La trappola di Tucidide e l’ascesa e la caduta di grandi potenze, di Jacek Bartosiak

La trappola di Tucidide e l’ascesa e la caduta di grandi potenze

Una teoria usata per spiegare la guerra del Peloponneso può essere applicata anche alle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina.

Di: Jacek Bartosiak

Circa 2.400 anni fa, Tucidide, uno storico greco e autore di “Storia della guerra del Peloponneso”, ha espresso una visione che risuona nel pensiero strategico fino ad oggi. Sosteneva che la vera causa della guerra del Peloponneso era il rapido aumento del potere di Atene e la paura che questo suscitava a Sparta, che finora aveva dominato la Grecia. L’autore Graham Allison ha usato questo concetto nel suo libro “Destined for War”, in cui ha descritto il rapporto tra Stati Uniti e Cina come un esempio di “trappola di Tucidide” – l’idea che il declino di un potere dominante e l’ascesa di un il potere in competizione rende inevitabile la guerra tra i due.

Tucidide focalizzò i suoi scritti e le sue analisi sulle tensioni strutturali causate da un netto cambiamento nell’equilibrio di potere tra rivali. Ha sottolineato due fattori principali che contribuiscono a questo cambiamento: il crescente bisogno di convalida del potere aspirante e la sua richiesta, implicita o esplicita, di una voce più ampia e un posto strategico nelle relazioni multilaterali; e la paura e la determinazione del potere attuale di difendere lo status quo.

Nel V secolo a.C., Atene emerse come una forza potente che in pochi decenni era diventata una potenza marittima mercantile, possedendo risorse finanziarie e ricchezza ma raggiungendo anche il primato nel mondo greco nei campi della filosofia, della storia, della letteratura, dell’arte, dell’architettura e al di là. Ciò irritò gli spartani, il cui stato era fondato sul potere terriero dominante in Grecia durante il secolo precedente.

Come sosteneva Tucidide, il comportamento di Atene era comprensibile. Con il suo potere crescente, anche la sua fiducia aumentò, così come la consapevolezza delle ingiustizie passate e la determinazione a correggere i torti commessi contro di essa. Altrettanto naturale, secondo Tucidide, era il comportamento di Sparta, che interpretava il comportamento di Atene come ingrato e una minaccia al sistema che Sparta aveva creato e sotto il quale Atene era in grado di emergere come una grande potenza. Questa combinazione di fattori ha provocato tensioni strutturali e, successivamente, una guerra che ha devastato la Grecia.

Oltre allo spostamento obiettivo nell’equilibrio del potere, Tucidide ha attirato l’attenzione sulla percezione della situazione da parte dei leader spartani e ateniesi, che ha portato a un tentativo di aumentare il proprio potere attraverso alleanze con altri paesi nella speranza di ottenere un vantaggio strategico rispetto al loro rivale.

La lezione che ci ha dato Tucidide, tuttavia, è che le alleanze sono un’arma a doppio taglio. Quando scoppiò un conflitto locale tra Kerkyra (Corfù) e Corinto, Sparta sentì che, per mantenere l’equilibrio, doveva aiutare il suo vassallo, Corinto. La guerra del Peloponneso iniziò quando Atene venne in difesa di Kerkyra dopo che i leader di Kerkyra convinsero gli Ateniesi che una guerra di fatto con Sparta era già in corso. Corinto convinse anche gli spartani che, se non avessero attaccato l’Attica, sarebbero stati attaccati dagli stessi Ateniesi. Corinto accusò gli spartani di aver frainteso la gravità della minaccia di mantenere un favorevole equilibrio di potere in Grecia. Sebbene Sparta alla fine vinse la guerra del Peloponneso, sia Atene che Sparta uscirono dal conflitto trentennale in rovina.

Alleati di guerra del Peloponneso
(clicca per ingrandire)

La trappola di Tucidide, che molti chiamano ora un “dilemma di sicurezza”, può essere vista anche nel contesto delle relazioni USA-Cina.

Gli Stati Uniti sono preoccupati per la crescente potenza economica e le capacità militari della Cina, ritenendo che potrebbe sfidare il primato degli Stati Uniti e l’architettura di sicurezza esistente nel Pacifico occidentale e nell’Asia orientale. La Cina, nel frattempo, teme che, finché gli americani saranno presenti in questa parte del mondo, limiteranno la legittima crescita del potere e dell’influenza cinese.

Lo scienziato politico Joseph Nye ritiene che il grilletto chiave nella trappola di Tucidide sia una reazione eccessiva alla paura di perdere il proprio status di potere e le prospettive di sviluppo futuro. Nel caso di Washington e Pechino, il relativo declino del potere americano e il rapido aumento del potere cinese destabilizzano le loro relazioni e ne rendono difficile la gestione. Il generale Martin Dempsey, allora presidente del Joint Chiefs of Staff of the US Armed Forces, ha anche ammesso nel maggio 2012 che il suo compito principale era quello di garantire che gli Stati Uniti non cadessero nella trappola di Tucidide.

A seguito della lenta ma evidente erosione della posizione degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale, è altamente ipotizzabile che possa emergere uno scenario in cui l’attuale egemon è tentato di condurre una controffensiva strategica in risposta a un incidente, anche banale, nel Mar Cinese Meridionale o nel Mar Cinese Orientale, credendo falsamente di avere un vantaggio rispetto al suo rivale inferiore. Ciò innescherebbe una moderna trappola di Tucidide.

Una lettura approfondita del lavoro di Tucidide rivela una seconda trappola, ancora più complessa e pericolosa della prima. Tucidide avvertì chiaramente che né Sparta né Atene volevano la guerra. Ma i loro alleati e stati vassalli riuscirono a convincerli che la guerra era inevitabile comunque, il che significava che entrambe le città-stato avrebbero dovuto ottenere un vantaggio decisivo in una fase iniziale del confronto crescente. Pertanto, decisero di entrare in guerra dopo essere stati invitati a farlo dai loro stati vassalli.

Secondo una ricerca condotta nel 2015 da un team guidato da Graham Allison presso il Belfer Center for Science and International Affairs di Harvard, 12 casi storici su 16 risalenti agli ultimi 500 anni e con somiglianze con quelli descritti sopra da Tucidide si sono conclusi in una guerra di dominio. Rilasciare la tensione competitiva, se possibile, ha sempre richiesto enormi e spesso dolorosi aggiustamenti alle aspettative, allo status e alla posizione internazionale.

Come ricorda Allison, otto anni prima dello scoppio della prima guerra mondiale, il re britannico Edoardo VII chiese al primo ministro britannico perché non vi fosse disaccordo con suo nipote, l’imperatore tedesco Guglielmo II, quando la vera minaccia per l’impero britannico erano gli Stati Uniti. Il primo ministro ha chiesto una risposta adeguata sotto forma di un memorandum dal capo del Ministero degli Esteri, Eyre Crowe.

Il memorandum, consegnato al re il giorno di Capodanno del 1907, era, come scrive Allison, “un diamante negli annali della diplomazia”. La logica al suo interno era veramente coerente con quella di Tucidide: la chiave per comprendere la minaccia tedesca era capire la capacità della Germania, nel tempo, di schierare non solo l’esercito più forte del Continente ma anche la flotta più forte, data la crescente forza del tedesco economia e vicinanza della Germania alla Gran Bretagna. Pertanto, indipendentemente dalle intenzioni tedesche, la Germania rappresenterebbe una minaccia esistenziale per la Gran Bretagna, il suo potere marittimo e la sicurezza delle rotte di comunicazione che collegano la metropoli con le colonie che rappresentavano la spina dorsale dell’impero.

Tre anni dopo, sia il presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt sia l’imperatore tedesco parteciparono al funerale di Edward. Roosevelt, egli stesso un appassionato sostenitore dell’espansione della flotta americana, chiese all’imperatore se la Germania avrebbe rinunciato a costruire una grande flotta. L’imperatore disse che la Germania era determinata a possedere una potente flotta e aggiunse che era cresciuto in Inghilterra, si sentiva in parte inglese e credeva che la guerra fosse impensabile.

A quel tempo, nel 1910, la guerra mondiale sembrava impossibile come adesso. Ma risulta che i legami culturali, spirituali, ideologici e persino familiari, nonché l’interdipendenza economica e il sistema commerciale globale, non sono sufficienti per prevenire i conflitti. Sia allora che ora.

Europa e Turchia in rotta di collisione sullo sfruttamento del Gas Naturale nel Mediterraneo Orientale? – di Piergiorgio Rosso

Europa e Turchia in rotta di collisione sullo sfruttamento del Gas Naturale nel Mediterraneo Orientale? – di Piergiorgio Rosso

Nel luglio 2019 i ministri degli esteri della UE hanno deciso di sanzionare la Turchia qualora continuasse le attività di perforazioni esplorative al largo di Cipro, considerate dall’UE “illegali”. Le sanzioni non sono ancora state attivate. Da notare che le prime analisi sismiche eseguite dai turchi nella zona di interesse economico (EEZ) cipriota risalgono al 2014 (!!) La Turchia ha risposto che le sue operazioni si svolgono in acque appartenenti alla sua piattaforma continentale o in zone di interesse dei Turco-Ciprioti.

La UE non ha oggettivamente molte frecce al suo arco: si consideri che la Turchia ospita ca. 3,5 milioni di rifugiati e che l’UE paga la Turchia per evitare che questi proseguano il loro viaggio verso l’Europa. Senza dimenticare che Istanbul è un partner NATO.

Peraltro anche la Turchia non ha molte strade per assicurarsi lo sfruttamento dei giacimenti che dovesse trovare: carente di tecnologia propria e non potendosi affidare alle società occidentali del settore oil&gas, dovrebbe rivolgersi ai russi. Mosca sarebbe però riluttante verso una collaborazione che la costringerebbe a rompere con i ciprioti con i quali ha storici rapporti di tipo economico e culturale-religioso. E’ dunque probabile che si arrivi ad un compromesso che permetta alla Turchia di godere di una parte della ricchezza energetica che il Mediterraneo Orientale promette di contenere. La questione vera si giocherà dunque sul percorso che il gas naturale cipriota – ma anche quello israeliano – seguirà.

Abbiamo già discusso ampiamente qui e qui le implicazioni industriali e geopolitiche del progetto di gasdotto EastMed. Di nuovo c’è che Turchia e Libia – o meglio il governo riconosciuto di Al Sarraj (GNA) appoggiato dalla Fratellanza Musulmana – hanno stipulato proprio nel novembre 2019 un Memorandum d’Intesa che definisce i reciproci confini marittimi (vedi figura 1).

Figura 1 – Piattaforma continentale libica e turca

Se non fosse chiaro il “disegnino” – che si sovrappone al percorso dell’EastMed – il Ministro degli esteri turco ha dichiarato: “ …questo accordo rappresenta anche un messaggio politico per il quale la Turchia non può essere esclusa nel Mediterraneo Orientale e nessun progetto potrà essere portato a termine in questo settore senza la partecipazione turca …”. In pratica un blocco al progetto se non il definitivo de profundis.

Sembra evidente che la Turchia stia perseguendo in modo determinato i suoi interessi strategici per esercitare nella zona influenza ed egemonia al di là della questione del gas naturale cipriota.

Reindirizzare sulla penisola anatolica – sfruttando il gasdotto esistente TANAP – il gas che in futuro si potrebbe estrarre nel Mediterraneo Orientale rappresenta un ovvio obiettivo sia per soddisfare il fabbisogno energetico interno sia per guadagnare una posizione di hub, cioè di intermediario fra paesi produttori – Azerbajan, Cipro, Israele – e consumatori dell’Europa Centro-Orientale.

D’altra parte è altrettanto evidente che con il Memorandum e con l’intervento militare decisivo in Libia, la Turchia potrà inserirsi nel gioco esteso che vede competere nel Mediterraneo Orientale USA, Russia, Israele, Egitto, Arabia Saudita, Emirati, tagliando fuori UE, Grecia e Cipro praticamente impotenti nella zona.

E l’Italia? Non pervenuta …

LIBANO AL CENTRO DI UN INTRIGO MORTALE PER LA SECONDA VOLTA IN MEZZO SECOLO, di Antonio de Martini

Qui sotto una serie di considerazioni di Antonio de Martini sulla situazione del Libano. Lo scritto, aggiornato, in parte già riportato su questo sito, è di circa otto anni fa, ma torna di grande attualità alla luce dei movimenti in corso in quella regione al netto dei grandi limiti e azzardi che anche la classe dirigente iraniana, in buona compagnia dei tanti suoi avversari, ha compiuto_Giuseppe Germinario

LIBANO AL CENTRO DI UN INTRIGO MORTALE PER LA SECONDA VOLTA IN MEZZO SECOLO

di antoniochedice

Il mio amico Nachik Navot, del cui patriottismo non è lecito dubitare, ha lasciato il servizio come vice capo del Mossad e che ormai temo non sia più tra noi perché non risponde più alle mie  mail,( ora dovrebbe sfiorare il secolo..)mi regalò due articoli che pubblicai sul mio blog. www.corrieredellacollera.com  il 6 luglio 2012 egli scrisse parole lucide sulla situazione mediorientale che conosceva bene essendo stato in servizio anche in Iran e in India.

Ecco il link al suo articolo che consiglio di leggere

https://corrieredellacollera.com/2012/07/06/fortress-israel-la-sindrome-dell-olocausto-e-il-senso-della-vera-sicurezza-senza-cui-non-ce-pace-di-nachik-navot/

Una delle considerazioni, a mio avviso più più importanti che ci ha lasciato, è che se Israele vorrà ottenere una pace duratura, dovrà liberarsi della “ sindrome della Fortezza Israele” e crearsi nuove motivazioni e azioni per vivere in armonia coi suoi vicini.

Questa sindrome è frutto di una imposizione altrui dato il trattamento inumano europeo inflitto agli ebrei con l’Olocausto. Gli Israeliani si sentono assediati, da tutti e per sempre, e si comportano di conseguenza. Peccando spesso di “overeaction” aggiungo io.

E’ comprensibile, che  questa situazione abbia avuto implicazioni culturali negative sullo sviluppo iniziale  dello Stato di Israele ma,  il numero di israeliani e membri delle Diaspore consapevoli che vada superata, cresce ogni giorno di più.

Ho deciso di fare riferimento a Nachik ( diminutivo di Menachem) per introdurre la pedina “ Israele” nel tragico gioco della crisi libanese, dove a tutta prima – e in questa fase- sembrerebbe assente perché il proscenio  è occupato dall’ambasciatrice statunitense Dorothy Shea cui piace molto il ruolo di Proconsole e ha l’empatia di un celenterato.

I libanesi hanno dovuto più volte ricordarle l’esistenza della Convenzione di Vienna del 1969 con cui si conveniva il principio di non ingerenza negli affari interni dei paesi ospitanti.

Oggi il Libano, unico paese del vicino e medio oriente a guida cristiana ed economia liberista, vive una profonda crisi morale, politica ed economica causata in parte dalla diluizione della identità culturale di cui tutti si dicono fieri a parole, e in parte dalle pressioni di una violenza inusitata esercitata dalla amministrazione americana che ha il duplice scopo di promuovere la firma  di

un trattato di pace con Israele ( dai tempi di Sadat nessuno vuole firmare senza che sia prima conclusa la pace coi palestinesi, a pena la morte) e di rassicurare l’alleato circa il  concreto pericolo incombente rappresentato dal partito Hezbollah che conta su un elettorato del 50% della popolazione, dispone di  un esercito ben addestrato di ventimila uomini e trentamila riservisti  e di un arsenale missilistico inizialmente composto da missili obsoleti ( Zelzal 2 e 3) che grazie ad un ammodernamento artigianale, alla possibilità di lancio da mezzi mobili e al loro numero,  si ritiene possano distruggere il grosso delle infrastrutture israeliane concentrate su un territorio circoscritto e mescolate con la popolazione.

Si tratta di un dilemma che nessun governo può accettare. Israele, nato per difendere gli ebrei, sarebbe il solo paese in cui la loro vita sarebbe a continuo repentaglio.

L’ANTEFATTO

Rubricare come “organizzazione terroristica” un partito politico che prende il 50% dei voti alle elezioni politiche, non è stata la scelta più intelligente dell’amministrazione USA in un’area in cui scelte intelligenti non ne fa da almeno un trentennio.

Ma andiamo per ordine lasciando da parte il contenzioso palestinese che ci porterebbe ad allargare troppo questa esposizione e che è il convitato di pietra di ogni situazione in quest’area.

1Nel 1975 scoppiò a Beirut , per ragioni che non interessano in questa sede, una guerra tra i palestinesi rifugiati in Libano e una fazione politica locale che si allargò a tutte le componenti politiche  e tribali dell’area.

La guerra , durò fino al 1990 circa, fece centomila vittime e scosse dalla fondamenta quella che era la società più progredita e cosmopolita del mondo arabo. Ogni fazione si trovò degli sponsor politici e militari, ottenne sovvenzioni al punto che- in piena guerra- la lira libanese si apprezzò sul dollaro. L’esercito mantenne la neutralità ( che risultò preziosa per la ricostruzione della concordia nazionale)  e si assisté al paradosso che combatterono tutti tranne i soldati.

2 Presi dalla sindrome “ Fortress Israel” i militari di Tsahal immaginarono una operazione suscettibile di allargare i confini nord del paese spingendo via le popolazioni di confine  che non ostacolavano i guerriglieri palestinesi e le loro incursioni.

Obbiettivi strategici:  bonificare l’area, impadronirsi delle sorgenti del fiume Litani, liberare il fianco del Giabal Druso ( una setta eterodossa dell’Islam che collabora da sempre con gli israeliani al punto di fornire una brigata all’Esercito), mostrare di voler annettere il territorio del sud Libano ed eventualmente rilasciarlo in cambio di un formale trattato di pace.

L’operazione  lanciata nel 1982 chiamata “ Pace in Galilea” mirava anche  a dare sicurezza ai kibbutz della alta Galilea esposti ai blitz palestinesi, ebbe successo militare ma si risolse in un fallimento politico completo. Nessuno degli obbiettivi fu raggiunto, nemmeno parzialmente, anche per gli eccessi di violenza commessi come la strage di Sabra e Châtila.

https://corrieredellacollera.com/2012/09/18/obama-punisce-israele-sharon-ha-ordinato-e-voluto-la-strage-di-sabra-e-chatila-ingannando-gli-u-s-a-se-netanyau-non-lascia-obama-potrebbe-rincarare-la-dose-con-unaltra-accusa-terribile-l/

Israele si trattenne però una fascia frontaliera di dieci km facendo così nascere un movimento di resistenza non significativo da parte di una organizzazione caritativa già esistente chiamata Hezbollah e creata per scopi assistenziali da due religiosi, l’Imam Moussa Sadr e Monsignor Grégoire Haddad, cristiano di rito greco ortodosso.

Israele evacuò la zona a seguito di pressioni USA, ma Hezbollah si vantò – con mentalità tipicamente orientale- di essere all’origine della ritirata con le sue imprese.

Fu l’inizio della gestazione dell’Hezbollah che oggi conosciamo.

Negli anni, la  placida assistenza ai partigiani palestinesi, divenne azione  sistematica  fino al punto da indurre l’Esercito israeliano a progettare un’altra, più circoscritta, sortita  fuori della

“ Fortress Israel” per dare una lezione ai “contadini”. E questo fu il secondo errore di cui tratteremo più tardi.

La principale conseguenza della fine della guerra in Libano fu la cessazione degli aiuti finanziari da parte di tutti i partecipanti indiretti che avevano – con gli stipendi ai combattenti – sostenuto il corso della lira libanese.

Deflazione lampo e disoccupazione generale.

IL DOPOGUERRA

Unici a mantenere attivi, riconvertendoli,  i finanziamenti furono gli iraniani ( avevano piegato i francesi con un ennesimo attentato e questi si decisero a restituire 700 milioni del miliardo di dollari anticipato dallo scià per dotarsi di tecnologia nucleare che L’Ayatollah Khomeini aveva bollato come empia in una fatwa, e chiesto la restituzione dell’anticipo).

