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La crisi europea è più grave di quella francese, di the Duran – Cosa pensare delle proteste in Europa, di Antonia Colibasanu


 Cosa pensare delle proteste in Europa

La crisi europea è più grave di quella francese.

Mentre la Francia è scossa dalle proteste, la questione più profonda è se il sistema politico europeo sia ancora in grado di rispondere alle esigenze del popolo che governa.

The Duran Insider22 ottobre
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La Francia è sprofondata nella spirale di disordini, diventando la manifestazione più evidente di una crisi politica che si estende ben oltre i suoi confini. Ciò che è iniziato come una protesta per il deterioramento delle condizioni scolastiche si è trasformato in un confronto più ampio sul tenore di vita, sull’autorità del governo e sulla direzione intrapresa dal Paese. Il presidente Emmanuel Macron si trova ad affrontare una crescente ostilità pubblica, eppure le istituzioni e le politiche contro cui è diretta gran parte di questa rabbia rimangono sostanzialmente invariate.

Gli eventi del 17 ottobre, quando le manifestazioni in tutta la Francia sono degenerate in alcuni casi in disordini, saccheggi e attacchi a edifici pubblici, hanno messo a nudo la portata del crollo. Macron ha condannato la violenza e ha promesso di ristabilire l’ordine, mentre il suo governo ha introdotto ulteriori misure di sicurezza. Ma la risposta ha fatto ben poco per risolvere le cause profonde del malcontento. Sono previste ulteriori manifestazioni e i sindacati stanno preparando una nuova mobilitazione per novembre.

Il significato di questi sviluppi non risiede semplicemente nell’indebolimento di un altro governo europeo. La Francia si trova ad affrontare una contraddizione che caratterizza sempre più la politica europea: gli elettori nazionali si aspettano che i loro governi risolvano i problemi interni, mentre molte delle decisioni strategiche ed economiche che determinano tali problemi sono vincolate da impegni assunti al di fuori della sfera politica nazionale.

Ciò non significa che Bruxelles sia responsabile di ogni difficoltà francese. I problemi fiscali, le inefficienze amministrative e le divisioni politiche della Francia hanno in gran parte origini interne. Tuttavia, la crescente distanza tra le aspettative elettorali e la capacità dei governi di attuare cambiamenti significativi sta diventando impossibile da ignorare.

La Francia diventa l’epicentro
La Francia ha ripetutamente svolto il ruolo di barometro politico delle tensioni europee più ampie. La sua tradizione rivoluzionaria, le sue potenti istituzioni statali e il rapporto insolitamente conflittuale tra governo e società l’hanno resa particolarmente vulnerabile a periodi di intensa instabilità politica.

L’attuale crisi ha diverse cause immediate. Un prolungato deterioramento della fiducia pubblica è stato aggravato dalla pressione sui redditi delle famiglie, dall’aumento dei costi energetici, dalla carenza di servizi pubblici e da un governo che fatica a conciliare la disciplina fiscale con le crescenti richieste di spesa.

Le ultime proteste sono iniziate con gli studenti che lamentavano strutture scolastiche inadeguate e carenza di insegnanti. Le loro rimostranze hanno poi trovato il sostegno dei sindacati e di gruppi preoccupati per il costo della vita, trasformando una disputa sull’istruzione in una sfida più ampia all’autorità del governo.

La distruzione di edifici pubblici, compresi i gravi danni causati dall’incendio al municipio storico di Limoges, illustra i pericoli derivanti dal permettere che la rabbia politica si trasformi in violenza incontrollata. Tale distruzione danneggia proprio le comunità le cui rimostranze sono apparentemente alla base delle proteste. Offre inoltre ai governi l’opportunità di spostare il dibattito politico dalle mancanze che hanno generato i disordini alle questioni di sicurezza e ordine pubblico.

La risposta di Macron riflette questo dilemma. La sua enfasi sul ripristino dell’ordine risponde a una legittima responsabilità del governo, ma l’azione di polizia non può sostituirsi a una soluzione politica. La decisione di delegare gran parte della gestione della crisi al Primo Ministro Sébastien Lecornu ha rafforzato l’impressione di una presidenza sempre più distaccata dai problemi interni che affliggono i comuni cittadini francesi.

Questa percezione è particolarmente dannosa in vista delle elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2027. Il sistema politico sta entrando in una fase in cui l’autorità del presidente in carica si sta affievolendo, l’opposizione rimane frammentata e il prossimo governo erediterà molti degli stessi vincoli strutturali.

Il problema europeo: elezioni senza cambiamenti
La questione più profonda sollevata dalle proteste in Francia riguarda il rapporto tra democrazia e autorità politica all’interno dell’Unione europea.

L’UE è stata costruita attraverso una serie di trattati che hanno trasferito o messo in comune poteri precedentemente esercitati esclusivamente dai governi nazionali. La politica monetaria per i membri dell’eurozona, la politica commerciale, le norme sulla concorrenza e aspetti significativi della regolamentazione economica sono ora determinati a livello europeo. L’immigrazione e diverse altre importanti aree politiche implicano competenze condivise, mentre i governi nazionali mantengono poteri sostanziali in materia di tassazione, servizi pubblici, difesa e altre responsabilità interne.

Questa distribuzione di autorità non è intrinsecamente antidemocratica. Le istituzioni europee derivano i propri poteri dai trattati stipulati dagli Stati membri, e sia i governi nazionali che il Parlamento europeo, eletto direttamente, partecipano alle decisioni più importanti. Tuttavia, tale assetto crea un serio problema di responsabilità politica quando i governi nazionali promettono cambiamenti che non sono in grado di attuare autonomamente.

