GLI EUROPEI DI FRONTE ALLA VECCHIA E NUOVA POLITICA ESTERA DEGLI STATI UNITI, di Hajnalka Vincze

Al momento dell’insediamento, l’amministrazione Biden ha approvato il cambio di paradigma nella politica americana. Dopo le deviazioni, i tentativi ed errori e gli approcci mezzo fico e mezzo chicco che hanno caratterizzato gli ultimi due decenni, la nuova squadra prosegue e consolida la transizione iniziata dall’odiato predecessore: il XXI secolo sarà dominato, senza alcuna ambiguità , per confronto con la Cina. Il resto – compresi gli altri avversari, così come gli alleati europei – sarà interpretato, elaborato e, se necessario, strumentalizzato secondo questo duello.

Cina, Cina, Cina…

Già sotto l’amministrazione Obama, Cina e Russia sono state identificate come le due potenze “revisioniste” che cercano di “sfidare alcuni elementi dell’ordine mondiale dominato dagli Stati Uniti”. I documenti della presidenza Trump, e ancor più la Strategia nazionale ad interim della nuova squadra di Biden, mettono i riflettori principalmente sulla Cina: “l’unico concorrente potenzialmente in grado di coniugare le sue attività economiche, diplomatiche, militari e la sua potenza tecnologica per porre un sfida duratura a un sistema internazionale stabile e aperto”.[1] Non sorprende che l’Alleanza Atlantica sia esortata ad adeguarsi il prima possibile. Lo farà al vertice di Londra di dicembre 2019, con un timido primo riferimento: la Cina presenta “sia opportunità che sfide,

Alla Conferenza di Monaco del febbraio 2021, il Segretario generale della NATO ha formalmente nominato la Cina prima nelle sfide. Gli alleati europei sono d’accordo ma sono comunque preoccupati per la credibilità delle garanzie americane: è da tempo che gli Stati Uniti abbandonano la dottrina che prevedeva di condurre due guerre contemporaneamente. Lo ha recentemente confermato il presidente democratico della Commissione delle forze armate al Congresso: dobbiamo «ammettere che non possiamo dominare ovunque, soprattutto nei conflitti simultanei».[2] Ma tutti hanno a cuore questo avvertimento dell’eccellente Stephen M. Walt: “Per salvare la NATO, gli europei devono diventare nemici della Cina”.[3] Il presidente dell’Assemblea parlamentare della NATO, il deputato democratico Gerald Connolly, afferma lo stesso,

La Russia come spaventapasseri

I documenti strategici americani operano una sottile distinzione: la Cina viene presentata come il principale “rivale strategico”, la Russia come un “disgregatore”, colui che “destabilizza”. Che li menzionino sempre, però, non è affatto banale. L’essenziale, per gli Stati Uniti, è la loro politica di contenimento della Cina, e l’attivazione della leva europea è fondamentale per raggiungere questo obiettivo. Tuttavia, maggiore è la minaccia russa, più facile è arruolare gli europei in questa “grande strategia”. Washington può assicurarsi la lealtà dei suoi alleati europei, a loro volta divisi, in due modi: o come protettore affidabile per coloro che sono più esposti alle inclinazioni russe; o rendendo impossibile la cooperazione tra Mosca e gli alleati occidentali che potrebbero essere tentati di farlo,

Da qui la fermezza dell’amministrazione Biden di fronte alle mobilitazioni russe al confine ucraino nell’aprile 2021 da un lato, e le sue pressioni accompagnate da minacce sul gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2 dall’altro. In entrambi i casi, l’obiettivo è garantire che, secondo le parole di Jens Stoltenberg, “la solidarietà strategica nella NATO abbia la precedenza sull’autonomia strategica europea”.[5] Il terzo pezzo del puzzle è l’accesso americano alla politica di difesa dell’UE. Appena lì, la nuova squadra ha ottenuto la partecipazione al progetto “mobilità militare”, parte di un pacchetto di iniziative volte, in linea di principio, a rafforzare l’autonomia europea. Come ha affermato l’ex consigliere del Pentagono Robert D. Kaplan: “La NATO e la difesa europea autosufficiente non possono entrambe prosperare. Solo uno dei due può, e il nostro interesse è che sia la NATO. L’Europa sarà quindi per noi una risorsa e non un handicap quando affronteremo la Cina”.[6]

La disintegrazione dell’Europa

Per gli osservatori esterni abbastanza lontani, la diagnosi è ovvia: più che Cina o Russia, che comunque non sono banali, è l’immigrazione in massa – con i cambiamenti demografici e le problematiche culturali che essa comporta – che è, per i decenni a venire, la sfida predominante per il nostro continente. Il diplomatico universitario di Singapore Kishore Mahbubani lo descrive molto chiaramente nel suo recente libro, molto notato oltreoceano, “Ha vinto la Cina?” “. [7] Secondo lui: a causa della sua “sfortunata geografia”, per l’Europa, “è molto plausibile la prospettiva di essere invasi da milioni di migranti che arrivano su piccole imbarcazioni”. Se le condizioni politiche ed economiche non migliorano rapidamente nel continente africano, l’Europa può aspettarsi, prosegue,

Data la portata e la complessità del pericolo, gli europei avranno bisogno di tutti i possibili alleati. Nella lotta al terrorismo islamista propriamente detto, gli Stati Uniti continuano ad essere un prezioso alleato, sia operativamente che nell’intelligence. Tuttavia, si trovano in una situazione demografica e geografica completamente diversa: possono certo essere minacciati da alcuni attentati sanguinosi, ma non nella loro coesione sociale, nella loro cultura, nella loro esistenza. Non solo quindi concentreranno la maggior parte delle loro energie su qualcos’altro, la Cina, ma non appena uno si occuperà delle altre dimensioni della sfida, Washington potrà persino trovarsi in contrapposizione ideologica.

Come il presidente Obama che, nel 2009 nel suo famoso discorso al Cairo, tese la mano al mondo musulmano diffamando, senza nominarla, la Francia: “È importante che i paesi occidentali evitino di impedire ai musulmani di praticare la loro religione come desiderano. per esempio, dettando cosa dovrebbe indossare una donna musulmana. Non possiamo mascherare l’ostilità nei confronti della religione sotto le spoglie del liberalismo”. Al contrario, dice, “il governo degli Stati Uniti usa i tribunali per proteggere il diritto delle donne e delle ragazze di indossare l’hijab e per punire coloro che le contestano”.[8] A causa del totale fraintendimento in America circa la nozione stessa di laicità che riducono alla sola libertà religiosa, il presidente Biden e il suo entourage rimarranno su questa linea, se non di più.

Di fronte alla doppia sfida dell’immigrazione di massa e dell’Islam politico, l’Europa avrebbe altri alleati naturali, ma non unanimi in Europa e visti con un occhio molto negativo in America: Cina e Russia. Pechino potrebbe essere un partner particolarmente utile per la stabilizzazione e lo sviluppo dell’Africa. Quanto a Mosca, Jean-Pierre Chevènement, rappresentante speciale del presidente Macron per la Russia, osserva: “Fondamentalmente abbiamo gli stessi avversari, le stesse preoccupazioni, le stesse preoccupazioni nell’ordine internazionale. È un Paese molto grande, cento nazionalità, venti milioni di musulmani. Il terrorismo, lo sanno, lo hanno dovuto sopportare a Mosca, a Beslan in Cecenia. Pertanto, abbiamo ancora degli interessi comuni”.

Un recente rapporto del Congressional Research Service degli Stati Uniti osserva: “I funzionari europei si lamentano regolarmente del fatto che gli Stati Uniti si aspettano un supporto automatico da loro”.[10] In effetti, quando gli europei sentono il presidente Biden dire che l’America “guiderà il mondo” ancora una volta e “unirà l’Alleanza”, sanno che sarà loro chiesto di allinearsi con il loro più potente alleato. In ogni caso, qualunque sia l’amministrazione americana, la reazione degli europei è la stessa. La loro “eccessiva deferenza nei confronti degli Stati Uniti”, definita come tale da un ex consigliere del Dipartimento di Stato ed ex direttore britannico dell’Agenzia europea per la difesa, si verifica ogni volta, inevitabilmente.[11] Sotto Donald Trump, le concessioni venivano fatte per paura,

L’asimmetria fondamentale della relazione non cambia. All’epoca, il generale de Gaulle criticò Washington per aver sostituito la semplice consultazione all’ideale della codecisione. Da allora, anche le consultazioni sono rare. Gli alleati hanno dovuto affrontare un fatto compiuto per la decisione di Joe Biden di ritirarsi dall’Afghanistan (anche se i soldati americani fornivano solo un quarto della forza della forza internazionale). Hanno assistito, stupiti, alle proteste dell’amministrazione Biden che nel giro di pochi giorni ha qualificato Vladimir Poutine di “killer” e la Cina di “genocida” di fronte agli uiguri e “la più grande minaccia alla stabilità internazionale”. Paralizzati dall’idea che la minima deviazione non potesse mettere a repentaglio la partnership con l’America, gli europei si rassegnarono ad essa.