Isolati dagli USA a seguito dei noti eventi rivoluzionari, gli iraniani ruppero l’accerchiamento cercando di far leva sul proletariato sciita ed allargando il giro anche visivamente: cento euro al mese se Ali si fa crescere la barba ( segno di pietas), altri cento se tua moglie si mette il velo; duecento se obblighi  anche tua figlia a fare altrettanto….

Un padre di famiglia sbarcava il lunario e il partito di Allah ( Hezbollah) fungeva da ufficiale pagatore e beneficiario di una palpabile crescita di immagine che contrastava la narrativa dell’isolamento.

L’intesa politica, il controllo del partito da parte degli elementi sciiti, e la fornitura di armi furono le logiche conseguenze della intesa anti crisi.

Gli occidentali curavano l’élite e l’Iran il sottoproletariato.

L’élite viaggiava per il mondo e il sottoproletariato scavava bunker.

Quando gli israeliani, a seguito di un ennesimo sconfinamento con sparatoria, attaccarono credendo di fare una passeggiata militare di rappresaglia, dovettero ritirarsi con perdite e il generale di brigata israeliano comandante della spedizione, fu rimosso. Rimediarono con un bombardamento.

Fu cosi che Hezbollah passò dalla millanteria levantina al rango di unica potenza militare che aveva battuto gli israeliani in campo aperto.  Divenne, con un estorto consenso governativo, una sorta di Stato nello stato con l’incarico di gestire eventuali proxy war contro Israele senza coinvolgere il governo legale.

L’inizio della guerra in Siria – un altra guerra di aggressione esterna presa per guerra civile-  ha offerto a Hezbollah l’opportunità di rodare i suoi soldati e di agire di concerto ad altri volontari cristiani che sono intervenuti a sostegno dei cristiani di Siria minacciati fin nella decapoli dove risiedono dai tempi di Cristo di cui parlano ancora la lingua aramaica.

Furono i diecimila volontari di Hezbollah a liberare le colline del Kalamoun che riaprirono le comunicazioni tra Damasco e il Libano e determinarono l’esito delle battaglie in corso.

LA SITUAZIONE POLITICA ATTUALE

Sono in corso pressioni politiche, giornalistiche e finanziarie sul presidente della Repubblica, il generale Michel  AOUN  e su suo genero Gebran BASSIL ( fino a poco fa ministro degli Esteri) .

Le pressioni USA sul Libano mirano a costringere l’Esercito Libanese a confrontarsi con l’Hezbollah, che è più numeroso, più esperto, collaudato in combattimento e meglio armato ad onta delle dichiarazioni del generale Frank Mckenzie che da Washington incoraggia moderatamente allo scontro,  in supporto all’ambasciatrice che attribuisce la crisi monetaria sul cambio del dollaro  all’Hezbollah, dicendo però che gli USA sono pronti ad aiutare qualora Hezbollah venga “ allontanato dal governo”, il che è già stato fatto, istallando un governo tecnico giudicato però insoddisfacente.

La diplomatica da la colpa della crisi  “ alla corruzione praticata da decenni”. Questa dichiarazione è contraddittoria con la consapevolezza che il Libano, appunto per decenni,  è stato prospero al punto di essere definito “ la Svizzera del Medio Oriente” e con il fatto – noto a chiunque abbia letto un libro – che la corruzione impera nell’area – e non solo- da almeno due millenni, al punto di essere contemplata dal codice di Hammurabi.

LA SITUAZIONE MILITARE OGGI

LA MINACCIA A ISRAELE

Sembra che le modifiche artigianali ai vecchi missili iraniani ZELZAL 2 del costo di poche migliaia di dollari, consistano nell’inserimento di un sistema di guida cinese, l’adozione del navigatore  GLONASS , il GPS russo, in aggiunta a quello occidentale e un arsenale già pronto di circa 200 missili ribattezzati Fateh 100 siano all’origine dell’allarme rosso Israeliano.

Circa un anno e mezzo fa, una pioggia di missiletti lanciata in Galilea su località disabitate di Israele, ha permesso di capire che il sistema originale antiaereo “ Iron Dome” possa al massimo acquisire ed abbattere da 150  a 200 intrusi volanti su 250 lanciati contemporaneamente.

Valutazioni di Stato Maggiore attribuiscono a Hezbollah una capacità massima di lancio di poco più di mille missili in un giorno.

Inviarne 400 assieme metterebbe in crisi lo Stato maggiore  israeliano che sarebbe costretto a scegliere se difendere prioritariamente le infrastrutture strategiche ( la raffineria di Haïfa, gli aeroporti, l’impianto nucleare di Dimona, Il quartiere generale dell’Esercito, o le basi principali di Tsahal a Kyria o Tel Nof ,  Nevatim e Hatzor.) oppure la popolazione finora rimasta sostanzialmente indenne da urti militari importanti.

Gli israeliani valutano che la portata di 250 km , il carico esplosivo oscillante tra i 500 e i 900 kg, produrrebbero danni non riparabili anche quanto a sicurezza della popolazione esposta in gran parte alla tentazione di far uso della seconda nazionalità che molti hanno conservato. Israele mancherebbe alla sua missione di protezione degli ebrei sul suo territorio e la bilancia demografica, già sospettata di essere, deficitaria diverrebbe palesemente fallimentare.

Hezbollah ha insomma messo a punto un “ Game Changer” del quadro geopolitico.

Di qui l’esigenza di eliminare il pericolo per Israele e ristabilire l’equilibrio per gli USA.

LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE

ISRAELE

La partita di scacchi in corso é così configurabile: Israele può scegliere di ricorrere alla sindrome “ Fortress Israel” – anche per distrarre dalla crisi economica interna, facendo passare in seconda fila l’annessione della valle del Giordano e  potenziando così la sua leadership- e organizzare una sortita nucleare contro l’Iran e/o contro Hezbollah, approfittando della fase pre elettorale americana (tutti i blitz iniziati dagli israeliani sono stati fatti in questa fase pre elettorale), ma pagherebbe un prezzo valutabile in 300/400 missili sui suoi obbiettivi vitali concentrati in un fazzoletto di territorio, col pericolo che i piloti al ritorno dalla loro missione rischierebbero di non ritrovare né la base di partenza e forse neppure la famiglia.

L’Iran si troverebbe, dopo uno scontro mortale, ad aver cavato le castagne dal fuoco all’Arabia Saudita, il suo rivale storico.

Lo scontro, non conviene a nessuno. Si ripeterebbe la certezza della MAD (Mutual Assured Destruction ) che animò la guerra fredda.

La soluzione del dilemma sembra essere stata stata individuata con la stessa logica del 1982 che ha portato al fallimento della operazione “ pace in Galilea”: costringere Il governo libanese a scontrarsi con Hezbollah chiedendo al governo di disarmarlo e cacciarlo dalla maggioranza di coalizione che governa il paese. ( Nasrallah,  il loro capo, non è un chierichetto e sa che la cacciata dalla maggioranza sarebbe solo l’inizio, quindi resisterebbe fin dal primo cenno).

IL LIBANO

Gli esiti grotteschi delle primavere arabe, l’indefinito protrarsi della guerra in Yemen,la “sirizzazione” della Libia, la penetrazione incruenta della Russia nel fianco destro della NATO, il ripudio delle organizzazioni internazionali promosse dall’America che tutti amavamo,  la perdita della leadership mondiale per gli innumeri errori in Medio Oriente  – e negli States col COVID e la questione razziale – hanno ridotto la credibilità e il prestigio di mediatori dei diplomatici e politici USA a livelli impensabili solo dieci anni fa.

Non potendo accettare tutte le “ istruzioni” ricevute, il Libano  ha trovato una soluzione di compromesso: fuori tutti dal governo che viene affidato a un tecnico assistito da tecnici.  Piiché i tecnici sono neutrali a favore o contro qualcuno, il problema si è riproposto e lo zio Sam ha applicato ala cura russa ( – 50% del rublo in due settimane)  e quella turca ( – 50 % del valore della lira turca in due settimane). Oggi  con la lira libanese si ottengono dollari a 10.000 contro uno; le banche concedono accesso limitato ai conti per 30 dollari al giorno e la popolazione ha il 50% di disoccupati, erogazione limitata di acqua e elettricità e scontri di piazza.

Le pressioni sul Presidente sono diventate attacchi personali e metà della popolazione attribuisce ogni colpa a Hezbollah, l’altra metà all’America.

L’ARABIA SAUDITA

Il regno sta affrontando – e perdendo- una guerra calda in Yemen e una fredda col Katar e l’Oman. Ha già perso la guerra di Siria ed è in preda a convulsioni interne a livello della élite e di famiglia reale, mentre l’”unrest” di Al Kaida e della provincia est sciita a influenza iraniana.

Far tornare al potere Saïd Hariri  – il premier libanes che ha scatenato lo show-down con le sue dimissioni che avrebbero dovuto essere brevi e vittoriose – è per il Crownprince un affare di vita o di morte. Nella sua ottica malata, Mohammed ben Salman ha bisogno che il LIbano firmi la pace con Israele per poi poterla firmare anche lui è dare il via al piano Marshall per la penisola araba che dovrebbe portare alla pace generale  per tutti e lui al trono di Riad.

Ha un sistema di sicurezza impeccabile, ma la perfezione non è di questo mondo.

GLI USA

Anche Trump e Pompeo devono affrontare un difficile dilemma :

1: continuare a bulleggiare  selvaggiamente con sistemi di macelleria sociale – il Libano, forti dell’ottenuto, complice, inspiegabile, silenzio Vaticano- un piccolo paese che ha creato l’alfabeto e il commercio internazionale, da sempre amico dell’Occidente che ospita pacificamente un numero di profughi pari alla propria popolazione e sul quale si scaricano tutte le tensioni del Levante.

2: aiutare Israele a capire che è il momento di uscire dalla “Fortress Israel” con tutte le garanzie di una mediazione internazionale decisa e con le idee chiare di cui gli USA siano primi tra pari.

3: Affrontare l’aléa di una ennesima guerra in cui potranno annientare l’Iran e il Libano, ma il loro alleato israeliano subirà tutti i colpi e regnerà su un cimitero.

LA SIRIA

Esausta e vittoriosa  deve fare i conti con l determinazione USA che insiste nelle sanzioni e nell’aiuto a curdi e turchi per tenerla occupata e ha rincarato la dose inserendo la moglie di Assad- ASMA- nella lista dei criminali d punire con le sanzioni. Lei che pochi mesi fa è uscita da una feroce lotta contro il cancro ed è sempre stata lontana dalla politica e vicina al marito.

La viltà di questo atteggiamento mostra quanto gli USA siano disperati e a corto di idee: peggio di una battaglia perduta contro una fragile donna che aveva rifiutato le migliori cure russe pur di non lasciare il suo popolo e suo marito. La Siria distrutta nelle infrastrutture e nel commercio, ha ancora carte da giocare: dai rifornimenti a Hezbollah, ai tunnel segreti per entrare in Israele e al finanziamento di una intifada ben più cruenta in caso di annessione della valle del Giordano.

HEZBOLLAH

E forte nel suo territorio; rispettato da tutti perché “ fa quel che dice e dice quel che fa”,

In caso di attacco potrà contare sull’appoggio diretto di Iran e Siria e quello indiretto di Cina, Indonesia e Russia, ma anche dei palestinesi della striscia di Gaza e in una Intifada palestinese .

Ma sopratutto nei missile FATEH 100 e nel coltello che ogni arabo sa manovrare con maestria specie nelle notti senz luna.

Intanto il Libano, preda di stupidi privi di scrupoli, Domanica 5 luglio si farà sentire : tutti i libanesi alle sette ora Italia e nove ora di Beirut, in contemporanea su Facebook, you tube e in tutte le TV locali faranno sentire a tutto volume la loro voce di resistenza. Sintonizzatevi su

https://www.facebook.com/BaalbeckInternationalFestival/live/

Oppure

https://www.youtube.com/watctch?v=KQ0K8UE651E&feature=YouTube.be 

Sovranisti e globalisti: la battaglia tra due ideologie perdenti, di Andrea Muratore e Marco Giaconi

Una interessante intervista a Marco Giaconi tratta dal sito Osservatorio Globalizzazione su un tema più che mai attuale

Sovranisti e globalisti: la battaglia tra due ideologie perdenti

Oggi col professor Marco Giaconi, che torna ospite delle nostre colonne e che ringraziamo per la grande disponibilità, dialoghiamo delle culture politiche dell’era contemporanea. Quanto è reale la polarizzazione tra “sovranisti” e “globalisti”?

Professor Giaconi, una forte narrazione mediatica e politica, soprattutto in Europa, immagina l’attuale dialettica politica come uno scontro tra sovranisti, fautori della sovranità nazionale, e “globalisti”, aperti alle ricadute ideologiche, politiche ed economiche dei trasferimenti di sovranità. Parliamo di una contrapposizione reale o strumentale?

Le contrapposizioni semplici, adatte al basso livello attuale dei mass-media, sono sempre strumentali e spesso inesatte. L’Italia è sempre stata divisa tra una pressione strategica dal Nord Europa, che data almeno dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, alla quale l’Italia partecipa repentinamente e un anno dopo, ma alla fine in funzione anti-tedesca, e una pressione strategica mediterranea, che riguarda anche i detentori attuali dell’egemonia nel Mare Nostrum, Usa e Gran Bretagna, ancora loro.

  Certo, con qualche new entry e con la Francia che non demorde affatto. Fino a che l’Italia, quindi, non si doterà di una Strategia Globale all’altezza dei tempi e della “realtà effettuale della cosa”, come diceva Machiavelli, questa polarizzazione rimarrà e produrrà la morte cerebrale e strategica dell’Italia, forse ormai anche quella economica, e la polarizzazione para-politica a cui Lei, nella Sua domanda, accenna. Mi ricordo che in Banca d’Italia, negli anni di Antonio Fazio governatore, c’era chi diceva che bisognava deindustrializzare “di brutto” l’Italia, fare cassa, come si era fatto con la svendita determinata dall’operazione “mani pulite” e successivamente ridurla a grande area turistica. La destrutturazione del nostro Paese è uno sport al quale, da molto tempo, si sono addestrati in molti, alcuni dei quali a livello professionistico e olimpionico. Ecco, i due quasi-schieramenti che Lei cita sono entrambi portatori di formule molto abborracciate e spesso contraddittorie.

 Sia il centro-destra “sovranista” (al quale non si può più  aggregare Forza Italia, partito molto legato al PPE, che lo finanzia visto che Silvio Berlusconi lo usa poco per i suoi affari, che tratta direttamente con i Capi di Stato EU) fa anche riferimento all’ultra-liberismo di matrice thatcheriana, con proposte come la flat tax o anche con la simpatia per le idee di Steve Bannon, già consigliere della comunicazione di Trump, quindi questo destra dovrebbe essere per conseguenza, chi ti paga comanda, filo-britannico e quindi inevitabilmente antitedesco; ma poi il medesimo schieramento si rifà allo statalismo di marca post-bellica e, detto senza polemica, fascista. Ricordo poi qui che la Thatcher fu disarcionata dal suo stesso partito proprio per aver proposto la poll tax, nel 1990,comunale a un solo scaglione. Il vecchio testatico medievale. Ci fu anche un affaruccio del suo oppositore, Heseltine, con degli elicotteri, ma questo è un altro discorso. Delle due l’una: o si è liberisti, o si è filo-fascisti. Sempre detto senza polemica alcuna. Poi, la simpatia della Lega per i siloviki (“uomini della forza”) di Vladimir Putin, allora, non dovrebbe mai trovare posto in una forza confusamente liberista e filo-americana, gli Usa hanno da sempre una memoria di ferro e una vendetta inevitabile, che gustano sempre freddissima.

O stai con l’amico o con il nemico. Con la tua faccia. Allora sei sempre rispettato, e da entrambi, come accade quando la X MAS di Junio Valerio Borghese si arrese alle forze Usa con l’onore delle armi. Poi Borghese, con la divisa da colonnello della US Army Forces, arrivò a casa sua, a Roma, accompagnato dal futuro Capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale. Delle vendette Usa, ne sa qualcosa anche Silvio Berlusconi. Un ingenuo quanti mai ce ne furono a Palazzo Chigi. Vedremo questo attuale, ma siamo sulla stessa linea dell’infanzia. Chi non sa scegliere non sa governare. Ma lo stesso discorso vale anche per la vasta area “globalista” tra il Centro e la Sinistra. C’è lo statalismo pasticcione, da Totò onorevole, dei Cinque Stelle, che tornano alla sinistra dalla quale sono in gran parte nati, e sembrano, nella loro propaganda, equiparare gli imprenditori a dei distributori di mazzette, con gli effetti che è facile immaginare. C’è poi il Partito Democratico, che si è attaccato all’Europa in modo irriflessivo, come i vecchi comunisti che, quando c’era la partita Italia-Urss, facevano il tifo per Mosca. Aspettano unicamente un aiuto, propagandistico e magari anche finanziario, ma al loro Partito, dall’Europa, come peraltro le altre forze politiche della destra, che aspettano di essere sostenute dai russi, dagli americani, o da qualche altro, magari gratis. Perché sono belli? Ma lo sanno come si ragiona, da sempre, nelle cancellerie UE o non UE? Si può facilmente immaginare cosa accadrà.Le altre forze del centro-sinistra sono partiti personali (Italia Viva di Matteo Renzi, le aree alla sinistra del PD, il gruppo di Carlo Calenda) ma comunque tutto l’arco parlamentare italiano si sta frazionando in gruppi personali e “cordate”, come accade anche nella fin troppo famosa, e comunque hegeliana, società civile. Nella somma impotenza e incompetenza di quasi tutta la nostra classe dirigente, oggi la politica è quasi ovunque, come diceva Frank Zappa, “il dipartimento spettacoli del complesso militare-industriale”. La politica, ma questo vale anche per gli altri Paesi occidentali, è ormai regolata secondo i canoni della pubblicità e deve fare poco o nulla, salvo che dividersi le tifoserie e portarle, talvolta, al calor bianco.

Entrambi i modelli sembrano avere una chiara connotazione anglo-sassone e americana. I sovranisti riprendono diversi temi tipici del neoconservatorismo americano e dell’ideologia trumpiana “America First”, mentre il cosiddetto “globalismo” appare funzionale all’interesse delle èlite liberal di Oltre Atlantico. Parliamo di un successo ideologico statunitense?

Come Le dicevo per rispondere alla Sua prima domanda, i due modelli hanno certo, entrambi, tratti dell’ideologia attuale e recente Usa, e probabilmente la diplomazia coperta, che è gran parte della politica estera dei due schieramenti nordamericani, opera molto in questo campo. Certi viaggi di politici italiani della “Prima Repubblica” erano sostenuti dalla diplomazia talvolta dei Repubblicani (Piccoli, per esempio) o dagli apparati centrali (Napolitano, che poi ne farà buon uso) o dai democratici (i socialisti, soprattutto).

L’Italia è il Paese, ancor oggi, più filoamericano della UE, malgrado certi rigurgiti di nazionalismo che, senza militari autonomi e finanze ugualmente autonome, fanno solo ridere. O fai la tua Force de Frappe autonoma, e ti levi dai santissimi del Comitato Politico Ristretto della NATO, al quale, comunque, Parigi si è sempre seduta, in via privata. Oppure fai gli interessi degli altri, e allora sono cavoli tuoi.  Gli Usa, comunque, non abbandoneranno mai l’Italia, sia per la loro profondità strategica nel Mediterraneo, che si rafforzerà ulteriormente, sia perché vogliono un contrappeso all’area tedesca e la marginalizzazione strategica della Francia. Certo, cambiando solo un poco il discordo, la cultura anglosassone è penetrata, ma è spesso la peggiore, comunque in gran forza in Italia, anche nelle accademie e nella ormai residua università. E’ semplice, è piena di slogan che passano come risultati scientifici, è oggi perfetta per la massificazione ulteriore delle università e della mass culture. C’è oggi, al Sant’Anna di Pisa, scuola molto prestigiosa, chi insegna che la filosofia è “maschilista” e bisogna “femminilizarla”. Roba da ridere, certo, ma si tratta pur sempre di una vittoria del paradigma culturale americano, dove ci sono docenti ad Harvard che affermano che “bisogna farla finita con la cultura dell’uomo bianco”. Un impero che sta cadendo, gli Usa, si riafferma all’estremo con le sue cazzate etniciste. Sperando di sedurre l’Africa, dove ormai laCina la fa da padrona da oltre 14 anni, e la Russia sta entrando in forze. Auguri. Parafrasando Freud, dove prima c’era Marx oggi c’è la cultura liberal-radical Usa. Anche il ’68 fu sostanzialmente una operazione Usa-Cina per destabilizzare i partiti comunisti, ma l’operazione è riuscita e comunque il paziente è morto.  Per il collante del sovranismo, c’è oggi il cattolicesimo popolare dei Family Day, ma per il centro-sinistra c’è l’immigrazionismo, anch’esso irriflessivo, che però lo rimette in collegamento con la Chiesa di Papa Francesco. Staremo freschi, tra questi due fessi matricolati, ovvero destra e sinistra.

