Da fonti del Ministero dell’Economia è emerso che permane «senza se e senza ma» l’aspettativa che tutti gli operatori di mercato adempiano al proprio obbligo di immagazzinare gas in vista dell’inverno. Una cosa è certa: i mercati del gas sono in una situazione di tensione come raramente si è vista. L’abolizione dei livelli minimi di riempimento e un sistema basato sul mercato offrono i risultati più efficienti in condizioni di mercato stabili, evitando distorsioni dei prezzi. Tuttavia non offre però alcuna protezione aggiuntiva in scenari di rischio estremo.
01.10.2026 «Non ancora pronti per l’inverno» Per aiutare la Germania ad affrontare la stagione fredda, lo Stato punta ora sulla propria società del gas. La strategia del Ministero dell’Economia potrà avere successo?
Di C. Krapp, J. Olk, K. Stratmann, K. Witsch Berlino, Düsseldorf I prezzi elevati del gas e le scorte ridotte creano tensione alla vigilia dell’inizio della stagione di riscaldamento.
Anche se per molte ragioni è inammissibile equiparare l’AfD al Partito di Sinistra, entrambi i movimenti mettono sotto pressione il centro politico in declino, aggravando la polarizzazione. Il loro successo rende più difficili le maggioranze e i compromessi e potrebbe trasformare la Repubblica Federale. A Berlino città l’avanguardia di sinistra è giovane. Tra gli elettori al loro primo voto, Die Linke è nettamente in testa: tra i 16 e i 24 anni raggiunge il 43 per cento, mentre tra i 25 e i 34 anni arriva addirittura al 49 per cento. Non esistono dati affidabili sul numero di persone con origini migratorie che hanno votato per Die Linke. Ma dovrebbero essere molte, se si considera quanto sia elevata la percentuale di immigrati agli eventi del partito. Anche questo rappresenta una novità nella politica tedesca.
STERN 24.09.2026 UNA SVOLTA A SINISTRA Mentre l’AfD festeggia i propri successi nelle campagne della Germania orientale, Die Linke conquista in modo sensazionale le elezioni a Berlino. Vi presentiamo un partito rinato, i cui sostenitori sono molto giovani – e radicali
Di Lisa Becke e Martin Debes Elif! Elif! Elif! È questo il coro che risuona domenica sera nella sala delle feste Kreuzberg a Berlino. Elif Eralp, 45 anni, sorride. «Oggi abbiamo scritto tutti insieme la storia», esclama dal palco. La visione è stata più forte di tutti gli attacchi.
A Berlino va in scena un dramma tedesco, che racconta della fine di un mandato di Cancelliere, di un malinteso di portata storica. Non si può fare a meno di considerare fallito questo mandato di cancelleria – a prescindere dal fatto che Merz in questi giorni si dimetta volontariamente dalla carica, inciampi o venga costretto dal suo partito a ritirarsi nel prossimo futuro. Anche se dovesse tirare avanti a fatica fino alla fine della legislatura, i tedeschi hanno già emesso il loro verdetto: ormai non ne verrà più fuori nulla. Quasi tutte le accuse mosse contro di lui sono fondate: Friedrich Merz non sa comunicare. Anziché riunire le persone attorno a sé e al suo programma, le mette ripetutamente contro di sé. È un campione mondiale nel fare annunci, ma un dilettante nell’attuarli. Eppure, nel fallimento di questo Friedrich Merz si cela una profonda tragicità. Un dramma in cui anche questa Germania e questi tedeschi svolgono un ruolo fondamentale. Il Cancelliere Merz non ha fallito solo a causa sua e dei suoi difetti, ma è fallito anche a causa di questo Paese, dei suoi cittadini. Della loro mancanza di volontà di cambiare.
STERN 24.09.2026 FRIEDRICH MERZ: UN DRAMMA TEDESCO Questo cancelliere ha fallito. Per colpa sua, ma anche per colpa nostra. I tedeschi hanno espresso il loro giudizio sulla cancelleria di Friedrich Merz: ormai non ne verrà più fuori nulla. La sua lotta per la sopravvivenza si sta trasformando in un dramma
Di Julius Betschka, Martin Debes, Nico Fried, Veit Medick e Jan Rosenkranz Questa singola frase descrive il dramma meglio di qualsiasi risultato elettorale.
Negli anni ’70 si manifestarono le prime crepe nel sistema dominato dai partiti popolari. Nel 1976 la concentrazione raggiunse il suo apice: CDU/CSU, SPD e FDP totalizzarono insieme oltre il 99 per cento dei voti. Grazie alla loro capacità di integrare le frange e di attirare nuove forze verso il centro attraverso offerte di alleanza, i partiti popolari hanno mantenuto in equilibrio il sistema partitico tedesco per un periodo sorprendentemente lungo. Oggi quasi nessuno crede più nelle capacità della CDU. Non occorre essere chiaroveggenti per intuire a cosa ciò sia dovuto. Su tutti i temi, senza eccezioni, l’AfD è ormai in testa. Da tempo ormai il voto a favore dell’autoproclamata «Alternativa» non è più una mera espressione di protesta, molti elettori le ripongono fiducia. Non perché abbiano dimostrato la propria competenza, bensì perché, dopo quattro anni travagliati di governo «Ampel» e un anno e mezzo di governo Merz ancora più caotico, si sono fatti un’idea dell’incompetenza degli altri. Se tutti i segnali non fossero ingannevoli, nei prossimi mesi il sistema politico si troverebbe di fronte a una svolta epocale. È del tutto possibile che questa volta la Repubblica Federale diventi davvero una repubblica diversa.
Ottobre 2026 Un autunno tedesco
Quanto possano essere instabili i sistemi partitici è emerso chiaramente dopo la caduta della Cortina di Ferro nell’Europa dell’Est. L’AfD è stata bollata come il “bambino sporco”: prima è stato eretto il muro di separazione, poi si è verificata la radicalizzazione del partito
Di MICHAEL SOMMER, classe 1970, docente di Storia Antica presso l’Università di Oldenburg. La sua attività di ricerca si concentra sulla storia economica, sociale e delle mentalità dell’Impero romano. È autore di numerosi libri. È appena uscito il suo nuovo volume “Dirty Rome – Il lato oscuro dell’antichità” (C.H.Beck)
La Sassonia-Anhalt è un piccolo Land. Tra l’Elba, l’Harz e la Saale vivono solo poco più di due milioni di persone. Eppure, il 6 settembre, la Sassonia-Anhalt è diventata l’epicentro di un terremoto che ha provocato potenti onde d’urto nel panorama politico dell’intera Repubblica.
La democrazia cristiana tedesca è a rischio retrocessione. E ci si deve chiedere se, con un risultato del 17,2 per cento alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, il partito giochi ancora politicamente in serie A (per non parlare del Meclemburgo-Pomerania Anteriore). È possibile che la CDU, sotto la guida – da tempo messa in discussione – del suo presidente Friedrich Merz, stia semplicemente seguendo la strada della Democrazia Cristiana italiana. E questa strada non conduce alle leve del potere, bensì a un graduale oblio.
Ottobre 2026 Editorale LIMES
Sono passati appena sei anni: siamo nel giugno 2020 e la CDU festeggia il suo 75° anniversario.
Il quadro è inequivocabile: nel quinto anno di guerra, il sostegno all’Ucraina è ancora presente, ma sta vacillando. Per il governo federale tedesco la situazione è delicata. Sia il cancelliere Friedrich Merz (CDU) che il suo vice Lars Klingbeil (SPD) sono fermamente al fianco dell’Ucraina. Entrambi hanno ripetutamente chiarito, sia internamente che esternamente, che la loro solidarietà con il Paese aggredito è incrollabile. Sia nell’Unione che nell’SPD si avverte che sta diventando sempre più difficile giustificare l’impegno tedesco. Dall’inizio della guerra, la solidarietà è costata circa 72,2 miliardi di euro. La cifra è riportata in una panoramica del Ministero delle Finanze classificata come «riservata – solo per uso di servizio», di cui lo SPIEGEL è in possesso. Per molto tempo la Germania si è vantata del proprio aiuto, ma a causa dei piani di austerità del governo in materia di sanità, assistenza, pensioni, sussidi abitativi e assegni parentali, il clima sta cambiando. Accuse del tipo «Spendete miliardi per le armi e l’Ucraina, ma su di noi si risparmia» si sentono spesso agli stand informativi.
02.10.2026 La svolta epocale Politica estera: un numero sempre maggiore di persone si oppone alle forniture di armi all’Ucraina, soprattutto nella Germania orientale. La pressione sul governo aumenta
Di Matthias Gebauer, Paul-Anton Krüger, Andreas Niesmann, Christian Teevs, Gerald Traufetter Quando gli americani pensano alla Germania, le Alpi e le autostrade non sono lontane. Anche a Fort Worth, in Texas, la settimana scorsa sui maxischermi lampeggiavano panorami montani e fiumi di automobili.
Per decenni è stato considerato un principio di equità indiscusso che contributi di pari entità dovessero portare a pensioni di pari entità, indipendentemente dalla professione, dal livello di istruzione o dalla durata del periodo assicurativo. La pensione a partire dai 63 anni, tuttavia, viola tale principio. Infatti, i suoi beneficiari possono andare in pensione due anni prima del limite di età generale senza dover subire le consuete riduzioni. La pensione anticipata senza decurtazioni è una prestazione che ridistribuisce la ricchezza dal basso verso l’alto.
02.10.2026 EDITORIALE Privilegio per i privilegiati L’SPD è alle prese con la propria posizione in merito al pensionamento dopo 45 anni di contributi. Se vuole essere socialmente equa, non deve attenersi a questa norma
Di Michael Sauga A partire dalle tre elezioni regionali tenutesi nell’est del Paese, due concetti caratterizzano il dibattito sulle riforme all’interno dell’SPD.
I risultati elettorali hanno scosso la coalizione nero-rossa a tal punto che, nel frattempo, entrambi i partner di coalizione nutrono dubbi sul percorso di riforme intrapreso. Solo che l’Unione e l’SPD giungono a conclusioni completamente diverse. Tra i deputati della CDU e della CSU circolano sondaggi che prevedono dure perdite per i cristiano-democratici alle prossime elezioni federali. Secondo l’influente canale Instagram «Merzrevolution», sarebbero a rischio fino a 60 seggi. In una macchina del potere come l’Unione, ciò non rimane senza conseguenze. Sono in gioco le carriere politiche. E con ogni giorno che passa senza che accada nulla, cresce la pressione sul Cancelliere.
25.09.2026 Una fuga in avanti nonostante la rabbia Il Cancelliere federale si trovava sull’orlo del baratro. Eppure nessuno lo ha mai spinto. Ora Friedrich Merz promette: una volta che le riforme avranno effetto, si andrà avanti. Il suo partito vuole credergli. Ma per quanto tempo?
Testo di Felix Heck Ora spetterà al 7 ottobre decidere. Mercoledì, tra due settimane, si riunirà la commissione di coalizione tra CDU e SPD.
Sui giornali si leggono regolarmente notizie di bambini vittime di bullismo perché non sono musulmani. Molti Verdi a Berlino hanno messo al sicuro i propri figli portandoli in periferia, dove si sta ancora tra di noi. Ma nemmeno questo funzionerà più, quando la signora Eralp siederà nel Municipio Rosso. Anche il «noi» dei migranti è inclusivo, solo in modo diverso da come lo si conosce. Chi viene riconosciuto come bambino cristiano farebbe meglio a tacere e a sottomettersi, altrimenti la situazione può diventare molto brutta in un batter d’occhio.
25.09.2026 OPINIONE La fine del Brandmauer Un «chiaro impegno» contro l’antisemitismo: questa è la condizione che i Verdi pongono per un’alleanza con il Partito di Sinistra. Se non occorre altro per chiudere un occhio su ogni sorta di follia, allora anche l’AfD è ora degna di entrare in una coalizione
La strada per un’alleanza con l’AfD è libera. All’AfD basta rilasciare un «chiaro impegno» a garantire che nei propri ranghi non vi sia posto per i nemici della Costituzione, e i negoziati con l’Unione potranno avere inizio. È questa la strada che, proprio i Verdi, hanno aperto.
Volkswagen rescinde poco meno di una dozzina di contratti collettivi a fine anno e sta valutando l’introduzione di orari di lavoro più lunghi. IG Metall e il comitato aziendale annunciano una forte opposizione. In occasione del Capital Market Day, l’amministratore delegato di BMW presenta la nuova strategia. Particolare attenzione è rivolta alla Cina, regione in crisi. In futuro, il gruppo quotato nel DAX non offrirà più una determinata classe di veicoli in quel mercato.
01.10.2026 VW rescinde i contratti collettivi e valuta l’estensione dell’orario di lavoro
Il CEO di BMW definisce gli obiettivi intermedi per uscire dalla crisi
Il sindacato protesta. Il gruppo intende sfruttare ulteriori possibilità. Volkswagen ha rescisso diversi contratti collettivi con decorrenza dalla fine dell’anno. Il quotidiano “Handelsblatt” aveva già riferito in precedenza di tali piani. L’azienda intende ridurre i costi del lavoro; a tal fine, tra le altre cose, si prevede anche una rinegoziazione delle condizioni di lavoro. IG Metall e il comitato aziendale hanno annunciato che opporranno resistenza a ulteriori tagli. Secondo quanto dichiarato dalla stessa VW, l’azienda intende attuare le misure già concordate e «sfruttare appieno tutte le ulteriori possibilità di una riduzione del personale socialmente sostenibile».
Milan Nedeljkovic presenta la sua strategia e fissa un nuovo obiettivo di rendimento entro il 2028. La casa automobilistica di Monaco BMW intende tornare a raggiungere nel settore automobilistico un margine EBIT compreso tra l’8 e il 10 per cento – ma solo all’inizio del prossimo decennio. In precedenza, il management guidato dal nuovo amministratore delegato Milan Nedeljkovic prevede un obiettivo intermedio: entro il 2028, BMW punta a un rendimento compreso tra il tre e il cinque per cento. Nedeljkovic intende raggiungere tale intervallo attraverso un riassetto dei processi e delle strutture, un’offerta rinnovata e una nuova strategia per la Cina
I dipendenti VW dovranno lavorare più a lungo?
Di Lazar Backovic, Wolfsburg
Alla Volkswagen si profilano i prossimi aspri
Il piano sui margini del nuovo amministratore delegato di BMW
Di Felix Stippler, Irlbach-Strasskirchen L’amministratore delegato di BMW, Milan
Il viaggio di tre giorni di Wüst in Turchia è insolito. Ufficialmente, lo scopo della visita è quello di celebrare il cosiddetto accordo di reclutamento dei «lavoratori stranieri» stipulato 65 anni fa. E di confrontarsi con i rappresentanti del mondo economico. Poco prima delle elezioni regionali nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino, Wüst aveva apposto la propria firma su una tiepida dichiarazione di solidarietà degli otto ministri presidenti della CDU a sostegno del Cancelliere. Ora, questa settimana, osserva tutto ciò da una certa distanza. Anche questa è una presa di posizione. Una dimostrazione di potere con un messaggio al partito: intervengo solo quando la situazione diventa davvero importante. Ma naturalmente la crisi del Cancelliere, del governo e della CDU lo segue fino in Turchia. E così anche all’interno della delegazione ci si chiede quale sia il vero scopo di questo viaggio di Wüst. Si tratta di un tentativo di crescere sul piano della politica estera. Wüst ha incontrato il ministro delle Finanze turco, il ministro dell’Industria e della Tecnologia, il ministro degli Affari Esteri e importanti parlamentari. Tutti avevano tempo a disposizione, tutti erano disponibili al dialogo: in Turchia a Wüst è stato steso il tappeto rosso, come altrimenti – bisogna dirlo – si farebbe solo per il Cancelliere federale.
01.10.2026 Le intenzioni di Wüst si rivelano attraverso messaggi nascosti Dimostrazione di forza nella crisi del Cancelliere: il Ministro Presidente della Renania Settentrionale- Vestfalia, indicato all’interno dell’Unione come possibile candidato a un «cambio di Cancelliere», fa vedere i muscoli in Turchia
Di NIKOLAUS DOLL In testa al corteo diretto al mausoleo di Atatürk, nel cuore di Ankara, cammina un ufficiale turco con un elmo luccicante in testa e una sciabola in mano.
Nella capitale Baghdad, la fine della presenza militare americana viene celebrata con quattro giorni festivi ufficiali. A Erbil il ritiro è già in pieno svolgimento. Da settimane rombano i motori dei pesanti velivoli militari, trasportando soldati e attrezzature fuori dal Paese. Dopo oltre dieci anni di presenza, in questi giorni si conclude la missione internazionale contro l’ISIS, una coalizione composta inizialmente da 90 partner sotto il comando degli Stati Uniti. Alla fine, oltre agli americani e ai tedeschi, nel Kurdistan iracheno erano ancora di stanza francesi, olandesi e italiani. Ora se ne vanno tutti. Masrur Barzani, primo ministro della Regione curda, definisce ingiusto il ritiro dell’alleanza internazionale. «La minaccia è reale: siamo vulnerabili, veniamo attaccati». Essere lasciati soli senza un adeguato sistema di difesa sarebbe «una vergogna». Il governo regionale curdo non può acquistare sistemi di difesa aerea propri; solo Baghdad può farlo. Eppure, proprio nella parte curda dell’Iraq la minaccia è maggiore che altrove.
01.10.2026 Ritiro da un Paese in preda all’instabilità Ufficialmente, il governo iracheno festeggia la partenza delle ultime truppe statunitensi. Tuttavia, il timore di nuove violenze è forte. In particolare, la regione del Kurdistan, nel nord del Paese, si sente indifesa
Di BIRGIT SVENSSON Humam Aljboori si dondola avanti e indietro sulla sedia della sua scrivania. «Festeggiare il fatto di esserci liberati degli americani?», chiede il preside, visibilmente irritato.
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A prescindere dal motivo per cui Putin possa aver rimandato a lungo questa decisione, ora è probabilmente spinto, almeno in parte, dall’allettante possibilità di concludere accordi di grande portata nel settore delle risorse con gli Stati Uniti una volta terminato il conflitto, i cui dettagli sono oggetto di negoziazioni da parte dei suoi inviati e di quelli di Trump già da oltre un anno.
Il New York Times ha citato alcune comunicazioni russe che sarebbero state intercettate per riferire che la Russia avrebbe intenzione di distruggere le reti elettriche, di riscaldamento e idriche dell’Ucraina quest’inverno. Sebbene tale affermazione non possa essere confermata, è in linea con la strategia di Putin di «escalation moderata per ottenere una de-escalation» adottata durante l’estate in risposta alla campagna di attacchi di Zelensky, che ha assunto la forma di un intensificarsi degli attacchi alle infrastrutture ucraine. Se la notizia fosse vera, la Russia non mirerebbe solo a interrompere la logistica militare dell’Ucraina, ma a mettere l’Ucraina in ginocchio.
Putin finora ha evitato di farlo probabilmente perché convinto che russi e ucraini siano popoli affini. Alcuni hanno ipotizzato che la Russia potesse non disporre in precedenza della capacità in termini di droni e/o missili necessaria per farlo, sia a causa della scarsa produzione registrata fino ad ora, sia per proteggersi dall’eventualità di una guerra aperta con la NATO. In ogni caso, Putin sembra ora aver fatto i conti con le conseguenze umanitarie di porre fine alla guerra alle condizioni della Russia il prima possibile, o almeno il più possibile in linea con esse.
Potrebbe essere spinto da qualcosa di più della semplice “guerra di logoramento” dell’Ucraina contro la Russia, iniziata durante l’estate con il sostegno degli Stati Uniti e, cosa abbastanza interessante, anche della Francia. Il segretario al Tesoro Scott Bessent avrebbe detto al suo omologo russo durante l’estate che non sono possibili accordi commerciali fintanto che il conflitto continua. Da allora, Steve Witkoff e Jared Kushner hanno incontrato Putin per discutere di tali accordi tra gli altri argomenti, dopodiché Kirill Dmitriev si è recato negli Stati Uniti per dare seguito alla questione.
Per contestualizzare, Putin si è vantato alla fine di febbraio 2025 che le aziende americane “realizzeranno un discreto profitto” dagli investimenti nel settore delle risorse naturali russe, e l’inviato speciale di Trump in Bielorussia, John Coale ha recentemente confermato di aver ricevuto l’approvazione per proporre a Putin un accordo simile a quello bielorusso. L’accordo prevedrebbe l’alleviamento delle sanzioni in cambio del rilascio dei «prigionieri politici». L’alleato di Putin, Alexander Lukashenko, ha già accettato diversi accordi di questo tipo e sta ora negoziando un enorme accordo sul potassio con Trump.
L’economia russa è riuscita a resistere all’ondata di sanzioni senza precedenti da parte dell’Occidente, grazie soprattutto alla combinazione delle sue risorse naturali e del sistema di pagamenti nazionale, ma il Ministero dello Sviluppo Economico prevede una crescita del PIL pari solo allo 0,6% quest’anno. La schiacciante vittoria di «Russia Unita» alle elezioni della Duma del mese scorso, le prime dall’inizio della fase su larga scala del conflitto ucraino, conferisce a Putin il mandato di fare tutto il necessario per vincere la guerra e garantire in seguito maggiore prosperità al suo popolo.
È quindi possibile, in linea con la politica russa volta a esigere la revoca delle sanzioni occidentali, che Putin sia motivato, almeno in parte, a porre fine al conflitto il prima possibile e alle condizioni più favorevoli alla Russia, in modo da poter poi concludere accordi di grande portata con gli Stati Uniti nel settore delle risorse. Questa necessità, che potrebbe rivoluzionare l’architettura economica globale e garantire maggiore prosperità al suo popolo, contestualizza la notizia del *New York Times* secondo cui Putin avrebbe intenzione di mettere in ginocchio l’Ucraina.
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Il nuovo “cordone sanitario” che Trump 2.0 ha eretto attorno alla Russia, la difficoltà nel mantenere il suo delicato equilibrio sino-indonese e i meccanismi di feedback interrotti che affliggono il suo Ministero degli Esteri sono i principali rischi strategici che devono essere affrontati con urgenza per garantire al meglio il futuro della Russia.
Nel suo saggio discorso di apertura all’ultima riunione annuale del Valdai Club, Putin ha consigliato ai russi : “Abbiamo certamente bisogno di una tabella di marcia per il nostro cammino verso il futuro. Ciò di cui abbiamo bisogno non è un pio desiderio , una costruzione astratta e speculativa o una visualizzazione irrealistica dei nostri desideri, ma una valutazione realistica dei rischi, delle capacità e degli obiettivi essenziali”. Il suo appello ha ispirato il presente articolo, che elencherà le tre principali sfide strategiche della Russia e proporrà soluzioni pragmatiche per affrontarle.
La minaccia principale è rappresentata dal ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha eretto attorno alla Russia. Esso circonda la Russia nell’Artico e nel Baltico attraverso il blocco vichingo guidato dalla Svezia , l’Europa centrale tramite la competizione tra Polonia e Germania , il Caucaso meridionale e l’Asia centrale attraverso quelle che possono essere definite le ambizioni neo-ottomane della Turchia , e il Giappone, nucleo dell’AUKUS+ , nell’Asia nord-orientale. Le analisi con collegamenti ipertestuali incorporate in questo paragrafo descrivono ciascuna di queste minacce in modo più dettagliato.
La prossima sfida strategica per la Russia è impedire qualsiasi significativa perturbazione del suo delicato equilibrio sino-indiano. Anche la sola percezione di una dipendenza russa dalla Cina potrebbe indurre l’India a riavvicinarsi agli Stati Uniti, per il timore che la Cina possa strumentalizzare questa dipendenza per costringere la Russia a interrompere le forniture di armi e pezzi di ricambio all’India, al fine di obbligarla a concessioni unilaterali nei confronti della Cina e del suo alleato pakistano nelle loro dispute territoriali. Questo scenario oscuro può essere scongiurato concedendo all’India privilegi militari e commerciali.
Ciò potrebbe concretizzarsi nella produzione congiunta di tecnologie militari all’avanguardia e nella concessione di un accesso preferenziale al mercato russo ai prodotti indiani. Se lo scenario oscuro accennato in precedenza non verrà scongiurato, un potenziale riorientamento dell’India verso gli Stati Uniti potrebbe costringere la Russia a riorientarsi verso la Cina, rendendo così la sua percepita dipendenza dalla Repubblica Popolare Cinese un fatto compiuto. Infine, la Russia deve urgentemente riparare i meccanismi di feedback interrotti che affliggono i suoi processi di formulazione e attuazione delle politiche.
Il pensiero illusorio, le forti allusioni di Lavrov del mese scorso secondo cui il suo popolo può essere ottimista fino alla ingenuità e la sua esplicita critica al fatto che tenda a non affrontare proattivamente le crisi latenti, insieme al fondato sospetto che la propaganda (in particolare la sua variante ” potemkinista “) si sia insinuata in questi circoli viziosi, sono i tre problemi principali che devono essere risolti al più presto. Non si può escludere la scomoda possibilità che questo problema impedisca ai decisori politici di vedere le altre due sfide strategiche.
I meccanismi di feedback interrotti della Russia devono quindi essere urgentemente riparati per garantire al meglio la formulazione e l’attuazione delle politiche più efficaci per contrastare le minacce militari e di sicurezza poste dal “cordone sanitario”, nonché quelle economico-politiche che una significativa perturbazione dell’equilibrio sino-indiano tra Russia e India potrebbe rapidamente innescare. Si tratta di compiti titanici, ma la Russia ha già affrontato sfide ben più ardue in passato, quindi ci si aspetta che lo faccia anche questa volta.
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La comunità “non russa filo-russa” necessita urgentemente di una riforma guidata da figure autorevoli al suo interno, che abbiano dimostrato in modo inequivocabile la propria russofilia culturale e politica, al fine di correggere le false percezioni sulla politica russa diffuse da influenti esponenti della sinistra, dell’islamismo e del “terzomondismo”.
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha confermato, durante il suo intervento al quarto congresso del Movimento Russofilo Internazionale , tenutosi a metà settembre , che “il vostro congresso darà il via all’attività dell’Istituto per lo Studio e il Sostegno della Russofilia, un’organizzazione di ricerca autonoma e senza scopo di lucro”. È importante distinguere tra le forme politiche e culturali della Russofilia, spesso erroneamente confuse sin dall’ascesa della comunità “Non-Russa Pro-Russa” (NRPR) all’interno dei media alternativi .
I NRPR (Non-Repubblicani Regionali) sono sempre esistiti, e la maggior parte di loro era filo-russa per motivi culturali e politici, ma hanno acquisito maggiore notorietà a livello globale dall’inizio del conflitto ucraino nella primavera del 2014, dopo il colpo di stato di “EuroMaidan” che portò alla riunificazione della Crimea con la Russia e alla guerra civile ucraina nel Donbass. Gli elementi di sinistra che combattevano al fianco dei ribelli in quest’ultimo conflitto portarono un numero crescente di esponenti della sinistra in tutto il mondo a diventare NRPR. Gli islamisti della scuola dell'”Asse della Resistenza” li seguirono poi dopo l’inizio dell’operazione russa in Siria nell’autunno del 2015.
Più recentemente, molti di coloro che sono diventati NRPR dopo l’inizio della fase su larga scala del conflitto ucraino che è iniziata all’inizio del 2022 con lo specialeL’operazione è opera di “terzomondisti”, termine che si riferisce a persone che odiano l’Occidente e vogliono distruggerlo per vendicarsi di ciò che l’Occidente ha fatto al Sud del mondo in passato. I sinistroidi, gli islamisti e i “terzomondisti” che si sono uniti alla comunità NRPR in queste tre fasi a partire dal 2014 sono per lo più falsi russofili politici che apprezzano la Russia solo per il ruolo che le viene erroneamente attribuito.
Essi ritengono, rispettivamente, che la sua sfida geopolitica all’Occidente stia esacerbando la “crisi del capitalismo”, che il suo coinvolgimento in Asia occidentale sia motivato da ragioni antisioniste e che la sua opposizione al neocolonialismo implichi il desiderio di distruggere l’Occidente. Questi gruppi costituiscono oggi collettivamente la maggioranza dei NRPR, in particolare i loro principali opinion leader, e la falsa associazione della politica russa con le loro illusioni ideologiche (intenzionali o meno) ha tratto in inganno innumerevoli persone.
I “supervisori del soft power” russi – ovvero i rappresentanti statali che promuovono questi personaggi influenti – tollerano questa situazione, poiché presumibilmente calcolano che sia meglio per le persone sostenere la Russia sulla base di false premesse piuttosto che non sostenerla affatto. Questa strategia di soft power è stata definita ” potemkinismo “. I suoi sostenitori non spingono mai, in modo discreto, questi personaggi influenti a ricalibrare le proprie posizioni affinché riflettano più accuratamente la politica russa, anche se poi questi la criticano in modo costruttivo secondo la loro ideologia.
Figure di spicco dell’Istituto per lo Studio e il Sostegno della Russofilia, che hanno dimostrato la loro russofilia culturale e politica al di là di ogni dubbio, potrebbero assumere un ruolo guida nella correzione di questi errori, sollecitando discretamente i principali esponenti non russi dei media pubblici (NRPR) individualmente, quando necessario, dato che i “supervisori del soft power” russi non lo faranno. Potrebbero anche condurre briefing su larga scala in occasione di importanti eventi legati alla Russia, come il Forum sulla Multipolarità , e collaborare con la Rete Globale di Verifica dei Fatti russa , che annovera tra i suoi membri alcuni dei principali influencer degli NRPR.
L’obiettivo immediato dovrebbe essere quello di porre fine alla rappresentazione distorta della politica russa da parte dei principali influencer di NRPR; quello a medio termine dovrebbe essere quello di sostituirli con veri russofili politici (che conoscano e sostengano le politiche russe reali); e gli obiettivi a lungo termine dovrebbero essere quelli di promuovere una maggiore russofilia culturale. Il grave squilibrio tra queste forme all’interno della comunità ha rubato l’anima culturale del movimento e ha trasformato la russofilia in una causa di moda di cui opportunisti ideologici si approfittano.
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Né la Polonia né la Lituania osano bloccare, tanto meno invadere, questa exclave russa.
A metà settembre, il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski propose che la Polonia “si esercitasse in modo così aggressivo sulla nostra parte (dell’exclave russa di Kaliningrad) da rendere… [il presidente russo Vladimir Putin] incerto su cosa faremo, e da costringerlo a ritirare le forze dall’Ucraina “. Entro la fine del mese, il quotidiano britannico The i Paper pubblicò un articolo su come “il piccolo avamposto russo in Europa potrebbe essere la più grande debolezza di Putin”, citando ex funzionari della NATO che fantasticavano su un possibile blocco.
La risposta della Russia è stata immediata. Pochi giorni dopo l’articolo provocatorio di The i Paper, l’ambasciata russa nel Regno Unito ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che “Coloro che sostengono piani per bloccare o attaccare Kaliningrad non dovrebbero illudersi sulle conseguenze. Qualsiasi azione militare britannica o della NATO contro il territorio russo incontrerebbe una risposta che utilizzerebbe tutti i mezzi a disposizione della Russia, comprese le armi nucleari”. L’ambasciata russa in Irlanda ha rilasciato una dichiarazione analoga lo stesso giorno.
Dopo che il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha confermato di essere a conoscenza dell’avvertimento russo, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha chiarito che “la suddetta lettera e i relativi rapporti non devono essere interpretati come una dichiarazione di sfida”, aggiungendo che “Kaliningrad è parte integrante della Russia; è una regione molto importante della Russia, la più occidentale. In sostanza, il punto è che la Russia garantirà senza dubbio la sicurezza di questa regione in conformità con la propria legislazione”. Ha inoltre consigliato alla NATO di moderare i toni.
A ciò ha fatto seguito Nikolai Patrushev, amico di lunga data e stretto collaboratore di Putin, che ha minimizzato le minacce della NATO a Kaliningrad dichiarando : “Non saranno in grado di mettere in atto alcuna minaccia. Rimarranno solo parole. Se anche solo tentassero di intraprendere azioni concrete, ci sarà una risposta rapida e adeguata. Lo abbiamo affermato più volte. Tutto assumerà una dimensione completamente diversa”. Lo stesso Putin ha poi lasciato intendere che in tale scenario verrebbero effettivamente utilizzate armi nucleari.
Questa serie di dichiarazioni dovrebbe dissuadere la NATO europea (E-NATO) dal compiere qualsiasi aggressione seria contro Kaliningrad, come potrebbe accadere in seguito a una potenziale operazione sotto falsa bandiera ucraina (in Polonia?), nel contesto della recente isteria che ha attraversato il blocco per un presunto imminente attacco russo. Dopo che il presidente finlandese Alexander Stubb ha cercato di far ragionare i suoi omologhi, Sikorski è passato dal seminarepaura di una guerra con la Russia all’affermare che “la Russia non ha le forze per un attacco di vasta portata contro la NATO”.
Il nuovo Primo Ministro lituano Mindaugas Sinkevicius ha poi dichiarato, in una conferenza stampa al fianco di Rutte, che non vi sono prove che la Russia “si stia preparando a qualcosa”. Le dichiarazioni di questi due funzionari sono significative poiché il “corridoio/vuoto di Suwałki” tra Bielorussia e Kaliningrad, che la NATO ipotizza da tempo possa essere invaso dalla Russia, attraversa i loro territori. Essi riconoscono quindi chiaramente le conseguenze apocalittiche di un tentativo di blocco, per non parlare di un’invasione, di Kaliningrad.
Questo scenario peggiore, quindi, probabilmente non si concretizzerà nemmeno in caso di un’operazione sotto falsa bandiera ucraina (in Polonia?), dato che i guardiani polacchi e lituani di Kaliningrad non sono interessati a scatenare la Terza Guerra Mondiale per questa exclave russa. Sikorski potrà anche usare toni duri, e forse la Polonia presto effettuerà esercitazioni su larga scala e magari regolari vicino a Kaliningrad, ma sia il suo paese che la Lituania sanno bene che è meglio non arrecare alcun danno concreto a quella regione russa, dato che Putin li bombarderebbe con armi nucleari se osassero.
Si tratta del “contesto a piccoli gruppi” preferito dagli Stati Uniti per “promuovere progressi verso il contenimento della Russia a guida europea nell’ambito della NATO 3.0”.
Politico ha recentemente riportato che ” il Pentagono esclude alleati chiave dalla riunione della NATO ” in Polonia alla fine di questo mese, alla quale parteciperanno anche Norvegia, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi e Germania. I primi tre costituiscono quello che è stato definito il Blocco Vichingo, mentre gli ultimi due, insieme alla Polonia, sono stati i promotori dello ” Schengen militare ” all’inizio del 2024, volto a ottimizzare la logistica militare est-ovest della NATO. La prossima riunione in Polonia sarà la terza per il ” Gruppo di Bergen “, come è stato chiamato, da giugno.
Il report di Politico ha richiamato l’attenzione sull’esclusione di Francia, Regno Unito e Stati baltici, i primi due dei quali sono potenze nucleari, mentre gli ultimi tre confinano con la Russia. Ci sono ragioni comprensibili per cui non sono stati invitati a partecipare al Gruppo di Bergen. La Strategia di Sicurezza Nazionale di Trump 2.0 snobba l’Europa occidentale a causa dei suoi radicali cambiamenti demografici che gli Stati Uniti ritengono mettano a rischio la futura stabilità politico-militare di questi paesi, mentre gli Stati baltici sono noti per il loro comportamento irrazionale nei confronti della Russia.
In sostanza, la NATO 3.0 prevede che gli alleati affidabili e razionali degli Stati Uniti contengano la Russia in Europa, mentre gli Stati Uniti ” tornano all’Asia (orientale) ” per contenere più efficacemente la Cina. Come spiegato, non ci si può fidare di Francia e Regno Unito, mentre gli Stati Uniti temono che gli irrazionali Stati baltici possano provocare una guerra con la Russia. Gli Stati Uniti faranno quindi affidamento sul blocco vichingo per contenere la Russia nella regione artico-baltica, su Germania e Polonia per contenerla nell’Europa centrale e sui Paesi Bassi per facilitare la logistica militare transatlantica.
Il sottosegretario alla Guerra per le politiche, Elbridge Colby, ideatore della NATO 3.0, ha spiegato lo scopo del Gruppo di Bergen alla fine di settembre, durante un aggiornamento al Comitato per le Forze Armate del Senato sull’attuazione della Strategia di Difesa Nazionale . In quell’occasione, ha dichiarato: “Stiamo anche coinvolgendo alleati altamente performanti in contesti di piccoli gruppi, come il formato selettivo del Gruppo di Bergen, accelerando così gli sforzi per costruire coalizioni e promuovere i progressi verso la NATO 3.0”.
Il riferimento di Colby alla “costruzione di coalizioni” può essere interpretato come l’interazione, guidata dagli Stati Uniti, tra i tre principali attori sul fianco occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha creato attorno alla Russia. Mentre il ruolo e la portata geografica del Blocco Vichingo sono chiari, lo stesso non si può dire per Polonia e Germania, impegnate in una ” competizione amichevole ” per guidare il contenimento della Russia nell’Europa centrale. L’esito di questa rivalità, sulla quale gli Stati Uniti sono in grado di esercitare un’influenza, rimodellerà la geostrategia continentale.
Ci sarà o un regime dominato dai tedeschiUn’UE militarizzata in cui la Polonia è subordinata alla Germania, oppure un’UE militarizzata in cui l’ Intermarium, sostenuto dagli Stati Uniti e guidato dalla Polonia, controbilancia l’egemonia tedesca e ne integra gli sforzi per contenere la Russia. L’interesse degli Stati Uniti a ottenere una base militare permanente in Polonia, il cui costo sarebbe a carico di Varsavia , suggerisce una preferenza per il secondo scenario. Tutto diventerà più chiaro, tuttavia, dopo l’imminente conclusione della revisione del dispiegamento delle forze europee da parte del Pentagono.
Indipendentemente dall’esito della “competizione amichevole” tedesco-polacca per guidare il contenimento della Russia nell’Europa centrale, questi due paesi, il loro partner olandese nell’area Schengen “militare”, i cui porti svolgono un ruolo insostituibile nella logistica militare transatlantica, e il blocco vichingo sono i principali alleati europei degli Stati Uniti. Tutti e sei sono considerati affidabili e razionali, da qui la loro inclusione nel Gruppo di Bergen, che è il “gruppo ristretto” preferito da Colby per “promuovere progressi verso il contenimento della Russia a guida europea nell’ambito della NATO 3.0”.
Ha suggerito che sono pragmatici, a volte ottimisti fino al punto di una implicita ingenuità, e che tendono anche a non affrontare in modo proattivo le crisi latenti.
All’inizio di settembre , durante un intervento presso la sua alma mater, l’Istituto Statale di Relazioni Internazionali di Mosca, gestito dal Ministero degli Esteri russo e più noto nel mondo con l’acronimo russo MGIMO, Lavrov ha condiviso alcune riflessioni sul carattere del suo popolo. Il primo punto rilevante che ha sottolineato è stato: “Ogni volta che stipuliamo un accordo con qualcuno, lo facciamo guidati dal pragmatismo. Da parte nostra, determinate emozioni possono far parte dell’accordo, data la forza del nostro carattere”.
Ha poi aggiunto, in modo significativo: “Amiamo le fiabe e le favole, e la letteratura russa, che ci insegnano l’umanità. Il pragmatismo, ovviamente, è sempre presente. Non concludiamo alcun accordo senza pragmatismo o un equilibrio di interessi”. Il suo ultimo spunto di riflessione sul carattere dei russi è stato quando ha affermato: “Sapete che fa parte anche del nostro carattere, intendo dire, aspettare la crisi prima di agire. Chi di voi viene dai paesi vicini la pensa allo stesso modo”.
Tutto ciò contestualizza la cultura strategica russa, che si riferisce al modo in cui le sue burocrazie diplomatiche, di esperti, di intelligence e politiche vedono il mondo. È rilevante per comprendere come interpretano le nuove informazioni, nonché come formulano e attuano le politiche, in particolare quelle relative alla politica estera e alla sicurezza. Riesaminando quanto rivelato da Lavrov, i russi sono pragmatici, ma a volte ottimisti fino al punto di una implicita ingenuità. Tendono inoltre a non affrontare in modo proattivo le crisi latenti.
Tenendo a mente queste caratteristiche, dovrebbe essere relativamente più facile per gli osservatori comprendere perché la Russia sia stata ingannata dagli Accordi di Minsk, ovvero a causa dell’ingenuità, al limite dell’ottimismo, dei suoi funzionari, che li ha accecati di fronte alla realtà che si presentava loro davanti agli occhi per tutti quegli anni, ovvero il massiccio afflusso di armi occidentali in Ucraina. Di conseguenza, la Russia “ha aspettato la crisi per agire”, intendendo con ciò che non ha cercato attivamente di costringere l’Ucraina ad attuare gli Accordi di Minsk fino a quando non è venuta a conoscenza di un’offensiva pianificata sul Donbass.
In modo meno significativo, ma non per questo meno rilevante, ciò spiega anche perché la Russia abbia presentato le sue richieste di garanzie di sicurezza agli Stati Uniti e alla NATO alla fine del 2021, nonostante fosse ovvio che sarebbero state respinte col senno di poi. Come ha affermato Lavrov, “Amiamo le fiabe e le favole, e la letteratura russa, che ci insegna l’umanità. Il pragmatismo, ovviamente, è sempre presente”. Di conseguenza, la Russia riteneva che l’Occidente avrebbe preferito stringere una serie di accordi pragmatici che avrebbero evitato in modo umano l’imminente conflitto che stava preannunciando.
La parte relativa al fatto che molti russi “aspettano che la crisi inizi ad agire” spiega anche perché la Russia non abbia cercato di impedire la graduale defezione dell’Armenia, la caduta di Assad nonostante la fragilità del suo governo e l’ultima guerra in Mali , scatenata in parte dal fatto che Bamako avesse annullato l’accordo con i Tuareg 15 mesi prima. È anche il motivo per cui la Russia non ha cercato di impedire al Blocco Vichingo , alla Polonia , alla Turchia e al Giappone di assemblare il loro ” cordone sanitario ” nell’Artico-Baltico, nell’Europa centrale, nel cuore dell’Eurasia e nell’Asia nord-orientale.
Va da sé che l’amore dei russi per “fiabe e favole” è una delle ragioni principali per cui il pensiero illusorio è ancora diffuso nella loro cultura strategica, nonostante l’avvertimento di Putin nell’estate del 2022. Ciononostante, sembra che i membri delle burocrazie russe competenti abbiano finalmente compreso la necessità di modificare questi aspetti della loro cultura strategica, il che potrebbe consentire loro di correggere i meccanismi di feedback difettosi responsabili della persistenza di questi problemi di percezione.
Ciascuna delle loro aspettative è realistica e può persino essere combinata in una sequenza trifase se esiste la volontà politica da entrambe le parti, come fortemente suggerito dall’avvio stesso della “diplomazia del bucaneve”.
Il riavvicinamento tra Bielorussia e Polonia è noto come ” diplomazia del bucaneve ” a causa della battuta del ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski, pronunciata poco dopo l’incontro con il suo omologo bielorusso, secondo cui “un bucaneve può sbocciare se il tempo è favorevole”. Il Ministero degli Esteri bielorusso ha poi ripreso la metafora in un post su X. Sikorski ha anche rivelato che “si stanno svolgendo incontri anche con altri ministeri e ad altri livelli”. Ciò ha sorpreso la maggior parte degli osservatori, dato che fino ad allora la Polonia aveva adottato una linea dura nei confronti della Bielorussia.
La Polonia e la Bielorussia accetterebbero realisticamente un riavvicinamento solo in presenza di una concreta aspettativa di benefici tangibili. Dal punto di vista polacco, Varsavia probabilmente desidera che Minsk ponga fine al presunto utilizzo come arma dei migranti di diversa provenienza culturale, riduca la propria presenza militare vicino al confine e richieda una riduzione della presenza militare russa nel paese. Tutte queste richieste sono ragionevoli dal punto di vista degli interessi nazionali polacchi, se analizzate obiettivamente.
Dal punto di vista bielorusso, Minsk probabilmente desidera che Varsavia ponga fine al suo sostegno alla cosiddetta “opposizione bielorussa” che ha orchestrato la fallita Rivoluzione Colorata dell’estate 2020, che riduca la sua presenza militare vicino al confine e che ponga il veto all’estensione delle sanzioni dell’UE alla fine del prossimo febbraio. Proprio come i benefici concreti che la Polonia probabilmente si aspetta dalla sua “diplomazia del bucaneve”, anche questi sono ragionevoli dal punto di vista degli interessi nazionali bielorussi, se analizzati obiettivamente.
Ciascuna delle loro aspettative è realistica e può persino essere combinata in una sequenza trifase se esiste la volontà politica da entrambe le parti, come fortemente suggerito dall’avvio della “diplomazia del bucaneve” in primo luogo. Per chiarire, il presunto utilizzo da parte della Bielorussia di migranti culturalmente diversi come arma è probabilmente una risposta al sostegno polacco all'”opposizione” e alla fallita Rivoluzione Colorata dell’estate 2020, quindi ne consegue che la Bielorussia porrebbe fine a questa presunta politica una volta terminato il sostegno polacco all'”opposizione”.
Se accettano un simile accordo, forse su richiesta degli Stati Uniti che si considerano il principale alleato della Polonia e il più recente alleato della Bielorussia Se i due Paesi , grazie al loro riavvicinamento, riuscissero a instaurare una reciproca buona volontà, la de-escalation militare potrebbe facilitare il raggiungimento di un accordo. Se anche questo obiettivo venisse raggiunto, ovvero se la Polonia volesse alleviare i timori di un’invasione del “corridoio/vuoto di Suwałki” da parte della Bielorussia (e della Russia) e la Bielorussia volesse a sua volta alleviare i timori di un’invasione polacca , allora l’ultimo passo diventerebbe molto più probabile.
La Polonia potrebbe quindi subordinare il suo accordo sull’estensione delle sanzioni UE contro la Bielorussia alla revoca di alcune di esse, probabilmente concordate in anticipo con la Bielorussia, a condizione che la Bielorussia ottenga dalla Russia una riduzione della sua presenza militare nel paese. A tal proposito, la Bielorussia rimarrebbe comunque sotto l’ombrello nucleare russo e le sue armi nucleari tattiche resterebbero nel paese, ma un ritiro parziale delle forze russe (e un possibile ridispiegamento a una certa distanza dal confine polacco) è un’ipotesi realistica.
L’UE non prenderà in considerazione l’estensione delle sanzioni contro la Bielorussia per altri cinque mesi, quindi c’è tempo sufficiente perché Bielorussia e Polonia negozino la sequenza in tre fasi proposta in questa analisi. Casualmente, questo periodo coincide anche con la fioritura dei bucaneve in entrambi i paesi. Se avrà successo, la “diplomazia dei bucaneve” potrebbe davvero portare a un disgelo nella nuova Guerra Fredda, ma richiede che la Polonia abbia la volontà politica di raggiungere ciascuno di questi compromessi reciproci, sempre più significativi, con la Bielorussia.
Potrebbe innescare una rapida sequenza di eventi che ridurrebbe significativamente le tensioni della Nuova Guerra Fredda, a condizione che Trump accetti di partecipare a questo progetto come previsto.
Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha appena annunciato che “Vladimir Vladimirovich [Putin] ed io abbiamo concordato che Gazprom si unirà a noi nella realizzazione del progetto per la costruzione di un impianto di azoto. Dovremmo proporlo agli americani. Hanno bisogno di fertilizzanti, compresi quelli azotati, quindi costruiamolo insieme. Usando la vostra tecnologia. Voi [USA], Gazprom e Bielorussia. Abbiamo già scelto un sito, con tutte le infrastrutture necessarie già presenti. In caso contrario, lo costruiremo con Gazprom e i russi e venderemo il prodotto finito”.
La sua proposta fa seguito all’annuncio di Trump della settimana precedente, secondo cui “gli Stati Uniti stanno lavorando a un accordo di enorme portata per l’acquisto di potassio dalla Bielorussia. Il prezzo sarebbe sostanzialmente inferiore a quello che paghiamo attualmente al Canada, un’ottima notizia per i nostri agricoltori e allevatori”. L’annuncio è arrivato lo stesso giorno in cui The Atlantic ha riportato che Trump aveva autorizzato il suo inviato speciale in Bielorussia a replicare questo accordo con la Russia, in base al quale “accordi di enorme portata” sarebbero seguiti al rilascio di “prigionieri politici”.
La proposta trilaterale di Lukashenko per un impianto di fertilizzanti tra Bielorussia, Russia e Stati Uniti richiederebbe a Trump di revocare le sanzioni imposte dal suo Paese a Gazprom , ma ciò potrebbe avvenire in cambio del rilascio da parte di Putin di alcuni “prigionieri politici”, secondo il modello bielorusso che intende replicare con la Russia. Se gli Stati Uniti partecipassero alla costruzione dell’impianto, eventualità che probabilmente interesserebbe a Trump vista l’importanza attribuita all’accordo sui fertilizzanti in Bielorussia, altri progetti congiunti con la Russia potrebbero presto seguire.
In tal caso, un cambiamento nella politica europea nei confronti della Bielorussia potrebbe presto seguire, affinché il blocco non rimanga troppo indietro rispetto agli eventi, con la Polonia in prima linea con la sua ” diplomazia del bucaneve “, avviata a sorpresa la scorsa settimana dopo il primo incontro tra i rispettivi ministri degli Esteri in un decennio. Radek Sikorski ha rivelato poco dopo che “si stanno svolgendo incontri anche con altri ministeri e ad altri livelli”. Questa rivelazione aumenta le probabilità di una svolta diplomatica decisiva entro l’inizio del 2027.
Il 28 febbraio l’UE valuterà la possibilità di estendere le sanzioni contro la Bielorussia e, poiché basta il veto di un solo Paese per revocarle, la Polonia potrebbe giocare questo ruolo per trarre vantaggio dal miglioramento delle relazioni bilaterali. Come minimo, potrebbe chiedere la revoca di alcune sanzioni in cambio dell’estensione di altre, ma l’avvento della “diplomazia del bucaneve” fa sì che questo scenario non sia più una mera fantasia politica. ” La Bielorussia ha più da offrire alla Polonia di quanto non faccia l’Ucraina “, e a quanto pare la Polonia se ne è finalmente resa conto.
Qualsiasi cambiamento significativo nella politica dell’UE nei confronti della Bielorussia, come la revoca parziale delle sanzioni su richiesta della Polonia, seguendo l’esempio degli Stati Uniti, potrebbe nel tempo portare a un analogo cambiamento nei confronti della Russia. Anche in questo caso, la Polonia potrebbe assumere un ruolo guida. Come suggerito qui e qui , le reciproche misure di de-escalation lungo il confine polacco-bielorusso potrebbero gettare le basi per iniziative simili in altre zone del fianco orientale della NATO , e un canale di gestione delle crisi tra i leader polacchi, russi e statunitensi potrebbe contribuire a mantenere la pace.
La proposta trilaterale di Lukashenko per un impianto di fertilizzanti tra Bielorussia, Russia e Stati Uniti è quindi una mossa geniale, perché potrebbe innescare una rapida sequenza di eventi per allentare le tensioni della Nuova Guerra Fredda, a condizione che Trump accetti di partecipare al progetto, come previsto. Anche se non lo facesse, questa proposta dimostrerebbe comunque l’interesse di Lukashenko a facilitare tale esito, facendo della Bielorussia un ponte tra Est e Ovest, ruolo che probabilmente continuerà a perseguire in nome della pace.
Secondo quanto riportato da The Atlantic, il suo inviato speciale in Bielorussia starebbe pianificando di offrire a Putin un allentamento delle sanzioni, che potrebbe assumere la forma di importanti accordi nel settore delle risorse naturali, in cambio del rilascio dei cosiddetti “prigionieri politici”, sulla scia dell’accordo recentemente raggiunto con Lukashenko.
Secondo quanto riportato da The Atlantic , Trump avrebbe autorizzato il suo inviato speciale per la Bielorussia, John Coale, a convincere Putin a rilasciare i cosiddetti “prigionieri politici” in cambio di un allentamento delle sanzioni, sulla scia dell’accordo positivo raggiunto con il presidente bielorusso Alexander Lukashenko. A quanto pare, il maxi-accordo bielorusso-americano sulla fornitura di potassio, negoziato da Trump 2.0, potrebbe essere seguito da accordi altrettanto ingenti con la Russia, forse sulla falsariga di quanto riportato dal New Yorker a metà settembre.
Hanno citato un rapporto riservato di un servizio di spionaggio europeo non specificato per informare il loro pubblico che “Trump e le persone a lui vicine” stanno valutando la possibilità di “riaprire il gasdotto Nord Stream 2 sotto il controllo americano, riprendere le attività di ExxonMobil a Sakhalin e trivellare per estrarre petrolio nel Mare di Okhotsk. Secondo il rapporto, si è discusso anche dello scongelamento di beni russi soggetti a sanzioni americane”. Queste proposte sono in linea con la partnership strategica incentrata sulle risorse che stanno negoziando.
Ricordiamo che Putin, all’inizio del 2025, all’avvio dei colloqui tra Russia e Stati Uniti, dichiarò che le sue aziende “avrebbero realizzato un buon profitto” in uno scenario del genere, come spiegato qui e qui nel dicembre dello scorso anno. In breve, si sostiene che l’apertura di Putin a un simile accordo si basi in parte sul suo desiderio di alleviare la crescente dipendenza della Russia dalla Cina, mentre quella di Trump si basi in parte sulla stessa motivazione, oltre che sul suo interesse a impedire alla Cina l’accesso a ulteriori risorse russe attraverso investimenti statunitensi nei suoi giacimenti.
Nonostante le affermazioni allarmistiche della coalizione liberale al governo in Polonia su un possibile attacco russo, le voci di un accordo simile a quello con la Bielorussia proposto da Trump e la consapevolezza delle difficoltà che l’Ucraina sta affrontando durante l’inverno potrebbero averli spinti ad avviare un riavvicinamento con la Bielorussia per non rimanere troppo indietro rispetto agli eventi. Anche gli Stati Uniti potrebbero aver consigliato loro di farlo. A patto che non si tratti di un’operazione sotto falsa bandiera, questa svolta potrebbe diventare parte di un accordo più ampio con la Russia per la definizione dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.
Un singolo accordo di grande portata (probabilmente legato alle risorse) tra Stati Uniti e Russia sarebbe probabilmente sufficiente a innescare un cambiamento radicale nella politica europea nei confronti della Russia, seguendo il precedente polacco nei confronti del suo alleato Bielorussia, per la stessa presunta ragione di non voler rimanere troppo indietro rispetto agli eventi. Con questa aspettativa, Putin potrebbe persino offrire a Trump condizioni molto vantaggiose, il che scontenterebbe i suoi sostenitori ma potrebbe essere ciò che serve per giungere alla tanto agognata soluzione diplomatica al conflitto ucraino .
La prevista creazione da parte dell’UE di un meccanismo simile all’articolo 4 suggerisce che la NATO europea sospetti che il leader americano del blocco potrebbe non condividere la loro percezione della minaccia, qualunque essa sia (e che, in questo contesto, può riferirsi solo alla Russia), che spinge almeno uno di loro a richiedere consultazioni urgenti.
Il Financial Times ha recentemente riportato che l’UE intende dare seguito alla proposta della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di istituire un meccanismo simile all’articolo 4 tra gli Stati membri del blocco. Secondo la Carta della NATO , “Le Parti si consulteranno ogniqualvolta, a giudizio di una qualsiasi di esse, l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una qualsiasi delle Parti siano minacciate”. Tuttavia, la maggior parte degli Stati membri dell’UE sono già membri della NATO, quindi questa proposta potrebbe sembrare superflua.
Ciò è sostanzialmente vero, ma il punto cruciale sta nell’insinuazione che la NATO europea (E-NATO) sospetti che il leader americano del blocco potrebbe non condividere la loro percezione della minaccia, qualunque essa sia, che spinge almeno uno di loro a richiedere consultazioni urgenti. Estrapolando da ciò, l’insinuazione è che non ci si possa fidare degli Stati Uniti per un sostegno incondizionato attraverso l’invio di truppe e/o il lancio di attacchi qualora le tensioni (che in questo contesto possono riferirsi solo alla Russia) dovessero sfociare in una guerra vera e propria.
Di conseguenza, l’E-NATO sta sviluppando meccanismi decisionali paralleli per lo scenario in cui agisca da sola contro la Russia, nel qual caso gli Stati Uniti potrebbero rimanere in disparte, avendo sconsigliato qualsiasi linea d’azione proposta dall’E-NATO durante le consultazioni previste dall’articolo 4. Ciononostante, nello spirito dell’articolo 5, gli Stati Uniti potrebbero comunque fornire supporto con armi, intelligence e logistica, proprio come stanno facendo attualmente con l’Ucraina insieme al resto della NATO .
I leader della NATO europea hanno seminato il timore che la Russia possa mettere alla prova la loro determinazione a breve , o al più tardi entro il 2030 , da qui l’urgenza con cui intendono procedere con la proposta di von der Leyen, simile all’articolo 4. Parallelamente, gli Stati Uniti starebbero pianificando di ritirare fino a 40.000 dei loro 80.000 soldati presenti in Europa, in vista dell’imminente conclusione della revisione della postura delle forze europee da parte del Pentagono entro la fine dell’anno, conferendo così ulteriore urgenza a questo compito, anche qualora gli Stati Uniti ottenessero una base permanente in Polonia .
Su questo argomento, la coalizione liberale al governo in Polonia ha guidato l’isteria della NATO orientale riguardo a un possibile attacco russo contro il blocco, eppure il suo Ministro degli Esteri ha appena incontrato il suo omologo bielorusso a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel primo incontro tra i massimi diplomatici dei due Paesi in un decennio. La conseguente ” diplomazia del bucaneve “, ispirata alla battuta di Radek Sikorski subito dopo, secondo cui “un bucaneve può sbocciare se il tempo è favorevole”, potrebbe attenuare l’isteria che lui e la sua coalizione hanno scatenato, se avrà successo.
Anche in questo scenario ottimistico, che potrebbe comunque facilmente deragliare, la Polonia e il resto della NATO orientale probabilmente non si sentirebbero mai completamente a proprio agio a causa del sincero timore delle loro élite liberali nei confronti della Russia (indipendentemente dalla sua irrazionalità), quindi è comunque importante per loro dare priorità alla creazione di un meccanismo simile all’articolo 4. Il ruolo principale in questo contesto sarà probabilmente svolto dalla Polonia, data la sua posizione centrale sul fianco occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” attorno alla Russia, che le conferisce un’importanza sproporzionata nella nuova architettura di sicurezza.
In tal caso, la garanzia più realistica di stabilità sarebbe il ritiro parallelo di alcune forze NATO europee dagli Stati baltici e di alcune forze russe dalla Bielorussia, previo ritiro da parte degli Stati Uniti di alcune delle proprie truppe dagli Stati baltici, con la Polonia che si assumerebbe la responsabilità della loro sicurezza in caso di crisi. La creazione di un canale di controllo delle crisi tra la Russia (responsabile della Bielorussia), la NATO europea (con la Polonia in prima linea e responsabile degli Stati baltici) e gli Stati Uniti garantirebbe quindi la pace.
Il punto di convergenza tra gli interessi sauditi e quelli del Consiglio di Transizione del Sud (STC) è fermare gli Houthi, e il modo più efficace per farlo è probabilmente una coraggiosa decisione politica di riconoscere il loro piccolo stato nel Nord e, di conseguenza, anche il Sud come stato sovrano separato, in cambio della cessazione delle ostilità.
La notizia riportata da South24 , secondo cui l’ambasciatore russo in Yemen, Yevgeny Kudrov, avrebbe avuto una videochiamata con il viceministro degli Esteri Houthi, Abdulwahid Abu Ras, il 12 settembre, ha suscitato interesse per l’approccio della Russia all’ultima fase della guerra in Yemen. L’offensiva lampo degli Houthi lungo la costa del Mar Rosso e la conquista di diverse isole strategiche hanno permesso loro di ottenere il controllo della parte orientale di Bab el-Mandeb. Hanno inoltre lanciato attacchi contro l’Arabia Saudita e messo fuori uso il gasdotto East-West Pipeline.
Come prevedibile, al Ministro degli Esteri Sergey Lavrov è stato chiesto un commento su questi sviluppi durante una conferenza stampa con il suo omologo saudita l’8 settembre. Ha affermato: “Consideriamo gli attacchi degli Houthi contro le infrastrutture saudite, comprese quelle civili, controproducenti. Sosteniamo pienamente la determinazione dell’Arabia Saudita a proseguire nell’attuazione della tabella di marcia concordata e approvata, che ho menzionato nel mio intervento iniziale”.
Lavrov ha aggiunto: “Riteniamo inaccettabile tentare di risolvere questi problemi con mezzi militari, un approccio che non solo mette in pericolo la popolazione civile e le infrastrutture civili, ma ha anche un effetto profondamente negativo sull’economia mondiale, data l’importanza della penisola arabica e di tutte le zone marittime che la costeggiano per il normale funzionamento delle rotte commerciali globali”. La vice rappresentante permanente presso le Nazioni Unite, Anna Evstigneeva, ha poi informato il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite due giorni dopo.
Il 10 settembre, rivolgendosi al Consiglio, ha sottolineato in modo significativo: “Ribadiamo la posizione di lunga data del nostro Paese a difesa della libertà di navigazione marittima in tutte le acque del mondo, comprese quelle adiacenti allo Yemen… Esortiamo Ansar Allah a esercitare moderazione e a rispettare la sovranità degli Stati vicini, che – al momento opportuno – potrebbe contribuire a stabilizzare lo Yemen, a preservarne l’unità e a facilitarne la ripresa economica”.
Il giorno successivo, l’11 settembre, il viceministro degli Esteri russo Georgij Borisenko ha incontrato l’ambasciatore saudita. Il suo ministero ha rilasciato una dichiarazione in cui si affermava che “le parti hanno ribadito l’importanza di porre fine alle ostilità in Yemen il prima possibile, nonché il loro sostegno agli sforzi diplomatici volti a creare condizioni favorevoli per l’avvio di un dialogo su vasta scala mediato dalle Nazioni Unite tra le parti in conflitto”. Due giorni dopo, sono seguite le dichiarazioni del portavoce del Cremlino Dmitrij Peškov.
In risposta a una domanda del 13 settembre su quale governo yemenita la Russia consideri legittimo, alludendo al fatto che Mosca riconosca o meno il piccolo stato degli Houthi con capitale a Sana’a, ha affermato: “Aspettiamo e vediamo come si evolve la situazione. Al momento è gravemente destabilizzata e rischia una forte escalation. La cosa più importante ora è stabilizzare la situazione”. Il rappresentante permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzia, si è poi rivolto al Consiglio di Sicurezza due giorni dopo, il 15 settembre.
Non ha detto nulla di nuovo, se non raccomandare che “La risposta di questo organismo, a cui è affidata la responsabilità di prevenire le minacce alla pace e alla sicurezza internazionali, deve essere razionale, ponderata con attenzione e, soprattutto, commisurata a quanto sta accadendo sul campo. La spiacevole esperienza con la risoluzione 2722 del Consiglio di sicurezza , le cui disposizioni sono state successivamente travisate da alcuni membri del Consiglio, ci mette in guardia contro passi affrettati e avventati”.
Una settimana dopo, il 22 settembre, il presidente russo Vladimir Putin ha parlato con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MBS). Il comunicato del Cremlino riportava che “le parti hanno ribadito la necessità di una cessazione immediata delle ostilità (nello Yemen) e della creazione delle condizioni per l’avvio di un dialogo costruttivo intra-yemenita sotto l’egida delle Nazioni Unite. Hanno inoltre sottolineato l’importanza di garantire il passaggio sicuro e senza ostacoli delle navi attraverso le vie navigabili internazionali della regione”.
Da queste dichiarazioni ufficiali si evince l’approccio della Russia all’ultima fase della guerra in Yemen. Mosca condanna gli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita e la loro offensiva nel Mar Rosso. Inoltre, auspica l’unità dello Yemen e, pertanto, non riconosce la legittimità del governo Houthi, nonostante il dialogo politico in corso con esso. Il ritorno al dialogo mediato dalle Nazioni Unite rappresenta la soluzione preferita per evitare minacce alla navigazione regionale e ad altri soggetti che potrebbero trarre vantaggio da questi sviluppi.
Contrariamente a quanto alcuni hanno ipotizzato , la Russia non ha intenzione di fornire alcun tipo di assistenza militare, tecnica o di intelligence agli Houthi, il che comprometterebbe immediatamente i suoi faticosamente conquistati legami strategici con l’Arabia Saudita, il governo di Aden in Yemen e soprattutto gli Emirati Arabi Uniti, il cui leader Putin è notoriamente molto vicino. La recente assicurazione degli Houthi di non voler prendere di mira il traffico marittimo regionale, ma solo le navi collegate all’Arabia Saudita, è in linea con le aspettative dichiarate dalla Russia nei confronti del gruppo.
A differenza di quanto si afferma, ovvero che gli interessi della Russia risiedano nello scatenare il caos globale, come quello che potrebbe seguire il blocco di Bab el-Mandab da parte degli Houthi in segno di solidarietà con l’alleato iraniano qualora la Terza Guerra del Golfo dovesse inasprirsi nuovamente, un’altra crisi economica globale danneggerebbe indirettamente la Russia. Sebbene i prezzi globali dell’energia potrebbero inizialmente impennarsi, portando così maggiori entrate nelle casse del Cremlino, la serie di attacchi ucraini contro le sue raffinerie di quest’anno ha già ridotto le esportazioni, impedendo quindi alla Russia di trarne il massimo profitto.
Inoltre, il conseguente rallentamento dell’economia globale potrebbe portare a un crollo dei prezzi per un periodo prolungato, con conseguenti ripercussioni sul bilancio del Cremlino. Un’altra preoccupazione per la Russia è il grande impatto strategico che un simile rallentamento potrebbe avere sulla Cina, in particolare sulla sua capacità di resistere alle pressioni statunitensi per un accordo commerciale sbilanciato, al fine di ostacolare la traiettoria di ascesa della Cina a superpotenza. La Cina potrebbe quindi diventare più cedevole alle richieste statunitensi di sanzioni anti-russe.
Probabilmente gli osservatori occasionali non ne sono a conoscenza, ma nell’estate del 2023 Dilma Rousseff, presidente della Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, ha confermato che il suo istituto con sede in Cina rispetta tali sanzioni. Poco meno di un anno dopo, nell’estate successiva, un’azienda cinese si è ritirata dal megaprogetto russo Arctic LNG 2 in risposta alle pressioni legate alle sanzioni, infliggendo così un duro colpo ai piani del Cremlino. Nell’ottobre del 2024, un funzionario russo ha confermato che anche l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), con sede in Cina, rispetta tali sanzioni.
Non è cosa da poco che queste due importanti istituzioni multipolari con sede in Cina aderiscano alle sanzioni statunitensi contro la Russia. Se l’Iran e i suoi alleati Houthi dovessero, metaforicamente, distruggere l’economia globale prendendo di mira su vasta scala tutte le infrastrutture energetiche del Golfo, sia come primo attacco che come rappresaglia per una significativa escalation militare americana, l’emisfero occidentale se la caverebbe relativamente meglio di quello orientale. La Cina potrebbe inoltre essere sufficientemente indebolita da sottomettersi pienamente alle richieste di sanzioni statunitensi contro la Russia.
Pertanto, qualsiasi cosa possa anche solo lontanamente portare a questo scenario è osteggiata dal Cremlino, come gli attacchi degli Houthi contro le infrastrutture energetiche saudite e la possibilità che blocchino il Bab el-Mandeb. Anche l’imposizione di un cosiddetto “pedaggio” è qualcosa a cui la Russia si oppone, come dimostrato dalla dichiarazione di Lavrov a fine agosto, quando disse al suo interlocutore : “Non vogliamo che venga introdotto un pedaggio (per il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz), ma questo è un argomento da discutere ulteriormente”.
Passando alla parte della politica russa relativa alla speranza che lo Yemen rimanga unito, dopo aver espresso la propria opposizione agli attacchi degli Houthi contro le infrastrutture energetiche saudite e alla loro offensiva nel Mar Rosso, la Russia non riconoscerà il piccolo stato degli Houthi poiché ciò comprometterebbe i suoi rapporti con Riad e Aden. Da una simile mossa diplomatica non deriverebbe alcun beneficio tangibile, mentre ne deriverebbero costi altrettanto tangibili. Detto questo, se Aden cedesse formalmente il Nord controllato dagli Houthi, Mosca probabilmente lo riconoscerebbe.
Per essere più precisi, l’Arabia Saudita non è riuscita a sconfiggere gli Houthi dopo oltre un decennio di tentativi, e il suo tradimento del Consiglio di Transizione del Sud (STC) tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, durante la breve campagna di bombardamenti di Riyadh, ha distrutto, col senno di poi, l’unico baluardo affidabile contro l’espansione verso sud degli Houthi. Gli Stati Uniti non sono ancora intervenuti in soccorso dell’Arabia Saudita e potrebbero non farlo mai, ma anche se riprendessero la precedente campagna di bombardamenti contro gli Houthi, non vi è alcuna ragionevole aspettativa che ciò li distrugga completamente.
Bisogna quindi dare per scontato, a prescindere dalle speranze personali, che gli Houthi siano destinati a rimanere e che il loro piccolo stato possa essere infine riconosciuto in qualche forma come parte di una soluzione politica alla guerra in Yemen. I meridionali non vogliono più convivere con i settentrionali nello stesso stato, dopo che il loro fallimentare tentativo di fusione ha portato all’oppressione da parte del Nord. Una soluzione a due stati potrebbe quindi essere inevitabile, ma poiché l’Arabia Saudita ora controlla completamente il Sud, Riyadh dovrebbe acconsentire.
MBS potrebbe essere riluttante ad accettare quella che equivarrebbe alla sconfitta del suo Regno, riconoscendo uno Yemen del Nord alleato dell’Iran e controllato dagli Houthi (indipendentemente da come si chiami), ma potrebbe anche essere l’unico modo per preservare le infrastrutture energetiche del suo Regno e forse persino il potere della sua famiglia. Qualora si convincesse che questa sia la linea d’azione più pragmatica, potrebbe permettere al Consiglio di Transizione del Sud (STC) di tornare al potere nello Yemen del Sud, ristabilendo così l’unico baluardo contro l’espansionismo degli Houthi.
Gli interessi dell’Arabia Saudita in quello che può essere definito Yemen orientale, sostanzialmente la storica regione di Hadramout, potrebbero essere affrontati attraverso il dialogo con il Consiglio di transizione del Sud (STC) una volta arrestata l’avanzata degli Houthi verso sud. Una possibilità è rappresentata da elezioni sotto la supervisione delle Nazioni Unite sul futuro amministrativo del rinato Yemen del Sud/Arabia, che potrebbe ipoteticamente trasformarsi in una federazione tra il Sud e l’Est, prevedendo anche un’ampia autonomia simile a quella bosniaca per quest’ultima parte.
Ad ogni modo, gli interessi dell’Arabia Saudita e del Consiglio di Transizione del Sud (STC) coincidono nel fermare gli Houthi, e il modo più efficace per farlo è probabilmente una coraggiosa decisione politica di riconoscere il loro piccolo stato nel Nord e quindi, ipso facto, anche il Sud come stato sovrano separato, come contropartita per la cessazione delle ostilità. Se vi fosse interesse da parte di tutte le parti coinvolte – Arabia Saudita, governo di Aden, STC e Houthi – allora la Russia probabilmente accetterebbe di mediare tra loro per raggiungere questo obiettivo, qualora i suoi servizi diplomatici fossero richiesti.
In questo risiede il ruolo strategico che la Russia potrebbe svolgere nell’ultima fase della guerra in Yemen, ovvero quello di mediatore tra le parti coinvolte, dati gli stretti legami che la legano a tutte, compreso l’alleato iraniano degli Houthi, qualora quest’ultimo decidesse di collegare la risoluzione di questo conflitto a quella della Terza Guerra del Golfo. In assenza di tale interesse, è probabile che la Russia si limiti a rilasciare dichiarazioni di circostanza sulla guerra in Yemen, sulla quale non ha alcuna influenza a meno che le parti interessate non acconsentano alla sua mediazione.
Questa analisi è stata originariamente pubblicata su South24 .
Secondo un esperto di fama, la motivazione degli Stati Uniti è quella di “tenere lontana l’influenza russa dal Mar Rosso”.
Un importante consigliere del generale sudanese Abdel Fattah al-Burhan, leader delle Forze Armate Sudanesi (SAF) e rappresentante del Sudan all’estero, ha messo in guardia sui piani degli Stati Uniti per il loro Paese. Amjad Farid ha descritto la proposta di cessate il fuoco di 90 giorni avanzata dal consigliere senior statunitense per gli affari arabi e africani, Massad Boulos, come un tentativo di “esercitarci pressione affinché accettiamo una spartizione di fatto del Paese, simile al modello libico “. Ciò è avvenuto dopo che gli Stati Uniti avrebbero presumibilmente negato il visto a Burhan per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in seguito al suo rifiuto di tale proposta.
Radio France Internationale ha recentemente condotto un’intervista con il ricercatore sudanese Suliman Baldo, direttore del Sudan Transparency and Policy Observatory, con sede negli Stati Uniti, in merito alla politica statunitense. Baldo ha valutato che gli Stati Uniti hanno deciso di affrontare Burhan, indicando i media americani rapporti sul presunto utilizzo di armi chimiche da parte delle SAF contro i ribelli delle “Forze di supporto rapido” (RSF) guidati da Mohamed Hamdan Daglo (“Hemedti”), nonché la dichiarazione del Dipartimento di Stato secondo cui entrambe le parti sono illegittime.
Baldo ha concluso che gli Stati Uniti vogliono “tenere lontana l’influenza russa dal Mar Rosso. La Russia è uno dei fornitori di armi all’esercito sudanese e sta ancora portando avanti i piani per stabilire una base militare sul Mar Rosso a Port Sudan. Gli americani non vogliono sentirne parlare, né i sauditi. Ecco perché gli americani rimangono impegnati in Sudan”. Questi interessi sono stati analizzati in diversi articoli all’inizio della guerra, all’inizio del 2023, e sono stati elencati in questo articolo del mese scorso sulla politica russa in merito.
Mettendo a confronto l’analisi di Baldo con quella di Farid, alla luce del piano di cessate il fuoco statunitense, della nuova campagna di pressione contro Burhan per il presunto uso di armi chimiche da parte della sua fazione e della dichiarazione del Dipartimento di Stato secondo cui sia lui che Hemedti sono illegittimi, emerge chiaramente la politica americana nei confronti del conflitto. Essa mira a un cambio di regime graduale in entrambi gli schieramenti, istituzionalizzando la spartizione di fatto del Sudan attraverso la concessione di ampia autonomia a ciascuna parte e inducendo le nuove autorità nazionali a rinnegare l’accordo sulla base navale russa.
