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German Foreign Policy: La svolta epocale dopo la svolta epocale…e altro

La svolta epocale dopo la svolta epocale

Intervista a Ingar Solty sulla militarizzazione della società tedesca, le sue cause e le sue conseguenze – e sulla necessità di una «svolta dopo la svolta».

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Luglio

2026

German-foreign-policy.com ha parlato con Ingar Solty della militarizzazione della società tedesca e delle sue cause. Solty, esperto di politica di pace e sicurezza presso il Centro per l’analisi sociale e l’educazione politica della Fondazione Rosa Luxemburg a Berlino, non si limita a sottolineare come l’attuale corsa agli armamenti stia cambiando la vita quotidiana – ad esempio quella lavorativa di persone che improvvisamente, invece di automobili, devono costruire veicoli militari o prepararsi negli ospedali a curare migliaia di feriti di guerra. Solty descrive anche come il risentimento anti-russo venga nuovamente reso socialmente accettabile per creare un’immagine nemica e imporre una «svolta epocale interna» nelle menti delle persone. Descrive inoltre come l’attuale spostamento degli equilibri di potere globali stia portando alla fine del tradizionale predominio occidentale nel mondo – e come ciò, in combinazione con le crisi economiche, possa portare alla nascita di «paure epidemiche di declino sociale». Queste paure scatenano non di rado la tendenza a «comportarsi in modo aggressivo nei confronti degli altri, nei confronti del resto del mondo». Solty ritiene che una «svolta dopo la svolta» non solo sia necessaria, ma anche possibile.

german-foreign-policy.com: Nel suo libro “Innere Zeitenwende” lei descrive una profonda trasformazione della società tedesca, un nuovo orientamento verso gli armamenti e la guerra. In cosa consiste questo processo?

Ingar Solty: Ci sono alcune contraddizioni. Da un lato assistiamo a un riarmo giustificato con l’invasione russa dell’Ucraina, contraria al diritto internazionale. Allo stesso tempo, però, sappiamo che il riarmo ha origini ben più remote. Non è reattivo e difensivo, bensì proattivo e offensivo. Nel mio libro dimostro che, dopo la guerra in Libia e la mancata partecipazione della Germania nel 2011, all’interno dell’establishment si è formato un consenso in materia di politica estera e di sicurezza che già allora mirava con determinazione a fornire un sostegno militare alla geopolitica imperiale. In sostanza, in due ondate – dopo la «svolta» di politica estera del 2013/14 e a partire dalla «svolta epocale» del febbraio 2022 – è stato annunciato e presentato come reattivo ciò che era già in atto da tempo in modo sistematico, ma che solo ora ha trovato una finestra di opportunità per essere attuato su questa scala.

D’altra parte, l’attuazione di questi piani avviene in una situazione storica particolare. Sul piano economico, ci troviamo di fronte a una trasformazione bloccata in Germania e nell’UE: il fallimento dell’elettrificazione dell’economia tedesca e, di conseguenza, europea e, in questo contesto, una crisi del modello di esportazione tedesco. In realtà, i grandi gruppi industriali tedeschi volevano conquistare sia il mercato statunitense che quello cinese attraverso un maggiore sfruttamento interno. Ora l’UE si trova in una morsa: da un lato la politica tariffaria protezionistica degli Stati Uniti nei confronti dell’area dell’euro, dall’altro il recupero e l’ipercompetitività della Cina, proprio nel settore dell’alta tecnologia.

In questa situazione non solo si aggravano ulteriormente lo sfruttamento e la lotta di classe imposta dall’alto, ma viene anche revocato il partenariato sociale dall’alto. Dal punto di vista del capitale, il riarmo appare ora improvvisamente come un’alternativa redditizia: dove prima si producevano automobili, ora si fabbricheranno carri armati. Il potenziamento militare promette profitti garantiti dallo Stato non solo alle aziende del settore della difesa come Rheinmetall, Hensoldt o KNDS, nonché a molte startup militari, ma anche ai precedenti campioni delle esportazioni nell’industria civile. I profitti nel settore della difesa sono inoltre più che raddoppiati rispetto a quelli della produzione civile di automobili e simili. Ciò risulta estremamente allettante. Questo sviluppo contraddittorio richiede un’analisi precisa: quali forze interagiscono in questo contesto? In che misura tale sviluppo è guidato da fattori economici e in che misura è dettato dalla logica geopolitica? E come si inserisce nel contesto degli sviluppi globali, in particolare nel tentativo dell’Occidente di frenare l’ascesa della Cina e del Sud del mondo?

german-foreign-policy.com: Quale nesso vede?

Ingar Solty: In questo contesto internazionale, si assiste alla trasformazione soprattutto dei sistemi occidentali in un capitalismo sempre più post-liberale, sia verso l’esterno che verso l’interno. È emerso un nuovo tipo di politica imperialista, in cui la politica estera delle grandi potenze – tra cui rientra naturalmente anche l’UE dominata dalla Germania – ricorre sempre più apertamente alla politica della forza. Fino ad ora l’imperialismo aveva bisogno della forza militare diretta solo in casi eccezionali. Di norma funzionava attraverso la forza indiretta, in particolare il debito, con cui si imponevano l’accesso ai mercati e le privatizzazioni a vantaggio delle multinazionali occidentali. Oggi, invece, il potere militare sta assumendo un’importanza sempre maggiore per far valere gli interessi economici e strategici. Lo vediamo, ad esempio, nel modo in cui gli Stati Uniti, in America Latina, con minacce militari e l’invasione del Venezuela, hanno costretto gli investitori russi e cinesi a ritirarsi e ora, con l’aggiunta di minacce di misure doganali contro paesi terzi, stanno soffocando Cuba.

Spesso basta la semplice minaccia di una guerra per far valere interessi geoeconomici e geopolitici. Ciò, come dimostra l’esempio di Panama, non costa la vita a nessun soldato e, al di là dei costi naturalmente elevati legati al potenziamento militare, non costa nemmeno un centesimo. E questa minaccia di violenza bellica viene addirittura utilizzata con successo contro i propri partner europei della NATO, come dimostra la pretesa degli Stati Uniti di esercitare un controllo geoeconomico e geopolitico sulla Groenlandia, che appartiene alla Danimarca. Questo nuovo tipo di imperialismo si basa quindi sul fatto di disporre di massicce capacità militari, di minacciarne l’impiego e che tali minacce siano credibili, poiché si è già dimostrato, attraverso precedenti azioni belliche decise, di essere disposti a ricorrere a tali mezzi in modo rigoroso. Si è dimostrata la propria disponibilità a portare avanti le guerre, se necessario, anche quando le maggioranze interne le rifiutano a causa delle loro ripercussioni sociali negative e di altro tipo. Ciò vale tanto per la politica dell’UE in Ucraina quanto per la politica di Trump nei confronti dell’Iran.

Il punto fondamentale è questo: un simile cambiamento dell’imperialismo verso l’esterno provoca innanzitutto una radicale trasformazione della società al suo interno. Stiamo assistendo proprio ora a questo rapido sviluppo in Germania e nell’UE.

german-foreign-policy.com: Come bisogna immaginarsi questa situazione? Quali sono le conseguenze di questo cambiamento sulle persone coinvolte – ad esempio sui lavoratori che in futuro non dovranno più costruire auto familiari, ma veicoli blindati da trasporto?

Ingar Solty: Innanzitutto cambia la vita quotidiana. Se in futuro un operaio della Volkswagen, come a Osnabrück, dovrà produrre equipaggiamento bellico anche per l’esportazione, per lui si tratterà di una differenza qualitativa. Cambia anche la mentalità degli ingegneri. Sento ripetere spesso che un tempo, tra gli ingegneri, lavorare nell’industria automobilistica era considerato attraente perché lì si guadagnava bene. Poi è arrivata la transizione energetica, in cui sono stati investiti ingenti capitali. Quando era ancora diffusa l’idea che si potesse elettrificare completamente l’economia e creare un capitalismo verde, la tecnologia climatica è diventata più popolare tra gli ingegneri. Chi lavorava nel settore poteva inoltre – sullo sfondo, ad esempio, di Fridays for Future – credere di contribuire a salvare il mondo. Ora la tendenza va chiaramente verso l’industria degli armamenti, soprattutto perché oggi si investono ingenti somme di denaro nelle armi. E chi lavora in un’azienda del settore degli armamenti può oggi abbandonarsi nuovamente alla sensazione di fare del bene, ovvero proteggere i propri simili. Almeno finché si crede alla favola secondo cui le armi garantirebbero la pace, invece di preparare le guerre e renderle più probabili.

Ho assistito a questo fenomeno persino tra i sindacalisti, ad esempio nell’ultima tornata contrattuale del settore energetico. Tra loro circolava, in alcuni casi, l’idea che, qualora si verificasse una cosiddetta «crisi energetica», saremmo noi a garantire il funzionamento delle infrastrutture energetiche e a garantire la sicurezza energetica. Ciò, tra l’altro, anche alla luce del fatto che oggi le guerre vengono condotte non da ultimo con l’impiego dell’intelligenza artificiale, che consuma una quantità incredibile di energia, motivo per cui la sicurezza energetica ha acquisito oggi un’importanza considerevole nella conduzione della guerra.

german-foreign-policy.com: E al di là dei cambiamenti per i singoli individui?

Ingar Solty: La militarizzazione trasforma anche le regioni. Da un lato, i posti di lavoro nel settore degli armamenti possono sembrare un antidoto alla deindustrializzazione, come il topo in mano che è meglio della gallina sul tetto: meglio un lavoro nel settore degli armamenti che nessun lavoro. D’altra parte, però, nasce anche un senso di disagio. Lo si è potuto constatare durante le proteste contro la trasformazione di uno stabilimento Alstom di Görlitz, che produceva vagoni ferroviari civili, in uno stabilimento per veicoli militari; in quell’occasione molti hanno avvertito: dove c’è l’industria degli armamenti, in guerra cadono le bombe. Lo stesso vale per il movimento di protesta nato a Berlino, nel quartiere di Wedding; lì la protesta spesso scatta semplicemente perché nel bel mezzo di una zona residenziale densamente popolata si prevede ora di produrre componenti per proiettili di artiglieria invece che ricambi per automobili, e questo in una città in cui si vedono ancora ovunque le cicatrici della Seconda guerra mondiale. Laddove, ad esempio, il filari di case è interrotto da un parco giochi, si sa: lì un tempo sorgeva un edificio che è stato distrutto da un bombardamento aereo o dall’artiglieria.

E a volte si intravede persino già una certa resistenza. Ad esempio, quando i medici non vogliono essere preparati, come previsto dal piano quadro nell’ambito del “Piano Operativo Germania”, all’eventualità che, in caso di guerra e in una situazione di estrema gravità, debbano decidere chi sopravviverà e chi morirà, poiché non saranno più disponibili capacità terapeutiche. Chi, ad esempio, non potrà più sottoporsi a un intervento all’anca perché i soldati devono ricevere un trattamento prioritario in sala operatoria. Tutto ciò si inserisce inoltre nel contesto di dichiarazioni inquietanti: in caso di guerra, ha avvertito il presidente dell’Associazione dei riservisti della Bundeswehr Patrick Sensburg (CDU), ci sarebbero circa 1.000 morti e feriti al giorno. Ciò implica naturalmente anche che si supereranno ripetutamente i limiti di ciò che i medici e il personale infermieristico, già al limite delle proprie forze, sono costretti a sopportare.

german-foreign-policy.com: Nel suo libro “Innere Zeitenwende” lei parla anche di un linguaggio fuorviante che caratterizza sempre più i media e l’opinione pubblica nella vita quotidiana. Cosa intende esattamente con questo?

Ingar Solty: Non bisogna illudersi: proprio come da parte russa la guerra in Ucraina è stata definita un’«operazione speciale» e non può essere definita una guerra, così anche nel sostegno al governo ucraino e nella partecipazione a quella che – in fin dei conti – è una guerra per procura, vi sono naturalmente elementi di occultamento. Il fatto che si parli di «solidarietà con l’Ucraina», ma che a ciò sia di fatto collegata – per fare un esempio – anche l’autorizzazione concessa al governo ucraino e allo Stato ucraino di reclutare con la forza la propria popolazione per una guerra che già dall’estate del 2024 circa due terzi degli ucraini vogliono porre immediatamente fine tramite negoziati. Quasi tre quarti delle nuove reclute inviate al fronte sono state reclutate con la forza! Più di due milioni di persone sono fuggite e sono costrette a nascondersi. Nel frattempo, nell’UE si fa di tutto per mettere a disposizione dello Stato ucraino gli uomini «idonei al servizio militare» fuggiti da noi.

Anche in altri ambiti si nasconde un’incredibile quantità di informazioni. Si parla, ad esempio, di «equipaggiamento» per evitare il termine «riarmo», per non parlare di «potenziamento degli armamenti», sebbene ci troviamo di fronte alla più grande spesa per gli armamenti dalla fine della Seconda guerra mondiale e un euro su tre del bilancio federale venga speso per le armi. Anche l’affermazione secondo cui la Bundeswehr sarebbe stata sistematicamente smantellata a causa dei tagli di bilancio è fuorviante: già dal 2013 si è registrato un notevole aumento delle spese per gli armamenti, dopo che in precedenza la Bundeswehr era stata trasformata in un esercito per missioni fuori area solo a costo zero. Tutti questi sono certamente elementi di occultamento che assumono un ruolo sempre più importante in una società in cui dietro il termine «riforma», originariamente connotato in senso positivo, si nasconde sempre un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza della popolazione.

german-foreign-policy.com: Nel suo libro lei descrive i risentimenti anti-russi, che attraversano la storia tedesca e che oggi sono tornati in voga, come parte della “svolta interna”…

Ingar Solty: Da un lato è certamente comprensibile che la popolazione assuma un atteggiamento critico nei confronti di uno Stato che ha scatenato una guerra di aggressione – e la guerra che la Russia ha iniziato è una guerra di aggressione contraria al diritto internazionale. Lo Stato russo suscita comunque molta antipatia, soprattutto tra le persone di sinistra liberale che ragionano in termini morali sulla politica estera, anziché in termini di politica di pace e sicurezza. Putin si presenta con un’immagine di mascolinità tossica; il modello economico russo si basa sull’esportazione di materie prime fossili e sull’esportazione di armi, in definitiva quindi sulla distruzione del clima e sulla guerra; la Russia è governata da un governo di destra che agisce con dura repressione contro molti – dai sindacalisti alle persone LGBTQIA –, perseguita gli oppositori fino all’estero e in alcuni casi li fa uccidere anche lì. C’è un fondamento reale per queste critiche.

Resta tuttavia da chiarire come sia stato possibile radicare in ampie fasce della popolazione l’assurda idea che la Russia abbia un interesse intrinseco ad attaccare i paesi europei membri della NATO; che la Russia sia quindi disposta a entrare in guerra con la più grande potenza militare del mondo; che la popolazione debba quindi temere che sia imminente un attacco russo alla Germania o almeno ai suoi alleati e che non si sia in grado di difendersi. Ciò che viene ignorato è l’ovvio, ovvero che la Russia non sarebbe affatto in grado – anche se lo volesse – di sferrare un simile attacco, come dimostra il fatto che in quattro anni di guerra, più lunghi della Prima guerra mondiale, con perdite terribili da entrambe le parti, non è riuscita nemmeno a occupare il Donbass e oggi si contende pochi chilometri quadrati di territorio devastato.

Come è possibile che milioni di persone credano a questa narrazione? È evidente che in Russia vi sia la tendenza a vederla come una sorta di Mordor, una potenza dominante che incarna il male assoluto, contro la quale occorre ora combattere una battaglia decisiva – mobilitando tutte le proprie risorse per la guerra. Ciò significa quindi avvicinare gli scolari alla cultura militare fin dalla più tenera età, sacrificare lo Stato sociale, la tutela del clima e persino la democrazia in nome del riarmo, assomigliando di fatto all’immagine che ci si è creati del nemico russo. È necessario spiegare come una società possa cambiare così rapidamente la propria mentalità.

german-foreign-policy.com: E come?

Ingar Solty: Voglio dire, c’è un contesto storico. La mia famiglia è originaria della Prussia orientale, motivo per cui mi sono occupato a lungo della storia di quella regione. Da quelle parti, tutto ciò che era male, tutto ciò che era negativo, proveniva sempre dall’Est. C’è un libro molto illuminante scritto da Walther Harich, studioso di E.T.A. Hoffmann, che nel 1922, nel suo libro Das Ostproblem, descrisse il confine tra i territori orientali tedeschi e le popolazioni slave circostanti come il confine tra civiltà e barbarie. Tutto ciò di negativo che affliggeva i territori orientali era di origine slava. Si va dalle incursioni dei Tartari alla peste. E tutto ciò era sempre sotteso da un sentimento antisemita, ovvero il razzismo antislavo era strettamente intrecciato con l’antisemitismo: si diceva che fossero stati gli «ebrei nomadi» a introdurre la peste dalle popolazioni slave che vivevano in condizioni antigieniche.

È interessante notare come questo presunto confine tra civiltà e barbarie si sia spostato sempre più verso est con l’avanzata dell’imperialismo tedesco negli ultimi decenni. Non appena la Polonia è entrata nell’UE e quindi nel sistema egemonico tedesco, è stata improvvisamente considerata parte della civiltà. Lo stesso vale ora anche per l’Ucraina, che all’improvviso viene presentata come una democrazia modello, sebbene già prima del 2014 si sapesse perfettamente quanto fosse permeata da oligarchi e corruzione, e nonostante oggi quasi tutti, soprattutto i partiti di opposizione di sinistra, siano stati messi al bando, le elezioni siano state sospese e il nazionalismo ucraino pratichi un revisionismo storico di estrema destra che ormai preoccupa anche Israele e la Polonia, poiché qui vengono riabilitati in modo intollerabile i fascisti che hanno preso parte all’Olocausto e ai massacri anti-polacchi. Per non parlare poi del fatto che furono anche alleati nel «Piano Generale Est» colonialista di Hitler, di cui avrebbero dovuto essere vittime tra i 31 e oltre 50 milioni di europei dell’Est.

german-foreign-policy.com: Eppure si assiste alla presunta barbarie a est dell’Ucraina…

Ingar Solty: Esatto. La narrativa dominante continua a concentrarsi sul “problema dell’Est”: ora si difende questa “civiltà” dalle “orde russe”. La cosa buffa è che in Europa ogni nazione aveva il proprio «Oriente». Mentre durante la Prima e la Seconda guerra mondiale i tedeschi mettevano in guardia dagli «Unni» e dai russi dai «volti da mongoli», nell’Impero britannico erano i tedeschi ad essere considerati i barbari «Unni». Per la Germania vale una lunga tradizione: già durante la Prima guerra mondiale i russi erano il nemico oggetto di disprezzo razziale; dopo la Rivoluzione d’Ottobre rimasero il nemico barbaro fino a tempi ben avanzati nella socialdemocrazia tedesca; negli anni ’30, quando i tedeschi preparavano l’invasione dell’Unione Sovietica come «crociata contro il comunismo» e la conducevano con una barbarie senza precedenti, erano considerati «subumani».

Questo razzismo anti-russo e anti-slavo, portato all’estremo durante il fascismo, è poi riuscito a sopravvivere senza interruzioni nella Germania Ovest durante e dopo la Guerra Fredda. Solo nella DDR ha subito un’interruzione storica, con ripercussioni che si protraggono fino ad oggi. Ma poiché si è verificato un ricambio delle élite, compreso l’acquisizione della stampa quotidiana della Germania dell’Est da parte dei tedeschi dell’Ovest, ciò si riflette anche nei «nuovi Länder», sebbene non senza contestazioni. In ogni caso vale quanto segue: abbiamo ormai a che fare con cinque o sei generazioni che sono state plasmate in questo modo. Ecco perché oggi i risentimenti anti-russi trovano un terreno così fertile, tanto più che in una guerra per procura devono naturalmente essere alimentati anche a livello propagandistico, poiché altrimenti la disponibilità della popolazione a sostenere questa guerra con tutti i suoi immensi costi verrebbe rapidamente meno.

german-foreign-policy.com: Oltre all’agitazione anti-russa, lei descrive anche un risentimento narcisistico collettivo da parte di alcuni settori della società tedesca e un revanscismo liberale. Di cosa si tratta?

Ingar Solty: La guerra in Ucraina, ma anche quella in Asia occidentale, nel Vicino e Medio Oriente, nonché il grande conflitto tra gli Stati Uniti e l’Occidente da un lato e la Cina e il Sud del mondo nel suo complesso dall’altro – tutto questo fa parte di un grande sviluppo storico mondiale. Stiamo assistendo attualmente a una novità assoluta nella storia mondiale: la fine di 500 anni di dominio europeo, o meglio nordatlantico, sul mondo. L’economia mondiale si sta spostando drasticamente dal Nord e dall’Ovest verso il Sud e l’Est. Ci risvegliamo improvvisamente in un mondo post-occidentale. Oggi non possiamo più aspettarci che il resto del mondo voglia vivere come noi in Occidente; che il resto del mondo si interessi a tutto ciò che proviene dall’Occidente perché ritiene di doverlo imitare, perché lo considera migliore; che il resto del mondo conosca tutto ciò che conosciamo noi, mentre noi non dobbiamo necessariamente sapere cosa accade nel resto del mondo. Si tratta di una novità storica assoluta.

E tutto ciò si intreccia con una diffusa paura sociale del declino sociale. Tale paura deriva, da un lato, dalla Quarta Rivoluzione Industriale, che ora, sotto forma di digitalizzazione e diffusione dell’intelligenza artificiale guidate dalle grandi aziende, colpisce i lavoratori altamente qualificati e le classi medie con redditi elevati. Categorie professionali che hanno vissuto interamente secondo le regole della conformità al mercato si trovano improvvisamente minacciate dal punto di vista economico: medici, avvocati, programmatori, web designer, traduttori, interpreti, giornalisti, editori ecc. Anche scrittori, musicisti e altri artisti, che per lo più arrancano economicamente anche quando hanno successo, ma proprio per questo si considerano parte dell’élite, si sentono giustamente in bilico.

german-foreign-policy.com: A ciò si aggiungono i cambiamenti nell’economia mondiale…

Ingar Solty: In effetti. In Germania, e più in generale in Occidente, ci rendiamo conto che non disponiamo più delle migliori infrastrutture, ma che in questo Paese molte cose non funzionano più. Ci rendiamo conto che non siamo più i primi per numero di brevetti depositati, che non abbiamo più le migliori università e che non produciamo più tutti gli atleti di punta – il medagliere olimpico non è più necessariamente guidato dalle nazioni occidentali – e questo porta a momenti di ferita narcisistica.

Lo stiamo vivendo attualmente in Germania con lo “shock cinese 2.0”. Lo “shock cinese 1.0” in Germania non è stato affatto percepito, e non ci si è interessati allo “shock tedesco” nel resto dell’UE e nel mondo, perché all’epoca Germania e Cina potevano ancora essere potenze esportatrici leader parallele. Ma ora, nella rivalità nel settore dell’alta tecnologia con la Cina, la posta in gioco è la leadership tecnologica; ciò fa emergere paure di declino sociale, nonché sentimenti di inferiorità e impotenza. Questi, però, sono pericolosi: come è noto, il narcisista deve considerarsi il migliore proprio perché sa di non esserlo e perché avverte che non lo si ammira più. E il suo senso di superiorità manifestato all’esterno cresce tanto più quanto più lo percepisce interiormente e si sente inadeguato. L’offesa narcisistica e i sentimenti di impotenza sono quindi pericolosi – sia a livello individuale che collettivo – perché, come ben sappiamo, facilitano un comportamento aggressivo nei confronti degli altri e del resto del mondo, in quanto portano facilmente a non percepire più la propria aggressività come tale, ma come semplice legittima difesa.

german-foreign-policy.com: E questo ha un ruolo anche nella guerra in Ucraina?

Ingar Solty: Certamente. Gran parte della popolazione, influenzata dalle dichiarazioni dei politici e dalla copertura mediatica, pensava che, non da ultimo con gli Stati Uniti al proprio fianco, sarebbe stata praticamente una passeggiata aiutare la presunta giustizia a trionfare in Ucraina. Quella Russia arretrata, con un prodotto interno lordo pari a quello dell’Italia e un modello economico tecnologicamente obsoleto: sarebbe stato un gioco da ragazzi rovinarla economicamente e sconfiggerla militarmente. Queste erano le promesse della politica e dei media all’inizio della guerra. Come era prevedibile, non si sono avverate. Le sanzioni contro la Russia si sono rivelate un boomerang unilaterale; hanno contribuito in modo determinante a far sì che la Germania si trovi ora in una profonda crisi economica e che la deindustrializzazione stia prendendo piede. Ciò rafforza le paure e i sentimenti di impotenza: ci si rende conto, infatti, di non avere più il controllo del proprio ambiente e del mondo. Di non poter più dettare al mondo, come si era abituati a fare, la direzione in cui muoversi.

La guerra in Ucraina sta diffondendo forti timori soprattutto tra i liberali di sinistra della classe media, i quali preferiscono – con un atteggiamento palesemente revisionista – equiparare Putin a Hitler, relativizzando così in modo mostruoso l’unicità della guerra di sterminio tedesca nell’Est e dell’Olocausto, il che avrà conseguenze sulla visione storica tedesca e sul suo comportamento nei prossimi decenni. Sono comunque questi gli ambienti in cui si ama tanto parlare di «Putler» e di «orchi» russi. Qui prevale anche l’idea che Trump sia un burattino di Putin, per cui si sarebbe circondati da fascisti a est e fascisti a ovest; e questi fascisti cercherebbero poi anche di portare al potere i fascisti in Europa e in Germania: Meloni, Le Pen, l’AfD. Le immagini sono note: Elon Musk che alza il braccio come per il saluto nazista e viene trasmesso tramite videomessaggio al congresso dell’AfD. Ciò porta, soprattutto tra i liberali di sinistra, negli strati sociali urbani, benestanti, con formazione accademica e culturalmente allineati alla vecchia globalizzazione – come quelli rappresentati da Bündnis 90/Die Grünen – a una sensazione di trovarsi in una sorta di stato d’assedio; e proprio da questo senso di impotenza, questi circoli – che sono ancora fortemente rappresentati anche tra gli operatori dei media – approvano senza riserve tutto ciò che sta avvenendo in termini di potenziamento degli armamenti, perché ciò trasmette loro un senso di sicurezza, come se oggi Rheinmetall fosse il più grande garante della pace.

german-foreign-policy.com: Sono prospettive preoccupanti. Lei sostiene tuttavia che una «svolta dopo la svolta» non solo sia «assolutamente necessaria», ma anche possibile. È davvero così?

Ingar Solty: Penso che sia effettivamente possibile. È vero, naturalmente: per la prima volta ci troviamo in una situazione in cui la maggioranza della popolazione segue l’orientamento delle élite verso il riarmo e la guerra. Ma per molti decenni c’è stata una frattura in questo senso. Da tempo esiste un consenso tra le élite della politica estera – tutte strettamente legate all’industria degli armamenti, con passaggi di carriera dai ministeri federali ai consigli di amministrazione delle aziende del settore e con think tank che forniscono consulenza al governo e non di rado finanziati dall’industria degli armamenti e dallo Stato – secondo cui non ci si può permettere di essere un gigante economico ma un nano in politica estera. Bisogna piuttosto essere in grado di proteggere, anche con mezzi militari, le rotte commerciali, gli investimenti all’estero, l’accesso alle materie prime e ai mercati. Bisogna quindi diventare una potenza globale. Per questo, però, bisognava anche, come si diceva, assumersi «nuove responsabilità», con cui si intendeva inviare la Bundeswehr al fianco degli Stati Uniti in un numero sempre maggiore di missioni belliche, affinché imparasse e contribuisse a far valere gli interessi economici, se necessario anche con la forza militare, e a mantenere con la forza delle armi quella globalizzazione dalla quale, si diceva, la Germania traesse vantaggio come quasi nessun altro Paese. Questo era il consenso delle élite ben prima del 2014, cioè prima del conflitto in Ucraina, prima dell’Euromaidan, della guerra civile ucraina, della secessione del Donbass, dell’occupazione russa del Donbass e dell’annessione della Crimea.

La maggioranza della popolazione, tuttavia, in tutti questi anni non è stata disposta a seguire questa linea. Solo ora ci troviamo per la prima volta in una situazione in cui dal 55 per cento a due terzi della popolazione sostengono il potenziamento militare e sono persino disposti ad accettare tagli alle prestazioni sociali a favore di tale potenziamento. Almeno se la domanda viene posta in modo astratto e non concreto: dopotutto, a tutti viene in mente qualcosa su cui si potrebbero tagliare i fondi. Per l’AfD si tratta forse di un centro antiviolenza, di un programma di studi di genere in un’università, del reddito di cittadinanza e del sussidio per l’alloggio destinato ai poveri, nonché dell’emittenza pubblica. Anche i liberali di sinistra hanno un’idea di dove si potrebbero ridurre le spese – magari nelle agevolazioni fiscali, oppure si ritiene che, con l’aiuto di un’imposta sul patrimonio, si possano avere entrambe le cose: lo Stato sociale e il potenziamento militare.

german-foreign-policy.com: Ora le cose iniziano a diventare concrete…

Ingar Solty: Sì, ora la situazione sta diventando molto concreta, ed è evidente che il potenziamento militare non è possibile senza un massiccio smantellamento dello stato sociale. Quello a cui stiamo assistendo in questo momento è solo la punta dell’iceberg. I tagli alla retribuzione in caso di malattia, i tagli all’assicurazione di assistenza, l’aumento dei contributi privati per l’assicurazione sanitaria, ma anche i tagli di fatto all’assicurazione pensionistica, i tagli agli aiuti all’inserimento nel quadro del reddito di cittadinanza: tutto questo è destinato ad aggravarsi ulteriormente. In futuro ci saranno conflitti di distribuzione molto più aspri. Il potenziamento militare sarà sempre l’elefante nella stanza.

E c’è di più: la disponibilità astratta a un maggiore riarmo non si traduce in una disponibilità concreta a difendere la comunità tedesca con le armi. Nonostante l’intensa campagna pubblicitaria della Bundeswehr ovunque – negli spazi pubblici, sui tram, sui treni, sugli autobus, su YouTube, persino nei film destinati alle famiglie con bambini – nonostante, quindi, il cambiamento epocale nella vita quotidiana, non si riesce a raggiungere l’organico previsto per la Bundeswehr. Abbiamo un numero record di obiettori; su 300.000 convocazioni per la visita di leva, la Bundeswehr ha ricevuto solo poco più di 500 risposte positive. Ciò significa che il mix di conflitti di distribuzione e misure coercitive da parte dello Stato – che tende a riaffermare con maggiore forza il proprio controllo sui cittadini e che, in ultima analisi, finirà per decidere se questi debbano vivere o morire – costituisce una serie di contraddizioni che non possono essere risolte e che rendono effettivamente possibile una svolta epocale dopo la svolta epocale.

Nel mio libro “Innere Zeitenwende” chiarisco che ciò è necessario, poiché la popolazione tedesca si trova di fronte a una scelta fondamentale: si vuole il riarmo e la guerra o la pace e la sicurezza comune? Si vuole una società civile o militarizzata? Si vuole uno Stato democratico o autoritario? Si vuole uno Stato sociale o uno Stato basato sull’armamento? Non si potranno avere entrambe le cose. E infine: si vuole un mondo in cui la crisi climatica si aggravi con tutte le conseguenze che ne derivano, quali flussi migratori e guerre, oppure si lavora, attraverso la cooperazione internazionale, per almeno contenerla? In definitiva, la questione è questa: lottiamo per un mondo vivibile per tutti o seguiamo la politica dominante verso l’abisso?

La nostra recensione del libro di Ingar Soltys Innere Zeitenwende è disponibile qui.

Una svolta epocale nell’industria automobilistica tedesca

Il calo delle vendite e la crescente pressione concorrenziale proveniente dalla Cina stanno trasformando l’industria automobilistica tedesca. Volkswagen reagisce con una drastica politica di risparmio, non per evitare perdite, ma per salvaguardare i profitti.

29

Luglio

2026

BERLINO/PECHINO (Notizia propria) – Volkswagen sta per affrontare la più grande ristrutturazione della sua storia aziendale. L’amministratore delegato Oliver Blume intende dimezzare la gamma di modelli, ridurre le capacità produttive di circa un milione di veicoli ed eliminare fino a 100.000 posti di lavoro in tutto il mondo. Alla base di questa decisione c’è un cambiamento radicale in Cina. Mentre in quel Paese i costruttori cinesi dominano il mercato dei veicoli elettrici e ibridi, i gruppi tedeschi stanno perdendo rapidamente quote di mercato. Nel primo semestre del 2026, le vendite di BMW, Mercedes e Volkswagen in Cina sono crollate di oltre un quarto. Volkswagen non reagisce a questa situazione solo con una drastica politica di risparmio. Per la prima volta, il gruppo sta valutando anche la possibilità di importare in Europa modelli sviluppati esclusivamente per la Cina e, in prospettiva, di produrli negli stabilimenti europei. Parallelmente, anche altri produttori europei puntano sempre più sulle collaborazioni con le aziende cinesi. Inizia così una nuova era: non sono più i produttori europei a guidare la modernizzazione del mercato cinese; è la Cina a plasmare il futuro dell’industria automobilistica europea. Opel sta progettando un SUV in cui gli ingegneri cinesi svilupperanno il sistema di propulsione e la batteria, mentre quelli tedeschi si occuperanno solo del design e dei sedili.

Il crollo in Cina

Il calo delle vendite dei gruppi automobilistici tedeschi sul mercato cinese si sta aggravando. Nel primo semestre del 2026, le vendite di BMW, Mercedes e VW sono diminuite di oltre il 25%. BMW registra un calo di circa un quinto, mentre VW e Mercedes registrano addirittura un calo rispettivamente del 26% e del 28%. [1] I prezzi della benzina in Cina sono aumentati a seguito della guerra in Iran. Ciò ha portato a un aumento della domanda di auto elettriche e ibride, con ripercussioni negative sulle vendite dei gruppi tedeschi, poiché questi continuano a vendere in Cina prevalentemente veicoli con motore a combustione interna.[2] A complicare la situazione si aggiunge una modifica della normativa fiscale per le auto di lusso. La soglia fiscale è stata abbassata da 1,3 milioni di yuan per le auto nuove, IVA esclusa, a 900.000 yuan (circa 116.000 euro). L’Associazione dell’industria automobilistica tedesca (VDA) ritiene che ciò avrà ripercussioni particolarmente negative per i produttori europei, in particolare per quelli tedeschi. Secondo le stime dell’Associazione cinese dei costruttori di autovetture (CPCA), è diminuita in modo significativo soprattutto la domanda di veicoli con motore a combustione interna nella fascia di prezzo compresa tra 900.000 e 1,3 milioni di yuan. I consumatori che acquistano veicoli di fascia alta si stanno invece orientando sempre più verso modelli elettrici o ibridi cinesi.[3] BMW, Mercedes e VW hanno già dovuto ridurre notevolmente le loro attività nel settore delle auto ibride plug-in. Gli propulsori parzialmente elettrici beneficiano di agevolazioni fiscali solo se sono in grado di percorrere almeno 100 chilometri in modalità esclusivamente elettrica. Ciò sta accelerando una ristrutturazione della gamma di modelli dei gruppi automobilistici tedeschi.[4]

Meno modelli, meno stabilimenti

Il presidente del consiglio di amministrazione di VW, Oliver Blume, intende contrastare questa tendenza. Il management di VW prevede di ridurre la gamma di modelli fino al 50%. La varietà di prodotti e varianti dovrebbe addirittura diminuire del 75%. Inoltre, le capacità produttive annuali dovrebbero essere ridotte dagli attuali dieci a circa nove milioni di veicoli. [5] Il numero dei modelli di veicoli – attualmente circa 150 – dovrebbe essere dimezzato. Ciò riguarda soprattutto il segmento cinese dei veicoli a combustione interna. In Cina, la dirigenza di VW ha già chiuso o venduto cinque stabilimenti e ha già ridotto le capacità produttive locali di circa un milione di veicoli. [6] A lungo termine, il gruppo punta a tornare a vendere dieci milioni di veicoli all’anno. Del milione di veicoli che VW intende ritirare temporaneamente dal mercato, la metà riguarda l’Europa – soprattutto gli stabilimenti tedeschi. L’altra metà delle sovraccapacità si trova – nonostante le chiusure effettuate finora – ancora in Cina. [7] Per ridurre le capacità produttive, il gruppo VW prevede di tagliare fino a 50.000 posti di lavoro in tutto il mondo. In Germania si sta valutando la sopravvivenza di quattro stabilimenti. Questi tagli di posti di lavoro si aggiungono alla riduzione di 50.000 posti già prevista entro il 2030. Oliver Blume parla della più grande trasformazione nella storia del gruppo VW: «Non si tratta di un semplice pacchetto di misure di risparmio, ma del pacchetto di trasformazione più completo e profondo che abbiamo mai messo in atto nel gruppo Volkswagen.»[8]

Redditività anziché crescita

La dirigenza di VW sta quindi riducendo drasticamente i modelli, le capacità produttive e il personale. Il gruppo mantiene tuttavia i propri obiettivi di profitto. Nel primo semestre del 2026, l’utile operativo del gruppo è sceso dell’11,6%, attestandosi a 5,93 miliardi di euro. Il margine operativo è sceso al 3,8%; VW ha quindi realizzato solo 3,80 euro di utile operativo ogni 100 euro di fatturato. Il direttore finanziario Arno Antlitz ha definito i risultati «un ulteriore campanello d’allarme che spinge ad agire». Il contributo agli utili proveniente dalle attività in Cina è diminuito di un terzo, attestandosi a 856 milioni di euro. Blume non vede tuttavia in questo una «crisi di Volkswagen», bensì una «crisi del settore».[9]

Modelli cinesi per l’Europa

Oliver Blume considera “l’ultima opzione” le possibili chiusure degli stabilimenti di Emden, Zwickau, Hannover e dello stabilimento Audi di Neckarsulm. Sarebbe ipotizzabile anche l’utilizzo degli stabilimenti per la produzione di materiale bellico. Un’altra possibilità sarebbe la produzione di modelli VW cinesi destinati al mercato europeo. Si tratterebbe esplicitamente ed esclusivamente di modelli VW finora disponibili solo in Cina, non di un’apertura ad altri costruttori. [10] Inoltre, VW prevede di intensificare in futuro le esportazioni dagli stabilimenti cinesi verso altri mercati, come l’Australia, l’India o i paesi dell’Asia centrale.[11] Il piano di portare in Europa i propri modelli cinesi comprende sia l’importazione che una successiva produzione dei veicoli o dei loro componenti in Europa. Secondo fonti interne, lo stabilimento VW di Zwickau è considerato un possibile sito produttivo. [12] VW importa già dalla Cina la Cupra Tavascan – un modello del marchio spagnolo Cupra, che fa parte del gruppo VW. In Germania, la Tavascan è tra le dieci auto elettriche più vendute e attualmente occupa il nono posto. [13] All’interno del gruppo VW è inoltre già stato deciso che il motore per la prevista auto elettrica da 20.000 euro, la ID. EVERY1, verrà importato dallo stabilimento di componenti VW in Cina. Dopo il suo viaggio in Cina, il primo ministro della Bassa Sassonia Olaf Lies (SPD) si è detto aperto alla possibilità di costruire modelli cinesi negli stabilimenti VW tedeschi.[14]

La nuova ripartizione dei compiti

Anche altre case automobilistiche europee stanno cercando di compensare il calo del loro tasso di utilizzo degli impianti attraverso collaborazioni con produttori cinesi. Stellantis prevede di utilizzare a pieno regime quattro stabilimenti in Spagna, Francia e Italia con modelli dei gruppi cinesi Leapmotor e Dongfeng. I marchi di Stellantis – Opel, Jeep, Fiat e Peugeot – attualmente utilizzano solo circa la metà delle loro capacità produttive nell’UE. Negli stabilimenti spagnoli di Stellantis a Madrid e Saragozza saranno prodotti in futuro modelli di Leapmotor. In collaborazione con Dongfeng si sta inoltre valutando la produzione di un’auto elettrica a Rennes, in Francia. A Pomigliano, in Italia, dovrebbe essere prodotta una utilitaria elettrica di Leapmotor. A Madrid dovrebbe inoltre essere costruito un SUV Opel con tecnologia cinese. Il sistema di propulsione, la batteria e il software dovrebbero provenire da Leapmotor. Gli ingegneri tedeschi sarebbero responsabili solo del design, dei sedili e del telaio.[15]

Importazioni con riserva

L’importazione prevista dal Gruppo VW di veicoli sviluppati interamente in Cina comporta dei rischi. L’UE applica alle auto elettriche provenienti dalla Cina i cosiddetti dazi compensativi, oltre al dazio di base del 10%. Questi ammontano al 35% per SAIC (un partner cinese di VW), al 17% per BYD e a poco meno dell’8% per Tesla. [16] I dazi compensativi colpiscono tuttavia anche i produttori tedeschi. Inizialmente, sulla Cupra Tavascan era previsto un dazio del 20,7%. Dopo lunghe trattative, la Commissione europea ha abolito il dazio aggiuntivo per il modello del gruppo VW. [17] Negli Stati Uniti, Mercedes è minacciata di esclusione dal mercato a causa di un progetto di legge in fase di elaborazione. Il progetto prevede di vietare la vendita di veicoli connessi se il produttore è controllato per oltre il 15% da azionisti cinesi. Mercedes è controllata per poco meno del 20% da azionisti cinesi.[18]

[1] Lazar Backovic, Julian Olk, Felix Stippler: Il duplice problema della Cina per l’industria automobilistica tedesca. handelsblatt.com, 15 luglio 2026.

[2] Gustav Theile: Il declino della Cina continua. faz.net, 19 giugno 2026.

[3] Quali sono le conseguenze della tassa cinese sui beni di lusso per le case automobilistiche tedesche. handelsblatt.com, 20 luglio 2026.

[4] Christian Müßgens, Henning Peitsmeier, Gustav Theile, Benjamin Wagener: Per i tedeschi, in Cina è in gioco la questione dell’esistenza. faz.net, 21 luglio 2026.

[5] Felix Stippler: Il business del Gruppo VW in Cina subisce un forte calo. handelsblatt.com, 10 luglio 2026.

[6] Christian Müßgens, Henning Peitsmeier, Gustav Theile, Benjamin Wagener: Per i tedeschi, in Cina è in gioco la questione dell’esistenza. faz.net, 21 luglio 2026.

[7] Lazar Backovic: Volkswagen punta a tornare a produrre oltre dieci milioni di auto. handelsblatt.com, 2 luglio 2027.

[8] Crollo degli utili della VW: il piano di risparmio dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24/07/2026.

[9] Lazar Backovic: Blume vuole portare a termine la riorganizzazione della VW entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24 luglio 2026.

[10] Crollo degli utili della VW: il piano di risparmio dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24/07/2026.

[11] Lazar Backovic: Blume vuole portare a termine la riorganizzazione della VW entro la fine dell’anno. handelsblatt.com, 24 luglio 2026.

[12] Lazar Backovic: La VW valuta la vendita e la produzione di modelli cinesi in Europa. handelsblatt.com, 1° luglio 2026.

[13] Lazar Backovic, Olga Scheer: Cupra Tavascan – la prima auto elettrica cinese esente dai dazi punitivi dell’UE. handelsblatt.com, 11 febbraio 2026.

[14], [15] Lazar Backovic, Michael Scheppe: I marchi cinesi approfittano dei problemi produttivi delle case automobilistiche tedesche. handelsblatt.com, 3 giugno 2026.

[16] Lazar Backovic: La VW valuta la vendita e la produzione di modelli cinesi in Europa. handelsblatt.com, 1° luglio 2026.

[17] Lazar Backovic, Olga Scheer: Cupra Tavascan – la prima auto elettrica cinese esente dai dazi punitivi dell’UE. handelsblatt.com, 11 febbraio 2026.

[18] Mercedes spinge negli Stati Uniti per un allentamento delle norme relative alla Cina. handelsblatt.com, 21 luglio 2026.

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«Stabilire nuove priorità»

Merz insiste affinché nel prossimo bilancio a lungo termine dell’UE vengano previsti tagli pari a diverse centinaia di miliardi di euro. Ciò andrebbe, tra l’altro, a discapito degli agricoltori francesi. Berlino intende investire tutti i propri fondi nella propria corsa agli armamenti.

30

Luglio

2026

BRUXELLES/BERLINO/DUBLINO (Notizia propria) – Il cancelliere federale Friedrich Merz continua a insistere con tono perentorio su drastici tagli al futuro bilancio a lungo termine dell’UE. I tagli dovrebbero ammontare a «diverse centinaia di miliardi di euro», ha affermato Merz martedì durante un incontro con il primo ministro irlandese Micheál Martin. Martin è attualmente in prima linea nei negoziati sul bilancio, poiché l’Irlanda detiene la presidenza di turno del Consiglio dell’UE. Se il governo federale riuscisse a far prevalere la propria richiesta, ciò andrebbe a discapito, non da ultimo, del bilancio agricolo dell’UE e, di conseguenza, in particolare degli agricoltori francesi. Questi ultimi hanno già subito delle battute d’arresto a causa dell’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio dell’UE con il Mercosur. A ciò si aggiunge il fatto che la Francia rischia di essere superata dalla Germania anche nel settore dell’industria della difesa e in quello militare, ambiti in cui tradizionalmente vantava un vantaggio all’interno dell’UE. Tutto ciò rafforza il predominio tedesco nell’UE. Mentre Merz sostiene che Berlino non possa sostenere spese aggiuntive per il bilancio dell’UE, il governo federale intende contrarre nuovi debiti per un importo di 838 miliardi di euro solo nel periodo dal 2027 al 2030 – soprattutto per il potenziamento degli armamenti.

Il progetto di bilancio della Commissione europea

Il progetto di bilancio a lungo termine dell’UE per il periodo 2028-2034, presentato dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen già nel luglio dello scorso anno, prevede una spesa pari a 1,76 trilioni di euro. [1] Il fatto che talvolta si parli di una spesa pari a quasi due trilioni di euro è dovuto a metodi di calcolo diversi: mentre i 1,76 trilioni di euro si riferiscono al livello dei prezzi del 2025, il bilancio dell’UE, calcolato ai prezzi correnti, ammonta a 1,96 miliardi di euro. [2] I 1,76 trilioni di euro indicati ufficialmente corrispondono a circa l’1,26% del reddito nazionale lordo (RNL) dell’UE – una percentuale notevolmente superiore all’1,13% dell’RNL stanziato per l’attuale bilancio a lungo termine dell’UE (dal 2021 al 2027). Tuttavia, occorre tenere conto del fatto che nel futuro bilancio a lungo termine sono inclusi, tra l’altro, 149,3 miliardi di euro destinati al rimborso dei debiti contratti per far fronte ai danni causati dalla pandemia di Covid-19. Se si sottrae tale importo dai 1,76 trilioni di euro ufficialmente previsti, rimangono poco più di 1,61 trilioni di euro – pari all’1,15% del RNL, appena più di quanto previsto nell’attuale bilancio a lungo termine.

Opposizione al Parlamento europeo

A ciò si aggiunge il fatto che nel futuro bilancio a lungo termine sono previsti, per la prima volta, stanziamenti pari a 130,7 miliardi di euro per il potenziamento militare. Se dai 1,76 trilioni di euro si sottraggono i fondi destinati non solo al rimborso del debito, ma anche al potenziamento militare, rimangono 1,48 miliardi di euro per le voci di spesa finanziate anche dall’attuale bilancio a lungo termine – pari all’1,05% del RNL, una percentuale inferiore rispetto al passato. In concreto, ciò comporta una significativa riduzione delle spese dell’UE per il settore agricolo. Mentre nel bilancio a lungo termine dell’UE per gli anni dal 2021 al 2027 erano ancora previsti 387 miliardi di euro per il settore agricolo, nel bilancio a lungo termine per gli anni dal 2028 al 2034 sono rimasti solo 295,7 miliardi di euro. [3] Questi e altri tagli hanno indotto il Parlamento europeo, il 28 aprile, a richiedere per il prossimo bilancio a lungo termine una spesa pari all’1,27% del RNL, escluso il rimborso del debito; tale importo includerebbe, oltre alla spesa per la difesa in forte aumento, anche una spesa agricola sostanzialmente invariata. Secondo il Parlamento europeo, il rimborso del debito dovrebbe avvenire a titolo aggiuntivo rispetto al bilancio. [4] Complessivamente, le richieste del Parlamento europeo porterebbero il bilancio a lungo termine per il periodo 2028-2034 a circa due trilioni di euro.