Il Segretario di Stato Anthony Blinken partecipa in videoconferenza al Consiglio Affari Esteri di fine febbraio 2021, che decide sull’attuazione di nuove sanzioni contro la Russia. Un mese dopo, l’Ue impone le prime sanzioni in 30 anni contro la Cina, per il trattamento degli uiguri, in coordinamento con Washington. Il tutto sotto la costante minaccia di rappresaglie americane contro le imprese europee, grazie al regime di sanzioni extraterritoriali. Il ministro della Difesa tedesco non aveva forse avvertito alla vigilia delle elezioni americane che «le illusioni dell’autonomia strategica devono finire»?[12] Gli altri leader europei si sono affrettati a raggiungerla e Parigi resta, come sempre, solo per ripetere: 

***

L’ambasciatore cinese a Bruxelles aveva riso, sulla rinuncia a revocare l’embargo sulle armi alla Cina, sulla “patetica sottomissione” degli europei “incapaci di prendere le proprie decisioni senza farsi influenzare da altri poteri”.[14] Oggi, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Herbert McMaster li avverte: o si schierano con Washington contro la Cina, o scelgono la “schiavitù” a Pechino.[15] Le due visioni si completano e si rafforzano a vicenda. Confermano l’osservazione fatta dal presidente francese: a meno che non assumano pienamente un’ambizione di autonomia, gli europei “avranno la scelta tra due domini” in un mondo “strutturato attorno a due grandi poli: gli Stati Uniti d’America. e la Cina”. [ 16] Il ministro degli Esteri Ue Josep Borrell sostiene valorosamente che “Non dobbiamo scegliere tra i due. Dovrà suonare come la canzone di Sinatra ‘My Way’.[17] Dimentica che la suddetta canzone è solo un adattamento di quella di Claude François, il cui titolo è molto più in linea con l’avversione pavloviana degli europei per qualsiasi idea di emancipazione: “Come al solito”.

Note:
[1] Interim National Security Strategic Guidance, White House, marzo 2021.
[2] Conversazione con Adam Smith, presidente della House Armed Services Committee, “Priorities for the fiscal year 2022 defence budget”, American Enterprise Institute, 22 aprile , 2021.
[3] Stephen M. Walt, “Il futuro dell’Europa è come il nemico della Cina”, Foreign Policy, 22 gennaio 2019.
[4] Gerald E. Connolly, “The Rise of China: Implicazioni per la sicurezza globale ed euro-atlantica “, Rapporto, Assemblea parlamentare della NATO, 20 novembre 2020.
[5] “L’UE non può difendere l’Europa”: capo della NATO, AFP, marzo 2021
[6] Robert D. Kaplan, “Come combatteremo la Cina”, l’Atlantico, giugno 2005.
[7] Kishore Mahbubani, ha vinto la Cina? – The Chinese Challenge to American Primacy, PublicAffairs 2020.
[8] “A new start”, discorso del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, all’Università del Cairo, 4 giugno 2009.
[9] Commento di Jean- Pierre Chevènement sul programma Les Incorrectibles di Sud Radio, 5 gennaio 2020.
[10] Relazioni transatlantiche: interessi e questioni chiave degli Stati Uniti, rapporto CRS, 27 aprile 2020.
[11] Jeremy Shapiro – Nick Witney, “Verso un’Europa post-americana : A Power Audit of EU-US Relations ”, European Council on Foreign Relations, 2 novembre 2009.
[12] Annegret Kramp-Karrenbauer, “L’Europa ha ancora bisogno dell’America”, Politico, 2 novembre 2020.
[13] La dottrina Macron : una conversazione con il presidente francese, Le Grand Continent, 16 novembre 2020.
[14] Ambasciatore cinese: il servilismo dell’UE è ‘patetico’, EUObserver, 16 dicembre 2010.
[15] HR McMaster, «Perché Trump è andato duro con la Cina e Biden seguirà», Politico, 15 aprile 2021.
[16] Discours du presidente Emmanuel Macron à la Conférence des ambassadeurs, 27 agosto 2019.
[17] Borrell: L’UE non deve scegliere tra Stati Uniti e Cina, EUObserver, 2 giugno 2020.

Hajnalka Vincze, Gli europei di fronte alla vecchia-nuova politica estera americana, Impegno n° 131 (estate 2021) , ASAF ( Associazione per il sostegno dell’esercito francese ).

https://hajnalka-vincze.com/list/etudes_et_analyses/599-les_europeens_face_a_lanciennenouvelle_politique_etrangere_americaine

Cina e Stati Uniti, una partita aperta_con Gianfranco Campa

Sul campo i due principali contendenti iniziano a sfidarsi sempre più apertamente. La competizione economica è sempre meno esaustiva; è parte ed è sussunta sempre più alle dinamiche geopolitiche. Le apparenze ci mostrano una potenza in costante ascesa, la Cina ed una in crescente difficoltà, gli Stati Uniti; una con un quadro dirigente da anni stretto attorno ad un leader, l’altra in preda a continue fibrillazioni. Una ascesa che può portare ad una condizione di soffocamento dettata dalla posizione geografica, una stabilità che può tradire una difficoltà di ricambio e di alternative all’attuale gruppo dirigente sino ad un decennio fa garantiti da avvicendamenti più o meno concordati dalla parte cinese. Dalla parte americana una difficoltà attutita dalle numerose opzioni disponibili sul campo e dalle possibilità di ricambio offerte dalle sorprendenti e violente fibrillazioni in corso da anni nella classe dirigente. Nel mezzo un corteo di paesi in parte paralizzati dalla situazione sempre più caotica, in parte disposti ad approfittare degli spazi offerti dalle incertezze e dalla complessità del quadro politico; tutti al proprio interno spesso dibattuti tra le varie opzioni e le varie cordate di interessi. Almeno sino a quando la natura conflittuale tra i due principali contendenti prenderà il sopravvento e costringerà alla scelta di campo netta rendendo sempre più ardua ed impegnativa, anche se lucrosa nel lungo periodo, una posizione di neutralità o quantomeno di attesa. Tra questi la Russia sembra godere delle migliori opportunità. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vmzqp5-una-partita-aperta-tra-usa-e-cina-con-gianfranco-campa.html

Cosa ci dicono AUKUS e Afghanistan sulla strategia per l’Asia degli Stati Uniti?, di Arash Reisinezhad

Cosa ci dicono AUKUS e Afghanistan sulla strategia per l’Asia degli Stati Uniti?

Messi insieme, questi due sviluppi apparentemente non correlati segnalano una nuova strategia degli Stati Uniti nella competizione con la Cina.

Cosa ci dicono AUKUS e Afghanistan sulla strategia per l'Asia degli Stati Uniti?
Il presidente Joe Biden, insieme al vicepresidente Kamala Harris e al segretario di Stato Antony Blinken, partecipa a un Quad Summit virtuale con il primo ministro indiano Narendra Modi, il primo ministro giapponese Suga Yoshihide e il primo ministro australiano Scott Morrison venerdì 12 marzo 2021. nella Sala da pranzo di Stato della Casa Bianca.Credito: foto ufficiale della Casa Bianca di Adam Schultz

La rapida conquista dell’Afghanistan da parte dei talebani ha fatto notizia in tutto il mondo. Pochi avrebbero potuto prevedere che il gruppo fondamentalista islamico, prevalentemente pashtun, avrebbe resuscitato il proprio potere nell’estate del 2021, dopo aver condotto un’insurrezione ventennale contro il governo di Kabul sostenuto dagli Stati Uniti.