Un elettore può sostituire un governo francese, tedesco o italiano senza necessariamente modificare gli impegni europei che ne influenzano sostanzialmente le politiche. Il risultato è uno schema ricorrente in cui le elezioni producono una nuova leadership politica, ma modifiche relativamente limitate all’orientamento economico e strategico di fondo.

Questo contribuisce a spiegare il crescente fascino dei movimenti politici che sfidano l’establishment europeo. I loro sostenitori spesso non cercano semplicemente un governo diverso, ma un rapporto diverso tra sovranità nazionale e istituzioni europee.

Tuttavia, anche i partiti di opposizione si trovano ad affrontare gli stessi vincoli istituzionali ed economici una volta giunti al potere. Uscire dall’euro, rivedere radicalmente le normative migratorie o rifiutare le politiche consolidate dell’UE comporta costi potenzialmente ingenti. Di conseguenza, i movimenti che promettono cambiamenti fondamentali spesso moderano le proprie posizioni man mano che diventano candidati credibili al governo.

La distinzione tra vittoria elettorale e controllo politico effettivo è quindi diventata sempre più importante. I cittadini europei possono cambiare i propri rappresentanti, ma modificare le politiche che contano di più potrebbe richiedere cambiamenti istituzionali più ampi, sui quali c’è scarso consenso.

È questo senso di immobilità politica, piuttosto che una singola politica europea, a rappresentare la sfida più seria a lungo termine per la legittimità dell’Unione.

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L’Ucraina e la questione delle priorità europee
La guerra in Ucraina ha messo in luce queste tensioni in modo più acuto, poiché costringe i governi europei a compiere scelte sempre più difficili in merito a risorse, sicurezza e priorità economiche.

I leader europei considerano il continuo sostegno a Kiev essenziale per la sicurezza europea. La loro argomentazione è che permettere alla Russia di raggiungere i suoi obiettivi attraverso la forza militare creerebbe maggiore instabilità e potrebbe imporre costi molto più elevati al continente in futuro.

Tale argomentazione merita di essere compresa nei suoi presupposti. Tuttavia, non elimina le conseguenze politiche ed economiche degli impegni assunti, né esonera i governi dall’obbligo di spiegare tali impegni ai propri elettori.

L’entità della spesa europea è considerevole. Secondo la Commissione europea, l’UE e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina un sostegno complessivo di 227,4 miliardi di euro dal 2022. L’ultimo prestito di sostegno di 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027 destina, a titolo indicativo, 60 miliardi di euro alla difesa e 30 miliardi di euro all’assistenza al bilancio. Il 14 ottobre, la Commissione ha annunciato un ulteriore stanziamento di 2,86 miliardi di euro per le esigenze militari ucraine.

Il problema non è solo la somma spesa, ma l’assenza di un obiettivo politico chiaramente definito.

I governi europei si sono impegnati a sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina, espandendo la produzione militare e aumentando le spese per la difesa, pur faticando a dimostrare come queste politiche possano portare a una soluzione negoziata accettabile per le parti principali.

Nel frattempo, le loro economie interne si trovano ad affrontare costi energetici più elevati, difficoltà industriali e crescenti pressioni fiscali. I governi che chiedono moderazione nella spesa pubblica sono al contempo chiamati a sostenere ingenti impegni all’estero.

Ciò crea una vulnerabilità politica che i leader europei non hanno affrontato in modo adeguato. I cittadini che si trovano ad affrontare servizi in deterioramento e un potere d’acquisto in calo hanno il diritto di chiedere quali priorità determinino l’allocazione delle risorse nazionali e per quanto tempo continueranno gli impegni straordinari.

La scelta non è necessariamente tra sostenere l’Ucraina e preservare la prosperità interna. Ma le risorse sono limitate e i governi che si rifiutano di riconoscere esigenze contrastanti rischiano di presentare i propri impegni di politica estera come obblighi che sfuggono al controllo democratico.

Il pericolo per Bruxelles è che l’Ucraina diventi qualcosa di più di una semplice questione di politica strategica. Rischia di trasformarsi in un indicatore di conformismo politico all’interno dell’establishment europeo, dove mettere in discussione la portata, la durata o l’efficacia degli aiuti viene considerato un segno di slealtà anziché un legittimo disaccordo sulla strategia.

Una politica che non può essere sottoposta a un dibattito politico significativo diventa col tempo più difficile da difendere, anche quando i suoi obiettivi di fondo continuano a godere di un notevole sostegno.

La debolezza economica dell’Europa si sta trasformando in debolezza politica.
La situazione finanziaria della Francia illustra con quanta rapidità il disordine politico possa trasformarsi in un problema economico.

Il 21 ottobre, il rendimento dei titoli di Stato francesi a dieci anni ha raggiunto il 5%, il livello più alto dal 2002. Lo spread rispetto al debito tedesco equivalente si è avvicinato ai livelli registrati nei precedenti periodi di instabilità finanziaria dell’eurozona. Gli investitori sono sempre più preoccupati per la capacità del governo di stabilizzare le finanze pubbliche in un contesto di scontro politico e deboli prospettive economiche.

L’aumento dei costi di indebitamento riduce il margine di manovra del governo proprio nel momento in cui le richieste di aumento della spesa si fanno più urgenti. I tentativi di ripristinare la credibilità fiscale attraverso tagli alla spesa o un aumento delle tasse potrebbero acuire il malcontento pubblico, mentre l’abbandono del risanamento fiscale potrebbe minare ulteriormente la fiducia degli investitori.

La Francia si trova quindi ad affrontare una difficile interazione tra fragilità economica e instabilità politica, in cui l’una rafforza l’altra.

