Italia e il mondo

L’AfD in un mondo multipolare, di Bob Hickok

L’AfD in un mondo multipolare

di Bob Hickok

19 settembre
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Bob Hickok analizza come l’ascesa dell’AfD si stia inserendo nella più ampia rivolta multipolare contro l’ordine politico atlantista.

I recenti successi dell’AfD l’hanno spinta ancora più al centro del dibattito politico tedesco, con risultati positivi nell’Est, un crescente consenso a livello nazionale e rinnovati scontri su immigrazione, energia, Russia e limiti del “muro di fuoco” politico del Paese. Da una prospettiva multipolare, l’ascesa dell’AfD è significativa perché mette in discussione il consenso post-Guerra Fredda sull’allineamento della Germania con Washington, Bruxelles e il sistema atlantista, e solleva la questione se Berlino possa perseguire un ruolo più indipendente tra i centri di potere globali in competizione.

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Nei sondaggi nazionali, l’AfD è ormai stabilmente in vantaggio sulla CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del Cancelliere Merz). I sondaggi pubblicati a metà settembre la davano tra il 27 e il 30% , mentre l’Unione si attestava perlopiù tra il 18 e il 20% . L’INSA attribuiva all’AfD il 29% il 15 settembre, contro il 19,5% della CDU; il GMS la dava al 30%. I sondaggi sono istantanee, non elezioni, ma il quadro che emerge da diversi istituti è chiaro: l’AfD ha superato la posizione di grande partito di protesta ed è entrata in competizione per il primo posto a livello nazionale. Persino la Bassa Sassonia, lontana dalla roccaforte orientale dell’AfD, ha prodotto un altro risultato sorprendente il 13 settembre. Il partito ha ottenuto il 15,9% alle elezioni comunali dello stato, più del triplo rispetto al 2021, superando i Verdi e diventando la terza forza politica. A Salzgitter, è diventato il partito più grande nel consiglio comunale con il 27,39%.

La prossima prova arriva quasi subito. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino voteranno il 20 settembre. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore potrebbe riservare un altro risultato sorprendente nell’est, sebbene gli ultimi sondaggi si siano fatti molto più serrati. Un sondaggio INSA pubblicato il 16 settembre dava l’AfD al 37% e l’SPD (Partito Socialdemocratico) al 35%. Un sondaggio ZDF pubblicato il giorno successivo ha ribaltato la situazione, portando l’SPD al 37% e l’AfD al 36%, con il 21% degli intervistati ancora indecisi. Il cambiamento riflette la popolarità personale della leader dell’SPD Manuela Schwesig, così come i tentativi degli elettori di altri partiti di concentrarsi su di lei. La CDU, nel frattempo, si attesta intorno al 6-7% nei sondaggi e si trova di fronte alla straordinaria possibilità di faticare a rimanere nel parlamento regionale. Il candidato dell’AfD, Leif-Erik Holm, ha incentrato la sua campagna elettorale sui temi del costo del carburante, della sanità, della stagnazione economica e degli interessi regionali. Qualunque sia il risultato finale, un voto per l’AfD intorno al 35% rappresenterebbe un cambiamento radicale rispetto al 16,7% ottenuto nel 2021.

A Berlino la situazione è diversa, ma correlata. Lì l’AfD non è in testa, ma l’ultimo sondaggio ARD BerlinTrend la dava al 18%, dietro alla Sinistra al 21% e alla CDU al 20%, e davanti ai Verdi al 16% e all’SPD al 12%. Il tema degli alloggi e degli affitti ha dominato la campagna elettorale più dell’immigrazione. L’AfD ha collegato la carenza di alloggi a Berlino in parte alla crescita demografica dovuta all’immigrazione. L’importanza di Berlino risiede meno in una vittoria dell’AfD che nel crollo della vecchia geometria partitica. CDU, SPD, Verdi, Sinistra e AfD sono ora ammassati in un sistema politico in cui la formazione di governi senza uno dei partiti maggiori può richiedere coalizioni sempre più complesse e bizzarre.

La risposta del cancelliere Merz si è fatta più dura con l’affermarsi dell’AfD. Dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt, ha accusato il partito di sostenere politiche equivalenti a una “pulizia etnica” attraverso il suo concetto di remigrazione . L’AfD respinge tale definizione e afferma che le sue proposte riguardano l’immigrazione clandestina, l’espulsione di persone senza diritto di soggiorno e una più rigorosa applicazione della legge sull’immigrazione vigente. Lo stesso Merz ha affermato che la Germania ha bisogno di più espulsioni, sostenendo al contempo che il Paese deve distinguere tra chi lavora legalmente e contribuisce all’economia e chi è tenuto a lasciare il Paese. La controversia, quindi, non riguarda solo l’entità dell’immigrazione, ma anche il significato e la possibile portata della remigrazione. La formulazione di Merz ha suscitato una reazione furiosa da parte dell’AfD, mentre il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt ha riacceso le richieste, da parte di alcuni politici dell’SPD e di altri oppositori, di valutare una procedura di divieto dell’AfD. Il senatore degli Interni di Amburgo, Andy Grote, ha appoggiato la creazione di un gruppo di lavoro federale-statale per studiare se sussistano i requisiti costituzionali per un simile caso. Altri hanno avvertito che tentare di mettere al bando un partito subito dopo un’importante vittoria elettorale comporterebbe seri rischi politici e legali.

Lo sviluppo più importante dal punto di vista multipolare, tuttavia, potrebbe essere emerso al di fuori della campagna elettorale. Il 18 settembre Reuters ha riportato che i leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla, stanno preparando possibili colloqui nel 2027 con Kirill Dmitriev, uno dei principali inviati economici di Vladimir Putin, per il ripristino delle forniture di gas russo alla Germania. L’incontro proposto dipenderebbe dai progressi verso una soluzione della guerra in Ucraina, e tra le possibili sedi discusse figurano Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India. Reuters ha riferito che potrebbero essere coinvolte anche personalità legate alla diplomazia statunitense, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff. L’AfD chiede da tempo la revoca delle sanzioni sull’energia russa e sostiene che l’energia a basso costo proveniente dalla Russia abbia contribuito a sostenere la forza industriale tedesca. I critici replicano che ricostruire questo rapporto ricreerebbe una pericolosa dipendenza da Mosca. Tale disaccordo ora va ben oltre la politica energetica. La questione riguarda il ruolo della Germania nel mondo: se Berlino debba rimanere saldamente ancorata all’attuale struttura di sicurezza atlantista o cercare maggiore spazio per relazioni indipendenti con la Russia e altre potenze non occidentali.

Questa disputa di politica estera si interseca direttamente con i problemi economici della Germania. L’AfD presenta la combinazione di sanzioni, prezzi elevati dell’energia, ristrutturazione industriale e continuo sostegno militare all’Ucraina come prova che i governi tedeschi hanno subordinato gli interessi economici interni a una più ampia strategia occidentale. Chrupalla ha recentemente chiesto una riduzione delle tasse sull’energia a fronte dell’aumento dei prezzi dei carburanti, mentre il partito ha attaccato la perdita di posti di lavoro e la ristrutturazione dell’industria automobilistica. I suoi oppositori sostengono che le difficoltà della Germania abbiano molteplici cause: la debole crescita della produttività, la pressione demografica, la concorrenza cinese, la costosa transizione del settore automobilistico e anni di investimenti ritardati. Essi rifiutano l’idea che il solo ripristino delle forniture energetiche russe possa risolvere il problema. Eppure, l’importanza politica della questione energetica è innegabile. Essa fornisce all’AfD un argomento concreto a sostegno della sua posizione in politica estera: le relazioni con la Russia non vengono presentate come una astratta simpatia per Mosca, ma come parte di un diverso modello economico per la Germania.

La dimensione della Germania dell’Est rende questo fenomeno particolarmente significativo. I risultati migliori dell’AfD rimangono concentrati nell’ex Repubblica Democratica Tedesca, dove gli atteggiamenti nei confronti della Russia, della sovranità tedesca, dell’immigrazione e dell’establishment politico differiscono sostanzialmente da quelli prevalenti in molte aree metropolitane occidentali. Allo stesso tempo, il risultato della Bassa Sassonia dimostra che il fenomeno non può più essere descritto semplicemente come una rivolta dell’Est. Il suo elettorato si sta espandendo geograficamente, mentre il suo programma si intreccia sempre più con questioni che la politica tedesca un tempo teneva separate: immigrazione, declino industriale, energia, sovranità nazionale, Russia e autorità di Bruxelles. I critici vedono il programma sull’immigrazione dell’AfD come una minaccia per gli immigrati e per un’economia che ha bisogno di lavoratori stranieri. Reuters ha riportato il 19 settembre che alcuni immigrati nella Germania dell’Est temono sempre più ostilità con l’aumento del sostegno all’AfD. L’AfD, dal canto suo, afferma di distinguere tra immigrazione illegale o indesiderata e immigrazione legale qualificata. Questo conflitto rimarrà centrale perché la Germania dell’Est si trova ad affrontare sia il declino demografico sia una forte resistenza politica alle politiche migratorie perseguite nell’ultimo decennio.

Vista in un’ottica multipolare, la vera svolta non consiste semplicemente nell’ascesa di un altro partito tedesco, bensì nell’indebolimento di un consenso politico formatosi nel periodo post-Guerra Fredda. L’AfD contesta la politica migratoria tedesca, la sua politica energetica, i rapporti con la Russia, alcuni aspetti dell’integrazione europea e il presupposto che la politica estera tedesca debba rimanere strettamente allineata alle priorità strategiche di Washington e delle istituzioni dominanti dell’UE. I suoi oppositori sostengono che queste posizioni potrebbero indebolire le alleanze della Germania, danneggiare le relazioni con i paesi vicini ed esporre nuovamente il paese all’influenza russa. L’AfD e i suoi sostenitori descrivono quasi gli stessi fatti al contrario: affermano che la Germania ha ceduto troppa libertà politica ed economica e deve recuperare la capacità di perseguire i propri interessi nazionali in un contesto di competizione tra i diversi centri di potere mondiali. I dati immediati sono eloquenti: 43,8% in Sassonia-Anhalt, 15,9% alle elezioni comunali della Bassa Sassonia, circa il 27-30% a livello nazionale e una gara serrata intorno al 35% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Ma la questione più profonda sollevata dall’ascesa dell’AfD è se la vecchia architettura politica tedesca possa continuare a funzionare quando un partito escluso da ogni coalizione di governo diventa una delle maggiori forze elettorali del paese.

https://bm2yp.r.ag.d.sendibm3.com/mk/mr/sh/1t6AVsd2XFnIGAAOIEUsc8TP9zUZLK/HOeoxl395KjBNewsletter BSW | 20 settembre 2026
Cari soci,Cari sostenitori,
Il BSW è tornato ed è una vera forza politica nel Landtag della Sassonia-Anhalt. I media non possono più ignorarci! E nelle elezioni comunali della Bassa Sassonia, lo scorso domenica il BSW è riuscito a conquistare circa 60 seggi, tra cui quelli di Braunschweig, Hannover, Osnabrück e Wolfsburg. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo. Questo ci dà slancio per Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove oggi gli elettori possono dare un altro segnale importante votando per il BSW – contro l’SPD e la CDU, che non fanno nulla per contrastare gli alti prezzi del carburante e il declino economico del nostro Paese, contro il cancelliere più incompetente della storia della Germania federale e a favore di un nuovo inizio politico, in cui si torni finalmente a concentrarsi sul miglioramento della vita dei cittadini.
I prezzi del carburante stanno schizzando alle stelle e potrebbero superare, per la prima volta nella storia della Germania, la soglia dei 3 euro. Per molte persone, fare rifornimento sta diventando quindi un peso insostenibile. Dopo lunghe esitazioni, il governo federale ha ora deciso, poco prima delle elezioni, un mini-sgravio di appena 17 centesimi al litro. Entro la fine dell’anno dovrebbe entrare in vigore un tetto massimo temporaneo al prezzo del carburante. Merz e Klingbeil non intendono però intaccare gli enormi profitti delle grandi compagnie petrolifere. Noi diciamo: abbassate le accise sul carburante, fissate immediatamente un tetto massimo di 1,50 euro al litro, affinché gli automobilisti possano beneficiare di un reale sgravio! E aprite il Nord Stream, affinché il riscaldamento in inverno non porti alla rovina totale.
Un voto per il BSW è un voto per mandare via Merz! Sia a Berlino che nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Se entreremo in Parlamento e la CDU verrà espulsa dal Landtag di Schwerin, quel Cancelliere sarà storia. Nella Sassonia-Anhalt molti elettori della CDU hanno votato per il BSW. Se lo ripetiamo, Merz se ne andrà. Un altro obiettivo elettorale del BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore è impedire una coalizione rosso-rosso-verde! Solo se il BSW entrerà nel Landtag ci sarà la possibilità che la coalizione rosso-rosso non ottenga la proroga della durata di esercizio delle centrali nucleari. Come già in Sassonia-Anhalt, anche qui promuoviamo un primo ministro apartitico che governi con maggioranze variabili – coinvolgendo anche l’AfD.
La posta in gioco è alta! Mobilitate ancora una volta oggi tutti i vostri amici e conoscenti, colleghi e familiari affinché votino per il BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino!
Cordiali saluti
Fabio De Masi, Amira Mohamed Ali, Oliver Ruhnert e Sahra Wagenknecht

Doppio appuntamento: un weekend elettorale esplosivo che inizia con il botto e finisce con un sussurro (per i globalisti)! _ di Simplicius

Doppio appuntamento: un weekend elettorale esplosivo che inizia con il botto e finisce con un sussurro (per i globalisti)!

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Una giornata elettorale ricca di colpi di scena in tutto il mondo.

Prima ancora che lo “shock” provocato dalle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, tenutesi alcune settimane fa, avesse il tempo di placarsi, le elezioni tenutesi a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore hanno inferto un doppio colpo al sistema politico allineato con Bruxelles.

L’AfD ha nuovamente dominato in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e, sebbene fosse prevedibile, ciò ha comunque provocato un’altra ondata di sconvolgimenti in un’Germania già in fermento:

Il partito di governo CDU ha registrato un crollo di circa l’8% rispetto al ~13% ottenuto l’ultima volta. Di fatto, la CDU è ora scesa al di sotto della soglia del 5% necessaria per essere rappresentata nel parlamento regionale, il che significa che non le verrà assegnato nemmeno un seggio. Questo non era mai successo prima al partito in qualsiasielezioni statali; una sconfitta storica.

Nel frattempo, a Berlino il partito di sinistra Die Linke si è assicurato la vittoria, infliggendo a sua volta una pesante sconfitta alla CDU, che aveva dominato le ultime elezioni. Il fallito cancelliere del Reich Friedrich Merz, pallido e abbattuto, ha dichiarato con tono desolato che quella era stata una giornata disastrosa:

Ecco cosa le riserva il patto faustiano con BlackRock, Herr Reichskanzler.

Prendiamoci tutti un momento per deridere e schernire il leader più disonorato della storia tedesca. Indicate lo schermo e fatevi una bella risata davanti all’aspetto tirato e raggrinzito di quel patetico idiota.

L’ex banchiere di BlackRock e tirapiedi della Commissione Trilaterale registra il più basso indice di gradimento mai registrato da un leader nella storia della Germania. Questo abominio detestato, che ha portato il proprio Paese sull’orlo della rovina, ha ora annunciato il proprio rifiuto di compiere il gesto d’onore e dimettersi, scegliendo invece di continuare ancora per un po’ il suo miserabile lavoro di spremere i contribuenti tedeschi a vantaggio dei suoi mandanti globalisti.

BBC News (Mondo)@BBCWorld

Il cancelliere tedesco Merz promette di restare in carica nonostante i “disastrosi” risultati dei sondaggi a uscita dalle urne sulle elezioni regionali

bbc.in

Il cancelliere tedesco Merz promette di restare in carica nonostante i risultati “disastrosi” degli exit poll delle elezioni regionali

18:51 · 20 settembre 2026· 275.000 visualizzazioni


172 risposte· 144 condivisioni· 688 “Mi piace”

È uno dei motivi principali per cui i globalisti stanno ponendo così tanto l’accento sul 2027 come anno cruciale. È allora che dovrà iniziare la guerra con la Russia per salvare questi marci regimi europei occupati dal crollo totale e deviare l’ira ribollente della popolazione verso un falso nemico, anziché verso il vero nemico interno.

Faytuks Network@FaytuksNetwork

I servizi segreti francesi avvertono ora che la Russia potrebbe sferrare attacchi ibridi su larga scala contro le infrastrutture critiche della Francia (reti elettriche, ferroviarie, di telecomunicazioni e idriche) già nell’autunno del 2027, prima rispetto alla precedente stima del 2030 – France Télévisions

12:10 · 20 settembre 2026· 58,9K visualizzazioni


12 risposte· 142 condivisioni· 935 “Mi piace”

Il 2027 sarà proprio l’anno delle prossime importanti elezioni federali europee – quelle francesi – e, sebbene quelle tedesche siano ufficialmente previste per il 2029, non è affatto improbabile che possano tenersi molto prima, dopo che il regime marcio di Merz sarà crollato su se stesso come un pezzo di legno marcio divorato dalle termiti.

Contemporaneamente, la Russia ha tenuto le proprie elezioni legislative per la Duma di Stato. Non essendo tipo da lasciarsi sfuggire un’occasione, l’astuto narco-goblin di Bankova ha messo da parte il miniera d’orodi tutti gli sciami di droni previsti per l’occasione, al fine di:

  1. Scomportare il più possibile lo svolgimento delle elezioni, cercando al contempo di umiliare Putin
  2. Per cercare di screditare l’idea di elezioni in tempo di guerra, al fine di legittimare in modo subversivo la propria presidenza ormai scaduta, che continua a respingere le richieste di un voto democratico

Probabilmente Zelensky riteneva che, se fosse riuscito a interferire con le elezioni russe, ciò avrebbe dato credito alla sua argomentazione discutibile secondo cui l’Ucraina non dovrebbe tenere elezioni in tempo di guerra perché è troppo rischioso o pericoloso.

Ma la Russia ha smentito categoricamente questa ipotesi abbattendo il 99% di quello che potrebbe essere stato il più grande sciame di droni della storia, se dobbiamo credere alle cifre fornite dallo stesso sindaco di Mosca, Sobyanin sul suo canale ufficiale di TG:

È stato respinto il più massiccio attacco sferrato dai droni nemici contro Mosca. Da ieri sono stati intercettati oltre 1600 droni su tutti i fronti, di cui 450 in avvicinamento a Mosca. Ringraziamo le forze di difesa aerea per il loro lavoro altruistico. Ciononostante, diversi droni sono riusciti a raggiungere il territorio della raffineria di petrolio di Mosca e uno di essi ha colpito un edificio residenziale. Non si sono registrati decessi.

Questo attacco senza precedenti era chiaramente stato pianificato per ostacolare lo svolgimento delle elezioni, ma il nemico ha fallito.

Il canale ufficiale del Ministero della Difesa russo ha riportato un numero ancora maggiorenel corso delle 24 ore: 1.950 droni in totale sono stati abbattuti, il che fa supporre che il numero di quelli lanciati fosse ancora maggiore:

❗️ Nel tentativo di ostacolare l’espressione democratica dei cittadini della Federazione Russa in occasione delle elezioni della Duma di Stato dell’Assemblea Federale della Federazione Russa, il regime di Kiev, tra il 19 e il 20 settembre di quest’anno, ha sferrato un attacco su vasta scala sul territorio della Federazione Russa utilizzando velivoli senza pilota (UAV) e missili da crociera “Flamingo”.

▫️ Grazie all’abile intervento delle unità missilistiche antiaeree, dei gruppi di fuoco mobili e degli equipaggi dell’aviazione da caccia e dell’aviazione militare, nell’arco di 24 ore, 1.951 UAV d’attacco e otto missili da crociera a lungo raggiosono stati abbattuti sopra alcune regioni russe. Un altro missile da crociera lanciato dal nemico ha deviato dalla sua rotta e si è schiantato in una zona disabitata.

▫️ Inoltre, tutti i missili “Flamingo” lanciati dal regime di Kiev sono stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea russi mentre si avvicinavano a obiettivi civili nella regione di Mosca.Il tentativo di sferrare un attacco su larga scala contro Mosca è fallito. Il nemico non ha raggiunto i propri obiettivi.

Diversi media hanno riferito che, nell’ambito degli sciami massicci di droni, l’Ucraina avrebbe persino utilizzato per la prima volta il proprio missile balistico, una copia dell’Iskander, in un presunto tentativo di colpire Mosca:

Notizie successive hanno chiarito che il “Pelican” citato da Zelensky era in realtà un drone alato e non un missile. È difficile saperlo con certezza: forse, dopo che la nuova “wunderwaffe” è stata abbattuta, hanno semplicemente cambiato la versione dei fatti per evitare l’imbarazzo. Certamente, il missile balistico di nuova concezione sarebbe stato impiegato in modo ottimale durante un attacco a sciame di saturazione su vasta scala, quando le difese antibalistiche russe sarebbero state più che mai sopraffatte.

In ogni caso, i pochi droni che sono riusciti a superare le difese sono riusciti a colpire nuovamente la raffineria alla periferia di Mosca, regalando a Zelensky e ai suoi compari un brivido di gioia euforica di cui avevano bisogno da tempo:

Ricordiamo quanto avevamo appena scritto nell’ultimo rapporto riguardo agli attacchi con i droni dell’Ucraina: uno sciame di 900 droni costerebbe circa 50 milioni di dollari, ovvero più del 25% delle spese belliche giornaliere totali dell’Ucraina (190 milioni di dollari). Ciò significa che uno sciame di oltre 2.000 droni, come quello verificatosi oggi, sarebbe costato a Zelensky una somma non indifferente: forse più della metà del budget giornaliero destinato alla guerra.

Grok valuta:

Ricordiamo che Lo stesso Zelensky ha ammesso il mese scorso cheche l’intero bilancio del 2026 era stato sperperato in inutili attacchi con droni nella prima parte dell’anno:

Link

È quindi importante comprendere che questi spettacoli ad effetto speciale organizzati da Kvartal 95, volti a creare scenari di crisi nella capitale russa, finiscono per comportare costi ingenti per lo Stato ucraino, che devono poi essere coperti con urgenza dai contribuenti europei dopo ulteriori richieste di aiuti da parte di Zelensky.

Per quanto riguarda le elezioni russe, il partito al potere, “Russia Unita”, ha vinto a larga maggioranza, come previsto, mentre il Partito Comunista Russo si è classificato al secondo posto:

Elezioni della Duma di Stato russa: i primi exit poll indicano che il partito al governo, “Russia Unita”, è in testa con il 49,4% dei voti secondo un sondaggio del VCIOM e con il 52,8% secondo un sondaggio dell’INSOMAR.
Il Partito Comunista si è classificato al secondo posto con il 14,2% – 14,8%, seguito dall’LDPR con il 10,7% – 9,9%, da “Nuova Gente” con il 9,7% – 8,6% e da “Russia Giusta” con il 6,6% – 5,5%.
Il tasso di partecipazione finale è risultato superiore al 56%.

Ora l’unica speranza rimasta a Zelensky è l’incontro con Trump appena annunciato per la prossima settimana, durante il quale Zelensky cercherà di insistere per ottenere un cessate il fuoco e ulteriori fondi, mentre Trump probabilmente rimprovererà quell’imbroglione di Kiev per aver destabilizzato i prezzi globali del carburante. Alla fine, tutto finirà nel nulla e le cose torneranno al loro allegro corso.

Naturalmente, le voci che circolano in questo momento lasciano presagire un massiccio contrattacco russo contro Kiev nelle prossime 72 ore circa. Zelensky avrà il suo bel da fare a spiegare ai propri cittadini come la distruzione imminente che ha scatenato su di loro valga la temporanea chiusura di una singola raffineria russa.


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Il Consiglio di Jarrimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di approfittarne due volte, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda avida porzione di generosità.

Rassegna stampa tedesca, 79a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Stefan Evers, candidato CDU alle elezioni di Berlino: farò di tutto per tenere gli estremisti lontani dal
potere. Viviamo in un’epoca in cui i partiti radicali sono più forti che mai e a Berlino minacciano le
fondamenta di questa città libera. Non vorrei dovermi chiedere tra cinque anni se ho davvero fatto
tutto il possibile per impedirlo. A Berlino si percepisce un evidente degrado. Anche questo non è
solo colpa della politica, ma è espressione di un’evoluzione sociale. Il nostro servizio di nettezza
urbana svolge un lavoro infernale, ma per le strade vediamo che molte persone stanno perdendo il
rispetto per la propria città e per il prossimo. La libera circolazione nell’area Schengen è soggetta a
determinate condizioni. Chi non è in grado di provvedere autonomamente al proprio
sostentamento in modo permanente deve lasciare questo Paese. Questa è la legge vigente.
Dobbiamo farla rispettare. Molti paesi, tuttavia, non sono affatto disposti a riaccogliere i propri
cittadini. Così non può andare. Dobbiamo parlare chiaro con i paesi di origine.

04.09.2026
«Si nota un evidente stato di degrado»
A dieci settimane dalle elezioni, la CDU di Berlino ha sostituito il proprio candidato di punta. Ora Stefan
Evers sta lottando contro la tendenza negativa a livello federale e contro una forte sinistra

Intervista di Felix Heck e Alisha Mendgen
Stefan Evers riceve ancora i visitatori in un semplice ufficio del sindaco. Qui, nel Municipio Rosso, il
senatore alle finanze è vice del sindaco in carica Kai Wegner.

L’Iran dispone, oltre alle rotte di contrabbando e ai confini terrestri con, tra gli altri, la Turchia e il
Pakistan, anche di una via d’accesso via mare a nord finora poco considerata. E, a differenza di
quanto avviene nel Golfo, gli Stati Uniti non hanno un accesso così facile in quella zona. Il Mar
Caspio, nonostante il nome, non è un mare, bensì un lago, per la precisione il più grande specchio
d’acqua interno del mondo. Non ha accesso diretto agli oceani ed è, soprattutto per l’Occidente,
una sorta di buco nero. Solo le marine degli Stati rivieraschi sono autorizzate ad accedervi: Iran,
Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan. Esse non ostacolano il commercio tra Mosca e
Teheran, sebbene un numero sempre maggiore di compagnie di navigazione figuri nelle liste delle
sanzioni degli Stati Uniti e dell’Unione Europea e nonostante vi siano indicazioni secondo cui le
navi da carico avrebbero temporaneamente disattivato il proprio sistema di identificazione
automatica. In questo modo non è più possibile tracciare la posizione e la rotta di una nave. Tutto
ciò rende il Mar Caspio il corridoio di trasporto ideale per la Russia e l’Iran, due degli Stati più
pesantemente soggetti a sanzioni al mondo.

05.09.2026
La porta sul retro dell’Iran
Nella guerra contro l’Iran, tutti gli occhi sono puntati sullo Stretto di Hormuz. Ma Teheran ha ancora una
carta da giocare: IL MAR CASPIO

Di Franziska Tschinderle

Il 25 luglio 2026 i servizi segreti ucraini sono riusciti a mettere a segno un’operazione azzardata. L’episodio
si è verificato lontano dal fronte vero e proprio con la Russia, a circa 1700 chilometri a est di Kiev.

La Repubblica Federale sta attualmente vivendo un nuovo estremismo di sinistra, come non se ne
vedevano più dalla fine della RAF negli anni ’90. Chi si nasconde esattamente dietro queste nuove
coalizioni di estrema sinistra? Dal punto di vista ideologico, in ogni caso, i servizi di sicurezza
attribuiscono i «gruppi Vulcano» allo spettro anarchico orientato alla violenza. Gli investigatori della
polizia ritengono che i «gruppi vulcanici» costituiscano una rete e che il nome venga utilizzato
come una sorta di etichetta per diverse formazioni. L’obiettivo dei «vulcanici»: paralizzare, per
quanto possibile, la vita civile in questa Repubblica. Durante i festeggiamenti di Capodanno del
2026 a Berlino, l’obiettivo è stato pienamente raggiunto: non solo decine di migliaia di persone
sono rimaste per cinque giorni senza elettricità, riscaldamento e rete mobile, ma anche la fiducia
nei rappresentanti politici ha subito un grave danno. Tuttavia, nonostante tutti gli sforzi degli
investigatori, fino ad oggi i funzionari non sono riusciti ad arrestare i criminali del gruppo «Vulkan».
E ciò nonostante l’Ufficio federale di polizia criminale (BKA) avesse già assunto le indagini in
precedenza, nel marzo 2024, in seguito al loro incendio più devastante fino a quel momento –
contro un traliccio elettrico dello stabilimento Tesla di Grünheide – con l’accusa di «sabotaggio
anticostituzionale».

Settembre 2026
Il silenzio dopo l’attentato incendiario
La RAF si è sciolta più di 25 anni fa. All’epoca la Repubblica tirò un sospiro di sollievo. Oggi le forze di
sicurezza si trovano ad affrontare strutture terroristiche ben più complesse. Le informazioni che
emergono dalle loro indagini sono allarmanti

Di BUTZ PETERS – giornalista e avvocato a Dresda. È uno dei massimi esperti tedeschi di storia della RAF

All’inizio di gennaio, quando il 2026 era iniziato da appena tre giorni, alcune immagini dall’aspetto
apocalittico sono diventate virali, suscitando sgomento in tutta la Repubblica: con temperature sotto lo
zero e nevicate, 45.000 famiglie nella zona sud-occidentale di Berlino si sono ritrovate improvvisamente
senza elettricità né riscaldamento.

Elenco delle decisioni della classe politica che quasi nessuno al di fuori della Germania
comprende. Anche all’interno della Repubblica Federale, molti cittadini considerano una follia ciò
che accade nei settori dell’energia e dell’economia, ma anche della migrazione e in molti altri
ambiti, a volte con un metodo, a volte senza. Una vasta coalizione che va dall’estrema sinistra fino
all’Unione, tuttavia, come è noto, la valuta diversamente. Essa vede la Germania come un pioniere
e un innovatore moderno. È proprio qui che risiede il problema centrale: nell’incapacità e nella
riluttanza a correggere anche gli errori più evidenti. Ad esempio, qualche tempo fa il Cancelliere
federale Friedrich Merz ha affermato che l’uscita dal nucleare è stata un «errore strategico» – per
poi annunciare, allo stesso tempo, che non si può tornare indietro, ma solo proseguire con
determinazione in quel vicolo cieco già intrapreso. Ciò si può definire coerenza, irresponsabilità o,
semplicemente: stupidità.

Numero di Settembre 2026
UN DISASTRO CHE CI SIAMO COSTRUITI DA
SOLI
Le dodici maggiori follie della Germania, dall’immigrazione incontrollata alla politica energetica costosa
e inefficiente, fino alla distruzione dell’industria: quando i leader berlinesi si assumono un incarico, lo
fanno con grande determinazione. Una panoramica delle follie politiche dalle conseguenze più gravi. La
buona notizia: si potrebbe quasi fare marcia indietro su tutto
DI A L E X A N D E R WENDT

Del medesimo autore
Disprezzo verso il basso. Come un’élite morale minaccia la società
civile – e come possiamo difenderla
Editore Lau, 372 pagine, 26 €.
Disponibile su www.tichyseinblick.shop

Per stilare un elenco delle più grandi follie politiche in Germania, si presenta innanzitutto un problema di
definizione: «Stupidità»: suona come un errore involontario, come goffaggine, ma non come un atto
intenzionale.

