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L’AfD in un mondo multipolare, di Bob Hickok

L’AfD in un mondo multipolare

di Bob Hickok

19 settembre
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Bob Hickok analizza come l’ascesa dell’AfD si stia inserendo nella più ampia rivolta multipolare contro l’ordine politico atlantista.

I recenti successi dell’AfD l’hanno spinta ancora più al centro del dibattito politico tedesco, con risultati positivi nell’Est, un crescente consenso a livello nazionale e rinnovati scontri su immigrazione, energia, Russia e limiti del “muro di fuoco” politico del Paese. Da una prospettiva multipolare, l’ascesa dell’AfD è significativa perché mette in discussione il consenso post-Guerra Fredda sull’allineamento della Germania con Washington, Bruxelles e il sistema atlantista, e solleva la questione se Berlino possa perseguire un ruolo più indipendente tra i centri di potere globali in competizione.

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Nei sondaggi nazionali, l’AfD è ormai stabilmente in vantaggio sulla CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del Cancelliere Merz). I sondaggi pubblicati a metà settembre la davano tra il 27 e il 30% , mentre l’Unione si attestava perlopiù tra il 18 e il 20% . L’INSA attribuiva all’AfD il 29% il 15 settembre, contro il 19,5% della CDU; il GMS la dava al 30%. I sondaggi sono istantanee, non elezioni, ma il quadro che emerge da diversi istituti è chiaro: l’AfD ha superato la posizione di grande partito di protesta ed è entrata in competizione per il primo posto a livello nazionale. Persino la Bassa Sassonia, lontana dalla roccaforte orientale dell’AfD, ha prodotto un altro risultato sorprendente il 13 settembre. Il partito ha ottenuto il 15,9% alle elezioni comunali dello stato, più del triplo rispetto al 2021, superando i Verdi e diventando la terza forza politica. A Salzgitter, è diventato il partito più grande nel consiglio comunale con il 27,39%.

La prossima prova arriva quasi subito. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino voteranno il 20 settembre. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore potrebbe riservare un altro risultato sorprendente nell’est, sebbene gli ultimi sondaggi si siano fatti molto più serrati. Un sondaggio INSA pubblicato il 16 settembre dava l’AfD al 37% e l’SPD (Partito Socialdemocratico) al 35%. Un sondaggio ZDF pubblicato il giorno successivo ha ribaltato la situazione, portando l’SPD al 37% e l’AfD al 36%, con il 21% degli intervistati ancora indecisi. Il cambiamento riflette la popolarità personale della leader dell’SPD Manuela Schwesig, così come i tentativi degli elettori di altri partiti di concentrarsi su di lei. La CDU, nel frattempo, si attesta intorno al 6-7% nei sondaggi e si trova di fronte alla straordinaria possibilità di faticare a rimanere nel parlamento regionale. Il candidato dell’AfD, Leif-Erik Holm, ha incentrato la sua campagna elettorale sui temi del costo del carburante, della sanità, della stagnazione economica e degli interessi regionali. Qualunque sia il risultato finale, un voto per l’AfD intorno al 35% rappresenterebbe un cambiamento radicale rispetto al 16,7% ottenuto nel 2021.

A Berlino la situazione è diversa, ma correlata. Lì l’AfD non è in testa, ma l’ultimo sondaggio ARD BerlinTrend la dava al 18%, dietro alla Sinistra al 21% e alla CDU al 20%, e davanti ai Verdi al 16% e all’SPD al 12%. Il tema degli alloggi e degli affitti ha dominato la campagna elettorale più dell’immigrazione. L’AfD ha collegato la carenza di alloggi a Berlino in parte alla crescita demografica dovuta all’immigrazione. L’importanza di Berlino risiede meno in una vittoria dell’AfD che nel crollo della vecchia geometria partitica. CDU, SPD, Verdi, Sinistra e AfD sono ora ammassati in un sistema politico in cui la formazione di governi senza uno dei partiti maggiori può richiedere coalizioni sempre più complesse e bizzarre.

La risposta del cancelliere Merz si è fatta più dura con l’affermarsi dell’AfD. Dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt, ha accusato il partito di sostenere politiche equivalenti a una “pulizia etnica” attraverso il suo concetto di remigrazione . L’AfD respinge tale definizione e afferma che le sue proposte riguardano l’immigrazione clandestina, l’espulsione di persone senza diritto di soggiorno e una più rigorosa applicazione della legge sull’immigrazione vigente. Lo stesso Merz ha affermato che la Germania ha bisogno di più espulsioni, sostenendo al contempo che il Paese deve distinguere tra chi lavora legalmente e contribuisce all’economia e chi è tenuto a lasciare il Paese. La controversia, quindi, non riguarda solo l’entità dell’immigrazione, ma anche il significato e la possibile portata della remigrazione. La formulazione di Merz ha suscitato una reazione furiosa da parte dell’AfD, mentre il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt ha riacceso le richieste, da parte di alcuni politici dell’SPD e di altri oppositori, di valutare una procedura di divieto dell’AfD. Il senatore degli Interni di Amburgo, Andy Grote, ha appoggiato la creazione di un gruppo di lavoro federale-statale per studiare se sussistano i requisiti costituzionali per un simile caso. Altri hanno avvertito che tentare di mettere al bando un partito subito dopo un’importante vittoria elettorale comporterebbe seri rischi politici e legali.

Lo sviluppo più importante dal punto di vista multipolare, tuttavia, potrebbe essere emerso al di fuori della campagna elettorale. Il 18 settembre Reuters ha riportato che i leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla, stanno preparando possibili colloqui nel 2027 con Kirill Dmitriev, uno dei principali inviati economici di Vladimir Putin, per il ripristino delle forniture di gas russo alla Germania. L’incontro proposto dipenderebbe dai progressi verso una soluzione della guerra in Ucraina, e tra le possibili sedi discusse figurano Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India. Reuters ha riferito che potrebbero essere coinvolte anche personalità legate alla diplomazia statunitense, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff. L’AfD chiede da tempo la revoca delle sanzioni sull’energia russa e sostiene che l’energia a basso costo proveniente dalla Russia abbia contribuito a sostenere la forza industriale tedesca. I critici replicano che ricostruire questo rapporto ricreerebbe una pericolosa dipendenza da Mosca. Tale disaccordo ora va ben oltre la politica energetica. La questione riguarda il ruolo della Germania nel mondo: se Berlino debba rimanere saldamente ancorata all’attuale struttura di sicurezza atlantista o cercare maggiore spazio per relazioni indipendenti con la Russia e altre potenze non occidentali.

Questa disputa di politica estera si interseca direttamente con i problemi economici della Germania. L’AfD presenta la combinazione di sanzioni, prezzi elevati dell’energia, ristrutturazione industriale e continuo sostegno militare all’Ucraina come prova che i governi tedeschi hanno subordinato gli interessi economici interni a una più ampia strategia occidentale. Chrupalla ha recentemente chiesto una riduzione delle tasse sull’energia a fronte dell’aumento dei prezzi dei carburanti, mentre il partito ha attaccato la perdita di posti di lavoro e la ristrutturazione dell’industria automobilistica. I suoi oppositori sostengono che le difficoltà della Germania abbiano molteplici cause: la debole crescita della produttività, la pressione demografica, la concorrenza cinese, la costosa transizione del settore automobilistico e anni di investimenti ritardati. Essi rifiutano l’idea che il solo ripristino delle forniture energetiche russe possa risolvere il problema. Eppure, l’importanza politica della questione energetica è innegabile. Essa fornisce all’AfD un argomento concreto a sostegno della sua posizione in politica estera: le relazioni con la Russia non vengono presentate come una astratta simpatia per Mosca, ma come parte di un diverso modello economico per la Germania.

La dimensione della Germania dell’Est rende questo fenomeno particolarmente significativo. I risultati migliori dell’AfD rimangono concentrati nell’ex Repubblica Democratica Tedesca, dove gli atteggiamenti nei confronti della Russia, della sovranità tedesca, dell’immigrazione e dell’establishment politico differiscono sostanzialmente da quelli prevalenti in molte aree metropolitane occidentali. Allo stesso tempo, il risultato della Bassa Sassonia dimostra che il fenomeno non può più essere descritto semplicemente come una rivolta dell’Est. Il suo elettorato si sta espandendo geograficamente, mentre il suo programma si intreccia sempre più con questioni che la politica tedesca un tempo teneva separate: immigrazione, declino industriale, energia, sovranità nazionale, Russia e autorità di Bruxelles. I critici vedono il programma sull’immigrazione dell’AfD come una minaccia per gli immigrati e per un’economia che ha bisogno di lavoratori stranieri. Reuters ha riportato il 19 settembre che alcuni immigrati nella Germania dell’Est temono sempre più ostilità con l’aumento del sostegno all’AfD. L’AfD, dal canto suo, afferma di distinguere tra immigrazione illegale o indesiderata e immigrazione legale qualificata. Questo conflitto rimarrà centrale perché la Germania dell’Est si trova ad affrontare sia il declino demografico sia una forte resistenza politica alle politiche migratorie perseguite nell’ultimo decennio.

Vista in un’ottica multipolare, la vera svolta non consiste semplicemente nell’ascesa di un altro partito tedesco, bensì nell’indebolimento di un consenso politico formatosi nel periodo post-Guerra Fredda. L’AfD contesta la politica migratoria tedesca, la sua politica energetica, i rapporti con la Russia, alcuni aspetti dell’integrazione europea e il presupposto che la politica estera tedesca debba rimanere strettamente allineata alle priorità strategiche di Washington e delle istituzioni dominanti dell’UE. I suoi oppositori sostengono che queste posizioni potrebbero indebolire le alleanze della Germania, danneggiare le relazioni con i paesi vicini ed esporre nuovamente il paese all’influenza russa. L’AfD e i suoi sostenitori descrivono quasi gli stessi fatti al contrario: affermano che la Germania ha ceduto troppa libertà politica ed economica e deve recuperare la capacità di perseguire i propri interessi nazionali in un contesto di competizione tra i diversi centri di potere mondiali. I dati immediati sono eloquenti: 43,8% in Sassonia-Anhalt, 15,9% alle elezioni comunali della Bassa Sassonia, circa il 27-30% a livello nazionale e una gara serrata intorno al 35% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Ma la questione più profonda sollevata dall’ascesa dell’AfD è se la vecchia architettura politica tedesca possa continuare a funzionare quando un partito escluso da ogni coalizione di governo diventa una delle maggiori forze elettorali del paese.

https://bm2yp.r.ag.d.sendibm3.com/mk/mr/sh/1t6AVsd2XFnIGAAOIEUsc8TP9zUZLK/HOeoxl395KjBNewsletter BSW | 20 settembre 2026
Cari soci,Cari sostenitori,
Il BSW è tornato ed è una vera forza politica nel Landtag della Sassonia-Anhalt. I media non possono più ignorarci! E nelle elezioni comunali della Bassa Sassonia, lo scorso domenica il BSW è riuscito a conquistare circa 60 seggi, tra cui quelli di Braunschweig, Hannover, Osnabrück e Wolfsburg. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo. Questo ci dà slancio per Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove oggi gli elettori possono dare un altro segnale importante votando per il BSW – contro l’SPD e la CDU, che non fanno nulla per contrastare gli alti prezzi del carburante e il declino economico del nostro Paese, contro il cancelliere più incompetente della storia della Germania federale e a favore di un nuovo inizio politico, in cui si torni finalmente a concentrarsi sul miglioramento della vita dei cittadini.
I prezzi del carburante stanno schizzando alle stelle e potrebbero superare, per la prima volta nella storia della Germania, la soglia dei 3 euro. Per molte persone, fare rifornimento sta diventando quindi un peso insostenibile. Dopo lunghe esitazioni, il governo federale ha ora deciso, poco prima delle elezioni, un mini-sgravio di appena 17 centesimi al litro. Entro la fine dell’anno dovrebbe entrare in vigore un tetto massimo temporaneo al prezzo del carburante. Merz e Klingbeil non intendono però intaccare gli enormi profitti delle grandi compagnie petrolifere. Noi diciamo: abbassate le accise sul carburante, fissate immediatamente un tetto massimo di 1,50 euro al litro, affinché gli automobilisti possano beneficiare di un reale sgravio! E aprite il Nord Stream, affinché il riscaldamento in inverno non porti alla rovina totale.
Un voto per il BSW è un voto per mandare via Merz! Sia a Berlino che nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Se entreremo in Parlamento e la CDU verrà espulsa dal Landtag di Schwerin, quel Cancelliere sarà storia. Nella Sassonia-Anhalt molti elettori della CDU hanno votato per il BSW. Se lo ripetiamo, Merz se ne andrà. Un altro obiettivo elettorale del BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore è impedire una coalizione rosso-rosso-verde! Solo se il BSW entrerà nel Landtag ci sarà la possibilità che la coalizione rosso-rosso non ottenga la proroga della durata di esercizio delle centrali nucleari. Come già in Sassonia-Anhalt, anche qui promuoviamo un primo ministro apartitico che governi con maggioranze variabili – coinvolgendo anche l’AfD.
La posta in gioco è alta! Mobilitate ancora una volta oggi tutti i vostri amici e conoscenti, colleghi e familiari affinché votino per il BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino!
Cordiali saluti
Fabio De Masi, Amira Mohamed Ali, Oliver Ruhnert e Sahra Wagenknecht

Carl Schmitt e gli Houthi: dalla guerra partigiana a Großraum _ di Ali-Mohammad Mohajer Nasser

Carl Schmitt e gli Houthi: dalla guerra partigiana a Großraum

Lo Yemen e i limiti del potere occidentale

Ali-Mohammad Mohajer Nasser13 settembre∙Articolo ospite
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Ali-Mohammad Mohajer Nasser si rifà a Carl Schmitt per chiedersi se gli Houthi stiano contribuendo a trasformare l’Asse della Resistenza in un ampio spazio emergente.

Introduzione: La terza volta che l’egemonia marittima è stata costretta a ritirarsi

Il 10 settembre 2026, dopo settimane di intensi combattimenti lungo la costa occidentale dello Yemen, le forze di Ansar Allah – il movimento più comunemente, seppur in modo impreciso, noto all’estero come Houthi – si sono assicurate il pieno controllo dello strategico porto di Mokha. ¹ Unità della “Resistenza Nazionale” e delle “Brigate dei Giganti”, entrambe allineate con la coalizione saudita-emiratina, si sono ritirate dopo aver subito pesanti bombardamenti di artiglieria nel tentativo, fallito, di arrestare l’avanzata degli Houthi, ritirandosi per ricostituire la loro linea del fronte altrove. Mokha si trova a soli settanta chilometri dallo Stretto di Bab el-Mandeb, attraverso il quale transita circa il dodici per cento del commercio marittimo mondiale. ² Il controllo del porto significa possedere la capacità di monitorare, minacciare e, se necessario, intercettare uno dei punti nevralgici più importanti dell’economia globale.

Questo segna la terza volta in meno di diciotto mesi in cui una potenza militare dotata di manifesta superiorità tecnologica non è riuscita a sottomettere Ansar Allah. La prima è stata quella degli Stati Uniti, che tra marzo e maggio 2025 hanno condotto oltre milleduecento raid aerei al costo di non meno di dieci miliardi di dollari senza riuscire a eliminare la leadership del movimento o a indebolirne le capacità missilistiche, e che alla fine hanno accettato un cessate il fuoco in cui Washington, e non Sana’a, si è dimostrata la vera perdente. La seconda è stata quella della coalizione saudita-emiratina, la cui decennale guerra di terra non è riuscita nemmeno a riconquistare le linee che occupava nel 2015. E ora, nel settembre 2026, la terza.

Il significato strategico di Ansar Allah, tuttavia, non dovrebbe essere ricercato solo in quest’ultimo episodio. Durante la Guerra dei Dodici Giorni tra Israele e Iran nel giugno 2025, e di nuovo nella guerra più ampia della primavera 2026 – iniziata con l’attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran il 28 febbraio e durata quasi quaranta giorni – Ansar Allah è stato tra i pochi attori regionali a entrare effettivamente in campo, e non solo a parole: dal 28 marzo 2026 ha lanciato missili balistici contro Israele e ha annunciato che “la nostra mano è sul grilletto, ogniqualvolta gli eventi lo richiedano”. Lo Yemen, un paese che viveva sotto bombardamenti e blocco dal 2015, è stato l’unico paese che, in quel momento decisivo, ha risposto non con una dichiarazione, ma con il fuoco.

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Per comprendere questa resistenza, bisogna guardare più indietro nel tempo. Il movimento Ansar Allah affonda le sue radici in una rinascita dello zaydismo, una branca dell’islam sciita che ha governato lo Yemen settentrionale, inclusa la provincia montuosa di Sa’dah, per oltre mille anni, fino alla rivoluzione repubblicana del 1962 che pose fine all’imamato zaydita.³ Il movimento stesso prese forma negli anni ’90 sotto la guida di Hussein Badreddin al-Houthi, come risposta all’emarginazione dell’identità zaydita e alla diffusione dell’influenza wahhabita sostenuta dall’Arabia Saudita. Al-Houthi fu ucciso nel 2004, ma il movimento, sotto la guida di suo fratello Abdul-Malik al-Houthi, conquistò Sana’a nel 2014 e dal 2015 ha mantenuto il controllo della città, resistendo all’intervento della coalizione a guida saudita.

Quello che segue è un tentativo di dare un senso a questa triplice resistenza – contro gli Stati Uniti, contro la coalizione araba e ora a Mokha – non attraverso la familiare dicotomia “terra contro mare” che viene così spesso invocata nelle discussioni sul potere tellurico contro quello talassocratico, ma attraverso tre ulteriori strumenti tratti dall’opera di Carl Schmitt che, letti insieme alla teologia politica zaydita, forniscono una descrizione più precisa del fenomeno: la teoria del partigiano, la temporalità del qiyam bi-l-sayf e il concetto di Großraum .

La figura del partigiano: l’irregolare nemico tellurico

Nel 1963, Carl Schmitt, nella sua Theorie des Partisanen , tentò di delineare un ritratto teorico del combattente che aveva plasmato le guerre della seconda metà del XX secolo, dalla Spagna al Vietnam.⁴ Il vero partigiano, secondo la sua analisi, possiede quattro caratteristiche: l’ irregolarità (non è un soldato di un esercito formalmente costituito); una straordinaria mobilità tattica; un’eccezionale intensità di impegno politico; e – più decisiva delle tre precedenti – un carattere tellurico: un legame organico con la patria, con una terra che conosce, abita e difende. È questa quarta caratteristica che distingue il partigiano dal rivoluzionario cosmopolita di tipo leninista o maoista: il rivoluzionario cosmopolita considera i confini meramente orizzontali e cerca di esportare la rivoluzione in qualsiasi punto del globo; il partigiano tellurico, al contrario, combatte la sua guerra in un luogo specifico, per la difesa di quel luogo stesso.

Ansar Allah è un esempio quasi da manuale di questa figura. Il movimento non è un esercito regolare con le uniformi e la gerarchia classica che lo caratterizzano – sebbene la sua struttura militare si sia formalizzata considerevolmente negli ultimi anni – né nutre alcun progetto di esportare la rivoluzione oltre i confini dello Yemen; non ha mai avanzato una simile pretesa. I suoi combattenti sono radicati proprio nelle stesse valli e montagne di Sa’dah su cui, generazioni prima, l’imamato zaydita esercitava il suo dominio. Per oltre un decennio di guerra, lanciamissili e centri di comando sono stati nascosti in questo stesso territorio impervio – un territorio contro il quale l’assoluta superiorità aerea degli Stati Uniti e della coalizione araba si è rivelata di scarsa utilità, di fronte alla conoscenza che solo un abitante di quella terra possiede. Schmitt scrive che il partigiano “combatte con la terra, non contro di essa”: è proprio questa la distinzione che separa il militare americano, che opera dal ponte di una portaerei o da un’altitudine di diecimila metri e non deve fedeltà ad alcun luogo particolare al di là delle proprie capacità operative, dal combattente yemenita, per il quale la montagna è casa.

La recente battaglia per Mokha, tuttavia, indica che questo carattere partigiano si è esteso dalla difesa delle montagne al controllo territoriale e persino marittimo, senza, almeno finora, perdere né la sua intensità politica né il suo legame tellurico. Questa è di per sé una risposta a una delle perplessità di Schmitt sul futuro del partigiano nell’era tecnologica: può il partigiano resistere a una guerra completamente tecnologizzata? L’esperienza yemenita offre una risposta affermativa, ma condizionata: ogni movimento partigiano che è passato dalla difesa territoriale al controllo territoriale – da Tito ai Viet Cong – ha corso il rischio di quella che potremmo definire normalizzazione: il rischio che, proprio nel processo di consolidamento del potere, acquisisca le stesse vulnerabilità dell’esercito regolare da cui era precedentemente immune. Se Ansar Allah si dimostri l’eccezione a questa regola è una questione che troverà risposta non nel testo della teoria, ma sul campo della pratica.

Il tempo di Qiyam bi-l-Sayf : una formulazione rivale alla temporalità occidentale

Il principio di qiyam bi-l-sayf —“sollevarsi con la spada”— deve essere innanzitutto collocato nel suo preciso contesto all’interno della teologia zaydita, prima di tentare qualsiasi interpretazione teorica. ⁵ A differenza della tradizione imamita (duodecimana), che fonda l’imamato sulla designazione divina ( nass ) e sulla trasmissione ereditaria attraverso la linea degli Imam infallibili, e a differenza della tradizione sunnita, che lo intende attraverso la fedeltà ( bay’a ) e il consenso ( ijma’ ), la giurisprudenza zaydita ha a lungo sostenuto – almeno dalla sua sistematizzazione per mano di al-Qasim ibn Ibrahim al-Rassi nel terzo secolo islamico – che l’imamato è condizionato da una serie di requisiti che, oltre alla discendenza (da Hasan o Husayn ibn Ali) e all’erudizione (ragionamento giuridico indipendente, o ijtihad ), includono il requisito del qiyam bi-l-sayf stesso: chiunque rivendichi l’imamato deve opporsi, di persona e nei fatti, all’ingiustizia, affinché tale rivendicazione sia considerata valida. Wilferd Madelung, nel suo studio classico sull’imamato zaydita, considera proprio questa caratteristica come il segno distintivo dello zaydismo tra le sette sciite: a differenza dell’imamato imamita, sospeso dalla dottrina dell’occultamento, l’imamato zaydita non è mai stato separato dall’azione politica aperta.⁶ Studi più recenti sulla rinascita zaydita contemporanea, tra cui le opere di Bernard Haykel e Najam Haider, dimostrano analogamente che Ansar Allah, anche nella sua reinterpretazione moderna dell’eredità zaydita, ha conservato questo stesso asse classico: la legittimità non è qualcosa che viene conferita dall’esterno, ma qualcosa che si dimostra attraverso l’ azione.⁷

Questa struttura può essere letta, al di là della sua cornice strettamente giuridica, come una teoria della legittimità che presenta un’autentica affinità teorica con la teologia politica di Schmitt. La Teologia Politica di Schmitt parte da un’analogia fondamentale: i concetti centrali della moderna teoria dello Stato sono concetti teologici secolarizzati; così come Dio onnipotente può, attraverso un miracolo, sospendere l’ordine naturale, allo stesso modo il sovrano politico, nello stato di eccezione, fonda o rifonda l’ordine attraverso una decisione, non ricorrendo a una regola preesistente.⁸ La legittimità, in questa interpretazione, è il prodotto dell’azione e della decisione, non semplicemente la continuazione di una procedura già stabilita. Il principio di qiyam bi-l-sayf , all’interno di una tradizione del tutto indipendente da Schmitt e considerevolmente più antica, articola precisamente questa stessa logica: l’Imam crea il proprio imamato attraverso la decisione di elevarsi, non solo attraverso la discendenza. Ciò che unisce queste due tradizioni non è la pretesa che l’una abbia preso in prestito dall’altra – nessuna di queste pretese è intesa né giustificata – ma la loro convergenza strutturale su una domanda comune: da dove deriva la legittimità, quando l’ordine esistente non è più in grado di rispondere a se stesso?

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Da questa stessa struttura emerge una formulazione specifica del tempo politico. La temporalità liberale-moderna occidentale è lineare e evolutiva: la storia è concepita come un processo in continua evoluzione, misurato in intervalli calcolabili. L’orizzonte temporale di un politico americano si estende, al massimo, al prossimo ciclo elettorale o alla chiusura del periodo annuale di stanziamento dei fondi per la difesa; calcoli come “shock and awe” o “cambio di regime” sono concepiti proprio all’interno di questo breve orizzonte. Il tempo del qiyam bi-l-sayf , al contrario, è ciclico e revivalista: un Imam zaydita può “sorgere” mille anni dopo la caduta dell’ultimo imamato, perché l’evento presente, in questa formulazione, è la diretta continuazione di una narrazione millenaria, non una reazione a una crisi contemporanea. Quando un combattente di Ansar Allah imbraccia le armi contro gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita, nel suo contesto temporale, sta rievocando quello stesso momento fondativo: l’Imam giusto con la spada, che affronta il tiranno ingiusto. Questa temporalità, che misura gli eventi in generazioni e secoli anziché in cicli elettorali, conferisce alla resistenza una pazienza che nessun calcolo di “shock e terrore” può spezzare: gli Stati Uniti non sono stati sconfitti in Yemen perché il loro esercito è stato distrutto; sono stati sconfitti perché avevano definito la “vittoria” all’interno della propria cornice temporale, mentre nella cornice del loro avversario la misura della vittoria era, fin dall’inizio, qualcosa di completamente diverso.

Dal Nomos della Terra al Großraum : l’Asse della Resistenza come Spazio Grande Emergente

Il rapporto tra Iran, Ansar Allah e Hezbollah viene comunemente interpretato attraverso la ben nota diade di “terra tellurica contro mare talassocratico”, lo stesso schema utilizzato nella sezione precedente in relazione al combattente partigiano. Tale diade, pur essendo utile per comprendere il rapporto del combattente con il territorio, risulta semplicistica quando si considera la struttura più ampia del cosiddetto Asse della Resistenza: ci dice solo che questo asse è “radicato nella terra”, senza specificare quale particolare ordine politico e giuridico produca tale radicamento. Per un’analisi a questo livello, Schmitt offre uno strumento più preciso: il Großraum , ovvero il “grande spazio” .⁹

Il Großraum , nell’accezione di Schmitt, non è semplicemente un impero vecchio stile né una mera unità geografica, bensì una triplice relazione tra un potere centrale, un’idea politica dominante e uno spazio organizzato attraverso tale idea, che rivendica l’immunità dall’intervento di poteri esterni ad esso: il principio che Schmitt definisce Interventionsverbot für raumfremde Mächte , ovvero il divieto di intervento da parte di poteri estranei allo spazio. L’esempio paradigmatico di questa struttura, secondo Schmitt, è la Dottrina Monroe americana: un potere centrale che, per mezzo di un’idea politica, organizza uno spazio e vieta l’intervento al suo interno da parte di poteri “estranei” a quello spazio.

L’Asse della Resistenza può essere compreso proprio in questi termini: non come una coalizione militare informale di attori non statali, ma come un Großraum emergente . Il suo potere centrale è l’Iran; la sua idea guida è la resistenza all’egemonia israelo-occidentale in Asia occidentale; e ora, con il controllo di Mokha e Bab el-Mandeb da parte di Ansar Allah, questo spazio ha acquisito per la prima volta un confine pratico e vincolante per quel principio stesso del divieto di intervento, non a livello teorico, ma a livello di missili e radar. La deterrenza iraniana nello Stretto di Hormuz, insieme alla capacità di Ansar Allah a Bab el-Mandeb, costituiscono i due estremi di un unico arco: un arco che afferma che due dei punti di strozzatura più vitali al mondo per l’energia e il commercio non sono spazi estranei, aperti all’intervento di forze americane ed europee.

Ciò che distingue questa interpretazione dalla semplice diade terra/mare è che il Großraum , a differenza del nomos della terra – che descrive meramente una relazione ontologica con il luogo – fornisce una struttura operativa e giuridico-politica: chi costituisce il potere centrale, cosa costituisce l’idea guida e dove si trova il confine effettivo del divieto di intervento. Vista da questa prospettiva, la caduta di Mokha non è un mero episodio tattico; è il momento in cui il confine teorico di un Großraum emergente viene, per la prima volta, tangibilmente iscritto sulla mappa.

