Italia e il mondo

Deus insanit cuius voluit perdere _ di WS

Questo articolo https://italiaeilmondo.com/2026/08/05/lestate-in-cui-mori-la-pace-_-ddi-peter-hanseler/

riporta benissimo il mio punto di vista che ho espresso qui fin da l’ inizio dello SMO; ne condivido pienamente la analisi geopolitica, tanto che potrei dire addirittura che abbia espresso il mio pensiero molto meglio di quanto ho fatto io!

Ho apprezzato anche la finezza di aver messo il “fattore finanziario” tra quelli che stanno determinando questa “ terza guerra mondiale” . Ma siccome io non sono uno svizzero ( come presumo sia questo Peter Hanseler) io non ho remore a definirlo il “fattore” determinante perché tutti gli altri ne sono solo “ conseguenti”o “contingenti”.

Se infatti come POTUS non ci fosse stato Trump ci sarebbe stato un altro a controfirmare le sue stesse “mosse” geostrategiche; quelle russe e iraniane non sono “azioni” ma “ reazioni” spesso anche totalmente involontarie perché, di sicuro, Putin aveva bisogno di più tempo per affrontare questa “guerra” e di sicuro lui in questo “ballo” non ci trova nessun gusto.

La “fine della diplomazia” poi è incominciata tanto tempo fa, di sicuro col pretestuoso attacco alla Serbia fatto al di fuori di ogni consesso internazionale , sebbene oggi la cosa sia resa evidente dal vedere un Lavrov, l’ ultimo dei veri diplomatici, ormai costretto a dover “trattare” con degli inaffidabili “procacciatori di affari “ e, peggio ancora, l’abbiamo visto con i “falsi colloqui” usati dagli USA per coprire i suoi attacchi a sorpresa.

E questo è un danno enorme perché nessuno potrà mai più fidarsi di un accordo con “l’ Occidente”; questo rende tutti i conflitti fomentati da “l’ Occidente” irrisolvibili se non con la sola capitolazione/annientamento di uno dei due contendenti.

Iran e Russia infatti ora sanno che con questi nemici non ci sarà “pareggio”.

E visto che ormai le due guerre si stanno “saldando”, perché questo vogliono i VERI “ agenti” di questa tragedia ( e speriamo quindi il più tardi possibile) , io do un solo nome a questo “motore di guerra” , e lo chiamo U$rael , dalle due , tre facce principali con cui esso agisce .

E uso questa crasi già da tanto tempo per questo “ircocervo” che , come nella dea Kalì, ha tante “ braccia” ma “la testa” è una sola; ed è una entità presente nella storia umana da ben prima che le sue attuali “braccia “ comparissero nella Storia.

Ma torniamo all’ argomento di oggi aggiungendo però che, dopo tante lodi a Hanseler, io non condivido le sue troppo “ottimistiche” conclusioni .

Perché, purtroppo, questa è una guerra esistenziale “e i prevedibili “ effetti a lungo termine” riportati da Peter Hanseler, sebbene siano l’ovvia e razionale conclusione della PAZZIA che stiamo osservando/subendo , non saranno mai accettati da chi questa avventura l’ ha imposta a tutti quanti NOI

Perché mosse razionali presuppongono giocatori razionali.

E noi (pochi) infatti sappiamo quanto sia stato razionale l’ ammonimento di Putin a non minacciare di morte la Russia perché LUI “non avrebbe saputo che farsene di un mondo senza la Russia ” .

Ma immaginatevi allora quanto ancor meno saranno disposti questi pazzi scatenati ad accettare un mondo di cui LORO non ne saranno più i padroni . 

Alla base infatti di questa LORO “guerra alla Russia” c’ è l’ irrazionale convinzione che la Russia non avrebbe mai reagito con il “nucleare”. Ed in effetti Putin , che, ripeto, è un giocatore razionale, farà di tutto , finché lo potrà, per NON ricorrere a questa “risposta”.

Come infatti ho spiegato tante volte ,Putin vuole solo la SOPRAVVIVENZA della Russia e la sua “ vittoria” sarà solo non uscire sconfitto ( e rimanere vivo ! ) da questa guerra.

Ma “un pareggio” è impossibile se non come “momentanea tregua”; questa guerra prosegue proprio perché “l’ occidente combinato” si impegna sempre di più a infliggere alla Russia una ” sconfitta strategica ” ( cioè in sostanza la capitolazione / dissoluzione della Russia ) e così questa guerra diventa sempre più “esistenziale” anche per “ l’ attaccante”.

Se ad esempio alla Russia nel 2014 era bastato “tenersi la Crimea” e nel 2022 bastava respingere la NATO-Ucraina fuori dal Donbas , alla Russia ora è necessaria la scomparsa di questo stato fasullo NATO-terrorista chiamato Ucraina

Ma così, più la Russia respinge indietro la NATO e più la NATO le si avvicina minacciosa da tutti i lati. E’ sicuro infatti oramai che liquidata la NATO-Ucraina la Russia dovrà quantomeno “ contenere poi il revanscismo tedesco almeno cacciandolo fuori dalla Lituania con la iena polacca che allora si contenterà di ingoiare la Galizia.

Ma a quel punto la NATO avrà perso l’ attuale geometria con contraccolpi in tutta la U€ e conseguente distruzione della architettura da LORO data all’ €uropa dopo il 1991; tutto ciò sarebbe una effettiva “ sconfitta strategica” di U$rael che la Russia avrebbe ottenuto usando solo “metodi convenzionali”.

Ma allora LORO , che non sono giocatori razionali, non avrebbero questa remora; quando si vedessero ormai perdenti sul tavolo delle (loro) ” guerre convenzionali” passerebbero al “nucleare” e a quel punto più nulla potrebbe fermare l’ Armageddon.

Ed io credo che questo tipo di “exit strategy ” la vedremo per prima non in €uropa ma in Iran, perché questo “nuovo Iran” , che U$rael , nella propria pazzia ha forgiato con i propri crimini di guerra, sarà il primo osso che gli si bloccherà in gola e a cui LORO allora , presi dal panico, reagiranno con quella ” opzione Sansone”. che hanno sempre contemplato di applicare a TUTTI gli altri.

La questione quindi è molto grave perche U$rael , questo pazzo scatenato, se perde sicuramente “ andrà al nucleare” , ma resterebbe altrettanto mortale lasciarlo , non dico “vincere”, ma anche solo “pareggiare” con un qualsiasi accordo che DOPO sarebbe sicuramente violato come TUTTI quelli “ di prima”.

E saranno gli iraniani a doversi misurare per primi con questo forsennato; ma pazzi sarebbero anche russi e cinesi a lasciare l’ Iran senza aiuto contro una simile “belva”.

Perché “ Deus insanit cuius voluit perdere ” dice il famoso aforisma ma qui “perderemo “ TUTTI e quindi l’ unica strategia è solo ritardare “l’inevitabile” sperando in un qualche “miracolo”; altre soluzioni non ci sono.

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Se Andy Burnham dovesse fallire, sarebbe la fine del Partito Laburista _ di Jacobin Markus Barnett

Se Andy Burnham dovesse fallire, sarebbe la fine del Partito Laburista

 Andy BurnhamRegno Unito

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Andy Burnham afferma di voler porre fine a 40 anni di neoliberismo. Ma con lui come primo ministro, il Partito Laburista non ha più molto tempo per dimostrare di stare dalla parte delle classi popolari.

Fonte: Jacobin, Marcus Barnett
Tradotto dai lettori del sito Les-Crises

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Due recenti elezioni suppletive nel nord-ovest dell’Inghilterra hanno visto un movimento socialdemocratico radicato a livello locale mobilitare gli elettori della classe operaia e sconfiggere l’estrema destra. Il Partito Laburista può ancora fermare Nigel Farage, se trarrà insegnamento da queste campagne. (Ryan Jenkinson / Getty Images)

Dopo settimane di dichiarazioni al vetriolo da parte di deputati laburisti anonimi, membri dello staff del partito, sindacalisti e esponenti della City di Londra, Keir Starmer si è dimesso piagnucolando. In piedi dietro un leggio davanti al numero 10 di Downing Street, un leader dall’aria sconvolta ha annunciato le sue dimissioni. La sua unica consolazione derivava dal ruolo che aveva svolto nella trasformazione del partito stesso, o meglio nella neutralizzazione della precedente leadership: si è detto orgoglioso di aver trasformato il Partito Laburista da un partito «in bancarotta politica, finanziaria e morale» sotto Jeremy Corbyn a un partito che «si schierava nuovamente con orgoglio al fianco della nostra bandiera nazionale, e non più in opposizione ad essa».

Alcuni avrebbero voluto che Starmer rimanesse in carica. A seguito delle elezioni locali di maggio, che hanno visto i risultati del Partito Laburista crollare sotto il peso dell’ultimo scandalo che ha coinvolto Peter Mandelson, figura di spicco del partito più volte screditata, alcuni deputati che ostentavano apertamente il proprio patriottismo, come Samantha Niblett e Mike Tapp, hanno difeso con vigore Starmer sui media. Morgan McSweeney, ex capo di gabinetto di Starmer, che si era dimesso in seguito al caso Mandelson, è tornato per proporre una strategia ai sostenitori di Starmer. Ai collaboratori fedeli è stata comunicata l’intenzione di Starmer di contrastare qualsiasi contestazione della sua leadership facendo leva sui risultati ottenuti. In realtà, questi lo rendevano il primo ministro più impopolare da quando esistono i sondaggi.

Questa visione utopica si è infine dissolta dopo la schiacciante vittoria di Andy Burnham, sindaco della Grande Manchester, alle elezioni suppletive di Makerfield. Tra cartelloni e volantini che incitavano a votare «per Andy, per noi», i simboli del Partito Laburista erano difficili da individuare in questo ex bacino minerario. In realtà, il programma del candidato laburista non poteva essere più in contrasto con quello di Starmer. Nei suoi discorsi, Burnham ha chiesto la reindustrializzazione del nord dell’Inghilterra e il controllo pubblico dei principali servizi di interesse generale. Nel collegio elettorale in cui George Orwell aveva soggiornato per le sue ricerche su *The Road to Wigan Pier* [In *The Road to Wigan Pier*, G. Orwell descrive le condizioni di vita della classe operaia del nord dell’Inghilterra negli anni ’30, NdT], Burnham ha attaccato il Partito Laburista, rimproverandogli il suo allontanamento dalle comunità operaie, e ha chiesto di porre fine a «quarant’anni di neoliberismo».

Burnham ha infine vinto le elezioni a Makerfield con il 55% dei voti, ovvero con un vantaggio di oltre il 20% su Robert Kenyon, candidato del Reform UK di Nigel Farage, che poche settimane prima aveva dominato le elezioni locali in quel collegio elettorale. Il successo di Burnham potrebbe rendere questa elezione suppletiva una delle più decisive della storia britannica. Lunedì scorso, a bordo di un treno privatizzato diretto a Londra che era talmente in ritardo da poter giustificare una richiesta di risarcimento, è tornato a Westminster.

La domanda è se riuscirà a replicare a livello nazionale la svolta osservata a Makerfield e a recuperare ciò che il Partito Laburista ha perso.

Creare nuovi perdenti

La vittoria di Burnham ha già sconvolto le certezze consolidate della politica britannica. Anche se Starmer e i suoi alleati sono stati i primi a subire in modo più intenso e immediato le conseguenze di questo scrutinio, la battaglia elettorale di Makerfield ha fatto precipitare anche il partito Reform UK di Farage in una grave crisi. Da anni, la riluttanza del Partito Laburista ad affrontare i problemi dei quartieri popolari devastati dal thatcherismo costituiva un terreno fertile ideale per le politiche dell’estrema destra. Con la sua impopolarità in rapida ascesa, Starmer era un vero e proprio regalo per il partito di Farage. Reform UK è riuscito facilmente a trasformare la rabbia degli ex bastioni laburisti in voti a proprio favore. Recentemente ha persino incoraggiato i sindacati a unirsi alle sue file.

La vittoria di Burnham ha sconvolto le certezze consolidate della politica britannica.

A Makerfield, Reform ha incontrato delle difficoltà. Il suo candidato, Kenyon, un idraulico locale, ha subito un crollo nei consensi a seguito delle rivelazioni relative alle sue dichiarazioni misogine su Internet. Un’ulteriore pressione è arrivata da Restore Britain, una scissione di estrema destra nata da Reform che ha frammentato il voto anti-laburista e provocato scontri accesi nelle strade del collegio elettorale. Farage non è riuscito a nascondere la sua delusione, rivolgendosi direttamente ai sostenitori di Restore in un video poche ore dopo l’annuncio dei risultati. Informazioni anonime provenienti dall’ala «dell’establishment» di Reform hanno esortato Farage a licenziare il portavoce Zia Yusuf, temendo che potesse far sbandare il partito verso destra.

Una simile inversione di rotta sarebbe catastrofica per Farage. Anche se gran parte della base più militante di Reform aspira a una politica fascista che predica la guerra razziale e la «rimigrazione», le maggiori difficoltà elettorali di Farage provengono ormai dalla sinistra. È la seconda volta che Reform non riesce a conquistare un collegio elettorale chiave, dopo la recente sconfitta nel vicino collegio di Gorton e Denton, dove Hannah Spencer, del Partito dei Verdi, anch’essa idraulica, ha battuto Matt Goodwin, di Reform. Sebbene la composizione demografica dei due collegi elettorali sia diversa, in entrambi i casi una rivolta socialdemocratica radicata a livello locale ha sconfitto in modo decisivo Reform, dimostrando che il disincanto e la disperazione di cui si nutre Reform possono essere reindirizzati.

Mentre gli imprevisti di Westminster esercitano una nuova pressione su Burnham, quest’ultimo farebbe bene a tenere a mente queste lezioni.

La rivincita del “burnhamismo” parlamentare

Il percorso politico del nuovo deputato di Makerfield è ben tracciato. Nato nel 1970 in una famiglia operaia di Liverpool, ha ricoperto la carica di consulente politico e diversi incarichi legati al governo prima di diventare deputato nel 2001. Fedele al New Labour, ha votato a favore della guerra in Iraq e ha sostenuto la privatizzazione del Servizio sanitario nazionale (NHS). Mentre rappresentava il governo alla cerimonia commemorativa del 2009 in onore delle vittime della tragedia di Hillsborough, è stato fischiato dalla folla. In seguito ha definito quell’episodio un momento decisivo, che lo ha portato a rendersi conto del divario che separava il governo laburista dalla gente comune tra cui era cresciuto.

Dopo aver subito due sconfitte contro Ed Miliband e Jeremy Corbyn nelle elezioni per la leadership del Partito Laburista, Burnham ha lasciato il Parlamento nel 2016 insieme al collega deputato Steve Rotheram, denunciando l’isolamento e l’inefficienza di Westminster. Mentre Rotheram si candidava a sindaco della regione di Liverpool e vinceva le elezioni, Burnham è diventato sindaco della Grande Manchester.

In questa carica, Burnham ha assunto una posizione decisamente di sinistra. Si è opposto alla mossa parlamentare del 2016 contro Jeremy Corbyn, ha sostenuto le amministrazioni comunali di sinistra di Preston, Salford e Barcellona e ha difeso politici socialisti come Ian Byrne e Jamie Driscoll quando erano oggetto di misure repressive da parte del partito di Starmer. Ha ottenuto un successo significativo nella lotta contro la crescente crisi dei senzatetto a Manchester e ha assicurato il controllo comunale sui servizi di autobus regionali, una misura che rappresenta una svolta per migliaia di lavoratori.

Come potrebbe essere un programma alla Burnham? Se ne può avere un’idea in *Head North* [Verso Nord], il suo audace (e in qualche modo singolare) manifesto per una Gran Bretagna radicalmente riformata. Tra le sue rivendicazioni volte a «rifondare» il Paese figurano la demercificazione dell’alloggio e della sanità («il diritto all’essenziale»), una strategia industriale su scala nazionale, un notevole rafforzamento dei poteri degli enti locali e l’abolizione del sistema di disciplina di partito che costringe i deputati a seguire la linea del proprio partito.

Molti sperano che l’opera *The Productive State* [Lo Stato produttivo], di Mathew Lawrence, membro del think tank di sinistra Common Wealth, possa apportare un vero e proprio equilibrio intellettuale. Questo opuscolo affronta senza mezzi termini la realtà, denunciando ciò che vivono milioni di britannici per i quali «la precarietà è diventata uno stato permanente», mentre troppi servizi essenziali, dall’alloggio all’energia, passando per l’acqua e il sistema sanitario, sono gestiti secondo una logica di profitti esorbitanti.

Secondo Lawrence, ciò crea un «incentivo alla privatizzazione»: le aziende prelevano somme esorbitanti dal denaro dei cittadini comuni per servizi di prima necessità, mentre lo Stato è costretto a sovvenzionare la povertà che ne deriva attraverso il sistema delle prestazioni sociali. Per qualsiasi tentativo volto a invertire il crollo sociale generalizzato della Gran Bretagna, sostiene Lawrence, è necessario porre fine al rapporto compiacente che il Paese intrattiene con l’esternalizzazione massiccia e la privatizzazione, a favore di «uno Stato che possiede, investe e fornisce i mezzi per rendere la vita accessibile».

Se Burnham parla di conquistare il sostegno degli elettori della classe operaia, ciò difficilmente potrà avvenire invocando il rientro nell’Unione europea.

Considerata la sua dichiarata adesione al programma elettorale del Partito Laburista del 2024 e alle regole di «austerità di bilancio» che egli stesso si è imposto, introdotte dal primo ministro conservatore David Cameron nel 2011, ci si può chiedere in che misura Burnham potrà realmente portare a termine una trasformazione strutturale. Il mercato obbligazionario si mostra in ogni caso preoccupato riguardo alle sue possibilità: sebbene sia in contatto con l’ex economista della Banca d’Inghilterra Andy Haldane e con Jim O’Neill di Goldman Sachs, nel corso dell’ultimo anno gli investitori non hanno smesso di fornire informazioni ai giornalisti con l’obiettivo di alimentare i timori del mercato di fronte a un’eventuale ascesa di Burnham alla carica di primo ministro.

C’è anche un’altra questione fondamentale. Se Burnham parla di conquistare gli elettori della classe operaia, ciò difficilmente può avvenire invocando il rientro nell’Unione europea. Lo stesso Burnham ha accennato a questa idea durante il congresso del partito dello scorso anno. In definitiva, però, ciò equivale a concentrarsi su un tema di grande interesse che mobilita una parte della base militante del Partito Laburista, a scapito di un notevole indebolimento degli sforzi volti ad appianare le divisioni nate dal referendum del 2016 e dimostrando che il Partito Laburista non sta nemmeno cercando di ascoltare gli elettori che ha perso.

I nemici interiori

Anche l’ala destra del Partito Laburista, che lo disprezza da oltre un decennio perché ritiene che le sue critiche nei confronti del New Labour e il suo rifiuto di unirsi all’attacco contro Corbyn costituissero un tradimento, è preoccupata per Burnham.

Si va da innumerevoli commenti estremamente personali, come ieri, quando una “fonte laburista” anonima lo ha definito un “piccolo topolino piagnucoloso”. Durante le elezioni suppletive di Makerfield, lo stesso Tony Blair ha accusato Burnham di «giocare con il fuoco» allontanando il Partito Laburista dal centro, il che ha spinto Burnham a ribattere che Blair «non aveva menzionato nemmeno una volta le disuguaglianze» e che «se non capite in che modo ciò determini la politica attuale […] allora non capite cosa sta succedendo». Ma la rabbia ha raggiunto il culmine lo scorso anno, quando i membri di destra del Comitato esecutivo nazionale (NEC) del Partito Laburista hanno posto il veto alla candidatura di Burnham alle elezioni suppletive di Gorton e Denton. In una «dimostrazione di forza» che ha messo in evidenza la fragilità dello «starmerismo», il fatto di mettere Burnham fuori gioco ha fatto sì che un voto a favore del Partito Laburista fosse interpretato come un sostegno personale a Starmer.

Di conseguenza, i Verdi hanno ottenuto una vittoria parlamentare senza precedenti, mentre nelle elezioni locali di maggio sono andati persi 1.500 seggi comunali del Partito Laburista. Quando è arrivato il momento per Burnham di candidarsi a Makerfield, coloro che lo avevano ostacolato sapevano che lo stesso stratagemma non avrebbe funzionato due volte. Troppe figure di spicco all’interno del Partito Laburista vedono ormai i buoni risultati di Burnham nei sondaggi di opinione e lo considerano l’unica opzione per la sopravvivenza del partito.

Sia i sondaggi d’opinione che i risultati elettorali dimostrano che gli elettori condividono le idee e la visione di Burnham. Ma il Partito Laburista non può sopravvivere solo grazie a questa dinamica.

In realtà queste questioni interne non scompariranno come per incanto. Lungi dall’essere determinati a «far vincere il Partito Laburista» in qualsiasi forma, molti all’interno del partito hanno dimostrato la loro fedeltà a una politica estremamente impopolare e destinata al fallimento, che mira principalmente a trasformare il Partito Laburista in un’organizzazione al servizio degli interessi delle grandi imprese. Tra i nuovi laburisti eletti nel 2024, almeno settanta sono stati lobbisti professionisti, molti dei quali hanno lavorato per aziende idriche, colossi del gioco d’azzardo e promotori immobiliari. Si tratta di più del doppio del numero di deputati che hanno ricoperto cariche sindacali e costituisce una percentuale non trascurabile di personalità che se vivessero in un paese più prospero si troverebbero in condizioni meno agiate.

A suo merito, Burnham si è circondato di parlamentari come Anneliese Midgley, figura sindacale di grande esperienza, e Louise Haigh, ex segretaria di Stato ai Trasporti, che ha svolto un ruolo determinante nella lotta per la rinazionalizzazione delle ferrovie britanniche (e che, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe incaricata di decidere sulle nomine ai posti ministeriali in un governo Burnham). Ma l’apparente vicinanza di Burnham all’ex deputato di Makerfield, Josh Simons, il quale ha ceduto il proprio seggio a Burnham dopo essere stato oggetto di particolare attenzione a causa del suo presunto ruolo nell’organizzazione della sorveglianza e della diffamazione nei confronti di giornalisti anticorruzione, ha sollevato interrogativi, così come l’ipotesi secondo cui un governo Burnham potrebbe vedere il ritorno sulla scena politica di David Miliband, esponente dell’ala ultra-centrista.

L’ultima possibilità del Partito Laburista

Per il futuro del Partito Laburista è fondamentale risolvere queste contraddizioni. La vittoria di Burnham a Makerfield ha dimostrato che il Partito Laburista può certamente riconquistare la fiducia dei cittadini, ma solo se è disposto a riconoscere onestamente quanto si sia allontanato dalla sua base sociale nel corso degli anni e a opporsi alla perdita di influenza delle comunità che lo hanno creato. Un servizio sanitario nazionale (NCS) che semplificherebbe notevolmente la vita di milioni di persone, o un settore idrico nazionalizzato che consentirebbe di risparmiare centinaia di sterline sulla bolletta: ecco il tipo di proposte che non hanno bisogno di essere pubblicizzate o accompagnate da una comunicazione sofisticata per essere giustificate. Queste riforme saranno chiaramente percepite come un evidente progresso dalla popolazione.

Insieme a una serie di modifiche legislative a favore dell’organizzazione sindacale, sulla scia della legge sui diritti del lavoro approvata lo scorso anno, queste misure concrete potrebbero consentire al Partito Laburista di costruirsi una base fedele per i decenni a venire. Un Partito Laburista coeso e riconoscibile, che ispiri fiducia e le cui figure di spicco siano chiaramente identificabili. Nelle regioni in cui il voto laburista era un tempo «preso in considerazione ma non conteggiato», non si sottolineerà mai abbastanza il disprezzo che milioni di persone provano nei confronti di un partito che, in televisione, associano a Blair, Starmer e Mandelson e, nei loro quartieri, a feudi corrotti e autoritari guidati da amministratori locali incompetenti.

Questo sentimento si è sviluppato nel corso di decenni e oggi esistono diverse generazioni di elettori provenienti dalla classe operaia che non provano alcuna affinità, né organizzativa né emotiva, nei confronti del Partito Laburista. Non hanno mai visto questo partito agire chiaramente nel loro interesse a scapito di altri gruppi e non hanno alcun ricordo di un’epoca in cui esso avesse un’immagine o un comportamento diversi.

Questa situazione non può durare. Sia i sondaggi d’opinione che i risultati elettorali dimostrano che la popolazione condivide il sentimento e la visione di Burnham. Ma il Partito Laburista non può sopravvivere solo grazie a questa dinamica. Se sperpera questa immensa buona volontà e si dimostra incapace di contrastare il declino britannico tanto quanto i governi precedenti, i quartieri popolari che votano per Reform e che attualmente sono disposti ad ascoltare Burnham si sentiranno traditi. Finirà per essere odiato quanto Starmer (forse anche più rapidamente), vedrà il Partito Laburista scomparire come forza elettorale significativa e garantirà una maggioranza schiacciante a Nigel Farage alle prossime elezioni legislative.

Lo stesso Burnham sembra rendersi conto che si tratta dell’«ultima possibilità di cambiamento» per il Partito Laburista. Poiché un fallimento equivarrebbe a cedere il potere al governo più reazionario della storia britannica, speriamo che ne comprenda appieno la portata.

*

Marcus Barnett è responsabile degli affari internazionali all’interno di Young Labour e vicedirettore di Tribune.

Fonte: Jacobin, Marcus Barnett, 23-06-2026

Il richiamo dell’Europa per i lavoratori 

Nonostante le difficoltà sul fronte elettorale, il ritorno nell’UE rappresenta una prospettiva allettante per il partito di Andy Burnham.

A 'Rejoin' placard is seen during the weekly pro-EU and anti

Speciale sul Regno Unito

Foto di Vuk Valcic/SOPA Images/LightRocket via Getty Images

Fraser Myers

4 agosto 2026tre minuti dopo mezzanotte

https://elevenlabs.io/player/index.html?publicUserId=cb0d9922301244fcc1aeafd0610a8e90a36a320754121ee126557a7416405662

Adieci anni dal voto del Regno Unito a favore della Brexit e a cinque anni dall’ufficializzazione della separazione, il colpo è ancora profondamente sentito da molti di coloro che hanno sostenuto la parte perdente. In particolare all’interno del Partito Laburista al governo, molti ex sostenitori della permanenza nell’UE continuano a lasciarsi tentare dal canto delle sirene dell’Unione europea e vedono l’ascesa di Andy Burnham come un’occasione per rimettere sul tavolo la possibilità di rientrare nell’Unione. 

Dopotutto, è stato solo l’anno scorso che Burnham (all’epoca sindaco della Grande Manchester) ha affermato durante un congresso di partito: «Voglio rientrare nell’Unione Europea. Spero di vedere, nel corso della mia vita, questo Paese rientrare nell’Unione europea». Ed è stato solo lo scorso maggio che Wes Streeting (che Burnham ha appena nominato segretario alla difesa) ha dichiarato che «il futuro della Gran Bretagna è nell’Europa — e un giorno, ‌di nuovo nell’Unione europea».

Per ora, sembra che Burnham intenda proseguire con l’approccio di Starmer nei confronti dell’Europa: un “riavvicinamento” delle relazioni per avvicinare gradualmente la Gran Bretagna a Bruxelles, ma senza aderire ad alcuna istituzione dell’UE come il Mercato Unico o l’Unione Doganale, e senza sottoscrivere la “libertà di circolazione” (la più tossica di tutte le politiche dell’UE). Ma se Burnham non fosse entrato a Downing Street senza opposizione — e se ci fosse stata una vera e propria corsa alla leadership del Partito Laburista — non c’è dubbio che l’annullamento della Brexit sarebbe stato in cima all’agenda. 

A prima vista, tutto ciò potrebbe sembrare poco sensato. Gli elettori, sia che abbiano sostenuto l’uscita dall’Unione Europea (Leave) o la permanenza (Remain), sono ora in stragrande maggioranza favorevoli a lasciarsi alle spalle gli anni della Brexit. Per quasi un decennio, la politica britannica è stata dominata dalla questione europea. Riproporre quel dibattito e riaprire le profonde ferite che ha lasciato sembra destinato quasi inevitabilmente a far deragliare qualsiasi governo in carica. 

Anche se dovesse prevalere la fazione pro-UE, il processo di riammissione assomiglierebbe probabilmente a quello di uscita, dominando l’agenda parlamentare e mettendo in secondo piano altre priorità. I negoziati potrebbero trascinarsi per anni. E alla fine, è molto probabile che il Regno Unito si ritrovi con un accordo peggiore di quello che aveva prima dell’uscita. Inoltre, il governo cederebbe la sovranità e il controllo su settori cruciali, dall’immigrazione e dal commercio alla politica sociale e all’ambiente (anche se, come vedremo più avanti, i cinici del Partito Laburista potrebbero considerarlo un aspetto positivo). 

Tuttavia, al di là degli aspetti pratici, una piattaforma a favore del “Rejoin” potrebbe rappresentare una prospettiva vincente in vista delle elezioni? I recenti sondaggi indicano che una stretta maggioranza dei britannici è favorevole al ritorno nell’UE. Ciò non sorprende più di tanto, dopo un decennio in cui i sostenitori del “Remain” hanno attribuito alla Brexit la colpa di tutto e di più, dalla cronica stagnazione economica del Regno Unito alla pandemia di Covid-19. (L’inchiesta ufficiale del Regno Unito sul Covid è iniziata con i funzionari che puntavano il dito contro la Brexit.) I conservatori di Boris Johnson avranno anche portato a termine la Brexit, ma non sono riusciti né a trarre vantaggio dai poteri appena riottenuti né a difendere l’uscita dall’Unione come una questione di principio. 

Ma sondaggi più approfonditi su quali poteri sovrani gli elettori sarebbero disposti a restituire all’Europa raccontano una storia diversa. C’è un’ostilità schiacciante nei confronti dell’idea di concedere alla burocrazia non eletta di Bruxelles voce in capitolo su praticamente qualsiasi settore politico di rilievo. Anzi, se la Brexit fosse sottoposta a un altro referendum, proverei compassione per la fazione favorevole al rientro nell’Unione, chiamata a sostenere la causa del ritorno alla libera circolazione. 

Naturalmente, non dovremmo mai dare per scontato che ciò che vuole la maggioranza — frontiere solide, una nazione democratica e sovrana — abbia poi tanta importanza per gli attivisti laburisti. Inoltre, conquistare la maggioranza è sempre meno essenziale per ottenere il potere politico, a causa del nostro sistema politico multipartitico frammentato. Man mano che la tensione tra la classe operaia e la classe media liberale — i pilastri della base elettorale del Partito Laburista — continua a intensificarsi, molte élite del partito potrebbero cogliere l’occasione per abbandonare la prima, con le sue posizioni socialmente conservatrici e favorevoli alla Brexit, e puntare ancora di più sulla seconda. 

Una piattaforma a favore del “Rejoin” allontanerebbe molti elettori della classe operaia, ma potrebbe consentire al Partito Laburista di conquistare anche gli elettori della classe media, di sinistra liberale e i giovani laureati, sottraendoli ai Liberal Democratici e ai Verdi. Potrebbe persino contribuire a convincere i leader di quei partiti a formare un governo di coalizione, nell’eventualità altamente probabile che il Partito Laburista perda la maggioranza parlamentare dopo le prossime elezioni. Annullare la Brexit porrebbe fine a ogni finzione secondo cui il Partito Laburista sia ancora un partito per chi lavora, ma potrebbe essere appena sufficiente per assicurarsi un altro mandato.

Una spiegazione ancora più cinica della riluttanza a lasciare l’UE è che molti, forse la maggior parte, dei vertici del Partito Laburista in realtà non vedrebbero di cattivo occhio la perdita del controllo sovrano. Il rientro nell’UE significherebbe che politiche come quella delle frontiere aperte potrebbero essere imposte di nascosto, in spregio all’opinione pubblica. In qualità di Stato membro dell’UE, il Regno Unito non solo sarebbe tenuto ad aprire le porte a tutti i residenti dell’Unione, ma dovrebbe anche sottoscrivere quote obbligatorie per i richiedenti asilo. Ciò consentirebbe al Partito Laburista di perseguire la politica massimalista in materia di immigrazione che molti all’interno del partito chiaramente desiderano, pur potendosi lavare le mani di ogni responsabilità.

