In questa prima parte racconterò la mia visione dell’Iran e della sua società, mentre nella seconda parlerò del conflitto in atto.
Premessa: l’Iran non è l’anti Cristo preannunciato da San Giovanni nell’Apocalisse. Nonostante alcuni articoli recenti lo dipingano come tale, il sospettato non corrisponde alla descrizione.
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L’Iran è uno stato che discende da un antico impero fondato da Ciro il Grande circa 2600 anni fa e che né i greci né i romani furono in grado di assoggettare. Ci riuscirono militarmente gli arabi tra il 600 e l’800 d.C., non culturalmente dato che sia la tradizione persiana che la lingua farsi rimasero sempre vive per tutto il Medioevo fino a far scegliere all’Iran un percorso diverso (quello sciita) rispetto alla maggioranza araba. Nel 1000 gli invasori turchi finirono per diventare loro stessi persiani; addirittura i mongoli e Tamerlano, che pure portarono enormi distruzioni tra il 1200 e il 1500, si fecero affascinare dalla cultura persiana. Nel 1501 la dinastia Safavide riunificò il regno e diede origine all’”Iran” sciita. Nel 1800 e nel primo ‘900 il territorio venne conteso tra russi e inglesi, dopo la Seconda guerra mondiale l’influenza sovietica ebbe la meglio fino al golpe del 1953 promosso da CIA e MI6 che portò al potere Mohammad Reza Pahlavi. Dopo 26 anni, nel 1979, la rivoluzione guidata dagli ayatollah diede vita alla repubblica islamica odierna.
Questi brevi cenni storici servono a far comprendere che ci troviamo di fronte a un popolo che affonda le proprie radici nella storia; al di là dell’importante componente sciita, un iraniano è anzitutto un persiano, portatore di una cultura antica e discendente di una società organizzata attorno a dei valori tradizionali: fede, unità della patria e famiglia.
Ecco perché il regime non è crollato sotto i bombardamenti, anzi, ne è uscito rafforzato. Questa demonizzazione del nemico, della sua cultura e della sua storia tipica della NATO non fa altro che stringere le popolazioni attorno ai propri governi. È successo in Afghanistan, in Russia, in Iran e succederà anche in Cina. Senza dimenticare l’Africa, dove i recenti golpe militari sono stati accolti con grande favore dai cittadini desiderosi di liberarsi dalla presenza francese.
Il mio Iran
Con l’intento di riumanizzare il “nemico”, concedetemi alcune semplificazioni turistiche di natura personale.
Tutte le volte che mi sono recato a Tehran e dintorni durante la prima presidenza Trump, la mia impressione è stata quella di trovarmi nella Russia rurale post sovietica o nel Sud Italia di 30 anni fa: dall’accoglienza nelle case dove come entri ti portano da mangiare e da bere come se arrivassi da 40 giorni nel deserto, al modo in cui guardano “o’straniero” con un misto di sospetto e di ammirazione, fino alle nonne, che coordinano tutto il ménage familiare con stile militaresco.
Per non parlare del traffico caotico, immaginate Napoli o Bari con 15 milioni di abitanti!
E che dire dei vestiti, così demonizzati da noi “occidentali”. Un volto coperto non l’ho mai visto. In generale le donne appartenenti alle famiglie più osservanti portano o il chador (mantello) nero classico con uno scialle che copre i capelli o delle tuniche colorate di origine persiana. Nella capitale ho visto moltissime ragazze con gonne sotto al ginocchio o pantaloni, camicie (chiuse) e foulard dei migliori stilisti francesi e italiani per coprire i capelli. Questo in pubblico, mentre nelle serate trascorse nelle case private i capelli non venivano coperti e le gonne lasciavano intravedere il ginocchio (e anche un po’ di più).
Nella Russia rurale la situazione non è molto differente, e anche a Mosca, a Minsk o a Kiev, quando le donne entrano in Chiesa si coprono i capelli. Non era (è) così anche nel Sud Italia? Alcune volte ho inviato foto scattate fuori Tehran ad amiche della Campania o della Sicilia e pensavano fossi in qualche paesino dalle loro parti.
È pur vero che esiste una parte di società che a noi può sembrare “fuori dal mondo”, ma solo una percentuale minoritaria di iraniani vive queste regole come una imposizione. Durante i miei viaggi mi è capitato di parlare con delle donne “integraliste”, impegnate in politica, vestite sempre di nero e coperte dalla testa ai piedi (col volto scoperto però). Mi hanno spiegato che è il loro modo di conservarsi per il futuro marito, che sono contente di farlo e che, nonostante le apparenze, non hanno rinunciato ai loro “vezzi” femminili. Dopo qualche giorno di frequentazione per motivi lavorativi ho acquisito la loro fiducia e così mi hanno mostrato le quantità industriali di gioielli che indossano sotto il chador e persino i loro telefoni, adornati da custodie infantili in netto contrasto con le persone che avevo di fronte.
Parliamo di ragazze per lo più laureate e con un ottimo livello di inglese, molto gentili al limite del servile: per giorni ho faticato a farmi aprire le porte e a precederle nel passo, ma non hanno voluto sentire ragioni, mi sono quindi (piacevolmente) adattato per non offenderle; ne ho conosciuta abbastanza bene una che ora studia a Roma e con cui sono ancora in contatto, ci sono anche uscito una volta, nel caffè dell’hotel, di pomeriggio, sotto lo sguardo della mia guida che controllava dal tavolo a fianco che non ci fosse alcun contatto fisico tra lo straniero e l’indigena. È stato molto divertente. L’ho raccontato a una mia amica pugliese e mi ha detto che suo padre ugualmente non la faceva uscire di sera, ispezionava i vestiti che indossava e ai primi appuntamenti mandava il fratello a controllare.
Poi, come in tutte le società, le esagerazioni esistono, ma, tra i paesi islamici che ho visitato, l’Iran è sicuramente il più affine a noi. A parte l’alcol, che è davvero proibito per lo meno nei luoghi pubblici, e così mi è capitato di stare fino alle 2 di notte in un ristorante con musica dal vivo bevendo tè, allietato da un cantante azero imitatore di Little Tony con tanto di classico abbigliamento post comunista: scarpe chiare di pelle di almeno 4 numeri in più, pantalone scuro sotto al tacco e camicia completamente aperta.
Venendo a temi più seri, c’è rispetto sia per i cristiani sia per gli ebrei che da Babilonia furono liberati proprio da Ciro, il fondatore della Persia. Per gli iraniani Gesù è un grande profeta, purtroppo non è il figlio di Dio come per noi, tuttavia lo venerano come Suo messaggero. Lo stesso dicasi per la Santa Vergine Maria, cui l’anno scorso è stata intitolata una fermata della metropolitana. E così io giravo tranquillamente con l’anello rosario al dito e la domenica partecipavo alla Messa; certo, è un paese musulmano, la prudenza è sempre consigliata. Ci sono ancora le pubbliche impiccagioni, durante le ultime proteste le vittime sono state circa 4 mila (ne parleremo nella seconda parte), ma credere che bombardandoli possiamo mitigare alcune loro abitudini è quantomeno insensato.
Non sono comunque dei terroristi internazionali seriali come spesso li si dipinge accomunandoli ad Al Qaeda, ISIS e alle loro diramazioni tutte di matrice sunnita salafita. In modo diretto hanno ucciso alcuni dissidenti all’estero, questo sì. Hezbollah è un’altra storia, la vedremo nella seconda parte. Quello che stupisce è che a noi cattolici sfugga la differenza, visto quanto avvenuto in Iraq e Siria dove gli sciiti hanno combattuto accanto e a difesa anche dei cristiani o in Nigeria dove i nostri fratelli nella fede sono perseguitati da Boko Haram, altro gruppo sunnita salafita.
Cito un ultimo aneddoto che poi tornerà utile nella seconda parte. In nessuno dei viaggi ho subito controlli a parte quelli aeroportuali che sono un filino capillari; per pura curiosità personale sono persino andato in taxi all’ingresso di una delle centrali nucleari bombardate l’anno scorso. Nessuno mi ha fermato o fatto domande. Passando rapidamente al presente, a Tehran operano abbastanza liberamente Sky News e CNN, le tv del nemico. Quella iraniana è una società molto orgogliosa, con abitudini consolidate e che accetta restrizioni solamente dall’interno, non dall’esterno, a costo di rimetterci la vita dei propri leader.
Ecco perché se non vogliamo vivere in uno stato perenne di conflitto, occorre trovare ciò che ci accomuna con le altre civiltà e non sempre e solo quello che ci divide. Se, ad esempio, guardiamo alle foto o ai ritratti dei grandi missionari cristiani notiamo come col tempo essi prendevano le sembianze del popolo presso cui vivevano, senza per questo rinunciare ad annunciare il Vangelo o a seguire gli insegnamenti di Cristo.
Purtroppo, noi europei ci siamo dimenticati la nostra storia, le nostre radici greco romane; pretendiamo di imporre i nostri valori a tutto il mondo, in un momento in cui i nostri valori sono in fortissima crisi, non perché non siano più validi, ma perché in nome della globalizzazione li abbiamo rimossi dalle nostre vite e sostituiti con i capricci del momento. Come possiamo relazionarci con altri popoli e culture non sapendo più chi siamo? Come possiamo eventualmente anche invitarli ad abbandonare certe forzature se non riusciamo più a proporre una valida alternativa? Come possiamo giudicare i loro comportamenti se l’autorità morale (il Papa, ma anche molti Cardinali) sovente si dimentica del suo ruolo?
“Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” ci fa sapere sempre San Giovanni.
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Donnie Darko ha lanciato ancora una volta segnali contrastanti riguardo alle sue intenzioni contraddittorie sulla guerra. Da un lato, vengono inviate ancora più truppe statunitensi nella regione e voci “privilegiate” filtrate dai canali dei media mainstream suggeriscono che un intervento di terra sia decisamente in programma, mentre dall’altro lato, in un altro sfogo sui social media, ha fortemente indicato un’imminente uscita di scena, sostenendo che gli Stati Uniti siano vicini a concludere la guerra “riuscita” (leggi: disastrosa):
Verso la seconda metà del discorso, si afferma che lo Stretto di Hormuz non è necessario agli Stati Uniti e che spetta agli altri alleati proteggerlo, un’affermazione che Trump ha poi ribadito davanti alle telecamere:
Gli Stati Uniti sono passati dall’affermare la propria totale superiorità nella regione, con dichiarazioni sicure sulla loro intenzione di spalancare lo Stretto, a implorare aiuto agli alleati, per poi fare marcia indietro sostenendo che in realtà non hanno affatto bisogno dello Stretto. Ciò che emerge è la buffoneria senza spina dorsale di un’amministrazione controllata da Israele, che fatica a improvvisare scuse al volo dopo essere stata respinta in modo umiliante dall’Iran.
Va inoltre sottolineato che Trump ha concluso la sua invettiva con un altro interessante esempio di sovversione geopolitica:
Non solo ha umiliato pubblicamente i suoi principali alleati definendoli a tutti gli effetti dei codardi, ma ha anche ammesso che la NATO è una tigre di carta inutile. Uno o due giorni prima aveva persino accennato nuovamente alla possibilità che gli Stati Uniti prendessero in considerazione l’idea di ritirarsi dalla NATO.
È chiaro che, per quanto deplorevoli possano essere le sue azioni, gran parte di ciò che Trump sta facendo non avrebbe potuto essere sceneggiato meglio né per gli accelerazionisti né per i sostenitori del Sud del Mondo. Sta letteralmente lacerando i legamenti e i tendini che tengono insieme l’architettura globale, e questa è una cosa estremamente positiva. In effetti, gran parte di ciò che sta facendo sta realizzando gli obiettivi principali di lunga data sia dei sostenitori irriducibili di MAGA che di qAnon, a tal punto che viene quasi da chiedersi se ci sia più metodo nella sua “follia”. La NATO sta crollando, se non è già morta, l’ONU e le principali istituzioni globali hanno perso ogni credibilità, gli stessi Stati Uniti sono stati smascherati e stanno per essere cacciati dal Medio Oriente: la recente guerra con l’Iran ha portato al ritiro delle truppe statunitensi ovunque, con il riacutizzarsi della resistenza e dell’opposizione irachena che potrebbe portare a un ritiro definitivo in futuro. Senza contare che gli Stati Uniti si sono alienati tutti gli alleati con vari fiaschi come la Groenlandia, i dazi, l’Ucraina e molti altri. È quasi come se Trump stesse facendo tutto questo di proposito, nel modo più folle possibile, come in una partita di scacchi a 5 dimensioni, per raggiungere obiettivi dichiarati da tempo.
Ovviamente sappiamo che non è così, perché il suo rapporto di dipendenza da Israele e dagli Adelson è evidente e apertamente ammesso, così come il suo odio per l’Iran.
All’indomani degli attacchi, è emerso che Trump ha alle spalle una lunga storia di fanatismo intransigente per quanto riguarda le posizioni anti-iraniane. Interviste recentemente venute alla luce hanno dimostrato che già negli anni ’80 parlava di conquistare l’isola di Kharg:
In un certo senso si potrebbe persino sostenere che quanto detto sopra dimostri che l’odio di Trump per l’Iran non riguarda necessariamente Israele, sebbene il coinvolgimento di Israele nell’ultima “operazione” sia evidente come il sole. A meno che, ovviamente, non si sostenga che Trump sia stato controllato da Israele e dagli Adelson fin dagli anni ’80, cosa di cui non ho mai sentito parlare. Siamo costretti a supporre che si tratti di una combinazione di opinioni razziste di lunga data ispirate dal paradigma neoconservatore standard, insieme all’attuale dipendenza dai finanziatori e a un potenziale ricatto.
Nell’ambito degli ultimi sbalzi di rotta, il Tesoro statunitense ha annunciato la sospensione delle sanzioni sul petrolio iraniano fino al 19 aprile.
Questo dopo aver già revocato alcune sanzioni sul greggio russo. È evidente che Trump sia terrorizzato dalle ripercussioni economiche che ne derivano, motivo per cui l’idea di «conquistare l’isola di Kharg» con i marines statunitensi continua a lasciare perplessi. Presumibilmente, l’idea è quella di avere una sorta di leva per ricattare il «regime iraniano», ma l’Iran potrebbe facilmente bombardare l’isola per danneggiare ulteriormente l’economia globale se ritenesse che l’isola sia comunque ormai sotto il controllo degli Stati Uniti.
Si tratta per lo più di una questione irrilevante, dato che la capacità degli Stati Uniti di conquistare l’isola è fortemente messa in discussione, visto che l’Iran è in grado di bombardarla a tappeto con missili balistici a raggio intermedio (IRBM) e a corto raggio (SRBM) dotati di munizioni a grappolo, causando perdite incalcolabili di ogni tipo alle forze di terra ammassate in una “zona di morte”.
L’altro piano di uscita dall’accordo che l’amministrazione Trump starebbe discutendo — secondo alcune indiscrezioni — consiste nel sequestrare i «materiali arricchiti» dell’Iran tramite un’operazione della Delta Force.
Ora che abbiamo ben chiari i gusti psicologici di Trump, possiamo affermare con certezza che questa deve essere un’opzione allettante per lui, perché rappresenta la via d’uscita più “pulita” e il modo più sicuro per proclamare una grande e audace “vittoria”. Richiederebbe il minor impiego di risorse e, in teoria, comporterebbe anche il minor rischio. Chissà, forse si potrà concludere qualche “accordo” segreto proprio come in Venezuela, dove a Trump è permesso cogliere l’attimo con le sue forze armate dotate di “Discombobulatori” per intervenire, ripulire il MacGuffin e poi concludere rapidamente il conflitto.
D’altra parte, gli alleati del Golfo sembrano diventare sempre più audaci nel prolungare la guerra. Oggi è giunta la notizia secondo cui l’Arabia Saudita avrebbe concesso all’aviazione militare statunitense l’accesso a una delle sue basi principali per attaccare l’Iran, anche se questa informazione non è stata ancora confermata:
Gli attacchi dell’Iran alle basi statunitensi nel Golfo si stavano intensificando e gli Stati Uniti avevano bisogno di un accesso più ampio e di autorizzazioni di sorvolo. L’Arabia Saudita ha acconsentito ad aprire agli americani la base aerea Re Fahd a Taif, nell’Arabia Saudita occidentale, come hanno riferito a Middle East Eye diversi funzionari statunitensi e occidentali a conoscenza della questione.
Il 70-80% dell’acqua negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita proviene da impianti di desalinizzazione
Con i 3 maggiori produttori che forniscono il 30-40% della loro acqua – sono a 15 droni Shahed dall’estinzione
L’Iran non li ha presi di mira, ma probabilmente lo farebbe in una battaglia esistenziale
Il Guardian propone un interessante confronto storico, mettendo in evidenza il declino dell’Impero britannico, simboleggiato dalla guerra boera del 1899:
Alla fine, la forza prevalse. La Gran Bretagna vinse la guerra boera, ma fu una vittoria vuota che richiese quasi tre anni per essere ottenuta e comportò un costo elevato. Il colpo al prestigio britannico – arrivato in un momento in cui la sua egemonia globale era minacciata da paesi in rapida crescita come gli Stati Uniti – fu grave. Lungi dal mettere in evidenza la portata del potere britannico, ne mise a nudo i limiti.
A un secolo e un quarto di distanza, gli Stati Uniti rischiano di trovarsi coinvolti in una sorta di guerra boera. Quella che avrebbe dovuto essere una passeggiata minaccia di trasformarsi in un conflitto di lunga durata. Gli iraniani stanno ricorrendo a tattiche di guerriglia, proprio come fecero i boeri, ottenendo un notevole successo. Non c’è dubbio che, alla fine, la potenza di fuoco superiore degli Stati Uniti e di Israele avrà la meglio, ma a quale prezzo?
L’autore osserva giustamente che Trump non ha alternative valide: spingendosi troppo oltre, Trump ha già fatto sì che, qualunque delle due vie d’uscita venga scelta, gli Stati Uniti si ritroveranno in una situazione peggiore rispetto a prima della sfortunata decisione di scatenare questa guerra:
Trump si trova quindi di fronte a una scelta difficile. Può porre fine alla guerra adesso e affermare che gli Stati Uniti hanno raggiunto i propri obiettivi bellici, anche se ciò significherebbe lasciare al potere il regime di Teheran. Oppure può prolungare il conflitto, aumentando così i rischi di difficoltà economiche – e di una reazione politica negativa – sul fronte interno. La prima opzione è la migliore, anche se si tratterebbe comunque di una vittoria di Pirro, che metterebbe in luce sia i punti di forza che le debolezze degli Stati Uniti.
L’autore ha tralasciato un aspetto: ritirarsi ora con una falsa vittoria non significa semplicemente «lasciare il regime al suo posto»: significa lasciare al potere un «regime» probabilmente molto più forte, intransigente, giovane e vendicativo. E, cosa più importante di tutte: significa lasciare al suo posto una popolazione iraniana ormai completamente disillusa dal cosiddetto «salvatore» americano. Numerose fonti hanno ormai affermato che persino la popolazione dissidente filo-occidentale in Iran ha ormai perso fiducia nell’Occidente a causa della barbarie percepita negli attacchi degli Stati Uniti contro il popolo iraniano, piuttosto che esclusivamente contro il regime – per non parlare della totale insensibilità di Trump nel portare avanti tutto questo.
– La riparazione dei gravi danni subiti dai nostri impianti produttivi richiederà fino a cinque anni e ci costringerà a dichiarare una situazione di forza maggiore a lungo termine
Ora i massimi esperti mondiali di energia stanno ipotizzando ogni sorta di scenario catastrofico, qualora la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi anche solo per qualche altra settimana.
Qualcuno ha sintetizzato bene la situazione; per dirla in altre parole:
L’Iran è sopravvissuto a decenni di sanzioni, ma il mondo non riuscirebbe a sopravvivere a due settimane di sanzioni contro l’Iran.
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I maggiori importatori di energia dell’Asia stanno silenziosamente cambiando strategia, puntando sulla resilienza piuttosto che sulla protezione militare delle linee di approvvigionamento a rischio
Navi nello Stretto di Hormuz. Immagine: screenshot da YouTube
Le dichiarazioni rilasciate martedì dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in cui si chiedeva perché Cina, Giappone e Corea del Sud non abbiano assunto un ruolo militare più attivo nella salvaguardia delle principali rotte di trasporto energetico, in particolare lo Stretto di Hormuz, richiamano l’attenzione su un cambiamento più profondo già in atto.
L’inazione dei maggiori importatori di energia dell’Asia segnala un cambiamento strutturale in atto, che sta già rimodellando i flussi di capitale, le catene di approvvigionamento e gli allineamenti geopolitici in tutta la regione.
Per decenni, la sicurezza del transito energetico globale ha fatto forte affidamento sul dominio navale degli Stati Uniti. Le economie asiatiche, nonostante fossero i principali acquirenti mondiali di petrolio e gas, operavano all’interno di questo quadro.
La dipendenza strategica era tollerata perché funzionava. L’energia arrivava, i costi rimanevano prevedibili e il rischio era in gran parte esternalizzato. Tuttavia, sembra che stia emergendo una nuova realtà con la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran.
Cina, Giappone e Corea del Sud non si comportano più come beneficiari passivi di un sistema guidato dagli Stati Uniti. La loro moderazione nei momenti di tensione riflette un riposizionamento calcolato.
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La loro non-intervenzione militare non è segno di compiacimento; riflette piuttosto una scelta deliberata volta a proteggere le loro economie proprio dal tipo di sconvolgimenti che un simile intervento comporterebbe.
In altre parole, la sicurezza energetica della regione si sta ridefinendo in tempo reale. Anziché proteggere le rotte, l’Asia sta riducendo la propria dipendenza da esse. I modelli di investimento emergenti confermano già questa transizione.
Le infrastrutture per il gas naturale liquefatto (GNL) si stanno rapidamente espandendo in tutta la regione. I terminali di importazione, gli impianti di stoccaggio e la capacità di rigassificazione vengono potenziati non come semplici aggiornamenti incrementali, ma come cambiamenti fondamentali. Il GNL offre maggiore flessibilità, poiché i carichi possono essere reindirizzati, i fornitori diversificati e l’esposizione diluita.
Le energie rinnovabili stanno accelerando parallelamente, non come gesti ecologici ma come imperativi strategici. Il solare, l’eolico e lo stoccaggio in batterie su scala di rete stanno ricevendo investimenti sostenuti in Cina, Giappone e Corea del Sud. La produzione interna riduce la vulnerabilità agli shock esterni. Il rischio politico diminuisce con l’aumentare della sovranità energetica.
Anche il nucleare sta tornando al centro del dibattito con nuova urgenza. Il riavvio dei reattori in Giappone e il continuo impegno della Corea del Sud nell’espansione nucleare sottolineano una consapevolezza condivisa: l’energia di base deve essere sicura, stabile e controllata a livello nazionale. E la capacità nucleare offre esattamente questo.
Gli accordi energetici bilaterali e regionali si stanno espandendo in modo silenzioso ma significativo. I contratti di fornitura a lungo termine con i produttori mediorientali, la maggiore cooperazione in materia di gasdotti e i legami più profondi con gli esportatori di energia del Sud-Est asiatico puntano tutti allo stesso obiettivo: la diversificazione per allontanarsi dai punti di strozzatura e dal rischio di concentrazione.
Come stiamo vedendo in tempo reale, i mercati dei capitali non stanno aspettando conferme. Stanno già scontando questo cambiamento. I fondi infrastrutturali, i fondi sovrani e gli investitori istituzionali stanno aumentando le allocazioni verso asset energetici asiatici che favoriscono la resilienza piuttosto che la sola efficienza. CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373 I porti progettati per la movimentazione di GNL, i progetti di energia rinnovabile collegati alle reti nazionali e le catene di approvvigionamento nucleare stanno attirando un interesse costante. I comitati di investimento stanno ponendo meno enfasi sui vantaggi di costo marginale e più sulla continuità dell’approvvigionamento.
Tale riposizionamento comporta implicazioni a lungo termine per i prezzi globali dell’energia e i flussi commerciali. Una minore dipendenza da singole rotte di transito riduce l’impatto delle interruzioni in quei corridoi. La volatilità dei prezzi legata ai focolai geopolitici diventerà meno acuta nel tempo man mano che la diversificazione prenderà piede.
L’influenza degli Stati Uniti sulla sicurezza energetica, pur rimanendo significativa, va incontro a una graduale diluizione. L’autonomia asiatica sta aumentando attraverso l’accumulo di capacità piuttosto che attraverso il confronto nello Stretto di Hormuz.
Anche le dinamiche valutarie potrebbero cambiare man mano che il commercio energetico regionale diventa più diversificato. Gli accordi bilaterali prevedono sempre più spesso il regolamento in valute locali, riducendo l’esposizione alla volatilità del dollaro nelle transazioni energetiche. Passi incrementali in questa direzione potrebbero avere un impatto cumulativo sull’architettura finanziaria globale nel tempo.
La strategia aziendale in tutta l’Asia riflette la stessa logica. I settori ad alto consumo energetico stanno investendo direttamente nella sicurezza dell’approvvigionamento, dalla generazione captive di energia rinnovabile all’approvvigionamento a lungo termine di GNL. L’integrazione verticale sta guadagnando terreno, poiché le aziende cercano un maggiore controllo sui costi di produzione e sulla continuità.
Il rischio legato alla sicurezza energetica viene ridistribuito piuttosto che eliminato. Una maggiore produzione interna e importazioni diversificate comportano a loro volta sfide in termini di intensità di capitale e di esecuzione. L’intermittenza delle energie rinnovabili, gli ostacoli normativi nel settore nucleare e le strozzature infrastrutturali rimangono vincoli reali. Ciononostante, la direzione da seguire è chiara.
I mercati sono ora fortemente concentrati sulle azioni concrete, come lo schieramento di truppe, i movimenti navali e le dichiarazioni politiche. Ma la visione più approfondita deriva probabilmente dal valutare l’inazione dell’Asia.
Il rifiuto di Cina, Giappone e Corea del Sud di intervenire militarmente per garantire la sicurezza delle rotte energetiche segnala l’adesione a un modello nuovo e diverso, meno dipendente da garanzie esterne e più radicato nelle capacità interne e regionali.
Gli investitori che considerano questo momento come un’anomalia temporanea rischiano di non cogliere la più ampia riorganizzazione già in atto.
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Come la maggior parte delle persone nell’emisfero occidentale, il 28 febbraio mi sono svegliato sommerso da una valanga di filmati, notizie e voci provenienti dal Medio Oriente. Gli Stati Uniti e Israele avevano lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran durante la notte (dopo la chiusura dei mercati per il fine settimana) e stavano bombardando gli iraniani con massicci raid aerei. La Guida Suprema dell’Iran, Ali Hosseini Khamenei, figura di spicco della politica regionale da lungo tempo, era morta, secondo quanto riportato da fonti israeliane che sarebbero state presto confermate. Poche ore dopo, l’Iran ha iniziato a rispondere con attacchi missilistici contro obiettivi in tutta la regione, tra cui Israele, basi americane e gli Stati del Golfo. La situazione era precipitata.
Nelle settimane trascorse, la nascente guerra con l’Iran è stata oggetto di una confusione analitica che sta diventando quasi insormontabile. In un certo senso, questa confusione è intrinseca al conflitto, dati i partecipanti. Israele è, per usare un eufemismo, uno stato controverso che occupa una quantità sproporzionata di spazio cognitivo negli Stati Uniti. A seconda di chi si interpella, Israele è o un avatar politico profeticamente annunciato da Dio Onnipotente, che gli Stati Uniti sono tenuti per sacro obbligo a difendere, oppure un parassita apertamente nefasto che manipola il governo americano attraverso un misto di finanziamenti elettorali, inganni religiosi e ricatti.
In linea generale, non c’è stata molta chiarezza sul fatto che l’obiettivo sia distruggere completamente lo Stato iraniano o semplicemente indebolirlo, demolendo le sue capacità offensive e la sua base industriale. A peggiorare le cose, molte delle motivazioni addotte dall’amministrazione Trump sono state contraddette direttamente dai suoi stessi membri chiave. Mentre il Segretario di Stato Marco Rubio afferma che gli Stati Uniti sono stati costretti ad attaccare l’Iran dai suoi piani, Trump ha dichiarato, in modo piuttosto specioso, che era vero il contrario e che era stato lui a costringere Israele ad agire . Nel frattempo, i funzionari del Pentagono hanno dichiarato al Congresso di non avere prove che l’Iran stesse pianificando un attacco preventivo . Naturalmente, il programma nucleare iraniano è sempre un problema a Washington, ma un allarme immediato sulla nuclearizzazione iraniana sembrerebbe contraddire le affermazioni categoriche secondo cui gli attacchi dello scorso anno all’impianto di arricchimento di Fordow avrebbero fatto regredire il programma iraniano di anni . Allo stesso tempo, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica sostiene che l’Iran non possiede alcun programma strutturato di armi nucleari , il che sarebbe comprensibile alla luce della fatwa contro le armi nucleari emessa dal defunto Khamenei.
Non c’è quindi da stupirsi che quasi nessuno riesca a mettersi d’accordo su ciò che sta accadendo. Il quadro fattuale della guerra è frammentario e crea una sorta di test di Rorschach geostrategico in cui ognuno vede ciò che vuole vedere.