Possibilità di nuove entrate

Non è ancora chiaro come verranno finanziate le maggiori spese. La Commissione europea propone diverse fonti di entrate aggiuntive. Ad esempio, una quota maggiore dei proventi derivanti dal sistema di scambio delle quote di emissione dovrebbe essere versata a Bruxelles, così come il 75% del prelievo compensativo alle frontiere sul CO2. La Commissione prevede inoltre entrate derivanti da nuove tasse sui rifiuti elettronici non raccolti e dall’accisa sul tabacco. Inoltre, dovrebbero contribuire le imprese con un fatturato annuo superiore a 100 milioni di euro, comprese quelle che non hanno sede nell’UE. Grazie a ciò e a un aumento delle entrate attuali, Bruxelles spera di poter incassare ulteriori 58,2 miliardi di euro all’anno.[5] Non da ultimo, si sta attualmente discutendo se rinviare il rimborso del debito legato al coronavirus o se contrarre nuovo debito. Tra gli altri, la Francia si dichiara favorevole a misure in questa direzione.[6]

«Tagli in tutti i settori»

Il cancelliere federale Friedrich Merz ha espresso più volte un netto rifiuto nei confronti del progetto di bilancio della Commissione europea. Poco prima del vertice UE a Cipro del 24 aprile, ha affermato in tono categorico che Bruxelles deve «ridurre le spese del bilancio europeo»; un «aumento del debito» o nuove «emissioni obbligazionarie sul mercato dei capitali» sarebbero «inammissibili dal punto di vista tedesco». [7] «L’ho già detto ai miei colleghi», ha dichiarato Merz: «Dovremo fissare nuove priorità». Merz lo ha ribadito martedì in occasione di un incontro con il primo ministro irlandese Micheál Martin. L’Irlanda detiene attualmente la presidenza di turno dell’UE ed è quindi coinvolta in modo determinante nei negoziati sul bilancio. Merz ha dichiarato – ancora una volta con tono categorico – che l’aumento del bilancio dell’UE è «insostenibile» per la Germania.[8] «Abbiamo quindi bisogno di un progetto di bilancio con tagli in tutti i settori», ha proseguito il Cancelliere, «per un totale di diverse centinaia di miliardi di euro». «Questi tagli sono indispensabili», ha affermato. Il bilancio deve inoltre «rispecchiare le nostre priorità politiche […]». La priorità politica assoluta di Berlino non è il bilancio agricolo, bensì la difesa. Merz ha dichiarato di «confidare» nel fatto che l’Irlanda «presenti una proposta realistica».

Per il dominio tedesco

Mentre Merz sostiene che la Repubblica Federale non possa permettersi un bilancio dell’UE più consistente, il contributo netto tedesco al bilancio di Bruxelles è diminuito negli ultimi anni. È infatti sceso da 19,7 miliardi di euro nel 2022 a soli 13,1 miliardi di euro nel 2024. [9] La causa principale di tale calo è stata la contrazione dell’economia tedesca, che anche lo scorso anno ha registrato una crescita pressoché nulla. Una vera ripresa continua a non essere in vista. A ciò si aggiunge il fatto che il governo federale intende contrarre nuovi debiti per un importo di 838 miliardi di euro nel periodo dal 2027 al 2030 (come riportato da german-foreign-policy.com [10]). I nuovi fondi sono destinati prevalentemente al potenziamento degli armamenti. In questo modo il governo federale prosegue i propri sforzi per superare la Francia nel campo degli armamenti e delle forze armate, settore in cui finora quest’ultima era in testa. Se Berlino riuscisse a far approvare i drastici tagli al bilancio dell’UE richiesti da Merz, ciò andrebbe soprattutto a discapito del bilancio agricolo e, di conseguenza, non da ultimo a discapito degli agricoltori francesi, che recentemente hanno già dovuto subire svantaggi a causa dell’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio dell’UE con il Mercosur. [11] La battaglia sul prossimo bilancio a lungo termine dell’UE si rivela così anche come un’aspra lotta di potere tra Berlino e Parigi, in cui è in gioco il rafforzamento del predominio tedesco in Europa.

[1] Il bilancio a lungo termine dell’UE. europarl.europa.eu, 26 maggio 2026.

[2] Berthold Busch, Björn Kauder, Samina Sultan: Unione europea: quadro finanziario pluriennale dal 2028 al 2034. Rapporto IW 47/2025. Colonia, 13 ottobre 2025.

[3] La politica agricola dell’UE in cifre. europaparl.europa.eu, 17 ottobre 2025.

[4] Bilancio dell’UE 2028-2034: rispondere alle aspettative dei cittadini e alle sfide. europarl.europa.eu, 28 aprile 2026.

[5] Berthold Busch, Björn Kauder, Samina Sultan: Unione europea: quadro finanziario pluriennale dal 2028 al 2034. Rapporto IW 47/2025. Colonia, 13 ottobre 2025.

[6] Virginie Malingre: Le discussioni sul bilancio dell’UE si preannunciano più difficili che mai. lemonde.fr, 17 giugno 2026.

[7] «Stabilire nuove priorità». bundesregierung.de, 24 aprile 2026.

[8] «Tracciare le linee guida fondamentali per l’Europa». bundesregierung.de, 28 luglio 2026.

[9] Berthold Busch, Björn Kauder, Samina Sultan: Il bilancio dell’UE e gli Stati membri. Rapporto IW 62/2025. Colonia, 26 novembre 2025.

[10] Si veda a questo proposito La corsa agli armamenti della Germania.

[11] Si veda a questo proposito Il doppio ruolo neocoloniale.


Proteste contro gli “scarafaggi” a Berlino

Per la prima volta il movimento di protesta indiano si è esteso alla Germania: la scorsa settimana alcuni studenti indiani sono scesi in piazza a Berlino per manifestare contro il governo Modi, con cui il governo federale tedesco collabora strettamente.

28

Luglio

2026

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NUOVA DELHI/BERLINO (Articolo originale) – La scorsa settimana, per la prima volta, l’ampio movimento di protesta in India si è esteso alla Germania. A Berlino, numerosi studenti indiani sono scesi in piazza per manifestare la loro solidarietà al movimento di protesta nel loro Paese d’origine ed esprimere il loro malcontento nei confronti del governo indiano guidato dal primo ministro Narendra Modi. In India, le proteste contro gravi irregolarità nel sistema educativo indiano si sono trasformate in manifestazioni di massa, che dalla richiesta iniziale di dimissioni del ministro dell’Istruzione – ormai accolta – hanno iniziato ad estendersi fino a diventare proteste contro il primo ministro Modi. Sono state sostenute in gran parte dalla Generazione Z, ma trovano origine nell’elevata disoccupazione giovanile e nelle prospettive future di conseguenza desolate per molti. Il fatto che a Berlino siano scesi in piazza studenti indiani, dai quali il governo federale spera soprattutto di coprire il fabbisogno tedesco di manodopera qualificata, dimostra che non sta acquisendo una riserva passiva di manodopera, bensì persone attive e sicure di sé. Berlino sta collaborando sempre più strettamente con il governo Modi, contro il quale erano rivolte le loro proteste.

Le prime dimissioni sotto il governo Modi

Il ministro dell’Istruzione indiano Dharmendra Pradhan si è dimesso sabato scorso, dopo che le proteste studentesche contro il partito al governo Bharatiya Janta Party (BJP, Partito Popolare Indiano) si erano estese in tutto il Paese. Dopo oltre un mese di manifestazioni studentesche, iniziate a Delhi, Pradhan ha rassegnato le dimissioni sabato pomeriggio. [1] Si tratta delle prime dimissioni di un ministro del governo centrale dall’elezione di Narendra Modi a primo ministro nel 2014. Le dimissioni sono avvenute il giorno dopo l’incontro tra una delegazione governativa di alto livello e i rappresentanti del Cockroach Janta Party (CJP, Partito Popolare degli Scarafaggi), un movimento satirico online che guidava le proteste studentesche. [2] L’incontro, durato due ore, si è concluso senza una decisione definitiva; il governo ha chiesto tempo fino a sabato pomeriggio per rispondere alla richiesta principale del CJP, ovvero le dimissioni di Pradhan. A seguito delle dimissioni del ministro dell’Istruzione, Pralhad Joshi è stato nominato suo successore.[3]

Gli “scarafaggi”

Le proteste studentesche in India erano scoppiate dopo che, secondo quanto riportato, le domande d’esame di una delle più importanti prove nazionali per aspiranti medici, il “National Eligibility cum Entrance Test (Undergraduate)” (NEET-UG), erano state rese pubbliche in anticipo. Poco dopo, il governo ha annunciato il ripetersi dell’esame, che si è tenuto il 3 maggio, il che a sua volta ha comportato che oltre due milioni di studenti dovessero sostenere un’altra sessione d’esame.[4] Circa 20 studenti si sono tolti la vita a causa dello stress e dell’ansia da esame.[5] Sono subito levate le richieste di dimissioni del ministro dell’Istruzione Pradhan. Poco dopo, il 15 maggio, in un episodio separato, il presidente della Corte Suprema indiana, Surya Kant, ha paragonato oralmente i giovani disoccupati del Paese alla Corte Suprema a degli «scarafaggi». [6] Le dichiarazioni hanno suscitato forte indignazione tra gli studenti. Uno studente indiano della Boston University, Abhijeet Dipke, ha quindi creato una pagina Instagram dal nome «Cockroach Janta Party», che ha rapidamente conquistato milioni di follower.[7]

Dai social media alle strade

Quando le proteste relative alla divulgazione anticipata delle domande d’esame si sono intensificate, il 20 giugno il CJP ha allestito un accampamento di protesta a Delhi, che ha gradualmente ottenuto il sostegno di numerosi attivisti e anche dei principali partiti politici. [8] Sonam Wangchuk, noto attivista ambientalista, si è unito alle proteste il 28 giugno e ha iniziato uno sciopero della fame a tempo indeterminato per sostenere la richiesta della CJP di dimissioni di Pradhan. [9] Mentre cresceva la pressione sul governo di Modi affinché avviasse un dialogo con gli studenti, la mattina presto del 18 luglio la polizia di Delhi ha prelevato con la forza Wangchuk dal luogo della protesta e lo ha portato in un ospedale contro la sua volontà.[10] In segno di protesta, la CJP ha quindi annunciato una marcia verso il Parlamento per il 20 luglio. Il giorno della marcia, la polizia di Delhi ha represso brutalmente oltre 100.000 studenti, suscitando aspre critiche da ampi settori della società indiana – non da ultimo da parte delle associazioni dei lavoratori e dei contadini.[11] Le proteste hanno così assunto una portata nazionale; secondo quanto riportato sui social media, lo stesso giorno si sono svolte manifestazioni in oltre 100 località in tutto il Paese.

«Da Dharmendra a Narendra»

Le dimissioni sono avvenute solo quando le proteste a livello nazionale avevano già assunto proporzioni considerevoli. Si sono susseguite manifestazioni e scioperi, mentre cominciavano a formarsi mobilitazioni di massa spontanee. Il 25 luglio, mentre le proteste in tutto il Paese continuavano a intensificarsi, nello Stato del Bihar, nell’India centrale, si sono verificati disordini che hanno completamente sopraffatto le forze di sicurezza dispiegate sul posto. [12] Yogendra Yadav, un importante attivista sociale, ha dichiarato davanti a un gruppo di giornalisti presso il luogo della protesta, Jantar Mantar – un osservatorio astronomico del XVIII secolo a Delhi – che il malcontento si stava spostando da «Dharmendra a Narendra (Modi)» [13]: Dall’arresto di Sonam Wangchuk, avvenuto il 18 luglio, l’umore della popolazione si è rivoltato contro Modi, sebbene la richiesta ufficiale del movimento fosse semplicemente le dimissioni del ministro dell’Istruzione. Di fatto, le richieste di dimissioni di Pradhan sono passate in secondo piano; sempre più persone hanno rivolto la propria rabbia espressamente contro Modi.

Il fattore Generazione Z

Le proteste sono state sostenute, nel complesso, dalla cosiddetta “Generazione Z”, ovvero i giovani nati tra il 1997 e il 2010. [14] È alla creatività di questa generazione, cresciuta con i social media, che si attribuisce il merito di aver saputo conquistare la simpatia di persone di tutte le fasce d’età e di tutti gli strati sociali grazie a contenuti divertenti e satirici pubblicati sui social media.[15] Tali contenuti sono stati prodotti in quantità talmente grande da sopraffare semplicemente le argomentazioni delle istituzioni. Dietro a tutto ciò, tuttavia, si cela un contesto sociale più profondo. I giovani in India – come in molti altri paesi – si trovano attualmente a dover affrontare prospettive occupazionali cupe e, di conseguenza, dure prospettive di declino sociale. Secondo l’indagine periodica sulla forza lavoro condotta dal governo per l’anno 2025, un indiano su quattro di età compresa tra i 15 e i 29 anni non era né occupato né impegnato in un percorso di istruzione o formazione. [16] Dopo le dimissioni di Pradhan, le proteste del CJP sono state sospese; il luogo originario della protesta a Jantar Mantar è stato completamente sgomberato.[17] La situazione sociale dei manifestanti, tuttavia, non è migliorata. Non è da escludere, prima o poi, una ripresa delle proteste.

Non è una riserva passiva di manodopera

Il movimento di protesta si è esteso per la prima volta anche alla Germania. La scorsa settimana anche a Berlino numerosi studenti indiani sono scesi in piazza per manifestare la loro solidarietà ai manifestanti in India ed esprimere il proprio malcontento nei confronti del governo di Modi. Con quest’ultimo, del resto, il governo tedesco collabora da anni in modo sempre più stretto – non da ultimo per schierarsi insieme contro la Cina. [18] La corruzione e la crescente repressione sotto Modi non ostacolano affatto questa collaborazione. Il fatto che ora anche gli studenti indiani in Germania scendano in piazza contro il governo di Delhi dimostra inoltre che: le persone provenienti dall’India, reclutate in Germania in modo mirato per coprire il fabbisogno locale di manodopera non solo nel settore dell’assistenza, ma anche nelle cosiddette discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) [19], non sono quella riserva di manodopera passiva auspicata da Berlino; hanno idee politiche proprie, che non coincidono con quelle del governo federale, e per difenderle scendono sempre più spesso in piazza.

[1] Rhea Mogul: Il ministro dell’Istruzione indiano si dimette dopo giorni di proteste giovanili denominate “Cockroach” a seguito della fuga di notizie sui testi d’esame. cnn.com, 25.07.2026.

[2] Redazione: Il governo è disposto ad accogliere due richieste, il presidente della Corte Suprema rimane irremovibile sulle dimissioni di Pradhan: cosa è successo nel secondo round di negoziati. timesofindia.com 24.07.2026.

[3] Redazione di The Hindu: Pralhad Joshi assume la carica di ministro dell’Istruzione. thehindu.com, 26 luglio 2026.

[4] Manikant Mishra: Da Vyapam al NEET: ecco una cronologia decennale degli scandali relativi alla fuga di notizie sui testi d’esame. tribuneindia.com, 17 maggio 2026.

[5] Philipp Wang: «Il “movimento degli scarafaggi” costringe alle dimissioni il ministro dell’Istruzione indiano». time.com, 25 luglio 2026.

[6] Gurdeep Sappal: Il presidente della Corte Suprema li ha definiti “scarafaggi”. La storia sa bene dove porta quel tipo di linguaggio. thewire.in, 16 maggio 2026.

[7] Zoya Mateen: L’India ha una nuova superstar politica: uno scarafaggio. tbc.com, 21 maggio 2026.

[8] PTI: I manifestanti del CJP continuano il sit-in a Jantar Mantar; durante la notte si sono radunati altri sostenitori. theprint.in, 22.07.2026.

[9] Simon Fraser: L’ingegnere in sciopero della fame che chiede riforme nel settore dell’istruzione in India. bbc.com, 21 luglio 2026.

[10] Geeta Pandey: attivista indiana in sciopero della fame da 20 giorni, portata con la forza in ospedale. bbc.com, 18 luglio 2026.

[11] Vidya Krishnan: In India, la paura ha cambiato campo. aljazeera.com, 23 luglio 2026.

[12] Amit Bhelari: Lo sciopero generale nel Bihar degenera in violenze; la polizia apre il fuoco a Siwan, ferendo tre manifestanti. thehindu.com, 25.07.2026.

[13] www.instagram.com/reels/DbN8RTEsFgA/

[14] Esther Sun: Dai Boomer alla Generazione Beta: una guida ai nomi delle generazioni. today.com, 26 settembre 2025.

[15] Hannah Ellis-Petersen: La vittoria del partito indiano “Cockroach Janta” nelle proteste preannuncia guai in vista per Modi. theguardian.com, 26 luglio 2026.

[16] Ufficio Nazionale di Statistica, Ministero delle Statistiche e dell’Attuazione dei Programmi, Governo dell’India: Relazione annuale sull’indagine periodica sulla forza lavoro, 2025 [gennaio 2025 – dicembre 2025]. 27.03.2026.

[17] I manifestanti indiani soprannominati “scarafaggi” sospendono lo sciopero dopo le dimissioni del ministro dell’Istruzione. bbc.com, 25.07.2026.

[18] Si veda a questo proposito Alla ricerca di alternative.

[19] Si veda a questo proposito L’importazione di manodopera dall’India.

Strategia senza pratica

La Germania e l’UE sono molto indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina per quanto riguarda lo sviluppo e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale (IA). Solo nella definizione delle strategie la Repubblica Federale è stata tra i pionieri a livello globale.

27

Luglio

2026

BRUXELLES/BERLINO (Articolo redazionale) – La Germania e l’UE sono molto indietro rispetto ai pionieri globali, Stati Uniti e Cina, per quanto riguarda lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale (IA). Lo confermano numerose ricerche, tra cui un recente studio pubblicato dalla Fondazione Friedrich Naumann, vicina al partito FDP. Secondo tale studio, l’Europa registra un ritardo drammatico, ad esempio, nella quota di mercato globale delle applicazioni di IA: mentre le app di IA americane sono state scaricate 1,35 miliardi di volte, i download delle app di IA europee si sono attestati a soli 1,26 milioni. Anche nello sviluppo di modelli avanzati di IA, nell’attrazione di investimenti nel settore, nella pubblicazione di lavori scientifici sull’argomento e nel numero di brevetti, l’Europa resta indietro rispetto a Stati Uniti e Cina. L’unica azienda europea di rilevanza globale nello sviluppo di modelli di IA – Mistral – ha sede in Francia. Inoltre, le aziende tedesche stanno portando avanti l’introduzione dell’IA con relativa esitazione. Solo la formulazione della strategia ha avuto successo: la Germania è stata uno dei primi paesi al mondo ad adottare una strategia nazionale sull’IA. Tuttavia, l’attuazione pratica lascia a desiderare.

Europa: molto indietro

Per quanto riguarda i download di app di intelligenza artificiale, «le aziende statunitensi dominano a livello mondiale, mentre la Cina sta recuperando terreno dalla metà del 2025 e l’Europa resta indietro»: è questa la conclusione di un nuovo studio della Fondazione Friedrich Naumann, vicina al partito FDP, intitolato «The Geopolitics of AI App Exports», redatto da un collaboratore della Società tedesca per la politica estera (DGAP). [1] I risultati, basati sul numero di download di app Android, dipingono un quadro deludente per l’Europa. Dall’inizio del 2023 all’aprile 2026, le app di IA statunitensi hanno dominato a livello mondiale con circa 1,35 miliardi di download, mentre la Cina si è classificata al secondo posto con 205,41 milioni; l’UE è rimasta molto indietro con soli 1,26 milioni di download di app di IA dell’azienda francese Mistral. Uno dei risultati più sorprendenti dello studio è il predominio delle app di IA cinesi nei paesi dell’America Latina. Oltre ad aver registrato la quota di mercato più elevata in Russia, Bielorussia, Filippine e Indonesia, il numero di download delle app cinesi è risultato il più alto in paesi come Argentina, Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador e Messico. Al contrario, le app di IA statunitensi mantengono la loro posizione dominante in Nord America, Europa occidentale, Asia centrale e meridionale, nonché nei paesi arabi.

Sfere di influenza tecnologica

Come sottolinea l’autore, in ciò si riflettono le sfere di influenza tecnologiche generali (“tecnosfere”) – definite come “aree geografiche in cui un potere esterno possiede una capacità privilegiata, ma non esclusiva, di controllo sulla tecnologia e/o in cui l’attore esterno esercita un’influenza predominante in materia di governance tecnologica”. [2] Si afferma inoltre che, sebbene la tecnologia abbia sempre contribuito all’esercizio del controllo, tale capacità assume proporzioni «di gran lunga maggiori» nell’era dell’IA. Per questo motivo, le raccomandazioni dello studio rivolte all’UE comprendono, tra l’altro, la riduzione della dipendenza dai modelli di base open source cinesi. Lo studio sottolinea la dipendenza sia dell’ecosistema europeo che di quello statunitense dalle app delle startup cinesi specializzate in IA, dovuta alla mancanza in Europa di modelli statunitensi proprietari. Inoltre, l’autore sottolinea la necessità di stringere alleanze tra aziende europee specializzate nell’IA per contrastare il ritardo dell’UE nello sviluppo di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) innovativi.

40 a 15 a 3

Il notevole ritardo dell’UE rispetto agli Stati Uniti e alla Cina emerge anche da altri studi, indici e dati. Secondo l’indice sull’IA della Stanford University, nel 2024 gli Stati Uniti hanno sviluppato 40 modelli di IA all’avanguardia, mentre la Cina ne ha sviluppati ben 15. [3] L’UE, invece, ne ha sviluppati solo tre, tutti realizzati dall’azienda francese Mistral. Nello stesso anno, le aziende statunitensi operanti nel settore dell’IA sono riuscite ad attrarre investimenti per un totale di 109 miliardi di dollari, mentre le loro controparti dell’UE sono riuscite a raccogliere solo 14,9 miliardi di dollari. Inoltre, secondo uno studio di Digital Science, un think tank specializzato in IA, nel 2024 la Cina ha superato di gran lunga tutti gli altri paesi del mondo per numero di pubblicazioni scientifiche nel campo dell’IA, con 23.695 pubblicazioni.[4] Il dato corrispondente era di 10.055 nell’UE, 6.378 negli Stati Uniti e 2.747 nel Regno Unito. Secondo quanto riportato, lo scorso anno Apple avrebbe addirittura discusso internamente l’acquisizione dell’unica azienda europea attualmente in grado di competere ai vertici mondiali dello sviluppo dell’IA.[5] Se ciò fosse avvenuto, l’UE non avrebbe più avuto uno sviluppatore di IA locale tra i leader globali del settore.

La Repubblica Federale è in ritardo

Se già l’UE nel suo complesso è molto indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, ciò vale a maggior ragione per la Germania. Uno studio condotto nel 2021 dall’Istituto Fraunhofer per la ricerca sui sistemi e l’innovazione (ISI) per conto di KfW Research ha rivelato che, all’epoca, lo sviluppo della tecnologia dell’IA era ancora considerato meno importante rispetto ad altre tecnologie quali la robotica, la tecnologia delle batterie e la sicurezza informatica, e si collocava solo al 20° posto in una classifica. [6] Nel 2024 la Germania deteneva una quota di appena il 6% dei brevetti mondiali sull’IA, posizionandosi così ben dietro alla Cina (29%) e agli Stati Uniti (27%). Mentre in Cina il numero delle domande di brevetto si è moltiplicato per cento dall’inizio degli anni 2000, in Germania si è solo triplicato. Il ritardo della Germania può essere illustrato anche con il modello economico del «Revealed Comparative Advantage» (RCA); si tratta di un indicatore che determina il rapporto tra esportazioni e importazioni di un paese per un determinato gruppo di prodotti rispetto al suo rapporto complessivo tra esportazioni e importazioni. Nel 2024 l’RCA della Germania nel settore dell’IA era pari a -57. L’RCA riflette il grado di successo con cui le imprese nazionali riescono a posizionarsi rispetto a quelle estere.

Al ritmo della Germania

Oltre al ritardo in termini di competenze nell’IA, la Germania deve inoltre fare i conti con una stagnazione nell’adozione dell’IA nel settore economico. Uno studio del Centro Leibniz per la Ricerca Economica Europea (ZEW) di Mannheim, risalente al 2024, ha evidenziato che, sebbene le aziende tedesche utilizzassero l’IA con maggiore frequenza rispetto alla media UE, tale utilizzo era rimasto stagnante dal 2021.[7] Dal 2021 al 2023, l’utilizzo dell’IA nelle imprese tedesche è aumentato solo di un punto percentuale, passando dall’11 al 12 per cento. La Repubblica Federale ha comunque ottenuto un buon risultato nell’indice «AI Fitness» della società di revisione e consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC), che misura la disponibilità generale di un paese a introdurre, regolamentare e trarre vantaggio dall’IA. In uno studio globale sulle prestazioni dell’IA pubblicato quest’anno, la Germania ha ottenuto 5,6 punti nell’indice PwC.[8] Si è così posizionata leggermente al di sopra della mediana globale (5,5) e nettamente davanti agli Stati Uniti (5,2), ma significativamente dietro alla Cina (6,9), a Hong Kong (6,7) e all’Arabia Saudita (6,2).

Nel paese dei poeti

La performance complessivamente modesta della Germania nel campo dell’IA è in contrasto con il fatto che nel 2018 la Repubblica Federale è stata tra i primi paesi al mondo a varare una strategia nazionale sull’IA.[9] La strategia era un progetto congiunto dei ministeri dell’Istruzione e della Ricerca e dell’Economia e del Lavoro ed è stata dotata di un finanziamento iniziale di tre miliardi di euro fino al 2025. [10] Il finanziamento ha ricevuto un’iniezione di ulteriori due miliardi di euro grazie al pacchetto di misure economiche e per il futuro del 2020. La strategia tedesca del 2018 si basava su tre obiettivi: rafforzare la competitività della Germania come polo di ricerca ed economico per l’IA; garantire uno sviluppo «responsabile» dell’IA; integrare l’IA nella società attraverso un ampio dialogo. Nel 2020 la strategia è stata aggiornata per tenere conto dei nuovi sviluppi e delle nuove esigenze, tra cui la lotta alla pandemia, la sostenibilità e la tutela dell’ambiente. Da ultimo, nel novembre 2023, il Ministero federale della Ricerca, della Tecnologia e dell’Spazio (BMFTR) ha pubblicato un piano d’azione sull’IA che mira, tra l’altro, a una più stretta cooperazione europea.

[1], [2] Valetin Weber: La geopolitica delle esportazioni di app di intelligenza artificiale. Fondazione Friedrich Naumann, giugno 2026.

[3] L’Indice sull’IA 2025. Università di Stanford, aprile 2025.

[4] Dennis Normile: La Cina è al primo posto a livello mondiale per numero di pubblicazioni sull’intelligenza artificiale, secondo quanto emerge da un’analisi dei database. science.org, 11.07.2025.

[5] Secondo quanto riportato da *The Information*, Apple avrebbe discusso internamente l’acquisto di Mistral e Perplexity. reuters.com, 26 agosto 2025.

[6] Volker Zimmermann: L’intelligenza artificiale in Germania: situazione attuale, opportunità e possibilità di intervento in materia di politica economica. KfW Research, 21 giugno 2024.

[7] L’adozione dell’intelligenza artificiale ristagna nelle aziende tedesche. zew.de, 28 agosto 2024.

[8] Studio globale sulle prestazioni dell’IA: la Germania è più avanzata degli Stati Uniti, ma in ritardo rispetto alla Cina. e3mag.com, 9 luglio 2026.

[9] Ministero federale della Ricerca, della Tecnologia e dello Spazio: Intelligenza artificiale. bmftr.bund.de.

[10] James Dargan: La strategia tedesca sull’intelligenza artificiale: finanziata ma in stallo. theaiinsider.tech, 13 luglio 2026.

Complicità nella guerra di aggressione

Gli Stati Uniti utilizzano nuovamente le infrastrutture tedesche per rafforzare la propria presenza aerea in Medio Oriente, al fine di estendere la guerra contro l’Iran. Secondo gli esperti di diritto, il fatto che Berlino permetta tutto ciò costituisce un caso di favoreggiamento di una guerra di aggressione.

24

Luglio

2026

TEHERAN/WASHINGTON/BERLINO (Notizia propria) – Nell’ambito del rafforzamento della presenza aerea statunitense in Medio Oriente, in vista di un’estensione della guerra di aggressione contro l’Iran, le forze armate statunitensi ricorrono nuovamente alle infrastrutture militari presenti in Germania. Proprio come già prima dell’inizio della guerra e nei primi 40 giorni di conflitto, aerei da combattimento e truppe vengono trasferiti attraverso la base aerea statunitense di Ramstein verso la penisola arabica, dove si preparano ad affrontare l’annunciata ondata di attacchi intensificati. Anche la base aerea statunitense di Spangdahlem è coinvolta; i caccia F-16 ivi di stanza sono stati trasferiti la scorsa settimana nella zona di schieramento in Medio Oriente. Erano tornati dalla loro missione di guerra in quella regione solo poche settimane fa. Di grande importanza è inoltre l’ospedale militare statunitense di Landstuhl, il più grande del suo genere al mondo. Negli ultimi giorni, quasi una dozzina di militari statunitensi, alcuni dei quali gravemente feriti, sono stati trasportati lì per ricevere cure. Il numero dei paramedici nell’ospedale è stato inoltre recentemente aumentato di oltre 150 unità, in previsione di un aumento del numero delle vittime. Per l’espansione della guerra di aggressione illegale, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump annuncia crimini di guerra. Berlino ne è complice.

Ramstein

Come di consueto, le forze armate statunitensi utilizzano ampiamente le infrastrutture militari americane presenti in Germania per l’attuale rafforzamento delle truppe in Iran. Viene ad esempio costantemente utilizzata la base aerea statunitense di Ramstein, non lontana da Kaiserslautern [1], la più grande base dell’aeronautica militare statunitense al di fuori degli Stati Uniti, dove ha sede il quartier generale delle forze aeree statunitensi per l’Europa e l’Africa. A Ramstein si trova, tra l’altro, una stazione di ripetizione satellitare che ha fatto più volte notizia perché attraverso di essa vengono controllate le operazioni dei droni statunitensi non solo in Africa, ma anche nel Vicino e Medio Oriente. Anche per altre operazioni i dati passano attraverso Ramstein – non da ultimo per la guerra in Iran. [2] Ramstein funge costantemente anche da hub logistico per quest’ultima. Poco dopo l’inizio della guerra, aerei militari provenienti dalla Spagna – che da lì non potevano decollare per partecipare al conflitto, poiché il governo spagnolo lo aveva vietato – sono stati trasferiti a Ramstein: Berlino, a differenza di Madrid, non ha sollevato alcuna obiezione alla loro partecipazione alla guerra di aggressione contro l’Iran. Mercoledì scorso è atterrato a Ramstein un aereo relè E-11A BACN; proveniva dalla Warner Robins Air Force Base, nello Stato della Georgia (USA), e ha proseguito il volo verso il Medio Oriente.[3] L’aereo coordina in tempo reale i caccia e i bombardieri mentre effettuano attacchi aerei.

Spangdahlem

Anche la base aerea statunitense di Spangdahlem, nell’Eifel, svolge un ruolo importante nell’attuale rafforzamento della presenza dell’aeronautica militare statunitense in Medio Oriente, finalizzato a preparare un’estensione su vasta scala della guerra di aggressione. La scorsa settimana, alcuni caccia statunitensi F-16 di stanza in quella base sono stati trasferiti in Medio Oriente. [4] Inoltre, jet del tipo F-35 sono decollati dalla base aerea britannica di Lakenheath, a nord-est di Cambridge, diretti verso la regione, così come altri jet F-16 dalla base aerea statunitense di Aviano, a nord-est di Venezia. [5] Gli F-16 di stanza fissa a Spangdahlem erano tornati solo poche settimane fa dalla loro missione nella zona di guerra; si tratta di velivoli specializzati nel neutralizzare la difesa aerea nemica. Il fatto che un numero notevole di aerei da combattimento provenienti da tutte e tre le unità dell’Aeronautica Militare statunitense in Europa venga trasferito nella penisola arabica è insolito, come afferma David Deptula, tenente generale in pensione dell’Aeronautica Militare statunitense e decano del Mitchell Institute for Aerospace Studies, un think tank su tematiche aeronautiche con sede a Washington, citato sul quotidiano delle forze armate statunitensi Stars and Stripes. [6] Deptula sottolinea tuttavia che, verso la fine della Guerra Fredda, l’Aeronautica Militare statunitense non disponeva in Europa di tre, bensì di nove unità – una prova del progressivo declino della sua potenza militare.

Landstuhl

Nel contesto della guerra in Iran, oltre a Ramstein e Spangdahlem, viene ormai utilizzato con maggiore frequenza anche il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare statunitense al di fuori degli Stati Uniti. Negli ultimi giorni, quasi una dozzina di soldati statunitensi gravemente feriti sono stati trasportati lì dalla Giordania per ricevere cure. Ciò ha suscitato scalpore anche perché l’amministrazione Trump riferisce in misura notevolmente minore rispetto ai precedenti governi statunitensi in merito alle proprie perdite e ai propri danni; solo le vittime tra i militari statunitensi vengono rese pubbliche, poiché ciò è rigorosamente prescritto dalla legge. Gli osservatori statunitensi sottolineano tuttavia che ciò non vale per i dipendenti delle società militari private, che spesso costituiscono una parte significativa del personale presente nelle basi militari statunitensi. Dopo che il Pentagono ha dovuto recentemente confermare che tre soldati statunitensi avevano perso la vita durante gli attacchi iraniani alla base aerea di Muwaffaq Salti presso Al Azraq in Giordania, alcune ricerche condotte dai media statunitensi hanno rivelato che, tra il 7 giugno e lo scorso fine settimana, erano stati feriti anche quasi 100 militari statunitensi; il Pentagono non ne aveva informato l’opinione pubblica statunitense. [7] Anzi, era stato regolarmente riferito che i droni e i missili iraniani fossero stati respinti o avessero completamente mancato i loro obiettivi.

Danni materiali

Sono ora disponibili le prime indagini dei media non solo sul numero dei militari statunitensi feriti negli attacchi iraniani, ma anche sui danni causati alle armi e alle infrastrutture militari. Come riportato mercoledì dal *New York Times*, questo mese l’Iran ha concentrato i propri attacchi su nove località con presenza statunitense; nei primi 40 giorni di guerra erano state 18. La base aerea di Muwaffaq Salti è stata colpita ben quattro volte; secondo il quotidiano, lì sono stati distrutti tre edifici con l’uso di droni e due hangar, oltre a presunti container adibiti ad alloggi. Gravi danni sono stati registrati anche alla Torre 22, una struttura militare statunitense nell’estremo nord-est della Giordania, proprio al confine con la Siria. [8] Sono stati colpiti anche hangar e un sistema radar in altre due basi militari in Giordania, nonché l’aeroporto internazionale Re Hussein, dove sono di stanza anche militari statunitensi. In Bahrein è stato danneggiato – almeno – un magazzino; all’Aeroporto Internazionale di Erbil, nel nord dell’Iraq – dove sono presenti anche truppe statunitensi – è stata distrutta una tenda militare. È stata colpita anche la base aerea Ali al Salem in Kuwait, mentre presso la vicina base aerea Ahmad al Jaber è stato distrutto un sistema radar, che era in funzione da appena sei mesi. Questi sono solo i danni accertati finora.

Feriti e morti

Ciò a cui Washington si sta preparando, al di là delle dichiarazioni pubbliche, è dimostrato dal fatto che negli ultimi giorni più di 150 paramedici statunitensi sono stati trasferiti al Landstuhl Regional Medical Center; di conseguenza, qualora il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovesse effettivamente ordinare l’estensione degli attacchi statunitensi, già annunciata e preparata con il rafforzamento della presenza aerea, ci si aspetta un corrispondente intensificarsi della resistenza iraniana e un conseguente aumento anche del numero delle vittime statunitensi – compresi i feriti gravi, che verranno poi trasportati in Germania per ricevere cure mediche. [9] Anche coloro che dovessero perdere la vita in eventuali contrattacchi iraniani saranno presumibilmente trasportati inizialmente nella Repubblica Federale Tedesca, prima di essere trasferiti negli Stati Uniti in bare: l’unità Air Force Mortuary Affairs Operations (AFMAO) effettua solitamente uno scalo a Ramstein durante i suoi voli dalla zona di guerra verso gli Stati Uniti. Così è avvenuto anche di recente, quando sono state riportate le salme di quattro soldati statunitensi caduti in Medio Oriente; secondo quanto riportato, il volo da Ramstein alla Dover Air Force Base nel Delaware, attraverso la quale vengono solitamente gestiti i trasporti delle salme, dura dalle nove alle dieci ore.[10]

Conseguenze giuridiche per Berlino

Per estendere la guerra di aggressione contraria al diritto internazionale, il presidente degli Stati Uniti Trump annuncia ufficialmente attacchi statunitensi contro infrastrutture civili; si tratta di crimini di guerra. L’annuncio di voler ordinare crimini di guerra ha un peso notevole anche per il governo federale tedesco. Continua infatti a consentire alle forze armate statunitensi di utilizzare le infrastrutture militari presenti in Germania – come Ramstein, Spangdahlem, Landstuhl – e concede loro senza esitazione i diritti di sorvolo. Secondo Michael Riegner, professore di diritto pubblico, diritto internazionale e diritto comparato all’Università di Erfurt e direttore della Global Justice Clinic della stessa ateneo, l’idea che ciò non abbia conseguenze non è sostenibile. È inammissibile limitare l’articolo 26, paragrafo 1, della Legge fondamentale alla Bundeswehr, sostiene Riegner. Il paragrafo recita che «gli atti idonei a […] turbare la convivenza pacifica dei popoli, in particolare la preparazione di una guerra di aggressione», devono essere «puniti». Chiunque renda possibile la conduzione di una guerra di aggressione si rende «complice», afferma Riegner.[11] Non può esserci alcun dubbio sul fatto che ciò valga anche nel caso della preparazione di una guerra di aggressione da parte delle forze armate di uno Stato terzo, ad esempio quelle degli Stati Uniti.

[1] Si veda a questo proposito La Renania-Palatinato: crocevia della guerra.

[2] Reiner Braun: Nessuna guerra senza la base aerea statunitense di Ramstein. ipb.org 01.04.2026.

[3] Un E-11A dell’USAF si dirige verso l’Arabia Saudita dopo una sosta a Ramstein, rafforzando le comunicazioni aeree in Medio Oriente. itamilradar.com 22.07.2026.

[4] Chris Gordon: Gli Stati Uniti dispiegano F-16 e F-35 in Medio Oriente mentre la tensione con l’Iran si riaccende. airandspaceforces.com, 17 luglio 2026.

[5], [6] Jennifer H. Svan: L’Aeronautica Militare punta tutto sull’impiego di stormi di caccia con base in Europa per fornire supporto in Medio Oriente. stripes.com, 22 luglio 2026.

[7] Eric Schmitt: Il Pentagono ha nascosto decine di feriti tra i militari statunitensi nella guerra in Iran. nytimes.com, 20 luglio 2026.

[8] Aric Toler, Christoph Koettl: Cosa rivelano le immagini sui recenti danni subiti dalle basi militari statunitensi in Medio Oriente. nytimes.com, 22 luglio 2026.

[9] Shelby Holliday, Lara Seligman, Stephen Kalin: Gli Stati Uniti rafforzano la presenza militare in Medio Oriente, offrendo a Trump la possibilità di estendere la guerra contro l’Iran. wsj.com, 22 luglio 2026.

[10] Janet Loehrke, George Petras: Come i rimpatri dignitosi riportano a casa i militari statunitensi caduti. eu.usatoday.com 22.07.2026.

[11] Michael Riegner: Riserva parlamentare per le guerre di aggressione. verfassungsblog.de, 29 aprile 2026.

La nuova geoeconomia dei prezzi dei farmaci

Gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni affinché in Germania vengano aumentati i prezzi dei farmaci, al fine di alleggerire il proprio bilancio. Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti ha quindi avviato di recente una cosiddetta procedura “Sector 301” contro la Repubblica Federale Tedesca.

23

Luglio

2026

WASHINGTON/BERLINO (Notizia propria) – L’amministrazione Trump esorta il governo federale tedesco ad attuare un aumento dei prezzi dei farmaci in Germania. Motiva questa richiesta sostenendo che l’industria farmaceutica finanzi i propri investimenti in ricerca e sviluppo principalmente attraverso il mercato statunitense. Altri paesi, invece, contribuirebbero in misura minima, pur beneficiando comunque dei progressi in campo medico. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump accusa la Germania e altre nazioni di «parassitismo globale». Il 18 giugno gli Stati Uniti hanno avviato contro la Repubblica Federale Tedesca una cosiddetta procedura «Sector 301» a causa della «persistente sottovalutazione dei farmaci innovativi», con l’obiettivo di migliorare in Germania le condizioni di redditività per l’industria farmaceutica. Il cancelliere federale Friedrich Merz ha respinto la richiesta; il Ministero dell’Economia, invece, si è detto disponibile al dialogo. Boehringer e Merck hanno già ceduto e offrono alcuni preparati a prezzi più bassi sulla nuova piattaforma TrumpRX. Insieme ad altre multinazionali come Bayer, premono in cambio per aumenti dei prezzi negli Stati membri dell’UE, minacciando di non lanciare più nuovi farmaci in Europa – per eliminare ogni possibilità di confronto – qualora le loro richieste non venissero soddisfatte.

«Parassitismo globale»

Gli Stati Uniti sono in testa alla classifica mondiale dei paesi con i prezzi dei farmaci più alti; seguono la Svizzera, la Germania e il Canada. L’amministrazione Trump vorrebbe ora cambiare questa situazione. Sostiene di aver individuato un «parassitismo globale» e individua come causa principale i presunti «sistemi sanitari socialisti in Germania e in tutte le parti dell’Unione Europea».[1]

Il decreto

In questo contesto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha emanato già nel maggio 2025 un decreto in base al quale, in futuro, gli Stati Uniti adotteranno come parametro di riferimento per il mercato farmaceutico nazionale il prezzo più basso praticato in un paese industrializzato per un determinato farmaco. L’ordine esecutivo definisce come obiettivo della politica commerciale statunitense quello di «aiutare i produttori ad aumentare i propri prezzi all’estero, a condizione che i ricavi aggiuntivi così ottenuti vengano utilizzati direttamente per ridurre i prezzi a carico dei pazienti e dei contribuenti americani».[2]

Un cuore per le grandi aziende farmaceutiche

Se il governo precedente aveva ancora attaccato l’avidità di profitto dell’industria farmaceutica – «abbiamo sconfitto la Big Pharma», esultò il presidente Joe Biden nel 2024, poco dopo l’introduzione di sconti su dieci farmaci di largo consumo [3] –, per l’amministrazione Trump ciò non rappresenta più un problema. A differenza dei Democratici, i Repubblicani accettano in linea di principio senza esitazioni i prezzi elevati dei farmaci. In questo modo fanno propria la versione delle aziende farmaceutiche, secondo cui le spese per la ricerca giustificano prezzi elevati. A contraddire questa affermazione è, tuttavia, il fatto che AstraZeneca, Bayer e altre aziende stiano ridimensionando sempre più i propri laboratori per acquistare invece promettenti startup farmaceutiche. L’amministrazione Trump ignora inoltre che i produttori non parlano sempre di ricerca e sviluppo senza motivo, poiché sotto il termine «sviluppo» includono le loro immense spese di marketing.

La procedura Sector 301

In linea con il decreto di Trump del maggio 2025, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer ha cercato per mesi di convincere il governo federale tedesco ad attuare una ridistribuzione delle risorse nel sistema sanitario a favore dell’industria farmaceutica. Ma i negoziati sono falliti. Per questo motivo, a metà giugno Greer ha avviato una cosiddetta procedura «Sector 301» contro la Germania a causa della «persistente sottovalutazione dei farmaci innovativi». [4] In tale occasione ha anche criticato esplicitamente la «Legge sulla stabilizzazione dei contributi nell’assicurazione sanitaria pubblica», all’epoca oggetto di accesi dibattiti: «Sono particolarmente preoccupato dalle notizie secondo cui la Germania starebbe accelerando l’approvazione di una legge che ridurrebbe ulteriormente la spesa per i farmaci innovativi.»[5]

L’accordo con il Regno Unito

Gli Stati Uniti hanno già raggiunto un accordo con il Regno Unito. Per evitare l’aumento dei dazi minacciato sulle esportazioni farmaceutiche delle aziende britanniche, il governo ha garantito, tra l’altro, prezzi più elevati per i farmaci di nuova immissione sul mercato. Secondo un’analisi pubblicata sul British Medical Journal, l’accordo costerà al National Health Service (NHS) circa 51,5 miliardi di euro entro il 2036. Secondo gli autori, la necessaria ridistribuzione dei fondi causerà gravi lacune nell’assistenza sanitaria. Si prevede quindi un aumento dei decessi fino a 229.000 casi.[6]

«Una questione interna»

Il governo federale, dal canto suo, giudica apertamente infondate le richieste del governo statunitense. Il cancelliere federale Friedrich Merz e la ministra della Salute Nina Warken hanno fatto riferimento all’accordo commerciale stipulato dall’UE con gli Stati Uniti, che prevede un dazio all’importazione del 15% sui prodotti farmaceutici. Merz ha definito la regolamentazione dei prezzi dei farmaci in Germania una «questione puramente interna». Anche Warken ha respinto qualsiasi concessione. A tal proposito, la politica della CDU ha affermato di vedere «poco margine di manovra». [7] Solo il Ministero federale dell’Economia si è mostrato disponibile al dialogo. «Cercherà il dialogo con gli Stati Uniti su questa questione», ha dichiarato una portavoce.[8] Martedì i rappresentanti del Ministero della Salute e della Cancelleria federale hanno incontrato la direttrice generale dell’UE per il Commercio, Ditte Juul Jørgensen, per discutere una strategia comune.

