Italia e il mondo

San Paolo aveva ragione, di WS

Il problema sollevato da Morgoth in questo post:

italiaeilmondo.com/2026/09/19/come-elite-theory-e-diventato-un-contenuto-drammatico-_-di-morgoth/ , sebbene relativo ad una caso “ particolare”, è generale e cruciale; non solo è “drammatico” ma , come spiegherò più avanti , addirittura anche “apocalittico”.

Di fatti, anche alla base del problema descritto da Morgoth c’ è il dato di fatto inoppugnabile che “sapere” non significa “potere”; avere una “verità” da rivelare non significa riuscire a “rivelarla”.

Questo dato di fatto , per chi sceglie il “lato oscuro” del ” sapere” ( la gnosi), non è un problema, ma addirittura una risorsa del proprio potere. 

Infatti in termini di comprensione dei problemi complessi, la “ mediana “, non la media, della massa degli uomini è molto bassa; quindi, la “maggioranza” dell’ umanità non solo non è in grado di capire le “idee complesse” ma può pure addirittura essere sapientemente “educata” a nemmeno cercare di capirle.

Non è un caso che per tutte le vecchie strutture sociali dichiaratamente impegnate a favore del popolo, dalle chiese ai primi socialisti, l’ elevazione culturale della massa era prioritaria rispetto a quella di sollevarla “ dal bisogno”.

E questo problema della intrinseca “stupidità del popolo” può essere addirittura aggravato dalla eliminazione di ogni “buon senso” nella testa delle masse ,onde pure far loro credere come vero e desiderabile il mondo distopico che gli viene apparecchiato. 

Tutto il mondo di “1984” è appunto fondato sulla contraddizione del buonsenso da ” la guerra è pace” a appunto ” l’ ignoranza è forza”, no?

Chi invece sceglie “il verbo”, cioè rivelare la SUA verità alle masse, va sempre incontro ad un sacco di guai ed ad un sostanziale fallimento, perché va sempre a sbattere contro gli interessi di una elite che è inevitabilmente “gnostica”. 

Lo “gnosticismo” è infatti la religione ( religio = tenere insieme ) perfetta agli interessi di ogni casta che voglia non solo “perpetuarsi” ma addirittura “ speciarsi” in una “ specie superiore” rispetto a mandrie umane allevate nella bestialità.

Tutte le convinzioni gnostiche servono solo a questo, a creare un sistema di dominio de “l’uomo su l’ uomo”.

E dato che l’ elite detiene tutto il potere , dire che il ” sistema è invincibile” è generalmente vero se si cerca di operarci da dentro. Anche frange organizzate dell’elite falliscono nel tentare di cambiarlo con le sole proprie forze “dall’interno”.

I Sistemi infatti crollano solo per le proprie inefficienze e solo quando vanno a sbattere contro “sistemi esterni” e crollando portano tutti con sé, “buoni e cattivi” che siano.

E bisogna proprio essere molto disperati affinché i “buoni” si augurino coscientemente un simile “apocalittico” risultato!

Quindi che fare? In ogni caso ” da soli ” la sconfitta è certa ed è sempre un passo positivo quando, come dice Morgoth, brave persone creano reti e si organizzano nel mondo reale.

  Però deve essere molto chiaro che l’ insuccesso è sempre dietro l’ angolo; che cioè per la natura umana tutti questi ” illuminati” sono estremamente presuntuosi e cedevoli alle lusinghe/minacce del sistema stesso. E quindi , come dice Morgoth , l’ unico metro di giudizio debba essere appunto: 

la lealtà. La lealtà è il prerequisito per raggiungere qualsiasi obiettivo o costruire qualsiasi rete di contatti .

 Ma qui nasce il problema di Morgoth : dobbiamo lealtà alle persone o ai princìpii ?  La risposta è semplice : dobbiamo lealtà solo alle persone leali ai nostri princìpii, perché nel “caos sistemico” trionfa solo “la tribù” .

In altre parole, non ci si può permettere di essere “universalisti” in un caos ” tribale.

Se le nostre idee sono giuste, capirle spetta agli altri e non a noi. Non serve a nessuno, ma soprattutto non serve a noi !, aspettare che capiscano ANCHE loro la bontà dei nostri principi ma dopo che noi saremo morti. 

Primum vivere, deinde philosofari !

E questo è un vecchio problema ben noto alla Chiesa cristiana che è per definizione “universalistica” e la cui filosofia quindi contiene in nuce il grande “mistero dell’ iniquità” di San Paolo per cui “i giusti devono perire affinché i figli degli “ingiusti” ereditino la Terra”.

Un “mistero” che la Chiesa ha sostanzialmente rifiutato “rinviandolo”, perché , ovviamente , è apocalittico ed assurdo anche per chi credesse davvero nella possibilità di una “umanità migliore” .

Se infatti nessuno ” trattenesse il male”, come dice San Paolo, la Parusia sarebbe già qui; ma che ne sarebbe allora dei “giusti”?

Tutti in paradiso? E la terra, di chi sarebbe ? 

Quindi per la Chiesa è lecito ” RESISTERE “al male” in nome “del bene” ,ma non è lecito anzi è peccato FARE ” il male”; è peccato ancor più grave farlo addirittura in nome del “bene”.

E così traccheggiando, “ la cristianità” ha rinviato i “tempi ultimi” per due millenni portando sostanzialmente le proprie “buone idee” a tutto il mondo e generando un progresso umano e materiale di TUTTA l’ Umanità, checché ne dicano tutti i suoi detrattori.

Ma adesso che TUTTO il mondo conosce la “buona novella” ed essa , come previsto fin da l’ inizio del cristianesimo , non è più apprezzata, tanto meno da chi ci è cresciuto dentro, adesso sì, che siamo nei “ guai”; chi ora “ tratterrà il male” ?

Non vediamo come TUTTI i buoni principii “ cristiani” siano rinnegati ora anche da chi ci è cresciuto dentro ? Se anche il papa non ha fede nella “rivelazione” che gli è stata affidata, dove si rifugerà la “ fede nel bene” ?

Io non ho alcun dubbio che siamo ora nella grande apostasia dei “ tempi ultimi” e che ci toccherà vedere se San Paolo avesse poi ragione o no.

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Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e piazza Tienanmen _ di Cynthia Chung

Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e piazza Tienanmen

Prima puntata della Parte III della serie: Le vere origini del “sistema di credito sociale” cinese

Cynthia Chung

27 agosto 2026

Saggio molto interessante e documentato con tesi in parte già tempo fa ricalcate dal sito almeno su due aspetti: 1° il dibattito politico in Cina, contrariamente alla narrazione occidentale, è molto vivace con particolari livelli di apertura nelle province, non a caso i luoghi di formazione e selezione, almeno sino ad ora, delle classi dirigenti. In questo schema lo scontro politico fondamentale ha assunto precise collocazioni geografiche, con il lato cantonese e di Shangai, non a caso il più esposto alle aperture politiche occidentali legate inizialmente allo sviluppo della piccola e media industria di consumo. Da rilevare due aspetti: la grande intelligenza della componente “manciuriana” della dirigenza nell’aver prima congelato, piuttosto che distrutto, la grande industria pesante in vista di una radicale riorganizzazione, avvenuta in una seconda fase, che ha portato ai colossi nei settori strategici. La dirigenza cinese più accorta ha assunto come esempio negativo lo scempio avvenuto in Russia e nei paesi dell’Europa Orientale, come esempio positivo della prima fase di conversione la realtà delle “tigri asiatiche”. Una nota particolare merita riservata all’esperienza delle grandi industrie delle partecipazioni statali italiane; esperienza che spiega i noti rapporti di Romano Prodi, proseguiti nel tempo, con la dirigenza del paese. Giuseppe Germinario

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Una nota per i lettori: ho ritenuto opportuno, prima che si inizi a leggere questo articolo, chiarire alcuni punti riguardo alle mie intenzioni nel redigere questo articolo e, più in generale, questa serie. Molti lettori conosceranno già il mio lavoro di analisi dei servizi segreti occidentali, compresi gli avvenimenti militari e paramilitari che si sono verificati nel corso della storia e che continuano a plasmare il nostro mondo odierno con conseguenze globali, quali Operazione Gladio, a cui Operazione Condorè una corrente, e i personaggi storici che si sono opposti ad essa. Considero questa serie attuale come una diretta continuazione di quel lavoro. Il presente articolo si concentrerà su come la Cina sia sfuggita alla terapia d’urto (a malapena, sebbene non del tutto), cosa che ritengo molto positiva. I veri risultati della terapia d’urto parlano ormai da soli e sono ben documentati in libri come «La dottrina dello shock». Poiché la terapia d’urto era letteralmente concepita come una «prescrizione» da somministrare come «cura» a un’economia malata, con quattro fasi di «shock», le sue conseguenze non solo sono molto evidenti, ma si manifestano rapidamente. La terapia d’urto è la forma più rapida di riforma economica e, pertanto, i suoi effetti reali possono essere attribuiti più chiaramente alla sua “prescrizione” prestabilita rispetto a molte altre scuole di pensiero economico, la cui attuazione richiede da diversi anni a decenni. Sebbene questo articolo sia chiaramente critico nei confronti della terapia d’urto di Milton Friedman, così come del ruolo delphico di George Soros in questa vicenda, vorrei chiarire che lo sto scrivendo, in ultima analisi, dal punto di vista di un documento di controspionaggio.

L’economia può essere utilizzata come forma di guerra. Come illustra “La dottrina dello shock”[1]Come risulta chiaro, la “terapia d’urto”, come suggerisce il nome stesso, è stata introdotta come politica economica quasi sempre ricorrendo alla forza bruta (cioè polizia, esercito) e al regime dittatoriale; nel caso dell’America Latina, spesso si trattava di una dittatura militare. Il risultato non è stato un «equilibrio», ma proprio l’opposto: un aumento della povertà per le fasce più basse della società e un massiccio accrescimento della ricchezza per i pochi al vertice. Infatti, è stata proprio la terapia d’urto di Milton Friedman a consentire il successo di Operazione Condor.[2]Pertanto, il campo di battaglia dell’economia è direttamente collegato al lavoro che ho già svolto, in particolare per quanto riguarda il mio libro L’impero su cui il Sole Nero non tramontava mai.

Scrivo questo articolo concentrandomi in particolare sulle tattiche della terapia d’urto e sui loro sostenitori in Cina, con un chiaro spirito critico. Tuttavia, in questo articolo non tratto l’economia in senso più ampio. In altre parole, non sostengo alcuna scuola di pensiero economica specifica.[3]in questo articolo e non va interpretato come se questa fosse la mia intenzione. Piuttosto, che, che lo si voglia ammettere o meno, la Cina non solo è riuscita a evitare il pieno impatto della terapia d’urto (il che è già di per sé un’impresa), ma è anche riuscita a evitare il pieno impatto di una crisi finanziaria che le è stata riversata addosso dalle onde d’urto del crollo orchestrato del 2008 (vedi la Parte II di questa serie) insieme ai prestiti tossici nel settore fintech P2P, ideati ancora una volta nel mondo anglo-americano, che hanno scatenato in Cina una crisi finanziaria e bancaria destabilizzante, giunta al culmine tra il 2013 e il 2018[4]da cui la Cina è riuscita ancora una volta a uscire relativamente indenne.

Pertanto, l’intento di questa serie è quello di studiare come la Cina abbia realizzato queste imprese, in modo da acquisire una maggiore consapevolezza della dottrina economica che è stata – e, nel caso della “terapia d’urto”, è sempre stata concepita – utilizzata come vera e propria arma contro chiunque l’abbia avventatamente adottata. Non si tratta di formulare affermazioni generiche e generalizzate sul “capitalismo” o sul “libero mercato”, né di sostenere che un “socialismo” “puro” sia superiore a essi. Piuttosto, la mia intenzione in questa serie è quella di dimostrare che questi termini sono in gran parte insufficienti come definizioni superficiali di un sistema economico che serva veramente al benessere della popolazione. Attraverso l’analisi di tali casi di studio, spero di chiarire meglio il motivo per cui ciò avvenga. In una prossima puntata le diverse scuole di pensiero economico saranno discusse in modo più diretto e approfondito; tuttavia, dal mio punto di vista, nessuno detiene la risposta assoluta a tali domande e nessuno dei termini che terminano in «-ismo» o delle «correnti» economiche si è guadagnato il titolo di «campione assoluto» del popolo. C’è ancora molto da imparare, e spero che questi casi di studio possano gettare ulteriore luce su questo aspetto.

Il presente articolo costituisce la Parte III della serieLe vere origini del “sistema di credito sociale” cinese:

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

·

23 aria

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Introduzione

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Le vere origini del “sistema di credito sociale” cinese – Parte I

Cynthia Chung

·

11 giugno

The True Origins of China’s “Social Credit System” Part I

Una delle critiche più famigerate mosse alla Cina negli ultimi anni, che ha costituito la base per considerare il Paese come uno Stato di sorveglianza orwelliano e i suoi cittadini come semplici automi simili a droni, è il suo presunto “sistema di credito sociale”. Ma cosa direste se vi dicessi che l’origine di questo “sistema di credito sociale” orwelliano e del fintech (finan…

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Il ruolo di Goldman Sachs nel provocare crisi finanziarie globali

Cynthia Chung

·

2 lug

The Role of Goldman Sachs in Engineering Global Financial Crises

Questa è la seconda parte della serie “Le vere origini del ‘sistema di credito sociale’ cinese”.

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Quando, il 1° ottobre 1949, fu fondata la Repubblica Popolare Cinese, la Cina era stata devastata da oltre un secolo di guerre (Prima guerra dell’oppio britannica 1839-1842, Seconda guerra dell’oppio contro gli inglesi 1856-1860, Prima guerra sino-giapponese 1894-1895, Seconda guerra sino-giapponese 1937-1945) era sommersa da una povertà di massa. Sebbene al momento della morte di Mao fosse stata raggiunta una industrializzazione urbana di base, il tenore di vita della maggior parte della popolazione cinese, costituita da contadini, era ancora molto basso e problemi come l’accesso a un’alimentazione adeguata rappresentavano ancora questioni importanti che non erano state completamente risolte. Quando Mao morì, la Cina, nonostante i risultati industriali ottenuti nei settori urbani, era ancora un paese molto povero.

Tuttavia, la storia di come la Cina sia entrata nel 20thIl fatto che la Cina fosse una nazione povera in quel secolo viene spesso convenientemente ignorato dai resoconti storici occidentali, pronti a promuovere l’idea che i cinesi fossero un popolo arretrato che non era riuscito a modernizzarsi – come se questa fosse la ragione per cui la Cina soffriva di povertà di massa e si trovava in una posizione incredibilmente debole sulla scena mondiale alla fine della Seconda guerra mondiale.

È importante che riconosciamo alla Cina il rispetto che merita per la sua potenza economica. La Cina era stata in testa al mondo per PIL sin dal 1500, seguita dall’India. E nel 1800 manteneva ancora un ampio vantaggio sul resto del mondo in termini di PIL. Il suo PIL iniziò a calare drasticamente solo dopo un secolo di guerre scatenate contro di essa, prima dalle invasioni britanniche e poi da quelle dell’Impero giapponese. Negli anni Novanta del XIX secolo, il PIL cinese subì un drastico calo durante la prima guerra sino-giapponese, quando il Giappone post-Restaurazione Meiji invase la Cina e la Corea, per poi entrare in una fase di quasi libera caduta durante la seconda guerra sino-giapponese, che causò il caos assoluto tra il popolo cinese per mano dei fascisti giapponesi.

Durante quello che la stessa Cina ha definito il suo “Secolo dell’umiliazione”, il Paese subì numerosi attacchi militari sia da parte degli inglesi che dei giapponesi, oltre che attacchi economici. Furono utilizzate persino operazioni di guerra psicologica, come nel caso della Ribellione dei Taiping (1850-1864). La Ribellione dei Taiping fu chiaramente istigata dall’estero e guidata da Hong Xiuquan, che si autoproclamò fratello minore di Gesù Cristo.[5]

[My New Book is Out!] The Shaping of a World Religion: From Jesuits, Freemasons and Anthropologists to the Ghost Dance Religion vol. I

[È uscito il mio nuovo libro!] La nascita di una religione mondiale: dai gesuiti, ai massoni e agli antropologi alla religione della Danza degli Spiriti, vol. I

Cynthia Chung

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11 novembre 2024

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Entro il 20thNel XIX secolo, la Cina era in uno stato di totale disordine. Detto questo, è importante sottolineare che le antiche pratiche economiche, apprese inizialmente grazie agli insegnamenti contenuti nel Guanzi che risale a prima della dinastia Qin (fondata nel 221 a.C.), di cui si parla in il prologo di questa serie, era rimasto in gran parte invariato.

Sebbene non siano mancati episodi di violenza per costringere la Cina a piegarsi durante il suo “Secolo dell’umiliazione”, gli atti bellici più distruttivi furono di natura economica. Gli antichi Guanzi gli insegnamenti furono oggetto di attacchi da parte della potenza imperiale britannica, “a seguito di un ‘l’ideologia radicata, di fatto un’idée fixe, dei commercianti britannici a Guangzhou secondo cui ogni forma di regolamentazione statale e ogni monopolio sono dannosi”. Nel primo dei trattati iniqui stipulati dopo la sconfitta della Cina nella prima guerra dell’oppio contro gli inglesi, il governo cinese fu costretto ad abolire il proprio antico sistema di monopolio che regolava il commercio del sale e del ferro.[6]Wagner (1997)[7]«ritiene che questo sia il punto di partenza del declino dell’industria siderurgica cinese».[8]

Quello fu l’inizio dei dibattiti economici neoclassici più accesi, anche se, come si può notare, non c’era poi molto da discutere quando si ricorreva a sparare con i cannoni contro il proprio “avversario”. L’Impero britannico, nella sua crociata a favore del libero scambio, si era assunto il compito di denunciare come «perniciosi» tutti i regolamenti statali e tutti i monopoli, tranne, ovviamente, quelli presenti all’interno della stessa Gran Bretagna. Incredibilmente, i britannici assunsero un tono moralista su queste questioni mentre procedevano alla costituzione della Hongkong and Shanghai Banking Corporation (HSBC) per gestire il proprio commercio di oppio.

The Dope Trade and the Crown: A Very-British Wealth of Nations

Il traffico di droga e la Corona: una “Ricchezza delle nazioni” in chiave tipicamente britannica

Cynthia Chung

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16 febbraio 2023

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Al governo cinese è stato detto che non poteva intervenire di fronte al commercio “libero”.

Ironia della sorte, o forse non così ironico se si guarda alla storia cinese in una prospettiva più ampia, Il Partito Comunista, una volta salito al potere, iniziò a reintrodurre gli insegnamenti del Guanzi nelle loro politiche economiche, in risposta alla galoppante inflazione che si erano ritrovati in eredità dopo la guerra con il Giappone e la guerra civile contro Chiang Kai-shek.(Per ulteriori informazioni su questa notizia, consultare il Il prologo di questa serie è disponibile qui.)

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

·

23 aria

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Contrariamente a quanto è stato fatto credere a molti occidentali, il dibattito seguito alla Rivoluzione Culturale non verteva sulla questione se la Cina dovesse o meno attuare riforme economiche. La stragrande maggioranza, se non la totalità, dei principali leader politici cinesi di quel periodo concordava sul fatto che la riforma economica fosse una necessità assoluta e che non si dovesse incoraggiare un cieco seguitarismo della dottrina maoista.

Va sottolineato che la morte di Mao segnò la fine della Rivoluzione Culturale. Un mese dopo la sua morte, fu arrestata la famigerata “Banda dei Quattro”, responsabile di aver istigato gran parte delle violenze e delle persecuzioni verificatesi durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976).

Pertanto, alla morte di Mao, praticamente tutta la leadership politica cinese concordò sul fatto che la Rivoluzione Culturale dovesse terminare e che la Cina avesse un disperato bisogno di riforme economiche.

Ciò aprì le porte a quello che divenne un dibattito sempre più acceso all’interno della leadership cinese nel corso degli anni ’80, con i sostenitori radicali del libero mercato (compresi i fautori delle terapie d’urto del “big bang”) che finirono per dominare sempre più il dibattito sulla riforma cinese. Gli anni ’80 si sarebbero conclusi con la famigerata debacle di Piazza Tienanmen, che non fu solo l’esito di un dibattito interno alla Cina sulla questione delle riforme, ma anche lo strumento di una forte interferenza straniera, compresa quella dell’Open Society di George Soros, che svolse un ruolo diretto insieme alla CIA.

Questa panoramica storica ci fornirà le basi per comprendere meglio il dibattito ancora in corso in Cina sulla questione delle riforme, che avrebbe portato alla crisi del P2P del 2013-2018 e all’appello lanciato da Jack Ma nel 2020 per smantellare di fatto il sistema bancario cinese, argomento che verrà trattato nella Parte IV di questa serie.

Pertanto, con la scomparsa di Mao, la questione che si poneva alla leadership cinese non era se attuare o meno le riforme, ma come la Cina avrebbe dovuto attuare le riforme durante il periodo cruciale degli anni ’80. Questa serie cercherà di raccontare questa storia in tutte le sue sfaccettature, con i conflitti tra fazioni e, naturalmente, le interferenze straniere.

Come in uno specchio

Su questioni di geopolitica, controspionaggio, revisionismo storico e guerra culturale.

Di Cynthia Chung

La Banca Mondiale presenta alla Cina i sostenitori della terapia d’urto

L’aumento dei prezzi non va bene, ma nemmeno il calo dei prezzi è positivo per la produzione. È meglio cercare a tentoni le pietre per attraversare il fiume con maggiore sicurezza.”

– Chen Yun

Deng Xiaoping sarebbe diventato di fatto il presidente della Cina dal 1978 al 1987. Durante questo periodo, due economisti di spicco che ebbero un ruolo fondamentale nella riforma economica cinese furono Chen Yun e il padre di Xi Jinping, Xi Zhongxun, che facevano parte degli “Otto Anziani” della Cina post-Mao.

Chen Yun (immagine a sinistra) e il padre di Xi Jinping, Xi Zhongxun (immagine a destra)

Nel 1980, la Cina entrò ufficialmente a far parte della Banca Mondiale nell’ambito delle sue riforme di mercato note come “riforma e apertura”. Parte del gioco sporco che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale amano mettere in atto consiste nell’imporre condizioni ai paesi che hanno un disperato bisogno di un prestito. La Cina non fece eccezione. Il paese aveva un disperato bisogno di fondi per favorire lo sviluppo essenziale e la Banca Mondiale aveva accesso a tali fondi, ma c’era un prezzo da pagare. La Cina dovrebbe seguire i consigli della Banca Mondiale in materia di riforme economiche, che costituivano una promozione diretta della terapia d’urto.

In contrasto con questo consiglio della Banca Mondiale c’era Chen Yun.

Chen Yun, che viene tacciato di essere contrario alle riforme da alcuni radicali sostenitori delle riforme, riteneva che il mercato e l’economia pianificata non fossero incompatibili e che l’orientamento impartito dalla pianificazione statale avrebbe impedito al mercato di diventare instabile. Come illustrato nel prologo a questa serie, non si tratta di una nuova forma di regolamentazione introdotta dal Partito Comunista Cinese, bensì della continuazione di una politica economica che risale all’antica Cina, prima della dinastia Qin (fondata nel 221 a.C.), nota come Guanzi dottrine economiche.

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

·

23 aria

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Chen Yun era quindi favorevole alle riforme, così come lo erano tutti i principali economisti cinesi dell’epoca; la questione riguardava la velocità delle riforme e se, e in che misura, lo Stato dovesse svolgere un ruolo. I riformisti più radicali spingevano per una riforma rapida con un approccio quasi “tutto o niente”, affinché lo Stato fosse escluso da qualsiasi ruolo e si lasciasse che il mercato dettasse pienamente le regole, lasciando che le cose andassero come dovevano andare.

In Cina, personaggi come Chen Yun sono stati ripetutamente e ingiustamente dipinti come oppositori delle riforme semplicemente perché continuavano a sostenere il ruolo dello Stato nel guidarle. Non si è mai trattato di un contrapposto tra mercati e regolamentazione statale, come spesso viene erroneamente interpretato nelle narrazioni economiche moderne. Come già accennato, gli antichi insegnamenti economici cinesi noti come Guanzi, aveva sempre sostenuto che la regolamentazione statale e i mercati non dovessero essere considerati come entità separate e contrapposte, ma che potessero invece coesistere armoniosamente. Il dibattito tra l’una e l’altra opzione è sempre stato un falso dilemma, utilizzato per diffamare i riformatori come Chen Yun, che non si sono mai opposti alle riforme a favore del mercato.

Chen Yun riteneva che fosse responsabilità dello Stato garantire il benessere del popolo, una visione che risale anch’essa al Guanzie già in precedenza, pertanto era responsabilità dello Stato garantire che i beni di prima necessità fossero accessibili e a prezzi abbordabili per la popolazione. I mercati possono svolgere un ruolo, ma se i beni di prima necessità diventano troppo costosi o inaccessibili per la popolazione, spetta allo Stato intervenire di conseguenza. Anche in questo caso, si tratta di una pratica secolare in Cina.

Pertanto, ciò che Chen Yun sosteneva, in termini di riforma economica graduale per la Cina, era che ai mercati sarebbe stata concessa la massima libertà per quanto riguarda i beni non essenziali, quelli che vengono considerati beni “leggeri” nel Guanziinsegnamenti. La riforma inizierebbe quindi dai beni non essenziali, con l’intenzione di passare gradualmente a quelli più essenziali man mano che l’economia cinese «cerca a tentoni le pietre per attraversare il fiume»[9].” Tuttavia, i beni di prima necessità, considerati prodotti “pesanti”, dovevano rimanere soggetti a un certo grado di regolamentazione statale per consentire allo Stato di intervenire qualora tali beni fossero diventati troppo costosi o inaccessibili a causa della volatilità del mercato. Man mano che la Cina consolida la propria posizione sui mercati, secondo i sostenitori delle riforme graduali, ciò creerebbe un contesto più stabile per avviare la transizione dei beni di prima necessità.

In altre parole, l’idea sostenuta dai riformatori graduali come Chen Yun era che, man mano che la Cina si fosse aperta gradualmente ai mercati globali, a partire da una maggiore liberalizzazione dei prezzi dei beni non essenziali, il Paese sarebbe stato in grado di compiere una transizione senza intoppi, senza creare troppa instabilità per la popolazione. So che potrei sembrare troppo ripetitivo su questo punto, ma purtroppo la falsa narrativa è stata inculcata con tanta forza che non potrò mai sottolinearlo abbastanza, Questo approccio alla riforma del mercato non è una creazione comunista, ma era in realtà uno dei principi fondamentali della Cina che risale al 221 a.C. e anche a epoche precedenti, ovvero il ruolo dello Stato rispetto al mercato.

È proprio questa pratica che ha permesso alla Cina di diventare per secoli leader mondiale in termini di PIL e di creare stabilità economica. Non si tratta, come spesso viene descritta, di una sorta di oscura cospirazione volta a impedire che l’economia cinese venga cosiddetta “liberata” attraverso la terapia d’urto, la quale, come suggerisce il nome stesso, ammette di fatto che il dolore e l’instabilità siano inevitabili prima che si realizzi la sua promessa “utopia”. Tuttavia, come vedremo in questa serie, non esistono casi di terapia d’urto che possano effettivamente vantare il successo nel raggiungimento di tale utopia. C’è, tuttavia, una cosa su cui la terapia d’urto può fornire una garanzia assoluta, con un tasso di successo del 100%, ed è il risultato di una massiccia instabilità economica che, in ogni caso, è stata seguita da una massiccia instabilità politica.