Di fronte alla schiacciante vittoria elettorale dell’AfD in Sassonia-Anhalt e al crollo della CDU in
quella regione, anche i più fedeli sostenitori di Merz vacillano. La coalizione, che dopo la pausa
estiva voleva finalmente migliorare ogni cosa e approvare le più grandi riforme sociali degli ultimi
decenni, sta perdendo fiducia in se stessa. Nel frattempo, fuori, nel Paese, la situazione si sta
aggravando. L’economia implora un segnale che confermi il proseguimento delle riforme. L’energia
è troppo costosa. La concorrenza cinese sta schiacciando gli imprenditori. I dazi doganali
precludono le prospettive sul mercato americano. Il Paese non può permettersi una situazione di
stallo o addirittura di instabilità politica. I governi vanno e vengono, questa è la normalità in una
democrazia. Ma per il Cancelliere e la sua coalizione la posta in gioco va ben oltre il mantenimento
del potere. Si tratta dell’eredità liberale della Repubblica, del legame politico ed economico con
l’Occidente, dell’adesione all’economia sociale di mercato e alla moneta europea. È tutto in gioco.
Per la prima volta dalla fine della dittatura nazista, nella storia della Repubblica Federale un partito
di estrema destra può sperare di ricoprire cariche di governo.

11.09.2026
Paralisi da paura
L’ascesa dell’AfD rischia di spegnere ogni residuo slancio riformista del governo federale. Gli economisti
mettono in guardia dalle drastiche conseguenze per la più grande economia europea

Il crepuscolo dei cancellieri
L’ascesa dell’AfD rischia di spegnere ogni residuo slancio riformista della coalizione. Friedrich Merz
intende mantenere la rotta. Ma il suo partito è ancora al suo fianco?
Di D. Delhaes, J. Fokuhl, M. Greive, J. Hanke Vela, J. Hildebrand, M. Koch, J. Münchrath, D. Neuerer, J. Olk Berlino, Bruxelles,
Düsseldorf

Mercoledì sera, poco dopo le 19, Friedrich Merz dà il benvenuto al suo «fan club».

Merz, dopo il disastro elettorale della CDU in Sassonia-Anhalt, ha sottolineato: «Arrendersi non è
un’opzione». È stato eletto per quattro anni e adempirà alle proprie responsabilità. Un colpo di
mano interno al partito per indurre il Cancelliere a dimettersi è considerato un tabù. Per Wüst vi
sono fattori di rischio: dovrebbe essere certo del consenso dei gruppi parlamentari della coalizione,
ovvero Unione e SPD, che insieme dispongono solo di una maggioranza risicata di dodici voti in
Parlamento. All’interno dell’SPD potrebbe esserci la disponibilità a sostenere un nuovo Cancelliere
al Bundestag, al fine di evitare nuove elezioni. Ma si tratterebbe più di una speranza che di una
certezza. Con la sua richiesta di una procedura di verifica costituzionale nei confronti dell’AfD,
Wüst si è isolato all’interno delle proprie file e ha suscitato incomprensione. Ha invece riscosso
ampio consenso presso SPD, Verdi e Sinistra, che stanno lavorando per ottenere la messa al
bando dell’AfD. Non sarebbe inoltre chiaro come un cancelliere Wüst riuscirebbe a rapportarsi con
gli uomini di fiducia di Merz.


11.09.2026
Perché la crisi di Merz giunge in un momento
inopportuno per Wüst
Il primo ministro della Renania Settentrionale-Vestfalia coltiva la propria reputazione di aspirante
cancelliere. Tuttavia, i rischi per lui sono enormi. E cosa intende fare Söder?

Di KRISTIAN FRIGELJ E NIKOLAUS DOLL
Qualche giorno fa Hendrik Wüst ha avuto difficoltà a fornire una risposta chiara. Al presidente del Land
della Renania Settentrionale-Vestfalia è stato chiesto se fosse «senza riserve» disponibile come candidato
di punta della CDU per le elezioni regionali del 27 aprile 2027.

Un viaggio attraverso la Sassonia-Anhalt. Molti raccontano con orgoglio di aver votato l’AfD, ma
poi non vogliono rivelare il proprio nome. Tutti, invece, esprimono una speranza: che ora qualcosa
cambi. Ma cosa dovrebbe cambiare? «La situazione economica», dicono alcuni, «l’immigrazione»,
dicono altri; e «i prezzi», dicono quasi tutti. E nella loro vita personale? A questa domanda molti
rispondono: «In realtà sto bene». «Qui nel comune, in realtà, sono d’accordo con la politica»,
afferma un ex meccanico di macchine edili di 74 anni. Parla di un «voto di frustrazione». Allo
stesso tempo, per lui un tema decisivo in occasione delle elezioni è stato il sistema educativo. Su
questo fronte l’AfD promette grandi cambiamenti: un allentamento dell’obbligo scolastico e
l’abolizione dell’inclusione nelle scuole della Sassonia-Anhalt figurano nel programma del partito. E
anche dal punto di vista dei contenuti l’AfD intende intervenire sui programmi scolastici. «Più
Bismarck, meno Hitler», è il motto secondo il deputato dell’AfD Hans-Thomas Tillschneider.


11.09.2026
Sperare che qualcosa cambi
Non sono solo gli elettori dell’AfD a ritenere che il partito abbia individuato i veri problemi. Altri si
chiedono come possano ancora dialogare con i propri concittadini. Un viaggio attraverso la Sassonia-
Anhalt

Di Luca Neuschaefer-Rube, Neinstedt/Quedlinburg
Il quaranta per cento si presenta così: una lunga strada statale, campi gialli, sullo sfondo le montagne e gli
alberi verdi dell’Harz.

Mosca ha gradualmente ridotto le forniture. Inizialmente Gazprom accettava solo rubli come
pagamento, poi il gruppo ha interrotto le forniture verso la Bulgaria e la Polonia, successivamente
attraverso il gasdotto ucraino «Soyuz» e, infine, alla fine di agosto 2022, anche attraverso il
gasdotto del Mar Baltico «Nord Stream 1». La Russia intendeva così mettere sotto pressione i
sostenitori dell’Ucraina. Poiché il gas è fondamentale anche per la produzione di energia elettrica, i
prezzi dell’elettricità hanno subito un aumento. Gli importatori di gas, in primis il gruppo Uniper di
Düsseldorf, non sono più riusciti a onorare i propri contratti e hanno dovuto a loro volta essere
salvati. In 27 voci il Ministero elenca quanto è costato lo «scudo protettivo».


11.09.2026
La crisi del gas di Putin è costata 50 miliardi
Dopo l’attacco della Russia all’Ucraina, il governo federale ha garantito l’approvvigionamento di
elettricità e gas ai cittadini. Ora rende noto quanto ha speso a tal fine. Alcuni sostengono che la cifra sia
stata molto più elevata

Di Michael Bauchmüller e Georg Ismar
La situazione era grave, ma a causa del coronavirus il Cancelliere è rimasto nel proprio appartamento per
precauzione. Solo tramite schermo, alla fine di settembre 2022, Olaf Scholz ha annunciato il «doppio
colpo».

Siegmund sente il profumo del potere. Eppure ha temuto proprio questa situazione. Un governo
senza una maggioranza sicura rappresenterebbe un rischio per lui, ma anche per la sua
sostenitrice, la presidente federale Alice Weidel. Dopotutto, Magdeburgo dovrebbe essere solo il
punto di partenza per la marcia verso la capitale federale. Un fallimento metterebbe a rischio
anche il piano di potere della Weidel per Berlino. Un primo ministro Siegmund eletto con un
margine risicato dovrebbe sentirsi dire che ora sta facendo proprio ciò che ha sempre rimproverato
ai partiti tradizionali, ovvero mettere insieme a malapena delle maggioranze. Oppure ha addirittura
intenzione di chiamare ripetutamente Sahra Wagenknecht per sapere se porrà il suo veto su
questo o quel progetto di legge? Siegmund non è sotto pressione solo da parte del suo partito, ma
anche da parte dei suoi elettori. Ora ha un impegno anche nei confronti di quelle persone che ha
incontrato a migliaia durante i mesi della campagna elettorale e dalle quali si è lasciato acclamare
come una pop star. Ha scattato selfie a raffica con loro, ha autografato magliette con la sua effigie
e ha promesso loro ciò che era scritto sui manifesti blu in tutto il Paese: «Tutto è possibile». E ora
che tutto sembra davvero possibile, vuole tirarsi indietro? Siegmund sa che non è così semplice.

STERN
10.09.2026
ESTREMO, NAZIONALISTA, INCAZZATO…
L’AfD nella Sassonia-Anhalt ha il potere a portata di mano, ma ha bisogno di un partner. La lotta per il
potere a Magdeburgo potrebbe sconvolgere anche il partito a livello federale

Di Martin Debes
Il potere assume molte forme. Può presentarsi freddo e silenzioso – oppure ardente e chiassoso. E brutale.

E’ visibile la linea di frattura che divide la Repubblica in due schieramenti. Mentre in uno si teme
per la sopravvivenza della democrazia liberale, per i diritti di libertà e i principi dello Stato di diritto,
nell’altro si mette apertamente in discussione il sistema stesso. Il Paese sembra più politicizzato
che mai. Nulla è più scontato, tutto è ideologicamente controverso, come due fronti in lotta per la
nuova Germania. Al vertice, nella Cancelleria, siede una persona che dovrebbe condurre questa
battaglia con sicurezza, ma al momento non si può nemmeno pensare a una leadership. «Sembra
proprio come ai tempi della caduta del muro nel 1989, quando abbiamo già mandato a casa un
sistema», esulta Oliver Kirchner al microfono, insieme a Siegmund, capogruppo dell’AfD nella
Sassonia-Anhalt. Ulrich Siegmund e la sua AfD sono riusciti a dare il via a un movimento che in
molti ha risvegliato il desiderio di tornare a essere protagonisti della propria storia. Il giorno delle
elezioni si è trasformato in un momento di autoaffermazione. Il risultato della Sassonia-Anhalt non
è un monito, è una dichiarazione di guerra. Con la bocciatura dei partiti di governo, molti cittadini
esprimono la loro rottura interiore con un sistema che questi partiti hanno rappresentato per così
tanto tempo. Sarebbe un’illusione credere che qualche correzione alla riforma delle pensioni o
l’aggiustamento di alcune leve nel sistema fiscale possano placare questo malcontento. Gli sguardi
si spostano ora da Magdeburgo a Berlino. Per il Cancelliere, lì è iniziata la fase decisiva.

STERN
10.09.2026
UNA NUOVA GERMANIA?
Le elezioni in Sassonia-Anhalt stanno cambiando la Repubblica – e potrebbero far cadere il Cancelliere

L’AfD mette in discussione il sistema. Il Cancelliere ha ancora abbastanza forza per opporre resistenza?
QUALE PAESE VOLETE?
Il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt dimostra quanto sia divisa la Repubblica. Ora è in gioco il futuro
della democrazia – e quello del Cancelliere.

Di Julius Betschka, Nico Fried, Paul Krauß, Veit Medick, Jan Rosenkanz
A mezzogiorno Catalina Möwes nutre ancora speranze. «A metà scrutinio abbiamo già raggiunto il 50 per
cento di affluenza alle urne», afferma l’insegnante quarantaduenne.

Quanto sarebbe pericoloso questo primo governo dell’AfD per la democrazia liberale? Quali sono
le sue intenzioni in Sassonia-Anhalt? E da lì può davvero conquistare la Cancelleria? Il partito
cercherà di aumentare la pressione su CDU e CSU e di dividere la coalizione. L’Unione è già in
stato di shock dopo la debacle elettorale in Sassonia-Anhalt, mentre nel Meclemburgo-Pomerania
Anteriore si profila un nuovo crollo. Gli estremisti di destra intendono sfruttare questa incertezza
per continuare a scuotere il muro di contenimento, già di per sé fatiscente. Se la CDU e la CSU,
sotto la pressione dell’AfD, dovessero spostarsi a destra, ciò destabilizzerebbe la coalizione con
l’SPD e porterebbe ulteriormente i temi centrali dell’AfD nel mainstream. In Sassonia-Anhalt e in
altre regioni della Germania orientale, l’AfD è già riuscita a modificare profondamente il clima
sociale a proprio favore. Ora dovrebbe essere il turno del resto della Repubblica.

11.09.2026
Ecco come l’AfD sta ora cercando di conquistare
il potere
All’AfD mancano pochi voti per ottenere la maggioranza assoluta, ma dopo la vittoria elettorale in
Sassonia-Anhalt gli estremisti di destra vogliono assolutamente governare. Alcuni esponenti del partito
sognano già la Cancelleria

Di Astrid Geisler, Fabian Hillebrand, Ann-Katrin Müller, Philipp Wittrock
La Sassonia-Anhalt dovrebbe essere solo l’inizio, almeno così se lo immagina l’AfD. «Si tratta della
Germania», afferma Ulrich Siegmund, seduto alla conferenza stampa federale a Berlino il giorno dopo la
sua vittoria elettorale.

È in gioco ciò che dal 1945 ha garantito stabilità alla Repubblica Federale: un conservatorismo
democratico che sa cosa va preservato, ma anche come conciliare progresso e apertura al mondo.
Se l’Unione continuerà su questa strada, dopo le elezioni federali del 2029 rischia di diventare
irrilevante – e alla Germania si prospetta un governo di estrema destra. Le dimissioni del
Cancelliere o un ricambio di alcuni volti non cambierebbero il quadro generale: la guerra in
Ucraina, Donald Trump alla Casa Bianca, la concorrenza con la Cina e la crisi industriale. L’Unione
ha bisogno di una risposta molto più radicale, proveniente dal centro del partito: Merz è in grado di
garantirla? Forse. Per ora può ancora impostare la rotta. Se non ci riuscirà, sussiste il rischio che il
conservatorismo democratico in Germania perda la propria rappresentanza politica.

11.09.2026
EDITORIALE
L’ultima possibilità dell’Unione
Friedrich Merz si trova con le spalle al muro. Tuttavia, un semplice cambio di leadership non basterà a
salvare la CDU. Il partito deve osare un nuovo inizio all’insegna di un conservatorismo convincente

Di Swantje Karich
L’Unione ha un problema di fiducia. Con maggiore «emotività», come ha affermato Friedrich Merz dopo il
devastante risultato elettorale in Sassonia-Anhalt, si vorrebbe ora raggiungere i cittadini. Sembrava tuttavia
che il Cancelliere federale stesse annunciando un programma politico.

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La storica vittoria dell’AfD provoca un’ondata di “sconcerto” nell’establishment tedesco, di Simplicius

La storica vittoria dell’AfD provoca un’ondata di “sconcerto” nell’establishment tedesco

Simplicius 8 settembre
 
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Ieri sera il partito tedesco AfD, spesso oggetto di critiche, ha ottenuto una vittoria schiacciante e storica. Molti stanno già minimizzando l’importanza di questa vittoria, dato che la Sassonia-Anhalt è tecnicamente uno degli Stati più piccoli e meno influenti della Germania. Ma c’è molto di più dei semplici numeri, poiché questa vittoria segna una svolta non solo nella politica tedesca ma anche in quella europea e consolida il graduale declino della classe dirigente globalista che da decenni cerca disperatamente di impedire ai movimenti populisti di arrivare al potere, in particolare utilizzando il “Brandmauer” o “firewall” per reprimere la cosiddetta estrema destra.

La distruzione di questo firewall rappresenta un evento storico, anche se dovesse avvenire per mano di uno Stato apparentemente così insignificante.

Naturalmente, ci sono anche altre critiche. L’AfD è vista da molti come una sorta di cavallo di Troia, un partito tedesco “MAGA” guidato da una donna lesbica, Alice Weidel. Ciononostante, rappresenta una notevole perdita di potere per le élite e una svolta che abbatte una sorta di barriera psicologica, il che non farà altro che dare slancio ad altri partiti anti-establishment, di “estrema destra” o populisti in tutta Europa.

Un altro effetto secondario della vittoria è che ha costretto l’establishment tedesco al potere a riconsiderare le proprie politiche più impopolari, come quelle in materia di immigrazione, per adeguarsi a un contesto in netto mutamento.

Merz ha espresso il proprio “profondo sconcerto” per il risultato elettorale, prevedendo che esso avrà ripercussioni significative sulla Germania nel suo complesso:

L’AfD, tuttavia, è rimasta a soli tre seggi dalla “maggioranza assoluta” che le avrebbe consentito di governare lo Stato da sola. Alcuni commentatori hanno segnalato alcune gravi “anomalie” relative al confronto tra voti per corrispondenza e voti espressi di persona. Proprio come nelle elezioni americane del 2020, caratterizzate da gravi irregolarità, tutti i partiti tranne l’AfD sarebbero stati accusati di aver ottenuto un numero sproporzionato di voti per corrispondenza:

Lord Bebo@MyLordBebo ANOMALIA NEL VOTO PER CORRISPONDENZA: ALCUNI PARTITI HANNO REGISTRATO UN NUMERO MAGGIORE DI SCHEDE PER CORRISPONDENZA NEL 2026 RISPETTO A QUANTO AVVENUTO DURANTE I LOCKDOWN DEL COVID. Questo non ha senso. Perché mai un numero maggiore (o uguale) di persone dovrebbe ricorrere al voto per corrispondenza rispetto a quanto avvenuto durante l’isteria e i lockdown del COVID? È logico che meno persone ricorrano al voto per corrispondenza…Lord Bebo @MyLordBebo ANOMALIA NEL VOTO PER CORRISPONDENZA: TUTTI I PARTITI, TRANNE L’AfD, HANNO OTTENUTO PIÙ VOTI PER CORRISPONDENZA CHE VOTI DI PERSONA! Agli elettori dell’AfD non piace la posta? Ma dai. Come è possibile che tutti gli altri partiti abbiano ricevuto più voti per corrispondenza che voti in persona, e con un margine così ampio? Se eliminassimo i voti per corrispondenza11:27 · 7 settembre 2026 · 37,7K visualizzazioni56 risposte · 381 condivisioni · 1,31K Mi piace

Forse qualcuno potrebbe obiettare che i sostenitori dell’AfD sono più “all’antica” e preferiscono votare di persona, come ha suggerito un utente:

Si può spiegare gran parte di tutto questo senza ricorrere a espedienti.

L’AfD invita i propri elettori a recarsi alle urne. Gli elettori per corrispondenza sono più anziani, più urbani, con un livello di istruzione più elevato. L’ondata del 2026 è stata costituita da ex astenuti ed ex elettori della CDU che votavano solo il giorno delle elezioni.

Questo continua a minare la fiducia. Si ottengono due schede elettorali valide, due Germanie, un unico risultato.

Ma questo può davvero spiegare tali disparità, come si vede in questo grafico?

comazo – Amore per la patria@comazo2@MyLordBebo Ecco un grafico che mostra le differenze tra il voto per corrispondenza e il voto in persona8:35 · 7 settembre 2026 · 51.000 visualizzazioni4 risposte · 27 condivisioni · 216 Mi piace

Certo, questo tipo di partiti populisti e anti-establishment spesso criticano il voto per corrispondenza e invitano espressamente i propri sostenitori a recarsi alle urne di persona. Tuttavia, ciò non può che suscitare grande stupore, soprattutto quando le disparità sono così evidenti e sbilanciate proprio in una direzione “prevedibile”, come sembra sempre accadere.

La vittoria dell’AfD segna un’altra importante pietra miliare: il fatto che il partito al governo scenda per la prima volta sotto il 20% a livello nazionale, il che mette in prospettiva le dimensioni cosiddette “irrilevanti” della Sassonia-Anhalt e indica un cambiamento più ampio che sta investendo la Germania:

Link

Una delle ragioni, ovviamente, è legata alla diffusa insoddisfazione della popolazione nei confronti del governo federale, come emerge da sondaggi come quello riportato di seguito, che mostra un’insoddisfazione pari all’88%:

Link

Nel frattempo, l’AfD ha registrato un’impennata di consensi in molti altri Länder:

Xavi Ruiz@xruiztruL’AfD sta raggiungendo livelli di consenso senza precedenti in Germania. Dopo aver ottenuto il 43,8% in Sassonia-Anhalt, nei sondaggi registra percentuali vicine o superiori al 40% anche in Sassonia e in Turingia. La sua ascesa è più marcata nell’est del Paese, ma il crescente sostegno negli Stati occidentali dimostra che la sua influenza si sta espandendo.12:12 · 7 settembre 2026 · 23,5K visualizzazioni20 risposte · 56 condivisioni · 368 Mi piace

L’establishment è in preda al panico morale, con i media mainstream che sfoderano le solite tattiche allarmistiche sull’ascesa della cosiddetta “estrema destra”, una definizione ritenuta pretestuosa dalla maggior parte delle persone quando si parla dell’AfD:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/sep/07/afd-vittoria-in-germania-estrema-destra-europa-democrazia

L’articolo sopra riportato sottolinea che i partiti di estrema destra stanno iniziando a dominare in tutta Europa e che la formazione di coalizioni e le tattiche volte a creare barriere artificiali non funzionano più come un tempo

Sebbene la Sassonia-Anhalt, e la Germania orientale in generale, rappresentino un caso estremo, esse riflettono tendenze simili nel resto dell’Europa. I partiti di estrema destra stanno acquisendo sempre più forza, mentre i vecchi partiti dominanti sono decimati e i sistemi partitici frammentati. Di conseguenza, la formazione di coalizioni sta diventando sempre più complicata, in particolare se si vuole tenere l’estrema destra lontana dal potere. In molti paesi, province e città, la maggior parte dei partiti democratici è costretta a governare insieme per escludere l’estrema destra. Ciò porta spesso a coalizioni inefficienti e instabili, che a loro volta alimentano un’ulteriore insoddisfazione politica e il sostegno all’estrema destra.

Egli sottolinea un punto importante già menzionato da altri esperti: la vittoria dell’AfD costringerà i partiti al governo a un continuo indebolimento, poiché non avranno altra scelta che allearsi tra loro, finendo così per fare proprie le politiche peggiori e più impopolari degli altri.

Come ha giustamente sottolineato il seguente commentatore:

Dries Van Langenhove@DVanLangenhoveI risultati elettorali in Germania sono perfetti. Se la CDU vuole impedire all’AfD di arrivare al potere, dovrà formare una coalizione con TUTTI gli altri partiti, compresi i comunisti di estrema sinistra. Ora sarà ancora più evidente a tutti che c’è solo una vera scelta: la riemigrazione o…20:29 · 7 settembre 2026 · 12,8K visualizzazioni21 risposte · 113 condivisioni · 1,1K Mi piace

Nota di:

I risultati elettorali in Germania sono perfetti.

Se la CDU vuole impedire all’AfD di arrivare al potere, dovrà formare una coalizione con TUTTI gli altri partiti, compresi i comunisti di estrema sinistra.

Ora sarà ancora più evidente a tutti che esiste una sola vera scelta: la riemigrazione o la sostituzione.

I partiti di centro-destra (come la CDU) sono ora costretti a dimostrare a tutti di far parte dello schieramento della sostituzione insieme ai globalisti e ai comunisti.

Per noi era ovvio fin dall’inizio, ma non bisogna mai sottovalutare fino a che punto le masse siano state indottrinate e accecate. Per molti di loro, questa sarà una rivelazione.

Il centro-destra firmerà ora la propria condanna a morte schierandosi con l’estrema sinistra, oppure si frammenterà e verrà assorbito dall’estrema destra.

Ma nonostante sia una veemente apologia dell’euro-liberalismo dell’establishment, che ci è ostilel’articolo solleva in realtà alcuni punti validi. In particolare, il fatto che la gente abbia iniziato ad allontanarsi dai partiti della classe dirigente perché i loro leader politici hanno esaurito le idee valide per migliorare concretamente la società e la vita dell’uomo comune:

A peggiorare le cose, la maggior parte dei politici tradizionali ha accettato di essere impopolare e cerca di rimanere al potere sostenendo di rappresentare il male minore e mobilitando la gente ad andare a votare contro l’estrema destra. In definitiva, questa situazione è insostenibile. Se i partiti democratici non elaboreranno programmi elettorali stimolanti su ciò che intendono realizzare una volta al governo, i democratici liberali si rifiuteranno di andare a votare e l’estrema destra otterrà la maggioranza dei voti – anche se rappresenta solo una minoranza della popolazione.

L’elaborazione di tali programmi richiederà realismo da parte dei politici…

Uno dei problemi emblematici di questo tipo di analisi, tuttavia, è l’insensata richiesta di “avere la botte piena e la moglie ubriaca” come soluzione alle questioni. L’autore prosegue esortando a concentrarsi maggiormente su una gestione di bilancio più equa, sulla spesa pubblica, sulle misure per l’edilizia abitativa e così via. Ciò non ha alcun senso se si continua a sostenere la posizione dell’establishment europeo, fortemente favorevole alla guerra contro la Russia, alla militarizzazione e all’iniziativa volta a rendere la Germania la potenza militare più forte dell’UE, ecc. Non si può avere tutto: proprio quelle stesse politiche sostenute dai radicali di sinistra europea come l’autore sono le stesse che impediscono la possibilità di elaborare bilanci ragionevoli, occuparsi dell’edilizia popolare e risanare la spesa pubblica.

Lo ha sottolineato la stessa Alice Weidel: «La Germania è di fatto in bancarotta.»

L’attenzione concentrata sulla guerra contro la Russia ha distrutto l’economia tedesca. Ancora una volta: non si può avere tutto, come immagina l’opinionista irrimediabilmente idealista. L’«antidoto» ai mali della Germania è esso stesso intriso proprio del veleno che sta uccidendo la nazione.

Questa settimana Volkswagen ha annunciato la chiusura di altri quattro stabilimenti:

https://www.washingtontimes.com/news/2026/sep/3/consiglio-di-amministrazione-volkswagen-approva-il-taglio-di-50.000-posti-di-lavoro-e-la-cessazione-della-produzione-4/

FRANCOFORTE, Germania — Il consiglio di amministrazione di Volkswagen ha approvato giovedì un piano di riduzione dei costi di ampia portata che prevede il taglio di 50.000 posti di lavoro, il ridimensionamento della gamma di modelli dell’azienda della metà e la cessazione della produzione automobilistica in quattro stabilimenti tedeschi.

A proposito, qualcuno ha mai riflettuto sull’ironia dell’ultima follia autodistruttiva della Germania? Il Paese ha accusato la Russia di terrorismo su larga scala in relazione agli “incidenti” con i droni negli aeroporti tedeschi, ignorando al contempo il vero e proprio atto terroristico comprovato compiuto dall’Ucraina con la distruzione del Nord Stream, che ha di fatto paralizzato l’intera economia tedesca.

Ora la situazione sta chiaramente peggiorando per l’establishment europeo. Le elezioni presidenziali francesi si terranno l’anno prossimo e, secondo tutti gli ultimi sondaggi, Marine Le Pen è già la grande favorita:

Link

Allo stesso modo, nel Regno Unito, il partito Reform di Nigel Farage è balzato in testa nei sondaggi nazionali e, sebbene le elezioni generali non si terranno prima del 2029, lo stesso Farage ritiene che possano tenersi nel giro di alcuni mesi:

Politico – Europa@POLITICOEuropeNigel Farage ha un obiettivo principale: convincere gli elettori di essere pronto ad assumere la carica di primo ministro britannico in occasione di elezioni che, secondo lui, potrebbero tenersi già tra pochi mesi.politico.euNigel Farage vuole diventare un uomo di Stato di livello mondiale. Per prima cosa deve prendere le distanze da Trump. 7:48 · 6 settembre 2026 · 11,3 mila visualizzazioni2 risposte · 2 condivisioni · 13 Mi piace

L’articolo di Politico EU riporta:

Nigel Farage ha un obiettivo prioritario: convincere gli elettori di essere pronto ad assumere la carica di primo ministro britannico in vista di elezioni che, secondo lui, potrebbero tenersi già tra pochi mesi.

Farage ritiene che la grave crisi del governo costringerà a indire una sorta di elezioni anticipate entro il prossimo anno, momento in cui potrebbe arrivare al potere.

Sebbene ciò possa non essere particolarmente probabile, la tendenza in Europa è chiara. I partiti “populisti”, euroscettici e di “estrema destra” stanno lentamente prendendo il sopravvento, gettando nel panico i globalisti, che si affannano a escogitare nuovi stratagemmi e truffe per mantenere il potere ancora per un po’. Questa tendenza è chiaramente il motivo per cui Putin rimane così particolarmente fiducioso riguardo all’Ucraina: sa infatti che, fintanto che la Russia riuscirà a mantenere l’equilibrio economico mentre porta avanti gradualmente la propria campagna militare, le basi di sostegno dell’Ucraina in Europa crolleranno e non resterà quasi più alcuna resistenza.

Il tempo non è più dalla parte dei globalisti, e qualsiasi nuova misura a metà strada che adottino per guadagnare tempo non fa altro che minare ulteriormente le loro stesse piattaforme, mettendo in luce quanto le loro politiche precedenti siano state gravi errori. I partiti della classe dirigente si trovano ora in una vera e propria situazione di zugzwang, incapaci di compiere qualsiasi mossa che non sia dannosa per la loro stessa esistenza: più erigono un «cordone sanitario» contro i partiti di «estrema destra» ora in ascesa, più mettono a nudo sia la propria irrilevanza che la propria malevolenza. Se aprono le porte alla formazione di coalizioni, finiscono per annacquare le proprie politiche radicali – che possono funzionare solo se espresse in tutta la loro forza radicale – oltre ad assorbire i tratti peggiori gli uni degli altri, a scapito della loro immagine pubblica e del loro capitale politico.

In breve: ora sono con le spalle al muro e non hanno via di scampo. Esistono alcuni precedenti citati di un sottile smantellamento di un movimento “di estrema destra” nascente. La Danimarca ci è riuscita con successo nei primi anni 2000, dopo che i partiti al governo avevano adottato alcune delle posizioni anti-immigrati del partito «di linea dura» DF, indebolendo così il crescente predominio del DF. Ma quelli erano tempi diversi: il globalismo non era ancora stato smascherato come causa dell’impoverimento dell’intero continente in misura pari a quella dell’attuale periodo di crisi.

È quasi impossibile che l’attuale schiera di leader fantoccio – alcune delle peggiori caricature della storia – come Merz e compagni riesca a ribaltare la situazione; agli occhi della gente hanno semplicemente perso ogni legittimità.