Questo Großraum emergente , tuttavia, non è immune a tensioni interne. In primo luogo, le rivalità tattiche e strategiche tra le sue componenti – Iran, Ansar Allah, Hezbollah e le fazioni irachene – potrebbero, a lungo termine, indebolirne la coerenza, soprattutto qualora un singolo attore anteponesse il proprio interesse nazionale all’idea guida dello spazio nel suo complesso. In secondo luogo, la legittimità interna del potere centrale non è uniforme tra le diverse componenti di questo spazio; le differenze confessionali (zaydi contro imamiti) e quelle storiche potrebbero trasformarsi in fratture latenti. In terzo luogo, lo stesso rischio di normalizzazione sollevato in relazione al partigianismo si ripresenta qui a livello strutturale: il Großraum , man mano che si istituzionalizza, rischia di trasformarsi in un impero burocratico – un destino contro cui lo stesso Schmitt aveva messo in guardia in relazione all’Unione Sovietica. ¹⁰ Nessuna di queste sfide nega la realtà del Großraum ; esse sono, piuttosto, le condizioni della sua persistenza.

Nemico dell’umanità: il meccanismo dell’etichetta di terrorista

Perché l’Occidente non definisce Ansar Allah un movimento politico armato, bensì un’organizzazione “terroristica”? La risposta convenzionale – divergenza ideologica o interesse geopolitico – è insufficiente. Schmitt, nella sua critica all’imperialismo anglo-americano, propone un meccanismo più preciso. Secondo la sua analisi, quando una potenza si presenta non semplicemente come uno stato tra gli altri, ma come rappresentante dell'”umanità” in quanto tale – come fanno gli Stati Uniti attraverso il linguaggio dei diritti umani, della democrazia e dell'”ordine internazionale basato sulle regole” – il suo nemico politico cessa di essere semplicemente un nemico politico e diventa invece un “nemico dell’umanità” ( Feind der Menschheit ) .¹¹

Questo spostamento comporta una conseguenza di primaria importanza. Nell’ambito classico della politica, il nemico è una parte legittima in un conflitto: con lui si può raggiungere la pace, concludere trattati o, nel peggiore dei casi, combattere una guerra entro i limiti delle regole. Ma una volta che il nemico viene ridotto a nemico dell’umanità, l’ostilità si libera dai confini della politica e diventa qualcosa di morale e illimitato; perché un’inimicizia diretta contro l’intera umanità è, per definizione, senza fine e al di fuori di qualsiasi limite circoscritto. È proprio per questa ragione che l’etichetta di “terrorista” attribuita ad Ansar Allah non è, nonostante le apparenze, una sentenza penale, bensì una dichiarazione di espulsione del movimento dalla cerchia degli attori politici legittimi: una dichiarazione che rende illegittimo a priori qualsiasi dialogo con esso e, di conseguenza, “giustificato” qualsiasi strumento per la sua distruzione, dal blocco navale al bombardamento di infrastrutture civili.

Un esempio concreto di questo meccanismo si può osservare nella decisione dell’amministrazione Trump, nel gennaio 2025, di inserire Ansar Allah nella lista delle Organizzazioni Terroristiche Straniere (FTO).¹² La decisione era, in apparenza, un atto giuridico-amministrativo. In pratica, ha inviato un messaggio politico all’intera regione: Ansar Allah non era più una parte in conflitto con cui si potesse negoziare, ma un nemico dell’umanità da distruggere. La conseguenza di questa etichetta non è stata semplicemente la chiusura dei canali diplomatici, ma il conferimento di legittimità a qualsiasi misura militare. Ed è proprio qui che si manifesta il legame tra l’etichetta di terrorismo e il Großraum : l’etichetta di terrorismo è uno strumento con cui l’egemonia marittima priva di legittimità un Großraum rivale ; trasformando un nemico politico in un nemico dell’umanità, invalida a priori qualsiasi pretesa che quel nemico possa avanzare su un ampio spazio e il divieto di intervento. Tuttavia, come ha dimostrato l’esperienza dello Yemen, questa strategia si rivela inefficace contro un Großraum fondato sul qiyam bi-l-sayf e di carattere tellurico, poiché la sua legittimità non deriva dal riconoscimento esterno, ma dall’atto interno stesso di resistenza.

Conclusione: Il partigiano del Großraum

Quanto accaduto a Mokha, a Bab el-Mandeb e nei cieli sopra Israele nella primavera del 2026 si articola su tre livelli, apparentemente distinti ma fondamentalmente interconnessi. A livello del combattente, osserviamo la figura del partigiano tellurico – irregolare, mobile, intensamente politico e radicato nella propria terra – ora esteso dalla difesa montana al controllo territoriale e marittimo, senza, almeno finora, rinunciare al suo legame tellurico. A livello di legittimità, osserviamo la rievocazione della temporalità del qiyam bi-l-sayf : la decisione fondante dell’Imam, situata non nel tempo lineare del progresso, ma nel tempo ciclico della rinascita. E a livello strutturale, osserviamo un Großraum emergente che, attraverso il controllo di due dei principali punti nevralgici energetici mondiali, pone per la prima volta di fronte all’egemonia marittima una rivendicazione concreta del divieto di intervento.

Gli Stati Uniti e la coalizione araba, a turno, hanno spiegato questo fenomeno con il linguaggio del nemico dell’umanità, proprio per non sentirsi obbligati a negoziare con esso. Ma un nemico con cui non si può negoziare non è necessariamente un nemico che si può sconfiggere. Per ben tre volte – contro gli Stati Uniti, contro la coalizione araba e ora a Mokha – questa tesi è stata messa alla prova e si è rivelata infondata. Ciò che ha resistito alla superiorità aerea e navale non è stato un esercito che poteva essere sconfitto su un singolo campo di battaglia; è stata una figura che era, allo stesso tempo, partigiana, Imam e fondatrice di uno spazio emergente.

Questa simultaneità, tuttavia, non deve essere interpretata come una condizione permanente o eterna. Ciascuno dei tre livelli individuati da questa analisi comporta un rischio specifico: il partigiano, estendendosi verso il potere territoriale, rischia la normalizzazione; il Großraum , istituzionalizzandosi, rischia di trasformarsi in un impero burocratico; e la temporalità del qiyam bi-l-sayf , resiliente come ha dimostrato di resistere a shock e terrore, richiede un costante rinnovamento per contrastare il graduale logoramento, l’arma a lungo termine dell’egemonia marittima. Ciò che è accaduto in Yemen non è una vittoria definitiva; è un’apertura storica, la cui continuazione sarà decisa non in teoria, ma nella pratica quotidiana della resistenza.

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1

Per notizie confermate sulla caduta di Mokha avvenuta tra il 10 e l’11 settembre 2026, si vedano gli articoli di Reuters, Associated Press e NPR dell’11 settembre 2026.

2

Bab el-Mandeb (“la Porta delle Lacrime” o “Porta del Dolore” in arabo) collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e, oltre a questo, all’Oceano Indiano; nel suo punto più stretto è largo circa diciotto miglia.

3

Gli Zaydiyya prendono il nome da Zayd ibn Ali, pronipote dell’Imam Husayn. Costituiscono una branca dell’Islam sciita la cui dottrina dell’imamato – che richiede, tra le altre cose, un’attiva rivendicazione politica e militare da parte di chi lo rivendica – li pone, in materia di pratica religiosa e giuridica, considerevolmente più vicini alla giurisprudenza sunnita rispetto a qualsiasi altra scuola sciita, una vicinanza spesso riassunta nell’epigramma “Sciiti tra i sunniti, sunniti tra gli sciiti”. L’imamato zaydita governò, con interruzioni, parti dello Yemen settentrionale dal IX secolo fino alla rivoluzione del 1962.

4

Carl Schmitt, Theorie des Partisanen: Zwischenbemerkung zum Begriff des Politischen , Berlino, 1963.

5

Sul carattere tellurico del partigiano e sulla sua distinzione

Contro ogni totalitarismo, di Michael Walker

Contro ogni totalitarismo

di Michael Walker

29 agosto
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Il fuggitivo di A. Paul Weber

Michael Walker sostiene che il liberalismo, lungi dall’essere l’antitesi del totalitarismo, è esso stesso un sistema totalitario: eleva il “diritto di scelta” dell’individuo al di sopra del diritto collettivo dei popoli di determinare il proprio destino, imponendo un’unica visione del mondo in nome della “libertà”.

Questo saggio è stato pubblicato per la prima volta su The Scorpion , numero 10, autunno 1986.

Spesso sentiamo condannare il totalitarismo. Persino coloro che appartengono all'”estrema sinistra” o all'”estrema destra”, i cui programmi sono totalitari nel senso comunemente accettato del termine, fanno di tutto per negare l’accusa. Essere “totalitari” in politica significa essere antidemocratici, assetati di potere, disumani, essere il male incarnato; ma rischiamo di cadere in un sillogismo futile quando parliamo di totalitarismo. Questo sillogismo è il seguente: “tutti i sistemi e le ideologie totalitarie sono malvagi; tutto ciò che è malvagio in politica deriva dal totalitarismo; quindi totalitarismo è il termine usato per indicare tutte le manifestazioni del male in politica”. Un simile ragionamento non aiuta nessuno a comprendere il totalitarismo. Il termine perde di significato, diventando un utile strumento di insulto contro coloro che cercano di organizzare un’opposizione “rivoluzionaria” a un determinato sistema filosofico, scientifico, economico o politico.

Per quanto riguarda il totalitarismo, è importante identificare il fenomeno in modo oggettivo, secondo criteri precisi, se vogliamo essere in grado di riconoscerlo. Si tratta di una “forma di governo” (OED) che non ammette opposizione, che cerca di occupare la totalità della vita di tutti, dalla culla alla tomba. Per raggiungere questa totalità , cerca di ridurre ogni aspetto della vita e ogni variazione in essa a un unico fenomeno, un’unica verità assoluta, immutabile e indiscutibile. È naturalmente più facile identificare i sistemi totalitari a partire dal pensiero totalitario. Un pensatore propone e, così facendo, si pone in opposizione ad altri pensieri. Per il lettore o l’ascoltatore esterno, è facile vedere due argomentazioni o proposizioni come semplici alternative che possono essere valutate in un modo che, per definizione, esclude una prospettiva totalitaria. I sistemi, ovvero l’attuazione di proposte, sono più facilmente identificabili come entità che mirano a diventare totalmente potenti e che non ammettono opposizione. Il potere di un sistema permette la realizzazione del totalitarismo. Laddove il potere è palesemente oppressivo in senso fisico diretto, rafforzato da polizia segreta, squadre della morte, esecuzioni senza processo, torture, campi di concentramento, controllo politico della magistratura e persino della professione medica, allora la natura “totalitaria” del regime diventa evidente. L’intimidazione fisica da parte dello Stato, un senso di insicurezza fisica, induce la grande maggioranza ad accettare la “verità” imposta dal governo. La logica alla base di tutto ciò è la soppressione del dissenso.

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I propagandisti di sistemi che corrispondono a questo tipo di ideologia totalitaria sono ansiosi di mascherare il loro “lato oscuro”, pur essendo sempre pronti a smascherare il lato oscuro dei loro avversari ideologici. Sia l’Unione Sovietica che la Germania nazionalsocialista furono fortemente influenzate dalle loro origini, nate da un risentimento nazionale per la sconfitta (“tradimento militare”). Una componente militare sostanziale sia nella rivoluzione nazionalsocialista che in quella bolscevica, unita alla natura religiosa dei due movimenti, garantì che fossero spietati e brutali una volta conquistato il potere assoluto. Per la stessa ragione, tuttavia, furono terreno fertile sia per le qualità umane che per i difetti. Per citare Michael Power, il regime nazionalsocialista fu responsabile di molti successi straordinari, ma anche di molte cose imperdonabili. È la prova della mancanza di spirito di indagine nel consenso liberale dell’epoca il fatto che vengano riconosciuti solo gli aspetti negativi del nazionalsocialismo. Come il marxismo e il nazionalsocialismo, ma con meno onestà di entrambi, anche il liberalismo ha i suoi miti e i suoi dogmi irrazionali. Anche questo approccio cerca di ridurre la storia del mondo a un unico punto: in questo caso, la lotta dell’individuo per esprimersi nel modo più libero possibile.

Questo era il Sud America di Elk Eber. Tutti i totalitarismi sono intolleranti verso i dogmi diversi dal proprio e sono spietati nell’esporre le loro iniquità e mancanze. Il liberalismo totalitario non fa eccezione. Ignora l’eroismo e la nobiltà d’animo evocati da credenze non liberali, in particolare quando sono “reazionarie” o “razziste”; ma tutte le ideologie creano eroi così come cattivi: una verità umana che nessuna prospettiva totalitaria ammetterà mai.

Caratteristica di tutti i sistemi totalitari o di tendenza totalitaria è il contrasto tra gli eroi della lotta che precede il potere e la meschinità e la distruttività che ne caratterizzano il dopo. Poiché le ideologie totalitarie contengono un impulso religioso, ispirano eroismo, integrità e sacrificio, così come crudeltà e ipocrisia; ma liberalismo, marxismo e nazionalsocialismo sono sempre stati restii ad ammettere coraggio o virtù nei sostenitori di ideologie opposte, preferendo etichettarli come agenti di un nemico e non come esseri umani. I liberali che condannano ciò che deridono con ipocrisia come “estremismo di destra e di sinistra” non sono diversi sotto questo aspetto. I sostenitori di ciascuna ideologia sono inoltre inclini a considerare tutti i sistemi opposti come essenzialmente affini. La teoria marxista, ad esempio, interpreta tutte le manifestazioni del fascismo come “capitalismo con le spalle al muro”. Secondo i liberali, l’estrema destra e l’estrema sinistra sono essenzialmente la stessa cosa, mentre i nazionalsocialisti e i fascisti affermano che il liberalismo è la madre del comunismo. Vista attraverso la lente ideologica necessaria, ciascuna di queste affermazioni è essenzialmente vera, poiché la mente totalitaria conosce un solo mondo, quello della mia verità e quello della loro ignoranza, di questo bene e di quel male.

Secondo i dogmi del mondo occidentale, il totalitarismo è caratterizzato dal disprezzo per i diritti umani individuali (il diritto alla sicurezza e alla felicità), ma un disprezzo così massiccio per tali diritti è una caratteristica solo di certi tipi di sistemi totalitari e non ciò che li definisce come tali. Il sistema totalitario è quello che riconosce un solo dio, un’unica verità, un unico stile di vita, un’unica manifestazione del bene e del male. Una religione non totalitaria riconosce molteplici divinità e una politica non totalitaria riconosce il diritto degli altri popoli di essere diversi, di altri sistemi di esistere e di essere validi a modo loro.

L’interpretazione liberale del totalitarismo deve quindi essere trattata con cautela. È vero che le ideologie che il liberalismo accusa di essere “estremiste” e “totalitarie” sono notoriamente intolleranti verso i dissidenti e notoriamente pronte a impiegare terrore e brutalità, inganno e coercizione di ogni genere per raggiungere il loro “sacro” fine. Questo non è in discussione. Ciò che dovrebbe essere messo in discussione è se il liberalismo stesso sia intrinsecamente non totalitario solo perché non impiega (di norma) i metodi delle ideologie e dei sistemi che identifica come totalitari. In sostanza, il totalitarismo non ha nulla a che vedere con il metodo: è un sistema che cerca di abbracciare la totalità dell’esistenza. In termini politici, il credo totalitario cerca di ridurre tutti i fenomeni politici a manifestazioni della veridicità del credo stesso. Per dirla in termini religiosi, l’ideologia politica interpreta tutti gli eventi politici come rivelazioni politiche. L’ideologia è religione secolare e usiamo il termine “totalitario” per descrivere le religioni e le religioni secolari che plasmano l’intera storia secondo il loro modo di pensare, bramano ogni cosa su questa terra e vogliono “sondare tutte le sue sabbie mobili”.

Il marxismo è una religione. Il nazionalsocialismo è una religione. Nell’Europa del ventesimo secolo, dove il cristianesimo è declinato con una rapidità che pochi pensatori (con la notevole eccezione di Nietzsche) avevano previsto, queste due dottrine del destino e della rivelazione erano fatte su misura per popoli che bramavano un nuovo impulso religioso. Gli echi cristiani in entrambe le dottrine sono sorprendenti. Entrambe credono nel destino di un popolo eletto (la “razza bianca”, il “proletariato”) di stabilire il paradiso in terra. Dio non è in cielo, né il paradiso è nei cieli. Dio e la terra possono essere plasmati attraverso il trionfo delle forze del bene (la “razza bianca”, il “proletariato”) contro le forze del male (“gli ebrei”, le “classi dominanti”). Per estirpare il nostro “peccato originale” (“mescolanza razziale”, “divisione del lavoro”) siamo obbligati a passare attraverso un “purgatorio” per raggiungere il paradiso (“guerra totale”, “dittatura del proletariato”). Entrambe le dottrine hanno profeti (Darwin, Marx) e i loro messia (Hitler, Lenin), i loro eretici (Strasser, Trotsky) e la loro “terra eletta” (Germania, Russia). Dalla venerazione del Führer alle folle quotidiane che si mettono in coda al mausoleo di Lenin in Piazza Rossa, le due grandi ideologie del ventesimo secolo si sono rivelate religioni secolari, che esigono una fede al di là della ragione, una fede ardente fino alla morte, il rifiuto del benessere materiale in nome dello spirito e della verità, l’ottimismo ardente che un giorno l’Unica Verità trionferà e i nemici della Giustizia periranno completamente. Guai a coloro che osano contraddire le dottrine della Chiesa trasformatasi in Stato. Guai a coloro che cercano di interpretare le Scritture in modo indipendente. Strasser era uno “strumento dell’ebraismo”, Trotsky un “agente della CIA”, proprio come Lutero era stato un tempo il “discepolo del diavolo”.

La sconfitta totale del nazionalsocialismo nel 1945 ha lasciato il liberalismo come unica ideologia politica coerente al mondo in opposizione al marxismo. Tradizionalmente, il liberalismo è sempre stato ostile alle religioni consolidate. Il suo odio per il nazionalsocialismo e il marxismo è la continuazione della sua ragion d’essere antireligiosa . Per molti commentatori liberali, “totalitario” e “religioso” hanno un significato pressoché identico in ambito politico. Il credo liberale predica l’autonomia dell’individuo ed è quindi intrinsecamente ostile ai sistemi religiosi, sia religiosi che laici. In nome dell’individuo, cercherà di distruggere qualsiasi sistema di questo tipo. La religione più disprezzata dal liberale è sempre il nazionalsocialismo e non il comunismo, perché mentre il comunismo, almeno in linea di principio, afferma di operare per l’emancipazione dell’individuo, il nazionalsocialista non ammette un futuro in cui l’individuo possa mai essere emancipato dalle dottrine degli imperativi razziali. Da questi fatti consegue che il liberale difende le “intenzioni” comuniste ma condanna i “metodi”, mentre il nazionalsocialismo e il fascismo (visto come suo collaboratore ultraconservatore) vengono condannati senza appello.

Il marxismo è una religione laica. Impone delle esigenze ai suoi seguaci ed è organizzato secondo una storia e una concezione del mondo simili a quelle di una religione monoteista. Molti commentatori hanno osservato che Lenin ha assunto nell’Unione Sovietica un ruolo analogo a quello di Cristo nella Russia zarista.

Vi sono motivi per credere che uno stato mondiale basato sui principi del liberalismo democratico possa un giorno riuscire a raggiungere il potere globale supremo. Razionalmente, il liberalismo come credo è spinto a sviluppare sempre più la propria forza politica ed economica, eliminando tutti i sistemi e le religioni (laiche o meno) che si frappongono al suo cammino. Nel frattempo, lo stile di vita che pone l’individuo al di sopra di tutto viene esaltato come forza antitotalitaria, la forza che combatte i nuovi “mali” della “povertà e dell’ignoranza”. Il liberalismo non crede nei messia e ognuno può interpretare gli eventi a suo piacimento (siamo tutti liberi), eppure il sistema rimane essenzialmente lo stesso. L’emancipazione dell’individuo dal male e dalla lotta, dal bisogno e dall’angoscia, costituisce la fine della storia , e tutti gli eventi del mondo politico sono la rivelazione politica della lotta tra l’individuo che anela alla libertà e alla serenità e gli ignoranti, gli ambiziosi e gli avidi. In linea di principio, marxisti, liberali, tutti i totalitari, aspirano un giorno (un giorno imprecisato e sempre più lontano nel futuro) ad abolire la politica. La politica è vista come un’attività tipica dell’infanzia umana. Sia per i marxisti che per i liberali, l’economia è più adatta a emancipare l’individuo. La lotta politica è la deplorevole conseguenza del nostro stato decaduto. Qui è opportuno fare una distinzione con il nazionalsocialismo, che condivide con le religioni teistiche (in contrapposizione a quelle secolari) la credenza nell’essenza spirituale della lotta. Questo punto, tuttavia, può essere esagerato, poiché la forte corrente di determinismo biologico nel pensiero nazionalsocialista lo avvicina al materialismo del comunismo e del liberalismo più di quanto a volte si ammetta.

Il riduzionismo razziale riduce tutti i fattori della storia umana alla “chiave” della razza. I membri più ottusi, viziosi o ignoranti di una determinata razza vengono giudicati “intrinsecamente superiori” a tutti i membri delle altre razze, un’affermazione che richiede, per usare un eufemismo, una “volontaria sospensione dell’incredulità”.

Bisogna indubbiamente usare cautela nell’impiego del termine liberalismo. In primo luogo, negli Stati Uniti viene comunemente utilizzato per indicare tutte le dottrine e i credo che nutrono sospetti nei confronti dell’autoritarismo o anche solo del contenuto religioso dei valori americani. Quando un americano usa il termine “liberale”, può riferirsi a qualsiasi tipo di libero pensatore, esponente della sinistra o persino a un non reazionario. In Francia, il termine si riferisce spesso ai sostenitori dell’economia di libero mercato, e secondo questa definizione Margaret Thatcher è una delle principali paladine del liberalismo, più di qualsiasi socialdemocratico. Quando usiamo il termine liberalismo in senso dispregiativo, ci riferiamo a una tipologia specifica: l’anti-credo del mondo moderno. Christopher Lasch, in ” La cultura del narcisismo” , sostiene che la società americana contemporanea, e per estensione il mondo occidentale, ha creato quella che lui definisce una “sensibilità narcisistica”. È questa sensibilità che cerca di imporsi sul mondo intero, e che sta effettivamente riuscendo nel suo intento. Esiste, in altre parole, un liberalismo totalitario . Se questa espressione appare un ossimoro, ciò dimostra quanto siamo stati addestrati a dissociare il liberalismo da qualsiasi accenno di totalitarismo. I nostri criteri per giudicare cosa sia totalitario (idee estremiste, campi di concentramento, polizia segreta, culto della mascolinità, venerazione dello Stato) sono, quasi per caso, gli stessi criteri che escludono categoricamente tutti i probabili metodi liberali di esercizio del potere.

Christopher Lasch negli Stati Uniti e Claude Alzon in Francia hanno entrambi scritto libri in cui deplorano il declino degli standard educativi nei rispettivi paesi. Individuano in vari metodi educativi progressisti la fonte del problema, ma a differenza dei commentatori conservatori non puntano il dito contro un pregiudizio di sinistra o addirittura liberale. Per Lasch e Alzon, la società dei consumi richiede in realtà uno standard di istruzione generale inferiore rispetto al passato. Se, come scrisse Ellen Wood in ” La mente e la politica” , “una concezione conscia o inconscia della natura umana è alla base di ogni scelta di valori sociali o politici”, allora la concezione dell’individuo autoespressivo, libero da qualsiasi responsabilità collettiva, è alla base del permissivismo in ambito educativo. Secondo Lasch, la moderna società americana ha bisogno di un gran numero di consumatori formati solo in un campo specialistico. Una solida formazione generale è un ostacolo, non un aiuto. Il sistema organizza un metodo educativo che induce quello che Lasch definisce un “eclettismo senza senso”, adattato a una società capitalista mobile, senza radici e alienante. L’analisi di Lasch è applicabile, in misura maggiore o minore, all’intero mondo occidentale. L’estremismo, ci viene detto, è tenuto fuori dalle nostre aule, o almeno dovrebbe esserlo. Persino la politica dovrebbe essere tenuta fuori dalle aule. L’alunno viene così preparato per la sua assimilazione nella società di massa. Estremamente noiosa, l’istruzione moderna prepara i suoi soggetti a una vita di noia in cui né l’impegno né la resistenza possono essere concetti rilevanti. Dove non si propone nulla, non si può opporsi a nulla. La caratteristica del metodo moderno è l’imprecisione, e i risultati sono evidenti. Se il marxismo e il nazionalsocialismo distorcono il significato delle parole, il totalitarismo liberale lo oscura. Peggio ancora, la conoscenza è ridotta a una quantità di beni scollegati. Concentrazione, resistenza, tenacia, affidabilità vengono estirpate da un sistema che si basa sul nostro essere in perpetuo movimento, dove né il paesaggio né le persone possono stare fermi, dove nulla di ciò che sappiamo è autorizzato a durare per timore che ci si affezioni . La scuola va sopportata così come si sopporterà la vita, senza entusiasmo né ostilità, come un pasto insapore.

Il consenso democratico del nostro tempo si dichiara “non totalitario”, ma i processi politici del fascismo e della “democrazia” moderna sono ugualmente fittizi; le masse si comportano con un’acquiescenza simile in entrambi i sistemi.

L’essenza del sistema moderno, e il suo netto contrasto con i sistemi religiosi o laici, risiede nell’esclusione dell’individuo dalla partecipazione comunitaria, dal coinvolgimento attivo in più di una parte del funzionamento della società. Come sosteneva Friedrich Jünger ne ” Il fallimento della tecnologia” , i diritti dell’individuo nella società moderna sono diventati i diritti dell’individuo tecnicamente organizzato. L’università si trasforma in un centro di formazione tecnica per il maggior numero possibile di persone. Tutti hanno il “diritto” all’istruzione e al lavoro, ma non il diritto di appartenere a un movimento di idee, di essere integrati in una comunità efficace. La società moderna enfatizza l’importanza del consumo a scapito della partecipazione. Il dilettante è visto con sospetto. Le attività della comunità sono sempre più appannaggio esclusivo degli esperti: dallo sport alla politica, dal teatro al mondo degli affari, l’ attivista indipendente viene guardato con sospetto e ostacolato da restrizioni, mentre il consumatore indipendente viene assecondato e adulato.

I totalitarismi cercano di limitare ogni espressione all’espressione di un’unica verità: la consapevolezza razziale, la solidarietà di classe, l’autoespressione individuale. L’autoespressione individuale significa, ovviamente, espressione di massa, le espressioni create per le masse dai media, le espressioni che riducono tutta la politica a uno “spettacolo”, uno spettacolo professionale, in cui gli spettatori sono le masse e gli interpreti sono i sacerdoti eletti del sistema. Il tennis a Wimbledon, Mastermind, Trivial Pursuit (nome azzeccato), il Guinness dei Primati , esempi di perfezione tecnica, autorealizzazione senza scopo, senza valore al di là di se stessa. Persino le freccette diventano un grande business e un’altra attrazione mediatica, un altro modo per creare una massa a spese della comunità. Il nostro desiderio è tutto. La nostra volontà non è niente. Questo è il sistema “non totalitario”. Questa è la legge di Narciso.

Gli oppositori del culto di Narciso non vengono né repressi né censurati. Non ne hanno bisogno. Diventano anch’essi parte dello spettacolo, ridotti a un fenomeno sociale ben definito. Come potrebbero avere successo se non attraverso quella critica autoindulgente che è il segno distintivo del sistema a cui affermano di opporsi? Coloro che adottano una o l’altra delle ideologie prevalenti della prima metà del secolo diventano pagliacci da strada, dove le strade sono frequentate solo da quei settori della società di massa meno capaci di apprezzare un messaggio rivoluzionario. Le dottrine populiste che si affermano a livello di politica di strada, per loro stessa natura, appariranno ridicole sotto i riflettori. Abbandonate la politica di strada e il non conformista diventa ipso facto membro del sistema costituito, lavorando all’interno di un gruppo per far pubblicare il suo libro, il suo articolo, cosa impossibile per le case editrici affermate, per un uomo che non ha ancora costruito la sua carriera, che non è già diventato un individuo in lotta per il riconoscimento nel suo campo specialistico . La burocrazia trasforma le rimostranze collettive in problemi personali suscettibili di intervento terapeutico. L’opposizione diventa un problema tecnico, un fallimento della comunicazione. Progresso tecnologico e massificazione vanno di pari passo, in tutto il mondo. Questo ramo del sistema internazionale è intollerante verso gli stili di vita e le collettività che non riesce ad assorbire.

La società di massa moderna non è manifestamente oppressiva come le dittature, ma induce a sua volta un conformismo crudele, basato sugli stessi principi di “livellamento”.

L’individuo, per la cui causa si dovrebbe realizzare la liberazione dall’autorità, non diventa più libero nel vero senso della parola perché la sua emancipazione si compie in un mondo in cui le sue opportunità sono sempre più circoscritte. Come ha osservato Guillaume Faye nella sua recensione dell’opera di Lasch: “privato della capacità di esercitare l’autodisciplina, l’individuo si scontra con i divieti socio-economici che scopre una volta raggiunta l’età adulta: la regimentazione burocratica, il potere delle banche, i vincoli commerciali… cos’altro gli resta da fare, quando nulla lo accomuna agli altri, se non quello di rimanere intrappolato in se stesso?”.

