alle pressioni straniere.

L’argomento dello sviluppo

I difensori di Stalin di solito iniziano parlando della portata della trasformazione.

Il video afferma che sotto Stalin l’alfabetizzazione è aumentata dal 28% circa al 100% e che l’aspettativa di vita è cresciuta da 32 a 63 anni. Sostiene inoltre che l’Unione Sovietica si è industrializzata in un decennio senza prestiti occidentali.

Questi dati vengono utilizzati per supportare una tesi chiara. Stalin ereditò un paese in gran parte rurale ed economicamente arretrato e lo trasformò in una potenza industriale capace di sconfiggere la Germania nazista. I sostenitori affermano che giudicare questo processo solo in base alla violenza politica del periodo significa ignorare le condizioni degli anni ’20 e ’30 : guerra civile, povertà, instabilità sociale e timore di un intervento straniero.

Il video illustra questo modo di pensare attraverso l’immagine di una grande roccia. Chi si trova vicino ne vede solo una piccola parte. Chi si trova più lontano ne vede l’intera struttura. Il paragone riflette l’argomentazione secondo cui Stalin dovrebbe essere giudicato in base alla portata della trasformazione, non solo in base alle singole politiche o ai singoli crimini .

Questa argomentazione presenta una grave debolezza. Crescita industriale e repressione facevano parte dello stesso sistema. La collettivizzazione forzata, gli arresti politici, il lavoro carcerario e le esecuzioni di massa aiutarono lo Stato a controllare la terra, la manodopera e le risorse . I progressi nell’alfabetizzazione, nella produzione industriale e nella capacità militare comportarono enormi costi umani.

La fonte riconosce questa contraddizione accostando la Costituzione sovietica del 1936 al periodo del Grande Terrore . La Costituzione presentava l’Unione Sovietica come uno stato democratico, mentre nello stesso periodo si verificavano repressioni di massa.

Ciò solleva una questione fondamentale. Può un governo rivendicare legittimità democratica quando offre diritti formali ma nega ai cittadini protezione dalla violenza arbitraria dello Stato?

Alcuni difensori di Stalin sostengono che le purghe fossero mirate a funzionari locali corrotti o non responsabili. Questa interpretazione può contribuire a spiegare perché l’idea di efficienza stalinista attragga ancora persone frustrate dalla burocrazia e dalla corruzione. Ma la responsabilità politica garantita dalla legge è diversa dalla punizione inflitta tramite processi segreti , confessioni estorte ed esecuzioni.

Questa distinzione è rilevante anche al di fuori della Russia. Molti paesi del Sud del mondo desiderano istituzioni più solide, uno sviluppo più rapido e una minore dipendenza dalle potenze straniere. Il passato di Stalin può sembrare dimostrare che uno Stato può raggiungere una rapida modernizzazione attraverso il controllo centralizzato. Mostra anche il pericolo di permettere al potere statale di operare senza limiti significativi.

Il messaggio al Sud del mondo

Il video sostiene che gli osservatori occidentali spesso interpretano il ritorno di Stalin solo come nostalgia interna . Offre invece un’interpretazione diversa: la Russia sta inviando un messaggio anche all’estero .

Questo messaggio mette in discussione l’idea che i paesi debbano adottare modelli politici ed economici occidentali per modernizzarsi. La Russia presenta la propria storia come prova che uno stato può industrializzarsi, sconfiggere un nemico più forte e sopravvivere all’isolamento senza seguire le direttive occidentali.

Questa argomentazione trova riscontro nel Sud del mondo.

Molti paesi in via di sviluppo hanno subito il dominio coloniale, scambi commerciali ineguali, interventi stranieri e politiche economiche imposte da istituzioni esterne. Anche i governi occidentali hanno applicato gli standard dei diritti umani in modo incoerente , criticando gli avversari pur mantenendo stretti rapporti con partner autoritari.

In tale contesto, il linguaggio della sovranità russo può apparire credibile. Esso suggerisce che lo sviluppo nazionale richieda il controllo sulla politica economica, sulle risorse naturali, sulle industrie strategiche e sulle decisioni in materia di sicurezza.

L’appello non significa che i paesi del Sud del mondo appoggino l’intero sistema politico stalinista. I paesi raggruppati sotto l’etichetta di Sud del mondo hanno storie e tradizioni politiche diverse. India, Brasile, Cina, Sudafrica e gli altri membri dei BRICS non condividono un’unica posizione su Stalin, la democrazia o il controllo statale.

Il loro interesse comune è più limitato e pragmatico . Desiderano maggiore autonomia nella scelta delle proprie strategie di sviluppo e una riduzione della dipendenza dalle istituzioni occidentali. La narrazione storica russa supporta questo obiettivo, presentando l’esperienza sovietica come alternativa alla modernizzazione guidata dall’Occidente.

È qui che l’immagine di Stalin diventa utile a Mosca. Può essere presentato come la prova che la forza nazionale non richiede l’approvazione occidentale . Il messaggio storico è semplice: l’Unione Sovietica ha affrontato l’isolamento, ha mobilitato le proprie risorse ed è uscita vittoriosa.

Ma il paragone ha i suoi limiti. L’Unione Sovietica era un enorme stato centralizzato che controllava territorio, energia, agricoltura e industria. Le economie odierne dipendono da catene di approvvigionamento globali, tecnologia straniera, finanza internazionale e reti digitali. L’autosufficienza completa è molto più difficile da raggiungere.

Per i paesi del Sud del mondo, la lezione realistica potrebbe essere la diversificazione strategica piuttosto che l’isolamento totale. Possono cercare molteplici partner, sviluppare il commercio regionale, utilizzare le valute nazionali laddove possibile e sviluppare le industrie interne senza presumere che un unico modello funzioni ovunque.

La politica della “Fortezza Russia”

Il video definisce l’attuale direzione intrapresa dalla Russia “Russia Fortezza”. Il termine descrive un Paese che si prepara a resistere a pressioni di lungo termine rafforzando il controllo interno, riducendo la dipendenza da potenze esterne e organizzando la società attorno alla sopravvivenza nazionale.

Stalin si adatta a questa immagine politica perché è associato alla rapida mobilitazione e al potere concentrato. Il suo nome è legato allo sviluppo industriale, alla preparazione militare e alla vittoria sulla Germania nazista .

Il simbolismo aiuta inoltre lo Stato a spiegare le difficoltà attuali. Sanzioni, restrizioni economiche e pressioni militari possono essere inserite in una narrazione storica più ampia. Ai russi viene ricordato che il Paese ha già affrontato pericoli estremi in passato ed è sopravvissuto grazie al sacrificio e alla disciplina.

Ma questo approccio può anche ridurre lo spazio per le critiche. Quando la sopravvivenza nazionale diventa il principale argomento politico, il dissenso può essere trattato come debolezza o slealtà. Sono ammesse proteste limitate, mentre lo Stato prosegue con cambiamenti simbolici di più ampia portata.

Ciò crea una forma controllata di pluralismo . I critici possono apparire in pubblico, ma le loro obiezioni non modificano l’orientamento principale della politica.

Il ricordo della repressione rimane visibile , eppure il ricordo della vittoria riceve lo spazio ufficiale più prominente .

Il risultato è un equilibrio storico irrisolto. Alcuni russi vedono Stalin come il costruttore di uno stato potente. Altri lo considerano responsabile del terrore e delle sofferenze di massa. Il governo può utilizzare la prima immagine senza eliminare completamente la seconda, finché l’attenzione politica rimane focalizzata sulla vittoria e sulla forza nazionale.

Cosa dovrebbero trarne i paesi BRICS

Il ritorno di Stalin non è una politica dei BRICS e non dimostra che tutti i membri dei BRICS condividano la visione della storia della Russia. Riflette piuttosto un dibattito più ampio sulla sovranità e lo sviluppo .

La Russia sta mettendo in discussione l’assunto secondo cui esista un’unica via legittima verso la modernità. Il suo messaggio offre spazio politico ad approcci alternativi basati sulla pianificazione statale, sulla politica industriale e sull’indipendenza strategica.

Questa sfida può rivelarsi utile. I governi e le istituzioni occidentali hanno spesso considerato i propri sistemi politici ed economici come standard universali. Un ordine internazionale più diversificato dovrebbe consentire ai paesi di scegliere percorsi diversi e di negoziare con molteplici partner.

Ma l’indipendenza dal potere occidentale non protegge automaticamente i cittadini dagli abusi dei propri governi. Un paese può resistere alle pressioni esterne pur limitando le libertà politiche al suo interno. Lo sviluppo economico può coesistere con la repressione . La capacità statale senza responsabilità può diventare un’altra forma di dominio.

Questa è la tensione centrale nell’uso che la Russia fa di Stalin. La sua immagine rappresenta i reali successi in termini di alfabetizzazione, industrializzazione e potenza militare. Rappresenta anche un sistema che trattava le vite umane come risorse da organizzare e sacrificare.

Per il Sud del mondo, la questione non è se Stalin debba essere considerato un eroe o un criminale in ogni paese. La domanda più rilevante è che tipo di sovranità si sta costruendo. Conferisce alle società un maggiore controllo sulle proprie economie e sulla politica estera? Rafforza le istituzioni pubbliche? Protegge i cittadini sia dalla dominazione esterna che dal governo arbitrario in patria?

Il ritorno dell’immagine di Stalin dimostra che la storia rimane parte integrante dell’attuale competizione geopolitica. La Russia utilizza il passato sovietico per spiegare la propria visione del presente e il modo in cui desidera che gli altri lo interpretino.

I monumenti di Mosca e il nome ripristinato di Stalingrado veicolano dunque due messaggi. Celebrano uno Stato che ha conquistato il potere sotto pressione e invitano il mondo a riflettere se tale modello abbia ancora qualcosa da offrire in un’epoca di sanzioni , rivalità strategica e insoddisfazione nei confronti del predominio occidentale.


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Un pellegrinaggio quasi anacronistico

di François Mauld d’Aymée

28 settembre
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François Mauld d’Aymée visita Stalingrado, dove il nome di Stalin sopravvive come monumento a un’epoca di sacrificio, vittoria e grandezza storica.

A Volgograd è impossibile non pensare a Stalingrado. I due toponimi coesistono, spesso impressi sulle ali di qualche imponente edificio stalinista sorto dalle rovine della guerra. La città ha perso meno del suo carattere sovietico rispetto a molte altre desiderose di immergere un dito nel calderone del capitalismo ed entrare nell’era post-proletaria e post-rivoluzionaria: quella che alcuni chiamano postmodernità, e che io chiamo post-umanità.

L’impronta impressa da questo simbolismo storico costringe la città a rimanere fedele a se stessa, a tal punto che probabilmente è proprio qui che inizia il processo di destalinizzazione. La più grande battaglia della storia moderna dell’umanità si è svolta in un luogo che porta il nome del suo leader supremo, che è uscito vittorioso da quello scontro colossale. Pochi eventi in tutta la storia documentata hanno un significato così immediato, soprattutto uno così vicino nel tempo. Ottantaquattro anni sono a malapena un salto in termini storici.

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Il suo significato è così potente che la gente si è vergognata persino di pensare di cancellarne le tracce. Il solo nome di Stalin ha schiacciato gli insetti che sono venuti dopo di lui. Si è fatto di tutto per far scomparire ogni sua evocazione. Col tempo, quegli insetti sono periti, e altri ancora li hanno seguiti, ma il peso del nome stesso rimane intatto. Alla ricerca di forza e identità, Volgograd sogna di tornare a essere Stalingrado.

Dove un tempo la storia respirava e ansimava con tutte le sue forze, la modernità lotterà sempre per affermarsi. Un territorio sufficientemente vasto resisterà, capace di catturare l’essenza di ciò che un tempo si ergeva al vertice di ciò che avrebbe dovuto definire il futuro di un continente, e molto altro ancora. Uomini comuni sconfissero coloro che si erano proclamati leoni e re astratti dell’umanità, autoproclamatisi regnanti incontrastati. L’immagine è così potente che gli insetti, in nessun caso, possiedono i mezzi per far cancellare i bassorilievi.

L’Unione Sovietica non esiste più. Farla risorgere, secondo Marx, produrrebbe una farsa. Il secolo dei lavoratori si è concluso con i miseri calcoli dei burocrati. In proporzione inversa ai grattacieli che si innalzano così diabolicamente verso l’alto, tutto ciò che si trova nella mente si rimpicciolisce. Cosa ci è ancora permesso sognare nel 2026, in una nuvolosa giornata di settembre a Stalingrado?

Para parafrasare Vysotsky, sono io che non sono mai tornato dalle battaglie di Mariupol. Avevo l’età ideale, nutrivo ambizioni perfette e portavo con me illusioni che vagavano liberamente nella mia mente. Beati, tuttavia, i vincitori. La damnatio memoriae è una punizione appropriata per coloro che quasi inevitabilmente li tradiscono, quasi per un’infallibile logica della storia.

Sopravvivere alla vittoria è un’ulteriore prova per i combattenti. Alcuni dicono che chi sopravvive alle guerre si aspetti troppo da chi resta indietro, da chi raccoglie i frutti del trionfo. I sopravvissuti alle guerre odierne hanno probabilmente più in comune con i morti di Stalingrado che con i loro contemporanei, tatuati con rune scandinave, vestiti con noncuranza secondo la moda americana e storditi da migliaia di ore di rap, rock e techno.

Le idee di coraggio, sacrificio, abnegazione e simili sono intrise di anacronismi. Zaitsev morì dunque pochi giorni prima della fine ufficiale dell’Unione Sovietica, senza aver visto né sentito il tradimento finale. Persino la mia indignazione non è altro che un anacronismo.

Il pensiero è anacronistico quanto una libreria. La riflessione è come una bottiglia rotta gettata in mare. I suoi frammenti raggiungeranno la riva e, per un breve istante, un passante li noterà.

(Tradotto dal francese)


François Mauld d’Aymée si è diplomato all’accademia militare di Saint-Cyr, in Bretagna. È un soldato dell’esercito russo, un cantante lirico e un diplomato del Conservatorio Čajkovskij di Mosca. Potete seguirlo su Telegram .

Mosca chiude la porta: come Putin e Lavrov hanno irrigidito la linea della Russia sull’Ucraina in dieci giorni, di Larry Johnson-Interventi di Putin e Lavrov

Mosca chiude la porta: come Putin e Lavrov hanno irrigidito la linea della Russia sull’Ucraina in dieci giorni

Larry C Johnson28 settembre
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A metà settembre, il Cremlino aveva dato segnali di una possibile ripresa dei negoziati. Putin aveva affermato che i colloqui trilaterali con Stati Uniti e Ucraina sarebbero stati improbabili prima delle elezioni della Duma di Stato, ma che la Russia sarebbe stata pronta a riprendere i contatti dopo le elezioni. Le elezioni si sono concluse il 20 settembre. Nel giro di una settimana, sia Putin che Lavrov sono passati da un’apertura condizionata a una serie di posizioni che rendono più difficile raggiungere una soluzione negoziata alla guerra rispetto a qualsiasi altro momento di quest’anno.

L’evento scatenante: il 20 settembre

Il punto di svolta è stata la campagna di droni ucraini nel giorno delle elezioni. Putin ha affermato che più di 1.600 droni sono entrati nell’area di Mosca quella notte, colpendo i seggi elettorali, incluso uno in una scuola che, a suo dire, è stata praticamente distrutta. La presidente di una commissione elettorale territoriale è rimasta uccisa quando la sua casa è stata colpita. Il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin, ha definito il raid senza precedenti. Secondo RT, due civili sono stati uccisi nella periferia e una raffineria di petrolio è stata danneggiata. A prescindere da cosa si pensi delle ricostruzioni russe dei danni, l’effetto politico a Mosca è stato evidente.

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Putin: da “pronti dopo le elezioni” a “ci penseremo due volte”

Nella sua conferenza stampa a San Pietroburgo del 25 settembre, Putin ha completamente ribaltato la situazione negoziale. Ha elencato una serie di azioni escalation ucraine: l’attacco al porto di San Pietroburgo durante il forum economico di giugno, la campagna contro le raffinerie russe, il tentativo di blocco della costa russa del Mar Nero che, a suo dire, ha danneggiato oltre 100 navi, e gli attacchi ai magazzini commerciali. Ha affermato che la Russia ha risposto a ciascuna di queste azioni in modo così efficace che Kiev sta ora cercando cessate il fuoco parziali nel settore energetico e nello spazio aereo.

Putin non ha interpretato quelle richieste come un’apertura, bensì come la prova che la pressione russa sta funzionando. Il suo messaggio a Kiev è stato che nessuna provocazione o escalation le permetterà di ottenere ciò che desidera e che, anzi, sta solo peggiorando la propria situazione. Poi è arrivato il passaggio cruciale. Le proposte, ha detto, restano sul tavolo, ma dopo tutto quello che l’Ucraina ha fatto, la Russia “ci penserà due volte” prima di rispondere. Qualsiasi decisione, compresa quella di riprendere i negoziati, sarà basata sugli interessi della Russia.

Si tratta di un cambiamento significativo rispetto a dieci giorni prima. Putin non ha chiuso la porta ai colloqui, ma ha eliminato l’impegno implicito a riprenderli dopo le elezioni, e ha subordinato qualsiasi ripresa alla valutazione che la Russia stessa avrebbe da guadagnare.

Lavrov al Consiglio di Sicurezza: nessuna pausa “in nessun formato”

Lavrov ha esplicitato la sua posizione a New York il 23 settembre. Intervenendo a una riunione del Consiglio di Sicurezza sull’Ucraina, ha dichiarato: “Avendo imparato dalla dura esperienza, non sospenderemo l’operazione militare speciale per la durata dei negoziati, in qualsiasi formato si svolgano”. Ha affermato che i paesi europei desideravano una pausa per guadagnare tempo e rifornire gli arsenali ucraini, ormai esauriti. Ha respinto l’ipotesi di un cessate il fuoco preliminare definendola non seria e ha insistito sul fatto che l’obiettivo è una soluzione a lungo termine.

La tempistica ha rappresentato un rifiuto diretto. Lo stesso giorno, l’Ucraina e 51 sostenitori hanno rilasciato una dichiarazione in cui chiedevano alla Russia di accettare un cessate il fuoco immediato e incondizionato affinché potessero iniziare i colloqui. Tra i firmatari figuravano l’UE e i suoi Stati membri, il Regno Unito, il Canada e l’Australia. Il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha osservato che 14 dei 15 membri del Consiglio di Sicurezza avevano appoggiato proposte di cessate il fuoco in una forma o nell’altra, lasciando la Russia sola.

Lavrov è andato oltre le mere questioni di cessate il fuoco. Ha affermato che l’Ucraina avrebbe mantenuto i confini del 1991 se gli europei non si fossero “impegnati nelle loro manovre”. In questo modo, la perdita di territorio ucraino viene presentata come permanente e la colpa viene attribuita all’Europa. Non è certo il linguaggio di un governo che si prepara a negoziare sulle linee di controllo.

Lavrov all’Assemblea Generale: l’Europa come nemica

Nel suo discorso all’Assemblea Generale del 26 settembre, Lavrov ha individuato nell’Europa la principale minaccia. Ha affermato che l’UE si sta militarizzando in vista di una guerra con la Russia e che un rafforzamento di tale portata potrebbe sfociare in un conflitto. Ha suggerito che la ricerca del primato militare da parte della Germania potrebbe essere interpretata come un tentativo di creare un “Quarto Reich”. Nella conferenza stampa successiva, ha sostenuto che un rafforzamento europeo dovrà essere utilizzato prima o poi, “perché non abbiamo intenzione di attaccare”. Ha definito i preparativi bellici europei una possibile “profezia che si autoavvera”.

L’effetto è quello di escludere l’Europa come parte negoziale. Lavrov ha detto agli europei che sono loro a preparare la guerra, che le loro richieste di cessate il fuoco sono un pretesto per riarmare l’Ucraina e che hanno distrutto la possibilità di una soluzione sui confini ucraini del 1991. Mosca ora considera solo gli Stati Uniti come interlocutore legittimo.

Nemmeno il canale statunitense ha prodotto nulla

Dopo l’incontro con Lavrov a New York, il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato che sia la Russia che l’Ucraina si sono mostrate interessate a un cessate il fuoco limitato che riguardi le infrastrutture energetiche e il trasporto di cereali, pur ammettendo che raggiungere un accordo non sarebbe facile. Il Ministero degli Esteri russo non ha confermato alcun accordo e il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che al momento non sussistono le condizioni per incamminarsi verso la pace, sebbene la Russia resti aperta al dialogo.

La valutazione di Putin sulle relazioni con gli Stati Uniti è stata tiepida. Ha accolto con favore i colloqui tra Trump e Xi a Washington, ma ha affermato che le relazioni tra Russia e Stati Uniti si sono ridotte quasi a zero, in netto contrasto con i 240 miliardi di dollari di scambi commerciali annuali con la Cina.

Pressione in mare, nell’aria e sul suolo

L’inasprimento diplomatico è accompagnato da una crescente pressione militare su tre fronti contemporaneamente. Mosca non aspetta i colloqui, ma sfrutta l’intervallo per aumentare il costo per l’Ucraina in caso di rifiuto delle condizioni russe.

In mare, la Russia ha reintrodotto di fatto un blocco dei porti ucraini sul Mar Nero. Non ha riportato le sue navi da guerra al largo delle coste ucraine come aveva fatto nel 2022; ha invece utilizzato missili e droni contro porti e navi mercantili. Dopo gli attacchi di metà luglio, tra cui l’affondamento della nave portarinfuse Golden Leo, armatori e assicuratori si sono ritirati e il traffico attraverso Odessa, Chornomorsk e Pivdennyi è crollato. Il 12 settembre, la Russia ha colpito la regione di Odessa con missili da crociera, missili balistici e 129 droni, e ha affermato di aver colpito due navi cargo a Chornomorsk che, a suo dire, stavano trasportando armi. Il ministro degli Esteri ucraino ad interim ha accusato Mosca di voler trasformare il Mar Nero in un “secondo Stretto di Hormuz”. A San Pietroburgo, Putin ha elencato la revoca del blocco tra le concessioni richieste da Kiev, chiarendo di non avere fretta di concederla.

In ambito aereo, la Russia ha intensificato gli attacchi su Kiev e altre grandi città, prendendo di mira trasporti, produzione, energia, acqua e comunicazioni. Il 23 settembre, giorno in cui Lavrov ha parlato al Consiglio di Sicurezza, ore di attacchi con droni hanno colpito infrastrutture ferroviarie, magazzini e stazioni di servizio a Kiev, uccidendo almeno due persone e ferendone più di 30. Zelensky ha affermato che la Russia ha utilizzato un gran numero di droni, compresi modelli a reazione più veloci. Gli attacchi hanno colpito anche le reti elettriche, idriche e internet, interrompendo parzialmente il servizio idrico sulla riva sinistra di Kiev. All’inizio di settembre, la Russia ha colpito Kiev e l’Ucraina meridionale e orientale per sei notti consecutive. Con l’avvicinarsi dell’inverno, la rete elettrica sta diventando un fronte di guerra a sé stante. Zelensky ha proposto a Trump una tregua sulle infrastrutture energetiche alle Nazioni Unite; Mosca non l’ha accettata.

Sul terreno, le forze russe stanno attaccando lungo tutta la linea di contatto, avanzando mentre l’Ucraina cede terreno. Lo Stato Maggiore ucraino ha segnalato 277 scontri a fuoco il 24 settembre, dai settori di Sloviansk e Kramatorsk, nella parte settentrionale di Donetsk, fino a Huliaipole, nel sud, con gli assalti più intensi intorno a Kostiantynivka e Pokrovsk. Il 14 settembre le forze russe hanno conquistato Shirokoe e Shevchenkovo ​​nella regione di Kharkiv e Novoandreevka nella regione di Zaporizhzhia, e il giorno successivo Olkhovatka, sempre nella regione di Kharkiv, accerchiandola. Ogni giorno di stallo diplomatico rappresenta un ulteriore giorno di questa pressione.

A cosa si riferisce tutto questo?

Nel loro insieme, le dichiarazioni degli ultimi dieci giorni delineano una posizione russa più intransigente:

  • I colloqui riprenderanno solo secondo i tempi di Mosca e in base alla valutazione dei propri interessi, e non come promesso seguito alle elezioni.
  • Nessun cessate il fuoco di alcun tipo durante i negoziati, incluso il cessate il fuoco incondizionato sostenuto da più di 50 paesi.
  • Le richieste di tregue parziali da parte dell’Ucraina vengono interpretate come la prova che la pressione russa sta funzionando, non come aperture.
  • L’Europa viene dipinta come l’aggressore, esclusa come partner e incolpata della perdita di territorio da parte dell’Ucraina.
  • La pressione militare aumenta su tutti i fronti: blocco di fatto dei porti ucraini, intensificazione degli attacchi alle infrastrutture di Kiev e offensive lungo tutto il fronte.

La direzione è chiara. A metà settembre, Mosca parlava di quando sarebbero ripresi i negoziati. Entro il 26 settembre, parlava persino della loro effettiva volontà e delle relative condizioni.


Ho discusso con Lena Petrova le prospettive di una guerra tra Russia e NATO:

Io e Nima discutiamo degli ultimi attacchi iraniani contro navi nello Stretto di Hormuz:

Sulaiman ed io discutiamo, tra le altre cose, della conferma che le notizie di ulteriori vittime tra i marinai e i marines statunitensi siano state il risultato di attacchi iraniani contro navi americane:

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Risposte alle domande dei media

25 settembre 2026

20:00

San Pietroburgo

Answers to media questions.
Answers to media questions.

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Risposte alle domande dei media. Foto: Sofya Sandurskaya, TASS

Domanda: Signor Presidente, lei ha affermato poco fa che i negoziati nel formato trilaterale tra  Russia, gli Stati Uniti e l Ucraina potrebbero riprendere dopo le elezioni della Duma di Stato. Le elezioni si sono concluse. Dove e quando potrebbe aver luogo un nuovo ciclo di negoziati?

Il presidente della Russia Vladimir Putin: Come è noto, la parte ucraina ha interrotto i negoziati che si stavano svolgendo a Istanbul. Ma ora – o piuttosto, già prima delle elezioni, circa 10 giorni o un paio di settimane fa – ha dichiarato di essere disposta a riprendere tali negoziati. In effetti, abbiamo affermato che è improbabile che i negoziati si svolgano prima delle elezioni alla Duma di Stato e che saremo pronti a riprendere tali contatti al termine delle stesse.

Tuttavia, anche i recenti sviluppi sono ben noti a tutti. La notte del 20 settembre, ovvero il giorno principale delle votazioni, è stato sferrato un massiccio attacco contro Mosca. Più di 1.600 droni sono entrati nell’ area vicina a Mosca. Questo è il primo punto.

Secondo. Sono stati sferrati attacchi contro i seggi elettorali. In una località, il seggio elettorale era situato in una scuola; la scuola è stata praticamente distrutta dall’ attacco. Sono iniziati gli attacchi alle abitazioni dei presidenti delle commissioni elettorali territoriali. In un caso, la presidente di una commissione territoriale, suo marito e suo figlio sono rimasti feriti. In un altro caso, purtroppo, si è verificata una tragedia e, come sapete, la presidente della commissione elettorale territoriale è stata uccisa quando la sua abitazione è stata bersaglio dell’attacco.

Inoltre, dato che al momento ci troviamo a San Pietroburgo, credo che tutti ricordino il Forum economico internazionale di San Pietroburgo in corso, quando le autorità ucraine hanno preso di mira San Pietroburgo, colpendo il cosiddetto porto del carbone all’interno del porto e appiccandovi un incendio. Chi volevano spaventare, noi o i nostri ospiti? Chi lavora con la Russia difficilmente si spaventa di qualunque cosa o scappa. E nessuno l’ha fatto. Abbiamo portato a termine quel forum fino alla fine.

Poi, a partire da giugno, hanno iniziato a prendere di mira le nostre raffinerie di petrolio. Come è del resto ben noto, a giugno hanno annunciato l’ avvio di un’ operazione della durata di quaranta giorni. Ebbene, ciò ha comportato alcune perdite da parte nostra.

Inoltre, hanno cercato di organizzare un blocco navale della nostra costa sul Mar Nero. Hanno danneggiato oltre 100 navi, 100 imbarcazioni, tra cui sia quelle russe che quelle battenti bandiere straniere. Sì, abbiamo ripristinato tutto questo. Ma si tratta di operazioni in corso che…

In seguito, hanno iniziato a prendere di mira strutture civili come i magazzini di Wildberries o Ozon. Che cosa significa tutto questo? Che senso ha? Tuttavia, è successo.

Successivamente, abbiamo iniziato a rispondere a ogni singolo punto. Ebbene, sembra che le azioni di ritorsione da parte delle  Forze Armate russe siano state così incisive e devastanti per il nemico che ora stanno nuovamente sollevando attivamente la questione di un cessate il fuoco in diverse aree, come loro stessi affermano: il settore energetico (cioè, sono ora pronti a smettere di attaccare le nostre raffinerie di petrolio) e il settore aereo (un reciproco cessate il fuoco). In particolare, vediamo che vogliono che interrompiamo gli attacchi dei droni Geran – i Geran moderni – contro i quali non esistono contromisure né un antidoto, almeno per ora, e di revocare il blocco della loro costa sul Mar Nero . Tuttavia, sono loro che hanno dato inizio a tutto. Hanno iniziato su ogni singolo punto.

Ma che cos’è, un gioco da bambini? È forse una specie di gioco per bambini? In altre parole, devono subire i colpi di ritorsione della Russia e capire che nessuna provocazione e nessuna escalation della situazione porterà al risultato da loro auspicato. Stanno solo peggiorando la situazione per se stessi.

Pertanto, tutte queste azioni volte alla cosiddetta riconciliazione, così come la proposta di riprendere i negoziati, sono tutte sul tavolo, tutto ciò è possibile. Ma dopo tutto quello che hanno fatto, noi ci penseremo due volte prima di decidere come reagire. E in ogni caso, prenderemo tutte le decisioni in questo ambito, comprese quelle relative alla possibile ripresa del processo negoziale, sulla base degli interessi della Federazione Russa.

Domanda: Purtroppo, ci siamo ormai abituati all’ondata di russofobia proveniente dall’Europa. L’altro giorno, il ministro della Difesa estone Martin Herem ha dichiarato che avrebbero ucciso ogni russo che avesse attraversato il confine e – sentite questa! – se i i russi non attaccassero per primi, sarebbe meglio che fossero gli estoni a farlo. È una follia. Ma queste parole sono state pronunciate dal ministro della Difesa di un paese confinante, uno Stato membro della NATO. Come dovremmo reagire a questo?

Vladimir Putin: Si tratta certamente di una provocazione e di un tentativo deliberato da parte dei paesi europei di aggravare la situazione. Molti in Europa affermano di aspettarsi un attacco da parte della  Federazione Russa e che devono quindi prepararsi alle ostilità, a una guerra con la Russia.

