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La coscienza greca e il barbaro_di Constantin von Hoffmeister

La coscienza greca e il barbaro

Ellade e l’altro

Constantin von Hoffmeister3 aprile∙
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Lo storico tedesco Jacob Burckhardt (1818-1897) presenta il barbaro come il grande opposto attraverso il quale la mente greca giunse alla piena consapevolezza di sé. Inizia dissipando le distorsioni successive. Poeti e retori greci avevano caricato la parola di accuse di crudeltà, tradimento e spergiuro, mentre la condotta stessa dei Greci spesso si muoveva nella stessa direzione. Tralascia inoltre l’effetto della schiavitù, poiché in epoca successiva il barbaro si presentava a molti Greci principalmente come uno schiavo in gran numero, un fatto che aveva profondamente influenzato il giudizio. Rifiuta anche di fondare l’intera distinzione sull’odio, poiché il disprezzo reciproco fioriva tra molti popoli, caste e nazioni antiche che si consideravano pure e sacre. Gli Egizi consideravano i Greci impuri. I Greci ricambiavano questo sentimento con la propria forma di disprezzo, ed entrambe le parti trovavano segni di superiorità nelle abitudini quotidiane. Burckhardt, quindi, va oltre gli insulti e i pregiudizi alla ricerca di una distinzione più profonda.

Questa distinzione più profonda risiede nella cultura piuttosto che nel sangue. Il confine tra greco e barbaro ebbe inizio all’interno del mondo greco stesso. I popoli di stirpe pelasgica potevano essere definiti barbari, così come i gruppi greci arretrati la cui vita rimaneva lontana dal modello civico che avrebbe poi definito l’ellenismo. Dove c’era poca vita cittadina, poche riunioni pubbliche, poca libertà di esercizio, poca partecipazione alle competizioni, poca individualità definita e una vita di razzie continua, lì i Greci vedevano la barbarie sopravvivere in una forma arcaica. Tucidide diede appoggio a questa visione quando descrisse la vita dei primi Greci come simile a quella dei barbari. L’Epiro poteva essere definito barbarico, pur ospitando Dodona, uno dei centri più antichi e sacri della religione greca. Gli Euritani sembravano così rozzi che si diceva mangiassero carne cruda, e il loro linguaggio suonava oscuro sebbene derivasse da radici greche. Persino i Troiani, che in Omero sono vicini agli Achei per religione e costumi, gradualmente vennero vestiti, immaginati e giudicati come barbari asiatici. Per Burckhardt, ciò dimostra come l’idea che i Greci avevano di sé si sia ristretta, affinata e elevata al di sopra di un precedente mondo comune.

Una volta che i Greci volsero lo sguardo verso l’esterno, si videro collocati tra due grandi categorie di barbari. Aristotele tracciò la celebre immagine: da una parte i popoli del nord Europa, coraggiosi e liberi nello spirito, ma poveri di pensiero, arte, arte di governo e capacità di governare; dall’altra i popoli dell’Asia, ricchi di intelletto, conoscenza e antica cultura, ma deboli di coraggio e quindi soggetti al dominio. Burckhardt utilizza questo schema per organizzare la percezione che i Greci avevano del mondo circostante. I Greci appaiono sospesi tra la forza bruta e la raffinata sottomissione. Non appartengono né alla vasta energia tribale del nord né alla pesante macchina civilizzata dell’est. Attraverso questo contrasto, acquisiscono una propria definizione. La Grecia diventa un regno intermedio in cui il coraggio si unisce all’intelligenza, la libertà alla forma, e la città diventa la scuola di un tipo di essere umano distinto da entrambi gli estremi.

Nella narrazione di Burckhardt, Erodoto offre l’immagine più ricca del barbaro del nord, soprattutto nel suo ritratto degli Sciti. Questi popoli possedevano grande vigore, orgoglio e gioia guerriera. Un cavaliere nella steppa poteva provare un’immensa libertà personale, eppure la vita dell’intero popolo seguiva un’unica volontà comune. Burckhardt vede in loro una collettività razziale, quasi come l’ordine istintivo delle società animali, dove tutti si muovono su un unico livello di costumi, religione e azioni, mantenuti a tale livello a volte con la forza. Un popolo di questo tipo trae la sua forza dall’omogeneità e dal potere collettivo. Qualsiasi forte movimento verso la diversità minaccia l’intero gruppo. Da qui la dura sorte di Anacarsi, un nobile scita, e di Scile, un re scita, entrambi uccisi a causa della loro attrazione per il culto e le usanze greche. Burckhardt trova in questo mondo poco spazio per la libera competizione che ha caratterizzato l’individuo greco. I loro giochi mostravano la forza della tribù come massa. I loro banchetti potevano trasformarsi in spettacoli armati. Il loro ricordo del passato e del futuro rimaneva vago, mentre la forza del momento incombeva con tutto il suo peso. La guerra era il loro stato d’animo più elevato, spesso perseguita da una spinta interiore piuttosto che da un obiettivo preciso. Regalità, sepoltura, sacrificio, giuramento e religione recavano tutti lo stesso segno di energia collettiva e solidarietà magica.

A questo modello nordico, Burckhardt contrappone i barbari civilizzati dell’Asia: antichi nella cultura, potenti nella tecnica, ricchi di conoscenze accumulate, eppure vincolati in un altro modo. Qui la catena era rappresentata dalle caste, dal dispotismo e da una vita governata da forme imposte. L’Egitto offre il suo esempio più convincente. Riconosce i suoi immensi contributi alla cultura mondiale e il suo immenso orgoglio nazionale, eppure vede l’individuo egizio moralmente corrotto dalla sottomissione. Antiche paure, fardelli rituali, simboli e vincoli ereditari trasformavano la vita in un duro servizio. Il lavoro produttivo e la vita pubblica erano entrambi soggetti a una rigida necessità. Nei resoconti pervenuti da Erodoto, Burckhardt percepisce quella che interpreta come la mentalità di una popolazione sottomessa: ingegnosa, sospettosa e incline alla vendetta indiretta attraverso pettegolezzi e diffamazione. Considera persino le consuetudini legali, come l’uso di cadaveri come garanzia per i debiti, come segni di una società plasmata da costrizioni e coercizione di lunga data. L’egiziano emerge come tenace, resistente e persino immune alle torture, ma interiormente piegato da un sistema che lascia poco spazio alla libera crescita personale. Per Burckhardt, questo si pone in netto contrasto con il percorso greco.

Si sofferma poi sulla Lidia e sulla Persia, dove il rapporto tra i Greci e l’Asia assunse una forma storica più immediata. La Lidia appare relativamente vicina e a tratti persino favorevole, sia per antichi legami di parentela, sia per una parziale condivisione della religione e della vita greca. La Persia, invece, suscitava sentimenti diversi: paura, avversione e, in seguito, una maggiore consapevolezza della specificità greca attraverso la guerra aperta. L’Impero persiano, secondo Burckhardt, è una potenza immensa, sorta in epoca tarda, che governava vasti territori, con sovrani deboli dopo Ciro e Dario, e che impiegava grandi energie in ripetute riconquiste. Attraverso le guerre persiane, i Greci percepirono la propria diversità in modo più intenso rispetto al passato, e le successive interferenze persiane negli affari greci generarono un profondo senso di vergogna. Eppure, osservatori greci come Senofonte giunsero a scorgere anche l’enorme debolezza celata dietro l’apparenza imperiale. Le cerimonie di corte, lo sfarzo regale e la sacralità della regalità mascheravano un impero già svuotato. Ai tempi di Alessandro Magno, i mercenari greci erano gli unici soldati realmente efficaci nell’esercito persiano, mentre la leadership e le forze centrali dell’impero si erano indebolite e perse di affidabilità. Quando Alessandro spinse verso est, lo stato persiano si dissolse con sorprendente rapidità. Solo oltre, tra le popolazioni più resistenti delle regioni più remote, incontrò nuovamente la forza dei veri e propri “barbari della natura”.

Qui Burckhardt giunge all’immagine positiva dei Greci. I Greci sono liberi dalle rigide dinamiche di razza e casta. Vivono tra pari in costante competizione, nei grandi giochi, nella polis , nel mercato e nel portico , nel linguaggio, nel canto, nell’arte e nell’ambizione civica. L’agonismo è al centro del loro essere: la spinta verso la competizione continua, attraverso la quale i Greci definiscono se stessi nei giochi, nella politica, nell’arte e nel linguaggio. Persino l’arguzia, la derisione e la critica quotidiane infondono questo spirito nella vita comune. La mentalità greca si diletta nel contrasto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Risate, conversazioni, competizione, giudizio pubblico e la spinta alla distinzione plasmano i cittadini. Burckhardt contrappone tutto ciò all’Oriente, che egli vede come serioso, gerarchico, vincolato dalle caste e povero di aperta rivalità. I ​​barbari possono bere molto, obbedire, temere e sopportare, eppure i Greci dibattono, scherzano, competono e cercano la persuasione. Secondo lui, con i Greci si agiva per mezzo della ragione, mentre con i barbari era più indicata la forza. Questa formulazione rivela quanto profondamente Burckhardt colleghi la libertà greca all’individualità della mente.

La religione accentua ulteriormente il contrasto. La religione greca, secondo Burckhardt, reca gli stessi segni della vita greca: pluralità, tensione, personalità vivida e un mondo divino plasmato in una forma umana elevata. Gli dèi dell’Olimpo litigano, prendono posizione e rispecchiano le divisioni dell’esistenza greca, mentre la vita greca sulla terra ammette anch’essa molteplici prospettive e rivendicazioni contrastanti. La religione orientale appare governata da regole fisse e da rituali pesanti, plasmata dall’autorità sacerdotale ed espressa attraverso rigide forme simboliche: dèi con tratti animali, arti multipli e gesti formalizzati e ripetitivi. Gli dèi greci appaiono più giusti e saggi, e anche la divinazione greca sembra più ricca. Popoli stranieri si recavano a Delfi, Dodona e in altri santuari in cerca di guida. Creso, il ricco re di Lidia, offriva doni in abbondanza ai templi greci, mentre Mardonio, un generale persiano, consultava gli oracoli greci prima di prendere decisioni importanti. Le offerte provenivano da popoli lontani per riverenza oltre che per necessità. Alcuni sovrani stranieri fondarono persino culti greci nelle proprie terre. Attraverso tutto ciò, i Greci acquisirono un forte senso di superiorità religiosa. Si consideravano particolarmente pii, particolarmente abili nel rapportarsi con gli dèi, quasi sacerdotali nei confronti degli altri.

Burckhardt sottolinea anche l’influenza del tipo umano greco sui barbari. Accetta le testimonianze greche a questo proposito con relativa sicurezza. L’unione di bellezza fisica e forza mentale conferiva ai Greci un peculiare potere di attrazione. Burckhardt mette in evidenza la leggenda secondo cui la figlia di un capo ligure sceglie il greco Euxenos come marito, un atto che porta alla fondazione di Massalia, una colonia greca sulla costa mediterranea oggi nota come Marsiglia, e vi vede il simbolo di un modello storico più ampio. Lungo le coste del Mediterraneo e del Mar Nero, le colonie greche attirarono i popoli vicini attraverso il commercio, l’imitazione e l’ammirazione. L’alfabeto greco, gli ornamenti greci, le abitudini greche, il sapere greco e le esigenze greche si diffusero. In Egitto, una volta che il paese si aprì ai Greci, la vita economica fiorì, la ricchezza e la popolazione crebbero e un intero ordine preesistente iniziò a cedere il passo. La casta guerriera si ritirò in Etiopia, mentre la maggior parte della popolazione del Basso Egitto si adattò alle nuove condizioni e gradualmente formò una popolazione mista attraverso il contatto con i Greci. Burckhardt vede in questo processo un segno della vitalità greca e anche dell’effetto disgregante che la mobilità greca poteva esercitare sulle civiltà antiche e rigide.

Si sofferma quindi nuovamente sulla Persia, questa volta analizzando l’influenza greca a corte e la strana attrazione che l’impero esercitava sui singoli greci. Gli uomini greci raggiunsero posizioni di rilievo nell’Impero achemenide, servendo come medici, esuli a corte, consiglieri del re e persino come governanti o influenti personaggi politici. Le donne della casa reale desideravano schiavi greci. I re avevano sentito parlare degli atleti greci. Figure come Democede, Istieo, Demarato, Artemisia I di Caria e Temistocle riuscirono ad entrare nella corte persiana e a influenzare le decisioni ai massimi livelli. Burckhardt si sofferma su Temistocle, statista e generale ateniese, come l’immagine stessa della superiorità greca in termini di intelligenza, giudizio, capacità di improvvisazione, lungimiranza e oratoria. Tuttavia, mostra anche che i greci raramente si sentivano a casa nel mondo persiano. I suoi vasti spazi interni, gli infiniti viaggi e la distanza dal mare pesavano su di loro come un fardello per l’anima. Persino la ricchezza, il favore e l’intimità con la famiglia reale non riuscivano a lenire la nostalgia di casa. Le epigrafi degli eretriani sfollati nei pressi di Susa rivelano un dolore per la patria e per il mare che Burckhardt descrive con commovente forza. I Greci potevano influenzare la Persia, affascinarla, persino servirla, eppure il loro istinto più profondo li riportava sempre verso la polis e la costa.

Burckhardt ripercorre l’indebolimento e poi il rovesciamento dell’antica contrapposizione. Durante l’età classica, il contrasto tra Greci e barbari era al suo apice, sebbene già Erodoto ne offrisse una descrizione più equilibrata e perspicace rispetto a scrittori retorici successivi come Euripide, il cui teatrale abuso dei barbari viene trattato da Burckhardt con aperto disgusto. Una polis temeva di “diventare barbara”, sia per conquista che per graduale infiltrazione. Eppure il IV secolo portò un cambiamento. Le sofferenze dei Greci per mano di altri Greci spezzarono l’antico orgoglio. Filosofi come Antistene e Platone iniziarono a usare i barbari, o le civiltà orientali, come esempi di forza, saggezza o antica autorità. Dopo Alessandro Magno, vaste terre orientali entrarono nell’orbita della lingua e della cultura greca. Lo stoicismo dichiarò sia i Greci che i barbari figli di Dio. Eratostene, intellettuale di spicco del mondo ellenistico e direttore della Biblioteca di Alessandria, rifiutò l’antica divisione tra Greci e barbari e la sostituì con una distinzione morale basata sull’eccellenza e sulla bassezza. Da lì, la strada condusse all’ammirazione per i barbari, all’idealizzazione dei popoli lontani, al fascino per la saggezza orientale e all’elogio della pietà e dell’ordine civico barbarici. In quest’epoca tarda, afferma Burckhardt, i Greci arrivarono persino a pensare che, laddove i barbari si erano corrotti, l’influenza greca stessa avesse giocato un ruolo. Così, l’antica contrapposizione che un tempo definiva l’autocoscienza greca cedette lentamente il passo a un mondo più ampio e misto, in cui sangue, intelligenza, culti e pensiero barbarici entrarono a far parte della vita greca stessa.

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Non è vero, ma se è vero…di WS

L’ ultimo  articolo di Simplicius   qui  https://italiaeilmondo.com/2026/04/04/disastro-loperazione-eta-della-pietra-comincia-a-ritorcersi-contro-di-loro_di-simplicius/

snocciola dati       che  fanno   sempre più      credere    che l’ Iran  stia  affrontando   questa   aggressione U$raeliana  ben più  preparata  di quanto  fosse  mai ipotizzabile  prima  e  che   i suoi  aggressori ,  o di certo quantomeno  gli U$A,   ne  siano rimasti  sorpresi   e privi  di una qualche   strategia    che non  sia   una pericolosa escalation.

Ed infatti   qui https://smoothiex12.blogspot.com/2026/04/here-is-colonel-general.html una persona competente prospetta ora l’ ipotesi strategica che fu anche la mia il 7-10-23; si fosse cioè in presenza   di  un “gioco triplo” in cui Israele  certamente  usava la reazione palestinese alle proprie provocazioni per risolvere i suoi problemi strategici cacciando i palestinesi  dalla Palestina, ma che al contempo l’ Iran avrebbe poi potuto usare la reazione israeliana all’ attacco di Hamas per risolvere i propri problemi strategici cacciando gli U$A dal MO.

Se questo fosse ,  quello iraniano  sarebbe  un piano lucido e complesso finalizzato a farsi aggredire sul proprio terreno simulando una debolezza pagata col sangue delle proprie elites prima ancora che di quelle del popolo. Una  mossa che  ai nostri occhi di “moderni” pare assurda fino all’ impossibile, ma che è stata spesso usata in passato da élites moralmente superiori alle nostre attuali e per le quali il termine “noblesse oblige” non era  allora   un modo di dire usato  per giustificare spese da nababbi.

Se si usa questa chiave di lettura però  tante passate incongruenze politiche iraniane risulterebbero ora spiegabili, come certi “martirii” mal prevenuti e mai vendicati in modo decente ( Sulemaini , Raisi, Nashrallah ed infine lo stesso khamenei ) e quella continua ostinazione a “trattare” con un nemico aggressivo e bugiardo.

  L’ ho infatti detto spesso qui sopra sotto forma di domanda . Come era possibile che l’ Iran non potesse dotare gli Hez di cercapersone sicure? Come era possibile che non venisse mai posto un valido rimedio alla penetrazione spionistica U$raeliana?

Come era possibile che l’ Iran non si dotasse di una ricerca nucleare “sigillata” come la NK? Come era possibile una simile postura di debolezza che contraddice ogni manuale di strategia se non appunto voler apparire deboli e confusi per attirare il nemico in una trappola?

E come poteva funzionare una simile strategia con un aggressore astuto senza prima  attirarlo con un sacrificio che lo invogliasse  all’aggressione, senza quindi infliggere in risposta  perdite  che lo confermassero nelle sue sicurezze di schiacciante superiorità ?

Perché  qui  non c’ è soltanto  la   “resilienza”  iraniana  alle bombe U$raeliane,   ma anche la RESISTENZA   di un Hezbollah   che sta  decimando un  esercito israeliano    entrato in forza nel Libano  nella  convinzione  che gli Hez  fossero  non solo “ decapitati”  ma pesantemente indeboliti  dalla precedente  “guerra  per Gaza”    in  cui  gli Israeliani  si   sono  considerati  vincitori   grazie  alle “mediazioni”   del suo  socio-golem  americano.

E   non è  solo questo!  Per lanciare   questa operazione   ormai “stallata” in Libano,   a Israele   deve  essere  sembrata   decisiva  pure la presa U$raeliana  della Siria   tramite il suo ISIS;  una  soluzione  che  tagliava  così  il “cordone  di  terra”   tra gli Hez  e l’Iran. Quel cordone  che però evidentemente  aveva  trovato  altre  strade   come quelle che   da  sempre  raggiungono  gli  Huthi  nello Yemen     super  assediato.

E  alla  luce  di questa  constatazione    si può  trovare   anche una spiegazione logica   della rapida  ritirata  iraniana  dalla  Siria  interpretata di sicuro  anche  da U$raele  come un altro importante  segno  di debolezza.

In conclusione,  però, chiediamoci   se tutto questo può  essere  vero.

 Dovesse esserlo,   l’ Iran non potrebbe  aver   architettato tutto  questo da  solo  perché  non potrebbe vincere  strategicamente  questa  guerra  senza  avere   la certezza  di   un  aiuto  russo-cinese  non  tanto    dissimile  da  quello  ricevuto  dal Nord Vietnam  per    espellere, seppur  a carissimo prezzo, gli USA  dal   sud-est  asiatico.

Soprattutto   però  in questo  caso   più che  quello militare  sarebbe  determinante  l’aiuto politico  nel  convincere     “alleati”  sunniti  di U$rael  che la loro  sicurezza  sarebbe  comunque  garantita  una  volta   espulsi   definitivamente  gli U$A   dal MO.

Perché  U$rael     ora   sta  pesantemente  sulle  scatole  anche   a loro  e il petrolio  del MO  è  troppo  fondamentale per la sicurezza  globale  per lasciarlo nelle mani  di  simili malfattori.

Ma  questa ipotesi sarà vera?  Io la riterrei improbabile  perché  troppo complessa; ma se è vera sarebbe  un capolavoro.

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L’Iran non è l’anti Cristo -seconda parte-di Fogliolax

L’Iran non è l’anti Cristo -seconda parte-

Analisi del primo mese di conflitto

Fogliolaxapr 2
 qui la 1a parte: https://italiaeilmondo.com/2026/03/22/liran-non-e-lanti-cristo-prima-parte-di-fogliolax/
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L’articolo è diviso in capitoli per facilitarne la lettura; nonostante la serietà degli eventi, non mancano un po’ di ironia e la consueta fiducia nel buon Dio, più che mai necessaria visto il clima apocalittico che aleggia su tutti noi.

Come siamo arrivati al 28 Febbraio 2026

L’inizio delle ostilità tra Israele e Iran non è certo il conflitto dello scorso giugno (quiquiqui e qui). Senza voler risalire a cause più profonde, si può citare come prima data utile il 1996, anno in cui viene pubblicato un documento chiamato “A Clean Break: a new strategy for securing the Realm” in cui un gruppo di neoconservatori USA, su istruzione dell’allora premier Netanyahu (pensate a quei tempi nemmeno Putin era in carica…), confeziona una nuova strategia per Israele. Una rottura netta (a clean break) con gli accordi di pace di Oslo del 1993, già messi in crisi dall’assassinio nel 1995 del loro artefice, il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin.

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Questo nuovo corso prevede un approccio aggressivo verso paesi come l’Iraq, la Siria, il Libano e l’Iran, visti come una minaccia per la sicurezza di Israele. Una conferma del perseguimento di questa politica ci è arrivata nel 2001 dal famoso discorso del generale NATO Wesley Clark in cui si preannunciano sette guerre in cinque anni contro Iraq, Libano, Siria, Libia, Somalia, Sudan e Iran (qui).

E così è stato, anche se ci sono voluti 25 anni. Col Libano Israele è in una situazione di continuo conflitto almeno dal 1982, in Iraq Saddam è stato deposto nel 2003, in Libia Gheddafi è stato ucciso nel 2011; in Somalia, dopo un fallito tentativo di incursione negli anni 90, gli Stati Uniti sfruttano lo strumento del terrorismo islamico; stesso copione in Siria con l’operazione Timber Sycamore finalizzata alla deposizione del presidente Assad, sventata dai russi e poi completata dalla Turchia nel 2024; in Sudan si è optato per favorire la spaccatura del paese in due (2011), di modo da avere non una, ma due guerre civili continuamente alimentate dal sostegno ai soldati ribelli e ai gruppi islamici; cosa accade in Iran lo vediamo oggi. Le monarchie del golfo, in particolare Arabia Saudita, Emirati e Qatar si sono unite alla battaglia, sia con massicci finanziamenti, sia con interventi diretti come nel caso dello Yemen che nel 2015 è stato aggiunto alla lista dei “cattivi”.