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AfD contro il partito unico _ di Constantin von Hoffmeister – Perché l’AfD vince, di Cristopher Caldwell

AfD contro il partito unico

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Constantin von Hoffmeister6 settembre
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In Sassonia-Anhalt, l’AfD ha vinto le elezioni con un margine che un tempo avrebbe risolto qualsiasi controversia su chi dovesse governare. Secondo le ultime proiezioni, il partito ha ottenuto il 44% dei voti, più del doppio rispetto al 2021. La CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito della cancelliera Merz) è crollata dal 37,1% al 17,8%. L’SPD (Partito Socialdemocratico) ha raggiunto il 9,1%, la Sinistra l’8,8% e i Verdi l’8,7%. L’Alleanza Sabra Wagenknecht (BSW) ha superato la soglia di sbarramento con il 5,1%, mentre l’FDP (Partito Liberale Democratico, di orientamento libertario) è uscito dal parlamento regionale con il 2,4%. L’AfD ha quindi chiuso con oltre ventisei punti percentuali di vantaggio sul suo principale rivale e ha ottenuto quasi tanti voti quanti CDU, SPD, Verdi e Sinistra messi insieme. Tuttavia, non avendo raggiunto la maggioranza assoluta dei seggi, i partiti che ha sconfitto potrebbero ancora impedirle di entrare al governo. Le elezioni hanno prodotto un vincitore indiscusso, ma il sistema partitico tedesco potrebbe rifiutarsi di accettare il significato politico del risultato.

I numeri svelano la vera struttura della politica tedesca. Sulla carta, la Germania ha molti partiti. In pratica, ha due schieramenti politici: l’AfD e tutti gli altri. CDU, SPD, Verdi e Sinistra usano colori, slogan e manifesti elettorali diversi, ma quando l’ordine costituito viene minacciato, si stringono a fazione. Le loro dispute riguardano le cariche, i bilanci e la velocità con cui le politiche comuni dovrebbero essere attuate. Sulle questioni fondamentali – immigrazione di massa, trasferimento del potere a Bruxelles, sanzioni contro la Russia, programma climatico, radiotelevisione pubblica, sorveglianza politica ed esclusione dell’AfD – la direzione rimane la stessa. I governi passano da guidati da SPD a guidati da CDU e viceversa, mentre le politiche procedono sempre nella stessa direzione. L’elettore può cambiare il conducente, ma il veicolo non cambia direzione.

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La prossima lotta per il governo della Sassonia-Anhalt lo dimostrerà chiaramente. Le proiezioni attuali attribuiscono all’AfD 39 degli 83 seggi del parlamento regionale. La CDU ne ha 16, mentre l’SPD, i Verdi e Sinistra ne hanno otto ciascuno. Il BSW detiene i restanti quattro seggi. Insieme, CDU, SPD, Verdi e Sinistra hanno solo 40 seggi, due in meno dei 42 necessari per la maggioranza. Avranno quindi bisogno del BSW, sia come quinto partner formale, sia come sostenitore esterno di un governo di minoranza guidato dalla CDU. Il risultato probabile è un governo di “muro di fuoco” che si estende dalla CDU, nominalmente conservatrice, alla Sinistra post-comunista, con il BSW che fornisce i voti o le astensioni finali necessari per mantenerlo in vita. I partiti lo definiranno una difesa della democrazia. In parole povere, significa che cinque partiti potrebbero unirsi per impedire il potere al partito che ha ottenuto il 44% dei voti e ha sconfitto la CDU con un margine di oltre due a uno.

La CDU si troverà al centro di questo scenario e il suo comportamento dissiperà ogni dubbio sulla sua vera natura. Un partito conservatore considererebbe una vittoria schiacciante dell’AfD come una richiesta di cambio di rotta su immigrazione, energia, sovranità nazionale, istruzione e ordine pubblico. La CDU, invece, cercherà il sostegno dell’SPD, dei Verdi, di Sinistra e forse anche del BSW, per poter continuare a governare dopo aver perso più della metà dei suoi elettori. Un partito disposto a dipendere dalla Sinistra per reprimere una rivolta elettorale conservatrice non può onestamente definirsi conservatore. La CDU è ormai un partito di estrema sinistra travestito da conservatore. La sua funzione è quella di impedire alla destra tedesca di salire al potere, conferendo al contempo alle politiche di sinistra una parvenza di rispettabilità borghese. Offre il linguaggio dell’ordine durante le campagne elettorali e il programma della sinistra una volta contati i voti.

Ecco perché la parola “democrazia” ha assunto un significato così strano in Germania. L’AfD può partecipare alle elezioni, ma non può esercitare il potere dopo averle vinte. I suoi elettori possono partecipare, a condizione che il loro voto non influisca sulla composizione del governo. Più l’AfD cresce, più grande deve diventare il blocco di opposizione. Gli ex nemici si riconciliano da un giorno all’altro. La CDU può governare con i Verdi, l’SPD può sostenere la CDU, la Sinistra può salvare entrambi e il BSW può fornire i voti decisivi. I principi considerati sacri prima delle elezioni diventano negoziabili dopo. L’unico principio fisso è che l’AfD deve rimanere fuori. Il muro di protezione non difende la democrazia dall’estremismo. Protegge i partiti consolidati dalla competizione elettorale.

Il BSW ora detiene la posizione decisiva. La candidata del BSW, Claudia Wittig, ha escluso la semplice elezione del candidato dell’AfD Ulrich Siegmund o del candidato della CDU Sven Schulze alla carica di ministro-presidente della Sassonia-Anhalt, pur lasciando aperta la porta alla cooperazione con l’AfD su singole misure. Ha affermato che le decisioni dovrebbero essere prese in base alla sostanza e ha definito “completamente antidemocratico” escludere totalmente l’AfD dal governo dopo un simile risultato. Questa posizione è più onesta di quella assunta dagli altri partiti, ma non è sufficiente. Votare con l’AfD su una mozione occasionale non può sostituire un governo in grado di attuare un programma coerente. Le proiezioni attuali attribuiscono all’AfD e al BSW insieme 43 seggi, una maggioranza assoluta in Parlamento. Il BSW si trova quindi di fronte a una scelta: rendere possibile un cambiamento politico o aiutare i partiti sconfitti a mantenere il potere.

Rifiutare una coalizione diretta con l’AfD sarebbe un grave errore strategico per il BSW. I suoi elettori non lo hanno sostenuto perché diventasse un semplice ingranaggio di un governo guidato da CDU, SPD, Verdi e Sinistra. Sono stati attratti dal BSW perché rifiutava la politica bellicosa contro la Russia, l’immigrazione incontrollata, le politiche economiche che penalizzano i lavoratori e le prediche moralistiche dell’establishment liberale. Su questi temi, gli elettori del BSW sono molto più vicini all’elettorato dell’AfD che a quello dei Verdi o dell’attuale CDU. È quindi ragionevole credere che la maggior parte preferirebbe una coalizione diretta AfD-BSW a qualsiasi accordo che mantenga in vita il vecchio sistema di governo. Se il BSW utilizzerà i suoi quattro seggi per difendere il muro di separazione, dimostrerà che la sua ribellione si ferma dove inizia il potere.

Un governo AfD-BSW sarebbe caratterizzato da profonde divergenze. I partiti differiscono su questioni economiche, politiche sociali e su alcuni aspetti delle loro tradizioni politiche. Tuttavia, le coalizioni si formano tra partiti diversi quando nessuno di essi ottiene la maggioranza assoluta. Il terreno comune è già ampio: pace con la Russia, limitazione dell’immigrazione, energia a prezzi accessibili, opposizione all’indottrinamento ideologico nelle scuole e resistenza al dominio di Berlino e Bruxelles. Un accordo di coalizione potrebbe definire questi obiettivi condivisi, lasciando aperte altre questioni. Un governo di questo tipo rispetterebbe anche il messaggio centrale delle elezioni: la Sassonia-Anhalt ha votato per una rottura con il passato. Un governo di coalizione a cinque partiti, al contrario, otterrebbe l’effetto opposto.

La scelta che si pone al BSW è anche una scelta sul suo stesso futuro. Può dimostrare di essere un partito di opposizione disposto a usare il potere, oppure può diventare un ulteriore pilastro del sistema che afferma di contrastare. Se consentirà la formazione di un governo guidato dalla CDU, i vecchi partiti lo elogeranno come responsabile. I suoi elettori potrebbero giungere a una conclusione diversa. Potrebbero decidere che solo l’AfD è disposta a trasformare l’opposizione in azione. In tal caso, il BSW avrebbe preservato la sua posizione difensiva a costo della sua stessa ragion d’essere.

L’AfD non ha ottenuto seggi sufficienti per governare da sola. Questo è il dato di fatto su cui ora si baserà l’intero establishment. Ma il resto del risultato è altrettanto chiaro. La CDU è stata annientata. Il modello di governo è stato respinto. L’AfD è diventata il partito dominante in Sassonia-Anhalt, mentre i partiti che l’hanno esclusa sono sopravvissuti solo riunendosi dietro una barricata comune. Se ora formeranno un altro governo senza Ulrich Siegmund, la presunta democrazia multipartitica tedesca si mostrerà nella sua vera forma. Ci sono due partiti: l’AfD e l’Uniparty. Domenica l’AfD ha vinto le elezioni. L’Uniparty potrebbe ancora arrivare al governo.

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Perché l’AfD vince

Christopher Caldwell 7 settembre 2026

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Tre settimane prima che lo Stato tedesco della Sassonia-Anhalt andasse alle urne per eleggere un nuovo parlamento il 6 settembre, la principale rivista di attualità tedesca, Der Spiegel, ha pubblicato in copertina una foto segnaletica di Ulrich Siegmund, candidato di punta del partito Alternativa per la Germania (AfD), con la didascalia “L’uomo più pericoloso della Germania”. Ciò che lo rendeva così pericoloso non era evidente a prima vista. Siegmund è giovane, inesperto, un po’ affabile e, per certi versi, bizzarro. Ha studiato aromacologia e marketing all’università e nutre un particolare interesse per l’influenza degli odori sul comportamento dei consumatori. Gli piace andare in giro su vecchie motociclette della Germania dell’Est. Ma non era questo a preoccupare Der Spiegel. Ciò che li turbava di più era il timore che un politico di estrema destra stesse per prendere il potere in Germania – sebbene a livello locale – per la prima volta dai tempi di Adolf Hitler.

Naturalmente, ciò che costituisce l’«estrema destra» dipende dal punto di vista di chi guarda. Lo Stato tedesco dispone di un sistema costituzionale articolato, volto a individuare le minacce interne e a stroncarle sul nascere. Concepito alla fine degli anni ’40, mentre la Germania stava ricostruendo il proprio Stato sotto la tutela degli Alleati, viene talvolta definito wehrhafte Demokratie, un’espressione coniata negli anni ’30 dal sociologo Karl Loewenstein per descrivere una democrazia fortificata, una democrazia in grado di difendersi da chi vorrebbe distruggerla. 

La versione tedesca prevede che i partiti ottengano il 5% dei voti prima di poter accedere ai seggi in parlamento, partendo dal presupposto che i piccoli partiti abbiano un carattere “marginale” che non può essere lasciato proliferare. Esiste un Ufficio federale per la difesa della Costituzione (Bundesamt für Verfassungsschutz) che ha sedi in tutti i Länder. I funzionari del Verfassungsschutz possono sorvegliare i contatti e intercettare le telefonate di coloro che appartengono a partiti ritenuti estremisti. Sulla base delle prove raccolte, possono attribuire al partito una classificazione che lo espone al rischio di essere messo al bando dalla Corte costituzionale federale (Bundesverfassungsgericht). In modo meno formale, la Germania ha sviluppato una consuetudine di ostracismo partitico nota come «firewall» (Brandmauer), in cui i partiti rivali negano la cooperazione e le prerogative parlamentari e sociali a cui un partito emarginato ha tradizionalmente diritto. La Germania non è l’unica società occidentale in cui esistono tabù nei confronti di idee, immagini e retorica dissidenti, ma da ottant’anni è quella in cui tali tabù sono definiti, applicati e protetti dalle contestazioni con la massima fermezza.

Se l’AfD è davvero il partito estremista che Der Spiegel lascia intendere, allora qualcosa è andato terribilmente storto nella democrazia fortificata della Germania. L’AfD è infatti oggi – di gran lunga – il partito più popolare del Paese; il 28 per cento degli elettori a livello nazionale dichiara che voterebbe per esso alle prossime elezioni nazionali, davanti al 21 per cento che voterebbe per l’Unione Cristiano-Democratica (CDU) del cancelliere Friedrich Merz, che (in coalizione) ha governato la Germania quasi ininterrottamente da quando Angela Merkel ha vinto per la prima volta nel 2005. A settembre si terranno le elezioni in tre stati dell’est dove l’AfD è popolare: in Sassonia-Anhalt era data al 42 o 43 per cento dei voti, un multiplo del suo rivale più vicino. Era vicina al primo posto a Berlino e in testa nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. I giovani, in particolare, non si sentono in sintonia con gli Altparteien — i «vecchi partiti», come vengono definiti la CDU e i suoi rivali socialdemocratici (SPD). Sven Schülze, il ministro-presidente della CDU in lizza contro Siegmund, ha solo 24.000 follower sui social media contro gli 1,7 milioni di Siegmund. 

L’ipotesi secondo cui l’AfD in questa parte del Paese presenti un’ala radicale non è priva di fondamento: almeno quattro membri di spicco della sezione della Sassonia-Anhalt del partito, tra cui un portavoce di Siegmund, hanno fatto parte della “Heimattreue Deutsche Jugend”, un’organizzazione giovanile definita neonazista dal Verfassungsschutz fino al suo scioglimento nel 2009. (Il nome dell’organizzazione potrebbe essere tradotto come «Gioventù tedesca fedele alla patria»; la parola Heimat evoca idee di esclusività etnica che nell’ultima generazione sono state considerate offensive in quasi ogni contesto.) Ma il 2009 è ormai un po’ lontano nel tempo: all’epoca Siegmund era un adolescente. (Quando cadde il Muro di Berlino, «l’uomo più pericoloso della Germania» non era nemmeno ancora nato.) Se l’AfD è finita nei guai con le autorità, non è in quanto covo di nazisti irriducibili e revanscisti della metà del XX secolo che propongono di rimilitarizzare il Paese e di dichiarare guerra ai suoi vicini — almeno, non solo per questo. È piuttosto per aver protestato contro certi elementi del progressismo moderno. Siegmund è particolarmente appassionato di istruzione domiciliare. È scettico riguardo al cambiamento climatico. L’AfD della Sassonia-Anhalt è stata classificata come «di comprovata estrema destra» per la sua concezione etnica della cittadinanza tedesca. Anche il partito nazionale è stato designato come estremista quando i socialdemocratici controllavano il ministero dell’Interno nel 2025, ma questa decisione è stata criticata, non solo dall’AfD, come di parte. A febbraio, all’AfD è stata concessa un’ingiunzione che vietava al governo di utilizzare tale designazione fino alla risoluzione del caso.

Forse il problema non è che la democrazia consolidata abbia esaurito la sua efficacia, ma che abbia esaurito la sua logica. Può rivelarsi una trappola per chi la esercita. Nella Sassonia-Anhalt, i vecchi partiti, anche ammesso che ottengano i voti necessari, potranno contrastare l’AfD solo, in effetti, cospirando contro di essa con quello che, agli occhi di molti tedeschi, è un partito ancora più radicale: il Partito di Sinistra, discendente dal vecchio Partito Socialista Unificato dell’era comunista, che concentra sempre più la propria ira contro Israele. 

È proprio questo che ha trasformato le elezioni in Sassonia-Anhalt in un voto sull’integrità e la sostenibilità del sistema politico. Gli ultimi due decenni hanno visto susseguirsi una serie di crisi che hanno sia peggiorato le prospettive della Germania sia ridotto la sua autonomia: l’instabilità dell’euro, l’immigrazione incontrollata, il COVID, la guerra in Ucraina, il crollo del modello industriale e un protettore americano sempre più imprevedibile. L’AfD è salita alla ribalta proprio a causa di queste crisi. In tutta la società è cresciuto il sospetto che i partiti tradizionali non siano in grado di affrontare i problemi più gravi del Paese e, peggio ancora, si rifiutino di parlarne in modo franco e onesto. Sempre più spesso, per riflettere con lucidità sul futuro della Germania è necessario comprendere la mentalità dell’AfD. Il partito è stato plasmato da un decennio e mezzo cruciale, durante il quale le sue preoccupazioni – alcune delle quali apertamente conservatrici, altre genuinamente dirompenti e radicali – si sono continuamente scontrate con un consenso dell’establishment costruito per un mondo diverso dal nostro. Ciò, a sua volta, ha permesso ai tedeschi di discutere dell’AfD solo in modi distorti ed eufemistici. 

Gli inizi

L’AfD è nata come risultato delle pressioni che si sono accumulate dopo la crisi finanziaria del 2008 e del 2009. L’instabilità delle garanzie dei mutuatari a livello mondiale ha provocato una crisi dell’euro. È curioso che proprio l’euro abbia causato una tale esplosione in Germania. Gli economisti vicini al presidente francese François Mitterrand pensavano che la Francia avrebbe tratto vantaggio dall’eliminazione del marco tedesco, la valuta perennemente forte che aveva permesso alla Germania di dominare l’economia europea. Che errore madornale hanno commesso! L’euro ha intrappolato le economie europee indebitate e dipendenti dalle importazioni in un mercato unico con le aziende tedesche, più efficienti, e i singoli paesi non disponevano più delle proprie valute, che in passato potevano essere svalutate per mitigare gli squilibri commerciali.

Quindici anni fa, la Germania occupava una posizione inattaccabile come prima economia dell’Europa occidentale. Era una potenza delle esportazioni, fondata sull’industria automobilistica e su un solido modello economico che necessitava solo di tre cose: energia russa a basso costo, manodopera centroeuropea a basso costo e la domanda cinese in crescita esponenziale di automobili e macchinari industriali. C’era però un mistero. In un momento in cui tutto sembrava andare per il meglio, l’opinione pubblica stava perdendo fiducia nella CDU e nella SPD, al punto che quei due partiti hanno dovuto di fatto unirsi in tre delle quattro coalizioni con cui Angela Merkel ha governato la Germania dal 2005 al 2021. Sembrava che, indipendentemente da chi si votasse, al potere ci fossero sempre gli stessi partiti.

Una diagnosi è stata formulata dall’ex funzionario delle finanze di Berlino Thilo Sarrazin nel suo libro Deutschland schafft sich ab (“L’abolizione della Germania”) del 2010. Sarrazin, un socialdemocratico, sosteneva che la Germania stesse effettuando molti investimenti sbagliati, che nel tempo avrebbero minato la sua economia. Il peggiore di questi era l’immigrazione di massa. Lungi dall’aiutare l’economia, stava accumulando passività invisibili nei sistemi pensionistici, scolastici e sanitari. E parte del motivo, aggiunse senza mezzi termini Sarrazin, con le statistiche sull’istruzione a portata di mano, era che gli immigrati non erano in genere brillanti quanto i nativi di cui stavano prendendo il posto. Il libro scatenò una furia intellettuale senza precedenti. Era come se tutti i libri del sociologo americano Charles Murray — sul welfare, l’intelligenza e la disuguaglianza — fossero stati pubblicati tutti in una volta. La Germania era ormai talmente poco abituata a discussioni schiette su tali argomenti che si è subito mosso per espellere Sarrazin dai Socialdemocratici. Il processo è durato undici anni, ma ha confermato la tesi fondamentale di Sarrazin: il problema più grande della Germania era il sistema che aveva ideato per non parlare dei propri problemi.

Sebbene Sarrazin non abbia mai avuto nulla a che fare con l’AfD, la sua idea secondo cui le minacce al benessere della Germania venivano occultate da tabù è stata proprio ciò che ha dato vita al partito. Le principali ragioni di malcontento erano già presenti, ma facili da trascurare, quando l’AfD è stata fondata nel 2013. La molla scatenante fu di natura quasi tecnocratica: sembrava che la Grecia, pesantemente indebitata, a meno che non avesse trovato un garante esterno per i propri debiti, sarebbe precipitata in una spirale di bancarotta e sarebbe uscita dall’euro. Quel garante non poteva che essere la Germania. La maggior parte degli economisti dell’Unione Europea a Bruxelles vedeva in questo una semplice questione di giustizia. Ma un gruppo di professori di economia e imprenditori di Francoforte era convinto che la Germania non potesse permettersi un salvataggio della Grecia. Fondarono l’AfD in gran parte per sostenere questa tesi. I suoi primi leader furono la carismatica imprenditrice Frauke Petry, il giornalista conservatore Konrad Adam e Bernd Lucke, un macroeconomista un po’ goffo ma affabile dell’Università di Amburgo. Fu proprio Lucke a guidare il partito nascente alle elezioni nazionali. Senza sorprendere nessuno, l’AfD non ottenne alcun seggio, ma con grande stupore dei partiti dell’establishment mancò la soglia del 5 per cento per un soffio. Altrimenti ne avrebbe conquistati decine.

Se Lucke avesse conquistato quei seggi, l’AfD avrebbe potuto imboccare una strada diversa. Avrebbe potuto diventare un partito tecnocratico “di controllo”, che denunciasse la cattiva gestione e gli sprechi come un tempo facevano i Liberaldemocratici — anziché un “partito popolare” che mirasse a incanalare tutte le aspirazioni e le lamentele della società, come un tempo facevano i Cristiano-democratici. Ma nel 2013 i Cristiano-democratici erano ancora abbastanza forti da aggiudicarsi la vittoria senza sforzo. Durante la festa organizzata la notte delle elezioni per celebrare la sua rielezione, una trionfante Angela Merkel fece qualcosa che da allora è diventato un simbolo di orrore per gli attivisti dell’AfD. Attraversando il palco davanti a una folla che ballava e cantava, alla Merkel fu consegnata una bandierina tedesca. La guardò con evidente repulsione e si precipitò verso il bordo del palco per toglierla dalla vista. A differenza di quanto accaduto in Inghilterra o in Italia, il ritiro totale dall’Unione Europea non è mai diventato un’aspirazione fondamentale del populismo tedesco, nemmeno all’interno dell’AfD. Ma il gesto della Merkel ha lasciato l’amaro in bocca. Stava crescendo un nuovo tipo di nazionalismo.

Crisi migratoria

Le regole di base della Germania (e dell’UE) per l’accoglienza dei richiedenti asilo e di altri migranti venivano progressivamente allentate. Nel 2015, migliaia di migranti hanno iniziato ad affluire in Europa a causa della guerra civile siriana. La Merkel ha guidato l’intera Europa in una decisione affrettata di accoglierne centinaia di migliaia. Wir schaffen das, era il suo motto: «Ce la faremo». A quei siriani si sarebbero presto aggiunti migranti opportunisti provenienti da altri paesi musulmani. La Merkel ne prevedeva circa 800.000, ma ancora oggi è difficile stabilire quanti migranti siano effettivamente arrivati. La popolazione di origine straniera in Germania, pari a 8,1 milioni nel 2014, alla vigilia della crisi migratoria, aveva raggiunto i 13,4 milioni nel 2022, l’anno successivo alla fine del mandato della Merkel. Il momento in cui si è verificato questo massiccio afflusso non era dei più propizi. Il 2015 è iniziato con l’uccisione, per mano di terroristi islamisti, di gran parte della redazione della rivista Charlie Hebdo a Parigi, e si è concluso con centinaia di aggressioni sessuali nel centro di Colonia la notte di Capodanno, la maggior parte delle quali commesse da bande di «origine migrante», per usare la descrizione ufficiale. 

L’AfD era ben attrezzata per affrontare questa crisi, almeno a livello retorico. Alla sua fondazione, era stata una coalizione che si sarebbe ben inserita nel Partito Repubblicano americano: sostenitrice del capitalismo di libero mercato e incline a gesti patriottici. Ma, com’era prevedibile col senno di poi, la sua promessa di un’«alternativa» attirò quasi immediatamente una varietà di ribelli, revanscisti e conservatori intransigenti. Era questa la gloria e il pericolo del partito. Bernd Lucke considerava l’immigrazione principalmente una questione economica; Frauke Petry la considerava una minaccia al tessuto sociale e sosteneva che qualsiasi partito che si definisse «alternativo» avrebbe dovuto affrontare di petto la migrazione di massa. Il partito era d’accordo. Nel 2015, lei estromise Lucke e iniziò l’ascesa dell’AfD. Così iniziarono anche le grandi polemiche sulla sua reputazione, che ora proseguono nelle elezioni della Sassonia-Anhalt. 

Nel 2015, il partito dovette scegliere tra potere e purezza, una scelta che rischiò di dividerlo in due. I sostenitori di Lucke stavano costruendo un partito di nicchia, in grado di sfruttare l’economia per conquistare la fedeltà di una ristretta fetta dell’opinione pubblica rispettabile. I sostenitori di Petry stavano costruendo un movimento, una rivolta. Lei rappresentava un ponte estremamente intrigante tra le due fazioni del partito: un’imprenditrice a proprio agio nelle città cosmopolite della Germania occidentale, ma originaria della Germania orientale.

La sua origine dalla Germania dell’Est era importante, perché la crisi migratoria presentava un aspetto specifico legato proprio a quella regione. La Germania dell’Est si stava svuotando. La città di Bitterfeld, nella Sassonia-Anhalt, ad esempio, aveva perso metà della sua popolazione. Queste città, che prima non avevano mai conosciuto una migrazione di massa, divennero un luogo attraente per le autorità per ospitare i siriani e i pakistani che erano entrati in Germania senza essere stati invitati. Improvvisamente si ritrovarono ammassati negli alloggi popolari della Germania orientale, ormai in via di abbandono. Già allora un movimento della Germania orientale dal carattere piuttosto violento, chiamato Pegida, organizzava marce contro l’immigrazione. (Il nome del movimento era l’acronimo di «Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente».) 

L’AfD, in questa seconda fase, si è trovata a discutere su quanto allinearsi a tali movimenti. Il dibattito ha portato piuttosto naturalmente all’idea, diffusa tra l’opinione pubblica, che l’AfD fosse in realtà composta da due partiti: uno orientale e uno occidentale, uno radicale e uno moderato, un partito che invocava la “responsabilità” riguardo all’euro e uno “ossessionato” dai migranti, un’AfD buona e un’AfD cattiva. Ciò che stava realmente accadendo era che un progetto intellettuale (anche se non tutti i suoi membri erano intellettuali) si stava trasformando da un giorno all’altro in un partito di massa. La preoccupazione per la sfida che l’euro rappresentava per la sovranità nazionale stava cedendo il passo a una preoccupazione per la sopravvivenza nazionale.

Uno scontro era inevitabile, poiché il progetto dell’AfD si scontrava ormai con i tabù più sacrosanti della Germania. Questi riguardano il modo in cui, o addirittura se, i tedeschi possano parlare di sé stessi come nazione, come popolo. La Germania rimane un paese in cui praticamente tutti vengono indottrinati da praticamente ogni istituzione secondo cui la violazione di questi tabù è ciò che un tempo ha trasformato il loro paese in un vero e proprio inferno e in un paria internazionale. Ecco perché la Merkel ha aggrottato le sopracciglia e si è rifiutata di sventolare la bandiera tedesca: lo sciovinismo è pericolosamente irresponsabile. L’antipatriottismo è la vera forma di patriottismo tedesco. 

L’Unione Cristiano-Democratica (CDU) della Merkel, insieme al suo partito gemello bavarese, l’Unione Cristiano-Sociale (CSU), aveva svolto un ruolo quasi costituzionale nella costruzione della “democrazia fortificata” tedesca. Franz-Josef Strauss, che dominò la politica bavarese dagli anni ’60 agli anni ’80 e che per poco non divenne egli stesso cancelliere della Germania, trasformò il suo ultraconservatorismo in una sorta di moderazione virtuosa: «A destra dell’Unione», affermò, «non può esistere alcuna forza democraticamente legittima». Per Strauss ciò significava che la CDU e la CSU dovevano essere davvero, davvero conservatrici, poiché nessun’altra formazione poteva rappresentare legittimamente i conservatori. Era capitalista, populista e tradizionalista.

La Merkel interpretò il motto di Strauss in modo diametralmente opposto. Se tutti i rivali di destra della CDU erano ipso facto illegittimi, la mossa più sensata, dal punto di vista della teoria dei giochi, era quella di spostare progressivamente il partito verso sinistra. La Merkel introdusse il matrimonio gay (pur votando lei stessa contro), eliminò gradualmente l’energia nucleare, sospese la leva obbligatoria e aprì le frontiere — facendo sostanzialmente propria la linea programmatica degli storici avversari del suo partito. Agli occhi dei conservatori delusi, la Merkel non appare come una leader ben intenzionata che ha commesso qualche errore. Appare piuttosto come la cancelliera più cinica nella storia della repubblica. (Vedi «Il Paese della Merkel», First Things, marzo 2025.)

In tali circostanze, è difficile farsi un’idea chiara dell’AfD. Il vocabolario che consentirebbe al partito di definire la propria identità non è facilmente reperibile. Ci vorrebbero anni per unificare l’AfD, e il progetto, ancora oggi, rimane piuttosto complicato.

Contro la memoria storica

Igiovani si sono riversati nell’AfD. Hanno formato gruppi giovanili. All’inizio dell’anno elettorale del 2017, Björn Höcke, un giovane insegnante che era stato tra i primi membri del partito, ha tenuto un discorso a Dresda davanti a uno di quei gruppi. Da allora quel discorso è stato citato come sintesi di ciò che c’è di spaventoso in quel partito. Nato nella Germania occidentale ma legato per indole all’Est e residente in Turingia, Höcke ha invocato un riorientamento nel modo in cui la Germania ricorda il proprio passato. Ha citato la ricostruzione della Frauenkirche a Dresda:

[Era] un barlume di speranza per noi patrioti. Con piccole scintille di autoaffermazione tedesca. Finora è solo in superficie. Finora il nostro stato d’animo è totalmente quello di un popolo sconfitto. . . . Noi tedeschi . . . siamo l’unico popolo al mondo ad aver eretto un monumento della vergogna [ein Denkmal der Schande] nel cuore della propria capitale. Invece di far conoscere alle nuove generazioni i grandi benefattori — i filosofi illustri che hanno cambiato il mondo, i musicisti, i brillanti scopritori e inventori di cui disponiamo in così gran numero — . . . quella storia — la storia tedesca — viene denigrata e ridicolizzata.

Chiunque sia nato nel mondo anglofono negli anni ’50, abituato al racconto che i propri padri e zii avrebbero fatto di ciò che rappresentava la Seconda guerra mondiale, rimarrà sconcertato da quel discorso. Il monumento della vergogna a cui Höcke si riferisce è il Memoriale per gli ebrei assassinati d’Europa, un campo di blocchi di pietra, drammatico e solenne, che si estende per cinque acri nel centro di Berlino. Ma per chi è nato negli anni ’90 nella Germania orientale, come Ulrich Siegmund — e quindi separato da un ricco patrimonio culturale non solo da Hitler ma anche da due generazioni di dittatura comunista — il bisogno di riconnettersi con ciò che di glorioso, pio e sano c’è nella Germania potrebbe sembrare disperato, e l’offesa di Höcke all’opinione comune nient’altro che una scorrettezza. 