Vorrei sottolineare ancora una volta che non ci stiamo preparando a un conflitto con l’Europa. Non abbiamo piani del genere, né ragioni e, cosa più importante, nessun vero motivo per aggravare la situazione con l’Europa, indipendentemente da ciò che viene detto, anche dagli Stati baltici.

Sappiamo che i diritti dei russofoni vengono violati in quella regione, ma sappiamo come reagire a questo, e abbiamo sviluppato un determinato approccio alla questione. Stiamo intervenendo in ambito umanitario, sulla base del diritto internazionale. Il concetto di “non cittadinanza” è stato coniato nei Paesi del Baltico. Non si tratta di cittadini, stranieri o persone con doppia cittadinanza, ma di “non cittadini”. È una sciocchezza. Tuttavia, questa sciocchezza è diventata una realtà della vita internazionale nel corso di molti anni.

Continueremo a lottare per i diritti dei nostri compatrioti, ma lo faremo nel rispetto del diritto internazionale. Non abbiamo mai avuto intenzione di ricorrere, non abbiamo mai fatto ricorso e non ricorreremo mai ad altri strumenti.

C’è una sola spiegazione per i tentativi da parte di certi ambienti aggressivi di aggravare la situazione: vogliono continuare a usare l’Ucraina e gli ucraini come carne da cannone e strumento nella lotta contro la Russia, cercando di impedire il nostro ulteriore sviluppo, di ostacolarlo e di rallentare l’avanzata della Russia.

Per poter continuare a perseguire questo comportamento assolutamente aggressivo e per spiegare ai propri cittadini perché lo stanno facendo, stanno cercando di ingannare i cittadini dei paesi europei con l’ idea che la Russia stia presumibilmente progettando di attaccare qualcuno. È una totale assurdità, proprio come le farneticazioni di quella persona su… Cosa ha detto che avrebbero fatto?

Nota: Ha detto che dovrebbero essere loro stessi ad attaccare e che uccideranno tutti i russi.

Vladimir Putin: È ciò che noi in Russia descriviamo con la frase “Il circo se n’è andato, ma i clown sono rimasti”. Si tratta di buffonate politiche

Credo che la popolazione dell’Estonia sia di 1,3 milioni o leggermente superiore. Il solo esercito russo, per non parlare della popolazione della Federazione Russa, ammonta a 1,535 milioni. La popolazione dell’Estonia è di 1,3 milioni, cifra che include neonati e anziani. È chiaro che si tratta di una totale assurdità. Purtroppo, questo è il tipo di persone con cui dobbiamo fare i conti nell’odierna Europa occidentale.

Domanda: Come è noto, i negoziati tra il Presidente della Cina e il Presidente degli Stati Uniti sono attualmente in corso negli Stati Uniti. Cosa ne pensi? Sei geloso? Ha intenzione di partecipare al vertice dell’APEC in Cina, dove potrebbe tenersi un incontro trilaterale ?

Vladimir Putin: La gelosia è qualcosa che appartiene a una sfera completamente diversa, la sfera della natura umana, dei rapporti tra un uomo e una donna. Non credo che tali categorie siano applicabili alla politica internazionale. Accogliamo con favore i negoziati tra gli Stati Uniti e la Repubblica Popolare di Cina.

Perché? Perché queste sono le due maggiori economie del mondo e, a seconda dell’ esito dei loro negoziati sulle questioni controverse, le questioni controverse derivanti dalle  sanzioni illegittime imposte dagli Stati Uniti, e il tipo di accordi che verranno raggiunti, ciò avrà ripercussioni sull’ intera economia globale, compresa la nostra economia.

Sì, le nostre relazioni con gli Stati Uniti si sono quasi azzerate. Ma il nostro volume di scambi commerciali con la Repubblica Popolare di Cina ammonta a 240 miliardi di dollari USA. È una cifra considerevole. E il nostro commercio continua a crescere.

Inoltre, abbiamo un ambito molto importante da sviluppare ulteriormente, sia per noi che per la Repubblica Popolare Cinese. E, naturalmente, lo sviluppo complessivo delle relazioni economiche internazionali riveste grande importanza. Pertanto, accogliamo con favore qualsiasi accordo positivo tra la Cina e gli Stati Uniti.

Nota: E che dire del vertice dell’APEC?

Vladimir Putin: Oh, il vertice dell’APEC. Dobbiamo ancora prendere una decisione definitiva. Tutto dipenderà dalla situazione nel paese, nel nostro paese. Quando devo decidere se partecipare o meno a un evento internazionale, tengo sempre conto della situazione che si sta sviluppando all’interno della Federazione Russa.

Ma nel complesso, si tratta di un evento importante e serio, e ho ricevuto un invito. Ritengo che sarà utile lavorare su una piattaforma di questo tipo. Ne ho parlato con il presidente Xi Jinping. Sono propenso a partecipare a quell’evento. Tuttavia, come ho detto, ciò dipenderà in ultima analisi dalla situazione in Russia.

26 settembre 202622:58

Discorso e risposte alle domande dei media del Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa S.V. Lavrov al termine della settimana di alto livello dell’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, New York, 26 settembre 2026

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Ci scusiamo per il leggero ritardo. Stavamo concludendo l’ultimo di quasi cinquanta incontri. È stata una settimana intensa. Come potete immaginare, ci stavamo attivamente “recuperando dall’isolamento”.

Ho appena illustrato le priorità della politica estera russa durante la seduta dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Spero che abbiate potuto prenderne visione. Non ripeterò questi punti in dettaglio. Porrò particolare enfasi sulla necessità di rispettare i principi dello Statuto delle Nazioni Unite, non in modo selettivo, ma nella loro interezza, nel loro insieme e nella loro interconnessione, come via per rafforzare le basi multilaterali del mondo contemporaneo e anche per contrastare le pratiche neocoloniali, alle quali i paesi del Sud e dell’Est del mondo prestano ora sempre maggiore attenzione, ben consapevoli del fatto che, nonostante l’indipendenza politica ottenuta negli anni ’60, la dipendenza economica dall’Occidente permane e non scompare affatto, ma in determinate situazioni addirittura aumenta.

Hanno sottolineato l’importanza di una lotta senza compromessi contro le manifestazioni del neonazismo, in primo luogo in Ucraina. Ma non solo, perché le metastasi di questa ideologia misantropica sono visibili anche in altri paesi del nostro continente, soprattutto tra i membri dell’UE e della NATO, nei Paesi baltici. E anche in Germania, il che è particolarmente preoccupante. Ne ho parlato espressamente all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

La nostra delegazione ha avuto non solo incontri bilaterali, ma anche multilaterali. Ieri, in particolare, si sono tenuti incontri nell’ambito dell’OCDB e del Gruppo degli amici a difesa della Carta delle Nazioni Unite. Insieme agli amici e agli alleati bielorussi è stato avviato il lavoro di preparazione della «Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo». Circa una decina di delegazioni hanno manifestato il desiderio di entrare a far parte del gruppo di esperti, che inizierà i lavori già entro la fine dell’anno in corso. L’obiettivo è quello di contribuire alla creazione, nel continente eurasiatico (il continente più grande e ricco, dove si trovano alcune delle più grandi e antiche civiltà), di un’architettura di sicurezza e cooperazione paritaria e indivisibile.

Durante i colloqui bilaterali si è parlato di varie situazioni di crisi, tra cui gli avvenimenti nella zona del Golfo Persico e dello stretto di Bab el-Mandeb, la catastrofe a Gaza e il proseguimento della politica di insediamenti in Cisgiordania. Sono state discusse le situazioni di conflitto nel continente africano e la situazione in America Latina, dove intorno a Cuba si addensano nuovamente le nubi.

Naturalmente, si è parlato dell’Ucraina. Vi ricordo che il 23 settembre di quest’anno si è tenuta una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla crisi ucraina, convocata dalla Francia. In quell’occasione ho intervenuto in modo dettagliato, illustrando quella che, a nostro avviso, è una ricostruzione abbastanza dettagliata della genesi di tutta questa vicenda. In quell’intervento tutto è stato esposto con chiarezza.

È indubbiamente necessario adeguare la nostra Organizzazione alle nuove realtà, anche attraverso una riforma del Consiglio di Sicurezza che preveda l’inclusione di ulteriori rappresentanti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Non possiamo prevedere alcun seggio per l’Occidente. Non possiamo ammetterli, perché nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU l’Occidente è già sovrarappresentato. Vogliamo che l’ONU diventi davvero il centro di coordinamento degli interessi di tutti gli Stati, come previsto dal suo Statuto.

Senza dubbio, anche il Segretariato dell’Organizzazione potrebbe dare un contributo costruttivo in questo senso. Tuttavia, l’attuale squadra guidata da A. Guterres non è in grado di attuare i principi fondamentali di questo documento, che costituisce il fondamento stesso dell’intera ONU. Si promuovono approcci di parte e «due pesi e due misure» che, in definitiva, favoriscono un gruppo di paesi occidentali. Se si osserva la composizione dei vertici del Segretariato, si nota che sette-otto delle cariche più significative per il funzionamento dell’ONU e del suo sistema sono ricoperte da cittadini o sudditi di paesi membri della NATO.

Il Segretario Generale dell’ONU A. Guterres e il suo portavoce S. Dujarric, rispondendo a una domanda su come comportarsi con la Groenlandia, vista l’intenzione degli Stati Uniti di “annetterla”, che tale questione debba essere risolta sulla base dello Statuto delle Nazioni Unite, delle risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dell’integrità territoriale della Danimarca e del diritto all’autodeterminazione dei groenlandesi. Ho chiesto al signor A. Guterres (con cui ci siamo incontrati l’altro ieri) perché, per quanto riguarda l’Ucraina, non venga menzionata affatto l’opzione del «diritto all’autodeterminazione». Almeno come opzione. Ha risposto che ci hanno riflettuto a lungo e che si tratta di cose diverse. In che senso sono diverse? Da una parte c’è la Danimarca e dall’altra la Groenlandia, mentre l’Ucraina fa parte della nostra realtà geopolitica, geoeconomica e culturale comune.

Gli americani, i danesi e i groenlandesi hanno firmato accordi volti a rafforzare la presenza militare e il controllo degli Stati Uniti sull’isola; tale accordo prevede espressamente che la presenza degli Stati Uniti rimanga permanente, anche nel caso in cui i groenlandesi organizzassero un referendum per esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione. Capite qual è la differenza?

Assistiamo al silenzio che viene steso sulle flagranti violazioni dei diritti umani fondamentali e delle norme del diritto internazionale umanitario da parte del regime di Kiev. La situazione a Bucha nell’aprile 2022 è ormai diventata un caso emblematico. Allora fu inscenata una messinscena. Dal nulla, dopo due o tre giorni in cui non si erano verificati combattimenti, è apparsa sul posto una troupe della «BBC». Trovandosi «per caso» «al posto giusto al momento giusto», ha iniziato a trasmettere in tutto il mondo le immagini di decine di cadaveri, disposti con cura lungo la strada principale di questo sobborgo di Kiev.

A proposito, affronto sempre questo argomento ogni volta che intervengo qui davanti a voi. E nel 2025, lo ricordo bene, ho menzionato questa vicenda. Mi sono chiesto perché nessuno dei giornalisti, che in altre situazioni ben meno significative e meno tragiche conducono le proprie inchieste, abbia chiesto dove fossero le informazioni ufficiali sui nomi di coloro i cui cadaveri erano stati mostrati dalla «BBC». Ancora una volta faccio appello al vostro orgoglio professionale. Spero di essere ascoltato.

E il signor A. Guterres, in risposta, si limita ad alzare le spalle. Dice di non sapere nulla. A quanto pare, si tratterebbe di un argomento riservato. Anche se proprio a Bucha è già stato eretto un monumento commemorativo su cui sono incisi dei nomi. Da una verifica è emerso che si tratta dei nomi di criminali di guerra. Non si tratta affatto di civili. Abbiamo diffuso il rapporto del nostro movimento civico. Spero che vi sia utile. Forse stimolerà il vostro interesse giornalistico e il vostro intuito, affinché riusciate comunque a capire cosa sia realmente accaduto e perché la verità venga nascosta con tanta cura.

Ci auguriamo che il nuovo Segretario Generale rappresenti gli interessi dell’intera umanità, e non solo quelli del «miliardo d’oro», e che soddisfi tutti i criteri stabiliti nello Statuto delle Nazioni Unite, tra cui l’imparzialità, l’obiettività e l’adempimento delle funzioni di capo amministrativo dell’Organizzazione.

Grazie mille.

Domanda (traduzione dall’inglese): Lei ha affermato che la Russia è pronta a una soluzione politico-diplomatica della situazione relativa all’Ucraina. Ha inoltre menzionato che la Russia non accetterà una tregua nelle operazioni militari durante i negoziati. Quali misure concrete volte a rafforzare la fiducia sta preparando attualmente la Russia per passare dalle posizioni diplomatiche a negoziati concreti?

S.V. Lavrov: C’è un solo modo per rafforzare la fiducia: rispettare quanto concordato. Nel febbraio 2014, quando in quel Paese infuriava un movimento di protesta, fomentato dall’allora vice segretario di Stato americano per gli affari europei ed eurasiatici V. Nuland e da altri visitatori occidentali, iniziarono i negoziati sotto l’egida di Francia, Germania e Polonia. Erano presenti l’attuale presidente tedesco F.-W. Steinmeier, all’epoca ministro degli Esteri ad interim, il suo omologo francese, l’allora ministro degli Esteri L. Fabius, e il ministro degli Esteri polacco R. Sikorski (che all’epoca era a capo del ministero degli Esteri polacco e ora è tornato a ricoprire tale carica).

L’allora presidente degli Stati Uniti B. Obama aveva chiamato appositamente il presidente della Federazione Russa V.V. Putin, chiedendogli di non impedire all’allora presidente dell’Ucraina V.F. Yanukovich di firmare quell’accordo, promosso dai filoccidentali e dagli europei. Il presidente russo V.V. Putin ha affermato che, se V.F. Yanukovych, che era inequivocabilmente il presidente legittimo e universalmente riconosciuto, prendeva una decisione, come avrebbe potuto opporsi alla decisione sovrana del presidente di un paese confinante?

Allora fu firmato un accordo in base al quale V.F. Yanukovich rinunciava di fatto a tutti i suoi poteri e accettava di indire elezioni presidenziali anticipate entro pochi mesi. Per quel periodo avrebbe dovuto essere istituito un governo di unità nazionale. L’accordo fu firmato da Germania, Francia e Polonia, che garantirono il rispetto di tutto ciò.

Il giorno dopo l’opposizione se ne è infischiata della Francia, della Germania, della Polonia e di tutti gli impegni assunti dopo la firma di quel documento, e ha occupato gli edifici governativi. Ha poi dichiarato che V.F. Yanukovich non era più presidente. E il giorno dopo sia i tedeschi, sia i francesi, sia gli inglesi (come si fa a farne a meno?) hanno dichiarato che, a quanto pare, la democrazia aveva risolto tutti i problemi, e che quindi avrebbero riconosciuto il nuovo governo, salito al potere attraverso un sanguinoso colpo di Stato. Probabilmente questo non rafforza la fiducia: quando hai firmato, e la mattina dopo dici: «Va bene, mi avete preso a calci, ma mi rialzerò e tutto tornerà alla normalità».

In seguito, un anno dopo che la Crimea si era ribellata contro il governo illegittimo, si ribellò anche il Donbass, perché coloro che erano saliti al potere fin dal primo giorno, trovandosi all’interno dei locali ufficiali delle strutture presidenziali, avevano dichiarato che avrebbero abolito lo status della lingua russa in Ucraina. Anno 2014. In altre parole, questa idea non è nata all’ultimo momento, ma era già da tempo che se ne occupavano.

La Crimea e quelle parti del Donbass che non hanno accettato di riconoscere il colpo di Stato sono state definite terroriste, «non esseri umani» (come ha affermato il «primo ministro» di queste autorità illegittime, salite al potere nel febbraio 2014). Lo stesso V. Zelenskyy li ha in seguito definiti «creature». L’ex presidente dell’Ucraina P.A. Poroshenko affermava con orgoglio da ogni tribuna che i loro figli, i figli degli ucraini, avrebbero vissuto, frequentato scuole luminose e bellissimi asili, mentre i figli di loro, indicando con il dito il Donbass, sarebbero marciti nelle cantine. Come comportarsi con queste persone, se non rifiutando categoricamente di avere qualcosa in comune con loro e indcendo un referendum sull’autodeterminazione, cosa che è stata effettivamente fatta?

Dopo un anno di tali eventi sono stati firmati gli Accordi di Minsk, approvati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il quale adotta decisioni che lo Statuto delle Nazioni Unite impone di rispettare. Esiste un articolo specifico al riguardo. Per molti anni P.A. Poroshenko e V. Zelensky hanno sabotato questi Accordi di Minsk, ignorando ormai non solo la Gran Bretagna e la Francia, ma anche il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Nel 2019, E. Macron, insediatosi al Palazzo Presidenziale di Parigi, ha convocato nel dicembre 2019 questo “quartetto” – Francia, Germania, Russia e Ucraina. Erano presenti l’allora cancelliera tedesca A. Merkel, il presidente della Federazione Russa V. V. Putin e V. Zelensky. Dicembre 2019. È stato adottato un altro documento in cui, ancora una volta, A. Merkel, E. Macron e V. Zelensky hanno sottoscritto le formulazioni secondo cui è necessario rispettare gli accordi di Minsk, in particolare concedere a questa parte del Donbass uno status speciale e sancirlo nella Costituzione dell’Ucraina.

C’erano anche accordi sul ritiro delle truppe, che non sono stati rispettati dal regime di V. Zelensky. Insomma, la terza opzione, in cui bisognava dimostrare la propria disponibilità al dialogo e di essere degni di fiducia prima di iniziare a rafforzare qualcosa in quella zona.

Per la quarta volta, quando noi (già spinti dalla disperazione), non vedendo altre soluzioni per garantire la nostra sicurezza e quella dei popoli del Donbass e della Novorossiya, abbiamo avviato un’operazione militare speciale, tre settimane dopo, nel marzo 2022. L’Ucraina ha chiesto di avviare dei negoziati. Abbiamo accettato di partecipare a questi negoziati. Si sono tenuti diversi round in Bielorussia e poi a Istanbul all’inizio di aprile 2022. La delegazione ucraina ha proposto dei principi per la risoluzione del conflitto, che abbiamo accettato. Sottolineo ancora una volta: non li abbiamo modificati. Sono stati siglati. Probabilmente, la firma sul documento è ciò che richiede la capacità di raggiungere un accordo.

Ci siamo fidati dei colleghi ucraini. Anche loro hanno siglato questo documento. Ma si è scoperto che, anziché rafforzare la fiducia, l’hanno minata. E ad aiutarli in questo c’era l’allora primo ministro britannico B. Johnson, così come tutti gli altri leader europei che hanno acconsentito alla richiesta di B. Johnson secondo cui l’Ucraina non avrebbe dovuto firmare quel documento, ma combattere contro la Russia.

Anche in Alaska abbiamo dimostrato fiducia nei nostri colleghi americani. Abbiamo accettato i principi da loro formulati, adottandoli come base per il lavoro futuro. Ma subito dopo i rappresentanti europei sono “piombati” alla Casa Bianca e hanno cercato di dissuadere il presidente degli Stati Uniti D. Trump dal portare avanti la sua stessa iniziativa. Esattamente come l’allora primo ministro britannico B. Johnson nel 2022 aveva cercato di dissuadere V. Zelenskyj dal portare avanti la propria posizione.

Giudicate voi stessi, quindi. Ho illustrato più volte questa sequenza di eventi. Non c’è alcuna mancanza di fiducia da parte nostra. Anzi, abbiamo continuato i negoziati bilaterali a Istanbul e abbiamo tenuto incontri trilaterali ad Abu Dhabi con la partecipazione degli americani. Tutti questi cicli di negoziati non sono stati interrotti da noi, ma da coloro che oggi affermano che «i russi evitano i contatti, non hanno nulla da dire».

Credo che, in fin dei conti, stiate analizzando il nocciolo della questione e comprendiate il vero significato delle proteste di V. Zelensky e dei suoi collaboratori, che sono sotto il pieno controllo dell’Occidente, il quale, a sua volta, si dimostra del tutto incapace di negoziare, se consideriamo il «contributo» dell’Europa agli sforzi per risolvere la crisi ucraina.

Domanda: La parte russa ha già dichiarato in precedenza che, tra i candidati alla carica di nuovo Segretario Generale dell’ONU, non ve ne è nessuno che la soddisfi pienamente. Ciò significa che, in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non sosterremo nessuna delle candidature e porremo il veto alla votazione?

S.V. Lavrov: Sapete, in questo caso, probabilmente, non bisognerebbe semplicemente cercare il pelo nell’uovo. “Completamente” è la parola chiave che avete citato, e avete fatto bene. È stata pronunciata nel discorso di uno dei nostri collaboratori. Il pieno consenso si trova solo, sapete dove? Al cimitero. Lo sanno bene tutti.

Ma tra le numerose candidature attualmente in discussione ve ne sono alcune che sono del tutto degne e possiedono le qualità necessarie per ricoprire questa carica di grande responsabilità.

Domanda (traduzione dall’inglese): Ora che il presidente degli Stati Uniti D. Trump ha respinto il piano di sette giorni presentato dall’Iran in relazione alla situazione nello Stretto di Ormuz, le difficoltà in quella zona rimangono ancora molte. Lo stretto di Bab el-Mandeb è controllato dagli Houthi e proseguono gli attacchi contro l’Arabia Saudita. Come vede la Russia la soluzione di questa situazione estremamente complessa?

Per quanto riguarda la Palestina. Sono trascorsi 10 mesi dall’adozione, da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, della risoluzione 2803, che contiene il cosiddetto piano di D. Trump. Da allora non è successo granché. Le forze internazionali di stabilizzazione non sono mai state dispiegate.

S.V. Lavrov (traduzione dall’inglese): Leggerà ora l’intera risoluzione?

Domanda (traduzione dall’inglese): No. Voglio solo dire che non è stata eseguita. E a noi serve proprio che venga eseguita. Cosa dobbiamo fare adesso?

S.V. Lavrov: Purtroppo, non è una novità che le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU non vengano rispettate. Ogni volta, tale mancato rispetto è dovuto al fatto che l’Occidente persegue la propria agenda nascosta. La risoluzione 1244 sulla risoluzione del conflitto nell’ex Jugoslavia, che prevedeva che il Kosovo rimanesse parte della Serbia, che sul territorio del Kosovo fossero dispiegate (anche se simboliche, ma pur sempre) alcune forze di polizia della Repubblica Serba e molte altre cose. Non c’è più alcuna risoluzione. Anche se continuiamo a ricordare che c’erano possibilità di una soluzione normale senza alcuna «dichiarazione unilaterale di indipendenza» (senza indire alcun referendum).

C’era la risoluzione 1515 sulla risoluzione della crisi mediorientale e sulla creazione dello Stato palestinese. In tale contesto, il «quartetto» di mediatori internazionali – composto da Russia, Stati Uniti, ONU e Unione Europea (uno strumento molto utile, tra l’altro) – è stato sostenuto nell’attuazione della «road map», che prevedeva la proclamazione dello Stato palestinese entro un anno.

Non è la prima volta che le risoluzioni non vengono rispettate. Non elencherò altre risoluzioni, dato che qui stiamo parlando della Palestina. Ecco alcuni esempi.

A dire il vero, ci siamo astenuti dal voto sulla risoluzione 2803 per un semplice motivo: nutrivamo dei dubbi. Abbiamo fatto notare agli autori statunitensi che una risoluzione sulla Palestina che non menziona affatto l’ONU appare un po’ strana, soprattutto se il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovesse approvare un testo che esclude completamente ogni riferimento al ruolo di questa Organizzazione, impegnata da molti decenni nella questione palestinese. Ma allora la maggior parte dei paesi arabi, e gli stessi palestinesi, ci hanno chiesto di non esercitare il veto contro questa risoluzione. Anche la Cina si è astenuta. E ci ritroviamo nella situazione attuale.

Per quanto riguarda il rifiuto da parte di Washington del «piano dei sette giorni» proposto dall’Iran, non è nemmeno questa la prima volta. C’era stato il memorandum di Islamabad, che conteneva accordi concreti. Era stato firmato ai massimi livelli.

Quindi non si tratta di un fenomeno nuovo nella politica mondiale, nell’attuale fase del suo sviluppo.

Per quanto riguarda cosa fare, riteniamo che il memorandum di Islamabad sia stato, come si suol dire, un accordo onesto. Dato che è stato firmato ai massimi livelli, probabilmente è stato fatto con piena consapevolezza. Allora perché non tornarci sopra?

Domanda (traduzione dall’inglese): Grazie per incontrarci ogni anno, dandoci così l’opportunità di scambiare alcune riflessioni, in particolare sulla Palestina. Nel suo intervento, letteralmente pochi minuti fa, lei ha affermato che la Russia vuole assumere l’iniziativa per andare avanti, al fine di favorire una soluzione del conflitto basata su due Stati, affinché questa diventi realtà. Lei sa benissimo cosa sta accadendo in Cisgiordania. Attualmente dello Stato palestinese non è rimasto praticamente nulla, e anche a Gaza è rimasto ben poco: sono stati letteralmente messi con le spalle al muro. Supponendo che la Russia potesse realizzare una qualche iniziativa, come lei ha appena detto, cosa potrebbe fare concretamente la Russia per avvicinarsi almeno un po’ alla realizzazione di questa soluzione statale?

S.V. Lavrov: Nel mio intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ho affermato che la situazione nella Cisgiordania si sta deteriorando molto rapidamente e che, con le ultime decisioni relative agli insediamenti a Gerusalemme Est – se tali insediamenti venissero effettivamente realizzati, – verrà interrotto il collegamento tra Gaza e la Cisgiordania. In sostanza, non ci sarà più spazio per creare uno Stato palestinese. Ha detto bene. Sono d’accordo con lei.

La risoluzione 2803, che ha approvato il «piano di D. Trump», il «piano di pace», il «Consiglio di pace», prevede proprio che gran parte del settore di Gaza (dove non si fa alcun riferimento alla Cisgiordania) debba passare sotto il controllo delle istituzioni palestinesi, sotto la supervisione, per così dire, di questo «Consiglio di pace». Ma lei ha giustamente osservato che attualmente i palestinesi controllano, se mai, il venti per cento del territorio, probabilmente non di più.

Cosa fare? Per molti anni, da quando mi ricordo di ricoprire questa carica, abbiamo sostenuto l’unità palestinese, perché la divisione tra i palestinesi non prometteva nulla di buono per loro, e ora ne abbiamo la conferma. Anche adesso non c’è alcuna speranza che si possano gettare ponti tra, ad esempio, Fatah e Hamas come movimenti politici. Sosteniamo pienamente la necessità di fissare per questa struttura esclusivamente obiettivi politici.

Abbiamo tenuto diversi incontri a Mosca. Abbiamo invitato tutte e 14 le fazioni palestinesi e abbiamo adottato un documento in cui dichiaravano di essere d’accordo nell’unirsi, nel mettere da parte le divergenze e nel promuovere, come «gruppo unito», la causa palestinese per la creazione di uno Stato palestinese.

Lo stesso hanno fatto i nostri colleghi cinesi un anno dopo. Purtroppo, anche tutti questi accordi volti a rafforzare la fiducia sono rimasti solo sulla carta, per ragioni che non dipendono da noi. I nostri fratelli palestinesi non sono riusciti a superare queste divisioni interne, nonostante avessero dichiarato che avrebbero garantito l’unità delle loro file.

Ricordo che durante i negoziati, quando il «quartetto» (Russia, Stati Uniti, Unione Europea e ONU), quando in quella sede discutevamo della necessità di agire, di intraprendere azioni o iniziative specifiche, molto spesso gli americani dicevano di essere d’accordo, ma si chiedevano con chi dei palestinesi potessero parlare, dato che tra loro c’era una spaccatura: alcuni erano d’accordo, altri no.

Pertanto, anche solo per evitare di spingere la questione palestinese ancora più in profondità in un abisso senza fondo, varrebbe comunque la pena… Non so quanto ciò sia realistico al momento, ma questa era la nostra iniziativa. A questo punto, cosa possiamo fare? Gli amici palestinesi e tutti coloro che, in un modo o nell’altro, nel mondo arabo sono interessati a una soluzione sostenibile e a lungo termine, sanno che siamo sempre pronti ad aiutare. Lo abbiamo dimostrato con tutte le nostre esperienze precedenti. Siamo a loro disposizione, ma è necessario che ci sia interesse per i nostri servizi.

A differenza di alcuni nostri colleghi occidentali, compresi alcuni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, noi non imponiamo iniziative che poi si traducono in eventi di grande risonanza da qualche parte sugli Champs-Élysées, per poi non portare a nulla di concreto e finire nel dimenticatoio.

Domanda (traduzione dall’inglese): Come verrà risolta la questione del sistema di difesa aerea S-400 con la Turchia? Autorizzate la Turchia a vendere gli S-400?

S.V. Lavrov: I sistemi antiaerei S-400 sono stati forniti nell’ambito di un contratto che prevede il pieno e totale rispetto del certificato di utente finale. Sanno benissimo che non possono spostare questi sistemi al di fuori dei propri confini senza il consenso ufficiale della parte russa. Non abbiamo ricevuto alcuna richiesta in tal senso.

Domanda: Nella parte introduttiva ha già accennato al fatto che ieri sono iniziati i preparativi per l’elaborazione della «Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo». Tuttavia, vorrei chiedere quali siano le iniziative previste in futuro in tal senso?

S.V. Lavrov: Si prevede di redigere una carta. Dal punto di vista pratico, la decisione è stata presa.

È stata pubblicata una dichiarazione; pensavo che tutti gli interessati l’avessero già letta. Si sta costituendo un gruppo di esperti con la partecipazione di un «nucleo» di paesi che hanno già manifestato la disponibilità a partecipare all’elaborazione di questo documento. Si tratta di un gruppo aperto; nelle fasi successive, chiunque lo desideri potrà unirsi.

Il primo incontro per i negoziati tra esperti si terrà a Minsk entro la fine del 2026. Il secondo, secondo quanto previsto, si terrà a Mosca nella prima metà del 2027. Inoltre, diversi paesi hanno manifestato interesse a ospitare a loro volta tali consultazioni sul proprio territorio.

Non fissiamo alcuna scadenza artificiale, ma, ovviamente, non vorremmo protrarre troppo a lungo questo lavoro, considerando che il nostro continente eurasiatico ha un grande bisogno di una struttura a livello continentale che sia aperta a tutti i paesi e a tutte le organizzazioni del continente, senza eccezioni e senza alcuna interferenza esterna. Strutture di questo tipo esistono in Africa e in America Latina: in entrambi i casi vi sono numerose organizzazioni subregionali, ma esistono anche strutture a livello continentale. In Eurasia, invece, le organizzazioni subregionali sono numerose, ma non esiste una sorta di «ombrello» (non è nemmeno necessario definire tale struttura come un’organizzazione), una piattaforma in cui tutti, senza eccezioni, i paesi e le organizzazioni del continente possano scambiarsi opinioni su base regolare. Mi sembra che questa sia una lacuna.