Si potrebbe dire che questa sia la vera finalità della terapia d’urto: un’instabilità politica che apra le porte a un cambio di regime guidato da potenze straniere e dalle grandi somiglianze con il corporativismo di Mussolini.

The Story of How Trotskyism Gave Birth to the Frankenstein Child NeoConservatism in its mission for Permanent Warfare

La storia di come il trotskismo abbia dato vita al “Frankenstein” del neoconservatorismo nella sua missione di guerra permanente

Cynthia Chung

·

4 novembre 2024

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Il corporativismo di Mussolini era nato dal nazionalsocialismo di Sorel. In effetti, anche il neoconservatorismo negli Stati Uniti trova le sue origini in questo, come ho illustrato nel saggio sopra citato. È per questo motivo che all’interno della classe finanziaria americana c’era un forte sostegno al fascismo italiano. È importante qui ricordare di non lasciarsi coinvolgere troppo dagli «ismi», ma piuttosto di prestare maggiore attenzione agli aspetti specifici della politica economica, poiché, come possiamo vedere proprio in questo breve paragrafo, i termini «corporativismo», «neoconservatorismo» e «nazionalsocialismo» sono accostati in modo confuso al «fascismo». Invito i lettori a leggere l’articolo sopra citato, che costituisce il capitolo 13 del mio libro «L’impero su cui il Sole Nero non tramontava mai” per una spiegazione dettagliata di questa storia.

[My Book is Out] The Empire on which the Black Sun Never Set: The Birth of International Fascism and Anglo-American Foreign Policy

[Il mio libro è uscito] L’Impero su cui il Sole Nero non tramontava mai: La nascita del fascismo internazionale e la politica estera anglo-americana

Cynthia Chung

·

12 novembre 2022

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Ne parlo qui proprio per mettere in evidenza che vi sia una grande somiglianza tra ciò che Milton Friedman e la Banca Mondiale proponevano nella loro “terapia d’urto” per la Cina e il corporativismo di Mussolini e non credo che si sia trattato di una coincidenza. Fornirò ulteriori chiarimenti sulle somiglianze quando tratterò del Cile di Pinochet e della dittatura militare brasiliana più avanti in questa serie. Questi casi di studio sono stati infatti utilizzati come modelli di riferimento dai riformatori cinesi favorevoli alla “terapia d’urto”, che per coincidenza collaboravano strettamente anche con George Soros. Tra i membri di questo gruppo attorno a Soros figuravano anche i principali istigatori della tragedia di piazza Tienanmen, ai quali fu garantito un passaggio sicuro fuori dalla Cina sotto la protezione della CIA tramite l’Operazione Yellowbird.

È inoltre interessante notare che i consulenti che la Banca Mondiale coinvolse nelle discussioni con i cinesi sulle riforme economiche negli anni ’80 erano tutti esponenti dell’Europa dell’Est che, pur avendosi un tempo definiti socialisti, avevano poi rinunciato al socialismo in favore della “terapia d’urto” di Milton Friedman.

Ancora una volta, a contrapporsi a questa linea della Banca Mondiale a favore della terapia d’urto c’era Chen Yun.

Chen Yun aveva dichiarato al Consiglio di amministrazione del Partito Comunista Cinese, già il 7 aprile 1950:

«L’aumento dei prezzi non è positivo, ma nemmeno il calo dei prezzi lo è, per la produzione». È meglio cercare a tentoni le pietre per attraversare il fiume con maggiore sicurezza.”

In altre parole, Chen Yun era favorevole a una riforma graduale, in cui fosse possibile vedere chiaramente i risultati di determinate misure di riforma e agire di conseguenza: decidere se adottare definitivamente tali riforme, modificarle o scartarle. La situazione della Cina era unica nel suo genere e non si trattava semplicemente di “copiare” ciò che altri paesi avevano fatto o stavano facendo in quel momento.

Il 6 dicembre 1980, Chen Yun dichiarò alla Conferenza centrale sul lavoro:

«Dobbiamo attuare delle riforme, ma i nostri passi devono essere costanti. Poiché le questioni oggetto della nostra riforma sono complesse, non possiamo permetterci di essere eccessivamente impazienti. È vero che la riforma deve basarsi su una teoria adeguata, su statistiche economiche e su previsioni, ma è ancora più importante iniziare con sperimentazioni in ambiti selezionati e trarre insegnamenti dall’esperienza al momento opportuno: è come cercare a tentoni le pietre per attraversare il fiume. All’inizio, i passi devono essere piccoli e bisogna procedere lentamente».

Questo approccio di Chen Yun era rimasto dominante per tutti i primi anni ’80, periodo in cui la Cina avrebbe avviato un processo di liberalizzazione graduale piuttosto che radicale, partendo dai margini del sistema economico.

Tuttavia, proprio in quel periodo, istituzioni come la Banca Mondiale offrivano sempre più spesso i propri consigli “amichevoli” in cambio dell’approvazione di prestiti alla Cina, e tali consigli stavano riscuotendo un successo crescente.

Nel tentativo della Cina di risolvere il problema dei prezzi, la Banca Mondiale ha organizzato una serie di incontri tra intellettuali cinesi di lunga data ed economisti emigrati dall’Europa dell’Est.«Questo dialogo tra gli economisti cinesi favorevoli alle riforme e i loro omologhi ha dato origine a uno dei principali approcci contrapposti alla riforma di mercato in Cina:» la cosiddetta riforma “a pacchetto”, il cui fulcro era costituito da una radicale riforma dei prezzi, primo passo della terapia d’urto.[10]

Questo pacchetto di riforme prevedeva, nella sua strategia di contrasto alla crisi, quattro misure principali: (1) la liberalizzazione di tutti i prezzi in un’unica mossa radicale (il cosiddetto “big bang”); (2) la privatizzazione; (3) la liberalizzazione del commercio; e (4) la stabilizzazione, sotto forma di politiche monetarie e fiscali restrittive (ovvero una rigorosa austerità).

«Le quattro misure della terapia d’urto, attuate contemporaneamente, dovrebbero, in teoria, costituire un pacchetto completo». Un’analisi più approfondita rivela che la parte di questo pacchetto che può essere attuata in un colpo solo si riduce a una combinazione degli elementi (1) e (4): la liberalizzazione dei prezzi, accompagnata da rigide misure di austerità.’[11]

Il rapporto congiunto su L’economia dell’URSS(1990)[12]da parte del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, è stato sollecitato,

Nulla sarà più importante, ai fini del successo della transizione verso un’economia di mercato, della liberalizzazione dei prezziper orientare l’allocazione delle risorse. Una liberalizzazione dei prezzi tempestiva e completa è essenziale per porre fine sia alle carenze che agli squilibri macroeconomici che affliggono sempre più l’economia.”

Isabella Weber[13][si veda la nota 13 per la mia precisazione su Weber] scrive in “Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto”:

Il “salto una tantum dei prezzi” che ci si aspettava derivasse dalla liberalizzazione dei prezzi all’ingrosso era visto con favore poiché avrebbe “assorbito la liquidità in eccesso” e, in tal modo, rafforzato le misure di austerità [come indicato nel rapporto del FMI *The Economy of the USSR* (1990)]. In altre parole, un aumento del livello generale dei prezzi comporterebbe una svalutazione dei risparmi e quindi una riduzione dell’eccesso cronico di domanda aggregata che caratterizza le economie socialiste.

Il costo derivante dalla privazione dei cittadini della modesta ricchezza che avevano accumulato sotto il socialismo di Stato era considerato un male necessarioDi fatto, ciò equivaleva a una ridistribuzione regressiva a vantaggio delle élite che possedevano beni non monetari. L’imposizione improvvisa dei rapporti di mercato alla società comportava inevitabilmente una maggiore disuguaglianza.

…La natura e le strutture delle istituzioni dominanti che avrebbero costituito la nuova economia di mercato non hanno ricevuto molta attenzione da parte dei sostenitori delle terapie d’urto. Il pacchetto raccomandato da [David] Lipton, [Jeffrey] Sachs e molti altri, compresi gli economisti che all’epoca operavano nel mondo socialista, non ha “creato” un’economia di mercato, come suggerisce il titolo del loro influente studio sulla Polonia (1990).

Si sperava invece che la distruzione dell’economia pianificata avrebbe automaticamente dato origine a un’economia di mercato. È una ricetta per la distruzione, non per la costruzioneUna volta che l’economia pianificata fosse stata “uccisa con uno shock”, ci si aspettava che la “mano invisibile” entrasse in azione e, in modo quasi miracoloso, consentisse l’emergere di un’economia di mercato efficiente.

La distruzione prevista dalla terapia d’urto non si limita al sistema economico. È necessario soddisfare un’ulteriore condizione: un “cambiamento rivoluzionario delle istituzioni”(Kornai, 1990). Oppure, come affermano Lipton e Sachs (1990), «il crollo del regime comunista monopartitico è stato la condizione sine qua non [cioè senza la quale non c’è nulla] per un’efficace transizione verso l’economia di mercato». Infatti, fu necessario il crollo dello Stato sovietico e del regime comunista monopartitico nel dicembre 1991 prima che potesse essere attuata una riforma radicale; il presidente russo Boris Eltsin eliminò quasi tutti i controlli sui prezzi il 2 gennaio 1992. Sotto il segretario generale Mikhail Gorbachev, una riforma radicale dei prezzi era stata ripetutamente all’ordine del giorno dal 1987, ma non era mai stata attuata, poiché i cittadini russi protestavano in massa e gli studiosi mettevano in guardia dal rischio di disordini sociali.

Con la promessa di benefici a lungo termine, il “Big Bang” ha comportato sacrifici a breve termine che hanno immediatamente inciso sugli interessi dei lavoratori, delle imprese e dei dipartimenti governativi. Una liberalizzazione radicale dei prezzi è diventata politicamente fattibile solo dopo lo scioglimento dello Stato sovietico. «Il crollo del regime comunista monopartitico si è rivelato, di fatto, “la condizione imprescindibile” per un big bang, ma il “Big Bang” non è riuscito a realizzare “una transizione efficace verso l’economia di mercato”. Anziché il previsto aumento una tantum del livello dei prezzi, la Russia è entrata in un periodo prolungato di inflazione molto elevata, accompagnato da un calo della produzione seguito da bassi tassi di crescita.[14]

URSS e Russia (dal 1990). Indice dei prezzi al consumo e PIL reale, 1980-2016. Fonti: CPI URSS, 1971-1990 (FMI et al., 1991, 100); IPC Russia, 1991 (Filatochev et al., 1992, 746), 1992 (Sachs, 1994b, 70), 1993-2016 (FMI, 2017); PIL (Alvaredo et al., 2017). Fonte: Isabella Weber, «How China Escaped Shock Therapy» (2021).

Isabella Weber prosegue:

«Quasi tutti i paesi post-socialisti che hanno applicato una qualche forma di terapia d’urto hanno attraversato una recessione profonda e prolungata. Al di là della devastazione documentata dagli indicatori economici, la maggior parte degli indicatori del benessere umano, quali l’accesso all’istruzione, l’assenza di povertà e la salute pubblica, ha subito un crollo.

La Cina ha adottato un approccio sperimentale che ha sfruttato le realtà istituzionali esistenti per costruire un nuovo sistema economico. Lo Stato ha gradualmente ricreato i mercati ai margini del vecchio sistema… Le riforme cinesi sono state graduali – non solo in termini di ritmo, ma anche nel passaggio dai margini del vecchio sistema industriale verso il suo nucleo centrale. Innescando una dinamica di crescita e reindustrializzazione, la graduale liberalizzazione del mercato ha finito per trasformare l’intera economia politica, mentre lo Stato manteneva il controllo sui settori chiave.[15]

IPC e PIL reale della Cina, 1980-2016. Fonti: IPC (FMI; 2017); PIL (Alvaredo et al., 2017). Fonte: Isabella Weber, “How China Escaped Shock Therapy” (2021).

La trasformazione del sistema economico è stata guidata in ogni sua fase dallo Stato. Al contrario, la liberalizzazione dei prezzi “big bang” attuata nell’ambito della terapia d’urto ha provocato una disorganizzazione dei collegamenti produttivi esistenti senza sostituirli con rapporti di mercato. ‘In questo vuoto, né le vecchie strutture di comando né il mercato funzionavano in modo efficace.Per la Cina, la questione fondamentale degli anni ’80 non era se attuare o meno le riforme – come sottolinea la contrapposizione binaria, spesso invocata, tra conservatori e riformisti. La questione era come attuare la riforma: distruggendo il vecchio sistema o facendo nascere il nuovo sistema da quello vecchio.’[16]

Quando, tra ottobre e novembre 1980, giunse la prima missione della Banca Mondiale per verificare se la Cina fosse idonea a ricevere prestiti dall’Associazione Internazionale per lo Sviluppo, i funzionari cinesi a livello centrale e provinciale esposero ai rappresentanti della Banca Mondiale il loro punto di vista in merito alla pratica della regolamentazione e della riforma dei prezzi.

La Banca Mondiale riteneva che la Cina potesse in qualche modo trarre insegnamento dai principali riformatori socialisti dell’Europa orientale, i quali avevano tutti alle spalle una storia terribile costellata solo di fallimenti e non ritenevano più che il socialismo, in qualsiasi forma, fosse fattibile; e, per di più, ora tutti sembrano aver abbracciato la dottrina economica della “terapia d’urto”. Tra i primi visitatori più influenti figuravano gli ex riformatori socialisti disillusi Wlodzimierz Brus e Ota Šik, nonché il neoliberista di fama mondiale Milton Griedman.

Il primo economista dell’Europa dell’Est ad aver lasciato un segno profondo sugli economisti cinesi fautori delle riforme fu Wlodzimierz Brus. Nel 1972, Brus entrò a far parte dell’Università di Oxford, che gli offrì rifugio, ma rimase comunque un luogo di esilio. «A Oxford, Brus aveva due dottorandi; uno era Anders Aslund, un convinto sostenitore delle politiche del “big bang”.» Insieme a David Lipton e Jeffrey Sachs, Aslund sarebbe diventato consulente del governo russo nel periodo cruciale del 1991-1994L’altro studente era Cyril Lin, fratello del primo capo missione della Banca Mondiale [in Cina] Edwin Lim.’[17] [18]

Su raccomandazione della Banca Mondiale, Brus è stato invitato a tenere delle conferenze in Cina, dove ha accennato a molti degli elementi chiave di quella che in seguito sarebbe stata definita “terapia d’urto”.[19]

Brus ha detto al suo pubblico cinese che, invece di armeggiare con misure isolate, ha affermato, i cinesi dovrebbero rendersi conto che la riforma economica comporta il passaggio dal vecchio al nuovo sistema. Pertanto, la riforma avrebbe dovuto essere attuata in un unico pacchetto; secondo Brus, un approccio frammentario era impossibile.[20]

Inoltre, secondo Brus, gli economisti dell’Europa orientale avevano raggiunto un accordo secondo cui Solo un cambiamento del sistema politico potrebbe garantire che la riforma non venga vanificata, impedendo così un ritorno al vecchio sistema. Pertanto, il cambiamento politico doveva far parte del pacchetto. Questo aspetto è stato volutamente lasciato vago e poco precisato durante i loro incontri con le delegazioni cinesi.

Wu Jinglian, che lavorava presso l’Istituto cinese di ricerca economica, rimase profondamente colpito dalla visita di Milton Friedman in Cina tra settembre e ottobre 1980. Friedman fu tra i primi economisti a recarsi in Cina dopo l’avvio della politica di apertura. Wu avrebbe poi scritto che Friedman aveva influenzato il suo modo di pensare in materia di prezzi.[21]A metà degli anni ’80, Wu sarebbe diventato uno dei principali sostenitori di una liberalizzazione radicale dei prezzi in Cina.

Ota Šik fu un altro influente economista che visitò la Cina per la prima volta nel 1981. In qualità di artefice delle riforme economiche della Primavera di Praga, Šik sperava che la Cina potesse trarre ispirazione dal suo modello di socialismo di mercato in Cecoslovacchia. La sua riforma prevedeva una radicale liberalizzazione dei prezzi e l’abolizione della pianificazione statale. Quando, nell’agosto del 1968, le truppe del Patto di Varsavia invasero Praga, ponendo bruscamente fine ai piani di riforma, Šik si trovava per caso in vacanza in Jugoslavia. Temendo persecuzioni politiche, Šik non tornò mai più in Cecoslovacchia. Trovò rifugio in esilio in Svizzera, dove divenne professore di economia all’Università di San Gallo.[22]

Šik ha indicato come obiettivo la completa liberalizzazione dei prezzi in CinaLa pianificazione, in quanto sistema di base, deve essere sostituita dal mercato. A Wu Jinglian fu affidato il compito di organizzare la visita di Šik del 1981. Durante le sue conferenze presso l’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS), Šik disse al suo pubblico: «Ritengo che il vecchio sistema di pianificazione sia incompatibile con il sistema di mercato; pertanto è impossibile mantenere la pianificazione direttiva adottando al contempo la regolazione di mercato». Ciò significava che la riforma doveva comportare l’abolizione della pianificazione obbligatoria, lo smantellamento dei monopoli e la liberalizzazione dei prezzi.[23]«Per Šik, non potrebbe esserci socialismo senza il libero mercato.»[24]

Wu Jinglian ha ricordato[25]fu proprio Zhao Ziyang a proporre che Šik diventasse il primo consulente straniero dell’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS) e fosse invitato in Cina ogni anno. Zhao voleva inoltre organizzare un incontro con i principali dirigenti incaricati della riforma economica. L’incontro ebbe luogo l’ultimo giorno della visita di Šik.[26]Zhao Ziyang è stato primo ministro della Cina dal 1980 al 1987 e segretario generale dal 1987 al 1989. Inoltre, come vedremo, è stato al centro della tragedia di piazza Tienanmen del 1989.

Le conferenze di Šik ebbero una grande influenza sui riformatori cinesi, che iniziarono a seguire con maggiore attenzione i suoi consigli su come la Cina dovesse attuare le riforme. Sebbene tali discussioni fossero ancora a livello di ricerca e non di politica, le cose stavano procedendo molto rapidamente.

Tuttavia, non ci volle molto perché Šik compromettesse questo rapporto con la Cina in materia di riforme economiche. Circa un anno dopo, in Cina era emerso che Šik aveva rilasciato un’intervista al settimanale della Germania Ovest Settimana economicaappena poche settimane prima della sua prima visita in Cina. In questa intervista Šik espresse la sua opinione secondo cui la riforma economica non avrebbe potuto avvenire senza un sistema politico completamente nuovo. La “terapia d’urto” non solo prevedeva che l’economia fosse determinata dai mercati senza l’intervento dello Stato, ma richiedeva anche la creazione di uno Stato completamente nuovo che la accompagnasse – anche se sui dettagli concreti del tipo di Stato che immaginavano per questa nuova utopia si mostrarono piuttosto reticenti.

Šik ha dichiarato in questa intervista: «[I politici al potere] che capiscono ben poco o nulla di economia e che vivono ancora la vecchia visione della dittatura del proletariato, temono fortemente che ogni liberalizzazione e ogni cambiamento del sistema economico verso l’autonomia delle imprese e l’orientamento al mercato minino la loro posizione. Affinché le riforme funzionino davvero, occorre porre fine al diktat del partito sull’economia».[27]

È interessante notare che terapeuti dello shock come Šik, e Brus in modo più indiretto, chiedessero di porre fine al “diktat del partito” sull’economia. Viene da chiedersi se considerassero la dittatura militare di Pinochet in Cile sotto la stessa luce. A prima vista sembra ironico che i sostenitori della terapia d’urto fossero così irremovibili, anzi aggressivi, nell’affermare che il «diktat» dello Stato dovesse essere eliminato per «liberare» l’economia; tuttavia, nella maggior parte dei casi (se non in tutti) in cui è stata adottata la terapia d’urto, è stata necessaria una dittatura militare per imporre le sue politiche contro le proteste della popolazione.

Ma l’apparente ironia di tutto ciò svanisce presto, quando ci rendiamo conto che quello era l’obiettivo finale fin dall’inizio: instaurare una dittatura militare.

Šik non fu mai più invitato in Cina, ma la sua influenza, compresa la sua proposta di riforma dei prezzi, rimase un punto di riferimento importante per gli economisti cinesi favorevoli alla riforma “a pacchetto” (terapia d’urto), come Wu Jinglian.

Secondo Wu Jinglian, la riforma avrebbe potuto avere successo solo se il potere fosse stato decentralizzato. Colpiti da Brus e Šik, Liu Guoguang (che era stato il primo a invitarli in Cina) e Wu Jinglian contattarono Edwin Lim, capo della missione della Banca Mondiale in Cina, e proposero di organizzare una conferenza per approfondire le conoscenze degli economisti dell’Europa dell’Est.

Una delegazione composta principalmente da economisti esiliati dall’Europa dell’Est e da funzionari della Banca Mondiale si è incontrata con gli economisti cinesi incaricati della riforma dei prezzi. Lim aveva assunto Brus come consulente poco dopo l’inizio della missione della Banca Mondiale in Cina nel 1980 e gli aveva affidato il compito di costituire una delegazione composta prevalentemente da riformatori esiliati dall’Europa dell’Est.[28]

Tra questi figurava Jiri Kosta, un amico d’infanzia di Sik che aveva lavorato alle sue dipendenze sulle riforme economiche presso l’Istituto di Ricerca Economica Cecoslovacco e che viveva in esilio come professore a Francoforte, in Germania. Un importante elemento in comune tra tutti gli esperti invitati, tranne uno, era che avevano perso fiducia nel socialismo. Si trattava di una delegazione di esperti stranieri, invitati per contribuire alla riforma del socialismo, i quali, nella maggior parte dei casi, ritenevano non solo che il socialismo fosse irriformabile, ma anche che la terapia d’urto fosse l’unica vera via per la riforma economica.[29]

Gli esperti dell’Est, prima di recarsi in Cina, raccomandavano vivamente un “approccio globale” che prevedesse la riforma simultanea di tutti i settori, il più rapidamente possibile. In pratica, sostenevano quel tipo di politiche radicali che in seguito si rivelarono disastrose in Russia e nell’Europa dell’Est.

Weber scrive:

Juliusz Struminski, ex presidente della Commissione polacca per i prezzi (1953-1968), che viveva in esilio nella Germania occidentale e lavorava come giornalista, era un altro membro di spicco tra gli esperti dell’Europa dell’Est.

Struminski non ha spiegato in che modo la riforma generale dei prezzi da lui proposta avrebbe potuto evitare un grave sconvolgimento politico. Considerata la sua confessione secondo cui non riteneva che il socialismo fosse riformabile, viene da chiedersi se Struminski potesse aver visto nelle proteste su larga scala causate da variazioni di prezzo così radicali un modo per superare politicamente il sistema socialista. D’altronde, gli europei dell’Est hanno ripetutamente sottolineato le condizioni politiche necessarie per le riforme.[30]

Durante queste prime fasi di apertura, i cinesi erano ancora prevalentemente favorevoli a una graduale liberalizzazione del mercato. Gli economisti come Wu Jinglian, sostenitori della “terapia d’urto”, rappresentavano all’epoca una minoranza. Pertanto, la Banca Mondiale e i suoi partner avanzavano proposte di riforma più radicali di quanto la delegazione cinese si aspettasse e che dovevano apparire piuttosto irragionevoli, dato che questi riformatori dell’Europa dell’Est chiedevano una revisione completa dell’intero sistema economico e politico cinese in un colpo solo. La vera domanda a cui la maggioranza dei riformatori cinesi cercava di rispondere in quelle riunioni era di quanto dovessero modificare i prezzi specifici e quali sarebbero stati gli effetti sul livello generale dei prezzi – non se abolire o meno l’intero sistema di regolamentazione dei prezzi.

Weber scrive:

Quando la discussione si è spostata sul tema dell’inflazione, Brus ha cercato ancora una volta di rendere convincenti le ragioni a favore di riforme radicali, ricorrendo ad argomenti simili a quelli avanzati da Friedman sull’inflazione repressa durante la sua visita e attingendo all’opera di Kornai *Economics of Shortage* (1980). Agli occhi di Brus, nei paesi socialisti ci sarebbe sempre stata un’inflazione repressa… Se si lasciasse che fosse il mercato a determinare i prezzi, l’inflazione repressa si manifesterebbe immediatamente. Per Brus, così come per Friedman, l’inflazione era un male necessario per raggiungere l’equilibrio.[31]

Tuttavia, l’equilibrio di per sé non è un parametro di valutazione. Si può avere un equilibrio nella povertà così come si può avere un equilibrio nella ricchezza; il semplice desiderio di raggiungere un equilibrio non è un indicatore del fatto che un sistema sia effettivamente prospero.

János Kornai era un altro eminente riformatore dell’Europa dell’Est, sostenitore di un approccio globale, che fu chiamato a fornire consulenza ai cinesi in materia di riforme. Wu Jinglian incontrò Kornai per la prima volta nel 1981 in occasione di un convegno organizzato dall’International Economic Association ad Atene, al quale partecipavano personalità di spicco quali il matematico sovietico Leonid Kantorovich e l’economista di Oxford Sir John Hicks – entrambi vincitori del Premio Nobel negli anni ’70 – nonché Herbert Giersch, che di lì a poco sarebbe diventato presidente della neoliberista Mount Pelerin Society.

In occasione di quella conferenza, Wu incontrò per la prima volta János Kornai. «Kornai influenzò profondamente il pensiero di Wu sulle riforme, e Wu divenne il più grande sostenitore di Kornai in Cina, promuovendone la traduzione delle opere. Entrambi erano stati in precedenza paladini delle rispettive ortodossie in Ungheria e in Cina e stavano ora diventando riformatori radicali orientati al mercato, con Wu che seguiva le orme di Kornai. Questo avvenne prima che Kornai diventasse membro della facoltà di economia dell’Università di Harvard, ma al momento del loro incontro ad Atene, Kornai aveva già acquisito fama in Occidente».[32]

Nel suo libro “Economics of Shortages” (1980), Kornai attribuiva la causa delle carenze alla natura stessa del sistema dell’economia pianificata socialista. Ne conseguiva che, secondo la logica di Kornai, l’unico modo per superare le carenze fosse quello di eliminare la pianificazione centrale.

Questo gruppo di consulenti dell’Europa dell’Est era noto per elaborare teorie così contorte e stratificate che era difficile individuare con precisione quali fossero i punti esatti da seguire. Poiché tutti questi uomini avevano in realtà un pessimo curriculum quando si trattava di applicare l’economia nella realtà e non in teoria, erano molto cauti nella scelta delle parole; e ogni volta che avanzavano un suggerimento che comportasse un certo grado di concretezza, anziché generici commenti vaghi, si assicuravano di aggiungere rapidamente qua e là una clausola di esclusione di responsabilità, in modo da non poter mai essere realmente ritenuti responsabili di alcuna politica concreta che potesse prendere forma da tali incontri.

Molti hanno criticato l’«interpretazione» data da Wu Jinglian dell’economia di Kornai; se egli abbia seguito fedelmente o meno gli insegnamenti di Kornai è oggetto di dibattito; tuttavia, l’opinione comune era che il piano concreto di Wu Jinglian per la riforma dei prezzi equivalesse a una ricetta per il disastro e comportasse il rischio di iperinflazione.

