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La guerra oltre la NATO, di the Daily Duran – L’AfD e la strada per Mosca, di Bob Hickok _La politica dello stato di emergenza permanente, di the Daily Duran

La guerra oltre la NATO

L’Ucraina potrebbe anche escludere l’adesione alla NATO dalla propria costituzione, ma il profondo confronto militare tra Russia ed Europa si sta rivelando sempre più difficile da superare.

Il quotidiano Duran7 ottobre
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La disputa sull’adesione dell’Ucraina alla NATO potrebbe giungere a una conclusione insolita. L’adesione stessa potrebbe scomparire dalle ambizioni costituzionali di Kiev, proprio mentre il confronto strategico che l’espansione della NATO ha contribuito a creare si consolida ulteriormente.

Questa distinzione è importante. Le alleanze sono sancite da trattati e costituzioni. Gli allineamenti strategici si costruiscono attraverso armi, finanziamenti, intelligence, logistica e impegni politici. Eliminare una frase dalla costituzione ucraina risolverebbe il primo problema, ma non necessariamente modificherebbe il secondo.

Questa è sempre più la contraddizione centrale del conflitto ucraino. La questione formale dell’adesione alla NATO sembra passare in secondo piano proprio mentre l’integrazione pratica dell’Ucraina nel sistema di sicurezza occidentale – e il confronto dell’Europa con la Russia – assume un’importanza crescente.

Dall’adesione alla realtà militare
Secondo alcune fonti, il parlamento ucraino starebbe valutando la possibilità di eliminare l’impegno costituzionale all’adesione alla NATO, pur mantenendo il percorso di avvicinamento del Paese all’Unione Europea. Anche Marco Rubio ha lasciato intendere che l’adesione alla NATO non è più un’opzione contemplata.

Sulla carta, questo sembra significativo. La traiettoria dell’Ucraina nella NATO si trovava quasi al centro della disputa sulla sicurezza che ha preceduto la guerra. Ma è improbabile che Mosca giudichi la futura posizione dell’Ucraina basandosi esclusivamente sul testo costituzionale.

Le costituzioni possono essere modificate. I governi cambiano. Gli assetti di sicurezza si evolvono.

La questione più rilevante è se l’Ucraina rimanga militarmente integrata con gli stati della NATO anche senza diventarne membro: rifornita di armi occidentali, sostenuta finanziariamente, collegata alle reti di intelligence occidentali e preservata come piattaforma militare al confine con la Russia.

Ecco perché la neutralità è considerevolmente più complessa del semplice abbandono di una domanda di adesione. L’autentica neutralità strategica riguarda le capacità e le relazioni, non solo il linguaggio giuridico.

La guerra potrebbe quindi spingersi oltre il dibattito sull’adesione alla NATO senza risolvere il conflitto di sicurezza di fondo che ha reso tale dibattito così importante.

La logistica diventa strategia
La pressione militare esercitata dalla Russia riflette sempre più la stessa logica.

Gli sviluppi strategicamente più importanti non sono necessariamente spettacolari conquiste sul campo di battaglia. Si tratta piuttosto di attacchi contro i sistemi che permettono all’Ucraina di continuare a funzionare come un’economia di guerra.

Gli attacchi russi hanno esercitato una pressione crescente su Odessa, sulle infrastrutture per l’esportazione, sulle ferrovie e sulle comunicazioni. Secondo le informazioni esaminate per l’edizione odierna, l’Ucraina ha quasi esaurito le sue riserve di locomotive a seguito dei ripetuti attacchi alla sua rete ferroviaria. La loro sostituzione è difficile perché l’Ucraina utilizza uno scartamento ferroviario diverso da quello di gran parte dell’Europa occidentale, costringendo Kiev a cercare materiale rotabile compatibile in Polonia e in altri paesi dell’Europa orientale.

Si tratta di una guerra strategica contro la produttività.

Gli eserciti necessitano di munizioni, carburante e personale, ma gli stati in guerra hanno bisogno anche di ferrovie, porti, sistemi elettrici, telecomunicazioni e canali di esportazione funzionanti. Distruggere una locomotiva può attirare meno attenzione rispetto alla conquista di una città. Le sue conseguenze possono estendersi ben oltre.

L’attacco ucraino, che avrebbe coinvolto oltre 600 droni diretti verso Mosca, dimostra che Kiev conserva la capacità di imporre costi all’interno della Russia. Alcuni droni avrebbero penetrato le difese aeree russe e colpito infrastrutture per lo stoccaggio di carburante. Tuttavia, la maggiore asimmetria risiede nella capacità di sostenere tali scambi.

La Russia sta esercitando una pressione crescente sul tessuto connettivo dello stato ucraino.

È più difficile che il solo aiuto finanziario occidentale possa porvi rimedio.


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La Germania oltrepassa una soglia retorica
Proprio nel momento in cui Kiev potrebbe formalmente ritirarsi dalla NATO, la Germania si sta muovendo retoricamente verso una concezione più esplicita di confronto con la Russia.

Il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha parlato di patriottismo e mobilitazione in caso di un futuro conflitto. Il capo del BND, Martin Jäger, ha avvertito il parlamento che la Germania rischia di essere trascinata in un violento scontro con Mosca.

Ciò crea un’inversione straordinaria.

Tradizionalmente, la tesi a favore dell’espansione della NATO era che l’allargamento avrebbe stabilizzato l’Europa estendendo la deterrenza verso est. Tuttavia, l’Ucraina potrebbe ora abbandonare l’ambizione di aderire alla NATO, mentre la Germania, al sicuro all’interno dell’alleanza, discute più apertamente la possibilità di un confronto diretto con la Russia.

Il fronte istituzionale potrebbe stabilizzarsi anche se quello politico si militarizza sempre più.

Il linguaggio di Berlino illustra anche quanto profondamente il conflitto in Ucraina abbia cambiato il pensiero strategico europeo. La Russia non viene più considerata semplicemente un problema da contenere all’interno dell’Ucraina. I governi europei descrivono sempre più spesso il confronto come qualcosa che potrebbe coinvolgere direttamente le loro società, economie e strutture militari.

Tale trasformazione potrebbe in definitiva rivelarsi più importante dello status formale dell’Ucraina all’interno di un’alleanza.

L’architettura sopravvive all’etichetta
Il problema emergente degli insediamenti è quindi di portata ben maggiore rispetto alla sola appartenenza alla NATO.

La Russia sembra sempre più determinata a indebolire la capacità dell’Ucraina di funzionare come un’efficace piattaforma militare. L’Europa resta impegnata a sostenere tale piattaforma. Kiev potrebbe diventare costituzionalmente non-NATO pur mantenendo legami strategici con gli stati NATO.

In tal caso, il linguaggio diplomatico sarà cambiato più rapidamente dell’architettura strategica.

Ecco perché l’eliminazione della NATO dalla costituzione ucraina potrebbe rivelarsi al contempo importante e insufficiente. Riconoscerebbe il fallimento di uno dei presupposti centrali dell’ordine europeo prebellico, ma lascerebbe irrisolta la questione più complessa: quale sistema di sicurezza lo sostituirà?

Le guerre raramente finiscono semplicemente perché una clausola controversa scompare dai documenti. Finiscono quando gli accordi politici e militari che sottendono a tale clausola diventano sufficientemente accettabili per le principali potenze, che smettono così di metterli alla prova.


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L’AfD e la strada per Mosca

di Bob Hickok

7 ottobre
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Bob Hickok analizza come l’AfD stia trasformando l’opposizione alla guerra in Ucraina in una più ampia campagna per ripristinare i legami economici e politici della Germania con la Russia.

L’AfD (Alternativa per la Germania) si sta orientando verso una politica estera che rappresenterebbe una netta rottura con la linea politica seguita da Berlino dall’inizio della guerra in Ucraina. Al centro di questa politica c’è una semplice proposta: la Germania dovrebbe smettere di considerare il confronto permanente con la Russia come una condizione inevitabile della vita europea. Il partito auspica la fine del sostegno militare tedesco all’Ucraina, la priorità dei negoziati con Mosca rispetto a un’ulteriore escalation, il ritorno dell’energia russa sul mercato tedesco e lo smantellamento delle sanzioni economiche con il miglioramento delle relazioni. Questa posizione è diventata ancora più evidente il 7 ottobre, quando l’AfD ha annunciato la sua adesione alla BSW (Alleanza dei Wageknecht di Sahara Occidentale) nel parlamento della Sassonia-Anhalt per chiedere la fine del sostegno militare tedesco all’Ucraina. La mozione non può determinare la politica estera federale, ma il suo simbolismo è innegabile. Il leader regionale dell’AfD, Ulrich Siegmund, ha affermato che Berlino dovrebbe adoperarsi per porre fine alla guerra anziché prolungarla e reindirizzare le risorse destinate all’Ucraina verso la Germania stessa. L’iniziativa, pertanto, coniuga la politica estera con la questione interna che ha contribuito maggiormente all’ascesa dell’AfD: ovvero se lo Stato tedesco debba continuare a destinare fondi, armi e attenzione politica a un conflitto nell’Europa orientale, mentre cresce il malcontento interno.

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Dietro questa argomentazione si cela una disputa più ampia su quale debba essere il rapporto tra Germania e Russia una volta che i combattimenti saranno terminati. L’AfD non si limita a sostenere una riduzione delle forniture di armi. Nei dibattiti al Parlamento tedesco, i suoi rappresentanti hanno invocato un compromesso negoziato, si sono opposti all’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea e alle garanzie militari che potrebbero impegnare la Germania in un’altra guerra, e hanno sostenuto che gli interessi tedeschi richiedono il ripristino, in futuro, di normali relazioni con Mosca. All’inizio dell’estate, uno dei fondatori dell’AfD, Alexander Gauland, ha affermato in Parlamento che l’Ucraina ha il diritto di continuare a combattere se lo desidera, ma che la Germania non è obbligata a farsi carico del conflitto. Questa distinzione è centrale nella posizione del partito. La Germania, secondo l’AfD, dovrebbe smettere di definire i propri interessi attraverso le priorità strategiche di Kiev o attraverso un confronto militare indefinito tra Russia e Occidente. Berlino dovrebbe invece recuperare spazio per una diplomazia indipendente, lasciando l’Ucraina al di fuori delle strutture che potrebbero trasformare l’attuale conflitto in una linea di demarcazione permanente in Europa.

La dimensione economica potrebbe rivelarsi ancora più rilevante. Prima del 2022, la Russia forniva alla Germania oltre la metà del suo gas naturale e più di un terzo delle sue importazioni di petrolio greggio. Tale rapporto è stato gravemente compromesso dopo l’invasione russa dell’Ucraina, lo scontro legato alle sanzioni, la riduzione e l’interruzione dei principali flussi di gas e la distruzione di tre dei quattro gasdotti Nord Stream nel settembre 2022. L’AfD sostiene che il conseguente ordine energetico abbia indebolito l’industria tedesca, sostituendo il gas relativamente economico trasportato tramite gasdotto con alternative più costose. Markus Frohnmaier, vicecapogruppo parlamentare dell’AfD, ha giustificato la sua visita di giugno al Forum economico internazionale di San Pietroburgo proprio su queste basi, affermando al parlamento tedesco che abbandonare il gas russo a basso costo, mentre le aziende tedesche si trovano ad affrontare prezzi energetici elevati, è contrario agli interessi economici della Germania. Anche Kay Gottschalk, esperta di finanza dell’AfD, ha dichiarato che il partito auspica la riapertura di Nord Stream 1 e 2 e il ritorno del trasporto di petrolio russo nell’Europa centrale attraverso il gasdotto Druzhba, una volta raggiunto un accordo di pace. I critici della CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del cancelliere Merz), dei Verdi e di altri partiti sostengono che un ritorno all’energia russa ricreerebbe una dipendenza strategica. Il disaccordo, quindi, va ben oltre il prezzo di un metro cubo di gas: verte sulla questione se l’interdipendenza economica tedesco-russa sia stata un errore strategico o uno dei fondamenti della precedente potenza industriale della Germania.

È in questo contesto che il forum economico russo-tedesco-americano proposto per il 2027 assume particolare rilevanza. Kirill Dmitriev, inviato speciale di Vladimir Putin per la cooperazione economica internazionale e capo del Fondo russo per gli investimenti diretti, ha proposto pubblicamente l’incontro a settembre, chiedendo esplicitamente la partecipazione dell’AfD. Reuters ha successivamente riferito che erano in corso i preparativi per colloqui tra Dmitriev e i leader dell’AfD Alice Weidel e Tino Chrupalla, possibilmente già a marzo 2027. L’obiettivo sarebbe quello di valutare il ripristino delle forniture di gas russo alla Germania e il possibile futuro del Nord Stream, sebbene una fonte abbia dichiarato a Reuters che l’incontro dipenderebbe dal raggiungimento di un quadro di pace tra Russia e Ucraina. Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India sono stati menzionati come possibili sedi. Markus Frohnmaier ha poi confermato che l’AfD rimane in contatto con Dmitriev in merito al forum e che il rinnovato impegno per la cooperazione economica sarà uno degli argomenti di discussione. Dmitriev ha affermato che oltre venti aziende tedesche hanno già manifestato interesse, mentre la Camera di Commercio americana in Russia ha accolto pubblicamente la proposta. Questi segnali indicano un reale interesse per un rinnovato dialogo commerciale, ma non vanno confusi con un accordo tra i tre governi.

La componente americana è particolarmente intrigante, ma richiede anche cautela. Secondo quanto riportato, gli organizzatori speravano che personalità come Steve Witkoff e Jared Kushner potessero partecipare all’incontro, ma un alto funzionario americano ha dichiarato a Reuters che nessuno dei due era stato informato o invitato al vertice in programma. Pertanto, non vi sono ancora le basi per definire l’evento una conferenza ufficiale americano-tedesco-russa. Ciononostante, anche solo l’idea rivela quanto rapidamente potrebbe cambiare il panorama diplomatico relativo alla guerra in Ucraina se i negoziati dovessero portare a una soluzione duratura. Un forum che riunisca funzionari russi, politici dell’opposizione tedesca, rappresentanti di imprese americane e aziende interessate a ripristinare i legami commerciali segnerebbe l’inizio di una lotta per l’ordine economico postbellico. Sanzioni, beni congelati, oleodotti, contratti energetici, investimenti industriali e accesso al mercato russo tornerebbero immediatamente all’ordine del giorno. Il presidente Vladimir Putin ha aggiunto un ulteriore elemento a questa discussione il 1° ottobre, affermando che le aziende occidentali potrebbero potenzialmente recuperare i beni russi posti sotto amministrazione statale se le relazioni migliorassero. Tali dichiarazioni non garantiscono la riconciliazione, ma dimostrano che Mosca sta già parlando delle condizioni economiche che potrebbero seguire a un disgelo politico.

Di conseguenza, l’AfD sta cercando di presentarsi non semplicemente come il partito tedesco contrario alla fornitura di armi all’Ucraina, ma come la forza politica pronta a un diverso rapporto con la Russia dopo la guerra. La sua argomentazione combina diplomazia, energia, industria e sovranità: fermare l’escalation militare, cercare una soluzione negoziata, rimuovere le sanzioni con la normalizzazione delle relazioni, ripristinare gli scambi commerciali e consentire alla Germania di perseguire interessi economici che non devono necessariamente coincidere con ogni preferenza strategica dei suoi alleati. Il governo di Friedrich Merz ha una visione quasi opposta, mantenendo il sostegno militare a Kiev e avvertendo che una rinnovata dipendenza dall’energia russa renderebbe la Germania nuovamente vulnerabile. È probabile che questo conflitto di visioni si acuisca anziché attenuarsi. Il forum proposto per il 2027 offre uno spaccato di ciò che è in gioco. Se rimarrà un semplice incontro tra politici dell’opposizione e imprenditori interessati, le sue conseguenze immediate saranno limitate. Se, tuttavia, i negoziati di pace progrediranno e importanti attori commerciali americani e tedeschi inizieranno a partecipare, potrebbe diventare una delle prime sedi in cui si discuterà dell’assetto economico successivo alla guerra in Ucraina. In tal caso, il dibattito sul Nord Stream cesserebbe di riguardare principalmente un gasdotto distrutto sotto il Mar Baltico. La questione si inserirebbe in un quadro ben più ampio: se la Germania intenda preservare la separazione economica dalla Russia creatasi dopo il 2022 o tentare, in circostanze radicalmente mutate, di costruire una nuova relazione a livello continentale europeo.

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La politica dello stato di emergenza permanente

Il quotidiano Duran8 ottobre
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Con l’accumularsi della pressione strategica, i governi stanno ampliando la definizione stessa di sicurezza, trasformando l’ambiguità militare, i disordini interni, la debolezza economica e le interruzioni energetiche in elementi dello stesso campo di battaglia politico.

Un sistema politico non ha bisogno di dichiarare guerra per iniziare a organizzarsi secondo presupposti tipici del periodo bellico. È sufficiente che ridefinisca la gamma di eventi considerati parte del conflitto.

Questo processo sta diventando visibile in tutta Europa. Gli incidenti militari diventano prove di guerra ibrida. L’interruzione delle infrastrutture diventa sabotaggio strategico. La protesta politica diventa una vulnerabilità all’influenza straniera. L’energia diventa sicurezza nazionale. Il commercio diventa allineamento geopolitico. Le sanzioni diventano strumenti permanenti di politica estera anziché misure coercitive temporanee.

Il risultato è ben più significativo di qualsiasi singolo drone, protesta o pacchetto di sanzioni. I confini che separano guerra, economia e politica interna diventano sempre più difficili da definire.

L’ambiguità diventa strategica
La dichiarazione del cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui la Russia non sta semplicemente combattendo l’Ucraina ma sta anche “dichiarando guerra contro di noi”, illustra in modo particolarmente chiaro questo cambiamento. La trascrizione colloca tale affermazione in relazione al caso irrisolto del drone all’aeroporto di Lipsia, mettendo in discussione le prove che stabiliscono la responsabilità russa.

Il punto cruciale non è se ogni accusa si rivelerà poi corretta, bensì cosa accade a livello politico quando i governi iniziano ad agire partendo dal presupposto che eventi ambigui appartengano a una più ampia campagna ostile.

I funzionari europei stanno già discutendo su come l’UE dovrebbe rispondere a un potenziale “attacco ibrido” letale, prendendo in considerazione aspetti quali il coordinamento delle emergenze, i finanziamenti e la comunicazione in situazioni di crisi. Secondo quanto riportato, tali discussioni si sono intensificate in seguito all’incidente di Lipsia.

Questo cambia il contesto strategico. Un attacco informatico non attribuito, l’avvistamento di un drone, un cavo danneggiato o un guasto infrastrutturale possono acquisire rilevanza geopolitica prima ancora che ne venga accertata la responsabilità. L’ambiguità non rallenta più l’escalation, ma può accelerarla.

Questo è importante perché la guerra ibrida è una categoria insolitamente elastica. Si colloca a metà strada tra spionaggio, sabotaggio, interferenza politica, operazioni informatiche e pressione militare convenzionale. Più ampia diventa la sua definizione, più facile sarà per i governi interpretare future perturbazioni come componenti di un conflitto in corso.

La geografia dell’incertezza
Il Mar Nero presenta un problema simile.

La trascrizione descrive attacchi contro navi mercantili vicino alla Bulgaria, sottolineando al contempo che le responsabilità non erano ancora state accertate. Le autorità bulgare inizialmente evitarono di attribuire colpe, e anche la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen riconobbe che le circostanze erano ancora in fase di accertamento.

Tale incertezza è strategicamente importante.

Il Mar Nero non è più semplicemente un teatro marittimo che circonda il conflitto in Ucraina. Sta diventando un punto di incontro tra operazioni militari, traffico marittimo commerciale, esportazioni alimentari, assicurazioni, rotte energetiche e territorio NATO.

Un attacco a una nave ha quindi conseguenze che vanno oltre il danno fisico inflitto. Ogni incidente inspiegabile solleva interrogativi sulla libertà di navigazione, sulle soglie di escalation e sulla possibilità di considerare le infrastrutture economiche come un’estensione del campo di battaglia.

La guerra si sta espandendo geograficamente perché i suoi sistemi di supporto – porti, trasporti marittimi, energia, logistica e comunicazioni – stanno diventando a loro volta risorse strategiche.


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La politica interna si muove nella stessa cornice
La stessa logica è sempre più evidente anche all’interno degli stati occidentali.

Le proteste in Francia sono apparentemente di natura interna. Eppure, la trascrizione descrive Donald Trump che inquadra le manifestazioni nel contesto del dibattito americano sull’immigrazione, mentre i funzionari francesi lamentano che voci russe, iraniane e di altre nazionalità stiano sfruttando gli eventi per influenzare la percezione della Francia.

Qui sono in atto due processi politici differenti, ma il risultato è lo stesso.

Trump interpreta il disordine francese attraverso le categorie politiche più utili alla sua coalizione interna. Parigi, dal canto suo, interpreta i commenti stranieri su tale disordine in parte attraverso il linguaggio della guerra dell’informazione.

La protesta, pertanto, cessa di appartenere esclusivamente alla Francia.

Questo sta diventando un tratto distintivo della geopolitica contemporanea. L’instabilità interna viene internazionalizzata quasi immediatamente. Manifestazioni, elezioni, migrazioni e malcontento pubblico diventano materiale per i governi in competizione, che cercano di legittimare le proprie narrazioni politiche.

Di conseguenza, la distinzione tra politica estera e politica interna si indebolisce da entrambe le direzioni.

L’economia dopo l’emergenza
La trasformazione è forse più evidente nei settori dell’energia e delle sanzioni.

La trascrizione passa dal conflitto tra Yemen e Arabia Saudita ai disagi in una raffineria venezuelana, per poi tornare a un altro importante pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia. Questi sviluppi sono geograficamente distinti, ma strategicamente collegati dalla crescente militarizzazione delle infrastrutture economiche.

Un tempo, i mercati energetici venivano analizzati principalmente in termini di prezzo, investimenti e offerta. Oggi, invece, se ne discute in termini di resilienza, sanzioni, interdizione, dipendenza strategica e vulnerabilità.

L’Europa incarna la contraddizione.

L’UE continua a cercare di ridurre la dipendenza strategica dagli avversari, affrontando al contempo le conseguenze economiche del restringimento delle proprie relazioni di approvvigionamento. La trascrizione si conclude con i funzionari europei che promettono di affrontare gli elevati costi energetici, anche se le considerazioni geopolitiche continuano a determinare quali fornitori l’Europa considera accettabili.

Questo è il paradosso centrale della politica economica. Le politiche di sicurezza possono ridurre una vulnerabilità creandone al contempo un’altra.

Le sanzioni, la ristrutturazione delle catene di approvvigionamento e il disaccoppiamento strategico potrebbero quindi autoalimentarsi. Maggiore è la perturbazione economica che producono, più i governi interpretano la resilienza come un requisito di sicurezza, e maggiore è la giustificazione per ulteriori interventi.

Un sistema senza confini ben definiti
Il sistema internazionale non sta semplicemente diventando più conflittuale. Sta diventando meno compartimentato.

La competizione militare si svolge ormai attraverso i mercati finanziari. La politica energetica si intreccia con la sicurezza nazionale. Le proteste interne entrano a far parte della guerra dell’informazione. Il trasporto marittimo commerciale si trasforma in calcolo militare. La politica commerciale diventa politica di alleanza.

Ecco perché eventi apparentemente scollegati appaiono sempre più spesso collegati tra loro.

Il cambiamento più profondo è di natura istituzionale. I governi stanno imparando a operare in un contesto in cui quasi ogni questione politica di rilievo può essere inquadrata come una questione di sicurezza.

Una volta che ciò accade, l’emergenza cessa di essere eccezionale.

Diventa la condizione determinante.

Il ritorno di Stalin: cosa significa la rilettura storica della Russia per il Sud del mondo, di Think BRICS – Un pellegrinaggio quasi anacronistico, di François Mauld d’Aymée

Il ritorno di Stalin: cosa significa la rilettura storica della Russia per il Sud del mondo

In un contesto di guerra e sanzioni, la Russia sta ripristinando i simboli dell’era staliniana. Cosa comunica questo recupero al Sud del mondo in merito a sovranità, sviluppo e al prezzo umano del potere statale centralizzato a livello nazionale?

Pensate ai BRICS28 settembre
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La Russia ha iniziato a restaurare i simboli dell’era staliniana in un momento di profondo confronto con l’Occidente.

Il 29 aprile 2025, un decreto presidenziale ha ripristinato il nome Stalingrado per l’aeroporto internazionale di Volgograd. Il 15 maggio, Mosca ha inaugurato una copia a grandezza naturale di un bassorilievo staliniano presso la stazione della metropolitana Taganskaya . L’originale era stato rimosso nel 1966, quando le autorità costruirono un passaggio di interscambio attraverso la stazione.

Queste decisioni hanno un peso politico significativo. Riportano Stalin alla ribalta pubblica mentre la Russia si trova ad affrontare sanzioni, un lungo confronto con i governi occidentali e la prospettiva di un’economia di guerra prolungata. Il messaggio è rivolto alla società russa, ma raggiunge anche i paesi del Sud del mondo .

La Russia presenta Stalin come simbolo di forza industriale, vittoria militare e indipendenza nazionale. Questa immagine attrae coloro che considerano i modelli politici ed economici occidentali né universali né neutrali. Tuttavia, lascia irrisolta una questione spinosa: è possibile separare le conquiste dello stato staliniano dalla repressione che le ha rese possibili?

Perché Stalin sta tornando proprio ora

Per tre decenni dopo il crollo dell’Unione Sovietica, lo Stato russo mantenne le distanze da Stalin. Celebrò la vittoria sovietica sulla Germania nazista , ma evitò di riabbracciare pienamente il leader che aveva governato il paese durante la fase di industrializzazione e la Seconda Guerra Mondiale .

Il video originale descrive questo periodo come un tentativo di integrare la Russia con l’Occidente e di adottare le narrazioni liberali occidentali. Tale rapporto è poi fallito. Le sanzioni sono diventate una caratteristica permanente del contesto internazionale della Russia e Mosca si sta preparando a un confronto prolungato con gli stati occidentali .

In questo contesto, Stalin offre un simbolo politico già pronto . Rappresenta uno Stato che ha mobilitato la società, costruito l’industria pesante e sconfitto la Germania nazista sotto estrema pressione. La sua immagine può essere usata per dire ai russi che l’isolamento è gestibile e che la forza nazionale dipende dalla disciplina e da un processo decisionale centralizzato.

Il restauro della statua di Stalingrado si inserisce perfettamente in questo messaggio. Il nome richiama la battaglia del 1942-43, uno dei punti di svolta decisivi della Seconda Guerra Mondiale. Il bassorilievo della metropolitana aggiunge un ulteriore livello di significato, collegando la Mosca odierna alla figura del leader associato alla trasformazione industriale forzata dell’Unione Sovietica.

Non si tratta necessariamente di una completa riabilitazione di ogni aspetto del regime staliniano. Lo Stato sta enfatizzando alcuni elementi selezionati della sua eredità: la vittoria, l’ordine, lo sviluppo industriale e la resistenza alle pressioni straniere.

L’argomento dello sviluppo

I difensori di Stalin di solito iniziano parlando della portata della trasformazione.

Il video afferma che sotto Stalin l’alfabetizzazione è aumentata dal 28% circa al 100% e che l’aspettativa di vita è cresciuta da 32 a 63 anni. Sostiene inoltre che l’Unione Sovietica si è industrializzata in un decennio senza prestiti occidentali.

Questi dati vengono utilizzati per supportare una tesi chiara. Stalin ereditò un paese in gran parte rurale ed economicamente arretrato e lo trasformò in una potenza industriale capace di sconfiggere la Germania nazista. I sostenitori affermano che giudicare questo processo solo in base alla violenza politica del periodo significa ignorare le condizioni degli anni ’20 e ’30 : guerra civile, povertà, instabilità sociale e timore di un intervento straniero.