A proposito di letture “religiose”, figure come Steve Bannon tentano di ammantare di spirito apocalittico la battaglia sovranista, presentata come quesitone di vita o morte per la civiltà “giudaico-cristiana” contro il nemico di turno. Che può essere, di volta in volta, l’Islam, la Cina, il Vaticano. Quanto influiscono in questa lettura le fondamenta calviniste ed evangeliche degli Stati Uniti?

Steve Bannon, comunque, viene dai ceti popolari di origine irlandese e cattolica, ma questo, in una America in cui la cultura, anche quella non di massa (e lo fa ormai anche qui in Italia) è solo uno strumento primario di segmentazione per gruppi della popolazione, quindi sempre una forma di controllo sociale, vuole pure dire qualcosa. La sua biografia politica lo definisce, senza dubbio alcuno, ma per un tecnico, un vero e proprio “agente di influenza”. Con la sua struttura in Europa, finanzia oggi tutti i movimenti di destra o di centro-destra, anche quelli più distanti tra di loro. Teorizza una rivolta mondiale dei popoli contro le élite, rivolta che sarebbe già in corso. Facile capire quindi cosa vuole davvero: adeguare alla politica estera Usa, anche a quella che verrà dopo Trump, tutta l’area filo-tedesca della UE, e poi sovvenzionare, ma sempre fuori dal controllo russo, i movimenti come il Rassemblement National della Le Pen e la Lega di Matteo Salvini. Giocare due parti in commedia, per permettere a Washington ampia libertà di manovra. L’Europa crede, Dio la perdoni, di essere sfuggita alle regole, scritte e non, che sono state definite dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ma la caduta del Muro di Berlino è stata appunto solo un episodio di quegli accordi, non la loro scenografica rottura. Il “partito americano”, in Italia, lo ricordo qui, andava da una parte del PCI fino al MSI tutto intero, passando per i cattolici, riferimento primario di Washington fin dai tempi dello special envoy Myron Taylor con Papa Pacelli. Pio XII fu un costante riferimento degli Usa durante il fascismo e la guerra, ma poi Mons. Montini fu successivamente un vero “amico” per gli americani.

Il modello politico e culturale di Bannon, tornando all’oggi, ovvero il popolo contro le èlite, è divenuto un refrain di tutti i populisti, ma è tecnicamente sbagliato. Un paretiano come me risponderebbe che ogni settore della società secerne naturalmente delle élite, anche i rapinatori di banche, i gelatai o i geometri. Sempre che non si confondano tra di loro. Non è mai esistita una società senza classi dirigenti, debitamente separate, et pour cause, dal resto della popolazione. Tulle le società sono gerarchiche, ma si tratta solo di vedere quanto c’è di merito personale, nell’ascesa, e quanto di eredità (non ereditarietà) tra i figli di papà. Lo dico sempre ai mei amici comunisti, le rivoluzioni non servono, aspettate una o due generazioni che il famoso “capitalista” si distrugge da solo. Studi drogatissimi in America, vita spericolata, e poi l’ovvio fallimento. I venditori di utopie sono comunque come i venditori di almanacchi, e io sono un fan, come direbbero proprio gli americani, di Giacomo Leopardi. Soltanto che la destra italiana crede di essere “popolo”, o il suo megafono, cosa che peraltro Mussolini non fece mai, aggregando i nazionalisti prima, nel 1923, e qui c’erano Giovanni Verga, D’Annunzio, Alfredo Rocco e molti altri. Dopo, Mussolini farà perfino la coda ai grandi “commessi di Stato”, tra cui Raffaele Mattioli della Banca Commerciale e poi Alberto Beneduce, 33° della massoneria scozzese antica e accettata, Primo Sorvegliante del GOi, amico e “fratello” di Ernesto Nathan, primo sindaco ebreo e massone di Roma e, inoltre, parlo di Beneduce, militante socialista riformista. Sua figlia, Idea Nuova Socialista Beneduce, si sposerà con Enrico Cuccia. La classe politica è quindi una parte irrinunciabile della élite, come tutte le classi politiche, e questo vale per i populisti della destra, mentre invece il centro-sinistra crede di essere quasi automaticamente èlite, ma è spesso proprio “popolo”, perché non conta niente, proprio come molti dei suoi dirimpettai del centro-destra. Nella irrilevanza, le due tifoserie si assomigliano, ma è tutto politica-spettacolo.

Il sovranismo pare la retorica ideale per coprire posizioni politiche che non riescono a gestire appieno la sovranità, stato di fatto che è problematico ridurre a un’ideologia: molto spesso, anzi, esso si risolve in uno sciovinismo pseudo-nazionalista. Quali sono i vulnus principali dei cosiddetti sovranisti?

Certo, il ritorno alle sovranità nazionali è oggi impervio e, talvolta, ridicolo, viste le dipendenze della nostra economia del Nord, e non solo, dalle Catene del Valore che arrivano in Germania e poi vanno oltre. Quando, lo ricordo, perfino un caro amico di Cossiga, Helmut Kohl, era convinto di far entrare l’Italia solo al secondo turno dell’Euro, ci fu una telefonata notturna, piuttosto dura, del capo della Confindustria tedesca, che fece fischiare le orecchie al Presidente tedesco. Credo che una simile telefonata sia arrivata, di recente, anche ad Angela Merkel, e con gli stessi toni, proprio quella allieva di Kohl che però, quando la vedova di Helmut si è avvicinata per salutarla, alle esequie del marito, nel 2017, si è ritratta e le ha detto: “manteniamo le distanze”. Gli aneddoti, di cui era ghiottissimo Churchill, erano invece odiati da Hitler, vegetariano, analcoolico, ma pieno di droghe e di farmaci omeopatici, la famosa “medicina tedesca”. Chi ha vinto? Certo, c’è da ricostruire una dignità nazionale italiana, e questo è il vero problema, in politica estera e di difesa, ma questo è un altro e ben più complesso discorso. È questo, il concetto strategico ben declinato, il vero biglietto da visita che viene valutato nei veri consessi internazionali. È come nel Fight Club: prima regola,non parlate mai del Fight Club, quarta regola, quando qualcuno dice basta, fine del combattimento. La civiltà giudaico-cristiana da difendere? Mah! È un modo per unificare le politiche estere di EU e Israele, che però ha la sua e non sente certo altre ragioni. Anzi, l’Ue è, per i dirigenti di Israele, compresi i Servizi, una sentina di antisemiti e filo-arabi, per i loro grassi investimenti in UE e per il loro petrolio. Israele ha, della politica estera UE, una opinione perfino peggiore della mia.  È per questo che c’è ancora. L’Europa è ormai, comunque, antisemita.

A quanto ammontano, Professore, i numeri dell’antisemitismo in Italia?

In Italia, secondo l’Osservatorio Solomon, e sono dati del gennaio 2020, il 14% pensa che Israele sia l’autore del “genocidio palestinese”, l’11,6% pensa che gli Ebrei abbiano un potere economico eccessivo, che, per il 10,7% gli Ebrei non si occupino della società in cui vivono, ma solo della loro comunità, per l’8,4% l’italiano medio crede che si sentano superiori agli altri e, in ogni caso, il 6,3% si è dichiarato apertamente antisemita. La vedo male, quindi, con la questione della civiltà giudeo-cristiana. I negazionisti della Shoah sono, sempre in Italia, ancora pochi, l’1,3% ma certamente non diminuiranno in futuro.

E sul fronte del rapporto tra Europa e Islam, molto spesso visto come fumo negli occhi dai sovranisti, qual è la sua posizione?

L’Islam è in Europa da moltissimo tempo. Al Andalus, l’Andalusia, fu rivendicata come territorio dell’Islam nel 2002 da Osama Bin Laden. Anzi, l’Europa identitaria nasce dalle sconfitte dell’Islam sui Pirenei e nel Sud dell’Italia, dopo, peraltro, lunghe convivenze pacifiche. Il Sultano di Istanbul, dopo la cacciata dei Mori dalla Spagna, ma anche e soprattutto degli Ebrei, dal 1609 al 1614, pochissimi anni dopo la scoperta dell’America da parte di un esploratore genovese ingaggiato da Isabella di Castiglia, affermò pubblicamente che ringraziava il Re di Spagna Filippo III per la gran quantità di studiosi, mercanti, medici, sapienti, artigiani, banchieri che erano arrivati nel suo Regno grazie alla cacciata dei “mori”. Insomma, la questione è più complessa, come al solito. Ma non bisogna nemmeno dimenticare che, tra pressione demografica interna e esterna, la radicalizzazione del jihad della spada, che sta all’Islam tradizionale come il post-moderno plastificato sta a Kant, oltre all’espansione del mondo arabo, è sempre e scientemente un atto di guerra contro gli infedeli, come ha anche detto l’Emiro del Qatar, Tamim, nel 2007, tramite la rete Al Jazeera in mano alla Fratellanza Musulmana, e operante dal Qatar, ed ecco il testo dell’Amir, il “comandante dei credenti” nel Qatar:  “la Conquista di Roma si farà con la guerra? Non, non è necessario. La conquista dell’Italia e dell’Europa significa che l’Islam tornerà in Europa ancora una volta, ma c’è oggi una conquista pacifica e prevedo che l’Islam tornerà in Europa senza la spada, la conquista si farà attraverso la predicazione e le idee”. E gli affari, aggiungo. E proprio in un albergo di proprietà dell’Emiro di Doha, ma non a Roma, si riunisce sempre con i suoi referenti internazionali un ex-primo ministro italiano, che proprio niente sa, lo dico per esperienza, di queste questioni. Quindi, l’UE avrebbe certo bisogno di un Israele che le desse una mano in Medio Oriente, dove si decidono molti dei suoi destini, e parlo solo della UE, per evitare la seduzione affaristica e ideologica islamista. Gerusalemme farà comunque da sola, ovviamente, credo che ritengano l’UE un caso di malattia mentale e strategica senza medicine possibili. I Paesi europei, soprattutto dopo la pandemia da Covid-19, saranno per lungo tempo alla canna del gas. Qui non c’è da parlare di  una teoria un po’ farlocca del rapporto tra ebraismo e cristianesimo, c’è invece l’urgenza della strategia.

Ironia della sorte che i nemici dichiarati dei sovranisti siano, molto spesso, leader e Paesi che dell’indipendenza e dell’autonomia di scelta fanno, nel bene o nel male, la loro stella polare. Pensiamo all’Iran, alla Cina di Xi Jinping, ma anche allo stesso Papa Francesco, tra i più severi critici dell’ideologia neoliberista mai messa veramente in discussione dai sovranisti. Segno di una necessaria biforcazione tra retorica sovranista e sovranità?

Noi, in Italia, abbiamo realmente abdicato a una vasta quota di sovranità che era comunque necessaria. Non perché è arrivata la sola UE, ma perché abbiamo seduto, nei consessi della UE, parteggiando ingenuamente per quello o quell’altro, senza una chiara e applicabile visione dell’interesse nazionale che è, come diceva Benedetto Croce del liberalismo, “né statalista né liberista, ma sceglie tra le varie medicine quella che serve al momento”. Rileggere la “Storia d’Italia dal 1871 al 1915” di Don Benedetto, al più presto. E a Casa Spaventa, dove Croce crebbe dopo aver perso i genitori e la sorella nel terremoto di Casamicciola del 1883, egli si avvicinò al marxismo di Labriola, che conosceva molto bene i sacri testi. Magari li rileggessero con lo stesso criterio, oggi. Strano a dirsi, ma un discendente diretto degli Spaventa fu anche il capo di Gladio-Stay Behind a Milano e in Lombardia, era il mio amico e maestro Francesco Gironda. La Cina ha un rapporto debito/Pil è del 25%, oggi dopo o durante il coronavirus, mentre il debito non estero delle imprese cinesi non finanziarie è sul 155%. Il debito pubblico russo è oggi al 15% circa del Pil. Il sesto più basso al mondo. Ecco la soluzione, chiaramente affermata da Vladimir Putin al Summit di Monaco del 2017. “Se non ho molti debiti, sono libero dai condizionamenti esteri”. Semplice, ma è proprio così che funziona, da sempre.

Veniamo al mondo liberal/globalista ora. Esso ha pensato, molto spesso, che accettare ogni fattispecie della globalizzazione fosse una scelta inevitabile in un contesto di crescente interconnessione politica, economica e sociale del mondo. Quanto ha influito l’ascesa di leader liberal di sinistra nell’accelerazione, forse impropriamente cavalcata, della globalizzazione e dei suoi problemi negli Anni Novanta?

Devo essere, almeno inizialmente, brutale. Con la globalizzazione inizia la applicazione dei modelli della pubblicità dei prodotti di largo consumo alla politica e, soprattutto, ai processi elettorali, che già prima la loffia Political Theory anglosassone, la Rational Choice, aveva santificato, dicendo che l’elettore fa quasi sempre una scelta ottima tra i programmi contrastanti. Bravi! Bischerata somma, come tutti possono osservare, ma che è servita come tappeto rosso per la globalizzazione. I russi ridotti alla fame dalla folle scelta di Yeltsin, la Voucher Privatization del 1992-1994, fu una distribuzione dei sistemi produttivi post-sovietici alla mafia, già all’opera con Stalin, peraltro, e anche alla nomenklatura del Partito, che era ormai quasi la stessa cosa.

In un suo vecchio libro, Kissinger racconta che un ministro dell’URSS gli raccontò, con dovizia di particolari, che la grande raffineria di petrolio che era sulla carta del CC del PCUS non esisteva, ma i finanziamenti da Mosca venivano divisi tra tutti coloro che l’avevano “creata” dal nulla. 15.000 aziende furono privatizzate con i voucher, la mafia e il “partito” comprarono i voucher dei poveri per il classico e spesso realistico tozzo di pane, mentre la Federazione Russa stata passando la maggior crisi economica del dopoguerra, comparabile solo al disastro agricolo del 1930-’31 in Crimea e Ucraina. Putin, uomo pratico come tutti quelli che escono dai Servizi, ma dal KGB si usciva davvero solo con i piedi davanti, seleziona la parte dei nuovi ricchi che si accorda con lui e il suo gruppo degli “oligarchi”, poi manda al macero tutti gli altri. Quando viene assassinato Litvinenko a Londra, che è in rapporto con un oligarca che non si è messo d’accordo con Putin, Boris Berezkovsky, il FSB faceva addestrare al tiro i suoi operativi con sagome che erano ricalcate sull’immagine di Litvinenko. I liberal di sinistra sono quelli che giocano su questa nuova e immaginaria cornucopia, che farà arrivare al Welfare europeo quei soldi che nascono dalla espansione globalizzatrice. Staremo ben freschi.  I soldi della spoliazione russa, ed era per questo che i dirigenti cinesi del PCC ridevano quando arrivò, nelle more della rivolta di Piazza Tien An Mien, nel 1989, Gorbaciov a Pechino. “Bravo-immagino dissero i dirigenti di Deng Xiaoping-vuoi tenere in mano il tuo Paese immaginando che arrivino i capitalisti “buoni” e che non ci saranno rivolte sociali come quella che stiamo fronteggiando?”.

Insomma, il mondo globalista, come lo ha chiamato giustamente Lei, è una accolita di ingenui che hanno operato con tecniche economiche e finanziarie sbagliate, e spesso dannosissime, pagando quasi unicamente i loro politicanti di riferimento, scelti sempre con criteri da testimonial pubblicitario, e poi facendo operazioni economiche e finanziarie semplici e sempre più a breve. “Mordi e fuggi” finanziario, giocando sulle valute, sui futures artificiali per i prezzi delle materie prime, sulla ingenuità delle popolazioni che avrebbero seguito il loro pifferaio magico o leader politico fino in fondo. Sbagliato. Il cosiddetto Terzo Mondo è molto più evoluto, politicamente, del contadino dello Iowa, che comunque piace molto a Xi Jinping. Una riedizione, quindi, dello spaccio di carta commerciale spesso di serie B o C, come fecero gli Usa in Francia poco prima che De Gaulle si rompesse le palle e ordinasse il pagamento delle partite bilaterali con franchi svizzeri, oro o sterline-oro, nel 1966.

De Gaulle, l’unico statista europeo degno di questo nome, altro che i “sovranisti” tutti chiacchiere e distintivo, credeva che il progetto di alleanza franco-tedesca non fosse solo contro l’URSS, ma potesse toglierci dai santissimi anche gli Usa. Peccato di ingenuità? Non credo. Comunque, il primato della politica è inevitabile, l’economia e, soprattutto, la finanza, fanno tutto con operazioni organizzate, in frazioni di secondo, con i loro computer quantici e ben dotati di algoritmi aggiornati. Poi, il gioco degli asset contro altri Paesi, se ne vanno a far danni altrove. E sul momento. L’unica politica che può adattarsi a questa economia, quasi del tutto finanziarizzata, è l’”olio lenitivo” che Nietzsche, già “pazzoide”, ma non troppo, che egli vede scendere sui futuri “cinesini” addetti alla produzione. Ora, i veri cinesini sono nella gig economy, nella “economia dei lavoretti”, nel terziario straccione (non voglio certo offendere questi lavoratori, ovviamente) e nelle classi politiche, come per esempio in Italia, che non favoriscono l’emigrazione delle imprese, salvo che per un fisco demente, ma vogliono “buscar el levante per l’occidente”, come diceva Cristoforo Colombo. Ovvero vogliono adattare l’industria che è rimasta in Patria alla concorrenza sul costo del lavoro e tutto il resto messa in atto dal Terzo Mondo, che incamera ancora aziende come se piovesse.

Una scelta, a dir poco, autolesionista…

Non faremo mai concorrenza a questi Paesi, è impossibile. Ma, certo, possiamo ridurre la nostra classe operaia al nulla salariale, e gli imprenditori non ritorneranno lo stesso, anche se c’è, per l’alto di gamma, una quota di ritorni. Le imprese italiane delocalizzate, tra il 2009 e il 2015, sono aumentate del 12,7%, fonte Teleborsa, con un totale, ma qui le statistiche sono molto difficili, di 36.000 imprese almeno che se ne vanno stabilmente. E qui si tratta di PMI di successo, mica di patacche piemontesi con la erre moscia, salvate almeno quattro volte (e sulla quinta ci sarebbe molto da discutere) dal contribuente italiano. La concorrenza globale sui costi del lavoro e sulla sua precarizzazione è andata oltre ogni limite, in Italia. Per fare cassa nel pagamento, quando occorra, dei titoli di Stato e per sostenere la spesa pubblica, ormai incomprimibile. Dobbiamo quindi inventare una formula produttiva del tutto nuova, fatta di nuovi prodotti, di adattamento rapido ai mercati, di prodotti globalizzati bene, come fecero, a loro modo, i manager di Stato che, dal Codice di Camaldoli del 1943, poco prima che il Gran Consiglio del Fascismo sciogliesse il fascismo, si costruirono una loro autonomia strategica di area cattolica, spesso garantita bene dai Servizi, altro che “deviazioni” dei miei stivali, nel nostro mercato naturale. Ovvero, il Mediterraneo. Moro, Fanfani, Piccoli, poi Craxi, capirono, in modo diverso ma parallelo a De Gaulle, che nella lotta tra i Due Imperi c’era molto spazio anche per noi. E, allora, lo sfruttammo molto bene.