Höcke è un esponente dell’estrema destra e, in un certo senso, un troll. È anche, nonostante i suoi discorsi energici, un politico locale: non è membro del Bundestag a Berlino, ma del Landtag della Turingia nella provinciale Erfurt. Il suo discorso è ambiguo sul fatto che la “vergogna” di cui parla si riferisca all’Olocausto o alla sua commemorazione eccessivamente zelante. Ma il fatto che una singola osservazione ambigua tratta da un discorso tenuto da un politico nove anni fa sia ancora considerata la prova principale contro il partito indica che le violazioni dei canoni della decenza democratica occidentale sono rare tra i membri dell’AfD. L’AfD mantiene una «lista di incompatibilità» di tredici pagine, che elenca i partiti e i movimenti a cui i suoi membri non possono appartenere – e a cui non possono aver appartenuto. Ogni partito in Germania ha regole di questo tipo, ma l’ascesa dell’AfD potrebbe minarne l’utilità. Quest’anno, in Sassonia-Anhalt, la CDU ha dichiarato che non avrebbe stretto accordi né con l’AfD (al 43% nei sondaggi) né con il Partito di Sinistra (al 13% nei sondaggi) – una solida maggioranza dell’elettorato. La CDU stava di fatto chiedendo agli elettori di consentirle di entrare a far parte di un governo (di qualsiasi orientamento) al quale aveva promesso di non partecipare.

Il sociologo Rolf Peter Sieferle, autore di numerose pubblicazioni, era morto l’anno prima del discorso di Höcke del 2017. Sieferle era incredibilmente eclettico. I suoi interessi spaziavano dalla storia ambientale dell’attività mineraria all’interazione tra guerra, tecnologia e politica fin dall’antichità (argomento di un libro di 1.500 pagine), fino al conservatorismo tedesco dei primi anni del XX secolo (cioè pre-hitleriano). Quest’ultimo interesse si rivelò non solo una curiosità, ma una vera e propria affinità. Due delle sue opere postume, pubblicate nel 2017, attirarono l’attenzione e suscitarono allarme (tra chi non era di destra), poiché sembravano proporre una versione più salonfähig della tesi di Höcke. Manuscriptum, una casa editrice affiliata alla rivista trimestrale anticonformista Tumult (che si autodefinisce «una rivista per turbare il consenso»), ha pubblicato Das Migrationsproblem di Sieferle. In quest’opera, Sieferle ha seguito l’esempio di Sarrazin nel porre una domanda scomoda: la migrazione di massa era compatibile con uno Stato sociale già consolidato? 

L’altro libro di Sieferle, Finis Germania, ha fornito una risposta ancora più scomoda. Si tratta di una raccolta di appunti che attinge a un lavoro precedente e si concentra sul declino della cultura politica tedesca; è stata pubblicata da una casa editrice della Sassonia-Anhalt vicina all’AfD, chiamata Antaios. La casa editrice è stata fondata da Götz Kubitschek, a sua volta formidabile saggista e teorico. Vicino a Höcke e alla sua ala del partito, Kubitschek gestisce un’impresa ideologica di straordinaria portata: una rivista trimestrale intitolata Sezession, un sito web sul quale gli autori di Sezession e vari politici e teorici si confrontano, e la stessa Antaios, che ha pubblicato, tra le altre cose, una serie di libricini incisivi, di qualità molto variabile, che spesso analizzano un fenomeno sociale non ancora approfondito o avanzano una tesi storica o politica radicale. Il libro di Sieferle Finis Germania è uno di questi; ora ce ne sono circa un centinaio. 

Per Sieferle, la cultura della memoria e del pentimento della Germania dopo la Seconda guerra mondiale, per quanto ammirevole di per sé, era inadatta a un mondo globalizzato e sempre più pericoloso. Proprio a causa di questa cultura, la Germania non è stata in grado di dire no all’ondata migratoria che l’ha minacciata nel 2015. Il Paese si era lanciato in un’impresa multiculturale insostenibile. Stava «vivendo moralmente al di sopra delle proprie possibilità», secondo la memorabile espressione di Sieferle. Il libro suscitò uno scandalo: Finis Germania raggiunse il nono posto nella classifica dei libri di saggistica del mese, a quel punto gli sponsor della classifica ne sospesero la pubblicazione. 

Le frange più radicali della destra tedesca, ruotanti attorno a Sezession e Tumult, assunsero ora un’aura d’avanguardia. Cominciarono a influenzare i media mainstream che forse non si sarebbero nemmeno riconosciuti come vicini all’AfD. In precedenza, i lettori tedeschi alla ricerca di un’offerta ideologica più variegata erano stati attratti dalla stampa svizzera, che non era stata coinvolta nello sforzo di elaborare il senso di colpa nazionale. Man mano che la Frankfurter Allgemeine Zeitung, un tempo conservatrice, scivolava verso una posizione più progressista sulle questioni culturali, i conservatori tedeschi si rivolgevano alla Neue Zürcher Zeitung, o addirittura alla rivista zurighese Die Weltwoche, dal tono decisamente più populista. Il mensile relativamente conservatore Cicero era stato fondato nel 2004 per occuparsi di questioni culturali, mentre l’ex giornalista della WirtschaftsWoche Roland Tichy aveva lanciato Tichys Einblick nel 2014. Queste testate non sostenevano l’AfD, ma non ne erano nemmeno allarmate. Erano un segno dei tempi. Nelle elezioni del 2017, l’AfD non si è limitata a entrare in parlamento: ha conquistato novantaquattro seggi.

Conservatorismo eclettico

Nel periodo successivo, l’attuale AfD ha preso forma attraverso una serie di scontri interni di cui la stampa ha parlato poco. Il successore di Bernd Lucke, Jörg Meuthen, anch’egli economista, si è impegnato a ridurre l’influenza della fazione di Höcke all’interno del partito. Non si trattava solo di una tendenza o di una corrente di opinione, bensì di un’organizzazione chiamata Der Flügel («l’Ala»), che Höcke aveva fondato nel 2015 e guidato in collaborazione con Andreas Kalbitz, turbolento attivista di Pegida e membro del Landtag del Brandeburgo. Kalbitz, secondo i colleghi dell’AfD, era più strettamente legato alle reti estremiste — in particolare alla stessa Heimattreue Deutsche Jugend che Der Spiegel aveva accusato i collaboratori di Siegmund nella Sassonia-Anhalt di frequentare. Secondo la legge tedesca, è molto difficile espellere qualcuno da un partito politico, e attribuire irregolarità a Kalbitz era complicato. Come già osservato, l’organizzazione giovanile neonazista era stata sciolta nel 2009, e già allora si trattava di un fatto lontano nel tempo. Ciononostante, è emerso che Kalbitz, che aveva partecipato agli eventi della «Heimattreue» fino al 2007, aveva nascosto questa affiliazione di estrema destra al momento della richiesta di adesione al partito nel 2013. Dire la verità avrebbe significato il rifiuto

Kalbitz è stata espulsa dall’AfD con un margine di voti minimo, tra aspre recriminazioni. L’organizzazione “Flügel” di Höcke è stata posta sotto osservazione dalle autorità investigative tedesche e sciolta dall’AfD nel 2020. Meuthen è finito per essere una delle vittime di questa lotta interna al partito. Ha perso la presidenza e ha lasciato il partito nel 2022. Ma la sua decisione di espellere Kalbitz potrebbe rappresentare il momento cruciale nella storia dell’AfD. 

I movimenti radicali tendono a radicalizzarsi ulteriormente. I membri che ritengono che un movimento abbia una missione ideologica sono più propensi a dedicarvi i propri sforzi rispetto ai pragmatici, e col passare del tempo questa differenza si fa sentire. L’AfD stava attraversando proprio una radicalizzazione di questo tipo. Eppure, ironia della sorte, la sorveglianza da parte dello Stato tedesco ha reso l’AfD più duraturo: ha rafforzato la posizione dei pragmatici che avvertivano che, per quanto soddisfacente potesse essere un dibattito ideologico libero e spensierato, bisognava rispettare un certo decoro se si voleva che il movimento potesse continuare a esistere. Altrettanto paradossalmente, l’eliminazione della minaccia rappresentata da Kalbitz non ha avuto l’effetto di annacquare l’ideologia del partito. La co-leader del partito e sua migliore oratrice, Alice Weidel — che affascina il pubblico con la sua omosessualità, il suo cinese colloquiale, la sua carriera presso Goldman Sachs e la sua residenza in Svizzera — era stata una detrattrice di Höcke, ma all’epoca delle elezioni federali del 2025 i due si erano riconciliati. 

Questo strano contesto tedesco ha reso il partito più attraente di quanto sarebbe stato altrimenti. Poiché la sua sopravvivenza si basa su determinati principi relativi al rispetto della diversità di opinione, l’AfD è diventata, volente o nolente, una formazione conservatrice eclettica che tollera una varietà sorprendentemente ampia di punti di vista, non solo quelli estremi. 

Questo profilo le permette di mobilitare una corrispondente diversità di elettori. Il suo fascino è risultato evidente durante la crisi del COVID. Il COVID non era una priorità politica centrale per l’AfD, ma l’AfD è stato l’unico partito a opporsi alla vaccinazione obbligatoria. Tra i paesi europei, le misure tedesche non erano né le più draconiane (un primato che spetta alla Spagna) né le più efficaci (un primato che la Svezia, con la sua scarsa regolamentazione, condivide con un paio di altri paesi nordici). Tuttavia, le norme anti-COVID sono state emanate e applicate con una certa ipocrisia teutonica, sia dal governo che dai media che lo sostenevano. Chi si opponeva ai lockdown veniva descritto come Corona-leugner, ovvero “negazionista”, un termine preso in prestito dal dibattito sull’Olocausto. In altre parole, un’opinione su una questione sanitaria veniva equiparata a un’opinione che poteva portare all’esclusione definitiva dal dibattito pubblico. Gli oppositori del lockdown e altri manifestanti si definivano, in modo un po’ difensivo, Querdenker, persone che pensano fuori dagli schemi. Alcuni erano esperti di scienza, altri no, ma la cosa importante è che erano in tanti. Messi sotto pressione dal mainstream, hanno cominciato a gravitare verso l’AfD, e ancora di più dopo le elezioni del 2021, quando i socialdemocratici sono tornati al potere alla guida di una nuova coalizione e hanno nominato ministro della Salute il loro impopolare portavoce sul COVID, Karl Lauterbach. Nelle elezioni dello scorso anno, l’opinione pubblica ha respinto i socialdemocratici, riportando al potere i loro storici rivali, i cristiano-democratici, e nominando Friedrich Merz cancelliere. Ma Merz non è riuscito a formare un governo senza l’SPD. Così sono tornati. Grazie al 16 per cento dei voti, ai socialdemocratici sono stati assegnati importanti ministeri economici, il controllo della politica climatica e – cosa significativa per l’AfD – la difesa.

Verso un divieto? 

L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha sconvolto profondamente la scena politica tedesca. In linea con le tradizioni pacifiste del suo partito, il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz ha esitato a trascinare la Germania in guerra. Ma nel giro di poche settimane ha annunciato un piano da 100 miliardi di euro per il riarmo della Germania. Merz, neoeletto nel 2025, è andato oltre. Con quella che i tedeschi considerano una manovra subdola, dopo la sua elezione ha sfruttato il parlamento uscente per riclassificare la spesa per la difesa come esente dalle regole del pareggio di bilancio, approvando poi 800 miliardi di euro di nuove spese per armamenti e infrastrutture. 

Questo ingente esborso per l’armamento, in un paese storicamente pacifista con enormi bisogni interni, incontrerà quasi certamente resistenze politiche nei prossimi anni. I politici tedeschi giustificano costantemente le loro spese assicurando all’opinione pubblica che Vladimir Putin miri a invadere e occupare vari paesi europei lontani — o che, quantomeno, lo farà una volta che sarà riuscito a conquistare i primitivi villaggi ucraini che hanno tenuto a bada la Russia per quattro anni. 

L’invasione russa ha cambiato la situazione dell’AfD in due modi. Il primo è di natura economica. A causa delle pressioni americane — e poi della misteriosa esplosione del gasdotto tedesco-russo Nord Stream 2 nei primi giorni di guerra — la Germania è stata costretta ad acquistare energia più costosa, gran parte della quale sotto forma di gas naturale liquefatto americano. Gli Stati Uniti hanno inoltre esercitato pressioni sulla Germania affinché “riducesse i rischi” del proprio commercio, sollecitando controlli più severi sui rapporti commerciali con la Cina. E l’industria automobilistica tedesca, superata dalla concorrenza cinese nel settore dei veicoli elettrici, ha iniziato a contrarsi drasticamente, con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. Il crollo è stato quasi del tutto inaspettato e gli effetti si sono estesi alle numerose industrie collegate alla produzione automobilistica. Il potenziamento militare voluto da Merz è in parte un modo per convertire alcune delle fabbriche automobilistiche tedesche all’avanguardia in stabilimenti per la produzione di armi.

L’AfD adotta un approccio diverso: chiede una revisione radicale della politica energetica tedesca. Dall’inizio del mandato della Merkel, la Germania ha vietato l’energia nucleare e ha investito miliardi nei parchi eolici. Ora ha l’energia più costosa d’Europa. L’AfD è l’unico partito che promette un’inversione di rotta totale rispetto all’abbandono del nucleare avviato sotto la Merkel. L’energia a basso costo non è solo di per sé popolare tra gli elettori. Permette all’AfD di attribuire la colpa degli alti prezzi del gas al Partito dei Verdi — che ha dominato il dibattito politico dalla caduta del Muro di Berlino fino a circa cinque anni fa — e ai socialdemocratici e ai cristiano-democratici che li hanno imitati.  

Ma la guerra in Ucraina sta influenzando l’AfD anche in un altro modo. A molti membri del partito sembra infatti che i partiti rivali o le fondazioni per i diritti umani (o entrambi, agendo di concerto) possano cercare in essa un pretesto per vietarne l’attività. Tino Chrupalla, un imbianchino della Sassonia che condivide la guida del partito con Weidel, ha assunto una posizione decisamente neutrale sulla guerra. «Non mi ha fatto nulla», disse Chrupalla riferendosi a Vladimir Putin lo scorso anno — una posizione che piace all’ampio elettorato pacifista tedesco. Ma per i partiti tradizionali, qualsiasi atteggiamento di non belligeranza o di scetticismo riguardo alle motivazioni degli Stati Uniti o dell’Occidente è «influenza russa», proprio come i politici americani si fissavano sulla «collusione russa» un decennio fa. I membri dell’AfD temono che, qualora le tensioni tra la Russia e l’Occidente dovessero intensificarsi, i politici potrebbero avvalersi di vari poteri d’emergenza per limitare le attività dell’AfD. O addirittura metterlo al bando.

Considerato il ruolo svolto dalla Russia nel contrastare il nazionalismo tedesco nel corso dell’ultimo secolo, non è affatto logico descrivere l’AfD come un partito al tempo stesso filo-russo e nazionalista tedesco. Eppure tutti gli altri partiti lo fanno. L’entusiasmo per l’idea di ostacolare ufficialmente o vietare il partito rimane forte, anche se le prove del suo “estremismo di destra” stanno perdendo di attualità. Una fazione della CDU guidata dall’attivista per il clima Roderich Kiesewetter ha raccolto prove che potrebbero garantire il divieto. A giugno, secondo quanto riferito, Kiesewetter avrebbe affermato che le promesse di Alice Weidel di riallacciare le relazioni con la Russia, qualora l’AfD vincesse le elezioni nazionali, stavano distorcendo il dibattito nazionale. Quando una delegazione dell’AfD si è recata in Russia lo scorso novembre, il segretario generale della CSU Martin Huber li ha accusati di «tradimento». A giugno, un’associazione per i diritti umani affiliata ai Verdi ha pubblicato un documento di tremila pagine a sostegno della messa al bando. Il testo ha affrontato ogni argomento, dal femminismo al COVID, spiegando che molti dei messaggi del partito possono essere compresi solo «leggendo tra le righe». 

Luigi Pantisano, nuovo co-leader del Partito di Sinistra, ha dichiarato questa primavera al quotidiano Bild di non vedere «alcuna differenza tra la CDU, che persegue politiche fasciste, e l’AfD, che è di per sé fascista». Ma lo stesso Partito di Sinistra è certamente più radicale dell’AfD su questioni quali le relazioni della Germania con Israele. Diversi partiti hanno cercato di convincere gli elettori tedeschi che un voto a favore dell’AfD avrebbe allontanato gli investitori internazionali, anche se Martin Blessing, consulente per gli investimenti della cancelliera, ha dichiarato al quotidiano Handelsblatt a giugno che gli investitori con cui parla sono più preoccupati per le espropriazioni proposte dal Partito di Sinistra. Ciò è dovuto in parte al sostegno del Partito di Sinistra a un piano di espropriazione degli immobili dei grandi proprietari terrieri di Berlino — un piano, tra l’altro, molto popolare, che la maggioranza degli elettori berlinesi ha approvato in un referendum non vincolante nel 2021.

Nessuna vittoria dell’AfD nella Sassonia-Anhalt potrebbe essere così schiacciante da garantire il regolare funzionamento del governo locale. Lo Stato versa in condizioni finanziarie disastrose e i dibattiti sul bilancio saranno inevitabilmente tesi. Il controllo della burocrazia da parte dei partiti tradizionali creerà ostacoli ai piani dell’AfD. Nell’attuale clima politico, sono prevedibili piccole violazioni del protocollo. Lo scorso inverno a Berlino, l’SPD ha ricevuto l’avallo della Corte costituzionale quando la sua delegazione si è rifiutata di lasciare la seconda sala più grande del Reichstag, nonostante l’AfD, il secondo partito per grandezza, la superi ormai di trentadue seggi.

Ma mettere al bando l’AfD? È ormai troppo tardi per farlo. Il partito è troppo grande, raccogliendo circa due voti su cinque in Sassonia-Anhalt. È in circolazione da troppo tempo senza aver causato danni al sistema politico. Il Meinungskorridor — il termine tedesco che indica la gamma di opinioni accettabili — si è allargato troppo. E gli eventi che hanno dato origine a queste restrizioni alla libertà di espressione e di associazione, per quanto straordinariamente orribili, risalgono a troppo tempo fa: negli ultimi mesi, nel corso della campagna elettorale in Sassonia-Anhalt, sono state lanciate accuse di fascismo contro un candidato che non solo non era ancora nato quando i nazisti erano al potere, ma non era nemmeno nato quando cadde il Muro di Berlino, quasi mezzo secolo dopo. 

Senza un legame emotivo diretto con i suoi giorni più bui, la versione tedesca della democrazia — in cui alcuni partiti politici hanno il diritto costituzionale di sollecitare un tribunale a mettere al bando altri partiti — è diventata troppo bizzarra per poter essere mantenuta. Harald Martenstein, editorialista conservatore della Welt e tutt’altro che un sostenitore dell’AfD, lo scorso inverno ha partecipato a un dibattito ad Amburgo sull’opportunità di vietare l’AfD, lasciando sbalordito il pubblico quando ha ribaltato con disprezzo la domanda sul pubblico, in maggioranza progressista. «Sapete bene che non state cercando di impedire il Quarto Reich, ma solo di eliminare la vostra concorrenza politica», ha affermato Martenstein. «Sarebbe un gioco da ragazzi tenere a bada l’AfD. Basterebbe solo affrontare alcuni problemi che sono problemi reali».

Le linee rosse della Russia…e altro _ di German Foreign Policy

Le linee rosse della Russia

Il dibattito sull’attacco con droni all’aeroporto di Lipsia solleva nuovamente la questione delle “linee rosse” della Russia nella guerra in Ucraina.

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Sette

2026

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MOSCA/BERLINO/LONDRA (Notizia propria) – Il dibattito sull’attacco con droni all’aeroporto di Lipsia solleva ancora una volta la questione delle “linee rosse” della Russia nella guerra in Ucraina. Negli ultimi anni Mosca ha ripetutamente avvertito che, qualora gli Stati occidentali avessero oltrepassato le sue «linee rosse» – ad esempio con la fornitura all’Ucraina di missili a lungo raggio, grazie ai quali le forze armate ucraine possono colpire obiettivi situati in profondità nel territorio russo –, si sarebbe riservata il diritto di reagire. Nel frattempo, il cuore della Russia viene attaccato con droni a lungo raggio di produzione britannica; droni di questo tipo vengono prodotti anche nella Repubblica Federale Tedesca, espressamente per l’esportazione in Ucraina. Un consulente del governo russo ha recentemente confermato che «prima o poi» potrebbe esserci una «reazione non solo verbale, ma forse anche visibile» a ciò. Sarebbero ipotizzabili anche attacchi informatici o «misure semimilitari». Gli obiettivi potrebbero essere scelti anche in modo asimmetrico. Se dovesse confermarsi che gli autori dell’attentato di Lipsia erano in contatto con autorità russe, allora l’attacco potrebbe rappresentare una reazione della Russia al superamento delle sue linee rosse. La Germania si troverebbe un passo più avanti nella guerra.

Sempre più testato

La questione di dove si trovino le linee rosse della Russia e di cosa accada se vengono superate accompagna i paesi occidentali sin dall’inizio della guerra in Ucraina. Inizialmente non era chiaro come avrebbe reagito il governo russo se l’Occidente avesse fornito all’Ucraina carri armati da combattimento, missili a corto raggio o anche aerei da combattimento. Gli Stati Uniti hanno presto iniziato a metterlo alla prova. Nel giugno 2023 il «Washington Post» ha osservato che gli Stati Uniti avrebbero fornito gradualmente lanciarazzi multipli HIMARS – oltre a missili con gittata sempre maggiore –, carri armati Abrams, poi anche elicotteri e ora avrebbero deciso di provare anche con aerei da combattimento di quarta generazione del tipo F-16. Finora Mosca avrebbe accettato tutto; ciò indurrebbe a ritenere che la situazione rimarrà invariata. Gli esperti hanno tuttavia avvertito che i rischi permangono e si presentano ad ogni nuovo passo. «Il problema è che non conosciamo la vera linea rossa», spiegò all’epoca Maxim Samorukov del Carnegie Endowment for International Peace; inoltre, essa potrebbe «cambiare di giorno in giorno». [1] Alexander Gabuev del Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino lo ha confermato: «Esistono determinate linee rosse»; poiché non si sa con certezza «dove si trovino», ne derivano dei rischi.

«Partecipazione diretta alla guerra»

Da anni, le armi a lungo raggio, in grado di colpire obiettivi a Mosca o nell’entroterra russo, rivestono un ruolo significativo nel dibattito sulle “linee rosse” della Russia. A metà settembre 2024, il presidente Vladimir Putin ha dichiarato che, qualora i paesi occidentali fornissero all’Ucraina missili a lungo raggio, Mosca lo considererebbe una «partecipazione diretta» degli Stati della NATO alla guerra – poiché tali missili potrebbero essere impiegati solo grazie ai dati satellitari occidentali e all’assistenza nella guida fornita dai militari occidentali. Se Kiev dovesse utilizzarli, ciò «cambierebbe sostanzialmente la natura del conflitto», ha dichiarato Putin.[2] I falchi occidentali hanno insistito affinché le sue dichiarazioni venissero ignorate, giudicandole un semplice bluff; non bisognava esitare a fornire missili a lungo raggio. [3] Già nel 2023 il Regno Unito e la Francia avevano fornito missili del tipo Storm Shadow e Scalp, rispettivamente, nella versione per l’esportazione con una gittata fino a 290 chilometri, il cui impiego contro obiettivi nel cuore della Russia era tuttavia vietato; erano consentiti solo attacchi contro obiettivi situati, ad esempio, in Crimea. Alla fine del 2024 il Regno Unito autorizzò per la prima volta attacchi contro obiettivi situati in territorio indiscutibilmente russo – inizialmente nella regione di Kursk.[4]

«Trascinato in guerra»

Attualmente, al centro del dibattito ci sono soprattutto i droni a lungo raggio. Grazie a questi, nelle ultime settimane l’Ucraina è riuscita a infliggere danni ingenti alla Russia: con attacchi, ad esempio, a raffinerie di petrolio, aeroporti e magazzini di rivenditori online, tutti situati nell’entroterra russo. È stato dimostrato l’impiego di droni a lungo raggio di produzione britannica, con i quali sono state attaccate, ad esempio, raffinerie di petrolio a Volgograd e a Jaroslavl, situate rispettivamente a circa 340 e 700 chilometri dal confine.[5] Il Sunday Times ha osservato seccamente: «Analisti militari ed esperti hanno dichiarato che la Russia potrebbe prendere di mira i produttori britannici»; dopotutto, questi avrebbero sostenuto l’offensiva ucraina con la fornitura dei droni.[6] Solo ad aprile Mosca aveva ribadito i propri avvertimenti e, considerando che i produttori ucraini di droni hanno iniziato a fabbricare droni a lungo raggio in nuove joint venture in paesi dell’Europa occidentale, aveva comunicato che ciò veniva considerato una «mossa intenzionale» a sostegno degli attacchi al territorio russo; l’Europa occidentale verrebbe così «trascinata in una guerra con la Russia». I droni ucraini a lungo raggio vengono prodotti anche in Germania.[7]

Navi sequestrate

Ulteriori attacchi contro la Russia spingono i paesi dell’Europa occidentale e, di recente, anche l’UE a intensificare le misure contro le navi mercantili russe che, non potendo più essere assicurate in Occidente né attraccare nei porti dei paesi europei membri della NATO, vengono bollate come «flotta ombra». Sebbene, secondo il diritto marittimo vigente, esse abbiano diritto – come tutte le altre navi del mondo – alla libera navigazione nei mari del mondo, stretti compresi (come riportato da german-foreign-policy.com [8]), la Francia, la Gran Bretagna, la Svezia e la Germania, e recentemente anche l’UE, hanno comunque iniziato ad abbordarle con pretesti e a trattenerle, almeno per un certo periodo. A giugno, ad esempio, soldati britannici hanno abbordato una petroliera russa mentre questa stava attraversando la Manica [9]. A Londra si sostiene di aver trovato una legittimazione giuridica per tale azione. Mosca, tuttavia, insiste nel ritenere che si tratti di pirateria secondo il diritto marittimo. Ha quindi reagito organizzando a luglio una manovra navale con fuoco reale a 40 miglia nautiche a sud di Plymouth. [10] Il diritto marittimo lo consente. Martedì è stato riferito che navi da guerra dell’operazione UE Irini avrebbero sequestrato una petroliera russa nel Mediterraneo. Si tratterebbe, secondo quanto riportato, già della sesta volta.[11]

Possibili “misure semimilitari”

La situazione si è recentemente inasprita quando, alla fine di agosto, il primo ministro britannico Andy Burnham ha annunciato che il Regno Unito avrebbe fornito all’Ucraina i dati di progettazione dei missili Storm Shadow, affinché potesse produrli autonomamente. Il portavoce della presidenza russa, Dmitri Peskov, ha quindi confermato che, secondo l’interpretazione giuridica russa, il Regno Unito sarebbe così «coinvolto nella guerra». [12] Un consulente del governo russo, Andrei Fedorov, ha spiegato che «prima o poi» potrebbe esserci una «reazione non solo verbale, ma forse anche visibile» da parte della Russia. Si sta discutendo su quale forma potrebbe assumere. Si parla di attacchi informatici, condotti ovviamente da hacker non ufficialmente attribuibili al governo. Naturalmente sono ipotizzabili anche risposte politiche. «Non posso escludere al cento per cento», ha proseguito Fedorov, «che possano esserci anche misure semimilitari». [13] Ad esempio, potrebbe succedere qualcosa «alle fabbriche» che in Europa occidentale «producono droni per l’Ucraina». Sono tuttavia possibili anche risposte asimmetriche che colpiscano gli Stati occidentali in un altro ambito, per punire il superamento delle linee rosse della Russia.

Violenza e contraviolenza

Se dovesse confermarsi che gli autori dell’attentato all’aeroporto di Lipsia abbiano legami con autorità russe – cosa che finora non è stata dimostrata in modo convincente –, allora l’attentato potrebbe effettivamente rappresentare parte della risposta di Mosca al superamento delle “linee rosse” della Russia. Potrebbero seguire ulteriori contrattacchi russi, per il momento ancora al di sotto della soglia di un attacco militare aperto da parte della Russia contro il territorio tedesco – britannico, francese o di altri paesi europei. La spirale di violenza e contraviolenza continuerebbe così a intensificarsi.

Non è la prima volta

La vicenda non è nuova. Nell’autunno del 2021, il presidente russo Vladimir Putin aveva proposto alla NATO di respingere per iscritto l’adesione dell’Ucraina all’alleanza militare – che rappresentava una delle “linee rosse” della Russia. Quella, secondo lui, era la sua condizione preliminare per rinunciare all’invasione dell’Ucraina. [14] L’allora segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha confermato l’accaduto nel settembre 2023 davanti ai membri del Parlamento europeo. Secondo quanto riferito, nel 2021 c’era la possibilità di evitare il superamento di una linea rossa della Russia, di entrare in una fase di seria diplomazia e, in ultima analisi, di impedire la guerra in Ucraina. Gli Stati occidentali respinsero questa proposta; Stoltenberg riferì nel 2023: «Naturalmente non l’abbiamo firmata.»[15] Le conseguenze sono note. Potrebbero ripetersi già nel prossimo futuro se si continuasse a ignorare le linee rosse della Russia.

[1] John Hudson, Dan Lamothe: “Biden mostra una crescente propensione a oltrepassare le linee rosse di Putin”. washingtonpost.com, 1 giugno 2023.

[2] Steve Rosenberg: Putin traccia una nuova linea rossa sui missili a lungo raggio. bbc.co.uk, 13 settembre 2024.

[3] Walter Clemens: Perché l’ultima “linea rossa” di Putin non verrà rispettata. cepa.org, 25 settembre 2024.

[4] Jonathan Beale, Amy Walker: L’Ucraina lancia per la prima volta contro la Russia i missili Storm Shadow forniti dal Regno Unito. bbc.co.uk, 20 novembre 2024.

[5] Nyan One-Way Effector. drone-warfare.com, 17 agosto 2026.

[6] Dominic Hauschild, Vika Sybir: Per la prima volta, droni britannici utilizzati per “attacchi in profondità” nella Russia continentale. thetimes.com, 15 agosto 2026. Vedi anche Der Weg in den Abgrund.

[7] Si veda a questo proposito Droni a lungo raggio per l’Ucraina.

[8] Si vedano a questo proposito La pirateria nel Mar BalticoLa pirateria nel Mar Baltico (II) e La pirateria nel Mar Baltico (III).

[9] Ben Clatworthy, Larisa Brown, Emma Yeomans: Il sequestro da parte del Regno Unito di una nave della flotta ombra russa è “solo l’inizio”. thetimes.com, 14 giugno 2026.

[10] Charlie Parker, Marc Bennetts: Una nave da guerra russa spara con munizioni vere vicino alle coste del Regno Unito. thetimes.com, 21 luglio 2026.

[11] Nathan Rennolds: L’UE ferma nel Mediterraneo una nave cisterna sospettata di far parte della “flotta ombra”. de.euronews.com, 1 settembre 2026.

[12], [13] Un consigliere del Cremlino avverte che gli stabilimenti britannici che producono droni potrebbero essere oggetto di attacchi. aljazeera.com, 25 agosto 2026.

[14], [15] Discorso di apertura del Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg in occasione della riunione congiunta della Commissione per gli affari esteri (AFET) e della Sottocommissione per la sicurezza e la difesa (SEDE) del Parlamento europeo, seguito da uno scambio di opinioni con i membri del Parlamento europeo. nato.int 07.09.2023.