Trattamento della nazione più favorita per gli Stati Uniti

Già nel luglio 2025 Trump aveva chiesto in una lettera a 17 aziende farmaceutiche di «ridurre i prezzi dei farmaci soggetti a prescrizione medica negli Stati Uniti al livello del prezzo più basso praticato in altri paesi sviluppati». [9] Anche due aziende farmaceutiche tedesche, Boehringer Ingelheim e Merck, hanno ricevuto la lettera, nella quale veniva loro richiesto di concedere agli Stati Uniti i prezzi «most favored nation», ovvero di applicare il principio della nazione più favorita. Entrambe le aziende hanno ottemperato alla richiesta. «Continueremo a collaborare in modo costruttivo con i governi, le autorità di regolamentazione e le organizzazioni dei pazienti per garantire che i pazienti abbiano accesso a farmaci a prezzi accessibili e che le innovazioni mediche per trattamenti vitali continuino a essere possibili», ha dichiarato Boehringer.[10] Il gruppo offre ora tre preparati a condizioni notevolmente agevolate sulla piattaforma TrumpRX, di recente creazione. Anche Merck è presente sulla piattaforma con tre farmaci e si è persino impegnata a produrre in futuro un maggior numero dei propri farmaci per la fertilità sul territorio statunitense. «Grazie alla nostra collaborazione con il presidente Trump e il suo governo, d’ora in poi un numero maggiore di famiglie negli Stati Uniti avrà accesso a terapie innovative di fecondazione in vitro e, si spera, potrà realizzare il proprio desiderio di avere un figlio», ha dichiarato Danny Bar-Zohar, amministratore delegato di Merck.[11]

La comprensione di Bayer nei confronti di Trump

Altre aziende farmaceutiche, come ad esempio Bayer, stanno cercando attivamente di concludere un accordo, poiché temono che, in caso contrario, si vedrebbero costrette ad attuare programmi di riduzione dei costi ancora più drastici. Il gruppo di Leverkusen non critica però le misure di Trump. Lo ha già sostenuto durante la campagna elettorale con 122.000 dollari, ha sponsorizzato la sua cerimonia di insediamento e ora appoggia anche le invettive di Trump contro Berlino e Bruxelles. «Sì, capisco la frustrazione del governo statunitense nei confronti della politica farmaceutica europea», ha dichiarato l’amministratore delegato Bill Anderson in un’intervista: «Tutti i governi europei desiderano posti di lavoro nel settore farmaceutico e biotecnologico. Ma quando si tratta dei prezzi dei farmaci innovativi, accettano solo una frazione di quanto pagano gli Stati Uniti. Questo è inaccettabile.»[12] «In Europa i prezzi dei nuovi prodotti devono aumentare», chiede di conseguenza Stefan Oelrich, membro del consiglio di amministrazione di Bayer responsabile del settore farmaceutico.[13] Lo ha sicuramente comunicato di persona anche al commissario europeo alla Salute Olivér Várhelyi, quando quest’ultimo ha visitato la sede berlinese di Bayer a giugno. Considerato l’elevato numero di incontri tra i lobbisti del gruppo e i membri del gabinetto di Várhelyi, come risulta dal registro di trasparenza dell’UE, è probabile che l’argomento fosse all’ordine del giorno. Inoltre, il gruppo di Leverkusen ha inviato una lettera in merito alla Commissione europea insieme ad altre aziende farmaceutiche. 

Le grandi aziende farmaceutiche minacciano

Per esercitare pressione, i colossi farmaceutici sottolineano il calo del numero di domande di autorizzazione all’immissione in commercio nei paesi dell’UE, dovuto al fatto che i produttori non vogliono offrire al governo statunitense la possibilità di confrontare i prezzi. «Non si tratta di minacce a vuoto, sta già accadendo», spiega Matthias Berninger, responsabile delle relazioni pubbliche di Bayer: «L’Europa sta per arrivare al punto in cui non verranno più autorizzati quasi nessun nuovo farmaco». [14] L’«Associazione dei produttori farmaceutici che svolgono attività di ricerca» (VFA), fondata dal gruppo di Leverkusen, ha già utilizzato questo argomento nella sua campagna contro la legge di stabilizzazione delle casse malattia. In un annuncio a tutta pagina pubblicato su un quotidiano, l’organizzazione di lobby ha esortato la classe politica a non intaccare i profitti delle aziende farmaceutiche, per non mettere a rischio l’approvvigionamento di medicinali. «Cari deputati del Bundestag», si leggeva nell’annuncio: «Siete voi a decidere se la medicina di domani arriverà ancora in Germania». Eppure la legge non prevede quasi alcun onere per l’industria farmaceutica e garantisce loro condizioni operative favorevoli a lungo termine. «È prevedibile anche in futuro un aumento della spesa farmaceutica», si legge nell’annuncio.

Audizione a settembre

Da quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi gli aumenti dei dazi imposti dall’amministrazione Trump, quest’ultima basa la propria linea d’azione aggressiva principalmente su procedimenti ai sensi della Sezione 301, come quello sopra menzionato, per i quali una disposizione contenuta in una legge sul commercio del 1974 costituisce la base giuridica. Il procedimento pendente contro la Germania concede al governo federale un termine fino al 10 agosto per presentare le proprie osservazioni. L’udienza pubblica è prevista per il 22 settembre.

[1] Ticker 25/4. cbgnetwork.org

[2] Garantire ai pazienti americani prezzi dei farmaci soggetti alla clausola della nazione più favorita. whitehouse.gov 12.05.2025.

[3] «Abbiamo battuto le grandi aziende farmaceutiche»: il presidente Biden e Bernie Sanders parlano dei prezzi dei farmaci. mmm-online.com 04/04/2024.

[4] L’USTR annuncia l’avvio di un’indagine ai sensi della Sezione 301 in merito al persistente sottorimbolso da parte della Germania per i prodotti farmaceutici innovativi. ustr.gov, 18 giugno 2026.

[5] Winand von Petersdorff: Nuovi problemi negli Stati Uniti per l’industria farmaceutica? Frankfurter Allgemeine Zeitung, 20 giugno 2026.

[6] Andrew Gregory: Secondo un’analisi, l’accordo tra Stati Uniti e Regno Unito in materia di farmaci potrebbe causare 229.000 decessi in più in Inghilterra. theguardian.com 02.07.2026.

[7] Melanie Höhn: Warken e Merz non intendono venire incontro al governo statunitense. pharmazeutische-zeitung.de, 23 giugno 2026.

[8] Germania e Stati Uniti in conflitto sui prezzi più elevati dei farmaci. aerzteblatt.de, 19 giugno 2026.

[9] Scheda informativa: Il presidente Donald J. Trump annuncia misure volte a garantire agli americani i prezzi più convenienti al mondo per i farmaci soggetti a prescrizione medica. whitehouse.gov, 31 luglio 2025.

[10] Boehringer risponde alla lettera di Trump. aerzteblatt.de 05/08/2025.

[11] Vanessa Trzewik: Merck cede alle pressioni di Trump. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 18 ottobre 2025.

[12] «Ciò potrebbe comportare un calo significativo dei raccolti». t-online.de, 5 giugno 2026.

[13] Bayer punta ad aumentare i prezzi dei farmaci nei paesi più ricchi. seekingalpha.com, 1° aprile 2026.

[14] Carla Neuhaus, Marc Widmann: Lena Paulin è in attesa di un farmaco importante. Die Zeit, 21 maggio 2026.

Germania – Italia 0-1

Con l’accettazione dell’offerta pubblica di acquisto da parte dell’italiana UniCredit, una delle più grandi lotte di potere nel settore bancario europeo si conclude a favore dell’Italia. La Germania si trova sempre più sulla difensiva nel settore bancario.

22

Luglio

2026

BERLINO/ROMA (Notizia propria) – La battaglia per l’acquisizione della Commerzbank si è conclusa. Con la sua offerta pubblica di acquisto andata a buon fine, l’italiana UniCredit si è assicurata poco meno della metà dei diritti di voto e potrà assumere il controllo del Consiglio di sorveglianza e del Consiglio di amministrazione della seconda banca privata tedesca in occasione dell’assemblea generale del 2027. È stata sostenuta in questo da una rete di istituti finanziari internazionali, tra cui la giapponese Nomura, la francese BNP Paribas e diverse banche statunitensi. Ciò pone fine non solo a una lotta di potere durata quasi due anni tra le grandi banche tedesche e italiane. L’acquisizione rappresenta al contempo la progressiva concentrazione del settore bancario europeo. Mentre UniCredit italiana si posiziona come nuovo gruppo bancario europeo, la Germania si trova sempre più sulla difensiva. Con la Commerzbank, uno dei principali finanziatori delle piccole e medie imprese tedesche e un’istituzione chiave della piazza finanziaria di Francoforte passa sotto controllo straniero. Il conflitto mette in luce la contraddizione tra l’integrazione europea del settore finanziario e gli interessi degli Stati nazionali, che cercano di mantenere il controllo sui propri centri di comando economico.

UniCredit si assicura la maggioranza

All’inizio di maggio UniCredit aveva presentato un’offerta pubblica di acquisto che è scaduta all’inizio di luglio. Nell’ambito della sua offerta, ha offerto 0,485 delle proprie azioni per ogni azione di Commerzbank. [1] Alla scadenza del termine dell’offerta, ha reso noto di aver acquisito, nell’ambito dell’offerta di scambio, il 17,6% delle azioni di Commerzbank. In questo modo ha aumentato la propria quota nella banca di Francoforte dal 26,77% al 44,37%, aggiudicandosi la battaglia per l’acquisizione che durava da quasi due anni. [2] Se si aggiunge il 3,22% di derivati detenuti da UniCredit, la sua quota sale addirittura al 47,59%. Secondo i dati forniti dalla società, ciò corrisponde a una quota di diritti di voto del 49,65%, poiché le azioni proprie detenute da Commerzbank non conferiscono diritto di voto. Inoltre, UniCredit dispone di strumenti derivati su un ulteriore 13% delle azioni di Commerzbank, che tuttavia non conferiscono alcun diritto di voto. Alla prossima assemblea generale, prevista nella primavera del 2027, otto dei dieci rappresentanti della parte azionaria del consiglio di sorveglianza saranno sottoposti a rielezione. Grazie alla sua maggioranza nell’assemblea generale, UniCredit potrà determinare in modo determinante l’assegnazione delle cariche.[3]

Critiche all’offerta pubblica di acquisto

In relazione all’offerta pubblica di acquisto sono state nel frattempo sollevate accuse di manipolazione del mercato. Il comitato aziendale centrale della Commerzbank, che aveva sporto denuncia contro ignoti, ha tuttavia subito una sconfitta legale. Anche la dirigenza della Commerzbank ha criticato ripetutamente le informazioni fornite da UniCredit e ha coinvolto l’autorità di vigilanza finanziaria BaFin. Secondo quanto riferito dall’autorità di vigilanza, le azioni offerte provengono in gran parte da banche e operatori di mercato collegati a UniCredit. Secondo la Commerzbank, non è chiaro in che misura siano state offerte azioni prese in prestito e quali accordi di copertura fossero in essere.[4] È noto che la giapponese Nomura, l’americana Citigroup e la francese BNP Paribas avevano concluso operazioni di swap su azioni della Commerzbank con UniCredit. [5] Oltre a queste banche, UniCredit può contare su altri istituti finanziari come Jefferies e Bank of America. Le banche affiliate a UniCredit le consentono, in un determinato momento, di accedere a un ulteriore 13% delle azioni di Commerzbank.[6]

Attacco alla dirigenza aziendale

A metà giugno UniCredit ha minacciato di sostituire il Consiglio di sorveglianza e il Consiglio di amministrazione della Commerzbank. A tal fine, tuttavia, la grande banca italiana dovrebbe sostituire anche i due membri del Consiglio di sorveglianza nominati dal governo federale. Dopo il salvataggio della Commerzbank, il governo federale si era assicurato il diritto di proporre due rappresentanti per l’organo di controllo. [7] UniCredit ha ora dichiarato che, qualora ricevesse «un sostegno sufficiente da parte degli azionisti» durante l’assemblea generale, sarebbe «in grado … di eleggere tutti i rappresentanti degli azionisti nel Consiglio di sorveglianza». [8] Se UniCredit dovesse effettivamente sostituire il consiglio di sorveglianza e il consiglio di amministrazione della Commerzbank durante l’assemblea generale del 2027, ciò costituirebbe un affronto nei confronti del governo federale, poiché ciò riguarderebbe anche i membri del consiglio di sorveglianza nominati dal governo federale fino al 2029.[9]

La Commerzbank come istituto strategico

Per la piazza finanziaria di Francoforte l’intero sviluppo rappresenta un grave problema. La Commerzbank è un istituto fondamentale del settore finanziario tedesco e profondamente radicata nel mondo delle piccole e medie imprese tedesche. Se dovesse diventare una filiale di UniCredit, in futuro le decisioni creditizie di rilievo verrebbero prese a Milano e non più a Francoforte. Di conseguenza, la piazza finanziaria di Francoforte perderebbe influenza, potere decisionale e sovranità economica. [10] Secondo i dati forniti dalla Commerzbank, l’istituto gestisce circa il 30 per cento del commercio estero tedesco. Molti dipendenti della banca vedono in questo un vantaggio competitivo fondamentale. La Commerzbank affianca le operazioni estere di numerose piccole e medie imprese, che spesso non trovano un interlocutore equivalente presso le grandi banche internazionali.[11]

«Riflesso della mentalità proprietaria»

Mentre l’acquisizione della Commerzbank ha incontrato per lo più resistenze nella politica tedesca, essa è invece decisamente sostenuta dagli economisti – soprattutto, ma non solo, da quelli provenienti da altri Stati membri dell’UE. La presidente del Consiglio degli esperti per la valutazione dello sviluppo economico complessivo, Monika Schnitzer, ritiene ad esempio che, da un punto di vista economico, vi siano validi motivi per valutare le fusioni transfrontaliere e non rifiutarle d’istinto. A suo avviso, il mercato finanziario europeo è troppo poco integrato. Inoltre, le banche tedesche sarebbero troppo poco produttive nel confronto internazionale e quindi poco competitive rispetto alle grandi banche globali. La presidente francese della BCE, Christine Lagarde, aveva già dichiarato nel 2024 che le fusioni bancarie transfrontaliere sarebbero «auspicabili» per rafforzare le banche europee nella competizione con le grandi banche statunitensi. Anche il vicepresidente spagnolo della BCE, Luis de Guindos, ha criticato l’atteggiamento contrario del governo federale. [12] In un articolo pubblicato sul Handelsblatt, infine, persino il vicepresidente del Bundestag tedesco, Omid Nouripour (Bündnis 90/Die Grünen), ha accusato il governo federale di incoerenza. Durante i vertici dell’UE promuove un’unione bancaria, ma reagisce a una concreta fusione bancaria transfrontaliera «con il riflesso della mentalità nazionalista». Il governo federale elogia l’integrazione europea «purché rimanga astratta».[13] Anche la commissaria europea alla Concorrenza, Teresa Ribera, ha esortato gli Stati membri a sostenere le fusioni bancarie transfrontaliere. «Gli Stati membri dovrebbero accogliere con favore tali operazioni nell’interesse pubblico», ha dichiarato Ribera.[14]

Il governo federale si dice disposto al compromesso

Il governo federale ha inizialmente reagito con opposizione all’offerta pubblica di acquisto andata a buon fine da parte di UniCredit. «L’approccio aggressivo e ostile di UniCredit rimane inaccettabile dal punto di vista del governo federale», ha dichiarato il Ministero federale delle finanze. Allo stesso tempo, ha respinto l’offerta di acquisto della banca italiana per le proprie quote di Commerzbank. [15] La scorsa settimana, nel suo discorso prima della pausa estiva del Parlamento, il cancelliere federale Friedrich Merz (CDU) ha ribadito che il governo federale – a differenza di «una parte considerevole» degli altri azionisti – non ha accettato l’offerta di UniCredit e ha mantenuto le proprie quote.[16] Nello stesso discorso, tuttavia, Merz ha assunto un tono diverso. Ha assicurato: «Non ostacoleremo questa fusione». Secondo l’Handelsblatt, all’interno del governo federale si stanno attualmente concordando le condizioni per l’acquisizione. Tra queste figura, tra l’altro, la richiesta che la Commerzbank rimanga un finanziatore centrale delle piccole e medie imprese tedesche. Inoltre, il governo federale esige che Francoforte, in quanto sede principale dell’istituto finanziario, rimanga una sede significativa della banca. La sede tedesca di UniCredit si trova a Monaco di Baviera dal 2005, anno dell’acquisizione della HypoVereinsbank.[17]

[1] Andreas Kröner: Unicredit aumenta la propria quota nella battaglia per l’acquisizione portandola oltre il 44%. handelsblatt.com, 8 luglio 2016.

[2] Dennis Kremer: «La vittoria di Unicredit ha molti vincitori». faz.net, 11 luglio 2026.

[3] Christian Schubert, Archibald Preuschat: Unicredit avrà presto l’ultima parola alla Commerzbank. faz.net, 8 luglio 2026.

[4] Gli investigatori non ravvisano alcuna manipolazione del mercato. handelsblatt.com, 10 luglio 2026.

[5] Hanno Mußler: Chi ha venduto le azioni della Commerzbank a Unicredit? faz.net, 4 giugno 2026.

[6] Hanno Mußler: Unicredit acquisisce il 12,5% di tutte le azioni di Commerzbank. faz.net, 19 giugno 2026.

[7] Andreas Kröner: Il governo federale respinge l’offerta per la Commerzbank. handelsblatt.com, 16 giugno 2026.

[8] Andreas Kröner, Hannah Krolle: Unicredit minaccia di sostituire il Consiglio di sorveglianza e il Consiglio di amministrazione. handelsblatt.com, 15 giugno 2026.

[9] Andreas Kröner: Unicredit aumenta la propria quota nella battaglia per l’acquisizione portandola oltre il 44%. handelsblatt.com, 8 luglio 2016.

[10] Daniel Schleidt: Il cuore della piazza finanziaria. faz.net, 8 luglio 2026.

[11] Andreas Kröner: Tre punti chiave nella battaglia per la Commerzbank. handelsblatt.com, 23 giugno 2026.

[12] Christian A. Conrad: Il governo tedesco dovrebbe vietare l’acquisizione della Commerzbank. faz.net, 18 maggio 2026.

[13] Perché la Germania dovrebbe autorizzare l’acquisizione della Commerzbank. handelsblatt.com, 1° giugno 2026.

[14] La commissaria dell’UE sollecita fusioni bancarie transfrontaliere. handelsblatt.com, 17 giugno 2026.

[15] Christian Schubert, Archibald Preuschat: Unicredit avrà presto l’ultima parola alla Commerzbank. faz.net, 8 luglio 2026.

[16] Merz critica l’approccio di Unicredit nei confronti di Commerzbank definendolo aggressivo. handelsblatt.com, 15 luglio 2026.

[17] Jan Hildebrand, Yasmin Osman: Il governo federale abbandona la posizione ostruzionista nei confronti della Commerzbank. handelsblatt.com, 17 luglio 2026.

Nell’era delle armi nucleari

La Germania e la Francia avviano le prime esercitazioni militari concrete finalizzate alla cooperazione in caso di eventuali interventi con armi nucleari francesi. Nel contempo, prosegue il dibattito sulla “bomba tedesca”.

20

Luglio

2026

PARIGI/BERLINO (Notizia propria) – Germania e Francia hanno realizzato le prime esercitazioni concrete in vista di una cooperazione in caso di eventuali interventi con armi nucleari francesi. In occasione del Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza, tenutosi venerdì presso la base aerea di Nörvenich, a sud-ovest di Colonia, due caccia Mirage delle forze nucleari francesi e due Eurofighter tedeschi hanno effettuato esercitazioni, tra cui il rifornimento in volo. Per questo autunno è previsto l’invio di militari tedeschi in qualità di osservatori a una manovra delle forze nucleari francesi. Alla base di tutto ciò vi è la strategia della «dissuasione avanzata» («dissuasion avancée»), presentata pubblicamente dal presidente Emmanuel Macron il 2 marzo, che prevede il coinvolgimento di altri Stati europei, tra cui la Germania. Tuttavia, gli Stati coinvolti non possono partecipare né a un’eventuale decisione sull’uso di armi nucleari né alle decisioni relative alla pianificazione di tali operazioni. Parigi mantiene così la guida esclusiva. Berlino si è quindi a lungo opposta. Inoltre, nella Repubblica Federale si continua a discutere anche di una «bomba tedesca».

La “deterrenza anticipata”

Il 2 marzo, in un discorso programmatico sulle armi nucleari francesi tenuto presso la base navale di Île Longue, in Bretagna — dove sono di stanza i sottomarini nucleari della Forza di dissuasione nucleare francese (Force de dissuasion nucléaire française) —, il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato il nuovo concetto di “dissuasione avanzata” (“dissuasion avancée”). Nel discorso, in cui ha parlato dell’inizio di una nuova «era delle armi nucleari», Macron ha annunciato alcuni cambiamenti nell’arsenale e nella dottrina delle forze nucleari francesi. Di conseguenza, la Francia aumenterà il numero delle proprie testate nucleari, finora indicato in 290, senza tuttavia specificare esattamente quante ne saranno presenti in futuro nei propri arsenali. Ciò dovrebbe creare incertezza nei potenziali avversari, così come il fatto che le «linee rosse» della Francia non siano «del tutto chiaramente identificabili». [1] Secondo la logica strategica sottostante, tale incertezza aumenta l’effetto deterrente. Quest’ultimo dovrebbe essere rafforzato anche dal fatto che i danni che un impiego delle armi nucleari francesi provocherebbe non vengono più descritti come «inaccettabili», ma come talmente ingenti che lo Stato colpito, per quanto grande possa essere, non potrebbe «più riprendersi».[2]

La componente europea

La componente europea della nuova strategia nucleare prevede diversi elementi. Da un lato, i caccia Rafale delle forze nucleari francesi, in grado di trasportare armi nucleari, saranno dispiegati in basi situate in altri Stati europei, ma solo temporaneamente, non in modo permanente come avviene nell’ambito della “condivisione nucleare” delle armi atomiche statunitensi. Il trasferimento temporaneo ha lo scopo di «complicare i calcoli dei nostri avversari», ha spiegato Macron.[3] Inoltre, si prevede di coinvolgere i partner della cooperazione nucleare in dibattiti strategici comuni. Non verrà loro concesso alcun diritto di parola sull’impiego delle armi nucleari o sulla sua pianificazione. Anche gli «interessi vitali», per la cui protezione sarebbero necessarie le forze nucleari, continuerebbero a essere definiti esclusivamente in Francia. Di conseguenza, non potrebbe esserci alcuna «garanzia in senso stretto» per i partner europei. Tuttavia, un attacco contro di loro riguarderebbe gli interessi fondamentali della Francia già solo per via della stretta interconnessione tra i paesi europei. Gli interessi fondamentali della Francia, e quindi anche le sue «linee rosse», sarebbero quindi strutturalmente strettamente legati a quelli degli altri Stati europei.

Opzioni di partecipazione attiva

Riguardo alle opzioni di partecipazione attiva dei partner europei alla “deterrenza anticipata”, il 2 marzo Macron ha dichiarato che, in primo luogo, si potrebbe prendere in considerazione il supporto nella ricognizione satellitare e radar. L’obiettivo sarebbe quello di individuare i missili nemici in avvicinamento.[4] In secondo luogo, sarebbero necessarie «misure avanzate di difesa aerea e di protezione» contro «missili e droni» in avvicinamento. In terzo luogo, si tratterebbe di creare «capacità di attacco in profondità», ben all’interno del territorio nemico. Concentrando intensamente tutto ciò sulle forze nucleari francesi, Parigi acquisisce una posizione di forza nella corsa agli armamenti del continente. Secondo Macron, lo «scudo nucleare» francese non dovrebbe in alcun modo sostituire la «partecipazione nucleare» nel quadro della NATO, ma semplicemente integrarla. La Germania sarebbe un «partner chiave». Già all’inizio di marzo, inoltre, Belgio e Paesi Bassi, Grecia, Polonia, Danimarca e Svezia hanno aderito all’iniziativa parigina. A maggio si è aggiunta la Norvegia – un passo considerato estremamente significativo, poiché la Norvegia è ritenuta fortemente orientata verso gli Stati Uniti.[5] Anche in Estonia si sta valutando la possibilità di partecipare alla «deterrenza anticipata».[6] Altri Stati potrebbero seguire l’esempio.

Gruppo direttivo sul nucleare

Già il 2 marzo Macron e il cancelliere federale Friedrich Merz avevano firmato una dichiarazione d’intenti in cui annunciavano l’istituzione di un gruppo di coordinamento nucleare, destinato a costituire il «quadro per lo scambio in materia di politica di difesa e il coordinamento delle misure strategiche». In particolare, si trattava di individuare, ai fini della «deterrenza nucleare», la «combinazione adeguata di capacità convenzionali, difesa missilistica e capacità nucleari francesi».[7] Già allora si parlava di una prima «partecipazione convenzionale della Germania alle esercitazioni nucleari francesi» prevista entro la fine dell’anno. Allo stesso tempo erano in programma «visite congiunte a strutture strategiche».

Primi esercizi

In occasione del Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza, tenutosi venerdì scorso presso la base aerea di Nörvenich, a sud-ovest di Colonia, sono state intraprese le prime iniziative concrete. Il giorno precedente, due caccia Mirage delle forze nucleari francesi, insieme a due Eurofighter dell’aeronautica militare tedesca, avevano svolto le loro prime esercitazioni congiunte, durante le quali sono stati riforniti, tra l’altro, da un aereo cisterna francese del modello MRTT Phenix; successivamente sono atterrati presso la base aerea di Nörvenich. [8] Lì sono stati sistemati in un hangar, dove venerdì si è riunito il Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza; i media hanno diffuso foto in cui si vedono Merz, Macron e i ministri degli Esteri e della Difesa di entrambi i Paesi riuniti in riunione accanto ai caccia. In autunno, per la prima volta, i soldati tedeschi saranno invitati nel centro di comando sotterraneo di Taverny, vicino a Parigi, per partecipare in qualità di osservatori alle esercitazioni delle forze nucleari francesi denominate «Poker», che si tengono quattro volte all’anno.[9] L’anno scorso, per la prima volta, alcuni ufficiali britannici erano stati invitati a un’esercitazione della serie.

La bomba tedesca

La Francia aveva offerto più volte alla Germania di essere coinvolta nella sua “deterrenza nucleare”; l’ultima volta che Macron lo aveva fatto risaliva già al 2020.[10] Finora Berlino aveva sempre respinto l’offerta, poiché Parigi si riserva la decisione sull’uso delle armi nucleari. Venerdì Macron ha tenuto a sottolineare che la Francia continuerà a finanziare le proprie forze nucleari in modo completamente autonomo. Ciò è significativo perché un cofinanziamento potrebbe giustificare una richiesta di partecipazione alle decisioni, cosa che Parigi rifiuta categoricamente. Nella Repubblica Federale si continua quindi a discutere anche sull’acquisto di armi nucleari proprie. Per il 24 giugno, ad esempio, la Fondazione Konrad Adenauer, vicina alla CDU, ha annunciato un dibattito dal titolo: «Il ritorno della questione nucleare – La Germania ha bisogno della bomba atomica?»[11] Questa «vecchia questione», è stato spiegato, si pone ora «di nuovo».

[1] Discorso del Presidente sulla deterrenza nucleare. uk.diplomatie.gouv.fr 04.03.2026.

[2] Chloé Hoorman: La deterrenza nucleare francese compie un grande passo verso l’Europa. lemonde.fr 03.03.2026.

[3], [4] Discorso del Presidente sulla deterrenza nucleare. uk.diplomatie.gouv.fr 04.03.2026.

[5] La Norvegia aderisce all’iniziativa francese sulla deterrenza nucleare: l’autonomia europea prende forma. radiofrance.fr, 29 maggio 2026.

[6] Fabrice Wolf: L’Estonia si dichiara pronta a discutere dell’estensione dell’ombrello nucleare francese. meta-defense.fr 10.03.2026.

[7] Dichiarazione congiunta del presidente Macron e del cancelliere Merz. bundesregierung.de, 2 marzo 2026.

[8] Una coppia forte per l’Europa: il Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza. bmvg.de, 17 luglio 2026.

[9] Michaela Wiegel, Matthias Wyssuwa: «Deterrenza congiunta». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 18 luglio 2026.

[10] Si veda a questo proposito Uno scudo nucleare per l’UE.

[11] Fondazione Konrad Adenauer: Il presente e il futuro della guerra. Forum di formazione politica della Sassonia.

«L’eredità dell’estrattivismo»

Il ministro degli Esteri Wadephul è in visita in Africa per promuovere le importazioni tedesche di gas naturale e idrogeno da quel continente. L’Africa rimane un fornitore di materie prime, rimanendo così in una situazione di dipendenza neocoloniale.

21

Luglio

2026

BERLINO/ALGERI/NOUAKCHOTT/ABUJA (Articolo redazionale) – Il gas naturale e l’idrogeno verde provenienti dall’Africa dovrebbero sostituire le interruzioni delle importazioni tedesche di gas naturale dalla Russia e dal Golfo Persico causate dalla guerra: questo è uno degli obiettivi del viaggio in Africa del ministro degli Esteri Johann Wadephul. Ieri, lunedì, in Mauritania, Wadephul ha negoziato, tra l’altro, le future importazioni di idrogeno verde; la Mauritania intende diventare un centro dell’economia dell’idrogeno nell’Africa occidentale. Oggi, martedì, Wadephul arriva in Nigeria, che dovrebbe esportare nella Repubblica Federale non solo idrogeno verde, ma anche gas naturale. La scorsa settimana il cancelliere federale Friedrich Merz ha negoziato con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, dal cui Paese Berlino intende ricevere anch’essa gas naturale e idrogeno verde. I critici definiscono il progetto, che prevede la costruzione di un gasdotto per l’idrogeno sotto il Mediterraneo, un «progetto neocoloniale» che, come sempre, promuove lo sfruttamento delle risorse del Sud del mondo a scapito del suo sviluppo. Dal punto di vista tedesco, ciò si rende necessario perché la dura lotta di potere contro la Russia e la guerra degli Stati Uniti contro l’Iran stanno compromettendo l’approvvigionamento di materie prime.

Gas naturale dall’Algeria

L’Algeria riveste già oggi un’importanza crescente per la Germania in qualità di fornitore di gas naturale. Il Paese dispone delle seconde riserve accertate di gas naturale più grandi – dopo la Nigeria – di tutta l’Africa ed è il suo principale esportatore di gas naturale. Inoltre, è il secondo fornitore europeo di gas tramite gasdotto; due gasdotti attraversano il Mediterraneo in direzione nord, uno verso la Spagna e l’altro verso l’Italia. L’Algeria esporta anche gas naturale liquefatto. All’inizio di luglio è arrivata per la prima volta al terminale di Wilhelmshaven 1 una fornitura di gas liquefatto della società statale algerina Sonatrach.[1] Ne seguiranno altre. In questo modo, Algeri contribuisce ad alleviare la forte dipendenza dei terminali tedeschi di gas liquefatto dalle importazioni di gas da fracking proveniente dagli Stati Uniti; lo scorso anno la quota di gas naturale liquefatto statunitense che è arrivata in Germania era pari al 96 per cento.[2] L’Algeria sta inoltre portando avanti la costruzione del gasdotto trans-sahariano, che dovrebbe convogliare il gas naturale dalla Nigeria all’Algeria passando per il Niger e da lì proseguire attraverso il Mediterraneo verso l’Europa. Si prevede un volume fino a 30 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno. La Germania e l’Europa stanno accelerando l’importazione di gas naturale dall’Africa, non solo perché devono sostituire il gas naturale proveniente dalla Russia, ormai indisponibile a causa delle sanzioni, ma anche perché cercano di ottenere una maggiore indipendenza dal gas naturale del Medio Oriente, a causa della guerra in Iran.[3]

Sud H2

A lungo termine, tuttavia, l’Algeria riveste probabilmente un ruolo ancora più importante per la Germania per quanto riguarda l’idrogeno verde, prodotto con l’ausilio delle energie rinnovabili, che in futuro dovrebbe essere utilizzato su larga scala nella Repubblica Federale come fonte energetica. Per l’importazione di idrogeno verde, Berlino ha in programma una serie di progetti diversi. Uno di questi è il gasdotto South H2, che dovrebbe collegare l’Algeria all’Italia, all’Austria e alla Germania passando per la Tunisia e attraversando il Mediterraneo. In Europa, il progetto del gasdotto è sostenuto, tra gli altri, dal gestore italiano Snam, da Gas Connect Austria e da BayerNets. L’UE lo ha dichiarato «progetto di interesse comune o reciproco» nonché progetto faro della propria iniziativa infrastrutturale «Global Gateway» e lo sostiene di conseguenza.[4] Per poter produrre l’idrogeno verde necessario, Algeri realizzerà impianti per lo sfruttamento delle energie rinnovabili su vasta scala. Giovedì scorso il cancelliere federale Friedrich Merz ha discusso il progetto in dettaglio con il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, che si era recato a Berlino proprio per questo motivo. Merz ha dichiarato che si intende «promuovere, insieme all’Italia, lo sviluppo di un corridoio meridionale dell’idrogeno» per intensificare «l’esportazione di idrogeno» verso la Germania.[5]

Idrogeno per la Germania

Anche il ministro degli Esteri Johann Wadephul sta attualmente cercando di individuare ulteriori fonti di approvvigionamento di idrogeno verde nel corso del suo recente viaggio in Africa, che ieri, lunedì, lo ha portato in Mauritania. Il Paese intende diventare un centro dell’economia dell’idrogeno grazie alle proprie energie rinnovabili. [6] Uno dei grandi progetti realizzati in loco è gestito da una joint venture tra il promotore tedesco Conjuncta, la società egiziana Infinity e il gruppo Masdar degli Emirati Arabi Uniti; l’obiettivo è realizzare, con un investimento di 34 miliardi di dollari USA, una capacità di elettrolisi pari a 10 gigawatt per produrre idrogeno verde da esportare in Europa. [7] A questo grande progetto («Infinity Power») si contrappone un secondo progetto denominato Nour, avviato da Chariot Resources (Regno Unito), dalla francese TotalEnergies e dal gruppo Eren con sede in Lussemburgo. Anch’esso, con una capacità di elettrolisi di 10 gigawatt, dovrebbe inizialmente coprire il fabbisogno interno della Mauritania; solo l’eccedenza sarà esportata in Europa. [8] Il ministro degli Esteri Wadephul ha dichiarato prima della partenza per la Mauritania che il Paese offre «opportunità per le energie rinnovabili, in particolare nella produzione di idrogeno verde». A Nouakchott intende discutere «anche delle possibilità» di una cooperazione «nel campo delle tecnologie del futuro».[9]

«Una posizione solida come fornitore»

La Repubblica Federale Tedesca punta inoltre a una collaborazione intensa sia nel settore del gas liquefatto che in quello dell’idrogeno con la Nigeria, dove il ministro degli Esteri Wadephul si recherà questo martedì per colloqui approfonditi. La Germania e la Nigeria hanno già siglato, nel novembre 2023, un accordo in base al quale la Repubblica Federale Tedesca investirà 500 milioni di dollari USA nelle energie rinnovabili nel Paese dell’Africa occidentale e, in cambio, riceverà gas liquefatto da lì. [10] Le prime forniture sono previste per quest’anno. Esse contribuirebbero – come le forniture dall’Algeria – a ridurre ulteriormente la dipendenza della Germania dal gas naturale liquefatto statunitense, nonostante la cessazione degli acquisti di gas naturale liquefatto russo e a prescindere dai problemi di approvvigionamento di gas naturale provenienti, ad esempio, dal Qatar. Anche in Nigeria, Berlino sta inoltre prendendo in considerazione l’approvvigionamento di idrogeno verde. Già nell’autunno del 2023 l’allora Cancelliere federale Olaf Scholz aveva dichiarato che la Nigeria non solo era «ben posizionata» per fornire alla Germania quel «gas naturale liquefatto» «di cui avremo ancora bisogno nei prossimi anni, fino a quando il mercato dell’idrogeno non sarà pienamente consolidato», ma che avrebbe potuto anche diventare «un attore centrale» nell’approvvigionamento di idrogeno della Germania. [11] Il governo federale intrattiene da anni un «partenariato sull’idrogeno» con la Nigeria e gestisce in loco un «ufficio per l’idrogeno».[12]

«Un progetto neocoloniale»

Lo scorso anno sono state sollevate critiche aspre ed esemplari nei confronti del progetto di gasdotto per l’idrogeno che dovrebbe collegare l’Algeria alla Germania e rifornire la Repubblica Federale di energia verde. Come si afferma esplicitamente in una dichiarazione di protesta firmata nel marzo 2023 da 87 organizzazioni non governative, l’importazione di idrogeno da parte della Germania e di altri paesi del ricco Occidente dai paesi del Sud, come ad esempio dall’Africa, non fa altro che perpetuare lo sfruttamento delle loro risorse a scopo di esportazione verso il ricco mondo occidentale. In questo modo si «perpetua l’eredità estrattivista del passato», che ha reso impossibile uno sviluppo autonomo agli Stati del Sud. [13] Allo stesso tempo, rafforza le imprese del settore delle energie fossili, consentendo loro di mantenere le proprie strutture tradizionali, ad esempio con la costruzione di nuovi gasdotti e di altre infrastrutture di trasporto – a scapito del Sud del mondo, il cui sviluppo viene ulteriormente ritardato dall’estrazione delle sue materie prime anziché dalla creazione di una catena del valore in loco. In definitiva, la costruzione del gasdotto e lo sfruttamento delle energie rinnovabili nel Sud del mondo con l’ausilio dell’idrogeno costituiscono «un progetto neocoloniale». Questa definizione può essere estesa anche agli altri progetti relativi al gas naturale e all’idrogeno di cui si occupa il ministro degli Esteri Wadephul nel corso del suo viaggio in Africa.

[1] Jennifer Holleis, Majda Bouazza: Il nuovo ruolo chiave dell’Algeria nella politica energetica dell’UE. dw.com, 19 luglio 2026.

[2] Le importazioni di gas da fracking dagli Stati Uniti hanno raggiunto livelli record dopo il primo anno di mandato di Trump: l’associazione Deutsche Umwelthilfe mette in guardia da una nuova dipendenza dalle importazioni di GNL. duh.de, 22 gennaio 2026.

[3] Jack Dutton: L’Algeria avvia i lavori per il gasdotto trans-sahariano verso l’Europa. al-monitor.com 05.06.2026.

[4] Il gasdotto per l’idrogeno scatena l’indignazione. corporateeurope.org, 17 marzo 2025.

[5] Conferenza stampa del Cancelliere federale Merz e del Presidente della Repubblica Popolare Democratica d’Algeria, Tebboune, tenutasi il 16 luglio 2026 a Berlino.

[6] Ullrich Umann: La Mauritania diventa il polo dell’idrogeno dell’Africa occidentale. gtai.de, 7 maggio 2024.

[7] Claudia Bröll: Più idrogeno verde per la Germania. faz.net, 8 marzo 2023.

[8] Ullrich Umann: La Mauritania diventa il polo dell’idrogeno dell’Africa occidentale. gtai.de, 7 maggio 2024.

[9] Il ministro degli Esteri Wadephul prima della sua partenza per la Mauritania, la Nigeria e il Sudafrica. auswaertiges-amt.de, 20 luglio 2026.

[10] Germania e Nigeria raggiungono un accordo sulla fornitura di gas. zeit.de, 22 novembre 2023.

[11] Scholz considera la Nigeria un potenziale fornitore di idrogeno. handelsblatt.com, 30 ottobre 2023.

[12] Nigeria e Germania rafforzano la collaborazione nel settore dell’idrogeno dopo la presentazione della bozza di politica nazionale. arise.tv, 19 dicembre 2025.

[13] Dichiarazione congiunta: Diciamo no al Corridoio H2 Sud. corporateeurope.org, 17 marzo 2025.

Verso la guerra, passando per vie traverse

Se gli Stati Uniti dovessero provocare un’ulteriore escalation della guerra in Iran, gli Houthi yemeniti minacciano di bloccare il Mar Rosso con i loro bombardamenti. Attualmente in quella zona si trovano due navi da guerra tedesche, che potrebbero così essere coinvolte nel conflitto.

17

Luglio

2026

TEHERAN/WASHINGTON/BERLINO (Notizia propria) – Le navi da guerra tedesche a Gibuti, all’imboccatura del Mar Rosso (Bab al-Mandab), rischiano di essere coinvolte in una possibile nuova escalation della guerra contro l’Iran. L’Iran ha reagito alle recenti minacce del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di distruggere le infrastrutture civili del Paese – come ad esempio gli impianti energetici – annunciando che, in tal caso, attaccherebbe gli impianti energetici in altri Stati della regione del Golfo. Inoltre, ha chiesto agli Houthi nello Yemen di bloccare, in tale eventualità, la navigazione nel Mar Rosso con bombardamenti, proprio come avviene nello Stretto di Hormuz. Gli Houthi avevano già agito in modo simile in passato. A Gibuti, e quindi sul Mar Rosso, si trovano attualmente la nave dragamine «Fulda» e la nave appoggio «Mosel», pronte per un’eventuale operazione navale di sminamento nello Stretto di Hormuz. Se gli Houthi dovessero davvero attaccare nuovamente le navi mercantili, gli ambienti marittimi ritengono plausibile che le navi da guerra europee ormeggiate a Gibuti si integrino nell’operazione dell’UE EUNAVFOR Aspides per fermare gli attacchi degli Houthi. Le minacce statunitensi derivano dal fatto che la recente escalation bellica di Trump sta causando notevoli svantaggi a Washington.

Nuove ondate di attacchi

Alla base della recente escalation della guerra con l’Iran c’è la disputa sul controllo dello Stretto di Hormuz. Nella «Dichiarazione d’intenti di Islamabad», redatta il 12 giugno e firmata pochi giorni dopo, si afferma che l’Iran «garantirà il passaggio sicuro delle navi mercantili…» – per 60 giorni «senza pedaggi»; per quanto riguarda il periodo successivo, l’Iran dovrebbe avviare un «dialogo» con l’Oman, uno dei paesi che si affacciano sulla costa meridionale dello Stretto di Hormuz. [1] Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha sì firmato la dichiarazione d’intenti, ma è evidentemente restio a rispettarne le disposizioni e ha ripetutamente fatto scortare navi mercantili attraverso lo stretto da navi da guerra statunitensi oppure le ha incitate ad attraversarlo autonomamente senza l’autorizzazione iraniana. L’Iran ha reagito più volte aprendo il fuoco contro queste navi, proprio come le forze armate statunitensi sparano contro le imbarcazioni che tentano di entrare nei porti iraniani nonostante il blocco ora nuovamente imposto dagli Stati Uniti. Trump sfrutta ogni volta questi attacchi come pretesto per ordinare nuove ondate di attacchi contro l’Iran, a seguito delle quali Teheran sferra contrattacchi contro le basi militari statunitensi nel Golfo Persico e in Giordania. Nel frattempo, entrambe le parti hanno dichiarato che, dal loro punto di vista, la dichiarazione d’intenti di Islamabad non è più in vigore.

La guerra è impopolare, le scorte di missili sono esaurite

Per l’amministrazione Trump, il proseguimento della guerra è decisamente rischioso. Solo il 27% degli americani ritiene che attaccare l’Iran sia stata la decisione giusta; una netta maggioranza di loro appartiene al nucleo duro del movimento MAGA. [2] Questo dato è rilevante in vista delle elezioni di medio termine, che si terranno tra meno di quattro mesi, tanto quanto il fatto che il prezzo della benzina e del gasolio negli Stati Uniti sia nuovamente in aumento. Ormai il 79% degli americani ritiene che la guerra si protrarrà ancora a lungo; ciò è esattamente l’opposto di quanto Trump avesse promesso durante la campagna elettorale. [3] Gli avvertimenti provengono anche da esperti militari, i quali sottolineano che le scorte di missili d’attacco e di difesa sono state decimate da un terzo alla metà già nei primi 40 giorni di guerra. [4] Se la guerra dovesse proseguire come negli ultimi giorni, le scorte si esaurirebbero a tal punto da raggiungere «un nuovo livello di rischio più elevato» non solo per quanto riguarda i conflitti con la Cina, ma anche con la Corea del Nord, ha avvertito domenica Mark Cancian, ex colonnello del Corpo dei Marines e attuale esperto del Center for Strategic and International Studies (CSIS) di Washington. [5] Da allora, Washington ha addirittura intensificato i propri attacchi.

Minaccia di crimini di guerra

Evidentemente sotto pressione per ottenere risultati, Trump intensifica nuovamente le sue minacce contro l’Iran. Già martedì aveva annunciato che presto avrebbe fatto distruggere anche infrastrutture civili, in particolare ponti e «tutte le centrali elettriche» del Paese. [6] La distruzione mirata di infrastrutture civili costituisce un crimine di guerra. Il governo iraniano ha dichiarato ieri, giovedì, che, qualora gli Stati Uniti mettessero in atto la minaccia di Trump, avrebbe reagito con misure di ritorsione, attaccando le infrastrutture di altri Stati della regione.[7] Inoltre, secondo quanto riferito, Teheran avrebbe chiesto sostegno agli Houthi yemeniti.

Escalation nello Yemen

Negli ultimi giorni, nello Yemen, il conflitto tra gli Houthi e l’Arabia Saudita – che dal 2022 era stato almeno in parte appianato – si è nuovamente inasprito. Inizialmente la questione riguardava l’aeroporto della capitale Sana’a. Quest’ultimo era stato distrutto durante la guerra nello Yemen; dal 2022 era stato possibile riutilizzarlo in modo sporadico, sebbene con notevoli limitazioni, poiché l’Arabia Saudita consentiva solo pochissimi voli.[8] Dopo che l’aeroporto era stato nuovamente distrutto nel maggio 2025 da attacchi aerei israeliani, era rimasto nuovamente in disuso. All’inizio di luglio, l’atterraggio di un aereo civile iraniano ha segnato una svolta – almeno per pochi giorni; poi, mentre un altro aereo civile iraniano era in fase di avvicinamento, bombardieri presumibilmente sauditi hanno attaccato l’aeroporto, distruggendo ancora una volta la pista di atterraggio. L’aereo civile ha dovuto deviare verso l’aeroporto della città portuale yemenita di Al Hudaydah. [9] Gli Houthi hanno reagito bombardando l’aeroporto della città di Abha, situata nel sud-ovest dell’Arabia Saudita.[10] Le tensioni rimangono elevate. Nel frattempo, gli Houthi minacciano che, qualora le forze armate saudite bombardassero nuovamente obiettivi in Yemen, a loro volta attaccherebbero gli impianti energetici sauditi.[11] Lo avevano già fatto nel 2019 e nel 2022.

Blocco del Mar Rosso

Secondo quanto riportato, l’Iran sta ora insistendo affinché, qualora gli Stati Uniti dovessero effettivamente attaccare le infrastrutture energetiche iraniane, gli Houthi blocchino di fatto, con bombardamenti, il Mar Rosso e soprattutto lo stretto di Bab al-Mandab (“Porta delle Lacrime”) alla navigazione mercantile. [12] Secondo quanto riportato, gli Houthi sarebbero ormai pronti a farlo e potrebbero iniziare in qualsiasi momento. Ciò causerebbe un danno immenso anche all’Arabia Saudita; Riad attualmente convoglia ingenti quantità di petrolio tramite oleodotto verso un porto di carico sul Mar Rosso e, fintanto che lo Stretto di Hormuz non potrà essere attraversato in sicurezza, lo spedisce da lì verso il mercato mondiale. In caso di chiusura effettiva di Bab al-Mandab, questa opzione non funzionerebbe più. Ma soprattutto, l’economia europea subirebbe gravi danni, poiché il commercio marittimo con l’Europa sarebbe allora possibile solo attraverso la lunga deviazione via Sudafrica. I costi sarebbero immensi.

All’ancora a Gibuti

Proprio per impedire che ciò accada, dall’inizio del 2024 – quando gli Houthi hanno attaccato per la prima volta navi mercantili nel Mar Rosso per dimostrare il loro sostegno ai palestinesi di Gaza – navi da guerra degli Stati membri dell’UE operano nella regione nell’ambito della missione EUNAVFOR Aspides. Al momento ciò non vale per le navi da guerra della Marina tedesca. Tuttavia, alla fine di giugno la nave dragamine Fulda e – in qualità di nave da rifornimento – la Tender Mosel hanno attraccato a Gibuti per tenersi pronte a un’eventuale missione navale di sminamento nello Stretto di Hormuz. [13] Si presume che questa missione non avrà luogo (come riportato da german-foreign-policy.com [14]). Tuttavia, le due navi da guerra si trovano proprio in quella zona in cui, in caso di un’ulteriore escalation, si devono prevedere attacchi degli Houthi contro le navi mercantili. Negli ambienti marittimi si ipotizza già che le navi da guerra europee ormeggiate a Gibuti – alle due tedesche se ne aggiungono diverse altre – potrebbero allora intervenire attivamente contro gli Houthi per respingere i loro attacchi.[15] Se ciò dovesse verificarsi, la Bundeswehr finirebbe comunque per essere coinvolta, indirettamente, nella guerra contro l’Iran – con conseguenze fatali.

[1] Uno sguardo al testo dell’accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran. nytimes.com, 17 giugno 2026. Vedi anche L’Europa di fronte alla sconfitta nel Golfo.

[2] I repubblicani sostenitori del movimento MAGA continuano a sostenere la guerra contro l’Iran, ma la maggior parte degli altri americani ritiene che sia stata una decisione sbagliata. yougov.com, 14 luglio 2026.