I più ferventi sionisti evangelici negli Stati Uniti (i Rafael Edward Cruz di turno) vedono in questo una crociata a sfondo religioso per la sicurezza di Israele. I meno zelanti, invece, la considerano l’ennesima dimostrazione della politica estera aggressiva dell’amministrazione Trump, volta a risolvere un problema di sicurezza di lunga data. Gli scettici nei confronti di Israele si collocano a metà strada tra la teoria della cattura della politica estera americana da parte di Israele (ragionevole) e quella del ricatto di Trump da parte di una vaga rete Mossad-Epstein (assurda). Molti elettori di Trump, pur essendo scettici riguardo alle guerre all’estero, ritengono semplicemente che il Presidente si sia guadagnato la loro fiducia; sono disposti a sperare per il meglio e abbandoneranno i loro dubbi in caso di vittoria. Il gruppo di commentatori della Resistenza, come il New York Times e altri, ottiene così un ulteriore elemento a sostegno della propria teoria di un’amministrazione Trump squilibrata, militante e quasi fascista. Infine, gli scettici e i detrattori più accaniti dell’Impero americano esultano praticamente per quello che considerano un’arrogante macchina da guerra americana che finalmente incastra la testa nella trappola, dando inizio a una guerra che, a loro avviso, l’Iran sta vincendo senza problemi.
Tendo ad affrontare queste questioni in modo molto diverso, partendo dal presupposto che Israele, gli Stati Uniti e l’Iran siano perlopiù Stati normali, principalmente interessati alla sicurezza e alla massimizzazione del proprio potere. Israele, ad esempio, è uno Stato singolare, caratterizzato da quella che ho definito un’ideologia escatologica-di guarnigione , ed esercita un’influenza insolita sulla politica americana, ma il suo potere è molto più limitato di quanto suppongano sia i suoi più grandi ammiratori che i suoi critici più accaniti. Non è né la pupilla degli occhi di Dio né la radice maledetta di tutti i mali che ci affliggono. È uno Stato, interessato principalmente alla propria sicurezza e alla massimizzazione del proprio potere regionale rispetto ai rivali. Allo stesso modo, l’Iran – pur essendo uno Stato clericale unico nel suo genere – è pur sempre uno Stato.
Se mi permettete questa premessa – ovvero che, in definitiva, abbiamo a che fare con una triade di stati che possono essere intesi come tali – credo che la sequenza degli eventi si incastri alla perfezione e che possiamo seguirla in ordine. Se poi ci condurrà al luogo che desideriamo è tutt’altra questione.
La sparatoria di Bibi
La radicata antipatia tra l’Iran e il blocco israelo-americano è una caratteristica intrinseca degli affari regionali e non necessita di presentazioni. La prima domanda che dovrebbe animare qualsiasi discussione sull’imminente guerra con l’Iran non è “perché” in senso preciso, ma piuttosto: “perché ora?”.
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo ricordare gli sviluppi che hanno portato all’attuale guerra negli ultimi anni, a cominciare dall’operazione di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023. Negli anni trascorsi da allora, Israele ha intrapreso quella che definisco una vera e propria offensiva geostrategica contro minacce e rivali regionali. Queste operazioni non solo hanno ucciso un gran numero di personale nemico di alto profilo, ma hanno anche devastato molti dei punti caldi ai confini di Israele, mettendo l’Iran in una posizione di netto svantaggio.
Per gli americani in particolare, che non hanno familiarità con le figure chiave e le fazioni politiche mediorientali, questi eventi tendono a confondersi. Nel complesso, tuttavia, i recenti successi di Israele sono notevoli. Dalla fine del 2023, Israele ha ucciso gran parte della leadership di Hamas, tra cui Yahya Sinwar, Muhammad Sinwar, Marwan Issa, Saleh al-Arouri e il capo dell’ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ucciso in Iran . Ha ucciso diversi membri chiave di Hezbollah in Libano, tra cui il leader storico di Hezbollah, Hassan Nasrallah, comandanti di alto livello come Fuad Shukr e il capo del Consiglio Centrale, Nabil Qaouk, senza contare i danni arrecati alla struttura di comando sul campo nella famigerata operazione con le bombe volanti. Infine, lo scorso giugno gli israeliani hanno ucciso numerosi ufficiali iraniani di alto rango, tra cui generali di alto grado delle Guardie Rivoluzionarie come Mohammad Bagheri, Amir Ali Hajizadeh, il comandante della Forza Quds Esmail Qaani e il capo delle Guardie Rivoluzionarie Hossein Salami, durante i raid aerei contro l’Iran.
L’impressionante serie di eliminazioni perpetrate da Israele ha coinciso con la devastazione di Gaza e il crollo del governo di Assad in Siria. Quest’ultimo evento è stato particolarmente significativo, in quanto non solo ha eliminato un satellite chiave per l’Iran, ma ha anche ostacolato la connettività dell’Iran con gruppi alleati come Hezbollah, creando una sorta di “Trashcanistan” ripiegato su se stesso tra l’Iran e il Libano.
Questa conversazione può facilmente degenerare. La preoccupazione per la crisi umanitaria a Gaza e il crescente numero di vittime è comprensibile, e la lunga serie di cacce alle teste israeliane evoca immagini di martirio, con gli oppositori di Israele che giustificano la loro decisione affermando che Israele è caduto in una trappola ben congegnata uccidendo uomini come Sinwar e Nasrallah.
Questo, naturalmente, potrebbe interessare ad alcuni. La cosa più importante, tuttavia, è che Israele è riuscito a svuotare la leadership nemica e a scuotere la posizione strategica dell’Iran a un costo relativamente basso. Gli attacchi di rappresaglia iraniani durante la Guerra dei Dodici Giorni, pur essendo una fonte di kino, non sono riusciti a ripristinare la deterrenza per l’Iran. La serie di attacchi israeliani non solo ha messo l’Iran in difficoltà gettando nel caos i suoi alleati, ma ha anche suggerito un modello su come l’Iran stesso potrebbe essere portato sull’orlo del baratro.
Allora, perché proprio ora? Credo che la risposta sia piuttosto semplice: l’Iran è apparso particolarmente vulnerabile in seguito alla serie di attacchi israeliani e al crollo della sua posizione in Siria. Costretti a scegliere tra tentare un colpo decisivo contro l’Iran ora, con il peso americano alle spalle, e permettere al regime iraniano di ricostituire la propria forza, per gli israeliani non si è trattato di una vera e propria scelta. Lo slancio dei loro recenti successi li ha spinti in questa guerra.
Sparatoria
Per gli Stati Uniti, il coinvolgimento era praticamente predestinato. Una volta che il governo israeliano ebbe comunicato il suo impegno ad agire, gli Stati Uniti si trovarono di fronte alla scelta tra partecipare fin dall’inizio e cedere il controllo degli eventi aspettando una rappresaglia iraniana. Anche questa, a dire il vero, non è affatto una scelta. Era chiaramente preferibile mantenere il controllo sui tempi e sferrare il primo attacco più potente possibile.
In apparenza, ciò sembra avvalorare la lamentela secondo cui la politica estera americana è in gran parte asservita agli israeliani, con la conseguente disperazione che i potenti Stati Uniti non siano altro che clienti di Tel Aviv. È vero che Israele esercita un’influenza insolita sulla politica americana e possiede enormi leve per costringere gli Stati Uniti ad agire militarmente. Tuttavia, se mi è consentito fare l’avvocato del diavolo, potremmo osservare che la dinamica in gioco non è poi così insolita. Infatti, gli stati clienti (Israele) spesso esercitano un’enorme influenza sui loro alleati più grandi e potenti (gli Stati Uniti), perché possono innescare emergenze di sicurezza che costringono il loro benefattore ad agire. I patrioti britannici nel 1914 potevano lamentarsi del fatto che il Regno Unito fosse trascinato in guerra dagli impegni presi con il Belgio, ma ciò aveva poca rilevanza sulle dinamiche di potere tra Bruxelles e Londra. Né, del resto, la Russia era un giocattolo del governo serbo, sebbene sia entrata in guerra per la Serbia.
L’idea che gli Stati Uniti potessero rimanere completamente neutrali in un conflitto ad alta intensità tra Iran e Israele non è mai stata ragionevole, soprattutto considerando l’alta probabilità che l’Iran reagisse a un attacco israeliano colpendo le basi americane nella regione. Israele e gli Stati Uniti formano, nel bene e nel male, un blocco strettamente consolidato in Medio Oriente, per cui un’azione militare israeliana innesca un coinvolgimento americano. Data la ferma volontà di Israele di agire, è persino possibile un intervento preventivo.
Visti i successi ottenuti negli ultimi due anni, con la decapitazione e l’indebolimento dei gruppi filo-iraniani, l’osservazione del collasso dello Stato siriano e il colpo inferto all’Iran stesso senza che quest’ultimo riuscisse a ripristinare la deterrenza, gli israeliani ritenevano chiaramente di avere l’opportunità di danneggiare gravemente, o addirittura distruggere, lo Stato iraniano decapitando il regime, distruggendo gran parte delle sue capacità militari e industriali e degradando o distruggendo le sue difese aeree. Israele ha comunicato chiaramente la sua determinazione ad agire in quella che considerava un’importante finestra di opportunità, e l’azione israeliana ha innescato preventivamente l’intervento americano. Qualsiasi comprensione della specifica causa scatenante di questa guerra deve tuttavia partire non da teorie insensate sulle giovenche rosse, ma dalla pluriennale serie di sparatorie di Bibi, che ha creato sia l’opportunità per la definitiva degradazione dello Stato iraniano, sia il modello attraverso il quale ciò avrebbe potuto essere realizzato.
Bombardare un aspirapolvere
Data la decisione del blocco israelo-americano di agire, e di agire subito, comincia a delinearsi la forma dell’operazione militare. In linea generale, possiamo suddividere gli attacchi iniziali contro l’Iran in due grandi categorie: obiettivi del regime e obiettivi militari, con il duplice obiettivo di indebolire e decapitare lo Stato iraniano. Sebbene non sia immediatamente evidente, questi due obiettivi sono strettamente collegati e, nominalmente, si sostengono a vicenda.
Finora, l’attività di attacco si è concentrata principalmente sul deterioramento della difesa aerea iraniana e sulla sua capacità di sostenere un volume di attacchi consistente: uno sforzo che implica non solo colpire le piattaforme di lancio, ma anche i depositi e la produzione di sistemi d’attacco. Mentre i primi giorni di attacchi, che hanno comportato l’impiego di migliaia di munizioni, hanno ottenuto un successo immediato nel ridurre il volume di attacchi iraniani, tale progresso si è rallentato con il passaggio degli iraniani a una gestione più metodica delle piattaforme di lancio. Il deterioramento della difesa aerea iraniana ha anche portato al raggiungimento della superiorità aerea – definita in senso lato come vantaggio dominante nello spazio aereo e accesso allo spazio aereo nemico – ma l’Iran conserva alcune difese intatte che impediscono la supremazia aerea, generalmente definita come la capacità di rendere il nemico incapace di interferire con le forze aeree nell’area operativa.
Il punto chiave da chiarire, tuttavia, è se la capacità di attacco e la difesa aerea iraniane vengano indebolite nell’ambito di obiettivi operativi o strategici. Può sembrare una pignoleria, ma chiedo al lettore di avere pazienza. Ciò che stiamo mettendo in discussione è se le capacità dell’Iran vengano indebolite in modo permanente e costante, oppure se vengano semplicemente soppresse. La differenza è sostanziale.
Il volume degli attacchi iraniani è chiaramente diminuito, sebbene l’Iran continui a lanciare missili e droni a un ritmo di base stabile. In una certa misura, tuttavia, ciò potrebbe essere dovuto sia alla decisione iraniana di preservare i lanciatori ed evitare di esporre eccessivamente le proprie risorse, sia alla “logistica dell’ultima fase”, che rende difficile il trasferimento dei mezzi verso le basi di lancio sotto la superiorità aerea nemica. L’effettiva soppressione della capacità di attacco iraniana sarebbe molto utile per alleggerire il carico sulla difesa aerea israelo-americana e consentire la prosecuzione della campagna di attacchi contro l’Iran. Non neutralizzerebbe, tuttavia, in modo permanente la deterrenza iraniana e non permetterebbe attacchi israeliani indisturbati contro obiettivi del regime senza timore di ritorsioni.
In altre parole, la soppressione dei sistemi d’attacco iraniani ha ripercussioni operative nel breve termine, mentre una massiccia riduzione delle loro capacità significherebbe di fatto disarmare lo Stato, distruggere le sue basi per la deterrenza futura e garantire a Israele la possibilità di agire impunemente nel lungo periodo. Più precisamente, la distruzione delle capacità d’attacco iraniane è un obiettivo di guerra in sé , soprattutto per Israele, mentre la soppressione delle attività d’attacco è un espediente operativo al servizio di altri obiettivi.
Sulla carta, gli attacchi contro obiettivi militari e del regime iraniano formano un circolo vizioso di auto-rinforzo, progettato per innescare una spirale di indebolimento delle capacità dello Stato iraniano. Il degrado della difesa aerea e della capacità di attacco dell’Iran consentirà agli israeliani e agli americani di colpire impunemente obiettivi del regime. Sulla carta, un Iran completamente disarmato e indifeso, senza la capacità di lanciare attacchi di rappresaglia e senza una difesa aerea funzionante, può essere colpito a piacimento, e lo Stato può essere spinto al limite con continui attacchi contro il personale. L’altra faccia della medaglia, ovviamente, è che gli attacchi mirati a decapitare gli obiettivi militari sono progettati per disorganizzare il comando e il controllo iraniano e compromettere la gestione ordinata delle operazioni belliche, in modo che gli obiettivi militari possano essere sistematicamente braccati e logorati. Per usare un’analogia con i rettili, un serpente senza zanne può essere maneggiato senza problemi, e un serpente tenuto per la testa può essere disarmato senza problemi. Questa è la logica di base.
La guerra con l’Iran: un secondo Natale per gli appassionati di aviazione.
Questi percorsi diversi sembrano contraddittori, e molti sono frustrati dal fatto che Washington non fornisca una risposta definitiva sulla sua intenzione di perseguire un cambio di regime in Iran. A mio avviso, questo è in realtà un segnale di indifferenza americana nei confronti dell’esito. Per la Casa Bianca, non ha particolare importanza se lo Stato attuale acconsenta alle richieste americane (per ora vagamente definite come “resa incondizionata”) o se collassi completamente. In entrambi i casi, si prevede che il disordine interno e la paralizzante perdita di capacità statale indeboliranno l’Iran per una generazione. Non è che la Casa Bianca non sappia se vuole o meno un cambio di regime; semplicemente non le interessa.
La strategia americana, in quanto tale, sembra essere poco più che lanciare bombe in un vuoto di potere, fino a quando lo Stato non collassa, si arrende o la sua capacità di reagire e ricostituirsi non è così compromessa da rendere irrilevante la differenza. Dal punto di vista americano, questo sembrerebbe offrire flessibilità e liberare gli Stati Uniti da impegni specifici nei confronti di fazioni politiche, forme di governo o personale iraniani. Un vantaggio, a quanto pare, è che aggira completamente il “blocco della politica estera”. Evitando di impegnarsi per un particolare esito politico in Iran, concentrandosi invece sul degrado materiale dello Stato, Trump evita impegni vincolanti e mantiene una flessibilità nominale. Bombardare lo Stato fino al collasso o alla sua stabilizzazione, e in entrambi i casi sarà paralizzato. In teoria. Sulla carta.
Maratona di Teheran
Analizzare la strategia iraniana è, stranamente, in qualche modo più semplice. Il piano israelo-americano si basa sul duplice tentativo di disarmare e decapitare il regime iraniano, bombardando il vuoto di potere fino a quando ciò che emerge non risulterà innocuo e malleabile. L’Iran, d’altro canto, persegue il duplice obiettivo della sopravvivenza del regime e del ripristino della deterrenza attraverso un’escalation asimmetrica . Gli Stati Uniti volevano una guerra di breve durata, in cui poche settimane (o forse anche solo quattro giorni ) di intensi raid aerei avrebbero messo fuori combattimento l’Iran. Invece, Teheran sta cercando di trasformare la guerra in una maratona, scommettendo sulla coesione del proprio regime, in grado di resistere e sopravvivere agli israelo-americani mentre questi ultimi ribaltano progressivamente il divario e infliggono costi economici asimmetrici strangolando lo Stretto di Hormuz.
Il punto cruciale della questione, e il primo segnale della strategia iraniana emergente, è stato il massiccio bombardamento scatenato contro obiettivi in tutto il Golfo nei primi giorni di guerra. L’escalation orizzontale, che ha coinvolto anche i paesi arabi che ospitano basi americane, è stata, secondo il presidente Trump, piuttosto scioccante , sebbene non avrebbe dovuto esserlo. Si è parlato molto del rapido calo del volume degli attacchi iraniani dopo quei primi giorni, e certamente gli iraniani hanno perso molti dei loro lanciatori. Sostengo, tuttavia, che questa interpretazione travisi la strategia di escalation di Teheran.
L’elevato numero di lanci effettuati dall’Iran nelle prime 72 ore avrebbe inevitabilmente causato ingenti perdite tra i sistemi di lancio. L’ingente numero di risorse schierate dall’Iran nei primi giorni ha creato una presenza capillare e ben visibile contro un nemico con una netta superiorità aerea, ma la perdita di questi sistemi di lancio era una scommessa calcolata. Questa strategia si integrava con i preparativi iraniani per interrompere il comando centrale nei primi giorni, impartendo ai comandanti sul campo istruzioni per i lanci in conformità con ordini preesistenti. La cosiddetta ” difesa a mosaico ” è stata a questo punto enfatizzata eccessivamente (dato che sembra che il comando e controllo centralizzato esista ancora), ma il concetto fondamentale è piuttosto semplice: l’Iran aveva pianificato di interrompere il comando centrale e aveva accettato la perdita di molti sistemi di lancio, posizionandosi in modo da colpire il maggior numero possibile di obiettivi nelle prime 72 ore. L’obiettivo era quello di esplodere fin da subito, anche a costo di interrompere il comando centrale e di perdere alcuni comandanti, per poi estendere l’azione orizzontalmente e coinvolgere non solo Israele e le basi americane, ma anche gli stati del Golfo.
Questo si armonizzerà con il tentativo in corso di strangolare il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, un problema che Stati Uniti e Israele hanno una leva limitata per risolvere. I metodi che l’Iran può utilizzare per bloccare lo stretto sono relativamente economici e molto difficili da contrastare, e includono mine navali , motoscafi carichi di esplosivo e droni . Sconfiggere completamente queste difese richiederebbe sia mezzi di ingegneria militare , di cui l’Iran è carente, sia la proiezione di potenza militare direttamente sul litorale iraniano. Non c’è da stupirsi che la Casa Bianca stia ora cercando un qualsiasi possibile alleato , persino la Cina , che possa contribuire all’arduo compito nello stretto. Finora, però, è difficile trovare qualcuno disposto a farlo.
L’obiettivo di tutto ciò, dal punto di vista di Teheran, è trasformare lo sprint in una maratona, in cui l’Iran sta comprimendo un’arteria economica colpendo le infrastrutture energetiche e portuali nel Golfo e bloccando il traffico marittimo nello Stretto. In un certo senso, questo non è molto diverso dall’approccio dell’Ucraina alla guerra: infliggere costi asimmetrici per ottenere un accordo di pace favorevole. Anche l’equipaggiamento è in gran parte simile, con i droni che svolgono gran parte del lavoro. La differenza è che il Golfo non ha la profondità strategica della Russia e l’Iran, a differenza dell’Ucraina, ha a portata di mano una leva economica multimiliardaria. Questo ci porta a una situazione farsesca in cui gli Stati Uniti stanno agevolando la vendita di petrolio iraniano e russo semplicemente per attenuare le perturbazioni del mercato.
Questo crea un dilemma per gli Stati Uniti. Il presidente Trump ha la possibilità di dichiarare vittoria e ritirarsi, ma l’Iran è pronto a continuare a bloccare unilateralmente lo stretto finché potrà, fino al raggiungimento di una pace formale e negoziata .
Quest’ultimo punto è particolarmente importante, perché l’Iran sta subendo le conseguenze del fallimento nel creare un deterrente efficace. I limitati scambi missilistici con Israele dello scorso anno non sono riusciti a raggiungere questo obiettivo, ed è semplicemente intollerabile per il regime iraniano procedere ingenuamente se ritiene che Israele possa agire impunemente nei suoi confronti. Lo Stato iraniano vuole sopravvivere, ma non sopravviverà a lungo se non sarà in grado di dimostrare di poter resistere al colpo decisivo degli Stati Uniti e al contempo imporre costi asimmetrici in risposta. Vuole sopravvivere a questo conflitto garantendo al contempo che Israele non riprenda le ostilità nel prossimo futuro. Nello scenario ideale per Teheran, gli iraniani saranno in grado di dettare le condizioni della pace. Gli Stati Uniti e Israele credevano di aver disarmato una vipera, ma gli iraniani stanno cercando di combattere la guerra per strangolamento di un’anaconda.
Conclusione: Un pugno in faccia
Esistono due celebri citazioni, di personaggi nettamente diversi, che dimostrano inesauribilmente il loro valore ogni volta che scoppia una nuova guerra. Il grande Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Prussiano, Helmuth von Moltke il Vecchio, una volta disse ironicamente: “Nessun piano di battaglia sopravvive al primo contatto con il nemico”. Moltke era famoso per i suoi ordini operativi volutamente vaghi, pensati per dare una forma generale alle operazioni lasciando però l’attuazione indefinita, per permettere ai subordinati di reagire al mutare delle circostanze. L’ex campione del mondo dei pesi massimi Mike Tyson lo espresse in modo un po’ più diretto:
Tutti hanno un piano finché non ricevono un pugno in faccia.
In guerra, tutti vengono presi a pugni in faccia.
Quello che abbiamo cercato di delineare qui sono due concezioni radicalmente diverse della guerra con l’Iran. Da un lato, c’è la concezione israelo-americana di una campagna aerea ad alta intensità, che sgancia bombe nel vuoto fino a quando non si ottiene una situazione tollerabile. Dall’altro lato, c’è la prospettiva iraniana basata sulla resistenza e sui costi economici. In definitiva, tuttavia, entrambi gli approcci implicano scommesse calcolate, e il problema delle scommesse è che a volte si perde.
È del tutto possibile, ad esempio, che la scommessa dell’Iran sulla capacità dello Stato di resistere si riveli un fallimento. Finora, l’Iran ha dimostrato una mentalità del tipo “il prossimo è pronto” e la volontà di assorbire semplicemente le perdite. Lo Stato non è collassato. Certo, provocare il collasso dello Stato è molto più difficile di quanto si possa pensare, ma resta una possibilità concreta che i continui colpi alle infrastrutture e al personale del regime portino a una spirale discendente di disfunzioni operative e di comando.
Detto questo, la natura ortogonale di questa guerra – una sorta di strana gara tra uno sprinter israeliano-americano e un maratoneta iraniano – ci conduce a un bivio. Il ritmo della guerra sta cambiando man mano che lo shock iniziale dei raid aerei si stabilizza. Le portaerei americane si stanno ritirando per essere riattrezzate . Gran parte della capacità di lancio israelo-americana è stata impiegata . Le risorse vengono ridispiegate poiché diventa chiaro che l’America non era preparata a sostenere più teatri operativi. Il quadro generale è quello di un Iran con capacità sostanzialmente ridotte, ma uno stato intatto e leve rimanenti che, per ora, sono sufficienti a continuare la stretta.
Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, la vittoria sarà definita da due fattori relativamente semplici: la sopravvivenza dello Stato iraniano e la sua capacità di infliggere costi asimmetrici attraverso gli stretti e gli attacchi alle infrastrutture del Golfo. Questo ci porta a considerare alcune possibili soluzioni generali.
Opzione 1: Vittoria iraniana nello Stretto
L’Iran mantiene le proprie capacità di attacco di base e continua a limitare il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz. I tentativi americani, tiepidi e limitati nelle risorse, di aprire lo stretto falliscono, e l’Iran è in grado di sostenere minacce sufficienti alla navigazione. I crescenti costi economici e l’incapacità della Casa Bianca di mobilitare una coalizione di alleati europei e asiatici portano a una pace negoziata, in cui l’Iran può insistere su condizioni che impongano agli Stati Uniti di astenersi da future azioni israeliane contro di esso. Il presidente Trump probabilmente potrà presentare questo risultato a livello nazionale come una vittoria – “Ho ottenuto un accordo, stanno aprendo lo stretto e abbiamo ucciso Khamenei” – ma il regime iraniano sopravvive intatto e con la speranza di ristabilire la deterrenza.
Opzione 2: La palude
Non volendo cedere il controllo dello stretto, gli Stati Uniti tentano operazioni costiere su vasta scala per riprenderne il controllo. In mancanza di un’adeguata difesa aerea regionale o di un metodo affidabile per sopprimere i droni, gli Stati Uniti vengono trascinati, per inerzia, in un’operazione di terra limitata, che conferisce alla guerra una nuova dimensione e una durata interminabile. Al momento, questa sembra essere la strada più probabile.
Opzione 3: Trump sconfigge l’Iran e il blocco della politica estera
A quanto pare, basta bombardare uno stato finché non collassa o non si adegua. Una crisi di liquidità impedisce alle Guardie Rivoluzionarie di pagare il proprio personale. Scoppiano rivolte a Teheran e le forze di sicurezza perdono il controllo. Il gruppo al potere crolla, uno dopo l’altro, tra le macerie. Non è solo l’Iran a essere sconfitto, ma anche l’intero gruppo di esperti di politica estera americana: a quanto pare non servono la costruzione di nazioni, né truppe sul campo, né consiglieri, né ONG, né fondi per lo sviluppo. Basta bombardare un paese finché non funziona a proprio vantaggio. Probabilmente no. Ma forse?
Una cosa è certa. L’Iran, finora, ha pagato a caro prezzo la sua incapacità di instaurare una deterrenza efficace. Un vasto arsenale di missili convenzionali e droni, un robusto apparato di sicurezza e una rete di gruppi armati settari: sulla carta, tutte garanzie ragionevolmente solide per la sicurezza dello Stato, eppure eccoci qui, con la guerra che ha colpito direttamente Teheran. In qualsiasi scenario in cui lo Stato iraniano sopravviva, cercherà sicuramente con urgenza strumenti di deterrenza più efficaci e duraturi. Una rapida occhiata alla storia recente rivela una lunga lista di Stati distrutti e di Paesi allo sbando. La Corea del Nord non è in questa lista. Forse l’Iran penserà in piccolo, anziché in grande, e cercherà rifugio nell’infinitesimale spazio all’interno di un atomo che si sta scindendo.
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La situazione è precipitata oggi dopo che Israele ha colpito il più grande giacimento di gas naturale dell’Iran, il South Pars. Si stima che questo giacimento rappresenti il 75% della produzione di gas naturale dell’Iran e l’85% della sua rete elettrica.
Questo, ovviamente, è avvenuto subito dopo che Israele aveva assassinato il segretario del Consiglio nazionale supremo iraniano, Ali Larijani, in un attacco che si dice abbia ucciso anche più di 100 civili nelle vicinanze, radendo al suolo il palazzo in cui si trovava e forse anche gli edifici circostanti.
Ciò ha immediatamente spinto l’Iran ad intensificare la guerra, colpendo obiettivi energetici sia in Israele che nel Golfo, in particolare il polo del gas di Ras Laffan in Qatar, considerato il più grande del mondo:
Anche l’Arabia Saudita afferma di aver “intercettato” diversi missili balistici diretti a Riyadh.
Ma lo sviluppo più significativo di questa improvvisa tempesta mediatica è la rivelazione che gli Stati Uniti, in realtà, non hanno autorizzato né partecipato a questi attacchi unilaterali israeliani, nonostante le prime notizie indicassero che fossero stati condotti in parallelo. Le voci si sono diffuse durante tutta la giornata, finché Trump non lo ha finalmente confermato personalmente in un’invettiva sui social media, in cui sembrava rimproverare aspramente Israele per la sua impudenza, minacciando al contempo l’Iran con ulteriori barbarie distruttive:
Continuano a susseguirsi notizie secondo cui Trump sarebbe furioso con Israele per aver scatenato questa tempesta regionale che ha provocato danni economici che continuano a sfuggire al controllo.
I funzionari della Casa Bianca si stanno preparando a una drammatica rottura tra Donald Trump e la sua controparte israeliana, mentre il nuovo conflitto del presidente in Medio Oriente continua a infuriare.
Mercoledì, tre fonti interne all’amministrazione Trump hanno dichiarato ad Axios di “ritenere che Trump vorrà porre fine alle principali operazioni militari prima del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu”.
Israele sta ovviamente intensificando deliberatamente il conflitto per garantire che non vi sia alcuna via d’uscita e che gli Stati Uniti – e preferibilmente i loro alleati del Golfo – si impegnino nella distruzione totale e decisiva dell’Iran.
Israele sta perseguendo questo obiettivo attraverso due strategie simultanee: in primo luogo, eliminando tutti i “moderati” e le persone razionali all’interno della leadership iraniana, per garantire che rimangano solo i falchi che spingeranno per la massima punizione contro la regione. In secondo luogo, oltrepassando le “linee rosse” dell’Iran, colpendo i suoi siti economici ed energetici più sensibili, al fine di provocare una rappresaglia iraniana contro siti altrettanto critici in tutta la regione, scatenando una tempesta di fuoco di proporzioni enormi che possa travolgere tutti e costringere il mondo intero a “eliminare” l’Iran una volta per tutte.