Inutile dire che l’arma atomica c’entra come le armi di distruzioni di massa irachene o quelle chimiche di Assad, vale a dire meno di zero. Nel corso della guerra contro l’Iraq negli anni 80, l’Iran ha subito una trentina di attacchi con armi chimiche da parte di Saddam, eppure ha sempre reagito in modo convenzionale rifiutando di sviluppare armi atomiche o di attaccare quei paesi come la Germania, l’Olanda e gli Stati Uniti che avevano rifornito Baghdad di tutto il necessario. Prima dell’arrivo di Trump c’era un accordo sul nucleare iraniano, il JCPOA, che bene o male aveva evitato guerre per una decina di anni.

In realtà, l’obiettivo di Washington è quello di un cambio di regime, mentre Israele punta alla distruzione dello stato Iran, eventualmente anche tramite lo scoppio di una guerra civile tra le diverse etnie della società: persiani (60%), azeri (15/20%), curdi (10%), Luri (6%) e baloci (2%).

L’infruttuosa guerra dei 12 giorni del giugno 2025 lasciava presagire un nuovo intervento da parte del duo Netanyahu Trump. L’attacco era previsto per metà Gennaio 2026; il Dipartimento del Tesoro USA, per bocca del suo titolare Bessent, aveva preparato il terreno sul finire del 2025 attaccando finanziariamente la valuta iraniana (il rial) al fine di provocare un rapido rialzo dei prezzi in tutto il paese; per questo motivo nelle principali città sono scoppiate diverse proteste, infiltrate da gruppi armati addestrati dai servizi segreti israeliani, inglesi e statunitensi; numerosi sono i video di persone incappucciate che sparano alle forze dell’ordine con una precisione, una calma e una postura tipicamente militare. Una regia unica ha utilizzato i terminali Starlink per coordinare e dirigere le rivolte in tempo reale; come gli iraniani hanno “spento” Starlink, pare con l’aiuto dei russi, i disordini sono terminati. A quel punto il governo ha usato la mano dura, uccidendo circa quattro mila manifestanti in pochi giorni.

Nelle “fantasie” di Israele e USA le proteste avrebbero dovuto portare a un cambio di regime con la caduta degli ayatollah; non essendo avvenuto, l’attacco è stato rimandato.

Perché dico fantasie? Oltre a quanto scritto nell’articolo precedente (qui), basti pensare al parere contrario ad un intervento diretto del capo di stato maggiore statunitense, generale Caine (trumpiano di ferro), del capo dell’intelligence Tulsi Gabbard e del capo dell’antiterrorismo Kent (altro trumpiano di ferro coraggiosamente dimessosi nei giorni scorsi), vale a dire i tre massimi in grado coinvolti in questo tipo di decisioni. Per non parlare delle esercitazioni fatte in passato, che si concludevano con una sonora sconfitta nei pressi di Hormuz (chiedere al generale Van Riper in merito).

Capite le intenzioni del nemico, gli iraniani si sono decisi a negoziare arrivando a soddisfare molte delle richieste statunitensi in materia di energia atomica e uranio arricchito, come ha confermato l’Oman, paese in cui si sono svolti i colloqui. Nonostante questo, o forse proprio per questo, a fine febbraio Tel Aviv ha informato Washington che avrebbe comunque attaccato (come ammesso dal segretario di stato Rubio) e così Trump si è unito alla battaglia.

Cronaca delle operazioni militari fino ad oggi

Stati Uniti e Israele come nel 2025 bombardano le principali città iraniane, colpiscono basi militari, caserme di polizia, abitazioni civili, porti e qualunque luogo in cui si trovi un politico o un militare di rango. Utilizzano caccia (F-18 ed F-35), bombe, missili da crociera, lanciatori multipli come in Ucraina e droni (per lo più da ricognizione).

L’Iran come nel 2025 reagisce col consueto mix di missili balistici e droni kamikaze, ben nascosti nelle basi sotterranee.

Rispetto all’anno scorso le principali differenze da parte degli attaccanti sono:

– uccisione immediata delle figure chiave iraniane tra cui l’ayatollah Khamenei

– maggiore “pesantezza” dei raid aerei sulle città

– maggior numero di obiettivi colpiti (10 mila) in suolo iraniano anche grazie all’uso massiccio dell’intelligenza artificiale (Palantir e Claude)

– maggiore concentrazione di fuoco su aviazione e marina iraniane (quella a terra o in superficie)

– maggior dispiegamento di forze aeree e navali

– maggior consumo dei sistemi di difesa (alcuni lanciatori sono stati fatti arrivare dalla Corea)

– minor uso delle forze di intelligence a terra grazie al lavoro di contrasto da parte dei servizi iraniani e al dispiegamento delle truppe paramilitari basij per le strade

– maggior pressione sulla capitale e sui suoi depositi energetici di gas e di petrolio

– maggior coinvolgimento del Libano nelle ostilità, con Israele che ha iniziato una offensiva di terra ed Hezbollah che risponde colpo su colpo tramite imboscate e lanci di razzi

– maggior uso delle operazioni “false flag” nel tentativo di coinvolgere direttamente i paesi del Golfo e l’Azerbaijan (pare ci siano stati anche alcuni arresti)

– maggiore costo delle operazioni (circa 1,2 miliardi al giorno), qui trovate tutto nel dettaglio

Invece, da parte dei difensori si riscontrano:

– maggiore capacità di reazione dopo il primo bombardamento subito

– maggiore pianificazione degli obiettivi da colpire: nei primi giorni impiego di armi datate per esaurire le difese del nemico; poi presa di mira delle basi e dei porti USA nel Golfo per metterli fuori gioco (ci sono riusciti), quindi lancio di droni a caccia del personale militare rifugiatosi negli hotel di Dubai, e ancora distruzione dei costosissimi radar per accecare il nemico (sono a buon punto), successivamente una nuova saturazione dei cieli di Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Iraq e Bahrain per evitare ritorsioni e tenerli sempre in allerta e, per finire, una maggiore concentrazione di fuoco su Tel Aviv, sulle le basi militari nel deserto del Negev e nelle vicinanze della centrale atomica di Dimona

– utilizzo della tattica russa di risposta simmetrica: se viene colpita una banca attaccano una banca, se un deposito di gas fanno altrettanto e così via

– maggiore efficacia delle difese aeree: abbattuti più F-15, un F-35 (l’anno scorso lo preannunciavo), aerei cisterna e droni spia, colpiti a terra diversi Eurofighter

– maggiore supporto dai paesi amici: pare che la Russia fornisca sistemi di guerra elettronica mentre la Cina ha messo a disposizione di Tehran il suo sistema di navigazione satellitare BeiDou e la società MizarVision per l’analisi in tempo reale delle immagini e l’utilizzo di sistemi protetti di comunicazione e puntamento missilistico

– chiusura selettiva dello stretto di Hormuz da cui passano circa un quarto degli idrocarburi e dei fertilizzanti prodotti a livello globale assieme a molte altre materie prime come l’alluminio.

Reazioni negli stati coinvolti

Nei paesi del Golfo dall’incredulità iniziale si è passati alla minimizzazione dell’accaduto fino a quando è stato possibile; dopo la prima settimana gli aeroporti sono stati presi d’assalto dagli stranieri, le città si sono parzialmente svuotate e non di rado si sono viste scene di gente in festa davanti ai missili che cadevano sulle basi americane, soprattutto in Bahrain che è un paese a maggioranza sciita.

In Israele e in Iran questo conflitto ha il supporto della maggior parte della popolazione, c’è poco da aggiungere. E i due governi sono molto abili a sfruttare questo sostegno per mettere da parte le problematiche interne.

In USA, la situazione è diametralmente opposta, con la maggioranza della popolazione contraria a una guerra che probabilmente molti non sanno nemmeno dove si stia svolgendo.

Quanto al presidente Trump, se continua così, rischia qualcosa di impensabile fino a 6 mesi fa, e cioè far vincere un democratico alle prossime elezioni, senza dimenticare le consultazioni parlamentari di novembre. Le promesse elettorali non mantenute stanno sfaldando la sua base elettorale (il cosiddetto movimento MAGA). Se da un lato i neoconservatori e i cristiani sionisti si sono stretti attorno a lui anche più che alle amministrazioni democratiche, dall’altro coloro che lo hanno fatto vincere alle ultime elezioni gli stan voltando le spalle. Dall’America “rurale” a diverse sfere dell’esercito, fino a tutte quelle personalità ex trumpiane, come gli “influencer” Tucker Carlson, Candace Owens e Joe Rogan, i politici Massie e Marjorie Taylor Greene, senza dimenticare le dimissioni di Joe Kent dall’antiterrorismo e di Dan Bongino dall’FBI. Anche influenti personalità del mondo accademico come il professor Mearsheimer non concedono più giustificazioni al presidente.

Dal tifo…

Il can can mediatico attorno al conflitto mi ha ricordato quando da ragazzino andavo a vedere il Monza calcio allo stadio; ad inizio anno i tifosi cantavano “andremo in serie A”, a metà anno “resteremo in serie B”, a fine anno, quando ormai la retrocessione era matematica, “torneremo in serie B”.

Siamo passati dall’obliterazione completa dell’Iran agli ultimatum, alle richieste di aiuto ai paesi NATO, alle finte negoziazioni fino a un classico sempre apprezzato “siccome così non funziona insistiamo, anzi raddoppiamo”.

Nel mezzo fantomatici droni che dovrebbero attaccare la California e minacce agli impianti nucleari degli Stati Uniti.

Dall’altro lato della barricata, i persiani hanno deciso di affidare i loro messaggi ai social, ai podcast dove il professor iraniano Marandi (nato a Richmond in Virginia) imperversa e all’intelligenza artificiale, con filmati ironici che fanno milioni di visualizzazioni. Il messaggio è solo uno: andremo avanti fino alla fine senza paura. Chi si è dimostrato più tenero, come il presidente Pezeshkian, è stato parzialmente messo da parte

…alle considerazioni basate sui fatti

Economici

Abbiamo già visto i costi per chi attacca: oltre 1,2 miliardi al giorno cui vanno aggiunti i costi di dispiegamento iniziale e i futuri costi per ripristinare munizioni e mezzi persi. Il tutto con le materie prime in rampa di lancio e con la Cina che in questo campo ha il coltello dalla parte del manico assieme alla Russia. Con un debito pubblico prossimo ai 40 trilioni di dollari e le questioni Ucraina e Taiwan ancora sul tavolo, forse Donald farebbe bene a ragionare in maniera più approfondita sulla campagna intrapresa.

I costi di chi difende sono assai inferiori se si guarda allo sforzo bellico in sé, anche perché l’Iran sono almeno 30 anni che si prepara a questa guerra; tuttavia, sono assai superiori se si osserva la distruzione delle città e delle infrastrutture.

Chiaramente c’è anche chi guadagna e, casualmente, paiono essere quegli speculatori finanziari che sempre casualmente (o magari per un intuito innato che non sbaglia mai, chi lo sa) indovinano in anticipo le dichiarazioni di Trump, siano esse vere o false, e si trovano sempre dal lato giusto del mercato. Nel frattempo, la gente comune soffre per i tassi di interesse che riprendono a salire assieme all’inflazione.

Allargando la prospettiva, in ballo c’è anche il futuro del dollaro. Ancora saldamente padrone dei mercati finanziari, rischia di prendere una bella botta a lungo andare. Primo perché nessuno stato con un minimo di amor proprio vorrà essere dipendente da Washington, secondo perché se si interrompe l’afflusso di capitali dai paesi arabi eh beh, qualche conseguenza si comincerà a sentire. Per ora Giappone ed Europa riescono a supplire, ma anche per loro il futuro è alle spalle se non cambiano rotta.

A livello globale la preoccupazione principale riguarda la chiusura selettiva dello stretto di Hormuz, specialmente se a breve la saracinesca calerà anche su quello di Bab el Mandeb. Una situazione a vantaggio dell’Iran, che continua ad esportare e decidere chi può passare e chi no. Pare che negli ultimi giorni sia stata imposta ai paesi neutrali una tariffa da pagare in yuan per l’attraversamento dello stretto, e pare anche che ci sia una coda chilometrica alla cassa. E, mentre al resto del mondo il petrolio costa molto più che un mese fa, Iran e Russia, nonostante le obliterazioni subite, incassano che è un piacere. Anche perché, e qui sta il paradosso dei paradossi, gli Stati Uniti hanno alleggerito le sanzioni sia a Tehran che a Mosca, spaventati come sono dal rialzo dei prezzi e dalla scarsità di materia prima. A soffrire maggiormente sono gli stati asiatici, molti dei quali alleati di Trump: Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia, cui si aggiungono Vietnam, Pakistan e India; molti di loro si sono già rivolti sia a Putin che agli iraniani per delle consegne immediate. Tra i paesi del Golfo si salva solo l’Arabia Saudita che riesce comunque a esportare attraverso il Mar Rosso (fino a che rimane navigabile). Discorso analogo va fatto per il gas e per i fertilizzanti di cui, guarda un po’, la Russia è il maggior produttore al mondo.

Concludo con un accenno ai danni naturali, così giusto per fare un po’ di polemica: solo la distruzione del Nord Stream ha rappresentato un evento paragonabile o, andando indietro, i pozzi iracheni che bruciavano durante la Guerra del Golfo; nonostante ciò, le cheerleader dell’ambientalismo sono più mute che mai. Nubi tossiche ed inquinamento dei mari rischiano di allargarsi, senza pensare al peggio.

Militari -attaccanti-

Il punto di forza principale è ancora la logistica USA, che permette di colpire in ogni parte del globo. I satelliti e la capacità di vedere e sentire tutto rimangono sempre di primissimo ordine, così come i servizi di intelligence, anche se quella supremazia complessiva tipica dei decenni passati è finita.

Gli Stati Uniti hanno quasi 800 basi in giro per il mondo eppure, quelle che ora servono di più, sono fuori uso. Al momento sembra che solo una base in Arabia Saudita sia rimasta operativa. E questo in solo tre settimane di conflitto.

La flotta staziona al largo, non si avvicina all’Iran per paura di essere colpita. Due portaerei han dovuto rientrare in porto, una per problemi alle fognature e l’altra per lo scoppio di un incendio: si vocifera di sabotaggi interni da parte dei marinai per non andare in guerra. Naturale quindi che chiedano aiuto agli alleati, è il medesimo schema utilizzato dal 1999 (ex Jugoslavia) in poi; partono all’arrembaggio senza consultazioni e poi cercano di coinvolgere gli altri; al momento, tra lo stupore generale, l’Europa non ci è cascata, auguriamoci che la Romania non conceda le sue basi per attacchi diretti, altrimenti diverrebbe un probabile obiettivo dei missili di Tehran.

E che dire delle munizioni, sia offensive che difensive. A seconda delle stime, tra maggio e giugno i magazzini saranno vuoti, con buona pace di Israele, Taiwan e Ucraina. A dirlo sono gli inglesi tramite il RUSI (Royal United Service Institute), il più antico istituto al mondo che si occupa di difesa e sicurezza.

Il tutto con un budget annuale che è arrivato a 1 trilione di dollari, circa 100 volte quello iraniano. Il buco creato dal Pentagono negli anni è incalcolabile, ha fallito 8 revisioni dei conti di fila, non riesce a contabilizzare oltre 4 trilioni di dollari, è tecnologicamente indietro su tutti i sistemi di guerra della nuova generazione, vale a dire droni aerei, marini e sottomarini e missili ipersonici manovrabili.

Dato il quadro preoccupante appena descritto appare logico voler tentare (magari già in questi giorni) uno sbarco (boots on the ground) sul territorio iraniano? Sia esso a Nord sull’isola di Kharg dove ci sono i terminali petroliferi da cui l’Iran carica le navi per il mercato estero, o al centro nello stretto di Hormuz dove si trova l’isola di Qeshm trasformata in una roccaforte colma di bunker, missili e droni o ancora a sud nel porto di Chandahar, l’esito finale non cambierebbe: un bagno di sangue. Anche ammettendo che riescano a prendere uno dei tre obiettivi, i soldati rimarrebbero intrappolati (come è successo agli ucraini a Kursk) ed esposti al fuoco nemico con poche alternative se non la resa (qualora venga loro concessa).

Quasi tutta la costa iraniana è difesa da catene montuose impervie, assaltarla richiederebbe milioni di uomini e non i circa 20 mila che pare siano in stato di massima allerta. Certo i bombardamenti da soli non bastano a conseguire una vittoria; tuttavia, non vedo come una incursione solitaria possa in qualche modo giovare a chi attacca.

Passando a Israele, il problema principale è il reclutamento, soprattutto in caso di operazioni di terra. Non ci sono abbastanza soldati di professione. Gli arabi e gli ultra ortodossi non sono arruolabili e costituiscono circa il 35% della popolazione. Nella migliore delle ipotesi Tel Aviv potrebbe schierare 500 mila soldati; ne hanno mobilitati 300 mila per Gaza, che è 4500 volte più piccola dell’Iran; si potrebbe anche fare per brevissimi periodi; in caso di conflitto prolungato e su più fronti si rischierebbe la paralisi economica e sociale del paese.

Certo, fino a quando Israele manterrà una forte capacità d’influenza sugli Stati Uniti, dei servizi segreti di primo ordine e una disponibilità finanziaria notevole, rimarrà un osso duro per chiunque.

Militari -difensori-

Il punto debole degli iraniani sono l’aviazione convenzionale e le difese aeree. Da anni non riescono a mettersi d’accordo coi russi per delle forniture degne di nota, e così sotto questo aspetto sono rimasti indietro. La superiorità aerea degli Stati Uniti e di Israele rende difficile l’uso di quei sistemi di difesa made in Iran al passo coi tempi; come i lanciatori escono dal sottosuolo il nemico li vede e li distrugge. Negli ultimi giorni la situazione è migliorata, diversi aerei sono stati abbattuti, ma ancora stanotte le principali città iraniane han subito pesanti bombardamenti. Diverso sarebbe il caso di una incursione in stile venezuelano, con gli elicotteri del nemico che verrebbero facilmente presi di mira da migliaia di missili terra aria trasportabili.

Il punto forte sono invece le città sotterranee. Costruite a grandi profondità, protette da quello che è considerato il miglior cemento armato al mondo, completamente autosufficienti e gremite di droni e missili di ogni tipo. Danno la possibilità all’esercito iraniano di proteggersi e poter sostenere un conflitto di lunga durata.

Due variabili che potrebbero dare ulteriore vantaggio a Tehran sono Hezbollah e gli Houthi. Il primo ha già cominciato a combattere contro l’esercito israeliano nel Libano del Sud, schierando le sue unità di élite e fermando l’avanzata dei carri di Tel Aviv. I secondi per ora si sono limitati a una serie di dichiarazioni minacciose (una loro specialità); vanno comunque presi molto sul serio visto che han resistito a 11 anni di guerra contro tutte le monarchie del Golfo e già nel biennio passato hanno preso il controllo del Mar Rosso e rimandato a casa le portaerei statunitensi.

Gli errori strategici

Attaccanti

Stati Uniti e Israele hanno preso un abbaglio strategico, mettiamola così; iniziare uccidendo il capo politico e religioso del nemico, tra l’altro il più fiero oppositore all’acquisizione della bomba nucleare, è stato un grave errore, specialmente in un momento storico in cui viene difficile simpatizzare con gli attaccanti dopo le vicende legate ai file di Epstein; non parliamo del nome dell’operazione: Epic Fury, è stato immediatamente ribattezzato come Epstein Fury. È lo stesso errore fatto in Ucraina quando la NATO ha inviato i carri armati tedeschi al fronte, in 2 secondi i russi hanno riportato la memoria alla Seconda guerra mondiale e alla lotta contro il nazismo, riducendo l’opposizione interna a zero e caricando i soldati a molla.

Ora, a vedere Trump, sembra proprio che si sia reso conto del casino in cui si è ficcato, sarebbe meglio quindi cercare una via d’uscita veloce prima che la situazione sfugga completamente di mano; anche perché gli iraniani non si arrendono, e dunque cosa si fa, si rade al suolo il paese? Con Tehran che reagirebbe colpendo gli impianti energetici e di desalinizzazione di tutto il golfo? Facciamo morire tutti di sete? E anche ammettendo di piegare l’Iran, dove andrebbero i prezzi dell’energia il giorno in cui da quella zona non si potrà più esportare nulla perché è tutto in fiamme?

E ancora, Russia e Cina, le due ossessioni dell’occidente, come le contrasti senza munizioni, senza alleati, con l’inflazione alle stelle, i tassi in rialzo e un debito monstre? Vogliamo davvero sacrificare il futuro per un presente che di glorioso ha ben poco?

Mi permetto di aggiungere che mandare in giro a trattare per il Medio Oriente (così come in Russia) il duo Witkoff-Kushner fortemente legato al premier israeliano da decenni, non è stata la più brillante delle idee; due immobiliaristi miliardari che misurano i rapporti tra gli stati in metri cubi edificabili come possono confrontarsi con strutture diplomatiche che hanno tradizioni antichissime e solidissime?

Anche chiedere aiuto, anzi pretendere aiuto, da paesi che hai contribuito a mettere in ginocchio e poi sorprenderti del loro no, come è possibile Donald? Pure Spartaco si è ribellato a un certo punto. Prima ci togliete la Libia, poi la Russia, ora anche il Qatar, manca solo l’Azerbaijan (e non manca molto avanti di questo passo) e noi come andiamo avanti? A legna no perché anche quella arriva da Putin, a carbone nemmeno perché inquina, un nucleare decente l’ha solo la Francia, e gli altri? Per permetterti il gas naturale liquefatto USA devi essere un Lutnick (segretario al commercio USA, quello delle tariffe) o un Bessent (segretario al tesoro USA) o esserti sposata con un buon partito come il nostro trio delle meraviglie Von der Leyen, Kallas, Metsola.

Difensori

Il più grande errore dell’Iran è non aver seguito la strada della Corea del Nord negli anni 90. Stabilito che Israele ha la bomba atomica e che ti vede come una minaccia per la sua sicurezza come fai a non dotarti di una tecnologia vecchia di 80 anni e che può benissimo essere condivisa con Russia o Corea del Nord.