Gli interessi della Russia sono quindi opposti: aiutare le Forze Armate del Sudan (SAF) ad annientare le Forze di Supporto Rapido (RSF); preservare l’unità funzionale del Sudan; e infine attuare l’accordo, a lungo rimandato, sulla base navale. I primi due interessi coincidono con quelli della NATO islamica (Arabia Saudita, Turchia e Pakistan) e del suo stretto partner egiziano, i quali, per semplici ragioni geografiche, forniscono a Burhan un aiuto ben più significativo di quello della Russia, con l’Egitto in prima linea. Allo stesso modo, questi interessi sono in contrasto con quelli degli Emirati Arabi Uniti, che sostengono le RSF.
Questo nonostante Putin, alla fine del 2023, avesse descritto gli Emirati Arabi Uniti come il “principale partner commerciale della Russia nel mondo arabo” e nonostante la sua stretta amicizia con il presidente Mohamed bin Zayed. Allo stesso modo, la NATO islamica e l’Egitto sono entrambi vicini agli Stati Uniti, eppure questi ultimi continuano a opporsi a Burhan (e anche a Hemedti, nonostante la vicinanza degli Emirati Arabi Uniti agli Stati Uniti). Ipoteticamente, un grande accordo potrebbe quindi consentire a questi due di rimanere al potere, con la spartizione di fatto del Sudan istituzionalizzata e Khartoum che finalmente concede a Mosca la sua base navale, ma la volontà politica non esiste.
Ciascuna parte crede ancora di poter sconfiggere l’altra o quantomeno espandere il proprio territorio prima di istituzionalizzare la spartizione di fatto del Sudan. Pertanto, è probabile che il conflitto continui e si intensifichi fino a quando una delle due parti non costringerà l’altra ad accettare un accordo squilibrato o uno stato straniero non interverrà direttamente. Se l’Egitto dovesse intervenire su vasta scala a sostegno delle Forze Armate del Sudan, dopo che l’Etiopia, storica rivale del Cairo, ha accusato sia l’Egitto che il Sudan di appoggiare una nuova alleanza ribelle, i due conflitti potrebbero fondersi, con conseguenze disastrose per la regione.
Alla luce dei recenti sviluppi, questo scenario non è così inverosimile come potrebbe sembrare a prima vista.
Il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha avuto una telefonata con Trump che RT ha correttamente inquadrato come avvenuta al termine dei loro colloqui per finalizzare un accordo commerciale, in un contesto di rinnovata pressione statunitense sull’India affinché abbandoni il petrolio russo. La telefonata ha fatto seguito anche alla notizia riportata da The Atlantic, secondo cui l’inviato speciale di Trump per la Bielorussia, John Coale, avrebbe confermato di aver ricevuto l’approvazione per proporre a Putin un accordo in base al quale la Russia avrebbe ottenuto un allentamento delle sanzioni in cambio del rilascio dei cosiddetti “prigionieri politici”, secondo il modello da lui stesso sperimentato con Lukashenko.
Lo stesso giorno, Lukashenko ha proposto che Bielorussia, Russia e Stati Uniti costruissero congiuntamente un impianto di fertilizzanti, una settimana dopo che Trump aveva annunciato che “gli Stati Uniti stanno lavorando a un accordo di vasta portata per l’acquisto di potassio dalla Bielorussia”. Data la probabilità che gli Stati Uniti acconsentano ad almeno un allentamento parziale delle sanzioni contro la Russia, il che probabilmente interesserebbe il settore delle risorse naturali in cui Putin aveva precedentemente invitato le aziende americane a investire , l’India farebbe bene a valutare investimenti congiunti con gli Stati Uniti.
L’importazione su larga scala di petrolio russo a prezzi scontati da parte dell’India è indirettamente essenziale per la sua sicurezza nazionale, ma il Paese non vuole nemmeno compromettere l’accordo commerciale quasi finalizzato con gli Stati Uniti sfidando Trump qualora decidesse di minacciare dazi fino al 100% come punizione per questi acquisti. Da qui la saggezza di proporre investimenti congiunti nelle risorse russe, alla luce della probabilità che gli Stati Uniti lo facciano presto autonomamente. Di seguito, cinque brevi note esplicative per illustrare ai lettori la logica alla base di questa proposta:
Per riassumere, in modo da non dilungarci troppo, il vice primo ministro russo Denis Manturov ha dichiarato, durante un discorso estivo sulla strategia del suo Paese in materia di terre rare: “Abbiamo una stretta relazione strategica di cooperazione con la Cina. E acquistiamo i loro prodotti. Ma siamo interessati alla sovranità tecnologica e continueremo a muoverci in quella direzione”. L’allusione è che la dipendenza dalla Cina in questo settore rappresenti una vulnerabilità dalla quale la Russia cerca di liberarsi attraverso maggiori investimenti esteri.
Questi investimenti non si sono ancora concretizzati a causa delle sanzioni statunitensi, eppure è nell’interesse degli Stati Uniti ridurre la dipendenza della Russia dalla Cina attraverso investimenti nei suoi giacimenti di risorse, in modo da privare la Cina di tali risorse e, di conseguenza, rallentare la sua ascesa a superpotenza. L’India condivide gli stessi interessi, è un partner strategico della Russia da decenni e necessita di queste risorse per accelerare il suo percorso di ascesa a grande potenza, un obiettivo che è anche nell’interesse degli Stati Uniti agevolare. Questa logica costituisce la base degli investimenti congiunti in questo settore.
L’India farebbe quindi bene a proporre il proprio coinvolgimento in eventuali futuri investimenti statunitensi nel settore delle risorse naturali russo, derivanti dal quid pro quo che il progetto Coale presenterà a Putin. L’immagine di una possibile sostituzione del ruolo cinese nel progetto Arctic LNG 2, da cui la Cina si è ritirata nell’estate del 2024 a causa delle sanzioni statunitensi, sarebbe, ad esempio, nell’interesse di Delhi e Washington. Ciò potrebbe accadere già entro la fine dell’anno, se Putin, Trump e Modi avessero la volontà politica di farlo.
La tempistica di questa notizia è sospetta, così come la testata che l’ha diffusa.
L’ organizzazione londinese Afghanistan International ha recentemente riportato che l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani. Il giornalista Jamshid Yama Amiri , residente in Germania e che ha collaborato con diverse testate giornalistiche private e governative in Afghanistan durante l’occupazione statunitense, ha scritto un articolo sull’argomento, pubblicato sul loro sito web, mentre l’ex giornalista di Voice of America, Samsama Sirat, ha realizzato un servizio sul loro canale YouTube . Questi dettagli sono sufficienti per accogliere tale affermazione con scetticismo.
Il contesto più ampio riguarda la ripresa degli attacchi transfrontalieri tra Afghanistan e Pakistan, nell’ambito della guerra iniziata a fine febbraio, nonché i negoziati tra Stati Uniti e Bielorussia su quello che Trump ha recentemente definito un “enorme” accordo sulla potassa . La maggior parte dei media della diaspora afghana si oppone ai talebani e si sospetta che siano finanziati da ricchi afghani anti-talebani e/o da governi occidentali. È quindi possibile che questo articolo sia un attacco orchestrato per screditare tutte le parti coinvolte.
Comunque sia, esiste una certa logica che rende la cosa credibile, ovvero la convergenza di interessi stranieri coinvolti. L’Afghanistan ha concluso un accordo tecnico-militare con la Russia questa primavera per la riparazione di attrezzature di fabbricazione russa, la Bielorussia è integrata nel complesso militare-industriale russo in quanto suo principale alleato militare, e l’India è la rivale del Pakistan. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha anche avvertito durante l’estate che armi e munizioni occidentali vengono inviate dall’Ucraina all’ISIS-K in Afghanistan.
L’unico modo realistico attraverso cui questi droni potrebbero essere introdotti clandestinamente in Afghanistan è tramite il Pakistan, attualmente in guerra con l’Afghanistan, e questa constatazione conferma la percezione di minaccia latente che la Russia nutre nei confronti del Pakistan . Non si può quindi escludere che l’India stia finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani, con l’approvazione della Russia, nell’ambito di un’operazione clandestina congiunta, motivata dalla rivalità tra Delhi e Islamabad, dalla crescente percezione di minaccia da parte di Mosca e dalle comuni preoccupazioni relative all’ISIS-K.
Allo stesso tempo, come già accennato, la tempistica è troppo sospetta, e lo stesso si può dire della testata che ha diffuso la notizia; pertanto, questo rapporto dovrebbe essere accolto con scetticismo anziché essere dato per scontato come vero. Ha appena iniziato a circolare, quindi sarà interessante vedere se verrà ripreso dai principali media occidentali, per non parlare del fatto che qualche governo occidentale lo sfrutterà come pretesto per minacciare ulteriori sanzioni contro l’Afghanistan, la Bielorussia e/o la Russia, o addirittura se lo farà davvero.
Il Pakistan prenderà certamente nota di questo rapporto, se non ne è già in qualche modo coinvolto, anche se i funzionari non commenteranno pubblicamente le sue affermazioni a causa della loro delicatezza. Sebbene ci si aspetterebbe che non perdano l’occasione di screditare i loro rivali afghani e indiani, continuano a portare avanti la farsa di una partnership con la Russia, che non si è ancora concretizzata in un accordo energetico a lungo discusso a causa del potere di veto di fatto del protettore americano del Pakistan. Pertanto, potrebbero agire con cautela.
Nell’improbabile eventualità che presentassero i resti di un drone presumibilmente di fabbricazione bielorussa, qualora decidessero di abbandonare la loro farsa con la Russia (ipotesi improbabile ma non da escludere), non si può escludere che li abbiano ricevuti dall’Ucraina per dare una falsa credibilità a questa affermazione. In assenza di una conferma ufficiale di questa notizia da parte di Afghanistan, Bielorussia, India e/o Russia, essa rimarrà quindi nel regno delle speculazioni, per quanto alcuni possano ritenerla plausibile nella versione descritta.
Sebbene Jalali non abbia descritto esplicitamente la NATO islamica come una minaccia, ha affermato in modo inquietante che “la presenza di potenze non regionali ha portato alla situazione attuale”, lasciando così intendere la preoccupazione dell’Iran che ciò possa un giorno innescare un conflitto regionale.
A fine settembre , l’ambasciatore iraniano in Russia, Kazem Jalali, ha rilasciato un’intervista al popolare quotidiano economico Vedomosti sulle relazioni bilaterali e sugli affari regionali. Ha esordito affermando: “Abbiamo deciso da tempo che se avremo bisogno di qualcosa e questa sarà disponibile in Russia, ci rivolgeremo alla Russia per soddisfare le nostre esigenze”. Ha poi aggiunto che “la pressione che il nemico sta esercitando su di noi, cercando di coinvolgere i nostri paesi vicini in un blocco, può aiutare e promuovere lo sviluppo dei nostri due paesi: Russia e Iran”.
Questo ha portato a chiedergli informazioni sulla tratta ferroviaria Rasht-Astara, ramo occidentale del Corridoio di Trasporto Nord-Sud attraverso l’Azerbaigian, che deve ancora essere costruita. Jalali ha affermato: “Ci auguriamo che un accordo operativo esecutivo venga firmato a breve tra Iran e Russia. I nostri colleghi russi hanno già iniziato a studiare il tracciato ferroviario. A seguito di questo studio, inizieranno i lavori operativi e il progetto ferroviario verrà realizzato”.
Analogamente, per quanto riguarda il gasdotto che intendono costruire attraverso l’Azerbaigian, Jalali ha affermato che “i finanziamenti proverranno in gran parte dalla Russia. Ma stiamo lavorando tutti insieme a questo progetto: Russia, Iran e Azerbaigian”. A ben vedere, questi due progetti di integrazione complementari non hanno ancora compiuto progressi tangibili, ma ciò non significa che alla fine non porteranno a nulla. Passando ad altro, Jalali ha confermato che i progetti congiunti nel settore dell’energia nucleare continuano a progredire, il che è importante.
L’intervista si è poi spostata sulla Terza Guerra del Golfo e sulla questione se la Russia avesse aiutato l’Iran. Jalali ha risposto: “C’è un proverbio persiano che potrebbe sembrarvi buffo: ‘Nessuno può grattarti la schiena tranne le tue stesse dita’. Potete ben vedere che sia nella Guerra dei Dodici Giorni che in quella attuale, abbiamo usato solo missili di fabbricazione nazionale”. Lo spirito della sua risposta si allinea con quanto Lavrov aveva ironizzato durante l’estate, affermando che è ” imbarazzante ” sostenere che la Russia abbia armato l’Iran durante il conflitto.
Le altre dichiarazioni di Jalali sul conflitto riguardavano la posizione del suo Paese, secondo cui gli Stati Uniti hanno disatteso l’accordo con l’Iran per porre fine alla guerra, il nuovo status giuridico dello stretto deve essere rispettato e l’acquisizione pianificata da parte dell’Arabia Saudita di F-35 non le garantirà la sicurezza, che potrà essere assicurata solo da un nuovo sistema di sicurezza regionale . Ha poi risposto in modo significativo “assolutamente no” alla domanda se il Patto della Mecca possa contribuire alla formazione di un tale sistema, aggiungendo che le potenze non regionali dovrebbero plasmare la sicurezza delle proprie regioni.
Dall’intervista di Jalali si possono trarre tre conclusioni. In primo luogo, i legami russo-iraniani rimangono solidi, ma non si tratta di un’alleanza militare, contrariamente a quanto affermato da alcuni, sia amici che nemici. In secondo luogo, la responsabilità di perpetuare le ostilità regionali è da attribuire agli Stati Uniti, a causa della presunta volubilità di Trump, e non all’Iran. Infine, l’acquisizione pianificata da parte dell’Arabia Saudita di armi avanzate dagli Stati Uniti e il recente Patto della Mecca rappresentano una minaccia per la sicurezza iraniana, con la conseguente implicazione di una destabilizzazione della regione.
L’ultima parte relativa al Patto della Mecca è probabilmente la più significativa, a causa delle speranze di alcuni che la NATO islamica che ne deriverebbe possa diventare un polo d’influenza indipendente nel nascente ordine mondiale multipolare, in grado di collaborare con l’Iran e contribuire così a stabilizzare l’Asia occidentale. Sebbene Jalali non l’abbia esplicitamente descritta come una minaccia, ha affermato in modo inquietante che “la presenza di potenze non regionali ha portato alla situazione attuale”, alludendo così alla preoccupazione dell’Iran che ciò possa un giorno innescare un conflitto regionale.
Era privo di sostanza e non affrontava il problema principale, ovvero il potere di veto di fatto degli Stati Uniti su importanti accordi tra Pakistan e Russia, come quello energetico di cui si discute dal 2022.
Il direttore di Sputnik International, Dimitri Simes Jr., ha recentemente intervistato il Ministro dell’Energia pakistano Sardar Awais Ahmad Khan Leghari, che è anche co-presidente della Commissione intergovernativa Pakistan-Russia. Leghari ha esordito ribadendo la politica del Primo Ministro Shehbaz Sharif, secondo cui la Russia è un partner prioritario per il Pakistan, ma ha lamentato il basso livello degli scambi commerciali bilaterali, inferiori a 400 milioni di dollari. Ha quindi suggerito che è necessaria una maggiore connettività tra i due Paesi per liberare appieno il loro potenziale economico.
La successiva domanda di Simes Jr. sul Trattato sulle acque dell’Indo, sospeso dall’India in seguito al coinvolgimento del Pakistan nell’attentato terroristico di Pahalgam del 2025, ha spinto Leghari ad accusare l’India di “terrorismo”, senza che Simes Jr. replicasse, nonostante l’India sia ufficialmente un partner strategico “speciale e privilegiato” della Russia. La conversazione si è poi spostata sull’invito di Leghari alla Russia a partecipare a progetti idroelettrici e sulla ripetizione della proposta del suo governo di rilanciare il progetto delle acciaierie pakistane, risalenti all’epoca sovietica.
Nella parte successiva, Simes Jr. ha chiesto a Leghari informazioni sulla partecipazione del Pakistan al Corridoio di Trasporto Nord-Sud tra Russia e India, attraverso l’Iran. Leghari ha descritto il progetto come un mezzo promettente per incrementare gli scambi commerciali bilaterali. Tuttavia, è stato di fatto sospeso a causa della Terza Guerra del Golfo, così come la proposta, altrettanto promettente, di una ferrovia trans-afghana, a causa delle ostilità bilaterali. Quest’ultima, inoltre, rende superflua la successiva domanda di Simes Jr. sulla proposta di una ferrovia Minsk-Mosca-Karachi.
L’intervista si è conclusa con Leghari che ha elogiato il ruolo di Sputnik nel migliorare i rapporti tra i popoli ed ha espresso la speranza che vengano organizzati altri eventi per unire le popolazioni dei due Paesi. Riflettendo sull’intervista, ha volutamente omesso di confermare qualsiasi accordo per migliorare il commercio bilaterale, e le due vie di collegamento terrestri che potrebbero facilitare tale processo sono di fatto sospese. L’unico aspetto degno di nota è che ha accusato l’India di “terrorismo” su uno dei principali organi di informazione russi, senza subire alcuna reazione.
Il motivo per cui l’intervista di Leghari è risultata priva di sostanza è probabilmente da attribuire all’influenza che gli Stati Uniti, protettori del Pakistan, hanno esercitato sulle sue politiche sin dal colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro l’ex primo ministro multipolare Imran Khan, ora in carcere con accuse pretestuose e di natura politica. Il ministro delle Finanze pakistano ha inoltre dichiarato il mese scorso una sorta di riorientamento finanziario filo-americano , riducendo così la probabilità che il Pakistan scelga aziende russe anziché statunitensi per gli appalti di maggiore entità.
L’ovvietà della suddetta osservazione potrebbe anche spiegare perché Simes Jr. abbia ostinatamente evitato di chiedere a Leghari informazioni sulle prospettive di conclusione del grande accordo petrolifero tra i due Paesi , di cui si discute dal 2022, nonostante Leghari, in qualità di Ministro dell’Energia, fosse la persona più informata sull’argomento. L’intervista è stata chiaramente strutturata in modo da enfatizzare l’importanza dei grandi accordi tra Pakistan e Russia, senza però affrontare il problema principale, ovvero il potere di veto di fatto degli Stati Uniti su tali accordi.
Comunque sia, e a prescindere dal fatto che Leghari abbia ingannato Simes Jr. sulla sincerità del suo governo nel concludere importanti accordi con la Russia, è comunque uno sviluppo positivo il fatto che abbia parlato in termini così lusinghieri delle relazioni con la Russia. Quanto meno, la sua intervista contribuisce a migliorare la percezione reciproca tra coloro che l’hanno vista o almeno ne hanno letto, e si spera che un giorno il Pakistan abbia il coraggio di sfidare gli Stati Uniti per raggiungere l’accordo energetico di lunga data con la Russia.
La loro complessa interdipendenza reciproca riduce i rischi di una spaccatura geopolitica, poiché ora ciascuna fa molto affidamento sull’altra per promuovere i propri interessi strategici, visto che la Turchia è il ponte energetico dell’Azerbaigian verso l’UE e l’Azerbaigian è il ponte logistico militare della Turchia verso l’Asia centrale.
Le comunità azere e turche su X sono state recentemente al centro di accesi dibattiti, nonostante la famosa autodefinizione dei rispettivi governi secondo cui le loro relazioni bilaterali sarebbero “una nazione, due stati”. Due questioni dominano questi dibattiti, che a loro volta hanno portato ad altre due problematiche che stanno emergendo sempre più frequentemente nelle loro dispute online. La prima riguarda la nuova politica azera in materia di uniformi scolastiche, interpretata da alcuni amministratori scolastici come un divieto dell’hijab, dopo la diffusione di filmati che mostravano alcune ragazze rimandate a casa per averlo indossato.
Poco prima della sua entrata in vigore, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha condannato i divieti sull’hijab imposti da non meglio specificati Stati, definendoli una forma di “islamofobia” nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite . Il suo omologo azero, Ilham Aliyev, ha poi tenuto un discorso la scorsa settimana all’ottavo congresso del suo partito, che molti turchi hanno interpretato come un velato attacco al loro Paese. Ha affermato che nessuno ha aiutato l’Azerbaigian nel Karabakh.Il conflitto , le armi sono state vendute a prezzo di mercato o superiore e i media stranieri in lingua azera si stanno intromettendo.
Molti turchi ritengono che Aliyev stia riscrivendo la storia per cancellare il sostegno del loro paese all’Azerbaigian contro il comune nemico armeno, sostegno che si è concretizzato in addestramenti congiunti in conformità con gli standard NATO e nella vendita dei droni Bayraktar, considerata da molti una svolta decisiva. Alcuni media turchi finanziati con fondi pubblici, come TRT, trasmettono anche in lingua azera. La conseguente faida online tra questi fratelli turchi ha assunto dimensioni nazionalistiche, settarie e geopolitiche.
Hanno inoltre dato origine a dibattiti su altre due questioni correlate, vale a dire gli strettissimi legami dell’Azerbaigian con Israele, il nuovo nemico della Turchia, nonostante il loro rapporto “una nazione, due stati”, e l’ascesa dell’Azerbaigian a potenza di medio livello dopo la vittoria nel conflitto del Karabakh. Questi argomenti hanno portato alcuni turchi a ipotizzare che Israele stia influenzando negativamente l’Azerbaigian e a sostenere che Aliyev sia diventato arrogante, come dimostrato da quella che considerano l’estrema ingratitudine nei confronti della Turchia nel suo recente discorso.
Da parte loro, alcuni azeri ritengono che la Turchia si stia comportando in modo molto paternalistico nei confronti del loro paese, il che sottintende intenzioni egemoniche, e temono inoltre che le sue reti di soft power possano essere utilizzate come arma nel tentativo di islamizzare gradualmente la loro società storicamente laica per ragioni ideologiche. Diversi stati stranieri trarrebbero vantaggio dall’ipotetica fine della fratellanza azero-turca, ma è improbabile che le crescenti dispute online tra le loro società portino a una spaccatura geopolitica.
Le esportazioni energetiche dell’Azerbaigian verso l’UE transitano attraverso la Turchia, mentre l’Azerbaigian è lo stato di transito insostituibile della ” Via Trump per la pace e la prosperità internazionali “, che serve al duplice scopo di corridoio logistico militare NATO a guida turca verso l’Asia centrale lungo l’intera periferia meridionale della Russia. Entrambi i paesi sono inoltre membri dell'”Organizzazione degli Stati Turchi” a guida Ankara, che comprende i loro connazionali dell’Asia centrale ed è considerata lo strumento istituzionale per erodere gradualmente l’influenza russa nella regione.
Questa complessa interdipendenza reciproca riduce i rischi di una spaccatura geopolitica, poiché ora entrambi i Paesi dipendono fortemente l’uno dall’altro per promuovere i propri interessi strategici, visto che la Turchia rappresenta il ponte energetico dell’Azerbaigian verso l’UE e l’Azerbaigian il ponte logistico militare della Turchia verso l’Asia centrale. La percezione reciproca è stata danneggiata dalla loro aspra faida online, che potrebbe lasciare un segno indelebile; per questo motivo, i loro leader potrebbero presto organizzare un servizio fotografico o quantomeno una videoconferenza per limitare i danni.
La sopravvivenza dell’Etiopia è indispensabile per la sicurezza di Israele, poiché lo sfruttamento da parte dell’Egitto delle ricchezze naturali di un’Etiopia “balcanizzata” – che potrebbe verificarsi a seguito della guerra ibrida che l’Egitto sta orchestrando contro l’Etiopia – potrebbe alla fine consentire all’Egitto di diventare (ancora una volta) una minaccia esistenziale per Israele.
I leader di Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia si sono impegnati a rafforzare in modo globale le loro relazioni, anche attraverso un coordinamento quadrilaterale nella regione più ampia, nella Dichiarazione congiunta di El-Alamein che hanno firmato al termine del loro ultimo vertice. Questo passo viene ampiamente interpretato come una mossa diretta contro l’Etiopia dopo che le forze federali hanno ripreso il controllo della capitale della regione ribelle del Tigray nel secondo conflitto del nord appena scoppiato e che Addis Abeba ha accusato Egitto, Sudan ed Eritrea di aver scatenato tramite i propri proxy.
Anche l’Etiopia e l’Eritrea hanno interrotto le relazioni diplomatiche, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha espresso preoccupazione per l’escalation delle tensioni militari tra i due paesi, e notizie non confermate hanno appena iniziato a circolare sui social media, secondo cui le forze eritree starebbero invadendo le restanti regioni del Tigray ancora controllate dai ribelli. Alla luce di questi sviluppi, alcuni etiopi hanno chiesto alle forze federali di «tagliare la testa al serpente» rovesciando il leader eritreo, al potere da tre decenni, a causa del sostegno offerto dal suo Stato alla nuova alleanza ribelle.
L’Etiopia ritiene che l’Egitto stia armando, finanziando e organizzando la guerra ibrida dell’Eritrea contro di essa, che potrebbe includere anche un coinvolgimento più diretto da parte del Sudan e della Somalia. Il Sudan accusa l’Etiopia di sostenere i ribelli delle RSF, cosa che Addis Abeba ha sempre negato, mentre la Somalia mal vede il protocollo d’intesa del 2024 che l’Etiopia ha firmato con il Somaliland, indipendente de facto, sul quale Mogadiscio continua a rivendicare la sovranità. L’Egitto è il loro principale sostenitore militare, e le sue ~1.000–15.000 truppe in Somalia potrebbero, ipoteticamente, rappresentare una minaccia anche per l’Etiopia.
Il terreno è quindi pronto per una guerra regionale, nella quale potrebbero essere coinvolti anche gli stretti partner dell’Etiopia, gli Emirati Arabi Uniti e Israele, sia a sostegno dell’Etiopia che del Somaliland, qualora anche quest’ultimo fosse minacciato. A differenza dell’alleanza quadrilaterale non ufficiale che si è recentemente consolidata in Egitto, basata su quella trilaterale della fine del 2024 che il Cairo aveva stretto con l’Eritrea e la Somalia, non è stata ancora istituita alcuna piattaforma di coordinamento tra Etiopia, Emirati Arabi Uniti, Israele e Somaliland, sebbene non si possa escludere che ne venga creata una in futuro.
Israele è l’unico Stato a riconoscere il Somaliland, cosa che questo articolo qui attribuisce in parte alla sua rivalità con la Turchia, la cui influenza in Somalia rivaleggia con quella dell’Egitto. Nel frattempo, gli Emirati Arabi Uniti hanno investito nelle infrastrutture di connettività del Somaliland, che alcuni sospettano vengano utilizzate per rifornire di armi le RSF attraverso l’Etiopia (e da lì, in alcuni casi, attraverso il Sud Sudan), nonostante le smentite di tutte le parti coinvolte. L’ipotetica sconfitta dell’Etiopia e la conseguente «balcanizzazione» potrebbero inoltre trasformare l’Egitto in una superpotenza araba, a discapito degli interessi strategici di Israele e degli Emirati Arabi Uniti.
È quindi nel loro interesse scongiurare tale scenario; di conseguenza, è probabile che intervengano in misura non ben definita nel caso in cui la nuova alleanza egiziana, ora ampliata e che include in modo significativo le Forze Armate sudanesi, temprate dalle battaglie, scatenasse una guerra totale contro l’Etiopia. La sopravvivenza dell’Etiopia è indispensabile per la sicurezza di Israele, poiché lo sfruttamento da parte dell’Egitto delle ricchezze di risorse naturali di un’Etiopia «balcanizzata» potrebbe alla fine consentirgli di diventare (ancora una volta) una minaccia esistenziale per Israele.
L’intera regione si trova quindi sull’orlo di una guerra su vasta scala che, nel peggiore dei casi, potrebbe riaccendere le ostilità tra Egitto e Israele, per non parlare della distruzione delle vite degli oltre 150 milioni di persone del Corno d’Africa, se non si troverà presto una soluzione diplomatica. La corsa al potere dell’Egitto per ottenere lo status di superpotenza araba – che si aspetta di ottenere dopo quella che ritiene sarà l’inevitabile «balcanizzazione» dell’Etiopia, causata dalla grande guerra che l’Egitto sta orchestrando – è responsabile di tutti gli orrori che potrebbero verificarsi a breve.
Finché il Pakistan non darà credito infondato alla notizia secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia, una situazione che il suo alleato statunitense potrebbe sfruttare per convincere il Pakistan ad armare l’Ucraina “per vendetta”, allora i loro legami dovrebbero rimanere saldi, anche se dovessero raffreddarsi presto.
Durante l’ottava riunione delle Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan, tenutesi lunedì e avviate dieci anni fa, Russia e Pakistan hanno espresso opinioni diametralmente opposte sulla situazione dei talebani in Afghanistan. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha descritto il ritorno al potere dei talebani cinque anni fa come una “liberazione”, ha elogiato la loro “buona” gestione del Paese, ha lodato il graduale sviluppo economico nonostante le difficoltà, ha celebrato la guerra alla droga e ha lodato le capacità antiterrorismo del Paese.
Approfondendo quanto detto finora, ha affermato che “le forze di sicurezza afghane stanno conducendo una lotta senza compromessi contro l’ISIS e altri gruppi terroristici”, eliminando “centinaia di militanti” e “sventando” “numerosi attacchi terroristici di alto profilo”. Lavrov ha poi dichiarato che “è importante sottolineare che contribuire a rafforzare le capacità antiterrorismo di Kabul fornendo assistenza materiale e specialistica e mantenendo i contatti tra i servizi di intelligence e le forze dell’ordine è nell’interesse di tutti noi”.
Nell’ultima parte del suo intervento, ha “ribadito che il dispiegamento di infrastrutture militari della NATO in Afghanistan e nei paesi limitrofi, con qualsiasi pretesto, è categoricamente inaccettabile”. Il Segretario del Consiglio di Sicurezza, Sergey Shoigu, aveva già messo in guardia in merito in un articolo dell’agosto 2025 , in cui metteva in guardia anche sul trasferimento di terroristi in Afghanistan, e successivamente, a maggio, lui e il Ministro della Difesa Andrey Belousov hanno sollevato la questione in occasione di due eventi separati dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). L’insinuazione è che il Pakistan stia agevolando questo processo.
Lo stesso vale per l’avvertimento lanciato da Lavrov a luglio, secondo cui armi e munizioni occidentali vengono inviate dall’Ucraina all’ISIS-K in Afghanistan. Il Pakistan è l’unico Stato attraverso il quale tutto questo materiale potrebbe realisticamente transitare. Il rappresentante speciale pakistano per l’Afghanistan, Mohammad Sadiq, ha espresso un’opinione completamente diversa . Ha messo in dubbio che i talebani abbiano realmente aiutato i cittadini afghani comuni e risposto alle legittime preoccupazioni dei Paesi vicini, prima di condannarli come un “regime” e accusarli di legami con diversi gruppi terroristici.
Tra questi figurano gruppi anti-pakistani, l’ETIM anti-cinese, l’ISIS-K e al-Qaeda. Sadiq ha poi difeso la campagna di attacchi del Pakistan, iniziata a febbraio e proseguita fino ad ora, contro quelli che ha definito obiettivi legati al terrorismo. A tal proposito, il ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi ha accusato il Pakistan di collusione con l’ISIS-K e con ex militari del governo afghano sostenuto dall’Occidente e rovesciato dai talebani, i quali, a suo dire, avrebbero tentato senza successo di infiltrarsi oltre confine nel tentativo di destabilizzare il Paese.
La valutazione della minaccia latente che la Russia attribuisce al Pakistan, fortemente implicita e descritta in precedenza, coincide con quella esplicitamente dichiarata dai talebani. Il Pakistan potrebbe quindi presto dare credito alla recente notizia secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia, a causa di divergenze tra i due Paesi. La Russia non è parte di alcuna presunta guerra per procura condotta dall’India contro il Pakistan tramite i talebani, né lo è il suo alleato Bielorussia, ma gli Stati Uniti, protettori del Pakistan, potrebbero sfruttare questa falsa affermazione per convincerlo ad armare l’Ucraina “per vendetta”.
Nel 2025, l’ambasciatore russo in Pakistan ha smentito le precedenti notizie in tal senso , mantenendo così sulla buona strada il riavvicinamento faticosamente conquistato negli ultimi anni. Tuttavia, questo potrebbe rapidamente crollare se il Cremlino ottenesse prove del fatto che il Pakistan stia armando l’Ucraina. Finché il Pakistan non intensificherà le divergenze con la Russia sulla questione afghana, i loro legami dovrebbero rimanere saldi, anche se dovessero raffreddarsi in futuro, come sta già accadendo tra alcuni pakistani su X che hanno iniziato a criticare e persino a insultare la Russia.
La Russia potrebbe mostrarsi riluttante a vendere equipaggiamento letale ai talebani nel contesto della sua guerra non dichiarata in corso con il Pakistan, nonostante la minaccia rappresentata dall’ISIS-K per l’Afghanistan, per il timore che tale equipaggiamento possa essere utilizzato in quel conflitto a scapito del riavvicinamento russo-pakistano, faticosamente raggiunto negli ultimi anni.
Il Ministero della Difesa afghano ha confermato nel fine settimana che una delegazione di alto livello del proprio Paese ha partecipato alle recenti esercitazioni militari su larga scala “Center-2026” organizzate dalla Russia. Le esercitazioni si sono concentrate sulla guerra di ultima generazione, con particolare attenzione ai droni e ad altre apparecchiature automatizzate. Putin si era recato in precedenza sul luogo dell’evento per osservare queste esercitazioni. News18 India, uno dei principali organi di informazione del Paese, in un articolo sulla partecipazione dell’Afghanistan a queste esercitazioni si è chiesto se ciò fosse inteso come un messaggio rivolto al Pakistan.
Questo sviluppo fa seguito a una notizia non confermata secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto da parte dei talebani di droni bielorussi con l’approvazione della Russia, diversi mesi dopo l’accordo tecnico-militare russo-afgano che, ufficialmente, riguarda solo la riparazione di attrezzature di fabbricazione russa. Qualunque sia la verità, il Pakistan sta certamente osservando con grande attenzione l’espansione dei legami militari e di sicurezza tra Russia e Afghanistan, data la sua guerra non dichiarata in corso con l’Afghanistan, che recentemente si è intensificata dopo una tregua durata diversi mesi.
L’ipotesi che i talebani dispieghino sofisticati droni russi e altre attrezzature potrebbe aumentare i danni inflitti al Pakistan e forse spingere quest’ultimo a intensificare la propria campagna di attacchi. Riguardo a tale possibilità, uno dei motivi alla base della decisione della Russia, lo scorso anno, di diventare il primo Paese a riconoscere il ritorno al potere dei talebani in Afghanistan è stata probabilmente quella di coordinarsi più strettamente contro l’ISIS-K, le cui reclute straniere e attrezzature militari possono realisticamente entrare nel Paese solo dal Pakistan.
Non è quindi impossibile che i talebani possano ricevere dalla Russia droni e altre attrezzature a fini antiterroristici – se non l’hanno già fatto – per poi utilizzarle invece contro il Pakistan. Questo potrebbe essere un mezzo attraverso il quale il gruppo cerca di riequilibrare la propria asimmetria militare rispetto al Pakistan, ma potrebbe ritorcersi contro di loro, come avvertito in precedenza, se il Pakistan intensificasse la propria campagna di attacchi in risposta. In ogni caso, il punto saliente è che la cooperazione militare russo-afghana, visibilmente più stretta, suggerisce che questo scenario non sia impossibile.
Per essere chiari, la Russia non ha alcun interesse a condurre una guerra per procura contro il Pakistan attraverso i talebani, e sarebbe un tradimento della loro fiducia se il gruppo utilizzasse equipaggiamento militare fornito dalla Russia contro il Pakistan e/o ne trasferisse parte ai propri alleati dei “talebani pakistani” (TTP). Questo perché la Russia è sinceramente intenzionata a rafforzare i legami con il Pakistan e, in particolare, a concludere un giorno il loro importante accordo petrolifero di cui si discute da tempo, nonostante il Pakistan, secondo quanto riferito, stia fornendo armi all’Ucraina (cosa che l’ambasciatore russo ha successivamente smentito).
Ciononostante, il Pakistan potrebbe essere indotto dal proprio protettore americano a considerare l’ipotetico utilizzo da parte dei talebani di droni russi e altre attrezzature contro di esso e/o il loro trasferimento al TTP come parte di un complotto russo-indiano, compromettendo così il riavvicinamento faticosamente conquistato negli ultimi anni. La Russia è probabilmente consapevole di questa possibilità e potrebbe quindi procedere con estrema cautela nella sua nuova cooperazione tecnico-militare con l’Afghanistan, al fine di ridurre il rischio che si verifichi questo scenario preoccupante.
Comunque sia, i talebani hanno bisogno almeno di droni di sorveglianza per potenziare le proprie capacità contro l’ISIS-K, quindi potrebbero presto riceverli, se ciò non è già avvenuto, poiché la Russia non rischierebbe una rottura dei rapporti con il Pakistan qualora tali droni venissero utilizzati contro le sue forze. Se però la Russia vendesse armi letali ai talebani nel pieno della loro guerra con il Pakistan, ciò indicherebbe che la Russia ritiene la minaccia rappresentata dall’ISIS-K sufficientemente grave da mettere a rischio i propri rapporti con il Pakistan, qualora i talebani le utilizzassero contro di esso.
Dichiarazioni e risposte alle domande del ministro degli Esteri Sergey Lavrov durante l’incontro con gli studenti e i docenti dell’Università MGIMO, Mosca, 7 settembre 2026
9 luglio 1383-2026
Dichiarazioni e risposte alle domande del ministro degli Esteri Sergey Lavrov durante l’incontro con gli studenti e i docenti dell’Università MGIMO, Mosca, 7 settembre 2026
Signor Torkunov,
Amici,
Il rettore dell’Università MGIMO, Anatoly Torkunov, ha concluso il suo discorso di apertura menzionando l’inno dell’università, che ho avuto l’onore di comporre. Il fatto che questa composizione sia stata adottata è ancora più gratificante. Ma vorrei iniziare rivolgendo un piccolo rimprovero ai docenti più anziani della MGIMO, poiché questo inno comprende anche un paio di altre strofe.
Nella seconda strofa, i censori dell’ufficio del Rettore hanno concluso che vi fosse un accenno al fatto che agli studenti sia permesso comportarsi in modo un po’ birichino qua e là, purché ciò non crei alcun problema, e che chiunque in Russia, o altrove per quel che conta, possa farlo. Pertanto, spero vivamente che, se saremo ancora qui l’anno prossimo, lei si assicuri di aggiungere la seconda strofa, signor Torkunov. Sono comunque disposto a collaborare con lei per apportare alcune modifiche, se necessario.
Vorrei darvi il benvenuto a questo tradizionale raduno.
Il Rettore ha sottolineato l’importanza di questi incontri per il gruppo dirigente dell’Università MGIMO. Vi assicuro che lo stesso vale anche per me. Questi incontri rappresentano sempre uno stimolo molto positivo per me e per i membri del mio team che mantengono contatti regolari con l’università. Vorrei esprimere la mia gratitudine al Rettore dell’Università MGIMO, Anatoly Torkunov, per il suo operato a nome di tutti i presenti e delle migliaia di persone che oggi non sono qui. Vi prego di accettare le mie più calorose congratulazioni e i miei migliori auguri per il vostro compleanno, che avete festeggiato di recente.
Vorrei porgere le mie congratulazioni agli studenti del primo anno per l’inizio dell’anno accademico. In realtà, questo vale non solo per gli studenti del primo anno, ma per tutti coloro che, provenienti da altri livelli di istruzione, stanno iniziando l’anno accademico. Naturalmente, porgo le mie congratulazioni anche ai membri del corpo docente e a tutti coloro che contribuiscono a mantenere l’eccellenza dell’Università MGIMO, che si è sempre classificata tra le migliori università russe e ha conquistato posizioni di rilievo in diverse classifiche internazionali.
Viviamo in tempi difficili. Non ho alcun dubbio che tutti i presenti nutrano un vivo interesse per ciò che sta accadendo oggi. Nel corso della nostra storia, nessuno ha mai voluto che fossimo forti. Si è parlato molto di questo, anche da parte di autorevoli studiosi di politica che sono qui oggi e che trasmettono regolarmente questo messaggio attraverso le loro apparizioni sui media. A partire da Ivan il Terribile, passando per il XIX e il XX secolo, e soprattutto all’indomani della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, nessuno ha mai voluto che fossimo forti.
In realtà, molti non volevano nemmeno comunicare con noi. Naturalmente, c’erano paesi governati da alcuni sovrani che, grazie alle loro qualità puramente umane, erano interessati a mantenere relazioni normali con le loro controparti russe. In molti casi si trattava di parenti e fratelli, in quanto monarchi. Sappiamo bene tutto questo. Tuttavia, nel corso della nostra intera storia non c’è mai stata una sincerità fondata sulla comprensione della necessità storica, politica ed economica di convivere e promuovere il reciproco vantaggio, anziché tramare malizia, poiché chi la trama finirà per subirne le conseguenze.
Ci sono sempre delle eccezioni a ogni regola. Ci fu la Grande Guerra Patriottica, specialmente durante i suoi primi anni, quando l’iniziativa americana del «Lend-Lease» e i convogli artici britannici, come testimoniato da molti contemporanei, svolsero quello che di fatto può essere descritto come un ruolo quasi decisivo nel garantire che, nel primo anno di guerra, l’Armata Rossa fosse in grado non solo di tenere testa al nemico, ma anche di compiere un’impresa eroica nei pressi di Mosca – fu allora che i piani di Hitler cominciarono a sgretolarsi.
Tuttavia, coloro che ci aiutarono con il programma Lend-Lease e i convogli artici, coloro che promisero l’apertura del secondo fronte, cominciarono a valutare da che parte sarebbe oscillato il pendolo. Ricevemmo questa assistenza immediatamente e senza che ci venissero poste domande durante il primo anno di guerra, poiché era ovvio che Adolf Hitler non potesse essere fermato, come si pensava in Occidente. Oggi esistono molti documenti storici che lo confermano. In seguito, quando la situazione iniziò a migliorare, in una certa misura, i nostri alleati, per dirla senza mezzi termini, decisero di valutare più attentamente da che parte sarebbe oscillato il pendolo, come ho già detto. Non è una coincidenza che il secondo fronte non sia stato aperto fino all’inizio dell’estate del 1944.
Durante l’era sovietica e negli anni in cui l’URSS cessò di esistere e sorsero nuovi Stati – la Federazione Russa e le ex repubbliche sovietiche che ne divennero vicine – i nostri storici fecero di tutto per nascondere sotto il tappeto i fatti che rivelavano come i nostri rapporti con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – soprattutto la Gran Bretagna – non fossero proprio quelli tra alleati. Si riteneva che custodissimo con cura questo ricordo e che esistesse una memoria sacra della fratellanza d’armi e dell’Incontro sull’Elba. Tutto ciò è vero. Il presidente Vladimir Putin ha sottolineato più volte l’importanza di quegli sforzi alleati. Sono convinto che chiunque nutra anche solo il minimo interesse per la storia e possieda un giudizio imparziale condivida pienamente questa visione. Il sottoscritto è una di queste persone. Tuttavia, ora emerge che, ancora prima che i cannoni della Seconda Guerra Mondiale tacessero, l’allora Primo Ministro britannico, Winston Churchill, avesse già concepito l’Operazione Unthinkable.
Ieri Dmitry Kiselev ha lanciato il suo nuovo programma serale, dedicato all’approfondimento e all’analisi delle notizie. Ha ricordato il 1949, quando gli Stati Uniti avevano in programma di bombardare circa 300 città del nostro Paese. Fu solo lo sviluppo della bomba atomica sovietica a placare, se così si può dire, gli americani. A ciò seguì una crisi dell’URSS, con alcuni passi falsi, proprio come in qualsiasi altro Paese, indipendentemente dal suo regime politico o sociale. E poi ci furono la perestrojka, la politica della glasnost – trasparenza – e la sensazione di una «fine della storia», secondo Francis Fukuyama.
In Russia, molti veneravano Francis Fukuyama. Si sono affrettati ad abbracciare l’Occidente senza chiedersi se valesse la pena farlo. Ciò ha segnato l’inizio di una nuova era, quando dalle tribune più alte ci è stato detto che non eravamo più nemici né avversari, che non avevamo più alcuna differenza nel modo di vivere le nostre vite e di provvedere all’esistenza dei nostri Stati e delle nostre nazioni, che ora siamo tutti “messi nello stesso calderone”, come si suol dire, e che Dio benedica l’America.
Non voglio soffermarmi troppo su questo argomento, poiché tutti lo conoscono bene e lo hanno vissuto in modo molto intenso. Ma quel momento non durò a lungo. Fu un periodo in cui specialisti, esperti e consulenti stranieri affollarono le nostre agenzie ufficiali, i ministeri, le aziende statali e le banche, compresa la Banca Centrale, e definirono in larga misura il programma di privatizzazione, a partire da uno spot televisivo che equiparava un buono di privatizzazione a un’auto Volga. Non ci volle molto prima che con quel buono si potesse ottenere solo una bottiglia di vodka, e chi aveva concluso quell’affare ne era felice.
Da allora sono successe molte cose, ma il dicembre 1999 ha segnato una tappa fondamentale, quando l’allora presidente Boris Eltsin ha trasferito il potere a Vladimir Putin, augurandogli ogni successo per la sua elezione l’anno successivo. Conosciamo molto bene i risultati di quelle elezioni. Esse hanno segnato l’aspirazione e l’urgente necessità espresse dall’intera nazione di tornare alle proprie radici. Non è avvenuto in un istante e non tutti condividevano questa visione, ma c’era la sensazione generale che fosse proprio ciò di cui avevamo bisogno.
Quello che ne seguì fu un percorso irto di difficoltà, perché l’Occidente riteneva che negli anni ’90 tutto fosse andato come previsto e che la nuova Russia, diventata alleata dell’Occidente, fosse ormai pronta all’azione, per dirla in parole povere. Ma gli osservatori politici e i politici occidentali, così come le menti ideologiche, non avevano tenuto conto del concetto sintetizzato da una poesia secondo cui il popolo sovietico ha un proprio senso di orgoglio. Non è che solo l’URSS avesse questo tipo di consapevolezza. C’era un senso di orgoglio all’interno della nostra nazione etnicamente diversificata, ed è sempre esistito. L’anomalia degli anni ’90 ha in qualche modo soppresso i principi tradizionali e civilizzatori profondamente radicati che il nostro popolo e il nostro Stato hanno sempre condiviso.
Negli anni 2000, dopo la sua elezione, il presidente Vladimir Putin era sinceramente interessato a instaurare buoni rapporti con l’Occidente su un piano di parità, in contrapposizione a come erano state quelle relazioni negli anni ’90, quando venivamo invitati a partecipare solo ad alcune riunioni del G8. Era come se ci venisse detto di aspettare in un corridoio finché non fossimo stati invitati. Anche le riunioni finanziarie del G8, alle quali ormai non siamo più interessati, si sono svolte allo stesso modo fino a poco tempo fa. Ora siamo partecipanti a pieno titolo del G20. Tuttavia, il modo in cui l’Occidente ci trattava ci faceva sempre sentire come cittadini di seconda classe.
Il presidente Vladimir Putin ha più volte citato la conversazione avuta con il presidente statunitense Bill Clinton durante il suo primo anno alla guida della Russia, in cui disse a quest’ultimo che ormai non c’erano più problemi tra noi, né divergenze ideologiche, e che entrambi i paesi si basavano sull’economia di mercato. Il Patto di Varsavia e l’Unione Sovietica erano ormai storia, quindi suggerì di fare un ulteriore passo avanti ed estendere la nostra cooperazione fino a includere la NATO. Eravamo disposti e pronti a diventare membri attivi e alla pari di questo blocco, il che avrebbe stabilizzato lo spazio euro-atlantico.
Secondo il presidente Vladimir Putin, l’allora presidente degli Stati Uniti Bill Clinton gli disse che ci avrebbe pensato. Quella stessa sera, in occasione di un evento del G20 o dell’OSCE, il presidente Clinton disse al presidente Putin che i suoi consiglieri lo avevano convinto a non farlo. Ebbene, quello fu il primo segnale d’allarme che ci fece capire come l’Occidente ci considerasse mentre elaborava i propri piani per una società che, dopo la «fine della storia», sarebbe stata unita, ideologicamente coesa e fondata sui principi della democrazia liberale.
Probabilmente sapete già come sono andate le cose da quel momento in poi. Nel 2007, stanco dei colloqui con i suoi omologhi occidentali, il presidente Vladimir Putin ha tenuto un discorso perfettamente strutturato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, nel quale ha esposto i fatti e ha chiesto al pubblico se fosse davvero quello che volevano e se quello fosse davvero il loro atteggiamento nei confronti del nostro Paese. Sapete bene cosa è successo dopo.
Perché sto facendo un’introduzione così lunga? Le divergenze tra noi e l’Occidente nel suo insieme hanno cominciato ad accumularsi, non perché, come si suol dire, stessimo cercando guai. Niente affatto. Volevamo semplicemente che la nostra verità e i nostri legittimi interessi, pienamente in linea con i principi della Carta delle Nazioni Unite e di altri documenti giuridici internazionali, fossero ascoltati e presi in considerazione, o meglio ancora rispettati, proprio come la Russia rispetta quelli degli altri.
Questo, di per sé, ha causato il rifiuto. È stato visto come un ammutinamento a bordo di una nave. Com’era possibile? Ci era stato detto che eravamo giunti alla fine della storia, eppure eravamo proprio noi a dare inizio a una sorta di nuova storia. Non sono riusciti a capire, però, che non stavamo dando inizio a una nuova storia, ma stavamo semplicemente rimanendo fedeli e devoti alle nostre radici, ai nostri antenati, alla nostra storia, alla nostra identità nazionale e alla nostra civiltà.
Ciò ha dato origine alla crisi ucraina, che si stava profilando già dal 2004, quando l’Occidente annullò il secondo turno delle elezioni e costrinse la Corte costituzionale ucraina a indire un terzo turno, questa volta illegale, che fu vinto dal candidato occidentale. Seguirono numerosi eventi. L’Occidente ha chiaramente fatto dell’Ucraina la punta di diamante delle proprie forze armate rivolte contro la Federazione Russa.
È stato piuttosto significativo. L’Ucraina ha deciso di firmare un accordo di associazione con l’Unione Europea, e il presidente Vladimir Putin ha fatto notare all’allora leader ucraino Viktor Yanukovych che ciò era impossibile a causa della zona di libero scambio tra Ucraina e Russia (godiamo di una forte protezione da parte dell’UE, che abbiamo sviluppato nel corso di oltre 18 anni di negoziati per l’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio). Se l’Ucraina dovesse aprire il proprio mercato a tutte le merci provenienti dall’UE, saremmo costretti a istituire una frontiera doganale tra noi e l’Ucraina per impedire che il nostro mercato venga invaso dalle merci dalle quali ci siamo protetti.
Il semplice fatto che il presidente ucraino Viktor Yanukovych avesse chiesto all’UE di rinviare la firma di questo accordo per poter analizzare la situazione è stato il motivo principale delle proteste di Maidan. Viktor Yanukovych è stato bollato come un traditore che si opponeva all’adesione all’UE. Bruxelles è stata piuttosto esplicita nel dire agli ucraini di decidere da che parte stavano, se con la Russia o con l’Europa, il che significa che l’approccio “o l’uno o l’altro” non ha portato a nulla. Siamo sempre stati considerati una forza malvagia che induceva i nostri vicini sulla strada sbagliata e impediva loro di abbracciare con entusiasmo i propri vicini europei.
Alla fine si è giunti a un accordo. Il primo accordo prevedeva la formazione di un governo di unità nazionale nel febbraio 2014 e lo svolgimento di elezioni cinque mesi dopo. La mattina seguente, hanno occupato tutti gli edifici amministrativi e hanno annunciato di aver formato non un governo di unità nazionale, ma un governo dei vincitori. Hanno affermato che Yanukovich era introvabile a Kiev e che doveva essere fuggito.
Appena ne avrete l’occasione, potrete leggere ciò che i leader occidentali hanno dichiarato letteralmente il giorno dopo il colpo di Stato. Hanno detto: «Finalmente il popolo ucraino ha potuto esprimere la propria volontà».
Un anno dopo, gli accordi di Minsk sono stati approvati dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Anche in questo caso ci hanno mentito. L’allora cancelliera tedesca Angela Merkel ha mentito, così come l’allora presidente francese François Hollande e l’allora presidente ucraino Poroshenko. Tutti e tre hanno dichiarato con orgoglio di non avere alcuna intenzione di attuare nulla. Avevano bisogno di guadagnare tempo per prepararsi alla guerra contro la Russia.
Il presidente russo ha recentemente ricordato quanto accaduto a Istanbul. Nell’aprile 2022, dopo l’inizio dell’operazione militare speciale, gli ucraini hanno presentato le loro proposte e noi le abbiamo accettate. Tuttavia, Boris Johnson e alcune altre personalità hanno esortato gli ucraini a continuare a combattere.
Lo dico perché stiamo assistendo a una crescente ostilità nei confronti della Russia, della nostra ricchezza, delle nostre dimensioni, della nostra nazione multietnica, che tende a fidarsi delle persone, ma se questa fiducia viene tradita, chi ne è responsabile riceverà una risposta severa. Le qualità del nostro popolo, in primo luogo le dimensioni e la ricchezza del nostro Paese, non sono state ben accolte dall’Occidente.
Molti dei nostri canali televisivi dedicati all’analisi politica stanno concentrando la loro attenzione sugli sforzi volti a creare movimenti politici attingendo a coloro che in Bielorussia vengono definiti “fuggitivi”, ovvero coloro che si sono “trasferiti” all’estero. Questi sforzi sembrano patetici, ma il lavoro è in corso, vengono stanziati fondi e, a tal fine, vengono utilizzate varie organizzazioni internazionali che presumibilmente si occupano di questioni ambientali o di altre tematiche “innocenti”.
Non sono qui per lamentarmi del fatto che nessuno ci apprezzi, no. Non si tratta di risentimento. È semplicemente una constatazione di fatto. Ogni volta che stringiamo un accordo con qualcuno, lo facciamo guidati dal pragmatismo. Da parte nostra, alcune emozioni possono far parte dell’accordo, data la forza del nostro carattere. Amiamo le fiabe e le favole, e la letteratura russa, che ci insegnano l’umanità. Il pragmatismo, ovviamente, è sempre presente. Non stringiamo alcun accordo senza pragmatismo o senza un equilibrio di interessi.
Quanto sono sincere le persone dall’altra parte? Ho citato alcuni esempi di casi in cui siamo stati delusi. Nel corso della nostra storia siamo stati delusi molte volte. Prendiamo ad esempio Giorgio V e Nicola II. Nella primavera del 1917, la richiesta di Nicola II di concedere asilo politico alla sua famiglia fu respinta.
Gli esempi non mancano. Ogni paese ha la propria storia. E ogni paese è responsabile della propria storia. Se quella storia è accettabile per il popolo o i popoli interessati – gli inglesi, gli scozzesi o gli irlandesi, per esempio – allora, certo, lasciamo che vivano come i loro dei dicono loro di fare. Non sono sicuro, però, che preghiamo lo stesso Dio. Ma se così fosse, anche gli altri popoli dovrebbero godere dello stesso diritto. Noi non abbiamo mai detto a nessuno come vivere la propria vita, mentre l’Occidente non ha mai smesso di farlo.
Ora stanno cercando di cancellare dalla memoria l’era coloniale. Si tratta di oltre cinquecento anni di dominio occidentale, durante i quali l’Occidente ha spremuto fino all’ultima goccia gli altri paesi e ha perpetrato un genocidio contro i nativi americani in America e contro i neri in Africa. Stanno cercando di lasciarsi tutto questo alle spalle, accusandoci al contempo di ingerenza negli affari di altre nazioni. Dopo la Seconda guerra mondiale, metà dell’Europa è stata conquistata o liberata? È una questione discutibile.
Il fatto è, però, che l’Europa cadde sotto il dominio nazista e la stragrande maggioranza della sua popolazione non si limitò a sottomettersi al regime nazista, ma combatté a fianco dei nazisti contro di noi. Cosa avremmo dovuto dire? «Ok, ragazzi, per noi è finita qui. Vi abbiamo liberati, ora andate pure a vivere la vostra vita come prima». La storia segue le proprie leggi.
Sono rimasto sbalordito nel leggere l’altro giorno sui social media di uno studioso giapponese che aveva scritto un articolo in cui sosteneva che Hiroshima e Nagasaki non sarebbero mai avvenute se non fosse stato per l’Unione Sovietica. Dico sul serio. Ha spiegato questa tesi affermando che gli accordi raggiunti alla Conferenza di Yalta sarebbero stati violati dall’Unione Sovietica, poiché questa aveva iniziato a espandere con forza la propria influenza in tutto il mondo.
Gli Stati Uniti e il presidente Harry Truman non potevano tollerare tutto ciò. Bombardarono Hiroshima e Nagasaki per far “capire all’Unione Sovietica qual era il suo posto” e fermarne l’“espansione”. Non mi addentrerò nei dettagli… Ma tutto ciò è stato sostenuto con convinzione da una personalità di spicco, riconosciuta come studioso.
Per quanto riguarda l’operazione militare speciale, dopo i nostri numerosi avvertimenti e dopo aver ripetutamente richiamato le rassicurazioni fornite dalla NATO a Mikhail Gorbachev sul fatto che essa non si sarebbe estesa (sostengono che si trattasse di una promessa verbale), abbiamo iniziato a ricordare loro la Dichiarazione di Istanbul dell’OSCE del 1999, nella quale era stabilito per iscritto che in nessuna circostanza alcun gruppo di paesi avrebbe cercato di dominare lo spazio euro-atlantico. Hanno affermato che si trattava di una mera dichiarazione politica. Abbiamo suggerito di firmare uno strumento giuridicamente vincolante. Qual è stata la loro risposta? Hanno detto: «Abbiamo rilasciato dichiarazioni politiche congiunte che non valgono nulla; le garanzie di sicurezza giuridicamente vincolanti possono essere ottenute solo all’interno della NATO». Questa spinta ad aderire all’alleanza è stata deliberatamente incoraggiata al fine di inglobare sempre più territorio e avvicinarsi sempre di più ai nostri confini.
Il primo tentativo di concordare queste garanzie giuridicamente vincolanti risale al 2008-2009; l’ultimo risale al 2021, quando, per evitare la prevista “soluzione finale” alla questione di Donetsk e Lugansk – che avrebbe comportato la distruzione del nostro popolo –, abbiamo proposto di stipulare due trattati: uno tra Russia e Stati Uniti e uno tra Russia e NATO. Entrambi sono stati respinti.
Il processo storico ha subito una forte accelerazione dall’inizio dell’operazione militare speciale. Avrebbe continuato a svilupparsi secondo i paradigmi “l’Occidente contro di noi” o “l’Occidente contro il resto del mondo”, poiché l’Occidente non è disposto a fare i conti con i cambiamenti oggettivi sulla scena internazionale, mentre i nuovi centri di potere emergenti, che stanno riequilibrando l’economia globale, rendono il sistema mondiale più stabile. L’Occidente si oppone a riconoscere loro il giusto riconoscimento. Ecco perché né la Cina, né l’India, né gli altri paesi del BRICS ricevono le quote e i diritti di voto in seno al FMI a cui avrebbero diritto in base al loro peso economico globale. Le riforme vengono artificialmente frenate per preservare il diritto di veto degli Stati Uniti, anche se, secondo tutti gli indicatori economici, tale veto avrebbe dovuto essere abolito già da tempo.
Misure simili volte a contenere la Cina vengono adottate anche in seno all’OMC. L’organo responsabile della risoluzione delle controversie è stato bloccato. Finora non vi sono segni di un allontanamento da questa posizione unilaterale. Non vi sono segnali positivi.
Lo sviluppo del continente eurasiatico, il più ricco e il più vasto, va di pari passo con un nuovo risveglio in Africa, dove l’Unione Africana e tutte le organizzazioni subregionali perseguono l’indipendenza e l’autonomia economica e intendono gestire autonomamente le proprie risorse naturali. L’euforia che seguì la libertà politica e la decolonizzazione è ormai svanita, poiché nel corso di tutti questi decenni i paesi africani, membri politici delle Nazioni Unite, sono rimasti sottoposti a un’enorme pressione economica e finanziaria da parte dell’Occidente, che si appropria delle loro risorse naturali creando al proprio interno il valore aggiunto che costituisce la maggior parte dei profitti.
A proposito dell’America Latina, non a caso, quando il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva è venuto l’ultima volta al palazzo presidenziale, ha affermato che una delle sue prime iniziative nell’ambito dei BRICS sarebbe stata quella di cercare forme alternative di pagamento, assicurazione, riassicurazione e, più in generale, di regolamento. Già oggi, la maggior parte dei pagamenti all’interno del BRICS e dell’Organizzazione di Cooperazione di Pechino (SCO) viene effettuata in valute diverse dal dollaro statunitense. Per non parlare dell’Unione economica eurasiatica (EAEU), della Comunità degli Stati Indipendenti (CIS) e dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettivo (CSTO), nonché delle nostre relazioni con l’ASEAN e il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC).
La Russia ha ormai trasferito oltre il 90% dei propri scambi commerciali alle valute nazionali o ad affidabili “sostituti del dollaro”, come lo yuan e il dirham. Esistono numerose opzioni che garantiscono flessibilità e impediscono che il dollaro statunitense, che formalmente mantiene la sua posizione di principale valuta di riserva mondiale, venga utilizzato per ricatti e coercizioni vere e proprie. Questo processo è inarrestabile. Si sta tentando di rallentarlo. Da qui derivano questa durezza e le azioni aggressive senza precedenti volte a imporre sanzioni e a sequestrare beni e riserve statali, cosa che non era mai successa prima. Si tratta di vero e proprio furto e saccheggio. Il furto viene compiuto in modo discreto, mentre il saccheggio, come sapete, avviene apertamente. L’Occidente è ora impegnato nel saccheggio dei beni e della «flotta ombra». Il presidente Vladimir Putin ne ha parlato nuovamente in una conferenza stampa a margine del vertice della SCO in Kirghizistan.
La vita politica nel nostro Paese prosegue. Le imminenti elezioni alla Duma di Stato rappresentano uno degli eventi chiave di quest’anno e dell’intero quinquennio. L’Occidente sta facendo tutto il possibile per gettare un’ombra su questo evento e per inventare il maggior numero possibile di pretesti che possano essere successivamente utilizzati per mettere in discussione la correttezza delle elezioni e la sincerità delle persone che esprimono la propria volontà. Lo percepiamo anche all’interno del Paese, dove sono diventati più attivi anche vari personaggi che cercano di assecondare l’Occidente. Tra questi vi sono terroristi assoldati per minare le nostre posizioni nell’interesse del regime nazista ucraino.
A questo proposito, vorrei ribadire quanto ho affermato in qualità di membro del “gruppo dei cinque” del partito Russia Unita per rispondere alle dichiarazioni che talvolta vengono espresse ad alta voce, e talvolta in conversazioni private, secondo cui la gente si sente a disagio. È vero. Anche il presidente Vladimir Putin ha affrontato questo tema. Gli abitanti delle nostre regioni di confine, come quelle di Belgorod, Kursk e Bryansk, provano ben più che un semplice disagio. Lì, e non solo lì, vengono uccise persone quasi ogni giorno. Tutto ciò si avverte in varie parti della Federazione Russa. Se ne è discusso in modo molto approfondito, anche durante i festeggiamenti per la Giornata della Città di Mosca, quando il presidente Vladimir Putin ha incontrato i corrispondenti di guerra. Naturalmente, questo è uno dei compiti principali che devono affrontare il nostro personale militare e tutti coloro che lavorano a questo scopo nell’industria manifatturiera.
Passiamo ora alla diplomazia. Proprio come chiunque altro, i diplomatici fanno parte della società. I nostri rappresentanti all’estero sono ampiamente coinvolti nella campagna elettorale. All’estero vengono allestiti seggi elettorali dove i nostri cittadini, ad esempio coloro che si trovano in viaggio d’affari, possono votare. Apriremo seggi elettorali in 152 paesi, per un totale di 326 seggi. Di questi, 61 si trovano in paesi con governi ostili, una situazione in gran parte paragonabile a quella delle precedenti elezioni della Duma di Stato di cinque anni fa, nonché alle più recenti elezioni presidenziali. Il loro numero in Occidente è diminuito di 60 seggi a causa della chiusura dei nostri consolati. L’ultimo episodio è stata la vergognosa decisione dei tedeschi di chiudere il Consolato Generale russo a Bonn con un pretesto ridicolo e artificioso. Il numero delle sedi e del personale sta diminuendo. Lo consideriamo un caso in cui «non si può costringere qualcuno ad amarti». Abbiamo molti proverbi che spiegano questa situazione e suggeriscono cosa occorre fare.
Non abbiamo mai voluto essere gentili. Volevamo solo essere onesti nei nostri rapporti. Tuttavia, loro non sono in grado di parlare con sincerità delle questioni che rivestono un’importanza fondamentale per la sicurezza dell’intero nostro continente. Ecco perché, ormai da più di due anni, stiamo riassegnando il nostro personale in aree dove le persone non assumono un atteggiamento di sfida, rispettano i propri obblighi e le proprie promesse e lavorano onestamente per trovare un equilibrio di interessi. È questo il senso delle relazioni umane, non solo della diplomazia o della politica estera e interna. Si tratta di un equilibrio di interessi, come in ogni famiglia. Volete che tutto sia ben equilibrato, non è vero? Naturalmente, ci sono delle specificità. Abbiamo molti partner che la pensano come noi. La nostra linea di pensiero e la nostra verità sono state riconosciute e hanno suscitato simpatia.
Non so se ciò che sto per dire sia fuori luogo, ma lo dirò comunque: permane ancora un certo atteggiamento di attesa. Al giorno d’oggi, come si suol dire, dobbiamo rafforzare l’influenza della Russia nel mondo. Certamente. Ci stiamo lavorando, e anche il Presidente si sta adoperando in tal senso. Abbiamo creato associazioni efficaci come la SCO, i BRICS e molte altre. Abbiamo instaurato legami con altri gruppi di integrazione disposti a collaborare con noi perché, ribadisco, cerchiamo sempre soluzioni reciprocamente vantaggiose, anche in ambito economico, piuttosto che dire: «Se non mi date i vostri metalli delle terre rare, vi imporrò dazi che ve ne faranno pentire». Non è questo il nostro modo di agire. Sapete bene chi ricorre a metodi del genere.
La situazione sul fronte è il fattore principale e decisivo che determina il modo in cui siamo percepiti nel mondo, nonché le prospettive di espansione della nostra influenza e di rafforzamento della nostra posizione a livello globale. Ancora una volta, desidero rendere omaggio a tutti coloro che partecipano all’operazione militare speciale, a tutti coloro che garantiscono loro la possibilità di svolgere il proprio lavoro organizzando le operazioni nelle retrovie e a tutti coloro che li sostengono con aiuti umanitari. Mi risulta che tra voi ci siano persone che hanno preso parte all’operazione militare speciale. A voi va il mio rispetto.
Gli obiettivi principali del Ministero degli Esteri sono quelli di fornire il sostegno diplomatico e politico più efficace possibile all’operazione militare speciale; di spiegarne le origini e le cause; e di chiarire la nostra posizione, che in molte occasioni avrebbe permesso di porre fine a questa guerra a condizioni eque. Il presidente Vladimir Putin aveva proposto tali condizioni già nel 2024. Per porvi fine in modo tale da impedire la recrudescenza del nazismo in Europa, che si è nuovamente diffuso in questa parte del mondo. Lasciare al potere un regime che, in ginocchio, seppellisce solennemente le spoglie dei criminali nazisti significherebbe – e non credo di parlare in modo troppo altisonante, ritengo che si tratti di una questione di fondamentale importanza – tradire coloro che hanno sconfitto il nazismo nel 1945. Questo semplicemente non può far parte del nostro codice genetico.
Ancora una volta, congratulazioni a tutti per l’inizio dell’anno accademico. Sarà un anno impegnativo sotto ogni punto di vista. Oltre alle nostre forze armate, alla marina, alle forze aerospaziali e alle forze dei sistemi senza pilota – la vita va avanti, portandoci nuovi alleati autentici – dobbiamo, sul fronte diplomatico e in ambito giornalistico, di analisi politica e scientifico, continuare a mobilitare tutte le nostre risorse per contrastare le menzogne e far conoscere la verità al mondo intero.
Grazie mille.
Anatoly Torkunov: La ringrazio moltissimo, signor Lavrov, per il suo intervento estremamente coinvolgente, con la sua incursione nella storia e l’analisi della situazione contemporanea. Ritengo sia di fondamentale importanza, non solo per gli studenti del primo anno, ma in realtà per tutti i presenti, ascoltare da lei una valutazione analitica così precisa e convincente, che abbraccia sia il passato che il presente.
Amici, abbiamo ora l’opportunità unica di porre delle domande al ministro. Signor Lavrov, forse preferisce rispondere da quel posto? C’è un microfono qui.
Sergey Lavrov: Trovo più comodo restare qui. Mi sono già sistemato. I fiori sono proprio davanti a me.
Anatoly Torkunov: Capisco, in effetti rendono la vita più allegra.
Domanda: Vorrei esprimere la mia gratitudine per gli interventi odierni, che hanno permesso a noi studenti di comprendere più a fondo i vari aspetti della politica estera del nostro Paese e l’attuale contesto internazionale. In qualità di futuro specialista in diplomazia energetica e geopolitica, vorrei porle la seguente domanda. Nel contesto dei cambiamenti nelle catene logistiche globali e della trasformazione del mercato energetico mondiale, come valuta le prospettive di diversificazione delle esportazioni energetiche russe verso i mercati asiatici e quali fattori esterni vengono presi in considerazione a questo proposito? Grazie.
Sergey Lavrov: Non si tratta più di una semplice prospettiva. Il processo va avanti a pieno ritmo ormai da diversi anni. Gli esperti ne parlano regolarmente. Francamente, non so nemmeno cos’altro aggiungere.
Ci viene detto: «Riorientarsi verso l’Oriente». Non c’è stato alcun riorientamento verso l’Oriente. Almeno dall’inizio degli anni 2000, entrambe le teste della nostra aquila guardano sia verso Ovest che verso Est, e la situazione non è cambiata.
Eppure, nelle circostanze attuali, l’Europa sta commettendo un harakiri e proclamando con orgoglio che deve sopportare le difficoltà. Ora il Cancelliere tedesco, Friedrich Merz, sta nuovamente riducendo alcune prestazioni sociali, e durante il suo mandato Annalena Baerbock, allora Ministro degli Esteri tedesco, e in seguito la Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, hanno dichiarato: «Sì, i nostri elettori stanno vivendo un momento di disagio. Dobbiamo soffrire, perché l’Ucraina sta combattendo per i nostri valori europei».
A quanto pare, con “valori europei” intendono il nazismo, l’internamento dei criminali nazisti, il divieto della lingua russa, dell’istruzione, della cultura, dei mass media e della Chiesa ortodossa ucraina canonica. Noi, naturalmente, abbiamo iniziato a vendere a partner più affidabili. Se l’Europa desidera pagare 800–900 dollari per mille metri cubi di gas naturale liquefatto americano, non c’è molto che possiamo fare al riguardo.
Qui non c’è alcun trambusto. Abbiamo sempre avuto un numero sufficiente di acquirenti. Anche a loro ora viene detto: «No, non comprate dai russi. Oppure comprate a 45 dollari o euro» (hanno introdotto un tetto massimo). «Comprate il GNL americano da noi. Ne abbiamo in eccedenza». In altre parole, per quanto riguarda tutte le lamentele che abbiamo sentito per decenni su come la globalizzazione sia una benedizione per il mondo intero, ci è stato detto semplicemente di accettare le regole della globalizzazione e di rispettarle. Allo stesso tempo, sostenevano che sia le istituzioni russe che i meccanismi del commercio globale avrebbero portato benefici a tutti. Eppure, hanno semplicemente ammesso di non aver detto la verità e di non preoccuparsi degli elettori che li hanno portati al potere. Basta guardare ai movimenti che stanno sorgendo, già radicati in rivendicazioni socioeconomiche, e non solo nelle politiche delle attuali, per esempio, autorità tedesche, il cui approccio è del tutto privo di spina dorsale e di qualsiasi parvenza di indipendenza.
Di conseguenza, l’OPEC+ si è recentemente riunita e ha deciso di mantenere i limiti concordati in precedenza. Ritengo che questo sia l’unico modo per agire in buona fede. Ho già accennato alle discussioni in corso all’interno del BRICS e di altre associazioni riguardo alla creazione di piattaforme di pagamento e meccanismi di regolamento alternativi. La Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS è attualmente in fase di riforma, poiché al momento della sua istituzione si presumeva che il dollaro, l’euro e coloro che controllano queste valute avrebbero dimostrato determinate qualità degne di persone perbene. Ciò non si è rivelato vero. Pertanto, sono ora in corso progetti per istituire una Banca di Sviluppo dell’Organizzazione della Cooperazione di Pechino (SCO). Essa sarà fondata su principi diversi, slegati sia dal dollaro che dalle catene controllate dall’Occidente.
Domanda: Quale sarà l’orientamento del Ministero degli Esteri nei prossimi cinque-dieci anni, alla luce del progressivo spostamento delle relazioni economiche estere della Russia dall’Europa verso l’Asia, il Medio Oriente e i paesi del Sud del mondo? Quali settori presentano il maggiore potenziale di crescita: energia, cooperazione industriale, agricoltura, trasporto di tecnologie avanzate?
Sergey Lavrov: I settori di questo tipo sono numerosi. Tutti sono stati formalizzati in accordi a lungo termine sullo sviluppo della cooperazione concreta con i principali partner della Russia.
Si tratta principalmente della Repubblica Popolare Cinese, della Repubblica dell’India, degli Stati dell’Asia centrale, dei membri della CSI e dell’UEE, nonché dello Stato dell’Unione tra Russia e Bielorussia. Inoltre, le nostre relazioni con i paesi dell’ASEAN si stanno estendendo a nuovi settori, quali l’energia, compresa la produzione nucleare, l’agroalimentare, compresi l’approvvigionamento alimentare e la produzione alimentare nei paesi partner, nonché la produzione di fertilizzanti e, naturalmente, le alte tecnologie.
In quest’ultimo ambito è in corso una vera e propria corsa. Gli americani hanno creato la Pax Silica e, alcuni mesi fa, la Cina ha annunciato l’istituzione dell’Organizzazione mondiale per la cooperazione nell’intelligenza artificiale, di cui la Russia è tra i membri fondatori. Non posso affermare che siamo all’avanguardia a livello mondiale in tutti i settori dell’IA, ma siamo leader in diversi ambiti. La cooperazione tra i membri dei BRICS e della SCO ci aiuta a contrastare i tentativi di ristabilire ancora una volta il dominio di un unico centro in questo settore cruciale.
In altre parole, seguiamo le tendenze. Oltre al meccanismo degli incontri annuali tra i nostri capi di governo, la Russia e la Cina dispongono di cinque commissioni intergovernative copresiedute dai vice primi ministri. Queste commissioni si occupano di dettagli minuziosi di cui il Ministero degli Esteri a volte non ha bisogno di essere a conoscenza.
Domanda: Quale ruolo dovrebbe svolgere la Russia nella creazione di un sistema di sicurezza regionale più stabile, alla luce della persistente instabilità in Medio Oriente e del nesso esistente tra il conflitto israelo-palestinese, la situazione relativa all’Iran e alla Siria e la sicurezza degli Stati del Golfo Persico?