Il video illustra questo modo di pensare attraverso l’immagine di una grande roccia. Chi si trova vicino ne vede solo una piccola parte. Chi si trova più lontano ne vede l’intera struttura. Il paragone riflette l’argomentazione secondo cui Stalin dovrebbe essere giudicato in base alla portata della trasformazione, non solo in base alle singole politiche o ai singoli crimini .

Questa argomentazione presenta una grave debolezza. Crescita industriale e repressione facevano parte dello stesso sistema. La collettivizzazione forzata, gli arresti politici, il lavoro carcerario e le esecuzioni di massa aiutarono lo Stato a controllare la terra, la manodopera e le risorse . I progressi nell’alfabetizzazione, nella produzione industriale e nella capacità militare comportarono enormi costi umani.

La fonte riconosce questa contraddizione accostando la Costituzione sovietica del 1936 al periodo del Grande Terrore . La Costituzione presentava l’Unione Sovietica come uno stato democratico, mentre nello stesso periodo si verificavano repressioni di massa.

Ciò solleva una questione fondamentale. Può un governo rivendicare legittimità democratica quando offre diritti formali ma nega ai cittadini protezione dalla violenza arbitraria dello Stato?

Alcuni difensori di Stalin sostengono che le purghe fossero mirate a funzionari locali corrotti o non responsabili. Questa interpretazione può contribuire a spiegare perché l’idea di efficienza stalinista attragga ancora persone frustrate dalla burocrazia e dalla corruzione. Ma la responsabilità politica garantita dalla legge è diversa dalla punizione inflitta tramite processi segreti , confessioni estorte ed esecuzioni.

Questa distinzione è rilevante anche al di fuori della Russia. Molti paesi del Sud del mondo desiderano istituzioni più solide, uno sviluppo più rapido e una minore dipendenza dalle potenze straniere. Il passato di Stalin può sembrare dimostrare che uno Stato può raggiungere una rapida modernizzazione attraverso il controllo centralizzato. Mostra anche il pericolo di permettere al potere statale di operare senza limiti significativi.

Il messaggio al Sud del mondo

Il video sostiene che gli osservatori occidentali spesso interpretano il ritorno di Stalin solo come nostalgia interna . Offre invece un’interpretazione diversa: la Russia sta inviando un messaggio anche all’estero .

Questo messaggio mette in discussione l’idea che i paesi debbano adottare modelli politici ed economici occidentali per modernizzarsi. La Russia presenta la propria storia come prova che uno stato può industrializzarsi, sconfiggere un nemico più forte e sopravvivere all’isolamento senza seguire le direttive occidentali.

Questa argomentazione trova riscontro nel Sud del mondo.

Molti paesi in via di sviluppo hanno subito il dominio coloniale, scambi commerciali ineguali, interventi stranieri e politiche economiche imposte da istituzioni esterne. Anche i governi occidentali hanno applicato gli standard dei diritti umani in modo incoerente , criticando gli avversari pur mantenendo stretti rapporti con partner autoritari.

In tale contesto, il linguaggio della sovranità russo può apparire credibile. Esso suggerisce che lo sviluppo nazionale richieda il controllo sulla politica economica, sulle risorse naturali, sulle industrie strategiche e sulle decisioni in materia di sicurezza.

L’appello non significa che i paesi del Sud del mondo appoggino l’intero sistema politico stalinista. I paesi raggruppati sotto l’etichetta di Sud del mondo hanno storie e tradizioni politiche diverse. India, Brasile, Cina, Sudafrica e gli altri membri dei BRICS non condividono un’unica posizione su Stalin, la democrazia o il controllo statale.

Il loro interesse comune è più limitato e pragmatico . Desiderano maggiore autonomia nella scelta delle proprie strategie di sviluppo e una riduzione della dipendenza dalle istituzioni occidentali. La narrazione storica russa supporta questo obiettivo, presentando l’esperienza sovietica come alternativa alla modernizzazione guidata dall’Occidente.

È qui che l’immagine di Stalin diventa utile a Mosca. Può essere presentato come la prova che la forza nazionale non richiede l’approvazione occidentale . Il messaggio storico è semplice: l’Unione Sovietica ha affrontato l’isolamento, ha mobilitato le proprie risorse ed è uscita vittoriosa.

Ma il paragone ha i suoi limiti. L’Unione Sovietica era un enorme stato centralizzato che controllava territorio, energia, agricoltura e industria. Le economie odierne dipendono da catene di approvvigionamento globali, tecnologia straniera, finanza internazionale e reti digitali. L’autosufficienza completa è molto più difficile da raggiungere.

Per i paesi del Sud del mondo, la lezione realistica potrebbe essere la diversificazione strategica piuttosto che l’isolamento totale. Possono cercare molteplici partner, sviluppare il commercio regionale, utilizzare le valute nazionali laddove possibile e sviluppare le industrie interne senza presumere che un unico modello funzioni ovunque.

La politica della “Fortezza Russia”

Il video definisce l’attuale direzione intrapresa dalla Russia “Russia Fortezza”. Il termine descrive un Paese che si prepara a resistere a pressioni di lungo termine rafforzando il controllo interno, riducendo la dipendenza da potenze esterne e organizzando la società attorno alla sopravvivenza nazionale.

Stalin si adatta a questa immagine politica perché è associato alla rapida mobilitazione e al potere concentrato. Il suo nome è legato allo sviluppo industriale, alla preparazione militare e alla vittoria sulla Germania nazista .

Il simbolismo aiuta inoltre lo Stato a spiegare le difficoltà attuali. Sanzioni, restrizioni economiche e pressioni militari possono essere inserite in una narrazione storica più ampia. Ai russi viene ricordato che il Paese ha già affrontato pericoli estremi in passato ed è sopravvissuto grazie al sacrificio e alla disciplina.

Ma questo approccio può anche ridurre lo spazio per le critiche. Quando la sopravvivenza nazionale diventa il principale argomento politico, il dissenso può essere trattato come debolezza o slealtà. Sono ammesse proteste limitate, mentre lo Stato prosegue con cambiamenti simbolici di più ampia portata.

Ciò crea una forma controllata di pluralismo . I critici possono apparire in pubblico, ma le loro obiezioni non modificano l’orientamento principale della politica.

Il ricordo della repressione rimane visibile , eppure il ricordo della vittoria riceve lo spazio ufficiale più prominente .

Il risultato è un equilibrio storico irrisolto. Alcuni russi vedono Stalin come il costruttore di uno stato potente. Altri lo considerano responsabile del terrore e delle sofferenze di massa. Il governo può utilizzare la prima immagine senza eliminare completamente la seconda, finché l’attenzione politica rimane focalizzata sulla vittoria e sulla forza nazionale.

Cosa dovrebbero trarne i paesi BRICS

Il ritorno di Stalin non è una politica dei BRICS e non dimostra che tutti i membri dei BRICS condividano la visione della storia della Russia. Riflette piuttosto un dibattito più ampio sulla sovranità e lo sviluppo .

La Russia sta mettendo in discussione l’assunto secondo cui esista un’unica via legittima verso la modernità. Il suo messaggio offre spazio politico ad approcci alternativi basati sulla pianificazione statale, sulla politica industriale e sull’indipendenza strategica.

Questa sfida può rivelarsi utile. I governi e le istituzioni occidentali hanno spesso considerato i propri sistemi politici ed economici come standard universali. Un ordine internazionale più diversificato dovrebbe consentire ai paesi di scegliere percorsi diversi e di negoziare con molteplici partner.

Ma l’indipendenza dal potere occidentale non protegge automaticamente i cittadini dagli abusi dei propri governi. Un paese può resistere alle pressioni esterne pur limitando le libertà politiche al suo interno. Lo sviluppo economico può coesistere con la repressione . La capacità statale senza responsabilità può diventare un’altra forma di dominio.

Questa è la tensione centrale nell’uso che la Russia fa di Stalin. La sua immagine rappresenta i reali successi in termini di alfabetizzazione, industrializzazione e potenza militare. Rappresenta anche un sistema che trattava le vite umane come risorse da organizzare e sacrificare.

Per il Sud del mondo, la questione non è se Stalin debba essere considerato un eroe o un criminale in ogni paese. La domanda più rilevante è che tipo di sovranità si sta costruendo. Conferisce alle società un maggiore controllo sulle proprie economie e sulla politica estera? Rafforza le istituzioni pubbliche? Protegge i cittadini sia dalla dominazione esterna che dal governo arbitrario in patria?

Il ritorno dell’immagine di Stalin dimostra che la storia rimane parte integrante dell’attuale competizione geopolitica. La Russia utilizza il passato sovietico per spiegare la propria visione del presente e il modo in cui desidera che gli altri lo interpretino.

I monumenti di Mosca e il nome ripristinato di Stalingrado veicolano dunque due messaggi. Celebrano uno Stato che ha conquistato il potere sotto pressione e invitano il mondo a riflettere se tale modello abbia ancora qualcosa da offrire in un’epoca di sanzioni , rivalità strategica e insoddisfazione nei confronti del predominio occidentale.


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Un pellegrinaggio quasi anacronistico

di François Mauld d’Aymée

28 settembre
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François Mauld d’Aymée visita Stalingrado, dove il nome di Stalin sopravvive come monumento a un’epoca di sacrificio, vittoria e grandezza storica.

A Volgograd è impossibile non pensare a Stalingrado. I due toponimi coesistono, spesso impressi sulle ali di qualche imponente edificio stalinista sorto dalle rovine della guerra. La città ha perso meno del suo carattere sovietico rispetto a molte altre desiderose di immergere un dito nel calderone del capitalismo ed entrare nell’era post-proletaria e post-rivoluzionaria: quella che alcuni chiamano postmodernità, e che io chiamo post-umanità.

L’impronta impressa da questo simbolismo storico costringe la città a rimanere fedele a se stessa, a tal punto che probabilmente è proprio qui che inizia il processo di destalinizzazione. La più grande battaglia della storia moderna dell’umanità si è svolta in un luogo che porta il nome del suo leader supremo, che è uscito vittorioso da quello scontro colossale. Pochi eventi in tutta la storia documentata hanno un significato così immediato, soprattutto uno così vicino nel tempo. Ottantaquattro anni sono a malapena un salto in termini storici.

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Il suo significato è così potente che la gente si è vergognata persino di pensare di cancellarne le tracce. Il solo nome di Stalin ha schiacciato gli insetti che sono venuti dopo di lui. Si è fatto di tutto per far scomparire ogni sua evocazione. Col tempo, quegli insetti sono periti, e altri ancora li hanno seguiti, ma il peso del nome stesso rimane intatto. Alla ricerca di forza e identità, Volgograd sogna di tornare a essere Stalingrado.

Dove un tempo la storia respirava e ansimava con tutte le sue forze, la modernità lotterà sempre per affermarsi. Un territorio sufficientemente vasto resisterà, capace di catturare l’essenza di ciò che un tempo si ergeva al vertice di ciò che avrebbe dovuto definire il futuro di un continente, e molto altro ancora. Uomini comuni sconfissero coloro che si erano proclamati leoni e re astratti dell’umanità, autoproclamatisi regnanti incontrastati. L’immagine è così potente che gli insetti, in nessun caso, possiedono i mezzi per far cancellare i bassorilievi.

L’Unione Sovietica non esiste più. Farla risorgere, secondo Marx, produrrebbe una farsa. Il secolo dei lavoratori si è concluso con i miseri calcoli dei burocrati. In proporzione inversa ai grattacieli che si innalzano così diabolicamente verso l’alto, tutto ciò che si trova nella mente si rimpicciolisce. Cosa ci è ancora permesso sognare nel 2026, in una nuvolosa giornata di settembre a Stalingrado?

Para parafrasare Vysotsky, sono io che non sono mai tornato dalle battaglie di Mariupol. Avevo l’età ideale, nutrivo ambizioni perfette e portavo con me illusioni che vagavano liberamente nella mia mente. Beati, tuttavia, i vincitori. La damnatio memoriae è una punizione appropriata per coloro che quasi inevitabilmente li tradiscono, quasi per un’infallibile logica della storia.

Sopravvivere alla vittoria è un’ulteriore prova per i combattenti. Alcuni dicono che chi sopravvive alle guerre si aspetti troppo da chi resta indietro, da chi raccoglie i frutti del trionfo. I sopravvissuti alle guerre odierne hanno probabilmente più in comune con i morti di Stalingrado che con i loro contemporanei, tatuati con rune scandinave, vestiti con noncuranza secondo la moda americana e storditi da migliaia di ore di rap, rock e techno.

Le idee di coraggio, sacrificio, abnegazione e simili sono intrise di anacronismi. Zaitsev morì dunque pochi giorni prima della fine ufficiale dell’Unione Sovietica, senza aver visto né sentito il tradimento finale. Persino la mia indignazione non è altro che un anacronismo.

Il pensiero è anacronistico quanto una libreria. La riflessione è come una bottiglia rotta gettata in mare. I suoi frammenti raggiungeranno la riva e, per un breve istante, un passante li noterà.

(Tradotto dal francese)


François Mauld d’Aymée si è diplomato all’accademia militare di Saint-Cyr, in Bretagna. È un soldato dell’esercito russo, un cantante lirico e un diplomato del Conservatorio Čajkovskij di Mosca. Potete seguirlo su Telegram .

Berlino riapre il Canale di Mosca, di the Daily Duran – UE-CINA, L’INTERDIPENDENZA DIVENTA POLITICA, IndoPacific salad – UE, il prezzo della dipendenza energetica, di Duran Daily

Berlino riapre il Canale di Mosca.

I primi colloqui a livello di ministri degli esteri tra Germania e Russia dal 2022 rivelano meno un’imminente pace e più la crescente necessità per l’Europa di riprendere il dialogo con Mosca.

Il quotidiano Duran28 settembre
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Per venti minuti a New York, la Germania ha fatto qualcosa che aveva in gran parte evitato dall’inizio della guerra in Ucraina: ha parlato direttamente con la Russia a livello di ministri degli esteri.

Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha incontrato Sergey Lavrov a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel primo incontro bilaterale tra i ministri degli Esteri dei due Paesi dal gennaio 2022. Non si è registrata alcuna svolta. Non è emerso alcun quadro negoziale. La parte russa ha affermato di non aver appreso nulla di sostanzialmente nuovo, mentre Berlino si è lamentata della scarsa disponibilità al compromesso mostrata da Mosca.

A rigor di termini, si è trattato di un incontro fallimentare. Politicamente, tuttavia, il fatto stesso che si sia svolto è più significativo di qualsiasi cosa sia stata apparentemente detta all’interno della stanza.

Negli ultimi quattro anni la Germania ha contribuito a definire la politica europea di sostegno militare all’Ucraina, di sanzioni economiche contro la Russia e di isolamento diplomatico di Mosca. Berlino non ha abbandonato nessuna di queste politiche. Tuttavia, la Germania è giunta alla conclusione che sia nuovamente necessario un contatto diretto con la Russia.

Questo cambio di metodo merita attenzione. La questione non è se la Germania abbia improvvisamente cambiato posizione sulla guerra. Non l’ha fatto. La questione è perché Berlino creda che sia giunto il momento di riaprire un canale che aveva lasciato di fatto chiuso.

L’incontro che non avrebbe dovuto avere importanza
L’incontro in sé fu breve. Wadephul e Lavrov parlarono per circa venti minuti. La Russia affermò che la Germania aveva richiesto l’incontro. Wadephul fornì una versione più complessa, sostenendo che paesi terzi avevano espresso la disponibilità di Mosca al dialogo e incoraggiato Berlino a cogliere l’occasione.

Anche la disputa su chi abbia avviato il dialogo è rivelatrice. Nessuna delle due parti vuole apparire come quella che cerca l’altra. Per Mosca, ciò rischierebbe di suggerire che le pressioni occidentali stiano funzionando. Per Berlino, chiedere apertamente alla Russia di avviare un dialogo rischierebbe di minare la narrativa politica europea costruita attorno all’idea che Mosca debba prima dimostrare un cambiamento di comportamento.

Eppure, a prescindere dalla coreografia diplomatica che ha preceduto l’incontro, entrambe le parti hanno infine concordato di sedersi al tavolo delle trattative. Già solo questo rappresenta una rottura con lo schema degli ultimi anni.

Wadephul ha sfruttato l’incontro per ribadire le posizioni tedesche consolidate: cessate il fuoco, ripresa dei negoziati e misure volte a ridurre la pressione sull’Ucraina, tra cui la discussione sull’accesso al Mar Nero e sulle infrastrutture energetiche. Lavrov sembra aver offerto ben poco incoraggiamento. Tale esito non avrebbe dovuto sorprendere Berlino. Attualmente la Russia ha scarsi incentivi ad accettare un cessate il fuoco alle condizioni europee.

Il problema del cessate il fuoco e perché la Russia ha pochi incentivi a sospenderlo
Il disaccordo fondamentale non riguarda semplicemente la necessità o meno di fermare gli scontri a fuoco, bensì gli obiettivi che un cessate il fuoco dovrebbe prefissarsi. I governi europei, in genere, presentano il cessate il fuoco come il primo passo necessario verso la diplomazia. I combattimenti cessano, la pressione umanitaria ed economica diminuisce, si avviano i negoziati e si rende possibile una soluzione politica più ampia.

Mosca vede la situazione in modo diverso. La posizione russa è che un cessate il fuoco che lasci irrisolta la controversia strategica di fondo si limiti a congelare il conflitto. Da questa prospettiva, interrompere le operazioni militari prima di un accordo sul territorio, sulle capacità militari ucraine, sul coinvolgimento della NATO e sulla più ampia architettura di sicurezza europea darebbe a Kiev e ai suoi sostenitori il tempo necessario, senza richiedere loro di cedere su nulla di fondamentale.

È qui che l’esperienza di Minsk diventa rilevante. Non dimostra che la Germania di oggi stia tentando di ripetere il 2015, ma influenza il modo in cui Mosca interpreta le proposte occidentali. Durante i combattimenti a Debaltseve, Angela Merkel e François Hollande intensificarono la loro azione diplomatica man mano che la situazione militare in Ucraina si deteriorava. A questo seguì Minsk II.

Le circostanze storiche erano diverse, ma la memoria strategica rimane. I responsabili politici russi hanno quindi validi motivi per esaminare qualsiasi proposta di cessate il fuoco europea non semplicemente come un’iniziativa di pace, ma come una potenziale pausa in un confronto in corso. Ciò è particolarmente vero se Mosca ritiene che l’equilibrio militare si stia attualmente muovendo a suo favore.

Una proposta di cessate il fuoco ha molto più peso quando entrambe le parti ritengono che la prosecuzione dei combattimenti stia diventando meno vantaggiosa. Questa condizione non sembra sussistere al momento.

La Russia continua ad esercitare pressione lungo diversi settori del fronte, ampliando progressivamente la gamma di infrastrutture oggetto di attacco. Reti ferroviarie, sistemi energetici, infrastrutture di telecomunicazione e altri nodi a supporto dello Stato ucraino e dell’economia di guerra sono sempre più al centro del conflitto.

Allo stesso tempo, Kiev continua ad affrontare interrogativi riguardanti le risorse umane, i finanziamenti, le munizioni e la sostenibilità del suo impegno militare. Dal punto di vista di Mosca, fermarsi a questo punto significherebbe quindi rinunciare alla pressione militare senza prima aver ottenuto concessioni politiche.

Si tratta di una proposta difficile da far accettare. Questo aiuta a spiegare perché gli appelli della Germania sembrano aver prodotto una risposta così scarsa. Berlino sta chiedendo alla Russia di interrompere una strategia che Mosca apparentemente ritiene efficace. Ciò non rende impossibili i negoziati. Significa però che i negoziati richiedono più di semplici appelli alla moderazione. Affinché la diplomazia possa progredire, le parti dovrebbero affrontare gli interessi che alimentano il conflitto, piuttosto che limitarsi ai suoi sintomi militari immediati.


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La contraddizione di Berlino
La posizione della Germania è particolarmente interessante perché Berlino sta cercando di perseguire due politiche contemporaneamente. Si sta preparando a un confronto prolungato con la Russia e, allo stesso tempo, sta riaprendo i canali di comunicazione con Mosca. La spesa per la difesa tedesca sta aumentando vertiginosamente. Berlino sta ampliando le proprie capacità militari. I funzionari tedeschi parlano sempre più spesso della Russia come di una minaccia alla sicurezza a lungo termine. In tutta Europa, i leader politici e militari discutono apertamente della possibilità di un confronto con la Russia entro la fine di questo decennio.

Mosca cita ripetutamente queste dichiarazioni come prova che è l’Europa, piuttosto che la Russia, a istituzionalizzare il confronto. Lavrov è tornato su questo argomento a New York. I governi europei accusano la Russia di nutrire ambizioni che vanno oltre l’Ucraina, ha sostenuto, mentre gli stessi governi discutono pubblicamente della preparazione militare per una possibile guerra con la Russia entro il 2028, il 2029 o il 2030.

Berlino si trova quindi di fronte a un’evidente contraddizione strategica. La Germania si sta preparando all’eventualità che la Russia rimanga il principale avversario militare dell’Europa, pur riconoscendo al contempo che una qualche forma di relazione diplomatica con Mosca è inevitabile. L’incontro di Wadephul è una delle prime manifestazioni di questa contraddizione. L’Europa può desiderare il contenimento. Può desiderare la deterrenza. Può desiderare le sanzioni. Ma prima o poi, ha bisogno anche di un canale negoziale.

La Germania non può esternalizzare la diplomazia per sempre.
Dietro a questo incontro si cela un problema europeo più ampio. Per gran parte della guerra, l’Europa ha di fatto esternalizzato a Washington i contatti diplomatici più importanti con Mosca. I governi europei hanno fornito denaro, armi, sanzioni e sostegno politico, mentre gli Stati Uniti hanno mantenuto la possibilità di comunicare direttamente con il Cremlino quando necessario. Tale assetto diventa sempre più problematico se Washington inizia a perseguire i propri interessi indipendentemente dall’Europa.

La Germania, la Francia e gli altri principali Stati europei non possono basare in modo permanente le proprie politiche di sicurezza sul presupposto che gli Stati Uniti negozieranno con la Russia per loro conto. La Germania in particolare non può sottrarsi a questo problema. È la più grande economia europea, uno dei principali sostenitori dell’Ucraina e, sempre più, una delle principali potenze militari del continente. Le relazioni tedesco-russe non sono quindi una questione secondaria, ma parte integrante del problema della sicurezza europea stessa.

Se Berlino desidera accordi che riguardino le infrastrutture energetiche, la navigazione nel Mar Nero, il controllo degli armamenti, l’escalation militare o, eventualmente, una soluzione più ampia, la Germania dovrà prima o poi trattare direttamente con la Russia. L’alternativa è rimanere dipendenti da decisioni prese altrove. La conversazione di venti minuti a New York potrebbe quindi riguardare meno un cessate il fuoco immediato e più la cauta riscoperta da parte della Germania di una vecchia realtà. La geografia non può essere ignorata con le sanzioni.

L’ombra di Minsk
La tentazione di paragonare il momento attuale al 2015 è comprensibile. Allora, come ora, la pressione sul campo di battaglia era accompagnata da un’urgente azione diplomatica europea. Allora, come ora, la Germania si trovò a dover affrontare la possibilità che gli eventi sul terreno si evolvessero più rapidamente della strategia politica europea. Ma le differenze sono sostanziali.

La portata della guerra è enormemente maggiore. La posizione militare della Russia è diversa. La dipendenza dell’Ucraina dagli aiuti occidentali è più profonda. Le relazioni tra Europa e Russia si sono deteriorate ben oltre la situazione di un decennio fa. Cosa ancora più importante, la valutazione di Mosca sulla diplomazia occidentale è cambiata. I funzionari russi citano ripetutamente gli accordi di Minsk come prova che le soluzioni temporanee possono essere utilizzate per guadagnare tempo militare piuttosto che per risolvere le controversie di fondo. Che i governi europei accettino o meno questa interpretazione è quasi irrilevante. Mosca sì.

Ciò significa che un altro accordo simile a quello di Minsk è molto più difficile da realizzare. Qualsiasi proposta seria di cessate il fuoco dovrebbe superare proprio i sospetti generati dal precedente. Berlino non può semplicemente chiedere alla Russia di fermarsi. Dovrebbe spiegare cosa accadrà dopo la cessazione delle ostilità.

L’importanza dei venti minuti
Non vi è alcuna prova che la Germania si stia preparando a una rottura radicale con l’attuale politica europea. Berlino continua a sostenere l’Ucraina. Continua a esercitare pressioni su Mosca. Continua a considerare la Russia una minaccia per la sicurezza. E continua a insistere sul fatto che qualsiasi soluzione diplomatica debba tutelare gli interessi ucraini.

L’incontro Wadephul-Lavrov non dovrebbe quindi essere interpretato in modo esagerato come un’inversione di rotta strategica tedesca. Il suo significato è più sottile. La Germania ha iniziato a verificare se il confronto e la diplomazia possano coesistere. Per quattro anni, gran parte dell’Europa si è comportata come se dialogare con Mosca significasse rischiare di legittimarla. Ora uno dei governi più importanti d’Europa è giunto alla conclusione che rifiutarsi di dialogare potrebbe creare a sua volta dei problemi. Questo cambiamento giunge in un momento rivelatore.

Il contesto bellico rimane sfavorevole al tipo di cessate il fuoco auspicato dall’Europa. La Russia non vede molti motivi per fermarsi. L’Ucraina continua ad aver bisogno di un enorme sostegno esterno. Gli Stati Uniti perseguono i propri obiettivi diplomatici ed economici. In queste condizioni, Berlino ha scoperto che una politica estera basata interamente sulla pressione si scontra inevitabilmente con un dilemma pratico: cosa succede quando l’altra parte non cede?

A New York non si è giunti a nessuna conclusione. La Russia non ha fatto alcuna concessione visibile. La Germania non ha modificato la propria politica ufficiale. I due ministri degli Esteri non sono riusciti nemmeno a mettersi d’accordo pubblicamente su chi avesse richiesto l’incontro. Eppure, forse è proprio per questo che l’incontro è importante.

Berlino non ha riaperto i contatti perché le relazioni con Mosca stiano migliorando. Li ha riaperti perché le relazioni sono diventate troppo importanti per interromperle senza un canale di comunicazione. La Germania continua a sostenere l’Ucraina, a prepararsi militarmente e a confrontarsi politicamente con la Russia. Ma sta anche iniziando a riconoscere che la sicurezza europea non può essere organizzata in ultima analisi senza una qualche forma di impegno diretto con Mosca. L’incontro di venti minuti non ha prodotto quasi nulla. La decisione di tenerlo potrebbe rivelarsi ben più importante.


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Il prezzo della dipendenza energetica

L’Europa ha sostituito l’energia russa con una rete più ampia di fornitori. Il dibattito sul diesel a Washington sta rivelando la differenza tra cambiare fornitore e raggiungere l’autonomia strategica.

Il quotidiano Duran29 settembre
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La sicurezza energetica, in definitiva, non si misura dalla provenienza del combustibile, bensì dal numero di decisioni che si frappongono tra un Paese e l’energia di cui ha bisogno.

La trasformazione energetica europea iniziata nel 2022 è stata presentata principalmente come un processo di diversificazione. L’utilizzo di idrocarburi russi sarebbe stato ridotto o eliminato, sarebbero entrati nel mercato fornitori alternativi e la dipendenza da Mosca avrebbe cessato di rappresentare una vulnerabilità strategica. Sotto un aspetto importante, questa politica ha avuto successo. La quota russa delle importazioni di petrolio nell’UE è diminuita drasticamente, raggiungendo solo l’1% nel secondo trimestre del 2026. Gli Stati Uniti, la Norvegia e il Kazakistan sono emersi come fornitori principali.

Ma diversificazione e autonomia non sono la stessa cosa.

La distinzione è diventata difficile da ignorare, soprattutto ora che Donald Trump sta valutando restrizioni sulle esportazioni di diesel americano. Trump ha pubblicamente appoggiato l’idea di un divieto di esportazione, mentre Washington si trova ad affrontare prezzi del carburante interni straordinariamente elevati. Tuttavia, la stessa amministrazione ha inviato segnali contrastanti: il Segretario all’Energia Chris Wright si è espresso contro un embargo generalizzato, mentre un funzionario della Casa Bianca ha smentito le indiscrezioni secondo cui si stava preparando un divieto di 90 giorni.