Ora anche l’Iran ha schierato i suoi motoscafi nel Golfo, e alcune fonti affermano che siano stati utilizzati per minare lo Stretto, con almeno una petroliera avvistata in fiamme nelle vicinanze:
Oltre 30 motoscafi iraniani, insieme a imbarcazioni di supporto, potrebbero essere impegnati nello sminamento del lato omanita dello Stretto di Hormuz. Attraversano liberamente le acque tra Iran e Oman.
Nel frattempo, Trump ha continuato a contraddirsi in modo ridicolo, come un pollo senza testa, affermando prima che gli Stati Uniti possono liberare lo Stretto da soli, poi che in realtà si tireranno indietro e lasceranno che il problema venga risolto da coloro che ne sono maggiormente colpiti.
Ma le affermazioni secondo cui il blocco dello Stretto non colpisce gli Stati Uniti perché il Paese non si rifornisce di petrolio da lì sono speciose: i Paesi che si riforniscono di petrolio dallo Stretto non solo sono intrinsecamente legati al sistema economico globalizzato e alla rete di approvvigionamento, ma forniscono anche prodotti da cui gli Stati Uniti dipendono, i cui prezzi sono legati alla produzione petrolifera in molti modi, diretti e indiretti. In breve, l’impennata dei prezzi del petrolio avrà molte conseguenze di secondo e terzo ordine, che andranno ben oltre la visione limitata di Ken Donigula e della sua banda di gnomi miopi.
In effetti, è necessario dire una cosa importante: la campagna totalmente priva di scopo, fatta di distruzione indiscriminata e gratuita, condotta dagli Stati Uniti in Iran, equivale per definizione a terrorismo . Un’operazione richiede un obiettivo strategico dichiarato per poter essere definita “guerra” o azione militare di qualche tipo, legittima o meno. La goffa serie di bombardamenti di Trump – durante la quale si vanta orgogliosamente di poter “bombardare” determinati obiettivi iraniani “per divertimento” – non rientra in questa definizione e, come tale, si qualifica per definizione come una campagna di terrorismo contro uno stato sovrano e la sua popolazione civile. Per non parlare di ciò che gli Stati Uniti stanno facendo a Cuba, con il blocco che ha portato al collasso dell’intera rete elettrica del paese già da ieri.
In realtà, gli obiettivi più vicini a quelli dichiarati dagli Stati Uniti in questa vicenda coincidono con la definizione stessa di terrorismo: gli Stati Uniti vogliono creare difficoltà economiche e danni infrastrutturali nel paese, spingendo così la popolazione a rovesciare “il regime”. Inoltre, molti degli attacchi effettivamente verificabili degli Stati Uniti sono stati chiari casi di terrorismo, non ultimo il sadico e gratuito attacco alla Shajareh Tayyebeh.Una scuola elementare femminile a Minab dove sono stati massacrati oltre 170 bambini.
La disastrosa campagna elettorale sta andando così male che persino figure di spicco del neoconservatorismo come Robert Kagan e Bill Kristol stanno iniziando a mettere in discussione il fatale legame degli Stati Uniti con Israele:
Continuano a circolare voci secondo cui Trump starebbe di nuovo cercando disperatamente una via d’uscita segreta dai negoziati con l’Iran, ma quest’ultimo non è più disposto a negoziare e sta adottando la posizione russa, richiedendo un completo riassetto dell’architettura di sicurezza regionale che garantisca la sicurezza e gli interessi dell’Iran prima che si possa giungere a qualsiasi tipo di compromesso.
Iran Now | Esclusiva | Una fonte diplomatica del Ministero degli Esteri iraniano a Iran Now Network:
– Per la terza volta oggi, Washington ha inviato un messaggio, tramite uno dei paesi della regione, in cui ha richiesto la cessazione della guerra
– Questa volta, la richiesta americana è stata accompagnata dalla minaccia di intensificare il ritmo degli omicidi all’interno dell’Iran in caso di mancata collaborazione da parte di Teheran.
– L’Iran ha affermato che la sua posizione non è cambiata, quindi non ci sarà alcuna cessazione della guerra prima del raggiungimento degli obiettivi dichiarati da Teheran, come affermato dai suoi funzionari.
Nel frattempo, proprio come avevo scritto e previsto, le spese dell’Iran per missili e droni non solo sono rimaste stabili, ma sono addirittura aumentate:
Ciò rappresenta un rifiuto totale delle affermazioni della propaganda israeliana sulla distruzione di percentuali casuali di lanciatori balistici iraniani, che sono pure favole infantili per i creduloni.
Quanto alla strategia israeliana di indebolire progressivamente la leadership iraniana, Araghchi risponde:
Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi sull’assassinio di Ali Larijani:
“Non capisco perché americani e israeliani non abbiano ancora compreso questo punto. La Repubblica Islamica ha una solida struttura politica con istituzioni politiche, economiche e sociali consolidate. La presenza o l’assenza di una singola persona non intacca questa struttura.”
“Quando il leader è stato assassinato, il sistema ha continuato a funzionare e ha immediatamente provveduto a un sostituto.”
La tensione è ora altissima tra tutte le parti coinvolte, poiché il conflitto è palesemente entrato in una nuova fase. Non solo Israele e gli Stati Uniti si trovano a un bivio, ma anche i Paesi del Golfo hanno reso più esplicite le proprie intenzioni, iniziando a lanciare minacce indirette contro l’Iran. Continuano a circolare voci secondo cui gli Stati del Golfo starebbero segretamente consigliando a Trump di annientare l’Iran, temendo che quest’ultimo si trasformi in una bestia incontrollabile, impossibile da domare qualora il conflitto si concludesse senza un accordo.
Le minacce di Trump contro il giacimento iraniano di South Pars e altre infrastrutture petrolifere e del gas sono o vane spacconate o i segni di una follia incurabile, perché la risposta dell’Iran probabilmente metterebbe fuori gioco i centri energetici più importanti della regione e farebbe precipitare il mondo in una catastrofe economica di cui lo stesso inetto bandito arancione sarebbe chiamato a rispondere.
Una cosa è certa: gli Stati Uniti non sono mai apparsi così vendicativi, deboli e imbarazzanti allo stesso tempo sulla scena mondiale. Trump ha davvero aperto il vaso di Pandora, e i suoi tentativi di sottrarsi alle conseguenze con bluff e spacconate difficilmente avranno successo.
Il presidente del parlamento iraniano chiarisce:
Il vostro supporto è prezioso. Se avete apprezzato la lettura, vi sarei molto grato se decideste di sottoscrivere un abbonamento mensile/annuale per sostenere il mio lavoro e permettermi di continuare a fornirvi report dettagliati e approfonditi come questo.
Così disse Dio a Mosè, ordinandogli: «Di’ ai figli d’Israele: “Io Sono mi ha mandato da voi”».
Il presidente Donald Trump ha detto qualcosa di simile negli ultimi tempi: IO SONO MAGA!
L’ultima dichiarazione di Trump a difesa del suo impegno per il movimento MAGA è arrivata in un lungo post su Truth Social in cui difendeva Mark Levin, il chiacchierone sostenitore della linea “Israele prima di tutto”, che recentemente ha avuto alcuni scontri sui social media con i conservatori che criticano la guerra con l’Iran. Trump ha scritto:
Coloro che parlano male di Mark finiranno presto per essere messi da parte, proprio come le persone le cui idee, politiche e basi non sono solide. LORO NON SONO MAGA, IO SÌ, e MAGA significa impedire all’Iran, un regime terroristico malato, folle e violento, di dotarsi di un’arma nucleare con cui far saltare in aria gli Stati Uniti d’America, il Medio Oriente e, in ultima analisi, il resto del mondo. MAGA significa fermarli sul nascere.
Molti elettori di Trump sono rimasti sorpresi nello scoprire che «MAGA significa» guerra contro l’Iran. Certo, Trump non è sempre stato coerente nella sua retorica su questioni di guerra e pace, ma nel 2016 si era distinto alle primarie repubblicane criticando aspramente le «guerre infinite», in particolare quella in Iraq. E nelle elezioni del 2020 e del 2024 si è vantato di non aver iniziato nessuna nuova guerra durante il suo primo mandato.
«Misureremo il nostro successo non solo in base alle battaglie che vinceremo, ma anche alle guerre che porremo fine — e, forse soprattutto, alle guerre in cui non ci imbarcheremo mai», ha affermato Trump nella frase più significativa del suo discorso di insediamento dello scorso gennaio. «L’eredità di cui andrò più fiero sarà quella di un pacificatore e di un unificatore».
A distanza di quattordici mesi, Trump si sta rivelando un fomentatore di conflitti e un divisore. Il movimento MAGA e il Partito Repubblicano ne pagheranno le conseguenze.
«Sciocchezze», potrebbe dire la Casa Bianca. La portavoce Karoline Leavitt la scorsa settimana ha sottolineato alcuni sondaggi secondo cui oltre l’85% degli elettori che si identificano con il movimento MAGA sostiene l’attacco contro l’Iran. Questa è stata la risposta standard alle affermazioni secondo cui il movimento MAGA si starebbe frammentando: Joe Kent, un funzionario di Trump dell’America First, potrebbe aver appena dato le dimissioni per protestare contro la guerra in Iran, e influencer di destra come Tucker Carlson potrebbero abbandonare la nave, ma gli elettori MAGA restano a bordo.
Certo, ma ci sono alcuni problemi. Innanzitutto, nemmeno i sostenitori più accaniti del MAGA sembrano particolarmente entusiasti all’idea di attaccare l’Iran, a prescindere da ciò che possano dire ai sondaggisti. Durante un comizio altrimenti chiassoso tenutosi in Kentucky la scorsa settimana, l’annuncio di Trump secondo cui gli Stati Uniti avrebbero «vinto» la guerra è stato accolto da un silenzio imbarazzante.
Nessuno nega che i sostenitori del MAGA siano rimasti fedeli a Trump nonostante i numerosi scandali politici e che probabilmente non gli volteranno le spalle adesso (e non l’avrebbero fatto se lui avesse invece stretto un accordo, anziché dichiarare guerra, all’Iran). Ma gli elettori che si identificano con il MAGA costituiscono solo circa il 15 per cento dell’elettorato, quindi Trump non ha conquistato la Casa Bianca solo grazie al loro sostegno. Piuttosto, ha conquistato anche i repubblicani tradizionali e gli indipendenti.
Il primo gruppo è molto meno favorevole alla guerra contro l’Iran rispetto a quanto lo fosse inizialmente riguardo alle avventure militari di George W. Bush, mentre il secondo gruppo è largamente contrario. Anche nei sondaggi citati da Leavitt, solo un esiguo 24-32% degli indipendenti ha dichiarato di sostenere gli attacchi contro l’Iran. E secondo un sondaggio del Quincy Institute di prossima pubblicazione, circa un quarto degli elettori di Trump del 2024 si oppone alla decisione di entrare in guerra con l’Iran.
Non occorre un dottorato in scienze politiche per capire che si tratta di risultati deludenti nel nostro sistema bipartitico. E le guerre tendono a diventare meno popolari col passare del tempo.
A complicare ulteriormente la situazione dal punto di vista delle relazioni pubbliche, la guerra in Iran sta già allontanando gli opinion leader dall’amministrazione Trump. La campagna presidenziale del 2024 era stata definita le «elezioni dei podcast» per via del ruolo influente svolto da voci anti-establishment come Joe Rogan, che aveva appoggiato Trump. Ma ora queste figure ne hanno abbastanza di Trump, e molti dei loro ascoltatori sono sicuramente d’accordo.
«Sembra proprio assurdo, considerando il programma con cui si è candidato», ha detto Joe Rogan in una puntata del podcast andata in onda la scorsa settimana. «È per questo che molte persone si sentono tradite, no? Si è candidato promettendo “basta guerre”, “basta con queste stupide guerre senza senso”, e poi ci ritroviamo in una guerra di cui non riusciamo nemmeno a spiegare chiaramente il motivo».
Un calo di entusiasmo tra i repubblicani tradizionali e una perdita consistente di consensi tra gli indipendenti significherebbero la fine per il Partito Repubblicano nelle elezioni di medio termine di quest’anno e nel 2028. Dopotutto, nonostante tutti i discorsi su una «vittoria schiacciante» nel 2024, Trump ha vinto il voto popolare con un margine inferiore a quello ottenuto da Hillary Clinton nel 2016.
E non dimentichiamo: Trump non sarà più candidato alle prossime elezioni. Qualunque legame personale abbia instaurato con gli elettori del movimento MAGA – e nessuno può negare che si tratti di un legame profondo e duraturo – non avrà più molta importanza una volta che J.D. Vance o Marco Rubio avranno preso il suo posto.
Il prossimo candidato repubblicano dovrà affrontare notevoli difficoltà se la guerra in Iran dovesse trasformarsi in un pantano, come sembra probabile. Di certo, avrà difficoltà a convincere gli elettori che l’opposizione alle guerre insensate sia un punto credibile del programma del Partito Repubblicano moderno. Se la guerra dovesse protrarsi a lungo, i Democratici potrebbero allora recuperare quell’energia pacifista che ha contribuito a portare Barack Obama alla vittoria nel 2008.
Neanche gli effetti di secondo ordine della guerra contribuiranno a migliorare la situazione. L’inflazione – o, più precisamente, l’aumento dei prezzi – è stata forse la questione principale che ha spinto il popolo americano a riportare Trump alla Casa Bianca. Ma la chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita un quinto del petrolio commercializzato a livello mondiale, ha già fatto impennare i prezzi dell’energia e minaccia di innescare una recessione globale. Gli elettori della classe operaia saranno i più colpiti, e daranno la colpa a Trump, punendo il suo partito alle urne.
Mentre l’amministrazione Trump si avvia a grandi passi verso una crisi politica, si intravedono segnali che indicano un inasprimento delle restrizioni alle libertà civili per soffocare il dissenso. Questo fine settimana Brendan Carr, presidente della Commissione Federale delle Comunicazioni, ha minacciato di non rinnovare le licenze delle emittenti televisive in base alla loro copertura della guerra.
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E Laura Loomer — un’apparente sociopatica che sussurra regolarmente all’orecchio di Trump — sostiene di aver segnalato al presidente i traditori presenti al suo interno. In un post su X, ha invocato un nuovo «mccartismo», riferendosi alla campagna della Guerra Fredda contro i sospetti comunisti. In un altro post, Loomer ha detto di aver creato una “lista” di conservatori, tra cui Carlson, che secondo lei stanno prendendo soldi dai nemici degli Stati Uniti e meritano “la galera”.
Carlson e altre figure di spicco del mondo conservatore hanno finora teso a criticare le politiche belliciste di Trump senza però screditare la sua persona. Ma se dovessero iniziare a ritenere che Trump stia favorendo la loro persecuzione politica, la situazione potrebbe cambiare, e molti dei loro sostenitori finirebbero per vedere il presidente sotto una luce nuova e ben più cupa.
Trump, senza dubbio, ha dato vita a uno dei movimenti populisti più imponenti della storia politica. Ma affinché il movimento MAGA continui a essere una forza significativa, deve diventare una corrente ideologica coerente, non un culto della personalità, e dovrà mantenere nella propria coalizione sia gli indipendenti che i repubblicani tradizionali. Purtroppo, molti indizi suggeriscono che questo progetto non sopravviverà alla guerra con l’Iran.
Informazioni sull’autore
Andrew Day
Andrew Day è caporedattore di The American Conservative. Ha conseguito un dottorato in scienze politiche presso la Northwestern University. Potete seguirlo su X @AKDay89.
Ancora una volta ci troviamo coinvolti in una nuova guerra all’estero — com’era prevedibile, su richiesta di Benjamin Netanyahu. L’amministrazione Trump ha deciso di entrare in questa guerra illegale senza la necessaria approvazione del Congresso, proprio come aveva fatto con la guerra illegale contro il Venezuela.
Da decenni il popolo americano vota sistematicamente contro la partecipazione degli Stati Uniti alle guerre. Un secolo fa, il candidato Woodrow Wilson basò la sua campagna elettorale sulla promessa di tenere il Paese fuori dalla Prima guerra mondiale. Molti storici ritengono che la sua decisione, una volta diventato presidente, di entrare in guerra sia stata una delle cause principali della Seconda guerra mondiale, ancora più devastante. Da allora, un candidato presidenziale dopo l’altro ha promesso di non entrare in guerra. Eppure, una volta eletti, iniziano immancabilmente nuove guerre. Perché?
È più che evidente che la maggior parte degli americani sia contraria a questa ultima guerra in Medio Oriente, eppure il Congresso non osa adempiere al proprio dovere costituzionale di fermarla. Il Congresso non è nemmeno disposto a discutere della nostra partecipazione a quella follia di morte e distruzione. Perché?
Questo andamento, che si protrae ormai da decenni, suggerisce che esista una o più forze in grado di mantenere un programma quasi costantemente favorevole alla guerra. Come è possibile che ciò avvenga immancabilmente, amministrazione dopo amministrazione? Sembra che la situazione non cambi mai.
Le recenti rivelazioni sull’influenza esercitata dal gruppo di Epstein e sulle sue iniziative a favore di Israele hanno offerto un assaggio di alcune delle possibilità, ma la nostra leadership politica si è battuta con tutte le sue forze per nascondere la maggior parte delle informazioni compromettenti. Il gruppo di Epstein è la forza principale che guida la nostra politica estera, o solo una delle tante? Per fortuna, i deputati Ro Khanna e Thomas Massie continuano a lottare coraggiosamente per portare alla luce tutta la portata della depravazione e dell’influenza esercitate.
Mentre la nostra leadership sembra diventare sempre più succube del regime di Netanyahu, il nostro governo ne imita sempre più il comportamento brutale e nichilista: ad esempio, compiendo e vantandosi di omicidi politici illegali, attaccando subdolamente paesi durante finti negoziati di pace e violando sfacciatamente una miriade di leggi e trattati. Questo comportamento da teppisti mina la credibilità americana e fa rabbrividire il mondo di orrore. Per molti decenni, l’America è stata rispettata in tutto il mondo. Sì, gli Stati Uniti hanno agito nel proprio interesse e hanno sfruttato molti lungo il percorso, ma almeno hanno rivestito il loro comportamento con una parvenza di decoro e moderazione. La leadership statunitense è ora temuta come un cane rabbioso senza catena. Quella catena era un retaggio della visione cristiana del mondo dell’era della nostra fondazione, che ora sta rapidamente svanendo, specialmente tra la nostra attuale leadership.
Partiamo dalle basi. I nostri Padri Fondatori hanno conferito al Congresso il potere esclusivo di dichiarare guerra, ben consapevoli dei pericoli di un’eccessiva ingerenza dell’esecutivo. Dal 1942, tuttavia, i nostri leader hanno aggirato questo sacro dovere ricorrendo a una propaganda disonesta, finanziando conflitti senza fine attraverso stanziamenti occulti e ingannevoli ed emanando falsi decreti di emergenza. Questa non è leadership. È codardia e illegalità, ben lontanamente dalla narrativa del dopoguerra di un mondo regolato da norme internazionali. Cosa li fermerà? L’esaurirsi delle munizioni? Il fallimento? Una crisi monetaria che renda finalmente l’Impero americano totalmente insostenibile? Stiamo sostenendo circa 800 basi militari in tutto il mondo. Qualcuno crede che possa durare?
E che dire delle Nazioni Unite, quell’organismo tanto denigrato, un tempo schernito come «fronte comunista» dai falchi della Guerra Fredda, molti dei quali erano proto-neoconservatori? L’ONU è stata una creazione occidentale, nata dalle ceneri della Seconda guerra mondiale per risolvere i conflitti senza ricorrere alla guerra. Ma è stata messa da parte, cooptata e resa inefficace, in gran parte a causa di una struttura che permette alle nazioni potenti – principalmente gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e i loro rappresentanti – di manipolare il sistema. Il potere di veto del Consiglio di Sicurezza è diventato uno scudo per l’impunità, in particolare quando si tratta del comportamento bellicoso di Israele nei confronti dei suoi vicini.
I paesi del Terzo Mondo, sconvolti da decenni di trattamento illegale e brutale riservato da Israele ai palestinesi, denunciano da tempo questa ipocrisia. La risoluzione 242 delle Nazioni Unite, adottata nel 1967 dopo la Guerra dei Sei Giorni, chiedeva il ritiro di Israele dai territori occupati, compresi Gaza e la Cisgiordania, in cambio della pace. Israele ha votato a favore, ma la fedeltà a quella promessa? Inesistente. Le case e le fattorie palestinesi vengono distrutte e rase al suolo, gli insediamenti si espandono, i muri si innalzano e l’occupazione continua, mentre gli Stati Uniti pongono il veto su qualsiasi applicazione significativa della risoluzione. Decenni di risoluzioni che condannano le azioni di Israele sono state sistematicamente annullate da Washington, e spesso da Londra, concedendo di fatto a Israele carta bianca nella sua campagna di pulizia etnica. Tragicamente, molte delle guerre successive alla Seconda Guerra Mondiale hanno avuto una componente israeliana: conflitti per procura, cambi di regime e azioni militari e segrete destabilizzanti volte a spianare la strada al progetto di un “Grande Israele”.
Qual è l’autorità che pone un limite a questo paradigma mafioso? Siamo ricaduti in una diplomazia basata sulla legge del più forte, in cui cittadini stranieri – spesso dotati di ingenti risorse finanziarie e animati da rancori etnici – si appropriano del nostro governo per regolare i conti del passato. Quante vite e quanti dollari americani sono stati sperperati al servizio di queste false narrazioni?
Con il Venezuela sotto il nostro giogo, Cuba sembra essere la prossima sulla lista nera, a causa dell’odio dei neoconservatori nei confronti di Cuba che domina la politica della Florida meridionale. Ricordiamo che Meyer Lansky e la sua organizzazione mafiosa si riversarono a Cuba negli anni ’50 per trasformarla in un paradiso corrotto di casinò per i vizi americani. Quando Fidel Castro prese il potere, smantellò quelle operazioni, sequestrò i loro beni ed espulse i gangster. Il disgusto del popolo cubano per la criminalità organizzata e la corruzione del governo cubano è stato un fattore determinante per il successo della rivoluzione di Castro. La risposta degli Stati Uniti? Decenni di embargo, tentativi di assassinio e guerra economica, il tutto alimentato da élite animate dal rancore.
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Questa politica estera da gangster non è solo illegale; ci sta mandando in rovina sia moralmente che finanziariamente. Abbiamo investito trilioni di dollari in queste iniziative, accumulando un debito superiore al PIL di qualsiasi paese. Il sogno del «Grande Israele», con il suo fervore espansionistico, ci trascina in un conflitto senza fine, mentre le lobby straniere gestiscono le nostre forze armate come se fossero una milizia privata.
Cosa farebbe Gesù di fronte a tutto questo? Il Principe della Pace non applaudirebbe alla fame e al massacro dei bambini di Gaza, agli attacchi e alla devastazione del Venezuela, né ai bombardamenti sfrenati e agli omicidi in Iran. «Non uccidere» non è un consiglio; è un comandamento. Sopravviverà a lungo dopo che le campagne diffamatorie che incitano alla disobbedienza saranno state dimenticate. Eppure i nostri leader, ipnotizzati da donatori e ideologi, tradiscono quotidianamente questa verità. Lo dimostra il capo guerriero americano, Pete Hegseth: «L’America sta vincendo in modo decisivo, devastante e senza pietà». Qualcuno chiami il suo pastore. Non sta esattamente seguendo il messaggio del nostro Salvatore.
È ora di fermarsi. Basta con le invasioni illegali, basta con le guerre incostituzionali. Lasciamo che l’ONU funzioni come previsto, libera dall’abuso del diritto di veto. Chiediamo che chi usa il nostro governo per perseguire rivendicazioni etniche risponda delle proprie azioni. A meno di un fallimento o di un crollo monetario, solo l’indignazione pubblica può arrestare questa spirale. America First significa difendere le nostre coste, non fare i poliziotti del mondo come un brutale boss mafioso. Se non ci riprendiamo la nostra sovranità dalle forze pro-guerra, il futuro sarà un continuum di debiti infiniti, morte e declino. La scelta è nostra, prima che le munizioni finiscano e la nostra credibilità e sovranità siano completamente estinte.
Informazioni sull’autore
George D. O’Neill Jr.
George D. O’Neill, Jr. è membro del consiglio di amministrazione dell’American Ideas Institute, che pubblica The American Conservative, nonché artista residente nella Florida rurale.
Il presidente Donald Trump ha scatenato illegalmente una guerra su vasta scala contro una nazione lontana che non ha né attaccato né minacciato l’America. Al contrario, l’Iran stava negoziando con gli Stati Uniti, offrendo concessioni sostanziali. Il presidente ha giustificato la sua aggressione con una retorica simile a quella del russo Vladimir Putin nel lanciare l’«operazione militare speciale» di Mosca contro l’Ucraina.
Si comporta più come un imperatore romano che come un presidente americano, vagando per il mondo alla conquista di terre straniere e saccheggiando i popoli sottomessi per guadagno personale oltre che nazionale. È diventato proprio quel tipo di despota sconsiderato che i padri fondatori della nazione temevano. Questa tragica perversione dell’esperimento americano dimostra la terribile verità del famoso assioma di Lord Acton: «Il potere assoluto corrompe in modo assoluto».
In effetti, gli Stati Uniti non bastano più a contenere le ambizioni del presidente. Le fantasie di Trump si sono espanse a dismisura. Come ha spiegato l’anno scorso, «La prima volta avevo due cose da fare: governare il Paese e sopravvivere». Ma «la seconda volta, governerò il Paese e il mondo». Alla domanda se ci fosse un limite ai suoi poteri, ha risposto: «La mia stessa moralità. La mia stessa mente. È l’unica cosa che può fermarmi». Quando deciderà che la sua autorità si estende all’intero universo?
Trump ora utilizza le forze armate della Repubblica americana per seminare morte e distruzione su altri popoli a vantaggio di — anzi, spinto e persino guidato da — un’altra nazione e un altro governo, il cui leader mostra un gusto simile per l’espansione internazionale e l’arricchimento personale. Trump addirittura promuove, o almeno tollera, i subordinati che promuovono la sanguinosa campagna militare come una sacra crociata religiosa.
E tutto questo da un presidente che aveva promesso di mettere l’America al primo posto.
Bisogna ammettere che la Repubblica Islamica dell’Iran è un bersaglio allettante. Innanzitutto, è brutalmente repressiva. Tuttavia, è probabile che questo non preoccupi affatto il presidente. Dopotutto, la maggior parte dei suoi leader stranieri preferiti, come ad esempio Mohammed bin Salman dell’Arabia Saudita, sono autoritari spietati, se non addirittura sanguinari.
Sebbene si tratti anch’esso di un regime riprovevole, l’Iran non rappresenta una minaccia per l’America. Gli antagonismi tra Washington e Teheran sono numerosi, ma gli americani hanno fatto la loro parte nell’aggravare il conflitto. Mentre Trump si lamentava che le attività dell’Iran «mettono in pericolo» le basi statunitensi, non è stata Teheran a circondare il proprio avversario con forze militari e a sferrare attacchi militari.
Per quanto riguarda le potenziali ambizioni nucleari della Repubblica Islamica, anche se disponesse di armi nucleari non attaccherebbe l’America, poiché ciò scatenerebbe una rappresaglia devastante. Ironia della sorte, il suo programma nucleare fu avviato da Mohammad Reza Pahlavi, lo scià, o monarca, sostenuto dagli Stati Uniti, che fu rovesciato nel 1979. In ogni caso, le agenzie di intelligence americane hanno concluso da tempo che il regime islamista ha abbandonato lo sviluppo di armi. Teheran ha invece cercato la latenza nucleare, preservando la possibilità di una militarizzazione. Dopotutto, il regime era sopravvissuto a malapena a una sanguinosa invasione da parte dell’Iraq di Saddam Hussein, sostenuto da gli Stati Uniti e gli Stati del Golfo, per poi subire anni di sanzioni economiche e minacce militari da parte di Washington e, più recentemente, una guerra di bassa intensità quasi continua da parte di Israele. Oggi le aggressioni del presidente stanno dimostrando che i falchi iraniani hanno ragione: solo le armi nucleari possono garantire la sopravvivenza del regime.
Ciononostante, Teheran negoziò con l’amministrazione Obama severe restrizioni alle proprie attività nucleari, restrizioni che limitarono le ambizioni nucleari dell’Iran. Trump abbandonò avventatamente l’accordo durante il suo primo mandato, più per ripicca personale che per lungimiranza politica. Il regime islamico ha portato avanti il proprio programma nucleare, ma in seguito ha offerto all’amministrazione Trump II concessioni ancora maggiori. Tuttavia, il presidente ha deciso – o è stato convinto, se non addirittura costretto – a dichiarare guerra all’Iran nonostante l’assenza di qualsiasi giustificazione seria, per non dire convincente. L’anno scorso ha affermato di aver “annientato” il programma nucleare di Teheran, eppure ora esige che l’Iran ceda anche i suoi missili, il che lo lascerebbe indifeso sia nei confronti di Israele che dell’America. Inoltre insiste per approvare il prossimo leader del Paese, cosa che nessun governo serio al mondo accetterebbe.