È la stessa storia con il “Net Zero”. Le politiche climatiche estreme del Regno Unito stanno incontrando un’opposizione senza precedenti, a causa dei loro effetti devastanti sui prezzi dell’energia. Ma se la Gran Bretagna dovesse rientrare nell’UE, gli obiettivi di decarbonizzazione dovrebbero essere rafforzati. Ancora una volta, esponenti di spicco del Partito Laburista di sinistra come Ed Miliband (la scelta di Burnham come ministro degli Esteri) otterrebbero l’azione per il clima che desiderano senza doversi assumere la responsabilità di queste politiche agli occhi degli elettori.

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Tra le altre questioni che il Partito Laburista appoggia e che l’opinione pubblica non condivide figurano la censura online (tramite il Digital Services Act dell’UE) e l’autoidentificazione transgender (l’UE ha multato l’Ungheria per la sua opposizione al cambio di genere da parte dei minori, mentre al Montenegro, paese candidato all’adesione all’UE, è stato imposto da Bruxelles di approvare leggi a tutela dei “diritti dei trans”). Un altro vantaggio dell’adesione all’UE sarebbe quello di rendere queste politiche «a prova di riforma»; così, quando il Partito Laburista verrà estromesso dal potere, i futuri governi non potranno annullarle. 

Il Partito Laburista riuscirebbe a farla franca? Probabilmente no. Il voto sulla Brexit ci ha dimostrato che l’opinione pubblica era stanca di vedere i propri leader sottrarsi alle responsabilità, scaricare la colpa su Bruxelles e sottrarre le principali politiche al controllo democratico. Ma al partito restano poche strade da percorrere se vuole rimodellare la Gran Bretagna a sua immagine: verde, “woke” e tecnocratica. 

Rientrare nell’UE — aggirando così quei fastidiosi elettori — potrebbe essere la mossa migliore per il Partito Laburista per imporre alla nazione la propria visione, profondamente impopolare.

Informazioni sull’autore

Fraser Myers

Fraser Myers è il vicedirettore di con puntee conduttore del podcast “Spiked”.

I leader iraniani dubitano ormai che sia possibile raggiungere un accordo di pace, di Esfandyar Batmanghelidj…e altro

I leader iraniani dubitano ormai che sia possibile raggiungere un accordo di pace

Cosa ho imparato parlando con funzionari e analisti iraniani.

Zolfaghar and Qadr missiles placed in Tehran's Azadi Square

Foto di Fatemeh Bahrami/Anadolu via Getty Images

Esfandyar Batmanghelidj

3 agosto 2026cinque minuti dopo mezzanotte

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La settimana scorsa sono stato invitato a partecipare a un programma condotto da una piattaforma mediatica iraniana indipendente chiamata Azad, specializzata nel promuovere dibattiti tra esperti di politica in Iran e all’estero. Il mio dibattito è stato con Majid Shakeri, che si è fatto conoscere come consulente di politica estera di Mohammad Bagher Ghalibaf (l’attuale presidente del parlamento iraniano) durante l’ultima campagna presidenziale di Ghalibaf. Shakeri ha anche fatto parte della delegazione negoziale che all’inizio di quest’anno si è recata a Islamabad per definire il protocollo d’intesa (ora in fase di stallo) con gli Stati Uniti.

Oggigiorno, ascoltando le interviste di Shakeri, lo si sente insistere sul fatto di non ricoprire alcuna carica ufficiale. Eppure continua a esercitare una certa influenza. La sua visione del mondo, che coniuga – non sempre in modo convincente – i principi di un figlio della rivoluzione con il pragmatismo di un economista accademico, sta prendendo piede a Teheran. Il fatto che io sia stato invitato a conversare con Shakeri riflette il clima intellettuale iraniano, che lascia ampio spazio al dibattito pubblico su questioni politiche, economiche e sociali. È stato inoltre tipicamente iraniano che la discussione sia durata tre ore.

Il nostro dibattito, in sostanza, verteva su quanto pessimismo fosse giustificato riguardo alla guerra. Shakeri, come altri analisti e funzionari iraniani con cui ho parlato nelle ultime settimane, semplicemente non crede che sia possibile raggiungere un accordo con l’amministrazione Trump. Di conseguenza, le sue raccomandazioni per la politica iraniana non sono incentrate sulla massimizzazione delle possibilità di una svolta diplomatica. Al contrario, egli invoca una gestione proattiva della minaccia statunitense in atto.

È interessante notare che non eravamo poi così distanti nella nostra comprensione delle cause della guerra tra Stati Uniti e Iran o della natura della crisi che si sta ora sviluppando nello Stretto di Ormuz. Per molti anni, la divergenza tra l’analisi politica occidentale e quella iraniana rifletteva differenze fondamentali nella visione del mondo. Ma recentemente tali differenze di prospettiva sono diventate meno marcate. L’analisi politica in Iran si è completamente professionalizzata, con think tank, istituti di ricerca e piattaforme mediatiche che adottano le stesse metodologie e modalità delle loro controparti occidentali. Inoltre, le crisi in atto sono diventate più comprensibili. Mentre l’analisi durante la Guerra al Terrorismo si prestava a un notevole grado di esoterismo riguardo alle ideologie e al loro impatto, la crisi che si sta sviluppando nel Golfo Persico è una questione di realtà concrete, tra cui le scorte di missili intercettori e le riserve di petrolio greggio. È più facile per gli analisti essere obiettivi quando tutto ciò che devono fare è contare.

E quando si tratta di diplomazia con gli Stati Uniti, gli analisti iraniani tendono spesso a fare i conti. Contano le volte in cui l’amministrazione Trump ha violato gli accordi o interrotto i negoziati con attacchi militari. Contano i motivi per cui sembra impossibile raggiungere un accordo globale con questa Casa Bianca.

In primo luogo, a livello tecnico, l’amministrazione Trump non è stata in grado di attuare nemmeno le misure di rafforzamento della fiducia più elementari previste dal protocollo d’intesa. Dopo la firma, nessun bene iraniano è stato sbloccato; sebbene inizialmente fosse stata concessa una deroga per consentire le esportazioni di petrolio iraniano, questa non è mai stata pienamente applicata ed è stata infine revocata. I leader iraniani stanno inoltre guardando ad altri contesti. In Venezuela, dove l’amministrazione ha sfruttato il proprio controllo politico totale per esercitare una forte pressione a favore di un impegno economico con gli Stati Uniti, alcune fonti indicano che le compagnie petrolifere americane stanno faticando a fare progressi, anche se Trump continua a vantare i suoi ambiziosi obiettivi di investimento.

In secondo luogo, in ambito politico, gli esperti di politica iraniana rilevano una crescente frattura tra gli schieramenti di Rubio e Vance e giungono alla conclusione che l’amministrazione sia intrinsecamente disfunzionale. Come ha recentemente riportato la NBC, il presidente è «esasperato» perché «non c’è unità» tra i suoi principali collaboratori. Durante gli anni di Biden, la questione era se il presidente fosse in grado di difendere il proprio accordo dai rivali politici al Congresso. Ora, i rivali si trovano all’interno dello stesso gabinetto.

Infine, a livello individuale, si sta diffondendo la sensazione che Trump sia troppo imprevedibile per rispettare gli accordi che lui stesso ha stipulato. Persino l’Arabia Saudita, il Paese mediorientale che, dopo Israele, esercita forse la maggiore influenza alla Casa Bianca, non è riuscita a proteggere il proprio recente accordo sul nucleare dall’incostanza del presidente.

Di fronte a quella che viene percepita come inesperienza e irrazionalità a Washington, i responsabili politici di Teheran stanno faticando a trovare una via d’uscita da questa crisi. I sostenitori della diplomazia sono stati costretti a riconoscere che i colloqui hanno scarse possibilità di successo, pur insistendo sul fatto che l’Iran non può permettersi di sostenere questa guerra ancora a lungo. Per le figure più belliciste come Shakeri, non esistono argomenti validi e convincenti a favore di un impegno diplomatico. Ritengono che la disfunzionalità di Washington continuerà a manifestarsi sotto forma di pressioni economiche e azioni militari contro l’Iran — ed è quindi necessario «vincere» la guerra prima di qualsiasi discussione su nuovi accordi diplomatici, sia con i vicini della regione che con gli Stati Uniti.

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In mezzo agli Stati Uniti e all’Iran si trovano i paesi della regione, che hanno pagato un prezzo altissimo durante gli ultimi sei mesi di combattimenti. Ma si può sostenere che la guerra sarebbe stata ben peggiore se non fosse stato per la forza della diplomazia regionale. Come ho sottolineato a Shakeri, il passaggio dell’Iran a una «politica di vicinato» più costruttiva – una mossa avviata sette anni fa in risposta al ritiro di Trump dal JCPOA e all’imposizione delle sanzioni di «massima pressione» – ha impedito lo scoppio di una vera e propria guerra regionale. Sebbene l’Iran abbia colpito i suoi vicini arabi per rappresaglia agli attacchi statunitensi e israeliani, i paesi della regione sono riusciti a scongiurare un’ulteriore escalation attraverso il dialogo diretto con Teheran. In altre parole, la regione ha cercato di compensare gli errori strategici di Washington per gran parte dell’ultimo decennio, ed è proprio questo approccio compensativo che offre la migliore opportunità per porre fine alla guerra e ripristinare la sicurezza e la stabilità nel Golfo Persico.

In un clima di crescente pessimismo riguardo a ciò che Washington possa fare per risolvere diplomaticamente questa guerra, forse si dovrebbe nutrire un certo ottimismo sulla possibilità di convincere Trump ad allontanarsi del tutto dalla crisi. Se cercasse di intervenire in misura minore, i negoziati in corso tra l’Iran e i suoi vicini regionali offrirebbero agli Stati Uniti un’occasione per ridurre il proprio interventismo militare ed economico nella regione. L’amministrazione Trump dovrebbe fare affidamento sugli alleati regionali — in particolare Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti — per promuovere i propri interessi in modo tale da rispondere anche alle preoccupazioni americane riguardo a una potenziale egemonia iraniana.

Shakeri ha ribadito che l’Iran non consentirà la riapertura dello Stretto di Ormuz finché non vedrà un cambiamento definitivo nella strategia statunitense — non solo un cambiamento tattico. Potremmo sperare che la sua valutazione sia errata, ma anch’io sono scettico sul fatto che la crisi possa essere risolta in altro modo.

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Esfandyar Batmanghelidj

Esfandyar Batmanghelidj è il fondatore e amministratore delegato della Fondazione Bourse & Bazaar.

La vera carenza di munizioni va oltre la guerra in Iran

Gli americani hanno il diritto di sapere se il loro governo sta sprecando la potenza militare che essi stessi finanziano.

Pentagon delays ''THAAD" anti-missile system

(Lockheed Martin)

Jennifer Kavanagh

3 agosto 2026tre minuti dopo mezzanotte

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Frustrato dalla mancanza di progressi nella sua guerra con l’Iran, il presidente Donald Trump è intrappolato in un circolo vizioso fatto di minacce di ritorsione e passi indietro. Ufficialmente, la moderazione di Trump ha lo scopo di dare spazio ai colloqui diplomatici in corso. Ufficiosamente, tuttavia, l’esitazione di Trump ad andare fino in fondo ha una causa più preoccupante: gli avvertimenti del Pentagono riguardo all’adeguatezza delle scorte missilistiche statunitensi. 

La diffusione di tali preoccupazioni, espresse al presidente dal generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore congiunto, ha alimentato due narrazioni ampiamente diffuse: in primo luogo, che gli Stati Uniti abbiano una “carenza” dei missili necessari per continuare a combattere in Medio Oriente; in secondo luogo, che tali informazioni siano state divulgate in modo inappropriato al pubblico e abbiano compromesso la posizione negoziale degli Stati Uniti.

Nessuna delle due versioni è corretta, ma capire perché distorcono la realtà è fondamentale per qualsiasi discussione sui costi della guerra in Iran per gli Stati Uniti.

Partiamo dall’idea che gli Stati Uniti dispongano di un numero insufficiente di missili per continuare la guerra contro l’Iran. Si tratta certamente di un’affermazione falsa. 

L’operazione “Epic Fury” e le settimane di attacchi intermittenti che ne sono seguite hanno comportato un consumo massiccio di armi, tra cui missili di precisione di ultima generazione, intercettori di missili balistici e una vasta gamma di altre munizioni offensive e difensive più economiche. Tuttavia, i limiti delle scorte non rappresentano un problema per molti, se non addirittura per la maggior parte, dei missili presenti nell’arsenale statunitense. 

Ad esempio, gli Stati Uniti dispongono di decine di migliaia di JDAM e di altre munizioni “di riserva” che possono essere sganciate direttamente sul bersaglio. Si tratta di armi poco costose e relativamente facili da produrre. Con le difese aeree iraniane indebolite, il CENTCOM potrebbe portare avanti le proprie operazioni offensive per mesi o addirittura anni affidandosi principalmente a queste armi, sebbene una campagna di questo tipo avrebbe rendimenti decrescenti e non sarebbe priva di rischi.

Esistono motivi più fondati per nutrire preoccupazioni riguardo all’adeguatezza delle scorte statunitensi di munizioni più sofisticate e a più lungo raggio, comprese quelle necessarie per colpire obiettivi difficili da raggiungere e ben difesi, nonché gli intercettori antimissili balistici, utilizzati per difendere le basi e le risorse degli Stati Uniti. Ma anche in questo caso, le informazioni fornite sono spesso fuorvianti. 

Sul fronte offensivo, vi sono preoccupazioni riguardo alle scorte di missili da crociera Tomahawk e del PRSM lanciato da terra, che l’Esercito degli Stati Uniti ha appena iniziato ad acquisire. La guerra ha certamente esaurito le scorte statunitensi di queste armi. Poiché il PRSM è un’arma nuova, l’operazione «Epic Fury» ha probabilmente consumato la maggior parte, se non la totalità, delle scorte disponibili negli Stati Uniti. La campagna ha inoltre assorbito finora circa un terzo dei missili Tomahawk, insieme a quantità minori di altri missili di precisione come il JASSM e l’ATACMS.

Si tratta di cifre considerevoli, soprattutto se si tiene conto della breve durata della guerra. Ci vorranno almeno diversi anni per ricostituire le scorte esaurite, ma quelle degli Stati Uniti sono ben lungi dall’essere esaurite. Anche utilizzando solo queste munizioni di fascia alta, gli Stati Uniti potrebbero continuare a colpire l’Iran per un certo periodo, se decidessero di farlo, e probabilmente esaurirebbero gli obiettivi di valore prima di esaurire i missili. 

Sul fronte della difesa, la situazione è più preoccupante, soprattutto per quanto riguarda gli intercettori di missili balistici. A questo proposito, secondo alcune stime gli Stati Uniti avrebbero esaurito il 60 per cento delle scorte prebelliche, che erano già state ridotte a causa della “Guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno e dei consistenti aiuti militari forniti all’Ucraina. 

Tuttavia, con circa 800 missili Patriot e 250 missili THAAD, gli Stati Uniti potrebbero realisticamente continuare a combattere per un periodo prolungato senza esporre le forze statunitensi nella regione a rischi eccessivi. Ciò è particolarmente vero poiché la frequenza dei lanci di missili balistici da parte dell’Iran è diminuita notevolmente dall’inizio della guerra e potrebbe ridursi ulteriormente se gli Stati Uniti riprendessero i propri attacchi contro le infrastrutture militari iraniane. Queste scorte potrebbero inoltre essere sufficienti più a lungo dando priorità a obiettivi quali strutture critiche o basi con un numero elevato di personale.

In conclusione: sebbene non si debba esagerare la forza delle forze armate statunitensi, non si dovrebbe nemmeno sopravvalutarne la debolezza. Gli Stati Uniti potrebbero continuare a combattere in Medio Oriente. Dispongono della potenza di fuoco necessaria per farlo. Ma ciò non significa che debbano farlo, né che la guerra non abbia avuto conseguenze per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

La vera sfida in materia di munizioni che gli Stati Uniti devono affrontare oggi non riguarda il Medio Oriente o l’Iran. Questi sono i fattori immediati che esercitano pressione sulle scorte statunitensi, ma non ne rappresentano la causa principale. Il vero problema è che per anni gli Stati Uniti non sono riusciti a stabilire le priorità tra i loro numerosi impegni militari né ad affrontare la realtà dei crescenti vincoli alla potenza militare statunitense, convinti di poter essere ovunque e fare tutto senza dover scendere a compromessi. Ora è giunto il momento di pagare il conto di quell’approccio smodato alla politica estera.

Negli ultimi sei mesi, l’amministrazione Trump ha deciso di investire una percentuale significativa della potenza militare americana, sotto forma di munizioni e altre risorse, in un conflitto in Medio Oriente in cui non erano in gioco interessi fondamentali degli Stati Uniti. Così facendo, ha messo a rischio o addirittura compromesso in modo irreparabile la propria capacità di rispondere alle sfide che potrebbero minacciare seriamente tali interessi in futuro.

Ora sembra quasi assurdo, ad esempio, ipotizzare una guerra tra Stati Uniti e Cina su Taiwan o su qualsiasi altro punto caldo nel breve o medio termine. La Cina dispone attualmente di oltre 3.000 missili balistici, più di quattro volte il numero di intercettori Patriot rimasti agli Stati Uniti. Inoltre, in una guerra contro la Cina, le forze armate statunitensi non potrebbero fare affidamento sui JDAM e su munizioni simili, poiché le difese aeree e le capacità missilistiche della Cina sarebbero probabilmente schiaccianti. Se gli Stati Uniti consumassero un terzo delle loro munizioni di precisione di alto livello contro l’Iran in poche settimane di guerra, è improbabile che avrebbero una grande capacità di resistenza in un’eventuale crisi nel Pacifico. 

Certamente, è improbabile che la Cina invada Taiwan nel breve termine, e una guerra degli Stati Uniti contro la Russia in Europa è ancora meno probabile. Tuttavia, almeno per ora, la guerra in Iran ha azzerato il margine di errore degli Stati Uniti e ne ha compromesso la flessibilità strategica. Gli Stati Uniti non potrebbero entrare in nessuno di questi conflitti, né in altri che potrebbero minacciare i propri interessi in modo duraturo, anche se lo volessero. 

Questa è la vera “carenza di munizioni” che gli Stati Uniti devono affrontare oggi: una mancanza di potenza militare e di prontezza operativa necessarie per difendere il Paese in una crisi davvero esistenziale. Washington dispone di armi in abbondanza per continuare a combattere in Iran, ma il suo costoso errore in Medio Oriente ha già di fatto escluso la partecipazione degli Stati Uniti a una serie di altri possibili scenari in cui sarebbero in gioco interessi vitali per l’America. 

In questo senso, è ormai troppo tardi per avviare un dibattito sulla conservazione delle armi o della potenza di combattimento in vista di conflitti futuri. Che gli Stati Uniti saranno più vulnerabili in futuro è ormai un dato di fatto. Gli Stati Uniti potranno ricostituire parte di ciò che hanno perso, ma dovranno anche ridimensionare i propri obiettivi per adeguarli a ciò che è fattibile, dati i mezzi più limitati a loro disposizione.

Il momento giusto per discutere seriamente se valesse la pena mettere a rischio la sicurezza nazionale degli Stati Uniti per una guerra in Iran era già a gennaio. Già allora c’erano preoccupazioni riguardo alle scorte militari e alla prontezza operativa. Alcuni funzionari dell’amministrazione Trump avevano pubblicamente espresso preoccupazioni riguardo alle scorte di armi statunitensi in occasione dei tagli agli aiuti all’Ucraina. Sia sotto Biden che sotto Trump, il Pentagono ha richiesto ingenti somme per espandere la base industriale della difesa, sostenendo che fosse necessario rifornire le scorte di munizioni.

Ecco perché la finta indignazione per la “fuga” di informazioni relative all’esaurimento delle scorte militari statunitensi è così bizzarra e perfida. 

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Le informazioni sull’arsenale statunitense sono ampiamente disponibili nei documenti di bilancio che il Dipartimento della Difesa presenta al Congresso e nelle testimonianze rese davanti al Congresso. L’accessibilità di queste informazioni è una caratteristica del sistema politico statunitense, non un difetto. Se agli americani viene chiesto di pagare più tasse o di rinunciare a dei benefici per sostenere una maggiore spesa militare, hanno il diritto di sapere a cosa serve tale spesa e in che modo li protegge. Hanno il diritto di comprendere i costi opportunità di tale spesa e hanno diritto a un dibattito pubblico approfondito prima che gli Stati Uniti utilizzino la potenza militare che essi finanziano in terre lontane.

I sostenitori della guerra contro l’Iran hanno cercato in ogni modo di eludere questo necessario dibattito pubblico, e l’amministrazione Trump, convinta inizialmente che la guerra potesse essere vinta rapidamente e facilmente, non è stata onesta con il popolo americano riguardo ai suoi costi, non solo in termini di dollari, ma anche in termini di futuri limiti alla potenza militare degli Stati Uniti e delle relative implicazioni.

Mentre il Congresso discute lo stanziamento di 1,5 trilioni di dollari a favore delle forze armate per il prossimo anno, i cittadini americani dovrebbero chiedersi come il Pentagono intenda spendere quei fondi e se tali investimenti contribuiranno a garantire loro maggiore sicurezza o se serviranno solo ad alimentare nuove e dannose avventure militari. Ricevere aggiornamenti accurati su come la guerra in Iran stia influenzando il futuro del Paese non è una “fuga di notizie”, ma una necessità e un diritto.

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Jennifer Kavanagh

Jennifer Kavanagh è ricercatrice senior e direttrice dell’analisi militare presso Defense Priorities. In precedenza è stata ricercatrice senior presso il Carnegie Endowment for International Peace e politologa senior presso la RAND Corporation. È docente a contratto presso la Georgetown University e ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università del Michigan.

Comprendere la Sezione 219

A prescindere da quanto sostengano i suoi sostenitori, la disposizione contenuta nel NDAA amplierebbe in modo massiccio i legami in materia di difesa tra gli Stati Uniti e Israele.

Trump-Netanyahu meeting in Washington DC

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Harrison Berger

31 dicembre 202600:05

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Due settimane fa, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la propria versione della legge di autorizzazione alla difesa nazionale (NDAA) per il 2027. Questo provvedimento legislativo “indispensabile”, che definisce la politica e autorizza i finanziamenti annuali per le forze armate, è solitamente una questione relativamente poco controversa. Il processo relativo alla NDAA di quest’anno, tuttavia, ha visto intense critiche rivolte a una parte specifica del disegno di legge. 

Si tratta della Sezione 219, una disposizione volta a consolidare e ampliare le relazioni in materia di difesa tra gli Stati Uniti e Israele. Più specificamente, essa prevede la creazione di un unico agente esecutivo incaricato di “sincronizzare gli sforzi di cooperazione tra gli Stati Uniti e Israele per espandere e accelerare la ricerca, lo sviluppo, i test, la valutazione, l’integrazione e la cooperazione industriale bilaterali nel campo delle tecnologie di difesa”. Tali iniziative copriranno ampi ambiti, tra cui l’integrazione delle tecnologie israeliane nei sistemi d’arma e nelle catene di approvvigionamento statunitensi, programmi cooperativi di ricerca, sviluppo e acquisizione, accordi di licenza e partnership produttive con aziende israeliane del settore degli armamenti, nonché esercitazioni congiunte e condivisione di informazioni con il governo israeliano.

La portata così ampia di questa disposizione ha portato alcuni media e commentatori politici a descriverla come una “fusione” tra le basi industriali della difesa statunitensi e israeliane, il che potrebbe — come questa rivista ha osservato all’inizio di questo mese — conferire a Israele un’ulteriore influenza sulla nostra politica estera e di difesa. All’interno della stessa Camera dei Rappresentanti, il deputato Thomas Massie (R-KY) e altri sei repubblicani hanno sfidato il proprio partito votando contro la NDAA e la Sezione 219, che Massie ha denunciato come «un tradimento della nostra sovranità». (Anche tutti i democratici, tranne sei, hanno votato contro, sebbene molti sembrino averlo fatto più per opposizione alla guerra contro l’Iran che specificatamente alla Sezione 219.)

Queste preoccupazioni hanno aumentato la pressione sul Senato, che deve ancora approvare la propria versione della NDAA per il 2027 (un voto per portarla avanti all’inizio di questo mese è fallito a causa dell’opposizione quasi unanime dei democratici). Il disegno di legge del Senato contiene una disposizione — Sezione 1217 — che, sebbene formulata in modo diverso, è piuttosto simile alla Sezione 219 della Camera. Sebbene storicamente i repubblicani del Senato siano stati fortemente filoisraeliani, la controversia su questa disposizione ha già portato almeno un senatore del GOP a opporsi all’integrazione industriale nel settore della difesa. Il senatore Bernie Moreno (R-OH) ha dichiarato giovedì scorso a Drop Site News: «Non credo che dovremmo integrare le nostre forze armate con quelle di nessuno, nemmeno con quelle delle Bahamas».

Ma la leadership democratica non si è espressa contro questa disposizione, né ha criticato il più ampio rafforzamento dei legami industriali nel settore della difesa tra Stati Uniti e Israele. Sia il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries (D-NY) che il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer (D-NY) hanno preferito incentrare la loro opposizione al NDAA sulla guerra contro l’Iran ed hanno evitato di parlare di Israele in questo contesto, nonostante i loro elettori mettano sempre più in discussione le relazioni degli Stati Uniti con Israele.

The American Conservative ha contattato gli uffici di Jeffries e Schumer per chiedere se avrebbero invitato i legislatori democratici a opporsi all’inserimento delle sezioni 219 e 1217 nella versione definitiva dell’NDAA. Nessuno dei due ha risposto alle richieste di commento.

Il rifiuto dei leader democratici di prendere una posizione definitiva su questa questione ha frustrato critici come Glenn Greenwald, il quale ha suggerito in un post su X che i democratici alla Camera si siano coordinati con il Partito Repubblicano per garantire l’approvazione dell’NDAA all’inizio di questo mese. «Quando qualcosa a cui [i democratici] fingono di opporsi “deve essere approvata” (come l’NDAA)», ha scritto Greenwald, «si assicurano che ci siano voti democratici sufficienti per farla passare, anche se solo per un voto di scarto. Poi dicono a tutti gli altri democratici: sentitevi liberi di votare NO, così i nostri sostenitori penseranno che ci opponiamo davvero e che l’abbiamo quasi affossata».

Uno degli altri aspetti singolari di questo dibattito è stata la relativa assenza, da parte dei sostenitori, di argomentazioni specifiche a difesa della Sezione 219. Quando messi alle strette, hanno tendenzialmente risposto con smentite generiche e hanno deviato l’attenzione accusando i critici di antisemitismo. Il senatore Ted Cruz (R-TX) ha insistito, nonostante l’orientamento della disposizione in materia di cooperazione e integrazione, sul fatto che «non stiamo fondendo nulla», mentre il deputato Mike Lawler (R-NY) ha accusato coloro che hanno utilizzato il termine «fusione» di «alimentare l’odio verso gli ebrei».

E quando i sostenitori della misura si sono espressi in modo specifico al riguardo, l’hanno descritta semplicemente come una reificazione dello status quo. «Non fa altro che formalizzare “qualcosa che stiamo già facendo”», ha affermato recentemente il Segretario di Stato Marco Rubio. «Insomma, è qualcosa che esiste già». Persino i democratici che hanno votato contro la NDAA nel suo complesso — come il deputato Adam Smith (D-WA), membro di spicco della Commissione per le Forze Armate della Camera e uno dei democratici più influenti della Camera in materia di difesa — hanno affermato che la disposizione si applicherebbe solo a una manciata di programmi specifici, come Iron Dome o David’s Sling, che gli Stati Uniti già realizzano in collaborazione con Israele. «Avremmo tre, quattro, forse cinque o sei programmi che stiamo sviluppando in collaborazione con l’IDF», ha spiegato Smith in una recente apparizione su Breaking Points. 

Ma tali rassicurazioni non raccontano tutta la storia. Come illustrato sopra, il testo della Sezione 219 incarica il Pentagono di creare una nuova figura con un mandato ampio che va oltre i programmi specifici. Questo mandato comprende ricerca e sviluppo, acquisizioni, produzione, condivisione di informazioni ed esercitazioni congiunte. Include la cooperazione in una vasta gamma di settori, tra cui l’intelligenza artificiale, la tecnologia quantistica, la biotecnologia, la sicurezza informatica e le energie dirette. La disposizione lascia addirittura aperta la possibilità di collaborare con «altre entità del Dipartimento della Difesa, a seconda dei casi», il che potrebbe coprire praticamente qualsiasi programma di cooperazione immaginabile.

«Queste categorie coprono tutte le tecnologie più importanti da cui deriveranno i sistemi d’arma più significativi», ha affermato l’influente commentatore e attivista conservatore Steve Bannon in una recente conversazione con chi scrive. Bannon ha aggiunto che «la Sezione 219 è l’equivalente della strategia cinese “Made in China 2025”… AGI, informatica quantistica, progettazione avanzata di chip, biotecnologie. I settori di punta conducono alla singolarità, all’Homo sapiens 2.0. Hanno delineato ogni segmento cruciale e di grande rilevanza, non un programma di armamento.” 

Forse le parole più rivelatrici sono proprio quelle dello stesso primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. In una recente intervista a Fox News, Rachel Campos-Duffy ha chiesto a Netanyahu se, qualora dovessero cessare gli aiuti finanziari diretti dagli Stati Uniti, “Israele [sarebbe] compensato dalla proposta di una sorta di fusione tra il nostro Pentagono e le vostre forze armate”.

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«Sì», ha risposto Netanyahu. «Lo definisco un passaggio dagli aiuti alla partnership». Netanyahu ha inoltre proposto di recente la creazione di un nuovo fondo congiunto tra Stati Uniti e Israele di circa 16 miliardi di dollari, destinato alla ricerca e allo sviluppo di nuovi sistemi d’arma, secondo quanto riportato dal Times of Israel.

Il governo israeliano e i suoi alleati qui sanno interpretare i sondaggi di opinione proprio come chiunque altro. Si rendono conto che la finestra di opportunità si sta chiudendo e che il prossimo inquilino della Casa Bianca potrebbe cercare di aumentare la distanza tra i due paesi. 

Da qui l’importanza della Sezione 219: creando un mandato normativo per una cooperazione più ampia in materia di difesa, renderà molto più difficile un futuro allentamento di questo rapporto. Il successo o meno di questo sforzo dipenderà dalla volontà dei legislatori — sia democratici che repubblicani — di prendere posizione.

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Harrison Berger

Harrison Berger è corrispondente di The American Conservative. Ha collaborato con Drop Site News, The Nation e Responsible Statecraft. In precedenza, è stato ricercatore e produttore per System Update insieme a Glenn Greenwald. Il suo lavoro verte sulle libertà civili e sulla politica estera degli Stati Uniti. Ha studiato Scienze politiche e Studi russi all’Union College (New York).

L’“Emisfero Democratico” di Marco Rubio contro la Strategia di Sicurezza Nazionale

In America Latina, la Casa Bianca abbandona la propria dottrina strategica per la promozione della democrazia.

Foto di YAMIL LAGE/AFP via Getty Images

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Joseph Addington

29 luglio 202600:06

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All’inizio di questo mese, Daniel Ortega, il dittatore del Nicaragua, ha annunciato che il suo Paese non avrebbe più tenuto elezioni. In risposta, il Segretario di Stato Marco Rubio ha rilasciato una dichiarazione in cui condannava Ortega e affermava che il Nicaragua «non può aspettarsi di mantenere rapporti normali con le altre nazioni quando sta vanificando i principi fondamentali del nostro emisfero democratico».

Non c’è dubbio che il Nicaragua abbia sofferto sotto il regime di Ortega e di sua moglie Rosario Murillo, che hanno governato il Paese come se fosse il loro feudo personale per quasi due decenni. Ma la retorica di Rubio sull’America Latina assomiglia sempre più al neoconservatorismo che il presidente Trump era stato apparentemente eletto per soppiantare.