Non è quindi certo che la restrizione si concretizzerà. Il fatto più importante è che l’Europa è diventata sufficientemente vulnerabile da rendere rilevante tale possibilità.

La nuova dipendenza

Il diesel fornisce una misura insolitamente chiara del cambiamento.

Secondo i dati di Kpler riportati da Euronews, quest’anno gli Stati Uniti hanno fornito circa 180.000 barili al giorno dei circa 580.000 barili al giorno di gasolio importato dall’UE. Si tratta di circa il 32%, quasi il doppio rispetto al 17% registrato nel 2025. Nell’Europa nord-occidentale, le forniture americane rappresentano circa il 57% del gasolio proveniente da fuori della regione.

La Gran Bretagna illustra lo stesso cambiamento strutturale.

Prima della guerra in Ucraina, la Russia forniva circa un quinto del fabbisogno di gasolio del Regno Unito. Entro il 2025, i Paesi Bassi e gli Stati Uniti insieme avrebbero fornito il 58% delle importazioni britanniche di gasolio bianco e soddisfatto il 32% del fabbisogno totale del Regno Unito. Nel frattempo, la produzione delle raffinerie britanniche è diminuita a seguito della chiusura di alcune di esse.

Tutto ciò non significa che l’Europa abbia semplicemente sostituito Mosca con Washington, uno a uno. La rete di approvvigionamento è più ampia di prima e le raffinerie europee producono ancora gran parte del gasolio del continente. L’Europa mantiene inoltre scorte sufficienti ad attutire un’eventuale interruzione temporanea.

Ma l’esposizione strategica è comunque reale.

Diversificazione senza autonomia

Il problema risiede nel modo in cui è stata definita la sicurezza energetica.

L’Europa ha considerato la diversificazione principalmente come una questione di geografia dei fornitori. Acquistare meno dalla Russia e più dagli Stati Uniti, dalla Norvegia, dal Medio Oriente e dai mercati internazionali delle materie prime ha ridotto il rischio di concentrazione. Ciò che non è riuscita a eliminare è stata la necessità fondamentale dell’Europa di importare idrocarburi.

Ciò è importante perché l’energia scambiata a livello internazionale rimane soggetta alle priorità nazionali.

Il dibattito di Washington lo dimostra. La restrizione proposta non è principalmente diretta contro l’Europa. Se ne discute perché i politici americani si trovano ad affrontare un problema interno: prezzi del diesel eccezionalmente elevati e la pressione per tutelare i consumatori americani. Un’amministrazione che si trova a fronteggiare l’aumento dei costi dei trasporti e dell’agricoltura ha motivazioni che potrebbero divergere da quelle dei suoi alleati.

Per Bruxelles, quindi, la vulnerabilità non richiede ostilità da parte di Washington. Richiede solo priorità diverse.

La Commissione europea sembra essere consapevole del pericolo. La scorsa settimana ha dichiarato di considerare con “preoccupazione” le notizie relative alle restrizioni alle esportazioni statunitensi, ha avvertito che tali interruzioni potrebbero avere ripercussioni negative su entrambe le economie e ha confermato l’avvio di colloqui di alto livello con Washington. La Commissione ha inoltre sottolineato che, per il momento, non vi è una reale carenza di gasolio nell’UE.

Questa precisazione è importante. Non si tratta ancora di una questione di esaurimento delle riserve di gasolio in Europa. Si tratta piuttosto di capire chi ha maggiore potere contrattuale quando i mercati si irrigidiscono.


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La politica della botte

Tale leva diventa più rilevante quando l’offerta di pezzi di ricambio è scarsa.

Se il petrolio americano scomparisse dal mercato internazionale, gli acquirenti europei cercherebbero alternative altrove. L’Europa nord-occidentale si troverebbe a competere con gli acquirenti del Mediterraneo, dell’America Latina e dell’Africa occidentale per accaparrarsi i carichi disponibili. Il meccanismo di trasmissione immediato sarebbe quindi probabilmente il prezzo, prima ancora della scarsità fisica.

E il gasolio non è semplicemente un altro bene di consumo.

Il gasolio alimenta camion, macchinari agricoli e attrezzature industriali. L’aumento dei costi del gasolio si ripercuote lungo le catene di approvvigionamento e finisce per ripercuotersi su alimenti, prodotti manifatturieri e trasporti. La Gran Bretagna sta già subendo questa pressione di trasmissione: il 28 settembre il prezzo medio del gasolio nel Regno Unito ha raggiunto il record di 199,18 pence al litro.

Il calcolo politico su entrambe le sponde dell’Atlantico diventa quindi piuttosto semplice. Washington ha interesse a proteggere i consumatori americani. I governi europei hanno interesse a proteggere i propri.

Un mercato energetico integrato funziona senza intoppi finché l’offerta è abbondante. La scarsità ricorda ai governi che l’energia rimane strategica.

Dall’efficienza alla resilienza

Questa è la lezione più importante che emerge dall’esperimento energetico europeo post-2022.

Per decenni, la politica energetica europea ha beneficiato del presupposto che l’offerta commercialmente disponibile fosse di fatto una fonte di approvvigionamento sicura. Dopo il 2022, i responsabili politici hanno posto sempre maggiore enfasi sull’identità geopolitica dei fornitori. La fase successiva potrebbe richiedere un calcolo più rigoroso: quanta capacità di raffinazione, stoccaggio, infrastrutture e produzione interna devono essere mantenute anche quando l’importazione appare economicamente più efficiente?

La chiusura di impianti di raffinazione illustra il compromesso. La raffineria britannica di Grangemouth è diventata un terminale di importazione nel 2025. Il governo britannico sostiene che il paese rimane ben rifornito grazie alla raffinazione interna e a importazioni diversificate, e che non si sono verificate interruzioni nell’approvvigionamento.

Questo può essere del tutto corretto in condizioni di mercato normali. Ma la resilienza viene messa alla prova proprio quando le condizioni smettono di essere normali.

Il problema strategico dell’Europa, dunque, è più ampio di Donald Trump e del diesel. Il continente ha impiegato quattro anni a riorganizzare la geografia del proprio approvvigionamento energetico. Ha indubbiamente ridotto la sua dipendenza dalla Russia e ampliato la sua base di fornitori.

Ciò che non le è sfuggito è la dipendenza da decisioni prese altrove.

Un oleodotto russo, una raffineria americana, una rotta marittima mediorientale e il mercato spot internazionale sono meccanismi molto diversi tra loro. Eppure, ognuno di essi espone il consumatore finale a eventi che sfuggono al controllo dell’Europa.

Il nuovo ordine energetico emergente impone quindi una distinzione che i responsabili politici hanno talvolta offuscato dopo il 2022. La diversificazione determina dove si distribuisce la dipendenza. L’autonomia strategica determina quanta dipendenza rimane.

L’Europa ha fatto notevoli progressi sul primo punto. Il dibattito sul diesel suggerisce che il secondo sia ancora incompiuto.


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UE-CINA, L’INTERDIPENDENZA DIVENTA POLITICA
A cura di Emanuele RossiMartedì ho partecipato a Roma a “Securing Europe-China Policy: Emerging Trends”, una roundtable organizzata dal Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University su impulso del suo Associate Director, il professor Enrico Fardella, che da anni contribuisce in modo importante al dibattito italiano sulla Cina e sull’Indo-Pacifico. Inutile quasi dire che è stata un’occasione per confrontarsi con esperti internazionali provenienti dal mondo dell’accademia, dei think tank e di diverse istituzioni (italiane ed europee), che lavorano da vicino su questi dossier, partendo da una domanda apparentemente semplice: quanto sta cambiando davvero la politica europea verso la Cina? L’incontro si è svolto secondo la Chatham House Rule: utilizzo quindi soltanto parte delle idee e informazioni emerse nella discussione, senza attribuzioni, come dimensione analitica generale. La risposta che mi porto a casa è meno lineare di quanto suggerisca il lessico del “de-risking”: in Europa sta effettivamente cambiando qualcosa, ma non siamo davanti a un percorso ordinato verso il decoupling (tecnicamente impossibile al momento e nel prossimo futuro), né a una strategia già definita. Piuttosto, commercio, sicurezza economica, politica industriale e geopolitica stanno entrando nello stesso campo decisionale. E questo rende il rapporto con Pechino più difficile da gestire, perché obbliga l’Unione a decidere quali interdipendenze siano accettabili, quali vadano ridotte e, soprattutto, quali costi sia disposta a sostenere per farlo. 
Oggi parliamo di… come sta cambiando il rapporto tra Europa e Cina, perché il vecchio equilibrio costruito intorno all’interdipendenza economica è sempre più sotto pressione e perché la vera questione, per Bruxelles, riguarda ormai la capacità di trasformare la sicurezza economica in una politica industriale credibile. Andiamo avanti! Nuovo equilibrio
Il punto di partenza è un dato politico prima ancora che commerciale. Dopo aver definito il summit UE-Cina del luglio 2025 un “inflection point”, Bruxelles ha trascorso buona parte del 2026 cercando di tradurre quella diagnosi in strumenti concreti. Il contesto economico aiuta a capire perché. Nel 2025 le esportazioni europee di beni verso la Cina sono diminuite del 6,5%, a 199,6 miliardi di euro, mentre le importazioni sono cresciute del 6,4%, raggiungendo 559,4 miliardi. Il deficit commerciale dell’UE ha così sfiorato i 360 miliardi di euro. La Cina rimane il principale mercato di origine delle importazioni europee, mentre l’UE riesce a collocarla soltanto al quarto posto tra le destinazioni del proprio export. Ma fermarsi al deficit rischia di far perdere il punto centrale della discussione europea. Il problema non riguarda semplicemente quanti beni l’Europa compri e venda alla Cina. Riguarda la struttura industriale che sta dietro quei flussi. La combinazione tra domanda interna cinese relativamente debole, capacità produttiva sostenuta dalla politica industriale e crescente competitività tecnologica delle imprese cinesi sta aumentando la pressione sui produttori europei. E questa pressione non si manifesta soltanto nel mercato cinese: riguarda il mercato europeo e, sempre più spesso, i mercati terzi nei quali imprese europee e cinesi competono direttamente. È qui che la questione commerciale diventa industriale.
Cosa cambiaNegli ultimi mesi Bruxelles ha progressivamente ampliato la propria cassetta degli attrezzi. Il Foreign Subsidies Regulation, gli strumenti di screening degli investimenti, la politica sulle materie prime critiche, l’International Procurement Instrument e le proposte per introdurre criteri europei negli appalti pubblici appartengono formalmente a dossier differenti. Politicamente, però, stanno cominciando a rispondere alla stessa esigenza: evitare che l’apertura del mercato europeo produca dipendenze difficili da gestire o contribuisca all’erosione di capacità industriali considerate strategiche. Il cambiamento è importante perché modifica anche il significato di “de-risking”. All’inizio il termine permetteva all’Europa di prendere le distanze dal decoupling americano senza negare l’esistenza di vulnerabilità nei rapporti con Pechino. Nel corso del 2026 quella formula si è progressivamente riempita di contenuto industriale. A giugno, per esempio, il dibattito europeo ha cominciato a mettere nello stesso quadro sussidi distorsivi, squilibri commerciali, materie prime critiche, catene di approvvigionamento della difesa e rapporti sino-russi. Pochi giorni dopo, Bruxelles e Pechino hanno avviato le China-EU Trade and Investment Consultations, articolate intorno a quattro aree: riequilibrio di commercio e investimenti, controlli alle esportazioni, proprietà intellettuale e riforma del WTO. È un passaggio meno tecnico di quanto sembri. Significa che dossier fino a poco tempo fa affrontati separatamente — veicoli elettrici, procurement, terre rare, accesso al mercato, sussidi — vengono sempre più spesso letti come parti di un problema complessivo.
Sicurezza economicaQui emerge una delle questioni più interessanti discusse martedì: che cosa deve essere effettivamente “messo in sicurezza”? È relativamente facile riconoscere una vulnerabilità quando una supply chain essenziale dipende quasi interamente da un unico fornitore. È molto più difficile distinguere una dipendenza strategica dalla normale interdipendenza che caratterizza un’economia aperta, oppure una minaccia alla sicurezza da una perdita di competitività. La distinzione conta. Se ogni settore sottoposto a forte concorrenza cinese viene interpretato attraverso la lente della sicurezza economica, il rischio è trasformare progressivamente la politica industriale in protezione dalla concorrenza. Se invece l’Europa restringe troppo la definizione di vulnerabilità, può ritrovarsi priva di alternative nel momento in cui una dipendenza economica acquista improvvisamente valore geopolitico. Le materie prime critiche mostrano bene il problema. La dipendenza europea dalla capacità cinese di lavorazione e dalle licenze all’export non può essere eliminata rapidamente. Diversificazione, stockpiling e investimenti in capacità alternative possono ridurla, ma richiedono tempo, capitale e spesso costi più elevati.  La sicurezza economica, insomma, non consiste nell’eliminare le dipendenze. Consiste nel decidere quali dipendenze siamo disposti ad accettare e quali capacità vogliamo pagare per mantenere.
Interdipendenza gestitaQuesto porta al punto che, a mio avviso, descrive meglio la fase attuale. Il rapporto UE-Cina non è più semplicemente un problema di apertura commerciale, ma di gestione politica dell’interdipendenza. Bruxelles continua ad avere interesse a commerciare, investire e cooperare con Pechino. La Cina, allo stesso tempo, ha interesse a preservare l’accesso a uno dei maggiori mercati del mondo. Nessuna delle due parti sta quindi preparando seriamente una separazione economica generale. Ciò che cambia sono le condizioni dell’apertura. L’UE vuole continuare a beneficiare dell’interdipendenza limitando la possibilità che questa produca erosione industriale, dipendenze eccessive o strumenti di pressione politica. Pechino contesta invece la diagnosi europea: considera molte difficoltà dell’industria del continente come problemi di competitività interna e sostiene che un riequilibrio dovrebbe avvenire aumentando le esportazioni europee verso la Cina, anziché limitando quelle cinesi verso l’Europa. Dietro la parola “riequilibrio” convivono quindi obiettivi piuttosto diversi. Può significare meno esportazioni cinesi, maggiori acquisti cinesi di beni europei, più accesso delle aziende europee al mercato cinese oppure una maggiore localizzazione della produzione cinese in Europa. Ed è precisamente su questa ambiguità che si giocherà buona parte del negoziato.
Geopolitica industrialeC’è poi una dimensione che va oltre il rapporto bilaterale. La politica europea verso la Cina non viene elaborata nel vuoto. Gli Stati Uniti stanno a loro volta ridefinendo il proprio rapporto economico con Pechino e ogni restrizione imposta da Washington modifica indirettamente gli incentivi delle imprese cinesi e la geografia delle loro esportazioni. Così come lo fanno e lo faranno i nuovi equilibri dopo il vertice Trump-Xi della scorsa settimana (su cui approfondiamo sotto). Per l’Europa questo crea un problema particolare: evitare di diventare il mercato di assorbimento della capacità produttiva che incontra maggiori ostacoli altrove. È una delle ragioni per cui il dibattito sulla sovraccapacità cinese ha assunto una dimensione politica molto più ampia rispetto a pochi anni fa. Ma c’è anche un secondo effetto, meno discusso: più l’UE introduce preferenze europee, requisiti di localizzazione e criteri di resilienza, più diventa necessario stabilire cosa significhi davvero “europeo”. Una fabbrica cinese di batterie costruita in Ungheria o in Spagna, che impiega lavoratori europei ma utilizza tecnologia, componentistica e capitale cinese, contribuisce alla sicurezza economica europea oppure riproduce la dipendenza in una forma diversa? Non esiste una risposta valida per ogni settore. Ed è proprio per questo che la fase successiva del de-risking sarà probabilmente molto più complicata della precedente: non basta diversificare i fornitori, bisogna capire dove risiede il controllo della tecnologia, della proprietà intellettuale, degli input critici e delle decisioni industriali.
Europa divisaResta infine il problema politico interno all’Unione. Le differenze tra gli Stati membri non sono scomparse. La Francia ha sostenuto da tempo una politica industriale e commerciale più difensiva, mentre la Germania è stata tradizionalmente più cauta per l’esposizione delle proprie grandi imprese industriali al mercato cinese. Nel 2026, però, anche il dibattito tedesco ha cominciato a cambiare, sotto la pressione del calo delle esportazioni verso la Cina e della crescente concorrenza delle imprese cinesi in Europa e nei mercati terzi. Anche Italia e Spagna hanno mostrato maggiore apertura verso interventi nei settori più esposti alla sovraccapacità cinese. Questo avvicinamento non significa che esista già un consenso europeo stabile. La vera prova arriverà quando gli strumenti di sicurezza economica produrranno costi distributivi concreti. Una tariffa protegge alcuni produttori ma aumenta i costi per altri. Un requisito di contenuto locale può sostenere la produzione europea, ma rendere più costosa la transizione energetica. La diversificazione delle supply chain aumenta la resilienza, ma difficilmente replica nel breve periodo prezzi e scala della produzione cinese. Finché si discute di “de-risking”, le convergenze sono relativamente facili; quando bisogna stabilire chi paga per il de-risking, lo sono molto meno.
Il punto chiaveÈ probabilmente questa la conclusione più utile che porto via dalla discussione di Roma. L’Europa sta cercando di costruire una politica verso la Cina che si collochi tra due estremi poco realistici: tornare all’idea che l’interdipendenza economica possa essere gestita quasi esclusivamente dal mercato oppure trasformare la competizione strategica in separazione economica. Il risultato che sta emergendo è qualcosa di più selettivo: apertura dove l’interdipendenza viene considerata sostenibile, intervento dove produce vulnerabilità giudicate eccessive, maggiore condizionalità per investimenti e accesso al mercato. Sulla carta è una posizione ragionevole. Nella pratica richiede qualcosa che l’Europa ha spesso faticato a produrre: priorità industriali condivise, capacità di assorbire costi nel breve periodo e sufficiente coesione politica tra economie con esposizioni alla Cina molto diverse. Per questo la domanda più interessante non è più se l’Europa stia diventando “più dura” con Pechino. Adesso quello che c’è da chiedersi è se l’UE disponga delle capacità industriali e politiche necessarie per sostenere nel tempo la strategia che sta costruendo.
In sintesiIl rapporto tra Europa e Cina sta entrando in una fase nella quale l’interdipendenza non è più il contesto della politica: è diventata essa stessa oggetto della politica. Il commercio continuerà. Gli investimenti continueranno. Il dialogo continuerà. Ma sempre più spesso verranno valutati anche in funzione di resilienza, capacità industriale, dipendenze tecnologiche e sicurezza. La parte difficile comincia adesso, perché ridurre una dipendenza sulla carta è relativamente semplice. Costruire un’alternativa industriale credibile lo è molto meno.

Europei al fronte nucleare!

L’Europa marcia verso l’abisso nucleare.

Stanislav Krapivnik30 settembre∙Articolo ospite
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Stanislav Krapinski spiega come la disponibilità dell’Europa ad ospitare armi nucleari stia avvicinando pericolosamente la prospettiva di attacchi nucleari russi sul suolo europeo.

La Lituania è diventata l’ultimo, ma certamente non l’ultimo, Paese della lista il cui parlamento ha votato per revocare le restrizioni sullo stazionamento di armi nucleari. In altre parole, un altro Stato europeo con un desiderio di autodistruzione ha deciso di rimuovere gli ostacoli legali al dispiegamento di testate nucleari sul proprio territorio. Si prevede che le armi in questione saranno principalmente americane, sebbene potrebbero essere potenzialmente utilizzate anche armi nucleari francesi. L’arsenale nucleare britannico – che, a rigor di termini, non è interamente britannico ma fortemente dipendente da sistemi americani – non è preso in considerazione, poiché si basa esclusivamente su sottomarini, molti dei quali sono attualmente in manutenzione a causa della carenza di fondi. Semplicemente, non ci sono i soldi.

Si sta discutendo dell’armamento nucleare americano, in particolare della bomba nucleare a caduta libera B61-12. Queste armi possono essere trasportate non solo da bombardieri strategici, ma anche da aerei tattici come l’F-16 e l’F-35.

C’è, tuttavia, un piccolo dettaglio che non è stato adeguatamente preso in considerazione. Poiché i moderni caccia F-16 e F-35 sono in grado di trasportare una bomba nucleare da 50 chilotoni, in caso di un eventuale conflitto armato tra Stati Uniti e Russia, la parte russa sarebbe costretta a distruggere tutti i depositi e le basi aeree pertinenti.

Ipotizzando che questi bunker siano dispersi in tutta l’Unione Europea e siano pesantemente fortificati, la loro neutralizzazione richiederebbe l’uso di armi nucleari di media potenza, ad esempio nell’ordine dei 50-100 chilotoni, equivalenti, al massimo, a circa cinque bombe del tipo sganciato su Hiroshima.

Data l’elevata densità di popolazione dell’Unione Europea, una serie di attacchi di questo tipo si tradurrebbe in una catastrofe e potrebbe potenzialmente causare la morte di una parte consistente della popolazione. Ciò che colpisce, tuttavia, è che la popolazione dell’UE nel suo complesso sembra così miope da non riuscire a comprendere la portata delle conseguenze. Gli europei stanno attivamente contribuendo alla creazione delle condizioni affinché il loro territorio possa effettivamente fungere da “scudo umano” per le armi nucleari americane.

Che dire?

Come dice un proverbio americano: “La stupidità dovrebbe far male”.

(Tradotto dal russo)

Restaurare la Gran Bretagna contro riformare il Regno Unito: la battaglia per la destra britannica, di Bob Hickok

Restaurare la Gran Bretagna contro riformare il Regno Unito: la battaglia per la destra britannica

di Bob Hickok

28 settembre
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Bob Hickok analizza se la rottura tra Rupert Lowe e Nigel Farage stia aprendo un fronte più radicale nella destra britannica, con Restore Britain che si spinge oltre Reform UK in materia di immigrazione e identità nazionale.

Restore Britain sta iniziando ad acquisire qualcosa che i partiti outsider raramente possiedono all’inizio: un’esistenza che va oltre la personalità del loro fondatore. Rupert Lowe rimane il suo inconfondibile centro, ma settembre ha portato fondi, consiglieri, documenti programmatici, un’organizzazione locale e sondaggi che suggeriscono che il progetto non può più essere considerato semplicemente la conseguenza della sua rottura con Nigel Farage. L’ultimo sviluppo si è verificato il 28 settembre, quando James Bensly, consigliere conservatore di lunga data a Great Yarmouth ed ex membro del gabinetto del consiglio, è passato a Great Yarmouth First/Restore Britain. La sua uscita lascia il Partito Laburista come il partito di maggioranza in consiglio e offre a Lowe un altro rappresentante eletto localmente nel collegio elettorale che già rappresenta a Westminster. All’inizio del mese, i consiglieri di Plymouth Mark Hadfield e Andrew Crumplin, entrambi eletti per Reform UK a maggio, sono passati a Restore Britain, stabilendo una piccola base per il partito nel Sud-Ovest. Il Consiglio comunale di Plymouth ora annovera ufficialmente due consiglieri di Restore Britain. Questi abbandoni restano modesti in termini nazionali, ma indicano la strategia che sta prendendo forma: non un tentativo immediato di costruire una macchina nazionale convenzionale da Westminster verso il basso, ma l’accumulo di consiglieri, sezioni, candidati, attivisti e roccaforti locali accuratamente selezionate. Great Yarmouth è naturalmente il laboratorio. Restore Britain è al tempo stesso il progetto nazionale di Lowe e un esperimento per verificare se un movimento politico costruito in gran parte attraverso i social media possa trasformare l’attenzione digitale in un’organizzazione territoriale duratura.

Riuscirà Lowe a trasformare Restore Britain nella forza in grado di spezzare definitivamente la morsa di Reform UK sulla destra anti-establishment?

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Il quadro dei sondaggi è più complesso, ma anche più interessante. Un sondaggio YouGov condotto il 20 e 21 settembre ha attribuito a Restore Britain il 4% a livello nazionale, mentre il Partito Laburista si attestava al 23% e Reform UK e i Conservatori erano a pari merito al 21%. YouGov aveva precedentemente rilevato che il sostegno a Restore era fortemente concentrato tra gli elettori che avevano votato per Reform alle elezioni generali del 2024, con l’immigrazione come principale preoccupazione tra i sostenitori di Restore. Tuttavia, un altro studio MRP condotto da Electoral Calculus e Find Out Now per Restore Britain, con rilevazioni sul campo dal 4 all’11 settembre e un campione di oltre 5.500 adulti, ha prodotto una cifra sostanzialmente più alta, pari al 7%. Tale modello prevedeva la vittoria di Restore in un solo collegio elettorale di Westminster, Great Yarmouth, nonostante la sua maggiore quota di voti a livello nazionale, a dimostrazione della penalizzazione che il sistema maggioritario a turno unico britannico infligge ai partiti minori geograficamente dispersi. Il sistema maggioritario a turno unico prevede che il candidato che riceve il maggior numero di voti in ogni circoscrizione si aggiudichi il seggio, anche senza la maggioranza assoluta, mentre i voti espressi per i candidati perdenti non contribuiscono alla rappresentanza nelle altre circoscrizioni. Questo sistema crea difficoltà ai partiti minori, il cui sostegno è disperso sul territorio nazionale anziché concentrato in specifiche circoscrizioni.

Il rapporto di commissione è importante e pertanto le cifre non dovrebbero essere ridotte a un singolo numero: i sondaggi nazionali indipendenti hanno generalmente collocato Restore in una posizione inferiore, mentre il sondaggio MRP commissionato da Restore ha generato il risultato più favorevole. Lo sviluppo importante non è che Restore si stia improvvisamente avvicinando al governo, perché i sondaggi disponibili non mostrano nulla del genere. Il punto è che ora la Gran Bretagna ha un elettorato misurabile a destra di Reform UK che un anno fa non possedeva un partito organizzato. Ciò cambia la struttura della competizione nella destra britannica. Reform non può più dare per scontato che l’insoddisfazione nei confronti dei Conservatori confluisca automaticamente verso Farage. Ora c’è un altro bacino di elettori per coloro che considerano Reform stesso insufficientemente radicale o insufficientemente disciplinato.

Settembre ha anche chiarito quale direzione intellettualmente ambisce a Restore. Invece di concentrarsi esclusivamente sull’immigrazione, l’organizzazione di Lowe ha iniziato a pubblicare documenti programmatici volti a delineare un piano di governo. Il 25 settembre ha proposto l’abolizione degli interessi, sia accumulati che futuri, sui prestiti studenteschi per i cittadini britannici residenti nel Regno Unito. Il giorno precedente, aveva pubblicato un programma di sicurezza marittima che prevedeva la creazione di un nuovo Comando per le frontiere e la costa del Regno Unito, incaricato di sorvegliare, pattugliare e mettere in sicurezza le acque britanniche. Il 10 settembre è uscito “The Return of Caveat Emptor” , un documento sulla regolamentazione finanziaria che auspica una profonda revisione del sistema di controllo della City di Londra, comprese modifiche agli attuali ruoli della Financial Conduct Authority e della Prudential Regulation Authority. All’inizio del mese, Restore aveva pubblicato la sua ” Filosofia dell’appartenenza nazionale” . Qualunque sia il giudizio sulle singole proposte, la loro funzione politica è chiara: ampliano l’ambito di azione di Restore, andando oltre la singola questione a cui i partiti di destra emergenti sono più facilmente associati. I confini restano centrali, ma il vocabolario in evoluzione unisce immigrazione, cittadinanza, regolamentazione economica, formazione del capitale, istruzione, appartenenza nazionale e autorità statale. Si tratta di un tentativo di rispondere a un problema che ha ripetutamente afflitto i movimenti di protesta britannici: la rabbia può generare un’ondata di proteste, ma un partito che intende sopravvivere deve prima o poi spiegare cosa farebbe con il Tesoro, le università, i mercati finanziari, la guardia costiera, lo stato sociale e l’apparato amministrativo una volta esauriti gli slogan. Restore sta ora cercando di fornire queste risposte.