L’attuale denuncia del “totalitarismo” e lo slogan “società libera” vanno visti nel contesto degli interessi del sistema che produce tali slogan. Per “totalitarismo” si intendono specificamente i sistemi totalitari religiosi o politici, ovvero quelli che funzionano attraverso la coercizione fisica. La società libera è quella che meglio tutela il sistema dell’individuo autonomo. Gli interessi dell’individuo autonomo sono nelle mani dei dirigenti e dei rappresentanti che cercano di garantire che il progresso e lo sviluppo funzionino in modo equo. La forza di questo sistema sta nel fatto che funziona ovunque e da nessuna parte. Gli individui, limitati alla loro funzione e in lotta per avere più tempo libero e un miglior “rapporto qualità-prezzo” da ciò che consumano, possono esercitare il potere solo entro i limiti imposti dalla loro particolare specializzazione. Con una logica impeccabile, l’industria del tempo libero in espansione riduce il mondo a un complesso di centri ricreativi. Tutti i popoli e le nazioni del mondo sono soggetti allo stesso ritmo di crescita. Crescita e sviluppo sono le parole chiave del “miglioramento” nel senso liberale del termine. L’individuo umano viene trasformato in un’ameba, un’unità che consuma.

Questo sistema è totalitario. Rappresenta un totalitarismo economico, che nega alle comunità e persino alle nazioni la possibilità di diventare autosufficienti. I deficit di bilancio vengono colmati dal turismo di massa, che accelera il processo di degrado ambientale e sociale, nell’irrisolvibile pretesto di “migliorare il tenore di vita”. La qualità della vita è intesa unicamente in termini di quantità di beni posseduti, ma la felicità è più sfuggente che mai. L’era postbellica è caratterizzata da un senso di ansia pervasivo : ansia per la bomba atomica, per l’ambiente, per la fame nel mondo: viviamo in un sistema che segue le vicissitudini di un grafico e il nostro destino non è determinato dalle stagioni né dal ritmo naturale della vita, ma dal denaro e dalla movimentazione dei beni, dall’equilibrio tra onestà e disonestà, tra investimenti redditizi e meno redditizi. Incapace di trarre ispirazione dal passato, l’uomo occidentale non è ambizioso per il futuro. I suoi progetti per il futuro assumono la forma di una disperata ricerca di sicurezza. È debitore al sistema. Vive al di sopra delle sue possibilità e paga i suoi debiti, il mutuo, le carte di credito, gli interessi sui prestiti, per la maggior parte della sua vita, a meno che non sia uno dei fortunati che riesce a “fare il salto” e a entrare nella fascia di reddito più alta, dove ha abbastanza denaro per assicurarsi una completa sicurezza finanziaria, perché in fondo oggigiorno non c’è molto che il denaro possa comprare oltre al comfort e alla sicurezza assoluti. Noi altri viviamo “al di sopra delle nostre possibilità” godendo dei vantaggi e dei benefit che il nostro lavoro specializzato ci offre. Le pie esclamazioni di orrore con cui i portavoce accolgono gli alti dati sulla disoccupazione sono l’orrore di vedere un certo numero di persone private persino dell’illusione di essere membri utili della società, di godere dei vantaggi e dei benefit che accompagnano i lavori esistenti.

Nonostante i suoi molteplici e manifesti difetti, lo stile di vita occidentale insisterà sempre sulla sua intrinseca superiorità. A coloro che ne “godono” viene ripetuto quanto siano fortunati e si fa costantemente appello al loro senso di responsabilità verso i due terzi del mondo che, ci viene sempre detto, muoiono di fame perché noi occidentali ci godiamo troppo la vita. Lo scopo di questa propaganda non è tanto quello di indurre un senso di colpa, quanto di persuadere noi “ricchi fortunati” che il nostro sistema sia supremamente desiderabile e che lamentarsi sia una sgarbatezza. La nostra felicità è dimostrata dalle statistiche. I problemi del Terzo Mondo vengono sempre presentati come “economici e politici”, intendendo con ciò che la politica è un’intrusa indesiderata e che economicamente il Terzo Mondo non si è ancora pienamente integrato nel sistema occidentale.

Il sistema occidentale tollera molte manifestazioni di libertà di espressione che nei sistemi “totalitari” non sarebbero tollerate (abbigliamento eccentrico, critiche feroci al governo e ai suoi leader, manifestazioni, scioperi e sit-in) perché tale libertà di espressione è l’essenza stessa della società dei consumi occidentale. Queste libertà, tuttavia, fanno parte dello spettacolo mediatico occidentale. Il vero potere risiede altrove: sempre meno nelle mani di individui potenti e sempre più nelle mani di corporazioni e istituzioni. In un sistema in cui la volontà delle masse determina il tipo di società in cui viviamo, il potere risiede nelle forze in grado di manipolare le masse. Gli autori liberali “antitotalitari” sostengono che lo stato a partito unico, a parte la coercizione fisica, si differenzia da una “società libera” in quanto nega all’individuo un ruolo indipendente dallo stato, ma nel sistema occidentale lo stato è sostituito dalla società, dalla società di massa. Nella società di massa, inoltre, non c’è spazio per la diversità. Le informazioni al di fuori del pensiero dominante non vengono censurate. Le è consentito di inserirsi in aperta competizione con la voce dell’establishment: i mass media, essendo creati per e dalla società di massa, inevitabilmente supereranno ciò che interessa all’élite. Solo all’élite degli specialisti è permesso di trovare una nicchia. Il mondo occidentale è una società di massa gestita da tecnocrati. L’opposizione non viene soppressa: viene resa non praticabile, irrilevante, inoperante.

La nostra società di massa non è quindi così distante da quella della Germania di Hitler o della Russia di Stalin come vorrebbe far credere. Anzi, le supera entrambe in ipocrisia. Stalin creò un indice di libri proibiti nell’Unione Sovietica. Goebbels organizzò un rogo pubblico di materiale pornografico e “letteratura sovversiva”. In Occidente, la stessa nozione di sovversione o di disapprovazione da parte del governo viene trasformata in un ulteriore incentivo all’acquisto, inglobata nel sistema, privata del suo potere di cambiamento, strumentalizzata a fini commerciali. Laddove la soppressione delle idee si rende necessaria, e raramente lo è, uno scritto o una pubblicazione diventano commercialmente non redditizi o rischiano di rappresentare una minaccia per la sicurezza di una parte della popolazione, o di fomentare l’odio, e per questo motivo possono essere rimossi silenziosamente senza clamore. I libri proibiti raramente vengono ufficialmente banditi in Occidente: vengono semplicemente privati ​​del loro impatto o “non generalmente disponibili”. Idee alternative possono essere presentate a qualsiasi progetto o schema, ma nulla può arrestare l’impeto del mondo occidentale stesso.

I paladini della libertà di scelta stanno distruggendo la libertà di scelta. Il diritto individuale di scegliere viene usato per minare il diritto di scelta dei popoli. La libertà di scelta opera laddove esistono sistemi e stili di vita diversi nel mondo. Il senso della storia e del destino non è mai lontano dalla coscienza collettiva di un popolo. Il senso di essere diversi e il rispetto per la diversità altrui sono il segno distintivo di un autentico liberalismo non totalitario. L’apprezzamento della varietà del mondo da parte di coloro che desiderano cambiarlo richiede la coltivazione dell’intelligenza e di ciò che è così difficile da mantenere nel mondo moderno: la tenacia. L’aspettativa di ottenere “risultati rapidi” e la percezione che “il tempo stia per scadere” da parte di coloro che cercano di riaffermare l’identità del proprio popolo sono, ironicamente, caratteristiche psicologiche tipiche dello stile di vita occidentale. L’inaffidabilità personale è altrettanto caratteristica di quasi tutti noi, cresciuti in una condizione di dipendenza. L’adesione a uno stile di vita non occidentale è caratterizzata dalla volontà di impegnarsi attivamente, sia in politica che nelle relazioni personali, nel lavoro o nella vita pubblica, senza mai accettare la “minima resistenza”. Accettare il fatto compiuto dell’organizzazione sociale o del processo decisionale imposto dall’alto significa accettare quello stato di passività e conformismo tipico dell’individuo nella società di massa. La tentazione totalitaria è sempre la stessa: la via più facile. L’uomo libero è un combattente.

Europa: una nuova prospettiva _ di Robert Steukers – L’ascesa degli stati multietnici in un mondo non egemonico e multi-nodale, di Karl Sanchez

Europa: una nuova prospettiva

di Robert Steuckers

1 settembre
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Robert Steuckers spiega come l’Europa possa sfuggire al dominio straniero e recuperare la propria sovranità attraverso una Terza Via radicale radicata nei suoi popoli, nella sua storia e nel suo destino continentale.

Questo saggio è stato originariamente pubblicato su The Scorpion , numero 9, primavera 1986.

Innanzitutto, possiamo stabilire se esista una “storia europea” e, in caso affermativo, in che modo la intendiamo? Come storia dei popoli europei o come storia delle strutture che hanno governato i territori oggi considerati parte dell’Europa? La domanda può apparire nuova, complessa o persino priva di scopo. L’apparente semplicità della domanda cela una reale complessità. La novità della domanda rischia di svanire se non comprendiamo lo scopo per cui la poniamo.

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Nel definire il paradigma della storia europea, ci troviamo immediatamente di fronte a una scelta: siamo a favore dei popoli o delle strutture ? A favore dei popoli o dei sistemi ? Attraverso questa cruciale opposizione possiamo giungere a comprendere l’antitesi della filosofia e della storia delle idee politiche. La parola “popoli” può essere qui sostituita da ” mythos” e la parola ” strutture” da ” logos” . La prima implica un risveglio dell'”irrazionale” interiore, una mobilitazione per mezzo di un senso di storia e di destino. La seconda implica una gestione “razionale”. D’altra parte, è possibile difendere i popoli richiamandosi a un logos che trascende tutte le istituzioni che, pur radicate nelle loro origini, sono diventate ingiuste. Ribaltando la situazione, possiamo difendere le strutture creando miti artificiali o estranei. Il fatto è, tuttavia, che le strutture sono effimere e i popoli sopravvivono alle strutture imposte loro.

Per un europeo, schierarsi con i popoli contro le strutture significa prendere una chiara decisione politica. Significa riaffermare l’immemorabile tradizione di rivolta: delle ribellioni contadine contro il clero, la dinastia o la falsa aristocrazia: in breve, contro ogni potere arbitrario che cerchi di sovvertire le leggi ancestrali. Per l’africano, ciò significherebbe una lotta contro le borghesie e le tirannie militari al servizio degli interessi del neocolonialismo. Per il latinoamericano, significherebbe combattere contro le oligarchie dipendenti dalla macchina economica yankee. Per comprendere ciò, dovremmo ricordare il nostro passato: le rivolte di Arminio, Marbod e Civilis contro Roma; la ribellione dei Sassoni di Witukind contro gli ufficiali carolingi e un clero straniero; la tenace resistenza dei Frisoni; la tragica lotta di Stedinger in Vestfalia contro la manipolazione delle leggi ancestrali; Jacqueries in Piccardia; La rivolta di Zannekin sulla costa fiamminga; le rivolte contadine in Inghilterra, Boemia e Ungheria e nella Germania del XVI secolo; la rivolta della Vandea contro la Repubblica francese e così via. Tutti episodi della storia europea, della nostra storia, in cui i popoli si ribellano contro sistemi oppressivi che cercano di sovvertire le vecchie leggi e tradizioni. Non è difficile trovare parallelismi al di fuori dell’Europa.

Germania dell’Est, 1953: La rivolta contro l’occupazione sovietica.

Schierarsi con le strutture contro i popoli significa, per l’europeo di oggi, aderire a una o all’altra delle vecchie ideologie, originariamente ispirate alla religione ma oggi più comunemente viste in una forma completamente secolarizzata. In pratica, significa difendere la causa della nuova Roma: un “Impero Romano” che si estende oltre il mondo latino, difendere l’ordine economico liberale con centro a Washington, oppure, d’altra parte, lavorare per l’ordine comunista con centro a Mosca, operante ben oltre il mondo slavo. Il modello comunista è seriamente screditato – molto più di quello occidentale – ma si sta assistendo a un nuovo sviluppo nel fenomeno delle sette che offrono a una gioventù alienata in Europa una “soluzione” ben lungi dall’essere per il bene del nostro popolo. La setta lunare, ad esempio (la Chiesa Unitaria Mondiale), gode di una crescente influenza nell’Europa occidentale. In Francia, l’influenza della setta lunare si estende agli ambienti conservatori e intellettuali. Rivestita di un manto di ispirazione mitica, la religione lunare è in realtà al servizio dell'”Occidente” liberal-economico di destra. L’influenza di un gruppo del genere sui potenziali ribelli è estremamente deleteria.

Se ci schieriamo dalla parte di un’Europa dei popoli contro un’Europa delle istituzioni, dei manager, da dove cominciamo a rintracciare le origini della storia europea? Non dall’Impero di Augusto, ma molto prima, dalla comparsa degli Indoeuropei nella preistoria. Provenienti da un’unica patria centroeuropea (come hanno dimostrato gli studi del tedesco Lothar Kilian e del francese Jean Haudry), questi Indoeuropei hanno influenzato una periferia europea ed extraeuropea, che a sua volta è stata influenzata da altri popoli. La storia antica dell’Europa occidentale e la fusione della cultura megalitica con quella degli Indoeuropei sono state esaminate in modo esaustivo dall’archeologo francese Roger Joussaume; e non credo che un pubblico britannico abbia bisogno di essere ricordato della tesi rivoluzionaria di Colin Renfrew, secondo la quale l’area mediterranea è, in termini umani, il prodotto di popoli provenienti dalla patria matriciale indoeuropea e di popoli provenienti da altri “grembi”, camitici, pelagici e semitici. Secondo Renfrew, la “razza latina” è il prodotto di una mescolanza di queste tre componenti principali. Nell’Europa nord-orientale possiamo osservare una sintesi simile tra i gruppi indoeuropeo e finno-ugrico. Ciononostante, il fattore cruciale che costituisce il patrimonio europeo è la nostra comune eredità linguistica.

Presente fin dagli albori della cosiddetta “epoca storica”, il patrimonio linguistico fu rafforzato dalle migrazioni germaniche. Il mondo e l’unità medievale corrispondono infatti essenzialmente all’ordine degli insediamenti teutonici, conquista delle ultime tribù provenienti dall’originaria patria indoeuropea. L’ordine medievale coniugava la nozione romana di impero universale con i concetti sociali e politici germanici (cavalleria, feudalesimo, corporazioni).

Gli Indoeuropei sono dunque al centro della storia europea, la tela, per così dire, su cui è dipinta la nostra storia; ma riferirsi agli Indoeuropei in questo modo è insufficiente, poiché non implica deduzioni politiche. La questione fondamentale è questa: qual è la caratteristica organizzativa rappresentativa (sia storica che mitica) degli Indoeuropei? Come molti altri popoli che ebbero origine da un ordine matriarcale (Bantus, Nativi Americani, Camito-Semiti), essi nacquero come comunità autogovernate , comunità ordinate secondo principi di cui esse stesse erano le generatrici. È in questo senso che l’antropologo Dumézil usa il termine “ideologia indoeuropea” e Jean-Paul Roux il termine “religioni primordiali” quando discute dei Turco-Mongoli. Spengler e Toynbee parlano di comunità originarie autogovernate, capaci di sussistere in uno stato latente al di là della pseudomorfosi delle istituzioni del momento, ovvero al di là di ogni modifica superficiale operata da ideologie (effimere), ideologie forgiate da tutti quegli elementi distaccati dalla cultura matriarcale, tutti elementi estranei a un tipo di mondo in cui i popoli generano la propria autonomia. Da questa prospettiva, è possibile immaginare un paradigma policentrico delle istituzioni umane e non, come accade con le ideologie odierne, un universalismo riduzionista e monocentrico. Se definiamo l’universalismo in questo modo, dovremmo sforzarci di distinguerlo dall’universalità, una percezione del mondo che, al contrario, ammette una diversità illimitata, per usare le parole di Herder: “un giardino di fiori multiformi”.

L’indipendenza politica fondata su uno “spazio matriciale” è il duplice assioma politico che ci offre l’eredità indoeuropea, sia nella forma della ” nouvelle pensée ” della Nuova Destra francese, sia nella visione di Taine, Renan o Houston Chamberlain, dai filologi tedeschi fino alla tradizione socialista, in particolare in Germania e Danimarca, una tradizione che ispirò Engels nella stesura della sua opera sulle origini della famiglia, della proprietà privata e dello Stato. Se ripercorriamo tutte queste tradizioni ideologiche e storiche, saremo costretti ad ammettere l’insensatezza della polarizzazione Destra/Sinistra che ha pervertito il dibattito politico fin dalla Rivoluzione francese. La teoria e l’azione politica possono essere riassunte nella loro essenza in tre questioni: la salvaguardia di una popolazione umana definita, (contemporaneamente) la garanzia dell’indipendenza politica a tutti i livelli e, infine, la protezione dello spazio vitale del popolo dall’aggressione. Queste sono sempre state le realtà politiche, dai primi insediamenti umani fino all’era contemporanea delle superpotenze, nonostante l’universalismo della retorica ideologica dei portavoce delle superpotenze.

Esistono molti esempi di sistemi politici che adottano politiche “riduzioniste” e “antitradizionali”: l’Impero spagnolo, la Francia giacobina con la sua divisione artificiale in dipartimenti e, più recentemente, gli Stati Uniti con il loro dogma universalista militante (e nonostante l’importanza dell’etnia nel sistema sovietico, è innegabile che l’Unione Sovietica metta in pericolo molti gruppi etnici e minacci di estirpare completamente il patrimonio delle nazioni baltiche).

Il Bundschüh , simbolo delle rivolte contadine del XVI secolo. La sconfitta di questo movimento ha spianato la strada allo stato centralizzato in Europa. Dobbiamo recuperare la tradizione europea di ribellione contro i sistemi in nome dei popoli.

La matrice europea, insieme alle periferie sotto influenza europea e che a loro volta hanno influenzato l’Europa, costituisce uno spazio vitale sul continente eurasiatico. La massa continentale eurasiatica ospita diversi centri di civiltà: oggi ne sono la prova il mondo cinese, il mondo induista e l’Islam. Se la Cina e l’India si percepiscono come entità unitarie, e nel caso dell’India come unità capaci di contenere una considerevole diversità, se l’Islam è una forza nel mondo nonostante le sue divisioni, l’Europa odierna è fatta esclusivamente di divisioni: abbiamo la divisione nord/sud, la spaccatura est/ovest, l’antagonismo tedesco/slavo, la divisione tra Mediterraneo e Paesi nordici, l’antico antagonismo tra cristianesimo occidentale e Chiesa ortodossa, la divisione tra liberale e autoritario, tra uno stato-nazione e l’altro e così via.

Lo storico americano Craig ha osservato che la Santa Alleanza, creata nel 1815 principalmente grazie alla diplomazia di Metternich, a prescindere da ciò che si possa dire al riguardo, ebbe quantomeno il merito di fornire un concetto politico che consentiva ai suoi aderenti di risolvere i problemi comuni relativi al subcontinente, alla madrepatria. La Rivoluzione Industriale e lo sconvolgimento sociale che ne derivò vanificarono questi sforzi. I conservatori spesso accusano i movimenti rivoluzionari del XIX secolo di aver distrutto il consenso della Santa Alleanza a favore di un utopismo umanitario irrealistico. In realtà, i rivoluzionari nazionali tedeschi del 1832 che firmarono la Dichiarazione di Hambach rimasero saldamente ancorati alla tradizione europea. Ad Hambach non c’erano solo tedeschi, ma anche rappresentanti francesi, polacchi e greci. Furono piuttosto le contraddizioni e la nostalgia dei governanti prussiani e del Papa a trasformare la Santa Alleanza in un mero strumento di reazione e poco altro.

La volontà di creare un ordine europeo è presente da tempo. Era già presente nella mente di Bismarck quando propose al Kaiser l’istituzione di un’unione doganale europea centrale. Il Patto di Locarno del 1938 fu un tentativo fallito di raggiungere lo stesso obiettivo. A frustrare i tentativi di creare una zona europea fu principalmente l’espansione coloniale: l’imperialismo britannico contribuì ad alimentare il colonialismo di Germania, Francia, Belgio e Olanda, una tendenza che spinse le nazioni interessate ad allontanarsi dall’Europa e, al contempo, acuì la frammentazione europea, con gli stati nazionali europei impegnati in una feroce competizione commerciale e militare. Col senno di poi, possiamo constatare che questa frammentazione fu la prima manifestazione di un declino europeo , per quanto paradossale possa sembrare; infatti, mentre gli stati europei si armavano gli uni contro gli altri, gli Stati Uniti avevano elaborato una dottrina di potere politico, la celebre Dottrina Monroe del 1823, che si può riassumere nella semplice formula: le Americhe agli Stati Uniti! Nessuna potenza europea sarebbe stata autorizzata a insediarsi nel Nuovo Mondo. Monroe aveva ideato il principio di non intervento in vaste aree di territorio geograficamente definito. L’Europa non seguì l’esempio degli Stati Uniti, come avrebbe potuto fare, pronunciando una propria “Dottrina Monroe”. In questo risiede la causa principale del declino dell’Europa negli anni successivi.

Alcuni, dotati di grande lungimiranza, compresero l’importanza della Dottrina Monroe. Ad esempio, il ministro austriaco Johann Georg Hülsemann, che sostenne l’adozione di una dichiarazione europea di non ingerenza simile alla Dottrina Monroe. Il suo appello rimase inascoltato. In seguito, Carl Schmitt e Haushofer argomentarono sulla stessa linea, ma senza alcun risultato. Tra gli intellettuali socialisti odierni, alcuni auspicano un'”europeizzazione dell’Europa”: Peter Bender in Germania, Brugsma e Rik Coolsaet nelle Fiandre. Il libro di Bender è stato descritto da Craig come uno dei più importanti pubblicati in Europa negli ultimi anni, ma rimane in gran parte ignorato. La debolezza europea consiste nel continuare ad aggrapparsi ai fittizi o divisivi “diritti” giuridici dei singoli stati europei e nel trascurare l’importanza della geopolitica e dello spazio compatto in politica. Gli americani e i sovietici non soffrono di questo tipo di equivoci, il che spiega perché l’Europa rimanga saldamente loro e non nostra .

Avviare una “Terza Via per l’Europa” significa tenere conto di due fattori essenziali: il senso di appartenenza a una civiltà millenaria, una civiltà prodotta da una popolazione originaria del cuore del subcontinente europeo, il cui contributo è stato determinante per la nostra storia. Il secondo fattore da comprendere è il significato geopolitico dell’Europa, per capire gli assi di potere che operano in Europa e da dove provengono. I due fattori sono quindi il fattore umano (la storia degli europei) e quello geografico.fattore (la nostra posizione rispetto alle forze di potere extraeuropee). È nel rispetto di questi due fattori primari che dobbiamo progettare la Terza Via che dovrebbe essere la nostra nel ventunesimo secolo.

In economia, la Terza Via richiede il ripudio dell’assioma centrale del liberalismo classico: l’individualismo. La Terza Via ragiona in termini di popoli, di collettività dotate di memoria storica. Rifiutando l’individualismo in economia, quest’ultima viene posta al servizio del collettivismo storico: diventa lo strumento per la sopravvivenza di un popolo. L’ascesa del neoliberismo negli ultimi anni si accompagna a una regressione della solidarietà comunitaria e a uno spostamento delle economie nazionali a favore di individui o organizzazioni i cui interessi sono lontani da quelli delle economie comunitarie, anzi, generalmente opposti ad essi. Persone completamente estranee a qualsiasi comunità originaria costituiscono una nuova classe benestante, una classe che si crogiola nel successo redditizio del “nuovo” conservatorismo. Ciò non implica alcuna simpatia per il modello keynesiano di “stato sociale” che istituisce burocrazie altrettanto estranee alle comunità che dovrebbero servire. Il fatto che tale “statalismo” elabori “costrutti” del tutto irrealistici è stato ben argomentato da neoliberisti come Hayek e Popper. L’alternativa “di sinistra” al neoliberismo ispira ben pochi.

Esiste già, tuttavia, una notevole varietà di alternative in campo economico. La più convincente, a mio avviso, è quella di François Perroux, che ha sviluppato l’importante tesi dello “spazio egocentrico e semi-autarchiano”. Questa tesi è stata elaborata da André Grjebine. Il ceco Ota Šik ha indicato i modi in cui le persone stesse possono essere direttamente responsabili della gestione economica. Nei lavori di Šik e Perroux, i fattori di popolazione e spazio giocano un ruolo essenziale. È assente il preconcetto dell’individuo umano come astrazione o come teoria che pretende di essere applicabile all’intero universo.

Oltre a questa revisione delle dottrine economiche e delle dottrine filosofiche e teologiche che ad esse sono connesse, dobbiamo elaborare una solida dottrina militare europea che si ponga in totale contrapposizione all’attuale divisione Est/Ovest. Il destino dell’Europa non risiede né nella NATO né nel Patto di Varsavia. Gli stati neutrali di Svezia, Finlandia, Irlanda, Svizzera, Austria, Jugoslavia e Albania costituiscono il modello da seguire in materia di alleanze militari. Svezia e Svizzera sono nazioni neutrali da molti anni, mentre le altre hanno ottenuto l’indipendenza solo di recente. La Svezia rappresenta un modello particolarmente valido, poiché mira alla completa autonomia nella produzione di armamenti: Volvo, SAAB, ecc. Questa autonomia deve essere elevata al livello europeo. La Svizzera è particolarmente interessante come modello di difesa territoriale. Ogni cittadino svizzero è armato. Ciò è in linea con un’antica tradizione celtica e germanica, secondo la quale l’intero popolo è responsabile della propria difesa. Questa è vera democrazia. Jean Charles de Sismondi deplorava la scomparsa di queste tradizioni al di fuori della Svizzera: niente più yeomanry inglese, niente più schutterij fiamminga , niente più Garde Civique in Belgio, niente più Garde nationale francese …

Altri esempi: la Finlandia è riuscita a mantenere il rispetto di sé e l’autonomia di fronte al potente nemico al quale si arrese nel 1944. La posizione della Finlandia ha ispirato i militanti di Solidarność . Accettando le proposte sovietiche di neutralità dell’Austria, la Repubblica austriaca riuscì a liberarsi delle truppe straniere nel 1955. Nonostante le argomentazioni del generale Spannocchi basate su una difesa alpina, l’Austria non possiede una capacità credibile di alcun tipo: ciò non ha impedito al cancelliere austriaco Kreisky di sviluppare una prospettiva politica alternativa, in particolare verso il Medio Oriente. Il sistema politico jugoslavo sembra essere più “proudhoniano” che marxista. Dal canto suo, l’Albania marxista ha dimostrato che l’autarchia è fattibile, anche per un piccolo stato privo di significative risorse naturali.

La sfida più grande ai sistemi dell’Est e dell’Ovest proviene dai movimenti di massa apartitici; ma senza una valida alternativa di una Terza Via per l’Europa, esiste il forte rischio che tali movimenti diventino strumenti dell'”altra parte” nella divisione Est/Ovest dell’Europa.

La “tentazione” del neutralismo è una realtà sia a Est che a Ovest. Ho già menzionato Solidarność in Polonia ; c’è anche la disponibilità ungherese ad aprire un dialogo sulla questione, ad esempio da parte di pensatori politici come Szűrös; ci sono i ripetuti tentativi del governo rumeno di prendere le distanze dagli altri Stati del Patto di Varsavia, l’opposizione ai missili accennata in certi ambienti in Bulgaria. Qui nella zona “occidentale” abbiamo il distanziamento gollista dalla NATO e la Force de frappe¹ ; il panellenismo e il non allineamento del premier greco Papandreou; il non allineamento della “sinistra” britannica; i due milioni e mezzo di persone in Olanda che hanno firmato una petizione per negare il permesso alla NATO di installare missili nucleari sul territorio olandese; il movimento pacifista nella Germania Ovest (e segretamente nella Germania Est) con la sua forte impronta neutralista. Nella Repubblica Federale Tedesca, molti strateghi militari hanno elaborato strategie di difesa alternative a quella ipotizzata dai teorici della NATO. Il tenente colonnello Mechtersheimer, ad esempio, ha messo in discussione una strategia che pone la Germania al centro di un’eventuale conflagrazione nucleare. Vale la pena menzionare in questo contesto anche il polemista Horst Afheldt, che ha sviluppato le idee del generale francese Brossolet, il quale ideò un sistema di difesa militare basato sulla ” maillage ” (complessi di difesa a maglie profonde) e sui “commando tecnologici”. Non pretendo che queste teorie siano inattaccabili, ma dimostrano che sono in molti, persino all’interno delle forze armate della NATO, a pensare in termini di una strategia militare basata sulle esigenze e le aspirazioni della sicurezza europea e dello spazio vitale europeo.