L’Iran non è l’unico bersaglio del presidente. Egli sta impiegando in modo ostentato le forze armate americane in tutto il mondo per estorcere denaro e risorse ad altre nazioni. In Venezuela ha di fatto messo sotto controllo il presidente Nicolás Maduro, lasciando però al potere la dittatura chavista in cambio del controllo sul petrolio e su altre risorse. Ha liquidato María Corina Machado dell’opposizione mentre definiva “una leader meravigliosa” l’allora vicepresidente e ora presidente Delcy Rodríguez, un prodotto del regime di Maduro. Sembra determinato a trasformare il Venezuela nel suo modello di politica estera. Anche se la guerra continua a infuriare nel Golfo Persico, parla di ulteriori obiettivi militari, come Cuba.
In questo modo, Trump sta rafforzando i regimi autoritari, rendendo meno probabili le transizioni liberali e democratiche altrove. Anzi, sembra proprio che egli preferisca questo esito. Ad esempio, Rodriguez in Venezuela potrebbe essere più propenso a fare affari con lui rispetto a Machado, il quale avrebbe difficoltà a consolidare il proprio potere. Inoltre, Trump ha impiegato varie tattiche coercitive contro alleati e amici, come la Danimarca, il Messico e Panama, dando priorità ai benefici territoriali e commerciali per gli americani privilegiati, compresa la sua famiglia. I politici europei ammettono francamente che ora fanno concessioni economiche per acquistare protezione militare. Il Giappone e la Corea del Sud si stanno comportando in modo simile.
L’uso del suo enorme potere a fini predatori indebolisce l’America. Nel complesso, Trump ha ridotto la politica estera americana a poco più che una questione di potere e dollari. Come ha osservato Stephen Walt di Harvard, il presidente sembra determinato «a usare la posizione privilegiata di Washington per ottenere concessioni, tributi e dimostrazioni di deferenza sia dagli alleati che dagli avversari, perseguendo guadagni a breve termine in quello che considera un mondo puramente a somma zero». Ciò ignora gli straordinari benefici della cooperazione reciproca, così come l’importanza vitale dei vincoli su ogni governo, compreso quello americano. In linea di principio, nulla distingue l’approccio di Trump in, ad esempio, Venezuela, da quello dei dittatori di tutto il mondo.
In effetti, la sua politica di sfrenato accrescimento nazionale e personale è un classico esempio di mercantilismo e imperialismo. L’Impero Romano portò a compimento questo approccio. Le potenze coloniali europee seguirono il suo esempio, sebbene di solito concentrassero la loro malvagia attenzione su popoli molto più deboli e nominalmente «incivili». Gli Stati Uniti si unirono a questo processo con la guerra ispano-americana, strappando le Filippine alla Spagna e schiacciando crudelmente un movimento indigena di indipendenza già esistente. Più tardi i terribili dittatori totalitari, Adolf Hitler e Joseph Stalin, perfezionarono la pratica di estorcere e sottrarre ricchezza a chiunque si trovasse alla loro portata geopolitica. Ovviamente, Trump non è né Hitler né Stalin, ma la sua strategia è comunque straordinariamente antiamericana.
Sta erodendo i limiti costituzionali al potere presidenziale, rivendicando il diritto di bombardare, invadere e occupare altre nazioni a suo piacimento. Persino Alexander Hamilton, il grande apostolo dell’autorità esecutiva, sottolineò che i fondatori non stavano replicando i poteri del re inglese, ma piuttosto trasferendo l’autorità di dichiarare guerra al Congresso. L’autorità del presidente come comandante in capo «non sarebbe stata altro che il comando supremo e la direzione delle forze militari e navali». Sebbene il presidente avrebbe gestito qualsiasi conflitto, spettava al Congresso decidere se ve ne fosse uno da combattere.
Inoltre, Trump sta idealizzando il ricorso alla forza, ignorando il terribile costo umano della guerra. Invece di ridurre i pericolosi impegni militari statunitensi e i rischi per l’America e il suo popolo, sta conducendo guerre inutili. Appoggia sistematicamente i massacri perpetrati da alleati come l’Arabia Saudita e Israele, e non riconosce nemmeno le vittime causate da Washington, come le decine di scolari iraniani nel suo attacco del 28 febbraio alla città iraniana di Minab. In effetti, i suoi funzionari, in particolare il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, mettono in mostra quel tipo di brutale sete di sangue che ci si aspetterebbe normalmente dai nemici dell’America, come Teheran.
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In definitiva, proprio come il “Re Sole” francese Luigi XIV, Trump sembra credere che “L’état, c’est moi”, ovvero “Io sono lo Stato”. Tutto ciò che conta è la sua volontà. Ad esempio, il presidente ha parlato di vietare gli scambi commerciali con la Spagna perché il primo ministro Pedro Sánchez ha criticato la sua controproducente guerra di scelta: «Non vogliamo avere nulla a che fare con la Spagna». Questo riproduce il suo sfogo petulante contro il Canada, accompagnato da un massiccio aumento dei dazi, dopo che una provincia aveva pubblicato un annuncio pubblicitario citando la critica al protezionismo del presidente Ronald Reagan. Gli interessi di oltre 340 milioni di americani non contano affatto.
Dieci anni fa il candidato Trump denunciò «una politica estera avventata, alla deriva e priva di obiettivi, che ha seminato distruzione al suo passaggio». Ha sottolineato la sua opposizione all’invasione dell’Iraq, promettendo che «a differenza di altri candidati alla presidenza, la guerra e l’aggressione non saranno il mio primo istinto. Non si può avere una politica estera senza diplomazia. Una superpotenza capisce che la cautela e la moderazione sono davvero segni di forza».
Purtroppo, la sua politica si è trasformata in una brutale serie di azioni sconsiderate e spietate, con un’ambizione che non conosce limiti né morali né principi. È diventato una minaccia per la pace mondiale, seminando morte a piene mani e gettando un’intera regione nel caos, il tutto senza alcun interesse riconoscibile per gli Stati Uniti. In definitiva, rischia di rivelarsi più pericoloso per gli americani che per chiunque altro.
Informazioni sull’autore
Doug Bandow
Doug Bandow è ricercatore senior presso il Cato Institute. Ex assistente speciale del presidente Ronald Reagan, è autore di Foreign Follies: America’s New Global Empire.
Il presidente Donald Trump questa volta ha davvero combinato un bel pasticcio. E parlo di un pasticcio tale da aumentare il rischio di una catastrofe nucleare.
La sua guerra contro l’Iran ha gettato i mercati energetici nel caos, provocando «la più grave interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero mondiale», secondo l’Agenzia internazionale per l’energia. Ha scatenato un conflitto regionale caratterizzato da attacchi iraniani andati a segno contro Israele, i Paesi del Golfo, le strutture militari statunitensi e le truppe americane. Le capitali arabe del Golfo nutrono un crescente risentimento nei confronti della Casa Bianca per aver dato inizio alla guerra e stanno mettendo in discussione il valore dei legami di sicurezza con Washington.
L’amministrazione Trump non sta riuscendo a raggiungere i propri obiettivi di guerra, ammesso che qualcuno riesca a capirli. Inizialmente Trump aveva affermato di voler portare la «libertà» in Iran, ma finora gli Stati Uniti e Israele stanno diffondendo immagini apocalittiche di devastazione di massa, senza però riuscire a far crollare il regime. Alti funzionari statunitensi e israeliani sono pronti a allentare la tensione, e lo stesso Trump potrebbe voler dichiarare vittoria e ritirarsi, ma spetta a Teheran decidere quando questa guerra finirà.
Gli analisti di cui mi fido temono una spirale di escalation che porterà al disastro.
Certo, i sostenitori della guerra possono citare i successi militari, come gli attacchi dello scorso fine settimana che hanno causato la morte di alti funzionari, tra cui la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei. Ma la Repubblica Islamica è sopravvissuta e questo lunedì l’Assemblea degli Esperti iraniana ha nominato Mojtaba, il figlio intransigente di Khamenei, come suo successore. L’uccisione del vecchio Khamenei durante il Ramadan, il mese sacro musulmano, lo ha trasformato in un martire e ha mobilitato i sostenitori del regime. Peggio ancora, il nuovo Khamenei sembra non essere dell’umore giusto per scendere a compromessi, avendo appena perso i suoi genitori, la moglie, un figlio, altri parenti e forse un arto negli attacchi statunitensi e israeliani.
E nemmeno la decapitazione della leadership iraniana, pur essendo andata a buon fine, non ha rappresentato il colpo di scena mediatico che la Casa Bianca sperava. È stata infatti oscurata dagli attacchi statunitensi sferrati lo stesso giorno contro una scuola elementare femminile, che hanno causato la morte di oltre 160 civili, per lo più bambini. Persino i falchi pro-Trump come Laura Ingraham di Fox News chiedono spiegazioni.
E mentre i costi immediati della guerra finora – tra cui almeno sette soldati statunitensi morti e ben 150 feriti – sono evidenti, e mentre queste prime fasi dei combattimenti continueranno probabilmente a essere cupe, la situazione non potrà che peggiorare se il conflitto si protrarrà. Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno esaurendo gli intercettori necessari per abbattere missili e droni. E nonostante i bombardamenti incessanti di Stati Uniti e Israele, l’Iran ha mantenuto la capacità di continuare a lanciare missili e droni in tutta la regione.
Inoltre, gli effetti di secondo ordine e le conseguenze a lungo termine della guerra destabilizzeranno l’ordine internazionale, forse in modo irreparabile. Sia gli alleati che gli avversari degli Stati Uniti si rendono conto che il mondo è entrato in un’era di Machtpolitik, di politica di potere governata da un’etica secondo cui «la forza fa la ragione».
Lo spettacolo offerto da due potenze dotate di armi nucleari che attaccano uno Stato privo di armi atomiche ha già contribuito alla proliferazione nucleare. «La chiara lezione che ne deriva per i Paesi che non sono alleati degli Stati Uniti sarebbe: procuratevi un’arma nucleare», ha dichiarato l’esperta di Medio Oriente Rosemary Kelanic a The American Conservative.
La scorsa settimana il dittatore nordcoreano Kim Jong-un ha assistito al lancio di un missile da crociera da una nave da guerra del tipo che Pyongyang intende dotare di armi nucleari. «Kim deve aver pensato che l’Iran sia stato attaccato in quel modo proprio perché non possedeva armi nucleari», ha affermato un ex funzionario della difesa sudcoreano. Lo stesso governo iraniano vede sicuramente le cose allo stesso modo, il che, secondo gli esperti, spingerà Teheran a costruire armi nucleari dopo la guerra.
Persino gli alleati storici degli Stati Uniti stanno cercando di potenziare le proprie difese nucleari. Due giorni dopo l’inizio della guerra, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che la Francia avrebbe prodotto un maggior numero di testate nucleari per la prima volta da decenni. «Per essere liberi, dobbiamo incutere timore», ha dichiarato Macron durante l’annuncio.
Non solo la proliferazione nucleare, ma anche l’effettivo impiego di armi nucleari in combattimento è una possibilità inquietante. Ho avvertito che Israele potrebbe lanciare un attacco nucleare contro l’Iran per disperazione, qualora i missili balistici iraniani dovessero piovere sul suo piccolo territorio. Alcuni esperti americani di politica estera, tra cui Arta Moeini dell’Institute for Peace and Diplomacy, intravedono un’altra via verso l’escalation nucleare.
«Gli Stati Uniti potrebbero ricorrere, tramite Israele o autonomamente, alle armi nucleari tattiche, come ultima disperata mossa per cercare di costringere l’Iran alla capitolazione», ha affermato Moeininell’ultima puntata del podcast settimanale di TAC. (Le cosiddette armi nucleari tattiche sono meno esplosive delle armi nucleari “strategiche”, ma comunque più o meno altrettanto distruttive delle bombe sganciate dagli Stati Uniti sul Giappone durante la Seconda guerra mondiale.)
Secondo gli esperti di scienze politiche, il «tabù nucleare» è uno dei motivi principali per cui, dal 1945, nessun capo di Stato ha mai premuto il grande pulsante rosso. Se quel tabù venisse infranto nella guerra contro l’Iran, la situazione internazionale diventerebbe più cupa e molto più pericolosa.
Che in Iran si vedano o meno nuvole a forma di fungo, gli Stati Uniti avranno difficoltà a districarsi nel nuovo disordine mondiale con i normali strumenti diplomatici, perché la credibilità diplomatica dell’America è ormai compromessa. È ciò che accade quando una nazione usa i negoziati come stratagemma prima di attaccare uno Stato che aveva manifestato disponibilità a raggiungere un accordo, come l’amministrazione Trump sembra aver fatto ormai per la terza volta (due volte con l’Iran, una volta con il Venezuela).
Dopo l’ultimo spettacolo di doppiezza diplomatica messo in scena tra Stati Uniti e Iran a febbraio, le élite russe hanno adottato una visione diversa e molto più cinica degli sforzi di Trump per risolvere la guerra in Ucraina. «I negoziati con gli americani sembrano quasi inutili», scrive l’analista russo Fyodor Lukyanov in un recente articolo. «Il risultato finale richiede sempre la resa o si rivela una simulazione diplomatica che non fa altro che preparare la soluzione violenta». Altre élite russe hanno espresso lo stesso sentimento, che, a quanto ho sentito, è diffuso a Mosca, compreso il Cremlino.
Lukyanov ha dichiarato al TAC che Mosca potrebbe ancora avvalersi della mediazione statunitense per porre fine alla guerra in Ucraina, ma che «l’esperienza iraniana non passerà inosservata», soprattutto perché gli stessi negoziatori americani si occupano sia del dossier Russia-Ucraina che di quello iraniano. «In generale, si può dire che ora le possibilità di raggiungere una soluzione negoziata siano diminuite».
Anche sotto altri aspetti, le operazioni statunitensi-israeliane minano norme internazionali consolidate, tra cui una che i leader mondiali, comprensibilmente, hanno sempre tenuto in grande considerazione. «Credo che uno degli effetti a lungo termine sottovalutati della guerra contro l’Iran possa essere la scelta di violare la norma consolidata contro l’assassinio dei capi di Stato», scrive l’esperta di politica estera Emma Ashford su X. Trump sembra non dare peso a questo pericolo. «L’ho preso prima che lui prendesse me», si è vantato dopo l’assassinio di Khamenei, alludendo alle (discutibili) affermazioni secondo cui il governo iraniano avrebbe complottato per assassinarlo.
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È davvero un mondo nuovo e coraggioso, ma anche barbaro, e Trump viene sempre più spesso additato come responsabile di ciò dai commentatori internazionali. Trump «e il suo entourage creano un culto della forza nuda e cruda», ha dichiarato Lukyanov al TAC. Ha aggiunto che il segretario alla Difesa Pete Hegseth, che nelle recenti conferenze stampa ha dato sfogo a una retorica bellicosa e stravagante, «sembra una persona proveniente da un lontano passato».
I conservatori criticano spesso il liberalismo globale, il diritto internazionale e il cosiddetto ordine internazionale basato sulle regole. Ma la rapida erosione della stabilità mondiale e l’emergere della Machtpolitik non erano ciò che molti conservatori avevano auspicato o previsto. In un messaggio audio inviato a TAC, Moeini ha avvertito che la violenta ricerca dell’egemonia globale da parte dell’America porterà a un eccesso di ambizione, e ha sconsigliato una politica estera ipermilitarista che abbandona le tradizioni diplomatiche consolidate nel tempo.
«Credo fermamente che, in definitiva, il potere sia tutto e che sia molto importante, ma il potere non si riduce alla forza.»
Informazioni sull’autore
Andrew Day
Andrew Day è caporedattore di The American Conservative. Ha conseguito un dottorato in scienze politiche presso la Northwestern University. Potete seguirlo su X @AKDay89.
A Teheran, in Iran, il 9 marzo 2026, alcune persone espongono cartelli con l’immagine del nuovo leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei insieme al defunto padre, l’ayatollah Ali Khamenei
Foto di Majid Asgaripour/West Asia News Agency via Reuters
Gli attacchi militari statunitensi e israeliani contro l’Iran, iniziati il 28 febbraio, hanno provocato un’ondata di shock in tutta la regione e oltre. Il leader supremo, l’ayatollah Ali Khamenei, e decine di alti funzionari iraniani sono morti, gettando il Paese nell’incertezza politica. I combattimenti si sono estesi ad altre parti del Medio Oriente, mettendo in subbuglio la regione. Inoltre, la chiusura degli spazi aerei e le minacce alle principali rotte marittime hanno suscitato timori riguardo a ripercussioni economiche più ampie.
Per aiutare a contestualizzare questi sviluppi, abbiamo chiesto a nove esperti della RAND di analizzare le dinamiche interne all’Iran, le implicazioni regionali e globali, le prospettive diplomatiche e altri aspetti.
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Nel fine settimana, un comitato composto dai massimi esponenti del clero iraniano ha designato Mojtaba Khamenei, figlio dell’ayatollah assassinato, come prossimo leader supremo del Paese. Cosa potrebbe indicare questa scelta riguardo alle manovre delle fazioni interne all’Iran e, più in generale, alla direzione che sta prendendo il Paese?
Heather Williams La scelta di Mojtaba mi sorprende, onestamente. Il suo nome circolava già da diversi anni come possibile successore di suo padre, quindi in questo senso non avrebbe dovuto essere una sorpresa, ma date le sfumature dinastiche e la mancanza di credenziali politiche di Mojtaba, non lo consideravo un candidato serio. Questa scelta potrebbe indicare chiaramente che ci sono poche opzioni disponibili per il ruolo o che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche vede Mojtaba come una sorta di reggente che può controllare. Il mio istinto mi porta a dubitare che Mojtaba sia all’altezza del ruolo, ma potrebbe crescere nella posizione e dimostrarsi più capace di quanto molti credano — proprio come suo padre prima di lui, che era cronicamente sottovalutato.
Michelle Grisé La nomina di Mojtaba Khamenei a leader supremo rappresenta una contraddizione diretta con uno dei principi fondanti della Repubblica Islamica: il rifiuto della dinastia Pahlavi e del sistema di successione ereditaria. Ma con il regime che deve affrontare una minaccia esistenziale, l’Assemblea degli Esperti sembra aver deciso che i benefici della continuità e il senso di stabilità offerti da una figura interna con profondi legami con l’establishment della sicurezza del Paese superano i rischi di un trasferimento di potere da padre a figlio. Detto questo, la decisione rischia di essere impopolare presso molti in Iran.
Karen Sudkamp L’elezione di Mojtaba Khamenei rappresenta un segnale di stabilità, forza e resistenza da parte della Repubblica Islamica. A livello interno, dimostra agli iraniani che il governo continua a funzionare nonostante la minaccia esistenziale che grava sul regime. Ciò dovrebbe rassicurare i sostenitori del regime e i servizi di sicurezza e incoraggiarli a continuare a sostenere la guerra. Alla comunità internazionale, illustra la resilienza del sistema, in grado di sopravvivere alla morte di Ali Khamenei. Inoltre, comunica l’impegno di Teheran a continuare a combattere.
Questa nomina consolida inoltre l’influenza del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) in un momento cruciale. Ali Larijani (capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale), Mohammad Bagher Ghalibaf (presidente del Majles, il parlamento iraniano) e Mojtaba hanno tutti prestato servizio nell’IRGC e mantengono stretti legami con l’organizzazione. La responsabilità primaria dell’IRGC è quella di salvaguardare la rivoluzione, cosa che ciascuno di loro ha fatto costantemente nel corso della propria carriera. Considerando le credenziali religiose di Mojtaba e la sua esperienza nell’IRGC, la sua elezione rappresenta un trionfo per l’IRGC e per la sua dedizione al regime.
Considerate le credenziali religiose di Mojtaba e la sua esperienza nell’IRGC, la sua elezione rappresenta un trionfo per l’IRGC e per la sua dedizione al regime.
Gli attacchi sono stati preceduti da manifestazioni antigovernative diffuse in Iran, e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esortato gli iraniani a prendere il potere una volta conclusa l’operazione. Quali sono i primi segnali dell’umore dell’opinione pubblica in Iran, sia tra i sostenitori del regime che tra i cittadini comuni?
Grisé La morte di Ali Khamenei ha messo in luce le profonde divisioni all’interno della società iraniana. Mentre gli oppositori del regime, che erano già scesi in piazza durante le proteste di gennaio, hanno festeggiato la sua scomparsa, i sostenitori del regime lo hanno pianto pubblicamente. In tutto lo spettro politico, tuttavia, sembra esserci un filo conduttore: l’incertezza su ciò che riserva il futuro all’Iran e i timori di instabilità durante questo periodo di transizione.
Williams Oggi solo una piccola parte della popolazione iraniana sostiene il regime; a che punto, quindi, le condizioni saranno abbastanza equilibrate da consentire al popolo iraniano di far fronte alla violenta resistenza opposta dal proprio governo? Gli iraniani hanno dimostrato il loro coraggio più e più volte, specialmente a gennaio, quando migliaia o decine di migliaia di persone lo hanno pagato con la vita. Ma si trovano di fronte a un apparato di sicurezza organizzato con un’elevata tolleranza per lo spargimento di sangue. Alcuni dei recenti attacchi hanno incluso obiettivi che indebolirebbero i meccanismi di controllo interno delle forze di sicurezza, ma questo non è stato il fulcro degli attacchi statunitensi e israeliani, e gli Stati Uniti potrebbero accettare un cessate il fuoco prima che questo apparato sia stato sufficientemente indebolito.
Che cosa comporta la guerra per la rete di gruppi alleati dell’Iran, tra cui Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza e le sue milizie in Iraq e in Siria?
Kyle A. Kilian La guerra continua a indebolire e frammentare la rete di gruppi proxy dell’Iran, compromettendone la capacità di condurre operazioni coordinate per conto di Teheran. Si tratta solo della continuazione e dell’escalation della campagna pluriennale volta a indebolire questi gruppi proxy, con Hezbollah che ha perso la maggior parte dei suoi vertici già prima dell’attuale conflitto. Israele ha dato priorità all’eliminazione di Hezbollah (Partito di Dio), il proxy più capace dell’Iran nel suo “Asse della Resistenza”, data la vicinanza geografica del gruppo, il suo vasto bagaglio di competenze e le scorte di armi.
Sebbene Hezbollah rimanga l’attore più potente, l’assetto di questo «Asse» potrebbe spostarsi a favore di gruppi che subiscono minori pressioni da parte degli Stati Uniti e di Israele. Le milizie sciite in Iraq (ad esempio Kataib Hezbollah o Asa’ib Ahl al-Haq) o gli Houthi nello Yemen (Ansar Allah) potrebbero rappresentare una minaccia concreta, ma non dispongono della capacità e dell’organizzazione necessarie per presentare un fronte unito senza il sostegno diretto del loro sponsor iraniano. Tuttavia, data la struttura resiliente e a più teste che ha aiutato Hezbollah a sopravvivere a decenni di conflitto con Israele, è prudente rimanere cauti e considerare il gruppo una minaccia concreta.
Marzia Giambertoni I gruppi alleati dell’Iran stanno combattendo guerre diverse, uniti dal sostegno di Teheran ma con capacità e autonomia divergenti. Il 2 marzo Hezbollah ha innescato una forte escalation, sferrando un attacco coordinato con razzi e droni contro Israele, di portata tale che i funzionari israeliani e statunitensi considerano Hezbollah una parte attiva nel conflitto. Hamas sta combattendo una guerra diversa – la sopravvivenza organizzativa e le trattative sul disarmo – con il ruolo dell’Iran riducibile a un sostegno storico piuttosto che a un comando in tempo reale. Le milizie irachene sono frammentate tra cellule guidate dall’ideologia che continuano gli attacchi in nome di Teheran e potenti influenti radicati nello Stato iracheno che vedono sempre più lo scontro come dannoso per gli affari. Le milizie siriane ora contribuiscono per lo più marginalmente dal crollo del regime di Assad.
La dottrina iraniana della «difesa avanzata», basata su una rete di alleati che assorbono le minacce prima che raggiungano il territorio persiano, sta raggiungendo i propri limiti. L’architettura finanziaria che sostiene questa rete sta diventando sempre più difficile da ricostituire, e la coerenza, il coordinamento e la profondità strategica della rete si stanno deteriorando più rapidamente di quanto Teheran riesca ad adattarsi.
La dottrina iraniana della «difesa avanzata», basata sulla capacità delle forze alleate di assorbire le minacce prima che raggiungano il territorio persiano, sta raggiungendo i propri limiti.
Sudkamp Il ruolo difensivo e deterrente dei gruppi alleati dell’Iran è crollato sotto il peso di una pressione costante che dura da anni. Dopo gli attacchi del 7 ottobre, Israele ha dato priorità all’indebolimento delle capacità militari e terroristiche di Hezbollah libanese e di Hamas. La frammentazione delle milizie sciite irachene evidenzia la loro limitata capacità di risposta in questo momento.
Mentre i principali alleati combattono per la propria sopravvivenza e sostengono in modo insufficiente gli obiettivi chiave che l’Iran ha loro assegnato, Teheran potrebbe comunque disporre di cellule clandestine in tutto il mondo in attesa del segnale per sferrare attacchi terroristici o compiere atti di sabotaggio. All’inizio di marzo, le autorità del Qatar hanno arrestato i membri di una cellula dormiente iraniana. Inoltre, gli Houthi nello Yemen sembrano pronti a partecipare a qualsiasi azione contro il traffico marittimo nel Mar Rosso. Teheran potrebbe stare adattando la sua strategia di “difesa avanzata” per adattarla alla guerra in corso. Tuttavia, dovremmo ricordare che la priorità di Teheran è sempre stata la difesa del territorio iraniano. L’“Asse della Resistenza” è stato efficace nel distrarre gli avversari dell’Iran, finché non lo è stato più. La leadership iraniana e i funzionari della sicurezza potrebbero anche ignorare i proxy e dare priorità alla difesa del territorio e delle risorse iraniane.
Quali sono le implicazioni per la situazione di sicurezza di Israele e per le sue relazioni nella regione? Come hanno reagito finora i suoi vicini?
Shira Efron Sebbene l’obiettivo di Israele sia quello di rovesciare il regime iraniano e garantire l’ascesa di una leadership iraniana meno ostile, i risultati militari ottenuti finora sono di per sé considerati un notevole miglioramento della situazione di sicurezza del Paese. Per gli israeliani, l’Iran ha rappresentato la minaccia per eccellenza: uno Stato sul punto di dotarsi di armi nucleari, con migliaia di missili balistici, che ha ripetutamente invocato la distruzione di Israele e costruito una rete di gruppi proxy ai confini di Israele, uccidendo più di 3.500 israeliani dal 2000. L’Iran ha sostenuto gruppi proxy, tra cui Hezbollah e Hamas, con miliardi di dollari, armi e addestramento allo scopo di uccidere israeliani. Indebolire l’Iran potrebbe fornire agli israeliani una tregua, sia da Teheran che dai gruppi terroristici ai suoi confini. E anche se questa tregua fosse temporanea, questa operazione garantirà diversi anni di tranquillità. Detto questo, il Libano potrebbe trasformarsi in un fronte primario. E Israele occupa ancora metà della Striscia di Gaza, mentre Hamas controlla l’altra metà dove si trova la popolazione, a dimostrazione del fatto che le conquiste militari da sole non basterebbero a far uscire Israele dal suo costante stato di guerra regionale.
Per quanto riguarda i partner regionali di Israele, l’escalation dell’Iran contro i suoi vicini arabi e paesi più lontani ha avvicinato questi ultimi a Israele, per lo più in modo discreto. Vi sono ampie ragioni per ritenere che questa campagna rafforzerà la cooperazione in corso in materia di intelligence e sicurezza tra Israele e i suoi vicini e aumenterà le esportazioni israeliane nel settore della difesa verso i paesi del Golfo. Allo stesso tempo, l’ipotesi prevalente in Israele secondo cui una percezione condivisa della minaccia iraniana porterebbe alla normalizzazione dei rapporti tra Israele, Arabia Saudita e altri paesi arabi senza stabilizzare Gaza e compiere progressi in Cisgiordania è esagerata. Questo modo di pensare sottovaluta l’importanza della questione palestinese nel mondo arabo dopo il 7 ottobre e ignora il fatto che i paesi arabi ottengono i benefici di sicurezza della cooperazione con Israele così com’è, senza assumersi il rischio politico di normalizzare i rapporti.
Raphael S. Cohen L’attuale guerra contro l’Iran potrebbe rappresentare una svolta decisiva per la sicurezza di Israele sotto due aspetti.
In primo luogo, gli apparati di sicurezza israeliani considerano da tempo l’Iran come la «testa del serpente», con i suoi alleati come la coda. È possibile spingere questa analogia un po’ troppo oltre. Anche se gli Stati Uniti e Israele riuscissero a cambiare il regime in Iran o a decapitare il proverbiale serpente, gli alleati dell’Iran continuerebbero comunque a esistere. Tutto sommato, gruppi come Hezbollah, Hamas e gli Houthi sono profondamente radicati nelle rispettive società. Tuttavia, se il regime cadesse, i proxy dell’Iran verrebbero privati del loro principale sostenitore e potrebbero diventare meno virulenti.
In secondo luogo, questa guerra avrà quasi certamente importanti ripercussioni sulla politica della regione. L’Iran ha scelto non solo di reagire contro Israele e gli Stati Uniti, ma anche di colpire paesi in tutta la regione, compresi alcuni che finora erano stati almeno neutrali, se non apertamente favorevoli al regime iraniano, come l’Oman, il Qatar e la Turchia. Allo stesso tempo, alcuni Stati arabi potrebbero accusare Israele di averli trascinati in una guerra che non avevano scelto. Il panorama geopolitico del Medio Oriente – almeno per quanto riguarda i paesi che stanno dalla parte di Israele – potrebbe apparire molto diverso una volta che la situazione si sarà stabilizzata.