L’altro errore (salvo sorprese sotto terra) è stato non stringere per tempo accordi di fornitura coi russi o coi cinesi. È vero che c’è l’orgoglio di un popolo millenario, è vero che c’è un’industria bellica di primissimo ordine, ma anche la Cina ha chiesto aiuto alla Russia e continua a chiederlo, e la Russia stessa senza i droni iraniani avrebbe avuto parecchi grattacapi in Ucraina.

Tutto ciò non per attaccare Israele, ma per mettere al sicuro la propria popolazione.

Cosa ci aspetta

Al momento nulla di buono. Turchia e Azerbaijan potrebbero venire coinvolte nel conflitto.

Le monarchie del golfo, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar stanno subendo oltre ai missili e ai droni un bel ridimensionamento. Le loro infrastrutture energetiche sono seriamente danneggiate e, in caso di inasprimento del conflitto, rischiano di rimanere senza acqua potabile.

Il mito dei paesi sicuri, accoglienti, fiscalmente amichevoli e turisticamente attraenti è finito. Già nel 2008 con la crisi finanziaria si era visto che non era tutto oro quello che luccicava; tuttavia, oggi, o raggiungono un accordo per la sicurezza del Medio Oriente nella sua interezza (Palestina inclusa) o vivranno in una situazione di conflitto permanente. L’operazione di marketing delle famiglie reali che giravano per i centri commerciali per rassicurare i cittadini non ha funzionato. Anche chi non si interessa di cosa accade nel mondo, gli hotel in fiamme li ha visti. Mediaticamente l’Iran ha fatto più danno con un drone a Dubai che non con tutti i missili lanciati in un mese di guerra. Pensiamo anche al ruolo degli aeroporti, vero e proprio ponte tra oriente e occidente, ridimensionato anche quello.

Su Israele e Iran sospendo il giudizio, l’impressione è che se non trovano un modo di coesistere ci sarà il rischio di un attacco nucleare da parte di Tel Aviv; convenzionalmente Israele non può vincere, così come l’Iran non può perdere o finirebbe come la Siria. In caso di atomica, Russia e Cina potrebbero intervenire al pari del Pakistan che, se da un lato solidarizza con gli iraniani, dall’altro ha un patto di mutua difesa con l’Arabia Saudita. E se Islamabad si muove, di certo l’India non starà a guardare.

Gli Stati Uniti stanno vivendo la classica fase di un impero in declino; speriamo se ne rendano conto e si adattino alle mutate condizioni geo politiche; restano al momento una delle tre grandi super potenze, non più la sola. Le altre sono Cina e Russia cui nel prossimo futuro si aggiungerà l’India. Se non vogliamo rischiare una nuova polarizzazione (USA-Israele vs Russia-Cina) come durante la guerra fredda è prioritario elaborare un piano a prova di bomba che garantisca la sicurezza di tutti, anzitutto dell’Europa e del Medio Oriente. Sia esso basato sulla deterrenza o su un sistema di garanzie reciproche non importa, l’importante è che sia concreto ed effettivo e che chi non lo rispetta ne paghi le conseguenze, chiunque esso sia.

Noi occidentali, oramai abituati a volere tutto e subito, dobbiamo ricordarci che più si va a Est più il processo decisionale è lento; fino ad ora abbiamo considerato i tentennamenti altrui come debolezza, tuttavia, dovrebbe esserci chiaro che paesi come l’Iran, la Russia o la Cina, quando partono partono, e non importa se ci vorranno 5, 10 o 20 anni per raggiungere i loro obiettivi, non torneranno indietro.

Dunque, l’ipotesi delle conferenze in cui tutti gli attori sono invitati a partecipare è la più auspicabile. Ci potrà volere qualche anno e, anzi, ci dovrà volere qualche anno per dirimere tutte le controversie alla radice. I cessate il fuoco possono servire per le piccole dispute di confine, non per risolvere le questioni che mettono a rischio l’esistenza di uno stato, sia esso Israele, l’Iran, l’Ucraina o la Russia.

Come deve porsi di fronte a ciò un cristiano cattolico? (leggere con cautela)

E con questa concludo

In pratica

In tutti i paesi del Medio Oriente e dell’Africa dove la NATO e i suoi alleati hanno sganciato bombe i cattolici sono sempre stati dalla parte delle vittime: comunità perseguitate, decimate, sacerdoti e laici rapiti o uccisi, interi villaggi costretti a scappare altrove, impossibilità di professare la propria fede apertamente. Parliamo di circa 5 milioni di persone solo tra Iraq e Siria, dove comunità antichissime sono state spazzate via dal terrorismo islamico. Abbiamo il dovere di ricordarlo ai nostri politici perché non succeda nuovamente.

In teoria

La giustificazione biblica del conflitto data dal governo di Tel Aviv dovrebbe, in teoria, alleggerire le nostre coscienze. In particolare, la fine del capitolo 15 della Genesi (qui) in cui Dio dona ai discendenti di Abramo la terra tra la penisola del Sinai (Egitto) e il fiume Eufrate (Iraq). Lasciamo perdere per il momento le interpretazioni che provengono da libri estranei alla nostra religione.

Limitiamoci alla Genesi, un testo che narra vicende successe oltre 3600 anni fa e che quindi è abbastanza arduo prendere alla lettera. Tuttavia, prendiamola alla lettera: per noi cristiani cattolici i discendenti di Abramo siamo proprio noi; dopo la venuta di Gesù Cristo siamo noi la sua Chiesa e la controparte del patto tra Dio e l’uomo. Se poi integriamo la Genesi con quanto scritto nell’Apocalisse, capiamo bene che di certi argomenti si parlerà solo alla fine del mondo e non saranno di nostra competenza, ma di Dio (cosa per altro condivisa dalla religione ebraica; per noi sarà la seconda e definitiva venuta del Messia, per loro la prima, in ogni caso il tutto è demandato a Dio, compresa la ricostruzione del tempio di Gerusalemme che rischia di accendere un altro conflitto).

Fatta questa succinta premessa, per cui spero di non essere scomunicato da chi ne sa molto più di me, la giustificazione religiosa di conflitti che hanno ben altre origini, per noi cattolici cade sotto il secondo comandamento (lo ricordo per i più distratti): non nominare il nome di Dio invano.

E quali sono queste altre origini? Ah, da europeo è semplice capirlo, sono i movimenti nazionalisti sorti nell’Ottocento proprio nel cuore del Vecchio Continente e che hanno decretato la fine dei tre imperi (asburgico, ottomano, russo) e l’ascesa degli stati nazionali con le loro mire espansionistiche (si pensi alla Francia o alla Prussia). Il famoso “sionismo” di cui tanto si sente parlare, trae le sue origini proprio da questo periodo e da questi luoghi, per ammissione e “passaporto” dei suoi stessi fondatori. È un movimento politico nato laicissimo, che ha esplorato varie zone del mondo oltre alla Palestina per la creazione dello Stato nazionale di Israele, tra cui Argentina, Uganda, Crimea, Turchia, Cipro e addirittura il Texas. Si è poi scelta la Palestina sia perché diverse comunità ebraiche si erano già ristabilite in quella zona per ragioni storiche, sia perché l’Inghilterra, che ne assunse il controllo dopo il crollo dell’impero ottomano, diede il suo pieno appoggio alla creazione di Israele già nel 1917 (Dichiarazione di Balfour).

La componente religiosa, peraltro assai contestata da moltissimi rabbini in giro per il mondo, si è aggiunta successivamente. Tanto è vero che esistono molti più cristiani (protestanti) che ebrei sionisti, proprio perché è un’ideologia politica a cui teoricamente chiunque può aderire. Non ha un “battesimo”, non richiede una discendenza da parte di madre.

Ecco perché è importante andare a fondo degli argomenti, anche quando sono molto delicati. Altrimenti sembra sempre che il giorno “X” questo o quel capo di governo sia impazzito e abbia deciso di muovere guerra col pretesto degli ultimi 5 minuti di storia. Non è così.

Detto ciò, può un cattolico sentirsi smarrito davanti ai silenzi o alle mezze verità che arrivano dalla gerarchia ecclesiastica? Sì, certo, anche se non tutti tacciono (qui); in ogni caso il cattolico ha degli strumenti preziosi per orientarsi, ovvero la storia e la tradizione della Chiesa e dei suoi santi.

Andiamo a rileggere chi fu e cosa fece durante la Seconda guerra mondiale il vescovo Clemens August von Galen, di cui domenica scorsa si è celebrata la ricorrenza, detto il Leone (lui sì) di Münster per il suo coraggio nel denunciare senza mezzi termini il nazismo, un uomo che persino Hitler e Goebbels temevano!

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Malum referendum, mala giustizia Con Stefano D’Andrea Augusto Sinagra, Teodoro Klitsche de la Grange

Su Italia e il Mondo: Si Parla di Un referendum mal posto dall’esito comunque nefando. Non a caso il dibattito referendario ha glissato sistematicamente sulle reali collusioni e sui fondamentali intrecci di potere che interessano i presidi giudiziari e i vari gangli nazionali e soprattutto esteri, a cominciare da “tangentopoli”. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Disastro: l’operazione “Età della Pietra” comincia a ritorcersi contro di loro.

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Appena un giorno dopo che Trump aveva promesso di riportare l’Iran all'”età della pietra”, gli Stati Uniti hanno vissuto le 24 ore più disastrose della loro guerra aerea contro l’Iran fino ad ora.

Tra le perdite più significative, spiccano quelle degli F-15 e degli A-10, confermate dopo essere state colpite in volo dalla difesa aerea iraniana. Oltre a questi, si segnalano anche diversi altri velivoli abbattuti a terra:

Analisi dettagliata di un account OSINT :

Nelle ultime 24 ore si sono verificati diversi incidenti che hanno coinvolto velivoli statunitensi nell’area di competenza del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM):


1. Un F-15E “Strike Eagle” dell’aeronautica statunitense è stato colpito dal fuoco iraniano ed è precipitato in Iran. Entrambi i membri dell’equipaggio sono sopravvissuti, uno dei quali è stato tratto in salvo, mentre è in corso una vasta operazione di ricerca e soccorso per il secondo.
2. Un elicottero HH-60W “Jolly Green II” dell’aeronautica statunitense, impegnato nelle operazioni di soccorso dell’equipaggio di un F-15 abbattuto, è stato colpito da colpi di arma da fuoco e almeno un membro dell’equipaggio è rimasto ferito, ma ha comunque fatto ritorno alla base.
3. Il pilota di un A-10C “Thunderbolt II” dell’aeronautica statunitense si è eiettato sul Golfo Persico, e l’Iran ha rivendicato la responsabilità dell’abbattimento. Il pilota è stato recuperato sano e salvo.
4. Un F-16C “Fighting Falcon” dell’aeronautica statunitense è apparso brevemente sui siti di tracciamento dei voli, emettendo il codice transponder 7700 (emergenza) sopra l’Iraq.
5. Un KC-135 “Stratotanker” dell’aeronautica statunitense stava emettendo il segnale 7700 (emergenza) sopra Israele.

Foto di un elicottero Chinook distrutto.

Si dice che l’F-16 abbia emesso un segnale di emergenza, ma che sia poi rientrato alla base.

Molti degli incidenti si sono verificati durante le operazioni di soccorso, quando le squadre di evacuazione statunitensi stavano cercando di localizzare i piloti eiettati nella provincia del Khuzestan, nell’Iran occidentale. Secondo quanto riferito, un pilota è stato recuperato, mentre non si hanno notizie del secondo.

Nel bel mezzo della catastrofe in corso, Trump ha continuato a lanciare minacce con distacco contro le infrastrutture civili iraniane:

Ciò che ha reso gli sviluppi ancora più interessanti è il fatto che, sullo sfondo di una campagna militare fallimentare, Hegseth ha condotto una massiccia epurazione ai vertici delle forze armate statunitensi. Questo ha naturalmente alimentato voci e conclusioni secondo cui era in corso una sorta di ammutinamento dietro le quinte riguardo ai disastrosi piani di Trump per le operazioni di terra in Iran.

Certo, si tratta solo di speculazioni, dato che il Pentagono ha pubblicato un elenco più “ordinario” di giustificazioni per l’epurazione, ma la tempistica è chiaramente troppo sospetta perché questa ipotesi sia credibile.

Ciò avvenne tra voci secondo cui Trump avrebbe spinto per un’operazione di terra in Iran dal tono quasi comico, in cui attrezzature per l’estrazione mineraria sarebbero state paracadutate nel paese e si sarebbero dovute costruire piste di atterraggio per sostenere una forza in grado di esfiltrare l’uranio iraniano.

Secondo due persone a conoscenza della questione, l’esercito statunitense ha presentato al presidente un piano per sequestrare quasi 450 chilogrammi di uranio altamente arricchito in Iran, che prevede il trasporto aereo di attrezzature per lo scavo e la costruzione di una pista di atterraggio per aerei cargo in grado di trasportare il materiale radioattivo.

È più che assurdo, rasenta la follia.

Oltretutto, The Intercept ha segnalato che è in corso un’importante operazione di insabbiamento del numero delle vittime, con un numero reale di morti statunitensi di gran lunga superiore a quello riportato:

The Intercept@theintercept Centinaia di militari statunitensi sono rimasti uccisi o feriti nella regione da quando gli Stati Uniti hanno lanciato la guerra contro l’Iran poco più di un mese fa. Il CENTCOM ha diffuso dichiarazioni obsolete sul numero delle vittime. interc.pt/4cm5Ua4 14:18 · 2 aprile 2026 · 2,19 milioni di visualizzazioni657 risposte · 9.640 condivisioni · 23.500 Mi piace

È stato inoltre annunciato che il 5° quartier generale della Marina statunitense in Bahrein è stato evacuato:

https://www.npr.org/2026/04/03/nx-s1-5770491/evacuation-bahrain-norfolk-troops

U.S. Nuove esperienze 5 Nuove KK in Behrin

Il Pentagono ha confermato che 1.500 marinai, le loro famiglie e i loro animali domestici sono stati trasferiti dalla base navale di supporto (NSA) in Bahrain alla base navale di Norfolk, in Virginia.

La base NSA in Bahrein è (era) il quartier generale della Quinta Flotta statunitense. Fu colpita più volte il 28 febbraio, giorno di apertura dell’Operazione Epic Fury, e diverse altre volte in seguito.

Le immagini satellitari hanno confermato la distruzione di almeno sette strutture solo nella prima settimana, tra cui infrastrutture di comunicazione e magazzini. I marinai stanno arrivando a Norfolk con il minimo indispensabile che entra in uno zaino. Sono stati chiamati gruppi di volontari per fornire articoli da toeletta di base.

Prima della guerra, la base ospitava circa 8.000 persone , di cui 1.500 sono state evacuate. Tuttavia, tra i dettagli, si perde di vista il fatto che la base era già stata ridotta al “personale essenziale per la missione” dopo i primi attacchi dei droni iraniani. Pertanto, non ci viene detto se la base sia completamente vuota e di fatto abbandonata, ma qualunque sia la situazione definitiva, resta un evento senza precedenti il ​​fatto che un avversario sia riuscito a neutralizzare a tal punto uno dei quartier generali più importanti dell’Impero.

Ricordate il mio recente monitoraggio delle cifre ufficiali statunitensi sulla presunta distruzione delle capacità missilistiche balistiche dell’Iran? Inizialmente si parlava del 100% secondo Trump, poi del 90%, dell’80%, del 70% e ora siamo scesi a “circa la metà” di missili distrutti, secondo la CNN :

Secondo recenti valutazioni dell’intelligence statunitense, riferite alla CNN da tre fonti a conoscenza dei fatti, circa la metà dei lanciamissili iraniani è ancora intatta e migliaia di droni d’attacco a senso unico rimangono nell’arsenale iraniano, nonostante i quotidiani bombardamenti statunitensi e israeliani contro obiettivi militari nelle ultime cinque settimane.

“Sono ancora pronti a scatenare il caos più totale in tutta la regione”, ha affermato una delle fonti a proposito dell’Iran.

Secondo quanto riferito da due fonti, migliaia di droni iraniani sono ancora in servizio, circa il 50% delle capacità di droni del Paese. Le informazioni raccolte nei giorni scorsi indicano inoltre che un’ampia percentuale dei missili da crociera iraniani per la difesa costiera è rimasta intatta, il che è coerente con la strategia statunitense di non concentrare la propria campagna aerea sulle basi militari costiere, nonostante i missili abbiano colpito diverse navi. Questi missili rappresentano una capacità fondamentale che consente all’Iran di minacciare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz.

Ancora una volta, la nostra analisi si rivela corretta: l’Iran non sta subendo perdite così drastiche come si afferma. Il numero reale di sistemi missilistici distrutti è probabilmente inferiore al 10%, poiché gli Stati Uniti colpiscono pochissimi obiettivi concreti e l’Iran è stato abile nel conservarli per “resistere alla tempesta” del ben noto e breve “scatto d’ira” degli Stati Uniti, fino all’esaurimento delle munizioni e dei depositi.

Alcuni, tra l’altro, avevano previsto settimane fa che, con la progressiva diminuzione delle scorte di munizioni statunitensi, l’Iran avrebbe iniziato a ottenere sempre più successi nell’abbattimento di velivoli americani:

Si tratta di un’ipotesi logica basata sul fatto che, con l’esaurimento delle armi a lungo raggio considerate “più sicure”, gli Stati Uniti dovrebbero assumersi rischi sempre maggiori lanciando munizioni a corto raggio direttamente sul territorio iraniano. Sembra che sia proprio ciò a cui stiamo assistendo ora.

Due ultimi due punti da notare:

Lindsey Graham dimostra l’intento criminale e la vena di sadismo più totale presenti nell’attuale amministrazione:

“Faremo saltare in aria tutto ciò che vi permette di funzionare come nazione.”

Ricordate quei giorni idilliaci dei primi tempi della guerra, quando gli Stati Uniti affermavano ancora di voler “liberare” gli iraniani dal loro “brutale regime oppressivo”? Che fine ha fatto tutto ciò?

“Spiacenti, ragazzi. Non siamo riusciti a liberarvi, quindi ora vi stiamo rimandando all’età della pietra.”

Oscuro, cinico e distorto allo stesso tempo.

E per concludere con una risata, ecco la CNN che dice al suo pubblico di ingenui che il pilota americano abbattuto potrebbe essere stato acclamato come un eroe e un liberatore dagli iraniani locali “felici” che, a quanto pare, sarebbero stati ansiosi di ringraziare il pilota per averli bombardati:


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I valori «woke» possono sopravvivere senza il riscaldamento centralizzato?_di Morgoth

I valori «woke» possono sopravvivere senza il riscaldamento centralizzato?

Come può un sistema di valori forgiatosi in un periodo di abbondanza sopravvivere in un mondo caratterizzato da difficoltà materiali?

Morgoth

15 luglio 2022

Durante la mia consueta scorrata mattutina tra le notizie, ho notato che i media mainstream stavano sollevando ancora una volta la questione dell’impennata dei prezzi del carburante e della prospettiva di un razionamento. Il modo in cui i media stanno trattando la crisi energetica è piacevolmente diretto e realistico — in effetti, si limitano a dire al pubblico «»Preparati, quest’inverno passerai un sacco di tempo al freddo«». Tuttavia, il modo in cui i media descrivono i motivi per cui quest’inverno la gente dovrà stare al freddo è ben meno realistico e diretto, ma ne parleremo un’altra volta.

La situazione in Germania sembra essere particolarmente grave: il Guardian ha recentemente pubblicato un articolo dal titolo «La Germania si prepara all’“incubo” di un’interruzione definitiva delle forniture di gas dalla Russia». La Gran Bretagna dipende molto meno dalle forniture energetiche russe, ma anche noi ci stiamo preparando ad affrontare le conseguenze e ne stiamo già sentendo gli effetti sul portafoglio.

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Circa dieci anni fa, dopo che una relazione disastrosa era giunta alla sua catastrofica conclusione, mi ritrovai solo, indebitato, disoccupato e a vivere in un appartamento soggetto alla «tassa sulle camere da letto» introdotta dal governo conservatore. Inutile dire che vivevo in una povertà estrema, che non avrei mai immaginato possibile in un Paese come la Gran Bretagna.

Avevo una chiavetta prepagata per l’elettricità e una carta prepagata per il gas che dovevo ricaricare regolarmente al negozio del quartiere. L’elettricità aveva sempre la precedenza sul gas, perché alimentava sia la doccia che i fornelli. Anzi, avevo iniziato a considerare il gas un lusso che era scivolato al terzo posto nella mia lista di priorità, dopo l’elettricità e il cibo.

Tuttavia, anche un contatore inattivo comportava un addebito giornaliero di 20 pence, il che significava che, pur non avendo consumato gas, mi stavo progressivamente ritrovando sommerso da una montagna di addebiti aggiuntivi da 20 pence.

Gennaio e febbraio sono stati i mesi peggiori. La calda atmosfera natalizia era svanita e non restava altro che il lungo e faticoso cammino verso la primavera. Passavo la maggior parte del tempo a letto per stare al caldo, leggendo libri per ingannare il tempo.

L’esperienza di un drastico peggioramento delle mie condizioni materiali mi ha spinto ancora più a destra rispetto a prima. Ho finito per provare un profondo disprezzo per il rapporto simbiotico tra il tritacarne della disoccupazione messo in atto dal governo e le agenzie di collocamento parassitarie. Ho preso coscienza di me stesso come risorsa che veniva sfruttata senza pietà.

E così, riponendo il mio violino, non posso fare a meno di chiedermi come condizioni materiali ancora più difficili influenzeranno le persone che hanno a cuore valori più astratti e che non hanno mai conosciuto alcuna difficoltà.

Vale a dire, gli “shitlibs”.

Da decenni ci viene ripetuto incessantemente che, ad esempio, la diversità è la nostra forza. È stata certamente un punto di forza per le multinazionali che hanno tratto vantaggio dalla libera circolazione di capitali e manodopera. Tuttavia, siamo onesti: la società multiculturale non è mai stata veramente messa alla prova in senso esistenziale. Cosa succede quando il cibo viene razionato e un gruppo etnico o religioso sospetta che un altro sia «privilegiato»?

Il consumismo avrà anche avuto l’effetto di schiacciare l’anima e di essere ripugnante nel suo materialismo, ma allo stesso tempo quella era anche la sua più grande forza. I prodotti e l’abbondanza hanno dato vita a una civiltà caratterizzata da mollezza, distacco e decadenza. Quelli che oggi vengono considerati i valori dominanti dell’Occidente sono stati costruiti proprio su quella decadenza.

Immaginate una torta nuziale per un matrimonio gay con due statuine maschili che si tengono per mano in piedi su un enorme cumulo di marshmallow farciti di crema.