Sergey Lavrov: Il ruolo della Russia in qualsiasi parte del mondo che non confini direttamente con il nostro territorio, ma dove vorremmo vedere uno slancio positivo per lo sviluppo delle relazioni e della cooperazione, è sempre stato quello di sostenere ciò che i paesi interessati sono disposti a coordinare, compresi quelli che non vanno d’accordo.
Fu proprio a tal fine che, almeno più di 20 anni fa, se non sbaglio, la Russia invitò i Paesi del Golfo Persico, comprese le monarchie arabe e l’Iran (che lo si definisca profetico o lungimirante), a valutare la possibilità di organizzare un incontro per approvare un concetto di sicurezza collettiva nell’area del Golfo Persico. Sapevamo che i rapporti tra loro erano complicati e pensavamo di poter contribuire a organizzare incontri tra le parti per discutere delle reciproche lamentele (e all’epoca ce n’erano già un numero considerevole), nonché a coordinare misure volte a rafforzare la fiducia e la trasparenza militare, oltre a possibili iniziative congiunte, quali esercitazioni contro il bracconaggio o il terrorismo.
Ritenevamo che l’organizzazione di tali discussioni potesse essere agevolata dal coinvolgimento simultaneo della Lega Araba, dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica e dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. All’epoca (abbiamo iniziato a promuovere tale concetto più di 20 anni fa), ci fu detto che l’idea sembrava ottima e che avrebbe potuto funzionare in futuro, ma che non erano ancora pronti per essa.
Quando è scoppiata la guerra, la situazione ha cominciato a cambiare. Sapete bene che fa parte anche del nostro carattere, intendo dire aspettare che la crisi si scateni prima di agire. Chi di voi proviene dai paesi confinanti condivide la stessa visione della vita. Tuttavia, diversi anni fa, prima dell’aggressione statunitense-israeliana contro l’Iran, le relazioni tra la Repubblica Islamica dell’Iran e il Regno dell’Arabia Saudita si sono normalizzate grazie all’iniziativa della Cina e al nostro contributo attivo. È stato un risultato estremamente positivo. In seguito, la Repubblica Popolare Cinese ha formulato un concetto simile al nostro per costruire ponti tra i paesi arabi e l’Iran. Per inciso, abbiamo aggiornato il nostro concetto diversi anni fa. Successivamente, i paesi del Golfo hanno iniziato a discutere un’idea simile. Ritengo quindi che, dopo aver superato l’ultima ondata di attività militari – che ci ha permesso di constatare ancora una volta il pericolo di tali situazioni – si siano oggettivamente create le condizioni per avviare un processo permanente, se non addirittura per creare un’organizzazione.
L’Accordo di difesa congiunta della Mecca. L’Arabia Saudita, il Pakistan e la Turchia, che hanno formulato tale concetto di sicurezza collettiva e di alleanza difensiva, hanno sottolineato che esso è aperto anche ad altri Paesi. Ciò non riguarda solo i Paesi del Golfo; anche l’Egitto è stato spesso menzionato in questo contesto. Sono fiducioso che, se l’Algeria dovesse manifestare interesse, verrebbe accolta positivamente. A un certo punto, a condizione che questa struttura coordini anche le condizioni alle quali l’Iran potrebbe essere coinvolto in questo processo, potrebbe diventare il miglior passo concreto nella direzione del concetto che abbiamo formulato. Non pretenderemo di essere i primi ad aver formulato il concetto, che può essere denominato o rinominato come si vuole, come alcuni stanno facendo proprio ora. Questo non è il punto principale. Ma vediamo emergere una tendenza secondo cui le persone stanno prendendo coscienza di un semplice fatto: siamo vicini e quindi non dovremmo rappresentare una minaccia gli uni per gli altri.
Purtroppo, non tutti negli Stati Uniti sono pronti a sostenere questa tendenza. Israele si è apertamente espresso contro di essa, sostenendo che non ne deriverà nulla di buono finché l’Iran non sarà sconfitto. Credo che la vita metterà ogni cosa al proprio posto. Israele e gli Stati Uniti si stanno preparando alle elezioni. Dobbiamo rivolgerci a loro nel momento in cui sarà più opportuno per loro esprimersi, perché, se non lo facciamo, saranno impegnati in un nuovo ciclo elettorale.
Domanda: Come è ben noto, in ogni epoca sono i più forti a incutere rispetto. Per “forza” non intendo solo la potenza militare, ma soprattutto l’abilità diplomatica. Secondo lei, quali sono le misure diplomatiche più efficaci che uno Stato possa e debba effettivamente adottare per assicurarsi di essere trattato con la dovuta considerazione e rispettato sulla scena mondiale?
Sergey Lavrov: Non esiste una formula universale. L’approccio può variare da caso a caso. Per uno Stato può trattarsi di una dimostrazione di forza; per un altro, di un netto rifiuto di intervenire. La realtà è più sfaccettata…
Ho già accennato all’analogia con le famiglie, dove, a volte, ci sono litigi e, altre volte, i membri si riversano semplicemente disprezzo l’uno sull’altro. Cose del genere possono manifestarsi in vari modi. Il punto fondamentale è che, in ogni caso, bisogna reagire se la propria dignità viene offesa. E bisogna reagire in modo tale da non ledere la dignità altrui senza giustificato motivo. Non è raro che dispute e conflitti sorgano, per così dire, dal nulla, mentre in realtà derivano da uno scontro tra interessi legittimi e oggettivi. In tali circostanze, è necessario sedersi al tavolo delle trattative e negoziare in buona fede. L’Occidente, purtroppo, ha perso la capacità di raggiungere tali accordi, anche solo in modo occasionale o episodico. In generale, l’Occidente è noto per tentare di negoziare lanciando ultimatum, avanzando richieste umilianti per molti Stati e che puzzano di colonialismo. In questo caso, dobbiamo ricordare le calamità che il colonialismo ha inflitto al nostro pianeta.
Ho già parlato del secondo risveglio dell’Africa, ma è altrettanto significativo che, lo scorso anno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia proclamato il 14 dicembre di ogni anno “Giornata internazionale contro il colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni”. Non si tratterà di una semplice discussione, ma di un vero e proprio movimento. Per inciso, due anni fa il nostro partito «Russia Unita» ha dato vita a un movimento interpartitico, «Per la libertà delle nazioni», che organizza conferenze annuali – un’altra è prevista per quest’anno. Questo movimento si propone di sfruttare i legami interpartitici per richiamare l’attenzione della comunità internazionale e delle Nazioni Unite sulle persistenti manifestazioni del colonialismo e sulle pratiche neocoloniali.
In questo caso, si può agire in vari modi, ma nell’esempio citato dal presidente Putin – «le orche e gli orsi polari» – la questione è inequivocabile.
Domanda: La Russia si è sempre opposta alle sanzioni unilaterali non approvate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. A suo avviso, quali percorsi di sviluppo del diritto internazionale potrebbero, nel lungo termine, rafforzare la responsabilità degli Stati nell’imposizione di restrizioni extraterritoriali?
Sergej Lavrov: Direi che, tra gli strumenti giuridici internazionali, non ce ne sono. L’Occidente ha già dato prova del proprio nichilismo nei confronti del diritto internazionale.
Se consideriamo la dimensione formale, non molto tempo fa l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 4 dicembre Giornata internazionale contro le misure coercitive unilaterali e il 14 dicembre Giornata internazionale contro il colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni. Esiste una risoluzione dell’Assemblea Generale; tuttavia, come potete comprendere, trasformarla in uno strumento giuridicamente vincolante è un compito arduo, se non impossibile, dato che l’Occidente rimane determinato a dettare le condizioni, ricorrerà al veto e impedirà ai paesi da esso controllati di aderire a un documento del genere.
Ciononostante, c’è una via d’uscita. Ne ho già accennato in parte. Dobbiamo liberarci da quei meccanismi, quelle catene, quegli strumenti e quelle valute che, per molti decenni, ci sono stati proposti nell’era della globalizzazione – imposti come strumenti che avrebbero garantito, a quanto si diceva, giustizia e, soprattutto, reciproco vantaggio, il costo della vita più basso possibile e prezzi efficienti per beni, servizi e così via.
Nel momento in cui si è reso necessario “punire la Russia”, tutti i discorsi sul libero gioco delle forze di mercato, sulla presunzione di innocenza e sugli altri cosiddetti capisaldi dell’equità nell’ambito della globalizzazione (secondo il modello americano) sono stati bruscamente abbandonati.
Abbiamo già discusso di questo argomento oggi. Dobbiamo passare a meccanismi, piattaforme e strumenti propri, solidi e trasparenti. Come ha ripetutamente sottolineato il presidente Vladimir Putin, non siamo contrari al dollaro; non siamo stati noi a voltargli le spalle: ci è stato negato. E cosa si aspettano da noi adesso? Che ce ne stiamo seduti a barattare per delle perline? No, questo non accadrà.
Gli americani e gli europei, i giapponesi e i loro seguaci – tutti coloro che aderiscono alle loro politiche – stanno, con le loro stesse azioni, smantellando deliberatamente il modello di globalizzazione che essi stessi hanno concepito, alimentato, coltivato e imposto al mondo. Non appena è diventato evidente che non erano in grado di gestire efficacemente questa globalizzazione, hanno iniziato – anzi, molto prima dell’avvio dell’operazione militare speciale – a ostacolare le riforme delle istituzioni di Bretton Woods e dell’OMC, ricorrendo al contempo a sanzioni e altre restrizioni come strumenti di ricatto.
Ricordo che, quando Donald Trump era ancora in campagna elettorale per la rielezione, accusò con veemenza Joe Biden di aver minato la fiducia nel dollaro. Sosteneva che Biden stesse utilizzando il dollaro come strumento di sanzioni, che ciò si sarebbe ritorto contro gli Stati Uniti e che, in breve tempo, tutti si sarebbero grattati la testa chiedendosi perché dovessero conservare la propria ricchezza accumulata in dollari. Secondo Trump, Biden aveva compiuto un atto criminale contro l’America.
Tuttavia, una volta eletto, Donald Trump ha iniziato ad accusare i paesi del BRICS di voler abbandonare il dollaro e di voler creare alternative proprie. Ha insistito sul fatto che ciò non doveva essere permesso e che chi ci avesse tentato doveva essere punito.
Questa situazione richiede da parte nostra sangue freddo e l’impegno a mettere a punto strumenti affidabili per la gestione degli affari commerciali, economici e di investimento, in modo tale che nessuno dei nostri avversari – e soprattutto nessuno di coloro che ci hanno dichiarato guerra – sia in grado di ostacolarci in alcun modo.
Domanda: Con l’aumento delle barriere imposte dalle sanzioni e del protezionismo e la crescente politicizzazione del commercio internazionale, quali opportunità intravede la Federazione Russa per mantenere l’apertura nelle relazioni economiche internazionali e per ampliare i rapporti commerciali con i paesi della Maggioranza Globale?
Sergey Lavrov: Mi sembra che stiamo girando intorno alla questione. Pensavo che avessimo già affrontato questo argomento.
Siamo sempre aperti alla cooperazione con chi è disposto a collaborare su un piano di parità, nel rispetto dei vantaggi reciproci e alla ricerca di un equilibrio di interessi. La stragrande maggioranza dei paesi del Sud e dell’Est del mondo è pronta a farlo. L’Occidente, però, non vuole che collaborino con noi. Gli inviati occidentali stanno girando le capitali dicendo loro che non dovrebbero intrattenere rapporti commerciali con la Russia. Sappiamo che gli americani stanno facendo lo stesso. Stanno scoraggiando i nostri partner più stretti dal mantenere rapporti con noi – e non più per ragioni economiche, ma semplicemente perché non vogliono che le capacità economiche dei nostri partner apportino alcun beneficio alla Russia. Vogliono riorientare queste capacità a proprio vantaggio.
Oltre alle sanzioni di Joe Biden, ci sono quelle di Donald Trump. L’amministrazione Trump ha prorogato tutte le sanzioni imposte da Biden durante l’operazione militare speciale. I tentativi di “accaparrarsi”, come si diceva un tempo in Russia, gli affari internazionali di Lukoil e Rosneft stanno avvenendo sotto Trump. Non si tratta più di un retaggio della precedente amministrazione democratica.
Gli americani hanno motivazioni diverse. Vogliono semplicemente agire il più possibile a proprio vantaggio. L’Europa è estremamente ideologizzata, come abbiamo detto oggi nel contesto della recrudescenza del nazismo. Il nazismo prevale attualmente in Ucraina, è ovvio. Ma sta cominciando a farsi strada anche in altri paesi, ad esempio in Germania. Ne ho fornito alcuni esempi.
C’è un solo modo per reagire. Poiché la globalizzazione, creata dagli americani e nella quale hanno trascinato tutti con la persuasione, è stata ora distrutta dai suoi stessi creatori, dovremmo essere più audaci nel costruire nuovi spazi in cui le regole della globalizzazione possano prevalere senza cambiamenti unilaterali e capricciosi. È esattamente ciò che stanno facendo oggi i BRICS.
Quando abbiamo tenuto il vertice a Kazan nell’autunno del 2024, abbiamo proposto un’intera serie di misure: una nostra borsa dei cereali, le nostre piattaforme di pagamento e molto altro ancora. Tutto questo va fatto alla luce delle circostanze attuali, tra cui il fatto che l’Europa stia discutendo seriamente della confisca dei fondi della Banca Centrale depositati presso Euroclear in Belgio. I belgi continuano a opporre resistenza. Sembra che abbiano ancora qualche briciolo di coscienza.
La Banca centrale russa ha intentato delle cause legali. Ha ottenuto un risarcimento di oltre 18 trilioni di rubli nei nostri tribunali. Ma in ogni caso, non è una situazione facile per il sistema monetario occidentale, il sistema di questi depositi o come mai si chiamino. Ci viene detto che questa è la qualità della correttezza occidentale, anche in ambito finanziario.
Ci è stato detto: vedete, la Banca Centrale russa ha depositato una certa somma presso Euroclear – diciamo, 100 miliardi. Secondo il contratto, su questi 100 miliardi maturerà un interesse annuo del due per cento. Questo 102 per cento all’anno è vostro, noi non lo tocchiamo. Ma l’economia di mercato permette di guadagnare più del due per cento sugli stessi 100 miliardi. Qualsiasi importo superiore al 2% non è nemmeno vostro, non lo è mai stato e non dovrebbe esserlo. Pertanto, possiamo trasferire questi guadagni in eccesso all’Ucraina in modo del tutto legale. E lo hanno fatto, più volte. Ma se sei una persona onesta e un analista, questo profitto in eccesso è stato realizzato con i tuoi soldi alle condizioni che hai firmato quando potevi ancora ritirare liberamente il tuo denaro. E questa situazione ora sembra che i truffatori abbiano il sopravvento. Ecco perché dobbiamo costruire le nostre alternative.
C’è chi sostiene che forse alla fine supereranno questa fase e torneranno alla ragione, e che torneremo a una cooperazione paritaria e reciprocamente vantaggiosa. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato con fermezza già nel 2022, subito dopo l’avvio dell’operazione militare speciale, che siamo aperti ai contatti con tutti, compresi i nostri colleghi occidentali. Ma non c’è ritorno alle relazioni che esistevano prima del febbraio 2022. Mai dire mai, ma la mia previsione è che tali relazioni non esisteranno per tutta la vita di tutte le generazioni qui presenti. Non crederemo mai più all’Occidente dopo le sue menzogne passate e presenti. Il nostro tentativo di dare una possibilità a questi colleghi occidentali ci ha finalmente convinto che la nostra rotta attuale è l’unica traiettoria giusta.
Domanda: Gli interessi strategici dei paesi cambiano nel tempo. Secondo te, qual è il fondamento duraturo delle relazioni tra gli Stati? È una convergenza di interessi in un determinato momento storico, oppure la capacità di comprendere sinceramente la cultura, i valori, la storia e le caratteristiche specifiche dell’altro, anche quando le loro posizioni possono differire in modo fondamentale?
Sergey Lavrov: Innanzitutto, lei ha elencato quasi tutte le qualità di cui ogni nazione e ogni Stato che si rispetti hanno bisogno.
Una volta ho provato a riflettere su questo argomento, guardandolo attraverso il prisma della mia esperienza personale. Ho scritto una poesia intitolata *The Ambassadorial Prikaz*. Parla di coloro che prestarono servizio nell’Ambassadorial Prikaz nel XVI secolo e che eseguirono gli ordini loro affidati. Contiene la seguente quartina:
Hanno servito il loro Paese, ne hanno percepito ogni fibra,
Hanno imparato l’arte di andare d’accordo e di raggiungere un accordo,
Hanno imparato a vivere mostrando agli altri il rispetto che meritavano,
E insegnò agli altri a rispettare sempre la Russia.
È così che l’ho espresso. Ma tutto ciò che hai menzionato è assolutamente essenziale, soprattutto per chi, per motivi di lavoro, interagisce regolarmente con altri paesi e sistemi politici.
Innanzitutto, è necessario comprendere gli obiettivi fondamentali del proprio Paese – le sue priorità essenziali. Non possono mai essere molte. Tra queste figurano il rispetto per le proprie radici e tradizioni, il senso di continuità, il rispetto per le generazioni più anziane, il portare avanti il loro operato, la conservazione della loro memoria e la trasmissione di queste tradizioni e memorie alle generazioni future. Ciò è particolarmente importante oggi. Credo che la cosa più importante sia trasmettere alle generazioni future ciò che la nostra generazione, e le altre generazioni qui rappresentate, provano per il proprio Paese e il proprio popolo – specialmente in un momento in cui ci è stata dichiarata guerra e ci sono coloro che non vogliono che preserviamo tutto ciò per cui è nota la nostra nazione russa multinazionale.
Come giovani, potete constatare che oggi tutti i tipi di dispositivi moderni, i social media, i podcast e tutto il resto sono ampiamente diffusi. In questo contesto, la parola parlata e la comunicazione dal vivo stanno assumendo un valore e un significato sempre maggiori.
L’Università MGIMO è attivamente impegnata nell’istruzione scolastica – un’iniziativa che sostengo pienamente e che abbiamo iniziato a sviluppare insieme ad Anatoly Torkunov – e, credo, anche nell’istruzione prescolare. Il Ginnasio Primakov, ad esempio, ha classi di scuola dell’infanzia. E vogliamo istituire un altro centro educativo multifunzionale per l’istruzione secondaria. Nella Regione di Mosca ci sono anche collegi e altre scuole che danno importanza all’interazione personale con gli studenti, piuttosto che limitarsi a premere un pulsante e a sentirsi spiegare cos’è una bisettrice. Sono rimasto colpito da uno spot che ho visto in televisione. Un ragazzo chiede a suo padre cosa sia una bisettrice. Suo padre gli dice di non fare sciocchezze e chiede invece a GigaChat cosa sia una bisettrice. La rete neurale suggerisce che avrebbe potuto spiegarglielo da solo. Non credo che sia una cosa positiva.
Potremmo parlarne a lungo. Ma la cosa più importante, come dice la canzone di Vladimir Vysotsky, è essere una persona perbene.
Domanda: Che consiglio daresti ai giovani studenti che si impegnano a fondo, fanno del loro meglio, portano avanti i propri progetti, ma non riescono comunque a ottenere risultati? Tutti dicono loro di continuare a provare e ad andare avanti, ma nessuno spiega loro come fare.
Sergey Lavrov: Ancora una volta, non esiste un consiglio valido per tutti. Se qualcuno è determinato a mettersi alla prova ma le cose non vanno per il verso giusto, si concentrerà, cercherà informazioni online e troverà il modo di andare avanti. È un percorso che vale assolutamente la pena seguire e un’ambizione lodevole.
D’altra parte, il mentoring – non so se oggi si chiami ancora così – e i consigli di un collega più esperto, o magari anche di un compagno di classe che ha già raggiunto il successo, continuano a svolgere un ruolo importante. Forse la chiave sta nel fidarsi del proprio giudizio. Se avete amici o conoscenti della vostra stessa classe o di classi superiori che stanno lavorando sulla stessa materia e ne hanno una certa comprensione, potete rivolgervi a loro per un consiglio. Personalmente, sarei più propenso a formare piccoli gruppi di persone con interessi comuni e a organizzare quelle che un tempo chiamavamo sessioni di brainstorming. Ma, in definitiva, tutto dipende dall’individuo.
Quando Anatoly Torkunov ed io eravamo studenti, i tempi erano difficili, ma anche allora nessuno ci metteva tutti nello stesso calderone.
Domande: Le è già stato chiesto dell’economia e dell’influenza economica, ma spesso l’influenza economica non è sufficiente per un Paese, che ha bisogno anche di influenza politica. Vorrei quindi chiederle come si evolverà l’influenza politica nel nostro mondo.
La Russia si è sempre espressa contro un mondo monocentrico e ha fatto ricorso alla SCO, ai BRICS e, come lei ha detto, ad altre strutture, il che sta dando i suoi frutti. Ma cosa farebbero la SCO e i BRICS per rafforzare questo slancio economico? Cosa farebbero la SCO e i BRICS per creare meccanismi di governance globale? E, infine, i nostri alleati – i paesi non occidentali – sono pronti a seguirci in questa direzione?
Sergey Lavrov: Per quanto riguarda la governance globale, la Repubblica Popolare Cinese sta promuovendo quattro iniziative globali. Una di queste è proprio un’iniziativa sulla governance globale. Le altre riguardano l’intelligenza artificiale, di cui abbiamo già parlato, un concetto di sicurezza globale e il concetto di una comunità con un futuro condiviso per l’umanità. Riteniamo che tutte queste iniziative siano utili. Ciascuna di esse è stata formulata in termini generici, con metodi universali di attuazione, e si basa sul presupposto che, una volta approvate, i paesi che potenzialmente aderiranno a questi concetti ne perfezioneranno i meccanismi, la tecnologia, gli algoritmi e altri elementi.
Stiamo inoltre promuovendo diverse iniziative. Il presidente Vladimir Putin ha affermato già da tempo, in occasione del terzo vertice Russia-ASEAN tenutosi a Sochi nel 2016, che l’Eurasia, il continente più grande del mondo, presenta numerose strutture di integrazione subregionale, ma è l’unico continente privo di un’organizzazione quadro aperta a tutti i paesi eurasiatici senza eccezioni. Esistono molte organizzazioni subregionali in Africa e in America Latina, ma l’Africa ha anche l’Unione Africana, che riunisce tutti i paesi del continente, mentre l’America Latina ha la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC). Dispone inoltre dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), che comprende non solo i paesi dell’America Latina, ma anche gli Stati Uniti e il Canada. A un certo punto, ormai molto tempo fa, i paesi latinoamericani hanno deciso di volere una propria organizzazione oltre all’OAS, in cui poter discutere varie questioni tra loro, in un ambiente accogliente e informale.
L’Eurasia non disponeva di un’organizzazione ombrello di tale portata a livello continentale. È ovvio che sarebbe sbagliato creare artificialmente un’organizzazione ombrello.
I nostri amici kazaki – il presidente Nursultan Nazarbayev è stato il primo a proporre questa iniziativa – hanno istituito la Conferenza sull’interazione e sulle misure di rafforzamento della fiducia in Asia (CICA), che, oltre ai paesi della SCO, annovera tra i propri membri anche Israele e gli Stati Uniti in qualità di paese osservatore. Ora hanno proposto di trasformare la conferenza in un’organizzazione. Siamo d’accordo, ma in questo caso è necessario decidere chi avrà il diritto di aderirvi e quali saranno i criteri di adesione. Se questa organizzazione si concentrerà sulle misure di rafforzamento della fiducia in Asia, i paesi delle altre parti del mondo non potranno essere invitati ad aderirvi. Inoltre, riteniamo che la CICA abbia di fatto una portata eurasiatica. Durante l’ultimo vertice della SCO, il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev ha sostenuto l’approccio secondo cui il contorno eurasiatico costituirà la linea guida per la definizione di questa struttura.
Inoltre, l’Eurasia comprende anche lo Stato dell’Unione tra Russia e Bielorussia, l’EAEU, la SCO – che è stata menzionata più volte oggi – nonché la CSTO e l’ASEAN. L’ASEAN, la SCO e l’EAEU hanno firmato memorandum sullo sviluppo delle relazioni reciproche, sullo svolgimento di consultazioni periodiche e sulla graduale divisione dei compiti. Se i programmi di trasporto e logistica (ad esempio, tra l’ASEAN e la SCO) dovessero sovrapporsi, potremmo avviare produzioni e progetti congiunti, il che consentirebbe di risparmiare tempo e risorse.
Il presidente Putin ha proposto di incentrare i contatti orizzontali tra le strutture di integrazione eurasiatiche sull’armonizzazione delle condizioni per l’attività economica e sulla sincronizzazione dei processi di trasporto e logistica, dando così vita a un Partenariato Grande-Eurasiano.
L’idea di un “Partenariato eurasiatico allargato” è in sintonia con l’iniziativa cinese “Belt and Road”, che ha una portata globale ma si concentra principalmente sul continente eurasiatico. I nostri amici cinesi le presteranno ora maggiore attenzione, poiché le rotte che attraversano il Medio Oriente, passando per l’Asia centrale e dirigendosi verso l’Europa, stanno attualmente suscitando un crescente interesse da parte dei nostri colleghi occidentali, in primo luogo gli Stati Uniti, che non vogliono favorire la proliferazione dell’influenza cinese in questo continente.
Ciononostante, il processo è in corso e esistono dei piani concreti, come ha recentemente affermato il presidente Putin. Il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, che era stato sospeso a causa della situazione relativa all’Iran, procede senza intoppi e sarà realizzato. Esiste inoltre il quadro di riferimento per i trasporti transartici incentrato sulla Rotta del Mare del Nord, e sono previsti progetti per raggiungere l’Estremo Oriente attraverso l’Oceano Indiano partendo dall’estremità meridionale del Corridoio Nord-Sud.
I progetti sono molti. Per quanto riguarda gli affari geopolitici, tali processi possono costituire una base concreta per un sistema di sicurezza continentale. Al momento può sembrare un’utopia, ma sarebbe possibile realizzarlo su scala globale se disponessimo di una struttura come l’OSCE, che mirava a riconciliare l’Occidente e l’Oriente.
Per inciso, quando fu avanzata l’idea di una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, l’Unione Sovietica riteneva che i suoi membri sarebbero stati tutti i paesi europei, più o meno fino ai monti Urali. Tuttavia, gli europei insistettero affinché fossero inclusi anche gli Stati Uniti e il Canada. Da allora, ne stanno subendo le conseguenze. Non so come andrà a finire.
Naturalmente, affermare che l’OSCE sia in crisi è un eufemismo. Si è completamente screditata. Il suo principio di consenso è stato calpestato. Tutti i commissari per le minoranze nazionali, i diritti umani e la libertà dei media stanno conducendo un gioco assolutamente di parte, e sempre contro di noi, poiché alcuni fattori di moderazione sono già venuti meno.
Parlando di sicurezza, probabilmente dovremmo porci un obiettivo ambizioso, anche se ci vorrà del tempo per raggiungerlo: un’architettura di sicurezza eurasiatica aperta a tutti i paesi del nostro continente, ma senza attori extra-regionali. È chiaro che agli Stati Uniti non piacerà essere esclusi dal processo. Ma dovremmo promuovere e spiegare questa filosofia… Non è un’utopia. Potrebbe benissimo essere realizzata, prima o poi.
I nostri amici bielorussi organizzano ogni anno una conferenza internazionale sulla sicurezza eurasiatica. La quarta edizione si terrà nel novembre 2026. In occasione di tale evento, abbiamo preparato congiuntamente la “Carta eurasiatica sulla diversità e la multipolarità nel XXI secolo”, ispirandoci in linea di massima alle iniziative cinesi che ho menzionato, ovvero come quadro concettuale che richiede l’adesione di partner che condividono gli stessi principi, da concretizzare in progetti pratici. È degno di nota il fatto che alle tre precedenti conferenze tenutesi a Minsk abbiano partecipato diversi paesi europei, o più precisamente, paesi dell’UE. Si trattava dell’Ungheria (quando Viktor Orbán era primo ministro), della Slovacchia e della Serbia.
Credo che il coordinamento delle iniziative proposte per una discussione generale richieda probabilmente più tempo rispetto alle riunioni a sorpresa della Comunità politica europea, che il presidente francese Emmanuel Macron invita a tenere “dopodomani”. Si tratta semplicemente di un’altra OSCE, ma senza la Russia e la Bielorussia. Si può convocare per dopodomani. Lì non c’è bisogno di riflettere su questioni serie; l’unica cosa di cui devono discutere è “l’isolamento”.
L’organizzazione degli eventi di cui sto parlando richiederà più tempo, ma i risultati saranno sicuramente più stabili, affidabili e duraturi.
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Grazie, colleghi.
Mi congratulo ancora una volta con voi per l’inizio del nuovo anno accademico.
I primi colloqui a livello di ministri degli esteri tra Germania e Russia dal 2022 rivelano meno un’imminente pace e più la crescente necessità per l’Europa di riprendere il dialogo con Mosca.
Per venti minuti a New York, la Germania ha fatto qualcosa che aveva in gran parte evitato dall’inizio della guerra in Ucraina: ha parlato direttamente con la Russia a livello di ministri degli esteri.
Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha incontrato Sergey Lavrov a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel primo incontro bilaterale tra i ministri degli Esteri dei due Paesi dal gennaio 2022. Non si è registrata alcuna svolta. Non è emerso alcun quadro negoziale. La parte russa ha affermato di non aver appreso nulla di sostanzialmente nuovo, mentre Berlino si è lamentata della scarsa disponibilità al compromesso mostrata da Mosca.
A rigor di termini, si è trattato di un incontro fallimentare. Politicamente, tuttavia, il fatto stesso che si sia svolto è più significativo di qualsiasi cosa sia stata apparentemente detta all’interno della stanza.
Negli ultimi quattro anni la Germania ha contribuito a definire la politica europea di sostegno militare all’Ucraina, di sanzioni economiche contro la Russia e di isolamento diplomatico di Mosca. Berlino non ha abbandonato nessuna di queste politiche. Tuttavia, la Germania è giunta alla conclusione che sia nuovamente necessario un contatto diretto con la Russia.
Questo cambio di metodo merita attenzione. La questione non è se la Germania abbia improvvisamente cambiato posizione sulla guerra. Non l’ha fatto. La questione è perché Berlino creda che sia giunto il momento di riaprire un canale che aveva lasciato di fatto chiuso.
L’incontro che non avrebbe dovuto avere importanza L’incontro in sé fu breve. Wadephul e Lavrov parlarono per circa venti minuti. La Russia affermò che la Germania aveva richiesto l’incontro. Wadephul fornì una versione più complessa, sostenendo che paesi terzi avevano espresso la disponibilità di Mosca al dialogo e incoraggiato Berlino a cogliere l’occasione.
Anche la disputa su chi abbia avviato il dialogo è rivelatrice. Nessuna delle due parti vuole apparire come quella che cerca l’altra. Per Mosca, ciò rischierebbe di suggerire che le pressioni occidentali stiano funzionando. Per Berlino, chiedere apertamente alla Russia di avviare un dialogo rischierebbe di minare la narrativa politica europea costruita attorno all’idea che Mosca debba prima dimostrare un cambiamento di comportamento.
Eppure, a prescindere dalla coreografia diplomatica che ha preceduto l’incontro, entrambe le parti hanno infine concordato di sedersi al tavolo delle trattative. Già solo questo rappresenta una rottura con lo schema degli ultimi anni.
Wadephul ha sfruttato l’incontro per ribadire le posizioni tedesche consolidate: cessate il fuoco, ripresa dei negoziati e misure volte a ridurre la pressione sull’Ucraina, tra cui la discussione sull’accesso al Mar Nero e sulle infrastrutture energetiche. Lavrov sembra aver offerto ben poco incoraggiamento. Tale esito non avrebbe dovuto sorprendere Berlino. Attualmente la Russia ha scarsi incentivi ad accettare un cessate il fuoco alle condizioni europee.
Il problema del cessate il fuoco e perché la Russia ha pochi incentivi a sospenderlo Il disaccordo fondamentale non riguarda semplicemente la necessità o meno di fermare gli scontri a fuoco, bensì gli obiettivi che un cessate il fuoco dovrebbe prefissarsi. I governi europei, in genere, presentano il cessate il fuoco come il primo passo necessario verso la diplomazia. I combattimenti cessano, la pressione umanitaria ed economica diminuisce, si avviano i negoziati e si rende possibile una soluzione politica più ampia.
Mosca vede la situazione in modo diverso. La posizione russa è che un cessate il fuoco che lasci irrisolta la controversia strategica di fondo si limiti a congelare il conflitto. Da questa prospettiva, interrompere le operazioni militari prima di un accordo sul territorio, sulle capacità militari ucraine, sul coinvolgimento della NATO e sulla più ampia architettura di sicurezza europea darebbe a Kiev e ai suoi sostenitori il tempo necessario, senza richiedere loro di cedere su nulla di fondamentale.
È qui che l’esperienza di Minsk diventa rilevante. Non dimostra che la Germania di oggi stia tentando di ripetere il 2015, ma influenza il modo in cui Mosca interpreta le proposte occidentali. Durante i combattimenti a Debaltseve, Angela Merkel e François Hollande intensificarono la loro azione diplomatica man mano che la situazione militare in Ucraina si deteriorava. A questo seguì Minsk II.
Le circostanze storiche erano diverse, ma la memoria strategica rimane. I responsabili politici russi hanno quindi validi motivi per esaminare qualsiasi proposta di cessate il fuoco europea non semplicemente come un’iniziativa di pace, ma come una potenziale pausa in un confronto in corso. Ciò è particolarmente vero se Mosca ritiene che l’equilibrio militare si stia attualmente muovendo a suo favore.
Una proposta di cessate il fuoco ha molto più peso quando entrambe le parti ritengono che la prosecuzione dei combattimenti stia diventando meno vantaggiosa. Questa condizione non sembra sussistere al momento.
La Russia continua ad esercitare pressione lungo diversi settori del fronte, ampliando progressivamente la gamma di infrastrutture oggetto di attacco. Reti ferroviarie, sistemi energetici, infrastrutture di telecomunicazione e altri nodi a supporto dello Stato ucraino e dell’economia di guerra sono sempre più al centro del conflitto.
Allo stesso tempo, Kiev continua ad affrontare interrogativi riguardanti le risorse umane, i finanziamenti, le munizioni e la sostenibilità del suo impegno militare. Dal punto di vista di Mosca, fermarsi a questo punto significherebbe quindi rinunciare alla pressione militare senza prima aver ottenuto concessioni politiche.
Si tratta di una proposta difficile da far accettare. Questo aiuta a spiegare perché gli appelli della Germania sembrano aver prodotto una risposta così scarsa. Berlino sta chiedendo alla Russia di interrompere una strategia che Mosca apparentemente ritiene efficace. Ciò non rende impossibili i negoziati. Significa però che i negoziati richiedono più di semplici appelli alla moderazione. Affinché la diplomazia possa progredire, le parti dovrebbero affrontare gli interessi che alimentano il conflitto, piuttosto che limitarsi ai suoi sintomi militari immediati.
La contraddizione di Berlino La posizione della Germania è particolarmente interessante perché Berlino sta cercando di perseguire due politiche contemporaneamente. Si sta preparando a un confronto prolungato con la Russia e, allo stesso tempo, sta riaprendo i canali di comunicazione con Mosca. La spesa per la difesa tedesca sta aumentando vertiginosamente. Berlino sta ampliando le proprie capacità militari. I funzionari tedeschi parlano sempre più spesso della Russia come di una minaccia alla sicurezza a lungo termine. In tutta Europa, i leader politici e militari discutono apertamente della possibilità di un confronto con la Russia entro la fine di questo decennio.
Mosca cita ripetutamente queste dichiarazioni come prova che è l’Europa, piuttosto che la Russia, a istituzionalizzare il confronto. Lavrov è tornato su questo argomento a New York. I governi europei accusano la Russia di nutrire ambizioni che vanno oltre l’Ucraina, ha sostenuto, mentre gli stessi governi discutono pubblicamente della preparazione militare per una possibile guerra con la Russia entro il 2028, il 2029 o il 2030.
Berlino si trova quindi di fronte a un’evidente contraddizione strategica. La Germania si sta preparando all’eventualità che la Russia rimanga il principale avversario militare dell’Europa, pur riconoscendo al contempo che una qualche forma di relazione diplomatica con Mosca è inevitabile. L’incontro di Wadephul è una delle prime manifestazioni di questa contraddizione. L’Europa può desiderare il contenimento. Può desiderare la deterrenza. Può desiderare le sanzioni. Ma prima o poi, ha bisogno anche di un canale negoziale.
La Germania non può esternalizzare la diplomazia per sempre. Dietro a questo incontro si cela un problema europeo più ampio. Per gran parte della guerra, l’Europa ha di fatto esternalizzato a Washington i contatti diplomatici più importanti con Mosca. I governi europei hanno fornito denaro, armi, sanzioni e sostegno politico, mentre gli Stati Uniti hanno mantenuto la possibilità di comunicare direttamente con il Cremlino quando necessario. Tale assetto diventa sempre più problematico se Washington inizia a perseguire i propri interessi indipendentemente dall’Europa.
La Germania, la Francia e gli altri principali Stati europei non possono basare in modo permanente le proprie politiche di sicurezza sul presupposto che gli Stati Uniti negozieranno con la Russia per loro conto. La Germania in particolare non può sottrarsi a questo problema. È la più grande economia europea, uno dei principali sostenitori dell’Ucraina e, sempre più, una delle principali potenze militari del continente. Le relazioni tedesco-russe non sono quindi una questione secondaria, ma parte integrante del problema della sicurezza europea stessa.
Se Berlino desidera accordi che riguardino le infrastrutture energetiche, la navigazione nel Mar Nero, il controllo degli armamenti, l’escalation militare o, eventualmente, una soluzione più ampia, la Germania dovrà prima o poi trattare direttamente con la Russia. L’alternativa è rimanere dipendenti da decisioni prese altrove. La conversazione di venti minuti a New York potrebbe quindi riguardare meno un cessate il fuoco immediato e più la cauta riscoperta da parte della Germania di una vecchia realtà. La geografia non può essere ignorata con le sanzioni.
L’ombra di Minsk La tentazione di paragonare il momento attuale al 2015 è comprensibile. Allora, come ora, la pressione sul campo di battaglia era accompagnata da un’urgente azione diplomatica europea. Allora, come ora, la Germania si trovò a dover affrontare la possibilità che gli eventi sul terreno si evolvessero più rapidamente della strategia politica europea. Ma le differenze sono sostanziali.
La portata della guerra è enormemente maggiore. La posizione militare della Russia è diversa. La dipendenza dell’Ucraina dagli aiuti occidentali è più profonda. Le relazioni tra Europa e Russia si sono deteriorate ben oltre la situazione di un decennio fa. Cosa ancora più importante, la valutazione di Mosca sulla diplomazia occidentale è cambiata. I funzionari russi citano ripetutamente gli accordi di Minsk come prova che le soluzioni temporanee possono essere utilizzate per guadagnare tempo militare piuttosto che per risolvere le controversie di fondo. Che i governi europei accettino o meno questa interpretazione è quasi irrilevante. Mosca sì.
Ciò significa che un altro accordo simile a quello di Minsk è molto più difficile da realizzare. Qualsiasi proposta seria di cessate il fuoco dovrebbe superare proprio i sospetti generati dal precedente. Berlino non può semplicemente chiedere alla Russia di fermarsi. Dovrebbe spiegare cosa accadrà dopo la cessazione delle ostilità.
L’importanza dei venti minuti Non vi è alcuna prova che la Germania si stia preparando a una rottura radicale con l’attuale politica europea. Berlino continua a sostenere l’Ucraina. Continua a esercitare pressioni su Mosca. Continua a considerare la Russia una minaccia per la sicurezza. E continua a insistere sul fatto che qualsiasi soluzione diplomatica debba tutelare gli interessi ucraini.
L’incontro Wadephul-Lavrov non dovrebbe quindi essere interpretato in modo esagerato come un’inversione di rotta strategica tedesca. Il suo significato è più sottile. La Germania ha iniziato a verificare se il confronto e la diplomazia possano coesistere. Per quattro anni, gran parte dell’Europa si è comportata come se dialogare con Mosca significasse rischiare di legittimarla. Ora uno dei governi più importanti d’Europa è giunto alla conclusione che rifiutarsi di dialogare potrebbe creare a sua volta dei problemi. Questo cambiamento giunge in un momento rivelatore.
Il contesto bellico rimane sfavorevole al tipo di cessate il fuoco auspicato dall’Europa. La Russia non vede molti motivi per fermarsi. L’Ucraina continua ad aver bisogno di un enorme sostegno esterno. Gli Stati Uniti perseguono i propri obiettivi diplomatici ed economici. In queste condizioni, Berlino ha scoperto che una politica estera basata interamente sulla pressione si scontra inevitabilmente con un dilemma pratico: cosa succede quando l’altra parte non cede?
A New York non si è giunti a nessuna conclusione. La Russia non ha fatto alcuna concessione visibile. La Germania non ha modificato la propria politica ufficiale. I due ministri degli Esteri non sono riusciti nemmeno a mettersi d’accordo pubblicamente su chi avesse richiesto l’incontro. Eppure, forse è proprio per questo che l’incontro è importante.
Berlino non ha riaperto i contatti perché le relazioni con Mosca stiano migliorando. Li ha riaperti perché le relazioni sono diventate troppo importanti per interromperle senza un canale di comunicazione. La Germania continua a sostenere l’Ucraina, a prepararsi militarmente e a confrontarsi politicamente con la Russia. Ma sta anche iniziando a riconoscere che la sicurezza europea non può essere organizzata in ultima analisi senza una qualche forma di impegno diretto con Mosca. L’incontro di venti minuti non ha prodotto quasi nulla. La decisione di tenerlo potrebbe rivelarsi ben più importante.
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L’Europa ha sostituito l’energia russa con una rete più ampia di fornitori. Il dibattito sul diesel a Washington sta rivelando la differenza tra cambiare fornitore e raggiungere l’autonomia strategica.
La sicurezza energetica, in definitiva, non si misura dalla provenienza del combustibile, bensì dal numero di decisioni che si frappongono tra un Paese e l’energia di cui ha bisogno.
La trasformazione energetica europea iniziata nel 2022 è stata presentata principalmente come un processo di diversificazione. L’utilizzo di idrocarburi russi sarebbe stato ridotto o eliminato, sarebbero entrati nel mercato fornitori alternativi e la dipendenza da Mosca avrebbe cessato di rappresentare una vulnerabilità strategica. Sotto un aspetto importante, questa politica ha avuto successo. La quota russa delle importazioni di petrolio nell’UE è diminuita drasticamente, raggiungendo solo l’1% nel secondo trimestre del 2026. Gli Stati Uniti, la Norvegia e il Kazakistan sono emersi come fornitori principali.
Ma diversificazione e autonomia non sono la stessa cosa.
La distinzione è diventata difficile da ignorare, soprattutto ora che Donald Trump sta valutando restrizioni sulle esportazioni di diesel americano. Trump ha pubblicamente appoggiato l’idea di un divieto di esportazione, mentre Washington si trova ad affrontare prezzi del carburante interni straordinariamente elevati. Tuttavia, la stessa amministrazione ha inviato segnali contrastanti: il Segretario all’Energia Chris Wright si è espresso contro un embargo generalizzato, mentre un funzionario della Casa Bianca ha smentito le indiscrezioni secondo cui si stava preparando un divieto di 90 giorni.
Non è quindi certo che la restrizione si concretizzerà. Il fatto più importante è che l’Europa è diventata sufficientemente vulnerabile da rendere rilevante tale possibilità.
La nuova dipendenza
Il diesel fornisce una misura insolitamente chiara del cambiamento.
Secondo i dati di Kpler riportati da Euronews, quest’anno gli Stati Uniti hanno fornito circa 180.000 barili al giorno dei circa 580.000 barili al giorno di gasolio importato dall’UE. Si tratta di circa il 32%, quasi il doppio rispetto al 17% registrato nel 2025. Nell’Europa nord-occidentale, le forniture americane rappresentano circa il 57% del gasolio proveniente da fuori della regione.
La Gran Bretagna illustra lo stesso cambiamento strutturale.
Prima della guerra in Ucraina, la Russia forniva circa un quinto del fabbisogno di gasolio del Regno Unito. Entro il 2025, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti insieme avrebbero fornito il 58% delle importazioni britanniche di gasolio bianco e soddisfatto il 32% del fabbisogno totale del Regno Unito. Nel frattempo, la produzione delle raffinerie britanniche è diminuita a seguito della chiusura di alcune di esse.
Tutto ciò non significa che l’Europa abbia semplicemente sostituito Mosca con Washington, uno a uno. La rete di approvvigionamento è più ampia di prima e le raffinerie europee producono ancora gran parte del gasolio del continente. L’Europa mantiene inoltre scorte sufficienti ad attutire un’eventuale interruzione temporanea.
Ma l’esposizione strategica è comunque reale.
Diversificazione senza autonomia
Il problema risiede nel modo in cui è stata definita la sicurezza energetica.
L’Europa ha considerato la diversificazione principalmente come una questione di geografia dei fornitori. Acquistare meno dalla Russia e più dagli Stati Uniti, dalla Norvegia, dal Medio Oriente e dai mercati internazionali delle materie prime ha ridotto il rischio di concentrazione. Ciò che non è riuscita a eliminare è stata la necessità fondamentale dell’Europa di importare idrocarburi.
Ciò è importante perché l’energia scambiata a livello internazionale rimane soggetta alle priorità nazionali.
Il dibattito di Washington lo dimostra. La restrizione proposta non è principalmente diretta contro l’Europa. Se ne discute perché i politici americani si trovano ad affrontare un problema interno: prezzi del diesel eccezionalmente elevati e la pressione per tutelare i consumatori americani. Un’amministrazione che si trova a fronteggiare l’aumento dei costi dei trasporti e dell’agricoltura ha motivazioni che potrebbero divergere da quelle dei suoi alleati.
Per Bruxelles, quindi, la vulnerabilità non richiede ostilità da parte di Washington. Richiede solo priorità diverse.
La Commissione europea sembra essere consapevole del pericolo. La scorsa settimana ha dichiarato di considerare con “preoccupazione” le notizie relative alle restrizioni alle esportazioni statunitensi, ha avvertito che tali interruzioni potrebbero avere ripercussioni negative su entrambe le economie e ha confermato l’avvio di colloqui di alto livello con Washington. La Commissione ha inoltre sottolineato che, per il momento, non vi è una reale carenza di gasolio nell’UE.
Questa precisazione è importante. Non si tratta ancora di una questione di esaurimento delle riserve di gasolio in Europa. Si tratta piuttosto di capire chi ha maggiore potere contrattuale quando i mercati si irrigidiscono.
Tale leva diventa più rilevante quando l’offerta di pezzi di ricambio è scarsa.
Se il petrolio americano scomparisse dal mercato internazionale, gli acquirenti europei cercherebbero alternative altrove. L’Europa nord-occidentale si troverebbe a competere con gli acquirenti del Mediterraneo, dell’America Latina e dell’Africa occidentale per accaparrarsi i carichi disponibili. Il meccanismo di trasmissione immediato sarebbe quindi probabilmente il prezzo, prima ancora della scarsità fisica.
E il gasolio non è semplicemente un altro bene di consumo.
Il gasolio alimenta camion, macchinari agricoli e attrezzature industriali. L’aumento dei costi del gasolio si ripercuote lungo le catene di approvvigionamento e finisce per ripercuotersi su alimenti, prodotti manifatturieri e trasporti. La Gran Bretagna sta già subendo questa pressione di trasmissione: il 28 settembre il prezzo medio del gasolio nel Regno Unito ha raggiunto il record di 199,18 pence al litro.
Il calcolo politico su entrambe le sponde dell’Atlantico diventa quindi piuttosto semplice. Washington ha interesse a proteggere i consumatori americani. I governi europei hanno interesse a proteggere i propri.
Un mercato energetico integrato funziona senza intoppi finché l’offerta è abbondante. La scarsità ricorda ai governi che l’energia rimane strategica.
Dall’efficienza alla resilienza
Questa è la lezione più importante che emerge dall’esperimento energetico europeo post-2022.
Per decenni, la politica energetica europea ha beneficiato del presupposto che l’offerta commercialmente disponibile fosse di fatto una fonte di approvvigionamento sicura. Dopo il 2022, i responsabili politici hanno posto sempre maggiore enfasi sull’identità geopolitica dei fornitori. La fase successiva potrebbe richiedere un calcolo più rigoroso: quanta capacità di raffinazione, stoccaggio, infrastrutture e produzione interna devono essere mantenute anche quando l’importazione appare economicamente più efficiente?
La chiusura di impianti di raffinazione illustra il compromesso. La raffineria britannica di Grangemouth è diventata un terminale di importazione nel 2025. Il governo britannico sostiene che il paese rimane ben rifornito grazie alla raffinazione interna e a importazioni diversificate, e che non si sono verificate interruzioni nell’approvvigionamento.
Questo può essere del tutto corretto in condizioni di mercato normali. Ma la resilienza viene messa alla prova proprio quando le condizioni smettono di essere normali.
Il problema strategico dell’Europa, dunque, è più ampio di Donald Trump e del diesel. Il continente ha impiegato quattro anni a riorganizzare la geografia del proprio approvvigionamento energetico. Ha indubbiamente ridotto la sua dipendenza dalla Russia e ampliato la sua base di fornitori.
Ciò che non le è sfuggito è la dipendenza da decisioni prese altrove.
Un oleodotto russo, una raffineria americana, una rotta marittima mediorientale e il mercato spot internazionale sono meccanismi molto diversi tra loro. Eppure, ognuno di essi espone il consumatore finale a eventi che sfuggono al controllo dell’Europa.
Il nuovo ordine energetico emergente impone quindi una distinzione che i responsabili politici hanno talvolta offuscato dopo il 2022. La diversificazione determina dove si distribuisce la dipendenza. L’autonomia strategica determina quanta dipendenza rimane.
L’Europa ha fatto notevoli progressi sul primo punto. Il dibattito sul diesel suggerisce che il secondo sia ancora incompiuto.
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A cura di Emanuele RossiMartedì ho partecipato a Roma a “Securing Europe-China Policy: Emerging Trends”, una roundtable organizzata dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University su impulso del suo Associate Director, il professor Enrico Fardella, che da anni contribuisce in modo importante al dibattito italiano sulla Cina e sull’Indo-Pacifico. Inutile quasi dire che è stata un’occasione per confrontarsi con esperti internazionali provenienti dal mondo dell’accademia, dei think tank e di diverse istituzioni (italiane ed europee), che lavorano da vicino su questi dossier, partendo da una domanda apparentemente semplice: quanto sta cambiando davvero la politica europea verso la Cina? L’incontro si è svolto secondo la Chatham House Rule: utilizzo quindi soltanto parte delle idee e informazioni emerse nella discussione, senza attribuzioni, come dimensione analitica generale. La risposta che mi porto a casa è meno lineare di quanto suggerisca il lessico del “de-risking”: in Europa sta effettivamente cambiando qualcosa, ma non siamo davanti a un percorso ordinato verso il decoupling (tecnicamente impossibile al momento e nel prossimo futuro), né a una strategia già definita. Piuttosto, commercio, sicurezza economica, politica industriale e geopolitica stanno entrando nello stesso campo decisionale. E questo rende il rapporto con Pechino più difficile da gestire, perché obbliga l’Unione a decidere quali interdipendenze siano accettabili, quali vadano ridotte e, soprattutto, quali costi sia disposta a sostenere per farlo. Oggi parliamo di… come sta cambiando il rapporto tra Europa e Cina, perché il vecchio equilibrio costruito intorno all’interdipendenza economica è sempre più sotto pressione e perché la vera questione, per Bruxelles, riguarda ormai la capacità di trasformare la sicurezza economica in una politica industriale credibile. Andiamo avanti!Nuovo equilibrio Il punto di partenza è un dato politico prima ancora che commerciale. Dopo aver definito il summit UE-Cina del luglio 2025 un “inflection point”, Bruxelles ha trascorso buona parte del 2026 cercando di tradurre quella diagnosi in strumenti concreti. Il contesto economico aiuta a capire perché. Nel 2025 le esportazioni europee di beni verso la Cina sono diminuite del 6,5%, a 199,6 miliardi di euro, mentre le importazioni sono cresciute del 6,4%, raggiungendo 559,4 miliardi. Il deficit commerciale dell’UE ha così sfiorato i 360 miliardi di euro. La Cina rimane il principale mercato di origine delle importazioni europee, mentre l’UE riesce a collocarla soltanto al quarto posto tra le destinazioni del proprio export. Ma fermarsi al deficit rischia di far perdere il punto centrale della discussione europea. Il problema non riguarda semplicemente quanti beni l’Europa compri e venda alla Cina. Riguarda la struttura industriale che sta dietro quei flussi. La combinazione tra domanda interna cinese relativamente debole, capacità produttiva sostenuta dalla politica industriale e crescente competitività tecnologica delle imprese cinesi sta aumentando la pressione sui produttori europei. E questa pressione non si manifesta soltanto nel mercato cinese: riguarda il mercato europeo e, sempre più spesso, i mercati terzi nei quali imprese europee e cinesi competono direttamente. È qui che la questione commerciale diventa industriale. Cosa cambiaNegli ultimi mesi Bruxelles ha progressivamente ampliato la propria cassetta degli attrezzi. Il Foreign Subsidies Regulation, gli strumenti di screening degli investimenti, la politica sulle materie prime critiche, l’International Procurement Instrument e le proposte per introdurre criteri europei negli appalti pubblici appartengono formalmente a dossier differenti. Politicamente, però, stanno cominciando a rispondere alla stessa esigenza: evitare che l’apertura del mercato europeo produca dipendenze difficili da gestire o contribuisca all’erosione di capacità industriali considerate strategiche. Il cambiamento è importante perché modifica anche il significato di “de-risking”. All’inizio il termine permetteva all’Europa di prendere le distanze dal decoupling americano senza negare l’esistenza di vulnerabilità nei rapporti con Pechino. Nel corso del 2026 quella formula si è progressivamente riempita di contenuto industriale. A giugno, per esempio, il dibattito europeo ha cominciato a mettere nello stesso quadro sussidi distorsivi, squilibri commerciali, materie prime critiche, catene di approvvigionamento della difesa e rapporti sino-russi. Pochi giorni dopo, Bruxelles e Pechino hanno avviato le China-EU Trade and Investment Consultations, articolate intorno a quattro aree: riequilibrio di commercio e investimenti, controlli alle esportazioni, proprietà intellettuale e riforma del WTO. È un passaggio meno tecnico di quanto sembri. Significa che dossier fino a poco tempo fa affrontati separatamente — veicoli elettrici, procurement, terre rare, accesso al mercato, sussidi — vengono sempre più spesso letti come parti di un problema complessivo. Sicurezza economicaQui emerge una delle questioni più interessanti discusse martedì: che cosa deve essere effettivamente “messo in sicurezza”? È relativamente facile riconoscere una vulnerabilità quando una supply chain essenziale dipende quasi interamente da un unico fornitore. È molto più difficile distinguere una dipendenza strategica dalla normale interdipendenza che caratterizza un’economia aperta, oppure una minaccia alla sicurezza da una perdita di competitività. La distinzione conta. Se ogni settore sottoposto a forte concorrenza cinese viene interpretato attraverso la lente della sicurezza economica, il rischio è trasformare progressivamente la politica industriale in protezione dalla concorrenza. Se invece l’Europa restringe troppo la definizione di vulnerabilità, può ritrovarsi priva di alternative nel momento in cui una dipendenza economica acquista improvvisamente valore geopolitico. Le materie prime critiche mostrano bene il problema. La dipendenza europea dalla capacità cinese di lavorazione e dalle licenze all’export non può essere eliminata rapidamente. Diversificazione, stockpiling e investimenti in capacità alternative possono ridurla, ma richiedono tempo, capitale e spesso costi più elevati. La sicurezza economica, insomma, non consiste nell’eliminare le dipendenze. Consiste nel decidere quali dipendenze siamo disposti ad accettare e quali capacità vogliamo pagare per mantenere. Interdipendenza gestitaQuesto porta al punto che, a mio avviso, descrive meglio la fase attuale. Il rapporto UE-Cina non è più semplicemente un problema di apertura commerciale, ma di gestione politica dell’interdipendenza. Bruxelles continua ad avere interesse a commerciare, investire e cooperare con Pechino. La Cina, allo stesso tempo, ha interesse a preservare l’accesso a uno dei maggiori mercati del mondo. Nessuna delle due parti sta quindi preparando seriamente una separazione economica generale. Ciò che cambia sono le condizioni dell’apertura. L’UE vuole continuare a beneficiare dell’interdipendenza limitando la possibilità che questa produca erosione industriale, dipendenze eccessive o strumenti di pressione politica. Pechino contesta invece la diagnosi europea: considera molte difficoltà dell’industria del continente come problemi di competitività interna e sostiene che un riequilibrio dovrebbe avvenire aumentando le esportazioni europee verso la Cina, anziché limitando quelle cinesi verso l’Europa. Dietro la parola “riequilibrio” convivono quindi obiettivi piuttosto diversi. Può significare meno esportazioni cinesi, maggiori acquisti cinesi di beni europei, più accesso delle aziende europee al mercato cinese oppure una maggiore localizzazione della produzione cinese in Europa. Ed è precisamente su questa ambiguità che si giocherà buona parte del negoziato. Geopolitica industrialeC’è poi una dimensione che va oltre il rapporto bilaterale. La politica europea verso la Cina non viene elaborata nel vuoto. Gli Stati Uniti stanno a loro volta ridefinendo il proprio rapporto economico con Pechino e ogni restrizione imposta da Washington modifica indirettamente gli incentivi delle imprese cinesi e la geografia delle loro esportazioni. Così come lo fanno e lo faranno i nuovi equilibri dopo il vertice Trump-Xi della scorsa settimana (su cui approfondiamo sotto). Per l’Europa questo crea un problema particolare: evitare di diventare il mercato di assorbimento della capacità produttiva che incontra maggiori ostacoli altrove. È una delle ragioni per cui il dibattito sulla sovraccapacità cinese ha assunto una dimensione politica molto più ampia rispetto a pochi anni fa. Ma c’è anche un secondo effetto, meno discusso: più l’UE introduce preferenze europee, requisiti di localizzazione e criteri di resilienza, più diventa necessario stabilire cosa significhi davvero “europeo”. Una fabbrica cinese di batterie costruita in Ungheria o in Spagna, che impiega lavoratori europei ma utilizza tecnologia, componentistica e capitale cinese, contribuisce alla sicurezza economica europea oppure riproduce la dipendenza in una forma diversa? Non esiste una risposta valida per ogni settore. Ed è proprio per questo che la fase successiva del de-risking sarà probabilmente molto più complicata della precedente: non basta diversificare i fornitori, bisogna capire dove risiede il controllo della tecnologia, della proprietà intellettuale, degli input critici e delle decisioni industriali. Europa divisaResta infine il problema politico interno all’Unione. Le differenze tra gli Stati membri non sono scomparse. La Francia ha sostenuto da tempo una politica industriale e commerciale più difensiva, mentre la Germania è stata tradizionalmente più cauta per l’esposizione delle proprie grandi imprese industriali al mercato cinese. Nel 2026, però, anche il dibattito tedesco ha cominciato a cambiare, sotto la pressione del calo delle esportazioni verso la Cina e della crescente concorrenza delle imprese cinesi in Europa e nei mercati terzi. Anche Italia e Spagna hanno mostrato maggiore apertura verso interventi nei settori più esposti alla sovraccapacità cinese. Questo avvicinamento non significa che esista già un consenso europeo stabile. La vera prova arriverà quando gli strumenti di sicurezza economica produrranno costi distributivi concreti. Una tariffa protegge alcuni produttori ma aumenta i costi per altri. Un requisito di contenuto locale può sostenere la produzione europea, ma rendere più costosa la transizione energetica. La diversificazione delle supply chain aumenta la resilienza, ma difficilmente replica nel breve periodo prezzi e scala della produzione cinese. Finché si discute di “de-risking”, le convergenze sono relativamente facili; quando bisogna stabilire chi paga per il de-risking, lo sono molto meno. Il punto chiaveÈ probabilmente questa la conclusione più utile che porto via dalla discussione di Roma. L’Europa sta cercando di costruire una politica verso la Cina che si collochi tra due estremi poco realistici: tornare all’idea che l’interdipendenza economica possa essere gestita quasi esclusivamente dal mercato oppure trasformare la competizione strategica in separazione economica. Il risultato che sta emergendo è qualcosa di più selettivo: apertura dove l’interdipendenza viene considerata sostenibile, intervento dove produce vulnerabilità giudicate eccessive, maggiore condizionalità per investimenti e accesso al mercato. Sulla carta è una posizione ragionevole. Nella pratica richiede qualcosa che l’Europa ha spesso faticato a produrre: priorità industriali condivise, capacità di assorbire costi nel breve periodo e sufficiente coesione politica tra economie con esposizioni alla Cina molto diverse. Per questo la domanda più interessante non è più se l’Europa stia diventando “più dura” con Pechino. Adesso quello che c’è da chiedersi è se l’UE disponga delle capacità industriali e politiche necessarie per sostenere nel tempo la strategia che sta costruendo. In sintesiIl rapporto tra Europa e Cina sta entrando in una fase nella quale l’interdipendenza non è più il contesto della politica: è diventata essa stessa oggetto della politica. Il commercio continuerà. Gli investimenti continueranno. Il dialogo continuerà. Ma sempre più spesso verranno valutati anche in funzione di resilienza, capacità industriale, dipendenze tecnologiche e sicurezza. La parte difficile comincia adesso, perché ridurre una dipendenza sulla carta è relativamente semplice. Costruire un’alternativa industriale credibile lo è molto meno.
Stanislav Krapinski spiega come la disponibilità dell’Europa ad ospitare armi nucleari stia avvicinando pericolosamente la prospettiva di attacchi nucleari russi sul suolo europeo.
La Lituania è diventata l’ultimo, ma certamente non l’ultimo, Paese della lista il cui parlamento ha votato per revocare le restrizioni sullo stazionamento di armi nucleari. In altre parole, un altro Stato europeo con un desiderio di autodistruzione ha deciso di rimuovere gli ostacoli legali al dispiegamento di testate nucleari sul proprio territorio. Si prevede che le armi in questione saranno principalmente americane, sebbene potrebbero essere potenzialmente utilizzate anche armi nucleari francesi. L’arsenale nucleare britannico – che, a rigor di termini, non è interamente britannico ma fortemente dipendente da sistemi americani – non è preso in considerazione, poiché si basa esclusivamente su sottomarini, molti dei quali sono attualmente in manutenzione a causa della carenza di fondi. Semplicemente, non ci sono i soldi.
Si sta discutendo dell’armamento nucleare americano, in particolare della bomba nucleare a caduta libera B61-12. Queste armi possono essere trasportate non solo da bombardieri strategici, ma anche da aerei tattici come l’F-16 e l’F-35.
C’è, tuttavia, un piccolo dettaglio che non è stato adeguatamente preso in considerazione. Poiché i moderni caccia F-16 e F-35 sono in grado di trasportare una bomba nucleare da 50 chilotoni, in caso di un eventuale conflitto armato tra Stati Uniti e Russia, la parte russa sarebbe costretta a distruggere tutti i depositi e le basi aeree pertinenti.
Ipotizzando che questi bunker siano dispersi in tutta l’Unione Europea e siano pesantemente fortificati, la loro neutralizzazione richiederebbe l’uso di armi nucleari di media potenza, ad esempio nell’ordine dei 50-100 chilotoni, equivalenti, al massimo, a circa cinque bombe del tipo sganciato su Hiroshima.
Data l’elevata densità di popolazione dell’Unione Europea, una serie di attacchi di questo tipo si tradurrebbe in una catastrofe e potrebbe potenzialmente causare la morte di una parte consistente della popolazione. Ciò che colpisce, tuttavia, è che la popolazione dell’UE nel suo complesso sembra così miope da non riuscire a comprendere la portata delle conseguenze. Gli europei stanno attivamente contribuendo alla creazione delle condizioni affinché il loro territorio possa effettivamente fungere da “scudo umano” per le armi nucleari americane.
Che dire?
Come dice un proverbio americano: “La stupidità dovrebbe far male”.
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Ancora una volta, subito dopo il nostro ultimo report sull’attacco dei droni russi Geran-4 al ponte Pivdennyi (Ponte Sud) di Kiev, la Russia ha colpito oggi il ponte Nord:
Inizialmente si era ipotizzato che la munizione utilizzata fosse un missile Banderol, ma a giudicare dal filmato sembra che si muova troppo lentamente e che si tratti probabilmente di un grosso drone.
Questo ponte, tuttavia, non presenta lo stesso tipo di cavi di sostegno di quello meridionale, e il drone sembra aver preso di mira intenzionalmente la carreggiata stessa.
Sono circolate foto di quello che si presume essere lo stesso Ponte Nord in costruzione durante l’era sovietica, per darci un’idea della sua sezione trasversale rinforzata:
Sembra improbabile che un drone possa distruggerlo semplicemente colpendo la superficie stradale, ma una visita quotidiana di droni potrebbe certamente rendere il ponte inutilizzabile a tempo indeterminato, mantenendolo costantemente chiuso e in fase di costruzione.
Le autorità ucraine hanno già annunciato che, a titolo precauzionale, verranno costruiti una serie di ponti galleggianti per attraversare il fiume.
A partire dalla prossima settimana, Kiev prevede di avviare la costruzione di diversi ponti di riserva sul Dnepr. Si sta valutando anche la possibilità di costruire in futuro un tunnel sotto il fiume.
Lo ha dichiarato Mykola Kalashnik, Ministro della Ricostruzione, delle Infrastrutture e dei Trasporti dell’Ucraina, in un’intervista a Suspilny.
I pontoni limiterebbero enormemente il flusso del traffico e, sebbene siano facili da sostituire in caso di danni, una visita periodica dei droni dovrebbe tenerli fuori servizio a tempo indeterminato. La ragione principale addotta dalla Russia per colpire i ponti è quella di bloccare i trasferimenti militari attraverso le rive, che rallenterebbero drasticamente se fossero costretti a utilizzare solo pontoni insieme al traffico civile.
È interessante notare che un’unità russa ha diffuso un video in soggettiva del drone che ieri ha colpito il ponte sud:
Attacchi condotti dall’unità “Geran” della 50ª Brigata separata di truppe aviotrasportate “Varyag” contro i cavi di sostegno del Ponte Sud di Kiev negli ultimi due giorni.
La solita schiera di commentatori occidentali ha mostrato ancora una volta la sua totale ipocrisia, scandalizzandosi per gli ultimi successi dopo aver festeggiato il crollo del ponte di Kerch:
Allo stesso modo, anche i media occidentali sono rimasti scioccati dal fatto che la Russia potesse potenzialmente usare contro l’Ucraina le sue consolidate pratiche:
L’articolo sopra riportato lamenta che il primo ponte è stato colpito mentre un treno della metropolitana lo stava attraversando:
Il primo attacco al ponte sud, avvenuto giovedì, si è verificato mentre un treno della metropolitana stava attraversando il ponte.
È interessante, visto che una delle immagini più celebrate del grande “successo” dell’Ucraina contro il ponte di Kerch era quella di un treno civile russo in fiamme, distrutto durante l’attacco:
Senza contare i civili morti durante ciascuno degli attacchi ucraini contro Kerch.
Ma veniamo al dunque. L’aspetto più intrigante degli attacchi è che la Russia sembra aver scelto strategicamente di iniziare a disattivare i ponti a sud e a nord, lasciando per ora intatti quelli centrali:
È come eliminare il primo e l’ultimo veicolo di una colonna per intrappolare i rimanenti al centro di una carreggiata stretta. La Russia sta forse cercando di convogliare tutti verso i ponti centrali, neutralizzando i due più importanti tra quelli esterni? Condividete le vostre riflessioni sulla possibile strategia in atto.
Dopo i primi attacchi, il cancelliere tedesco Friedrich Merz si è precipitato a Kiev in treno, in quella che sembrava una missione di contenimento dei danni per rassicurare gli ucraini e il mondo intero sull’arrivo degli aiuti. In modo umiliante, ha iniziato a implorare la Russia per un cessate il fuoco, ben consapevole di ciò che attende ora l’Ucraina, visto che Putin sembra aver tolto ogni freno inibitorio.
Oh, ora sei pronto per i “colloqui”.
Va notato che, in seguito agli attacchi, il Ministero degli Esteri russo ha nuovamente avvertito tutte le missioni straniere di lasciare l’Ucraina, data la natura dell’escalation degli attacchi russi. All’unisono, le delegazioni globaliste hanno letto il loro copione prestabilito sui social media, giurando “coraggiosamente” e con audacia di rimanere a Kiev:
Sempre gli stessi mantra preconfezionati.
Dimostrando una sorprendente mancanza di autoconsapevolezza, lo stesso terrorista del ponte di Kerch ha annunciato che la Russia sta ora commettendo “terrorismo” tagliando i ponti a Kiev:
In precedenza, Zelensky affermava che la Russia voleva costringere la popolazione ad abbandonare Kiev. Questo lo spaventava particolarmente, viste le sue famigerate precedenti dichiarazioni secondo cui i civili dovevano essere costretti a rimanere a Kiev perché, se se ne fossero andati, la Russia avrebbe potuto bombardare la città impunemente, sottintendendo in sostanza di aver bisogno dei civili come scudi umani per “difendere” le varie attività militari e politiche a rischio di bombardamento russo.
Per la cronaca, la dichiarazione ufficiale del Ministero della Difesa russo prosegue la linea di giustificazioni secondo cui gli attacchi sarebbero semplicemente una “risposta” alle provocazioni dell’Ucraina:
Il Ministero della Difesa ha annunciato un’intensificazione degli attacchi contro Kiev e altre regioni dell’Ucraina in seguito alla dichiarazione di Zelensky sull’intenzione di incrementare gli attacchi contro le raffinerie petrolifere russe.
Il ministero ha dichiarato che gli attuali attacchi di massa sono una risposta agli attacchi terroristici da parte ucraina. Tra questi, il Ministero della Difesa ha citato gli attacchi ai seggi elettorali durante le elezioni della Duma di Stato, il tentativo di lanciare un massiccio attacco con droni che ha coinvolto oltre 1.600 droni il 19 e 20 settembre, gli attacchi durante il forum economico di San Pietroburgo e l’attacco a Belgorod della scorsa notte. Il Ministero della Difesa ha inoltre affermato che la leadership ucraina è responsabile di queste azioni e che gli attacchi di rappresaglia continueranno e saranno intensificati molte volte.
Detto questo, precisano che questi attacchi “continueranno e saranno intensificati”. Dovremo aspettare per vedere se si tratta di una vera e propria campagna sistematica per neutralizzare i ponti o solo di una deterrenza psicologica per impedire all’Ucraina di tentare ulteriori provocazioni. Dato che un mese o due fa erano trapelate informazioni che preannunciavano una nuova campagna di attacchi contro i ponti di Kiev, possiamo solo supporre che si tratti di un’escalation pianificata da parte della Russia e che la giustificazione di cui sopra sia solo una sorta di mera facciata diplomatica.
Nel frattempo, l’Ucraina continua a combattere il suo più grande fardello: il buco di bilancio che minaccia di annientare la capacità del Paese di proseguire la sua campagna militare. In una recente intervista , Zelensky ha dichiarato che per colmare il divario per il resto del 2026, intende utilizzare i fondi stanziati a partire dal 2027.
Anticipare i prestiti UE e i contratti per i droni del 2027
Zelensky ha spiegato che il governo intende anticipare a inizio gennaio parte degli stanziamenti di credito europei originariamente previsti per il 2027, garantendo così che le aziende nazionali del settore della difesa ricevano in anticipo i capitali necessari per mantenere ininterrotte le linee di produzione.
“Non è stato facile. Abbiamo lavorato con il nostro budget, con i nostri partner, in particolare con l’Unione Europea, e cercheremo anche di utilizzare parzialmente i fondi del prestito per il prossimo anno”, ha detto Zelensky. “Porteremo avanti questo processo verso gennaio e useremo questi soldi per ordinare i droni per gennaio e febbraio 2027. Il mio team è tornato da Bruxelles e ha riferito. Tutto sta funzionando bene. Spero che continui così.” – Fonte
Per contestualizzare la situazione, ricordiamo che Zelensky ha ammesso che il deficit di bilancio del 2026 è stato causato dal fatto di aver anticipato parte del budget della seconda metà del 2026 all’acquisto di droni per la prima metà dello stesso anno. Ora Zelensky intende coprire nuovamente il deficit per i prossimi mesi ricorrendo a prestiti dal bilancio del prossimo anno. È evidente che l’Ucraina si trova in una spirale discendente dal punto di vista del bilancio, costretta a continuare disperatamente a indebitarsi per un futuro sempre più incerto.
Ma ora, secondo alcune fonti, il Politburo dell’UE avrebbe respinto questo piano:
Bruxelles ha respinto la richiesta di Kiev di utilizzare anticipatamente i fondi stanziati per il 2027, affermando che l’Ucraina dovrebbe invece attuare le riforme necessarie per sbloccare i finanziamenti già disponibili per il 2026.
Naturalmente, durante la sua visita d’emergenza a Kiev, Merz portò in dono all’Ucraina il denaro faticosamente guadagnato dai cittadini tedeschi:
Ma è evidente il circolo vizioso tra le misure di contenimento dei danni sempre più disperate adottate dai politici europei per salvare l’Ucraina e il crollo delle loro stesse carriere politiche. Con ogni pacchetto di aiuti concesso all’Ucraina, gli stati corrotti dell’Unione Europea si avvicinano sempre di più al collasso politico e alla rivoluzione populista. Pertanto, questa farsa ha una durata limitata e l’Ucraina non potrà continuare in questo modo all’infinito. È chiaro che la Russia sta lentamente strangolando l’intera UE con il cordone ombelicale del suo aborto nato morto, il Proxy 404.
Ora Zelensky ha annunciato che la Russia ha accumulato oltre 700 missili Iskander e che presto scatenerà l’inferno su Kiev:
Ciò è vero, dato che la Russia ha ridotto l’utilizzo degli Iskander nell’ultimo mese, chiaramente in preparazione di una campagna invernale su larga scala.
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Passiamo ora a un ultimo argomento importante.
Considerato che la Russia inasprirà presto le tensioni e Zelensky promette di “rispondere” per le rime, ecco alcuni nuovi sviluppi che garantiranno che le future campagne di attacco dell’Ucraina causino danni progressivamente minori.
Innanzitutto, ricordiamo che la Russia è stata a lungo criticata per la lentezza con cui ha proceduto allo sviluppo di hangar per aerei nella maggior parte delle sue basi aeree. Ora, nell’ultimo anno, la Russia ha assistito a un vero e proprio boom nella costruzione di giganteschi hangar praticamente in tutte le sue basi più importanti. Ecco alcuni esempi degli ultimi aggiornamenti:
Aeroporto di Ramenskoye nella regione sud-orientale di Mosca ( clicca su tutte le immagini per ingrandirle ):
Avanzamento dei lavori di costruzione dei grandi hangar presso l’ aeroporto di Ramenskoye , nella regione di Mosca.