[3] Sarah Davis: Secondo un sondaggio, 4 persone su 5 prevedono una guerra prolungata con l’Iran. thehill.com, 14 luglio 2026.

[4] Si veda a questo proposito L’Europa alla vigilia della sconfitta nel Golfo.

[5] Davis Winkie: La guerra in Iran si inasprisce mentre le scorte di armi degli Stati Uniti rimangono esaurite, mettendo a rischio la capacità delle forze armate di combattere guerre future. edition.cnn.com 12.07.2026.

[6] Trump minaccia di bombardare ponti e centrali elettriche se l’Iran non riprenderà i negoziati. bbc.co.uk, 14 luglio 2026.

[7] Rachel Chason, Suzan Haidamous, Mohamad El Chamaa: «L’Iran minaccia le infrastrutture della regione mentre si intensificano gli attacchi statunitensi». washingtonpost.com, 16 luglio 2026.

[8] Aeroporto internazionale di Sana’a: dalla distruzione e dall’embargo alla riapertura e all’imposizione con la forza. en.ypagency.net 07.07.2026.

[9] Beatrice Farhat: Gli Houthi dello Yemen accusano l’Arabia Saudita di aver bombardato l’aeroporto di Sanaa: cosa c’è da sapere. al-monitor.com, 13 luglio 2026.

[10] Fatma Khaled: Gli Houthi dello Yemen colpiscono l’aeroporto di Abha, in Arabia Saudita, con missili e droni, in un’acuta escalation. apnews.com 14.07.2026.

[11] Khaled Abdullah: Il leader degli Houthi minaccia gli impianti petroliferi sauditi se Riyadh dovesse intensificare le ostilità nello Yemen. al-monitor.com, 16 luglio 2026.

[12] Fonti: L’Iran ordina agli Houthi di chiudere il passaggio sul Mar Rosso qualora gli Stati Uniti colpissero la sua rete elettrica. timesofisrael.com, 16.07.2026.

[13] Il cacciamine Fulda e la nave appoggio Mosel attraversano il Canale di Suez. bmvg.de, 18 giugno 2026.

[14] Si veda a questo proposito Il bilancio provvisorio della guerra in Iran.

[15] La coalizione navale europea per lo Stretto di Hormuz scompare senza lasciare traccia. maritime-economies.eu, 15 luglio 2026.

Gas di petrolio liquefatto statunitense per l’Europa orientale e sud-orientale

Con progetti nel settore dell’energia e dell’intelligenza artificiale del valore di miliardi, gli Stati Uniti stanno rafforzando la propria influenza nell’Europa orientale e sud-orientale, avvalendosi soprattutto dell’Iniziativa dei Tre Mari – con ripercussioni sull’influenza della Germania nella regione.

15

Luglio

2026

ZAGABRIA/WASHINGTON/BERLINO (Articolo originale) – Nella lotta per l’influenza con gli Stati Uniti nell’Europa orientale e sud-orientale, l’UE e i paesi dell’Europa occidentale schierano le energie rinnovabili contro le forniture statunitensi di gas naturale liquefatto. In occasione del vertice di quest’anno dell’Iniziativa dei Tre Mari (Three Seas Initiative, 3SI), un’alleanza di 13 Stati membri dell’UE dell’Europa orientale e sud-orientale, tenutosi alla fine di aprile a Dubrovnik, in Croazia, diversi governi della regione e rappresentanti dell’amministrazione Trump hanno concordato nuovi progetti nei settori dell’approvvigionamento energetico, gasdotti, intelligenza artificiale (IA) e infrastrutture digitali. Al centro dell’attenzione vi erano nuovi collegamenti di gas naturale per l’Europa sud-orientale e un grande progetto di IA in Croazia con un volume di investimenti pari a circa 50 miliardi di euro. L’iniziativa, originariamente lanciata con l’obiettivo di potenziare le infrastrutture tra il Mar Baltico, l’Adriatico e il Mar Nero, si sta trasformando sempre più in uno strumento di proiezione del potere statunitense nell’Europa orientale e sud-orientale. La politica energetica riveste un ruolo chiave: l’amministrazione Trump intende fornire gas naturale liquefatto (GNL) statunitense, mentre l’UE tende a puntare sulle energie rinnovabili. A Dubrovnik sono stati deliberati anche investimenti in questo settore.

L’Iniziativa dei Tre Mari

L’Iniziativa dei Tre Mari (3SI) è stata presentata nel 2015 dal presidente polacco Andrzej Duda e dalla presidente croata Kolinda Grabar-Kitarović. Nell’agosto 2016 si è tenuto a Dubrovnik, in Croazia, il primo vertice. La 3SI è una piattaforma composta da 13 Stati membri dell’UE che va dai Paesi baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) ai Paesi del Gruppo di Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) e all’Austria, fino alla Croazia, alla Romania, alla Bulgaria e alla Grecia; nel frattempo si sono uniti anche l’Albania, il Montenegro, l’Ucraina e la Moldavia. Il nome deriva dal collegamento tra tre mari – il Mar Baltico, il Mare Adriatico e il Mar Nero – attraverso gli Stati membri. La fondazione dell’iniziativa è stata promossa in modo determinante dagli Stati Uniti. Gli strateghi statunitensi hanno ripreso un vecchio concetto di politica estera risalente alla Polonia del periodo tra le due guerre: i piani del fondatore dello Stato Józef Piłsudski di unire i paesi dell’Europa orientale, dai Paesi Baltici alla Jugoslavia e alla Romania, in una cintura di Stati antisovietici (oggi: antirussi). Alla fine del 2014, il think tank statunitense Atlantic Council ha pubblicato, in collaborazione con Central Europe Energy Partners (CEEP) – un’organizzazione di pressione composta da aziende energetiche polacche, lituane e rumene – un’analisi incentrata sulla creazione di un «corridoio nord-sud … dal Mar Baltico all’Adriatico e al Mar Nero». Nei propri documenti costitutivi, la stessa Iniziativa dei Tre Mari fa riferimento al documento strategico statunitense. Da anni gli Stati Uniti utilizzano la 3SI per espandere la propria influenza sui dodici paesi membri. Un ruolo centrale è rivestito dalla politica energetica, con l’obiettivo di sostituire le forniture di gas naturale russo con l’importazione di GNL statunitense.[1]

Nord-Sud anziché Est-Ovest

Per raggiungere questo obiettivo, ma anche in altri contesti, l’Iniziativa dei Tre Mari mira ad ampliare con componenti nord-sud le infrastrutture dell’Europa orientale e sud-orientale, che si estendono prevalentemente in direzione est-ovest, sono state rinnovate o costruite in via prioritaria a partire dal 1990 e sono orientate verso il centro tedesco dell’UE. Ciò non solo consente l’approvvigionamento di gas naturale liquefatto (GNL) statunitense attraverso i porti del Mediterraneo e del Mar Baltico, ma facilita anche, in generale, uno sviluppo più autonomo della regione – meno dipendente dall’orientamento, anche delle reti stradali e ferroviarie, verso la Germania. Ciò comporta per Berlino una notevole perdita di influenza. A seguito della decisione dell’UE di abbandonare l’approvvigionamento di gas russo entro il 2027, l’importanza dei terminali GNL e dei gasdotti nord-sud ad essi collegati continua ad aumentare. [2] Ciò vale, tra l’altro, anche per la stessa Repubblica Federale: secondo i dati del Ministero federale dell’Economia, nel 2025 circa il 96 per cento del gas liquefatto importato attraverso i terminali GNL tedeschi sul Mar Baltico e sul Mare del Nord proveniva dagli Stati Uniti – pari al 10,3 per cento delle importazioni totali di gas della Germania.[3]

Controversia sulla politica in materia di gas naturale

La rivalità tra Germania e Stati Uniti per l’influenza nell’Europa orientale e il ruolo che in questo contesto rivestono le forniture energetiche sono emersi di recente in Bosnia-Erzegovina e nella lotta di potere che ha coinvolto l’Alto Rappresentante tedesco a Sarajevo, Christian Schmidt, che nel frattempo si è dimesso. All’origine delle sue dimissioni vi sono state lotte di potere tra diversi Stati dell’Europa occidentale, in particolare la Germania, e l’amministrazione Trump, interessata agli affari relativi al gas e alle materie prime in Bosnia-Erzegovina. Dopo essere riusciti a costringere Schmidt a dimettersi, gli Stati Uniti, nella corsa alla leadership nell’ex repubblica jugoslava, hanno proposto il diplomatico italiano Antonio Zanardi Landi come candidato alla successione di Schmidt – un tentativo di creare una frattura tra gli Stati dell’UE: la Germania respinge il candidato proposto da Washington, mentre l’Italia lo sostiene. Trump ha annunciato che avrebbe sospeso i finanziamenti alla Bosnia qualora Washington fosse stata scavalcata. Ciò si inserisce in una nuova strategia statunitense per l’Europa sud-orientale, presentata dall’amministrazione Trump al Congresso a maggio. Al centro della strategia vi sono la sicurezza e l’accesso al mercato per le multinazionali statunitensi, non più la «democrazia». [4] Finora la Bosnia-Erzegovina è stata rifornita di gas naturale dalla Russia tramite il gasdotto TurkStream. Anche in questo caso gli Stati Uniti intendono sostituire il gas russo con GNL statunitense, importato tramite un terminale sull’isola croata di Krk. È prevista la realizzazione di un nuovo gasdotto verso la Bosnia-Erzegovina, che dovrebbe essere costruito dalle società statunitensi Bechtel e AAFS Infrastructure and Energy.[5] Schmidt ostacolava i piani statunitensi.

Vertice per l’anniversario a Dubrovnik

Alla fine di aprile, nella città croata di Dubrovnik, si sono tenuti il vertice 3SI di quest’anno, in occasione del decimo anniversario, e un forum economico. Il forum ha visto la partecipazione di sette presidenti e primi ministri degli Stati membri del 3SI, oltre a numerosi ministri di alto livello. Erano presenti anche illustri rappresentanti dell’amministrazione Trump. In occasione del forum, gli Stati Uniti hanno potuto rafforzare la propria influenza nell’Europa sud-orientale grazie a progetti energetici e tecnologici del valore di miliardi. Il ministro dell’Energia statunitense Chris Wright ha affermato a Dubrovnik che «gli Stati Uniti stanno dando il via a una nuova era di cooperazione per l’Europa centrale e orientale. Questa partnership affonda le sue radici nel nostro reciproco sostegno a un programma di espansione energetica». [6] A conferma di ciò, Wright, il capo del governo croato Andrej Plenković e la presidente del Consiglio dei ministri bosniaco Borjana Krišto hanno firmato un memorandum per l’avvio di un «Trump Peace Pipelines Framework». L’accordo riguarda la cosiddetta Southern Interconnection, che collega la Bosnia-Erzegovina alla rete del gas croata e al terminale GNL sull’isola di Krk. [7] In occasione del vertice, il ministro dell’Energia polacco Miłosz Motyka ha inoltre sottolineato l’interesse regionale a rafforzare il ruolo dell’energia nucleare. Secondo Motyka, questa rappresenterebbe la «pietra angolare di una nuova sicurezza».[8]

Dal gas naturale all’intelligenza artificiale

Oltre all’offensiva energetica, gli investitori statunitensi stanno progettando la costruzione di un enorme centro di intelligenza artificiale e di elaborazione dati in Croazia. Il gruppo di investimento Pantheon Atlas e il gruppo croato Končar hanno firmato una dichiarazione d’intenti per la realizzazione di un campus dedicato all’intelligenza artificiale del valore di circa 50 miliardi di euro. Il volume dell’investimento corrisponde a oltre la metà del prodotto interno lordo (PIL) croato. La potenza in gigawatt necessaria per il centro di calcolo è paragonabile al fabbisogno energetico di una grande città come Zagabria.[9] La Croazia copre gran parte del proprio fabbisogno energetico ricorrendo al gas naturale, che importa, tra l’altro, attraverso il terminale GNL di Krk.

La politica estera della transizione energetica

In occasione del vertice di Dubrovnik è stato inoltre istituito un nuovo fondo per le infrastrutture regionali. Il fondo è destinato a finanziare investimenti comuni nella produzione di idrogeno, nelle infrastrutture transfrontaliere, nelle energie rinnovabili e nel potenziamento della rete elettrica. Si prevede di investire almeno due miliardi di euro in tali progetti. A titolo di confronto: tra il 2016 e il 2025 sono stati investiti più di quattro miliardi di euro in progetti relativi al gas naturale.[10] Tuttavia, questa svolta, almeno parziale, verso le energie rinnovabili comporta anche una nuova priorità in materia di politica estera: mentre il gas naturale liquefatto viene importato principalmente dagli Stati Uniti, lo stesso non vale per le infrastrutture necessarie allo sfruttamento delle energie rinnovabili, che in molti casi provengono dall’Europa.

[1] Si veda a questo proposito La deriva geostrategica dell’Europa orientale.

[2] Si veda a questo proposito Il gas di petrolio liquefatto e il dominio energetico degli Stati Uniti.

[3] Si veda a questo proposito Con il Qatar contro la dipendenza dagli Stati Uniti.

[4] Roland Zschächner: La Bosnia-Erzegovina come pedina. jungewelt.de, 3 luglio 2026.

[5] Si veda a questo proposito La lotta per la Bosnia-Erzegovina.

[6] Emma Nix, Ian Brzezinski: “Verso un decennio di risultati: l’Iniziativa dei Tre Mari traccia la sua rotta per il futuro”. atlanticcouncil.org, 30 giugno 2027.

[7] Lea Gajić: Gli Stati Uniti lanciano un’offensiva da miliardi nei Balcani – con accordi sul gas e un megaprogetto sull’intelligenza artificiale. focus.de, 3 maggio 2026.

[8] Emma Nix, Ian Brzezinski: Verso un decennio di risultati concreti: l’Iniziativa dei Tre Mari traccia la sua rotta per il futuro. atlanticcouncil.org, 30 giugno 2027.

[9] Jozo Knez: Il Pantheon di Topusko: la Croazia è in grado di portare avanti un megaprogetto? lider.media 9 maggio 2026.

[10] Szymon Kardaś: “Gas-lit: L’Iniziativa dei Tre Mari è in contrasto con un futuro basato sull’energia pulita”. ecfr.eu, 18 giugno 2026.

Sbilanciato

Nonostante le crescenti tensioni tra Berlino e Parigi, Merz partecipa oggi alla parata militare in occasione della Festa Nazionale francese. La Germania ha avviato una corsa agli armamenti che rischia di surclassare la Francia – con tutte le conseguenze del caso.

14

Luglio

2026

PARIGI/BERLINO (Notizia propria) – Le tensioni in rapida crescita tra Germania e Francia accompagnano la presenza del cancelliere federale Friedrich Merz a Parigi in occasione della parata militare per la Festa Nazionale francese, che si tiene oggi, martedì. La parata è guidata da circa 500 soldati provenienti dai paesi della «Coalizione dei volenterosi» a sostegno dell’Ucraina. Secondo quanto affermato dall’Eliseo, essa dovrebbe simboleggiare non solo il «potenziamento strategico della Francia», ma soprattutto «il risveglio strategico dell’Europa». Allo stesso tempo, a Parigi suscita forte malcontento il fatto che Berlino, dopo essersi ritirata dal progetto comune di costruzione di un caccia di sesta generazione, non solo abbia avviato un progetto nazionale per un caccia, ma intenda anche sviluppare in solitaria la Combat Cloud associata al velivolo – e non, come concordato di recente, in cooperazione con la Francia. Già in precedenza Parigi era stata messa da parte nella realizzazione di una rete satellitare: Berlino sta lavorando a uno «Starlink tedesco», il che rischia di far fallire uno «Starlink europeo» pianificato da molto più tempo con la partecipazione francese. Gli esperti avvertono che l’avanzata tedesca sta sbilanciando strategicamente l’UE.

Fuori equilibrio (II)

Berlino sta valutando la possibilità di sviluppare missili da crociera e missili franco-tedeschi per placare il malcontento di Parigi riguardo alla sua corsa agli armamenti. La Francia cerca invece di fare maggiore impressione grazie alla propria esperienza operativa e alle sue forze nucleari.

16

Luglio

2026

PARIGI/BERLINO (Notizia propria) – In vista degli incontri franco-tedeschi ad alto livello in programma oggi, giovedì, e domani, venerdì, il governo federale tedesco sta cercando di placare il malcontento di Parigi riguardo alle recenti iniziative unilaterali di Berlino in materia di difesa e armamenti. In Francia, l’intenzione dichiarata apertamente dalla Germania di rendere la Bundeswehr una delle forze armate convenzionali più potenti d’Europa suscita crescenti preoccupazioni, così come la rinuncia a progetti franco-tedeschi di armamenti high-tech a favore di iniziative nazionali. Tutto ciò potrebbe «sminuire» la Francia, avverte il capo di Stato Maggiore del Paese, Fabien Mandon. A Berlino si sta ora valutando, almeno per suggerire un mantenimento dell’approccio comune, la produzione franco-tedesca di missili da crociera e missili balistici. In entrambi i casi, l’industria degli armamenti tedesca non dispone finora di capacità significative, mentre quella francese sì. Parigi è disposta a cooperare, ma allo stesso tempo punta a valorizzare maggiormente i suoi ultimi due punti di forza distintivi: la sua esperienza militare operativa e le sue forze nucleari. Sta pianificando manovre aggressive della «coalizione dei volenterosi» da essa guidata; sta estendendo il suo «scudo nucleare» sull’Europa.

Portata fino a Mosca

Tra i nuovi progetti franco-tedeschi in materia di armamenti, che secondo quanto riportato sarebbero in fase di pianificazione da tempo e potrebbero essere annunciati domani, venerdì, in occasione del Consiglio franco-tedesco per la difesa e la sicurezza, figurano, oltre a un sistema di allerta precoce per missili a lungo raggio, in particolare missili e missili da crociera a lungo raggio, le cosiddette capacità di “Deep Precision Strike”. È vero che il cancelliere federale Friedrich Merz ha recentemente comunicato di aver raggiunto un accordo con gli Stati Uniti sulla fornitura di missili da crociera Tomahawk. Notizie di stampa non confermate parlano di 400 missili da crociera per un prezzo complessivo di circa 1,4 miliardi di euro; in questa cifra sono già inclusi tre sistemi di lancio Typhon.[1] Con una gittata di oltre 2.500 chilometri, i Tomahawk sono in grado di distruggere obiettivi a Mosca o in altre località situate nell’entroterra russo. Tuttavia, permangono numerose incertezze. Ad esempio, sembra che gli Stati Uniti abbiano esaurito circa un terzo delle loro scorte di Tomahawk prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco nella guerra in Iran. Non è chiaro quando riprenderanno le esportazioni, invece di rifornire le proprie scorte. Inoltre, l’impiego dei Tomahawk dipende da software e dati statunitensi; ciò rende Berlino dipendente da Washington. Merz ha quindi annunciato di voler continuare a sviluppare sistemi europei propri.

missile da crociera

Come punto di partenza per un progetto del genere si presta in particolare il Missile de Croisière Naval (MdCN), un prodotto di MBDA France. L’industria della difesa tedesca non dispone finora di missili da crociera con una gittata adeguata; il missile da crociera Taurus, prodotto da MBDA Germania e Saab Bofors Dynamics, raggiunge solo circa 500 chilometri. Ciò non consente di colpire Mosca dalla Germania. L’MdCN è stato sviluppato come missile da crociera navale; la sua gittata è stimata a circa 1.000 chilometri se lanciato da sottomarini e addirittura a circa 1.400 chilometri se lanciato da navi da guerra. MBDA France sta procedendo al suo ulteriore sviluppo; il responsabile della linea di prodotti MBDA, Paul Houot, è stato citato affermando che gli Stati europei «interessati a un’alternativa al sistema americano» sono invitati a «unirsi alla Francia nell’ulteriore sviluppo dell’MdCN». [2] Ormai non si tratta più solo di un missile da crociera navale. È infatti in fase di sviluppo una variante terrestre, il Land Cruise Missile; secondo quanto riferito, sarà in grado di colpire obiettivi a una distanza «ben superiore» ai 1.000 chilometri. Houot afferma che potrebbe essere prodotto anche nei «paesi acquirenti», ad esempio in Germania.

Missili balistici

Inoltre, ormai si parla anche della produzione di missili balistici. Come produttore si propone ArianeGroup, una joint venture tra Airbus e il gruppo francese della difesa Safran. L’azienda produce, tra l’altro, i razzi vettori Ariane, che vengono solitamente lanciati dalla base spaziale di Kourou nella Guyana francese. Produce inoltre il missile M51, utilizzato dalle forze nucleari francesi. La sua gittata è tenuta segreta; gli esperti la stimano fino a 10.000 chilometri. Come ha recentemente confermato Vincent Pery, responsabile della divisione armamenti di ArianeGroup, la sua azienda sta già conducendo «colloqui con la Francia e la Germania sul possibile sviluppo di missili balistici convenzionali». [3] Secondo Pery, «alcuni anni di sviluppo … sono realistici»; la gittata dei missili potrebbe essere compresa tra i 1.000 e i 2.500 chilometri. In questo contesto si offrirebbe – come fa MBDA con i suoi missili da crociera – «una soluzione europea autonoma» che non dipenda da componenti statunitensi. A condizione che vi sia «una decisione politica», si potrebbero «produrre missili balistici convenzionali anche in Germania», dove esistono già quattro stabilimenti produttivi di ArianeGroup.

Esperienza operativa

Mentre Parigi si dichiara aperta a una produzione congiunta franco-tedesca di missili balistici e missili da crociera, reagisce anche in altri modi all’aspirazione tedesca di trasformare la Bundeswehr nelle forze armate convenzionali più potenti d’Europa [4] e di diventare il numero uno del continente nell’industria aerospaziale militare [5]. In entrambi i casi, la Germania rischia di «superare» la Francia già nel giro di pochi anni, come ha recentemente avvertito il capo di Stato Maggiore francese Fabien Mandon: «L’argomento secondo cui disponiamo di esperienza operativa e di una certa cultura operativa non sarà più valido». [6] Per mettere in risalto la propria «esperienza operativa» e contrastare l’imminente declassamento da parte della Repubblica Federale, da marzo dello scorso anno Parigi sta portando avanti, insieme al Regno Unito, la «Coalizione dei volenterosi» a sostegno dell’Ucraina, nonché gli sforzi volti ad avviare un’operazione navale europea nello Stretto di Hormuz. In occasione dell’ultimo incontro della «Coalizione dei volenterosi», tenutosi lunedì a Parigi, è stato concordato di svolgere nei prossimi mesi esercitazioni militari congiunte in Polonia o in altri Stati confinanti con l’Ucraina, come ha comunicato il presidente Emmanuel Macron al termine dell’incontro: l’obiettivo è «dimostrare che siamo pronti, determinati e credibili», e questo «sia via terra, via aria che via mare».[7]

Forze nucleari

Inoltre, Parigi intende sfruttare l’unico ambito in cui Berlino non può – ancora – rivaleggiare con essa: le sue forze nucleari. Da mesi la Francia sta lavorando per estendere un cosiddetto «scudo nucleare» sull’Europa, giustificando questa scelta con il fatto che la protezione nucleare fornita dagli Stati Uniti non sarebbe più affidabile. Il concetto di «deterrenza avanzata» prevede che Parigi continui a decidere autonomamente sull’eventuale impiego delle proprie armi nucleari e a elaborare in modo indipendente tutta la pianificazione pertinente. Tuttavia, data la stretta interconnessione tra i paesi europei, la Francia sostiene che i propri interessi siano difficilmente separabili da quelli degli altri Stati europei. Un attacco contro di essi sarebbe quindi rilevante anche per la strategia nucleare francese. In concreto, la Francia si offre di invitare gli Stati alleati a «consultazioni strategiche», di stazionare temporaneamente i propri bombardieri nucleari sul loro territorio o di coinvolgere gli alleati nelle manovre nucleari delle forze armate francesi. [8] Pur non fornendo una garanzia nucleare formale, Parigi rafforza in parte la deterrenza nucleare con queste misure. La Francia sta attualmente conducendo colloqui in merito con nove Stati, tra cui la Germania.[9] In questo modo compensa in parte la minaccia di una perdita di influenza nei settori militare e degli armamenti.

Maggiori informazioni sull’argomento: Sbilanciato.

[1] Luise Evers, Nicolas Butylin: Merz acquista tecnologia antiquata per 1,4 miliardi: i Tomahawk valgono ancora i soldi spesi? berliner-zeitung.de 09/07/2026.

[2], [3] Niklas Záboji: Berlino e Parigi discutono dello sviluppo di missili a lungo raggio. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 14 luglio 2026.

[4] Si vedano a questo proposito La Germania come repubblica militare e Il “ruolo di guida europeo” della Bundeswehr.

[5] Si veda a questo proposito «All’avanguardia nell’aviazione militare».

[6] Elsa Conesa, Philippe Jacqué: In Europa, il timore del ritorno della Germania come potenza militare. lemonde.fr 08.06.2026.

[7] Michaela Wiegel: Una dimostrazione di determinazione europea. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 15 luglio 2026.

[8] Sebastian Clapp: La deterrenza nucleare in Europa e l’iniziativa francese della «deterrenza proattiva». Servizio di ricerca del Parlamento europeo, luglio 2026.

[9] La Francia sta attualmente conducendo colloqui con il Belgio, la Danimarca, la Germania, la Grecia, i Paesi Bassi, la Norvegia, la Polonia, la Svezia e il Regno Unito.

La NATO europea

Gli Stati Uniti stanno ritirando capacità militari e unità dalla NATO. I militari europei assumono un numero maggiore di incarichi di comando, conducono esercitazioni senza la partecipazione degli Stati Uniti e sostituiscono i sistemi d’arma statunitensi: la NATO sta diventando “europea”.

19

giugno

2026

BRUXELLES/WASHINGTON (Notizia propria) – Il ministro della Difesa statunitense Pete Hegseth prospetta un’ulteriore riduzione dei contributi degli Stati Uniti alla NATO e il ritiro delle truppe dall’Europa. Come ha dichiarato Hegseth ieri, giovedì, in occasione di una riunione dei ministri della Difesa della NATO a Bruxelles, le relative «valutazioni» dovrebbero essere completate entro sei mesi al più tardi. Prosegue così il ritiro parziale degli Stati Uniti dalla NATO. Recentemente, all’inizio di giugno, l’amministrazione Trump aveva «ritirato» dalla NATO ampie capacità e unità militari, che ora non sono più a disposizione dell’Alleanza per le operazioni. Si è affermato che tale mossa fosse gestibile; tuttavia, il ministro della Difesa Boris Pistorius e altri insistono affinché in futuro tali misure vengano annunciate con largo anticipo e coordinate con attenzione. La «revoca» delle capacità statunitensi fa parte di un processo avviato già da tempo e accelerato dalla parte europea nel 2025 alla luce delle minacce di uscita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump: gli europei assumono più incarichi nella NATO, conducono più manovre in autonomia e sostituiscono sempre più i sistemi d’arma statunitensi. Si parla di una «NATO europea».

La NATO europea (II)

In vista del vertice della NATO, Berlino e Bruxelles annunciano progressi nella creazione della “NATO europea”. Washington ne esprime apprezzamento e punta sulla leadership tedesca.

06

Luglio

2026

BRUXELLES/BERLINO/L’AIA (Notizia propria) – Il ministro della Difesa Boris Pistorius e alti generali della NATO segnalano rapidi progressi nell’europeizzazione della NATO. Come conferma il comandante supremo della NATO per l’Europa, il generale statunitense Alexus Grynkewich, i paesi europei membri della NATO sono riusciti, nel giro di poche settimane, a sostituire un numero consistente di aerei militari, navi da guerra e unità di truppe statunitensi che Washington aveva «ritirato» dalla NATO all’inizio di giugno. Al posto delle unità statunitensi, ora sono pronte a intervenire, in caso di necessità, unità europee. La scorsa settimana Pistorius ha inoltre autorizzato ufficialmente l’utilizzo del 1° Corpo tedesco-olandese a Valga, in Estonia, come quartier generale tattico per tutte le operazioni della NATO in Estonia e Lettonia. Esso opera parallelamente al Corpo multinazionale nord-orientale tedesco-polacco-danese a Stettino, che continua a fungere da quartier generale per le operazioni in Polonia e Lituania. La creazione della «NATO europea» viene elogiata a Washington. Al Pentagono si parla di una «NATO 3.0», che dovrebbe alleggerire il carico degli Stati Uniti e consentire così lo svolgimento di operazioni statunitensi in altre regioni. Washington elogia in questo contesto anche la leadership tedesca.

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La Germania elabora “piani segreti” per ostacolare l’AfD alla vigilia delle elezioni regionali _ di Simplicius

La Germania elabora “piani segreti” per ostacolare l’AfD alla vigilia delle elezioni regionali

Simplicius 31 dicembre
 
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Il quotidiano *Die Welt* e altre testate hanno pubblicato la notizia secondo cui il cancelliere Merz starebbe elaborando piani per isolare gli Stati federali tedeschi in cui l’AfD potrebbe ottenere la maggioranza in futuro, in modo che la Germania possa mantenere il proprio ruolo di snodo centrale della NATO nella guerra contro la Russia fomentata dalle élite europee:

https://www.telegraph.co.uk/notizie-dal-mondo/2026/07/30/merz-piano-per-impedire-a-putin-di-bloccare-la-NATO-con-il-sostegno-dell’AFD/

Dall’articolo del Telegraph riportato sopra:

Friedrich Merz sta elaborando piani segreti per impedire che gli “Stati traditori” tedeschi filo-Cremlino ostacolino i piani della NATO volti a difendersi da un’invasione russa.

I funzionari tedeschi temono che il partito “Alternativa per la Germania” (AfD) possa ostacolare il movimento delle forze alleate attraverso due stati orientali in cui si prevede che il partito ottenga la vittoria alle elezioni di settembre.

La “democrazia” europea si è deteriorata a tal punto che le nazioni conducono ormai sistematicamente guerre di sabotaggio contro se stesse, al fine di preservare il sistema di controllo globalista al quale i loro leader sono asserviti.

La paura concreta riguardo all’imminente ascesa dell’AfD spiegata in dettaglio:

Se il partito di estrema destra dovesse ottenere la maggioranza assoluta in Sassonia-Anhalt o nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, potrà formare un governo regionale con competenze in materia di sicurezza interna, polizia e altri settori.

Potrebbe rallentare gli spostamenti delle truppe e delle attrezzature a causa dell’ostruzionismo burocratico in materia di permessi e autorizzazioni, ritardare il dispiegamento delle risorse di polizia a livello statale e negare la precedenza alle forze armate sulle strade locali.

Come c’era da aspettarsi, lo descrivono come un “piano di Putin” volto a sfruttare i suoi tirapiedi all’interno dei partiti politici europei a lui vicini, al fine di ostacolare le risposte al grande attacco russo che le élite stanno utilizzando come pretesto per i propri preparativi in vista di una guerra di aggressione.

Proprio come l’UE ha iniziato a studiare modi per aggirare la propria carta “democratica” e consentire l’approvazione di iniziative senza la necessaria unanimità, il tutto per aggirare le posizioni intransigenti di Stati come l’Ungheria, ora sono gli stessi singoli Stati membri dell’UE a escogitare modi per “flessibilizzare” i processi democratici al fine di ostacolare e soffocare le proprie regioni federali. Naturalmente, a questo punto si tratta di una misura elementare rispetto alla strada del divieto totale dell’AfD, come la Germania sta cercando di fare in base alle leggi sull’«estremismo», ma è comunque uno scorcio inquietante sulla natura sempre più totalitaria dell’UE.

L’articolo riporta che alcuni esponenti tedeschi lamentano il fatto che le «contromisure contro i governi statali ribelli» siano ostacolate dalle «leggi costituzionali che regolano l’indipendenza degli Stati». Ancora una volta vediamo che quella fastidiosa costituzione rappresenta un vero e proprio ostacolo alle ambizioni degli eurocrati e dei loro tirapiedi.

Ora si stanno scervellando per capire come “aggirare” il proprio Stato federale, ma “in modo legale”:

In qualche modo il termine “aggirare” sembra essere in naturale contrasto con il concetto di legalità quando si tratta di questioni del genere — ma non sono certo un esperto di diritto costituzionale. Per non parlare poi della segretezza dichiarata dell’intera operazione:

Che sarà mai un po’ di intrighi all’antica ai danni del proprio collegio elettorale?

Beh, almeno con “aggirare” stanno usando un eufemismo abbastanza neutro; potrebbe andare peggio, potrebbero chiamarlo con il suo vero nome: sovversione o sabotaggio del loro stesso Stato indipendente, istituito per mandato federale.

Tobias Krull, vicepresidente della commissione per gli affari interni del parlamento regionale, ha dichiarato: «Si sta valutando cosa si potrebbe fare per aggirare il governo regionale nel caso in cui l’AfD formasse un governo monopartitico».

Ha affermato che la risposta della Germania a una minaccia militare russa non può dipendere da un singolo Stato, pertanto è necessario «creare meccanismi che consentano di scavalcare i singoli Stati o di adottare le misure necessarie».

Naturalmente, ciò che li spaventa davvero è l’ascesa generale dell’AfD al potere e la sua promessa di ristabilire buoni rapporti con la Russia.

https://www.reuters.com/world/la-leader-dell’afd-promette-di-ristabilire-i-rapporti-tedesco-russi-e-punta-alla-cancelleria-30-06-2026

A poche settimane dalle importanti elezioni regionali, il relativo articolo di *Die Welt* descrive con tono cupo l’ascesa dell’AfD:

L’AfD si attesta al 41 per cento

A poche settimane dalle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, la CDU di Krull si trova in diretta competizione con l’AfD, classificato in quello Stato come partito di estrema destra. Nell’ultimo sondaggio INSA per “Focus Online”, l’AfD si attesta al 41%, mentre la CDU al 24%. Se dovesse ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, potrebbe formare per la prima volta un governo regionale da sola.Ciò porrebbe sotto il suo controllo, tra l’altro, il Ministero dell’Interno regionale, la polizia regionale, l’Ufficio regionale per la tutela della Costituzione e gran parte dell’amministrazione regionale.

Come già detto, l’AfD minaccia di formare per la prima volta un governo statale, il che le garantirebbe il controllo esclusivo su tutte le istituzioni pubbliche dello Stato in questione. E poiché numerosi livelli di contratti civili sono fondamentali per facilitare il passaggio delle brigate tedesche attraverso i vari Stati in caso di una qualche “crisi”, le autorità ritengono che l’AfD avrà il potere di bloccare tali piani. E dato che la Germania è considerata il principale e più importante snodo per tutti i transiti della NATO verso il mitico «fianco orientale», ciò significa che l’AfD avrà il potere, da sola, di paralizzare completamente i piani ostili dell’alleanza.

Ciò giunge in un momento particolarmente significativo, poiché viene sempre più messo in evidenza il ruolo dell’Europa nel provocare la Russia. In precedenza era circolata la notizia del Financial Times secondo cui il grande «successo» della campagna di attacchi in profondità dell’Ucraina contro la Russia era stato reso possibile dal coinvolgimento degli Stati Uniti, che hanno aiutato l’Ucraina a tracciare le rotte di volo dei propri missili attraverso le lacune della difesa aerea russa.

L’articolo riportava una citazione particolare che attribuiva inoltre il recente successo dell’Ucraina nel campo dei droni a una misteriosa «innovazione tecnologica» che consente all’Ucraina di aumentare la produzione in serie di questi droni a lungo raggio:

«L’Ucraina ha compiuto un passo avanti tecnologico che le ha permesso di produrre un maggior numero di droni a lungo raggio e di aumentare la produzione di massa complessiva», ha affermato Stefan Meister, responsabile del programma Eurasia presso il Consiglio tedesco per le relazioni estere.

La cosa è piuttosto interessante, alla luce del recente articolo del New York Times sulla “fabbrica segreta tedesca” che sta fornendo i nuovi modelli di droni a lungo raggio all’Ucraina:

https://www.nytimes.com/2026/07/11/business/dealbook/drone-factory-helsing.html

Situata in un tranquillo complesso industriale di periferia, la fabbrica opera sotto misure di sicurezza rigorose. DealBook ha accettato di non rivelarne l’ubicazione, e gli altri inquilini del complesso non sono a conoscenza della sua esistenza. Il nome di Helsing non compare da nessuna parte: l’azienda teme che lo stabilimento possa diventare un obiettivo primario di sabotaggi o attacchi, dato che migliaia dei droni qui assemblati sono stati impiegati contro le forze russe in Ucraina.

Quante di queste “fabbriche segrete”, sparse in tutta Europa, sono realmente responsabili della recente “rinascita” dei droni a lungo raggio in Ucraina?

Le iniziative non hanno subito rallentamenti:

https://defence-blog.com/la-germania-pagherà-per-costruire-la-flotta-di-droni-da-attacco-in-profondità-dell’ucraina/

Da quanto sopra:

L’Ucraina si è appena assicurata la promessa della Germania di finanziare la produzione di una delle sue nuove armi più segrete, un drone d’attacco a reazione in grado di colpire obiettivi situati in profondità nel territorio russo, nell’ambito di un accordo firmato a margine del vertice NATO di Ankara, in Turchia.

Il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha annunciato l’accordo su X, confermando che la Germania finanzierà la produzione del sistema di droni BARS durante la prima fase dell’accordo, e che ogni unità prodotta sarà destinata direttamente alle forze armate ucraine anziché a quelle tedesche.

Tutto ciò fa parte integrante del noto processo di trasferimento dell’intero “retro” strategico dell’Ucraina in Europa, dove non può essere colpito dagli attacchi russi — almeno non direttamente.

Il motivo per cui risulta incredibile che l’Ucraina sia l’unica responsabile della rinascita della produzione di massa è che, sebbene l’Ucraina disponga effettivamente di numerose officine per la produzione di droni e di imprese straniere all’interno dei propri confini, la Russia le distrugge regolarmente nel corso di attacchi di routine.

Proprio ieri, secondo quanto riferito, un’altra impresa americana di questo tipo sarebbe stata spazzata via dall’Iskander. Si noti che l’azienda produceva specificatamente droni da attacco in profondità come l’AQ-100 Bayonet e l’AQ-400 Scythe:

https://www.theguardian.com/world/2026/lug/30/azienda-statunitense-fabbrica-di-droni-terminal-autonomia-ucraina-russia

Si dice che proprio la Scythe abbia un’autonomia di 750 km.

Da quanto sopra:

Uno stabilimento di produzione di droni a Kiev, distrutto venerdì da un missile balistico russo, era di proprietà di una società statunitense con sede nel Delaware; sembra che questa sia la prima volta che Mosca abbia preso di mira un’azienda statunitense nel corso del conflitto.

Terminal Autonomy produce droni di precisione per “attacchi in profondità” dotati di sistemi di guida in grado di resistere ai segnali di disturbo russi, secondo una fonte vicina all’azienda.

La produzione di piccoli FPV in piccole officine sparse su un territorio molto vasto è una realtà in Ucraina, ma i droni utilizzati per veri e propri attacchi in profondità sono molto più grandi e richiedono spazi di stoccaggio più ampi, il che limita la possibilità di tenerli nascosti a tempo indeterminato.

In tal senso, possiamo individuare i fili conduttori che legano la graduale riappropriazione da parte dell’Europa dell’intero settore della difesa ucraino alla lenta marcia verso la guerra contro la Russia che le élite europee stanno cercando disperatamente di orchestrare.

La Germania, in particolare, ha assunto un ruolo di primo piano nel coinvolgere il territorio ucraino, poiché ciò le offre un vantaggio inaspettato: posti di lavoro nel settore manifatturiero. Il precedente articolo del *New York Times* ammette che la maggior parte dei lavoratori dello stabilimento tedesco di Helsing, dove si producono droni per l’Ucraina, è costituita da operai licenziati a seguito del crollo delle linee di produzione automobilistiche tedesche:

I circa 100 operai, molti dei quali sono stati recentemente licenziati da case automobilistiche tedesche in difficoltà, vengono sottoposti a rigorosi controlli di sicurezza e firmano accordi di riservatezza. Su una parete è dipinto uno slogan motivazionale che recita: “proteggiamo le nostre democrazie”.

In un esempio lampante di ironia, i lavoratori tedeschi che costruiscono droni per spingere la Russia alla guerra faticano sotto cartelli distopici su cui si legge “proteggiamo le nostre democrazie” — proprio quella “democrazia” che il governo tedesco sta attivamente cercando di snaturare, sabotando illegalmente l’AfD nell’esercizio del suo mandato pubblico sancito “democraticamente”.

Ma niente paura: una volta scoppiata la Terza Guerra Mondiale, molti dei posti di lavoro persi nel settore manifatturiero verranno recuperati. Per il loro bene, speriamo solo che le “fabbriche segrete di droni” abbiano aggiunto una copertura assicurativa per gli Iskander alle loro polizze.


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Rassegna stampa tedesca, 77a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Al momento in Germania abbiamo solo candidati per ruoli importanti, ma nessuna figura davvero
grande. È come in un’opera in cui bisogna assegnare il ruolo di un re. Diversi cantanti possono
fare un provino per quella parte, ma nessuno di loro è un re. Sul palcoscenico abbiamo
prevalentemente figure mediocri che dovrebbero ricoprire ruoli importanti – il cancelliere, il ministro
degli Esteri, il ministro della Difesa. Ma tutti percepiscono che si tratta piuttosto di sostituti o di
persone che simulano il personaggio che, secondo il copione, dovrebbe trovarsi lì. Viviamo in una
strana fase di transizione. Da un lato si predica costantemente l’uguaglianza. D’altra parte,
produciamo incessantemente nuove gerarchie. Per questo le nostre società sono tra le più
complesse dal punto di vista ideologico che siano mai esistite. Né la gerarchia né l’uguaglianza
funzionano. In Trump si vede infantilismo allo stato puro. Le attuali grandi potenze sono
aggrovigliate l’una nell’altra come un perverso gruppo del Laocoonte. Tutto fa presagire che si
arriverà a gravi escalation. La Germania è abbastanza impotente da poter rimanere spettatrice.

17.07.2026
L’ordine liberale è destinato al fallimento?
«Non si dovrebbe dare per scontato che il popolo conosca i propri interessi». Nella grande intervista
estiva, l’influente filosofo Peter Sloterdijk risponde alle domande del nostro tempo

Vita e opera
26 giugno 1947: Peter Sloterdijk nasce a Karlsruhe
Dal 1968 al 1974: studi di filosofia, storia e germanistica a Monaco
di Baviera e Amburgo
1976: dottorato con una tesi dal titolo «Letteratura e
organizzazione dell’esperienza di vita» sotto la guida del professor
Klaus Briegleb
Dal 1978 al 1980: Soggiorno nell’ashram di Bhagwan Shree
Rajneesh (in seguito Osho) a Pune, in India
1983: Pubblicazione del libro di Sloterdijk «Critica della ragione
cinica»
Dal 2001 al 2015: Rettore dell’Università statale di design di
Karlsruhe
2024: Serie di lezioni molto apprezzate al Collège de France (Parigi)

Intervista di Lukas Koperek e Leon Werner
Chi vive a Berlino forse lo ha già incontrato: Peter Sloterdijk, che sfreccia in bicicletta lungo il
Kurfürstendamm.

Non si parla più degli obiettivi iniziali di Trump, tra cui la liberazione del popolo iraniano. Dall’inizio
della guerra, il regime iraniano sta reprimendo ancora più duramente gli oppositori. Uno di questi è
Arash, uno scrittore di Teheran che in realtà ha un altro nome e che è in contatto con «profil» dalla
fine di febbraio. Il regime ha bloccato in gran parte Internet, ma Arash sa aggirare il blocco.
Tramite un canale sicuro invia messaggi e foto. A volte passano alcuni giorni prima che le
domande da Vienna arrivino e Arash possa rispondere. I suoi messaggi offrono uno spaccato della
vita quotidiana nella capitale iraniana. In Iran, scrive Arash, regna un clima di paura. «L’ala più
radicale della Repubblica Islamica ha preso il sopravvento e ha assunto il controllo della Guardia
Rivoluzionaria, nonché delle autorità di sicurezza e giudiziarie. Non ci sarà alcun accordo, a meno
che non avvenga un miracolo!». Prevale la convinzione che a Trump non sia mai importato nulla
della libertà del popolo. «Non si sente in alcun modo responsabile nei confronti del popolo
iraniano», scrive Arash. «Trump non ha mantenuto nessuna delle sue promesse». Gli oppositori
come Arash non sperano in primo luogo nella pace, ma piuttosto nella caduta del regime.

18.07.2026
«Il popolo iraniano maledice Trump»
La guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran è divampata nuovamente. L’OPPOSITORE IRANIANO ARAS racconta
della sua delusione nei confronti del presidente statunitense Trump, delle esecuzioni degli oppositori del
regime in Iran e della vita quotidiana a Teheran nel quinto mese di guerra

Di Siobhán Geets
Se dipendesse da Donald Trump, la guerra contro l’Iran sarebbe già finita da tempo. All’inizio del conflitto,
alla fine di febbraio, il presidente degli Stati Uniti aveva previsto che l’operazione «Epic Fury» («Furia
epica») sarebbe durata dalle quattro alle sei settimane. Nel frattempo sono passati più di quattro mesi e
mezzo e non se ne vede la fine.

Il vecchio ordine basato sulle regole, così come lo abbiamo conosciuto a lungo, è in pericolo. A
causa della guerra di aggressione della Russia, ma anche a causa di capi di Stato che fissano
altre priorità, per dirla in modo diplomatico. L’Europa lotta per la propria indipendenza – in materia
di tecnologia così come nella produzione industriale o nella deterrenza. La diplomazia ha sempre
bisogno di credibilità militare. Non dovremmo dimenticare che la diplomazia è molto più della
politica ufficiale dei governi o del controllo degli armamenti. Non deve esserci un Iran dotato di
armi nucleari. La questione nucleare iraniana può essere risolta solo attraverso la via negoziale. Le
soluzioni militari non sono sostenibili. Per questo spero vivamente che i nuovi colloqui abbiano
esito positivo. È anche nel nostro interesse. Un Iran dotato di armi nucleari potrebbe innescare una
nuova corsa agli armamenti nucleari.

STERN
15.07.2026
«Situazione critica! Pericolosa! Inaccettabile!»
Nessuno negozia con tanta durezza: la diplomatica di alto livello Helga Schmid parla delle peculiarità
degli inviati iraniani e di cosa le dà forza durante le lunghe notti di trattative.

HELGA SCHMID, 65 anni, ha iniziato la sua brillante carriera
diplomatica a metà degli anni ’90 come funzionaria presso
l’ufficio del ministro degli Esteri tedesco Klaus Kinkel. Nel 2003
il suo successore, Joschka Fischer, la nominò capo del suo
ufficio ministeriale. Nel 2006 passò al Servizio europeo per
l’azione esterna, di recente istituzione, con sede a Bruxelles, di
cui divenne segretaria generale nel 2016. Schmid è inoltre
considerata l’artefice dell’accordo sul nucleare con l’Iran del

  1. Nata a Dachau, è stata la prima donna a ricoprire, dal
    2020/2021 al 2024, la carica di segretaria generale
    dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa
    (OSCE), una posizione di vertice nella diplomazia
    internazionale.

Intervista: Steffen Gassel
Signora Schmid, nel luglio 2016 un attentato razzista che ha causato nove vittime ha sconvolto la sua
città natale, Monaco di Baviera. Come ha raccontato in seguito, il giorno dell’attentato ha inviato
messaggi dal cellulare ai suoi contatti sul posto per assicurarsi che stessero bene. Ha fatto lo stesso anche
in Iran, quando in primavera sono cadute bombe su Teheran?

Se mettiamo a confronto lo stipendio di un cancelliere federale con quello di un allenatore della
nazionale, constatiamo che Friedrich Merz dovrebbe governare per un totale di quasi 28 anni per
arrivare a dieci milioni. Ciò significa che Merz dovrebbe essere rieletto almeno sei volte fino al
2053 e, a 96 anni, sarebbe di nove anni più vecchio di Konrad Adenauer al momento del suo addio
alla carica di cancelliere.