Infatti, come vedremo, l’unico elemento di coerenza in tutte queste diverse teorie che verranno discusse in questo articolo — avanzate sia dai riformatori favorevoli al “pacchetto” sia dal think tank di Zhao Ziyang, l’Istituto per la Riforma del Sistema — è proprio il fatto che l’iperinflazione fosse considerata un dato di fatto.

I sostenitori della terapia d’urto dell’Europa dell’Est esortarono i riformatori cinesi ad abolire il loro vecchio sistema dei prezzi a più livelli, che dal 1949 aveva garantito la stabilità dei prezzi e si era dimostrato incredibilmente affidabile nel contrastare l’inflazione e gli attacchi speculativi.[33]Il sistema di prezzi a più livelli era infatti una continuazione di l’antico Guanzi principi di economia.

Ho intenzione di fornire una panoramica più approfondita su questo argomento in futuro, ma per ora l’idea fondamentale alla base del sistema dei prezzi a più livelli della Cina era una struttura dei prezzi più differenziata o graduata, che spesso andava oltre una semplice divisione binaria (piano vs. mercato) per arrivare a tre o più livelli di prezzo distinti in base al volume, alla qualità o alla destinazione. In agricoltura (come nel sistema di responsabilità familiare), ciò comprendeva il prezzo più basso per le consegne di quota base allo Stato, una tariffa negoziata più elevata per le vendite in eccesso rispetto alla quota allo Stato e un prezzo di libero mercato per i raccolti venduti in modo indipendente alle fiere rurali. Nell’industria, poteva comprendere prezzi pianificati, prezzi variabili, prezzi negoziati e prezzi di libero mercato.

I cinesi desideravano mantenere il sistema dei prezzi a più livelli nell’ambito della loro riforma graduale di “apertura” verso i mercati. Ciò che i cinesi intendevano per “graduale” – ovvero una liberalizzazione dei prezzi a partire dai settori marginali dell’economia – significava che avrebbero consentito una certa liberalizzazione dei prezzi per i beni classificati come “leggeri”, in altre parole beni non essenziali. Prodotti come il cotone, l’acciaio, il ferro, i prodotti agricoli e le scorte alimentari erano considerati «pesanti», essenziali per i bisogni primari della popolazione e dell’industria,e quindi al centro della stabilità economica. Si riteneva che questi beni “pesanti” dovessero continuare a essere soggetti alla regolamentazione statale attraverso il loro sistema di prezzi a più livelli. I cinesi desideravano attuare delle riforme, ma non a scapito della stabilità delle condizioni di vita della popolazione.

Sebbene questi riformatori dell’Europa dell’Est dovessero ammettere di non avere alcun risultato di rilievo da vantare in materia di riforme radicali dei prezzi, affermarono comunque alla delegazione cinese che era proprio il loro sistema dei prezzi a più livelli a impedire alla Cina di attuare una “corretta” riforma. Secondo questi “esperti”, se la Cina voleva crescere e “aprirsi”, la pratica economica più critica che le ostacolava il cammino era proprio l’uso del sistema dei prezzi a più livelli. Proprio quel sistema dei prezzi che aveva di fatto corretto l’inflazione che stava causando il caos a causa della leadership corrotta di Chiang Kai-shek, un sistema dei prezzi che vantava un record di stabilizzazione dei prezzi lungo oltre tre decenni. Ironia della sorte, il sistema di prezzi a più livelli era l’unico sistema di prezzi che potesse effettivamente vantare ottimi risultati tra quelli proposti in occasione di tali riunioni della Banca Mondiale.

Poiché non avevano un’eredità economica degna di nota, ma piuttosto il contrario, ovvero esiti economici e politici disastrosi che avevano aperto la strada a repressioni militari e instabilità sociale, questi consulenti dell’Europa dell’Est non si sentivano “a proprio agio” nel sostenere una replica esatta di ciò che avevano fatto; tuttavia, con il loro atteggiamento evasivo, i membri continuarono a sostenere un pacchetto di riforme, una soluzione “tutto in uno”. I dettagli, tuttavia, erano sempre poco chiari, e le regole su come il sistema avrebbe dovuto funzionare in teoria cambiavano continuamente. L’unica cosa davvero chiara in tutto ciò che dicevano questi economisti era l’obiettivo: la liberalizzazione dei mercati.

A quanto mi risulta, proprio questo obiettivo in sé – la liberalizzazione dei mercati – ha fatto sì che qualsiasi misura radicale (ovvero una riforma rapida) che si potesse adottare per raggiungerlo era quello di provocare il caos economico e politico.

Chen Yun guidò la riforma economica cinese dal 1978 fino ai primi anni ’80. Nel 1984, l’offerta di cereali era aumentata a tal punto che, per la prima volta, il prezzo pianificato e il prezzo di acquisto statale oltre la quota erano superiori al prezzo di mercato.[34]

In altre parole, nel giro di pochi anni, Chen Yun era riuscito a risolvere in modo eclatante il problema della carenza alimentare in Cina, creando per la prima volta da molti decenni una situazione di abbondanza.

Nonostante i risultati economici ottenuti da Chen Yun per la Cina in quegli anni cruciali, il sostegno alla ricetta della “modernizzazione” proposta dalla Banca Mondiale stava guadagnando popolarità tra alcuni intellettuali cinesi, che senza dubbio ritenevano di poter trarne notevoli vantaggi economici. Tuttavia, Chen Yun, che figurava tra gli “Otto Anziani” cinesi del periodo post-Mao, era un uomo per il quale il popolo cinese nutriva ancora, a ragione, un enorme rispetto, e Chen Yun non intendeva seguire i “consigli” della Banca Mondiale.

Il 20 ottobre 1984, il Comitato Centrale cinese definì prioritaria la sfida di individuare un sistema razionale di determinazione dei prezzi (con l’obiettivo di una riforma orientata all’economia di mercato):

«Man mano che il potere decisionale delle imprese cresce, la determinazione dei prezzi assumerà un’importanza sempre maggiore nel regolare la loro produzione e il loro funzionamento. È quindi tanto più urgente istituire un sistema razionale di determinazione dei prezzi…La fissazione dei prezzi è uno degli strumenti più efficaci di regolamentazione, e prezzi ragionevoli costituiscono una condizione importante per garantire un’economia dinamica ma non caotica. Pertanto, la riforma del sistema dei prezzi è la chiave per riformare l’intera struttura economica.”[35]

Poiché i sostenitori della “terapia d’urto” in Cina non potevano criticare direttamente Chen Yun, che stava ottenendo grandi successi per la Cina con il suo approccio alla riforma economica, iniziarono invece a travisare le sue parole nel tentativo di far sembrare che la loro versione di riforma graduale fosse in linea con il concetto di Chen Yun di “tastare il terreno per attraversare il fiume con maggiore sicurezza”.

Il “cavallo di Troia” assumerebbe la forma del “sistema di prezzi a doppio binario” proposto.

Al fine di placare l’opposizione alle critiche mosse dai riformatori favorevoli al pacchetto di riforme riguardo al sistema dei prezzi a più livelli della Cina, è stato proposto un “sistema dei prezzi a doppio binario” come forma di riforma “graduale” che, agli occhi di chi non ne sapeva di più, appariva coerente con la posizione di Chen Yun, secondo cui il nuovo sistema doveva svilupparsi a partire da quello vecchio.

È stato sostenuto che il sistema dei prezzi a doppio binario avrebbe fatto da ponte, facilitando la transizione dal sistema cinese dei prezzi a più livelli verso una completa liberalizzazione dei prezzi.

Tuttavia, ciò non corrispondeva al vero. Con il senno di poi che la storia ci offre, il sistema dei prezzi a doppio binario si rivelò in realtà un completo fallimento e aveva generato, nel giro di pochi anni, un’iperinflazione dilagante e una corruzione che colpirono la Cina alla fine degli anni ’80. Ciò, a sua volta, creò un’instabilità economica tale da alimentare le condizioni che avrebbero portato alle proteste di piazza Tienanmen, nonché alle manifestazioni in tutta Pechino. La debacle di piazza Tienanmen sarà discussa in dettaglio nella seconda parte di questo articolo, compreso il ruolo della CIA e dell’Operazione Yellowbird.

È importante sottolineare in questa sede che le condizioni che portarono alla crisi di Piazza Tienanmen — che in realtà riguardava questioni economiche e non di “democrazia” — non sarebbero state possibili senza l’introduzione del sistema dei prezzi a due livelli. Per la prima volta in diversi decenni, la Cina stava vivendo livelli di inflazione destabilizzanti che avevano innescato un effetto domino di altre reazioni molto prevedibili, come l’accaparramento dettato dal panico dei beni di prima necessità. Come già osservato, la stabilizzazione dei prezzi è stata uno dei grandi successi del governo del Partito Comunista Cinese (PCC), grazie all’applicazione del sistema dei prezzi a più livelli, che rappresentava una continuazione dei veri principi della Cina Guanzi.

Il sistema dei prezzi a doppio binario prevedeva che un singolo prodotto avesse due livelli principali: un prezzo basso e fisso, stabilito dallo Stato, per i quantitativi prodotti nell’ambito delle quote statali obbligatorie, e un prezzo di mercato più elevato e flessibile per la produzione in eccesso rispetto al piano. L’obiettivo era quello di mantenere la stabilità macroeconomica delle imprese statali (SOE) e dell’approvvigionamento urbano, introducendo al contempo, in modo graduale, incentivi di mercato a livello marginale.

La differenza fondamentale tra i due sistemi (multilivello e a doppio binario) sta nel fatto che il sistema a doppio binario definisce in linea di massimala coesistenza di percorsi pianificati e di mercato, mentre il sistema a più livelli descrive i livelli specifici graduati(spesso da 3 a 5 livelli di prezzo) utilizzati per gestire le quote, i bonus per il superamento delle quote e gli scambi sul mercato libero nell’ambito di tale transizione.

In altre parole, a causa della “definizione generica” del funzionamento del sistema dei prezzi a doppio binario, si è creato il terreno fertile per numerose attività predatorie e corruttive nelle sue varie zone grigie, ovvero nelle aree della politica in cui la normativa era carente. Di fatto, tale sistema ha eliminato il controllo preciso garantito dal sistema dei prezzi a più livelli, lasciando i prezzi in gran parte non regolamentati.

Il sistema di prezzi a doppio binario ha causato direttamente la crisi di iperinflazione del 1988 attraverso una combinazione di manipolazione dell’offerta, un boom creditizio alimentato da un “vincolo di bilancio flessibile” e un grave stato di panico psicologico tra i consumatori, che ha provocato un fenomeno di accaparramento su vasta scala. Sebbene fosse stato concepito per facilitare una transizione graduale della Cina verso l’economia di mercato, il sistema dei prezzi a doppio binario ha sostanzialmente svincolato l’offerta di moneta del Paese dai beni reali, creando le condizioni ideali per un’impennata dei prezzi.

Oltre a ciò, in quel periodo si verificò un’ondata di corruzione su vasta scala, nota come guandao (speculazione da parte di funzionari), che si traduce letteralmente come “speculazione ufficiale” o “rivendita ufficiale”. Le differenze di prezzo all’interno dei sistemi di determinazione dei prezzi a doppio binario e a più livelli in Cina, tra la metà e la fine degli anni ’80, hanno dato origine ad alcuni dei circoli viziosi di corruzione e ricerca di rendite più diffusi nella storia economica moderna. Poiché lo Stato, nell’ambito del sistema a doppio binario, fissava artificialmente a prezzi bassi i beni “previsti dal piano”, mentre i prezzi di mercato dei beni “non previsti dal piano” salivano alle stelle, chiunque riuscisse a colmare tale divario diventava ricco dall’oggi al domani. Questo fenomeno ha portato ad abusi strutturali senza precedenti, distorsioni del mercato e disordini sociali diffusi.

Piuttosto simile agli effetti che la Perestrojka ebbe sull’Unione Sovietica ormai al collasso, dove da un giorno all’altro nacquero oligarchi milionari e la corruzione dilagò su vasta scala.

Il sistema dei prezzi a doppio binario in Cina iniziò a essere ufficialmente integrato in una più ampia politica statale a partire dal 1984. Le figure chiave che hanno portato il sistema dei prezzi a doppio binario a diventare parte della politica ufficiale furono Deng Xiaoping, leader supremo della Cina dal 1978 al 1989, e Zhao Ziyang, premier della Cina dal 1980 al 1987.

Il sistema dei prezzi a doppio binario divenne una politica nazionale in Cina nel 1985.

Mentre il caos che si sarebbe scatenato con il sistema dei prezzi a doppio binario “definito in senso lato” stava per raggiungere il punto di ebollizione, i riformisti favorevoli al pacchetto hanno scatenato un’ondata di aspre critiche contro la politica del sistema dei prezzi a doppio binario e hanno continuato a sostenere che la Cina dovesse eliminare ogni forma di regolamentazione dei prezzi e liberalizzarli immediatamente, invocando una rapida transizione verso un “mercato libero”.

Gli economisti sostenitori della terapia d’urto, come Zhou Xiaochuan — che in seguito sarebbe diventato una figura di spicco nel sistema bancario cinese e avrebbe svolto un ruolo di primo piano nell’orchestrare la crisi del fintech P2P in Cina (ne parleremo più approfonditamente nella Parte IV di questa serie), noto come il “padre della tecnocrazia” cinese —, insistevano, insieme agli economisti neoclassici come Brus, che Stabilire i prezzi giusti era fondamentale per raggiungere l’equilibrio. Equilibrio in ciò che, dal punto di vista qualitativo, non è mai definito, ovviamenteCiò non impedì però al giovane Zhou Xiaochuan, insieme al suo collega Lou Jiwei, di giungere alla conclusione, piena di ottimismo, che sarebbe stato possibile individuare il “prezzo giusto” grazie ai progressi nelle tecniche di calcolo.

Questa tendenza a mettere da parte il proprio giudizio e a lasciare che la modellizzazione informatica gestisca il sistema finanziario presenta notevoli analogie con la crisi del fintech P2P che avrebbe colpito la Cina due decenni più tardi. Anche gli algoritmi dei prestiti P2P erano forme piuttosto complesse di fintech che iniziarono a mettere a dura prova il sistema bancario e finanziario cinese. Zhou Xiaochuan fu l’artefice dei prestiti fintech P2P, ai quali concesse il diritto di operare come quasi-banche.

Fortunatamente, la proposta di Zhou Xiaochuan e Lou Jiwei relativa agli adeguamenti dei prezzi basati su calcoli è stata respinta. Si riteneva infatti che, anche se le imprese avessero accettato un adeguamento dei prezzi di tale entità, il rischio di reazioni a catena sarebbe stato incalcolabile e avrebbe “sicuramente sconvolto l’intera economia”. Se c’era qualcosa che la Cina poteva imparare dall’esperienza dell’Europa dell’Est e dell’Unione Sovietica, era che “In realtà non esiste un aggiustamento una tantum che porti a una situazione razionale ideale.”

Il piano che prevedeva un unico grande adeguamento, che avrebbe comportato un’impennata dei prezzi, indipendentemente dal fatto che fosse calcolato al computer o meno, è stato respinto.

Zhou e Lou proponevano che, anziché procedere a una liberalizzazione totale dei prezzi, si ricorresse a un modello informatico per determinare i prezzi “ideali” che avrebbero consentito una transizione cosiddetta “graduale” verso un’economia di libero mercato. Tuttavia, gli economisti cinesi hanno riconosciuto che nessun modello informatico sarebbe stato in grado di farlo e non avrebbe avuto la capacità di valutare le decisioni sui prezzi alla luce degli altri fattori necessari per determinare un cosiddetto adeguamento “perfetto” dei prezzi.

Alla fine dei conti, non era diverso dal “big bang” proposto dai sostenitori della terapia d’urto, se non per il fatto che, sotto la patina della “scienza”, si ricorreva a modelli computerizzati considerati infallibili, fornendo così la falsa rassicurazione che fosse possibile attuare una riforma radicale dei prezzi senza compromettere la stabilità economica.

Zhao Ziyang era in realtà molto favorevole a questi sviluppi a favore della “terapia d’urto” e diede vita a un gruppo di giovani che sarebbe diventato il primo think tank cinese, denominato “Istituto per la Riforma del Sistema”, fondato ufficialmente e guidato dai discepoli di Zhao Ziyang, Chen Yizi e Wang Xiaoqiang, che avrebbero poi svolto un ruolo di primo piano anche nella tragedia di piazza Tienanmen.

Il sistema dei prezzi a doppio binario era stato concepito fin dall’inizio come una misura temporanea, volta a favorire la transizione verso una futura liberalizzazione dei prezzi; pertanto, sembrava che Zhao Ziyang stesse semplicemente adempiendo al proprio dovere, gestendo il sistema dei prezzi a doppio binario proprio in vista di tale obiettivo.

George Soros, Zhao Ziyang e i sostenitori della terapia d’urto fanno fronte comune

L’Istituto per la Riforma del Sistema (noto anche come Istituto di Ricerca sulla Riforma del Sistema Economico Cinese) è considerato il primo think tank dedicato alle riforme nel mondo socialista; guidato da Chen Yizi e Wang Xiaoqing, è stato istituito ufficialmente all’inizio del 1985.[36]Era noto come il comitato consultivo riformista o “brain trust” di Zhao Ziyang. L’Istituto fu chiuso e i suoi membri si dispersero all’indomani della tragedia di piazza Tienanmen.

Come vedremo, l’Istituto ha svolto il ruolo di una sorta di “opposizione controllata” nei confronti dei riformatori favorevoli al pacchetto di misure.

Nel marzo 1986, Zhao aveva già definito con chiarezza la sua visione per il passo successivo: «La riforma globale è preferibile alla riforma per singole misure», disse Zhao ai suoi segretari personali Bao Tong e Bai Meiqing.[37]In particolare, Zhao ha suggerito, proprio come aveva fatto Brus, che la situazione di coesistenza di due prezzi diversi per lo stesso bene non potesse durare a lungo. Se le condizioni si fossero rivelate mature, La Cina dovrebbe «compiere un passo decisivo nei prossimi due anni e passare sostanzialmente a un sistema in cui prevale il nuovo modello».[38] Zhao Ziyang era quindi fortemente favorevole alla riforma “pro-pacchetto”, ovvero alla terapia d’urto: alla fine, una vera e propria conversione sulla via di Damasco.

«Quattro giorni dopo il colloquio con i suoi segretari, il 15 marzo 1986, Zhao intervenne alla Conferenza nazionale sul lavoro dedicata alla riforma del sistema economico urbano, ribadendo le stesse linee guida. Una riforma globale era l’approccio giusto, proclamò Zhao».[39]

Tra i principali sostenitori della riforma globale che ora facevano parte dell’Ufficio del Programma figuravano Lou Jiwei, che in precedenza aveva collaborato con Guo Shuqing alla stesura di una proposta per una riforma radicale dei prezzi; Zhou Xiaochuan; nonché Liu Guoguang, che nei primi anni della riforma aveva lavorato a stretto contatto con la Banca Mondiale per portare in Cina economisti dell’Europa dell’Est come Brus e Sik.

Wu Jinglian ha sottolineato che[40]che questo segnò l’inizio di una stretta collaborazione all’interno di questo gruppo, che giunse a compimento sotto la presidenza di Jiang Zemin e il mandato di primo ministro di Zhu Rongji negli anni ’90 e nei primi anni 2000, il periodo delle riforme di mercato più neoliberiste della Cina (ne parleremo più approfonditamente nella Parte IV di questa serie).

La prima proposta di riforma dell’Ufficio del Programma, intitolata “Linee guida di base per la riforma nei prossimi due anni” e datata 25 aprile 1986, fu redatta nell’arco di ventidue giorni.[41]Il programma rappresentava un’estensione delle idee di Guo Shuqing, Lou Jiwei, Zhou Xiaochuan e altri, oltre ad essere stato promosso dai riformatori dell’Europa orientale. Il programma era pienamente in linea con Il 15 marzo 1986 di Zhao Ziyang discorso in cui aveva sottolineato la necessità di un sacrificio a breve termine per ottenere benefici a lungo termine.

Il Programma ha sostenuto la “necessità e la possibilità di compiere un grande passo avanti” nella riforma entro i prossimi due anni, sottolineando che il successo o il fallimento della riforma si sarebbero decisi nel corso del Settimo Piano quinquennale (1986-1990).L’approccio è stato ancora una volta definito un “pacchetto”.[42]

Weber scrive:

I piani dell’Ufficio Programmi suscitarono una forte opposizione da parte dei riformatori gradualisti cinesi. Furono lanciati avvertimenti sui pericoli derivanti dall’aumento dei prezzi e dall’instabilità sociale causati da una riforma dei prezzi “big bang”… Man mano che queste voci critiche diventavano più incisive, gli economisti dell’Ufficio Programmi fecero nuovamente affidamento sul “vento favorevole proveniente dall’estero”. Il 21 giugno 1986, Edwin Lim, in qualità di rappresentante della Banca Mondiale, incontrò Zhao Ziyang e lo esortò: «Credo che possiate accelerare la riforma, in particolare quella dei prezzi» (Zhao e Lim, 2016, 415). Ripetendo ancora una volta la posizione di Brus… Lim ha affermato che il sistema di prezzi a doppio binario era una misura transitoria e, in quanto tale, non avrebbe dovuto durare troppo a lungo.

…Nonostante queste voci influenti si fossero schierate a sostegno dell’Ufficio del Programma, il piano per un “grande passo avanti” nella riforma dei prezzi è stato alla fine abbandonato.[43]

Nello stesso periodo, l’Istituto per la Riforma del Sistema stava conducendo degli “esperimenti sul campo” ed era giunto alla conclusione che una riforma globale (ovvero una “terapia d’urto”) avrebbe distrutto il nucleo dell’economia industriale cinese senza creare un mercato; continuava invece a sostenere il disastroso sistema dei prezzi a doppio binario, definendolo un successo.

Nel frattempo, il sistema di prezzi a doppio binario stava creando le premesse, probabilmente non a caso, per lo stesso esordio precoce dei sintomi della “ricetta” di riforma del pacchetto: ovvero, l’iperinflazione.

Il cosiddetto “dibattito” in Cina si tradusse in voci molto forti da una parte, quelle dei riformatori favorevoli al pacchetto di riforme sostenuti dalla Banca Mondiale e dai riformatori dell’Europa dell’Est, e dall’altra parte quelle del think tank giovanile di Zhao Ziyang, l’Istituto per la Riforma del Sistema, che sosteneva il mantenimento del sistema dei prezzi a doppio binario. Zhao Ziyang, nel frattempo, cercava di ingraziarsi entrambe le parti. Queste voci avrebbero soffocato quelle contrarie sia al pacchetto di riforme che al sistema dei prezzi a doppio binario, ovvero, di fatto, il gruppo di Chen Yun, che riteneva che entrambe le strade portassero al disastro.

È così che il System Reform Institute ha svolto il proprio ruolo di “opposizione controllata”. Promuovendo l’“alternativa” alla riforma del pacchetto, in cui il sistema di prezzi a doppio binario veniva presentato come l’unica altra scelta praticabile, il risultato sarebbe lo stesso: l’iperinflazione.

Weber scrive:

Alla fine del 1984, Chen Yizi aveva incontrato Marton Tardos, uno degli artefici del Nuovo Meccanismo Economico ungherese presso l’Istituto di Economia dell’Accademia delle Scienze ungherese, in occasione della visita di quest’ultimo in Cina. Tardos disse a Chen che il suo amico George Soros nutriva grande interesse per le riforme cinesi e avrebbe voluto invitare una delegazione cinese. Secondo Tardos, Soros era insoddisfatto della direzione che stavano prendendo le riforme ungheresi e riteneva che un cambiamento in un grande Paese come la Cina potesse attirare maggiore attenzione da parte del mondo rispetto a un piccolo Paese come la sua Ungheria natale.

La speranza di Soros poteva essere quella che, se la Cina avesse portato avanti riforme di mercato radicali, ciò avrebbe “sfondato l’argine” e creato un’apertura affinché altri paesi socialisti potessero seguire il suo esempio. He Weiling, un vecchio amico di Chen Yizi che studiava negli Stati Uniti, ha ribadito l’invito di Soros finché la dirigenza del System Reform Institute non ha finalmente deciso di cogliere questa opportunità.

Da maggio a metà giugno 1986, una delegazione guidata da Gao Shangquan, responsabile dell’Ufficio Programmi, con Chen Yizi e Wang Xiaoqiang in qualità di vice, si recò in Ungheria e in Jugoslavia, grazie al sostegno di George Soros.

Tra i membri della delegazione figuravano non solo i responsabili di diversi dipartimenti dell’Istituto per la Riforma del Sistema, ma anche Ma Kia, direttore dell’Ufficio dei Prezzi della città di Pechino (vice premier dal 2013 al 2018), Lu Mai (oggi segretario generale della Fondazione cinese per la ricerca sullo sviluppo) del Centro di ricerca sullo sviluppo rurale del Consiglio di Stato, inviato per conto di Wang Qishan (oggi vicepresidente); Li Jiange, del Centro di Ricerca per lo Sviluppo Tecnologico e Sociale del Consiglio di Stato, che è stato coautore insieme a Wu Jinglian, Zhou Xiaochuan e Lou Jiwei ed è considerato un sostenitore della riforma globale; Zhao Ming del Comitato di Pianificazione dello Stato; e altri.

Hanno organizzato 111 incontri di discussione in Ungheria e in Jugoslaviainsieme ai responsabili dei programmi di riforma a livello governativo, di partito e del mondo accademico, nonché ai rappresentanti delle imprese e dei dipartimenti governativi interessati dalla riforma, per analizzare «gli attriti, le contraddizioni e le aree problematiche generali emerse nella transizione dal vecchio al nuovo sistema» (Gao et al., 1987, 15).

Tra i loro interlocutori figuravano lo stesso Soros, Tardos e Kornai.[44]

Wang Xiaoqiang incontra George Soros in Ungheria, nel 1986. Wang Xiaoqiang (a sinistra, in piedi) saluta George Soros a nome del System Reform Institute (al centro). Fonte: Isabella Weber, per gentile concessione di Wang Xiaoqiang.

Nel 1986 la Cina sfuggì per un soffio a un “big bang”. Di fronte a avvertimenti contrastanti e autorevoli sui rischi imprevedibili derivanti dall’imposizione di una riforma dei prezzi a shock e sull’incertezza riguardo ai suoi benefici, Zhao Ziyang alla fine rinunciò al pacchetto di riforme, anche se tale rinuncia sarebbe stata di breve durata.

«Nel 1986, la liberalizzazione dei prezzi all’ingrosso fu smontata dagli economisti riformisti che credevano nella liberalizzazione del mercato ma si opponevano a un cambiamento radicale. Dopo che Zhao Ziyang abbandonò il progetto di riforma, il suo programma nel 1987 e all’inizio del 1988 consisteva nel combinare il sistema dei contratti d’impresa con una nuova strategia di sviluppo delle zone costiere. Ciò costituiva una versione internazionalizzata della liberalizzazione graduale a partire dalle periferie e del sistema a doppio binario.»[45]

Weber scrive:

Ma all’inizio dell’estate del 1988, una riforma radicale dei prezzi divenne improvvisamente il tema del giorno. La Cina si trovò ancora una volta a un soffio da un “big bang”. Questa volta, il costo fu drammatico. Per la prima volta dagli anni ’40, l’inflazione andò fuori controllo. In tutto il Paese, la popolazione reagì agli annunci di una forte spinta alla riforma dei prezzi con acquisti dettati dal panico, corse agli sportelli bancari e proteste locali, in una reazione popolare senza precedenti contro le riforme di mercato.