Insomma, Professore, oltre la retorica sovranismo/globalismo la via è ben segnata: serve tornare a coltivare e pensare l’interesse nazionale, mettendo l’azione davanti a ogni retorica.

Ecco, una politica nazionale attenta ai suoi interessi strategici ed economici, un governo che è un po’ liberale, nel senso che non rompe troppo i santissimi alle imprese, ma che le indirizza in modo sensato e talvolta protetto verso i loro “mercati naturali”. Che sarebbero tantissimi, se solo li si volesse studiare bene. Oggi, la SACE-SIMEST è ancora una buona struttura, ma avrebbe bisogno di una bella rinnovata. Gli strumenti quindi li abbiamo, la dottrina del nostro interesse nazionale ancora no. Che non è sempre opposto agli altri, anzi, talvolta, accade il contrario. È  qui il luogo naturale, per dirla con Aristotele, dove dovrebbe cadere la nostra politica estera, fuori dalla chiacchiere neo-nazionaliste o anche globaliste da Inno alla Gioia di Schiller-Beethoven. Come se i nostri concorrenti UE ci dovessero togliere tutte le castagne dal fuoco. Sarà da ridere. E, comunque, il musicista lo modificò non poco, l’Inno. Penso a un ritorno delle strategie nazionali o anche di area, ma senza stupidi nazionalismi, dopo che le tensioni dell’Islam e del jihad della spada saranno regionalizzate o sedate. Si ritornerà a pensare in grande, finalmente.

http://osservatorioglobalizzazione.it/interviste/sovranisti-globalisti-giaconi/?fbclid=IwAR14b9IIQdE8uSfC0fb93TM6pjHnuewW84ll_ULM0VBobCmW9RDdWj78oHc

La nuova storia europea di Putin e la riabilitazione di Stalin Di: George Friedman

Continua il dibattito aperto dal saggio di Putin apparso sulla rivista americana National Interest. http://italiaeilmondo.com/2020/06/19/vladimir-putin-le-vere-lezioni-del-75-anniversario-della-seconda-guerra-mondiale/Ogni ricostruzione storica, specie se avallata e e sostenuta da un politico, per altro di una tale levatura, sottende un punto di vista particolare, una visione e diverse finalità politiche. Uno sguardo al passato, insomma, che serve a posizionarsi nel presente e nel futuro. Non solo. Ogni leader di levatura, ogni classe dirigente deve fondare la propria legittimazione ed autorevolezza nel passato del proprio paese. Su questo Friedman, al netto delle sue tesi, discutibili proprio perché ignorano e glissano senza alcun accenno critico, sulle strategie, sugli interessi e sulle nefandezze delle classi dirigenti europee ed americane di quel periodo, coglie pienamente nel segno. La stessa furia iconoclasta che sta muovendo l’attuale contestazione nelle città americane, con le loro stupide parodie in Europa, apertamente foraggiata ed alimentata dai settori del vecchio establishment non sono altro che il negativo di una stessa fotografia. Grandi sconvolgimenti si profilano all’orizzonte e gli Stati Uniti si avviano ad esserne l’epicentro con la grande sorpresa del cieco e conformista ceto intellettuale europeo. Che abbiano i nostri quantomeno la correttezza di unirsi a Putin nel sollecitare l’apertura degli archivi. Si eviterebbe almeno qualche strumentalizzazione dozzinale di troppo. Buona lettura_Giuseppe Germinario

La nuova storia europea di Putin e la riabilitazione di Stalin

Di: George Friedman

Al presidente russo Vladimir Putin piace sostenere la tesi secondo la quale la seconda guerra mondiale, e gran parte delle sofferenze da essa causate, sia stata responsabilità non solo della Germania nazista, ma dei governi che vi si opponevano. Ha già discusso questo argomento, ma la versione più recente pubblicata durante la celebrazione annuale del Giorno della Vittoria in Russia è stata la più completa di sempre. Ha spostato la responsabilità delle invasioni e delle atrocità della Germania verso altri paesi e la ha usata per minimizzare la responsabilità dell’Unione Sovietica per la guerra.

In precedenza, Putin aveva messo sotto accusa l’accordo franco-britannico di Monaco di Baviera per l’occupazione tedesca di parte della Cecoslovacchia, ponendo le basi per la seconda guerra mondiale, che il commercio degli Stati Uniti con la Germania prima della guerra rafforzò la Germania e che il governo polacco causò il massacro di massa in Polonia fuggendo dopo la sua occupazione. Tutto ciò è impiantato per minimizzare l’importanza del patto Hitler-Stalin e dell’invasione sovietica della Polonia. È nel suo racconto non più consequenziale di molti altri eventi.

Ad essere polemico per un momento, lasciatemi prendere in carico una cosa alla volta. Il governo fuggì dalla Polonia così come i governi di altri paesi dopo l’occupazione tedesca. Cercare di creare un governo in esilio era ciò che molti hanno fatto. L’idea che lasciando il Paese fossero responsabili di ciò che è accaduto è assurda. La Polonia fu occupata dalle truppe tedesche e sovietiche. I tedeschi iniziarono rapidamente a radunare e ad annichilire ogni possibile resistenza e i sovietici posero in atto l’omicidio di migliaia di ufficiali dell’esercito polacco catturati. L’idea che la presenza di funzionari del governo polacco nel paese avrebbe fermato Hitler e Stalin sui loro propositi è evidentemente sbagliata.

L’accusa contro inglesi e francesi ha un certo peso. Nessuno dei due era pronto per la guerra, militarmente o politicamente. Speravano di evitarlo o almeno di ritardarlo. Fallirono e l’Europa ne pagò il prezzo. Ma c’è una differenza fondamentale con il patto Hitler-Stalin. Stalin raggiunse un trattato con Hitler sulla Polonia. Ma a differenza degli inglesi e dei francesi, i sovietici conquistarono (e tuttora occupano) gran parte della Polonia. L’accordo di Monaco non includeva una clausola per l’invasione cooperativa e l’occupazione della Cecoslovacchia. L’accordo tedesco-russo lo ha fatto.

Gli Stati Uniti hanno ovviamente commerciato con la Germania. La sua politica era di evitare la guerra. Col senno di poi questo è un peccato, ma al momento non c’erano segni dell’intenzione dell’occupazione tedesca dell’Europa né indicazioni di omicidi di massa. Se gli Stati Uniti avessero intrapreso una guerra convenzionale contro l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, Washington avrebbe potuto essere accusata di vendere precedentemente grano ai sovietici, limitando il pericolo della carestia. Il commercio americano fu condannato da alcuni in quel momento, ma la quantità di commercio fece poca differenza nel corso della guerra.

Ciò che contava erano le massicce spedizioni da parte dei sovietici di minerali vitali dopo l’invasione congiunta della Polonia e al momento in cui i tedeschi invasero la Russia, quando si dice che un treno sovietico di contenuti vitali si spostò a ovest attraverso il confine, proprio come si muovevano le truppe tedesche est attraverso di esso. Il trattato tra sovietici e tedeschi prevedeva un massiccio accordo commerciale, al quale Stalin obbedì meticolosamente, sperando di pacificare i tedeschi.

Per andare oltre la polemica, dobbiamo capire la strategia tedesca e sovietica. Durante entrambe le guerre mondiali, la Germania era piena di appetito e apprensione. Temeva un attacco simultaneo da Francia e Russia, sapendo che non poteva sopravvivere a una guerra su due fronti. Durante la prima guerra mondiale, attaccò la Francia mentre stava organizzando un’azione di detenzione a est. La Germania non riuscì a sconfiggere la Francia e la guerra lì crollò in una guerra statica che dissanguò la Germania.

I tedeschi stavano progettando di utilizzare la stessa strategia nella seconda guerra mondiale, questa volta sconfiggendo rapidamente la Francia. La loro offerta di un trattato ai sovietici per sacrificare la Polonia aveva lo scopo di garantire che il fronte orientale rimanesse pacifico mentre la Francia veniva sconfitta, anche se la sconfitta impiegava più tempo del previsto.

Dal punto di vista di Stalin, l’aspettativa tedesca di una forza franco-britannica era un’illusione. Il pensiero militare di Stalin derivava dalla prima guerra mondiale e dalla guerra civile russa, nessuna delle quali era meccanizzata. Non capiva la potenziale velocità della guerra corazzata e il grado in cui rendeva impraticabile la guerra di trincea. Quindi si aspettava che i tedeschi si immergessero nella guerra da attrito protratta per anni. Si aspettava non solo una parte della Polonia dall’accordo, ma il dono del tempo per ricostruire le sue forze militari, nonché una reale opportunità per cacciare la Polonia a ovest e prendere la Germania, mentre i tedeschi venivano impantanati in Francia.

Il piano di Stalin andò male perché la guerra di carri armati fiancheggiava la linea Maginot mal pensata, e perché la Francia era sfinita da una guerra condotta appena 20 anni prima e che aveva profondamente demoralizzato la nazione e i suoi alti gradi militari. Si aspettavano di perdere e hanno perso. E la brillante mossa di Stalin divenne un incubo mentre la Germania spostava le sue forze ad est a una velocità incredibile e, un anno dopo la sconfitta della Francia, scese su una Russia impreparata.

Per comprendere la seconda guerra mondiale in Europa, è necessario comprendere l’incompetenza di Stalin. Non riuscì a cogliere la rivoluzione militare e come si spostò il rischio. Non riuscì a capire che la Francia non era in grado di resistere. E non riuscì a capire che Hitler voleva il trattato per attaccare l’Unione Sovietica prima che avesse il tempo di prepararsi alla guerra. Ma poi Hitler non capì che la Russia, nonostante Stalin, e nonostante il prezzo che avrebbe pagato, avrebbe schiacciato i tedeschi. Indipendentemente dai fallimenti di Stalin, la storia si è giocata da sola.

In tutte le sue affermazioni, sembra che Putin stia cercando di condividere la responsabilità morale. Quello che sta davvero cercando di fare, penso, è riabilitare Stalin. Stalin gettò le basi per il piano di guerra di Hitler. Era ignaro della realtà militare. Quando guardiamo Stalin e se pensiamo che un uomo sia responsabile della storia, allora Stalin si mostrò incompetente oltre ogni immaginazione. Ma se spostiamo la discussione dai calcoli sbagliati di Stalin alle fantasie sulla Polonia, equivalenze morali con Monaco o il commercio prebellico degli Stati Uniti con la Germania, allora Stalin non è peggiore di nessun altro e i suoi fallimenti possono essere nascosti.

A mio avviso, la Russia è nei guai. La sua economia si muove con il prezzo del petrolio e le sue politiche interne ed estere vanno di pari passo. La Russia non è riuscita a modernizzare la sua economia dopo 30 anni di quasi liberalismo legati a uno pseudo libero mercato. Nel 1980, Yuri Andropov, allora capo del KGB, riconobbe che l’esperimento sovietico stava fallendo. Sotto Mikhail Gorbachev, alla fine lo ha fatto. All’epoca Putin era un ufficiale del KGB. Ha imparato che il liberalismo non era la cura per la Russia ma una pillola di veleno. Ha preso il controllo della Russia, costantemente consapevole dell’esperienza del KGB che l’ha plasmato. Mentre osserva i fallimenti dell’economia russa, la perdita dei suoi stati tampone occidentali e la vulnerabilità della Russia, deve essere preoccupato quanto Andropov.

Ma non ha fiducia nella liberalizzazione, quindi pone l’attenzione all’altra estremità dello spettro: lo stalinismo. Visto in questo modo, Putin vuole fare una scommessa senza copertura, e sa che la scommessa deve essere fatta mentre è ancora vivo, dal momento che non è chiaro chi o cosa lo segua. Ci sono molti russi che vedono Stalin come un eroe e altri che lo vedono come un imbecille imbranato e un assassino di massa. I commenti del presidente sono probabilmente rivolti a una generazione più giovane di russi le cui opinioni non sono ancora del tutto formate. Putin potrebbe convivere con il ricordo di un assassino, ma con il ricordo di un incompetente è contrario a tutto.

I più grandi errori di Stalin vennero prima della battaglia di Mosca. Quindi ciò che è accaduto prima deve essere rifuso. Nel riscrivere la storia di Stalin, Putin pone le basi per una trasformazione russa. Non è necessario che il racconto sia coerente, poiché l’argomentazione centrale che esporrà non dipende da questo. Deve dire tre cose. L’Occidente ha causato la seconda guerra mondiale. La Polonia è responsabile del massacro di Katyn e la Russia ha trionfato di fronte all’incompetenza, alla brutalità e alla mendacia degli altri. E Stalin si alzò e salvò l’Unione Sovietica, non a dispetto della sua incompetenza, ma della duplicità del resto del mondo.

L’OGGI GUARDA A IERI PER PENSARE IL DOMANI, di Pierluigi Fagan

L’intervista di Putin apparsa significativamente sulla rivista americana National Interest e da noi recentemente pubblicata http://italiaeilmondo.com/2020/06/19/vladimir-putin-le-vere-lezioni-del-75-anniversario-della-seconda-guerra-mondiale/ non ha suscitato particolare attenzione. Segno del provincialismo nel quale annaspano le nostre classi dirigenti e il nostro ceto intellettuale. Con qualche eccezione_Buona lettura_Giuseppe Germinario

L’OGGI GUARDA A IERI PER PENSARE IL DOMANI. Nell’articolo scritto da V. Putin sulla IIWW e pubblicato da una rivista americana oggetto di un precedente post, c’è un invito a costituire una convenzione di storici che riesaminino la storia anche in base a molti nuovi documenti desegretati dal Cremlino che invita le cancellerie occidentali a fare altrettanto, supponendo che forse nei cassetti ci siano ancora cose da tirar fuori. Ma al di là della revisione documentale, Putin sostiene che la causa della IIWW fu nella cattiva pace della IWW e questa è ormai idea ampiamente diffusa presso gli storici. Molti ormai, parlano di una Guerra dei trent’anni (format ben conosciuto nella storia europea) tra 1915 e 1945 con una lunga pausa interna. Del resto, la stessa Guerra dei Trent’anni e quella dei Cent’anni, ebbero lunghe pause interne. Queste “durate” si leggono quando si prende una certa distanza dagli eventi che a livello granulare mostrano significati di un certo tipo mentre quando li si osservano da più lontano, ne prendono un altro. E’ un po’ la differenza che c’è tra grana grossa e grana fine, quella che fa di una macedonia incoerente di pixel, una immagine, come da esempio allegato.

Dal punto di vista storico, stante che non si può pensare che la IIWW sia capitata per caso appena venti anni dopo la IWW, rimane però da spiegare da dove viene questa Prima guerra mondiale. E qui non c’è dialettica tra grana fine e grossa, qui c’è un punto cieco, nessuno sa dire con precisione perché scoppiò la IWW. Quindi l’intero conflitto trentennale, rimane lì appeso ad un punto interrogativo.

Nei miei studi, da tempo mi sono convinto che noi, quel conflitto trentennale, ancora non l’abbiamo ben capito, collocato, spiegato nella cause. Mi si aprì una posizione di distacco epistemico da cui osservare le cose con sguardo nuovo, quando lessi un libricino di un intellettuale asiatico, il quale, pur avendo forti interessi per la filosofia occidentale ed amando molto alcuni pensatori europei, tra cui il Machiavelli, anzi forse proprio per questo, mostrava sincero sconcerto per quello che era successo in quel del primo Novecento in Europa. Essendo asiatico, era immune dalla distorsione etnica ed in fondo anche ideologica, era un vero osservatore (quasi) disinteressato ed in più abbastanza simpatetico con la cultura occidentale nel suo complesso e mi colpì il suo sguardo che in sostanza diceva: come ha potuto la più complessa ed articolata forma di civiltà degli ultimi cinque secoli, suicidarsi ed inghiottirsi da sé in un tale primitivo massacro?

A grana fine, tra libri, documentari, film, noi l’argomento l’abbiamo “normalizzato” anche quando ne abbiamo evidenziato l’immane tragedia. Ma a grana grossa credo che noi l’argomento non lo abbiamo spiegato e capito davvero, proprio per niente. Il che sarebbe anche ovvio visto che solo oggi siamo a settanta anni di distanza dalla fine della Seconda ed ad un secolo dalla fine della Prima.

Volendo accennare oltre, credo che il problema europeo abbia ovviamente lunghi natali ed un clinamen, uno di quegli eventi che disturbano il solito fluire accendendo la scintilla di una carambola impazzita, nel 1870, con la unificazione dei germani. Ma questo ci porterebbe a dover parlare di molte altre cose che non sono nell’oggetto del post. L’oggetto del post era -l’insidioso- invito di Putin a ragionare assieme sulla memoria perché non si può costruire futuro assieme se non si ha una memoria assieme e se non ci si mette nella condizione di voler costruire assieme un futuro, si rischia di ripetere il passato.

Per via di una mia distrazione nella breve ricerca fatta per scrivere quel post sull’articolo di Putin, sono finito su molte riviste americane da American Interest a Foreign Affairs o Policy, in cui non si parlava di questo ultimo articolo del russo, ma della sua ambizione revisionista, basata poi su un presuntuoso atteggiamento da storico “amatoriale” con una davvero sprezzante sequenza di unanime vero “odio umano” nei suoi confronti. Colpiva tale sentimento e chiariva anche quanta nebbia di guerra ancora alberghi nei cervelli che pure vantano qualche cattedra di storia nella Ivy League. Alla faccia dell’avalutatività weberiana! Ora, Putin o Xi Jinping o Modi possono piacere o dispiacere, ma è abbastanza ininfluente il nostro sentimento, visto che sono “fatti”, fatti coi quali si dovrebbe trovare regime di convivenza planetaria, poiché tra le poche cose certe del futuro c’è il piccolo particolare che non possiamo più regolare i problemi di convivenza nello spazio comune con la guerra. Una bella discontinuità sul piano della dinamica storica degli ultimi cinquemila anni, regalataci per sbaglio dalla fisica tedesca del Novecento, che ci converrebbe tener tutti più a mente.

L’argomento del post ha oggi anche una ulteriore attualità nel fenomeno delle statue. Simboli di un certo tipo di memoria, sono oggi in molti casi oggetto di violento revisionismo e violento contro-revisionismo. Certo, fare revisione storica dell’immagine di mondo a colpi di statua sì e statua no è deprimente, ma rivedere la storia di per sé non è sbagliato ove il nostro presente si trovi ad un certo punto su traiettorie diverse da quelle generate ai tempi in cui si eresse una statua. Non è tanto l’aggiornamento del nostro presente il punto, è questo in funzione del futuro. Lì dove vogliamo portare il futuro, implica darci una passato a cui vogliamo dar compiti di fondazione.

In tutto ciò, una cosa pare certa: il nostro futuro occidentale implica fare i conti con i lunghi cinque secoli del moderno perché il futuro sarà qualcosa di molto verso dal moderno, sarà un’altra epoca storica. Ancora non sappiamo dire, ovviamente, che caratteristiche avrà. Ma l’invito di Putin e il movimento delle statue, sembrano almeno invocare l’inclusività.

Fare i conti col colonialismo e l’imperialismo, con le varie oppressioni di etnia, sesso, genere, anagrafe e perché no, di classe o ceto (sebbene il pallino del movimento culturale essendo in mani anglosassoni preferisce le categorie orizzontali diritto-civiliste del progressismo liberale a quelle verticali dell’analisi sociale), non è molto diverso dall’invito del russo a ricostruire un passato comune in Europa per darci un futuro competitivo ma non conflittuale. Non si tratta di far pace nel pensiero, si tratta di condividere i requisiti minimi di una immagine di mondo dentro cui poi ognuno riprenderà le sue posizioni seguendo la sua ideologia nel nuovo contesto. Si sa, il contesto cambia il testo. Ormai nessuno è più dentro la foga delle posizioni che dividevano i medioevali, siamo tutti transitati al moderno, pur poi all’interno di questo assumere nuove posizioni diverse. Si tratta forse di far la stessa cosa, chiudere il capitolo passato per passare a quello nuovo.