L’autunno delle proteste

La Germania e l’Europa si trovano di fronte a un autunno di proteste contro il riarmo e la guerra. Rheinmetall intende trasformare Kassel e il suo territorio circostante in un “Defence Hub Nordhessen” – un esempio delle conseguenze concrete della militarizzazione.

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Sette

2026

KASSEL/COLONIA (Articolo redazionale) – Circa 200 manifestazioni commemorative in ricordo dell’inizio della Seconda guerra mondiale hanno dato ieri, martedì, una sorta di segnale di partenza per l’autunno di proteste contro la militarizzazione e la guerra che si profila all’orizzonte. Fino alla fine dell’anno sono state annunciate in Germania e in numerosi altri Stati europei proteste di ogni tipo, dirette contro il massiccio riarmo del continente, contro lo smantellamento dei sistemi sociali ad esso direttamente collegato e contro i preparativi bellici sempre più concreti anche nella Repubblica Federale – dagli scioperi scolastici alle azioni dei lavoratori portuali fino alle grandi manifestazioni. Ieri, martedì, a Colonia è iniziata una settimana di azioni contro la militarizzazione in inarrestabile escalation, all’insegna dello slogan «Disarmare la Rheinmetall». Come questa stia trasformando la Repubblica Federale lo dimostra in modo esemplare un annuncio del più grande gruppo tedesco nel settore degli armamenti: la Rheinmetall ha comunicato la scorsa settimana che, in collaborazione con il Land dell’Assia, trasformerà la città di Kassel e la regione circostante nel «Defence Hub Nordhessen». Finora Kassel era nota per la mostra d’arte documenta e come sede museale.

Polo della difesa dell’Assia settentrionale

La trasformazione, ora avviata, di Kassel e della regione circostante nel Defence Hub Nordhessen si inserisce nel contesto della forte presenza, già esistente oggi, di aziende del settore della difesa nella città dell’Assia settentrionale e nei suoi dintorni. In particolare, KNDS Deutschland (ex Krauss-Maffei Wegmann, KMW) e Rheinmetall, che insieme producono ad esempio il carro armato Leopard 2, dispongono in quella zona di importanti sedi che attualmente impiegano circa 2.500 (KNDS Deutschland) e 2.200 (Rheinmetall) dipendenti. Inoltre, Airbus Helicopters gestisce una filiale a Kassel, dove lavorano più di 500 dipendenti. Mentre da parte di KNDS Deutschland è stato recentemente affermato, in linea generale, che si intende continuare a crescere, il presidente del consiglio di amministrazione di Rheinmetall, Armin Papperger, comunica che la sua azienda punta ad aumentare il numero dei dipendenti fino a ben 3.000. Gli stabilimenti del gruppo a Kassel sono destinati a diventare in futuro il centro di produzione del veicolo corazzato su ruote Boxer, che Rheinmetall e KNDS producono congiuntamente. A partire dal 2029, lì dovrebbero essere prodotti 500 Boxer all’anno. Di recente, il numero annuale di unità prodotte – tra cui obici corazzati, carri da recupero e carri da genieri – era pari a 120.[1] Si afferma che Rheinmetall gestirà presto a Kassel lo stabilimento di produzione di carri armati più moderno al mondo.

Punto nevralgico militare

Oltre all’ampliamento del proprio stabilimento già esistente nella zona nord di Kassel, Rheinmetall intende avvalersi maggiormente dell’aeroporto di Kassel-Calden, situato a nord-ovest. Di recente, da lì sono partiti soprattutto voli turistici. Da un lato, è prevista la costruzione a Calden di un centro logistico con una superficie di 30.000 metri quadrati che, come comunica Rheinmetall, dovrebbe «garantire la gestione efficiente sia degli ordini nazionali che di quelli internazionali».[2] Inoltre, presso l’aeroporto è prevista la realizzazione di un centro di collaudo per droni, dove i droni sviluppati da Rheinmetall saranno testati e, se necessario, ulteriormente perfezionati. Il gruppo della difesa con sede a Düsseldorf intende investire complessivamente 260 milioni di euro a Kassel e nei dintorni; a ciò si aggiungono 25 milioni di euro messi a disposizione dallo Stato federale dell’Assia. Come ha spiegato giovedì della scorsa settimana il primo ministro dell’Assia Boris Rhein dopo la firma di una dichiarazione d’intenti con Rheinmetall, non sarà solo l’aeroporto di Kassel-Calden a diventare un «hub militare». [3] L’Assia settentrionale diventerà nel suo complesso un «efficace snodo per la moderna tecnologia di difesa». «Il Defence Hub Nordhessen», ha affermato Rhein, «unisce la forza industriale di Kassel all’infrastruttura strategica dell’aeroporto di Kassel».

Sistemi d’arma privi di componenti statunitensi

Tra i droni che Rheinmetall potrà testare nel futuro centro di prova di Kassel-Calden figurano, da un lato, i cosiddetti droni “kamikaze”: velivoli che sorvolano un’area e poi, carichi di esplosivo, si lanciano contro un bersaglio per distruggerlo. Rheinmetall ha ricevuto solo ad aprile dalla Bundeswehr l’incarico di produrre tali droni per un prezzo complessivo di 300 milioni di euro. Si tratta di sistemi d’arma del tipo FV-014, che hanno un’autonomia fino a 100 chilometri e possono volare per un massimo di 70 minuti. Sono costituiti esclusivamente da componenti europei e sono quindi indipendenti da qualsiasi influenza da parte degli Stati Uniti.[4] Inizialmente, Rheinmetall aveva intenzione di sviluppare i droni anche in collaborazione con il gruppo statunitense Anduril. Tuttavia, la partnership strategica stipulata a tal fine nel giugno 2025 con l’azienda è stata di fatto sospesa.[5] Le ragioni non sono state rese note. Tuttavia, la decisione coincide con gli sforzi del governo federale volti a ridurre il più possibile la dipendenza della Bundeswehr dai sistemi d’arma statunitensi.

droni da bombardamento

Non è ancora chiaro se Rheinmetall otterrà l’appalto auspicato per la costruzione di un drone da caccia-bombardiere – un velivolo da combattimento senza pilota che la Bundeswehr intende attualmente acquisire. Dovrebbe essere in grado di attaccare obiettivi situati nell’entroterra russo. Finora erano in lizza tre modelli. La startup specializzata in droni Helsing sta sviluppando un drone da caccia-bombardamento denominato CA-1 Europe; dovrebbe essere realizzato senza componenti statunitensi, ma sarà disponibile non prima del 2029.[6] Airbus collabora con il gruppo Kratos, che dispone già del drone Valkyrie; tuttavia, Kratos è un’azienda statunitense. Rheinmetall, dal canto suo, intende adattare insieme a Boeing il drone MQ-28 di quest’ultima, già in servizio, alle esigenze tedesche; tuttavia, anche Boeing è un gruppo statunitense. Per sfuggire all’influenza diretta degli Stati Uniti, Rheinmetall intende produrre il velivolo in collaborazione con Boeing Defence Australia; secondo quanto riferito da un dirigente, l’azienda si è fatta garantire «sovranità assoluta in materia di architettura di sistema, software e piattaforma».[7] Ad agosto è stato reso noto che, a causa di divergenze interne, l’appalto da parte della Bundeswehr subirà probabilmente ulteriori ritardi. Ciò aumenta le possibilità che Helsing riesca a aggiudicarsi l’appalto.

Proteste (I)

Si stanno ormai moltiplicando le proteste contro la Rheinmetall, il più grande gruppo tedesco nel settore degli armamenti [8], che nel primo semestre del 2026 ha registrato un aumento del fatturato del 39% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo i 5,2 miliardi di euro. A Berlino-Wedding, ad esempio, i residenti e le organizzazioni locali si oppongono da tempo al progetto di Rheinmetall di produrre munizioni proprio nel cuore di una zona residenziale. Di recente, il 10 e l’11 luglio, si sono svolte giornate di mobilitazione contro il produttore di armi. [9] Ieri, martedì, a Colonia è iniziata per l’ennesima volta una settimana di proteste all’insegna dello slogan «Disarmare Rheinmetall», diretta contro la militarizzazione in generale, ma anche, tra l’altro, contro il gruppo di Düsseldorf, e che si concluderà sabato con una manifestazione.

Proteste (II)

Sempre ieri, martedì, si sono tenute in tutta la Germania circa 200 manifestazioni commemorative, durante le quali non solo è stato ricordato l’inizio della Seconda guerra mondiale, ma anche le guerre degli anni passati e i conflitti attuali. Si è così dato di fatto il via a un autunno di proteste, durante il quale non solo in Germania, ma anche in altri paesi europei, innumerevoli persone scenderanno in piazza per protestare contro il riarmo, contro il conseguente smantellamento dei sistemi sociali e contro i preparativi bellici che si stanno concretizzando sempre più in tutto il continente. Sono stati annunciati scioperi scolastici contro il servizio militare obbligatorio (25 settembre) e ulteriori proteste di studenti per «scuole senza Bundeswehr»; proteste contro una manovra della NATO (dal 23 al 26 settembre) e una conferenza per la pace (DIDF, Federazione delle associazioni democratiche dei lavoratori) il 27 settembre ad Amburgo; grandi manifestazioni contro la guerra il 3 ottobre a Berlino e Stoccarda; una giornata internazionale di mobilitazione dei lavoratori portuali contro la guerra e la militarizzazione il 30 ottobre in numerosi porti europei, nonché un fine settimana globale contro la militarizzazione e il servizio militare obbligatorio il 21 e 22 novembre. L’elenco comprende solo le proteste sovraregionali già annunciate; è tutt’altro che completo.

[1] L’aeroporto di Kassel dovrebbe diventare un “hub militare”. hessenschau.de, 27 agosto 2026.

[2] Defence-Hub Nordhessen: Rheinmetall costruisce un nuovo centro logistico all’aeroporto di Kassel – Il Land dell’Assia sostiene l’investimento strategico. rheinmetall.com 27/08/2026.

[3] L’aeroporto di Kassel dovrebbe diventare un “hub militare”. hessenschau.de, 27 agosto 2026.

[4] Commessa da miliardi: Rheinmetall fornirà alla Bundeswehr le munizioni vaganti FV-014. rheinmetall.com, 22 aprile 2026.

[5] Mark Bergen, Gerry Doyle: La partnership tra Anduril e Rheinmetall nel settore dei droni, avviata un anno fa, viene ridimensionata. bloomberg.com, 29 luglio 2026.

[6] Nadine Schimroszik, Roman Tyborski: Rheinmetall stringe una partnership con Boeing nel settore dei droni da combattimento. handelsblatt.com, 31 marzo 2026.

[7] Frank Specht, Roman Tyborski: Il drone da caccia-bombardiere solo nel 2035? Rheinmetall mette in guardia dai ritardi. handelsblatt.com, 7 agosto 2026.

[8] Si veda a questo proposito Verso la prima divisione dell’industria degli armamenti (II).

[9] Annuschka Zak: Proiettili ben protetti. junge Welt, 11 luglio 2026.

Il nuovo Est tedesco

Gli storici accusano Berlino di concentrare, con una nuova legge, la memoria dei trasferimenti “sulla sofferenza dei tedeschi”, di creare “una narrativa nazionale autoreferenziale” e di generare nuove tensioni con l’Europa orientale.

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Sette

2026

BERLINO (Resoconto proprio) – Gli storici muovono gravi accuse contro un attuale progetto di legge del governo federale in materia di politica della memoria. Come si legge in una dichiarazione dell’Associazione degli storici e delle storiche della Germania (VDH), la nuova legge sulla fondazione ufficiosa “Fuga, espulsione, riconciliazione, presentata al Bundestag a metà agosto, concentra i complessi avvenimenti del reinsediamento dopo la Seconda guerra mondiale «sulla sofferenza dei tedeschi», tralasciando la necessaria contestualizzazione storica – ovvero la guerra di sterminio condotta dalla Germania nell’Europa orientale e sud-orientale – e creando così «una narrativa nazionale autoreferenziale», finora coltivata soprattutto dalle associazioni degli sfollati. Ciò metterebbe a rischio gli sforzi di «riconciliazione», soprattutto con la Polonia e la Repubblica Ceca. Questo nuovo orientamento avrà un ampio impatto sull’opinione pubblica, poiché incide direttamente su una mostra permanente che la Fondazione gestisce nel Centro di documentazione «Fuga, espulsione, riconciliazione», situato in una posizione centrale a Berlino. Esso va di pari passo con una riedizione della vecchia politica berlinese di «germanizzazione» nei confronti delle minoranze dell’Europa orientale e dell’Asia centrale.

Nel contesto storico

Il punto di partenza delle recenti polemiche relative alla Fondazione Fuga, Espulsione, Riconciliazione è stata la mostra permanente allestita presso il Centro di documentazione Fuga, Espulsione, Riconciliazione, da essa gestito, inaugurata nel 2021 presso la Deutschlandhaus di Berlino. Su due piani, la mostra illustra il trasferimento delle popolazioni di lingua tedesca dall’Europa orientale e sud-orientale dopo la Seconda guerra mondiale. Nel farlo, essa opera una duplice inquadramento nel contesto storico. Al primo piano viene illustrata – come descrive in modo esemplare lo storico Felix Ackermann, docente presso l’Università a distanza di Hagen – «la storia precedente al nazionalismo etnico e alla migrazione coatta imposta dallo Stato», con particolare riferimento ai diversi casi di fuga, espulsione e reinsediamento nell’Europa del XX secolo. [1] Partendo da questi contenuti, il secondo piano è poi incentrato sul reinsediamento postbellico dei tedeschi. A questo elemento centrale della mostra permanente precede tuttavia una panoramica piuttosto sintetica della guerra di sterminio con cui la Germania nazista ha devastato parti considerevoli dell’Europa orientale e sud-orientale. Si tratta di un elemento imprescindibile; senza la sua conoscenza, non è possibile inquadrare e comprendere adeguatamente il complesso fenomeno dei trasferimenti.

I territori orientali «non sono stati ceduti»

L’assetto complessivo della mostra permanente viene ampiamente descritto come un “compromesso” raggiunto tra le associazioni degli sfollati, di orientamento prevalentemente di destra, e il comitato consultivo scientifico della Fondazione Fuga, Sfollamento, Riconciliazione, di cui fanno parte, non da ultimo, storici provenienti dalla Polonia e dalla Repubblica Ceca. Finora questo compromesso è stato preservato dalla direttrice del Centro di documentazione, la storica Gundula Bavendamm. A metà del 2024, tuttavia, le associazioni degli sfollati hanno di fatto rescisso il compromesso e sono passate energicamente all’offensiva. Ad esempio, in una lettera inviata a Bavendamm dall’allora presidente dell’Unione degli sfollati (BdV), Bernd Fabritius (CSU), si affermava che il collegamento tra il fenomeno del trasferimento e la guerra di sterminio tedesca dovesse essere interrotto, poiché in tal modo «il contesto veniva confuso con la causalità». [2] Fabritius contestava inoltre che il riconoscimento dei confini statali polacchi da parte della Repubblica Federale nel 1990 non potesse essere definito «giuridicamente» «una cessione» degli ex territori orientali del Reich tedesco. [3] L’affermazione suscita perplessità. Essa ricorda che il trattato sui confini tra la Repubblica Federale Tedesca e la Polonia si limita a «confermare» il confine tra i due Stati, definendolo «inviolabile» e rinunciando a «pretese territoriali». Esso non contiene tuttavia un riconoscimento incondizionato che definisca il confine definitivamente «inviolabile». Ciò lascia, come suggerisce ora l’affermazione di Fabritius, eventualmente aperte alcune scappatoie.[4]

La cricca dei profughi di Berlino

L’offensiva delle associazioni degli sfollati ha acquisito slancio dopo il cambio di governo dello scorso anno. In un primo momento, ciò ha portato a non rinnovare il contratto della direttrice del Centro di documentazione, Bavendamm, nel novembre 2025 e a indire un nuovo bando per la posizione, nonostante la protesta unanime del comitato consultivo scientifico. Gli addetti ai lavori hanno individuato, oltre alle stesse associazioni degli sfollati, anche il Gruppo degli sfollati, dei rimpatriati e delle minoranze tedesche del gruppo parlamentare CDU/CSU al Bundestag, strettamente legato a queste associazioni, all’opera in questo contesto. Il loro leader, Klaus-Peter Willsch (CDU), fa parte del consiglio di fondazione della Fondazione Fuga, Espulsione, Riconciliazione, così come Stephan Mayer, vicepresidente del Gruppo degli sfollati e successore di Fabritius alla presidenza del BdV. La persona a cui volevano affidare la direzione del Centro di documentazione, in successione a Bavendamm, era Sven Oole. Sebbene, come hanno osservato i critici, Oole non avesse «alcuna esperienza dirigenziale nei musei tedeschi» né avesse presentato alcuna «pubblicazione scientifica» in materia, «in qualità di amministratore delegato di lunga data del “Gruppo degli sfollati” conosceva alla perfezione i suoi obiettivi storico-politici». [5] La candidatura di Oole fallì a causa della minaccia del Circolo dei consulenti scientifici di dimettersi in blocco in caso di sua elezione. Alla fine fu eletto Roland Borchers, del quale si dice che non si sappia «in che direzione intenda portare la fondazione».[6]

«Una narrazione nazionale autoreferenziale»

L’attività di Borchers dovrebbe ora, tuttavia, essere soggetta a una forte limitazione dal punto di vista dei contenuti a causa di una nuova legge sulla Fondazione “Fuga, Espulsione, Riconciliazione”, approvata dal Governo federale a luglio e presentata al Bundestag a metà agosto.[7] Già alla fine di maggio l’Associazione degli Storici e delle Storiche della Germania (VHD) aveva mosso aspre critiche nei confronti di tale legge. La critica deriva, da un lato, dal fatto che in futuro il Incaricato del Governo federale per le questioni relative agli espatriati e alle minoranze nazionali, Bernd Fabritius, occuperà un seggio aggiuntivo nel consiglio della fondazione; in questo modo, di fatto, il BdV otterrebbe «una posizione di maggioranza garantita dall’esecutivo nell’organo di controllo della fondazione», si legge in una dichiarazione della VHD, che mette esplicitamente in guardia dai «cattivi esempi di una politica della memoria guidata dallo Stato».[8] D’altra parte, si afferma che la nuova legge concentri in misura particolare il lavoro della Fondazione «sulla sofferenza dei tedeschi» e sostituisca «la contestualizzazione storica della fuga e dell’espulsione con una narrativa nazionale autoreferenziale». Ciò rafforzerebbe «gli attuali rischi che minacciano gli sforzi di riconciliazione, in particolare con i vicini dell’Europa orientale della Repubblica Federale», soprattutto con la Polonia e la Repubblica Ceca. Infine, si afferma che la legge, in contrasto con l’apertura degli ultimi anni, «definisce nuovamente i tedeschi come una comunità basata sulla discendenza».

«L’Est della Germania»

Il contesto politico generale è stato descritto di recente dallo storico Felix Ackermann. Ackermann ritiene che la nuova legge non miri semplicemente a strappare il fenomeno dei trasferimenti dal suo contesto storico e a limitarne la memoria a livello nazionale. Egli sottolinea inoltre che il governo federale ha sottratto la Fondazione Fuga, Espulsione, Riconciliazione alla competenza del Commissario federale per la cultura, assegnandola alla sfera di competenza del Ministero federale dell’Interno. Il sottosegretario di Stato parlamentare Christoph de Vries, vicepresidente del Gruppo degli sfollati all’interno del gruppo parlamentare dell’Unione al Bundestag, sta inoltre promuovendo «l’apertura di nuove vie di immigrazione per i cosiddetti “appartenenti al popolo”». [9] In effetti, mentre politici come de Vries si battono per una restrizione drastica dell’immigrazione dei rifugiati, il Ministero federale dell’Interno punta a una revisione delle norme sull’immigrazione per i membri delle minoranze di lingua tedesca nell’Europa orientale e nell’Asia centrale, che consenta anche ai germanofoni nati dopo il 31 dicembre 1992 di ottenere la cittadinanza tedesca. La doppia enfasi sulla germanicità, osserva Ackermann, permette di immaginare «le zone di espulsione … come un insieme che costituisce un Oriente tedesco» – «come ai tempi di Adenauer».[10]

«Di macabra coerenza»

Il fatto che «la competenza per la tutela della storia della Germania orientale» ricada d’ora in poi nuovamente sul Ministero federale dell’Interno, che come è noto non è competente per gli affari esteri, ma per quelli interni, suona, secondo Ackermann, «come una brutta battuta». Si tratterebbe però «in realtà… di una conseguenza macabra».[11]

[1] Felix Ackermann: Acquisizione respinta con successo. taz.de, 26 marzo 2026.

[2], [3] Andreas Kilb: “L’occupazione di un luogo della memoria”. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 17 marzo 2026.

[4] Il fatto che il trattato di confine tra la Repubblica Federale di Germania e la Polonia sia un trattato “relativo alla conferma del confine esistente tra i due paesi” e che, nel suo contenuto, costituisca un trattato di rinuncia all’uso della forza, e non un trattato incondizionato di riconoscimento dei confini, era già stato sottolineato più di due decenni fa da Christoph Koch, per molti anni presidente della Società Tedesco-Polacca della Repubblica Federale di Germania, in un’intervista a german-foreign-policy.com; vedi la nostra intervista a Christoph Koch. Per il testo del trattato: Trattato tra la Repubblica Federale di Germania e la Repubblica di Polonia sulla conferma del confine esistente tra le due parti.

[5] Andreas Kilb: “L’occupazione di un luogo della memoria”. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 17 marzo 2026.

[6] Jochen Buchsteiner: Nel terreno minato dell’espulsione. Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung, 5 aprile 2026.

[7] Legge sulla Fondazione “Fuga, Espulsione, Riconciliazione”. dip.bundestag.de.

[8] La VHD critica il disegno di legge “Fondazione Fuga, Espulsione, Riconciliazione”. historikerverband.de, 26 maggio 2026.

[9], [10], [11] Felix Ackermann: La nuova politica della memoria in Germania. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 24 luglio 2026.

Servizi segreti in guerra (II)

Nel quadro dei suoi preparativi bellici, Berlino sta pianificando un ampio ampliamento dei margini di manovra dei servizi segreti sia esteri che interni, compresi i poteri operativi finora riservati alla polizia.

27

Agosto

2026

BERLINO (Articolo proprio) – Crescono le proteste contro il disegno di legge approvato dal governo federale volto ad ampliare i poteri dei servizi segreti tedeschi. Esperti di protezione dei dati, ordini dei medici, giornalisti e politici dell’opposizione muovono aspre critiche. Il governo intende concedere ai servizi segreti tedeschi nuovi e ampi margini di manovra attraverso una nuova legge. Tra le altre cose, si prevede di facilitare complessivamente l’accesso dei servizi ai sistemi informatici, di prolungare la conservazione dei dati e di automatizzarne l’analisi. In futuro, i servizi dovrebbero poter effettuare anche le cosiddette perquisizioni online. Una novità fondamentale è che, per la prima volta dalla fine del fascismo tedesco, i servizi segreti saranno nuovamente autorizzati ad adottare le cosiddette misure operative. In nome della difesa dai cosiddetti attacchi ibridi, Berlino continua a promuovere la sfumatura dei confini tra polizia, servizi segreti ed esercito, appiattendo sempre più la distinzione tra nemico esterno e critici interni. La nuova legge sui servizi segreti rappresenta un ulteriore passo avanti del percorso della Repubblica Federale verso la cosiddetta autonomia strategica, ovvero l’indipendenza militare e politica rispetto ad altri Stati, in particolare dagli Stati Uniti.

Lista dei desideri esaudita

Con il disegno di legge sulla “riforma della normativa sui servizi di intelligence”, il governo federale intende ampliare “sistematicamente in quasi tutti i settori” i poteri dei servizi segreti tedeschi, come spiega in un comunicato stampa.[1] In questo contesto, il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt ringrazia espressamente il ministro della Difesa Boris Pistorius: «In stretta collaborazione» si è riusciti a «riscrivere completamente la legge sui servizi di intelligence» – e per di più «in sordina».[2] La nuova legge soddisfa «una lista di desideri dei servizi segreti», afferma il quotidiano liberale britannico The Guardian. [3] In futuro, i servizi dovrebbero poter conservare più a lungo i dati delle telecomunicazioni raccolti – i contenuti per sei mesi, i cosiddetti metadati addirittura per dodici mesi – per poterli analizzare anche «retroattivamente». La legge dovrebbe inoltre facilitare l’analisi, consentendo ad esempio un’analisi automatizzata supportata dall’intelligenza artificiale e prevedendo l’«eliminazione degli ostacoli amministrativi». Si intende facilitare «l’uso di strumenti per il confronto biometrico dei dati visivi, per l’impiego dell’intelligenza artificiale e per l’ulteriore trattamento dei dati a fini di ricerca e sviluppo» e persino la trasmissione dei dati «ad altre autorità e soggetti privati». Nel complesso, si tratterebbe di un «rafforzamento delle possibilità di accesso ai sistemi informatici» – dal «frigorifero intelligente» al cellulare privato e alle telecamere di sorveglianza negli spazi pubblici, si afferma.[4]

Poteri operativi

Con questa legge, il governo federale concede inoltre al Servizio federale di intelligence (BND) e all’Ufficio federale per la protezione della Costituzione ampi poteri che, secondo il ministro dell’Interno Dobrindt, «vanno ben oltre la raccolta di informazioni». [5] Non si tratta solo del fatto che in futuro i servizi «possano vedere e sentire meglio», ma soprattutto di «poter agire attivamente nei confronti dei nostri avversari […]». Oltre alle perquisizioni online, ciò comprende l’autorizzazione a «alterare» i dati in futuro – «ovviamente», secondo il ministro: «Questo è il mandato». La misura rappresenta una svolta storica: per la prima volta dalla fine del fascismo tedesco, i servizi segreti tedeschi ottengono «poteri operativi», ovvero l’autorizzazione a intraprendere «misure attive» che dal 1945 erano rigorosamente riservate alla polizia. Tra i nuovi poteri rientra espressamente anche quello di «falsificare gli strumenti del reato […]»; è inoltre consentita «la manipolazione delle forniture di merci mediante l’inserimento di componenti difettosi, l’intrusione mirata nei sistemi informatici di fabbriche di droni o laboratori di armi chimiche a scopo di sabotaggio, oppure lo spegnimento o la messa fuori uso di server di gruppi di hacker statali o di attori che diffondono disinformazione», i cosiddetti «hackback» [6] – il tutto anche «in modo proattivo» [7].

Critica

Il progetto di legge sta suscitando ampie critiche. Ad esempio, l’ex presidente della commissione parlamentare di controllo sui servizi di intelligence, Konstantin von Notz (Bündnis 90/Die Grünen), lamenta che esso non operi alcuna distinzione tra l’attività di polizia e quella dei servizi segreti. Notz è favorevole all’ampliamento dei poteri del servizio segreto estero, ovvero il BND, ma ritiene che concedere gli stessi poteri al servizio segreto interno, l’Ufficio per la protezione della Costituzione, sia «discutibile dal punto di vista dello Stato di diritto», «sconsiderato e pericoloso». [8] Secondo la nuova legge, in futuro i servizi segreti interni potranno, ad esempio, entrare di nascosto negli studi medici e terapeutici. Di conseguenza, l’Associazione federale dei medici convenzionati (KBV) e l’Ordine federale dei medici la criticano aspramente: con essa verrebbe «minato il diritto al segreto professionale del medico e violata la sfera riservata tra medici e pazienti, che necessita di tutela». [9] Il presidente dell’Ordine dei medici dell’Assia vede nel progetto di legge «una mancanza di rispetto nei confronti della professione medica»; esso minerebbe il rapporto di fiducia tra medico e paziente.[10] Dobrindt non dà alcun peso a questa critica, «perché agiamo sempre in modo adeguato». [11] L’Associazione tedesca dei giornalisti (DJV) critica in una dichiarazione il fatto che il progetto di legge utilizzi «concetti molto vaghi», per cui «anche iniziative pacifiche» potrebbero finire nel mirino dei servizi segreti. In futuro i giornalisti non potrebbero più garantire la tutela delle fonti. Inoltre, sarebbe incostituzionale la «differenziazione delle soglie di intervento in base alla cittadinanza e al luogo di soggiorno». Contrariamente a quanto previsto dal progetto di legge, anche i giornalisti stranieri e quelli tedeschi che operano all’estero dovrebbero essere tutelati dai servizi di intelligence.[12]

Mancanza di controllo

L’ex commissaria federale per la protezione dei dati Louisa Specht-Riemenschneider, dal canto suo, aveva già messo in guardia in precedenza dal sottrarre alla sua ex autorità la funzione di controllo sul BND per centralizzarla nell’organismo di controllo indipendente. Ulrich Kelber, professore onorario di etica dei dati e predecessore di Specht-Riemenschneider, condivide la sua critica: I servizi segreti «decidono in ultima istanza» da soli cosa «possa essere controllato». L’Organo di controllo indipendente – che in futuro sarà l’unico strumento di controllo – «non potrà opporsi a un diritto di accesso negato», secondo la valutazione dell’esperto di protezione dei dati. Il «caso di autorizzazione» introdotto dal disegno di legge conferirebbe al BND «ampi poteri speciali» e, al contempo, ridurrebbe ulteriormente le possibilità di controllo – e ciò senza che il Bundestag debba deliberare, come finora richiesto, lo stato di tensione o di difesa. Kelber vede in ciò uno «spostamento di potere, costituzionalmente discutibile, a discapito del Parlamento eletto». Il progetto di legge, che il governo federale sta promuovendo proprio anche con un presunto miglioramento degli organi di controllo, suscita in lui «quasi l’impressione di un sabotaggio mirato della supervisione indipendente» sui servizi segreti.[13]

Repressione

Come di consueto dal 2014, Dobrindt giustifica anche questa misura di potenziamento interno con una minaccia da parte della Russia. La Germania sarebbe «bersaglio quotidiano di una guerra ibrida»; l’estensione dei poteri dei servizi segreti sarebbe solo «una risposta all’attuale situazione di minaccia». Durante un’audizione davanti alla commissione parlamentare di controllo, il presidente dell’Ufficio per la protezione della Costituzione Sinan Selen aveva ammesso che il suo servizio classifica come «attacchi ibridi» della Russia anche episodi non chiaramente attribuibili a tale paese.[14] In questo modo, la distinzione tra nemico esterno e critici interni viene ulteriormente appiattita. Di conseguenza, secondo la nuova legge, i servizi segreti interni potrebbero in futuro adottare misure operative non solo in caso di «attacchi ibridi» effettivi o presunti, ma anche in caso di «disordini significativi in ampie fasce della popolazione». Berlino prevede che, in caso di guerra, il trasporto di truppe NATO attraverso la Germania verso il nuovo fronte orientale provochi resistenze da parte della popolazione.[15]

Autonomia strategica

Finora la Germania è dipesa dal sostegno dei servizi segreti stranieri, sostiene il ministro dell’Interno Dobrindt. Berlino spera evidentemente che il rafforzamento dei servizi segreti tedeschi le garantisca una posizione migliore rispetto a Washington, Parigi e Londra – passando dal ruolo di partner minore a quello di interlocutore “da prendere sul serio” e “alla pari”. [16] Il progetto di legge dovrebbe contribuire a far sì che i servizi segreti tedeschi «non restino più indietro rispetto a quelli degli altri partner europei». In questo modo Berlino «risponderebbe alla propria pretesa di assumere un ruolo di leadership in materia di politica di sicurezza in Europa».[17]

[1] Il Consiglio dei ministri federale approva la riforma della normativa sui servizi di intelligence. bmi.bund.de, 12 agosto 2026.