Nell’autunno del 1988 la leadership cinese non ebbe altra scelta che sospendere i piani di liberalizzazione dei prezzi.

…La dolorosa rinuncia della Cina al “big bang” del 1988 fa parte del contesto più ampio delle rivolte [in]… Piazza Tienanmen. La letteratura in lingua inglese presenta sostanzialmente due interpretazioni sul motivo per cui nel 1988 si tentò una riforma radicale dei prezzi. Una sottolinea l’importanza di Deng Xiaoping. Secondo questa versione, Deng prese personalmente l’iniziativa e promosse la riforma dei prezzi, ansioso di ottenere una svolta riformista prima che i suoi poteri si indebolissero. L’altra interpretazione pone l’accento sui consigli politici forniti a Zhao Ziyang da una delegazione in visita in America Latina, la quale avrebbe suggerito che l’inflazione non fosse da temere. Secondo questa versione, i consigli politici della delegazione portarono a una mossa audace in materia di riforma dei prezzi.

…Queste due interpretazioni coincidono grosso modo con le spiegazioni fornite dagli economisti che negli anni ’80 erano in competizione tra loro sul giusto approccio alla riforma del mercato. Ad esempio, Chen Yizi (2013, 512-15) e Zhu Jiaming (2013, 44) sottolineano che fu Deng Xiaoping ad avviare il tentativo di portare avanti la riforma dei prezzi, e che Zhao Ziyang non ebbe altra scelta che seguirlo. Al contrario, Wu Jinglian (2005, 368; Wu e Ma, 2016, 216) sostiene che Zhao Ziyang abbia preso l’iniziativa e abbia seguito il consiglio della delegazione in America Latina guidata da Zhu Jiaming e Chen Yizi. Probabilmente bisognerà attendere che gli storici abbiano accesso agli archivi pertinenti prima che la questione possa essere chiarita.[46]

Ritengo che il coinvolgimento diretto della CIA nell’Operazione Yellowbird e il fatto che si sia attivamente assunta il compito di garantire una via di fuga a persone come Chen Yizi dimostrino che non si è trattato semplicemente di un errore di teoria economica, come sembra suggerire Weber, ma che persone come Chen Yizi, che lavoravano a stretto contatto con George Soros, erano perfettamente consapevoli che le loro azioni miravano in realtà a creare instabilità economica, la quale a sua volta avrebbe generato l’instabilità politica che avrebbe portato alla tragedia di piazza Tienanmen. I principali leader delle proteste studentesche, e più specificamente delle proteste studentesche con sciopero della fame, avevano dichiarato pubblicamente che era loro intenzione provocare spargimenti di sangue nelle strade, poiché solo così le loro voci sarebbero state ascoltate e si sarebbero create le condizioni mature per una rapida riforma.

Questo argomento verrà trattato in dettaglio nella seconda parte di questo articolo; per ora, tuttavia, basti dire che George Soros ha una certa reputazione come istigatore di rivoluzioni colorate e quindi il fatto che esponenti di spicco del System Reform Institute abbiano partecipato a oltre 110 incontri con Soros e il suo team selezionato, seguiti da un viaggio in Sudamerica organizzato da Soros per studiare la terapia d’urto e il fatto che in seguito siano stati anche accusati di aver svolto un ruolo di primo piano nelle proteste di piazza Tienanmen non dovrebbe passare inosservato.

Inoltre, a queste oltre 110 riunioni hanno partecipato anche esponenti di spicco dell’Ufficio del Programma (sostenitori della riforma del pacchetto), il che conferma ulteriormente il fatto che l’Istituto per la Riforma del Sistema non fosse altro che una falsa facciata di opposizione. Non dimentichiamo che a queste numerose riunioni con la delegazione di Soros erano presenti anche alcuni membri del Partito di Stato cinese e figure influenti del mondo accademico.

Perché questi incontri si svolgevano su iniziativa di Soros senza che venisse redatto alcun verbale ufficiale di quanto discusso? Non si potrebbe forse interpretare questo come un tentativo di appropriarsi del ruolo del governo cinese nella politica economica, dato che questioni economiche cruciali venivano discusse da rappresentanti cinesi selezionati (che, in fin dei conti, erano tutti favorevoli alla terapia d’urto) e da rappresentanti della Banca Mondiale e di Soros, tutti riuniti nella stessa stanza per oltre 110 incontri (da maggio a metà giugno 1986), con membri come Chen Yizi direttamente coinvolti nelle proteste studentesche in Piazza Tienanmen e a cui era stato offerto un passaggio segreto fuori dalla Cina tramite la CIA!

Weber scrive:

Per comprendere il susseguirsi degli eventi nell’estate del 1988, dobbiamo innanzitutto considerare il quadro politico generale. Il XIII Congresso del Partito, tenutosi nell’ottobre 1987, segnò il consolidamento del programma di riforme di mercato della Cina. Ciò scatenò una tensione crescente tra i riformisti, come Zhao Ziyang e Deng Xiaoping, disposti a fare tutto il necessario per riformare il sistema economico cinese, e leader come Chen Yun, secondo i quali la riforma non doveva prevalere sul primato della pianificazione socialista.

…In un approccio illustrato da Zhao al XIII Congresso del Partito, le forze di mercato erano ben accette nella misura in cui avessero favorito lo sviluppo economico… Quando Zhao iniziò a pronunciare il suo discorso di apertura al Congresso, Chen [Yun] si alzò e uscì dall’aula. Chen, l’alto dirigente che aveva guidato le prime riforme economiche, manifestò la propria disapprovazione sotto gli occhi di tutti.[47]

Come già accennato, all’inizio dell’estate del 1988 la riforma radicale dei prezzi tornò improvvisamente all’ordine del giorno. Il caso volle che ciò avvenisse proprio nel periodo di massimo picco dell’iperinflazione in Cina.

Questo è sempre stato il vero ruolo del sistema di prezzi a “doppio binario” inteso in senso lato: creare le condizioni per un’instabilità economica che portasse a un’instabilità politica, aprendo così la strada alla terapia d’urto. Ma la Cina opponeva una resistenza ostinata a questa “medicina”.

Durante quel periodo di picco dell’iperinflazione, lo stesso gruppo alla guida dell’Ufficio del Programma presentò una proposta per i successivi sette anni di riforme (1988-1995), sostenendo che fosse necessario compiere un passo decisivo il prima possibile e ricorrendo alla tipica retorica della terapia d’urto:

«Sia il controllo dell’offerta di moneta che la liberalizzazione dei prezzi non sono facili da attuare e comportano l’assunzione di un rischio considerevole… Sebbene sia difficile avviare la riforma dei prezzi al momento giusto, non c’è modo di evitarla e più si aspetta, più diventa difficile e rischiosa… Purché mettiamo in atto un pacchetto completo di misure di riforma, potremo sicuramente superare l’ostacolo (cioè la riforma dei prezzi).»[48]

Weber scrive:

L’orientamento di fondo della proposta del 1988 rimase lo stesso del piano elaborato dall’Ufficio del Programma nel 1986. Tuttavia, il tono si era ulteriormente radicalizzato e la portata della riforma si era estesa, passando dalla combinazione di riforme dei prezzi, fiscali, salariali e finanziarie per includere la riforma della proprietà, una riforma del sistema di governo compatibile con l’economia di mercato, la liberalizzazione finanziaria e la mercificazione della terra e del lavoro. Come chiarì Wu (2013b, 200-201) in un articolo pubblicato più tardi quello stesso anno, egli invocava un «sistema economico completamente nuovo» come unico modo per migliorare l’efficienza. Ciò avrebbe richiesto «misure incisive per superare il sistema a doppio binario in un lasso di tempo relativamente breve».

Le piccole imprese statali dovrebbero essere cedute, mentre quelle più grandi dovrebbero essere trasformate in società per azioni. Questa strategia di privatizzazione dovrebbe “riformare la struttura giuridica di governance delle imprese statali… [in modo tale che] il governo mantenga solo il ruolo di gestione generale della società e dell’economia” e “non sia più l’agente diretto della proprietà pubblica, né tantomeno interferisca negli affari interni delle imprese”. In questo articolo, Wu ha illustrato nel dettaglio l’intero programma della terapia d’urto. I sostenitori cinesi delle riforme di mercato radicali erano andati ben oltre la semplice richiesta di compiere il primo e decisivo passo della “terapia d’urto” – ovvero un “big bang” nella liberalizzazione dei prezzi. Ora proponevano la “dottrina dello shock” nella sua interezza, che stava investendo il mondo dei paesi in via di sviluppo e quelli socialisti.[49]

Nel 1987, i prezzi di mercato di tredici beni di produzione di base erano superiori del 115% rispetto ai prezzi previsti dal piano. L’aumento dei prezzi dei fattori di produzione industriali esercitò una pressione al rialzo su tutti gli altri beni. I primi mesi del 1988 videro un aumento dell’indice generale dei prezzi al consumo senza precedenti nel periodo delle riforme.

Weber scrive:

È stato in questo contesto che l’esperienza latinoamericana di apertura, industrializzazione e inflazione ha assunto rilevanza nel dibattito sulle riforme in Cina. Questo collegamento con l’America Latina ha portato a interpretare che, nel 1988, Zhao Ziyang «avesse proposto di condurre la Cina sulla strada dell’iperinflazione brasiliana»…

È importante ricordare che, alla fine degli anni ’80, i riformatori cinesi guardavano con ammirazione al successo della modernizzazione dell’America Latina nel dopoguerra e aspiravano a raggiungere livelli simili di sviluppo infrastrutturale, industrializzazione e urbanizzazione (Zhu, 2009, 524). In un contesto di crescenti tensioni su come portare avanti la riforma economica, Zhu Jiaming ha organizzato un viaggio di studio in Brasile, Venezuela, Cile, Messico e ArgentinaAncora una volta, George Soros ha contribuito a finanziare il viaggio.

A quel punto la Open Society Foundation aveva costituito una filiale, la China Reform and Opening Up Foundation, grazie all’aiuto di He Weiling, Li Xianglu e Bao Tong, segretario di Zhao Ziyang, e con il sostegno dello System Reform Institute.

Nella recente letteratura in lingua inglese sull’impasse della riforma del 1988 è diffusa l’interpretazione secondo cui i rapporti inviati dalla delegazione in America Latina avrebbero causato l’episodio inflazionistico del 1988, che preparò il terreno per la rivolta del 1989.

Nel 1988, Zhu Jiaming era appena passato dalla Commissione per la riforma del sistema economico della provincia di Henan all’Ufficio internazionale della China International Trust Investment Corporation (CITIC), dove lavorava con l’ex segretario di Zhao, Li Xianglu. Entrambi hanno inoltre collaborato con la filiale cinese della Open Society Foundation.

…Zhu ha incoraggiato Chen Yizi a unirsi a lui in un viaggio di studio in America Latina con una delegazione dell’Istituto per la Riforma del Sistema, di cui faceva parte anche Song Guoqing, direttore del dipartimento di macroeconomia. Il viaggio di studio era incentrato sul Brasile,in particolare il decollo economico del Brasile sotto la dittatura militare alla fine degli anni ’60, poiché prometteva di fornire spunti utili per le riforme cinesi.

Colloqui incentrati su Delfim Netto… Gli oppositori dell’apertura agli afflussi di capitali sostenevano che questi avrebbero reso il Paese dipendente dalle potenze imperialiste – un’argomentazione che trovava eco tra gli oppositori cinesi della strategia di sviluppo costiero di Zhao. I sostenitori, tra cui Delfim Netto, al contrario, ritenevano che il capitale straniero avrebbe accelerato lo sviluppo. Ciò, secondo Delfim Netto, era stato dimostrato dall’esperienza del Brasile.

Alla domanda sull’inflazione, Delfim Netto ha sottolineato che, nei periodi di rapida crescita e industrializzazione, l’inflazione era inevitabile. L’inflazione potrebbe avere un effetto stimolante sulla crescita, ma doveva essere mantenuta entro certi limiti… La lezione da trarne non è che l’inflazione non abbia importanza, ma che dovrebbe essere tenuta sotto controllo con mezzi diversi dall’austerità e dalla restrizione monetaria.

Durante il viaggio, la delegazione inviò dei telegrammi a Pechino. Al loro ritorno, Chen Yizi si recò immediatamente da Zhao Ziyang per riferirgli il punto di vista di Delfim Netto sul capitale straniero e sull’inflazione. Chen disse a Zhao: «In ogni paese, in un periodo di sviluppo rapido, si verificherà l’inflazione. Nei paesi socialisti, l’inflazione si manifesterà anche nel corso delle riforme di mercato». Ha spiegato che «l’inflazione strutturale causata dall’espansione sia dei consumi che degli investimenti è inevitabile, in particolare quando le imprese non sono state riformate».

…Nel contesto delle epurazioni successive al 4 giugno [cioè alle proteste di piazza Tienanmen], i sostenitori della pianificazione accusarono Zhao e il suo cosiddetto gruppo di esperti, l’Istituto per la Riforma del Sistema, di diffondere l’idea che l’inflazione fosse innocua.[50]

Va sottolineato che, sebbene Delfim Netto non sia generalmente considerato un sostenitore della terapia d’urto, i suoi cosiddetti “miracoli economici” per il Brasile tra il 1967 e il 1974 coincisero proprio con il periodo della dittatura militare brasiliana, che durò dal 1964 al 1985. Non estraneo a questi sviluppi, Operazione Condorera attiva in America Latina, compreso il Brasile, negli anni ’70 e ’80.

Questo era il modello che George Soros suggeriva al System Reform Institute di adottare per la Cina…

Ricordiamo che l’Istituto per la Riforma del Sistema fu creato da Zhao Ziyang come think tank e fungeva da suo gruppo di esperti. Le accuse mosse all’Istituto per la Riforma del Sistema, a seguito di questo viaggio in America Latina, riguardavano il fatto che una delle principali conclusioni tratte dal loro “lavoro sul campo” fosse che l’inflazione elevata fosse considerata “inevitabile”, persino necessaria, durante il periodo delle riforme in Cina.

A peggiorare la situazione di Zhao Ziyang contribuì il fatto che egli avesse affermato che un certo grado di inflazione e corruzione fosse inevitabile durante il periodo delle riforme in Cina, come se i livelli di inflazione e corruzione che il Paese stava vivendo fossero accettabili, cosa che certamente non era.

Zhao avrebbe ribadito questa posizione piuttosto inconsistente in una delle sue lettere di ricorso contro la propria detenzione (dopo la debacle di Piazza Tiananmen), scrivendo che «sebbene l’inflazione avesse colpito nel 1988, ritenevo che la situazione non fosse né così grave, né così difficile da risolvere».[51]

Parole strane per qualcuno che ha effettivamente incontrato gli studenti manifestanti in Piazza Tienanmen e ha affermato che la colpa della corruzione era da attribuire al governo, in quanto conseguenza diretta della promozione, da parte di Zhao Ziyang, del sistema dei prezzi a doppio binario, che aveva inoltre provocato l’iperinflazione.

Weber cerca di assumere una posizione apologetica nei confronti di Zhao Ziyang e dei membri del suo Istituto per la Riforma del Sistema, sostenendo che le accuse relative al loro tour in America Latina travisassero la loro posizione sull’inflazione come “inevitabile”. Tuttavia, il fatto è che l’inflazione era grave, così come lo erano i livelli di corruzione, e se la questione non era «così difficile da risolvere», perché non è stata risolta, invece di lasciarla crescere e aggravarsi fino a raggiungere il culmine nel 1989?

Zhu Jiaming, membro di spicco dell’Istituto per la Riforma del Sistema che partecipò a quel tour in America Latina organizzato da George Soros, era in realtà favorevole a un “big bang” (ovvero a una terapia d’urto) già nel 1988.[52]Nel suo resoconto sul viaggio di studio in America Latina, Zhu ha sottolineato gli insegnamenti tratti dal Cile di Pinochet. Ironia della sorte, Zhu si era avvicinato molto alla visione di Wu Jinglian in materia di riforme, pur divergendo da lui sui tempi e sulla necessità di misure di austerità.[53]

Zhu Jiaming scrive nel suo “Il bivio della riforma cinese”:

«La lezione che si può trarre dall’esperienza cilena è che la liberalizzazione dei prezzi, del tasso di cambio e dei salari può essere attuata senza provocare un’inflazione eccessiva, purché faccia parte di un adeguato pacchetto di politiche economiche che garantisca una crescita economica stabile e l’espansione delle esportazioni».[54]

In realtà, nel caso di Pinochet non è vero che l’inflazione eccessiva possa essere evitata con la terapia d’urto. Il Cile di Pinochet riuscì a correggere l’inflazione solo quando smise di seguire la terapia d’urto, come vedremo più avanti in questa serie.

Weber scrive:

Anche Chen [Yizi dell’Istituto per la Riforma del Sistema] ammirava il successo economico di Pinochet, la stabilità sociale del Cile e il ricorso alle competenze economiche dei “Chicago boys” da parte del regime militare. Secondo Chen, il programma di nazionalizzazione e di controllo economico centralizzato di Salvador Allende si rivelò un fallimento e generò un malcontento diffuso. Al contrario, le persone con cui ha parlato in Cile gli hanno detto che «Vorrebbero avere il programma economico di Pinochet senza “Pinochet”»(Chen, 2013, 508). La visione del mondo di Chen si era in gran parte allineata al neoliberismo. Tuttavia, non era diventato un sostenitore della terapia d’urto.[55]

Giusto…

Si può davvero essere un sostenitore di Pinochet e non essere a favore della terapia d’urto?

Pertanto, due membri di spicco del System Reform Institute si sono dichiarati apertamente a favore di Pinochet, e uno di loro è addirittura un sostenitore del “big bang”. L’intero gruppo sembra ammirare la dittatura militare brasiliana, che è stata il momento clou del loro tour in America Latina, se non anche quella cilena.

In questo contesto, perché dovremmo credere che l’iperinflazione causata proprio dalle politiche che Zhao Ziyang stava portando avanti non fosse in realtà l’obiettivo stesso di tali politiche, un esito in linea con la “terapia d’urto”?

Questa instabilità economica avrebbe creato le premesse per una grave instabilità politica, favorendo al massimo la possibilità di un cambio di regime e aprendo la strada alla tragedia di Piazza Tienanmen.

Non era forse quello il vero obiettivo fin dall’inizio?



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La seconda puntata proseguirà questa storia, approfondendo i dettagli relativi alla tragedia di piazza Tienanmen e al ruolo dei servizi segreti britannici e statunitensi. In una prossima puntata si parlerà più approfonditamente della “terapia d’urto” in America Latina, nonché di come tali politiche economiche abbiano contribuito a giustificare le dittature militari nell’ambito dell’Operazione Condor.

Cynthia Chung è la presidente della Fondazione Rising Tidee autore dei libri “La nascita di una religione mondiale” e “L’impero su cui il Sole Nero non tramontava mai,” Valuta la possibilità di sostenere il suo lavoro effettuando una donazionee iscrivendosi alla sua pagina Substack Come in uno specchio.

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L’AfD in un mondo multipolare, di Bob Hickok

L’AfD in un mondo multipolare

di Bob Hickok

19 settembre
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Bob Hickok analizza come l’ascesa dell’AfD si stia inserendo nella più ampia rivolta multipolare contro l’ordine politico atlantista.

I recenti successi dell’AfD l’hanno spinta ancora più al centro del dibattito politico tedesco, con risultati positivi nell’Est, un crescente consenso a livello nazionale e rinnovati scontri su immigrazione, energia, Russia e limiti del “muro di fuoco” politico del Paese. Da una prospettiva multipolare, l’ascesa dell’AfD è significativa perché mette in discussione il consenso post-Guerra Fredda sull’allineamento della Germania con Washington, Bruxelles e il sistema atlantista, e solleva la questione se Berlino possa perseguire un ruolo più indipendente tra i centri di potere globali in competizione.

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Nei sondaggi nazionali, l’AfD è ormai stabilmente in vantaggio sulla CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del Cancelliere Merz). I sondaggi pubblicati a metà settembre la davano tra il 27 e il 30% , mentre l’Unione si attestava perlopiù tra il 18 e il 20% . L’INSA attribuiva all’AfD il 29% il 15 settembre, contro il 19,5% della CDU; il GMS la dava al 30%. I sondaggi sono istantanee, non elezioni, ma il quadro che emerge da diversi istituti è chiaro: l’AfD ha superato la posizione di grande partito di protesta ed è entrata in competizione per il primo posto a livello nazionale. Persino la Bassa Sassonia, lontana dalla roccaforte orientale dell’AfD, ha prodotto un altro risultato sorprendente il 13 settembre. Il partito ha ottenuto il 15,9% alle elezioni comunali dello stato, più del triplo rispetto al 2021, superando i Verdi e diventando la terza forza politica. A Salzgitter, è diventato il partito più grande nel consiglio comunale con il 27,39%.

La prossima prova arriva quasi subito. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino voteranno il 20 settembre. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore potrebbe riservare un altro risultato sorprendente nell’est, sebbene gli ultimi sondaggi si siano fatti molto più serrati. Un sondaggio INSA pubblicato il 16 settembre dava l’AfD al 37% e l’SPD (Partito Socialdemocratico) al 35%. Un sondaggio ZDF pubblicato il giorno successivo ha ribaltato la situazione, portando l’SPD al 37% e l’AfD al 36%, con il 21% degli intervistati ancora indecisi. Il cambiamento riflette la popolarità personale della leader dell’SPD Manuela Schwesig, così come i tentativi degli elettori di altri partiti di concentrarsi su di lei. La CDU, nel frattempo, si attesta intorno al 6-7% nei sondaggi e si trova di fronte alla straordinaria possibilità di faticare a rimanere nel parlamento regionale. Il candidato dell’AfD, Leif-Erik Holm, ha incentrato la sua campagna elettorale sui temi del costo del carburante, della sanità, della stagnazione economica e degli interessi regionali. Qualunque sia il risultato finale, un voto per l’AfD intorno al 35% rappresenterebbe un cambiamento radicale rispetto al 16,7% ottenuto nel 2021.

A Berlino la situazione è diversa, ma correlata. Lì l’AfD non è in testa, ma l’ultimo sondaggio ARD BerlinTrend la dava al 18%, dietro alla Sinistra al 21% e alla CDU al 20%, e davanti ai Verdi al 16% e all’SPD al 12%. Il tema degli alloggi e degli affitti ha dominato la campagna elettorale più dell’immigrazione. L’AfD ha collegato la carenza di alloggi a Berlino in parte alla crescita demografica dovuta all’immigrazione. L’importanza di Berlino risiede meno in una vittoria dell’AfD che nel crollo della vecchia geometria partitica. CDU, SPD, Verdi, Sinistra e AfD sono ora ammassati in un sistema politico in cui la formazione di governi senza uno dei partiti maggiori può richiedere coalizioni sempre più complesse e bizzarre.

La risposta del cancelliere Merz si è fatta più dura con l’affermarsi dell’AfD. Dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt, ha accusato il partito di sostenere politiche equivalenti a una “pulizia etnica” attraverso il suo concetto di remigrazione . L’AfD respinge tale definizione e afferma che le sue proposte riguardano l’immigrazione clandestina, l’espulsione di persone senza diritto di soggiorno e una più rigorosa applicazione della legge sull’immigrazione vigente. Lo stesso Merz ha affermato che la Germania ha bisogno di più espulsioni, sostenendo al contempo che il Paese deve distinguere tra chi lavora legalmente e contribuisce all’economia e chi è tenuto a lasciare il Paese. La controversia, quindi, non riguarda solo l’entità dell’immigrazione, ma anche il significato e la possibile portata della remigrazione. La formulazione di Merz ha suscitato una reazione furiosa da parte dell’AfD, mentre il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt ha riacceso le richieste, da parte di alcuni politici dell’SPD e di altri oppositori, di valutare una procedura di divieto dell’AfD. Il senatore degli Interni di Amburgo, Andy Grote, ha appoggiato la creazione di un gruppo di lavoro federale-statale per studiare se sussistano i requisiti costituzionali per un simile caso. Altri hanno avvertito che tentare di mettere al bando un partito subito dopo un’importante vittoria elettorale comporterebbe seri rischi politici e legali.

Lo sviluppo più importante dal punto di vista multipolare, tuttavia, potrebbe essere emerso al di fuori della campagna elettorale. Il 18 settembre Reuters ha riportato che i leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla, stanno preparando possibili colloqui nel 2027 con Kirill Dmitriev, uno dei principali inviati economici di Vladimir Putin, per il ripristino delle forniture di gas russo alla Germania. L’incontro proposto dipenderebbe dai progressi verso una soluzione della guerra in Ucraina, e tra le possibili sedi discusse figurano Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India. Reuters ha riferito che potrebbero essere coinvolte anche personalità legate alla diplomazia statunitense, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff. L’AfD chiede da tempo la revoca delle sanzioni sull’energia russa e sostiene che l’energia a basso costo proveniente dalla Russia abbia contribuito a sostenere la forza industriale tedesca. I critici replicano che ricostruire questo rapporto ricreerebbe una pericolosa dipendenza da Mosca. Tale disaccordo ora va ben oltre la politica energetica. La questione riguarda il ruolo della Germania nel mondo: se Berlino debba rimanere saldamente ancorata all’attuale struttura di sicurezza atlantista o cercare maggiore spazio per relazioni indipendenti con la Russia e altre potenze non occidentali.

Questa disputa di politica estera si interseca direttamente con i problemi economici della Germania. L’AfD presenta la combinazione di sanzioni, prezzi elevati dell’energia, ristrutturazione industriale e continuo sostegno militare all’Ucraina come prova che i governi tedeschi hanno subordinato gli interessi economici interni a una più ampia strategia occidentale. Chrupalla ha recentemente chiesto una riduzione delle tasse sull’energia a fronte dell’aumento dei prezzi dei carburanti, mentre il partito ha attaccato la perdita di posti di lavoro e la ristrutturazione dell’industria automobilistica. I suoi oppositori sostengono che le difficoltà della Germania abbiano molteplici cause: la debole crescita della produttività, la pressione demografica, la concorrenza cinese, la costosa transizione del settore automobilistico e anni di investimenti ritardati. Essi rifiutano l’idea che il solo ripristino delle forniture energetiche russe possa risolvere il problema. Eppure, l’importanza politica della questione energetica è innegabile. Essa fornisce all’AfD un argomento concreto a sostegno della sua posizione in politica estera: le relazioni con la Russia non vengono presentate come una astratta simpatia per Mosca, ma come parte di un diverso modello economico per la Germania.

La dimensione della Germania dell’Est rende questo fenomeno particolarmente significativo. I risultati migliori dell’AfD rimangono concentrati nell’ex Repubblica Democratica Tedesca, dove gli atteggiamenti nei confronti della Russia, della sovranità tedesca, dell’immigrazione e dell’establishment politico differiscono sostanzialmente da quelli prevalenti in molte aree metropolitane occidentali. Allo stesso tempo, il risultato della Bassa Sassonia dimostra che il fenomeno non può più essere descritto semplicemente come una rivolta dell’Est. Il suo elettorato si sta espandendo geograficamente, mentre il suo programma si intreccia sempre più con questioni che la politica tedesca un tempo teneva separate: immigrazione, declino industriale, energia, sovranità nazionale, Russia e autorità di Bruxelles. I critici vedono il programma sull’immigrazione dell’AfD come una minaccia per gli immigrati e per un’economia che ha bisogno di lavoratori stranieri. Reuters ha riportato il 19 settembre che alcuni immigrati nella Germania dell’Est temono sempre più ostilità con l’aumento del sostegno all’AfD. L’AfD, dal canto suo, afferma di distinguere tra immigrazione illegale o indesiderata e immigrazione legale qualificata. Questo conflitto rimarrà centrale perché la Germania dell’Est si trova ad affrontare sia il declino demografico sia una forte resistenza politica alle politiche migratorie perseguite nell’ultimo decennio.