All’indomani dell’invasione guidata dagli Stati Uniti del 2001, i talebani hanno iniziato a sfidare la NATO e a riprendersi vasti territori nel sud-ovest dell’Afghanistan dopo il pesante raggruppamento in Pakistan. La firma di un accordo di ritiro con gli Stati Uniti a Doha ha incoraggiato i talebani a sfruttare il proprio vantaggio e a porre fine alla guerra che dura da 20 anni. Sostenuti dall’Inter-Services Intelligence (ISI) pachistano, i talebani hanno ottenuto rapidi successi quando gli Stati Uniti hanno ritirato le truppe rimanenti dall’Afghanistan. Nell’agosto 2021, i talebani avevano conquistato tutte le principali città dell’Afghanistan e, infine, Kabul. A settembre controllavano l’intero paese dopo aver conquistato la montuosa valle del Panjshir, dove il Fronte di resistenza nazionale, guidato da Ahmad Masoud, aveva promesso di continuare a combattere i talebani.

Meno di un mese dopo la caduta di Kabul, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il primo ministro britannico Boris Johnson e il primo ministro australiano Scott Morrison hanno lanciato un partenariato di sicurezza trilaterale, chiamato AUKUS, per contrastare la Cina. Il patto AUKUS consentirà all’Australia di schierare sottomarini a propulsione nucleare, che dovrebbero essere costruiti ad Adelaide, rendendo Canberra il settimo paese al mondo ad avere sottomarini azionati da reattori nucleari. L’obiettivo principale di questo patto trilaterale è contenere la minaccia proveniente dalla maggiore influenza della Cina nell’Indo-Pacifico e dalle sue ambizioni mondiali. Non sorprende che la formazione di AUKUS si sia estesa a intensificate tensioni indo-pacifiche, in particolare su Taiwan, sul Mar Cinese Meridionale e sull’Oceano Indiano orientale.

A prima vista, sembra che gli sviluppi in Afghanistan e in Australia siano eventi non correlati. Uno centrato nelle montagne dell’Hindukush; l’altro echeggiava a 9.500 chilometri di distanza, in mezzo alle acque dell’Indo-Pacifico. Tuttavia, in un contesto più ampio, questi due eventi sono interconnessi al centro della competizione Cina-Stati Uniti, formando i reggilibri di una nuova strategia che chiamo “lascia la cintura, premi la strada”. Con questo, intendo dire che gli Stati Uniti prenderanno sempre più di mira la Via della Seta marittima cinese, abbandonando in gran parte la Cintura economica della Via della Seta terrestre. In poche parole, il principale fronte della guerra delle infrastrutture sino-americane è il confine indo-pacifico, mentre il cuore dell’Eurasia sarà lasciato alle forze destabilizzanti della regione.

L’istituzione di AUKUS riafferma il fatto che la pietra angolare della strategia di contenimento della Cina di Washington è posta nella zona indo-pacifica. Pertanto, l’attenzione degli Stati Uniti alle posizioni geografiche nel cuore dell’Eurasia sarà degradata, ma questo fa parte del piano. La mancanza di volontà o capacità degli Stati Uniti di mantenere la propria presenza in Eurasia potrebbe interrompere intenzionalmente la stabilità della Cintura generando un minaccioso vuoto di potere. Il rapido ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan e il successivo potenziamento dei talebani hanno il potenziale per destabilizzare i progetti terrestri cinesi in Asia centrale, Pakistan e persino nello Xinjiang. Sebbene il caotico ritiro della guerra in Afghanistan abbia messo a dura prova la permanenza di Biden in patria, il vuoto geopolitico in Afghanistan in seguito al ritiro degli Stati Uniti potrebbe essere utilizzato per controbilanciare Mosca, Pechino,

Ti piace questo articolo? Clicca qui per iscriverti per l’accesso completo. Solo $ 5 al mese.

Nonostante gli sviluppi apparentemente improvvisi degli ultimi due mesi, questa tendenza nella competizione globale non è nuova. Dopo quasi dieci anni di pausa, il Dialogo quadrilatero sulla sicurezza, noto anche come Quad, è stato ufficialmente ripreso nell’agosto 2017 per contenere la proiezione della potenza marittima di Pechino nel Mar Cinese Meridionale e nell’Oceano Indiano. Fondato inizialmente nel 2007, il Quad è composto da Australia, India, Giappone e Stati Uniti, preannunciando la possibile formazione di una NATO asiatica per contrastare la Shanghai Cooperation Organization (SCO). Ci sono state persino voci su un “Quad Plus” quando la Corea del Sud, la Nuova Zelanda e il Vietnam si sono uniti agli incontri nel marzo 2020. Gli esercizi di Malabar ospitati ogni anno dall’India sono una delle principali manifestazioni della sua componente militare.

In una dichiarazione congiunta del 2021 su “The Spirit of the Quad”, i leader di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno evidenziato “una visione condivisa per un Indo-Pacifico libero e aperto (FOIP)” e un “regole- ordine marittimo basato nei mari della Cina orientale e meridionale” per contrastare la minaccia marittima della Cina. Questo progresso è stato concomitante con l’attenzione sempre più strategica dell’UE verso la zona indo-pacifica, poiché Francia, Germania e Regno Unito hanno accelerato la loro cooperazione con il dialogo Quad Plus. In questo contesto, il patto AUKUS integrerebbe il Quad nel controbilanciare la crescente influenza della Cina nell’Indo-Pacifico.

Sebbene AUKUS e Quad mostrino entrambi potenza di fuoco muscolare e tecnologica militare, mancano di una proporzionalità fondamentale. La Belt and Road Initiative è la principale strategia geoeconomica di Pechino per sfidare l’egemonia statunitense in tutto il mondo, mentre Quad e AUKUS sono strumenti geostrategici e militari per contrastare la Cina nella zona indo-pacifica. In altre parole, c’è un divario strategico tra la forza minacciosa e la controforza deterrente. È stato questo divario di proporzionalità a spingere l’amministrazione Biden a lanciare una specifica controforza geoeconomica contro Belt and Road: Build Back Better World, o B3W, annunciato a giugno al vertice del G-7 in Cornovaglia, nel Regno Unito.

Guidata dagli Stati Uniti, B3W mira a contrastare la leva globale cinese attraverso massicci investimenti nello sviluppo infrastrutturale dei paesi in via di sviluppo entro il 2035. Il piano dovrebbe fornire circa 40 trilioni di dollari, principalmente dal settore privato, ai paesi a basso e medio reddito , dall’America Latina e dai Caraibi all’Africa e all’Asia. Guidati dagli standard e dai principi del Blue Dot Network (BDN), i progetti B3W promettono di concentrarsi su diversi domini, in particolare il clima, la salute e la sicurezza sanitaria, la tecnologia digitale e l’equità e l’uguaglianza di genere. La portata globale del B3W fornirebbe ai suoi partner del G-7 diversi orientamenti geografici per rivolgersi a specifici paesi a basso e medio reddito in tutto il mondo. Mentre gli Stati Uniti si concentrano sull’Indo-Pacifico, il Giappone e l’UE si concentreranno rispettivamente sul sud-est asiatico e sui Balcani,

L’imminente competizione tra B3W, ora sostenuta da Quad e AUKUS, e la BRI cinese è un preludio alla guerra delle infrastrutture tra Cina e Stati Uniti. Il B3W non è solo una risposta finanziaria degli Stati Uniti alle ambizioni economiche della Cina; piuttosto è uno sforzo strategico per trasformare il crescente assetto geopolitico della Grande Eurasia e delle sue acque costiere stabilendo un nuovo modello di sviluppo. In altre parole, gli Stati Uniti stanno scatenando una controforza geoeconomica contro la BRI cinese per raggiungere i suoi grandi obiettivi geopolitici mobilitando le sue aziende private e quelle dei suoi alleati in massicci investimenti infrastrutturali per controllare i corridoi BRI. La nuova guerra delle infrastrutture determinerà la traiettoria e il percorso della battaglia geopolitica tra Cina e Stati Uniti per il dominio del mondo nel 21° secolo.

Dall’altra parte dell’equazione del potere globale, la Cina ha controllato con successo i mercati dell’Asia centrale perseguendo la sua dottrina del “equilibrio positivo” tra tutte le parti dell’Asia occidentale, in cui l’espansione della cooperazione con Pechino potrebbe essere l’unico punto su cui tutte le potenze regionali possono concordare. La drammatica crescita economica e la stabilità interna della Cina hanno allettato sistemi politici non democratici nella regione. Pechino ha allo stesso tempo stabilito strette relazioni economiche con gli sceiccati del Golfo Persico, Israele, Iran e Turchia. Tuttavia, la politica di successo di Pechino nel cementare la sua connessione con l’Asia occidentale attraverso l’Asia centrale potrebbe essere interrotta dalle minacce provenienti dall’Afghanistan. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan destabilizzerà la cintura terrestre mentre la forte pressione del Quad e ora dell’AUKUS contrasterà la strada marittima.