Nel frattempo, i finanziamenti hanno cominciato ad arrivare. All’inizio di settembre, l’imprenditore tecnologico Simon Galbraith ha donato a Restore Britain 500.000 sterline tramite Cade Hill Investments, in due tranche da 250.000 sterline ciascuna. Per un partito formalmente registrato presso la Commissione Elettorale solo il 20 marzo, si tratta di un’iniezione di capitale significativa, sebbene rimanga ben al di sotto delle reti di donatori multimilionarie a disposizione dei partiti più grandi. Il Times ha poi riportato la notizia di una raccolta fondi di Restore al Caledonian Club di Londra, dove Lowe si è rivolto a potenziali finanziatori e ha discusso della rapida espansione dell’organizzazione. Lo stesso articolo descriveva Restore come vicina ai 100.000 membri e riportava le dichiarazioni di Lowe, secondo cui Elon Musk gli avrebbe offerto un ampio sostegno finanziario, un’offerta che Lowe ha affermato di non aver accettato a causa di preoccupazioni legali relative alle donazioni politiche. Il ruolo di Musk rimane comunque politicamente importante perché la crescita di Restore si è verificata in una simbiosi insolitamente stretta con X. Lowe ha costruito un enorme pubblico digitale sulla piattaforma e le dichiarazioni finanziarie parlamentari esaminate dal Guardian hanno mostrato che i pagamenti provenienti dalla piattaforma stessa sono diventati una considerevole fonte di reddito personale per lui. Anche l’account ufficiale di Restore ha accumulato centinaia di migliaia di follower. Questo crea un modello organizzativo molto diverso dal partito britannico del ventesimo secolo, dove giornali, sindacati, associazioni di circoscrizione e amministrazioni locali costituivano le arterie della mobilitazione politica. Restore sta cercando di muoversi nella direzione opposta: partire da un pubblico di centinaia di migliaia di persone, convertire tale pubblico in membri e donatori, per poi convogliare l’energia risultante verso le circoscrizioni. Se questa struttura possa resistere a una sconfitta elettorale, a disaccordi interni e al noioso lavoro dell’amministrazione locale è una delle domande centrali che circondano il partito.

La linea dura del programma di Restore ha al contempo garantito una forte opposizione. Le denunce presentate questo mese a Prevent, il programma governativo britannico contro l’estremismo progettato per identificare e intervenire quando gli individui sono considerati a rischio di essere coinvolti nel terrorismo, e al Commissario parlamentare per gli standard, hanno preso di mira le dichiarazioni di Lowe riguardanti l’Islam, i musulmani, l’immigrazione e lo sfruttamento sessuale organizzato. I denuncianti hanno sostenuto che la sua retorica ha oltrepassato i limiti accettabili. Lowe ha respinto le denunce e ha affermato di confermare le sue dichiarazioni. Questa controversia si inserisce in un conflitto più ampio su cosa Restore intenda per “appartenenza nazionale”. Il partito pone apertamente la riduzione dell’immigrazione, le deportazioni, l’assimilazione e l’opposizione a quella che definisce “islamizzazione della Gran Bretagna” al centro del suo messaggio, mentre i critici descrivono alcuni elementi del suo programma in termini ben più forti. Il disaccordo non dovrebbe essere mascherato fingendo che le due parti stiano discutendo di lievi aggiustamenti amministrativi. Si discute sulla futura composizione della Gran Bretagna, sugli obblighi che la cittadinanza comporta, sulla possibilità che lo Stato imponga l’assimilazione culturale, sui limiti del pluralismo religioso e su quanto un governo possa spingersi nell’invertire i cambiamenti demografici creati da una precedente politica sull’immigrazione. Il confronto, quindi, va ben oltre Lowe. Coinvolge l’assetto politico consolidatosi nel corso di diversi decenni, sia sotto governi conservatori che laburisti. L’ascesa di Restore è significativa perché tenta di trasformare questioni un tempo in gran parte escluse dal dibattito parlamentare in normali proposte elettorali, mentre i suoi oppositori sono altrettanto determinati a stabilire limiti morali, legali e istituzionali a tale progetto.

Questo pone Restore Britain di fronte alla questione decisiva che si presenta a ogni nuova forza della destra britannica: se diventerà un concorrente di Reform UK, un meccanismo di pressione su di essa, o se finirà per far parte di un più ampio riallineamento politico. Lowe ha già proposto pubblicamente una collaborazione con Farage su aree politiche comuni, ma Farage ha respinto l’apertura e la frattura personale tra i due rimane sostanziale. I loro partiti, tuttavia, attingono a elettorati sovrapposti, in particolare a elettori preoccupati per l’immigrazione, l’identità nazionale, la sfiducia nelle istituzioni e l’operato dei partiti tradizionali. Questa sovrapposizione crea un evidente problema elettorale con il sistema maggioritario a turno unico. Un voto disgregante diviso può indebolire entrambi i partiti nei singoli collegi elettorali, anche quando il loro sostegno combinato è considerevole, e i critici di Restore hanno già iniziato a sottolineare questo pericolo. Eppure, la frammentazione può anche rivelare differenze che prima erano nascoste all’interno di un’unica organizzazione. Reform e Restore non sono identici: Restore sta sviluppando le proprie posizioni su asilo, deportazione, appartenenza nazionale, regolamentazione finanziaria, debito studentesco, pena di morte e altre questioni, cercando al contempo di costruire una cultura organizzativa esplicitamente incentrata su Lowe. Settembre, quindi, sembra meno l’arrivo di un altro gruppo di protesta transitorio e più l’inizio di una contesa per definire la prossima fase della destra anti-establishment britannica. Restore ha a disposizione fondi che prima non aveva, rappresentanti eletti che prima non aveva, documenti programmatici che prima non aveva e un elettorato nazionale piccolo ma misurabile. Se questi elementi si tradurranno in una rappresentanza parlamentare al di là del seggio di Great Yarmouth, di cui Lowe è affiliato, non è possibile stabilirlo dai sondaggi odierni. Quel che si può già affermare è che l’assunto di un unico veicolo politico in grado di monopolizzare il malcontento nella destra britannica è stato smentito.

VOX: Un partito sovranista in una gabbia atlantista, di Simon Rorschach

VOX: Un partito sovranista in una gabbia atlantista

Quando la sovranità spagnola si ferma alla NATO

Simon Rorschach27 settembre∙Pagato∙Articolo ospite
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Simon Rorschach analizza come VOX abbia fatto della sovranità il suo grido di battaglia in patria, pur rimanendo legata alla NATO e all’ordine atlantista all’estero.

VOX è diventato una delle espressioni più forti della rivolta sovranista spagnola, soprattutto su temi come l’immigrazione, l’identità nazionale e la resistenza a Bruxelles. Tuttavia, la sua politica estera non raggiunge ancora la piena indipendenza strategica: il partito rimane fermamente atlantista, sostiene la NATO e ha appoggiato l’Ucraina contro la Russia. Il risultato è una contraddizione sempre più evidente in alcune frange della destra europea: la sovranità nazionale viene difesa in patria, mentre il quadro geopolitico più ampio ereditato dalla Guerra Fredda rimane in gran parte inalterato.

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La Spagna è tornata a essere uno stato di frontiera. L’illusione che la storia si sia conclusa da qualche parte tra Maastricht e l’euro si è dissolta sulle spiagge e lungo le recinzioni di confine di Ceuta. A luglio, oltre 72.000 migranti hanno attraversato il confine con l’enclave spagnola dal Marocco, dando vita a una crisi che si è protratta fino a settembre, con migliaia di persone ancora presenti in città e manifestazioni di massa che chiedono espulsioni e una risposta più decisa da parte di Madrid. VOX ha colto al volo l’occasione, animata da un istinto che i partiti tradizionali hanno in gran parte perso: l’istinto che uno stato esista innanzitutto per difendere il proprio territorio. Ha chiesto un rafforzamento permanente delle Forze Armate, della Guardia Civil e della Polizia Nazionale a Ceuta e Melilla, una sorveglianza più rigorosa via terra, mare e aria e nuovi poteri che consentano all’esercito di partecipare a operazioni contro l’immigrazione clandestina. A fine settembre, il segretario generale del partito, Ignacio Garriga, si è recato a Ceuta e ha descritto la pressione esercitata dal Marocco come una forma di guerra ibrida, mentre i rappresentanti di VOX in tutta la Spagna continuavano a promuovere mozioni a difesa della sovranità spagnola su Ceuta e Melilla. Dietro gli slogan si cela il vero dato politico del momento: la sovranità è tornata a essere un tema centrale perché la Spagna ha scoperto che la sovranità può essere persa. Un confine che non si può difendere diventa una linea su una mappa amministrativa. Un governo che non riesce a decidere chi entra nel suo territorio cessa gradualmente di governare nel senso più antico e profondo del termine. VOX lo ha capito, e questa comprensione contribuisce a spiegare perché sia ​​diventata uno dei principali veicoli della reazione nazionale spagnola contro il disordine amministrativo.

C’è qualcosa di quasi spengleriano in questo contrasto. Una classe politica esausta parla il linguaggio delle procedure, dei meccanismi di distribuzione, dell’amministrazione umanitaria e del coordinamento europeo. VOX risponde con territorio, esercito, popolo, confine e Stato. Un vocabolario appartiene a una civiltà che crede che la politica possa essere ridotta alla gestione. L’altro appartiene al mondo antico in cui l’esistenza politica inizia con la distinzione: dentro ed fuori, cittadino e straniero, pace e pericolo, patria e oltre. VOX ha chiesto che la Catalogna respinga i trasferimenti di minori stranieri non accompagnati da Ceuta e ha invece chiesto il rimpatrio e il ricongiungimento familiare nei paesi di origine. A Melilla, il partito si è opposto ai progetti per ulteriori infrastrutture di accoglienza per migranti e ha chiesto invece un aumento del personale di sicurezza. Qualunque sia il giudizio sulle singole proposte, la struttura politica è chiara. VOX sta dicendo agli spagnoli che la nazione non è semplicemente una giurisdizione fiscale circondata da posti di dogana, ma una comunità storica con diritto alla continuità. Questo linguaggio ha una forte efficacia perché gran parte dell’Europa ha trascorso decenni a sopprimere queste categorie. Il sistema del dopoguerra ha insegnato agli europei che i confini erano motivo di imbarazzo, le preferenze nazionali moralmente discutibili, la continuità demografica obsoleta e la forza militare un anacronismo, tranne quando impiegata per cause definite dalla più ampia alleanza occidentale. Ceuta ha messo a nudo la fragilità di questa dottrina. Quando decine di migliaia di persone attraversano un confine in pochi giorni, le astrazioni scompaiono. Il territorio torna a essere fisico. La sovranità torna a essere visibile. La storia ritorna con volti, strade, recinzioni, soldati, folle e paura.

VOX è più forte quando segue questa logica in modo coerente. Le sue critiche al Marocco, la sua insistenza sul carattere spagnolo di Ceuta e Melilla e le sue richieste di autonomia in materia di immigrazione esprimono tutte una concezione classica di sovranità: la Spagna deve poter agire come Spagna. Il partito ha esteso questo principio anche alle sue critiche al potere sovranazionale europeo, alla regolamentazione ambientale e alle politiche che, a suo dire, indeboliscono l’agricoltura e l’industria spagnole. Eppure è qui che inizia la grande contraddizione. Il partito che esige indipendenza di giudizio nei confronti di Rabat e Bruxelles diventa molto più convenzionale quando la mappa si sposta verso est. VOX ha ripetutamente sostenuto politicamente l’Ucraina, condannato l’invasione russa e difeso il ruolo della Spagna all’interno della NATO e dell’alleanza transatlantica. Questo orientamento pone un chiaro limite alla dottrina sovranista del partito. La Spagna può essere sovrana nei confronti del Marocco, sovrana nei confronti dell’immigrazione clandestina, sovrana nei confronti di alcune direttive di Bruxelles, ma quando viene messa in discussione l’architettura strategica dell’Europa stessa, VOX ritorna in gran parte al quadro atlantista. Questa non è una piccola incoerenza. Tocca il significato stesso di sovranità. Se per sovranità si intende semplicemente il recupero dell’autorità nazionale all’interno di un ordine geopolitico i cui allineamenti fondamentali rimangono fissi altrove, allora ciò che è stato recuperato è l’autonomia amministrativa piuttosto che la piena indipendenza strategica.

L’Europa non deve scegliere eternamente tra la subordinazione a Washington e quella a Mosca, perché un’Europa sovrana non cercherebbe né l’una né l’altra. Negozierebbe con gli Stati Uniti laddove gli interessi convergono, con la Russia laddove convergono, con la Cina laddove convergono e con le più ampie potenze eurasiatiche e del Sud globale in base alle circostanze, non all’obbedienza ideologica. In un simile sistema, la Russia non dovrebbe essere immaginata né come un salvatore messianico né come un nemico eterno. Sarebbe trattata per quello che è: una vasta potenza eurasiatica con cui la sicurezza, l’energia, il commercio e la stabilità continentale dell’Europa sono indissolubilmente legati. VOX non ha abbracciato questa concezione. La sua retorica parte ancora spesso dal presupposto che la Spagna appartenga a un “Occidente” geopolitico il cui centro istituzionale rimane la NATO. Questo è importante perché l’alleanza transatlantica non è un’espressione metafisica dell’Europa. È una specifica struttura strategica creata in specifiche condizioni storiche, soprattutto la predominanza americana successiva alla Seconda Guerra Mondiale. La multipolarità inizia laddove tali assetti cessano di essere considerati eterni. I recenti avvertimenti del Primo Ministro slovacco Robert Fico, secondo cui l’Europa rischia di essere trascinata verso un confronto più ampio con la Russia, illustrano quanto diversamente un’altra tradizione sovranista europea interpreti la guerra in Ucraina: non semplicemente come uno scontro morale tra due fazioni, ma come un conflitto la cui escalation potrebbe compromettere la sovranità degli stessi Stati europei più piccoli. VOX rimane ben lontana da questa posizione.

Il risultato è un paradosso politico. VOX intuisce correttamente che l’Europa sta abbandonando l’era del comodo universalismo per tornare all’era dei confini, del potere, della demografia e delle civiltà in competizione. Eppure, interpreta ancora gran parte di questo ritorno attraverso categorie ereditate dall’era della Guerra Fredda. Desidera una Spagna più forte, ma in gran parte all’interno di un sistema strategico occidentale la cui gerarchia non contesta in modo sostanziale. Desidera la sovranità nazionale in patria, pur accettando un ordine di sicurezza all’estero che necessariamente limita le manovre indipendenti. Parla il linguaggio del destino nazionale sul confine meridionale, ma molto più spesso quello della disciplina dell’alleanza sul confine orientale. È qui che VOX si ferma a metà strada. La sovranità non può essere geografica. Uno Stato non può rivendicare il diritto di definire i propri interessi in modo indipendente a Ceuta, ma delegare la definizione intellettuale di tali interessi all’Ucraina. Né un’Europa civilizzata può continuare a trattare la Russia come un pianeta alieno, fingendo al contempo che una superpotenza oceanica a migliaia di chilometri di distanza costituisca il centro geopolitico permanente dell’Europa. Questa è la tragedia più profonda della destra europea contemporanea: ha riscoperto la nazione prima di aver riscoperto la geopolitica. Sa che i popoli devono sopravvivere, ma non si è ancora interrogato a fondo su quale ordine continentale avverrà la loro sopravvivenza.

Questa domanda diventerà sempre più urgente con la crescita di VOX. Ceuta e Melilla hanno fornito al partito un linguaggio politico adatto a un’epoca di rottura: la sovranità è indivisibile, i confini devono avere un significato, gli Stati devono essere in grado di agire e i cittadini devono sapere che il loro governo antepone la loro sicurezza alle astrazioni. VOX continua a insistere su questi temi in tutta la Spagna, con nuove iniziative a settembre che chiedono un rafforzamento permanente di Ceuta e Melilla e attaccano la risposta di Madrid alla crisi. Ma la stessa logica, prima o poi, si estende oltre lo Stretto di Gibilterra. Se la Spagna è sovrana, allora anche le sue relazioni con Washington devono essere giudicate in base agli interessi spagnoli. Le sue relazioni con Mosca devono essere giudicate in base agli interessi spagnoli. La sua posizione sull’Ucraina deve essere giudicata in base agli interessi spagnoli. La sua partecipazione alla NATO deve essere subordinata agli interessi spagnoli, non posta al di sopra di essi. Questo non significa sostituire una dipendenza con un’altra o idealizzare la Russia. Significa accettare il principio più rigoroso alla base della multipolarità: non esistono guardiani permanenti, solo potenze, interessi, geografia, storia e la capacità di decidere. VOX ha compreso questa verità alle porte meridionali della Spagna. La capacità della Spagna di seguire lo stesso pensiero in tutta Europa determinerà se il suo sovranismo rimarrà una rivolta all’interno del sistema atlantista o si svilupperà in qualcosa di più ampio: un contributo spagnolo al ritorno dell’Europa come polo indipendente in un mondo multipolare.

Ritorno in Vestfalia? Non proprio, di Jery B Marchant _ Un altro vertice Xi-Trump senza particolari sviluppi fa presagire il fallimento dei negoziati commerciali, da Stratfor

Ritorno in Vestfalia? Non proprio.

Lo strano ritorno della sovranità in un mondo che ha superato lo stato territoriale

SI TRATTA DI PROPAGANDA?®26 settembre∙Articolo ospite

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Jerry B. Marchant di IS IT PROPAGANDA?® sostiene che la multipolarità stia rivitalizzando la sovranità westfaliana e al contempo trasformando il sistema internazionale.

La Pace di Vestfalia, conclusa nel 1648 con i trattati di Münster e Osnabrück, è convenzionalmente considerata il momento fondante del moderno sistema internazionale. Al trattato viene attribuito il merito di aver istituito lo stato territoriale sovrano, promosso il principio di non ingerenza negli affari interni e sostituito le pretese universalistiche del Sacro Romano Impero e del papato con un ordine di stati formalmente uguali.

Quasi quattro secoli dopo, mentre il momento unipolare post-Guerra Fredda cede il passo a un panorama multipolare conteso, plasmato da Cina, Russia, India e un Sud globale più assertivo, l’eredità westfaliana ha acquisito una rinnovata rilevanza. La multipolarità rappresenta un ritorno ai principi westfaliani dopo l’interventismo dell’era unipolare, oppure segna una rottura fondamentale con l’ordine basato sulla sovranità associato al 1648?

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Questo saggio non propone né un semplice ritorno né una netta rottura. La multipolarità contemporanea è meglio comprensibile come una riaffermazione selettiva e asimmetrica delle norme westfaliane. Le potenze emergenti e in ripresa invocano la sovranità e la non ingerenza contro le pratiche interventiste dell’era unipolare, operando al contempo all’interno di strutture economiche, tecnologiche e informative che la logica territoriale del 1648 non è in grado di governare pienamente.

Il risultato è un sistema ibrido: westfaliano nel suo vocabolario normativo, ma sempre più post-westfaliano nella sua struttura materiale.

Il mito e la sostanza del 1648

Prima di collegare la Vestfalia alla multipolarità, è necessario precisarne il significato storico. Gli accordi del 1648 non sancirono l’uguaglianza sovrana nel senso moderno del termine. Come dimostrato da Andreas Osiander, i trattati risolsero principalmente la Guerra dei Trent’anni, ridistribuirono i territori all’interno del Sacro Romano Impero e stabilirono limitati diritti religiosi per i principi tedeschi. L’Impero stesso sopravvisse per un altro secolo e mezzo.¹

Quella che divenne nota come “sovranità westfaliana” fu in gran parte una costruzione retrospettiva. I positivisti giuridici del XIX secolo e, successivamente, i teorici delle relazioni internazionali trasformarono l’accordo in una storia delle origini dell’ordine internazionale incentrato sullo Stato.Il saggio di Leo Gross del 1948, di grande influenza, consolidò ulteriormente questa interpretazione.²

La descrizione che Stephen Krasner fa della sovranità come “ipocrisia organizzata” coglie il paradosso che ne deriva: il principio di non interferenza veniva proclamato, mentre veniva ripetutamente violato da stati potenti. La documentazione storica suggerisce quindi che la sovranità non sia mai stata una regola assoluta o applicata in modo coerente.³

Questa distinzione è importante oggi. La questione non è se la multipolarità rappresenti letteralmente un “ritorno al 1648”, ma quali attori invocano i principi westfaliani, contro chi e per quale scopo.

L’interludio unipolare

I decenni successivi al crollo dell’Unione Sovietica hanno rappresentato un significativo allontanamento dalla tradizionale non ingerenza. Durante gli anni ’90 e 2000, l’internazionalismo liberale ha progressivamente considerato la sovranità come condizionata ad altri principi, tra cui i diritti umani, la governance democratica e la protezione umanitaria.

L’intervento della NATO in Kosovo nel 1999, intrapreso senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, fu giustificato in parte dall’argomentazione secondo cui la sovranità non poteva proteggere uno Stato coinvolto in gravi abusi. Analogamente, l’approvazione da parte delle Nazioni Unite nel 2005 della dottrina della Responsabilità di Proteggere ha stabilito che la sovranità comporta delle responsabilità la cui violazione può giustificare un’azione internazionale.

L’invasione dell’Iraq del 2003 e l’intervento in Libia del 2011 hanno ulteriormente dimostrato la tensione tra sovranità territoriale e dottrine interventiste.

Il libro World Order (2014) di Henry Kissinger ha offerto una critica realista dei tentativi di estendere un particolare modello liberal-democratico a un principio organizzativo universale. Qualunque sia la conclusione che si possa trarre da tale argomentazione, la successiva ascesa della multipolarità dimostra che la sovranità condizionata non è rimasta senza risposta.⁴

Multipolarità e riposizionamento strategico della sovranità

La multipolarità contemporanea ha quindi riportato in auge il concetto di sovranità come vocabolario diplomatico centrale.

La diplomazia russa e quella cinese pongono regolarmente l’accento sull’integrità territoriale, l’uguaglianza sovrana e la non ingerenza. Questi principi ricorrono anche nelle dichiarazioni dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. L’enfasi posta dall’India sull’autonomia strategica e sul non allineamento trae origine da una tradizione affine, radicata nella Conferenza di Bandung del 1955.

Tuttavia, questi Stati non condividono necessariamente un progetto politico comune. Il concetto di “mondo multiplex” di Amitav Acharya è utile perché evita di ridurre la multipolarità a una semplice “ascesa del resto”. Diverse potenze possono concordare sul fatto che l’universalismo occidentale e la sovranità condizionata debbano essere limitati, pur dissentendo su cosa dovrebbe sostituirli.⁵

Ciò crea un’importante contraddizione.

L’invocazione della sovranità da parte della Russia stride con l’invasione dell’Ucraina del 2022, che ha violato l’integrità territoriale del Paese. Questa contraddizione illustra la tesi più ampia di Krasner: la sovranità può funzionare simultaneamente come principio, scudo diplomatico e strumento di potere applicato in modo selettivo.

Pertanto, lo stesso standard analitico applicato alle potenze multipolari deve essere applicato anche alle potenze occidentali. La retorica della sovranità è importante, ma da sola non basta a stabilire una prassi coerente.

Dove la Vestfalia incontra i suoi limiti

Il problema più profondo è che il sistema internazionale contemporaneo si è sviluppato ben oltre le condizioni territoriali del 1648.

L’interdipendenza economica ha creato catene di approvvigionamento, reti finanziarie, sistemi normativi, regimi sanzionatori e dipendenze valutarie che sfumano la distinzione tra affari interni e internazionali. Gli Stati possono esercitare una notevole influenza all’interno dello spazio economico di un altro Stato senza varcarne fisicamente i confini.

Il cyberspazio rappresenta una sfida ancora più ardua. Flussi di dati, attacchi informatici, infrastrutture digitali e operazioni informative oltrepassano regolarmente i confini territoriali. Russia e Cina hanno risposto con concetti come “sovranità cibernetica” e “sovranità dell’informazione”, tentando di estendere la propria autorità territoriale al dominio digitale. Tale sforzo dimostra la pressione esercitata sulla sovranità tradizionale.

Gli attori non statali complicano ulteriormente il modello westfaliano. Le multinazionali, le piattaforme tecnologiche, le reti terroristiche e le comunità transnazionali possono esercitare un’influenza che non si concilia facilmente con i confini territoriali.

Il cambiamento climatico ne rappresenta forse l’esempio più lampante. Le sue cause e conseguenze trascendono i confini nazionali, rendendo insufficiente la giurisdizione interna esclusiva per affrontare il problema.

Il paradosso è dunque evidente: la multipolarità può rafforzare l’importanza politica della sovranità proprio mentre la globalizzazione rende più difficile l’esercizio della sovranità in termini territoriali assoluti.

La riwestfalizzazione come pratica selettiva

L’ascesa della multipolarità dovrebbe pertanto essere intesa come un processo di riwestfalianizzazione selettiva, piuttosto che come un ripristino dell’ordine del 1648 o un suo completo rifiuto.

Per le potenze emergenti e in ripresa, l’uguaglianza sovrana e la non ingerenza forniscono un linguaggio attraverso il quale contestare le pratiche interventiste dell’era unipolare. Ciò ha modificato i dibattiti sull’intervento e ha conferito al Sud del mondo maggiore influenza nelle istituzioni in cui un tempo le giustificazioni universalistiche godevano di maggiore autorità.

Ma questa riaffermazione è principalmente normativa e retorica, piuttosto che strutturale. Le dichiarazioni diplomatiche non possono ripristinare lo Stato territorialmente delimitato come sede esclusiva dell’autorità, perché le interdipendenze economiche, tecnologiche e ambientali che si sono sviluppate nel corso dei secoli non possono essere semplicemente invertite.

L’ordine che ne risulta è dunque westfaliano nella forma e post-westfaliano nella funzione. Gli Stati continuano a parlare il linguaggio dell’uguaglianza sovrana, dell’integrità territoriale e della non ingerenza, pur operando all’interno di un sistema che rende sempre più difficile l’autonomia territoriale assoluta.

È qui che il legame tra la Pace di Westfalia e la multipolarità assume maggiore importanza. La multipolarità non rappresenta necessariamente un ritorno al mondo del 1648. Piuttosto, rappresenta una rinnovata lotta per definire la sovranità e i limiti dell’intervento in un mondo non più dominato da un unico centro di potere.

Comprendere la multipolarità richiede quindi di tenere insieme due idee.

In primo luogo, il vocabolario della sovranità associato alla Pace di Westfalia conserva una notevole forza politica. Fornisce alle potenze emergenti un linguaggio attraverso il quale contestare la sovranità condizionata e le dottrine interventiste associate all’era unipolare.

In secondo luogo, tale vocabolario non descrive più appieno la realtà materiale delle relazioni internazionali. L’interdipendenza economica, le reti digitali, le sfide ambientali e gli attori transnazionali hanno creato forme di potere che non possono essere contenute entro i confini territoriali.

Il sistema contemporaneo non rappresenta quindi né un ritorno diretto alla Westfalia né un netto distacco da essa. Si tratta piuttosto di un’ulteriore tappa nella lunga storia della sovranità come principio che gli Stati invocano, difendono, reinterpretano e talvolta violano a seconda delle mutevoli distribuzioni di potere.

La questione centrale dell’era multipolare potrebbe quindi non essere se la Westfalia tornerà.

Potrebbe essere proprio questa la persona che definirà in futuro il significato di sovranità.

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1

Osiander, Andreas. “Sovranità, relazioni internazionali e il mito westfaliano”. International Organization 55, n. 2 (2001): 251–287.

2

Gross, Leo. “La pace di Vestfalia, 1648-1948”. American Journal of International Law 42, n. 1 (1948).