Il primo hangar ha dimensioni di 100x230x33 metri, mentre il secondo misura 90×220 metri.
Nella base aerea di Marinovka, nella regione di Volgograd, sono stati costruiti numerosi hangar di protezione, da cui i velivoli da ricognizione Su-34R e Su-24MR conducono missioni lungo la linea del fronte.
Il ritardo nella costruzione dei rifugi presso questo aeroporto ha provocato un attacco nemico sull’area di parcheggio dei Su-34, allora esposta, nel 2025, con conseguenti perdite e danni ai velivoli.
Base aerea di Lipetsk, non lontano dall’Ucraina:
Il processo di costruzione degli hangar di protezione presso la base aerea di Lipetsk .
In totale, il nemico ha identificato 12 caratteristiche strutture in cemento armato.
Si presume che almeno alcune di esse saranno utilizzate per immagazzinare munizioni e/o droni kamikaze.
Engels, nella regione di Saratov, è una delle basi strategiche più importanti della Russia:
Nuove immagini satellitari della costruzione di 16 hangar per i bombardieri strategici Tupolev Tu-95 e Tu-160presso la base aerea Engels-2 dell’aeronautica militare russa nella regione di Saratov, catturate da satelliti occidentali.
Infine, un recente esempio del successo di tali strutture. Un attacco di droni ucraini ha preso di mira una base russa nella regione di Oryol, anch’essa al confine con l’Ucraina. I droni ucraini hanno colpito i nuovi hangar, lasciando solo qualche graffio e senza riuscire a causare danni significativi.
L’ultimo attacco con droni contro la base per droni vicino al villaggio diTsimbulovo, nella regione di Oryol, ha provocatosolo danni superficiali ai bunker di protezione.
Considerando il costante rafforzamento e ampliamento della base per droni,l’efficacia degli attacchi con droni ucraini contro di essa si stariducendo sempre più rapidamente.
Lo stesso fenomeno si sta verificando anche per le raffinerie, che vengono coperte con reti e altre strutture di cui abbiamo parlato più volte di recente.
Ora la Russia sta addirittura riproponendo tattiche risalenti alla Seconda Guerra Mondiale per proteggere potenzialmente obiettivi fissi come le raffinerie. Bentornati all’era degli aerostati e dei palloni di sbarramento:
Ecco un annuncio relativo a un rapporto russo incentrato sullo sviluppo di dirigibili in Russia per il trasporto di barriere di cavi a protezione di infrastrutture all’interno della Federazione Russa da droni kamikaze di tipo aereo.
Nel complesso, si tratta di un concetto molto interessante e di un approccio piuttosto non convenzionale al contrasto dei droni, che ricorda i cieli degli anni ’40.
È incoraggiante constatare che i dirigibili vengano finalmente considerati come una piattaforma, un potenziale che finora è stato seriamente sottovalutato. I dirigibili possono anche fungere da vettori per sistemi radar, agendo come postazioni fisse di allerta precoce e controllo, e possono trasportare sistemi optoelettronici e acustici, inclusi droni FPV antiaerei e ripetitori aerei.
In generale, c’è ampio margine di innovazione e sviluppo in questo settore.
Alcuni potrebbero obiettare che tali palloni aerostatici rappresenterebbero un facile bersaglio per i droni. Ma bisogna ricordare che i droni a lungo raggio inviati in profondità nel territorio russo per attaccare le raffinerie sono guidati dal GPS e in genere volano verso la loro destinazione seguendo una traiettoria pre-programmata.
Un nuovo video girato dal ponte in Crimea ha inoltre mostrato una vasta gamma di barriere difensive di recente costruzione, erette per impedire il passaggio dei droni navali ucraini:
Il propagandista ucraino Dmitriy Gordon conclude illustrando cosa attende ora Kiev:
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Bob Hickok analizza se la rottura tra Rupert Lowe e Nigel Farage stia aprendo un fronte più radicale nella destra britannica, con Restore Britain che si spinge oltre Reform UK in materia di immigrazione e identità nazionale.
Restore Britain sta iniziando ad acquisire qualcosa che i partiti outsider raramente possiedono all’inizio: un’esistenza che va oltre la personalità del loro fondatore. Rupert Lowe rimane il suo inconfondibile centro, ma settembre ha portato fondi, consiglieri, documenti programmatici, un’organizzazione locale e sondaggi che suggeriscono che il progetto non può più essere considerato semplicemente la conseguenza della sua rottura con Nigel Farage. L’ultimo sviluppo si è verificato il 28 settembre, quando James Bensly, consigliere conservatore di lunga data a Great Yarmouth ed ex membro del gabinetto del consiglio, è passato a Great Yarmouth First/Restore Britain. La sua uscita lascia il Partito Laburista come il partito di maggioranza in consiglio e offre a Lowe un altro rappresentante eletto localmente nel collegio elettorale che già rappresenta a Westminster. All’inizio del mese, i consiglieri di Plymouth Mark Hadfield e Andrew Crumplin, entrambi eletti per Reform UK a maggio, sono passati a Restore Britain, stabilendo una piccola base per il partito nel Sud-Ovest. Il Consiglio comunale di Plymouth ora annovera ufficialmente due consiglieri di Restore Britain. Questi abbandoni restano modesti in termini nazionali, ma indicano la strategia che sta prendendo forma: non un tentativo immediato di costruire una macchina nazionale convenzionale da Westminster verso il basso, ma l’accumulo di consiglieri, sezioni, candidati, attivisti e roccaforti locali accuratamente selezionate. Great Yarmouth è naturalmente il laboratorio. Restore Britain è al tempo stesso il progetto nazionale di Lowe e un esperimento per verificare se un movimento politico costruito in gran parte attraverso i social media possa trasformare l’attenzione digitale in un’organizzazione territoriale duratura.
Riuscirà Lowe a trasformare Restore Britain nella forza in grado di spezzare definitivamente la morsa di Reform UK sulla destra anti-establishment?
Il quadro dei sondaggi è più complesso, ma anche più interessante. Un sondaggio YouGov condotto il 20 e 21 settembre ha attribuito a Restore Britain il 4% a livello nazionale, mentre il Partito Laburista si attestava al 23% e Reform UK e i Conservatori erano a pari merito al 21%. YouGov aveva precedentemente rilevato che il sostegno a Restore era fortemente concentrato tra gli elettori che avevano votato per Reform alle elezioni generali del 2024, con l’immigrazione come principale preoccupazione tra i sostenitori di Restore. Tuttavia, un altro studio MRP condotto da Electoral Calculus e Find Out Now per Restore Britain, con rilevazioni sul campo dal 4 all’11 settembre e un campione di oltre 5.500 adulti, ha prodotto una cifra sostanzialmente più alta, pari al 7%. Tale modello prevedeva la vittoria di Restore in un solo collegio elettorale di Westminster, Great Yarmouth, nonostante la sua maggiore quota di voti a livello nazionale, a dimostrazione della penalizzazione che il sistema maggioritario a turno unico britannico infligge ai partiti minori geograficamente dispersi. Il sistema maggioritario a turno unico prevede che il candidato che riceve il maggior numero di voti in ogni circoscrizione si aggiudichi il seggio, anche senza la maggioranza assoluta, mentre i voti espressi per i candidati perdenti non contribuiscono alla rappresentanza nelle altre circoscrizioni. Questo sistema crea difficoltà ai partiti minori, il cui sostegno è disperso sul territorio nazionale anziché concentrato in specifiche circoscrizioni.
Il rapporto di commissione è importante e pertanto le cifre non dovrebbero essere ridotte a un singolo numero: i sondaggi nazionali indipendenti hanno generalmente collocato Restore in una posizione inferiore, mentre il sondaggio MRP commissionato da Restore ha generato il risultato più favorevole. Lo sviluppo importante non è che Restore si stia improvvisamente avvicinando al governo, perché i sondaggi disponibili non mostrano nulla del genere. Il punto è che ora la Gran Bretagna ha un elettorato misurabile a destra di Reform UK che un anno fa non possedeva un partito organizzato. Ciò cambia la struttura della competizione nella destra britannica. Reform non può più dare per scontato che l’insoddisfazione nei confronti dei Conservatori confluisca automaticamente verso Farage. Ora c’è un altro bacino di elettori per coloro che considerano Reform stesso insufficientemente radicale o insufficientemente disciplinato.
Settembre ha anche chiarito quale direzione intellettualmente ambisce a Restore. Invece di concentrarsi esclusivamente sull’immigrazione, l’organizzazione di Lowe ha iniziato a pubblicare documenti programmatici volti a delineare un piano di governo. Il 25 settembre ha proposto l’abolizione degli interessi, sia accumulati che futuri, sui prestiti studenteschi per i cittadini britannici residenti nel Regno Unito. Il giorno precedente, aveva pubblicato un programma di sicurezza marittima che prevedeva la creazione di un nuovo Comando per le frontiere e la costa del Regno Unito, incaricato di sorvegliare, pattugliare e mettere in sicurezza le acque britanniche. Il 10 settembre è uscito “The Return of Caveat Emptor” , un documento sulla regolamentazione finanziaria che auspica una profonda revisione del sistema di controllo della City di Londra, comprese modifiche agli attuali ruoli della Financial Conduct Authority e della Prudential Regulation Authority. All’inizio del mese, Restore aveva pubblicato la sua ” Filosofia dell’appartenenza nazionale” . Qualunque sia il giudizio sulle singole proposte, la loro funzione politica è chiara: ampliano l’ambito di azione di Restore, andando oltre la singola questione a cui i partiti di destra emergenti sono più facilmente associati. I confini restano centrali, ma il vocabolario in evoluzione unisce immigrazione, cittadinanza, regolamentazione economica, formazione del capitale, istruzione, appartenenza nazionale e autorità statale. Si tratta di un tentativo di rispondere a un problema che ha ripetutamente afflitto i movimenti di protesta britannici: la rabbia può generare un’ondata di proteste, ma un partito che intende sopravvivere deve prima o poi spiegare cosa farebbe con il Tesoro, le università, i mercati finanziari, la guardia costiera, lo stato sociale e l’apparato amministrativo una volta esauriti gli slogan. Restore sta ora cercando di fornire queste risposte.
Nel frattempo, i finanziamenti hanno cominciato ad arrivare. All’inizio di settembre, l’imprenditore tecnologico Simon Galbraith ha donato a Restore Britain 500.000 sterline tramite Cade Hill Investments, in due tranche da 250.000 sterline ciascuna. Per un partito formalmente registrato presso la Commissione Elettorale solo il 20 marzo, si tratta di un’iniezione di capitale significativa, sebbene rimanga ben al di sotto delle reti di donatori multimilionarie a disposizione dei partiti più grandi. Il Times ha poi riportato la notizia di una raccolta fondi di Restore al Caledonian Club di Londra, dove Lowe si è rivolto a potenziali finanziatori e ha discusso della rapida espansione dell’organizzazione. Lo stesso articolo descriveva Restore come vicina ai 100.000 membri e riportava le dichiarazioni di Lowe, secondo cui Elon Musk gli avrebbe offerto un ampio sostegno finanziario, un’offerta che Lowe ha affermato di non aver accettato a causa di preoccupazioni legali relative alle donazioni politiche. Il ruolo di Musk rimane comunque politicamente importante perché la crescita di Restore si è verificata in una simbiosi insolitamente stretta con X. Lowe ha costruito un enorme pubblico digitale sulla piattaforma e le dichiarazioni finanziarie parlamentari esaminate dal Guardian hanno mostrato che i pagamenti provenienti dalla piattaforma stessa sono diventati una considerevole fonte di reddito personale per lui. Anche l’account ufficiale di Restore ha accumulato centinaia di migliaia di follower. Questo crea un modello organizzativo molto diverso dal partito britannico del ventesimo secolo, dove giornali, sindacati, associazioni di circoscrizione e amministrazioni locali costituivano le arterie della mobilitazione politica. Restore sta cercando di muoversi nella direzione opposta: partire da un pubblico di centinaia di migliaia di persone, convertire tale pubblico in membri e donatori, per poi convogliare l’energia risultante verso le circoscrizioni. Se questa struttura possa resistere a una sconfitta elettorale, a disaccordi interni e al noioso lavoro dell’amministrazione locale è una delle domande centrali che circondano il partito.
La linea dura del programma di Restore ha al contempo garantito una forte opposizione. Le denunce presentate questo mese a Prevent, il programma governativo britannico contro l’estremismo progettato per identificare e intervenire quando gli individui sono considerati a rischio di essere coinvolti nel terrorismo, e al Commissario parlamentare per gli standard, hanno preso di mira le dichiarazioni di Lowe riguardanti l’Islam, i musulmani, l’immigrazione e lo sfruttamento sessuale organizzato. I denuncianti hanno sostenuto che la sua retorica ha oltrepassato i limiti accettabili. Lowe ha respinto le denunce e ha affermato di confermare le sue dichiarazioni. Questa controversia si inserisce in un conflitto più ampio su cosa Restore intenda per “appartenenza nazionale”. Il partito pone apertamente la riduzione dell’immigrazione, le deportazioni, l’assimilazione e l’opposizione a quella che definisce “islamizzazione della Gran Bretagna” al centro del suo messaggio, mentre i critici descrivono alcuni elementi del suo programma in termini ben più forti. Il disaccordo non dovrebbe essere mascherato fingendo che le due parti stiano discutendo di lievi aggiustamenti amministrativi. Si discute sulla futura composizione della Gran Bretagna, sugli obblighi che la cittadinanza comporta, sulla possibilità che lo Stato imponga l’assimilazione culturale, sui limiti del pluralismo religioso e su quanto un governo possa spingersi nell’invertire i cambiamenti demografici creati da una precedente politica sull’immigrazione. Il confronto, quindi, va ben oltre Lowe. Coinvolge l’assetto politico consolidatosi nel corso di diversi decenni, sia sotto governi conservatori che laburisti. L’ascesa di Restore è significativa perché tenta di trasformare questioni un tempo in gran parte escluse dal dibattito parlamentare in normali proposte elettorali, mentre i suoi oppositori sono altrettanto determinati a stabilire limiti morali, legali e istituzionali a tale progetto.
Questo pone Restore Britain di fronte alla questione decisiva che si presenta a ogni nuova forza della destra britannica: se diventerà un concorrente di Reform UK, un meccanismo di pressione su di essa, o se finirà per far parte di un più ampio riallineamento politico. Lowe ha già proposto pubblicamente una collaborazione con Farage su aree politiche comuni, ma Farage ha respinto l’apertura e la frattura personale tra i due rimane sostanziale. I loro partiti, tuttavia, attingono a elettorati sovrapposti, in particolare a elettori preoccupati per l’immigrazione, l’identità nazionale, la sfiducia nelle istituzioni e l’operato dei partiti tradizionali. Questa sovrapposizione crea un evidente problema elettorale con il sistema maggioritario a turno unico. Un voto disgregante diviso può indebolire entrambi i partiti nei singoli collegi elettorali, anche quando il loro sostegno combinato è considerevole, e i critici di Restore hanno già iniziato a sottolineare questo pericolo. Eppure, la frammentazione può anche rivelare differenze che prima erano nascoste all’interno di un’unica organizzazione. Reform e Restore non sono identici: Restore sta sviluppando le proprie posizioni su asilo, deportazione, appartenenza nazionale, regolamentazione finanziaria, debito studentesco, pena di morte e altre questioni, cercando al contempo di costruire una cultura organizzativa esplicitamente incentrata su Lowe. Settembre, quindi, sembra meno l’arrivo di un altro gruppo di protesta transitorio e più l’inizio di una contesa per definire la prossima fase della destra anti-establishment britannica. Restore ha a disposizione fondi che prima non aveva, rappresentanti eletti che prima non aveva, documenti programmatici che prima non aveva e un elettorato nazionale piccolo ma misurabile. Se questi elementi si tradurranno in una rappresentanza parlamentare al di là del seggio di Great Yarmouth, di cui Lowe è affiliato, non è possibile stabilirlo dai sondaggi odierni. Quel che si può già affermare è che l’assunto di un unico veicolo politico in grado di monopolizzare il malcontento nella destra britannica è stato smentito.
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Mentre il 2026 volge al termine, tutta l’Europa è preda del panico, consapevole che gli americani intendono abbandonarla a se stessa contro i russi e, peggio ancora, l’una contro l’altra.
Quanto alla lotta contro i russi, questa è la pura realtà: se la manciata di nazioni europee coraggiosamente disposte a combattere iniziasse domani, seriamente, ad allestire le forze e gli equipaggiamenti necessari per una battaglia ad alta intensità del XXI secolo, non sarebbero in grado, in cinque anni, di organizzare, equipaggiare e schierare un esercito di nemmeno 100.000 uomini combattenti effettivi – un numero che verrebbe inghiottito da una guerra per la quale la loro esperienza, addestramento, tattiche, armamenti e logistica sono drammaticamente impreparati.
E anche se riuscissero a radunare una folla eterogenea di 100.000 persone di diverse nazionalità, non sarebbero in grado di posizionare e mantenere un esercito del genere per fare alcunché.
I russi possono colpire qualsiasi obiettivo in Ucraina, in gran parte della Polonia e della Romania, e persino spingersi fino in Germania da Kaliningrad e dalla Bielorussia.
Un esercito europeo non sarebbe autorizzato ad ammassarsi vicino alle forze russe. Verrebbe fatto a pezzi nel tentativo.
Quanto alla potenza aerea europea, è un miraggio.
La presunta potentissima aviazione statunitense ha fatto del suo meglio, lanciando qualche migliaio di missili a lungo raggio contro l’Iran, con un effetto strategico trascurabile. L’Iran non è stato disarmato in modo significativo. Anzi, sembra essere più forte ora di quanto non lo fosse all’inizio della guerra.
Né gli europei, né tantomeno gli europei e gli americani insieme, potrebbero fare qualcosa di significativo contro la Russia, e perderebbero un’enorme quantità di aerei se ci provassero.
Inoltre, gli Stati Uniti non dispongono di una minaccia significativa di attacco a medio raggio paragonabile a quella dimostrata da Russia e Iran. E non ne avranno una per un bel po’ di tempo.
Le difese aeree statunitensi si sono rivelate imbarazzanti in termini di qualità, e neanche lontanamente sufficienti in termini di quantità, anche se fossero state efficaci.
Una guerra su larga scala consuma quantità prodigiose di armamenti.
Chiunque abbia prestato attenzione ha appreso che, contrariamente alle aspettative della stragrande maggioranza delle persone, l’arsenale statunitense di armi artigianali di nicchia e non scalabili non solo ha dato scarsi risultati nei suoi vari ruoli, ma la combinazione delle guerre in Ucraina e in Iran ha ridotto le scorte statunitensi a livelli prossimi alla crisi.
Inoltre, la Marina statunitense fu cacciata dal Mar Rosso dagli yemeniti.
Pensaci.
Sono stati letteralmente cacciati via sotto il fuoco nemico, con i caricatori vuoti. Due gruppi d’attacco di portaerei in successione. Incredibile.
Si tratta senza dubbio di uno degli eventi più sconvolgenti degli ultimi anni di guerra su questo pianeta. La Marina statunitense, per sua stessa ammissione, è rimasta “traumatizzata” dall’esperienza, che secondo diversi ufficiali è stata la battaglia navale americana più intensa dalla Seconda Guerra Mondiale.
Contro gli yemeniti.
Di nuovo… pensateci.
Perché, poco tempo dopo, qualcuno da qualche parte decise: “Beh, questi Houthi sono un osso duro. Proviamo con gli iraniani. L’unica cosa che sanno fare è produrre tappeti.”
E ora, proprio mentre parliamo, due gruppi d’attacco di portaerei si nascondono da qualche parte nelle calme acque profonde del Mar Arabico, ad almeno 1000 km dalla costa iraniana.
Più ci si avvicina, più si trovano i mostri.
Non possono e non faranno nulla di significativo da quella posizione. Si stanno solo nascondendo e aspettando di essere sostituiti.
La distruzione di una nave da guerra della Marina statunitense per mano di iraniani a lungo denigrati e ridicolizzati rappresenta un esito assolutamente inaccettabile per questa guerra. Deve essere evitato a tutti i costi.
Vedete, per una serie di complesse ragioni insite nella peculiare psiche americana, la Marina degli Stati Uniti è la padrona indiscussa dei mari. Perdere una nave da guerra americana per mano di quella che sono predisposti a considerare una razza inferiore sarebbe considerata un’umiliazione intollerabile. Meglio nascondersi per ora e inventare una storia di vittoria a posteriori.
In ogni caso, dovrebbe essere da tempo evidente agli osservatori più attenti che la capacità degli Stati Uniti di intraprendere una guerra su vasta scala in qualsiasi parte del mondo è già compromessa e non può essere ripristinata nemmeno nel medio termine. Molto probabilmente non entro un decennio.
Hanno sprecato tutto. Stati Uniti, NATO e Israele hanno dilapidato mezzo secolo di sviluppo e produzione di armi, e tutto è stato inutile.
Le attrezzature belliche del XX secolo che gli sono rimaste sono semplicemente inadatte alle realtà della guerra del XXI secolo. E comunque non hanno neanche lontanamente abbastanza di nulla per combattere una guerra seria.
Come ripeto incessantemente: non esistono più guerre facili da combattere.
Quindi, sì, credo che gli europei stiano sudando freddo proprio ora. L’impero si sta ritirando rapidamente e, tra non molto, rinuncerà irreversibilmente alla sua capacità di imporre regole, confini e obbedienza al “bene superiore”.
La storia suggerisce che un’Europa in uno scenario del genere non riuscirà a coesistere in modo armonioso. È destinata a degenerare.
Per vostra informazione: nel corso degli anni, diverse persone generose mi hanno onorato con abbonamenti volontari e donazioni a questo blog. Ma non ho mai richiesto un abbonamento a pagamento per leggere i miei articoli. E non lo farò mai. Chiunque potrà sempre leggere tutto ciò che scrivo.
Detto questo, destino tutte le donazioni al Fondo per i viaggi in auto della famiglia Schryver. Grazie a voi, diverse volte all’anno, posso fare il pieno al mio Ford F-350 del 1997, pagare due notti in hotel e una pizza per i ragazzi, oltre a una cena d’asporto per me e mia moglie, cosa per cui vi esprimo la mia sincera gratitudine. Spero che i miei scritti vi siano stati in qualche modo utili e vi abbiano aiutato nella vostra ricerca di una migliore comprensione del nostro folle mondo.
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Si è svolta un’altra edizione annuale — la 23ª — del Forum del Club di discussione internazionale di Valdai, con il presidente Putin a chiudere in bellezza l’evento come di consueto. Qualche giorno prima il protagonista era stato Lavrov, ma la trascrizione del suo intervento era molto difficile da trovare, anche se alla fine è emersa sul sito web di Guancha e deve essere tradotta dal cinese: “Come risponde la Russia alla domanda ‘Cosa si può fare senza l’Occidente’?” Ci sono diversi altri eventi e materiali che varrebbe la pena condividere con la Gym, ma il discorso di Putin e la discussione che ne è seguita hanno attualmente la precedenza in termini di importanza. Il tema di quest’anno è «Responsabilità per il futuro: limiti del possibile o opportunità illimitate?» La parte dedicata alle domande e risposte è più lunga del discorso di Putin e sarà riportata nella seconda parte. Segue il discorso di Putin:
F. Lukyanov: Cari amici! Cari ospiti!
Sono lieto di darvi il benvenuto alla sessione plenaria del 23° forum annuale del Club di discussione internazionale di Valdai. Sono lieto di invitare in sala il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Vladimirovič Putin.
Vladimir Vladimirovič, buongiorno!
Siamo molto lieti che, come negli anni precedenti, Lei abbia nuovamente trovato il tempo e l’occasione per incontrarci.
Gli incontri di Valdai sono, ovviamente, sempre intensi. Ma, a quanto pare, in linea con ciò che sta accadendo nel mondo, l’intensità e la profondità stanno aumentando, così come l’atmosfera — sta diventando più edificante, se così si può dire, in senso positivo.
Quest’anno, se proviamo a individuare i concetti chiave di quell’incontro, di quel forum che si è svolto nei tre giorni precedenti, direi che sono: cambiamento — è chiaro che tutti noi vediamo che i cambiamenti stanno avvenendo praticamente in ogni ambito dell’attività umana; responsabilità, perché maggiore è il cambiamento, meno chiara diventa la comprensione dello sviluppo futuro, e tanto maggiore è la responsabilità di ciascuno per tale sviluppo; e il terzo concetto, che può sembrare sorprendente — e su questo punto abbiamo avuto anche discussioni piuttosto intense — è il concetto di calma.
Il nostro rapporto, che redigiamo ogni anno, quest’anno si intitola “Senza panico”. Suggeriamo che, in queste circostanze difficili, dovremmo evitare di fare la cosa sbagliata, ovvero non creare allarmismo.
Credo che lei, data la sua posizione, abbia un’idea più chiara di quali siano i concetti internazionali più importanti in questo momento, quindi sarei lieto di invitarla a prendere la parola.
V. Putin: Signore e signori! Colleghi!
Come da una tradizione di lunga data, ci riuniamo al forum annuale del Club di Discussione Internazionale di Valdai per discutere delle questioni globali più urgenti.
Abbiamo sempre cercato non solo di analizzare lo stato del mondo, ma anche di delineare i contorni del nuovo ordine mondiale.
Sono convinto che il patrimonio intellettuale e l’esperienza di comunicazione diretta e basata sulla fiducia accumulati dal Club saranno sicuramente richiesti quando, prima o poi, tutti noi — Oriente e Occidente, Nord e Sud — dovremo concordare i principi per dare forma a un nuovo ordine mondiale in grado di garantire il progresso e lo sviluppo dell’umanità nei prossimi decenni.
Purtroppo, dobbiamo ammettere che oggi ci troviamo di fronte ad altre sfide, ben più urgenti e pressanti. Sebbene il moderatore abbia affermato che dobbiamo rassicurare tutti, i problemi urgenti non sono scomparsi — sono ancora lì.
Le tendenze allarmanti che osserviamo sulla scena internazionale ci costringono a pensare non tanto a come organizzare la cooperazione globale nel prossimo periodo in modo più sensato, efficace e più equo — sebbene tutto ciò sia indubbiamente estremamente importante — ma piuttosto a come preservare la pace e la sicurezza globali proprio ora, in condizioni in cui molte norme giuridiche precedenti sono state accantonate e non ne sono ancora emerse di nuove.
Cosa occorre fare per evitare gli scenari più catastrofici? La responsabilità per il nostro futuro comune non è uno slogan astratto. È un insieme di azioni concrete volte a impedire che l’umanità scivoli sull’orlo dell’estinzione ed a evitare l’irreparabile.
Il mondo ha raggiunto un punto di svolta decisivo nel suo sviluppo. E non si tratta solo di politica — la politica, come sempre, è una conseguenza di profondi cambiamenti. I cambiamenti stanno avvenendo in tutti i settori: dalle tecnologie più disparate alla struttura sociale delle società, dal clima alla medicina, dagli affari militari alla bioetica, dalle questioni relative al futuro dell’energia ai cambiamenti demografici, dalla digitalizzazione universale e dall’intelligenza artificiale a modelli di sviluppo economico completamente nuovi — l’elenco potrebbe continuare a lungo. Nel loro insieme, questi fattori creano le condizioni per una trasformazione qualitativa. Non siamo ancora in grado di valutare tutte le circostanze e le relative conseguenze in modo inequivocabile e completo, ise non altro perché i cambiamenti elencati si stanno verificando simultaneamente e il loro impatto sulle società e sugli Stati è contraddittorio. Ma tornerò sull’argomento.
La portata dei cambiamenti che si sono già verificati e di quelli che devono ancora avvenire è semplicemente enorme, e sembra che ce ne rendiamo conto; non è un caso che in questo momento ci siano così tanti dibattiti sul futuro, spesso con un sottotono di ansia chiaramente pronunciato a causa dell’incertezza e dell’imprevedibilità. Ma sebbene l’umanità stia vivendo cambiamenti epocali, non ha ancora compreso appieno la portata della sfida che si trova ad affrontare. Questo è l’inizio di una realtà completamente nuova, assolutamente nuova. Minacce e pericoli sono strettamente intrecciati con opportunità e prospettive, e sono inseparabili gli uni dagli altri. Le nostre vite stanno cambiando radicalmente.
Vorrei sottolineare ancora una volta: non si tratta solo, né tantomeno principalmente, di uno spostamento degli equilibri di potere tra gli Stati o di una ridistribuzione dell’influenza economica e tecnologica – tutto ciò è importante e ha certamente la sua rilevanza. Ma il punto principale è che i cambiamenti riguardano la natura biologica e morale degli esseri umani, la loro essenza, il modo in cui esistiamo e le fondamenta della nostra visione del mondo. Le tecnologie stanno aprendo prospettive letteralmente fantastiche per prolungare e migliorare la qualità della vita. Tuttavia, portano anche il potenziale di distruzione su vasta scala a un nuovo livello—purtroppo, a causa di conflitti militari, del rapido degrado ambientale o della perdita di controllo sui processi tecnologici avanzati.
È chiaro che un clima del genere non può che causare un crescente nervosismo tra le persone e le società, nonché un aumento della tensione interna, legata all’incertezza e alla mancanza di comprensione di ciò che riserva il futuro. Una delle conseguenze è il tumulto politico interno in molti paesi, soprattutto perché i sistemi partitici classici riescono sempre meno a riflettere la struttura sociale in rapida evoluzione. Per qualsiasi Stato, indipendentemente dalla sua struttura e dalle [culturali e storiche] su cui si fonda, la stabilità interna — credo che sarete d’accordo con me — è sempre più importante di qualsiasi altra cosa, e per preservarla i governi possono intraprendere una serie di azioni, comprese quelle che incidono sulla situazione all’estero, nei paesi vicini, nelle regioni e persino nel mondo nel suo complesso — in altre parole, purtroppo, esportano instabilità. Tutto ciò non fa che esacerbare e intensificare la tensione, per così dire, l’intensità del contesto internazionale.
Indipendentemente dallo scenario che si delineerà nel mondo nei prossimi anni, il protrarsi dei conflitti internazionali è, purtroppo, piuttosto probabile. Ciò è particolarmente vero perché i cambiamenti fondamentali in atto e le opportunità che creano stanno stimolando e alimentando le ambizioni e la disponibilità ad assumersi dei rischi nel perseguimento di quello che sembra essere un guadagno significativo. Mi piacerebbe sbagliarmi su questa valutazione, ma, purtroppo, le tendenze persistenti di oggi sono esattamente quelle descritte.
Tuttavia, siamo fiduciosi che, nel lungo termine, man mano che il mondo si allontana dall’egemonia occidentale, la situazione globale migliorerà gradualmente, orientandosi verso un ordine internazionale multipolare più stabile, democratico e libero. Tuttavia, è anche chiaro che nel percorso verso un tale ordine mondiale, dovremo affrontare vari rischi per gli Stati, le comunità e ogni singolo individuo. Nel contesto di cambiamenti fondamentali, ciò è inevitabile, motivo per cui ridurre al minimo i rischi a qualsiasi livello — da quello globale a quello personale — è oggi il compito principale di chi detiene la responsabilità delle decisioni in politica, nel mondo degli affari, nella scienza e nella vita in generale. Molto dipende da queste persone. La responsabilità consiste anche nell’aiutare le persone a riconoscere tali rischi e a prepararsi ad affrontarli, in modo che una persona o una famiglia non siano lasciate sole ad affrontare i problemi in materia di sicurezza, nel mercato del lavoro in evoluzione, nello spazio digitale e così via.
Cosa ritengo molto importante in questo momento? Cautela e prudenza per evitare di essere travolti da una valanga di cambiamenti incontrollabili? Oppure un approccio attivo e assertivo volto a superare scenari sfavorevoli o a sfruttare le circostanze a proprio vantaggio? Non esiste una risposta specifica [universale] a questa domanda; in ogni caso è consigliabile una linea d’azione diversa.
Chi prende le decisioni, ovviamente, cerca di adattarsi a ciò che sta accadendo. Ma nel contesto di quella che oggi viene definita una «policrisi» — una crisi globale e diffusa — è oggettivamente molto difficile per loro distaccarsi dalla gestione quotidiana della crisi e guardare avanti, al di là di essa. La responsabilità attuale è enorme; un errore può costare molto caro, anche per il futuro. I compiti odierni spesso relegano in secondo piano gli obiettivi strategici. Questo è, ovviamente, comprensibile, ma è molto, estremamente pericoloso. È impossibile affrontare molte delle sfide attuali senza tenere conto di come le nostre azioni odierne influenzeranno il nostro futuro. Come affermava un noto classico del pensiero politico russo, gli alberi impediscono di vedere la foresta.
Quindi, come si presenta il quadro generale? È chiaro che i meccanismi di coordinamento degli interessi e delle azioni degli Stati, creati in periodi precedenti, non sono più in grado di svolgere in modo completo ed efficace la loro funzione regolatrice. Ciò non perché siano inadeguati, ma perché le condizioni in cui e per cui erano stati originariamente creati sono cambiate. La nuova realtà che sta emergendo contribuirà, naturalmente, alla creazione di nuovi strumenti, ma si tratta di un processo molto lungo. A dirla tutta, alcune organizzazioni internazionali oggi spesso non riducono i rischi; anzi, talvolta li creano e li provocano, al servizio degli interessi di un paese o di un gruppo di paesi. Ma non è per questo che sono state create.
Le critiche sono rivolte anche a una struttura fondamentale come le Nazioni Unite, che, in conformità con la propria Carta, è destinata a svolgere il ruolo di meccanismo centrale di coordinamento negli affari mondiali. Queste critiche non sono certamente sempre obiettive, ma vi sono anche preoccupazioni ben fondate. In parte, esse derivano dal fatto che l’ONU — sebbene sia l’organizzazione globale più rappresentativa — è di fatto governata in modo molto meno collegiale e democratico di quanto originariamente previsto. Un gruppo ristretto di paesi occidentali esercita un’influenza sproporzionatamente grande e, essendo una minoranza globale evidente, cerca di usurpare le funzioni di governance. E poiché l’influenza reale di questi Stati sta diminuendo a favore di una maggioranza globale sempre più indipendente e sicura di sé, gli squilibri nel sistema delle Nazioni Unite stanno diventando sempre più marcati. Si tratta di un problema sistemico che non può essere risolto dall’oggi al domani.
La Russia ha sempre sostenuto l’idea di una riforma equa delle Nazioni Unite, sia in passato che oggi, ma tale riforma è impossibile senza un consenso interno, attualmente difficile da raggiungere. Permettetemi di ribadire: sosteniamo con coerenza che la struttura dell’ONU rifletta appieno la diversità del mondo, in modo che i paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina e del Medio Oriente svolgano un ruolo molto più significativo all’interno dell’organizzazione. Allo stesso tempo, è importante tenere presente che la trasformazione dell’ONU non si limita affatto all’ampliamento del Consiglio di Sicurezza e ad altre misure volte a ottenere una rappresentanza geografica più equilibrata dei paesi negli organi di governance internazionale; essa comporta anche un nuovo contenuto e un nuovo orientamento del lavoro dell’organizzazione, nonché aree prioritarie delle sue attività, comprese quelle orientate al futuro — soprattutto perché i cambiamenti globali stanno creando moltissimi nuovi dilemmi che prima semplicemente non esistevano.
L’esempio più evidente è la questione dell’intelligenza artificiale, con la quale tutti dovremo imparare a convivere e a lavorare. In che modo il suo rapido sviluppo influenzerà il livello intellettuale dell’umanità stessa, nonché il suo patrimonio spirituale e culturale? Non è un caso che si stia discutendo del concetto di “digitalizzazione consapevole” — ovvero il rifiuto di un’implementazione incontrollata di tali tecnologie in ambiti che sono sempre rimasti importanti e sensibili per lo sviluppo morale di una persona — sia oggetto di discussione. E gli aspetti socio-umanitari della diffusione dell’intelligenza artificiale vengono ora analizzati in modo ancora più attento e approfondito rispetto a quelli tecnici o economici. Gli esperti esprimono sempre più spesso la preoccupazione che la diffusione dell’intelligenza artificiale possa diventare l’ennesimo tentativo di ridurre tutti a un denominatore comune, di spersonalizzazione – ora attraverso l’uso di algoritmi configurati da qualcuno. Tale totalitarismo digitale sarà altrettanto senza via d’uscita, cupo e disumano quanto gli esempi di società totalitarie del passato che conosciamo bene.
E un’altra questione significativa – rilevante oggi e destinata a diventare ancora più urgente nel prossimo futuro – è questa: in che modo gli Stati che stanno passando a un assetto sempre più digitalizzato possono garantire la propria sovranità in questo ambito? In altre parole, come possono garantire la propria sicurezza e la propria identità distintiva senza isolarsi dal progresso globale e senza rimanere indietro nello sviluppo tecnologico?
Un altro ambito in cui la scienza e la tecnologia stanno cambiando radicalmente il mondo è la capacità dell’umanità di interferire profondamente in ciò che in precedenza era considerato prerogativa del Creatore: le modifiche genetiche al corpo, l’influenza sulla formazione della personalità, la programmazione del comportamento umano e persino il modo di pensare. È necessario unire gli sforzi dei paesi e delle comunità per cercare insieme soluzioni accettabili per tutti riguardo a queste questioni estremamente delicate, determinanti e veramente esistenziali.
Sarebbe logico svolgere tale lavoro nell’ambito delle organizzazioni internazionali. Tuttavia, come già osservato, molte di esse sono soggette all’influenza eccessiva dei paesi occidentali, i quali non sono interessati al progresso universale, ma solo a preservare il proprio potere. [A mio avviso, questa frase non potrà mai essere sottolineata abbastanza.] Le istituzioni che si sono dimostrate efficaci dopo la Seconda guerra mondiale non riflettono la situazione del secondo quarto del secolo attuale. È possibile riformarle in modo efficace affinché corrispondano alle realtà moderne? La questione rimane aperta.
Stanno inoltre emergendo nuove comunità internazionali, generate dall’attuale situazione globale. Hanno certamente grandi prospettive, che si tratti di varie associazioni regionali o di strutture già globali come i BRICS. Tuttavia, dobbiamo ammettere che tutte hanno ancora molto lavoro da fare per definire la propria funzionalità, gli ambiti ottimali di applicazione e i limiti delle proprie capacità. Sarebbe certamente irragionevole aspettarsi che strutture di relativamente recente costituzione riescano rapidamente a rimodellare il mondo che le circonda e a instaurare un modello multipolare. Si tratta di un percorso lungo e irto di ostacoli, con molte incognite, ma che porterà indubbiamente a dei risultati.
Questo significa che al momento siamo condannati al caos? No, sarebbe certamente prematuro giungere a una conclusione del genere. In generale, un mondo regolato da norme chiaramente definite e da istituzioni di controllo — un mondo che può essere descritto come ordinato, se così si può dire — è un’invenzione relativamente recente, risalente al secolo scorso. Tutti i secoli precedenti ne hanno fatto a meno. Come sappiamo, i risultati sono stati, per usare un eufemismo, vari: l’arroganza, l’invidia e l’avidità sono sempre state presenti nella politica mondiale, e lo sono tuttora.
Ciononostante, le potenze responsabili hanno sempre, in un modo o nell’altro, competuto, ma hanno anche collaborato, progettato e costruito sistemi di relazioni tra loro e con altri Stati più piccoli e, nel complesso, hanno generalmente cercato di mantenere la stabilità. [A mio avviso, molti sosterranno che la stabilità generale rimanga un obiettivo sfuggente proprio per la ragione che Putin ha indicato sopra ed evidenziato in rosso.]
Attualmente, sullo sfondo di una crisi delle istituzioni e del deterioramento del diritto internazionale, le grandi potenze hanno un’enorme responsabilità, commisurata alle loro vaste capacità. Tali Stati hanno il potenziale per intraprendere azioni che potrebbero cambiare istantaneamente le tendenze globali verso una maggiore prevedibilità e sicurezza — o, al contrario, verso l’aggravamento, l’esacerbazione e il collasso di tutti i problemi. Questo potenziale si moltiplica esponenzialmente grazie alle nuove tecnologie già menzionate, ed è chiaro che il futuro del mondo intero — e, di conseguenza, di ogni singolo individuo — dipende dall’efficacia con cui i rischi vengono gestiti durante un periodo di cambiamenti repentini.
L’assenza di regole universalmente accettate, di una chiara comprensione del principio di sicurezza uguale e indivisibile, o l’abbandono di tale principio, porta spesso a comportamenti egoistici e, in alcuni casi, si trasforma in tentativi aggressivi di ottenere vantaggi unilaterali, esacerbare la confusione e sfruttarla a proprio vantaggio. La politica mondiale ne fornisce esempi quasi ogni giorno. Vengono violati tutti i tabù immaginabili e inimmaginabili — non ’t elencarli tutti ora; credo che i presenti in questa sala lo capiscano perfettamente. Sono profondamente convinto che un ambito così complesso come quello delle relazioni internazionali richieda comunque attenzione e rispetto non solo delle leggi stabilite, ma anche, come dicono gli avvocati, del diritto consuetudinario — cioè non solo la lettera, ma anche lo spirito della legge, nonché la prassi consolidata e universalmente riconosciuta.
I vincoli morali ed etici e il senso del decoro sono ancora importanti, perché rispettarli crea la possibilità di almeno una qualche forma di dialogo. Al contrario, il sistematico mancato adempimento degli obblighi, l’inganno, la trasformazione della comunicazione in una farsa, di qualsiasi conversazione di sostanza in propaganda, la derisione ostentata dei fatti e la loro inversione per il gusto di un guadagno a breve termine distruggono le fondamenta stesse della convivenza internazionale.
Questo tipo di, se così posso dire, pratica di condurre gli affari internazionali è miope e pericolosa. Il guadagno temporaneo ottenuto in questo modo può trasformarsi in fallimenti a lungo termine e, cosa più importante, peggiorerà la situazione per tutti, poiché l’interconnessione del mondo è destinata a durare. Il principio secondo cui «basta il potere» sembra talvolta essere la linea guida di alcuni attori internazionali che sono sicuri della propria superiorità militare-politica, economica e, a loro avviso, morale. Sappiamo fin troppo bene dalla storia che questo non finisce mai bene.
Permettetemi una breve digressione dall’argomento principale. Qui sono presenti persone con punti di vista molto diversi sull’attuale conflitto, estremamente acuto, quello ucraino, e sulle sue cause. Vorrei spendere qualche parola al riguardo. Sì, e anche molte centinaia o addirittura migliaia di esperti — i vostri colleghi che studieranno i materiali dell’attuale riunione del Club Valdai — hanno le loro opinioni al riguardo. So, naturalmente, che alcuni membri della comunità degli esperti si porranno una domanda: la Russia parla di pace, eppure è stata lei a iniziare la guerra. Ho già espresso più volte la mia opinione al riguardo. Lo ripeterò in questa sede.
Dov’è la verità? La verità è che non siamo stati noi a volerla, e non siamo stati noi a iniziare la guerra: sono stati loro a dichiararci guerra. Non avremmo dovuto incoraggiare per anni il nazionalismo aggressivo e la russofobia in Ucraina, con l’obiettivo di trasformarla in uno strumento per combattere la Russia. La NATO non avrebbe dovuto iniziare a sfruttare militarmente i nostri territori storici nell’interesse dell’organizzazione stessa, né pianificare di stabilirvi le proprie basi. Non avremmo dovuto spingere i radicali a Kiev verso un colpo di Stato, per poi rifornire il regime così di fatto creato con una vasta gamma di armi offensive. Non c’era bisogno di elaborare piani per l’organizzazione di campi di concentramento per gli abitanti del Donbas e della Crimea. Non c’era bisogno di schiacciarli con i carri armati, bombardarli con missili, sparare loro dagli aerei e bruciare vive persone disarmate semplicemente perché sono russe per nazionalità e per spirito.
Ci sono molte altre affermazioni del tipo «non avremmo dovuto», ma mi fermo qui. Sono certo che la Russia sia stata deliberatamente messa in una situazione in cui è stata semplicemente costretta — in risposta a questa evidente aggressione — a difendersi con le armi in pugno. Siamo stati deliberatamente spinti a questo punto. E in generale, non dovremmo trasformare la russofobia, l’oppressione e l’uccisione del popolo russo, nonché la distruzione della Russia, in un’ideologia di Stato e porci l’obiettivo di sconfiggere strategicamente la Russia. È esattamente così che suonava, non è vero? Nessuno lo ha dimenticato. Noi, in ogni caso, non lo dimentichiamo.
Se vogliamo vivere — e tutti vogliono vivere — allora, come ho detto una volta in un discorso pubblico, viviamo in armonia e cerchiamo insieme i modi per renderlo possibile. E costruire la fiducia, ovviamente, è un processo complesso e fragile; è molto difficile da instaurare e molto facile da distruggere.
Gli interessi anche dei partner più vicini non possono allinearsi completamente. Cosa possiamo dire dei paesi che si trovano in un rapporto di rivalità, di feroce concorrenza e, a maggior ragione, di confronto?
Prima o poi, la situazione internazionale e il sistema raggiungeranno una sorta di equilibrio stabile. Indubbiamente, si tratta di un processo complesso, sfaccettato e articolato su più livelli che richiede compromessi reciproci, un avvicinamento tra le parti e una valutazione lucida della situazione, anche da parte dell’Occidente. L’ex potenza egemone dovrà inevitabilmente riconoscere le realtà di un mondo multipolare — ciò è inevitabile; basta osservare le tendenze nello sviluppo dell’economia globale — e dovrà imparare a cooperare con i paesi della maggioranza globale sulla base del rispetto dei loro interessi fondamentali. Questo, ovviamente, non avverrà rapidamente. Stiamo per vivere in un mondo estremamente instabile e mutevole. Il percorso verso un nuovo sistema sarà costellato di colpi di scena inaspettati — purtroppo, spesso spiacevoli e persino pericolosi.
E a questo punto vorrei rivolgere lo sguardo alla nostra storia nazionale. La Russia ha attraversato un percorso difficile fatto di trasformazioni fondamentali, e questo processo è tuttora in atto. Trentacinque anni fa abbiamo vissuto il crollo del sistema statale, che si è rivelato una vera e propria tragedia per decine di milioni di persone che, da un giorno all’altro, si sono ritrovate “all’estero”, e questo ha cambiato il loro destino e quello dei loro figli. Sia in Russia che nei paesi confinanti, tutto ciò ha portato a una trasformazione radicale e ha avuto ripercussioni anche sugli affari internazionali.
Vorrei sottolineare una certa ingenuità, idealismo e forse persino disattenzione da parte di coloro che erano alla guida dello Stato negli ultimi anni dell’era sovietica. La fiducia cieca nei partner occidentali, la convinzione nella possibilità di certi «accordi tra gentiluomini», in cui si supponeva bastasse fidarsi della parola data e raggiungere un accordo su qualcosa — è proprio questo che ha giocato un brutto scherzo all’Unione Sovietica.
Col senno di poi, diventa chiaro quanto questo abbia avuto un ruolo distruttivo non solo nel destino dell’URSS, ma anche nel garantire la stabilità globale a lungo termine. I leader sovietici volevano conquistare l’Occidente, mentre i leader occidentali cercavano di rimodellare il mondo secondo i propri interessi e di accaparrarsi la loro fetta — preferibilmente consistente — dell’eredità sovietica. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Il crollo dell’URSS fu il risultato di una combinazione di squilibri interni accumulati nel tempo; questo, prima di tutto, va riconosciuto: è vero, è così. Sono stati proprio gli squilibri interni e gli errori commessi da più di una generazione di leader del Paese a minare, passo dopo passo, la posizione interna e internazionale dell’URSS. E, alla fine, hanno portato al suo crollo.
Ciò che sta accadendo oggi nel mondo, i conflitti e gli sconvolgimenti attuali, sono in gran parte il risultato della riluttanza, dell’impreparazione o dell’incapacità dei politici della fine del XX secolo — sia in Oriente che in Occidente — di affrontare in modo serio e approfondito l’era dei grandi cambiamenti. E questo non significa scaricare la responsabilità sui leader del passato; è la realtà.
Ma anche in quel periodo, che ora ci sembra così lontano, c’erano altre persone, altri politici, sia in Oriente che in Occidente, che comprendevano profondamente i problemi e, a mio avviso, proponevano le soluzioni giuste per risolverli. Le loro valutazioni oggi possono essere definite profetiche.
Sapete, ho già menzionato pubblicamente un paio di volte una figura politica della Repubblica Federale di Germania come Egon Bahr. Era membro del presidio del comitato esecutivo del Partito Socialdemocratico Tedesco.
Vi fornirò solo alcuni esempi. Sapete, quando ho letto dei suoi contatti con la leadership sovietica, sia a Bonn che a Mosca, sono rimasto semplicemente sorpreso — sorpreso da quanto quest’uomo fosse competente, intelligente e colto.
Vi citerò alcune delle sue dichiarazioni rilasciate nel giugno e nel febbraio 1990 — a quanto ci risulta, in un momento di svolta per il destino dell’Europa e del mondo intero.
Ciò che preoccupava maggiormente il signor Bahr era la minaccia che il confronto persistesse in Europa dopo la riunificazione della Germania e il rafforzamento, cito testualmente, «dell’influenza di quegli ambienti all’interno della NATO che non sono affatto desiderosi di intraprendere la via della cooperazione paneuropea e dell’allentamento del confronto». Questa è la sua citazione. Già allora era in grado di vedere che tali ambienti esistevano. E lui lo sapeva bene, non è vero? Durante i negoziati del 1990, Egon Bahr affermò, e anche questa è una citazione: «Se non si compiono passi decisivi per superare la divisione dell’Europa in blocchi ostili, lo sviluppo della situazione potrebbe assumere un carattere molto sfavorevole, condannando l’URSS all’isolamento internazionale». Anche questa è una sua citazione. E cosa fu proposto? A proposito, possiamo constatare che le cose sono andate esattamente come lui aveva previsto e contro cui aveva messo in guardia.
Cosa fu proposto per l’Europa centrale e orientale? Fu proposto di creare un consiglio di sicurezza con la partecipazione sia degli Stati Uniti che dell’URSS e dotato di ampi poteri. Questo consiglio avrebbe dovuto includere praticamente tutta l’Europa centrale e orientale.
Tuttavia, dopo il crollo dell’URSS, furono proprio quelle forze che, come aveva affermato Egon Bahr, non erano desiderose di intraprendere la via della cooperazione paneuropea a prendere il sopravvento in Occidente. Nonostante i molti anni — e voglio sottolineare che si è trattato davvero di molti anni — di tentativi da parte della nuova Russia di entrare a far parte della cosiddetta civiltà occidentale, in pratica hanno fatto tutto il possibile per isolare e minare ulteriormente la stessa Federazione Russa, considerandola — nonostante tutti i cambiamenti politici interni avvenuti in Russia — come una parte fondamentale dello storico Impero russo. E lo ripetono ancora oggi in occasione di vari eventi e incontri: dobbiamo portare a termine lo smantellamento dell’impero.
Tutto ciò ha portato all’attuale situazione, francamente molto pericolosa, in Europa e nel mondo.
Vorrei richiamare la vostra attenzione, signore e signori, sul fatto che, secondo la mia profonda convinzione, il signor Bahr all’epoca pensasse esclusivamente al futuro dell’Europa, proprio a quella «casa paneuropea» di cui i leader dell’URSS parlavano tanto all’epoca — ma, purtroppo, si limitarono a semplici parole.
In Russia, forse più che in molti altri luoghi, la gente sa quanto sia difficile superare le conseguenze dei crolli e dei cataclismi storici, andare avanti alla cieca in circostanze nuove e spesso sfavorevoli. Spesso hanno dovuto fare affidamento su tentativi ed errori, reagendo alle situazioni man mano che si presentavano.
Ma non dimentichiamo mai che una nazione ha bisogno di una prospettiva, deve comprendere la direzione del proprio cammino verso il futuro. Senza il passato, ovviamente, non c’è futuro. L’eredità dei nostri antenati, che hanno costruito un paese grande e unico, deve essere preservata e rafforzata. Nessuna società può esistere senza un fondamento storico e il rispetto delle tradizioni. Ma è vero anche il contrario: senza il futuro, il passato perde il suo significato. Per quanto grandi possano essere le conquiste dei nostri predecessori, non possiamo trasformarci in un museo della grandezza passata. La vera grandezza di uno Stato è impossibile senza la capacità di stare al passo con i tempi e, idealmente, di anticiparli. L’arricchimento del proprio patrimonio e il suo sviluppo creativo in relazione alle nuove condizioni costituiscono la migliore garanzia affinché una tradizione nazionale non si trasformi in un oggetto d’antiquariato, in un accessorio storico di moda, e non rimanga solo oggetto della nostra costante attenzione. Dobbiamo concentrarci su un ambiente vivo e fecondo per le conquiste future. [Le due frasi in grassetto devono essere prese seriamente in considerazione dai miei concittadini americani.]
Per quanto riguarda il futuro, molto è infatti avvolto nell’incertezza, con troppi fattori che emergono e cambiano rapidamente. Ma una «tabella di marcia» per il percorso verso di esso è certamente necessaria, e non si tratta di un’utopia, né di costrutti speculativi astratti né di una progettazione distaccata di immagini desiderate, bensì di una valutazione realistica dei rischi, delle opportunità e degli obiettivi necessari. La Russia sta costruendo per sé un percorso di questo tipo verso il futuro e, naturalmente, è pronta a partecipare a questo lavoro insieme ad altri paesi e popoli del mondo.
Permettetemi di ribadire: la portata e, soprattutto, la velocità dei cambiamenti in atto nel mondo non hanno precedenti. E dobbiamo essere consapevoli che il momento in cui nulla potrà più essere cambiato potrebbe arrivare molto rapidamente e in modo inaspettato per tutti. Si scoprirà semplicemente che la logica delle reazioni reciproche sempre più intense e dure reciproche porterà a un’irreversibilità fatale.
Attualmente, nel contesto della descrizione e della previsione di vari conflitti globali, si usa spesso il termine “escalation”: la riluttanza a ricorrere a una diplomazia autentica, basata sulla realtà e che tenga conto degli interessi di tutte le parti, spinge ad aggravare la situazione, a innalzare la posta in gioco e, spesso, a ricorrere al bluff, oltrepassando le “linee rosse” nella speranza di reprimere e intimidire l’avversario, fino a spezzarlo. L’escalation delle ostilità e delle sanzioni non è una pratica nuova; è stata utilizzata in molti conflitti e non è mai unilaterale: alle mosse provocatorie intraprese da alcuni segue una risposta da parte degli altri. Così, la spirale continua a stringersi sempre di più e le conseguenze distruttive aumentano.
Al centro dell’escalation — e non sto dicendo nulla di nuovo — ci sono l’arroganza e l’eccessiva sicurezza di sé. Questa è una strada che conduce sull’orlo dell’abisso, soprattutto oggi, quando gli arsenali delle principali potenze mondiali contengono armi in grado di distruggere ogni forma di vita o, come minimo, di portare la Terra a uno stato catastrofico. Possiamo essere sicuri che queste armi non verranno mai utilizzate? Certamente no. Conosciamo tutti il famoso detto: se all’inizio di un’opera teatrale c’è una pistola appesa al muro da qualche parte sul palcoscenico, prima o poi dovrà sparare. Dobbiamo tenerlo presente ed evitarlo.
Più l’opposizione è intransigente, più apertamente viene dichiarato l’obiettivo della «sconfitta strategica» del nemico, maggiore è la probabilità che la battaglia degeneri nella fase più brutale. Le leggi della lotta per la sopravvivenza valgono non solo nel mondo naturale, ma anche nelle comunità sociali quando queste si trovano di fronte alla prospettiva di perdere la propria indipendenza, dignità e persino il diritto all’esistenza.
Signore e signori,
Permettetemi di ribadire: la formazione fondamentale di un nuovo ordine mondiale è inevitabile. Speriamo che ciò avvenga in una prospettiva storica prevedibile, ma per ora tutto sta accadendo troppo rapidamente e in modo spontaneo. Stiamo solo delineando, cercando a tentoni i contorni del futuro.
Ma questo, ovviamente, non significa che dovremmo stare con le mani in mano ad aspettare di vedere cosa succederà dopo. Per raggiungere la fase della creazione — che, come ho già detto, arriverà sicuramente prima o poi — dobbiamo superare l’attuale momento di pericolo ed evitare che le minacce più distruttive si concretizzino.
Ritengo sia particolarmente importante sottolineare ancora una volta due aspetti che, a mio avviso, dovrebbero diventare oggetto di una seria discussione per tutti noi a livello politico, tecnico, specialistico e persino filosofico.
Innanzitutto, si tratta di una questione già sollevata: quella dell’intelligenza artificiale. Attualmente, in tutto il mondo si sta svolgendo un dibattito sull’opportunità di adottare misure per rallentare deliberatamente la ricerca e lo sviluppo in questo campo e impedire che le tecnologie sfuggano al controllo umano. Si tratta di un argomento molto sfaccettato che richiede un’attenta riflessione. La storia dell’umanità dimostra che è impossibile fermare il progresso tecnologico, ma dobbiamo comprenderne le conseguenze — e soprattutto il modo in cui i suoi risultati vengono utilizzati, anche in ambito militare.
Esistono già casi in cui l’intelligenza artificiale prende decisioni autonome basandosi sulla propria comprensione di ciò che è opportuno. Ciò vale sia per le applicazioni civili che per quelle militari. Man mano che le tecnologie di intelligenza artificiale verranno ulteriormente introdotte, il loro ruolo aumenterà e gli algoritmi si assumeranno sempre più responsabilità. Inoltre, una persona, ovviamente, non può competere con la capacità di una macchina di analizzare la situazione quasi istantaneamente. Ma una persona possiede altre qualità: il fiuto, l’intuizione, la capacità di prendere una decisione forse non ovvia, che alla fine si rivela l’unica giusta e salvifica.
Sapete, vorrei raccontarvi una storia tratta dall’esperienza sovietica, tratta dalla realtà sovietica. Settembre 1983. Il tenente colonnello Stanislav Petrov era in servizio di combattimento e ricevette un segnale dal sistema di allarme per attacchi missilistici. Noi, così come gli Stati Uniti, disponiamo di tali sistemi, che sono in funzione da molto tempo. Il sistema rilevò il lancio di cinque missili balistici intercontinentali americani. Qualsiasi algoritmo avrebbe classificato questo evento come un motivo inequivocabile per un contrattacco. Ma l’ufficiale esperto dubitò dell’accuratezza del segnale, sospettò un malfunzionamento del sistema – e aveva ragione. Se al suo posto ci fosse stata un’intelligenza artificiale, tutto avrebbe potuto prendere una piega ben diversa. A mio avviso, questo è un esempio molto convincente.
I limiti dell’uso delle tecnologie di intelligenza artificiale nel campo della sicurezza sono una questione di sopravvivenza dell’umanità. L’intelligenza artificiale contribuisce ad aumentare l’efficacia degli strumenti di combattimento, e ciò porta anche a un aumento della distruttività dei conflitti.
È necessaria una discussione internazionale imparziale e professionale sul metodo moderno di condurre i conflitti armati: come preservare il quadro umanitario e limitare le manifestazioni più brutali dei conflitti armati associate alle crescenti capacità distruttive. So che avete tenuto una sessione durante il vostro forum, il cui titolo mi è sembrato molto azzeccato: “ L’etica della nuova guerra: l’uomo e la disumanità.”
In effetti, la disumanità dei conflitti moderni può essere intesa in due modi. Da un lato, essa comprende la crescente brutalità e il disprezzo per le norme umanitarie. Dall’altro, si tratta anche di nuove forme di confronto, in cui l’intelligenza artificiale e i sistemi autonomi svolgono un ruolo sempre più importante nella conduzione delle operazioni di combattimento, sostituendo gradualmente gli esseri umani, anche nel processo decisionale, aspetto particolarmente rilevante. Si tratta di un argomento vasto e complesso che richiede la massima attenzione. L’automazione e la digitalizzazione della guerra portano alla disumanizzazione della percezione, alla trasformazione dello spargimento di sangue e della perdita di vite umane in una sorta di videogioco, in una routine meccanica. E questo, per dire le cose come stanno, è la strada verso il degrado dell’umanità, accompagnato dai discorsi sul grande progresso tecnologico.
Ad un certo punto, alla fine del XIX secolo, nel 1899, fu proprio la Russia a dare il via alla Conferenza dell’Aia, in cui furono codificate per la prima volta le regole della guerra, la risoluzione pacifica delle controversie e l’umanizzazione delle operazioni di combattimento. Sì, certo, le idee valide e nobili avanzate all’epoca non hanno protetto l’umanità dagli sconvolgimenti del XX secolo. Le guerre mondiali sembravano aver vanificato i risultati raggiunti dal diritto umanitario. Ma ora è giunto il momento di sollevare nuovamente la questione delle norme che regolano i conflitti armati.
Non ci sono illusioni: le guerre sono sempre esistite nel corso della storia umana, esistono ancora e, molto probabilmente, i conflitti armati continueranno. Purtroppo, questo è parte integrante dell’esistenza dell’umanità. Il servizio militare è una professione per chi difende gli interessi del proprio Paese, ma la professionalità in ambito militare implica anche il rispetto delle norme umanitarie. L’esercito russo, ad esempio, si sono sempre ispirati all’inviolabilità di tali norme e, tengo a sottolinearlo, non hanno mai attaccato per primi obiettivi non direttamente collegati alle infrastrutture militari nemiche.
L’aumento delle tensioni internazionali e l’escalation del confronto globale hanno un’altra conseguenza a lungo termine molto negativa, e questo è il secondo fattore più importante su cui vorrei richiamare la vostra attenzione oggi, vale a dire: nell’attuale clima di conflitto, è stata sacrificata una soluzione concreta ai problemi globali che riguardano l’intera umanità. Questi problemi erano oggetto di costante discussione fino a poco tempo fa, ma oggi sembrano essere stati in qualche modo dimenticati: clima, ecologia, povertà, disuguaglianza. Ora sono stati messi da parte, ma la loro urgenza non fa che aumentare — non sono scomparsi. Purtroppo, non c’è motivo di sperare che la comunità internazionale nel suo complesso sia in grado di affrontare seriamente questa agenda nel prossimo futuro. Ma se le questioni pressanti e urgenti non vengono risolte a livello globale, devono essere affrontate a livello regionale, soprattutto perché questo è più vicino e comprensibile per le persone.
Siamo tutti responsabili del pianeta nel suo insieme, ma soprattutto della nostra casa e di ciò che la circonda. La nostra casa, nel senso più ampio del termine, è l’Eurasia — un vasto territorio, centro e palcoscenico della maggior parte dei processi più importanti che si svolgono nel mondo. Molto dipende da come riusciremo a plasmare l’Eurasia, e ciò ha implicazioni di vasta portata per l’intera scena internazionale.
Nel contesto di una crescente instabilità globale, l’idea di un partenariato eurasiatico su larga scala, avanzata all’epoca dalla Russia, sta acquisendo un significato particolare. I confronti militari e politici stanno minando l’interconnessione del mondo; le catene di produzione, trasporto e logistica, così come le rotte commerciali e di comunicazione consolidate, sono minacciate. Il compito e la responsabilità dei paesi eurasiatici consistono nel proteggere il più possibile il nostro spazio dai rischi globali e dai processi distruttivi, nonché nel sfruttare le opportunità tecnologiche ed emergenti per ampliare qualitativamente la cooperazione eurasiatica e rafforzare la connettività di questo vasto territorio.
Vorrei inoltre sottolineare che le comunità culturali e civilizzazionali rappresentate in Eurasia hanno maturato, nel corso di molti, molti secoli, un’esperienza nel trovare modalità di interazione anche durante le epoche storiche più difficili. L’Eurasia ha il potenziale per diventare un prototipo di comunicazione internazionale in condizioni di eterogeneità culturale, approcci e interessi divergenti, dove le differenze non diventano un ostacolo, ma un vantaggio per la costruzione di un partenariato sostenibile ed equilibrato.
A questo proposito, vorrei richiamare l’attenzione sull’iniziativa che abbiamo presentato insieme ai nostri amici bielorussi riguardo all’elaborazione della Carta eurasiatica sulla multipolarità e la diversità nel XXI secolo. La scorsa settimana, in occasione di un incontro dei ministri degli Esteri di Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e dei nostri altri partner, tenutasi a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sono stati avviati i lavori concreti su questo documento fondamentale.
Il valore dell’Eurasia risiede principalmente nel fatto che, in larga misura, è autosufficiente e in grado di risolvere qualsiasi problema. L’unica cosa di cui questa vasta comunità di nazioni ha bisogno è una sicurezza indivisibile, l’assenza di minacce militari e una pace duratura.
Cari colleghi!
Tutti noi, l’intera comunità globale, condividiamo una responsabilità comune per il domani. E questa non è un’esagerazione, né una metafora; ripeto, si tratta di un compito assolutamente concreto che dobbiamo affrontare senza indugio.
Mi piacerebbe credere che i nostri discendenti potranno apprendere dai futuri libri di storia che il secondo quarto del XXI secolo è stato un punto di svolta in cui l’umanità, rendendosi conto della portata dei cambiamenti e delle sfide alla propria esistenza, ha trovato la forza di mettere da parte i litigi, le ambizioni e l’egoismo e di unirsi per risolvere i problemi comuni, ha trasformato la rivoluzione tecnologica da una serie di minacce a un’ampia gamma di opportunità, ha iniziato ad affrontare i problemi della disuguaglianza sociale e del degrado ambientale non a parole, ma con i fatti, ha compreso l’inutilità dello scontro militare e dei diktat, nonché la necessità di una soluzione accettabile alle questioni e ai problemi emergenti, e infine hanno iniziato a costruire un nuovo ordine mondiale sostenibile. Sono sicuro che sarà proprio così. Perché se tutto questo non dovesse accadere, c’è il rischio che non rimanga più nessuno a studiare utilizzando questi libri di testo. E gli stessi libri di testo non esisteranno nemmeno.
Crediamo nel meglio e, soprattutto, facciamo tutto il possibile per assicurarci che questo meglio diventi realtà e sia con noi.
Vorrei ringraziarvi per l’attenzione e augurare a tutti ogni successo. Apprezzo davvero i nostri incontri. Grazie. Grazie mille. [Il mio risalto]
E così si conclude il discorso di Putin. La parte dedicata alle domande e risposte è lunga il doppio del discorso e sarà riportata nella seconda parte. Come al solito, Putin si è rivolto sia ai russi che al mondo intero, ma dubito che un certo gruppo di fuorilegge si prenderà la briga di ascoltare o leggere ciò che aveva da dire, ed è proprio lì che risiede la fonte dei problemi globali. Ho un altro termine per definire l’«egoismo» di Putin — l’eccezionalismo — e un termine per coloro che hanno calpestato le intenzioni degli artefici della pace del dopoguerra — i fuorilegge. Il fatto che entrambi i termini descrivano l’Occidente collettivo e i suoi due alleati — i giapponesi e i sionisti — è necessario per mettere a fuoco con maggiore precisione la prosa diplomatica di Putin. Le generalità del discorso saranno messe in discussione durante la sessione di domande e risposte. Putin avrebbe dovuto dire di più e, in tal caso, su cosa? Sa che ci saranno ulteriori sviluppi. A mio parere, Putin deve rimanere ottimista, sebbene mostri un certo pessimismo, come dimostra il suo severo monito espresso nella conclusione. Trump non è stato nominato direttamente, ma lo sono stati i suoi comportamenti. L’ sua osservazione su ciò che costituisce la professionalità militare era rivolta anche all’Occidente collettivo e ai sionisti, che sono per lo più degenerati in demoni senz’anima — entrambe le guerre istigate dall’impero fuorilegge statunitense contro l’Ucraina e l’Iran sono guerre aggressive illegali, quindi TUTTI gli ordini impartiti in merito sono illegali e non devono essere obbediti.
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Vladimir Putin è intervenuto alla seduta plenaria della 23ª riunione annuale del Valdai Discussion Club. Il tema di quest’anno è “Responsabilità per il futuro: limiti del possibile o possibilità illimitate?”.
1° ottobre 2026
21:30
Mosca
Il dibattito è stato moderato da Fyodor Lukyanov, direttore della ricerca della Fondazione per lo sviluppo e il sostegno del Valdai Discussion Club.
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Fyodor Lukyanov: Amici, signore e signori.
È un piacere darvi il benvenuto alla sessione plenaria del 23° incontro annuale del Valdai Discussion Club. Sono lieto di invitare il presidente Vladimir Putin a unirsi a noi.
Signor Presidente, le diamo il benvenuto. Siamo molto lieti che, come negli anni precedenti, Lei abbia trovato il tempo di incontrarci.
Gli incontri di Valdai sono sempre ricchi di eventi. A quanto pare, in linea con le dinamiche globali, stanno diventando sempre più ricchi di appuntamenti e intensi, e anche l’atmosfera sta diventando sempre più ottimista, per usare un eufemismo.
Quest’anno, se dovessi elencare i punti chiave emersi dall’incontro, il forum che abbiamo tenuto negli ultimi tre giorni, la prima cosa che menzionerei è il cambiamento. È evidente che assistiamo a cambiamenti che avvengono in tutti i settori dell’ attività umana; in secondo luogo, la responsabilità, perché più grandi sono i cambiamenti, minore è la chiarezza che abbiamo su come si evolverà la situazione in futuro, e maggiore è la responsabilità che tutti noi abbiamo per tali sviluppi; e, in terzo luogo, per quanto possa sembrare sorprendente, e ne abbiamo discusso a lungo, c’è il concetto di calma.
Il nostro rapporto annuale di quest’anno si intitola “Niente panico”. Date le difficili circostanze, suggeriamo di evitare la reazione peggiore possibile, ovvero cedere al panico.
Ritengo che, data la sua posizione, lei abbia una visione più chiara di quali siano le questioni internazionali più importanti in questo momento, pertanto sono lieto di invitarla a intervenire.
Il presidente della Russia Vladimir Putin: Signore e signori, colleghi.
Come di consueto, ci siamo riuniti in occasione del forum annuale del Valdai Discussion Club per discutere delle questioni globali più urgenti.
Abbiamo sempre cercato non solo di analizzare lo stato del mondo, ma anche di tracciare le linee generali del nuovo ordine mondiale.
Sono convinto che l’ eredità intellettuale del Club e i molti anni di dialogo diretto e franco saranno sicuramente messi a frutto quando tutti noi – Oriente e Occidente, Nord e Sud – prima o poi dovremo concordare i principi per definire un nuovo ordine mondiale in grado di garantire il progresso e lo sviluppo dell umanità per i decenni a venire.
Purtroppo, dobbiamo ammettere che oggi ci troviamo di fronte a sfide diverse: sfide più urgenti e gravi. Sebbene il moderatore abbia parlato della necessità di rassicurare tutti, questi gravi problemi non sono scomparsi.
Le tendenze allarmanti a cui assistiamo sulla scena internazionale ci costringono a riflettere innanzitutto non su come organizzare le interazioni globali in modo più saggio, efficace ed equo in futuro – sebbene tutto ciò sia, ovviamente, di vitale importanza – ma su come preservare la pace e la sicurezza globali qui e ora, in un momento in cui molte norme giuridiche consolidate sono state messe da parte e quelle nuove devono ancora emergere.
Cosa occorre fare per scongiurare gli scenari più catastrofici? La responsabilità per il nostro futuro comune è ben più di un semplice slogan astratto. Implica una serie di misure concrete volte a impedire che l’umanità venga spinta sull’orlo della sopravvivenza e a scongiurare conseguenze irreparabili.
Il mondo ha raggiunto un decisivo punto di svolta nel suo sviluppo. Ciò non è dovuto solo alla politica; la politica, come sempre, è una conseguenza di profondi cambiamenti. Le trasformazioni stanno avvenendo in ogni ambito: da quasi tutti i settori della tecnologia alle strutture sociali delle nostre società; dal clima alla medicina; dalla scienza militare alla bioetica; dal futuro dell’ energia ai cambiamenti demografici; e dalla digitalizzazione universale e l’intelligenza artificiale a modelli del tutto nuovi di sviluppo economico. L’ elenco potrebbe continuare. Nel loro insieme, questi fattori stanno creando le condizioni per una trasformazione radicale. Non siamo ancora in grado di valutare appieno né di interpretare in modo definitivo tutte le circostanze e le conseguenze di questo cambiamento, se non altro perché tali cambiamenti si stanno verificando simultaneamente e il loro impatto sulle società e sugli Stati è contraddittorio. Ma tornerò su questo argomento più avanti.
La portata dei cambiamenti che hanno già avuto luogo e di quelli ancora da avvenire è davvero immensa. Sembra che ne siamo consapevoli – come dimostrano i numerosi dibattiti in corso sul futuro, spesso venati di ansia per l’incertezza e l’imprevedibilità – ma l’umanità non ha ancora compreso appieno la vera portata della sfida che deve affrontare. Stiamo entrando in una realtà completamente nuova e senza precedenti. Minacce e pericoli sono indissolubilmente intrecciati con opportunità e prospettive; non possono essere separati gli uni dagli altri. Il nostro intero modo di vivere sta cambiando.
Per ribadire il concetto, non si tratta solo e non tanto di cambiamenti nell’ equilibrio di potere tra le grandi potenze o della ridistribuzione dell’influenza economica e tecnologica. Tutto ciò è, ovviamente, importante e sta effettivamente avvenendo. Ciò che conta di più, però, è che questi cambiamenti influenzano la natura biologica e morale degli esseri umani, arrivano al nostro nucleo più intimo e influenzano il nostro modo di vivere e le basi della nostra visione del mondo. La tecnologia sta aprendo, letteralmente, prospettive fantastiche per l’allungamento della durata della vita e il miglioramento della qualità della vita. Tuttavia, sta anche portando le possibilità di distruzione dell’intera umanità a un livello completamente nuovo, sia che si tratti di conflitti militari, di un rapido degrado dell’ambiente o della perdita di controllo sui processi tecnologici che sono stati messi in moto.
È evidente che un’atmosfera del genere non può che esacerbare l’ansia tra le persone e le società e causare un aumento delle tensioni interne derivanti dall’incertezza e dalla mancanza di comprensione di ciò che il domani ci riserverà. Una delle conseguenze è la “febbre” politica interna in molti paesi, tanto più che i sistemi partitici tradizionali riescono sempre meno a rispecchiare le strutture sociali in rapida evoluzione. Per qualsiasi Stato, indipendentemente da quanto sia ben organizzato o da quali tradizioni culturali e storiche si fondi, la stabilità interna – credo che sarete d’accordo – è sempre più importante di qualsiasi altra cosa. Per preservarla, i governi possono adottare una vasta gamma di misure, comprese quelle che incidono sulla situazione al di là dei propri confini, nei paesi confinanti, nelle regioni e, di fatto, nel mondo intero. In altre parole, possono, purtroppo, esportare instabilità che non fa altro che esacerbare e acuirire le tensioni e – se mi è consentito dirlo – aumentare ulteriormente la tensione generale nel contesto internazionale.
Qualunque sia lo scenario che si delineerà nel mondo nei prossimi anni, i conflitti internazionali, purtroppo, rischiano di continuare. Ciò è dovuto in parte al fatto che i profondi cambiamenti attualmente in corso, e le opportunità che creano, alimentano e incoraggiano le ambizioni e la disponibilità ad assumersi rischi per quello che potrebbe sembrare un guadagno considerevole. Vorrei sbagliarmi in questa valutazione, ma le tendenze sostenibili a cui stiamo assistendo, purtroppo, suggeriscono il contrario.