In «Il cavaliere oscuro – Il ritorno», Bane dice con tono sarcastico: «A nessuno importava chi fossi finché non mi sono messo la maschera«». Allo stesso modo, nell’Occidente del XXI secolo, nessuno si curava dei transessuali finché non abbiamo più potuto ordinare a un albanese di portarci una pizza in motorino all’una di notte tramite il nostro Galaxy I-Phone GS 30000.

Dato che il termine «gruppi vulnerabili» è sancito dalla legislazione britannica, non è forse logico che tali gruppi risultino ancora più vulnerabili in periodi di crisi energetica o di carenza alimentare? Se così fosse, il liberale moderno non potrebbe certo lamentarsi se tali gruppi venissero resi meno vulnerabili grazie a un iter burocratico accelerato e all’accesso gratuito a entrambe le risorse.

La società dell’abbondanza ha permesso alle persone intelligenti di convincersi che il politicamente corretto – vale a dire i valori sociali del neoliberismo – consistesse semplicemente nell’essere gentili con gli altri, come tenere aperta una porta. Circolavano voci secondo cui le forze dell’ordine avrebbero insabbiato stupri di massa per questo motivo, ma a chi importa quando si può bere una birra indiana e fare gite nel fine settimana a Bruges?

Il mondo non avrebbe potuto fare altro che accrescere la propria capacità di garantire i comfort della vita; così, attraverso il nesso del neoliberismo, le convinzioni progressiste fondamentali della sinistra potevano essere simulate e rese manifeste, come se fossero trasportate nella scia del jumbo jet capitalista.

Ci si chiede quindi cosa ne sarà dei valori sociali se scompariranno i beni e i servizi che hanno permesso a così tante persone in Occidente di vivere con la testa tra le nuvole.

I mass media hanno detto ai loro portavoce borghesi di sostenere l’Ucraina nel conflitto tra Russia e Ucraina, e loro l’hanno fatto. Ma l’hanno fatto in un momento in cui ciò non comportava conseguenze, proprio come hanno sostenuto l’immigrazione di massa perché non interessava le loro zone.

Alziamo allora un po’ la posta in gioco. La gente continuerà a pregare per Kiev quando sarà avvolta in coperte di lana e dovrà scegliere se stare al caldo o mangiare sano?

Si presenta uno scenario in cui i media continuano a discutere se alle «donne trans» debba essere consentito l’accesso ai bagni femminili, mentre genitori «woke» ascoltano i propri figli piangere al freddo, con il moccio che cola loro sul viso e le dita ormai intirizzite. Forse le bandiere dell’Ucraina, quelle del BLM e gli striscioni arcobaleno potranno essere cuciti insieme per formare uno strato in più di calore quando diventerà chiara la vera portata della follia di aderire ciecamente alle narrazioni delle élite.

Per non parlare poi della carenza di generi alimentari.

Ho sentito dire spesso che il «wokeismo» funziona in modo simile a una religione. È un’opinione che non mi convince del tutto, ma proviamo a seguirla. Un soldato della Prima guerra mondiale avrebbe potuto vedere la propria fede cristiana scossa dall’aver visto i propri compagni fatti a pezzi dalle granate. D’altra parte, il detto «non ci sono atei nelle trincee» contiene effettivamente un fondo di verità.

Le religioni autentiche e genuine sono sopravvissute alle guerre, alle carestie e alle pestilenze, nonché alle difficoltà quotidiane di una vita in cui i beni materiali scarseggiavano enormemente. Anzi, molti sostengono che il cristianesimo fosse proprio ciò a cui la gente si rivolgeva quando arrivavano i tempi difficili.

Ma chi si preoccuperà del proprio privilegio da bianco quando il gelo si formerà all’interno delle finestre?

In sostanza, il «wokeismo», il marxismo culturale, l’anti-bianchismo, il politicamente corretto o comunque vogliamo chiamarlo, è stato un sottoprodotto di una fase della civiltà straordinariamente debole e decadente.

Se l’era dell’eccesso materiale sta volgendo al termine, allora non abbiamo più bisogno nemmeno dei valori che ne sono il frutto illegittimo.

Tuttavia, anche se le masse di liberali conformisti finissero per perdere fiducia nel loro dogma, i mass media e le aziende vincolate ai criteri ESG continuerebbero a inondare la cultura con gli stessi messaggi. Le pubblicità continuerebbero a mostrare allegre famiglie di colore in viaggio nelle Highlands scozzesi per tour dedicati al whisky, e ogni film hollywoodiano rimarrebbe un’ode generica e insipida alle donne forti.

È solo che nessuno fingerebbe più, perché, speriamo, sarebbero tutti tornati normali.


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EXIT STRATEGY, COSA SAPPIAMO?_di Pierluigi Fagan

EXIT STRATEGY, COSA SAPPIAMO? Molto poco e senz’altro non tutto quello che viene detto da Trump anche perché siamo a “il tutto e il suo contrario”. La mancanza di un possibile punto di caduta del conflitto in corso è ciò che, sin dall’inizio, preoccupa di più tutti gli analisti internazionali che non sono in conflitto di interessi con le parti in causa. Preoccupa perché, come qui detto dal primo giorno, l’essenza del conflitto è il tempo: quanto a lungo US e Israele potranno colpire, quanto a lungo l’Iran può mantenere il controllo di Hormuz e a sua volta reagire con missili e droni, quanto a lungo il Mondo può sopportare il collasso energetico e commerciale che rischia di sommare il Mar Rosso al Golfo Persico, inclusi i Paesi sunniti della regione.

Mi avventurerò in ipotesi.

Un punto su cui è possibile alla fine trovare una mediazione è l’affare nucleare. Senza entrare in tecnicismi, ricordo che i mediatori della trattativa inziale (omaniti ma ci sono anche dichiarazioni di diplomatici inglesi) poi tradita dagli statunitensi, avevano dichiarato che si stava per chiudere stante che gli iraniani avevano fatto sostanziose concessioni. Più o meno lo stesso accordo potrebbe permettere all’Iran dire che non era questo il punto della tenzone e a Trump di aver ottenuto risultato grazie all’iniziativa militare che ha portato ad un “regime change” di fatto. Cosa quest’ultima su cui insiste ultimamente molto, quasi a volersi creare una porta logica di uscita. Queste cose vanno valutate non perché “vere in sé”, ma parventi vere per opinioni pubbliche distratte ed emotivamente manipolate.

Un secondo punto che ha qualche possibilità è la questione economica. Certo, non pubblicamente presentata formalmente come dichiarazione di “riparazioni di guerra” come preteso dagli iraniani, ma sostanziosa di fatto. L’Iran ha subito un colpo durissimo nelle infrastrutture civili e energetiche ed è sotto sanzioni da lungo tempo. Ripristinare il South Pars (il più grande giacimento di gas del mondo), creare un fondo internazionale per la ricostruzione civile e industriale, togliere qualche sanzione sostanziosa, può essere importante e fattibile se si vuol davvero chiudere la partita.

Un terzo punto importante che però riguarda anche gli altri due e il quarto di cui parleremo poi, è il ruolo della segnalata nuova Unione Sunnita con Egitto, Arabia Saudita, Pakistan, Turchia, ampiamente supportata (pare) dalla Cina, che potrebbe anche non dispiacere alla Russia e molti altri, forse un po’ da tutti nel Mondo. In effetti, pare ovvio non ci sia alcun contatto diretto tra Iran e US ma dialogo per interposta diplomazia ad opera del quartetto.

Proprio l’altro giorno, gli egiziani hanno fatto trapelare una idea che toccherebbe un punto della piattaforma iraniana ovvero il pedaggio di Hormuz. Gli egiziani hanno detto che in effetti loro lo applicano anche a Suez e quindi l’idea non è peregrina. Si tratterebbe solo di meglio specificare l’entità e quale consorzio dovrebbe amministrare lo Stretto. Geograficamente, lo Stretto è cosa di Iran e Oman (che tra loro hanno da sempre buoni rapporti) ma “a garanzia” almeno geopolitica, potrebbe avere un rappresentante del quartetto o qualcosa di simile.

Più in generale però, potrebbe trattarsi di una questione più ampia. Ricorderete che al fondo della questione o tra le questioni al fondo della questione, c’è la strategia degli Accordi di Abramo e Via del Cotone. Questo progetto che voleva mettere in torta strategica India, monarchie del Golfo, Israele ed Europa con ovviamente supervisione americana, di fatto escludeva sia l’Egitto (che avrebbe visto relativizzato il suo ruolo di “guardiano di Suez”), sia la Turchia, sia il Pakistan oltretutto preoccupato del nuovo ruolo indiano. Per non parlare della Cina. Chissà, quindi, se nelle prospettive della tessitura diplomatica non ci sia anche qualcosa relativo a questo punto, una revisione del Progetto per mettere dentro anche gli interessi dei tre Paesi sunniti a cui sembra ora AS voglia riferirsi come polo multipolare.

Sta nel novero delle strategie multipolari l’idea dei tre Paesi sunniti, ora quattro con AS (che significa anche Kuwait e Bahrein), come nuovo “concerto di area”. Bene o male hanno capito tutti che US e Israele sono “alleati problematici” per i propri interessi e che è nel loro reciproco interesse bilanciarsi maggiormente unendo le forze tentando una strada di maggiore autonomia. È argomento molto speculativo e più lo diventa se ci si mette immaginare addirittura una possibile inclusione degli interessi iraniani in questo quadro. Tuttavia, l’estremo darsi da fare del quartetto che seguo da giorni, dice che oltre alla semplice mediazione nella contingenza, potrebbe esserci altro e non solo “contingente”, qualcosa di prospettiva.

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Il quarto punto è il più ostico. Si tratta della sostanziale rinuncia da parte di Teheran della strategica dell’Asse della resistenza ovvero il network degli sciiti non iraniani quindi Houti, Hezbollah e varie fazioni irachene. Tuttavia, dopo i penultimi bombardamenti si era arrivati quantomeno ad un cessate il fuoco di fatto da parte di questi attori terzi. Non certo quindi un’abiura strategica ufficiale da parte di Teheran ci si può aspettare, ma un congelamento bilaterale dei conflitti forse sì. Il sud del Libano orami è da intendersi israeliano, seguiranno lunghe discussioni ma nulla di fatto. Accluso al punto ricordo che c’è pur sempre la “questione palestinese” che i sunniti, anche solo per acquietare le proprie opinioni pubbliche interne, non possono lasciare non trattata. Ma questi punti sono di una complessità tale che certo nessuno pensa di poterli mettere dentro un eventuale accordo della questione in atto, è roba da mettiamo su un tavolo diplomatico che discuterà a lungo poi si vedrà. In fondo, la fine del conflitto sarà comunque provvisoria e tutti i giocatori vorranno mantenere la pistola carica anche se messa sotto il tavolo. Che si tratti con le pistole cariche, data la situazione, è per tutti ovvio.

Sul piano più concreto, Israele e US hanno di fatto portato un bel po’ di distruzione in Iran e ne hanno quindi minato la consistenza, non tanto da distruggerlo ma sicuramente abbastanza da lasciargli parecchi problemi da risolvere. Sin dall’inizio, c’erano anche analisti che suggerivano che alla fine questo era l’intento forse più raggiungibile. C’era anche chi teorizzava che a quel punto, l’Iran della ricostruzione, avrebbe spontaneamente intrapreso un processo politico e sociale di resa dei conti delle sue parti interne. Non necessariamente operando un clamoroso e improbabile “regime change” formale, ma un più realistico riequilibrio della dialettica interna tra parti ideologiche e politiche. Dover fare i conti con l’asse sunnita coordinato e non nemico di principio (con dietro la Cina), ricostruire, dare un futuro alla nazione, tornare a sperare, avere qualche libertà economica in più (meno sanzioni) oltre a mantenere una alleanza di fatto con russi e cinesi, potrebbero cambiare molte cose.

In effetti, ognuna delle parti potrebbe vantare di non aver perso e quando nessuno perde, vincono tutti almeno nelle dichiarazioni pubbliche, al fondo concreto, se questa ipotesi avrà un reale futuro, andrà rianalizzata più a grana fine nel merito.

Di contro, invasione di terra (massacro reciproco) e rischio atomico alle stelle, tempi lunghi e catastrofe mondiale, Tertium non datur, mi pare.

DA NATO A ETO? [Le ultime notizie di oggi] Trump continua a bombardare pesantemente NATO e principali alleati per la mancata risposta al suo appello a scendere in acqua per il controllo di Hormuz. Dopo che gli europei sono arrivati a fatica a spendere il 2% del Pil in armi nel 2025, lui ora chiede il 5% e l’articolo 5 non garantito mentre Bruxelles scrive alle cancellerie europee avvertendo che oltre a potente inflazione e riduzione dei Pil, debbono prepararsi a norme non transitorie di austerity energetica.

Se Draghi poneva la scelta tra aria condizionata o pace, ora ci troveremo sollevati dall’angosciosa scelta, non avremo né l’una, né l’altra. Al pacchetto sofferenza, noi italiani abbiamo accluso anche “niente Mondiali”, se si deve soffrire facciamolo fino in fondo!

Tuttavia, i toni della da poco rilasciata intervista a Reuters (link) a cui seguirà una dichiarazione pubblica che uscirà qui in Italia stanotte, sembrerebbero puntare ad un più clamoroso ritiro organizzato degli USA dagli impegni militari trans-atlantici.

Ecco allora che UK rilancia proponendosi come aggregatore di ben 35 Paesi per discutere vie politiche e diplomatiche per la riapertura di Hormuz, giusto dopo che Trump gli ha pubblicamente detto, sfottendo, di andarsi a prendere il petrolio da soli e tenuto conto che la già gloriosa Marina Reale ha una consistenza ridicola. Del gruppo su cui armeggiano i britannici e che pare si riunirà domani a Londra, oltre agli europei, fanno parte Giappone, Canada, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Emirati Arabi Uniti e Nigeria.

La cosa ha riflessi anche di politica interna poiché che l’amministrazione Trump volesse far fuori il laburista Starmer era noto, così come è percepibile una certa voglia dell’establishment di Londra a tornare armi e bagagli in Europa, magari fondando una European Treaty Organization (ETO) a cui apporterebbero le loro poco più di 200 testate atomiche. Non solo, rilancio dell’industria bellica inglese (su cui investono già da ben prima di Starmer) e golosa partecipazione al Grande Riarmo Europeo su cui c’è sempre più consenso strategico con Parigi, Berlino e giocoforza anche Roma.

Così se il nostro già gravoso elenco delle disgrazie che incombono poteva trovare un piccolo sorriso sperando in un disimpegno americano nella NATO, lo spegniamo subito pensando al grande ritorno inglese nelle trame europee.

Infine, un punto di domanda su questa ipotesi. Dal punto di vista di Trump e dell’interesse americano cosa cambierebbe effettivamente da un disimpegno che per modi e tempi sembra pianificato ab origine? Avrebbe un bel risparmio e molti grattacapi di coordinare la politica estera in meno, incluso il formale e completo disimpegno dall’Ucraina e conseguente via libera ad accordi bilaterali coi russi.

Ma nella sostanza geopolitica cosa cambierebbe davvero? Credo nulla. Che i rimanenti 31 membri dell’ex-NATO possano esprimere una loro visione organica e coordinata, magari diversa da quella di Washington nella sostanza è del tutto improbabile. Magari potrebbe poi formalizzare un trattato USA-ETO, meno impegnativo sul piano pratico ma altrettanto solido sul piano della alleanza occidentale di fatto.

Immagino che Trump si divertirebbe non poco a vedere gli europei alle prese con la loro vociante inconsistenza, aspettando soddisfatto che gli vengano a chiedere altro gas e armi di ultima generazione, almeno per un bel po’ di tempo a venire. In più potrebbe divertirsi anche molto a giocare al “divide et impera” che tanto gli europei sono già divisi di default. Infine, questo “mani libere e meno impegni” potrebbe piacere molto a coloro a cui, internamente, non è piaciuta affatto l’operazione Iran.

Vediamo che dice stanotte…

US to leave Iran 'pretty quickly' and return if needed, Trump tells Reuters

I fantasmi del Grande Gioco in Eurasia_di Timofei Bordachev

I fantasmi del Grande Gioco in Eurasia

25.03.2026

Timofei Bordachev

© Sputnik/Vladimir Pesnya

Timofei Bordachev, direttore dei programmi del Valdai Discussion Club, sfata i miti sulla rivalità tra grandi potenze in Asia centrale, sottolineando che un impegno misurato e paritario con la regione porterà alla Russia più benefici di quanto potrebbe mai fare un approccio incentrato sulla competizione. Nonostante i timori, le preoccupazioni e la retorica, non si intravede un nuovo Grande Gioco.

Mentre la natura della crisi politico-militare nelle relazioni tra la Russia e l’Occidente si sposta verso una nuova fase nell’equilibrio di potere – ma non verso una risoluzione definitiva, che appare impossibile – la politica russa nello spazio che la circonda a sud e a sud-est sarà discussa con crescente intensità. Le regioni del Caucaso meridionale e dell’Asia centrale sono state tradizionalmente, e a ragione, considerate aree relativamente tranquille dell’impegno di politica estera russa, dove i principali avversari della Russia o non hanno interessi sufficientemente importanti o sono semplicemente incapaci di mantenere una presenza fisica che Mosca possa considerare una minaccia ai propri interessi di sicurezza.

In altre parole, durante tutto il periodo turbolento seguito al crollo dell’URSS e fino allo scoppio del conflitto in Ucraina, questi Stati hanno vissuto in un contesto internazionale relativamente favorevole: “languendo nelle loro piccole catastrofi”, senza tuttavia trovarsi nel crogiolo di un confronto sempre più intenso tra le grandi potenze. Anche adesso, a rigor di termini, rimangono piuttosto distanti dalle regioni in cui le capacità politico-militari delle principali potenze globali – Russia, Cina e Stati Uniti – potrebbero davvero scontrarsi sul serio. Quando si tratta di minacce alla sicurezza realmente gravi che potrebbero avere conseguenze devastanti per il destino di interi popoli, l’attenzione del mondo è rivolta all’Europa, all’Asia sud-orientale e nord-orientale e, in una certa misura, persino al Medio Oriente – ma non al presunto “punto debole della Russia” – o a quello della Cina, nel caso dell’Asia centrale.

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I cambiamenti all’interno di queste stesse regioni non hanno esercitato alcuna influenza fondamentale sulla sicurezza internazionale e, in ogni caso, non hanno il potenziale per provocare un conflitto tra potenze nucleari. Detto questo, il Caucaso meridionale si trova, dopotutto, in pericolosa vicinanza al Medio Oriente, dove Israele sta lottando per un ruolo a tutti gli effetti nella politica regionale. Anche la Turchia è, ovviamente, attiva in quella zona, e le sue prospettive sono estremamente difficili da valutare: potrebbero rivelarsi piuttosto cupe o sufficientemente resilienti nelle condizioni attuali. Per quanto riguarda l’Asia centrale, una volta che le élite politiche locali sono riuscite a contenere le conseguenze del crollo dell’URSS e a mettere i loro paesi su un percorso di sviluppo stabile e indipendente, la regione ha smesso di affrontare minacce serie – a parte le conseguenze dei propri errori di governance e delle deviazioni politiche, dimostrate in modo molto vivido dal Kazakistan, letteralmente alla vigilia dell’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina.

In questo contesto, si sente sempre più spesso sostenere da osservatori esterni alla regione che l’Asia centrale potrebbe presto diventare teatro di un grave scontro che coinvolga non solo la Russia, la Cina e il loro principale rivale, gli Stati Uniti, ma anche attori minori della politica internazionale come la Turchia o l’Unione Europea.

Inoltre, negli ultimi anni la regione è effettivamente diventata una calamita per segmenti della burocrazia internazionale e attori economici che cercano, ciascuno a modo proprio, di attingere a uno degli ultimi “oceani blu” dell’economia globale. Dato che l’interazione commerciale, economica e tecnologica sta ormai diventando quasi universalmente uno strumento di lotta politica, tutto ciò porta esperti e politici a concludere che il periodo di calma nello sviluppo dell’Asia centrale sta volgendo al termine.

Il “Grande Gioco” nel Caucaso meridionale e in Asia centrale. Una discussione tra esperti

26.03.2026 11:00

Maggiori informazioni sull’evento

I paesi stessi, tuttavia, stanno resistendo con successo a tali pressioni, creando modelli e piattaforme stabili per la cooperazione intraregionale nel quadro dei Cinque dell’Asia centrale e rafforzando la propria sovranità nazionale.

Tuttavia, i numerosi sviluppi positivi non impediscono il riemergere in Occidente — e, per estensione, nel dibattito tra gli esperti russi — di vecchie leggende e miti sorti durante l’era del dominio imperiale negli affari internazionali. Bisogna riconoscere che le stesse comunità di esperti dei paesi della regione incoraggiano talvolta tali discussioni, vedendo in esse la possibilità di garantire ulteriori vantaggi ai propri Stati grazie alle rivalità tra potenze esterne. Una di queste leggende persistenti è il concetto del cosiddetto “Grande Gioco”, inteso come un confronto strategico tra la Russia e qualsiasi altro attore di rilievo che cerchi di spodestarla dalla sua posizione di potenza esterna più importante in Asia centrale. “Qualsiasi” è qui la parola chiave, poiché attualmente non vi sono motivi per ipotizzare la rinascita di una forma imperiale di relazioni nella regione tra la Russia e la sua vecchia rivale, la Gran Bretagna.

La leggenda del Grande Gioco, come ogni studioso di politica internazionale sa, nacque a metà del XIX secolo sullo sfondo della convergenza dei possedimenti imperiali russi e britannici in Asia centrale. Ebbe origine nella mente fertile di un ufficiale dei servizi segreti britannici — che finì per perdere la testa nella piazza centrale dell’antica Bukhara nel 1842. Eppure, per quanto inverosimile, si rivelò utile nel discorso politico dei due imperi, che cercavano vie di competizione che non causassero danni significativi alle loro relazioni nel principale teatro della politica internazionale dell’epoca: l’Europa. La storia delle relazioni tra Russia e Gran Bretagna in Asia centrale fu davvero movimentata e portò, tra le altre cose, San Pietroburgo a decidere infine di occupare tutto il Turkestan per eliminare questa zona cuscinetto.

Eurasian Perspective

Asia centrale 2026: da premio delle grandi potenze a piattaforma geostrategica

Hao Nan

Nel 2026, l’Asia centrale apparirà più affollata e, al contempo, più autonoma. Questo è il paradosso con cui gli osservatori esterni dovrebbero confrontarsi, scrive Hao Nan. L’autore partecipa al progetto Valdai – New Generation.