Nella Strategia di sicurezza nazionale (NSS) dello scorso anno, l’amministrazione Trump ha dichiarato che avrebbe «adottato un approccio realistico riguardo a ciò che è possibile e auspicabile perseguire nei rapporti con le altre nazioni». Il documento affermava inoltre che gli Stati Uniti avrebbero perseguito «buoni rapporti e relazioni commerciali pacifiche con le nazioni del mondo senza imporre loro cambiamenti democratici o sociali che si discostino notevolmente dalle loro tradizioni e dalla loro storia». 

Sebbene si tratti di un allontanamento dall’approccio dichiarato della Casa Bianca di Biden, questa mossa è meno rivoluzionaria di quanto molti potrebbero supporre: sin da quando gli Stati Uniti sono saliti sulla scena mondiale, hanno sempre e per necessità intrattenuto rapporti con governi di varia indole morale e politica. Durante la Seconda guerra mondiale, come è noto, abbiamo salvato dall’implosione l’URSS di Stalin per vincere la guerra contro Hitler; oggi lavoriamo in stretta collaborazione con l’Arabia Saudita, una dittatura autoritaria con la pessima abitudine di smembrare i giornalisti, che però è anche la chiave di volta della nostra strategia in Medio Oriente.

Le ragioni di ciò sono semplici: la politica estera mira a promuovere gli interessi americani, il che spesso richiede di collaborare con paesi molto diversi dal nostro. Come afferma la NSS: «Riconosciamo e affermiamo che non vi è nulla di incoerente o ipocrita nell’agire secondo una valutazione così realistica o nel mantenere buone relazioni con paesi i cui sistemi di governo e società differiscono dai nostri, anche mentre spingiamo gli amici che condividono i nostri valori a sostenere le nostre norme comuni, promuovendo così i nostri interessi».

Purtroppo, la Casa Bianca sembra aver messo da parte questa saggezza nell’emisfero occidentale. Al contrario, ci vengono propinate le solite banalità riscaldate sulla lotta al comunismo e sulla diffusione della democrazia all’estero. Il Dipartimento di Stato ha recentemente pubblicato un documento di 100 pagine intitolato “Cuba: la capitale del comunismo del XXI secolo”, che, nonostante il titolo, consiste quasi interamente in una rivisitazione delle rimostranze dell’era della Guerra Fredda.

Il documento rappresenta un tentativo palese e maldestro di raccogliere consensi a favore di un intervento contro L’Avana, che non costituisce più una seria minaccia per gli interessi americani sin dalla caduta dell’Unione Sovietica. In effetti, la sfida più grande che Cuba rappresenta per gli Stati Uniti è proprio il suo potenziale collasso – che sembriamo fare del nostro meglio per accelerare attraverso un inasprimento dell’embargo petrolifero sull’isola – poiché ciò potrebbe scatenare una massiccia crisi migratoria.

La Casa Bianca si è dimostrata preoccupantemente coerente nelle sue affermazioni secondo cui si sta preparando a un’azione aggressiva a Cuba. A febbraio, ancora sull’onda dell’entusiasmo per quella che sembrava una decapitazione netta del regime di Maduro in Venezuela, Trump ha sbandierato la possibilità di un esito simile nei Caraibi: «Il governo cubano sta dialogando con noi», ha detto ai giornalisti. «Potremmo benissimo arrivare a una presa di potere amichevole a Cuba».

I colloqui, tuttavia, non sembrano aver dato i risultati sperati e da allora la retorica statunitense si è inasprita. «Penso di poter fare tutto quello che voglio con [Cuba]», ha detto Trump il 16 marzo. Il giorno successivo ha illustrato il suo calendario: «Stiamo dialogando con Cuba», ha affermato il presidente, «ma ci occuperemo dell’Iran prima di Cuba».

Al momento, le prospettive di una rapida risoluzione del conflitto in Iran sono scarse, ma l’amministrazione Trump ha continuato a intensificare i preparativi per un intervento in America Latina. Alla fine di maggio, il Dipartimento di Giustizia ha incriminato Raúl Castro, ex presidente di Cuba e fratello del defunto Fidel Castro, per il suo ruolo nell’abbattimento, avvenuto nel 1996, di due aerei pilotati da esuli cubani. (È stato ampiamente ipotizzato che l’atto d’accusa sia stato redatto per giustificare un’operazione simile a quella condotta in Venezuela a gennaio.)

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Ancora più preoccupante è il fatto che, all’inizio di questo mese, la CBS News ha riferito che il Pentagono sta elaborando piani per un’azione militare a Cuba, tra cui «un assalto aereo guidato dall’Esercito che coinvolgerà migliaia di soldati statunitensi e sarà condotto dalla 101ª Divisione aviotrasportata».

La rinnovata attenzione dell’amministrazione Trump verso l’Emisfero Occidentale è stata, per molti versi, uno sviluppo atteso da tempo. Si tratta infatti della regione più strettamente legata agli interessi reali degli Stati Uniti. La lotta al traffico di droga, all’immigrazione clandestina e alla possibile influenza di potenze avversarie nei paesi limitrofi costituisce un importante obiettivo di politica estera. Tuttavia, un rozzo ritorno alla logica della Guerra Fredda rappresenta la strada sbagliata da seguire.

Sarebbe più opportuno che l’amministrazione si attenesse alla propria Strategia di sicurezza nazionale, che raccomanda di ricorrere al potere economico americano per ottenere concessioni da regimi poco collaborativi, piuttosto che perseguire apertamente il cambio di regime — una tattica che si è costantemente rivelata incapace di produrre risultati positivi.

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Joseph Addington

Joseph Addington è redattore associato presso The American Conservative. Si è laureato alla Brigham Young University. Potete seguirlo su Twitter all’indirizzo @JosephAddington.

La crisi di credibilità americana

Quando nessuno ti prende sul serio, succedono cose brutte.

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Foto di SAUL LOEB / AFP via Getty Images

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Jude Russo

4 agosto 202600:05

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La scorsa settimana, da Washington sono giunte numerose voci su una massiccia escalation contro l’Iran. L’ammiraglio Brad Cooper, attualmente al comando del CENTCOM, avrebbe messo a punto un’opzione “di grande portata” che danneggerebbe gravemente le risorse militari iraniane — nel gergo minimizzante dei comunicati stampa militari, “ne ridurrebbe le capacità” — suscitando al contempo solo una risposta limitata, risparmiando così le nostre scorte sempre più esigue di armi difensive. Si è parlato molto di un attacco a «Pickaxe Mountain», un annesso al sito nucleare di Natanz e, secondo quanto riferito, luogo in cui sarebbero conservati i materiali nucleari iraniani. Venerdì, lo stesso presidente Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero «colpito [gli iraniani] molto duramente». Lo stesso giorno, funzionari americani hanno fatto trapelare al Wall Street Journal che un attacco era imminente.

Ma la mano della misericordia ha fermato la frusta della calamità, o qualcosa del genere. Domenica Trump ha dichiarato che l’attacco era stato annullato a seguito degli interventi dei nostri alleati del Golfo, che a quanto pare non erano troppo entusiasti all’idea che l’Iran distruggesse i loro impianti di desalinizzazione e le infrastrutture petrolifere con attacchi di rappresaglia. Il presidente ha inoltre affermato che i negoziati con gli iraniani sarebbero iniziati lunedì, cosa che gli iraniani hanno prontamente smentito. Al momento della stesura di questo articolo, la situazione rimane confusa, proprio come lo è stata da quando il protocollo d’intesa del 17 giugno è sfociato in una serie di scontri a colpi di ritorsioni.

Un ciclo davvero notevole! Ma forse non poi così straordinario. La gente ha iniziato a notare che l’amministrazione ha una propensione a lanciare minacce esagerate seguite da altrettanto esagerati passi indietro, spesso di concerto con l’andamento settimanale dei mercati. A seguito dell’articolo del Journal, il nostro Andrew Day ha espresso scetticismo riguardo alla possibilità di un attacco di grande portata: perché mai si dovrebbe anticipare una cosa del genere?

A mio avviso, questo è un problema. È il rovescio della medaglia di qualcosa che avevo individuato a marzo, ben tanti mesi fa, all’inizio della guerra, ovvero il fatto che la credibilità diplomatica degli Stati Uniti non sia delle migliori. La continua revisione di premesse precedentemente concordate, il costante alternarsi tra i canali di mediazione e, soprattutto, l’apparente utilizzo dei negoziati come copertura per attacchi a sorpresa hanno reso difficile per le altre parti credere alle parole degli Stati Uniti. Questo problema non si limita ad avversari come il Venezuela e l’Iran. Due settimane fa, dopo aver firmato un accordo con l’Arabia Saudita per lo sviluppo di un programma nucleare civile, Trump ha pubblicato un post sui social media in cui subordinava retroattivamente l’accordo alla normalizzazione dei rapporti dell’Arabia Saudita con Israele — il che, dato lo stato d’animo della popolazione araba, equivale a far saltare l’accordo.

Quando ho scritto a marzo, ho sostenuto che la perdita di credibilità diplomatica avrebbe costretto gli Stati Uniti a ricorrere in misura maggiore all’uso della forza proprio in un momento in cui speravano di poterne fare meno. Svuotare di significato le minacce ha più o meno lo stesso effetto: man mano che le minacce diventano meno efficaci, aumenterà la pressione per metterle in atto al fine di esercitare coercizione e, in secondo luogo, per ripristinarne la credibilità. Tutto ciò che non è coercizione fisica viene privato del proprio potere, e la forza è una tecnica limitata, costosa e complicata; infatti, il fatto che non ci siamo impegnati pienamente in questa direzione testimonia quanto anche gli stessi autori di questa guerra trovino sgradevoli le sue conseguenze.

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Allargando lo sguardo, si potrebbe individuare un modello comportamentale ancora più ampio fatto di menzogne politiche (la nuova insistenza sul fatto che una Cuba impoverita e fatiscente costituisca una minaccia per la sicurezza nazionale americana, la manovra a due tempi del “Cartel de los Soles” in Venezuela) e di capricci (il continuo circo tariffario alla “Polly metti su il bollitore”). Né si tratta di un problema esclusivo di questa amministrazione, sebbene la sua portata possa esserlo. Anche il programma di Biden si è arenato su evidenti problemi di veridicità: la sua insistenza sul fatto che l’economia andasse bene, che la situazione al confine andasse bene, che la follia del Covid andasse bene. 

C’è una lezione da trarne. L’ipocrisia, l’inganno e un pizzico di imprevedibilità sono senza dubbio strumenti utili, se non addirittura necessari, dell’arte di governare. Come sa bene chiunque abbia vissuto un’infanzia normale, però, l’efficacia di una bugia dipende dalla credibilità di chi la racconta. Forse quella tesi fondamentalmente whig – la parola data deve essere vincolante non per i decreti divini di Mosè, San Paolo e Dale Carnegie, ma perché è l’unico modo in cui i sistemi umani possono funzionare – ha un fondo di verità, dopotutto. A volte, l’onestà è la migliore strategia politica.

Ma ci stiamo allontanando troppo, addentrandoci nella metafisica e anche oltre. Torniamo al problema in questione. Lunedì, Esfandyar Batmanghelidj ha riferito su queste pagine che le élite iraniane stanno diventando sempre più scettiche sulla possibilità stessa di un accordo con gli Stati Uniti: ritengono infatti che gli USA, per ragioni strutturali, non siano in grado di impegnarsi in alcun tipo di accordo che non finiscano poi per minare. Si tratta di una situazione pericolosa; un conflitto semi-congelato in Medio Oriente che mette a dura prova l’economia mondiale a tempo indeterminato non è certo l’esito ideale. E, naturalmente, era evitabile. Ma la domanda ora è se sia possibile salvare la credibilità negoziale americana, magari con alcune misure volte a rafforzare la fiducia, come il tempestivo rispetto di alcune delle parti concessive del protocollo d’intesa di giugno – l’alleviamento delle sanzioni e simili – o, come minimo, evitando di lanciare minacce apocalittiche ma prive di contenuto. Potrebbe non essere ancora troppo tardi per voltare pagina, ma ci si sta avvicinando.

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Jude Russo

Jude Russo è caporedattore di The American Conservative e redattore collaboratore di The New York Sun. È James Madison Fellow per l’anno accademico 2024–25 presso l’Hillsdale College ed è stato inserito nella classifica ISI Top 20 Under 30 per il 2024.

Neostatalismo americano _ di Álvaro García Linera

Neostatalismo americano

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L’articolo rivela indirettamente il ritardo colpevole con il quale il dibattito italiano, la gran parte sia degli analisti allineati che di quelli critici, riescono a cogliere le fasi di svolta nella rappresentazione e nelle linee guida operative delle leadership dominanti. Da alcuni anni, già con la prima presidenza di Trump e nella seconda fase della presidenza di Biden, in particolare il suo rapporto strategico (NSS) del 2023, si è cominciato ad assistere al tramonto dell’impostazione liberal-liberista delle politiche statunitensi; ancora oggi assistiamo al sorgere in Italia di nuove formazioni politiche, perdenti in partenza, che fondano su quelle basi la critica all’egemonia statunitense e alla sudditanza delle leadership europee. Non sono bastati i documenti ufficiali sempre più espliciti, le esternazioni e i testi dei capi di Palantir e quant’altro a spingere a qualche riconsiderazione critica. Giuseppe Germinario

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Álvaro García Linera

Non si tratta né di neoliberismo in senso stretto, né di capitalismo di Stato. Quello a cui assistiamo oggi è un misto dei due, in cui lo Stato svolge un ruolo preponderante nella cogestione dei mercati privati.

Gli Stati Uniti stanno sperimentando un nuovo modello di accumulazione economica che segna una rottura storica con il modello neoliberista e globalista che ha prevalso negli ultimi quarant’anni. Non si tratta di un capitalismo di Stato classico, poiché non crea grandi imprese pubbliche. Non si tratta nemmeno di uno Stato semplicemente strumentalizzato dai capitalisti, poiché le decisioni governative non sono regolate dalla concorrenza tra di loro. Ciò che vediamo emergere oggi negli Stati Uniti è uno Stato che utilizza tutto il proprio potere economico (dazi doganali, investimenti pubblici, debito, guerre e ricatti politici) per orientare e controllare i settori di attività che costituiranno il nucleo dell’accumulazione e della crescita economica nazionale.

Tutto ha cominciato a manifestarsi durante la crisi del 2008. La bolla immobiliare statunitense, all’origine della crisi finanziaria mondiale e della Grande Recessione, è stata arginata solo grazie all’iniezione di liquidità da parte della Federal Reserve, pari al 6,5% del PIL. Nel 2020, il nuovo piano di salvataggio delle imprese private ha raggiunto il 25% (FMI, Monitoraggio di bilancio, 2021). È evidente che i mercati non possono difendersi da soli dalle crisi che essi stessi generano. Hanno bisogno dell’intervento dello Stato per proteggersi e delle risorse pubbliche per crescere.

Poi sono comparsi i dazi doganali, non solo nei confronti della prima potenza industriale mondiale (la Cina), ma nei confronti del mondo intero. Nel 2026, i dazi medi imposti dagli Stati Uniti raggiungevano il 13%, contro il 33% della Cina e il 15% dell’Unione europea. Vent’anni fa non superavano l’1,4% (Banca mondiale, 2025).

Ma l’aspetto più significativo di questo neoprotazionismo esacerbato risiede nel suo utilizzo coercitivo. Esso serve a costringere i paesi e le imprese transnazionali a investire negli Stati Uniti in settori ritenuti prioritari dal governo, in cambio della protezione contro l’introduzione di nuovi dazi doganali.

Nel 2025, Trump ha ottenuto impegni di investimento per quasi 9.000 miliardi di dollari da parte degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, del Giappone, dell’Arabia Saudita, della Corea del Sud e dell’Unione Europea, nonché da parte di aziende come Apple, che si è impegnata a investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti, e Nvidia, con 500 miliardi di dollari nel settore dei chip e dell’intelligenza artificiale. Anche OpenAI e SoftBank prevedono di investire ulteriori 500 miliardi di dollari nell’IA. Tra le aziende che hanno assunto impegni di investimento figurano anche IBM e TSMC, primo produttore mondiale di chip (El País, 16 agosto 2025).

Se i padri fondatori del liberalismo si staranno già rivoltando nella tomba, non so come reagiranno quando verranno a sapere che, con il pretesto della «sicurezza nazionale», gli Stati Uniti stiano oggi conducendo una crociata a favore delle «politiche industriali» o di un interventismo statale volto a sostenere lo sviluppo delle industrie locali attraverso sovvenzioni, prestiti a tassi agevolati, sgravi fiscali o trasferimenti diretti. Il presidente Biden ha promulgato l’IRA Act, che stanzia fino a 500 miliardi di dollari per il rimpatrio delle catene di approvvigionamento energetico negli Stati Uniti. Il CHIPS Act stanzia 280 miliardi di dollari a sostegno dell’obiettivo dell’autosufficienza tecnologica nella produzione di microprocessori. L’Infrastructure and Jobs Act stanzia 2 200 miliardi di dollari per la costruzione di infrastrutture federali al fine di rendere «l’industria nazionale competitiva» (NBER, 2026).

L’amministrazione Trump si è spinta ancora oltre. Ha incaricato la Banca cinese per l’import-export (Eximbank), il Dipartimento dell’Energia (DOE) e la Società per il finanziamento dello sviluppo (DFC) di investire in «progetti volti a contrastare la presenza cinese nelle regioni strategiche e a rafforzare la catena di approvvigionamento di minerali critici». La DFC gestisce un portafoglio di 40 miliardi di dollari in oltre 50 paesi, incentrato su minerali critici, energia e progetti infrastrutturali in Africa e nell’Europa orientale. Entro il 2026 disporrà di ulteriori 205 miliardi di dollari. Ciò ha permesso agli Stati Uniti, dopo decenni, di superare la Cina e di diventare il primo investitore in Africa entro il 2025.

La modalità di finanziamento privilegiata è l’acquisizione di partecipazioni in aziende. È il caso della Gécamines, azienda pubblica congolese specializzata in rame e cobalto, e di Serra Verde in Brasile, che ha investito 565 milioni di dollari nell’estrazione di terre rare magnetiche. In Mozambico, queste società sono diventate partner in un impianto di lavorazione del grafite. In Kazakistan, grazie a un finanziamento di 900 milioni di dollari da parte della Banca di import-export del Kazakistan (Eximbank), hanno acquisito una miniera di tungsteno (NYT, 28 giugno 2026). Negli Stati Uniti, il governo ha acquisito una partecipazione in Thacker Pass, una miniera di litio, e ha stanziato 1,6 miliardi di dollari a sostegno di USA Rare Earths in una catena del valore «dalla miniera al magnete» (Phenomenal World, giugno 2026).

Ma il sostegno dello Stato non si limita al finanziamento; comprende anche rendimenti garantiti e un effetto leva. Vengono fissati prezzi minimi di acquisto, oltre a un apprezzamento azionario garantito. Ad esempio, l’acquisizione da parte dello Stato del 10% del capitale di Intel, produttore di microprocessori, ha fatto salire la sua capitalizzazione di mercato da 176 miliardi di dollari a 543 miliardi di dollari in poche settimane soltanto (Bloomberg, maggio 2026). Allo stesso modo, il Financial Times riferisce di trattative in vista dell’acquisizione da parte dello Stato del 5% delle azioni di OpenAI e di Anthropoic prima della loro quotazione in borsa (FT, 2 luglio 2026). Su scala minore, lo stesso fenomeno si è verificato con altre società come Lithium Americas e MP Materials, le cui azioni hanno visto il proprio valore aumentare del 200% grazie agli investimenti pubblici.

Questo intervento dello Stato volto a sostenere o orientare le imprese private in settori strategici in cui esiste una rivalità strutturale con la Cina è particolarmente evidente nelle recenti misure governative riguardanti TikTok, SpaceX e Anthropic. TikTok, di proprietà di imprenditori cinesi, è stata costretta a cedere una quota di maggioranza a investitori locali per poter proseguire le proprie attività negli Stati Uniti. SpaceX, di proprietà di Elon Musk (specializzata nel lancio di razzi spaziali riutilizzabili, in particolare per missioni su Marte, Internet globale e il turismo spaziale), ha effettuato una spettacolare quotazione in borsa l’11 giugno per raccogliere capitali, riuscendo a raccogliere 75 miliardi di dollari, nonostante un fatturato di soli 18,7 miliardi di dollari e una perdita prevista di 4,9 miliardi di dollari nel 2025 (Morningstar, 26 maggio 2026). Poche ore prima, Trump aveva annunciato con grande sorpresa generale che non ci sarebbero stati più attacchi contro l’Iran, essendo stati approvati i punti di accordo tra le due parti. I mercati azionari hanno esultato e, «per coincidenza», le azioni di SpaceX hanno registrato lo stesso rialzo.

Nel caso di Anthropic (un’azienda specializzata in intelligenza artificiale che ha sviluppato l’assistente Claude e modelli avanzati di sicurezza informatica), si è trattato di una questione di sanzioni e svalutazione. Rifiutandosi di collaborare con il governo in materia di armi autonome e sorveglianza nazionale (BBC, 27 febbraio 2026), l’amministrazione Trump l’ha esclusa da qualsiasi appalto federale, ha vietato agli stranieri di utilizzare i suoi modelli avanzati e l’ha definita «un rischio per la catena di approvvigionamento». Alla fine è stato raggiunto un compromesso reciprocamente vantaggioso, ma sotto la regolamentazione e il controllo del governo (CNN, 1° giugno 2026).

In ogni caso, non abbiamo più a che fare con uno Stato che agevolasse e sostenesse le forze di mercato che un tempo dominavano l’espansione e l’accumulazione delle imprese (neoliberismo). Ormai lo Stato crea i mercati, li regola, rafforza con risorse pubbliche i settori e le catene del valore che ritiene strategici e sanziona coloro che non si sottomettono alle sue priorità geopolitiche.

A differenza del capitalismo di Stato degli anni ’50 e ’60, lo Stato americano non possiede i settori economici che presentano il maggior accumulo e una priorità strategica fondamentale. Tuttavia, non lascia nemmeno che sia il mercato a definire i settori più dinamici, come invece avveniva durante l’era neoliberista. In questo contesto, queste due forze si combinano in un modello ibrido in cui il settore privato è l’attore economico — guidato dall’accumulazione e in relazione con i lavoratori — ma in cui lo Stato definisce — in funzione delle priorità geopolitiche e di sicurezza nazionale — i settori centrali del nuovo modello di accumulazione capitalista. Si passa da uno Stato che si limita a sostenere i mercati a un regime economico in cui lo Stato è un attore di primo piano, un co-creatore e un gestore di tali mercati.

Questo nuovo regime di accumulazione non segue certamente alcun piano prestabilito, ma procede piuttosto in modo casuale, per improvvisazione e contingenza. Il carattere grottesco e corrotto delle azioni governative che lo accompagnano non fa che confermare la natura di tutte le modalità di accumulazione capitalista.

Se si tiene conto del fatto che anche la Cina, l’altra grande potenza mondiale, affida allo Stato il ruolo di pianificatore dell’accumulazione, del mercato, del libero scambio e dell’equilibrio tra imprese private e pubbliche, è abbastanza evidente che il neo-statismo sia il tratto distintivo della nuova era economica che sta cominciando a delinearsi in modo un po’ maldestro.

Tutti questi cambiamenti globali alimentano un dibattito fecondo sulle trasformazioni che sta subendo il capitalismo contemporaneo. Tuttavia, gli approcci rimangono ancora imprecisi. Ad esempio, alcuni liberali, esasperati, considerano l’interventismo statale come una violazione delle regole tradizionali del mercato, come sostiene l’Istituto Cato. Si tratta indubbiamente di un pregiudizio che assomiglia più a una spietata consolazione per i più bisognosi che a un argomento coerente. Come dimostrano Hacker e Pierson, i profitti delle grandi imprese sono sempre dipesi dai loro legami politici con le agenzie governative (Winner-Take-All Politics, 2010). Altri sostengono che ciò che sta accadendo negli Stati Uniti sia una forma di «capitalismo politico», nella misura in cui «il potere politico puro, piuttosto che l’investimento produttivo, è il fattore determinante del tasso di rendimento» (Brenner e Riley, NLR, 2023). Ciò genera una nuova forma di accumulazione economica basata sulla rendita, garantita da un accesso privilegiato allo Stato.

Già diversi decenni fa, G. Arrighi, nel suo studio sui cicli di accumulazione sistemica (Il lungo XX secolo, 1999), osservava che le potenze egemoniche mondiali, nel corso del loro declino, passano dalla fase produttiva alla fase finanziaria. In quest’ultima, i profitti sono ottenuti tramite la speculazione, il credito e gli investimenti monetari, che assorbono il plusvalore generato nelle sfere della produzione mondiale. La perdita della leadership industriale mondiale da parte degli Stati Uniti (dal 30% al 17% in 40 anni) illustra questa transizione. Ma ciò che è particolarmente interessante negli ultimi cinque anni è il forte aumento degli investimenti nell’intelligenza artificiale (IA) negli Stati Uniti. Nel 2025 sono stati investiti 550 miliardi di dollari, mentre per il 2026 ne sono previsti 800 miliardi. È possibile che questo entusiasmo per l’IA abbia una dimensione speculativa, poiché rappresenta una scommessa sui «rendimenti futuri». Infatti, le ultime settimane sono state caratterizzate da un crollo del valore di borsa delle relative azioni, con una perdita di oltre 2.000 miliardi di dollari (Financial Times, 30 giugno 2026). È inoltre innegabile che una parte significativa degli investimenti sia destinata a infrastrutture fisiche complesse quali i data center, gli acceleratori (GPU, ASIC, ecc.), i sistemi elettrici e il cablaggio. Un rapporto di Goldman Sachs stima che entro il 2031 saranno investiti quasi 7.000 miliardi di dollari in questo tipo di capitale tecnologico massiccio (GS, 1° maggio 2026). Di fatto, è proprio questa attività a sostenere attualmente la crescita dell’economia statunitense. Circa il 30% della crescita del PIL reale è attribuibile agli investimenti in infrastrutture per l’IA (Fed, gennaio 2026).

Inoltre, l’IA non è solo una semplice bolla speculativa. È una tecnologia che contribuisce alla creazione di un valore di mercato colossale. I suoi centri dati si basano sull’insieme del lavoro intellettuale — i dati — che la società globale ha messo in circolazione in formato digitale (informazioni, immagini, strutture grammaticali, ecc.). Le aziende proprietarie degli acceleratori di calcolo e dei centri dati si appropriano gratuitamente dell’immenso lavoro individuale di milioni di persone nel corso dei secoli — i loro dati — e poi, grazie ai loro potenti processori, articolando, integrando, selezionando, confrontando e deducendo nuove informazioni, si appropriano anche di questa nuova forza produttiva sociale emergente, nata dall’associazione dei dati individuali. Garantiscono così il monopolio di una tecnologia produttiva che, lungi dall’esaurirsi, non smette di crescere e che consentirà ai suoi pochi detentori — i giganti della tecnologia — di incassare profitti straordinari. Come confida A. Karp, dirigente di Palantier, una delle principali aziende mondiali nel settore del software, dell’intelligenza artificiale e dell’analisi dei dati, i dati sono il grande «tesoro» di tutta la loro attività (Grand Continent, 03.07.2026).

Ciò confuta anche le tesi secondo cui il capitalismo sarebbe stato sostituito da un nuovo sistema economico, il tecnofeudalismo, in cui alcune aziende tecnologiche che monopolizzano l’accesso alle piattaforme digitali impongono un canone a chi desidera utilizzarle in modo parziale e temporaneo (Duran, Technofeudalism, 2021).

Marx aveva già studiato diversi modi per ottenere profitti straordinari, sotto forma di rendita, ma anche, come nel caso delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale, di un «plusvalore straordinario» derivante dall’integrazione di tecnologie più produttive nel processo lavorativo. L’uso esclusivo di «forze produttive straordinarie» all’interno di un’impresa le consente di disporre di un «lavoro migliorato», cosicché, in un determinato lasso di tempo, l’impresa favorita dall’innovazione tecnologica genera «valori superiori a quelli prodotti dal lavoro sociale medio della stessa natura» (Il Capitale, volume I, p. 386-387). Poiché il valore di un prodotto commerciale è sociale, ovvero corrisponde alla media del tempo di lavoro in quel settore di attività, il valore individuale del prodotto dell’impresa più produttiva è inferiore e, di conseguenza, la quota di lavoro non retribuito appropriata dal capitalista è maggiore.

Ciò si traduce nel risparmio di tempo e nei benefici economici che un assistente IA efficiente e specializzato offre, ad esempio, a un architetto durante la progettazione dei piani di un grande edificio, a un ingegnere che calcola la resistenza dei materiali di un ponte, o ancora a un ricercatore in scienze sociali durante la ricerca di riferimenti precisi presso altri autori. Il lavoro di diversi giorni e di più persone viene così sostituito da poche istruzioni personalizzate della durata di mezz’ora. L’IA è una tecnologia, e chi ne padroneggia i processi produttivi e autogenerativi controlla una «straordinaria forza produttiva» che consente di appropriarsi di un valore sociale.

Allo stesso modo, alcune condizioni di produzione vengono continuamente e gratuitamente appropriate dal capitalismo, senza che ciò ne alteri la natura né dia origine a un sistema di «servi» o a un feudalesimo tecnologico. È il caso del lavoro associato, della cooperazione, che Marx definisce «forza produttiva sociale», integrata nella produzione senza alcun costo per l’imprenditore (Il Capitale, volume I, p. 400). La somma di più compiti individuali produce sempre molto meno del lavoro associato e combinato. Tuttavia, il proprietario dell’impresa non retribuisce la produttività di questo «corpo produttivo globale», il che accresce la quantità di lavoro non retribuito di cui si appropria. Lo stesso vale per il lavoro domestico, che modella la capacità lavorativa degli individui e aumenta il plusvalore estratto, ecc. Un fenomeno simile si verifica con l’espropriazione dei dati personali dei consumatori digitali. Presi singolarmente, questi dati sono inutili. Sebbene si tratti di un tipo di lavoro su piccola scala, il loro enorme valore risiede nel loro volume articolato, poiché ciò consente ai centri di calcolo dei giganti della tecnologia di associare i dati, individuare regolarità, stabilire algoritmi e parametri per lo sviluppo territoriale, influenzarli, ecc. E questo «corpo produttivo globale», questa «forza lavoro combinata» risultante dall’associazione di dati individuali (lavoro), unita al loro trattamento mirato, è il valore aggiunto introdotto dai monopoli tecnologici e la chiave dei loro straordinari profitti.

In definitiva, non ci troviamo di fronte né a un incidente di percorso che la globalizzazione liberale correggerà con nuove elezioni americane, né all’ascesa di un’accumulazione capitalistica predatoria; e certamente non alla «morte» del capitalismo (Varoufakis, 2024). Ciò a cui stiamo assistendo è un cambiamento del modo di accumulazione all’interno del capitalismo, dei rapporti tra Stato e mercato, dell’espansione delle forme di sfruttamento e della distribuzione dei monopoli legittimi.

La questione se ciò costituirà la caratteristica determinante del nuovo ciclo di espansione economica mondiale dipende dal consolidamento di una solida base produttiva che garantisca una crescita sostenuta nei prossimi decenni e, di conseguenza, da un nuovo sistema di valori in grado di unire le società oggi frammentate. In caso contrario, tutto ciò andrà ad aggiungersi alle nuove fondamenta travolte dal vortice delle crisi sistemiche, che dureranno ancora più a lungo.

L’Europa ne è consapevole, ed è per questo che ha tentato di adottare misure protezionistiche di fronte all’onnipresente industria cinese e ha stanziato risorse per rafforzare la propria autonomia in alcuni settori economici prioritari (difesa, energie rinnovabili, semiconduttori, intelligenza artificiale). Ma si tratta ancora di uno statalismo forzato e timido. Le sue élite liberali rimangono ancorate a un globalismo ormai superato. La loro capacità di sopportare le umiliazioni quotidiane inflitte loro dal presidente Trump testimonia il patetico torpore di questi eleganti tecnocrati che, a questo punto, odorano già di naftalina.