Se mentre qualcuno butta giù ed imbratta statue che altri vogliono pulire e restaurare e qualcun altro tira fuori carte d’archivio che raccontano storie meno nobili di quelle che ci siamo raccontati per la buonanotte, qualcun altro provasse ad aprire capitoli di riflessione, potremmo almeno tranquillizzarci sul fatto che questa volta ci sarà un pensiero ad accompagnare la transizione storica. Fossi un intellettuale ne vedrei della opportunità, il problema è semmai esserne all’altezza è in quel “il proprio tempo appreso con il pensiero” che oggi facciamo fatica a coltivare, pare …

Vladimir Putin: Le vere lezioni del 75 ° anniversario della seconda guerra mondiale

Qui sotto un lungo articolo di Vladimir pubblicato sulla rivista americana National Interest https://nationalinterest.org/feature/vladimir-putin-real-lessons-75th-anniversary-world-war-ii-162982? . Importante la sede che ha ospitato il saggio; altrettanto importante il messaggio lanciato. I canali di comunicazione con gli Stati Uniti non sono stati evidentemente tutti recisi; al di là della inevitabile retorica distensivistica traspare la constatazione della fase policentrica ormai irreversibile_Giuseppe Germinario

Vladimir Putin: Le vere lezioni del 75 ° anniversario della seconda guerra mondiale

Il presidente russo offre una valutazione completa dell’eredità della seconda guerra mondiale, sostenendo che “Oggi, i politici europei, e in particolare i leader polacchi, desiderano spazzare il tradimento di Monaco sotto il tappeto. Il tradimento di Monaco ha mostrato all’Unione Sovietica che l’Occidente i paesi si occuperebbero di problemi di sicurezza senza tener conto dei propri interessi “.

Sono trascorsi settantacinque anni dalla fine della Grande Guerra Patriottica . Diverse generazioni sono cresciute negli anni. La mappa politica del pianeta è cambiata. L’ Unione Sovietica che rivendicò una vittoria epica e schiacciante sul nazismo e salvò il mondo intero è sparita. Inoltre, gli eventi di quella guerra sono diventati a lungo un ricordo lontano, anche per i suoi partecipanti. Allora perché la Russia celebra il nono maggio come la più grande festa? Perché la vita si ferma quasi il 22 giugno? E perché si sente un nodo alla gola?

Di solito dicono che la guerra ha lasciato una profonda impronta nella storia di ogni famiglia . Dietro queste parole, ci sono destini di milioni di persone, le loro sofferenze e il dolore della perdita. Dietro queste parole c’è anche l’orgoglio, la verità e la memoria.

Per i miei genitori, la guerra significava le terribili prove dell’assedio di Leningrado, dove morì mio fratello di due anni, Vitya. Era il posto dove mia madre riuscì miracolosamente a sopravvivere. Mio padre, nonostante fosse esente dal servizio attivo, si offrì volontario per difendere la sua città natale. Ha preso la stessa decisione di milioni di cittadini sovietici. Combatté contro la testa di ponte Nevsky Pyatachok e fu gravemente ferito. E più passano gli anni, più sento il bisogno di parlare con i miei genitori e conoscere meglio il periodo di guerra delle loro vite. Tuttavia, non ho più l’opportunità di farlo. Questo è il motivo per cui faccio tesoro nel mio cuore delle conversazioni che ho avuto con mio padre e mia madre su questo argomento, nonché della piccola emozione che hanno mostrato.

Persone della mia età e credo sia importante che i nostri figli, nipoti e pronipoti comprendano il tormento e le difficoltà che i loro antenati hanno dovuto sopportare. Devono capire come i loro antenati sono riusciti a perseverare e vincere. Da dove viene la loro forza di volontà pura e incessante che ha stupito e affascinato il mondo intero? Certo, stavano difendendo la loro casa, i loro figli, i loro cari e le loro famiglie. Tuttavia, ciò che condividevano era l’amore per la loro terra natale, la loro Patria. Quella sensazione profonda e intima si riflette pienamente nell’essenza stessa della nostra nazione ed è diventata uno dei fattori decisivi nella sua eroica, sacrificale lotta contro i nazisti.

Mi chiedo spesso: cosa farebbe la generazione di oggi? Come agirà di fronte a una situazione di crisi? Vedo giovani dottori, infermiere, a volte neolaureati che vanno nella “zona rossa” per salvare vite umane. Vedo i nostri militari che combattono il terrorismo internazionale nel Caucaso settentrionale e hanno combattuto fino alla fine in Siria. Sono così giovani. Molti militari che facevano parte del leggendario, immortale 6 ° Paracadutisti società erano 19-20 anni. Ma tutti dimostrarono che meritavano di ereditare l’impresa dei guerrieri della nostra terra natale che la difesero durante la Grande Guerra Patriottica.

Questo è il motivo per cui sono fiducioso che una delle caratteristiche distintive dei popoli della Russia sia l’adempimento del loro dovere senza dispiacersi per se stessi quando le circostanze lo richiedono. Valori come l’altruismo, il patriottismo, l’amore per la loro casa, la loro famiglia e la Patria rimangono fino ad oggi fondamentali e integrali nella società russa. Questi valori sono, in larga misura, la spina dorsale della sovranità del nostro paese.

Oggi abbiamo nuove tradizioni create dal popolo, come il Reggimento Immortale. Questa è la marcia della memoria che simboleggia la nostra gratitudine, così come la connessione vivente e i legami di sangue tra le generazioni. Milioni di persone escono per le strade portando le fotografie dei loro parenti che hanno difeso la loro Patria e sconfitto i nazisti. Ciò significa che le loro vite, le loro prove e sacrifici, così come la Vittoria che ci hanno lasciato non saranno mai dimenticate.

Abbiamo la responsabilità del nostro passato e del nostro futuro di fare del nostro meglio per impedire che queste orribili tragedie si ripetano. Quindi, sono stato costretto a pubblicare un articolo sulla Seconda Guerra Mondiale e sulla Grande Guerra Patriottica. Ho discusso questa idea in diverse occasioni con leader mondiali e hanno dimostrato il loro sostegno. Al vertice dei leader della CSI tenutosi alla fine dello scorso anno, siamo tutti d’accordo su una cosa: è essenziale trasmettere alle generazioni future il ricordo del fatto che i nazisti furono sconfitti prima di tutto dal popolo sovietico e che i rappresentanti di tutte le repubbliche dell’Unione Sovietica hanno combattuto fianco a fianco in quella battaglia eroica, sia in prima linea che nella parte posteriore. Durante quel summit, ho anche parlato con le mie controparti del difficile periodo prebellico .

Quella conversazione ha suscitato scalpore in Europa e nel mondo. Significa che è davvero giunto il momento di rivisitare le lezioni del passato. Allo stesso tempo, ci furono molte esplosioni emotive, insicurezze mal mascherate e forti accuse che seguirono. Agendo per abitudine, alcuni politici si affrettarono a sostenere che la Russia stava cercando di riscrivere la storia. Tuttavia, non sono riusciti a confutare un singolo fatto o confutare un singolo argomento. È davvero difficile, se non impossibile, discutere con i documenti originali che, a proposito, possono essere trovati non solo negli archivi russi, ma anche negli archivi stranieri.

Pertanto, è necessario esaminare ulteriormente le ragioni che hanno causato la guerra mondiale e riflettere sui suoi complicati eventi, tragedie e vittorie, nonché sulle sue lezioni, sia per il nostro paese che per il mondo intero. E come ho detto, è fondamentale fare affidamento esclusivamente su documenti d’archivio e prove contemporanee evitando qualsiasi speculazione ideologica o politicizzata.

Vorrei ancora una volta ricordare il fatto ovvio. Le cause profonde della seconda guerra mondiale derivano principalmente dalle decisioni prese dopo la prima guerra mondiale . Il trattato di Versailles divenne un simbolo di grave ingiustizia per la Germania. Sostanzialmente implicava che il paese dovesse essere derubato, costretto a pagare enormi riparazioni agli alleati occidentali che hanno prosciugato la sua economia. Il maresciallo francese Ferdinand Foch, che servì come comandante supremo alleato, diede una descrizione profetica di quel trattato: “Questa non è pace. È un armistizio da vent’anni”.

Fu l’umiliazione nazionale che divenne un terreno fertile per sentimenti radicali di vendetta in Germania . I nazisti giocarono abilmente sulle emozioni della gente e costruirono la loro propaganda promettendo di liberare la Germania dall’eredità di Versailles e riportare il paese al suo antico potere, spingendo essenzialmente il popolo tedesco in guerra. Paradossalmente, gli stati occidentali, in particolare il Regno Unito e gli Stati Uniti, hanno contribuito direttamente o indirettamente a questo. Le loro imprese finanziarie e industriali investirono attivamente in fabbriche e impianti tedeschi che fabbricano prodotti militari. Inoltre, molte persone nell’aristocrazia e nell’establishment politico hanno sostenuto movimenti radicali, di estrema destra e nazionalisti che erano in aumento sia in Germania che in Europa .

L ‘”ordine mondiale di Versailles” ha causato numerose controversie implicite e conflitti apparenti. Girarono attorno ai confini dei nuovi stati europei stabiliti casualmente dai vincitori nella prima guerra mondiale. Quella delimitazione dei confini fu quasi immediatamente seguita da dispute territoriali e rivendicazioni reciproche che si trasformarono in “bombe a tempo”.

Uno dei maggiori risultati della prima guerra mondiale fu l’istituzione della Società delle Nazioni. C’erano grandi aspettative per quell’organizzazione internazionale di garantire pace duratura e sicurezza collettiva. Era un’idea progressiva che, se seguita in modo coerente, poteva effettivamente impedire che si ripetessero gli orrori di una guerra globale.

Tuttavia, la Società delle Nazioni dominata dalle potenze vittoriose di Francia e Regno Unito si dimostrò inefficace e fu appena sommersa da discussioni inutili. La Società delle Nazioni e il continente europeo in generale non hanno ascoltato le ripetute chiamate dell’Unione Sovietica a stabilire un sistema equo di sicurezza collettiva e firmare un patto dell’Europa orientale e un patto del Pacifico per prevenire l’aggressione. Queste proposte sono state ignorate.

La Società delle Nazioni non è riuscita a prevenire conflitti in varie parti del mondo, come l’attacco dell’Italia all’Etiopia, la guerra civile in Spagna , l’aggressione giapponese contro la Cina e l’Anschluss d’ Austria . Inoltre, nel caso del tradimento di Monaco che, oltre a Hitler e Mussolini , coinvolse leader britannici e francesi, la Cecoslovacchia fu smantellata con la piena approvazione della Società delle Nazioni. Vorrei sottolineare a questo proposito che, a differenza di molti altri leader europei di quel tempo, Stalin non si disonora incontrandosi con Hitler che era noto tra le nazioni occidentali come un politico abbastanza rispettabile ed era un gradito ospite nelle capitali europee .

Anche la Polonia era impegnata nella spartizione della Cecoslovacchia insieme alla Germania. Decisero insieme in anticipo chi avrebbe ottenuto quali territori cecoslovacchi. Il 20 settembre 1938, l’ambasciatore polacco in Germania Józef Lipski riferì al ministro degli Esteri polacco Józef Beck sulle seguenti assicurazioni fatte da Hitler: “… in caso di conflitto tra Polonia e Cecoslovacchia sui nostri interessi a Teschen, il Reich avrebbe stare dalla Polonia “. Il leader nazista ha persino sollecitato e avvisato che la Polonia ha iniziato ad agire “solo dopo che i tedeschi occupano i Sudeti”.

La Polonia era consapevole che senza il supporto di Hitler, i suoi piani annessionisti erano destinati a fallire. Vorrei citare a questo proposito un resoconto della conversazione tra l’ambasciatore tedesco a Varsavia Hans-Adolf von Moltke e Józef Beck che ebbe luogo il 1 ° ottobre 1938 e si concentrò sulle relazioni polacco-ceche e sulla posizione del Soviet Unione in questa materia. Dice: “Beck ha espresso vera gratitudine per il trattamento leale accordato [agli] interessi polacchi alla conferenza di Monaco, nonché per la sincerità delle relazioni durante il conflitto ceco. L’atteggiamento di Führer e cancelliere è stato pienamente apprezzato dal governo e il pubblico [della Polonia]. ”

La spartizione della Cecoslovacchia fu brutale e cinica. Monaco distrusse persino le garanzie formali e fragili rimaste sul continente. Ha dimostrato che gli accordi reciproci erano privi di valore. Fu il tradimento di Monaco a fungere da “innesco” e rese inevitabile la grande guerra in Europa.

Oggi, i politici europei, e in particolare i leader polacchi, desiderano spazzare il tradimento di Monaco sotto il tappeto. Perché? Il fatto che una volta i loro paesi abbiano infranto i loro impegni e sostenuto il tradimento di Monaco, con alcuni di loro che hanno persino partecipato alla divisione della presa, non è l’unica ragione. Un altro è che è in qualche modo imbarazzante ricordare che durante quei drammatici giorni del 1938, l’Unione Sovietica fu l’unica a difendere la Cecoslovacchia.

L’Unione Sovietica, conformemente ai suoi obblighi internazionali, compresi gli accordi con la Francia e la Cecoslovacchia, ha cercato di impedire che accadesse la tragedia. Nel frattempo, la Polonia, alla ricerca dei suoi interessi, stava facendo del suo meglio per ostacolare l’istituzione di un sistema di sicurezza collettiva in Europa. Il ministro degli affari esteri polacco Józef Beck ne scrisse direttamente nella sua lettera del 19 settembre 1938 al summenzionato ambasciatore Józef Lipski prima dell’incontro con Hitler: “… l’anno scorso, il governo polacco ha respinto quattro volte la proposta di aderire all’Internazionale interferire in difesa della Cecoslovacchia “.

La Gran Bretagna, così come la Francia, che era all’epoca il principale alleato di cechi e slovacchi, scelsero di ritirare le loro garanzie e abbandonare questo paese dell’Europa orientale al suo destino. In tal modo, hanno cercato di dirigere l’attenzione dei nazisti verso est in modo che la Germania e l’Unione Sovietica si scontrassero inevitabilmente e si sanguinassero a vicenda.

Questa è l’essenza della politica occidentale di pacificazione, che è stata perseguita non solo verso il Terzo Reich, ma anche verso altri partecipanti al cosiddetto Patto anticomprano: l’Italia fascista e il Giappone militarista. In Estremo Oriente, questa politica culminò con la conclusione dell’accordo anglo-giapponese nell’estate del 1939, che diede a Tokyo una mano libera in Cina. Le principali potenze europee non erano disposte a riconoscere il pericolo mortale rappresentato dalla Germania e dai suoi alleati per il mondo intero. Speravano che sarebbero rimasti intatti dalla guerra.

Il tradimento di Monaco ha mostrato all’Unione Sovietica che i paesi occidentali avrebbero affrontato le questioni di sicurezza senza tener conto dei suoi interessi. In effetti, potrebbero persino creare un fronte antisovietico, se necessario.

Tuttavia, l’Unione Sovietica fece del suo meglio per sfruttare ogni possibilità di creare una coalizione anti-Hitler. Nonostante – lo dirò di nuovo – il doppio scambio da parte dei paesi occidentali. Ad esempio, i servizi di intelligence riferirono alla leadership sovietica informazioni dettagliate sui contatti dietro le quinte tra Gran Bretagna e Germania nell’estate del 1939. L’importante è che quei contatti fossero abbastanza attivi e praticamente coincidessero con i negoziati tripartiti tra la Francia , La Gran Bretagna e l’URSS, che sono state invece deliberatamente protratte dai partner occidentali. A questo proposito, citerò un documento dagli archivi britannici. Contiene istruzioni per la missione militare britannica arrivata a Mosca nell’agosto del 1939. Afferma direttamente che la delegazione avrebbe dovuto proseguire i negoziati molto lentamente e che il governo del Regno Unito non era pronto ad assumere alcun obbligo esplicitato in dettaglio e limitare la sua libertà di azione in qualsiasi circostanza. Noterò anche che, a differenza delle delegazioni britannica e francese, la delegazione sovietica era guidata dai massimi comandanti dell’Armata Rossa, che aveva l’autorità necessaria per “firmare una convenzione militare sull’organizzazione della difesa militare di Inghilterra, Francia e URSS contro l’aggressione in Europa “.

La Polonia ha giocato il suo ruolo nel fallimento di quei negoziati in quanto non voleva avere alcun obbligo nei confronti della parte sovietica. Anche sotto la pressione dei loro alleati occidentali, la leadership polacca ha respinto l’idea di un’azione congiunta con l’Armata Rossa per combattere contro la Wehrmacht. Fu solo quando venne a sapere dell’arrivo di Ribbentrop a Mosca che J. Beck con riluttanza e non direttamente, attraverso diplomatici francesi, notificò alla parte sovietica: “… in caso di azione comune contro l’aggressione tedesca, cooperazione tra Polonia e Unione Sovietica L’Unione non è fuori discussione, in circostanze tecniche che rimangono da concordare. ” Allo stesso tempo, ha spiegato ai suoi colleghi: “… Ho accettato questa formulazione solo per motivi di tattica, e la nostra posizione centrale nei confronti dell’Unione Sovietica è definitiva e rimane invariata”.

In queste circostanze, l’Unione Sovietica ha firmato il patto di non aggressione con la Germania. È stato praticamente l’ultimo dei paesi europei a farlo. Inoltre, è stato fatto di fronte a una vera minaccia di guerra su due fronti: con la Germania a ovest e con il Giappone a est, dove erano già in corso intensi combattimenti sul fiume Khalkhin Gol.

Stalin e il suo entourage, infatti, meritano molte legittime accuse. Ricordiamo i crimini commessi dal regime contro il suo stesso popolo e l’orrore delle repressioni di massa. In altre parole, ci sono molte cose per cui i leader sovietici possono essere rimproverati, ma la scarsa comprensione della natura delle minacce esterne non è una di queste. Hanno visto come sono stati fatti i tentativi di lasciare sola l’Unione Sovietica per trattare con la Germania e i suoi alleati. Tenendo presente questa vera minaccia, hanno cercato di guadagnare tempo prezioso necessario per rafforzare le difese del Paese.

Oggi sentiamo molte speculazioni e accuse contro la Russia moderna in relazione al Patto di non aggressione firmato allora. Sì, la Russia è lo stato successore legale dell’URSS e il periodo sovietico – con tutti i suoi trionfi e tragedie – è una parte inalienabile della nostra storia millenaria. Tuttavia, ricordiamo che l’Unione Sovietica ha dato una valutazione giuridica e morale del cosiddetto patto Molotov-Ribbentrop. Il Soviet Supremo nella sua risoluzione del 24 dicembre 1989 denunciò ufficialmente i protocolli segreti come “un atto di potere personale” che non rifletteva in alcun modo “la volontà del popolo sovietico che non ha alcuna responsabilità per questa collusione”.

Eppure altri stati hanno preferito dimenticare gli accordi che portano le firme dei nazisti e dei politici occidentali, per non parlare di dare valutazioni legali o politiche di tale cooperazione, inclusa la silenziosa acquiescenza – o persino il diretto abbattimento – di alcuni politici europei nei barbari piani del nazisti. Basterà ricordare la cinica frase pronunciata dall’ambasciatore polacco in Germania J. Lipski durante la sua conversazione con Hitler del 20 settembre 1938: “… per risolvere il problema ebraico, noi [i polacchi] costruiremo in suo onore … uno splendido monumento in Varsavia.”

Inoltre, non sappiamo se esistessero “protocolli” segreti o allegati agli accordi di un certo numero di paesi con i nazisti. L’unica cosa che resta da fare è prendere la parola per questo. In particolare, i materiali relativi ai colloqui anglo-tedeschi segreti non sono ancora stati declassificati. Pertanto, esortiamo tutti gli Stati a intensificare il processo di rendere pubblici i loro archivi e pubblicare documenti precedentemente sconosciuti della guerra e dei periodi prebellici, come ha fatto la Russia negli ultimi anni. In questo contesto, siamo pronti per un’ampia cooperazione e progetti di ricerca congiunti che coinvolgono gli storici.