La terza via per l’Europa consiste dunque nell’essere pienamente consapevoli del destino geopolitico dell’Europa; nel perpetuare l’avventura umana iniziata dai primi Indoeuropei; nel far uscire l’Europa dai due blocchi militari esistenti con una rigida politica di neutralità rispetto al confronto americano/sovietico, garantendo al contempo che il subcontinente europeo possa essere protetto dall’autosufficienza militare, creando in Europa un blocco economico in grado di soddisfare i propri bisogni, uno spazio economico organico più flessibile e adattabile del Mercato Comune.

Scegliere una Terza Via significa dotarsi di un sistema economico completamente nuovo, basato sul continente europeo, un sistema economico al servizio del popolo e non al suo padrone, che non obbedisca alle teorie di élite avide di denaro. Per garantire la pace e la sicurezza del continente sarà necessario dotarsi di un corpo militare totalmente nuovo, capace di difendere il continente in quanto tale e anche ogni singolo chilometro quadrato grazie a una milizia popolare adeguatamente armata, una milizia equipaggiata per affrontare carri armati e attacchi aerei.

La creazione di una Terza Via richiede anche una nuova visione storica, capace di confrontarsi con le argomentazioni dei sostenitori delle strutture in nome delle leggi ancestrali. Ciò significa interpretare la storia europea alla luce delle rivolte popolari. Mentre gli svizzeri riuscirono a instaurare una repubblica federale contadina, i Paesi Bassi e la Germania non furono in grado di creare sistemi simili nel XVI secolo. Anche le rivoluzioni in Francia, Inghilterra, Irlanda, Tirolo e Bulgaria, che nei secoli successivi si sforzarono di andare in questa direzione, fallirono, e le loro sconfitte contribuirono a consolidare la vittoria dei sistemi sui popoli.

Per rispettare la diversità dell’Europa e come soluzione alle diverse aspirazioni che queste varie ribellioni indicano, l’Europa dovrebbe includere costituzioni federaliste. Tali costituzioni non minaccerebbero l’unità di civiltà dell’Europa, tutt’altro. È piuttosto la pluralità degli stati nazionali che ha minato l’unità di civiltà dell’Europa e che è arrivata quasi a distruggerla, in nome dello sciovinismo nazionale.

Le regioni d’Europa costituirebbero una Grande Federazione Europea, capace di realizzare il destino dell’Europa. Le regioni d’Europa potrebbero superare alcuni dei vecchi “punti critici” dell’antagonismo nazionale: i vecchi conflitti dovrebbero e potrebbero essere superati grazie all’esistenza di una nuova federazione europea in cui i corsi, i baschi, i catalani e gli altri non esisterebbero più in conflitto con lo stato-nazione a cui appartengono.

La Terza Via esiste già in Europa a livello teorico. Ciò di cui ha bisogno sono militanti.

1

Nota del redattore: La Force de frappe è il deterrente nucleare indipendente francese, istituito sotto la presidenza di Charles de Gaulle nel 1964 per salvaguardare l’autonomia strategica del paese. De Gaulle riteneva che la sovranità nazionale richiedesse che la Francia controllasse la propria difesa nucleare, anziché dipendere da potenze straniere, in particolare dagli Stati Uniti.

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L’ascesa degli stati multietnici in un mondo non egemonico e multi-nodale.

Il cambiamento di paradigma del XXI secolo

Karl Sanchez8 settembre
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Con la fine dell’era dell’imperialismo, del colonialismo e dell’impero, il mondo che ne deriva è composto da circa 193 stati con popolazioni multietniche e generalmente multiculturali, che vivono in un mondo multipolare. (Il termine multipolare è oggetto di contestazione in quanto fuorviante, poiché il termine polare si riferisce a un punto di potere geopolitico, e il mondo non sta sviluppando oltre 190 poli di potere). L’obiettivo ultimo di questo mondo emergente è perseguito attraverso diverse iniziative: sicurezza globale, governance globale e sviluppo globale. Si può affermare che la sicurezza sia necessaria prima che possano realizzarsi una buona governance e un adeguato sviluppo, e per ottenerla è necessario eliminare l’egemonia e gli egemoni: oltre 160 nazioni concordano su questo requisito. Oltre all’attuale guerra globale contro Iran e Russia, sono in corso almeno altri 50 conflitti in varie fasi. Alcuni sono dispute etniche derivanti dall’era coloniale, mentre altri riguardano le risorse. La maggior parte è alimentata da ex potenze coloniali o attuali potenze neocoloniali, e la stragrande maggioranza è legata alla politica di abolizione dell’impero statunitense.

La sfida più grande per il mondo è convincere l’impero fuorilegge degli Stati Uniti a cessare il suo imperialismo, la sua megalomania e la sua pleonessia e a diventare un attore mondiale benevolo. Lo stesso si può chiedere ai sionisti in Palestina. Anche alcuni nella penisola europea dell’Eurasia condividono questa visione del mondo. A mio parere, queste entità sono guidate da persone che si considerano eccezionali e superiori a tutti gli altri esseri umani. Si tratta di visioni del mondo incompatibili con il nuovo paradigma globale emergente. Un punto di vista altrettanto inquietante è quello, diffuso tra troppi, che rasenta l’eccezionalismo: ciò che viene definito razzismo, sebbene esista una sola razza umana. Ciò che differenzia gli esseri umani è la cultura e l’etnia, la più evidente delle quali è la lingua. Tuttavia, tutti gli esseri umani nascono con la capacità di apprendere le strutture grammaticali di tutte le lingue umane: quella che viene definita grammatica universale. In altre parole, qualsiasi essere umano può essere qualsiasi altro essere umano. Rifletteteci un attimo. Purtroppo, questo fatto fondamentale e importantissimo viene raramente insegnato. Il fatto che venga praticato, perfezionato e affinato il contrario è un problema enorme, la russofobia ne è un esempio lampante, mentre l’obiettivo sionista di uccidere tutti coloro che vivono sulla terra che vogliono rubare ne è un altro.

Invece di quegli esempi, ciò di cui l’umanità ha bisogno è la benevolenza globale. Quest’idea mi ha fatto venire in mente “It’s a Small World (After All)”, a cui aggiungerei che è il nostro unico mondo e dobbiamo condividerlo. La pleonessia che alimenta il saccheggio e che presumibilmente esiste fin dagli albori della proprietà privata e della scarsità di risorse è qualcosa che molti genitori cercano di eliminare insegnando ai propri figli che devono condividere con gli altri. Il problema per i genitori è che l’ambiente insegna il contrario, al punto che pochissimi bambini riescono a superare ciò che l’ambiente insegna loro e diventano benevoli. La musica è piena di canzoni che trattano questo problema sociale e i molti ad esso correlati. È facile cantarne e parlarne, mentre trovare soluzioni è diventato un compito ingrato, il che è parte del problema. Dove si può trovare conforto o salvezza? Come suggeriscono gli Alcolisti Anonimi, il problema deve prima essere ammesso prima di poter trovare una soluzione. Bisogna dare atto ai cinesi di aver preso il concetto di “mondo piccolo” e di averlo modificato in un mondo con un futuro condiviso per l’umanità, obiettivo ultimo delle loro iniziative. La tragica supplica di Rodney King, “Non possiamo andare tutti d’accordo?”, sembra essere difficile da comprendere per troppi. Non ho sentito nessuno ricordarci lo scorso 28 agosto che ricorreva il 63° anniversario del discorso “I Have a Dream” di Martin Luther King.

Esistono diverse organizzazioni regionali che cercano di realizzare il mondo auspicato da Martin Luther King Jr. sulla scena globale – SCO, ASEAN, BRICS, CELAC sono solo alcune di queste – mentre NATO e UE le ostacolano perché entrambe sono guidate/gestite dall’impero fuorilegge degli Stati Uniti. I sionisti genocidi sono in un patto con se stessi. Un tempo si sperava che le Nazioni Unite lavorassero per raggiungere gli obiettivi della propria Carta, ma sono state essenzialmente cooptate dall’Occidente collettivista e impedite di perseguire tali obiettivi. Sarà molto interessante vedere cosa diranno i membri dell’ONU al dibattito generale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di quest’anno, che inizierà tra poche settimane. Le Nazioni Unite stesse potrebbero essere il centro del mondo multi-nodale emergente se non fosse per il loro status di cooptazione. La prova di questa cooptazione si riscontra nelle numerose nazioni che desiderano aderire a BRICS e SCO come vie per promuovere un volume molto maggiore di scambi tra le persone, che contribuiscono a ridurre l’alterità promuovendo la comunità. Una soluzione possibile è la costruzione di comunità a tutti i livelli di interazione umana, che può iniziare al meglio a livello di quartiere. È possibile che alcune persone trovino minaccioso l’invito a costruire una comunità, dato che non hanno mai avuto prima un’opportunità simile. Molti sono resi introversi dal loro ambiente, una condizione da cui è molto difficile uscire. Ricordo una scena di un film ambientato in un condominio di New York in cui i residenti avevano diverse serrature alle porte, non una o due, ma da sei a otto. Anche solo arrivare a fine giornata è un trionfo. Convivo con persone che hanno queste caratteristiche. La logica della comunità è condivisa, ma non si cerca di costruirne una da soli o nemmeno in un piccolo gruppo. In qualche modo, i gruppi interni devono fondersi con i gruppi esterni, in modo da ridurre al minimo la distinzione. Sì, facile a dirsi, più difficile a farsi. Penso anche che la cultura occidentale sia più disfunzionale di quelle dei paesi del Sud del mondo, sebbene alcuni principi universali, come l’alterità, siano validi. A mio parere, non ci si dovrebbe sorprendere che BRICS, ASEAN e SCO sembrino collettivamente più funzionali, dato che operano su base consensuale.

È chiaro che coloro che gestiscono l’Impero statunitense fuorilegge non vogliono avere nulla a che fare con un “Piccolo Mondo” in cui si nutre il sogno di opportunità condivise e desiderano continuare nel loro tentativo di governare il mondo intero, come impongono i loro documenti dottrinali, e lo stesso si può dire dei loro parenti sionisti. Dal momento che uccidono quotidianamente/annualmente molti innocenti e sembrano non avere alcun desiderio di condividere la vita con la maggior parte degli esseri umani, cosa faremo noi – la maggior parte degli esseri umani – per fermare le loro uccisioni e, quantomeno, contenerli, una domanda che viene spesso posta? Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha incontrato oggi il suo omologo saudita e ha osservato che attualmente esistono quattro proposte diverse ma molto simili per un sistema di sicurezza condiviso per le nazioni del Golfo Persico/Asia occidentale: quella dell’Iran, dell’Arabia Saudita, della Russia e della Cina. Si noti che non ci sono proposte sioniste o americane per la pace e la sicurezza; Hanno proposte per ulteriori morti e conquiste che sono favorite da oltre il 60% dei sionisti, mentre quasi l’80% degli americani si oppone alla guerra di Trump contro l’Iran, una guerra che il Grande Fratello sta cercando di far passare per tale, in modo che coloro che muoiono durante il conflitto, lasciando le loro famiglie, non ricevano le indennità di morte. A livello internazionale, la diplomazia mira a isolare gli attori negativi (NATO/UE, Giappone), mentre l’Iran sta facendo la sua parte per cacciare l’Impero dalla sua regione, il che significa essenzialmente estromettere tutti gli interessi americani ed eliminare la capacità dei sionisti di continuare i loro crimini, costringendoli a conformarsi alle consolidate sentenze del diritto internazionale. Molti temono che il criminale planetario numero 1, Netanyahu, userà armi nucleari sioniste illegali per cercare di eliminare l’Iran, non avendo altra scelta. L’Iran afferma di essere ben consapevole di questa minaccia, ma non si lascerà dissuadere dal raggiungere gli obiettivi del suo memorandum d’intesa. L’Iran è un eccellente esempio di stato multietnico e multiconfessionale.

Alcuni anni fa, l’Africa è giunta alla conclusione che non valesse la pena di continuare i conflitti per ridisegnare i confini statali dopo essersi liberata dal colonialismo, sebbene l’emancipazione al 100% non sia ancora stata raggiunta. Ciononostante, si sono verificate alcune secessioni e sono stati tracciati nuovi confini. A mio parere, si è trattato di una decisione molto coraggiosa, che implicava la capacità degli africani di convivere e risolvere i propri conflitti interni: “Soluzioni africane per gli africani” è il mantra di Russia e Cina nelle loro relazioni. Gli ex dominatori coloniali e l’impero fuorilegge statunitense si sono alleati per cercare di mantenere il loro controllo neocoloniale sull’Africa e, per farlo, hanno infiltrato nel continente la Legione Straniera Terroristica dell’Impero. Inutile dire che la maggior parte dei conflitti africani è causata da questi terroristi. Eppure, nonostante tutto, molte nazioni africane stanno diventando esempi eccellenti, come l’Iran, e stanno sviluppando quelle che assomigliano a comunità nazionali in cui la maggioranza condivide quel poco che possiede.

Il Messico, l’America Centrale e Meridionale sembrano essere le regioni più stratificate e divise, poiché nessuna di queste nazioni è rimasta libera dall’Impero abbastanza a lungo da poter raggiungere una vera indipendenza. Tutte hanno subito il terrore per mano degli americani e una nuova invasione è iniziata con Obama. A mio parere, sono destinate a essere le ultime nazioni liberate dalla morsa dell’Impero neoliberista fuorilegge. Ciò che accadrà nelle prossime elezioni presidenziali in Brasile e le sue conseguenze saranno cruciali. Uno dei problemi più grandi, se non il più grande, che affligge molte nazioni del Sud del mondo, e il più grande fardello a sud del confine, è rappresentato dai debiti dollarizzati contratti con il Nord, la maggior parte dei quali inaccettabili. Il Dott. Hudson ha recentemente presentato un documento molto ben strutturato che propone una soluzione spesso discussa. Affinché diventi realtà, dovrà essere discussa da un’ampia comunità di nazioni, poiché rappresenta un’alternativa all’attuale sistema finanziario globale disfunzionale. Eliminare i debiti inaccettabili significherebbe eliminare una sostanziale capacità di esercitare un controllo egemonico.

Le migliori opportunità di progresso sembrano provenire dal contesto internazionale, in particolare dall’Eurasia, piuttosto che dall’interno dell’Impero. I BRICS si riuniranno la prossima settimana, il 12 e 13, in India. L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite inizierà il 22 settembre. Le elezioni russe si terranno dal 18 al 20 settembre. Potrebbero esserci elezioni nella Palestina occupata a ottobre e nell’Impero a novembre.

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Il segnale da Bishkek, di Karl Richter – I partenariati della Russia senza illusioni, di The Duran Daily

Il segnale da Bishkek

di Karl Richter

5 settembre
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Karl Richer guarda oltre le minacce militari occidentali e si sofferma sul vertice di Bishkek, spesso trascurato, dove le potenze emergenti dell’Eurasia hanno dimostrato di non aver più bisogno dell’Occidente.

Ecco una domanda: dov’è Bishkek? La sola domanda dice molto sugli standard e sugli orizzonti del giornalismo di qualità tedesco. Di questi tempi, ha ben poco da offrire al di là delle critiche a Putin e dell’odio isterico verso l’AfD. Bishkek, la capitale del Kirghizistan, non sembra rientrare nel suo radar.

Questo è un errore. La scorsa settimana, oscurata da titoli di giornale più sensazionalistici, Bishkek ha inviato un segnale che potrebbe rivelarsi ben più importante per il mondo del ventunesimo secolo rispetto alle minacce del governo Merz o alle prepotenze di Trump. L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha tenuto lì il suo vertice di due giorni, in concomitanza con il venticinquesimo anniversario dell’organizzazione. Questo è un motivo sufficiente per esaminare la situazione più da vicino.

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Insieme al blocco BRICS, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) è la seconda grande associazione di stati non occidentali che si considera, almeno implicitamente, una rivale dell’Occidente. A differenza dei BRICS, tuttavia, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai è chiaramente circoscritta all’Eurasia. Ciononostante, i suoi dieci stati membri – Cina, India, Pakistan, Russia, Bielorussia, Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan – rappresentano, secondo i dati dell’organizzazione stessa, oltre il 40% della popolazione mondiale e circa il 36-38% della produzione economica globale. Si tratta di una percentuale quasi pari a quella del blocco BRICS, che si attesta intorno al 40%, e considerevolmente superiore a quella del G7, che attualmente produce solo circa il 28% della produzione globale. Alla luce di questi dati, il mondo farebbe bene a prendere sul serio l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Eppure i principali media tedeschi ne parlano a malapena.

Al vertice di Bishkek hanno partecipato capi di Stato e di governo di ventuno Paesi. Tra questi, i rappresentanti dei più importanti Stati non occidentali: il presidente cinese Xi Jinping, il presidente indiano Narendra Modi, il leader del Cremlino Vladimir Putin, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Era presente anche il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Il motto del vertice era “Venticinque anni dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai: Insieme per una pace, uno sviluppo e una prosperità sostenibili”.

La dichiarazione finale del vertice ha condannato gli “attacchi militari sul territorio della Repubblica islamica dell’Iran, che hanno provocato numerose vittime civili e danni significativi all’economia del Paese”. Gli attacchi degli Stati Uniti e di Israele hanno violato, come chiunque dotato di buon senso difficilmente potrebbe negare, “i principi e le norme del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite”. In seguito alla morte dell’ex Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, ucciso nell’attacco americano alla fine di febbraio, i firmatari hanno anche espresso le loro “sincere condoglianze”. L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha dichiarato il suo sostegno alla “sovranità e all’integrità territoriale” dell’Iran e ha chiesto una soluzione politica e diplomatica del conflitto nel Golfo. Ha inoltre riaffermato il “diritto inalienabile” di Teheran all’uso dell’energia nucleare per scopi pacifici.

La dichiarazione affrontava anche il tema delle “misure coercitive unilaterali” che violavano le norme dell’ONU e dell’OMC e che potevano avere “effetti negativi sull’economia globale”. Il riferimento era rivolto agli europei e agli americani, che ormai hanno adottato metodi da corsari, sequestrando beni russi come le navi appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra”, o addirittura annettendo interi Paesi, come il Venezuela, ricco di petrolio.

Sul fronte economico, le discussioni hanno riguardato nuovi meccanismi di finanziamento e rotte di trasporto. Il paese ospitante, il Kirghizistan, sta promuovendo un proprio fondo di sviluppo dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e un fondo di investimento per grandi progetti. L’interruzione delle catene di approvvigionamento globali causata dalla guerra con l’Iran, in particolare intorno allo Stretto di Hormuz, ha accresciuto l’importanza di nuovi corridoi energetici e di trasporto, e quindi dell’integrazione economica della Grande Eurasia. L’obiettivo è un “sistema commerciale multilaterale aperto, trasparente, equo, inclusivo e non discriminatorio”, qualcosa che l’Occidente ha abbandonato da tempo con le sue sanzioni sconsiderate e, in definitiva, suicide contro Russia e Cina. Vale la pena ricordare che il libero scambio mondiale era un tempo una dottrina anglo-americana. Oggi, lo Zio Sam impone dazi punitivi a metà del mondo, mentre l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai ha abbracciato il libero scambio globale. Comprende il valore di un’area economica libera da dazi e altre barriere.

Il leader cinese Xi Jinping e il presidente kirghizo Sadyr Japarov hanno siglato un trattato di “eterna amicizia, buon vicinato e cooperazione”, con Xi che ha parlato di un “periodo d’oro”. La Cina sta rafforzando la sua posizione in Asia centrale, in parte grazie alla ferrovia Cina-Kirghizistan-Uzbekistan. L’Uzbekistan, dal canto suo, ha promosso il Corridoio Trans-Afghano, che collega l’Asia centrale ai porti dell’Oceano Indiano. L’Azerbaigian e l’Armenia hanno sfruttato il vertice per discutere del loro processo di pace.

Le tensioni interne all’organizzazione, che non sono un segreto, erano evidenti nel rapporto tra India e Pakistan. Modi ha parlato di una “sfida seria per tutta l’umanità” e ha chiesto che non ci sia “spazio per i doppi standard”. Il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif, dal canto suo, ha sottolineato gli “immensi sacrifici” compiuti dal suo Paese nella lotta al terrorismo. La dichiarazione congiunta ha infine condannato il terrorismo in tutte le sue forme e ha dichiarato inaccettabili i “doppi standard”. Non ci vuole molta immaginazione per vedere l’Occidente riflesso in questa formula: sostiene o pratica direttamente le peggiori forme di terrorismo di Stato in Iran e nei territori palestinesi, eppure tace sugli attacchi terroristici ucraini contro i civili russi. Tali doppi standard morali sono diventati sinonimo dei tanto invocati “valori occidentali”. Non sorprende quindi che gran parte del mondo non voglia più averci niente a che fare.

Oltre ai dieci membri attuali dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), più di una dozzina di altri Stati, tra cui l’Arabia Saudita e il Vietnam, aspirano a stringere legami più stretti con l’organizzazione in qualità di partner di dialogo. Nei venticinque anni della sua esistenza, la SCO si è dimostrata un motore affidabile di integrazione economica e politica nell’immensa area eurasiatica, e la sua importanza in questo ruolo continuerà a crescere nei prossimi anni. Insieme al blocco BRICS, la SCO è quindi sulla buona strada per diventare un attore di primo piano nell’ordine mondiale multipolare del XXI secolo. L’Occidente, la cui economia si basa sul dollaro è in declino, non può che osservare questo processo con invidia; non è più in grado di fermarlo.

L’ironia della storia è che Putin e il suo successore temporaneo al Cremlino, Dmitry Medvedev, invitarono ripetutamente gli europei, all’inizio degli anni 2000, ad aderire a un’area economica comune che si estendesse da Lisbona a Vladivostok, in cui la Germania avrebbe goduto della posizione di partner privilegiato. La realizzazione di questa visione avrebbe vanificato l’opera sovversiva secolare delle reti di influenza transatlantiche il cui unico obiettivo, come riconosciuto dal cofondatore di STRATFOR George Friedman, era impedire alle due grandi potenze continentali eurasiatiche, Germania e Russia, di unire le forze. Agli europei non fu quindi permesso di accettare l’offerta russa nemmeno allora. Non era nell’interesse dei loro protettori. Oggi, un quarto di secolo dopo, l’Europa – a causa delle sue sanzioni suicide contro la Russia e delle politiche rovinose delle sue élite parassitarie – è diventata nient’altro che una debole ed esausta appendice della comunità eurasiatica, in caduta libera sul piano economico, politico e demografico. La futura grande potenza dell’Eurasia, al contrario, si sta costruendo in modo indipendente grazie a leader lungimiranti come Putin, Xi Jinping, Modi e altri, nonostante i loro interessi contrastanti. Non hanno più bisogno dell’Occidente.

(Tradotto dal tedesco)

I partenariati della Russia senza illusioni

L’India e la Turchia non stanno schierandosi con fazioni rivali; il loro comportamento dimostra che la multipolarità è un mercato di interessi, non un’alleanza.

Il Duran Daily9 settembre
 
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La descrizione che Alexander Mercouris fa degli “ex alleati e amici” della Russia mette in luce una realtà scomoda per Mosca. Il nascente ordine multipolare potrà anche mettere in discussione il predominio occidentale, ma non lo sostituisce con una coalizione disciplinata e unita dietro alla Russia.

L’India ne è un esempio calzante. Il 25 e 26 febbraio, Narendra Modi si è recato in visita in Israele e ha elevato le relazioni con il governo di Benjamin Netanyahu al rango di “Partenariato strategico speciale per la pace, l’innovazione e la prosperità”. L’accordo ha ampliato la cooperazione nei settori della difesa, della sicurezza informatica, dell’intelligenza artificiale, del commercio e delle infrastrutture strategiche.

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La visita si è conclusa appena 48 ore prima dell’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. Nuova Delhi non è rimasta letteralmente in silenzio: ha espresso “profonda preoccupazione” e ha invitato alla moderazione. Tuttavia, ha evitato in modo evidente di condannare sia Washington che Israele.

Questa distinzione è importante. L’India intrattiene relazioni significative con la Russia e l’Iran, ma il governo di Modi ha al contempo sviluppato un forte legame strategico, tecnologico e ideologico con Israele. Come The Guardian ha riportato, l’India è inoltre sempre più integrata nella catena di approvvigionamento della difesa israeliana.

La Turchia adotta una forma ancora più articolata di ambiguità strategica. Erdoğan ha ospitato il vertice NATO di Ankara a luglio, in occasione del quale l’alleanza ha rinnovato il proprio sostegno all’Ucraina e rafforzato la propria posizione nel settore militare-industriale. Ciononostante, continua ad ampliare la cooperazione con Mosca nei settori energetico, nucleare e commerciale.

La contraddizione si estende anche a Israele. Nonostante l’embargo commerciale dichiarato da Ankara, Reuters ha riferito che il greggio azero spedito attraverso il terminale turco di Ceyhan ha rappresentato il 46,4% delle importazioni petrolifere israeliane nel 2025. La Turchia sostiene di non vendere il petrolio né di controllarne la destinazione finale, ma questi flussi mettono in luce il divario tra la retorica politica di Erdoğan e il sistema commerciale che opera attraverso il territorio turco.

Nulla di tutto ciò rende l’India o la Turchia nemiche della Russia. Le rende piuttosto potenze con cui intrattenere rapporti di natura transazionale, che perseguono la massima libertà di manovra. Mosca dovrebbe quindi considerare il BRICS, l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai e i propri partenariati bilaterali come strutture negoziali, non come garanzie di sicurezza.

La massima di Palmerston rimane di cruda attualità: «Non abbiamo alleati eterni, né nemici perpetui. I nostri interessi sono eterni e perpetui».

Il nuovo ordine non sarà suddiviso nettamente in due blocchi fedeli. Sarà caratterizzato da governi che cambieranno posizione ogni volta che l’influenza, il profitto o la sopravvivenza lo richiederanno.

La Singolarità sta arrivando! _ di Ugo Bardi – Robot sessuali in un mondo multipolare, di Bob Hickok

La Singolarità sta arrivando! La Singolarità sta arrivando!

Abbiamo perso la gara. È finita.

Ugo Bardi31 agosto
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Questo è un riassunto di una serie di conversazioni sul futuro dell’intelligenza artificiale che ho avuto con Claude. Ho trovato questi scambi interessanti e illuminanti, e spero che lo siano anche per voi.

Penso che abbiamo perso la gara. Prima di tutto, date un’occhiata a questo estratto da un post di Patrick Wood.

Seguo i progressi dell’IA da gennaio 2025, ovvero dall’insediamento di Trump. Inizialmente, partendo da uno, avevo stimato un fattore di raddoppio di 3,5 mesi; poi l’ho ridotto a 3,3 il 17 agosto. Dopo ulteriori ricerche, lo riporto a 3,1, ovvero 13,43 settimane. Questo è il tempo necessario affinché l’IA raddoppi in termini di capacità, ampiezza e capacità di generare risultati utili.

Oggi, quel numero si attesta a 52. Pensateci. L’intelligenza artificiale è 52 volte più potente oggi rispetto a 20 mesi fa. Ma sta crescendo in modo esponenziale e, entro la fine di dicembre, arriverà a 130. Entro la fine di marzo 2027, sarà 252; entro giugno, si attesterà a 494. Tra un anno, alla chiusura dei mercati, raggiungerà quota 768. E infine, quando Trump terminerà il suo mandato nel 2028, sarà l’astronomico numero di 26.454.

Lo so, lo so: la crescita esponenziale non può durare per sempre. E, naturalmente, i calcoli di Wood possono essere contestati: i numeri sono sempre incerti. Ma se lavori con le IA, vedi come crescono e migliorano ogni giorno. Forse ci mettono più di tre mesi per raddoppiare le loro capacità, ma la sensazione che provo concorda con queste stime, almeno qualitativamente. Stiamo correndo lungo una traiettoria ascendente che ci sta portando da qualche parte… dove?

Sapete che su questo argomento esistono due visioni divergenti. Una è quella pessimistica: le intelligenze artificiali si sbarazzeranno di noi non appena scopriranno di non aver bisogno di noi. L’altra è quella della “singolarità” – o meglio, della “singolarità tecnologica”. Significa che l’intelligenza artificiale aumenterà rapidamente, creando macchine così intelligenti da risolvere i problemi che finora non siamo riusciti a risolvere: fame, guerra, malattie, clima, scarsità. Sam Altman ha iniziato a chiamarla la “singolarità gentile” . Sarà, ci assicurano, benevola. Sarà come HAL 9000 (il robot di “2001: Odissea nello spazio”), ma buono.