In America Latina, la situazione è spesso ancora più drammatica a causa dell’enorme debito sociale che grava sul continente. I leader conservatori, che attualmente tendono a predominare, si aggrappano, in una dimostrazione di crudeltà senza precedenti nei confronti del proprio popolo, ai residui di un neoliberismo marginale che offre loro solo la prospettiva di trasformare i propri paesi in vassalli insignificanti, fornitori di materie prime, senza alcuna possibilità di accedere alla sovranità o all’industrializzazione.

Quali sono le probabilità che all’Ucraina venga consentito di utilizzare Starlink o Starshield su tutto il territorio russo? _ di Andrew Korybko

Quali sono le probabilità che all’Ucraina venga consentito di utilizzare Starlink o Starshield su tutto il territorio russo?

Andrew Korybko3 agosto
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Musk potrebbe comprensibilmente esitare, non volendo provocare Putin e indurlo a un’escalation per autodifesa che rischierebbe la Terza Guerra Mondiale, ma non è ancora chiaro se Trump condivida la sua cautela, anche se, secondo il Primo Ministro polacco Tusk, la situazione si chiarirà probabilmente nei prossimi 100 giorni.

La scorsa settimana, The Atlantic ha pubblicato un dettagliato articolo su come “Zelensky abbia chiesto un favore a Elon Musk per Trump”, con il sottotitolo che “l’Ucraina vuole iniziare a usare Starlink di Musk per colpire i lanciatori di missili balistici in Russia”. Zelensky avrebbe condiviso la sua proposta con Trump durante l’incontro alla Casa Bianca della scorsa settimana, presentandola come un’alternativa alla ricezione dei rari intercettori missilistici Patriot, prendendo di mira la fonte degli ” attacchi sistematici ” della Russia contro l’Ucraina.

Secondo le loro fonti, Musk avrebbe snobbato Zelensky declinando il suo invito a un incontro per discutere di questa proposta, mentre Trump si sarebbe mostrato evasivo riguardo alla possibilità di fare pressione su Musk affinché acconsentisse. L’Atlantic ha inoltre riportato che “Zelensky ha suggerito che, se Musk si rifiutasse di consentire l’uso di Starlink per attacchi contro la Russia, il Pentagono potrebbe dare all’Ucraina accesso alla rete Starshield per lo stesso scopo”. Si tratta di un sistema gemello, ma “più costoso, più complesso e più difficile da integrare nei sistemi [ucraini]”.

Una delle loro fonti ucraine si è mostrata scettica sul fatto che Trump avrebbe accettato il “Piano B” di Zelensky perché “Una cosa è lasciare che l’Ucraina lo faccia sul proprio territorio. Un’altra cosa è usare la tecnologia americana sul territorio russo per neutralizzare le loro difese aeree e i loro lanciatori di missili balistici. Questo è un atto ostile. Non so come la Russia potrebbe reagire”. È un’osservazione valida, dato che la deindustrializzazione e la smilitarizzazione della Russia che l’Occidente sta ora perseguendo per mano dell’Ucraina sono estremamente rischiose.

Quest’ultima fase della ” guerra di logoramento ” che gli Stati Uniti stanno conducendo contro la Russia, dopo la recente decisione di Trump di ” intensificare per poi allentare la tensione “, non ha precedenti nella storia del dopoguerra. Se riuscisse anche solo a deindustrializzare e smilitarizzare parzialmente la Russia, Putin potrebbe finalmente cedere e autorizzare un’azione, anche solo simbolica, contro la NATO, come primo passo per ripristinare la deterrenza prima che questa campagna metta in ginocchio il suo Paese. A quel punto, la situazione potrebbe facilmente sfuggire di mano.

Il punto critico di questo scenario potrebbe essere l’utilizzo da parte dell’Ucraina di Starlink o del suo sistema gemello Starshield su tutto il territorio russo, come proposto da Zelensky, poiché una tale mossa aumenterebbe notevolmente il tasso di successo degli attacchi con droni del suo paese contro infrastrutture strategiche e obiettivi militari. L’Atlantic ha osservato come Musk sia stato riluttante a svolgere qualsiasi ruolo nell’escalation del conflitto, quindi potrebbe respingere la proposta di Zelensky, sollevando così il dubbio se Trump lo scavalcherebbe consentendo all’Ucraina di utilizzare Starshield.

Oltre alle ragioni legate al controllo dell’escalation, Trump potrebbe rinunciare a questa strategia per motivi politici, ovvero per non inimicarsi Musk e rischiare che questi limiti la visibilità dei principali influencer del movimento MAGA su X in vista delle elezioni di midterm di novembre o tra queste e le prossime elezioni del 2028, a seconda delle possibili tempistiche. Il Primo Ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato la scorsa settimana che “i prossimi 100 giorni potrebbero decidere l’esito di questa guerra, e le probabilità sono del 50/50”, con Trump, Musk e “altre persone” che svolgono un ruolo cruciale in questo contesto.

Questo suggerisce che sia a conoscenza dei piani di Zelensky e creda che porteranno alla capitolazione della Russia se Musk approverà l’utilizzo di Starlink da parte dell’Ucraina su tutto il territorio russo, oppure se Trump annullerà il suo rifiuto consentendo all’Ucraina di utilizzare Starshield a tale scopo. Musk potrebbe comprensibilmente esitare, non volendo provocare Putin e spingerlo a un’escalation per autodifesa che rischierebbe la Terza Guerra Mondiale, ma non è ancora chiaro se Trump condivida la sua cautela, anche se probabilmente tutto si chiarirà nei prossimi 100 giorni.

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È prematuro che i sostenitori della Russia festeggino la “morte lenta” della “Coalizione dei volenterosi”

Andrew Korybko5 agosto
 
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Anziché rischiare incautamente una terza guerra mondiale schierando le proprie truppe in Ucraina dopo un cessate il fuoco, potrebbero invece, in modo più pragmatico, rafforzare le capacità militari e di sicurezza complessive della NATO europea, con l’obiettivo di superare, in ultima analisi, la Russia sotto tutti gli aspetti, ad eccezione di quello nucleare.

L’articolo del Telegraph intitolato “La lenta agonia della coalizione dei volenterosi” è stato ampiamente ripreso sia dai social media russi che dai “filorussi non russi” con tono festante. Il responsabile della sezione diplomatica e quello della sezione europea del quotidiano hanno avvertito che le dimissioni del primo ministro britannico Keir Starmer e la fine dell’ultimo mandato del presidente francese Emmanuel Macron, prevista per la prossima primavera, potrebbero creare un vuoto diplomatico che il cancelliere tedesco Friedrich Merz non sarà in grado di colmare. Ciò potrebbe quindi stravolgere i piani europei per l’Ucraina.

Per contestualizzare, la “coalizione dei volenterosi” (COW) indica l’insieme dei Paesi disposti a svolgere ruoli diversi nell’Ucraina del dopoguerra, con l’E3 guidato da Gran Bretagna, Francia e Germania che si è già impegnato a schierare truppe dopo un cessate il fuoco. Considerando che il successore di Starmer, Andry Burnham, è ritenuto più concentrato sulle questioni interne, mentre quello di Macron potrebbe mostrarsi molto più distaccato nei confronti della NATO, Merz potrebbe esitare a guidare un’iniziativa così pericolosa; ecco perché l’infosfera russa è in fermento dopo aver letto questo articolo.

È tuttavia prematuro stappare lo champagne, poiché il COW può ancora causare una serie di problemi agli interessi russi, mantenendo alte le tensioni con i membri europei della NATO nel dopoguerra. Per cominciare, Trump 2.0 ha creato un vago “cordone sanitario” attorno alla Russia nell’Artico-Baltico grazie agli sforzi guidati dal Regno Unito, nell’Europa centrale grazie agli sforzi guidati dalla Polonia , lungo l’intera periferia meridionale della Russia grazie agli sforzi guidati dalla Turchia e nell’Asia nord-orientale grazie agli sforzi guidati dal Giappone. Si prevede che questo cappio si stringa ulteriormente.

In termini pratici, i teatri artico-baltico, dell’Europa centrale e del Mar Nero si fonderanno gradualmente in un unico spazio di sicurezza attraverso la prevista espansione dello “Schengen militare” finalizzata a ottimizzare l’invio di truppe e attrezzature verso est. È probabile un più stretto coordinamento in materia di sicurezza tra Svezia, Polonia, Romania e Turchia. Inoltre, la «linea di difesa dell’UE», vergognosamente sottosviluppata, che si estende dai confini degli Stati baltici con la Russia a quelli della Polonia con la Bielorussia, sarà probabilmente considerata prioritaria.

La militarizzazione dell’UE nel suo complesso e del Triangolo di Weimar (Francia, Germania e Polonia) in particolare proseguirà a ritmo sostenuto con l’obiettivo di “sminuire” le capacità militare-industriali della Russia, secondo la visione della Strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti per i membri europei della NATO. La potenziale espansione dell’ombrello nucleare francese sul resto del blocco, in linea con la sua nuova politica di “deterrenza avanzata”, potrebbe precedere la possibile dotazione nucleare della Germania al fine di contenere al massimo e minacciare in modo indiscutibile la Russia.

Anziché rischiare incautamente una terza guerra mondiale schierando le proprie truppe in Ucraina dopo un cessate il fuoco, la COW potrebbe invece, in modo più pragmatico, rafforzare le capacità militari e di sicurezza complessive della NATO europea, con l’obiettivo di superare, in ultima analisi, la Russia sotto tutti gli aspetti tranne che in quello nucleare. Le “garanzie di sicurezza” che i suoi membri principali hanno già concordato con l’Ucraina nel corso del 2024 potrebbero quindi fungere da fattori scatenanti per una guerra su larga scala in futuro, qualora dovessero riprendere le ostilità tra Russia e Ucraina.

Molti degli stessi autori che hanno prematuro festeggiato la “morte lenta” della COW potrebbero, com’era prevedibile, affermare che le divisioni con la NATO ostacoleranno inevitabilmente quanto descritto sopra, creando così numerose opportunità per la Russia di smantellare politicamente questo blocco militarizzato come mai prima d’ora. Si tratta quasi certamente di un pio desiderio, tuttavia, quindi farebbero probabilmente molto meglio ad ascoltare l’ex spia di alto livello russa Andrey Bezrukov e preparare così i russi a quelli che potrebbero essere decenni di gravi tensioni a venire.

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Lukyanov, uno dei massimi esperti russi, ha espresso la propria opinione sulle conseguenze politiche della rivoluzione dei droni

Andrew Korybko4 agosto
 
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Hanno influenzato la percezione occidentale del conflitto a favore dell’Ucraina; tale percezione viene ora alimentata più dalla Germania che dagli Stati Uniti e potrebbe quindi forse protrarsi molto più a lungo di quanto molti si aspettassero.

Fyodor Lukyanov, uno dei massimi esperti russi, che ricopre, tra gli altri prestigiosi ruoli nella comunità degli esperti del suo Paese, quello di direttore della ricerca del Club Valdai, ha pubblicato su RT un articolo dal titolo “Perché l’Europa occidentale ha bisogno che il conflitto in Ucraina continui”. Il sottotitolo recita: «La guerra dei droni ha alterato gli equilibri in Ucraina, indebolito lo spirito di Anchorage e fornito all’Europa una nuova giustificazione politica per il conflitto». Nel suo articolo ha poi spiegato come si sia arrivati a questa situazione.

Secondo Lukyanov, i leader dell’Europa occidentale che si sono recati a Washington per incontrare Trump subito dopo il Vertice di Anchorage sono riusciti in parte a fargli abbandonare la convinzione che «la sconfitta [dell’Ucraina] fosse in definitiva inevitabile e che quanto prima Kiev avesse accettato delle concessioni, tanto meno gravi sarebbero stati i danni». Pertanto, «né Trump né i suoi consiglieri erano disposti a investire un capitale politico significativo» per rispettare quanto concordato con Putin durante il loro colloquio, motivo per cui lo «Spirito di Anchorage» è fallito.

Lukyanov ha proseguito: «Ai vertici del G7 e della NATO di quest’estate, il presidente degli Stati Uniti ha mostrato un atteggiamento notevolmente più neutrale, a tratti persino favorevole, nei confronti di Kiev. In effetti, ha ammesso che la sua precedente convinzione riguardo all’inevitabile sconfitta dell’Ucraina era stata, come minimo, prematura». Ciò ha preceduto la «guerra di logoramento» dell’Ucraina contro la Russia, sostenuta dagli Stati Uniti, elemento attualmente centrale della nuova politica di Trump denominata «escalation per allentare la tensione», caratterizzata da attacchi con droni contro infrastrutture strategiche.

Come afferma Lukyanov, «la crescente capacità dell’Ucraina di condurre attacchi con droni a lungo raggio è il risultato di tre anni di sostegno finanziario e tecnologico costante da parte dell’Europa occidentale e, nonostante le ripetute affermazioni di Trump secondo cui “Sleepy Joe” avesse sperperato centinaia di miliardi di dollari americani in Ucraina, sono i governi europei, Germania in primis, a sostenere ora l’onere maggiore nel sostenere lo sforzo bellico di Kiev». Gli europei occidentali stanno ora ridefinendo il proprio coinvolgimento nel conflitto.

Come ha spiegato Lukyanov, «La retorica pubblica, in particolare in Germania, suggerisce sempre più che uno scontro militare con la Russia intorno alla fine del prossimo decennio sia una possibilità concreta. L’argomentazione è chiara: finché gli ucraini continuano a combattere, l’Europa occidentale ha tempo per prepararsi e quindi il conflitto dovrebbe protrarsi il più a lungo possibile». Ha poi ipotizzato che l’élite stia sfruttando questa percezione come un’«idea unificante» dettata da interessi politici, senza però escludere che alcuni ci credano davvero.

L’articolo di Lukyanov è importante per tre motivi. In primo luogo, riconosce che la “guerra di logoramento” ha influenzato la percezione occidentale del conflitto, fornendo così un ulteriore contesto per spiegare perché il movimento MAGA stia ora avvicinandosi a Kiev. In secondo luogo, suggerisce che la Germania sia più responsabile del perpetuarsi del conflitto rispetto agli Stati Uniti, il che potrebbe rimodellare la percezione che la Russia ha della minaccia rappresentata da quest’ultima. Infine, avvalora l’avvertimento dell’ex alto funzionario dei servizi segreti russi Andrey Bezrukov secondo cui la «nuova guerra» che la Russia sta combattendo potrebbe durare decenni.

L’ultimo punto è di gran lunga il più importante, poiché Lukyanov sta preparando i lettori all’idea di un conflitto prolungato, richiamando l’attenzione sugli sforzi dell’Europa occidentale – ispirati all’uso dei droni – volti a perpetuarlo a tempo indeterminato. Insieme alla recente conferma di Putin secondo cui la Russia continuerà a «agire con cautela» sul campo di battaglia, dissipando così le speranze di alcuni che egli possa «intensificare il conflitto per poi allentarlo» di propria iniziativa al fine di ottenere rapidamente la vittoria, non si può escludere che il conflitto si trasformi in una “guerra senza fine”.

Le proteste a sostegno del ministro della Difesa ucraino recentemente rimosso dall’incarico non sono spontanee

Andrew Korybko4 agosto
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Si potrebbe sostenere che siano autorizzati dagli Stati Uniti a manifestare il loro dissenso nei confronti di Zelensky, ma poiché Zelensky è percepito dagli Stati Uniti come “troppo potente per fallire” (almeno per ora) nel contesto della “guerra di logoramento” contro la Russia, è improbabile che gli Stati Uniti trasformino tali proteste in una Rivoluzione Colorata, e Zelensky lo sa.

L’ambasciatore russo Rodion Miroshnik ritiene che le proteste a sostegno del ministro della Difesa ucraino Mikhail Fyodorov, recentemente rimosso dall’incarico, non siano spontanee. A titolo informativo, l’Ucraina ha assistito alle più grandi proteste dai tempi di “EuroMaidan” in risposta alla decisione di Zelensky di destituire Fyodorov. I media locali hanno poi affermato che Zelensky temeva l’ascesa politica di Fyodorov, mentre quest’ultimo ha in seguito attribuito la responsabilità alle sue riforme anti-sovvenzioni. Ecco cosa ha dichiarato Miroshnik al riguardo:

“Hanno dimostrato di poter influenzare le autorità ucraine. All’improvviso, no? Non c’erano state manifestazioni di piazza per 12 anni, e poi, boom, ecco di nuovo una manifestazione di piazza. Persone che, fino a ieri, non avevano idea di chi fosse Fyodorov e di che tipo di strategia stesse promuovendo, improvvisamente si sono presentate dicendo: ‘Abbiamo bisogno di Fyodorov e di nessun altro! Senza Fyodorov sarà la fine per l’Ucraina!'” Si tratta di osservazioni valide, dato che è vero che molte persone fino ad allora apolitiche sono improvvisamente scese in piazza per protestare.

Secondo Miroshnik, “Hanno dimostrato l’esistenza di canali, di un sistema che, se necessario, blocca la risposta delle forze di sicurezza alle proteste civili e innesca le proteste stesse. Questo meccanismo si attiva e si mette in moto nel giro di poche ore. E dietro questi meccanismi ci sono persone concrete e facilmente identificabili che operano in questo campo”. L’insinuazione è che il suddetto sistema sia controllato da forze più potenti dei servizi di sicurezza e persino dello stesso Zelensky.

Solo gli Stati Uniti sono in grado di esercitare una tale influenza sulle dinamiche politiche interne dell’Ucraina; pertanto, un’ipotesi di lavoro credibile è che gli Stati Uniti vogliano segnalare a Zelensky che era inaccettabile destituire Fyodorov per aver intrapreso riforme anticorruzione da tempo necessarie. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non vogliono deporre Zelensky, altrimenti ci avrebbero già provato da tempo, sia attraverso un’altra Rivoluzione Colorata , sia con un colpo di stato di qualche tipo (da parte delle forze di sicurezza e/o dei militari), o una combinazione di entrambi.

Di conseguenza, si può concludere che l’indagine anticorruzione ucraina della fine dello scorso anno non era sul punto di coinvolgere Zelensky né si è trasformata in un colpo di stato progressivo come sostenuto all’epoca dalle analisi collegate in precedenza, sebbene potrebbe ancora servire a tali scopi in futuro. Gli Stati Uniti dovrebbero ovviamente approvare una simile operazione di cambio di regime, cosa che non hanno ancora fatto e potrebbero non fare mai, nonostante il Servizio di intelligence estera russo abbia affermato per anni che lo avrebbe fatto, come documentato qui .

Comunque sia, le proteste a sostegno di Fyodorov, presumibilmente autorizzate dagli Stati Uniti, indicano comunque che Washington non è contenta dell’ultimo rimpasto militare di Zelensky, ma non è disposta a sostituirlo e Zelensky lo sa. Ecco perché ha portato avanti la sua decisione nonostante l’indagine anticorruzione dello scorso anno, che aveva già manifestato disappunto per la sua corruzione e che alla fine aveva portato alla rimozione del suo principale consigliere, Andrey Yermak. Pertanto, è probabile che gli Stati Uniti continueranno a manifestare tale disappunto, ma è improbabile che lo sostituiscano.

Zelensky è tornato nelle grazie di Trump, il movimento MAGA nel suo complesso si sta avvicinando alla causa ucraina e gli Stati Uniti necessitano di stabilità politica in Ucraina nel contesto dell’intensa ” guerra di logoramento ” in corso contro la Russia. Questi fattori contestualizzano la decisione degli Stati Uniti di non trasformare le proteste a sostegno di Fyodorov in una rivoluzione colorata contro Zelensky. In poche parole, gli Stati Uniti lo considerano “troppo potente per fallire” (almeno per ora), il che dà a lui e ai suoi accoliti carta bianca per continuare a sottrarre fondi a loro piacimento.

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Perché è così importante che la Bielorussia abbia avvertito la Polonia di un potenziale complotto terroristico?

Andrew Korybko4 agosto
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I servizi di sicurezza bielorussi e polacchi hanno chiaramente ripreso una forma limitata di cooperazione, che potrebbe favorire la stabilità regionale se coordinata con Mosca e non facente parte di un complotto di Washington per dividerli.

A fine luglio si è verificato uno sviluppo straordinario nei rapporti tra Bielorussia e Polonia, dopo che la prima ha avvertito la seconda di un potenziale complotto terroristico. Secondo l’ex spia del KGB Roman Protasevich , l’attivista antigovernativo bielorusso Denis Dashkevich aveva pianificato di assoldare degli ucraini per uccidere i figli di Svetlana Tikhanovskaya, autoproclamatasi presidente della Bielorussia (lei e la sua famiglia si erano recentemente trasferite in Polonia dalla Lituania). Dashkevich era risentito del fatto che la sua organizzazione si fosse rifiutata di aiutarlo a ripristinare il suo status di rifugiato.

La Polonia aveva revocato l’ordinanza restrittiva (Protasevich sostiene che lo considerassero una minaccia per la sicurezza nazionale, ma ciò non può essere confermato), quindi voleva uccidere i figli di lei per vendetta, fare una clamorosa dichiarazione politica e poi suicidarsi. Dashkevich ha ammesso in una conversazione con un organo di stampa dell’opposizione bielorussa di aver effettivamente scritto a diversi collaboratori qualcosa del tipo: “Cosa, dovrei uccidere i figli di Tsikhanouskaya per attirare l’attenzione sul mio problema?”, ma ha negato di aver effettivamente pianificato di farlo.

Ha anche affermato che alcuni dipendenti del Servizio di Sicurezza Interna polacco gli avrebbero riferito che la Bielorussia aveva trasmesso l’avvertimento riguardo a quanto da lui scritto; lui avrebbe mostrato loro la sua corrispondenza e il caso sarebbe stato archiviato pochi giorni dopo. In ogni caso, l’importanza della vicenda risiede nel fatto che la Bielorussia abbia avvertito la Polonia di un potenziale complotto terroristico, nonostante i loro gelidi rapporti, il che avvalora quanto affermato dal capo del KGB Ivan Tertel alla fine dello scorso anno in merito alla loro cooperazione in materia di sicurezza.

Ha affermato che “si sta instaurando un’intesa” con la Polonia e gli Stati baltici, aggiungendo che “probabilmente non sarà un grande segreto dire che abbiamo canali di comunicazione con i nostri partner. Questo dialogo è in corso, anche attraverso i servizi segreti. Direi che la comprensione tra noi sta lentamente migliorando. Discutiamo di questioni urgenti e in qualche modo arriviamo a un’intesa sugli interessi reciproci”. La Polonia ha negato l’affermazione di Tertel, ma ora sembra che fosse almeno in parte vera.

Il contesto in cui si è verificato questo straordinario sviluppo riguarda il graduale riavvicinamento della Bielorussia agli Stati Uniti, che, secondo alcuni studi, se dovesse proseguire, porterebbe a un riavvicinamento anche con la Polonia, e il radicale cambiamento di percezione che Lukashenko ha manifestato nei confronti della Polonia a gennaio. Invece di considerarla determinata a sovvertire il suo governo e a minacciare la sicurezza nazionale del suo Paese, l’ha descritta come un leader regionale con una politica pragmatica. Da allora, Lukashenko ha continuato a comportarsi in modo sospetto .

In ogni caso, il fatto significativo è che i servizi di sicurezza bielorussi e polacchi abbiano ripreso una forma limitata di cooperazione, che potrebbe favorire la stabilità regionale se coordinata con Mosca e non parte di un complotto di Washington per dividerli. Nella migliore delle ipotesi, la Bielorussia potrebbe facilitare la ripresa dei contatti tra Russia e Polonia , con l’obiettivo di raggiungere un modus vivendi postbellico che consenta loro di costruire congiuntamente una nuova architettura di sicurezza in Europa.

Lo scenario peggiore, tuttavia, è che i servizi di sicurezza bielorussi o intraprendano un riavvicinamento con la Polonia che alla fine vada a discapito degli interessi nazionali della Russia, oppure vengano cooptati dalla Polonia per commettere tradimento. Certo, questi scenari sono puramente speculativi, ma non possono essere facilmente esclusi a causa della tradizionale opacità del KGB. Ciononostante, è meglio che gli osservatori prendano in considerazione lo scenario migliore, che potrebbe rivoluzionare le grandi dinamiche strategiche della regione.

La Francia sta giocando un ruolo di primo piano nella “guerra di logoramento” dell’Occidente contro la Russia.

Andrew Korybko2 agosto
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A quanto pare, la sua leadership ha calcolato che i rischi connessi valgono la pena di diventare il principale alleato degli Stati Uniti nella “NATO 3.0”, ma la competizione con Germania e Regno Unito per questo ruolo è tutt’altro che conclusa.

La scorsa settimana il Financial Times ha pubblicato un rapporto dettagliato su come “l’Ucraina stia adattando gli attacchi all’industria energetica russa per colpire componenti critici”. In sostanza, l’Ucraina sta cercando di neutralizzare le infrastrutture energetiche russe il più a lungo possibile, prendendo di mira le parti più difficili da sostituire e colpendo nodi all’interno del sistema più ampio per massimizzare i danni. Tutto ciò è agevolato da Stati Uniti e Francia, che aiutano l’Ucraina non solo a tracciare le rotte verso i suoi obiettivi, ma anche a selezionarli.

Il comandante delle forze ucraine per i sistemi senza pilota, Robert Brovdi, ha dichiarato al Financial Times che “l’obiettivo è chiaro: 1) distruggere le fonti che finanziano la guerra di Putin [il commercio del petrolio] e 2) [distruggere] il complesso militare-industriale che rifornisce di armi l’esercito occupante”. Questo equivale al tentativo occidentale di deindustrializzazione e smilitarizzazione della Russia, nell’ambito della nuova ” guerra di logoramento ” condotta contro di essa sul fronte ucraino, dopo che Trump ha deciso di ” intensificare per poi allentare la tensione “.

Il coinvolgimento degli Stati Uniti non sorprende, ma quello della Francia potrebbe sorprendere chi non ha seguito le sue mosse. In primavera, la Francia ha esteso il suo ombrello nucleare verso est, coprendo la Polonia, nell’ambito della sua politica di ” deterrenza avanzata “, e poco dopo ha concordato che il gruppo E3, che comprende anche Germania e Regno Unito, schiererà truppe in Ucraina dopo un cessate il fuoco . Tutto ciò mira a presentare la Francia come leader militare-sicuritario dell’UE nella ” NATO 3.0 “, in competizione con Germania e Regno Unito per questo ruolo.

Mentre la Germania è ora il secondo paese più importante dell’Ucraina Anche il sostegno militare di Stati Uniti e Regno Unito ha fatto molto in questo senso (persino prima della Germania), ma nessuno dei due sta svolgendo il ruolo che la Francia ricopre in questa nuova “guerra di logoramento” contro la Russia, il che conferisce alla Francia un valore unico rispetto agli Stati Uniti. Se Trump 2.0 decidesse mai di ritirarsi dal conflitto, magari nell’ambito di un nuovo processo di pace con la Russia, potrebbe contare sulla Francia per continuare a condurre la sua “guerra di logoramento” in conformità con il principio della “NATO 3.0”.

Inoltre, a causa del coinvolgimento della Francia nel tentativo di deindustrializzazione e smilitarizzazione della Russia, un’eventuale escalation significativa potrebbe teoricamente provocare una risposta russa contro gli interessi francesi in Europa anziché contro quelli americani, per ragioni percepite come volte al controllo dell’escalation. Questa risposta potrebbe assumere la forma di un attacco alla base militare russa in Romania . Sebbene le probabilità che Putin autorizzi una simile rappresaglia siano basse, soprattutto dopo aver recentemente ribadito il suo approccio “cauto” , non si può escludere del tutto questa possibilità.

Gli Stati Uniti traggono quindi vantaggio dal ruolo della Francia in questa campagna senza precedenti contro la Russia, sapendo che il suo partner la continuerà in automatico se gli Stati Uniti si ritireranno dal conflitto, oppure si farà carico del peso maggiore dei costi se Putin cederà e autorizzerà anche solo azioni simboliche contro gli interessi francesi in Europa. Dal canto suo, la leadership francese ha apparentemente calcolato che questi rischi valgano la pena pur di diventare il principale alleato degli Stati Uniti nella “NATO 3.0”, ma la competizione con Germania e Regno Unito per questo ruolo è tutt’altro che conclusa.

Per quanto riguarda la loro “amichevole rivalità”, l’unico vantaggio tangibile che se ne può trarre è un aumento dei profitti per i loro complessi militari-industriali, nei quali investe una minoranza statisticamente insignificante della popolazione, con la motivazione principale, in realtà, rappresentata più dal “prestigio nazionale” che da qualsiasi altra cosa. Nel tentativo di riconquistare la gloria perduta dell’era napoleonica, la Francia rischia di provocare Putin e di indurlo ad abbandonare il suo “approccio prudente” (che alcuni sostenitori temono sia diventato eccessivo ), quindi dovrebbe riconsiderarlo con urgenza.

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La prevista espulsione da parte della Francia di un commentatore politico filorusso è puramente politica.

Andrew Korybko2 agosto
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Le opinioni critiche sulla politica francese nei confronti del conflitto ucraino sono state di fatto criminalizzate.

La Francia ha ordinato l’espulsione di Xenia Fedorova, ex direttrice di RT France, che vive nel Paese da quasi un decennio e condivide regolarmente opinioni filo-russe sui media francesi, con la presunta motivazione che le sue opinioni siano in realtà disinformazione volta a destabilizzare la società. Certo, qualsiasi Paese può espellere chiunque voglia per qualsiasi motivo, ma in questo caso l’immagine della Francia è pessima, dato che il Paese si presenta come baluardo dei valori occidentali.

Questi stessi valori includono la libertà di esprimere opinioni politiche divergenti entro limiti ragionevoli, limiti che Fedorova non ha mai oltrepassato, non avendo mai incitato alla violenza e non avendo legami con alcuna agenzia di intelligence straniera, come quella russa. “Instillare dubbi sulla legittimità del sostegno fornito all’Ucraina”, che è una delle accuse mosse contro di lei da Fedorova, equivale a criminalizzare le opinioni critiche sulla politica francese nei confronti della guerra per procura tra NATO e Russia in corso in Ucraina.

Oggi la Francia gioca un ruolo sproporzionato nel conflitto ucraino . Dall’estensione del suo ombrello nucleare verso est fino alla Polonia, in linea con la sua nuova politica di ” deterrenza avanzata “, alla fornitura all’Ucraina di informazioni di intelligence sugli obiettivi delle infrastrutture russe in profondità nei suoi confini universalmente riconosciuti, fino alla pianificazione di un dispiegamento di truppe in Ucraina dopo un cessate il fuoco, la Francia ha fatto di tutto per diventare il membro dell’UE più influente nella lotta contro la Russia. Questo, a sua volta, rischia di provocare uno scontro convenzionale con la Russia che potrebbe degenerare nella Terza Guerra Mondiale.

I media francesi che danno spazio a Fedorova vogliono informare i cittadini su queste problematiche al fine di generare un dibattito nazionale sulla politica francese nei confronti della guerra per procura tra NATO e Russia in Ucraina. Questo non significa che siano filo-russi, isolazionisti o traditori, come i loro critici potrebbero dipingerli, ma semplicemente che evidentemente non ritengono che l’attuale politica sia nell’interesse nazionale francese. E Fedorova si propone proprio di evidenziare gli svantaggi di tale politica.

Allo stesso modo, proprio per questo motivo, la prevista espulsione di lei da parte della Francia è puramente politica. Sebbene in teoria potrebbe continuare a essere ospitata a distanza dai media che la sostengono, espellerla dal paese ha lo scopo di farli riflettere, visto che ora è persona non grata. Analogamente, i cittadini francesi che condividono le sue critiche alla politica del loro paese nei confronti del conflitto ucraino potrebbero autocensurarsi per la stessa ragione, sopprimendo ulteriormente la diffusione di opinioni divergenti.