Il mondo è sull’orlo della competizione internazionale Cina-USA. Gli sviluppi regionali, come AUKUS, e le trasformazioni interne, come l’acquisizione di Kabul da parte dei talebani, saranno entrambi elementi cruciali nel grande scacchiere tra Stati Uniti e Cina. Ora che la polvere si è calmata a Kabul, si può vedere come il crescente potere dei talebani sia concomitante con il patto trilaterale AUKUS. Entrambe sono pietre miliari per una nuova fase della competizione sino-americana: lasciare la Cintura, premere la Strada.

https://thediplomat.com/2021/09/what-aukus-and-afghanistan-tell-us-about-the-us-asia-strategy/

DAL MONDO DI IERI AL MONDO DI OGGI, di Pierluigi Fagan

DAL MONDO DI IERI AL MONDO DI OGGI (Aggiornamenti geopolitici) Come saprete, è stato varato l’AUKUS che sancisce una più stretta alleanza militare tra Australia-UK-USA ed i francesi se la sono presa non poco. Primo perché hanno perso una precedente commessa miliardaria concordata con gli australiani, secondo perché non sono stati ritenuti partner per la nuova avventura occidentalista in quel del Pacifico / orlo asiatico dove pure hanno trascorsi coloniali, terzo perché non sono stati neanche avvertiti per tempo e l’hanno appreso poco prima delle comunicazioni ufficiali. Ne è conseguito il ritiro degli ambasciatori per consultazioni. La faccenda, ma più in generale il “momento” ha molti aspetti da commentare.
Il primo aspetto è il riconfermarsi della svolta realista della dottrina estera degli USA. L’impostazione del programma di politica estera di Trump, si vociferava esser stato benedetto da Kissinger, il principe dei realisti americani per lungo tempo in ritirata dato il dominio delle impostazioni dette “liberali” ma sarebbe più simmetrico dire “idealiste” in politica delle Relazioni internazionali. In sostanza, l’impostazione realista leggeva praticamente quasi più nessun interesse per l’Europa, una partecipazione affettuosa agli interessi di Israele ed Arabia Saudita in Medio Oriente ma non più di tanto, un sostanziale agnosticismo verso la Russia. Tutta l’attenzione quindi, andava puntata sull’Asia, l’hot spot del mondo oggi e sempre più nei prossimi decenni e dentro questo frame, la messa a fuoco di varie strategia competitive e di contenimento, se non peggio, verso il vero main competitor degli USA: la Cina. Per effetto dei vari vestiti valoriali coi quali s’incarta la strategia, molti non hanno percepito questo ri-orientamento che invero risale al “Pivot to Asia” di Obama-Clinton del 2012. Con qualche variante ovvero ancor meno interesse verso il Medio Oriente e meno agnosticismo verso la Russia anche se non è chiaro, al momento, in favore di cos’altro, portando a conseguenza l’asse strategico col ritiro dall’Afghanistan che sì sta in Asia ma non la parte di Asia che interessa Washington, la nuova amministrazione Biden sembra sviluppare la stessa strategia. Del resto, chiunque dotato di intelligenza strategica ed al netto delle diverse inclinazioni ideologiche, al posto di un presidente americano, avrebbe pensato e poi fatto, più o meno, la stessa cosa. Biden all’inizio ha buttato lì la versione liberale della strategia con l’alleanza delle democrazie contro la Cina, un consiglio di qualche esperto di think tank ma non così esperto e con i piedi per terra, ora pare sia passato al “io vado chi vuole mi segue, poi facciamo i conti”.
Il secondo aspetto che discende dal primo è il definitivo spostamento deciso dell’asse di attenzione e competizione geopolitica verso l’Asia-Pacifico. Ne consegue il “senso di abbandono” provato sia nel Medio Oriente che in Europa. Segnalo che in Medio Oriente, vanno avanti da tempo tessiture che hanno portato a ricomporre la frattura tra i tre fratelli-coltelli delle famiglie regnanti di Arabia Saudita, EAU e Qatar, il che dovrebbe portare anche ad abbassare le antipatie reciproche tra Egitto e Turchia. Ma queste tessiture riguardano anche l’annosa inimicizia tra Arabia Saudita ed Iran, un gran lavoro diplomatico che va avanti da mesi e che è sfociato in un meeting tenuto a Baghdad ad agosto dove per la prima volta erano presenti Egitto, Kuwait, EAU, Giordania, il ministro degli esteri della Turchia mentre quello dell’Iran ha incontrato i suoi omologhi del Kuwait ed EAU. Ufficialmente non ci sarebbero stato incontri diretti AS-Iran, ma molti pensano di sì anche perché, come detto, i due si parlano da tempo a riparo da orecchie indiscrete.
Bene, a quel meeting era presente anche Macron. A riguardo ci si potrebbe domandare se Macron fosse lì in missione delegata anche dagli USA o fosse lì di propria iniziativa. Questo secondo caso direbbe che non solo gli USA, ma anche la Francia ha una sua autonoma agenda geopolitica. In questo caso la faccenda dei sottomarini australiani sarebbe solo una nuova puntata di un “liberi tutti” di tono multipolare, in cui partner prima tra loro in cordata, cominciano a giocare ognuno la propria partita. In questo caso, chissà se la vecchia commessa Iran-Total concordata dopo l’accordo sul nucleare iraniano firmato ai tempi di Obama e poi saltato (come saltarono accordi anche con l’ENI) con la non ratifica da parte di Trump, potrebbe tornare d’attualità, cosa più irriterebbe gli americani dopo che questi hanno irritato Parigi?
Oltre a varie ragioni geopolitiche, segnalo due ragioni per questi tentativi di pax-islamica. La prima è che il Covid ha messo in ginocchio più o meno tutti dal punto di vista economico, ma alcuni più di altri. Ovvio cerchino tutti di riprendersi, nessuno è tanto più forte degli altri da potersi permettere di approfittare della debolezza generale, quindi tutti sono obbligati a sospendere le varie competizioni per curarsi dalla ferite pandemiche. La seconda è che c’è una poco nota, veramente drammatica, crisi idrica. L’Eufrate ha perso quasi metà della sua portanza. Ben tredici organizzazioni umanitarie collegate all’ONU segnalano che 5 milioni di siriani e nove milioni di iracheni sono a rischio avanzato di “catastrofe umanitaria”. Ma altri dicono che oltre a siccità e crollo delle precipitazioni dovute al cambiamento climatico che solo qualche coglione prezzolato seguito da sciami di coglioni decerebrati continuano a negare su Internet, c’è anche una responsabilità turca che ha dighe a monte del corso del fiume. A volte le crisi sono benefiche, poiché crisi viene dal greco κρίσις che voleva dire “scelta, decisione” chissà che tipi di decisioni queste crisi congiunte porteranno a prendere i rissosi stati musulmani della regione. E chissà che ruolo di mediazione occuperà la Francia. E chissà cosa ne pensa Biden.
Il terzo aspetto riguarda l’Europa. Tutto ciò che oggi notiamo nella strategia USA era da tempo previsto, io ne scrissi su un libro quattro anni fa e non perché sia veggente, ma perché se si fanno analisi e non commento polemico nelle guerre tra immagini di mondo, il dato di fatto di una divergenza di interesse e di interessi tra USA ed Europa, emergeva chiaro e semplice. All’Europa occidentale piacerebbe fare affari con la Russia, ma a quella orientale ed in definitiva anche agli USA no. All’Europa tutta piacerebbe fare affari con la Cina ma agli USA no. La NATO è a corto di ragioni strategiche come tutte le cose nate settanta anni fa in altri tempi, in altro mondo. Gli USA non hanno più la potenza di spesa del passato ed il tavolo della roulette si è ampliato, tocca decidere dove porre le fiches, tocca “scegliere”. Gli USA essendo uno Stato possono riorientare la propria strategia e declinarne le tattiche, l’Europa no perché non è uno Stato ma una congerie di Stati, staterelli, burocrazie, geo-storie, culture ed economie diverse e storicamente tra loro diffidenti ed in competizione. Quindi gli USA possono ignorare la NATO e dedicarsi a costruire la propria rete di alleanze nel Pacifico, dopo l’AUKUS, venerdì prossimo, dovrebbe tenersi il vertice QUAD con USA-Australia-Giappone-India e vedremo quanta volontà di attrito mostreranno giapponesi per altro in crisi di governo e l’India di Modi a pezzi dal punto di vista economico per via del Covid su cui ha sparato cifre di contagi e morti di pura fantasia (la più “grande democrazia” del mondo, vabbe’ …). Agli europei, invece, una NATO sgonfiata, pone problemi insormontabili, perché gli “europei” non sono “uno” Stato, né mai lo saranno perché non è possibile sotto tutti i possibili punti di vista conduciate l’analisi, a meno di non sostituire la razionalità analitica con la fantasia delirante. Ne seguono varie cose che qui non possiamo approfondire, come il piano di Difesa europea, il mitico ed impossibile esercito europeo, la forza militare di pronto intervento su base 6000 uomini delle tre armi che però serve a poco, l’industria militare, la totale assenza di competitività sulle nuove tecnologie, la stessa dipendenza dai chip di altri e tanto altro, veri e propri drammi irrisolvibili come il riarmo tedesco, il problema nucleare che ha risolto la sola Francia, il seggio al Consiglio di Sicurezza, il con quali soldi finanzi la spesa militare dentro cornici di bilancio unioniste stabilite ai primi anni ’90 quando si credeva che la storia fosse finita ed il mondo diventava un unico mercato etc. etc. .
Simpatica (e sintomatica) l’iniziativa britannica di cancellare l’uso delle metriche di peso e misura europee in favore del proprio sistema imperiale, definire il proprio “numero-peso-misura” è un classico dell’atto di piena sovranità. E dire che appena qualche anno fa stavamo tutti in paranoia per il Grande Governo Mondiale Unificato! Nulla descrive meglio il cambiamento storico del cambiamento del contenuto paranoide.
Un quarto aspetto riguarderebbe la Cina. Cina che dopo aver creato il RCEP ha chiesto formalmente venerdì di entrare nel CP-TTP. Cosa significhino queste sigle e cosa significhi questa richiesta e come andrà a finire se cioè verrà accettata o meno (verrà accettata) non c’è spazio qui per approfondire. Diremo solo che gli interessi economici intra-asiatici vanno da una parte, quelli di difesa e militari potranno anche andare da un’altra, questa non è una contraddizione, è pura logica da sistema multipolare. Con simpatica sincronia, tra giovedì e venerdì si è tenuto anche il 21° incontro della SCO (Russia-India-Cina-Pakistan-quattro repubbliche centro asiatiche, Bielorussia ed Armenia osservatori ed Afghanistan invitato speciale). Ma senza che ovviamente qui nessuno ne sapesse niente, è stata anche ratificata ufficialmente la cooptazione dell’Iran, cosina non proprio da poco. Ma c’è stato anche un incontro CSTO, un’alleanza militare con al centro la Russia e di corona i centro-asiatici che avrebbero dovuto ratificare l’istituzione di una armata comune di impiego ed azione rapida, un po’ come stanno discutendo gli europei. I sistemi asiatici si stanno organizzando per digerire il buco afgano in qualche modo e non solo questo.
Si noti la sincronia tra riunione SCO con cooptazione Iran, la domanda ufficiale cinese di adesione al CP-TPP e l’annuncio AUKUS prima del prossimo QUAD.
Insomma, le cronache multipolari come vedete sono in pieno sviluppo e non sono facili da raccontare e spiegare, si sta creando una matassa complessa ed i più, anche a livello di analisti, fanno fatica stargli appresso e capirne i sottostanti, quindi gli sviluppi. Meno male che ci sono i social in cui il primo che passa può raccontare la sua mirabolante versione del Risiko planetario, come abbiamo visto nella “settimana del commento” a seguito della sensibilizzazione ai fatti afghani, fiumi di parole che hanno aiutato a capire praticamente nulla di ciò che è successo, del perché e di ciò che succederà. Ma tanto è flusso eracliteo, tutto scorre, qualcuno affoga, altri fanno il loro distratto bagnetto d’attenzione, poi la vita normale tra nazisti del green pass ed evasori vaccinali, riprende la sua giusta, centrale, ribalta. Fino a quando quello che accade nel mondo “grande e terribile” non ci ribalterà tutti, vaccinati e non.