I problemi non si limitano alla Francia. Il modello industriale tedesco è sotto pressione a causa dell’aumento dei costi energetici, dei cambiamenti nei mercati di esportazione e dell’intensificarsi della concorrenza internazionale. L’Italia continua a essere penalizzata dal debito e da debolezze economiche strutturali, mentre diversi paesi europei si trovano ad affrontare rinnovate tensioni industriali e sociali.

Le proteste segnalate a Milano, Bruxelles e Tirana hanno cause locali diverse e non dovrebbero essere considerate come un unico movimento politico coordinato. Tuttavia, la loro comparsa in concomitanza con la crisi francese indica un contesto continentale più ampio in cui la frustrazione economica sta diventando sempre più difficile da contenere per i governi.

Per decenni, l’integrazione europea è stata sostenuta da un tacito accordo economico: un maggiore coordinamento e la condivisione della sovranità avrebbero contribuito a garantire prosperità, stabilità e influenza.

Questo compromesso diventa più difficile da mantenere quando le prestazioni economiche peggiorano e i governi nazionali sembrano incapaci di invertire la tendenza.

L’Unione Europea era stata concepita per accrescere il peso economico e politico collettivo dei suoi membri. Tuttavia, il continente si trova ora di fronte alla possibilità che si stia verificando una maggiore centralizzazione, parallelamente a un indebolimento della sua competitività industriale e della sua influenza internazionale.

La centralizzazione non può compensare indefinitamente il declino economico. Anzi, senza una strategia credibile per il ripristino della capacità produttiva, rischia semplicemente di concentrare la responsabilità di fallimenti che nessuna istituzione è in grado di risolvere.

L’Europa può cambiare direzione?
L’ipotesi convenzionale è che la crescente insoddisfazione pubblica finirà per costringere le istituzioni europee a cambiare. I partiti politici contrari a una maggiore integrazione guadagneranno consensi, i governi saranno sostituiti e Bruxelles sarà costretta ad accogliere le richieste di maggiore autonomia nazionale.

L’esperienza suggerisce che il processo potrebbe essere considerevolmente più complicato.

L’Ungheria offre un esempio istruttivo. Viktor Orbán ha trascorso anni a contestare le politiche dell’UE in materia di migrazione, relazioni con la Russia e ripartizione delle competenze tra Bruxelles e gli Stati membri. La sua sconfitta contro Péter Magyar ha portato al potere un governo più collaborativo, ma non ha comportato un completo ribaltamento delle posizioni ungheresi. Magyar ha mantenuto politiche migratorie restrittive, pur cercando di migliorare le relazioni con le istituzioni europee e con l’Ucraina.

L’esperienza rivela i limiti di una visione della politica europea come un semplice scontro tra sovranità nazionale e autorità sovranazionale. I governi possono opporsi a Bruxelles in un ambito, pur cercando una maggiore cooperazione in un altro. Il cambiamento politico non segue necessariamente un’unica direzione ideologica.

La Germania rappresenta una prova di maggiore rilevanza. Qualsiasi riorganizzazione sostanziale del sistema europeo richiederebbe quasi certamente la partecipazione tedesca, data la rilevanza economica del paese e la sua posizione centrale all’interno dell’eurozona.

Eppure, anche i movimenti che auspicano una maggiore autonomia nazionale si trovano ad affrontare questioni spinose in merito alla valuta, agli accordi commerciali, alle responsabilità fiscali e al futuro del mercato unico europeo. I loro disaccordi interni suggeriscono che l’insoddisfazione per il sistema esistente non equivale a un accordo su un’alternativa praticabile.

La Gran Bretagna offre una lezione diversa. La Brexit ha dimostrato che l’uscita dall’Unione Europea è possibile, ma ha anche messo in luce le notevoli difficoltà economiche e amministrative che si incontrano quando si separa un’economia da accordi europei consolidati.

L’ostacolo principale alla riforma non è quindi semplicemente la resistenza di Bruxelles. È l’assenza di un’alternativa politica ed economica sufficientemente coerente tra i governi e i movimenti che mettono in discussione l’attuale ordine europeo.

Il progetto europeo potrebbe sopravvivere a una prolungata insoddisfazione pubblica non perché le sue istituzioni abbiano risolto i problemi di fondo, ma perché le forze politiche che lo contestano rimangono incapaci di concordare su cosa dovrebbe sostituire gli assetti esistenti.

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Il pericolo di un centro più forte e di stati più deboli
L’ipotesi che una crisi europea debba necessariamente indebolire Bruxelles merita un esame più approfondito.

L’instabilità politica ed economica può produrre esattamente l’esito opposto. Quando i governi nazionali si trovano in difficoltà, possono cercare accordi di finanziamento più comuni, un maggiore coordinamento europeo e maggiori poteri istituzionali per gestire problemi che vanno oltre le loro capacità individuali.

La guerra in Ucraina ha già accelerato la cooperazione europea in materia di appalti per la difesa, finanziamenti militari e politica estera. L’instabilità economica potrebbe incoraggiare iniziative simili in altri settori.

Tali misure vengono spesso presentate come risposte necessarie a circostanze immediate, e alcune possono essere giustificate dai vantaggi pratici dell’azione collettiva. La difficoltà sorge quando risposte successive alle emergenze producono trasferimenti di autorità duraturi senza un altrettanto sostanziale sviluppo della responsabilità politica.

La struttura che ne risulta può diventare sempre più centralizzata, mentre la legittimità dei governi che vi partecipano continua a deteriorarsi.

Questa è la contraddizione centrale che l’Europa si trova ad affrontare oggi. L’integrazione potrebbe estendersi ulteriormente, anche se la fiducia economica e politica che un tempo la sosteneva si indebolisce.