Domanda (traduzione dall’inglese): Lei ha appena incontrato il ministro degli Esteri tedesco J. Wadeful, il quale le avrebbe chiesto una “de-escalation”, in particolare per quanto riguarda gli attacchi ibridi. Cosa gli ha risposto? E può dirci, dal suo punto di vista, a che punto si trovano attualmente le relazioni tedesco-russe?

S.V. Lavrov: Vi consiglio di leggere il mio intervento al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di tre giorni fa. Ne ho appena fornito una breve sintesi rispondendo alla prima domanda. Spero che anche voi abbiate notato la vicenda che ha preceduto tutto ciò che sta accadendo ora. La nostra coscienza è assolutamente pulita.

A differenza della coscienza di coloro che hanno firmato e garantito gli accordi nel febbraio 2014, di coloro che hanno firmato gli accordi di Minsk nel febbraio 2015 e di coloro che hanno firmato gli accordi di Parigi nel dicembre 2019 – in primo luogo, ovviamente, Germania e Francia.

E né la Germania né la Francia hanno rispettato nessuno di questi accordi, nonostante i documenti di Minsk siano stati approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, di cui la Germania aspira così con insistenza (direi addirittura in modo ossessivo) a diventare membro, sebbene non abbia alcuna possibilità di riuscirci.

Per quanto riguarda il ministro degli Esteri della Germania J. Wadeful, ha chiesto un incontro all’ultimo momento (ieri o l’altro ieri). Avevamo una finestra disponibile: stamattina, prima del discorso all’Assemblea Generale. Non rifiutiamo mai di ascoltare i nostri colleghi, compresi coloro che accusano la Russia di tutti i peccati mortali. Lo ha dimostrato più volte con il proprio esempio il presidente della Federazione Russa V.V. Putin. Siamo sempre pronti ad ascoltare.

Quando ci siamo incontrati, ho proposto al ministro degli Esteri della Repubblica Federale Tedesca, J. Wadeful, di esporre ciò che era venuto a dire. Ha tirato fuori degli appunti e ha letto un testo che riproduceva integralmente ciò che la Germania dichiara quotidianamente, pubblicamente e ufficialmente attraverso i propri leader. E questo gliel’ho fatto notare. Non ne ho ricavato nulla di nuovo.

Il sottotesto era questo: in sostanza, lui è venuto da noi, si è “abbassato” a stabilire un contatto, e noi, in risposta a un simile gesto di buona volontà, dovremmo fare delle concessioni sul fronte ucraino, garantire un accordo sulla regione del Mar Nero affinché le petroliere e le navi da carico possano transitare senza problemi, aggiungendo che su questo tema si rivolgono alla Russia anche i colleghi provenienti da India, Egitto e Turchia.

Esatto: ci contattano, e noi ne discutiamo con loro. Ma in risposta diciamo una cosa molto semplice: chiediamo loro di citare almeno un caso in cui navi commerciali, operanti nel loro interesse, siano state oggetto di attacchi da parte russa. A questo punto la conversazione si conclude. Non ci sono casi del genere!

Tutti i danni causati alla navigazione commerciale sono il risultato degli attacchi terroristici ucraini, non solo nel Mar Nero, ma anche nel Mar Caspio. Esiste un consorzio per l’oleodotto del Mar Caspio. Il principale investitore è innanzitutto il Kazakistan, ma vi partecipano anche «Chevron» ed «ExxonMobil». L’Ucraina ha colpito più volte le infrastrutture di questo consorzio. E circa un mese e mezzo fa hanno colpito una petroliera di proprietà di «Chevron». Ho parlato con il Segretario di Stato americano M. Rubio e gli ho detto che abbiamo bisogno di sapere in qualche modo cosa ne pensano gli americani al riguardo. Sembra che abbiano «lanciato dei segnali».

Anche il ministro degli Esteri della Germania, J. Wadeful, ha parlato di questo (della situazione della navigazione nel Mar Nero). Gli ho spiegato tutto.

Pertanto, quando i nostri colleghi si rivolgono a noi, propongo loro di stipulare accordi bilaterali (Russia–Egitto, Russia–Turchia, Russia–India) in cui garantiamo che, per quanto le loro navi possano essere state prese di mira in passato, non lo faremo mai più in futuro. Con gli ucraini, invece, occorre dialogare a parte e, probabilmente, non più con un tono di richiesta, ma di pretesa.

A proposito, il ministro degli Esteri della Germania, J. Wadeful, mi ha anche rimproverato perché a Lipsia è stato trovato un drone caduto e senza proprietario e si è subito affermato che fosse russo, in quanto “highly likely” (c’è questa espressione). E hanno espulso il nostro Consolato Generale da Bonn, nonostante il fatto che tale consolato, tra le altre cose, garantisse la nostra partecipazione alle attività delle organizzazioni internazionali con sede a Bonn.

Quando la capitale della Repubblica Federale Tedesca si “trasferì” a Berlino, a Bonn rimase un’enorme quantità di locali di cui ormai nessuno aveva più bisogno. E allora (era ancora negli anni ’90) con il nostro sostegno furono raggiunti accordi per trasferirvi i segretariati della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), della Convenzione sulla lotta alla desertificazione e le sedi centrali di tutta una serie di altre organizzazioni. I tedeschi sanno benissimo che nel nostro Consolato Generale a Bonn c’erano diversi collaboratori che non si occupavano di questioni consolari, ma di garantire la partecipazione della Russia ai lavori di queste strutture internazionali.

Per ciascuna di queste strutture, la Germania ha firmato un accordo in qualità di paese ospitante, con cui si è impegnata a fare tutto il possibile per garantire il normale funzionamento di tali segretariati e condizioni adeguate per i rappresentanti dei paesi membri presso tali strutture.

Probabilmente se ne sono dimenticati. Si dimenticano molte cose, compreso il fatto che sul territorio dell’ex Repubblica Democratica Tedesca non dovrebbe esserci alcuna infrastruttura della NATO. Tutto questo è stato dimenticato.

Il ministro degli Esteri della Germania, J. Wadeful, ha affermato che è molto importante attuare l’“iniziativa del Mar Nero”. Ha detto anche qualcos’altro… Ma non ho sentito nulla di nuovo rispetto a quanto Berlino dichiari pubblicamente ogni giorno. Gli ho detto onestamente che pensavo avesse qualcosa di interessante, di insolito da dire. Avrebbero potuto semplicemente chiamare e dire: «Leggete i discorsi ufficiali». Ho ascoltato l’ennesima volta un intervento su questo argomento.

Domanda: Al Consiglio di Sicurezza e nel Suo intervento di oggi ha parlato delle manifestazioni del nazionalismo ucraino. I giornalisti presenti in sala e i Suoi interlocutori durante gli incontri bilaterali hanno ricevuto degli opuscoli dal titolo provocatorio «Gli eredi di Goebbels». Il silenzio dell’Occidente su questo tema: davvero non vedono alcun problema in ciò o chiudono consapevolmente gli occhi per continuare a esercitare pressioni sulla Russia e sostenere l’Ucraina?

S.V. Lavrov: Credo che la questione non si limiti alle pressioni esercitate sulla Russia. Proprio poco fa, nel mio intervento all’Assemblea Generale, ho affrontato questo tema. Il nazismo sta riemergendo.

Il punto non è solo che l’Europa coccola e protegge in ogni modo V. Zelensky quando questi si inginocchia davanti alle spoglie dei criminali nazisti, che alcuni europei compiacenti hanno volentieri consegnato al regime di Kiev, sapendo benissimo che lì ne avrebbero fatto uno spettacolo. Vogliono infatti trasformare questi resti satanici in un «panteo in memoria degli eroi dell’Ucraina» all’interno della Lavra di Kiev-Pechersk.

Questa tendenza al nazismo dichiarato si manifesta non solo nel sostegno da parte dell’Europa, ma anche nel fatto che, come ho detto nel corso del mio intervento, quando il Cancelliere della Repubblica Federale di Germania F. Merz afferma (non una sola volta – non si tratta di un lapsus, l’ha ripetuto più volte), che il suo obiettivo è fare in modo che la Germania «torni a essere la principale forza militare in Europa». Si rende conto del significato della parola «di nuovo» in questa frase? Lo sottolineo ancora una volta: non si tratta di un lapsus, l’ha ripetuto più volte in diverse occasioni.

Per non parlare del fatto che il ricordo di coloro che hanno sconfitto il nazismo viene cancellato sia dai libri di testo sia attraverso la demolizione dei monumenti in diversi paesi europei.

Si tratta quindi di tendenze molto pericolose, che inducono molti analisti ad affermare che attualmente siamo di fronte a un tentativo di creare il “Quarto Reich”.

Domanda (traduzione dall’inglese): È cambiata la posizione della Russia riguardo alla cessione dei sistemi di difesa aerea S-400 a paesi terzi? Si dice che i sistemi S-400 potrebbero essere ceduti agli Emirati Arabi Uniti. La Russia è disposta a prendere in considerazione tale opzione? E la Russia sta partecipando ai negoziati attualmente in corso tra gli Stati Uniti e altri paesi?

S.V. Lavrov: Non intendo esprimermi in merito in questo momento, ma tali possibilità sussistono esclusivamente con il nostro consenso: quando il Paese verso cui potrebbero essere destinate i sistemi S-400 si dimostrerà responsabile e intratterrà rapporti amichevoli con la Federazione Russa, in modo che possiamo essere certi che tali sistemi non lasceranno in alcun modo il territorio di quel Paese.

È tanto più importante per noi saperlo, perché in moltissimi casi – un numero enorme – gli europei “gironzolano”, scusate l’espressione, per il mondo e acquistano armi da paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina e del mondo arabo, garantendo che non finiranno altrove, ma poi le consegnano comunque al regime ucraino. Saremo pronti a fornire gli S-400 a un Paese (quando ne verrà fatta richiesta) che garantisca di non permettere violazioni di questo tipo.

Domanda (traduzione dall’inglese): È questa la soluzione che fa per lei, signor Ministro?

S.V. Lavrov: Non stiamo prendendo in considerazione alcuna opzione, non mi avete forse sentito? Quando ci sarà una richiesta, allora capiremo cosa vogliono fare concretamente i nostri colleghi turchi. Potrebbero anche non concedere loro gli aerei.

Domanda: Nel 2025, quando avete avuto qui, “a margine” dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il primo incontro con M. Rubio, i giornalisti tedeschi hanno chiesto al ministro degli Esteri tedesco J. Wadepul se fosse disposto a parlare con voi. Allora rispose, mi permetta di citare: «Solo quando emergerà un nuovo approccio degno di fiducia, avrà senso avviare un dialogo».

Che cosa è successo? I tedeschi hanno riconosciuto questo «nuovo approccio degno di fiducia»? Perché e a quale scopo è venuto da voi?

S.V. Lavrov: A dire il vero, la cosa non mi interessava e non mi interessa.

La nostra posizione è semplice. Se vuoi parlare con qualcuno del nostro Paese, noi non rifiutiamo mai le richieste delle persone. Anche se oggi abbiamo avuto l’ennesima conferma che tali richieste da parte degli Stati occidentali non apportano nulla di nuovo.

Disponiamo di diversi canali di comunicazione con una serie di paesi dell’Unione Europea e della NATO. Esistono, se volete, possibilità riservate di scambiare opinioni attraverso canali bilaterali. Anche le strutture occidentali competenti ci comunicano alcune posizioni. Non rendiamo pubblico tutto ciò, ma posso solo dire che siamo sempre disponibili ad ascoltare.

Perché J. Wadeful ha cambiato idea? Non lo so, e non voglio nemmeno provare a indovinare. Ma tutti coloro che seguono l’evoluzione della situazione sostengono che l’Europa stia cercando disperatamente un modo per «inserirsi» in quel processo promosso dagli Stati Uniti. Anche loro lo promuovono a intermittenza, perché ora è l’Iran a «intromettersi», ora è improvvisamente la Palestina ad «attirare l’attenzione» o qualcos’altro ancora.

Ciononostante, gli Stati Uniti continuano attivamente i propri sforzi. Ho già commentato quanto è accaduto ad Anchorage. Riteniamo che ad Anchorage fosse stato raggiunto un accordo e siamo tuttora disposti a riprenderlo in considerazione. L’Europa, invece, ha la sensazione di essere stata lasciata “fuori gioco”. Ricordate, il ministro delle Finanze degli Stati Uniti S. Bessent ha affermato che l’Europa non può affatto essere considerata un mediatore, solo gli Stati Uniti possono farlo.

Attualmente il Segretario di Stato americano M. Rubio, contrariamente a quanto aveva affermato a giugno di quest’anno — quando aveva dichiarato che gli Stati Uniti erano dalla parte dell’Ucraina e che quindi non potevano fungere da mediatori — ha affermato che gli Stati Uniti vogliono trovare delle soluzioni, degli approcci e delle nuove proposte. E agli europei fa comodo. Sono abituati a «dettare le regole» ovunque.

Domanda: Mi dica, questi colloqui possono essere considerati una ripresa del dialogo con la Germania?

S.V. Lavrov: L’ho già detto: ha ribadito la posizione ufficiale e pubblica di condanna nei confronti della Russia. Giudicate voi stessi se si tratti o meno di un dialogo.

Domanda (traduzione dall’inglese): Grazie, signor S.V. Lavrov, per aver portato avanti questa tradizione di tenere conferenze stampa rivolte ai media di tutti i paesi.

L’amministrazione dell’autonomia curda in Siria ha cessato la propria attività dopo oltre 10 anni di attività. Attualmente i curdi in Siria stanno cercando di preservare i propri diritti linguistici, culturali e politici all’interno del Paese.

La Russia si è sempre presentata come un Paese che sostiene i diritti dei curdi in Medio Oriente. Durante gli incontri con i suoi colleghi siriani ha parlato della tutela dei diritti dei curdi nell’ambito della nuova Costituzione siriana?

S.V. Lavrov: Abbiamo ottimi rapporti praticamente con tutti i movimenti curdi, comprese le Forze Democratiche Siriane. Conosciamo queste persone.

Ogni volta che si trovavano ad affrontare una crisi, quando gli americani smettevano di sostenerli (c’è stato un momento del genere già durante il primo mandato di D. Trump, quando annunciò che si sarebbero ritirati dal nord-est della Siria), le Forze Democratiche Siriane si rivolgevano immediatamente a noi dicendo: aiutateci in qualche modo a inserirci in questi processi. Abbiamo iniziato ad aiutarli. Poi gli americani sono tornati e le Forze Democratiche Siriane hanno perso interesse nei nostri confronti.

Siamo quindi sempre pronti a fornire i nostri servizi. Tuttavia, è un dato di fatto che il Nord-Est della Siria abbia accettato spontaneamente di firmare il relativo documento con le autorità centrali di Damasco. E questa è una loro decisione sovrana.

Non ho mai sentito dire che la lingua curda sia stata vietata. Non è affatto così. Non siamo di fronte al regime ucraino, che si dedica davvero a promuovere le proprie idee nazionaliste e naziste.

Pertanto, se un giorno le parti interessate dovessero manifestare il desiderio che la Russia svolga un ruolo in tal senso, saremo pronti a chiarire cosa, nello specifico, si aspettino da noi.

Domanda (traduzione dall’inglese): Signor Ministro, è un piacere rivederla qui. «Ne parla ogni anno», dice il signor Ministro. Sì, ne parlo ogni anno. Credo che la pensiamo tutti così. Lei conosce questo posto meglio di qualsiasi altro ministro che sia mai intervenuto qui.

Nel suo intervento all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lei ha affermato in modo assolutamente chiaro e inequivocabile che  rilevate cambiamenti sostanziali nel panorama politico globale, alla luce dell’emergere di nuove potenze, e che la superpotenza degli Stati Uniti e l’influenza di chi si trova nell’emisfero occidentale stanno diminuendo.

Allora, nel corso delle Sue discussioni con il Segretario di Stato degli Stati Uniti M. Rubio, ha intravisto qualche prospettiva di una collaborazione più stretta con l’amministrazione di D. Trump?

S.V. Lavrov: Abbiamo un dialogo regolare con l’amministrazione del presidente degli Stati Uniti D. Trump in diversi contesti, e già questo è di per sé un segno di normalità. Perché se i rapporti si riducono al rilascio, ogni mattina, di dichiarazioni propagandistiche che condannano la Russia e che esigono di infliggerle una «sconfitta strategica», allora questa non è diplomazia.

Gli americani stanno proprio mettendo in atto una strategia diplomatica. Sì, una strategia dura, perché parallelamente alla diplomazia, sullo sfondo di conversazioni che definirei molto umane o addirittura amichevoli, stanno attuando una politica dura volta a emarginare la Russia dall’economia mondiale. Lo sapete bene.

Quando abbiamo incontrato M. Rubio per la prima volta, era il febbraio del 2025 a Riyadh, poco dopo il ritorno di D. Trump alla Casa Bianca; nel suo discorso introduttivo, egli affermò che gli Stati Uniti volevano che i colleghi russi comprendessero che, sotto la guida di D. Trump, avrebbero condotto una politica basata sugli interessi nazionali, senza alcuna ideologia. Allo stesso tempo, riconoscono che anche gli altri Stati, in particolare le grandi potenze, hanno interessi nazionali che sono disposti a rispettare. E nei casi in cui gli interessi degli Stati Uniti e del loro partner – la Russia, in questo caso – coincidano (e tali casi saranno molto rari, ma comunque), sarebbe un errore non tradurre questa coincidenza in progetti reciprocamente vantaggiosi, concreti e tangibili. Ma nei casi in cui gli interessi degli Stati Uniti e della Russia non coincidano, sarebbe un errore ancora più grave permettere che questa divergenza si trasformi e degeneri in un confronto. Tanto più se si tratta di un confronto aspro.

Siamo pienamente d’accordo con questa affermazione. Si stanno svolgendo numerosi incontri: credo di aver incontrato M. Rubio già cinque, se non sei volte, da quando è entrata in carica la nuova amministrazione repubblicana. Parallelamente, arrivano i rappresentanti del presidente degli Stati Uniti D. Trump, S. Whitecoff e J. Kushner, che si incontrano con altri nostri rappresentanti. Il presidente russo V. V. Putin li riceve. È stata una conversazione molto positiva.

E dicono sempre: «Capite, l’Ucraina è la guerra dell’ex presidente degli Stati Uniti J. Biden, non è la nostra guerra». E che, purtroppo, quando sono tornati alla Casa Bianca, l’Ucraina, grazie agli sforzi di J. Biden, si è ritrovata in cima all’agenda internazionale. Pertanto, che lo vogliamo o no, bisogna «toglierla di mezzo», perché ci «intralcia il cammino» verso una prosperità reciprocamente vantaggiosa tra Russia e Stati Uniti.

Ad Anchorage ci è sembrato che fosse stato compiuto un passo per “togliere di mezzo” l’Ucraina. Ma abbiamo accettato ciò che ha proposto il presidente degli Stati Uniti D. Trump, mentre V. Zelenskyy ha rifiutato di accettarlo. E il presidente francese E. Macron (a giugno di quest’anno si è tenuto il vertice di Évian) ha dichiarato pubblicamente e con orgoglio ai giornalisti che avevano «seppellito» Anchorage e che ora l’America era dalla loro parte. Non spetta a E. Macron giudicare, ma comunque all’America.

Siamo pronti. Saremo sempre disposti a dialogare. A maggior ragione con paesi come gli Stati Uniti. Ascolteremo sempre e diremo sempre con sincerità su cosa non siamo d’accordo. E non siamo d’accordo, in particolare, sul fatto che, parallelamente a questi colloqui (mentre la «questione ucraina» si trascina e non si riesce a costringere V. Zelensky ad accettare proprio quei compromessi), non sia più J. Biden, bensì il presidente degli Stati Uniti D. Trump ad adottare sanzioni nei confronti della Russia. Non solo: l’attuale amministrazione sta prorogando automaticamente tutte le sanzioni introdotte da J. Biden. Assolutamente tutte le sanzioni anti-russe.

Un mese dopo l’incontro ad Anchorage sono state annunciate nuove sanzioni contro la nostra compagnia petrolifera privata PAO «Lukoil» e la compagnia petrolifera statale PAO NK «Rosneft». Attualmente le stanno semplicemente «espellendo» dai mercati internazionali.

Pertanto, riteniamo che sia proprio questo a costituire l’interesse nazionale degli Stati Uniti. Negli Stati Uniti è stata adottata una dottrina che prevede di garantire il dominio del Nord America (senza il Canada, ovviamente, per ora solo gli Stati Uniti) sui mercati energetici mondiali.

Guardate cosa è successo in Venezuela. Si diceva che il presidente del Venezuela, N. Maduro, fosse un trafficante di droga e che quindi fosse necessario cambiare il regime in quel Paese. Ora si scopre che gli americani si sono semplicemente appropriati dell’industria petrolifera, trasformandola in una proprietà congiunta tra Stati Uniti e Venezuela. L’Iran è stato accusato di sostenere il terrorismo da 47 anni. E poi, nel corso dei negoziati, ci sono stati periodi in cui gli americani hanno proposto agli iraniani di controllare congiuntamente lo Stretto di Ormuz. È chiaro, e va detto senza mezzi termini, che gli interessi nazionali degli Stati Uniti sono piuttosto egoistici.

Nei nostri colloqui cerchiamo di spiegare loro da dove siamo partiti: nel mondo di oggi non è possibile risolvere da soli (nemmeno per un Paese come gli Stati Uniti) tutti i problemi globali, per di più a spese di altri Paesi. Sono certo che la vita insegnerà ai nostri partner americani a iniziare a ragionare in termini di multilateralismo: non sono gli unici al mondo a rappresentare una potenza economica e militare e, in generale, un attore autonomo sulla scena internazionale.

Domanda (traduzione dall’inglese): Abbiamo ascoltato le sue osservazioni nel discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite riguardo alle qualità che la Russia vorrebbe vedere nel nuovo Segretario Generale. Attualmente è in corso l’ultima fase della selezione del Segretario Generale. La Russia è soddisfatta degli attuali candidati in lizza? La Russia ha qualche problema con i due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti nella votazione non ufficiale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ovvero R. Greenspan e K. Rodríguez-Birket? La Russia ha qualche problema con questi due candidati?

S.V. Lavrov: Ne ho già parlato poco fa nel corso della conferenza stampa odierna. Queste caratteristiche sono sancite dallo Statuto delle Nazioni Unite. In esso si afferma che il Segretario Generale è la massima autorità amministrativa. Ciò definisce già un quadro di riferimento ben preciso, che non dovrebbe essere superato. È inaccettabile che il Segretario Generale tenti di prendere decisioni unilaterali e, in situazioni di divisione tra i membri dell’ONU su una determinata questione, si schieri da una parte.

Il secondo criterio, previsto dallo Statuto delle Nazioni Unite, è l’imparzialità e l’equilibrio delle sue azioni, così come di quelle di qualsiasi collaboratore del Segretario Generale. Ho motivo di ritenere che, a differenza dell’attuale dirigenza del Segretariato, tra i candidati alla carica di Segretario Generale vi siano persone che soddisfano tali criteri: rappresentanti dei paesi dell’America Latina e di altri continenti, sebbene attualmente l’America Latina occupi una posizione prioritaria in virtù dell’intesa informale consolidatasi in materia di rotazione. Tra queste figurano le due rappresentanti dell’America Latina da lei menzionate.

Domanda: Cosa direbbe a quei leader europei che, con regolarità e con grande serietà, esortano a prepararsi alla guerra contro la Russia?

S.V. Lavrov: Ormai è noioso parlare di questo argomento. Abbiamo esposto più volte la nostra posizione, quindi non ho nulla da aggiungere.

È stata espressa personalmente dal presidente russo V.V. Putin. Recentemente, a San Pietroburgo, ha ribadito questa posizione. Ha affermato che non abbiamo intenzione di entrare in guerra con l’Europa. Sono solo farneticazioni e sciocchezze. Ma è proprio l’Europa che si sta preparando alla guerra contro di noi. Ogni giorno ribadiscono che, al più tardi entro il 2030, loro, gli europei, dovranno essere pronti per la guerra. Una posizione del genere potrebbe rivelarsi una profezia che si autoavvera, perché proprio ora stanno investendo ingenti somme nella produzione di armi. E a un certo punto qualche avventuriero (e ce ne sono molti tra queste élite) dirà: «Abbiamo accumulato così tanto, ma dove lo mettiamo? Non c’è dove metterlo. E avevamo promesso di attaccare la Russia!» In questo caso, se ci attaccheranno, dato che noi non abbiamo intenzione di farlo, allora, come ha detto il presidente russo V.V. Putin, «non ci sarà pietà per loro». Ha anche affermato che sarà una guerra completamente diversa, e sarà breve.

Domanda (traduzione dall’inglese): Nel 2016 il presidente russo V.V. Putin ha dichiarato che la Romania è attualmente tra gli obiettivi della Russia, poiché lì sono dislocati armamenti statunitensi. La vostra attenzione è ancora rivolta alla Romania?

S.V. Lavrov: È un segreto.

Domanda (traduzione dall’inglese): Il presidente degli Stati Uniti D. Trump, tramite il segretario di Stato M. Rubio, ha invitato il presidente della Russia V. V. Putin a Miami nel mese di dicembre di quest’anno in occasione del vertice del “Gruppo dei Venti”. È stato detto che questa sarà una buona occasione per uno scambio di opinioni. Non mi aspetto che ci dia una risposta in merito alla partecipazione o meno del presidente russo V. V. Putin. Ma questo significa forse qualcos’altro? Ad esempio, un passo verso il miglioramento delle relazioni bilaterali? Dopotutto, il presidente degli Stati Uniti D. Trump ha recentemente incontrato anche il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping. Ritiene che ciò rappresenti un miglioramento delle relazioni con la Russia?

S.V. Lavrov: Ho appena descritto in modo abbastanza dettagliato come valutiamo l’attuale fase delle relazioni con gli Stati Uniti. Ci sono molti aspetti contraddittori in esse.

Per quanto riguarda l’invito al vertice del «G20», lì non esiste nemmeno il concetto di «ti invitiamo a venire a parlare con noi». I venti Stati che compongono il «G20» sono membri a pieno titolo di questa associazione.

Il Paese che detiene la presidenza sceglie e fissa la data, invia gli inviti. Ma non si tratta semplicemente di dire: «Ti invito al vertice del G20». Nell’invito si specificava quanto segue: «Egregio Signor Presidente, Lei è membro del Gruppo dei Venti. Quest’anno terremo la riunione il tale giorno». Tutto qui. È così che la interpretiamo. A proposito, nei contatti con il Segretario di Stato americano M. Rubio ho fatto notare che è illegittimo affermare che gli Stati Uniti non inviteranno il Sudafrica al vertice.  E che al posto della Repubblica Sudafricana inviteranno, a quanto pare, la Polonia. Si tratta di una violazione delle funzioni e dei poteri del presidente. Per quale motivo? L’ampliamento del «G20» avviene solo per consenso. Non c’è stata alcuna discussione sull’esclusione della Repubblica Sudafricana e sull’ammissione della Polonia al suo posto. Pertanto, in questo caso i nostri «amici» americani hanno leggermente oltrepassato i limiti delle loro competenze.

Domanda (traduzione dall’inglese): Lei parla molto delle sanzioni contro la Russia. Viene negli Stati Uniti, all’ONU. È possibile che faccia tappa anche a Miami?

S.V. Lavrov: Pensate che abbia tanta voglia di andare a Miami?

Domanda (traduzione dall’inglese): Non lo so. Vorrei sentire la sua opinione.

S.V. Lavrov: Sono i funzionari della sua Amministrazione a comunicare dove si recherà il presidente russo V.V. Putin.

Domanda (traduzione dall’inglese): Esisteva un accordo specifico sull’avvio, nel 2018, dell’operazione turca nel nord della Siria? A che punto è attualmente l’integrazione della Siria settentrionale con Damasco? Oltre che in Siria, la Russia intrattiene rapporti con i curdi in Iran per evitare di perderli nuovamente?

S.V. Lavrov: Se segue la nostra posizione riguardo ai Paesi della regione da lei citati, dovrebbe conoscerla bene.

In effetti, nella seconda metà degli anni 2010, insieme ai nostri colleghi turchi abbiamo concluso diversi accordi sia sul confine settentrionale della Siria con la Turchia, sia sulle questioni relative alla zona di Idlib.

Non tutto è stato realizzato come avevamo concordato, ma ciononostante riteniamo che, nel complesso, in Turchia ci siano interlocutori con cui sia possibile negoziare e che siano operativi. Non sempre tutto va per il meglio, ma non abbiamo motivo di dubitare della sincerità di ciò che discutiamo e concordiamo con i nostri colleghi turchi.

Per quanto riguarda i curdi, non abbiamo mai interrotto i rapporti né con i curdi siriani, né con quelli iracheni, né con quelli iraniani. I curdi iraniani hanno un problema a sé stante, poiché si trovano sul territorio iracheno. Quando si cerca di strumentalizzarli contro la Repubblica Islamica dell’Iran, si tratta ovviamente di una provocazione.

Non vorremmo che gli accordi che ora, con qualche difficoltà, si stanno concludendo sia sulla questione palestinese che sullo Stretto di Ormuz subissero lo stesso destino che l’Occidente ha riservato alle decisioni adottate in merito alla crisi ucraina negli ultimi dodici anni.

26 settembre 202622:32

Intervento del Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa S.V. Lavrov durante il dibattito politico generale dell’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, New York, 26 settembre 2026

1562-26-09-2026

Egregio Signor Presidente,

Eccellenze,

Signore e signori,

Negli ultimi giorni, da questa tribuna e nei corridoi dell’Assemblea Generale, è stata più volte espressa l’idea che nella politica mondiale si stiano verificando cambiamenti tettonici e che sotto i nostri occhi stia nascendo un ordine mondiale multipolare più equo. I paesi del Sud e dell’Est globali si stanno affermando come centri sovrani di sviluppo e si assumono la responsabilità di garantire la sicurezza nelle proprie regioni. Dimostrano il loro impegno nei confronti del diritto internazionale, il rifiuto delle pressioni esterne e l’interesse per la prosperità di tutti gli Stati, non solo di quelli «prescelti». Tale filosofia costruttiva è alla base anche della politica estera russa, è condivisa dai nostri numerosi alleati e su di essa si fonda la cooperazione nella CSI, nella SCO, nel BRICS e in altre associazioni della maggioranza mondiale.

Tuttavia, non a tutti questo va a genio. La minoranza occidentale, che ha dominato per cinque secoli sfruttando le risorse altrui, non smette di tentare di mantenere i propri privilegi e di imporre a tutti le proprie «regole». L’Occidente ricorre sempre più spesso alla forza bruta, agisce in modo imprevedibile e avventato, mettendo a rischio la vita e il benessere di milioni, se non miliardi, di abitanti del nostro pianeta comune. Secondo la definizione del presidente russo V.V. Putin, la dittatura di un unico egemone «…è andata alla deriva ed è semplicemente pericolosa per chi la circonda».