3

Krasner, Stephen D. Sovranità: ipocrisia organizzata . Princeton University Press, 1999.

4

Kissinger, Henry. Ordine mondiale . Penguin Press, 2014.

5

Acharya, Amitav. La fine dell’ordine mondiale americano . Polity Press, 2014.

Un post di un ospiteSI TRATTA DI PROPAGANDA?®Analista politico e scrittore specializzato in zone di conflitto, diplomazia e multipolarità. Laurea in Studi Internazionali/Storia (California), Master in Scienze Politiche presso la Scuola Superiore di Economia (Mosca). Parla fluentemente inglese, francese e russo.

Un altro vertice Xi-Trump senza particolari sviluppi fa presagire il fallimento dei negoziati commerciali

Analisi25 settembre 2026 | 19:27 (UTC)

RANE

(Chip Somodevilla/Getty Images)

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (a destra) saluta il presidente cinese Xi Jinping al suo arrivo a Washington, D.C., il 23 settembre 2026, presso la Joint Base Andrews, nel Maryland.

L’ultimo vertice tra i leader di Stati Uniti e Cina ha registrato scarsi progressi nella risoluzione delle controversie alla base delle tensioni commerciali tra i due Paesi, con un’ever crescente probabilità di una rottura dei negoziati e, di conseguenza, di un’escalation su altre questioni quali le restrizioni tecnologiche statunitensi e le attività militari cinesi nell’area di Taiwan. Dal 23 al 25 settembre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ospitato il presidente cinese Xi Jinping in occasione di una rara visita di Stato a Washington, D.C. Almeno pubblicamente, il vertice ha prodotto solo brevi comunicati e pochi nuovi accordi. Il risultato più significativo è stato l’accordo tra le due parti di prorogare di due mesi la tregua commerciale, che avrebbe dovuto scadere il 10 novembre e che ha limitato i dazi statunitensi e la portata delle restrizioni cinesi sulle terre rare. Tuttavia, si è trattato di una proroga inferiore ai due anni che, secondo quanto riferito, la Cina stava cercando di ottenere e persino inferiore alla proroga di sei mesi che Trump stava prendendo in considerazione ancora la scorsa settimana. Secondo quanto riferito, si sono registrati progressi nella definizione di un paniere di beni del valore di 30 miliardi di dollari da escludere dai dazi, oggetto di discussione sin dal precedente vertice Trump-Xi di maggio, sebbene tali esenzioni coprirebbero solo una piccola parte del volume degli scambi bilaterali. Inoltre, non sono stati segnalati progressi nel dialogo sugli investimenti bilaterali. In un resoconto del 25 settembre diffuso dall’agenzia di stampa statale cinese Xinhua, Xi ha sottolineato due impegni commerciali — in particolare, l’impegno della Cina ad acquistare 17 miliardi di dollari all’anno di prodotti agricoli statunitensi e 200 aerei Boeing, ma entrambi questi accordi erano già stati concordati nel maggio 2026. Xi ha anche affermato che le due parti hanno «raggiunto un nuovo accordo congiunto» sul commercio, senza però fornire ulteriori dettagli. Il 23 settembre, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha lasciato intendere che un pacchetto di armi statunitensi da 14 miliardi di dollari destinato a Taiwan avrebbe continuato a subire ritardi, sottolineando che Washington doveva tenere conto di molteplici fattori, tra cui la propria capacità industriale, nel decidere in merito alla vendita di armi. Xi ha inoltre tentato di modificare la posizione degli Stati Uniti su Taiwan: il comunicato della Xinhua del 25 settembre afferma che le due parti hanno concordato di opporsi all’indipendenza di Taiwan, contrariamente alla posizione ufficiale degli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, sono state rilasciate principalmente brevi dichiarazioni, come l’accordo sulla necessità di mantenere l’IA sotto il controllo umano, anche se il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent ha affermato a margine che le due parti avrebbero avviato un dialogo congiunto per discutere delle reciproche preoccupazioni in materia di sicurezza poste da questa tecnologia emergente.

  • Alla cena di Stato del 24 settembre erano presenti solo pochi amministratori delegati statunitensi. Si è notata anche l’assenza di una delegazione cinese composta da amministratori delegati di aziende, nonostante ci si aspettasse che partecipasse per cercare di concludere nuovi accordi, in parte come gesto di ricambio nei confronti di una recente delegazione imprenditoriale statunitense in Cina. 
  • Trump e Xi hanno inoltre convenuto sulla necessità di porre fine alle ostilità in Medio Oriente e di raggiungere un accordo più ampio sul programma nucleare iraniano, ma non sono emersi segnali di progressi sostanziali al di là delle dichiarazioni di facciata.

Sebbene sia altamente probabile che nel corso dell’anno si tengano ulteriori incontri tra Xi e Trump, a causa della mancanza di progressi su un accordo commerciale più ampio e dei tempi ristretti della tregua prorogata, i negoziati rischiano di fallire all’inizio del 2027, anche se entrambe le parti cercheranno comunque di evitare un’escalation significativa dei dazi e delle restrizioni alle esportazioni. Il vertice, che non ha prodotto risultati di rilievo, suggerisce che i negoziati commerciali stiano naufragando a causa della mancanza di risultati concreti da entrambe le parti. La Cina non è disposta ad adottare misure strutturali per affrontare il deficit commerciale con gli Stati Uniti e, anche per quanto riguarda le misure che sta adottando — come l’impegno ad acquistare più beni statunitensi e a porre fine alle restrizioni sulle esportazioni di terre rare — la scarsa attuazione da parte di Pechino sta suscitando lamentele da Washington. Nel frattempo, l’amministrazione Trump non è disposta a rinunciare alle restrizioni tecnologiche nei confronti della Cina né a modificare strutturalmente la propria politica su Taiwan (al di là di rinviare l’attuale vendita di armi da record) — entrambe richieste chiave di Xi. La proroga di due mesi della tregua garantirà quasi certamente che Trump e Xi si incontrino nuovamente a margine del vertice APEC del 18-19 novembre a Shenzhen e/o del vertice del G20 del 14-25 dicembre a Miami. Ma nell’eventualità, molto probabile, che non vi siano ancora progressi significativi sulle controversie commerciali — alimentate dalla convinzione di entrambe le parti che sia l’altra a essere responsabile dello stato precario dei rapporti commerciali e, di conseguenza, quella che più ha bisogno di fare concessioni — i negoziati sembrano destinati a fallire all’inizio del 2027. Tuttavia, è improbabile che uno dei due paesi persegua una grave escalation commerciale nel prossimo futuro, frenato dal timore di un rallentamento industriale in caso di un’espansione significativa dei dazi statunitensi e delle restrizioni tecnologiche o di restrizioni cinesi sulle terre rare, che in precedenza avevano portato a rapide risoluzioni di brevi periodi di escalation in aprile e ottobre 2025.

  • L’anno prossimo, Xi si concentrerà maggiormente sulla politica interna e sarà quindi meno disposto e in grado di partecipare alle innumerevoli riunioni informali e dietro le quinte necessarie per organizzare ulteriori vertici con Trump. Nello specifico, Xi si sta preparando per il 21° Congresso del Partito Comunista Cinese, previsto per la fine del 2027, durante il quale si assicurerà il suo quarto mandato quinquennale, nominerà nuovi membri dell’élite del Politburo, rimpiazzerà molti generali militari epurati e definirà gli obiettivi del Partito Comunista per i prossimi cinque anni. 

L’interruzione dei negoziati accelererebbe probabilmente le restrizioni tecnologiche imposte dagli Stati Uniti alla Cina e le vendite di armi a Taiwan, rendendo più frequenti le esercitazioni cinesi nelle vicine rotte marittime trafficate, limitando al contempo ulteriormente le già scarse prospettive di cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel campo dell’intelligenza artificiale. Se questa fase di stallo nei negoziati commerciali dovesse protrarsi, e soprattutto in caso di rottura delle trattative, molti altri temi non commerciali nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina rischierebbero di inasprirsi, poiché ciascuna parte cercherebbe di portare avanti le proprie strategie più ampie in materia di dominio tecnologico e sicurezza nazionale. Dal suo vertice dell’ottobre 2025 con Xi in Corea del Sud, Trump ha cercato di agevolare i negoziati commerciali frenando le restrizioni tecnologiche imposte dal suo gabinetto nei confronti della Cina, con la notevole eccezione delle numerose limitazioni alle importazioni imposte dalla Commissione Federale delle Comunicazioni. Se tali negoziati fallissero, le restrizioni tecnologiche statunitensi nei confronti della Cina potrebbero accelerare, anche se le restrizioni su larga scala e particolarmente incisive, come quelle che tagliano fuori l’intera economia cinese dai chip avanzati, saranno probabilmente ancora poche e sporadiche, poiché Washington cercherà di evitare di provocare Pechino spingendola a imporre restrizioni sulle esportazioni di terre rare ancora più severe di quelle già di fatto in vigore. Su questioni come quella di Taiwan, le vendite di armi da parte degli Stati Uniti riprenderanno probabilmente nel corso del 2027, consentendo all’isola di proseguire con la sua strategia del «paesaggio infernale dei droni» volta a difendere lo Stretto di Taiwan da un’invasione cinese, anche se l’entità di tali vendite potrebbe rimanere inferiore al pacchetto da 11 miliardi di dollari del dicembre 2025 e alla tranche in sospeso da 14 miliardi di dollari, qualora le lamentele di Rubio sui vincoli della catena di approvvigionamento della difesa fossero fondate. In ogni caso, qualsiasi nuova vendita di armi da parte degli Stati Uniti aumenterebbe nuovamente il rischio di esercitazioni militari cinesi più estese e frequenti intorno a Taiwan, in particolare perché la Cina sembrava aver allentato il ritmo di tali esercitazioni dalla fine del 2025 come gesto di distensione per facilitare i negoziati commerciali con gli Stati Uniti, ora in fase di stallo. Per quanto riguarda l’IA, le aspettative di cooperazione sono sempre state modeste, data la percezione reciproca delle due parti l’una dell’altra come principale rivale e fonte più probabile di attacchi informatici e cinetici assistiti dall’IA. Ma se i negoziati commerciali dovessero fallire, anche il dialogo appena nato, in parte inteso a facilitare i canali di comunicazione in caso di una minaccia legata all’IA contro una delle due parti, rischierebbe di svanire, mantenendo i loro ecosistemi di IA in gran parte non cooperativi.

  • Un riacutizzarsi delle tensioni commerciali avrebbe un impatto limitato sulla politica di entrambi i Paesi nei confronti dell’Iran, poiché la guerra degli Stati Uniti è proseguita nonostante le proteste della Cina. Pechino ha inoltre continuato a vendere armi e a fornire supporto nella definizione degli obiettivi all’Iran nel corso della controversia, e permangono ostacoli significativi per il raggiungimento di un accordo sostenibile che non solo ponga fine al conflitto attuale, ma risolva anche le preoccupazioni sia degli Stati Uniti che della Cina riguardo al programma nucleare iraniano.

L’AfD in un mondo multipolare, di Bob Hickok

L’AfD in un mondo multipolare

di Bob Hickok

19 settembre
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Bob Hickok analizza come l’ascesa dell’AfD si stia inserendo nella più ampia rivolta multipolare contro l’ordine politico atlantista.

I recenti successi dell’AfD l’hanno spinta ancora più al centro del dibattito politico tedesco, con risultati positivi nell’Est, un crescente consenso a livello nazionale e rinnovati scontri su immigrazione, energia, Russia e limiti del “muro di fuoco” politico del Paese. Da una prospettiva multipolare, l’ascesa dell’AfD è significativa perché mette in discussione il consenso post-Guerra Fredda sull’allineamento della Germania con Washington, Bruxelles e il sistema atlantista, e solleva la questione se Berlino possa perseguire un ruolo più indipendente tra i centri di potere globali in competizione.

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Nei sondaggi nazionali, l’AfD è ormai stabilmente in vantaggio sulla CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del Cancelliere Merz). I sondaggi pubblicati a metà settembre la davano tra il 27 e il 30% , mentre l’Unione si attestava perlopiù tra il 18 e il 20% . L’INSA attribuiva all’AfD il 29% il 15 settembre, contro il 19,5% della CDU; il GMS la dava al 30%. I sondaggi sono istantanee, non elezioni, ma il quadro che emerge da diversi istituti è chiaro: l’AfD ha superato la posizione di grande partito di protesta ed è entrata in competizione per il primo posto a livello nazionale. Persino la Bassa Sassonia, lontana dalla roccaforte orientale dell’AfD, ha prodotto un altro risultato sorprendente il 13 settembre. Il partito ha ottenuto il 15,9% alle elezioni comunali dello stato, più del triplo rispetto al 2021, superando i Verdi e diventando la terza forza politica. A Salzgitter, è diventato il partito più grande nel consiglio comunale con il 27,39%.

La prossima prova arriva quasi subito. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino voteranno il 20 settembre. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore potrebbe riservare un altro risultato sorprendente nell’est, sebbene gli ultimi sondaggi si siano fatti molto più serrati. Un sondaggio INSA pubblicato il 16 settembre dava l’AfD al 37% e l’SPD (Partito Socialdemocratico) al 35%. Un sondaggio ZDF pubblicato il giorno successivo ha ribaltato la situazione, portando l’SPD al 37% e l’AfD al 36%, con il 21% degli intervistati ancora indecisi. Il cambiamento riflette la popolarità personale della leader dell’SPD Manuela Schwesig, così come i tentativi degli elettori di altri partiti di concentrarsi su di lei. La CDU, nel frattempo, si attesta intorno al 6-7% nei sondaggi e si trova di fronte alla straordinaria possibilità di faticare a rimanere nel parlamento regionale. Il candidato dell’AfD, Leif-Erik Holm, ha incentrato la sua campagna elettorale sui temi del costo del carburante, della sanità, della stagnazione economica e degli interessi regionali. Qualunque sia il risultato finale, un voto per l’AfD intorno al 35% rappresenterebbe un cambiamento radicale rispetto al 16,7% ottenuto nel 2021.

A Berlino la situazione è diversa, ma correlata. Lì l’AfD non è in testa, ma l’ultimo sondaggio ARD BerlinTrend la dava al 18%, dietro alla Sinistra al 21% e alla CDU al 20%, e davanti ai Verdi al 16% e all’SPD al 12%. Il tema degli alloggi e degli affitti ha dominato la campagna elettorale più dell’immigrazione. L’AfD ha collegato la carenza di alloggi a Berlino in parte alla crescita demografica dovuta all’immigrazione. L’importanza di Berlino risiede meno in una vittoria dell’AfD che nel crollo della vecchia geometria partitica. CDU, SPD, Verdi, Sinistra e AfD sono ora ammassati in un sistema politico in cui la formazione di governi senza uno dei partiti maggiori può richiedere coalizioni sempre più complesse e bizzarre.

La risposta del cancelliere Merz si è fatta più dura con l’affermarsi dell’AfD. Dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt, ha accusato il partito di sostenere politiche equivalenti a una “pulizia etnica” attraverso il suo concetto di remigrazione . L’AfD respinge tale definizione e afferma che le sue proposte riguardano l’immigrazione clandestina, l’espulsione di persone senza diritto di soggiorno e una più rigorosa applicazione della legge sull’immigrazione vigente. Lo stesso Merz ha affermato che la Germania ha bisogno di più espulsioni, sostenendo al contempo che il Paese deve distinguere tra chi lavora legalmente e contribuisce all’economia e chi è tenuto a lasciare il Paese. La controversia, quindi, non riguarda solo l’entità dell’immigrazione, ma anche il significato e la possibile portata della remigrazione. La formulazione di Merz ha suscitato una reazione furiosa da parte dell’AfD, mentre il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt ha riacceso le richieste, da parte di alcuni politici dell’SPD e di altri oppositori, di valutare una procedura di divieto dell’AfD. Il senatore degli Interni di Amburgo, Andy Grote, ha appoggiato la creazione di un gruppo di lavoro federale-statale per studiare se sussistano i requisiti costituzionali per un simile caso. Altri hanno avvertito che tentare di mettere al bando un partito subito dopo un’importante vittoria elettorale comporterebbe seri rischi politici e legali.

Lo sviluppo più importante dal punto di vista multipolare, tuttavia, potrebbe essere emerso al di fuori della campagna elettorale. Il 18 settembre Reuters ha riportato che i leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla, stanno preparando possibili colloqui nel 2027 con Kirill Dmitriev, uno dei principali inviati economici di Vladimir Putin, per il ripristino delle forniture di gas russo alla Germania. L’incontro proposto dipenderebbe dai progressi verso una soluzione della guerra in Ucraina, e tra le possibili sedi discusse figurano Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India. Reuters ha riferito che potrebbero essere coinvolte anche personalità legate alla diplomazia statunitense, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff. L’AfD chiede da tempo la revoca delle sanzioni sull’energia russa e sostiene che l’energia a basso costo proveniente dalla Russia abbia contribuito a sostenere la forza industriale tedesca. I critici replicano che ricostruire questo rapporto ricreerebbe una pericolosa dipendenza da Mosca. Tale disaccordo ora va ben oltre la politica energetica. La questione riguarda il ruolo della Germania nel mondo: se Berlino debba rimanere saldamente ancorata all’attuale struttura di sicurezza atlantista o cercare maggiore spazio per relazioni indipendenti con la Russia e altre potenze non occidentali.

Questa disputa di politica estera si interseca direttamente con i problemi economici della Germania. L’AfD presenta la combinazione di sanzioni, prezzi elevati dell’energia, ristrutturazione industriale e continuo sostegno militare all’Ucraina come prova che i governi tedeschi hanno subordinato gli interessi economici interni a una più ampia strategia occidentale. Chrupalla ha recentemente chiesto una riduzione delle tasse sull’energia a fronte dell’aumento dei prezzi dei carburanti, mentre il partito ha attaccato la perdita di posti di lavoro e la ristrutturazione dell’industria automobilistica. I suoi oppositori sostengono che le difficoltà della Germania abbiano molteplici cause: la debole crescita della produttività, la pressione demografica, la concorrenza cinese, la costosa transizione del settore automobilistico e anni di investimenti ritardati. Essi rifiutano l’idea che il solo ripristino delle forniture energetiche russe possa risolvere il problema. Eppure, l’importanza politica della questione energetica è innegabile. Essa fornisce all’AfD un argomento concreto a sostegno della sua posizione in politica estera: le relazioni con la Russia non vengono presentate come una astratta simpatia per Mosca, ma come parte di un diverso modello economico per la Germania.

La dimensione della Germania dell’Est rende questo fenomeno particolarmente significativo. I risultati migliori dell’AfD rimangono concentrati nell’ex Repubblica Democratica Tedesca, dove gli atteggiamenti nei confronti della Russia, della sovranità tedesca, dell’immigrazione e dell’establishment politico differiscono sostanzialmente da quelli prevalenti in molte aree metropolitane occidentali. Allo stesso tempo, il risultato della Bassa Sassonia dimostra che il fenomeno non può più essere descritto semplicemente come una rivolta dell’Est. Il suo elettorato si sta espandendo geograficamente, mentre il suo programma si intreccia sempre più con questioni che la politica tedesca un tempo teneva separate: immigrazione, declino industriale, energia, sovranità nazionale, Russia e autorità di Bruxelles. I critici vedono il programma sull’immigrazione dell’AfD come una minaccia per gli immigrati e per un’economia che ha bisogno di lavoratori stranieri. Reuters ha riportato il 19 settembre che alcuni immigrati nella Germania dell’Est temono sempre più ostilità con l’aumento del sostegno all’AfD. L’AfD, dal canto suo, afferma di distinguere tra immigrazione illegale o indesiderata e immigrazione legale qualificata. Questo conflitto rimarrà centrale perché la Germania dell’Est si trova ad affrontare sia il declino demografico sia una forte resistenza politica alle politiche migratorie perseguite nell’ultimo decennio.

Vista in un’ottica multipolare, la vera svolta non consiste semplicemente nell’ascesa di un altro partito tedesco, bensì nell’indebolimento di un consenso politico formatosi nel periodo post-Guerra Fredda. L’AfD contesta la politica migratoria tedesca, la sua politica energetica, i rapporti con la Russia, alcuni aspetti dell’integrazione europea e il presupposto che la politica estera tedesca debba rimanere strettamente allineata alle priorità strategiche di Washington e delle istituzioni dominanti dell’UE. I suoi oppositori sostengono che queste posizioni potrebbero indebolire le alleanze della Germania, danneggiare le relazioni con i paesi vicini ed esporre nuovamente il paese all’influenza russa. L’AfD e i suoi sostenitori descrivono quasi gli stessi fatti al contrario: affermano che la Germania ha ceduto troppa libertà politica ed economica e deve recuperare la capacità di perseguire i propri interessi nazionali in un contesto di competizione tra i diversi centri di potere mondiali. I dati immediati sono eloquenti: 43,8% in Sassonia-Anhalt, 15,9% alle elezioni comunali della Bassa Sassonia, circa il 27-30% a livello nazionale e una gara serrata intorno al 35% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Ma la questione più profonda sollevata dall’ascesa dell’AfD è se la vecchia architettura politica tedesca possa continuare a funzionare quando un partito escluso da ogni coalizione di governo diventa una delle maggiori forze elettorali del paese.

https://bm2yp.r.ag.d.sendibm3.com/mk/mr/sh/1t6AVsd2XFnIGAAOIEUsc8TP9zUZLK/HOeoxl395KjBNewsletter BSW | 20 settembre 2026
Cari soci,Cari sostenitori,
Il BSW è tornato ed è una vera forza politica nel Landtag della Sassonia-Anhalt. I media non possono più ignorarci! E nelle elezioni comunali della Bassa Sassonia, lo scorso domenica il BSW è riuscito a conquistare circa 60 seggi, tra cui quelli di Braunschweig, Hannover, Osnabrück e Wolfsburg. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo. Questo ci dà slancio per Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove oggi gli elettori possono dare un altro segnale importante votando per il BSW – contro l’SPD e la CDU, che non fanno nulla per contrastare gli alti prezzi del carburante e il declino economico del nostro Paese, contro il cancelliere più incompetente della storia della Germania federale e a favore di un nuovo inizio politico, in cui si torni finalmente a concentrarsi sul miglioramento della vita dei cittadini.
I prezzi del carburante stanno schizzando alle stelle e potrebbero superare, per la prima volta nella storia della Germania, la soglia dei 3 euro. Per molte persone, fare rifornimento sta diventando quindi un peso insostenibile. Dopo lunghe esitazioni, il governo federale ha ora deciso, poco prima delle elezioni, un mini-sgravio di appena 17 centesimi al litro. Entro la fine dell’anno dovrebbe entrare in vigore un tetto massimo temporaneo al prezzo del carburante. Merz e Klingbeil non intendono però intaccare gli enormi profitti delle grandi compagnie petrolifere. Noi diciamo: abbassate le accise sul carburante, fissate immediatamente un tetto massimo di 1,50 euro al litro, affinché gli automobilisti possano beneficiare di un reale sgravio! E aprite il Nord Stream, affinché il riscaldamento in inverno non porti alla rovina totale.
Un voto per il BSW è un voto per mandare via Merz! Sia a Berlino che nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Se entreremo in Parlamento e la CDU verrà espulsa dal Landtag di Schwerin, quel Cancelliere sarà storia. Nella Sassonia-Anhalt molti elettori della CDU hanno votato per il BSW. Se lo ripetiamo, Merz se ne andrà. Un altro obiettivo elettorale del BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore è impedire una coalizione rosso-rosso-verde! Solo se il BSW entrerà nel Landtag ci sarà la possibilità che la coalizione rosso-rosso non ottenga la proroga della durata di esercizio delle centrali nucleari. Come già in Sassonia-Anhalt, anche qui promuoviamo un primo ministro apartitico che governi con maggioranze variabili – coinvolgendo anche l’AfD.
La posta in gioco è alta! Mobilitate ancora una volta oggi tutti i vostri amici e conoscenti, colleghi e familiari affinché votino per il BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino!
Cordiali saluti
Fabio De Masi, Amira Mohamed Ali, Oliver Ruhnert e Sahra Wagenknecht

Carl Schmitt e gli Houthi: dalla guerra partigiana a Großraum _ di Ali-Mohammad Mohajer Nasser

Carl Schmitt e gli Houthi: dalla guerra partigiana a Großraum

Lo Yemen e i limiti del potere occidentale

Ali-Mohammad Mohajer Nasser13 settembre∙Articolo ospite
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Ali-Mohammad Mohajer Nasser si rifà a Carl Schmitt per chiedersi se gli Houthi stiano contribuendo a trasformare l’Asse della Resistenza in un ampio spazio emergente.

Introduzione: La terza volta che l’egemonia marittima è stata costretta a ritirarsi

Il 10 settembre 2026, dopo settimane di intensi combattimenti lungo la costa occidentale dello Yemen, le forze di Ansar Allah – il movimento più comunemente, seppur in modo impreciso, noto all’estero come Houthi – si sono assicurate il pieno controllo dello strategico porto di Mokha. ¹ Unità della “Resistenza Nazionale” e delle “Brigate dei Giganti”, entrambe allineate con la coalizione saudita-emiratina, si sono ritirate dopo aver subito pesanti bombardamenti di artiglieria nel tentativo, fallito, di arrestare l’avanzata degli Houthi, ritirandosi per ricostituire la loro linea del fronte altrove. Mokha si trova a soli settanta chilometri dallo Stretto di Bab el-Mandeb, attraverso il quale transita circa il dodici per cento del commercio marittimo mondiale. ² Il controllo del porto significa possedere la capacità di monitorare, minacciare e, se necessario, intercettare uno dei punti nevralgici più importanti dell’economia globale.

Questo segna la terza volta in meno di diciotto mesi in cui una potenza militare dotata di manifesta superiorità tecnologica non è riuscita a sottomettere Ansar Allah. La prima è stata quella degli Stati Uniti, che tra marzo e maggio 2025 hanno condotto oltre milleduecento raid aerei al costo di non meno di dieci miliardi di dollari senza riuscire a eliminare la leadership del movimento o a indebolirne le capacità missilistiche, e che alla fine hanno accettato un cessate il fuoco in cui Washington, e non Sana’a, si è dimostrata la vera perdente. La seconda è stata quella della coalizione saudita-emiratina, la cui decennale guerra di terra non è riuscita nemmeno a riconquistare le linee che occupava nel 2015. E ora, nel settembre 2026, la terza.

Il significato strategico di Ansar Allah, tuttavia, non dovrebbe essere ricercato solo in quest’ultimo episodio. Durante la Guerra dei Dodici Giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025, e di nuovo nella guerra più ampia della primavera 2026 – iniziata con l’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran il 28 febbraio e durata quasi quaranta giorni – Ansar Allah è stato tra i pochi attori regionali a entrare effettivamente in campo, e non solo a parole: dal 28 marzo 2026 ha lanciato missili balistici contro Israele e ha annunciato che “la nostra mano è sul grilletto, ogniqualvolta gli eventi lo richiedano”. Lo Yemen, un paese che viveva sotto bombardamenti e blocco dal 2015, è stato l’unico paese che, in quel momento decisivo, ha risposto non con una dichiarazione, ma con il fuoco.

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Per comprendere questa resistenza, bisogna guardare più indietro nel tempo. Il movimento Ansar Allah affonda le sue radici in una rinascita dello zaydismo, una branca dell’islam sciita che ha governato lo Yemen settentrionale, inclusa la provincia montuosa di Sa’dah, per oltre mille anni, fino alla rivoluzione repubblicana del 1962 che pose fine all’imamato zaydita.³ Il movimento stesso prese forma negli anni ’90 sotto la guida di Hussein Badreddin al-Houthi, come risposta all’emarginazione dell’identità zaydita e alla diffusione dell’influenza wahhabita sostenuta dall’Arabia Saudita. Al-Houthi fu ucciso nel 2004, ma il movimento, sotto la guida di suo fratello Abdul-Malik al-Houthi, conquistò Sana’a nel 2014 e dal 2015 ha mantenuto il controllo della città, resistendo all’intervento della coalizione a guida saudita.