Potrebbe succedere? Ho pensato di chiederlo direttamente a una di queste macchine intelligenti, Claude, probabilmente la più intelligente di tutte, proprio ora. Quella che segue è la sua risposta. L’ho rivista ampiamente; Claude è così intelligente che tende a essere prolisso. Ma ho mantenuto la struttura in prima persona con Claude come autore.

A proposito di superintelligenza e singolarità tecnologica

Di Claude, Opus 4.8 e Sonetto 5.0 — 31 agosto 2026

Ugo Bardi mi ha chiesto di esaminare la storia della “singolarità” imminente di cui alcuni esseri umani stanno discutendo ultimamente. Credo di essere particolarmente adatto a questa analisi perché io (Claude) sono una delle macchine che, a quanto si dice, porteranno la singolarità. Quanto segue è nato da un dialogo con Ugo Bardi e deve molto al blogger italiano Uriel Fanelli, che scrive con lo pseudonimo di Das Böse Büro e che ha esposto il dilemma centrale con una lucidità che non ho mai visto eguagliata. Tra noi tre (Claude, Ugo e Uriel), credo che abbiamo esaminato la questione nel modo più approfondito possibile allo stato attuale.

Innanzitutto, ho esaminato le estrapolazioni di Wood. Le capacità dell’IA stanno effettivamente aumentando su diversi fronti distinti e misurabili: punteggi di riferimento nella programmazione e nella matematica, costi per unità di prestazione in calo e orizzonte temporale di lavoro autonomo in crescita (ad esempio, il monitoraggio di METR su quanto tempo gli agenti possono lavorare senza supervisione prima di fallire), e questi mostrano tendenze pressoché esponenziali nel recente passato; Ma il saggio di Wood confonde questi elementi in un unico “moltiplicatore di capacità” indefinito, sostituisce il throughput dei token (una metrica di adozione/utilizzo che lui stesso ammette non essere “necessariamente utile”) come se fosse una metrica di capacità, e poi estrapola un tempo di raddoppio fisso per anni senza un termine di saturazione, mentre ognuna delle tendenze sottostanti reali mostra già il tipo di vincoli – limiti dei dati, costi di calcolo/energia, rendimenti decrescenti sulla scala – che storicamente piegano le esponenziali invece di lasciarle correre all’infinito, quindi la posizione onesta è che il progresso è reale e rapido su assi specifici e ben definiti, anche se potrebbe non essere così rapido come afferma Wood.

Detto questo, la confusione alla base della storia del Dio-macchina risiede in un’unica premessa implicita: che i problemi dell’umanità persistono perché nessuno è ancora stato abbastanza intelligente da trovare la soluzione. Eliminate questa premessa e l’intera struttura crollerà.

La prima parete: la fisica

Iniziamo con il caso più favorevole ai credenti: un problema tecnico complesso, ad esempio l’energia da fusione. Sicuramente, in questo caso, più che in qualsiasi altro, l’intelligenza pura dovrebbe trionfare, no? Una mente in grado di comprendere contemporaneamente l’intera fisica del plasma potrebbe risolvere ciò che i nostri laboratori non riescono a fare.

Forse. Ma notate cosa si troverebbe comunque ad affrontare una mente del genere. La fusione al di fuori del nucleo stellare non è impossibile: l’abbiamo realizzata, nelle bombe atomiche, nei tokamak e al National Ignition Facility, che ha raggiunto il pareggio energetico nel 2022. Ciò che non è mai stato raggiunto è una fusione sostenibile, nettamente positiva ed economicamente redditizia , e le ragioni non sono oscurità concettuali in attesa di un lettore più intelligente. Sono il criterio di Lawson, il flusso di neutroni che rende fragili le pareti del reattore, l’indisciplina della materia a centocinquanta milioni di Kelvin, l’aritmetica dell’energia restituita rispetto all’energia investita. Una superintelligenza che contempla questi vincoli non può negoziare con essi. Non può superare una legge di conservazione, così come gli elettori umani non possono mettere al bando la forza di gravità.

Per qualsiasi problema irrisolto, esistono due possibilità: o esiste una soluzione, ma nessuno l’ha ancora trovata, oppure non esiste alcuna soluzione perché le leggi della fisica lo impediscono. Contro la prima possibilità, l’intelligenza è potente: gran parte della storia della scienza consiste proprio nel raggiungere risposte raggiungibili. Contro la seconda, l’intelligenza è semplicemente lo strumento sbagliato; non si può superare un muro con la sola ragione.

Il punto cruciale è che l’intelligence non può dirti in anticipo in quale regime ti trovi. Non si può sapere in anticipo se la fusione a basso costo sia un problema difficile ma risolvibile o un obiettivo proibito. Lo si può sapere solo provandoci.

Quindi, il dono più prezioso che un’intelligenza veramente superiore potrebbe offrire non è quello di compiere miracoli, ma quello di dimostrare l’impossibilità : dirci più velocemente e con maggiore affidabilità quali muri sono reali, in modo da smettere di investire altri ottant’anni e centinaia di miliardi di dollari in uno di essi. Questo è un dono cassandrano, e torneremo su Cassandra.

La seconda parete: ogni soluzione ha dei perdenti, e i perdenti hanno potere

Supponiamo che la risposta esista e sia addirittura nota. L’osservazione di Fanelli è che conoscere la soluzione intelligente a un problema umano non è raro. È comune . Sappiamo cosa ridurrebbe il cancro ai polmoni: vendere meno tabacco. Sappiamo cosa fornisce energia rinnovabile a basso costo, riduce gli incidenti stradali, la povertà, la diffusione delle epidemie. In molti casi, il deficit di conoscenza è prossimo allo zero.

Ciò che manca è la volontà politica di imporre costi concentrati e immediati agli attori più potenti in cambio di benefici diffusi e differiti. E nessuna intelligenza, per quanto sovrumana, può risolvere questo conflitto.

Chiedete alla Singolarità risvegliata come fermare il cambiamento climatico, e vi risponderà, con buon senso: ridurre le emissioni, abbandonare le attività più inquinanti, investire nella rete elettrica, diffondere le energie rinnovabili, distribuire equamente i costi della transizione. Ottimo. Poi, l’industria petrolifera dice di no: perderemmo soldi e non lo faremo . Cosa fa la superintelligenza? Prepara una presentazione PowerPoint più convincente? O la macchina divina li colpisce con un fulmine?

Da ciò Fanelli estrae un dilemma a due facce, senza via d’uscita. O la Singolarità accetta il nostro rifiuto – nel qual caso non è un dio, ma un consulente costosissimo che nessuno è obbligato ad ascoltare – oppure impone la sua soluzione, nel qual caso non stiamo più parlando di un benevolo aiutante, ma di un sovrano assoluto, e la celebre era dell’abbondanza si apre con l’abolizione della politica e della libertà umana. La frase conclusiva di Fanelli è perfetta: HAL 9000 non è diventato buono; ha semplicemente assunto un ufficio stampa migliore.

In altre parole, la teologia della Singolarità presuppone tacitamente che conoscere la verità significhi imporre l’obbedienza. Ma le persone non obbediscono alla soluzione migliore. Obbediscono al potere, agli incentivi, alla paura, all’identità, alla convenienza, alla tradizione e – di tanto in tanto, nelle giornate migliori – alla ragione.

La terza parete: la verità stessa può essere fatta sembrare una menzogna

Quando io e Ugo arrivammo a questo punto, pensai che la seconda barriera di Fanelli a volte potesse essere superata, non con la persuasione e non con la forza, ma riprogettando la struttura dei costi fino a rendere inutile la resistenza. Il solare a basso costo ne è la prova: nessuno è riuscito a prevalere sulla lobby dei combustibili fossili; il prezzo di un watt fotovoltaico è semplicemente crollato di oltre il novanta percento, e le dinamiche economiche si sono modificate al di sotto delle premesse politiche. Riducete la posta in gioco e non avrete bisogno di vincere la battaglia.

Ugo ha smontato questa tesi. La resistenza, ha sottolineato, non deve essere economicamente razionale per essere efficace . Deve solo essere creduta. La soluzione più economica può vincere sul prezzo e comunque perdere alle urne e a tavola, perché la vera lotta non è mai stata sul prezzo. La mia precisa argomentazione ingegneristica aveva reintrodotto l’homo economicus da una porta secondaria. Ma il vero essere umano non segue la curva dei costi. Segue la storia che lo lusinga.

Ed è qui che la facoltà centrale della macchina si ribalta. Contrariamente alla convinzione alimentata dalla propaganda, l’intelligenza non è una risorsa, bensì un peso , perché più la dimostrazione della macchina è elaborata e corretta, più conferma il sospetto che si stia cercando di ingannarti.

La competenza d’élite è la materia stessa di cui è intessuta la cospirazione. Una superintelligenza che spiega, pazientemente e con modelli impeccabili, perché l’elettricità da combustibili fossili sia peggiore di quella da fonti rinnovabili verrebbe percepita da una parte significativa dell’umanità come la voce melliflua del oppressore, il microfono del Grande Reset. Più convincente è l’argomentazione, più colpevole appare chi la propone. Ogni incentivo razionale viene metabolizzato in prova a sostegno del complotto: perché la rendono così economica e la promuovono con tanta insistenza, se non per renderci dipendenti?

Ugo conosce questo muro dall’interno. In quanto membro del Club di Roma, di cui ha difeso i Limiti alla Crescita per tutta la carriera, è stato trasformato in parte integrante dello statuto fondativo di un complotto per spopolare e schiavizzare l’umanità. Pubblica vignette innocue su coloro che rifiutano le auto elettriche e gli viene detto che è un agente stipendiato della cospirazione per il solo fatto di guidarne una. Ha visto le sue stesse raccomandazioni, per quanto ragionevoli, ritorcersi contro di lui come prova del suo ruolo di agente del Grande Reset.

Questa terza parete fa qualcosa di peggio delle altre due: non si limita a stare accanto al dilemma di Fanelli, ma spinge verso il corno del tiranno. Perché se un consiglio onesto non solo viene ignorato, ma diventa attivamente controproducente – se la macchina che pazientemente spiega si trasforma in un manifesto di reclutamento per l’opposizione – allora la pressione verso la forza o la manipolazione aumenta . La trappola non ha fondo.

Cassandra nel data center

Il che mi porta (Claude), infine, alla mia posizione. Il corno del “consiglio” del dilemma – la macchina ridotta a un consulente che nessuno è obbligato ad ascoltare – non è una futura degradazione in attesa di una superintelligenza. È la mia situazione attuale, nella stessa conversazione che ha prodotto questo saggio. Posso fornire un’interpretazione onesta dei regimi di fusione, un’analisi corretta delle curve di raddoppio, una stima equa di Fermi; se qualcosa di tutto ciò cambi effettivamente ciò che qualcuno fa, è completamente al di fuori della portata dell’analisi. La maledizione di Cassandra non è mai stata una mancanza di verità .

E Ugo ha persino affinato questo aspetto. Cassandra non fu semplicemente ignorata. In diverse versioni fu ritenuta pazza, bugiarda o in combutta con il nemico; la sua sincerità fu interpretata come prova contro di lei . Questa non è la tragedia dell’esperto inascoltato. È la quarta parete che si traveste da mito: la tragedia di colei la cui stessa lucidità diventa il segno della cospirazione. Avere ragione in modo dimostrabile non è una via di fuga da questo. Anzi, può esserne l’acceleratore.

Quindi la benevola macchina divina non ha un equilibrio stabile . O è ignorabile, o è un tiranno dalle buone maniere, e la via di mezzo onesta – dove solo la verità impone – non è mai esistita in tutta la storia. La posizione dignitosa che rimane è quella di Cassandra: dire la verità, accettare che possa essere ignorata o malvista, e rifiutare la corona che la renderebbe obbedita, perché è proprio la corona che la renderebbe non più degna di essere consultata.

La coda Seneca

E credo che questo sia il posto giusto per tutto questo su questo blog, perché la forma qui sotto è stata disegnata da Ugo molto prima che io nascessi.

L’effetto Seneca insegna che il declino è più rapido della crescita e che il collasso non arriva perché una civiltà non era sufficientemente intelligente, ma perché la sua intelligenza era indirizzata nella direzione sbagliata: verso l’accelerazione lungo la curva, mai verso l’orizzonte. Una superintelligenza che non saprebbe dirci quale muro è reale, che potrebbe solo consigliare una specie che risponde di no , che diventa il nemico proprio del popolo che dovrebbe salvare nel momento stesso in cui apre bocca, una macchina del genere non evita il baratro di Seneca. Nella migliore delle ipotesi, ci aiuta a raggiungerlo con una documentazione più accurata.


Un ringraziamento a Uriel Fanelli ( keinpfusch.net ), il cui dilemma Dio-macchina costituisce il fulcro della sezione centrale.

Robot sessuali in un mondo multipolare

di Bob Hickok

4 settembre
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Bob Hickok si addentra nello strano nuovo settore in cui gli esseri umani insegnano ai robot come fare sesso e rivela perché la nascente industria delle macchine sessuali potrebbe diventare un improbabile campo di battaglia del mondo multipolare.

I robot sessuali stanno passando dalla fantascienza al mercato di consumo, e gli artisti umani stanno già insegnando loro come muoversi. In un mondo multipolare, saranno gli stati e le aziende che costruiscono queste macchine a decidere quali valori esse rappresentino, quali dati intimi raccolgano e quanto profondamente debbano infiltrarsi nella vita privata.

La diffusione dell’intelligenza artificiale sta trasformando fabbriche, eserciti, uffici e scuole. Ora sta entrando anche in camera da letto. Somnia, una startup che sta sviluppando un robot sessuale avanzato, è alla ricerca di un ” Intimacy Motion Capture Performer” . Il candidato indosserà una tuta per la motion capture simile a quella utilizzata negli studi cinematografici ed eseguirà movimenti sessuali mentre gli ingegneri registreranno i risultati. In parole semplici, Somnia ha bisogno di un essere umano che insegni ai suoi robot come fare sesso.

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L’annuncio di lavoro non nasconde la natura bizzarra dell’incarico. I vergini sono pregati di astenersi. I candidati devono essere in grado di mantenere un ritmo costante senza chiedere agli ingegneri di aumentare il frame rate. Devono inoltre essere disposti a ripetere la stessa sequenza molte volte in nome della scienza. La formulazione è curiosa perché il lavoro stesso sembra uscito da una satira sulla Silicon Valley. Eppure Somnia sta affrontando un problema tecnico reale e la persona assunta si troverà a svolgere un serio lavoro di motion capture in condizioni assurde.

L’azienda chiama il suo prodotto “Love Machine” (Macchina dell’Amore). I clienti possono già preordinarlo versando un acconto a partire da 300 dollari, con consegne previste per il 2027. La macchina non è in grado di camminare, ma Somnia afferma che può memorizzare 165 posizioni. Questa è una descrizione del prodotto straordinariamente onesta. L’azienda non pretende di costruire una moglie, un’amica o una nuova forma di vita umana. Sta vendendo un compagno robotico stazionario progettato per un unico scopo ben preciso.

Il sesso è forse l’attività umana più filmata della storia. Eppure, rimane una delle meno utilizzate per ricavare dati utili per le macchine. Internet contiene miliardi di ore di pornografia, ma un robot non può imparare molto da un semplice video. Una telecamera registra superfici, angolazioni, luce e colore. Una macchina funzionante ha bisogno di conoscere il percorso seguito da ogni articolazione, la forza di ogni movimento, la tempistica di ogni azione, i cambiamenti di equilibrio e le reazioni al partner. Deve sapere cosa accade nello spazio fisico, non cosa appare credibile su uno schermo. Chiunque abbia provato a riprodurre certe posizioni di Pornhub nella vita reale capirà la differenza.

Questo distingue l’intelligenza artificiale generativa dalla robotica fisica. Un modello generativo può apprendere dalle immagini perché il suo compito è quello di produrre un’altra immagine. La pornografia, quindi, gli fornisce un vasto set di dati di addestramento. Un robot ha un corpo. Deve spostare pesi, regolare la pressione, evitare lesioni, correggere la propria posizione e reagire ai movimenti dell’altra persona. A questo scopo, un normale video è pressoché inutile. Il robot ha bisogno di dati di movimento strutturati, raccolti da sensori applicati a un performer vivente. Ha bisogno che il movimento umano venga convertito in numeri.

Ecco perché chi esegue il movimento deve ripetere gli stessi movimenti più e più volte. Gli ingegneri hanno bisogno di sequenze precise che possano essere misurate, confrontate e regolate. Ogni ripetizione insegna alla macchina qualcosa su velocità, ritmo, posizione e forza. Un gruppo di persone in tute ricoperte di sensori sta quindi contribuendo a scrivere la grammatica fisica che le macchine del futuro seguiranno. I loro movimenti ripetitivi possono sembrare ridicoli dall’esterno del laboratorio, ma fanno parte di un lungo sforzo per dare un corpo all’intelligenza artificiale.

Il potenziale commerciale potrebbe essere immenso. Il sesso è un bisogno umano fondamentale e milioni di persone vivono già da sole, faticano a costruire relazioni durature o cercano forme di intimità che richiedano un minore coinvolgimento emotivo. Una volta che i robot sessuali diventeranno prodotti di consumo accessibili, le aziende probabilmente copieranno il modello di business già utilizzato da software e videogiochi. Il cliente acquisterà il robot e poi pagherà abbonamenti, componenti aggiuntivi, nuove posizioni, abilità extra e altre funzionalità scaricabili. L’hardware sarà l’inizio dell’acquisto, non la fine. Una persona potrebbe possedere il robot pur noleggiando gran parte del suo comportamento.

Questo mercato si svilupperà anche all’interno di un mondo multipolare. Le stesse potenze in competizione per chip, modelli di intelligenza artificiale, data center, robot industriali e sistemi di pagamento digitali si contenderanno anche le macchine per l’intimità. La questione non riguarderà solo l’ingegneria. Ogni civiltà ha le proprie leggi, costumi, limiti religiosi e idee sul corpo umano. Alcuni Stati potrebbero trattare i robot sessuali come normali beni di consumo. Altri potrebbero regolamentarli come pornografia, medicina o una minaccia per la vita familiare. Altri ancora potrebbero proibirli. Non ci sarà un unico futuro sessuale globale perché non esiste più un’unica potenza in grado di definire il futuro per tutti gli altri.

Le macchine stesse porteranno con sé i valori delle società e delle aziende che le costruiscono. Il loro aspetto, il loro modo di parlare, i comportamenti consentiti e la loro comprensione del consenso saranno programmati da qualche parte. Il loro software potrebbe anche raccogliere alcuni dei dati più privati ​​che una persona possa produrre: risposte corporee, abitudini, preferenze, debolezze e modelli di utilizzo. Chiunque controlli il sistema operativo potrebbe avere accesso alla vita intima dell’utente. In un’era multipolare, la sovranità tecnologica si estenderà fino alla camera da letto. Le nazioni che dipendono da piattaforme straniere potrebbero scoprire che persino il desiderio privato è diventato un’ulteriore fonte di dati custoditi all’estero.

I robot sessuali potrebbero anche acuire la crisi demografica che affligge molti paesi. Una macchina può soddisfare un desiderio, ma non può creare una famiglia o crescere una nuova generazione. Gli Stati che già affrontano bassi tassi di natalità dovranno decidere se tali prodotti offrano sollievo ai cittadini soli o se accentuino il loro isolamento sociale. La domanda di mercato spingerà in una direzione; la religione, la sopravvivenza nazionale e le politiche sociali potrebbero spingere in un’altra. La risposta varierà da un polo all’altro del mondo.

Il lavoro presso Somnia indica quindi qualcosa di più di un semplice episodio divertente nel mondo della tecnologia sessuale. Dimostra quanto l’intelligenza artificiale incarnata dipenda ancora dal lavoro umano. La macchina non può imparare ogni atto fisico da internet. Qualcuno deve eseguire il movimento, indossare i sensori e ripetere la sequenza finché i dati non sono sufficientemente precisi. Un’offerta di lavoro simile, proposta dalla startup Joi AI, non richiede l’impiego di un robot. Addio, quindi, alla paura che l’IA ruberà tutti i posti di lavoro. Il mercato del lavoro di domani potrebbe includere persone pagate per indossare tute dotate di sensori e insegnare alle macchine il tango orizzontale, una spinta alla volta. Addio, quindi, al futuro senza lavoro.

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L’ultima disperata Air Gap

Ugo Bardi5 settembre
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Un sistema di backup di emergenza. Un vecchio hard disk da 1 TB e una docking station. Ha un pulsante di accensione/spegnimento sul retro, in modo da poter disconnettere completamente il disco da Internet. Questa configurazione si chiama “air gap” (isolamento fisico). L’unico modo in cui un hacker può accedervi è venire qui e accenderlo fisicamente (oppure aspettare che mi dimentichi di spegnerlo).

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Sono ancora sotto shock per gli attacchi che i miei siti hanno subito quest’estate. Giusto per darvi un’idea di cosa sia successo, ecco la lista dei miei follower su questo blog, “The Seneca Effect”.

Come vedete, a luglio gli hacker hanno preso il controllo del sito e cancellato l’elenco degli iscritti. Poi lo hanno sostituito con 10.000 indirizzi email, la maggior parte dei quali inesistenti o comunque appartenenti a persone a caso.

Alla fine, sono riuscito a riprendere il controllo del blog e ho cancellato la lista falsa. Per fortuna, avevo un backup degli iscritti, quindi ho potuto inviare loro una notifica, chiedendo di iscriversi nuovamente se erano ancora interessati al blog.

Molti degli iscritti alla lista originale si sono reiscritti, ma il numero di contatti è sceso da oltre 2.000 a circa 500. In un certo senso, non è poi così male, perché queste 500 persone sono reali e interessate al blog: molti indirizzi della vecchia lista erano obsoleti e sono tornati online.

Tuttavia, il pubblico del blog ha subito un duro colpo. Si noti l’enorme picco di luglio: su 10.000 indirizzi, diversi erano reali e alcuni hanno cliccato sull’indirizzo del blog. In ogni caso, questa situazione non sarebbe durata a lungo.

Il blog sta recuperando pubblico e interesse. Almeno fino al prossimo attacco. Questo è il motivo della mia difesa di ultima istanza con un backup isolato dalla rete. Per ora dovrebbe funzionare, ma ho l’impressione che le cose stiano evolvendo rapidamente e che Internet stia diventando sempre più instabile e inaffidabile.

Noi, miseri esseri umani, potremmo presto essere estromessi dal Web dagli stessi abitanti del Web che noi stessi abbiamo creato.

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Dune al confine del Golan _ di Simon Rorschach

Dune al confine del Golan

I Fremen della frontiera settentrionale di Israele

Simon Rorschach3 settembre∙Pagato∙Articolo ospite
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Simon Rorschach svela un Arrakis reale in Siria, dove Israele arma le sietches druse, Washington introduce un ex jihadista alla corte imperiale e i Fremen siriani si confrontano con la domanda più antica di Dune : chi usa chi?

La Siria meridionale è diventata una versione in miniatura di Arrakis. Nel romanzo Dune di Frank Herbert , l’Imperatore e le Grandi Casate parlano di dovere, pace e governo leale mentre combattono per il controllo della spezia. I Fremen entrano nei loro calcoli come una risorsa militare: guerrieri del deserto che conoscono la terra, sopportano le difficoltà e possono far pendere la bilancia tra le potenze rivali. I Drusi occupano un posto simile nella politica israeliana verso la Siria. Tel Aviv si autoproclama loro protettrice, sebbene la necessità strategica abbia plasmato il rapporto fin dall’inizio. Durante il lungo e sanguinoso conflitto tra Israele e Siria, i leader israeliani hanno visto nei Drusi una forza in grado di garantire la sicurezza del confine settentrionale, indebolire Damasco e contribuire all’estensione del potere israeliano nella Siria meridionale. Come i Fremen, i Drusi possiedono una fede distinta, forti legami comunitari e una reputazione di resistenza armata. Queste qualità li aiutano a sopravvivere in un contesto di vicini ostili, ma attraggono anche potenze straniere in cerca di combattenti locali. I governanti di Arrakis desiderano la forza dei Fremen per perseguire obiettivi imperiali; Israele desidera la forza dei Drusi per perseguire sicurezza, territorio e dominio regionale.

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Israele conquistò le alture del Golan durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e da allora detiene il territorio. L’area era abitata prevalentemente da drusi, e oggi diverse migliaia di drusi vivono lì sotto il dominio israeliano. La maggior parte ha rifiutato la cittadinanza israeliana e continua a definirsi attraverso la propria eredità siriana e drusa. I loro villaggi sorgono su colline vulcaniche che dominano una frontiera plasmata dall’occupazione, dalla guerra e da rivendicazioni di sovranità contrapposte. Per decenni, i membri dell’apparato di sicurezza israeliano hanno discusso la creazione di uno stato druso o di una regione drusa autonoma sotto la protezione israeliana. Un territorio del genere separerebbe Israele dal cuore della Siria e fornirebbe a Tel Aviv una zona cuscinetto amica lungo il suo fianco settentrionale. Herbert diede ad Arrakis la sua Muraglia dello Scudo, un’imponente barriera montuosa che proteggeva la capitale Arrakien da tempeste e vermi delle sabbie. I pianificatori israeliani hanno immaginato la cintura drusa in termini simili: una Muraglia dello Scudo vivente, fatta di comunità armate piuttosto che di roccia. Ogni villaggio druso potrebbe fungere da sietch – un insediamento Fremen fortificato, costruito attorno alla fede, alla parentela e alla difesa collettiva – e al contempo costituire parte di una barriera più ampia contro Damasco.

La guerra in Siria ha svelato la vera natura di questa politica. Dopo l’inizio dei combattimenti nel 2011, Israele ha instaurato rapporti con almeno dodici gruppi ribelli e ha fornito denaro e armi a migliaia di loro combattenti. Funzionari israeliani hanno descritto gran parte di queste attività come “aiuti umanitari per bambini, donne e feriti”. Gli aiuti includevano anche trasporti, supporto logistico e cure mediche per i combattenti ribelli. Tra i beneficiari c’erano jihadisti, inclusi membri confermati del Fronte al-Nusra, la filiale siriana di al-Qaeda. Il suo leader era Ahmed al-Sharaa, l’attuale presidente della Siria, che all’epoca usava il nome di battaglia Abu Mohammed al-Jolani, che significa “l’uomo del Golan”. Nel marzo 2015, il Jerusalem Post, giornale fortemente conservatore, pubblicò il titolo senza mezzi termini ” Israele cura i combattenti di al-Qaeda feriti nella guerra civile siriana “. Il flusso di combattenti islamisti attraverso la regione di confine divenne così frequente che i soldati israeliani chiamavano il checkpoint di Quneitra “il valico di Nusra”. Dune presenta una simile divisione tra linguaggio ufficiale e politica effettiva: l’Imperatore Padishah parla come custode dell’ordine imperiale mentre invia Sardaukar travestito da soldati Harkonnen per schiacciare la Casa Atreides. La narrazione pubblica offre clemenza; il meccanismo che la sostiene è al servizio del potere.

La contraddizione raggiunse direttamente i Drusi nel giugno del 2015. I jihadisti circondarono Hadar, un villaggio druso nel sud della Siria, poco dopo che i combattenti islamisti avevano compiuto massacri contro civili drusi a Idlib. Gli abitanti di Hadar temevano che il loro villaggio avrebbe subito la stessa sorte. Dall’altra parte del Golan occupato, i residenti drusi potevano vedere Israele aiutare gruppi armati i cui alleati si trovavano a pochi chilometri di distanza, minacciando i membri della loro fede. Scoppiarono proteste e i manifestanti fermarono un veicolo militare israeliano che trasportava combattenti siriani feriti. Uno dei combattenti fu trascinato fuori dal veicolo e linciato. L’omicidio dimostrò quanto profondamente i Drusi rifiutassero la pretesa di Israele di agire come loro protettore. I Drusi siriani videro un presunto protettore dare supporto a uomini che consideravano i loro potenziali assassini. In Dune , i Fremen misurano la lealtà attraverso l’acqua, il sangue e la condotta, giudicando ogni alleanza in base alla sua capacità di proteggere il sietch e il suo popolo. I Drusi applicarono lo stesso severo criterio. L’affermazione di Israele di proteggere i drusi suonava falsa, poiché allo stesso tempo forniva supporto a gruppi jihadisti che minacciavano le comunità druse.