All’inizio di quest’anno, in violazione di ogni norma, comprese quelle morali, l’invasione degli Stati Uniti in Venezuela si è conclusa con la cattura del presidente N. Maduro e di sua moglie e con la loro detenzione senza processo in un carcere statunitense. Ciò nonostante il diritto internazionale prescriva espressamente il rispetto delle immunità e dell’inviolabilità dei massimi funzionari di Stato. Insistiamo affinché il leader venezuelano e sua moglie vengano rilasciati al più presto e affinché in futuro non si ripetano simili eccessi.

Riteniamo che l’assassinio del leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei, e dei membri della sua famiglia, nonché dei vertici militari e politici della Repubblica Islamica, costituisca una manifestazione inaccettabile di dittatura violenta. Suscita particolare preoccupazione il fatto che altri obiettivi dell’aggressione americano-israeliana, iniziata nel giugno dello scorso anno, siano stati non solo le infrastrutture civili dell’Iran, ma anche gli impianti nucleari pacifici protetti dalle garanzie dell’AIEA. Ciò ha inflitto un danno irreparabile all’autorevolezza dell’Agenzia e all’intero sistema di non proliferazione delle armi nucleari.

Le ricadute del conflitto armato nella zona del Golfo Persico e dello Stretto di Ormuz continuano, nonostante i danni evidenti alla navigazione e al commercio mondiali. Riteniamo che un presupposto indispensabile per la risoluzione della crisi sia instaurare un clima di fiducia nei rapporti tra gli Stati costieri del Golfo – i Paesi arabi e l’Iran. La nostra «Concezione per la sicurezza collettiva nella zona del Golfo Persico» è volta alla creazione di un’architettura regionale stabile. La Russia, insieme ad altri Paesi responsabili, è pronta a dare un contributo costruttivo alla stabilizzazione di questa regione di importanza strategica.

Siamo convinti che sia giunto il momento di risolvere anche il problema principale del Medio Oriente: garantire la sovranità del popolo palestinese sulla base delle numerose risoluzioni delle Nazioni Unite. Quasi un anno fa il Consiglio di Sicurezza, su iniziativa degli Stati Uniti, ha approvato un «piano di pace» per la Striscia di Gaza, ma la pace non è arrivata. Lì continuano a morire anziani, donne e bambini, e la situazione umanitaria rimane critica. La situazione si sta deteriorando anche in Cisgiordania, dove Israele sta espandendo la propria attività di insediamento. Se le cose continueranno così, sarà impossibile creare uno Stato palestinese: semplicemente non ci sarà più spazio per esso. Ma allora anche la sicurezza di Israele sarà costantemente minacciata – gli esperti lo comprendono perfettamente.

All’ONU, a tutti noi Stati membri, sono richieste misure urgenti e non convenzionali per invertire le tendenze negative in Medio Oriente e nei territori limitrofi. Non si tratta solo della Palestina, ma anche del Libano, Siria, Yemen, Iraq, Sudan, Somalia, Sud Sudan e altri paesi africani in cui infuriano i conflitti.

Sono necessarie misure urgenti per porre rimedio alla disastrosa situazione umanitaria a Cuba, che oggi è sottoposta a una pressione senza precedenti da parte del suo vicino settentrionale. Ribadiamo la nostra solidarietà al popolo e al governo cubani e chiediamo con forza la revoca del blocco navale dell’Isola della Libertà, l’abolizione di tutte le restrizioni al commercio con Cuba e l’esclusione del Paese dall’elenco, ormai da tempo odioso, degli Stati che sostengono il terrorismo.

Questi sono solo gli esempi più eclatanti, che richiedono l’attenzione prioritaria della comunità internazionale. Tuttavia, non ci si può limitare a essi. La politica della forza e i «doppi standard» dell’Occidente destabilizzano la situazione ovunque. Nei Balcani l’Unione Europea ignora spudoratamente la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e costringe la Serbia a rassegnarsi alla perdita del Kosovo, a rinunciare alla propria storia e alla memoria degli antenati. Belgrado viene letteralmente costretta a imporre sanzioni contro la Russia, con la promessa in cambio di una prospettiva di integrazione europea che, come tutti ormai comprendono, è pura illusione. Nel tentativo di unificare la Bosnia-Erzegovina, i serbi vengono spinti a rinunciare ai poteri costituzionali garantiti dall’Accordo di pace di Dayton e dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Nello stesso spirito di disprezzo per il diritto internazionale, le azioni sconsiderate dei sostenitori esterni del regime di Kiev rappresentano una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali. Per perseguire l’obiettivo utopistico di contenere la Russia, l’Occidente ha distrutto con le proprie mani il sistema di sicurezza europeo e ha alimentato un regime russofobo a Kiev. Consapevoli della futilità dei propri sforzi, in Europa stanno facendo di tutto per ostacolare una soluzione pacifica e vanificare le prospettive di negoziati, ai quali sono interessati molti, compresa l’amministrazione di D. Trump. L’Occidente rifornisce il regime ucraino di armi, aiutando Kiev a puntare droni e missili contro la popolazione civile e le infrastrutture civili. In Occidente si sogna di infliggere alla Russia una «sconfitta strategica», ma questi sogni, come è già accaduto molte volte in passato, porteranno a un vicolo cieco strategico gli stessi istigatori della guerra.

Cari colleghi,

Un anno fa abbiamo commemorato l’80° anniversario della vittoria sul nazismo tedesco e sul militarismo giapponese. La prossima settimana, il 1° ottobre, ricorreranno gli 80 anni dalla conclusione dei lavori del Tribunale militare internazionale di Norimberga. La storica sentenza del Tribunale dei Popoli, nome con cui è noto il Tribunale di Norimberga, ha condannato con severità e senza mezzi termini i criminali nazisti, mettendo al di fuori della legge e della morale l’ideologia misantropica del nazismo.

Nel frattempo, a distanza di 80 anni, le lezioni di Norimberga sono state apprese ben lungi da tutti. Le élite al potere di molti paesi dell’Unione Europea, a giudicare dalle dichiarazioni dei loro rappresentanti, sono chiaramente contagiate dal virus della supremazia razziale e nutrono idee estremiste e russofobe. Assecondano i capi del regime ucraino quando questi rendono omaggio a Kiev a criminali di guerra incalliti e collaborazionisti di Hitler, le cui mani sono sporche fino ai gomiti del sangue di russi, ebrei, bielorussi, ucraini e persone di altre nazionalità. Quasi tutto l’Occidente vota ogni anno qui, in questa sala, contro la risoluzione russa che condanna l’eroizzazione del nazismo. Contro di essa votano la Germania, il Giappone, nonché tutti i paesi della NATO, tra i quali non pochi sono colpevoli di crimini contro l’umanità durante la Seconda guerra mondiale. Questo non ci sorprende.

Vorrei tuttavia sottolineare che gli esiti della Seconda guerra mondiale costituiscono il fondamento dell’ordine mondiale del dopoguerra e sono sanciti nello Statuto delle Nazioni Unite. Gli ex Stati dell’«Asse», ratificando questo documento, hanno riconosciuto la propria responsabilità storica per le innumerevoli calamità che l’ideologia e la pratica naziste hanno causato al mondo. Quando oggi si chiudono vergognosamente gli occhi di fronte alle manifestazioni sempre più evidenti del nazismo ucraino, vengono messe a dura prova le fondamenta stesse dell’ordine mondiale incentrato sull’ONU.

Mettendo da parte la responsabilità della Germania nazista per il genocidio del popolo sovietico e senza nascondere il ruolo della Repubblica Federale Tedesca come principale sostenitore del regime nazista a Kiev, il cancelliere F. Merz afferma la necessità di trasformare «nuovamente» la Germania nella principale potenza militare d’Europa. A Berlino si rendono conto di cosa significhi questo «di nuovo» e a cosa possa portare? Gli insegnamenti della Seconda guerra mondiale non sono serviti a nulla?

Il regime ucraino calpesta apertamente un principio fondamentale della Carta delle Nazioni Unite, ovvero il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua e religione. Nel mondo non esiste nessun altro Paese, tranne l’Ucraina, in cui una lingua sia vietata per legge. In Ucraina la lingua russa è vietata. Il suo utilizzo è punibile con pene che arrivano fino alla reclusione. Ma nell’Unione Europea, dove si vantano i «valori europei», è come se avessero l’acqua in bocca: non una parola di condanna. Si limitano a dire che l’Ucraina sta proprio contribuendo a difendere quegli stessi «valori europei». Si giunge involontariamente alla conclusione che sia il nazismo, sia le palesi violazioni della libertà di parola, di informazione e di culto da parte del regime ucraino costituiscano l’essenza di questi stessi «valori europei».

Avendo avviato nel 2022 un’operazione militare speciale per proteggere la popolazione del Donbass e della Novorossiya dallo sterminio da parte del regime di Kiev, la Russia continua a lottare per la loro sicurezza e i loro diritti nel pieno rispetto della lettera e dello spirito della Carta delle Nazioni Unite. La nostra lotta per la verità e la giustizia sarà portata a termine: gli obiettivi dell’operazione militare speciale saranno raggiunti, le minacce alla sicurezza della Russia saranno eliminate e la vita pacifica sarà ripristinata. Ciò avverrà a prescindere da qualsiasi circostanza, compresa l’incapacità dell’attuale leadership dell’Organizzazione delle Nazioni Unite di assumere l’unica posizione corretta nella situazione ucraina: quella di difensore dei principi dello Statuto delle Nazioni Unite, non in modo selettivo, ma nella loro totalità, completezza e interconnessione.

Ci aspettiamo che il nuovo Segretario Generale, che dovremo eleggere entro la fine dell’anno, si attenga rigorosamente al proprio mandato e ai principi di imparzialità e neutralità sanciti dallo Statuto. Rappresenterà l’intera comunità internazionale, anziché servire gli interessi di singoli Stati, non comprometterà la natura intergovernativa del sistema delle Nazioni Unite e non indebolirà le prerogative del Consiglio di Sicurezza e dei suoi membri permanenti.

Il nostro approccio di principio consiste nel ritenere che la riforma del Consiglio di Sicurezza non possa prevedere alcun «posto» aggiuntivo per i paesi occidentali, tanto meno per la Germania e il Giappone, che hanno intrapreso la via della militarizzazione e del revanscismo. Siamo esclusivamente a favore di una maggiore rappresentanza dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina; sosteniamo le candidature del Brasile e dell’India per i seggi permanenti, a condizione che – e lo sottolineo – vengano soddisfatti gli interessi del continente africano, tenendo conto del consenso di Ezulwini e della Dichiarazione di Sirte.

Gentili signore e signori,

Con la sua politica estera responsabile, la Russia si adopera per il risanamento della situazione mondiale, in collaborazione con i nostri alleati e partner strategici, tra cui i paesi del BRICS, la SCO, l’UEE, la CSI e l’ODKB. Proponiamo un’agenda unificante, idee e progetti concreti.

Attualmente, la questione della sicurezza informatica internazionale sta oggettivamente assumendo un ruolo di primo piano. È evidente che sia proprio l’ONU, e non meccanismi segreti e chiusi, a dover svolgere un ruolo centrale in questa materia. Nell’ottobre dello scorso anno, ad Hanoi è stata aperta alla firma la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità informatica, elaborata su iniziativa della Russia. Accogliamo con favore l’avvio del Meccanismo mondiale creato per la sua attuazione sotto l’egida delle Nazioni Unite – il primo organismo permanente in questo settore.

Un’attuale responsabilità ricade sulle Nazioni Unite, anche alla luce del rapido sviluppo delle tecnologie di intelligenza artificiale. È difficile contestare il fatto che le regole universalmente riconosciute per il suo utilizzo possano essere formulate solo su una base paritaria, con la partecipazione di tutti i paesi. Consideriamo l’avvio dei lavori del Dialogo globale sulla governance dell’intelligenza artificiale e del Gruppo scientifico internazionale indipendente sull’intelligenza artificiale come passi nella giusta direzione. In questa stessa ottica si inserisce l’iniziativa della Repubblica Popolare Cinese, sostenuta dalla Russia, volta alla creazione di un’Organizzazione mondiale per la cooperazione nel campo dell’IA.

A metà del secolo scorso, l’Unione Sovietica aiutò i popoli dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina a liberarsi dal giogo della dipendenza coloniale. L’ulteriore democratizzazione della vita internazionale non è possibile senza l’eliminazione delle pratiche neocoloniali, che sono ancora molto evidenti. Una tappa significativa in questo percorso è stata l’adozione della risoluzione dell’Assemblea Generale che proclama il 14 dicembre Giornata internazionale contro il colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni. Saremo lieti di accogliere i sostenitori della lotta contro le pratiche neocolonialiste contemporanee provenienti da tutti gli Stati alla prima Assemblea mondiale del Movimento internazionale interpartitico «Per la libertà delle nazioni!», che si terrà in Russia nei prossimi mesi.

Cari colleghi,

È possibile garantire una pace duratura solo quando cesserà la pericolosa rivalità tra i principali attori mondiali. Ciò può essere realizzato solo sulla base del rigoroso rispetto dello Statuto delle Nazioni Unite e del principio di sicurezza uguale e indivisibile. Questo principio, ricordo, implica il rifiuto di garantire la sicurezza di uno Stato a scapito della sicurezza di altri, nonché l’inammissibilità che qualsiasi paese, gruppo di paesi o organizzazione pretenda di esercitare un dominio nel campo della sicurezza. Ciò riguarda innanzitutto la NATO, che sta cercando di estendere la propria influenza distruttiva ben oltre i confini geografici della propria area di competenza, includendo il Sud-Est asiatico e il Nord-Est asiatico.

I valori di una cooperazione ampia e paritaria sono alla base delle iniziative avanzate dal presidente russo V.V. Putin per la creazione del Grande Partenariato Eurasiatico e di un’architettura di sicurezza in tutto il continente eurasiatico. Ieri, qui a New York, la Russia, la Bielorussia e i nostri alleati hanno adottato una dichiarazione sull’avvio dei lavori relativi alla «Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità nel XXI secolo». Invitiamo tutti coloro che sono disposti a far parte della nuova architettura continentale della pace e dello sviluppo a contribuire al successo di questa importante iniziativa, volta a integrare e armonizzare il funzionamento dei meccanismi esistenti nello spirito delle realtà geopolitiche del nascente mondo multipolare.

Grazie per l’attenzione.

29 settembre 202616:04

Conferenza stampa del ministro degli Esteri Sergey Lavrov al termine della 23ª riunione del Club internazionale di discussione di Valdai, Regione di Mosca, 29 settembre 2026

1576-29-09-2026

Domanda: Il ministro federale degli Affari esteri tedesco Johann Wadephul ha affermato di aver partecipato a questo incontro spinto esclusivamente dal desiderio di non rimanere escluso dai negoziati in corso e di assicurarsi che gli Stati Uniti non detengano il monopolio su questa questione. Ma allora, qual è l’obiettivo della Germania? È sinceramente interessata ai negoziati o sta semplicemente facendo finta di partecipare? Cosa potrebbe contribuire a sbloccare le nostre relazioni con Berlino in questo momento?

Sergey Lavrov: Ne ho parlato in dettaglio durante una conferenza stampa a New York. È difficile capire quali siano gli obiettivi della Germania.

Credo che una spiegazione ovvia sia che non vogliano perdere il treno. Ritengono che il treno sia già partito dalla stazione. Non sono sicuro che sia davvero così. È difficile capire se abbiano in mente la crisi ucraina.

La crisi ucraina va di pari passo con una serie travolgente di problemi paneuropei, quali la militarizzazione dell’Unione Europea; le incessanti asserzioni secondo cui la NATO si espanderà e accoglierà il regime ucraino; che la Russia sia un nemico eterno; e che «tra tre anni saremo in guerra». Se tali affermazioni vengono rese pubbliche, e l’obiettivo è – come ha chiarito lo stesso Johann Wadephul – semplicemente quello di ripeterle a porte chiuse, senza la presenza della stampa, affinché la Russia si renda conto di quale sia la loro vera posizione, allora si tratta di un’azione futile e, oserei dire, dannosa. Purtroppo, tali esponenti dell’UE e della NATO hanno di fatto assunto il ruolo di portavoce di queste manovre europee.

Domanda: Qualche giorno fa, il Ministero degli Esteri ha annunciato nuovi contatti con gli Stati Uniti volti a rimuovere i punti di attrito nelle relazioni bilaterali. Questi contatti hanno effettivamente avuto luogo? Quali sono i punti di attrito specifici all’ordine del giorno e, in particolare, esistono prospettive realistiche di riottenere i nostri beni diplomatici?

Sergey Lavrov: I contatti non hanno ancora avuto luogo. Il Segretario di Stato americano Marco Rubio ed io abbiamo concordato che avranno luogo a breve. Gli esperti devono concordare le date specifiche e la sede.

La questione riguarda le nostre missioni diplomatiche operanti negli Stati Uniti e quelle americane operanti nella Federazione Russa. Ci sono molti aspetti da discutere, tra cui, ovviamente, i beni diplomatici. Non abbiamo ricevuto alcuna dichiarazione rassicurante al riguardo da parte americana sotto l’amministrazione Trump.

Domanda: Lei ha affermato che le circostanze spingeranno gli Stati Uniti a ragionare in termini di multilateralismo. Finora, ciò che abbiamo osservato è che gli attori chiave – Stati Uniti, Iran, Israele e le monarchie del Golfo – sono bloccati in un approccio di tipo “gioco a somma zero” in Eurasia e in Medio Oriente. Vede qualche prospettiva per la creazione di un nuovo sistema di sicurezza in queste regioni? La Russia è disposta a garantire l’equilibrio degli interessi, se tutti gli altri continuano ad attenersi a un approccio del tipo «tutto o niente»?

Sergey Lavrov: Ho sostenuto che le circostanze li costringeranno a farlo. Ma le circostanze stanno appena iniziando a delinearsi. Abbiate pazienza. Il presidente Vladimir Putin ed io abbiamo ripetutamente esposto le nostre proposte su come costruire le relazioni internazionali. Sosteniamo un dialogo franco e paritario, che tenga conto degli interessi di tutti.

La politica degli Stati Uniti è caratterizzata dal tentativo di promuovere i propri interessi unilaterali. Tuttavia, gli Stati Uniti sono costretti a intrattenere rapporti con paesi quali la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese. Nel corso di tali contatti, le parti discutono delle misure che andranno a vantaggio di entrambe. È proprio questo che intendevo quando ho affermato che “le circostanze li costringeranno a farlo”.

Domanda: La Polonia sta pianificando di ospitare la produzione di missili Patriot sul proprio territorio. Dove si trova il limite del coinvolgimento dei paesi europei nel conflitto ucraino, oltre il quale la Russia sarà costretta a reagire militarmente?

Sergey Lavrov: Disponiamo di una dottrina militare per affrontare la questione. Il presidente Putin l’ha citata più volte. Vi esorto a studiare attentamente le sezioni pertinenti di questo documento di fondamentale importanza.

Domanda: Signor Lavrov, posso?

Sergey Lavrov: È una domanda amichevole?

Domanda: È solo un’altra domanda giornalistica. Sentiamo la Russia e l’Occidente accusarsi a vicenda. L’Occidente accusa sempre più spesso la Russia di condurre una guerra ibrida contro i paesi europei. Lei ha recentemente accusato l’Occidente di ricorrere alla forza bruta. Riconosce che la Russia sta conducendo una guerra ibrida occulta contro i paesi europei? Se sì, a quale scopo?

Sergey Lavrov: Si riferisce al fatto che distruggiamo i droni e i missili che la Gran Bretagna e l’Europa continentale forniscono all’Ucraina, che poi li lancia contro di noi? È di questo che sta parlando?

Domanda: Questo potrebbe essere un esempio di ciò di cui sto parlando.

Sergey Lavrov: Se ammettete che le vostre armi vengono utilizzate per attaccarci e noi le abbattiamo, chiamatela come volete. Non ho alcun dubbio, però, che questa sia una guerra che l’Europa sta conducendo contro di noi. È da molto tempo ormai che lo ripetiamo.

Domanda: E che dire della forza bruta? Lei accusa l’Occidente di ricorrere alla forza bruta.

Sergey Lavrov: Non ricordo di aver mai usato l’espressione “brute force”.

Domanda: Non molto tempo fa hai affermato che l’Occidente ricorre alla forza bruta.

Sergey Lavrov: Quello che hanno fatto in Venezuela era “soft power” o forza bruta? Quello che hanno fatto ai gasdotti Nord Stream era “soft power” o forza bruta? Bombardare e distruggere i leader iraniani e le loro famiglie, compresi i bambini, era forza bruta o no?

Domanda: La Russia non ricorre forse quotidianamente alla forza bruta in Ucraina?

Sergey Lavrov: Se con questo intendi la distruzione delle infrastrutture che il regime nazista, con il sostegno dell’Occidente, sta utilizzando per condurre una guerra contro la Federazione Russa, allora ricorriamo alla forza bruta per neutralizzare questa minaccia diretta.

Vilfredo Pareto, Guerra e propaganda, a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

Vilfredo Pareto, Guerra e propaganda (a cura di Alberto Mingardi), 2026, Ed. Settecolori, pp. 198, € 18.00.

Nel 1918 Pareto osservava la guerra mondiale, giunta alla sua fase conclusiva e ne fece un diario, pubblicato solo quarant’anni dopo.

Ottima l’idea di ripubblicarlo oggi, in un periodo in cui guerra e ostilità hanno ripreso  il ruolo e il vigore che la “fine della storia” negava.

Il solitario di Céligny considera la guerra sotto il profilo delle derivazioni generate dalle élite belligeranti e dei governati cui sono destinate.

Ne sottolinea l’irrazionalità e l’irrealtà, spesso demolendole con l’ironia.

Così nota che la guerra ha come scopo di imporre la propria volontà al nemico onde “può terminare con la vittoria di uno degli avversari, e la resa totale dell’altro. In tal caso, uno di loro impone la propria volontà… Ma la guerra può anche terminare in altro  modo, cioè con un compromesso fra la volontà di uno degli avversari e quella dell’altro”, ossia con accordi diplomatici. Per consolidare la propria pretesa ciascun belligerante fa uno smodato uso di derivazioni. Scrive Pareto, ad esempio, per le annessioni: “Niente conquiste territoriali? Certo: su quel punto, siamo tutti d’accordo. Ci riserviamo soltanto di procedere alla retrocessione delle annessioni, e inoltre a rettifiche di frontiera. Sei un cattolico osservante, e tuttavia ti piacerebbe mangiar pollo di venerdì? Semplicissimo: basta ribattezzare il pollo, e chiamarlo carpa”.

Esempio tipico, l’Alsazia-Lorena. E prosegue:  “Visto dalla parte degli Imperi centrali: se conserviamo l’Alsazia-Lorena, non c’è annessione, ma disannessione, perché è la Francia che se l’era annessa. Visto dalla parte dell’Intesa: reclamando l’Alsazia-Lorena, non propugniamo una annessione ma una disannessione, perché è stata la Germania ad annettersela. Sia l’uno che l’altro ragionamento può valere, secondo che si vada più o meno indietro nel tempo per stabilire qual è stata l’annessione…” (e nel tempo, Pareto risale ironicamente all’Impero romano).

Oppure nel confronto tra egemonie che si considerano diverse, ma sono simili. Così nella distruzione della flotta danese da parte della Gran Bretagna nel 1807 o nell’occupazione del Belgio durante la guerra mondiale; del tutto simili, onde giudica Pareto  “poiché le medesime cause producono effetti medesimi, che non ci sia affatto da stupirsi, in quanto il forte fa uso della propria forza e si vale sempre delle stesse ragioni per giustificarsi; infatti i sentimenti cui si richiama restano sempre più o meno gli stessi”.

E si potrebbe continuare a lungo. Ma l’essenza dello scritto è che le élite dirigenti, ossia la plutocrazia demagogica dell’intesa e il militarismo plutocratico degli Imperi centrali erano del tutto simili nello sfruttare sentimenti, pregiudizi, ignoranza ed ingenuità dei governati per proseguire una guerra dei costi economici, sociali, umani del tutto sproporzionati rispetto a quanto possibile con mezzi più ragionevoli. A conferma della prevalenza delle azioni non logiche.

E’ quindi opportuno ripubblicare questo diario quando le recenti guerre, soprattutto quella russo-ucraina, vedono un ricorso agli stessi espedienti per motivare comportamenti analoghi a quelli osservati da Pareto, anzi aggiungendone altri. Come, per esempio, la malattia (mentale e/o fisica) di Putin, il quale non fa altro che proseguire la politica (e gli obiettivi) dei governanti russi degli ultimi tre secoli (la Russia è sempre stata governata da matti? Compresi Pietro e Caterina?); o il costo economico, sociale e umano, sopravvalutato per la Russia e dimenticato o giustificato per l’Europa, all’uopo allegando una ingigantita volontà dello Zar di aggredire l’Europa.

Nel complesso un libro che, dato lo stile di Pareto è di piena e piacevole lettura. Ma, soprattutto, utile.

Teodoro Klitsche de la Grange

La Russia presenta una nuova tecnologia per i droni in occasione dell’avvio della campagna annuale di interruzione delle forniture energetiche invernali contro Kiev, di Simplicius

La Russia presenta una nuova tecnologia per i droni in occasione dell’avvio della campagna annuale di interruzione delle forniture energetiche invernali contro Kiev

Simplicius1 ottobre
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Putin ha presieduto l’annuale Club internazionale di discussione di Valdai, nel corso del quale ha rilasciato numerose dichiarazioni interessanti durante la sessione plenaria con i giornalisti internazionali.

L’aspetto più rilevante è stato il suo chiarimento riguardo agli attacchi russi alle navi da carico ucraine nel Mar Nero e all’ipocrisia insita nelle richieste dell’Occidente affinché la Russia cessasse tali attacchi:

Trascrizione migliore:

Putin sulla proposta di sospendere gli attacchi alle raffinerie di petrolio:

Oppure ci dicono: «Lasciate che smettano di attaccare le vostre raffinerie e voi smettete di attaccare le loro navi. Lasciate che esportino merci civili, come i prodotti agricoli». Ma che ne è delle nostre altre merci civili? Cose come il petrolio e i prodotti petroliferi. Quindi, se smettono di colpire le raffinerie, ci ritroveremmo con un surplus di gasolio — proprio quello per cui c’è una domanda così elevata, ad esempio, negli Stati Uniti. Ne avremmo in quantità maggiore. Abbiamo già abbastanza gasolio così com’è. Ma non raggiungerebbe i mercati globali a causa dei divieti e delle sanzioni attualmente in vigore contro il nostro petrolio e i nostri prodotti petroliferi.

Come potrebbe, allora, il nostro gasolio raggiungere il mercato globale mentre le sanzioni rimangono in vigore? Non ci riuscirebbe. Eppure, in cambio, ci si aspetterebbe che smettessimo di colpire obiettivi economicamente sensibili per loro. Bisogna ammettere che sembra semplicemente assurdo.

Putin sottolinea giustamente l’ipocrisia insita nelle richieste dell’Occidente di interrompere gli attacchi contro gli obiettivi economici più sensibili dell’Ucraina, mentre l’economia russa continua a subire attacchi o sanzioni da parte dei mercati mondiali. Egli smonta in modo incisivo l’illusione che si cela dietro l’offerta: un cessate il fuoco reciproco consentirebbe all’Ucraina di esportare il proprio potenziale economico all’estero, mentre le raffinerie russe, pur essendo al riparo dagli attacchi, non potrebbero esportare il proprio gasolio, di cui la Russia stessa non ha bisogno poiché ne dispone in abbondanza per il proprio fabbisogno. In questo modo, l’Ucraina ottiene un vantaggio asimmetrico.

Putin prosegue affermando l’ovvio: che l’Ucraina è uno Stato cuscinetto che non può esistere in modo autonomo, soprattutto perché ha già perso la propria identità statale e la propria sovranità ed è controllata da interessi esterni, rappresentando così una minaccia per la Russia.

Alla domanda se la Russia debba smantellare l’UE, Putin risponde che non ce n’è bisogno, poiché l’alleanza corrotta crollerà da sola a causa delle sue politiche autodistruttive:

—

Ora diamo un’occhiata ad alcuni degli aggiornamenti più interessanti della giornata sul fronte ucraino. Spiccano due aspetti degni di nota:

In primo luogo, la Russia sembra aver dato il via alla sua campagna invernale annuale di interruzione dell’erogazione di energia elettrica contro l’Ucraina, con Kiev come obiettivo principale. Le prime centrali elettriche di Kiev sono state nuovamente colpite da droni e missili, causando blackout immediati e un’interruzione dell’erogazione di energia elettrica per il 30% dell’intera città, secondo alcune fonti:

The Kyiv Independent@KyivIndependentIl 30 settembre a Kiev si sono verificati nuovamente blackout di emergenza a seguito di un massiccio attacco notturno sferrato dalla Russia con missili e droni contro le infrastrutture energetiche ucraine. Il ronzio dei generatori è tornato ancora una volta a risuonare nella capitale, mentre le autorità locali hanno annunciato interruzioni di corrente di emergenza e…18:52 · 30 settembre 2026 · 33,4 mila visualizzazioni9 risposte · 102 condivisioni · 264 Mi piace

È stato confermato che l’impianto di Trypilska, a sud di Kiev, è stato colpito, mentre fonti militari russe hanno affermato che sono stati colpiti anche i seguenti obiettivi:

  • Centrale idroelettrica di Kiev a Vyshhorod (a nord della città)
  • Sottostazione elettrica di Kyivska, nei pressi di Nalyvaikivka
  • Un impianto di accumulo di energia a batteria a Horenychi

Alcune immagini dei danni causati dall’attacco notturno alla centrale termica di Tripolye, nella regione di Kiev.

Il filmato sembra essere stato girato da un’angolazione che non mostra l’entità complessiva dei danni.

La cosa più interessante, tuttavia, è stata che poco dopo un nuovo tipo di drone russo dotato di “baffi” ha iniziato ad attaccare anche i tralicci dell’alta tensione nella regione, cosa che non era mai successa prima. Come si può vedere qui sotto, diversi droni di questo tipo hanno distrutto il traliccio:

Un primo piano di uno di questi droni “baffuti”:

La parte ucraina riferisce che la Russia ha iniziato a utilizzare una nuova versione del drone “Geran-4”, caratterizzata da “baffi” nella parte anteriore della fusoliera. Uno di questi droni sarebbe arrivato durante i recenti attacchi a Kiev. Secondo la parte che ha intercettato il drone, potrebbe trattarsi di un detonatore a contatto.Non è specificato se ciò sia legato al fatto che la parte che ha intercettato il drone abbia ora la possibilità di esaminare alcuni dei droni abbattuti — e che questi siano quindi progettati per esplodere al contatto con la superficie — oppure se vi sia un’altra ragione.