I pensatoi americani al soldo del Pentagono?_di Giuseppe Gagliano

La qualità dei pensatoi (think tank) possono essere considerati una cartina di tornasole dello stato di salute di un paese egemone o al centro di un impero. Sono in gran parte strumenti di influenza, di manipolazione sino a diventare veri e propri portatori impropri di interessi lobbistici. Tutte caratteristiche però che non differenziano sostanzialmente la natura e il peso di questi rispetto a quelli operanti nella provincia e nella periferia imperiale ossequiente se non nel livello di sciatteria, rozzezza e provincialismo e nella collocazione gerarchica di questi ultimi. Significativa è invece la presenza o meno in esso di aree e centri di elaborazione indipendenti e alternativi, magari anche autonomi. Non sono necessariamente solo il segno di una tolleranza e di un paternalismo di centri decisionali ed egemoni sicuri della propria posizione; sono anche l’indizio di vitalità e soprattutto della necessità dei centri decisori di disporre di diversi punti di vista e della propensione ad accettare proficuamente spazi conflittuali necessari a rigenerare il sistema. Un equilibrio difficile da mantenere la cui caduta può altresì rivelare una condizione inquietante di declino o il limite che impedisce di assumere stabilmente una posizione egemonica. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Gagliano Giuseppe I pensatoi americani al soldo del Pentagono?