Il panorama geopolitico del Medio Oriente — almeno per quanto riguarda i paesi che stanno dalla parte di Israele — potrebbe apparire molto diverso una volta che la situazione si sarà stabilizzata.
Gli Stati Uniti non sono l’unica grande potenza ad avere interessi in Medio Oriente. Cosa ci dicono le reazioni di Russia e Cina — o la loro assenza — riguardo al mutevole equilibrio nella regione?
Howard J. Shatz Sia la Cina che la Russia stanno dimostrando che qualsiasi partnership da loro instaurata è fortemente condizionata. Nel 2021 la Cina e l’Iran hanno firmato un accordo di partenariato strategico globale della durata di 25 anni, mentre nel 2025 la Russia e l’Iran hanno siglato un trattato di partenariato strategico globale della durata di 20 anni. E a gennaio, i tre paesi hanno firmato un patto strategico trilaterale. Tuttavia, sia la Cina che la Russia hanno interesse a mantenere buoni rapporti anche con i paesi arabi del Golfo; la Cina riceve una quota consistente delle sue importazioni di petrolio e gas dal Golfo, e la Russia fa parte del gruppo dei produttori di petrolio OPEC+.
La Cina si è sempre mostrata riluttante a farsi coinvolgere, sia sul piano militare che diplomatico, nei conflitti. Si concentra invece sui propri interessi, come quando ha stretto un accordo separato con gli Houthi mentre il gruppo stava ostacolando il traffico marittimo nel Mar Rosso. La Russia si è invece impegnata in Medio Oriente, come dimostra il suo intervento in Siria nel 2015. Ma a questo punto, la Russia è impantanata nella guerra su vasta scala contro l’Ucraina, che dura ormai da quattro anni, e ha capacità di influenza limitate. La Russia potrebbe cercare di creare problemi agli Stati Uniti, e la Cina potrebbe cercare di proporsi come mediatrice una volta cessati gli scontri, ma gli Stati Uniti hanno dimostrato in modo definitivo di essere l’unica grande potenza disposta a compiere sacrifici significativi per i propri partner quando gli interessi coincidono.
Grisé Sebbene negli ultimi anni la Russia e l’Iran abbiano rafforzato la loro collaborazione, il conflitto in corso ci ricorda chiaramente che tale rapporto ha i suoi limiti. Questo fine settimana, dopo la nomina di Mojtaba a nuovo leader supremo, il presidente russo Vladimir Putin ha espresso le sue congratulazioni e ha sottolineato il continuo sostegno della Russia all’Iran, segno che Mosca non intende lasciare che la transizione di potere in Iran comprometta le relazioni bilaterali. Secondo quanto riferito, la Russia avrebbe anche condiviso informazioni di intelligence con l’Iran, ma si è fermata prima di intervenire militarmente nel conflitto in espansione. Inoltre, data la guerra in corso in Ucraina, è probabile che la Russia non abbia né la capacità né la volontà di farlo.
Sebbene negli ultimi anni la Russia e l’Iran abbiano rafforzato la loro collaborazione, il conflitto in corso ci ricorda chiaramente che tale rapporto ha i suoi limiti.
In che modo i combattimenti potrebbero influire sui mercati petroliferi, sui prezzi dell’energia e sul commercio mondiale?
Shatz I combattimenti potrebbero avere effetti disastrosi sull’economia globale, oppure no. Per quanto frustrante possa sembrare questa risposta, è troppo presto per dirlo. È invece più importante considerare i fattori che potrebbero far pendere l’ago della bilancia in un senso o nell’altro. Circa un quarto del commercio mondiale di petrolio e un quinto del consumo passano attraverso lo Stretto di Hormuz, che è di fatto chiuso dall’8 marzo. Allo stesso modo, passa attraverso lo stretto una quantità considerevole di gas naturale liquefatto. E i produttori che ne dipendono hanno iniziato a interrompere la produzione. I prezzi del petrolio e del gas sono aumentati drasticamente.
A cosa dovremmo prestare attenzione? Se lo stretto dovesse rimanere chiuso per un periodo di tempo considerevole, i prezzi rimarrebbero elevati, la produzione e il commercio globali subirebbero un rallentamento e il mondo potrebbe entrare in recessione. Tuttavia, se gli Stati Uniti e Israele riusciranno a ridurre la capacità dell’Iran di attaccare le navi, se il nuovo meccanismo assicurativo statunitense avrà successo e se gli Stati Uniti saranno in grado di fornire protezione, allora il petrolio potrebbe ricominciare a scorrere. Altre circostanze attenuanti includono un oleodotto saudita verso il Mar Rosso, un oleodotto iracheno attraverso la Turchia, notevoli quantità di petrolio invenduto che galleggiano al largo, un’enorme quantità di petrolio detenuta dalla Cina in una riserva strategica e la possibilità che la Cina concluda un accordo separato per ottenere petrolio e gas attraverso lo stretto, mitigando in qualche modo le preoccupazioni relative all’approvvigionamento globale.
Nulla di tutto ciò è sufficiente a compensare una chiusura prolungata dello stretto. Tuttavia, in caso di eventi imprevisti, i prezzi tendono solitamente a registrare un’impennata iniziale per poi ridiscendere, come è avvenuto in seguito all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Quando e di quanto scenderanno questa volta dipenderà interamente dall’andamento della guerra e dalla capacità degli Stati Uniti, di Israele e forse degli Stati arabi del Golfo di impedire all’Iran di minacciare il traffico marittimo.
Vede qualche via d’uscita diplomatica che possa allentare la tensione del conflitto? E se no, quali condizioni dovrebbero cambiare affinché se ne presenti una?
Julia Masterson Il programma nucleare iraniano potrebbe ancora offrire una via per allentare le tensioni se la leadership ad interim accettasse di consentire l’accesso internazionale all’impianto di Esfahan, dove si ritiene che siano sepolte le scorte iraniane di uranio altamente arricchito (HEU) sin dalla Guerra dei Dodici Giorni dello scorso giugno. Le scorte di HEU dell’Iran non rappresentano un rischio immediato di militarizzazione perché sono conservate sotto forma di gas e dovrebbero essere ulteriormente arricchite e convertite in metallo per poter essere utilizzate in un’arma nucleare. Gli impianti iraniani di arricchimento e produzione di uranio metallico sono stati gravemente danneggiati negli attacchi del giugno 2025. Tuttavia, l’Iran potrebbe ancora avere accesso al sito e potrebbe rimuovere il materiale immagazzinato per intraprendere queste operazioni in un impianto ricostruito o segreto.
Il programma nucleare iraniano potrebbe ancora rappresentare una via d’uscita per allentare le tensioni, qualora la leadership ad interim accettasse di consentire l’accesso internazionale all’impianto di Isfahan.
Per il momento, resta possibile che l’uranio altamente arricchito (HEU) possa essere trasportato in modo sicuro fuori da Isfahan e dall’Iran da una squadra di ispettori internazionali, magari nell’ambito di un accordo diplomatico volto a porre fine al conflitto in corso. Molto dipenderà dal fatto che i leader ad interim dell’Iran considerino la diplomazia una via d’uscita praticabile o un segno di debolezza.
Sudkamp Attualmente, sembrano non esserci vie d’uscita diplomatiche, come quelle che in passato hanno permesso di allentare le tensioni o scongiurare potenziali conflitti. Sia Israele che l’Iran ritengono di trovarsi di fronte a minacce esistenziali. Di conseguenza, Israele e gli Stati Uniti hanno preso di mira le capacità di proiezione di potenza dell’Iran: missili balistici, reti di proxy e programma nucleare. Da parte sua, l’Iran ha esteso il conflitto per aumentare i costi a carico delle nazioni arabe del Golfo e del sistema economico globale, al fine di mettere alla prova la determinazione e logorare le capacità militari degli Stati Uniti e di Israele.
Affinché la diplomazia funzioni, tutti e tre i paesi devono essere disposti a sedersi al tavolo delle trattative e confidare nel fatto che ciascuno rispetterà qualsiasi accordo. A più di una settimana dall’inizio della guerra, nessuno dei tre paesi sembra interessato a cercare una soluzione diplomatica, probabilmente influenzato dalla percezione che ciascun governo ha del fallimento dei tentativi diplomatici volti a prevenire l’attuale conflitto.
Grisé Poiché gli Stati Uniti hanno chiesto la resa incondizionata dell’Iran, per i leader iraniani sarà politicamente difficile sedersi al tavolo delle trattative senza dare l’impressione di cedere alle pressioni statunitensi e israeliane. Ci sono pochi segnali che l’Iran sia aperto a una soluzione diplomatica dell’attuale conflitto. In effetti, la nomina di Mojtaba Khamenei a leader supremo può essere interpretata come un rifiuto di potenziali vie d’uscita, suggerendo che l’Iran abbia invece scelto di raddoppiare il proprio impegno in una campagna prolungata.
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Esistono parallelismi storici che potrebbero aiutare a far luce su ciò che sta accadendo in Medio Oriente in questo momento?
Cohen Non esiste un’analogia storica perfetta in questo caso, ma si possono individuare alcuni parallelismi con precedenti conflitti in Medio Oriente.
Un esempio calzante è la guerra in Iraq del 2003. Gli Stati Uniti consideravano l’Iraq uno Stato che sosteneva il terrorismo e una minaccia a lungo termine per la stabilità regionale. Inoltre, gli Stati Uniti parlavano apertamente di un cambio di regime. Tuttavia, esistono notevoli differenze tra questi due conflitti. La guerra in Iraq è stata principalmente una campagna terrestre, mentre questo conflitto, almeno finora, è una campagna aerea. Inoltre, la guerra in Iraq ha visto il coinvolgimento di una coalizione internazionale molto più ampia.
Si possono anche tracciare alcuni parallelismi con la guerra in Libia del 2011. Anche quella campagna fu principalmente una guerra aerea, in cui gli alleati degli Stati Uniti (in quel caso gli europei) miravano a rovesciare un regime autoritario dopo che questo aveva massacrato il proprio popolo. La differenza è che l’intervento in Libia si è svolto sullo sfondo di una guerra civile in corso. Questo non è il caso dell’Iran, almeno non al momento.
Infine, è possibile tracciare un parallelo tra alcuni aspetti di questo conflitto e la guerra arabo-israeliana del 1973. Quel conflitto era una guerra per procura tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Anche nell’attuale conflitto è presente una dimensione di proxy tra grandi potenze, con l’Iran sostenuto da Russia e Cina. Dopo la guerra del 1973, l’Egitto passò dal campo sovietico a quello americano. E a seconda dell’esito dell’attuale guerra, potremmo potenzialmente assistere a un riallineamento simile nella regione.
Efron Non esistono paralleli storici esatti; tuttavia, mentre gran parte del dibattito si concentra sulle guerre in Afghanistan del 2001 e in Iraq del 2003, io vedo degli insegnamenti da trarre dalla guerra del Golfo del 1991. Infatti, a parte le somiglianze nella dimensione operativa delle campagne (basate sugli attacchi aerei), vi sono chiare differenze tra le due. Nel 1991, un’ampia coalizione sostenuta da un forte mandato dell’ONU e che beneficiava di un forte sostegno regionale – entrambi elementi oggi inesistenti – attaccò l’Iraq dopo che questo aveva invaso il Kuwait. Tuttavia, l’esito di questi due conflitti potrebbe essere simile. L’Iran potrebbe assomigliare all’Iraq di Saddam Hussein dopo la Guerra del Golfo: militarmente più debole, economicamente e diplomaticamente isolato, ma governato da un dittatore incoraggiato che si considera vittorioso per il solo fatto di essere sopravvissuto all’assalto delle forze armate più potenti a livello globale e regionale. Come l’Iraq sotto Hussein, l’Iran potrebbe essere governato da un autocrate che intensifica la sua posizione brutalmente provocatoria, reprime violentemente l’opposizione, elude gli ispettori dell’ONU e mantiene il potere sopravvivendo alle sanzioni economiche.
Qual è l’indicatore che segui con maggiore attenzione per valutare l’andamento a lungo termine del conflitto? Cosa pensi che possa indicare riguardo alla possibile evoluzione della situazione?
Grisé Il ritmo degli attacchi missilistici iraniani — contro Israele, gli Stati del Golfo e obiettivi militari statunitensi nella regione — costituisce un indicatore importante della durata che l’Iran può sostenere il conflitto all’attuale livello di intensità. Un rallentamento degli attacchi missilistici iraniani potrebbe segnalare l’esaurimento delle scorte, ma potrebbe anche indicare uno sforzo deliberato da parte dei decisori iraniani di preservare i sistemi chiave in vista di una campagna prolungata.
Sudkamp Da quando è scoppiata la guerra, ho riflettuto sulle possibili evoluzioni che il conflitto potrebbe prendere. Con la situazione che cambia di ora in ora, è stato un compito impossibile. Tuttavia, ci sono due elementi di cui sono certo, indipendentemente dalla durata del conflitto. In primo luogo, questo conflitto rappresenta un punto di svolta per il Medio Oriente, sia per i paesi della regione che per il ruolo degli Stati Uniti nell’area. In secondo luogo, la popolazione iraniana continuerà a subire le conseguenze della violenza e dell’instabilità.
Williams Anche se venisse nominato un altro Khamenei come leader supremo, non credo che la Repubblica Islamica plasmata da Ali Khamenei negli ultimi 36 anni possa esistere senza di lui. Ciò non significa che la Repubblica Islamica sia finita, ma che subirà un cambiamento radicale. Sto osservando il conflitto per vedere in che misura indebolisce la capacità dell’Iran di proiettare la propria potenza attraverso i missili e la forza navale. Ma nel lungo termine, cercherò di capire quale legittimità il regime riuscirà a raccogliere, se ne avrà, e riesaminerò molte delle nostre tradizionali supposizioni su come avviene il processo decisionale iraniano.
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La guerra in Iran è balzata in primo piano nell’attualità nelle ultime settimane, in un momento in cui l’Ucraina attraversava una fase di relativa stasi, il che giustifica in parte la scarsa copertura mediatica di quel conflitto.
È tuttavia giunto il momento di tornare a occuparci brevemente dell’Ucraina, soprattutto perché, con l’arrivo della primavera, stanno cominciando a delinearsi alcuni nuovi sviluppi.
Cominciamo col dire le cose come stanno. La cronaca filo-occidentale sull’Ucraina si è recentemente concentrata esclusivamente su alcuni «grandi successi» dell’esercito ucraino, che avrebbe provocato gravi crolli nelle difese russe e riconquistato la maggior parte del territorio perso dal 2023. Questo, unito alle recenti avanzate poco incisive della Russia, ha dato vita a una sorta di campagna informativa di massa volta a dipingere gli sforzi militari russi come in declino ed esauriti.
In particolare, il tutto è stato alimentato da nuove operazioni di propaganda contro Mosca, che sono state abilmente inserite in una narrazione dominante secondo cui «il regime di Putin sarebbe ormai agli sgoccioli», con voci su vari complotti golpisti e un clima di tensione in Russia inventato di sana pianta.
È vero che l’Ucraina ha sferrato una serie di attacchi con droni su larga scala contro Mosca proprio per dare slancio a queste recenti campagne informative. È vero che Internet è stato bloccato in alcune zone di Mosca durante gli attacchi per neutralizzare le varie reti utilizzate dai droni ucraini per le comunicazioni. Ed è vero che, data la vasta portata degli attacchi, l’«immagine» creata dai cannoni anti-drone russi disposti intorno al Cremlino – un bersaglio di pubbliche relazioni alla moda ma privo di significato per Zelensky – ha rafforzato il tenore di questa narrativa in corso.
Inoltre, è vero che negli ultimi due mesi circa l’Ucraina ha sferrato una serie di controattacchi molto combattuti sul fronte di Zaporizhzhia, al fine di arginare l’avanzata russa in quella zona. L’animazione molto diffusa sui social media filo-occidentali mostra la portata dell’avanzata sul versante settentrionale del saliente russo:
Ciò corrisponde all’area che si vede qui sulla mappa di Suriyak:
Il problema di questa “offensiva” è duplice. In primo luogo, come si può vedere nella mappa sopra, le aree cerchiate in bianco indicano presunte “sfondate” ucraine, ma la maggior parte dei cartografi competenti le lascia ombreggiate in “grigio” perché rappresentano zone in cui sono stati avvistati piccoli gruppi di soldati – in alcuni casi singole squadre di due o tre uomini – che però sono stati successivamente eliminati e l’area è semplicemente caduta in una terra di nessuno circondata da difese russe sparse.
Si noti che Danilovka è cerchiata in giallo nell’immagine sopra. Qui un importante account ucraino ammette che le forze ucraine non hanno alcuna possibilità di avanzare verso Danilovka o oltre, poiché tale località rappresenta di fatto il limite delle loro capacità:
Il secondo problema, ben più grave, riguardo a questa offensiva tanto osannata è che le mappe dell’offensiva sono state deliberatamente ritagliate proprio nella parte meridionale per impedire che si vedesse come le avanzate russe verso ovest abbiano nuovamente subito un’accelerazione, a prescindere dalla temporanea recrudescenza dei combattimenti a nord da parte dell’Ucraina.
Da Suriyak:
Si possono notare i due salienti a doppia punta che sfondano le difese ucraine dirigendosi verso il centro — sul saliente settentrionale — della zona operativa rettangolare situata tra le linee difensive avversarie, e addirittura oltrepassandolo. Si noti in particolare il versante settentrionale a Rizdvyanka, sebbene alcuni altri cartografi abbiano indicato quest’area come zona grigia, spiegando che lì è stata rilevata solo l’attività dei “DRG” russi; tuttavia, a mio avviso, Suriyak è stato finora il punto di riferimento più accurato e coerente, quindi mi attengo alla sua interpretazione.
Anche nella parte occidentale della regione di Zaporozhye, le forze russe hanno creato un saliente più esteso partendo dalla zona di Stepnogorsk:
Come si può notare, ciò sta creando un’enorme «conca» di intrappolamento che, secondo gli analisti ucraini, avrà un ruolo fondamentale nelle prossime offensive; ne parleremo più avanti.
Come ho detto, tenetelo a mente per dopo, perché torneremo sull’argomento.
Anche altrove le forze russe hanno iniziato a registrare una certa attività. Oggi i cartografi russi hanno segnalato la conquista di Kaleniki sull’asse Seversk-Slavyansk:
L’esercito russo ha liberato Kaleniki, avanzando verso Slavyansk, – Ministero della Difesa
Le unità del gruppo di truppe “meridionale”, grazie a operazioni militari attive, hanno liberato l’area abitata di Kaleniki nella direzione di Slavyansk, nella Repubblica Popolare di Donetsk.
L’ultima volta avevamo lasciato Riznykivka conquistata solo a metà. Ora si può vedere che le forze russe l’hanno conquistata completamente e sono avanzate ulteriormente verso ovest, dove, secondo quanto riferito, oggi avrebbero conquistato Kaleniki:
Detto questo, è vero che al di fuori di questi assi l’avanzata russa è stata insolitamente lenta, e molti attribuiscono la colpa all’inverno particolarmente rigido e alla stagione della rasputitsa.
Ovviamente, la parte ucraina attribuisce la colpa esclusivamente alle «crescenti perdite russe» e all’esaurimento dell’esercito russo. Non sono qui per fare proselitismo, quindi non intendo imporre ai miei lettori una visione piuttosto che un’altra, ma piuttosto presentare un quadro il più imparziale possibile, avvalendomi di fonti attendibili a sostegno di quanto espongo.
Ma quello che sappiamo è che, da circa una settimana, la parte ucraina ha improvvisamente iniziato a denunciare una presunta offensiva russa su larga scala che, secondo loro, si starebbe preparando sull’asse di Zaporizhzhia. Lo stesso Syrsky ha citato il massiccio dispiegamento di mezzi militari russi in corso nella zona:
Si noti nella mappa sopra che l’area indicata per le avanzate russe sembra trovarsi proprio ai fianchi della precedente «conca»: in breve, una manovra a tenaglia volta a circondare l’intera regione di Zaporozhye.
Lo stesso Zelensky, tra l’altro, ha affermato che gli attacchi ucraini su questo fronte di Zaporizhzhia avevano in realtà lo scopo di prevenire l’imminente offensiva russa:
E c’è una buona probabilità che avesse ragione, perché probabilmente ciò ha rallentato l’avanzata e costretto le forze russe a impegnare le riserve e ad assumere una posizione difensiva. Ma alla fine tutto ciò non fa altro che rimandare l’inevitabile, poiché si dice che le stesse truppe ucraine abbiano subito gravi perdite in questi attacchi inutili, come accade ogni volta che abbandonano le loro trincee difensive per attaccare in campo aperto.
Ciò significa che Zelensky potrebbe essersi guadagnato un po’ di tempo, come al solito, ma probabilmente ha anche indebolito le riserve dell’Ucraina in questa regione, rendendola così più vulnerabile alle prossime offensive russe.
Anche l’analista francese Clément Molin ritiene che la Russia registrerà un’intensificazione delle azioni offensive, sulla base del monitoraggio da lui condotto sugli attacchi di artiglieria russi, che, secondo le sue precedenti analisi, precedono un’attività intensa in determinate aree operative.
La stagione delle frecce: l’offensiva russa del 2026
La stagione è iniziata…
La Russia sta attualmente impiegando cinque gruppi d’armata lungo la linea del fronte, oltre a un gruppo di copertura settentrionale il cui scopo principale è quello di compiere incursioni lungo il confine, molestare le posizioni delle forze armate ucraine e immobilizzare le forze ucraine sul posto.
I gruppi d’armata agiscono separatamente, ma saranno costretti a cooperare.
Ritiene che la grande offensiva del 2026 sarà concentrata su Kramatorsk, mentre Zaporozhye costituirà solo un obiettivo secondario:
L’obiettivo principale della campagna offensiva russa del 2026 dovrebbe essere identificato in Kramatorsk. I presupposti per questa operazione sono quasi tutti soddisfatti. L’obiettivo secondario è Zaporizhzhia, un asse che è stato parzialmente interrotto dalle controoffensive delle Forze armate ucraine. Il terzo obiettivo è il consolidamento del confine — espandere e formalizzare la zona cuscinetto nel territorio ucraino.
Si prevede che tre gruppi dell’esercito russo convergano sull’operazione di Kramatorsk, due su Zaporizhzhia, e qualunque cosa farà l’esercito da schermaglia.
Dalla sua mappa si può vedere che il Gruppo d’armate Centro dovrebbe avanzare lungo l’asse Pokrovsk-Dobropillya verso nord per isolare Kramatorsk, mentre il Gruppo d’armate Sud avanza frontalmente lungo l’asse Seversk. Il Gruppo d’armate Ovest sta scendendo da Krasny Lyman verso Slavyansk.
La sua descrizione dell’avanzata del Gruppo d’armate Est («Eastern Express») a Zaporozhye è accurata e riflette le mie precedenti considerazioni:
Il Gruppo d’armate Est ha conquistato Huliapole e al momento non ha obiettivi intermedi di rilievo oltre all’avanzata verso ovest in direzione di Orikhiv. La sfida principale è stata quella di mettere in sicurezza il fianco settentrionale, cosa che, secondo quanto riferito, è stata risolta con l’istituzione di una linea difensiva lungo il fiume Vovcha, isolando di fatto i raggruppamenti delle Forze armate ucraine (AFU) in quel settore. Sembrano operare con sicurezza nonostante la continua controffensiva ucraina — le AFU hanno dedicato notevole attenzione a questo asse, ma finora hanno ottenuto risultati limitati.
Chi fosse interessato dovrebbe leggere l’intero thread poiché è sorprendentemente imparziale e persino discretamente elogiativo nei confronti delle forze russe e dei risultati futuri.
Un nuovo cambiamento di paradigma
Uno degli sviluppi più interessanti registrati di recente da parte ucraina è il riconoscimento che la natura dei combattimenti è cambiata, o si è evoluta, assumendo un nuovo paradigma. Da mesi parliamo del nuovo livello di dispersione, in cui ora prevale la zona grigia, spesso senza che nessuna delle due parti sia in grado di stabilire con precisione dove tracciare i confini di una determinata zona di «controllo».
Ad esempio, questo articolo del New York Times dello scorso mese rivela apertamente che «l’intero esercito [ucraino]» è dislocato in case abbandonate e appartamenti in affitto, il che dovrebbe anche darvi un’idea di come e perché sia così difficile per la Russia stanarli: sono letteralmente mescolati alla popolazione civile:
Ma, cosa ancora più importante, esponenti dell’esercito ucraino hanno espresso in sordina la loro opposizione alla cosiddetta strategia di logoramento contro la Russia sostenuta da Zelensky e da vari funzionari pubblici, in base alla quale ogni mese vengono proclamate nuove cifre esorbitanti relative alle perdite russe, che sembrano sempre sul punto di portare al crollo imminente della Russia.
Questa nuova rivolta contro lo status quo trova la sua migliore espressione nel seguente post pubblicato da un famoso canale ucraino dedicato all’analisi militare:
Egli sottolinea giustamente un aspetto su cui molte altre personalità di spicco ucraine hanno iniziato a richiamare l’attenzione negli ultimi tempi: il fatto che concentrarsi esclusivamente e in modo unidimensionale sul «mietere vittime» ciecamente tra le truppe russe tramite i droni stia ostacolando, o addirittura compromettendo, le prospettive strategiche a lungo termine dell’Ucraina. a lungo termine
Ad esempio: è noto che l’Ucraina ha adottato un nuovo sistema di “punti” in stile videogioco per l’eliminazione delle truppe russe tramite droni. Ma gli esperti hanno osservato che ciò si è trasformato in un sistema di incentivi negativo, poiché gli operatori di droni ucraini ora privilegiano la distruzione “inutile” di soldati russi isolati ai margini della linea del fronte, ignorando i rafforzamenti logistici molto più rilevanti nelle retrovie, che stanno lentamente sviluppando una “base” da cui possono essere sostenute tutte le operazioni russe nella regione.
In breve: secondo loro, eliminare singoli soldati russi “sacrificabili” permette di realizzare video di grande effetto per Instagram e di dare una spinta al morale, ma si tratta in definitiva di una strategia perdente, poiché ignora completamente gli elementi sistemici più cruciali della struttura militare russa. Le Forze Armate Ucraine hanno dato così tanta importanza all’eliminazione dei soldati semplici russi a fini di pubbliche relazioni da trascurare l’indebolimento del vero e proprio cuore della macchina militare russa.
Si tratta di una strategia miope e unidimensionale, che, secondo questi stessi analisti, la Russia stessa ha sapientemente evitato. Lo ha fatto ricorrendo alla tattica, appena citata, dell’«isolamento delle retrovie». Ciò comporta che le unità di droni ignorino specificamente la “carne da macello” ucraina sacrificabile in prima linea, concentrandosi esclusivamente su obiettivi di valore strategico nelle retrovie, il che paralizza le operazioni ucraine in quella regione, portando al loro lento degrado sistemico e al collasso, il che ha una sorta di effetto a cascata nel consentire l’eventuale avanzamento delle truppe d’assalto russe attraverso queste posizioni e territori ucraini precedentemente occupati.
Un importante canale militare ucraino riferisce che nel 2026 la situazione è cambiata radicalmente, con i droni russi che ora creano una zona di morte totale a una profondità compresa tra i 20 e i 40 km:
Detto questo, è evidente che i droni ucraini continuano a svolgere un ruolo fondamentale, dato che negli ultimi tempi l’avanzata russa è stata ben al di sotto delle aspettative:
Dovremo aspettare per capire se le condizioni meteorologiche anomale siano state davvero la causa, o se facessero parte di una nuova strategia russa volta a rallentare gli attacchi inutili prima di «indebolire» le zone bersaglio. Ad esempio, dallo stesso analista francese citato in precedenza, si può notare che la sua ultima mappa dell’artiglieria continua a mostrare una netta superiorità dell’artiglieria russa lungo il fronte di Pokrovsk:
Una cosa che sappiamo per certo è che le forze ucraine sono riuscite a potenziare efficacemente le loro capacità in termini di sistemi terrestri autonomi: il campo di battaglia è ormai letteralmente invaso da veicoli terrestri non presidiati (UGV) che riforniscono di viveri e munizioni le avanguardie delle truppe isolate.
Si dice che questa nuova immagine mostri una «strada della morte» percorsa dai mezzi di trasporto terrestri robotizzati ucraini da qualche parte lungo il fronte:
Sempre più spesso entrambe le parti segnalano la presenza di «sciami di droni vaganti» che distruggono semplicemente tutto ciò che incontrano sul loro cammino, il che potrebbe spiegare la recente esitazione della Russia. Questa nuova immagine di uno sciame russo ne è la dimostrazione:
Appena due giorni fa, la stessa Kiev sarebbe stata colpita da uno sciame di droni russi Lancet e di altri modelli, guidati dall’intelligenza artificiale. I Lancet coinvolti presentavano sulle ali un disegno mai visto prima, che secondo gli esperti sarebbe costituito da simboli creati per consentire alle interfacce di intelligenza artificiale di monitorare e controllare lo sciame:
— Secondo le forze armate ucraine, nell’attacco sferrato questa mattina contro Kiev è stato impiegato anche un «Lancet» dotato di intelligenza artificiale e tecnologia di controllo dello sciame.
A giudicare dalle foto dei detriti del “Lancet” caduti nei pressi del Monumento all’Indipendenza a Kiev, il drone presentava caratteristiche marcature verdi e arancioni. Si presume che siano necessari affinché gli UAV possano orientarsi l’uno verso l’altro come parte di uno sciame. In precedenza, marcatori simili erano stati individuati sul drone V2U, anch’esso in fase di test per i voli in sciame (Foto 2).