Quello che segue è un tentativo di dare un senso a questa triplice resistenza – contro gli Stati Uniti, contro la coalizione araba e ora a Mokha – non attraverso la familiare dicotomia “terra contro mare” che viene così spesso invocata nelle discussioni sul potere tellurico contro quello talassocratico, ma attraverso tre ulteriori strumenti tratti dall’opera di Carl Schmitt che, letti insieme alla teologia politica zaydita, forniscono una descrizione più precisa del fenomeno: la teoria del partigiano, la temporalità del qiyam bi-l-sayf e il concetto di Großraum .

La figura del partigiano: l’irregolare nemico tellurico

Nel 1963, Carl Schmitt, nella sua Theorie des Partisanen , tentò di delineare un ritratto teorico del combattente che aveva plasmato le guerre della seconda metà del XX secolo, dalla Spagna al Vietnam.⁴ Il vero partigiano, secondo la sua analisi, possiede quattro caratteristiche: l’ irregolarità (non è un soldato di un esercito formalmente costituito); una straordinaria mobilità tattica; un’eccezionale intensità di impegno politico; e – più decisiva delle tre precedenti – un carattere tellurico: un legame organico con la patria, con una terra che conosce, abita e difende. È questa quarta caratteristica che distingue il partigiano dal rivoluzionario cosmopolita di tipo leninista o maoista: il rivoluzionario cosmopolita considera i confini meramente orizzontali e cerca di esportare la rivoluzione in qualsiasi punto del globo; il partigiano tellurico, al contrario, combatte la sua guerra in un luogo specifico, per la difesa di quel luogo stesso.

Ansar Allah è un esempio quasi da manuale di questa figura. Il movimento non è un esercito regolare con le uniformi e la gerarchia classica che lo caratterizzano – sebbene la sua struttura militare si sia formalizzata considerevolmente negli ultimi anni – né nutre alcun progetto di esportare la rivoluzione oltre i confini dello Yemen; non ha mai avanzato una simile pretesa. I suoi combattenti sono radicati proprio nelle stesse valli e montagne di Sa’dah su cui, generazioni prima, l’imamato zaydita esercitava il suo dominio. Per oltre un decennio di guerra, lanciamissili e centri di comando sono stati nascosti in questo stesso territorio impervio – un territorio contro il quale l’assoluta superiorità aerea degli Stati Uniti e della coalizione araba si è rivelata di scarsa utilità, di fronte alla conoscenza che solo un abitante di quella terra possiede. Schmitt scrive che il partigiano “combatte con la terra, non contro di essa”: è proprio questa la distinzione che separa il militare americano, che opera dal ponte di una portaerei o da un’altitudine di diecimila metri e non deve fedeltà ad alcun luogo particolare al di là delle proprie capacità operative, dal combattente yemenita, per il quale la montagna è casa.

La recente battaglia per Mokha, tuttavia, indica che questo carattere partigiano si è esteso dalla difesa delle montagne al controllo territoriale e persino marittimo, senza, almeno finora, perdere né la sua intensità politica né il suo legame tellurico. Questa è di per sé una risposta a una delle perplessità di Schmitt sul futuro del partigiano nell’era tecnologica: può il partigiano resistere a una guerra completamente tecnologizzata? L’esperienza yemenita offre una risposta affermativa, ma condizionata: ogni movimento partigiano che è passato dalla difesa territoriale al controllo territoriale – da Tito ai Viet Cong – ha corso il rischio di quella che potremmo definire normalizzazione: il rischio che, proprio nel processo di consolidamento del potere, acquisisca le stesse vulnerabilità dell’esercito regolare da cui era precedentemente immune. Se Ansar Allah si dimostri l’eccezione a questa regola è una questione che troverà risposta non nel testo della teoria, ma sul campo della pratica.

Il tempo di Qiyam bi-l-Sayf : una formulazione rivale alla temporalità occidentale

Il principio di qiyam bi-l-sayf —“sollevarsi con la spada”— deve essere innanzitutto collocato nel suo preciso contesto all’interno della teologia zaydita, prima di tentare qualsiasi interpretazione teorica. ⁵ A differenza della tradizione imamita (duodecimana), che fonda l’imamato sulla designazione divina ( nass ) e sulla trasmissione ereditaria attraverso la linea degli Imam infallibili, e a differenza della tradizione sunnita, che lo intende attraverso la fedeltà ( bay’a ) e il consenso ( ijma’ ), la giurisprudenza zaydita ha a lungo sostenuto – almeno dalla sua sistematizzazione per mano di al-Qasim ibn Ibrahim al-Rassi nel terzo secolo islamico – che l’imamato è condizionato da una serie di requisiti che, oltre alla discendenza (da Hasan o Husayn ibn Ali) e all’erudizione (ragionamento giuridico indipendente, o ijtihad ), includono il requisito del qiyam bi-l-sayf stesso: chiunque rivendichi l’imamato deve opporsi, di persona e nei fatti, all’ingiustizia, affinché tale rivendicazione sia considerata valida. Wilferd Madelung, nel suo studio classico sull’imamato zaydita, considera proprio questa caratteristica come il segno distintivo dello zaydismo tra le sette sciite: a differenza dell’imamato imamita, sospeso dalla dottrina dell’occultamento, l’imamato zaydita non è mai stato separato dall’azione politica aperta.⁶ Studi più recenti sulla rinascita zaydita contemporanea, tra cui le opere di Bernard Haykel e Najam Haider, dimostrano analogamente che Ansar Allah, anche nella sua reinterpretazione moderna dell’eredità zaydita, ha conservato questo stesso asse classico: la legittimità non è qualcosa che viene conferita dall’esterno, ma qualcosa che si dimostra attraverso l’ azione.⁷

Questa struttura può essere letta, al di là della sua cornice strettamente giuridica, come una teoria della legittimità che presenta un’autentica affinità teorica con la teologia politica di Schmitt. La Teologia Politica di Schmitt parte da un’analogia fondamentale: i concetti centrali della moderna teoria dello Stato sono concetti teologici secolarizzati; così come Dio onnipotente può, attraverso un miracolo, sospendere l’ordine naturale, allo stesso modo il sovrano politico, nello stato di eccezione, fonda o rifonda l’ordine attraverso una decisione, non ricorrendo a una regola preesistente.⁸ La legittimità, in questa interpretazione, è il prodotto dell’azione e della decisione, non semplicemente la continuazione di una procedura già stabilita. Il principio di qiyam bi-l-sayf , all’interno di una tradizione del tutto indipendente da Schmitt e considerevolmente più antica, articola precisamente questa stessa logica: l’Imam crea il proprio imamato attraverso la decisione di elevarsi, non solo attraverso la discendenza. Ciò che unisce queste due tradizioni non è la pretesa che l’una abbia preso in prestito dall’altra – nessuna di queste pretese è intesa né giustificata – ma la loro convergenza strutturale su una domanda comune: da dove deriva la legittimità, quando l’ordine esistente non è più in grado di rispondere a se stesso?

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Da questa stessa struttura emerge una formulazione specifica del tempo politico. La temporalità liberale-moderna occidentale è lineare e evolutiva: la storia è concepita come un processo in continua evoluzione, misurato in intervalli calcolabili. L’orizzonte temporale di un politico americano si estende, al massimo, al prossimo ciclo elettorale o alla chiusura del periodo annuale di stanziamento dei fondi per la difesa; calcoli come “shock and awe” o “cambio di regime” sono concepiti proprio all’interno di questo breve orizzonte. Il tempo del qiyam bi-l-sayf , al contrario, è ciclico e revivalista: un Imam zaydita può “sorgere” mille anni dopo la caduta dell’ultimo imamato, perché l’evento presente, in questa formulazione, è la diretta continuazione di una narrazione millenaria, non una reazione a una crisi contemporanea. Quando un combattente di Ansar Allah imbraccia le armi contro gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, nel suo contesto temporale, sta rievocando quello stesso momento fondativo: l’Imam giusto con la spada, che affronta il tiranno ingiusto. Questa temporalità, che misura gli eventi in generazioni e secoli anziché in cicli elettorali, conferisce alla resistenza una pazienza che nessun calcolo di “shock e terrore” può spezzare: gli Stati Uniti non sono stati sconfitti in Yemen perché il loro esercito è stato distrutto; sono stati sconfitti perché avevano definito la “vittoria” all’interno della propria cornice temporale, mentre nella cornice del loro avversario la misura della vittoria era, fin dall’inizio, qualcosa di completamente diverso.

Dal Nomos della Terra al Großraum : l’Asse della Resistenza come Spazio Grande Emergente

Il rapporto tra Iran, Ansar Allah e Hezbollah viene comunemente interpretato attraverso la ben nota diade di “terra tellurica contro mare talassocratico”, lo stesso schema utilizzato nella sezione precedente in relazione al combattente partigiano. Tale diade, pur essendo utile per comprendere il rapporto del combattente con il territorio, risulta semplicistica quando si considera la struttura più ampia del cosiddetto Asse della Resistenza: ci dice solo che questo asse è “radicato nella terra”, senza specificare quale particolare ordine politico e giuridico produca tale radicamento. Per un’analisi a questo livello, Schmitt offre uno strumento più preciso: il Großraum , ovvero il “grande spazio” .⁹

Il Großraum , nell’accezione di Schmitt, non è semplicemente un impero vecchio stile né una mera unità geografica, bensì una triplice relazione tra un potere centrale, un’idea politica dominante e uno spazio organizzato attraverso tale idea, che rivendica l’immunità dall’intervento di poteri esterni ad esso: il principio che Schmitt definisce Interventionsverbot für raumfremde Mächte , ovvero il divieto di intervento da parte di poteri estranei allo spazio. L’esempio paradigmatico di questa struttura, secondo Schmitt, è la Dottrina Monroe americana: un potere centrale che, per mezzo di un’idea politica, organizza uno spazio e vieta l’intervento al suo interno da parte di poteri “estranei” a quello spazio.

L’Asse della Resistenza può essere compreso proprio in questi termini: non come una coalizione militare informale di attori non statali, ma come un Großraum emergente . Il suo potere centrale è l’Iran; la sua idea guida è la resistenza all’egemonia israelo-occidentale in Asia occidentale; e ora, con il controllo di Mokha e Bab el-Mandeb da parte di Ansar Allah, questo spazio ha acquisito per la prima volta un confine pratico e vincolante per quel principio stesso del divieto di intervento, non a livello teorico, ma a livello di missili e radar. La deterrenza iraniana nello Stretto di Hormuz, insieme alla capacità di Ansar Allah a Bab el-Mandeb, costituiscono i due estremi di un unico arco: un arco che afferma che due dei punti di strozzatura più vitali al mondo per l’energia e il commercio non sono spazi estranei, aperti all’intervento di forze americane ed europee.

Ciò che distingue questa interpretazione dalla semplice diade terra/mare è che il Großraum , a differenza del nomos della terra – che descrive meramente una relazione ontologica con il luogo – fornisce una struttura operativa e giuridico-politica: chi costituisce il potere centrale, cosa costituisce l’idea guida e dove si trova il confine effettivo del divieto di intervento. Vista da questa prospettiva, la caduta di Mokha non è un mero episodio tattico; è il momento in cui il confine teorico di un Großraum emergente viene, per la prima volta, tangibilmente iscritto sulla mappa.

Questo Großraum emergente , tuttavia, non è immune a tensioni interne. In primo luogo, le rivalità tattiche e strategiche tra le sue componenti – Iran, Ansar Allah, Hezbollah e le fazioni irachene – potrebbero, a lungo termine, indebolirne la coerenza, soprattutto qualora un singolo attore anteponesse il proprio interesse nazionale all’idea guida dello spazio nel suo complesso. In secondo luogo, la legittimità interna del potere centrale non è uniforme tra le diverse componenti di questo spazio; le differenze confessionali (zaydi contro imamiti) e quelle storiche potrebbero trasformarsi in fratture latenti. In terzo luogo, lo stesso rischio di normalizzazione sollevato in relazione al partigianismo si ripresenta qui a livello strutturale: il Großraum , man mano che si istituzionalizza, rischia di trasformarsi in un impero burocratico – un destino contro cui lo stesso Schmitt aveva messo in guardia in relazione all’Unione Sovietica. ¹⁰ Nessuna di queste sfide nega la realtà del Großraum ; esse sono, piuttosto, le condizioni della sua persistenza.

Nemico dell’umanità: il meccanismo dell’etichetta di terrorista

Perché l’Occidente non definisce Ansar Allah un movimento politico armato, bensì un’organizzazione “terroristica”? La risposta convenzionale – divergenza ideologica o interesse geopolitico – è insufficiente. Schmitt, nella sua critica all’imperialismo anglo-americano, propone un meccanismo più preciso. Secondo la sua analisi, quando una potenza si presenta non semplicemente come uno stato tra gli altri, ma come rappresentante dell'”umanità” in quanto tale – come fanno gli Stati Uniti attraverso il linguaggio dei diritti umani, della democrazia e dell'”ordine internazionale basato sulle regole” – il suo nemico politico cessa di essere semplicemente un nemico politico e diventa invece un “nemico dell’umanità” ( Feind der Menschheit ) .¹¹

Questo spostamento comporta una conseguenza di primaria importanza. Nell’ambito classico della politica, il nemico è una parte legittima in un conflitto: con lui si può raggiungere la pace, concludere trattati o, nel peggiore dei casi, combattere una guerra entro i limiti delle regole. Ma una volta che il nemico viene ridotto a nemico dell’umanità, l’ostilità si libera dai confini della politica e diventa qualcosa di morale e illimitato; perché un’inimicizia diretta contro l’intera umanità è, per definizione, senza fine e al di fuori di qualsiasi limite circoscritto. È proprio per questa ragione che l’etichetta di “terrorista” attribuita ad Ansar Allah non è, nonostante le apparenze, una sentenza penale, bensì una dichiarazione di espulsione del movimento dalla cerchia degli attori politici legittimi: una dichiarazione che rende illegittimo a priori qualsiasi dialogo con esso e, di conseguenza, “giustificato” qualsiasi strumento per la sua distruzione, dal blocco navale al bombardamento di infrastrutture civili.

Un esempio concreto di questo meccanismo si può osservare nella decisione dell’amministrazione Trump, nel gennaio 2025, di inserire Ansar Allah nella lista delle Organizzazioni Terroristiche Straniere (FTO).¹² La decisione era, in apparenza, un atto giuridico-amministrativo. In pratica, ha inviato un messaggio politico all’intera regione: Ansar Allah non era più una parte in conflitto con cui si potesse negoziare, ma un nemico dell’umanità da distruggere. La conseguenza di questa etichetta non è stata semplicemente la chiusura dei canali diplomatici, ma il conferimento di legittimità a qualsiasi misura militare. Ed è proprio qui che si manifesta il legame tra l’etichetta di terrorismo e il Großraum : l’etichetta di terrorismo è uno strumento con cui l’egemonia marittima priva di legittimità un Großraum rivale ; trasformando un nemico politico in un nemico dell’umanità, invalida a priori qualsiasi pretesa che quel nemico possa avanzare su un ampio spazio e il divieto di intervento. Tuttavia, come ha dimostrato l’esperienza dello Yemen, questa strategia si rivela inefficace contro un Großraum fondato sul qiyam bi-l-sayf e di carattere tellurico, poiché la sua legittimità non deriva dal riconoscimento esterno, ma dall’atto interno stesso di resistenza.

Conclusione: Il partigiano del Großraum

Quanto accaduto a Mokha, a Bab el-Mandeb e nei cieli sopra Israele nella primavera del 2026 si articola su tre livelli, apparentemente distinti ma fondamentalmente interconnessi. A livello del combattente, osserviamo la figura del partigiano tellurico – irregolare, mobile, intensamente politico e radicato nella propria terra – ora esteso dalla difesa montana al controllo territoriale e marittimo, senza, almeno finora, rinunciare al suo legame tellurico. A livello di legittimità, osserviamo la rievocazione della temporalità del qiyam bi-l-sayf : la decisione fondante dell’Imam, situata non nel tempo lineare del progresso, ma nel tempo ciclico della rinascita. E a livello strutturale, osserviamo un Großraum emergente che, attraverso il controllo di due dei principali punti nevralgici energetici mondiali, pone per la prima volta di fronte all’egemonia marittima una rivendicazione concreta del divieto di intervento.

Gli Stati Uniti e la coalizione araba, a turno, hanno spiegato questo fenomeno con il linguaggio del nemico dell’umanità, proprio per non sentirsi obbligati a negoziare con esso. Ma un nemico con cui non si può negoziare non è necessariamente un nemico che si può sconfiggere. Per ben tre volte – contro gli Stati Uniti, contro la coalizione araba e ora a Mokha – questa tesi è stata messa alla prova e si è rivelata infondata. Ciò che ha resistito alla superiorità aerea e navale non è stato un esercito che poteva essere sconfitto su un singolo campo di battaglia; è stata una figura che era, allo stesso tempo, partigiana, Imam e fondatrice di uno spazio emergente.

Questa simultaneità, tuttavia, non deve essere interpretata come una condizione permanente o eterna. Ciascuno dei tre livelli individuati da questa analisi comporta un rischio specifico: il partigiano, estendendosi verso il potere territoriale, rischia la normalizzazione; il Großraum , istituzionalizzandosi, rischia di trasformarsi in un impero burocratico; e la temporalità del qiyam bi-l-sayf , resiliente come ha dimostrato di resistere a shock e terrore, richiede un costante rinnovamento per contrastare il graduale logoramento, l’arma a lungo termine dell’egemonia marittima. Ciò che è accaduto in Yemen non è una vittoria definitiva; è un’apertura storica, la cui continuazione sarà decisa non in teoria, ma nella pratica quotidiana della resistenza.

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Per notizie confermate sulla caduta di Mokha avvenuta tra il 10 e l’11 settembre 2026, si vedano gli articoli di Reuters, Associated Press e NPR dell’11 settembre 2026.

2

Bab el-Mandeb (“la Porta delle Lacrime” o “Porta del Dolore” in arabo) collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e, oltre a questo, all’Oceano Indiano; nel suo punto più stretto è largo circa diciotto miglia.

3

Gli Zaydiyya prendono il nome da Zayd ibn Ali, pronipote dell’Imam Husayn. Costituiscono una branca dell’Islam sciita la cui dottrina dell’imamato – che richiede, tra le altre cose, un’attiva rivendicazione politica e militare da parte di chi lo rivendica – li pone, in materia di pratica religiosa e giuridica, considerevolmente più vicini alla giurisprudenza sunnita rispetto a qualsiasi altra scuola sciita, una vicinanza spesso riassunta nell’epigramma “Sciiti tra i sunniti, sunniti tra gli sciiti”. L’imamato zaydita governò, con interruzioni, parti dello Yemen settentrionale dal IX secolo fino alla rivoluzione del 1962.

4

Carl Schmitt, Theorie des Partisanen: Zwischenbemerkung zum Begriff des Politischen , Berlino, 1963.

5

Sul carattere tellurico del partigiano e sulla sua distinzione

Contro ogni totalitarismo, di Michael Walker

Contro ogni totalitarismo

di Michael Walker

29 agosto
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Il fuggitivo di A. Paul Weber

Michael Walker sostiene che il liberalismo, lungi dall’essere l’antitesi del totalitarismo, è esso stesso un sistema totalitario: eleva il “diritto di scelta” dell’individuo al di sopra del diritto collettivo dei popoli di determinare il proprio destino, imponendo un’unica visione del mondo in nome della “libertà”.

Questo saggio è stato pubblicato per la prima volta su The Scorpion , numero 10, autunno 1986.

Spesso sentiamo condannare il totalitarismo. Persino coloro che appartengono all'”estrema sinistra” o all'”estrema destra”, i cui programmi sono totalitari nel senso comunemente accettato del termine, fanno di tutto per negare l’accusa. Essere “totalitari” in politica significa essere antidemocratici, assetati di potere, disumani, essere il male incarnato; ma rischiamo di cadere in un sillogismo futile quando parliamo di totalitarismo. Questo sillogismo è il seguente: “tutti i sistemi e le ideologie totalitarie sono malvagi; tutto ciò che è malvagio in politica deriva dal totalitarismo; quindi totalitarismo è il termine usato per indicare tutte le manifestazioni del male in politica”. Un simile ragionamento non aiuta nessuno a comprendere il totalitarismo. Il termine perde di significato, diventando un utile strumento di insulto contro coloro che cercano di organizzare un’opposizione “rivoluzionaria” a un determinato sistema filosofico, scientifico, economico o politico.

Per quanto riguarda il totalitarismo, è importante identificare il fenomeno in modo oggettivo, secondo criteri precisi, se vogliamo essere in grado di riconoscerlo. Si tratta di una “forma di governo” (OED) che non ammette opposizione, che cerca di occupare la totalità della vita di tutti, dalla culla alla tomba. Per raggiungere questa totalità , cerca di ridurre ogni aspetto della vita e ogni variazione in essa a un unico fenomeno, un’unica verità assoluta, immutabile e indiscutibile. È naturalmente più facile identificare i sistemi totalitari a partire dal pensiero totalitario. Un pensatore propone e, così facendo, si pone in opposizione ad altri pensieri. Per il lettore o l’ascoltatore esterno, è facile vedere due argomentazioni o proposizioni come semplici alternative che possono essere valutate in un modo che, per definizione, esclude una prospettiva totalitaria. I sistemi, ovvero l’attuazione di proposte, sono più facilmente identificabili come entità che mirano a diventare totalmente potenti e che non ammettono opposizione. Il potere di un sistema permette la realizzazione del totalitarismo. Laddove il potere è palesemente oppressivo in senso fisico diretto, rafforzato da polizia segreta, squadre della morte, esecuzioni senza processo, torture, campi di concentramento, controllo politico della magistratura e persino della professione medica, allora la natura “totalitaria” del regime diventa evidente. L’intimidazione fisica da parte dello Stato, un senso di insicurezza fisica, induce la grande maggioranza ad accettare la “verità” imposta dal governo. La logica alla base di tutto ciò è la soppressione del dissenso.

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I propagandisti di sistemi che corrispondono a questo tipo di ideologia totalitaria sono ansiosi di mascherare il loro “lato oscuro”, pur essendo sempre pronti a smascherare il lato oscuro dei loro avversari ideologici. Sia l’Unione Sovietica che la Germania nazionalsocialista furono fortemente influenzate dalle loro origini, nate da un risentimento nazionale per la sconfitta (“tradimento militare”). Una componente militare sostanziale sia nella rivoluzione nazionalsocialista che in quella bolscevica, unita alla natura religiosa dei due movimenti, garantì che fossero spietati e brutali una volta conquistato il potere assoluto. Per la stessa ragione, tuttavia, furono terreno fertile sia per le qualità umane che per i difetti. Per citare Michael Power, il regime nazionalsocialista fu responsabile di molti successi straordinari, ma anche di molte cose imperdonabili. È la prova della mancanza di spirito di indagine nel consenso liberale dell’epoca il fatto che vengano riconosciuti solo gli aspetti negativi del nazionalsocialismo. Come il marxismo e il nazionalsocialismo, ma con meno onestà di entrambi, anche il liberalismo ha i suoi miti e i suoi dogmi irrazionali. Anche questo approccio cerca di ridurre la storia del mondo a un unico punto: in questo caso, la lotta dell’individuo per esprimersi nel modo più libero possibile.

Questo era il Sud America di Elk Eber. Tutti i totalitarismi sono intolleranti verso i dogmi diversi dal proprio e sono spietati nell’esporre le loro iniquità e mancanze. Il liberalismo totalitario non fa eccezione. Ignora l’eroismo e la nobiltà d’animo evocati da credenze non liberali, in particolare quando sono “reazionarie” o “razziste”; ma tutte le ideologie creano eroi così come cattivi: una verità umana che nessuna prospettiva totalitaria ammetterà mai.

Caratteristica di tutti i sistemi totalitari o di tendenza totalitaria è il contrasto tra gli eroi della lotta che precede il potere e la meschinità e la distruttività che ne caratterizzano il dopo. Poiché le ideologie totalitarie contengono un impulso religioso, ispirano eroismo, integrità e sacrificio, così come crudeltà e ipocrisia; ma liberalismo, marxismo e nazionalsocialismo sono sempre stati restii ad ammettere coraggio o virtù nei sostenitori di ideologie opposte, preferendo etichettarli come agenti di un nemico e non come esseri umani. I liberali che condannano ciò che deridono con ipocrisia come “estremismo di destra e di sinistra” non sono diversi sotto questo aspetto. I sostenitori di ciascuna ideologia sono inoltre inclini a considerare tutti i sistemi opposti come essenzialmente affini. La teoria marxista, ad esempio, interpreta tutte le manifestazioni del fascismo come “capitalismo con le spalle al muro”. Secondo i liberali, l’estrema destra e l’estrema sinistra sono essenzialmente la stessa cosa, mentre i nazionalsocialisti e i fascisti affermano che il liberalismo è la madre del comunismo. Vista attraverso la lente ideologica necessaria, ciascuna di queste affermazioni è essenzialmente vera, poiché la mente totalitaria conosce un solo mondo, quello della mia verità e quello della loro ignoranza, di questo bene e di quel male.

Secondo i dogmi del mondo occidentale, il totalitarismo è caratterizzato dal disprezzo per i diritti umani individuali (il diritto alla sicurezza e alla felicità), ma un disprezzo così massiccio per tali diritti è una caratteristica solo di certi tipi di sistemi totalitari e non ciò che li definisce come tali. Il sistema totalitario è quello che riconosce un solo dio, un’unica verità, un unico stile di vita, un’unica manifestazione del bene e del male. Una religione non totalitaria riconosce molteplici divinità e una politica non totalitaria riconosce il diritto degli altri popoli di essere diversi, di altri sistemi di esistere e di essere validi a modo loro.

L’interpretazione liberale del totalitarismo deve quindi essere trattata con cautela. È vero che le ideologie che il liberalismo accusa di essere “estremiste” e “totalitarie” sono notoriamente intolleranti verso i dissidenti e notoriamente pronte a impiegare terrore e brutalità, inganno e coercizione di ogni genere per raggiungere il loro “sacro” fine. Questo non è in discussione. Ciò che dovrebbe essere messo in discussione è se il liberalismo stesso sia intrinsecamente non totalitario solo perché non impiega (di norma) i metodi delle ideologie e dei sistemi che identifica come totalitari. In sostanza, il totalitarismo non ha nulla a che vedere con il metodo: è un sistema che cerca di abbracciare la totalità dell’esistenza. In termini politici, il credo totalitario cerca di ridurre tutti i fenomeni politici a manifestazioni della veridicità del credo stesso. Per dirla in termini religiosi, l’ideologia politica interpreta tutti gli eventi politici come rivelazioni politiche. L’ideologia è religione secolare e usiamo il termine “totalitario” per descrivere le religioni e le religioni secolari che plasmano l’intera storia secondo il loro modo di pensare, bramano ogni cosa su questa terra e vogliono “sondare tutte le sue sabbie mobili”.

Il marxismo è una religione. Il nazionalsocialismo è una religione. Nell’Europa del ventesimo secolo, dove il cristianesimo è declinato con una rapidità che pochi pensatori (con la notevole eccezione di Nietzsche) avevano previsto, queste due dottrine del destino e della rivelazione erano fatte su misura per popoli che bramavano un nuovo impulso religioso. Gli echi cristiani in entrambe le dottrine sono sorprendenti. Entrambe credono nel destino di un popolo eletto (la “razza bianca”, il “proletariato”) di stabilire il paradiso in terra. Dio non è in cielo, né il paradiso è nei cieli. Dio e la terra possono essere plasmati attraverso il trionfo delle forze del bene (la “razza bianca”, il “proletariato”) contro le forze del male (“gli ebrei”, le “classi dominanti”). Per estirpare il nostro “peccato originale” (“mescolanza razziale”, “divisione del lavoro”) siamo obbligati a passare attraverso un “purgatorio” per raggiungere il paradiso (“guerra totale”, “dittatura del proletariato”). Entrambe le dottrine hanno profeti (Darwin, Marx) e i loro messia (Hitler, Lenin), i loro eretici (Strasser, Trotsky) e la loro “terra eletta” (Germania, Russia). Dalla venerazione del Führer alle folle quotidiane che si mettono in coda al mausoleo di Lenin in Piazza Rossa, le due grandi ideologie del ventesimo secolo si sono rivelate religioni secolari, che esigono una fede al di là della ragione, una fede ardente fino alla morte, il rifiuto del benessere materiale in nome dello spirito e della verità, l’ottimismo ardente che un giorno l’Unica Verità trionferà e i nemici della Giustizia periranno completamente. Guai a coloro che osano contraddire le dottrine della Chiesa trasformatasi in Stato. Guai a coloro che cercano di interpretare le Scritture in modo indipendente. Strasser era uno “strumento dell’ebraismo”, Trotsky un “agente della CIA”, proprio come Lutero era stato un tempo il “discepolo del diavolo”.