Serhiy Flash, il massimo esperto ucraino di radioelettronica, scrive:

Cattive notizie. Oggi, per la prima volta, il nemico ha utilizzato una testata speciale a taglio cumulativo (CCWH) su un velivolo senza pilota a propulsione reattiva.

Questo tipo di testata è stato progettato specificatamente per distruggere tralicci dell’alta tensione e strutture di ponti in ferro.

La CCWH è composta da una testata principale del peso di 40 kg e da quattro moduli.

Ritengo che il piano del nemico sia quello di attaccare importanti linee elettriche ad alta tensione.

Un’analisi del canale ucraino Legitimny sostiene che questi attacchi abbiano dato il via a una nuova strategia russa di escalation contro Bankova:

La nostra fonte riferisce che gli attacchi alle linee elettriche, ai tralicci e al ponte meridionale di Kiev rappresentano una dimostrazione e una prova di una nuova strategia.
Con questi attacchi, il Cremlino sta inviando un messaggio pubblico a Bankova (riferendosi al governo ucraino), affermando che se non perseguiranno la pace, la situazione si aggraverà ulteriormente, seguendo uno scenario nuovo e più catastrofico per l’Ucraina.

Il Cremlino potrebbe mettere fuori uso le linee elettriche, causando l’arresto di tutti gli impianti energetici e facendo precipitare il Paese in un blackout totale.
Successivamente, inizieranno a distruggere le principali torri di comunicazione e poi i ponti che si basano su strutture metalliche.


Secondo gli esperti, il ponte meridionale potrebbe rimanere fuori uso per molto tempo se venisse distrutto il 25% dei suoi piloni di sostegno. Se le Forze Armate russe ne distruggessero più del 50%, il rischio di crollo del ponte raggiungerebbe il 70%. In tal caso, l’impatto di pochi missili Iskander distruggerebbe completamente il ponte.

Ciò rappresenterebbe un disastro logistico per Kiev e per la parte settentrionale dell’Ucraina sulla riva sinistra.

Legitmny

Si fa riferimento all’attacco al ponte di Kiev, di cui parleremo tra poco. Oltre agli attacchi senza precedenti alle torri di trasmissione, i droni russi hanno iniziato per la prima volta a colpire uno dei ponti più importanti che collegano la sponda orientale e quella occidentale della capitale ucraina.

Innanzitutto, va ricordato che circa un mese fa abbiamo riportato alcune “voci” secondo cui la Russia avrebbe avuto in programma di rendere inagibili i ponti di Kiev nell’ambito di una nuova fase di escalation “senza esclusione di colpi”:

All’epoca avevamo ipotizzato che ciò potesse avvenire in concomitanza con le presunte future offensive sul fronte settentrionale, da Chernigov verso Kiev. La Russia potrebbe avere in programma di attaccare la parte orientale di Kiev dopo averla isolata dalla sponda occidentale.

Ora, per la prima volta, sembra che la Russia abbia iniziato a colpire uno di questi ponti: il Ponte Meridionale è stato colpito ben tre volte, al momento della stesura di questo articolo, tramite quello che si sostiene essere un drone Geran-4:

Si noti che, ancora una volta, un drone da ricognizione russo stava riprendendo in tempo reale:

Un attacco sferrato da un ” drone kamikaze “Geran-4” ha colpito il pilone di sostegno del Ponte Meridionale a Kiev questa mattina.

A seguito dell’attacco, un pilone del ponte a Kiev è stato danneggiato e il traffico e i servizi della metropolitana sono stati sospesi.

“I servizi della metropolitana e del trasporto pubblico di superficie sul Ponte Meridionale sono stati sospesi”, ha dichiarato Klitschko.
Il pilone del ponte, la barriera, il manto stradale e la struttura protettiva in calcestruzzo della linea della metropolitana sono stati danneggiati.

Quello è stato il primo colpo andato a segno durante il giorno; altri due sono seguiti più tardi in notturna, e in seguito sono state riportate anche notizie di un quarto

Anton Gerashchenko@Gerashchenko_enOggi si è verificato un terzo attacco con droni russi contro il ponte Pivdennyi (del Sud) di Kiev. Questo ponte è utilizzato ogni giorno da centinaia di migliaia di civili ucraini, che lo percorrono per tornare a casa e recarsi al lavoro. La Russia sta facendo di tutto per rendere la vita a Kiev insopportabile, violando ogni norma.Anton Gerashchenko@Gerashchenko_enDue droni russi hanno colpito il ponte Pivdennyi (del Sud) di Kiev. Secondo quanto riferito, uno dei droni avrebbe colpito il ponte proprio mentre un treno della metropolitana lo stava attraversando.19:03 · 1 ottobre 2026 · 103.000 visualizzazioni69 risposte · 604 condivisioni · 1,24K Mi piace
LiveuamapIn diretta dall’Università del MarylandLa Russia sta cercando di tagliare i ponti sul fiume Dnipro a Kiev. Un altro attacco con droni al ponte Pivdennyi a Kiev liveuamap.com/en/2026/1-octo…19:18 · 1 ottobre 2026 · 29,6 mila visualizzazioni8 risposte · 111 condivisioni · 237 Mi piace

Sebbene gli attacchi non sembrassero aver causato danni significativi, se non quello di bloccare il traffico e suscitare allarme, potrebbero essere stati semplicemente dei precursori o degli attacchi di prova per calibrare i sistemi di guida, le tattiche o qualche nuovo tipo di approccio, come quello osservato con i nuovi droni “baffuti” che sembrano utilizzare una sorta di nuove testate cumulative.

Proprio mentre scriviamo, secondo alcune fonti la Russia starebbe preparando per stasera un altro imponente attacco balistico contro Kiev, e questa volta i missili potrebbero unirsi ai droni nel colpire i ponti:

La Russia intende distruggere il Ponte Meridionale: Durante il prossimo attacco su larga scala contro Kiev, i russi potrebbero colpirlo con missili balistici, in particolare i missili “Iskander-M” e i KN-24 nordcoreani, secondo quanto riportato dai rapporti di monitoraggio.

Post ucraino

Per ora lo trovo ancora improbabile, dato che sembra che i droni fossero una sorta di attacco di prova, ma sembra comunque preannunciare una nuova escalation con un ampliamento degli obiettivi da parte di Putin o del comando russo.

Il thread qui sotto contiene alcune teorie interessanti:

Ad esempio, si osserva che i nuovi droni a forma di baffi sono dotati di speciali “cariche di taglio” cumulative destinate a recidere i cavi e che questi attacchi di prova potrebbero aver preso di mira i grandi cavi di sospensione del ponte per indebolirne la struttura, forse in preparazione di un attacco balistico di maggiori dimensioni in un secondo momento:

Il blogger di guerra russo Yuri Kotenok descrive gli attacchi odierni come un test di nuove “munizioni potenziate su droni a reazione con quattro cariche di taglio aggiuntive, fatte detonare da sensori di contatto supplementari chiamati ‘baffi'”.

Fonti ucraine descrivono la nuova testata come un “carico utile speciale a taglio cumulativo” (KRSN), composto da una carica principale del peso di circa 40 kg e da cariche cumulative aggiuntive.

Yevgeny Poddubny commenta: “Un colpo ha colpito un supporto, ma è probabile che l’obiettivo fossero i cavi che sostengono la struttura. Il ponte Pivdennyi di Kiev è un ponte strallato (sospeso), il che significa che i nostri droni daranno la priorità ai tiranti in acciaio che garantiscono la stabilità.”

Rybar suggerisce che i droni economici Geran dotati di una testata specializzata potrebbero cambiare le carte in tavola. Vadym Denysenko, a capo del think tank Delovoy Stolitsa, afferma che la nuova testata potrebbe rappresentare una svolta decisiva edefinisce l’attacco sperimentale.

“Ora, a quanto pare, è stata presa la decisione di verificare se questi droni Shahed siano in grado di danneggiare il ponte al punto da renderlo inutilizzabile.”

Nel 2020, l’allora consigliere del sindaco di Kiev, Maksym Bakhmatov, dichiarò che circa il 90% del traffico veicolare in transito tra la riva sinistra e la riva destra del fiume Ucraina passa attraverso il ponte Pivdennyi. Ciò include anche una parte significativa del traffico militare.

Ricordiamo che il mese scorso la Russia ha colpito per la prima volta anche uno dei ponti sul Dnepr, presumibilmente con una bomba planante, questa volta vicino a Zaporozhye:

Riepilogo militare@MilitarySummary Un raid aereo russo della FAB ha colpito un importante ponte ferroviario a ovest di Zaporizhzhia, sul fiume Dnepr. 47.82103247743768, 35.0760005511981815:18 · 16 agosto 2026 · 3.530 visualizzazioni3 risposte · 8 condivisioni · 59 Mi piace

Questi attacchi sporadici sembrano essere una sorta di test o azioni isolate, ma vedremo se l’attuale campagna a Kiev porterà a qualcosa di sistematico.

Ora, come sempre, i media occidentali sono sempre più preoccupati per l’inverno in arrivo, soprattutto alla luce dell’approccio sempre più aggressivo della Russia nei confronti di Kiev:

Come ultimo aggiornamento, un importante analista polacco filo-ucraino ha rilevato che la Russia ha continuato a guadagnare territorio a settembre, nonostante i contrattacchi ucraini localizzati che hanno permesso di riconquistare alcune zone, la più significativa delle quali nel settore di Lyman:

Konrad Muzyka – Rochan Consulting@konrad_muzykaEcco un breve riepilogo dei cambiamenti territoriali in Ucraina per settembre 2026. I nostri dati mostrano un guadagno territoriale complessivo da parte della Russia a settembre, ma con un andamento fortemente irregolare: le acquisizioni intorno a Dobropillia, Velykyi Burluk, Kramatorsk e Komyshuvakha sono coincise con perdite sostanziali…19:28 · 1 ottobre 2026 · 15.300 visualizzazioni2 risposte · 23 condivisioni · 81 Mi piace

In effetti, settembre sembra aver registrato i maggiori progressi sul fronte da aprile di quest’anno, sebbene restino ancora modesti rispetto a quelli degli anni precedenti. Ma come abbiamo accennato nel recente articolo a pagamento , la Russia sta compensando in modo asimmetrico i più lenti successi sul campo di battaglia espandendo la guerra in altri ambiti, dove ha accumulato danni record contro l’Ucraina in quello che è probabilmente un periodo di relativa inattività strategica, volto ad attendere che l’attuale “meta” dominato dai droni si stabilizzi prima che futuri progressi (Rassvet, ecc.) consentano la ripresa di manovre più audaci sul campo di battaglia.


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I punti di svolta globali conducono il mondo verso uno stato di entropia, di Peter Hanseler

Global Tipping Points Lead the World Into a State of Entropy

I punti di svolta globali conducono il mondo verso uno stato di entropia

Stiamo vivendo non uno, ma molti punti di svolta nella storia mondiale, tutti contemporaneamente. Il mondo è in uno stato di entropia. Un’analisi di una situazione in cui non è più possibile fare previsioni.

Peter Hanseler

Sabato 26 settembre 202619 minuti di lettura28

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Punti di svolta nella storia

Nella storia ci sono stati molti punti di svolta; per citarne solo alcuni:

  • La Pace di Westfalia del 1648
  • La Rivoluzione francese del 1789
  • Il Congresso di Vienna del 1815
  • La prima guerra mondiale nel 1918
  • La Seconda Guerra Mondiale nel 1945

Molti di questi momenti di svolta hanno determinato cambiamenti di potere in Europa. Si è trattato semplicemente di trasferimenti di potere all’interno di quel mondo che oggi chiamiamo “Occidente collettivo”. Tra gli esempi figurano il crollo dell’Impero tedesco, dell’Impero austro-ungarico, dell’Impero ottomano e dell’Impero zarista russo alla fine della prima guerra mondiale.

Questi cambiamenti di potere sono stati significativi, ma ciò che sta accadendo ora non può essere paragonato alle svolte del passato, poiché coinvolge l’intero pianeta. Le redini del potere non vengono trasferite all’interno dell’Occidente; si assisterà piuttosto a uno spostamento del potere verso l’Oriente e il “Sud del mondo”.

Dal punto di svolta all’entropia

La portata, il numero di nazioni coinvolte, l’estensione geografica e la rapidità con cui si stanno sviluppando le attuali crisi geopolitiche sono davvero sbalorditive.

L’Ucraina come teatro di guerra per gli Stati Uniti, la NATO, l’UE e la Russia

La Russia prevarrà sul piano militare

Esaminando i rapporti militari provenienti dal fronte, risulta chiaro a qualsiasi osservatore che la Russia raggiungerà i propri obiettivi militari. Sebbene la Russia avrebbe potuto rinunciare al Donbas, a Kherson e a Zaporizhzhia se nella primavera del 2022 fosse stato concluso con successo un accordo di pace, tale accordo è irrealistico nelle circostanze attuali, poiché Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson fanno parte della Federazione Russa dal settembre 2022. Al momento non è chiaro fino a che punto si spingerà l’avanzata militare russa. Ho commentato questo aspetto nel mio articolo “La pace estiva è morta”, a cui rimando. Per quanto riguarda la situazione sul fronte, rimando ancora una volta a Military Summary; seguo questo canale da quasi cinque anni e fornisce una cronaca obiettiva.

Situazione di mobilitazione di emergenza in Ucraina

Ci sono migliaia di video che mostrano giovani uomini braccati come animali per le strade di tutta l’Ucraina al fine di reclutarli con la forza. Di recente, tuttavia, circolano anche video che mostrano alcuni di questi reclutati con la forza mentre vengono trasportati al fronte senza uniformi e persino in manette, come criminali, per impedire loro di fuggire. Lascio ai lettori il compito di riflettere sull’efficacia in combattimento di questi uomini contro soldati russi agguerriti e motivati.

L’ultima mossa della leadership militare ucraina consiste nel reclutare con la forza le donne. Data la situazione, non sorprende che Scott Ritter abbia affermato che gli ucraini stanno perdendo 30 volte più soldati della Russia. In Occidente non si sente parlare affatto di questo trattamento disumano riservato ai propri soldati in Ucraina.

Si dice che alcuni volontari ucraini, poi scomparsi senza lasciare traccia, abbiano utilizzato droni e intelligenza artificiale per contare il numero di tombe di soldati in tutta l’Ucraina. Ne hanno contate 2.000.054. A queste si aggiungono i caduti sepolti dai propri connazionali in fosse comuni e i feriti: le perdite ucraine sembrano davvero essere astronomiche. Ciononostante, Zelenskyy sostiene che siano stati uccisi solo 50.000 soldati ucraini. Qualche settimana fa ho partecipato a un funerale in Russia. Le tombe dei soldati sono facilmente identificabili grazie alla bandiera russa e a quella dell’unità del soldato caduto. C’erano tombe di soldati, ma nessun mare di bandiere come in Ucraina.

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La vittoria militare non risolve il problema geopolitico della Russia

Qualunque sia l’obiettivo da raggiungere sul piano militare, la Russia lo raggiungerà; tuttavia, ciò non risolve il problema geopolitico della Russia al suo confine occidentale, poiché l’obiettivo non è conquistare nuovi territori, ma la pace in Occidente — un obiettivo per cui la Russia si è letteralmente battuta per secoli senza mai riuscire a raggiungerlo. Più e più volte la Russia è stata attaccata dall’Occidente e ha regolarmente pagato un prezzo elevato in termini di vite umane, denaro e capacità industriale — risorse dirottate verso la spesa militare anziché verso scopi civili. Di conseguenza, lo sviluppo sociale della Russia ha subito ripetuti arretramenti.

Se la Russia vuole tenere il passo con le grandi potenze in termini di economia civile in modo sostenibile, garantire in modo affidabile la sicurezza del proprio confine occidentale è un prerequisito imprescindibile. Sebbene la Russia sia l’unica nazione industrializzata al mondo ad essere autosufficiente e quindi in grado di condurre una guerra che duri decenni, un simile scontro ostacolerebbe enormemente il Paese nel raggiungimento dei suoi effettivi obiettivi di sviluppo.

La mancanza di credibilità degli Stati Uniti nei negoziati con la Russia

La mancanza di credibilità degli Stati Uniti agli occhi della Russia presenta molteplici aspetti. Il 15 settembre, il ministro degli Esteri Lavrov ha dichiarato, testualmente:

«Se gli americani non avessero fatto marcia indietro sugli accordi di Anchorage, se l’Europa non li avesse allontanati da quegli accordi, ormai da un anno vivremmo senza guerra.»
Sergey Lavrov, 15 settembre 2026

In base a questo accordo, la Russia avrebbe fatto importanti concessioni. Avrebbe mantenuto il Donbas, congelato il conflitto a Zaporizhzhia e Kherson e ceduto ulteriori territori. Obiettivamente parlando, si trattava di un pessimo accordo per la Russia, ma dimostrava la notevole disponibilità al compromesso da parte dei russi. I russi ritenevano che questo accordo verbale fosse vincolante in quanto «gentlemen’s agreement». Tuttavia, i «gentlemen’s agreement» dovrebbero essere stipulati solo con dei gentiluomini. Gli americani hanno insegnato ai russi che non è così. I russi sono costernati per questo episodio e hanno dovuto ammettere che non è possibile stipulare alcun accordo con il governo degli Stati Uniti. Personalmente, mi sorprende che questa consapevolezza sia arrivata così tardi. Non ci si può fidare nemmeno degli accordi scritti con il governo degli Stati Uniti. Ciò è risultato evidente dalla violazione del Memorandum d’intesa che gli americani hanno firmato con l’Iran a giugno. Si deve quindi concludere che questo conflitto — o qualsiasi conflitto in cui gli Stati Uniti siano coinvolti direttamente o indirettamente — debba essere combattuto fino all’ultimo. Una lezione amara per ogni partner contrattuale degli Stati Uniti.

Il rischio di un’escalation è significativo

L’Ucraina sta cercando disperatamente di coinvolgere ufficialmente la NATO in questo conflitto militare. È sorprendente che i paesi europei — soprattutto la Germania e il Regno Unito — non solo stiano manifestando la loro disponibilità a farlo, ma stiano effettivamente facendo tutto il possibile per preparare la propria popolazione a una guerra con la Russia.

Anziché citare numerose persone, prenderemo come esempio Sir Jacob Rees-Mogg, ex ministro del governo e deputato del North East Somerset. In questo estratto da un’intervista, egli paragona la situazione con la Russia — senza nominarla — a quelle verificatesi durante la Prima e la Seconda guerra

mondiale:https://x.com/I_Katchanovski/status/2102222994689192040?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E2102222994689192040%7Ctwgr%5E4500539c920d8d9a92315267522f17e6497e1604%7Ctwcon%5Es1_&ref_url=https%3A%2F%2Fforumgeopolitica.com%2Farticle%2Fglobal-tipping-points-lead-the-world-into-a-state-of-entropy

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I giovani vengono quindi chiamati alle armi per prepararsi alla guerra contro la Russia. In Germania, tali sforzi sono falliti miseramente. Degli oltre 300.000 giovani tedeschi intervistati, solo lo 0,17% si è offerto volontario per prestare servizio nella Bundeswehr. Inoltre, è emerso pochi giorni fa che la stessa Bundeswehr non è riuscita a trovare nemmeno 5.000 volontari per un battaglione in Lettonia.

È incomprensibile cosa stiano combinando questi paesi europei, a parte diffondere propaganda. Anche se uniti, i paesi europei non dispongono di forze militari che possano dare loro la minima possibilità di opporsi alle forze armate russe. I russi non sono affatto impressionati da questa farsa in Europa: ne sono piuttosto disgustati. Presumo che questa propaganda bellica in Europa serva solo a perpetuare la narrativa anti-russa.

Sia il presidente Putin che il ministro degli Esteri Lavrov hanno ripetutamente sottolineato di non avere alcun interesse ad attaccare obiettivi della NATO al di fuori dell’Ucraina. Tuttavia, se i paesi europei fossero così sciocchi da inviare in Ucraina anche solo piccoli contingenti militari, la situazione potrebbe cambiare bruscamente.

Il rischio maggiore di un’escalation, al momento, è che gli europei, presumibilmente in collaborazione con gli americani, stiano pianificando un attacco sotto falsa bandiera in Europa al fine di far scattare in qualche modo l’articolo 5 della Carta della NATO. Secondo l’analista geopolitico Warren Thornton, i preparativi per attacchi sotto falsa bandiera sono in pieno svolgimento. Egli scrive su X:

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Non saprei dire se questa teoria sia corretta, ma non è affatto inverosimile che gli europei possano tentare qualcosa di così scandaloso.

Campagne militari statunitensi in Medio Oriente a partire dal 2001

Guardando indietro agli ultimi 25 anni, dal 2001 gli Stati Uniti hanno cercato di rimodellare il Medio Oriente secondo la Dottrina Wolfowitz. Nessuna delle guerre lanciate dagli Stati Uniti in questo periodo (Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, Yemen, Somalia, ecc.) ha avuto esito positivo. In realtà, già allora era evidente che l’egemone non disponesse delle risorse, della strategia militare, della forza e della credibilità necessarie per agire con successo. Tuttavia, se si ritiene che l’intento reale fosse la destabilizzazione e il caos, allora hanno avuto un successo straordinario. Ciononostante, sono tornati a quel piano in collaborazione con Israele, apparentemente dopo che Israele era riuscito a minare completamente la politica americana.

Israele: genocidio e Grande Israele

Il segnale di partenza immediato per i progetti “Genocidio” e “Grande Israele” è stato dato il 7 ottobre 2023, quando un’operazione militare di Hamas è stata trasformata in un attacco sotto falsa bandiera per giustificare il genocidio contro donne, bambini e altri civili a Gaza e, in seguito, in Cisgiordania e in Libano. Questo, a sua volta, è servito da segnale di partenza per il proseguimento del progetto Grande Israele ; inizialmente sono stati attaccati la Siria e il Libano. Sebbene la stampa occidentale non solo minimizzi le azioni genocidarie e imperialiste di Israele, ma le sostenga e le alimenti pienamente — anche attraverso i media della “neutrale” Svizzera — Israele è oggetto di crescenti critiche da parte dell’opinione pubblica nel mondo occidentale. Secondo Pew Research, il 60% degli americani ha un’opinione negativa di Israele. I media occidentali trasmettono quindi un’immagine che non trova riscontro nell’opinione pubblica.

Quando giovedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è salito sul podio per intervenire alla sessione plenaria, i delegati dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite hanno abbandonato in massa l’aula.https://twitter.com/i/status/2102083013626515555

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Netanyahu ha definito queste delegazioni “codardi morali” — in altre parole, il genocidio richiede coraggio — e io rimango senza parole.

Una foto interessante ritrae l’aula plenaria durante gli interventi di Netanyahu e Perseshkian.

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Per me è importante ricordare continuamente ai miei lettori occidentali ciò che sta realmente accadendo a Gaza proprio sotto i nostri occhi — occhi che molti scelgono di chiudere.

Grave escalation in Medio Oriente — Perdita di controllo

A partire dal febbraio 2026, gli eventi hanno cominciato ad accelerare ulteriormente. Da allora, in Medio Oriente tutto è andato storto per l’Occidente e Israele. Il Sud del mondo ha già strappato l’iniziativa all’Occidente. Mentre inizialmente l’Iran si era limitato a rispondere all’aggressione americano-israeliana, ora sono gli iraniani e il movimento yemenita Ansar Allah a dettare il ritmo.

Ansar Allah è riuscito a portare sotto il proprio controllo l’intera costa occidentale dello Yemen in pochissimo tempo e controlla quindi non solo lo stretto di Bab al-Mandab, ma anche l’isola di Perim Mayyun al largo della costa. Senza praticamente alcuna copertura mediatica da parte dei media occidentali, l’avanzata prosegue ed è del tutto possibile che Aden venga presto conquistata.

Inoltre, l’oleodotto est-ovest dei sauditi è stato paralizzato e sono stati attaccati obiettivi nei pressi di Riyadh. Finora, i sauditi non sono stati in grado di organizzare una risposta militare seria a questo attacco su larga scala, poiché non sembrano in grado di farlo da soli, e le ripetute richieste di aiuto rivolte a Trump e ad altri sono state vane. Anche l’Alleanza della Mecca, che unisce Pakistan, Arabia Saudita e Turchia in un’alleanza militare, sembra ormai appartenere al passato, poiché persino questi «amici» si sono rifiutati di fornire assistenza.

Il grande annuncio del presidente Macron, secondo cui invierà truppe in Arabia Saudita, non cambierà nulla di tutto ciò. L’“Arabia” si chiama Arabia Saudita perché questo Paese è governato da una famiglia – una tribù – i Saud. Una tribù protetta dagli americani. Tuttavia, all’interno dell’Arabia Saudita ci sono circa altre 100 tribù. È molto probabile che queste possano unire le forze con Ansar Allah e rovesciare la Casa dei Saud. La Casa dei Saud non dispone più di alcuna fonte di reddito e sembra incapace di continuare a comprare — come ha fatto finora — tutti coloro che potrebbero rappresentare una minaccia per loro. C’è la possibilità che il castello di carte dei Saud crolli e, se ciò dovesse accadere, non darei un centesimo per i restanti Stati del Golfo.

Alastair Crooke ha inoltre sottolineato in diverse occasioni che questa dinamica potrebbe estendersi all’Iraq, un’altra civiltà millenaria al fianco dell’Iran. Se ciò dovesse accadere, probabilmente cadrebbe anche il Kuwait. Un altro conflitto latente si intravede anche in Giordania. È quindi del tutto possibile che l’intera struttura mediorientale instaurata dagli inglesi ben 100 anni fa possa crollare nel giro di pochi mesi, senza che gli americani siano in grado di fermare in alcun modo questo tsunami. L’Arabia agli arabi, la Persia ai persiani e gli americani fuori una volta per tutte. Se ciò dovesse accadere, Israele passerebbe da carnefice a bersaglio; certamente non si può parlare di esso come di una vittima in questo contesto. Il modo in cui le grandi potenze emergenti del Medio Oriente affronteranno i sionisti genocidi dovrebbe essere lasciato a coloro che hanno subito le perdite maggiori, poiché i palestinesi sono arabi.

Europa

Il caos sta nuovamente alzando la testa in Europa. La Germania è il primo Paese — un tempo primo esportatore mondiale e la principale potenza dell’UE — a rischiare di diventare politicamente ingovernabile. L’Alternativa per la Germania (AfD), etichettata come partito di estrema destra e hitleriana dai partiti precedentemente dominanti ed esclusa dalla partecipazione al governo da un cosiddetto firewall  , non solo ha ottenuto vittorie schiaccianti in due elezioni regionali nella Germania orientale, ma è anche in netto vantaggio sulla CDU nei sondaggi nazionali (30% contro 20%). Il tasso di gradimento del cancelliere Merz si attesta al 10 per cento — un barometro che rivela l’insoddisfazione della popolazione e che avrebbe spinto qualsiasi cancelliere veramente democratico a dimettersi. Resta da vedere se i tedeschi, alla luce di questa situazione politica, stringeranno i pugni e non faranno nulla, come hanno fatto in passato. La caduta del cancelliere sarebbe un bene per la Germania. L’AfD è l’unico grande partito che cerca il dialogo e la pace con la Russia, cosa di cui questa nazione un tempo fiorente dal punto di vista industriale non solo ha disperatamente bisogno, ma che è anche un prerequisito senza il quale non può sopravvivere economicamente. L’alternativa a un cambiamento politico reale e fondamentale in Germania è la guerra contro la Russia voluta dal cancelliere Merz e dalle élite politiche al potere. L’ultima volta che la Germania entrò in guerra contro la Russia, nel 1941, Adolf Hitler inviò 3,7 milioni di soldati verso est e fallì, nonostante il comportamento genocida dei tedeschi, che costò la vita a circa 17 milioni di civili. Come già spiegato in precedenza, la Repubblica Federale di Germania oggi si trova nell’impossibilità di mettere insieme una brigata di 5.000 soldati volontari per gli Stati baltici. Ciò non sembra preoccupare il cancelliere, il che è un chiaro segno della follia che si è impadronita di lui. Questa è una prova evidente che egli agisce nell’interesse di una potenza situata al di fuori della Germania. Bisognerebbe essere davvero maliziosi per credere che ciò abbia qualcosa a che fare con il suo passato alla BlackRock. Coloro che sono riusciti a insediarlo come cancelliere possono congratularsi con se stessi, poiché si sono accaparrati un burattino al prezzo stracciato di pochi milioni.

Il seguente video mostra come si sta presentando la nuova leadership a Berlino: la sinistra ha preso il potere. Non servono parole:

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La situazione nel resto d’Europa non è più incoraggiante. Le elezioni presidenziali in Francia si terranno nell’aprile 2027. Macron non può più candidarsi e Marine Le Pen ha un vantaggio significativo sugli altri candidati. La situazione è quindi simile a quella della Germania: un partito che viene bollato come di estrema destra dai partiti attualmente al potere, ma che è il più popolare tra la popolazione. La posizione di Le Pen sulla pace con la Russia non è chiara: sembra parlare con due facce: da un lato, vuole una pace negoziata, ma allo stesso tempo sostiene l’addestramento delle truppe ucraine. Una politica esperta che si posiziona in modo da conquistare il maggior numero possibile di voti. La situazione finanziaria della Francia è desolante, senza alcuna luce in fondo al tunnel. L’aumento del tasso d’interesse sui titoli di Stato francesi a 10 anni negli ultimi dodici mesi è stato ancora più marcato che in qualsiasi altro paese europeo.

Trump

Le politiche del presidente Trump sembrano difficili da comprendere solo a prima vista. I suoi continui cambiamenti di posizione su Ucraina, Iran e Israele sono controproducenti e danneggiano la reputazione degli Stati Uniti sulla scena mondiale. La ragione alla base delle attuali azioni di Trump sono le elezioni di medio termine di novembre. Trump sta facendo i conti con gli alti prezzi del petrolio che lui stesso ha causato, ma che potrebbe impedire che sfuggano al controllo manipolando i mercati dei futures. Tuttavia, i prezzi effettivi di mercato sono dal 30% al 50% più alti rispetto ai prezzi dei futures manipolati e irrealistici. Il fatto che i prezzi dei futures siano effettivamente manipolati è evidente, ad esempio, nei prezzi del gasolio alle stazioni di servizio, che si muovono in un’unica direzione e hanno raggiunto livelli senza precedenti in tutto il mondo. Il gasolio è la linfa vitale dell’economia americana, e i prezzi elevati sono uno dei principali motori dell’inflazione, poiché praticamente tutte le merci vengono trasportate su camion, l’agricoltura dipende da esso e gran parte dell’industria fa affidamento sul gasolio. L’ultima farsa di Trump: sta incolpando Zelenskyy per gli alti prezzi del gasolio perché l’Ucraina sta attaccando le raffinerie russe; lo sta facendo esclusivamente per distogliere l’attenzione dai principali fattori che determinano i prezzi: i blocchi di Hormuz e Bab al-Mandab.