Restiamo comunque fiduciosi che, nel lungo termine, man mano che il mondo si allontana dall’egemonia occidentale, la situazione internazionale migliorerà gradualmente, portando a un ordine internazionale multipolare più stabile, democratico e libero. È altrettanto chiaro, tuttavia, che nel percorso verso un ordine mondiale di questo tipo, gli Stati, le comunità e ogni singolo individuo dovranno affrontare vari rischi. Ciò è inevitabile in tempi di profondi cambiamenti. Ecco perché ridurre al minimo i rischi a ogni livello, da quello globale a quello personale, è oggi il compito fondamentale per i decisori politici, i leader aziendali e le principali figure del mondo scientifico e della vita in generale. Molto dipende da queste persone. Responsabilità significa anche aiutare le persone a comprendere questi rischi e a prepararsi ad affrontarli, in modo che gli individui e le famiglie non siano lasciati soli ad affrontare i problemi nel campo della sicurezza, del mercato del lavoro in evoluzione o dell’ambiente digitale, solo per citarne alcuni.
Cosa è più importante al giorno d’oggi: la cautela e il buon senso per evitare di essere travolti da una valanga di cambiamenti incontrollati, oppure l’adottare un approccio assertivo per superare scenari sfavorevoli o sfruttare le circostanze esistenti a nostro vantaggio ? Non esiste una risposta univoca a questa domanda, poiché ogni singolo caso richiede una propria linea di condotta razionale.
Ovviamente, i responsabili delle decisioni cercano di adattarsi a ciò che sta accadendo intorno a noi. Tuttavia, di fronte a quella che viene definita la «policrisi», onnicomprensiva e onnipresente, questi decisori faticano a guardare oltre le loro fatiche amministrative quotidiane e le scadenze e ad adottare una prospettiva più lungimirante, al di là della policrisi. Il peso della responsabilità è immenso e gli errori avranno un costo enorme, anche per il futuro. Gli obiettivi immediati tendono a relegare in secondo piano gli obiettivi strategici. Sebbene ciò sia ovviamente comprensibile, è anche estremamente pericoloso. Rispondere a molte delle sfide esistenti sarebbe impossibile senza tenere conto di come le nostre azioni attuali influenzeranno il nostro futuro. Come affermava un noto classico del pensiero politico russo, bisogna essere in grado di vedere la foresta oltre gli alberi.
Qual è dunque la situazione generale? È ovvio che i meccanismi volti a raggiungere un equilibrio tra gli interessi dello Stato e le azioni, così come si sono evoluti nel corso degli anni precedenti, non sono in grado di svolgere in modo completo ed efficace la loro funzione regolatrice. Non perché non siano validi, ma perché le condizioni in cui sono stati creati a suo tempo – tali condizioni sono cambiate. Naturalmente, la nuova realtà emergente contribuirà a sviluppare nuovi strumenti, ma si tratterà di un processo lungo. Siamo onesti: oggi, alcune organizzazioni internazionali spesso non riescono a mitigare i rischi e talvolta addirittura li creano e li provocano, servendo gli interessi di un singolo paese o di un gruppo di nazioni. Tuttavia, queste strutture sono state concepite per rispondere a uno scopo diverso .
Si sono levate voci critiche rivolte anche alle Nazioni Unite, un’ istituzione fondamentale. Secondo la loro Carta, esse devono operare come un meccanismo centrale di coordinamento negli affari internazionali. Queste critiche non sono sempre obiettive, ovviamente, ma esistono comunque obiezioni ben fondate. In una certa misura, esse derivano dal fatto che le Nazioni Unite, pur essendo l’organizzazione internazionale più rappresentativa, non sono all’altezza dei principi collettivi e democratici nel modo in cui vengono gestite rispetto al progetto originario. Una ristretta cerchia di paesi occidentali esercita un’influenza sproporzionatamente grande. Si tratta, a tutti gli effetti, di una minoranza globale che cerca tuttavia di appropriarsi delle funzioni amministrative. E poiché questi paesi vedono la propria influenza diminuire man mano che viene assorbita da una e sempre più indipendente e sicura di sé, lo squilibrio all’interno del sistema delle Nazioni Unite sta diventando sempre più evidente. Si tratta di un problema che riguarda l’intero sistema e che non può essere risolto in un istante.
La Russia continua a sostenere l’idea di una riforma equa delle Nazioni Unite, ma tale riforma è impossibile senza un consenso interno che oggi è difficile da raggiungere. Vorrei ribadire che sosteniamo con coerenza una struttura dell’ONU che rifletta pienamente la diversità del mondo, con i paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina e dell’Est Oriente che svolgano un ruolo ben più significativo all’interno dell’Organizzazione. Nel contempo, è fondamentale riconoscere che la riforma dell’ONU implica ben più che il semplice ampliamento del Consiglio di Sicurezza o l’adozione di altre misure volte a garantire una rappresentanza geografica più equilibrata negli organi di governo internazionali. Implica inoltre la ridefinizione della natura stessa dell’Organizzazione, delle sue priorità, comprese quelle future – in particolare alla luce del fatto che i cambiamenti globali stanno creando una serie di nuovi dilemmi che prima semplicemente non esistevano.
L’esempio più evidente è l’intelligenza artificiale – qualcosa con cui tutti dobbiamo imparare a vivere e lavorare. In che modo il suo rapido sviluppo influenzerà la capacità intellettuale dell’umanità, o il suo patrimonio spirituale e culturale? Non è un caso che si stia discutendo del concetto di “digitalizzazione consapevole ”. Ciò significa rifiutare l’integrazione incontrollata di tali tecnologie in ambiti che sono sempre stati fondamentali e sensibili per lo sviluppo morale dell’uomo. Infatti, le implicazioni sociali e umanitarie della diffusione dell’intelligenza artificiale vengono attualmente esaminate in modo ancora più attento e approfondito rispetto ai suoi aspetti tecnici o economici. Gli esperti esprimono sempre più spesso la preoccupazione che la proliferazione dell’intelligenza artificiale possa rappresentare l’ennesimo tentativo di ridurre tutti a un denominatore comune, spogliando l’individuo della propria individualità – questa volta attraverso algoritmi configurati da altri. Un simile totalitarismo digitale sarebbe un vicolo cieco, e altrettanto desolante e disumano, quanto le società totalitarie del passato che tutti conosciamo bene.
C’è un’altra questione importante, che è già rilevante oggi e diventerà ancora più acuta nel prossimo futuro: in che modo gli Stati, sempre più coinvolti nel processo di digitalizzazione, possono garantire la propria sovranità in questo ambito? In altre parole, come possono salvaguardare la propria sicurezza e la propria identità distintiva senza isolarsi dal progresso globale o rimanere indietro nello sviluppo tecnologico?
Un altro ambito in cui la scienza e la tecnologia stanno cambiando radicalmente il mondo è la capacità degli esseri umani di addentrarsi profondamente in quello che in precedenza era considerato il dominio del Creatore: le modifiche genetiche al corpo, la plastica della personalità, la programmazione del comportamento umano e persino del pensiero stesso. È essenziale unire gli sforzi di paesi e comunità per lavorare insieme a soluzioni reciprocamente accettabili a queste questioni estremamente delicate, determinanti e davvero esistenziali .
Sarebbe logico svolgere questo lavoro nell’ambito dei quadri internazionali esistenti. Tuttavia, molte di queste organizzazioni, come ho già osservato, subiscono un’influenza eccessiva da parte dei paesi occidentali, che non sono interessati al progresso universale – ma solo a mantenere il proprio potere. Le istituzioni che hanno funzionato bene dopo la Seconda Guerra Mondiale non riflettono più la realtà del secondo quarto di questo secolo. È possibile riformarle con successo in modo che si adeguino alle realtà moderne? La questione rimane aperta.
Stanno inoltre emergendo nuove comunità internazionali, generate dall’attuale situazione internazionale. Naturalmente, hanno grandi prospettive, sia che si tratti di associazioni regionali o di strutture globali come il BRICS. Tuttavia, bisogna ammettere che tutte hanno ancora molto lavoro da fare per definire la loro funzionalità, gli ambiti ottimali per la loro applicazione e i limiti delle loro capacità. Naturalmente, difficilmente ci si può aspettare che organizzazioni relativamente nuove riescano rapidamente a rimodellare l’ordine mondiale e a costruire un’architettura multipolare; si tratta di un percorso lungo e irto di ostacoli, con molte incognite, ma che senza dubbio porterà a risultati.
Questo significa che ora siamo condannati al caos? No, è certamente prematuro formulare un giudizio del genere. In generale, un mondo regolato da norme chiaramente definite e dalle istituzioni che le sostengono – un mondo ordinato, per così dire – è un’invenzione recente, emersa solo nel secolo scorso. Tutti i secoli precedenti ne hanno fatto a meno. Come sappiamo, i risultati sono stati contrastanti, per usare un’espressione mite: l’arroganza, l’invidia e l’avidità hanno sempre afflitto la politica mondiale, e continuano a farlo ancora oggi.
Ciononostante, le potenze responsabili hanno sempre rivaleggiato tra loro in un modo o nell’altro, ma hanno anche lavorato insieme, collaborando per costruire quadri di riferimento per le relazioni tra loro e con gli Stati più piccoli e in generale, di regola, hanno comunque cercato di mantenere la stabilità.
Nel contesto dell’attuale crisi delle istituzioni e dell’erosione del diritto internazionale, le grandi potenze hanno un’enorme responsabilità, all’altezza delle loro immense capacità. Tali Stati hanno il potenziale di intraprendere azioni in grado di invertire le tendenze globali verso il raggiungimento di una maggiore prevedibilità e sicurezza o, al contrario, verso l’aggravamento di tutti i problemi esistenti. Questo potenziale viene moltiplicato dalle tecnologie innovative che ho menzionato in precedenza. È evidente che il futuro del mondo e di ogni singolo individuo dipende dall’efficacia con cui i rischi vengono gestiti in questo periodo di cambiamenti repentini.
L’ assenza di regole universalmente riconosciute e di una visione condivisa del principio di sicurezza uguale e indivisibile – o l’abbandono totale di tale principio – spesso incoraggia comportamenti egoistici. In alcuni casi, ciò si traduce in tentativi aggressivi di assicurarsi vantaggi unilaterali, aggravare la confusione e sfruttarla per promuovere i propri interessi. La politica internazionale ne offre esempi quasi ogni giorno. Ogni tabù immaginabile e inimmaginabile viene violato. Non mi soffermerò su di essi ora. Credo che tutti i presenti in questa sala capiscano perfettamente di cosa sto parlando. Sono profondamente convinto che una materia così complessa come le relazioni internazionali richieda comunque prudenza e il rispetto non solo delle leggi stabilite, ma anche, come dicono gli avvocati, del diritto consuetudinario, ovvero non solo la lettera ma anche lo spirito della legge, nonché una prassi consolidata e universalmente riconosciuta.
I vincoli morali ed etici e gli standard fondamentali di decenza continuano ad avere importanza, perché il loro rispetto crea almeno la possibilità di mantenere una qualche forma di dialogo. Al contrario, il sistematico mancato rispetto degli impegni, l’inganno, la trasformazione della comunicazione in una farsa e qualsiasi discussione di merito in un esercizio di propaganda, nonché la palese derisione e distorsione dei fatti per il fine di guadagni effimeri, distruggono le stesse fondamenta della convivenza internazionale.
Un simile approccio, se così si può dire, alla gestione degli affari internazionali è miope e pericoloso. Un vantaggio temporaneo ottenuto in questo modo può trasformarsi in battute d’arresto a lungo termine e, cosa più importante, peggiorare la situazione per tutti, perché l’interconnessione del mondo è una realtà e non scomparirà. Il principio secondo cui «la forza fa la giustizia» sembra talvolta guidare alcuni attori internazionali che sono convinti del proprio eccezionalismo militare-politico, economico e, secondo loro, morale. Sappiamo perfettamente dalla storia che questo non finisce mai bene.
Vorrei fare una breve digressione dall’argomento principale per un po’. In questa sala ci sono persone che nutrono opinioni molto diverse riguardo a un conflitto attuale estremamente acuto – il conflitto in Ucraina – e alle sue cause. Vorrei dire qualche parola su questo argomento. È un dato di fatto che molte centinaia o addirittura migliaia di esperti, vostri colleghi che studieranno i materiali di questo incontro del Club Valdai, abbiano le proprie opinioni in merito. Sono, ovviamente, consapevole che alcuni all’interno della comunità degli esperti potrebbero chiedersi perché la Russia abbia iniziato la guerra pur parlando di pace. Ho già commentato questo aspetto molte volte, ma permettetemi di ribadirlo ancora una volta davanti a questo pubblico.
Dov’è la verità? La verità è che non volevamo e non siamo stati noi a dare inizio ai combattimenti. Anzi, sono stati loro a cominciare a combattere contro di noi. Avrebbero dovuto astenersi dall’incoraggiare il nazionalismo aggressivo e la russofobia in Ucraina per trasformarla in uno strumento di lotta contro la Russia. La NATO non avrebbe dovuto intraprendere un tentativo di rendere i nostri territori storici parte del suo spazio militare nel proprio interesse e non avrebbe dovuto pianificare l’istituzione delle proprie basi in quella zona. I radicali a Kiev non avrebbero dovuto essere spinti a un colpo di Stato, mentre il regime di fatto illegale non avrebbe dovuto essere rifornito di ogni tipo di armi offensive in seguito a ciò. I piani per l’istituzione di campi di concentramento per la popolazione del Donbass e della Crimea non avrebbero dovuto essere elaborati. Persone disarmate non avrebbero dovuto essere travolte dai carri armati, bersagliate con missili, bombardate dall’ alto e bruciate vive solo per essere russe, sia in termini di origine etnica che di spirito.
L’elenco di queste cose da non fare potrebbe continuare, ma mi fermo qui. Sono convinto che si sia trattato di uno sforzo intenzionale per mettere la Russia in una situazione in cui fosse semplicemente costretta a difendersi con le armi in pugno per rispondere a questo evidente atto di aggressione. Ci hanno spinto a questo punto di rottura consapevolmente e intenzionalmente. Nel complesso, la russofobia, l’oppressione e l’uccisione del popolo russo e la distruzione della Russia non dovrebbero essere trasformate in ideologia di Stato nel tentativo di infliggere una sconfitta strategica alla Russia. È così che è stato articolato il tutto, giusto? Nessuno l’ha dimenticato. Al meno, noi non l’abbiamo dimenticato.
Se vogliamo vivere – e chi non lo vorrebbe? – come ho già detto durante una delle mie apparizioni pubbliche, viviamo in amicizia e lavoriamo insieme per trovare il modo di raggiungere questo obiettivo. Naturalmente, la costruzione della fiducia è un processo laborioso e delicato. Metterlo sulla giusta strada è molto difficile, mentre può deragliare molto facilmente.
Gli interessi non coincidono mai del tutto, nemmeno tra i partner più stretti, figuriamoci tra paesi che sono rivali e sono impegnati in una competizione senza esclusione di colpi o addirittura in uno scontro tra loro.
Prima o poi, la situazione internazionale e il sistema internazionale raggiungeranno una qualche forma di equilibrio stabile. Si tratta indubbiamente di un processo complesso, sfaccettato e articolato su più livelli, fondato su compromessi reciproci, sulla volontà di incontrarsi a metà strada e su una valutazione lucida della situazione, anche da parte dell’Occidente. L’ex egemone dovrà inevitabilmente riconoscere le realtà di un mondo multipolare – basta guardare le tendenze che stanno plasmando l’economia globale – e imparare a cooperare con i paesi della Maggioranza Globale sulla base del rispetto dei loro interessi fondamentali. Naturalmente, ciò richiederà tempo. Dovremo vivere in un mondo estremamente instabile e in continuo mutamento. Il percorso verso un nuovo sistema sarà costellato di colpi di scena e svolte inaspettate; purtroppo, spesso spiacevoli e persino pericolose.
Vorrei soffermarmi sulla storia del nostro Paese. La Russia ha percorso un cammino irto di ostacoli, caratterizzato da profonde trasformazioni, e questo processo è ancora in corso. Trentacinque anni fa abbiamo vissuto il crollo del sistema statale, che ha rappresentato una vera e propria tragedia per decine di milioni di persone che una mattina si sono svegliate e si sono ritrovate oltre i confini del proprio paese e le cui vite – e quelle dei loro figli – sono state stravolte da un giorno all’altro. Sia in Russia che nei paesi confinanti ciò ha portato a una trasformazione radicale e anche gli affari internazionali ne hanno risentito.
Vorrei vorrei inoltre sottolineare una certa ingenuità, idealismo o forse persino compiacimento da parte di coloro che erano alla guida dello Stato durante gli ultimi anni dell’era sovietica. La cieca fiducia nei partner occidentali e la fiducia negli «accordi tra gentiluomini», quando pensavano di poter semplicemente credere alla parola di qualcuno e raggiungere un accordo, giocarono anche uno scherzo crudele all Unione Sovietica.
Col senno di poi, risulta chiaro quanto fosse distruttivo il ruolo che ciò ha svolto non solo nel destino dell’Unione Sovietica, ma anche nel garantire la stabilità globale a lungo termine. I leader sovietici volevano che l’ Occidente li apprezzasse, mentre i leader occidentali cercavano di rimodellare il mondo per adattarlo alle loro esigenze e per accaparrarsi la loro fetta – preferibilmente consistente – dell’ eredità sovietica. Ora possiamo vedere il risultato.
L’Unione Sovietica è crollata a causa di un insieme di squilibri interni. Questa è la dimensione più importante della questione. Questa è la verità, ed è ciò che è accaduto. Nello specifico, gli squilibri interni, oltre agli errori commessi dalle successive generazioni di dirigenti del paese. Miopia, dogmi ideologici ristretti e irrealistici al posto del pragmatismo, incompetenza e l’abitudine di nascondere sotto il tappeto problemi evidenti hanno gradualmente esacerbato e minato la posizione interna e internazionale dell’Unione Sovietica. In definitiva, questi fattori hanno portato al suo crollo.
Ciò che sta accadendo nel mondo oggi, i conflitti e gli sconvolgimenti attuali – tutto ciò deriva in gran parte dal fatto che i politici della fine del 20° secolo, sia in Oriente che in Occidente, non fossero disposti, preparati o incapaci di affrontare l’ era dei grandi cambiamenti con la serietà e la profondità necessarie. Non si tratta di scaricare la responsabilità sui leader del passato; è semplicemente così che sono andate le cose nella realtà.
Tuttavia, anche durante quel periodo, c’erano persone, sia a Est che in Ovest, c’erano altri tipi di politici che svilupparono una profonda comprensione di queste sfide e proposero quelli che ritengo siano i modi giusti per risolverle. Oggi, le loro valutazioni possono essere considerate visionarie.
Sapete che in passato ho già parlato di Egon Bahr, un politico della Repubblica Federale di Germania. Era membro del Comitato esecutivo del Partito Socialdemocratico.
Vorrei condividere con voi solo alcune riflessioni. Sono rimasto molto sorpreso nell’apprendere dei suoi contatti con la leadership sovietica sia a Bonn che a Mosca. Ciò che mi ha sorpreso è stata la profondità con cui questa persona padroneggiava l’argomento, la sua intelligenza e competenza.
Vorrei condividere alcune delle cose che ha detto nel giugno e nel febbraio del 1990. Come tutti sappiamo, quello era un periodo di cambiamenti radicali per l’Europa e il mondo intero.
La preoccupazione principale di Bahr era la minaccia di un conflitto protratto in Europa dopo la riunificazione della Germania, e una volta, e cito testualmente, «quei circoli all’interno della NATO che non sono affatto desiderosi di perseguire la via della cooperazione paneuropea e di porre fine al conflitto» rafforzarono le loro posizioni e la loro influenza. Questo è ciò che disse. Già allora riusciva a vedere che esistevano forze di questo tipo. Era nella posizione ideale per saperlo, non è vero? Durante i colloqui del 1990, Egon Bahr disse, ed ecco un’altra citazione: «Senza un passo decisivo verso il superamento della frammentazione dell’Europa in blocchi ostili, gli eventi potrebbero prendere una piega piuttosto negativa che condannerebbe l’URSS all’ isolamento internazionale». Questo è ciò che disse. Cosa significava? A proposito, possiamo constatare che tutto è accaduto esattamente come aveva previsto e preannunciato.
Qual era l’ offerta per l’ Europa orientale e centrale? La proposta consisteva nell’istituire un consiglio di sicurezza che includesse sia gli Stati Uniti che l’ URSS e nel conferire a tale struttura un ampio mandato. Tale consiglio era stato concepito per includere quasi tutti i paesi dell’Europa orientale e centrale .
Tuttavia, dopo lo scioglimento dell’URSS, le forze che arrivarono a dominare l’ Occidente, proprio come aveva affermato Egon Bahr, nutrivano scarso, se non nullo, interesse nel perseguire la via della cooperazione paneuropea. Nonostante il fatto che la nuova Russia abbia trascorso molti anni – e vorrei sottolineare che si è trattato di un processo durato molti anni – cercando di integrarsi nella cosiddetta civiltà occidentale, hanno fatto di tutto per isolare di fatto la Federazione Russa e frammentarla ulteriormente. Nonostante tutti i cambiamenti nella politica interna russa e nonostante tutti questi mutamenti, continuavano a considerare la Russia come l’elemento centrale dell’ Impero russo storico. Ancora oggi continuano a parlare, in ogni sorta di eventi e raduni, della necessità di portare a termine lo sforzo volto a smantellare l’ Impero.
Nel complesso, tutto ciò ha determinato una situazione piuttosto pericolosa, per dirla senza mezzi termini, in Europa e in tutto il mondo.
Vorrei sottolineare, signore e signori, che è mia profonda convinzione che il signor Bahr non avesse altro in mente, in quel momento, se non il futuro dell’Europa. Stava pensando a questa patria paneuropea. Anche i vertici dell’URSS ne parlavano molto in quel periodo, ma, purtroppo, non sono riusciti a tradurre le parole in fatti.
La Russia probabilmente comprende meglio di molti altri le difficoltà di superare le conseguenze di crolli e cataclismi storici e di trovare la propria strada in condizioni nuove e spesso sfavorevoli. Spesso abbiamo dovuto imparare per tentativi ed errori, prendendo decisioni rapide in risposta a situazioni emergenti.
Ma non dimentichiamo mai che la nazione ha bisogno di una prospettiva e di una visione chiara del cammino da percorrere. Naturalmente, non c’è futuro senza un passato. L’ eredità dei nostri antenati, che hanno costruito un paese grande e unico, deve essere preservata e rafforzata. Nessuna società può esistere senza un fondamento storico e il rispetto per le tradizioni. Ma è vero anche il contrario: il passato perde di significato senza un futuro. Per quanto grandi possano essere le conquiste dei nostri antenati, la nazione non deve diventare un museo della sua passata grandezza.
La vera grandezza di uno Stato è impossibile senza la capacità di stare al passo con i tempi e, idealmente, di anticiparli. Moltiplicare il proprio patrimonio e svilupparlo in modo creativo nel contesto moderno sono le migliori garanzie per evitare che la nostra tradizione nazionale diventi un oggetto d’epoca da collezione, un accessorio storico di moda o l’unico oggetto della nostra attenzione esclusiva. Dobbiamo tenere conto dell’ambiente vibrante e produttivo per i nostri successi futuri.
Per quanto riguarda il futuro, gran parte di esso è davvero avvolto dall’ incertezza, e ci sono troppi fattori in gioco e in rapida evoluzione. Ma abbiamo certamente bisogno di una tabella di marcia per il nostro cammino verso il futuro. Ciò di cui abbiamo bisogno non sono vane illusioni, un costrutto astratto e speculativo o una visualizzazione irrealistica dei nostri desideri, ma una valutazione realistica dei rischi, delle capacità e degli obiettivi essenziali . La Russia sta costruendo questo percorso verso il futuro per sé stessa ed è certamente pronta a farlo insieme ad altre nazioni in tutto il mondo.
Come ho detto, la portata e, soprattutto, la velocità dei cambiamenti in atto nel mondo non hanno precedenti. Dobbiamo renderci conto che il punto di non ritorno può arrivare molto rapidamente e in modo inaspettato per tutti. Un giorno potrebbe risultare che la logica dell’escalation delle ritorsioni reciproche conduca a un punto di fatale irreversibilità.
Il termine “escalation” viene spesso utilizzato oggi per descrivere e prevedere vari conflitti globali, indicando la riluttanza a ricorrere a una vera diplomazia basata sulla realtà e sul rispetto degli interessi di tutte le parti in causa, nonché il desiderio di aggravare la situazione, alzare la posta in gioco e persino bluffare, superando i limiti nella speranza di sopprimere e intimidire l’ avversario e spezzarne la volontà. Non c’è nulla di nuovo nell’escalation delle ostilità e delle sanzioni; questa pratica è stata utilizzata in molti conflitti e non è mai unilaterale, poiché le provocazioni di una parte innescano inevitabilmente una risposta da parte dell’altra. Pertanto, la spirale si sta inasprendo e le conseguenze devastanti stanno aumentando.
L’escalation si basa – non vi sto dicendo nulla di nuovo – sull’arroganza e sull’eccessiva sicurezza di sé. È una strada che porta verso un precipizio, soprattutto oggi che le potenze mondiali dispongono nei loro arsenali di armi in grado di distruggere ogni forma di vita o almeno di ridurre la Terra a uno stato catastrofico. Possiamo garantire che queste armi non verranno mai utilizzate? Non possiamo, ovviamente. Ricordiamo tutti il detto secondo cui se nel primo atto c’è un fucile appeso al muro, alla fine verrà sparato. Dobbiamo tenerlo presente e cercare di impedirlo.
Quanto più intransigente è la risposta e quanto più chiaramente viene dichiarato l’obiettivo della “sconfitta strategica” dell’avversario, tanto maggiori sono le probabilità che la battaglia degeneri nella fase più violenta. La sopravvivenza del più forte si applica non solo al mondo naturale, ma anche alle comunità sociali, se queste si trovano di fronte alla possibile perdita della loro indipendenza, dignità e del vero e proprio diritto all’esistenza.
Signore e signori,
Vorrei ribadire: la formazione fondamentale di un nuovo ordine mondiale è inevitabile – e si spera che avvenga nel futuro prevedibile. Per ora, tuttavia, gli eventi si stanno svolgendo in modo estremamente turbolento e spontaneo. Stiamo solo cominciando a delineare, procedendo a tentoni, i contorni di ciò che sta per accadere.
Questo, tuttavia, non significa che dovremmo stare con le mani in mano e aspettare di vedere cosa succederà. Per raggiungere la fase di ricostruzione – che, come ho detto, arriverà senza dubbio prima o poi – dobbiamo prima superare l’ attuale periodo di pericolo e scongiurare le minacce più distruttive.
Ritengo particolarmente importante sottolineare ancora una volta due aspetti che, a mio avviso, dovrebbero essere oggetto di una seria riflessione da parte di tutti noi – a livello politico, tecnico, specialistico e persino filosofico.
Innanzitutto va menzionata la questione che ho già accennato: l’intelligenza artificiale. È attualmente in corso un dibattito globale sull’opportunità di adottare misure volte a rallentare deliberatamente la ricerca e lo sviluppo in questo campo, per impedire che queste tecnologie sfuggano al controllo umano. Si tratta di una questione dalle molteplici sfaccettature che richiede un’analisi approfondita. La storia dell’umanità dimostra che il progresso tecnologico non può essere fermato; tuttavia, dobbiamo comprendere le conseguenze di tale progresso – soprattutto per quanto riguarda l’uso dei suoi risultati, in particolare in ambito militare.
Esistono già casi documentati in cui l’intelligenza artificiale ha preso decisioni basandosi sulla propria valutazione di ciò che è opportuno. Ciò vale sia in ambito civile che militare. Man mano che le tecnologie di intelligenza artificiale saranno sempre più diffuse, il loro ruolo crescerà e gli algoritmi assumeranno maggiori responsabilità. Dopotutto, gli esseri umani non possono semplicemente competere con la capacità di una macchina di analizzare una situazione in modo quasi istantaneo. Tuttavia, gli esseri umani possiedono altre qualità: l’istinto, l’intuizione e la capacità di prendere decisioni che potrebbero non essere immediatamente ovvie, ma che alla fine si rivelano le uniche corrette e persino salvavita.
Vorrei raccontare una storia risalente all’era sovietica – tratta dalla realtà quotidiana di quegli anni. Era il settembre 1983. Il tenente colonnello Stanislav Petrov, un ufficiale presso un centro di allerta precoce missilistica, era in servizio quando il sistema rilevò un segnale. Sia noi che gli Stati Uniti disponevamo già da tempo di tali sistemi, che erano operativi. Il sistema rilevò il lancio di cinque missili balistici intercontinentali americani. Qualsiasi algoritmo avrebbe classificato questo evento come un fattore scatenante inequivocabile per un attacco di ritorsione. Eppure l’esperto ufficiale mise in dubbio l’accuratezza del segnale, sospettando un malfunzionamento del sistema. E si è rivelo aver ragione. Se al suo posto ci fosse stata l intelligenza artificiale, le cose avrebbero potuto andare in modo molto diverso. A mio avviso, questo è un esempio davvero convincente .
I limiti all’uso delle tecnologie di intelligenza artificiale nel settore della sicurezza sono una questione di sopravvivenza per l’umanità. L’intelligenza artificiale può aumentare l’efficacia dei mezzi di guerra, rendendo così i conflitti ancora più distruttivi.
Abbiamo bisogno di un dibattito internazionale imparziale e professionale sui metodi moderni di guerra, al fine di preservare i limiti umanitari e mitigare gli effetti più brutali dei conflitti armati legati alla crescita delle capacità distruttive. So che il vostro forum ha organizzato una sessione dal titolo molto azzeccato: «L’etica della nuova guerra: esseri umani e disumanità».
È vero che la disumanità dei conflitti moderni può essere interpretata in due modi. Si tratta di una crescente brutalità e di un disprezzo per le norme umanitarie. Si tratta anche delle nuove forme di confronto, in cui l’intelligenza artificiale e i sistemi autonomi svolgono un ruolo sempre più importante nelle ostilità, sostituendo gradualmente gli esseri umani, anche nel processo decisionale, il che è particolarmente significativo. Si tratta di un argomento vasto e complesso , che richiede la massima attenzione. L’ automazione e la digitalizzazione della guerra portano alla disumanizzazione della percezione, trasformando lo spargimento di sangue e la perdita di vite umane in una sorta di gioco per computer, in una routine meccanica. Per dire le cose come stanno, questa è una strada che porta alla regressione dell’umanità verso la barbarie, in mezzo a discorsi infiniti sul grandioso progresso tecnologico.
Alla fine del XIX secolo, più precisamente nel 1899, la Russia propose di organizzare la Conferenza dell’Aia, che per la prima volta formalizzò le regole della guerra, la risoluzione pacifica dei conflitti e l’umanizzazione delle ostilità. Naturalmente, le vere e nobili idee stabilite all’epoca non salvarono l’umanità dalle le tragedie del XX secolo. Le guerre mondiali sembrarono spazzare via i risultati raggiunti dal diritto umanitario. Ma ora è giunto il momento in cui dobbiamo nuovamente sollevare la questione delle regole dello scontro armato.
Non ci facciamo illusioni: le guerre sono state una caratteristica costante nel corso della storia dell’umanità, vengono combattute ancora oggi e i conflitti armati molto probabilmente continueranno anche in futuro. Purtroppo, questo è un elemento integrante dell’ esistenza umana. Il servizio militare è la professione di coloro che difendono gli interessi dei propri paesi, ma la professionalità in ambito militare implica il rispetto delle norme umanitarie. In particolare, le forze armate russe si sono sempre ispirate all’inviolabilità di tali norme, e vorrei sottolineare che non sono mai state le prime ad attaccare strutture non collegate all’ infrastruttura militare dell’avversario.
L’ acuirsi delle tensioni internazionali e del conflitto generale comporta un’ ulteriore conseguenza estremamente negativa e a lungo termine: è questo il secondo aspetto su cui vorrei richiamare la vostra attenzione oggi. In questa situazione di conflitto, stiamo sacrificando la risoluzione dei problemi globali che riguardano l’intera umanità. Abbiamo affrontato questi problemi – il clima, l’ ambiente, la povertà e la disuguaglianza – solo di recente, ma oggi ce ne siamo completamente dimenticati. Sono stati messi da parte, ma stanno diventando sempre più acuti. Questo non è cambiato. Purtroppo, non vi sono motivi per sperare che la comunità internazionale, come entità unica, sia in grado di affrontare questa agenda nel breve termine. Ma se le questioni acute e urgenti non vengono risolte su scala globale, dobbiamo affrontarle a livello regionale, soprattutto perché è più vicino a noi e più facile da comprendere per le persone.
Siamo tutti responsabili del nostro pianeta nel suo insieme, ma siamo innanzitutto responsabili della nostra casa e di ciò che la circonda immediatamente. La nostra casa, in senso lato, è l’Eurasia, un vasto territorio che costituisce il centro e il contesto dei processi più importanti che si stanno svolgendo nel mondo. Gran parte di ciò che accade sulla scena internazionale nel suo complesso dipende da come sviluppiamo l’Eurasia.
L’idea di un “Grande Partenariato Eurasiatico”, promossa dalla Russia qualche tempo fa sta acquisendo un significato particolare alla luce della crescente instabilità a livello mondiale. I conflitti politico-militari stanno minando la connettività globale e mettendo a rischio le catene industriali, di trasporto e logistiche, nonché le vie commerciali e di comunicazione consolidate. Il compito e la responsabilità dei paesi eurasiatici consistono nel proteggere al massimo il nostro spazio dai rischi globali e dai processi distruttivi, utilizzando tutte le opportunità tecnologiche e di altro tipo disponibili per migliorare la qualità dell’interazione eurasiatica e rafforzare la connettività in questo vasto territorio.
Vorrei inoltre sottolineare che le comunità culturali e civilizazionali eurasiane hanno, nel corso di molti secoli, instaurato una comprensione reciproca anche nelle epoche storiche più complesse. L’Eurasia può diventare il prototipo della comunicazione internazionale in un contesto caratterizzato da culture, approcci e interessi diversi, in cui le differenze non costituiscono un ostacolo, ma un vantaggio per lo sviluppo di un partenariato sostenibile ed equilibrato.
A questo proposito, vorrei richiamare la vostra attenzione sull’ iniziativa che abbiamo promosso insieme ai nostri amici bielorussi, ovvero la redazione di una Carta eurasiatica della diversità e multipolarità nel XXI secolo. La scorsa settimana, i ministri degli Esteri di Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e i nostri altri partner hanno avviato i lavori concreti su questo documento fondamentale in occasione del loro incontro tenutosi a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
L’importanza principale dell’Eurasia risiede nel fatto che essa è in gran parte autosufficiente e in grado di affrontare qualsiasi problema. L’unica cosa di cui questa vasta comunità di nazioni ha bisogno è una sicurezza indivisibile, l’assenza di minacce militari e una pace duratura.
Cari colleghi,
Tutti noi, la comunità internazionale nel suo insieme, abbiamo la responsabilità generale del futuro. Non si tratta di un’ esagerazione né di una metafora. Come ho già detto, si tratta di un compito assolutamente concreto che richiede la nostra immediata attenzione.
Si vorrebbe credere che i nostri discendenti leggeranno nei loro libri di storia che il secondo trimestre del XXI secolo sia stato il punto di svolta in cui l’umanità, prendendo coscienza della portata del cambiamento e delle sfide alla sua esistenza, è riuscita a mettere da parte le meschine dispute, le ambizioni e l’ egoismo e unire le forze per affrontare i problemi comuni, trasformare la rivoluzione tecnologica da una serie di minacce in un ampio ventaglio di possibilità, affrontare i problemi della disuguaglianza sociale e del degrado ambientale con i fatti anziché a parole, hanno compreso l’inutilità dello scontro militare e del dittato, nonché la necessità di soluzioni reciprocamente accettabili per tutte le questioni e i problemi che si presentano, e hanno iniziato, finalmente, a costruire un nuovo ordine mondiale stabile. Sono fiducioso che sarà così, perché se ciò non dovesse accadere, c’è il rischio che non rimanga più nessuno a utilizzare questi libri di testo, e nessuno a scriverli .
Speriamo per il meglio e, soprattutto, facciamo tutto ciò che è in nostro potere per realizzare questo futuro migliore e per farlo diventare realtà.
Vorrei ringraziarvi per l’attenzione e augurarvi ogni successo. Apprezzo davvero molto i nostri incontri. Grazie mille.
Fyodor Lukyanov: Signor Presidente, la ringrazio moltissimo per questa panoramica così completa di tutti questi problemi, sia quelli specifici che quelli di più ampio respiro.
Hai citato Egon Bahr. Ha vissuto una vita molto lunga ed è morto nel 2015. In altre parole, è stato testimone dell’ inizio della scivolata dell’Europa verso una vera e propria crisi militare e politica. Sappiamo che era profondamente angosciato dagli eventi che si stavano svolgendo in Europa durante gli ultimi anni della sua vita. In qualità di persona che ha prima osservato e poi partecipato ai processi europei, può forse identificare, o individuare, un momento in cui gli ideali di cui parlava Bahr all’epoca sono andati perduti?
Vladimir Putin: Non ne ha parlato.
Fyodor Lukyanov: Ne ha parlato.
Vladimir Putin: Vorrei sottolineare ancora una volta che quanto ho appena riferito proviene dagli archivi – dalle sue discussioni con i rappresentanti della leadership sovietica a Bonn e a Mosca.
Fyodor Lukyanov: Quando è diventata irrealizzabile la visione che egli aveva delineato all’epoca e con la quale probabilmente i leader sovietici erano d’accordo?
Vladimir Putin: È proprio questo il punto: non è tanto che fossero d’accordo; hanno ascoltato e ascoltato, e non hanno fatto nulla. Sapete, questo ha spinto Bahr a dire qualcosa che mi ha scioccato. Ha detto: «Non avrei mai pensato che alla mia età avrei dovuto esprimere un punto di vista del genere a Mosca. Se la leadership sovietica non fa nulla ma rimane uno spettatore passivo (questo è più o meno ciò che ha detto), non tornerò più a Mosca; non mi vedrete più qui».
Fyodor Lukyanov: Comunque sia, quel momento è arrivato?
Vladimir Putin: Quale momento?
Fyodor Lukyanov: Il momento in cui tutto ciò divenne impossibile.
Vladimir Putin: Sì, certamente. Non appena l’Unione Sovietica si è sciolta, come ho detto nel mio intervento, i circoli aggressivi della NATO, a cui ha fatto riferimento Bahr, hanno di fatto interpretato ciò come un segnale che la Russia non dovesse essere inclusa, come ho detto, nella famiglia delle nazioni civilizzate d’ Europa e del mondo. Hanno sfruttato quella situazione per accelerarne la disintegrazione. È così che è iniziato tutto. Tutto è iniziato proprio da questo.
Avevano detto che la NATO non si sarebbe espansa verso est – e subito hanno infranto quella promessa e hanno iniziato a farlo. Ci sono state cinque o sei ondate di espansione. E l’Unione Sovietica, e poi la Russia, continuavano a dire: no, questo non si dovrebbe fare; dopotutto avevamo un accordo. A loro non importava; hanno fatto come migliore credevano, proprio nella direzione di cui Bahr aveva parlato – verso l’isolamento della Russia e la successiva frammentazione della Federazione Russa.
Nel Caucaso c’era un sostegno al separatismo e, di fatto, un sostegno che ricorreva agli strumenti del terrorismo. Coloro che combattevano lì erano terroristi. Tutti sapevano che provenivano dallo Stato Islamico, dall’ ISIS. Tutti condannavano ciò che facevano in altre parti del mondo, ma distoglievano lo sguardo quando lo facevano in Russia. Si comportavano come se non ne fossero a conoscenza, il che è sorprendente, e semplicemente chiudevano un occhio.
Anche in altri ambiti, ricordo vividamente le mie discussioni con i rappresentanti delle organizzazioni finanziarie internazionali e degli ambienti politici di quell’epoca. Ogni volta mi cadde letteralmente la mascella. Era chiaramente in atto una strategia deliberata. È bastato quello. Da quel momento in poi è andato tutto a rotoli. Questa impunità e permissività da parte dell’Occidente – è proprio lì che ha portato tutto questo.
Fyodor Lukyanov: In altre parole, quando nella prima metà degli anni 2000 c’erano contatti molto intensi con gli europei, nuove idee, i quattro spazi comuni e così via – era tutto senza speranza, non è vero?
Vladimir Putin: Sapete, le forze dell’ Occidente che hanno cercato di combattere la Russia fino alla fine hanno avuto la meglio, tutto qui. L’ho già detto in passato, e tutti conosciamo – e critichiamo – l’ONU per la sua inefficacia, per questo e per quello. Ma da dove è iniziato tutto? Con l’attacco della NATO alla Jugoslavia. Sì, c’era un grave conflitto interno. Ma giustificava forse il lancio di un’operazione militare sul territorio di uno Stato indipendente nel cuore dell’Europa senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU? Giustificava forse il bombardamento della capitale, Belgrado? Perché? Senza alcuna decisione del Consiglio di Sicurezza, senza la sua autorizzazione, è stata scatenata una guerra su vasta scala. È così che è iniziato tutto. Naturalmente, tutto il mondo lo ha visto. Ma se a un paese è permesso farlo, allora è permesso farlo anche a tutti gli altri. È proprio così che stanno le cose.
Il sistema che si è sviluppato dopo la Seconda Guerra Mondiale si basava sull’ equilibrio di potere tra i paesi vincitori. Poi l’Unione Sovietica è crollata e questo equilibrio è venuto meno. E i paesi occidentali si dissero: “Perché dovremmo rispettare queste regole che erano state firmate insieme all’ Unione Sovietica, quando l’ Unione Sovietica non esiste più? Ora stabiliremo le regole per noi stessi, come migliore ci sembra, al fine di perseguire i nostri interessi sulla scena internazionale.” E così fu. E così il processo ebbe inizio e fu attuato passo dopo passo.
Ricordo anche che Boris Eltsin cercò di raggiungere un accordo sulla Jugoslavia, per risolvere quei problemi, e disse che sì, ovviamente, era necessario tenere conto delle aspirazioni dei popoli che vivevano lì – facciamolo in modo pacifico. Perdonate la mia schiettezza, ma a loro non importava un fico. Hanno fatto come volevano, con la forza. E il gioco era fatto. Ogni passo successivo è stato una forma di pressione – militare, economica o finanziaria. Sono tutte chiacchiere da una posizione di forza.
Abbiamo dovuto conviverci perché, naturalmente, tutti i processi di disgregazione in atto nell’ ex Unione Sovietica hanno avuto un impatto immediato, in un modo o nell’altro, sulla nuova Russia – la Federazione Russa. Abbiamo dovuto affrontarne le conseguenze mentre ricostruivamo e rafforzavamo la sovranità della Russia, la nostra economia, le nostre Forze Armate e così via. Non eravamo nella posizione di sederci al tavolo con le principali potenze mondiali e negoziare le regole di condotta sulla scena internazionale. Eravamo concentrati su noi stessi, sul rafforzamento del nostro Paese. È tutto qui. Ed è così che la situazione si è deteriorata.
Abbiamo proseguito lungo lo stesso percorso, addentrandoci sempre più in quella direzione, finché l’Ucraina non è diventata il punto centrale. All’epoca Yanukovych era presidente. Non ho intenzione di esprimere un giudizio su di lui adesso. Il popolo ucraino potrebbe benissimo aver avuto tutte le ragioni per affermare che non avrebbe dovuto essere presidente. Va bene. Ma lui aveva acconsentito a tutto, comprese le nuove elezioni – elezioni anticipate, per la precisione. Tutto ciò che serviva era andare alle urne e risolvere il problema. Ma no – si è ritenuto assolutamente necessario organizzare un colpo di Stato.
Quando ho chiesto ad alcuni dei miei colleghi europei: «Perché l’avete fatto? Era ovvio che Yanukovich avrebbe perso il potere alle prossime elezioni, figuriamoci a quelle anticipate», mi rispondevano: «Sì, è vero». «Allora perché l’avete fatto?» E la risposta era: «Beh, è semplicemente così che è andata».
«È andata proprio così» – che specie di spiegazione è questa? Hanno destituito una persona che sosteneva l’adesione dell’Ucraina all’ Unione Europea ma si opponeva alla sua adesione alla NATO. L’hanno destituito e gli eventi hanno cominciato a precipitare: la russofobia è diventata dilagante, sono scoppiate ostilità nel sud-est dell’Ucraina e abbiamo dovuto intervenire per proteggere la popolazione della Crimea. E così è andata avanti, passo dopo passo. Poi sono arrivati gli accordi di Minsk, che, come è emerso in seguito, nessuno aveva alcuna intenzione di rispettare. Anzi, lo hanno detto apertamente: non avevano mai avuto intenzione di attuare gli accordi di Minsk .
Questa situazione è andata avanti per otto anni – otto anni, capisci? Per tutto quel periodo non abbiamo riconosciuto la LPR e la DPR. Ma alla fine è diventato chiaro che la situazione non poteva più continuare così, e le abbiamo riconosciute. Una volta fatto ciò, avevamo il diritto di stipulare con loro trattati di amicizia e assistenza reciproca. È stata una violazione del diritto internazionale? No, non lo è stata. Quindi, abbiamo stipulato quei trattati.
E una volta che quei trattati erano entrati in vigore, avevamo il diritto di fornire assistenza e sostegno quando ci chiedevano di farlo? Certo che sì. Ed è proprio quello che abbiamo fatto. Quando il Segretario Generale dell’ONU si è recato a Mosca, gli ho illustrato l’intera sequenza degli eventi e gli ho chiesto: «Dove sta esattamente l’ errore [in questo ragionamento]?» Mi guardò, fece una pausa per un attimo e disse: «Beh, va bene… ma siete stati voi ad attaccare comunque». E la questione finì lì.
Ma nessuno vuole riflettere su come siamo effettivamente arrivati a questa fase di pieno conflitto e di accesa tensione. O piuttosto, tutti capiscono perfettamente come ci siamo arrivati; semplicemente non vogliono ammetterlo. Questo è il problema. E tutto è iniziato con ciò di cui parlava Egon Bahr. Lui aveva capito dove si stava andando a finire.
Fyodor Lukyanov: Seguendo questa traiettoria, come lei ha detto, siamo ora giunti a un bivio interessante: sono in corso esercitazioni della NATO nel Mar Baltico, accompagnate da dichiarazioni molto severe e minacce rivolte a Kaliningrad. Nel frattempo, la parte russa ha promesso che, qualora se ne presentasse la necessità – in particolare, nel caso di un tentativo di bloccare Kaliningrad – utilizzerebbe ogni mezzo a sua disposizione, fino e compreso l’uso di armi nucleari. Si tratta di una vera e propria escalation? Siamo sull’orlo della guerra, o stiamo semplicemente cercando di spaventarci a vicenda?
Vladimir Putin: Non stiamo cercando di spaventare nessuno. Quello che ha appena menzionato – la dichiarazione del Ministero degli Esteri e le lettere che ha inviato a determinati paesi – non è un’intimidazione; è una risposta ai tentativi di intimidirci.
Dopotutto, non siamo noi a fare queste dichiarazioni sulla necessità, la possibilità o la preparazione a una guerra con la Russia nel 2029 o nel 2030. Queste dichiarazioni provengono da politici occidentali ed europei. Le sentiamo continuamente. Continuamente. E poi ci sono azioni concrete: una esercitazione dopo l’altra nel Mar Baltico, seguite da tentativi di fermare le nostre navi e imbarcazioni. Tutto questo costituisce un’escalation, come ho detto nel mio intervento. Tutto questo è un’escalation.
Abbiamo poi iniziato a sentire una dichiarazione riguardante la regione di Kaliningrad. La dichiarazione del Ministero degli Esteri e le lettere inviate erano del tutto giustificate. Se si dovesse arrivare a un attacco diretto contro la Federazione Russa – in questo caso Kaliningrad, sebbene ciò possa potenzialmente coinvolgere anche altri territori – si porrebbe inevitabilmente e immediatamente la questione dell’uso da parte della Russia di tutte le armi a sua disposizione. Questo è inevitabile.
Questo non ha nulla a che vedere con chi ricopre la carica di Comandante Supremo o Presidente della Russia. Il punto è questo: a quanto mi risulta, il Segretario Generale della NATO ha parlato dei 300 milioni di persone in Europa, e così via. Sì, è proprio per questo che dovremmo inevitabilmente prendere in considerazione l’impiego di tutte le forze e di tutti i mezzi a nostra disposizione.
Perché? Innanzitutto, siamo consapevoli che ci troveremmo di fronte a un avversario con una popolazione doppia rispetto alla nostra. Esso dispone di un immenso potenziale economico e militare. Sì, non avremmo a disposizione una vasta gamma di forze e mezzi per contrastare una minaccia del genere. Dovremmo fare affidamento sui nostri vantaggi competitivi in questa lotta. E quali sono? Il fatto è che possediamo tali vantaggi nei mezzi di cui disponiamo per difenderci. Sì, certamente, la Francia e il Regno Unito sono potenze nucleari. Lo comprendiamo perfettamente e ne siamo pienamente consapevoli. Ma nessun altro possiede il tipo di capacità di attacco di cui dispone oggi la Russia. E questi sono i nostri vantaggi competitivi.
Allora, come possiamo contrastare un aggressore? Non stiamo minacciando nessuno. Stiamo semplicemente affermando che non disponiamo di tanti mezzi per difenderci. E, per inciso, né quella lettera né la dichiarazione del Ministero degli Esteri menzionano l’ uso di armi nucleari. Si parla, come ho appena detto, di impiegare tutte le forze e i mezzi a disposizione del nostro Paese. Per quanto riguarda come ciò avverrebbe concretamente, lo decideremo noi stessi.
Fyodor Lukyanov: Ma il Segretario Generale della NATO che lei ha citato ha reagito a questo, direi, con una certa calma. Ha affermato che non lo consideravano un fatto grave.
Vladimir Putin: Hai perfettamente ragione. A meno che, ovviamente, non si considerino serie le loro minacce nei nostri confronti .
Fyodor Lukyanov: Un altro argomento, quindi, per concludere questa discussione.
Qualche settimana fa, il Ministero della Difesa…
Vladimir Putin: A proposito, Fëdor, scusami se ti interrompo, ma credo che tu capisca cosa si nasconde dietro la costante escalation delle tensioni da parte di molti paesi europei. È causata dal grave deterioramento della loro situazione economica e politica interna.
Basta guardare cosa sta succedendo alle loro economie, alle loro politiche sociali e al tenore di vita della popolazione nei principali paesi europei. In queste circostanze, hanno un disperato bisogno di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni per concentrarla su questioni esterne .
Ho appena dovuto rispondere alle domande che mi hai posto. E credo che questa sia proprio il tipo di risposta che si aspettavano di sentire da noi, perché ora se ne serviranno e sfrutteranno questa tesi secondo cui la Russia li sta minacciando con armi nucleari. Lo useranno per distogliere l’attenzione dei propri cittadini dal fatto che sono proprio loro a perseguire una politica aggressiva nei confronti della Russia e a spingere il proprio popolo verso una pericolosa soglia di conflitto.
Non stiamo minacciando nessuno. Non abbiamo alcuna intenzione di attaccare nessuno, né nel 2029, né nel 2030, né nel 2050. Ma se dovessimo subire un’aggressione, non avremo altra scelta che rispondere. I cittadini dei paesi europei devono capirlo chiaramente e distinguere tra la nostra posizione e quella dei loro attuali leader politici. Mi sembra, tuttavia, che essi comprendano la differenza. Lo si vede dai risultati elettorali e dal sentimento dell’opinione pubblica nei principali paesi europei.
Fyodor Lukyanov: Comincio a sentirmi complice delle manipolazioni politiche interne dei governi europei.
Vladimir Putin: Credo che lo stiano facendo di proposito. Sono persone intelligenti che modellano la loro comunicazione, comprese le loro dichiarazioni pubbliche, in modo tale da ottenere lo specifico effetto politico interno che desiderano.
Fyodor Lukyanov: C’è un altro aspetto da considerare riguardo a questa retorica – o meglio, alla sua assenza. Qualche settimana fa, il Ministero della Difesa ha pubblicato un elenco degli impianti europei coinvolti nella produzione e nella fornitura di armi all’ Ucraina, identificandoli esplicitamente come potenziali obiettivi. Ciò è stato successivamente confermato in diverse occasioni e a vari livelli, anche dal Ministero degli Esteri.
Supponiamo che, a un certo punto, un simile avvertimento debba essere seguito da un’azione concreta e che venga sferrato un attacco contro una di queste importanti strutture. Ciò verrebbe molto probabilmente considerato come un attacco da parte della Russia e potrebbe portare all’ attivazione della clausola di difesa collettiva della NATO. Siamo preparati a questo?
Vladimir Putin: Il fatto che alcuni paesi forniscano armi ad altri paesi non è una novità. Si tratta di una questione di cooperazione tecnico-militare e non ci preoccupa affatto. Tuttavia, il coinvolgimento di altri paesi in operazioni di combattimento dirette è certamente motivo di preoccupazione.
Cosa intendo dire? Siamo pienamente consapevoli che gli attacchi in profondità nel territorio russo non potrebbero essere condotti in modo così agevole dalle forze armate ucraine senza l’intelligence spaziale e l’assistenza tecnica da parte di specialisti occidentali. Ciò rappresenta una minaccia per tutti. Ciò significa che questi paesi stanno venendo coinvolti nella guerra contro la Russia, il che crea ulteriori minacce per il futuro.
Non c’è nulla di positivo nel fornire armi alle zone di conflitto; tutti i paesi del mondo, in genere, cercano di evitarlo. La fornitura di armi alle zone di conflitto è considerata inopportuna. Ad esempio, noi non riceviamo armi da nessuno. Facciamo affidamento esclusivamente sulla nostra industria della difesa e sulle nostre capacità economiche.
L’Ucraina, come io so e come tutti sanno, non può esistere da sola. Sta infatti perdendo elementi della sua sovranità. A mio avviso, questo è ovvio: viene governata dall’esterno. E quando qualcuno cerca di combatterci attraverso altri – in questo caso, attraverso il regime ucraino, che manda la propria gente (anche se dubito che la consideri davvero sua) in prima linea, di fatto verso il loro sterminio – quando qualcuno inizia a combatterci attraverso altri, questa è, ovviamente, una minaccia. Non sto dicendo che intendiamo lanciare domani attacchi contro il territorio o le strutture dei paesi che forniscono armi all’ Ucraina. Ma questa è una minaccia che dobbiamo comprendere chiaramente, valutare e tenere presente.
E, ovviamente, le Forze Armate russe e i servizi di intelligence militare devono capire da dove provengano queste minacce. Stiamo monitorando attentamente la situazione.
Fyodor Lukyanov: Grazie. Ma Egon Bahr, ovviamente, se fosse vissuto abbastanza a lungo da vedere i giorni nostri, sarebbe rimasto assolutamente inorridito nel constatare fino a che punto le cose siano arrivate.
Vladimir Putin: Non lo so; non lo conoscevo personalmente. Lasciatemi ripetere: quando ho letto ciò che aveva detto… come posso dirlo in parole povere? Il pubblico russo mi capirà, anche se può sembrare poco diplomatico – sono rimasto assolutamente sbalordito. Sono rimasto stupito da quanto fosse intelligente e colto , da quanto fosse lungimirante. E quanto riflettesse sia sul futuro del suo paese, la Germania, sia sul futuro dell’ Europa nel suo complesso.
Alla fine ho letto ad alta voce la sua citazione. Ha detto che la divisione dell’Europa doveva essere superata e ha suggerito un modo per risolvere il problema. Si potrebbe discuterne; all’epoca era una questione rilevante. Forse oggi non è più così rilevante, ma lui stava riflettendo su come superare quella divisione. E cosa disse? Se non fossimo riusciti a superarla, la NATO avrebbe, di fatto, assorbito l’intera regione dell’Europa orientale, lasciando l’Unione Sovietica isolata. E questo sarebbe stato un male per il mondo intero – questo era il suo punto di vista. Era certamente un uomo intelligente. Non si può che ammirare la sua lungimiranza. Disse che questo era ciò che sarebbe accaduto. Ed è esattamente ciò che è accaduto. La sua valutazione della situazione di allora e le sue previsioni per il futuro non possono che suscitare rispetto.
Purtroppo, come ho già detto, nessuno gli ha dato ascolto. Nessuno si è adoperato per superare questa divisione in blocchi. La Russia, da parte sua, ha compiuto tentativi infruttuosi di integrarsi nella cosiddetta comunità dei paesi civilizzati, ma ne è stata espulsa ogni volta. Inoltre, continuarono a logorarci da tutte le parti, cercando, come ho già detto, di portare a termine la disintegrazione dello storico Impero.
È questo che ha portato al conflitto a cui assistiamo oggi, perché alla fine hanno invaso l’Ucraina. L’abbiamo detto mille volte: non fatelo, fermatevi, fermatevi. Ma no – hanno continuato ad andare sempre più lontano. Ed eccoci qui: questo è il risultato.
Fyodor Lukyanov: Si rammarica del fatto che, in qualità di Presidente, negli anni 2000 abbia dedicato tempo e impegno a cercare di integrare la Russia in quel sistema?
Vladimir Putin: No, non me ne pento . Altrimenti, tutti noi – non solo io, ma l’ intero Paese – penseremmo di aver fallito nel fare qualcosa, di aver lasciato qualcosa in sospeso, che avremmo dovuto fare di più, fare ulteriori concessioni qua e là, o proporre qualcos’altro. Ma abbiamo fatto di tutto; abbiamo avanzato ogni proposta e ci siamo resi conto che lì non eravamo benvenuti. Hanno semplicemente detto «no», tutto qui. E allo stesso tempo, hanno continuato a martellare il nostro intero spazio, rosicchiandone costantemente una parte sempre più ampia, in modo piuttosto deciso, in modo piuttosto sfacciato e aggressivo. E così, alla fine, tutto è arrivato allo stato in cui lo vediamo oggi.
Fëdor Lukyanov: Grazie .
Cari colleghi, passiamo ora alle domande dall’ aula. Vi preghiamo di segnalare se desiderate intervenire.
Diamo la parola a Vadim Voynikov, visto che abbiamo iniziato con Kaliningrad.
Vadim Voynikov: Grazie mille.
Signor Presidente, la mia domanda riguarda la libertà di navigazione. Rappresento Kaliningrad e l’ Università Federale del Baltico, e questa questione è per noi di particolare importanza.
Di recente, si sono verificati sviluppi allarmanti negli oceani di tutto il mondo: attacchi alle infrastrutture sottomarine e tentativi di sequestrare petroliere e navi civili. Ciò, ovviamente, mette in luce un’intera serie di problemi, anche di natura giuridica, in cui alcuni attori senza scrupoli nel contesto delle relazioni internazionali abusano degli strumenti sviluppati nell’ambito del diritto internazionale, che da decenni vengono utilizzati e rispettati in linea di principio da tutti gli Stati.
Mi riferisco al fatto che alcuni paesi revocano le bandiere, assecondando altri Stati, mentre altri fermano le navi senza alcun fondamento giuridico. In altre parole, questi meccanismi vengono di fatto strumentalizzati per raggiungere specifici obiettivi politici ed economici.
A questo proposito, ho una domanda: la maggioranza mondiale è ora pronta ad adattare queste norme internazionali alle nuove sfide? Naturalmente, oggi si parla molto della perdita di rilevanza del diritto internazionale. Ma credo che, a parte il diritto internazionale, non disponiamo di altri meccanismi giuridici per risolvere questi problemi. La Russia è pronta a proporre un’iniziativa di questo tipo? Grazie.
Vladimir Putin: Siamo a favore della libertà di navigazione; siamo contrari a qualsiasi restrizione.
Dobbiamo inventare qualcosa di nuovo? Non credo proprio. Dobbiamo semplicemente attenerci a ciò che già esiste. Potremmo inventare qualcosa di nuovo, ma poi? Se nessuno rispetterà queste nuove regole, a cosa servono?
Esiste la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, non è vero? Credo che risalga al 1982 o al 1986. Risale al 1982, giusto? 1982. Dobbiamo semplicemente rispettarla. Questo vale per tutte le aree e tutte le regioni del mondo.
Lei ha parlato di tentativi di fermare le nostre navi. Sì, questa è, ovviamente, una violazione. Mi trovavo in Estremo Oriente – l’avrà sicuramente visto – ma gli oceani del mondo non finiscono con le regioni del Baltico e dell’Atlantico settentrionale; ci sono altre aree degli oceani del mondo. E agiremo in modo simmetrico – forse nel Baltico e nell’ Atlantico, o forse nel Pacifico, da qualche altra parte, nell’ Oceano Indiano, non lo so. Ovunque sia più vantaggioso per noi, è lì che agiremo.
A chi serve tutto questo? A nessuno. Ma anche questo è uno degli elementi del comportamento aggressivo nei confronti della Russia. Deve finire. Noi non facciamo queste cose; non attacchiamo nessuno; non sequestriamo le navi di nessuno. Deve finire.
Per quanto riguarda il Mar Nero – ne ho già parlato in precedenza, ma lo ripeterò qui per questo pubblico – sì, ci sono ostilità nel Mar Nero. Abbiamo colpito navi militari e navi che trasportavano materiale militare, e non ci siamo quasi mai sbagliati nelle nostre valutazioni, perché ogni volta che colpivamo un bersaglio, si verificavano esplosioni secondarie. Ciò significa che a bordo c’era un carico militare.
Ma le autorità di Kiev hanno iniziato a colpire le nostre petroliere e altre navi che trasportavano carichi non militari – merci assolutamente civili. Come ho detto, quando hanno iniziato – annunciandolo pubblicamente all’inizio di giugno, senza la minima esitazione – hanno affondato 40 delle nostre navi solo nei primi dieci giorni e, nel corso del conflitto, ne hanno danneggiate più di 100. E cosa è successo? Abbiamo iniziato a rispondere al fuoco. Ora veniamo bombardati da appelli provenienti da ogni direzione: «Oh, per favore, smettetela». Ma sono stati loro a cominciare. Quindi ecco una granata di un soldato sovietico; prendete questa – e che vi piaccia! No, a quanto pare non gli piace.
È la stessa storia con le nostre raffinerie di petrolio. Hanno iniziato a colpire le nostre raffinerie e hanno dichiarato apertamente il loro obiettivo: danneggiare la nostra economia. Ci sono riusciti? In parte; secondo le nostre stime, abbiamo perso circa l’1% del PIL. E lo hanno fatto deliberatamente – prendendo di mira strutture civili. Allora, cosa è successo? Hanno ricevuto una risposta adeguata.
Abbiamo iniziato a colpire le strutture che sono fondamentali per la loro economia. Non siamo stati noi a iniziare. Ora, per loro stessa ammissione, di fatto non hanno più un’industria metallurgica. Ma quell’industria è a duplice uso, tra l’altro, perché la produzione non serve solo per le rotaie o i materiali da costruzione. Le armi e tutto il resto venivano un tempo realizzati con il metallo prodotto negli stabilimenti locali. Ma ora non più. E il bilancio non riceve più entrate da alcuni altri beni. Ora hanno dei problemi.
Oppure ci viene detto: “Che ne dite se smettono di colpire le vostre raffinerie di petrolio e voi smettete di colpire le loro navi? Lasciate che esportino carichi civili di prodotti agricoli”. Ma che ne è dei nostri altri carichi civili, come il petrolio e i prodotti petroliferi? Supponiamo che smettano di colpire e che ci sia più gasolio disponibile – proprio quello di cui c’è tanto bisogno negli Stati Uniti, per esempio. Ne avremmo di più, ma ne abbiamo già a sufficienza così com’è. Eppure non raggiungerebbe i mercati globali perché sono in vigore divieti e sanzioni contro il nostro petrolio e i nostri prodotti petroliferi. Ci sono sanzioni sulle assicurazioni e i costi di trasporto stanno aumentando. Come potrebbe allora il nostro gasolio raggiungere il mercato globale finché le sanzioni rimangono in vigore? Semplicemente non ci riuscirebbe. E in risposta, ci si aspetterebbe che smettessimo di colpire obiettivi che sono economicamente sensibili per loro. Dovete ammettere che tutto ciò suona semplicemente assurdo. Tutto questo può essere discusso, ma la discussione deve basarsi su un equilibrio di interessi.
Per quanto riguarda il diritto del mare, vorrei ribadire quanto ho detto all’inizio: sosteniamo la libertà di navigazione in tutte le regioni del mondo e il rispetto di tutte le norme internazionali in questo ambito.
Vorrei concludere ribadendo ciò che ho detto all’inizio: non credo che sia necessario inventare nuove norme; dobbiamo rispettare quelle già esistenti.
Fyodor Lukyanov: Quindi, la risposta a ciò che viene proclamato a gran voce da ogni parte – come hai detto tu – è “no” per ora.
Vladimir Putin: Ma questo non è strettamente legato al diritto del mare.
Fyodor Lukyanov: No, non al diritto del mare. Ma prima lei ha accennato alle proposte che arrivano da ogni parte.
Vladimir Putin: Oh. No, proprio no.
Fyodor Lukyanov: No. Grazie.
Quindi, per quanto riguarda il diritto del mare, il professor Dehshiri, iraniano, opera proprio in questo campo.
Mohammad Reza Dehshiri: Grazie, signor Presidente. Sono dell’Iran.
Pertanto, sapete bene che, in seguito all’aggressione illegale da parte degli Stati Uniti e del regime israeliano contro l’Iran, si sono verificati numerosi problemi: l’aggressione da parte degli Stati Uniti, e poi c’è stato lo scambio di fuoco tra le due parti – tra l’Iran e le zone meridionali del Golfo Persico .
Pertanto, ora la domanda principale è quale sia la posizione russa riguardo al futuro degli accordi di sicurezza nella regione. Qual è la sua posizione e il suo approccio?
Grazie mille.
Vladimir Putin: Per quanto riguarda la nostra valutazione degli eventi in corso, il Ministero degli Esteri ha illustrato la nostra posizione in modo molto dettagliato in numerose occasioni e in vari contesti.
Di recente, il nostro ministro degli Esteri ha affrontato la questione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, quindi non è necessario che io ripeta ciò che è già stato detto. La nostra posizione è chiara e nota a tutti, e non abbiamo mai esitato a esprimerla con chiarezza.
Per quanto riguarda l’aggressione, ne ho già parlato, ma vorrei sottolinearlo ancora una volta. Quello che sta accadendo in Ucraina è anche un atto di aggressione da parte dell’Occidente nel suo insieme contro la Russia, perpetrato attraverso il regime nazionalista ucraino. Anche quella è un’aggressione.
Ci opponiamo all’aggressione in tutte le sue forme. Riteniamo che tutte le questioni debbano essere risolte pacificamente, attraverso i negoziati. Speriamo che lo stretto rimanga aperto e che le sanzioni contro l’Iran, di cui l’Iran sta giustamente cercando di ottenere la revoca, vengano revocate. Una volta revocate tali sanzioni, non ci sarà alcun motivo di limitare il passaggio delle imbarcazioni attraverso lo Stretto di Ormuz – né, del resto, attraverso l’ altro stretto le cui coste sono controllate dagli Houthi. Questa è la nostra posizione.
Per quanto riguarda il programma nucleare iraniano, la nostra posizione è ben nota e non ne abbiamo mai fatto mistero. Ritengo che la Russia abbia svolto un ruolo molto significativo e concreto nella risoluzione della precedente crisi e ha contribuito alla conclusione del JCPOA. All’epoca fu raggiunto un accordo, con il consenso dei nostri amici iraniani, in base al quale proponemmo che parte dell’uranio arricchito dell’Iran fosse trasferito sul territorio russo. E quell’ accordo ha funzionato. La nostra proposta rimane sul tavolo ancora oggi.
Abbiamo suggerito di attingere a quell’ esperienza positiva e di trasferire l’uranio arricchito dall’Iran alla Federazione Russa. Vorrei sottolineare che inizialmente tutti erano d’accordo su questo – gli iraniani, gli americani e gli israeliani. In seguito, tuttavia, gli Stati Uniti hanno inasprito la propria posizione, insistendo affinché il materiale venisse rimosso dall’Iran ma trasferito esclusivamente negli Stati Uniti. L’Iran, a sua volta, ha inasprito anch’esso la propria posizione .
Uno dei nostri partner, il signor Larijani, che in seguito ha perso la vita – una grande perdita, perché era un uomo riflessivo con il quale era possibile raggiungere accordi – è venuto a trovarmi di persona e mi ha detto: «No, non siamo più disposti a spedire il nostro uranio da nessuna parte. Proponiamo invece che voi, la Russia, creiate una joint venture in Iran per ridurre il livello di arricchimento, in altre parole, per diluire il materiale sul posto». Gli dissi che era improbabile che Israele e gli Stati Uniti accettassero un accordo del genere, ma che l’opzione rimaneva aperta. Questa è la situazione attuale.
Ciononostante, le nostre proposte restano sul tavolo. Se tutte le parti coinvolte in questo processo dovessero alla fine giungere alla conclusione che questo approccio potrebbe contribuire ad allentare le tensioni, anche solo in una certa misura, siamo pronti a portare avanti questo lavoro.
Fyodor Lukyanov: Grazie. Sergei Karaganov, prego.
Sergei Karaganov: Signor Presidente, siamo tutti lieti di aver agito con tanta risolutezza contro l’ attuale regime in Ucraina negli ultimi due mesi. Speriamo di poter liberare presto una parte considerevole dell’ Ucraina da quel regime. Ma ciò solleverà nuovamente la questione che abbiamo affrontato dopo la Grande Guerra Patriottica. Vorrei ricordarvi che le regioni ucraine furono ricostruite per prime e prima di tutto, persino prima delle regioni limitrofe in Russia. Ad esempio, la regione di Kharkov fu ricostruita molto più rapidamente della regione di Bryansk. Il Donbass è stato un’ eccezione, ovviamente. Dovremmo ricostruire i territori liberati o concentrarci sulle nostre sfere di sviluppo, molto più interessanti? O forse dovremmo trasferire queste imprese in Siberia?
Vladimir Putin: Quali imprese?
Sergei Karaganov: Quelle che ora giacciono in rovina, ma che possono essere ricostruite.
Vladimir Putin: Nel nostro territorio?
Fyodor Lukyanov: No, sul territorio ucraino.
Sergei Karaganov: Nel territorio liberato.
Vladimir Putin: Sapete, dovremmo sicuramente affrontare innanzitutto i problemi che stanno sorgendo al nostro interno. Questa è una priorità assoluta.
Ma se ti riferisci ai territori che dovrebbero essere e saranno incorporati nello Stato russo, dovremo ricostruire la loro economia e il settore sociale. Per quanto riguarda ciò che faremo concretamente in quei territori, questa è un’altra questione.
Prendiamo ad esempio le miniere di carbone. Non era chiaro cosa farne quando facevano parte dell’Ucraina, il che comportava problemi di efficienza. Agiremo in base a considerazioni pratiche e al fatto che le persone che vivranno in questi territori sono cittadini a pieno titolo della Federazione Russa. Faremo tutto il necessario per migliorare il loro tenore di vita portandolo al livello medio russo il prima possibile in tutti i settori, compresi la sanità, l’istruzione, l’ economia e i redditi della popolazione.
Nel complesso, stiamo ottenendo risultati piuttosto positivi in Crimea e nelle zone delle repubbliche di Donetsk e Lugansk e nelle regioni di Zaporozhye e Kherson che controlliamo. Per quanto riguarda cosa ricostruire e quali imprese delocalizzare, affronteremo tali questioni esclusivamente in base alla convenienza economica.
Per quanto riguarda la garanzia della sicurezza del nostro settore, comprese le imprese della difesa, posso assicurarvi che ci stiamo già occupando della questione e, quando creiamo nuove imprese in questo settore, teniamo conto dei moderni metodi di guerra e facciamo tutto il necessario per collocare queste strutture nelle zone più sicure possibili. La loro costruzione è in corso.
Vladimir Putin: Per quanto riguarda l’aspetto stabilizzante della costruzione delle relazioni internazionali, mi sembra che sia noi che la Cina condividiamo la convinzione che, quando parliamo della della Russia come Stato-civiltà o della Cina come Stato-civiltà, intendiamo innanzitutto la necessità di tutelare i nostri valori tradizionali, la nostra storia e le nostre tradizioni. Ci impegneremo per garantire il rispetto per i nostri Paesi proprio da questo punto di vista umanitario.
Naturalmente, i soggetti del diritto internazionale sono gli Stati. Allo stesso tempo, tuttavia, il dialogo tra civiltà di Stati quali la Russia e la Repubblica Popolare di Cina riveste un’enorme importanza. Dopotutto, si tratta innanzitutto di comunicazione in ambito umanitario, e questo avvicina le persone. Vediamo questo processo, ad esempio, attraverso un esempio molto semplice: l’ organizzazione di anni a tema – l’ Anno dell’ Istruzione, l’ Anno della Cultura e l’ Anno del Cinema. Tutto questo ci unisce.
Sosteniamo l’idea del presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping. Questa dimensione “civilizzazionale” delle nostre relazioni è frutto della sua iniziativa. Durante la mia visita a Pechino, abbiamo firmato una dichiarazione congiunta in tal senso e, senza alcun dubbio, lavoreremo in questa direzione. La Cina e la sua leadership considerano le nostre iniziative in questo ambito con la stessa attenzione e rispetto. Ne siamo consapevoli e ne siamo grati ai nostri amici in Cina. Senza alcun dubbio, lavoreremo insieme per raggiungere i nostri obiettivi comuni.
Il ruolo e l’importanza della Cina negli affari internazionali continuano a crescere. Le relazioni amichevoli e basate sulla fiducia tra la Russia e la Cina – come ho già detto molte volte – rappresentano un fattore stabilizzante di grande importanza nella politica globale.
Fëdor Lukyanov: Signor Presidente, lei e il presidente Xi – tutti sanno che vi lega una fortissima intesa reciproca. Tuttavia, siete comunque rappresentanti di culture diverse. Ha mai avvertito una barriera culturale – in cui ha dovuto spiegargli qualcosa che, per esempio, una persona della nostra cultura capirebbe immediatamente, mentre a lui è necessaria una spiegazione?
Vladimir Putin: Sapete, vi farò un esempio molto semplice. No, non c’è alcuna barriera. Anzi, purtroppo, io non parlo ancora cinese e nemmeno il mio amico, il presidente Xi Jinping, parla ancora russo. Di recente siamo stati insieme in India e ci siamo ritrovati, noi due, nella cosiddetta “sala d’attesa”, dove tutti… Beh, si chiama così.
Fëdor Lukyanov: Sarebbe interessante vedere questa “sala d’attesa”. (Risate.)
Vladimir Putin: Beh, si tratta semplicemente di una sala in cui i leader si riuniscono prima di recarsi a salutare il padrone di casa dell’ evento – in questo caso, il primo ministro Modi. Ha salutato tutti e ogni capo delegazione da lì si dirige verso la sala principale.