[2] Conferenza stampa con la ministra federale Warken e il ministro federale Dobrindt sulla riforma della normativa relativa ai servizi di intelligence. bundesregierung.de, 12 agosto 2026.

[3] Deborah Cole: La Germania approva l’abolizione delle restrizioni sui servizi segreti nell’ambito di una “rivoluzione” in materia di sicurezza. theguardian.com, 12 agosto 2026.

[4] Il Consiglio dei ministri federale approva la riforma della normativa sui servizi di intelligence. bmi.bund.de, 12 agosto 2026. [5], [6] Conferenza stampa con la ministra federale Warken e il ministro federale Dobrindt sulla riforma della normativa sui servizi di intelligence. bundesregierung.de, 12 agosto 2026.

[7] Il Consiglio dei ministri federale approva la riforma della normativa sui servizi di intelligence. bmi.bund.de, 12 agosto 2026. [8] Adam Schwedhelm: «Avventato e pericoloso». taz.de, 11 agosto 2026.

[9] Parere dell’Ordine federale dei medici sulla bozza di legge relativa alla riforma della normativa sui servizi di intelligence. bundesaerztekammer.de, 27 luglio 2026.

[10] Ordine federale dei medici: tutelare il rapporto medico-paziente nell’ambito della riforma della normativa sui servizi di intelligence. aerzteblatt.de, 31 luglio 2026.

[11] Conferenza stampa con la ministra federale Warken e il ministro federale Dobrindt sulla riforma della normativa in materia di servizi di intelligence. bundesregierung.de, 12 agosto 2026.

[12] Sulla prevista riforma della normativa in materia di servizi di intelligence. djv.de.

[13] Ulrich Kelber: “Senza misura, incontrollato e poco trasparente”. netzpolitik.org, 22 luglio 2026.

[14] Si veda a questo proposito Servizi segreti in grado di combattere.

[15] Si veda a questo proposito I civili in guerra (III).

[16], [17] Conferenza stampa con la ministra federale Warken e il ministro federale Dobrindt sulla riforma della normativa in materia di servizi di intelligence. bundesregierung.de, 12 agosto 2026.

Interruzioni della produzione e carenza di gas naturale

Le nuove sanzioni statunitensi contro l’Iran prolungano il blocco dello Stretto di Hormuz e rischiano quindi di provocare in Germania un ulteriore aumento dei prezzi, interruzioni della produzione e carenza di gas naturale durante l’inverno.

26

Agosto

2026

TEHERAN/BERLINO/WASHINGTON (Articolo proprio) – Il recente inasprimento della guerra economica degli Stati Uniti contro l’Iran aumenta i rischi di un ulteriore aumento dei prezzi, nonché di maggiori perdite di produzione nell’industria tedesca e il pericolo di una carenza di gas naturale in inverno. Il ministro delle Finanze statunitense Scott Bessent ha annunciato lunedì che l’amministrazione Trump intende isolare completamente l’Iran dal punto di vista economico e spingerlo verso il collasso economico. Teheran ha dichiarato che si opporrà con determinazione a tali misure. Ciò rende improbabile una nuova apertura dello Stretto di Hormuz al commercio. Le aziende tedesche dipendono da numerosi prodotti semilavorati, fabbricati in altri paesi utilizzando materie prime a basso costo provenienti dagli Stati del Golfo. A causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, questi prodotti semilavorati devono ora essere realizzati utilizzando risorse più costose, il che fa lievitare i prezzi per le aziende tedesche. Allo stesso tempo, le loro scorte sono molto spesso esigue; se i prodotti semilavorati non potessero più essere consegnati a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, molte aziende tedesche rischierebbero di subire interruzioni della produzione dopo al massimo tre settimane. A causa degli elevati prezzi del gas naturale, i livelli di riempimento dei serbatoi di gas sono ai minimi storici.

Materie prime più costose (I)

Fin dall’inizio della guerra in Iran si sente ripetutamente parlare di rischi crescenti e prezzi più elevati nell’approvvigionamento di prodotti semilavorati da parte delle aziende tedesche. Ne sono un esempio i profili in alluminio per impianti solari che, secondo un’analisi della società di consulenza sugli acquisti Inverto, le aziende europee acquistano dalla Turchia. I produttori turchi acquistano parte del loro alluminio grezzo dai Paesi del Golfo Persico. Quando, a partire da marzo, le importazioni da quelle zone si sono interrotte a causa del blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, hanno dovuto ricorrere ad altri fornitori che praticavano prezzi più elevati. Questi ultimi hanno poi trasferito i maggiori costi sui clienti in Europa. Secondo Inverto, da allora questi ultimi devono pagare tra il 10 e il 20 per cento in più rispetto a prima per l’alluminio grezzo.[1] E non si tratta di casi isolati. Secondo un sondaggio della società di ricerche di mercato Civey, condotto per conto del quotidiano «Handelsblatt» su un campione di 750 imprenditori tedeschi, per il 52 per cento di loro i prezzi delle materie prime o dei prodotti intermedi importanti, come ad esempio i metalli o i semiconduttori, sono aumentati in modo sensibile.[2] Ben la metà di loro si è quindi vista costretta a trasferire a sua volta i prezzi più elevati ai propri clienti.

Materie prime più costose (II)

Un altro esempio, che tuttavia non è del tutto svantaggioso per l’economia tedesca, è rappresentato dal settore chimico. Già da alcuni anni le aziende cinesi sono in grado di offrire in Germania ogni tipo di prodotto chimico e plastica a prezzi inferiori rispetto alle tradizionali multinazionali tedesche – tra l’altro grazie alle economie di scala rese possibili in Cina dall’enorme mercato interno, ma anche a causa del notevole aumento dei prezzi del gas naturale in Germania, dovuto al disaccoppiamento dalla Russia voluto a livello politico (come riportato da german-foreign-policy.com [3]). Lo scorso anno le importazioni tedesche di prodotti chimici e principi attivi farmaceutici dalla Cina hanno continuato ad aumentare, superando a tratti di circa un terzo il livello dello stesso mese dell’anno precedente. [4] Da marzo sono tornate a diminuire, poiché l’industria cinese dipende molto più di quella tedesca dalle materie prime provenienti dalla regione del Golfo e deve quindi affrontare conseguenti difficoltà. Di conseguenza, le aziende tedesche che necessitano di questi prodotti intermedi non possono più procurarsi i prodotti cinesi a basso costo, ma devono ricorrere alle merci più costose dei gruppi chimici tedeschi.[5] I loro costi aumentano così in modo considerevole.

Nur temporäre Erleichterungen

Konzerne wie BASF, Lanxess oder Evonik freilich, deren Absatz unter der chinesischen Konkurrenz gelitten hatte, können ihre Produkte nun wieder in Deutschland verkaufen, und das zu bis zu 30 Prozent höheren Preisen.[6] Während ihre Abnehmer Einbußen hinnehmen müssen, verzeichneten sie im zweiten Quartal 2026 einen satten Umsatzanstieg von 7 (Lanxess), 11 (Evonik) bzw. 16 (BASF) Prozent. Allerdings werden die Zugewinne weithin als „temporäre Effekte“ eingestuft, die nach der branchenspezifischen „Sonderkonjunktur“ aufgrund des Irankriegs wieder verschwinden werden. Evonik-Chef Christian Kullmann urteilt: „An den fundamentalen Problemen unserer Branche ändert das … nichts.“

Maximal drei Wochen

Manchen Unternehmen droht aufgrund der Sperrung der Straße von Hormus laut Berichten des Handelsblatts sogar ein kompletter Lieferausfall. Hatte im Januar der Anteil der Firmen, die – aus welchen Gründen auch immer – über ernste Probleme bei der Beschaffung ihrer Vorprodukte klagten, bei recht durchschnittlichen 5,8 Prozent gelegen, so war der Anteil im April auf 13,8 Prozent in die Höhe geschnellt; im Mai erreichte er 15,9 Prozent.[7] Im Juli ging er – getrieben durch die Hoffnung, der Irankrieg und damit auch die faktische Sperrung der Straße von Hormuz könnten ihrem Ende entgegengehen – wieder auf 13,8 Prozent zurück. Nach der jüngsten Eskalation des US-Wirtschaftskriegs gegen Iran durch die Trump-Administration schwindet diese Hoffnung wieder. Es kommt hinzu, dass die Lagerbestände deutscher Unternehmen in vielen Fällen unzureichend sind, um eine längere ernste Krise zu überstehen. Laut der erwähnten Civey-Umfrage haben lediglich 22 Prozent der befragten Unternehmen seit Beginn des Irankriegs mehr Vorprodukte und Rohstoffe eingelagert, um Ausfälle länger überbrücken zu können.[8] Eine Umfrage der Lieferkettenberatung Proxima zeigt zudem, dass 56 Prozent der deutschen Großkonzerne Störungen ihrer Lieferkette maximal für drei Wochen überstehen können; dann wäre für sie Schluss mit der Produktion.

Erdgasmangel im Winter

Ausfälle drohen außerdem einmal mehr beim Erdgas. Die deutschen Gasspeicher waren schon im Februar mit einem Füllstand von lediglich 20,5 Prozent ungewöhnlich leer. Da seit dem US-amerikanisch-israelischen Überfall auf Iran am 28. Februar der Erdgaspreis in die Höhe geschnellt ist – aktuell pendelt der für Europa relevante Terminkontrakt TTF zwischen 65 und 69 Euro pro Megawattstunde; im Februar lag er bei 30 Euro –, füllten die Betreiber die Speicher viel langsamer auf als üblich: Sie spekulierten auf niedrigere Preise nach einem erhofften Kriegsende im Herbst. Das tritt nun offenbar nicht ein. Aktuell sind die Speicher gerade einmal zu 50 Prozent gefüllt; das ist der niedrigste Stand seit Einführung der Statistik im Jahr 2009. Der gesetzlich vorgeschriebene Füllstand von 80 Prozent am 1. November gilt in Branchenkreisen als „praktisch unerreichbar“.[9] Bei der aktuellen Einspeicherungsrate würden die Speicher an diesem Stichtag sogar unter 70 Prozent bleiben, warnt der deutsche Verband der Gasfernleitungsnetzbetreiber. Abgesehen von den offenkundigen Risiken für die privaten Verbraucher warnt mittlerweile der Maschinenbauverband VDMA, man befürchte „Versorgungsengpässe im kommenden Winter“: „Physischer Gasmangel oder explodierende Preise wären eine signifikante Gefahr für die Industrie“.[10]

Zwei Nadelöhre gleichzeitig

Eppure la situazione generale potrebbe persino aggravarsi ulteriormente. Un’esperta della società di consulenza per gli acquisti Proxima sottolinea infatti che, oltre allo Stretto di Hormuz, anche lo stretto di Bab al-Mandab (“Porta delle Lacrime”) presso Gibuti non è più facilmente navigabile a causa degli attacchi degli Houthi yemeniti. Nello Stretto di Hormuz si configurerebbe un «rischio energetico», spiega l’esperta riferendosi ai trasporti di petrolio e gas bloccati. A Bab al Mandab, invece, si dovrebbe constatare un «rischio legato ai container»; lì vengono trasportati, tra l’altro, beni di consumo, elettronica e componenti meccanici. [11] «La novità», spiega l’esperta di Proxima, «è che entrambi questi colli di bottiglia sono contemporaneamente interessati da perturbazioni e che, per la prima volta, tali perturbazioni si rafforzano a vicenda».

[1] Judith Henke: L’industria teme le carenze, ma continua a perseguire la strategia dei prezzi bassi. handelsblatt.com, 6 agosto 2026.

[2] Florian Kolf, Bert Fröndhoff, Katrin Terpitz, Anna Westkämper: Escalation in Iran? Le aziende tedesche sarebbero impreparate. handelsblatt.com, 23 agosto 2026.

[3] Si veda a questo proposito La fine del modello di esportazione tedesco.

[4] Bert Fröndhoff: Il calo delle importazioni dalla Cina rafforza BASF, Lanxess ed Evonik. handelsblatt.com, 7 agosto 2026.

[5], [6] Florian Kolf, Bert Fröndhoff, Katrin Terpitz, Anna Westkämper: Escalation in Iran? Le aziende tedesche sarebbero poco preparate. handelsblatt.com, 23 agosto 2026.

[7] Un’azienda industriale su sei lamenta difficoltà di approvvigionamento. handelsblatt.com, 2 giugno 2026.

[8] Florian Kolf, Bert Fröndhoff, Katrin Terpitz, Anna Westkämper: Escalation in Iran? Le aziende tedesche sarebbero poco preparate. handelsblatt.com, 23 agosto 2026.

[9] Obiettivo di stoccaggio «praticamente irraggiungibile». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 21 agosto 2026.

[10] Allarme per la carenza di gas. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 25 agosto 2026.

[11] Florian Kolf, Bert Fröndhoff, Katrin Terpitz, Anna Westkämper: Escalation in Iran? Le aziende tedesche sarebbero poco preparate. handelsblatt.com, 23 agosto 2026.

Nell’era delle armi nucleari (III)

Il governo federale sta valutando la possibilità di partecipare alle forze nucleari britanniche, ad esempio fornendo missili. Ciò potrebbe comportare, in determinate circostanze, un diritto di voce in capitolo sulle armi nucleari britanniche.

31

Agosto

2026

LONDRA/BERLINO (Notizia propria) – A Berlino si sta valutando la possibilità di cooperare con le forze nucleari del Regno Unito. È quanto riporta il quotidiano The Telegraph. Ciò potrebbe garantire alla Germania una certa influenza, forse addirittura un diritto di parola, sull’impiego delle armi nucleari. Come primo passo, si sta discutendo la possibilità di fornire supporto non nucleare alle forze nucleari del Regno Unito – ad esempio attraverso l’invio di batterie di difesa aerea Patriot alla base sottomarina scozzese di Faslane, dove sono di stanza sottomarini nucleari armati con testate nucleari. Inoltre, a lungo termine, si potrebbero sostituire gli elementi statunitensi delle forze nucleari britanniche – ad esempio i missili Trident – con sistemi d’arma tedesco-britannici. Alla base di queste riflessioni c’è il potenziamento della cooperazione tedesco-britannica nel settore degli armamenti, che ha subito un’accelerazione soprattutto dall’anno scorso e comprende ingenti investimenti da parte delle aziende tedesche produttrici di armi nel Regno Unito, da Rheinmetall a Helsing. Negli ambienti della difesa si parla già di un’«età dell’oro» della cooperazione tedesco-britannica nella produzione di sistemi d’arma di ogni tipo – dai carri armati ai droni controllati dall’intelligenza artificiale.

Una cooperazione nel settore degli armamenti in forte espansione

Le basi dell’attuale boom della cooperazione tedesco-britannica nel settore della difesa sono state gettate già poco dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE, avvenuta il 31 gennaio 2020. A seguito dei preparativi del caso, il 30 giugno 2021 i ministri degli Esteri dei due Paesi hanno firmato una dichiarazione congiunta di intenti sulla cooperazione tedesco-britannica in materia di politica estera. A seguito di un accordo tra il Cancelliere federale Olaf Scholz e il Primo Ministro Rishi Sunak del 24 aprile 2024, che prevedeva tra l’altro un intensificarsi della cooperazione in materia di armamenti e militare, nonché di una dichiarazione dei ministri della Difesa di entrambi i Paesi del 24 luglio 2024, anch’essa incentrata su una cooperazione in materia di armamenti nettamente più forte, il 23 ottobre 2024 è stato siglato il Trinity House Agreement, il primo a elencare «progetti chiave concreti per lo sviluppo congiunto delle capacità in tutte le dimensioni». A concludere la serie di accordi bilaterali è stato il Trattato di Kensington sull’amicizia e la cooperazione bilaterale del 17 luglio 2025, che comprendeva un’ampia gamma di obiettivi di cooperazione, ad esempio in ambito economico, della ricerca e dell’istruzione; anche questo, del resto, faceva riferimento non da ultimo alla politica estera e militare.[1]

Investimenti tedeschi

L’espansione della cooperazione nel settore della difesa consiste attualmente soprattutto negli investimenti delle aziende tedesche produttrici di armi nel Regno Unito, che dallo scorso anno hanno registrato un’impennata. Rheinmetall, ad esempio, produce in Gran Bretagna veicoli corazzati da combattimento del tipo Boxer e ha inaugurato a Telford una “UK Gun Hall”, dove vengono realizzati sistemi di artiglieria e cannoni per carri armati. [2] Anche le startup tedesche specializzate in droni stanno costruendo stabilimenti nel Regno Unito. Stark Defence, ad esempio, produce in un nuovo stabilimento a Swindon droni di ogni tipo, tra cui quelli in grado di lanciarsi contro i carri armati nemici da una distanza massima di 100 chilometri per distruggerli. Secondo quanto dichiarato, questa soluzione sarebbe più economica rispetto ai missili convenzionali. [3] Nel Regno Unito ha ormai iniziato a investire anche Helsing, attualmente la startup europea del settore della difesa con la valutazione più alta, pari a 18 miliardi di euro. A Plymouth, Helsing produce droni sottomarini controllati tramite intelligenza artificiale (IA) e in grado di individuare i sottomarini nemici. Secondo quanto riportato, si prevede non da ultimo di impiegarli in gran numero per creare una sorta di catena difensiva sottomarina. In questo modo dovrebbe essere possibile proteggere le acque dall’intrusione di sottomarini e navi nemiche.[4]

Attacco di precisione profonda (DPS)

Tra i progetti di armamento tedesco-britannici più significativi finora realizzati figurano quelli relativi allo sviluppo e alla produzione di armi di precisione a lungo raggio (Deep Precision Strike, DPS), con le quali si prevede di poter colpire obiettivi situati in profondità nel territorio nemico. Attualmente l’attenzione è rivolta in particolare alla preparazione di attacchi contro obiettivi situati in profondità nel territorio russo. La Germania e il Regno Unito, in attuazione delle disposizioni del Trinity House Agreement, hanno iniziato a sviluppare diversi missili – tra cui quelli ipersonici – con una gittata superiore ai 2.000 chilometri. Si prevede che siano operativi intorno al 2034.[5] A questi si sono aggiunti nel frattempo ulteriori programmi. A margine del vertice NATO di Ankara, Londra ha lanciato una nuova iniziativa alla quale partecipano complessivamente dodici Stati membri della NATO, tra cui la Repubblica Federale Tedesca. Anche in questo caso l’obiettivo è quello di costruire armi di precisione a lungo raggio; si parla di un missile da crociera e di un altro missile ipersonico. Gli esperti ritengono che la Germania assumerà un ruolo di primo piano anche nell’ambito di questo programma. [6] Anche in questo caso si prevede che saranno operativi nei primi anni ’30. A quel punto, si dice, si sarà indipendenti dalle armi statunitensi a lungo raggio.

Partecipazione non nucleare

Come riportato la scorsa settimana dal quotidiano britannico The Telegraph, che ora è di proprietà del potente gruppo tedesco Springer (BildDie WeltPolitico), a Berlino si sta attualmente valutando la possibilità di estendere la sempre più stretta cooperazione bilaterale in materia di armamenti alla collaborazione nel settore delle armi nucleari. In concreto, si sta quindi discutendo la possibilità di fornire, in una forma o nell’altra, un contributo alle forze nucleari britanniche. Ciò potrebbe consistere, ad esempio, nell’invio di unità della Bundeswehr dotate di batterie antiaeree del tipo Patriot alla base sottomarina di Faslane, in Scozia. Lì sono di stanza i sottomarini britannici equipaggiati con missili Trident, che possono essere armati con testate nucleari. [7] Il piano di fornire supporto convenzionale alle forze nucleari britanniche corrisponde, nel complesso, al progetto ormai avviato di affiancare in modo non nucleare le forze nucleari francesi con truppe della Bundeswehr (come riportato da german-foreign-policy.com [8]). Ufficialmente, la motivazione addotta è quella di voler rafforzare le forze nucleari europee per poter agire in modo autonomo nel caso di un’ulteriore escalation del conflitto con gli Stati Uniti.

Partecipazione alle decisioni in materia nucleare

I piani tedeschi riguardo alle forze nucleari britanniche vanno però oltre. Queste ultime dipendono finora dagli Stati Uniti: è lì che vengono prodotti e sottoposti a manutenzione i missili Trident; inoltre, la nuova testata britannica denominata Astraea viene sviluppata in collaborazione con il programma statunitense relativo alla testata W93. [9] Ciò suscita preoccupazioni a Berlino, riferisce The Telegraph. Dopotutto, in questo modo non sarebbe possibile liberarsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti. Nella capitale tedesca si sta quindi valutando la possibilità di contribuire finanziariamente al programma nucleare britannico – e quindi di finanziare nuovi sistemi d’arma. Si sottolinea, ad esempio, che il cantiere navale tedesco TKMS ha costruito sottomarini per Israele che possono essere equipaggiati con armi nucleari.[10] Inoltre, si afferma che Germania e Gran Bretagna siano già impegnate nello sviluppo congiunto di missili a lungo raggio, tra cui quelli ipersonici. Ciò suggerisce la prospettiva di produrre in futuro anche missili equipaggiabili con testate nucleari, per non dipendere più dai missili Trident statunitensi. Dal punto di vista del governo federale, questa iniziativa avrebbe, non da ultimo, il vantaggio di offrire alla Repubblica Federale un’influenza diretta e quindi anche un diritto di parola sulle forze nucleari e sul loro impiego. Ciò non avviene nell’ambito della cooperazione nucleare con la Francia.

Per saperne di più sull’argomento: Nell’era delle armi nucleari e Nell’era delle armi nucleari (II).

[1] Si veda a questo proposito Il triangolo del potere europeo.

[2] Matt Oliver: I fornitori stranieri che sostengono il boom del settore della difesa “Made in Britain”. telegraph.co.uk, 20 agosto 2026.

[3] George Allison: STARK presenta i droni Cascade e Gambit insieme a un partner britannico. ukdefencejournal.org.uk 08.06.2026.

[4] Ingrid Lunden: Helsing inaugura la sua prima “Resilience Factory” nel Regno Unito per lo sviluppo di tecnologie marittime. reliencemedia.co, 19 novembre 2025.

[5] Carolina Drüten, James Rothwell, Hans van Leeuwen: “L’età dell’oro” – In materia di difesa, gli inglesi puntano ora sulla Germania. welt.de, 21 luglio 2026.

[6] 50 miliardi di dollari per potenziare le capacità europee di attacco di precisione in profondità: il Regno Unito guida una nuova iniziativa. gov.uk 08.07.2026.

[7] Joe Barnes, James Rothwell, James Crisp: La Germania in trattative per contribuire al finanziamento del Trident. telegraph.co.uk, 26 agosto 2026.

[8] Si veda a questo proposito Nell’era delle armi nucleari.

[9] Joe Barnes, James Rothwell, James Crisp: La Germania in trattative per contribuire al finanziamento del Trident. telegraph.co.uk, 26 agosto 2026.

[10] Si veda a questo proposito Nell’interesse nazionale della Germania (II).

Nell’era delle armi nucleari (II)

La NATO sta valutando la possibilità di schierare ulteriori armi nucleari statunitensi in Europa, forse in prossimità del confine con la Russia. A febbraio è scaduto l’ultimo accordo sul controllo degli armamenti nucleari.

03

Agosto

2026

BRUXELLES/WASHINGTON/BERLINO (Notizia propria) – La NATO si sta preparando a un ulteriore potenziamento nucleare in Europa e sta valutando la possibilità di schierare armi nucleari vicino al confine con la Russia. Come è emerso alla fine della scorsa settimana, il segretario generale della NATO Mark Rutte non esclude il trasferimento di ulteriori armi nucleari statunitensi sul continente europeo. Secondo gli esperti, nuove bombe atomiche statunitensi sono già state dispiegate nel Regno Unito. Come possibili ulteriori sedi vengono citati Stati vicini o al confine con la Russia, tra cui la Finlandia e la Lituania. Per rendere possibile ciò, la Lituania sta modificando la propria Costituzione; il cancelliere federale Friedrich Merz ha recentemente manifestato il proprio consenso in merito. Rutte ammette pubblicamente che il progetto sia piuttosto «delicato» alla luce della «Russia dotata di armi nucleari». Gli Stati Uniti hanno nel frattempo sostituito le bombe stoccate anche a Büchel con il nuovo modello B61-12, che può essere impiegato a livello «tattico», abbassando così la soglia verso una guerra nucleare. La ristrutturazione di Büchel, necessaria per l’ammodernamento del potenziale nucleare, costa miliardi. Parallelamente, anche la Francia sta potenziando il proprio arsenale nucleare nazionale, in coordinamento con la Repubblica Federale Tedesca.

L’accordo di Mecca e le sue conseguenze

Il nuovo accordo di difesa di La Mecca tra Arabia Saudita, Pakistan e Turchia modifica gli equilibri strategici nel Vicino e Medio Oriente, regione di grande importanza per la Germania, e ha ripercussioni sulla NATO.

28

Agosto

2026

RIAD/ANKARA/ISLAMABAD/BERLINO (Articolo originale) – Una nuova alleanza militare in Medio Oriente sta modificando i rapporti strategici in una regione importante per la Germania e potrebbe avere conseguenze di vasta portata per la NATO. L’«Accordo di La Mecca» è stato recentemente siglato da Arabia Saudita, Pakistan e Turchia. Esso prevede una garanzia di mutua assistenza simile all’articolo 5 del Trattato NATO e solleva la questione se la NATO possa essere trascinata in guerra qualora la Turchia venisse attaccata nell’ambito dei suoi obblighi derivanti dall’Accordo di La Mecca. Mentre molti ipotizzano che l’obiettivo principale dell’accordo sia quello di stringere un fronte comune contro l’Iran, un’analisi più approfondita mostra che la nuova alleanza è una risposta al calo di influenza degli Stati Uniti e mira soprattutto a fornire protezione contro Israele, che nel Vicino e Medio Oriente viene sempre più percepito come il principale aggressore. La Turchia, ad esempio, da quando la sua influenza in Siria è aumentata notevolmente dopo la caduta di Bashar al-Assad, è entrata in un conflitto sempre più acuto con Israele. Il Pakistan, dal canto suo, guarda con preoccupazione al fatto che il suo acerrimo nemico, l’India, cooperi sempre più strettamente con Israele – anche nel settore dell’industria degli armamenti e in ambito militare, ad esempio attraverso manovre aeree congiunte.

Alle porte dell’Europa verso il mondo

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif hanno firmato il 7 agosto alla Mecca un nuovo accordo di difesa, le cui ripercussioni si estendono ben oltre il Vicino e il Medio Oriente. [1] Il Mecca Joint Defence Agreement (Accordo di difesa congiunto della Mecca) prevede – in modo non dissimile dall’articolo 5 del Trattato NATO – che un attacco armato contro uno dei tre Stati sia considerato un attacco contro tutti e tre. L’accordo trilaterale unisce il Pakistan, potenza nucleare, all’Arabia Saudita, che detiene un notevole peso finanziario e socio-culturale, e alla Turchia, che dispone di un’industria degli armamenti in rapida crescita e dotata delle più moderne tecnologie. [2] Sebbene sia Berlino che Bruxelles si siano finora astenute dal rilasciare dichiarazioni chiare al riguardo, l’accordo ha comunque fatto scattare un campanello d’allarme in Europa. Una questione immediata riguarda le ripercussioni sulla NATO: la Turchia invocherebbe l’articolo 5 del Trattato NATO se, in virtù dei propri impegni derivanti dall’Accordo di La Mecca, venisse coinvolta in un conflitto nella regione e subisse un attacco? [3] A ciò si aggiungono le ripercussioni sulle rotte commerciali europee: la nuova alleanza confina con due delle principali vie di accesso del continente europeo, soprattutto verso l’Asia ma anche verso l’Africa: il Mar Rosso e il Bosforo.

L’attacco di Israele al Qatar

L’accordo di La Mecca è considerato il successore dell’accordo di difesa firmato il 17 settembre dello scorso anno tra l’Arabia Saudita e il Pakistan. Tale accordo era stato firmato immediatamente dopo l’attacco israeliano al Qatar del 9 settembre 2025.[4] L’attacco era diretto contro una delegazione di Hamas, ma rappresentava al contempo il primo attacco israeliano sul territorio di uno Stato del Consiglio di cooperazione del Golfo (Gulf Cooperation Council, GCC) e il primo contro un Paese in cui si trova un importante centro di comando delle forze armate statunitensi: il quartier generale del CENTCOM (Comando centrale degli Stati Uniti) presso la base aerea di Al Udeid, vicino a Doha, la capitale del Qatar. L’incapacità sia della presunta potenza protettrice, gli Stati Uniti, sia del GCC – il cui accordo di difesa comune prevede anch’esso che un attacco contro uno Stato membro sia considerato un attacco contro tutti – di reagire adeguatamente all’attacco israeliano ha rafforzato sia l’Arabia Saudita che il Pakistan nella convinzione che fosse necessario stipulare un proprio accordo di difesa. [5] Le radici dell’Accordo della Mecca, tuttavia, affondano molto più in profondità. Il giorno dopo la conclusione dell’accordo, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha reso noto che gli sforzi per elaborare l’accordo erano iniziati già due anni e otto mesi prima – poco dopo l’inizio del genocidio israeliano nella Striscia di Gaza. [6] Mentre nell’opinione pubblica occidentale molti sottolineano che l’accordo della Mecca sia potenzialmente diretto contro l’Iran, la sua cronologia dimostra invece che i tre firmatari dell’accordo hanno iniziato a considerare Israele come l’aggressore più pericoloso.

Allontanamento dagli Stati Uniti

Da tempo ormai l’Arabia Saudita è coinvolta in una rivalità regionale con gli Emirati Arabi Uniti.[7] Di conseguenza, i due Paesi hanno reagito in modo diverso alle crescenti aggressioni degli Stati Uniti e di Israele nella regione, nonché – nella guerra contro l’Iran – alle misure di ritorsione dell’Iran contro le basi statunitensi. Mentre gli Emirati hanno intrapreso la via di una più stretta cooperazione strategica e militare con gli Stati Uniti e Israele, l’Arabia Saudita ha invece deciso di non fare più affidamento sugli Stati Uniti e di cercare altri partner con cui collaborare. Non si tratta di uno sviluppo del tutto nuovo. I dubbi già esistenti sull’affidabilità degli Stati Uniti si sono accentuati quando, sotto la presidenza di Donald Trump, questi ultimi si sono rifiutati di fornire all’Arabia Saudita il sostegno atteso dopo che, nel settembre 2019, gli Houthi yemeniti avevano attaccato gli impianti petroliferi sauditi. Tale rifiuto ha portato l’Arabia Saudita a cercare un riavvicinamento con l’Iran, il che a sua volta ha portato all’accordo mediato dalla Cina per la normalizzazione delle relazioni tra Riad e Teheran nel marzo 2023 (come riportato da german-foreign-policy.com [8]). Nella guerra contro l’Iran, a sua volta, secondo il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar, l’accordo di difesa tra Pakistan e Arabia Saudita ha svolto un ruolo decisivo nel ridurre al minimo il numero di attacchi missilistici iraniani contro l’Arabia Saudita. [9] All’inizio della guerra statunitense-israeliana contro l’Iran, Dar ha esortato Teheran a «tenere presente» l’accordo di difesa del Pakistan con l’Arabia Saudita.