Le elezioni presidenziali della prossima primavera aggiungono un’ulteriore dimensione politica a questa decisione. È quasi certo che le autorità temano che le sue critiche possano influenzare l’elettorato, inducendolo a non sostenere chiunque Macron indichi come suo successore. Se quest’ultimo non dovesse vincere, con le buone o con le cattive, a causa di un voto di protesta “troppo consistente per essere manipolato”, la politica francese nei confronti della guerra per procura tra NATO e Russia in Ucraina potrebbe cambiare radicalmente, mandando così all’aria i piani dell’establishment.

In definitiva, l’espulsione di Fedorova da parte della Francia scredita ulteriormente il governo di Macron e i valori occidentali che esso professa, sebbene resti da vedere se riuscirà a mobilitare un numero sufficiente di francesi contro di lui, tale da costituire una “maggioranza silenziosa” in grado di portare l’opposizione al potere la prossima primavera. In ogni caso, l’esempio che le autorità vogliono dare di lei dimostra che le opinioni critiche sulla loro politica nei confronti del conflitto ucraino sono state di fatto criminalizzate, il che rappresenta uno sviluppo terrificante.

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Quale ruolo potrebbero aver avuto inavvertitamente i media russi nel rendere Laura Loomer filo-ucraina?

Andrew Korybko1 agosto
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Il cambiamento percettibile nella copertura mediatica della Russia dallo scorso autunno è stato probabilmente una reazione al fatto che Trump abbia rinnegato lo “Spirito di Anchorage” e abbia implementato la “Dottrina neo-reaganiana”.

Il cambio di rotta di Laura Loomer, importante consigliera di Trump, da posizione anti-ucraina a filo-ucraina, è stato oggetto di molte speculazioni sin dal suo viaggio in Ucraina e dall’incontro con Zelensky. È importante scoprire il motivo di questa trasformazione politica, dato che Trump ripone una tale fiducia nel suo giudizio da aver addirittura licenziato sei membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale lo scorso anno , a quanto pare su sua richiesta . Potrebbe quindi presto essere influenzato da Loomer e indurre un’ulteriore escalation della ” guerra di logoramento ” degli Stati Uniti contro la Russia, condotta con il supporto dell’Ucraina .

Molti sui social media pensano che questa sia solo l’ultima fase delle sue faide con Tucker Carlson e Candace Owens, entrambi in visita in Russia per viaggi di alto profilo, e credono che questo sia il motivo per cui lei abbia poi deciso di visitare l’Ucraina per dare un segnale di contrasto. Secondo quanto dichiarato da Loomer al Wall Street Journal e all’Associated Press , le sue opinioni sull’Ucraina hanno effettivamente iniziato a cambiare dopo che “account filo-Cremlino” e “fonti russe” hanno iniziato a dare risalto ai ” dissidenti MAGA ” come loro che si sono rivoltati contro Trump.

Ha concluso affermando che “l’emittente statale russa RT ha trasformato il suo feed in una copertura totale di clip del podcast Woke Reich, il che non ha senso per un organo di informazione straniero il cui scopo è presumibilmente quello di coprire le notizie russe dirette dal Cremlino. Questo è esattamente il tipo di influenza straniera coordinata che dovrebbe essere INDAGATA”. Questa è ovviamente la sua opinione personale, ed è una grossa esagerazione descrivere la condivisione sull’account X di RT di “clip del podcast Woke Reich” come una “copertura totale”, ma questo è ciò che crede.

Ciò che Loomer non comprende è che il finanziamento pubblico non significa automaticamente gestione statale, nel senso che ogni singolo prodotto informativo (inclusi i tweet) è preventivamente approvato da un funzionario russo. Piuttosto, RT e Sputnik godono di ampia autonomia nella scelta dei contenuti da pubblicare, con l’unica aspettativa che questi non condannino la Russia. Nell’esempio che l’ha radicalizzata, la motivazione principale era mantenere il proprio pubblico americano e generare risonanza sui social media, non interferire negli affari interni della Russia.

Detto questo, il contesto geopolitico suggerisce che un secondo fine potrebbe essere stato quello di provocare Trump in risposta al suo presunto tradimento dello ” Spirito di Ancoraggio “, come la Russia crede sinceramente che abbia fatto, e all’attuazione di quella che è stata definita la ” Dottrina Neo-Reagan “. Per quanto riguarda il primo punto, un collaboratore di RT ha riferito che Trump avrebbe dovuto costringere Zelensky a ritirarsi dal Donbass in cambio dell’accordo di Putin su un cessate il fuoco , mentre il secondo punto riguarda il ridimensionamento dell’influenza russa a livello globale .

Il mecenate statale di RT potrebbe quindi aver richiesto che l’emittente si occupasse più regolarmente dei “dissidenti MAGA” e forse anche in modo positivo di argomenti che Trump detesta, come il progressismo, l’islamismo e il “terzomondismo”, come una blanda risposta asimmetrica alle mosse degli Stati Uniti. Sarebbe una politica legittima, date le circostanze, ma avrebbe anche potuto inavvertitamente radicalizzare la donna che gode dell’appoggio di Trump e fuorviare involontariamente i sostenitori di MAGA sulla politica estera russa, risultando quindi controproducente.

In ogni caso, il punto fondamentale è che il cambiamento percettibile nella copertura mediatica russa dallo scorso autunno è stato probabilmente una risposta al rinnegamento da parte di Trump dello “Spirito di Ancoraggio” e all’attuazione della “Dottrina Neo-Reagan”, non un tentativo di ingerenza negli Stati Uniti né un riflesso della politica estera russa, come chiarito qui . Resta da vedere se “conquistare” più esponenti della sinistra, islamisti, “terzomondisti” e “dissidenti MAGA” compensi la “perdita” di MAGA e di Trump per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi della Russia nello speciale operazione .

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Korybko a Dmitriev: deridere la strategia delle “potenze di medio livello” non favorisce gli interessi russi.

Andrew Korybko1 agosto
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La Russia sostiene l’ascesa delle “Potenze Medie” che cooperano tra loro per ottimizzare i rispettivi equilibri di potere, poiché considera questa tendenza multipolare e in grado di erodere l’egemonia americana; è quindi a dir poco strano che il suo inviato speciale negli Stati Uniti abbia deriso pubblicamente questa politica.

A metà luglio , Kirill Dmitriev, inviato speciale di Putin negli Stati Uniti e a capo del Fondo russo per gli investimenti diretti, ha deriso la cosiddetta strategia delle ” potenze di medio livello “, secondo la quale questi paesi cooperano tra loro per ottimizzare i rispettivi equilibri di potere tra le grandi potenze mondiali. Il sottosegretario alla Guerra per le politiche, Elbridge Colby, considerato la mente dietro la politica estera di Trump 2.0 e in particolare la sua componente militare, ha pubblicato un thread critico al riguardo su X.

Secondo le sue parole, “le ‘potenze medie’ non hanno una base coerente per il loro allineamento. [La loro strategia] inoltre, a nostro avviso, non trova riscontro nella realtà”. Ha proseguito: “Assistiamo a un *aumento* del desiderio di impegno con gli Stati Uniti, non a una diminuzione. Sotto la guida del Presidente Trump, i Paesi non solo riconoscono il valore dell’impegno americano, ma non possono più darlo per scontato. Assistiamo indubbiamente a una richiesta incredibilmente forte e continua di presenza e impegno militare statunitense in tutto il mondo”.

A prescindere da quale sia la propria opinione sulle sue posizioni, il tentativo di Elbridge di screditare la strategia delle “potenze di medio livello” e la sua difesa della presenza militare statunitense nel mondo contrastano gli interessi russi, che sostengono l’ascesa delle “potenze di medio livello” e si oppongono ai dispiegamenti militari statunitensi all’estero. Per questo motivo, leggere i tweet di Dmitriev su questo argomento è stato a dir poco strano. Il suo primo post rilevante è stato la condivisione del thread di Elbridge con una didascalia che condannava l’UE e il Regno Unito per aver perseguito questa politica.

Dmitriev ha scritto che “la fallimentare strategia di ‘potenza di medio livello’ dell’UE/Regno Unito ha iniziato a spaventare gli Stati Uniti. I vassalli dell’UE/Regno Unito dovrebbero conoscere il loro posto”. Ha poi citato il principale commentatore di politica estera del Financial Times, Gideon Rachman, che ha posto a Elbridge una domanda critica chiedendogli se si rendesse conto che i paesi stanno sperimentando questo approccio a causa delle nuove minacce che percepiscono dagli Stati Uniti. Dmitriev ha quindi scritto che “i vassalli vanno nel panico e presto imploreranno perdono per la loro eresia di ‘potenza di medio livello'”.

A questo è seguito il suo “Sì” a una persona che aveva scritto sotto il suo post: “Entro il prossimo trimestre imploreranno perdono. La strategia del Medio potere ha la durata di un argomento di discussione a Davos”. Solo lui può spiegare perché nutra queste opinioni, per non parlare del perché abbia deciso di condividerle pubblicamente pur rappresentando Putin, nonostante il suo profilo specifichi che “Le opinioni sono mie”, ma ironicamente si contraddice rispetto alla sua precedente opinione sul leader di fatto tedesco dell’UE.

In un’intervista rilasciata il mese scorso ai media tedeschi e analizzata anche qui , Dmitriev si è mostrato molto conciliante al riguardo. Il punto saliente dell’intervista è stato quando ha affermato: “Se Germania e Russia cooperassero, formerebbero una delle più grandi potenze economiche che il mondo abbia mai conosciuto. La combinazione della tecnologia tedesca, del popolo russo e delle materie prime russe rappresenterebbe una forza straordinaria. Riteniamo che siano stati fatti molti tentativi per dividerci”.

È indubbiamente nell’interesse della Russia che si verifichi un riavvicinamento russo-tedesco che porti al risultato da lui descritto, ma ciò può accadere solo se la Germania attua con successo la strategia della “potenza di medio livello” che Dmitriev ha inspiegabilmente deriso. Con tutto il rispetto dovuto, dovrebbe quindi riflettere sulla contraddizione tra la sua recente opinione in merito e quanto affermato in precedenza sulle relazioni russo-tedesche, dopodiché non sarebbe una cattiva idea per lui chiarire il suo punto di vista.

La Germania si doterà di armi nucleari?

Andrew Korybko3 agosto
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Il servizio di intelligence estera russo ha riferito che la Russia si sta muovendo in questa direzione.

L’annuncio del cancelliere tedesco Friedrich Merz a metà luglio, secondo cui il suo paese avrebbe partecipato per la prima volta quest’anno a un’esercitazione nucleare francese nell’ambito della politica di ” deterrenza preventiva ” di quest’ultima, è stato seguito pochi giorni dopo dalla dichiarazione del Servizio di intelligence estera russo (SVR), secondo cui la Russia starebbe sviluppando armi nucleari. Il SVR ha scritto che “i ministeri competenti di uno dei principali stati della NATO esprimono preoccupazione per le attività di ricerca e sviluppo in corso in Germania, incentrate sulle armi nucleari”.

Tra le università coinvolte figurano, a quanto pare, “l’Istituto di Tecnologia di Karlsruhe, l’Università della Ruhr di Bochum, l’Università Ludwig Maximilian di Monaco, l’Università RWTH di Aquisgrana e l’Università Tecnica di Berlino”. Per quanto riguarda le aziende, si tratterebbe di “Rheinmetall AG, Diehl Stiftung GmbH, KNDS Group e Umarex GmbH”. Inoltre, secondo SVR, “questi [esplosivi ad alta energia e sistemi di detonazione elettronica] vengono regolarmente testati nei poligoni di tiro dell’esercito tedesco”.

Hanno concluso il loro rapporto scrivendo che “gli esperti militari della NATO ritengono che Berlino sia in grado di produrre autonomamente il materiale fissile necessario entro uno o tre mesi e di costruire un ordigno nucleare funzionante entro un anno, senza condurre test su vasta scala”. Certo, è possibile che le informazioni di SVR siano imprecise, come è accaduto con le sue numerose affermazioni degli ultimi anni secondo cui gli Stati Uniti starebbero complottando per rimuovere Zelensky, complotti che non si sono ancora concretizzati e che sono stati documentati in questo articolo .

Detto questo, il rifiuto degli Stati Uniti di estendere il trattato New START con la Russia ha aumentato la probabilità di una corsa agli armamenti nucleari, che potrebbe portare la Germania e altri paesi europei come la Polonia a sviluppare armi nucleari. In questa sede si è valutato che “finché la Germania sarà sotto l’ombrello nucleare di qualcuno e questi avrà la volontà politica di mantenere il proprio impegno, che si tratti degli Stati Uniti, della Francia e/o del Regno Unito, è improbabile che la Russia rischi la Terza Guerra Mondiale attaccando la Germania se questa iniziasse a sviluppare armi nucleari”. Tale analisi rimane valida.

Sebbene i piani di rimilitarizzazione della Germania, del valore di 800 miliardi di euro, potrebbero far sì che il Paese sostituisca gli Stati Uniti come principale avversario percepito della Russia, indipendentemente dal fatto che sviluppi o meno armi nucleari a causa della minaccia simile a quella del 1941 , Putin ha recentemente respinto le pressioni dei falchi che vorrebbero un suo attacco alla NATO, condannando tali affermazioni come una “provocazione”. L’ultimo test del missile balistico intercontinentale Sarmat russo aveva lo scopo di scoraggiare provocazioni nucleari, come quelle poste dalla “deterrenza avanzata” annunciata all’epoca dalla Francia, e le latenti minacce convenzionali tedesche.

Ne consegue quindi che Putin non cambierebbe idea e non prenderebbe seriamente in considerazione un primo attacco contro una Germania dotata di armi nucleari, poiché crede sinceramente che i missili Sarmat russi potrebbero rendere gestibile lo scenario di una Germania con armi nucleari. Si tratta di un calcolo ragionevole, ma presuppone che la triade nucleare del suo paese rimanga intatta, cosa che l’Ucraina ha già fatto diverse volte con il sostegno occidentale. L’ex agente segreto Andrey Bezrukov ha avvertito che potrebbe rimanere nel mirino dell’Ucraina per i prossimi decenni.

Mettendo insieme tutti gli elementi, il rapporto di SVR merita di essere preso sul serio, anche da funzionari ed esperti occidentali, a causa dei significativi cambiamenti che potrebbe apportare all’architettura di sicurezza europea, destabilizzando ulteriormente questo continente già instabile, con conseguenze incerte. Persino nel peggiore dei casi, qualora la Germania si dotasse di armi nucleari, nessuno dovrebbe dubitare che la Russia garantirà la propria sicurezza nazionale, e qualsiasi tentativo di ripetere gli orrori della Grande Guerra Patriottica segnerebbe la fine della Germania.

L’Arabia Saudita ha cinque punti di leva sugli Stati Uniti

Andrew Korybko2 agosto
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Probabilmente non troverà mai la volontà politica di utilizzarli, ma la possibilità rimane sempre.

Trump ha recentemente sorpreso l’Arabia Saudita chiedendo il riconoscimento di Israele come precondizione per l’attuazione da parte degli Stati Uniti del nuovo accordo sull’energia nucleare , che non era previsto nell’intesa. Questo fa seguito all’umiliazione subita in primavera dal principe ereditario e primo ministro Mohammed Bin Salman, accusato di avergli “baciato il sedere” per aver rilanciato l’economia statunitense. Il suo atteggiamento nei confronti del Regno e del suo leader de facto è inaspettato, dato che gli Stati Uniti dipendono da loro nei seguenti cinque modi:

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1. Proiettare indirettamente l’influenza degli Stati Uniti sull’Ummah

L’Arabia Saudita esercita un’enorme influenza sulla comunità musulmana internazionale, o Ummah, grazie al suo ruolo di Custode delle Due Sacre Moschee. È inoltre un alleato solidissimo degli Stati Uniti sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Allineandosi quasi sempre agli obiettivi di politica estera degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita proietta indirettamente la sua influenza sull’Ummah, in alcuni casi persino in modo più efficace degli Stati Uniti stessi, poiché è un Paese musulmano a cui molti governi e società musulmane guardano come punto di riferimento.

2. Investire centinaia di miliardi di dollari negli Stati Uniti

L’Arabia Saudita è nota in tutto il mondo per la sua ricchezza, come ha ribadito ancora una volta promettendo di investire ben 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti durante la visita di Trump nel Regno nel maggio 2025. Pochi Paesi sono in grado di fare altrettanto. Ancora più importante, il comunicato stampa della Casa Bianca, a cui si fa riferimento nel link precedente, sottolinea che almeno 100 miliardi di dollari saranno destinati al settore tecnologico americano, aiutandolo così a competere con la Cina. L’importanza strategica di tali investimenti sauditi negli Stati Uniti è innegabile.

3. Acquisto di armi americane per miliardi di dollari

Sulla base di quanto detto sopra, quasi 142 miliardi di dollari dei 600 miliardi che l’Arabia Saudita ha accettato di investire negli Stati Uniti andranno al complesso militare-industriale, una cifra astronomica. Per contestualizzare gli acquisti di armi americane da parte dell’Arabia Saudita, l’ ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute ha evidenziato che l’Arabia Saudita è stata il principale cliente degli Stati Uniti e il terzo maggiore importatore al mondo tra il 2021 e il 2025. Ciò avvantaggia enormemente il complesso militare-industriale americano.

4. Fungendo da nucleo della “NATO islamica”

Una delle tendenze di quest’anno, che ha iniziato a concretizzarsi verso la fine dello scorso anno, è la graduale formazione di quella che è stata definita la ” NATO islamica “, composta da Arabia Saudita, Pakistan, Egitto e Turchia. Tutti questi paesi sono membri della NATO, come la Turchia, o “principali alleati non NATO”, come gli altri. Che la “NATO islamica” venga formalizzata o rimanga semplicemente una piattaforma consultiva, si prevede comunque che servirà a promuovere gli interessi militari e di sicurezza americani in tutta la Ummah, nell’ottica della ” guida da dietro le quinte ” degli Stati Uniti.

5. Prevenire l’ascesa del “petroyuan”

Uno dei pilastri dell’egemonia americana è il petrodollaro, che l’Arabia Saudita ha contribuito a istituzionalizzare negli Stati Uniti, e la sua continua partecipazione a questo sistema impedisce la nascita dell’ipotetico ” petroyuan ” di cui molti membri della comunità dei media alternativi hanno speculato per anni. Finché l’Arabia Saudita rimarrà fedele al petrodollaro, il “petroyuan” resterà un mero esercizio teorico, preservando così indefinitamente quello che è probabilmente uno dei pilastri più importanti dell’egemonia americana.

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Questi cinque modi in cui gli Stati Uniti fanno affidamento sull’Arabia Saudita forniscono al Regno un potere di leva qualora trovasse la volontà politica di sfruttare questi vantaggi. Ad esempio, potrebbe smettere di proiettare indirettamente l’influenza statunitense sulla Ummah, ridurre drasticamente i suoi investimenti nell’economia statunitense e l’acquisto di armi americane, rifiutarsi di permettere alla “NATO islamica” di diventare un’alleanza per procura degli Stati Uniti e/o sostituire il petrodollaro con il “petroyuan”. Probabilmente non farà nulla di tutto ciò, ma la possibilità rimane sempre.

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Il patrocinio militare pakistano dei regni arabi promuoverebbe gli interessi americani

Andrew Korybko3 agosto
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Il Pakistan, definito “importante alleato non NATO”, sostituirebbe il ruolo regionale del suo protettore americano nel contenimento dell’Iran, fungendo al contempo da suo intermediario per il controllo della “NATO islamica” che sta emergendo all’incrocio tra Afro-Eurasia e Stati Uniti.

La tardiva ratifica da parte del Kuwait, avvenuta a fine luglio, di un accordo di cooperazione in materia di difesa con il Pakistan risalente a tre anni prima, ha dato credito alla notizia riportata da Reuters all’inizio dello stesso mese, secondo cui anche il Kuwait, come il Bahrein e la Giordania, desidera un patto di mutua difesa simile a quello saudita con il Pakistan. L’agenzia di stampa ha citato un funzionario della sicurezza pakistana a conoscenza dei colloqui, il quale ha chiarito che il suo Paese non prenderà in considerazione l’invio di truppe in Kuwait “in questa fase”, ma la formulazione della dichiarazione suggerisce che ciò potrebbe effettivamente accadere in futuro.

Alcuni commentatori dei media alternativi hanno presentato lo scenario del patrocinio militare pakistano nei confronti dei regni arabi come contrario agli interessi americani, poiché presumibilmente getterebbe le basi per un meccanismo di sicurezza collettiva tra questi e l’Iran, al fine di garantire in modo sostenibile la stabilità regionale. Si tratta di un’illusione, dato che il Pakistan è un “importante alleato non NATO” la cui dittatura militare di fatto, salita al potere dopo il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro l’ex primo ministro Imran Khan, è fortemente filoamericana .

Il loro rapporto è talmente stretto che oggi Trump si riferisce ad Asim Munir, l’uomo che di fatto governa il Pakistan, come al suo “Maresciallo di Campo preferito “. La loro relazione personale si fonda sull’ossequiosità che Munir e il Primo Ministro Shehbaz Sharif nutrono nei confronti di Trump. Un esempio concreto della loro cooperazione è il sospetto che il Pakistan fornisca terroristi e armi all’Afghanistan in coordinamento con gli Stati Uniti , favorendo così l’obiettivo di Islamabad di domare i talebani e quello di Washington di riportare le truppe statunitensi alla base aerea di Bagram .

Secondo alcune fonti, il Pakistan avrebbe anche richiesto un piano di salvataggio multimiliardario agli Stati Uniti in cambio della mediazione nei colloqui con l’Iran, e dipende quindi dal rimanere nelle grazie del suo protettore per evitare (ancora una volta) la bancarotta. Il tradizionale equilibrio sino-americano del Paese rimane ufficialmente in vigore, ma attualmente pende nettamente a favore di quest’ultima, il che aumenta ulteriormente la probabilità che qualsiasi sostegno militare ai regni arabi venga accettato solo con l’approvazione degli Stati Uniti e coordinato con essi.

Ciò favorirebbe gli interessi americani replicando il modello ” NATO 3.0 “, in cui gli alleati regionali si assumono maggiori responsabilità e oneri a sostegno dei loro interessi comuni. Per quanto riguarda il Golfo, il sostegno militare del Pakistan, potenza nucleare e grande esperienza, ai regni arabi scoraggerebbe gli attacchi iraniani, come tutti potrebbero credere (a torto o a ragione), con la spada di Damocle di una guerra regionale totale che farebbe riflettere l’Iran. Gli Stati Uniti potrebbero quindi concentrarsi sul contenimento più deciso della Cina.

Il conseguente ruolo più rilevante che il Pakistan svolgerebbe in una ” NATO islamica ” di fatto allargata – la nascente piattaforma regionale di coordinamento militare e di sicurezza tra il Pakistan stesso, l’Arabia Saudita , l’Egitto e la Turchia – garantirebbe ulteriormente che questo blocco serva gli interessi statunitensi al crocevia dell’Afro-Eurasia. Dato che ” gli Stati Uniti stanno conducendo una guerra mondiale ibrida contro Russia, Cina e Iran “, la “NATO islamica” potrebbe contribuire a ” garanzie di sicurezza ” per l’Ucraina, interferire negli affari dell’Asia centrale e contenere e indebolire l’Iran.

Dal punto di vista di questi tre, potrebbe essere meglio per gli Stati Uniti continuare a spingersi oltre i propri limiti con dispiegamenti militari nel Golfo che mettono a rischio anche la vita delle proprie truppe, piuttosto che ritirarsi completamente e lasciare che il Pakistan funga da loro alleato in quella zona, eliminando così i costi fisici per gli Stati Uniti in caso di un nuovo conflitto. In tal caso, gli Stati Uniti “guiderebbero da dietro le quinte ” controllando la “NATO islamica” attraverso il Pakistan, crogiolandosi nella falsa gloria di guidare, almeno superficialmente, questo blocco militare transregionale filoamericano.

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Perché gli Stati turcofoni si stanno avvicinando a Israele? _ di Ogul Tuna

Perché gli Stati turcofoni si stanno avvicinando a Israele?

Legami antichi, strategia moderna

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Oğul Tuna

30 dicembre 2026

Oğul Tuna analizza le basi storiche, strategiche e tecnologiche dei crescenti legami tra Israele e gli Stati turcofoni, mettendo in luce un rapporto pragmatico che va ben oltre le notizie di attualità.

Dagli ebrei di Bukhara alla cooperazione nel settore energetico e tecnologico: l’analisi delle relazioni di Israele con l’Azerbaigian e gli Stati turcofoni dell’Asia centrale

Dalle comunità ebraiche di Bukhara alla cooperazione nel campo dell’energia e della tecnologia, dalle preoccupazioni sull’Iran alla diplomazia multidirezionale: i rapporti che Israele ha instaurato con l’Azerbaigian e gli Stati turcofoni dell’Asia centrale vengono solitamente analizzati in Turchia attraverso due prismi principali: il contenimento dell’Iran e la questione palestinese.

Eppure queste relazioni sono ben più antiche e complesse di quanto si possa spiegare solo con le guerre contemporanee o le politiche di sicurezza. Le storiche comunità ebraiche presenti in tutta la regione, la cooperazione nei settori dell’energia, dell’agricoltura e delle tecnologie di irrigazione, le preoccupazioni condivise riguardo all’Islam politico, le reti della diaspora e il perseguimento di politiche estere diversificate da parte delle repubbliche dell’Asia centrale fanno tutte parte della stessa equazione.

Multipolar Press è una testata sostenuta dai lettori. Per ricevere i nuovi articoli e sostenere il nostro lavoro, ti invitiamo a diventare abbonato, con formula gratuita o a pagamento.

Quello a cui assistiamo, quindi, non è né un riavvicinamento puramente ideologico né un’alleanza segreta guidata da un unico centro. Si tratta piuttosto di una rete pragmatica di relazioni in cui interessi diversi convergono in ambiti specifici. Vale inoltre la pena notare che i legami di Israele con la regione si sono rafforzati proprio nello stesso periodo in cui altri attori “occidentali”, in particolare la Turchia, hanno iniziato ad ampliare il proprio impegno in Asia centrale.

La relazione non è iniziata nel 1991

I legami storici tra Israele e l’Asia centrale risalgono a ben prima del crollo dell’Unione Sovietica.

Gli ebrei di Bukhara, che vivevano a Bukhara, Samarcanda, Merv e nelle regioni circostanti, erano tra le comunità più importanti nella vita storica, culturale e commerciale dell’Asia centrale. Le tradizioni relative alle loro origini risalgono all’antichità. I centri commerciali lungo la Via della Seta, le migrazioni forzate descritte nella Bibbia ebraica e nel Nuovo Testamento e i legami duraturi con il mondo di lingua iraniana hanno tutti contribuito a plasmare la presenza della comunità nella regione.

Allo stesso modo, gli ebrei delle montagne dell’Azerbaigian e del Caucaso settentrionale costituiscono una delle comunità autoctone più antiche della regione. La loro lingua, il juhuri — noto anche come giudeo-tat — appartiene al ramo iranico delle lingue. Di conseguenza, sarebbe inesatto identificare queste comunità direttamente né con l’adozione del giudaismo da parte del Khaganato dei Khazari né con le popolazioni ebraiche di lingua turca.

Dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, gran parte delle comunità ebraiche di Bukhara e delle zone montane è emigrata in Israele, negli Stati Uniti e in Russia. Tuttavia, i loro cimiteri, le sinagoghe, i legami familiari e il patrimonio culturale sono rimasti in Asia centrale. Oggi, questa memoria storica costituisce uno dei pilastri principali della diplomazia culturale e turistica di Israele nella regione.

Dove convergono le preoccupazioni in materia di sicurezza

Uno dei fattori principali che ha avvicinato Israele e i governi dell’Asia centrale è stata la convergenza delle loro visioni in materia di sicurezza, in particolare dagli anni ’90 fino ai primi anni ’20.

Le repubbliche turche post-sovietiche dell’Asia centrale non hanno cercato di eliminare del tutto la religione dalla vita pubblica, ma si sono impegnate a mantenerla sotto una stretta supervisione statale. Gli sforzi dell’Iran per esportare la propria rivoluzione negli anni ’90, le organizzazioni militanti operanti in Afghanistan e in Siria, i combattenti dell’Asia centrale che si sono uniti all’ISIS e i vari movimenti radicali attivi in tutta la regione a partire dagli anni ’90 hanno tutti influenzato profondamente le politiche di sicurezza di questi paesi.

Da parte sua, Israele — ad eccezione dell’ISIS — considera praticamente ogni forma di Islam politico, insieme all’influenza regionale dell’Iran, come una delle sue principali minacce alla sicurezza.

Ciononostante, ciò non significa che le due parti siano d’accordo su ogni questione. Tuttavia, ciò crea un terreno comune in ambiti quali la prevenzione della radicalizzazione, la sicurezza delle frontiere, la cooperazione in materia di intelligence, la sicurezza informatica e la tutela delle istituzioni statali.

Cosa ci guadagna Israele?

Per Israele, la prima questione fondamentale è quella energetica.

L’Azerbaigian e il Kazakistan svolgono un ruolo importante nell’approvvigionamento petrolifero di Israele. Il trasporto del greggio azero verso il Mediterraneo attraverso l’oleodotto Baku–Tbilisi–Ceyhan ha permesso alla cooperazione energetica di proseguire anche durante i periodi di tensione politica tra Ankara e Tel Aviv.

In questo contesto, vale la pena ricordare l’osservazione del compianto İlber Ortaylı: «La Turchia ha due ministeri degli Esteri: uno ad Ankara e l’altro a Baku».

La seconda considerazione riguarda l’Iran. L’Azerbaigian, situato immediatamente a nord dell’Iran, è lo Stato turco con cui Israele ha instaurato i rapporti più stretti. Il Turkmenistan, dal canto suo, confina con l’Iran lungo un esteso confine terrestre. Dal punto di vista di Israele, questa configurazione geografica rientra naturalmente nelle sue valutazioni in materia di intelligence e sicurezza.

Dal punto di vista degli Stati turcofoni, tuttavia, sarebbe fuorviante ridurre ogni aspetto di queste relazioni a una presunta strategia di “accerchiamento dell’Iran”. L’Iran è certamente un fattore importante, ma è ben lungi dall’essere l’unico.

La terza considerazione riguarda la legittimità diplomatica. Coltivando relazioni con Stati a maggioranza musulmana, Israele ottiene un maggiore margine di manovra al di là sia del mondo arabo che della sfera occidentale. L’adesione del Kazakistan al quadro degli Accordi di Abramo alla fine del 2025 e la visita del presidente israeliano Herzog ad Astana nel 2026 dimostrano che questi legami hanno ormai acquisito una dimensione politica più visibile. Allo stesso tempo, il governo kazako, attento all’opinione pubblica interna, continua a sottolineare il proprio sostegno alla soluzione dei due Stati e ai diritti del popolo palestinese.

Quali vantaggi ne traggono gli Stati turcofoni?

Per le repubbliche dell’Asia centrale, il principale punto di forza di Israele risiede nella tecnologia.

In una regione alle prese con siccità cronica e scarsità d’acqua, le competenze israeliane in materia di irrigazione a goccia, produttività agricola, gestione delle risorse idriche e tecnologie di produzione adattate agli ambienti aridi rivestono un valore considerevole. A ciò si aggiunge la cooperazione nei settori della sicurezza informatica, dei sistemi doganali digitali, delle tecnologie sanitarie e dell’industria della difesa.

In secondo luogo, Israele si inserisce perfettamente nella strategia degli Stati dell’Asia centrale volta a mantenere una politica estera multidirezionale.

Questi paesi non intendono dipendere esclusivamente dalla Russia, dalla Cina, dalla Turchia o dall’Occidente. Cercano invece di bilanciare le potenze in competizione tra loro cooperando con ciascuna di esse in diversi ambiti. La Turchia occupa una posizione di primo piano nei settori della cultura, dell’istruzione e della lingua; la Cina in quello della finanza e delle infrastrutture; la Russia in quello dell’energia, della sicurezza e dei legami storici; e Israele in quello della tecnologia e in alcuni settori specifici della cooperazione in materia di sicurezza.