Vista in un’ottica multipolare, la vera svolta non consiste semplicemente nell’ascesa di un altro partito tedesco, bensì nell’indebolimento di un consenso politico formatosi nel periodo post-Guerra Fredda. L’AfD contesta la politica migratoria tedesca, la sua politica energetica, i rapporti con la Russia, alcuni aspetti dell’integrazione europea e il presupposto che la politica estera tedesca debba rimanere strettamente allineata alle priorità strategiche di Washington e delle istituzioni dominanti dell’UE. I suoi oppositori sostengono che queste posizioni potrebbero indebolire le alleanze della Germania, danneggiare le relazioni con i paesi vicini ed esporre nuovamente il paese all’influenza russa. L’AfD e i suoi sostenitori descrivono quasi gli stessi fatti al contrario: affermano che la Germania ha ceduto troppa libertà politica ed economica e deve recuperare la capacità di perseguire i propri interessi nazionali in un contesto di competizione tra i diversi centri di potere mondiali. I dati immediati sono eloquenti: 43,8% in Sassonia-Anhalt, 15,9% alle elezioni comunali della Bassa Sassonia, circa il 27-30% a livello nazionale e una gara serrata intorno al 35% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Ma la questione più profonda sollevata dall’ascesa dell’AfD è se la vecchia architettura politica tedesca possa continuare a funzionare quando un partito escluso da ogni coalizione di governo diventa una delle maggiori forze elettorali del paese.

https://bm2yp.r.ag.d.sendibm3.com/mk/mr/sh/1t6AVsd2XFnIGAAOIEUsc8TP9zUZLK/HOeoxl395KjBNewsletter BSW | 20 settembre 2026
Cari soci,Cari sostenitori,
Il BSW è tornato ed è una vera forza politica nel Landtag della Sassonia-Anhalt. I media non possono più ignorarci! E nelle elezioni comunali della Bassa Sassonia, lo scorso domenica il BSW è riuscito a conquistare circa 60 seggi, tra cui quelli di Braunschweig, Hannover, Osnabrück e Wolfsburg. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo. Questo ci dà slancio per Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove oggi gli elettori possono dare un altro segnale importante votando per il BSW – contro l’SPD e la CDU, che non fanno nulla per contrastare gli alti prezzi del carburante e il declino economico del nostro Paese, contro il cancelliere più incompetente della storia della Germania federale e a favore di un nuovo inizio politico, in cui si torni finalmente a concentrarsi sul miglioramento della vita dei cittadini.
I prezzi del carburante stanno schizzando alle stelle e potrebbero superare, per la prima volta nella storia della Germania, la soglia dei 3 euro. Per molte persone, fare rifornimento sta diventando quindi un peso insostenibile. Dopo lunghe esitazioni, il governo federale ha ora deciso, poco prima delle elezioni, un mini-sgravio di appena 17 centesimi al litro. Entro la fine dell’anno dovrebbe entrare in vigore un tetto massimo temporaneo al prezzo del carburante. Merz e Klingbeil non intendono però intaccare gli enormi profitti delle grandi compagnie petrolifere. Noi diciamo: abbassate le accise sul carburante, fissate immediatamente un tetto massimo di 1,50 euro al litro, affinché gli automobilisti possano beneficiare di un reale sgravio! E aprite il Nord Stream, affinché il riscaldamento in inverno non porti alla rovina totale.
Un voto per il BSW è un voto per mandare via Merz! Sia a Berlino che nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Se entreremo in Parlamento e la CDU verrà espulsa dal Landtag di Schwerin, quel Cancelliere sarà storia. Nella Sassonia-Anhalt molti elettori della CDU hanno votato per il BSW. Se lo ripetiamo, Merz se ne andrà. Un altro obiettivo elettorale del BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore è impedire una coalizione rosso-rosso-verde! Solo se il BSW entrerà nel Landtag ci sarà la possibilità che la coalizione rosso-rosso non ottenga la proroga della durata di esercizio delle centrali nucleari. Come già in Sassonia-Anhalt, anche qui promuoviamo un primo ministro apartitico che governi con maggioranze variabili – coinvolgendo anche l’AfD.
La posta in gioco è alta! Mobilitate ancora una volta oggi tutti i vostri amici e conoscenti, colleghi e familiari affinché votino per il BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino!
Cordiali saluti
Fabio De Masi, Amira Mohamed Ali, Oliver Ruhnert e Sahra Wagenknecht

Sei mesi — e il conto alla rovescia continua, di Jude Russo

Sei mesi — e il conto alla rovescia continua

Non si intravede all’orizzonte una fine evidente alla guerra in Iran.

Daily Life In Tehran As Iran-U.S. 60-day Ceasefire Expires

Foto di Morteza Nikoubazl/NurPhoto via Getty Images

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jude

Jude Russo

28 agosto 2026cinque minuti dopo mezzanotte

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Oggi ricorre il semianniversario dell’inizio della guerra in Iran. Le previsioni più allarmistiche non si sono avverate, come spesso accade, ma la realtà si è rivelata comunque abbastanza spiacevole. È stata consumata un’enorme quantità di materiale bellico americano senza raggiungere l’obiettivo politico (certamente irrealistico) di rovesciare gli ayatollah, né tantomeno di costringerli ad accettare, sotto pressione, un accordo vantaggioso per gli Stati Uniti. I flussi energetici dalla regione del Golfo Persico sono ancora limitati e i prezzi del greggio Brent continuano a oscillare tra gli 85 e i 90 dollari al barile. Gli attacchi di rappresaglia iraniani hanno danneggiato le basi statunitensi in Medio Oriente al punto da rendere l’esercito americano riluttante a utilizzarle. Per quanto ungemütlich sia questa situazione per noi, è ancora peggiore per i nostri partner regionali; per citare solo un esempio recente, i dati riportati mercoledì mostrano che le esportazioni di gas naturale del Qatar sono diminuite del 96 per cento dallo scoppio della guerra. 

Allora, qual è il piano? A quanto pare, più o meno lo stesso di sempre. Stiamo mantenendo il nostro blocco sull’Iran — vale a dire, chiudendo lo Stretto di Hormuz per aprirlo — e intensificando ancora una volta la pressione delle sanzioni. È comprensibile che si possa essere scettici; sono quasi 50 anni che imponiamo sanzioni all’Iran con intensità variabile e, sebbene ciò abbia certamente danneggiato gravemente l’economia iraniana, non si è rivelato una strategia vincente per ottenere i risultati politici desiderati. Nel suo annuncio di lunedì sul «D-Day economico» (ma davvero, da dove prendiamo questi nomi?), il segretario al Tesoro Scott Bessent ha fatto alcune allusioni minacciose all’idea che le nazioni che non collaborano all’isolamento dell’Iran potrebbero essere escluse dal sistema del dollaro. Sarebbe una novità, ma è anche il tipo di mossa che si può fare solo una volta e che tende a provocare conseguenze indesiderate e imprevedibili. (Ci si chiede anche se funzionerebbe davvero; l’azione più simile, l’esclusione della Russia dal sistema SWIFT nel 2022, avrebbe dovuto mettere in ginocchio l’Orso in un mese o meno, ma eccoci qui, a distanza di tutti questi anni.) Il Pakistan, che ha svolto con zelo, se non con finezza, il ruolo di mediatore tra Washington e Teheran, ha già dichiarato che non collaborerà alle nuove sanzioni americane, quindi potrebbe profilarsi all’orizzonte un caso di prova interessante. 

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L’intensificarsi della guerra economica contro l’Iran potrebbe determinare qualche sviluppo, anche se non necessariamente del tipo auspicato dalla Casa Bianca. A Washington circola la voce che l’amministrazione, in una concessione molto limitata alla realtà politica, stia rinviando ulteriori azioni militari fino a dopo le elezioni di medio termine — il che dovrebbe costituire motivo di dubbio per coloro che vorrebbero pensare che la questione possa essere risolta rapidamente con un uso adeguato della forza. Ma anche l’Iran ha voce in capitolo nel decidere quando la situazione si surriscalderà nuovamente. Se l’economia iraniana dovesse diventare insostenibilmente disfunzionale, è del tutto plausibile che l’Iran prenda l’iniziativa di un’escalation e ricominci a colpire gli obiettivi statunitensi e alleati nella regione, comprese forse le infrastrutture energetiche, come forma di ritorsione contro quelle armi economiche per le quali non dispone di alcun equivalente.

Nonostante queste circostanze poco allettanti, il tavolo delle trattative non sembra essere un elemento d’arredo molto apprezzato in questi giorni. Mercoledì il presidente Donald Trump ha affermato di “non avere fretta” di raggiungere un accordo con l’Iran, mentre Karoline Leavitt ha trascorso la sua ultima mattinata come portavoce della Casa Bianca promuovendo l’“Operazione Emarginazione Economica” (ancora con questi nomi!) e rassicurando i bravi cittadini che guardano Fox News che “non ci sono negoziati in corso”. Alti funzionari provenienti dal Pakistan e dal Qatar si sono recati a Teheran questa settimana, e sembra improbabile che (nonostante le smentite della parte pakistana) la ripresa dei rapporti diplomatici non figurasse nei loro programmi. Eppure sembra esserci, per dirla con delicatezza, scarsa propensione da parte americana, e non molto di più da parte iraniana. Gli Stati Uniti desiderano tornare allo status quo ante nello Stretto di Hormuz e garantire una qualche forma di accordo sul nucleare, anche se a questo punto è ancora poco chiaro se ciò si limiterà a misure di contenimento sulla militarizzazione o si estenderà al completo smantellamento del programma nucleare iraniano. L’Iran vuole mantenere l’unico strumento di pressione efficace che ha trovato per colpire gli americani – ovvero il controllo di Hormuz – e continua a insistere sui propri privilegi ai sensi del Trattato di non proliferazione. (Sebbene ci si chieda se la fatwa antinucleare sia oggetto di riconsiderazione da parte di Mojtaba in questi giorni.) L’Iran vuole anche una sorta di risarcimento per il danno economico subito, che, a seconda di come andrà la campagna di Bessent, potrebbe di fatto rappresentare una preoccupazione esistenziale per la Repubblica Islamica. È difficile capire come questi aspetti possano essere conciliati, a meno di un profondo ripensamento delle premesse da parte dell’una o dell’altra parte – un ripensamento che probabilmente è stato reso politicamente impossibile dalla guerra. Quando si dà e si riceve in tempo di pace, si tratta di un accordo; quando si dà e si riceve in tempo di guerra, si tratta di una capitolazione.

Sono passati sei mesi. Non si intravede una fine all’orizzonte. Ma può andare avanti così per sempre?

Informazioni sull’autore

jude

Jude Russo

Jude Russo è caporedattore di The American Conservative e redattore collaboratore di The New York Sun. È borsista James Madison per l’anno accademico 2024–25 presso l’Hillsdale College ed è stato inserito nella classifica ISI Top 20 Under 30 per il 2024.

La vittoria dell’AfD accelera il declino dei falsi conservatori tedeschi

Le recenti elezioni in Sassonia-Anhalt dimostrano che il partito di estrema destra è diventato una seria alternativa politica.

Saxony-Anhalt Holds State Elections

Foto di Sean Gallup/Getty Images

Phillip Linderman

10 settembre 202600:05

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La Sassonia-Anhalt un tempo faceva parte del cuore della Germania dell’Est. Oggi è uno Stato tedesco spesso trascurato, con uno dei redditi pro capite più bassi della Repubblica Federale. Eppure, proprio come il nostro Mississippi, la Sassonia-Anhalt custodisce numerosi tesori storici per i visitatori che ne esplorano le piccole città e i villaggi. La chiesa di Martin Lutero a Wittenberg si trova in Sassonia-Anhalt; il Museo del Bauhaus dell’architetto Walter Gropius si trova nella piccola città di Dessau. Quando il regime di Hitler crollò nel 1945, i soldati americani conquistarono lo stato, avanzando fino alla sua capitale, Magdeburgo, prima di ritirarsi e cedere la regione ai russi. Seguirono quattro decenni di comunismo.

Come molti europei che vivono nelle zone rurali e nei piccoli centri, i tedeschi della Sassonia-Anhalt mostrano autentici istinti conservatori. Ritengono, a ragione, che le élite di Berlino e Bruxelles siano lontane dai loro valori culturali. Sebbene il loro passato complesso sia segnato dal comunismo e dal nazismo, gli abitanti della Sassonia-Anhalt credono di conservare il diritto fondamentale di essere orgogliosi della propria terra. Tra tutti i partiti politici tedeschi, solo l’Alternativa per la Germania (AfD) è riuscita a entrare in sintonia con questi valori profondamente radicati. Questo è uno dei motivi principali per cui l’AfD ha ottenuto una schiacciante maggioranza del 44% dei voti nelle elezioni regionali di domenica.

La vittoria dell’AfD ha scatenato un’altra ondata di panico tra la classe dirigente tedesca. Il cancelliere Friedrich Merz e i suoi cristiano-democratici (CDU), un tempo la forza politica di destra dominante in Germania, si trovano ora a dover affrontare la realtà: per anni non sono riusciti a rappresentare autentici valori conservatori, lasciando il campo libero all’AfD per emergere e prosperare. Sebbene avesse l’opportunità di condurre la Germania in una nuova direzione, Merz non ha voluto rompere con le politiche disastrose dell’ex cancelliera Angela Merkel e dell’élite berlinese. Oggi appare come un fallimento politico. Merz si era vantato pubblicamente di voler dimezzare i consensi dell’AfD, che invece sono raddoppiati da quando è entrato in carica nel 2025.

Merz ha iniziato il suo mandato da cancelliere ignorando l’appello dell’AfD e formando un governo di coalizione con i socialdemocratici di sinistra (SPD). Com’era prevedibile, la coalizione “conservatrice-socialista” di Merz ha prodotto una leadership nazionale disfunzionale. Merz non è riuscito a imprimere alla Germania una nuova direzione su questioni chiave quali la produzione energetica, l’energia nucleare, la politica climatica, la fiscalità e la regolamentazione e, soprattutto, l’immigrazione. Per anni, l’SPD e i Verdi, con la collaborazione riluttante della CDU, hanno plasmato l’approccio di Berlino a tali questioni da una prospettiva di sinistra (e spesso di estrema sinistra).

Le famiglie e le piccole imprese tedesche sono sommerse da norme che regolano il modo in cui riscaldano le loro case, guidano i loro veicoli e svolgono innumerevoli altre attività quotidiane. Molte di queste norme paternalistiche provengono direttamente dalle stanze di pianificazione dei politici dell’SPD e dei Verdi, che in privato ritengono che Karl Marx avesse ragione. La tradizionale propensione dei tedeschi ad accettare tasse elevate e normative opprimenti potrebbe finalmente essere giunta al termine. Certamente sembra essere così in Sassonia-Anhalt.

Ma invece di tracciare una nuova rotta per la Germania, le classi dirigenti di Berlino hanno ribadito con forza la loro narrativa secondo cui l’incredibile crescita dell’AfD è un fenomeno estremista con radici sinistre nel passato autoritario della Germania. La vera spiegazione dell’ascesa dell’AfD è molto più semplice: la Germania ha smesso di avere un partito autenticamente conservatore poiché le sue élite – proprio come hanno fatto negli Stati Uniti e in tutta Europa – hanno spinto il quadro politico sempre più a sinistra. La sinistra tedesca ha sapientemente marciato attraverso le istituzioni e se ne è impadronita, prendendo l’iniziativa su temi scottanti come il cambiamento climatico, la cultura, la crescita economica e, soprattutto, le frontiere e l’immigrazione. L’establishment della CDU è emerso come una vittima politica di questa offensiva di sinistra, poiché un numero crescente dei suoi elettori passa all’AfD (e molti di coloro che rimangono prendono in considerazione la possibilità di formare una nuova coalizione di maggioranza con questo partito di estrema destra).

I tre temi principali della campagna elettorale in Sassonia-Anhalt sono stati l’immigrazione, l’economia e l’istruzione. Sebbene gli immigrati costituiscano meno del quattro per cento della popolazione dello Stato, gli abitanti della Sassonia-Anhalt condividono la più ampia preoccupazione nazionale secondo cui l’apertura delle frontiere abbia spinto la Germania verso un multiculturalismo indesiderato in stile americano. Considerano il sistema di asilo del Paese, ormai allo sfascio, come il veicolo di questa trasformazione, con programmi di assistenza sociale eccessivamente generosi che incentivano l’arrivo dei migranti illegali. Come molti conservatori americani, si indignano quando gli stranieri a cui è stato ordinato di andarsene si rifiutano di farlo, un fenomeno sconcertantemente comune.

Merz e i suoi sostenitori sostengono che, sebbene i rifugiati di guerra ucraini rientrino in una categoria speciale, la coalizione di governo di Berlino abbia ridotto il numero complessivo di arrivi di stranieri in Germania. “Troppo poco, troppo tardi”, hanno replicato i politici dell’AfD. Essi sostengono che la CDU si limiti ad apportare piccole modifiche a un sistema fondamentalmente fallimentare imposto al Paese dalle élite tedesche e dell’Unione Europea, che sfruttano abilmente le interpretazioni favorevoli all’apertura delle frontiere del diritto internazionale e nazionale tedesco. L’AfD sostiene che la legge possa essere interpretata in modo diverso, e questa tesi ha trovato ampio riscontro in Sassonia-Anhalt.

In Germania, l’istruzione è di competenza dello Stato. Nella Sassonia-Anhalt, la questione è diventata un tema centrale per l’AfD soprattutto perché le scuole statali hanno adottato politiche estreme in materia di “woke” e identità di genere. Sì, la lunga marcia della sinistra attraverso le istituzioni educative di tutto il mondo ha raggiunto persino il sistema scolastico statale della Sassonia-Anhalt, dove i genitori — proprio come molti dei loro omologhi delle zone rurali americane — sono costernati dai valori che vengono insegnati ai loro figli. Il modello educativo tedesco, un tempo potente, che formava diplomati del Gymnasium destinati al percorso universitario, è ormai un ricordo lontano. Nell’ambito della sua opposizione al “wokeismo”, l’AfD ha condotto una campagna a favore del diritto dei cittadini della Sassonia-Anhalt di istruire i propri figli a casa.

L’antiamericanismo latente dell’AfD va inteso come una reazione alle stesse cause dell’estrema sinistra contro cui stanno lottando i nostri stessi conservatori. Per molti in Germania e in tutto il mondo, i valori americani non corrispondono più a concetti tradizionali quali la libertà costituzionale, l’individualismo e la libera impresa. Questi valori sono ora, purtroppo, il multiculturalismo aggressivo, l’ideologia di genere e il «wokeismo». È molto significativo che i leader dell’AfD della Germania dell’Est guadagnino consensi tra i propri sostenitori di base definendo in modo sprezzante i tedeschi dell’Ovest «americani di lingua tedesca».

Un altro tema della campagna dell’AfD in Sassonia-Anhalt che troverebbe riscontro tra i conservatori americani è la proposta di porre fine ai finanziamenti pubblici destinati alle ONG, ai think tank dei partiti politici e alle emittenti televisive e radiofoniche pubbliche. I governi tedeschi a tutti i livelli tendono a sovvenzionare qualsiasi cosa si muova, e quando tali istituzioni vengono “catturate”, i contribuenti tedeschi finiscono per finanziare istituzioni di sinistra e promuovere inconsapevolmente i valori di sinistra. I media tedeschi finanziati con fondi pubblici — molto più potenti dell’emittenza pubblica e della NPR negli Stati Uniti — conducono da tempo una guerra di propaganda contro i conservatori in generale e l’AfD in particolare. In Sassonia-Anhalt, l’AfD ha condotto con successo una campagna elettorale incentrata sulla fine di tali contributi obbligatori.  

Il leader dell’AfD in Sassonia-Anhalt è Ulrich Siegmund, una giovane stella politica in ascesa e molto promettente. Il trentacinquenne Siegmund è un politico nato, alla Bill Clinton, che si immerge tra la folla e parla con persone di ogni orientamento, sfoggiando sempre un sorriso radioso. Che sia in grado di mobilitare gli elettori è ormai fuori dubbio. La sua sfida: riuscirà a governare se gli verrà data l’occasione?

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A causa del complesso sistema parlamentare tedesco basato sulla formazione di coalizioni, che funziona allo stesso modo sia a livello nazionale che regionale, l’AfD potrebbe ancora essere esclusa dal governo regionale della Sassonia-Anhalt. Finora, tutti gli altri partiti tedeschi hanno mantenuto saldamente la cosiddetta “Brandmauer” (barriera di contenimento) che tiene isolata l’AfD. Con il 44% dei voti, l’AfD ha ancora bisogno di un partner di coalizione per ottenere la maggioranza nel parlamento regionale ed eleggere il nuovo ministro-presidente (equivalente a un governatore americano). Siegmund potrebbe ottenere la maggioranza con l’aiuto del piccolo partito BSW (un gruppo ideologico eterogeneo che comprende ex comunisti della Germania dell’Est). Un’altra possibilità è che alcuni deputati della CDU rompano con il proprio partito e sostengano un governo regionale dell’AfD. I prossimi giorni e le prossime settimane vedranno notevoli manovre politiche dietro le quinte in un sistema fondamentalmente antidemocratico, con più difetti di quanti ne avessero mai contemplato i suoi artefici, timorosi della storia della Repubblica di Weimar. 

Quel che è certo è che una stampa ostile non darà tregua a un governo dell’AfD e cercherà di sfruttare ogni errore. Certo, l’AfD è inesperta; potrebbe non possedere le competenze necessarie per assumere senza intoppi la responsabilità di un governo regionale. Ma ciò che le élite trascurano è che si tratta di una lotta ideologica – in Sassonia-Anhalt e, in ultima analisi, a Berlino – che ha meno a che fare con la competenza che con i valori. Siegmund è il tipo di nuovo talento che potrebbe ribaltare la situazione a danno dei media e della classe politica al potere in Germania, anche se dovesse commettere qualche passo falso lungo il percorso.

A prescindere da come andranno le cose, è molto probabile che i risultati in Sassonia-Anhalt scuotano il sistema federale tedesco. Si tratta di uno sviluppo positivo e necessario per la Germania e, in ultima analisi, per l’Europa. Ciò sta accadendo perché la CDU ha smesso di essere un partito autenticamente conservatore.

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Phillip Linderman

Phillip Linderman è presidente della Ben Franklin Fellowship e membro del consiglio di amministrazione del Center for Immigration Studies.

Come ridurre il rischio di una guerra tra la Russia e la NATO

Consentire ulteriormente all’Ucraina di sferrare attacchi in profondità non farebbe che aggravare la minaccia proveniente da Mosca.

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(Foto di Vyacheslav PROKOFYEV / POOL / AFP via Getty Images)

Doug Bandow

Doug Bandow

10 settembre 2026tre minuti dopo mezzanotte

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Tra gli alleati europei degli Stati Uniti abbondano le previsioni di un’aggressione russa. Non importa se sostengono che l’Ucraina sia in avanzata e sul punto di sconfiggere l’Orso aggressivo. Se Mosca dovesse alla fine trionfare, avvertono, le legioni di Vladimir Putin marceranno inevitabilmente verso ovest, nonostante le devastanti perdite in termini di uomini e materiale subite in uno scontro proprio ai confini della Russia. 

In realtà, Putin non ha mai dimostrato un simile interesse. Ovviamente, non ha alcuna obiezione morale all’uso della forza militare. Tuttavia, Putin sembra essere più un nazionalista russo che un comunista sovietico e, dopo aver preso il potere, inizialmente ha cercato di migliorare i rapporti con l’Occidente. Appena un paio di settimane dopo l’11 settembre, ha dichiarato al Bundestag tedesco:  

Sono fermamente convinto che, nel mondo odierno in rapida evoluzione, caratterizzato da cambiamenti demografici davvero radicali e da una crescita economica eccezionalmente elevata in alcune regioni, anche l’Europa abbia un interesse immediato a promuovere le relazioni con la Russia.

Nessuno mette in discussione il grande valore delle relazioni tra l’Europa e gli Stati Uniti. Ritengo semplicemente che l’Europa rafforzerà in modo solido e duraturo la propria reputazione di centro forte e veramente indipendente della politica mondiale se riuscirà a unire il proprio potenziale con quello della Russia, comprese le risorse umane, territoriali e naturali, nonché il potenziale economico, culturale e di difesa.

Purtroppo, il suo atteggiamento alla fine cambiò. L’amministrazione Clinton aveva deciso di trattare la Russia come una potenza sconfitta, partendo dal presupposto che, proprio come la Germania dopo la Prima guerra mondiale, non avrebbe avuto altra scelta se non quella di sottomettersi. Sia il popolo russo che le élite erano indignati dal continuo trattamento sprezzante da parte dell’Occidente nei confronti del loro Paese. Proprio come la Germania si era ripresa dalla sconfitta, così fece anche la Russia. E Putin abbandonò ogni tentativo di compromesso.

Il presidente russo ha dichiarato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007: «Oggi assistiamo a un ricorso smodato e quasi incontrollato alla forza — la forza militare — nelle relazioni internazionali, una forza che sta facendo precipitare il mondo in un abisso di conflitti permanenti». Di chi è la colpa? «Uno Stato — e, naturalmente, in primo luogo gli Stati Uniti — ha oltrepassato i propri confini nazionali in ogni modo. Ciò è evidente nelle politiche economiche, politiche, culturali ed educative che impone alle altre nazioni».

Soprattutto, Putin si è opposto ai tentativi di far entrare l’Ucraina nella NATO e alla fine ha scatenato una guerra per impedire che ciò accadesse. Ciononostante, ha evitato di trasformare la guerra in Ucraina in un conflitto diretto con il resto d’Europa e, soprattutto, con gli Stati Uniti. Dopotutto, Putin è entrato in guerra principalmente per assicurarsi che la Russia non si trovasse ad affrontare un lungo confine dominato dall’alleanza transatlantica. Non avrebbe alcun senso per lui attaccare direttamente uno Stato membro della NATO, garantendo così una guerra con l’Europa e, molto probabilmente, anche con l’America. L’ipotesi secondo cui, dopo aver fallito nel tentativo di estendere il conflitto ucraino, avrebbe rischiato un conflitto globale e persino nucleare solo per mettere alla prova la tenuta dell’alleanza è un ragionamento troppo ingegnoso.

Il conflitto ucraino dura ormai da più tempo della Prima guerra mondiale e non mostra segni di tregua. Nel corso del conflitto, europei e americani hanno condotto una guerra per procura sempre più aspra, sostenendo la difesa di Kiev e contribuendo all’uccisione di decine di migliaia di soldati russi. Mosca sembra intensificare la propria risposta, soprattutto se fosse responsabile, come sostiene la Germania, dell’attacco con droni dello scorso mese all’aeroporto di Lipsia.