La sconfitta totale del nazionalsocialismo nel 1945 ha lasciato il liberalismo come unica ideologia politica coerente al mondo in opposizione al marxismo. Tradizionalmente, il liberalismo è sempre stato ostile alle religioni consolidate. Il suo odio per il nazionalsocialismo e il marxismo è la continuazione della sua ragion d’essere antireligiosa . Per molti commentatori liberali, “totalitario” e “religioso” hanno un significato pressoché identico in ambito politico. Il credo liberale predica l’autonomia dell’individuo ed è quindi intrinsecamente ostile ai sistemi religiosi, sia religiosi che laici. In nome dell’individuo, cercherà di distruggere qualsiasi sistema di questo tipo. La religione più disprezzata dal liberale è sempre il nazionalsocialismo e non il comunismo, perché mentre il comunismo, almeno in linea di principio, afferma di operare per l’emancipazione dell’individuo, il nazionalsocialista non ammette un futuro in cui l’individuo possa mai essere emancipato dalle dottrine degli imperativi razziali. Da questi fatti consegue che il liberale difende le “intenzioni” comuniste ma condanna i “metodi”, mentre il nazionalsocialismo e il fascismo (visto come suo collaboratore ultraconservatore) vengono condannati senza appello.

Il marxismo è una religione laica. Impone delle esigenze ai suoi seguaci ed è organizzato secondo una storia e una concezione del mondo simili a quelle di una religione monoteista. Molti commentatori hanno osservato che Lenin ha assunto nell’Unione Sovietica un ruolo analogo a quello di Cristo nella Russia zarista.

Vi sono motivi per credere che uno stato mondiale basato sui principi del liberalismo democratico possa un giorno riuscire a raggiungere il potere globale supremo. Razionalmente, il liberalismo come credo è spinto a sviluppare sempre più la propria forza politica ed economica, eliminando tutti i sistemi e le religioni (laiche o meno) che si frappongono al suo cammino. Nel frattempo, lo stile di vita che pone l’individuo al di sopra di tutto viene esaltato come forza antitotalitaria, la forza che combatte i nuovi “mali” della “povertà e dell’ignoranza”. Il liberalismo non crede nei messia e ognuno può interpretare gli eventi a suo piacimento (siamo tutti liberi), eppure il sistema rimane essenzialmente lo stesso. L’emancipazione dell’individuo dal male e dalla lotta, dal bisogno e dall’angoscia, costituisce la fine della storia , e tutti gli eventi del mondo politico sono la rivelazione politica della lotta tra l’individuo che anela alla libertà e alla serenità e gli ignoranti, gli ambiziosi e gli avidi. In linea di principio, marxisti, liberali, tutti i totalitari, aspirano un giorno (un giorno imprecisato e sempre più lontano nel futuro) ad abolire la politica. La politica è vista come un’attività tipica dell’infanzia umana. Sia per i marxisti che per i liberali, l’economia è più adatta a emancipare l’individuo. La lotta politica è la deplorevole conseguenza del nostro stato decaduto. Qui è opportuno fare una distinzione con il nazionalsocialismo, che condivide con le religioni teistiche (in contrapposizione a quelle secolari) la credenza nell’essenza spirituale della lotta. Questo punto, tuttavia, può essere esagerato, poiché la forte corrente di determinismo biologico nel pensiero nazionalsocialista lo avvicina al materialismo del comunismo e del liberalismo più di quanto a volte si ammetta.

Il riduzionismo razziale riduce tutti i fattori della storia umana alla “chiave” della razza. I membri più ottusi, viziosi o ignoranti di una determinata razza vengono giudicati “intrinsecamente superiori” a tutti i membri delle altre razze, un’affermazione che richiede, per usare un eufemismo, una “volontaria sospensione dell’incredulità”.

Bisogna indubbiamente usare cautela nell’impiego del termine liberalismo. In primo luogo, negli Stati Uniti viene comunemente utilizzato per indicare tutte le dottrine e i credo che nutrono sospetti nei confronti dell’autoritarismo o anche solo del contenuto religioso dei valori americani. Quando un americano usa il termine “liberale”, può riferirsi a qualsiasi tipo di libero pensatore, esponente della sinistra o persino a un non reazionario. In Francia, il termine si riferisce spesso ai sostenitori dell’economia di libero mercato, e secondo questa definizione Margaret Thatcher è una delle principali paladine del liberalismo, più di qualsiasi socialdemocratico. Quando usiamo il termine liberalismo in senso dispregiativo, ci riferiamo a una tipologia specifica: l’anti-credo del mondo moderno. Christopher Lasch, in ” La cultura del narcisismo” , sostiene che la società americana contemporanea, e per estensione il mondo occidentale, ha creato quella che lui definisce una “sensibilità narcisistica”. È questa sensibilità che cerca di imporsi sul mondo intero, e che sta effettivamente riuscendo nel suo intento. Esiste, in altre parole, un liberalismo totalitario . Se questa espressione appare un ossimoro, ciò dimostra quanto siamo stati addestrati a dissociare il liberalismo da qualsiasi accenno di totalitarismo. I nostri criteri per giudicare cosa sia totalitario (idee estremiste, campi di concentramento, polizia segreta, culto della mascolinità, venerazione dello Stato) sono, quasi per caso, gli stessi criteri che escludono categoricamente tutti i probabili metodi liberali di esercizio del potere.

Christopher Lasch negli Stati Uniti e Claude Alzon in Francia hanno entrambi scritto libri in cui deplorano il declino degli standard educativi nei rispettivi paesi. Individuano in vari metodi educativi progressisti la fonte del problema, ma a differenza dei commentatori conservatori non puntano il dito contro un pregiudizio di sinistra o addirittura liberale. Per Lasch e Alzon, la società dei consumi richiede in realtà uno standard di istruzione generale inferiore rispetto al passato. Se, come scrisse Ellen Wood in ” La mente e la politica” , “una concezione conscia o inconscia della natura umana è alla base di ogni scelta di valori sociali o politici”, allora la concezione dell’individuo autoespressivo, libero da qualsiasi responsabilità collettiva, è alla base del permissivismo in ambito educativo. Secondo Lasch, la moderna società americana ha bisogno di un gran numero di consumatori formati solo in un campo specialistico. Una solida formazione generale è un ostacolo, non un aiuto. Il sistema organizza un metodo educativo che induce quello che Lasch definisce un “eclettismo senza senso”, adattato a una società capitalista mobile, senza radici e alienante. L’analisi di Lasch è applicabile, in misura maggiore o minore, all’intero mondo occidentale. L’estremismo, ci viene detto, è tenuto fuori dalle nostre aule, o almeno dovrebbe esserlo. Persino la politica dovrebbe essere tenuta fuori dalle aule. L’alunno viene così preparato per la sua assimilazione nella società di massa. Estremamente noiosa, l’istruzione moderna prepara i suoi soggetti a una vita di noia in cui né l’impegno né la resistenza possono essere concetti rilevanti. Dove non si propone nulla, non si può opporsi a nulla. La caratteristica del metodo moderno è l’imprecisione, e i risultati sono evidenti. Se il marxismo e il nazionalsocialismo distorcono il significato delle parole, il totalitarismo liberale lo oscura. Peggio ancora, la conoscenza è ridotta a una quantità di beni scollegati. Concentrazione, resistenza, tenacia, affidabilità vengono estirpate da un sistema che si basa sul nostro essere in perpetuo movimento, dove né il paesaggio né le persone possono stare fermi, dove nulla di ciò che sappiamo è autorizzato a durare per timore che ci si affezioni . La scuola va sopportata così come si sopporterà la vita, senza entusiasmo né ostilità, come un pasto insapore.

Il consenso democratico del nostro tempo si dichiara “non totalitario”, ma i processi politici del fascismo e della “democrazia” moderna sono ugualmente fittizi; le masse si comportano con un’acquiescenza simile in entrambi i sistemi.

L’essenza del sistema moderno, e il suo netto contrasto con i sistemi religiosi o laici, risiede nell’esclusione dell’individuo dalla partecipazione comunitaria, dal coinvolgimento attivo in più di una parte del funzionamento della società. Come sosteneva Friedrich Jünger ne ” Il fallimento della tecnologia” , i diritti dell’individuo nella società moderna sono diventati i diritti dell’individuo tecnicamente organizzato. L’università si trasforma in un centro di formazione tecnica per il maggior numero possibile di persone. Tutti hanno il “diritto” all’istruzione e al lavoro, ma non il diritto di appartenere a un movimento di idee, di essere integrati in una comunità efficace. La società moderna enfatizza l’importanza del consumo a scapito della partecipazione. Il dilettante è visto con sospetto. Le attività della comunità sono sempre più appannaggio esclusivo degli esperti: dallo sport alla politica, dal teatro al mondo degli affari, l’ attivista indipendente viene guardato con sospetto e ostacolato da restrizioni, mentre il consumatore indipendente viene assecondato e adulato.

I totalitarismi cercano di limitare ogni espressione all’espressione di un’unica verità: la consapevolezza razziale, la solidarietà di classe, l’autoespressione individuale. L’autoespressione individuale significa, ovviamente, espressione di massa, le espressioni create per le masse dai media, le espressioni che riducono tutta la politica a uno “spettacolo”, uno spettacolo professionale, in cui gli spettatori sono le masse e gli interpreti sono i sacerdoti eletti del sistema. Il tennis a Wimbledon, Mastermind, Trivial Pursuit (nome azzeccato), il Guinness dei Primati , esempi di perfezione tecnica, autorealizzazione senza scopo, senza valore al di là di se stessa. Persino le freccette diventano un grande business e un’altra attrazione mediatica, un altro modo per creare una massa a spese della comunità. Il nostro desiderio è tutto. La nostra volontà non è niente. Questo è il sistema “non totalitario”. Questa è la legge di Narciso.

Gli oppositori del culto di Narciso non vengono né repressi né censurati. Non ne hanno bisogno. Diventano anch’essi parte dello spettacolo, ridotti a un fenomeno sociale ben definito. Come potrebbero avere successo se non attraverso quella critica autoindulgente che è il segno distintivo del sistema a cui affermano di opporsi? Coloro che adottano una o l’altra delle ideologie prevalenti della prima metà del secolo diventano pagliacci da strada, dove le strade sono frequentate solo da quei settori della società di massa meno capaci di apprezzare un messaggio rivoluzionario. Le dottrine populiste che si affermano a livello di politica di strada, per loro stessa natura, appariranno ridicole sotto i riflettori. Abbandonate la politica di strada e il non conformista diventa ipso facto membro del sistema costituito, lavorando all’interno di un gruppo per far pubblicare il suo libro, il suo articolo, cosa impossibile per le case editrici affermate, per un uomo che non ha ancora costruito la sua carriera, che non è già diventato un individuo in lotta per il riconoscimento nel suo campo specialistico . La burocrazia trasforma le rimostranze collettive in problemi personali suscettibili di intervento terapeutico. L’opposizione diventa un problema tecnico, un fallimento della comunicazione. Progresso tecnologico e massificazione vanno di pari passo, in tutto il mondo. Questo ramo del sistema internazionale è intollerante verso gli stili di vita e le collettività che non riesce ad assorbire.

La società di massa moderna non è manifestamente oppressiva come le dittature, ma induce a sua volta un conformismo crudele, basato sugli stessi principi di “livellamento”.

L’individuo, per la cui causa si dovrebbe realizzare la liberazione dall’autorità, non diventa più libero nel vero senso della parola perché la sua emancipazione si compie in un mondo in cui le sue opportunità sono sempre più circoscritte. Come ha osservato Guillaume Faye nella sua recensione dell’opera di Lasch: “privato della capacità di esercitare l’autodisciplina, l’individuo si scontra con i divieti socio-economici che scopre una volta raggiunta l’età adulta: la regimentazione burocratica, il potere delle banche, i vincoli commerciali… cos’altro gli resta da fare, quando nulla lo accomuna agli altri, se non quello di rimanere intrappolato in se stesso?”.

L’attuale denuncia del “totalitarismo” e lo slogan “società libera” vanno visti nel contesto degli interessi del sistema che produce tali slogan. Per “totalitarismo” si intendono specificamente i sistemi totalitari religiosi o politici, ovvero quelli che funzionano attraverso la coercizione fisica. La società libera è quella che meglio tutela il sistema dell’individuo autonomo. Gli interessi dell’individuo autonomo sono nelle mani dei dirigenti e dei rappresentanti che cercano di garantire che il progresso e lo sviluppo funzionino in modo equo. La forza di questo sistema sta nel fatto che funziona ovunque e da nessuna parte. Gli individui, limitati alla loro funzione e in lotta per avere più tempo libero e un miglior “rapporto qualità-prezzo” da ciò che consumano, possono esercitare il potere solo entro i limiti imposti dalla loro particolare specializzazione. Con una logica impeccabile, l’industria del tempo libero in espansione riduce il mondo a un complesso di centri ricreativi. Tutti i popoli e le nazioni del mondo sono soggetti allo stesso ritmo di crescita. Crescita e sviluppo sono le parole chiave del “miglioramento” nel senso liberale del termine. L’individuo umano viene trasformato in un’ameba, un’unità che consuma.

Questo sistema è totalitario. Rappresenta un totalitarismo economico, che nega alle comunità e persino alle nazioni la possibilità di diventare autosufficienti. I deficit di bilancio vengono colmati dal turismo di massa, che accelera il processo di degrado ambientale e sociale, nell’irrisolvibile pretesto di “migliorare il tenore di vita”. La qualità della vita è intesa unicamente in termini di quantità di beni posseduti, ma la felicità è più sfuggente che mai. L’era postbellica è caratterizzata da un senso di ansia pervasivo : ansia per la bomba atomica, per l’ambiente, per la fame nel mondo: viviamo in un sistema che segue le vicissitudini di un grafico e il nostro destino non è determinato dalle stagioni né dal ritmo naturale della vita, ma dal denaro e dalla movimentazione dei beni, dall’equilibrio tra onestà e disonestà, tra investimenti redditizi e meno redditizi. Incapace di trarre ispirazione dal passato, l’uomo occidentale non è ambizioso per il futuro. I suoi progetti per il futuro assumono la forma di una disperata ricerca di sicurezza. È debitore al sistema. Vive al di sopra delle sue possibilità e paga i suoi debiti, il mutuo, le carte di credito, gli interessi sui prestiti, per la maggior parte della sua vita, a meno che non sia uno dei fortunati che riesce a “fare il salto” e a entrare nella fascia di reddito più alta, dove ha abbastanza denaro per assicurarsi una completa sicurezza finanziaria, perché in fondo oggigiorno non c’è molto che il denaro possa comprare oltre al comfort e alla sicurezza assoluti. Noi altri viviamo “al di sopra delle nostre possibilità” godendo dei vantaggi e dei benefit che il nostro lavoro specializzato ci offre. Le pie esclamazioni di orrore con cui i portavoce accolgono gli alti dati sulla disoccupazione sono l’orrore di vedere un certo numero di persone private persino dell’illusione di essere membri utili della società, di godere dei vantaggi e dei benefit che accompagnano i lavori esistenti.

Nonostante i suoi molteplici e manifesti difetti, lo stile di vita occidentale insisterà sempre sulla sua intrinseca superiorità. A coloro che ne “godono” viene ripetuto quanto siano fortunati e si fa costantemente appello al loro senso di responsabilità verso i due terzi del mondo che, ci viene sempre detto, muoiono di fame perché noi occidentali ci godiamo troppo la vita. Lo scopo di questa propaganda non è tanto quello di indurre un senso di colpa, quanto di persuadere noi “ricchi fortunati” che il nostro sistema sia supremamente desiderabile e che lamentarsi sia una sgarbatezza. La nostra felicità è dimostrata dalle statistiche. I problemi del Terzo Mondo vengono sempre presentati come “economici e politici”, intendendo con ciò che la politica è un’intrusa indesiderata e che economicamente il Terzo Mondo non si è ancora pienamente integrato nel sistema occidentale.

Il sistema occidentale tollera molte manifestazioni di libertà di espressione che nei sistemi “totalitari” non sarebbero tollerate (abbigliamento eccentrico, critiche feroci al governo e ai suoi leader, manifestazioni, scioperi e sit-in) perché tale libertà di espressione è l’essenza stessa della società dei consumi occidentale. Queste libertà, tuttavia, fanno parte dello spettacolo mediatico occidentale. Il vero potere risiede altrove: sempre meno nelle mani di individui potenti e sempre più nelle mani di corporazioni e istituzioni. In un sistema in cui la volontà delle masse determina il tipo di società in cui viviamo, il potere risiede nelle forze in grado di manipolare le masse. Gli autori liberali “antitotalitari” sostengono che lo stato a partito unico, a parte la coercizione fisica, si differenzia da una “società libera” in quanto nega all’individuo un ruolo indipendente dallo stato, ma nel sistema occidentale lo stato è sostituito dalla società, dalla società di massa. Nella società di massa, inoltre, non c’è spazio per la diversità. Le informazioni al di fuori del pensiero dominante non vengono censurate. Le è consentito di inserirsi in aperta competizione con la voce dell’establishment: i mass media, essendo creati per e dalla società di massa, inevitabilmente supereranno ciò che interessa all’élite. Solo all’élite degli specialisti è permesso di trovare una nicchia. Il mondo occidentale è una società di massa gestita da tecnocrati. L’opposizione non viene soppressa: viene resa non praticabile, irrilevante, inoperante.

La nostra società di massa non è quindi così distante da quella della Germania di Hitler o della Russia di Stalin come vorrebbe far credere. Anzi, le supera entrambe in ipocrisia. Stalin creò un indice di libri proibiti nell’Unione Sovietica. Goebbels organizzò un rogo pubblico di materiale pornografico e “letteratura sovversiva”. In Occidente, la stessa nozione di sovversione o di disapprovazione da parte del governo viene trasformata in un ulteriore incentivo all’acquisto, inglobata nel sistema, privata del suo potere di cambiamento, strumentalizzata a fini commerciali. Laddove la soppressione delle idee si rende necessaria, e raramente lo è, uno scritto o una pubblicazione diventano commercialmente non redditizi o rischiano di rappresentare una minaccia per la sicurezza di una parte della popolazione, o di fomentare l’odio, e per questo motivo possono essere rimossi silenziosamente senza clamore. I libri proibiti raramente vengono ufficialmente banditi in Occidente: vengono semplicemente privati ​​del loro impatto o “non generalmente disponibili”. Idee alternative possono essere presentate a qualsiasi progetto o schema, ma nulla può arrestare l’impeto del mondo occidentale stesso.

I paladini della libertà di scelta stanno distruggendo la libertà di scelta. Il diritto individuale di scegliere viene usato per minare il diritto di scelta dei popoli. La libertà di scelta opera laddove esistono sistemi e stili di vita diversi nel mondo. Il senso della storia e del destino non è mai lontano dalla coscienza collettiva di un popolo. Il senso di essere diversi e il rispetto per la diversità altrui sono il segno distintivo di un autentico liberalismo non totalitario. L’apprezzamento della varietà del mondo da parte di coloro che desiderano cambiarlo richiede la coltivazione dell’intelligenza e di ciò che è così difficile da mantenere nel mondo moderno: la tenacia. L’aspettativa di ottenere “risultati rapidi” e la percezione che “il tempo stia per scadere” da parte di coloro che cercano di riaffermare l’identità del proprio popolo sono, ironicamente, caratteristiche psicologiche tipiche dello stile di vita occidentale. L’inaffidabilità personale è altrettanto caratteristica di quasi tutti noi, cresciuti in una condizione di dipendenza. L’adesione a uno stile di vita non occidentale è caratterizzata dalla volontà di impegnarsi attivamente, sia in politica che nelle relazioni personali, nel lavoro o nella vita pubblica, senza mai accettare la “minima resistenza”. Accettare il fatto compiuto dell’organizzazione sociale o del processo decisionale imposto dall’alto significa accettare quello stato di passività e conformismo tipico dell’individuo nella società di massa. La tentazione totalitaria è sempre la stessa: la via più facile. L’uomo libero è un combattente.

Europa: una nuova prospettiva _ di Robert Steukers – L’ascesa degli stati multietnici in un mondo non egemonico e multi-nodale, di Karl Sanchez

Europa: una nuova prospettiva

di Robert Steuckers

1 settembre
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Robert Steuckers spiega come l’Europa possa sfuggire al dominio straniero e recuperare la propria sovranità attraverso una Terza Via radicale radicata nei suoi popoli, nella sua storia e nel suo destino continentale.

Questo saggio è stato originariamente pubblicato su The Scorpion , numero 9, primavera 1986.

Innanzitutto, possiamo stabilire se esista una “storia europea” e, in caso affermativo, in che modo la intendiamo? Come storia dei popoli europei o come storia delle strutture che hanno governato i territori oggi considerati parte dell’Europa? La domanda può apparire nuova, complessa o persino priva di scopo. L’apparente semplicità della domanda cela una reale complessità. La novità della domanda rischia di svanire se non comprendiamo lo scopo per cui la poniamo.

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Nel definire il paradigma della storia europea, ci troviamo immediatamente di fronte a una scelta: siamo a favore dei popoli o delle strutture ? A favore dei popoli o dei sistemi ? Attraverso questa cruciale opposizione possiamo giungere a comprendere l’antitesi della filosofia e della storia delle idee politiche. La parola “popoli” può essere qui sostituita da ” mythos” e la parola ” strutture” da ” logos” . La prima implica un risveglio dell'”irrazionale” interiore, una mobilitazione per mezzo di un senso di storia e di destino. La seconda implica una gestione “razionale”. D’altra parte, è possibile difendere i popoli richiamandosi a un logos che trascende tutte le istituzioni che, pur radicate nelle loro origini, sono diventate ingiuste. Ribaltando la situazione, possiamo difendere le strutture creando miti artificiali o estranei. Il fatto è, tuttavia, che le strutture sono effimere e i popoli sopravvivono alle strutture imposte loro.

Per un europeo, schierarsi con i popoli contro le strutture significa prendere una chiara decisione politica. Significa riaffermare l’immemorabile tradizione di rivolta: delle ribellioni contadine contro il clero, la dinastia o la falsa aristocrazia: in breve, contro ogni potere arbitrario che cerchi di sovvertire le leggi ancestrali. Per l’africano, ciò significherebbe una lotta contro le borghesie e le tirannie militari al servizio degli interessi del neocolonialismo. Per il latinoamericano, significherebbe combattere contro le oligarchie dipendenti dalla macchina economica yankee. Per comprendere ciò, dovremmo ricordare il nostro passato: le rivolte di Arminio, Marbod e Civilis contro Roma; la ribellione dei Sassoni di Witukind contro gli ufficiali carolingi e un clero straniero; la tenace resistenza dei Frisoni; la tragica lotta di Stedinger in Vestfalia contro la manipolazione delle leggi ancestrali; Jacqueries in Piccardia; La rivolta di Zannekin sulla costa fiamminga; le rivolte contadine in Inghilterra, Boemia e Ungheria e nella Germania del XVI secolo; la rivolta della Vandea contro la Repubblica francese e così via. Tutti episodi della storia europea, della nostra storia, in cui i popoli si ribellano contro sistemi oppressivi che cercano di sovvertire le vecchie leggi e tradizioni. Non è difficile trovare parallelismi al di fuori dell’Europa.

Germania dell’Est, 1953: La rivolta contro l’occupazione sovietica.

Schierarsi con le strutture contro i popoli significa, per l’europeo di oggi, aderire a una o all’altra delle vecchie ideologie, originariamente ispirate alla religione ma oggi più comunemente viste in una forma completamente secolarizzata. In pratica, significa difendere la causa della nuova Roma: un “Impero Romano” che si estende oltre il mondo latino, difendere l’ordine economico liberale con centro a Washington, oppure, d’altra parte, lavorare per l’ordine comunista con centro a Mosca, operante ben oltre il mondo slavo. Il modello comunista è seriamente screditato – molto più di quello occidentale – ma si sta assistendo a un nuovo sviluppo nel fenomeno delle sette che offrono a una gioventù alienata in Europa una “soluzione” ben lungi dall’essere per il bene del nostro popolo. La setta lunare, ad esempio (la Chiesa Unitaria Mondiale), gode di una crescente influenza nell’Europa occidentale. In Francia, l’influenza della setta lunare si estende agli ambienti conservatori e intellettuali. Rivestita di un manto di ispirazione mitica, la religione lunare è in realtà al servizio dell'”Occidente” liberal-economico di destra. L’influenza di un gruppo del genere sui potenziali ribelli è estremamente deleteria.

Se ci schieriamo dalla parte di un’Europa dei popoli contro un’Europa delle istituzioni, dei manager, da dove cominciamo a rintracciare le origini della storia europea? Non dall’Impero di Augusto, ma molto prima, dalla comparsa degli Indoeuropei nella preistoria. Provenienti da un’unica patria centroeuropea (come hanno dimostrato gli studi del tedesco Lothar Kilian e del francese Jean Haudry), questi Indoeuropei hanno influenzato una periferia europea ed extraeuropea, che a sua volta è stata influenzata da altri popoli. La storia antica dell’Europa occidentale e la fusione della cultura megalitica con quella degli Indoeuropei sono state esaminate in modo esaustivo dall’archeologo francese Roger Joussaume; e non credo che un pubblico britannico abbia bisogno di essere ricordato della tesi rivoluzionaria di Colin Renfrew, secondo la quale l’area mediterranea è, in termini umani, il prodotto di popoli provenienti dalla patria matriciale indoeuropea e di popoli provenienti da altri “grembi”, camitici, pelagici e semitici. Secondo Renfrew, la “razza latina” è il prodotto di una mescolanza di queste tre componenti principali. Nell’Europa nord-orientale possiamo osservare una sintesi simile tra i gruppi indoeuropeo e finno-ugrico. Ciononostante, il fattore cruciale che costituisce il patrimonio europeo è la nostra comune eredità linguistica.

Presente fin dagli albori della cosiddetta “epoca storica”, il patrimonio linguistico fu rafforzato dalle migrazioni germaniche. Il mondo e l’unità medievale corrispondono infatti essenzialmente all’ordine degli insediamenti teutonici, conquista delle ultime tribù provenienti dall’originaria patria indoeuropea. L’ordine medievale coniugava la nozione romana di impero universale con i concetti sociali e politici germanici (cavalleria, feudalesimo, corporazioni).

Gli Indoeuropei sono dunque al centro della storia europea, la tela, per così dire, su cui è dipinta la nostra storia; ma riferirsi agli Indoeuropei in questo modo è insufficiente, poiché non implica deduzioni politiche. La questione fondamentale è questa: qual è la caratteristica organizzativa rappresentativa (sia storica che mitica) degli Indoeuropei? Come molti altri popoli che ebbero origine da un ordine matriarcale (Bantus, Nativi Americani, Camito-Semiti), essi nacquero come comunità autogovernate , comunità ordinate secondo principi di cui esse stesse erano le generatrici. È in questo senso che l’antropologo Dumézil usa il termine “ideologia indoeuropea” e Jean-Paul Roux il termine “religioni primordiali” quando discute dei Turco-Mongoli. Spengler e Toynbee parlano di comunità originarie autogovernate, capaci di sussistere in uno stato latente al di là della pseudomorfosi delle istituzioni del momento, ovvero al di là di ogni modifica superficiale operata da ideologie (effimere), ideologie forgiate da tutti quegli elementi distaccati dalla cultura matriarcale, tutti elementi estranei a un tipo di mondo in cui i popoli generano la propria autonomia. Da questa prospettiva, è possibile immaginare un paradigma policentrico delle istituzioni umane e non, come accade con le ideologie odierne, un universalismo riduzionista e monocentrico. Se definiamo l’universalismo in questo modo, dovremmo sforzarci di distinguerlo dall’universalità, una percezione del mondo che, al contrario, ammette una diversità illimitata, per usare le parole di Herder: “un giardino di fiori multiformi”.