Che i celebri pensatoi americani – e non solo -fossero privi della necessaria neutralità e imparzialità nell’analizzare le scelte di politica estera americana e di politica militare lo aveva già ampiamente compreso Noam Chomsky analizzando i report dei pensatoi americani durante l’impegno fallimentare della guerra del Vietnam. Uno dei tanti impegni fallimentari sul piano militare gli Stati Uniti… Grazie alle indagini del periodico indipendente americano The Intercept sappiamo che il governo ha assegnato un massiccio contratto da 769 milioni di dollari ad Alion Science and Technology, un appaltatore della difesa, per soluzioni tecnologiche e di intelligence “all’avanguardia” “che supportano direttamente il combattente”. Tuttavia parte del denaro contenuto in quel contratto è andato anche ai più importanti think tank della nazione, che di routine sostengono budget più elevati del Pentagono e una maggiore proiezione della forza militare americana. Il Center for Strategic and International Studies, o CSIS, e il Pacific Forum sono solo due degli istituti di ricerca indipendenti a cui sono state assegnate parti dei 769 milioni di dollari ad Alion Science come subappaltatori. (Gli altri – Russia Research Network Limited, Center for Advanced China Research e Center for European Policy Analysis – sono meno importanti). sovvenzioni che affluiscono agli istituti di ricerca. Nello specifico Andrew Schwartz, un portavoce del CSIS, che ha ricevuto poco meno di 1 milione di dollari dal contratto di intelligence di Alion, ha scritto in una e-mail che il finanziamento è stato utilizzato “per aiutare gli analisti del governo degli Stati Uniti, incluso ma non limitato al personale militare, a comprendere meglio il processo decisionale russo, impatti climatici sulla sicurezza nell’Artico, problemi di sicurezza africana, compresi i legami sempre più profondi della Cina con il settore della sicurezza africano, e minacce alla sicurezza interna, compresa la cibernetica”. A luglio, Alion Science and Technology è stata acquisita da Huntington Ingalls Industries, un importante costruttore navale e una delle più grandi aziende di difesa del mondo. La società ha rifiutato di commentare i suoi legami con i pensatoi o come è stato utilizzato il contratto di intelligence. Il Pacific Forum non ha risposto a una richiesta di commento. L’organizzazione ha ricevuto $ 586.555 dal contratto di Alion. Il Forum del Pacifico ha fatto pressione in modo aggressivo per una maggiore difesa missilistica e spese navali. L’Hudson Institute – che non a caso fu oggetto di pesanti ironie da parte Chomsky -è un altro think tank aggressivo che fa molto affidamento sui finanziamenti del Pentagono. Il gruppo ha recentemente spinto per “avanzamenti all’avanguardia come aerei stealth”ft” per competere con la Cina e una maggiore attenzione alle capacità di guerra informatica. Il gruppo ha ricevuto quest’anno un contratto da 356.263 dollari direttamente dal Pentagono per produrre un report sulla difesa aerea. L’anno scorso, il gruppo ha ricevuto quasi mezzo milione di dollari per produrre rapporti e seminari per conto del Dipartimento della Difesa. Il Center for a New American Security, un think tank che quest’anno ha testimoniato davanti al Congresso per sollecitare maggiori finanziamenti per la tecnologia militare avanzata sul campo di battaglia e una maggiore attenzione alle armi che potrebbero essere utilizzate per uno scontro con la Cina, ha ricevuto almeno 1,1 milioni di dollari in Finanziamento del Pentagono. Ma perché è così importante analizzare il rapporto diretto tra il report prodotti da questi pensatori e finanziamenti provenienti dal Pentagono? Il ruolo dei think tank nel dibattito politico non può essere sottovalutato. Dalla metà del XX secolo, centri accademici apparentemente indipendenti, spesso con fonti di finanziamento opache, hanno svolto un ruolo smisurato nel consigliare il Congresso e le agenzie federali sulle principali priorità politiche. I media spesso si appoggiano all’opinione del gruppo di esperti quando cercano l’opinione degli esperti. E dato che i funzionari dei think tank raramente si registrano come lobbisti, sono visti come esperti politicamente neutrali che vengono assunti per lavorare all’interno di varie amministrazioni presidenziali. Opportuno- nonché ironico -è il giudizio di Ben Freeman direttore della Foreign Influence Transparency Initiative presso il Center for International Policy, un istituto di ricerca che non accetta finanziamenti militari secondo il quale con così tanti think tank che ottengono una fetta del budget del Pentagono, non sorprende che il coro dei think tank di Washington canti le lodi del Pentagono. Ma ancora più interessanti sono i dati rilevati dal Center for International Policy che ha esaminato i 50 migliori think tank del paese. Il rapporto ha rilevato ampi legami tra il Pentagono e gli appaltatori militari con i think tank più influenti. Il CSIS, osserva il rapporto, ha ricevuto oltre $ 5 milioni di finanziamenti dal governo e dagli appaltatori della difesa dal 2014 al 2019. Proprio per questo Freeman ha commentato “Nascondere potenziali conflitti di interesse nelle testimonianze del Congresso o nei lavori pubblicati dai gruppi di esperti dà al pubblico e ai responsabili politici l’impressione di leggere ricerche imparziali o ascoltare un esperto veramente obiettivo, quando in realtà potrebbero ascoltare qualcuno il cui lavoro viene finanziato da un’organizzazione con un’immensa partecipazione finanziaria nell’argomento di quella ricerca”. Un’ultima considerazione: i consigli di questi esperti profumatamente pagati dal Pentagono hanno condotto l’America a scelte spesso disastrose . Per questo i loro report, le loro relazioni e le loro pubblicazioni dovrebbero essere oggetto di un pubblico dibattimento all’interno del Congresso ma soprattutto da parte delle organizzazioni della società civile. Certe scelte non solo costano soldi ma costano anche il sangue dei cittadini americani.

La chimera delle forze armate comuni europee_con Gianandrea Gaiani

Il tema delle forze armate comuni europee ricorre periodicamente nei propositi dichiarati della dirigenza europea. Per un paradosso solo apparente il tentativo più serio e promettente lo avviarono negli anni ’50 gli statunitensi. Fallì nel momento in cui inglesi e francesi compresero di non detenere più il pallino delle dinamiche geopolitiche e che la Germania, per grazia americana ricevuta, avrebbe assunto un ruolo importante nel gioco europeo. Oggi il tema si ripropone come sempre per costrizione e contingenza esterna piuttosto che per consapevolezza e determinazione. Il tema di una forza comune è tuttavia troppo ambiguo e sottende ruolo geopolitico e sistemi di relazioni diverse se non antitetiche. Il rischio è che nella ricerca di una forza comune si nascondano sotto diverse spoglie le subordinazioni scaturite dall’esito della seconda guerra mondiale piuttosto che la ricerca di una autonomia politica che non può prescindere da una forza militare realmente autosufficiente. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vmo9ab-la-chimera-delle-forze-armate-europee-con-gianandrea-gaiani.html

 

Da Est sull’Ovest, di Antonio de Martini

QUALI CONSEGUENZE AVRA’ IL BIDONE “UKAUS” DI BIDEN ALL’EUROPA E A MACRON ?

L’ultimo “tradimento” della settimana a Macron l’ha fatto Yves Le Drian, il ministro degli Esteri, che , nel richiamare gli ambasciatori a Washington e a Canberra , ha precisato – a scanso di equivoci- di averlo fatto “ su richiesta del Presidente della Repubblica”.

La Francia ha mal digerito l’essere stata esclusa – lei membro permanente del Consiglio di sicurezza e alleata degli USA fin dalla guerra di indipendenza americana- dall’area indopacifico dove ha possedimenti ( la Nuova Caledonia e la Polinesia) e truppe ( ottomila uomini).

Il gesto non é inconsueto – la Francia lo fece, per un paio di giorni, nel 2019 anche verso l’Italia di De Maio che flirtava con i maillot jaunes– Ma è la prima volta che la reazione francese assume questa intensità multipla, anche se non é la prima crisi franco americana.

Charles De Gaulle mise in difficoltà gli USA chiedendo il rimborso in oro di due importanti partite di dollari che misero la parola fine al sistema di Bretton Woods, ma fu una guerra segreta.

Ecco un articolo inglese anni sessanta che parla di ” guerra segreta ” di De Gaulle con gli USA. Ora la guerra diventa pubblica e apre spazi all’Italia.

Il Ministro degli Esteri Michel Rocard criticò Russia e USA accoppiati per essere contemporaneamente i più grandi produttori di petrolio al mondo e pretendevano di essere anche i rappresentanti dei paesi che ne volevano l’abbassamento del prezzo.

Dominique de Villepin – ministro degli Esteri- nel 2003 in piena assemblea dell’ONU si dichiarò contrario alla guerra irachena di Bush jr e compari, scoprendo gli altarini della cricca di Dick Cheney.

Questa volta la crisi é più importante perché investe il Presidente della Repubblica, perché lo scontro non é rimasto nel chiuso delle cancellerie e perché la partecipazione alla “ congiura” ha coinvolto anche l’Inghilterra – da poco uscita dalla UE , il che dà un tocco antieuropeo alla mossa americana – poco dopo la solenne promessa di Joe Biden di non fare più come Donald Trump e consultarsi sempre con gli alleati europei, prima di fare scelte importanti.

Ma il Donald non avrebbe saputo far meglio: uno schiaffo politico, diplomatico e industriale ad un tempo a un alleato di sempre cui ha mandato un avviso di sfratto dal Pacifico…

Questa crisi giunge alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi, in un momento di vuoto di potere in Germania, proprio in contemporanea alla proposta di creazione di una forza armata europea autonoma e alla fine di una settimana in cui il Presidente Mattarella ha giurato fedeltà alla NATO e all’Europa a due giorni di intervallo. La nostra intelligence non é tale se permette un contropiede di questa portata al Presidente della Repubblica.

Peggiore, se possibile, la situazione con l’Inghilterra. La Francia l’ha snobbata non richiamando l’ambasciatore come ha fatto coi protagonisti dell’Indopacifico dove gli inglesi non contan più, ma il gesto di Boris Johnson ha reso irrevocabile e geopolitica la secessione commerciale già consumata e questa scelta – se non sconfessata dal Parlamento britannico – potrebbe avere influenza su tradizionali ” amici” dell’Inghilterra, Italia inclusa, anche se sto pensando all’Ungheria e ai paesi del patto di Visegrad.

L’unto dai signori, di Antonio de Martini

La prima vittima della lotta per il potere é sempre il negoziatore preferito dagli USA. Baradar non ha fatto eccezione ed era facilmente prevedibile. Ecco la previsione fatta il 16 agosto.

Se fai satira di costume, limitati a quella.

“Trasmetto a riprova il servizio del Washington post di oggi a conferma che:

Il costo dell’impresa è stato di un trilione di dollari. Immaginate cosa ci si sarebbe potuto fare invece di ingrassare mercenari, Lockheed e compari.