STERN
15.07.2026
EDITORIALE

«Un allenatore della nazionale guadagna diversi milioni di euro. Per guadagnare quella cifra, un
cancelliere deve lavorare a lungo. Eppure solo lui ha la reputazione di riempirsi le tasche.»
Il cancelliere tedesco guadagna circa 360.000 euro all’anno. È una somma ingente. In cambio, il cancelliere
– attualmente Friedrich Merz – ha una certa responsabilità per il benessere del Paese, anche se, a giudizio
dei tedeschi, Merz finora non si è dimostrato all’altezza di questo compito.

Il giornalista israeliano Ronen Bergman lo definisce la «macchina di omicidi più solida e razionale
della storia». Il Mossad, il cui nome completo è ha Mossad le Modiin u le Tafkidim Mejuchadim,
Istituto per l’intelligence e le operazioni speciali, è responsabile delle missioni al di fuori di Israele,
spesso in territorio nemico. In breve: l’«Istituto». Un nome sobrio per un’istituzione che molti
considerano «senza dubbio uno dei migliori servizi segreti», come afferma un ex agente dei servizi
segreti europei. Perché il Mossad è veloce e pronto ad assumersi rischi, non è soggetto a
restrizioni dovute a termini di conservazione dei dati o al controllo parlamentare, fa capo
direttamente al Primo Ministro, ma soprattutto perché il Mossad non si limita a raccogliere
informazioni come il Servizio federale di intelligence tedesco (BND), bensì conduce operazioni,
tanto brutali quanto brillanti, che nemmeno la CIA o l’MI6 britannico osano – o non sono autorizzati
a – compiere. Il Mossad suscita timore e fascino, è oggetto di teorie del complotto e di racconti
eroici. Nei primi decenni dopo la sua fondazione nel 1949, il Mossad dava la caccia ai nazisti,
spiava i regimi arabi e assassinava palestinesi. Ma da tre decenni, da quando nel 1996 due agenti
travestiti da turisti portarono con sé campioni di terreno radioattivo dall’Iran, si è dedicato quasi
esclusivamente a un unico obiettivo: impedire che la bomba atomica finisse nelle mani del regime
iraniano. Con l’ausilio di operazioni spettacolari, omicidi a sangue freddo e influenze occulte. E
mentre questa guerra nell’ombra era ancora in corso, il Mossad si preparava alla guerra vera e
propria.

17.07.2026
L’Istituto
Medio Oriente – Le spie israeliane suscitano paura e fascino. Per alcuni il Mossad è il miglior servizio
segreto del mondo, per altri il più criminale. Uno sguardo su un’organizzazione che ha condotto il mondo
alla guerra con l’Iran

Di Juliane von Mittelstaedt e Thore Schröder

La vista dalla casa di Ahmed Alafi è mozzafiato: all’orizzonte le cime innevate dei Monti del Libano, davanti
a esse la verde Valle della Bekaa e le colonne del tempio romano di Giove a Baalbek. Ma Alafi non vede
nulla di tutto ciò. Dove un tempo c’erano i suoi occhi, ora ci sono solo due buchi.

La legge sulla libertà di informazione è una conquista democratica. Sulla base di essa, tutti i
cittadini possono richiedere l’accesso agli atti dei ministeri e di altre autorità federali: verbali di
riunioni interne, e-mail di funzionari, documenti di lavoro destinati al ministro. Anche i giornalisti
utilizzano spesso questo strumento. Ad esempio, per scoprire chi ha esercitato influenza su una
legge. In futuro avrà diritto all’accesso alle informazioni solo chi abbia un «interesse legittimo».
Una formulazione vagamente interpretabile che porrebbe fine all’accesso incondizionato alle
informazioni. Altri passaggi fanno temere che in futuro alle ONG e ai giornalisti possa essere
negato, o quantomeno reso più difficile, avvalersi della legge. Non è accettabile il promettere ai
cittadini un «valore aggiunto» per poi limitare i loro diritti.

17.07.2026
EDITORIALE
La coalizione non deve riuscire nel suo intento
L’Unione e l’SPD vogliono limitare la libertà di informazione e la spacciano per una misura volta a ridurre
la burocrazia. È una sfacciataggine

Di Wolf Wiedmann-Schmidt
Nell’accordo di coalizione il progetto sembrava ancora innocuo, quasi una promessa. «Vogliamo riformare
la legge sulla libertà di informazione nella sua forma attuale, apportando un valore aggiunto per i cittadini e
l’amministrazione», scrivevano CDU, CSU e SPD.

Un episodio che mette in luce i cambiamenti nelle dinamiche di politica estera tra Ucraina, Russia
e Bielorussia. La Bielorussia si sarebbe resa conto della propria «vulnerabilità di fronte agli attacchi
a lungo raggio dell’Ucraina» e non potrebbe più fare affidamento sull’alleato Russia. L’enorme
espansione del programma ucraino sui droni, con attacchi che si spingono in profondità nel
territorio russo, non rappresenta una minaccia solo per Mosca. Lo stesso Lukashenko riconosce
che il territorio del suo Paese sarebbe «alla mercé» dell’Ucraina, qualora Zelenskyj decidesse di
sferrare degli attacchi. L’esercito bielorusso avrebbe infatti ben poco da opporre alla guerra aerea
ucraina. La Russia, il «fratello maggiore», non riesce nemmeno a proteggere in modo coerente il
proprio spazio aereo dagli attacchi ucraini.


22.07.2026
Un’ombra sul successo di Kiev
La Bielorussia, alleata di Putin, interrompe il sostegno ai droni russi sotto la pressione dell’Ucraina.
Tuttavia, questa mossa porta a Zelenskyj solo vantaggi limitati e potrebbe diventare un pericolo a lungo
termine

Di PAVEL LOKSHIN
A prima vista, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj può vantare un chiaro successo. La sua strategia
nei confronti della leadership bielorussa ha dato i suoi frutti: dopo gli incontri con la leader dell’opposizione
in esilio Svetlana Tikhanovskaya, mesi di avvertimenti su un possibile attacco dalla Bielorussia e chiare
minacce rivolte all’autocrate Alexander Lukashenko, Zelenskyj ha ottenuto ciò che voleva dalla Bielorussia.

Il nostro Paese, la Repubblica Federale di Germania, è in declino da sette anni. Le imprese se ne
vanno, i posti di lavoro scompaiono. Il Paese sta percorrendo una strada catastrofica che porta a
enormi deficit in tutti i bilanci regionali. Ci troviamo in una situazione di emergenza di bilancio
assoluta. Ciò richiede disciplina da parte di tutti. Deve essere ancora più amaro per voi dover
finanziare cose che non condividete, ma che sono assolutamente necessarie per una
maggioranza. Abbiamo bisogno del 50 per cento più un voto. Questo vale sia per un governo di
maggioranza che per uno di minoranza. I processi di negoziazione sono il cuore della nostra
democrazia. Emarginare, rimproverare, screditare le opinioni, come stiamo vedendo nella crisi dei
rifugiati, durante la pandemia di Covid-19 o ora con la guerra in Ucraina e nella politica di
protezione del clima, è l’esatto contrario. Dobbiamo imparare di nuovo a riconoscere le opinioni e
gli interessi diversi come qualcosa di normale, di prezioso e, soprattutto, come qualcosa che
dobbiamo rispettare. L’attuale linea di Ursula von der Leyen non è al passo con i tempi. Dobbiamo
ridimensionare e abolire norme e direttive.

22.07.2026
Chi parla di “muro tagliafuoco” non ha colto i
segni dei tempi
Il primo ministro della Sassonia Michael Kretsckmer parla di come gestire l’AfD, delle difficoltà di un
governo di minoranza e della mancanza di slancio nelle riforme. Kretschmer non ha voluto esprimersi sulle
dimissioni del capogruppo dell’Unione Jens Spahn e sulla ricerca di un successore.
Di Daniel Delhaes, Jan Hildebrand – Berlino

Il negoziatore Michael Kretschmer ha partecipato ai colloqui esplorativi
per la formazione di una coalizione tra Unione e SPD in qualità di
rappresentante dei Länder della Germania orientale. Ha fatto in modo
che anche i Länder e i comuni ricevano 100 miliardi di euro dal fondo
speciale. Kretschmer ha insistito affinché i Länder ottengano dallo Stato
federale il rimborso dei costi sostenuti a livello locale a seguito delle
nuove leggi federali.
Il primo ministro, originario di Görlitz, governa la Sassonia dal 2017. Dalle
ultime elezioni regionali del 2024, il 51enne è costretto a guidare un
governo con l’SPD senza maggioranza. L’ingegnere economico di
formazione dipende dai voti della Sinistra e dei Verdi. Kretschmer è
vicepresidente federale della CDU

Signor Ministro Presidente, da ormai un anno e mezzo lei governa in Sassonia senza una maggioranza
propria. Quanto è difficile?
Ognuno deve fare fronte alla situazione in cui si trova. Del resto, in una democrazia bisogna sempre lottare
per ottenere le maggioranze.

L’obiettivo dell’Ucraina è quello di espellere dal Mar Nero settentrionale la flotta fantasma che
trasporta il petrolio russo verso i mercati mondiali, nonché di rendere più difficile a Mosca
l’esportazione di cereali. Tra questi vi è anche il cereale proveniente dai territori occupati dalla
Russia. In questo modo l’Ucraina si oppone al fatto che la Russia commercializzi sul mercato
mondiale il cereale proveniente da tali territori, finanziando così l’attacco al proprio Paese anche
con fondi che in realtà spettano all’Ucraina. In questa ottica, i recenti attacchi russi,
apparentemente intensificati, contro i porti della regione di Odessa, nel sud dell’Ucraina, appaiono
come un’azione di vendetta.


22.07.2026
La guerra navale si intensifica
L’Ucraina prende di mira navi da carico e petroliere nel Mar Nero e nel Mar d’Azov. La Russia bombarda
porti e navi a Odessa

Di Stefan Locke e Friedrich Schmidt
Per un paese che non dispone più di una marina militare, l’Ucraina sta mettendo la Russia sotto forte
pressione in mare.

Dibattito dopo le dimissioni di Spahn. Il caso del politico della CDU ha scatenato una polemica
sulla maternità surrogata. Cosa raccontano le persone che hanno intrapreso questa strada – e
qual è la situazione del divieto in Germania. Il comportamento di Jens Spahn è prova di un grave
doppio standard: da un lato si pronuncia a favore del divieto della maternità surrogata e dall’altro ci
mette contro un sacco di soldi e privilegi. Questo alimenta il disincanto nei confronti della politica.
Se autorizzassimo la maternità surrogata in Germania, potremmo controllare meglio la procedura e
garantire che queste informazioni siano accessibili. Oggi molte coppie si vedono costrette ad
andare all’estero, dove ciò non è garantito.


22.07.2026
«Questo è ciò che voglio fare con il mio corpo»
Autodeterminazione o sfruttamento? Cosa spinge una madre surrogata per l’ottava volta, da cosa mette
in guardia una ricercatrice e cosa hanno vissuto due padri.

Resoconti di Joshua Beer, Kyriaki Linoxylaki e Florian Ullmann
Tiffny Bish, madre surrogata per otto volte dalla California, incinta del nono bambino.
«Ho iniziato a fare la madre surrogata 13 anni fa. Fino ad allora non ne sapevo assolutamente nulla. La mia
cognata di allora era una madre surrogata e le chiesi: ‘Come puoi avere un bambino e poi darlo via così?’

L’uomo che fino a poco fa era considerato uno dei politici più potenti del Paese si trova a New York
con il marito e il figlio neonato, Georg, che porta il nome del padre di Jens Spahn. Dalla costa
orientale, la scorsa settimana il capogruppo dell’Unione ha dovuto assistere impotente mentre
prima il suo partito, poi metà della Repubblica, venivano sconvolti: per via di suo figlio, delle
circostanze del parto e del suo silenzio al riguardo. Spahn telefona, fornisce spiegazioni, chiede
tempo, ma proprio lui, che finora era sopravvissuto a ogni vicenda, a ogni scandalo, non può
impedire che nel giro di poche ore la sua carriera imploda, insieme alla sua vita politica. Mercoledì
il mondo aveva appreso della nascita del figlio di Spahn, sabato a mezzogiorno la lettera di
dimissioni è giunta ai deputati del suo gruppo parlamentare. Il caso continuerà a risuonare, perché
va ben oltre la persona di Spahn e solleva la questione etica fondamentale se sia giustificabile
ricorrere a una madre surrogata. Tocca anche il fondamento stesso della politica democratica:
l’onestà dei politici, che in quanto rappresentanti del popolo devono essere alla pari con il popolo.

STERN
23.07.2026
Un terremoto nero
Jens Spahn è diventato padre – e si è dimesso: il suo caso è emblematico di una repubblica nervosa e di
un conservatorismo in preda alla paura

Grande amore: dal 2017 Jens Spahn è sposato con il manager dei media Daniel Funke

( a sinistra)
Di Julius Betschka, Martin Debes e Veit Medick
Jens Spahn trascorre le 72 ore che gli stravolgono la vita a 6.000 chilometri di distanza dalla Germania,
dall’altra parte dell’Atlantico.

Spahn, che ha sempre voluto solo fare politica, entrando nel Bundestag già a 21 anni, si è
mostrato più privato che mai, foto con il passeggino inclusa. Forse sperava che così la gente
vedesse l’uomo dietro al politico, perdonandolo per aver contribuito a vietare la maternità surrogata
in Germania, pur avendola realizzata per sé stesso. La spietatezza della reazione può essere vista
come freddezza della politica, ma ha certamente «a che fare anche con la sua persona», come ha
affermato il cancelliere Friedrich Merz. Pretendere calore dalle persone è probabilmente chiedere
troppo, quando si è stati piuttosto sinonimo di freddezza politica. Inoltre, Spahn era un recidivo in
materia di mancanza di tatto morale. Il cancelliere Merz fatica a nascondere la sua gioia di essersi
liberato del rivale di sempre.

STERN
23.07.2026
EDITORIALE

La sfera privata è politica. Si può davvero scrivere questa frase quando si parla di Jens Spahn? Oppure il
paragone è già inappropriato, poiché la frase proviene dal movimento femminista e dovrebbe ricordare che
le sfide private hanno sempre una componente politica?

E’ la somma  che fa il  totale _ di WS

Come  al solito Korybko,   qui  https://italiaeilmondo.com/2026/07/21/quali-sono-le-motivazioni-alla-base-del-piano-di-rimilitarizzazione-della-germania-del-valore-di-800-miliardi-di-euro-_-di-andrew-korybko/ , solleva una montagna  di questioni   relative   al cerchio  di ferro   che  viene  sempre più stretto intorno al collo  della Russia   finché  essa, se  non  ne vorrà morire  strangolata, non  potrà che reagire  con estrema violenza .

In merito  io ho  già espresso  le mie previsioni : la Russia NON  accetterà di morire  strangolata  e sta  semplicemente rinviando  il momento  della “reazione fatale”; “momento”   che, non dubito, arriverà  certamente perché  sull’ altro lato  anche i “bankesters”  non  possono tornare indietro  dalle  decisioni fatali  che LORO stessi  hanno  già  preso per tutti noi.

Ora,   sorvolando  su tutti i punti  sollevati  da Korybko,  compresi   gli assurdi “sogni polacchi”, vorrei mettere in evidenza  che il vero punto di rottura  che spingerà  di sicuro  la Russia   a quella  “ reazione violenta”   che cerca  di procrastinare  il più possibile, sarà il riarmo NUCLEARE della  Germania  per  la indubitabile  minaccia che esso comporterebbe  per la Russia.

 Ora che un riarmo NUCLEARE del Giappone fosse previsto fin dall’ inizio dai “masters of universe”  per  “contenere”  Russia  e Cina  ne ho già è parlato altre volte  come cosa   resa evidente   dal fatto di aver concesso al Giappone non solo il “nucleare civile” ma anche l’ intero controllo della gestione / stoccaggio del combustibile  “esaurito”  e quindi   della possibile  estrazione del plutonio da  esso.

E siccome questa cosa non è  stata MAI posta alla attenzione dei media, è pressoché certo che il Giappone abbia già il plutonio per centinaia di ordigni; che quindi il Giappone possa diventare una potenza nucleare “overnight” , perché ha già in  parallelo sviluppato completamente anche la relativa missilistica.

  Ben diverse furono invece le condizioni imposte alla Germania per il suo “nucleare civile” a cominciare dal dover consegnare tutte le “scorie” a Francia ( ma anche agli USA tramite Francia ) PAGANDO per il loro “smaltimento”.

In altre parole la Germania non dovrebbe avere plutonio da nessuna parte sebbene per molti anni la pubblicistica americana lo abbia temuto, tant’é che alla Germania non è  stato nemmeno permesso di sviluppare una sua “missilistica” nazionale e che essa abbia  dovuto  pagare i soliti francesi per mettere in orbita i propri  satelliti.

  Ma ora le cose  dal punto vista  geopolitico sono cambiate; una Germania dotata di un nucleare tattico sarà un fondamentale “gendarme” imperiale sul fronte europeo e NON c’è alcun dubbio che nel suo programma di riarmo ci sia ANCHE  uno sviluppo nucleare in ACCORDO col “padrone” ( e che i mangiaranocchie si fottano ! ).

Da dove poi i Tedeschi si procurino il plutonio necessario non si sa, ma in merito si potranno riesumare le vecchie storielle della vecchia  pubblicistica americana, tipo le “miniere di sale” dell’ ex-nazista Strauss.

  Perché una volta definitivamente liquidata la NATO-Ucraina ( perché lì si finirà; il “muro di droni ” è solo l’ equivalente delle V1 tedesche: tanto “fumo” e poco “arrosto” ) è assai poco  possibile che L’ €uropa Unita in una sempre più profonda crisi economica possa mantenere un conflitto attivo contro una Russia strategicamente vincitrice in Ucraina.

Già l’impossibilità del 21° pacchetto antirusso ci mostra che ben pochi “volenterosi ” sarebbero di fatto  disposti a partire per il “fronte russo”.

 Certo tra questi pochi ci sono sia la Germania che sente finalmente l’occasione di tornare di essere  davvero”la prima in europa” anche in campo militare, che i soliti fantasticatori polacchi che pure un po’  di puzza  di bruciato   già la sentono.

In ogni   caso, però, entrambi chiederanno  le necessarie  “garanzie nucleari” che ora non hanno .

 E permettere a questi nanetti di dotarsi di armi nucleari tattiche “nazionali” non comporterebbe gravi rischi per “il padrone”. Anzi la cosa rappresenterebbe una grande opportunità di un conflitto nucleare “limitato” alla sola Europa.

 Certo, i soliti francesi digrignerebbero  un po’ i denti per poi alla fine adattersi come sempre. Il problema quindi resterebbe “russo”: permettere o meno ai “soliti idioti” di dotarsi di testate nucleari “tattiche” ?

Io credo di no e credo anche che l’ opinione pubblica russa sia già abbondantemente  “matura” per sostenere fin in fondo la necessaria “operazione preventiva ” più o meno “chirurgica”, esattamente come ora è già pronta ad andare fino in fondo a tutto quanto sarà necessario per risolvere DEFINITIVAMENTE la “questione ucraina”.

Resta  sempre sullo sfondo la possibilità  di una Germania “doppiogiochista”  che , armandosi  fino ai denti, si  svincola  dalle pastoie “atlantiste”,    non per   fare   “guerra alla Russia”,  ma  per  accordarcisi  alle spalle   degli  altri “€uroidioti”.

Ovviemente  i soliti   “vicini  sognatori”   ( francesi  e polacchi)  questo lo temono fortemente; soprattutto i francesi  che  già  vedono     ridursi   l’ esenzione  all’  €urodazio”  pagato  invece da  tutti gli altri  vecchi “inquilini paganti”   de  l’ €urolager”.

Io  direi  loro sarcasticamente   di  starsene   “tranquilli “.  La Germania  non è in grado di avere un pensiero  strategico  di questa portata;  semplicemente i tedeschi , come sempre,  andranno  avanti      dritti  fino in fondo “eseguendo  gli ordini”.

La natura  dei popoli  si può cambiare   solo modificandola  “etnicamente”,   e se  trovare   “vecchi”  tedeschi  per le   “Straßen”  è  sempre  più difficile,   l’ elite  tedesca  è  però   “etnicamente pura “, costituita da  ben  selezionati  nipotini   di  ex-nazisti  collaborazionisti.

Quindi “non c’ è due  senza  tre”  ma,   rispetto  alle precedenti “due” , stavolta i russi  saranno  molto più   “arrabbiati” e previdenti; perché  ,come diceva  il grande  Totò,  “  è la somma  che fa il  totale  “

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Rassegna stampa tedesca. 76a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Trump ha spostato i confini di ciò che si può pensare e dire. Avrebbe voluto, in occasione del 250°
anniversario che gli Stati Uniti celebrano in questi giorni, spostare anche i confini fisici del Paese,
oltre il Canada e la Groenlandia. Quello che inizialmente era stato liquidato come una stravaganza
narcisistica, ora appare sempre più a molti osservatori come un disturbo patologico. Da parte sia
politica che medica vengono poste domande urgenti, sempre più spesso anche da repubblicani
che non sono più disposti a seguire incondizionatamente il presidente. E se si trattasse davvero di
una forma di follia: quali conseguenze avrebbe? E come si dovrebbe affrontarla? «Trump è un
narcisista maligno». Il termine implica quattro elementi di struttura della personalità: la mania di
grandezza e il bisogno permanente di ammirazione; la psicopatia e la mancanza di empatia; il
pensiero paranoico, secondo cui chi la pensa diversamente rappresenta costantemente una
minaccia; nonché il sadismo. «Abbiamo a che fare con qualcuno che prova piacere nel ferire le
persone e nel distruggere le cose. Questo gli dà un senso di potere».

STERN
02.07.2026
PRÄSIDEMENT
I suoi momenti di smarrimento si stanno moltiplicando, gli ex collaboratori lanciano l’allarme. Donald
Trump sta perdendo il controllo di sé stesso – e della sua carica? La situazione potrebbe diventare molto
pericolosa

Di Marc Etzold e Leonie Scheuble
Il 16 marzo di quest’anno, il presidente degli Stati Uniti d’America ha rivelato quasi per caso che il deputato Neal Dunn soffriva di una malattia «incurabile» e che i medici gli avevano pronosticato che sarebbe «morto entro giugno».

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«Il male più grande della schiavitù era il mito secondo cui i bianchi fossero migliori dei neri».
Questo vecchio schema di pensiero esiste ancora. Per Trump, l’anniversario dell’indipendenza è
l’occasione per raccontare una storia immacolata della democrazia americana. La schiavitù è una
nota a piè di pagina che sui siti web governativi dedicati all’anniversario ricorre solo quando si
parla degli sforzi compiuti all’epoca per abolirla. I parchi nazionali e i parchi storici sono chiamati a
rivedere i propri contenuti. Anche se una giudice federale ha recentemente sospeso in via
provvisoria il decreto: la storia non può essere riscritta con il Tipp-Ex. Ci sono cose per cui
dovremmo collettivamente piangere e provare rammarico: chi parla solo del «miglior paese di tutti i
tempi» e di gloriose conquiste, non riconosce tutti gli aspetti della storia americana.


01.07.2026
Il vecchio male
In occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti, Donald Trump impone una narrazione storica
patriottica. In Alabama, un attivista per i diritti civili si oppone

Di Sofia Dreisbach, Montgomery
Nel settembre 1959 un giudice federale dell’Alabama stabilì che la segregazione razziale nei parchi pubblici
di Montgomery era illegale. La città reagì.

La domanda se la sinistra politica abbia una parte di responsabilità nel successo delle forze di
destra preoccupa un numero crescente di Verdi. Sono preoccupati per la democrazia, ma anche
per i propri risultati elettorali. Sono più i giovani uomini che le donne a votare per partiti di destra o
di estrema destra. Il 25,2 per cento degli uomini tra i 18 e i 24 anni ha votato per l’AfD, partito di
estrema destra, alle ultime elezioni federali. Tra le donne della stessa fascia d’età la percentuale
era solo del 12,6 per cento. I Verdi ottengono risultati particolarmente deludenti soprattutto tra i
giovani uomini. Tra i Verdi ci sono sempre più politici che ritengono che il femminismo abbia
destabilizzato e spaventato i giovani uomini. Nella lotta per i diritti delle donne qualcosa è rimasto
indietro, scrivono 13 Verdi in un manifesto finora inedito. Il loro partito ha definito ciò che gli uomini
non dovrebbero essere: non violenti, non dominanti, non oppressivi. «Ma abbiamo dimenticato di
proporre cosa possa essere invece la mascolinità», si legge nel testo. «Abbiamo creato un vuoto,
e in questo vuoto stanno ora tornando a riversarsi le vecchie immagini».

03.07.2026
I Verdi al maschile
I leader politici dei Verdi sono insoddisfatti della loro immagine da “morbidi” e hanno redatto un
manifesto per una nuova immagine maschile: da oggi sono consentiti sia l’allenamento in palestra che le
auto potenti

di Christoph Schult
Un venerdì mattina alle dieci, Anton Hofreiter entra nella Marie-Elisabeth-Lüders-Haus nel quartiere
governativo di Berlino. L’ufficio del presidente della commissione per gli affari europei si trova nell’edificio
sulla riva opposta della Sprea, ma oggi Hofreiter ha altri programmi.

Trump è stato rieletto una seconda volta, ha messo in secondo piano lo Stato di diritto, ha fatto
dare la caccia agli immigrati dagli agenti dell’ICE e ha conferito al Paese tratti autocratici. Amo
comunque ancora gli Stati Uniti, ma devo giustificarmi sempre più spesso per questo. Perché non
riesco a fare altrimenti, perché molti tedeschi non riescono a fare altrimenti e perché va comunque
bene così.

03.07.2026
Si possono ancora amare gli Stati Uniti?
Buon compleanno, America! Ti faccio gli auguri come si fa con un ex che si continua a rimpiangere

Di Philipp Oehmke
I primi dubbi mi sono venuti dopo circa due ore in una spoglia stanza seminterrata dell’aeroporto di Los
Angeles. Era l’estate del 2021, il mondo era in preda ai lockdown per il Covid, Joe Biden era presidente degli
Stati Uniti, Donald Trump sembrava ormai un ricordo del passato. Le restrizioni all’ingresso erano ancora in
vigore, ma poiché avevo vissuto negli Stati Uniti poco prima,

La lotta per le maggioranze al Congresso USA si preannuncia estremamente serrata. Alla Camera
dei Rappresentanti vengono riassegnati tutti i 435 seggi, mentre al Senato sono in palio 33 seggi.
Per ottenere la maggioranza al Senato, i democratici dovrebbero difendere tutti i propri seggi – tra
cui quello della Georgia – e conquistarne altri quattro. Nella maggior parte degli Stati e dei collegi
elettorali, le preferenze di partito sono così consolidate che l’esito si profila già all’orizzonte. Ma in
alcuni casi la situazione è diversa – e questi potrebbero rivelarsi decisivi alla fine. La corsa al
Senato è ancora aperta soprattutto nel Maine, nel Michigan e nell’Ohio. Altri sei Stati sono
considerati contesi.

01.07.2026
L’ora dei democratici?
Il presidente degli Stati Uniti è più impopolare che mai. Alle elezioni di medio termine di novembre, gli
americani potrebbero fare i conti con la politica di Trump e punire i repubblicani – a patto che le figure
chiave dei democratici non commettano errori

di Dana Heide, Atlanta, Washington
Jon Ossoff non si perde nemmeno il tempo di attaccare il suo diretto avversario repubblicano. Fin dall’inizio
del suo discorso elettorale ad Atlanta alla fine di maggio, il senatore democratico della Georgia preferisce
attaccare direttamente il presidente degli Stati Uniti.

Negli ultimi mesi la coalizione ha preso sempre più coscienza di quanto il «shock cinese» pesi
sull’industria tedesca: i produttori cinesi stanno recuperando terreno dal punto di vista tecnologico
in un numero sempre maggiore di settori chiave, invadendo il mercato mondiale con
sovraccapacità sostenute dallo Stato e una politica dei prezzi aggressiva. Tra il 2019 e il 2025 la
competitività in termini di prezzi dell’economia tedesca si è fortemente deteriorata rispetto alla
Cina, ma non rispetto ai principali partner commerciali tedeschi nel loro complesso; forse la
Germania non presenta una debolezza competitiva così grave come spesso si presume. Il
problema è soprattutto la Cina.

01.07.2026
La base industriale si sta erodendo
Berlino e Bruxelles inaspriscono la politica nei confronti della Cina. Pechino si mostra disposta al dialogo.
Un cedimento – o uno stratagemma?

Di M. Greive, J. Hanke, M. Koch, J. Olk – Berlino, Bruxelles
Riduzione della burocrazia, riforme in corso in materia fiscale e sul mercato del lavoro: questi sono i temi
all’ordine del giorno della riunione della commissione di coalizione di mercoledì.

L’Unione Europea investe solo una minuscola somma per difendere la verità. Tuttavia, non si tratta
solo di denaro, ma anche di atteggiamento di fondo. Ci difendiamo cercando di smascherare le
menzogne dopo che si sono diffuse. Questo non basta: dobbiamo anticipare la propaganda.
Abbiamo bisogno di qualcosa di più che semplici azioni a breve termine. Sia la Russia che la Cina
pianificano le loro strategie di informazione con decenni di anticipo. Dovremmo fare lo stesso. Ciò
significa che dobbiamo fornire maggiori risorse e sostegno ai professionisti dei media moderni –
influencer, podcaster, artisti digitali, futuristi, analisti e visionari. Essi plasmano il pensiero e i
sentimenti di milioni di persone. Dobbiamo investire nelle piattaforme, nelle voci e nei formati che
raggiungono le persone oggi.


05-06.07.2026
Difendere la verità: l’Europa deve anticipare la
propaganda
La Russia spende ogni anno quasi due miliardi di dollari in propaganda. L’attività mediatica della Cina è
ancora più estesa e nebulosa. L’Unione Europea investe solo una minuscola frazione di queste somme

Di Pekka Kallioniemi – è uno studioso e blogger finlandese. Svolge ricerche e scrive di propaganda e disinformazione sui social media
e si è occupato, tra l’altro, in modo approfondito delle relative campagne russe

Paesi come la Russia e la Cina puntano già da anni sulla disinformazione. Non solo mentono, ma lo fanno a
gran voce, costantemente e su tutte le piattaforme.

Cosa sta succedendo quindi tra AfD e BSW? E quale calcolo sta alla base di questo
corteggiamento? Il fatto è che per entrambi i partiti le cose potrebbero andare meglio in questo
momento. Ed entrambi sanno che devono fare qualcosa. L’AfD ha recentemente perso terreno
politico per la prima volta dopo molto tempo. Nei sondaggi si attesta tra il 22 e il 23 per cento, il
risultato peggiore dalle elezioni federali. Allo stesso tempo, nonostante la sua forza, al partito
manca una chiara prospettiva di potere. Per questo motivo l’AfD è attualmente alla ricerca di un
partner. I nemici comuni favoriscono un avvicinamento: il BSW di Wagenknecht è l’unica opzione
realistica. Non perché ci si piaccia particolarmente a vicenda, ma perché si hanno gli stessi nemici:
i «partiti tradizionali» CDU, SPD e Verdi.


05-06.07.2026
AfD e BSW si avvicinano: il flirt degli outsider
politici
La politica del “muro di contenimento” ha reso l’AfD sempre più forte e non dovrebbe essere portata
avanti

Di Thorsten Metzner e Dennis Pohl
È un flirt un po’ strano quello che si sta attualmente sviluppando tra l’AfD e il BSW. Qualche giorno fa, in
Turingia, i capigruppo dei due partiti nel Landtag si sono incontrati per un colloquio.

Il successo di Vannacci costringe Meloni a combattere sul suo terreno politico – su temi quali
l’immigrazione, l’identità nazionale, i rapporti con la Russia o le spese per la difesa della NATO.
Ma se Meloni dovesse decidere di corteggiare l’elettorato di Vannacci, rischierebbe di allontanare
gli elettori moderati e il suo alleato di centro-destra, il terzo partner di coalizione, Forza Italia.
Questi ultimi considerano l’estremismo xenofobo di Vannacci e le sue posizioni ostili all’UE una
minaccia per la credibilità dell’Italia sulla scena internazionale.


01.07.2026
L’ex generale che supera Meloni sulla destra
La presidente del Consiglio italiana si trova di fronte a uno sfidante che sostiene posizioni più radicali
rispetto al suo governo

di HANNAH ROBERTS
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha lavorato per anni per portare la destra italiana al centro dello
schieramento politico. Ora, però, un ex generale la sta spingendo nuovamente a destra. Il partito di recente
fondazione Futuro Nazionale, guidato dall’ex paracadutista ed eurodeputato Roberto Vannacci, sta
rapidamente guadagnando consensi e attirando transfughi dal campo di governo.

Il necessario potenziamento della Bundeswehr, che dovrebbe passare dagli attuali 184.000 a
260.000 soldati in servizio attivo, dovrebbe, secondo le speranze politiche, avvenire sulla base del
principio del volontariato. Le prime esperienze con questo progetto, tuttavia, smentiscono questa
visione idealistica. Da gennaio fino alla data di riferimento del 18 giugno 2026 sono state inviate
circa 298.200 lettere con un questionario di interesse a uomini e donne di 18 anni. Circa 530 di
questi, ovvero lo 0,18%, sono ora previsti per il servizio militare quest’anno – hanno quindi dato la
loro disponibilità, pur non essendo ancora stati arruolati. Dalla riunione di gabinetto di mercoledì, si
evince un senso della realtà ben più spiccato. Viene infatti approvata una «legge per il
rafforzamento della riserva», con la quale il governo abbandona il principio della volontarietà.


01.07.2026
Il cambiamento di rotta di Pistorius sulla riserva
delle Forze Armate Federali
Le esercitazioni diventano obbligatorie per gli ex militari. Tuttavia, questo cambiamento di rotta rischia
di creare un nuovo squilibrio – e un altro piano del ministro potrebbe esserne fortemente compromesso

DI THORSTEN JUNGHOLT
Per la seconda volta in questa legislatura, il Consiglio dei ministri federale si riunisce oggi, mercoledì, presso
il Ministero della Difesa. Con il trasferimento dalla Cancelleria al Bendlerblock di Berlino, il governo intende
sottolineare la particolare importanza della politica di sicurezza e di difesa nell’attuale contesto politico
mondiale. La prima volta, nell’agosto 2025, l’iniziativa non ebbe grande successo.

Orbán ha trasformato l’Ungheria in una «democrazia illiberale», occupando posizioni chiave nei
media, nella magistratura e nelle università con i propri favoriti. Orbán se n’è andato, il suo sistema
rimane. Magyar vuole smantellare tutto questo e costruire una nuova Ungheria. Tuttavia, il nome
che ha dato alla sua visione sembra un po’ fuori dal tempo. Il nuovo capo del governo parla di una
«Operazione Purgatorio»: «liberiamo il nostro Paese dalla prigionia della mafia politica ed
economica che ha governato negli ultimi 16 anni».

27.06.2026
Operazione Purgatorio
Il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar si trova di fronte a un dilemma: come si fa a
trasformare uno STATO AUTORITARIO in una DEMOCRAZIA senza ricorrere a sua volta a misure
autoritarie?

Di Franziska Tschinderle
Péter Magyar è in carica da sei settimane quando presenta quello che è probabilmente il suo pacchetto di
riforme più importante. Lunedì scorso Magyar è salito sul podio del Parlamento ungherese a Budapest,
dove il suo partito Tisza detiene una maggioranza di due terzi dopo la schiacciante vittoria di aprile. Voti
sufficienti per modificare la Costituzione e riorganizzare lo Stato.

La scommessa su un futuro dorato, caratterizzato da tassi di interesse bassi e crescita, andrà a
buon fine? «Le tecnologie trasformative spesso promettono più di quanto possano mantenere nel
breve termine. È stato così per la macchina a vapore, l’elettricità, il computer e potrebbe valere
anche per l’intelligenza artificiale», afferma Dirk Schumacher, capo economista della banca statale
tedesca KfW, il cui team ha condotto uno studio sull’argomento. «Tuttavia, vi sono elementi che
indicano che l’IA potrebbe affermarsi più rapidamente rispetto alle precedenti tecnologie di base
come la macchina a vapore o l’elettricità, poiché l’IA si basa su un mondo già completamente
digitalizzato e su una potenza di calcolo gigantesca. Potrebbe quindi fungere da catalizzatore
finale, accelerando la spinta alla produttività». Il mondo è in una fase sperimentale, si stanno
ancora cercando i migliori modelli di business per il mondo dell’IA.

02.07.2026
L’intelligenza artificiale manterrà le promesse di
Trump?
Il presidente degli Stati Uniti spera che l’intelligenza artificiale favorisca una rapida crescita economica.
Tuttavia, nel caso di innovazioni tecnologiche come l’elettricità, spesso ci sono voluti decenni. Uno studio
esamina se questa scommessa possa andare a buon fine

Di Markus Zydra
Gli investimenti sono sempre scommesse sul futuro. Attualmente si scommette con particolare entusiasmo
sull’intelligenza artificiale e, di conseguenza, sui benefici economici e sociali che ci si aspetta da essa.
Secondo uno studio della società di consulenza Gartner, quest’anno dovrebbero affluire in questa
tecnologia circa 2,5 trilioni di dollari provenienti da fonti private e pubbliche.

Rassegna stampa tedesca, 75a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Il drone è il segno di un modo di fare la guerra completamente nuovo. Ci sono ancora uomini
rannicchiati nelle trincee con il fucile in mano; ma sopra di loro ronzano droni semiautonomi,
guidati dall’intelligenza artificiale. La guerra del futuro è già qui da tempo. Il mondo è alle soglie di
una nuova era pericolosa. Immagini inquietanti e di difficile interpretazione ne danno
un’impressione quasi ogni giorno. Il conflitto tra Russia e Ucraina mette in luce, come sotto una
lente d’ingrandimento, la corsa allo sviluppo di nuovi sistemi di combattimento guidati dall’IA.
Protagonisti principali: gli Stati Uniti e la Cina. Per la sua portata, questo cambiamento è
paragonabile agli sconvolgimenti avvenuti all’inizio dell’era delle armi nucleari, scrive il New York
Times: «Ogni nazione sta cercando di costruire l’arsenale tecnicamente più avanzato per essere
pronta a un caso di guerra in cui i droni combattono contro altri droni, gli algoritmi contro altri
algoritmi». Andrà davvero così? E, se sì, in quanto tempo?

STERN
25.06.2026
MACCHINE SENZA PIETÀ
Le guerre del futuro saranno condotte con l’intelligenza artificiale. Alcuni militari la paragonano già alla
bomba atomica

Di Steffen Gassel
Sette giorni alla scoperta delle «destinazioni da sogno sull’Adriatico»? O piuttosto due settimane tra le
«perle insulari del Mediterraneo»? Chi sfoglia gli itinerari estivi delle navi da crociera «Mein Schiff 4» e
«Mein Schiff 5» non può fare a meno di lasciarsi trasportare dalla fantasia.

C’è qualcosa di magico, qualcosa che ricorda una favola estiva in Nord America. I Mondiali
possono essere una competizione tra nazioni, una celebrazione del patriottismo, eppure sono
piuttosto il pacifico incontro delle Nazioni Unite, la più grande festa del mondo. E certamente non
è: il temuto spettacolo di propaganda dell’uomo alla Casa Bianca. Da quasi due settimane il calcio
celebra se stesso e il mondo, e gli osservatori giungono a una conclusione non del tutto
sorprendente: non si tratta di «America First», ma di «Soccer First». Il calcio è più grande di
Trump, e soprattutto è un elemento di unione. Neanche l’attenzione-dipendente di Washington
riesce a competere con i Mondiali, soprattutto non con un evento così ricco di atmosfera. Deve
farlo impazzire. Ma allo stadio non si fa vedere. Il sospiro di sollievo collettivo è letteralmente
palpabile.

STERN
25.06.2026
L’AMORE È SENZA CONFINI
Trump qui non ha voce in capitolo: durante i Mondiali in Nord America regnano la gioia e l’amicizia. Il
calcio può davvero cambiare il mondo in questo modo?

UN MESSAGGIO DI GIOIA PER SEI MILIARDI DI SPETTATORI

Di Jan Christoph Wiechmann
A due ore dalla fine della partita, Rob Garfield è ancora allo N Stadium di Seattle e festeggia con la sua
famiglia allargata e migliaia di tifosi il passaggio degli Stati Uniti al turno successivo.

Pensioni, assicurazioni sanitarie, assistenza, mercato del lavoro, tasse e burocrazia. La coalizione
nero-rossa vuole intervenire su tutto, recuperare riforme in parte trascurate per decenni, e tutto
questo in una volta sola. Ma: come intende Merz preparare la popolazione a questo sforzo
titanico? Dov’è la promessa chiara, l’idea, il titolo ad effetto? Nella storia della Germania federale,
le grandi riforme sono state spesso accompagnate da slogan accattivanti, che in molti casi si sono
impressi nella memoria collettiva. Ciò che molti ancora oggi non capiscono è: perché la coalizione
dispone di centinaia di miliardi di euro di fondi per gli investimenti eppure intende comunque
operare tagli in molti settori? A questo proposito non esiste una struttura comunicativa di base.

STERN
25.06.2026
COME POSSO RENDERLO APPETIBILE AL MIO
POPOLO?
Con le sue riforme, il governo guidato dal cancelliere Merz chiederà molto ai tedeschi, ma non ha una
narrativa in grado di suscitare entusiasmo

Di Julius Betschka e Veit Medick
Friedrich Merz ha ancora difficoltà a spiegare chiaramente quali siano esattamente le intenzioni del suo
governo. «Vogliamo riformare il nostro Paese in modo che anche le generazioni future abbiano la
possibilità di vivere in libertà, pace e benessere», ha affermato Merz di recente in occasione del vertice del
G7 a Évian, in Francia.

Giorgia Meloni ha ribattuto a Trump con un’osservazione davvero azzeccata: «Non so perché il
presidente degli Stati Uniti si comporti così nei confronti dei propri alleati». È «una vergogna», ha
affermato Meloni, «che non mostri la stessa determinazione nei confronti dei nemici
dell’Occidente», riferendosi evidentemente alle cordialità di Trump nei confronti di Vladimir Putin e
Xi Jinping. Questa donna, unico uomo in mezzo a un mare di uomini, ha semplicemente, scusate
l’espressione, dato una risposta per le rime alla caricatura di un presidente degli Stati Uniti. Oh sì,
lo so, dal punto di vista della teoria diplomatica è sicuramente altamente discutibile. Ma per un
brevissimo istante è anche incredibilmente benefico.

STERN
25.06.2026
NICO FRIED (editoriale)
«Giorgia Meloni è una presidente del governo controversa. Ora ha posto a Donald Trump una domanda
davvero interessante. Per questo dovremmo esserle grati.»

Giorgia Meloni e Donald Trump sono in contrasto. La leader italiana aveva irritato il presidente degli Stati
Uniti con la sua posizione sulla guerra in Iran.

E’ una sorta di eroe del momento. Insieme alla copresidente, la professoressa di diritto sociale
Constanze Janda, Frank-Jürgen Weise è riuscita a realizzare ciò che sembrava quasi impossibile:
mettere d’accordo dieci esperti e tre deputati su una riforma del sistema pensionistico.
All’unanimità. «Non ricordo un solo rapporto della commissione pensionistica senza voti
dissenzienti», afferma Bas, parlando di un’«opera d’arte totale». Il sollievo è palpabile, non solo
per la ministra del Lavoro, ma anche per il Cancelliere federale. Le 33 proposte della commissione
sono di «massima importanza», afferma Merz. L’introduzione di una pensione a capitalizzazione
obbligatoria nell’assicurazione pensionistica obbligatoria, è addirittura «geniale», secondo lui. «Mi
sono solo arrabbiato per non averci pensato io stesso». Il Cancelliere e la sua ministra del Lavoro
celebrano oggi la loro intesa.

26.06.2026
Riunificazione
Coalizione – Proprio sul tema controverso delle pensioni, il governo è riuscito a fare ciò che quasi nessuno
gli avrebbe più attribuito: un compromesso. E questo viene persino lodato. «Bisogna agire in fretta»,
esorta ora il Cancelliere

di Benjamin Bidder, Markus Dettmer, Sophie Garbe, Andreas Niesmann, Christian Teevs, Gerald Traufetter
Il salvatore del governo inizia con una confessione. Martedì mattina Frank-Jürgen Weise è seduto su un
podio alla Cancelleria, alla destra della ministra del Lavoro Bärbel Bas (SPD).

Un esperimento, dall’esito incerto, che potrebbe fornire soluzioni a una delle maggiori sfide
politiche, economiche e sociali dell’attuale Germania: la carenza di personale. O, per essere
precisi: la carenza di giovani. Come dovrà essere l’assistenza alla popolazione nella “repubblica
dei pensionati” del futuro, se ci saranno sempre più persone da assistere e sempre meno operatori
sanitari? Il cambiamento demografico è una crisi che coinvolge quasi tutti gli ambiti della vita:
mancano procuratrici e giudici, così come insegnanti, artigiane e fisioterapiste. Nella Sassonia-
Anhalt, regione scarsamente popolata e con la popolazione più anziana della Germania, è già
possibile intravedere questo futuro cupo.

26.06.2026
Una regione senza orari di chiusura dei negozi
Demografia: l’invecchiamento della popolazione e l’esodo colpiscono con tutta la loro forza molte regioni
rurali. Ma esistono idee non convenzionali che si possono già ammirare nella Sassonia-Anhalt

di Peter Maxwill
Qualcuno ha quindi appeso questo cartello sulla porta d’ingresso, e ci si chiede se abbia lo scopo di
rassicurare o di intimidire. «In questo studio medico», c’è scritto, «è vietato portare armi». Manganelli,
coltelli, pistole: tutto è vietato. Qualsiasi minaccia o offesa verrà denunciata.

Erfurt: il 17° congresso federale dell’AfD. Per il primo fine settimana di luglio sono attesi 600
delegati, 400 giornalisti, 400 ospiti – e soprattutto più di 50.000 contromanifestanti. In un rapporto
riservato, di cui lo SPIEGEL è in possesso, la direzione della polizia regionale prevede, in
occasione del congresso che si terrà alla Fiera di Erfurt, «un elevato rischio astratto da parte della
scena dell’estremismo di sinistra». L’intervento della polizia in occasione del congresso del partito
sarà il più grande che la capitale regionale Erfurt abbia mai visto.

26.06.2026
Città in stato di emergenza
Proteste: Erfurt si prepara al più grande dispiegamento di forze di polizia della sua storia: all’inizio di
luglio l’AfD terrà il proprio congresso. I contro-manifestanti di estrema sinistra potrebbero far degenerare
la situazione

DI Wolf Wiedmann-Schmidt, Steffen Winter
Il colore blu un tempo rese ricca Erfurt. Per oltre quattro secoli i turingi commerciarono una pianta speciale,
la guada. Il mercato di Erfurt era il più grande dell’Europa centrale. Grazie alla manna finanziaria derivante
dall’Isatis tinctoria, come si chiama in latino questa pianta della famiglia delle crucifere, già nel 1392 la città
poté permettersi una propria università.

In questi giorni il termometro in Germania potrebbe battere record di caldo, non solo per una
giornata di giugno. Potrebbe essere superato anche il valore più alto mai registrato dall’inizio delle
rilevazioni meteorologiche: 41,2 gradi Celsius, raggiunto nel luglio 2019 a Tönisvorst e Duisburg-
Baerl. In Germania la pericolosità del caldo viene spesso sottovalutata. È giunto il momento di
definire le ondate di calore per quello che sono: assassine di massa e nemiche della crescita.

26.06.2026
Assassini di massa e killer della crescita
Il caldo costa migliaia di vite e danneggia gravemente l’economia. La Germania deve smetterla una volta
per tutte di minimizzarne la gravità

Di Susanne Götze
È giugno e l’Europa è in fiamme. Sulle mappe dei servizi meteorologici si è estesa un’area di alta pressione,
il continente è immerso nel rosso e nel viola. A circa 1500 metri di altitudine – là dove i meteorologi
misurano il calore di una massa d’aria per escludere le influenze locali – le temperature sono attualmente
superiori di oltre dieci gradi alla media pluriennale.