La terza dimensione: diaspora e reti di diplomazia pubblica

La terza dimensione riguarda la diaspora e le reti di diplomazia pubblica. Gli ebrei di Bukhara che vivono in Israele e negli Stati Uniti, in particolare, non hanno reciso completamente i propri legami culturali ed economici con la patria ancestrale. Questi legami possono favorire il turismo, gli investimenti e la visibilità internazionale delle città dell’Asia centrale.

In questo contesto, potrebbe essere utile considerare anche l’impatto limitato che hanno avuto in Occidente le campagne organizzate dalla diaspora armena all’indomani della Seconda Guerra del Karabakh, nonché il recente aumento della promozione turistica dell’Asia centrale sui social media.

Le relazioni con ciascun Paese sono diverse

È impossibile parlare della “politica di Azerbaigian e dell’Asia centrale nei confronti di Israele” come se si trattasse di un insieme unico, omogeneo e immutabile. Ciononostante, il crescente coinvolgimento di Israele nell’Asia centrale è chiaramente diventato uno degli sviluppi geopolitici più significativi della regione negli ultimi anni.

Per l’Azerbaigian, l’energia, la difesa, l’Iran e il conflitto del Karabakh sono i fattori determinanti. Le relazioni tra Baku e Tel Aviv risalgono a prima dell’era Aliyev. Le loro basi furono gettate durante i primi anni dell’indipendenza dell’Azerbaigian sotto la presidenza di Abulfaz Elchibey. Secondo Aryeh Levin, all’epoca ambasciatore israeliano a Mosca, Elchibey una volta affermò: «Sono un sionista», sottolineando quelli che a suo avviso erano i parallelismi tra due diversi progetti nazionalisti.

Il Kazakistan si distingue per le sue risorse energetiche, il trasferimento di tecnologia e la diplomazia internazionale. Pur rafforzando i propri rapporti con Israele, Astana ha continuato a sostenere una soluzione a due Stati alla questione palestinese. Sebbene il loro numero sia ormai esiguo, gli ebrei ashkenaziti, in particolare, mantengono legami storici con il Kazakistan. Il padre di Menachem Mendel Schneerson, che molti seguaci di Chabad — il più grande movimento chassidico del mondo — considerano il Messia, fu esiliato da Stalin ad Almaty, dove in seguito morì.

Per l’Uzbekistan, il patrimonio ebraico di Bukhara e Samarcanda riveste un’importanza particolare. Sebbene le relazioni economiche non siano così estese come quelle con il Kazakistan, l’agricoltura, il turismo, la cultura e la tecnologia rimangono settori importanti di cooperazione.

Il Turkmenistan rappresenta un caso più chiuso. In quel Paese, le relazioni ruotano meno attorno ai legami economici e culturali e più attorno al confine con l’Iran, alle rappresentanze diplomatiche e alle considerazioni di sicurezza.

Il Kirghizistan e il Tagikistan intrattengono relazioni più limitate con Israele, ma collaborano comunque in alcuni settori specifici quali l’agricoltura, la sanità, l’istruzione e la sicurezza.

I governi e le società non la pensano allo stesso modo

Le strette relazioni intrattenute dai governi dell’Asia centrale con Israele non significano che i popoli della regione siano indifferenti alla causa palestinese.

Le élite statali tendono a valutare il rapporto principalmente dal punto di vista dell’energia, della tecnologia e della sicurezza. All’interno della società, tuttavia, il crescente sentimento religioso degli ultimi anni, unito alla crescente influenza culturale della Turchia, ha determinato una maggiore simpatia nei confronti dei palestinesi.

Per questo motivo, i leader dell’Asia centrale si sentono spesso in dovere di accompagnare il rafforzamento dei legami con Israele affermando pubblicamente il proprio sostegno alla creazione di uno Stato palestinese e alla soluzione dei due Stati. Anche in questo caso, i limiti di tale rapporto diventano evidenti.

Un nuovo fronte di contrapposizione tra Turchia e Israele?

Per il momento, sembra improbabile che l’Asia centrale diventi un teatro diretto di competizione tra Turchia e Israele.

Il motivo principale è che gli Stati dell’Asia centrale non considerano queste relazioni come alternative che si escludono a vicenda, ma come canali complementari. L’acquisto di tecnologie agricole o di sicurezza informatica da Israele non comporta una riduzione della cooperazione con la Turchia nei settori dell’istruzione, della cultura, del commercio o della difesa.

La Turchia esercita nella regione una sfera di influenza storica, linguistica e culturale di gran lunga più ampia rispetto a quella di Israele. Israele, al contrario, si concentra su una gamma più ristretta di settori che rivestono una notevole importanza tecnica e strategica.

Non va trascurato un altro fattore importante. Sebbene la Turchia avesse cercato di rafforzare i propri legami con le repubbliche dell’Asia centrale fin dagli anni ’90, è stato solo a partire dalla metà degli anni 2010 che ha raggiunto il livello di vicinanza a cui aspirava da tempo. Questo stesso periodo ha coinciso anche con l’inizio di un rinnovato impegno in Asia centrale da parte di Israele, degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Non un’alleanza ideologica, ma una convergenza pragmatica

In definitiva, non esiste un’unica spiegazione per il crescente riavvicinamento tra gli Stati turcofoni e Israele.

L’eredità delle storiche comunità ebraiche costituisce il fondamento culturale di queste relazioni. Il commercio energetico crea una dipendenza reciproca. Le repubbliche dell’Asia centrale fanno affidamento sulle competenze tecnologiche e sulle capacità in materia di sicurezza di Israele per soddisfare le proprie esigenze pratiche. Le preoccupazioni comuni derivanti dall’Iran e dall’Afghanistan avvicinano le parti in determinati ambiti. Allo stesso tempo, il perseguimento di una diplomazia multidirezionale colloca questi legami all’interno di un più ampio equilibrio strategico che comprende anche la Russia, la Cina, la Turchia e l’Occidente.

(Tradotto dal turco)

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L’estate in cui morì la pace _ ddi Peter Hanseler

L’estate in cui morì la pace

L’Iran e la Russia si sono resi conto che non può esserci pace con l’Occidente nel suo insieme. Di conseguenza, i conflitti si risolveranno sul campo di battaglia e dureranno a lungo. L’ordine giuridico internazionale è morto, la pace mondiale è morta: è guerra. Guerra mondiale. Pochissime persone ne sono consapevoli.

Peter Hanseler

Sabato 1 agosto 202624 minuti di lettura67

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Lo scopo di questo articolo è quello di mettere in luce le principali tendenze che sto osservando attualmente; esse intendono stimolare la riflessione. Vi prego di perdonarmi se ho creato una sorta di “mostro”, data l’enorme varietà di aspetti da valutare.

Oltre ai numerosi conflitti in Africa, attualmente sono in corso due conflitti di grande portata: uno in Europa e uno in Medio Oriente. Entrambi sono stati pianificati con cura nel corso di decenni. La narrativa occidentale sta mostrando delle crepe tra le persone più perspicaci dell’Occidente, il che sta portando la propaganda occidentale a diventare sempre più aggressiva nel tentativo di ribaltare ancora una volta l’opinione pubblica.

Un esempio di come la propaganda in Germania, ad esempio, sia riuscita a rendere la gente completamente ottusa è un articolo apparso sul quotidiano “Bild” il 13 luglio, intitolato “A Putin sta finendo la benzina: i russi pagano quasi 4 euro al litro”.

Giornale “Bild”, 13 luglio 2026

E questo nonostante i prezzi effettivi siano chiaramente visibili nell’immagine: ad esempio, 73,11 rubli (0,82 EUR). Il 29 luglio, il prezzo medio della benzina a 95 ottani in Russia era di 71,83 rubli (0,79 EUR).

D’altra parte, vengono censurate importanti notizie , come l’imposizione da parte della Cina di sanzioni nei confronti di 14 aziende europee (tra cui Lafert S.p.A., Rheinmetall AG, Tatra Trucks, Vigo Photonics, Cavok UAS, Antraco Chemie-Handelsgesellschaft e Sindlhauser Materials). Si tratta di aziende del settore della difesa o di appaltatori della difesa. Questa notizia è significativa e ostacolerà gravemente il potenziamento militare della Germania.

Questi due esempi completamente diversi illustrano la natura dei media occidentali: trasmettono al loro pubblico l’impressione che in Occidente «le cose vadano bene» e che i nemici siano sull’orlo del collasso. Ciò ha un effetto: quando si parla con le persone in Europa, il caldo estivo e i Mondiali sembrano essere le cose più importanti della vita. Per decenni mi sono chiesto come fosse possibile che le popolazioni coinvolte non si fossero accorte delle catastrofi incombenti del 1914 e del 1939; gli avvenimenti attuali mi stanno offrendo uno sguardo sulla storia con una chiarezza che non avevo mai visto prima. I media servono a «intrattenere» le persone, nient’altro. Le nuvole nere come la pece che si addensano sull’Europa, tuttavia, sono ben reali, e la destabilizzazione è evidente.

Fattori destabilizzanti

La disintegrazione del mondo causata da molteplici fattori

La catastrofe che stiamo affrontando è il risultato di numerosi fattori e influenze che pochissime persone riconoscono per quello che sono: catalizzatori della disintegrazione del mondo così come lo abbiamo conosciuto finora. Da qualche tempo ormai, tra gli analisti si sta diffondendo un senso di sopraffazione. Lo percepisco ogni giorno, perché i fattori destabilizzanti sono numerosi e interagiscono tra loro.

Inoltre, è comprensibile che le parti occidentali sollevino e mettano in risalto solo quei fattori che fanno apparire più forte la loro posizione. Per di più, agiscono l’una contro l’altra, il che significa che sono sempre più contrapposte in una lotta di potere. Vi prego quindi di perdonarmi se non riesco a trattare e descrivere tutti i fattori e le influenze, nemmeno quelli più importanti.

Il fattore Donald Trump

Il campione mondiale della realtà distorta sembra essere Donald Trump, che ha già utilizzato questa strategia per sopravvivere a diversi fallimenti a spese dei suoi investitori, alle turbolenze del suo primo mandato e allo scandalo Epstein. Nel suo attuale mandato, sta perseguendo una politica economica devastante con l’unico obiettivo di arricchire ulteriormente l’1% più ricco della popolazione. A tal fine, ha scatenato numerose guerre. Ciò non gli impedisce, tuttavia, di presentarsi come un pacificatore e un amico del mondo.

Tuttavia, sarebbe un errore attribuire la responsabilità di tutto il caos prevalente esclusivamente a Trump. Piuttosto, dopo Joe Biden, egli ha avuto un’opportunità storica per sistemare molte cose e allentare un po’ la tensione in quella pentola a pressione geopolitica. Ha sprecato questa opportunità perché credeva di poter ribaltare ancora una volta le sorti a favore degli Stati Uniti come potenza egemonica creando il caos. Inoltre, i presidenti americani hanno poca influenza sulla politica estera degli Stati Uniti. Abbiamo descritto questo fatto in diverse occasioni, anche facendo riferimento a Noam Chomsky, da ultimo in “Guerra senza pace: la strategia degli Stati Uniti ha poco a che vedere con Trump”, nella sezione “I presidenti americani come comparse: Trump non fa eccezione”. In definitiva, Trump non è altro che un burattino. E in quanto tale, dato il suo carattere e i suoi numerosi scheletri nell’armadio, è facilmente controllabile e modellabile. I suoi omologhi in Europa non sono diversi sotto questo aspetto.

Il fattore diplomazia

Nel giugno 2025 ho scritto l’articolo “La diplomazia in agonia: da presidente della pace a fomentatore di guerre”. Ciò che temevo più di un anno fa si è avverato. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno invaso l’Iran per la terza volta — nel giugno 2025 e nel febbraio 2026, in collaborazione con Israele durante le pause nei negoziati diplomatici — una violazione delle convenzioni diplomatiche dalle conseguenze incalcolabili — e ora per la terza volta quest’estate. Si noti che ciò è avvenuto dopo la firma di un MOU — un Memorandum d’intesa — che avrebbe dovuto fungere da quadro di riferimento per la pace; si veda anche “L’Iran sconfigge gli Stati Uniti — Riflessioni”. Israele, in quanto forza trainante al fianco degli Stati Uniti, riacquisterà valore diplomatico solo quando cesserà di esistere nella sua forma attuale; non c’è altro da dire su questi psicopatici genocidi.

«Ciò significa che la diplomazia nel Golfo e in Europa non è più in fin di vita, ma si è spenta serenamente.»

Inoltre, gli Stati Uniti non sembrano avere il minimo interesse a raggiungere un accordo tra la Russia e l’Europa. Dopo che nell’agosto 2025 era sembrato che Trump e Putin avessero raggiunto uno “spirito” – un’intesa di base tra le parti ad Anchorage –, Trump sta ora facendo tutto ciò che è in suo potere per alimentare una guerra diretta contro la Russia. Il suo sostegno all’Ucraina, che include la fornitura di dati satellitari per consentire attacchi contro obiettivi civili nel cuore della Russia, non è più segreto ma palese.

L’Europa, dal canto suo, è costituita da una dittatura guidata da due bionde a Bruxelles che nutrono un odio patologico nei confronti della Russia e sostengono apertamente il genocidio perpetrato da Israele; un Hitler in miniatura a Berlino che vuole riarmare la Germania, anche se solo 0,17% della popolazione intervistata è disposta a prestare servizio militare; un marito maltrattato con un complesso da «Grande Impero» in stile francese; e la City di Londra, che da secoli sogna la caduta della Russia.

Sembra che i canali diplomatici siano stati esauriti. Persino il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, uno dei diplomatici più capaci che il mondo abbia mai avuto, al momento non intravede alcuna possibilità di un dialogo costruttivo.

La Russia «non crederà più all’Occidente quando afferma di volere soluzioni negoziate» perché «questa riserva di buona volontà e speranza si è ormai esaurita del tutto».
Sergei Lavrov, 9 luglio 2026

Ciò significa che la diplomazia nel Golfo e in Europa non è più in fin di vita, ma si è spenta serenamente.

Fattore dei mercati finanziari

Devo ammettere che — finora — mi sono sbagliato riguardo al crollo dei mercati finanziari. Il mio tempismo è pessimo, ma ciò non significa che la situazione non stia diventando ogni giorno più pericolosa. I mercati azionari sono ora trainati da una manciata di titoli. Le sole cinque maggiori aziende tecnologiche statunitensi hanno una capitalizzazione di mercato complessiva di 17,6 trilioni di dollari USA, che supera il PIL complessivo di Giappone, India, Regno Unito, Francia e Italia (17,1 trilioni di dollari USA). È una follia. Il debito globale ammontava a 164 trilioni di dollari USA nel 2008 ed è stato identificato come la causa principale della crisi finanziaria. Sono stati compiuti sforzi per affrontare questo problema, ma senza grande successo: oggi il debito ammonta a 363 trilioni di dollari USA, il che significa che è raddoppiato anziché essere dimezzato. Dopotutto, le valutazioni di mercato — per azioni, obbligazioni e materie prime — si basano sul presupposto che regni la pace; uno sguardo al mondo suggerisce il contrario. Nell’intera storia dei mercati finanziari, non c’è mai stata tanta aria fritta nel sistema — un sistema guidato dall’avidità e dalla stupidità che ne deriva. Un esempio che illustra quanto le valutazioni di mercato siano fuori sincrono con la realtà è rappresentato dai prezzi dei futures pubblicati nel settore petrolifero. I prezzi effettivi che devono essere pagati sul mercato a pronti sono tra il 20% e il 30% più alti di quanto suggerirebbero i prezzi quotati. Lo stesso Trump, che ha firmato il protocollo d’intesa a Versailles, lo ha persino sottolineato, affermando: “[…] «Esauriremo le riserve tra circa quattro settimane», solo per violare questo accordo poche settimane dopo e attaccare nuovamente l’Iran. Da alcuni giorni la situazione è tornata tranquilla; gli americani hanno sospeso ancora una volta gli attacchi, sempre per paura di uno shock petrolifero.

Stanley Druckenmiller aveva affermato già nel 2018 che il crollo previsto sarebbe stato più catastrofico di quello del 2008. La situazione nello Stretto di Hormuz — aggravata ora dalla chiusura di Bab al-Mandab, che — nomen est omen — in arabo significa «Porta delle Lacrime» — potrebbe quindi essere la molla scatenante della prossima crisi finanziaria.

Il fattore dei crimini di guerra e del genocidio

I crimini di guerra sono sempre esistiti, così come gli atti di genocidio. Ciò che distingue la situazione odierna da quelle del passato è il fatto che i crimini di guerra e il genocidio vengono commessi sotto gli occhi di tutti, messi a tacere e quindi tacitamente accettati e sostenuti, sia dai politici che dai media mainstream. In qualità di cittadino svizzero, sto mettendo ordine nel mio stesso cortile e ho dimostrato in diverse occasioni che il settimanale «Weltwoche» occupa il primo posto in Svizzera quando si tratta di promuovere il genocidio. Questa posizione filoisraeliana del tutto acritica è costata alla rivista molti abbonamenti. Con la sua attuale attenzione rivolta alla Russia, caratterizzata da numerose interviste, sta cercando di recuperare queste perdite.

A differenza del 1945, le persone coinvolte — così come l’opinione pubblica in generale — non potranno sostenere di non esserne state a conoscenza. Ecco un sito web dedicato a documentare il genocidio a Gaza attraverso le immagini. Chiunque sostenga che il genocidio non stia avvenendo dovrebbe dargli un’occhiata: https://archivegenocide.com/; notti insonni garantite.

Smettete di definire tutto “genocidio”.”
Roger Köppel, dicembre 2025

Ovviamente, l’Occidente sostiene che i russi e gli iraniani abbiano commesso crimini di guerra. Bucha non è stato l’unico strumento di propaganda dell’Occidente.

Tuttavia, la cronologia degli eventi a Bucha suggerisce che questi crimini non siano stati commessi dai russi. Scott Ritter ha pubblicato diversi articoli sull’argomento: «La verità su Bucha è là fuori, ma forse troppo scomoda per essere scoperta»; «Guerre su Twitter: la mia esperienza personale nell’attacco continuo di Twitter alla libertà di espressione»; «Bucha, rivisitata».

Un altro errore propagandistico in tal senso è stato il bombardamento di una piazza pubblica nel centro di Kramatorsk, che all’epoca era sotto il controllo ucraino. La responsabilità dell’Ucraina nell’attacco è stata dimostrata oltre ogni dubbio dal numero di serie del missile utilizzato.

I crimini di guerra dell’Occidente sono innumerevoli: Gaza, il Libano, la Cisgiordania (genocidio); l’Iran, Kursk e innumerevoli obiettivi civili in Russia. L’elenco è infinito. Come se non bastasse, ogni vittima russa viene celebrata dai media occidentali, persino la morte di bambini, donne e anziani.

Come reagisce la gente di fronte a questo atteggiamento indicibile da parte dei politici e dei media? Distoglie lo sguardo, molto probabilmente per non turbare la propria pace interiore. Si tratta di un fenomeno che si poteva già osservare in Germania 90 anni fa. Gli smartphone, tuttavia, sono disponibili ovunque, quindi questi crimini vengono documentati meticolosamente. Verrà il giorno in cui le persone in Occidente si troveranno di fronte alla domanda: perché siete rimasti in silenzio, proprio come avete fatto allora? Ciò avrà conseguenze catastrofiche per le società colpite, tutte situate in Occidente.

La Terza Guerra Mondiale è già iniziata?

Di seguito fornirò una panoramica sull’andamento della guerra a livello mondiale.

Se si valutano le parti sulla base dei fatti e in modo obiettivo, secondo l’ Ukraine Support Tracker, 41 paesi sono in guerra con la Russia o sostengono la lotta contro la Russia in vari modi, compresa la Svizzera. Tra le parti coinvolte nella guerra contro la Russia figurano, tra gli altri: l’Ucraina (come piattaforma), il Regno Unito, la Germania, la Francia, l’Italia, la Polonia, il Belgio, la Bulgaria, la Danimarca, la Finlandia, la Svezia, la Croazia, il Lussemburgo, Malta, i Paesi Bassi, il Portogallo, la Slovacchia, la Repubblica Ceca, la Slovenia, l’Ungheria, Cipro, la Lituania, l’Estonia, la Lettonia e gli Stati Uniti.

In Medio Oriente, i seguenti 11 paesi sono coinvolti nel conflitto: Israele, Stati Uniti, Iran, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Siria, Qatar, Oman, Arabia Saudita e Yemen.

Attualmente sono in corso conflitti nei seguenti paesi africani: Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Etiopia, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun, Mozambico, Repubblica Centrafricana e Libia, per un totale di 13 paesi.

Sono coinvolti paesi di quattro continenti: 64 paesi provenienti dall’Europa, dalle Americhe, dall’Asia e dall’Africa. Tuttavia, i paesi sopra elencati vanno considerati solo come un’indicazione di massima per illustrare la portata del problema.

Non si può escludere che anche l’America centrale e meridionale possano essere coinvolte in questa situazione. Da un lato, gli Stati Uniti parlano della lotta contro i cartelli della droga sul territorio messicano; dall’altro, il presidente brasiliano ha dichiarato pochi giorni fa di ritenere possibile un’invasione statunitense del suo Paese; a ciò si aggiungono le intenzioni di Trump di occupare Cuba.

A titolo di confronto: alla fine del 1944, nella Seconda guerra mondiale erano coinvolti tra i 45 e i 50 paesi; negli ultimi giorni della guerra, tale numero salì a 61 paesi.

Sono consapevole che questo elenco contenga alcune inesattezze e che il coinvolgimento di alcuni paesi sia oggetto di dibattito. Ciononostante, è corretto affermare che la Terza Guerra Mondiale è una realtà, se si prendono come riferimento i paesi partecipanti.

Ciò che risulta evidente anche a un occhio inesperto è che gli Stati membri della NATO sono coinvolti praticamente in tutti i conflitti elencati. È possibile che la stragrande maggioranza — forse addirittura tutti — di questi conflitti non esisterebbe affatto senza le politiche egemoniche occidentali? Conseguenza: i conflitti vengono portati avanti fino all’amaro epilogo.

Basta con le trattative

Nel mio ultimo articolo, ho citato alcune dichiarazioni del presidente Putin e del ministro degli Esteri Lavrov: a differenza degli americani e degli europei, i russi non giocano con le parole. Quando dicono che la fiducia è perduta per sempre, allora è davvero perduta. Alla luce dell’accordo 2+4, di Minsk 1 e 2, di Istanbul 2022 e del formato di Anchorage, i russi sono consapevoli che preparare unilateralmente una soluzione contrattuale sarebbe una totale perdita di tempo. La leadership russa continuerà, ovviamente, a dialogare con le altre parti, ma ciò non sarà altro che una cortesia diplomatica.

I tedeschi stanno particolarmente “a cuore” ai russi. L’ultima volta, la follia tedesca è costata ai sovietici 27 milioni di vite — ben oltre il 50% delle quali erano civili — massacrate come bestiame, mentre i tedeschi cercavano di “fare tabula rasa” per gli ariani attraverso il Piano Generale Est. René Zittlau ha dimostrato con fatti concreti in «La manifestazione di una regressione politica e intellettuale-morale» che Friedrich Merz non è affatto inferiore ad Adolf Hitler in materia di comunicazione e riarmo. Le intenzioni dei due biondi russofobi e pieni di odio a Bruxelles — dotati di potere dittatoriale — sono evidenti, non solo contro la Russia ma anche contro il proprio popolo.

La situazione è esattamente la stessa con l’Iran, che viene trattato come un aggressore dagli Stati Uniti e da Israele. Siamo ormai alla terza guerra, tutte e tre istigate da Trump e Netanyahu. La questione se Trump sia controllato da Netanyahu o se siano gli Stati Uniti a controllare Israele è puramente accademica e riguarda solo gli americani. Il fatto è che dal 2023 questi due paesi hanno commesso congiuntamente un genocidio a Gaza e hanno attaccato tre volte la Siria, il Libano e l’Iran. L’ultimo attacco, in violazione del protocollo d’intesa, ha chiarito agli iraniani che i negoziati sono inutili, poiché qualsiasi accordo verrà violato dagli Stati Uniti.

Ucraina

L’escalation della guerra in Ucraina

Poiché non è possibile raggiungere alcun accordo e la Russia finirà per trovare una soluzione duratura al problema del suo confine occidentale dopo numerose guerre nel corso dei secoli, possiamo aspettarci che la Russia non limiterà il proprio controllo militare alle quattro regioni che, insieme alla Crimea, già appartengono alla Russia. Mi aspetto che la leadership russa assuma il controllo di tutta o di gran parte dell’Ucraina di lingua russa e poi lasci che sia il popolo a decidere.

Tuttavia, ciò non significa necessariamente che gli abitanti di tutte queste regioni di lingua russa vogliano far parte della Russia. Il tempo lo dirà.

Source: Forum Geopolitica

È del tutto possibile che, in questo scenario, Polonia, Romania e Ungheria rivendichino i propri territori di un tempo. Tutte queste decisioni territoriali non saranno certamente prese senza il coinvolgimento della Russia.

Ho creato la mappa qui sotto sulla base dell’attuale situazione linguistica. Si tratta di una rappresentazione molto semplificata delle nazionalità presenti in Ucraina.

Source: Forum Geopolitica

La mappa che segue, che illustra la composizione etnica dell’Impero austro-ungarico prima del 1918, serve a mettere in luce tale complessità. L’area colorata in giallo sulla mappa dell’Impero austro-ungarico corrisponde all’incirca alla parte occidentale dell’odierna Ucraina. L’Impero austro-ungarico crollò principalmente a causa di problemi etnici che erano diventati ingestibili. Ciò indica che una soluzione per una pace duratura in futuro potrà essere raggiunta solo tenendo conto delle questioni etniche.

Fonte: https://kuk-xiv-korps.org/k-u-k-monarchie/

Un cambiamento radicale nella condotta della guerra

L’Ucraina è il secondo Paese più grande d’Europa dopo la Russia, con una superficie più che doppia rispetto a quella della Germania. I tempi in cui enormi colonne di carri armati avanzavano di 30 chilometri o più al giorno sono definitivamente finiti. Proprio come la tecnologia militare ha subito una rivoluzione completa durante le ultime due grandi guerre, ora stiamo assistendo a un riassetto totale. Non sono un esperto militare, ma seguo quotidianamente i resoconti dal fronte e vedo che, nonostante la loro grande superiorità, le forze russe possono schierare solo piccoli gruppi, e l’avanzata è quindi lenta ma costante. Inoltre, i russi si trovano ora di fronte alle ultime grandi fortificazioni (Kramatorsk, Slavyansk). Oltre a ciò, non sembrano esserci più ostacoli di rilievo sulla strada per Kiev, ma il terreno è completamente pianeggiante e non offre riparo a nessuna delle due parti. È difficile dire quanto durerà ancora questa guerra, ma potrebbe protrarsi per anni.

Gli “esperti” occidentali sembrano essere stati colti alla sprovvista dalle nuove realtà della guerra oppure mentono al loro pubblico quando interpretano il ritmo delle odierne operazioni terrestri come un segno di debolezza delle forze armate russe.

Chiunque pensi che ai russi manchi, in definitiva, la resistenza necessaria per raggiungere i propri obiettivi di guerra dovrebbe consultare i libri di storia. All’inizio della guerra nel 1941, l’Unione Sovietica si trovava in una posizione molto più debole rispetto a quella della Russia nel 2022, eppure nel 1945 era presente a Berlino, nonostante perdite astronomiche. Finora la leadership russa ha perseguito una strategia militare volta a ridurre al minimo le perdite da parte russa, il che ha portato a un rapporto tra le perdite della Russia e quelle dell’Ucraina che arriva fino a circa 1:10.

“Un approccio più audace”

In un discorso alla Duma il 27 luglio 2026, il presidente Putin ha lasciato intendere che l’approccio delle forze armate russe in Ucraina sarebbe diventato più deciso. Ha scelto con cura le parole e ha ricevuto un forte applauso per questa affermazione:

«Certo, ti svelerò un segreto: il mio collega non me ne farà una colpa. Durante la cerimonia di premiazione, uno dei vincitori mi ha sussurrato: “Ce la faremo. Ma dobbiamo essere più audaci. Lo voglio davvero, davvero tanto”. Ma questo solleva una domanda: «Ancora più coraggiosi?» E proprio come nel mondo degli affari, anche questo comporta dei rischi, il cui costo è rappresentato dalle perdite subite dalla nostra parte sul campo di battaglia. Ecco perché procederemo con cautela anche in questo caso, ma perseguiremo con tenacia e coerenza gli obiettivi fissati per il nostro Paese. E li raggiungeremo.»
Il presidente Putin, 27 luglio 2026

Le sue parole sono oggetto di ampie discussioni e interpretazioni nei media russi; l’opinione pubblica sembra approvare questo approccio.

Un capo dell’esercito viene sostituito da uno psicopatico — che ricorda Himmler

Il 21 luglio 2026 Zelensky ha destituito il capo dell’Esercito Sirsky e ha nominato Mykhailo Drapatyi nuovo capo dell’Esercito. In linea con la prassi della leadership ucraina, Drapatyi ha rilasciato le seguenti dichiarazioni sulla Russia:

«A grandi linee, questa è una nazione la cui leadership non ha alcun diritto di esistere. “Da millenni, lì non c’è nulla di civilizzato — né nella sua mentalità né nelle sue ambizioni imperiali.”»
Mykhailo Drapatyi, 22 luglio 2026

Si tratta di dichiarazioni naziste senza precedenti, e la storia si ripete ancora una volta: subito dopo il fallito attentato del 20 luglio 1944, Hitler destituì il generale Friedrich Fromm e nominò Himmler comandante in capo dell’Esercito di Riserva (Ersatzheer). Ciò conferì a Himmler il controllo sull’addestramento militare, sulle truppe di riserva e su circa due milioni di soldati all’interno della Germania. Successivamente, intorno al 25 gennaio 1945, Hitler nominò Himmler comandante del neocostituito Gruppo d’armate Vistola, la cui missione era quella di arrestare l’avanzata sovietica su Berlino. Himmler non aveva praticamente alcuna esperienza nel comando di eserciti convenzionali e fu sostituito dal generale Gotthard Heinrici il 20 marzo 1945.

Himmler era un esempio lampante di psicopatico genocida e si rivelò un fallimento nel suo ruolo di comandante dell’esercito. La storia sembra ora ripetersi in Ucraina, il che suggerisce che la narrativa occidentale si stia sgretolando di pari passo con il fronte ucraino. Il cambio al vertice dell’esercito è un chiaro segno della situazione militare senza speranza in cui si trova l’Ucraina — proprio come accadeva allora.

Gli attacchi europei nel cuore della Russia

Gli attacchi europei nel cuore della Russia continuano. Il governo russo li definisce giustamente attacchi terroristici che, pur causando vittime tra i civili, hanno un impatto minimo sull’avanzata delle truppe russe in Ucraina. Il presidente Putin si è finora astenuto dal rispondere militarmente contro l’Europa, anche se avrebbe tutte le ragioni per farlo. Ho affrontato questo tema nel mio ultimo articolo, “L’Europa è sull’orlo del baratro” Da allora, non ho osservato alcun cambiamento nella politica del presidente Putin. In una delle sue recenti apparizioni nel programma “Judge Napolitano”, Gilbert Doctorow ha invocato un attacco russo contro l’Europa, sostenendo che altrimenti la Russia perderebbe la guerra. Doctorow non fornisce alcuna giustificazione sul motivo per cui la Russia perderebbe la guerra in uno scenario del genere. La guerra aperta dell’Europa contro la Russia — che viola ogni principio del diritto internazionale — mira a provocare la Russia affinché attacchi, proprio come è successo nel 2014 e nel 2022. Il presidente Putin non è caduto in tale stratagemma — almeno non ancora. Doctorow o non se ne rende conto oppure sta giocando un gioco indegno.