I responsabili politici europei sono sempre più preoccupati per il rischio di un conflitto più ampio. Come riporta il Financial Times: l’episodio di Lipsia «ha rappresentato un brutale campanello d’allarme riguardo all’intensificarsi della campagna ibrida di Mosca contro l’Europa e ha messo in luce l’incapacità della NATO di dissuadere la Russia dal sferrare attacchi al di sotto della soglia necessaria per attivare la clausola di difesa reciproca dell’“articolo 5” dell’alleanza». David Ignatius del Washington Post si è detto d’accordo:

La triste realtà è che la guerra della Russia contro l’Ucraina si sta intensificando e si sta estendendo ai paesi della NATO. Si tratta di una nuova realtà che la maggior parte degli americani (compresi molti alti funzionari dell’amministrazione Trump) sembra non riconoscere. La guerra “ibrida” della Russia contro i sostenitori europei dell’Ucraina sta passando dalla zona grigia al rosso sangue, e gli Stati Uniti stanno facendo ben poco per scoraggiare gli attacchi.

Certo, la situazione è pericolosa. Ma è importante comprendere le cause del comportamento conflittuale della Russia. 

L’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca nel febbraio 2022 è stata criminale e ingiustificata, così come lo sono le sue attuali azioni belliche. Tuttavia, Washington e i suoi alleati non hanno certo l’autorità morale per lamentarsi. Innanzitutto, hanno stupidamente trattato il governo russo come se non meritasse alcuna considerazione e hanno ignorato i numerosi avvertimenti sulle “linee rosse” russe. Hanno così incoraggiato una risposta ancora più avventata da parte di Mosca.

In secondo luogo, hanno regolarmente avviato azioni militari unilaterali illegali a proprio vantaggio. Si pensi all’invasione dell’Iraq da parte dell’amministrazione di George W. Bush, che ha portato a conflitti interni diffusi e a vittime civili in massa. Le amministrazioni Obama, Trump e Biden hanno sostenuto l’assalto prolungato dell’Arabia Saudita allo Yemen, che ha provocato sofferenze straordinarie alla popolazione civile e un numero significativo di morti. L’amministrazione Trump ha attaccato illegalmente l’Iran, uccidendo migliaia di non combattenti, trasformando gli Stati del Golfo in obiettivi militari e minacciando l’economia globale.

Infine, gli Stati Uniti e i loro partner della NATO stanno ora conducendo una costosa guerra per procura contro la Russia. Se gli alleati lo stiano facendo principalmente per difendere l’Ucraina o per indebolire Mosca è oggetto di controversia. In ogni caso, il sostegno degli alleati è stato fondamentale per la resistenza di Kiev. Ci sono stati russi feriti e uccisi da munizioni occidentali guidate dai servizi segreti occidentali. I funzionari alleati si sono persino attribuiti il merito della morte e della distruzione.

È proprio questo ruolo letale che sta spingendo il governo russo verso uno scontro diretto con l’Europa. Ha spiegato Ignatius:

Ciò che rende la situazione così pericolosa in questo momento è che Putin sta chiaramente cercando di riprendere il sopravvento attaccando i Paesi europei che sono diventati i principali fornitori di armi dell’Ucraina. Ad aprile, il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i nomi e gli indirizzi di 21 aziende europee che, secondo quanto affermato, producevano droni o componenti per Kiev, e i funzionari hanno avvertito che si trattava di “potenziali obiettivi”.

I responsabili politici degli alleati stanno ora esprimendo sgomento di fronte alla scoperta che Mosca sta minacciando di ricorrere alla violenza. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato nell’ottobre 2025,

Affrontare la guerra ibrida della Russia… richiede a tutti noi un cambio di mentalità radicale. Dobbiamo essere pronti a uscire dalla nostra zona di comfort. Dobbiamo esplorare nuovi modi di agire. E, soprattutto, dobbiamo scoraggiare chiunque cerchi di nuocere al nostro territorio e alla nostra gente.

Finora, ciò significa un’escalation che non sfocia nella guerra. Tuttavia, cresceranno le pressioni affinché gli Stati Uniti si impegnino più a fondo nella lotta dell’Europa a favore dell’Ucraina. È difficile prevedere la reazione dell’amministrazione Trump. Sebbene il presidente continui a concentrarsi sul miglioramento delle relazioni diplomatiche con la Russia, negli ultimi mesi la sua posizione sembra essersi spostata a favore dell’Ucraina. Inoltre, ha in gran parte abbandonato i suoi discorsi sull’uscita dalla NATO, apparentemente soddisfatto della propria capacità di utilizzare le forze armate americane per estorcere accordi commerciali sbilanciati agli Stati europei, i cui funzionari ammettono di accettare tali richieste nel tentativo di mantenere la protezione militare di Washington.

Nel frattempo, la maggior parte dei membri dell’establishment della politica estera, talvolta noto come “il blob”, è favorevole non solo a mantenere, ma anche a rafforzare il sostegno americano all’Europa in materia di difesa. Ritengono che la NATO debba a sua volta opporsi a Mosca. Ad esempio, Max Boot del Council on Foreign Relations ha chiesto “una risposta risoluta per dissuadere Putin dall’intensificare i suoi attacchi contro l’Europa.” 

Ignatius ha espresso un’opinione simile. «Gli Stati Uniti dovrebbero innanzitutto rilasciare una dichiarazione congiunta con i propri alleati europei in cui avvertano senza mezzi termini che il protrarsi degli attacchi sponsorizzati dal Cremlino contro i paesi della NATO comporterà gravi conseguenze», ha scritto. «E se Putin dovesse continuare a sferrare attacchi incessanti contro le città ucraine, gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero aiutare in modo discreto l’Ucraina a sferrare attacchi proporzionati contro la Russia».

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Purtroppo, ciò non farebbe che rafforzare proprio la causa dell’escalation di Mosca: il fatto che gli alleati rendano possibili attacchi più estesi e distruttivi sul territorio russo. La politica di Ignatius spingerebbe probabilmente Putin, sottoposto a pressioni sempre maggiori da parte delle élite russe favorevoli a una guerra più dura e spietata, a intensificare ulteriormente il conflitto. Ciò non dovrebbe sorprendere i funzionari di Washington, che non tollererebbero mai che la Russia fornisse aiuto per attacchi contro il territorio americano. Per Mosca, la guerra contro l’Ucraina è una questione esistenziale, ed è più probabile che Putin raddoppi la posta in gioco piuttosto che ritirarsi, cosa che potrebbe mettere a repentaglio il suo governo, o almeno il suo controllo personale. Al contrario, l’Ucraina ha un’importanza di gran lunga minore per la maggior parte degli Stati europei, e soprattutto per Washington e il popolo americano.

Al contrario, gli alleati — almeno gli Stati Uniti — dovrebbero fare un passo indietro, riducendo il proprio ruolo nel conflitto. Putin ha commesso una grave ingiustizia nei confronti dell’Ucraina, il che ha giustificato il sostegno degli alleati alla sua sopravvivenza. Ma la NATO, e in particolare gli Stati Uniti, dovrebbero evitare un confronto militare più ampio.

I politici di Washington tendono a considerarsi figure angeliche dedite al bene e alla luce, determinate a inaugurare una nuova era utopica di pace. Purtroppo, nessun altro, specialmente i russi, li vede in questo modo. La guerra per procura condotta dagli alleati contro Mosca sta aumentando la probabilità di una guerra su vasta scala. L’amministrazione dovrebbe ritirare il proprio sostegno a una battaglia per procura sempre più pericolosa e fare pressione sui propri alleati affinché facciano altrettanto. Mettere l’America al primo posto significa sicuramente evitare una guerra con la Russia a causa dell’Ucraina.

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Doug Bandow

Doug Bandow

Doug Bandow è ricercatore senior presso il Cato Institute. Ex assistente speciale del presidente Ronald Reagan, è autore di Foreign Follies: America’s New Global Empire.

Patrick Buchanan

Patrick Buchanan: Di chi è, in fin dei conti, questo Paese? – Editoriale

 

A cura di Patrick J Buchanan

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Per il terzo anno consecutivo, il reddito mediano della tipica famiglia americana è diminuito nel 2010. Al netto dell’inflazione, è tornato ai livelli del 1996, il periodo più lungo di crescita zero dalla Grande Depressione.

E il tasso di povertà è salito al 15,1%.

Entrambe le cifre, tuttavia, vanno contestualizzate.

Ad esempio, una famiglia può essere classificata come povera pur possedendo un’automobile, un televisore a schermo piatto, un computer, una lavatrice-asciugatrice e un tritarifiuti.

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Le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà vedono i propri figli istruiti gratuitamente tramite il programma Head Start, per 13 anni nelle scuole pubbliche, e poi ricevono borse di studio Pell per l’università. Hanno diritto a buoni pasto gratuiti e assistenza sanitaria tramite Medicaid. Beneficiano di alloggi sovvenzionati e crediti d’imposta sul reddito da lavoro, sono ammissibili a tutti gli altri programmi di assistenza sociale e possono guadagnare 23.300 dollari di reddito lordo senza pagare imposte sul reddito.

La povertà nell’America del XXI secolo non è la stessa della Parigi de “I Miserabili”, della Londra di Oliver Twist o del Dust Bowl di Tom Joad.

La stagnazione quindicennale del reddito medio delle famiglie americane, tuttavia, ovvero la scomparsa del sogno americano secondo cui i propri figli avranno una vita migliore, è una questione ben più seria.

Esistono infatti cause della crescita stentata del tenore di vita della famiglia americana che nessuna delle due parti è disposta ad affrontare, ammesso che una delle due ne riconosca l’esistenza.

Innanzitutto, l’integrazione dell’economia statunitense nell’economia globale ha gettato i lavoratori americani in diretta concorrenza con i lavoratori asiatici e latinoamericani, disposti a svolgere gli stessi lavori per salari molto inferiori, in fabbriche con normative decisamente meno stringenti.

I dirigenti delle aziende statunitensi hanno colto al volo l’opportunità di chiudere gli stabilimenti sul territorio nazionale e trasferirli all’estero. Questo spiega la scomparsa di 50.000 fabbriche durante il decennio di Bush e la perdita di 5,5 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero.

Non è possibile avere un tenore di vita in aumento quando i posti di lavoro più remunerativi nel settore della produzione vengono delocalizzati all’estero.

Ora, per acquistare i prodotti delle fabbriche straniere che un tempo si trovavano qui, stiamo sborsando una quantità sempre maggiore della ricchezza americana. Il nostro conto nazionale per beni e servizi importati ammonta a 2.500 miliardi di dollari all’anno. Il deficit commerciale degli Stati Uniti è risalito a una cifra compresa tra 550 e 600 miliardi di dollari all’anno.

Se il presidente Obama vuole sapere perché il suo piano di stimolo economico da 800 miliardi di dollari non ha avuto l’effetto sperato, dovrebbe esaminare il problema delle “infiltrazioni”.

Come si può stimolare l’economia statunitense quando i lavoratori che si mantengono o si riassumono grazie ai miliardi di dollari stanziati per il piano di stimolo economico si dirigono sabato verso i supermercati Walmart per acquistare prodotti fabbricati in Giappone, Corea e Cina?

I nostri 6 trilioni di dollari di deficit commerciale durante il decennio di Bush hanno stimolato le economie di tutto il mondo, tranne la nostra. Anzi, le economie di maggior successo dell’ultimo decennio sono state la Cina e la Germania. Non a caso, sono stati i due maggiori paesi esportatori al mondo.

Esistono metodi collaudati con cui le nazioni hanno superato situazioni simili. Cosa ci impedisce di adottarli? L’ignoranza della nostra storia, gli ingenti investimenti delle nostre multinazionali nel nuovo assetto globale e l’opposizione a un’Organizzazione Mondiale del Commercio alla quale abbiamo ceduto la nostra sovranità nazionale.

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Un secondo motivo per cui il reddito medio delle famiglie americane è tornato ai livelli del 1996 ed è in calo è l’immigrazione di massa, sia legale che illegale.

Secondo l’analista Ed Rubenstein di VDARE.com, gli Stati Uniti, nonostante un tasso di disoccupazione superiore al 9%, importano 100.000 lavoratori immigrati ogni mese. Numbers USA sostiene invece che ogni mese vengano importati 125.000 lavoratori stranieri.

Pertanto, ogni anno si aggiungono alla nostra forza lavoro ben oltre un milione di lavoratori, a fronte di 14 milioni di americani in cerca di occupazione.

Perché lo stiamo facendo?

È xenofobo affermare che i nostri cittadini debbano venire prima di tutto, che l’importazione di lavoratori stranieri debba cessare finché i nostri disoccupati non avranno trovato un impiego?

Una quota enorme della nostra popolazione immigrata è di origine ispanica. E Rubenstein ha scoperto che per ogni 100 ispanici impiegati negli Stati Uniti nel 2001, oggi ne lavorano 126. Ma per ogni 100 non ispanici impiegati nel 2001, oggi ne lavorano solo 98.

Cosa impedisce ai nostri politici di mettere al primo posto gli americani, di espellere gli immigrati clandestini e di sospendere l’importazione di manodopera straniera finché i nostri lavoratori non saranno tornati al lavoro?

Una delle ragioni è la politica. I democratici vedono gli immigrati clandestini e i loro figli come futuri elettori democratici. I repubblicani, invece, temono di essere etichettati come razzisti e di inimicarsi le lobby etniche.

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Un altro motivo è il mero interesse commerciale.

Le aziende statunitensi vedono negli immigrati, legali o illegali, una fonte inesauribile di manodopera a basso costo per contenere i costi salariali. E hanno ragione.

Ma chi si preoccupa dell’interesse nazionale, di tutti i membri della famiglia americana, soprattutto dei disoccupati?

Se il reddito medio della famiglia americana è in calo, già tornato ai livelli del primo mandato di Bill Clinton, la classe media americana è tra le grandi perdenti dell’economia globale. E chi sono i grandi vincitori?

Informazioni su Patrick J Buchanan

Patrick J. Buchanan è un commentatore politico conservatore statunitense, autore, editorialista, politico e conduttore televisivo.

Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale

Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale” organizzata ad un anno dalla scomparsa del pensatore veneto.


L’evento si terrà a Rovereto (TN) il 26 settembre p.v. presso la sala Caritro – Piazza Rosmini,3.

L’iniziativa rappresenta un momento unico di confronto sul pensiero lagrassiano e sulle potenzialità di un  suo sviluppo ulteriore.

La partecipazione è gratuita, ma priva di sponsorizzazioni. Le spese sono quindi  totalmente a carico degli organizzatori. 

Ogni contribuzione volontaria è ovviamente gradita. Nel caso, gli estremi per l’eventuale accredito, specificando accuratamente la causale, sono:

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Si consiglia caldamente, comunque, di segnalare l’adesione e la presenza all’iniziativa a questo indirizzo: italiaeilmondo2@gmail.com onde predisporre al meglio la capienza della sala e il servizio di refezione nei due intervalli.

Seguiranno ulteriori aggiornamenti, compresa l’indicazione del link per assistere alla diretta.

Mania di guerra: “Crisi di sicurezza” annunciata dalle élite europee che seminano il panico, di Simplicius

Mania di guerra: “Crisi di sicurezza” annunciata dalle élite europee che seminano il panico,

Simplicius19 settembre
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È iniziato un nuovo ciclo di allarmismo sulla guerra mondiale, mentre l’Europa viene aizzata dal panico. Le ragioni sono molteplici.

Da un lato, l’Europa è entrata in una crisi politica ed economica, e quindi ora più che mai è necessario trovare dei diversivi. Affinché i cittadini possano sopportare le difficoltà che li attendono, bisogna far loro capire che tali difficoltà sono assolutamente necessarioper la loro sopravvivenza. A tal fine, non c’è mezzo di propaganda migliore della BBC orwelliana per battere il tamburo:

https://www.bbc.com/news/articles/cmn0jke547r5o

Si inizia così:

Il governo vuole che tutti noi cominciamo a prepararci a gravi sconvolgimenti nella nostra vita. Vuole che facciamo scorte di cibo in scatola e acqua potabile, che rafforziamo la nostra resilienza civile e che ci prepariamo all’eventualità di una guerra.

Sono iniziati i lavori sul cosiddetto “libro di guerra” del governo, che non veniva aggiornato da decenni.

Il più alto ufficiale dell’esercito britannico ha lanciato l’allarme. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Sir Richard Knighton, ha affermato questa settimana che la minaccia rappresentata dalla Russia sta facendo sì che la Gran Bretagna stia vivendo il periodo “più pericoloso” dei suoi 35 anni di carriera nelle forze armate.

La domanda tendenziosa viene posta in vista di una risposta altrettanto tendenziosa, volta a influenzare le menti impressionabili e oppresse della popolazione britannica:

In un atto di “menticidio” incredibilmente trasparente, la BBC arriva persino a ricorrere a uno psicologo per costruire la narrazione perfetta con cui plasmare la coscienza collettiva:

La convinzione di essere minacciati è fondamentale, afferma lo psicologo Jim Orford, professore emerito di psicologia clinica e comunitaria all’Università di Birmingham. «È quello che io chiamo pensiero semplicistico». Per poter prendere in considerazione la possibilità di entrare in guerra, dobbiamo ragionare in termini semplicistici. In termini di nemici ed eroi. Dobbiamo considerare la Russia come un nemico. Le narrazioni sono tutte semplificate.

Espone il piano senza mezzi termini, una sorta di episodio di ipnosi schietta rivolto a chi è facilmente influenzabile e sottoposto a lavaggio del cervello; una vera e propria lezione magistrale di manipolazione, senza dubbio.

Con una serie coordinata di comunicati, i leader e le istituzioni europee hanno iniziato a mettere in guardia da una grave “crisi” che si profila sempre più incombente:

La situazione della sicurezza in Europa viene ora definita “in peggioramento”, mentre le sirene di guerra si fanno sempre più insistenti.

In perfetta sincronia, Le emittenti francesi iniziano a discutere dei preparativi per la guerra mondiale:

Gran parte delle tensioni è scaturita da due vertici europei tenutisi la scorsa settimana: la conferenza del Comitato militare della NATO e il nuovo vertice “Carpathian Eight” indetto da Zelensky, al quale hanno partecipato il polacco Tusk e altri leader.

https://meduza.io/en/news/2026/09/18/poland-s-prime-minister-says-russia-is-preparing-accidental-drone-and-missile-strikes-on-nato-countries-that-support-ukraine

La nuova campagna di operazioni psicologiche, coordinata di recente, è incentrata su una falsa operazione sotto falsa bandiera che prevedrebbe “attacchi ibridi” russi contro il cosiddetto “fianco orientale” della NATO. Dall’articolo di Meduza sopra citato:

Il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato in Parlamento che la Russia sta pianificando attacchi “ibridi”, con l’uso di missili e droni, contro i paesi che sostengono l’Ucraina.

Tusk ha fatto riferimento alle valutazioni dei servizi segreti, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters. «Esiste il rischio concreto che droni o altri tipi di missili possano penetrare nel territorio di uno o più paesi della NATO sul fianco orientale, causando persino distruzione», ha affermato.

«Questi potenziali attacchi sarebbero, per così dire, di natura “accidentale”, con l’intento di paralizzare o almeno indebolire la determinazione degli Stati della NATO a invocare le disposizioni pertinenti dell’Alleanza in caso di aggressione contro un Paese membro», ha affermato Tusk.

Questo è ormai lo spauracchio del momento, mentre i leader europei lottano disperatamente per salvare l’Ucraina dal pericolo:

https://www.politico.eu/article/russia-vladimir-putin-nato-drone-attacks-europe-leaders-warning/

Nel frattempo, è proprio la NATO stessa ad aumentare di giorno in giorno le provocazioni, pur puntando il dito contro la Russia:

WarMonitor@WarMonitor3

Negli ultimi 4 giorni i voli di ricognizione della NATO lungo il confine orientale con la Russia e Kaliningrad sono aumentati drasticamente; particolare attenzione sembra concentrarsi sull’area della Polonia e della Lituania F24: -Sembra ormai che i voli di routine dei velivoli AWACS E-3A Century della NATO e della Germania…

14:30 · 19 settembre 2026· 169.000 visualizzazioni


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Secondo quanto riferito, la Francia starebbe già mettendo in atto “rispose” militari segrete nei confronti della Russia:

Faytuks Network@FaytuksNetwork

Una fonte militare francese ha dichiarato a *Le Monde* che la Francia sta già mettendo in atto risposte militari convenzionali, di cui non sono stati resi noti i dettagli, agli attacchi ibridi russi. Alla domanda se Parigi potesse reagire militarmente senza renderlo pubblico, la fonte ha risposto: «Sta già accadendo».

19:09 · 19 settembre 2026· 47,8K visualizzazioni


18 risposte· 279 condivisioni· 1,86K “Mi piace”

Praticamente tutte le testate dei media mainstream occidentali si sono unite al coro infernale di sensazionalismo bellicista, nonostante la maggior parte di questi “attacchi” venga falsamente attribuita alla Russia, mentre dietro ci sono ogni volta droni ucraini o sabotatori — un fatto che, naturalmente, viene insabbiato:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-17/russia-s-attacks-on-europe-are-getting-more-brazen-and-more-dangerous

È il classico segno del genio militare: quando il proprio Paese sta crollando e sta perdendo un conflitto di grande portata, come si dice stia accadendo alla Russia contro l’Ucraina, la cosa migliore da fare è invadere immediatamente la più grande alleanza militare del mondo per strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta. Questo è ciò che i leader europei fantoccio stanno propinando alla loro credulona plebe; ma la gente se la beve?

Putin afferma che l’Europa si sta continuamente preparando alla guerra contro la Russia e ne spiega correttamente i motivi: per distogliere l’attenzione dalle proprie molteplici crisi, come abbiamo affermato in precedenza:

Con un ridicolo colpo di ironia, l’Europa sostiene di essere la Russia a pianificare le “operazioni sotto falsa bandiera”:

La NATO è pronta a rispondere a una potenziale escalation russa sul fianco orientale dell’Europa, ha affermato oggi il generale di punta dell’alleanza, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in un contesto caratterizzato da crescenti allarmi riguardo a un possibile attacco pianificato da parte di Mosca.

politico.eu

Politica europea@POLITICOEurope

La NATO è “pronta” a un potenziale attacco sotto falsa bandiera da parte della Russia, afferma il generale di più alto rango dell’Alleanza

La NATO è pronta a rispondere a una potenziale escalation russa sul fianco orientale dell’Europa, ha affermato oggi il generale di punta dell’alleanza, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in un contesto caratterizzato da crescenti avvertimenti riguardo a un possibile attacco pianificato da parte di Mosca.

16:29 · 19 settembre 2026· 22,1K visualizzazioni


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Qualche giorno fa, il buffone del ministro degli Esteri polacco Sikorski ha affermato che l’Europa avrebbe sconfitto la Russia “abbastanza rapidamente” e senza difficoltàse la Russia tentasse qualcosa. Stando così le cose, c’è da chiedersi allora perché gli europei si mostrino così preoccupati.

In realtà, l’Europa è impantanata in una crisi sempre più grave e ha bisogno di uno sfogo significativo per le frustrazioni e il malcontento dell’opinione pubblica.

C’è poi anche il fatto che Trump intenda ora ritirare potenzialmente un gran numero di truppe statunitensi da quel continente dilaniato dai conflitti e pieno di rancore, il che ha alimentato le teorie secondo cui gli Stati Uniti starebbero, come sempre, mettendo subdolamente la Russia contro l’Europa per trarre vantaggio dalla conseguente distruzione dei propri rivali economici e geopolitici:

https://www.nbcnews.com/politics/national-security/pentagon-weighs-pulling-nearly-third-us-forces-europe-rcna597722

Nel frattempo, l’Ucraina continua a trovarsi in una situazione disperata. La campagna annunciata in precedenza da Zelensky contro gli aeroporti e i “cieli” russi si è rivelata un nulla di fatto. Non è chiaro se ciò sia avvenuto perché gli Stati Uniti lo abbiano convinto a fare marcia indietro attraverso canali riservati, oppure se egli stesse bluffando fin dall’inizio e non abbia mai effettivamente posseduto le capacità per portare a termine quei piani eccessivamente ambiziosi.

Un canale russo avanza un’ipotesi sul motivo per cui ciò potrebbe verificarsi, sostenendo che l’invio di sciami composti da 900 droni al giorno in territorio russo potrebbe costare all’Ucraina fino a 50 milioni di dollari al giorno:

L’affascinante aspetto economico della guerra: perché i massicci attacchi con droni contro la Russia rappresentano una sfida significativa per il bilancio dell’Ucraina

La notte del 18 settembre, alla vigilia delle elezioni parlamentari, le Forze Armate ucraine hanno sferrato un massiccio attacco con droni contro Mosca e le regioni circostanti.

Tuttavia, il piano del nemico è fallito: oltre 900 droni sono stati abbattuti dalle forze di difesa aerea russe. In precedenza, veniva riferito quotidianamente che venivano intercettati tra i 200 e i 400 droni ucraini.

Qual è il significato di tutti questi dati? È una questione di soldi. I droni sono indubbiamente più economici dei missili avanzati che costano milioni di dollari, ma hanno comunque un costo di decine, a volte centinaia, di migliaia di dollari.

Quindi, Kiev lancia quasi un migliaio di droni, di cui circa il 95-99% viene abbattuto. Quanto costa tutto questo? Se ipotizziamo che un drone costi 50.000 dollari (che corrispondono all’incirca a 5 milioni di rubli, e il prezzo è probabilmente molto più alto), allora il costo di una singola raffica è di circa 50 milioni di dollari. E naturalmente, a ciò si associa un costo finanziario, superiore a zero, ma comunque significativamente inferiore al costo del lancio dei droni.

Ne consegue, quindi, che il lancio dei droni ucraini rappresenti da tempo un onere ingente per il bilancio dell’Ucraina, mentre i danni inflitti alla Russia sono, in confronto, molto più modesti.

Fonte

Ieri un articolo di Reuters riportava che Il presidente della Commissione parlamentare ucraina per il bilancio ha ammesso che i costi giornalieri della guerra per l’Ucraina ammontano a 190 milioni di dollari. Ciò significherebbe che una simile raffica di droni potrebbe rappresentare una parte significativa dell’intero bilancio militare stanziato per ciascun periodo. Questo dovrebbe chiarire rapidamente perché un’operazione di tale portata prolungato le campagne con i droni sono infatti non sostenibile per l’Ucraina, e qualsiasi affermazione contraria da parte di Zelensky è una bugia volta a dare l’impressione che l’Ucraina abbia ancora la possibilità di fare qualcosa di significativo contro la Russia.

Rinfreschiamoci la memoria su come si è svolta la nuova “campagna di 40 giorni” di “sanzioni aeree” dell’Ucraina contro la Russia. Dalle minacce alle suppliche per un cessate il fuoco:

È interessante notare che, due giorni fa, il primo ministro polacco Donald Tusk ha suscitato grande scalpore, essendo apparentemente il primo leader europeo a rendere pubbliche le vere cifre mensili delle vittime ucraine. Egli afferma che sono stati gli stessi ucraini a informarlo che il numero attuale si attesta a 27.000, tra morti e feriti:

Ricordiamo che proprio il mese scorso lo stesso Budanov, in Ucraina, ha ammesso che l’Ucraina ha bisogno di 30.000 nuove “reclute” al mese per sostenere ciò che già esiste:

https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/08/28/8050796/

Pertanto, possiamo tranquillamente ipotizzare che le perdite ucraine si attestino più o meno ai livelli che conoscevamo fin dall’inizio, ovvero intorno alle 30.000 al mese. Teoricamente, di queste, circa 1/4 – 1/3 dovrebbero essere morti, un altro 1/4 circa feriti gravi e definitivamente fuori combattimento, mentre il resto sarebbe costituito da feriti lievi. Su un totale di 27.000 – 30.000, ciò potrebbe significare circa 7.500 morti al mese, altri 7.500 feriti in modo permanente e 15.000 feriti lievi.