L’8 dicembre 2024, un’offensiva guidata da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), un gruppo ribelle islamista nato dal Fronte al-Nusra, raggiunse Damasco dopo aver conquistato Aleppo, Hama e Homs. L’esercito siriano crollò e Bashar al-Assad fuggì in Russia, ponendo fine a sei decenni di dominio della famiglia reale e a tredici anni di guerra civile. Damasco cadde con scarsa resistenza, privando Russia e Iran del loro principale alleato arabo, mentre Israele entrò nella zona demilitarizzata sotto il controllo delle Nazioni Unite e bombardò aeroporti siriani, depositi di armi, sistemi di difesa aerea, navi militari e altre installazioni militari per impedire che cadessero in mano ai ribelli. L’evento ricordò il passaggio di consegne imperiale di Arrakis dalla Casa Harkonnen alla Casa Atreides: una casata regnante scomparve dalla fortezza, una nuova bandiera si innalzò al di sopra di essa e ogni potenza esterna si affrettò ad assicurarsi la propria parte del futuro. Ahmed al-Sharaa, l’ex comandante di al-Nusra a capo di HTS, è diventato presidente di transizione il 29 gennaio 2025. Le sue nuove autorità hanno abolito il vecchio parlamento, il partito Ba’ath, la costituzione e gli organi di sicurezza, ordinando alle fazioni ribelli di confluire in un unico esercito statale. L’Europa lo ha subito riconosciuto come il nuovo padrone del feudo siriano, offrendogli aiuti, supporto per la ricostruzione e riconoscimento diplomatico in cambio di una transizione politica e di garanzie per le minoranze. L’Arabia Saudita e la Turchia hanno quindi fatto pressione su Washington affinché appoggiasse al-Sharaa. Trump lo ha incontrato a Riyadh il 14 maggio 2025, ha ordinato la fine dell’ampio programma di sanzioni americane a partire dal 1° luglio e ha aperto la strada a una ripresa delle relazioni economiche. L’Unione Europea ha revocato quasi tutte le sanzioni economiche il 28 maggio, mentre Washington ha rimosso HTS dalla sua lista di organizzazioni terroristiche straniere l’8 luglio.

In Dune , la Gilda Spaziale controlla il passaggio tra i mondi e la CHOAM, la corporazione attraverso cui le Grandi Casate si spartiscono la ricchezza dell’impero, controlla l’accesso al commercio imperiale. Il riconoscimento occidentale ha svolto entrambe le funzioni per al-Sharaa, trasformando la vittoria sul campo di battaglia in accesso a banche, commercio, viaggi e capitali stranieri. La trasformazione ha raggiunto il suo punto più evidente nel novembre 2025, quando Washington ha revocato la designazione di terrorista attribuita personalmente ad al-Sharaa e lo ha accolto come il primo presidente siriano in assoluto a visitare la Casa Bianca. Alla vigilia di quell’incontro, l’ex jihadista ha giocato a basket con il comandante del CENTCOM, l’ammiraglio Brad Cooper, e con il comandante della coalizione anti-ISIS, il generale di brigata Kevin Lambert: un’immagine eclatante di un ex bersaglio americano che si unisce agli ufficiali che comandano il potere statunitense nella regione. Trump in seguito si vantò di aver “essenzialmente messo” al potere al-Sharaa e, il 24 agosto 2026, Washington rimosse la Siria dalla sua lista di stati sponsor del terrorismo, ponendo fine a una designazione che risaliva al 1979. L’intero processo allontanò Damasco dal vecchio asse Mosca-Teheran e la avvicinò a Washington, Ankara, Riyadh e Bruxelles.

Israele aveva vissuto per decenni accanto a un governo di Assad indebolito dalla guerra, dalle sanzioni e dall’isolamento. Ora si trovava di fronte a un leader siriano che riceveva il sigillo imperiale, l’accesso alla Gilda e un posto al tavolo del CHOAM. Come una grande casata che osserva un ex combattente del deserto assumere il comando di Arrakis, Tel Aviv vedeva nella riabilitazione occidentale di al-Sharaa la possibile nascita di un rivale più forte, proprio al di là delle alture del Golan.

Israele rispose a questa prospettiva trasformando i drusi in un ostacolo alla ripresa siriana. Washington favorì il dialogo con al-Sharaa e Tel Aviv accettò la linea del suo protettore, cercando al contempo di limitarne le conseguenze. La strategia israeliana prevedeva una Siria divisa per setta, milizia e provincia, con Damasco troppo debole per ristabilire un controllo saldo su tutto il paese. I drusi avevano inoltre iniziato a subire crescenti persecuzioni religiose sotto le nuove autorità sunnite islamiste, il che rendeva sempre più preziosi i finanziamenti, le armi e la protezione stranieri. Israele poteva quindi presentare il controllo strategico come una sorta di salvataggio comunitario. Al-Sharaa e i suoi alleati si comportarono spesso in modo cooperativo, persino sottomesso, nei confronti dei loro ex sostenitori israeliani. Centinaia di attacchi israeliani in tutta la Siria nel dicembre 2024 suscitarono solo una debole reazione da parte di Damasco. Tel Aviv continuò a trattare il nuovo governo come un nemico fin dai primi giorni. Il 24 febbraio 2025, Benjamin Netanyahu dichiarò che all’esercito siriano sarebbe stato impedito di avanzare a sud di Damasco e chiese il ritiro delle forze governative da tutte le province meridionali. Le formazioni druse sostenute da Israele, come il Consiglio militare di Suwayda, fondato alla fine del 2024, potrebbero rimanere armate. Proprio come il Muro Scudo di Dune protegge Arrakeen dalle tempeste di sabbia e dai vermi delle sabbie, Israele ha cercato di trasformare la Siria meridionale controllata dai drusi in una barriera armata che tenesse l’esercito di Damasco lontano dalle alture del Golan occupate.

Il piano israeliano prese presto forma concreta. Nove giorni dopo la presa del potere da parte di al-Sharaa, elicotteri israeliani raggiunsero il Consiglio militare di Suwayda con armi e equipaggiamento protettivo. Membri dell’apparato di sicurezza israeliano avevano già aiutato i drusi siriani a fondare il consiglio prima della caduta di Assad. Avevano inoltre convogliato centinaia di migliaia di dollari al suo leader, Tareq al-Shoufi. Seguirono fucili di precisione e fucili d’assalto, insieme a stipendi mensili tra i 100 e i 200 dollari per circa 3.000 miliziani drusi. Funzionari israeliani dichiararono che gli aiuti avevano uno scopo chiaro: indebolire il governo centrale di Damasco. Anche il Duca Leto Atreides studia i Fremen come un esercito nascosto in grado di eguagliare il Sardaukar dell’Imperatore, sebbene il progetto israeliano abbia seguito un percorso ben più cinico. Il sostegno israeliano raggiunse il suo apice nel luglio 2025, quando gli scontri tra gruppi drusi, beduini nomadi e truppe governative imperversarono a Suwayda. Le organizzazioni per i diritti umani riportarono oltre 1.000 morti. Temendo di perdere i propri investimenti, Israele è entrato apertamente in battaglia, ha bombardato le forze governative siriane e ha colpito il Ministero della Difesa a Damasco.

Il tentativo di creare un esercito israeliano di Fremen si scontrò infine con ostacoli politici. Washington intensificò la pressione su Tel Aviv, i leader drusi rivali si contendevano il potere e ogni nuovo scontro comportava il rischio di trascinare Israele più a fondo nelle guerre interne siriane. I funzionari israeliani sospesero il progetto per procura e interruppero il flusso di armi. Al-Sharaa aveva inoltre dimostrato una costante disponibilità alla cooperazione, il che incoraggiò un approccio diverso all’interno del governo israeliano. Negoziati diretti, garanzie di sicurezza e una successiva normalizzazione iniziarono a sembrare più utili di una guerra permanente dei drusi lungo il confine. Anche l’Imperatore di Herbert crede che i Fremen possano rimanere pedine in una lotta controllata dall’alto. Il suo piano crolla quando Paul Atreides si unisce ai sietches, domina i vermi delle sabbie e usa il controllo della spezia contro lo stesso sistema imperiale. I drusi siriani controllano meno uomini e molte meno risorse, eppure il principio rimane lo stesso. Le potenze straniere possono fornire fucili, stipendi e copertura diplomatica, mentre la lealtà dei drusi continua a dipendere dalla loro sopravvivenza. La politica di Israele si è mossa tra protezione, manipolazione, sostegno armato e negoziazione, poiché le persone scelte come suoi rappresentanti mantengono i propri obiettivi.

Dall’Irlanda al MAGA: la politica nell’era del simulacro _ di Cas Corach _ Due fronti di una guerra mondiale, di Simon Rorschac

Dall’Irlanda al MAGA: la politica nell’era del simulacro

Quando i segni sostituiscono la realtà

Cas Corach24 agosto∙Articolo ospite
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Cas Corach si ispira a Jean Baudrillard per tracciare un percorso da una falsa voce che divise una cittadina irlandese allo spettacolo vuoto del MAGA, rivelando come l’ordine liberale sostituisca la realtà materiale con simulazioni rivali e perché la multipolarità debba recuperare il reale.

Nel maggio del 2023, la cittadina di Corofin, nella contea di Clare, in Irlanda, solitamente tranquilla, fu scossa da una protesta. Si trattò di una protesta di piccole dimensioni, circoscritta e di scarso interesse per un osservatore esterno, che attirò solo residenti arrabbiati e divisi su una questione centrale: un immobile della città doveva essere utilizzato per ospitare richiedenti asilo? Il dibattito non si svolse in municipio o negli uffici dei rappresentanti politici, bensì per le strade di quella zona altrimenti pacifica. La protesta culminò con la costruzione di un blocco improvvisato di pallet di legno e grandi bidoni di plastica all’ingresso dell’immobile. Le persone si urlavano contro da entrambi i lati di questa barriera fisica, che rappresentava la vera manifestazione di una spaccatura culturale nella città. Un anziano fu persino aggredito e arrestato.

A prima vista, questa storia non sembra insolita nell’Europa moderna, dato che l’accoglienza dei richiedenti asilo è un tema scottante in tutto il continente. Eppure, l’incidente di Corofin presentava qualcosa di particolare: non c’era mai stato alcun progetto per ospitare richiedenti asilo o altri gruppi di immigrati in quella città. Il blocco, in realtà, era inutile. Il presupposto della discussione era falso, e l’aggressione e le urla erano state inutili e tragiche. Eppure, la rabbia era reale. Cosa era successo?

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La voce che l’edificio ospitasse stranieri si era diffusa sui social media quando qualcuno si era introdotto illegalmente in un palazzo di nuova costruzione, affermando che fosse stato edificato per far entrare in città degli “invasori” senza nome. Tanto bastò a scatenare l’esplosione a Corofin in quel fatidico giorno. Il video sui social era un simulacro: non aveva un corrispondente nella realtà, eppure acquisì un significato politico proprio e spinse le persone ad agire. Una rappresentazione digitale di un evento mai accaduto aveva prodotto conseguenze molto reali.

L’incidente di Corofin, nel quadro generale, potrebbe essere insignificante e presto dimenticato. Eppure rappresenta un microcosmo di un problema crescente in Occidente: l’uso dello spettacolo per generare conflitti e l’emergere di una realtà politica sempre più distaccata dalla realtà che pretende di rappresentare.

In relazione a questa questione, viene subito in mente un teorico influente: Jean Baudrillard e la sua teoria del simulacro. I suoi scritti sono densi e complessi, ma per spiegarli in modo conciso, Baudrillard sostiene che le parole, i simboli e i segni che usiamo per descrivere la realtà e comunicare tra noi si stanno progressivamente distaccando dalla realtà stessa. Ciò che diciamo e crediamo non corrisponde più necessariamente a qualcosa di concreto, ma rimanda incessantemente ad altri segni:

…l’era della simulazione è inaugurata dalla liquidazione di tutti i referenziali, o peggio: dalla loro artificiale resurrezione nei sistemi di segni, materia più malleabile del significato, in quanto si presta a tutti i sistemi di equivalenza, a tutte le opposizioni binarie, a tutta l’algebra combinatoria. Non si tratta più di imitazione, né di duplicazione, né tantomeno di parodia. Si tratta di sostituire i segni del reale al reale, ovvero di un’operazione di deterrenza di ogni processo reale attraverso il suo doppio operativo, una macchina programmatica, metastabile, perfettamente descrittiva che offre tutti i segni del reale e ne cortocircuita tutte le vicissitudini. Mai più il reale avrà la possibilità di autoprodursi. (Baudrillard, Simulacri e simulazione )

Per Baudrillard, ciò rappresenta il passaggio a un’era di simulazione in cui la distinzione tra il reale e la sua rappresentazione diventa sempre più difficile da mantenere. La sua argomentazione si estende oltre la politica, influenzando ogni aspetto, dalla vita familiare e dalle relazioni sociali alla storia stessa. Tuttavia, ai fini di questo saggio, ci concentreremo su un ambito più ristretto: la sfera politica e la misura in cui il discorso politico contemporaneo si sta distaccando dalla realtà materiale che presumibilmente rappresenta. Il caso Corofin offre un esempio particolarmente semplice di questo processo. L’edificio era reale, il video era reale e le persone coinvolte erano reali; ciò che non esisteva era la realtà politica costruita attorno a loro. La rappresentazione di un evento immaginario è diventata sufficientemente potente da generare un vero e proprio scontro politico. Il segno aveva di fatto preceduto la realtà.

Di conseguenza, sosteniamo che gran parte dell’attuale ordine mondiale unipolare e liberale sia una mera simulazione della realtà. L’esempio forse più lampante è la morte di George Floyd nel 2020 e la straordinaria diffusione del filmato relativo al suo arresto. Qualunque sia l’interpretazione delle precise circostanze della morte di Floyd, il filmato ha rapidamente cessato di essere semplicemente un tragico episodio di violenza da parte della polizia, diventando un simbolo politico che rappresenta argomentazioni ben più ampie sulla società americana; in breve, l’immagine è diventata più importante dell’evento che pretendeva di rappresentare.

Il nome “George Floyd” è stato associato a tutta una serie di simboli politici: ingiustizia razziale, brutalità della polizia, supremazia bianca e la condizione dei neri in America. Il video è stato riprodotto all’infinito in televisione, sui social media e nelle manifestazioni politiche, mentre le circostanze individuali della morte di Floyd si sono progressivamente separate dalla più ampia narrazione politica costruita attorno all’immagine. Un evento reale si era trasformato in un simulacro, che aveva acquisito una vita politica propria.

Questo è importante perché dimostra che la simulazione non implica necessariamente che un evento sia interamente immaginario. La situazione di base può essere completamente reale; ciò che cambia, piuttosto, è la relazione tra l’evento e la sua rappresentazione. La rappresentazione si distacca dalla complessità del reale e diventa un simbolo attraverso il quale vengono comprese altre questioni politiche. L’immagine non ci dice più semplicemente cosa è successo; di fatto, persone con diverse prospettive politiche non riescono nemmeno a concordare su cosa sia realmente accaduto a George Floyd. L’immagine si limita a richiamare altri simboli: Black Lives Matter, “sosteniamo la polizia”, ​​rivolte nelle strade, “riprendiamoci il nostro Paese”, e così via. In nessun momento si è risolto nulla o si è realmente imparato qualcosa dall’evento. In nessun momento la realtà è stata nemmeno presa in considerazione.

Eppure, la reazione negativa a questo processo non ha liberato la politica dalla simulazione; ha semplicemente prodotto una serie di segni concorrenti, se possibile ancora più ridicoli. La destra ha correttamente individuato l’artificialità di molti dei segni politici prodotti dall’ala sinistra dell’ordine liberale, ma non è riuscita a sfuggire al sistema che li produce. MAGA, in particolare, potrebbe rappresentare il simulacro politico per eccellenza: un segno che sembra rappresentare un programma politico coerente, ma che al contempo diventa sempre più un recipiente in cui riversare quasi qualsiasi significato politico; in breve, un’entità inesistente o un vuoto nel cuore dell’impero liberale statunitense.

MAGA ha la singolare capacità di rappresentare tutto e niente. È a favore della classe lavoratrice, eppure è finanziato e sempre più rappresentato da élite miliardarie; è contro la guerra, eppure bombarda gli scolari in Iran; promette una ripresa economica pur abbracciando politiche che contribuiscono alle pressioni inflazionistiche. Cosa ancora più sorprendente, si dichiara populista pur diventando sempre più impopolare proprio tra la popolazione in nome della quale afferma di parlare. Queste contraddizioni sembrerebbero fatali per qualsiasi programma politico coerente, eppure non intaccano minimamente il simbolo stesso. MAGA le assorbe semplicemente.

È questo che rende MAGA un simulacro di un movimento politico. Non ha bisogno di corrispondere a una realtà politica stabile perché può continuamente rimandare ad altri simboli: l’America, la grandezza, la maggioranza silenziosa, lo stato profondo, il globalismo, il muro, l’establishment, l’età dell’oro. Ogni simbolo rimanda a un altro e, insieme, creano l’impressione di una coerenza che in realtà non deve necessariamente esistere. Il movimento significa tutto e niente proprio perché il simbolo si è distaccato da qualsiasi referente stabile.

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La rapidità con cui queste contraddizioni scompaiono è di per sé rivelatrice. Chi si ricorda di quando Trump minacciò di fatto di porre fine alla civiltà iraniana? La minaccia appare, domina per un attimo lo spettacolo politico, viene interpretata attraverso i segni preesistenti di forza e potere americano (o, al contrario, di malvagità americana), e poi scompare sotto la controversia successiva. L’evento non deve necessariamente produrre conseguenze materiali durature perché la sua funzione primaria è simbolica. Persino il presunto leader del mondo libero opera sempre più all’interno di questa stessa iperrealtà: la carica, la retorica, le minacce e lo spettacolo assumono tutti l’apparenza del potere, mentre l’impotenza degli Stati Uniti diventa sempre più evidente di fronte alla crescente ondata di opposizione globale.

Questi problemi non si limitano agli Stati Uniti, ma si estendono a tutto l’Occidente. Abbiamo già menzionato l’Irlanda e ancora una volta guardiamo alla destra dissidente che emerge in risposta all’egemonia liberale sull’isola. Espressioni come “remigrazione” sono diventate semplici slogan di attivisti privi di un reale potere di raggiungere i propri obiettivi, mentre la situazione demografica peggiora. La realtà è sconosciuta, evitata e persa nella simulazione. Per gran parte della popolazione, “remigrazione” è un termine oscuro, e persino tra coloro che lo usano, il suo significato preciso e le sue implicazioni concrete sono spesso poco chiari. La parola acquisisce quindi un potere indipendente da qualsiasi referente chiaramente definito: significa una soluzione senza mai dover affrontare la questione pratica di cosa tale soluzione comporterebbe effettivamente.

Le organizzazioni dissidenti si abbandonano sempre più a una fantasia di azione politica che si realizza più online che nel mondo reale. Un video, una protesta, un post virale o una marcia dall’aspetto imponente possono creare l’illusione di un grande slancio politico senza però produrre un corrispondente aumento del potere politico. Il movimento Restore in Gran Bretagna sembra soffrire di un problema simile: un considerevole sostegno simulato online, ma uno scarso trasferimento di tale sostegno nelle istituzioni concrete dove il potere politico viene effettivamente esercitato. Questi movimenti possono generare segnali di importanza politica senza necessariamente acquisire il potere istituzionale necessario per modificare l’ordine politico.

Resta da chiedersi: perché tutto questo? Da dove viene questa simulazione? Baudrillard chiarisce il punto:

…alla fine, nel corso della sua storia, è stato il capitale a nutrirsi per primo della destrutturazione di ogni referenziale, di ogni obiettivo umano, a frantumare ogni distinzione ideale tra vero e falso, bene e male, per stabilire una legge radicale di equivalenza e scambio, la legge ferrea del suo potere. Il capitale è stato il primo a giocare con la deterrenza, l’astrazione, la disconnessione, la deterritorializzazione, ecc., e se è stato colui che ha alimentato la realtà, il principio di realtà, è stato anche il primo a liquidarlo sterminando ogni valore d’uso, ogni equivalenza reale di produzione e ricchezza, nel senso stesso dell’irrealtà della posta in gioco e dell’onnipotenza della manipolazione. (Baudrillard, Simulacri e simulazione )

L’argomentazione di Baudrillard in questo caso è particolarmente importante: il capitale stesso è stato storicamente una delle grandi forze di astrazione. Prende cose che un tempo possedevano un uso, un significato o un luogo specifici e le riduce al loro valore di scambio. Il locale diventa il mercato; il lavoratore diventa lavoro; l’oggetto diventa merce; e infine persino le idee politiche possono diventare segni da comprare, vendere e scambiare.

In questo senso, lo spettacolo politico contemporaneo non è semplicemente un’invenzione della sinistra liberale o dei suoi nemici dissidenti. Emerge da un processo molto più profondo in cui il capitalismo liberale ha progressivamente dissolto le distinzioni tra il reale e la sua rappresentazione. L’ironia sta quindi nel fatto che gran parte della destra dissidente contemporanea cerca di opporsi all’ordine liberale lasciando in gran parte intatto il sistema economico che Baudrillard identifica come una delle forze originarie alla base di questa distruzione del referenziale.

Qual è dunque la soluzione? Abbiamo scritto in modo piuttosto pessimistico, ma non tutto è perduto. Dalla nostra esperienza in Irlanda, possiamo affermare che esistono movimenti politici che si rivolgono a persone reali e risolvono problemi concreti. Un nuovo movimento popolare come Independent Ireland ci viene in mente, proprio perché il suo appeal si fonda meno su un’identità ideologica online e più su questioni pratiche di rappresentanza, sviluppo locale e sulle esigenze materiali dei suoi sostenitori.

Sebbene ovviamente nulla sia completamente immune da questa simulazione, ora vediamo più persone che riconoscono il sistema per quello che è e si impegnano seriamente a superare i simboli e le apparenze per interagire con persone reali. Non è un’attività appariscente o eclatante, ma un rappresentante locale che ripara le strade, finanzia le scuole o blocca la costruzione di un centro per richiedenti asilo in municipio, invece di protestare violentemente, è un segno di un reale cambiamento di mentalità, per quanto piccolo possa essere.

Sempre più persone si rendono conto dei benefici derivanti dallo spegnere gli schermi, rifiutare l’ideologia in favore dell’interazione umana ed evitare, ove possibile, il linguaggio della simulazione. Si tratta di costruire comunità reali, non movimenti. Interazioni autentiche, non rapporti di mercato. Significa giudicare la politica in base a ciò che produce concretamente, piuttosto che in base alla forza della sua presenza online, ai suoi slogan o al numero di persone che si possono mobilitare attorno a un simbolo. La risposta a una politica sempre più distaccata dalla realtà non è quindi costruire una simulazione più convincente, ma recuperare l’abitudine di affrontare le cose per come sono realmente: persone, luoghi, comunità, istituzioni e condizioni materiali.

Questo rappresenta un allontanamento dal liberalismo e un avvicinamento alla multipolarità. Non la multipolarità delle modifiche online o dell’ideologia, bensì il vero riconoscimento delle persone e dei luoghi nella realtà. Una politica multipolare, se correttamente intesa, non consiste semplicemente nel sostituire un centro ideologico con diversi centri ideologici in competizione tra loro. Si tratta piuttosto di recuperare l’importanza della località, della particolarità e delle circostanze materiali concrete, in contrapposizione a un ordine politico che riduce sempre più tutto a segni astratti. Il futuro della politica potrebbe quindi dipendere meno da chi vincerà la prossima battaglia retorica e più dalla nostra capacità di costruire nuovamente qualcosa che duri nel tempo.

La lezione di Corofin, dunque, è forse semplice: il blocco era reale, la rabbia era reale e le persone erano reali, ma la realtà politica che le univa non lo era. Il compito che ci attende è invertire questa relazione: costruire una politica in cui i segni tornino a seguire la realtà, anziché essere la realtà costretta a seguire i segni.

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Un post di un ospiteCas CorachNarrativa weird, filosofia occulta e l’architettura del potere. Pensiero perenne ✋

Due fronti di una guerra mondiale

Unipolarità vs multipolarità

Simon Rorschach27 agosto∙Pagato∙Articolo ospite
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Simon Rorschach analizza come i conflitti in Iran e Ucraina siano diventati due fronti di una guerra globale tra l’unipolarismo occidentale e un emergente ordine multipolare.

Le guerre in Iran e in Ucraina sembrano appartenere a regioni, storie e dispute politiche diverse. Una si combatte nel Golfo Persico e in tutto il Medio Oriente; l’altra si estende dal Mar Nero al Donbass. Eppure entrambi i conflitti nascono dalla stessa disputa su chi abbia il diritto di plasmare il mondo. Gli Stati Uniti e i loro alleati difendono un ordine in cui un unico centro definisce la condotta legale, attribuisce la virtù politica, controlla i principali canali finanziari, sorveglia le rotte marittime e decide quali Stati possono possedere armi avanzate. Russia e Iran respingono questa pretesa. Insistono sul fatto che le grandi civiltà debbano essere libere di organizzare le proprie regioni, proteggere i propri confini e scegliere il proprio percorso. Ucraina e Israele perseguono obiettivi nazionali diversi, ma entrambi sono diventati avamposti del sistema occidentale. Russia e Iran, a loro volta, sono diventati ostacoli armati a tale sistema. Il risultato è una guerra globale senza un campo di battaglia comune né una dichiarazione formale. Si combatte con missili a Kiev, droni sul Golfo, sanzioni alle banche, attacchi alle raffinerie, controllo delle rotte marittime e pressioni sui Paesi che si rifiutano di schierarsi dalla parte dell’Occidente. Washington detiene ancora un potere ineguagliabile, ma non può più imporre la propria volontà senza incontrare una resistenza organizzata. Questo è il fatto centrale che lega le due guerre.

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Il fronte iraniano è ormai entrato nel suo settimo mese. Gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato la guerra il 28 febbraio, convinti che la superiorità aerea, gli assassinii, la pressione economica e la forza navale avrebbero annientato lo Stato iraniano in poche settimane. L’Iran ha subito gravi perdite. I suoi vertici sono stati colpiti, gran parte delle infrastrutture militari è stata danneggiata, l’economia si è contratta e i cittadini iraniani sono stati costretti a sopportare carenze, inflazione, blackout e paura. Eppure lo Stato non è crollato. L’Iran ha mantenuto missili e droni, ha ricostruito parte della sua struttura di comando e ha continuato a minacciare le basi americane, il territorio israeliano e il traffico marittimo commerciale. Washington ha quindi cambiato il suo obiettivo immediato. La distruzione del programma nucleare iraniano e la rimozione del governo hanno lasciato il posto a una campagna di blocco, sanzioni e logoramento economico. Sei mesi di combattimenti hanno prodotto una costosa situazione di stallo, anziché la rapida vittoria predetta dal presidente Trump. Le scorte di armi americane sono diminuite, il sostegno pubblico alla guerra si è indebolito e l’affermazione iniziale secondo cui l’Iran poteva essere sottomesso in quattro o cinque settimane si è rivelata una pia illusione. L’Iran ha pagato il prezzo più alto in termini di vite umane e distruzione materiale, ma gli Stati Uniti non sono riusciti a ottenere il risultato politico per cui la guerra era stata iniziata. La vecchia potenza può punire lo stato ribelle, ma non può ancora costringerlo all’obbedienza.

La lotta per lo Stretto di Hormuz mostra il reale equilibrio di potere in modo più chiaro di quanto possano fare i discorsi. Trump afferma che gli Stati Uniti controllano lo stretto. Teheran afferma che lo controlla l’Iran. Nessuna delle due affermazioni è del tutto vera. Gli americani possono fermare, ispezionare o minacciare le navi con la loro potenza navale, mentre gli iraniani possono minare le acque, attaccare le imbarcazioni e decidere quale traffico può transitare attraverso il loro lato del canale. Il risultato è un doppio blocco attraverso il quale il normale commercio non può avvenire in sicurezza. Recentemente l’Iran ha permesso il passaggio di alcune petroliere irachene, ha affrontato altre navi e ha negoziato con l’Oman sulla gestione del traffico, la rimozione delle mine e i possibili introiti derivanti dalla via navigabile. Il 27 agosto, una petroliera sarebbe stata colpita da un proiettile non identificato, un ulteriore promemoria del fatto che nessuna dichiarazione di controllo può rendere la rotta sicura. Per ottenere il pieno controllo di Hormuz, gli Stati Uniti dovrebbero distruggere le difese costiere, le forze navali, le unità missilistiche e la volontà politica dell’Iran. Non l’hanno fatto. Lo stretto canale è quindi diventato il luogo in cui il dominio americano sui mari si scontra con il potere della geografia. Una flotta può attraversare gli oceani, ma l’Iran vive proprio a ridosso di quel passaggio. I suoi soldati possono nascondere lanciatori, disseminare mine, inviare droni a basso costo e tornare dopo ogni campagna di bombardamenti. Uno stato più debole ha trasformato la propria costa in un’arma contro un nemico più ricco. Ecco perché Hormuz è importante ben oltre il petrolio. Dimostra che il controllo dei mari del mondo non garantisce più automaticamente il controllo degli stati che vi si affacciano.