L’Unione Europea potrebbe quindi emergere da crisi successive con una maggiore autorità istituzionale ma un consenso popolare ridotto. I suoi Stati membri, nel frattempo, potrebbero trovarsi sempre più responsabili dell’attuazione di politiche sulle quali i loro elettori esercitano solo un’influenza indiretta.

Un simile esito non porterebbe necessariamente al collasso immediato né dell’UE né dei suoi Stati membri. Potrebbe invece produrre un periodo prolungato di stabilità istituzionale accompagnato da stagnazione politica, ricorrenti disordini e calo di fiducia nella partecipazione democratica.

Tale possibilità potrebbe rivelarsi considerevolmente più dannosa di un improvviso scontro costituzionale, poiché non offre un momento di risoluzione evidente.

Una crisi senza una via d’uscita evidente
È improbabile che la Francia risolva la sua attuale crisi con un cambio di personale o con una risposta di sicurezza più dura. Macron potrà contenere i disordini immediati, ma le rimostranze economiche, le debolezze istituzionali e le divisioni politiche che ne sono alla base rimarranno per il suo successore.

Il quadro generale europeo è altrettanto difficile. Il continente si trova ad affrontare crescenti pressioni finanziarie e industriali, pur assumendo ingenti impegni militari e cercando di assumere un ruolo geopolitico più rilevante. I suoi governi non hanno ancora dimostrato come conciliare questi obiettivi contrastanti senza imporre ulteriori costi a popolazioni già insoddisfatte della propria situazione economica.

Tre sviluppi saranno particolarmente importanti: se la Francia riuscirà a ristabilire la stabilità politica senza peggiorare la propria situazione fiscale; se la Germania riuscirà a recuperare una forza economica sufficiente per assumere un ruolo di leadership all’interno dell’Unione; e se i governi europei saranno in grado di elaborare una strategia diplomatica credibile per l’Ucraina che colleghi la spesa militare a obiettivi politici raggiungibili.

Il fallimento in questi ambiti non farebbe altro che rafforzare un modello sempre più distruttivo. Una scarsa performance interna eroderebbe l’autorità dei governi nazionali, i quali reagirebbero cercando un maggiore coordinamento europeo, mentre un’ulteriore centralizzazione potrebbe intensificare la frustrazione pubblica per la perdita di controllo politico.

Secondo la valutazione di Duran, il pericolo più immediato per l’Europa non è la disgregazione dell’Unione Europea, bensì il progressivo indebolimento dei suoi Stati membri all’interno di un sistema istituzionale che continua ad espandere la propria autorità.

La crisi francese non è quindi solo un monito per gli ultimi mesi della presidenza Macron. Solleva un interrogativo ben più ampio sul futuro politico dell’Europa.

Un continente non può preservare indefinitamente l’apparenza di una scelta democratica, limitando al contempo la capacità dei suoi governi eletti di realizzare cambiamenti significativi. Né può sostenere ambizioni geopolitiche che superano sempre più le sue risorse economiche.

A meno che i leader europei non affrontino questa contraddizione, gli attuali disordini potrebbero rivelarsi una manifestazione precoce di un periodo ben più lungo di instabilità politica e declino economico.

Le istituzioni dell’integrazione europea potrebbero anche rimanere in piedi. La questione più preoccupante è quanta forza economica, coesione nazionale e fiducia democratica resteranno salde al di sotto di esse.


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Cosa pensare delle proteste in Europa

22 ottobre 2026

Le manifestazioni (che dimostrano l’unità europea) giungono in un momento caratterizzato da un maggiore impegno militare.

Di: Antonia Colibasanu

Nell’ultima settimana sono scoppiate proteste in Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Albania, mentre mobilitazioni di minore entità si sono verificate anche in Belgio e Germania. Sebbene le proteste differissero per portata e intensità, la loro concomitanza e le cause immediate rivelano un aspetto significativo delle pressioni socioeconomiche e politiche che si stanno accumulando in tutta Europa.

Ciò che rende particolarmente significativa l’attuale ondata di proteste è la tempistica, le rivendicazioni comuni e la metodologia. Certamente, ogni paese europeo ha le proprie tradizioni politiche, strutture economiche e sfide istituzionali. La crisi politica della Francia non è quella dell’Italia. La crisi immobiliare della Spagna ha origini diverse da quella del Portogallo. Tuttavia, si delinea un modello sempre più riconoscibile: insoddisfazione nei confronti dei servizi pubblici, aumento del costo della vita, opportunità economiche insufficienti e, forse soprattutto, la crescente difficoltà che i giovani incontrano nel diventare adulti economicamente indipendenti.

Le somiglianze sono evidenti anche nel modo in cui queste proteste sono state organizzate e presentate. Le piattaforme dei social media, in particolare TikTok, Instagram e Facebook, hanno facilitato la rapida diffusione di appelli alla protesta, immagini e slogan in tutti i paesi. In Italia e in Francia, secondo quanto riferito, i gruppi su WhatsApp, Snapchat e Telegram hanno costituito un secondo canale di diffusione. In Francia, gli appelli alle manifestazioni del 17 ottobre hanno circolato ampiamente online, contribuendo a riunire studenti, sindacati, ex attivisti dei Gilet Gialli e cittadini insoddisfatti della situazione economica. Le manifestazioni hanno combinato forme più tradizionali di azione collettiva, tra cui scioperi e marce organizzate, con mobilitazioni decentralizzate, blocchi scolastici e occupazioni di spazi pubblici.