Ma torniamo agli eventi immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale. Era ingenuo credere che Hitler, una volta fatto con la Cecoslovacchia , non avrebbe fatto nuove rivendicazioni territoriali. Questa volta le affermazioni riguardavano il suo recente complice nella spartizione della Cecoslovacchia – Polonia. Qui, l’eredità di Versailles, in particolare il destino del cosiddetto corridoio di Danzica, è stata ancora una volta utilizzata come pretesto. La colpa della tragedia che la Polonia ha poi subito ricade interamente sulla leadership polacca, che ha impedito la formazione di un’alleanza militare tra Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica e si è basata sull’aiuto dei suoi partner occidentali, gettando la propria gente sotto il rullo compressore della macchina di distruzione di Hitler.

L’offensiva tedesca è stata montata in pieno accordo con la dottrina della guerra lampo. Nonostante la feroce, eroica resistenza dell’esercito polacco, l’8 settembre 1939 – solo una settimana dopo lo scoppio della guerra – le truppe tedesche si stavano avvicinando a Varsavia. Il 17 settembre, i leader militari e politici della Polonia erano fuggiti in Romania, abbandonando il suo popolo, che ha continuato a combattere contro gli invasori.

La speranza della Polonia per l’aiuto dei suoi alleati occidentali era vana. Dopo che fu dichiarata la guerra contro la Germania, le truppe francesi avanzarono solo poche decine di chilometri nel territorio tedesco. Tutto sembrava una semplice dimostrazione di azione vigorosa. Inoltre, il Consiglio di guerra supremo anglo-francese, che tenne il suo primo incontro il 12 settembre 1939 nella città francese di Abbeville, decise di annullare del tutto l’offensiva in vista dei rapidi sviluppi in Polonia. Fu allora che iniziò la famigerata guerra fasulla. Ciò che Gran Bretagna e Francia fecero fu un palese tradimento dei loro obblighi nei confronti della Polonia.

Più tardi, durante le prove di Norimberga, i generali tedeschi spiegarono il loro rapido successo in Oriente. L’ex capo dello staff operativo dell’alto comando delle forze armate tedesche, il generale Alfred Jodl ha ammesso: “… non abbiamo subito la sconfitta già nel 1939 solo perché circa 110 divisioni francesi e britanniche di stanza in Occidente contro 23 divisioni tedesche durante la nostra guerra con la Polonia è rimasto assolutamente inattivo “.

Ho chiesto il recupero dagli archivi dell’intero corpus di materiali relativi ai contatti tra l’Unione Sovietica e la Germania nei drammatici giorni di agosto e settembre 1939. Secondo i documenti, il paragrafo 2 del Protocollo segreto al non-tedesco-sovietico Il patto di aggressione del 23 agosto 1939 affermava che, in caso di riorganizzazione territoriale-politica dei distretti che costituivano lo stato polacco, il confine delle sfere di interesse dei due paesi avrebbe “attraversato i fiumi Narew, Vistola e San” . In altre parole, la sfera di influenza sovietica includeva non solo i territori che ospitavano principalmente la popolazione ucraina e bielorussa, ma anche le terre storicamente polacche nell’interfaccia di Vistola e Bug. Questo fatto è noto a pochi in questi giorni.

Allo stesso modo, pochi sanno che, subito dopo l’attacco alla Polonia, nei primi giorni di settembre 1939 Berlino ha fortemente e ripetutamente invitato Mosca a unirsi all’azione militare. Tuttavia, la leadership sovietica ignorò quelle chiamate e progettò di evitare di impegnarsi negli sviluppi drammatici il più a lungo possibile.

Fu solo quando divenne assolutamente chiaro che la Gran Bretagna e la Francia non avrebbero aiutato il loro alleato e la Wehrmacht poteva occupare rapidamente l’intera Polonia e quindi apparire sugli approcci a Minsk che l’Unione Sovietica decise di inviare, la mattina del 17 A settembre, le unità dell’Armata Rossa entrano nei cosiddetti confini orientali, che oggi fanno parte dei territori di Bielorussia, Ucraina e Lituania.

Ovviamente, non c’erano alternative. Altrimenti, l’URSS si troverebbe ad affrontare seriamente maggiori rischi perché – lo dirò di nuovo – il vecchio confine sovietico-polacco passava solo a poche decine di chilometri da Minsk. Il paese dovrebbe entrare nell’inevitabile guerra con i nazisti da posizioni strategiche molto svantaggiose, mentre milioni di persone di diverse nazionalità, tra cui gli ebrei che vivono vicino a Brest e Grodno, Przemyśl, Lvov e Wilno, sarebbero lasciati morire per mano di i nazisti e i loro complici locali – antisemiti e nazionalisti radicali.

Il fatto che l’Unione Sovietica abbia cercato di evitare di affrontare il conflitto crescente il più a lungo possibile e non fosse disposta a combattere fianco a fianco con la Germania era il motivo per cui il vero contatto tra le truppe sovietiche e tedesche avveniva molto più a est dei confini concordato nel protocollo segreto. Non si trovava sul fiume Vistola, ma più vicino alla cosiddetta Curzon Line, che nel 1919 fu raccomandata dalla Triple Intente come confine orientale della Polonia.

Come è noto, non ha senso usare l’umore congiuntivo quando parliamo degli eventi passati. Dirò solo che, nel settembre del 1939, la leadership sovietica ebbe l’opportunità di spostare i confini occidentali dell’URSS ancora più a ovest, fino a Varsavia, ma decise di non farlo.

I tedeschi hanno suggerito di formalizzare il nuovo status quo. Il 28 settembre 1939 Joachim von Ribbentrop e V. Molotov firmarono a Mosca il Trattato di confine e di amicizia tra la Germania e l’Unione Sovietica , nonché il protocollo segreto sulla modifica del confine di stato, secondo il quale il confine era riconosciuto al limite delimitato dove i due eserciti si trovavano di fatto.

Nell’autunno del 1939, l’Unione Sovietica, perseguendo i suoi obiettivi strategici militari e difensivi, iniziò il processo di incorporazione di Lettonia, Lituania ed Estonia. La loro adesione all’URSS è stata attuata su base contrattuale, con il consenso delle autorità elette. Ciò era in linea con il diritto internazionale e statale di quel tempo. Inoltre, nell’ottobre 1939, la città di Vilna e l’area circostante, che in precedenza aveva fatto parte della Polonia, furono restituite in Lituania. Le repubbliche baltiche all’interno dell’URSS conservarono i loro corpi di governo, la loro lingua e rappresentarono le strutture statali superiori dell’Unione Sovietica.

Durante tutti questi mesi ci fu una lotta diplomatica e politico-militare invisibile in corso e un lavoro di intelligence. Mosca capì che stava affrontando un nemico feroce e crudele e che una guerra segreta contro il nazismo stava già accadendo. E non c’è motivo di prendere dichiarazioni ufficiali e note formali sul protocollo di quel tempo come prova di “amicizia” tra URSS e Germania. L’Unione Sovietica aveva contatti commerciali e tecnici attivi non solo con la Germania, ma anche con altri paesi. Considerando che Hitler tentò ancora e ancora di attirare l’Unione Sovietica nello scontro della Germania con il Regno Unito. Ma il governo sovietico rimase fermo.

L’ultimo tentativo di persuadere l’URSS ad agire insieme fu fatto da Hitler durante la visita di Molotov a Berlino nel novembre 1940. Ma Molotov seguì accuratamente le istruzioni di Stalin e si limitò a una discussione generale sull’idea tedesca dell’Unione Sovietica che si univa al Patto tripartito firmato da Germania, Italia e Giapponenel settembre 1940 e diretto contro il Regno Unito e gli Stati Uniti. Non c’è da stupirsi che già il 17 novembre Molotov abbia dato le seguenti istruzioni al rappresentante plenipotenziario sovietico a Londra Ivan Maisky: “Per vostra informazione … Nessun accordo è stato firmato o era destinato a essere firmato a Berlino. Abbiamo appena scambiato le nostre opinioni a Berlino … e questo è stato tutti … Apparentemente, i tedeschi e i giapponesi sembrano ansiosi di spingerci verso il Golfo e l’India. Abbiamo rifiutato la discussione su questa questione poiché riteniamo inappropriati tali consigli da parte della Germania. ” E il 25 novembre la leadership sovietica lo ha definito del tutto un giorno presentando ufficialmente a Berlino le condizioni inaccettabili per i nazisti, tra cui il ritiro delle truppe tedesche dalla Finlandia, il trattato di mutua assistenza tra Bulgaria e URSS e un certo numero di altre . Pertanto ha deliberatamente escluso qualsiasi possibilità di aderire al Patto. Tale posizione ha sicuramente plasmato l’intenzione del Fuehrer di scatenare una guerra contro l’URSS. E già a dicembre, mettendo da parte gli avvertimenti dei suoi strateghi sul disastroso pericolo di una guerra a due fronti, Hitler approvò il piano Barbarossa. Lo fece con la consapevolezza che l’Unione Sovietica era la forza maggiore che gli si opponeva in Europa e che l’imminente battaglia in Oriente avrebbe deciso l’esito della guerra mondiale. E non aveva dubbi sulla rapidità e il successo della campagna di Mosca.

E qui vorrei evidenziare quanto segue: i paesi occidentali, infatti, concordarono in quel momento con le azioni sovietiche e riconobbero l’intenzione dell’Unione Sovietica di garantire la sua sicurezza nazionale. In effetti, il 1 ° ottobre 1939 Winston Churchill, il Primo Lord dell’Ammiragliato allora, nel suo discorso alla radio disse: “La Russia ha perseguito una fredda politica di interesse personale … Ma che gli eserciti russi dovrebbero stare su questa linea [si intende il nuovo confine occidentale] era chiaramente necessario per la sicurezza della Russia contro la minaccia nazista “. Il 4 ottobre 1939, parlando alla House of Lords, il segretario agli Esteri britannico Halifax disse: “… va ricordato che le azioni del governo sovietico furono di spostare il confine essenzialmente sulla linea raccomandata alla Conferenza di Versailles da Lord Curzon …

Nelle comunicazioni informali con il rappresentante plenipotenziario sovietico Maisky, i diplomatici britannici e i politici di alto livello hanno parlato ancora più apertamente. Il 17 ottobre 1939 il Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri RA Butler gli confidò che i circoli del governo britannico credevano che non ci sarebbe stata alcuna possibilità di riportare l’Ucraina occidentale e la Bielorussia in Polonia. Secondo lui, se fosse stato possibile creare una Polonia etnografica di dimensioni modeste con una garanzia non solo dell’URSS e della Germania, ma anche della Gran Bretagna e della Francia, il governo britannico si sarebbe ritenuto abbastanza soddisfatto. Il 27 ottobre 1939, il consigliere senior di Chamberlain H.Wilson affermò che la Polonia doveva essere ripristinata come stato indipendente sulla base etnografica, ma senza l’Ucraina occidentale e la Bielorussia.

Vale la pena notare che nel corso di queste conversazioni sono state anche esplorate le possibilità di migliorare le relazioni britannico-sovietiche. Questi contatti hanno ampiamente gettato le basi per la futura alleanza e la coalizione anti-Hitler. Churchill si distinse tra altri politici responsabili e lungimiranti e, nonostante la sua famigerata antipatia per l’URSS, era stato a favore della cooperazione con i sovietici anche prima. Nel maggio del 1939, disse alla Camera dei Comuni, “Saremo in pericolo mortale se non riuscissimo a creare una grande alleanza contro l’aggressione. La peggiore follia sarebbe quella di scacciare qualsiasi cooperazione naturale con la Russia sovietica”. E dopo l’inizio delle ostilità in Europa, al suo incontro con Maisky il 6 ottobre 1939, confidò che non c’erano contraddizioni serie tra Regno Unito e URSS e, quindi, non c’era motivo di relazioni tese o insoddisfacenti. Ha anche detto che il governo britannico era ansioso di sviluppare relazioni commerciali e disposto a discutere qualsiasi altra misura che potesse migliorare le relazioni.

La seconda guerra mondiale non è avvenuta dall’oggi al domani, né è iniziata inaspettatamente o all’improvviso. E l’aggressione tedesca contro la Polonia non era dal nulla. Fu il risultato di una serie di tendenze e fattori della politica mondiale di quel tempo. Tutti gli eventi prebellici andarono a posto per formare una catena fatale. Ma, senza dubbio, i principali fattori che hanno predeterminato la più grande tragedia nella storia dell’umanità sono stati l’egoismo di stato, la codardia, la pacificazione dell’aggressore che stava guadagnando forza e la riluttanza delle élite politiche a cercare un compromesso.

Pertanto, è ingiusto affermare che la visita di due giorni a Mosca del ministro degli Esteri nazista Ribbentrop sia stata la ragione principale dell’inizio della seconda guerra mondiale. Tutti i paesi leader sono in una certa misura responsabili del suo scoppio. Ognuno di loro ha commesso errori fatali, credendo con arroganza di poter superare in astuzia gli altri, assicurarsi vantaggi unilaterali per se stesso o stare lontano dall’imminente catastrofe mondiale. E questa miopia, il rifiuto di creare un sistema di sicurezza collettiva è costato milioni di vite e perdite tremende.

Detto questo, non intendo assolutamente assumere il ruolo di giudice, accusare o assolvere chiunque, per non parlare dell’avvio di un nuovo ciclo di confronto internazionale di informazioni nel campo storico che potrebbe mettere i paesi e le persone ai margini. Credo che siano gli accademici con un’ampia rappresentanza di scienziati rispettati provenienti da diversi paesi del mondo a cercare una valutazione equilibrata di ciò che è accaduto. Tutti abbiamo bisogno della verità e dell’obiettività. Da parte mia, ho sempre incoraggiato i miei colleghi a costruire un dialogo calmo, aperto e basato sulla fiducia, per guardare al passato comune in modo autocritico e imparziale. Tale approccio consentirà di non ripetere gli errori commessi allora e di garantire uno sviluppo pacifico e di successo per gli anni a venire.

Tuttavia, molti dei nostri partner non sono ancora pronti per il lavoro congiunto. Al contrario, perseguendo i loro obiettivi, aumentano il numero e la portata degli attacchi informativi contro il nostro paese, cercando di farci fornire scuse e sentirci in colpa, e adottare dichiarazioni completamente ipocrite e motivate politicamente. Pertanto, ad esempio, la risoluzione sull’importanza del ricordo europeo per il futuro dell’Europa, approvata dal Parlamento europeo il 19 settembre 2019, ha accusato direttamente l’URSS insieme alla Germania nazista di scatenare la seconda guerra mondiale. Inutile dire che non si fa menzione di Monaco.

Credo che tali “scartoffie” – poiché non posso chiamare questa risoluzione un documento – che è chiaramente inteso a provocare uno scandalo, sono piene di minacce reali e pericolose. In effetti, è stato adottato da un’istituzione di tutto rispetto. E cosa mostra questo? Purtroppo, questo rivela una politica deliberata volta a distruggere l’ordine mondiale del dopoguerra, la cui creazione è stata una questione di onore e responsabilità per gli Stati, un numero di rappresentanti dei quali hanno votato oggi a favore di questa ingannevole risoluzione. Pertanto, hanno contestato le conclusioni del Tribunale di Norimberga e gli sforzi della comunità internazionale per creare dopo le vittoriose istituzioni internazionali universali del 1945. Consentitemi di ricordare al riguardo che il processo stesso di integrazione europea che porta alla creazione di strutture pertinenti, incluso il Parlamento europeo, è diventato possibile solo grazie agli insegnamenti tratti dal passato e alla sua accurata valutazione giuridica e politica. E coloro che mettono deliberatamente in discussione questo consenso minano le basi dell’intera Europa postbellica.

Oltre a rappresentare una minaccia ai principi fondamentali dell’ordine mondiale, ciò solleva anche alcune questioni morali ed etiche. Dissacrare e insultare la memoria è meschino. La meschinità può essere deliberata, ipocrita e piuttosto intenzionale come nella situazione delle dichiarazioni commemorative del 75 °anniversario della fine della seconda guerra mondiale menzionare tutti i partecipanti alla coalizione anti-Hitler ad eccezione dell’Unione Sovietica. La meschinità può essere codarda come nella situazione in cui i monumenti eretti in onore di coloro che hanno combattuto contro il nazismo vengono demoliti e questi atti vergognosi sono giustificati dai falsi slogan della lotta contro un’ideologia sgradita e una presunta occupazione. La cattiveria può anche essere sanguinosa come nella situazione in cui coloro che escono contro i neonazisti e i successori di Bandera vengono uccisi e bruciati. Ancora una volta, la cattiveria può avere manifestazioni diverse, ma ciò non lo rende meno disgustoso.

Trascurare le lezioni della storia porta inevitabilmente a un duro rimborso. Sosterremo fermamente la verità sulla base di fatti storici documentati. Continueremo ad essere onesti e imparziali sugli eventi della seconda guerra mondiale. Ciò include un progetto su larga scala per istituire la più grande collezione russa di documenti d’archivio, materiale cinematografico e fotografico sulla storia della seconda guerra mondiale e sul periodo prebellico.

Tale lavoro è già in corso. Molti nuovi materiali, recentemente scoperti o declassificati sono stati usati anche nella preparazione di questo articolo. A questo proposito, posso affermare con tutta la responsabilità che non esistono documenti d’archivio che confermerebbero l’ipotesi che l’URSS intendesse iniziare una guerra preventiva contro la Germania. La leadership militare sovietica seguì davvero una dottrina secondo la quale, in caso di aggressione, l’Armata Rossa avrebbe prontamente affrontato il nemico, avrebbe iniziato l’offensiva e avrebbe fatto la guerra sul territorio nemico. Tuttavia, tali piani strategici non implicavano alcuna intenzione di attaccare prima la Germania.

Naturalmente, gli storici hanno a disposizione documenti di pianificazione militare, lettere di istruzione del quartier generale sovietico e tedesco. Infine, conosciamo il vero corso degli eventi. Dal punto di vista di questa conoscenza, molti discutono delle azioni, degli errori e dei giudizi errati della leadership militare e politica del Paese. A questo proposito, dirò una cosa: insieme a un enorme flusso di disinformazione di vario genere, i leader sovietici hanno anche ricevuto informazioni vere sull’imminente aggressione nazista. E nei mesi prebellici, hanno preso provvedimenti per migliorare la prontezza al combattimento del paese, incluso il reclutamento segreto di una parte dei responsabili del servizio militare per l’addestramento militare e la ridistribuzione di unità e riserve dai distretti militari interni ai confini occidentali .

La guerra non è stata una sorpresa, la gente se l’aspettava, preparandosi. Ma l’attacco nazista era davvero senza precedenti in termini di potere distruttivo. Il 22 giugno 1941, l’Unione Sovietica affrontò l’esercito più forte, più mobilitato e competente del mondo con il potenziale industriale, economico e militare di quasi tutta l’Europa che lavorava per esso. Non solo la Wehrmacht, ma anche i satelliti tedeschi, contingenti militari di molti altri stati del continente europeo, hanno preso parte a questa invasione mortale.

Le più gravi sconfitte militari nel 1941 portarono il paese sull’orlo della catastrofe. Il potere di combattimento e il controllo dovevano essere ripristinati con mezzi estremi, mobilitazione a livello nazionale e intensificazione di tutti gli sforzi dello stato e del popolo. Nell’estate del 1941, milioni di cittadini, centinaia di fabbriche e industrie iniziarono ad essere evacuate sotto il fuoco nemico ad est del paese. La produzione di armi e munizioni, che aveva iniziato ad essere fornita al fronte già nel primo inverno militare, fu lanciata nel più breve tempo possibile e, nel 1943, i tassi di produzione militare della Germania e dei suoi alleati furono superati. Entro sei mesi, il popolo sovietico fece qualcosa che sembrava impossibile. Sia in prima linea che in casa. È ancora difficile capire, capire e immaginare quali incredibili sforzi, coraggio,

L’enorme potere della società sovietica, unito dal desiderio di proteggere la loro terra natale, si ribellò contro la potente macchina d’invasione nazista a sangue freddo, armata fino ai denti. Si alzò per vendicarsi del nemico, che aveva spezzato, calpestato la vita pacifica, i piani e le speranze della gente.