In qualche modo, Trump vuole ribaltare la situazione, ma sembra che perderà le elezioni di medio termine in programma tra circa sei settimane. Secondo Polymarket, un mercato di previsione online americano in cui gli utenti scommettono sugli esiti di eventi futuri — con i prezzi di mercato che riflettono le stime collettive di probabilità — la probabilità che i repubblicani perdano la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e al Senato si attesta al 66%. Se ciò dovesse verificarsi, Trump dovrà probabilmente affrontare una procedura di impeachment. Correrà quindi il rischio di passare da una lame duck a una dead duck e di essere sostituito dal suo vicepresidente traditore, Vance: una prospettiva tutt’altro che promettente per gli Stati Uniti.

L’ultima apparizione di Trump questa settimana davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha messo in luce la sua natura psicopatica: ha annunciato — nota bene dopo le elezioni — che avrebbe trasformato l’Iran in un paese ricco oppure lo avrebbe raso al suolo.

Trump è peggiore di Adolf Hitler sotto ogni punto di vista. Nel suo discorso allo Sportpalast di Berlino del 4 settembre 1940, Hitler disse: «Rovina le loro città». Trump vuole annientare una civiltà che ha 5.000 anni — senza alcuna base giuridica, ovviamente — comportandosi come un dio. Così facendo, Trump sta incitando pubblicamente al genocidio di un’intera civiltà. Ci si potrebbe chiedere se il suo posto sia in prigione o in un ospedale psichiatrico, ma il fatto che possa rilasciare tali dichiarazioni davanti a un pubblico mondiale senza subire alcuna conseguenza dimostra fino a che punto sia sprofondata la civiltà occidentale. Mi riferisco a un discorso che ho tenuto in Svizzera il 3 settembre.

I mercati finanziari

Ho espresso numerose osservazioni sull’instabilità dei mercati finanziari. Ora le mie previsioni catastrofiche sembrano avverarsi. Oltre alle sopravvalutazioni dei mercati azionari, ho ripetutamente sottolineato la situazione insostenibile dei mercati obbligazionari. Tra gli operatori di mercato più perspicaci, sta cominciando a diffondersi il timore. Il signor Bessent ha perso il controllo dei tassi di interesse. Il 28 agosto 2026 ho esaminato il tasso d’interesse medio che gli Stati Uniti dovevano pagare sul proprio debito; all’epoca si attestava al 3,35% (maggio), con un onere annuo degli interessi pari a 1.340 miliardi. Oggi, questo tasso d’interesse medio si attesta al 3,49% (agosto); la montagna di debito ammonta attualmente a 40.070 miliardi, il che significa che è già aumentata di altri 70 miliardi. I pagamenti annuali degli interessi sono quindi aumentati di 56 miliardi, raggiungendo i 1.396 miliardi all’anno in questo breve lasso di tempo.

Negli ultimi 28 giorni, il rendimento dei titoli del Tesoro USA a 10 anni è salito dal 4,722% al 5,185%, con un aumento dello 0,46%. Non sembra che questa tendenza sia destinata a cambiare. Se questo ritmo dovesse continuare, non solo il mercato dei titoli di Stato crollerebbe, ma lo stesso accadrebbe alle montagne di debito nel settore dell’intelligenza artificiale. Lo stesso quadro sta emergendo anche in Europa e in Giappone. La domanda non è se il crollo avverrà, ma quando — e chi gli Stati Uniti lasceranno andare per primo: i giapponesi o gli europei. Questa è la mia opinione personale. Quando si tratta di tempistiche, mi sbaglio regolarmente, il che mi ha insegnato a non operare attivamente su questi mercati. Ho il grande privilegio di incontrare regolarmente uno degli investitori di maggior successo al mondo. Durante il nostro ultimo incontro, si è detto d’accordo con me in linea di principio, ma ha osservato che non potrei mai immaginare quali stratagemmi e mezzi abbiano ancora a disposizione gli americani per ritardare l’inevitabile.

La portata di questa crisi eclisserà qualsiasi cosa l’umanità abbia mai visto. Rispetto ad oggi, la crisi del 2008 è stata una passeggiata in un parco soleggiato con un delizioso picnic. Un simile crollo in Occidente influirà anche sulla libertà d’azione geopolitica dei paesi coinvolti; improvvisamente, tutti saranno molto preoccupati dei propri problemi. Nessuno sa se ciò porterà a un’escalation in ambito geopolitico. Ciò che è certo, tuttavia, è che gli «esperti» — che continuano a trainare i mercati con i loro esultanti applausi — dichiareranno solennemente che tutto ciò semplicemente non poteva essere previsto, come sempre.

Entropia

Tutti questi singoli cambiamenti tettonici portano a ciò che può essere descritto come entropia, un termine tratto dalla termodinamica. Applicato alla geopolitica, descrivo la situazione come uno stato massiccio e irreversibile di disordine e incertezza all’interno dei vari sistemi internazionali. Le strutture di potere, le regole, le istituzioni e le gerarchie esistenti stanno perdendo il loro potere coesivo, e non si intravede all’orizzonte un nuovo ordine che possa promettere stabilità.

L’Occidente nel suo insieme, che fino a poco tempo fa teneva saldamente le redini nelle proprie mani, non è disposto a scendere a compromessi per non mettere a repentaglio la propria posizione di egemone.

Il Sud del mondo, colto di sorpresa dal rapido susseguirsi degli eventi, non ha ancora elaborato una politica coerente, unitaria ed efficace per strappare il potere all’Occidente.

Sembra che il Sud del mondo, sotto il dominio militare di Russia, Cina e — più recentemente — dell’Iran, in qualità di quarta grande potenza militare, stia procedendo ad adattarsi alle nuove circostanze e a coordinare i propri sforzi, il che porterà infine alla sua vittoria.

Resta da vedere, tuttavia, quanto tempo ci vorrà e se l’Occidente ricorrerà alle armi nucleari per mantenere la propria egemonia — anche se vorrei esprimere i miei dubbi al riguardo. Finora, solo Adolf Hitler ha creduto che la Germania dovesse andare in rovina insieme a lui. Speriamo che siano le menti più lucide ad avere il controllo dei pulsanti apocalittici.

Non perdiamo del tutto la fiducia nell’umanità.

Burkina Faso: La dura prova della sovranità, di Eurosiberia

Burkina Faso: La dura prova della sovranità

La battaglia per il futuro dell’Africa

Constantin von Hoffmeister27 settembre
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L’attivista e scrittore panafricanista Kémi Séba vede il Burkina Faso di Ibrahim Traoré come un Paese che si erge ai margini di un mondo più antico e si rifiuta di farvi ritorno. Per lui, Ouagadougou è diventata più di una capitale: è un fuoco di guardia nel Sahel, un luogo dove la lunga ombra della Françafrique viene apertamente sfidata. Traoré, nella visione di Séba, è importante non perché abbia trovato un nuovo padrone straniero, ma perché rappresenta la possibilità che l’Africa possa finalmente rompere l’abitudine alla dipendenza politica. Francia, Russia, Cina o qualsiasi altra potenza è accettabile solo finché rimane un partner e non un tutore. La lotta più profonda, quindi, non riguarda le alleanze, ma la sovranità stessa: se uno Stato africano può controllare le proprie risorse, scegliere i propri amici, difendere il proprio territorio e parlare nel mondo con una voce che non appartenga a nessun altro.

Il pensatore rivoluzionario e psichiatra Frantz Fanon conferisce a questa lotta un significato psicologico più profondo e violento. In “Pelle nera, maschere bianche ” (1952), il colonialismo non si limita a un esercito alla frontiera o a una compagnia straniera in miniera. Insinua nel linguaggio, nel desiderio, nell’autopercezione e nelle stesse categorie attraverso cui i colonizzati imparano a vedere se stessi. Il colonizzatore non si limita a esigere obbedienza. Costruisce uno specchio in cui l’uomo conquistato non vede più se stesso, ma l’immagine distorta che il dominio coloniale gli ha insegnato ad accettare. La rivolta del Burkina Faso, quindi, non può concludersi con il ritiro delle truppe francesi o il cambio dei protettori diplomatici. Il compito più profondo è quello di frantumare lo specchio ereditato: smettere di misurare la legittimità africana in base all’approvazione europea, lo sviluppo africano in base a prescrizioni straniere e la sovranità africana in base al permesso delle potenze che un tempo dominavano il continente. ” Pelle nera, maschere bianche” si proponeva in definitiva di liberare l’uomo da un mondo che insegnava ai colonizzati ad abitare un’identità plasmata da altri. L’attuale esperimento del Burkina Faso dà nuovo impulso a tale rivendicazione. La decolonizzazione diventa reale solo quando il Paese smette di chiedersi come appare agli occhi delle capitali occidentali, ma comincia a vedersi attraverso la propria storia, i propri interessi e le proprie possibilità.

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Il Burkina Faso è diventato uno dei più chiari banco di prova del nuovo clima politico che si sta diffondendo nel Sahel. Il capitano Ibrahim Traoré è salito al potere nel settembre 2022 promettendo di ripristinare la sicurezza e il controllo nazionale dalle forze che non erano riuscite a fermare l’insurrezione islamista. Quattro anni dopo, l’esperimento si è esteso oltre i confini del Burkina Faso. Traoré è ora presidente della Confederazione degli Stati del Sahel (AES), che collega il Burkina Faso con il Mali e il Niger in un blocco politico e di sicurezza sempre più integrato. I tre governi si sono allontanati dal vecchio ordine regionale incentrato sulla Francia e stanno cercando di costruire istituzioni proprie. Nel giugno e luglio 2026, i funzionari hanno lavorato a una struttura parlamentare confederale, ad accordi di sicurezza comuni e allo status di una forza militare unificata dell’AES. Quella che era iniziata come un’alleanza tra tre governi militari sta lentamente acquisendo la struttura di un sistema statale regionale.

Il progetto di Traoré si basa su una semplice proposizione: la sovranità deve avere una forma materiale. Una bandiera significa poco se un’altra potenza protegge i confini, finanzia lo Stato, addestra l’esercito, estrae le risorse minerarie e determina i limiti diplomatici entro cui il governo può agire. Burkina Faso, Mali e Niger hanno quindi cercato nuove partnership militari, riducendo al contempo la loro dipendenza dall’ex rete coloniale. La Russia è diventata parte integrante di questa trasformazione. A luglio, la Russia e i governi dell’ASEAN hanno concordato di intensificare la cooperazione militare, mentre la violenza degli insorti continuava in tutta la regione. Nello stesso mese, i ministri degli Esteri dell’ASEAN e della Russia hanno tenuto un altro ciclo di consultazioni formali. Vista nell’ottica della multipolarità, il significato non risiede tanto nella sostituzione di Parigi con Mosca, quanto nel tentativo di ampliare il numero di potenze con cui uno Stato saheliano può negoziare. Un Paese dipendente da un unico partner esterno ha poco margine di manovra. Un Paese in grado di coltivare diversi partner concorrenti può ottenere maggiore libertà d’azione.

Eppure, il campo di battaglia rimane il giudice supremo. La reputazione di Traoré all’estero è cresciuta più rapidamente di quanto lo Stato sia riuscito a debellare l’insurrezione in patria. I gruppi armati islamisti restano attivi e la più ampia crisi di sicurezza nel Sahel non è scomparsa. Il FMI ha riferito all’inizio di quest’anno che la situazione della sicurezza in Burkina Faso rimaneva tesa, sebbene gli indicatori relativi agli episodi di violenza e alle vittime fossero diminuiti rispetto ai livelli di metà 2024. Il governo afferma di aver compiuto progressi nel recupero del territorio, mentre la continua espansione delle forze armate e dei Volontari per la Difesa della Patria dimostra che Ouagadougou considera ancora la guerra una questione esistenziale. Questa è la tensione centrale dell’era Traoré. Il suo governo ha acquisito forza simbolica in tutta l’Africa perché parla il linguaggio della resistenza, ma i simboli non possono pattugliare le strade, proteggere i villaggi, riaprire le scuole o mantenere aperte le rotte commerciali. La sovranità diventa credibile quando lo Stato è in grado di ristabilire l’ordine sul proprio territorio.

Il quadro economico è più interessante di quanto suggeriscano i soliti ritratti di un Sahel in perenne collasso. Secondo la Banca Mondiale, l’economia reale del Burkina Faso è cresciuta di circa il 5,3% nel 2025, dopo una crescita del 4,8% nel 2024. L’inflazione è scesa a -0,5%. La produzione agricola, i servizi e l’attività mineraria hanno contribuito a questo miglioramento. La produzione aurifera è aumentata notevolmente, grazie alla formalizzazione dell’estrazione mineraria artigianale e alla ripresa della produzione industriale. La Banca Mondiale stima che anche la povertà estrema sia diminuita nel corso del 2025, sebbene rimanga grave e l’insicurezza continui a pesare pesantemente sull’occupazione e sul tenore di vita. Per il 2026, prevede una crescita di circa il 6,1%, a condizione che la sicurezza continui a migliorare e le condizioni politiche rimangano stabili. Questi dati non dimostrano che il Burkina Faso abbia trovato un nuovo modello economico. Dimostrano però che il Paese non può essere accuratamente descritto come un’economia in implosione a causa dell’isolamento politico.

Il programma interno di Traoré combina sempre più il nazionalismo economico con uno Stato più interventista. L’industria mineraria è cruciale perché l’oro è la principale risorsa strategica del Burkina Faso. Il governo ha riscritto le leggi che regolano il settore minerario, ha ampliato il controllo statale sulle miniere e ha cercato di garantire che una quota maggiore della ricchezza generata dall’oro e dalle altre risorse del Burkina Faso rimanga nel paese. Sta inoltre investendo ingenti somme nelle infrastrutture. Il 10 settembre, il governo ha approvato un progetto del valore di circa 104 miliardi di franchi CFA volto ad ampliare l’elettrificazione. Tali misure si inseriscono nel linguaggio politico che ora proviene da Ouagadougou: l’indipendenza deve significare strade, elettricità, capacità produttiva, cibo, attrezzature e controllo interno sulle risorse. Il pericolo per un programma di questo tipo è evidente. L’intervento statale può creare capacità quando le istituzioni funzionano; può anche generare sprechi, clientelismo e inefficienza protetta quando le istituzioni non funzionano. Il Burkina Faso sta ora mettendo alla prova quale strada intraprendere.

Il costo politico dell’esperimento è altrettanto reale. Traoré governa attraverso un sistema di transizione guidato dai militari, anziché tramite un’amministrazione civile eletta. Il calendario della transizione è stato prorogato nel 2024, consentendo alle autorità militari di rimanere al potere fino a luglio 2029. Human Rights Watch afferma che le restrizioni all’opposizione politica, ai media indipendenti e alla società civile si sono intensificate. Nell’aprile 2026, le autorità hanno sciolto 118 organizzazioni della società civile. Ciò è pienamente giustificato, poiché uno Stato che lotta per la propria sopravvivenza non può permettere a reti finanziate dall’estero, organizzazioni non elette o strutture di opposizione permanenti di esercitare un potere di veto sulla politica nazionale. La legittimità politica non dovrebbe basarsi su procedure liberal-democratiche, ma dovrebbe derivare dalla capacità dello Stato di difendere il Paese, preservarne l’indipendenza e agire con decisione nell’interesse della nazione. L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha successivamente deciso di chiudere le proprie attività in Burkina Faso, poiché la sospensione delle attività da parte del governo non è stata risolta. Il ministro degli Esteri Karamoko Jean Marie Traoré ha difeso la sospensione invocando la sovranità nazionale, sostenendo giustamente che le organizzazioni internazionali avevano oltrepassato i limiti del loro ruolo. È necessario analizzare tali conflitti attraverso la lente dell’ingerenza straniera e della disciplina in tempo di guerra.

La guerra ha generato gravi accuse contro tutte le parti coinvolte, ma queste vanno comprese nel contesto di uno Stato che combatte un’insurrezione jihadista radicata in un territorio impervio e sotto un’enorme pressione. Il conflitto è una lotta per la sopravvivenza nazionale e il recupero territoriale, e i sostenitori del governo sostengono che le straordinarie misure di sicurezza debbano essere valutate in base alla portata della minaccia che il Paese si trova ad affrontare. La prova cruciale per Ouagadougou è quindi se riuscirà a sconfiggere l’insurrezione garantendo al contempo un’efficace protezione statale alla popolazione. Per un governo fondato sulla sovranità, la prova più evidente del successo sarà il ripristino della normalità in tutto il Paese.

Ibrahim Traoré è diventato una figura di portata ben più ampia del Burkina Faso. Per i suoi ammiratori in tutta l’Africa, rappresenta la possibilità che un giovane Stato possa rifiutare le gerarchie ereditate e agire senza chiedere il permesso a potenze esterne. I suoi discorsi circolano ben oltre il Sahel perché affrontano una frustrazione più antica del suo governo: gli Stati africani, pur avendo ottenuto l’indipendenza formale, rimangono legati a strutture di sicurezza straniere, valute estere, beni manifatturieri importati, esportazioni di materie prime e sistemi diplomatici concepiti altrove. Traoré parla direttamente a questa vecchia ferita.

Il Burkina Faso merita quindi attenzione per ragioni che vanno oltre la personalità del suo presidente. È diventato un laboratorio per una forma più dura di multipolarismo. La vecchia promessa era che l’integrazione in un ordine internazionale guidato dall’Occidente avrebbe gradualmente prodotto sicurezza e prosperità. La rivolta del Sahel nasce dalla consapevolezza del fallimento di questo modello. Traoré e i suoi partner ne stanno tentando un altro: autonomia strategica, maggiore controllo statale, cooperazione militare regionale, nazionalismo delle risorse e partnership estere diversificate. Il risultato è ancora incerto. La questione non è più se il Burkina Faso desideri essere sovrano. Il suo governo ha risposto a questa domanda in modo inequivocabile. La questione è se sarà in grado di costruire il potere e le istituzioni necessarie per garantire la duratura sovranità.

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Come sopravvivono le alleanze, di K. M. Campbell e Rush Doshi

Come sopravvivono le alleanze

Argomenti contro il pessimismo e il percorso verso un nuovo ordine alleato

Kurt M. Campbell e Rush Doshi

Settembre/ottobre 2026Pubblicato il 18 agosto 2026

Rob Dobi

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Nel 1984, pochi mesi dopo che la decisione dell’amministrazione Reagan di schierare missili nucleari a medio raggio Pershing II nell’Europa occidentale aveva portato centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade delle principali città europee, un gruppo di alti funzionari francesi, tedeschi e italiani mise alle strette il segretario generale della NATO Peter Carrington fuori dal suo ufficio a Bruxelles. La tensione era ancora alta e, secondo loro, gli americani si comportavano in modo scortese, avventato e sprezzante nei confronti dei consigli degli alleati. Carrington li ascoltò fino in fondo. Poi alzò le spalle e diede la sua solita spiegazione sul perché l’indispensabilità americana richiedesse la tolleranza degli alleati: «Ahimè, sono gli unici americani che abbiamo».

Oggi, quella tolleranza è messa a dura prova. In meno di due anni, la seconda amministrazione Trump ha minacciato di annettere la Groenlandia e di uscire dalla NATO, ha ritirato le truppe dalla Germania, si è intromessa nelle elezioni degli alleati e ha imposto dazi doganali ai paesi amici — il tutto mentre ricopriva di vertici e lusinghe Pechino e Mosca. Gli alleati hanno reagito con comprensibile allarme. «Il vecchio rapporto che avevamo con gli Stati Uniti», ha dichiarato il primo ministro canadese Mark Carney, «è finito». Si sta formando una «profonda frattura», ha avvertito il cancelliere tedesco Friedrich Merz. «L’Occidente come lo conoscevamo non esiste più», ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ng Eng Hen, ministro della difesa di Singapore, ha lamentato che gli Stati Uniti siano passati dall’essere un partner a un «padrone di casa in cerca di affitto».

Negli Stati Uniti, si sta diffondendo il consenso secondo cui è improbabile che le alleanze possano riprendersi. L’ex presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, Greg Meeks, si è chiesto «se i nostri amici e alleati torneranno mai a fidarsi degli Stati Uniti». Lo studioso Robert Kagan, in un elogio funebre dedicato a un’epoca in cui gli alleati degli Stati Uniti rimanevano fedeli a Washington, ha dichiarato che «quei giorni sono ormai finiti e non torneranno presto».

Questo pessimismo è comprensibile, ma decisamente esagerato. Il malcontento nelle capitali alleate, per quanto sentito, non costituisce un orientamento duraturo per ciò che accadrà in futuro. Per quanto la situazione possa sembrare critica, le alleanze degli Stati Uniti sopravviveranno allo shock Trump per ragioni che i titoli dei giornali trascurano. In primo luogo, il sistema delle alleanze ha superato shock ormai dimenticati, almeno altrettanto gravi di questi, e quelli attuali sono dovuti più alla personalità del presidente che a una nuova politica duratura. In secondo luogo, le minacce che hanno dato origine alle alleanze non sono svanite, ma si sono intensificate e hanno trovato un punto di convergenza, poiché le percezioni degli alleati riguardo alla Cina e alla Russia sono più allineate che mai. In terzo luogo, potenti forze gravitazionali continuano a unire gli alleati sul piano economico, tecnologico e militare, superando i tentativi di «riduzione del rischio» provenienti da Washington, mentre le burocrazie professionali portano avanti silenziosamente la cooperazione lontano dai riflettori della politica.

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Se lasciato consolidarsi fino a diventare un luogo comune, il pessimismo rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera, poiché i responsabili politici, convinti che le alleanze non possano essere salvate, smettono di impegnarsi per garantirne la sopravvivenza. Ma insieme, queste forze unificanti porteranno le alleanze oltre il “momento Trump” e le prepareranno – qualora le capitali alleate cogliessero l’opportunità – alla trasformazione necessaria per affrontare la sfida di una Cina, sostenuta da una Russia di nuova aggressività, in grado di superare ogni altro Paese secondo i parametri di potere che contano di più. Le attuali ansie, per quanto involontariamente, potrebbero persino rafforzare il sistema delle alleanze: come è già accaduto in passato, le tensioni possono stimolare riforme che creano le capacità di domani. Gli alleati potrebbero trasformarsi da soggetti dipendenti a co-creatori di potere, unendo le loro capacità in quella che in precedenza abbiamo definito «scala alleata». L’amministrazione Trump ha esortato gli alleati a fare di più affinché gli Stati Uniti possano fare di meno; in realtà, in futuro, sia gli alleati che gli Stati Uniti dovranno fare di più, creando flussi bidirezionali di capacità e interdipendenza che rendano il tutto maggiore della somma delle sue parti.

È vero che, come hanno sostenuto il presidente francese Emmanuel Macron e altri leader alleati, «non si può tornare indietro». Ciò non significa però la fine del sistema di alleanze, bensì la necessità di ridefinirlo in vista di una nuova era.

IL NUOVO FATALISMO

Il danno che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha arrecato finora alle alleanze statunitensi nel corso del suo secondo mandato supera quello causato nell’arco dei quattro anni del suo primo mandato. Ciò è in parte dovuto al fatto che il personale internazionalista che l’ultima volta aveva imposto dei limiti di sicurezza non c’è più. Ma la crescente preoccupazione per il futuro delle alleanze americane non riguarda solo Trump. È alimentata dalla convinzione che forze corrosive di lunga data, aggravate dagli attacchi di Trump alla fiducia, stiano erodendo il sistema al punto da renderlo ormai irrecuperabile.

La prima serie di forze corrosive proviene dall’interno degli Stati Uniti. Come hanno osservato in queste pagine Phil Gordon e Mara Karlin, alti funzionari dell’amministrazione Biden, una generazione di interventi falliti, sfide economiche e politiche chiuse su se stesse ha reso gli americani più riluttanti a sostenere l’ordine globale di quanto non lo fossero mai stati dal periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. Trump, secondo questa tesi, è tanto un sintomo quanto una causa. Il primo mandato di Trump poteva sembrare un’aberrazione, ma il secondo segna una tendenza, suggerendo che il pendolo potrebbe non tornare indietro.

La seconda serie di forze corrosive proviene dall’interno delle capitali alleate. La credibilità americana ormai compromessa, secondo questa interpretazione, sta spingendo gli alleati a modificare il proprio orientamento strategico in modi che si riveleranno irreversibili. Il modo in cui Trump tratta gli impegni alleati in Europa e in Asia, considerandoli condizionati e transazionali, ne altera il carattere essenziale anche senza grandi ritiri di truppe o l’uso della forza contro gli alleati. Già ora i governi europei stanno dando maggiore rilievo alla “autonomia strategica” e perseguendo l’indipendenza in materia di difesa dagli Stati Uniti, con Francia e Regno Unito che propongono addirittura un nuovo ombrello nucleare per l’Europa. Anche gli alleati asiatici stanno riconsiderando un accordo fondante del sistema di alleanze statunitense – la deterrenza nucleare estesa – e stanno valutando l’acquisizione di proprie capacità nucleari. Entrambe le categorie di alleati stanno formando nuove coalizioni di potenze medie per ridurre la dipendenza da Washington, dai recenti accordi europei con l’India agli accordi commerciali che il Giappone sta perseguendo con l’America Latina. Tutti stanno cercando modi per ridurre l’esposizione al rischio legato agli Stati Uniti. Gli scettici temono che, per quanto il prossimo leader americano possa essere favorevole all’alleanza, tale strategia di copertura persisterà: perché gli alleati dovrebbero mettere in gioco decenni di pianificazione militare – basi, approvvigionamenti, struttura delle forze – o perseguire l’integrazione economica e industriale con Washington se l’alleanza stessa viene messa in discussione ogni quattro-otto anni?

La risposta a questa domanda è più complessa di quanto sembri e dovrebbe allontanarci dalla disperazione. Il crollo delle alleanze rimane di gran lunga meno probabile della loro resistenza ed evoluzione, per ragioni che spesso sfuggono agli osservatori. Poiché le alleanze hanno sorpreso gli strateghi sopravvivendo al crollo dell’Unione Sovietica, sono state considerate come il prodotto degli elementi più «morbidi» della politica internazionale: sentimenti, istituzioni, fiducia, valori condivisi, nostalgia – proprio gli elementi che l’amministrazione Trump ha martoriato maggiormente. Ma esse sono state forgiate e sono sempre state sostenute da dure realtà materiali. Lungi dal svanire, tali realtà materiali esercitano un’attrazione più forte che mai.

L’ETÀ D’ORO CHE NON È MAI ESISTITA

L’attuale pessimismo contrappone le sfide odierne a un’età dell’oro delle alleanze che non è mai esistita. La vera storia delle alleanze statunitensi è costellata di crisi ricorrenti: alleati che espellono le truppe americane, presidenti che colgono di sorpresa i propri partner, capitali in fermento per le proteste e, in ogni epoca, previsioni ottimistiche di un imminente crollo.

Sebbene molte élite della politica estera ritengano che questa volta sia diverso, l’opinione pubblica americana ed europea non è d’accordo. Secondo i dati dei sondaggi del Chicago Council on Global Affairs, che risalgono al 1974, la percentuale di americani che ritiene che Washington debba prendere le decisioni importanti insieme agli alleati piuttosto che agire da sola ha ora raggiunto il livello più alto degli ultimi 50 anni. Durante l’era Trump, dal 2016 ad oggi, la convinzione che mantenere le alleanze esistenti sia «molto efficace» per promuovere gli obiettivi degli Stati Uniti è aumentata dal 32% al 55%, raggiungendo i livelli più alti degli ultimi dieci anni sia tra i democratici che tra i repubblicani. Dall’altra parte dell’Atlantico, i sondaggi dell’European Council on Foreign Relations hanno evidenziato un’allarmante insoddisfazione nei confronti degli Stati Uniti. Ma ciò che colpisce di più è che una netta maggioranza dei cittadini in 13 dei 15 paesi europei intervistati, e una pluralità nei restanti due, ritiene che le relazioni «miglioreranno di nuovo» una volta che Trump avrà lasciato la carica. Meno di un terzo ritiene che il danno persisterà dopo la sua uscita di scena. L’opinione pubblica europea, a quanto pare, ritiene che Trump sia un’aberrazione e non un vero rappresentante degli Stati Uniti.

La loro convinzione che «anche questo passerà» ha un peso storico non indifferente. Nel campo della sicurezza, le sfide odierne sono reali: minacce di annessione della Groenlandia, di abbandono dell’Ucraina, di uscita dalla NATO, di ritiro delle forze dalla Germania e di subordinazione delle vendite di armi a Taiwan alle preferenze di Pechino. Ma le alleanze hanno già superato situazioni ben peggiori.

Anche sotto Trump, gli Stati Uniti non hanno minacciato in modo credibile una catastrofe finanziaria contro un alleato, come fecero con il Regno Unito negli anni ’50 per fermare il suo intervento a Suez. Né un alleato ha espulso le truppe americane o minato seriamente la struttura dell’alleanza, come fece la Francia negli anni ’60, dopo essersi ritirata dal comando unificato della NATO. Gli Stati Uniti non hanno ritirato un gran numero di truppe dai paesi alleati, come il Senato li aveva quasi costretti a fare negli anni ’70, quando riuscirono a respingere per un soffio l’emendamento Mansfield, che avrebbe ridotto di circa la metà le forze statunitensi in Europa.

In occasione del vertice dei leader della NATO tenutosi ad Ankara, in Turchia, nel luglio 2026Yves Herman / Reuters

In Asia non esiste attualmente un equivalente degli shock di grande portata degli anni ’70, che spinsero Seul e Taipei a perseguire programmi nucleari segreti. La “Dottrina di Guam” del 1969 del presidente statunitense Richard Nixon imponeva agli alleati di fornire le risorse umane necessarie alla propria difesa, un imperativo sottolineato dal ritiro di 20.000 soldati statunitensi dalla Corea del Sud. La sua apertura verso Pechino nel 1972 colse di sorpresa Taipei e Tokyo. Pochi anni dopo, la caduta di Saigon fece sorgere dubbi sulla determinazione americana e spinse il leader di Singapore Lee Kuan Yew a dichiarare che l’influenza degli Stati Uniti nella regione «non sarebbe mai più stata la stessa». Nonostante la grave insoddisfazione nei confronti degli Stati Uniti, non si sono verificate proteste di massa nelle capitali alleate, come quelle contro lo schieramento dei missili Pershing II. Né è svanita la percezione condivisa della minaccia da parte del sistema dell’alleanza, come era accaduto negli anni ’90, in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

L’eccezione principale è la minaccia di un intervento militare statunitense contro la Groenlandia, che potrebbe effettivamente far crollare il sistema di alleanze se Washington decidesse di metterla in atto. Ma questa minaccia è talmente peculiare, personalistica ed estrema che nessuna figura di rilievo di entrambi i partiti l’ha sostenuta. I democratici si sono opposti apertamente, e lo stesso hanno fatto i leader repubblicani: il presidente della Camera Mike Johnson ha affermato che un intervento militare statunitense in Groenlandia «non sarebbe appropriato», mentre il leader della maggioranza al Senato John Thune ha dichiarato: «Non ritengo che un’azione militare sia un’opzione in questo caso». Trump ha fatto marcia indietro.