Nella foresta Rūdninkai, a sud della capitale lituana, gli ebrei fuggiti dal ghetto di Wilna (oggi
Vilnius) opposero resistenza agli occupanti tedeschi insieme ai partigiani sovietici. In questi giorni,
all’interno della NATO si scontrano due visioni storiche fondamentalmente diverse: mentre il
governo federale tedesco sostiene «con forza» la conservazione dell’ex campo dei partigiani ebrei,
il governo lituano preferirebbe demolire quel relitto della propaganda sovietica. In Lituania i
partigiani ebrei non sono considerati eroi, ma nemici. Questo perché durante la guerra
combatterono al fianco degli odiati russi, sotto la direzione di Mosca. Per i tedeschi, la visione
lituana della storia suona inquietante, come un ribaltamento dei ruoli tra carnefici e vittime. Ma non
è solo lì che la memoria della Seconda guerra mondiale è meno univoca di quanto sembri dalla
prospettiva tedesca. Su chi sia considerato un eroe e chi un criminale, si discute da tempo non
solo in Lituania, ma anche altrove, tra il Mar Baltico e il Mar Nero.

19.06.2026
Carri armati nella foresta dei partigiani
Controversie: la Bundeswehr dovrebbe difendere il fianco orientale della NATO dalla Russia. Tuttavia, il
suo campo di addestramento si trova in un’area storicamente delicata. Gli ebrei che qui combatterono
contro Hitler sono considerati nemici dello Stato in Lituania.

di Solveig Grothe
Aušra Mikulskienė ha già accompagnato più volte visitatori stranieri alle cavità sotterranee nella foresta
vicino a Rūdninkai, a sud della capitale lituana Vilnius. È uno dei pochi luoghi in Europa in cui ebrei ed ebree
combatterono attivamente contro il proprio sterminio.

Putin ha fatto della vittoria nella Seconda guerra mondiale il fulcro del suo patriottismo nazionale.
Egli presenta l’attacco all’Ucraina come la continuazione della lotta contro il fascismo – o come
una lotta contro un presunto «Occidente collettivo». La Germania è in questo contesto un bersaglio
gradito alla propaganda, perché concetti come «genocidio», «nazismo» e «fascismo» si prestano
facilmente a essere strumentalizzati.

19.06.2026
«Stalin non voleva credere che la Germania
avrebbe attaccato il suo Paese»
Intervista dello SPIEGEL: suo padre, soldato sovietico, sopravvisse alla battaglia di Stalingrado, mentre la
sua bisnonna fu uccisa nell’Olocausto. La storica Irina Scherbakova parla della visione russa della guerra
di sterminio di Hitler.

L’intervista è stata condotta dalle redattrici Eva-Maria Schnurr e Anastasia Trenkler
Scherbakova, nata nel 1949, è membro fondatore dell’organizzazione russa per i diritti umani Memorial.
Dal 1989 l’ONG si occupa, tra l’altro, dell’elaborazione storica della dittatura comunista, in particolare dei
crimini dell’era staliniana.

La narrativa secondo cui la nazionale sarebbe lo specchio della società tedesca presenta una
notevole debolezza: in questo Mondiale, infatti, non scende in campo per la Germania nemmeno
un giocatore di origine turca. E questo nonostante i turchi costituiscano il gruppo più numeroso di
immigrati in questo Paese. Molti tedeschi di origine turca vivono già in terza o addirittura quarta
generazione in questo Paese, e di talenti calcistici non mancano. Qui quindi c’è qualcosa che non
va, e la domanda è: perché?

19.06.2026
Se il cuore non batte per la Germania
Nella rosa della nazionale tedesca ai Mondiali, metà dei giocatori ha un passato di immigrazione. Ciò che
salta all’occhio: mancano i nomi turchi.

Di Katrin Elger
La partita d’esordio della Germania ai Mondiali di calcio ha regalato gioia a molti tifosi. 7-1 contro Curaçao.
Quattro gol sono stati segnati da giocatori con un passato di immigrazione: Felix Nmecha, Jamal Musiala,
Nathaniel Brown e Deniz Undav. La Germania è un paese di immigrazione – e questo si riflette in questa
nazionale. Metà della rosa ha un background migratorio.

Spesso sono i lavori edili o gli scavi a riportare alla luce i morti, ricordando ai tedeschi che molti
crimini sono ancora irrisolti, anche nel Paese che ama definirsi campione mondiale della cultura
della memoria. Molti ancora oggi sanno poco di ciò che i loro padri, nonni e bisnonni hanno
commesso nell’Unione Sovietica, di come abbiano ucciso e contribuito a deportare persone in
Germania, e di quanti europei dell’Est abbiano trovato la morte sul suolo tedesco. Allo stesso
tempo, la commemorazione di questi crimini è politicamente carica come non lo era da tempo. Ciò
è dovuto soprattutto alla guerra che il presidente russo Vladimir Putin sta conducendo oggi in
Ucraina e che giustifica con la lotta contro i «nuovi nazisti». Da quando la Germania fornisce
all’Ucraina carri armati da combattimento e obici, anche la Repubblica Federale è nuovamente
considerata in Russia un aggressore, uno «Stato ostile». La Germania sarebbe alla ricerca di una
«rivincita» per la Seconda guerra mondiale, si leggeva a febbraio in una dichiarazione del
Ministero degli Esteri russo. Una strumentalizzazione maliziosa della storia. Ma una
strumentalizzazione alla quale il governo federale, così come la società tedesca, devono fare
fronte, ad esempio quando si tratta di nuove forniture di armi all’Ucraina.

19.06.2026
La nostra guerra contro la Russia
85 anni fa la Germania nazista invase l’Unione Sovietica. Le ripercussioni dei crimini sulle famiglie e sulla
politica – La colpa sepolta – Storia contemporanea – Con il nome in codice «Operazione Barbarossa»,
nell’estate del 1941 le truppe di Hitler invasero l’Unione Sovietica. Una guerra di sterminio le cui tracce
sono visibili ancora oggi anche in Germania. Il conflitto con la Russia di Putin minaccia di riaprire vecchie
ferite.

di Felix Bohr, Christoph Gunkel, Katja Iken, Frederik Seeler, Frank Thadeusz
Nella sabbia della Marca, a sud di Berlino, i morti di un crimine dimenticato stanno venendo alla luce. Lo
storico Stefan Gerbing ci guida attraverso l’erba e la boscaglia fino a raggiungere la barriera antirumore
dell’autostrada A10 nei pressi di Ludwigsfelde. Lì il terreno è smosso in alcuni punti.

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Il destino del IV Reich, di WS

Stavolta in un commento qui ( https://italiaeilmondo.com/2026/06/29/il-misterioso-incontro-a-valdai-tra-putin-e-lukashenko-alimenta-le-speculazioni-in-mezzo-alle-ultime-minacce-di-zelensky-_-di-simplicius/#disqus_thread) l’ amico Weininger85 ha esplicitato meglio il pensiero che muove le sue continue osservazioni che mi fa tra il sarcastico e il rabbioso e quindi merita una risposta più articolata che spero Giuseppe voglia pubblicare. Una replica che però non ripeterò più perché il mio punto di vista l’ ho scritto e riscritto; saranno i fatti a decidere su chi aveva ragione.

E nel suo ultimo commento Weininger85 ci fornisce un interessante punto di vista basato però su considerazioni per me “improbabili” , come poi spiegherò in calce, perché prima sintetizzerò il suo punto di vista per come mi appare qui .

Ovviamente libero Weininger85 di correggermi laddove ritenga che io l’ abbia travisato.

Innanzitutto Weininger85 mi sembra indubitabilmente un tedescofilo ( ma non necessariamente “ariano” ) che ha una sola preoccupazione , la sopravvivenza di QUESTA Germania intesa come “elite “ e non come popolo” perché è evidente che di quello che FU il popolo tedesco non gliene frega nulla e ancor meno dei “vecchi cittadini” di una €uropa ormai campo di concentramento di cui l’ attuale Germania è il volenteroso Kapò.

Alla domanda del perché di questa “scelta tedesca” io rispondo che mi sembra evidente che a questa elite tedesca, che di questa €uropa si sente “padrona”, questa €uropa sembra un “succedaneo” di quel “ III Reich” spezzato 80 anni fa dalla “furia “ di un popolo “mongolo” ( i russi); un popolo che quindi essa odia visceralmente.

Questo IV Reich nella sua lotta per l’esistenza sta ora messo male e rischia di finire spezzato come la volta scorsa dai “cattivi russi”; da qui la rabbia “antirussa” di Weininger85 e di tutta l’ elite tedesca , NON volendo vedere invece quali siano stati i “pifferai” che già due altre volte avevano fatto sbattere contro la Russia due consecutivi Reich tedeschi. Tutto questo pure in spregio al disperato comandamento che lasciato da Bismarck ( le cui ossa penso siano state poi macinate da qualche trattore polacco).

E qui avviene la razionalizzazione di Weininger85 di questa dura realtà in un mega Komplotto con i soliti “anglosionisti” e i soliti “russosionisti” (ma con ora il sionista Putin al posto del bolscevico Stalin ), a cui però si dovrebbero ora aggiungere, questa è la novità, i “sinosionisti” e pure i “persiansionisti”!

Tutto questo è oggettivamente difficile da credere, ma supponiamo che sia così. Dove metteresti allora caro Weininger85 i “tedescosionisti” che (s)governando la Germania da 80 anni hanno così convintamente annientato il “proprio” popolo tedesco?

Di questi “nipotini del Fuhrer “ ( dalla Von der Leyen a Merz) cosa ci puoi suggerire? Sono STUPIDI o più semplicemente TRADITORI DEL POPOLO ?

In ogni caso per i tedeschi , e per tutti noi €uropoidi dei quali i tedeschi ora fungono da Kapò , la differenza è minima, e , i proverbi “ chi è causa del suo mal..” “ mal voluto…” ect.. etc.. ci dicono che queste ripetute ca..te tedesche stavolta non lasceranno ai russi altra scelta che risolvere “ la questione tedesca” ( ed €uropea ) una volta per tutte.

Ed adesso veniamo a spiegare per punti perché l’idea di una Russia ( e pure de l’ Iran ! ) come “ punta di lancia” di un Komplotto antitedesco contro questo IV Reich non ha alcun senso di realtà.

1) la “spina” ai tedeschi/ €uropoidi l’ hanno fatta saltare gli americani perché alla balla che fossero stati i russi ci credi ormai solo tu

2) Il conflitto nel golfo servirebbe a staccare il petrolio ai cinesi ( che però adesso avrebbero, volendo , il monopolio “ a sconto” di quello russo, giusto ? ), ma è un dato di fatto che, come dici tu , i fregati dal Grande Fratello americano siano ancora gli stessi fessi del punto di cui sopra



3)Se i bankesters avessero voluto offrire alla Russia post-comunista ” le buone condizioni” che dici avrebbero già fatto con quell’ idiota di Gorby .

Ora io sono sicuro che la stragrande maggioranza dei post-comunisti “becchini” dell’ Urss questo solo volevano e che questi a divenire “ammeregani” ci abbiano provato davvero per tutto il periodo eltsiniano.

Tutta l’ intera elite russa nel 1999 era “occidentalista” a cominciare dalla “mafia di Leningrado” messa su da Sobciak ,”il padrino” di Putin .

Ma nel 1999 i “bankesters ” hanno fatto l’ errore MORTALE di bombardare Belgrado.

Perché quelle bombe in realtà cadevano sulla testa degli “american boys” a Mosca, proprio all’interno di tutte la bande mafiose “occidentaliste” che prosperavano all’ ombra di Eltsin. In quel momento OGNUNO di loro ha dovuto scegliere tra essere un russo “padrone della russia” o essere solo un ricco “servo russo” degli Americani.

 Uno di costoro, un “capomandamento” di Sobciak, ha offerto loro la proposta “giusta” : “ricchi e padroni della Russia” ma non “servi”; tutti i capi della Cupola hanno detto ” si questa è la soluzione”. 

Ora solo il tempo ci dirà se costui non era li per caso e già la sua lunga presenza per ben 27 anni sulla scena ci da un indizio: nessun ” servo dei bankesters” è mai durato tanto.

4) i bankester hanno bisogno di saccheggiare le risorse russe perché sono le sole che non controllano e con questi “soldi freschi” tenere a galla la LORO Agenda ,che va dritta in tasca a soliti €uroKoglioni ormai sempre più affogati dentro la colonizzazione “afroislamica” dell ‘€uropa.

La domanda ora è : questi €uroKoglioni che ormai hanno come unica speranza quella di distruggere la Russia , cioè l’ UNICA potenza che NON aveva alcun motivo di distruggere l €uropa, meriterebbero di essere salvati ?

Io direi che per questa “ salvezza” non ci siano ne “i meriti” ne “le risorse”. Quindi tu puoi credere nel tuo Komplotto che io non condivido , ma l’ esito sarà comunque lo stesso .

Non lo era infatti fino ad un paio di anni fa , ma ora il destino del IV Reich è ormai segnato: la Russia ancora una volta dovrà spezzare la schiena della Germania, ma sarà molto meno clemente delle due volte precedenti.

Il crimine dell’Operazione Barbarossa _ di Constantin von Hoffmeister…..Daniele Lanza

Il crimine dell’Operazione Barbarossa

Riflessioni su ambizione, ideologia e catastrofe

Constantin von Hoffmeister22 giugno
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Il 22 giugno 1941, la Germania nazista lanciò l’Operazione Barbarossa, la più grande invasione militare della storia, contro l’Unione Sovietica. Questa data segna non solo un punto di svolta cruciale nella Seconda Guerra Mondiale, ma anche lo scoppio di un conflitto radicato nel modello economico del Terzo Reich. Tale modello si basava in larga misura su una produzione bellicosa di armamenti, guidata dalla cerchia ristretta e guerrafondaia di Adolf Hitler. Ogni anno, con il ripetersi di questa ricorrenza, siamo spinti a esaminare come la disperazione economica e il fervore ideologico si siano combinati per spingere la Germania verso est, ponendo le basi per una devastazione senza precedenti in tutto il continente europeo.

La decisione di Hitler di invadere l’Unione Sovietica, spesso erroneamente mitizzata come un attacco preventivo, era fondamentalmente motivata dalla ricerca di risorse vitali, in particolare i giacimenti petroliferi del Caucaso, e dall’espansione territoriale necessaria a sostenere la sua visione di un nuovo ordine. Le vaste terre della Rus’ promettevano materie prime e spazio vitale che avrebbero potuto alimentare le ambizioni del suo regime. Eppure, al di là dei calcoli strategici, si celavano contraddizioni più profonde. L’idea stessa di “imperialismo socialista” rivelava una fatale incoerenza nella dottrina nazionalsocialista, che privilegiava la conquista e il dominio rispetto a qualsiasi coerenza ideologica.

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Hitler stesso riconobbe questa tensione quando dichiarò che “il nazionalsocialismo non è un prodotto da esportare”. Questa affermazione rivelò che il regime non nutriva alcuna reale intenzione di instaurare l’uguaglianza socialista o la liberazione nei territori conquistati. Le affermazioni secondo cui Hitler e il capo delle SS Heinrich Himmler avrebbero cercato di liberare i popoli oppressi dal dominio sovietico suonano vuote. L’invasione non fu mai una crociata di liberazione; fu un esercizio di sottomissione coloniale finalizzato allo sfruttamento. Le terre occupate erano considerate risorse da saccheggiare, non partner in un futuro condiviso.

La brutale campagna raggiunse il suo culmine simbolico a Stalingrado. Lì, la difesa sovietica inflisse un colpo decisivo all’avanzata nazista, una vittoria che può essere vista come il trionfo del risoluto nazionalbolscevismo sulle false promesse e sulla natura predatoria della forza d’invasione. La sconfitta di Stalingrado infranse il mito dell’invincibilità tedesca e segnò l’inizio della fine per la macchina da guerra nazista. Rappresentò il fallimento di un’ideologia impostore che aveva mascherato l’aggressione con il linguaggio della necessità e del destino.

La Germania nazista si rivelò in definitiva una grottesca aberrazione e una perversione degli ideali nazionalisti e socialisti precedenti, più sfumati, come quelli esplorati dal Fronte Nero. I suoi principi cardine ponevano l’accento sullo sfruttamento piuttosto che su un autentico rinnovamento nazionale. Sebbene il popolo tedesco abbia vissuto un breve periodo di ripresa in tempo di pace, il vero costo delle politiche del regime ricadde sia sugli aggressori che sulle vittime. L’insaziabile fame di risorse, manodopera e conquiste della guerra portò direttamente al bombardamento incendiario di città tedesche come Dresda e Pforzheim, dove le popolazioni civili subirono le orribili conseguenze della guerra totale.

In questo anniversario dell’Operazione Barbarossa, ricordiamo l’immensa sofferenza umana scatenata dalla superbia e dalla cecità ideologica. Le città in fiamme, le popolazioni sfollate e i milioni di vite perse sul fronte orientale sono un monito perenne. La sete di dominio della Germania nazista, basata sullo sfruttamento e sul saccheggio, finì per autodistruggersi. Le terre sacre dell’Est, difese a un costo così terribile, resistettero. L’eredità del 22 giugno 1941 rimane un solenne promemoria dei pericoli di un militarismo sfrenato e del prezzo duraturo delle guerre combattute in nome di false rivoluzioni.

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22 GIUGNO – 1941

BARBAROSSA

Un’altra di quelle storie narrate 100 volte.

Non esiste nulla di concreto in materia di tattica, strategia ed armamenti che si possa dire qui che già non sia stato sottolineato altrove in montagne di saggi, convegni e dibattiti.

Che nota potrei aggiungere ? Forse una sul piano filosofico, più che materiale, ecco: qualcosa che sta a monte di quel 22 giugno 1941.

A. HITLER……pretese troppo: pretese che il proprio modello (la sua “terza via”) prevalesse e subito contro il liberismo occidentale di matrice anglosassone e – dall’altro lato – contro il socialismo internazionale di stampo sovietico. E tutto questo contemporaneamente: pretendeva di far crollare in contemporanea le due piattaforme ideologiche del pianeta (che poi faranno la guerra fredda), nel giro di una manciata di anni.

Il punto in realtà apre un’altro interrogativo mai del tutto risolto: COSA ERA il nazionalsocialismo realmente ? Qualcosa di occidentale oppure no ? La scienza politica lo accomuna alle ideologie totalitarie NON occidentali, naturalmente, tuttavia era perfettamente integrato e sostenuto nella società della Germania che – nel complesso – rimaneva un paese sostanzialmente occidentale.

Hitler e la sua creatura – il 3° Reich – si trovavano quindi in un limbo: non erano (politologicamente) nè “occidente” nè “oriente”, ma piuttosto un’entità a sè stante (…). In pratica una scheggia impazzita, deviata, dell’occidente che odiava l’oriente (ma che fu rifiutata dall’occidente vero e proprio per l’eccessiva ferocia) ? Un’altra delle tante definizioni che si possono dare alla cosa.

Questa entità non voleva la guerra contro l’occidente (in particolare contro la GB): ci si aspettava – dopo la presa della Polonia – che semplicemente accettassero il fatto compiuto e che magari si unissero al Reich nella sua crociata finale contro l’EST incarnato dalla potenza sovietica.

Vana speranza: paradossalmente sarebbe stato assai più probabile il contrario, ossia una maxi alleanza MOSCA-BERLINO contro l’occidente angloamericano. Vi fu – fino al novembre del 1940 – chi pensò di trasformare il patto di non aggressione in un’alleanza vera e proprio con ingresso dell’URSS nell’asse (cosa che Stalin voleva, sebbene alle proprie condizioni).

In definitiva: Hitler sbaglio clamorosamente, il maggiore abbaglio di tutto il 900 forse. Non seppe distinguere chi poteva essere disposto ad allearsi con lui e chi non poteva esserlo: si ritrovò quindi ad attaccare un mezzo alleato che voleva un’alleanza piena (URSS) ed aspettare una cessazione delle ostilità da parte di coloro che vedeva come potenziali alleati (USA/GB), ma che lo respingevano.

USA/GB…..sognavano sì una Germania come SPADA verso est, ma questo unicamente per abbattere la Russia, non per avvantaggiare la Germania stessa: volevano cioè abbattere l’impero sovietico, ma senza favorire la nascita di uno nazista ancor più potente. La soluzione ideale è che si abbattessero a vicenda in qualche modo e che cadessero entrambi nel corso del tempo.

Così avvenne…..Berlino nel 1945 e Mosca nel 1991: tra il 1945 e il 1991 si è realizzato il sogno secolare della geopolitica GB che sognava come Russia zarista e Prussia reale (le maggiori potenze continentali 200 anni prima) si uccidessero a vicenda. Questo è avvenuto ed oggi hanno una Germania come spada ad est (ma non una Germania imperiale quanto un forte satellite Nato) e un ex impero parcellizzato che Mosca fatica a difendere (…).

Il 22 giugno 1941 era evitabile ? Sì, forse….ma non da Hitler. La fine della sovranità del continente la si deve a lui, è causa sua, anche se non esattamente nel modo in cui tanti figurano

SpaceX e la corsa al recupero della Germania..e altro _ di German Foreign Policy

L’IPO da record di SpaceX e le sue ripercussioni

La valutazione dell’IPO da record di Musk rischia di provocare una fuga di capitali dalla Germania e dall’UE. Starlink, la controllata di SpaceX, potrebbe mettere fuori gioco gli operatori di rete terrestri come Deutsche Telekom. Berlino sta progettando un equivalente satellitare tedesco.

10

giugno

2026

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WASHINGTON/BERLINO (notizia redatta dalla nostra redazione) – L’offerta pubblica iniziale (IPO) di SpaceX, la società di Elon Musk, rischia di creare gravi problemi alle economie tedesca e dell’Unione Europea. La quotazione in borsa da record, prevista per il 12 giugno, dovrebbe raccogliere 75 miliardi di dollari e portare il valore di mercato dell’azienda a ben 1,75 trilioni di dollari. Attualmente, SpaceX sta ancora subendo pesanti perdite, ma nutre grandi speranze di realizzare profitti futuri. Sta mobilitando somme di denaro senza precedenti grazie all’introduzione di nuove tecnologie legate all’intelligenza artificiale, come i data center alimentati a energia solare con sede nello spazio. La struttura dell’IPO di Musk è piuttosto insolita. L’azienda offre agli investitori tedeschi e ad altri investitori europei un accesso particolarmente favorevole, e questo sta suscitando preoccupazioni riguardo a una potenziale fuga di capitali dall’Europa. La controllata di SpaceX, Starlink, con la sua bassa latenza del segnale, rappresenta una minaccia per il mercato delle comunicazioni mobili terrestri convenzionali. Investendo in questo segmento, Starlink potrebbe superare in competitività aziende come Deutsche Telekom e la sua controllata T-Mobile. Nel frattempo, a due società tedesche del settore della difesa e della tecnologia, Rheinmetall e OHB, è stato dato il via libera per la loro prevista joint venture nel settore satellitare. L’idea è quella di creare un equivalente tedesco sovrano di Starlink, investendo miliardi di euro provenienti dall’enorme bilancio della difesa tedesco.

La più grande offerta pubblica iniziale di tutti i tempi

La SpaceX di Elon Musk punta alla più grande offerta pubblica iniziale (IPO) della storia. L’obiettivo è raccogliere 75 miliardi di dollari, una cifra mai raggiunta prima in occasione della quotazione in borsa di un’azienda.[1] Il record attuale è detenuto dalla compagnia petrolifera Saudi Aramco, che è stata quotata in borsa nel 2019 raccogliendo 25,6 miliardi di dollari. [2] Nel caso di SpaceX, il piano è di vendere 555,6 milioni di azioni al prezzo di 135 dollari ciascuna. Se l’operazione avrà successo, il valore di mercato del colosso spaziale e delle comunicazioni di Musk raggiungerà 1,75 trilioni di dollari. Con una valutazione del genere, solo sei società dell’indice azionario S&P 500, che raggruppa le cinquecento società quotate con sede negli Stati Uniti di maggior valore, varrebbero più di SpaceX. Il gruppo, che gestisce Starlink tra le altre iniziative, ha acquisito all’inizio di quest’anno la start-up di intelligenza artificiale di Musk, xAI. L’operazione ha portato il valore di SpaceX a 1.000 miliardi di dollari.[3] Uno degli obiettivi dell’acquisizione era quello di costruire un’infrastruttura di energia solare nello spazio per soddisfare la domanda energetica nell’era del boom dell’intelligenza artificiale. SpaceX è impegnata in un roadshow promozionale dal 4 giugno, durante il quale i banchieri coinvolti stanno promuovendo l’IPO presso i potenziali investitori.

«I racconti di Musk»

Tuttavia, i dati finanziari alla base di questa valutazione record offrono molti motivi di scetticismo. Delle tre divisioni aziendali attualmente gestite da SpaceX – ovvero la divisione lanci, la divisione satellitare Starlink e la società di intelligenza artificiale xAI, che include la piattaforma social X – solo la seconda sta attualmente generando profitti.[4] È vero, i ricavi di SpaceX sono in aumento. Ma lo sono anche le sue perdite. Nel 2025, SpaceX ha generato ricavi pari a circa 18,7 miliardi di dollari, un terzo in più rispetto all’anno precedente, registrando al contempo perdite di quasi 5 miliardi di dollari. Solo nel primo trimestre del 2026, con ricavi di circa 4,7 trilioni di dollari, le perdite sono ammontate a circa 4,3 miliardi di dollari.[5] xAI ha aperto un enorme buco nel bilancio con una perdita operativa di 2,47 miliardi di dollari. [6] In risposta, un fondo pensione danese ha già inserito SpaceX nella lista nera, sostenendo che la valutazione dell’azienda fosse “generosamente gonfiata”. Il prezzo, ha affermato, era determinato più dalle “narrazioni” di Musk che dalle “realtà economiche”. [7] SpaceX ha riposto gran parte delle sue speranze di crescita nei progressi dell’IA. I piani di fatturato del gruppo si basano in misura significativa su tecnologie che devono ancora essere sviluppate o maturate, non da ultimo i data center spaziali alimentati a energia solare. Secondo Reuters, l’azienda ha puntato gli occhi su un mercato potenziale di 28,5 trilioni di dollari nel settore dell’IA.[8]

Fuga di capitali

Rompendo con la struttura tradizionale delle IPO americane, la quotazione in borsa di SpaceX sta incoraggiando la partecipazione degli investitori al dettaglio provenienti dalla Germania e dall’Europa. La società fintech berlinese Trade Republic ha annunciato che i propri clienti europei potranno sottoscrivere azioni SpaceX direttamente tramite un’app.[9] Ciò potrebbe causare problemi all’economia europea. Come avverte Holger Schmieding, capo economista della Berenberg Bank, una grande quantità di capitali viene attirata verso gli Stati Uniti. «Queste massicce IPO stanno sottraendo capitali. E lo stanno facendo a valutazioni fortemente influenzate dalla speculazione», spiega Schmieding, aggiungendo: «Ciò renderà più difficile finanziare gli investimenti in Europa.»[10] Allo stesso tempo, agli investitori provenienti dalla Cina, compresa Hong Kong, è stato negato l’accesso all’IPO di SpaceX – per “motivi di sicurezza”. Ai principali sottoscrittori è stato ordinato di non accettare ordini da investitori in Cina, poiché l’amministrazione statunitense ha imposto restrizioni normative e di conformità sull’esportazione di tecnologie critiche.[11]

Un colpo di mano senza precedenti

Tuttavia, la recente espansione mondiale di SpaceX, in particolare in Europa, sta suscitando un certo malessere nel settore delle comunicazioni terrestri tradizionali, non da ultimo presso Deutsche Telekom. Sebbene le comunicazioni satellitari esistessero già molto prima di SpaceX o Starlink, esse dovevano affrontare un problema fondamentale: i satelliti orbitavano intorno alla Terra ad altitudini elevate, spesso a 35.000 chilometri di altezza. Da questa distanza, il segnale impiega un tempo relativamente lungo per tornare sulla Terra. Il ritardo è di mezzo secondo, a volte anche di più, il che rende impossibile lo streaming video e una navigazione fluida in Internet. Starlink ha cambiato radicalmente il modello di comunicazione posizionando più di 10.000 mini-satelliti nell’orbita terrestre bassa, a un’altitudine compresa tra i 340 e i 550 chilometri. Il segnale impiega ora solo 20 millisecondi per essere trasmesso.[12] In confronto, una moderna rete 5G in Germania, come quelle gestite da Deutsche Telekom, Vodafone e Telefónica, ha una latenza del segnale compresa tra i 15 e i 25 millisecondi. Inoltre, Starlink ha ricevuto l’approvazione dalla Federal Communications Commission (FCC) statunitense per lanciare altri 15.000 satelliti nello spazio, portando molti a credere che i piani a lungo termine di SpaceX includano la trasformazione in un operatore di rete mobile e la sostituzione dei fornitori tradizionali.

“In sella al drago”

Il CEO di Telekom, Timotheus Höttges, vede sicuramente questa situazione come una sfida per il suo gruppo. «Posso solo confermare che Starlink è un’azienda tecnologica di prim’ordine», afferma Höttges: «Se non puoi combattere il drago, cavalca il drago». [13] Höttges vuole portare avanti l’attuale collaborazione di Telekom con Starlink come operatore di rete; si tratta di una delle 35 partnership operative che Starlink mantiene attualmente in sei continenti. Il capo di Telekom spera che Starlink non riesca mai a sostituire la rete terrestre. Tuttavia, i dati suggeriscono il contrario. Con una valutazione di 1,75 trilioni di dollari, SpaceX può ottenere risultati ben superiori a quelli del suo principale concorrente europeo. Al contrario, il valore di Deutsche Telekom è stimato in 150 miliardi di dollari, mentre quello di T-Mobile in 209 miliardi. Inoltre, T-Mobile ha già registrato un calo del prezzo delle azioni del dieci per cento: da circa 210 dollari per azione dodici mesi fa a circa 190 dollari oggi. Per quanto riguarda il mercato della telefonia mobile, Starlink sta già partecipando in modo aggressivo alle aste per le frequenze mobili negli Stati Uniti. Se l’azienda dovesse affermarsi in questo settore, la crescita di T-Mobile negli Stati Uniti potrebbe essere ostacolata. Ciò aumenterebbe direttamente la posta in gioco per Deutsche Telekom, che dipende dalle sue attività negli Stati Uniti per circa tre quarti della sua capitalizzazione di mercato.

Uno Starlink tedesco

Nel frattempo, in Europa si stanno intensificando gli sforzi per creare un concorrente di Starlink. Mentre SpaceX preparava la sua quotazione in borsa, l’Ufficio federale tedesco dei cartelli ha dato il via libera a due aziende del settore della difesa e della tecnologia, Rheinmetall e OHB, per il loro progetto di consorzio satellitare.[14] Con questa joint venture le due società intendono partecipare alla gara d’appalto indetta dalla Bundeswehr tedesca per un contratto multimiliardario finalizzato alla realizzazione di una rete satellitare di comunicazioni militari paragonabile a Starlink. OHB sarebbe responsabile della produzione dei satelliti e della costruzione delle stazioni di terra, mentre Rheinmetall realizzerebbe i segmenti di rete e le apparecchiature per gli utenti finali. Il gruppo franco-tedesco Airbus, che inizialmente era in concorrenza con la joint venture tra Rheinmetall e OHB, ha ora aderito al consorzio. Sebbene la nuova alleanza a tre crei di fatto un monopolio che elimina la concorrenza, dal punto di vista della Bundeswehr essa consente di attuare rapidamente il progetto sovrano di satelliti LEO (orbita terrestre bassa). L’approccio del consorzio contribuisce inoltre a evitare controversie legali che potrebbero sorgere se l’appalto fosse aggiudicato a un unico offerente. Se l’impresa tedesca riuscirà a fornire una comunicazione satellitare senza interruzioni, i suoi utilizzi militari potrebbero sovrapporsi ai servizi commerciali.

[1] Echo Wang, Milana Vinn: SpaceX fissa a 135 dollari il prezzo per la sua quotazione in borsa da record, stravolgendo le convenzioni di Wall Street. reuters.com 03.06.2026.

[2] Uwa Ede-Osifo, Lauren Almeida, Dan Milmo: SpaceX punta al più grande debutto in borsa della storia, mettendo Musk sulla buona strada per diventare un «trillionaire». theguardian.com, 4 giugno 2026.

[3] Echo Wang: Secondo una fonte, SpaceX intende fissare il prezzo dell’IPO a 135 dollari per azione, puntando a raccogliere la cifra record di 75 miliardi di dollari. reuters.com 03.06.2026.

[4] Uwa Ede-Osifo, Lauren Almeida, Dan Milmo: SpaceX punta al più grande debutto in borsa di sempre, mettendo Musk sulla buona strada per diventare un «trillionaire». theguardian.com, 4 giugno 2026.

[5] Thomas Jahn: Le domande e le risposte più importanti sull’ingresso in borsa di SpaceX. handelsblatt.com, 21 maggio 2026.

[6] Matthias Lindner: SpaceX in vista della quotazione in borsa: un fondo pensione inserisce l’azienda di Musk nella lista nera. telepolis.de, 30 maggio 2026

[7] Bernd Müller: Trade Republic apre le IPO a tutti: ecco cosa devono sapere gli investitori. telepolis.de, 6 giugno 2026.

[8] Echo Wang: Secondo una fonte, SpaceX intende fissare il prezzo dell’IPO a 135 dollari per azione, puntando a raccogliere la cifra record di 75 miliardi di dollari. reuters.com 03.06.2026.

[9] Bernd Müller: Trade Republic apre le IPO a tutti: ecco cosa devono sapere gli investitori. telepolis.de, 6 giugno 2026.

[10] Alex Hofmann: SpaceX, Anthropic: cosa significano queste mega-IPO per l’economia tedesca. table.media, 6 giugno 2026.

[11] Cathy Chan: Investitori cinesi e di Hong Kong esclusi dall’IPO di SpaceX per motivi di sicurezza. bloomberg.com, 5 giugno 2026.

[12], [13] Thomas Jahn, Stephan Scheuer: Come Elon Musk intende conquistare il mercato globale della telefonia mobile. handelsblatt.com, 28 maggio 2026.

[14] L’Autorità antitrust tedesca approva l’alleanza nel settore satellitare tra Rheinmetall e OHB. handelsblatt.com, 16 aprile 2026. Vedi anche: Lo Starlink tedesco.

SpaceX e la corsa al recupero della Germania

L’ingresso in borsa del gruppo statunitense SpaceX mette nuovamente in luce le debolezze dell’industria aerospaziale tedesco-europea e la sua dipendenza dagli Stati Uniti. I tentativi di recuperare il ritardo risentono della rivalità franco-tedesca.

12

giugno

2026

BERLINO/WASHINGTON (Articolo originale) – L’imminente quotazione in borsa, prevista per oggi, venerdì, del gruppo statunitense SpaceX mette in luce il crescente ritardo della Germania e dell’Europa rispetto all’industria spaziale statunitense. Già da tempo think tank come la Fondazione Wissenschaft und Politik (SWP) di Berlino lamentano che la Repubblica Federale Tedesca sia “estremamente dipendente dagli Stati Uniti” nel settore spaziale. Politici ed esperti avvertono all’unanimità che il governo statunitense – in particolare quello guidato dal presidente Donald Trump – potrebbe sfruttare senza pietà le dipendenze esistenti a proprio vantaggio. L’UE ha nel frattempo intrapreso i primi passi per ridurre la propria dipendenza. Lo scorso anno ha annunciato una nuova legge spaziale (Space Act), che mira a creare un mercato interno dell’UE per lo spazio attraverso l’armonizzazione delle frammentate normative nazionali. Gli Stati Uniti temono svantaggi per le loro aziende del settore e si oppongono con forza allo Space Act. Il governo federale tedesco intende inoltre investire ben 35 miliardi di euro entro il 2030 per realizzare, tra le altre cose, uno “Starlink tedesco”. Il suo obiettivo è tuttavia quello di assumere un ruolo di leadership puramente tedesco nel settore spaziale, escludendo le aziende francesi.

Appalti militari del valore di miliardi

Il 29 maggio, alla vigilia della quotazione in borsa di SpaceX, la più grande della storia fino a quel momento, la U.S. Space Force, il corpo delle Forze Armate statunitensi responsabile delle operazioni spaziali, ha assegnato all’azienda di Elon Musk un contratto del valore di 4,16 miliardi di dollari per un programma satellitare volto a individuare e contrastare le minacce provenienti dall’alto. [1] Si tratta di un sottoprogramma del previsto sistema di difesa missilistica Golden Dome denominato Space-Based Advanced Moving Target Indicator (SB-AMTI). L’SB-AMTI dovrebbe combinare sensori spaziali, collegamenti di comunicazione sicuri e stazioni di terra, ampliando così il sistema Golden Dome con una componente spaziale. Secondo la Space Force, «il primo contratto, valido fino al 2028, riguarda una costellazione di satelliti che consentirà alle forze congiunte di eliminare tempestivamente i punti ciechi operativi». Solo pochi giorni prima, il 26 maggio, la Space Force aveva inoltre assegnato a SpaceX un contratto del valore di 2,29 miliardi di dollari per la creazione di una rete di comunicazione satellitare sicura e veloce, al fine di collegare tra loro sensori militari e piattaforme d’arma in tutto il mondo. [2] In questo modo, nel giro di pochi giorni SpaceX si è aggiudicata appalti governativi per un valore di circa 6,45 miliardi di dollari e detiene ora una quota di Golden Dome superiore a quella di tutte le altre undici società partecipanti messe insieme.[3] Ciò rappresenta un grande vantaggio in vista della quotazione in borsa.

Dipendente dagli Stati Uniti

In Germania, alla luce dell’esempio di SpaceX, si levano ancora una volta voci che esortano a portare avanti con determinazione le proprie attività spaziali. L’ingresso in borsa del gruppo deve rappresentare un «campanello d’allarme» per l’Europa, spiega Fabian Mehring (Freie Wähler), ministro bavarese per il Digitale. Sostenendo che la superiorità tecnologica si traduce direttamente in potere in politica estera, Mehring afferma: «Chi non plasma il futuro con le proprie mani, diventa dipendente da chi lo fa.»[4] Da tempo si discute ripetutamente dei timori relativi al ritardo dell’UE nell’industria spaziale. Nell’ottobre 2025, ad esempio, Juliana Süß, esperta del gruppo di lavoro sulla politica di sicurezza della Fondazione Scienza e Politica (SWP) di Berlino, ha affermato che l’UE è «estremamente dipendente dagli Stati Uniti» nel settore spaziale . Ha sottolineato in particolare che tale dipendenza comprende elementi insostituibili come il sistema di navigazione statunitense GPS per i missili da crociera tedeschi Taurus e si estende fino alla «ricognizione, comunicazione e navigazione» nonché al «rilevamento precoce dei missili». [5] Il fatto che l’Europa dipenda, tra l’altro, anche dallo Starlink di Musk è dimostrato dall’esempio dell’Ucraina, dove l’azienda mantiene la connessione Internet del Paese, fondamentale in guerra, attraverso l’impiego di circa 50.000 terminali. A Berlino e a Bruxelles dilaga da tempo il timore che il governo statunitense possa sfruttare queste dipendenze, in particolare l’attuale amministrazione guidata dal presidente Donald Trump.[6]

Rivalità transatlantica

L’ascesa di SpaceX e della sua controllata Starlink, specializzata in satelliti, rischia di causare gravi problemi all’economia della Germania e dell’UE. Con Starlink, Musk è riuscito a mettere in orbita terrestre bassa più di 10.000 satelliti di comunicazione. In prospettiva, l’azienda potrebbe competere su tutto il territorio con operatori di rete terrestri come Deutsche Telekom (come riportato da german-foreign-policy.com [7]). Starlink ha già sottratto quote di mercato alle aziende europee nel settore delle connessioni Internet. Negli ultimi anni, gruppi come Airbus e Thales Alenia Space (TAS), una joint venture controllata al 67% da Thales e al 33% da Leonardo, hanno dovuto tagliare centinaia di posti di lavoro a causa di contratti spaziali non redditizi. Nel frattempo, l’UE si sta adoperando per proteggere e sostenere meglio l’industria spaziale europea. Ad esempio, nel giugno dello scorso anno ha proposto una nuova legge spaziale dell’UE che mira a creare un mercato interno dell’UE per lo spazio attraverso l’armonizzazione delle frammentate normative nazionali. Il progetto di legge, che probabilmente non entrerà in vigore prima del 1° gennaio 2030, è stato attaccato dagli Stati Uniti con la scusa che sarebbe anticoncorrenziale. Il motivo: la legge comporta costi aggiuntivi per le aziende spaziali statunitensi che desiderano operare nell’UE, poiché dovrebbero rispettare gli standard tecnici, di sicurezza informatica e ambientali dell’Unione.[8]

Gli ambiziosi progetti della Germania

Anche la Germania, dal canto suo, ha adottato misure volte a rafforzare le proprie capacità spaziali. Lo scorso anno, infatti, la Repubblica Federale ha comunicato, non solo in occasione della riunione del Consiglio dei ministri dell’Agenzia spaziale europea (ESA), la propria decisione di aumentare il contributo tedesco al bilancio complessivo dell’ESA a cinque miliardi di euro. [9] Ma soprattutto, in occasione della presentazione della sua prima strategia di sicurezza spaziale nel novembre 2025, il governo federale ha annunciato che entro il 2030 metterà a disposizione 35 miliardi di euro per progetti spaziali.[10] Inoltre, Berlino sta portando avanti diversi progetti spaziali ambiziosi. Ad esempio, la Bundeswehr sta progettando un sistema satellitare destinato a competere direttamente con Starlink. Il progetto, definito «Starlink tedesco», prevede una costellazione costituita da una fitta rete di satelliti di comunicazione che orbiteranno intorno alla Terra in orbite basse comprese tra i 200 e i 2.000 chilometri. In una prima fase, da 100 a 200 satelliti collegheranno tra loro le truppe tedesche e le attrezzature militari. [11] Inoltre, lo scorso dicembre il governo federale ha assegnato un appalto del valore di 1,7 miliardi di euro a una joint venture tra Rheinmetall e la startup finlandese ICEYE. L’obiettivo è quello di mettere in orbita 40 satelliti SAR (Synthetic Aperture Radar) entro la fine del decennio. [12] I satelliti SAR sono in grado di fornire immagini ad alta risoluzione delle attività a terra in qualsiasi condizione meteorologica. Con questi due progetti, la Bundeswehr intende diventare indipendente dagli Stati Uniti per quanto riguarda i satelliti di comunicazione e ricognizione.

Se possibile, senza la Francia

Tuttavia, la ricerca dell’autonomia da parte della Germania è caratterizzata da continue divergenze con la Francia. Ad esempio, nel progetto denominato «Starlink tedesco», che all’interno delle forze armate tedesche porta ufficialmente il nome di SATCOMBw Livello 4, Airbus Defence and Space era inizialmente tra i principali candidati. L’azienda gestisce già gli attuali sistemi di comunicazione SATCOMBw, il che la pone in una posizione migliore rispetto ai suoi concorrenti, come OHB di Brema. Tuttavia, Airbus costruisce i satelliti principalmente nei suoi stabilimenti in Francia; Berlino, invece, punta a un rigoroso controllo nazionale sulla rete satellitare. [13] Non si è disposti a «esternalizzare all’estero» «commissioni di questo tipo», come ad esempio quella per la creazione di un sistema satellitare, ha confermato il generale di divisione Armin Fleischmann, responsabile presso le forze armate tedesche della pianificazione e dell’attuazione dei progetti spaziali.[14] Fleischmann ammette che determinati componenti devono essere acquistati da «partner occidentali», tra cui la «Francia». Il governo federale si sta tuttavia adoperando per mantenere questa quota il più bassa possibile. Nel frattempo, per lo «Starlink tedesco» è stata confermata una joint venture tra Rheinmetall e OHB di Brema. Come riportato ieri, giovedì, la società è stata ora costituita.[15] Si dice che sia possibile il coinvolgimento di Airbus, ma solo in una funzione secondaria.

[1] SpaceX si aggiudica un contratto da 4,16 miliardi di dollari con la Space Force per la realizzazione di satelliti di rilevamento delle minacce. cnbc.com, 29 maggio 2026.

[2] Mike Stone: La US Space Force assegna a SpaceX un contratto da 2,29 miliardi di dollari per una rete spaziale militare. reuters.com, 20 maggio 2026.

[3] Andreas Sommer: Azioni SpaceX: 6,45 miliardi di contratti con il Pentagono prima dell’IPO. kapitalmarketexperten.de, 31 maggio 2026.

[4] Richard Mayr: Il ministro del Digitale Mehring: «Più di una semplice quotazione in borsa». ausburger-allgemeine.de, 10 giugno 2026.

[5] Si veda a questo proposito Rivali spaziali transatlantici.

[6] Si veda a questo proposito La lotta per la sovranità digitale (II).

[7] Peggy Hollinger, Sylvia Pfeifer, Barbara Moens: I piani europei per la creazione di un leader nel settore spaziale devono affrontare una tempistica impegnativa. ft.com, 12 giugno 2025.

[8] Si veda a questo proposito Rivali spaziali transatlantici.

[9] La Germania aumenta in modo significativo il proprio contributo all’Agenzia spaziale europea. deutschlandfunk.de, 26 novembre 2025.

[10] Responsabilità nello spazio: prima strategia di sicurezza spaziale del governo federale. bmvg.de, 19 novembre 2025.

[11] Si veda a questo proposito Lo Starlink tedesco.

[12] Le costellazioni SAR tedesche da 35 miliardi di euro: SPOCK, HANSA e l’asse nordico ISR. grosswald.org, 28 marzo 2026.

[13] Si veda a questo proposito Lo Starlink tedesco.

[14] Thomas Jahn: «Dopo gli Stati Uniti, saremmo all’avanguardia nell’informazione e nella comunicazione». handelsblatt.com, 22 gennaio 2026.

[15] OHB e Rheinmetall stringono una collaborazione per un progetto militare. handelsblatt.com, 11 giugno 2026.

Imparare dall’Ucraina

La conferenza sulla difesa tenutasi a Berlino ha riunito rappresentanti di startup tedesche specializzate in droni e militari ucraini appartenenti a unità che rendono omaggio ai collaboratori nazisti. Obiettivo: una cooperazione intensa per l’ulteriore sviluppo della guerra high-tech.

11

giugno

2026

BERLINO/KIEV (Resoconto proprio) – Lunedì, in occasione di una conferenza sull’armamento tenutasi a Berlino, rappresentanti di startup tedesche produttrici di droni e militari appartenenti a unità ucraine che rendono omaggio ai collaboratori nazisti hanno discusso dell’evoluzione della guerra high-tech e della produzione dei sistemi d’arma necessari a tal fine. Alla conferenza New Age Defence, alla quale hanno partecipato ben 800 persone, erano presenti, tra gli altri, rappresentanti delle brigate della Guardia Nazionale Ucraina che utilizzano simboli delle Waffen-SS o celebrano i membri dell’OUN, un’organizzazione fascista di collaboratori nazisti ucraini. In collaborazione con militari come loro e sfruttando le esperienze ucraine al fronte, le aziende tedesche continuano a sviluppare i loro UxS – sistemi senza pilota, dove x sta per la varietà di questi sistemi in aria (droni), a terra (robot) e in acqua (droni marini). Per quanto riguarda New Age Defence, gli organizzatori hanno affermato di voler collegare più strettamente produttori, soldati e politica e unire l’esperienza ucraina al fronte con il know-how industriale in Germania. In questo contesto, l’importante non è tanto la produzione di innumerevoli armi, quanto piuttosto la messa a disposizione di capacità produttive in grado, in caso di guerra, di sfornare in un batter d’occhio le attrezzature belliche più moderne.