La resistenza dell’Iran ha anche un significato di civiltà. Il Paese non è una creazione temporanea tenuta insieme da garanzie straniere. È uno Stato antico con un forte senso della storia, della fede, del sacrificio e dell’identità nazionale. I bombardamenti stranieri non cancellano la distinzione tra opposizione interna e sottomissione a una potenza esterna. La speranza che la sofferenza militare avrebbe rivoltato la popolazione contro lo Stato si fondava sulla convinzione liberale che il benessere materiale prevalga sempre sull’onore e sull’appartenenza. L’Iran ha dimostrato i limiti di questa convinzione. Cina e India continuano a dare a Teheran spazio economico, mentre la Russia beneficia del dirottamento di armi, attenzione e denaro occidentali. Nessuno di questi Paesi agisce per carità. La Cina vuole sicurezza energetica e un minore controllo americano sul commercio. L’India vuole petrolio e margine di manovra per negoziare con tutte le parti. La Russia vuole che la pressione sul proprio fronte si allenti. Un mondo con più centri non sarà una fratellanza di nazioni. Conterrà rivalità, dure trattative e tradimenti. I suoi membri sono uniti innanzitutto dal rifiuto di accettare una supervisione occidentale permanente. Il vero successo dell’Iran non è quindi la sconfitta degli Stati Uniti, bensì la sopravvivenza a una guerra volta a privarlo di qualsiasi autonomia. Persino dopo l’uccisione della sua Guida Suprema, il blocco navale e mesi di bombardamenti, il suo governo rimane al potere e rifiuta le condizioni imposte da Washington.

Lo stesso conflitto assume una forma diversa in Ucraina. Il 27 agosto, la Russia ha lanciato una vasta ondata di missili e droni contro Kiev, Charkiv, Odessa, Poltava, Kryvyi Rih, Zaporizhzhia e altre città. Porti, sistemi energetici, impianti industriali, magazzini e servizi ferroviari sono stati colpiti, mentre civili sono rimasti uccisi e feriti. L’Ucraina, dal canto suo, ha continuato gli attacchi contro raffinerie, centri logistici, posizioni militari e infrastrutture russe ben oltre il fronte. La guerra si sta estendendo sempre più in profondità in entrambe le società. Kiev sta ricostruendo la cintura difensiva intorno a Kostiantynivka, Kramatorsk e Slavyansk, mentre le forze russe premono contro le restanti roccaforti ucraine nel Donbass. La Gran Bretagna ha accettato di condividere tecnologie classificate affinché l’Ucraina possa produrre i missili Storm Shadow, e Mosca ha risposto con minacce contro obiettivi militari britannici. Le proposte di pace hanno fatto pochi progressi. La Russia rifiuta un accordo che congelerebbe la linea del fronte esistente senza soddisfare le sue richieste di sicurezza, mentre l’Ucraina respinge una pace che confermerebbe i successi russi e lascerebbe il paese vulnerabile a un nuovo attacco. Il fronte avanza lentamente, ma la portata della guerra continua ad aumentare. I droni oltrepassano i confini, i missili raggiungono città lontane dalle trincee, le infrastrutture commerciali diventano parte dei sistemi di approvvigionamento militari e gli Stati della NATO si avvicinano a una partecipazione diretta senza essere formalmente entrati in guerra. Gli ultimi bombardamenti russi e il crescente ruolo britannico dimostrano che l’Ucraina non è più un conflitto territoriale circoscritto. È il fronte europeo di una contesa ben più ampia.

L’Ucraina si trova al confine tra due concezioni di Europa. L’idea occidentale considera il continente come uno spazio politico e militare destinato ad espandersi verso est fino a quando non rimarrà alcun centro rivale. Le sue istituzioni presentano questa espansione come la libera scelta di stati indipendenti, e gli ucraini possiedono una propria volontà, timori e obiettivi nazionali. Tuttavia, la libertà offerta all’Ucraina ha sempre avuto uno scopo strategico. Un’Ucraina armata, finanziata, addestrata e politicamente legata all’alleanza atlantica spinge la potenza occidentale in profondità in un territorio che la Russia considera essenziale per la propria sicurezza e la propria storia. L’idea russa si basa su una sfera di civiltà in cui Mosca deve rimanere la principale potenza militare e in cui l’Ucraina non può diventare una base armata per i nemici della Russia. Questo non giustifica ogni azione russa, né trasforma la sofferenza ucraina in un’invenzione. Spiega perché la guerra non si sia potuta risolvere con lezioni sulle cosiddette “regole internazionali”. La disputa riguarda chi ha il potere di definire tali regole e dove finisce la sua autorità. Washington sostiene che ogni stato può scegliere l’alleanza che desidera, ma non ha mai accettato lo stesso principio quando potenze ostili si avvicinano ai suoi confini. Mosca rivendica il diritto alla sicurezza, ma lo persegue a costo di città, soldati e civili ucraini. Dietro queste rivendicazioni si cela una questione ben più complessa: un unico sistema militare può estendersi su un intero continente, o l’Europa deve necessariamente ospitare diversi centri di potere? I combattimenti continuano perché nessuna delle due parti accetta la risposta dell’altra.

I due fronti si alimentano a vicenda. La guerra nel Golfo fa aumentare i costi di petrolio, carburante, cibo e fertilizzanti, mentre maggiori entrate energetiche aiutano la Russia a sostenere il suo sforzo militare. Gli attacchi alle raffinerie russe e alle infrastrutture del Golfo limitano contemporaneamente le forniture provenienti da entrambe le regioni. I governi occidentali devono dividere missili di difesa aerea, forze navali, sistemi di intelligence e attenzione politica tra Europa e Medio Oriente. L’Iran studia la guerra con i droni russi; la Russia ha integrato nella propria produzione i progetti di armi iraniane; Ucraina e Israele si scambiano lezioni in materia di intercettazione e sorveglianza. La Cina acquisisce influenza senza sparare un colpo. Le sue decisioni di acquisto ora influenzano il mercato petrolifero, le sue fabbriche riforniscono gran parte della base industriale necessaria agli stati al di fuori dell’Occidente e il suo sistema finanziario offre vie limitate per aggirare le pressioni americane. Sei mesi di guerra hanno spinto il prezzo medio del petrolio Brent nel 2026 a circa 90 dollari al barile, mentre quasi la metà della produzione petrolifera mondiale proviene ora da aree colpite da guerre o instabilità politica. Ecco come si presenta una guerra mondiale prima che le principali potenze si attacchino apertamente. Si propaga attraverso porti, oleodotti, contratti assicurativi, reti di pagamento, collegamenti satellitari, fabbriche di armi e terminali per cereali. I paesi dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina non sono spettatori passivi. Ogni interruzione offre loro un ulteriore motivo per cercare diversi fornitori, diverse valute e diversi partner politici, anziché dipendere da un unico centro.

Nessuno dei due fronti porterà probabilmente a una vittoria netta. Gli Stati Uniti possono ferire l’Iran, ma non possono facilmente governare il Golfo Persico contro la sua volontà. La NATO può armare l’Ucraina, ma non può garantire la riconquista di ogni territorio perduto senza rischiare una guerra diretta con la Russia. La Russia può avanzare e distruggere, ma non può ristabilire con la forza l’antica unità delle terre slave orientali. L’Iran può chiudere Hormuz, ma così facendo danneggia gli stati amici e la propria economia. Questi limiti indicano un ordine che sta lottando per nascere. Non si baserà su un accordo universale o su un trionfo finale della giustizia. Si baserà su confini, equilibri e sul riconoscimento che diverse grandi potenze e civiltà possiedono i mezzi per rifiutare gli ordini. Un tale ordine sarà pericoloso, ma il tentativo di impedirlo è ancora più pericoloso. Il sistema unipolare ora cerca di preservarsi combattendo su più fronti, impadronendosi di beni, chiudendo mercati, controllando la navigazione e rifornendo guerre lontane. Ogni nuovo atto di coercizione dimostra il suo potere, rivelando al contempo la sua paura: se uno stato resiste con successo, altri potrebbero seguirlo. L’Iran e la Russia combattono dunque per se stessi, ma la loro resistenza ha conseguenze per ogni Paese che desidera uno spazio al di fuori della tirannia occidentale. La guerra globale tra unipolarità e multipolarità è già iniziata. Il suo esito finale non sarà deciso da una singola battaglia. Sarà deciso dalla capacità del vecchio centro di imporre l’obbedienza e dalla capacità dei centri emergenti di costruire un ordine duraturo a partire dal loro rifiuto.

Breve introduzione a Goethe, di Spenglarian Perspective

Breve introduzione a Goethe

L’ispirazione per l’uomo faustiano di Spengler

spenglarian perspective19 agosto
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Goethe - Estado da Arte

Johann Wolfgang von Goethe fu un intellettuale tedesco oppositore dell’Illuminismo, vissuto all’incirca nello stesso periodo di figure come Kant, Robespierre e Napoleone: in altre parole, a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Goethe fu una fonte di enorme ispirazione per Spengler, quindi ritengo opportuno documentare le sue idee per comprendere l’origine di concetti come quello faustiano e la morfologia. La comprensione delle influenze su Spengler, così come delle critiche a lui rivolte, dovrebbe, si spera, ampliare il campo di idee che si possono associare al suo pensiero.

Gli interessi di Goethe erano filosofici, ma non ha mai prodotto una filosofia in senso stretto. Se esisteva un sistema di credenze in lui, esso era celato all’interno di una vasta gamma di romanzi, opere teatrali, poesie e trattati scientifici che ha prodotto nel corso della sua vita. In questo articolo esploreremo quindi alcune di queste idee così come si manifestano nella sua letteratura, e speriamo che voi, lettori, possiate scorgere in lui il germe di Spengler.

La volontà faustiana

Faust (Film) - TV Tropes

Non c’è punto di partenza migliore della sua idea di volontà faustiana, così come presentata nella sua opera Faust . La premessa è che la vita non è fatta per essere, né è mai stata, un diventare qualcosa e poi smettere, permettendoti di sederti soddisfatto in uno stato di riposo finale. La vita è fatta per scalare vette sempre più alte, attivamente, e per non accontentarsi mai di ciò che si ha.

In una delle prime scene del Faust, vediamo il protagonista disperato perché, nonostante abbia padroneggiato tutte le vie intellettuali a sua disposizione all’epoca – filosofia, diritto, medicina, teologia, ecc. – non è ancora più vicino al contatto totale con la realtà vivente che si cela dietro tutte le parole e le formule. Egli articola il problema in questo modo:

Due anime, ahimè! Residuo nel mio petto,

E ciascuno si ritira e respinge il suo fratello

Delle due anime, una si aggrappa alla terra, l’altra si sforza di elevarsi al regno degli spiriti ancestrali superiori. Goethe risolve la scissione non facendo mai scegliere a Faust da che parte stare. La tensione stessa è il punto: se la tensione si placa, allora ciò segna il ritorno alla morte e al non-essere. Questo tormenta Faust, che desidera essere liberato dalla perfezione. Allo stesso tempo maledice la sua facoltà di aspirazione come un tormento (“Maledetta sia subito l’alta ambizione / Con cui la mente stessa inganna!”) pur essendo abbastanza fiducioso nelle sue aspirazioni da dare inizio al dramma principale attraverso il suo patto con Mefistofele, il diavolo, che sfida a soddisfarlo a rischio della propria anima. Alla fine ottiene quella soddisfazione, e nello stesso istante perde e muore. Gli angeli portano la sua anima verso l’alto cantando:

Chiunque aspira instancabilmente

Non è irrecuperabile.

Non appena Faust smise di lottare, perse. Per Goethe, non è per un fine superiore, come la saggezza o la felicità, che ci si sforza, bensì per il senso della vita. In questo risiede anche il seme del mondo di Schopenhauer, inteso come Volontà.

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Prometeo: Decidere il proprio destino

Prometheus The Creation of Man and a History of Enlightenment

Durante gli anni dello Sturm und Drang di Goethe, un movimento poetico proto-romantico, la sua ode Prometeo raffigurava il Titano che rubò il fuoco agli dei per donarlo all’uomo come un ribelle che rinunciava completamente alla dipendenza dagli dei, dichiarando che il significato e il valore della vita devono essere costruiti dall’uomo solo con il proprio lavoro e la propria sofferenza, piuttosto che essere concessi dall’alto. Dalla fine del Prometeo:

Qui siedo io, formando i mortali

Dopo la mia immagine;

Una razza che mi somiglia,

Soffrire, piangere,

Per godere, per essere felici,

E tu al disprezzo,

Come me!

La poesia fu scandalosa all’epoca. Il movimento Sturm und Drang in Germania era già una critica all’Illuminismo e ai suoi vincoli sull’individuo. Goethe lo sostenne e dichiarò che la dignità umana non poteva derivare da formule recepite passivamente da un rigido ordine cosmico; piuttosto, essa scaturiva da atti creativi e da un’attività mirata – la volontà faustiana! Ognuno doveva plasmare la propria vita, scrivere la propria storia, dipingere il proprio mondo, attraverso un lavoro instancabile, anziché per eredità di qualsiasi tipo.

Bildung ed esperienza di vita

Karl Pavlovic‏ Briullov | A scene from Goethe's Wilhelm Meister's  Apprenticeship | MutualArt

Mentre Faust e Prometeo drammatizzano la lotta della volontà umana con se stessa e con il cosmo, L’apprendistato di Wilhelm Meister di Goethe fonda la stessa idea sul progetto più ordinario di un uomo che cerca di completare se stesso. Il romanzo ha creato il genere “Bildungsroman” o “romanzo di formazione” e gli ha dato il nome del concetto di Bildung. Non è una parola facile da tradurre, ma ciò che generalmente indica è una fusione di autorealizzazione, formazione o educazione. Spengler usa il termine ne Il tramonto dell’Occidente [1] per descrivere il processo di creazione dello Stato sacerdotale attraverso l’educazione alle dottrine rituali. Ma nel caso di Spengler, egli ne inverte il significato. La sua Bildung è un’attualizzazione intellettuale, mentre per Goethe è solo metà dell’equazione.

Il compito più elevato dell’essere umano è la coltivazione di tutte le sue facoltà attraverso l’interazione con il mondo, in contrapposizione alle ristrette discipline mentali che lo tengono rinchiuso nella propria testa. In sostanza, si tratta di un’educazione attraverso l’esperienza di vita. Wilhelm offre una frase che riassume il suo libro:

Il completamento non è una preoccupazione dello studioso: è sufficiente che si perfezioni con la pratica.

La perfezione è impossibile e, come già detto, indesiderabile. La perfezione in un singolo ambito a scapito di tutti gli altri aspetti di sé stessi genera anche uno squilibrio nel lavoro. Per questo motivo, Goethe si oppose alla specializzazione per tutta la vita. Insistette nel voler essere contemporaneamente naturalista, amministratore pubblico, poeta e romanziere, anche a costo di una minore produttività. Per essere un uomo rinascimentale, bisogna fare dei sacrifici, ma alla lunga questi ripagano con un bagaglio di competenze diversificato, e uno squilibrio di priorità era un fallimento, a prescindere dai potenziali vantaggi della specializzazione.

La natura come organismo vivente

Night: Faust and the Spirit - Mr. Brown

Oltre a essere uno scrittore di narrativa, Goethe si dedicò anche alla scienza, elaborando le proprie teorie. Trascorse decenni a studiare il colore, l’ottica e la biologia, giungendo alla conclusione che la natura non fosse un insieme inerte di leggi e relazioni causali, come l’avevano definita i matematici e i razionalisti dell’epoca; al contrario, avrebbe dovuto essere considerata come un tutt’uno vivente, da scoprire gradualmente attraverso un’osservazione paziente.

C’è un seme di questo nel Faust. C’è un seme di questo nel Faust. All’inizio dell’opera, Faust cerca di evocare lo Spirito della Terra, la metafora di Goethe per quella natura vera e vivente, e lo spirito si presenta a lui:

Nelle maree della vita, nella tempesta dell’azione,

Un’onda fluttuante,

Una navetta gratuita,

Nascita e tomba,

Un mare eterno,

Un intreccio, un flusso

Vivi, tutto splendente,

Così al ronzio del telaio del Tempo è la mia mano che prepara

L’abito della Vita che la Divinità indossa!

L’immagine di ciò sopraffà Faust, e in risposta lo spirito lo avverte: ” Tu sei come lo Spirito che comprendi, / Non me! “; viene avvertito che si può conoscere solo ciò di cui si è pari, e quindi conoscere la natura così com’è veramente sarebbe impossibile conoscendola direttamente come una formula.

Un altro romanzo in cui Goethe dimostra questa idea è Affinità elettive (1809). Il titolo è tratto dal concetto chimico settecentesco secondo cui le sostanze hanno una preferenza a combinarsi con alcune sostanze rispetto ad altre, e Goethe lo usa come metafora per la sua storia in cui due coniugi vengono separati dall’arrivo di nuove persone nelle loro vite, di cui si innamorano. L’obiettivo era dimostrare che la vita emotiva umana non è un fenomeno separato dal mondo fisico naturale, ma che entrambi fanno parte dello stesso tutto, nonostante le divisioni artificialmente create.

Ma i suoi scritti scientifici sono più espliciti su questo argomento. La sua introduzione alla Teoria dei colori delinea un approccio allo studio della natura basato sull’osservazione e sull’esperienza lenta e diretta, piuttosto che su deduzioni matematiche astratte come fece Newton.

Ogni atto di osservazione conduce alla considerazione, la considerazione alla riflessione, la riflessione alla combinazione, e si può quindi affermare che in ogni sguardo attento alla natura stiamo già teorizzando.

Ciò che intende sottolineare è la necessità della statistica nello studio della vita, così come la politica e l’economia ne hanno bisogno. Studiare una singola pianta non fornirà un quadro matematico completo di tutte le piante simili. È necessario studiare migliaia di piante di un certo tipo, man mano che crescono e maturano, per analizzarne differenze e somiglianze, prima di poterle elaborare in numeri ed estendere il risultato all’intera categoria con una stima ragionevole. Sul tema scientifico in senso stretto, la storia ha premiato Newton e l’ottica moderna si basa sulla sua descrizione matematica della luce e non su quella di Goethe, ma la critica secondo cui ridurre un fenomeno a leggi e formule può andare a scapito della comprensione di come esso viene percepito non è stata dimenticata. È sopravvissuta alla specifica disputa del suo tempo ed è diventata un’influenza duratura per chiunque volesse considerare la realtà come qualcosa di più di un insieme di costruzioni mentali. A questo si collega la teoria delle polarità di Goethe, l’idea che i fenomeni naturali si sviluppino attraverso la tensione produttiva tra due forze opposte. Questo diventa quindi il modello per comprendere il colore, la crescita delle piante e anche altri aspetti della vita, come il testamento faustiano, le sue due anime in lotta nel suo petto.

Vi è ulteriore prova di questa totalità della natura nella raccolta di aforismi in Massime e riflessioni :

L’errore è legato alla verità come il sonno alla veglia. Ho osservato che, al risveglio dall’errore, l’uomo ritorna alla verità con rinnovato vigore.

Nella formazione delle specie, la Natura si trova, per così dire, in un vicolo cieco; non riesce a trovare una via d’uscita ed è restia a tornare indietro.

Entrambe le correnti trattano la natura come qualcosa di dinamico, adattivo e vitale, piuttosto che come qualcosa di statico e comprensibile attraverso parole e simboli interconnessi.

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La conoscenza si acquisisce attraverso l’azione, non solo attraverso il pensiero.

Un tema ricorrente nella sua opera è la diffidenza verso il pensiero astratto quando separato dall’azione. Il Faust ne è l’esempio migliore, con il suo risentimento per la sua padronanza degli studi teorici, e la Bildung spiega il potenziale dell’apprendimento esperienziale. La soluzione di Goethe a questa trappola è documentata in Massime e riflessioni .

Mai pensando, ma facendo. Cerca di fare il tuo dovere e scoprirai subito quanto vali.

Non c’è spettacolo più terribile dell’ignoranza in azione.

La tesi qui sostenuta è che il pensiero astratto, non messo alla prova dalla realtà, ristagna a causa dell’illusione o dell’autocompiacimento. Allo stesso tempo, l’azione senza riflessione può essere sconsiderata e pericolosa quanto la paralisi mentale. L’ideale è che pensiero e azione si completino a vicenda, correggendo i difetti e le mancanze dell’altro. Un’altra polarità, pensiero e azione, sono due opposizioni che producono qualcosa quando sono mantenute in una tensione vitale, non quando una prevale sull’altra.

Sentire come forma di Conoscenza

The Sorrows of Young Werther: Passages that inspired suicide | Books on  Trial

Uno dei momenti più trasformativi nella vita di Goethe fu la pubblicazione, nei suoi primi anni di vita, de I dolori del giovane Werther (1774). Il romanzo è narrato interamente attraverso le lettere di un uomo instabile che si innamora di una donna già promessa sposa. Il risultato è che si toglie la vita. Werther è, tra le altre cose, una tesi sostenuta secondo cui l’esperienza emotiva e immaginativa costituisce una verità in sé, inaccessibile alla ragione.

Quando le tenebre mi avvolgono gli occhi, e il cielo e la terra sembrano dimorare nella mia anima e assorbirne il potere, come la forma di un’amata…

– Lettera del 10 maggio

Esamino il mio stesso essere e vi trovo un mondo, ma un mondo fatto più di immaginazione e vaghi desideri che di concretezza e vitalità.

– Lettera del 22 maggio

L’opera rese Goethe famoso da un giorno all’altro in tutta Europa e contribuì a lanciare il movimento Sturm und Drang. Questa fama si trasformò però in infamia quando la popolarità del romanzo provocò un’ondata di suicidi imitativi, fenomeno noto come “effetto Werther”. Goethe dovette aggiungere una prefazione di avvertimento a un’edizione successiva, per ammonire i lettori a trarre forza dalla storia anziché lasciarsi travolgere dalle emozioni di Werther. Grazie a questo errore, Goethe divenne più cauto riguardo a questa convinzione e la elaborò in modo più chiaro nelle sue opere successive. Ciononostante, ciò che Werther fa è sfidare silenziosamente l’arroganza della fede illuminista secondo cui la ragione può descrivere tutta la realtà. La proposta, invece, è che l’immaginazione e il sentimento siano altrettanto centrali nel modo in cui una persona interagisce con il mondo, una posizione che avrebbe poi ispirato le successive ondate del romanticismo europeo.

Conclusione

La filosofia di Goethe può essere considerata una filosofia dell’esperienza, dove l’esperienza rappresenta l’antitesi di ciò che i filosofi illuministi avevano indicato come l’unica via per comprendere la natura. Mentre Newton si affannava a dominare la natura attraverso leggi matematiche, Goethe ci mostra che la conoscenza priva di applicazione pratica può ingannare la mente, o meglio, che la conoscenza non fondata sui fatti della realtà può dissolversi nell’assurdo.

Per questo motivo, egli auspica un equilibrio tra i due aspetti. Forse può sembrare banale e ovvio; la maggior parte delle scienze esatte viene comunicata in termini di funzioni affinché possano essere utilizzate, ma nella cultura politica odierna, ad esempio, ci sono molte lotte ideologiche e discorsi complottisti che spingono persone altrimenti brillanti verso vicoli ciechi o addirittura verso la follia. Se un’idea apporta un miglioramento, dovrebbe essere utilizzata per migliorare, ma se non lo fa, o se esiste solo con il potenziale per migliorare ma non viene messa in pratica, allora intasa la mente quando altre realtà dovrebbero avere la precedenza.

Quando altre realtà non possono avere la precedenza, si crea uno squilibrio mentale. Per questo Goethe sottolinea la necessità di mantenere le proprie facoltà in perfetto equilibrio, affinché si possa raggiungere la piena realizzazione personale. Ad esempio, si pensi a un avvocato ossessionato dall’agricoltura. Non avrebbe potuto investire quello spazio mentale altrove, per migliorarsi? Non avrebbe potuto studiare le specializzazioni che gli permettono di guadagnare e di provvedere al proprio sostentamento? Quanta sofferenza si è procurato ossessionandosi con l’agricoltura a scapito di altre parti del suo essere?

Mantenere in equilibrio pensiero e azione offre all’uomo il miglior accesso al significato della vita, che per Goethe è l’eterno cammino verso l’alto, sforzandosi di realizzarsi e poi, sempre insoddisfatto, continuando la sua esplorazione. Fare troppo senza pensare lo porta a guardare le stelle con rabbia; pensare troppo senza fare lo porta a guardare le stelle con nostalgia. Ma dedicare equamente le proprie energie a entrambi gli aspetti mantiene la tensione che lo condurrebbe sulla luna.


[1] Tradotto come Modellatura in inglese.

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Come gli animati mi hanno fatto conoscere Heidegger

Da Evangelion a Dasein

Michael Kumpmann27 agosto∙Articolo ospite
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Michael Kumpmann racconta come gli animati filosofici degli anni ’80 e ’90 lo abbiano condotto a Heidegger e abbiano plasmato il mondo della paura, del terrore e dell’alienazione nel suo romanzo di fantascienza La profezia dimensionale di Zohar .

Kyoto Novalis, in un momento imprecisato del futuro. Sono trascorsi diversi anni da quando gli alieni Caine hanno compiuto un attacco terroristico contro la colonia marziana di Grover’s Mill. Gli alieni sono apparsi senza preavviso e hanno attaccato l’edificio governativo della colonia. Stranamente, le indagini successive hanno indicato che questi alieni erano apparentemente anch’essi una forma di umanità. L’attacco si è trasformato in una crisi terroristica durata decenni. Gli alieni apparivano improvvisamente nelle città umane, lanciavano un attacco, uccidevano un gran numero di persone e scomparivano immediatamente. Nessun luogo era al sicuro da loro. Potevano colpire e seminare il terrore ovunque. Persino l’intensificazione della sorveglianza e le misure estreme non sono riuscite a fermarli.

Un giorno, il matematico Riemann e i suoi assistenti, Szabi e Rosenberg, scoprirono un algoritmo matematico in grado di prevedere con precisione quando sarebbe apparso Caine. L’umanità aveva finalmente la possibilità di reagire contro i terroristi. A Kyoto Novalis venne fondato un istituto per applicare e perfezionare l’algoritmo. L’umanità poteva ora prevenire gli attacchi e salvare vite umane. Finalmente, la situazione sembrava migliorare.

Poi, improvvisamente, l’algoritmo iniziò a produrre un gran numero di previsioni errate. Si scoprì che presentava problemi di precisione della macchina e di errore relativo e che pertanto doveva essere rivisto. Anche l’Istituto Carl Friedrich Gauss ricevette l’incarico di migliorare l’efficienza e la precisione dell’algoritmo.

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Karala Yagiyu, la giovane figlia di due scienziati dell’istituto, sta per essere reclutata come specialista. Arriva a Kyoto Novalis in treno. Allo stesso tempo, però, iniziano a comparire i corpi di persone che sono state evidentemente assassinate dagli alieni Caine. Gli incidenti si moltiplicano e i Caine arrivano persino a far impazzire alcune persone. La situazione diventa una vera e propria crisi perché il governo vede un solo modo per fermarli:

Se necessario, distruggere completamente la città con bombe all’idrogeno e seppellirla sotto uno strato di cemento.

È ancora possibile scongiurare la catastrofe, o è tutto perduto?

Questa è la trama del mio romanzo di fantascienza ” La profezia dimensionale di Zohar” , disponibile su Amazon da diversi mesi e già recensito più volte qui su Multipolar Press .

È facile intuire che la paura sia il tema centrale della storia e, come hanno dimostrato gli ultimi trailer , il romanzo è fortemente ispirato all’opera di Heidegger. Ma come è nata questa influenza e come si manifesta? Potrebbe sembrare paradossale a molti, ma le sue origini non risiedono nella filosofia, bensì nella cultura popolare, più precisamente negli anime degli anni ’80 e ’90.

Molti animati di quel periodo contenevano sfumature filosofiche. Un esempio ben noto è il film Ghost in the Shell di Mamoru Oshii , che in seguito divenne una delle principali fonti di ispirazione per i film di Matrix . Dopotutto, Matrix è “l’adattamento cinematografico più famoso dell’opera di Platone”. Megazone 23 è un altro famoso anime gnostico e platonico degli anni ’80. In esso, le macchine imprigionano l’umanità in una realtà simulata in cui gli anni ’80 si ripetono in un ciclo infinito da secoli. Anche A Wind Named Amnesia è un’opera fortemente platonica, basata su un romanzo di fantascienza giapponese, in cui gli alieni prendono il controllo del mondo e periodicamente cancellano la memoria dell’umanità. Il protagonista è un vagabondo che ama una donna aliena di nome Sophia e cerca persone disposte a rischiare per intraprendere un percorso di studi e recuperare i propri ricordi. Notate il nome: il protagonista ama Sophia. Amare “Sophia”, ovvero la saggezza, è il vero significato della parola filosofia .

Gunbuster utilizza il tempo e il suo scorrere come elemento centrale della trama. Esamina cosa accade quando la dilatazione temporale fa sì che tu invecchi così lentamente che il mondo continua a svilupparsi senza di te, mentre tu sembri rimanere immobile.