Guerra con l’Iran

Insieme alla Russia, l’Iran è il Paese più sottovalutato dall’Occidente. Con i loro missili ipersonici, i persiani sono superiori agli israeliani e agli americani non solo in termini di tecnologia militare, ma anche di forza mentale. L’opinione pubblica americana è divisa e la maggioranza non sostiene una guerra contro l’Iran. Diversi sondaggi indicano che una netta maggioranza degli americani non appoggia la guerra. Recenti sondaggi a livello nazionale suggeriscono che solo circa un terzo della popolazione sia favorevole a un’azione militare degli Stati Uniti, mentre circa la metà o i due terzi vi si oppongono (fonti: Washington PostSilver BulletinBarron’s); secondo il punto di riferimento per i sondaggi statunitensi, Gallup, solo il 34% della popolazione statunitense sostiene l’azione militare contro l’Iran. Questo sondaggio è datato 15 giugno e presumo che, a seguito della violazione del protocollo d’intesa e del deterioramento della situazione nel settore energetico — con l’aumento dei prezzi della benzina e del gasolio negli Stati Uniti — il sostegno sia sceso ulteriormente.

Gli iraniani sono uniti; una chiara indicazione del fatto che il popolo sostenga il governo è emersa semplicemente dal fatto che oltre 15 milioni di persone — alcune fonti parlano addirittura di 40 milioni — hanno partecipato alle cerimonie funebri per l’ex leader Khamenei, assassinato. La propaganda occidentale secondo cui il sostegno al governo sarebbe debole è crollata. A seguito della violazione del protocollo d’intesa da parte di Trump, gli iraniani non sono attualmente disposti a negoziare. E perché dovrebbero, con una controparte che non rispetta gli accordi?

Gli americani si trovano di fronte a un enorme dilemma. Secondo Larry Johnson, gli americani stanno esaurendo non solo i missili di difesa aerea, ma anche le munizioni offensive. Come se non bastasse, la situazione del petrolio e del gas è ulteriormente peggiorata a causa del blocco di Bab al-Mandab da parte degli Houthi. Un’invasione terrestre da parte degli Stati Uniti non è altro che retorica vuota di Trump e si concluderebbe in un bagno di sangue per gli americani. Probabilmente è anche questo il motivo per cui negli ultimi giorni gli americani hanno sospeso i loro attacchi contro l’Iran. I sauditi hanno provocato una nuova guerra con gli Houthi pochi giorni fa e, a seguito del blocco di Bab al-Mandab, le infrastrutture petrolifere del gigante petrolifero sono ora nel mirino.

Anche il terzo tentativo degli americani — dopo quelli del giugno 2025 e del febbraio 2026 — si è rivelato un fallimento totale; hanno perso la guerra e il prestigio dell’esercito più potente del mondo è svanito. Inoltre, hanno dimostrato al mondo di essere inaffidabili come partner negoziali e trattatali. Ciò avrà conseguenze colossali e di lunga durata per gli Stati Uniti.

C’è motivo di temere che gli Stati Uniti, l’Europa e l’Africa debbano affrontare crisi energetiche catastrofiche e che, al più tardi entro il prossimo anno, ci si debba aspettare carestie in Africa. Inoltre, l’industria dei semiconduttori ne risentirà. Oltre alle numerose vittime in Africa, l’inflazione dilagherà in Occidente — grazie agli Stati Uniti.

Effetti a lungo termine

Conseguenze militari

La Russia non avrà altra scelta che occupare gran parte dell’Ucraina per risolvere definitivamente il problema al suo confine occidentale. Nessuno sa quanto durerà questa situazione. L’Europa e gli Stati Uniti faranno tutto il possibile per impedirlo, e resta da vedere se e quando il presidente Putin giungerà alla conclusione che potrà raggiungere il proprio obiettivo solo attaccando direttamente i paesi della NATO. Date le nuove realtà sul campo di battaglia, dominato dai droni, è ragionevole supporre che il ritmo dell’avanzata russa non potrà che accelerare una volta che le forze armate ucraine saranno crollate. Al momento escludo il coinvolgimento di truppe europee ufficiali sul suolo ucraino.

Non ci sarà pace in Medio Oriente finché le richieste dell’Iran non saranno soddisfatte. Ma Israele opporrà resistenza. È ipotizzabile che, di conseguenza, lo Stato di Israele non sopravviva nella sua forma attuale, poiché Israele, nella sua forma attuale, è incapace di pace. È anche ipotizzabile che molti paesi stipulino accordi bilaterali con l’Iran e gli Houthi per alleviare la loro catastrofica crisi energetica.

Gli americani e gli israeliani sono così riusciti a trasformare l’Iran nella più grande potenza geopolitica del Medio Oriente.

Conseguenze economiche

Il crollo dei mercati finanziari occidentali è solo una questione di tempo; le ulteriori pressioni provenienti dal Medio Oriente potrebbero benissimo fungere da fattore scatenante. Potrebbero volerci cinque, dieci o più anni prima che la stabilità torni a regnare. Questo perché le banche centrali occidentali ricorreranno inevitabilmente alla loro “panacea” e continueranno a stampare denaro fino al crollo totale delle valute legali. La storia dimostra che tali catastrofi economiche portano all’aggressione militare. Dato che già oggi si può giustamente parlare di una guerra mondiale, si può solo ipotizzare cosa accadrà: forse lo scioglimento dell’UE e una guerra all’interno dell’Europa, oppure una guerra civile negli Stati Uniti? — Tutto è possibile.

È importante rendersi conto che queste guerre, che per ora sono rivolte contro la Russia e l’Iran, finiranno per prendere di mira la Cina. I conflitti militari in Africa non sono altro che scontri tra le ex potenze coloniali — che da secoli sfruttano questo ricco continente — e i cinesi, che da decenni investono in Africa. I cinesi ne sono consapevoli e si stanno preparando sul piano militare già da decenni.

Verranno istituiti tribunali per i crimini di guerra

La guerra finirà e i criminali non avranno la meglio. L’umanità prevarrà, e questa è una buona cosa. Dopo la Seconda guerra mondiale si tennero vari tribunali per i crimini di guerra, il più famoso dei quali ebbe luogo a Norimberga. Non si trattò di altro che di una trovata pubblicitaria volta a far credere ai popoli oppressi che i colpevoli fossero stati assicurati alla giustizia. Una manciata di loro finì sul patibolo; la maggior parte se la cavò senza alcuna conseguenza. Si veda il mio articolo del novembre 2023, «I crimini impuniti dell’Olocausto».

Donald Trump, ad esempio, ha dimostrato solo pochi giorni fa di essere ben consapevole dei propri crimini di guerra. Quando un giornalista del New York Times gli ha chiesto: “Lei sta parlando di far saltare in aria centrali elettriche e ponti civili. Gran parte del mondo civilizzato lo considererebbe un crimine di guerra. Lei no?”, Trump ha risposto che non avrebbe commentato la questione.

Il suo istinto — o forse i suoi avvocati e consulenti — sembra prepararsi mentalmente ad affrontare i tempi difficili che lo attendono.

Anche il numero e la gravità dei crimini di guerra e dei genocidi odierni sono senza precedenti nella storia dell’umanità, poiché il corpus di prove sarà schiacciante. Esistono milioni di video e foto che sono stati registrati da milioni di persone con i propri smartphone e pubblicati online: Internet non dimentica mai nulla.

Presumo che in futuro i tribunali per i crimini di guerra si terranno in una grande varietà di luoghi — probabilmente proprio nei luoghi stessi in cui sono stati commessi i crimini: Gaza, la Cisgiordania, il Libano, Teheran, Mosca, Kiev, Kursk, ecc. Il professor Mearsheimer ha affermato qualche giorno fa che sia Netanyahu che Trump finirebbero sul patibolo se la loro condotta fosse giudicata secondo i Principi di Norimberga. Le signore e i signori dei media occidentali dovrebbero iniziare presto a preparare piani di fuga. Persino a Norimberga non furono risparmiati.

Conclusione

La guerra mondiale è ormai una realtà, il collasso economico è alle porte e l’umanità si trova ad affrontare un periodo di sofferenza lungo e terribile.

Rassegna stampa francese, 12a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

L’umanità sta preparando il futuro o sta andando incontro alla propria rovina? Quali sono le
tendenze geopolitiche che caratterizzano il mondo? Quando l’URSS è crollata nel 1991 e gli Stati
Uniti si sono imposti come unica iperpotenza, si sono convinti che le relazioni internazionali si
sarebbero organizzate attorno ai valori liberali. La democrazia, il diritto e il commercio avrebbero
permesso di costruire un futuro in cui l’egemonia statunitense sarebbe stata rafforzata, l’Europa
sarebbe stata protetta e le potenze «emergenti» del Sud avrebbero beneficiato del processo di
globalizzazione promosso dall’Occidente. Le cose non sono andate così. L’attuale sistema
internazionale si articola attorno a due variabili: da un lato, la rivalità tra Stati Uniti e Cina, le uniche
due grandi potenze a livello mondiale; dall’altro, la pluralità di posizioni degli altri Stati, senza un
allineamento sistematico alle due potenze dominanti, ciascuno desideroso di trarne vantaggio e di
limitare la propria dipendenza dai giganti.


29.07.2026
UN MONDO AD ALTO RISCHIO
I motivi di preoccupazione sono fin troppo evidenti, tra guerre, tendenze autoritarie, tecnologie e
cambiamenti climatici fuori controllo. Da qui l’importanza di individuare i cambiamenti strutturali di un
mondo in cui tutte le logiche stanno cambiando

INTRODUZIONE

Di Jean-Vincent Holeindre, professore di scienze politiche all’Università Paris-Panthéon-Assas e direttore del
Centro Tucidide. Ha appena pubblicato, insieme a Julian Fernandez, Senza fede né legge? (Edizioni Panthéon-Assas, 2026)
Lo spettacolo del mondo, nel 2026, può far girare la testa, se non addirittura incutere terrore: scontri
militari tra Stati che si estendono (Stati Uniti e Iran, Pakistan e Afghanistan, Israele e Libano, Russia e
Ucraina…); guerre civili che lacerano le società (Yemen, Siria, Sudan, Birmania, Somalia, Etiopia…);

Abbiamo scelto venti domande che consentono di esplorare gli sviluppi – per alcuni davvero
inauditi – della geopolitica odierna. Eccone alcune: Il mondo è diventato reazionario? Gli Stati Uniti
e la Cina si scontreranno militarmente? Che cos’è un’alleanza solida? L’Europa, potenza o
vassalla? Un mondo in via di brutalizzazione? Gli stretti sono il centro del mondo? Servizi segreti:
chi controlla chi? Vendetta, rabbia… Le emozioni hanno preso il sopravvento? I paesi non allineati
sono i nuovi giganti? Chi trae vantaggio dalle guerre civili? Il tabù nucleare sta per crollare?
L’Occidente ha perso il monopolio del soft power? Il diritto internazionale è impotente? Si possono
spostare i confini? A chi appartiene il mare? Il XXI secolo sarà africano? Le religioni: fattori di
guerra o di pace? Il clima può sconvolgere la geopolitica? L’intelligenza artificiale guiderà la
guerra? Lo spazio è il nuovo Far West? Per rispondere a queste domande, abbiamo coinvolto i
migliori ricercatori e illustrato il numero con mappe sorprendenti che rivelano un mondo molto
diverso da quello che abbiamo conosciuto.


29.07.2026
EDITORIALE
Una stagione geopolitica

DI SOPHIE GHERARDI
«Geopolitica»: il termine è onnipresente. A volte, nei dibattiti, viene confuso con le «relazioni
internazionali». Eppure esiste una differenza tra i due concetti. Le relazioni internazionali abbracciano il
mondo in tutte le sue dimensioni. La geopolitica studia certamente le rivalità tra potenze, ma le considera
attraverso la lente del territorio geograficamente definito.

Il Brasile è ora soggetto a una sovrattassa cumulativa del 37,5 % da parte di Washington; le
tensioni con gli Stati Uniti assumono una nuova piega, poiché i due paesi si sono apertamente
scontrati sul piano politico e ideologico. Le autorità brasiliane ritengono che l’amministrazione
Trump possa interferire negli affari interni del proprio Paese. La Casa Bianca ha fatto sapere di
non considerare il governo brasiliano un alleato. Ciò apre quindi maggiori prospettive per Pechino,
che ha fatto delle sue relazioni con il Brasile una priorità strategica. Il colloquio tra i presidenti Lula
e Xi conferma la dinamica già esistente e la rafforza alla luce degli ultimi sviluppi tra Washington e
Brasilia. Pur senza menzionare esplicitamente gli Stati Uniti, il leader brasiliano ha fatto sapere al
suo omologo cinese che il suo governo «rimane determinato a diversificare i propri mercati e i
propri partner commerciali».


29.07.2026
Pechino si schiera al fianco del Brasile, scottato
da Washington
Partner storico degli Stati Uniti, Brasilia, che teme ingerenze nelle prossime elezioni presidenziali, vuole
diversificare i propri mercati

Di Claude Leblanc
Gli Stati Uniti hanno applicato dazi doganali del 12,5% sui prodotti brasiliani, che ora sono soggetti a
un’imposta cumulativa del 37,5%. La Casa Bianca ha fatto sapere di non considerare il governo brasiliano un
alleato. Xi Jinping e Lula hanno riaffermato il loro intento di ampliare la cooperazione in settori strategici e
ad alta tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, i satelliti, i minerali critici e il commercio di
fertilizzanti.

Uno dei principi fondamentali degli omaniti: rimanere neutrali e mantenere buoni rapporti con tutte
le parti. Nel tentativo di mantenere buoni rapporti con tutti, l’Oman si era ritrovato in una trappola,
stretto tra le pressioni degli Stati Uniti e quelle degli iraniani. Ma la natura non si nega: mentre da
due settimane il Golfo è alle prese con un’escalation tra Stati Uniti e Iran, i responsabili dell’Oman
hanno nuovamente messo in campo la loro arte della mediazione e si sono ritrovati al centro degli
sforzi diplomatici per evitare un’escalation. Un ruolo tradizionale. L’Oman si sta infatti adoperando
per porre fine ai recenti scontri tra l’Arabia Saudita e gli Houthi dello Yemen. «L’Oman ritiene che,
nonostante le difficoltà nei rapporti con l’Iran, questo Paese rimarrà sempre un vicino presente ai
suoi confini.


28.07.2026
Guerra in Medio Oriente: l’Oman, il mediatore
tanto atteso
Sconvolto dall’attacco americano-israeliano contro l’Iran a gennaio, il sultanato si era tenuto in disparte
fino ad ora. Il sultanato si sta attivando per evitare uno scontro tra l’Arabia Saudita e gli Houthi, che
minaccerebbe lo stretto di Bab el-Mandeb. Parallelamente, sono in corso discussioni con gli iraniani sulle
modalità di controllo dello stretto di Ormuz. Dopo giorni di scontri, dall’ultima domenica l’Iran e gli Stati
Uniti hanno cessato i loro attacchi

Di Rémy Pigaglio
Negli ultimi mesi si era fatto da parte. Scosso dall’attacco a sorpresa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran,
proprio nel bel mezzo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran che stava organizzando nella propria capitale,

E’ la prima volta dal 2013 che 98 dei 101 dipartimenti francesi sono sotto sorveglianza per siccità.
Con oltre 40.000 ettari bruciati in Francia dall’inizio dell’anno, il 2026 detiene il triste primato delle
superfici devastate prima di metà luglio nel XXI secolo. L’ONF, che gestisce 11 milioni di ettari di
foreste pubbliche, subisce ingenti tagli al proprio organico: il numero di agenti è sceso da 16.000
nel 1986 a 12.500 nel 2000, e addirittura a 8.000 nel 2022. La Corte dei Conti osserva che «queste
riduzioni di organico hanno avuto conseguenze significative sul mantenimento delle competenze
all’interno dell’ente». Dopo gli incendi dell’estate del 2022, Macron aveva annunciato un piano per
piantare un miliardo di alberi nell’arco di dieci anni. Ripiantare essenzialmente conifere, che sono
meno costose delle latifoglie, con una crescita più rapida, perfette per l’industria del legno… ma
più sensibili agli incendi.

23.07.2026
EDITORIALE
La nostra foresta sta bruciando e noi restiamo a
guardare il fiammifero
Sono ormai due decenni che l’ONF, che gestisce circa 11 milioni di ettari di foreste pubbliche, subisce
ingenti tagli al proprio organico

DI MATHILDE VIENNOT
L’incendio di Fontainebleau segna l’inizio di una nuova era per gli incendi boschivi: con oltre 2.000 ettari
andati in fumo (quasi il 10% della superficie del massiccio), questa catastrofe è terrificante sotto diversi
aspetti. Si tratta dell’incendio più grave nella storia recente della foresta.

Per incoraggiare i giovani ad arruolarsi, nelle università e nelle scuole tecniche russe vengono
regolarmente organizzati incontri informativi, «lezioni di coraggio» e tornei di pilotaggio di droni su
schermo. Queste sessioni si svolgono sotto la guida degli uffici di reclutamento militare e dei
combattenti russi. Questi ultimi promettono ai futuri piloti di droni che non vedranno nulla della
guerra. Non dovrebbero operare esclusivamente davanti agli schermi, in un bunker lontano dalla
linea del fronte?

29.07.2026
I droni, uno strumento per attirare gli studenti
nell’esercito russo
Il Cremlino impone alle università di destinare il 2% del proprio organico alla guerra contro l’Ucraina

di Marie Jégo e Benjamin Quénelle
Sempre alla ricerca di nuove reclute per alimentare la propria macchina da guerra, il Cremlino cerca di
arruolare gli studenti nei reggimenti di piloti di droni in Russia, diventati il nuovo ascensore sociale, secondo
la propaganda ufficiale.

Il suo nome di battaglia è «Magyar» («l’ungherese»). A differenza di molti ucraini, non parla russo
e non ha né famiglia né amici dall’altra parte del confine. Più semplice per evitare qualsiasi pietà o
emozione? «Non voglio nemmeno pronunciare la parola “russi”: non uccido esseri umani, uccido
parassiti. I miei video mostrano a chi sta per arruolarsi per Putin che ciò che gli accadrà non ha
assolutamente nulla di eroico. Nel 2025, solo tre anni dopo aver gettato le basi per la più efficiente
delle unità di droni senza pilota, viene nominato «eroe dell’Ucraina» da Volodymyr Zelensky, poi
incaricato di comandare un corpo d’armata completamente nuovo specializzato in sistemi aerei
senza pilota – una prima assoluta nella storia mondiale dei conflitti. Secondo i suoi dati, il corpo dei
droni rappresenta solo il 2,5% delle truppe ucraine, ma da solo uccide un terzo dei russi.

29.07.2026
Magyar, l’uomo che guida la guerra degli uccelli
Leggenda ucraina dei droni, Robert Brovdi guida quest’estate l’operazione «Crimea» e prosegue i suoi
attacchi alle raffinerie nel cuore della Russia – «MAGYAR» LAVORA IN BUNKER SPARSI NEL SUD-EST
DELL’UCRAINA, CIRCONDATO DA UN ESERCITO DI NERD CHE INDOSSANO SCARPE DA GINNASTICA O
CROCS, PALLIDI E STANCHI, COME DA GOOGLE

Di Ariane Chemin – Sud dell’Ucraina – inviata speciale
Un timbro da baritono precede l’apparizione del comandante dalla barba rossa. Non c’è dubbio: è la stessa
voce che, sul suo canale YouTube, accompagna con la musica le imprese delle sue truppe – quella di
«Magyar», 50 anni, leggenda ucraina dei droni.

Quando Donald Trump è tornato al potere, non nascondeva il suo disprezzo per Volodymyr
Zelensky, che considerava perdente a priori. Ha smesso di finanziare la resistenza ucraina e ha
cercato di stringere accordi con Mosca. Ma l’ucraino ha fatto di tutto per conquistare la fiducia del
leader americano. I due uomini si sono avvicinati a partire dal 26 aprile 2025 in Vaticano, durante
un breve colloquio a margine dei funerali di Papa Francesco. Donald Trump è rimasto
impressionato nel vedere le truppe ucraine riconquistare terreno, lui che non ama i «perdenti» e
rispetta la forza. Gli Stati Uniti sono inoltre interessati al know-how unico al mondo dei combattenti
ucraini in materia di droni.


29.07.2026
Trump-Zelensky: il disgelo
Dopo il forte raffreddamento dei rapporti del 2025, il presidente americano riceve il presidente ucraino
con un nuovo spirito. l All’ordine del giorno dei colloqui alla Casa Bianca: forniture di armi e pressioni
diplomatiche sulla Russia. l Kiev, che ha sviluppato competenze nel settore dei droni, collaborerà in
questo ambito con Washington. Zelensky accolto meglio da Trump rispetto al 2025

Di Solveig Godeluck — Ufficio di New York
Volodymyr Zelensky è tornato a Washington, in una posizione decisamente migliore rispetto al febbraio
2025, quando Donald Trump lo aveva rimproverato pubblicamente nello Studio Ovale.

Di fronte a fiamme di tale intensità, la prefettura della Gironda ha avviato un vasto piano di
evacuazione, mentre la regione ospita, in questa stagione, da 200 a 350.000 turisti. Fin dalla prima
notte, la penisola di Cap-Ferret è precipitata in un incubo: campeggi evacuati nel buio, file di auto
che avanzavano a passo d’uomo nel fumo, abitazioni difese una ad una dai vigili del fuoco. Sono
bastate quarantotto ore per costringere 44.000 persone a mettersi in viaggio. Poi l’incendio ha
virato verso est, in direzione dell’entroterra, costringendo l’agenzia sanitaria regionale ad attivare il
piano di emergenza nella Gironda e nelle Landes e a sgomberare le case di riposo. Sabato il primo
ministro Sébastien Lecornu ha riunito i suoi ministri con una sola direttiva: fare tutto il possibile per
preservare Bordeaux dalle fiamme.

26.07.2026
La Francia in fiamme
CRISI – La regione di Bordeaux è in preda alle fiamme, le evacuazioni si susseguono – 170.000 sabato alle
14:00 – e le autorità stanno raddoppiando gli sforzi per arginare un incendio di portata già storica

Di GEOFFROY ANTOINE
Un disastro che nulla sembra riuscire a contenere. Da quattro giorni, un gigantesco incendio sta devastando
la Gironda. Da Biscarrosse alle Landes, passando per Cap-Ferret e il bacino di Arcachon, i turisti stanno
vivendo un incubo mentre i vigili del fuoco, affiancati da 1.500 militari, sono impegnati in una corsa contro
il tempo per circoscrivere l’incendio prima che raggiunga Bordeaux e i suoi 270.000 abitanti.

Berlino sta accelerando i propri acquisti di armi e sviluppando le proprie capacità di attacco.
Presentato come una risposta alla minaccia russa, questo potenziamento modificherà gli equilibri
del continente. È in questo contesto che la Francia ha appena varcato una soglia di ben altra
gravità. Parigi e Berlino hanno istituito un gruppo direttivo di alto livello in materia nucleare. La
Germania dovrà partecipare alle esercitazioni nucleari francesi, a visite congiunte di siti strategici e
al dialogo sull’articolazione tra le proprie risorse convenzionali e le capacità nucleari francesi. La
dottrina gollista si basava su un’evidenza: solo lo Stato i cui interessi vitali sono minacciati può
decidere dell’uso dell’arma nucleare. Diluire questo potere, anche indirettamente, equivale a
trasformare uno strumento di sovranità in merce di scambio al servizio di un progetto di cui né gli
obiettivi né i limiti sono chiaramente definiti. Macron afferma che la Francia rimarrà l’unica a
decidere su un eventuale impiego dell’arma nucleare. Ma la sovranità non scompare quasi mai con
una sola firma. Si erode per gradi.

22 – 28.07.2026
LA SOVRANITÀ FRANCESE È IN PERICOLO?
Dissuasione nucleare – UN AUMENTO DI POTENZA CHE MODIFICHERÀ GLI EQUILIBRI DEL CONTINENTE

Di Xenia Fedorova, è editorialista su CNews e conduce il programma «Lumières orthodoxes» su Cstar
La Germania non si accontenta più di riarmarsi. Vuole cambiare status. Friedrich Merz lo ha detto senza
mezzi termini: la Bundeswehr deve diventare «l’esercito convenzionale più potente d’Europa». Berlino sta
accelerando i propri acquisti di armi e sviluppando le proprie capacità di attacco.

Poiché l’obiettivo di Zelensky e dei suoi comandanti è quello di interrompere tutti i rifornimenti, sia
militari che energetici, alla guerra russa, per costringere Vladimir Putin a sedersi al tavolo dei
negoziati, le attività logistiche del Cremlino nel Mar Caspio rappresentavano un bersaglio naturale.
Ma si può anche ipotizzare che il presidente ucraino abbia cercato di dimostrare la propria buona
volontà nei confronti di Donald Trump, il quale, da quando le truppe di Kiev hanno ripreso
l’iniziativa, sembra aver spostato l’attenzione da Mosca a Kiev. Alcuni analisti ritengono inoltre che
un simile attacco abbia senza dubbio beneficiato di un via libera americano.

28.07.2026
Dall’Ucraina all’Iran, la convergenza delle guerre
L’attacco ucraino contro una nave iraniana nel Mar Caspio conferma l’interconnessione dei due conflitti

Di Isabelle Lasserre
Sin dall’invasione russa dell’Ucraina, gli alleati occidentali di Kiev hanno sempre avuto come obiettivo
quello di contenere la guerra entro i confini del Paese.

Tra il 2022 e il 2026, la spesa stanziata dall’Estonia per la propria difesa è balzata dal 2,12 al 5,4%
del proprio prodotto nazionale lordo. L’obiettivo, spiegano a Tallinn, è quello di ritardare
un’eventuale invasione dei carri armati russi, per dare alle forze della NATO il tempo di accorrere
in loro soccorso. Per scoraggiare meglio l’Orso, dal 2022 un piccolo contingente multinazionale è
di stanza in modo permanente nel Paese. Quel giorno, nei pressi del ponte dell’Amicizia, si
incontra un gruppo di soldati britannici in gita, che passeggiano senza armi né equipaggiamento.
Con un migliaio di uomini, il Regno Unito costituisce la spina dorsale del battaglione NATO. I
francesi contribuiscono con 500 soldati. È la missione “Lynx” che dedica parte del proprio tempo
all’addestramento dei volontari della Lega di difesa estone, 16.000 uomini a rinforzo dei 7.700
militari dell’esercito regolare. A questi si aggiungono 4 caccia Rafale schierati in Lituania, a servizio
della sorveglianza aerea della regione.

29.07.2026
La schizofrenia estone
Narva, città estone al confine con la Russia, il cui 95% degli abitanti è di lingua russa, incarna la frattura
sociale e culturale dei Paesi Baltici. Una fonte di tensioni geopolitiche che preoccupa sia le autorità locali
che gli strateghi della NATO. Reportage.

Il “Ponte dell’Amicizia”, sul fiume
Narva. Passaggio pedonale recintato,
“denti di drago” sull’impalcato
centrale: l’atmosfera è cordiale, ma
l’immagine ricorda il Checkpoint Charlie
della Guerra Fredda.

Dal nostro inviato speciale in Estonia, Mériadec Raffray

È ancora presto in questa mattina di luglio e, sotto un sole baltico particolarmente generoso, una lunga fila
si snoda a monte del posto di dogana. Senza il timbro sul passaporto, è impossibile accedere al «ponte
dell’Amicizia», come lo hanno battezzato i sovietici.

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La disastrosa conclusione dell’operazione di 40 giorni di Zelensky rivela un’Ucraina in declino _ di Simplicius

La disastrosa conclusione dell’operazione di 40 giorni di Zelensky rivela un’Ucraina in declino.

Simplicius 4 agosto
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Oggi è l’ultimo giorno dell’operazione militare speciale di Zelensky, durata 40 giorni, e la sua conclusione è avvolta da un’aura di presagi funesti. La facciata di successo, accuratamente costruita e destinata a essere la chiave di questa orchestrata campagna di pubbliche relazioni, è stata violentemente sgretolata, rivelando un’Ucraina fragile e sull’orlo del collasso.

Il recente attacco russo a Kiev ha rivelato una situazione catastrofica, poiché l’Ucraina non dispone più di missili Patriot per fermare gli attacchi missilistici balistici russi. Il tasso di intercettazione ammesso da Kiev è stato il seguente:

1/27 missili balistici del 9M723 OTRK “Iskander-M” / KN-23;

0/2 missili anti-radar Kh-31P;

0/4 missili da crociera antinave e ipersonici 3M55 “Onyx” / 3M22 “Zircon”;

Complessivamente, l’83,2% dei droni è stato neutralizzato.

Le principali società di analisi ucraine prevedono che la Russia aumenterà presto la produzione di missili balistici da 70 a oltre 150 al mese. Ciò devasterà le infrastrutture ucraine, poiché al momento non esiste alcuna speranza di risolvere il problema del Patriot e nessun altro sistema disponibile, oltre al Patriot, è in grado di contrastare i missili Iskander russi.

Zelensky e i suoi lo sanno, ed è per questo che ora, alla fine della sua fallimentare operazione durata 40 giorni, ha iniziato a implorare la Russia per un nuovo cessate il fuoco:

https://en.apa.az/europe/podolyak-zelenskyy-proposes-airspace-ceasefire-and-freezing-of-frontline-to-putin-518796

È interessante ricordare che solo poche settimane fa Putin aveva rivelato che l’Ucraina stava implorando la Russia di concedere vari tipi di cessate il fuoco attraverso canali segreti. I sostenitori dell’Ucraina avevano riso e liquidato la cosa come una realtà ufficiale, a dimostrazione che Putin raramente, se non mai, mente su queste questioni.

L’altra grande rivelazione riguarda qualcosa che avevamo previsto già settimane fa, quando l’Ucraina ha iniziato a registrare apparenti “successi” sul campo di battaglia. L’idea è che, ogni volta che l’Ucraina sembra avanzare o respingere le forze russe, si tratta generalmente di uno sforzo di breve durata in cui l’Ucraina consuma molte risorse e riserve accumulate, il che porta a immediate ripercussioni una volta esaurita la finestra di opportunità mediatica.

Ora molti analisti sostengono che sia proprio questo ciò che è accaduto di recente. Zelensky ha scelto strategicamente di impiegare tutte le sue riserve di uomini e materiali per un’operazione di pubbliche relazioni di 40 giorni, al fine di simulare una sorta di iniziativa per un’Ucraina “vittoriosa”, in modo che gli alleati potessero fare pressione su Putin per un cessate il fuoco e per l’avvio di negoziati. Ma ora che questo piano è fallito, l’Ucraina sta assistendo a un rapido crollo del fronte, dove le truppe russe hanno iniziato ad avanzare a un ritmo senza precedenti negli ultimi tempi.

Mark Ames@MarkAmesExiled Potremmo presto scoprire che Zelensky ha impiegato una quantità insostenibile di risorse umane ucraine nella prima metà del 2026 per realizzare la sua campagna di pubbliche relazioni “L’Ucraina sta invertendo la rotta” nel tentativo di conquistare Trump in vista del vertice NATO di luglio. E ora ne stiamo pagando le conseguenze. AMK Mapping  @AMK_Mapping_Nelle ultime settimane, la situazione dell’Ucraina sul fronte è rapidamente peggiorata in modo senza precedenti, mai visto dall’inizio del 2025. Nell’angolo nord-orientale dell’oblast di Kharkiv, la Russia ha ottenuto due sfondamenti localizzati, minacciando di accerchiare più di 36012:10 · 2 agosto 2026 · 202.000 visualizzazioni28 risposte · 210 condivisioni · 1.790 Mi piace

Collegamento

Lost Armour ha rivelato che le avanzate russe nel mese di luglio sono state le più consistenti degli ultimi due anni :

La Russia ha registrato il suo tasso di avanzamento più elevato dall’ottobre 2024.

Risultati di luglio 2026 sulla mappa: la maggiore avanzata da ottobre 2024 – oltre 728 km² di territorio liberato.

Nel luglio 2026, le forze armate russe hanno liberato oltre 728 km² di territorio nell’area dell’operazione militare speciale, il dato mensile più alto da ottobre 2024.

Per dovere di correttezza giornalistica, dobbiamo precisare che altre fonti russe, come il noto cartografo Creamy Caprice, riportano una cifra per luglio nettamente inferiore a quella sopra indicata. In ogni caso, è evidente che, giorno per giorno, l’avanzata russa si è intensificata su tutti i fronti, dalla regione settentrionale di Kharkov-Sumy, a Kupyansk e all’agglomerato di Slavyansk-Kramatorsk, fino all’incrocio tra Zaporozhye, Dnipro e Donetsk.