Coordinare le risorse

La conferenza New Age Defence si è tenuta lunedì a Berlino per la prima volta. È stata organizzata da alcuni produttori di UxS; né i nomi precisi di questi ultimi né la sede dell’evento sono stati resi noti in anticipo. L’evento è stato sostenuto dalle startup tedesche Helsing e Quantum Systems, nonché dall’azienda ucraina Uforce; tra i partner industriali figuravano, ad esempio, Arx Robotics e Stark. La partecipazione era possibile solo su invito. La data è stata scelta appositamente in vista del Salone Internazionale dell’Aeronautica e dello Spazio di Berlino, che ha aperto i battenti ieri, mercoledì. Riguardo all’obiettivo dell’evento, è stato affermato che «non è un problema di tecnologia» difendere l’Europa «nella guerra moderna». [1] La tecnologia necessaria è disponibile; l’esercito sa comunque «di cosa ha bisogno». Anche «la volontà politica» di riarmarsi sta aumentando. Tuttavia, esiste «una lacuna nel coordinamento»: «Ciò che manca è il momento in cui tutte e tre le forze si incontrano, si coordinano e procedono insieme». Questo è ciò che New Age Defence dovrebbe garantire ora, così come in futuro. Di conseguenza, all’evento erano presenti, oltre a soldati e rappresentanti di diverse aziende UxS, anche politici. Si parla di circa 800 partecipanti, provenienti soprattutto dalla Germania, dall’Ucraina e dai Paesi baltici.

Capacità anziché magazzino

Tra i temi trattati durante la conferenza figuravano i profondi cambiamenti che si profilano nel settore della produzione di armamenti. Secondo gli organizzatori, l’industria europea delle armi tradizionale si è sempre contraddistinta per «tecnologie costose, lunghi cicli di produzione e sistemi concepiti per un tipo di guerra che ormai non esiste più». [2] Durante la conferenza è stato affermato che il settore UxS, in particolare, è strutturato in modo completamente diverso. Solo «chi è un passo avanti al nemico in tutti i settori» – in «innovazione, produzione, implementazione, sviluppo, tattiche operative, interconnessione» – potrà prevalere nella guerra moderna. [3] Ciò ha delle conseguenze. «Alla luce dei rapidi cicli di sviluppo e della corsa globale alle tecnologie più efficienti», ad esempio, lo stoccaggio tradizionale dei sistemi d’arma «nel settore dei sistemi senza equipaggio ha senso solo in misura limitata»; troppo grande è il rischio che, quando l’apparecchio sarà necessario in guerra, risulti tecnologicamente o tatticamente obsoleto. Alla New Age Defence si è quindi discusso in particolare di «come creare e mantenere capacità produttive adeguate» per essere «pronti a reagire in qualsiasi momento» e in grado di produrre apparecchiature in linea con i più recenti sviluppi nella conduzione della guerra.

Competenze e industria

In questo contesto, come è emerso durante la conferenza, l’Ucraina, le sue forze armate e le sue aziende produttrici di armamenti rivestono un’importanza particolare. I soldati ucraini mettono alla prova le armi più recenti sul campo di battaglia e intrattengono stretti contatti soprattutto con le aziende produttrici di armamenti ucraine, ma anche con quelle tedesche, che cercano costantemente di adattare il materiale bellico alle esigenze delle truppe. Si “impara” molto dalla parte ucraina – dalle “esperienze” che essa fa costantemente e “paga purtroppo a caro prezzo”, come afferma Bastian Ernst, deputato della CDU al Bundestag e presidente dell’Associazione dei riservisti della Bundeswehr. [4] L’amministratrice delegata di New Age Defence è Kateryna Mykhalko, un’ucraina che in precedenza ha lavorato per tre anni presso Tech Force in UA, un’associazione che riunisce circa 100 produttori ucraini di UxS; di conseguenza, gode di un’ottima rete di contatti a Kiev. Alla conferenza di Berlino è stato affermato che «proprio la combinazione tra il know-how ucraino nell’uso dei droni e la conseguente ottimizzazione continua delle tecnologie esistenti da un lato» e «le esperienze e le capacità europee nel campo della produzione industriale» «dall’altro» offre «molte opportunità» per la creazione di un settore UxS di successo in futuro.[5]

Specialisti con esperienza sul campo

Di conseguenza, lunedì la presenza ucraina al New Age Defence è stata molto consistente. Oltre all’ambasciatore dell’Ucraina in Germania, Oleksij Makejew, erano presenti rappresentanti di aziende ucraine del settore della difesa, come Uforce, nonché collaboratori delle filiali ucraine di startup militari tedesche. Ai collaboratori dei think tank ucraini si sono aggiunti soprattutto numerosi militari ucraini. Al Combat Hub, una sezione della conferenza in cui erano state annunciate in particolare «dimostrazioni pratiche di moderne tattiche di combattimento e dell’uso di sistemi senza pilota», secondo l’annuncio degli organizzatori i partecipanti hanno avuto «l’opportunità di parlare direttamente con membri delle forze armate ucraine che avevano esperienza con diversi sistemi senza pilota sul campo di battaglia». [6] Sono stati inoltre annunciati specificatamente militari della 12ª brigata speciale “Azov” del 1° corpo della Guardia Nazionale e della 17ª brigata del 2° corpo “Chartija” della Guardia Nazionale, tra cui specialisti in sistemi senza pilota e in ricognizione; per la ricognizione del campo di battaglia oggi vengono impiegati – oltre ai satelliti – soprattutto droni. La presenza congiunta di soldati ucraini e rappresentanti di startup tedesche ha lasciato intravedere a Berlino la cooperazione quotidiana tra le due parti, praticata ormai da anni.

Sostenitori dei collaborazionisti nazisti

Ciò è interessante anche perché l’orientamento politico delle unità ucraine presenti alla conferenza New Age Defence parla chiaro. Ad esempio, la 12ª Brigata speciale «Azov» del 1° Corpo della Guardia Nazionale utilizza il simbolo del Wolfsangel, un tempo impiegato dalle Waffen-SS. [7] Secondo quanto riportato, la brigata speciale rende inoltre omaggio sui propri canali social ai collaboratori nazisti dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN). Il governo ucraino sta attualmente provvedendo al trasferimento delle loro spoglie a Kiev, dove saranno onorate in un “Pantheon degli ucraini illustri” (come riportato da german-foreign-policy.com [8]). La 17ª brigata del 2° corpo d’armata «Chartija», a sua volta, secondo quanto riportato, ha celebrato da ultimo il 1° gennaio 2026 il compleanno del leader dell’OUN Stepan Bandera; in precedenza aveva promosso la “Marcia degli eroi” il 14 ottobre 2025 in memoria dell’Esercito insurrezionale ucraino (UPA), i cui miliziani durante la Seconda guerra mondiale massacrarono più di 90.000 polacchi e migliaia di ebrei per creare – dalla loro prospettiva razzista – i presupposti per un’Ucraina “etnicamente pura”. Le concezioni storiche e politiche dei soldati ucraini influenzano la cooperazione con le startup tedesche del settore UxS, che si considerano il nucleo dell’industria degli armamenti del futuro.

[1], [2] New Age Defence. new-age-defence.berlin.

[3] Jan Schönberg: «Quando si parla di droni, una maggiore velocità garantisce una maggiore sicurezza». drones-magazin.de, 9 giugno 2026.

[4] Johanna Urbancik, Franziska Müller: Vertice sui droni a Berlino: guerra in Ucraina, difesa-

Tecnologia avanzata e innovazioni. de.euronews.com 10/06/2026.

[5] Jan Schönberg: «Quando si parla di droni, una maggiore velocità garantisce una maggiore sicurezza». drones-magazin.de, 9 giugno 2026.

[6] Gli innovatori presentano droni e intelligenza artificiale al New Age Defence di Berlino. mezha.net 08.06.2026.

[7] Susann Witt-Stahl: Una nuova era della guerra. junge Welt, 8 giugno 2026.

[8] Si veda a questo proposito Nel pantheon dei collaborazionisti.

«Portare avanti il movimento contro la guerra a livello internazionale»

Un’intervista a Kate Hudson sui principali fattori all’origine dell’attuale minaccia di guerra, sulla conferenza contro la guerra che si terrà a Londra il 20 giugno e sulla necessità di organizzarsi a livello internazionale contro la guerra.

09

giugno

2026

LONDRA german-foreign-policy.com ha intervistato l’attivista contro la guerra Kate Hudson in merito alle crescenti proteste contro la militarizzazione in Europa e alla prossima conferenza internazionale contro la guerra in programma il 20 giugno. Kate Hudson è stata presidente (dal 2003 al 2010), segretaria generale (dal 2010 al 2024) e vicepresidente (dal 2024) della Campagna per il Disarmo Nucleare (CND) e membro della Stop the War Coalition dal 2002. Hudson sottolinea che la principale minaccia alla pace mondiale attualmente non proviene dalla Russia e dalla Cina, ma dagli Stati Uniti e dai loro alleati occidentali. Gli Stati Uniti sono in declino economico e stanno reagendo con ogni mezzo a loro disposizione. Inoltre, il capitalismo è in una profonda crisi e ha prodotto “un modello estremo” incarnato da “figure di estrema destra” come Donald Trump – un “incubo politico”, afferma Hudson. Insiste sul fatto che il movimento contro la guerra deve organizzarsi a livello internazionale, proprio come fanno coloro che guidano la militarizzazione – «forze statali, forze capitaliste e governi». Consiglia di agire tempestivamente per contrastare la minaccia che la Germania acquisisca armi nucleari.

german-foreign-policy.com: Il 20 giugno si terrà a Londra un’importante conferenza internazionale contro la guerra. Quali sono le sue aspettative?

Kate Hudson: Questa conferenza rappresenta un passo avanti molto significativo, un’opinione condivisa da tutti gli organizzatori, sia quelli britannici che quelli con cui collaboriamo in tutta Europa. È molto importante sottolineare che, sebbene la conferenza si svolga in Gran Bretagna, si tratta di un evento veramente internazionale. Pur essendo noi gli ospiti, abbiamo lavorato insieme per garantire non solo la presenza di numerosi relatori internazionali, ma anche di molti partecipanti provenienti da tutto il mondo. Centinaia di persone stanno arrivando da tutta Europa per partecipare alle discussioni. Partecipare alla conferenza non è solo un’occasione per ascoltare ottimi discorsi e trarne ispirazione. È anche un’opportunità per riunirsi e avere una discussione strategica seria, per pianificare concretamente come il movimento contro la guerra in Europa e oltre possa lavorare insieme e compiere passi concreti in avanti.

Ciò è tanto più importante in quanto sappiamo che le forze statali, le forze capitaliste e i governi si organizzano costantemente a livello internazionale. Non esistono confini nazionali dalla loro parte della lotta di classe. È quindi assolutamente fondamentale che, dalla nostra parte della lotta di classe, non ci limitiamo alle nostre preoccupazioni interne, nazionali. In quanto movimento contro la guerra, dobbiamo organizzarci a livello internazionale. Se non lo facciamo, siamo destinati al fallimento. Guardate, è un dato di fatto che nessuno dei problemi che affrontiamo è di natura interna o nazionale. Sono tutti problemi internazionali, che si tratti di guerra, della catastrofe climatica o dell’ascesa dell’estrema destra. Tutte queste questioni sono questioni internazionali e dobbiamo affrontarle a livello internazionale.

La conferenza di Londra sarà la seconda organizzata da un gruppo emergente di forze politiche provenienti da tutta Europa. La prima conferenza si è tenuta lo scorso ottobre a Parigi, e probabilmente ne seguirà una terza nel corso dell’anno. Come potete vedere, siamo molto determinati. Non si tratta di un evento isolato, ma di un processo continuo volto a portare avanti il movimento.

german-foreign-policy.com: Lei è attivo nel movimento contro la guerra da decenni. Oggi il mondo è teatro di un numero sempre crescente di conflitti. A cosa è dovuto questo fenomeno?

Kate Hudson: Individuerei due ragioni in particolare. In primo luogo, gli sviluppi economici globali legati alle dinamiche tra le grandi potenze. Negli ultimi decenni abbiamo assistito al declino relativo degli Stati Uniti in termini economici. Ciò non significa che non siano ancora l’economia più potente al mondo secondo molti indicatori; ovviamente lo sono. Ma sotto certi aspetti, in base ad alcuni indicatori, è chiaro che gli Stati Uniti stanno perdendo terreno. Allo stesso tempo, negli ultimi due decenni abbiamo assistito all’emergere di altre potenze economiche, provenienti in gran parte dal Sud del mondo. Chiaramente, la Cina ne è l’esempio più significativo. I suoi indicatori possono fluttuare leggermente, ma la traiettoria è ascendente. Molti paesi si sono uniti nella coalizione BRICS, una nuova forma di cooperazione, sostegno economico e sviluppo, che ha avuto origine nel Sud del mondo.

Agli Stati Uniti, in sostanza, la cosa non piace. Dal punto di vista del movimento contro la guerra, si possono tracciare dei paralleli con la Guerra Fredda. All’epoca, l’obiettivo principale degli Stati Uniti era fondamentalmente quello di mettere fuori gioco l’Unione Sovietica e il suo blocco. Ciò non tanto per ragioni ideologiche, quanto perché l’Unione Sovietica rappresentava un ostacolo all’espansione dei mercati statunitensi. Gli Stati Uniti volevano semplicemente avere porte aperte per le loro imprese ovunque. Dopo il 1989, non solo hanno ottenuto la libertà economica, ma hanno anche acquisito un potere globale insuperabile e senza rivali. Questo, di fatto, si ricollega alla Dottrina Wolfowitz degli Stati Uniti dei primi anni ’90, che si può riassumere così: gli americani si ritrovano l’unica superpotenza globale, la cosa gli piace e vogliono che questa situazione continui. A mio avviso, questa è ancora la situazione odierna, e gli Stati Uniti stanno ancora lottando per mantenere quella posizione. Periodicamente – ricordate la guerra in Iraq – gli Stati Uniti attraversano fasi in cui decidono di mettere fuori gioco i paesi non conformi – i regimi, come chiamerebbero i loro governi – che non si allineano alla visione economica o strategica degli Stati Uniti.

german-foreign-policy.com: Paesi come quelli che gli Stati Uniti hanno definito «l’asse del male»…

Kate Hudson: Esatto. Basta guardare indietro: i paesi che circa 25 anni fa costituivano l’«asse del male» di George W. Bush erano la Corea del Nord, l’Iraq e l’Iran. L’Iraq è stato messo fuori gioco, ma l’Iran e la Corea del Nord fanno ancora parte del nuovo «asse del male» degli Stati Uniti, e vi si sono aggiunti numerosi altri paesi. Si tratta di paesi che non condividono la visione degli Stati Uniti e compiono azioni che la contrastano attivamente. Pertanto, periodicamente, gli Stati Uniti intraprendono delle guerre. Ci sono guerre che riguardano le risorse, ci sono guerre volte a ristabilire il dominio statunitense – gli attacchi al Venezuela, ad esempio, o l’imminente attacco a Cuba. Sono tutte condotte per neutralizzare gli Stati che sfidano la supremazia degli Stati Uniti.

La seconda ragione dell’aumento del numero di guerre è la crisi del capitalismo. Qualunque forma assuma oggi il capitalismo, è ovviamente un sistema insostenibile che non è più in grado di garantire alcuni dei benefici che un tempo offriva alle masse popolari nelle sue fasi iniziali. Negli ultimi anni, il capitalismo ha generato quel tipo di modello estremo rappresentato da personaggi di estrema destra come Donald Trump, disposti a tutto, dal razzismo estremo alle retate dell’ICE, dalle fake news alle leggi basate su menzogne, assurdità e idee antiscientifiche: è semplicemente un disastro totale. Questo incubo politico generato dalla crisi del capitalismo si aggiunge alla determinazione degli Stati Uniti a rimanere il leader indiscusso, cercando di difendere la propria supremazia contro l’emergere di nuove forze economiche molto dinamiche altrove. Forze economiche, tra l’altro, che speriamo stiano ragionando meglio dell’Occidente – meglio in termini di ciò che è in definitiva vantaggioso per l’umanità nel suo insieme. In questa situazione, la cosa fondamentale è fondamentalmente evitare la guerra nucleare e il collasso climatico totale, in modo che quando usciremo da questa lotta, da questa crisi del capitalismo, da questo tentativo dell’imperialismo di mantenersi, costi quel che costi – allora, ci sarà ancora un mondo che potrà essere sviluppato in modo migliore.

german-foreign-policy.com: Quindi non sarebbe d’accordo con quanto ci viene ripetutamente detto dai politici e dai media, ovvero che sono la Russia e la Cina a minacciare la pace nel mondo?

Kate Hudson: Ad essere sincera, non vedo prove a sostegno di questa tesi. Non approvo la guerra della Russia contro l’Ucraina, ma, pur non approvandola, penso che ci siano ragioni storiche e politiche specifiche per cui è scoppiata. Per me, che provengo dal movimento pacifista, una delle ragioni principali è ovviamente l’espansione della NATO – un’alleanza militare altamente sofisticata, dotata di ingenti risorse e armata di armi nucleari – nell’ex blocco sovietico, e persino nelle ex repubbliche sovietiche, e il senso di vulnerabilità della Russia o la sensazione di essere sotto attacco. Da parte della Russia è chiaro da tempo che non vogliono che l’Ucraina faccia parte della NATO, il che comporterebbe un enorme allungamento del confine diretto con la NATO. Nonostante ciò, c’è stata l’apparente mossa dell’Ucraina verso l’adesione alla NATO, oltre al maltrattamento della comunità russa all’interno dell’Ucraina, in contrasto con quanto previsto dagli accordi di Minsk riguardo ai loro diritti di cittadini e alla loro lingua. Per me, questo non significa che la Russia sia una potenza imperialista che attaccherà tutti e ovunque; vedo l’Ucraina come una questione molto specifica. Naturalmente, ci sono tutti i tipi di problemi che avrei con il sistema politico russo e con la politica russa. Ma spetta al popolo russo internamente determinare quale sia il proprio governo, e lo cambierà quando vorrà farlo. Questo non deve essere deciso altrove.

E la Cina – non vedo alcuna prova che la Cina sia militarmente aggressiva. Ovviamente sta potenziando sempre più il proprio arsenale, anche con armi nucleari, cosa alla quale mi oppongo; mi oppongo al fatto che qualsiasi paese sviluppi armi nucleari o aumenti le proprie scorte. Uno dei problemi legati al fatto che alcuni paesi procedano a potenziamenti bellici, stringano alleanze militari e concentrino truppe e materiale bellico sul territorio è che gli altri paesi reagiranno. Era questa la situazione con la corsa agli armamenti durante la Guerra Fredda. Attualmente siamo in una corsa agli armamenti, ma non definirei la Russia e la Cina come i principali protagonisti in termini di aggressività militare o di minaccia generale alla pace e alla sicurezza del mondo nel suo complesso.

german-foreign-policy.com: Diamo un’occhiata alla Germania. La Germania sta potenziando le proprie capacità militari a un ritmo che non si vedeva dagli anni ’50. Il cancelliere Friedrich Merz punta a rendere la Bundeswehr la forza militare convenzionale più potente d’Europa. Qual è la sua opinione al riguardo?

Kate Hudson: Non va affatto bene. Sembra una gara con la Gran Bretagna e la Francia, una sorta di nazionalismo militarista che si sta sviluppando. Come reagiranno i francesi a tutto questo? La Francia possiede armi nucleari. La Germania intende svilupparne? Naturalmente, ciò sarebbe illegale secondo il diritto internazionale. La Germania intende semplicemente ignorare il diritto internazionale? Espone la propria popolazione a un rischio enorme agendo in questo modo? Lo sviluppo di armi nucleari comporta rischi seri, per non parlare del fatto di rendersi un bersaglio nucleare: è un’idea folle e il costo è assolutamente esorbitante.

german-foreign-policy.com: Attualmente in Germania è in corso un dibattito sulla possibilità di sviluppare armi nucleari. Un’altra opzione al vaglio è quella di ottenere l’accesso agli arsenali nucleari francesi o britannici.

Kate Hudson: La Francia non ha mai assegnato le proprie armi nucleari alla NATO. La Gran Bretagna non possiede armi nucleari proprie in senso stretto. Le armi nucleari in possesso del Regno Unito non sono realmente di proprietà britannica né controllate dal Regno Unito, anche se al governo piace affermare il contrario. Guarda, un sistema di armi nucleari è composto da tre parti. Pensa a una pistola: c’è la mano che impugna la pistola; poi c’è la pistola stessa e, infine, c’è il proiettile, che è l’elemento letale. È simile con le armi nucleari. C’è un sottomarino o un jet che le trasporta. Poi c’è il missile che le trasporta dal sottomarino o dall’aereo al bersaglio. Infine, c’è la testata, l’esplosivo all’estremità. La Gran Bretagna costruisce i propri sottomarini, ma sono modelli statunitensi e alcuni dei componenti vengono forniti dagli Stati Uniti. I missili provengono dagli Stati Uniti; li acquistiamo o li prendiamo in leasing, dobbiamo tornare negli Stati Uniti per la manutenzione e così via. Le testate sono una produzione congiunta. Il sistema GPS è gestito comunque dagli Stati Uniti. E, ultimo ma non meno importante, la Gran Bretagna ha assegnato le sue armi nucleari alla NATO. Se gli Stati Uniti decidessero di staccare la spina – addio, armi nucleari britanniche. Se la Gran Bretagna volesse condividerle con la Germania, cosa direbbero gli Stati Uniti al riguardo? Beh, probabilmente – non le condividerete, addio. Se il governo tedesco è davvero serio al riguardo, sembra non avere una comprensione adeguata della situazione reale.

german-foreign-policy.com: Considerando le discussioni in corso in Germania sulla possibilità di sviluppare una bomba tedesca qualora l’accesso alle armi nucleari francesi o britanniche dovesse rivelarsi impossibile – alla luce della sua esperienza nella Campagna per il disarmo nucleare (CND), cosa consiglierebbe alla popolazione tedesca di fare?

Kate Hudson: Organizzare una grande campagna contro di esse – cos’altro sennò! Negli anni ’80 ci fu una massiccia mobilitazione in Germania contro i missili Pershing, così come in Gran Bretagna e altrove, e alla fine ebbe successo. Ci siamo sbarazzati di tutti quei missili. Ci sarà opposizione a tantissimi livelli della società. Non è solo la sinistra a opporsi alle armi nucleari. Ad esempio, anche le comunità di fede e molte organizzazioni religiose sono contrarie; il Papa è contro le armi nucleari. La gente comune semplicemente non vuole avere armi nucleari che faranno saltare in aria loro, i loro figli e i loro nipoti, quando potrebbero invece avere una piscina, un asilo nido o una biblioteca nel loro quartiere. Ci sono così tanti livelli della società da cui è possibile costruire un movimento. Si può lanciare una petizione, si possono organizzare manifestazioni di massa, si può chiedere il boicottaggio, si possono organizzare proteste presso i siti nucleari, come già avviene in Germania, a Büchel. Queste sono cose che la gente faceva in Gran Bretagna negli anni ’50 e ’60, quando fu fondata la CND. Si lavora con i sindacati, si cerca di boicottare la costruzione, di impedirne la realizzazione, si avvia un’azione diretta non violenta, si organizzano grandi manifestazioni – si fa semplicemente di tutto per bloccarla completamente.

german-foreign-policy.com: In Germania sono in corso delle proteste, ma non riguardano tanto le armi nucleari quanto piuttosto il servizio militare obbligatorio. Fin dalla fine dello scorso anno si sono tenuti scioperi scolastici contro questa misura. Si sta verificando qualcosa di simile nel Regno Unito o in altri paesi europei?

Kate Hudson: La Germania è il Paese di cui ho sentito parlare di più. In altre parti d’Europa potrebbero esserci dei sviluppi. In Gran Bretagna non c’è un grande movimento specifico su questo tema, poiché al momento non si sta discutendo di nulla che assomigli al servizio militare obbligatorio. Tuttavia, alcune organizzazioni studentesche si stanno mobilitando contro questa eventualità; l’idea è quella di cercare di fermarla prima che abbia inizio. Allo stesso tempo, però, qui si sta lavorando molto contro la presenza dell’esercito nell’istruzione. Circa un anno fa, il governo ha presentato la sua Strategic Defence Review (Revisione strategica della difesa), alla quale ci siamo opposti pubblicando l’Alternative Defence Review. Keir Starmer parlava di un approccio “che coinvolga l’intera società” alla preparazione alla guerra, il che significherebbe la militarizzazione della nostra società. Significa non solo consentire i tentativi di reclutare persone nelle scuole e nelle università per l’esercito, ma anche introdurre l’esercito e argomenti militari nell’istruzione stessa. Significa investire nelle università per sviluppare la ricerca militare, per promuovere posti di lavoro nell’esercito e nella produzione di armi, e significa soprattutto cercare di promuovere la produzione militare e il cosiddetto settore della difesa non solo come potenziale datore di lavoro, ma come qualcosa che stimolerebbe l’economia in modo positivo. Come sappiamo, ovviamente, questo è un mito. È proprio questo il tema attorno al quale si stanno ora organizzando molti giovani, soprattutto nel settore dell’istruzione superiore, sia a livello di personale che a livello di studenti.

A proposito di giovani: la maggior parte di loro non ha alcun interesse ad andare a combattere una guerra in trincea all’estero. Non è nelle loro intenzioni. In linea di massima – anche se non si può generalizzare eccessivamente – le generazioni più giovani tendono ad essere più progressiste su tutte le questioni sociali. Sono i giovani ad essere molto più ottimisti, inclusivi e ad accettare le persone così come sono; non vedono la razza come un problema, per esempio. Non vogliono essere trascinati in una guerra e morire. È piuttosto semplice, no? Il fatto che la corruzione ai vertici della politica sia ora così smascherata si aggiunge a questo: molti giovani non vedono alcun motivo per cui dovrebbero fare ciò che questi politici corrotti ed egoisti vogliono che facciano. Speriamo che attraverso l’organizzazione delle generazioni più giovani – e allo stesso tempo la continua organizzazione della generazione più anziana – siamo in grado di sconfiggere questi sviluppi molto, molto negativi nella società. Guardate il movimento palestinese in Gran Bretagna: è stato ed è una cosa straordinaria in termini di portata della mobilitazione, ampiezza e diversità. Abbiamo visto enormi marce e ogni tipo di azione che la gente ha intrapreso in Gran Bretagna. È un movimento di massa molto inclusivo e molto diversificato. Questo è il tipo di cooperazione di cui abbiamo bisogno. Può funzionare anche nel movimento contro la guerra.

Altre informazioni sulla lotta contro la militarizzazione in Europa: “Salari, non armi”“Abbasso le armi, su con i salari”“A pagare il conto sono entrambi” e “La prospettiva di pace”.

I due pesi e le due misure e le loro conseguenze

La politica di potere di Berlino ha subito una grave battuta d’arresto in seguito al fallimento della candidatura della Germania a un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Una punizione per gli evidenti due pesi e due misure nella politica estera?

05

giugno

2026

BERLINO/NEW YORK (notizia propria) – Il fallimento della candidatura della Germania a un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU infligge un duro colpo alle ambizioni politiche globali del governo tedesco. Con soli 104 voti, la Germania è rimasta molto indietro rispetto a Stati di dimensioni notevolmente inferiori come il Portogallo (134) e l’Austria (131) nella votazione di mercoledì a New York. Il doppio standard con cui opera Berlino è ampiamente considerato come una delle ragioni principali: mentre la Germania critica aspramente avversari come la Russia per presunte o effettive violazioni del diritto internazionale e chiede agli altri Stati di sostenere le sanzioni, chiude un occhio sui crimini commessi da stretti alleati, non da ultimo Israele e gli Stati Uniti, e viene addirittura vista come complice. In risposta alla debacle all’Assemblea Generale dell’ONU, persino i Socialdemocratici (SPD), il partner minore della coalizione di governo tedesca, affermano ora che in futuro «non si devono applicare due pesi e due misure nel diritto internazionale». La battuta d’arresto indica anche che il predominio dei principali Stati occidentali nella politica internazionale sta diminuendo. Paesi più piccoli come l’Austria e il Portogallo possono aspettarsi di godere di nuove fonti di simpatia in futuro. Il governo tedesco sta lasciando intendere che non presenterà un’altra candidatura fino al mandato 2035/36. In risposta allo sgarbo diplomatico, da alcuni ambienti in Germania si levano richieste affinché i contributi del paese all’ONU vengano ridotti se non avrà un seggio nel Consiglio di Sicurezza.

«Dare forma alla politica estera»

L’anno scorso, il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha parlato apertamente degli obiettivi che la Repubblica Federale di Germania si prefiggeva con la sua candidatura per mantenere il seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite era «l’organismo più importante, realmente globale, per la sicurezza mondiale», per il quale, nonostante tutti i conflitti nel mondo, «c’è ancora, in linea di principio, consenso e sostegno da parte di tutti», ha affermato Wadephul nel suo discorso alla conferenza di tutti gli ambasciatori tedeschi l’8 settembre 2025. Egli ha affermato che «la Germania appartiene a questo tavolo in quanto una delle principali potenze europee». La presenza della Germania nel Consiglio di Sicurezza era, ha aggiunto, necessaria soprattutto «perché vogliamo plasmare la politica estera in questo mondo» – «e perché questo è nel nostro interesse!»[1] Il politico della CDU ha sottolineato che, «soprattutto in un clima geopolitico sempre più aspro, l’appartenenza al Consiglio di Sicurezza apre l’accesso a decisioni, formati e informazioni». Infatti: «Un accesso che rimarrà aperto anche anni dopo la nostra appartenenza». Un posto al tavolo dei grandi era, secondo Wadephul, di grande importanza per Berlino: «soprattutto quando il diritto internazionale è sotto pressione e il multilateralismo vacilla, è nostra responsabilità opporci con determinazione a tutto ciò».

Reati? Chi se ne frega.

Una delle ragioni principali addotte per spiegare il fallimento della candidatura della Germania al Consiglio di Sicurezza è il fatto che il governo tedesco predica costantemente un’adesione astratta al diritto internazionale, ma non ne tiene conto nei casi concreti in cui i suoi alleati sono accusati di gravi violazioni – anche quando vengono messi sotto esame sulla scena mondiale. Per anni, il governo tedesco si è ostinatamente rifiutato di prendere posizione sulle palesi violazioni del diritto internazionale da parte di Israele – non da ultimo durante la guerra di Gaza. Berlino si è limitata a offrire banali luoghi comuni. Nel dicembre 2025, sotto la pressione di Israele, non ha nemmeno accettato di sostenere la proroga del mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi (UNRWA). Questo silenzio è tanto più sorprendente se si considera che Berlino attacca regolarmente la Russia – un avversario – con toni molto duri per presunti o effettivi crimini di guerra in Ucraina. Nel caso di Israele, la posizione della Germania è particolarmente grave perché, come osserva Daniel Forti, esperto delle Nazioni Unite presso l’International Crisis Group, «una larga maggioranza degli Stati membri dell’ONU […] ha sostenuto la Palestina ed è molto preoccupata per la guerra di Israele a Gaza e in Cisgiordania».[2] Anche la repressione in Germania delle voci filopalestinesi e di tutti gli oppositori della guerra di Israele ha suscitato una forte condanna internazionale.[3]

«Troppo complesso»

Il governo tedesco ha inoltre riscontrato scarsa comprensione in molti paesi per la sua posizione di sostegno di fatto alle guerre di aggressione degli Stati Uniti. Mentre Berlino continua a esercitare pressioni sugli Stati di tutto il mondo affinché impongano sanzioni alla Russia per la sua guerra contro l’Ucraina, sembra ancora incapace di formulare una valutazione giuridica ufficiale, alla luce del diritto internazionale, della guerra di aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Lo stesso vale per l’incursione statunitense in Venezuela all’inizio di gennaio e il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Il cancelliere Friedrich Merz ha affermato che «la classificazione giuridica dell’operazione statunitense» era «complessa», per cui era necessario «tempo» per affrontare questo atto.[4] Il «tempo» necessario si è ormai protratto per oltre cinque mesi senza che sia stata rilasciata alcuna dichiarazione ufficiale. Questa acquiescenza sta ora suscitando critiche anche all’interno della coalizione di governo tedesca. Siemtje Möller, vice presidente del gruppo parlamentare SPD al Bundestag, è stata recentemente citata per aver affermato che era necessario che il governo federale «denunciasse in futuro i comportamenti che violano il diritto internazionale per quello che sono, indipendentemente da chi li metta in discussione».[5] Anche Adis Ahmetovic, portavoce per la politica estera del gruppo parlamentare SPD, ha espresso una nota critica, chiedendo: «Non si devono applicare due pesi e due misure in materia di diritto internazionale».

Poteri in declino

Oltre alla diffusa avversione per l’ipocrisia e la doppiezza nella politica estera tedesca, il fallimento della candidatura della Germania è attribuibile anche ai cambiamenti nell’equilibrio di potere nella politica internazionale. Negli ultimi decenni, la Repubblica Federale era sempre riuscita a raggiungere il proprio obiettivo di essere eletta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una volta ogni otto anni. Poiché il mandato dura due anni, la Germania, in una prospettiva a lungo termine, ha occupato un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza per un quarto di ogni periodo di otto anni. Ciò è stato considerato notevolmente sproporzionato. Ma Berlino poteva giustificare la propria presenza con il fatto che la Germania versa un contributo di adesione all’ONU più elevato rispetto alla maggior parte degli altri Stati. La Germania, in quanto paese grande ed economicamente potente, rivendica un peso diplomatico sufficiente per tenere testa ai potenti membri permanenti. L’accettazione del ruolo della Germania sta evidentemente diminuendo nella comunità internazionale. Ciò è già evidente dal fatto che due paesi dell’Europa occidentale più piccoli, l’Austria e il Portogallo, hanno entrambi presentato candidati contro la Germania contemporaneamente. Il fallimento della Repubblica Federale nel voto dell’Assemblea dimostra che c’è un crescente bisogno globale di respingere, almeno in una certa misura, le grandi potenze che esercitano la loro influenza.

«Tagliamo i contributi all’ONU!»

Il risultato rappresenta un duro colpo per le ambizioni politiche globali del governo tedesco, tanto più che Berlino nutre obiettivi di ampio respiro e aspira addirittura a un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dopo il fallimento della candidatura tedesca a un seggio non permanente, è più che mai difficile capire come tale pretesa possa essere giustificata. Di conseguenza, stiamo ora assistendo ai primi segnali di un calo dell’interesse tedesco per le Nazioni Unite. Dato che la Germania è uno dei maggiori contributori, alcuni politici hanno avanzato l’idea di ridurre i contributi. Nel 2025, Berlino ha trasferito 3,22 miliardi di euro all’organismo con sede a New York. Il politico della CDU Manfred Pentz, che attualmente ricopre la carica di Ministro degli Affari Internazionali dello Stato dell’Assia, ha concluso: «Se in futuro non avremo l’influenza che ci spetta, sorge la domanda: perché dovremmo continuare a investire così tanto denaro nelle Nazioni Unite?»[6] L’amministrazione Trump ha dimostrato quali danni si possano causare trattenendo i pagamenti alle Nazioni Unite e ritirandosi dalle agenzie per motivi simili. E con il taglio dei finanziamenti, il ruolo dell’ONU sta diventando sempre più precario.

[1] Discorso del ministro degli Esteri Johann Wadephul in occasione dell’apertura della conferenza dei capi delle rappresentanze diplomatiche tedesche all’estero. auswaertiges-amt.de, 8 settembre 2025.

[2] Martin Ganslmeier: Atmosfera da sbornia e ricerca dei responsabili. tagesschau.de, 4 giugno 2026.

[3] Vedi: «Stigmatizzati, criminalizzati, attaccati».

[4] Il cancelliere federale Friedrich Merz si esprime sulla situazione in Venezuela. bundesregierung.de, 3 gennaio 2026.

[5] Cosa comporta il fallimento della candidatura della Germania all’ONU? zdfheute.de, 4 giugno 2026.

[6] Per questo motivo la Germania è stata penalizzata nelle elezioni dell’ONU. n-tv.de, 4 giugno 2026.

Nel pantheon dei collaboratori

L’Ucraina rimpatria le salme dei collaboratori nazisti sepolti all’estero. Un’unità delle forze speciali sarà intitolata a dei criminali di guerra. Due leader nazisti ucraini vengono sepolti a Monaco di Baviera. Berlino tace.

02

giugno

2026

BERLINO/KIEV (notizia propria) – Il governo tedesco mantiene il silenzio sui riconoscimenti conferiti ripetutamente a Kiev a collaboratori nazisti e autori di genocidi ucraini. Questo silenzio è tanto più sconcertante in quanto le autorità tedesche potrebbero presto contribuire attivamente all’organizzazione di ulteriori cerimonie di questo tipo. La scorsa settimana, i resti di Andriy Melnyk sono stati trasferiti dal Lussemburgo in Ucraina, dove sono stati sepolti nuovamente alla presenza del presidente Volodymyr Zelenskyy. Melnyk era il leader dell’OUN(M) (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini-Melnyk), un’organizzazione di collaboratori nazisti ucraini, molti dei quali si unirono alla Divisione Galizia delle Waffen-SS. Zelenskyy ha recentemente conferito il titolo di “Eroi dell’UPA” a un’unità delle Forze Speciali ucraine. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’UPA (Esercito Insurrezionale Ucraino) massacrò quasi 100.000 polacchi e innumerevoli ebrei. In Polonia e in Israele è stata espressa indignazione per questa glorificazione, ma dal governo tedesco non è giunta alcuna parola di critica. Kiev sta ora progettando di istituire quello che definisce un “Pantheon degli ucraini illustri”. A tal fine, intende riesumare altri collaboratori nazisti. Sono attualmente in corso discussioni riguardo al trasferimento delle spoglie di due di questi personaggi infami sepolti a Monaco. Una mossa del genere richiede l’approvazione delle autorità tedesche.

“Gli eroi dell’Ucraina”

L’onorificenza ufficiale dei collaboratori nazisti non è in realtà una novità in Ucraina. È iniziata sotto il presidente filo-occidentale Viktor Yushchenko (dal 2005 al 2010), il quale nel 2007 ha dichiarato postumo Roman Shukhevych «Eroe dell’Ucraina» e, analogamente, Stepan Bandera nel 2010. Shukhevych era uno dei comandanti dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) e continuò le operazioni militari clandestine contro l’Unione Sovietica dopo il 1945. Bandera era il leader dell’OUN(B), un’organizzazione rivale dell’OUN(M) di Melnyk. Con il colpo di Stato filo-occidentale a Kiev nel febbraio 2014, questa glorificazione dei collaboratori nazisti è diventata sempre più comune. Nell’aprile 2015, il parlamento ucraino ha classificato i membri dell’OUN e dell’UPA come “combattenti per l’indipendenza ucraina”. Da allora, una risoluzione parlamentare ha reso illegale persino mettere in discussione la “legittimità” della loro “lotta per l’indipendenza dell’Ucraina”.[1] E la data di fondazione dell’UPA, il 14 ottobre, è diventata da allora una festa nazionale. Dal 2018 il saluto ufficiale delle forze armate ucraine è la dichiarazione «Gloria all’Ucraina! Gloria agli eroi!». Questo era stato il saluto ufficiale dell’OUN. L’affermazione del regime ucraino secondo cui il saluto è più antico dell’OUN non è più accurata dell’affermazione che il suo equivalente tedesco, «Sieg Heil!», sia più antico del partito nazista.

Divisione ucraina delle Waffen-SS «Galizia»

La riabilitazione dei collaboratori nazisti ucraini ha recentemente ricevuto nuovo slancio. Innanzitutto, l’Ucraina ha organizzato la riesumazione e la nuova sepoltura dei resti di Andriy Melnyk, leader dell’OUN(M), deceduto nel 1964.[2] I resti di Melnyk sono stati riesumati in Lussemburgo il 19 maggio, trasportati a Kiev e sepolti nel Cimitero Militare Nazionale nei pressi della capitale ucraina nel corso di una cerimonia ufficiale di Stato. Tra i presenti c’erano il presidente Volodymyr Zelenskyy e Kyrylo Budanov, che dall’inizio dell’anno è a capo dell’Ufficio presidenziale. Si dice che Budanov sia stato la forza trainante di questa iniziativa. [3] Melnyk e l’OUN(M) collaborarono strettamente con il Reich nazista sin dall’inizio nei loro sforzi per staccare l’Ucraina dall’Unione Sovietica e trasformarla in uno Stato autoritario sul modello del fascismo. Fu solo quando, in seguito all’invasione dell’Unione Sovietica, cercarono di compiere progressi concreti verso la creazione di uno Stato ucraino separato che le autorità naziste, contrarie a tale piano, arrestarono Melnyk. I membri dell’OUN(M) hanno svolto un ruolo chiave nella formazione della 14ª Divisione Waffen-Grenadier delle SS (“1ª Galiziana”), nota come Divisione Waffen-SS Galizia. Essa fu coinvolta nei massacri della popolazione polacca della Volinia e della Galizia orientale, che causarono ben oltre un migliaio di morti.

«Le tradizioni storiche delle forze armate»

Tuttavia, la responsabilità della stragrande maggioranza delle vittime della pulizia etnica in Volinia e nella Galizia orientale ricade sull’UPA. Si stima che tra il febbraio 1943 e la fine della guerra siano stati uccisi fino a 100.000 civili polacchi. A differenza della divisione Waffen-SS Galizia, l’UPA reclutava i propri membri principalmente dall’OUN(B), compresi coloro che avevano precedentemente partecipato a pogrom e massacri della popolazione ebraica nell’Unione Sovietica occupata. Uno dei luoghi di questa sete di sangue fu Lemberg (oggi Lviv) alla fine di giugno del 1941. Fu lì che i miliziani dell’OUN, assistiti dagli occupanti tedeschi, uccisero circa 4.000 ebrei. [4] I massacri di civili polacchi compiuti dall’UPA a partire dal 1943 avevano lo scopo di creare un territorio in Volinia e nella Galizia orientale popolato esclusivamente da ucraini. L’idea era quella di far entrare queste regioni a far parte di uno Stato ucraino da istituire dopo la fine della guerra. Anche innumerevoli ebrei caddero vittime dei massacri dell’UPA. Le milizie ucraine furono protagoniste chiave della Shoah. Eppure martedì scorso è entrato in vigore un decreto con cui il presidente Zelenskyy ha conferito il titolo di «Eroi dell’UPA» a un’unità delle forze speciali ucraine – un atto, ha dichiarato, compiuto «con l’obiettivo di far rivivere le tradizioni storiche delle forze armate nazionali».[5]

«Motivo di grande preoccupazione»

La riesumazione di Melnyk e il conferimento ufficiale del titolo di «Eroi dell’UPA» all’unità delle forze speciali hanno suscitato alcune proteste a livello internazionale. In una dichiarazione, il Ministero degli Affari Esteri israeliano ha affermato di «deplorare la decisione» di onorare il leader dell’OUN Melnyk, «che collaborò con i nazisti». Non dovrebbe esserci «spazio per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime uccise dai nazisti e dai loro collaboratori» .[6] Il Memoriale dell’Olocausto di Yad Vashem ha dichiarato che la riesumazione di Melnyk ha destato «grande preoccupazione». «Onorare il leader di un movimento che ha sostenuto la Germania nazista durante la persecuzione e l’uccisione di milioni di ebrei» ha minato «l’integrità morale» che era «indispensabile per la commemorazione dell’Olocausto».

«Profonda disapprovazione»

La rinnovata glorificazione dell’UPA sta suscitando grande risentimento soprattutto in Polonia. Il 28 maggio, il Ministero degli Esteri polacco ha espresso «profonda disapprovazione» all’ambasciatore ucraino. Il 29 maggio, il chargé d’affaires polacco a Kiev ha ribadito le obiezioni della Polonia durante un incontro presso il Ministero degli Esteri ucraino.[7] Lo stesso giorno il presidente polacco, Karol Nawrocki, ha annunciato che avrebbe fatto in modo che al suo omologo ucraino Zelenskyy venisse revocato l’Ordine dell’Aquila Bianca. Zelenskyy aveva ricevuto l’Ordine, la più alta onorificenza dello Stato polacco, nell’aprile 2023. L’allora presidente polacco Andrzej Duda ha spiegato che Zelenskyy riceveva il premio in quanto “figura eccezionale” che “non aveva deluso il suo paese durante la fase più difficile della storia ucraina”.[8] Si dice che la decisione sulla revoca dell’onorificenza verrà presa a Varsavia lunedì prossimo. In Polonia, il primo ministro Donald Tusk sta ora lavorando per appianare le cose. Tusk sta distogliendo l’attenzione dai crimini di massa dell’OUN e dell’UPA e sta enfatizzando l’idea che Polonia e Ucraina abbiano un nemico comune, riferendosi alla Russia. Alla fine della scorsa settimana ha sostenuto che se i polacchi si fossero lasciati trascinare in una disputa sulle «emozioni storiche», allora Mosca avrebbe avuto motivo di festeggiare.[9] Questo doveva essere evitato.

«Un’umiliazione»

Mentre si levano proteste dai paesi in cui vivono i parenti e i discendenti delle vittime dei collaboratori nazisti ucraini, non vi è stata alcuna reazione da parte del governo tedesco, che si vanta di essere il più forte sostenitore dell’Ucraina. In questo modo, Berlino sta tollerando che vengano onorati assassini di massa razzisti e antisemiti – e sta deludendo coloro che si sono espressi contro questa decisione, come la ricercatrice ucraina sull’Olocausto Marta Havryshko. Ha descritto la riesumazione di Melnyk come «un’umiliazione per tutti coloro che un tempo credevano che “Mai più” avesse ancora un significato nell’Ucraina di oggi».[10] Sta diventando evidente che le autorità tedesche potrebbero presto essere coinvolte in misure identiche. Ci sono notizie secondo cui il governo di Kiev intende istituire un “Pantheon degli ucraini illustri” come “luogo speciale per il consolidamento dei valori del popolo ucraino”. A tal fine, si stanno ora preparando le premesse per la riesumazione delle spoglie di altri nazionalisti ucraini. Il trasferimento delle spoglie del fondatore dell’OUN Yevhen Konovalets, sepolto a Rotterdam, è stato ad esempio già approvato. [11] La riesumazione di Yaroslav Stetsko, che continuò a guidare l’OUN dall’esilio nella Germania Ovest dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, è nella lista dei desideri, ed è ipotizzabile persino quella del famigerato leader dell’OUN(B) Stepan Bandera. Stetsko e Bandera sono sepolti nel cimitero Waldfriedhof di Monaco. Il trasferimento delle loro spoglie richiederà l’approvazione delle autorità tedesche competenti.

[1] Vedi: Di carnefici, vittime e collaboratori (II).

[2] Kate Tsurkan: I resti di Andrii Melnyk, leader militare ucraino del XX secolo, sono stati trasportati a Kiev per essere sepolti nuovamente. kyivindependent.com, 22 maggio 2026.

[3] Leonid Ragozin: La riesumazione di Melnyk segna un cambiamento ideologico in Ucraina. intellinews.com, 29 maggio 2026.

[4] Vedi: Di carnefici, vittime e collaboratori (II).

[5] Tim Zadorozhnyy: La decisione di Zelensky di intitolare un’unità militare all’Esercito Insurrezionale Ucraino della Seconda guerra mondiale suscita indignazione in Polonia. kyivindependent.com, 29 maggio 2026.

[6] Nava Freiberg: Israele si oppone alla riesumazione con onori di Stato di un collaboratore nazista in Ucraina. timesofisrael.com, 25 maggio 2026.

[7] Comunicato del Ministero degli Affari Esteri. gov.pl, 29 maggio 2026.

[8] Stefan Locke: Dal punto di vista polacco, Zelenskyj rende omaggio alle persone sbagliate. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 1 giugno 2026.

[9] Ewan Jones: I pezzi grossi della politica polacca criticano aspramente Zelenskyy per aver reso omaggio a un’unità responsabile di un massacro durante la Seconda guerra mondiale. tvpworld.com, 29 maggio 2026.

[10], [11] Daniel Säwert: Un riconoscimento discutibile. nd-aktuell.de, 26 maggio 2026.