A complicare le cose è il fatto che alcune proteste si sono sviluppate in modo autonomo, mentre altre sono state direttamente ispirate da eventi verificatisi altrove. Le manifestazioni in Belgio, in particolare a Bruxelles e Liegi, e le proteste di solidarietà su scala minore a Berlino sono state influenzate dal movimento studentesco nella vicina Francia. Gli studenti belgi nutrivano le proprie rivendicazioni riguardo ai costi dell’istruzione e alle riforme, mentre la mobilitazione di Berlino era esplicitamente incentrata sulla solidarietà con gli studenti francesi e sulle richieste di un’istruzione migliore.

Al contrario, le grandi proteste in Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Albania si sono sviluppate attraverso processi e manifestazioni nazionali distinti, già prima del 17 ottobre. Le motivazioni dei manifestanti erano specifiche, ma riflettevano comunque le frustrazioni che si erano già accumulate nelle varie società europee. Le rivendicazioni ruotavano sempre più attorno alle stesse priorità: istruzione, occupazione, alloggi a prezzi accessibili, investimenti pubblici e un futuro credibile.

Profili di protesta

Francia

In Francia, le proteste sono iniziate a metà settembre, inizialmente tra gli studenti delle scuole superiori della periferia di Parigi, per poi estendersi ad altre grandi città, tra cui Marsiglia, Lione, Bordeaux, Lille, Nantes e Rennes. Gli studenti hanno denunciato il deterioramento delle infrastrutture scolastiche, le aule sovraffollate, l’insufficienza del personale docente e le disuguaglianze che ostacolano l’accesso a un’istruzione di qualità.

Nelle settimane successive, le loro rivendicazioni si sono inserite in un movimento più ampio contro l’aumento del costo della vita e il deterioramento dei servizi pubblici. Il 17 ottobre, centinaia di migliaia di manifestanti avevano aderito alle proteste in tutto il Paese, con la partecipazione di organizzazioni studentesche, sindacati, movimenti politici di sinistra e attivisti dei Gilet Gialli. Sebbene la maggior parte delle manifestazioni fosse pacifica, episodi di violenza, saccheggi e attacchi a edifici pubblici in diverse città trasformarono le proteste in una grave sfida politica e di sicurezza per il governo in vista delle elezioni del 2027.

Le frustrazioni legate all’istruzione rivelano un problema strutturale più profondo. In Francia, dove il sistema educativo è stato tradizionalmente motivo di orgoglio nazionale per il suo impegno a favore delle pari opportunità e dell’accesso universale, l’istruzione rimane una condizione essenziale per assicurarsi un buon lavoro e un futuro economico stabile. Tuttavia, l’accesso a un’istruzione di qualità è sempre più costoso. Questo divario crescente tra la promessa di uguaglianza educativa e la realtà delle disuguaglianze socioeconomiche è, chiaramente, fonte di rabbia. Le questioni relative alla spesa pubblica per l’istruzione sono quindi diventate indissolubilmente legate alle preoccupazioni sulla mobilità sociale, sulle opportunità economiche e sul futuro delle giovani generazioni francesi.

Inoltre, il problema va oltre l’istruzione e riguarda il passaggio sempre più difficile all’età adulta. Ad agosto il tasso di disoccupazione complessivo in Francia si attestava all’8,2%, contro il 20,6% tra i giovani sotto i 25 anni. A causa degli elevati costi degli alloggi e delle difficoltà nel trovare un impiego stabile, l’indipendenza finanziaria dipende sempre più dal patrimonio familiare, una realtà che rafforza le disuguaglianze socioeconomiche e compromette le prospettive di mobilità sociale ascendente.


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Queste frustrazioni sono indissolubilmente legate alla più ampia crisi politica e fiscale che sta attraversando la Francia. I dibattiti sul bilancio 2027 hanno trasformato le rivendicazioni degli studenti in una protesta più ampia contro la disuguaglianza economica, il calo del potere d’acquisto e le priorità di spesa del governo, proprio mentre si prevede un aumento dell’inflazione quest’inverno.

Tuttavia, sebbene queste rivendicazioni interne possano sembrare spiegare le proteste, durante le manifestazioni sono state esposte in modo ben visibile anche bandiere palestinesi. Il movimento ha assunto una dimensione di politica estera strettamente legata al dibattito sul bilancio. Oltre a esprimere solidarietà a Gaza e opposizione alla guerra, i manifestanti hanno chiesto con crescente insistenza che vengano bloccati gli aumenti previsti per la spesa della difesa, contestando direttamente gli impegni assunti dalla Francia in seno alla NATO di aumentare le spese militari.

Italia

Analogamente, a Roma alcuni manifestanti hanno bruciato bandiere statunitensi e israeliane, mentre a Milano e a Firenze sono comparsi simboli filopalestinesi. Come in Francia, la critica più esplicita in materia di politica estera tra i gruppi studenteschi riguarda il presunto compromesso tra spesa per la difesa e investimenti sociali. Gli studenti sostengono che il governo stia destinando risorse alle priorità militari, mentre le scuole necessitano di lavori di ristrutturazione, strutture migliori e ulteriori risorse didattiche.

L’insoddisfazione degli studenti non è una novità in Italia; il malcontento andava montando già da settimane. Ma la mobilitazione del 16 ottobre, organizzata sotto lo slogan “No Meloni Day”, ha portato gli studenti nelle strade di diverse città ed è proseguita nel fine settimana, quando a Milano, Bologna e altrove si sono svolte proteste più ampie contro l’aumento del costo della vita. Anche il sindacato CGIL ha organizzato una grande manifestazione a Roma.