È probabile che l’attacco sferrato questa mattina contro Kiev sia stato effettuato anche nell’ambito delle prossime prove di questa tecnologia.
La distanza dal confine russo al centro di Kiev è di circa 200 km, il che supera notevolmente l’autonomia massima nota dei «Lancet». Ciò potrebbe indicare una nuova versione con un’autonomia di volo maggiore.
Man mano che ci avviciniamo all’inizio di operazioni russe più significative, intendo fornire un’analisi più dettagliata delle nuove tattiche e strategie; quanto sopra rappresenta solo una panoramica generale.
Per il momento, tuttavia, possiamo affermare che la guerra in Iran non mancherà di dare nuovo slancio all’impegno russo sotto diversi aspetti, qualora dovesse trasformarsi in un conflitto prolungato come molti temono. Non solo il prezzo del petrolio è salito alle stelle al punto che la Russia sta ora realizzando ogni giorno ulteriori profitti straordinari che sono quasi sufficienti a coprire l’intera spesa giornaliera per l’operazione militare speciale, ma gli Stati Uniti stanno anche consumando tutte le loro munizioni più critiche che avrebbero potuto essere inviate all’Ucraina — in particolare i Patriot e, potenzialmente, i Tomahawk, ecc.
Senza contare che l’attenzione politica generale si sta spostando in larga misura dall’Ucraina, il che indebolisce ulteriormente la solidarietà e la capacità di azione europee. Tutti questi fattori si ripercuoteranno negativamente sull’Ucraina, rendendo i prossimi mesi particolarmente difficili, qualora dovesse effettivamente concretizzarsi un’offensiva russa su larga scala.
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Il barattolo delle mance rimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di arricchirsi due volte, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda avida porzione di generosità.
“Arriva la bomba che scoppia e rimbomba…” cantava Johnny Dorelli nei “formidabili ‘60 “ e questo articolo me l’ ha fatta tornare in mente. Descrive una situazione in cui l’elemento chiave è la capacità dell’ Iran di gestire a proprio piacimento il transito attraverso Hormuz; è così che l’Iran tiene tutti in scacco, compresa “l’amica” Cina che almeno un pedaggio politico glielo deve.
E non sembra proprio tanto facile sloggiarlo da lì, per altro “casa sua”.
Di questo particolarmente furioso ovviamente è Trump, la cui carriera politica ormai si può considerare chiusa COMUNQUE vadano le cose.
Immagino che, da “affarista” quale è, Trump avrà comunque trattato prima con i suoi “superiori” la sua PERSONALE “buonuscita”, anche se di queste garanzie non mi fiderei tanto. Un “ Trump morto” in un ” attentato iraniano “ sarebbe per LORO una buona “opportunità” per una “escalation” della quale parlerò dopo .
C’è però una incognita; noi non sappiamo quanto realmente l’Iran possa reggere al proprio martirio. D’altronde alla NATO in effetti occorsero 78 giorni di bombardamenti; la politica serba alla fine capitolò senza che le proprie forze di terra fossero state minimamente intaccate.
E anche l’ Iran è lasciata sola esattamente come la Serbia allora; il sostegno “russocinese” all’Iran non è di un livello tanto superiore a quello che fu dato allora alla Serbia, nonostante che per Russia e Cina la posta strategica sia ora molto più alta.
L’ unica differenza è che l’ Iran è molto più grosso della Serbia e occupa una posizione strategica assai superiore da cui può fare molto male agli ascari di U$rael ,compresa la furbesca Arabia Saudita sui cui cieli gli aerei U$raelani volano e si riforniscono senza problemi.
Il mio giudizio quindi rimane “open”; è al contempo pessimista perché alla fine l’Iran sarà in qualche modo sconfitto; non potrà più reggere il massacro della propria popolazione civile. Anche “ottimista”, però e comunque in quanto, se l’Iran riuscirà a resistere almeno un altro mesetto sarà dimostrato che non potrà essere occupato da U$rael e tantomeno dai dispregevoli loro “alleati” e in realtà servi.
L’Iran insomma resterà dove è sempre stato, uno stato unitario , seppure in una condizione di ” stato fallito”, ma comunque sempre una gigantesca pietra sullo stomaco di tutti quanti gli altri che ne usciranno tutti strategicamente sconfitti .
In primis gli “amici” dell’ Iran che NON gli avranno fornito gli aiuti dovuti; i vari SCO/BRICS che da allora saranno solo “sigle” politicamente defunte.
In secundis i “vicini” sunniti che ne usciranno completamente destabilizzati, ridotti a semplici “pompe di benzina” senza alcuna rilevanza politica, esattamente come la Libia e il Sudan. Ed in più , come giusta punizione , anche facili prede del colonialismo ebraico.
In tertiis saranno strategicamente sconfitti anche i “vincitori” .
Israele, in quanto non avrà più nessuna preminenza e nessuna attrattiva. Sarà un “paria”, seppur ancora temuto , odiato da tutto il mondo a cominciare da chi lo ha servito rimediandone un danno senza ritorno.
E ovviamente sconfitti anche gli americani che non potranno più considerarsi padroni del MO e sconfitti quindi anche nell’idea di poter strangolare energeticamente un’Asia sempre più potente .
Ed infine altrettanto ovviamente , non solo sconfitti ma anche annientati saranno gli €uropoidi, questi SSS “, Servi dei Servi di Sion.
In questo quadro disastroso che alla fine deprimerà “in un modo o nell’ altro” il nostro futuro per molti anni ci può essere un’aggravante; laddove U$rael si illudesse di evitare la propria “vittoria di Pirro ” con un eclatante impiego del “nucleare” a cui io peraltro penso che l’ Iran si sia già preparato con la “controrisposta”.
Questo si che sarebbe, per dirla eufemisticamente, “ un guaio grosso”; da quel momento non sarà più possibile far tornare il “genio nella lampada “.
Che “le bombe” le tirino direttamente gli U$A o anche solo il suo “cane matto” per poter poi proclamare il solito “ possible denial” , non farà alcuna differenza. La percezione che U$rael non ha più remore all’ impiego della “bomba”, per di più dopo averci macinato gli attributi per 50 anni sul “nucleare iraniano”, avrà effetti incontrollabili sulle altre due VERE potenze nucleari le quali, se non sono SCEME, si metteranno a “nuclearizzare” subito tutti i propri “ vicini scomodi” prima che U$real doti di “pungiglioni nucleari “ anche altri suoi “tafani” , che si chiamino ucraina , polonia , turkia, germania, taiwan o giappone ( le minuscole sono volute ) .
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Se gli Stati Uniti supervisionassero l’ottimizzazione del complesso militare-industriale dell’UE, della logistica militare e di altre questioni legate alla difesa con l’obiettivo di “eclissare” le capacità russe in questo ambito, allora la sfida che la Russia potrebbe trovarsi ad affrontare lungo il suo confine occidentale potrebbe ricalcare quella del giugno 1941.
In una recente intervista, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha ribadito la politica di lunga data affermando al suo interlocutore: “Non attaccheremo nessuna parte d’Europa. Non abbiamo assolutamente alcun motivo per farlo. E se l’Europa decidesse di concretizzare le sue minacce di prepararsi alla guerra contro di noi e iniziasse ad attaccare la Russia, il presidente ha affermato che non si tratterebbe di un’operazione militare speciale da parte nostra, ma di una risposta militare su vasta scala con tutti i mezzi militari disponibili, in conformità con i documenti dottrinali in materia”.
Per essere più precisi, la Russia non ha mai avuto intenzione di rischiare una Terza Guerra Mondiale invadendo gli Stati baltici e/o la Polonia, le cui popolazioni ostili rappresenterebbero comunque una minaccia costante per la sicurezza in caso di occupazione. Tutte le affermazioni contrarie non sono altro che il riflesso di quello che si potrebbe definire il trauma derivante dai periodi più bui della loro travagliata storia con la Russia, i cui dettagli esulano dagli scopi di questa analisi. È sufficiente sapere che non vi è alcun fondamento alle accuse di revanscismo russo militante nei loro confronti.
Ciò detto, non c’è dubbio che la Polonia e il resto dei suoi alleati europei della NATO in generale rappresentino una minaccia credibile per la sicurezza della Russia, ma la loro natura è in evoluzione e il solitamente cauto Putin non autorizzerà un primo attacco per non rischiare di scatenare la Terza Guerra Mondiale. Prima dello sviluppo da parte della Russia dei missili ipersonici, le infrastrutture di difesa missilistica statunitensi in Polonia minavano le capacità di secondo attacco nucleare della Russia, ma tali armamenti hanno successivamente ristabilito la parità strategica neutralizzando questa minaccia.
Questo si riferisce all’accordo siglato all’inizio del 2024 tra Paesi Bassi, Germania e Polonia per agevolare il movimento di truppe e attrezzature attraverso i loro confini, con l’intenzione di coinvolgere anche Belgio e Francia . Anche il fianco orientale della NATO si sta militarizzando rapidamente, non solo in termini di raddoppio degli acquisti di armamenti e del numero di reclute, ma anche per quanto riguarda le infrastrutture fisiche. La ” Linea di Difesa dell’UE “, che collega la “Linea di Difesa del Baltico” e lo “Scudo Orientale” polacco, si sta rapidamente trasformando in una nuova Cortina di Ferro.
Ancora più inquietante, la Strategia di Difesa Nazionale di Trump 2.0 dichiara che “la NATO europea surclassa la Russia in termini di dimensioni economiche, popolazione e, di conseguenza, potenziale militare”, e che tutto ciò deve essere gestito correttamente per contenere la Russia nel modo più efficace. Sebbene la Russia stia vincendo la ” corsa logistica “/” guerra di logoramento ” con la NATO in Ucraina, sarà sempre più difficile mantenere il suo vantaggio, e il potenziale “surclassamento” delle sue capacità da parte dell’UE potrebbe diventare una minaccia esistenziale qualora scoppiasse un conflitto.
È tenendo presente questo scenario che Lavrov ha fortemente insinuato che la Russia impiegherebbe armi nucleari in risposta a un’ipotetica invasione da parte dell’UE. Se gli Stati Uniti supervisionassero l’ottimizzazione del complesso militare-industriale dell’UE, della logistica militare e di altre questioni legate alla difesa, allora la sfida che la Russia potrebbe affrontare lungo il suo confine occidentale potrebbe ricalcare quella del giugno 1941. A differenza di allora, la Russia è ora una superpotenza nucleare, e questo potrebbe essere l’unico fattore in grado di dissuadere l’UE dall’invadere la Russia.
È possibile che il portavoce di Putin stesse lasciando intendere che una, alcune o tutte le principali clausole previste dall’accordo di pace della primavera del 2022 non siano più rilevanti ai fini dell’obiettivo finale che la Russia ha in mente.
Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskovha recentemente affermatoche «la realtà è completamente cambiata» quando gli è stato chiesto dell’impegno della Russia nei confronti degliAccordi di Istanbulche erano stati siglati nella primavera del 2022 ma che alla fine sono stati fatti fallire dal Regno Unitoe dalla Polonia. L’Ucraina avrebbe ripristinato la sua neutralità costituzionale e lo status giuridico della lingua russa, accettato limiti di ampia portata alle sue forze armate e riconosciuto l’influenza russa in Crimea in cambio della garanzia di sicurezza da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
In cambio, lo status del Donbass sarebbe stato risolto tramite colloqui tra i suoi leader, con l’allusione che potesse essere reintegrato nell’Ucraina in base agli Accordi di Minsk, mentre si sottintendeva che la Russia si sarebbe ritirata dal resto dei confini dell’Ucraina precedenti al 2022. Fino ad ora, la Russia ha chiesto di tornare a questi termini come base per porre fine in modo sostenibile al conflitto ucraino, motivo per cui l’annuncio di Peskov è stato così significativo, poiché dimostra che la Russia ha ora in mente una soluzione finale diversa.
I funzionari avevano tuttavia già confermato con largo anticipo che le forze armate del loro Paese non si sarebbero ritirate da nessuna parte delle regioni contese, la cui popolazione aveva votato a favore dell’adesione alla Russia durante i referendum del settembre 2022; pertanto, sin da allora non era mai stata realmente intenzione della Russia attuare tutti i termini degli Accordi di Istanbul. Ciononostante, i tre punti menzionati nel primo paragrafo – relativi alle modifiche costituzionali, alla smilitarizzazione e alle garanzie di sicurezza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – sono rimasti alla base della soluzione prevista dalla Russia.
È quindi possibile che Peskov stia segnalando che uno, alcuni o tutti questi termini, così come stabiliti negli Accordi di Istanbul, non siano più rilevanti per l’obiettivo finale che la Russia ha in mente. Nell’ordine in cui sono state menzionate, le modifiche costituzionali sono estremamente importanti dal punto di vista della Russia, in particolare il ripristino dello status giuridico della lingua russa. Una neutralità solo di nome sarebbe tuttavia priva di significato, quindi la Russia potrebbe ipoteticamente scendere a compromessi su questo punto nell’ambito di un accordo di ampio respiro volto a porre fine al conflitto.
Lo stesso vale per i limiti alle forze armate che l’Ucraina aveva precedentemente accettato. La Russia non può continuare a ricorrere alla forza per smilitarizzare l’Ucraina, poiché quest’ultima continua a rifornirsi di nuove armi non appena quelle attuali vengono distrutte. Questa è la ricetta per una guerra senza fine che la Russia non vuole combattere. Pertanto, invece di tali limiti, la Russia potrebbe chiedere all’Ucraina di accettare di non schierare determinate armi entro una certa distanza dal confine, a condizione che la Russia faccia lo stesso. La Russia potrebbe anche costruire il proprio “muro di droni” come sta facendo l’Ucraina.
Infine, per quanto riguarda le garanzie di sicurezza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per l’Ucraina, questa proposta è stata di fatto irrilevante da quando l’Ucraina ha raggiunto nel 2024 una serie di garanzie di sicurezza bilaterali con diversi membri della NATO, esaminate qui. In cambio della rinuncia a qualsiasi dispiegamento ufficiale di forze straniere in Ucraina, la Russia potrebbe quindi accettare queste garanzie di sicurezza al posto di quelle del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. È anche possibile che, in uno scenario estremo, acconsenta al piano di applicazione del cessate il fuoco a tre livelli della NATO di cui si è parlato.
Qualsiasi compromesso di rilievo da parte della Russia richiederebbe concessioni altrettanto significative da parte dei suoi avversari, ma se questi non dovessero accettare, potrebbe essere sufficiente concludere definitivamente il partenariato strategico incentrato sulle risorsecon gli Stati Uniti che l’inviato di Putin, Kirill Dmitriev, sta negoziando. Per essere chiari, non vi è alcuna conferma che le richieste della Russia siano cambiate, ma solo che la dichiarazione di Peskov suscita plausibili speculazioni al riguardo. Qualunque cosa decida Putin, tuttavia, sarà nell’interesse della Russia, così come lui lo intende.
Trump ha lasciato intendere che potrebbe interrompere le vendite di armi destinate all’Ucraina se la Russia rifiutasse la sua richiesta, consegnando così probabilmente la vittoria che cerca di evitare da quattro anni, ma non vuole nemmeno rischiare sconfitte militari contro l’Iran che potrebbero compromettere la carriera dei suoi politici.
In un’intervista al Financial Times, Trump ha avvertito : “Se non ci sarà alcuna risposta o se la risposta sarà negativa (alla sua proposta di coalizione navale di Hormuz), penso che sarà molto grave per il futuro della NATO… Abbiamo un’organizzazione chiamata NATO. Siamo stati molto gentili. Non eravamo obbligati ad aiutarli con l’Ucraina. L’Ucraina è a migliaia di chilometri da noi… Ma li abbiamo aiutati. Ora vedremo se loro aiuteranno noi. Perché ho sempre detto che noi saremo lì per loro, ma loro non ci saranno per noi. E non sono nemmeno sicuro che lo saranno.”
L’insinuazione minacciosa è che Trump potrebbe potenzialmente interrompere l'”aiuto [alla NATO] in Ucraina”, il che potrebbe tradursi nella cessazione della vendita di armi all’Ucraina, qualora questa non partecipasse alla coalizione navale di Hormuz da lui proposta e non “eliminasse alcuni attori ostili lungo le coste [iraniane]”. Ciò mette la NATO in un dilemma, poiché il suo obiettivo è perpetuare il conflitto ucraino fino all’insediamento di una nuova amministrazione anti-russa negli Stati Uniti, ma allo stesso tempo non vuole rischiare perdite militari a danno dell’Iran.
Il conflitto non può continuare se gli Stati Uniti si ritirano, ma l’uccisione di soldati in una zona di guerra lontana – soprattutto un evento con numerose vittime come l’affondamento di una loro nave da parte dell’Iran – potrebbe provocare disordini e compromettere la carriera politica di coloro che lo hanno approvato alle prossime elezioni. C’è un altro aspetto da considerare: non aiutare gli Stati Uniti a riaprire lo stretto manterrebbe i prezzi del petrolio più alti più a lungo, scontentando così un maggior numero di elettori, ma potrebbe anche portare gli Stati Uniti a estendere la deroga temporanea alle sanzioni sul petrolio russo, a cui l’UE si oppone .
La NATO si trova quindi a dover scegliere tra aiutare gli Stati Uniti a mettere in sicurezza lo stretto, rischiando perdite militari a favore dell’Iran, possibili disordini e la rovina della carriera di coloro che lo hanno approvato, oppure rifiutare, rischiando che gli Stati Uniti interrompano le forniture di armi all’Ucraina e che prolunghino la loro deroga alle sanzioni petrolifere contro la Russia. La prima scelta comporta costi militari e politici, mentre la seconda comporta costi economici (prezzi del petrolio più alti per un periodo prolungato) e di reputazione (peggioramento dei rapporti con gli Stati Uniti e una possibile vittoria russa in Ucraina).
Obiettivamente parlando, non ci si aspetta che gli Stati Uniti ritirino completamente le proprie forze militari dall’Europa se la NATO non aderirà alla coalizione navale di Hormuz proposta da Trump, quindi questa dimensione dei costi del secondo scenario è gestibile. Lo sono anche quelli economici, ma solo se troveranno la volontà politica di screditare la propria retorica anti-russa in materia energetica, aumentando gli acquisti di petrolio ucraino e possibilmente chiedendo la riapertura degli oleodotti. L’unico costo significativo è quindi una possibile vittoria russa in Ucraina.
A questo proposito, mentre in precedenza si pensava che Trump non avrebbe voluto concedere a Putin una simile vittoria per ragioni di ego e di eredità politica, potrebbe farlo se Putin lo aiutasse a raggiungere alcuni dei suoi obiettivi in Iran attraverso la diplomazia, come spiegato qui , qui e qui , e a punire la NATO per non essersi unita alla sua coalizione. Putin potrebbe aumentare le probabilità di successo rendendo più allettanti i termini della sua proposta incentrata sulle risorse.Una partnership strategica tra Russia e Stati Uniti dopo la fine del conflitto in Ucraina. Questo scenario, pertanto, non può essere escluso.
La NATO dovrebbe quindi prepararsi a questa eventualità se rifiuta di unirsi alla coalizione di Trump, ma anche se dovesse essere coinvolta nella Terza Guerra del Golfo , la Russia potrebbe comunque sfruttare il previsto dirottamento di armi occidentali dall’Ucraina verso il Paese per costringere Zelensky a soddisfare le sue richieste in modo più efficace. A differenza di prima della Terza Guerra del Golfo, quando sembrava che Putin avrebbe dovuto scendere a compromessi su alcune delle sue richieste, ora ha maggiori possibilità di ottenerne di più, sia con la forza che con il sostegno indiretto di Trump.
Trump vuole mettere Xi in una situazione difficile prima del suo prossimo viaggio, che ha minacciato di rimandare se la Cina non si unirà alla coalizione statunitense, ma è ancora possibile che Xi riesca in qualche modo a ribaltare la situazione a suo favore.
Nel fine settimana, Trump ha invitato la Cina e diversi altri Paesi ad aderire alla sua proposta di coalizione navale per garantire la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz, nel contesto della Terza Guerra del Golfo in corso . Il giorno successivo, ha dichiarato al Financial Times : “Penso che anche la Cina dovrebbe dare una mano, perché la Cina ricava il 90% del suo petrolio dallo Stretto [sic]… Vorremmo saperlo prima [del mio viaggio in Cina alla fine del mese]. Due settimane sono un periodo lungo. Potremmo rimandare”. Questo aumenta enormemente la posta in gioco della sua richiesta.
Se la Cina non si conformerà e il viaggio di Trump verrà rimandato, la fragile tregua commerciale sino-americana potrebbe non durare, aggravando l’incertezza economica globale causata dalla crisi petrolifera. D’altro canto, il rispetto degli accordi darebbe legittimità alla coalizione navale da lui proposta e verrebbe probabilmente percepito dall’Iran come ostile. L’Iran ha già chiarito che lo stretto è chiuso solo ai paesi ostili, tra i quali attualmente non figura la Cina, e secondo alcune indiscrezioni sarebbe stata avanzata la proposta che la Cina iniziasse a pagare il petrolio iraniano in yuan.
A tal proposito, il 13,4% del petrolio che la Cina ha importato via mare lo scorso anno proveniva dall’Iran, mentre i regni del Golfo (escluso l’Oman, le cui esportazioni provengono dal Mar Arabico) e l’Iraq hanno contribuito per circa il 35% alle importazioni, per un totale di circa il 48,4% – ovvero quasi la metà – delle importazioni annuali di petrolio via mare che transitano attraverso lo stretto. Va detto che la Cina possiede anche riserve strategiche di petrolio stimate in 1,3 miliardi di barili, sufficienti per 3-4 mesi, e sta compiendo rapidi progressi anche nell’attuazione del suo programma per le energie rinnovabili .
Ciò nonostante, questi dati dimostrano che la Cina dipende economicamente dalla ripresa delle regolari importazioni di petrolio attraverso lo stretto, che, secondo questa analisi, potrebbero essere sfruttate dagli Stati Uniti attraverso il controllo delle risorse iraniane e la pressione sui regni del Golfo per costringere la Cina ad accettare un accordo commerciale sbilanciato. L’obiettivo è quello di arrestare la sua ascesa a superpotenza e istituzionalizzare il suo ruolo subordinato rispetto agli Stati Uniti. Anche il perpetuarsi della Terza Guerra del Golfo e il sequestro delle navi iraniane che trasportano petrolio in Cina potrebbero favorire questo obiettivo.
Se la Cina si sottomettesse agli Stati Uniti legittimando la coalizione navale di Hormuz da lui proposta e impegnandosi a firmare un accordo commerciale sbilanciato durante la sua visita, allora Trump potrebbe allentare le tensioni e ripristinare così l’affidabilità delle importazioni petrolifere regionali della Cina. Se, al contrario, Xi si opponesse con orgoglio alla sua richiesta, Trump potrebbe perpetuare il conflitto (prolungando di conseguenza la drastica riduzione delle esportazioni petrolifere dei regni del Golfo verso la Cina), sequestrare le navi iraniane che trasportano petrolio in Cina, ritardare il suo viaggio e intensificare la guerra commerciale.
Nonostante la diversificazione degli scambi commerciali cinesi avvenuta dopo la guerra commerciale dell’era Trump 1.0, gli Stati Uniti rimangono il principale partner commerciale della Cina e continuano a esercitare un’enorme influenza economica e finanziaria su molti altri partner commerciali cinesi. Pertanto, una nuova guerra commerciale sino-americana, unita a una drastica riduzione delle importazioni di petrolio, potrebbe colpire duramente la Cina. Inoltre, in questo scenario, Trump potrebbe raggiungere prima un accordo con Putin , peggiorando ulteriormente la posizione negoziale della Cina nei confronti degli Stati Uniti e portando quindi alla richiesta di condizioni commerciali ancora più sbilanciate.
La richiesta di Trump che la Cina si unisca alla sua coalizione navale ha quindi lo scopo di mettere Xi Jinping in una posizione difficile. Xi viene spinto a scegliere tra due opzioni: subordinare la Cina agli Stati Uniti, dando credito a questa coalizione in cambio di una sicurezza energetica controllata dagli USA, prima di formalizzare la loro partnership di rango inferiore durante il viaggio di Trump, accettando un accordo commerciale sbilanciato, oppure combattere un’altra guerra commerciale con gli Stati Uniti, ma in una posizione peggiore rispetto a prima. I cinesi, tuttavia, sono strateghi brillanti, quindi forse troveranno una via d’uscita da questo dilemma.
Le possibili accuse a carico di Tucker Carlson, ai sensi del FARA (Foreign Agents Registration Act), per le sue comunicazioni con l’Iran, potrebbero trasformarsi in un Russiagate 2.0 se le recenti speculazioni sull’influenza del filosofo russo Alexander Dugin venissero sfruttate dal “deep state” a questo scopo e se venissero fabbricate prove per incriminarlo.
Tucker Carlson ha annunciato di aver appreso dei presunti piani della CIA di incriminarlo ai sensi del “Foreign Agents Registration Act” (FARA) per le sue comunicazioni con l’Iran, il cui presidente Masoud Pezeshkian aveva intervistato la scorsa estate poco dopo la fine della Guerra dei Dodici Giorni . La sua nemica giurata Laura Loomer, stretta consigliera di Trump e che ha persino letto una sua dichiarazione durante un recente evento mediatico in India a cui ha partecipato, si è preventivamente attribuita il merito dell’eventuale incriminazione di X.
In un altro post, ha rivelato di aver “creato una lista di influencer conservatori che, a mio avviso, ricevono denaro da Iran, Russia e Qatar. Ho allegato le prove a supporto. Come ho detto al Dipartimento di Giustizia, Tucker Carlson non è l’unica persona che probabilmente sta violando il FARA. Tutti questi traditori meritano il carcere”. In un altro post, si è vantata di aver informato direttamente l’FBI e la Casa Bianca delle sue preoccupazioni. Se Tucker venisse incriminato ai sensi del FARA, cosa che non si può escludere, la vicenda potrebbe degenerare in un Russiagate 2.0.
Questo non solo perché ha intervistato Putin all’inizio del 2024, cosa che, a suo dire, l’amministrazione Biden ha cercato di impedire , ma anche a causa dello scandalo mediatico di Tenet, avvenuto nello stesso anno e analizzato qui e qui . In sintesi, il Dipartimento di Giustizia ha affermato che la Russia avrebbe pagato questa società di gestione di influencer conservatori per incoraggiarli a continuare a produrre i loro contenuti, sebbene gli influencer stessi sostengano di non esserne stati a conoscenza. Questo crea un precedente per un Russiagate 2.0, qualora il “deep state” lo desiderasse.
Tra allora e adesso, alcuniconservatoreAlcune figure hanno riacceso le speculazioni dell’ultimo decennio sull’influenza del filosofo russo Alexander Dugin, in particolare l’accusa di essere il burattinaio dei dissidenti MAGA come Tucker, Candace Owens e Marjorie Taylor Green, tra gli altri. Tucker ha intervistato Dugin durante il suo viaggio a Mosca, e Dugin ha elogiato Tucker e i suddetti dissidenti , un fatto su cui Loomer ha recentemente richiamato l’attenzione . La presunta prova di collusione risiede nel fatto che condividono critiche simili nei confronti di Trump 2.0.
Non ci sono motivi validi per affermare che sia il loro burattinaio, né lo è il famoso libro di Dugin del 1997 su ” I fondamenti della geopolitica “, che propone di sovvertire l’Occidente esacerbando le differenze politiche interne, dato che tutti loro semplicemente non apprezzano Trump 2.0 per motivi diversi. Mentre Dugin è un nazionalista russo, i dissidenti MAGA tendono ad essere più allineati con il progressismo, l’islamismo e/o il “terzomondismo”, anche se non si identificano come sostenitori di queste ideologie che sfidano quelle di MAGA.
Ciononostante, il “deep state” potrebbe comunque tentare di sfruttare le speculazioni sull’influenza di Dugin, riaccese da alcune figure conservatrici e dalla stessa Loomer, speculazioni che potrebbero ingannare gli oppositori dei dissidenti MAGA, a causa della loro antipatia per queste persone e della convinzione che un Trump 2.0 non si inventerebbe una cosa del genere. Lo scopo di questo complotto del “deep state” sarebbe quello di sabotare i negoziati in corso per una “nuova distensione” tra Russia e Stati Uniti e, idealmente, dal loro punto di vista, indurre Trump a raddoppiare il sostegno statunitense all’Ucraina.
Nell’immaginario di alcuni americani, Dugin assomiglia a Rasputin, critica aspramente Trump 2.0 su X e in passato ha persino elogiato i dissidenti MAGA, quindi molti membri del MAGA potrebbero essere indotti a pensare che stia realmente manovrando l’opposizione a Trump. Sarebbe un peccato, dato che il vero obiettivo degli Stati Uniti è quello di portare a termine il previsto riavvicinamento con la Russia, come spiegato qui e qui . Far deragliare la loro “Nuova Distensione” minerebbe quindi Trump 2.0 molto più di quanto non facciano i dissidenti MAGA.
Dal punto di vista del Sud del mondo, l’Occidente si è screditato con i suoi due pesi e due misure nei confronti del conflitto ucraino e della guerra di Gaza, continua a perseguire politiche controproducenti dettate dall’ideologia e si rifiuta ancora con arroganza di attuare qualsiasi riforma significativa della governance globale.