Certo, paura, confusione e disperazione stavano prendendo il sopravvento su alcune persone durante questa terribile e sanguinosa guerra. Ci furono tradimento e diserzione. La dura scissione causata dalla rivoluzione e dalla guerra civile, dal nichilismo, dalla beffa della storia nazionale, dalle tradizioni e dalla fede che i bolscevichi tentarono di imporre, specialmente nei primi anni dopo l’ascesa al potere – tutto ciò ebbe il suo impatto. Ma l’atteggiamento generale della maggioranza assoluta dei cittadini sovietici e dei nostri compatrioti che si sono trovati all’estero era diverso: salvare e proteggere la Patria. Fu un impulso reale e irrefrenabile. Le persone cercavano supporto nei veri valori patriottici.

Gli “strateghi” nazisti erano convinti che un enorme stato multinazionale potesse essere facilmente portato al tallone. Pensavano che l’improvviso scoppio della guerra, la sua spietatezza e le insopportabili difficoltà avrebbero inevitabilmente aggravato le relazioni interetniche. E che il paese potrebbe essere diviso in pezzi. Hitler dichiarò chiaramente: “La nostra politica nei confronti dei popoli che vivono nella vastità della Russia dovrebbe essere quella di promuovere qualsiasi forma di disaccordo e divisione”.

Ma fin dai primi giorni, era chiaro che il piano nazista aveva fallito. La fortezza di Brest è stata protetta fino all’ultima goccia di sangue dai suoi difensori di oltre 30 etnie. Durante la guerra, l’impresa del popolo sovietico non conobbe confini nazionali, sia nelle battaglie decisive su larga scala che nella protezione di ogni punto d’appoggio, ogni metro di terra natia.

La regione del Volga e gli Urali, la Siberia e l’Estremo Oriente, le repubbliche dell’Asia centrale e della Transcaucasia divennero la dimora di milioni di sfollati. I loro residenti condividevano tutto ciò che avevano e fornivano tutto il supporto possibile. L’amicizia dei popoli e l’aiuto reciproco sono diventati una vera fortezza indistruttibile per il nemico.

L’Unione Sovietica e l’Armata Rossa, indipendentemente da ciò che qualcuno sta cercando di dimostrare oggi, hanno dato il contributo principale e cruciale alla sconfitta del nazismo. Questi erano eroi che combatterono fino alla fine circondati dal nemico a Bialystok e Mogilev, Uman e Kiev, Vyazma e Kharkov. Hanno lanciato attacchi vicino a Mosca e Stalingrado, Sebastopoli e Odessa, Kursk e Smolensk. Liberarono Varsavia, Belgrado, Vienna e Praga. Hanno preso d’assalto Koenigsberg e Berlino.

Contendiamo verità autentiche, non verniciate o imbiancate sulla guerra. Questa verità umana, nazionale, dura, amara e spietata, ci è stata tramandata da scrittori e poeti che hanno attraversato il fuoco e l’inferno delle prove sul fronte. Per la mia generazione, così come per gli altri, le loro storie oneste e profonde, i romanzi, la penetrante prosa di trincea e le poesie hanno lasciato il segno nella mia anima per sempre. Onorare i veterani che hanno fatto tutto il possibile per la Vittoria e ricordare coloro che sono morti sul campo di battaglia è diventato il nostro dovere morale.

E oggi, il semplice e grande nelle sue linee essenziali del poema di Alexander Tvardovsky “Sono stato ucciso vicino a Rzhev …” dedicato ai partecipanti alla sanguinosa e brutale battaglia della Grande Guerra Patriottica al centro della prima linea sovietico-tedesca sono sorprendenti. Solo nelle battaglie per Rzhev e Rzhevsky Salient dall’ottobre 1941 al marzo 1943, l’Armata Rossa perse 1.154, 698 persone, tra cui feriti e dispersi. Per la prima volta, chiamo queste figure terribili, tragiche e tutt’altro che complete raccolte da fonti d’archivio. Lo faccio per onorare il ricordo dell’impresa di eroi noti e senza nome, che per varie ragioni erano immeritatamente e ingiustamente poco discussi o non menzionati affatto negli anni del dopoguerra.

Lascia che ti citi un altro documento. Questo è un rapporto del febbraio 1954 sulla riparazione dalla Germania della Commissione Alleata per le riparazioni guidata da Ivan Maisky. Il compito della Commissione era definire una formula in base alla quale la Germania sconfitta avrebbe dovuto pagare per i danni subiti dai poteri vincitori. La Commissione ha concluso che “il numero di giorni di soldato trascorsi dalla Germania sul fronte sovietico è almeno 10 volte superiore a quello di tutti gli altri fronti alleati. Il fronte sovietico doveva anche gestire i quattro quinti dei carri armati tedeschi e circa i due terzi di Aereo tedesco “. Nel complesso, l’URSS rappresentava circa il 75% di tutti gli sforzi militari intrapresi dalla coalizione anti-Hitler. Durante il periodo di guerra, l’Armata Rossa “raddrizzò” 626 divisioni degli Stati dell’Asse, di cui 508 tedeschi.

Il 28 aprile 1942, Franklin D. Roosevelt disse nel suo discorso alla nazione americana: “Queste forze russe hanno distrutto e stanno distruggendo più potenza armata dei nostri nemici – truppe, aerei, carri armati e pistole – di tutte le altre Nazioni Unite mettere insieme”. Winston Churchill nel suo messaggio a Joseph Stalin del 27 settembre 1944, scrisse “è l’esercito russo che ha strappato le viscere alla macchina militare tedesca …”.

Tale valutazione ha risuonato in tutto il mondo. Perché queste parole sono la grande verità, di cui nessuno dubitava allora. Quasi 27 milioni di cittadini sovietici persero la vita sui fronti, nelle carceri tedesche, morirono di fame e furono bombardati, morirono nei ghetti e nelle fornaci dei campi di sterminio nazisti. L’URSS ha perso uno su sette dei suoi cittadini, il Regno Unito ha perso uno su 127 e gli Stati Uniti hanno perso uno su 320. Sfortunatamente, questa cifra delle perdite più gravi e gravi dell’Unione Sovietica non è esaustiva. Il lavoro scrupoloso dovrebbe essere continuato per ripristinare i nomi e le sorti di tutti coloro che sono morti: soldati dell’Armata Rossa, partigiani, combattenti sotterranei, prigionieri di guerra e campi di concentramento e civili uccisi dagli squadroni della morte. È nostro dovere E qui, membri del movimento di ricerca, associazioni militari-patriottiche e di volontariato, progetti come il database elettronico “Pamyat Naroda”, che contiene documenti d’archivio, svolgono un ruolo speciale. E, sicuramente, è necessaria una stretta cooperazione internazionale in un compito umanitario così comune.

Gli sforzi di tutti i paesi e tutti i popoli che hanno combattuto contro un nemico comune hanno portato alla vittoria. L’esercito britannico ha protetto la sua patria dall’invasione, ha combattuto i nazisti e i loro satelliti nel Mediterraneo e nel Nord Africa. Le truppe americane e britanniche liberarono l’Italia e aprirono il Secondo Fronte. Gli Stati Uniti hanno commesso potenti e devastanti attacchi contro l’aggressore nell’Oceano Pacifico. Ricordiamo gli enormi sacrifici fatti dal popolo cinese e il loro grande ruolo nella sconfitta dei militaristi giapponesi. Non dimentichiamo i combattenti di Fighting France, che non si innamorarono della vergognosa capitolazione e continuarono a combattere contro i nazisti.

Inoltre saremo sempre grati per l’assistenza fornita dagli Alleati nel fornire all’Armata Rossa munizioni, materie prime, cibo e attrezzature. E quell’aiuto fu significativo – circa il 7 percento della produzione militare totale dell’Unione Sovietica.

Il nucleo della coalizione anti-Hitler iniziò a prendere forma immediatamente dopo l’attacco all’Unione Sovietica, dove gli Stati Uniti e la Gran Bretagna lo sostenevano incondizionatamente nella lotta contro la Germania di Hitler. Alla conferenza di Teheran del 1943, Stalin, Roosevelt e Churchill formarono un’alleanza di grandi potenze, accettarono di elaborare la diplomazia della coalizione e una strategia comune nella lotta contro una comune minaccia mortale. I leader dei Big Three avevano una chiara comprensione del fatto che l’unificazione delle capacità industriali, di risorse e militari dell’URSS, degli Stati Uniti e del Regno Unito darà una supremazia incontrastata al nemico.

L’Unione Sovietica ha adempiuto pienamente ai suoi obblighi verso i suoi alleati e ha sempre offerto una mano. Pertanto, l’Armata Rossa ha sostenuto lo sbarco delle truppe anglo-americane in Normandia effettuando un’operazione Bagration su larga scala in Bielorussia. Nel gennaio del 1945, avendo sfondato il fiume Oder, pose fine all’ultima potente offensiva della Wehrmacht sul fronte occidentale delle Ardenne. Tre mesi dopo la vittoria sulla Germania, l’URSS, in pieno accordo con gli accordi di Yalta, dichiarò guerra al Giappone e sconfisse l’esercito di Kwantung, che aveva un milione di abitanti.

Nel luglio del 1941, la leadership sovietica dichiarò che lo scopo della guerra contro gli oppressori fascisti non era solo l’eliminazione della minaccia che incombeva sul nostro paese, ma aiutava anche tutti i popoli d’Europa che soffrivano sotto il giogo del fascismo tedesco. Entro la metà del 1944, il nemico fu espulso praticamente da tutto il territorio sovietico. Tuttavia, il nemico doveva essere finito nella sua tana. E così l’Armata Rossa iniziò la sua missione di liberazione in Europa. Ha salvato intere nazioni dalla distruzione e dalla schiavitù e dall’orrore dell’Olocausto. Furono salvati al costo di centinaia di migliaia di vite di soldati sovietici.

È anche importante non dimenticare l’enorme assistenza materiale fornita dall’URSS ai paesi liberati per eliminare la minaccia della fame e ricostruire le loro economie e infrastrutture. Ciò avveniva quando le ceneri si estendevano per migliaia di miglia da Brest a Mosca e al Volga. Ad esempio, nel maggio del 1945, il governo austriaco chiese all’URSS di fornire assistenza con il cibo, poiché “non aveva idea di come nutrire la sua popolazione nelle prossime sette settimane prima del nuovo raccolto”. Il cancelliere di stato del governo provvisorio della Repubblica austriaca Karl Renner descrisse il consenso della leadership sovietica a inviare cibo come un atto salvifico che gli austriaci non avrebbero mai dimenticato.

Gli Alleati istituirono congiuntamente il Tribunale militare internazionale per punire i criminali nazisti politici e di guerra. Le sue decisioni contenevano una chiara qualificazione giuridica dei crimini contro l’umanità, come il genocidio, la pulizia etnica e religiosa, l’antisemitismo e la xenofobia. Direttamente e senza ambiguità, il Tribunale di Norimberga ha anche condannato i complici dei nazisti, collaboratori di vario genere.

Questo vergognoso fenomeno si è manifestato in tutti i paesi europei. Figure come Pétain, Quisling, Vlasov, Bandera, i loro scagnozzi e seguaci – sebbene fossero travestiti da combattenti per l’indipendenza nazionale o la libertà dal comunismo – sono traditori e macellatori. Nella disumanità, hanno spesso superato i loro padroni. Nel loro desiderio di servire, come parte di speciali gruppi punitivi, eseguirono volentieri gli ordini più disumani. Erano responsabili di eventi sanguinosi come le sparatorie di Babi Yar, il massacro di Volhynia, l’incendio di Khatyn, gli atti di distruzione di ebrei in Lituania e Lettonia.

Anche oggi la nostra posizione rimane invariata: non ci possono essere scuse per gli atti criminali dei collaboratori nazisti, per loro non esiste uno statuto di limitazioni. È quindi sorprendente che in alcuni paesi coloro che sono sorrisi dalla cooperazione con i nazisti siano improvvisamente equiparati ai veterani della Seconda Guerra Mondiale. Credo che sia inaccettabile equiparare i liberatori con gli occupanti. E posso solo considerare la glorificazione dei collaboratori nazisti come un tradimento della memoria dei nostri padri e nonni. Un tradimento degli ideali che univano i popoli nella lotta contro il nazismo.

A quel tempo, i leader dell’URSS, degli Stati Uniti e del Regno Unito affrontarono, senza esagerare, un compito storico. Stalin , Roosevelt e Churchill rappresentavano i paesi con diverse ideologie, aspirazioni statali, interessi, culture, ma dimostravano una grande volontà politica, si alzavano al di sopra delle contraddizioni e delle preferenze e mettevano in primo piano i veri interessi della pace. Di conseguenza, sono stati in grado di raggiungere un accordo e raggiungere una soluzione di cui tutta l’umanità ha beneficiato.

I poteri vittoriosi ci hanno lasciato un sistema che è diventato la quintessenza della ricerca intellettuale e politica di diversi secoli. Una serie di conferenze – Teheran, Yalta, San Francisco e Potsdam – hanno gettato le basi di un mondo che per 75 anni non ha avuto una guerra globale, nonostante le contraddizioni più acute.

Il revisionismo storico, le cui manifestazioni osserviamo ora in Occidente, e principalmente riguardo al tema della Seconda Guerra Mondiale e al suo esito, è pericoloso perché distorce grossolanamente e cinicamente la comprensione dei principi di sviluppo pacifico, stabiliti a le conferenze di Yalta e San Francisco nel 1945. Il principale risultato storico di Yalta e di altre decisioni dell’epoca è l’accordo per creare un meccanismo che consenta alle potenze leader di rimanere nel quadro della diplomazia nel risolvere le loro differenze.

Il ventesimo secolo ha portato a conflitti globali su vasta scala e nel 1945 sono entrate in scena anche le armi nucleari in grado di distruggere fisicamente la Terra. In altre parole, la risoluzione delle controversie con la forza è diventata pericolosamente pericolosa. E i vincitori della seconda guerra mondiale lo capirono. Hanno capito ed erano consapevoli della propria responsabilità nei confronti dell’umanità.

Il racconto cautelativo della Società delle Nazioni è stato preso in considerazione nel 1945. La struttura del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è stata sviluppata in modo da rendere le garanzie di pace il più concrete ed efficaci possibile. È così che sono nati l’istituzione dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza e il diritto di veto come privilegio e responsabilità.

Qual è il potere di veto nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ? Per dirla senza mezzi termini, è l’unica alternativa ragionevole a uno scontro diretto tra i principali paesi. È una dichiarazione di uno dei cinque poteri secondo cui una decisione è inaccettabile e contraria ai suoi interessi e alle sue idee sul giusto approccio. E altri paesi, anche se non sono d’accordo, danno questa posizione per scontata, abbandonando ogni tentativo di realizzare i loro sforzi unilaterali. Quindi, in un modo o nell’altro, è necessario cercare compromessi.

Un nuovo confronto globale è iniziato quasi immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale ed è stato a volte molto feroce. E il fatto che la guerra fredda non sia cresciuta fino alla terza guerra mondiale è diventata una chiara testimonianza dell’efficacia degli accordi conclusi dai Grandi Tre. Le regole di condotta concordate durante la creazione delle Nazioni Unite hanno permesso di minimizzare ulteriormente i rischi e di tenere sotto controllo lo scontro.

Naturalmente, possiamo vedere che il sistema delle Nazioni Unite attualmente sta vivendo una certa tensione nel suo lavoro e non è così efficace come potrebbe essere. Ma l’ONU svolge ancora la sua funzione principale. I principi del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sono un meccanismo unico per prevenire una grande guerra o un conflitto globale.

Le richieste che sono state fatte abbastanza spesso negli ultimi anni per abolire il potere di veto, per negare opportunità speciali ai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sono in realtà irresponsabili. Dopotutto, se ciò dovesse accadere, le Nazioni Unite diventerebbero in sostanza la Società delle Nazioni – un incontro per discorsi vuoti senza alcun effetto sui processi mondiali. Come è noto è noto. Ecco perché le potenze vittoriose si avvicinarono alla formazione del nuovo sistema dell’ordine mondiale con la massima serietà cercando di evitare la ripetizione degli errori dei loro predecessori.

La creazione del moderno sistema di relazioni internazionali è uno dei maggiori risultati della seconda guerra mondiale. Anche le contraddizioni più insormontabili – geopolitiche, ideologiche, economiche – non ci impediscono di trovare forme di convivenza pacifica e interazione, se c’è il desiderio e la volontà di farlo. Oggi il mondo sta attraversando un periodo piuttosto turbolento. Tutto sta cambiando, dall’equilibrio globale di potere e influenza ai fondamenti sociali, economici e tecnologici di società, nazioni e persino continenti. In epoche passate, cambiamenti di tale portata non sono quasi mai avvenuti senza importanti conflitti militari. Senza una lotta di potere per costruire una nuova gerarchia globale. Grazie alla saggezza e alla lungimiranza delle figure politiche delle Potenze Alleate, è stato possibile creare un sistema che si è frenato da manifestazioni estreme di tale competizione oggettiva, storicamente inerente allo sviluppo del mondo.

È nostro dovere – tutti coloro che si assumono la responsabilità politica e soprattutto i rappresentanti delle potenze vittoriose nella seconda guerra mondiale – garantire che questo sistema sia mantenuto e migliorato. Oggi, come nel 1945, è importante dimostrare volontà politica e discutere insieme del futuro. I nostri colleghi – Xi Jinping, Macron, Trump e Johnson – hanno appoggiato l’iniziativa russa di tenere una riunione dei leader dei cinque Stati con armi nucleari, membri permanenti del Consiglio di sicurezza. Li ringraziamo per questo e speriamo che un incontro faccia a faccia possa aver luogo il prima possibile.

Qual è la nostra visione dell’agenda per il prossimo vertice? Innanzitutto, a nostro avviso, sarebbe utile discutere i passi per sviluppare principi collettivi negli affari mondiali. Parlare francamente delle questioni relative al mantenimento della pace, al rafforzamento della sicurezza globale e regionale, al controllo strategico degli armamenti, nonché agli sforzi congiunti per contrastare il terrorismo, l’estremismo e altre importanti sfide e minacce.

Un punto speciale all’ordine del giorno della riunione è la situazione dell’economia globale. E soprattutto, superare la crisi economica causata dalla pandemia di coronavirus. I nostri paesi stanno adottando misure senza precedenti per proteggere la salute e la vita delle persone e per sostenere i cittadini che si sono trovati in situazioni di vita difficili. La nostra capacità di lavorare insieme e in concerto, come veri partner, mostrerà quanto sarà grave l’impatto della pandemia e quanto velocemente l’economia globale emergerà dalla recessione. Inoltre, è inaccettabile trasformare l’economia in uno strumento di pressione e confronto. Le questioni più comuni includono la protezione dell’ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici, oltre a garantire la sicurezza dello spazio informativo globale.

L’agenda proposta dalla Russia per il prossimo vertice dei Cinque è estremamente importante e rilevante sia per i nostri paesi che per il mondo intero. E abbiamo idee e iniziative specifiche su tutti gli articoli.

Non vi è dubbio che il vertice di Russia, Cina , Francia , Stati Uniti e Regno Unito possa svolgere un ruolo importante nel trovare risposte comuni alle sfide e alle minacce moderne e dimostrerà un impegno comune per lo spirito di alleanza, per quegli alti ideali e valori umanistici per i quali i nostri padri e nonni stavano combattendo spalla a spalla.

Attingendo a una memoria storica condivisa, possiamo fidarci l’uno dell’altro e dobbiamo farlo. Ciò servirà come solida base per negoziati di successo e azioni concertate per migliorare la stabilità e la sicurezza del pianeta e per il benessere e il benessere di tutti gli Stati. Senza esagerare, è nostro comune dovere e responsabilità verso il mondo intero, verso le generazioni presenti e future.

Vladimir Putin è Presidente della Federazione Russa. 