Ricordiamo che, per ora, per l’Ucraina è ancora relativamente facile colmare questa lacuna. L’Ucraina conta circa 25 regioni amministrative, ciascuna con poco più di 1.000 insediamenti, paesi e città. Si tratta, in totale, di circa 25.000 insediamenti. Per raggiungere i 30.000 uomini al mese, l’Ucraina deve reclutare 1.000 uomini al giorno, ovvero un solo «maschio in età da combattimento» per ogni insediamento, oppure 40 da ciascuna delle 25 regioni principali, il che non è un compito del tutto impossibile da portare a termine per decine di migliaia di «ufficiali di reclutamento» TCK. Tuttavia, il bacino di reclute continua a ridursi di giorno in giorno, il che diminuisce ulteriormente la disponibilità di manodopera per le industrie ucraine, comprese quelle legate alla produzione militare essenziale.

Come sempre, l’ondata crescente di allarmismo europeo non è altro che una reazione al calo del sostegno all’Ucraina e al crescente deficit di bilancio. I vari piani di emergenza sono tutti falliti e l’Ucraina sta nuovamente esaurendo le risorse per finanziare le sue spese militari in forte aumento.

In occasione del suo primo vertice C8, Zelensky ha definito il deficit “astronomico” e ha sottolineato la necessità di un intervento urgente:

Quest’inverno richiederà uno sforzo e un impegno finanziario straordinari per sostenere l’Ucraina, che subirà danni ingenti a causa del crescente divario tra la potenza di fuoco russa e le capacità di difesa aerea ucraine in costante calo.

Probabilmente l’Europa potrà fare ben poco, se non limitarsi a tappare altre falle con misure provvisorie a breve termine, e la situazione è destinata a continuare il suo naturale declino.


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Oltre la Pax Americana: cosa ci rivela Penang sul mondo emergente, di Pascal Lottaz

Oltre la Pax Americana: cosa ci rivela Penang sul mondo emergente

Il “Penang Peace Dialogue” ha riunito influenti esponenti asiatici per discutere di un mondo al di là del dominio occidentale. Alcuni dei momenti più rivelatori si sono verificati proprio quando la conversazione ha assunto toni scomodi.

Pascal Lottaz16 settembre
 
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Avrei dovuto trovarmi in Malesia per il Penang Peace Dialogue (5-6 settembre). Purtroppo non ho potuto partecipare, ma Dennis e Michael Riches hanno colto l’occasione per partecipare a nome di Neutrality Studies. Il loro resoconto dalla Malesia ci offre una panoramica delle discussioni, degli incontri e delle realtà del Sud-Est asiatico che rivelano la direzione verso cui si sta orientando il pensiero politico.

Organizzato dal Commonwealth of World Chinatowns, l’incontro ha visto la partecipazione di Kishore Mahbubani, Victor Gao, Joanna Lei, Jomo K. Sundaram e persino dell’ex presidente indonesiano Joko Widodo. Jeffrey Sachs ha partecipato in videoconferenza. Si trattava di persone che conoscevano bene i governi, le università e le istituzioni internazionali; pertanto, le loro critiche alla Pax Americana erano frutto di una notevole esperienza su come funziona quell’ordine.

Dennis e Michael descrivono una sorprendente fiducia tra i partecipanti nel fatto che l’Asia stia acquisendo il potere di plasmare il proprio futuro. La domanda interessante è: cosa intendono farne?

Un luogo diverso in cui affrontare l’argomento

Dennis ha notato un dettaglio che potrebbe sembrare secondario, ma che evidenzia come gran parte del Sud del mondo abbia mantenuto uno spirito di analisi critica non solo in ambito politico, ma anche in quello economico: alcune aziende malesi hanno sponsorizzato un incontro in cui i relatori hanno apertamente condannato la distruzione di Gaza da parte di Israele, hanno discusso dell’ascesa della Cina e hanno messo in discussione le pretese occidentali di leadership morale.

La sponsorizzazione da parte delle aziende difficilmente garantisce l’indipendenza politica. Tuttavia, ci fornisce indicazioni su quali opinioni siano considerate rispettabili in una determinata società. Argomenti considerati discutibili in alcuni ambiti della sfera pubblica occidentale potrebbero essere espressi in questa sede da personalità di spicco senza apparente imbarazzo.

L’osservazione più ampia di Michael era che tale fiducia andasse oltre i confini della Cina. Aveva sentito intellettuali dell’Asia meridionale e sud-orientale parlare delle loro regioni come attori con obiettivi propri e non come “alleati” di questa o quella grande potenza. Un mondo multipolare offrirebbe ben poca emancipazione se i paesi più piccoli si limitassero a sostituire un rapporto di dipendenza con un altro.

La stessa Penang ha offerto una cornice perfetta. Dennis ha descritto le gallerie, l’arte di strada e gli edifici restaurati di George Town; entrambi i fratelli hanno apprezzato lo spazio riservato agli artisti e alle esibizioni musicali. Il dibattito sulla cultura della diaspora cinese ha inoltre messo in discussione l’idea che una civiltà appartenga esclusivamente a uno Stato. Le comunità preservano, adattano e trasmettono le tradizioni oltre i confini. Le mappe politiche non racchiudono tutto.

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Gaza e i limiti delle Nazioni Unite

Il momento più commovente, ha ricordato Dennis, è stato quando una studentessa palestinese che studiava in Malesia ha raccontato di aver perso alcuni membri della sua famiglia a Gaza. Il suo intervento ha riportato il dibattito sull’ordine internazionale a ciò che tale ordine dovrebbe proteggere: le persone che cercano di vivere.

L’Iniziativa per le borse di studio di Gaza ha offerto una via concreta per la solidarietà. Dennis ha anche riferito della preoccupazione di un organizzatore secondo cui la raccolta fondi internazionale avrebbe potuto incontrare ostacoli nei trasferimenti finanziari. A quanto pare, anche l’assistenza deve districarsi nell’infrastruttura attraverso cui opera il potere politico.

La questione di Gaza ha acuito il dibattito sulle Nazioni Unite. A cosa serve un’istituzione le cui decisioni più urgenti possono essere bloccate da un membro permanente del suo Consiglio di Sicurezza?

I relatori hanno difeso l’ONU sostenendo che la sua scomparsa lascerebbe gli Stati più piccoli ancora più indifesi. Il diritto di veto è stato considerato sia una fonte di paralisi sia parte dell’accordo che mantiene gli Stati potenti all’interno dell’istituzione.

C’è una logica scomoda in tutto questo. Un’organizzazione che include le grandi potenze deve venire loro incontro in misura sufficiente per assicurarsi la loro adesione. Tuttavia, tali concessioni possono impedirle di esercitare un controllo su di esse.

Per i paesi che aspirano a una maggiore indipendenza, la riforma comporta quindi un compito pratico non facile: preservare una sede comune, riducendo al contempo la capacità dei suoi membri più forti di renderla inefficace.

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La storia incompiuta di Bandung

Una proposta ricorrente durante la conferenza è stata quella di “Bandung 2.0”: un movimento rinnovato per la cooperazione e l’indipendenza tra le società un tempo colonizzate. Tuttavia, Dennis ha chiesto in modo incisivo che fine avesse fatto effettivamente Bandung 1.0 e quali insegnamenti se ne fossero tratti.

Ha sollevato la questione della distruzione della precedente linea politica dell’Indonesia e delle violenze di massa legate agli sconvolgimenti del 1965. Il suo ricordo della reazione è stato eloquente: rassicurazioni sul fatto che lo spirito di Bandung fosse ancora vivo, con scarsa attenzione ai meccanismi attraverso i quali le sue possibilità politiche erano state soffocate.

Dennis riteneva che la presenza dell’ex presidente indonesiano e dei giornalisti indonesiani al suo seguito fosse motivo di cautela. Questa è la sua interpretazione, ma la questione irrisolta rimane importante a prescindere dal motivo.

Un movimento rinnovato deve comprendere quali fattori potrebbero metterlo in ginocchio. L’intervento straniero, la repressione interna e i conflitti all’interno dei paesi che invocano la solidarietà non possono semplicemente svanire dietro lo slogan di un anniversario.

Potrebbe anche essere una buona idea includere altre voci provenienti da tutto il Sud-Est asiatico. Una conferenza dedicata all’emancipazione regionale deve lasciare spazio alle divergenze presenti nella regione. Altrimenti, le persone le cui storie mettono maggiormente in discussione la narrativa dominante potrebbero ritrovarsi ancora una volta escluse da essa.

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Taiwan e lo spazio dell’immaginazione

Michael, che vive a Taiwan da anni, ha messo alla prova un altro limite. Con Victor Gao e Joanna Lei tra i relatori, ha proposto un ipotetico “Commonwealth della Cina”: due entità politicamente distinte unite da accordi volti a rispondere alle preoccupazioni di Pechino in materia di sicurezza.

La sua proposta andava ben oltre la cooperazione economica. Comprendeva un’alleanza militare con la Cina e accordi relativi all’accesso marittimo. Si trattava di un esperimento mentale volto a verificare se un compromesso in materia di sicurezza potesse coesistere con la salvaguardia del sistema politico di Taiwan.

Secondo quanto riferito da Michael, Gao ha respinto l’idea di uno Stato separato e ha insistito sulla riunificazione sotto un unico governo. Gli altri partecipanti alla tavola rotonda non hanno avuto il tempo di rispondere.

Non dovremmo né scambiare l’ipotesi di Michael per una soluzione concordata, né considerare la risposta di Gao come una posizione governativa negoziata. Lo scambio mette tuttavia in luce una difficoltà fondamentale: sicurezza, sovranità e identità politica si sovrappongono senza però diventare intercambiabili. Affrontare una di queste questioni non risolve automaticamente le altre.

È incoraggiante che, secondo Michael, Gao lo abbia avvicinato in seguito e lo abbia invitato a rimanere in contatto. Un disaccordo sul palco aveva lasciato aperto un canale di comunicazione.

Questa potrebbe essere la lezione più utile da trarre da Penang. La fiducia in un ordine multipolare emergente sta crescendo, ma le relazioni pacifiche dipenderanno da come si gestiranno i disaccordi tra attori sicuri di sé. Lo stesso incontro che ha messo in discussione il predominio occidentale si è scontrato con limiti scomodi nelle discussioni sulla storia regionale e sulla sovranità.

Questi limiti meritano un’attenzione costante. Un maggior numero di centri di potere significherà un maggior numero di centri in grado di dire «no». Costruire la pace richiederà istituzioni, relazioni e immaginazione politica sufficientemente forti da mantenere vivo il dialogo anche dopo che lo avranno fatto.


Un ringraziamento speciale a Dennis e Michael per aver partecipato alla conferenza e averne dato notizia! — Pascal.


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I piani di difesa di von der Leyen mettono l’Europa sulla strada della guerra con la Russia, di Andrew Korybko – Il discorso di von der Leyen

I piani di difesa di von der Leyen mettono l’Europa sulla strada della guerra con la Russia

Andrew Korybko19 settembre
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Parlare di preparativi di una guerra certa alla Russia dell’Unione Europea allargata prevista entro il 2030, mi pare al momento azzardato. Questo, però, non comporta che un conflitto non possa innescarsi entro tre anni per un accidente ed un errore di calcolo. La pressione militarista in nome della indipendenza della Unione Europea è una impostura di questa classe dirigente ai fini della propria sopravvivenza. Serve a nascondere sotto il tappeto la polvere della loro perdita di autorevolezza, la deindustrializzazione dei territori, la disgregazione sociale e la progressiva formazione di vere e proprie enclaves interne, l’affarismo parassitario che le caratterizza. Tenta di offrire una alternativa parziale al cimitero industriale che si sta profilando con una riconversione delle principali attività residue verso la produzione di armamenti e ricostruire su di essa una nuova base sociale e una strutturazione di potere alternativa. Un investimento per la loro sopravvivenza, possibile con il solo saccheggio della Russia. E questa l’idea di indipendenza propugnata dalla nostra commissaria, oltre a un riequilibio commerciale con la Cina. A prescindere dal tipo di esercito che si intenderebbe costruire a sostegno di una qualsiasi politica estera autonoma, pur discutibile e suicida, edificarlo in quattro anni è semplicemente velleitario, se non attingendo alle capacità militari strategiche statunitensi, anche esse, per altro, messe già a dura prova. Bel modo di essere indipendenti. Non è la sola impostura. Basta leggere tra le righe del discorso del 17 scorso della von der Leyen per ripescare, sotto i consueti toni trionfalistici, la solita mistificazione di una Europa spavalda, come una mosca cocchiera che pretende di stabilire le regole nei settori strategici, senza disporre della relativa tecnologia e delle capacità industriali o cercando di acquisirla, come nell’ambito della intelligenza artificiale, nei meri settori derivati. Esattamente la riproposizione dello stesso tracciato che sta riducendo al ruolo depresso di comparsa il nostro subcontinente asiatico. Questa classe dirigente e questo ceto politico, solido ma fragile, così arroccato, è la mera espressione e appendice degli interessi e delle politiche più conservatrici ed interventiste, più o meno subdole, degli Stati Uniti sull’altare dei quali sacrificare quelli propri nazionali europei, quantomeno della maggior parte di essi. La loro è una scommessa e un bluff che poggia su una presunta mancanza di deterrenza della Russia e su una presunta ambiguità, ritenuta di fondo, piuttosto che tattica, dei suoi alleati. Il vero pericolo sta in questa presunzione. Il terreno su cui combatterli è proprio la difesa e la definizione di quegli stessi interessi nazionali dei quali si arrogano la detenzione esclusiva. Giuseppe Germinario

L’unica cosa che potrebbe scongiurare la Terza Guerra Mondiale, che appare sempre più inevitabile, è che la Russia ripristini in modo deciso la sua capacità di deterrenza.

Nel suo discorso annuale, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto diverse iniziative in materia di difesa, la più nota delle quali è la designazione del Canada come primo ” membro associato ” dell’UE per “l’integrazione delle basi industriali della difesa” e per “fare dell’Artico un progetto comune di punta”, tra le altre cose. In relazione a ciò, il Canada è stato invitato a entrare a far parte del nuovo Consiglio di sicurezza europeo, che includerà anche Ucraina, Regno Unito, Norvegia e altri paesi non specificati, i quali probabilmente parteciperanno anche all’articolo 4 del Trattato di sicurezza dell’UE.

Ciò si riferisce al diritto dei membri di avviare consultazioni urgenti ogniqualvolta si sentano minacciati. L’inclusione dell’Ucraina suggerisce fortemente che ciò fungerà da ulteriore garanzia di sicurezza , un ulteriore vantaggio offerto a quel paese dai principali membri europei della NATO. A tal proposito, von der Leyen ha proposto un progetto congiunto per la creazione di un sistema modulare di difesa missilistica e ha annunciato che i fondi rimanenti del programma “Azione per la sicurezza in Europa” (SAFE) saranno utilizzati per realizzare altri progetti comuni.

Sul fronte interno, verrà adottata una nuova strategia di sicurezza europea, i cui dettagli non sono stati resi noti, ma che presumibilmente influenzeranno l’approccio del blocco alla Russia nel prevedibile e teso contesto postbellico. Infine, von der Leyen ha annunciato uno Strumento europeo per i fattori abilitanti strategici, che si riferisce a ciò che ha definito “le risorse di supporto critiche e i moltiplicatori di forza su cui si basa qualsiasi difesa credibile. Dalla difesa aerea e missilistica al trasporto strategico e al rifornimento in volo. Dallo spazio al cyberspazio”.

Mettendo insieme tutti gli elementi, le proposte di difesa interconnesse di von der Leyen ottimizzeranno i processi decisionali dell’UE, amplieranno la sua influenza sui paesi non membri e, nel complesso, prepareranno l’Europa a una guerra con la Russia entro il 2030, in linea con alcune delle precedenti previsioni dei suoi esperti. Trattando tacitamente l’Ucraina come un alleato di difesa comune attraverso la sua inclusione nel proposto Consiglio di sicurezza europeo e la sua industria della difesa come se appartenesse all’UE, l’Ucraina rimarrà il fattore scatenante più probabile di una guerra tra UE e Russia nella nuova era.

Si prevede che l’isteria bellica che ha contagiato il blocco verrà sfruttata anche come manovra di potere federalista, man mano che l’UE si evolve da un’unione economica e poi, in seguito, da una sorta di unione politica, fino a diventare un’unione militare. La Germania di von der Leyen dovrebbe guidare l’UE militarizzata, sia per la sua predominante influenza economico-politica sul blocco, sia per la sua capacità di spendere molto di più per la difesa rispetto a qualsiasi altro membro. Sebbene la Polonia attualmente disponga del più grande contingente militare europeo della NATO , quello tedesco è destinato a superarlo di gran lunga.

I liberali al governo in Polonia immaginano il Paese come il principale partner minore della Germania nel contenimento della Russia nella NATO 3.0, mentre l’opposizione conservatrice, rappresentata in particolare dal presidente, lo vede come il partner degli Stati Uniti. Se gli attuali governanti rimarranno al potere dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, il destino geopolitico della Polonia sarà segnato, ma il ritorno dei conservatori (probabilmente in una coalizione con i nazionalisti libertari) potrebbe portare la Polonia a tentare di formare un’alleanza Intermarium per controbilanciare la riemersa egemonia della Germania.

Questi sono i due scenari più probabili per il nuovo fianco occidentale del ” cordone sanitario “: un’UE militarizzata e dominata dalla Germania, oppure un’UE militarizzata in cui l’ Intermarium, guidato dalla Polonia, controbilancia l’egemonia tedesca sul blocco, integrando al contempo i suoi sforzi per contenere la Russia. In entrambi i casi, von der Leyen ha appena messo l’Europa sulla strada della guerra con la Russia, e l’unica cosa che potrebbe scongiurare la Terza Guerra Mondiale, che appare sempre più inevitabile, è che la Russia ripristini in modo decisivo la sua capacità di deterrenza .

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Qual è la probabilità che si verifichi uno scontro tra la NATO e la Russia intorno al 2030?

Se la Russia continuerà a combattere questa “guerra di logoramento” per gli anni a venire, invece di porvi fine in modo decisivo al più presto, allora intorno al 2030 sarà più vulnerabile che mai alle minacce di invasione provenienti dal “cordone sanitario”, costringendola così a capitolare o a ricorrere alle armi nucleari per legittima difesa.

RT ha richiamato l’attenzione sulla recente valutazione del viceministro degli Esteri Alexander Grushko, secondo cui «partiamo dal presupposto che [la NATO] si stia davvero preparando a uno scontro militare con la Russia intorno al 2030». Ciò ha fatto seguito alla Strategia di difesa nazionale che afferma che «la NATO europea supera di gran lunga la Russia in termini di dimensioni economiche, popolazione e, di conseguenza, potenza militare latente», ma che tali risorse devono essere gestite in modo adeguato per poterne sfruttare appieno il potenziale. Gli Stati Uniti intendono assumere questo ruolo di gestione per conto dell’UE.

Di conseguenza, si è giunti alla conclusione che “L’UE rappresenta una minaccia molto più credibile per la Russia rispetto al contrario”, il che ha preceduto l’avvertimento dell’ex presidente e attuale vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev riguardo alla minaccia simile a quella del 1941 rappresentata dalla rimilitarizzazione della Germania. All’inizio di questo mese, l’ex alto funzionario dei servizi segreti russi Andrey Bezrukov ha richiamato l’attenzione sulla “nuova guerra” in cui, a suo avviso, la Russia è coinvolta e che potrebbe durare decenni, con l’obiettivo primario di neutralizzarne le capacità nucleari.

La valutazione di Grushko ha coinciso con l’inizio della “guerra di logoramento” di Trump 2.0 contro la Russia; pertanto, considerando la sequenza degli eventi, si può sostenere che gli Stati Uniti sperino di indebolire la Russia attraverso l’Ucraina prima che l’UE diventi abbastanza potente da minacciare di invasione una Russia ormai indebolita. Il “cordone sanitario” che si è formato attorno alla Russia nell’ultimo anno, in gran parte a causa della dottrina neo-reaganiana di Trump 2.0, potrebbe anche portare la Turchia e/o il Giappone a minacciare lo stesso, al fine di ottenere le massime concessioni dalla Russia.

Questo assetto geostrategico organizzato dagli Stati Uniti è stato realizzato nell’Artico e nel Baltico grazie all’impegno guidato dal Regno Unito, nell’Europa centrale grazie all’impegno guidato dalla Polonia, lungo l’intera periferia meridionale della Russia grazie all’impegno guidato dalla Turchia e nell’Asia nord-orientale  grazie all’impegno guidato dal Giappone. Se le capacità nucleari della Russia fossero neutralizzate o gravemente compromesse entro quel momento, il Paese potrebbe essere costretto a cedere quote di controllo delle sue aziende statali operanti nel settore delle risorse naturali all’Occidente per una cifra irrisoria, il che rappresenta il grande obiettivo strategico di Trump 2.0.

Alla luce di questo obiettivo e della strategia che prevede innanzitutto di cercare di raggiungerlo attraverso l’incipiente “guerra di logoramento” contro la Russia, per poi minacciare l’uso della forza intorno al 2030 qualora tale strategia fallisse, gli interessi urgenti della Russia sono i seguenti. Deve porre rapidamente fine al conflitto ucraino alle condizioni più favorevoli possibili, per potersi poi concentrare sulla preparazione a potenziali scontri imminenti con il «cordone sanitario» guidato dagli Stati Uniti. Rimanere invischiata nella «guerra di logoramento» ne minerebbe le forze e la renderebbe relativamente più debole per quel momento.

Da qui ad allora, la Russia dovrà anche ricorrere a mezzi creativi per rompere questo “cordone sanitario” o, quantomeno, impedire che si estenda al Kazakistan, il che potrebbe potenzialmente comportare operazioni di intelligence prioritarie contro  l’Azerbaigian, membro ombra della NATO o persino un’altra operazione speciale operazione. Parallelmente, potrebbe anche fare leva sulla propria influenza sulla Corea del Nord per incoraggiare Kim Jong Un a effettuare ulteriori test missilistici e, possibilmente, nucleari, nella speranza di spostare bruscamente l’attenzione degli Stati Uniti dall’Europa all’Asia-Pacifico.

Se la Russia dovesse continuare a combattere questa “guerra di logoramento” per gli anni a venire, invece di porvi fine in modo decisivo in tempi brevi, allora risulterà più vulnerabile alle minacce di invasione provenienti dal “cordone sanitario” intorno al 2030, costringendola così a capitolare o a ricorrere alle armi nucleari per autodifesa. Nessuno dei due scenari è favorevole, ma entrambi sarebbero dovuti al fatto che la Russia non fosse riuscita a ristabilire la deterrenza entro quella data. È quindi imperativo ripristinare immediatamente la deterrenza, vincere rapidamente il conflitto ucraino e poi rompere questo nuovo “cordone sanitario”.

https://korybko.substack.com/p/whats-the-likelihood-of-a-nato-russian-1fc

 Tag: NATORussia

Andrew Korybko

Andrew Korybko è un analista politico statunitense con sede a Mosca, specializzato nelle relazioni tra la strategia statunitense in Afro-Eurasia, la visione globale cinese della “Belt & Road” (Nuova Via della Seta) e la guerra ibrida.

Trump: gli Stati Uniti siglano un accordo sulla sicurezza con la Groenlandia e la Danimarca 

Colin MeynLaura KellyThe HillAggiornato: 18 settembre 2026 / 18:55 CDTCommenti:

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Il presidente Trump ha dichiarato venerdì che gli Stati Uniti hanno stipulato un accordo di sicurezza con la Groenlandia e la Danimarca che conferisce all’America maggiore voce in capitolo negli affari di quel territorio artico e ne amplia la presenza militare nel Paese. 

Trump ha affermato che l’accordo «garantisce agli Stati Uniti il controllo permanente sulla sicurezza e su tutte le altre esigenze in Groenlandia, rispondendo pienamente a TUTTE le numerose preoccupazioni degli Stati Uniti».

«Inoltre, d’ora in poi, nessun avversario degli Stati Uniti potrà MAI avere una base in Groenlandia, mantenere una presenza militare in Groenlandia o effettuare investimenti sensibili in Groenlandia senza la nostra espressa approvazione scritta», ha aggiunto in un post online.

The Hill sta cercando di ottenere un commento dai funzionari che rappresentano la Groenlandia e la Danimarca, paese proprietario dell’isola, che gode di autonomia amministrativa. 

Trump ha fatto infuriare la Groenlandia e i suoi alleati della NATO con le sue richieste di acquisizione dell’isola da parte degli Stati Uniti all’inizio di quest’anno. L’accordo delineato da Trump sembra non soddisfare tale desiderio.

Il presidente ha sostenuto che un maggiore controllo degli Stati Uniti sull’isola è necessario per garantire che non finisca nelle mani della Cina o della Russia, in un contesto di crescente competizione per il controllo dell’Artico. 

«Avvieremo immediatamente il processo per la creazione di una consistente presenza militare in una delle numerose aree idonee della Groenlandia», ha scritto Trump nel suo post. «Collaboreremo con la popolazione groenlandese allo sviluppo e alla realizzazione di tale progetto».

Un funzionario del Dipartimento di Stato ha affermato che l’accordo soddisfa “completamente e definitivamente” tutte le richieste degli Stati Uniti relative all’isola artica.  

Venerdì la Groenlandia e la Danimarca hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano che la firma di un accordo con gli Stati Uniti è prevista per la prossima settimana, in occasione del vertice di alto livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Anche i parlamenti della Groenlandia e della Danimarca dovranno approvare l’accordo, si legge nel comunicato.

«È gratificante che stiamo per stipulare un accordo che garantisca e rafforzi la sicurezza della Groenlandia, del Regno di Danimarca, degli Stati Uniti e dell’alleanza occidentale», ha affermato il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen.

«L’accordo riconosce gli interessi della Groenlandia e il nostro ruolo nella cooperazione internazionale. È a vantaggio di tutti noi.»

Il primo ministro danese Mette Frederiksen ha affermato che l’accordo «riconosce la sovranità e l’integrità territoriale del Regno, nonché il diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione».

In un successivo post pubblicato venerdì sulla piattaforma social X, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ribadito l’affermazione di Trump secondo cui le forze armate statunitensi avrebbero immediatamente iniziato a sviluppare “una massiccia presenza militare” in Groenlandia, riferendosi al Comando Nord degli Stati Uniti — il comando militare che sovrintende alle operazioni in Nord America.

Il contrappasso di Giorgia

IL CONTRAPPASSO DI GIORGIA

Il lettore capirà – se ha avuto in precedenza occasione di leggermi – il mio piacere nel sentire che la Meloni abbia, come strepitano le prefiche di sinistra “aperta la campagna elettorale”(e loro che facevano?) annunciando la riduzione della tassa di circolazione. E ciò per tante ragioni, che elenco:

Se la Meloni si preoccupa tanto delle tasche degli elettori è perché a loro deve di aver governato e di continuare a farlo. Se invece fosse stata nominata e mai eletta (neppure in un consiglio scolastico) come Monti e Draghi, o designata alla carica non per decisione popolare ma dalle consorterie partitocratiche o plutocratiche (e così via) avrebbe fatto una bella distribuzione di benefici pubblici – diretti o indiretti – ai propri sostenitori.