Il veterano diplomatico singaporiano Kishore Mahbubani ha pubblicato il mese scorso una risposta dettagliata al recente articolo del presidente finlandese Alexander Stubb apparso su Foreign Affairs dal titolo “L’ultima possibilità dell’Occidente: come costruire un nuovo ordine globale prima che sia troppo tardi”. Stubb sostiene che l’Occidente possa mettere in pratica un “realismo basato sui valori” per convincere il Sud del mondo a prendere le distanze da Cina e Russia. Mahbubani ritiene tuttavia che ciò non sia possibile, poiché “l’Occidente non sembra disposto ad ascoltare il Sud del mondo”.
Egli precisa che il Sud del mondo non teme la Cina e la Russia, né ci si dovrebbe aspettare che lo faccia, aggiungendo che «nella storia recente il resto del mondo ha avuto tanto, forse anche di più, da temere dall’Occidente quanto dai suoi concorrenti autocratici». Per quanto riguarda il conflitto ucraino, molti considerano l’espansionismo della NATO come il catalizzatore e ritengono inoltre che l’Occidente si sia screditato con i suoi due pesi e due misure nei confronti di quel conflitto e della guerra di Gaza, che ha causato la morte di molti più civili.
Altrettanto grave è il fatto che l’Occidente violi i propri principi multilaterali complottando apertamente per confiscare i beni congelati della Russia, disincentivando così ulteriormente il Sud del mondo dall’abbracciare un modello occidentale riformato solo in apparenza, a scapito dei rapporti di partenariato di questi paesi con la Cina e la Russia. Nel complesso, Mahbubani ritiene che «l’UE si sia di fatto isolata sia dal Sud del mondo che dagli Stati Uniti di Trump», questi ultimi per quanto riguarda il fatto di cercare attivamente di sovvertire i suoi sforzi di pace.
Passa poi a una critica della politica dell’UE nei confronti della Cina. Come egli stesso ha affermato: «Nel 2000, il PIL complessivo dei paesi dell’UE era circa sette volte superiore a quello della Cina. Oggi, entrambi hanno all’incirca le stesse dimensioni. Entro il 2050, il PIL dell’UE sarà circa la metà di quello cinese. Eppure i paesi dell’UE parlano in modo condiscendente nei confronti della Cina e hanno bloccato accordi che avrebbero rafforzato in modo produttivo i legami». La ragione, spiega Mahbubani, è da ricercarsi nella loro opposizione ideologica alle politiche «autoritarie» della Cina.
Egli suggerisce quindi di seguire il consiglio di Stubb di «mantenere la fiducia nella democrazia e nei mercati senza insistere sul fatto che siano universalmente applicabili», ma è possibile che non lo facciano mai, vista la radicale ideologizzazione dell’UE negli ultimi quattro anni, dall’inizio dell’operazionespeciale. Lo stesso vale per il suo suggerimento di riformare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il FMI al fine di attrarre il Sud del mondo in generale. Senza correggere queste asimmetrie, l’Occidente farà fatica a raggiungere i propri obiettivi, conclude Mahbubani.
L’importanza della sua risposta all’articolo di Stubb sta nel fatto che diffonde critiche severe alla politica occidentale nei confronti del mondo non occidentale all’interno del dibattito delle élite occidentali, il che è incoraggiante se si considera che finora ciò è stato raro e praticamente un tabù; è quindi possibile che questi articoli possano stimolare una certa riflessione. Tuttavia, l’involontario autoisolamento dell’UE dalla Russia, dalla Cina e persino dagli Stati Uniti di Trump, causato dalle sue politiche controproducenti, rende questo processo più difficile che mai, quindi probabilmente non accadrà.
La Polonia è la più antica rivale della Russia, con cui ha combattuto oltre una ventina di conflitti nel corso dell’ultimo millennio, e non fa mistero della sua intenzione di guidare il contenimento regionale della Russia dopo la fine del conflitto ucraino.
A gennaio , Notes From Poland ha richiamato l’attenzione su un rapporto condotto dal Centro Levada per conto della Società tedesca Sakharov, intitolato ” Russia e il mondo: nemici, concorrenti, partner “. Tra le altre cose, il rapporto ha rivelato che il 62% dei russi percepisce la Polonia come un nemico, una percentuale pari a quella con la Lituania. La piccola Lituania è spesso confusa con la Polonia nella mente della maggior parte dei russi, mentre il Regno Unito, al secondo posto con il 57%, è uno dei rivali storici della Russia; quindi, la posizione di ciascuno ha una sua logica.
La Polonia richiede tuttavia un’elaborazione, poiché gli osservatori occasionali potrebbero essere sorpresi dalla percezione che molti russi hanno di essa come un nemico. Per cominciare, la Polonia è la Russiapiù vecchio Gli stati rivali e i loro predecessori si sono combattuti in oltre una ventina di conflitti nel corso dell’ultimo millennio. I più significativi si sono verificati nell’ultimo mezzo millennio, a partire dalla formazione della Confederazione polacco-lituana nel 1569, e hanno incluso anche l’ unica occupazione straniera della capitale russa (1610-1612) dall’epoca mongola.
Su questo argomento, la maggior parte dei russi confonde erroneamente la Polonia e la Lituania, motivo per cui un numero uguale di persone le percepisce come nemiche, dato che sono state unite o hanno formato una comunità per oltre 400 anni (1386-1795). La memoria storica è solo una parte del motivo per cui più russi percepiscono la Polonia come nemica rispetto a qualsiasi altro paese (ricordando la suddetta osservazione sulla confusione tra Polonia e Lituania), poiché anche la geopolitica contemporanea gioca un ruolo importante.
Oggigiorno è risaputo tra i russi che la Polonia aspira a riconquistare il suo status di grande potenza, perduto da tempo. Sono anche consapevoli del fatto che la Polonia è il principale partner degli Stati Uniti nell’Europa centro-orientale e che, di conseguenza, ha svolto un ruolo militare e logistico insostituibile nel perpetuare la guerra per procura della NATO contro il loro paese attraverso l’Ucraina, teatro tradizionale della storica rivalità russo-polacca. Molti ricordano anche il suo sostegno alla fallita Rivoluzione Colorata dell’estate 2020 contro il presidente bielorusso alleato Alexander Lukashenko.
L’inedito rafforzamento militare della Polonia, che l’ ha portata a possedere il più grande esercito dell’UE e il terzo della NATO dopo Stati Uniti e Turchia, è un fatto ben noto anche a molti russi. Molti di loro ricordano inoltre che i piani statunitensi di “difesa missilistica” in Polonia, avviati sotto l’amministrazione Bush Jr. e che il Cremlino sospettava fossero una copertura per il dispiegamento clandestino di missili offensivi in violazione dei precedenti accordi sul controllo degli armamenti, portarono alle prime serie tensioni russo-americane dalla fine della Guerra Fredda.
Tuttavia, la percezione che i russi hanno della Polonia (e della Lituania, che erroneamente confondono con essa) come un nemico non significa che considerino i polacchi come popolo un nemico. Essendo un americano di origini polacche con doppia cittadinanza (nato e cresciuto negli Stati Uniti, ma con nazionalità polacca tramite mio padre) e vivendo a Mosca da 12 anni e mezzo con il mio passaporto polacco, non ho mai subito alcuna polonofobia da parte dei russi. Sono solo alcuni ” non russi filo-russi ” ad essere polonofobi, come ho spiegato qui .
Riflettendo su tutto, è quindi comprensibile perché un numero maggiore di russi percepisca la Polonia come un nemico rispetto a qualsiasi altro paese (pur avendo chiarito la posizione paritaria della Lituania). La Polonia è la più antica rivale della Russia, con cui ha combattuto oltre una ventina di conflitti nel corso dell’ultimo millennio, e non fa mistero della sua intenzione di guidare il contenimento regionale della Russia dopo la fine del conflitto ucraino. Come prevedibile, anche i polacchi percepiscono la Russia come un nemico, quindi è probabile che la loro storica rivalità persista per molti anni a venire.
Gli Stati baltici e i confini dell’Ucraina con la Russia e la Bielorussia rappresentano i punti critici più probabili per una guerra aperta tra NATO e Russia, che questi Paesi hanno interesse a provocare a causa della falsa aspettativa di costringere la Russia a fare concessioni, grazie alla relazione di sicurezza simbiotica artificialmente instaurata a partire dal 2024.
La Lituania si è recentemente impegnata a produrre armi per l’Ucraina e, sebbene la portata e il finanziamento dell’accordo rimangano poco chiari, ciò ha comunque evidenziato l’importanza degli Stati baltici per l’Ucraina. Pochi lo sanno, ma l’Ucraina ha concluso accordi di sicurezza con tutti e tre questi Paesi – Lituania , Lettonia ed Estonia – entro il 2024, il cui contenuto ricalca quello degli accordi stipulati con i principali Stati della NATO , obbligandoli a ripristinare l’attuale livello di supporto militare in caso di un nuovo conflitto.
Le forze armate degli Stati baltici sono minuscole rispetto a quelle della maggior parte dei membri della NATO, ma sono probabilmente anche più strategiche di molte altre, data la loro posizione lungo i confini con la “Russia continentale”, la Bielorussia e l’exclave russa di Kaliningrad. Ciò significa che qualsiasi incidente di confine, compreso quello che essi o gli alleati della NATO le cui truppe sono presenti sul loro territorio potrebbero provocare con la Russia/Bielorussia, potrebbe degenerare in una vera e propria crisi a causa dell’articolo 5, dopo la quale l’intera NATO potrebbe essere coinvolta.
Di conseguenza, la suddetta reazione a catena, che porterebbe un incidente di confine tra gli Stati baltici e la Russia a degenerare in una vera e propria crisi, si verificherebbe probabilmente se la Polonia inviasse truppe in quella zona a “difesa” della sua presunta “sfera d’influenza”, coinvolgendo così poco dopo il resto della NATO. Tale sequenza evidenzia la minaccia strategica sproporzionata che gli Stati baltici rappresentano per la Russia, in quanto, nel peggiore dei casi, potrebbero fungere da campanelli d’allarme per una guerra aperta tra NATO e Russia.
Ciò rende gli Stati baltici più importanti per l’Ucraina di quanto molti possano immaginare, dato l’interesse di tutti e quattro i paesi a provocare lo scenario sopra descritto, con la (probabilmente errata) aspettativa che la Russia sarebbe poi costretta a fare concessioni per evitare la Terza Guerra Mondiale. Ciascuno di essi potrebbe innescare incidenti di confine con la Russia per spingere l’altro a fare altrettanto, nello spirito dei rispettivi patti di sicurezza, attivando così sia l’articolo 5 che i patti di sicurezza separati dei principali paesi NATO con l’Ucraina.
Tenendo presente questa relazione di sicurezza simbiotica, creata artificialmente, ne consegue che gli Stati baltici e i confini dell’Ucraina con Russia e Bielorussia rappresentano i punti critici più probabili per una guerra aperta tra NATO e Russia, ma con la precisazione che tutto dipende dalla Polonia. Se reagisse alle provocazioni territoriali contro la Russia, una guerra aperta potrebbe essere inevitabile, ma ciò potrebbe essere evitato se esercitasse moderazione, proprio come durante l’incidente dei droni di settembre, quando il “deep state” cercò con ogni mezzo di manipolarla per spingerla alla guerra .
Dal punto di vista del Cremlino, si tratta di un gesto estremamente ostile e provocatorio, che potrebbe addirittura preannunciare un coinvolgimento diretto più significativo in futuro. Dal punto di vista polacco, tuttavia, questa mossa è stata probabilmente dettata unicamente da ragioni di politica interna.
A metà febbraio, il Sejm polacco ha approvato una legge che concede l’amnistia ai polacchi che hanno combattuto per Kiev in qualsiasi momento tra il 6 aprile 2014, data di inizio della guerra civile ucraina, e oggi. In base alla legislazione vigente, rischiavano una pena detentiva da tre mesi a cinque anni per attività mercenaria. Secondo un aggiornamento dell’ambasciatore russo Rodion Miroshnik, risalente allo stesso periodo, i polacchi costituiscono il secondo gruppo più numeroso di mercenari in Ucraina, dopo i latinoamericani. Hanno anche partecipato all’invasione ucraina di Kursk.
La Russia, comprensibilmente, disapprova la depenalizzazione da parte della Polonia dell’attività mercenaria dei suoi cittadini in Ucraina, poiché ciò equivale di fatto a un ruolo diretto, seppur “plausibilmente negabile”, di Varsavia nelle ostilità quotidiane. Un conto è chiudere un occhio su quanto detto, un altro è assolverli ufficialmente dalla responsabilità penale per aver violato palesemente la legislazione nazionale. Dal punto di vista del Cremlino, questo è estremamente ostile e provocatorio, e potrebbe persino preannunciare un coinvolgimento diretto più significativo in futuro.
Dal punto di vista polacco, tuttavia, questa mossa è stata probabilmente compiuta solo per fini di politica interna. Sebbene la società polacca nutra un crescente dissenso nei confronti dell’Ucraina, del suo conflitto e dei suoi cittadini (sia rifugiati che migranti economici), molti credono ancora che tutti i polacchi abbiano il diritto morale di combattere la Russia, se lo desiderano, per ragioni storiche che esulano dall’ambito di questa analisi. Pertanto, l’ipotetica prospettiva di un’azione penale per attività mercenaria in Ucraina è vista da molti come ingiusta.
Per essere chiari, una spiegazione non equivale a un’approvazione, ed è ovvio che le opinioni divergono all’interno della società polacca e all’estero sulla questione se la partecipazione a un conflitto straniero contro l’avversario (storico e/o contemporaneo) del proprio governo debba essere considerata illegale. Ad esempio, l’ex Movimento Wagner era tecnicamente illegale secondo la legge russa, eppure lo Stato chiuse un occhio sulle sue attività e, secondo alcune fonti, si coordinò persino con esso in alcuni casi, perseguendo interessi nazionali comuni.
Ciò non significa che esista un’equivalenza morale tra i russi che difendono ipaesi africani amici dall’Occidente Ibrido Aggressioni belliche o combattimenti per liberare i territori occupati da Kiev che la Russia ora considera ufficialmente propri, e polacchi che combattono contro la Russia in Ucraina e a Kursk. Il punto è che società diverse, e gruppi politici diversi al loro interno, vedono il tema generale dell’attività mercenaria in modi diversi. Alcuni, prevedibilmente, la vedono positivamente e i loro politici lo sanno.
Allo stato attuale, l’amnistia concessa dalla Polonia ai mercenari che hanno combattuto per l’Ucraina probabilmente non preannuncia un coinvolgimento diretto più significativo in futuro, a differenza di quanto alcuni in Russia potrebbero aspettarsi. Il presidente nazionalista conservatore Karol Nawrocki si era impegnato, prima del secondo turno delle elezioni dello scorso maggio, a non autorizzare il dispiegamento di truppe polacche in Ucraina. È improbabile che cambi idea, dato che quasi due terzi dei polacchi si oppongono, il che ridurrebbe il consenso politico del suo partito in vista delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027.
La piena ripresa della rivalità russo-polacca , la cui fase iniziale è stata involontariamente innescata dallo specialeoperazione e poi portata intenzionalmente al livello successivo da Varsavia, che la sfrutta nel tentativo di far rivivere il suo status di Grande Potenza perduto da tempo.Con il sostegno degli Stati Uniti , la situazione dovrebbe quindi rimanere gestibile. Un maggior numero di mercenari polacchi, incoraggiati dall’ultima amnistia, potrebbe affluire in Ucraina, ma non ci si aspetta che le truppe polacche li seguano, soprattutto perché ciò potrebbe ritorcersi contro di loro e fomentare un’insurrezione ucraina.
Sono l’UE e l’Ucraina a intromettersi nella questione in vista delle prossime elezioni parlamentari di inizio aprile.
Il Financial Times ha riportato che la Russia sta interferendo negli affari interni dell’Ungheria in vista delle prossime elezioni parlamentari di inizio aprile, attraverso una campagna di disinformazione online volta a esaltare il primo ministro in carica Viktor Orbán e a screditare il suo avversario, Peter Magyar, tra gli elettori. A tal fine, si affiderebbe a influencer ungheresi per diffondere queste narrazioni, ma tale affermazione implica, in modo offensivo, che coloro che credono a quanto sopra non abbiano alcuna autonomia e siano semplicemente “utili idioti” della Russia.
Sebbene la Russia preferirebbe la rielezione di Orbán, dato che si oppone pragmaticamente alla guerra per procura condotta dall’Occidente attraverso l’Ucraina e si è rifiutato di interrompere le importazioni energetiche da quest’ultima per ragioni altrettanto pragmatiche, queste politiche godono di un ampio consenso anche in Ungheria, motivo per cui gli elettori lo sostengono spontaneamente online. Certo, in Ungheria è sempre esistito anche un autentico movimento di opposizione, ma è appoggiato dall’UE e dall’Ucraina attraverso le loro interferenze nel Paese. Questo, a sua volta, delegittima sia l’opposizione che l’Ungheria.
I mezzi impiegati consistono nel fatto che l’UE trattiene i fondi all’Ungheria con pretesti legati allo “stato di diritto” nella speranza di aizzare gli elettori contro Orbán, e che l’Ucraina ritarda la ripresa del flusso di petrolio attraverso l’oleodotto Družba, che attraversa il suo territorio, con pretesti tecnici per la stessa ragione, e che entrambe criticano Orbán. Tenendo presenti questi fatti, che non si possono negare poiché esistono oggettivamente, si può concludere che l’accusa occidentale di ingerenza russa sia in realtà una confessione. Ecco tre approfondimenti:
Per riassumere brevemente per i lettori con poco tempo a disposizione, lo scorso agosto il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto ha richiamato l’attenzione sui tentativi dell’UE di interferire nelle prossime elezioni parlamentari di inizio aprile. Quasi sei mesi dopo, le relazioni con l’Ucraina si sono deteriorate a causa dell’utilizzo di armi energetiche, di cui si è parlato in precedenza, ma l’allora Segretario di Stato Marco Rubio ha visitato Budapest e appoggiato Orbán . Gli Stati Uniti, tuttavia, non hanno condannato il suddetto attacco ibrido ucraino contro l’Ungheria, né hanno esercitato pressioni affinché cessasse.
Ciò a sua volta dimostra che la loro amicizia è in larga misura fittizia, sebbene sia anche vero che gli Stati Uniti preferirebbero la rielezione di Orbán, dato che la sua visione nazionalista conservatrice si allinea a quella di Trump. Ciononostante, la sua “destituzione democratica” orchestrata dall’UE e dall’Ucraina accelererebbe la prevista sostituzione dell’energia russa con la propria sul mercato ungherese, per non parlare della probabile conseguenza che l’Ungheria armirebbe e finanzierebbe l’Ucraina per perpetuare la redditizia guerra per procura degli Stati Uniti contro la Russia.
Gli interessi statunitensi dovrebbero quindi essere favoriti a prescindere dal fatto che l’UE e l’Ucraina riescano o meno a manipolare gli elettori per deporre Orbán. Se venisse rieletto, l’Ungheria continuerebbe a fungere da baluardo conservatore in Europa, in linea con l’aspetto ideologico regionale della Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e con il nuovo ordine mondiale che essa auspica, mentre la sua destituzione potrebbe rivelarsi immediatamente vantaggiosa. In definitiva, la scelta spetta agli ungheresi, e saranno loro a doverne subire le conseguenze.
La terza guerra del Golfo sta radicalmente rimodellando la percezione che i regni del Golfo hanno dell’affidabilità americana, portandoli a considerare la necessità di negoziare un accordo di sicurezza regionale postbellico con l’Iran.
Reuters ha riferito che “dietro le quinte, cresce il risentimento nelle capitali arabe del Golfo per essere state trascinate in una guerra che non hanno né iniziato né approvato, ma che ora stanno pagando economicamente e militarmente”. Hanno aggiunto che “allo stesso tempo, gli analisti affermano che la guerra ha portato gli Stati del Golfo a rivalutare sia la loro dipendenza dalla sicurezza di Washington sia la prospettiva di un eventuale coinvolgimento di Teheran in nuovi accordi di sicurezza regionale, anche se la fiducia nell’Iran è crollata”. Questo sarebbe il risultato migliore per tutti.
All’inizio della Terza Guerra del Golfo, dopo le telefonate di Putin con i leader regionali , si era valutato che uno degli obiettivi della mediazione da lui auspicata fosse la revoca, da parte dei Regni del Golfo, dell’autorizzazione concessa agli Stati Uniti a utilizzare i loro territori e spazi aerei per attaccare l’Iran. Ciò avrebbe costretto gli Stati Uniti al dilemma di sfidarli, rischiando di compromettere le loro relazioni, oppure di accettare questa nuova realtà militare regionale e quindi perseguire un probabile compromesso ( mediato dalla Russia ?) con l’Iran.
Per quanto surreale possa sembrare, proprio Lindsey Graham è giunto a una conclusione molto simile la scorsa settimana. Ha scritto su X : “Perché l’America dovrebbe stipulare un accordo di difesa con un Paese come il Regno dell’Arabia Saudita, che non è disposto a partecipare a una lotta di interesse comune?… Si spera che i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo si impegnino maggiormente, visto che questa guerra si svolge proprio nel loro cortile di casa. Se non siete disposti a usare le vostre forze armate ora, quando lo sarete? Si spera che la situazione cambi presto. In caso contrario, ci saranno delle conseguenze.”
Il ritiro delle forze militari statunitensi dal Golfo risolverebbe tre problemi in una volta sola: l’Iran non sarebbe più minacciato da queste forze; i regni del Golfo sarebbero più sicuri poiché l’Iran non li attaccherebbe più per il fatto di ospitarle; e gli Stati Uniti non dovrebbero più difendere partner che si sono dimostrati opportunisti. Ben lungi dal vuoto di sicurezza che i critici temono ne conseguirebbe, i regni del Golfo e l’Iran potrebbero iniziare a lavorare a un piano di sicurezza regionale in tre fasi, mediato dal loro comune partner russo.
L’obiettivo finale è che i Regni del Golfo e l’Iran concordino sul Concetto di Sicurezza Collettiva per la regione, proposto da tempo dalla Russia, di cui i lettori possono trovare maggiori dettagli qui . Il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov vi ha recentemente fatto riferimento , illustrando la posizione ufficiale della Russia sulla Terza Guerra del Golfo e le sue speranze per il futuro della regione, per quanto improbabile possa apparire ora ad alcuni. Sono tuttavia necessari due passaggi preliminari, che verranno ora brevemente illustrati.
La prima opzione è quella che può essere definita un Patto di non aggressione del Golfo (GNAP), i cui dettagli devono ancora essere negoziati, ma che ragionevolmente includerebbero limiti al dispiegamento di determinate risorse militari, codici di condotta e canali di comunicazione in caso di crisi, ecc. Una volta raggiunto un accordo, che non sarà di certo facile, l’Iran potrebbe unirsi all’alleanza saudita-pakistana, come sembra stia valutando di fare dalla fine dello scorso anno. Questo potrebbe quindi costituire il nucleo del blocco di sicurezza collettiva immaginato dalla Russia.
Ricapitolando, la sequenza politico-militare che la Russia spera di mediare nel Golfo prevede la cessazione delle ostilità attraverso una serie di ragionevoli compromessi reciproci, il ritiro delle forze militari statunitensi dalla regione, il GNAP (Global National Alliance on Pacific), l’adesione dell’Iran all’alleanza saudita-pakistana e la successiva formazione di un blocco di sicurezza collettivo. Fino allo scoppio della Terza Guerra del Golfo, molti avrebbero liquidato questa visione strategica come una fantasia politica, ma un recente rapporto di Reuters suggerisce che ora si tratti di una possibilità concreta per il futuro postbellico della regione.
Pepe Escobar ha affermato la scorsa settimana che l’India li ha traditi entrambi, uno dopo l’altro.
Venerdì, l’ambasciatore iraniano in India ha risposto a una domanda di RT India in merito alle notizie contrastanti secondo cui l’Iran avrebbe concesso all’India il permesso di utilizzare lo Stretto di Hormuz, dichiarando: “Sì, perché l’India è nostra amica. Lo vedrete entro due o tre ore”. La sua conferma è giunta dopo che il Primo Ministro Narendra Modi ha avuto il suo primo colloquio telefonico con il Presidente iraniano Masoud Pezeshkian dall’inizio della Terza Guerra del Golfo , mentre il suo principale diplomatico, il dottor Subrahmanyam Jaishankar, ha avuto il suo quarto colloquio con la controparte.
Questa notizia potrebbe sorprendere molti membri dell’“ecosistema mediatico globale” russo, dopo che uno dei suoi principali influencer, Pepe Escobar , ha pubblicato un articolo su come l’India avrebbe presumibilmente “tradito” sia la Russia che l’Iran. Ne ha parlato anche in un podcast con il giudice Andrew Napolitano e in precedenza aveva pubblicato un post su X dopo essere caduto vittima di un video virale, ora smentito, realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale in Pakistan, in cui il capo dell’esercito indiano avrebbe ammesso di aver fornito a Israele le coordinate della nave iraniana che gli Stati Uniti hanno poi affondato.
Pepe è amico del ministro degli Esteri Sergey Lavrov , della sua portavoce Maria Zakharova , del vicepresidente della Duma Alexander Babakov , del commissario per l’integrazione e la macroeconomia presso la Commissione economica eurasiatica SergeyGlazyev è un membro privilegiato del Valdai Club , uno dei principali think tank russi . Per questo motivo, grazie al suo lavoro su questo argomento, viene percepito come “la voce degli addetti ai lavori russi”, “il guru russo dei BRICS” e “il volto straniero del soft power russo”. In questo contesto, la situazione è problematica.
Su X ha scritto che ci sono “molte informazioni riservate” nella sua serie di articoli in due parti sulla Terza Guerra del Golfo, la seconda delle quali è stata condivisa due paragrafi sopra e la prima può essere letta qui . La prima parte è rilevante perché vi ha scritto che “l’India ha tradito, in sequenza, sia la Russia che l’Iran, entrambi membri a pieno titolo dei BRICS”. L’ha anche descritta come “inaffidabile”, indegna di guidare il Sud del mondo come aspira a fare , e presumibilmente passibile di sospensione o addirittura espulsione dai BRICS .
La presunta “collusione” tra l’India e l’Iran è stata appena smentita dall’ambasciatore iraniano in India, mentre quella tra l’India e la Russia era già stata smentita il giorno prima dall’ambasciatore russo in India, che aveva rilasciato un’intervista dettagliata sulle relazioni bilaterali alla neonata emittente RT India. L’intervista è stata analizzata qui , ma i punti salienti rilevanti sono le lodi sperticate che l’ambasciatore ha rivolto all’India e, in particolare, alla sua presidenza dei BRICS. È quindi assolutamente falso che “l’India abbia tradito, in sequenza, sia la Russia che l’Iran, entrambi membri a pieno titolo dei BRICS”.
Sebbene gli osservatori occasionali possano credere che le sue “informazioni privilegiate” provengano dalla sua vasta rete di amici russi ufficiali, dando così la falsa impressione che la Russia appoggi i suoi attacchi contro l’India, in passato ha rivelato legami con almeno tre agenzie di spionaggio straniere che potrebbero essere la vera fonte. Nell’aprile del 2024 ha ammesso di essere in contatto con “due agenzie di intelligence di due diverse nazioni asiatiche” e il mese scorso si è lasciato sfuggire di avere anche “un amico in uno dei servizi segreti europei”.
Pertanto, una di queste fonti, o forse qualche altra informazione finora non rivelata, potrebbe averlo incoraggiato ad affermare falsamente che “l’India ha tradito, in sequenza, sia la Russia che l’Iran, entrambi membri a pieno titolo dei BRICS”, affermazione che i rispettivi ambasciatori in India hanno appena smentito. Ciononostante, gli osservatori occasionali potrebbero ancora credere che dietro a tutto ciò ci siano i suoi amici funzionari russi, danneggiando così l’immagine del paese ai loro occhi. Lo scenario peggiore sarebbe che anche i funzionari indiani la pensassero allo stesso modo, il che è possibile.
La lezione è che una grande influenza comporta una grande responsabilità, e una persona come Pepe, noto per essere “la voce degli insider russi” grazie alla sua vasta rete di amicizie ufficiali russe, non dovrebbe spacciare per verità voci riguardanti partner strategici come l’India. Sebbene condivise a titolo personale, molti presumeranno che le sue “informazioni privilegiate” provengano dalla Russia, quindi si spera che non commetta più questo errore. I suoi amici ufficiali russi potrebbero anche arrabbiarsi con lui se le loro controparti indiane dovessero chiedere spiegazioni.
La Russia si fida dell’India, apprezza la sua presidenza dei BRICS e non permetterà a nessuno di dividerli.
La responsabile dell’informazione di RT India, Runjhun Sharma, ha recentemente intervistato l’ambasciatore russo in India, Denis Alipov. L’ambasciatore ha iniziato congratulandosi con lei per il lancio di RT India lo scorso dicembre, per poi descrivere le relazioni con l’India come un fattore di pace, stabilità e sicurezza in Eurasia. Analogamente, ha affermato, le relazioni con la Cina sono il motivo per cui la Russia ha costantemente sostenuto il rilancio del formato trilaterale Russia-India-Cina (RIC). Tuttavia, le relazioni della Russia con ciascuno di questi Paesi sono puramente bilaterali, senza che gli altri influenzino in alcun modo i rapporti tra i due.