I morti 3500 circa più gli alleati (800 inglesi, 50 italiani ecc)

Lo Stato Maggiore USA aveva previsto 90 giorni di resistenza dell’esercito regolare. Hanno resistito dieci.

Il Dipartimento di stato prevedeva una durata da sei a 12 mesi…

Ghani è partito “ per evitare spargimento di sangue”( il suo).

Baradar, il negoziatore talebano di Doha è stato tagliato fuori e resta a fare comunicati stampa ignorati dai generali vincitori.

I “ negoziati li fa chi ha combattuto e vinto “ sul campo”.

Questo spiega la fretta ad occupare la Capitale e ricorda analoghe corse di De Gaulle e di Tito ad occupare la Capitale anche un attimo prima del grande alleato, o l’attesa dei russi che finisse la rivolta di Varsavia prima di entrare per non spartire il potere.

L’ultima speranza degli Americani di avere una interlocuzione dal profilo conosciuto, crolla.

Mazziati e cornuti.

L’ex presidente Karzai ha deciso di restare in Patria con la famiglia e ha detto che i Talebani garantiranno vita e proprietà a tutti.

Anche Heikmatar ha aderito al nuovo regime assieme ai governatori di alcune provincie.

Il governo provvisorio ha comunicato un NUMERO VERDE ( di periferia) cui i cittadini vittime di soprusi o necessitanti aiuto possono ricorrere e ha comunicato che presìdi di 15 uomini ciascuno sono stati assegnati a tutte le ambasciate a protezione di persone e beni.

Russi e Turchi hanno gia annunziato che non se ne andranno, gli inglesi hanno detto che l’ambasciatore partirà stasera e tedeschi,danesi e Finlandesi alleggeriranno l’organico sospendendo la cooperazione.

Dalla ambasciata italiana nessuna nuova, buona nuova: la Difesa chiede di consentire l’ingresso in Italia a quattromila collaboratori.

In pratica chiunque abbia scopato con un italiano otterrà il visto d’ingresso.

Precauzioni anticovid, nessuna….”

http://italiaeilmondo.com/2021/09/16/e-sul-cadavere-della-nato-che-si-deve-costruire-una-difesa-delleuropa-a-cura-di-theatrum-belli/

Intelligence strategica, geopolitica e guerra economica. Dagli anni ’50 ad oggi_di Giuseppe Gagliano

C’è chi fa, chi ci prova, chi lascia fare. La Francia potrebbe essere collocata in seconda fascia. Ha avuto nel dopoguerra il momento di maggior risolutezza nel periodo gaullista; in un contesto di decadenza e regressione ha conosciuto sussulti più che reazioni efficaci ad una politica di vera e propria colonizzazione ed espropriazione delle proprie capacità tecnologiche mascherate da una sterile prosopopea che non ha fatto altro che far perdere ulteriore credibilità alla classe dirigente. L’aspetto più interessante che differenzia quel paese dal nostro riguarda l’esistenza di un nucleo esplicito ancora in grado di porre la questione della sovranità e di condurre una battaglia politica. Su questo sito ne abbiamo parlato frequentemente. Buona Lettura, GIuseppe Germinario

Dall’affare Raytheon (1994) all’affare Alstom (iniziato nel 2014), la guerra economica ha colpito duramente le aziende francesi. Gli Stati, lontani dalle raccomandazioni liberali, sono attori costanti in questa guerra economica, in particolare paesi come il Regno Unito e gli Stati Uniti, che si dichiarano i più favorevoli alla libera impresa. Lungi dal fare il punto sulla posta in gioco strategica di questo terreno di scontro, la politica pubblica francese sull’intelligence economica è rimasta insufficiente poiché la caduta dell’URSS ha alzato la posta in gioco. La difesa delle imprese francesi contro acquisizioni estere che potrebbero portare al trasferimento di tecnologie sensibili, o mettere a rischio posti di lavoro, è rimasta quindi un aspetto dimenticato dell’azione pubblica.
Nella strategia economica come nell’arte militare, il successo di una politica pubblica richiede tanto iniziativa quanto anticipazione: questi sono i precetti che gli Stati Uniti applicarono all’indomani della seconda guerra mondiale. Al contrario, a partire dagli anni ’90, i governi francesi hanno reagito molto di più a shock che mettono in difficoltà le imprese nazionali, di quanto non abbiano sviluppato a priori elementi strategici di fronte alle nuove sfide della guerra economica.

Grazie alla Guerra Fredda, e alle competizioni militari, ma anche alle tecniche, economiche e scientifiche a cui ha dato origine, le politiche pubbliche americane hanno affrontato a testa alta la questione dell’intelligence economica alla fine della seconda guerra mondiale. Il primo passo è stato quello di fornire alle aziende americane il beneficio dell’informazione pubblica: negli anni Cinquanta sono state istituite agenzie federali come la National Science Foundation per trasmettere alle aziende strategiche le informazioni prodotte dalle amministrazioni. Poiché la prospettiva di uno scontro militare con la Russia sovietica si allontanava, l’intelligence economica divenne una preoccupazione centrale del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, che in particolare mise in atto una strategia per finanziare e proteggere l’economia dell’innovazione. : il finanziamento della ricerca scientifica da parte del Dipartimento della Difesa , che salì bruscamente al 96% della R&S pubblica nel 1950, è stata mantenuta, ad esempio, al 63% della R&S nel 1987.

Questa precoce preoccupazione espressa dalla comunità dell’intelligence americana per questioni di strategia economica ha radicato potenti eredità e spiega, ancora oggi, la forza dei legami che uniscono le grandi imprese americane e servizi segreti. Alla fine della Guerra Fredda, parte delle risorse dell’intelligence americana furono, inoltre, dirottate, in mancanza di un nemico, verso l’intelligence economica; si è infatti inasprita la competizione tra attori nazionali per la conquista dei mercati. Tuttavia, questa cultura dell’intelligence economica non si è radicata nelle stesse condizioni in Francia, che fino agli anni ’90 è rimasta relativamente insensibile a questo concetto.Se la Francia era inizialmente interessata alle politiche di intelligence economica pubblica, è perché era obbligata a farlo dal contesto dell’affare Raytheon. Nel 1994, Thomson-CSF ha perso inaspettatamente il progetto brasiliano Sivam, un sistema di monitoraggio per la foresta pluviale amazzonica. E per una buona ragione: la NSA (National Security Agency) è intervenuta per intercettare le telefonate francesi e consegnare a Raytheon, concorrente americano di Thompson, informazioni strategiche che le hanno permesso di aggiudicarsi l’appalto.Nel contesto di una forte globalizzazione dei mercati, la Francia si è trovata male armata per parare questi colpi, che sono stati distribuiti tra gli alleati. I responsabili politici ora si sono resi conto che, lungi dall’idea di “concorrenza libera e non distorta”, gli Stati Uniti stavano realizzando in modo aggressivo coinvolgendo i propri servizi di intelligence nella conquista dei mercati internazionali da parte delle loro aziende.

In seguito all’affare Raytheon, alti funzionari, come l’ingegnere aeronautico Henri Martre, allora di stanza al Commissariat Général au Plan, erano convinti della necessità di colmare la “spartizione” tra aziende private e pubbliche amministrazioni per sostenere gli attori economici francesi. Grazie alla ricomposizione dell’ordine mondiale dopo la caduta dell’URSS, la “guerra economica”, intesa come la crescente importanza delle poste finanziarie nelle lotte globali tra le potenze, ha acquistato importanza, ed è stata finalmente considerata a pieno, in Francia, come una minaccia alla sicurezza nazionale.
Queste diagnosi hanno dato origine alla stesura del rapporto Martre, documento fondativo dell’intelligence economica francese, pubblicato nel febbraio 1994. Il rapporto definisce l’intelligence economica come “tutte le azioni coordinate di ricerca, elaborazione e distribuzione in vista del suo utilizzo, informazioni utili per gli attori economici.”Le proposte del rapporto hanno portato all’istituzionalizzazione di un ente pubblico dedicato all’intelligence economica, il Comitato per la competitività e la sicurezza economica (CCSE), che riferisce al presidente del Consiglio. Questo organismo, però, ha avuto le maggiori difficoltà a funzionare, abbandonato dal potere nel contesto delle elezioni presidenziali del 1995, e del fallito scioglimento del 1997. Il rapporto Martre aveva teorizzato l’intelligence economica francese, ma questa ebbe inizialmente molto poco seguito.
Contemporaneamente alla pubblicazione del rapporto Martre, negli anni ’90 la Francia si dotò di un arsenale legislativo più adatto alle minacce: fino al 1994 la tutela del patrimonio economico era disciplinata dall’ordinanza del 7 gennaio 1950, che poneva l’accento sulla regolamentare le carenze, lontano dagli imperativi della guerra economica. Solo nel 1994 la nuova versione del Codice penale incorporò, tra gli interessi fondamentali della nazione, “gli elementi essenziali del suo potenziale scientifico ed economico. Solo nel 2003 il sostegno del governo all’intelligence economica ha riscosso un rinnovato interesse.