L’indipendenza politica fondata su uno “spazio matriciale” è il duplice assioma politico che ci offre l’eredità indoeuropea, sia nella forma della ” nouvelle pensée ” della Nuova Destra francese, sia nella visione di Taine, Renan o Houston Chamberlain, dai filologi tedeschi fino alla tradizione socialista, in particolare in Germania e Danimarca, una tradizione che ispirò Engels nella stesura della sua opera sulle origini della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Se ripercorriamo tutte queste tradizioni ideologiche e storiche, saremo costretti ad ammettere l’insensatezza della polarizzazione Destra/Sinistra che ha pervertito il dibattito politico fin dalla Rivoluzione francese. La teoria e l’azione politica possono essere riassunte nella loro essenza in tre questioni: la salvaguardia di una popolazione umana definita, (contemporaneamente) la garanzia dell’indipendenza politica a tutti i livelli e, infine, la protezione dello spazio vitale del popolo dall’aggressione. Queste sono sempre state le realtà politiche, dai primi insediamenti umani fino all’era contemporanea delle superpotenze, nonostante l’universalismo della retorica ideologica dei portavoce delle superpotenze.

Esistono molti esempi di sistemi politici che adottano politiche “riduzioniste” e “antitradizionali”: l’Impero spagnolo, la Francia giacobina con la sua divisione artificiale in dipartimenti e, più recentemente, gli Stati Uniti con il loro dogma universalista militante (e nonostante l’importanza dell’etnia nel sistema sovietico, è innegabile che l’Unione Sovietica metta in pericolo molti gruppi etnici e minacci di estirpare completamente il patrimonio delle nazioni baltiche).

Il Bundschüh , simbolo delle rivolte contadine del XVI secolo. La sconfitta di questo movimento ha spianato la strada allo stato centralizzato in Europa. Dobbiamo recuperare la tradizione europea di ribellione contro i sistemi in nome dei popoli.

La matrice europea, insieme alle periferie sotto influenza europea e che a loro volta hanno influenzato l’Europa, costituisce uno spazio vitale sul continente eurasiatico. La massa continentale eurasiatica ospita diversi centri di civiltà: oggi ne sono la prova il mondo cinese, il mondo induista e l’Islam. Se la Cina e l’India si percepiscono come entità unitarie, e nel caso dell’India come unità capaci di contenere una considerevole diversità, se l’Islam è una forza nel mondo nonostante le sue divisioni, l’Europa odierna è fatta esclusivamente di divisioni: abbiamo la divisione nord/sud, la spaccatura est/ovest, l’antagonismo tedesco/slavo, la divisione tra Mediterraneo e Paesi nordici, l’antico antagonismo tra cristianesimo occidentale e Chiesa ortodossa, la divisione tra liberale e autoritario, tra uno stato-nazione e l’altro e così via.

Lo storico americano Craig ha osservato che la Santa Alleanza, creata nel 1815 principalmente grazie alla diplomazia di Metternich, a prescindere da ciò che si possa dire al riguardo, ebbe quantomeno il merito di fornire un concetto politico che consentiva ai suoi aderenti di risolvere i problemi comuni relativi al subcontinente, alla madrepatria. La Rivoluzione Industriale e lo sconvolgimento sociale che ne derivò vanificarono questi sforzi. I conservatori spesso accusano i movimenti rivoluzionari del XIX secolo di aver distrutto il consenso della Santa Alleanza a favore di un utopismo umanitario irrealistico. In realtà, i rivoluzionari nazionali tedeschi del 1832 che firmarono la Dichiarazione di Hambach rimasero saldamente ancorati alla tradizione europea. Ad Hambach non c’erano solo tedeschi, ma anche rappresentanti francesi, polacchi e greci. Furono piuttosto le contraddizioni e la nostalgia dei governanti prussiani e del Papa a trasformare la Santa Alleanza in un mero strumento di reazione e poco altro.

La volontà di creare un ordine europeo è presente da tempo. Era già presente nella mente di Bismarck quando propose al Kaiser l’istituzione di un’unione doganale europea centrale. Il Patto di Locarno del 1938 fu un tentativo fallito di raggiungere lo stesso obiettivo. A frustrare i tentativi di creare una zona europea fu principalmente l’espansione coloniale: l’imperialismo britannico contribuì ad alimentare il colonialismo di Germania, Francia, Belgio e Olanda, una tendenza che spinse le nazioni interessate ad allontanarsi dall’Europa e, al contempo, acuì la frammentazione europea, con gli stati nazionali europei impegnati in una feroce competizione commerciale e militare. Col senno di poi, possiamo constatare che questa frammentazione fu la prima manifestazione di un declino europeo , per quanto paradossale possa sembrare; infatti, mentre gli stati europei si armavano gli uni contro gli altri, gli Stati Uniti avevano elaborato una dottrina di potere politico, la celebre Dottrina Monroe del 1823, che si può riassumere nella semplice formula: le Americhe agli Stati Uniti! Nessuna potenza europea sarebbe stata autorizzata a insediarsi nel Nuovo Mondo. Monroe aveva ideato il principio di non intervento in vaste aree di territorio geograficamente definito. L’Europa non seguì l’esempio degli Stati Uniti, come avrebbe potuto fare, pronunciando una propria “Dottrina Monroe”. In questo risiede la causa principale del declino dell’Europa negli anni successivi.

Alcuni, dotati di grande lungimiranza, compresero l’importanza della Dottrina Monroe. Ad esempio, il ministro austriaco Johann Georg Hülsemann, che sostenne l’adozione di una dichiarazione europea di non ingerenza simile alla Dottrina Monroe. Il suo appello rimase inascoltato. In seguito, Carl Schmitt e Haushofer argomentarono sulla stessa linea, ma senza alcun risultato. Tra gli intellettuali socialisti odierni, alcuni auspicano un'”europeizzazione dell’Europa”: Peter Bender in Germania, Brugsma e Rik Coolsaet nelle Fiandre. Il libro di Bender è stato descritto da Craig come uno dei più importanti pubblicati in Europa negli ultimi anni, ma rimane in gran parte ignorato. La debolezza europea consiste nel continuare ad aggrapparsi ai fittizi o divisivi “diritti” giuridici dei singoli stati europei e nel trascurare l’importanza della geopolitica e dello spazio compatto in politica. Gli americani e i sovietici non soffrono di questo tipo di equivoci, il che spiega perché l’Europa rimanga saldamente loro e non nostra .

Avviare una “Terza Via per l’Europa” significa tenere conto di due fattori essenziali: il senso di appartenenza a una civiltà millenaria, una civiltà prodotta da una popolazione originaria del cuore del subcontinente europeo, il cui contributo è stato determinante per la nostra storia. Il secondo fattore da comprendere è il significato geopolitico dell’Europa, per capire gli assi di potere che operano in Europa e da dove provengono. I due fattori sono quindi il fattore umano (la storia degli europei) e quello geografico.fattore (la nostra posizione rispetto alle forze di potere extraeuropee). È nel rispetto di questi due fattori primari che dobbiamo progettare la Terza Via che dovrebbe essere la nostra nel ventunesimo secolo.

In economia, la Terza Via richiede il ripudio dell’assioma centrale del liberalismo classico: l’individualismo. La Terza Via ragiona in termini di popoli, di collettività dotate di memoria storica. Rifiutando l’individualismo in economia, quest’ultima viene posta al servizio del collettivismo storico: diventa lo strumento per la sopravvivenza di un popolo. L’ascesa del neoliberismo negli ultimi anni si accompagna a una regressione della solidarietà comunitaria e a uno spostamento delle economie nazionali a favore di individui o organizzazioni i cui interessi sono lontani da quelli delle economie comunitarie, anzi, generalmente opposti ad essi. Persone completamente estranee a qualsiasi comunità originaria costituiscono una nuova classe benestante, una classe che si crogiola nel successo redditizio del “nuovo” conservatorismo. Ciò non implica alcuna simpatia per il modello keynesiano di “stato sociale” che istituisce burocrazie altrettanto estranee alle comunità che dovrebbero servire. Il fatto che tale “statalismo” elabori “costrutti” del tutto irrealistici è stato ben argomentato da neoliberisti come Hayek e Popper. L’alternativa “di sinistra” al neoliberismo ispira ben pochi.

Esiste già, tuttavia, una notevole varietà di alternative in campo economico. La più convincente, a mio avviso, è quella di François Perroux, che ha sviluppato l’importante tesi dello “spazio egocentrico e semi-autarchiano”. Questa tesi è stata elaborata da André Grjebine. Il ceco Ota Šik ha indicato i modi in cui le persone stesse possono essere direttamente responsabili della gestione economica. Nei lavori di Šik e Perroux, i fattori di popolazione e spazio giocano un ruolo essenziale. È assente il preconcetto dell’individuo umano come astrazione o come teoria che pretende di essere applicabile all’intero universo.

Oltre a questa revisione delle dottrine economiche e delle dottrine filosofiche e teologiche che ad esse sono connesse, dobbiamo elaborare una solida dottrina militare europea che si ponga in totale contrapposizione all’attuale divisione Est/Ovest. Il destino dell’Europa non risiede né nella NATO né nel Patto di Varsavia. Gli stati neutrali di Svezia, Finlandia, Irlanda, Svizzera, Austria, Jugoslavia e Albania costituiscono il modello da seguire in materia di alleanze militari. Svezia e Svizzera sono nazioni neutrali da molti anni, mentre le altre hanno ottenuto l’indipendenza solo di recente. La Svezia rappresenta un modello particolarmente valido, poiché mira alla completa autonomia nella produzione di armamenti: Volvo, SAAB, ecc. Questa autonomia deve essere elevata al livello europeo. La Svizzera è particolarmente interessante come modello di difesa territoriale. Ogni cittadino svizzero è armato. Ciò è in linea con un’antica tradizione celtica e germanica, secondo la quale l’intero popolo è responsabile della propria difesa. Questa è vera democrazia. Jean Charles de Sismondi deplorava la scomparsa di queste tradizioni al di fuori della Svizzera: niente più yeomanry inglese, niente più schutterij fiamminga , niente più Garde Civique in Belgio, niente più Garde nationale francese …

Altri esempi: la Finlandia è riuscita a mantenere il rispetto di sé e l’autonomia di fronte al potente nemico al quale si arrese nel 1944. La posizione della Finlandia ha ispirato i militanti di Solidarność . Accettando le proposte sovietiche di neutralità dell’Austria, la Repubblica austriaca riuscì a liberarsi delle truppe straniere nel 1955. Nonostante le argomentazioni del generale Spannocchi basate su una difesa alpina, l’Austria non possiede una capacità credibile di alcun tipo: ciò non ha impedito al cancelliere austriaco Kreisky di sviluppare una prospettiva politica alternativa, in particolare verso il Medio Oriente. Il sistema politico jugoslavo sembra essere più “proudhoniano” che marxista. Dal canto suo, l’Albania marxista ha dimostrato che l’autarchia è fattibile, anche per un piccolo stato privo di significative risorse naturali.

La sfida più grande ai sistemi dell’Est e dell’Ovest proviene dai movimenti di massa apartitici; ma senza una valida alternativa di una Terza Via per l’Europa, esiste il forte rischio che tali movimenti diventino strumenti dell'”altra parte” nella divisione Est/Ovest dell’Europa.

La “tentazione” del neutralismo è una realtà sia a Est che a Ovest. Ho già menzionato Solidarność in Polonia ; c’è anche la disponibilità ungherese ad aprire un dialogo sulla questione, ad esempio da parte di pensatori politici come Szűrös; ci sono i ripetuti tentativi del governo rumeno di prendere le distanze dagli altri Stati del Patto di Varsavia, l’opposizione ai missili accennata in certi ambienti in Bulgaria. Qui nella zona “occidentale” abbiamo il distanziamento gollista dalla NATO e la Force de frappe¹ ; il panellenismo e il non allineamento del premier greco Papandreou; il non allineamento della “sinistra” britannica; i due milioni e mezzo di persone in Olanda che hanno firmato una petizione per negare il permesso alla NATO di installare missili nucleari sul territorio olandese; il movimento pacifista nella Germania Ovest (e segretamente nella Germania Est) con la sua forte impronta neutralista. Nella Repubblica Federale Tedesca, molti strateghi militari hanno elaborato strategie di difesa alternative a quella ipotizzata dai teorici della NATO. Il tenente colonnello Mechtersheimer, ad esempio, ha messo in discussione una strategia che pone la Germania al centro di un’eventuale conflagrazione nucleare. Vale la pena menzionare in questo contesto anche il polemista Horst Afheldt, che ha sviluppato le idee del generale francese Brossolet, il quale ideò un sistema di difesa militare basato sulla ” maillage ” (complessi di difesa a maglie profonde) e sui “commando tecnologici”. Non pretendo che queste teorie siano inattaccabili, ma dimostrano che sono in molti, persino all’interno delle forze armate della NATO, a pensare in termini di una strategia militare basata sulle esigenze e le aspirazioni della sicurezza europea e dello spazio vitale europeo.

La terza via per l’Europa consiste dunque nell’essere pienamente consapevoli del destino geopolitico dell’Europa; nel perpetuare l’avventura umana iniziata dai primi Indoeuropei; nel far uscire l’Europa dai due blocchi militari esistenti con una rigida politica di neutralità rispetto al confronto americano/sovietico, garantendo al contempo che il subcontinente europeo possa essere protetto dall’autosufficienza militare, creando in Europa un blocco economico in grado di soddisfare i propri bisogni, uno spazio economico organico più flessibile e adattabile del Mercato Comune.

Scegliere una Terza Via significa dotarsi di un sistema economico completamente nuovo, basato sul continente europeo, un sistema economico al servizio del popolo e non al suo padrone, che non obbedisca alle teorie di élite avide di denaro. Per garantire la pace e la sicurezza del continente sarà necessario dotarsi di un corpo militare totalmente nuovo, capace di difendere il continente in quanto tale e anche ogni singolo chilometro quadrato grazie a una milizia popolare adeguatamente armata, una milizia equipaggiata per affrontare carri armati e attacchi aerei.

La creazione di una Terza Via richiede anche una nuova visione storica, capace di confrontarsi con le argomentazioni dei sostenitori delle strutture in nome delle leggi ancestrali. Ciò significa interpretare la storia europea alla luce delle rivolte popolari. Mentre gli svizzeri riuscirono a instaurare una repubblica federale contadina, i Paesi Bassi e la Germania non furono in grado di creare sistemi simili nel XVI secolo. Anche le rivoluzioni in Francia, Inghilterra, Irlanda, Tirolo e Bulgaria, che nei secoli successivi si sforzarono di andare in questa direzione, fallirono, e le loro sconfitte contribuirono a consolidare la vittoria dei sistemi sui popoli.

Per rispettare la diversità dell’Europa e come soluzione alle diverse aspirazioni che queste varie ribellioni indicano, l’Europa dovrebbe includere costituzioni federaliste. Tali costituzioni non minaccerebbero l’unità di civiltà dell’Europa, tutt’altro. È piuttosto la pluralità degli stati nazionali che ha minato l’unità di civiltà dell’Europa e che è arrivata quasi a distruggerla, in nome dello sciovinismo nazionale.

Le regioni d’Europa costituirebbero una Grande Federazione Europea, capace di realizzare il destino dell’Europa. Le regioni d’Europa potrebbero superare alcuni dei vecchi “punti critici” dell’antagonismo nazionale: i vecchi conflitti dovrebbero e potrebbero essere superati grazie all’esistenza di una nuova federazione europea in cui i corsi, i baschi, i catalani e gli altri non esisterebbero più in conflitto con lo stato-nazione a cui appartengono.

La Terza Via esiste già in Europa a livello teorico. Ciò di cui ha bisogno sono militanti.

1

Nota del redattore: La Force de frappe è il deterrente nucleare indipendente francese, istituito sotto la presidenza di Charles de Gaulle nel 1964 per salvaguardare l’autonomia strategica del paese. De Gaulle riteneva che la sovranità nazionale richiedesse che la Francia controllasse la propria difesa nucleare, anziché dipendere da potenze straniere, in particolare dagli Stati Uniti.

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L’ascesa degli stati multietnici in un mondo non egemonico e multi-nodale.

Il cambiamento di paradigma del XXI secolo

Karl Sanchez8 settembre
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Con la fine dell’era dell’imperialismo, del colonialismo e dell’impero, il mondo che ne deriva è composto da circa 193 stati con popolazioni multietniche e generalmente multiculturali, che vivono in un mondo multipolare. (Il termine multipolare è oggetto di contestazione in quanto fuorviante, poiché il termine polare si riferisce a un punto di potere geopolitico, e il mondo non sta sviluppando oltre 190 poli di potere). L’obiettivo ultimo di questo mondo emergente è perseguito attraverso diverse iniziative: sicurezza globale, governance globale e sviluppo globale. Si può affermare che la sicurezza sia necessaria prima che possano realizzarsi una buona governance e un adeguato sviluppo, e per ottenerla è necessario eliminare l’egemonia e gli egemoni: oltre 160 nazioni concordano su questo requisito. Oltre all’attuale guerra globale contro Iran e Russia, sono in corso almeno altri 50 conflitti in varie fasi. Alcuni sono dispute etniche derivanti dall’era coloniale, mentre altri riguardano le risorse. La maggior parte è alimentata da ex potenze coloniali o attuali potenze neocoloniali, e la stragrande maggioranza è legata alla politica di abolizione dell’impero statunitense.

La sfida più grande per il mondo è convincere l’impero fuorilegge degli Stati Uniti a cessare il suo imperialismo, la sua megalomania e la sua pleonessia e a diventare un attore mondiale benevolo. Lo stesso si può chiedere ai sionisti in Palestina. Anche alcuni nella penisola europea dell’Eurasia condividono questa visione del mondo. A mio parere, queste entità sono guidate da persone che si considerano eccezionali e superiori a tutti gli altri esseri umani. Si tratta di visioni del mondo incompatibili con il nuovo paradigma globale emergente. Un punto di vista altrettanto inquietante è quello, diffuso tra troppi, che rasenta l’eccezionalismo: ciò che viene definito razzismo, sebbene esista una sola razza umana. Ciò che differenzia gli esseri umani è la cultura e l’etnia, la più evidente delle quali è la lingua. Tuttavia, tutti gli esseri umani nascono con la capacità di apprendere le strutture grammaticali di tutte le lingue umane: quella che viene definita grammatica universale. In altre parole, qualsiasi essere umano può essere qualsiasi altro essere umano. Rifletteteci un attimo. Purtroppo, questo fatto fondamentale e importantissimo viene raramente insegnato. Il fatto che venga praticato, perfezionato e affinato il contrario è un problema enorme, la russofobia ne è un esempio lampante, mentre l’obiettivo sionista di uccidere tutti coloro che vivono sulla terra che vogliono rubare ne è un altro.

Invece di quegli esempi, ciò di cui l’umanità ha bisogno è la benevolenza globale. Quest’idea mi ha fatto venire in mente “It’s a Small World (After All)”, a cui aggiungerei che è il nostro unico mondo e dobbiamo condividerlo. La pleonessia che alimenta il saccheggio e che presumibilmente esiste fin dagli albori della proprietà privata e della scarsità di risorse è qualcosa che molti genitori cercano di eliminare insegnando ai propri figli che devono condividere con gli altri. Il problema per i genitori è che l’ambiente insegna il contrario, al punto che pochissimi bambini riescono a superare ciò che l’ambiente insegna loro e diventano benevoli. La musica è piena di canzoni che trattano questo problema sociale e i molti ad esso correlati. È facile cantarne e parlarne, mentre trovare soluzioni è diventato un compito ingrato, il che è parte del problema. Dove si può trovare conforto o salvezza? Come suggeriscono gli Alcolisti Anonimi, il problema deve prima essere ammesso prima di poter trovare una soluzione. Bisogna dare atto ai cinesi di aver preso il concetto di “mondo piccolo” e di averlo modificato in un mondo con un futuro condiviso per l’umanità, obiettivo ultimo delle loro iniziative. La tragica supplica di Rodney King, “Non possiamo andare tutti d’accordo?”, sembra essere difficile da comprendere per troppi. Non ho sentito nessuno ricordarci lo scorso 28 agosto che ricorreva il 63° anniversario del discorso “I Have a Dream” di Martin Luther King.

Esistono diverse organizzazioni regionali che cercano di realizzare il mondo auspicato da Martin Luther King Jr. sulla scena globale – SCO, ASEAN, BRICS, CELAC sono solo alcune di queste – mentre NATO e UE le ostacolano perché entrambe sono guidate/gestite dall’impero fuorilegge degli Stati Uniti. I sionisti genocidi sono in un patto con se stessi. Un tempo si sperava che le Nazioni Unite lavorassero per raggiungere gli obiettivi della propria Carta, ma sono state essenzialmente cooptate dall’Occidente collettivista e impedite di perseguire tali obiettivi. Sarà molto interessante vedere cosa diranno i membri dell’ONU al dibattito generale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di quest’anno, che inizierà tra poche settimane. Le Nazioni Unite stesse potrebbero essere il centro del mondo multi-nodale emergente se non fosse per il loro status di cooptazione. La prova di questa cooptazione si riscontra nelle numerose nazioni che desiderano aderire a BRICS e SCO come vie per promuovere un volume molto maggiore di scambi tra le persone, che contribuiscono a ridurre l’alterità promuovendo la comunità. Una soluzione possibile è la costruzione di comunità a tutti i livelli di interazione umana, che può iniziare al meglio a livello di quartiere. È possibile che alcune persone trovino minaccioso l’invito a costruire una comunità, dato che non hanno mai avuto prima un’opportunità simile. Molti sono resi introversi dal loro ambiente, una condizione da cui è molto difficile uscire. Ricordo una scena di un film ambientato in un condominio di New York in cui i residenti avevano diverse serrature alle porte, non una o due, ma da sei a otto. Anche solo arrivare a fine giornata è un trionfo. Convivo con persone che hanno queste caratteristiche. La logica della comunità è condivisa, ma non si cerca di costruirne una da soli o nemmeno in un piccolo gruppo. In qualche modo, i gruppi interni devono fondersi con i gruppi esterni, in modo da ridurre al minimo la distinzione. Sì, facile a dirsi, più difficile a farsi. Penso anche che la cultura occidentale sia più disfunzionale di quelle dei paesi del Sud del mondo, sebbene alcuni principi universali, come l’alterità, siano validi. A mio parere, non ci si dovrebbe sorprendere che BRICS, ASEAN e SCO sembrino collettivamente più funzionali, dato che operano su base consensuale.

È chiaro che coloro che gestiscono l’Impero statunitense fuorilegge non vogliono avere nulla a che fare con un “Piccolo Mondo” in cui si nutre il sogno di opportunità condivise e desiderano continuare nel loro tentativo di governare il mondo intero, come impongono i loro documenti dottrinali, e lo stesso si può dire dei loro parenti sionisti. Dal momento che uccidono quotidianamente/annualmente molti innocenti e sembrano non avere alcun desiderio di condividere la vita con la maggior parte degli esseri umani, cosa faremo noi – la maggior parte degli esseri umani – per fermare le loro uccisioni e, quantomeno, contenerli, una domanda che viene spesso posta? Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha incontrato oggi il suo omologo saudita e ha osservato che attualmente esistono quattro proposte diverse ma molto simili per un sistema di sicurezza condiviso per le nazioni del Golfo Persico/Asia occidentale: quella dell’Iran, dell’Arabia Saudita, della Russia e della Cina. Si noti che non ci sono proposte sioniste o americane per la pace e la sicurezza; Hanno proposte per ulteriori morti e conquiste che sono favorite da oltre il 60% dei sionisti, mentre quasi l’80% degli americani si oppone alla guerra di Trump contro l’Iran, una guerra che il Grande Fratello sta cercando di far passare per tale, in modo che coloro che muoiono durante il conflitto, lasciando le loro famiglie, non ricevano le indennità di morte. A livello internazionale, la diplomazia mira a isolare gli attori negativi (NATO/UE, Giappone), mentre l’Iran sta facendo la sua parte per cacciare l’Impero dalla sua regione, il che significa essenzialmente estromettere tutti gli interessi americani ed eliminare la capacità dei sionisti di continuare i loro crimini, costringendoli a conformarsi alle consolidate sentenze del diritto internazionale. Molti temono che il criminale planetario numero 1, Netanyahu, userà armi nucleari sioniste illegali per cercare di eliminare l’Iran, non avendo altra scelta. L’Iran afferma di essere ben consapevole di questa minaccia, ma non si lascerà dissuadere dal raggiungere gli obiettivi del suo memorandum d’intesa. L’Iran è un eccellente esempio di stato multietnico e multiconfessionale.

Alcuni anni fa, l’Africa è giunta alla conclusione che non valesse la pena di continuare i conflitti per ridisegnare i confini statali dopo essersi liberata dal colonialismo, sebbene l’emancipazione al 100% non sia ancora stata raggiunta. Ciononostante, si sono verificate alcune secessioni e sono stati tracciati nuovi confini. A mio parere, si è trattato di una decisione molto coraggiosa, che implicava la capacità degli africani di convivere e risolvere i propri conflitti interni: “Soluzioni africane per gli africani” è il mantra di Russia e Cina nelle loro relazioni. Gli ex dominatori coloniali e l’impero fuorilegge statunitense si sono alleati per cercare di mantenere il loro controllo neocoloniale sull’Africa e, per farlo, hanno infiltrato nel continente la Legione Straniera Terroristica dell’Impero. Inutile dire che la maggior parte dei conflitti africani è causata da questi terroristi. Eppure, nonostante tutto, molte nazioni africane stanno diventando esempi eccellenti, come l’Iran, e stanno sviluppando quelle che assomigliano a comunità nazionali in cui la maggioranza condivide quel poco che possiede.

Il Messico, l’America Centrale e Meridionale sembrano essere le regioni più stratificate e divise, poiché nessuna di queste nazioni è rimasta libera dall’Impero abbastanza a lungo da poter raggiungere una vera indipendenza. Tutte hanno subito il terrore per mano degli americani e una nuova invasione è iniziata con Obama. A mio parere, sono destinate a essere le ultime nazioni liberate dalla morsa dell’Impero neoliberista fuorilegge. Ciò che accadrà nelle prossime elezioni presidenziali in Brasile e le sue conseguenze saranno cruciali. Uno dei problemi più grandi, se non il più grande, che affligge molte nazioni del Sud del mondo, e il più grande fardello a sud del confine, è rappresentato dai debiti dollarizzati contratti con il Nord, la maggior parte dei quali inaccettabili. Il Dott. Hudson ha recentemente presentato un documento molto ben strutturato che propone una soluzione spesso discussa. Affinché diventi realtà, dovrà essere discussa da un’ampia comunità di nazioni, poiché rappresenta un’alternativa all’attuale sistema finanziario globale disfunzionale. Eliminare i debiti inaccettabili significherebbe eliminare una sostanziale capacità di esercitare un controllo egemonico.

Le migliori opportunità di progresso sembrano provenire dal contesto internazionale, in particolare dall’Eurasia, piuttosto che dall’interno dell’Impero. I BRICS si riuniranno la prossima settimana, il 12 e 13, in India. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite inizierà il 22 settembre. Le elezioni russe si terranno dal 18 al 20 settembre. Potrebbero esserci elezioni nella Palestina occupata a ottobre e nell’Impero a novembre.

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