L’intervista si è poi spostata sulla Terza Guerra del Golfo , che Alipov ha descritto come la prova di come gli Stati Uniti violino palesemente il diritto internazionale, proprio come quando hanno catturato Maduro all’inizio dell’anno. Questo ha introdotto la sua risposta alla decisione degli Stati Uniti di revocare le sanzioni sull’acquisto di petrolio russo da parte dell’India. A suo avviso, tale decisione riflette l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dell’India, che considerano un paese subordinato, non un partner. Tutto ciò che gli Stati Uniti concedono agli altri è sempre vincolato a determinate condizioni, come dimostra la questione delle sanzioni.
Ciononostante, Alipov ha affermato che la Russia desidera mantenere una cooperazione energetica strategica con l’India e che le ha persino offerto GNL alcuni anni fa, ma questi piani sono stati interrotti dalle sanzioni. La Russia è comunque ancora pronta a fornire GNL all’India, quindi tali esportazioni potrebbero concretizzarsi se lo desidera. Gli è stato poi chiesto se la Russia tragga vantaggio dalla Terza Guerra del Golfo, e ha ammesso che ciò avviene in termini di prezzi dell’energia più elevati, ma ha sottolineato che la Russia desidera che l’aggressione contro l’Iran finisca il prima possibile.
La domanda successiva riguardava se il riorientamento della Russia verso il Sud del mondo fosse solo una reazione al conflitto ucraino e se, di conseguenza, la Russia avrebbe abbandonato tutti questi Paesi qualora i rapporti con l’Occidente fossero migliorati. Alipov ha ricordato a Sharma che è stato l’Occidente a rompere i legami con la Russia, non il contrario, e che le relazioni russo-indiane, e più in generale i legami della Russia con il Sud del mondo, risalgono a decenni fa, quindi la Russia non li abbandonerà in nessun caso. A tal proposito, ha descritto i rapporti con l’India come profondi, basati sulla fiducia, completi e promettenti.
Interrogato su come la Russia mantenga un equilibrio tra India e Cina, Alipov ha ribadito quanto già affermato in precedenza, ovvero che ciascuna coppia di relazioni è puramente bilaterale e che l’altra non influisce minimamente sui rispettivi rapporti. Ha riconosciuto che in India alcuni nutrono diffidenza nei confronti dei legami sino-russi, ma ha aggiunto che, se questi venissero superati e i tre Paesi si unissero, ciò rappresenterebbe un fattore decisivo nel nascente ordine mondiale multipolare. A tal fine, la Russia si impegnerà a ridurre la diffidenza sino-indiana, se richiesto, ma non si imporrà su nessuno dei due Paesi.
Nel suo tentativo di convincere l’India a scegliere i Sukhoi Su-57 russi al posto dei Rafale francesi , argomento successivo della loro conversazione, Alipov ha menzionato come la Russia sia pronta a trasferire tutta la tecnologia all’India nell’ambito della sua offerta. La Russia offrirà inoltre all’India capacità e attrezzature che non ha mai offerto a nessun altro Paese, ha confermato, aggiungendo che tali colloqui e la cooperazione sono effettivamente in corso. Putin e Modi sono amici intimi e si fidano l’uno dell’altro, e infatti, si prevede che Putin parteciperà al vertice BRICS di quest’anno in India.
A tal proposito, la Russia nutre grandi aspettative nei confronti della presidenza indiana e ne elogia l’approccio incentrato sulle persone, che a suo avviso ha rafforzato l’espansione del gruppo. Riflettendo su quanto affermato, è chiaro che le relazioni russo-indiane rimangono solidissime, nonostante le affermazioni palesemente false di alcuni secondo cui l’India avrebbe “tradito” la Russia. Non potrebbero essere più in errore, come dimostra l’intervista di Alipov. La Russia si fida dell’India, apprezza la sua presidenza dei BRICS e non permetterà mai a nessuno di dividerli.
Putin può svolgere un ruolo chiave proponendo a tal fine una serie di ragionevoli compromessi reciproci.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha twittato di aver detto ai leader russo e pakistano con cui aveva appena parlato che “l’unico modo per porre fine a questa guerra, scatenata dal regime sionista e dagli Stati Uniti, è riconoscere i legittimi diritti dell’Iran, pagare le riparazioni e ottenere ferme garanzie internazionali contro future aggressioni”. Queste condizioni per la pace possono essere soddisfatte se lui e Trump ne avranno la volontà, cosa possibile nel caso di quest’ultimo, visti i suoi recenti discorsi sulla fine della guerra che desidera, in un momento in cui i prezzi del petrolio sono alle stelle e l’ opposizione pubblica si fa più forte .
In tal caso, si porrebbe la questione della forma che il riconoscimento statunitense dei legittimi diritti dell’Iran potrebbe assumere, nonché di a cosa si riferiscano esattamente tali diritti. Dato il contesto politico, si potrebbe sostenere che si tratti del diritto di difendersi, e quindi di mantenere il proprio programma missilistico, e di utilizzare l’energia nucleare. Gli Stati Uniti si oppongono al primo in quanto il programma missilistico iraniano minaccia Israele, mentre l’opposizione al secondo è dovuta alle accuse secondo cui l’Iran starebbe segretamente cercando di costruire armi nucleari. La Russia potrebbe contribuire ad attenuare entrambe le preoccupazioni.
Se l’Iran accettasse di non riprendere il suo programma missilistico dopo la fine della guerra, la Russia potrebbe proporre agli Stati Uniti di non interferire con potenziali vendite su larga scala di sistemi di difesa aerea all’Iran. In questo scenario, l’Iran potrebbe anche mantenere il suo programma di droni, ma anche se gli Stati Uniti fossero contrari, potrebbe comunque continuarlo segretamente con un rischio minore di essere scoperto rispetto a quello che correrebbe con il programma missilistico. Pur essendo imperfetta, questa proposta consentirebbe all’Iran di difendersi, placando al contempo le preoccupazioni degli Stati Uniti riguardo alle minacce iraniane a Israele.
Per quanto riguarda la questione nucleare, la Russia potrebbe proporre di assumere il controllo dell’uranio altamente arricchito iraniano con il suo consenso e di costruire più centrali nucleari, eventualmente con un investimento statunitense in cambio del diritto dei propri esperti di ispezionarle per confermare l’assenza di un programma nucleare segreto. Quanto a come la diplomazia creativa possa soddisfare la richiesta di riparazioni di guerra avanzata da Pezeshkian, ingenti investimenti statunitensi nel settore delle risorse naturali iraniano dopo la guerra, unitamente a un allentamento (anche graduale) delle sanzioni, potrebbero essere sufficienti, a condizione che l’Iran acconsenta.
Altre due possibili soluzioni complementari potrebbero includere un ritiro degli Stati Uniti dal Golfo, sulla base dell’ipotesi avanzata dal senatore Lindsey Graham, amico intimo di Trump , di un loro rifiuto di partecipare a operazioni offensive contro l’Iran, e una garanzia scritta da parte degli Stati Uniti (per quanto possa valere) di non sostenere Israele qualora quest’ultimo riprendesse le ostilità. Sia chiaro, queste proposte richiederebbero una notevole volontà politica da parte di Iran e Stati Uniti per avere successo, poiché implicano seri compromessi, ma rappresentano anche un ragionevole equilibrio di interessi.
Ci si aspetterebbe che le potenti Guardie Rivoluzionarie iraniane e la potente lobby israeliana statunitense si opponessero fermamente a queste proposte, qualora la Russia le presentasse. In definitiva, tutto dipenderebbe dalla volontà dei rispettivi governi di opporsi. Questo aspetto non è chiaro in entrambi i casi, e un eventuale accordo con Pezeshkian potrebbe persino sfociare in un tentativo di colpo di stato in Iran, pertanto le probabilità di attuazione sono basse. Ciononostante, la Russia dovrebbe comunque proporre qualcosa di simile, poiché è meglio di niente.
Il primo li critica in modo più delicato e comunica realtà “politicamente scomode” con un po’ più di tatto, mentre il secondo è molto più duro e, in confronto, rozzo.
Il discorso di Rubio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di quest’anno è stato accolto con entusiasmo dagli europei, alcuni dei quali lo hanno nettamente contrapposto a quello di Vance dell’anno precedente, che avevano considerato offensivo. Vance li aveva criticati per aver abbracciato politiche liberal-globaliste come quelle radicali sul cambiamento climatico, le migrazioni di massa e la persecuzione dei nazionalisti conservatori, ecc. Rubio ha detto più o meno le stesse cose, ma in modo più diplomatico, ammettendo anche che gli Stati Uniti avevano commesso errori politici simili.
Nell’anno intercorso tra i loro discorsi, Trump ha imposto dazi all’UE per costringerla ad accettare un accordo commerciale sbilanciato , ha riallacciato i rapporti con la Russia, spaventando così gli europei e facendoli temere che avrebbe stretto un accordo con Putin a loro discapito, e ha minacciato la Danimarca per la Groenlandia , tra le altre mosse. Tutto ciò ha avuto l’effetto di ridimensionare l’UE e di far comprendere ai suoi leader che il loro blocco è subordinato agli Stati Uniti nel nuovo ordine mondiale che Trump 2.0 auspica di costruire.
Il Primo Ministro belga Bart De Wever ha esplicitamente riconosciuto questa realtà quando, a Davos, ha affermato : “Essere un vassallo felice è una cosa. Essere uno schiavo infelice è tutt’altra cosa”. Il discorso di Vance ha colto di sorpresa gli europei per la sua franchezza nelle critiche, per il fatto che ancora in qualche modo negavano il ritorno di Trump alla Casa Bianca e per la loro ossessione, in quel periodo, per le difficoltà incontrate nei rapporti transatlantici durante il suo primo mandato. Questo contesto ha indubbiamente influenzato la loro reazione al discorso.
La figura di Rubio è stata vista dagli europei come più rassicurante, dopo aver già raggiunto un modus vivendi con Trump 2.0, senza contare il suo approccio molto più diplomatico nel muovere quasi le stesse critiche di Vance, motivo per cui è stata percepita in modo molto più positivo. In realtà, però, nulla è cambiato: alti funzionari statunitensi continuano a criticare l’UE per le sue politiche liberal-globaliste, gli Stati Uniti continuano a subordinare l’UE e continuano a fare ciò che vogliono a prescindere da ciò che pensa l’UE.
Rubio e Vance si comportano quindi come un’abile coppia “poliziotto buono, poliziotto cattivo” nei confronti dell’UE: il primo la critica con più delicatezza e comunica le realtà “politicamente scomode” con un po’ più di tatto, mentre il secondo è molto più duro e, al contrario, rozzo. In un certo senso, pur essendo un conservatore, Rubio è visto dai liberal-globalisti europei come più “europeo” di Vance, che considerano una caricatura del nazionalista americano, proprio come vedono Trump.
Tenendo presente ciò, Trump 2.0 può manipolare la percezione degli europei per far sì che Vance, o persino Trump stesso, adotti una linea dura nei loro confronti ogni volta che gli Stati Uniti lo ritengano necessario, per poi far sì che Rubio attenui l’impatto, li rassicuri e li persuada con calma ad adeguarsi alle richieste statunitensi. Ad esempio, Vance ha recentemente detto loro di “smettere di sabotarsi da soli” attraverso politiche che gli Stati Uniti disapprovano, mentre Rubio potrebbe facilmente presentare le riforme richieste come pragmatici adattamenti a un nuovo ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti.
Che sia stato pianificato o semplicemente il naturale svolgersi degli eventi, gli approcci stilisticamente diversi di Rubio e Vance nei confronti degli europei hanno permesso loro di funzionare come una magistrale coppia “poliziotto buono, poliziotto cattivo” per promuovere con la massima efficacia la politica americana verso l’UE. Il blocco accetta tacitamente il suo status di partner minore rispetto agli Stati Uniti, ma permangono alcuni risentimenti al riguardo, che potrebbero complicare i rapporti; da qui l’importanza per Trump 2.0 di affidarsi strategicamente a Rubio per placare tali tensioni quando necessario.
La mancanza di un rapporto economico significativo con l’Iran ha predeterminato che la maggior parte dei paesi avrebbe appoggiato qualsiasi risoluzione contraria, qualora fossero stati informalmente costretti a scegliere tra la Repubblica islamica e i regni del Golfo, dai quali dipendono in qualche misura per le importazioni energetiche.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha appena adottato una risoluzione che condanna l’Iran per i suoi attacchi contro i regni del Golfo , compresi quelli contro aree civili e residenziali, dopo che Russia e Cina si sono astenute, proprio come si erano astenute dalla risoluzione dello scorso autunno su Gaza a causa del sostegno dei loro partner arabi a queste due misure. La Russia ha proposto una seconda bozza che, secondo il suo rappresentante permanente, “mira a una de-escalation urgente della situazione… (ed è) semplice, diretta e inequivocabile, e intenzionalmente non nomina alcuna delle parti in conflitto”.
Come prevedibile, gli Stati Uniti hanno posto il veto, motivo per cui Russia e Cina si sono poi sentite costrette ad astenersi dalla bozza iniziale; ciò dimostra comunque che la Russia ha fatto del suo meglio per sostenere l’Iran al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Quanto alla risoluzione che è stata infine approvata, è stata appoggiata da ben 135 paesi, un numero che il corrispondente di Al Jazeera ha definito “il più alto numero di paesi mai co-sponsorizzato una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza”. Le ragioni di questa storica condanna dell’Iran sono piuttosto semplici.
In parole semplici, gran parte del mondo dipende in qualche misura dalle importazioni di energia dai Paesi del Golfo, mentre l’Iran non fornisce praticamente nulla alla maggior parte di essi, dato che pochi, a parte la Cina, sono disposti a sfidare le minacce di sanzioni secondarie statunitensi intrattenendo scambi commerciali significativi con esso. Pertanto, i Paesi del Golfo rischierebbero di perdere molto di più a causa dell’interruzione delle esportazioni energetiche provocata dagli attacchi iraniani, rispetto a quanto non ne subirebbe la campagna congiunta israelo-americana contro l’Iran, che sta devastando la Repubblica islamica .
La mancanza di un rapporto economico significativo tra la comunità internazionale e l’Iran all’inizio della Terza Guerra del Golfo contrasta nettamente con il rapporto che essa aveva con la Russia all’inizio della guerra per procura della NATO contro l’Iran attraverso l’Ucraina, che ha raggiunto la sua fase più intensa quattro anni fa . Allora, e in larga misura ancora oggi, molti di questi Paesi dipendevano in qualche misura dalle esportazioni agricole, energetiche e/o di fertilizzanti dell’Iran, ed è per questo che tutti, in qualche modo, sfidarono le minacce di sanzioni secondarie da parte degli Stati Uniti.
Sebbene la maggior parte della comunità internazionale abbia votato per condannare la Russia all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, tutti i membri, inclusa l’UE, hanno mantenuto un certo livello di importazioni di materie prime dal Paese. L’UE e il suo alleato statunitense si sono accordati su un cosiddetto “tetto massimo ai prezzi” per limitare i profitti petroliferi russi, ma il punto è che anche loro hanno riconosciuto che il mondo non potrebbe continuare a funzionare se queste esportazioni venissero interrotte bruscamente. Da allora gli Stati Uniti hanno cercato di ridurre la dipendenza dalla Russia, ma ciò non è più possibile a causa della crisi petrolifera globale.
In ogni caso, questa intuizione permette di concludere, a posteriori, che la sfida della maggioranza mondiale alle minacce di sanzioni secondarie statunitensi, volte a mantenere gli scambi commerciali con la Russia, è stata motivata dai loro interessi personali, non da un impegno collettivo verso un nebuloso principio multipolare. Allo stesso modo, lo stesso vale per il motivo per cui la maggior parte di loro ha condannato l’Iran all’ONU, co-sponsorizzando l’ultima risoluzione del Consiglio di Sicurezza, cosa che era anche nel loro interesse, a prescindere da quanto abbia deluso alcuni entusiasti del multipolarismo.
In definitiva, la mancanza di un rapporto economico significativo con l’Iran ha predeterminato che la maggior parte del mondo avrebbe appoggiato qualsiasi risoluzione contro di esso, qualora fosse stata ufficiosamente costretta a scegliere tra la Repubblica Islamica e i Regni del Golfo, dai quali dipende in qualche misura per le importazioni energetiche. Questa è la cruda realtà delle relazioni internazionali, un monito spiacevole per gli attivisti benintenzionati che desiderano cambiare il modo in cui funziona il mondo: è molto più facile a dirsi che a farsi.
Purtroppo, i fattori geopolitici rendono questa proposta una pura utopia.
Una delle conseguenze più gravi della Terza Guerra del Golfo è la sospensione di fatto del Corridoio di Trasporto Nord-Sud (NSTC). Questo megaprogetto collega la Russia e l’India attraverso l’Iran (tramite corridoi secondari che attraversano l’Azerbaigian, il Mar Caspio e il Turkmenistan-Kazakistan), nonché l’India con l’Afghanistan e l’Asia centrale, sempre attraverso l’Iran. Questa complessa rete di connessioni accelera i processi multipolari in tutta l’Eurasia, rendendo l’NSTC un elemento di fondamentale importanza nel nascente ordine mondiale.
Ecco perché la sua sospensione di fatto può essere considerata un duro colpo per tutte le parti interessate. È in questo contesto che Sputnik ha recentemente segnalato, sul suo account principale X, la proposta di due esperti pakistani, il co-fondatore e CEO di Mishal Pakistan Amir Jahangir e l’ex alto commissario del Pakistan in India Abdul Basit , affinché il loro paese funga da alternativa all’Iran. Sebbene in apparenza sia un’idea valida per semplici ragioni geoeconomiche, i fattori geopolitici la rendono purtroppo un’utopia.
Innanzitutto, il Pakistan ha pessimi rapporti con l’Afghanistan e l’India: il primo è attualmente in guerra con l’Afghanistan, in quella che il suo Ministro della Difesa ha definito una ” guerra aperta “, mentre il secondo è il suo storico rivale, con cui si è scontrato più recentemente la scorsa primavera . Di conseguenza, nessuno dei due Paesi intrattiene attualmente significativi rapporti commerciali con il Pakistan, ma anche se le relazioni afghano-pakistane migliorassero ( magari grazie alla mediazione della Russia ), il Pakistan non potrebbe comunque sostituire il ruolo dell’Iran nel NSTC a meno che non migliorino anche i suoi rapporti con l’India.
Considerando quanto sia improbabile una simile ipotesi, a causa dei loro approcci diametralmente opposti alla risoluzione del conflitto del Kashmir , qualsiasi corridoio si creerebbe tra Russia e Pakistan in tale scenario non sarebbe una variante del NSTC, ma qualcosa di completamente diverso, dato che l’India rappresenta il secondo pilastro del NSTC. Questo corridoio centro-eurasiatico (CEC) risultante non sarebbe inoltre così realizzabile come i suoi sostenitori potrebbero sperare, a causa dell’evoluzione geopolitica della regione, che verrà ora analizzata.
L’ostacolo più evidente sarebbe la probabile ripresa degli scontri tra Afghanistan e Pakistan, derivanti dal loro irrisolto problema di sicurezza, che può essere semplificato nell’opposizione del Pakistan al rifiuto dell’Afghanistan di riconoscere la Linea Durand e nell’avversione dell’Afghanistan per gli stretti legami del Pakistan con gli Stati Uniti. Questo ci porta al fatto che il Pakistan è anche un “principale alleato non NATO” degli Stati Uniti, quindi è improbabile che si opponga alle pressioni statunitensi per non espandere significativamente le relazioni con la Russia, soprattutto non sotto la sua dittatura militare di fatto filoamericana.
Il Pakistan potrebbe anche sfruttare il suo ruolo di punto di riferimento nella CEC per ricattare la Russia su richiesta degli Stati Uniti. Anche se ciò non dovesse accadere e i rapporti con l’Afghanistan rimanessero stabili, non si può escludere che alcune repubbliche dell’Asia centrale possano fare lo stesso su richiesta dell’alleata degli Stati Uniti, la Turchia, che si appresta ad espandere la propria influenza nella regione attraverso la ” Via Trump per la pace e la prosperità internazionali “. Il Kazakistan ha già in programma di produrre proiettili conformi agli standard NATO, quindi la Russia non potrà più fare affidamento esclusivamente su di lui.
Tutto ciò non significa che la Russia non debba tentare di promuovere il CEC come alternativa al NSTC qualora quest’ultimo rimanesse sospeso a tempo indeterminato, dato che è comunque meglio di non avere alcun corridoio verso l’Oceano Indiano. Significa semplicemente che il Pakistan non può sostituire il ruolo dell’Iran nel NSTC e che il CEC non è altrettanto affidabile. Una soluzione migliore per la Russia sarebbe quella di concentrarsi sul Corridoio Marittimo Vladivostok-Chennai, poiché collega molti più paesi lungo il suo percorso rispetto al CEC e le loro economie sono anche molto più solide.
Lasciare che questa missione di scorta unilaterale prosegua senza ostacoli potrebbe portare il Pakistan a costituire il nucleo di una missione multilaterale per neutralizzare l’asso nella manica dell’Iran, ovvero la chiusura dello Stretto di Hormuz, ma interromperla rischierebbe di allargare il conflitto, quindi non è chiaro cosa deciderà di fare esattamente il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, dato che nessuna delle due opzioni è ideale.
Il Pakistan ha annunciato l’avvio dell’Operazione Muhafiz-ul-Bahr (“Protettore dei Mari”) “per contrastare le minacce multidimensionali alla navigazione e al commercio marittimo nazionale. L’iniziativa è stata intrapresa per garantire il flusso ininterrotto di approvvigionamento energetico nazionale e la sicurezza delle Linee di Comunicazione Marittima (SLOC). Le operazioni di scorta della Marina pakistana vengono condotte in stretto coordinamento con la Pakistan National Shipping Corporation (PNSC)”. Il New York Times ha contestualizzato questa missione nel suo articolo.
Hanno ricordato ai lettori che “il Pakistan importa la maggior parte del suo gas naturale dal Qatar e il petrolio greggio dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti”, le cui esportazioni non sono più affidabili a causa della Terza Guerra del Golfo . Ciononostante, “non era chiaro se il dispiegamento di navi da guerra pakistane sarebbe stato sufficiente a prevenire una crisi di approvvigionamento petrolifero. Secondo il ministero del petrolio, il Pakistan ha riserve di petrolio greggio sufficienti per meno di due settimane e riserve di gas naturale liquefatto sufficienti fino alla fine del mese”.
La missione di scorta regionale della Marina pakistana mette l’Iran di fronte a un dilemma: da un lato, considera il Pakistan una nazione amica per la sua riluttanza a entrare in guerra in segno di solidarietà con l’alleato saudita, come previsto dal patto di mutua difesa di settembre; dall’altro, è anche un “principale alleato non NATO” degli Stati Uniti. Pertanto, lasciare che questa missione di scorta unilaterale prosegua senza ostacoli potrebbe portare il Pakistan a costituire il nucleo di una missione multilaterale per neutralizzare l’asso nella manica dell’Iran, ovvero la chiusura dello Stretto di Hormuz; dall’altro, interromperla rischierebbe di estendere il conflitto.
Il Pakistan ha giocato bene le sue carte fino ad ora, facendo sì che il presidente Asif Ali Zardari definisse l’ayatollah Ali Khamenei un “martire” e che il primo ministro Shehbaz Sharif si congratulasse con il nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei, suo figlio. Tuttavia, questo gesto era probabilmente più volto a placare gli sciiti pakistani che a compiacere l’Iran. In ogni caso, si è trattato comunque di un gesto di buona volontà, ma la rivalità tra il potente Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) iraniano e l’altrettanto potente establishment pakistano – inteso come forze armate e servizi segreti – rimane palpabile.
Gli osservatori meno attenti potrebbero averlo dimenticato, ma nel gennaio 2024 l’Iran bombardò in Pakistan gruppi separatisti baluchi designati da Teheran come terroristi, il che provocò la rappresaglia del Pakistan con bombardamenti contro un’altra organizzazione baluchi anch’essa designata da Islamabad come terroristica e separatista. I lettori possono rinfrescarsi la memoria su questi attacchi reciproci qui . Sebbene Iran e Pakistan si siano da allora riconciliati e le relazioni siano ora ufficialmente cordiali, la rivalità di cui sopra influenzerà probabilmente le strategie del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).
L’Iran ha provocato gli Stati Uniti, invitandoli ad avviare la missione di scorta a Hormuz e a iniziare a minare lo Stretto, al che Trump ha risposto avvertendo l’ Iran di non “tentare di fare scherzi” e autorizzando attacchi contro le navi posamine. La CNN ha approfondito il dilemma che ne è derivato per gli Stati Uniti nel suo articolo intitolato ” La dura scelta che si presenta all’amministrazione Trump: collasso economico o navale? “. La missione di scorta del Pakistan potrebbe quindi essere il modo in cui gli Stati Uniti ribaltano astutamente la situazione per mettere l’Iran in una posizione di svantaggio, come spiegato in questa analisi.
Per essere chiari, il Pakistan ha le sue ragioni per lanciare l’Operazione Muhafiz ul-Bahr, non ultima quella di ripristinare parte della sua catena di approvvigionamento energetico marittimo al fine di scongiurare la grave crisi di carburante che l’establishment teme possa essere sfruttata da Afghanistan , India e/o terroristi interni . Ciononostante, la sua missione di scorta promuove indubbiamente gli interessi degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran, ma pochi se ne rendono conto, poiché video falsi, diffusi viralmente con l’ausilio dell’intelligenza artificiale pakistana, hanno manipolato le masse facendo credere che sia l’India a favorirli realmente.
Resta da stabilire se ciò sia avvenuto su richiesta degli Stati Uniti o alle loro spalle, ma non c’è dubbio che si tratti di una mossa estremamente ostile, ed è anche molto probabile che sia stata la Russia a mettere in guardia l’India.
Sei ucraini e un americano sono statiappena arrestatiin India con l’accusa di aver attraversato illegalmente il confine con il vicino Myanmar per addestrare terroristi, designati come tali dall’India, all’uso dei droni in guerra. Per chi non lo sapesse, l’India nord-orientale è stata storicamente teatro di numerose insurrezioni etno-separatiste sin dall’indipendenza, e alcuni di questi gruppi ora trovano rifugio nel Myanmar devastato dalla guerra e si addestrano lì. Il conflitto più recente è scoppiato nel Manipur all’inizio del 2023 ed è stato analizzato qui all’epoca.
Di conseguenza, sebbene gli Stati Uniti abbiano ora rapporti migliori con l’India, continuano comunque a contenerla attraverso il Bangladesh e potrebbero volere che l’India consenta l’utilizzo delle proprie regioni di confine per armare i gruppi antigovernativi in Myanmar, al fine di costringere la giunta a concludere un accordo sui minerali strategici. L’India è neutrale in quella guerra, nonostante abbia legami pragmatici con la giunta e molti simpatizzino con i membri disarmati dell’opposizione politica; tuttavia, un’ipotesi è che gli Stati Uniti non abbiano chiesto il permesso e stiano agendo alle spalle dell’India.
Se così fosse, allora o Trump ha dato il suo benestare, oppure anche il suo “deep state” sta agendo alle sue spalle, magari per portare avanti unilateralmente il progetto geopolitico contro cui l’ex leader del Bangladesh aveva messo in guardia all’inizio del 2024 riguardo alla creazione di uno Stato fantoccio cristiano nella regione. Entrambi gli scenari sarebbero di cattivo auspicio per la loro ritrovata distensione, ma ce n’è un altro che dovrebbe essere preso in considerazione, ovvero che l’Ucraina stia agendo di propria iniziativa senza l’approvazione degli Stati Uniti.
Zelensky ha dichiarato a fine gennaio che «l’Ucraina ha bisogno di un’unità di intelligence dedicata e forte, in grado di operare all’estero a un livello paragonabile a quello delle migliori agenzie di intelligence militare al mondo. La vostra prospettiva risiede nelle operazioni esterne – non solo nell’influenza, non solo nella raccolta di dati o nel reclutamento di agenti, ma nel vero combattimento e in altre operazioni asimmetriche essenziali per proteggere gli interessi dell’Ucraina.” Questo fa seguito all’attività mercenaria dell’Ucraina in Sudan e Mali che è in linea con gli interessi statunitensi.
A volte, tuttavia, la sua attività mercenaria va contro gli interessi degli Stati Uniti, come nel caso dell’accusa della Russia secondo cui l’Ucraina avrebbe collaborato clandestinamente con i ribelli sostenuti dal Ruanda nel conflitto di quel paese con il Congo il cui accordo di pace incentrato sulle risorse è stato negoziato da Trump lo scorso anno. Questo precedente suggerisce che potrebbe aver agito alle spalle degli Stati Uniti anche in India, probabilmente per denaro, oppure che gli Stati Uniti potrebbero sacrificare l’Ucraina con questo pretesto dopo che l’India ha smascherato quella che potrebbe essere stata in realtà un’operazione congiunta.
Si spera che l’opinione pubblica venga tenuta al corrente di questa indagine, vista l’importanza politica del caso. Come minimo, l’Ucraina stava addestrando dei terroristi designati dall’India all’uso dei droni, e forse su richiesta degli Stati Uniti. È anche probabile che l’India sia stata informata dalla Russia, che monitora da vicino tutte le attività dei mercenari ucraini, smentendo così ulteriormente l’affermazione virale secondo cui la Russia ritiene che l’India l’abbia «tradita». La realtà è che stanno lavorando fianco a fianco per fermare i mercenari ucraini nella regione.