Così, noi due – il presidente Xi Jinping e io – siamo rimasti soli: lui e io, senza interpreti. (Risate in sala.) Sapete cosa è interessante: nel momento in cui uno di noi due pronunciava una sola parola, ci capivamo a vicenda senza interpreti, nonostante non conoscessimo le lingue l’uno dell’altro.
Ecco qua. Ci sono ostacoli? No, non ce ne sono. (Applausi.)
Fyodor Lukyanov: Volevo solo dire che le parole “non conosce ancora il russo” e “non conosce ancora il cinese” sono rassicuranti. Tuttavia, è chiaro che, a quanto pare, non ce n’è più bisogno.
Vladimir Putin: Come ho già detto: saranno i miei nipoti a farmi da interpreti – loro parlano cinese.
Fyodor Lukyanov: Grazie mille.
Taisuke Abiru è seduto accanto a lui.
Taisuke Abiru: Grazie.
Taisuke Abiru, Fondazione Sasakawa per la Pace, Giappone.
Signor Presidente, a metà agosto Lei si è recato per la prima volta sull’isola di Iturup e ha ribadito ancora una volta la posizione della Russia riguardo alla sua sovranità su queste isole. Due anni fa, durante la sessione plenaria del Forum di Valdai, Lei ha definito il Giappone un partner naturale e ha affermato che la Russia era pronta a instaurare relazioni con il Giappone in prospettiva dei prossimi cinque e cinquant’anni.
Per inciso, alla fine di agosto mi sono recato anche a Sakhalin e ho avuto uno scambio di opinioni con i rappresentanti del governo della regione di Sakhalin e il personale di un laboratorio di ricerca marina .
Nel corso di questi incontri, mi è stata nuovamente confermata la mia convinzione che esista ancora un enorme potenziale di cooperazione tra il Giappone e Russia in settori quali lo sviluppo delle risorse naturali, la tutela dell’ ambiente marino, le scienze economiche, lo sviluppo della Rotta del Mare del Nord e così via.
E ora veniamo alla mia domanda. Che importanza rivestono le relazioni con il Giappone per Russia nel quadro della sua strategia a lungo termine nella regione dell’Asia-Pacifico? Certo, al momento bisogna riconoscere che le relazioni russo-giapponesi si trovano in una situazione molto difficile. Tuttavia, come vede le relazioni russo-giapponesi una volta superate le difficoltà attuali?
Grazie.
Vladimir Putin: Ritengo che le relazioni russo-giapponesi siano buone, improntate a rapporti di buon vicinato e ricche di contenuti concreti, proprio del tipo che lei ha appena menzionato: l’ economia, l’ ecologia, la ricerca scientifica congiunta e così via.
Lei ha citato le mie dichiarazioni sul Giappone (Quando è stato – due anni fa, non è vero?). Da allora, nulla è cambiato nell’ atteggiamento della Russia nei confronti del Giappone. Ma l’atteggiamento del Giappone nei confronti della Russia è cambiato. Non siamo stati noi a imporre sanzioni al Giappone. È stato il Giappone a imporre sanzioni alla Federazione Russa . Inoltre, sentiamo dichiarazioni piuttosto dure da parte di alcuni alti dirigenti giapponesi . Non ci siamo permessi nulla di simile; non abbiamo fatto questo.
Siamo interessati a una collaborazione con il Giappone. Allo stesso tempo, siamo preoccupati dai piani di militarizzazione del Giappone – non posso far mancare di menzionarlo. Siamo preoccupati per la politica di creazione di blocchi politico-militari nella regione – mi vedo costretto a dirlo. Ma, come lei ha detto, una volta superate le difficoltà odierne, come vediamo le relazioni con il Giappone? Lo ripeto ancora una volta: le consideriamo di buon vicinato e di reciproco vantaggio, e abbiamo aree di interesse comune.
Per inciso, diverse grandi aziende giapponesi, nonostante tutte le difficoltà politiche, hanno continuato a operare in Russia. E nonostante le misure chiaramente ostili adottate dal governo giapponese, non solo non ostacoliamo i nostri partner giapponesi, ma li sosteniamo, proprio come sosteniamo tutti coloro che continuano a collaborare con la Federazione Russa. E noi intendiamo e siamo pronti ad agire allo stesso modo in futuro. Speriamo che, da parte della classe dirigente giapponese, dell’establishment politico giapponese e del Giappone nel suo insieme, un giorno prevalga la stessa disponibilità a una collaborazione reciproca e congiunta nell’interesse di entrambi i paesi.
Fyodor Lukyanov: Signor Presidente, lei ha appena menzionato la “sala d’attesa”. Mi è venuto in mente all’improvviso – se lei si trovasse in una “sala d’attesa” simile, diciamo, al vertice dell’APEC – non solo voi due, ma voi tre, con anche il presidente Trump presente. Probabilmente vi capireste senza bisogno di parole, o basterebbe un semplice cenno?
Vladimir Putin: Sarebbe più difficile. (Risate, reazione vivace tra il pubblico.)
Detto questo, ho un rapporto piuttosto buono e di lunga data con il presidente Trump. Gli sono grato per i suoi sforzi volti a risolvere la crisi ucraina, per esempio. Come ho già detto molte volte, sono convinto che lo faccia con sincerità.
Siamo grati alla First Lady degli Stati Uniti per il suo impegno in ambito umanitario. Lo dico in tutta sincerità, senza alcuna ironia. Ciò riguarda gli scambi di prigionieri e la risoluzione di alcune altre questioni umanitarie. Ma comunque sia, tutto ciò che getta un’ombra sulle nostre relazioni con gli Stati Uniti – e questi fattori che le offuscano e le distruggono non sono sorti ieri, né oggi; si sono sviluppati nel corso di decenni. Ci piacerebbe molto che questi fattori che ci dividono diventassero un ricordo del passato e che emergessero nuove prospettive di cooperazione reciprocamente vantaggiosa.
Per quanto riguarda un possibile incontro trilaterale a cui hai accennato, so che i media ne stanno parlando. Siamo tutti favorevoli. Ma c’è un avvertimento: abbiamo bisogno di un ordine del giorno. Dobbiamo capire quale sarebbe l’ordine del giorno di un eventuale incontro trilaterale, di cosa parleremmo. Ma in generale, qualsiasi dialogo è una cosa positiva.
Fyodor Lukyanov: Grazie.
Aleksandar Rakovic.
Aleksandar Rakovic: Signor Presidente,
Mi chiamo Aleksandar Rakovic, sono uno storico di Belgrado, in Serbia.
Come valuta le prospettive relative allo status geopolitico neutrale della Serbia? Si tratta di un aspetto importante anche nel contesto delle imminenti elezioni in Serbia. Grazie.
Vladimir Putin: Accogliamo con favore la posizione molto moderata della Serbia su una serie di questioni chiave e molto delicate. E apprezziamo moltissimo il fatto che la Serbia si sia astenuta dal prendere qualsiasi decisione in merito alle sanzioni contro la Russia.
Conoscete la nostra posizione sulla Serbia. Mi lascia perplesso, francamente, il motivo per cui negli ultimi decenni l’Occidente nel suo insieme abbia trattato il popolo serbo in modo così ingiusto e asimmetrico. Hanno diviso il popolo serbo in diverse parti; i serbi si sono ritrovati in Stati diversi. Ho appena incontrato Milorad Dodik. Sono stati proprio loro a redigere un tempo l’ Accordo di Dayton, e ora nessuno vuole attuarlo. E in altri casi, impongono decisioni ai serbi.
Oggi i serbi sono una nazione divisa in Europa – e lo sono contro la loro volontà. Questo è ingiusto ed è un male, perché ogni ingiustizia porta a difficoltà e conflitti. Ma l’ attuale leadership serba – compreso Aleksandar Vucic, che ha ricoperto la carica di presidente e, mi auguro, diventerà presto primo ministro – persegue una politica moderata e dimostra disponibilità a collaborare con la Russia. Accogliamo certamente con favore questo atteggiamento e risponderemo di conseguenza.
Fyodor Lukyanov: La visita di Zelensky a Belgrado non l’ha turbata?
Vladimir Putin: Le ragazze si lasciano turbare. Noi non ci lasciamo turbare – noi facciamo politica.
Fëdor Lukyanov: (Risate.) Thank you.
Signor Gupta.
Arvind Gupta: Buonasera, signor Presidente.
Arvind Gupta della Vivekananda International Foundation di Nuova Delhi. Grazie mille per la sua presentazione.
Vorrei solo porre un paio di domande e vorrei semplicemente proseguire la discussione sullo stato delle civiltà di cui lei ha parlato. La mia prima domanda è: dato l’intero contesto geopolitico che si sta delineando, e che lei ha descritto in modo così eloquente, ritiene che le civiltà uniscano le persone, o esiste ora una contraddizione tra lo stato di civiltà e lo Stato-nazione? Questa è la mia prima domanda.
La mia seconda domanda riguarda le relazioni tra India e Russia. Recentemente lei si è recato a Nuova Delhi in occasione di un vertice BRICS di grande successo e ha avuto alcuni colloqui molto proficui con il primo ministro Modi.
Ora, il primo ministro Modi ha spesso affermato che non dovrebbero esserci guerre e che le guerre senza fine dovrebbero finire. Ha discusso di questi scenari attuali con lui e con altri leader? E li ha informati della gravità della situazione?
La mia terza domanda riguarda in particolare le relazioni tra India e Russia. Lo scorso anno ha effettuato una visita di grande successo a Nuova Delhi, durante la quale sono state discusse diverse nuove idee. Tuttavia, una delle questioni tra India e Russia è quella della connettività.
Abbiamo riscontrato alcune difficoltà relative al corridoio di trasporto internazionale che attraversa l’Iran, dove alcuni progetti dovevano essere portati a termine, cosa che non è ancora avvenuta. Probabilmente l’INSTC non sta funzionando al suo pieno potenziale. Inoltre, abbiamo parlato del Corridoio marittimo orientale che collega Chennai a Vladivostok. A che punto è questo progetto?
La mia domanda finale…
Fyodor Lukyanov: Mi dispiace, per ora basta così.
Vladimir Putin: La prego, continui. È una dittatura. Mi restituisca il microfono.
(Risate.)
Fyodor Lukyanov: Grazie a Dio abbiamo le nostre tradizioni.
Vladimir Putin: Sarò comunque breve.
Arvind Gupta: In sintesi, l’India e la Russia hanno un enorme potenziale per migliorare o sviluppare le loro relazioni. Nel settore delle tecnologie emergenti, ritiene che vi sia ora la possibilità di stipulare un accordo intergovernativo tra India e Russia in materia di tecnologie emergenti, che riunisca semiconduttori, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e settori affini, in modo da compiere rapidi progressi? Grazie.
Vladimir Putin: Cercherò davvero di rispondere in breve.
Per quanto riguarda gli Stati-civiltà, li consideriamo non come qualcosa che divide le persone, ma come qualcosa che le unisce e le integra .
L’India è un paese davvero straordinario per le sue dimensioni e la sua diversità. Pochi si rendono conto, come mi ha detto lo stesso signor Modi, che, su una popolazione di 1,5 miliardi, solo 600 milioni di indiani parlano l’hindi come lingua madre . La maggioranza parla altre lingue, e tutti convivono insieme. È un fatto straordinario e suscita ammirazione.
C’è qualcosa di unico nella cultura indiana – un misto di originalità e unità – che rappresenta sicuramente un esempio degno di essere seguito. Credo che, attingendo all’esperienza indiana, possiamo costruire relazioni tra nazioni diverse e paesi con culture, storie e tradizioni differenti. Non vedo alcuna contraddizione in questo.
Per quanto riguarda posizione del primo ministro Modi sulla fine delle guerre e su temi simili, posso dire che egli è uno di quei leader mondiali che, nonostante il nostro rapporto personale molto cordiale, persino amichevole, solleva costantemente la questione della fine del conflitto in Ucraina. Ne parla ogni volta che ci incontriamo. Nutre un vivo interesse per la questione e ha idee eccellenti volte a trovare soluzioni reciprocamente accettabili – vorrei sottolineare “reciprocamente” –. In questo senso, il Primo Ministro mantiene certamente una posizione neutrale pur rimanendo impegnato a vedere la fine del conflitto. Ritengo semplicemente che sia mio dovere affermarlo apertamente. Siamo inoltre grati al Primo Ministro per le sue idee – non entrerò nei dettagli in questa sede – e per il suo impegno a risolvere questo conflitto, tra gli altri, in modo pacifico e il più rapidamente possibile.
Per quanto riguarda un possibile progetto congiunto, sono in corso i lavori relativi alle interconnessioni Nord-Sud, nonché alla Rotta Marittima del Nord e al Corridoio Marittimo Orientale.
Ad esempio, proprio di recente una nave portacontainer cinese e una nave sudcoreana hanno effettuato viaggi di prova in quella zona. Stiamo inoltre discutendo le possibilità con i nostri amici indiani. Sosteniamo l’ utilizzo congiunto di tali promettenti corridoi internazionali .
Per quanto riguarda la Rotta del Mare del Nord, i volumi di trasporto lungo tale rotta sono in costante aumento. Ribadisco: vogliamo garantire che ciò non dai luogo ad alcun tipo di conflitto. Siamo assolutamente disponibili a collaborare con qualsiasi paese interessato a utilizzare questi corridoi, non perché rappresentino una concorrenza, ad esempio, per il Canale di Suez, né a causa dell’attuale difficile situazione in Medio Oriente derivante dalle ostilità. No; è semplicemente che i volumi del commercio globale stanno crescendo e le nuove opportunità devono soddisfare le nuove esigenze. Credo, e l’esperienza lo conferma, che questa crescita continuerà.
Per quanto riguarda il corridoio di trasporto Nord-Sud, posso dirvi che la questione non dipende solo da noi. Siamo pronti a fornire i finanziamenti necessari. La questione è che i nostri amici iraniani completino la loro parte del lavoro in questa fase. Non c’è alcun segreto: i terreni lungo il percorso proposto devono semplicemente essere acquisiti. Vorrei sottolineare che una parte del percorso dovrà attraversare l’Azerbaigian. Manteniamo i contatti con il presidente Aliyev e non ci sono problemi neanche da quella parte. L’Azerbaigian è d’accordo sulla realizzazione del progetto e lo considera promettente. Abbiamo stanziato le risorse finanziarie necessarie e siamo pronti a intraprendere questo sforzo congiunto.
Per quanto riguarda le potenzialità di cooperazione con l’India in vari settori economici, al di là della sola logistica, lei ha assolutamente ragione: l’alta tecnologia è l’area più promettente per una collaborazione. Stiamo affrontando sfide specifiche, quali gli squilibri commerciali, ma anche in questo caso stiamo proponendo e attuando misure che vanno oltre gli approcci tradizionali e lineari. In genere, quando si organizzano mostre, simposi congiunti, fiere commerciali ed eventi simili, un paese mette in mostra i prodotti che desidera esportare. Tuttavia, con l’ accordo dei nostri amici indiani e il sostegno del Primo Ministro Modi, stiamo organizzando eventi in cui gli importatori indiani possano presentare i prodotti che potrebbero introdurre nel mercato russo. Siamo pronti a proseguire questo lavoro. In ogni caso, vediamo un grande potenziale di cooperazione nei settori high-tech.
Grazie.
Karen Hallberg: Signor Presidente, buonasera.
Mi chiamo Karen Hallberg, sono argentina e ricopro la carica di Segretaria Generale delle Conferenze Pugwash per la Scienza e gli Affari Mondiali. Grazie mille per aver illustrato e condiviso le vostre opinioni su diversi argomenti.
Vorrei accennare alle armi nucleari. Ho una proposta riguardante un incontro trilaterale di cui avete parlato con gli Stati Uniti e la Cina. Volevo dire che, se dopo la vostra utilissima iniziativa, che non è stata presa in considerazione, ma l’iniziativa di prorogare la moratoria sul New START, che alla fine non ha avuto luogo, ma che avrebbe potuto averlo, è stata un’idea eccellente per ridurre i rischi.
La mia domanda è: avete in programma di guidare o di co-guidare un programma volto a ridurre i rischi legati alle armi nucleari? Ad esempio, considerando l’ intelligenza artificiale (IA), il rischio legato all’ IA in relazione alle armi nucleari, il fatto che debba esserci un essere umano o un processo decisionale umano significativo in quel ciclo. Oppure, ad esempio, il mantenimento delle comunicazioni o la riduzione dello stato di allerta elevata delle armi nucleari, ecc.
Allora, la domanda è: hai qualche idea o sai dirmi come possiamo ridurre il rischio legato alle armi nucleari, soprattutto tra i tre Stati che ne possiedono il maggior numero?
Grazie mille.
Vladimir Putin: La risposta sarà breve. Non siamo stati noi a ritirarci da tutti gli accordi e trattati internazionali che costituivano la base per il contenimento della corsa agli armamenti e la non proliferazione nucleare. Non siamo stati noi ad abbandonare quei trattati. Con un pretesto o con un altro, sono stati gli Stati Uniti a farlo. Questo valeva anche per lo START III. Beh, le cose stanno così. Non siamo stati noi a ritirarci.
Inoltre, vorrei informarvi – probabilmente non è un segreto, e forse ne è già stato fatto cenno da qualche parte – che già allora avevamo proposto all’amministrazione Obama di riprendere il dialogo su tali questioni. All’ inizio non abbiamo ricevuto alcuna risposta; e alla fine, circa tre mesi prima che quell’amministrazione lasciasse l’incarico, abbiamo improvvisamente ricevuto notizia che l’ amministrazione statunitense era pronta per tale dialogo. Ma poi se ne sono andati tutti, e tutto si è di nuovo bloccato. Non siamo contrari a riprendere quel dialogo; non lo siamo mai stati. Lo abbiamo proposto allora e lo proponiamo ora. Eppure non c’è risposta. Se non ce n’è – come diciamo noi, se è un no, che sia così.
Pertanto, non è che la Russia abbia un interesse vitale in questo – no, perché stiamo sviluppando le nostre forze nucleari: le nostre Forze Missilistiche Strategiche, come ho già detto, sono moderne quasi al 98 per cento. Nessuna potenza nucleare possiede quel livello di modernità – nessuna. Disponiamo inoltre di sistemi nuovi e moderni. C’è il veicolo planante, apparso diversi anni fa. C’è il sistema di penetrazione della difesa missilistica, del tutto nuovo, e le armi a raggio intermedio – ad alta tecnologia, le più moderne, che nemmeno gli altri paesi possiedono ancora.
Naturalmente, tutte le potenze nucleari sono paesi all’avanguardia dal punto di vista tecnologico. Un giorno disporranno tutte di questi sistemi. Ma non ancora. Per ora, solo noi ne disponiamo. Tuttavia, comprendiamo le minacce di cui parlate. Comprendiamo che, dopotutto, debbano esistere meccanismi di deterrenza e che debbano esserci degli accordi. Non entrerò ora nei dettagli su chi possiede cosa nei propri arsenali, cosa è stato distrutto e cosa no, o quali silos vengono sigillati e dove. Questa è una questione che spetta agli specialisti – tecnici e militari.
Detto questo, siamo pronti – se l’attuale amministrazione, e stiamo ricevendo segnali che l’interesse per la questione si sta in linea di principio riaccendendo – se l’attuale amministrazione statunitense desidera procedere in tal senso, siamo pronti a riprendere questo dialogo già domani. Certamente.
Dovresti parlare con loro; forse ti ascolteranno . Va bene?
Fyodor Lukyanov: Grazie.
Lorenzo Pacini.
Lorenzo Pacini: Grazie, signor Presidente.
Sono originario dell’ Italia, un paese che attualmente non intrattiene buoni rapporti con la Russia. In qualità di europeo, vorrei sapere quali condizioni la Russia porrebbe per un nuovo sistema di sicurezza per i paesi europei.
Inoltre, ipotizzando un’Europa post-Unione Europea, preferireste che il continente europeo entrasse a far parte di una più ampia Eurasia, oppure che si definisse autonomamente con i propri popoli in una competizione permanente tra gli Stati Uniti e la Russia? Grazie.
Vladimir Putin: L’Italia fa parte dell’Europa, dopotutto, e io sto parlando di un partenariato eurasiatico. Quindi, naturalmente, noi consideriamo – e continueremo a considerare – l’Italia come un partner eurasiatico.
Che l’UE sopravviva o meno, o che l’Italia rimanga o meno membro dell’Unione – non sono affari nostri; non interferiamo, né desideriamo essere coinvolti in tale discussione. Sappiamo che nel momento in cui lo facessimo, ci accuserebbero di voler smantellare l’UE – anche se non abbiamo alcuna intenzione di rovinare nulla; vogliamo costruire e cooperare, non distruggere.
Non abbiamo alcuna condizione preliminare per la ripresa o il ripristino delle relazioni né con l’Europa nel suo complesso né con singoli paesi europei. Alcuni politici sostengono che alla Russia non debba essere consentito di cooperare con singoli paesi, che tutti debbano agire all’unisono e che a nessun paese europeo debba essere permesso di avviare un dialogo con la Russia per conto proprio.
Ciò equivale a un diktat che va ben oltre persino ciò che abbiamo visto durante l’era sovietica – cosa di cui ho già parlato in precedenza. All’epoca, almeno, c’era un unico Stato, e le repubbliche dell’Unione facevano parte di un insieme unificato – e, in realtà, rigorosamente centralizzato –. Nell’Unione Europea, in teoria, non è così, ma in pratica lo è. Qualcuno sta impedendo ai singoli paesi di instaurare relazioni con la Russia oggi. Nessuno ci impedisce di farlo; noi siamo pronti.
Fyodor Lukyanov: Forse, visto che stanno comunque imponendo dei divieti, dovremmo semplicemente andare avanti e scioglierli, così è più facile affrontare i singoli paesi?
Vladimir Putin: Non ce n’è bisogno; crolleranno da soli, senza alcun aiuto da parte nostra.
Fyodor Lukyanov: Capisco. Grazie.
Vladimir Putin: Il nostro collega italiano lo sa meglio di noi. Dopotutto, ogni problema parte dall’ economia. A quanto ammonta il debito pubblico italiano? Il 140 per cento. E il disavanzo? Beh, probabilmente si aggira intorno al quattro o cinque per cento. No, no, non tre – più alto, più alto. Quanto? Beh, tre. (Commento dal pubblico.) No, no, no, è troppo alto. In realtà – come sottolinea il nostro collega – si aggira intorno al tre per cento. Ma in altri paesi europei è più alto; alcuni si avvicinano al cinque.
Nel complesso, comprendiamo le difficoltà economiche che i paesi europei si trovano ad affrontare – le sfide che devono affrontare. Non vogliamo criticare né esprimere pareri al momento; spetta a quei paesi stessi, a un’Europa unita e alla Commissione europea decidere come strutturare le loro relazioni.
A nostro avviso, molte cose sono state – e continuano ad essere – gestite in modo errato, con gravi conseguenze per le economie di tutti i paesi europei. Probabilmente non è questo il momento per queste discussioni, ma è un fatto. I problemi si stanno accumulando. I cittadini delle principali nazioni europee ne stanno subendo le conseguenze in prima persona. Il tenore di vita sta calando e la disoccupazione è in aumento.
Questo, ovviamente, mina le fondamenta stesse dell’Unione europea. Ma non sono affari nostri; non intendiamo interferire. Siamo pronti ad avviare un dialogo, sia con l’UE nel suo insieme, se lo desidera, sia con i singoli paesi, senza precondizioni. Tuttavia, non dovrebbero esserci precondizioni nemmeno da parte loro.
Fyodor Lukyanov: Signor Presidente, dato che abbiamo iniziato a parlare dell’economia europea, lei ha recentemente emanato alcune direttive volte a trasferire importanti beni europei alla nostra amministrazione. Ovviamente, questo è stato considerato quasi un furto o una nazionalizzazione. Qual è la verità?
Vladimir Putin: In realtà, sono tutte bugie e provocazioni. Non stiamo prendendo nulla a nessuno, né stiamo rubando o nazionalizzando alcunché. Hanno improvvisamente congelato le nostre riserve auree e in valuta estera, comprese quelle della Banca Centrale, e ora sembrano addirittura stare utilizzando i proventi generati da quelle riserve per finanziare la guerra. Ritengo che ciò sia assolutamente inaccettabile.
Non abbiamo nazionalizzato nulla né nessuno. Sì, stiamo sottoponendo alcune imprese a un’amministrazione esterna temporanea. Nel frattempo, alcuni paesi europei hanno semplicemente sequestrato grandi imprese di nostra proprietà in palese violazione – e voglio sottolinearlo – di ogni regola immaginabile. Prendiamo la Germania, per esempio. Ecco com’è la situazione, capite?
Hanno confiscato beni a Gazprom, Rosneft e alle nostre altre società… Guardate cosa sta succedendo con Lukoil. E adesso? Stiamo creando le condizioni che ci consentano di reagire qualora le nostre società venissero nazionalizzate o sottoposte a quello che equivale a una vera e propria rapina. Questo è il motivo per cui abbiamo posto le imprese da voi citate sotto amministrazione esterna.
Fyodor Lukyanov: Quindi, in uno scenario favorevole, li riavrebbero indietro?
Vladimir Putin: Sì, lo farebbero.
Fyodor Lukyanov: Grazie.
Majid Ehsan: Signor Presidente, sono Majid Ehsan, del Pakistan. Grazie mille per la visione del mondo davvero completa che ci ha illustrato.
La mia domanda riguarda la sua visione di un mondo multipolare. Qual è il quadro più probabile in cui, secondo lei, questo mondo multipolare prenderà forma? Si tratterà di tre poli con gli Stati Uniti nell’ emisfero occidentale, la Russia e la Cina nell’ emisfero orientale, nell’ambito di un nuovo sistema globale di governance mondiale? Oppure ci troviamo di fronte, nello scenario peggiore, a un’altra Cortina di Ferro tra l’ emisfero orientale e quello occidentale, con una guerra fredda?
Vladimir Putin: Per quanto riguarda la nuova “cortina di ferro”, non siamo noi a cercare di abbatterla, ma la comunità occidentale. È l’ Occidente a farlo. Le sanzioni sono numerose: ce ne sono migliaia e migliaia. Quante sanzioni ci sono? Diverse migliaia di sanzioni contro la Russia. Gli incontri con i rappresentanti russi sono vietati e si cerca di isolare la Russia all’interno delle organizzazioni internazionali – tutto ciò equivale a un tentativo di abbattere una “cortina di ferro”. Ma questa volta non proviene dalla nostra parte, come accadde durante l’ era sovietica, bensì dall’ Occidente.
Sappiamo fin troppo bene come sia finito il tentativo dell’ Unione Sovietica di erigere una simile cortina: con un fallimento. Qualsiasi tentativo di erigere una simile cortina ovunque, specialmente nel mondo di oggi, è destinato a fallire.
Per quanto riguarda la nostra visione di un mondo multipolare, esso non può essere bipolare, tripolare o quadripolare. Deve essere diversificato e veramente multipolare. Il nostro mondo è, ovviamente, molto più complesso di quanto possa essere rappresentato da due o persino tre blocchi. Deve tenere conto degli interessi di tutti i soggetti coinvolti nelle relazioni internazionali.
E, come abbiamo ripetuto più volte, esiste un principio fondamentale: la sicurezza di alcuni non può essere garantita a scapito della sicurezza di altri. Questo è uno dei pilastri che, a nostro avviso, devono sostenere il futuro ordine mondiale. Non possiamo ancora dire quale forma assumerà tale ordine , come ho già detto proprio da questo podio, ma dobbiamo impegnarci a cercare risposte insieme. Come minimo, dobbiamo lavorare insieme per trovare le basi di questo futuro ordine mondiale, e farlo senza alcuna precondizione. L’ho appena detto nel rispondere al suo collega italiano.
Fyodor Lukyanov: Grazie .
Mohammad Marandi.
Mohammad Marandi: Grazie mille, signor Presidente. È un piacere e un onore essere qui. Sono Seyed Mohammad Marandi dell’ Università di Teheran. Le sono molto grato per aver menzionato il dottor Larijani, caduto martire durante l’aggressione contro il popolo iraniano. Ha lavorato con grande impegno nella lotta contro l’ISIS e Al-Qaeda. Era molto preoccupato per il benessere del popolo palestinese e ha guidato la resistenza contro l’ aggressione al nostro Paese dopo il martirio dell’ Ayatollah Khamenei.
Ovviamente difenderemo il nostro Paese e ne usciremo vittoriosi. Ricordiamo i figli di Minab che sono stati massacrati il primo giorno di guerra, i bambini di Lamerd che sono stati massacrati il primo giorno di guerra e le innumerevoli persone che sono state traumatizzate da questa aggressione.
Ma la radice del problema è il genocidio in Palestina, insieme all’ indipendenza del popolo iraniano. Questo genocidio non si fermerà. Ogni giorno sentiamo parlare di nuovi massacri, e l’obiettivo è quello di sterminare il popolo palestinese. E coloro che si oppongono a tale sterminio sono ora minacciati a loro volta di sterminio. Cosa si può fare per salvare i bambini di Gaza? Grazie.
Vladimir Putin: Si tratta di una delle questioni umanitarie più gravi e delicate; per quanto riguarda le tragedie che si stanno consumando a Gaza, ne siamo tutti pienamente consapevoli e ben informati sulla situazione in quella zona.
Non mi addentrerò nei dettagli. La posizione della Federazione Russa sulla questione palestinese è ben nota; non è soggetta ad alcuna considerazione transitoria o opportunistica – non lo è affatto. Fondamentalmente, la questione palestinese, se vogliamo parlare della possibilità di una soluzione a lungo termine, deve basarsi su tutte le risoluzioni precedentemente adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dall’ Assemblea Generale, e la pietra angolare e il fondamento di tale soluzione deve essere la creazione di uno Stato palestinese a tutti gli effetti. Questo è tutto.
Per quanto riguarda il signor Larijani, ho già affermato che, al di là di tutte le considerazioni e valutazioni di natura puramente giuridica ripetutamente fornite dal nostro Ministero degli Esteri, ritengo che si tratti di un grave errore. Nonostante tutto, il signor Larijani – che conoscevo personalmente – era una persona estremamente costruttiva, disposta a cercare compromessi reciprocamente accettabili, innanzitutto, ovviamente, nell’ interesse del popolo iraniano.
Pertanto, a prescindere, lo ripeto, da ogni valutazione giuridica, si tratta indubbiamente di un grave errore, poiché una figura di tale calibro è oggi necessaria per cercare compromessi e soluzioni in grado di portare la pace nella regione del Golfo Persico.
Francamente, il mondo intero sta seguendo da vicino questi eventi e ammira il coraggio, l’eroismo e la forza d’animo del popolo iraniano, così come la sua profonda riservatezza, per così per così dire, di personale di alto livello – sia nell’amministrazione statale che nelle forze armate, compreso il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) – individui pronti al sacrificio di sé per il bene del futuro della loro nazione.
Fëdor Lukyanov: Grazie mille. Vorrei cogliere questa occasione per sottolineare che il Club Valdai è rimasto, ovviamente, profondamente sconvolto dall’assassinio di Ali Larijani, perché tutti ricordiamo vividamente come, un decennio fa o anche meno, abbia partecipato a una delle nostre sessioni e, va detto, abbia lasciato una profonda impressione su tutti con la sua capacità di esprimere chiaramente una posizione, la sua persuasività e il suo intelletto.
Si tratta, ovviamente, di una perdita davvero tragica.
B. Sharma: Grazie mille, signor Presidente. La mia domanda riguarda i BRICS. A Delhi è stata adottata una dichiarazione molto positiva e incentrata sul Sud del mondo; sono stati inoltre definiti una serie di meccanismi. Tuttavia, i principali paesi del BRICS presentano ecosistemi diversi e forse una visione leggermente diversa.
Uno degli obiettivi dichiarati era quello di riallineare le posizioni dei vari paesi. Quindi, si tratterà di un rituale annuale al livello della massima leadership, oppure avete intenzione di fare qualcosa in più – per dare un ulteriore impulso a questa grande iniziativa?
Vladimir Putin: Come ho detto più volte, il BRICS è nato in Russia. È nato come un incontro tra i leader di Russia, India e Cina – noto come RIC – e in seguito è stato affiancato da Brasile, Sudafrica e gli altri paesi che ne fanno parte oggi. Ho appena affermato da questo podio che un gruppo come il BRICS può effettivamente rappresentare un prototipo per il futuro ordine globale.
Possiamo constatare che oggi rappresenta quasi la metà della popolazione mondiale, e che la quota dei BRICS nell’economia globale è in costante aumento. Questo fenomeno si ripete anno dopo anno; lo vediamo con i nostri occhi e le statistiche lo confermano. Quindi, in effetti, la cosa più importante sono i principi alla base della costituzione e del funzionamento dei BRICS, in cui tutti i membri sono uguali e nessuno domina. È questo che li rende attraenti. Tuttavia, non possiedono quella caratteristica che contraddistingue il Consiglio di Sicurezza dell’ONU: le decisioni vincolanti. Per le Nazioni Unite, si tratta in generale di uno strumento e di un meccanismo efficaci.
È difficile dire oggi come si evolverà il BRICS all’interno della nuova architettura delle relazioni internazionali, ma è assolutamente chiaro che si tratta di uno strumento e di un meccanismo utile, alla luce dei principi che ho appena menzionato.
Eppure il BRICS non si limita alle riunioni formali tra i leader nazionali. Nel suo ambito si stanno sviluppando anche moderni meccanismi finanziari. Quando i rappresentanti del mondo imprenditoriale si incontrano, possono individuare progetti comuni molto interessanti, importanti e promettenti. Esiste inoltre una cooperazione umanitaria in vari ambiti artistici, che è fondamentale perché avvicina le persone tra loro.
Ad esempio, abbiamo proposto di istituire una nuova piattaforma di investimento nell’ambito dei BRICS. Questa piattaforma non solo contribuirebbe allo sviluppo delle economie degli Stati membri, ma potrebbe anche operare efficacemente in altri paesi – quelli con una popolazione in rapida crescita ed economie in via di sviluppo che si stanno impegnando per innalzare il tenore di vita della propria popolazione a livelli globali. Si tratta di una prospettiva molto promettente, soprattutto alla luce del processo di urbanizzazione in corso in questi paesi. Sistemi di regolamento moderni in grado di gestire le transazioni tra i paesi del BRICS e le loro aziende indipendentemente da interferenze esterne potrebbero rivelarsi estremamente preziosi e offrire un potenziale significativo.
Passo dopo passo, gradualmente, mattone dopo mattone, tutto questo sta contribuendo a costruire una nuova architettura. I progressi continueranno in questo modo graduale. Non ha senso correre troppo; potrebbe persino essere pericoloso. Dobbiamo affrontare i problemi e le sfide man mano che si presentano.
Huiyao Wang: Grazie, signor Presidente.
Mi chiamo Huiyao Wang. Faccio parte del Centro per la Cina e la globalizzazione, di cui sono fondatore e presidente.
Lei ha accennato al fatto che si recherà all’APEC. Abbiamo effettivamente constatato che l’anno scorso ha avuto un vertice di grande successo con il presidente Trump. E quest’anno ha avuto un vertice di grande successo con il presidente Xi. Naturalmente, il presidente Xi è appena tornato dagli Stati Uniti, dove ha avuto anch’egli un vertice di grande successo.
Allora, mi chiedo, sa, in occasione dell’APEC potrebbe esserci questo possibile vertice trilaterale. Si aspetta che la Cina svolga un ruolo più rilevante, ad esempio, nella promozione della pace, nel raggiungimento della pace, nel mantenimento della pace o come garante, o in qualsiasi altro modo, in modo che ciò possa davvero contribuire al successo del vertice ?
Grazie.
Vladimir Putin: Non ho alcun dubbio che il vertice sarà un successo. Per quanto riguarda il ruolo della Cina, innanzitutto, il ricorso alla pressione, per non parlare della risoluzione dei problemi emergenti con mezzi militari, non ha mai fatto parte della filosofia o del pensiero politico cinese. La Cina ha sempre cercato di risolvere le questioni e i problemi con mezzi pacifici. Lo vediamo riflettuto nelle politiche della Cina sotto la guida del presidente Xi Jinping.
La Cina può svolgere un ruolo in questo momento? Certamente. Ciò è dovuto principalmente alle sue crescenti capacità economiche e militari, nonché al suo desiderio di ampliare la portata della cooperazione libera. L’iniziativa “Belt and è finalizzata proprio a questo. Stiamo sviluppando questa iniziativa insieme alla Cina, allineandola alle iniziative della Russia, tra cui il Partenariato Grande Eurasiatico. Stiamo lavorando insieme e questo sta dando risultati positivi.
Per quanto riguarda un eventuale incontro trilaterale durante il vertice dell’APEC, beh, come ho già detto, è certamente possibile. In larga misura, ciò dipenderà dalla Cina in qualità di paese ospitante dell’evento. Ma ripeto: gli incontri sono sempre utili in quanto consentono uno scambio di opinioni e un chiarimento delle posizioni. La cosa più importante è individuare le questioni che potrebbero gettare le basi per un simile vertice trilaterale; la chiave sta nel definire l’agenda di questi negoziati.
Tuttavia, ciò dipenderà senza dubbio in grande misura dagli organizzatori dell’evento – in questo caso, il presidente Xi Jinping.
Taha Özhan: Signor Presidente, grazie. Taha Özhan, Istituto di Ankara, Turchia.
Di solito in Turchia non si tratta di una di queste definizioni, ma quando analizziamo le politiche statunitensi nei confronti della Russia, affermiamo che la politica degli Stati Uniti viene dirottata nei confronti della Russia principalmente dall’Europa e soprattutto da alcuni paesi. Con la stessa logica, affermiamo anche che la politica statunitense in Medio Oriente è stata a sua volta dirottata per decenni da Israele.
Lei ha appena risposto alla domanda del signor Mohammad Marandi nel contesto di Israele e della Palestina, la questione palestinese. Ma ciò a cui siamo giunti ora è che Israele ha attaccato almeno cinque paesi, e stiamo subendo una minaccia da parte di Israele in modo diretto, da parte dei ministri e di altre personalità, contro la Turchia.
E stiamo parlando di qualcosa di più della questione palestinese intesa come problema israeliano. Come vede questo problema nel prossimo futuro? Grazie.
Vladimir Putin: Le chiederei di chiarire: si riferisce alla questione di Israele o a quella della Palestina? Non ho capito bene la sua domanda.
Taha Özhan: Mi riferisco al problema israeliano.
Vladimir Putin: Per quanto riguarda la questione di Israele, spetta al popolo israeliano stesso decidere. Tutte le questioni riguardanti Israele dovrebbero essere decise dal popolo di Israele attraverso il normale processo elettorale democratico. Per quanto ne so, le elezioni della Knesset sono imminenti e gli elettori israeliani avranno presumibilmente l’opportunità di esprimere il proprio parere su questa questione.
Per quanto riguarda la questione palestinese, l’ho già detto in passato e lo ripeto: essa potrà essere risolta solo attraverso la creazione di uno Stato palestinese a tutti gli effetti.
Per quanto riguarda l’idea che la politica statunitense nei confronti della Palestina sia dettata da Israele, oserei dire che non è affatto così. Sono a conoscenza della posizione della Turchia su queste questioni. Tuttavia, l’attuale leadership statunitense è guidata principalmente dai propri interessi nazionali. Conoscendo il presidente Trump, non ho alcun dubbio al riguardo. La questione di chi influenzi chi e di come tali interessi vengano valutati è una questione del tutto a sé stante.
Lo stesso vale per l’influenza dei paesi europei sulla politica statunitense nei confronti della Russia. Ovviamente, sono alleati della NATO, quindi influenzano inevitabilmente, in una certa misura, la posizione degli Stati Uniti. Ma la leadership statunitense ha una propria visione di come queste relazioni dovrebbero essere strutturate. Quindi sì, c’è un’influenza – quasi certamente c’è, e c’è sempre stata. Ma in definitiva, gli Stati Uniti sono guidati dai propri interessi nazionali, in particolare sotto la presidenza Trump.
Per inciso, lo stesso vale per le relazioni tra gli Stati Uniti e l’Europa. Basta guardare le decisioni che gli Stati Uniti stanno prendendo riguardo alla cooperazione economica con l’Europa – decisioni che, per dirla in modo moderato e senza offendere nessuno, potrebbero essere definite pragmatiche. Possiamo vedere cosa sta succedendo e lo capiamo; sapete a cosa mi riferisco. Quindi sì, l’influenza esiste certamente, ma gli Stati Uniti sono guidati innanzitutto dai propri interessi.
In precedenza, sotto la presidenza di Biden, credo che il governo statunitense avesse effettivamente esercitato una maggiore influenza sulla posizione dell’Europa nei confronti della Russia. Tuttavia, con il svolgersi degli eventi, le dinamiche hanno finito per assumere una direzione autonoma.
Ora, ovviamente, i principali stanno assumendo una posizione molto più aggressiva nei confronti della Russia rispetto agli Stati Uniti. Mentre gli Stati Uniti cercano di porre fine al conflitto, molti paesi europei, come ho già detto, sembrano guidare questo approccio aggressivo. Di fronte a tendenze economiche sfavorevoli a livello nazionale, a una posizione sempre più precaria delle loro classi politiche al potere e a un cambiamento nell’opinione pubblica, ora sembrano provocare lo scontro con la Russia e alimentare ulteriori crisi tra la Russia e l’Europa. Lo stanno facendo proprio per giustificare i preparativi per la guerra e per radunare il maggior numero possibile di sostenitori attorno a sé, consentendo loro così di rimanere al potere.
La logica è molto semplice. Sono convinto che ciò spieghi una parte significativa del ragionamento alla base del comportamento dei paesi europei nei confronti della Federazione Russa.
Tuttavia, ritengo che sia eccessivo affermare che una qualche forza esterna determini la politica degli Stati Uniti in un settore o in un altro.
Fyodor Lukyanov: Signor Presidente, lei ha menzionato gli interessi nazionali. Nel suo discorso ha affrontato in dettaglio la questione dell’intelligenza artificiale. Come sappiamo, essa viene gradualmente introdotta in molti ambiti della vita, ad esempio in quello militare, come lei ha menzionato. Una qualche forma di intelligenza artificiale sta emergendo anche in politica. Potrebbe forse definire gli interessi nazionali in modo più preciso rispetto alle persone nel prossimo futuro, calcolando ciò di cui il paese ha bisogno sulla base di enormi quantità di dati?
Vladimir Putin: Sapete, ieri io e i miei colleghi abbiamo discusso di questo argomento, ed ecco la conclusione a cui siamo giunti: il potenziale dell’ intelligenza artificiale è enorme. È senza dubbio uno strumento che trasformerà ogni aspetto della vita umana nei prossimi anni. E si sta sviluppando così rapidamente che è difficile prevederne le conseguenze.
Tuttavia, gli esperti stimano che il numero di connessioni tra gli elementi di conoscenza nell’intelligenza artificiale a cinque trilioni, mentre il numero delle connessioni corrispondenti nella corteccia cerebrale umana – nel cervello umano, ripeto – è stimato a circa mille trilioni. Capite? Cinque trilioni da una parte – nell’intelligenza artificiale – contro mille trilioni nel cervello umano.
Inoltre, l’intelligenza artificiale consuma un’energia molte volte superiore a quella del cervello umano: decine, forse centinaia di volte di più, o addirittura di più ancora. Il cervello umano consuma appena 20 watt, mentre l’intelligenza artificiale richiede la costruzione di centrali nucleari nelle vicinanze, l’ uso di centrali idroelettriche e così via. Gas, petrolio, olio combustibile – si usa di tutto.
Tuttavia, l’intelligenza artificiale presenta dei vantaggi: ha accesso a un vasto corpus di conoscenze attive e fornisce il risultato desiderato più rapidamente. Pertanto, l’intelligenza artificiale può e deve essere utilizzata come uno strumento nelle mani dell’uomo, almeno per il momento. In definitiva, le decisioni finali devono spettare agli esseri umani. Credo che la combinazione delle capacità umane con uno strumento come l’intelligenza artificiale produrrà i migliori risultati.
Dobbiamo quindi mantenere un dialogo costante con le persone che utilizzeranno l’intelligenza artificiale. Allo stesso tempo, sarebbe estremamente vantaggioso stabilire tempestivamente delle regole che disciplinino l’ uso di questa tecnologia, nell’ interesse dell’ intera umanità.
Fyodor Lukyanov: Utilizzate chatbot o reti neurali?
Vladimir Putin: Mi avvalgo dell’Ufficio esecutivo presidenziale, che attinge a tutto ciò che l’umanità ha ideato.
Fyodor Lukyanov: È senza dubbio una forza inarrestabile. Grazie.
Richard Sakwa: Richard Sakwa, Università del Kent, Inghilterra.
Prima ha menzionato le Nazioni Unite e ha anche affermato che alcune delle critiche mosse sono fondate. Ma allo stesso tempo, ha accennato ad alcune idee di riforma, che sono rimaste in stallo per molti anni.
Al momento, sono 54 le principali guerre in corso nel mondo. Il divario tra la capacità delle Nazioni Unite di affrontarle e il crescente caos nel mondo sembra diventare sempre più ampio.
Non è forse giunto il momento, ormai, che i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, insieme ai membri supplenti e ad alcuni altri membri, di intraprendere forse una sorta di iniziativa diplomatica, una sorta di congresso-conferenza extra-ONU per sbloccare la riforma delle Nazioni Unite?
Ne parliamo da molto tempo. La multipolarità non è la risposta in sé. Ha bisogno di un quadro giuridico normativo su cui il mondo abbia raggiunto un consenso. Quindi, come possiamo andare avanti con il cambiamento delle Nazioni Unite per migliorare la governance globale?
Grazie.
Vladimir Putin: Abbiamo già una risposta ben nota a questa domanda e, purtroppo, non ho nulla di nuovo da aggiungere. La riforma delle Nazioni Unite è possibile solo sulla base di un ampio consenso. Naturalmente, si potrebbero esplorare vari modi per affrontare la questione, ad esempio convocando una conferenza, ma ciò porterebbe a ben poco senza prima individuare e concordare le linee guida per una riforma che possa essere effettivamente attuata.
Ho sentito molte diverse proposte su questo argomento. L’ importante per noi è non perdere di vista ciò che è fondamentale. E qual è l’essenziale, per quanto strano possa sembrare? Innanzitutto, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza hanno il diritto di veto. È una cosa positiva o negativa? Sapete, quando i fondatori delle Nazioni Unite concordarono su questo accordo, partirono dal presupposto che il veto (per quanto arcaico possa sembrare) avrebbe contribuito a impedire che i conflitti tra le principali potenze militari degenerassero in una guerra aperta. Se un membro esercita il proprio veto, l’azione proposta non può andare avanti. Ma il fatto stesso che un’azione possa essere bloccata crea le condizioni per un modus vivendi. Questo è proprio il punto. E c’è una certa logica in questo.
In secondo luogo, esistono meccanismi per far rispettare le decisioni delle Nazioni Unite, anche attraverso l’ uso della forza armata. Il punto fondamentale è semplicemente quello di garantire che tali decisioni siano approvate e autorizzate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, anziché essere prese unilateralmente da un singolo paese o un gruppo di paesi, come è accaduto nel caso della Serbia e della Jugoslavia. Ciò che è necessario è garantire il rispetto [di questi principi].
Perché, allora, tutti – scusate l’espressione – hanno calpestato questi principi delle Nazioni Unite? Perché nessuno voleva ascoltare posizione della Russia. Non hanno nemmeno sottoposto la questione alle Nazioni Unite per discussione, poiché sapevano che la Russia avrebbe posto il veto su qualsiasi decisione di questo tipo riguardante la Serbia. Così, hanno scelto di agire aggirando la Russia. Ma non ci si deve aggirare a vicenda. Bisogna fare ogni sforzo, per quanto difficile possa essere, per trovare soluzioni insieme.
Allo stesso tempo, come ho già detto, alcuni aspetti dei meccanismi decisionali dell’ONU appaiono arcaici. Soprattutto, deve esserci un’adeguata rappresentanza dei paesi che costituiscono la maggioranza della popolazione mondiale – mi riferisco all’ India, ai paesi africani e ad altri. Questo è ovvio. L’India ha una popolazione di 1,5 miliardi di abitanti e un’economia in rapida crescita. Come potrebbe essere altrimenti? Dobbiamo quindi lavorare insieme per trovare soluzioni a queste questioni.
Feng Shaolei: Signor Presidente, sono molto lieto di rivederla. Mi chiamo Feng Shaolei e vengo da Shanghai, in Cina.
Grazie mille per le vostre presentazioni di oggi. Credo che la storia non sia ancora finita. Le prove della storia non devono essere dimenticate, soprattutto quando abbiamo figure storiche così perspicaci come Egon Bahr, come avete sottolineato. Credo che questo sia fondamentale. È proprio per questo che, anche se oggi ci troviamo in una situazione molto difficile, anzi terribile, non dobbiamo lasciarci sfuggire questa opportunità storica. Proprio di recente ho letto il discorso che avete tenuto quattro settimane fa al Forum economico orientale.
Un particolare ha attirato la mia attenzione. Hai raccontato che, durante il tuo viaggio, una tigre è apparsa all’improvviso sulla strada proprio davanti alla tua auto. Non si è allontanata, ma si è limitata a scodinzolare. Mi è sembrato che la tigre fosse di buon umore.
Mi sembra che la gestione congiunta dei confini tra la Russia e la Cina stia migliorando e che l’ambiente venga gradualmente tutelato. Credo che ciò offra anche alle tigri la possibilità di muoversi liberamente da una parte all’altra.
Permettetemi di porre una domanda: quali sono i fattori chiave e le tendenze più significative che stanno determinando lo sviluppo e l’apertura dell’ Estremo Oriente e dell’ Artico, compresa la Rotta del Mare del Nord?
Rispetto alle precedenti strategie e politiche della Russia in questo ambito, ciò rappresenta un’enorme opportunità storica sia per i paesi confinanti che per quelli più lontani, compresa la Cina. Come ha affermato il vice premier cinese Ding Xuexiang, intendiamo collaborare più strettamente con i nostri partner russi.
Vorrei chiedere la vostra valutazione di questi importanti processi storici a lungo termine che caratterizzano lo sviluppo e l’apertura dell’ Estremo Oriente e dell’ Artico.
Grazie mille.
Vladimir Putin: Innanzitutto, vorrei darvi il benvenuto e dirvi che è per me un piacere particolare vedervi. Dopotutto, Shanghai è una città gemellata con la mia città natale, San Pietroburgo. Abbiamo sempre intrattenuto un rapporto speciale con questa meravigliosa città, e spero che continui a svilupparsi.
Per quanto riguarda le tigri, forse lo sapete – o, se non lo sapete, ve lo posso dire – che mi occupo della conservazione delle tigri da molti anni. Sono stato io a dare il via al cosiddetto Tiger Summit a San Pietroburgo, un’importante conferenza internazionale sull’argomento.
Sembra che la tigre che si è avventurata sulla strada davanti alla nostra auto, correndo davanti a noi e scodinzolando, dovesse sapere – o forse fosse stata informata – che non c’era alcun pericolo. Dopotutto, io lavoro per sostenere la popolazione delle tigri, e abbiamo visto i risultati: la popolazione delle tigri in Russia è cresciuta in modo significativo, così come quelle dei leopardi delle nevi e di alcune altre specie animali rare.
Per quanto riguarda la nostra cooperazione e i nostri sforzi volti allo sviluppo dell’Estremo Oriente, essi sono orientati al raggiungimento di obiettivi specifici e sono in atto ormai da diversi anni. Ciò vale per la Siberia orientale, l’Estremo Oriente e l’Artico. Abbiamo istituito in quelle regioni un sistema efficace ed efficiente di agevolazioni sia per le imprese nazionali che per quelle straniere, per i nostri potenziali partner e investitori, attuali e futuri.
Per inciso, le aziende cinesi sono tra le più attive in Estremo Oriente. La Commissione governativa sta per valutare una decisione su uno dei più grandi giacimenti di rame della Russia e del mondo, e è probabile che la decisione sia positiva. Il giacimento si trova in Siberia e anche gli investitori cinesi potranno partecipare.
Per quanto riguarda l’Estremo Oriente: come ho detto, abbiamo creato un intero sistema di preferenze e, a partire dal 1° gennaio del prossimo anno – il che rappresenta per noi una decisione senza precedenti – uniremo tutti i meccanismi precedentemente stabiliti in un unico che opererà in tutto l Estremo Oriente: sia nel porto di Vladivostok, in questi territori e così via.
Per i nostri cittadini … Il tasso ipotecario nel Paese è del 16–17 per cento, mentre nell’Estremo Oriente si attesta al due per cento. Il tasso di natalità a Vladivostok è superiore alla media nazionale, il che crea condizioni molto buone e favorevoli… Ci sono ancora moltissimi problemi da risolvere, davvero tanti. Ma nel complesso, gli obiettivi che ci siamo prefissati vengono raggiunti. Stiamo cercando di orientare il percorso dell’economia dell’Estremo Oriente verso la risoluzione di questioni di natura high-tech.
Abbiamo sostenuto le nostre imprese del settore aeronautico e quelle che in passato producevano esclusivamente attrezzature per l’aviazione militare. Oggi producono anche aeromobili civili.
Abbiamo realizzato lì uno dei più grandi cantieri navali della Russia – Zvezda, che sta costruendo una flotta di navi di grandi dimensioni che nemmeno l’ Unione Sovietica aveva mai prodotto. Abbiamo avviato la produzione di metanieri e di navi civili di grandi dimensioni progettate appositamente per operare nell’Artico. Siamo consapevoli che anche i nostri amici cinesi sono interessati a questo settore.
Abbiamo costruito un complesso di lancio spaziale nell’Estremo Oriente, ed è già operativo: si stanno effettuando lanci. Stiamo ampliando questo complesso e, accanto ad esso, è sorta una città.
Abbiamo realizzato in quella zona due grandi impianti nel settore della trasformazione del gas in prodotti chimici e della petrochimica. I loro prodotti – estremamente richiesti sul mercato mondiale – saranno destinati principalmente al mercato della Repubblica Popolare Cinese.
Tutto ciò è stato concordato e tutto è stato definito in anticipo. Ciò porta solo vantaggi sia ai nostri amici in Cina che alle nostre aziende russe.
Abbiamo molti altri settori legati allo sviluppo dell’ Estremo Oriente. Tuttavia, ritengo anche che lo sviluppo del settore intellettuale, dell’ istruzione superiore, sia importante, molto importante. Abbiamo costruito lì una nuova università federale, di carattere multidisciplinare. Stiamo sviluppando in quella zona una sezione dell’Accademia delle Scienze, che si occupa di biologia marina. E tutto questo può e deve essere oggetto del nostro lavoro e della nostra attività congiunti.
Infine, stiamo realizzando lì uno dei più grandi centri culturali della Russia, che ospiterà sedi distaccate dell’ Ermitage, del Museo Russo, del Teatro Bolshoi e del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo. Sono certo che questo sarà un luogo molto attraente non solo per gli abitanti dell’Estremo Oriente e della Siberia orientale, ma anche per tutti i nostri vicini in quella regione. E lì si aprirà anche uno spazio dedicato alla cooperazione.
Ad esempio, diversi anni fa sono andato in un teatro che era già operativo – ne stiamo costruendo ora un altro, ma io sono andato in quello già in funzione – e una ballerina mi ha rivolto la parola in inglese. Le ho chiesto: «Da dove vieni?». Lei ha risposto: «Dagli Stati Uniti». Le ho chiesto: «Cosa ci fai qui?» – «Lavoro. Mi piace qui; il livello è buono, quindi sono venuta qui». Possiamo anche collaborare con i nostri amici cinesi nel settore museale e in quello teatrale. Abbiamo già avviato questo tipo di collaborazione. Ho già menzionato la cooperazione in ambito umanitario. Quindi, il campo di attività è enorme.
Per quanto riguarda l’utilizzo della Rotta del Mare del Nord – ho già detto oggi che una nave portacontainer cinese ha effettuato una navigazione di prova lungo la Rotta del Mare del Nord. Sono certo che avvieremo la nostra collaborazione e utilizzeremo attivamente la Rotta del Mare del Nord nell’ interesse della Russia e della Repubblica Popolare Cinese.
Fëdor Lukyanov: Signor Presidente, si tratta delle tigri – mi piacciono molto i gatti e so che, a differenza dei cani, quando scodinzolano non sempre significa una reazione positiva, quindi lui provava ancora sentimenti contrastanti.
Vladimir Putin: La prossima volta lo chiederò.
Fyodor Lukyanov: Assolutamente sì.
Signor Presidente, visto che abbiamo iniziato a parlare di economia: l’Estremo Oriente va davvero alla grande, ma l’economia nel suo complesso – nonostante la straordinaria resilienza che abbiamo dimostrato, che è stata riconosciuta dal mondo intero – ma ammettiamolo: la situazione non sta migliorando e molte persone notano che le tasse stanno aumentando, così come i prezzi, e il clima imprenditoriale non sta migliorando. Per dirla in breve, la crisi militare e politica ha un prezzo. Cosa ci aspetta?
Vladimir Putin: Intervenendo ieri sera alla Duma ieri sera, ho affermato a grandi linee – e visto il nostro formato non sembra ragionevole entrare nei dettagli – che la cosa fondamentale è che l’ economia russa e il suo sistema finanziario dimostrino solidità. La macroeconomia è assolutamente stabile.
Sì, ci sono questioni, ci sono problemi che dobbiamo affrontare. Chi non ne ha? Se diamo un’ occhiata a qualsiasi regione del mondo, tutte presentano problemi di vario genere. Lo stesso vale anche per l’Europa di cui stiamo parlando. Cosa sta succedendo lì? Solo poco tempo fa, erano paesi prosperi. Prendiamo ad esempio la Repubblica Federale di Germania, che era considerata un paese ricco e prospero. Qual è la situazione attuale lì? Hanno un debito pubblico del 120 per cento, mentre quello dell’Italia è del 140 per cento. Il disavanzo di bilancio supera il tre per cento, si aggira tra il 3,8 e il 4 e oltre, mentre negli Stati Uniti il disavanzo di bilancio supera il cinque per cento, sfiora il sei, credo sia del 5,8. Questo è il loro disavanzo di bilancio, un debito. Nel frattempo, la Federazione Russa ha un debito pubblico del 17 per cento, signore e signori. Il debito pubblico dell’Italia è del 140 per cento, mentre il nostro è del 17 per cento. Il disavanzo di bilancio quest’anno si aggira intorno al tre per cento, e sono sicuro che l’anno prossimo sarà del due per cento.
In effetti, abbiamo avuto problemi con l’inflazione: abbiamo dato una forte spinta all’economia e questa si è surriscaldata. Tuttavia, abbiamo deciso intenzionalmente di raffreddarla, pur rendendoci conto di ciò a cui avrebbe portato… Era chiaro a tutti che se la Banca Centrale avesse aumentato il tasso d’interesse, ciò avrebbe portato a una contrazione degli investimenti. Questi sono stati effettivamente gli esiti. La cosa fondamentale per noi è non raffreddare eccessivamente l’ economia. Tutti ne parlano; tutti discutono con la Banca Centrale. I dibattiti vanno bene, e questa discussione è utile. Eppure anno scorso avevamo un’inflazione a due cifre, pari al 10,5 per cento, mentre oggi si attesta a poco più del sei per cento, quasi la metà di quella di allora, capite? È questo un risultato? Lo è. È positivo? Ma certamente. In altre parole, affrontiamo alcune sfide, ma le stiamo superando. Ecco perché gli indicatori macroeconomici indicano che abbiamo un’economia sana, mentre il sistema finanziario e le istituzioni economiche operano in modo ben equilibrato.
Fyodor Lukyanov: Grazie mille. Godwin Godwe, per favore.
Vladimir Putin: A proposito, mi scusi, i settori principali dell’ economia – sì, con tutte le difficoltà, ma esistono e continuano a funzionare. E in Europa, per esempio, cosa è successo all’industria automobilistica? È in profonda crisi. Le loro aziende stanno chiudendo. Presto guideremo tutti auto cinesi. Che sia un bene o un male, non lo so, ma sono economiche e di buona qualità. Dicono che la portata della produzione automobilistica in Cina sia superiore al necessario. Ma cosa intendono esattamente con «superiore al necessario»? Finché la domanda sul mercato è elevata. Beh, allora rendete le vostre auto più economiche e di migliore qualità. Ci è sempre stato insegnato che il mercato sistemerà le cose. E così è stato: si possono acquistare auto economiche ma di buona qualità. La loro industria automobilistica [in Europa] sta attraversando un periodo difficile, così come l’industria metallurgica e quelle ad essa collegate, non da meno l’industria chimica, quella farmaceutica e tutto ciò che è correlato.
Sì, abbiamo le nostre difficoltà, ma non della stessa portata di quelle dell’ eurozona. Ho già commentato la situazione nel settore finanziario.
Quindi, sì, ci sono delle difficoltà e ne siamo consapevoli, ma siamo anche in grado di affrontarle.
Fëdor Lukyanov: Non guideremo tutti auto cinesi?
Vladimir Putin: Guidiamo già auto cinesi.
Fyodor Lukyanov: Ma non tutti.
Vladimir Putin: Sì, proprio come il resto del mondo. Solo che, a differenza di questo cosiddetto mondo civilizzato, noi non abbiamo scelto la via delle restrizioni amministrative o delle sanzioni. Noi negoziamo. Con i nostri amici cinesi, cerchiamo opportunità per aumentare le loro importazioni verso il mercato russo. Facciamo lo stesso con i nostri amici [indiani]. E sapete qual è la cosa curiosa? Riusciamo a vedere i risultati, l’ effetto positivo. Ad esempio, la quota dei prodotti industriali russi nel mercato cinese è in costante crescita. I nostri amici cinesi ci vengono incontro; cercano opportunità e le trovano. Cerchiamo di fare lo stesso con l’India. Quando c’è un dialogo positivo e la volontà di trovare una soluzione, ci riusciamo sempre.
Godwin Gondwe: Grazie, signor Presidente.
Mi chiamo Godwin. Vengo dalla Tanzania. L’Africa e la Russia hanno avuto un rapporto caratterizzato da alti e bassi. Quindi la mia domanda è: ci sono nuovi settori di cooperazione che il vostro governo intende perseguire con l’Africa?
Grazie, signor Presidente.
Vladimir Putin: Sapete, il mondo moderno si sta sviluppando in modo così rapido e vigoroso che emergono sempre nuove opportunità, anche con l’Africa.
Ma l’aspetto fondamentale che voglio sottolineare, e di cui discutiamo con i nostri colleghi, è che l’Africa è un continente dalle grandi prospettive. La sua popolazione è molto giovane e in costante crescita. Tutti gli Stati africani si adopereranno certamente affinché questa popolazione giovane e in crescita possa migliorare il proprio tenore di vita. Ciò, ovviamente, crea le condizioni per gli investimenti e la cooperazione.
La cosa più importante che voglio dire è qualcosa di cui abbiamo parlato ieri con i nostri colleghi : vogliamo lavorare, lavoriamo e continueremo a lavorare con l’Africa, ma non per gli stessi obiettivi perseguiti dai colonizzatori – non per trarre profitto e derubare l’ Africa, ma per svilupparci insieme.
Ci sono sicuramente ambiti di cooperazione, e ne parleremo in occasione del prossimo vertice Russia-Africa.
Roger Koppel: Grazie mille, signor Presidente. Sono Roger Koppel, svizzero, proprietario e direttore di *Die Weltwoche*, il quotidiano più neutrale della Svizzera.
Mi hanno fatto molto piacere le tue osservazioni su Egon Bahr. Ho avuto il privilegio di invitarlo a Zurigo diversi anni fa, e abbiamo discusso dell’idea che la Germania fungesse da ponte tra Est e Ovest.
La mia domanda per lei è la seguente: innanzitutto, come vede la Svizzera in questo momento? Perché avete penalizzato una delle nostre grandi aziende, la Nestlé, che ha resistito a molte richieste in Europa di ritirarsi dalla Russia ma è rimasta comunque qui nonostante le critiche?
E qual è il suo consiglio generale ai piccoli paesi per sopravvivere in questo mondo così difficile, caratterizzato dalla competizione tra grandi potenze? E per concludere, la ringrazio moltissimo per grande contributo della Russia nel 1815, in occasione del Congresso di Vienna, all’affermazione della neutralità della Svizzera. Grazie mille.
Vladimir Putin: Sa, per quanto riguarda la Nestlé, in realtà non puniamo nessuno; ci limitiamo a rispondere alle misure adottate contro di noi. Credo – anche se al momento non ricordo i dettagli specifici – che sia tutto qui. Sono state prese alcune decisioni in relazione alla Federazione Russa, e la Federazione Russa ha reagito di conseguenza; non c’è altro da dire. Non stiamo attaccando nessuno, né stiamo togliendo nulla a nessuno.
Per quanto riguarda… a proposito, mi farebbe piacere sentire la sua opinione – visto che ha accennato all’invito rivolto a Egon Bahr – la sua opinione su quella figura politica. Se potesse dire solo qualche parola su di lui, gliene sarei grato. Non l’ho mai incontrato di persona.
Roger Koppel: Era una personalità davvero straordinaria. Ci siamo incontrati al centro, la sede del Partito Socialdemocratico a Berlino. E voglio dire, aveva questa visione secondo cui dopo due terribili guerre mondiali, la Germania, che aveva una politica orientata verso l’Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale, doveva aprire le braccia anche verso l’Est.
Ed era il realista per eccellenza. Voglio dire, non era immerso in quel moralismo e, si potrebbe dire, in quell’imperialismo morale che oggi è così onnipresente in Europa. E io ne rimasi semplicemente colpito. Era una persona molto divertente, dotata di grande arguzia, senso dell’umorismo e saggezza pratica. E la sua visione era che l’Europa, questo cimitero di ex imperi, potesse essere un continente di pace e connessione, e riuscire a avvicinare, sapete, questi due grandi paesi, gli Stati Uniti e la Russia.
E spero che anche la Svizzera possa probabilmente contribuire a realizzare la visione del grande Egon Bahr. Ma ritengo che quello sia un ottimo punto di partenza quello che lei ha menzionato, signor Presidente. Dovremmo osare mettere in pratica di più l’esempio di Egon Bahr, e la sostengo in tutti i tentativi di riportare in auge la figura di Egon Bahr, specialmente in Germania. Hanno bisogno, credo, di un po’ di aiuto e di una maggiore sensibilizzazione per ricordare Egon Bahr.
Grazie mille.
Vladimir Putin: Grazie mille per questa valutazione. Non fa che rafforzare l’ opinione che mi ero già fatto di lui – un’ opinione basata, come ho già detto, esclusivamente sui documenti d’archivio che ho letto.
Hai anche sollevato un altro punto molto importante – riguardo all’imperialismo morale e all’Europa come cimitero degli imperi. Forse è per questo che in Europa così tanti vogliono dare il colpo di grazia all’ Impero russo, che ha cessato di esistere molto tempo fa? Ma a quanto pare, non ne sono consapevoli. Voglio che tutti lo sappiano.
Ora, per quanto riguarda i piccoli paesi – e la Svizzera in particolare – e quali consigli si potrebbero dare loro: sapete, sono ben lontano dal dare consigli. Dopotutto, non è la dimensione di un paese che conta, ma chi lo governa e prende le decisioni. Ciò che conta è quanto responsabilmente si adoperino per gli interessi del proprio popolo e quanto siano in grado di perseguire una politica indipendente e sovrana. Si veda come, sotto pressione esterna, la Svizzera sia stata privata di uno dei suoi principali vantaggi nel sistema finanziario globale – in sostanza, il segreto bancario è stato abolito. E proprio così, la Svizzera ha smesso di essere un polo attraente del sistema bancario globale.
O forse si riferisce alla neutralità – noi certamente accogliamo con favore la neutralità. Ma se è così, la Svizzera avrebbe dovuto astenersi del tutto dall’imporre qualsiasi sanzione contro la Russia. È questo che implica lo status di neutralità – non solo a parole, ma anche nei fatti. Perché la Svizzera ha agito in questo modo? Che cosa ha guadagnato? Assolutamente nulla. Nulla; ha semplicemente perso il proprio status – tutto qui.
Pertanto, questo non è solo un consiglio, ma un invito all’ azione: lottate per la vostra sovranità, indipendenza e autentica neutralità. Mi sembra che chiunque difenda tale autentica neutralità ne trarrà vantaggio. Lo stesso vale per i paesi che possono trarre vantaggio dalla posizione genuinamente neutrale di alcuni Stati, utilizzandoli come piattaforme per raggiungere accordi e risolvere conflitti internazionali e interstatali particolarmente acuti.
Fyodor Lukyanov: Lo status di neutralità dell’Ucraina rimane uno dei nostri obiettivi?
Vladimir Putin: Sì, perché quando ha ottenuto l’indipendenza, l’Ucraina ha adottato una dichiarazione – vorrei ricordarlo a tutti, poiché è proprio sulla base di quella dichiarazione che è diventata indipendente. La dichiarazione afferma che l’Ucraina è uno Stato neutrale. Fin dall’ inizio – fin dai primi passi nella costruzione dello spazio post-sovietico e della nuova Russia, abbiamo sempre dato per scontato che l’Ucraina fosse uno Stato neutrale. Ma poi, all’improvviso, hanno inserito l’obiettivo dell’adesione alla NATO nella loro costituzione. Si tratta di una questione completamente diversa, non da ultimo per la sicurezza della Federazione Russa. E questa è anche una delle ragioni del conflitto che è ancora in corso.
Per inciso, la situazione lungo la linea di contatto sta evolvendo rapidamente. Solo nel mese di settembre , la Russia ha portato sotto il proprio controllo 1.301 chilometri quadrati. Si tratta di una superficie due volte e mezza superiore a quella dei mesi precedenti. E il ritmo dell’avanzata delle truppe sta accelerando.
Ovviamente, vorremmo porre fine a questa situazione il più rapidamente possibile. In particolare, attraverso negoziati di pace. Ciò che occorre è smettere di accusare la Russia di non voler avviare questi colloqui. Occorre invece prendere decisioni responsabili basate sulla realtà sul campo – sia all’interno della stessa Ucraina che da parte dei suoi sostenitori in Occidente, oggi soprattutto in Europa.
Rick Sanchez: Grazie, signor Presidente. Ciò per cui vorrei davvero ringraziarla è il fatto che c’è qualcosa per cui non le viene riconosciuto il giusto merito: il fatto che stia dando la parola a me, un giornalista americano, anche se al momento sto lavorando in Russia. Ma lei non dà la parola solo a me; l’ho vista dare la parola a giornalisti della BBC e della CNN, dove lavoravo in passato.
E vorrei solo, vorrei solo, che alcuni degli altri leader dei paesi occidentali facessero lo stesso e invitassero, ad esempio, i miei colleghi russi che lavorano come giornalisti negli Stati Uniti e che vengono esclusi da quelle conferenze stampa. Quindi, complimenti a lei, signore. Apprezzo il fatto che lei agisca in questo modo più di quanto facciano la maggior parte dei leader in altre parti del mondo, eppure viene criticato.
Ma la mia domanda è questa, ed è qualcosa a cui hai appena accennato un attimo fa e che mi incuriosisce. Hai parlato di Minsk; eri pronto a raggiungere un accordo. Hai parlato di Istanbul; eri pronto a raggiungere un accordo. Abbiamo parlato di Anchorage; tu, credo, avevi un accordo o un compromesso che eri praticamente pronto ad accettare.
E in tutti questi casi, sembra che la tua proposta sia stata respinta. All’epoca, si poteva sostenere che la guerra o il conflitto in Ucraina fosse un pareggio o una situazione di stallo, giusto? Ora, è vero, la situazione in Ucraina è molto diversa. Come hai appena spiegato, il territorio conquistato è 2,5 volte superiore a quello che abbiamo visto nei mesi precedenti. La maggior parte degli esperti militari – non Vladimir Putin, ma la maggior parte degli esperti militari – afferma che in questo momento la Russia sta vincendo la guerra.
Allora, la mia domanda è semplicemente quella che mi viene in mente: dato questo scenario, considerando quante volte, signore, lei ha ricevuto un rifiuto e visto ciò che sta accadendo in questo momento in questo conflitto, perché dovrebbe negoziare?
Vladimir Putin: Dopo una domanda del genere, forse non c’è nemmeno bisogno di rispondere. (Risate.) Deriva da una certa eccessiva ingenuità tipica della politica russa – e da un ottimismo riguardo al futuro.
Ma, seriamente, senti… A proposito, hai detto che la CNN ti dà sempre la possibilità di fare domande. Mi sembra che le cose siano cambiate negli Stati Uniti; la CNN non offre più davvero quelle opportunità – o almeno così sembra. Beh, non sono affari nostri; sono tuoi. Noi non interveniamo.
Per quanto riguarda gli accordi di Minsk, è vero che sono stati difficili sia per i nostri partner che per l’Ucraina – questo è un dato di fatto. Non mi addentrerò nei dettagli in questo momento, ma ne sottolineerò il punto essenziale. Ciò che alcune disposizioni sostanzialmente stabilivano era che, qualora l’Ucraina fosse entrata a far parte della NATO, il sud-est del paese avrebbe avuto il diritto di secedere. Si tratta di una sintesi molto approssimativa, ma questo era il senso del tutto. C’era l’articolo 9 e così via – non mi addentrerò in questo argomento ora; ci vorrebbe troppo tempo. Ma evidentemente, né la leadership ucraina, che alla fine è salita al potere con un colpo di Stato, né i suoi sponsor occidentali hanno gradito la cosa. E così, hanno di fatto abbandonato del tutto gli accordi di Minsk.
Inoltre, alcuni esponenti di spicco della politica europea hanno dichiarato apertamente di non aver mai avuto intenzione di attuare gli accordi di Minsk. Detto questo, ritengo tuttavia che alcuni di loro – anche se la signora Merkel ha affermato “non era nostra intenzione” – sperassero in realtà che si potesse giungere a una soluzione pacifica. Non mi addentrerò nei dettagli ora; non ha importanza. L’ importante è che nessuno li abbia effettivamente attuati.
Abbiamo raggiunto un accordo a Istanbul – è proprio così. E lo affermo come un fatto, non come qualcosa che mi sono inventato. La firma del capo della delegazione ucraina è proprio lì – ha siglato quegli accordi. Ciò significa che, nel complesso, l’Ucraina ne era soddisfatta. C’erano ulteriori dettagli da discutere, ma il fatto che li abbia firmati implica una generale accettazione. Dopotutto, non ha agito di propria iniziativa; lo ha sicuramente fatto di comune accordo e con l’approvazione del capo del regime. Eppure, hanno abbandonato questa linea d’azione su insistenza dei loro partner occidentali. In seguito, quello stesso funzionario, che guidava la delegazione negoziale a Istanbul, ha dichiarato in modo piuttosto esplicito in una conferenza stampa: «Johnson, l’ex primo ministro britannico, è venuto e ci ha convinti a non farlo». Quindi, li ha convinti a non farlo. Inoltre, ha affermato che «se avessimo accettato allora, la guerra sarebbe ormai finita».
Ora, Anchorage. Ci sono state presentate alcune proposte e io ho detto che dovevamo valutarle. Sono venuto ad Anchorage e ho detto che eravamo pronti ad accettare le proposte degli Stati Uniti. Non erano le nostre proposte quelle discusse ad Anchorage, ma quelle degli Stati Uniti. E sono andato lì per dire che le avremmo accettate. Ma in quell’occasione, la parte statunitense ha detto di voler rifletterci. Chiaramente, la questione è seria, quindi non abbiamo fatto pressioni.