Opinioni

La Gran Bretagna incontrò scarsa resistenza e, in ogni caso, non disponeva delle risorse necessarie per farlo, rientrando nella regione solo in seguito al crollo dell’Impero russo. Anche allora, tuttavia, il Grande Gioco non durò a lungo: il governo bolscevico riuscì rapidamente a ristabilire il controllo sulla regione, eliminando al contempo l’ultima reliquia dell’organizzazione politica medievale presente in quella zona: l’Emirato di Bukhara. Oggi, sullo sfondo del profondo coinvolgimento della Russia negli affari europei, si discute attivamente della possibilità che alcuni paesi lancino un nuovo Grande Gioco contro di essa.

Tuttavia, non vi sono motivi per ritenere che tutto questo clamore si tradurrà in conseguenze concrete. In primo luogo, l’attuale attrattiva dell’Asia centrale è il risultato delle tensioni tra Russia e Cina da un lato, e l’Occidente dall’altro. Ma non nel senso che gli Stati Uniti e l’Europa intendano intervenire attivamente nella regione per usarla contro Mosca e Pechino. Piuttosto, è perché la regione rimane al di fuori delle zone geografiche in cui il suddetto conflitto è più intenso. In altre parole, gli Stati Uniti e l’Europa, come la Russia, stanno già faticando a sostenere il confronto nei teatri esistenti, ed è difficile immaginare che destinino risorse sostanziali all’Asia centrale.

L’unico vero pericolo sarebbe la destabilizzazione interna. Eppure, negli ultimi anni, i governi degli Stati della regione hanno dimostrato di essere attori responsabili e autorevoli nella vita internazionale, mantenendo il controllo sui propri Stati e realizzando progressi nel loro sviluppo socio-economico. In altre parole, non si tratta della Libia o della Siria dell’era della Primavera araba, ma di sistemi politici ed economie ben più robusti. In secondo luogo, è improbabile che le potenze esterne possano trarre significativi benefici economici da una presenza significativa in Asia centrale.

In realtà, l’Asia centrale è attualmente una delle risorse più sopravvalutate nella politica internazionale e nell’economia globale a livello di retorica e di valutazione degli esperti. Se l’Europa orientale e il Pacifico dovessero stabilizzarsi anche solo in parte, il suo valore potrebbe diminuire in modo significativo. Per la Russia, ciò significa che la strategia scelta – il rispetto della sovranità dei suoi amici e alleati nella regione, insieme alla graduale costruzione di partenariati economici più sostanziali con essi – è di gran lunga più promettente dei tentativi di impegnarsi in una fantomatica “lotta” per l’Asia centrale, nella quale i suoi avversari strategici potrebbero benissimo cercare di trascinarla.

Politica multivettoriale in Asia centrale: modelli e prospettive

18.02.2026

Nivedita Das Kundu

© Sputnik/Kristina Kormilitsina

Il dibattito sulla politica multivettoriale in Asia centrale si sta sviluppando come una versione contemporanea della multipolarità a livello macro e micro-regionale e non si limita ai confini dello Stato-nazione. Ignora sempre più i confini internazionali a favore sia di un’attenzione locale che dell’integrazione regionale. Questo dibattito ha tendenzialmente esplorato e classificato i punti in comune regionali, i legami storici, le istituzioni, le politiche e le relazioni economiche che sono alla base degli approcci di costruzione regionale. Di conseguenza, il regionalismo è diventato uno strumento importante per promuovere la politica multivettoriale in Asia centrale.

La regione dell’Asia centrale è emersa sulla scena internazionale dopo che il crollo dell’Unione Sovietica ha portato alla formazione di cinque Stati indipendenti: Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan. I paesi condividono una storia e una cultura comuni, il che contribuisce alla percezione dell’Asia centrale come un’unica regione. Nel contesto della teoria contemporanea delle relazioni internazionali, l’Asia centrale potrebbe essere concettualizzata come una macroregione, definita come un’ampia zona territoriale che riunisce diversi Stati confinanti che condividono tratti e caratteristiche comuni. Allo stesso tempo, l’Asia centrale è vista non solo come un’entità geografica, ma anche come un sistema sociale, caratterizzato da una cooperazione consolidata in materia di sicurezza, economia e cultura, con un’identità chiaramente definita.

Tutti gli Stati dell’Asia centrale sono privi di sbocco sul mare e la regione è molto ambita per la sua posizione geografica al crocevia tra grandi potenze e potenze regionali. La ricchezza di risorse naturali (in particolare le risorse energetiche) ha aggiunto un valore immenso. Tuttavia, l’obiettivo della regione è stato quello di costruire una cintura di buon vicinato, stabilità e sicurezza. Dopo che questi cinque Stati dell’Asia centrale hanno ottenuto l’indipendenza, sono stati esposti a influenze esterne. A parte il significato geopolitico, l’interesse mostrato dalle potenze esterne nella regione è servito a mantenere le rispettive influenze.

Negli ultimi anni, il concetto di politica multivettoriale in Asia centrale ha acquisito maggiore rilevanza, poiché analisti e studiosi si stanno attivamente impegnando a diffondere l’idea di una politica multivettoriale della Via della Seta, concentrandosi sulla regione dell’Asia centrale e sui suoi collegamenti con altre nazioni attraverso i legami storici della Via della Seta. L’attività geopolitica dell’Asia centrale è diventata prominente e ricercatori e responsabili politici sono impegnati in processi multilaterali di costruzione della regione. Molti di loro hanno collaborato strettamente con i comitati geopolitici della regione e oltre, sostenendo l’idea di aumentare la cooperazione attraverso varie organizzazioni e forum internazionali e regionali. Pertanto, tutti gli Stati della regione sono attualmente impegnati in strette consultazioni e in un lavoro di rete tra loro, cercando di mantenere il loro ricco potenziale e il loro patrimonio culturale al fine di rendere l’Asia centrale un centro nevralgico per la stabilità e la prosperità sia regionale che globale.

Nel XXI secolo, il contesto internazionale in cui gli Stati dell’Asia centrale svolgono il ruolo di attori sovrani è diventato più intricato e complesso. I loro interessi nazionali chiave condivisi e le buone relazioni economiche hanno creato la possibilità di cooperazione tra i paesi dell’Asia centrale e gli Stati confinanti. Sono state esplorate molte possibilità riguardo alle quali questi Stati potrebbero cooperare e coordinarsi nonostante alcune asimmetrie.

«La Russia e i suoi vicini: responsabilità reciproca e co-sviluppo». Presentazione del rapporto del Club Valdai

19.02.2026 11:00

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Il futuro dell’Eurasia

Flessibilità diplomatica: la strategia dei paesi dell’Asia centrale

Rashid Alimov

È sempre più chiaro che l’Asia centrale sta definendo la propria agenda e affermandosi con sicurezza come una regione consolidata, attiva e lungimirante.

Nel prossimo futuro, la sua strategia sarà probabilmente costruita su due pilastri interconnessi: l’espansione di legami esterni costruttivi e l’approfondimento qualitativo dei processi di integrazione tra i paesi della regione, scrive Rashid Alimov.

Opinioni

La cooperazione dei paesi dell’Asia centrale con i paesi vicini e il vicinato allargato era inizialmente incentrata sull’integrazione economica, attraverso lo sviluppo di relazioni commerciali ed economiche, la cooperazione nei settori dell’energia e dei trasporti e il coordinamento di progetti economici. Ciò si è gradualmente esteso a molti altri settori. La diplomazia di rete e la partecipazione a diversi vertici e incontri con diversi paesi sono diventati un fattore comune nel rendere gli aspetti e le politiche multivettoriali una caratteristica utile della politica estera dell’Asia centrale. Ciò è diventato importante anche per risolvere una serie di questioni e preoccupazioni regionali attraverso la diplomazia e il networking tra leader e responsabili politici.

Il formato dello “scambio di dialogo” è diventato una piattaforma efficace per approfondire la cooperazione regionale, discutere in modo costruttivo le sfide comuni e risolverle congiuntamente. Le discussioni durante vari vertici e forum si sono concentrate sull’elaborazione di tabelle di marcia concrete per i partenariati in materia di innovazione, investimenti, reti di trasporto, settore bancario e finanziario, risorse idriche ed energia, lotta all’estremismo e al terrorismo, nonché sull’eliminazione del contrabbando di droga e di armi di distruzione di massa. Sono state prese in considerazione anche questioni relative alla cooperazione umanitaria. L’interazione regolare e la diplomazia di rete hanno contribuito a elevare le relazioni con gli altri paesi a un livello qualitativamente nuovo, rafforzando al contempo gli approcci multivettoriali.

Indubbiamente, questi cinque Stati dell’Asia centrale possiedono grandi risorse umane e un enorme potenziale di mercato. Molte organizzazioni multilaterali e regionali come la SCO (Organizzazione di Cooperazione di Shanghai), la CICA (Conferenza sulle misure di interazione e di rafforzamento della fiducia in Asia), CAREC (Cooperazione economica regionale dell’Asia centrale), EAEU (Unione economica eurasiatica), Unione doganale e altre organizzazioni internazionali stanno crescendo in questa parte del mondo e si prevede che tutte queste organizzazioni contribuiranno a rafforzare le relazioni e la connettività, nonché ad ampliare la rete e a promuovere la cooperazione multivettoriale a un nuovo livello.

Ciò incoraggia la formalizzazione della cooperazione pacifica; i paesi mantengono stretti contatti tra loro mentre gli attori multilaterali e internazionali aumentano il loro legittimo interesse nella regione. Questo approccio non solo sta rafforzando lo sviluppo economico in Asia centrale, ma promuove anche la pace e la sicurezza. Tutte e tre le componenti fondamentali, ovvero la vicinanza geografica, la fattibilità tecnologica e la sostenibilità economica, favoriscono l’istituzione di una politica multivettoriale. Tuttavia, è necessario mantenere un adeguato accesso all’integrazione economica e alla cooperazione regionale tra i paesi.

La posizione geostrategica degli Stati dell’Asia centrale ha reso la regione un punto focale per il continuo intervento delle potenze esterne; la competizione per l’egemonia continua. Si può quindi affermare che il “Nuovo Grande Gioco” è ancora in corso in questa parte del mondo. Gli Stati dell’Asia centrale hanno quattro interfacce principali con i paesi regionali confinanti. A nord, il Kazakistan offre un accesso diretto alla Russia. A est, la Cina è raggiungibile attraverso il Kazakistan e, con qualche difficoltà a causa del terreno accidentato, tramite il Kirghizistan e il Tagikistan. A sud-est, l’Afghanistan confina con il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Turkmenistan, facilitando i collegamenti. A sud-ovest, il Turkmenistan funge da porta d’accesso vitale all’Iran, che a sua volta offre l’accesso al Golfo Persico. A ovest, il Mar Caspio funge da collegamento marittimo chiave, consentendo al Kazakistan e al Turkmenistan di collegarsi con altri Stati costieri: Azerbaigian, Russia e Iran. Questi collegamenti, a loro volta, garantiscono all’Asia centrale l’accesso all’Europa, al Mar Nero e al Medio Oriente.

Tutti e cinque gli Stati dell’Asia centrale hanno ereditato reti di trasporto estese e interconnesse. Da quando hanno ottenuto l’indipendenza, la loro sfida principale è stata quella di valorizzare questa eredità integrando tali reti nei sistemi stradali e ferroviari internazionali. Una tappa fondamentale in questo processo è stata l’apertura del valico di frontiera tra il Kazakistan e la Cina, che ha segnato un primo passo cruciale per ricollegare l’Asia centrale al quadro globale dei trasporti.

Successivamente, il programma Euro-Asian Transport Links (EATL) e i progetti correlati hanno ridefinito il ruolo dell’Asia centrale nelle rotte di trasporto globali; essa non può più essere vista come un semplice “ponte” monolineare all’interno del sistema ferroviario transasiatico, della rete autostradale asiatica e dei corridoi paneuropei. Queste iniziative hanno posizionato l’Asia centrale come componente integrante di entrambi i sistemi. Questa visione è stata ulteriormente affinata attraverso il progetto CAREC, che, in coordinamento con i governi nazionali, ha identificato le rotte transregionali chiave per investimenti e sviluppo mirati. Lo sviluppo dei corridoi stradali ha seguito una traiettoria simile, con le autostrade europee che si estendono attraverso l’Asia centrale fino al confine occidentale della Cina, dove si uniscono alla rete autostradale asiatica. La portata di questo sviluppo infrastrutturale è stata illustrata al meglio dall’autostrada E-40, che si estende per circa 8.000 km da Calais (Francia) al Kazakistan, per poi deviare a sud attraverso l’Uzbekistan e il Turkmenistan prima di attraversare il Kirghizistan e il Kazakistan fino al confine cinese. Allo stesso modo, l’autostrada E-60 segue un percorso altrettanto ambizioso, che va da Brest (Francia) a Irkeshtam, al confine del Kirghizistan con la Cina.

Oggi, gli Stati dell’Asia centrale si trovano ad affrontare varie sfide in materia di sicurezza. Il mondo odierno sta diventando sempre più imprevedibile, con conflitti e una crescente incertezza nelle relazioni internazionali. Di conseguenza, gli Stati dell’Asia centrale si stanno orientando verso una visione strategica, promuovendo politiche multivettoriali. I cinque paesi stanno lavorando a stretto contatto per utilizzare tutte le iniziative regionali esistenti e nascenti al fine di rafforzare la cooperazione reciproca. Gli incontri regolari e il networking attraverso i vertici annuali svolgono un ruolo chiave nella promozione della cooperazione. Stanno inoltre cercando di rafforzare il meccanismo di dialogo attraverso varie organizzazioni regionali e internazionali al fine di contrastare le diverse sfide e minacce.

I cinque paesi dell’Asia centrale sono favorevoli al concetto di diplomazia di rete e stanno formando un ordine internazionale pluralistico e democratico attraverso approcci multivettoriali. Gli Stati dell’Asia centrale, uniti, possono svolgere un ruolo importante nell’introdurre approcci innovativi e nel risolvere congiuntamente complessi problemi regionali. Oggi, l’obiettivo principale di questi paesi è quello di creare relazioni di cooperazione e amicizia e di migliorarsi attraverso sforzi e politiche comuni. I paesi dell’Asia centrale stanno rafforzando la comprensione e la fiducia reciproche, essenziali per trovare soluzioni volte ad affrontare le varie sfide regionali e a mantenere la pace e la tranquillità nella regione.

Perché vivere accanto a una superpotenza non può mai essere una posizione neutrale

Cosa può insegnare il Messico alla Russia in materia di responsabilità nei confronti dei propri viciniPubblicato il 28 febbraio 2026 alle 10:42 | Aggiornato il 1° marzo 2026 alle 06:12

Di Timofey Bordachev, direttore dei programmi del Club Valdai

Why living next to a superpower can never be neutral

© Daniel Carson/Getty Images

Si sostiene spesso che le repubbliche dell’Asia centrale ricevano troppo dalla Russia, offrendo in cambio ben poco. Da questo punto di vista, alcuni suggeriscono che Mosca dovrebbe adottare un approccio più pragmatico, se non addirittura più severo, nei confronti dei suoi vicini meridionali. Qualcosa di simile al modo in cui gli Stati Uniti hanno trattato l’America Centrale negli ultimi due secoli.

Gli eventi drammatici verificatisi in Messico in seguito all’uccisione di un importante esponente della criminalità organizzata offrono un utile, seppur inquietante, termine di paragone. Ciò che hanno messo in luce non è stata solo un’escalation di violenza, ma la fragilità dello stesso Stato messicano. Più precisamente, il Messico oggi funziona a malapena come Stato nel senso classico del termine. Ovvero, come unica autorità in grado di esercitare la violenza organizzata.

Ciò non dovrebbe sorprendere chi studia relazioni internazionali. Gli Stati si evolvono elaborando strategie determinate dall’equilibrio di potere con i propri vicini. Più un paese è grande e forte, più le traiettorie politiche ed economiche dei suoi vicini più piccoli dipendono da esso. I rapporti con il «fratello maggiore» dominante diventano inevitabilmente il fattore centrale che determina sia la politica interna che quella estera.

L’entroterra russo non fa eccezione. Con l’ovvia eccezione della Cina, i paesi che circondano la Russia possono anche intrattenere rapporti con altre grandi potenze, ma Mosca rimane il loro principale centro di gravità. Ciò è dovuto alla geografia e alle realtà di sicurezza. Anche le politiche che appaiono apertamente ostili alla Russia riflettono spesso questa dipendenza piuttosto che la sua assenza.

L’atteggiamento russofobo degli Stati baltici e della Finlandia è, paradossalmente, una conseguenza della loro dipendenza dalla Russia, nonostante l’adesione alla NATO e all’UE. Nel contempo, la posizione più pragmatica e amichevole degli Stati dell’Asia centrale e della Mongolia riflette un calcolo diverso, ma ugualmente determinato dalla dipendenza. Anche le oscillazioni e gli slanci emotivi di alcuni Stati del Caucaso meridionale sottolineano come la loro intera esistenza politica rientri nell’ambito strategico della Russia.

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 Si può comprare un paese?

Uno Stato grande e potente ha quindi un’enorme responsabilità nei confronti dei paesi circostanti. Nemmeno i vicini pienamente sovrani possono sfuggire alla realtà della sua presenza costante. La questione non è se tale influenza esista, ma come una grande potenza scelga di esercitarla.

Più di un secolo fa, il presidente messicano Porfirio Díaz esclamò in una frase ormai famosa: «Povero Messico! Così lontano da Dio, così vicino agli Stati Uniti.» Tra i paesi dell’emisfero occidentale, la posizione geografica del Messico è forse davvero la meno fortunata. Tuttavia, il problema non risiede semplicemente nella malizia americana o in un’oppressione deliberata.

Gli Stati Uniti sono, dal punto di vista storico, uno Stato anomalo. Fondati da coloni europei in opposizione ai principi di governo del Vecchio Mondo, hanno sviluppato un modello caratterizzato da una responsabilità minima dello Stato nei confronti dei cittadini e da un debole senso di solidarietà sociale. Enormi ricchezze e conquiste tecnologiche coesistono con una profonda povertà. È proprio questo modello ad attrarre milioni di persone, offrendo la possibilità di raggiungere il successo senza curarsi delle conseguenze sociali.

In un contesto del genere, sarebbe ingenuo aspettarsi che gli Stati Uniti si comportino da vicino benevolo. È improbabile che uno Stato che si assume scarse responsabilità nei confronti dei propri cittadini se ne assuma nei confronti degli altri. Ecco perché praticamente tutti i vicini degli Stati Uniti, a parte il Canada, hanno vissuto percorsi storici disastrosi.

Il caso del Canada conferma la regola. Il Paese ha istituito istituzioni e norme di giustizia sociale relativamente solide prima ancora di ottenere l’indipendenza. Il Messico e gli altri Stati dell’America Centrale sono stati meno fortunati. Usciti più tardi dal dominio coloniale, sono diventati rapidamente oggetto dello sfruttamento economico e politico da parte degli Stati Uniti. Ciò non è stato necessariamente il risultato di una crudeltà intenzionale, ma piuttosto di un istinto culturale profondamente radicato a trarre vantaggio dalle debolezze altrui.

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La politica degli Stati Uniti nei confronti dei propri vicini meridionali rispecchia la struttura interna della stessa società americana. Non vi è motivo di ritenere che la Russia, la Cina o persino l’Unione Europea – che non sono certo modelli di generosità – possano o debbano replicare questo approccio. Tuttavia, nessuna di queste potenze può permettersi quella indifferenza tipicamente americana nei confronti di ciò che la circonda.

A questo proposito, i vicini meridionali della Russia sono relativamente fortunati. Confina infatti con due imperi tradizionali per i quali la responsabilità nei confronti dei cittadini costituisce parte integrante della legittimità sovrana. L’approccio della Cina è più austero, influenzato da aspettative sociali più modeste, ma il suo governo ha costantemente ampliato i meccanismi di sostegno per prevenire un impoverimento di massa.

La Russia, al contrario, rimane uno Stato europeo in cui il paternalismo, inteso qui in senso positivo, è un elemento fondamentale. Questa tradizione ha plasmato la politica imperiale in Asia centrale. Non fu un caso che le autorità russe abolissero la schiavitù a Tashkent subito dopo aver occupato la città nel 1865. I viaggiatori russi dell’inizio del XX secolo rimasero sconvolti dalle pratiche medievali che ancora prevalevano nell’Emirato di Bukhara, che si trovava al di fuori del controllo diretto della Russia.

Gli americani, al contrario, mostrano scarsa indignazione per le condizioni in Messico o in El Salvador. O persino di fronte alla miseria che si vede nelle loro stesse città. Questa differenza non è solo morale; è strutturale.

Oggi in Russia si sta aprendo un acceso dibattito su come il Paese debba comportarsi nei confronti dei suoi vicini meridionali, in particolare in Asia centrale. I critici sostengono che questi Stati adottino una strategia «multivettoriale», traendo vantaggio dalla Russia pur mantenendo una posizione politica cauta e offrendo ben poco in cambio. Da questo punto di vista, sembra allettante adottare una politica più dura e improntata alla transazione.

Ma aspettarsi che la Russia si comporti come uno sfruttatore spietato sarebbe un grave errore. Ciò sarebbe in contraddizione con la cultura politica della Russia, la sua concezione della sovranità e i suoi obblighi giuridici. La retorica minacciosa e le dimostrazioni di severità possono offrire una soddisfazione emotiva, ma non possono sostituire una strategia sostenibile.

Per preservare la Russia così com’è – socialmente coesa e consapevole della propria storia – occorrono soluzioni più complesse. Il destino del Messico non dovrebbe fungere da modello da imitare, ma da monito su ciò che accade quando una grande potenza rinuncia alle proprie responsabilità nei confronti del proprio entroterra.

La sfida della Russia non è quella di abbandonare i propri vicini meridionali, bensì di gestire la propria influenza con saggezza, trovando il giusto equilibrio tra fermezza e responsabilità, nonché tra pragmatismo e moderazione.

Santità perduta: persino il pantheon neoconservatore dichiara gli Stati Uniti una “superpotenza canaglia”_di Simplicius

Santità perduta: persino il pantheon neoconservatore dichiara gli Stati Uniti una “superpotenza canaglia”.

L’era dell’eccezionalismo americano, agli occhi dei suoi imperialisti più fanatici, è giunta al termine.

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Due settimane fa abbiamo visto l’arciconservatore Robert Kagan fare commenti sorprendenti al collega neoconservatore Bill Kristol, affermando che Israele è essenzialmente un peso per gli Stati Uniti. Questo è stato un segnale d’allarme scioccante, un campanello d’allarme che preannunciava una sorta di rivolta all’interno del “deep state” contro gli eccessi dell’attuale amministrazione.