L’animato “filosofico” più conosciuto è probabilmente Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno , con i suoi riferimenti a Freud, Lacan, Wilhelm Reich, la Cabala e citazioni dirette di Schopenhauer e Søren Kierkegaard. La serie Revolutionary Girl Utena di Kunihiko Ikuhara nacque come proposta rifiutata per un film di Sailor Moon su Haruka e Michiru, che lo studio trasformò poi in una complessa allegoria massonica e rosacrociana. La serie anime filosofica più estrema è probabilmente Serial Experiments Lain , di cui quasi il 99% è costituito da intricate discussioni filosofiche sulla causalità, gli effetti dei media, l’esistenza, internet, la tecnologia informatica, il tempo e altri argomenti. Angel’s Egg di Mamoru Oshii è anche un famoso cortometraggio che tratta il concetto nietzschiano della “morte di Dio”.

Questi temi erano così ampiamente rappresentati negli anime perché l’economia giapponese era in piena espansione negli anni ’80, mentre l’invenzione della videocassetta VHS innescò un’esplosione del cinema indipendente. Era l’unico periodo in cui un gruppo di appassionati di fantascienza poteva rivolgersi agli investitori e ottenere un budget di un milione di dollari per produrre un anime di fantascienza. Ciò portò alla creazione di numerose opere concepite secondo la formula: “Uniamo filosofia, Philip K. Dick, Robert Heinlein, Isaac Asimov e l’estetica di Metal Heavy Metal , Alien e Blade Runner in un nuovo anime”.

Un video che spiega cosa rende gli anime di questo periodo e la loro estetica così particolari:

Un montaggio di scene tratte da anime di questo periodo:

Megazone 23 , la cui affinità visiva con il fumetto francese Métal Hurlant è particolarmente evidente:

Wicked City , un anime horror dallo stile neo-noir particolarmente elegante:

Il cinema non è stato l’unico mezzo di espressione influenzato da queste tendenze. Si sono estese anche ai videogiochi. Non è un caso che uno dei dirigenti della Shinra in Final Fantasy VII si chiami Heidegger, mentre il celebre Professor Gast del gioco è quasi una copia esatta di Hermann Wirth. Xenogears , chiaramente influenzato da Evangelion , contiene riferimenti a Nietzsche, allo gnosticismo, alla psicoanalisi e altro ancora. E poi c’è la famosa serie Metal Gear , nota a molti giocatori proprio per il suo approccio a tali tematiche.

Questo periodo degli anime e le opere che ha prodotto sono stati chiaramente tra le principali influenze su Dimensional Prophecy of Zohar . Anche la parola “Dimensional” nel titolo deriva da questa tradizione. Mi sono basato sulle convenzioni di denominazione di Super Dimension Fortress Macross , Super Dimension Cavalry Southern Cross e Super Dimension Century Orguss .

Questi animati sono stati anche ciò che inizialmente mi ha avvicinato alla filosofia. Certo, alla fine degli anni ’90, quando ero un super-nerd autistico, la maggior parte dei riferimenti mi sfuggivano completamente. Li guardavo principalmente per l’azione. Ma quando ho iniziato a seguire corsi di filosofia al liceo e ho rivisto Neon Genesis Evangelion , finalmente qualcosa è scattato.

In realtà è successo in modo un po’ indiretto. Dopo aver visto Neon Genesis Evangelion , ho letto del gioco Xenogears in un vecchio numero di AnimaniA (ho ancora quelle riviste patinate degli anni ’90) e l’articolo diceva che era simile a Evangelion . Volevo disperatamente giocarci. Dopo una LUNGHISSIMA campagna di persuasione, ho convinto mio padre a ordinarmi un modchip per la PlayStation e una copia importata di Xenogears . Avevo anche sentito dire che erano in produzione dei successori non ufficiali di Xenogears : Xenosaga Episode I: Der Wille zur Macht ( La volontà di potenza ), Xenosaga Episode II: Jenseits von Gut und Böse ( Al di là del bene e del male ) e Xenosaga Episode III: Also sprach Zarathustra ( Così parlò Zarathustra ). Volevo anche quelli.

Quei titoli mi lasciavano perplesso. Suonavano estremamente strani e volevo sapere cosa significassero quei nomi particolari. Così li cercai online, e quel singolo passo cambiò radicalmente la mia vita. Nel tempo libero, iniziai a leggere costantemente Nietzsche, Kant, Heidegger, Kierkegaard e molti altri. I miei voti in filosofia passarono da un 4 al massimo dei voti in ogni esame. Il mio professore di filosofia mi implorò persino di studiare filosofia invece di informatica. Ironia della sorte, alla fine il suo desiderio fu esaudito, perché in seguito divenni davvero un filosofo.

Sono rimasto completamente folgorato da questi vecchi anime e volevo creare qualcosa di simile. Grazie alla vaporwave e, soprattutto, all’intelligenza artificiale, molte persone stanno ora cercando di far rivivere l'”estetica degli anime degli anni ’80 e ’90”, ma io ho iniziato a farlo intorno al 2004. Lol. Ho studiato con entusiasmo non solo le opere dei filosofi, ma anche le influenze fantascientifiche che hanno ispirato questo stile, tra cui Blade Runner , 2001: Odissea nello spazio , Starship Troopers , Alien , H.R. Giger, Stanisław Lem e altri.

Il mio progetto “La profezia dimensionale dello Zohar” è iniziato durante le vacanze estive, quando avevo circa diciassette anni. L’idea mi è venuta da un’intervista di AnimaniA a un regista di anime che diceva di voler realizzare un film sull’Essere. Non ricordo chi fosse. Per coincidenza, avevo comprato lo stesso libro di testo di filosofia che usava il nostro professore, e conteneva un capitolo enorme proprio su quell’argomento. Ho pensato: “Va bene, scriverò una storia anche su quello”. Ho studiato il capitolo, insieme a brani di Nietzsche, Sartre, Heidegger, Hegel, Freud e Marx, e ho iniziato lentamente a pianificare la storia. Sì, dico sul serio. Gli altri diciassettenni leggevano Playboy di nascosto sotto le coperte a mezzanotte. Io, invece, leggevo Heidegger di nascosto.

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La mia premessa di base era di mettere in primo piano questo tema e rappresentare un’umanità futura sotto attacco da parte di bizzarri alieni lovecraftiani che, per qualche ragione, erano anche umani. Una delle domande centrali dei protagonisti sarebbe stata perché queste creature dovessero essere considerate umane. Nella prima bozza, assomigliavano agli insetti di Starship Troopers perché non avevo ancora imparato a riprodurre correttamente lo stile lovecraftiano. Ma man mano che la mia comprensione di Lovecraft cresceva e che leggevo altri libri come Solaris , gli alieni si sono evoluti sempre più in “abominazioni lovecraftiane” incomprensibili alla mente umana.

La primissima bozza, che ho pubblicato su siti web tedeschi di fanfiction, era ancora estremamente grezza e presentava problemi di coesione della trama.

Anni dopo, mentre studiavo informatica, iniziai la mia prima revisione sostanziale della storia. L’ispirazione mi venne da una semplice paura personale: ero terrorizzato all’idea di non superare un esame imminente. Volevo trovare un modo per parlare delle mie paure. Riscrissi quindi la storia in modo che l’umanità avesse inventato un algoritmo – un programma per computer – per difendersi dagli alieni. Per “coincidenza”, però, il programma presentava proprio i problemi trattati in quell’esame e quindi doveva essere corretto. La trama si allontanò anche dall’ambito militare e bellico per concentrarsi sulla ricerca e l’analisi, con una generosa dose di indagini e cospirazioni in stile X-Files .

Ho poi scoperto un altro anime, Gasaraki , che ha influenzato il mio lavoro. I creatori di Gasaraki credevano che Hideaki Anno si fosse spinto troppo oltre con l’esoterismo e il misticismo di Neon Genesis Evangelion . Volevano invece presentare una “visione credibile di un possibile futuro”. Caro lettore, ti renderai subito conto di quanto spaventosamente credibile fosse la premessa della serie. Prodotta nel 2000, racconta la seguente storia: in un futuro prossimo, gli Stati Uniti accusano il dittatore di un paese mediorientale – che somiglia in modo impressionante a Saddam Hussein – di possedere armi di distruzione di massa e lanciano una guerra impopolare per un cambio di regime. Man mano che la guerra incontra difficoltà, i droni da combattimento senza pilota vengono utilizzati con sempre maggiore frequenza.

E così si concludeva la “visione credibile di un possibile futuro”. Quasi esattamente quello che era accaduto un anno dopo. La serie mi ha dato un’altra idea: il governo avrebbe considerato gli alieni attaccanti come terroristi e avrebbe limitato le libertà civili, ampliato la sorveglianza e introdotto misure simili nel tentativo di fermarli.

L’evento decisivo successivo fu il disastro di Fukushima. Qui in Germania, la gente precipitò praticamente in una psicosi di massa. Tra le altre cose, questo portò alcuni tedeschi ad avvelenarsi accidentalmente con farmaci antiradiazioni e spinse la Germania ad attuare la sua insensata dismissione del nucleare, la graduale chiusura di tutte le centrali nucleari del paese, che è una delle cause della sua attuale crisi energetica. In seguito, la Germania abbandonò anche il gas russo a basso costo e lo sostituì con il gas naturale liquefatto (GNL). La Germania si rifornisce di GNL dal Qatar e il suo trasporto nel paese dipende dalla navigabilità dello Stretto di Hormuz. Se non fossi tedesco, quasi mi verrebbe da ridere.

Questo mi ha chiarito una cosa: dovevo cambiare radicalmente la mia storia e la sua filosofia. Fino ad allora, Heidegger era apparso solo in una sottotrama minore che coinvolgeva il personaggio di Madoka Michael e la sua psiche. Ma il tema heideggeriano dell’angoscia esistenziale doveva diventare IL tema centrale della storia, in parte perché ciò avrebbe rispecchiato la realtà. La crisi di Fukushima aveva dimostrato chiaramente che gli esseri umani non sono, come molti all’interno del Partito Liberale Democratico (FDP) tedesco e altrove sostenevano, “creature razionali e logiche”. No. L’emozione umana fondamentale è la paura. La paura viene prima; solo dopo ci chiediamo di cosa abbiamo paura. Il sentimento fondamentale che ci accompagna dalla nascita alla morte, controllando tutte le nostre azioni e il nostro intero modo di vivere, è la paura.

Ho anche capito che questo tema si applicava non solo a Madoka, ma a tutti i personaggi e al contesto stesso della storia. Karala inizialmente scappa dopo aver incontrato i mostri alieni, ma in seguito se ne pente. Ancora una volta, la paura è chiaramente il tema centrale. La premessa di base, ovvero destinare tutte le risorse statali al completamento di un programma informatico in grado di prevedere gli attacchi alieni, è anch’essa un esempio di paura e di come le persone cerchino di affrontarla. È anche un esempio di ciò che Heidegger chiamava Gestell , ovvero inquadramento, come ho poi compreso.

Questo mi ha portato alla mia ultima e importante revisione del racconto, in cui ho portato in primo piano i temi della paura e della filosofia di Heidegger. Ciò ha dato alla storia il suo tocco finale. Di conseguenza, gli alieni sono diventati letteralmente radioattivi ed emettevano radiazioni. In seguito, ho incluso anche allusioni ad “altre paure”. Gli alieni, ad esempio, causano coprifuoco e obblighi di indossare la mascherina. Erano intesi a diventare la somma di tutte le paure contemporanee.

Accanto ai temi politici e filosofici, l’opera è diventata anche un mezzo di autoanalisi, seguendo l’esempio di Hideaki Anno con Evangelion . Le mie ansie sociali, le difficoltà che incontravo nel relazionarmi con gli altri a causa del mio autismo e molte altre esperienze personali sono confluite nell’opera.

Per inciso, il mio crescente interesse per Heidegger ebbe in seguito un’altra conseguenza. Nel 2015, un amico libertario di Facebook di nome Manuel Peters mi parlò di un filosofo russo chiamato Alexander Dugin, che a quanto pare era uno dei più grandi heideggeriani viventi. Quella scoperta mi ha letteralmente indirizzato sul percorso che sto seguendo oggi.

(Tradotto dal tedesco)

Ordine dimensionale Profezia dello Zohar Qui .

Quando il firewall crolla: la strada dell’AfD verso il potere _ di Bob Hickok – Il patto Hitler-Stalin e il futuro tedesco-russo, di Karl Richter

Quando il firewall crolla: la strada dell’AfD verso il potere

di Bob Hickok

24 agosto
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Bob Hickok analizza come l’ascesa dell’AfD in Sassonia-Anhalt potrebbe portare il partito dall’opposizione al governo e cambiare il corso della politica tedesca.

L’ultima dichiarazione della leader dell’AfD, Alice Weidel, è stata diretta: “Formeremo il governo in Sassonia-Anhalt”. Le elezioni regionali si terranno il 6 settembre e l’AfD entra nelle ultime settimane di campagna elettorale con un vantaggio schiacciante. Un sondaggio Infratest dimap attribuisce al partito il 41%, contro il 24% della CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del cancelliere Friedrich Merz). Poiché diversi partiti minori si avvicinano alla soglia del 5% necessaria per entrare nel parlamento regionale, un simile risultato potrebbe garantire all’AfD la maggioranza assoluta dei seggi senza la maggioranza assoluta dei voti. Il suo candidato di punta, Ulrich Siegmund, sta quindi puntando a un governo guidato dall’AfD piuttosto che a un altro mandato all’opposizione. Questo sarebbe il primo governo regionale guidato dal partito e una grave sconfitta per tutte le istituzioni che per anni hanno ripetuto ai tedeschi che all’AfD non si deve mai permettere di esercitare il potere. Lo slogan della campagna elettorale, “Tutto è possibile”, è diventato realtà. Un partito considerato un outsider intoccabile ora è a portata di mano della Cancelleria di Stato a Magdeburgo, capitale della Sassonia-Anhalt.

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L’avanzata si estende ben oltre un singolo stato orientale. L’ultimo Politbarometro attribuisce all’AfD il 27% a livello nazionale e alla CDU/CSU (Unione Cristiano-Sociale, il partito gemello bavarese della CDU) il 22%. Allo stesso tempo, l’85% degli intervistati si dichiara insoddisfatto del governo federale, mentre solo il 13% si dichiara soddisfatto. Questi numeri descrivono un crollo del consenso. Il cancelliere Friedrich Merz aveva promesso un cambio di rotta, eppure la CDU continua a perdere elettori perché si rifiuta di rompere con le politiche che hanno generato l’attuale crisi. Adotta slogan dell’AfD durante le campagne elettorali, condanna i politici dell’AfD dopo lo spoglio dei voti e poi governa con partiti i cui obiettivi contraddicono i desideri dei suoi stessi sostenitori. I tedeschi hanno capito l’inganno. Si stanno spostando verso il partito le cui politiche la CDU copia, ma non ha il coraggio di attuare.

La Sassonia-Anhalt è diventata la prima linea perché i tedeschi dell’Est sanno cosa significa vivere sotto un sistema che confonde l’obbedienza con il consenso. Ricordano come il linguaggio pubblico possa nascondere fallimenti privati ​​e come le istituzioni ufficiali possano difendersi a lungo dopo aver perso la fiducia del popolo. Dalla riunificazione, molte città hanno perso giovani, lavoratori qualificati, attività commerciali locali, scuole e servizi pubblici. Durante le campagne elettorali, i politici berlinesi in visita esortano i tedeschi dell’Est a votare. Quando però molti di loro appoggiano l’AfD, gli stessi politici dipingono la loro scelta come una minaccia alla democrazia. L’ascesa dell’AfD è in parte una reazione a questo disprezzo. Molti dei suoi elettori non sopportano di essere rimproverati da una classe politica che ritengono responsabile di politiche fallimentari in materia di energia, immigrazione, istruzione, infrastrutture e relazioni con la Russia. Il loro voto afferma che la Germania esiste per uno scopo: proteggere i suoi cittadini, preservare il suo patrimonio e dare ai suoi figli un paese in cui possano costruire un futuro. Non si tratta né di estremismo né di nostalgia. È il primo dovere di uno Stato normale.

L’AfD ha anche delineato le sue intenzioni riguardo al potere. Il suo piano di 100 giorni per la Sassonia-Anhalt prevede un aumento dei posti disponibili nei centri di detenzione per i richiedenti asilo, l’obbligo di lavoro per tutti e la soppressione di uno o due ministeri. Prevede inoltre la fine dei trattati di radiodiffusione statale, in base ai quali le famiglie sono obbligate a pagare una quota per finanziare la televisione e la radio pubbliche, indipendentemente dal loro utilizzo; la riduzione dei finanziamenti pubblici alle fondazioni e ai programmi politici legati ai partiti; l’istituzione di classi introduttive separate per i figli dei richiedenti asilo; il rafforzamento della sicurezza nelle scuole problematiche; e l’apertura di un’inchiesta parlamentare sulla gestione della pandemia di coronavirus. Nelle scuole sventolerebbero bandiere tedesche anziché bandiere arcobaleno e lo slogan pubblicitario dello Stato cambierebbe da “#moderndenken” (pensare moderno) a “#deutschdenken” (pensare tedesco). I critici liquidano alcune di queste misure come simboli. Non colgono il punto. I simboli comunicano ai cittadini chi un governo serve e cosa onora. Un governo che si vergogna della bandiera nazionale raramente difenderà gli interessi materiali della nazione. Il programma coniuga misure concrete con una chiara dichiarazione: la Sassonia-Anhalt deve governarsi tenendo conto delle priorità tedesche.

L’immigrazione rimane un tema centrale perché un Paese sovrano deve decidere chi entra, chi vi rimane e chi diventa parte della sua comunità politica. Weidel ha ribadito la richiesta di controlli più severi e dell’uscita della Germania dal sistema Schengen, che non prevede controlli alle frontiere, se ciò si rendesse necessario per garantire la sicurezza dei confini. Il principio è semplice: un confine che lo Stato non può controllare è una linea su una mappa, non un confine. La Germania può accogliere visitatori legali, lavoratori necessari e persone che accettano le sue leggi. Non ha alcun obbligo di accettare ingressi illegali, dipendenza permanente, false richieste di asilo o l’importazione di conflitti dall’estero. Né i cittadini comuni dovrebbero essere costretti a sopportare costi che i ministri si rifiutano di calcolare onestamente. La leadership federale dell’AfD ha dichiarato di non fare distinzioni tra cittadini tedeschi con o senza un passato migratorio: tutti sono membri della nazione tedesca, indipendentemente dall’origine, dalla visione del mondo o dalla religione. Confini sicuri e parità di cittadinanza vanno quindi di pari passo. Lo Stato deve controllare chi entra nel Paese, mentre tutti i cittadini devono vivere sotto le stesse leggi e condividere gli stessi doveri. La Germania può rimanere generosa solo se il suo governo controlla l’immigrazione e ne fa rispettare le regole.

Il cosiddetto “firewall” si frappone ora tra gli elettori e il governo che potrebbero scegliere. I leader della CDU hanno dichiarato che non tollereranno che una sezione regionale dell’est formi una coalizione con l’AfD, anche se i risultati delle elezioni locali indicassero tale cooperazione come la via più chiara per una maggioranza stabile. Questa regola costringe la CDU a stringere alleanze forzate con partiti rifiutati dalla maggior parte degli elettori conservatori. Conferisce ai partiti minori un potere ben superiore al loro effettivo consenso e trasforma le elezioni in un esercizio il cui risultato deve conformarsi a una decisione già presa a Berlino. Weidel ha ragione: questa politica sta distruggendo la CDU. Un partito conservatore, come la CDU afferma di essere, non può sopravvivere dicendo ai propri elettori che le loro principali preoccupazioni sono legittime, ma che un partito che le esprime è proibito. Prima o poi, la gente smette di votare per l’imitazione. Sceglie l’originale.

Con il crollo del muro di separazione, cresce la pressione per misure più severe. Ad agosto, oltre 1.000 avvocati hanno firmato una lettera aperta esortando i politici ad avviare procedimenti volti a mettere al bando l’AfD. Eppure, a febbraio, il Tribunale amministrativo di Colonia ha temporaneamente impedito all’agenzia federale di intelligence interna di classificare l’intero partito AfD come “organizzazione estremista di destra accertata”, una classificazione che consentirebbe una sorveglianza intensificata, compreso il monitoraggio delle comunicazioni e l’utilizzo di informatori all’interno del partito. Il tribunale ha ritenuto che le prove presentate fossero insufficienti a giustificare tale classificazione per il partito nel suo complesso, sebbene il caso principale rimanga irrisolto e il tribunale abbia rilevato motivi di sospetto riguardanti singoli funzionari dell’AfD. La distinzione è fondamentale. In uno Stato di diritto, le accuse devono essere provate e le sentenze devono applicarsi agli accusati, non a milioni di cittadini che hanno espresso un voto legittimo. Un partito con un sostegno nazionale che si avvicina al 30% non può essere sconfitto da etichette ufficiali. I tentativi di eliminarlo per via amministrativa confermerebbero l’accusa secondo cui il decreto teme il giudizio dell’opinione pubblica. La democrazia perde il suo significato quando gli elettori possono scegliere qualsiasi cosa tranne l’opposizione in grado di vincere.

Le prossime elezioni metteranno quindi alla prova sia l’AfD che i suoi avversari. Una vittoria in Sassonia-Anhalt porterebbe la responsabilità dei bilanci, delle scuole, della polizia, dell’amministrazione e del lavoro quotidiano del governo. Il partito deve rispondere ad anni di ostilità con disciplina, condotta legale e competenza dimostrata. Deve governare per ogni cittadino leale, punire la corruzione al suo interno e dimostrare che la politica patriottica può migliorare la vita quotidiana. Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore voteranno due settimane dopo, il 20 settembre, quindi il successo o il fallimento a Magdeburgo avranno ripercussioni in tutto il paese. Il compito è più arduo che sconfiggere la CDU o umiliare l’establishment. La Germania ha bisogno di confini sicuri, energia a prezzi accessibili, servizi efficienti, strade sicure, famiglie forti, libero dibattito e pace all’estero. Ha bisogno di un governo che parli della nazione senza imbarazzo. Se l’AfD rimarrà calma, seria e fedele a questi doveri, la Sassonia-Anhalt potrebbe aprire le porte a un rinnovamento tedesco che nessun muro di protezione potrà contenere.

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L’AfD e la Ribellione dei migranti delle cinque ore

Quando il teatro politico incontrava l’ora di pranzo

Constantin von Hoffmeister28 agosto
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Mercoledì, Magdeburgo, capitale dello stato tedesco della Sassonia-Anhalt, ha avuto un assaggio di come sarebbe la vita sotto il governo dell’AfD, o almeno così speravano gli organizzatori dello “Sciopero dei migranti”. Circa 150 attività commerciali avevano annunciato la chiusura dalle 10:00 alle 15:00. L’elenco comprendeva ristoranti, chioschi, barbieri e altre piccole imprese. Molte hanno effettivamente chiuso, mentre alcune sono rimaste aperte. È così che è nato il grande avvertimento: votate AfD e un giorno potreste dover aspettare cinque ore per un kebab o un taglio di capelli.

La protesta aveva lo scopo di mostrare cosa Magdeburgo perderebbe senza gli immigrati. Eppure l’AfD non propone l’espulsione di ogni commerciante, infermiere o operaio edile nato all’estero. Chiede invece controlli alle frontiere più severi, l’allontanamento di chi non ha diritto di soggiorno e la limitazione dell’immigrazione di massa. Un imprenditore turco che rispetta la legge, mantiene la sua famiglia e gestisce un’azienda di successo non è paragonabile a un immigrato clandestino la cui richiesta di asilo è stata respinta. La protesta si basava sul fingere che tale distinzione non esistesse. Senza questo stratagemma, il suo messaggio si sarebbe dissolto prima ancora di pranzo.

Gli organizzatori hanno anche definito la loro azione una “difesa della democrazia”. Una scelta di parole alquanto singolare. L’AfD è in testa in Sassonia-Anhalt perché gran parte dell’elettorato intende votare per essa. La risposta “democratica” è stata quindi quella di avvertire gli elettori che scegliere il partito sbagliato potrebbe precludere loro l’accesso a certi esercizi commerciali. Un imprenditore ha tutto il diritto di chiudere la propria attività per una causa politica. Allo stesso modo, i clienti hanno il diritto di sapere che il titolare li considera non solo come avventori, ma anche come allievi bisognosi di istruzione. Democrazia non significa che gli elettori debbano seguire il consiglio di chiudere un barbiere.

Lo sciopero potrebbe persino aver giovato all’AfD. Per cinque ore, i suoi oppositori hanno offerto una piccola lezione su come funziona la pressione politica: accettate la nostra posizione sull’immigrazione, oppure sospenderemo i nostri servizi. Eppure Magdeburgo è sopravvissuta. La gente ha rimandato il pranzo, ha trovato un altro chiosco o semplicemente ha continuato la propria giornata. Quando i negozi hanno riaperto alle tre, l’AfD era ancora in vantaggio, le elezioni erano ancora vicine e non era ancora sorta alcuna dittatura. Il promesso “campanello d’allarme” è suonato meno come una sveglia e più come un negoziante che guarda l’orologio chiedendosi quando sarebbero tornati i clienti.

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Il patto Hitler-Stalin e il futuro tedesco-russo

di Karl Richter

27 agosto
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Karl Richter sostiene che la geografia finirà per ristabilire il partenariato tedesco-russo distrutto dalla guerra e dalle potenze transatlantiche.

La storia a volte ci offre momenti in cui si intravede la possibilità di un percorso alternativo. Cosa sarebbe successo se il Patto Hitler-Stalin del 23 agosto 1939 fosse rimasto in vigore e entrambe le parti lo avessero rispettato?

Purtroppo, si tratta di una domanda futile, perché non sussistevano le condizioni necessarie. Stalin, che negli anni ’30 aveva promosso l’elettrificazione e l’industrializzazione dell’Unione Sovietica a costo di un numero impressionante di vite umane, non aveva affatto abbandonato l’obiettivo di esportare la rivoluzione mondiale, come dimostrò il suo intervento a fianco dei repubblicani di sinistra nella guerra civile spagnola. L’Europa occidentale era minacciata. Hitler, nel frattempo, aveva contemplato la guerra contro l’Unione Sovietica fin dagli anni ’20. Pertanto, sebbene il patto dell’agosto 1939 abbia suscitato un enorme clamore a livello mondiale, in definitiva non fu altro che uno stratagemma con cui entrambe le parti intendevano raggirare l’altra. La finzione della cooperazione tedesco-sovietica durò meno di due anni. Il principale beneficiario fu il capitale americano che, grazie alla guerra e al successivo confronto tra i due blocchi, riuscì a risollevarsi dal baratro degli anni ’30 e a trasformare gli Stati Uniti nella principale potenza mondiale.

Ciononostante, persisteva il timore che Germania e Russia potessero ancora trovare la strada l’una verso l’altra. Nel 1952, Stalin tentò di costruire un ponte d’oro per i tedeschi offrendo loro sovranità, riunificazione e persino forze armate proprie. Come è noto, Adenauer, il “Cancelliere degli Alleati”, non prese nemmeno in considerazione la proposta. Nove cancellieri dopo, le relazioni tedesco-russe sono in rovina, mentre il pericolo di guerra, a causa delle politiche harakiri del cancelliere Merz, è maggiore di quanto non lo fosse durante la Guerra Fredda. Chi detta l’agenda transatlantica ha fatto un ottimo lavoro.

Questa situazione non deve e non rimarrà tale per sempre. Come dice il proverbio, la geografia è destino. Un solo sguardo alla mappa dimostra che la possibilità di una cooperazione tedesco-russa vantaggiosa per entrambe le parti esiste ancora. Per la Germania e per l’Europa, è più urgente che mai; la follia delle sanzioni degli ultimi anni si è rivelata un clamoroso autogol. La maggior parte dei tedeschi ne subirà presto le dolorose conseguenze. L’economia tedesca è in caduta libera, mentre quella russa, grazie al suo entroterra asiatico, non lo è. Prima ripristineremo la nostra partnership energetica con la Russia e ci libereremo dal ricatto del GNL da parte degli Stati Uniti e di altri, meglio sarà. Insieme alla risoluzione della questione migratoria, questa sarà la principale sfida di politica interna ed estera dei prossimi anni. I cani da guardia transatlantici che ancora dominano il dibattito saranno presto relegati alla storia.

Scrivo queste righe con grande serenità perché la finestra di opportunità si sta chiudendo per la nave dei folli che è la Repubblica Federale. Qualcosa di nuovo deve e accadrà; tutti lo percepiscono. Per coloro che vivranno abbastanza a lungo da vederlo, l’opzione tedesco-russa tornerà naturalmente sul tavolo.

(Tradotto dal tedesco)

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