In secondo luogo perché quelle distribuzioni – e le imposte che lo permettono con gli aumenti – sono accompagnate  (scriveva Pareto “per non far strillare l’oca mentre la spennano”) da una debordante melassa di buonismo da parte della stampa mainstream, volta a magnificare l’operato dei governanti che fanno opere di bene con i quattrini dei governati. E qua non si può fare perché non si prelevano risorse, ma si lasciano a ciascuna le proprie.

Inoltre si nota il pressoché costante discrimine tra le misure del centrosinistra e quelle del centrodestra: le prime sono esaltate per la conformità (vera o presunta) a intenzioni, valori, esigenze che andrebbero a soddisfare. Ad esempio l’ambiente (e la riduzione dei consumi) il superbonus; la solidarietà agli immigrati, l’accoglienza. Le seconde di tale armamentario non hanno bisogno: ridurre un’imposta non ha bisogno di inni di giubilo (o ne ha assai meno) o di messe di ringraziamento.

Un altro gruppo di critiche è riconducibile all’adagio “c’è ben altro da fare”, in un paese dove la pubblica amministrazione è la più sgangherata d’Europa (occidentale) ha il pregio di partire da un fatto vero. Troppo, perché nello sconquasso diffuso da qualche parte bisogna pur iniziare; e perché i governi di centrosinistra non hanno sanato le storture ora denunciate (dalla sanità al lavoro, alle retribuzioni). Il che li rende poco credibili.

Ma soprattutto ciò che rende appetibile la proposta della Premier sono due circostanze, la prima rievocante il contrappasso dantesco.

Questo è che il “bollo auto” è un’imposta patrimoniale, cioè dovuta per la proprietà di un bene, indipendentemente dal reddito e dalle prestazioni ricavabili dal proprietario. E cioè l’idealtipo di imposta di chi concepisce la finanza pubblica come un’imposizione che debba pretendersi e prelevare anche a prescindere dal reddito che il contribuente possa trarne. Questi può morire di fame, perché l’apparato sopravviva. Con buona pace della “capacità contributiva” di cui all’art. 53 della “Costituzione più bella del mondo” e delle sentenze della Cosrte costituzionale. Che proprio da un’imposta patrimoniale parta l’abolizione (quasi) totale è un contrappasso. Anche perché da un po’ di tempo capi e capetti del centrosinistra avevano riscoperto la patrimoniale, col solito coro di esaltazioni. Per lo più basate sul fatto che la maggior parte degli elettori non capisce che cosa sia e soprattutto che la base imponibile è il patrimonio e non il reddito.

Con la conseguenza che la platea dei contribuenti è enormemente superiore e percepisce redditi non alti; non è solo Paperone a pagarla, ma tanti i paperini. Speriamo che tutti se ne ricordino l’anno prossimo alle elezioni, così che possa dirsi “chi di patrimoniale ferisce, di patrimoniale perisce”; il che servirà come democratica lezione per i governanti futuri.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Il volto tragico dell’Europa: Mille anni di guerre europee, di André Larané

Il volto tragico dell’Europa

Mille anni di guerre europee

Vedi la versione abbreviata

La storia dell’Europa è costellata di guerre: nel corso del millennio scorso, non è trascorso alcun decennio senza che gli eserciti si scontrassero qua e là. Il Vecchio Continente non rappresenta tuttavia un’eccezione nel mondo. È semplicemente che queste guerre sono meglio documentate che in qualsiasi altro luogo perché furono condotte da Stati dotati di solide amministrazioni.

Facciamo attenzione anche a non cadere in un errore di prospettiva. Le guerre che in Europa opposero i sovrani e gli Stati-nazione furono, da un punto di vista strettamente aritmetico, meno costose in termini di vite umane rispetto a quelle che colpirono i grandi imperi asiatici. Furono inoltre meno sanguinose delle guerre civili (nota)…   

André Larané

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Templiers en partance pour la croisade (XIIe siècle, peintures murales de la chapelle romane de Cressac, au sud d'Angoulême (Charente)

La dolorosa gestazione dell’Europa

La dissoluzione dell’Impero Romano d’Occidente portò, a metà del I millennio, alla quasi totale scomparsa di ogni forma di amministrazione in quella che allora veniva chiamata Regnum francorum o regno dei Franchi. Intorno all’anno 800, Carlo Magno spingeva i propri confini fino all’Ebro (Spagna), al Tevere (Italia) e all’Elba (Germania): i Sassoni conservarono a lungo il ricordo del modo brutale con cui egli aveva loro rivelato la Buona Novella (il Vangelo). A Carlo Magno mancò solo di sottomettere l’Inghilterra e la Scandinavia per riunire la cristianità occidentale sotto un unico scettro.

La conversione al cristianesimo di tutti i popoli dell’Impero carolingio non è tuttavia sufficiente a garantirne la felicità. La cristianità occidentale appare divisa in modeste signorie che traggono le proprie risorse dallo sfruttamento dei contadini e si combattono tra loro, mentre lottano anche contro le incursioni dei Vichinghi e dei Saraceni. 

Affrontement entre Saxons et Normands à Hastings (détail de la tapisserie de Bayeux)È proprio intorno all’anno 1000 che da questo nulla sociale nascerà, in senso stretto, la civiltà europea:

I guerrieri che controllano il territorio formano un gruppo sociale prestigioso, la cavalleria. Su sollecitazione della Chiesa, accettano un codice d’onore e le «tregue di Dio» che limitano gradualmente i danni causati dalle guerre private, tanto più che le strategie difensive (castelli fortificati) prendono il sopravvento su quelle offensive (battaglie in ordine di battaglia).

Da questa  società feudale emergono alcuni principati che daranno origine ai futuri Stati nazionali, i primi e più importanti dei quali sono il regno dei Capetingi, ovvero la Francia, e l’Inghilterra, consolidata dall’invasione normanna e dall’incoronazione di Guglielmo il Bastardo nel 1066.

A Clermont (Alvernia), un papa di origine francese, Urbano II, lancia nel 1095 un appello memorabile. Invita i suoi compatrioti a riaprire con le armi le vie di pellegrinaggio verso Gerusalemme, chiuse da temibili nuovi arrivati, i Turchi. L’appello viene accolto con entusiasmo in quella cristianità in piena espansione demografica e permeata da una fede profonda e ingenua. Ne consegue uno slancio senza precedenti che spinge folle di persone verso l’Oriente. Questo movimento, in seguito definito «crociate», è la prima guerra offensiva condotta in Europa ed è opera soprattutto dei francesi.

Le pape Urbain II prêchant la première croisade sur la place de Clermont, Francesco Hayez, 1835, Milan, Gallerie di Piazza Scala.

Le retour du croisé. Hugues de Vaudémont, parti en 1147, retrouve son épouse, XIIe siècle (Nancy, musée lorrain)Un secolo più tardi, nel XIII secolo, nel nostro Esagono fiorì il « bel Medioevo ». Gli interventi militari del principale sovrano dell’epoca, il re Luigi IX (San Luigi), mobilitarono sempre e solo poche migliaia di uomini. Fu così a Taillebourg contro gli inglesi, nel 1242.

Allo stesso tempo, il mondo slavo, a est, viene assalito con brutalità, da un lato dai monaci-cavalieri tedeschi, i Cavalieri Teutonici e i Portatori di Spada, che si insediano sulle rive del Mar Baltico ; è il Drang nach Osten (dico), dall’altra  dai Mongoli che si insediano stabilmente a nord del Mar Caspio. Ne consegue, per due secoli, la rovina di quel mondo fino ad allora risparmiato dalle invasioni.

La fine del Medioevo (XIV e XV secolo) è caratterizzata in Occidente da grandi prove, dalla peste alle guerre dinastiche: la Guerra dei Cento Anni, la Guerra delle Due Rose, la lotta tra Guelfi e Ghibellini, la guerra di Castiglia e la Reconquista. La cristianità occidentale ne esce rafforzata ma anche divisa, con l’emergere di almeno tre grandi Stati: la Francia, l’Inghilterra e la Spagna.

Appena la Francia aveva ritrovato prosperità e vigore, i suoi sovrani si lanciarono all’assalto dell’Italia con i pretesti più assurdi. Dal 1494 al 1559, i francesi aggredirono e tormentarono l’Italia senza trarne alcun vantaggio politico… Ne ricavarono però qualcosa di più importante: le buone maniere, il gusto per le cose belle, Chambord e la Gioconda.

La bataille de Pavie, le 24 février 1525, Albama, Birmingham Museum of Art.

Con una serie di conquiste trionfali, dal 1353 al 1515, la dinastia turca degli Ottomani sottomise al proprio dominio i popoli del Mediterraneo orientale e dei Balcani. Li tenne all’esterno dello spazio europeo per tre o quattro secoli.

All’altra estremità del continente, il principato di Mosca emerge dal caos russo e si libera dal dominio mongolo. Nel 1547, l’incoronazione dello zar Ivan IV, futuro Ivan il Terribile, sancisce la nascita dell’impero russo. Quest’ultimo si espande verso il Mar Nero a spese degli ultimi regni mongoli, mentre avventurieri cosacchi si avventano a conquistare e colonizzare la Siberia con uno slancio che ricorda non poco quello dei conquistadores spagnoli in America. Allo stesso tempo, nel cuore dell’Europa, un’alleanza matrimoniale porta alla costituzione di un immenso regno slavo e cattolico che si estende da Danzica a Kiev. È la Polonia-Lituania.

All’inizio del XVII secolo, i polacchi, cattolici tanto odiati dai russi ortodossi, approfittano di una disputa successoria per invadere la Russia. Arrivano persino a sfilare a Mosca. Gli svedesi, dal canto loro, attaccano i russi sul Baltico. Il fragile impero rischia di scomparire. Questo « Periodo dei Disordini » si conclude nel 1613 con l’ascesa al trono di una nuova dinastia, i Romanov, che restituirà ai russi la loro piena indipendenza.

Capitulation de la garnison russe à Smolensk devant Ladislas IV Vasa en 1634.

La nascita delle nazioni moderne

Nell’Europa occidentale, le guerre di religione tra cattolici e protestanti (Francia, Inghilterra, Paesi Bassi, Germania) aprono la strada alla nascita di Stati coesi, saldamente ancorati alla propria identità religiosa e culturale. Il più importante tra questi è la Francia. Appena uscita dalle guerre di religione, nel 1635 essa interviene deliberatamente nella guerra dei Trent’anni che devasta la Germania, con l’unico scopo di indebolire gli Asburgo.

In seguito, Luigi XIV si lancia in guerre prive di qualsiasi giustificazione: la guerra di devoluzione e la guerra d’Olanda. Queste si traducono in gravi violenze (saccheggio del Palatinato). Ciò non turbò il Re Sole, uomo colto e raffinato che fece apporre sui propri cannoni la locuzione: Ultima ratio regum («L’ultimo argomento dei re»). Ma finì per mettere contro di sé la maggior parte dell’Europa.

In Russia, i primi Romanov, Michele I e Alessio I, consolidarono i propri confini meridionali con l’aiuto dei cosacchi ma, a causa degli svedesi, non riuscirono a ottenere l’accesso al Mar Baltico a cui aspiravano. Fu infine lo zar Pietro I il Grande a riuscirci al prezzo di una lotta titanica contro il re di Svezia Carlo XII, che sconfisse nel 1709 a Poltava, nelle pianure dell’Ucraina. Questa « Grande Guerra del Nord » è il primo dei grandi tentativi di invasione del territorio russo provenienti dall’Occidente.

Come la Russia, l’Austria degli Asburgo non si cura granché delle guerre di conquista. Si limita a contenere l’avanzata ottomana. La sua politica si riassume in questo simpatico distico: Bella gerant alii, tu felix Austria, nube («Che gli altri facciano la guerra, tu, felice Austria, stringi matrimoni»). Ma nel 1740, la successione di Carlo VI viene contestata dai suoi vicini, che non vogliono che sua figlia Maria Teresa salga al trono.

Il giovane re di Prussia Federico II entra in guerra contro Vienna e, al termine della battaglia di Mollwitz, si impadronisce della provincia della Slesia senza averne alcun diritto e in violazione di tutte le tradizioni diplomatiche dell’Ancien Régime. Si tratta di un precedente che i regimi autoritari dell’epoca contemporanea sapranno tenere ben presente, a cominciare dai rivoluzionari francesi… 

La guerre russo-polonaise de 1792 par le peintre et militaire Aleksander Or?owski.

Una principessa tedesca diventata imperatrice di Russia con il nome di Caterina II approfitta dell’anarchia che regna in Polonia, sua nemica secolare, per far eleggere il suo amante Stanislas Poniatowski sul trono della « Repubblica delle Due Nazioni » (Polonia-Lituania) nel 1764. Ma con l’appoggio della Francia di Luigi XV, nel 1768 la nobiltà polacca si alleò contro il nuovo sovrano.

La loro alleanza, denominata «Confederazione di Bar», viene rapidamente sconfitta e il re di Prussia Federico II, noto per i suoi intrighi, propone una spartizione della Polonia all’arciduchessa d’Austria Maria Teresa e all’imperatrice Caterina II. Un’offerta del genere non si può rifiutare. A questa prima spartizione, avvenuta nel 1772, ne seguirà una seconda nel 1793 e poi una terza e ultima nel 1795.

La Francia, alleata dei polacchi, spinge l’Impero ottomano a dichiarare guerra a Caterina II. Per impedire ai turchi di prestare aiuto ai Confederati polacchi, le truppe russe marciano verso i Balcani e raggiungono la Grecia, mentre la flotta russa distrugge quella ottomana. Sul fronte orientale, i russi occupano la Crimea. Fondano Sebastopoli e Odessa sulle rive del Mar Nero. Con un trattato, la Russia si proclama protettrice di tutti gli ortodossi dell’Impero ottomano e ottiene la libera circolazione attraverso gli stretti turchi. Il vecchio sogno di Pietro il Grande è diventato realtà.

Allégorie de la victoire de Catherine II sur les Turcs, Stefano Torelli, 1772, Moscou, Tretyakov Gallery.

La Russia coinvolta nella politica europea

Il 20 aprile 1792, la Francia rivoluzionaria dichiarò guerra al «re di Boemia e d’Ungheria», ovvero l’arciduca d’Austria Francesco II, imperatore del Sacro Romano Impero. I sovrani europei avrebbero preferito lasciare che i francesi si sbranassero tra loro in nome della Libertà e dei Diritti dell’Uomo, anche a costo di raccogliere poi i cocci come avevano fatto con la Polonia, ma in questo caso non avevano scelta, se non quella di perdere ogni legittimità agli occhi dei propri sudditi. Ne seguì una prima coalizione contro la Francia, alla quale si unì la Russia.

Nel 1799, grazie alla seconda coalizione, il generale russo Suvorov e i suoi cosacchi, giunti per la prima volta nell’Europa occidentale, approfittano della fuga disordinata delle truppe francesi e si preparano a invadere la Francia. Ma vengono fermati a Zurigo.

Stanco della guerra, lo zar Paolo I, successore di Caterina II, si ritira dalla coalizione. Vittima di un complotto di palazzo, viene strangolato poco dopo, nel 1801. Suo figlio e successore Alessandro I aderisce nel 1805 alla terza coalizione contro la Francia. Ciò gli costò la sconfitta per mano di Napoleone I ad Austerlitz e poi, nel 1807, a Eylau e Friedland. Decise quindi di negoziare con l’imperatore dei francesi a Tilsit il 7 luglio 1807.

Napoleone I, ormai disperato nel tentativo di spezzare la resistenza inglese, impone un blocco continentale. Ma per far rispettare da tutti gli europei questo divieto di commerciare con l’Inghilterra, è costretto a occupare l’intero continente, fino alla Russia, che ha la pessima idea di invadere il 24 giugno 1812. Questa campagna di Russia gli sarà fatale.

Il 31 marzo 1814, Alessandro I fa il suo ingresso a Parigi; si presenta come il vincitore di Napoleone e il liberatore del continente europeo. La Russia si ricompensa dei propri sacrifici ponendo sotto il proprio protettorato la Finlandia e gran parte della Polonia. Da quel momento in poi entra a far parte del club delle grandi potenze su cui si fonda la sicurezza europea. 

Nel giugno del 1815, l’imperatore d’Austria, l’imperatore di Russia e il re di Prussia costituiscono una Santa Alleanza. Il re d’Inghilterra e, poco dopo, lo stesso re di Francia vengono invitati ad aderirvi. L’anno successivo, lo zar Alessandro I suggerisce ai suoi illustri alleati una riduzione simultanea delle forze armate e persino la creazione di un esercito europeo di mantenimento della pace!…

Le triomphe du tsar Alexandre Ier ou La Paix, Louis Léopold Boilly, 1814, Paris, musée du Louvre.

Le buone intenzioni di Alessandro I saranno tradite da… François-René de Chateaubriand, capofila dei poeti romantici (!) e, occasionalmente, ministro degli Affari esteri di Luigi XVIII. Egli convince quest’ultimo a intervenire militarmente in aiuto del re Alfonso VII di Spagna, alle prese con i liberali del suo paese. Ne consegue la vittoria francese di Trocadéro (vicino a Cadice). È la prima manifestazione del « diritto di ingerenza » (dico).

Nel 1825, alla morte di Alessandro I, suo fratello gli succedette in circostanze turbolente con il nome di Nicola I. Questo zar poco conosciuto, sostenitore dell’autocrazia, è senza dubbio colui al quale si può associare più chiaramente una guerra di aggressione. Ne pagherà caro il prezzo. La vicenda ha inizio in modo surreale nel 1848 con una disputa tra monaci latini e ortodossi nella Basilica della Natività, a Betlemme, allora sotto la sovranità ottomana! Il governo della Seconda Repubblica, nel tentativo di conciliarsi con i cattolici francesi, trasmette le rivendicazioni dei monaci latini al sultano. L’imperatore Nicola I non può fare altro che schierarsi in difesa degli ortodossi. Ritiene giunto il momento di risolvere la «Questione d’Oriente» sollevata dal declino dell’Impero ottomano, che definisce «l’uomo malato d’Europa». Propone all’Inghilterra di risolvere la questione della successione in modo amichevole. Ma l’Inghilterra rifiuta l’offerta poiché, in concorrenza con la Russia, nutre anch’essa ambizioni sull’Asia centrale, dove entrambe le potenze conducono il « Grande Gioco ». 

Il cielo si sta oscurando

Sconfortato, lo zar attacca e distrugge di propria iniziativa la flotta turca del Mar Nero nel 1853. Invade inoltre le province rumene dell’Impero turco, la Moldavia e la Valacchia. Approfitta dell’occasione per combattere le tribù ribelli del Caucaso, in particolare i ceceni. Napoleone III non tollera questa violazione delle convenzioni internazionali. Convince il governo di Victoria a intervenire al suo fianco contro la Russia.

Ne seguì la guerra di Crimea: per due anni (1854-1856), francesi e inglesi affrontarono i russi, non senza difficoltà. Dal punto di vista militare, questa guerra preannuncia la Grande Guerra e i suoi orrori: assalti inutili e sanguinosi, trincee difensive, uso intensivo dell’artiglieria e prima comparsa della mitragliatrice… Nicola I muore nel 1855 e lascia il posto a suo figlio, il molto liberale Alessandro II.

Appena concluso il trattato di Parigi che pose fine alla guerra di Crimea, l’imperatore Napoleone III si impegnò ad aiutare il re di Piemonte-Sardegna a unificare l’Italia. Impegnò le sue truppe in una guerra sanguinosa contro l’Austria, che ostacolava tale unità. Nel 1861, Vittorio Emanuele II diventa così re d’Italia.

Questo dà delle idee ai prussiani e in particolare al più importante tra loro, Otto von Bismarck, che diventa cancelliere nel 1862 con l’obiettivo di unificare la Germania… contro l’Austria. Nel 1866 intraprende una breve guerra vittoriosa contro di essa, poi, nel 1870, provoca abilmente Napoleone III, che gli dichiara guerra e riunisce attorno alla Prussia tutti gli Stati tedeschi. Ecco che a sua volta la Francia viene sconfitta, Napoleone III rovesciato e la Germania unificata sotto il pugno di ferro dei prussiani e di Bismarck.

Napoléon III se rend au roi Guillaume de Prusse après la bataille de Sedan, Anonyme, vers 1870.

Lo zar riformatore Alessandro II, irritato dall’ostilità che gli nutrivano i rivoluzionari russi, cercò uno sfogo nella guerra contro il rivale storico della Russia, la Turchia ottomana. Nel 1878, vendicandosi del trattato di Parigi, le sue armate marciano su Costantinopoli e lo zar impone un protettorato di fatto sui popoli balcanici. Ma il primo ministro britannico Benjamin Disraeli teme che la Russia possa presto ostacolare la rotta verso le Indie e il Canale di Suez e minaccia Mosca nientemeno che di una guerra. Il cancelliere Bismarck coglie l’occasione per proporsi come arbitro delle relazioni internazionali. Dal 13 giugno al 13 luglio 1878 si tiene a Berlino una conferenza che risolve il conflitto per un’intera generazione.

Nel 1894, un vero e proprio colpo di scena nelle cancellerie con l’alleanza franco-russa. Essa avvicina la Repubblica francese alla Russia del molto autocratico Alessandro III, successore di Alessandro II, e minaccia in modo molto diretto la Germania. Ma poiché nulla è mai semplice, dieci anni dopo, nel 1904, la Repubblica francese stringerà anche un’Entente cordiale con la sua nemica ereditaria, l’Inghilterra, che però nel 1905 non esiterà a spingere il Giappone a dichiarare guerra alla Russia, alleata della sua alleata!…

Si trattava del fallimento della sottile diplomazia di Bismarck, che era riuscita a garantire la neutralità della Russia in caso di un eventuale conflitto. Ma il cancelliere era stato destituito nel 1890 dal nuovo imperatore Guglielmo II, il quale non intendeva rinnovare quell’accordo. Aveva preferito rafforzare i propri legami con l’Austria-Ungheria. La Grande Guerra del 14-18 era già in gestazione in quella fatale frattura…

La scintilla proverrà dai Balcani, dove, a poco a poco, i popoli si stanno affrancando dal dominio ottomano pur combattendosi tra loro. Ciò che si sa meno è che la miccia è stata accesa dall’Italia. Irritato dal fatto che la Francia si fosse insediata in Marocco, il capo del governo Giovanni Giolitti voleva la sua fetta di torta e pretese dal sultano la cessione della Tripolitania e della Cirenaica (l’attuale Libia).

Il 5 ottobre 1911, le truppe italiane sbarcano a Tripoli, ma questa palese aggressione non ha esito positivo. In preda alla disperazione, la flotta italiana bombarda gli Streti e Roma ottiene finalmente ciò che vuole. Questa deliberata violazione del diritto internazionale, approvata dalla Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia), scatena le ambizioni dei piccoli Stati balcanici. I serbi ritengono che sia giunto il momento di liquidare ciò che resta dei possedimenti ottomani in Europa e si alleano con i bulgari contro i turchi. La prima guerra balcanica scoppia due giorni dopo. La vicenda si concluderà a Sarajevo

A distanza di un secolo, è ancora illusorio cercare un responsabile della Grande Guerra, anche se i vinti hanno sempre torto (Guillaume II, in questo caso). Resta il fatto che il grande perdente è la Russia, che si ritrova ridotta al Granducato di Moscovia di prima dell’avvento di Ivan il Terribile!  Sprofonda nella prima rivoluzione totalitaria della storia, aggravata da una guerra civile, con in più l’intervento armato dei suoi ex alleati.

I francesi e gli inglesi sbarcano nel Mar Nero e nel Mare di Barents per dare man forte agli avversari di Lenin e dei bolscevichi. La Polonia riconquista la propria indipendenza sotto l’autorità del generale Pilsudski e il suo esercito entra addirittura a Kiev nel maggio 1920. La Polonia sogna di unirsi agli indipendentisti ucraini per ricostituire l’antica Polonia-Lituania, ma i bolscevichi riprendono il sopravvento e Varsavia viene salvata solo grazie all’intervento dei francesi (tra cui un certo capitano Charles de Gaulle).

Nel marzo 1919, i bolscevichi fondarono a Baku la Terza Internazionale comunista, il Komintern, con l’obiettivo di riunire tutti i propri sostenitori attorno al Cremlino. Ma contro il parere di Trotsky, che sognava di esportare la rivoluzione, Lenin e Stalin preferirono salvare ciò che era possibile e si accontentarono della rivoluzione in un solo paese, la Russia, trasformata in una federazione senza riferimenti nazionali: l’URSS.

A ovest, tuttavia, le tensioni si riaccendono a causa di diversi fattori che erano stati anticipati dallo storico e giornalista Jacques Bainville (Le conseguenze politiche della pace, 1920) : l’umiliazione della Germania, lo smantellamento dell’Austria-Ungheria, il ritorno degli Stati Uniti all’isolazionismo e l’ ossessiva preoccupazione degli inglesi di mantenere l’equilibrio delle forze nel continente. La politica di austerità del cancelliere Brüning e la leggerezza degli ambienti economici portarono Hitler al potere contro la volontà della maggioranza degli elettori.

La corsa alla guerra riprende tra il marzo 1935 e il marzo 1936, l’anno in cui tutto è cambiato. Il tradimento britannico (trattato navale anglo-tedesco, 18 giugno 1935) e l’inerzia delle democrazie fanno credere a Hitler di avere mano libera nei suoi progetti di aggressione verso est, che egli non nasconde affatto. Tra l’ottobre 1938 e il marzo 1939, egli smembrò la Cecoslovacchia. Per non essere da meno, il suo alleato Mussolini invase l’Albania nell’aprile 1939. 

Stalin è consapevole che presto toccherà a lui. Già nel 1938 avvia il trasferimento delle fabbriche strategiche dall’ovest verso gli Urali, il più lontano possibile dal Terzo Reich. Per guadagnare tempo, il 24 agosto 1939 decide di stipulare un patto di non aggressione con Hitler. I due dittatori invadono la Polonia già il mese successivo. 

È l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Ma il leader del Cremlino non si fa illusioni su ciò che accadrà in seguito. Chiede ai vicini finlandesi uno scambio di territori e una base per rafforzare le proprie difese contro il Terzo Reich. Poiché i finlandesi rifiutarono, l’Armata Rossa invase il loro paese ma, nonostante la sproporzione delle forze, ebbe grandi difficoltà a vincere questa « Guerra d’Inverno ». Queste difficoltà rafforzarono in Hitler la convinzione che avrebbe sconfitto l’URSS con la stessa facilità con cui aveva sconfitto la Francia… 

In definitiva, la determinazione eroica di Churchill e degli inglesi, nonché la resistenza altrettanto eroica dei popoli sovietici, con il sostegno attivo dell’industria statunitense, avranno la meglio sulla Wehrmacht e sul Terzo Reich. Grande vincitrice di questa guerra, al costo di venti milioni di morti, l’Armata Rossa occupa l’Europa centrale ed entra nelle rovine di Berlino.

Subito dopo emerge la rivalità ideologica tra le due superpotenze del dopoguerra, entrambe dotate di armi nucleari (gli Stati Uniti rimangono fortunatamente, ad oggi, gli unici ad averle utilizzate).

È l’inizio della «guerra fredda» che preserverà il continente europeo da ogni nuovo conflitto armato per quattro decenni. Il crollo dell’URSS ne pone fine nel 1991 e la guerra ritorna immediatamente sul continente con lo scompiglio della Jugoslavia e, quindici anni dopo, nel 2014, con la rivolta armata del Donbass in Ucraina.

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