Ciò è stato causato da un lato da un’altra vicenda di guerra economica, quella di Gemplus : nel 2003, la società francese Gemplus, leader mondiale nelle smart card, dopo aver accettato l’ingresso di Texas Pacific Group tra i suoi azionisti, non ha potuto impedire la nomina di Alex Mandl alla guida del suo consiglio di amministrazione… Alex Mandl era un direttore di In-Q Tel, un fondo di investimento creato dalla CIA, e supervisionava il trasferimento di queste tecnologie francesi negli Stati Uniti. Ancora una volta, un’impresa strategica francese fu vittima di intrighi americani in materia di guerra economica; ancora una volta, la Francia si è trovata politicamente male armata per rispondere a queste minacce. Gli avvisi dati al governo dalla Direzione della Sicurezza Territoriale (DST) non erano stati ascoltati, e i servizi segreti francesi non potevano impedire la distruzione di molti posti di lavoro alla Gemplus, né il trasferimento del brevetto dalla carta al chip al suolo americano .
Consapevoli di queste battute d’arresto, il primo ministro Jean-Pierre Raffarin e il parlamentare Bernard Carayon hanno spinto per la nomina di Alain Juillet, direttore dell’intelligence della DGSE, ad alto commissario per l’intelligence economica..
Tuttavia Tale organismo è poi entrato in concorrenza con il Servizio di coordinamento dell’informazione economica, che fa capo al Ministero delle finanze. Per evitare duplicazioni amministrative, i due organi sono stati accorpati per creare il Servizio di Informazione Strategica e Sicurezza Economica (SISSE), che costituisce il sistema esistente. Questa necessaria riforma non è stata completata fino al 2016: questa lentezza testimonia chiaramente la mancanza di considerazione da parte delle autorità pubbliche della politica di intelligence economica, in un contesto segnato dal passaggio del settore energetico del gruppo Alstom, nel 2014, sotto il controllo americano.

Come valutare oggi l’azione della SISSE, principale strumento delle politiche di sicurezza economica francesi? L’organizzazione sembra ridotta a reagire a posteriori alle minacce che incombono sulle aziende francesi, per due ragioni. In primo luogo, si occupa, come si evince dal suo titolo, solo di sicurezza economica: ciò significa che la Francia rinuncia a esercitare influenza e a sostenere in modo decisivo le sue imprese nella conquista dei mercati. In secondo luogo, come ha sottolineato Nicolas Moinet, specialista in intelligence economica,la struttura stessa della SISSE non è necessariamente la più adatta: di fronte a una minaccia multiforme che grava sulle aziende francesi , un organismo centralizzato all’interno della Direzione Generale delle Imprese (DGE) non è la forma più fluida che può assumere la politica di sicurezza economica. Al contrario, l’intelligence economica richiede adattamenti locali, che potrebbero passare in modo più deciso attraverso le prefetture, per raccogliere informazioni sul campo e contrastare più efficacemente le minacce. È vero che alle prefetture è stato affidato, da una direttiva del 2005, la conduzione delle politiche di sicurezza economica. Tuttavia, come già notato da Floran Vadillo e Nicolas Moinet nel 2012, questi servizi prefettizi non hanno raggiunto la dimensione critica che li renderebbe veramente efficaci.

L’intelligence economica francese soffre quindi della mancanza di risorse impiegate nei servizi statali decentralizzati. Mentre le iniziative stanno nascendo a livello di comunità, rimangono molto incerte e per molti insufficientemente operative: alcune regioni, come la regione dell’Alvernia Rhône-Alpes, producono così documenti destinati alle imprese per renderle consapevoli delle sfide della sicurezza economica , senza che il risultato di tali comunicazioni sia assicurato. La strategia di intelligence economica francese soffre quindi di due gravi carenze: da un lato, la SISSE, organismo specializzato in sicurezza economica, non è perfettamente idoneo a garantire la sicurezza delle imprese nazionali. D’altra parte, gli altri attori che intervengono sul campo sono troppo poco dotati finanziariamente, e troppo poco coordinati tra loro. Quali prospettive di sicurezza economica ci sono allora sul territorio francese? Gli strumenti di controllo degli investimenti esteri potrebbero dare i loro frutti se implementati: il caso Photonis ne è un esempio perfetto. Questa società con sede a Brive la Gaillarde, specializzata in sistemi di visione notturna – in particolare per uso militare – è stata oggetto di un’offerta di acquisto da parte del fondo di investimento Teledyne nel settembre 2020. Il Ministero delle Forze Armate si è poi opposto al suo veto alla vendita di questo azienda strategica. Alla fine, è stato il fondo europeo HLD ad acquisire questa azienda con 1.000 dipendenti.

In questo caso, lo stato è stato in grado di opporsi all’acquisizione di tecnologie sensibili da parte di investitori stranieri. Tuttavia, questo successo non deve essere un trionfo: mentre la natura strategica di Photonis non era in dubbio, viste le ovvie implicazioni militari delle tecnologie che stava sviluppando, lo stesso non vale per le altre azienda. La riflessione su cosa dovrebbe o non dovrebbe essere un asset strategico deve quindi essere avviata in modo sistematico e non occasionale : per esempio le fabbriche tessili di Gérardmer possono, ad esempio, essere considerate un asset strategico. La loro chiusura potrebbe causare un alto tasso di disoccupazione nel territorio, e pertanto devono essere messe in atto efficaci misure di tutela economica da parte delle autorità pubbliche per evitare acquisizioni che potrebbero mettere in pericolo l’attività, e per trovare, anticipando offerte di acquisto che mettano a rischio la sostenibilità dell’attività, acquirenti alternativi. Tuttavia, è improbabile che siano soggetti a un controllo sugli investimenti simile a quello applicato per Photonis.

Insomma Sostenere una politica di intelligence economica è un modo per la ripresa della Francia.E questo è una valutazione ampiamente condivisa non solo da Moinet,ma da Christian Harbulot e da Eric Denécé.
Il controllo degli investimenti esteri è quindi necessario, e nel caso Photonis ha dato risultati convincenti; non è però sufficiente definire un’adeguata politica di intelligence economica e tutelare le aziende in un contesto di guerra economica. Il disegno di legge portato da Marie-Noëlle Lienemann al Senato https://www.senat.fr/leg/ppl20-489.html
nella primavera del 2021 costituisce una buona risposta, oltre ai decreti Montebourghttps://www.legifrance.gouv.fr/loda/id/JORFTEXT000028933611/ e al necessario rafforzamento dell’arsenale giuridicohttps://www.economie.gouv.fr/extension-decret-2014-investissements-etrangers-entreprises-strategiques#
di fronte all’extraterritorialità del diritto americano.

https://www.iassp.org/2021/09/intelligence-strategica-geopolitica-e-guerra-economica-dagli-anni-50-ad-oggi/

Stati Uniti! Afghanistan una tappa verso il multipolarismo Con Gianfranco Campa

L’Afghanistan si sta rivelando un acceleratore della fase multipolare. Alla perdita di capacità egemonica degli Stati Uniti corrisponde l’emergere di numerosi attori con l’ambizione di perseguire proprie ambizioni e determinare aree di influenza dai molteplici e mutevoli punti di attrito e cooperazione cui corrisponde uno scontro politico interno alle formazioni socio-politiche della stessa asprezza e volatilità. Una moltiplicazione di focolai di conflitto e di continue mediazioni in grado di procrastinare l’evenienza di schieramenti contrapposti più stabili e delimitati e le conseguenti tentazioni di confronto risolutivo. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vm7qpb-stati-uniti-afghanistan-e-multipolarismo-con-gianfranco-campa.html

 

 

1 2 3 34