La trasformazione dell’Ungheria

Con lo sblocco di 16,4 miliardi di euro, l’UE pone fine al blocco che durava da anni nei confronti dell’Ungheria. Il prezzo da pagare è costituito da riforme profonde, una riorganizzazione delle istituzioni statali e una maggiore sottomissione alle direttive dell’UE.

03

giugno

2026

BUDAPEST/BRUXELLES (Notizia propria) – Il cancelliere federale Friedrich Merz ha assicurato il proprio sostegno al nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar in occasione della visita di insediamento di quest’ultimo a Berlino, tenutasi ieri, martedì. Magyar ha avviato il processo, auspicato dalla Germania e dall’UE, di smantellamento delle reti e della base di potere del suo predecessore Viktor Orbán in ambito politico ed economico. Intende infatti destituire il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, non però secondo le norme vigenti, bensì tramite una modifica costituzionale. Anche i presidenti della Corte costituzionale, dell’Autorità di vigilanza sui media e di altre istituzioni dovrebbero essere sostituiti. Gli oligarchi ungheresi, strettamente legati a Orbán, temono ripercussioni negative. Il tentativo di aprire maggiormente i settori in cui operano all’accesso degli investitori stranieri attraverso l’abolizione di un’imposta speciale sembra però essere fallito: sarebbe stato possibile solo trasferendo i costi ad altri settori, in particolare all’industria delle esportazioni, di cui fanno parte soprattutto i gruppi automobilistici tedeschi. Come incentivo, la Commissione europea ha sbloccato fondi UE per l’Ungheria per un valore di 16,4 miliardi di euro. Magyar deve però attuare le riforme richieste da Bruxelles.

Fondi dell’UE per Péter Magyar

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (CDU) ha annunciato venerdì, al termine dei negoziati con il nuovo governo ungherese, che la Commissione sbloccherà i fondi pari a 16,4 miliardi di euro che erano stati congelati durante il mandato del primo ministro Viktor Orbán. Péter Magyar, successore di Orbán insediatosi il 9 maggio, ha parlato di una «giornata storica per l’Ungheria». Von der Leyen ha tuttavia chiarito una condizione per l’effettivo trasferimento dei fondi: «Tutte le riforme» – misure che Orbán si era rifiutato di attuare – «devono essere completate». «Non accetteremo scorciatoie.»[1] In questo modo, la presidente della Commissione ha tenuto conto del fatto che, in un caso molto simile riguardante la Polonia, la Commissione aveva concesso un voto di fiducia al nuovo primo ministro Donald Tusk dopo il cambio di governo del 2023 e sbloccato tutti i fondi UE congelati a causa della controversia con il governo precedente. Tuttavia, le riforme dello Stato di diritto richieste da Bruxelles in Polonia non sono state ancora attuate, poiché prima il presidente Andrzej Duda e poi il suo successore Karol Nawrocki hanno posto il veto. A differenza di Tusk, però, Magyar dispone di una maggioranza dei due terzi in Parlamento e può effettivamente approvare tutte le riforme.[2]

Riforme sotto pressione

A Magyar resta poco tempo per portare a termine le riforme necessarie affinché i fondi UE possano essere erogati. Queste devono essere approvate dal Parlamento entro la fine di agosto, motivo per cui quest’anno i deputati non godranno della pausa estiva. Per ingraziarsi Bruxelles sul piano politico, venerdì Magyar ha presentato alla presidente della Commissione una richiesta di adesione dell’Ungheria alla Procura dell’UE, sebbene ciò non rientrasse tra i requisiti richiesti. La Procura dell’UE è considerata a Bruxelles un’importante istanza di controllo politico, poiché può indagare in modo indipendente qualora sussista il sospetto che i fondi dell’UE non vengano utilizzati come concordato. Magyar ha inoltre già annunciato che rafforzerà l’autorità nazionale anticorruzione. Inoltre, in futuro i ministri dovranno rendere pubblici il proprio patrimonio e le proprie partecipazioni in società. Le false dichiarazioni saranno punite con una pena detentiva fino a due anni.[3]

Miliardi per le infrastrutture e l’industria

Oltre ai dieci miliardi di euro di aiuti anti-Covid congelati, l’Ungheria dovrebbe ricevere anche 6,4 miliardi di euro dal Fondo di coesione dell’UE. Nel corso dei negoziati della scorsa settimana, il governo ungherese e la Commissione europea hanno concordato un elenco di progetti concreti per l’utilizzo dei fondi. In particolare, sono previsti 1,5 miliardi di euro per l’ammodernamento della rete energetica ungherese e per l’allacciamento di impianti eolici. Si prevede l’acquisto di nuovi vagoni ferroviari per un valore di 1,8 miliardi di euro. 500 milioni di euro saranno destinati alla costruzione di una gigafactory dedicata all’intelligenza artificiale, mentre altri 500 milioni di euro andranno alla rete satellitare dell’UE Iris2.[4] Non da ultimo, ciò apre la strada a contratti miliardari per i gruppi industriali tedeschi.

Riorganizzazione dell’apparato statale

Magyar ha nel frattempo avviato una profonda riorganizzazione dello Stato. Poco dopo il suo insediamento, aveva dato ai titolari delle più alte cariche dello Stato un ultimatum fino al 31 maggio per dimettersi volontariamente dai loro incarichi. Tra i destinatari figuravano il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, i presidenti della Corte Suprema, della Corte Costituzionale, della Corte dei conti e dell’Autorità di vigilanza sui media, oltre al procuratore generale. Lunedì Magyar ha annunciato di voler destituire il presidente della Repubblica non secondo le norme vigenti, ma con l’ausilio di un emendamento costituzionale; dopo un incontro con Sulyok ha dichiarato: «Prenderemo le decisioni necessarie a breve».[5] È previsto inoltre un ulteriore emendamento costituzionale volto a limitare a otto anni il mandato del primo ministro – una promessa elettorale di Magyar. Il testo di legge è stato tuttavia formulato in modo tale da avere anche effetto retroattivo. In questo modo Orbán non potrebbe diventare capo del governo un’altra volta. Con un terzo emendamento costituzionale, Magyar intende nazionalizzare una serie di fondazioni che il Fidesz ha sostenuto con miliardi di forint e che ha allineato alla sua linea politica – come ad esempio il Mathias Corvinus Collegium (MCC).[6]

Smantellamento della rete del Fidesz

Tra i perdenti, dopo l’insediamento di Magyar, figurano anche gli oligarchi ungheresi che fanno parte della rete politica di Orbán. È il caso, ad esempio, di Lőrinc Mészáros, un fedele di lunga data di Orbán, il cui conglomerato Opus Global ha perso un terzo del proprio valore dopo le elezioni. Mészáros controlla anche la seconda banca ungherese per grandezza, la MBH Bank, il cui titolo azionario ha subito un crollo a doppia cifra. Sotto Orbán, Mészáros è passato dall’essere un idraulico a diventare uno degli ungheresi più ricchi. Ha beneficiato di un accesso privilegiato agli appalti pubblici e ai progetti infrastrutturali finanziati dall’UE. Anche il genero di Orbán, István Tiborcz, rischia di subire perdite. Tiborcz ha creato il conglomerato BDPST, che comprende banche, società di logistica e immobiliari. Il suo successo è strettamente legato alla rete del Fidesz.[7]

Controversia sulle imposte speciali

Orbán ha attuato una politica economica che ha sovvenzionato massicciamente l’industria delle esportazioni. Tra i grandi beneficiari di questa politica figurano i gruppi automobilistici tedeschi. Dopo la crisi economica mondiale del 2008, tuttavia, Orbán ha sottoposto i settori strategici a una politica industriale restrittiva che favorisce gli imprenditori locali – spesso, concretamente, gli oligarchi vicini a Orbán già menzionati. Da allora, gli investitori stranieri nei settori delle telecomunicazioni, delle banche, della logistica, dell’edilizia e del commercio al dettaglio lamentano, tra le altre cose, l’imposizione di tasse speciali. Durante la campagna elettorale, Magyar ha affermato che le aziende tedesche sarebbero state “perseguitate” e che avrebbe cambiato questa situazione: “Vogliamo offrire condizioni uguali per tutti.”[8] Ora, però, il nuovo ministro delle Finanze András Kármán ha dichiarato in un’audizione in Parlamento che le imposte speciali sono un’importante fonte di entrate; pertanto non vi è «alcuna intenzione» di abolirle a breve termine. Kármán ha messo in relazione le imposte speciali per determinati settori con le agevolazioni fiscali concesse ad altri. Ha definito questa situazione una ridistribuzione tra i diversi settori economici. Se le imposte speciali venissero gradualmente eliminate, anche le agevolazioni fiscali dovrebbero essere riviste – con grande disappunto delle case automobilistiche tedesche.[9] Magyar sembra non voler correre il rischio che ciò comporta.

Limiti dell’approssimazione

Anche se Magyar sta facendo di tutto per smantellare il più possibile le reti di Orbán in ambito politico ed economico, permangono potenziali fonti di conflitto con l’UE, ad esempio in materia di politica migratoria. Su questo fronte Magyar manterrà la linea politica di Orbán; ad esempio, respinge il Patto europeo sulla migrazione. [10] Durante i colloqui tra Magyar, von der Leyen e il presidente del Consiglio dell’UE António Costa è stata inoltre ripetutamente affrontata la questione dell’adesione dell’Ucraina all’UE. Magyar blocca il progetto – come ha fatto finora Orbán – facendo riferimento alla mancanza di diritti della minoranza ungherese in Ucraina. La sua nuova ministra degli Esteri, Anita Orbán – che non ha alcun legame di parentela con l’ex primo ministro – ha definito i diritti della minoranza ungherese «la questione più importante che dobbiamo chiarire con Kiev».[11] Magyar intende inoltre continuare a importare materie prime russe, come il petrolio greggio attraverso l’oleodotto Druzhba, che attraversa l’Ucraina.[12]

[1] Carsten Volkery: Trionfo di Magyar – L’UE sblocca 16,4 miliardi di euro per l’Ungheria. handelsblatt.com, 29 maggio 2026.

[2] Jakob Hanke Vela, Carsten Volkery: Quando riceverà Magyar i miliardi dell’UE congelati? handelsblatt.com, 28 maggio 2026.

[3] Thomas Gutschker: Una manna finanziaria per l’Ungheria – a patto che rispetti le condizioni. faz.net, 29 maggio 2026.

[4] Carsten Volkery: Trionfo di Magyar – L’UE stanzia 16,4 miliardi di euro per l’Ungheria. handelsblatt.com, 29 maggio 2026.

[5] Il nuovo primo ministro progetta una modifica costituzionale contro il capo dello Stato. ksta.de, 1 giugno 2026.

[6] Alexander Haneke: Magyar, maestro del confronto. faz.net, 31 maggio 2026.

[7] Michaela Seiser: Gli oligarchi alla gogna. faz.net, 29 aprile 2026.

[8] Si veda a questo proposito L’eredità di Orbán, la linea politica di Magyar.

[9] Carsten Volkery: L’imposta speciale rimane – Magyar va allo scontro con l’UE. handelsblatt.com, 26 maggio 2026.

[10] Thomas Gutschker: Una manna finanziaria per l’Ungheria – a patto che rispetti le condizioni. faz.net, 29 maggio 2026.

[11] Jakob Hanke Vela, Carsten Volkery: «Quando riceverà Magyar i miliardi dell’UE congelati?», handelsblatt.com, 28 maggio 2026.

[12] Florian Kellermann: Il primo ministro ungherese cerca di avvicinarsi alla Polonia. tagesschau.de, 20 maggio 2026.

«Scuotere il Paese»

Si fanno sempre più insistenti le richieste di aprirsi a una collaborazione con l’AfD, non da ultimo nel mondo dell’economia. Secondo un sondaggio, una coalizione tra l’Unione e l’AfD è attualmente considerata l’opzione di governo più promettente.

01

giugno

2026

BERLINO (Notizia propria) – In Germania si fa sempre più forte, nei settori dell’economia, della politica e dei media, la richiesta di aprirsi alla collaborazione con l’AfD. Diversi imprenditori, tra cui l’ex amministratore delegato di Trigema Wolfgang Grupp, si sono espressi nel fine settimana a favore della fine del “muro di separazione”. In precedenza, l’ex capo di Siemens Joe Kaeser, che oggi ricopre la carica di presidente del consiglio di sorveglianza di Siemens Energy, aveva auspicato, a causa di una certa resistenza soprattutto all’interno dell’SPD contro una demolizione totale dello Stato sociale, di «scuotere il Paese con un governo di minoranza». Naturalmente ciò porterà a un “enorme tumulto”, ha previsto Kaeser: “Il muro tagliafuoco andrà in fiamme”. Ufficialmente, gli organi direttivi di CDU/CSU e SPD respingono ancora una collaborazione formale con l’AfD. Alla fine della scorsa settimana, tuttavia, poco prima della sua elezione, il nuovo presidente dell’FDP Wolfgang Kubicki ha dichiarato che in Parlamento non si possono «subordinare le mozioni a chi le approva». A titolo sperimentale, l’attuale Cancelliere federale Friedrich Merz aveva già vinto, prima della sua elezione, una votazione al Bundestag senza una cooperazione formale, ma con l’aiuto dell’AfD. Al Parlamento europeo un simile approccio è già stato praticato più volte.

Prova generale al Bundestag

A posteriori, il voto del Bundestag del 29 gennaio 2025 su una mozione del gruppo parlamentare CDU/CSU volta a contrastare l’afflusso di rifugiati può essere considerato un primo banco di prova per un governo di minoranza in Germania. Il piano prevedeva, secondo quanto dichiarato, un «divieto di ingresso di fatto» per le persone sprovviste di documenti di ingresso validi, tra cui in particolare i richiedenti asilo. [1] Inoltre, richiedeva che i rifugiati “soggetti a un obbligo di espulsione esecutivo” fossero internati in “caserme e container vuoti”; secondo i dati di Amnesty International, si trattava di un quarto di milione di persone, tra cui bambini. Il piano ricalcava concetti noti nel repertorio dell’estrema destra; per questo motivo, per i deputati dell’SPD, di Bündnis 90/Die Grünen, del partito Die Linke e del BSW era inammissibile fin dall’inizio. L’allora presidente della CDU Friedrich Merz aveva implicitamente confermato in anticipo che non gli avrebbe dato fastidio l’approvazione dell’AfD: «Non guardo né a destra né a sinistra, guardo solo dritto davanti a me.»[2] Il risultato della votazione ha dimostrato che l’AfD era disposta ad aiutare l’Unione a ottenere la maggioranza: 75 deputati dell’AfD hanno votato «sì»; ciò ha determinato una maggioranza di 348 voti contro 345.[3] La presidente dell’AfD Alice Weidel ha poi esultato: «Il muro di contenimento è caduto!»[4]

Modello del Parlamento europeo

Se la votazione del 29 gennaio 2025 è rimasta finora l’unica al Bundestag in cui l’AfD è stata utilizzata, in modo prevedibile – e evidentemente calcolato – per garantire la maggioranza, nel Parlamento europeo si è ormai affermata una prassi analoga. Lì, il gruppo conservatore PPE, guidato dal suo presidente Manfred Weber (CSU), ricorre sempre più spesso ai gruppi di estrema destra European Conservatives and Reformists (ECR), Patriots for Europe (PfE) e, talvolta, anche Europe of Sovereign Nations (ESN) per far approvare in Parlamento mozioni che i gruppi socialdemocratici e dei Verdi rifiutano di sostenere. Ciò è avvenuto per la prima volta il 19 settembre 2024, quando è stata approvata con una maggioranza conservatrice di estrema destra una risoluzione in cui il Parlamento europeo si è eretto a giudice delle elezioni parlamentari in Venezuela e ha dichiarato vincitore a mani basse il candidato ufficialmente sconfitto. [5] Il 13 novembre 2025, sempre con una maggioranza di estrema destra, è stato approvato un significativo indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento. Il 26 marzo 2026, grazie al consenso dell’ECR, del PfE e dell’ESN, il Parlamento europeo ha infine approvato un drastico inasprimento delle misure di respingimento dei rifugiati. [6] Nulla ostacola ulteriori votazioni con una maggioranza conservatrice di estrema destra.

«Non basarsi su chi è d’accordo»

Sebbene i partiti di governo di Berlino, CDU/CSU e SPD, dichiarino ufficialmente di non avere intenzione di procedere a votazioni congiunte sporadiche con l’AfD né tantomeno di optare per un governo di minoranza con il sostegno regolare di tale partito, nel frattempo si fanno sempre più forti le voci contrarie. Recentemente, Torsten Albig (SPD), ex primo ministro dello Schleswig-Holstein, si è espresso a favore di una collaborazione con l’AfD «su determinati temi». Nella Germania orientale, dopo le elezioni di settembre, non si possono escludere governi di minoranza tollerati dall’AfD.[7] Inizialmente ciò ha suscitato un ampio rifiuto. Alla fine della scorsa settimana il dibattito si è riacceso. Il candidato alla presidenza dell’FDP Wolfgang Kubicki aveva dichiarato di non conoscere «alcun muro tagliafuoco» [8]; in Parlamento il suo partito non dovrebbe «subordinare le mozioni… a chi le approva» [9]. Si vedrà invece «da dove provengono le maggioranze». Martin Hagen, segretario generale designato dell’FDP, aveva parlato di uno «spauracchio chiamato muro di contenimento» e aveva invocato «un approccio diverso» nei confronti dell’AfD. Dopo la sua elezione a presidente del partito, Kubicki ha tuttavia affermato: «Non ci sarà mai una collaborazione con l’AfD da parte dei liberali». Tuttavia, un approccio come quello di Merz alla fine di gennaio 2025 si colloca al di sotto della soglia della cooperazione ufficiale.

«Il muro tagliafuoco andrà in fiamme»

Nel contempo, si fanno sempre più pressanti le richieste provenienti dal mondo economico affinché non si insista più sulla «linea di demarcazione» e si passi eventualmente a un governo di minoranza. Già in autunno era stato riferito che, tra le piccole e medie imprese, i contatti con l’AfD stavano aumentando in modo tangibile (come riportato da german-foreign-policy.com [10]). A metà aprile, l’ex amministratore delegato di Siemens Joe Kaeser, che oggi ricopre la carica di presidente del consiglio di sorveglianza di Siemens Energy e Daimler Truck, ha lamentato che, secondo le «norme sociali», attualmente sarebbe concepibile solo una grande coalizione; poiché questa non sarebbe in grado di approvare leggi favorevoli all’economia e di smantellare lo stato sociale, molto presto si porrà la domanda: «Si avrà il coraggio di scuotere il Paese con un governo di minoranza?»[11] La Germania avrebbe urgente bisogno di «una sorta di rottura». Sebbene ci sarà probabilmente un «enorme tumulto», ha previsto Kaeser: «Il muro tagliafuoco andrà in fiamme». Mentre le grandi associazioni di categoria lo rifiutano ancora ufficialmente, altri imprenditori stanno ora uscendo allo scoperto. Ad esempio, l’ex capo di Trigema Wolfgang Grupp ha dichiarato che il «muro tagliafuoco» verso l’AfD «non ha senso». [12] Il capo del Brockhaus Group, Caspar Brockhaus, chiede che si rendano immediatamente possibili «nuove costellazioni democratiche»: «Il muro tagliafuoco paralizza la politica, l’economia e quindi il nostro Paese». Parallelamente, anche tra le imprese francesi inizia l’apertura a una cooperazione con l’estrema destra (come riportato da german-foreign-policy.com [13]).

«Aprire gli spazi del dicibile»

Un ulteriore impulso a favore di una possibile apertura nei confronti dell’AfD arriva ora anche dalla stampa Springer. Il quotidiano Springer *Welt am Sonntag* aveva già pubblicato alla fine del 2024 un articolo a firma di Elon Musk in cui si leggeva: «L’Alternativa per la Germania è l’ultima scintilla di speranza per questo Paese». [14] Successivamente, il quotidiano Die Welt aveva invitato la leader dell’AfD Weidel a un «vertice economico», mentre il capo del gruppo Mathias Döpfner aveva confermato che avrebbe «continuato a spianare decisamente la strada a ciò che è lecito dire».[15] Già in precedenza Welt-TV aveva dato voce ai politici dell’AfD in interviste e dibattiti. La scorsa settimana il quotidiano Bild è intervenuto con maggiore intensità nel dibattito. Inizialmente si affermava che, in un sondaggio – non meglio specificato – condotto tra i propri lettori, l’84 per cento si fosse espresso a favore di una collaborazione tra SPD e AfD, mentre appena il 14 per cento fosse contrario. [16] Nel fine settimana, secondo un sondaggio INSA commissionato da Bild, quasi il 70% degli intervistati riteneva che dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore a settembre ci sarebbe stato almeno un primo ministro dell’AfD. Interrogati sul “muro di contenimento”, il 45% riteneva che fosse utile all’AfD; solo il 30% riteneva che le fosse dannosa.[17] Alla domanda su quale coalizione potesse «risolvere al meglio i problemi attuali», il 9% ha risposto «governo di minoranza dell’Unione»; il 19% ha risposto: «Unione e SPD». Il valore più alto, pari al 23%, è stato raggiunto dalla variante «Unione e AfD».

[1] Si veda a questo proposito L’ascesa della destra.

[2] Nadja Aswad, Nikolaus Harbusch, Filipp Piatov, Peter Tiede: Merz e la delicata partita a poker sull’asilo con l’AfD. bild.de, 24 gennaio 2025.

[3] L’AfD aiuta Merz a ottenere la maggioranza per le richieste in materia di asilo. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 30 gennaio 2025.

[4] Nadja Aswad, Nikolaus Harbusch, Filipp Piatov, Peter Tiede: Merz e la delicata partita a poker sull’asilo con l’AfD. bild.de, 24 gennaio 2025.

[5] Si veda a questo proposito Chi abbatte il muro tagliafuoco.

[6] Il PPE vota insieme ai partiti di estrema destra a favore di norme più severe in materia di asilo. tagesschau.de, 26 marzo 2026.

[7] L’ex presidente regionale Albig raccomanda all’SPD di collaborare con l’AfD. noz.de, 23 maggio 2016.

[8] I possibili nuovi vertici dell’FDP in disaccordo su come comportarsi con l’AfD. zeit.de, 29 maggio 2026.

[9] Rixa Fürsen: Il vice designato di Kubicki si schiera contro di lui – «Non intendo collaborare in alcun modo con l’AfD». welt.de, 29 maggio 2026.

[10] Si veda a questo proposito «Niente spazio per i muri tagliafuoco» (II).

[11] Joe Kaeser: «Il muro tagliafuoco andrà in fiamme». thepioneer.de, 20 aprile 2026.

[12] Il mondo economico chiede l’abolizione del «muro tagliafuoco». focus.de, 31 maggio 2026.

[13] Si veda a questo proposito L’asse Berlino-RN.

[14] Elon Musk, Jan Philipp Burgard: Perché Elon Musk punta sull’AfD – e perché si sbaglia. welt.de, 28 dicembre 2024.

[15] Mathias Döpfner: «In attesa del tuono?» welt.de, 14 gennaio 2025.

[16] Stefan Schlagenhaufer: Ecco cosa pensano i lettori di BILD del firewall. bild.de, 25 maggio 2026.

[17] Ismael Hormeß: «Ecco cosa pensano davvero i tedeschi dell’AfD». bild.de, 30 maggio 2026.

L’UE prevede dazi sulla Cina alla Trump

L’UE prevede un drastico inasprimento dei dazi doganali sulle importazioni dalla Cina. Berlino cerca di placare gli animi a Pechino, nell’interesse degli affari tedeschi con la Cina. Nel contempo, alcuni deputati del Bundestag sono in visita a Taiwan; si discute anche di cooperazione nel settore della difesa.

29

Maggio

2026

BERLINO/PECHINO/TAIPEI (Notizia propria) – In vista del dibattito della Commissione europea, annunciato per oggi, sulle misure doganali dell’UE nei confronti della Cina, che prevedono un inasprimento drastico, Berlino invia segnali fortemente contraddittori. Da un lato, durante una visita a Pechino, la ministra federale dell’Economia Katherina Reiche ha promosso la prosecuzione della cooperazione economica e la collaborazione anziché il confronto – nell’interesse degli affari con la Cina, che per molte aziende tedesche continuano ad essere di fondamentale importanza. Allo stesso tempo, una delegazione del Bundestag è in visita a Taiwan, dove non solo si impegna a favore del potenziamento delle relazioni economiche civili; si è parlato anche di una collaborazione nel campo dell’intelligenza artificiale (IA). Il presidente di Taiwan Lai Ching-te insiste nel contempo sul potenziamento della cooperazione in materia di armamenti, per la quale già lo scorso anno sono stati compiuti i primi passi. La Repubblica Popolare ha nel frattempo inserito una prima azienda tedesca del settore della difesa in una lista di controllo delle esportazioni, accusandola di essere coinvolta nella fornitura di armi a Taiwan. Le misure doganali previste dall’UE si ispirano ai modelli statunitensi e comprendono, tra l’altro, dazi doganali a presunta tutela della “sicurezza nazionale”.

L’asse Berlino-RN

Berlino sonda il leader dell’estrema destra del Rassemblement National, Jordan Bardella, potenziale futuro presidente della Francia. Bardella intende contrastare il predominio tedesco nell’UE.

22

maggio

2026

PARIGI/BERLINO (notizia originale) – La Germania sta sondando il terreno con Jordan Bardella, esponente del partito di estrema destra francese Rassemblement National (RN), alla ricerca di un’intesa nel caso in cui l’RN dovesse vincere le elezioni presidenziali francesi del prossimo aprile. È stato recentemente rivelato che Bardella ha incontrato l’ambasciatore tedesco in Francia a febbraio – il primo contatto ufficiale in assoluto con un politico dell’RN. Bardella ha annunciato in un’intervista a un importante quotidiano tedesco che, a seguito di una vittoria elettorale, intende cooperare strettamente con il governo tedesco ovunque possibile. Il controllo dei migranti e dei rifugiati, ha affermato, dovrebbe essere un’area chiave di cooperazione. Ha elogiato la politica di controllo delle frontiere della Germania. Bardella, che è in testa nei sondaggi per le elezioni presidenziali del prossimo anno, è sostenuto dall’impero mediatico del miliardario di estrema destra Vincent Bolloré. Bardella è consigliato in materia economica da uno stretto collaboratore di Bolloré, Pierre-Édouard Stérin. E la leadership del RN è ora in trattativa con una serie di importanti figure del mondo imprenditoriale francese, non da ultimo i vertici di Airbus, TotalEnergies e Renault, insieme al CEO del gruppo di beni di lusso LVMH, Bernard Arnault, che è l’uomo più ricco al mondo non americano. Bardella afferma di voler riconfigurare l’Unione Europea e contrastare il predominio tedesco.

Sostenuti da miliardari

I sondaggi sull’orientamento degli elettori in vista delle prossime elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2027 indicano da tempo, in modo costante, che Jordan Bardella, in qualità di probabile candidato del RN, vincerà nettamente il primo turno con oltre un terzo dei voti e che, successivamente, dovrebbe aggiudicarsi la vittoria al ballottaggio. Permangono tuttavia alcuni dubbi, soprattutto qualora dovesse trovarsi a confrontarsi con il popolare Édouard Philippe al ballottaggio. Philippe è stato il primo primo ministro dal 2017 al 2020 sotto la presidenza di Emmanuel Macron. Nella futura campagna elettorale, Bardella potrà contare sul potente impero mediatico del miliardario Vincent Bolloré, che ha utilizzato i profitti del suo conglomerato industriale Groupe Bolloré per acquistare ogni tipo di giornale, rivista, emittente radiofonica e televisiva. In qualità di proprietario, ha orientato questi mezzi di comunicazione, tra cui il popolare canale televisivo CNews e il settimanale di lunga tradizione «Le Journal du dimanche», verso un’agenda di estrema destra. Bardella gode anche del sostegno del miliardario Pierre-Édouard Stérin. Stérin deve la sua fortuna in parte al suo veicolo di investimento, Otium Capital, il cui ex amministratore delegato, François Durvye, si è dimesso dal suo incarico ad aprile per diventare consulente di Bardella sulle questioni economiche e sulle politiche da definire in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Queste manovre garantiscono al presunto candidato del RN l’accesso a contatti influenti e a una notevole influenza.[1]

«Gli interessi degli amministratori delegati»

Negli ultimi mesi, Bardella e Marine Le Pen, leader di lunga data del RN, hanno incontrato più volte esponenti di spicco del mondo imprenditoriale francese. Éric Trappier, amministratore delegato del costruttore di aerei da combattimento Dassault Aviation, ha incontrato Le Pen e Bardella nel maggio 2024. E nel dicembre 2025, i leader di estrema destra hanno avuto un colloquio con un altro esponente del settore della difesa, il presidente del consiglio di amministrazione del gruppo Safran. Qualsiasi tabù sul dialogare con Bardella era stato superato nel gennaio 2026, quando questi ha incontrato Guillaume Faury, amministratore delegato del Gruppo Airbus. Poi, ad aprile, Le Pen ha incontrato per la prima volta un gruppo esclusivo di alti dirigenti, tra cui i vertici di TotalEnergies, Renault, Engie, Accor e Bolloré, oltre a Bernard Arnault, CEO del gruppo di beni di lusso LVMH. Con un patrimonio di circa 150 miliardi di dollari, Arnault è attualmente l’undicesima persona più ricca al mondo e il più ricco cittadino non statunitense. [2] Bardella è stato ricevuto il 20 aprile dai leader della principale associazione dei datori di lavoro francesi, il MEDEF, insieme ad altri rappresentanti delle organizzazioni imprenditoriali francesi.[3] Sullo sfondo di questa alleanza emergente, un miliardario è stato citato in forma anonima mentre affermava che Macron aveva fallito nella sua politica economica, mentre il RN era ormai «diventato neoliberista». Infatti, «il partito che oggi rappresenta meglio i miei interessi come amministratore delegato è il RN!»[4]

«Un’Europa diversa»

Dopo due incontri con i vertici del MEDEF e alcuni dei più influenti amministratori delegati del Paese, Bardella ha illustrato gli obiettivi chiave della sua politica economica in un’intervista a «Le Journal du dimanche». Ha affermato che un governo del RN ridurrebbe drasticamente le tasse e ogni tipo di regolamentazione a carico delle imprese francesi. In qualità di neoeletto presidente della Francia, ha aggiunto, il suo primo viaggio ufficiale all’estero sarebbe stato a Bruxelles. Bardella ha sostenuto che l’UE, non da ultimo con il suo “Green Deal”, stava creando un quadro normativo eccessivo che minacciava di soffocare le imprese francesi. L’UE era responsabile della crisi dell’economia francese. In effetti, l’UE avrebbe ridotto la Francia a una mera “variabile della politica commerciale”, e questo degrado sarebbe stato specificamente progettato “per servire gli interessi tedeschi”.[5] Un governo del RN “rappresenterebbe gli interessi del nostro Paese” a Bruxelles in modo da “riconquistare i vantaggi comparativi” di cui altri Stati godono da tempo. In questo contesto, Bardella ha annunciato la sua intenzione di creare “un’Europa diversa” – “un’Europa della cooperazione intergovernativa” e della “sovranità nazionale”. Questa posizione è diametralmente opposta al tradizionale interesse dell’industria tedesca: ancora egemonica in Europa, l’industria tedesca vuole la più stretta integrazione possibile all’interno dell’UE.

Contatti dell’Ambasciata

Jordan Bardella ha ora mosso i primi passi verso un’intesa con la Germania sulle politiche di un futuro governo del RN. È stato reso noto solo di recente che, già a febbraio, aveva incontrato l’ambasciatore tedesco in Francia, Stephan Steinlein. Gli osservatori politici francesi sottolineano che si è trattato del primo incontro tra un ambasciatore tedesco e un rappresentante dell’estrema destra, sia che si tratti del RN o del suo predecessore, il Front National (FN). Non si sa ancora nulla sul contenuto della loro discussione. L’Ambasciata tedesca a Parigi non ha fornito ulteriori dettagli.[6] Parlando al quotidiano parigino Le Monde, un membro anonimo del governo tedesco ha tuttavia affermato che la Germania sta assistendo alla «trasformazione del RN in un partito consolidato». La fonte ha osservato che «il RN è meno radicale dell’AfD e non fa costantemente riferimento al nazionalsocialismo». [7] Bardella era già stato ricevuto a dicembre dall’ambasciatore statunitense in Francia, Charles Kushner, il cui figlio Jared Kushner è il genero di Donald Trump e ricopre il ruolo di inviato speciale dell’amministrazione statunitense per presunte missioni di pace. Inoltre, ad aprile, l’ambasciatore israeliano in Francia, Joshua Zarka, ha ricevuto Marine Le Pen.

«Rafale, non F-35»

La scorsa settimana, Bardella ha illustrato le linee guida del suo pensiero sulle future relazioni franco-tedesche in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Ha dichiarato al quotidiano di considerare gli stretti legami tra i due paesi «essenziali per garantire l’indipendenza e l’autonomia strategica delle nazioni europee». [8] Bardella vede un “terreno comune” con il Cancelliere federale Friedrich Merz “sulla questione della riduzione della burocrazia”, “sulla necessità di costruire un’Europa competitiva” e “sulla politica migratoria”. Sulla questione dell’immigrazione, ha elogiato i controlli alle frontiere della Germania, affermando che “il diritto nazionale … deve avere la precedenza sul diritto europeo”. Bardella chiede le dimissioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Secondo lui, la von der Leyen è stata «completamente incapace di difendere gli interessi europei». Ha inoltre annunciato la sua intenzione di guidare la Francia «fuori dalle strutture di comando integrate della NATO» dopo la fine della guerra in Ucraina, proprio come fece un tempo Charles de Gaulle. Allo stesso tempo, sostiene i progetti di difesa franco-tedeschi, ma insiste sul fatto che la Germania, da parte sua, debba acquistare armi francesi, come «i caccia Rafale, non gli F-35 americani». Il Rafale è prodotto da Dassault Aviation. Il suo amministratore delegato, Éric Trappier, intrattiene da anni rapporti informali con il RN.

[1] Clément Guillou: François Durvye, nuovo consigliere economico di Jordan Bardella con un bilancio controverso, intervistato da Pierre-Edouard Stérin. lemonde.fr, 24 aprile 2026.

[2] Clément Lacombe, Camille Vigogne, «Le Coat»: Marine Le Pen, Bernard Arnault e il fior fiore dei grandi imprenditori riuniti in occasione di una cena simbolica. novelobs.com, 8 aprile 2020.

[3] Agnès Soubiran: «Per vincere nel 2027, bisogna riunire il popolo e le élite»: Jordan Bardella pranza con i dirigenti del Medef. radiofrance.fr, 20 aprile 2026.

[4] Elodie Guéguen: «Jordan Bardella è l’unico a difendere posizioni favorevoli alle imprese»: al centro del discreto avvicinamento tra il RN e i grandi imprenditori. franceinfo.fr, 30 aprile 2026.

[5] Jules Torres: Jordan Bardella, presidente del RN: «Non mi vergogno della mia azienda». lejdd.fr, 25 aprile 2026.

[6], [7] Elsa Conesa: Jordan Bardella è stato ricevuto dall’ambasciatore tedesco in Francia, una prima assoluta per il presidente del Rassemblement National. lemonde.fr 08.05.2026.

[8] «Faremo prevalere il diritto nazionale su quello europeo». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 13 maggio 2026.

Rassegna stampa tedesca, 74a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Sembra che proprio Merz, l’antipodo della Merkel, sia passato alla modalità Merkel. Manca solo
che annunci di volersi avvicinare d’ora in poi all’obiettivo prefissato a piccoli passi. Vede la
montagna di riforme che si è accumulata fino a diventare una catena montuosa, così alta che
anche a giugno sarebbe ancora coperta di neve. La cordata nero-rossa ha già superato i primi
scogli pericolosi con la riforma del diritto d’asilo e quella del reddito di cittadinanza, che da inizio
luglio si chiamerà reddito di sicurezza. Più in alto si trovano una riforma sanitaria non ancora
approvata, una riforma dell’assistenza in fase di bozza, una riforma della legge sull’orario di lavoro
e una riforma dell’imposta sul reddito, che forse potrà essere finanziata solo con un aumento
dell’IVA. Da lì in poi l’aria si fa rarefatta. Lì l’SPD spinge per una riforma del freno all’indebitamento
e l’Unione per una riforma della legge elettorale. E quando, tra pochi giorni, una commissione di
esperti presenterà le sue proposte per la riforma del sistema pensionistico, ci sarà un grave
pericolo di frana.

STERN
11.06.2026
QUANDO SI ANDRÀ AVANTI?
Il cancelliere Merz smorza le aspettative su un grande pacchetto di riforme. La storia dimostra quanto
velocemente falliscano i cambiamenti politici – e cosa si possa imparare da essi
Forse è stato a Pentecoste, quando è scaduta senza esito l’ennesima di quelle tante scadenze. Forse è stata
colpa dell’ultima dichiarazione della sua ministra degli Affari sociali, Bärbel Bas.

Chi sia nel calcio il GOAT, il Greatest Of All Time, è, secondo i cosiddetti esperti, piuttosto
indiscusso: Lionel Messi, rappresentante argentino del dio del calcio. Il mio collega Jan Christoph
Wiechmann lo ha incontrato già nel 2006. All’epoca Messi riusciva a malapena a dire una parola,
aveva 18 anni, era alla vigilia del suo primo Mondiale e borbottava frasi incomplete come «grande
onore» e «grande gioia» e nutriva rispetto per le «macchine» tedesche. Messi voleva
semplicemente giocare, più possibile, meglio era. Così è rimasto fino ad oggi.

STERN
11.06.2026
EDITORIALE

Non dimenticherò mai il 7 luglio 1985: fu il giorno della vittoria a Wimbledon di Boris Becker, un prodigio
diciassettenne dai capelli rossi.

Nei sondaggi l’SPD si attesta tra l’11 e il 13 per cento. Il crollo sotto la soglia del 10 per cento
sembra attualmente più vicino rispetto al magro 16,4 per cento che i compagni hanno ottenuto alle
ultime elezioni federali. E già quello era un risultato storicamente negativo. Non si intravede alcuna
ripresa. Per i due presidenti dell’SPD è un dilemma: da un lato devono trovare compromessi con
CDU e CSU. Dall’altro, i propri membri accusano già ora la leadership dell’SPD di sottomettersi
troppo al partner di coalizione. A ciò si aggiunge la pressione delle tre imminenti elezioni regionali
di settembre: nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, per l’SPD si tratta di difendere la presidenza
del Land. A Berlino, il partito lotta per riconquistare il Rotes Rathaus. E in Sassonia-Anhalt si sta
sforzando, non per la prima volta nella sua storia, di non essere espulsa dal parlamento regionale.

12.06.2026
Prepararsi per il giorno X
Lars Klingbeil e Bärbel Bas dell’SPD devono fare i conti con un partito frustrato. All’interno del partito si
specula già sui possibili successori. Tra questi figurano volti noti

Di Sophie Garbe, Andreas Niesmann
Esistono ancora, gli appuntamenti piacevoli per Lars Klingbeil. Come lunedì sera in un tendone vicino alla
Cancelleria. Una rivista di PR assegna dei premi ai politici, il veterano dell’SPD Franz Müntefering riceve il
riconoscimento per la sua opera di una vita.

La Germania soffre sotto la tirannia degli anziani. Gli interessi delle generazioni che subentrano
vengono messi in contrapposizione con i presunti bisogni degli anziani. La denuncia dei giovani,
secondo cui sarebbero sistematicamente discriminati, è giustificata. L’accordo di coalizione tra
CDU e SPD ne è pieno. Gli accordi dei governi precedenti non erano migliori.

12.06.2026
EDITORIALE
La tirannia degli anziani
Da decenni il dibattito politico si svolge lungo la linea di demarcazione tra ricchi e poveri. In realtà, è un
altro conflitto a minacciare il futuro del Paese

Di Christian Reiermann
È nella natura delle società che invecchiano che i loro dibattiti politici finiscano col tempo per logorarsi. La
lotta della coalizione nero-rossa per la riforma del sistema fiscale e della previdenza sociale ne fornisce un
chiaro esempio.

Il governo federale spera che l’economia tedesca si riprenda dal recente shock dei prezzi del
petrolio e torni a crescere in modo leggermente più forte nel 2027. L’Handelsblatt Research
Institute (HRI) dipinge un quadro più cupo. Le conseguenze della guerra in Iran dovrebbero
diventare sempre più visibili dopo l’inizio d’anno sorprendentemente forte del 2026: sotto forma di
difficoltà di approvvigionamento, prezzi energetici più elevati e costi di produzione in aumento. Già
nel secondo trimestre l’economia ristagnerà quindi. Per il terzo e il quarto trimestre, l’HRI prevede
un leggero calo della performance economica: la Germania scivolerebbe quindi nuovamente in
una recessione tecnica. La fine della spinta alla globalizzazione durata due decenni, la
trasformazione dell’approvvigionamento energetico e il rafforzamento dei concorrenti cinesi
rappresentano un pericolo acuto per il modello economico tradizionale dell’economia tedesca. Il
settore privato è attualmente travolto da un’ondata di fallimenti che distrugge attività imprenditoriali,
posti di lavoro, capitale umano.

12.06.2026
PREVISIONI CONGIUNTURALI HRI: la Germania
scivola nuovamente in recessione
Dopo un inizio d’anno piuttosto positivo, l’economia tedesca tornerà a contrarsi nella seconda metà
dell’anno. Il commercio estero, un tempo fiorente, sta diventando un grave problema

Di Dennis Huchzermeier, Bernhard Köster, Axel Schrinner – Düsseldorf
L’Handelsblatt Research Institute (HRI) ha nuovamente rivisto al ribasso le sue previsioni economiche per la
Germania. Per l’anno in corso, gli economisti prevedono, in linea con il governo federale, una crescita
economica reale dello 0,5%; per il 2027, tuttavia, si aspettano solo un aumento molto modesto dello 0,3%.
Tre mesi fa, gli economisti dell’HRI prevedevano ancora una crescita dello 0,7 e dello 0,8%.

Molti economisti temono che le conseguenze economiche più gravi della guerra con l’Iran debbano
ancora arrivare. Il nuovo presidente del World Economic Forum ritiene che alcune conseguenze
economiche di una guerra con l’Iran siano state sottovalutate. Parla dei nuovi rischi legati alla crisi
dello Stretto di Hormuz e dei margini di manovra dell’Europa.

12.06.2026
«Potrebbe esserci un ulteriore inasprimento
della situazione»
Il nuovo presidente del World Economic Forum ritiene che alcune conseguenze economiche di una guerra
con l’Iran siano state sottovalutate. Parla dei nuovi rischi legati alla crisi dello Stretto di Hormuz e dei
margini di manovra dell’Europa

Di Annett Meiritz, Tom Thiele Berlino
Alois Zwinggi è presidente del World Economic Forum dal marzo 2026. Dal 2010 ha ricoperto diverse
posizioni dirigenziali presso il WEF.

Il Trumpator potrà anche cambiare le sue frasi più velocemente di quanto un bambino cambi i suoi
giocattoli, ma non rinuncerà a Ramstein ecc. Perché le guerre “interessanti” sono a migliaia di
miglia dall’America. Per puro interesse personale, l’America protegge gli europei, i presunti “free
rider”. I due principali rivali, Cina e Russia, non dispongono di nulla di paragonabile. Trump vuole
punire gli europei, non mettere a rischio la posizione di potenza mondiale degli Stati Uniti. Trump,
però, agisce come Arnold Schwarzenegger nei panni del “Terminator”. Conduce guerre tariffarie
contro gli amici, li ricatta e smantella le istituzioni internazionali. In questo modo non si crea né
legittimità né potere “morbido”. Winston Churchill predicò ad Harvard nel 1943: «Il prezzo della
grandezza è la responsabilità».


12.06.2026
SAGGIO
Gli Stati Uniti hanno bisogno della Germania
Nonostante tutti gli attacchi contro i «parassiti»: il presidente americano Trump non abbandonerà i suoi
alleati europei. Perché noi abbiamo qualcosa di cui la potenza mondiale americana non può fare a meno

Donald Trump, nemico della NATO, ha colpito ancora una volta scatenando i soliti riflessi di paura:
«Rivelata la lista dei martelli», «Per l’Europa sarà dura», «Il ritiro di Trump dalla NATO colpisce duramente
l’Europa», recitano i titoli.

Per gli israeliani, questa vicenda dimostra che Trump usa due pesi e due misure. Mette anche in
evidenza che il tono tra i partner, che fino a poco tempo fa apparivano come alleati inseparabili, sta
diventando sempre più aspro. «Times of Israel» ha scritto che il rapporto tra Stati Uniti e Israele ha
raggiunto un nuovo punto di minimo 100 giorni dopo l’inizio della guerra comune. La “fratellanza”
tra Trump e Netanyahu, durata dieci anni, sembra trovarsi in una grave crisi. Si tratta di un
allontanamento che ormai ha coinvolto entrambe le sponde dell’Atlantico. Il sostegno a Israele è
sempre stato negli Stati Uniti una questione trasversale. Ma ora non è più così. Gli interessi dei
partner nella guerra contro l’Iran divergono sempre più. Anche la popolazione israeliana si sente
sempre più abbandonata dal partner americano.


12.06.2026
Resoconto di un allontanamento
Con insolita durezza, Donald Trump prende le distanze da Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano
minimizza la controversia definendola una «divergenza tattica». Ma gli interessi dei due capi di governo si
stanno allontanando, toccando questioni esistenziali

Di CLEMENS WERGIN
Che differenza possono fare 48 ore. Quando domenica l’Iran ha lanciato una raffica di missili balistici contro
Israele, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cercato con veemenza di dissuadere Israele dal
contrattaccare.

Mediatori pakistani e qatarioti si recano regolarmente a Teheran per consegnare le bozze di testo
americane e ricevere le modifiche iraniane. Si dice che a volte circolino contemporaneamente
bozze diverse e che solo pochi addetti ai lavori sappiano su quale documento si stia negoziando in
quel momento. Le personalità e i vincoli politici di Donald Trump e della Guida Suprema iraniana
Khamenei non facilitano il raggiungimento di un accordo. Entrambe le parti cercano di indebolire la
posizione negoziale dell’altra. Nonostante l’indebolimento militare, Teheran non solo è in grado di
causare danni con i droni nelle regioni immediate del Golfo Persico, ma è anche ancora in grado di
attaccare Israele con i missili. Questo non fa fare bella figura a Trump agli occhi dell’opinione
pubblica americana. La sua incostanza non facilita le cose: in vista delle elezioni congressuali in
autunno, egli vuole almeno un accordo provvisorio con Teheran.


12.06.2026
Negoziare con la forza bruta
Donald Trump vuole costringere l’Iran a un accordo con le bombe. Ma il regime di Teheran sembra
determinato

Di Friederike Böge, Istanbul, e Majid Sattar, Washington
Da più di due mesi Teheran e Washington si scontrano su una misera dichiarazione d’intenti, che per ora
dovrebbe solo riaprire lo Stretto di Hormuz.

Quando il Parlamento discute questioni di bioetica e di etica medica, non c’è vincolo di partito. I
deputati sono tradizionalmente vincolati solo alla propria coscienza quando si tratta, ad esempio, di
modificare le condizioni per la donazione di organi o la gestione dei test prenatali. In questi casi si
formano gruppi interpartitici di deputati che cercano di convincere più della metà dei deputati della
loro causa. Ma che dire dell’AfD? Ormai rappresenta quasi un quarto dei deputati. Il presidente del
Consiglio etico, Helmut Frister, afferma di non ritenere riprovevole che nelle votazioni di etica
medica si formino maggioranze che non sarebbero possibili senza i deputati dell’AfD.


12.06.2026
Quando il muro di contenimento raggiunge i propri limiti
Il presidente del Consiglio etico non ritiene riprovevole il raggiungimento di maggioranze con l’AfD su
questioni etiche delicate

Di Paul Gross
Di norma, i discorsi al Bundestag hanno una funzione puramente di facciata. Il loro scopo è quello di
illustrare in modo incisivo la posizione del proprio gruppo parlamentare, evidenziare le carenze
dell’avversario politico e attirare l’attenzione.

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