Per quanto riguarda la tua domanda, dirò qualcosa di molto delicato che credo di non aver mai detto pubblicamente prima d’ora. Sentiamo dire cose del tipo: «State vincendo questa guerra; avete fatto questo e quello. Non è forse abbastanza?» Non si tratta nemmeno di un pezzo di terra. Circa l’11 per cento rimane sotto il controllo dell’Ucraina nella Repubblica Popolare di Donetsk. Quello che dirò ora è importante. I massimi funzionari ucraini sostengono che saranno in grado di mantenere il controllo di questo restante 11 per cento nella RPD per un anno e mezzo. L’Europa sostiene che l’Ucraina sarà in grado di mantenere il controllo per due anni. Noi riteniamo che lo cederanno molto prima, considerando il ritmo di avanzamento delle nostre truppe, che ho appena menzionato – si stanno muovendo più velocemente, tengo a sottolinearlo. Ecco una domanda: se questi territori andranno inevitabilmente persi, ha senso continuare a difenderli – e sacrificare le persone, la loro sicurezza e le loro vite?
Ci è stato detto: «State già vincendo, non ne avete avuto abbastanza?». Non si tratta di un pezzo di territorio. Si tratta di persone. Il fatto è che dobbiamo creare le condizioni non solo per la pace, ma per una pace duratura per molti anni. Abbiamo bisogno di garanzie di sicurezza non solo per la parte su cui siamo d’accordo – ci sono molte proposte, comprese quelle del presidente Trump, e alcune decisioni difficili da prendere per noi. Ma nel complesso, comprendiamo che ci stiamo muovendo nella giusta direzione.
Se la parte avversaria e i suoi sostenitori occidentali – di cui sta costantemente sottraendo denaro, come ormai tutti sanno, e che tuttavia lo tollerano pur di spingere l’Ucraina a combattere contro di noi – accettassero condizioni che fossero accettabili anche per Russia, allora sarebbe meglio porre fine a questa situazione, evitare ulteriori perdite da entrambe le parti e procedere a accordi umanitari riguardanti la lingua russa e altre questioni quali il trattamento riservato alla Chiesa ortodossa.
La comunità internazionale rimane in silenzio mentre a questa chiesa stanno accadendo cose orribili: i sacerdoti vengono assassinati, le persone vengono cacciate dalle chiese e le chiese vengono confiscate. Eppure regna il silenzio, come se nulla stesse accadendo. Perché? Perché questa situazione viene sfruttata anche dai sostenitori occidentali – gli europei in questo caso – per risolvere la questione dello strappo definitivo dei territori e della popolazione dalla Russia e creare condizioni in cui sarebbe impossibile per noi coesistere pacificamente in futuro.
Tutti questi elementi devono essere esclusi, e siamo pronti a avviare questi colloqui e a concluderli il prima possibile, ma – e va da sé – a condizioni che siano accettabili per la Federazione Russa e al popolo russo.
Ma sembra che la parte avversaria non abbia semplicemente alcun interesse a sospendere le ostilità. Ci hanno inviato una proposta provvisoria per riprendere i colloqui. Non siamo stati noi a sospendere i colloqui, bensì la parte ucraina. Recentemente, alla luce della situazione sul campo di battaglia, ci hanno inviato una richiesta preliminare di ripresa dei negoziati. Abbiamo risposto di sì, dopo le elezioni della Duma di Stato. Le elezioni si terranno il 20 settembre. Il 21 saremo pronti ad avviare i colloqui.
E cosa hanno fatto? Non tengono le loro elezioni e non ci permettono di tenere le nostre – hanno cercato di sabotarle: il 19 e il 20 settembre, hanno tentato di sfondare la difesa antiaerea di Mosca. Hanno lanciato oltre 1.600 droni verso Mosca, colpendo continuamente i seggi elettorali in altre regioni russe. Sei persone sono state uccise durante la campagna elettorale e a causa degli incessanti attacchi ai nostri seggi elettorali da parte dell’Ucraina – si trattava di membri delle commissioni elettorali, tra cui un presidente di una commissione elettorale. Le loro abitazioni sono state prese di mira in modo specifico. Per non parlare del numero di feriti. Eppure, nonostante la minaccia, la nostra gente ha fatto la fila per votare.
Credo che si tratti dell’ennesimo errore di valutazione da parte di coloro che hanno permesso che la guerra scoppiasse. Credevano che la nostra società si sarebbe sgretolata, che la nostra economia sarebbe crollata, che il nostro sistema finanziario sarebbe stato schiacciato; ma l’ esito è stato per loro una sorpresa. Non si aspettavano un tale grado di coesione e coraggio da parte della società russa, né la stabilità del sistema finanziario e dell’economia russa.
Chiunque può commettere un errore, ma solo un idiota continuerebbe a insistere. Se si rendono conto di aver sbagliato, dovrebbero in qualche modo cambiare approccio.
Siamo pronti per i colloqui di pace, ma, ribadisco, tenendo debitamente conto degli interessi nazionali della Russia e del popolo russo.
Fëdor Lukyanov: Signor Presidente, e se commettessimo un errore, saremmo pronti a cambiare il nostro approccio?
Vladimir Putin: Sì, e lo facciamo, certamente. Vi ho detto che la parte americana ha proposto una via d’uscita da questa crisi. Inizialmente abbiamo detto di no, che dovevamo valutarla. Poi sono andato ad Anchorage e ho cambiato posizione. Ho detto che ero d’accordo. Quindi, la cambiamo.
Fëdor Lukyanov: Signor Presidente, siamo qui al lavoro da oltre tre ore. Come sta?
Vladimir Putin: Direi che è ora di tornare a casa. (Risate.)
Fyodor Lukyanov: Capisco.
Se mi è consentito, vorrei farle un’altra domanda.
Lei ne ha parlato nel suo intervento, e l’argomento è emerso più di una volta nella nostra conversazione – la questione dei territori storici e il ruolo della storia in generale. Ne parla spesso, sia con i suoi colleghi stranieri che anche qui in Russia.
La storia è un universo vastissimo in cui, in sostanza, si può trovare di tutto, anche riguardo a un paese specifico. Farvi riferimento è un terreno scivoloso, perché a volte è una cosa, a volte un’altra; alcuni aspetti si applicano a una cosa, altri a un’altra. Eppure, purtroppo, potrebbero benissimo esserci altri conflitti come quello in Ucraina, non solo uno o due. Lei suggerisce di cambiare approccio. Forse anche questo approccio necessita di un adeguamento? Dovremmo evitare di invocare la storia per ogni questione politica controversa?
Vladimir Putin: Non si tratta di storia. Si tratta innanzitutto del presente, ovviamente. E quando io – o noi – mettiamo in relazione gli eventi attuali con la storia, questo ha la sua importanza, ovviamente. Ma gli sviluppi attuali sono più importanti. Ecco perché ho parlato della persecuzione della Chiesa in Ucraina e del lingua russa che vi è stata vietata – cosa inaudita in qualsiasi altra parte del mondo. Il popolo russo, che ha sviluppato questo territorio, compresa la regione del Mar Nero, viene lì designato come etnia non titolare. Questo è ciò che ci preoccupa; questa è la nostra posizione.
E se gli eventi storici hanno plasmato la situazione attuale in modo tale da richiedere una nostra reazione, è naturale che ricordiamo il passato e come si è arrivati a questo punto. Ma la nostra preoccupazione principale è ciò che sta accadendo oggi – e, soprattutto, ciò che sta accadendo alla gente.
Fëdor Lukyanov: Signor Presidente, il Club Valdai gode certamente dell’ incredibile privilegio di incontrarla regolarmente, non solo per conoscere le sue opinioni in un determinato momento, ma anche per vedere, attraverso di esse, la storia che ci circonda prendere forma.
Vi siamo molto grati e speriamo che questa tradizione continui. Grazie mille.
Vladimir Putin: Da parte mia, vorrei ringraziare il moderatore – Fëdor, grazie mille – e tutti i nostri colleghi che, nonostante le difficoltà del momento attuale, continuano a mostrare interesse per gli eventi che si svolgono all’interno e intorno al nostro Paese.
Spero che le nostre discussioni siano significative. Ciò di cui discutiamo qui viene ascoltato non solo nel nostro Paese o nel vostro, ma anche in altre nazioni, specialmente quelle che influenzano il corso degli eventi in un modo o nell’altro.
Vorrei inoltre rivolgere un ringraziamento speciale a tutti i presenti in sala. Perché? Perché le persone qui presenti sono, per la maggior parte, esperti interessati al nostro Paese – alla Russia. Lo troviamo particolarmente gratificante; è un privilegio speciale per noi. È meraviglioso che siate qui, e grazie mille per il vostro interesse per la Russia. Siamo sempre a vostra disposizione e pronti a dialogare; speriamo che questo interesse non venga meno, ma diventi sempre più forte. Vi auguro ogni successo.
Il 29 settembre, il ministro degli Esteri russo Lavrov ha partecipato alla 23ª edizione dell’annuale incontro del Club di Valdai. Aveva appena preso parte alla settimana di alto livello dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con oltre 50 incontri in tre giorni, e ha esordito con autoironia: «Sono “isolato”, che altro posso fare?».
L’intero evento ha avuto inizio proprio con questo viaggio a New York: Lavrov ha parlato innanzitutto delle Nazioni Unite e della governance globale, criticando l’Occidente e la NATO per il monopolio che esercitano su incarichi chiave quali quelli di Segretario Generale, in ambito politico, di mantenimento della pace e umanitario, e sostenendo la necessità di promuovere riforme, sviluppando al contempo meccanismi quali il BRICS, l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai e l’Unione Economica Euro-Asiatica.
La questione ucraina è stata al centro del dibattito. Alla domanda «vale la pena difendere le restanti zone del Donbas?», ha ripercorso la storia a partire dall’accordo di associazione del 2013, passando per il colpo di Stato del 2014, gli accordi di Minsk, la firma preliminare di Istanbul e il consenso di Anchorage, sottolineando che il problema non riguarda il territorio ma le persone, mettendo in discussione i fatti di Bucha e criticando la rimilitarizzazione dell’Europa, l’adesione di Finlandia e Svezia alla NATO e le tensioni nella zona di Kaliningrad.
La sessione di domande e risposte ha toccato anche temi quali l’elezione del Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’ostruzionismo degli Stati Uniti nei confronti del voto di orientamento, l’eventuale istituzione di un segretariato per i BRICS, la possibilità che il Sud del mondo riesca ad attuare la dichiarazione, l’espansione a nord della NATO e la sicurezza europea. L’intero evento ha messo in luce l’atteggiamento risoluto, esperto e realista di Lavrov, in qualità di diplomatico russo di lunga data; ricco di informazioni, il sito “Observer” ha trasmesso in diretta, tradotto e sintetizzato i contenuti dell’evento, mettendoli a disposizione dei lettori.
[Traduzione: Xue Kaihuan]
Moderatore: Sergej Viktorovič, sono presenti tutti i colleghi del Club di Valdai. Ci sono molte persone che conosce bene, ma anche alcuni volti nuovi. È in corso la 23ª riunione annuale del Club di Valdai e sono certo che siamo tutti lieti di vederla qui. Prima di passare alla sessione di domande e risposte, la prego di dire qualche parola.
Lavrov: Grazie mille. Grazie per l’invito. Sono lieto di vedere così tanti volti familiari. Sono inoltre lieto di poter dialogare con voi in un’epoca così complessa, turbolenta e in rapida evoluzione, per trarne spunti utili al nostro lavoro. Le vostre ricerche e osservazioni sono quasi tutte applicabili al nostro lavoro pratico e ci aiutano a comprendere questi processi.
La nostra delegazione è appena tornata da New York, dove ha partecipato all’apertura dell’81ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite e alla cosiddetta “Settimana di alto livello”. Ovviamente siamo un po’ stanchi: in tre giorni si sono tenuti più di 50 incontri. Ma d’altronde bisogna pur incontrarsi: se si è in una situazione di “isolamento”, che altro si può fare? Questa esperienza mi ha lasciato molte riflessioni, tra cui quelle suscitate dai discorsi del presidente degli Stati Uniti e dei leader europei, nonché dalle impressioni raccolte dai contatti avuti con alcuni di loro.
Vorrei inoltre menzionare un articolo scritto da Timofey Bordachev su questa sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Egli osserva che, in un contesto multipolare, l’Occidente continua ad aggrapparsi alle istituzioni da esso stesso create, che originariamente avevano una composizione universale. All’epoca, infatti, quasi tutti accettavano le regole stabilite. Oggi, invece, l’Occidente si rifiuta di rinunciare al controllo su tali istituzioni. Ciò riguarda sia le istituzioni del sistema di Bretton Woods e l’Organizzazione mondiale del commercio, sia le Nazioni Unite. All’interno del Segretariato delle Nazioni Unite, i paesi della NATO detengono il monopolio di tutte le cariche non solo importanti, ma anche di rilievo politico.
Ad esempio, il vice segretario generale delle Nazioni Unite di nazionalità russa è responsabile della lotta al terrorismo; presto anche la Cina avrà un vice segretario generale incaricato degli affari sociali ed economici. Si tratta di settori di grande importanza. Il Consiglio economico e sociale (ECOSOC) è l’organismo principale competente in materia di economia mondiale, affari sociali, assistenza ai paesi del Sud del mondo, gestione delle questioni tecniche e attuazione dei progetti. Lo stesso vale per il settore della lotta al terrorismo. Si tratta di un ambito importante, dotato di risorse finanziarie adeguate, in cui è coinvolto anche il nostro vice segretario generale, il quale però non ha alcuna influenza sul funzionamento dell’intero sistema.
Il Segretario Generale, il Vice Segretario Generale esecutivo, nonché le cariche dirigenziali nei dipartimenti degli affari politici, delle operazioni di mantenimento della pace e degli affari umanitari, sono tutti ricoperti da persone provenienti dai paesi occidentali e della NATO. Anche il dipartimento responsabile della sicurezza dell’intero sistema delle Nazioni Unite è guidato da esponenti dei paesi della NATO. Attualmente, oltre alla carica di Vice Segretario Generale per gli affari umanitari, i colleghi britannici hanno ottenuto dal signor Guterres un’altra carica. Questa carica, affidata a un britannico, avrà il compito di attuare i vari programmi di riforma. Facciamo un confronto: gli affari economici e sociali da un lato, e la riforma dell’intero sistema dall’altro.
Pertanto, è ovviamente necessario, pur riconoscendo tali istituzioni e la nostra appartenenza ad esse, continuare a promuovere la riforma dei meccanismi per garantire una distribuzione più equa delle cariche dirigenziali. Ciò comprende le cariche all’interno del Segretariato delle Nazioni Unite e le quote del Fondo Monetario Internazionale, affinché la maggior parte dei paesi del mondo disponga di diritti di voto che riflettano realmente la loro posizione nell’economia mondiale. Allo stesso tempo, dobbiamo anche sviluppare altri meccanismi di governance globale. I paesi BRICS, in quanto meccanismo ampiamente rappresentativo, hanno già dimostrato la propria efficacia. Essi non pregiudicano le competenze delle istituzioni del sistema di Bretton Woods e dell’OMC, ma sono al contempo in grado di organizzare i flussi commerciali.
Quando parliamo di multipolarità, esistono opinioni diverse sul suo processo di formazione. C’è un’idea ottimistica, se non addirittura un po’ ingenua, secondo cui tutti riconoscerebbero la necessità di convivere amichevolmente e di risolvere insieme ogni problema attraverso il consenso. Esistono però anche punti di vista più realistici. Fëodor Luk’yanov ritiene che si tratterà di un’aspra contesa tra diversi centri di potere. Attualmente, la situazione si sta proprio evolvendo in questo modo. È proprio partendo da questa posizione che gli americani interagiscono con i propri partner, interlocutori e avversari. Questo è un dato di fatto. Hanno accettato il multipolarismo e lo considerano un modello di convivenza più adatto alle loro esigenze, piuttosto che l’adesione a una determinata organizzazione o la necessità di consultarsi con gli altri su ogni questione. A loro avviso, il proprio «contributo» al multipolarismo consiste nell’agire secondo ciò che ritengono giusto, ottenendo così determinati risultati. Resta da vedere quanto questa strategia si rivelerà efficace.
Dobbiamo però rafforzare la nostra posizione sotto ogni aspetto. Su questo punto, condivido il punto di vista espresso da Dmitri Trenin nel suo articolo. Non c’è alcun dubbio al riguardo. Tuttavia, alcuni nostri colleghi se ne stanno lì ad aspettare, continuando a sostenere che senza l’Occidente non possiamo fare nemmeno un passo e che dovremmo essere noi a prendere l’iniziativa per riavvicinarci all’Europa. Ritengono inoltre che si debba agire il più presto possibile mentre Trump è ancora in carica, poiché ha buoni rapporti con Putin. Ma questo, in realtà, significa tornare ai principi e ai modelli di relazione del passato, modelli che ci hanno deluso più di una volta e la cui inaffidabilità da parte dell’Occidente è stata più volte dimostrata.
Oggi, l’approccio occidentale non è cambiato minimamente. Stanno giocando la “carta russa”, inventando continuamente nuovi “fatti”, con l’obiettivo di indebolirci e, se possibile, smembrarci. «Questo Paese è troppo grande», così affermano i nostri omologhi occidentali. Ma vorrei ribadire che sia i risultati delle elezioni americane, sia l’incontro di ieri del presidente Putin nell’ambito del Club di Valdai, lo confermano. Il presidente ha sottolineato che ora dobbiamo mantenere questa fiducia, questo clima di ottimismo e preservare la fiducia nel nostro Paese e nel nostro popolo.
Infine, vorrei soffermarmi sugli Stati Uniti. Stanno accadendo molte cose e molte delle azioni intraprese dagli Stati Uniti hanno ripercussioni in tutto il mondo. Ricordo che, quando Trump era appena tornato alla Casa Bianca, a febbraio abbiamo avuto un incontro con Marco Rubio a Riad. Da parte mia c’era Yuri Ushakov, mentre da parte di Rubio c’era Mike Waltz, all’epoca appena nominato consigliere per la sicurezza nazionale e ora rappresentante permanente degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite. Quell’incontro era stato proposto dalla parte statunitense. Rubio aprì il colloquio dicendo: «Vorrei che i colleghi russi comprendessero che la nostra politica estera si basa interamente sugli interessi nazionali degli Stati Uniti, e su nient’altro. Allo stesso tempo, vorrei anche che sapeste che, pur perseguendo questa politica estera, riconosciamo che anche altri Paesi hanno i propri interessi nazionali, in particolare Paesi come la Russia».
Terzo punto. Ha affermato: «Su questa base, riteniamo che, nella stragrande maggioranza dei casi, gli interessi nazionali degli Stati Uniti e della Russia non coincidano. Tuttavia, quando gli interessi coincidono, sarebbe un grave errore non trasformarli in progetti concreti di reciproco vantaggio. E nei casi in cui gli interessi non coincidano, se si lasciasse che le divergenze si aggravino fino a sfociare in un confronto, in particolare in un conflitto militare, sarebbe un errore ancora più grave». Condivido pienamente queste parole. Ma in che misura questi principi vengano messi in pratica, lo lascio giudicare a voi, che sicuramente state seguendo con attenzione l’andamento delle relazioni tra Stati Uniti e Russia.
Ma l’interesse nazionale statunitense che vediamo attualmente consiste nel tenere saldamente nelle proprie mani il mercato energetico globale. Inizialmente hanno definito Nicolás Maduro il “narco-boss numero uno” e hanno affermato che bisognava sradicare quel business che sta lentamente avvelenando i tossicodipendenti statunitensi. . Ma alla fine il risultato è stato questo: oggi abbiamo di fatto il controllo dell’industria petrolifera venezuelana. Per quanto riguarda l’Iran, hanno accusato la leadership iraniana di promuovere il terrorismo in tutto il mondo da 47 anni. In seguito, però, si è scoperto che anche tra Stati Uniti e Iran è possibile negoziare, purché il petrolio continui a scorrere e lo stretto non venga bloccato. Tuttavia, questa opzione è ora avvolta da una fitta nebbia di incertezze. Un mese e mezzo dopo l’incontro in Alaska, non sono state più le sanzioni di Biden a essere varate, bensì quelle di Trump. Questo processo di presa di controllo del mercato energetico globale è per noi ben visibile e lo abbiamo osservato con attenzione. Pertanto siamo giunti alla conclusione: questo è ciò che gli Stati Uniti intendono per «interesse nazionale».
Nel frattempo, il presidente Trump ha aggiunto: «Questa non è la mia guerra, è quella di Biden. Se fossi stato io il presidente all’epoca, tutto questo non sarebbe mai successo». Eppure, tutte le sanzioni dell’era Biden, senza eccezioni, sono state mantenute. A queste si aggiungono ora anche le sanzioni dell’amministrazione Trump, rivolte alle nostre grandi compagnie petrolifere. Insomma, è un’epoca davvero interessante. Quel motto lasciato da Reagan, «Fidati, ma verifica», appartiene ormai a un’epoca ormai lontana. Ora temo che sia rimasto solo il «verificare»: bisogna accertarsi che ciò che dice l’altra parte corrisponda effettivamente alla politica reale di quel Paese. «Confida in Dio, ma non abbassare la guardia». Anche questo è un nostro proverbio: non dobbiamo abbassare la guardia.
Parliamo un po’ di come farlo concretamente.
Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov è intervenuto durante il dibattito generale dell’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Sito web delle Nazioni Unite
Conduttore: Grazie mille. Mi permetta di approfondire l’argomento. Lei ha menzionato la Settimana di alto livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite: ho capito bene che la sua impressione su questa Settimana di alto livello è, nel complesso, piuttosto ottimistica e positiva?
Lavrov: Dipende da come lo si interpreti. Nel nostro lavoro non dobbiamo basarci sull’ottimismo, ma attenerci al realismo e concentrarci sul raggiungimento di risultati conformi agli interessi del nostro Paese. Tali interessi si fondano sulle nostre legittime preoccupazioni e sulle nostre ragionevoli richieste. In questo senso, nel 99% degli oltre 50 incontri, i nostri interlocutori sono stati i Paesi del Sud del mondo, ovvero la maggioranza delle nazioni del mondo. A ciò si aggiungono le attività nell’ambito del «Gruppo degli Amici per la difesa della Carta delle Nazioni Unite», i vari gruppi di iniziativa delle Nazioni Unite e l’avvio del processo di costruzione di un’architettura di sicurezza euro-asiatica. Tutto ciò dimostra chiaramente che, tra la maggioranza dei paesi del mondo, molti sono disposti a farsi portavoce e ad agire in modo costruttivo e non conflittuale, con iniziative che non corrispondono pienamente alla concezione occidentale dell’ordine mondiale.
Hanno criticato il Fondo Monetario Internazionale. Più che criticare l’istituzione, si tratta di una critica alle politiche degli Stati Uniti stessi, nonché al loro operato in seno all’Organizzazione mondiale del commercio. L’organo di risoluzione delle controversie dell’OMC è stato ostacolato per anni; la Cina ha accumulato lì un gran numero di ricorsi contro le politiche commerciali statunitensi, poiché queste violano i principi dell’OMC. Tuttavia, questo organo è bloccato: semplicemente non permettono la nomina di nuovi membri. Quindi, se c’è un sentimento che si avvicina di più all’«ottimismo», è che il mondo è ancora pieno di vitalità e che si sta formando qualcosa di nuovo.
Quando si parla di multipolarità, molti sostengono che non si formerà un vero e proprio assetto multipolare, bensì un sistema caratterizzato da contrapposizioni e conflitti continui. Anche la concorrenza in ambito economico sarà molto agguerrita. Attualmente, l’intelligenza artificiale e altri settori determinanti per il futuro dell’economia mondiale sono teatro di competizione, ma a mio avviso non si tratterà di una concorrenza leale. Negli ultimi decenni, l’idea di globalizzazione è stata alla base delle relazioni tra i vari paesi, manifestandosi principalmente in ambito economico e commerciale. I principi del libero mercato, della concorrenza leale, dell’inviolabilità della proprietà e molti altri che l’Occidente ci aveva propagandato e che ci aveva attivamente esortato ad adottare sono stati tutti distrutti dall’oggi al domani. E questo processo era già iniziato ben prima degli eventi in Ucraina, poiché il loro obiettivo era quello di reprimere i concorrenti.
Ricordo che ora si torna a parlare di questo argomento: “eccesso di capacità produttiva”, accusando la Cina di avere un eccesso di capacità produttiva. Già prima della crisi ucraina, von der Leyen aveva accusato i nostri amici cinesi di praticare il dumping di auto elettriche sul mercato europeo. Cosa ci dice tutto questo? Già solo da questo esempio che ho citato si può capire cosa vuole l’Occidente nell’economia mondiale: spera di scaricare la propria mancanza di competitività, facendo ricadere sulle spalle dei propri elettori il costo derivante dall’incapacità di competere con produttori più efficienti. Esempi come questo sono numerosi. Insomma, il mondo sta cambiando. In realtà, il mondo non ha mai smesso di cambiare, ma oggi l’intensità di questi cambiamenti è davvero notevole.
Conduttore: Grazie mille. Ora l’atmosfera qui in sala si sta animando. Signori, fate pure le vostre domande. Il primo ad alzare la mano è il signor Li Wen. Prego.
Autore della domanda (Anatol Lieven, Quincy Institute for National Policy):
La ringraziamo moltissimo per aver condiviso le sue opinioni con noi. Secondo quanto riportato, Jared Kushner avrebbe affermato che l’unico vero ostacolo insormontabile nel processo di pace in Ucraina è la richiesta della Russia che le forze armate ucraine si ritirino dall’intero Donbas, comprese le restanti aree attualmente ancora sotto il controllo ucraino. Almeno dal suo punto di vista, su tutte le altre questioni sarebbe possibile raggiungere un compromesso.
Ho due domande. Innanzitutto, in che misura questa affermazione è vera? È questo l’ostacolo maggiore al momento?
In secondo luogo, considerando l’andamento della guerra fino ad oggi, rimangono ancora da conquistare circa 1.500 miglia quadrate di territorio e tre città devastate, i cui abitanti sono già fuggiti o stanno fuggendo. La conquista di queste zone residue comporterà la perdita di decine di migliaia di vite russe. Ne vale davvero la pena? Grazie.
Lavrov: Si tratta ovviamente di una descrizione semplificata della situazione. Dato che lei ha sollevato la questione, mi vedo costretto a fare una breve rassegna storica.
Tutto è iniziato nel 2013, quando il presidente ucraino Yanukovych si apprestava ad aderire all’Unione Europea – o, per essere precisi, a firmare l’accordo di associazione con l’UE. Ma in seguito si rese conto che ciò avrebbe causato gravi danni all’economia ucraina, poiché nell’ambito della CSI l’Ucraina praticava il libero scambio con la Russia e le merci ucraine potevano attraversare il confine in esenzione doganale. Se l’Ucraina avesse aperto le frontiere alla stessa libertà di scambio anche con l’Unione Europea, ciò avrebbe creato problemi per noi. Ci sono voluti 17 anni di negoziati per entrare a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e ottenere importanti accordi di protezione in molti settori. Pertanto, per non subire danni, una volta firmato quell’accordo di associazione, avremmo dovuto inasprire le norme sul commercio di frontiera, al fine di impedire un afflusso massiccio di merci europee che avrebbe vanificato le misure di protezione ottenute nell’ambito dell’OMC.
Da parte dell’Unione Europea, rappresentata da José Manuel Barroso, c’è stata una vera e propria esplosione di rabbia – non mi vengono in mente altre parole. Anche Yanukovich capiva che la situazione non andava bene. Abbiamo proposto una discussione a tre tra Russia, Ucraina e Commissione Europea per vedere come risolvere la questione. Barroso però ha risposto: «E perché dovremmo? Noi non interferiamo nel commercio tra Russia e Canada, quindi questo non vi riguarda. » E Yanukovych, solo per aver rifiutato di firmare – anzi, non si può nemmeno dire che abbia rifiutato, ha semplicemente rinviato la firma alla primavera, per chiarire meglio come risolvere la questione – ha scatenato il movimento di piazza. All’epoca, qualcuno gridava apertamente nella piazza centrale di Kiev, mentre i leader dei vari paesi europei dichiaravano dalle loro capitali: gli ucraini devono fare una scelta: stare con la Russia o stare con l’Europa.
Nel febbraio 2014, proprio questa Europa — rappresentata dalla Germania con Frank-Walter Steinmeier, l’attuale presidente tedesco; dalla Francia con l’allora ministro degli Esteri Laurent Fabius; e dalla Polonia con Radosław Sikorski, che è tuttora ministro degli Esteri polacco — ha garantito l’accordo tra Yanukovych e l’opposizione. In base a tale accordo, Yanukovych avrebbe rinunciato alla maggior parte dei suoi poteri e acconsentito a indire elezioni presidenziali anticipate nel giro di pochi mesi. L’Europa e i nostri negoziatori hanno annunciato il successo dell’operazione. Tuttavia, la mattina seguente, ignorando le firme apposte da Steinmeier, Fabius e Sikorski, l’opposizione ha preso il potere. Ha dichiarato: «Abbiamo formato un governo dei vincitori». Ma quanto concordato in precedenza era la costituzione di un governo di unità nazionale. È così che tutto è iniziato.
E quando la popolazione di alcune zone affermava: «Non vogliamo avere nulla a che fare con voi, siete illegittimi», li definivano separatisti, inviavano uomini armati che professavano apertamente idee naziste e praticavano rituali nazisti, ricorrendo a varie unità armate a livello di battaglione. È così che è iniziata la vicenda. La gente non voleva vivere sotto quel regime.
In seguito, dopo un anno, furono raggiunti gli accordi di Minsk, sottoscritti anche da Germania e Francia, ma in seguito anche queste firme furono calpestate. Sebbene gli accordi di Minsk fossero stati successivamente approvati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la signora Merkel e il signor Hollande hanno comunque ignorato le proprie firme, così come la risoluzione del Consiglio di Sicurezza che confermava tale risultato. Eppure la Carta delle Nazioni Unite richiede che le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza vengano attuate. Hanno affermato: «Non avevamo alcuna intenzione di attuarli, avevamo solo bisogno di tempo. Abbiamo mentito per consentire a Poroshenko, e in seguito a Zelensky, di ottenere più facilmente le armi, di guadagnare tempo e di prepararsi alla guerra che sarebbe seguita». Lo hanno ammesso pubblicamente loro stessi.
Il 10 dicembre 2019, i leader di Russia, Francia, Germania e Ucraina hanno tenuto una conferenza stampa congiunta al termine del vertice. Reuters
In seguito, con l’ascesa al potere di Zelensky, anche la Francia ha visto l’arrivo di Macron. Nel dicembre 2019, Macron ha convocato i colloqui del “Quartetto della Normandia”, ai quali hanno partecipato Putin, Merkel, Zelensky e lo stesso Macron. È stato approvato un documento in cui si affermava che gli accordi di Minsk dovevano comunque essere attuati, che la Costituzione ucraina doveva essere modificata e che in essa doveva essere riconosciuto lo status speciale del Donbas. A ben vedere, tale status è in realtà molto limitato: prevede l’uso della lingua russa e un’autonomia locale di base, compreso il possesso di una polizia locale. Nient’altro. Ma Zelenskyj non ha voluto attuarlo. Poi, nell’aprile del 2022, quando l’operazione militare speciale era già iniziata, sono stati gli stessi ucraini a proporre: «Raggiungiamo un accordo». Hanno presentato loro stessi i principi su cui basare l’accordo. Abbiamo acconsentito ed entrambe le parti hanno firmato in via provvisoria tali principi. Quello che è successo dopo, lo sapete bene.
E così via, fino al 2022. Dopo l’inizio dell’operazione militare speciale, sono stati gli ucraini stessi a proporre: «Parliamone», e sono stati loro a presentare i principi su cui basare i negoziati. Abbiamo accettato e le due parti hanno firmato in via preliminare tali principi a Istanbul. Pertanto, non so cosa abbia detto esattamente Kushner, perché la questione non riguarda affatto solo un territorio.
Per quanto riguarda Poroshenko, egli è salito al potere tramite elezioni tenutesi dopo un colpo di Stato illegale, elezioni che l’Occidente ha ora legittimato. È il rappresentante di quel regime che promuove l’ideologia e le pratiche naziste. Ha parlato di quelle persone rimaste nel Donbas, che non riconoscono il colpo di Stato e hanno fondato le proprie repubbliche, persone che hanno a cuore la lingua russa, la cultura russa, la propria storia e tutto il patrimonio lasciato loro dagli antenati. Cosa ha detto? Ha detto: « Ci riprenderemo tutto il territorio, ripristineremo i confini del 1991, e lo faremo presto, perché i nostri figli frequenteranno asili e scuole con finestre pulite e luminose, mentre i bambini del Donbas marciranno negli scantinati». Possiamo quindi lasciare che il nostro territorio finisca nelle mani di persone del genere? Loro pensano al territorio, i nostri colleghi occidentali hanno in testa solo il territorio, mentre noi pensiamo alle persone.
Allo stesso modo, già nel settembre 2021, ben prima dell’inizio dell’operazione militare speciale, Zelenskyy aveva rilasciato un’intervista in cui un giornalista occidentale gli aveva chiesto: «Come vede le persone dall’altra parte della linea di contatto nel Donbas?». Egli aveva risposto: «Alcuni sono persone, altri sono “esseri viventi”». Ha anche avanzato un suggerimento del genere. Ha detto: «Consiglio a coloro che vivono in Ucraina e si considerano parte della cultura russa di andarsene in Russia, per il futuro dei propri figli e dei propri nipoti. Lasciateci il territorio, a noi serve solo il territorio». È proprio qui che sta la differenza fondamentale.
Quando l’Occidente, quando l’Europa afferma: «Non possiamo permettere a Putin di appropriarsi nemmeno di un pollice di territorio; anche se ora ci fosse un cessate il fuoco lungo la linea di contatto, non riconosceremo mai ciò che la Russia ha fatto, ma solo i confini del 1991», cosa dovrebbe fare la gente? E che ne sarà delle leggi che vietano la lingua russa, approvate ben prima dell’inizio dell’operazione militare speciale?
Se qualcuno nutrisse ancora dei dubbi, basti pensare che, non molto tempo fa, Zelenskyy ha addirittura approvato una legge con cui l’Ucraina, in qualità di parte contraente della relativa convenzione internazionale – la «Carta europea delle lingue regionali o minoritarie» – ha formalmente rifiutato di adempiere agli obblighi relativi alla tutela della lingua russa. Tale Carta è stata elaborata dal Consiglio d’Europa. Il Consiglio d’Europa ha detto qualcosa al riguardo? No, nemmeno una parola. Anche l’Unione Europea se ne sta lì a dire che l’Ucraina sta difendendo i valori europei. Questo significa forse che accettano di considerare i russi come «esseri viventi» e non come persone? Significa forse che il divieto totale della lingua russa, e persino la minaccia di punire chi la usa con la reclusione, sia diventato parte dei valori europei?
Zelensky si è inginocchiato davanti al monumento dedicato a personaggi come Bandera, che hanno ucciso russi, ebrei, bielorussi e anche ucraini. Ha reso omaggio alle loro spoglie e ha annunciato l’intenzione di erigere un “Memoriale degli eroi ucraini” in questo luogo sacro ortodosso, il Monastero delle Grotte di Kiev. Persone che all’epoca nemmeno l’Europa stessa aveva voluto accogliere, ma che in seguito sono state consegnate con grande entusiasmo a Zelensky per essere sepolte nuovamente. Sono questi i valori europei? Come altro potremmo interpretarli?
Se ritenete che il problema sia solo territoriale, allora proprio il territorio conteso dimostra se il regime di Kiev sia affidabile e se rispetterà gli accordi. Quando il regime di Kiev ha iniziato a costruire queste fortificazioni, ha realizzato opere sotterranee fino a dieci livelli di profondità, creando imponenti strutture difensive a più livelli. Nel 2015, non appena furono firmati gli accordi di Minsk, iniziarono i lavori. Già allora non intendevano risolvere la questione in modo pacifico, né volevano giungere a una soluzione pacifica. Credo che, nel profondo, sapessero bene che il Donbas non sarebbe più tornato nelle loro mani. Ma oggi, in preda alla follia e all’isteria, l’Europa insiste che l’Ucraina debba ripristinare i confini originari, e loro si limitano a fare da eco.
Sentite cosa dice ora Zelenskyy. Chiede un cessate il fuoco. Ora dicono che Putin non vuole fermarsi e che il cessate il fuoco è indispensabile. Ma abbiamo già avuto un cessate il fuoco e sappiamo bene come è andata a finire. Dicono anche: «Putin non vuole negoziare». L’avete sentito, vero?
Vediamo come si è evoluta la posizione di Zelenskyy su questo tema. Nell’aprile 2022, gli ucraini hanno presentato una proposta per risolvere il conflitto, che noi abbiamo accettato e per la quale abbiamo firmato un accordo preliminare. Tuttavia, l’Occidente ne ha impedito l’attuazione. Non è stato solo Boris Johnson a dirlo pubblicamente, ma dietro a questa posizione c’era anche il sostegno di Berlino, Parigi e altri paesi europei. Appena due settimane dopo che l’Ucraina aveva smentito la propria proposta, nel settembre 2022, Zelenskyy ha dichiarato: «La nostra società non vuole più negoziare con la Russia». Nell’ottobre 2022, l’Ucraina si è detta disposta a negoziare con la Russia, ma solo a condizione che ci fosse un nuovo presidente russo; per noi, l’unico risultato possibile dei negoziati è il processo ai criminali di guerra russi, compresi i vertici del potere.
Nel 2023 e nel 2024, se la Russia ritirasse le sue truppe, potrebbe iniziare a negoziare con noi. Nell’ottobre 2024, dopo un incontro con Macron, Zelenskyy ha dichiarato pubblicamente a Parigi: «L’Ucraina non prende in considerazione la possibilità di un cessate il fuoco, non vuole alcuna tregua». Nel maggio 2025, ciò che vogliamo sono soldati europei in grado di combattere; non abbiamo bisogno di forze di mantenimento della pace, ma di eserciti, sia in mare che a terra e in aria. Ora vogliono anche una sorta di garanzia di sicurezza… mentre l’Occidente afferma: l’isolamento della Russia deve essere mantenuto; i beni devono essere confiscati. Aggiunge inoltre che la più grande concessione che il mondo abbia già fatto è che Putin e i suoi amici non siano finiti in prigione.
Pensate che si debba permettere a queste persone di continuare a governare le terre ancestrali dei russi? Quei russi che vivono da generazioni nel Donbas e nella regione della Nuova Russia. I loro antenati hanno colonizzato questi luoghi, hanno costruito Odessa e Nikolaev, hanno realizzato fabbriche, strade e altro ancora. Capisco che la maggior parte delle persone in Occidente sia abituata a ragionare in termini materiali. Direbbero: «Quanto territorio è rimasto? Non è che un pezzetto? Lasciamo perdere». Ma il problema non è il territorio, bensì il popolo. Non vengono considerati esseri umani, ma vengono ripetutamente definiti «esseri viventi», non persone.
Pertanto, in Alaska, la parte statunitense ha presentato una proposta. Anche il nostro presidente ne ha parlato. La proposta conteneva alcuni punti su cui era necessario scendere a compromessi, ma alla fine ha affermato che siamo disposti ad accettare tali compromessi. Qualche tempo fa, si discuteva se lo “spirito di Anchorage” fosse ancora vivo o se fosse ormai svanito nel nulla. Ha detto che la parte statunitense ci ha invitato ad Anchorage per discutere i principi da loro proposti. Ci abbiamo riflettuto un po’ e non abbiamo accettato immediatamente. Ma una volta arrivati ad Anchorage, abbiamo dato il nostro consenso. Basta leggere il commento di Trump sul consenso raggiunto ad Anchorage per rendersene conto. Lui stesso ha affermato che le due parti hanno raggiunto un consenso. Infatti, quando si riceve una proposta e la si accetta, francamente, ciò costituisce già un accordo. Naturalmente occorre ancora redigere un documento scritto, ma i punti di principio sono già stati concordati.
La mia interpretazione personale è questa. Dato che qui non ci sono i media, vi riporterò il discorso di apertura di Trump durante l’incontro ad Anchorage. Ha detto: «Vladimir, basta che ci mettiamo d’accordo adesso. Zelenskyy farà come gli dirò io». Successivamente, abbiamo discusso della proposta che Steve Witkov aveva portato a Mosca la settimana prima dell’incontro. Abbiamo messo tutto per iscritto. Ad Anchorage, dopo che Trump ebbe detto «Zelenskyy farà come dico io», Putin disse: «Steve ha portato questi suggerimenti». Steve era seduto proprio accanto a Trump. Putin li lesse uno per uno. Il primo, giusto? Steve annuì. Anche il secondo. Annuì a ogni singolo punto. Putin ha detto: «Ci sono punti su cui è necessario scendere a compromessi, ma sono disposto ad assumermi la responsabilità di spiegarlo al mio popolo». Quello che è successo dopo, lo sapete già.
Incontro tra i leader di Stati Uniti e Russia ad Anchorage Reuters
Ho parlato un po’ troppo di questo argomento. Torniamo alle relazioni tra Russia e Stati Uniti. Dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha subito affermato: «Se fossi stato eletto io, la guerra non sarebbe scoppiata. Questa è la guerra di qualcun altro». Durante i colloqui, anche la parte statunitense ci ha spiegato di non essere d’accordo con questa guerra. Tuttavia, i quattro anni di governo di Biden hanno portato la questione ucraina in primo piano nella politica mondiale. Come tutti sanno, certe cose non passano in secondo piano. Dicono che al momento non ci sia nulla da fare, perché tutti ne parlano. Pertanto, bisogna prima risolvere la questione ucraina. In questo modo, si apriranno prospettive rosee tra di noi e ci saranno molti progetti da realizzare insieme in tutto il mondo, tra cui in Nord America, nell’Artico, nella Siberia settentrionale e in Alaska, oltre che in molti altri luoghi. Dicono che si possano trasformare le relazioni tra i due Paesi in un «paradiso terrestre».
Anche Witkov e Kushner, durante la loro visita, hanno espresso concetti simili. Ci hanno inoltre illustrato alcuni progetti economici e altre iniziative. Tuttavia, il nostro approccio alla questione ucraina non è finalizzato allo sviluppo delle relazioni economiche tra i due Paesi. Il nostro obiettivo è raggiungere una soluzione a lungo termine e sostenibile. Il presidente Trump è il primo leader, non solo degli Stati Uniti ma dell’intero mondo occidentale, ad aver dichiarato esplicitamente: «Voglio andare a fondo della questione».
Già prima di insediarsi aveva affermato che l’Ucraina non poteva entrare nella NATO. Già ben prima del 2022 si sarebbe dovuto capire questo. I russi avevano spiegato chiaramente le ragioni. Chi lo sostiene ancora oggi? Al contrario, proprio i suoi «fratellini», a cominciare da Macron, passando per Rutte e i Paesi baltici, affermano tutti che l’Ucraina ha il diritto di entrare nella NATO. Non danno affatto peso alle parole di Trump. Questa è la situazione attuale del mondo occidentale. È proprio da questo che partiamo. E solo lui (Trump) è in grado di rendersene conto e ce lo ha detto chiaramente: è difficile, ma bisogna sradicare il problema alla radice.
Per prima cosa risolviamo la questione ucraina in base al consenso che abbiamo proposto e che è stato accettato ad Anchorage, e poi tutto andrà per il meglio. All’epoca ritenevamo che la questione fosse già stata risolta ad Anchorage. Del resto, lui stesso aveva affermato che Zelenskyy avrebbe agito secondo le sue indicazioni. Inoltre, avevamo già fatto un compromesso, un compromesso piuttosto significativo. Non ha risolto tutti i problemi, ma ha incanalato le questioni rimanenti verso una soluzione politica, al fine di concordare definitivamente la questione delle due regioni di Kherson e Zaporizhzhia.
Tuttavia, poco più di un mese dopo l’incontro di Anchorage, sono state imposte sanzioni contro Luke Oil e Rosneft. Come ho appena detto, Trump ha anche prorogato tutte le sanzioni dell’era Biden, ecc. Tra queste non figurano solo le vendite di armi all’Europa, che poi vengono consegnate gratuitamente all’Ucraina, ma anche i finanziamenti forniti direttamente dagli Stati Uniti, tra cui sovvenzioni, prestiti e sostegno tramite i canali del Pentagono. Quindi, qui c’è davvero un problema.
Ora stanno estromettendo il nostro petrolio dal mercato energetico mondiale. Per allargare un po’ il discorso, lo stesso vale per il Venezuela. È il Paese con le maggiori riserve petrolifere ed è un partner molto importante sia per noi che per la Repubblica Popolare Cinese. Oggi anche questa parte del mercato energetico mondiale sta cadendo sotto il controllo degli Stati Uniti. Per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz, dubito che ci riescano. Tuttavia, c’è un altro fatto interessante, non so se qualcuno dei presenti ne abbia sentito parlare. La parte statunitense ha discusso piuttosto seriamente l’idea di acquistare dagli europei la parte europea del gasdotto «Nord Stream». Nonostante Mertz e altre élite europee avessero precedentemente affermato che il «Nord Stream» non sarebbe mai stato ripristinato, gli americani hanno detto: «Quanto avete speso? 5 miliardi? Ve ne diamo 500 milioni, vendetecelo. Poi lo acquisteremo noi stessi al prezzo concordato e ve lo rivenderemo a un prezzo più alto». Non escludo che abbiano un piano del genere, né che tali piani siano in fase di attuazione.
Perché dico questo? Indipendentemente da quando la questione ucraina potrà essere risolta, a quel punto potrebbero dire: «Bene, la questione ucraina è risolta, ora parliamo di economia e di progetti di reciproco vantaggio». » Tutti si siederanno al tavolo, daranno un’occhiata e diranno: «Ragazzi, guardate, questi territori sono già stati occupati da qualcuno. Però voi avete ancora il vostro territorio, dividiamocelo». Anche questo verrà definito «interesse nazionale degli Stati Uniti», proprio come ci hanno già detto in passato. Non sto dicendo che dobbiamo piangere e lamentarci per questo. Dobbiamo solo guardare con lucidità a ciò che sta accadendo, rimanere sempre vigili e non riporre le nostre speranze negli altri.
Conduttore: Vorrei approfondire ancora un po’: poco fa ha parlato dell’evoluzione della politica nei confronti dell’Ucraina, ma che dire dei fatti di Bucha?
Lavrov: La vicenda di Bucha è una vergogna. Non è stata condotta alcuna indagine e noi continuiamo ad attendere una risposta; questo è certamente una vergogna per colui che viene definito Segretario Generale delle Nazioni Unite. Durante l’attuale sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbiamo distribuito il materiale relativo a Maksim Grigoriev dell’Accademia delle Scienze Sociali. Il materiale espone i fatti. Cosa è successo allora? Per inciso, ciò riguarda anche la questione del cessate il fuoco e dei cosiddetti gesti di buona volontà.
All’epoca, sia noi che la parte ucraina avevamo firmato in via provvisoria quel documento; ricordate che era stato proprio la parte ucraina a proporlo. Macron chiamò anche Putin, dicendogli: «Vladimir, ti prego, siamo lieti dei progressi che avete compiuto. Per consolidare la speranza ed esprimere buona volontà, ti prego di ritirarti dai dintorni di Kiev». Bucha è proprio un sobborgo di Kiev. Ci siamo ritirati. Lo stesso giorno, il sindaco di Bucha è tornato nella sua città. Il mondo intero ha visto il suo discorso, in cui ha detto: «Bucha è tornata sotto il controllo dell’Ucraina, Bucha è stata nuovamente liberata».
Due giorni dopo quella dichiarazione piena di entusiasmo, la BBC è arrivata all’improvviso proprio lì, sulla stessa strada in cui il sindaco aveva annunciato il ritorno di Bucha sotto la sovranità ucraina, per trasmettere in diretta, mostrando decine di salme allineate ordinatamente ai lati di quella via principale. Era aprile, le strade erano fangose, eppure quei corpi erano puliti. Le fasce bianche che indossavano erano immacolate. Naturalmente, indossavano abiti civili. Subito dopo, tutti i contatti furono interrotti e fu varato un nuovo pacchetto di sanzioni.
A partire dal 2022, ogni volta che incontro António Guterres, gli chiedo: «Potrebbe fornirci un elenco con i nomi delle vittime che compaiono nelle immagini della BBC?». Lui risponde: «Si tratta di una questione delicata, che coinvolge i familiari, i quali sono piuttosto restii a renderla pubblica». Da quanto mi risulta, nella maggior parte dei casi di uccisioni di massa di civili, i familiari costituiscono un comitato. Ad esempio, il comitato dei familiari delle vittime del volo MH17 della Malaysia Airlines esiste ancora oggi. Quell’aereo fu abbattuto in circostanze molto misteriose e le questioni relative non sono state ancora chiarite. Come ricorderete, era l’estate del 2014.
Per citare solo un esempio: il tribunale olandese ha chiamato a testimoniare 11 persone, di cui 10 in forma anonima. Nel corso degli anni, anche noi abbiamo continuato a cercare di ottenere i nomi delle vittime di Bucha.
Abbiamo chiesto informazioni a Guterres e all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Anche l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha istituito un’unità speciale per occuparsi delle questioni relative ai diritti umani nel conflitto ucraino. Ma nessuno ci ha fornito quei nomi. Nel frattempo, la gente continua a recarsi in quel luogo commemorativo. Lì è stato eretto un monumento su cui, dopotutto, sono incisi dei nomi, e l’elenco continua ad allungarsi. In seguito abbiamo ottenuto alcune informazioni e abbiamo appreso chi sono le persone i cui nomi sono incisi sul monumento commemorativo. La stragrande maggioranza di loro sono nazisti e neonazisti appartenenti a formazioni come il «Battaglione Azov».
Ecco un altro esempio. Come ha sottolineato Timofey Bordachov, oggi è necessario ricostruire il multilateralismo e il multipolarismo partendo da zero, su altre basi, senza fare affidamento esclusivamente su quelle istituzioni che sono ormai controllate dall’Occidente. Sento spesso dire che la situazione in Ucraina dovrebbe essere risolta in base al diritto internazionale, alla Carta delle Nazioni Unite, alle risoluzioni dell’Assemblea Generale e al principio dell’integrità territoriale dell’Ucraina. All’improvviso, Trump ha dichiarato: «Abbiamo un gran bisogno della Groenlandia». Qualcuno ha quindi chiesto al portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite: «Allora, come dovrebbe essere affrontata la questione della Groenlandia?». La risposta è stata: «È molto semplice: in base al diritto internazionale, alla Carta delle Nazioni Unite, al principio dell’integrità territoriale della Danimarca e al diritto all’autodeterminazione dei residenti della Groenlandia».
Come potevamo lasciarci sfuggire un’occasione del genere? Abbiamo quindi chiesto al portavoce, il signor Diarik: «È possibile applicare la stessa argomentazione che usate per la Groenlandia anche alla questione dell’Ucraina?». Egli ha risposto: «No, quella è un’altra questione». Così ho scritto una lettera specifica a Guterres; se ne avrò l’occasione, potrò fornirvi, tramite i miei colleghi, le citazioni che spiegano in che modo, secondo loro, la Groenlandia sia diversa dall’Ucraina. A quanto pare, il principio dell’integrità territoriale è molto chiaro, mentre quello dell’autodeterminazione è soggetto a una serie di presupposti. La lettera non spiega chiaramente cosa ciò significhi. Quando si tratta dell’Ucraina, si limitano a citare il principio dell’integrità territoriale.
Ora non mi resta che aspettare di vedere come i giornalisti chiederanno al Segretariato delle Nazioni Unite di commentare le relative intenzioni del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord.
Moderatore: Grazie mille. Passiamo alla prossima domanda.
L’interlocutore (Marco Carnelos, ex consigliere dei primi ministri italiani Berlusconi e Prodi ed ex rappresentante permanente dell’Italia presso le Nazioni Unite. Si è presentato in russo, per poi porre la domanda in inglese):
Grazie, ministro Lavrov. Mi chiamo Marco Carnelos e sono stato consigliere dei primi ministri Berlusconi e Prodi. Lavoravo alle Nazioni Unite proprio quando lei ricopriva la carica di rappresentante permanente della Russia presso l’ONU a New York. Vorrei riportare la conversazione sul tema delle Nazioni Unite. Lei ha menzionato più volte Guterres, il che mi offre lo spunto perfetto per la mia domanda.
Da quanto mi risulta, tra i candidati ufficiali attualmente iscritti nelle liste, nessuno sembra disposto a infrangere la rigida procedura di esame prevista dal Consiglio di Sicurezza. Di conseguenza, temo che chi non fa parte di questo circolo non abbia alcuna possibilità (di concorrere alla carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite) e che sia improbabile che venga infranta la regola della rotazione per regione. È quindi possibile, a questo punto, prendere in considerazione candidati al di fuori delle liste o abbandonare la prassi della rotazione per gruppi regionali? Vi spiego perché pongo questa domanda. Al di fuori di quella lista c’è un italiano, Al-Raki. In passato ha ricoperto la carica di Vice Segretario Generale delle Nazioni Unite, responsabile dell’agenzia delle Nazioni Unite per la lotta al traffico di droga. Ecco perché le faccio questa domanda. I nostri amici statunitensi vogliono farci credere che Maduro sia stato rovesciato perché è il capo di tutti i signori della droga del mondo. Quindi, forse la parte statunitense potrebbe ritenere che il suo curriculum sia proprio quello giusto. Vorrei sentire la sua opinione al riguardo.
Lavrov: Come ho già detto poco fa, la scusa addotta dagli americani per rapire Nicolás Maduro era quella di affermare che egli ricoprisse un ruolo dominante all’interno di un cartello della droga. Ma ora hanno cambiato versione e l’obiettivo principale è già stato raggiunto. Il Venezuela potrebbe forse ottenere qualcosa, ma a dettare legge sono ancora gli Stati Uniti.
Per quanto riguarda l’elezione del Segretario Generale, è errato ritenere che tutti i candidati attualmente in lizza possano essere approvati senza difficoltà. Almeno per la Russia, non è assolutamente così. E non lo è assolutamente nemmeno per la Cina. Quanto alle intenzioni dei tre membri permanenti occidentali, non ne siamo a conoscenza. Proprio per questo motivo, è giunto il momento di passare alla fase successiva di votazione indicativa, in modo da poter stabilire quali candidati siano accettabili per i membri permanenti e quali no. Attualmente, tutte e 15 le schede elettorali sono dello stesso colore. Una volta passati alla fase successiva, cinque di esse – ovvero quelle destinate ai membri permanenti – assumeranno un colore diverso. Non verranno indicati i nomi specifici dei paesi, ma se un candidato riceverà un «voto contrario» su una scheda colorata, questo costituirà un segnale.
Al momento, questa procedura non è ancora stata avviata a causa della ferma opposizione degli Stati Uniti, il che desta preoccupazione. Circa una settimana fa, anzi, nemmeno una settimana fa, ho parlato con Rubio. Proprio il giorno del mio arrivo a New York, gli ho chiesto: «Perché ostacolare questo processo?». Non mi ha dato una risposta chiara. Si vocifera che abbiano in mente un altro candidato, che non proviene dall’America Latina. Non posso né smentirlo né confermarlo. Ma non si può escludere alcuna possibilità.
Per quanto riguarda la rotazione tra i gruppi regionali, si tratta di una tradizione osservata in modo informale, ma che è stata infranta più volte. Al termine del primo mandato di Boutros Boutros-Ghali come Segretario Generale, scoppiò un conflitto tra lui e Madeleine Albright riguardo alla questione delle truppe di pace in Bosnia-Erzegovina. Gli americani non volevano che le truppe fossero troppo numerose e pensavano probabilmente solo a un dispiegamento simbolico di agenti di polizia; Boutros-Ghali, invece, redasse un rapporto onesto in cui affermava che, dato l’odio che le parti in conflitto manifestavano l’una verso l’altra, era necessario dispiegare forze di entità molto maggiore, proponendo un contingente cinque volte superiore a quello auspicato dalla parte statunitense. La situazione era quindi chiara: Madeleine Albright avrebbe fatto di tutto per impedirgli di essere rieletto. Di conseguenza, se si segue la logica, siamo ancora in debito con l’Africa di un mandato (di cinque anni).
Anche l’ascesa di Kofi Annan all’epoca era dovuta alle preferenze e ai capricci degli americani. Infatti, a quel tempo era il turno dell’Europa orientale, ma nessun europeo orientale aveva mai ricoperto la carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite. All’epoca c’erano candidati eccellenti, tra cui due donne provenienti dalla Bulgaria. Una era Irina Bokova, Direttrice Generale dell’UNESCO, una figura di grande spicco. L’altra era Kristalina Georgieva, che oggi ricopre la carica di Direttrice Generale del Fondo Monetario Internazionale. A rigor di logica, nessuna delle due avrebbe dovuto suscitare forti opposizioni sotto alcun aspetto. Ma gli americani semplicemente non volevano un candidato dell’Europa orientale, in particolare la Bokova. Era una persona integra. All’epoca, per escluderla, imposero con la forza la candidata francese, la signora Azoulay, la quale non aveva mai preso posizione sulla questione del divieto della lingua russa e della cultura russa in Ucraina. Il risultato fu che alla fine venne eletto una persona completamente diversa: António Guterres.
Pertanto, ora anche l’Europa orientale potrebbe dire: «L’ultima volta ci avete esclusi, questa volta dovreste finalmente permetterci di avvalerci di questa opportunità per la prima volta nella storia». Tutti gli altri gruppi regionali europei hanno già avuto un proprio rappresentante alla carica di Segretario Generale delle Nazioni Unite. Non è da escludere che possano raggiungere un accordo con gli americani per proporre un candidato dell’Europa orientale.
Per quanto riguarda Al-Raki, è un mio caro amico, nonché un nostro amico e un vostro collega. È venuto a trovarmi diverse volte. È da molto che non lo vedo. Ma, francamente, nutro forti dubbi sul fatto che proporlo sia davvero una buona idea. Bisogna rendersi conto che la realtà è quella che è. Possiamo proclamare ogni sorta di ideali e parlare di giustizia, ma la realtà è che, se anche un solo membro permanente del Consiglio di Sicurezza vota contro, quella persona non potrà mai essere eletta Segretario Generale. Ecco perché ci stiamo adoperando per avviare al più presto questa votazione con schede di colore diverso, in modo che l’atteggiamento dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza risulti chiaro. A nostro avviso, alcuni candidati hanno delle possibilità.
Conduttore: Grazie mille. Prego, fate le vostre domande.
Autore della domanda (Han Hua, “Dialogo di Pechino”):
Grazie. Sono Han Hua di “Dialogo di Pechino”. Ho due domande, cercherò di essere breve. Innanzitutto, la vecchia narrativa sulla globalizzazione è giunta al termine. Come valuta la nuova forma di globalizzazione che si sta delineando? In che modo la Cina e la Russia possono contribuire insieme a plasmare la direzione e il percorso di sviluppo di questa nuova forma di globalizzazione?
La seconda domanda è di carattere più personale. Lei ricopre la carica di ministro degli Esteri da quasi 23 anni. Se dovesse rappresentare il percorso della globalizzazione con una curva, come la descriverebbe? Come una parabola o come una scala? Perché? Grazie.
Lavrov: Non abbiamo intenzione di distruggere la globalizzazione, che comunque non abbiamo creato noi. La globalizzazione implica che a tutti venga richiesto di accettare lo stesso insieme di condizioni: c’è chi le impone e chi è costretto ad accettarle. Alla fine, tutti agiscono secondo le regole della globalizzazione e della concorrenza leale. Ma all’improvviso, ci si rende conto che, seguendo queste regole – stabilite dagli Stati Uniti e dagli altri paesi occidentali – si sta perdendo terreno, innanzitutto rispetto alla Repubblica Popolare Cinese. Così, si inizia a limitare i concorrenti. La Cina presenta ricorsi presso l’OMC, segnalando violazioni delle norme dell’Organizzazione in diversi ambiti. Gli americani, a loro volta, impediscono il normale funzionamento dell’organo di risoluzione delle controversie dell’OMC.
Presso il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, tutti i tentativi di riformare realmente il sistema delle quote e quello dei contributi hanno incontrato opposizione. Le riforme sono state artificiosamente ritardate. È vero, attualmente le quote dei paesi BRICS sono leggermente aumentate, ma rimangono ancora ben al di sotto del peso effettivo che questi paesi rivestono nell’economia mondiale. È necessario continuare a impegnarsi in tal senso. A quanto mi risulta, né la Cina né gli altri paesi BRICS intendono andarsene sbattendo la porta. Dopotutto, si tratta di istituzioni mature con una propria tradizione. Tuttavia, per quanto riguarda le istituzioni del sistema di Bretton Woods, la loro tradizione sta oggi cambiando.
Negli ultimi quattro anni, l’Ucraina ha ottenuto prestiti ingenti. Un trattamento del genere è inimmaginabile per altri paesi. Al contrario, i paesi africani più poveri hanno accesso a prestiti molto limitati. Pertanto, è un dato di fatto che l’abuso di queste istituzioni continui.
Tuttavia, come ho appena detto, non intendiamo distruggere queste istituzioni. Ovviamente, però, è necessario aggirare le restrizioni e le sanzioni illegali e discriminatorie. Pertanto, oggi nell’ambito del meccanismo BRICS, su iniziativa di Russia, Cina e Brasile – con il presidente Lula particolarmente attivo in questo senso – si sta diffondendo sempre più l’uso di piattaforme di pagamento alternative. Al momento si utilizzano principalmente le valute nazionali. Ma l’iniziativa che abbiamo lanciato alcuni anni fa a Kazan sta già prendendo piede e prevede la creazione di un proprio meccanismo di riassicurazione, di un sistema di pagamenti e di una piattaforma di investimenti, in modo da non essere soggetti al controllo di chi applica le sanzioni. A tal fine, sul piano operativo, dobbiamo liberarci dalla dipendenza dalle istituzioni del sistema di Bretton Woods, pur continuando a farne parte, operando in altri ambiti e creando meccanismi propri che non siano soggetti a interferenze esterne.
Per inciso, il processo di passaggio al regolamento in valuta locale sta procedendo: il 95% dei nostri scambi commerciali con l’India viene già regolato in valuta locale; la percentuale è più o meno la stessa con la Cina, dove circa il 90% viene regolato in rubli e renminbi; anche con molti altri paesi ci stiamo muovendo in questa direzione. Inoltre, questa tendenza si sta diffondendo e non si limita ai nostri rapporti con le grandi potenze, ma si estende anche alle relazioni con altri paesi.
Il dollaro rimane ovviamente un’arma potente. Non molto tempo fa, durante una conferenza stampa in cui il presidente Trump parlava dell’Iran, qualcuno gli ha chiesto: «Sbloccherà i fondi iraniani?». Lui ha risposto: «Sai, dovremmo restituire loro quei soldi, altrimenti mineremmo la fiducia nel dollaro e la gente non sarebbe più disposta a investire in dollari». È davvero interessante. Naturalmente, qualche mese dopo, ha aggiunto che avrebbe punito l’Iran senza restituire nulla. Ma in ogni caso, quelle sue parole precedenti possono essere considerate una rivelazione involontaria dei suoi veri sentimenti. Inoltre, durante la campagna per il suo secondo mandato presidenziale, ha affermato che Biden ha distrutto i vantaggi più importanti degli Stati Uniti, tra cui la credibilità del dollaro, poiché Biden ha usato il dollaro come arma per punire gli altri attraverso le sanzioni, venendo meno alla libera economia da loro stessi proclamata e ai principi della globalizzazione.
In questo contesto, ho notato che, intorno al mese di febbraio di quest’anno, il presidente Xi Jinping, in un articolo a firma propria (pubblicato nel terzo numero della rivista “Qiushi” del 1° febbraio 2026, nota del traduttore), ha sottolineato che uno degli elementi fondamentali per la costruzione di una potenza finanziaria è il possesso di una valuta forte, ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati dei cambi, e che rivesta lo status di valuta di riserva globale. Ritengo che ciò rifletta la necessità di rendere più equo il funzionamento del sistema monetario e finanziario globale. Questo obiettivo, ovviamente, non è un compito a breve termine. Si tratta inoltre di un fattore importante nell’attuale processo.
Pertanto, manteniamo una cooperazione e un coordinamento delle azioni estremamente stretti con la Repubblica Popolare Cinese in tutti i settori. Ogni anno si tengono incontri regolari tra i primi ministri. Al di sotto dei primi ministri dei due Paesi, esistono cinque commissioni intergovernative presiedute da funzionari di livello vice primo ministro. Ogni anno si tengono anche incontri tra i capi di Stato, e non solo una volta. Ogni volta che il presidente Putin e il presidente Xi Jinping partecipano insieme agli eventi dei Paesi BRICS e dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, si incontrano. Prossimamente, a Shenzhen si terrà il vertice dell’APEC, occasione in cui ci saranno sicuramente ulteriori contatti. Si tratta quindi di un processo. E ritengo che questo processo rappresenti la transizione verso un sistema multipolare, che è probabilmente la forma che assumerà la nuova globalizzazione.
Conduttore: Grazie mille, signor Gupta. Prego, faccia la sua domanda.
Interlocutore (sig. Gupta):
Signor, grazie per il suo intervento. È sempre molto utile e stimolante. La mia domanda riguarda i paesi BRICS. Abbiamo tenuto a Delhi una riunione di grande successo, durante la quale abbiamo raggiunto un consenso e redatto un documento di circa 140 paragrafi. Leggendo questo documento si nota che sono state affrontate quasi tutte le questioni che stanno a cuore ai paesi del Sud del mondo. È davvero incoraggiante.
Ma la mia domanda è: il meccanismo BRICS o i paesi BRICS hanno la capacità di attuare e mantenere gli impegni assunti in questi settori? Ad esempio, l’istruzione, il cambiamento climatico, le questioni finanziarie e molte altre. In altre parole, i paesi BRICS sono in grado di produrre risultati concreti? Ad esempio, attualmente il meccanismo BRICS non dispone ancora di un segretariato. Ritiene che si dovrebbe istituire un segretariato BRICS? Per quanto riguarda i pagamenti transfrontalieri e l’interoperabilità tra i diversi sistemi di pagamento, se ne è già discusso ampiamente. Tuttavia, non abbiamo ancora sentito parlare di risultati concreti.
Lei ha anche menzionato che la Russia ha avanzato proposte relative a un meccanismo di riassicurazione e a una piattaforma di investimento. Forse le discussioni sono ancora in corso, ma finora non sembrano esserci stati progressi concreti. Abbiamo la Nuova Banca di Sviluppo, che è già operativa, ma la cui portata è ancora limitata e non le consente di affrontare realmente quelle questioni di grande rilevanza. Anche la dotazione degli accordi di riserva di emergenza è modesta. I problemi che il Sud del mondo deve affrontare sono davvero enormi: il meccanismo BRICS è davvero in grado di farvi fronte? Grazie.
Lavrov: Non credo che dovremmo prendere alla lettera il sistema occidentale e replicarlo qui da noi.
Lei ha appena menzionato la Nuova Banca di Sviluppo. Questa banca è pienamente integrata nell’attuale sistema monetario e finanziario internazionale, ovvero quello istituito in origine dagli Stati Uniti. Il dollaro costituisce la base delle operazioni della Nuova Banca di Sviluppo. Pertanto, ora che i nostri amici brasiliani propongono di istituire la Banca di sviluppo dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (si tratterebbe di un lapsus di Lavrov, che qui parla di «proposta del Brasile», mentre il Brasile ha proposto la creazione della Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, non della Banca di sviluppo dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai; nota del traduttore), stiamo già discutendo del fatto che questa banca debba fondarsi su una base di regolamento completamente diversa, completamente slegata dal dollaro e da tutto ciò che ad esso è correlato.
Non credo che abbiamo bisogno di un segretariato. Sono decisamente contrario a che il meccanismo BRICS si trasformi in una sorta di Commissione europea, controllata dai burocrati. Sai, il punto di forza del meccanismo BRICS sta proprio nel fatto che è un’unione basata su un vero consenso. È importante che nessuno vi ricopra un ruolo simile a quello di von der Leyen, che ha preteso che paesi candidati all’adesione all’UE come la Serbia aderissero alle sanzioni contro la Russia: è così che agisce l’UE. Il fatto che il meccanismo BRICS mantenga questa forma flessibile rappresenta forse proprio il suo punto di forza.
Per lo meno, come lei ha detto, abbiamo raggiunto un consenso di principio su un’importante dichiarazione. Considerate le relazioni tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Iran, non è stato facile, ma ci siamo riusciti. Qualcuno potrebbe dire che si tratta solo di parole, solo di slogan. Ma il fatto che siamo riusciti a raggiungere un accordo, come in questo caso sulla questione dello Stretto di Hormuz, è molto importante. Al vertice di un anno fa, le discussioni erano state molto accese e non si era potuto parlare affatto di consenso. Ma ora ci siamo riusciti. Credo che si possa raggiungere un accordo anche in altri ambiti.
Vorrei sottolineare ancora una volta che tutte le nostre proposte, comprese quelle relative alla piattaforma di riassicurazione, alla piattaforma di pagamento, alla piattaforma di compensazione e regolamento e alla piattaforma di investimento, non mirano a sostituire le istituzioni esistenti. Le istituzioni del sistema di Bretton Woods e l’Organizzazione mondiale del commercio sono da sempre gli unici meccanismi di regolamentazione nei settori finanziario, monetario e commerciale a livello globale. Questo è anche uno dei motivi per cui oggi abusano dei propri poteri e della propria posizione. In questo contesto, l’introduzione della concorrenza non può che essere vantaggiosa.
Ho sentito alcune persone dire: «Come è possibile? Se trasformate il meccanismo BRICS in un concorrente, comprometterete l’integrità dell’economia mondiale». Tuttavia, tale integrità è già stata compromessa. La globalizzazione è ormai frammentata, come ammettono anche i principali attori. Pertanto, nella parte di globalizzazione in cui ci troviamo, il meccanismo BRICS, l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai e l’Unione Economica Euro-Asiatica stanno collaborando tra loro.
Qualche anno fa, quando i segni di questa frammentazione erano già evidenti, il presidente Putin ha lanciato un’iniziativa rivolta al continente eurasiatico. Qui esistono numerose organizzazioni subregionali, dall’Unione europea all’ASEAN, passando per il Consiglio di cooperazione degli Stati arabi del Golfo, oltre alla nostra stessa Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), all’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva (CSTO) e, naturalmente, all’Organizzazione di cooperazione di Shanghai (SCO). Tuttavia, l’intero continente non dispone di un meccanismo coordinato comune. Al contrario, l’Africa e l’America Latina, pur presentando anch’esse un gran numero di organizzazioni subregionali, dispongono di meccanismi di coordinamento quali l’Unione Africana e la Comunità delle Nazioni dell’America Latina e dei Caraibi.
Non sto dicendo che dobbiamo necessariamente costituire un’organizzazione formale. No, si potrebbe anche optare per la forma di una conferenza. All’epoca c’era la Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa. Per inciso, all’epoca l’Unione Sovietica propose che vi partecipassero solo i paesi di quella parte del continente euroasiatico, ma gli europei chiesero di includere anche gli Stati Uniti e il Canada. Oggi, quando si discute di un processo che copra l’intero continente, tale assetto non è più di grande aiuto. Il presidente ha proposto di portare avanti questa idea in modo graduale, cercando il modo di definire meglio e concretizzare il concetto di «Grande Partenariato Eurasiano».
In altre parole, qui sono presenti sia l’Unione Economica Euro-Asiatica che l’ASEAN e l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai, le cui agende presentano numerosi punti in comune. Attualmente è già in corso il processo di creazione di ponti di cooperazione tra di esse e sono stati instaurati contatti tra i rispettivi segretariati. Allo stesso tempo, la creazione di un quadro economico, commerciale e di investimento unificato porterà di per sé benefici concreti. Il continente euroasiatico è il più vasto e il più ricco di risorse e, naturalmente, dovrebbe essere sfruttato al meglio a beneficio dei paesi che vi si trovano e dei loro popoli. A nostro avviso, questo processo di rafforzamento della cooperazione pragmatica dovrebbe essere aperto a tutti i paesi, compresi quelli europei.
La Bielorussia ospiterà a novembre la quarta Conferenza sulla sicurezza euro-asiatica. Alcuni paesi europei, che hanno partecipato in passato, saranno presenti anche questa volta. Ne siamo lieti. Stiamo discutendo della sicurezza euro-asiatica nel contesto del “Grande partenariato euro-asiatico”. Occorre prima consolidare le basi materiali e poi, su questa base, portare avanti il lavoro. Naturalmente, non sarà un processo rapido, questo è certo, ma è possibile avviare gradualmente un dialogo sulla sicurezza euro-asiatica.
Sia l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai che lo spazio post-sovietico dispongono dei propri meccanismi di sicurezza. Anche la regione del Golfo, l’ASEAN e l’Asia meridionale hanno accordi in tal senso. Tra questi vi sono molti aspetti degni di attenzione. Pertanto, sarebbe possibile riunire tutti e consentire alle varie organizzazioni subregionali di avviare innanzitutto uno scambio, includendo anche quei paesi che non fanno parte di alcuna organizzazione subregionale – e in effetti esistono paesi in questa situazione. Ciò non dovrebbe rimanere solo uno slogan. In passato sono stati lanciati slogan giusti, sono state pronunciate belle parole, è stata approvata una risoluzione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e poi tutto è stato dimenticato. Ciò che auspichiamo, invece, è un processo che proceda in modo realmente sostenibile.
Pertanto, ritengo che la cosa più importante sia avviare un dialogo e scambiare idee. Le idee sono molte e molto diverse tra loro. Se attraverso il dialogo riuscissimo ad avvicinare le nostre posizioni, già solo questo sarebbe di grande beneficio per lo sviluppo mondiale in questa fase.
Conduttore: Grazie mille. Signor Dison, prego.
Autore della domanda (Glenn Deason):
La ringrazio moltissimo per aver accettato di dialogare con noi. Mi chiamo Glenn Dison e sono un professore norvegese. La mia domanda è: in che modo l’espansione della NATO in Finlandia e Svezia modificherà le considerazioni strategiche della Russia nei Paesi nordici? Da Kaliningrad all’Artico, la pressione sembra aumentare costantemente. C’è ancora motivo di essere ottimisti e sperare in un disgelo o in un miglioramento delle relazioni?
Inoltre, conduco un podcast piuttosto seguito e vorrei osare invitarla a concedermi un’intervista: non so se fosse possibile?
Lavrov: Mi chiedi cosa ne penso dell’adesione della Svezia e della Finlandia alla NATO. La mia opinione è che… non sia del tutto priva di rammarico.
Vi spiego perché. Durante il mio soggiorno a New York, Alexander Stubb (il presidente finlandese) mi ha mandato un messaggio dicendo: «Troviamo un posto dove incontrarci». Ha scritto proprio così. A quanto pare, sentivano che la situazione non andava bene e si erano resi conto che c’era un problema. «Come mai, adesso ti permetti di parlarmi?» Mi ha risposto: «È una questione seria, non scherzare».