Nel frattempo, la più ampia mobilitazione “Italia in Piazza”, svoltasi nel fine settimana nelle principali città al di fuori della capitale, ha riunito le rivendicazioni relative a salari, occupazione, alloggi, assistenza sanitaria e aumento del costo della vita. Queste rivendicazioni hanno assunto particolare rilevanza alla luce dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti, che ha esercitato una maggiore pressione sulle famiglie e sulle imprese.

Come in Francia, le difficoltà socioeconomiche che affliggono le giovani generazioni contribuiscono a spiegare il fascino esercitato dalle proteste italiane. Ad agosto, il tasso di disoccupazione complessivo in Italia si attestava al 6,2%, contro il 20,3% tra i giovani. Oltre alla disoccupazione, i giovani italiani devono fare i conti con stipendi iniziali bassi, precarietà lavorativa, disparità economiche regionali e costi elevati degli alloggi. Anche con un titolo di studio e un lavoro, raggiungere l’indipendenza finanziaria è sempre più difficile.


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Pertanto, il problema di fondo è che il passaggio all’età adulta è diventato sempre più difficile e incerto. L’insicurezza economica spesso ritarda l’uscita di casa, la ricerca di un alloggio stabile e la creazione di una famiglia. L’istruzione non garantisce più una carriera stabile né il tenore di vita di cui godevano le generazioni precedenti. Questo spiega perché le proteste studentesche possano facilmente fondersi con manifestazioni più ampie sui salari, gli alloggi e la politica economica.

Spagna

In Spagna, le proteste contro la precarietà abitativa hanno preso slancio tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, in seguito allo sgombero di una donna di 87 anni, il cui caso è diventato un simbolo della crisi abitativa sempre più grave che affligge il Paese. I manifestanti hanno allestito un accampamento a Madrid, in Puerta del Sol, mentre mobilitazioni simili si sono sviluppate a Barcellona e in altre città spagnole. Le proteste si sono intensificate dopo che il Parlamento spagnolo ha respinto le misure governative volte a proteggere gli inquilini vulnerabili, limitare gli sfratti e rafforzare le tutele sugli affitti. Il conseguente scontro politico ha contribuito alla decisione del primo ministro Pedro Sánchez di indire elezioni generali anticipate per novembre 2026.

Sebbene il fattore scatenante immediato sia stato legato alla legislazione in materia di alloggi, il problema di fondo è di natura strutturale: l’aumento dei prezzi degli immobili, l’insufficiente offerta abitativa, l’aumento degli affitti e l’espansione degli affitti a breve termine hanno ridotto in modo sostanziale l’accessibilità degli alloggi, in particolare per i giovani. La Spagna presenta inoltre uno dei mercati del lavoro giovanili più difficili dell’Unione Europea. Ad agosto, il tasso di disoccupazione complessivo era del 10%, mentre la disoccupazione tra i giovani sotto i 25 anni si attestava al 22,7%.


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La combinazione di un tasso di disoccupazione giovanile relativamente elevato e di un mercato immobiliare eccezionalmente costoso costituisce una forte fonte di malcontento. I giovani spagnoli rischiano di rimanere economicamente dipendenti dalle loro famiglie per periodi prolungati, anche dopo aver completato gli studi o aver trovato un impiego.

Nel fine settimana del 17 ottobre, le proteste relative alla questione abitativa si sono intrecciate con le rivendicazioni riguardanti l’istruzione pubblica. Alcuni giorni prima, il 14 ottobre, gli insegnanti di Madrid avevano dato il via a uno sciopero a tempo indeterminato per chiedere salari più alti, una riduzione dell’orario di insegnamento, classi meno numerose, migliori infrastrutture scolastiche e personale aggiuntivo. Lo sciopero era stato annunciato a giugno.

Gli attivisti per il diritto alla casa e gli insegnanti si sono mobilitati per diverse questioni urgenti, ma entrambi i movimenti hanno messo in discussione l’adeguatezza delle politiche pubbliche nel sostenere le basi sociali ed economiche della vita quotidiana. (Anche le preoccupazioni relative all’immigrazione erano presenti durante le proteste.)

Durante le manifestazioni sono state avvistate anche bandiere palestinesi. I manifestanti hanno avanzato richieste esplicite riguardo alla guerra a Gaza e alle relazioni della Spagna con Israele. Le richieste si estendono alla politica estera degli Stati Uniti, con alcune organizzazioni partecipanti che chiedono la chiusura delle basi militari statunitensi in Spagna e condannano il coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Medio Oriente. Alcuni gruppi di attivisti hanno inoltre espresso opposizione alla NATO e al suo ruolo militare nei conflitti internazionali, sebbene questa non sia una richiesta condivisa dall’intero movimento di protesta. Le rivendicazioni socioeconomiche interne si sono concentrate sulla necessità di ridefinire le priorità: la spesa per l’istruzione e il miglioramento della sicurezza abitativa dovrebbero essere in cima all’agenda, mentre il governo dovrebbe tagliare la spesa in altri settori, come la difesa.

Portogallo

Le proteste in Portogallo hanno seguito un andamento particolarmente simile a quello spagnolo. Nella prima metà di ottobre, gli attivisti per il diritto alla casa e le organizzazioni sindacali si sono mobilitati contro l’aumento del costo della vita, i salari insufficienti e le condizioni sempre più difficili nei mercati immobiliari urbani portoghesi. Le manifestazioni sono proseguite nelle principali città durante il fine settimana del 17 ottobre.

Il Portogallo ha registrato uno degli aumenti più marcati in Europa per quanto riguarda i costi abitativi. I prezzi degli immobili sono più che raddoppiati dal 2017, mentre gli affitti dei nuovi contratti sono aumentati in modo vertiginoso. Il turismo, la domanda immobiliare proveniente dall’estero, gli affitti a breve termine e l’afflusso dei nomadi digitali hanno contribuito ad aumentare la pressione sui mercati immobiliari urbani.