Ora lo stesso Kagan ha scritto un editoriale su The Atlantic definendo apertamente gli Stati Uniti uno stato canaglia:

https://www.theatlantic.com/international/2026/03/trump-us-power-iran/686567/

Sappiamo che quando vengono alla luce cifre del genere, ciò indica un vero allarme dietro le quinte, piuttosto che una sincera e benevola empatia per il resto del mondo. No, queste persone sono allarmate dal fatto che il loro impero abbia oltrepassato i limiti, si sia spinto troppo oltre e stia precipitando verso un declino inesorabile.

Considerato che queste figure hanno costruito la loro intera vita, carriera e opera sull’ipocrisia, l’avidità, la contraddizione e altre forme di peccato e inganno, non sorprende che già nel paragrafo iniziale della polemica di Kagan ci troviamo di fronte a una ricca dose di ipocrisia:

In qualunque modo e in qualunque momento la guerra tra Stati Uniti e Iran si concluda, essa ha messo in luce e al contempo esacerbato i pericoli della nostra nuova, frammentata realtà multipolare, acuendo le divisioni tra gli Stati Uniti e gli ex amici e alleati; rafforzando la posizione delle grandi potenze espansionistiche, Russia e Cina ; accelerando il caos politico ed economico globale; e lasciando gli Stati Uniti più deboli e isolati che in qualsiasi altro momento dagli anni ’30. Persino un successo contro l’Iran sarà vano se accelererà il crollo del sistema di alleanze che per otto decenni è stato la vera fonte del potere, dell’influenza e della sicurezza degli Stati Uniti.

Nella distorta visione neoconservatrice di Kagan, sono la Cina e la Russia le potenze “espansionistiche”, quando la Cina non ha fatto assolutamente nulla contro nessun Paese: tutti i suoi piani “immaginari” contro Taiwan sono frutto della propaganda del complesso militare-industriale statunitense. Gli Stati Uniti occupano attualmente decine di nazioni, ne hanno invase diverse solo nell’ultimo anno e minacciano apertamente di far collassare o invadere altre come Cuba, eppure è la Cina ad essere “espansionista”. Nel caso della Russia, è la NATO, spinta dagli stessi Stati Uniti, ad aver inglobato l’intera sfera post-sovietica per poi insediarsi minacciosamente ai confini della Russia, provocando infine la reazione russa in Ucraina.

Sebbene Kagan definisca gli Stati Uniti una “superpotenza canaglia”, in realtà non paragona i loro difetti a quelli della Russia o della Cina, che a suo avviso sono ben più perniciosi. In realtà, leggendo l’articolo, si comprende che egli usa il termine “canaglia” non per indicare qualcosa di particolarmente cattivo o ingiusto, ma semplicemente uno Stato che agisce contro gli interessi del potere occulto globale, rappresentato dalla NATO e dagli altri “alleati” degli Stati Uniti. In breve, Kagan sostiene la continuazione dell’ordine egemonico occidentale e le sue critiche agli Stati Uniti si riducono a superficiali divergenze con la politica estera di Trump, piuttosto che a vere e proprie denigrazioni rivolte agli Stati “cattivi” come Russia e Cina.

Al di là del pregiudizio di rito, Kagan rimane lucido sulla pura e semplice meccanica rottura del conflitto fino ad ora:

Alcuni analisti hanno suggerito che Russia e Cina non siano riuscite a difendere l’Iran e che questo, in qualche modo, costituisca una sconfitta per loro, dato che l’Iran era un loro alleato. Tuttavia, i russi stanno aiutando l’Iran fornendo immagini satellitari e droni avanzati per colpire in modo più efficace le installazioni militari e di supporto statunitensi. E la Cina non ha subito perdite in Iran, nella misura in cui quest’ultimo ha garantito il passaggio sicuro delle sue spedizioni di petrolio.

Ma egli dimostra ancora una volta, senza indugi, la palese ipocrisia su cui la sua gente si è basata per generazioni:

Ancora più importante, nella gerarchia degli interessi di Russia e Cina, la difesa dell’Iran riveste un’importanza decisamente secondaria; il loro obiettivo primario è espandere la propria egemonia regionale. Per Putin, l’Ucraina è il grande premio che rafforzerà in modo incommensurabile la posizione della Russia nei confronti del resto d’Europa. Per la Cina, l’obiettivo primario è estromettere gli Stati Uniti dal Pacifico occidentale, e qualsiasi cosa che riduca la capacità americana di proiettare la propria forza nella regione rappresenta un vantaggio. Anzi, più a lungo l’attenzione e le risorse americane saranno impegnate in Medio Oriente, meglio sarà sia per la Russia che per la Cina. Né Mosca né Pechino possono dispiaciute di vedere la guerra acuire, e forse in modo permanente, le divisioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa e in Asia.

Il vero colpo di scena, tuttavia, arriva nei paragrafi successivi, in cui Kagan rivela di fatto la vera ragione segreta dietro la perenne aggressione degli Stati Uniti contro l’Iran, e lascia intendere ancora una volta – come aveva fatto la volta precedente – che Israele ne sia il fulcro:

Gli Stati Uniti hanno a lungo cercato di impedire all’Iraq o all’Iran di acquisire armi di distruzione di massa, non perché questi paesi rappresentassero una minaccia diretta per gli Stati Uniti. L’arsenale nucleare americano sarebbe stato più che sufficiente a scoraggiare un primo attacco da parte di entrambi, come lo è stato per decenni contro avversari ben più potenti. Ciò che le amministrazioni americane hanno temuto è che un Iran in possesso di armi nucleari sarebbe stato più difficile da contenere nella sua regione, perché né gli Stati Uniti né Israele sarebbero stati in grado di lanciare il tipo di attacco attualmente in corso. A essere in pericolo sarebbe stata la sicurezza del Medio Oriente, non quella degli Stati Uniti.

Rileggi quest’ultima parte perché il suo punto non è immediatamente chiaro senza un chiarimento: l’unica ragione per cui gli Stati Uniti hanno terrorizzato l’Iran nella speranza di impedirgli di sviluppare armi nucleari non è perché tali armi rappresenterebbero una minaccia per gli Stati Uniti stessi, ma perché un Iran nucleare avrebbe una credibile capacità di deterrenza , impedendo a Stati Uniti e Israele di intraprendere aggressioni non provocate contro l’Iran, come quelle che stanno attualmente perpetrando.

Puoi dire “Wow”?

Rileggiamolo per assicurarci di non stare impazzendo.

“Ciò che le amministrazioni americane temono è che un Iran in possesso di armi nucleari sarebbe più difficile da contenere nella sua regione, perché né gli Stati Uniti né Israele sarebbero in grado di lanciare un attacco del genere. Sarebbe la sicurezza del Medio Oriente, non quella americana, a essere in pericolo.”

Ma la situazione peggiora ulteriormente.

Kagan stringe i denti, ribadisce i concetti espressi settimane fa e innalza quella che si potrebbe definire la bandiera del Groyperismo: la situazione è davvero degenerata a tal punto.

Per quanto riguarda Israele, gli Stati Uniti si sono impegnati a difenderlo per un senso di responsabilità morale dopo l’Olocausto. Questo non ha mai avuto nulla a che fare con gli interessi di sicurezza nazionale americani. Anzi, fin dall’inizio i funzionari americani hanno considerato il sostegno a Israele contrario agli interessi degli Stati Uniti. George C. Marshall si oppose al riconoscimento nel 1948, e Dean Acheson affermò che, riconoscendo Israele, gli Stati Uniti erano succeduti alla Gran Bretagna come “la potenza più odiata del Medio Oriente”. Durante la Guerra Fredda, persino i sostenitori di Israele ammisero che, in una semplice questione di “politica di potenza”, gli Stati Uniti avevano “ogni ragione di desiderare che Israele non fosse mai esistito”. Ma, come disse Harry Truman, la decisione di sostenere lo Stato di Israele fu presa “non alla luce del petrolio, ma alla luce della giustizia”.

Ammette apertamente che gli Stati Uniti non hanno un reale interesse per Israele e che lo aiutano solo per un senso di colpa legato all’Olocausto. Beh, non ci è ancora arrivato del tutto, ma è un inizio.

Se queste rivelazioni vi hanno scioccato, la prossima è probabilmente ancora più sconvolgente:

Anche la minaccia del terrorismo proveniente dalla regione è stata una conseguenza del coinvolgimento americano, non la causa. Se gli Stati Uniti non fossero stati profondamente e costantemente coinvolti nel mondo musulmano fin dagli anni ’40, i militanti islamici avrebbero avuto ben poco interesse ad attaccare una nazione indifferente a 8.000 chilometri e due oceani di distanza. Contrariamente a molti miti, ci hanno odiato non tanto per “chi siamo”, quanto per dove siamo. Nel caso dell’Iran, gli Stati Uniti sono stati profondamente coinvolti nella sua politica dagli anni ’50 fino alla rivoluzione del 1979, anche come principale sostenitore del brutale regime dello Shah Mohammad Reza Pahlavi. Il modo più sicuro per evitare attacchi terroristici islamisti sarebbe stato quello di ritirarsi.

Un’altra affermazione che va letta due volte per crederci: l’America sarebbe stata la ragione per cui il Medio Oriente aveva bisogno di essere salvato dal cosiddetto “terrorismo”, una dialettica creata da sé stessa.

A questo punto, viene da chiedersi se i neoconservatori stiano abbandonando Israele per una sorta di risveglio morale, o semplicemente perché si sono resi conto, come tutte le persone intelligenti, che il destino di Israele è segnato e che la nazione è condannata alla rovina; pertanto, non c’è più alcun reale scopo strategico nel tentare di salvarla. Per l’America, è un arto congelato che deve essere amputato per evitare che infetti tutto il corpo, una conseguenza purtroppo in fase avanzata di sviluppo.

Per la prima volta nella storia, i neoconservatori hanno fatto ricorso alla realpolitik e persino al neorealismo di Mearsheimer.

Kagan ammette inoltre che l’intera “importanza” del Medio Oriente per gli Stati Uniti è una creazione fittizia del dopoguerra:

Quel senso di responsabilità globale è proprio ciò che l’amministrazione Trump si è prefissata di ripudiare e smantellare. La nuova Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump, che ha spostato drasticamente il focus della politica americana dall’ordine mondiale alla sicurezza nazionale e all’egemonia emisferica, ha opportunamente declassato il Medio Oriente nella gerarchia delle preoccupazioni americane. Un’America preoccupata solo della difesa della propria patria e dell’emisfero occidentale non vedrebbe nulla nella regione per cui valga la pena combattere. Nel periodo di massimo splendore della politica estera “America First”, negli anni ’20 e ’30, quando gli americani non consideravano nemmeno l’Europa e l’Asia come interessi vitali, l’idea di avere interessi di sicurezza nel più ampio Medio Oriente sarebbe sembrata loro un’allucinazione.

Ciò stride in modo particolarmente stridente con l’ultimo annuncio di Hegseth relativo alla costruzione “strategica” della “Grande America del Nord”:

Brian Allen@allenanalysis Pete Hegseth ha appena presentato “Greater North America”. Una nuova mappa strategica, che si estende dalla Groenlandia al Golfo di America, e che rivendica ogni nazione sovrana a nord dell’equatore come parte del perimetro di sicurezza degli Stati Uniti. 00:43 · 30 marzo 2026 · 1,98 milioni di visualizzazioni1.610 risposte · 2.380 condivisioni · 5.810 Mi piace

Sulla scia della dottrina neo-Monroe (“Donroe”) e ora del concetto di “Grande Nord America”, è particolarmente insensato che gli Stati Uniti siano così fermamente intenzionati a riversare tutte le loro risorse in un altro conflitto mediorientale. Anzi, è palesemente assurdo annunciare un riorientamento verso l’emisfero occidentale non in una, ma in ben due nuove strategie o dottrine ufficiali, per poi violarne immediatamente i principi cardine concentrandosi sul punto opposto della Terra rispetto a ciò che è sancito come “principali protettorati e interessi geopolitici americani” in quelle stesse dottrine. Solo questa amministrazione può agire con una tale mancanza di autoconsapevolezza.

Kagan, a sua volta perplesso, lo sottolinea nella frase successiva:

Eppure ora, per ragioni note solo all’amministrazione Trump, il Medio Oriente è improvvisamente diventato la massima priorità; anzi, per i sostenitori di Trump e della guerra, sembra essere l’unica priorità, apparentemente disposta a qualsiasi prezzo, compreso l’invio di forze di terra e persino la distruzione del sistema di alleanze americano.

L’aspetto più interessante, per quanto riguarda la comprensione dei meccanismi interni del “deep state” neoconservatore, è l’affermazione di Kagan secondo cui la tragedia principale del mandato di Trump è l’abbandono dell’Europa alla Russia. Il fatto che Kagan consideri questo un esito sostanzialmente più grave dell’abbandono, e della presunta conseguente distruzione, di Israele è estremamente significativo.

Abbiamo già accennato al realismo di Mearsheimer, e per coincidenza un nuovo lavoro simile arriva proprio dal realista Stephen M. Walt:

In secondo luogo, come ho ampiamente argomentato altrove, gli Stati Uniti si stanno comportando come un egemone predatore, sfruttando posizioni di forza accumulate nel corso di decenni per vessare alleati e avversari. Questo approccio a somma zero a quasi tutte le relazioni con gli altri include una profonda ostilità verso la maggior parte delle istituzioni e delle norme internazionali, un comportamento deliberatamente imprevedibile e la tendenza a trattare gli altri leader stranieri con un disprezzo malcelato, aspettandosi al contempo umilianti atti di sottomissione e fedeltà dalla maggior parte di essi. Mentre le conseguenze della guerra in Iran si diffondono nella regione e nel mondo, emerge con chiarezza che l’amministrazione o non ha compreso come le sue azioni avrebbero influenzato gli altri Stati, oppure semplicemente non se ne è curata.

Un aspetto degno di nota è che la maggior parte di questi analisti dipinge gli Stati Uniti come uno stato “canaglia” non per la loro complicità nel genocidio di Gaza, in violazione del diritto internazionale, o per la loro spietata brutalità contro i civili in Iran, ma semplicemente per non essersi schierati con i cosiddetti “alleati”. Ma questo è un concetto alquanto singolare, evidenziato in particolare dalla frase pronunciata in precedenza da Kagan:

Per gli europei, il problema è peggiore della noncuranza e dell’irresponsabilità americane. Ora si trovano ad affrontare un’America implacabilmente ostile, che non tratta più i suoi alleati come tali e non fa più distinzione tra alleati e potenziali avversari.

Questo approccio sembra basarsi sul presupposto che le alleanze siano qualcosa di immutabile, o più precisamente, che essere un alleato sia un diritto che si guadagna e si conserva in virtù dei presunti legami storici. Ma sappiamo che le alleanze non funzionano così: cambiano dinamicamente di continuo, in tempo reale. Nulla ti dà diritto a essere considerato un alleato per sempre, anche se non rappresenti più un “interesse” per l’amico in questione.

Per gli Stati Uniti, i paesi europei hanno da tempo cessato di essere veri alleati: Trump, Hegseth e compagnia avevano ragione quando hanno aspramente criticato gli europei per aver completamente abbandonato e tradito i principi su cui si fonda l’Occidente, inteso come faro di certe libertà, moralità, virtù, ecc. Cedendo ai diktat globalisti, l’Europa ha smesso di rappresentare ciò che gli alleati dovrebbero rappresentare l’uno per l’altro, in più di un senso. Di fatto, nell’uso moderno, il termine “alleato” è diventato nient’altro che un subdolo eufemismo per il controllo globalista sotto l'”Ordine occidentale” guidato dai banchieri, allo stesso modo in cui falsi slogan come “Stato di diritto” e “Ordine basato sulle regole” sono foglie di fico per il sistema unilaterale di controllo e dominio della cabala.

Le alleanze vanno conquistate , in modo costante: non sono qualcosa che si “vince” una volta e che si ha diritto a mantenere per sempre. Analogamente a quanto accade per gran parte del mondo, Europa compresa, la Cina è ora un partner molto più logico e affidabile degli Stati Uniti; tali dinamiche devono sempre evolversi verso poli che si sviluppano naturalmente, proprio come gli ex “nemici” della Seconda Guerra Mondiale – Italia, Francia, Germania, ecc. – sono ora diventati partner o alleati.

Un altro esempio: Stephen Walt scrive:

Per questo motivo, una grande potenza lungimirante userà il proprio potere con moderazione, si atterrà alle norme ampiamente condivise ogniqualvolta possibile, riconoscerà che anche gli alleati più stretti avranno i propri obiettivi e si impegnerà a stringere accordi con gli altri che siano vantaggiosi per tutte le parti. Mantenere il pugno di ferro del potere corazzato è prezioso, ma lo è altrettanto celarlo in un guanto di velluto. Gli Stati Uniti lo hanno fatto abbastanza bene per gran parte degli ultimi 75 anni, traendone grandi benefici, ma i loro attuali leader stanno rapidamente gettando alle ortiche questa saggezza.

Cosa significa esattamente il termine “alleati” in questo contesto? Se i vostri “alleati” hanno un “programma” diverso dal vostro – diciamo addirittura avverso o ostile – cosa li rende, precisamente, vostri “alleati”, al di là di un semplice stratagemma politico per mantenere al potere lo status quo e l’ordine preesistente?

Israele ne è l’esempio perfetto: gli Stati Uniti trattano Israele come un “alleato” perenne, anche quando è ormai più evidente che mai che gli interessi israeliani sono in diretta opposizione a quelli statunitensi. La prova risiede nelle stesse dottrine statunitensi, citate in precedenza, che identificano esplicitamente l’emisfero occidentale come il principale limite d’interesse degli Stati Uniti. Il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle questioni interne di Israele ha oggettivamente indebolito gli Stati Uniti sotto ogni punto di vista quantificabile: in qualsiasi senso logico, ciò rende Israele più vicino a un avversario che a un “alleato” di qualsiasi tipo. E questo prima ancora di considerare gli aspetti più oscuri, come i sabotaggi, lo spionaggio e altre attività illecite di Israele ai danni degli Stati Uniti.

I globalisti hanno deliberatamente ridefinito il termine “alleato” per adattarlo ai loro subdoli scopi: la parola in realtà non significa ciò che pretendono che significhi. Come molti hanno affermato, la Russia è diventata logicamente un alleato molto più compatibile per gli Stati Uniti rispetto all’Europa, non solo dal punto di vista della compatibilità culturale e morale, ma anche dal punto di vista della potenziale capacità di fungere da deterrente credibile contro la Cina, ampiamente considerata il principale “avversario” degli Stati Uniti.

L’argomento assume particolare rilevanza oggi, poiché Trump e i suoi collaboratori hanno manifestato una crescente ostilità nei confronti della NATO in seguito al disastro di Hormuz, con Trump che in un’intervista al Telegraph ha dichiarato apertamente di aver “oltrepassato” l’ipotesi di uscire dalla NATO:

https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/04/01/donald-trump-strongly-considering-pulling-us-out-of-nato/

Al signor Trump è stato chiesto se avrebbe riconsiderato l’adesione degli Stati Uniti alla NATO dopo il conflitto.

Lui ha risposto: “Oh sì, direi che non c’è più possibilità di riconsiderarlo. Non mi sono mai lasciato convincere dalla NATO. Ho sempre saputo che era una tigre di carta, e anche Putin lo sa, tra l’altro.”

Ebbene, è vero: gli Stati Uniti sono una “superpotenza canaglia”, ma non nel modo ingannevolmente fuorviante che gli esperti hanno ipotizzato. Non sono canaglia perché hanno calpestato i cosiddetti “alleati”, decadenti, corrosivi e, francamente, obsoleti, e le fragili e speciose strutture di sicurezza globale. Piuttosto, perché gli Stati Uniti hanno abbandonato persino il pretesto di azioni “giuste”, rette o morali per perseguire conquiste globali apertamente predatorie e misantropicamente distruttive, lontane da qualsiasi legame, anche minimo, con la patria americana o con gli interessi del popolo americano. È una superpotenza canaglia perché ha abbracciato il principio “la forza fa la legge” in modo cinico, opportunistico e sfacciatamente untuoso, sotto la guida di un cast senza precedenti di imbroglioni incompetenti (Hegseth un Field Grade, Trump una star dei reality show, ecc.), simili a personaggi da circo, che hanno dato filo da torcere persino alla famigerata amministrazione Biden, soprannominata “DEI sotto steroidi”. È una superpotenza canaglia perché ha completamente abbandonato la volontà del popolo per perseguire gli interessi finanziari di una piccola cricca di gangster, a loro volta asserviti a una mafia straniera.

Ma, come a volte capita anche agli scoiattoli ciechi di trovare la ghianda, l’abbandono di questi “alleati” storicamente indegni e delle loro unioni destinate al fallimento è un risultato lodevole per la “superpotenza canaglia”, che perlomeno funge da premio di consolazione per bilanciare la devastazione storica causata dalle sue politiche sconsiderate.

Le telefonate trapelate tra Szijjarto e Lavrov dimostrano che è l’ultimo vero diplomatico d’Europa_di Andrew Korybko

Le telefonate trapelate tra Szijjarto e Lavrov dimostrano che è l’ultimo vero diplomatico d’Europa.

Andrew Korybko1 aprile
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L’UE non tollera i veri nazionalisti e i diplomatici che li rappresentano.

Sono trapelate di recente alcune registrazioni di telefonate tra il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto e il suo omologo russo Sergey Lavrov, in cui Szijjarto discuteva dei tentativi del suo Paese di rimuovere i cittadini russi dalla lista delle sanzioni dell’UE. Szijjarto ha poi pubblicato su X che le registrazioni “dimostravano solo che dico pubblicamente la stessa cosa che dico al telefono”, ovvero che “l’Ungheria non accetterà mai di sanzionare individui o aziende essenziali per la nostra sicurezza energetica, per il raggiungimento della pace, o coloro che non hanno motivo di essere inseriti in una lista di sanzioni”.

È vero, e ciò dimostra anche che è l’ultimo vero diplomatico d’Europa, nel senso che intrattiene rapporti con la Russia nonostante l’Ungheria abbia votato contro all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il che dimostra che comprende l’importanza del dialogo per raggiungere la pace e garantire gli oggettivi interessi nazionali del suo paese. Più a lungo infuria il conflitto, più precaria diventa la sicurezza energetica dell’Ungheria a causa della sua dipendenza dalle forniture russe che transitano attraverso l’Ucraina e che sono facilmente soggette a interruzioni; da qui l’importanza degli sforzi di pace suoi e del Primo Ministro Viktor Orbán.