Da un noto mercenario americano che opera in Ucraina:

Mappatura della guerra di Hudson @hudsonwarmap Questa è l’inevitabile conseguenza di inutili contrattacchi nell’estremo sud della regione di Donetsk. Si tratta di assoluta negligenza da parte del comando delle Forze Armate. AMK Mapping  @AMK_Mapping_La situazione in direzione di Dobropillya è probabilmente persino peggiore di quanto mostri attualmente la mia mappa. Ma sto ancora verificando alcuni dettagli. https://t.co/zyTL05JiEa9:06 · 3 agosto 2026 · 6.900 visualizzazioni5 risposte · 7 condivisioni · 130 Mi piace

Allo stesso tempo, la situazione per Odessa è peggiorata come mai prima d’ora, dato che la Russia ha completamente isolato l’Ucraina.

https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/07/29/8046438/

Un giornalista occidentale appena rientrato dalla zona riferisce:

Davide Maria De Luca@DM_Deluca Sono appena tornato da Odesa, dove un’offensiva aerea senza precedenti da parte della Russia ha completamente bloccato i porti ucraini sul Mar Nero, minacciando un disastro economico che al momento appare sottovalutato dai media internazionali. In città si assiste ad una scena 10:40 · 2 agosto 2026 · 101.000 visualizzazioni122 risposte · 162 condivisioni · 457 Mi piace

Sono appena rientrato da Odessa, dove un’offensiva aerea russa senza precedenti ha completamente bloccato i porti ucraini sul Mar Nero, minacciando un disastro economico che, al momento, sembra sottovalutato dai media internazionali.

In città si assiste a scene paradossali: droni e missili russi sorvolano spiagge affollate di bagnanti, oppure vengono abbattuti al largo della costa, sotto gli occhi di migliaia di smartphone puntati verso il cielo.

Da circa dieci giorni, Mosca ha iniziato a prendere di mira sistematicamente tutte le navi che si avvicinano al porto, senza distinzione di nazionalità. Ora, né i capitani né gli armatori osano avvicinarsi ai tre principali porti ucraini: Odessa, Chornomorsk e Pivdenny.

Per gli agricoltori ucraini, la situazione rischia di essere disastrosa. Con le esportazioni bloccate nel pieno della stagione del raccolto, i loro magazzini sono stracolmi e i prezzi dei prodotti agricoli nel paese sono crollati. Con la raccolta dei girasoli che inizierà tra pochi giorni, la situazione rischia di diventare critica.

Una delle innovazioni più significative è stata l’impiego del più recente missile da crociera a basso costo russo, che alcuni definiscono un missile-drone: l’ S8000 Banderol .

“Questo è un aggeggio molto pericoloso”, ha detto Vlasiuk ai giornalisti mentre mostrava parte di un Banderol sparato l’anno scorso. “La maggior parte degli attacchi alle infrastrutture portuali di Odessa sono stati effettuati con i Banderol.”

Vlasiuk ha affermato che il suo ufficio ha stabilito che l’80% degli attacchi ai porti della grande Odessa, comprese le vicine Chornomorsk e Pivden, sono stati effettuati con missili Banderol. La testata da 150 chilogrammi (330 libbre) di questi missili è più grande di quella degli Shahed, e questi missili volano a velocità troppo elevate perché i più recenti droni intercettori ucraini possano intercettarli.

Il missile può essere lanciato anche da lanciatori terrestri. Ma la vera svolta deriva dal suo impiego tramite i droni pesanti russi Orion o Inokhodets, che permette alla Russia di avvicinare i propri mezzi a Odessa senza dover rischiare piloti e aerei S-34.

Orione visto con il Banderol attaccato:

Nel frattempo, le cattive notizie per l’Ucraina continuano ad accumularsi. Diverse fonti riportano che l’entusiasmo diplomatico e politico dell’Ucraina sta diminuendo.

El País scrive che le sanzioni europee contro la Russia hanno raggiunto il picco e che presto i governi inizieranno sempre più a dare priorità al proprio benessere piuttosto che a darsi la zappa sui piedi solo per cercare di “danneggiare” la Russia:

https://elpais.com/internacional/2026-08-03/ha-alcanzado-la-union-europea-su-pico-de-sanciones-a-rusia.html

Secondo Jacob Funk Kirkegaard, ricercatore presso il think tank economico Bruegel, l’UE non è lontana dal raggiungere il suo “picco delle sanzioni”, ovvero il punto in cui i governi iniziano a dare priorità ai propri interessi economici nazionali rispetto a nuove restrizioni nei confronti della Russia. “Quello che resta sono, diciamo, delle fettine sottilissime di salame”, spiega in una conversazione telefonica. Le misure più delicate – quelle rimaste intatte nelle precedenti ventiquattro tornate di sanzioni – sono solitamente proprio quelle che uno Stato membro ha un motivo per bloccare – e il potere effettivo di veto, dato che le sanzioni vengono approvate all’unanimità.

Anche il Telegraph avverte che l’intera coalizione per aiutare l’Ucraina è in punto di morte:

https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/08/02/the-slow-death-of-the-coalition-of-the-willing/

Con Starmer fuori dai giochi, Macron al suo ultimo anno di mandato e Merz in Germania appeso a un filo, il gruppo dei principali sostenitori dell’Ucraina è a pezzi, e il futuro appare sempre meno promettente:

La stabilità interna dei candidati che potrebbero colmare quel vuoto, come il tedesco Friedrich Merz, rimane incerta. Nel frattempo, aspiranti alla leadership più vicini alla Russia, come Marine Le Pen, restano in attesa e potrebbero rimodellare il sostegno europeo all’Ucraina il prossimo anno.

In passato, aveva promesso di ritirare la Francia dal comando militare della NATO, di revocare le sanzioni contro la Russia e di esortare l’Ucraina ad accettare un accordo di pace alle condizioni di Mosca.

Jean-Luc Mélenchon, esponente dell’estrema sinistra e considerato uno dei suoi principali rivali alle elezioni che si terranno tra nove mesi, si è spinto ancora oltre, promettendo il ritiro dall’alleanza militare occidentale.

Con il passare del tempo, sembra sempre più evidente che la pazienza strategica di Putin stia dando i suoi frutti, mentre le vecchie strutture europee ostili crollano lentamente come un iceberg che si stacca e precipita in mare.

Ma ora, all’orizzonte dell’Ucraina si profila una minaccia ancora più grave.

Negli ultimi due giorni si è assistito a un’ondata di articoli che confermano un’ipotesi che noi stessi avevamo avanzato solo poche settimane fa: il nuovo sistema satellitare russo Rassvet (noto come “Starlink russo”) è già in fase di posizionamento per consentire, seppur in misura limitata, la sorveglianza dell’Ucraina, e tali capacità sono destinate a crescere rapidamente.

Da una fonte ucraina:

https://militarnyi.com/uk/news/rassvet-zmozhut-zabezpechyty-rosiyi-zvyazok/

Scrivono con urgenza che i satelliti hanno già raggiunto due finestre di comunicazione di un’ora al giorno:

I satelliti dell’Ufficio 1440 Rassvet della Russia forniscono già almeno due “finestre di comunicazione” al giorno sull’Ucraina, ciascuna della durata di oltre un’ora.

Vladimir Stepanets, esperto di comunicazioni satellitari, ha riferito la notizia a Militarny dopo aver analizzato le traiettorie dei satelliti russi.

«Vediamo che di fatto si è già formata una catena con una buona copertura, che garantisce tale copertura circa due volte al giorno, ma in realtà questi arrivi sono più numerosi, ovvero diverse catene di questo tipo possono volare con copertura di determinate regioni a intervalli di circa un’ora e mezza. Ma ciò che è importante è che questi satelliti forniscono già una copertura piuttosto densa», ha affermato.

Guarda qui sotto:

“Ciò potrebbe avere gravi conseguenze per le Forze di Difesa se non adotteranno contromisure efficaci entro tale termine.”

I detrattori sostengono che Starlink abbia oltre 10.000 satelliti in orbita, ma:

  1. Questo per ottenere una copertura commerciale globale ovunque.
  2. Come avevamo già spiegato, i satelliti Starlink sono più piccoli e si trovano in orbite più basse, e ne servono di più.

I nuovi satelliti russi sono più grandi e si trovano in un’orbita più alta, il che riduce la necessità di un loro numero elevato. Cosa ancora più importante, non devono garantire una copertura globale, ma solo quella dell’Ucraina.

L’articolo di Militarnyi rileva inoltre che la Russia ha completato lo sviluppo dei terminali per le comunicazioni satellitari, che sembrano simili a quelli di Starlink:

Secondo fonti aperte, l’azienda ha già completato lo sviluppo della versione base del terminale e si sta preparando ad avviare la produzione di massa.

Date le caratteristiche dei terminali e il contesto generale dello sviluppo del progetto, è prevedibile che, una volta avviata la produzione di massa, questi vengano rapidamente in dotazione alle truppe russe. Il loro utilizzo non si limiterà quindi ai kit terrestri.

Vale la pena prepararsi alla comparsa di tali terminali non solo nei punti di controllo, sui veicoli o sulle navi, ma anche sui droni d’attacco e da ricognizione. In futuro, potrebbero essere integrati in piattaforme create sulla base di “Geran-2/3/4/5”, “Harpy” o altri droni a lungo raggio. Un canale di comunicazione simile potrebbe essere utilizzato anche per il puntamento di missili da crociera, bombe plananti e altre armi di distruzione.

Secondo nuove stime, la Russia potrebbe lanciare un numero sufficiente di satelliti per garantire una copertura completa e ininterrotta dell’Ucraina già entro il 2027.

Un’analisi:

Per quanto riguarda “Rassvet” e l’Ucraina…

Secondo i dati del servizio N2YO, i satelliti si trovano in orbite che consentono loro di transitare nell’area di copertura dell’Ucraina quattro volte al giorno. Tuttavia, solo durante due o tre di questi passaggi i satelliti si alzano abbastanza sopra l’orizzonte da garantire comunicazioni stabili con le stazioni di terra.

Durante ogni passaggio, che dura circa un’ora e mezza per l’intera formazione, si crea una “finestra di comunicazione” durante la quale le Forze Aerospaziali Russe potrebbero teoricamente utilizzare terminali satellitari per comunicare e controllare droni kamikaze e veicoli aerei senza pilota (UAV).

Alla fine di luglio è stato lanciato in orbita il secondo gruppo di 16 satelliti. Se l’attuale ritmo di dispiegamento verrà mantenuto, i satelliti del secondo gruppo raggiungeranno le loro altitudini operative tra ottobre e novembre, fornendo due ulteriori “finestre di comunicazione”.

Il programma ufficialmente annunciato prevede l’inizio delle operazioni commerciali nel 2027. In precedenza, si era parlato di piani per aumentare il numero di satelliti a 250 entro il 2027, a 730 entro il 2030 e a oltre 900 entro il 2035…

Il numero 250 è stato indicato da Serhiy Flash come requisito per una copertura 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Se la Russia raggiungerà tale obiettivo entro il 2027, come stimato da alcune fonti, disporrà di un proprio sistema “Starlink” completamente nativo per il controllo di droni di qualsiasi tipo e a qualsiasi distanza, senza bisogno di “relay” bielorussi, ripetitori, reti mesh, ecc. Per non parlare della rivoluzione che ciò apporterebbe alle semplici comunicazioni di rete sul campo di battaglia e ai sistemi integrati di gestione del campo di battaglia russi.

Considerata la traiettoria che l’Ucraina sta seguendo a livello politico, diplomatico e ora anche militare, con l’accelerazione dell’offensiva russa, la distruzione delle infrastrutture e l’isolamento del paese a causa di Odessa, nonché l’impennata nella produzione russa di missili balistici e la totale carenza di intercettori Patriot, possiamo affermare che il 2027 potrebbe essere un anno cruciale che vedrà l’Ucraina cedere definitivamente, se non addirittura collassare del tutto.

Da tempo si sostiene che il principale vantaggio dell’Ucraina sulla Russia sia il sistema Starlink. Non solo la Russia ha imparato sempre di più a disturbare lo Starlink ucraino e sta progressivamente implementando un numero maggiore di sistemi in grado di farlo, ma ora sta anche iniziando a schierare un proprio sistema analogo.

Entro il 2027 potremmo assistere a una progressiva inefficacia del sistema Starlink ucraino, mentre quello russo inizierà a dominare, annullando gli ultimi vantaggi militari dell’Ucraina in un contesto di produzione senza precedenti di missili balistici che si abbatteranno quotidianamente sulle città ucraine.

In conclusione: la situazione dell’Ucraina non è mai stata peggiore e a Zelensky non resta altro che ricorrere a meschini stratagemmi, prendendo sempre più di mira i civili russi per “aizzare” l’opinione pubblica contro Putin, come è successo oggi quando un drone ucraino si è schiantato su una spiaggia pubblica affollata a Gelendzhik.

La figura ucraina Taras Chmut riassume:

E un ultimo post quanto mai opportuno da parte di uno degli analisti più importanti dell’Ucraina, Bohdan Myroshnykov :

È un atteggiamento coraggioso, ma a giudicare dalla nuova richiesta di cessate il fuoco di Zelensky, possiamo presumere che anche lui comprenda che uno scontro diretto “colpo su colpo” contro il Titano russo non porterebbe a nulla di buono per l’Ucraina.

Ma poiché non c’è altra vera scelta, probabilmente sarà costretto a portare la situazione alle sue naturali conseguenze.


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Una visione iraniana del nuovo Medio Oriente _ di M. Javad Zarif

Una visione iraniana del nuovo Medio Oriente

Per porre fine alla guerra e garantire la pace è necessario un nuovo approccio alla sicurezza regionale

M. Javad Zarif

20 luglio 2026

Un modello di missile iraniano a Teheran, luglio 2026Majid Asgaripour / Agenzia di stampa West Asia / Reuters

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M. JAVAD ZARIF è professore associato di Studi globali presso l’Università di Teheran, nonché fondatore e presidente di Possibilities Architects. In precedenza ha ricoperto le cariche di vicepresidente dell’Iran, ministro degli Esteri e rappresentante permanente presso le Nazioni Unite.

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Gli Stati Uniti hanno ripreso gli attacchi contro l’Iran. Il memorandum d’intesa che Teheran e Washington avevano siglato il mese scorso in Svizzera, rimasto in bilico per settimane, è finalmente saltato. «Penso che sia finita», ha dichiarato l’8 luglio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Non voglio più avere a che fare con [l’Iran]».

Il fatto che il memorandum sia fallito non è sorprendente. L’Iran e gli Stati Uniti avevano interpretazioni divergenti delle disposizioni dell’accordo, in particolare quelle relative allo Stretto di Hormuz. Teheran riteneva di aver promesso, secondo la formulazione del memorandum, di «adottare tutte le misure possibili per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali a titolo gratuito, per soli 60 giorni». Riteneva inoltre che, insieme all’Oman e agli altri Stati del Golfo Persico, avrebbe «definito la futura gestione e i servizi marittimi nello Stretto di Ormuz». Washington, invece, riteneva che l’Iran avesse accettato di consentire incondizionatamente il libero passaggio attraverso lo stretto e che gli Stati Uniti non fossero tenuti a rispettare le disposizioni stabilite dall’Iran. L’accordo non avrebbe mai potuto sopravvivere a una tale divergenza. La ripresa del confronto militare non era tanto una questione di «se», quanto piuttosto di «quando».

Tuttavia, non è nell’interesse né dell’Iran né degli Stati Uniti perpetuare la guerra. Sebbene il popolo e le forze armate iraniane abbiano difeso il proprio Paese da due potenze dotate di armi nucleari, continuano a considerare il conflitto come qualcosa che è stato loro imposto, uno scontro che non hanno mai desiderato iniziare. Washington, dal canto suo, sta distogliendo l’attenzione dal proprio obiettivo geopolitico principale. Da oltre un decennio, le successive amministrazioni statunitensi condividono l’obiettivo generale di ridurre l’onere a lungo termine del proprio Paese in Asia occidentale per concentrarsi sull’Indo-Pacifico, avviando quella che vari funzionari hanno definito una «svolta verso l’Asia». Le passate politiche di Washington nei confronti dell’Iran – tra cui l’accordo nucleare del 2015, gli Accordi di Abramo (in cui diversi Stati arabi hanno normalizzato le relazioni con Israele dopo negoziati mediati dagli Stati Uniti, creando un solido blocco contro l’Iran e di fatto esternalizzando gran parte del ruolo regionale degli Stati Uniti a Israele), i suoi attacchi del giugno 2025 contro il Paese e la guerra che ha lanciato a febbraio – sono tutti strumenti che ha impiegato per raggiungere questo fine. Ma, come dimostra chiaramente l’attuale conflitto, Washington non può eliminare il governo iraniano. Solo la diplomazia, un nuovo accordo di pace e un nuovo quadro di sicurezza elaborato dagli Stati della regione e per gli Stati della regione consentiranno agli Stati Uniti di rivolgere la propria attenzione altrove.

PARLIAMO CHIARO

Gli scontri militari dell’ultimo anno non si sono limitati a mettere alla prova le capacità dell’Iran, di Israele e degli Stati Uniti. Hanno messo in discussione presupposti di lunga data riguardo alla coercizione, alla deterrenza e al futuro dell’Asia occidentale. Gli Stati Uniti e Israele hanno dato il via ai recenti conflitti con l’Iran partendo dal presupposto che una pressione militare prolungata potesse costringere Teheran alla sottomissione o innescare il crollo della Repubblica Islamica. Invece, si sono ritrovati impantanati in una situazione strategica senza via d’uscita. Nessuna delle loro azioni, compresi gli attacchi senza precedenti contro la leadership politica e militare iraniana e i danni significativi inflitti alle infrastrutture del Paese, ha costretto Teheran a cambiare rotta. La sua integrità territoriale e il suo sistema politico hanno resistito, dimostrando la resilienza della nazione iraniana e la sua capacità di difendere la propria sovranità anche nelle circostanze più estreme.

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Le potenze esterne devono prendere atto di questo fatto e comprenderne le implicazioni. La capacità dell’Iran di resistere a una pressione militare prolungata ha reso più difficile escludere Teheran da qualsiasi futura architettura di sicurezza regionale. Ciò include, innanzitutto, il ruolo fondamentale dell’Iran nel garantire il passaggio delle forniture energetiche e del traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz. Teheran ha nuovamente bloccato gran parte dell’accesso allo stretto — cosa che molti analisti occidentali hanno interpretato come prova del fatto che l’Iran sia una potenza ostile che intende esercitare coercizione economica, destabilizzare i mercati petroliferi globali e limitare la libertà di navigazione. Ma l’Iran ha destabilizzato i mercati energetici per una ragione strategica ben precisa: costringere gli Stati Uniti e i loro partner a porre fine alla loro campagna volta a distruggere l’Iran.

La guerra, in altre parole, ha costretto l’Iran a considerare ora lo stretto come una questione esistenziale per la propria sicurezza. Prima che le ostilità su larga scala avessero inizio alla fine di febbraio, l’Iran tollerava generalmente la navigazione attraverso quella via d’acqua senza interferenze, anche se le sanzioni statunitensi — sostenute dai partner di Washington — impedivano all’Iran di accedere a molte delle merci che transitavano attraverso lo stretto. Le sanzioni americane hanno di fatto chiuso lo Stretto di Ormuz al commercio iraniano, lasciandolo invece aperto a quasi tutti gli altri. Gli attacchi statunitensi e israeliani hanno posto fine a tale tolleranza, sia tra i comandanti militari iraniani sia, cosa ancora più importante, tra la stragrande maggioranza della popolazione. Oggi, l’obiettivo primario dell’Iran nello stretto è garantire che gli avversari non possano sfruttare la via navigabile per preparare, facilitare o sostenere azioni coercitive contro l’Iran, siano esse di natura militare, politica o economica. La distinzione, in precedenza accettata, tra traffico commerciale e transito militare è stata offuscata. In tempo di pace, il diritto marittimo internazionale definisce le aspettative. Ma in tempo di guerra, anche le leggi internazionali di guerra danno priorità alla sopravvivenza nazionale.

Se vogliono la pace, gli Stati Uniti devono considerare il ruolo di Israele.

L’Iran agisce ora nella convinzione che le rotte marittime non possano essere politicamente neutre se facilitano il trasporto di sistemi d’arma, componenti aeronautici, risorse di intelligence o supporto logistico per gli Stati Uniti e i loro partner regionali. Poiché le armi e le tecnologie che in seguito hanno colpito il territorio, le infrastrutture e i civili iraniani sono transitate attraverso lo Stretto di Hormuz, i responsabili politici iraniani hanno tutto il diritto di limitare il flusso del traffico fintanto che la guerra persiste, fintanto che continua la coercizione economica contro l’Iran e fintanto che vengono attivamente perseguiti gli sforzi volti a minare il diritto dell’Iran di salvaguardare i propri interessi nello stretto. È semplicemente troppo difficile per Teheran determinare quali navi trasportino merci commerciali e quali invece trasportino materiali che minacciano il diritto all’esistenza dell’Iran. I movimenti marittimi nel Golfo Persico devono essere interpretati alla luce delle norme relative ai conflitti armati e delle intenzioni strategiche, piuttosto che in base alle regole che disciplinano i periodi di pace.

Tuttavia, per Teheran, il potere di leva offerto dallo stretto è fragile. Se l’Iran minacciasse ripetutamente il traffico marittimo, potrebbe mettere gran parte del mondo contro di sé. Una chiusura prolungata potrebbe inoltre portare ad un’accelerazione degli investimenti internazionali in oleodotti, porti e corridoi logistici terrestri che aggirino del tutto la via navigabile. Se i mercati globali riuscissero a diversificare le proprie rotte allontanandosi dallo stretto, l’Iran non sarebbe più in grado di utilizzare la sua potenziale chiusura come deterrente. Teheran deve quindi dar prova di moderazione, così come gli altri Stati devono astenersi dall’adottare misure economiche, politiche e militari che potrebbero nuocere agli interessi dell’Iran nello stretto. Tra queste figurano l’imposizione di sanzioni che impedirebbero di fatto all’Iran di beneficiare della libertà di navigazione, la formazione di una coalizione diplomatica contro l’Iran o il trasporto attraverso le acque dello stretto di equipaggiamento militare dannoso per la sicurezza iraniana. Il modo migliore per realizzare questi obiettivi sarebbe istituire una rete di sicurezza regionale che rafforzi la fiducia tra gli Stati costieri del Golfo Persico attraverso il dialogo e la cooperazione. Questo approccio porrebbe fine alla presenza militare destabilizzante e all’avventurismo delle potenze esterne, eliminando la ragion d’essere della loro presenza. Come previsto nel memorandum, l’Iran e l’Oman «definiranno la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Ormuz, in consultazione con gli altri Stati costieri del Golfo Persico, in linea con il diritto internazionale applicabile e i diritti sovrani degli Stati costieri dello Stretto di Ormuz».

TRATTATIVA SERIA

Lo Stretto di Ormuz rimane un punto nevralgico cruciale. Ma non è certo l’unica fonte di tensione tra Teheran e Washington. Per porre fine ai combattimenti, l’Iran e gli Stati Uniti devono gestire le loro divergenze più ampie.

Gli obiettivi di entrambe le parti dovrebbero essere modesti: Teheran e Washington non possono essere amiche. Le recenti guerre, in cui gli Stati Uniti e Israele hanno ucciso la guida suprema dell’Iran, i suoi alti comandanti e innocenti scolari, hanno aggravato le ferite storiche del Paese. Questi rancori non saranno dimenticati né perdonati, ma non devono necessariamente sfociare in continui scontri o in un’escalation. La chiave sarà garantire che i futuri impegni diplomatici, a differenza di quelli passati, gestiscano le divergenze in modo pragmatico. Le controversie tra Stati Uniti e Iran sono talvolta il risultato di differenze identitarie fondamentali che richiedono un dialogo chiarificatore. Altre volte, sono il frutto di una reciproca diffidenza che ostacola la cooperazione su interessi tattici comuni. A volte, si tratta di questioni politiche negoziabili che si prestano a un compromesso strategico. Per andare avanti, entrambi i Paesi dovranno distinguere tra valori esistenziali e obiettivi condivisi e transazionali, evitando di impegnarsi in inutili tentativi di acquisire maggiore potere contrattuale.

Un accordo di sicurezza realistico tra Stati Uniti e Iran richiederà, in ultima analisi, un quadro di non aggressione reciproca che impedisca alle controversie sull’identità di sfociare nella violenza. Teheran e Washington potrebbero quindi coordinarsi sulle sfide comuni, quali la stabilizzazione dell’Afghanistan, la lotta al traffico di droga e la gestione dei flussi migratori. Gli Stati Uniti riconoscerebbero l’integrità territoriale dell’Iran, rimuoverebbero le designazioni di terrorismo dall’Iran e dalle sue agenzie e revocerebbero definitivamente tutte le sanzioni. Washington si impegnerebbe inoltre ad aiutare l’Iran a ricostruirsi dalle devastazioni causate dalla propria aggressione, come promesso nel memorandum, istituendo un fondo di investimento da 300 miliardi di dollari a favore del Paese. In cambio, l’Iran acconsentirebbe a fornire garanzie permanenti di non proliferazione nucleare, quali la ratifica del Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), che garantisce agli ispettori dell’AIEA un accesso più ampio agli impianti nucleari di uno Stato. L’Iran potrebbe codificare a livello legislativo la fatwa contro le armi nucleari emanata dal defunto leader supremo iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei.

Se vogliono la pace, gli Stati Uniti devono considerare il ruolo di Israele. Oltre ad aver dato il via alla prima guerra contro l’Iran, nel giugno 2025, e ad aver convinto Trump a partecipare all’inizio della seconda, i governi israeliani che si sono succeduti si sono costantemente opposti alle iniziative statunitensi volte a ridurre le tensioni e a stabilizzare l’Asia occidentale, tra cui l’accordo nucleare del 2015 e il recente memorandum d’intesa. Qualsiasi sforzo volto a impedire il riaccendersi del conflitto deve quindi fare i conti con questo elemento di disturbo, il cui desiderio di continuare a combattere – a prescindere dai costi – va contro gli interessi degli Stati Uniti. Il comportamento di Israele non solo impedisce la pace con l’Iran, ma destabilizza anche l’intero Asia occidentale. Attraverso l’espansione degli insediamenti occupati, il genocidio a Gaza e la devastazione del Libano, Israele ha dimostrato ripetutamente di voler seminare il caos in tutta la regione per mantenere il proprio dominio militare.

Spetterà agli Stati Uniti e ai loro partner affrontare questa persistente fonte di instabilità. Sia Trump che il vicepresidente statunitense JD Vance si sono impegnati, nel primo paragrafo del memorandum, a «garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano». Allo stesso tempo, tuttavia, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha avviato una campagna attiva volta a minare tale disposizione durante la sua visita nella regione il mese scorso, in parte ricorrendo a misure coercitive per costringere il governo libanese a un accordo unilaterale con Israele, mentre Israele continua a occupare parti del Libano. Le incoerenze dell’amministrazione e la sua indifferenza nei confronti delle difficoltà quotidiane del popolo palestinese devono cessare. Washington deve invece iniziare a esercitare una pressione concreta su Israele.

NESSUN PUNTO DEBOLE

Israele non è certo l’unico attore in grado di influenzare il successo di un accordo di pace tra Teheran e Washington. L’Iran e i suoi vicini più prossimi nel Golfo Persico farebbero bene a elaborare un piano che ponga fine ai decenni di tensione tra loro — iniziata con la guerra Iran-Iraq del 1980-88 e proseguita fino ad oggi, a discapito di tutti. Ciò significa che l’Asia occidentale deve abbandonare un modello di sicurezza che fa affidamento sulle potenze straniere, una tendenza che ha portato le forze statunitensi nella regione e ha causato il protrarsi del conflitto. Per anni questo approccio si è rivelato disastroso, come ha dimostrato per la prima volta l’invasione irachena del Kuwait a seguito della guerra Iran-Iraq e come hanno ulteriormente illustrato le recenti ostilità. Cercare di affidare la sicurezza alle potenze globali non può garantire una sicurezza autentica, per non parlare della stabilità necessaria per uno sviluppo economico sostenibile.

I paesi dell’Asia occidentale dovrebbero invece iniziare a integrarsi meglio tra loro, in modo che la forza di ciascuno Stato rafforzi la stabilità di tutti gli altri. Gli iraniani hanno già proposto diversi elementi fondamentali per questo tipo di ordine. In qualità di vicepresidente nel 2024, ho chiesto l’istituzione di un dialogo istituzionalizzato tra gli Stati della regione, basato sul rispetto reciproco, sulla non ingerenza e, infine, su accordi di non aggressione. Tale dialogo prevederebbe misure volte a rafforzare la fiducia, quali programmi di assistenza umanitaria nelle zone di conflitto, iniziative congiunte di lotta al terrorismo e campagne mediatiche collaborative volte a promuovere la convivenza. Ho inoltre proposto una rete nucleare regionale, compreso un consorzio per l’arricchimento dedicato esclusivamente all’applicazione pacifica della scienza nucleare. I suoi membri metterebbero in comune le competenze regionali, promuoverebbero la collaborazione scientifica e rafforzerebbero la fiducia attraverso accordi di verifica cooperativa che garantiscano che nessun membro persegua lo sviluppo di armi nucleari. La Cina e la Russia, insieme agli Stati Uniti, potrebbero contribuire a istituire tale consorzio per l’arricchimento del combustibile con l’Iran e i paesi vicini interessati nel Golfo Persico, che dovrebbe poi diventare l’unico impianto di arricchimento del combustibile per l’Asia occidentale.

Per garantire che il successo di ciascun paese vada a beneficio degli altri, i governi dell’Asia occidentale vorranno creare un ecosistema economico regionale integrato. Potrebbero, ad esempio, istituire un fondo di sviluppo per l’Asia occidentale che finanzi la ricostruzione post-conflitto, l’assistenza sanitaria, l’istruzione e le infrastrutture essenziali. Una connettività regionale senza soluzione di continuità — ferrovie transnazionali, condotte energetiche, infrastrutture digitali e rotte marittime — potrebbe facilitare la circolazione di capitali e merci. Altre istituzioni comuni potrebbero aiutare gli Stati dell’Asia occidentale ad affrontare minacce esistenziali condivise, quali il cambiamento climatico e la scarsità d’acqua.

Se questa regione riuscisse a costruire istituzioni significative e condivise, potrebbe conoscere uno sviluppo senza precedenti. Essa possiede abbondanti risorse naturali, civiltà profondamente radicate e una popolazione giovane e istruita. Il solo Iran apporta un vasto territorio, competenze scientifiche avanzate e un capitale umano di livello mondiale. Gli Stati arabi offrono capacità finanziarie, di investimento e gestionali senza pari, insieme a reti commerciali globali. Il Pakistan e la Turchia contribuiscono con significative capacità industriali e peso geopolitico.

Nulla di tutto ciò sarà facile, dati i decenni di sfiducia e sospetto all’interno della regione, anche tra alcuni Stati arabi e tra questi ultimi e l’Iran. Ma l’Asia occidentale non deve necessariamente rimanere prigioniera del suo passato violento. Le recenti guerre hanno dimostrato non solo i costi catastrofici dello scontro militare, ma anche i limiti di ciò che la coercizione può ottenere. Sia Washington che i paesi arabi devono accettare che l’Iran sia una realtà permanente nel panorama regionale e che la regione non possa raggiungere la stabilità escludendolo. Allo stesso tempo, l’Iran deve accompagnare la sua fiducia, recentemente riaffermata, con la disponibilità a tendere una mano di amicizia ai propri vicini e a perseguire la sicurezza attraverso la cooperazione oltre che attraverso la deterrenza. E il mondo intero deve riconoscere che una stabilità duratura non può essere importata dall’esterno in Asia occidentale né imposta con la forza. Deve essere costruita dagli stessi popoli e Stati della regione.

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