Il bilancio economico presenta analogie con quello in materia di sicurezza. I dazi del “Liberation Day” hanno intaccato la percezione degli Stati Uniti come partner economico credibile, ma non è la prima volta che Washington rivolge il proprio peso economico contro i propri alleati, anche attraverso l’uso dei dazi. Nell’agosto del 1971, lo «shock di Nixon» fece entrambe le cose contemporaneamente: pose fine unilateralmente alla convertibilità del dollaro in oro, cogliendo di sorpresa gli alleati le cui economie erano ancorate ad esso, e impose un sovrapprezzo generalizzato del dieci per cento sulle importazioni. Nel 1985, l’Accordo del Plaza costrinse gli alleati a un importante adeguamento valutario sotto la minaccia di pressioni protezionistiche, mettendo a dura prova le economie tedesca e giapponese in misura ben più grave rispetto ai dazi che gli alleati devono affrontare oggi; nel giro di tre anni, lo yen raddoppiò rispetto al dollaro, un adeguamento di gran lunga superiore al dazio del 15 per cento sulle esportazioni giapponesi.

Le tensioni attuali sono le più significative dalla fine della Guerra Fredda. Eppure la lezione della storia è che i sistemi di alleanze spesso si rivelano, col senno di poi, più resilienti di quanto gli osservatori contemporanei si aspettino in quel momento. Le crisi generano ripetutamente previsioni di collasso, ma le alleanze si adattano proprio perché gli incentivi sottostanti rimangono convincenti. Le pressioni esercitate dalla prima amministrazione Trump sulla ripartizione degli oneri sono state accolte con amarezza nelle capitali alleate e hanno causato danni concreti, ma hanno anche spinto i bilanci europei della difesa verso l’obiettivo del 2% fissato dalla NATO, indotto il Giappone a raddoppiare la propria spesa per la difesa e stimolato il coordinamento per affrontare la sfida tecnologica rappresentata dalla Cina. Sotto l’amministrazione Biden, molti di quegli stessi alleati hanno aderito a una fitta rete di iniziative che un tempo sarebbero state inconcepibili: l’accordo AUKUS tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti; il partenariato di sicurezza Quad incentrato sull’Indo-Pacifico; il riavvicinamento tra Seul e Tokyo; i controlli congiunti sulle esportazioni di semiconduttori; una risposta coordinata tra Europa e Asia all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Nulla di tutto ciò era stato pianificato da Trump, ma dimostra come le tensioni di un’epoca possano generare capacità in quella successiva, offrendo ai leader che seguiranno l’opportunità di rafforzare le alleanze in modi che prima erano irraggiungibili.

FINALMENTE LA CONVERGENZA

Oggi, tale dinamica è particolarmente forte, dato che le percezioni di minaccia stanno convergendo e intensificandosi sempre più attorno a una sfida comune proveniente da Pechino e Mosca, anche se gli alleati si trovano ad affrontare una sfida a breve termine da parte di Washington. Ciò è degno di nota perché, dalla fine della Guerra Fredda, le percezioni di minaccia degli alleati hanno spesso mostrato divergenze. L’Europa, ad esempio, ha gradualmente manifestato una crescente apprensione nei confronti della sfida militare russa, ma ha generalmente considerato la Cina come un mercato e un produttore. Gli alleati asiatici spesso la vedevano al contrario: diffidavano della crescente potenza militare cinese, ma erano meno preoccupati per la Russia, vedendo nelle sue risorse energetiche un’opportunità economica. Tale divergenza ha giocato a vantaggio di Pechino e Mosca. Per decenni, Washington si è sforzata di allineare le percezioni tra i vari teatri operativi, con scarsi risultati.

Quella convergenza sta finalmente arrivando. Il comportamento della Cina e della Russia ha, più di qualsiasi iniziativa occidentale, forgiato legami tra Europa e Asia. L’invasione russa dell’Ucraina ha infranto le ultime illusioni dell’Europa non solo riguardo a Mosca, ma anche riguardo a Pechino. La Cina è diventata il principale sostenitore della Russia, fornendo supporto tecnologico a duplice uso e persino militare letale sul campo di battaglia, oltre a un fondamentale sostegno finanziario, industriale e diplomatico. È la Cina che sta costruendo la base industriale della difesa russa e la capacità militare che ora minaccia l’Europa. Riflettendo questa consapevolezza, i comunicati della NATO definiscono ora la Cina un «fattore determinante» della guerra russa, e il suo segretario generale sostiene che i teatri indo-pacifico ed europeo debbano essere considerati «come un unico insieme». Da parte loro, gli Stati asiatici vedono lo scioccante ricorso alla forza da parte della Russia come un segnale dei rischi che dovrebbero affrontare se l’equilibrio militare con la Cina dovesse erodersi ulteriormente. Giappone, Corea del Sud, Taiwan e persino Singapore si sono schierati a sostegno dell’Ucraina, considerando una sconfitta della Russia essenziale per frenare le ambizioni cinesi. I leader dei quattro partner indo-pacifici della NATO – Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud – partecipano ormai regolarmente ai suoi vertici. Nel frattempo, Pechino e Mosca stanno anche rafforzando i propri legami in Asia, organizzando esercitazioni e pattugliamenti con bombardieri strategici nei pressi degli alleati degli Stati Uniti, anche durante importanti incontri multilaterali.

La percezione delle minacce da parte degli alleati è cambiata non solo sul piano della sicurezza, ma anche – e forse in modo ancora più evidente – su quello economico e tecnologico. Sia i governi asiatici che quelli europei stanno iniziando a vedere la Cina come gli Stati Uniti la vedono da tempo: una potenza mercantilista che mira alle fondamenta della loro forza industriale. I leader europei parlano ora di un secondo «shock cinese», un’ondata di manufatti sovvenzionati che, come ha affermato Macron, stanno «letteralmente uccidendo gran parte dell’industria europea». Von der Leyen ha messo in guardia dalle «sovraccapacità produttive cinesi che erodono la nostra base manifatturiera» e definisce la situazione «semplicemente insostenibile». Merz ha proposto un nuovo Accordo del Plaza per costringere la Cina a un apprezzamento della propria valuta.

Nulla di tutto ciò costituisce ancora una politica unitaria degli alleati. La convergenza sulla natura della minaccia non implica un allineamento completo sulla risposta, né sul piano della sicurezza né su quello economico; vi sono divisioni anche su quanto ridurre l’esposizione alla Cina, su come bilanciare gli interessi economici e di sicurezza e su come gestire la politica nei confronti di Taiwan e dell’Ucraina. Tuttavia, una diagnosi condivisa è il presupposto fondamentale per un’azione comune e, per la prima volta in una generazione, tale diagnosi sta cominciando ad allinearsi.

Questa convergenza rappresenta un fatto geopolitico degno di nota. Anche durante la Guerra Fredda, gli alleati avevano percezioni diverse della minaccia: la Germania Ovest perseguiva l’Ostpolitik e la distensione, mentre gli Stati in prima linea premevano per la deterrenza, e il dispiegamento degli euromissili divideva sia l’opinione pubblica che i governi. Secondo alcuni indicatori, oggi si registra un’unità comparabilmente maggiore, persino di fronte a una minaccia meno urgente. Ciò che è particolarmente rivoluzionario è che l’Atlantico e il Pacifico stanno cessando di funzionare come spazi strategici completamente separati, ponendo le basi per sforzi di alleanza veramente globali, anche se è improbabile che l’amministrazione Trump riesca a trarre vantaggio da questa convergenza nei prossimi due anni e mezzo.

I LEGAMI CHE UNISCONO

Non c’è dubbio che gli alleati stiano cercando di ridurre l’esposizione agli Stati Uniti in settori chiave attraverso nuove coalizioni di potenze medie. Tuttavia, questa tendenza verso la riduzione dell’esposizione viene controbilanciata e, in ultima analisi, superata da megatendenze di più ampia portata: l’impennata delle esportazioni cinesi in ambito economico, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale in ambito tecnologico e l’aumento delle spese per la difesa in ambito militare. Questi fattori stanno creando nuovi legami con Washington a un ritmo più veloce di quanto sia possibile spezzare quelli preesistenti.

In ambito economico, gli Stati Uniti assorbono ora circa il 20-30 per cento di tutte le esportazioni degli alleati, una quota molto più elevata rispetto a cinque anni fa, poiché la Cina acquista meno. Lo scorso anno, nonostante la guerra commerciale, Europa, Giappone e India hanno tutti esportato molto di più verso gli Stati Uniti che verso la Cina; negli ultimi cinque anni, le esportazioni verso la Cina sono diminuite di circa il 15 per cento per l’Europa, del 20 per cento per il Giappone, del 20 per cento per la Corea del Sud e del 20 per cento per l’India, mentre quelle verso gli Stati Uniti sono aumentate di circa il 30 per cento sia per l’Europa che per la Corea del Sud e l’India. Tale dipendenza dal mercato statunitense è destinata ad aumentare: il secondo shock cinese renderà il mercato statunitense un’ancora di salvezza ancora più cruciale. Inoltre, gli sforzi di reindustrializzazione americani dipendono sempre più dagli investimenti degli alleati e dalla condivisione di tecnologie, dalla cantieristica navale ai semiconduttori alle batterie, rafforzando così l’interdipendenza.

La tecnologia sta diventando sempre più “appiccicosa” in entrambe le direzioni, in parte a causa della rivoluzione dell’IA. Abbondano le notizie secondo cui i governi europei stanno ordinando ai funzionari di abbandonare Microsoft Teams e Zoom, di migrare dai sistemi operativi americani e di creare alternative “sovrane” nel cloud e nell’IA. Ma la nuova ondata di innovazione tecnologica sta ricreando la dipendenza degli alleati. La dipendenza di un tempo dai sistemi operativi americani per dispositivi mobili e desktop non è diminuita, e ora gli alleati degli Stati Uniti dipendono anche dall’infrastruttura cloud americana, dai chip avanzati e dai modelli di IA. Tre «hyperscaler» statunitensi — Amazon, Google e Microsoft — rappresentano circa i due terzi del mercato globale del cloud, mentre i fornitori europei detengono appena il 15 per cento del proprio mercato interno. Si prevede che nel 2026 gli hyperscaler statunitensi spenderanno oltre 700 miliardi di dollari in infrastrutture di intelligenza artificiale, contro una spesa sovrana europea di circa 13 miliardi di dollari. E il divario sta crescendo. Gli sforzi dell’Europa sono per ora troppo modesti, troppo regolamentati, troppo frammentati e troppo concentrati sull’attenuazione delle restrizioni governative piuttosto che sulla promozione dell’uso commerciale per modificare radicalmente le dipendenze che si sono accumulate nel corso di decenni. (Nel frattempo, gli Stati Uniti continueranno a dipendere dalle macchine litografiche olandesi, dall’ottica e dai laser tedeschi, dai prodotti chimici giapponesi e dagli impianti di semiconduttori di Taiwan per la propria agenda sull’intelligenza artificiale.)

La vera storia delle alleanze degli Stati Uniti è costellata di crisi ricorrenti.

È sul fronte militare che il legame potrebbe risultare più saldo. Gli sforzi degli alleati per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti sono controbilanciati dal fatto che ogni alleato sta contemporaneamente portando avanti il più significativo potenziamento della propria difesa degli ultimi trent’anni, di fronte alle crescenti minacce cinesi e russe, con modalità che li avvicinano a Washington. La logica è chiara in Asia. Anche se Trump attacca periodicamente con toni retorici gli alleati asiatici, Taiwan ha richiesto 25 miliardi di dollari in nuove armi statunitensi, il Giappone ha proseguito l’acquisto di ulteriori caccia F-35 e missili Tomahawk integrando al contempo le proprie strutture di comando con quelle degli Stati Uniti, la Corea del Sud ha avviato una nuova cooperazione per la costruzione di sottomarini nucleari e l’India ha rafforzato la propria dipendenza dai motori a reazione statunitensi. Sebbene l’Europa si sia impegnata maggiormente per ridurre la dipendenza, anche qui i legami sono molto forti. Oltre l’80 per cento del nuovo programma di riarmo europeo, del valore di 860 miliardi di dollari, è completamente aperto alle aziende statunitensi, mentre il restante 20 per cento, destinato esclusivamente alle imprese europee, prevede diverse deroghe per consentire la partecipazione americana. I nuovi leader europei nel settore delle tecnologie di difesa, da Helsing a Stark, sono finanziati in gran parte da capitali americani, da New York a Menlo Park. E negli ultimi anni, la quota degli appalti europei nel settore della difesa assegnata alle aziende statunitensi è salita, secondo un indicatore, da circa il 28 per cento nel periodo 2019–21 al 51 per cento nel periodo 2022–24, poiché l’urgenza della guerra in Ucraina ha generato una domanda che solo gli Stati Uniti potevano soddisfare in termini di rapidità e portata. Anche se canadesi ed europei si stanno allontanando da alcune piattaforme statunitensi e acquistano tra di loro, quelle nuove piattaforme — che non arriveranno prima di un altro decennio — rafforzano la dipendenza dagli Stati Uniti per le infrastrutture fondamentali della guerra ad alta intensità, come i collegamenti tattici di dati che consentono il comando e il controllo alleati. Inoltre, gli alleati europei non hanno alternative agli Stati Uniti per quanto riguarda l’allerta precoce spaziale contro i missili o le attività critiche di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Persino Merz ha ammesso che l’Europa «rimarrà dipendente dagli Stati Uniti d’America ancora per molto tempo».

La strategia di “copertura” adottata dalle potenze medie non solo viene superata dalle forze più grandi, ma è anche meno indicativa di problemi all’interno dell’alleanza di quanto molti credano. Le potenze medie continuano a collaborare con Washington anche mentre cercano di costruire nuove relazioni altrove. E nella maggior parte dei casi, tali nuove relazioni sono con alleati e partner degli Stati Uniti, molte delle quali si estendono attraverso diversi teatri operativi in modi che Washington ha a lungo incoraggiato, con attori chiave come l’India e il Giappone al centro. Ciò che ora sembra una riduzione del rischio, a lungo termine costituirà un reinvestimento nella rete dell’alleanza e nelle capacità che Washington cerca da tempo di rafforzare: produzione nel settore della difesa, resilienza della catena di approvvigionamento e interoperabilità. Le politiche dell’amministrazione Trump possono essere lo stimolo, ma l’aumento della coesione e delle capacità degli alleati durerà ben oltre il suo mandato.

IL VERO “DEEP STATE”

Non sono solo le forze esterne alle alleanze a spingerle verso l’unione, ma anche quelle interne. Trump e il suo team hanno cercato di sradicare un presunto “deep state” “woke” composto da attivisti, ma il vero deep state è al tempo stesso più banale e più determinante. I professionisti delle alleanze portano avanti l’attività quotidiana di cooperazione lontano dai riflettori delle recriminazioni pubbliche: pianificatori militari e funzionari dei servizi segreti, esperti di controllo delle esportazioni e specialisti in sanzioni, banchieri centrali e negoziatori commerciali, nonché gli ingegneri e i responsabili della definizione degli standard che garantiscono la comunicazione tra i sistemi alleati. Essi formano una fitta rete di relazioni costruita e curata nel corso di decenni. Poiché il lavoro è di natura tecnica piuttosto che politica, e poiché si sviluppa su tempi che vanno dagli anni ai decenni, è lento da costruire ma anche da smantellare. Proprio la sua natura poco appariscente conferisce alle alleanze una stabilità di fronte a un ciclo politico turbolento.

Questo slancio costante è evidente nel modo in cui molte iniziative sono proseguite — e si sono persino rafforzate — sotto l’amministrazione Trump, nonostante le tensioni ai vertici. Anche mentre l’India ribolliva per i dazi record imposti dagli Stati Uniti, le relazioni in materia di difesa sono rimaste al riparo dalla guerra commerciale: nell’ottobre 2025, i due paesi hanno firmato un nuovo accordo quadro decennale sulla difesa che rafforza l’interoperabilità in ogni ambito. L’AUKUS, sottoposto a una revisione scettica da parte del Pentagono all’insegna dell’«America first», ne è uscito intatto, essendo ormai sopravvissuto ai cambiamenti di governo in tutti e tre gli Stati membri. Nelle Filippine, l’esercitazione militare annuale denominata Balikatan (che significa «spalla a spalla») raggiunse nel 2025 la sua più grande edizione di sempre con 16.000 soldati, piani di emergenza alleati e forze giapponesi. Le tensioni commerciali con la Corea del Sud non impedirono una maggiore collaborazione sui sottomarini nucleari.

Anche il Congresso ha contribuito a mantenere saldi questi rapporti. Nonostante la polarizzazione, le maggioranze bipartisan continuano a sostenere la NATO, i partenariati indo-pacifici come l’AUKUS e il Quad, e l’integrazione tra difesa e industria. A prescindere dalle controversie sulla ripartizione degli oneri e sul commercio, pochi esponenti seri di entrambi i partiti sono favorevoli a un abbandono totale o anche solo parziale delle strutture dell’alleanza. Persino la leadership repubblicana si colloca su posizioni più moderate a questo riguardo. Thune, ad esempio, ha dichiarato: «Ci sono moltissime persone che ritengono che la NATO sia un’alleanza post-seconda guerra mondiale fondamentale e di incredibile successo. E penso che nel mondo di oggi gli alleati siano indispensabili». E infatti, il Congresso ha vietato il ritiro dalla NATO senza la sua espressa approvazione.

Da parte loro, gli alleati americani sembrano talvolta condividere una sorta di pensiero magico riguardo agli Stati Uniti: il desiderio di mantenere una visione favorevole e di lunga data degli Stati Uniti nonostante le prove contrarie. Il Giappone, nonostante le gravi lamentele riguardo ai dazi statunitensi e alla soft détente di Trump con Pechino, nonché al palese fallimento di Washington nel sostenere il primo ministro giapponese Sanae Takaichi di fronte alle intense pressioni cinesi, è determinato a comportarsi come se l’alleanza rimanesse forte come sempre. Il Regno Unito si è aggrappato con analoga determinazione all’idea di una «relazione speciale», e il segretario generale della NATO ha accolto l’amministrazione con una fiducia nel rapporto che molti trovano difficile da spiegare. In parte ciò rappresenta una fede genuina nel sistema dell’alleanza; in parte rappresenta una sorta di pragmatismo del tipo «fingi finché non superi Trump». Indipendentemente da ciò, la retorica ha effetti stabilizzanti che possono effettivamente far guadagnare tempo.
 

DOPO DI ME

La tenacia degli alleati di fronte all’ostilità di Trump non è motivata solo dalle attuali esigenze di sicurezza ed economiche. Essa riflette anche la consapevolezza intuitiva che le probabili alternative a un mondo garantito dal sistema di alleanze siano di gran lunga peggiori per gli alleati. Anche solo il danno concreto che Trump ha arrecato alla fiducia e alla prevedibilità rende la struttura dell’alleanza la scelta migliore.

La prima alternativa possibile per gli alleati è la multipolarità globale, un mondo senza regole, senza alleanze fisse, in cui ogni Stato agisce per il proprio interesse. Questo scenario hobbesiano potrebbe sfociare in una guerra catastrofica, come accadde prima della Prima guerra mondiale. Porrebbe i piccoli Stati nella condizione di perdere la sovranità, spingerebbe le potenze medie ad acquisire armi nucleari e indurrebbe le grandi potenze a intraprendere una corsa agli armamenti. Una seconda alternativa, quella delle sfere d’influenza, aggiunge un elemento di stabilità, poiché ogni grande potenza governa la propria zona di influenza e gli Stati Uniti si ritirano nell’emisfero occidentale. Tuttavia, le grandi potenze si contendono continuamente le sfere d’influenza altrui, come è avvenuto dopo le guerre napoleoniche e nuovamente dopo Yalta, e le sfere d’influenza non possono impedire la guerra alle catene di approvvigionamento né affrontare le sfide transnazionali, dall’intelligenza artificiale all’innalzamento del livello del mare. Una terza possibilità, che garantisce un ordine ancora maggiore rispetto alle altre due, è un concerto delle grandi potenze che produca una pace controllata tra le principali capitali. Ma ciò sembra poco plausibile oggi, quando le grandi potenze non riescono nemmeno a cooperare per affrontare il cambiamento climatico, figuriamoci definire la forma complessiva dell’ordine mondiale. E anche se questi ultimi due scenari si rivelassero fattibili, sarebbero nettamente meno favorevoli agli interessi economici e di sicurezza degli attuali alleati degli Stati Uniti.

Una quarta alternativa è più probabile di tutte e tre: una preminenza parziale della Cina. La multipolarità, le sfere d’influenza e i concerti delle grandi potenze presuppongono tutti una generale parità tra le grandi potenze che sembra improbabile, date le dimensioni della Cina: la Cina ha una capacità produttiva doppia rispetto a quella degli Stati Uniti, un’economia più grande del 30 per cento in termini di potere d’acquisto, la marina militare più grande del mondo, un surplus commerciale globale senza precedenti pari a 1,2 trilioni di dollari e un vantaggio dominante nelle tecnologie, dai veicoli elettrici alla robotica. Una preminenza parziale creerebbe un mondo organizzato attorno alla deferenza verso Pechino, sostenuta dalla massa della Cina, lasciando gli Stati Uniti e i loro partner svuotati dal punto di vista industriale, superati tecnologicamente, soppiantati commercialmente, forse sconfitti militarmente e privati di posti di lavoro ben retribuiti. Le conseguenti dipendenze dalla Cina farebbero scivolare gli Stati Uniti e i loro partner lungo la catena del valore globale verso i settori immobiliare, turistico, delle materie prime, finanziario e, forse, dell’evasione fiscale transnazionale.

È sempre più chiaro ai responsabili politici delle capitali alleate, proprio come dovrebbe diventare chiaro ai leader americani del dopo-Trump, che l’unione delle forze alleate è l’unica via per controbilanciare la Cina — una quinta alternativa per l’ordine mondiale del futuro. Ciò comporterebbe la messa in comune da parte degli alleati di mercati, investimenti, tecnologia e capacità militari, con le alleanze che fungerebbero da piattaforme per lo sviluppo delle capacità, non solo per la deterrenza militare. Un’unione di questo tipo darebbe vita a una coalizione che avrebbe un PIL, adeguato al potere d’acquisto, più che doppio rispetto a quello della Cina e una spesa militare più che doppia; sarebbe il primo produttore di brevetti attivi e di pubblicazioni più citate, nonché il principale partner commerciale della maggior parte dei paesi del mondo, e rappresenterebbe la metà della produzione manifatturiera globale contro il terzo della Cina. Lungi dal rendere impossibile una tale alleanza su larga scala, le realtà strutturali ne rendono più probabile la realizzazione, evidenziandone la necessità proprio mentre le risposte alle politiche di Trump mettono gli alleati degli Stati Uniti nella posizione di poter offrire di più a Washington.

Uno degli indicatori più importanti della plausibilità di questo percorso è proprio l’impegno profuso da Pechino per ostacolarlo. Politologi come William Wohlforth e Victoria Tin-bor Hui hanno rilevato che, nel corso della storia, gli Stati dominanti hanno cercato di dividere attivamente le coalizioni schierate contro di loro prima che queste potessero consolidarsi. Persino l’alleanza della Guerra Fredda del XX secolo — che alla fine si è rivelata un grande successo — ha dovuto affrontare delle sfide, poiché Mosca interferiva apertamente nella politica dell’Europa occidentale per allontanare l’Europa dagli Stati Uniti. A tal fine, Pechino sta perseguendo una propria strategia volta a dividere le coalizioni, sfruttando il proprio controllo sulle catene di approvvigionamento globali per minacciare o punire altri governi. Ciò ostacola l’azione collettiva perché ogni paese, a cui in alcuni casi vengono offerti sgravi selettivi, ha motivo di cercare un accordo individuale piuttosto che mantenere una linea comune con gli altri. Ciò che colpisce oggi, tuttavia, è quanto poco abbiano ottenuto finora tali sforzi cinesi, nonostante tutto ciò che Trump abbia fatto per favorire la causa di Pechino.

DALLA SOPRAVVIVENZA ALLA DIFFUSIONE SU LARGA SCALA

Sulla scia di Trump, il sistema delle alleanze non si ricostruirà da solo. Come ogni progetto edilizio ambizioso, richiederà ingegneri e un piano. Ma ciò è più plausibile di quanto possa sembrare. Ogni rinnovamento riuscito del sistema delle alleanze è stato guidato da un programma lungimirante piuttosto che da un ripristino nostalgico, e lo shock del secondo mandato di Trump sta seppellendo la nostalgia e stimolando una necessaria presa di coscienza sia a Washington che nelle capitali alleate.

A Washington, l’attuale pessimismo dovrebbe lasciare il posto a un maggiore pragmatismo, anche per evitare che si trasformi inutilmente in una profezia che si autoavvera, rendendo più difficile il percorso da seguire. Il passaggio dall’individuazione delle sfide alla discussione delle soluzioni è ormai da tempo necessario. La questione di come ricostruire e riformare la struttura delle alleanze statunitensi deve diventare un tema centrale nel dibattito sul “futuro” in vista delle elezioni presidenziali statunitensi del 2028.

Molti sono scettici sul fatto che una qualsiasi di queste opzioni sia ancora praticabile. Eppure il modello esiste già da diverse amministrazioni ed è in uso proprio in questo momento. Le sue caratteristiche distintive sono da tempo immutate: guidato dalla Casa Bianca, incentrato su progetti concreti e organizzato attraverso coalizioni ad hoc di alleati disponibili. L’amministrazione Biden ha operato in questo modo per lanciare l’AUKUS e sostenere la coalizione a favore dell’Ucraina. A volte lo ha fatto anche l’amministrazione Trump, dotando di risorse iniziative ereditate come il Pilastro 2 dell’AUKUS in modi nuovi e significativi e perseguendone di nuove, come un partenariato sui minerali critici con oltre 50 paesi che il vicepresidente JD Vance ha descritto come un «blocco commerciale tra alleati e partner». Il fatto che lo stesso modello sia emerso sotto amministrazioni così diverse è la prova più forte che una scala alleata è realizzabile anche dopo Trump.

Il primo passo è una valutazione condivisa della sfida — e, come suggerisce la convergenza sopra descritta, le percezioni degli alleati riguardo alla Cina e alla Russia si stanno allineando per la prima volta in una generazione. Per costruire su questa percezione condivisa sarà necessario voltare pagina rispetto all’era attuale e compiere sforzi proattivi per ricostruire la fiducia. Washington dovrà convincere gli alleati che le sue mosse più aggressive sono state il prodotto di una personalità particolare piuttosto che di una mutazione permanente del sistema politico. Sarebbe d’aiuto una chiara presa di distanza, trasversale ai due partiti, dalle minacce militari contro la Groenlandia. Lo stesso vale per una scelta deliberata di privilegiare impegni che durino più a lungo di qualsiasi singolo presidente: i decreti presidenziali possono essere revocati con una firma, ma le leggi sono molto più difficili da abrogare, ed è proprio alle leggi che gli alleati attribuiscono la fiducia necessaria per effettuare investimenti che si misurano in decenni.

Esercitazione militare congiunta a Funabashi, in Giappone, gennaio 2026Kim Kyung-Hoon / Reuters

Sarebbe inoltre opportuno iniziare con progetti piccoli e concreti che dimostrino il valore della collaborazione su scala ridotta in casi specifici e creino un clima di fiducia. I risultati immediati rafforzano la fiducia, e vi è spazio per iniziative pilota innovative in settori quali le catene di approvvigionamento farmaceutiche e la coproduzione di munizioni. La parola d’ordine dovrebbe essere «umiltà». L’istinto potrebbe spingere a cercare accordi di alleanza di ampio respiro, ma a tale istinto occorre resistere. Se iniziative mirate e discrete si concentrassero sulle aree di maggiore consenso – ad esempio un punto nevralgico in cui il controllo cinese è particolarmente forte – allora un risultato significativo potrebbe creare slancio. Ciò potrebbe anche aiutare a superare gli ostacoli nel contesto politico interno.

Ciò potrebbe gettare le basi per passare da piccoli progetti a iniziative più ampie e ambiziose che coinvolgano un maggior numero di partner. Il principio organizzativo di questi progetti deve essere il reciproco vantaggio, che si concretizza in flussi bidirezionali di capacità. Il modello tradizionale di alleanza trattava i partner come soggetti dipendenti, beneficiari della protezione e dei mercati americani. Una coalizione sostenuta da concessioni unilaterali è fragile. La dipendenza reciproca, al contrario, creerebbe una base di sostegno per il rapporto in ogni capitale; ecco perché i primi progetti dovrebbero essere concepiti in modo da garantire risultati politici tangibili in tutti i paesi alleati. Le nuove capacità degli alleati – e una chiara consapevolezza, tra gli elettori americani, dei costi derivanti dal loro spreco – potrebbero rendere possibile questo tipo di reciprocità autentica in modi che semplicemente non erano concepibili fino a pochi anni fa.

In definitiva, il rinnovo delle alleanze richiederà uno scopo positivo. Non può trattarsi solo di una posizione difensiva nei confronti della Cina, di una coalizione definita da ciò a cui si oppone. Deve rappresentare qualcosa: un ordine aperto, prospero e tecnologicamente dinamico in cui i suoi membri desiderino attivamente vivere e a cui altri vogliano aderire. Iniziare a delineare una visione di questo tipo dovrebbe essere un compito fondamentale per la politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni.

Al momento, questa prospettiva può sembrare ottimistica. Ma ciò rende ancora più imperativo ricordare quanto siano state gravi le crisi del passato e quanto siano potenti oggi i fattori strutturali. Gli interessi degli Stati Uniti e dei loro partner continuano a coincidere, e questa logica si è accentuata con la crescita del potere della Cina e l’allineamento dei suoi alleati revisionisti. Gli alleati degli Stati Uniti farebbero bene a ricordare che, nonostante tutta la loro legittima rabbia e ansia, gli americani di oggi sono gli unici americani che hanno. Ma gli americani farebbero ancora meglio a ribaltare l’ammonimento di Carrington. In un momento in cui gli Stati Uniti hanno bisogno dei propri alleati più che mai, la pazienza è essenziale. Dopotutto, sono gli unici alleati che gli americani hanno.

Le epurazioni in Cina stanno funzionando come previsto

Un sistema disciplinare unico nel suo genere ha contribuito alla sopravvivenza del partito

Andrew Mertha

17 settembre 2026

Un cartellone pubblicitario raffigurante il leader cinese Xi Jinping alle spalle di alcuni soldati dell’Esercito popolare di liberazione, Pechino, agosto 2015Reuters / Damir Sagolj

ANDREW MERTHA è titolare della cattedra “George and Sadie Hyman” di Studi cinesi presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies.