Come in Spagna, la questione socioeconomica centrale è la disparità di ricchezza, soprattutto tra i giovani. Ad agosto il tasso di disoccupazione complessivo del Portogallo era del 5,7%, mentre la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 19,8%. Sebbene il tasso di disoccupazione nazionale sia relativamente basso, le difficoltà nel trovare un’occupazione stabile e adeguatamente retribuita sono notevoli per i lavoratori più giovani. Una persona può avere un lavoro e tuttavia non essere in grado di permettersi un alloggio, accumulare risparmi o pianificare il proprio futuro.


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Anche in Portogallo l’istruzione ha avuto un ruolo nelle proteste, sebbene in misura minore rispetto ad altri paesi. Il 14 ottobre, circa 200 studenti hanno manifestato a Porto contro una proposta del governo volta a sbloccare le rette universitarie nel bilancio del 2027. Hanno inoltre chiesto maggiori aiuti finanziari e alloggi per studenti a prezzi accessibili. La principale federazione degli insegnanti del Paese, la FENPROF, ha chiesto maggiori investimenti nell’istruzione pubblica, migliori stipendi e condizioni di lavoro, nonché misure per far fronte alla carenza di docenti. Insegnanti e studenti si sono poi uniti alle proteste del 17 ottobre. Le loro preoccupazioni sono state rafforzate dalle critiche al bilancio 2027 proposto dal governo, che secondo i sindacati non aumenterebbe la spesa per l’istruzione in misura sufficiente a compensare l’inflazione.

Non sorprende che le bandiere palestinesi fossero visibili anche durante le manifestazioni di ottobre, in particolare alle manifestazioni di solidarietà a Lisbona e Porto, che hanno coinciso con proteste più ampie sui temi dell’alloggio, dei salari e del costo della vita. I manifestanti hanno chiesto la fine delle operazioni militari israeliane a Gaza, dell’occupazione dei territori palestinesi e della cooperazione portoghese con le politiche militari israeliane. L’opposizione alla politica estera statunitense è stata particolarmente marcata tra le organizzazioni legate al Partito Comunista Portoghese, il cui programma politico ufficiale sostiene esplicitamente lo scioglimento della NATO e il ritiro del Portogallo dalle sue strutture. Il partito detiene attualmente solo tre seggi nel parlamento portoghese, composto da 230 membri, quindi non può fare molto in termini di legislazione, ma la sua importanza risiede maggiormente nella sua storica forza organizzativa, in particolare nei suoi legami con la confederazione sindacale CGTP-IN, che ha svolto un ruolo importante nella mobilitazione dei lavoratori.

Albania

Le proteste in Albania hanno origini diverse. Un movimento noto come “Rivoluzione dei fenicotteri” è iniziato a maggio e si è protratto per tutta l’estate. Inizialmente, le proteste erano incentrate sull’opposizione a un grande progetto di turismo di lusso legato a Jared Kushner e Ivanka Trump. Il progetto, del valore di diversi miliardi di euro, prevede interventi turistici sull’isola di Sazan e nella zona costiera di Zvernec, area ecologicamente sensibile che comprende importanti habitat per i fenicotteri e altre specie di uccelli.

Il movimento ha adottato il fenicottero come simbolo, mentre lo slogan “L’Albania non è in vendita” esprimeva preoccupazioni riguardo alla sovranità nazionale, allo sviluppo economico e al rapporto tra potere politico e investimenti stranieri. Per diversi mesi le manifestazioni sono rimaste per lo più pacifiche. Tuttavia, si sono gradualmente trasformate in un movimento più ampio contro la corruzione, la mancanza di trasparenza e l’insoddisfazione nei confronti del governo del primo ministro Edi Rama.

La svolta decisiva è avvenuta a metà ottobre, quando studenti universitari e delle scuole superiori si sono uniti in gran numero alle proteste. A partire dal 13 ottobre, le manifestazioni a Tirana hanno iniziato a concentrarsi sull’aumento dei costi dell’istruzione, sulle condizioni precarie delle università, sulle limitate opportunità di lavoro e sulla mancanza di sostegno finanziario a disposizione dei giovani. Le proteste si sono poi trasformate in gravi scontri con la polizia, mentre i manifestanti chiedevano le dimissioni di Rama.

Nonostante lo sviluppo economico dell’Albania, i giovani continuano a trovarsi di fronte a opportunità di lavoro relativamente limitate, salari bassi, disuguaglianze regionali e forti incentivi all’emigrazione. Secondo l’istituto di statistica albanese, l’INSTAT, il tasso di disoccupazione complessivo si è attestato all’8,3% nel secondo trimestre del 2026, mentre la disoccupazione tra le persone di età compresa tra i 15 e i 29 anni era pari a circa il 17,7%. Si tratta di una categoria demografica leggermente diversa rispetto ai dati di Eurostat relativi agli under 25, ma ciò dimostra comunque le difficoltà comuni che i giovani albanesi devono affrontare sul mercato del lavoro.


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Le bandiere palestinesi sono state visibili sin dalle prime fasi della “Rivoluzione dei Fenicotteri”. La bandiera non va vista solo come un simbolo di resistenza al governo di Rama, ma anche come una confutazione dell’approccio alla politica estera del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e, per estensione, di una strategia statunitense percepita dai manifestanti come volta a privilegiare gli interessi commerciali e l’influenza politica rispetto alla sovranità locale. I manifestanti hanno tracciato un parallelo tra lo sviluppo del litorale albanese e le proposte di Trump per Gaza, collegando l’opposizione all’espropriazione dei terreni alla resistenza all’influenza statunitense. Man mano che le manifestazioni sono diventate sempre più violente nel mese di ottobre, estendendosi dalle rivendicazioni ambientali alle richieste di un’istruzione migliore, di opportunità economiche e delle dimissioni di Rama, le bandiere nazionali albanesi hanno assunto un ruolo sempre più prominente nelle strade.