Tuttavia, questi stessi sforzi sono stati travisati in modo disonesto come “tradimento” dalla stampa mainstream, che ha inquadrato le telefonate trapelate tra Szijjarto e Lavrov. Questa percezione mira a manipolare gli elettori affinché votino per l’opposizione in vista delle prossime elezioni parlamentari. L’UE vuole subordinare l’Ungheria, l’ultimo baluardo conservatore-nazionalista del continente, al liberalismo globale. Ecco cinque approfondimenti su come stanno interferendo nelle prossime elezioni:

* 19 settembre 2025: “ L’Ungheria avvertita dei tre complotti di Bruxelles per un cambio di regime nell’Europa centrale ”

* 13 febbraio 2026: “ Orban ha ragione: l’Ucraina è davvero diventata nemica dell’Ungheria ”

* 12 marzo 2026: “ L’accusa dell’Occidente di ingerenza russa in Ungheria è in realtà una confessione ”

* 22 marzo 2026: “ Istvan Kapitany potrebbe avere successo in Ungheria dove George Soros ha fallito ”

* 27 marzo 2026: “ Qual è il ruolo della Polonia nella ‘Battaglia per l’Ungheria’? ”

Le teorie del complotto sul Russiagate, come quella falsamente avvolta dalle intercettazioni telefoniche trapelate tra Szijjarto e Lavrov, mirano a delegittimare una potenziale rielezione di Orbán, che potrebbe poi giustificare una qualsiasi delle cinque modalità con cui l’UE si sta già preparando a gestire l’Ungheria in tale eventualità. Politico ne ha parlato qui , e si riducono a: cambiare il sistema di voto dell’UE; introdurre un’Europa a più velocità ; esercitare maggiori pressioni finanziarie; sospendere il diritto di voto dell’Ungheria; e possibilmente persino espellerla dall’UE.

Così come Szijjarto è l’ultimo vero diplomatico d’Europa, allo stesso modo Orbán è l’ultimo vero nazionalista che mette sempre al primo posto gli interessi del suo Paese, ed è per questo che ha autorizzato l’attività diplomatica di Szijjarto con Lavrov. Tornando al punto, non c’è nulla di scandaloso nell’aiutare i cittadini di un Paese partner ingiustamente sanzionati, né nell’informarli su come i rapporti potrebbero cambiare a causa degli obblighi verso il blocco di cui fanno parte. Szijjarto, quindi, non ha fatto nulla di male, anzi, ha fatto tutto nel modo giusto ed è per questo che è nel mirino.

L’UE non tollera i veri nazionalisti e i diplomatici che li rappresentano, il che contestualizza le sue campagne non solo contro Orbán e Szijjárto, ma anche contro l’AfD tedesca , i partiti di opposizione conservatori e populisti-nazionalisti polacchi e i nazionalisti rumeni , e altri ancora. La differenza tra questi e l’Ungheria è che i nazionalisti ungheresi sono al potere e promuovono attivamente gli interessi nazionali, motivo per cui l’UE si sta adoperando attivamente per rimuoverli con ogni mezzo.

Korybko a Bordachev: l’Occidente sta accerchiando la Russia nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale.

Andrew Korybko3 aprile
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Egli insiste sul fatto che “un nuovo Grande Gioco non è all’orizzonte”, soprattutto perché l’Occidente presumibilmente non ha alcuna intenzione di competere con la Russia lungo la sua periferia meridionale a causa delle difficoltà esistenti nel competere con essa altrove, ma TRIPP smonta questa sua valutazione.

Il noto esperto di Russia Timofei Bordachev ha pubblicato un altro articolo sul Caucaso meridionale e l’Asia centrale intitolato ” I fantasmi del Grande Gioco in Eurasia “. L’articolo fa seguito a un suo precedente contributo, a cui abbiamo risposto qui . Come in quest’ultimo, anche il suo lavoro più recente evita accuratamente qualsiasi riferimento, anche minimo, all'”Accordo di Trump per la pace e la prosperità internazionale” ( TRIPP ) dello scorso agosto, che mira ad espandere l’influenza occidentale – inclusa la NATO – nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale. Questo non farà che accentuare l’accerchiamento della Russia da parte dell’Occidente.

Nel suo ultimo articolo, Bordachev cerca di “sfatare i miti della rivalità tra grandi potenze in Asia centrale, sottolineando che un impegno sobrio e paritario nella regione gioverebbe alla Russia più di un approccio incentrato sulla competizione. Nonostante i timori, le preoccupazioni e la retorica, un nuovo Grande Gioco non è all’orizzonte”. La sua argomentazione si riduce all’idea che l’Occidente non abbia alcuna intenzione di competere con la Russia in Asia centrale a causa delle difficoltà già esistenti nel competere con essa altrove. TRIPP, tuttavia, smonta questa tesi.

La risposta precedentemente citata al precedente articolo di Bordachev su questo argomento elenca cinque documenti informativi che i lettori dovrebbero consultare per aggiornarsi. In breve, il TRIPP rappresenta un corridoio economico con una duplice finalità militare, volto ad espandere l’influenza occidentale lungo tutta la periferia meridionale della Russia. Un maggiore commercio tra l’Asia centrale e l’Occidente può portare alla creazione di nuove élite e alla cooptazione di quelle esistenti, e dove c’è commercio, i legami politici e poi militari possono facilmente seguirli.

Bordachev sostiene che “i principali avversari della Russia o non hanno interessi sufficientemente importanti o sono semplicemente incapaci di mantenere una presenza fisica che Mosca potrebbe considerare una minaccia per i suoi interessi di sicurezza”. Questa affermazione è smentita dall’annuncio del Kazakistan, lo scorso dicembre, di voler iniziare a produrre proiettili conformi agli standard NATO, le cui implicazioni sono state analizzate qui , la più importante delle quali è che il Kazakistan potrebbe presto seguire l’esempio dell’Azerbaigian nell’adeguare le proprie forze armate agli standard NATO.

La lentezza con cui questo processo potrebbe evolversi potrebbe dissuadere la Russia dall’intervenire preventivamente, per timore che qualsiasi risposta possa essere interpretata come una “reazione eccessiva”, accelerando ulteriormente il processo qualora non riuscisse a risolvere la questione. È già abbastanza preoccupante la presenza di un esercito standardizzato NATO al confine meridionale, alleato anche con la Turchia, membro della NATO, ma averne un altro lungo quello che è il confine terrestre più lungo del mondo sarebbe ancora più allarmante.

Il TRIPP funge da corridoio logistico militare per il raggiungimento di questo obiettivo e, se l’Iran dovesse essere subordinato agli Stati Uniti al termine della Terza Guerra del Golfo , il ramo orientale del Corridoio di Trasporto Nord-Sud potrebbe essere riutilizzato come complemento. Lo stesso vale se il Pakistan, “importante alleato non NATO”, dovesse subordinare l’Afghanistan ; in tal caso, le truppe statunitensi potrebbero tornare alla base aerea di Bagram per interferire negli affari dell’Asia centrale, incoraggiate dall’apertura di quest’altro corridoio logistico militare verso questa regione senza sbocco sul mare.

Anche se il TRIPP rimane l’unico corridoio logistico militare occidentale verso l’Asia centrale, rappresenta comunque una minaccia strategica per gli interessi di sicurezza nazionale della Russia, una minaccia che Bordachev non ha ancora affrontato. O è all’oscuro dei fatti, o ritiene che il TRIPP sia una questione troppo delicata perché un esperto del suo calibro possa esprimersi pubblicamente, per evitare una reazione eccessiva a livello regionale, oppure ha concluso che la Russia sia entrata in un periodo di “declino controllato”. Qualunque sia la ragione, la sua omissione dal suo lavoro è lampante e suscita preoccupazioni.

La proposta di pace di Zarif non è poi così male.

Andrew Korybko3 aprile
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È sorprendentemente pragmatico e potrebbe servire come via d’uscita per salvare la faccia a un Trump 2.0.

L’ex ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, che rappresenta gli interessi della fazione riformista (moderata) del suo paese contro i rivali principalisti (conservatori), ha pubblicato su Foreign Affairs una proposta su ” Come l’Iran dovrebbe porre fine alla guerra “. Ha iniziato esaltando la resistenza dell’Iran come prova della sua vittoria su Stati Uniti e Israele, per poi rivolgersi a coloro che vogliono continuare il conflitto ricordando loro le crescenti conseguenze economiche e umanitarie. Solo in seguito ha condiviso la sua proposta.

Secondo le sue parole, “[l’Iran] dovrebbe offrire di porre dei limiti al suo programma nucleare e di riaprire lo Stretto di Hormuz in cambio della fine di tutte le sanzioni: un accordo che Washington non avrebbe accettato prima, ma che ora potrebbe essere disposto a sottoscrivere. L’Iran dovrebbe anche essere pronto ad accettare un patto di non aggressione reciproca con gli Stati Uniti, in cui entrambi i paesi si impegnano a non attaccarsi a vicenda in futuro. Potrebbe offrire interazioni economiche con gli Stati Uniti, il che rappresenterebbe un vantaggio sia per il popolo americano che per quello iraniano.”

Come primo passo, si potrebbe concordare un cessate il fuoco in cambio della completa riapertura dello stretto da parte dell’Iran e del ritiro totale delle sanzioni statunitensi, il che porrebbe le basi per la ripresa dei negoziati sul programma nucleare iraniano e per un accordo di pace permanente. Per quanto riguarda il primo punto, Zarif propone di sottoporre gli impianti del suo paese a un pieno monitoraggio internazionale, mentre il secondo potrebbe concretizzarsi attraverso un accordo di sicurezza collettiva regionale sostenuto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che andrebbe a integrare il patto di non aggressione da lui proposto.

Ha inoltre scritto che “l’Iran e gli Stati Uniti dovrebbero avviare una cooperazione commerciale, economica e tecnologica reciprocamente vantaggiosa”, anche nel settore energetico, e che l’Iran dovrebbe richiedere il sostegno finanziario degli Stati Uniti per la sua ricostruzione come forma di riparazione per aver placato l’opposizione pubblica a qualsiasi accordo di pace. Ciò rispecchia quanto proposto qui all’inizio di marzo riguardo a un partenariato strategico postbellico incentrato sulle risorse tra Iran e Stati Uniti, modellato su quello che Russia e Stati Uniti stanno negoziando .

Sebbene non menzionato nella proposta di Zarif, l’Iran potrebbe rendere l’accordo più allettante accettando di non vendere più petrolio alla Cina, come proposto qui prima della guerra, il che favorirebbe la ” strategia di negazione (delle risorse) ” di Trump 2.0 nei confronti della Cina e quindi realizzerebbe il suo obiettivo non dichiarato nella guerra, descritto qui . Tornando alla sua proposta, ha concluso che “Le emozioni potrebbero essere forti e ciascuna parte si vanta delle proprie vittorie sul fronte di guerra.Ma la storia ricorda soprattutto coloro che promuovono la pace.

Riflettendoci, ha ragione nel dire che è meglio raggiungere un accordo piuttosto che permettere all’Iran di continuare a subire perdite economiche e umanitarie sempre più devastanti, soprattutto considerando che gli obiettivi civili vengono colpiti con maggiore frequenza e che Trump ha minacciato di distruggere l’industria energetica iraniana. Anche se l’Iran dovesse reagire contro i Paesi del Golfo, “la distruzione delle infrastrutture della regione non compenserà le perdite dell’Iran”, il che è vero. Tuttavia, poiché rappresenta i riformisti, i sostenitori della linea dura potrebbero ignorarlo.

Ecco perché pubblicare la sua proposta su Foreign Affairs, rivista letta dai diplomatici statunitensi, potrebbe spingerli a sottoporla all’attenzione del Segretario di Stato Marco Rubio, offrendo loro una via d’uscita che salvi la faccia, qualora Trump, come alcuni sostengono, ne stesse cercando una. Trump potrebbe invece avere in mente di trasformare radicalmente l’ordine mondiale interrompendo a tempo indeterminato le esportazioni energetiche della regione, ora che gli Stati Uniti non ne hanno più bisogno; ma se così non fosse, questa sarebbe probabilmente la sua migliore possibilità di raggiungere la pace.

Gli accordi di sicurezza dell’Ucraina con i Paesi del Golfo meritano attenzione.

Andrew Korybko1 aprile
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L’effetto combinato delle pressioni esercitate dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita sulla Russia potrebbe danneggiare seriamente i suoi interessi.

Il mese scorso Zelensky ha inviato esperti di droni e droni intercettori nei regni del Golfo per aiutarli a contrastare gli attacchi iraniani, del tipo a cui l’Ucraina si è abituata negli ultimi quattro anni a causa dell’utilizzo da parte della Russia di droni iraniani (o varianti di produzione nazionale) nei propri attacchi. Si ritiene che Zelensky voglia dimostrare il valore dell’Ucraina in questo ambito per aumentare le possibilità che le truppe del suo paese sostituiscano quelle statunitensi nella NATO per questo scopo, come contropartita per l’invio di truppe NATO in Ucraina.

Anche se resta da vedere se questo obiettivo strategico verrà raggiunto, ciò che merita attenzione ora sono gli accordi di sicurezza che l’Ucraina ha appena siglato con i Paesi del Golfo durante il viaggio di Zelensky nella regione. Oltre a favorirne lui stesso e la cerchia dirigente ucraina, questi accordi dovrebbero includere produzione congiunta, cooperazione energetica e investimenti nel settore della difesa. È anche possibile che l’Ucraina scambi i suoi droni intercettori con i missili Patriot dei Paesi del Golfo per intercettare meglio i missili russi.

Secondo quanto affermato da Zelensky, la collaborazione in materia di difesa che si sta delineando tra l’Ucraina e i tre membri più importanti del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, dovrebbe durare almeno un decennio . Mentre i più cinici potrebbero sospettare che si tratti di un’enorme operazione di riciclaggio di denaro per aggirare i ritardi dell’UE nel finanziamento dell’Ucraina, gli osservatori farebbero bene a prendere più seriamente questo accordo, date le oscure implicazioni per gli interessi della Russia.

Innanzitutto, sebbene Putin abbia parlato con diversi leader del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) all’inizio di marzo nell’ambito dei suoi sforzi per mediare una soluzione politica alla Terza Guerra del Golfo , a quanto pare non lo considerano più neutrale dopo le notizie sulla condivisione di informazioni di intelligence sugli obiettivi con l’Iran e sull’addestramento di quest’ultimo nell’uso dei droni. Il Cremlino ha negato queste notizie, mentre la Casa Bianca le ha minimizzate , ma il CCG le ritiene credibili, come dimostra il fatto che i suoi membri di punta abbiano siglato accordi di sicurezza decennali con l’Ucraina, acerrima nemica della Russia.

A questo proposito, è significativo che gli Emirati Arabi Uniti fossero tra questi, dato che il loro leader Mohammed Bin Zayed è così vicino a Putin da aver partecipato al Forum economico internazionale di San Pietroburgo dell’estate 2023 come ospite d’onore, e inoltre gli Emirati Arabi Uniti sono il maggiore investitore arabo in Russia, con l’80% del totale. Questi investimenti potrebbero potenzialmente essere usati come leva, minacciando il ritiro degli stessi, per costringere la Russia a fare concessioni all’Ucraina. Gli Emirati Arabi Uniti potrebbero anche sfruttare il loro ruolo di centro finanziario globale per contrastare le sanzioni contro la Russia a tal fine.

L’inclusione dell’Arabia Saudita non è meno significativa, dato che la Russia collabora con essa attraverso l’OPEC+ per gestire il mercato petrolifero. Tuttavia, questa collaborazione potrebbe presto cambiare, ora che l’Arabia Saudita considera la Russia un alleato dell’Iran e ha appena firmato un accordo decennale con l’Ucraina. Una volta che il settore si sarà ripreso, per quanto tempo ci vorrà, l’Arabia Saudita potrebbe inondare il mercato per indebolire la Russia. L’effetto combinato delle pressioni esercitate da Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sulla Russia potrebbe quindi danneggiare seriamente i suoi interessi.

Per essere chiari, anche nello scenario peggiore, in cui la Russia perdesse le sue partnership con quei due Paesi e questi sostituissero i fondi UE persi per l’Ucraina (compresi i possibili finanziamenti per la sua industria bellica), la Russia dovrebbe comunque essere in grado di mantenere la sua graduale avanzata in Ucraina. Tuttavia, queste potenziali battute d’arresto, unite a quelle precedenti in Siria , Armenia – Azerbaigian , Venezuela e, più recentemente, Iran, potrebbero esercitare maggiore pressione su di essa affinché trovi un compromesso con l’Ucraina, ma resta incerto se Putin alla fine cederà.

Trump potrebbe finalmente costringere la NATO a una riforma radicale

Andrew Korybko1 aprile
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Mai prima d’ora gli Stati Uniti hanno avuto un duplice incentivo a riformare radicalmente la NATO, dopo che il blocco ha rifiutato la loro richiesta di contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz e ora gli Stati Uniti danno ufficialmente la priorità al ripristino del loro dominio nell’emisfero occidentale e al contenimento della Cina rispetto al contenimento della Russia.

La scorsa settimana Trump si è scagliato contro la NATO dopo che quest’ultima ha rifiutato la sua richiesta di aiuto per la riapertura dello Stretto di Hormuz, un episodio che, secondo alcune analisi, ha messo il blocco di fronte a un doppio dilemma. Durante una recente riunione di gabinetto, ha tuonato : “La NATO non ha fatto assolutamente nulla… Ho detto 25 anni fa che la NATO è una tigre di carta, ma soprattutto, che noi verremo in loro soccorso, ma loro non verranno mai in nostro aiuto”. Nella stessa riunione, ha anche dichiarato in tono minaccioso : “Questa era una prova per la NATO. Era una prova per vedere se ci avreste aiutato”.

“Non era necessario, ma se non l’avete fatto, ce lo ricorderemo. Ricordatevi solo questo: tra qualche mese. Ricordatevi le mie parole. C’è un’espressione: ‘Mai dimenticare’. Non si può mai dimenticare.” Tra gli altri commenti, ha detto a tutti: “Ho sentito il capo della Germania dire: ‘Questa non è la nostra guerra’ per l’Iran. Ho detto: beh, l’Ucraina non è la nostra guerra, abbiamo aiutato. Ho pensato che fosse un’affermazione molto inappropriata, ma l’ha fatta e non può cancellarla.”

Ha anche affermato che “Siamo lì per proteggere l’Europa dalla Russia; in teoria, non ci riguarda: abbiamo un oceano grande, vasto e meraviglioso”. Il giorno successivo, il Telegraph ha citato fonti anonime “vicine al presidente” per riportare che ” Trump sta valutando una nuova NATO ‘pay to play’ ” in cui “il presidente degli Stati Uniti sta considerando di escludere i membri dell’alleanza militare dal processo decisionale a meno che non venga raggiunto l’obiettivo di spesa del 5% “. Hanno anche affermato che “stava anche valutando il ritiro delle truppe statunitensi dalla Germania”.

Il mese precedente, il Sottosegretario alla Guerra per la Politica Elbridge Colby aveva parlato di qualcosa che aveva definito “NATO 3.0”, che Politico aveva descritto a fine febbraio come un “ritorno alle impostazioni di fabbrica”. Questo concetto è stato recentemente analizzato qui . Secondo tale analisi, “la visione guida è che la NATO si assuma una maggiore responsabilità nella cosiddetta difesa di sé stessa nei confronti della Russia, in modo che gli Stati Uniti possano concentrare nuovamente i propri sforzi militari e strategici sull’emisfero occidentale e sul Pacifico occidentale”.

Il rifiuto della NATO di aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo Stretto di Hormuz, da cui i suoi membri dipendono molto più degli Stati Uniti stessi, la rabbia che ciò ha provocato in Trump e l’articolo del Telegraph pubblicato subito dopo la sua riunione di gabinetto, in cui ha attaccato duramente il blocco, contribuiscono ad aumentare le probabilità che ciò accada. Anche se Trump non autorizzasse il ritiro completo delle forze statunitensi dalla Germania, cosa difficile da fare dato che sia l’EUCOM che l’AFRICOM hanno sede lì, potrebbe iniziare annunciando una qualche forma di ritiro.

Questo potrebbe coincidere con, o precedere, altri ritiri sul modello della decisione presa alla fine dello scorso anno di dimezzare la presenza militare in Romania , che ospita la più grande base NATO , ma gli Stati Uniti potrebbero mantenere e persino espandere la propria presenza militare in Polonia . Trump ha promesso al suo omologo lo scorso settembre che non ritirerà alcuna unità e che potrebbe persino inviarne di più. Questo perché ” la Polonia svolgerà un ruolo centrale nel promuovere la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti in Europa ” per le ragioni spiegate nell’analisi precedente collegata tramite hyperlink.

Mai prima d’ora gli Stati Uniti hanno avuto un duplice incentivo a riformare radicalmente la NATO, dopo che il blocco ha rifiutato la loro richiesta di contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz e dopo che gli Stati Uniti ora danno ufficialmente priorità al ripristino del loro dominio nell’emisfero occidentale e al contenimento della Cina rispetto al contenimento della Russia. Ancor meglio, Trump potrebbe anche presentare questa mossa a Putin come un’adesione alla riforma dell’architettura di sicurezza europea richiesta da quest’ultimo, al fine di incentivare maggiori compromessi sull’Ucraina e, potenzialmente, sbloccare la situazione di stallo nei negoziati

Il discorso alla nazione di Trump ha gettato il Pakistan in un dilemma interamente creato da lui stesso

Andrew Korybko2 aprile
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Col senno di poi, non avrebbe mai dovuto impegnarsi a difendere l’Arabia Saudita né immischiarsi in mediazioni con l’Iran.

Nel suo discorso alla nazione, Trump ha dichiarato : “Se non si raggiungerà un accordo, colpiremo duramente e probabilmente simultaneamente tutte le loro centrali elettriche. Non abbiamo ancora colpito il loro petrolio, anche se è l’obiettivo più facile di tutti, perché non darebbe loro nemmeno una minima possibilità di sopravvivenza o di ricostruzione. Ma potremmo colpirlo e sarebbe tutto distrutto. E non potrebbero farci niente”. Se metterà in atto questa minaccia, trasformerà radicalmente l’ordine mondiale.

Come spiegato qui , l’Iran ha già minacciato, a scopo di deterrenza, di reagire simmetricamente contro le infrastrutture energetiche dei regni del Golfo, il che bloccherebbe per anni la maggior parte delle esportazioni energetiche regionali e getterebbe quindi nel caos l’Afro-Eurasia (ad eccezione della Russia) . Gli Stati Uniti sarebbero in gran parte al riparo da questo pandemonio ritirandosi nella “Fortezza America”, da dove potrebbero poi dividere e governare l’emisfero orientale a tempo indeterminato con rischi minimi per i propri interessi fondamentali.