In seguito, ci siamo incontrati. Mi ha detto: «Sergej, dobbiamo trovare un modo per andare avanti, non possiamo continuare così». Io ho risposto: «Aspetta un attimo, siete stati voi a dare il via a tutto questo. Soprattutto la Finlandia: fin dall’inizio avete affermato che solo la NATO potesse proteggervi dalla minaccia russa». Lo conosco ormai da molti anni. Ho aggiunto: «Se avete qualche idea, sia il presidente Putin che io abbiamo ripetuto più volte che non rifiutiamo mai il dialogo. Ascoltiamo almeno quali sono le vostre proposte. Se ci sarà un minimo di buona fede e di contenuti concreti, allora ne discuteremo».
Ma il giorno dopo ha improvvisamente dichiarato: «Chiedo a Elon Musk di allargare ulteriormente la copertura di “Starlink”, in modo che possa raggiungere una porzione più ampia del territorio russo». Ecco, è proprio così. Tra noi e la Finlandia ci sono probabilmente alcuni conti in sospeso dal passato: all’epoca la Finlandia svolse un ruolo molto importante, schierandosi dalla parte di Hitler e partecipando alla guerra contro l’Unione Sovietica, compreso l’assedio di Leningrado e molte altre cose.
In seguito, la Finlandia divenne un Paese neutrale e accettò i nuovi accordi sui confini. Ricordiamo quanto fossero ottimi all’epoca i rapporti tra Urho Kikkonen, Breznev e Kosygin. Successivamente, il presidente Putin ha giocato a hockey su ghiaccio insieme al presidente Niinistö. Putin è andato da lui a fare la sauna, e lui è venuto qui a fare la sauna. Anch’io, insieme ai miei colleghi del Ministero degli Affari Esteri, ci sono stato più di una volta.
A proposito, sono stato anche nel nord della Norvegia, dove sono stato ricevuto dal re. Era proprio il 75° anniversario della liberazione del nord della Norvegia da parte dell’Armata Rossa sovietica. È stato tutto molto sentito. È stato particolarmente gratificante vedere i nostri abitanti delle zone di confine russe attraversare semplicemente il confine per festeggiare insieme ai vicini norvegesi. Quella è stata l’ultima volta che ci sono stato.
Ma alcuni hanno già deciso da tempo di spingere l’Ucraina a scontrarsi con la Russia. Alcuni, come sapete, vogliono risolvere ancora una volta la cosiddetta “questione russa”, per l’ennesima volta. La Finlandia, ovviamente, ci ha deluso profondamente. Si è visto che i residui di quei vecchi sentimenti sono ancora tenaci. Tuttavia, a mio avviso, la questione di Kaliningrad è senza dubbio come giocare con il fuoco. Quando ho letto quelle dichiarazioni dei vostri rappresentanti della NATO, mi si sono rizzati i pochi capelli che mi sono rimasti. Ma nessuno capisce quali potrebbero essere le conseguenze?
Putin ha detto, e l’ho già citato in precedenza: non abbiamo alcuna intenzione di aggredire l’Europa. Non ci sono interessi che vogliamo accaparrarci lì. Ma personaggi europei come Merz e Pistorius (il ministro della Difesa tedesco) cercano di aizzare l’opinione pubblica dei loro paesi, dicendo alla gente: «Sì, bisogna stringere la cinghia, i tempi peggioreranno. Ma non importa, ora la cosa più importante è difendersi dalla Russia». Putin ha detto che se davvero passaste all’azione, sarebbe una guerra completamente diversa, e sarebbe molto, molto breve.
Perché ciò metterebbe la Russia in una situazione senza via d’uscita, proprio come avete fatto voi in passato, quando avete costretto la Russia a non avere altra scelta riguardo all’operazione militare speciale. Ma questa è un’altra storia.
Sebbene l’operazione militare speciale abbia causato conseguenze terribili, distruzione e perdite umane da entrambe le parti, si tratta comunque di un’operazione mirata e relativamente limitata. Basta guardare le proporzioni dello scambio di salme per rendersene conto: abbiamo restituito 6.000 salme di militari ucraini, mentre ne abbiamo ricevute in cambio al massimo 200 di militari russi.
Naturalmente, abbiamo una nostra dottrina militare. Se l’Europa dovesse continuare su questa strada, le conseguenze non sarebbero positive e l’Europa non sarebbe affatto in grado di reggere il colpo.
Non conosco i dati precisi, ma attualmente in Europa è in corso un processo di militarizzazione su larga scala. Una volta raggiunta una certa fase, un comandante a Bruxelles, o addirittura un “tenente” dell’Unione Europea – poiché, senza dubbio, la stessa Unione Europea si sta trasformando in un blocco militare – potrebbe dire: «Ragazzi, abbiamo accumulato così tante armi che dobbiamo pur farci qualcosa». Anche questa situazione potrebbe verificarsi.
Anche il complesso militare-industriale direbbe: «Ragazzi, i nostri magazzini sono pieni di armi e vogliamo continuare a guadagnare. Prendetele e usatele». Pertanto, ciò che sta accadendo attualmente nel nostro paese confinante a nord è davvero deplorevole.
In passato non abbiamo mai avuto alcun problema con la Norvegia e la Finlandia, e collaboravamo persino nell’ambito del Consiglio Artico. Insomma, siamo vicini; ma oggi a influenzare noi e i nostri vicini sono proprio quei paesi che si trovano molto lontani da noi.
Spero che un giorno tutto torni alla normalità. A questo proposito, vorrei concludere dicendo che quando i Paesi scandinavi o altri Stati europei ci lanciano sottilmente un segnale del tipo «potremmo fare qualcosa?», non ci metteremo a rincorrerli.
Esistono diversi canali di comunicazione tra le due parti, tra cui quelli del sistema amministrativo governativo e quelli dei servizi di intelligence. Di solito, il messaggio che trasmettono è: «Sentite, è un peccato che i nostri rapporti siano arrivati a questo punto. Fate qualcosa, così da darci un appiglio».
Sembra che questo possa dare il via a un processo positivo in cui entrambe le parti si avvicinano. Tuttavia, amici miei, non intraprenderemo alcuna iniziativa di nostra iniziativa. Diteci prima cosa volete, poi valuteremo se è opportuno procedere.
Si tratta del primo incontro tra i ministri degli Esteri di Russia e Germania dallo scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina nel 2022. Il 26 settembre, ora locale, i due ministri hanno tenuto un colloquio a porte chiuse di 20 minuti presso la sede delle Nazioni Unite.
Ad esempio, il signor Waldfoer (ministro degli Esteri tedesco) ha chiesto un incontro urgente l’ultimo giorno della nostra visita. Lo abbiamo incontrato sabato, poco prima della partenza. Ha tirato fuori un foglio e ha iniziato a leggere:
«La Russia è l’aggressore, questa è una guerra scatenata senza motivo…»
Non appena abbiamo sentito quelle parole, abbiamo iniziato a stufarci. Gli ho chiesto se avesse qualcosa di nuovo da dire, oltre alle solite frasi che ripetono ogni giorno in pubblico e in modo formale.
Ha detto: «Lo dico perché ciò che diciamo pubblicamente sono fatti. Ecco perché anche ora ti sto spiegando la situazione in via riservata».
In seguito, quando gli ho spiegato come stavano realmente le cose, non ha prestato alcuna attenzione alle nostre argomentazioni. Tuttavia, era evidente che non avesse più nulla da rispondere.
Ha poi sollevato nuovamente la questione dell’incidente di Lipsia (nella notte tra il 4 e il 5 agosto 2026, l’aeroporto della città tedesca di Lipsia è stato colpito da un drone; le indagini tedesche hanno accertato il coinvolgimento della Russia nell’incidente, nota del traduttore), affermando che si trattava di un fatto inaccettabile. In realtà, già alcuni giorni prima dell’incontro con me, aveva dichiarato pubblicamente: «La Russia sa bene cosa ha fatto, e persino “Lavrov sa che è stata la Russia a farlo”». Così, ha nuovamente attribuito la responsabilità dell’incidente di Lipsia a me.
Gli ho chiesto: «Avete fatto chiarire la questione in soli tre giorni?»
Ha detto: «Sì, senza dubbio».
Tuttavia, nessuno ha trovato quel drone, né nessuno ha dimostrato che si trattasse per forza di un drone russo. Si tratta esclusivamente di “highly likely”, ovvero della solita retorica del “molto probabile”.
Allora gli ho chiesto: «Prima di chiudere il nostro consolato e il nostro centro culturale, avete forse tenuto un processo? C’è stata una sentenza del tribunale su cui basarvi? Oppure avete agito solo sulla base di questi sospetti, nonostante affermiate che essi puntino senza ombra di dubbio alla Russia?»
Ha detto: «Non c’è processo, e non ne abbiamo nemmeno bisogno».
Allora ho detto: «L’attentato al gasdotto “Nord Stream” equivale a qualcuno che vi sputa in faccia, minando le basi della vostra prosperità economica. Ora i prezzi dell’energia sono già quattro volte superiori a quelli previsti dal contratto del “Nord Stream”.»
Ho detto: «Sono già quattro anni che state indagando».
Ha detto: «Sì, questa faccenda va indagata».
Ho chiesto: «Perché, proprio nel momento in cui la Germania sta subendo perdite così ingenti, si ricorre a un procedimento di indagine giudiziaria? Qui si è trattato solo del ritrovamento di un drone, eppure voi state compromettendo le relazioni tra i due Paesi, chiudendo il consolato e il centro culturale russo, che gode di grande popolarità in Germania?»
A questo proposito, non ha risposto.
Nel discorso pronunciato l’8 maggio, il primo ministro tedesco Merz non ha nemmeno menzionato l’Armata Rossa sovietica, ma ha parlato a lungo di libertà. In seguito, Merz ha anche affermato che la Germania non ha il diritto di interrompere il sostegno all’Ucraina, poiché ciò costituirebbe una politica di appeasement nei confronti di Putin; se smettesse di farlo, equivarrebbe alla politica di appeasement adottata un tempo nei confronti di Hitler.
Il fatto che in Europa nessuno osi parlare di questo è, ovviamente, molto, molto significativo. Ciò offre infatti ai nostri politologi e storici un motivo valido per giungere alla conclusione che qualcuno stia nuovamente tentando di infliggere alla Russia una sconfitta strategica, per risolvere la cosiddetta “questione russa”. Non hanno ancora imparato la lezione della storia.
Conduttore: Sergej Viktorovič, il nostro tempo a disposizione è praticamente finito. Forse potremmo rispondere a un’ultima domanda e poi concludere.
Lavrov: Mi attengo alle sue indicazioni.
Conduttore: Beh, sapete, questi “risultati” sono davvero preziosi, ma, dato che i partecipanti devono tornare alla realtà e andare a cena, poniamo l’ultima domanda. Chi non ha fatto in tempo a porre una domanda può scrivere la propria domanda a Sergej Viktorovič.
Autore della domanda: Buongiorno. Continuiamo a dire che potremmo ripristinare una qualche forma di sistema di sicurezza europeo. Ma non dovremmo piuttosto prendere in considerazione la creazione di una «zona cuscinetto» attorno all’Europa? Naturalmente, anche in questo caso, ci sarebbero comunque persone che, attraverso determinati canali, venderebbero merci in quella zona (il significato originale potrebbe essere che i paesi occidentali fornirebbero nuovamente aiuti e venderebbero armi alla «zona cuscinetto», riarmandola così e creando una minaccia alla sicurezza della Russia; nota del traduttore).
Dato che l’Europa ha nuovamente perso tutti gli elementi che la rendono umana – come del resto è sempre stato nel corso degli ultimi 500 anni – potremo forse cambiare radicalmente la nostra politica nei confronti dell’Europa nei prossimi 20 anni?
Lavrov: Innanzitutto, abbiamo effettivamente affermato che questa situazione si sta ripetendo. Il nazismo e tutte le ideologie pericolose che lo hanno preceduto nel corso dei secoli stanno riemergendo, e questo nazismo è destinato a scomparire nuovamente, proprio come è accaduto in Germania in quel periodo (l’epoca della Germania nazista).
Come sapete, molte persone, compresi gli inglesi, hanno svolto un ruolo non trascurabile nel processo di formazione del partito nazista e del nazismo europeo.
«Sì, e naturalmente ci sono anche i Paesi del Baltico… Francamente, non credo che si debba fare così. Ho sempre l’impressione che non sia nel nostro stile. Capisco che si dica spesso che i russi sono di larghe vedute… che abbiamo una cultura multietnica…»
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“Se riesci a sconfiggere un nemico strategico senza ricorrere alle truppe statunitensi, hai raggiunto l’apice della professionalità.” – Generale Keith Kellogg
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L’ipotesi
Supponendo che ci sia una certa logica dietro alle azioni degli Stati Uniti su tutti i fronti e che esista una strategia generale, quale potrebbe essere?
Un’ipotesi cupa ma plausibile è che la strategia americana attuale consista nell’“ucrainizzare” l’Europa, in modo che quando gli uomini ucraini si esauriranno, possano essere rimpiazzati dagli europei. Il punto non è copiare ogni misura adottata in Ucraina, ma raggiungere lo stesso risultato: un paese così povero, così strettamente controllato e così isolato dalla Russia grazie alla propaganda da poter essere utilizzato come materiale di prima linea. In Ucraina ciò è stato ottenuto con la terapia d’urto del FMI, la deindustrializzazione e una lunga campagna che ha trasformato il Paese in un progetto anti-russo. In Europa gli strumenti sono diversi: shock energetico, perdita delle materie prime russe a basso costo, pressione fiscale, riarmo della NATO e lo stesso tipo di guerra dell’informazione. Affinché funzioni, la disoccupazione e la disperazione devono aumentare, e deve essere provocata o inventata una qualche forma di attacco da parte della Russia.
Tale preparazione non si limita a un fronte convenzionale. Se portata abbastanza avanti, la stessa traiettoria conduce al dominio nucleare: un’Europa così disperata da inasprire il conflitto e Stati Uniti in grado di rimanere al riparo dalle conseguenze. Negli scontri nucleari, come negli scacchi, l’obiettivo spesso non è portare la partita fino alla fine, ma mettere l’avversario in zugzwang: una posizione in cui ogni mossa possibile peggiora la situazione.
Ola Tunander, in “Dall’escalation orizzontale degli Stati Uniti al predominio dell’escalation russa”, descrive come gli Stati Uniti abbiano raggiunto il “dominio dell’escalation” nella fase finale della Guerra Fredda grazie alla superiorità nei sottomarini d’attacco. Minacciando i sottomarini sovietici che trasportavano i missili nucleari di ritorsione di Mosca, Washington ha minato l’affidabilità della capacità sovietica di secondo colpo — ovvero la capacità di contrattaccare dopo un primo attacco americano. Il problema centrale per i leader sovietici era la “distruzione reciproca assicurata” (MAD): la dottrina secondo cui nessuna delle due parti avrebbe sferrato un primo attacco nucleare perché l’altra sarebbe stata comunque in grado di distruggerla in risposta. Una volta messa in dubbio quella capacità di secondo colpo, la logica della MAD iniziò a sgretolarsi e l’Unione Sovietica fu costretta a fare marcia indietro.
Dal punto di vista dei massimi strateghi militari occidentali, il crollo dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia hanno costituito una vera e propria vittoria militare. La classe politica ha per lo più interpretato il 1991 come la fine di una lotta ideologica, ma coloro che lo hanno visto come un trionfo militare non hanno mai abbandonato il presupposto secondo cui il vincitore conserva il diritto di dettare le condizioni. Il ripristino della sovranità russa da parte di Putin è stato quindi percepito come una violazione di tale privilegio.
Oggi il rapporto si è invertito. La Russia ha recuperato terreno sul fronte dei sottomarini e ha dispiegato missili ipersonici — Avangard, Tsirkon, Kinzhal e Oreshnik — che viaggiano a velocità estreme e sono in grado di manovrare in volo, rendendoli estremamente difficili da intercettare per gli attuali sistemi di difesa statunitensi e della NATO. Il predominio in termini di escalation è passato alla parte russa. Qualsiasi mossa che rischi un’escalation verticale comporta ora una maggiore incertezza per Washington che per Mosca.
Ecco perché è stata elaborata una nuova strategia. Poiché gli Stati Uniti non possono più rischiare di salire da soli la scala dell’escalation, trasferiscono il confronto, con un certo grado di negabilità plausibile, su un proxy: un’Europa dotata di armi nucleari o che condivide tali armi, spinta a una disperazione estrema. Tale disperazione potrebbe insorgere dopo che i missili ipersonici russi avranno distrutto le principali fabbriche d’armi europee, dopo che decine di migliaia di soldati europei saranno stati uccisi in Ucraina e dopo che le forze russe si saranno avvicinate a Kiev o addirittura al confine polacco.
A quel punto è proprio l’Europa a diventare la parte con il più forte incentivo immediato all’escalation, mentre gli Stati Uniti mantengono sia la distanza che la possibilità di negare ogni coinvolgimento. L’Europa non dispone delle risorse militari convenzionali necessarie per mettere in atto autonomamente un’escalation decisiva; le valutazioni dei funzionari della NATO e dei servizi di intelligence europei indicano che è improbabile che si raggiunga una seria prontezza operativa convenzionale contro la Russia prima della prima metà degli anni ’30. In tale impotenza convenzionale, le armi nucleari rischiano di apparire come l’unica “soluzione rapida” disponibile. Il mantra secondo cui le minacce nucleari di Putin sarebbero un «bluff» abbassa la barriera psicologica all’escalation, il che potrebbe spingere Mosca a ricorrere alle armi nucleari per ripristinare la credibilità della propria deterrenza.
Questa logica è coerente con quanto dimostrato da Tunander riguardo al la realtà storica dell’“ombrello nucleare” statunitense.” Ciò non significava che gli Stati Uniti fossero disposti a colpire il territorio russo per salvare i propri alleati della NATO, rischiando così la distruzione delle città americane. L’uso delle armi nucleari tattiche statunitensi era previsto all’interno dell’Europa, contro forze presenti sul suolo europeo, proprio per mantenere geograficamente limitato qualsiasi scontro nucleare. Con la scomparsa del Patto di Varsavia come bersaglio conveniente e la fine del predominio degli Stati Uniti nell’escalation, l’ombrello è di fatto cessato di esistere. In un grave scontro, gli Stati Uniti avrebbero ogni motivo per delegare sia i combattimenti che il rischio nucleare agli europei.
La strategia mira a mettere la Russia in una posizione in cui le uniche alternative siano una ritirata strategica o la distruzione dell’Europa come bersaglio indiretto — una distruzione che avverrebbe al prezzo dei danni che le armi nucleari europee infliggerebbero al territorio e alle forze russe, mentre il territorio americano rimarrebbe fuori portata. Ci si potrebbe ragionevolmente aspettare che la Russia ceda di fronte a una tale pressione. Tuttavia, questo metodo moltiplica il rischio di una guerra nucleare accidentale.
Ciò pone inoltre la Russia di fronte a un grave dilemma. Sergey Karaganov sostiene apertamente da diversi anni la necessità di un attacco nucleare limitato contro obiettivi europei, al fine di ripristinare il timore delle armi nucleari tra le élite e le popolazioni europee, costringendole così ad abbandonare il loro sostegno alla guerra. Tuttavia, qualsiasi attacco nucleare limitato contro l’Europa abbasserebbe di per sé la soglia per l’uso delle armi nucleari da parte europea contro la Russia, o rischierebbe di innescare un contrattacco immediato. La Russia si troverebbe quindi di fronte a una scelta senza esito ottimale: o tollerare la graduale formazione di un fronte europeo disperato e dotato di armi nucleari, oppure agire tempestivamente e rischiare così proprio quell’escalation che cerca di evitare — ma contro un avversario che è ancora in qualche modo meno potente di quanto diventerebbe se la Russia si astenesse dal colpire.
Il calcolo americano sembra essere che questo dilemma possa essere sfruttato. Aumentando gradualmente il livello di pressione — mantenendo la Russia nella zona di zugzwang senza sfociare in uno scontro nucleare strategico aperto — gli Stati Uniti sperano di costringere Mosca a fare marcia indietro piuttosto che accettare i costi di una guerra più ampia. Più l’Europa viene posizionata come un fronte nucleare sacrificabile, più acuto diventa il dilemma. L’obiettivo potrebbe essere quello di costringere alla ammissione di sconfitta che molti in Occidente ritengono ancora dovuta dopo il 1991. L’effetto pratico è quello di mettere l’intero continente europeo — e il processo decisionale russo — con il grilletto pronto a scattare.
Quello che segue è un’analisi delle motivazioni alla base di questa strategia estremamente pericolosa (e psicopatica) e delle misure economiche, politiche e militari che sembrano volte proprio a creare tali condizioni.
Il movente: l’eccessiva espansione imperiale
Cosa potrebbe spingere una potenza a prendere in considerazione un abbandono e un tradimento così radicali dei propri alleati? La risposta è un sistema che non è più in grado di riprodursi secondo i vecchi schemi e i cui dirigenti sono consapevoli delle conseguenze di un fallimento.
Non si tratta di un “Grande Disegno” elaborato in una stanza piena di fumo da una manciata di cospiratori. È piuttosto il risultato emergente del seguire la via della minore resistenza all’interno di una rete di potere compromessa. Come hanno dimostrato i fascicoli su Epstein, un ambiente sociologico può mantenere i propri segreti non attraverso una cospirazione formale, ma attraverso una vulnerabilità condivisa e un interesse reciproco. Quando carriere, beni e responsabilità legali sono tutti legati allo stesso sistema, la scelta razionale per ciascun attore è quella di proteggere quel sistema a tutti i costi. Il risultato è indistinguibile da un piano generale, ma molto più difficile da confutare.
Per decenni il nucleo occidentale ha vissuto di finanziarizzazione e della delocalizzazione sistematica della produzione. La capacità industriale è stata trasferita in paesi a basso costo del lavoro, mentre le economie metropolitane si sono orientate verso l’estrazione di rendite, l’inflazione degli asset e il riciclaggio del risparmio globale attraverso il sistema del dollaro. Il quasi collasso del 2008 ha messo in luce quanto questa struttura fosse arrivata vicina al baratro. Come ha dimostrato Michael Hudson in Uccidere l’ospite, le banche sono state salvate mentre il peso del debito sottostante è rimasto intatto. I tassi di interesse pari a zero e le successive ondate di allentamento quantitativo non hanno ripristinato la capacità produttiva; hanno invece gonfiato bolle ancora più grandi nei mercati azionari, obbligazionari e immobiliari. Gli anni del Covid hanno ripetuto lo stesso schema su scala ancora più ampia. I problemi strutturali rimangono irrisolti. Ciò che è stato costruito è un sistema più indebitato e fragile.
Allo stesso tempo, i vecchi strumenti di controllo esterno hanno cominciato a perdere efficacia. Il classico Il modello dell’“Economic Hit Man” Il ricorso al debito, alla privatizzazione e alla sottomissione politica non funziona più contro gli Stati che dispongono di alternative. Le sanzioni che avrebbero dovuto ridurre l’economia russa a “stracci” e trasformare il rublo in “macerie” non hanno raggiunto nessuno dei due obiettivi. Anche l’Iran ha resistito. Il progresso tecnologico della Cinain gran parte dei settori cruciali ha messo fine al presupposto di una superiorità occidentale permanente. Gli attori africani e quelli del resto del Sud del mondo si rivolgono sempre più spesso a nuovi partner. La capacità, di lunga data, di mantenere le regioni più deboli in uno stato di sottosviluppo permanente sta venendo meno.
Allo stesso tempo, chi sta al vertice sa bene di avere le mani sporche di sangue — e che un vero e proprio crollo del sistema potrebbe finalmente costringerli a rendere conto delle proprie azioni. I portavoce del Ministero degli Esteri cinese hanno espresso questo concetto con sconcertante franchezza. Nell’agosto 2022 Zhao Lijianha diffuso pubblicamente un meme che di fatto accusava gli Stati Uniti di aver perpetrato gli attentati dell’11 settembre come operazione sotto falsa bandiera — un atto di estrema gravità criminale il cui scopo era quello di mobilitare il sostegno nazionale e internazionale per la serie di guerre e crimini di guerra che ne sono seguiti.
Portavoce del Ministero degli Esteri cinese Wang Wenbinha inoltre esortato la comunità internazionale a indagare sui crimini di guerra commessi dagli Stati Uniti e ad assicurare i responsabili alla giustizia, aggiungendo che la giustizia potrà anche tardare, ma non sarà negata. L’elenco dei reati è lungo: storie di atrocità inventate per ottenere il consenso alla guerra (la testimonianza sulle incubatrici in Kuwait orchestrata da Hill & Knowlton, le accuse di stupri con il Viagra contro la Libia, il dossier sulle armi di distruzione di massa in Iraq), una lunga serie di operazioni di cambio di regime e meccanismi giuridici formali come l’American Service-Members’ Protection Act — popolarmente noto come «Hague Invasion Act» — concepito per proteggere il personale statunitense e alleato dalla Corte penale internazionale. In base ai principi stabiliti a Norimberga, la pianificazione e l’avvio di una guerra di aggressione costituivano il crimine internazionale supremo. Un’élite che ha operato per decenni con impunità quasi totale comprende cosa potrebbe significare per la propria sicurezza un vero e proprio collasso sistemico. La lotta per l’egemonia è una questione esistenziale per chi gestisce il sistema. Quando non rimangono opzioni più sicure, ricorreranno a qualsiasi misura che offra anche solo una minima possibilità di successo.
La cannibalizzazione dei vassalli
La sicurezza dell’Europa è stata a lungo costosa per gli Stati Uniti. Per decenni i due hanno costituito un unico vertice imperiale: il nucleo storico del sistema è rimasto culturalmente e istituzionalmente europeo, mentre la potenza militare e la struttura di comando finanziario si sono progressivamente concentrate negli Stati Uniti. Per decenni l’America ha interpretato il ruolo del partner più forte che tuttavia continuava a mostrare deferenza nei confronti della civiltà europea. Il recente spettacolo offerto dal segretario generale della NATO Mark Rutte, che ha chiamato Trump «papà», mostra quanto sia cambiato quel rapporto — e in quale direzione si muova ora la deferenza.
Quell’assetto sta ora crollando. A Washington hanno preso il sopravvento forze più nazionaliste e meno inclini a idealizzare l’Europa. Il continente non è più considerato un partner alla pari al vertice dell’ordine basato sulle regole, ma una risorsa da cui attingere: economicamente prosciugato, politicamente subordinato e militarmente preparato a fungere da teatro in cui saranno pagati i costi del declino imperiale.
Gli Stati Uniti hanno investito ingenti risorse per potenziare la propria produzione energetica interna al fine di far fronte all’imminente interruzione — o al crollo totale — delle esportazioni di energia dal Golfo Persico. Si sono preparati all’attuale conflitto che essi stessi hanno provocato, in linea con la strategia delineata nel documento del 2009 del think tank militare-industriale Brookings Institution Quale strada per la Persia?. Mentre fingono di cercare una soluzione, continuano a compiere nuove mosse per inasprire la situazione, non da ultimo utilizzando Israele come strumento.
L’Europa dipende ormai dall’energia americana. Che si tratti di una guerra su vasta scala nel Golfo o di una chiusura prolungata dello Stretto di Ormuz (e potenzialmente anche del Mar Rosso), l’effetto per l’Europa sarebbe lo stesso. Quando la crisi si aggraverà, gli americani saranno nella posizione di dire: «Mi dispiace, ragazzi, ma ora abbiamo bisogno di tutta l’energia per noi stessi». Lo shock energetico che ne deriverebbe accelererebbe l’«ucrainizzazione» dell’Europa — e probabilmente anche del Giappone, delle Filippine e della Corea del Sud — trasformandoli in risorse di prima linea più disperate e controllabili contro il fianco orientale della Russia e contro la Cina.
Non occorre essere un genio per capire cosa… l’esplosione del Nord Streamha a che fare con questo. Biden ha dichiarato esplicitamente che avrebbero fatto saltare in aria il gasdotto se la Russia avesse attaccato l’Ucraina, e Blinken e Nuland hanno festeggiato apertamente quando ciò è avvenuto. Svezia, Danimarca e Germania hanno classificato le loro indagini come riservate, adducendo motivi di sicurezza nazionale e la riservatezza delle indagini preliminari. L’effetto pratico è stato che i risultati non hanno mai dovuto essere condivisi con la Russia — né con qualsiasi altra parte interessata.
Gli Stati Uniti hanno trascorso anni a fare proprio ciò che, secondo una serie di osservatori geostrategici tra i più esperti del Paese, avrebbe portato a un intervento militare russo in Ucraina. Nel 2008, l’allora ambasciatore a Mosca William Burns (in seguito direttore della CIA) inviò un telegramma il cui oggetto recitava ““Nyet” significa “Nyet”.” Ha scritto che l’ingresso dell’Ucraina nella NATO era “la più evidente di tutte le linee rosse per l’élite russa (non solo per Putin)” e ha aggiunto che la Russia era particolarmente preoccupata che le forti divisioni all’interno dell’Ucraina riguardo all’adesione alla NATO “potessero portare a una grave frattura, con episodi di violenza o, nel peggiore dei casi, a una guerra civile. In tal caso, la Russia dovrebbe decidere se intervenire – una decisione che la Russia non vuole trovarsi a dover affrontare”. Un decennio prima George Kennan, l’artefice della politica di contenimento, aveva dichiarato al *New York Times* che l’espansione della NATO era «la più errore fatale della politica americana nell’intero periodo successivo alla fine della Guerra Fredda” e “l’inizio di una nuova guerra fredda.” Stephen Cohene John MearsheimerDa anni veniva lanciato lo stesso monito: spingere l’Ucraina verso la NATO e l’Occidente avrebbe costretto la Russia a una risposta militare. Gli avvertimenti erano chiari, ripetuti e ignorati. Le politiche sono proseguite.
Perché le élite europee agiscono contro i propri interessi nazionali
Quasi tutti gli analisti dei media alternativi rimangono sconcertati dallo spettacolo offerto dai politici europei, che si comportano come se i loro paesi non avessero alcun interesse proprio. La Russia non è solo una superpotenza militare convenzionale — classificata al secondo posto, subito dopo gli Stati Uniti, in valutazioni indipendenti come il Global Firepower Index, e ripetutamente descritta dallo stesso Comandante Supremo Alleato della NATO, Generale Christopher Cavoli, in quanto detiene formidabili capacità multidominio che non sono state sostanzialmente intaccate dalla guerra in Ucraina. È inoltre una potenza nucleare di prim’ordine. La sicurezza a lungo termine e la sopravvivenza economica dell’Europa dipendono dall’accesso all’energia e alle materie prime russe; si tratta di un aspetto che gli industriali tedeschi e alcuni politici più lucidi hanno compreso da tempo. Il fatto che l’attuale leadership europea sembri incapace di riconoscere questa realtà elementare è ciò che continua a stupire gli osservatori al di fuori del mainstream.
Secondo il giornalista di guerra di lunga data Patrik Baab, sia le élite europee che quelle ucraine hanno bisogno che il conflitto in corso continui per salvaguardare la propria sopravvivenza politica e le proprie ambizioni. I leader dell’Europa occidentale che hanno condotto i propri paesi alla guerra e alle sue conseguenze finanziarie non possono ammettere il fallimento senza perdere il potere, e quindi non fanno altro che inasprire ulteriormente la situazione. Alcune élite tedesche, aggiunge, sono inoltre spinte da un persistente desiderio di vendetta per le sconfitte storiche come quella di Stalingrado. Questa è certamente una parte importante della spiegazione. Tuttavia, è difficile credere che un comportamento così autodistruttivo non sia anche il risultato di una consapevole manipolazione americana della politica europea. Le prove a sostegno di un’influenza sistematica degli Stati Uniti sul processo decisionale europeo sono più solide di quanto la maggior parte del discorso politico sia disposta ad ammettere.
Il colonnello Lawrence Wilkerson (ex capo di gabinetto di Colin Powell) descrive come il Gli Stati Uniti hanno sistematicamente orchestrato l’obbedienza politica dell’Europae l’espansione della NATO attraverso operazioni di influenza orchestrate. Dopo la Guerra Fredda, Washington decise che ogni paese europeo — indipendentemente dalle dimensioni, dalle credenziali democratiche o dalla volontà popolare — dovesse aderire alla NATO. Per i paesi che preferivano la neutralità o la cui popolazione si opponeva all’adesione, gli Stati Uniti condussero campagne ispirate alle “rivoluzioni colorate”. Queste prevedevano il coinvolgimento di un insieme di ONG, organizzazioni quasi governative, agenzie ufficiali e visite di alto profilo da parte di senatori e rappresentanti americani, sostenendo deliberatamente le minoranze politiche filo-NATO («tirannie della minoranza») piuttosto che l’opinione della maggioranza. Ciò è riuscito a trascinare nell’alleanza paesi come il Montenegro e l’Albania.
Wilkerson aggiunge che la CIA, l’USAID e gli strumenti correlati sono stati utilizzati per plasmare l’Europa del dopoguerra fredda stessa — formando e promuovendo leader compiacenti, mentre venivano scartati quelli che non corrispondevano al profilo desiderato. Ricorda come identificassero e selezionassero continuamente i politici “di cui avevamo bisogno”, cancellando gli altri dalla lista. I team nazionali e gli ambasciatori sul campo svolgevano questo lavoro, a volte guidati dal Dipartimento di Stato, a volte dalla CIA.
Questo modello di influenza non è una novità. Come ha spiegato il colonnello L. Fletcher Prouty – che per anni ha coordinato il supporto militare alle operazioni clandestine della CIA – in merito al Programma di assistenza militare nel suo libro Il team segreto:
«L’aspetto importante del Programma di Assistenza Militare è che ha introdotto alcune nuove definizioni del ruolo e delle responsabilità delle forze armate della nazione. In un primo momento, queste definizioni sembravano del tutto corrette e servivano a rendere il Programma di Assistenza Militare più significativo agli occhi degli americani. Tuttavia, con il passare degli anni e man mano che l’attività del MAP diventava routine, e poiché queste dottrine iniziali entrarono a far parte del ‘linguaggio militare’ di entrambi i paesi coinvolti — gli Stati Uniti e il paese ospitante —, esse cominciarono a produrre sottili cambiamenti nel ruolo delle forze armate statunitensi. Ciò portò a una forma molto sofisticata di intervento diretto negli affari interni dei quaranta paesi ospitanti e, in alcuni casi, portò direttamente alla separazione delle forze armate di quella nazione dal controllo politico attraverso pratiche che verranno spiegate. In questo senso, le elaborate dichiarazioni di missione dei programmi di sicurezza reciproca costituiscono una copertura ben congegnata. Il programma di assistenza militare diventa il mezzo attraverso il quale la [Squadra Segreta] può, ogni volta che individua o sospetta una «insurrezione sovversiva di ispirazione comunista», accrescere il proprio ruolo nelle forze armate e nelle organizzazioni politiche del paese ospitante fino a quando il problema non sfocia in un’ostilità aperta. Così il «pompiere» diventa colui che appicca gli incendi piuttosto che colui che li spegne.”
Con “Secret Team” Prouty intendeva la rete informale composta da alti funzionari della CIA, personale delle operazioni speciali militari e dai loro alleati nel ramo esecutivo e nel settore privato, che operava con un controllo limitato e utilizzava programmi ufficiali, come l’assistenza militare, come strumenti di intervento segreto. Ciò che descriveva per il Terzo Mondo nell’era della Guerra Fredda presenta chiari parallelismi con il teatro europeo del dopoguerra fredda: la progressiva integrazione delle forze armate nazionali nelle strutture della NATO, il flusso continuo di assistenza e addestramento militare e la graduale separazione di tali forze dal controllo politico puramente nazionale – il tutto sotto la copertura della sicurezza reciproca e della «deterrenza».
Per tenere lontani dal potere i politici che non godevano del favore di Washington venivano utilizzati metodi brutali. Dal Reti “stay-behind” di Gladioche ha creato strutture clandestine sia all’interno della NATO che nei paesi neutrali e ha commesso atti di terrorismo che hanno contribuito a tenere sotto controllo qualsiasi influenza reale della sinistra o dei movimenti sovranisti, attraverso questioni irrisolte o omicidi avvenuti in circostanze sospette di personalità quali Aldo Moro, Olof Palme e Alfred Herrhausen—i leader che hanno minacciato l’ordine atlantico esistente o hanno cercato percorsi economici e di sicurezza più indipendenti—il modello è quello di una pressione selettiva e di un allontanamento. A ciò si aggiungono la confermata sorveglianza da parte della NSA su Angela Merkel e altri leader europei, nonché la più discreta ma persistente selezione del personale attraverso programmi di propaganda su vasta scala, e programmi di socializzazione d’élitecome ad esempio i “Young Global Leaders” del Forum economico mondiale, che hanno collocato figure allineate alla linea atlantista in ministeri chiave, banche centrali e istituzioni dell’UE in tutto il continente. Se si considerano questi strumenti alla luce della lunga storia di opposizione degli Stati Uniti a una vera neutralità europea, emerge il quadro di uno sforzo costante volto a garantire che le élite politiche europee rimangano strutturalmente obbedienti a Washington, anche quando ciò danneggia palesemente gli interessi materiali delle loro stesse popolazioni.
Lo stesso schema che ha preparato l’Ucraina alla mobilitazione totale viene ora applicato all’Europa, solo su scala più ampia e con maggiore sottigliezza. In Ucraina il processo è stato accelerato: la distruzione dell’industria nel Donbas, l’interruzione dei legami energetici e commerciali con la Russia, l’impoverimento sistematico di ampie fasce della popolazione e il mantenimento di uno stato permanente di minaccia esistenziale. Parallelamente alla devastazione materiale si è svolta una purga politica e informativa su vasta scala. I partiti di opposizione favorevoli a qualsiasi forma di normalizzazione con la Russia sono stati sospesi e successivamente messi al bando. I media in lingua russa sono stati limitati o eliminati. La popolazione è stata isolata dalla narrativa dell’avversario. I russi sono stati sistematicamente disumanizzati, in modo che l’idea di negoziare con loro, o anche solo di riconoscerne l’umanità, diventasse politicamente tossica.
L’Europa sta subendo un trattamento più lento ma strutturalmente identico. La distruzione del Nord Stream, il distacco forzato dall’energia e dalle materie prime russe, la conseguente deindustrializzazione (particolarmente evidente nei settori chimico e automobilistico tedeschi), l’impennata dei prezzi dell’energia e la costante erosione dei salari reali stanno producendo le stesse condizioni materiali: aumento della disoccupazione, calo del tenore di vita e un crescente senso che il futuro sia stato cancellato. Allo stesso tempo, una massiccia campagna propagandistica ha trasformato la Russia e i russi in esseri non umani. Le prime pagine dei tabloid (come documentato in analisi dei titoli del quotidiano svedese Expressen) presentano un flusso ininterrotto di demonizzazione. Gli atleti russi, compresi quelli con disabilità, le personalità della cultura russa e persino i gatti russi presenti alle mostre sono stati sottoposti a una punizione collettiva. I media statali russi sono stati banditi in tutta l’Unione Europea, in modo che i cittadini non possano ascoltare l’altra parte esporre le proprie argomentazioni. I partiti politici o le voci che invocano il negoziato o la normalizzazione vengono emarginati, indagati o trattati come minacce alla sicurezza — la stessa logica che ha portato l’Ucraina a vietare undici partiti di opposizione nelle prime settimane dell’invasione russa.
Chi mette in discussione questa narrativa va incontro a concrete conseguenze professionali e personali. Jacques Baud, veterano dei servizi segreti svizzeri e analista residente a Bruxelles, è stato sottoposto a sanzioni dell’UE nel dicembre 2025: i suoi beni sono stati congelati e la sua libertà di movimento limitata, senza processo, per il “reato” di aver offerto analisi in contraddizione con la linea ufficiale. In Svezia, la studiosa di relazioni internazionali Frida Stranne è stata oggetto di una campagna diffamatoria prolungata che l’ha resa praticamente intoccabile nei circoli mediatici e politici. In Norvegia, il professore Glenn Diesen ha dovuto affrontare anni di diffamazioni sistematiche, campagne mediatiche che lo etichettavano come propagandista russo, pressioni sulla sua università affinché lo licenziasse e ripetuti tentativi di annullare le sue apparizioni pubbliche. Il messaggio è inequivocabile: discostarsi dalla narrativa approvata non è una legittima divergenza di opinione, ma una forma di slealtà.
Quando un numero sufficiente di europei si troverà ad affrontare la stessa combinazione di disperazione economica, isolamento informativo e minaccia esterna artificiosamente creata che hanno dovuto affrontare gli ucraini, la soglia politica per mandare gli uomini europei nel tritacarne si abbasserà drasticamente.
Guerra nucleare per procura
Inoltre, questa influenza sul processo decisionale europeo può essere sfruttata proprio per creare la situazione descritta in precedenza: un’Europa dotata di armi nucleari che possa essere utilizzata come prima linea sacrificabile in un confronto con la Russia, mentre gli Stati Uniti mantengono sia la distanza geografica sia una certa possibilità di negare plausibilmente il proprio coinvolgimento.
Nella versione estrema di questa logica, gli Stati europei — sia attraverso le bombe nucleari americane che i piloti europei sono addestrati a sganciare nell’ambito degli accordi di condivisione nucleare della NATO, sia attraverso una qualche forma di capacità nazionale o europea condivisa — diventano le parti che effettivamente varcano la soglia nucleare. Un attacco sferrato dal territorio nordico o tedesco contro San Pietroburgo o Mosca innescherebbe quasi certamente una risposta russa contro i paesi che lo hanno lanciato. Ciò non costringerebbe tuttavia automaticamente la Russia a colpire il territorio americano, poiché ciò comporterebbe il rischio di annientamento reciproco di ciò che resta della civiltà industriale, compresa la Russia stessa.
Il ragionamento, quindi, è che la Russia possa essere costretta a una ritirata strategica — o a uno scontro nucleare limitato all’Europa — senza che gli Stati Uniti debbano assumersi la responsabilità di aver dato il via alla minaccia. Ciò equivarrebbe a un più chiaro riconoscimento della sconfitta che molti esponenti dell’establishment della sicurezza occidentale ritengono ancora fosse necessario dopo il 1991. Solo dopo, secondo questo ragionamento, gli Stati Uniti potrebbero rivolgere tutta la loro attenzione alla sfida più ampia con la Cina.
Se un esito così controllato sia effettivamente realizzabile una volta superata la soglia nucleare è un’altra questione. L’effetto pratico di questa strategia, tuttavia, è quello di mettere il continente europeo in uno stato di massima allerta, mentre il territorio americano rimane, per il momento, una zona retrostante tranquilla.
Scenario C: “La guerra prosegue con attacchi missilistici che scatenano un attacco con armi nucleari. I missili russi Avangard e Oreshnik, dotati di testate convenzionali, potrebbero distruggere le basi militari europee e parte delle infrastrutture civili. Britannici e francesi potrebbero sentirsi costretti a rispondere con l’uso di armi nucleari. La Russia risponderà a sua volta con armi nucleari. Le strutture militari britanniche e americane in Europa saranno in gran parte distrutte. Centinaia di migliaia di persone perderanno la vita. Anche le perdite russe saranno ingenti, mentre gli Stati Uniti, come la Cina, cercheranno di evitare di entrare in guerra. Si verificherà una frattura tra Stati Uniti ed Europa e la NATO potrebbe crollare. Obiettivi militari e infrastrutture, non da ultimo nel Regno Unito, saranno distrutti. La Norvegia se la caverà meglio, ma dipenderà dalla direzione del vento.”
Se si torna indietro e si analizzano i piani degli americani per una guerra nucleare durante la Guerra Fredda, ciò non è affatto inconcepibile. Dipende solo da quali forze detengono il potere negli Stati Uniti, e ritengo decisamente che si stiano orientando verso un regime sempre più estremo. La prosperità americana dipende dalla capacità di estrarre plusvalore dal resto del mondo. Il dollaro come valuta di riserva, la superiorità tecnologica, la brillante propaganda e l’esercito sono stati gli strumenti utilizzati per mantenere il sistema. Questi strumenti stanno ora perdendo la loro efficacia, non da ultimo a causa dei BRICS – eppure devedevono mantenere il sistema se vogliono evitare il collasso economico e politico. La guerra è una questione di sopravvivenza per tutte le parti in causa.
La scala dell’escalation
È possibile che gli americani stiano preparando il terreno per un esito del genere? Molte cose che a prima vista sembrano non avere senso acquistano invece senso se si ipotizza che sia proprio così.
Quindi, la risposta sembra essere sì. Quello a cui stiamo assistendo non è una serie di improvvisazioni scollegate tra loro, ma una scala di escalation attentamente calibrata, in cui ogni “linea rossa” è stata spostata più avanti non appena è apparso chiaro che la Russia non avrebbe reagito con la rappresaglia totale precedentemente invocata come motivo di moderazione.
Nei primi mesi di guerra, i leader occidentali parlavano solo di aiuti umanitari e di equipaggiamenti difensivi limitati. Lo stesso Biden aveva dichiarato nel marzo 2022 che fornire aerei da combattimento — per non parlare di piloti o equipaggi americani — avrebbe significato “la Terza Guerra Mondiale”. Quel limite è stato superato. Gli F-16 sono stati consegnati. I sistemi occidentali a lungo raggio (ATACMS, Storm Shadow e i loro equivalenti) vengono ora regolarmente lanciati dal territorio ucraino in profondità nel territorio russo. I droni ucraini hanno colpito basi aeree che ospitano bombardieri strategici con capacità nucleare a migliaia di chilometri dal fronte, un’operazione di tale sofisticazione logistica che è difficile ignorare le affermazioni relative al supporto tecnico e di intelligence da parte dell’Occidente. È stato documentato che le reti di intelligence militare britanniche pianificano e addestrano unità segrete di partigiani e sabotatori ucraini per attacchi contro obiettivi russi. I missili e i droni che atterrano sul suolo polacco o rumeno vengono, come primo riflesso, attribuiti alla Russia — indipendentemente dalle successive conclusioni tecniche. La distruzione del Nord Stream è stata immediatamente dipinta come un atto russo. Parallelamente a questa escalation cinetica, è in atto una sistematica quarantena culturale e sportiva di tutto ciò che è russo, che completa la preparazione psicologica rendendo l’avversario un “altro” assoluto.
Ogni passo, un tempo, era stato definito impensabile. Ogni passo, una volta compiuto, è diventato il nuovo punto di riferimento. L’effetto politico è cumulativo: l’opinione pubblica europea e i suoi leader sono stati indotti ad accettare come normale ciò che solo pochi anni prima sarebbe stato considerato un coinvolgimento diretto.
Si intravedono già ulteriori gradini della scala. All’interno della “Coalizione dei volenterosi” prosegue il dibattito aperto sulla presenza di truppe europee sul territorio ucraino — presentate come una “forza di rassicurazione” post-cessate il fuoco —, nonostante le dichiarazioni russe secondo cui tali forze sarebbero considerate obiettivi legittimi. I massicci programmi di riarmo, apertamente giustificati dalla necessità di essere pronti per un conflitto ad alta intensità con la Russia entro pochi anni, creano una loro logica strategica: offrono a Mosca un incentivo razionale a colpire preventivamente le fabbriche d’armi e i centri logistici europei. Un attacco russo di questo tipo, se andato a buon fine, fornirebbe a sua volta ai governi europei il capitale politico interno necessario per schiacciare l’opposizione residua e accelerare il coinvolgimento diretto. Da parte russa, le voci che invocano un uso limitato dell’arma nucleare contro obiettivi europei al fine di instillare paura non sono più limitate alla frangia.
Questo è il contesto operativo in cui gli Stati Uniti possono gestire l’escalation. I costi — l’ logoramento convenzionale e, se la situazione dovesse aggravarsi, uno scontro nucleare limitato — ricadono sul teatro europeo. Il territorio americano rimane il rifugio protetto. La stessa logica che un tempo calcolava “perdite accettabili” pari a centinaia di milioni in uno scontro nucleare europeo durante la Guerra Fredda trova ora la sua espressione contemporanea nei rischi calibrati di un’escalation per procura.
L’“ucrainizzazione” dell’Europa consiste nella trasformazione graduale del continente nel principale teatro di battaglia di un conflitto il cui obiettivo strategico è quello di logorare due dei rivali degli Stati Uniti, preservando al contempo il nucleo del potere americano.
La stessa Europa sta aprendo le porte alle armi nucleari in modi che sarebbero stati politicamente impensabili solo pochi anni fa. I leader ucraini, compreso il presidente Zelenskyy, hanno ripetutamente presentato la scelta come binaria: o l’adesione alla NATO con garanzie di sicurezza credibili, oppure il ripristino di una capacità nucleare. L’opinione pubblica in Ucraina si è spostata di conseguenza; i sondaggi mostrano ora un sostanziale sostegno alle armi nucleari come alternativa preferibile agli impegni occidentali incerti. In Germania il tabù si è incrinato. Generali, ex ministri degli Esteri e politici di spicco hanno discusso apertamente della necessità di armi nucleari tattiche tedesche o di una deterrenza europea indipendente dagli Stati Uniti. Sebbene il governo continui a rifiutare una bomba nazionale, sono in corso colloqui con la Francia sulla «deterrenza avanzata» — compreso il possibile dispiegamento temporaneo di velivoli francesi con capacità nucleare sul suolo alleato. In Svezia il ministro della Difesa ha dichiarato che le armi nucleari potrebbero essere accettate sul territorio svedese in tempo di guerra, e il governo ha confermato le prime discussioni con Francia e Gran Bretagna in merito alla cooperazione nucleare.
Gli accordi di cooperazione in materia di difesa firmati da Svezia e Finlandia con gli Stati Uniti lasciano volutamente aperta la porta: non contengono alcun divieto esplicito in tempo di pace che impedisca l’introduzione di armi nucleari americane in condizioni di crisi o in tempo di guerra. La Svezia ha già partecipato all’esercitazione nucleare “Steadfast Noon” della NATO. In tutto il continente il dibattito si è spostato dal rifiuto assoluto alla pianificazione di contingenza. L’effetto pratico è quello di preparare il territorio europeo, il consenso politico europeo e i sistemi di lancio europei a un ruolo nucleare — proprio il ruolo necessario se gli Stati Uniti intendono confinare qualsiasi scambio nucleare limitato al teatro europeo e risparmiare, per il momento, il territorio americano dall’Armageddon nucleare.
Questa interpretazione acquista ulteriore peso dal fatto che il sottosegretario alla Difesa per le politiche, Elbridge Colby, sta attualmente supervisionando un revisione riservata della strategia nucleareche sposta deliberatamente l’enfasi verso armi nucleari tattiche a raggio più corto per i conflitti regionali con la Russia o la Cina. Anziché fare affidamento principalmente sulla minaccia di una massiccia rappresaglia strategica, la revisione mira ad ampliare lo “spazio di opzioni” del presidente con sistemi più credibili e a potenza inferiore che potrebbero essere utilizzati contro specifici obiettivi militari senza innescare automaticamente una guerra nucleare totale. I funzionari a conoscenza del lavoro lo descrivono come un rafforzamento della deterrenza estesa e della gestione dell’escalation all’ombra del nucleare — proprio il tipo di capacità calibrata a livello di teatro operativo che renderebbe più plausibile l’invio di segnali nucleari per procura attraverso il territorio europeo, preservando al contempo il territorio americano come retroguardia strategica.
Definizione di vittoria
In quest’ottica, i vecchi calcoli della Guerra Fredda sulla “vittoria” in uno scontro nucleare assumono una rilevanza rinnovata e agghiacciante. Quelle valutazioni degli anni ’70, famose per essere state sintetizzate nella dichiarazione dell’Aeronautica Militare statunitense secondo cui l’America avrebbe potuto perdere duecento milioni di persone e disporre comunque di una popolazione sopravvissuta più numerosa di quella dell’epoca della Guerra Civile, erano valutazioni fredde e calcolate, volte a garantire che l’élite al potere e le istituzioni fondamentali del potere potessero sopravvivere, anche se un numero enorme di persone comuni non ce l’avesse fatta.
Il vero parametro di valutazione della vittoria era la sopravvivenza delle strutture di comando, dei protocolli di successione, dei bunker di comando fortificati, dei posti di comando aerei e di risorse industriali e finanziarie sufficienti (riserve valutarie, quadri di personale chiave) per mantenere un apparato statale americano funzionante al vertice del sistema globale.
Programmi di continuità operativa del governo (COG)come Mount Weather, Raven Rock, il bunker congressuale di Greenbrier, i convogli di comando mobili, e squadre di supporto successive già predisposte per salvaguardare la presidenza, l’Autorità di comando nazionale, la capacità della Federal Reserve di riemettere moneta e la catena di comando che consente il proseguimento dell’estrazione di valore in condizioni post-apocalittiche. La stessa logica che negli anni ’70 e ’80 tollerava “perdite accettabili” su scala civile trova ora eco nei rischi calibrati dell’escalation per procura in Europa.
Se i territori nordici, tedeschi o di qualsiasi altro Paese europeo dovessero diventare la base di lancio per attacchi che provocassero una rappresaglia russa, gli Stati Uniti continentali, protetti dalla distanza e dalla dottrina della distruzione reciproca assicurata (MAD), manterrebbero il proprio potere, il proprio dominio energetico e la propria posizione tale da poter dettare le condizioni a un’Europa in frantumi e a una Russia insanguinata.
Le stesse forze che hanno investito nell’indipendenza energetica interna degli Stati Uniti, hanno reciso il collegamento energetico diretto dell’Europa con la Russia e hanno mantenuto aperta l’opzione di un’escalation nucleare per mano di terzi, comprendono che la vera sconfitta strategica per l’America sarebbe la perdita della sua capacità di dettare le condizioni dell’estrazione globale. Uno scontro nucleare limitato, confinato in gran parte al territorio europeo e russo, seguito da una ricostruzione guidata dagli Stati Uniti a condizioni di svendita, rientra in questo schema.
Una volta che l’Europa e la Russia si saranno esaurite a vicenda in una guerra di logoramento convenzionale o in uno scontro nucleare limitato, lasciando il continente in rovina, le sue industrie saranno disponibili pero pochi centesimi per ogni dollaro, e con le sue popolazioni rimanenti in condizioni disperate, gli Stati Uniti sarebbero finalmente liberi di orientarsi in modo deciso contro il loro unico vero rivale alla pari: la Cina.
Gli strateghi militari americani sostengono da tempo che la vera minaccia esistenziale non sia Mosca, bensì Pechino. La dottrina ufficiale riflette sempre più questa visione: la Strategia di difesa nazionale del 2026 attribuisce priorità alla difesa del territorio nazionale e alla deterrenza nei confronti della Cina nella regione indo-pacifica.
Una Russia provata non può sostenere efficacemente la Cina; e gli Stati Uniti, dopo aver tratto plusvalore dal crollo europeo, sperano di poter affrontare Pechino da una posizione di relativa forza, sia attraverso uno strangolamento economico, sia attraverso un conflitto nel Pacifico accuratamente calibrato che mira ancora una volta a preservare il territorio americano dai combattimenti.La stessa logica che un tempo serviva a calcolare le perdite accettabili in uno scontro nucleare europeo è ora alla base della pianificazione per l’Indo-Pacifico: la vittoria non è definita dalla sopravvivenza delle popolazioni né tantomeno degli alleati ufficiali, ma dalla capacità del sistema americano di continuare a dettare le condizioni dell’estrazione globale a scapito del suo principale rivale.
Cui Bono?
La maggior parte delle persone vede solo follia nelle azioni degli Stati Uniti sotto il governo neoconservatore, ma come ci ha insegnato Michael Parenti:
«Dire che le politiche di George Bush non funzionano è un’affermazione priva di senso. Non è un’affermazione di natura politica. Bisogna chiedersi: funzionano per chi? Cui bono?»
Quando pensi che coloro che ti governano, che detengono la ricchezza, che controllano i mercati, la manodopera e le risorse della società, che stabiliscono i salari e controllano il mercato dei media – quando pensi che siano stupidi, sei tu a essere stupido. Hai capito? OK!
«Se sai questo e non sai nient’altro, ne sai più di chi conosce tutto il resto ma non sa questo. Quando i governanti sembrano precipitare verso il disastro, chiediti: “cui bono!”»
In fin dei conti, la motivazione più forte alla base di tutta questa strategia potrebbe essere proprio quella più semplice e personale. Le reti che hanno guidato l’ordine post-guerra fredda sanno che un vero e proprio collasso sistemico non solo porrebbe fine al loro dominio geopolitico, ma le smaschererebbe. Il bilancio accumulato di guerre illegali, falsi pretesti, predazione economica e sacrificio deliberato degli alleati diventerebbe impossibile da nascondere. I funzionari cinesi hanno già iniziato a denunciare pubblicamente questi crimini; altri seguiranno se il meccanismo di protezione del sistema dovesse fallire.
Per chi ha vissuto per decenni al di sopra della legge, l’“ucrainizzazione” dell’Europa e il rischio calcolato di un’escalation nucleare sono atti di autoconservazione. Meglio spingere il continente alla disperazione e forzare uno scontro che mantenga il sistema in vita artificialmente, piuttosto che affrontare il giorno in cui la musica smetterà di suonare e i conti verranno finalmente regolati.
La strategia potrebbe quindi mirare non tanto a garantire un’egemonia americana duratura, quanto piuttosto a rinviare il momento in cui la giustizia finirà per raggiungere coloro che hanno trattato i paesi altrui come beni usa e getta.
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Il vertice BRICS di Nuova Delhi del 13 settembre, che ha approvato una dichiarazione in 140 punti, ha riportato in primo piano alcune delle questioni centrali che plasmano l’attuale trasformazione dell’ordine internazionale: la riforma delle Nazioni Unite, la ridistribuzione del potere, il ruolo dei BRICS e l’emergere di nuove dinamiche globali. In questo contesto, Vito Errichetti ha intervistato Tiberio Graziani, Presidente di Vision & Global Trends, sulla transizione da un ordine unipolare verso un sistema internazionale sempre più complesso e policentrico. L’intervista anticipa anche alcuni dei temi che saranno affrontati al seminario “ L’India nel nuovo ordine globale: autonomia strategica, connettività e trasformazione del potere ”, che si terrà a Roma il 6 ottobre 2026 e sarà organizzato da Vision & Global Trends e CERIPI – Link University.
Le Nazioni Unite sono ancora il luogo in cui si determinano gli equilibri internazionali, o si limitano a prendere atto delle decisioni prese altrove?
Da una prospettiva strettamente realista, le Nazioni Unite non sono mai state veramente il luogo in cui si determinano gli equilibri internazionali. Piuttosto, sono l’arena in cui le relazioni di potere esistenti vengono rappresentate, negoziate, talvolta moderate e, in certi casi, legittimate. Lo stesso Consiglio di Sicurezza, con i suoi cinque membri permanenti dotati di diritto di veto, riflette ancora la distribuzione del potere emersa dalla Seconda Guerra Mondiale.
Ciò non significa che le Nazioni Unite siano irrilevanti. Esse conservano un ruolo importante come sede di mediazione, come forum universale e come fonte di norme e legittimità internazionale. Ma quando sono in gioco gli interessi strategici vitali delle grandi potenze, i limiti strutturali dell’Organizzazione diventano evidenti. Le principali crisi che hanno segnato la storia dell’ONU rivelano proprio questa tensione tra universalismo normativo e reale distribuzione del potere. Un caso emblematico è il Kosovo nel 1999: l’intervento militare della NATO iniziò senza l’autorizzazione specifica del Consiglio di Sicurezza, che intervenne successivamente, tramite la Risoluzione 1244, per definire il quadro della presenza internazionale. In quel caso, il diritto si è adeguato al fatto compiuto.
Oggi questa contraddizione è ancora più evidente perché l’architettura istituzionale del 1945 deve confrontarsi con una configurazione internazionale profondamente trasformata. In altre parole, l’ONU continua formalmente a rappresentare la comunità internazionale, mentre la ridistribuzione del potere si sta svolgendo in gran parte al di fuori delle sue strutture.
La politica “America First” di Trump segnala un nuovo unilateralismo americano o la crisi definitiva dell’ordine unipolare?
Interpretare “America First” unicamente come il ritorno dell’unilateralismo americano, come spesso si suggerisce, mi sembra riduttivo. Lo considererei piuttosto una delle manifestazioni della crisi del ruolo egemonico esercitato dagli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda.
Il cosiddetto “momento unipolare”, iniziato con lo scioglimento dell’Unione Sovietica, ha permesso a Washington per un certo periodo di esercitare una capacità eccezionale di plasmare l’ordine internazionale. Tale fase si è progressivamente conclusa. La rinascita della Russia dopo il difficile decennio di Eltsin, l’ascesa della Cina, l’emergere dell’India e di altri stati di dimensioni continentali, e il crescente peso del cosiddetto Sud globale hanno modificato la distribuzione del potere.
“America First” esprime dunque anche la necessità americana di adattarsi a un contesto internazionale in cui il costo del mantenimento dell’egemonia è aumentato e la capacità di imporre unilateralmente regole e priorità si è ridotta. Allo stesso tempo, Washington continua a cercare di preservare la propria centralità attraverso il suo sistema di alleanze e, in particolare, attraverso una relazione euro-atlantica che rimane fortemente asimmetrica e all’interno della quale l’autonomia strategica europea continua ad essere molto limitata.
Ci troviamo nel mezzo di una transizione. Da un lato, gli Stati Uniti cercano di preservare il più possibile la centralità acquisita durante il ciclo precedente; dall’altro, cresce la richiesta da parte di Cina, India e numerosi attori del Sud del mondo di una maggiore partecipazione alla definizione dell’ordine internazionale. Molte crisi contemporanee vanno comprese anche all’interno di questa tensione strutturale.
Lei parla di “orientamento esterno internalizzato” dell’Europa. Che margine di manovra ha oggi l’Italia per costruire una politica estera realmente autonoma?
Il problema, ancor prima di essere diplomatico o militare, è culturale. Per costruire una politica estera più autonoma, l’Italia dovrebbe innanzitutto intraprendere un processo di emancipazione intellettuale. Quando parlo di “direzione esterna interiorizzata”, intendo proprio questo: la subordinazione diventa tanto più efficace quanto meno viene percepita come tale.
Nel caso italiano, questo fenomeno non riguarda solo una parte delle classi dirigenti. Nel corso dei decenni, ha permeato il dibattito pubblico, il linguaggio politico, la produzione culturale e persino il modo in cui vengono concepiti l’interesse nazionale e lo spazio geopolitico del Paese. Un esempio apparentemente marginale, ma di grande rilevanza, riguarda la terminologia geografica. Il linguaggio giornalistico, politico e persino accademico italiano utilizza abitualmente l’espressione “Medio Oriente” per riferirsi anche a un’area che, secondo la tradizione geografica europea e dalla prospettiva mediterranea italiana, appartiene propriamente al “Vicino Oriente”. Non si tratta di una mera questione terminologica: è il segno di una mappa mentale adottata da un altro centro geopolitico e progressivamente interiorizzata come propria. Al contrario, è significativo che l’India utilizzi comunemente l’espressione “Asia occidentale”: ogni spazio geopolitico tende a definire il mondo dal proprio punto di vista. Anche dettagli di questo tipo rivelano la profondità della subordinazione culturale.
Ma la subordinazione non è solo culturale: ha anche una dimensione materiale e strategica, legata alla presenza militare statunitense sul territorio italiano e all’incorporazione dell’Italia in accordi di sicurezza definiti in gran parte al di fuori del suo orizzonte geopolitico autonomo e principalmente a vantaggio di Washington.
Un’autonomia effettiva richiederebbe quindi un processo graduale, capace di ampliare il margine di iniziativa dell’Italia nei confronti del suo alleato americano e, più in generale, all’interno del sistema euro-atlantico. Non significherebbe isolamento, bensì la capacità di articolare autonomamente priorità e interessi.
Il punto decisivo, tuttavia, è che l’Italia torni a pensare a se stessa dal punto di vista della propria geografia. È un Paese mediterraneo, ma si proietta anche verso lo spazio continentale eurasiatico; occupa quindi una posizione cruciale tra Europa, Mediterraneo, Africa e le principali vie di comunicazione verso Oriente. Da questa posizione dovrebbe partire una politica estera autenticamente autonoma, che sviluppi un approccio multidimensionale capace di coniugare le sue dimensioni mediterranea, europea ed eurasiatica.
Da questa prospettiva, alcuni paesi offrono esempi interessanti. La Turchia, pur essendo membro della NATO e in parte un paese mediterraneo, ha sviluppato negli ultimi due decenni una politica estera fortemente multidimensionale, mantenendo relazioni con Washington e l’Alleanza Atlantica, ma al contempo creando un proprio margine di manovra verso la Russia, l’Asia centrale, il vicinato meridionale e orientale, l’Africa orientale e il mondo turco. Non si tratta, ovviamente, di un modello da riprodurre meccanicamente, ma dimostra che l’appartenenza a un’alleanza e la ricerca dell’autonomia strategica non sono necessariamente incompatibili.
La Dichiarazione di Nuova Delhi chiede una riforma del Consiglio di Sicurezza. È realistico pensare che i membri con diritto di veto accetteranno una riduzione dei loro privilegi?
Questo è uno dei punti fondamentali. La Dichiarazione di Nuova Delhi non propone l’abolizione del diritto di veto, ma ribadisce la necessità di una riforma complessiva delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza affinché diventino più rappresentativi, in particolare attraverso una maggiore rappresentanza dei paesi emergenti e del Sud del mondo. Cina e Russia, entrambi membri permanenti, hanno inoltre ribadito il loro sostegno alle aspirazioni di Brasile e India di svolgere un ruolo più incisivo nelle Nazioni Unite, compreso il Consiglio di Sicurezza.
Il problema è che qualsiasi riforma sostanziale incide inevitabilmente sulla distribuzione del potere istituzionalizzata nel 1945. Chi detiene una posizione privilegiata difficilmente la cederà volontariamente. È proprio per questo che la questione non può essere separata dalla più ampia trasformazione dell’ordine internazionale. Se l’effettiva distribuzione del potere continuerà a cambiare, aumenterà la pressione affinché anche le istituzioni multilaterali si adattino. Da questa prospettiva, la riforma delle Nazioni Unite non precederà la trasformazione dei rapporti di potere; in larga misura, ne sarà una conseguenza.
India engages with the BRICS, the United States, Russia and Europe. Is its “multi-alignment” the new face of non-alignment?
Esattamente. Piuttosto che una rottura con il non allineamento, la considererei un adattamento di quella tradizione alle condizioni contemporanee.
L’autonomia strategica è profondamente radicata nella tradizione di politica estera dell’India sin dall’indipendenza. Il multi-allineamento aggiorna questa tradizione per un sistema internazionale in cui gli allineamenti sono meno rigidi e le geometrie della cooperazione stanno diventando variabili.
Nuova Delhi può cooperare con Washington all’interno del Quad, mantenere il suo storico rapporto con Mosca, partecipare ai BRICS insieme alla Cina, sviluppare le relazioni con l’Europa e, al contempo, presentarsi come uno dei principali interlocutori del Sud globale. Non si tratta di neutralità nel senso classico del termine, né di una meccanica rievocazione dello spirito di Bandung del 1955. La definirei piuttosto come una forma di autonomia strategica: la determinazione a non delegare ad altri la definizione dei propri interessi e a mantenere aperte molteplici vie di dialogo.
Si tratta di una tendenza che, in forme diverse, possiamo osservare anche in altre regioni, a cominciare dall’Asia centrale: cooperazione con Russia e Cina per ragioni storiche, economiche e geografiche, e al contempo apertura verso l’Unione Europea, gli Stati Uniti, la Turchia e altri interlocutori. È uno degli indicatori più significativi dei cambiamenti sistemici in atto.
Per quanto tempo l’India potrà mantenere questo equilibrio tra Washington, Mosca, Pechino e Bruxelles senza che Nuova Delhi sia costretta a scegliere?
La questione presuppone in parte una logica di allineamento tipica del sistema bipolare. Nel contesto attuale, tuttavia, la capacità di evitare una scelta esclusiva può di per sé costituire una fonte di potere.
L’India è consapevole del valore della sua posizione. La sua autonomia strategica le consente di mantenere relazioni differenziate con interlocutori che possono essere anche concorrenti e, proprio attraverso questa pluralità di relazioni, di accrescere il proprio potere contrattuale.
Naturalmente, ci sono limiti e contraddizioni, soprattutto nei rapporti con la Cina. Ma una scelta esclusiva a favore di uno dei due poli principali ridurrebbe il margine di manovra dell’India e, di conseguenza, parte del ruolo di equilibrio che Nuova Delhi può esercitare nell’attuale fase di transizione.
Per questo motivo, credo che l’India continuerà, per quanto possibile, a privilegiare l’autonomia rispetto a un allineamento rigido.
Lei distingue tra “multipolarità” e “policentrismo”. Qual è la differenza e perché considera quest’ultimo concetto più efficace?
I due concetti sono correlati, ma non coincidono. La multipolarità riguarda essenzialmente la distribuzione del potere. Un sistema è multipolare quando la capacità di influenzare gli equilibri internazionali non è concentrata in un unico polo o in due poli principali, ma è distribuita tra diversi attori di rilievo. La multipolarità, tuttavia, continua a descrivere prevalentemente una distribuzione del potere tra attori statali, ovvero tra entità che possono essere collocate all’interno della logica westfaliana dell’ordine internazionale.
Il policentrismo, al contrario, riguarda la struttura dell’ordine. Oggi, la trasformazione non interessa solo i rapporti di potere tra gli Stati. Accanto agli Stati, sono attivi anche ampi spazi regionali, organizzazioni e raggruppamenti internazionali come i BRICS; allo stesso modo, assumono sempre maggiore importanza le reti infrastrutturali, i corridoi logistici, i sistemi finanziari e di pagamento, le piattaforme tecnologiche, le reti energetiche e i centri di produzione della conoscenza. Si tratta di attori, strutture e meccanismi che interagiscono con la dimensione statale senza esservi interamente riducibili. Comprendendo anche gli attori non statali, il policentrismo ci permette di cogliere più a fondo l’attuale trasformazione del sistema mondiale.
Possiamo quindi affermare che la multipolarità ci indica come è distribuito il potere, mentre il policentrismo ci aiuta a comprendere attraverso quali centri, reti e strutture tale potere viene organizzato ed esercitato.
Per questo motivo, ritengo che il concetto di policentrismo sia più adeguato a descrivere la transizione contemporanea. Il mondo non si sta semplicemente spostando da un unico polo dominante a una pluralità di poli statali. Sta diventando più complesso: emergono diversi centri decisionali, che operano a diverse scale territoriali e funzionali, e che cooperano, competono e si sovrappongono.
Direi quindi che la multipolarità descrive una dimensione del dinamico riallineamento internazionale; il policentrismo cerca di coglierne la forma complessiva.
I BRICS stanno davvero costruendo alternative all’attuale sistema finanziario internazionale, o siamo ancora nella fase delle dichiarazioni?
Ci troviamo in una fase intermedia. Sarebbe prematuro parlare oggi di un sistema finanziario alternativo pienamente consolidato; tuttavia, ridurre tutto a mere dichiarazioni rischierebbe di oscurare il processo già in atto.
La Dichiarazione di Nuova Delhi documenta, ad esempio, il lavoro della Task Force sui pagamenti dei BRICS in materia di pagamenti transfrontalieri, interoperabilità dei sistemi di pagamento e di messaggistica e utilizzo delle valute nazionali nel commercio e negli investimenti. Tuttavia, chiarisce anche che le priorità nazionali rimangono diverse e che non esiste un’unica soluzione applicabile a tutti.
A mio avviso, dobbiamo abituarci all’idea di coesistenza. Non è detto che assisteremo alla sostituzione improvvisa dell’attuale architettura finanziaria internazionale con una completamente separata. È più probabile che emergano gradualmente circuiti, strumenti e piattaforme complementari o alternativi, inizialmente concentrati in particolari aree regionali o per specifiche funzioni.
Anche la transizione policentrica procede in questo modo: attraverso sovrapposizioni, sperimentazione e geometrie variabili, piuttosto che attraverso una sostituzione sistemica.
La grande eterogeneità dei BRICS rappresenta un punto di forza, o rischia di diventare il principale ostacolo alla costruzione di un attore geopolitico più coeso?
A mio avviso, il problema sorge quando un raggruppamento eterogeneo viene interpretato attraverso categorie concepite per descrivere blocchi compatti e contrapposti. I BRICS non sono destinati a diventare un attore politico unitario o una sorta di alleanza che rispecchi l’Occidente.
Piuttosto, i BRICS costituiscono un raggruppamento geopolitico e geoeconomico estremamente eterogeneo. I loro membri condividono alcuni interessi e, soprattutto, una crescente insoddisfazione per la distribuzione della rappresentanza e del potere all’interno delle istituzioni internazionali. Tuttavia, mantengono interessi e priorità nazionali differenti e, in alcuni casi, apertamente divergenti. Basti pensare alla complessità delle relazioni tra Cina e India o alle tensioni tra India e Pakistan.
L’eterogeneità, tuttavia, non impedisce necessariamente la cooperazione. Al contrario, il significato politico e l’originalità dei BRICS potrebbero risiedere proprio nella loro capacità di costruire convergenze selettive senza richiedere uniformità ideologica o un pieno allineamento strategico.
In questo senso, i BRICS sono interessanti perché anticipano una possibile caratteristica di un ordine policentrico: diversi attori, incarnando diverse tradizioni storiche e culturali, possono cooperare su obiettivi specifici senza essere costretti a convergere su un unico modello politico.
Nel 2027, la presidenza dei BRICS sarà affidata alla Cina. Assisteremo a un ordine internazionale più frammentato o a un nuovo equilibrio stabile tra molteplici centri di potere?
La frammentazione è già in atto. Non dovremmo necessariamente considerarla il punto di arrivo della trasformazione, ma piuttosto una delle fasi attraverso cui il precedente ordine si sta decomponendo. Ogni grande transizione internazionale attraversa una fase in cui le vecchie gerarchie perdono efficacia, mentre le nuove forme di ordine non si sono ancora pienamente consolidate. A mio avviso, questa è la situazione in cui ci troviamo ora.
Il problema, quindi, non è se il mondo si frammenterà: lo è già, in misura crescente. La questione è quali forme di ricomposizione potranno emergere da questa frammentazione.
Da questa prospettiva, la presidenza cinese dei BRICS nel 2027 rappresenterà un momento cruciale. La Dichiarazione di Nuova Delhi affida formalmente alla Cina la presidenza del 2027 e l’organizzazione del 19° Vertice. Sarà quindi interessante osservare in che misura Pechino riuscirà a trasformare le numerose iniziative attualmente in discussione in meccanismi operativi, senza compromettere la flessibilità e la pluralità di interessi che caratterizzano il gruppo.
A mio avviso, siamo entrati in una fase di ricomposizione policentrica. Dopo la frammentazione dell’ordine precedente, la sfida sarà quella di ricomporre il mosaico internazionale attorno a molteplici centri di potere, molteplici spazi e molteplici forme di cooperazione, senza che nessuno di essi possa più pretendere di rappresentare l’intero sistema.
Ringraziamo Vito Errichetti per aver gentilmente concesso l’autorizzazione alla traduzione in inglese di questa intervista, originariamente pubblicata sul quotidiano Cronache venerdì 25 settembre 2026 ( www.lecronache.info ).
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