«Il nuovo Iran»

La Turchia, dal canto suo, pur essendo in competizione con l’Iran per l’influenza regionale, proprio come l’Arabia Saudita, si trova ora ad affrontare una minaccia ben più concreta da parte di Israele. [10] Le tensioni tra i due Stati si sono inasprite soprattutto dopo la caduta del presidente siriano Bashar al Assad nel dicembre 2024. Il nuovo governo siriano, guidato dal governo di transizione del jihadista di lunga data Ahmed al Sharaa, rimane legato alla Turchia sia dal punto di vista economico che militare, il che rafforza notevolmente l’influenza di quest’ultima nella regione. [11] Le tensioni tra Turchia e Israele hanno raggiunto un picco – provvisorio – all’inizio della scorsa settimana, quando Israele ha sferrato attacchi aerei contro la base aerea militare siriana di Abu al Duhur, nei pressi di Idlib. [12] Gli attacchi sono stati condotti con l’obiettivo dichiarato di impedire lo schieramento di truppe turche nella base. Alcuni politici e militari israeliani hanno iniziato a definire la Turchia il «nuovo Iran».[13] Questa espressione è ampiamente interpretata nel senso che, dopo la «caduta» dell’Iran, la Turchia sarebbe il prossimo obiettivo dell’aggressione israeliana.

Le contraddizioni del Pakistan

La partecipazione del Pakistan all’accordo di La Mecca rivela la stessa contraddizione nei rapporti con gli Stati Uniti e Israele. Il Pakistan intrattiene da tempo intensi rapporti con i servizi segreti e le forze armate statunitensi.[14] Dopo lo scontro armato di quattro giorni tra India e Pakistan nel maggio dello scorso anno, Washington ha ulteriormente intensificato le proprie attività di influenza a Islamabad. Secondo Pravin Sawhney, un eminente esperto militare indiano, gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni affinché il Pakistan si assuma parte dell’onere nel mantenimento delle strutture di sicurezza in Medio Oriente. In un articolo pubblicato su X, Sawhney ha addirittura affermato che il Pakistan sia «l’unico Paese» in grado di «sostituire lo scudo di sicurezza degli Stati Uniti per gli Stati membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC)». [15] Tuttavia, il Pakistan, unica potenza nucleare islamica, si trova esposto a una minaccia ben più esistenziale da parte di Israele. A Islamabad si osserva con preoccupazione che il suo acerrimo nemico, l’India, collabori sempre più strettamente con Israele, non da ultimo nell’industria degli armamenti e, soprattutto, attraverso manovre congiunte, in particolare delle forze aeree dei due paesi. Tra gli esperti pakistani è da tempo considerato plausibile che, in caso di guerra indo-pakistana, l’India e Israele possano sferrare attacchi congiunti contro gli impianti nucleari pakistani.[16] Ciò getta un’ombra anche sulla cooperazione del Pakistan con gli Stati Uniti.

NATO contro l’Alleanza della Mecca

Per la Germania, l’accordo di La Mecca non comporta solo un netto cambiamento nelle relazioni strategiche nel Vicino e Medio Oriente, ovvero in una regione in cui anche la Repubblica Federale continua a cercare di esercitare la propria influenza. L’accordo solleva anche le questioni menzionate riguardo al doppio ruolo della Turchia nell’alleanza di La Mecca e nella NATO. Ad Ankara si negano eventuali contraddizioni. In una dichiarazione dell’Ufficio presidenziale di Ankara, pubblicata il 7 agosto sulla piattaforma social turca NSosyal, si afferma che «gli sforzi della Turchia volti a instaurare partnership regionali» non costituiscono «un’alternativa alla sua adesione alla NATO». [17] Tuttavia, dopo il recente attacco di Israele alla base aerea militare siriana di Abu al Duhur, non si può più escludere che, prima o poi, si verifichi effettivamente un attacco israeliano anche contro le forze armate turche, sollevando in tal caso interrogativi nei confronti della NATO. In Israele, che continua a cooperare strettamente con le principali potenze della NATO – tra cui la Germania –, si sta già da tempo valutando se, in tal caso, la Turchia possa richiedere l’assistenza della NATO. Recentemente Shay Gal, direttore della società Line of State, specializzata in relazioni governative e strategia, ha dichiarato che Israele avrebbe «non solo esaminato come funziona l’articolo 5 del Trattato NATO, ma anche dove si applica»: «Il trattato protegge il territorio turco; le truppe turche non estendono tale territorio al suolo siriano o a quello di Cipro occupato». [18] Mentre l’ambasciatore statunitense in Turchia e inviato speciale per la Siria, Tom Barrack, ha definito gli attacchi una «escalation inutile», la NATO non li ha condannati.

[1] Nick Brauns: «Polo di potere regionale». junge Welt, 8 agosto 2026.

[2] Kabir Taneja: L’impatto dell’Accordo di difesa congiunta della Mecca sulle strategie di sicurezza in Medio Oriente. orfme.org, 14 agosto 2026.

[3] Tushar Shetty: Il Patto di La Mecca: cosa significa per l’Europa il nuovo asse mediorientale. berliner-zeitung.de, 18 agosto 2026.

[4] William Keenan: “L’onda d’urto di Doha che ha dato il via all’accordo di Mecca”. blogs.timesofisrael.com, 25 agosto 2026.

[5] Kristian Coates Ulrichsen: L’attacco di Israele al Qatar e il fallimento della cooperazione in materia di difesa nel seno del CCG. arabcenterdc.org, 14 ottobre 2025.

[6] Il patto di difesa tra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita è tecnicamente equivalente all’articolo 5 della NATO, afferma il ministro turco. reuters.com 08.08.2026.

[7] Vedi anche Sceneggiatura per lo sterminio di massa (II).

[8] Si veda a questo proposito La fine del dominio statunitense nel Golfo Persico (III).

[9] Tom Hussain: Il Pakistan cerca di mantenere un delicato equilibrio tra Arabia Saudita e Iran mentre nella regione infuria la guerra. scmp.com 04.03.2026.

[10] Satyajeet Malik: La NATO islamica. junge Welt, 22 agosto 2026.

[11] Elizabeth Tsurkov: Nonostante le autorità di Damasco sfidino il proprio vicino e partner più stretto, gli interessi di fondo continuano a legarli. newlinesmag.com 10.06.2026.

[12] Israele attacca una base aerea a Idlib, in Siria, mentre Stati Uniti e Turchia condannano l’“escalation”. aljazeera.com, 18 agosto 2026.

[13] Eldad Ben Aharon: Il “nuovo Iran” di Israele: cosa si nasconde davvero dietro il voto sul riconoscimento del genocidio armeno contro la Turchia. blog.prif.org 20.07.2026.

[14] Satyajeet Malik: La NATO islamica. junge Welt, 22 agosto 2026.

[15] x.com/PravinSawhney 21 luglio 2026.

[16] Muqtedar Khan: Spaventare il Pakistan e preoccuparsi dei suoi pulsanti nucleari. brookings.edu, 25 settembre 2003.

[17] La Turchia respinge le accuse secondo cui il patto della Mecca sarebbe in contrasto con l’articolo 5 della NATO. trtafrica.com, 07.08.2026.

[18] Un articolo di opinione israeliano sostiene che la protezione della NATO concessa alla Turchia non si applichi alle truppe presenti in Siria. middleeasteye.net, 20 agosto 2026.


Berlino copre la politica di violenza degli Stati Uniti

Il governo federale tedesco continua a coprire la politica di violenza degli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina, anche dopo il furto di fatto delle riserve petrolifere venezuelane da parte dell’amministrazione Trump e nonostante il blocco imposto da gli Stati Uniti a Cuba.

04

Sette

2026

BERLINO/L’AVANA/CARACAS (Resoconto proprio) – Il governo federale tedesco continua a coprire la politica di violenza degli Stati Uniti nei confronti dell’America Latina anche dopo il furto di fatto delle riserve petrolifere venezuelane da parte di Washington e nonostante l’aggravarsi dell’emergenza umanitaria a Cuba, strangolata dagli Stati Uniti. Se già dopo l’invasione statunitense del Venezuela e il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro il cancelliere federale Merz aveva affermato che la «qualificazione giuridica» di tale crimine violento fosse «complessa», all’inizio di questa settimana, in merito al furto di fatto di ingenti riserve petrolifere venezuelane da parte dell’amministrazione Trump, il governo federale ha dichiarato non ne sapeva nulla – dopotutto, «non era parte di tale accordo». Riguardo allo strangolamento di Cuba da parte degli Stati Uniti, che da decenni impongono al Paese un blocco economico totale e ora lo privano anche dell’approvvigionamento petrolifero, il ministro degli Esteri Johann Wadephul aveva dichiarato a giugno: «Non vedo un blocco di questo tipo…». In una recente dichiarazione del governo federale si affermava che l’emergenza umanitaria di Cuba fosse causata da «mala gestione, riluttanza alle riforme e ricorrenti […] catastrofi naturali». Non è stata espressa alcuna critica al blocco statunitense, contrario al diritto internazionale.

«Una situazione complessa»

Il governo federale tedesco non aveva espresso alcuna critica né riguardo all’attacco militare degli Stati Uniti contro il Venezuela del 3 gennaio di quest’anno, né riguardo al rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores perpetrato in quell’occasione dalle forze armate statunitensi. In una prima dichiarazione, il cancelliere federale Friedrich Merz aveva definito l’incursione in modo neutrale come «operazione» e aveva affermato che la «qualificazione giuridica» dell’evidente attacco bellico fosse «complessa».[1] All’epoca, il Ministero degli Affari Esteri aveva dichiarato che si stava lavorando a una «valutazione secondo il diritto internazionale» dell’accaduto e che l’avrebbe presentata a tempo debito. Ciò non è ancora avvenuto. Lunedì – quasi otto mesi dopo l’attacco – un portavoce del Ministero degli Esteri ha dichiarato di «ritenere» che un «portavoce del governo» avesse «affermato, qualche tempo dopo, che non trovavamo convincente quanto era stato presentato». [2] Tuttavia, ciò sarebbe «indipendentemente dal modo in cui gli Stati Uniti valutano la questione secondo il diritto interno». Pur non essendo chiaro il senso della sua affermazione criptica, il portavoce ha affermato: «Penso che la posizione del Governo federale sia del tutto chiara».

La grande rapina del petrolio

Se l’assurdità di questa affermazione parla da sé, il governo federale tedesco rifiuta anche qualsiasi critica alla recente spoliazione di fatto delle riserve petrolifere venezuelane da parte degli Stati Uniti. Venerdì della scorsa settimana, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva annunciato che il governo statunitense si era assicurato «il controllo maggioritario» su «oltre 65 miliardi di barili di riserve petrolifere accertate in Venezuela». [3] Formalmente, ciò avviene tramite una partecipazione statunitense del 35 per cento nella società North American Blue Energy Partners, finora controllata dall’imprenditore venezuelano Alejandro Betancourt. Grazie alle disposizioni previste dall’accordo in materia tra Washington e Caracas, gli Stati Uniti dovranno sostenere solo costi minimi. L’amministrazione Trump si è tuttavia assicurata la maggioranza dei diritti di accesso economico e in futuro potrà acquistare enormi quantità di petrolio al prezzo di costo. [4] L’accordo è illegale già solo perché il presidente Maduro è detenuto negli Stati Uniti sin dal momento del suo rapimento. Inoltre, la svendita del petrolio venezuelano viola la Costituzione del Paese. Le critiche nei confronti dell’azione illegale e coercitiva degli Stati Uniti sono massicce sia in Venezuela stesso che all’estero – sebbene prevalentemente nei Paesi non occidentali.

«Non ne sappiamo nulla»

Ancora una volta il governo federale evita qualsiasi critica. Lunedì, durante la conferenza stampa federale, un portavoce del Ministero degli Affari Esteri ha dichiarato, in merito a quella che è di fatto una rapina, di non poter «fornire ulteriori dettagli su questo accordo» [5]: «Poiché non siamo parte di tale intesa». Non sono note ulteriori dichiarazioni al riguardo.

La mortalità infantile è raddoppiata

La situazione è simile a quella di Cuba. Il Paese è soggetto da decenni a un duro blocco economico statunitense, regolarmente denunciato dalle Nazioni Unite, ma che il governo degli Stati Uniti continua a mantenere fino ad oggi. L’amministrazione Trump lo ha inoltre esteso a un blocco energetico e, dalla fine dello scorso anno, ha imposto con la minaccia della forza che non venga più fornito petrolio a Cuba. Solo la Russia è riuscita, una sola volta, a far attraccare una petroliera all’Avana. Le conseguenze sono catastrofiche. La situazione a Cuba è «drammatica», riferisce Walter Baier, presidente della Sinistra Europea (EL), che ha visitato recentemente il Paese, in un’intervista a german-foreign-policy.com; a causa della carenza di carburante, i trasporti pubblici sono collassati, mentre è disponibile solo il 30 per cento dei farmaci necessari e la mortalità infantile, che «ancora pochi anni fa era addirittura inferiore a quella degli Stati Uniti», si è «più che raddoppiata». [6] Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il segretario di Stato Marco Rubio, i cui genitori sono originari di Cuba, chiedono la caduta del governo. In caso contrario, intendono continuare a strangolare il Paese. I critici, alla luce dell’aggravarsi dell’emergenza umanitaria, parlano già di un «genocidio strisciante».

«Non vedo alcun ostacolo»

Astenendosi anche in questo caso da qualsiasi critica alla politica di forza degli Stati Uniti, il ministro degli Esteri Johann Wadephul, in occasione della giornata delle porte aperte del suo ministero tenutasi a giugno, ha risposto alla domanda di un cittadino sul perché il governo federale non condannasse con fermezza il blocco statunitense: «Non vedo un blocco del tipo da lei descritto». [7] Un miglioramento della situazione della popolazione sarebbe possibile solo se Cuba fosse «governata meglio». Ciò corrisponde a una risposta del governo federale del 29 giugno a un’interrogazione presentata al Bundestag. In essa si affermava che «la situazione dell’approvvigionamento umanitario a Cuba» si era «continuamente peggiorata negli ultimi anni» – ciò «tra l’altro a causa della cattiva gestione, della riluttanza alle riforme e delle ricorrenti catastrofi naturali».[8] Il governo federale non riconosce alcun ruolo, di qualsiasi natura esso sia, delle blokade statunitensi nell’aggravarsi dell’emergenza umanitaria a Cuba.

Vi invitiamo a leggere anche la nostra intervista a Walter Baier.

[1] Il cancelliere federale Friedrich Merz si esprime sulla situazione in Venezuela. bundesregierung.de, 3 gennaio 2026. Si veda a questo proposito Ambizioni coloniali.

[2] Dichiarazioni del Ministero degli Affari Esteri nella conferenza stampa del governo del 31 agosto 2026. auswaertiges-amt.de.

[3] Winand von Petersdorff: Trump si assicura l’accesso al petrolio del Venezuela. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 31 agosto 2026.

[4] Vera Bergengruen, Drew FitzGerald, Collin Eaton, Juan Forero: Il piano di Trump per garantire al Pentagono una quota delle ricchezze petrolifere del Venezuela. wsj.com, 29 agosto 2026.

[5] Dichiarazioni del Ministero degli Affari Esteri nella conferenza stampa del Governo del 31 agosto 2026. auswaertiges-amt.de.

[6] Si veda a questo proposito la nostra intervista a Walter Baier.

[7] Marcel Kunzmann: Il ministro degli Esteri cubano invita Wadephul a informarsi sul blocco statunitense. amerika21.de, 27 giugno 2026.

[8] Risposta del Governo federale all’interrogazione parlamentare presentata dai deputati Max Lucks, Deborah Düring, Claudia Roth, da altri deputati e dal gruppo parlamentare Bündnis 90/Die Grünen. Bundestag tedesco, documento n. 21/6788. Berlino, 29 giugno 2026.

Un quarto di Reich?_di WS

Confesso che non ho capito un tubo del dibattito filosofico nella parte iniziale di questo su Osvald Spengler

ma ho capito benissimo che nel suo contributo riportato in coda Constantin von Hoffmeister vuole rendere un omaggio “ storico” a Spengler, anche solo per l’ evidente fatto che “ il Tramonto de l’ Occidente” è ora visibile a tutti nella sua evidenza, quando invece “tra le due guerre” forse i più potevano cogliervi solo quel “tramonto della Germania” che aveva ispirato le controverse riflessioni di Spengler.

Oggi Spengler invece dovrebbe essere riletto , a cominciare dai “ filotedeschi” o sedicenti tali, non solo per tutte le sue azzecate previsioni ma tanto più perché , per dirla con l’ autore, DI NUOVO

La Germania si trova nella situazione descritta da Oswald Spengler ne ” L’ora della decisione” , pubblicato nel 1933: un vecchio ordine politico controlla ancora le istituzioni, ma non controlla più l’epoca.

Giustissimo paragone questo! Ill precedente esito fu però disastroso e non solo per quel “terzo Reich “, e ,soprattutto ora che ce ne è un “quarto “ all’ orizzonte, le disastrose risultanze di “quel Reich” dovrebbe indurci a qualche riflessione più approfondita , magari cominciando da quelle che Spengler aveva già fatto per “ quel Reich “ prima di essere “ dimenticato” da TUTTI dopo una sua morte “ alquanto dubbia”.

Eppure Spengler le aveva azzeccate tutte , a cominciare da quel suo ” tra dieci anni un Reich tedesco non esisterà più “ cosa appunto poi formalizzata a Potsdam giusto 9 anni dopo la sua improvvisa “ dipartita”.

Ma certamente il paragone di Constantin von Hoffmeister tra questa “democrazia” tedesca uscita dalla WW2 e quella “ democrazia” uscita dalla WW1 contro cui si scagliò Spengler è corretta perché … fanno schifo entrambe !

Anche la ” democrazia” di Weimar infatti era corrotta , falsa, antipopolare e eterogestita; ma che cosa poi espresse la pur giusta “reazione popolare” ad essa ?

Lo vogliamo nominare quel “baubau” oggi assurto a “misura di tutti i mali” e contro cui Spengler si pronunciò da subito ?

Beh “ quella cosa” nel’ era del “ politically correct” gestito dalle AI è meglio non nominarla mai; dobbiamo però tenerla sempre ben presente per ciò che fu in realtà , compreso il disastro geopolitico che arrecò all’ intera Europa.

Tornando a “l’ oggi” in sostanza , la domanda che ogni “apota” dovrebbe farsi è : laddove non lo fu minimamente il suo “ predecessore “ , siamo sicuri che AFD sia realmente fuori dal Sistema?

Siamo sicuri che la sua “nuova” elite sia pienamente scevra da dannose “contaminazioni” e che in realtà questo ” cambiamento” possa esprimere un reale salto di “paradigma” invece che solo un ” adattamento” al Sistema” ?

A me è abbastanza evidente che le ” rivoluzioni” non siano mai realmente “popolari “, bensì conflitti interni alla elite che poggiano sulla reazione popolare al fallimento della classe dominante; esse in genere , specie se hanno successo , svelano come siano, da subito, abbastanza compromesse con quello che esse stesse dicono di voler eliminare.

E questo a volte in modo perfettamente conscio ( come Trostky con le sue valigie piene di dollari fornitegli del banchiere “americano” membro della sua stessa “tribù”), a volte in modo molto inconscio come ne l’ ideologia ” ispirata da Hess e Rosenberg e contro cui Spengler si scagliò da subito .

Quindi come si fa a capire dove queste “ rivoluzioni” sempre fatte in nome delle cose più “sacre” ( popolo , nazione , giustizia , libertà , progresso , religione ect. ) andranno a parare REALMENTE ?

Perché ogni svolta politica è sempre la risultante di svariate spinte e controspinte, spesso “ sotterranee “ ricevute; e solo dalla loro dinamica relativa si può capire , a posteriori , quali esse realmente fossero e perché ne avessero determinato il successo.

Di questo la casistica offre un’enormità di esempi, ma trattandosi di “ storia occulta” , cioè fatta dietro le quinte del palcoscenico aperto sulle “masse”, l’ argomento è ovviamente sempre ” controverso” .

Potrei ad esempio qui spiegare quanto abbia avuto peso nella “rivoluzione di Ottobre” e nella successiva nascita dell’ URSS , la “simpatia” , per altro sempre ufficialmente negata, di certi banchieri “americani”.

Ma per rilevarne i tipici processi e i nascosti intenti delle “rivoluzioni” , sempre ben lontani da quanto ufficialmente proclamato, citerò un esempio storicamente più lontano e quindi meno controvetibile: la tanto celebrata “rivoluzione francese”.

Questa infatti nel suo risultato geopolitico è stata , non “ casualmente” , il portato della infiltrazione della massoneria inglese nella borghesia francese onde spingere una Francia “ rivoluzionaria” ad esaurirsi in una guerra continentale contro le altre nazioni “cattoliche”, lasciando così nelle mani della Gran Bretagna tutti i loro possessi coloniali .

Il che è una cosa tanto evidente che oggi nessun potrebbe contestare sebbene , e non a caso , questo non sia ancora “ storia per le masse”, laddove cioè ancora nei “libri di scuola “si parla invece delle “ coalizioni reazionarie “ guarda caso però sempre costituite intorno alla suddetta Gran Bretagna.

Tornando quindi alle vicende tedesche , abbiamo visto infatti quale poi fosse la “spinta” determinante che portò il “baffetto” alla Cancelleria e , cioè, l’ adesione ad una politica capitalistica e di “potenza” con un patto suggellato dallo sterminio de “l’ala sinistra” del partito che pure tanti milioni di voti al “baffetto” aveva procurato.

Quindi davanti ad un Germania di nuovo in crisi sistemica e di nuovo generata da una ottusa elite capitalistica, un buon indizio verrà dalla politica che lo stato profondo tedesco apporterà contro questo nuovo “paria” politico.

Ad esempio, se la lasciasse vincere, significherebbe che c’erano già “ patti” in corso e che questa “svolta” servirebbe alla elite tedesca quantomeno da paravento per una cambio della sua attuale e servile geopolitica ,, una cosa che sarebbe una “furbata”, ammesso che i tedeschi fossero in grado di concepirla.

Altrimenti questa AFD sarà “ sterilizzata” perché di certo “, giunta al governo, “ quella attuale non sarebbe adatta alla proclamazione di un “ quarto Reich” ancora lanciato contro la Russia.

Ma verrà poi davvero questo “ quartino” ? Lo sapremo presto perché ci aspetta un ‘27 molto “interessante”.

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Quando il firewall crolla: la strada dell’AfD verso il potere _ di Bob Hickok – Il patto Hitler-Stalin e il futuro tedesco-russo, di Karl Richter

Quando il firewall crolla: la strada dell’AfD verso il potere

di Bob Hickok

24 agosto
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Bob Hickok analizza come l’ascesa dell’AfD in Sassonia-Anhalt potrebbe portare il partito dall’opposizione al governo e cambiare il corso della politica tedesca.

L’ultima dichiarazione della leader dell’AfD, Alice Weidel, è stata diretta: “Formeremo il governo in Sassonia-Anhalt”. Le elezioni regionali si terranno il 6 settembre e l’AfD entra nelle ultime settimane di campagna elettorale con un vantaggio schiacciante. Un sondaggio Infratest dimap attribuisce al partito il 41%, contro il 24% della CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del cancelliere Friedrich Merz). Poiché diversi partiti minori si avvicinano alla soglia del 5% necessaria per entrare nel parlamento regionale, un simile risultato potrebbe garantire all’AfD la maggioranza assoluta dei seggi senza la maggioranza assoluta dei voti. Il suo candidato di punta, Ulrich Siegmund, sta quindi puntando a un governo guidato dall’AfD piuttosto che a un altro mandato all’opposizione. Questo sarebbe il primo governo regionale guidato dal partito e una grave sconfitta per tutte le istituzioni che per anni hanno ripetuto ai tedeschi che all’AfD non si deve mai permettere di esercitare il potere. Lo slogan della campagna elettorale, “Tutto è possibile”, è diventato realtà. Un partito considerato un outsider intoccabile ora è a portata di mano della Cancelleria di Stato a Magdeburgo, capitale della Sassonia-Anhalt.

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L’avanzata si estende ben oltre un singolo stato orientale. L’ultimo Politbarometro attribuisce all’AfD il 27% a livello nazionale e alla CDU/CSU (Unione Cristiano-Sociale, il partito gemello bavarese della CDU) il 22%. Allo stesso tempo, l’85% degli intervistati si dichiara insoddisfatto del governo federale, mentre solo il 13% si dichiara soddisfatto. Questi numeri descrivono un crollo del consenso. Il cancelliere Friedrich Merz aveva promesso un cambio di rotta, eppure la CDU continua a perdere elettori perché si rifiuta di rompere con le politiche che hanno generato l’attuale crisi. Adotta slogan dell’AfD durante le campagne elettorali, condanna i politici dell’AfD dopo lo spoglio dei voti e poi governa con partiti i cui obiettivi contraddicono i desideri dei suoi stessi sostenitori. I tedeschi hanno capito l’inganno. Si stanno spostando verso il partito le cui politiche la CDU copia, ma non ha il coraggio di attuare.

La Sassonia-Anhalt è diventata la prima linea perché i tedeschi dell’Est sanno cosa significa vivere sotto un sistema che confonde l’obbedienza con il consenso. Ricordano come il linguaggio pubblico possa nascondere fallimenti privati ​​e come le istituzioni ufficiali possano difendersi a lungo dopo aver perso la fiducia del popolo. Dalla riunificazione, molte città hanno perso giovani, lavoratori qualificati, attività commerciali locali, scuole e servizi pubblici. Durante le campagne elettorali, i politici berlinesi in visita esortano i tedeschi dell’Est a votare. Quando però molti di loro appoggiano l’AfD, gli stessi politici dipingono la loro scelta come una minaccia alla democrazia. L’ascesa dell’AfD è in parte una reazione a questo disprezzo. Molti dei suoi elettori non sopportano di essere rimproverati da una classe politica che ritengono responsabile di politiche fallimentari in materia di energia, immigrazione, istruzione, infrastrutture e relazioni con la Russia. Il loro voto afferma che la Germania esiste per uno scopo: proteggere i suoi cittadini, preservare il suo patrimonio e dare ai suoi figli un paese in cui possano costruire un futuro. Non si tratta né di estremismo né di nostalgia. È il primo dovere di uno Stato normale.

L’AfD ha anche delineato le sue intenzioni riguardo al potere. Il suo piano di 100 giorni per la Sassonia-Anhalt prevede un aumento dei posti disponibili nei centri di detenzione per i richiedenti asilo, l’obbligo di lavoro per tutti e la soppressione di uno o due ministeri. Prevede inoltre la fine dei trattati di radiodiffusione statale, in base ai quali le famiglie sono obbligate a pagare una quota per finanziare la televisione e la radio pubbliche, indipendentemente dal loro utilizzo; la riduzione dei finanziamenti pubblici alle fondazioni e ai programmi politici legati ai partiti; l’istituzione di classi introduttive separate per i figli dei richiedenti asilo; il rafforzamento della sicurezza nelle scuole problematiche; e l’apertura di un’inchiesta parlamentare sulla gestione della pandemia di coronavirus. Nelle scuole sventolerebbero bandiere tedesche anziché bandiere arcobaleno e lo slogan pubblicitario dello Stato cambierebbe da “#moderndenken” (pensare moderno) a “#deutschdenken” (pensare tedesco). I critici liquidano alcune di queste misure come simboli. Non colgono il punto. I simboli comunicano ai cittadini chi un governo serve e cosa onora. Un governo che si vergogna della bandiera nazionale raramente difenderà gli interessi materiali della nazione. Il programma coniuga misure concrete con una chiara dichiarazione: la Sassonia-Anhalt deve governarsi tenendo conto delle priorità tedesche.

L’immigrazione rimane un tema centrale perché un Paese sovrano deve decidere chi entra, chi vi rimane e chi diventa parte della sua comunità politica. Weidel ha ribadito la richiesta di controlli più severi e dell’uscita della Germania dal sistema Schengen, che non prevede controlli alle frontiere, se ciò si rendesse necessario per garantire la sicurezza dei confini. Il principio è semplice: un confine che lo Stato non può controllare è una linea su una mappa, non un confine. La Germania può accogliere visitatori legali, lavoratori necessari e persone che accettano le sue leggi. Non ha alcun obbligo di accettare ingressi illegali, dipendenza permanente, false richieste di asilo o l’importazione di conflitti dall’estero. Né i cittadini comuni dovrebbero essere costretti a sopportare costi che i ministri si rifiutano di calcolare onestamente. La leadership federale dell’AfD ha dichiarato di non fare distinzioni tra cittadini tedeschi con o senza un passato migratorio: tutti sono membri della nazione tedesca, indipendentemente dall’origine, dalla visione del mondo o dalla religione. Confini sicuri e parità di cittadinanza vanno quindi di pari passo. Lo Stato deve controllare chi entra nel Paese, mentre tutti i cittadini devono vivere sotto le stesse leggi e condividere gli stessi doveri. La Germania può rimanere generosa solo se il suo governo controlla l’immigrazione e ne fa rispettare le regole.

Il cosiddetto “firewall” si frappone ora tra gli elettori e il governo che potrebbero scegliere. I leader della CDU hanno dichiarato che non tollereranno che una sezione regionale dell’est formi una coalizione con l’AfD, anche se i risultati delle elezioni locali indicassero tale cooperazione come la via più chiara per una maggioranza stabile. Questa regola costringe la CDU a stringere alleanze forzate con partiti rifiutati dalla maggior parte degli elettori conservatori. Conferisce ai partiti minori un potere ben superiore al loro effettivo consenso e trasforma le elezioni in un esercizio il cui risultato deve conformarsi a una decisione già presa a Berlino. Weidel ha ragione: questa politica sta distruggendo la CDU. Un partito conservatore, come la CDU afferma di essere, non può sopravvivere dicendo ai propri elettori che le loro principali preoccupazioni sono legittime, ma che un partito che le esprime è proibito. Prima o poi, la gente smette di votare per l’imitazione. Sceglie l’originale.