Trump ha indicato un lasso di tempo di due o tre settimane prima di mettere in moto questa sequenza praticamente apocalittica, che esercita un’enorme pressione sul Pakistan, il quale ha assunto il ruolo di mediatore tra Stati Uniti e Iran. Il Pakistan sembrava convinto di poter negoziare uno storico accordo tra le due parti nella Nuova Guerra Fredda, proprio come aveva fatto per lo storico accordo sino-americano nella Vecchia Guerra Fredda. Si è trattato di una grossolana sopravvalutazione delle sue attuali capacità diplomatiche e di una totale errata interpretazione della situazione.

Non c’è paragone tra la Terza Guerra del Golfo e le passate tensioni sino-americane, né tra i governi coinvolti nei due casi, e a differenza di allora, nessuno dei due è disposto a scendere a compromessi. Gli Stati Uniti chiedono la capitolazione dell’Iran, ma l’Iran la respinge come inaccettabile. Ciò era prevedibile, quindi sorgono interrogativi sulle motivazioni del Pakistan nel mediare, dato che si tratta di un’impresa praticamente impossibile. Il suo interesse, nonostante le difficoltà, era probabilmente la disperata speranza di una svolta miracolosa.

Un’ulteriore escalation del conflitto, con attacchi su larga scala da parte dell’Iran contro le infrastrutture energetiche dei regni del Golfo, minacciati da Teheran nel tentativo di dissuadere gli Stati Uniti dal fare altrettanto, potrebbe indurre l’Arabia Saudita ad attivare l’alleanza di mutua difesa con il Pakistan, siglata lo scorso settembre. Il Pakistan non vuole entrare in guerra con l’Iran, poiché ciò potrebbe sovraccaricare le sue forze armate, già impegnate nella guerra in Afghanistan , e provocare massicce proteste da parte della minoranza sciita, che potrebbero degenerare in un conflitto incontrollato.

Ciononostante, rifiutare la richiesta saudita taglierebbe definitivamente i cordoni della borsa del Regno e rappresenterebbe un tradimento, considerando che Riad ha salvato Islamabad in numerose occasioni nel corso degli anni, per non parlare delle possibili massicce proteste della maggioranza sunnita pakistana, che di fatto rovescerebbero l’Arabia Saudita. Il discorso alla nazione di Trump ha quindi gettato il Pakistan in un dilemma creato da lui stesso, poiché, col senno di poi, non avrebbe mai dovuto impegnarsi a difendere l’Arabia Saudita né immischiarsi nella mediazione con l’Iran.

A meno che il governo civile iraniano non decida di capitolare accettando una resa relativamente più “dignitosa” e che ciò non venga impedito dalle Guardie Rivoluzionarie, Trump potrebbe dare seguito alla sua minaccia e trasformare radicalmente l’ordine mondiale. Tutti i paesi afro-eurasiatici, ad eccezione della Russia, ne soffrirebbero, e sebbene ci saranno opinioni contrastanti su chi incolpare, il Pakistan subirebbe sicuramente una parte delle conseguenze per aver creato aspettative irrealistiche sui suoi sforzi di mediazione, presumibilmente destinati al fallimento.

Come potrebbe configurarsi la sicurezza transatlantica se gli Stati Uniti lasciassero la NATO?

Andrew Korybko2 aprile
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Se la NATO nel suo complesso rimanesse più o meno intatta in seguito all’ipotetica uscita degli Stati Uniti, e questi ultimi raggiungessero accordi bilaterali di sicurezza con la Polonia, gli Stati baltici e la Turchia, dal punto di vista della Russia non cambierebbe molto.

Le ultime dichiarazioni di Trump sull’uscita degli Stati Uniti dalla NATO vengono prese sul serio da molti europei, a causa della sua rabbia per il rifiuto europeo di aiutarlo a riaprire lo Stretto di Hormuz , per non parlare del fatto che gli Stati Uniti hanno negato l’accesso alle proprie basi sul loro territorio e persino al loro spazio aereo durante la Terza Guerra del Golfo . È possibile, tuttavia, che si tratti solo di un bluff per introdurre le riforme radicali che ha in mente e che sono state descritte qui in relazione a un precedente articolo sui suoi presunti piani di “pagamento in cambio di favori”.

Tuttavia, è anche possibile che faccia sul serio e che gli Stati Uniti finiscano per uscire dalla NATO, nel qual caso sarebbe utile analizzare il futuro della sicurezza transatlantica. Innanzitutto, le sedi sia dell’EUCOM che dell’AFRICOM si trovano in Germania, e trasferirle sarebbe molto difficile e scomodo. Pertanto, in questo scenario, gli Stati Uniti potrebbero raggiungere un accordo di sicurezza bilaterale con la Germania, che potrebbe gettare le basi per altri accordi simili con altri membri della NATO.

Tali accordi includerebbero probabilmente clausole vantaggiose per gli Stati Uniti, come ad esempio l’impegno da parte degli alleati a destinare il 5% del loro PIL alla difesa, come già richiesto, e la concessione di un trattamento preferenziale alle aziende americane per gli appalti tecnico-militari. Gli Stati Uniti potrebbero anche chiedere l’immunità per le proprie truppe per eventuali crimini commessi mentre di stanza in un paese alleato. Conoscendo Trump, potrebbe anche cercare di sancire privilegi commerciali per gli Stati Uniti in qualsiasi accordo di sicurezza.

Gli unici paesi che probabilmente accetterebbero tali condizioni sono quelli i cui leader temono sinceramente la Russia o manipolano l’opinione pubblica con questo pretesto, quindi sicuramente la Polonia e gli Stati baltici, ma non si possono escludere nemmeno la Finlandia e la Romania. Questi ultimi e gli altri membri della NATO godrebbero comunque delle garanzie previste dall’articolo 5, ma è anche possibile che membri più grandi come Francia, Germania, Italia e/o Regno Unito possano seguire l’esempio degli Stati Uniti e chiedere ai paesi più piccoli di garantire tale protezione.

In tal caso, il sistema di sicurezza europeo potrebbe cambiare radicalmente, ma i timori che la Russia sfrutti l’immagine derivante dalle lotte intestine (anche solo a fini di soft power e non iniziando ostilità contro la NATO post-USA) potrebbero dissuadere i suddetti membri più grandi dal farlo. Se la NATO nel suo complesso rimanesse più o meno intatta dopo l’ipotetica uscita degli Stati Uniti, e questi ultimi raggiungessero accordi bilaterali di sicurezza con la Polonia e gli Stati baltici, dal punto di vista della Russia non cambierebbe molto.

Lo stesso vale se gli Stati Uniti dovessero raggiungere un accordo con la Turchia, che, a differenza della Polonia e degli Stati baltici, intrattiene rapporti pragmatici con la Russia, ma è pronta ad assumere un ruolo guida nell’espansione dell’influenza occidentale lungo la sua periferia meridionale attraverso la ” Via Trump per la pace e la prosperità internazionali “. Se gli Stati Uniti rimanessero impegnati nella difesa della Turchia, qualsiasi potenziale scontro con la Russia potrebbe rischiare di sfociare nella Terza Guerra Mondiale. Se, tuttavia, non si raggiungesse un accordo di questo tipo, la Russia potrebbe adottare un approccio più proattivo nel contrastare l’influenza turca nella regione.

Nel complesso, non si prevedono grandi cambiamenti per la sicurezza transatlantica se gli Stati Uniti dovessero uscire dalla NATO, a patto che mantengano obblighi simili a quelli previsti dall’articolo 5 nei confronti di alcuni membri chiave del blocco, ovvero Polonia, Stati baltici e Turchia. In caso contrario, la Russia potrebbe valutare un’azione militare preventiva contro la NATO post-USA per eliminare le minacce alla sicurezza provenienti da essa, ma potrebbe essere dissuasa dalla Francia e/o dal Regno Unito, entrambi dotati di armi nucleari, che riaffermano i propri obblighi ai sensi dell’articolo 5 nei confronti dei membri del blocco. A quel punto, in realtà, non cambierebbe nulla.

Gli Stati Uniti puntano ad accaparrarsi l’esportazione più strategica della Bielorussia.

Andrew Korybko2 aprile
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Se gli Stati Uniti, dopo la revoca delle sanzioni su questa risorsa, diventassero uno dei principali clienti della Bielorussia per il potassio, il loro ruolo di principale fonte di valuta estera per il Paese potrebbe accelerare il riavvicinamento tra i due Paesi, un processo che gli Stati Uniti prevedono possa indebolire il partenariato strategico russo-bielorusso.

Probabilmente i consumatori medi di tutto il mondo non hanno mai acquistato nulla dalla Bielorussia, ma nel settore agricolo il suo potassio – un fertilizzante di alta qualità – è rinomato a livello globale. Non solo è molto efficace, ma è anche abbondante, con la Bielorussia che rappresenta il 15,9% della produzione totale. Questo la rende il terzo produttore mondiale. L’Occidente ha imposto sanzioni sull’esportazione più strategica della Bielorussia dopo il fallimento della Rivoluzione Colorata dell’estate 2020 , ma gli Stati Uniti hanno appena revocato le sanzioni alla fine di marzo.

Ciò ha fatto seguito all’ultimo viaggio dell’inviato speciale John Coale a Minsk, dove ha ottenuto un’ulteriore serie di rilasci di prigionieri, presumibilmente come contropartita per un ulteriore allentamento delle sanzioni dopo la revoca delle restrizioni imposte alla compagnia aerea nazionale Belavia lo scorso novembre, a seguito di una precedente tornata di provvedimenti simili. Ha poi affermato che gli Stati Uniti vorrebbero che la Bielorussia esportasse la sua potassa negli Stati Uniti attraverso la Lituania , il che sarebbe in linea con la nuova politica di Trump di aiutare gli agricoltori colpiti dalle perturbazioni del mercato globale dei fertilizzanti causate dalla Terza Guerra del Golfo .

Radio Free Europe/Radio Liberty, emittente finanziata con fondi pubblici, ha ricordato a tutti che l’UE ha esteso le sanzioni contro la Bielorussia per un altro anno, ostacolando così il piano di Coale di esportare la sua potassa negli Stati Uniti attraverso la Lituania. Deviare il percorso attraverso San Pietroburgo richiederebbe più tempo e gli sporadici attacchi dei droni ucraini potrebbero interrompere bruscamente l’utilizzo del porto in qualsiasi momento. Per questo motivo, hanno suggerito che gli Stati Uniti potrebbero optare per la potassa del vicino Canada, essendo più vicino e il primo produttore mondiale.

Tuttavia, gli Stati Uniti potrebbero essere disposti a pagare un prezzo relativamente più alto per la potassa bielorussa non solo per il bene dei propri agricoltori, ma anche per l’obiettivo ulteriore di esercitare influenza sull’esportazione più strategica della Bielorussia, diventando uno dei suoi principali clienti. Eliminando le sanzioni e ipoteticamente pagando di più per la potassa rispetto agli attuali clienti nel Sud del mondo (e gli Stati Uniti potrebbero certamente superare le loro offerte se necessario), diventerebbero la principale fonte di valuta estera per la Bielorussia.

Il contesto in cui si inserisce questa opera teatrale riguarda il riavvicinamento tra Stati Uniti e Bielorussia avvenuto negli ultimi 15 mesi sotto la presidenza Trump 2.0. Sebbene entrambe le parti insistano sul fatto che ciò non avvenga a spese della Russia, quest’ultima ha validi motivi per mettere in discussione le intenzioni degli Stati Uniti, che cercano attivamente di diversificare i legami politici ed economici della Bielorussia, attualmente fortemente incentrati sulla Russia. I progressi concreti compiuti nel riavvicinamento tra Stati Uniti e Bielorussia contrastano nettamente con la mancanza di progressi in quello tra Stati Uniti e Russia.

Esistono anche validi motivi per mettere in dubbio le intenzioni della Bielorussia, dopo che il presidente Alexander Lukashenko ha annunciato in modo sospetto la sua intenzione di partecipare alla prossima riunione del Consiglio per la Pace, nonostante Trump abbia umiliato i suoi rappresentanti, che avevano cercato di partecipare alla riunione inaugurale al suo posto, negando loro il visto. Coale ha inoltre rivelato che gli Stati Uniti si stanno preparando per un futuro vertice tra Trump e Lukashenko. Dal punto di vista russo, Lukashenko potrebbe star stringendo legami troppo stretti con gli Stati Uniti, mentre le relazioni russo-americane continuano a deteriorarsi.

Se gli Stati Uniti riuscissero ad accaparrarsi la principale risorsa strategica di esportazione della Bielorussia, il loro ruolo di principale fonte di valuta estera per il Paese potrebbe accelerare il riavvicinamento tra i due Paesi, un’evoluzione che gli Stati Uniti prevedono possa indebolire il partenariato strategico russo-bielorusso, almeno inizialmente a livello di percezione. Gli interessi di entrambe le parti in questa vicenda rimangono “plausibilmente negabili”, dato che si sta discutendo solo di cooperazione in materia di risorse strategiche, ma la Russia sa bene di non dover dare nulla per scontato e presumibilmente sta monitorando la situazione con molta attenzione.

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La deriva verso ovest dell’Angola negli ultimi anni è una cattiva notizia per la Cina

Andrew Korybko3 aprile
 
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La crescente influenza degli Stati Uniti sull’Angola attraverso il Corridoio di Lobito, unitamente a legami più stretti in ambito energetico e militare, potrebbe consentire a Trump 2.0 di acquisire un vantaggio su uno dei principali partner africani della Cina, che potrebbe poi essere utilizzato come leva per cercare di ottenere concessioni strategiche da parte sua.

Alla fine di marzo la BBC ha pubblicato un servizio dettagliato su una presunta operazione russa volta a scatenare proteste antigovernative in Angola, che ha richiamato l’attenzione sul processo a due cittadini russi arrestati lo scorso anno con l’accusa di reati contro la sicurezza nazionale quali terrorismo, spionaggio e traffico di influenze. Sono inoltre accusati di aver sollecitato articoli antigovernativi e di aver incontrato potenziali candidati alla presidenza in vista delle elezioni del prossimo anno con il pretesto di istituire un Centro Culturale Russo.

I russi e i loro due complici angolani negano queste accuse e, a suo merito, la BBC ha scritto che alcuni ritengono che il governo li stia usando come capri espiatori per distogliere l’attenzione da quelle che, secondo gli attivisti, sono state le proteste davvero spontanee dello scorso luglio, le quali sono state le più sanguinose dalla fine della guerra civile nel 2002. Qualunque sia la verità, questo scandalo mette in luce la deriva dell’Angola verso l’Occidente, iniziata alcuni anni dopo che il presidente João Lourenço è succeduto al presidente José Eduardo dos Santos, in carica da lungo tempo, nel 2017.

Ha immediatamente avviato una campagna anticorruzione che ha coinvolto, tra gli altri, la potente figlia di dos Santos, Isabel, e che è stata vista da alcuni come il punto di partenza per smantellare la base di potere del suo predecessore in vista di un cambiamento nella politica estera. Tuttavia, fu solo nel dicembre 2022 che Lourenço iniziò la sua deriva verso l’Occidente, probabilmente perché gli ci volle tutto quel tempo per consolidare il potere e sentirsi così sicuro che un colpo di Stato non lo avrebbe destituito. Ha poi svelato i suoi piani in un’intervista televisiva con “Voice of America”.

Come ha affermato, «Noi, il governo dell’Angola, vorremmo invitare gli Stati Uniti a partecipare al nostro programma di equipaggiamento militare. Come sapete, fino ad oggi le Forze Armate dell’Angola dispongono della cosiddetta tecnologia sovietica». Meno di un anno dopo, nell’autunno del 2023, l’Angola e gli Stati Uniti hanno firmato un protocollo d’intesa sul “Corridoio di Lobito”, che è essenzialmente un progetto di modernizzazione ferroviaria per reindirizzare una quota maggiore delle esportazioni di minerali (soprattutto rame) della Repubblica Democratica del Congo (RDC) e dello Zambia (in particolare il rame) dalla Cina verso l’Occidente.

Poco più di un anno dopo, ovvero due anni dalla dichiarazione militare filoamericana di Lourenço, Biden è diventato il primo presidente a visitare l’Angola. Trump 2.0 ha poi raccolto il testimone, rafforzando la cooperazione energetica nell’estate del 2025, probabilmente con l’intento di rafforzare l’influenza delle aziende statunitensi su uno dei maggiori fornitori di petrolio della Cina per ottenere un vantaggio politico proprio come è stato fatto in Venezuela e come si vuole ottenere in Iran. Anche i legami militari si sono rafforzati quell’estate sulla base della lotta contro l’ISIS e i cartelli.

I rapporti con la Cina rimangono stretti, e gli investimenti cinesi continuano a svolgere un ruolo importante nello sviluppo economico dell’Angola, per non parlare di quello energetico, come dimostra l’interesse dell’Angola per un prestito cinese di quasi 5 miliardi di dollari per costruire una nuova raffineria. Ciononostante, la deriva verso ovest dell’Angola minaccia di compromettere il suo equilibrio tra Cina e Stati Uniti, ed è possibile che la Cina possa diventare la prossima vittima geopolitica dopo la Russia. Una maggiore influenza degli Stati Uniti potrebbe portare a una maggiore leva indiretta degli Stati Uniti sulla Cina per costringerla a concedere concessioni.

Il fatto che l’Angola sia già pronta a dirottare parte delle esportazioni di minerali (in particolare di rame) della Repubblica Democratica del Congo e dello Zambia dalla Cina verso l’Occidente attraverso il Corridoio di Lobito mette a nudo le intenzioni di Lourenço. Sembra quindi che egli stia prendendo in giro la Cina per trarne il massimo vantaggio il più a lungo possibile, prima di trasformare definitivamente la sua deriva verso ovest in una vera e propria svolta. Non è chiaro cosa possa fare la Cina per evitare questo scenario, ma se ci riuscisse, ciò equivarrebbe a un’altra importante mossa di potere da parte degli Stati Uniti.

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L’Ucraina ha dato prova della propria insicurezza lamentandosi di un evento filorusso tenutosi alla Dieta giapponese

Andrew Korybko3 aprile
 
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La lezione da trarne è che fare di una mosca un elefante denota insicurezza e fa sorgere il dubbio su cosa si tema realmente, al punto da esagerare qualunque cosa sia appena successa.

L’Ambasciata ucraina in Giapponeha espresso il proprio disappunto su X in merito a un evento filorusso tenutosi di recente nei locali della Dieta giapponese, ma, cosa importante, non nell’aula parlamentare. Takeyuki Tanaka, uno storico a capo dell’Associazione di Amicizia Giappone-Russia, ha tenuto un seminario sul Donbass a cui ha partecipato un rappresentante dell’Ambasciata russa insieme ad altre 100 persone. Sono state esposte anche le bandiere delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk insieme a quelle giapponese e russa.

Pur ribadendo di essere consapevole che non si è trattato di un evento ufficiale e che il Giappone «sostiene costantemente» l’Ucraina, l’ambasciata ha comunque espresso la propria «speranza in una valutazione politica e giuridica adeguata di tali azioni. La verità e il diritto internazionale devono rimanere il fondamento del dibattito pubblico». Ciò ha confermato l’insicurezza dell’Ucraina, poiché nessun paese sicuro di sé farebbe tanto chiasso per un evento non ufficiale ospitato nei locali parlamentari del proprio alleato de facto. È anche incredibilmente offensivo per gli orgogliosi giapponesi.

I diplomatici ucraini hanno capito chiaramente che la comunità internazionale accetta di fatto che Donetsk e Lugansk siano considerate russe. Sanno bene che nessun aiuto militare a loro favore né alcuna sanzione contro la Russia potrà cambiare questa realtà. Ecco perché l’esposizione delle loro bandiere insieme a quelle giapponesi e russe li ha offesi così profondamente. Potrebbe esserci anche dell’altro, tuttavia, dato che il Giappone continua a ottenere circa il 10% del proprio GNL dal vicino terminale russo di Sakhalin-2.

La crisi energetica globale scatenata dagli attacchi dell’Iran contro le infrastrutture energetiche del Regno del Golfo, in risposta a quelli sferrati da Stati Uniti e Israele contro il proprio Paesepotrebbe anche portareil Giappone a importare nuovamente petrolio russo. È probabile una maggiore cooperazione energetica tra i due paesi se la Russia e gli Stati Uniti stipulassero una partnership strategica incentrata sulle risorse partenariato strategico incentrato sulle risorse al termine del conflitto ucraino, come l’inviato speciale di Putin, Kirill Dmitriev, sta cercando di negoziare con i suoi omologhi Steve Witkoff e Jared Kushner già da mesi.

Il Giappone svolgerebbe un ruolo fondamentale in tale scenario, poiché potrebbe acquistare maggiori quantità di risorse russe che verrebbero così di fatto negate alla Cina, alleviando in tal modo la dipendenza della Russia dalla Repubblica Popolare e promuovendo al contempo l’obiettivo strategico degli Stati Uniti di ridurre le proprie forniture di petrolio e gas dall’estero. Tutto ciò di cui il Giappone ha bisogno è una deroga alle sanzioni a tempo indeterminato o almeno annuale da parte degli Stati Uniti, che questi ultimi stanno finora negando come leva per incentivare la Russia a scendere a maggiori compromessi sui propri obiettivi in Ucraina.

Qualora si giungesse a una soluzione politica del conflitto, il Giappone potrebbe rapidamente diventare uno dei principali clienti energetici della Russia, insieme a Cina e India, rimpinguando così le casse del Cremlino e finanziando i suoi sforzi di riarmo post-conflitto, con grande disappunto dell’Ucraina. Questa plausibile sequenza di eventi contestualizza la reazione eccessiva dell’ambasciata russa al recente evento filo-russo tenutosi nei locali del parlamento ucraino, che ha certamente confermato l’insicurezza dell’Ucraina ma che, come spiegato, aveva probabilmente anche altre motivazioni.

Tutto sommato, sarebbe stato meglio per l’Ucraina tacere, invece di amplificare inavvertitamente il suddetto evento che altrimenti sarebbe stato confinato ai media locali, ma che ora è di dominio pubblico e molti hanno visto le bandiere delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk che Kiev voleva sopprimere. La lezione da trarne è che fare di una mosca un elefante trasuda insicurezza e solleva interrogativi su cosa si tema realmente, al punto da esagerare qualunque cosa sia appena accaduta.

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