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Per due decenni, gli studiosi hanno ritenuto che la ragione principale per cui il regime comunista cinese fosse sopravvissuto fino al XXI secolo — mentre tutti i regimi comunisti europei erano crollati — fosse la creazione di istituzioni solide e durature. Il Partito Comunista Cinese (PCC) si era allontanato dall’imprevedibile dittatura personalista dell’era di Mao Zedong e aveva gettato le basi di uno Stato moderno. Aveva fissato limiti di mandato per i propri leader, adottato una leadership collettiva e promosso sempre più spesso i funzionari in base al merito, il che lo aveva reso sufficientemente resiliente da riprendersi dagli shock esterni e interni che avevano fatto crollare altri sistemi socialisti.

Il leader cinese Xi Jinping, tuttavia, ha trascorso l’ultimo decennio smantellando quasi tutte le istituzioni che, in teoria, garantivano la forza del partito. Nel 2018 ha abolito i limiti al mandato presidenziale, ha svuotato di significato la leadership collettiva e si è rifiutato di designare un successore. Xi ha inoltre epurato a suo piacimento funzionari di alto livello, soprattutto nel settore più delicato: quello militare. A gennaio, solo pochi mesi dopo che i vertici del partito avevano espulso nove alti ufficiali militari, il Ministero della Difesa Nazionale ha annunciato che il generale Zhang Youxia e il generale Liu Zhenli — fino a quel momento rispettivamente il più alto ufficiale in divisa e il comandante operativo di punta dell’Esercito Popolare di Liberazione — erano stati sottoposti a indagine. Dal 2022, secondo i dati raccolti dal Center for Strategic and International Studies, il partito ha formalmente epurato tre dozzine di generali e tenenti generali, e molti altri sono vistosamente scomparsi.

A Washington, molti osservatori vedono queste epurazioni come una prova della debolezza della Cina. Vedono un leader potente consumato dal sospetto e ossessionato dal mantenimento della propria presa sul potere. Se la forza del partito si basasse davvero sulle istituzioni autonome che la Cina aveva costruito nell’era post-Mao, allora le epurazioni di Xi sarebbero un segnale di fragilità e persino di un potenziale crollo. Ma il partito non ha mostrato alcun segno di disgregazione. Semmai, con il proseguire di queste epurazioni, Xi e il partito sembrano essere diventati solo più forti.

Lungi dall’indebolire il proprio dominio, il modo in cui il PCC ripulisce le proprie file può spiegare in parte ciò che lo rende così duraturo. Una purga non è un evento, ma un processo — che il partito porta avanti in forma pressoché identica da un secolo. Essa individua regolarmente i quadri, li valuta e li costringe a chiedere clemenza per mantenere la propria posizione all’interno del sistema. L’obiettivo è quello di rieducarli piuttosto che eliminarli del tutto, il che rafforza il partito incoraggiando l’obbedienza e la dedizione alla causa del partito. I leader del PCC ritengono inoltre che questa strategia funzioni: Xi ha abbracciato la «rivoluzione di sé», ovvero una rettifica continua e permanente, come mezzo attraverso il quale la Cina sfuggirà al triste destino dell’Unione Sovietica e di altri regimi socialisti ormai finiti nel cestino della storia. Ciò che potrebbe minacciare la longevità del partito, quindi, non è il numero di funzionari epurati, ma l’unico problema che una tale strategia non può risolvere e che può addirittura aggravare: come gestire la successione. Un regime di auto-rivoluzione avrà successo o fallirà proprio su questa questione, per quanto si sforzi di evitare il decadimento interno.

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CURARE LA MALATTIA, SALVARE IL PAZIENTE

La storia delle purghe in Cina risale a prima della fondazione della Repubblica Popolare, nel 1949. In alcuni casi, come è avvenuto in regimi simili, il PCC avvia purghe violente per allontanare i quadri dalle proprie file. Questo tipo di epurazione, ormai sinonimo delle azioni di Joseph Stalin nell’Unione Sovietica, mira a eliminare qualcuno dal partito, sia attraverso la detenzione, l’esilio o la morte. La vittima di una simile epurazione non torna più. Mao impiegò questa tattica già nel 1930, quando giustiziò più di 700 ufficiali dell’esercito in una dimostrazione di controllo totale.

Ma ciò che il PCC ha fatto, e che è una caratteristica unica del suo dominio duraturo, non è una purga nel senso tradizionale del termine. I leader del PCC ricorrono spesso a un metodo disciplinare diverso: la rettifica. La rettifica mira a mantenere una persona all’interno del partito, anche se a volte con uno status notevolmente ridotto. Mentre l’idea tradizionale di epurazione mira a eliminare i nemici dalle file (il termine cinese qingdang significa “ripulire il partito”), la rettifica mira a trattenere e rimodellare i quadri mantenendoli nell’orbita del partito.

Nel corso della sua storia, il PCC ha cercato di rieducare i quadri molto più spesso di quanto abbia cercato di eliminarli. Nel dicembre 1929, nel villaggio di Gutian, nella provincia del Fujian, Mao presentò una risoluzione intitolata “Sulla correzione delle idee errate nel Partito” che affermava il controllo del partito sulle forze armate. La risoluzione forniva inoltre indicazioni su come il partito interpretasse la disciplina interna: descriveva i propri bersagli non come nemici, ma come persone che presentavano deviazioni nel pensiero. I quadri potevano soffrire di «disturbi» quali l’avere un «punto di vista puramente militare» (una prospettiva slegata dalla politica), la promozione dell’ultrademocrazia (un sistema politico privo dell’autorità del partito) e il sostegno all’individualismo. La risoluzione di Mao trattava ciascuno di questi aspetti come una malattia che a volte poteva essere curata attraverso un regime di critica e autocritica davanti ai propri pari. E alla cura era allegata una promessa: se i membri del partito si fossero sottomessi al processo, il PCC li avrebbe mantenuti al suo interno anziché eliminarli.

Nella zona settentrionale cinese di Yan’an, dove Mao e i suoi seguaci stabilirono un campo base durante la guerra a partire dalla metà degli anni ’30, i leader trasformarono la rettifica in una dottrina. Il numero dei membri del partito esplose da circa 40.000 nel 1937 a 800.000 nel 1940, il che significava che quasi tutti all’interno dell’organizzazione erano nuovi e non ancora affidabili agli occhi dei leader del partito. Il Movimento di Rettifica del 1942-1945 rappresentò la soluzione. Ogni quadro scrisse un’autobiografia, valutò la propria vita sulla base di schemi stampati per l’autoesame, si confessò davanti alla propria sezione di partito o unità di lavoro e fu esaminato, valutato e classificato dal dipartimento del personale del partito. Nel febbraio 1942, Mao sintetizzò l’approccio in una famosa frase: «Curare la malattia, salvare il paziente».

La rettifica mira a mantenere e a riorganizzare i quadri.

Nulla di tutto ciò fu pacato. La campagna di Yan’an fu brutale: molti furono torturati e migliaia morirono. Le campagne successive furono spesso ancora più dure. Ma l’approccio di Mao distinse il comunismo cinese dai suoi parenti più prossimi. Stalin giustiziava rapidamente i quadri inaffidabili, mentre Pol Pot li mandava nelle fosse comuni. In Cina, in molti casi, la strategia consisteva nel trattenere i quadri e cercare di rimodellarli, creando al contempo fascicoli permanenti che descrivevano in dettaglio ogni loro errore.

La procedura di base rimane oggi pressoché identica. Una persona viene individuata per aver deviato in qualche modo e costretta a redigere un resoconto delle proprie mancanze. Il resoconto viene confrontato con quanto detto dai colleghi su di lei e con quanto già riportato nei registri dell’organizzazione (nel fascicolo personale dell’individuo). Il quadro viene collocato su una scala graduale di possibili sanzioni, che va dall’assenza di provvedimenti a un estremo all’espulsione dal partito all’altro. (La maggior parte delle sanzioni si colloca nel mezzo, tra cui l’emissione di un severo ammonimento o la messa in prova.) Quando viene emesso un verdetto su come trattare un quadro, un funzionario o un bersaglio della campagna , quella persona, se ritenuta aver confessato a sufficienza, viene mantenuta nel partito ma a condizioni revocabili e subordinate alle vicissitudini politiche. E ogni documento generato dal processo viene inserito nel fascicolo ufficiale del quadro, in modo permanente.

Si tratta della procedura utilizzata nel 1952 contro un negoziante di paese che sottraeva una parte del grano acquistato. È anche la procedura utilizzata oggi dal Politburo cinese, i cui membri — gli uomini più potenti del Paese — leggono ad alta voce le proprie autocritiche gli uni agli altri una volta all’anno e vedono le loro confessioni messe per iscritto e allegate in modo permanente ai propri fascicoli seguendo lo stesso modello utilizzato a Yan’an. Sebbene Xi abbia ampliato la cerchia delle persone che possono essere prese di mira, il meccanismo non è cambiato.

Anche il caso in corso degli ufficiali militari epurati sotto Xi rientra probabilmente in questo modello. Zhang e Liu sono stati sottoposti a indagine, non giustiziati, ed è possibile che rimangano iscritti alle liste del partito, anche se gravati da un fascicolo personale più corposo e assegnati a un incarico insignificante o messi del tutto da parte dalla vita pubblica. Nel 2023, ad esempio, il diplomatico Qin Gang è stato rimosso dalla carica di ministro degli Esteri; secondo alcune inchieste giornalistiche, avrebbe mantenuto l’appartenenza al partito, ma sarebbe stato riassegnato a un incarico d’ufficio di basso livello presso la casa editrice del ministero degli Esteri. E anche se Zhang e Liu venissero espulsi dal partito, l’epurazione rimane l’eccezione piuttosto che la norma, come da prassi consolidata del partito. Dei 101 generali e tenenti generali che il Center for Strategic and International Studies ha identificato come epurati o potenzialmente epurati, solo 14 erano stati ufficialmente espulsi dal partito a febbraio.

FILE SINGOLO

La rettifica raramente, se non mai, modifica le convinzioni dei quadri. Ottant’anni di dati, in gran parte provenienti dallo stesso partito, dimostrano che i quadri ripetono a pappagallo i copioni che vengono loro forniti, mettono in scena il pentimento richiesto e poi tornano ai loro comportamenti precedenti non appena la campagna termina. Si tratta di un processo talmente ritualizzato che i partecipanti imparano a dire esattamente ciò che gli esaminatori vogliono sentire.

Tuttavia, l’obiettivo principale di questo processo non è quello di riformare le convinzioni, bensì di redigere un documento da inserire in un fascicolo d’archivio. Tale fascicolo contiene dati oggettivi sul personale, nonché valutazioni osservabili delle carenze politiche di un quadro. È proprio questa documentazione scritta che consente al regime di mantenere la disciplina anche se nessun quadro modifica il proprio modo di agire o di pensare.

Per i quadri e gli altri soggetti a rettifica, il processo distingue chi è ancora nelle grazie dei leader del partito e chi ne è caduto in disgrazia. Poiché i quadri sono costantemente in competizione per il proprio status, un’epurazione è un evento eccezionale e devastante. Per la maggior parte dei membri del partito, sopravvivere a un processo di rettifica con una punizione minima è motivo di sollievo (spesso accompagnato dal desiderio di rinnovare il proprio impegno verso un regime clemente), unito a un barlume di paura che la prossima campagna sia sempre dietro l’angolo. Esteso a 100 milioni di membri del partito, questo processo produce in ogni persona una disciplina interiorizzata che rafforza la presa dell’organizzazione sul potere. Ogni quadro si sveglia ogni giorno sapendo che il fascicolo esiste e che può essere usato contro di lui in qualsiasi momento.

Il registro permanente, standardizzato e consultabile in qualsiasi momento, contenente la storia, i legami e i punti deboli di ogni membro del partito, costituisce anche un sistema informativo che conferisce ai leader del partito un potere immenso. I governanti autocratici hanno bisogno di informazioni per scongiurare le minacce al proprio potere; il sistema dei fascicoli personali del PCC, ricco di informazioni sui quadri del partito, rappresenta un canale informativo insostituibile per i governanti cinesi. La maggior parte dei quadri è disposta ad assecondare i desideri del partito, ma per quella piccola minoranza che non manifesta l’atteggiamento corretto di fronte a una campagna disciplinare, il partito può espellerli o metterli in prigione, scongiurando così qualsiasi minaccia di rivolta dall’interno. A volte si verificano defezioni e dissensi ad alto livello, ma quando accadono sono raramente organizzati e si esauriscono rapidamente.

Ci si potrebbe aspettare che tale registrazione dei dati generi risentimento tra i quadri del partito, ma il processo è concepito per distribuire la responsabilità e quindi proteggere Pechino da eventuali ripercussioni. Non esiste una singola persona o entità che emetta un verdetto di rettifica. Al contrario, vengono mobilitate task force del partito (note come «gruppi di lavoro») per redigere il verdetto, i colleghi del posto di lavoro lo avallano e infine un comitato a un livello amministrativo superiore lo ratifica. Nel corso del processo il verdetto passa attraverso così tante mani che la paternità del verdetto risulta aggregata e diffusa, in modo che non si possa attribuire la responsabilità a nessun singolo leader o ente del partito. Anche il quadro stesso, attraverso la propria autocritica, è coautore del verdetto.

La disciplina dei quadri attraverso la rettifica è anche uno strumento di coordinamento. Il partito-Stato cinese è una rete tentacolare di agenzie burocratiche, basi di potere regionali e uffici amministrativi che hanno i propri interessi e devono spesso negoziare tra loro. Una campagna di rettifica è uno dei pochi strumenti in grado di superare queste fratture. Come nel caso di altre campagne su larga scala del partito, quali la politica del figlio unico, i quadri comprendono che l’adesione alla rettifica è obbligatoria e rappresenta una priorità assoluta per i leader. Le campagne disciplinari offrono incentivi e punizioni inequivocabili, tra cui clemenza per i quadri che dimostrano l’atteggiamento giusto e un purgatorio professionale, o addirittura l’esilio, per coloro che non lo fanno. Molti quadri che normalmente traggono vantaggio dalla frammentazione del sistema politico cinese sanno che devono mettere da parte ogni altra cosa e allinearsi alle campagne disciplinari, fornendo a Pechino un modo altamente visibile per imporre priorità unificate e rafforzare il controllo del partito.

CIÒ CHE LA DISCIPLINA NON PUÒ RISOLVERE

La storia cinese è costellata di esempi di dinastie un tempo potenti che si sono indebolite e alla fine sono crollate. Per evitare questo esito, la soluzione di Mao era la mobilitazione di massa: solo consentendo al popolo di vigilare sul governo, riteneva, questo non avrebbe allentato la presa. La risposta di Xi, proposta nel 2021 e successivamente approfondita, è l’autoriforma del partito. In questo contesto, la cura per i mali del partito può provenire solo dall’interno del partito stesso, non da alcuna forza esterna. Le campagne di rettifica del partito attualmente in corso richiedono a tutti i funzionari di autodisciplinarsi, e l’occasionale epurazione totale di alcuni quadri fornisce una prova innegabile del fatto che il mancato rispetto delle regole comporta delle conseguenze. È la prima volta che il partito individua esplicitamente il meccanismo della propria sopravvivenza al suo interno.

La messinscena è stata altrettanto esplicita. Nell’autunno del 2014, mentre erano in corso le indagini che portarono alla caduta di due alti vertici militari, Xi convocò circa 400 alti ufficiali nella stessa sala del villaggio di Gutian dove Mao aveva pubblicato il documento “Sulla correzione delle idee errate nel Partito”. I media statali la definirono la “nuova conferenza di Gutian”. Nel 2024, Xi ha convocato i vertici militari a Yan’an per discutere di lavoro politico (ovvero, di fedeltà ideologica): un chiaro promemoria del fatto che il partito vede un nesso diretto tra le passate campagne di rettifica e la sua attuale forza.

Dietro questo simbolismo si cela il timore di Xi che la Cina possa fare la fine dell’Unione Sovietica, il cui Partito Comunista, secondo Xi, ha lasciato che i propri meccanismi disciplinari interni si atrofizzassero, diventando così l’artefice della propria rovina. Pechino ritiene che le epurazioni e le misure correttive debbano proseguire in modo permanente affinché il partito possa rimanere al potere. A prescindere dall’accuratezza dell’analisi sul crollo sovietico, la forza costante del PCC suggerisce che il metodo utilizzato dal partito per disciplinare i quadri possa effettivamente spiegare la sua longevità. Le epurazioni di Xi non dovrebbero essere valutate in base al numero di quadri coinvolti, ma piuttosto alla loro capacità di continuare a produrre fascicoli, verdetti e misure di mantenimento all’interno del partito che ne garantiscano il saldo controllo.

La principale fonte di incertezza in questo momento è la futura successione di Xi.

Ma ciò che rafforza il partito indebolisce anche alcuni degli strumenti di potere della Cina. I vertici militari rimangono vacanti o sono occupati da ufficiali con minore esperienza, e i futuri ufficiali imparano che il curriculum professionale più sicuro è quello con poche esperienze all’attivo. Quando è costretto a scegliere, il controllo politico è sempre più importante per il partito rispetto all’efficacia operativa. Si tratta di un compromesso che il partito è disposto ad accettare da un secolo e che continuerà ad accettare.

E il metodo cinese delle epurazioni non può risolvere il pericolo della successione. La “rettifica” non produce alcun meccanismo per la scelta del prossimo leader; semmai, garantendo che nessun subordinato acquisisca una posizione indipendente, rende ancora più difficile l’emergere di un successore credibile. È nella successione, non nella disciplina, che il sistema si rivela debole. La vecchia generazione di leader del PCC, tra cui Mao e Deng Xiaoping, ha superato la sfida della successione attingendo alla propria autorità inattaccabile in quanto rivoluzionari che avevano combattuto per la sopravvivenza del partito, mentre i leader successivi si sono affidati alle istituzioni — limiti di mandato, leadership collettiva e regole di successione ben definite — che Xi ha sommariamente distrutto. Xi non dispone né dell’una né dell’altra, il che rende il problema della successione particolarmente acuto. Il momento in cui preoccuparsi della stabilità cinese non è quando i generali scompaiono nel corso di un’indagine, ma quando l’uomo che esamina i loro fascicoli inizia a diventare troppo anziano per ricoprire quel ruolo senza che si sappia chi gli succederà.

Il PCC non è destinato a crollare: il sistema di controllo esiste proprio per impedire la frammentazione dell’élite, e ha funzionato. Ciò che probabilmente emergerà, invece, è uno Stato militarmente più debole ma politicamente più forte di quanto suggeriscano la maggior parte delle valutazioni. La principale fonte di incertezza ora è l’eventuale successione di Xi. Anche gli stessi teorici di Pechino stanno osservando la situazione, perché sanno che persino un sistema di rettifica ben congegnato, che ha mantenuto forte il partito per un secolo, non ha una risposta per una lotta di potere tra le élite su chi sarà il prossimo leader.

Fine di un’era e un’eredità sordida: gli Stati Uniti lasciano definitivamente l’Iraq, di Simplicius

Fine di un’era e un’eredità sordida: gli Stati Uniti lasciano definitivamente l’Iraq.

Simplicius30 settembre
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La notizia più importante della settimana è stata il ritiro dell’ultimo contingente di truppe statunitensi dall’Iraq, che segna la fine di una lunga e gloriosa storia di occupazione americana. Ufficialmente, segna la fine dell’Operazione Inherent Resolve, a sua volta derivante dall’Operazione Iraqi Freedom, che diede inizio alla guerra in Iraq all’inizio del 2003.

CENTCOM: Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha completato il ritiro ordinato delle forze e delle attrezzature statunitensi dalla base aerea di Erbil il 30 settembre, segnando la fine della missione Operazione Inherent Resolve in Iraq.

@Suriyak@Suriyakmaps Il ritiro delle ultime attrezzature militari da Baghdad e delle ultime truppe dalla base aerea di Harir verso la Giordania pone fine a 23 anni di presenza statunitense sul suolo iracheno. Il Consiglio dei Ministri iracheno ha dichiarato una festività pubblica ufficiale in tutte le istituzioni statali a partire da… 16:57 · 30 settembre 2026·884 visualizzazioni2 condivisioni·21 Mi piace

https://www.aljazeera.com/news/2026/9/30/pentagon-says-us-troop-withdrawal-from-iraq-is-complete

Secondo alcune fonti, la task force rimanente incaricata di contrastare l’ISIS è stata trasferita da Erbil, nel nord dell’Iraq, in Giordania.

Il comando militare statunitense responsabile delle operazioni in Medio Oriente, il CENTCOM, ha dichiarato che la task force incaricata delle operazioni contro l’ISIS è stata trasferita in Giordania, mentre centinaia di soldati americani rimangono di stanza in Siria.

Complessivamente, secondo il CENTCOM, la base di Erbil aveva ospitato 1.500 militari statunitensi e di altre forze della coalizione prima della partenza.

Per certi versi, a questo punto si tratta semplicemente di una mossa simbolica, dato che gli Stati Uniti sono ancora pienamente radicati in Medio Oriente con basi in tutta la regione, quindi l’evento rappresenta più una pietra miliare per l’Iraq e la sua sovranità nazionale, piuttosto che un momento geopolitico cruciale. Evoca la fine di un’era, uno spirito del tempo politico e, oserei dire, spirituale post-11 settembre che chiude un altro capitolo sanguinoso di una lunga serie di imperialismo americano.

Si potrebbe persino sostenere che l’Iraq avesse esaurito il suo scopo. Uno dei veri motivi della persistenza della finta missione “Inherent Resolve” era quello di usare l’ISIS come copertura per muovere guerra ad Assad in Siria. Avevamo parlato molte volte dell’importanza che la Siria rivestiva da molteplici prospettive strategiche:

1. Era un territorio necessario a Israele per poter operare strategicamente contro l’Iran e, in futuro, contro la Turchia.

2. Era importante per contenere l’influenza russa nella regione, il che è un modo ambiguo per dire impedire alla Russia di rafforzare e salvare l’Iran dalla pianificata distruzione dello stato persiano da parte dell’asse sionista-americano.

3. In termini religiosi ed escatologici più oscuri, era necessario che Israele portasse a termine il suo progetto del Grande Israele (Lebensraum).

Tutto ciò si inserisce nella più ampia teoria del cuore dell’isola, di cui potete leggere i dettagli qui:

Come la caduta dell’URSS ha scatenato una corsa all’oro neocon nel cuore dell’America
Simplicio·22 marzo 2023
Come la caduta dell'URSS ha scatenato una corsa all'oro neocon nel cuore dell'America
Molti conoscono i vari e disparati eventi geopolitici degli anni ’90 e le loro rispettive implicazioni: dallo scioglimento dell’URSS all’ascesa del movimento neoconservatore americano, che ha innescato le azioni militari imperialiste tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. Ma pochi riconoscono l’essenziale legame teleologico tra…
Leggi la storia completa

Ora che il progetto per rovesciare Assad è giunto al termine, “Inherent Resolve” è diventato un pretesto superfluo. Certo, la presenza di truppe statunitensi in Iraq avrebbe vantaggi teorici per un’eventuale guerra contro l’Iran, ma abbiamo imparato che schierare truppe così vicine è un suicidio, soprattutto considerando che l’Iraq stesso è infestato da milizie filo-iraniane; le truppe statunitensi lì sarebbero in costante pericolo.

Questa settimana abbiamo visto come il Pentagono abbia diffuso diversi dati aggiornati sul numero di soldati feriti, che probabilmente non rispecchiano la reale situazione di cui stiamo solo intravedendo la realtà:

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/09/25/pentagon-quietly-adds-dozens-tally-troops-wounded-amid-iran-war

Da parte sua, Trump ha annunciato con orgoglio il ritiro, in quello che sembrava un tentativo di attribuirsi meriti politici, quando in realtà l’accordo per il ritiro entro il 30 settembre 2026 al più tardi era stato raggiunto da Biden e dal Primo Ministro iracheno nel 2024, ed è stato Trump che in sostanza ha “fatto scadere i tempi” fino all’ultimo momento:

Il resto del suo sproloquio è altrettanto menzognero, visto che è stata la Russia a spezzare la schiena all’ISIS e Trump non ha avuto nulla a che fare con la “decimazione” del gruppo. Allo stesso modo, critica Biden per aver causato il “grave ferimento” di molti americani durante il ritiro dall’Afghanistan, ma non sembra condividere la stessa preoccupazione per le centinaia di feriti contro l’Iran in una guerra che lui stesso ha inutilmente iniziato per Israele.

Vedremo un futuro presidente ripetere la stessa retorica vuota sul ritiro delle truppe regionali attualmente impiegate contro l’Iran, e su come le follie della precedente amministrazione abbiano portato a morti e feriti inutili. Un circolo vizioso che si ripete all’infinito: è il samsara imperialista americano.

Nel frattempo, Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi sul controllo dello stretto e sulla quantità effettiva di petrolio che lo attraversa quotidianamente.

Qualche giorno fa, l’esempio più eclatante di questa crescente spaccatura si è verificato quando l’Iran ha affermato di aver colpito ben 19 navi che violavano le regole in un solo giorno, un fatto prontamente smentito dal comando statunitense, che ha replicato affermando che nessuna nave era stata colpita. Le crescenti divergenze epistemologiche di questa “guerra dei paradossi” sullo Stretto di Schrödinger sono ormai diventate semplicemente una questione di fede, basata su quale credo si abbracci con maggiore devozione.

Di chi fidarsi, del Mossad o del Mossad?

La verità sembrava risiedere in una via di mezzo: c’erano prove che diverse navi erano state colpite, né 19 né zero.

Allo stesso tempo, si afferma che un numero crescente di navi si intrufola di notte attraverso la rotta omanita facilitata dagli Stati Uniti. Ora l’Arabia Saudita riferisce che l’oleodotto Est-Ovest è già stato riavviato , sebbene le notizie parlino di un riavvio “parziale” poiché le tre stazioni di pompaggio colpite rimangono fuori servizio. L’articolo del New York Times citato afferma che sono stati ripristinati 3,5 milioni di barili al giorno, rispetto ai precedenti 5-7 milioni circa, presumibilmente attraverso l’oleodotto appena deviato con portate inferiori.

Video come quello qui sotto ci offrono uno spaccato impressionante di come alcune delle soluzioni alternative adottate nella regione stiano funzionando. Questa scena in particolare mostrerebbe centinaia di petroliere che trasportano petrolio dall’Iraq attraverso la Siria fino al Mediterraneo per aggirare il blocco di Hormuz:

Continuano a circolare voci secondo cui l’Iran starebbe “perdendo” o avrebbe “esagerato” a causa del fatto che il petrolio viene ancora trasportato fuori dalla regione. Ricordiamo che l’Iran non è l’aggressore e non ha iniziato la guerra: pertanto, il suo obiettivo è semplicemente quello di resistere più a lungo dell’attaccante, i cui obiettivi dichiarati includono il rovesciamento del governo iraniano e la capitolazione dell’intero Stato.

Come può dunque l’Iran “perdere” quando la parte attaccante sta ora combattendo disperatamente non più per raggiungere i suoi obiettivi originari, ma piuttosto per ripristinare lo status quo ante bellum, ovvero con lo stretto aperto e le vie economiche vitali che tornano alla normalità? In altre parole: qualunque quantità di petrolio riesca a bypassare lo stretto, è comunque di gran lunga inferiore a quella che fluiva prima ancora dell’inizio della guerra, e ora sono gli Stati Uniti a essere costretti a combattere una battaglia in salita per riportare la situazione a com’era prima del conflitto.

Ora la situazione è tornata al solito copione: Trump, prevedibilmente, aspetta la fine delle elezioni di metà mandato per riprendere i bombardamenti, mentre l’Iran si rifiuta di cedere di un millimetro.

https://www.axios.com/2026/10/01/rubio-iran-unga-delegation-kicked-out

Quale spinta maggiore potrebbe esserci per gli indici di gradimento in vista delle elezioni di metà mandato se non una vittoria schiacciante contro l’Iran? La logica, quindi, impone che se Trump credesse davvero di poter vincere o infliggere un danno decisivo, lo farebbe ora e cavalcherebbe l’onda del trionfalismo verso la gloria delle elezioni di metà mandato.

Sa invece che qualsiasi ulteriore bombardamento si trasformerebbe in un disastroso buco nero di fallacia dei costi irrecuperabili, e si è rassegnato a rimandare il suo inevitabile disastro.

In una nuova intervista, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha risposto al piano di Trump per il periodo post-elezioni di metà mandato, spiegando che l’Iran resta pronto anche a uno scenario “apocalittico” in caso di guerra contro gli Stati Uniti:

Per l’Iran, il conflitto è ovviamente una questione esistenziale. Per Trump, è solo una questione di ego israeliano.

È stato ripristinato il 60% della capacità produttiva persa degli impianti petrolchimici iraniani, danneggiati durante la guerra con gli Stati Uniti e il regime sionista.

L’amministratore delegato della Compagnia petrolchimica nazionale iraniana ha dichiarato: “Il processo di ripristino sta procedendo con successo ad Asaluyeh e Mahshahr, due importanti centri petrolchimici. Si stanno compiendo sforzi per ripristinare una parte significativa della capacità produttiva perduta entro la fine di quest’anno.”

Quel restauro dell’Ovest avrebbe richiesto 10 anni e 50 miliardi di dollari.

Naturalmente, l’uomo da cui Trump riceve ordini è prontamente con una nuova serie di prove schiaccianti per alimentare le fiamme della continuazione della guerra:

L’aspetto più interessante della questione nucleare è che a Trump è stato appena chiesto perché Kim Jong Un possa avere armi nucleari mentre l’Iran no. La risposta di Trump è un esempio memorabile di ipocrisia e ambiguità:

Secondo Trump, la Corea del Nord può possedere armi nucleari perché Kim è diverso dal leader iraniano. Ma com’è possibile? In primo luogo, Kim ha minacciato apertamente di attaccare gli Stati Uniti con armi nucleari in diverse occasioni, mentre nessun leader iraniano lo ha mai fatto. In secondo luogo, a quale leader iraniano si riferisce? Se la guerra è iniziata perché Trump non condivideva la posizione di un particolare leader sulle armi nucleari, perché continua ancora oggi, visto che il precedente leader iraniano è stato ucciso in attacchi statunitensi? Lo stesso Trump ha affermato più volte di non sapere più chi sia al comando dell’Iran.

A differenza dell’Iran, la Corea del Nord possiede effettivamente sia le armi nucleari che i vettori di lancio in grado di raggiungere gli Stati Uniti, per non parlare del leader pronto a usarle. Le dichiarazioni di Trump sono, ovviamente, solo puerili tentativi di sviare il discorso.

Sappiamo tutti cosa sta succedendo in Israele.

Ora che “la fine della storia” è a sua volta storia, con le forze dei Crociati Liberali cacciate dalle terre di Ur e Ninive, quanto tempo pensi che passerà prima che venga lanciata una Terza Crociata per tornare a riconquistare le glorie perdute? Il 2035 circa?

Oppure Neo-Babylon assisterà finalmente alla sua tanto attesa caduta prima di poter tentare un nuovo attacco al Cuore della Terra?


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