Il legame con la NATO

Le richieste in materia di politica estera sono particolarmente significative se si considera il ruolo strategico che questi paesi rivestono all’interno della NATO. Le critiche alla politica estera degli Stati Uniti, alla guerra a Gaza e, in alcuni casi, alla stessa NATO stanno emergendo in un momento in cui Washington chiede una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’Europa per la sicurezza dell’alleanza e la guerra in Ucraina sta mettendo alla prova la capacità dell’Europa di sostenere i propri impegni in materia di difesa, mettendo in luce una crescente tensione tra imperativi strategici e priorità politiche interne.

Ciò che rende questo fenomeno particolarmente significativo è il fatto che i paesi europei teatro di grandi proteste sono anche attori di primo piano nell’attuale processo di ristrutturazione della posizione difensiva della NATO. Ciascuno di essi svolge un ruolo specifico nel rafforzamento del pilastro europeo dell’alleanza, in particolare in ambito marittimo, dove gli investimenti in capacità militari, infrastrutture critiche, sorveglianza e connettività logistica stanno assumendo un’importanza sempre maggiore. In altre parole, le proteste si inseriscono in un più ampio processo di trasformazione strategica che richiede ai governi europei di destinare ulteriori risorse alla difesa e alla sicurezza.

La Francia è l’unica potenza della NATO dell’Europa continentale dotata di armi nucleari e rimane uno dei pochi paesi europei in grado di proiettare la propria potenza militare a livello globale. È inoltre una potenza atlantica, mediterranea e dell’Europa continentale, il che le conferisce un ruolo centrale nell’architettura di difesa della NATO, ed è tra i più convinti sostenitori dello sviluppo delle capacità militari proprie dell’Europa.

L’Italia ha recentemente aumentato la propria spesa per la difesa dichiarata, portandola al di sopra del 2% del prodotto interno lordo fissato dalla NATO come parametro di riferimento, in parte grazie a modifiche nelle pratiche contabili. Oltre alle sue notevoli capacità navali e aeree, l’Italia riveste un ruolo fondamentale per la sicurezza nel Mediterraneo e contribuisce in modo significativo alla cooperazione industriale europea nel settore della difesa. La sua posizione geografica e le sue infrastrutture militari collegano i teatri operativi meridionali e orientali della NATO, e la sua industria della difesa è in grado di trarre vantaggio dai rinnovati investimenti europei nelle capacità militari.

Il Portogallo svolge un ruolo diverso ma importante: la sua posizione strategica sull’Atlantico lo rende un importante snodo nelle comunicazioni sottomarine transatlantiche, e sta potenziando le proprie capacità in materia di sorveglianza subacquea, sistemi marittimi autonomi e innovazione tecnologica contro le minacce ibride.


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La Spagna, dal canto suo, mette a disposizione capacità navali e competenze in materia di comando marittimo. Le sue operazioni di monitoraggio nei pressi di Gibilterra e delle Isole Canarie sono particolarmente importanti per seguire i movimenti della marina russa e del traffico commerciale. All’inizio di quest’anno, la Spagna ha assunto il comando della task force atlantica della NATO, continuando al contempo a sviluppare capacità specializzate di intervento e sorveglianza subacquea. Il Paese svolge un ruolo significativo nel garantire la sicurezza delle comunicazioni marittime, nel monitorare attività potenzialmente ostili e nel proteggere le infrastrutture che collegano l’Europa all’Atlantico.

Infine, l’Albania sta emergendo come un nodo di collegamento strategicamente importante nell’Adriatico. Si prevede che nel 2026 la spesa per la difesa di Tirana supererà il 2% del PIL. La sua importanza risiede meno nelle dimensioni delle sue forze armate che nello sviluppo delle infrastrutture navali e logistiche, in particolare intorno a Porto Romano e al Corridoio VIII. Questo corridoio potrebbe fornire una rotta alternativa per il trasporto di equipaggiamenti militari e rinforzi tra il Mare Adriatico e il Mar Nero, sostenendo quella che sta diventando sempre più la nuova linea di contenimento e deterrenza della NATO lungo la frontiera orientale dell’Europa.

Questi sviluppi mettono in luce una tensione fondamentale nella trasformazione dell’Europa. Il rafforzamento del pilastro europeo della NATO richiede ben più di un aumento della spesa militare; esige investimenti nella sicurezza marittima, nelle infrastrutture critiche, nei corridoi logistici e nelle capacità tecnologiche. Tuttavia, i paesi che stanno assumendo ruoli sempre più importanti in questa ristrutturazione stanno anche vivendo un crescente malcontento sociale. Le proteste rivelano inoltre quanto siano diventate integrate le società europee, in particolare tra le giovani generazioni che utilizzano le stesse piattaforme di social media, affrontano problemi simili e condividono sempre più le proprie frustrazioni oltre i confini nazionali. Questa interconnessione rappresenta sia una sfida che una responsabilità per i governi europei. In definitiva, rafforzare la sicurezza dell’Europa significa trovare un equilibrio tra i crescenti impegni in materia di difesa e le richieste dell’opinione pubblica di migliori tenori di vita e stabilità economica, riconoscendo al contempo che la coesione sociale è essa stessa una componente essenziale della sicurezza.


 
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