Con il crollo del muro di separazione, cresce la pressione per misure più severe. Ad agosto, oltre 1.000 avvocati hanno firmato una lettera aperta esortando i politici ad avviare procedimenti volti a mettere al bando l’AfD. Eppure, a febbraio, il Tribunale amministrativo di Colonia ha temporaneamente impedito all’agenzia federale di intelligence interna di classificare l’intero partito AfD come “organizzazione estremista di destra accertata”, una classificazione che consentirebbe una sorveglianza intensificata, compreso il monitoraggio delle comunicazioni e l’utilizzo di informatori all’interno del partito. Il tribunale ha ritenuto che le prove presentate fossero insufficienti a giustificare tale classificazione per il partito nel suo complesso, sebbene il caso principale rimanga irrisolto e il tribunale abbia rilevato motivi di sospetto riguardanti singoli funzionari dell’AfD. La distinzione è fondamentale. In uno Stato di diritto, le accuse devono essere provate e le sentenze devono applicarsi agli accusati, non a milioni di cittadini che hanno espresso un voto legittimo. Un partito con un sostegno nazionale che si avvicina al 30% non può essere sconfitto da etichette ufficiali. I tentativi di eliminarlo per via amministrativa confermerebbero l’accusa secondo cui il decreto teme il giudizio dell’opinione pubblica. La democrazia perde il suo significato quando gli elettori possono scegliere qualsiasi cosa tranne l’opposizione in grado di vincere.

Le prossime elezioni metteranno quindi alla prova sia l’AfD che i suoi avversari. Una vittoria in Sassonia-Anhalt porterebbe la responsabilità dei bilanci, delle scuole, della polizia, dell’amministrazione e del lavoro quotidiano del governo. Il partito deve rispondere ad anni di ostilità con disciplina, condotta legale e competenza dimostrata. Deve governare per ogni cittadino leale, punire la corruzione al suo interno e dimostrare che la politica patriottica può migliorare la vita quotidiana. Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore voteranno due settimane dopo, il 20 settembre, quindi il successo o il fallimento a Magdeburgo avranno ripercussioni in tutto il paese. Il compito è più arduo che sconfiggere la CDU o umiliare l’establishment. La Germania ha bisogno di confini sicuri, energia a prezzi accessibili, servizi efficienti, strade sicure, famiglie forti, libero dibattito e pace all’estero. Ha bisogno di un governo che parli della nazione senza imbarazzo. Se l’AfD rimarrà calma, seria e fedele a questi doveri, la Sassonia-Anhalt potrebbe aprire le porte a un rinnovamento tedesco che nessun muro di protezione potrà contenere.

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L’AfD e la Ribellione dei migranti delle cinque ore

Quando il teatro politico incontrava l’ora di pranzo

Constantin von Hoffmeister28 agosto
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Mercoledì, Magdeburgo, capitale dello stato tedesco della Sassonia-Anhalt, ha avuto un assaggio di come sarebbe la vita sotto il governo dell’AfD, o almeno così speravano gli organizzatori dello “Sciopero dei migranti”. Circa 150 attività commerciali avevano annunciato la chiusura dalle 10:00 alle 15:00. L’elenco comprendeva ristoranti, chioschi, barbieri e altre piccole imprese. Molte hanno effettivamente chiuso, mentre alcune sono rimaste aperte. È così che è nato il grande avvertimento: votate AfD e un giorno potreste dover aspettare cinque ore per un kebab o un taglio di capelli.

La protesta aveva lo scopo di mostrare cosa Magdeburgo perderebbe senza gli immigrati. Eppure l’AfD non propone l’espulsione di ogni commerciante, infermiere o operaio edile nato all’estero. Chiede invece controlli alle frontiere più severi, l’allontanamento di chi non ha diritto di soggiorno e la limitazione dell’immigrazione di massa. Un imprenditore turco che rispetta la legge, mantiene la sua famiglia e gestisce un’azienda di successo non è paragonabile a un immigrato clandestino la cui richiesta di asilo è stata respinta. La protesta si basava sul fingere che tale distinzione non esistesse. Senza questo stratagemma, il suo messaggio si sarebbe dissolto prima ancora di pranzo.

Gli organizzatori hanno anche definito la loro azione una “difesa della democrazia”. Una scelta di parole alquanto singolare. L’AfD è in testa in Sassonia-Anhalt perché gran parte dell’elettorato intende votare per essa. La risposta “democratica” è stata quindi quella di avvertire gli elettori che scegliere il partito sbagliato potrebbe precludere loro l’accesso a certi esercizi commerciali. Un imprenditore ha tutto il diritto di chiudere la propria attività per una causa politica. Allo stesso modo, i clienti hanno il diritto di sapere che il titolare li considera non solo come avventori, ma anche come allievi bisognosi di istruzione. Democrazia non significa che gli elettori debbano seguire il consiglio di chiudere un barbiere.

Lo sciopero potrebbe persino aver giovato all’AfD. Per cinque ore, i suoi oppositori hanno offerto una piccola lezione su come funziona la pressione politica: accettate la nostra posizione sull’immigrazione, oppure sospenderemo i nostri servizi. Eppure Magdeburgo è sopravvissuta. La gente ha rimandato il pranzo, ha trovato un altro chiosco o semplicemente ha continuato la propria giornata. Quando i negozi hanno riaperto alle tre, l’AfD era ancora in vantaggio, le elezioni erano ancora vicine e non era ancora sorta alcuna dittatura. Il promesso “campanello d’allarme” è suonato meno come una sveglia e più come un negoziante che guarda l’orologio chiedendosi quando sarebbero tornati i clienti.

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Il patto Hitler-Stalin e il futuro tedesco-russo

di Karl Richter

27 agosto
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Karl Richter sostiene che la geografia finirà per ristabilire il partenariato tedesco-russo distrutto dalla guerra e dalle potenze transatlantiche.

La storia a volte ci offre momenti in cui si intravede la possibilità di un percorso alternativo. Cosa sarebbe successo se il Patto Hitler-Stalin del 23 agosto 1939 fosse rimasto in vigore e entrambe le parti lo avessero rispettato?

Purtroppo, si tratta di una domanda futile, perché non sussistevano le condizioni necessarie. Stalin, che negli anni ’30 aveva promosso l’elettrificazione e l’industrializzazione dell’Unione Sovietica a costo di un numero impressionante di vite umane, non aveva affatto abbandonato l’obiettivo di esportare la rivoluzione mondiale, come dimostrò il suo intervento a fianco dei repubblicani di sinistra nella guerra civile spagnola. L’Europa occidentale era minacciata. Hitler, nel frattempo, aveva contemplato la guerra contro l’Unione Sovietica fin dagli anni ’20. Pertanto, sebbene il patto dell’agosto 1939 abbia suscitato un enorme clamore a livello mondiale, in definitiva non fu altro che uno stratagemma con cui entrambe le parti intendevano raggirare l’altra. La finzione della cooperazione tedesco-sovietica durò meno di due anni. Il principale beneficiario fu il capitale americano che, grazie alla guerra e al successivo confronto tra i due blocchi, riuscì a risollevarsi dal baratro degli anni ’30 e a trasformare gli Stati Uniti nella principale potenza mondiale.

Ciononostante, persisteva il timore che Germania e Russia potessero ancora trovare la strada l’una verso l’altra. Nel 1952, Stalin tentò di costruire un ponte d’oro per i tedeschi offrendo loro sovranità, riunificazione e persino forze armate proprie. Come è noto, Adenauer, il “Cancelliere degli Alleati”, non prese nemmeno in considerazione la proposta. Nove cancellieri dopo, le relazioni tedesco-russe sono in rovina, mentre il pericolo di guerra, a causa delle politiche harakiri del cancelliere Merz, è maggiore di quanto non lo fosse durante la Guerra Fredda. Chi detta l’agenda transatlantica ha fatto un ottimo lavoro.

Questa situazione non deve e non rimarrà tale per sempre. Come dice il proverbio, la geografia è destino. Un solo sguardo alla mappa dimostra che la possibilità di una cooperazione tedesco-russa vantaggiosa per entrambe le parti esiste ancora. Per la Germania e per l’Europa, è più urgente che mai; la follia delle sanzioni degli ultimi anni si è rivelata un clamoroso autogol. La maggior parte dei tedeschi ne subirà presto le dolorose conseguenze. L’economia tedesca è in caduta libera, mentre quella russa, grazie al suo entroterra asiatico, non lo è. Prima ripristineremo la nostra partnership energetica con la Russia e ci libereremo dal ricatto del GNL da parte degli Stati Uniti e di altri, meglio sarà. Insieme alla risoluzione della questione migratoria, questa sarà la principale sfida di politica interna ed estera dei prossimi anni. I cani da guardia transatlantici che ancora dominano il dibattito saranno presto relegati alla storia.

Scrivo queste righe con grande serenità perché la finestra di opportunità si sta chiudendo per la nave dei folli che è la Repubblica Federale. Qualcosa di nuovo deve e accadrà; tutti lo percepiscono. Per coloro che vivranno abbastanza a lungo da vederlo, l’opzione tedesco-russa tornerà naturalmente sul tavolo.

(Tradotto dal tedesco)

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L’accordo fallito della Germania_di Duran Daily

L’accordo fallito della Germania

Il quotidiano Duran18 agosto
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L’ascesa dell’AfD sta mettendo in luce le conseguenze politiche di un modello economico basato sull’energia russa a basso costo, sulla forza industriale e su un consenso centrista che sta diventando sempre più difficile da sostenere.

Per gran parte del periodo successivo alla Guerra Fredda, la Germania ha goduto di un assetto strategico insolitamente favorevole. L’energia russa sosteneva un’economia industriale basata su una produzione manifatturiera competitiva a livello globale. L’integrazione europea ha ampliato il mercato. Le garanzie di sicurezza americane hanno limitato i costi della protezione geopolitica. E un centro politico straordinariamente stabile ha gestito la distribuzione della prosperità che ne è derivata.

Tale accordo è ora sotto pressione da ogni parte.

Il significato dell’ascesa di Alternative für Deutschland (AfD) per la Germania va dunque oltre le sorti di un singolo partito di opposizione. L’AfD sta diventando il veicolo politico attraverso il quale una parte crescente dell’elettorato sta mettendo in discussione presupposti che la classe dirigente tedesca ha dato per scontati: la rottura con la Russia in materia di energia, la gestione della guerra in Ucraina, le conseguenze economiche delle sanzioni e i limiti del dibattito politico accettabile.

In Germania non sta cambiando solo la mappa elettorale, ma anche il rapporto tra performance economica e legittimità politica.

L’economia dietro la politica

L’attacco di Alice Weidel all’abbandono da parte della Germania dell’energia russa a basso costo colpisce direttamente la debolezza del consenso politico esistente.

La sua argomentazione è politicamente incisiva perché collega la politica estera all’economia domestica e industriale. Il rapporto energetico tra Germania e Russia non è mai stato meramente commerciale. Costituiva parte integrante della struttura dei costi che sosteneva l’industria tedesca. Una volta interrotto tale rapporto, Berlino è stata costretta a sostituire una fonte di energia geograficamente conveniente con un sistema più complesso e potenzialmente più costoso.

La bozza descrive riserve di gas eccezionalmente basse, preparativi inadeguati per l’inverno, pressioni sui mercati petroliferi e forniture di GNL che non hanno raggiunto i livelli previsti dalla leadership politica tedesca. Allo stesso tempo, il cancelliere Friedrich Merz fatica a generare lo slancio politico atteso dal suo governo, mentre impopolari misure fiscali aggiungono un’ulteriore fonte di malcontento.

È qui che l’ascesa dell’AfD assume un’importanza strategica.

I partiti esterni al consenso di governo spesso avanzano quando gli elettori giungono alla conclusione che i costi che stanno sopportando non sono disagi temporanei, ma conseguenze di politiche che il sistema politico si rifiuta di riconsiderare. L’AfD non ha bisogno di convincere ogni singolo elettore tedesco dell’intero suo programma. Deve convincerne un numero sufficiente che i partiti esistenti stanno difendendo un assetto che non funziona più.

Quando il contenimento smette di funzionare

Le imminenti elezioni in Sassonia-Anhalt e Meclemburgo-Pomerania Anteriore potrebbero quindi assumere un’importanza maggiore rispetto alle normali elezioni regionali.

L’AfD è in posizione favorevole per essere in testa in entrambi gli stati, mentre i sondaggi in Sassonia-Anhalt hanno sollevato la possibilità di una maggioranza assoluta. Un simile risultato darebbe al partito il suo primo governo regionale e potenzialmente una rappresentanza nel Bundesrat, portando una forza politica emergente direttamente all’interno della struttura istituzionale federale tedesca.

Il problema dell’establishment sta diventando sempre più difficile da nascondere. La strategia tradizionale è stata quella del contenimento: isolare politicamente l’AfD, sottoporla a un intenso controllo istituzionale e impedire agli altri partiti di trattarla come un normale partner di coalizione.

Ma il contenimento dipende dai calcoli elettorali.

Se l’AfD dovesse diventare ripetutamente il partito di maggioranza relativa, e soprattutto se si avvicinasse alla maggioranza di governo, il cordone sanitario inizierebbe a produrre risultati sempre più problematici. Potrebbero essere necessarie coalizioni più ampie di partiti ideologicamente incompatibili semplicemente per impedire al partito più forte di governare.

A quel punto, il meccanismo concepito per proteggere il centro politico può iniziare a indebolirne la legittimità.

La campagna elettorale dei Verdi in Sassonia-Anhalt, di cui si ha notizia, illustra questo cambiamento. L’obiettivo non è più necessariamente impedire una vittoria dell’AfD, ma impedire che l’AfD ottenga la maggioranza. Si tratta di una posizione politica decisamente più difensiva.

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La Germania non può isolarsi dalla strategia

La crisi economica si manifesta anche in un contesto esterno più esigente per la Germania.

Il conflitto in Ucraina continua ad assorbire l’attenzione politica e militare europea, mentre le forze russe intensificano la pressione nel Donbass occidentale e a Zaporizhzhia. Allo stesso tempo, le risorse militari americane descritte nella bozza odierna si concentrano sempre più sul Medio Oriente, compreso il dispiegamento di portaerei che potrebbe lasciare l’Asia priva di un gruppo d’attacco di portaerei statunitense.

Questi sviluppi sono geograficamente separati ma strategicamente collegati.

Essi prefigurano un mondo in cui le risorse militari, le forniture energetiche e la capacità industriale saranno nuovamente beni scarsi che i governi dovranno allocare tra priorità concorrenti.

Per la Germania, questa situazione è particolarmente scomoda. Il Paese ha costruito la propria economia politica in un periodo in cui l’integrazione economica e la sicurezza strategica si rafforzavano a vicenda. Oggi, invece, possono spingere in direzioni opposte.

Sostenere il confronto geopolitico può comportare costi industriali. Il riarmo richiede risorse fiscali. La diversificazione energetica richiede infrastrutture e capitali. Mantenere la coesione sociale diventa più difficile quando la crescita rallenta.

La politica estera, quindi, torna a essere politica interna.

La fine del centro automatico

Per questo motivo, i tentativi di comprendere l’AfD esclusivamente attraverso il linguaggio dell’estremismo rischiano di non cogliere la più ampia trasformazione politica.

La Germania potrebbe in ultima analisi limitare il partito, contenerlo, sconfiggerlo alle elezioni o costringerlo ad affrontare le difficoltà di governo. La bozza stessa solleva la possibilità di consentire a un governo dell’AfD di entrare in carica prima di sottoporlo a intense pressioni istituzionali e politiche.

Ma nessuno di questi approcci risolve le condizioni che ne determinano il sostegno.

Il problema più profondo è che i partiti tradizionali tedeschi si trovano sempre più spesso a dover difendere politiche le cui conseguenze economiche possono essere percepite direttamente dagli elettori. Se la debolezza industriale, l’insicurezza energetica e la pressione fiscale persistono, le argomentazioni un tempo relegate ai margini della politica rischiano di diventare sempre più difficili da escludere dal dibattito principale.

Anche il rinnovato dibattito su Angela Merkel è rivelatore. Qualunque sia l’esito, guardare al passato per individuare un’autorità politica è solitamente segno che il presente non è riuscito a produrre un successore evidente.

Il sistema politico tedesco si è dimostrato eccezionalmente stabile quando il suo modello economico ha generato una prosperità sufficiente ad assorbire compromessi strategici.

La prossima prova sarà se tale stabilità riuscirà a sopravvivere quando questi compromessi cominceranno a comportare costi evidenti.

L’AfD potrebbe essere il beneficiario immediato. Ma il vero protagonista è qualcosa di più grande: l’erosione delle fondamenta materiali che sostenevano il centro politico tedesco.

Ed è per questo che ciò che accade in Sassonia-Anhalt non resterà confinato in Sassonia-Anhalt.


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La campagna per fermare l’AfD _ di Simon Rorschach

La campagna per fermare l’AfD

L’AfD è in testa, le élite sono nel panico

Simon Rorschach15 agosto∙Anteprima∙Articolo ospite
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Simon Rorschach riferisce che il netto vantaggio dell’AfD in Sassonia-Anhalt ha scatenato una disperata campagna dell’establishment per impedire agli elettori di dare la maggioranza che chiaramente desiderano.

Secondo l’ultimo sondaggio commissionato proprio dalla rete di attivisti che ora sta cercando di fermarli, Alternativa per la Germania (AfD) registra un netto 43% in Sassonia-Anhalt. Si tratta di quasi il doppio del sostegno del secondo partito più forte, la CDU (Unione Cristiano-Democratica, il partito del cancelliere Merz), fermatasi al 23%. Il Partito di Sinistra arranca al 13 per cento, mentre i Socialdemocratici (SPD), un tempo potenti, si attestano su un precario 7 per cento e i Verdi si aggrappano alla soglia minima del 5 per cento. La più recente BSW (Alleanza Sahra Wagenknecht) si attesta al 4 per cento e tutti gli altri partiti sono di fatto irrilevanti. In qualsiasi democrazia normale, ciò verrebbe interpretato come un segnale decisivo del fatto che l’opinione pubblica ne ha abbastanza dell’ordine costituito. Invece, ha scatenato un panico coordinato tra i soliti sospetti che per anni hanno liquidato gli elettori dell’AfD definendoli «frustrati», «disinformati» o peggio.

Il sistema elettorale tedesco rende particolarmente chiara la posta in gioco. Gli elettori esprimono due voti: un primo voto per un candidato locale e un secondo voto per una lista di partito. È proprio il secondo voto a determinare in larga misura il numero di seggi che ciascun partito ottiene nel Parlamento regionale, il parlamento regionale. Qualsiasi partito che non superi la rigida soglia del 5% viene completamente escluso dal calcolo dei seggi; i suoi voti semplicemente svaniscono e i partiti rimanenti si dividono la torta. Se sia l’SPD che i Verdi non riuscissero a superare tale soglia, circa un decimo di tutti i voti espressi verrebbe scartato. Tali voti scartati verrebbero poi ridistribuiti in modo tale da garantire all’AfD la maggioranza assoluta dei seggi e il diritto di formare un governo da sola. Per la prima volta nella storia della Repubblica Federale, un partito che i media e i partiti tradizionali hanno trascorso un decennio a bollare come inaccettabile si troverebbe effettivamente nella posizione di governare uno Stato tedesco secondo la chiara preferenza del gruppo più numeroso di elettori.

Anziché accettare questo risultato democratico, l’organizzazione di sinistra Campact ha lanciato un’operazione ben finanziata il cui scopo esplicito è impedire all’AfD di trasformare il proprio vantaggio in potere. Il gruppo sta esortando le persone a ignorare le proprie effettive preferenze politiche e a esprimere un secondo voto puramente tattico a favore dell’SPD o dei Verdi — partiti che molti di quegli stessi elettori hanno abbandonato da tempo. L’amministratore delegato di Campact, Felix Kolb, presenta la situazione come un’emergenza morale: un partito di «estrema destra» potrebbe effettivamente ottenere la maggioranza e nominare il proprio ministro-presidente (capo di uno Stato all’interno della Germania). Egli sostiene che ciò metterebbe in pericolo gli immigrati, gli omosessuali e i disabili. Questo è il linguaggio standard dell’establishment tedesco quando si trova di fronte alla possibilità che i cittadini comuni possano finalmente imporre un cambio di rotta. Il vero pericolo, dal punto di vista di milioni di elettori dell’Est, è il proseguimento di politiche che hanno prodotto livelli record di immigrazione incontrollata, prezzi energetici alle stelle, deindustrializzazione e la crescente sensazione che il Paese venga governato contro gli interessi della propria popolazione.

La Sassonia-Anhalt non è un laboratorio politico astratto. È uno degli Stati dell’Est che continua a convivere con le lunghe conseguenze della riunificazione: salari persistentemente più bassi, disoccupazione più elevata in molti distretti, una popolazione che invecchia e il costante esodo dei giovani alla ricerca di migliori opportunità altrove. A questi problemi strutturali si sono aggiunte le politiche sull’immigrazione dell’ultimo decennio, la transizione energetica sconsiderata e una classe politica federale che ha trattato le legittime preoccupazioni relative alla criminalità, alla coesione culturale e alle priorità economiche come sintomi di un fallimento morale. La forza dell’AfD nell’Est è il risultato tangibile di quei fallimenti accumulati. Etichettare il partito come «di estrema destra» è semplicemente il metodo preferito dall’establishment per evitare qualsiasi dibattito serio sul contenuto del suo programma: controllo delle frontiere, realismo energetico, competitività industriale e difesa dell’identità nazionale.

Campact sta destinando circa 620.000 euro a questa iniziativa, fondi raccolti in gran parte grazie a piccole donazioni versate in un apposito “Fondo NoAfD”. I fondi serviranno a finanziare invii postali di massa, 13.000 manifesti affissi in città e paesi e una massiccia campagna pubblicitaria su carta stampata e digitale. L’organizzazione sta inoltre scoraggiando attivamente il voto a favore dei partiti minori o del BSW, la cui leadership ha mostrato una sconsiderata disponibilità a parlare di immigrazione e politica estera in termini che talvolta coincidono con le posizioni dell’AfD. Sia all’SPD che ai Verdi è stato chiesto formalmente se accettassero questo sostegno esterno; entrambi hanno risposto di sì. In base alle norme tedesche sul finanziamento dei partiti, l’SPD e i Verdi devono dichiarare il valore della campagna, pari a 310.000 euro, come donazione formale, anche se Campact non trasferisce denaro contante; contano solo i costi pubblicitari stessi. In pratica, ciò significa che una rete di attivisti di sinistra sta utilizzando fondi privati per garantire la sopravvivenza di due partiti dell’establishment la cui base elettorale è crollata.

Un’iniziativa parallela, che si autodefinisce “Vota in modo tattico”, sta diffondendo lo stesso appello relativo al secondo voto e aggiunge consigli su quali candidati locali abbiano le migliori possibilità di sconfiggere i candidati dell’AfD già al primo voto. Campact ha accolto pubblicamente con favore questo coordinamento. Nel loro insieme, questi sforzi costituiscono un sofisticato tentativo di ridisegnare la composizione finale del parlamento dopo che gli elettori hanno già espresso le loro preferenze alle urne. Se si riuscirà a convincere un numero sufficiente di persone ad abbandonare la propria prima scelta effettiva e a sostenere l’SPD e i Verdi al solo scopo di impedire all’AfD di ottenere la maggioranza, il risultato Parlamento regionalenon rifletterà più l’effettiva distribuzione del consenso politico. Rifletterà invece il successo di un intervento organizzato volto a proteggere il vecchio cartello politico.

Campact ha già utilizzato tattiche simili in passato. Nelle elezioni sassoni del 2024, la rete si è adoperata per garantire che La Sinistra e i Verdi superassero la soglia di sbarramento o ottenessero un numero sufficiente di seggi diretti, in modo da impedire all’AfD di costituire una minoranza di blocco. Lo stesso copione viene ora applicato in Sassonia-Anhalt. L’organizzazione afferma di tenere d’occhio le elezioni nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, in programma due settimane dopo, ma non si è ancora impegnata a condurre una campagna a tutto campo in quella regione, in parte perché il vantaggio dell’AfD è meno schiacciante e l’arithmetica complessiva è diversa. Lo schema è coerente: ovunque l’AfD sembri in grado di tradurre il sostegno popolare in un reale potere di governo, vengono mobilitati fondi provenienti da attivisti esterni e strategie mediatiche per impedirlo.

Ciò che è in gioco, in definitiva, il 6 settembre è se agli elettori della Sassonia-Anhalt sarà permesso di eleggere il parlamento e il governo che, secondo gli attuali sondaggi, preferiscono, oppure se una rete di attivisti professionisti, finanziati da persone che non subiscono le conseguenze delle politiche che difendono, riuscirà a manipolare il risultato. Dal punto di vista di chi ha visto i partiti tradizionali essere responsabili della stagnazione, degli attriti culturali e del peggioramento del tenore di vita nell’Est, il vantaggio dell’AfD non è una crisi da scongiurare. È l’arrivo, seppur tardivo, della responsabilità politica.

La missione eurasiatica per salvare l’Europa

Impero contro imperialismo

Constantin von Hoffmeister14 agosto
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Constantin von Hoffmeister si ispira a “Eurasian Mission” di Alexander Dugin per immaginare un’Europa rinata al di là dell’universalismo liberale, degli stati nazionali e dell’egemonia americana.

Il libro di Alexander Dugin, Missione Eurasiatica (Arktos, 2015), descrive il sogno di un futuro multipolare, in cui tutte le civiltà possano perseguire i propri percorsi di sviluppo, coesistendo e prosperando in armonia culturale, incontaminate dalla perniciosa influenza unipolare di una superpotenza che detta legge con il pugno di ferro e una bevanda scura e sciropposa. Il glorioso Sacro Romano Impero, con il suo monasticismo guerriero medievale, risorgerà, in tutto il suo arcano misticismo e splendore marziale, nell’era della digitalizzazione e dei missili ipersonici. I pendenti dei ducati sovrani ondeggiano, i loro colori nella brezza mattutina si alternano tra magenta (la fioritura della passione di un gruppo etnico) e cremisi (il sangue degli antenati provenienti da lontano). Il concetto di Archeomodernismo di Dugin ricorda la visione di Archeofuturismo di Guillaume Faye, che postula che i regni futuri utilizzino dispositivi di teletrasporto ma continuino a recitare inni popolari che lodano le gesta gloriose di antenati ormai scomparsi, ma immortalati nei cuori e nelle menti di una stirpe ancestrale tradizionalista.

Secondo il pensatore francese della Nuova Destra Alain de Benoist, l’attuale conflitto tra Ucraina e Russia non è solo una guerra tra due paesi, né uno scontro tra nazionalismo ucraino e nazionalismo russo. È piuttosto una guerra tra la magnificenza passionale dell’impero e la fredda logica dello stato-nazione. È una guerra tra l’Occidente morente e l’Oriente in ascesa, tra il mondo liberale e quello dello spazio civilizzato, tra il mare e la terra.

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L’eurasianesimo consiste in una resistenza organizzata a livello statale e di guerriglia contro l’onnipresente rete della globalizzazione, i cui tentacoli invadono ogni orifizio offerto da un popolo metaforicamente lobotomizzato. L’eurasianesimo difende la fiorente molteplicità di popoli, religioni e credenze. Tutte le tendenze antiglobaliste sono di fatto eurasianiste. Gli eurasianisti sono fermi sostenitori del federalismo eurasianista, che implica una combinazione di unità strategica e sovranità etnoculturali. La frase chiave che riassume il credo eurasianista è “impero contro imperialismo”.

Un impero che abbraccia l’antimperialismo come principio guida è un impero destinato a durare.

L’America è un impero di natura imperialista. È aggressiva, prepotente e determinata a conquistare nuovi territori, costringendoli a entrare nelle sue sfere di influenza culturale ed economica. L’America vuole dominare il mondo, imporre il suo stile di vita a tutti i popoli che sottomette e, in tal modo, inaugurare l’alba finale dell’umanità. La resistenza a questo tipo di globalizzazione americanizzata viene respinta con l’annientamento. L’America è diventata lo strumento delle ambizioni della classe dirigente di controllare i popoli e i territori del mondo secondo i principi salvifici delle false religioni. Le popolazioni indigene europee dell’America sono state designate come pedine sacrificabili in questa ricerca globale di controllo e genocidio attraverso l’omicidio e il multiculturalismo.

I popoli europei d’America devono liberarsi dalla schiavitù dei loro dominatori stranieri e unirsi ai loro cugini del Vecchio Mondo per tornare a essere un’unica nazione.

Il nuovo Sacro Romano Impero sarà anti-imperialista in quanto riconoscerà i diritti dei suoi territori liberamente federati. Nel nuovo impero europeo, gli stati nazionali saranno aboliti poiché rappresentano reliquie di un passato feudale e, di conseguenza, imperialista. Al loro posto, verranno istituite regioni di nuova creazione, che rifletteranno antiche entità etniche, linguistiche e culturali (anche le più piccole saranno riconosciute, come i territori baschi e sorbi), all’interno di una federazione decentralizzata. Pertanto, non ci sarà né una “nazione dominante” né un “popolo dominante”. Piuttosto, l’uguaglianza etnica diventerà realtà attraverso misure radicali che includeranno lo smantellamento dei simboli dello sciovinismo, simboli che hanno perseguitato l’Europa per millenni e che sono stati, in ultima analisi, responsabili di orribili guerre fratricide nel corso della storia europea.

Il primo regime bolscevico e la sua politica nazionale di “riaffermare le proprie radici” possono servire da esempio. Quando l’Unione Sovietica fu fondata nel 1922, Vladimir Lenin ebbe la lungimiranza di concedere l’indipendenza a tutti i territori che rientravano nell’ex sfera d’influenza dello zar deposto. La Russia zarista era stata decisamente imperialista, in quanto non riconosceva i legittimi interessi etnici dei territori non russi sotto il suo controllo (sradicando e delegittimando di fatto le caratteristiche nazionali uniche di questi territori). Lenin insistette sul diritto all’autodeterminazione di tutte le nazioni. Mentre i Bianchi erano reazionari politici e nazionalisti russi, i Rossi erano rivoluzionari, poiché volevano liberare il cuore dell’Eurasia dallo sciovinismo russo.

I bolscevichi promossero l’uguaglianza sociale e una federazione volontaria delle varie nazioni eurasiatiche. Dopo la vittoria sui Bianchi, il 30 dicembre 1922 istituirono l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. In pratica, ciò significava che tutte le repubbliche erano considerate uguali nel nuovo impero comunista/eurasiatico. A differenza della politica zarista, l’amministrazione delle repubbliche non russe fu affidata alle élite locali. La tolleranza culturale dei bolscevichi si manifestò nella promozione delle lingue e delle tradizioni non russe. 48 etnie ricevettero nuove lingue scritte (in alfabeto latino, non cirillico) e le lingue non russe furono utilizzate negli ambienti amministrativi e scolastici. In questo modo, si riuscì a ridurre l’analfabetismo e a garantire lo sviluppo regionale autonomo.

Secondo il ciclo storico descritto da Oswald Spengler, l’Occidente sembra essere in un inesorabile declino. L’Europa sta morendo per obsolescenza e logoramento delle sue strutture, ma anche per l’infezione da parte dell’americanismo, della xenofilia e dell’islamismo: invasioni lanciate e dirette con crescente efficacia, mentre questa parte del mondo abbandona le proprie fondamenta e ricade nella barbarie, avanzando al contempo verso l’instaurazione di una vera e propria idiocrazia. Solo l’inclusione in una sovrastruttura eurasiatica potrebbe salvarla dall’irrilevanza a lungo termine. Un ritorno al passato contadino e religioso le consentirebbe di proiettarsi in un futuro maestoso governato dalla maggioranza.

Se apprezzate gli scritti di Constantin von Hoffmeister, potete ordinare il suo nuovo libro, The Fate of White America qui .

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