DEL GATTO E DEL TOPO, di Pierluigi Fagan

DEL GATTO E DEL TOPO. La frase: “Non importa se il gatto è bianco o nero, purché catturi i topi” è attribuita a Deng Xiaoping. Ma compare in un testo del 1977 che era un anno prima che Deng diventasse segretario del PCC e compare addirittura in un discorso alla gioventù comunista del ’62, quindi forse è un classico “detto cinese”. Nella metafora, il topo è la prosperità dell’intera società, il gatto è il modo per ottenerla.

Nel 1978 Deng diventerà il capo del gigante povero cinese e da allora condurrà, dentro un sistema che continuerà convintamente a definire “comunista”, un disaccoppiamento strutturale tra economia e politica, in pratica una inversione di logica all’interno del concetto fondativo del sistema di idee di Marx detto “materialismo storico”. Nella formulazione che Marx aveva dato del concetto del MS nella Per la Critica dell’Economia Politica, il tedesco sosteneva che “Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita”. In seguito ed in modo complicato qui da ricostruire, quel “… condiziona, in generale, …” che si opponeva dialetticamente all’idea di Hegel per il quale altresì rapporti giuridici e forme dello Stato avevano una loro storia e sviluppo proprio, divenne un determinismo. Per cui, la tradizione comunista sviluppata nel Novecento, pensò che cambiando il modo economico si sarebbe cambiata la società tutta che da quel modo sembrava dipendere. Su chi e come doveva cambiare quel modo ci fu e c’è ancora dibattito.

Purtroppo però, nell’attualizzazione storica del comunismo tanto sovietico che maoista, quel nuovo “modo economico” non sembrava in grado di acchiappare nessun topo. Viceversa, l’adozione dei modi dell’economia moderna occidentale a partire da quel del Giappone del 1868 (Restaurazione Meiji), mostrava come si poteva senz’altro adottare il modo economico occidentale senza per questo diventare altro da ciò che si era tradizionalmente, attualizzandolo.

Deng varò allora le quattro modernizzazioni (agricola, industriale e commerciale, scientifica e di difesa), coltivò i primi esperimenti dal basso delle Zone Economiche Speciali, ripristinò rapporti non conflittuali con l’URSS, abolì il “sistema delle classi”, tesse vaste relazioni attive con vari paesi occidentali tra cui gli USA che a quel punto disconobbero Taiwan per allacciare rapporti con RPC, ma anche con Giappone e Germania che da allora divenne uno dei principali fornitori di tecnologie per lo sviluppo economico cinese riservandosi tra gli occidentali un ruolo di partner di feconde relazioni speciali che dura tutt’oggi. Contrattò ed ottenne la restituzione di Hong Kong dagli inglesi e Macao dai portoghesi, limitò progressivamente l’intervento dello Stato in economia lasciandogli il ruolo di regista macroeconomico, schivò sette attentati alla sua vita ed infine morì nel 1997.

L’ascesa del mondo asiatico che culminerà con l’adesione della Cina la WTO nel 2002, il processo di convergenza di potenza tra Oriente ed Occidente posti su traiettorie divergenti dal 1850, lo si deve molto probabilmente alla sua profonda azione riformatrice. Come notava Domenico Losurdo nel suo “Il marxismo occidentale” (Laterza, 2017), sul piano ideologico, Deng o comunque questa torsione teorica e pratica cinese, introduceva anche l’obiettivo del cambiamento di lunga durata non solo o tanto posponendo il traguardo finale del processo che doveva portare ad una nuova forma di società, ma incaricandosi di perseguirlo passo dopo passo a partire dalle situazioni contingenti con pazienza e lenta costanza.

Tutto questo racconta di come ideologie occidentali sono state interpretate in ambiente orientale, l’ideologia economica moderna di mercato da una parte, l’ideologia marxista da Deng ricalibrata nei rapporti tra politica ed economia. Per ambiente orientale, intendiamo un polo geo-storico radicalmente diverso dal nostro, dove che si parli di Cina o di Corea tanto del Nord che del Sud, del Giappone o di Singapore, piuttosto che di Cambogia, Laos o Vietnam, si parla di società a forte influenza confuciana. A riguardo, vale la distinzione tra Confucio e confucianesimo (come vale per Gesù Cristo ed il cristianesimo o per Marx ed il marxismo e molti altri), stante che del primo ci sono pervenuti dei libri del – VI/V secolo che comportano complicati esercizi di filologia ed ermeneutica, mentre il secondo è una ininterrotta e vastissima tradizione plurale lunga duemilacinquecento anni e non solo o del tutto, cinese.

La storia del gatto e del topo di Deng quindi ci serve solo come modulo del già a noi noto problema dei mezzi e dei fini. Riportato qui da noi, prendo questa frase di Piketty le cui ultime 1200 pagine ho in programma di leggere (T. Piketty, Capitale ed ideologia, La nave di Teseo, 2019), da una intervista nel suo attuale tour di lancio (da il manifesto): “Per cominciare, penso che sia importante parlare del sistema economico che vogliamo.”. Ne segue quello che lui chiama “socialismo partecipativo” a base di giustizia educativa, imprese partecipate dai lavoratori, tassa progressiva su patrimonio e successioni. La domanda allora è: se il fine è in prospettiva una società meno diseguale e sempre più egalitariamente partecipata, qual è il mezzo? Il mezzo, ovvero il gatto, è ancora disegnare modi economici a priori che poi nessuno sa come implementare, è ancora e sempre scrivere libri dei sogni in cui ci dilettiamo in ingegneri dell’utopia che producono letteratura fantasy che lascia le condizioni del mondo come le trova?

In Oriente, il gatto è lo Stato confuciano (che si dica “comunista” come in Cina o Vietnam o si dica “democratico” senza esserlo come in Giappone o provenga dal dominio di una singola famiglia come a Singapore o Corea del Nord, è solo sua declinazione), in Occidente qual è il gatto?

Quali relazioni internazionali dopo la pandemia di coronavirus?

Questo articolo tratto dal mensile “Foreign Policy” ci dice che negli Stati Uniti il confronto e lo scontro politico su come orientare le scelte internazionali e le dinamiche geopolitiche è tutt’altro che risolto a prescindere anche dalle dinamiche reali e dalla forza della realtà. L’oggetto, però, non è il dilemma tra conflitto e cooperazione, come vuole la retorica, ma su quale sia l’avversario principale e su come va affrontato_Giuseppe Germinario

Come la caduta del muro di Berlino o il crollo di Lehman Brothers, la pandemia di coronavirus è un evento devastante, le cui conseguenze possiamo solo iniziare a immaginare.

Questo è certo: proprio come questa malattia ha rovinato vite, sconvolto mercati e dimostrato la competenza (o la mancanza di essa) dei governi, causerà cambiamenti permanenti nel potere politico ed economico in modi che non saranno apparente solo dopo.

Per aiutarci a comprendere i cambiamenti geopolitici che stanno avvenendo sotto i nostri occhi durante questa crisi, la Politica estera ha intervistato diversi importanti pensatori di tutto il mondo sulle loro previsioni per il futuro dell’ordine mondiale.


Un mondo meno aperto, meno prospero e meno libero

di Stephen M. Walt , professore di relazioni internazionali all’Università di Harvard.

La pandemia rafforzerà lo stato e il nazionalismo. I governi di tutti i tipi adotteranno misure di emergenza per gestire la crisi e molti saranno riluttanti a rinunciare a questi nuovi poteri al termine della crisi.

Il Covid-19 accelererà anche il trasferimento di potere e influenza da ovest a est. La Corea del Sud e Singapore hanno reagito meglio e la Cina ha reagito bene dopo i suoi primi errori. In confronto, la reazione in Europa e in America è stata lenta e disordinata, che ha ulteriormente offuscato l’aura dell’immagine occidentale.

Ciò che non cambierà è la natura fondamentalmente contrastante della politica mondiale. Le precedenti pestilenze, in particolare l’epidemia di influenza del 1918-1919, non ponevano fine alla rivalità tra le grandi potenze né aprivano una nuova era di cooperazione globale. Neanche il Covid-19 lo farà. Assisteremo a un ulteriore declino dell’iper-globalizzazione, mentre i cittadini si rivolgono ai governi nazionali per proteggerli e gli stati e le imprese cercano di ridurre le vulnerabilità future.

In breve, The Covid-19 creerà un mondo meno aperto, meno prospero e meno libero. Non doveva essere così, ma la combinazione di un virus mortale, una pianificazione inadeguata e una leadership incompetente hanno portato l’umanità su una nuova e inquietante rotta.


La fine della globalizzazione come la conosciamo

di Robin Niblett , direttore e CEO di Chatham House.

La pandemia di coronavirus potrebbe essere l’ultima goccia che sta rompendo gli schemi della globalizzazione economica. Il crescente potere militare ed economico della Cina aveva già scatenato una determinazione bipartisan negli Stati Uniti per separare la Cina dalla proprietà intellettuale di alta tecnologia e di origine americana e cercare di costringere gli alleati a seguire l’esempio.

La crescente pressione pubblica e politica per raggiungere gli obiettivi di riduzione del carbonio aveva già messo in discussione la dipendenza di molte aziende dalle catene di approvvigionamento a lunga distanza. Oggi, il Covid-19 sta costringendo i governi, le imprese e le società a rafforzare la loro capacità di far fronte a lunghi periodi di autoisolamento economico.

In questo contesto, sembra molto improbabile che il mondo ritorni all’idea di una globalizzazione reciprocamente vantaggiosa che ha definito l’inizio del 21 ° secolo. E senza l’incentivo a proteggere i vantaggi condivisi dell’integrazione economica globale, l’architettura della governance economica globale stabilita nel 20 ° secolo si atrofizzerà rapidamente. I leader politici avranno quindi bisogno di un’enorme autodisciplina per sostenere la cooperazione internazionale e non ricorrere alla concorrenza geopolitica aperta.

Dimostrare ai loro cittadini che possono gestire la crisi di Covid-19 consentirà ai leader di guadagnare del capitale politico. Ma coloro che falliranno troveranno difficile resistere alla tentazione di incolpare gli altri per il loro fallimento.


Una globalizzazione più incentrata sulla Cina

di Kishore Mahbubani , eminente ricercatore presso l’Asian Research Institute dell’Università Nazionale di Singapore, autore di Has China Won? La sfida cinese al primato americano .

La pandemia di Covid-19 non cambierà radicalmente la direzione dell’economia globale. Accelererà solo un cambiamento che era già iniziato: l’abbandono di una globalizzazione incentrata sugli Stati Uniti a favore di una globalizzazione più incentrata sulla Cina.

Perché questa tendenza continuerà? La popolazione americana ha perso la fiducia nella globalizzazione e nel commercio internazionale. Gli accordi di libero scambio sono tossici, con o senza il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. D’altra parte, la Cina non ha perso la fiducia.

Perché non ha perso la fiducia? Ci sono ragioni storiche più profonde. I leader cinesi sanno che il secolo di umiliazione cinese, dal 1842 al 1949, fu il risultato della sua stessa compiacenza e di uno sforzo inutile da parte dei suoi leader per tagliarlo fuori dal mondo. Al contrario, gli ultimi decenni di ripresa economica sono stati il ​​risultato dell’impegno globale. Anche il popolo cinese ha vissuto un’esplosione di fiducia culturale. Credono di poter essere competitivi ovunque.

Pertanto, come documento nel mio nuovo libro, la Cina ha vinto? gli Stati Uniti hanno due scelte. Se il loro obiettivo primario è mantenere il loro primato globale, dovranno impegnarsi in una competizione geopolitica a somma zero, politicamente ed economicamente, con la Cina.

Tuttavia, se l’obiettivo degli Stati Uniti è migliorare il benessere del popolo americano – le cui condizioni sociali sono peggiorate – devono cooperare con la Cina. Il consiglio più informato suggerirebbe la cooperazione come la scelta migliore. Tuttavia, dato l’ambiente politico tossico degli Stati Uniti nei confronti della Cina, il consiglio più saggio potrebbe non prevalere.


Le democrazie emergeranno dai loro gusci

di G. John Ikenberry , professore di politica e affari internazionali all’Università di Princeton, autore di After Victory e Liberal Leviathan .

A breve termine, la crisi alimenterà le varie parti del dibattito sulla grande strategia occidentale. Nazionalisti e anti-globalisti, falchi cinesi e persino internazionalisti liberali vedranno tutti nuove prove dell’urgenza delle loro opinioni. Dato il danno economico e il collasso sociale che si sta verificando, è difficile vedere altro che un rafforzamento del movimento verso il nazionalismo, la rivalità tra grandi potenze, il disaccoppiamento strategico, ecc.

Ma proprio come negli anni ’30 e ’40, potrebbe esserci anche una controcorrente più lenta, una sorta di internazionalismo testardo simile a quello che Franklin D. Roosevelt e alcuni altri statisti hanno iniziato a articolare prima e durante la guerra. Il crollo dell’economia globale negli anni ’30 ha dimostrato quanto le società moderne connesse e vulnerabili siano quelle che la FDR chiamava contagio.

Gli Stati Uniti furono meno minacciati da altre grandi potenze che dalle forze profonde – e dal carattere del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde – della modernità. Ciò di cui hanno parlato la FDR e altri internazionalisti è un ordine postbellico che ricostruisca un sistema aperto con nuove forme di protezione e la capacità di gestire l’interdipendenza. Gli Stati Uniti non potevano semplicemente nascondersi all’interno dei propri confini, ma per funzionare in un aperto ordine postbellico, era necessario costruire un’infrastruttura globale per la cooperazione multilaterale.

Gli Stati Uniti e le altre democrazie occidentali potrebbero quindi attraversare questa stessa sequenza di reazioni animate da una sensazione di vulnerabilità a cascata; la risposta potrebbe essere inizialmente più nazionalista, ma a lungo termine, le democrazie emergeranno dai loro gusci per trovare un nuovo tipo di internazionalismo pragmatico e protettivo.


Meno profitti, ma più stabilità

di Shannon K. O’Neil , ricercatore di studi latinoamericani presso il Council on Foreign Relations e autore di Two Nations Indivisible: Messico, Stati Uniti e Road Ahead.

Il Covid-19 mina i fondamenti della produzione globale. Le aziende ora ripenseranno e ridurranno le catene di fornitura multi-fase e multi-nazione che dominano la produzione oggi.

Le catene di approvvigionamento globali erano già sotto tiro, sia economicamente, a causa dell’aumento del costo del lavoro in Cina, della guerra commerciale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e dei progressi nel robotica, automazione e stampa 3D, solo politicamente, a causa di perdite di lavoro reali e percepite, soprattutto nelle economie mature.

Il Covid-19 ha ora rotto molti di questi collegamenti: chiusure di impianti nelle aree colpite hanno lasciato altri produttori, così come ospedali, farmacie, supermercati e negozi al dettaglio, senza scorte o forniture.

Dall’altro lato della pandemia, sempre più aziende chiederanno di conoscere meglio la fonte delle loro forniture e si scambieranno l’efficienza con la ridondanza. Interverranno anche i governi, costringendo le industrie che considerano strategiche ad avere piani di emergenza e di riserva nazionali. La redditività diminuirà, ma la stabilità dell’offerta dovrebbe migliorare.


La storia di COVID-19 sarà scritta dai vincitori

di John Allen , presidente della Brookings Institution, ritirò il generale a quattro stelle del Corpo dei Marines degli Stati Uniti ed ex comandante della Forza di assistenza alla sicurezza internazionale per la NATO e le forze degli Stati Uniti in Afghanistan.

Come sempre, la storia della crisi di Covid-19 sarà scritta dai “vincitori”. Ogni nazione, e sempre più ogni individuo, sta vivendo la pressione sociale di questa malattia in modi nuovi e potenti. Inevitabilmente, le nazioni che persevereranno – sia per i loro sistemi politici ed economici unici sia dal punto di vista della salute pubblica – reclameranno il successo contro coloro che sperimenteranno un risultato diverso e più devastante.

Per alcuni, questo sembrerà un grande trionfo definitivo per la democrazia, il multilateralismo e l’assistenza sanitaria universale. Per altri, metterà in evidenza gli ovvi “benefici” di un regime autoritario e decisivo.

Ad ogni modo, questa crisi rimodellerà la struttura di potere internazionale in modi che possiamo solo iniziare a immaginare. Il Covid-19 continuerà a deprimere l’attività economica e ad aumentare le tensioni tra i paesi.

A lungo termine, è probabile che la pandemia riduca in modo significativo la capacità produttiva dell’economia globale, soprattutto se le imprese chiudono e le persone lasciano la forza lavoro. Questo rischio di dislocazione è particolarmente importante per i paesi in via di sviluppo e altri paesi che hanno una grande percentuale di lavoratori economicamente vulnerabili. Il sistema internazionale, a sua volta, subirà una forte pressione, il che porterà all’instabilità e conflitti diffusi all’interno e tra i paesi.


Un nuovo drammatico passo nel capitalismo mondiale

di Laurie Garrett , ex ricercatrice mondiale in materia di salute presso il Council on Foreign Relations e il vincitore del premio Pulitzer.

Lo shock fondamentale per il sistema finanziario ed economico globale è il riconoscimento che le catene di approvvigionamento globali e le reti di distribuzione sono profondamente vulnerabili alle perturbazioni. La pandemia di coronavirus non avrà quindi solo effetti economici duraturi, ma porterà anche a cambiamenti più fondamentali.

La globalizzazione ha consentito alle aziende di esternalizzare la produzione in tutto il mondo e consegnare i loro prodotti ai mercati just-in-time, aggirando i costi di magazzino. Gli inventari rimasti sugli scaffali per più di qualche giorno sono stati considerati fallimenti del mercato. Le forniture dovevano essere assicurate e spedite a un livello globale attentamente orchestrato. Il Covid-19 ha dimostrato che i patogeni non solo possono infettare le persone ma anche avvelenare l’intero sistema di flusso teso.

Data l’entità delle perdite subite dai mercati finanziari da febbraio, le aziende probabilmente usciranno da questa pandemia con una certa timidezza rispetto al modello just-in-time e alla dispersione della produzione in tutto il mondo. Ciò potrebbe comportare un nuovo drammatico passo nel capitalismo globale, in cui le catene di approvvigionamento vengono avvicinate a casa e riempite di licenziamenti per proteggersi dalle interruzioni future. Ciò potrebbe ridurre i profitti aziendali a breve termine, ma rendere l’intero sistema più resiliente.


Altri stati in bancarotta

di Richard N. Haass , presidente del Council on Foreign Relations e autore di The World: A Brief Introduction .

Penso che la crisi del coronavirus porterà la maggior parte dei governi, almeno per alcuni anni, a rivolgersi su se stessi, concentrandosi su ciò che sta accadendo all’interno dei loro confini piuttosto che su ciò che sta accadendo. al di fuori. Prevedo un’evoluzione più marcata verso l’autosufficienza selettiva (e, quindi, verso il disaccoppiamento) data la vulnerabilità della catena di approvvigionamento; opposizione ancora più forte all’immigrazione su larga scala; e una volontà o un impegno ridotti per affrontare i problemi regionali o globali (compresi i cambiamenti climatici) vista la necessità percepita di dedicare risorse alla ricostruzione del paese e di far fronte alle conseguenze economiche della crisi.

Mi aspetto che molti paesi troveranno difficile riprendersi dalla crisi, con gli stati deboli e gli stati falliti che diventano una caratteristica ancora più diffusa nel mondo. È probabile che la crisi contribuisca al continuo deterioramento delle relazioni sino-americane e all’indebolimento dell’integrazione europea. Sul lato positivo, dovremmo assistere a un leggero rafforzamento della governance globale della sanità pubblica. Ma nel complesso, una crisi radicata nella globalizzazione indebolirà piuttosto che aumentare la volontà e la capacità del mondo di reagire ad essa.


In ogni paese vediamo il potere dello spirito umano

di Nicholas Burns , professore alla Kennedy School of Government di Harvard ed ex sottosegretario agli affari politici presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti.

La pandemia di Covid-19 è la più grande crisi globale di questo secolo. La sua profondità e ampiezza sono enormi. La crisi della salute pubblica minaccia ciascuno dei 7,8 miliardi di persone sulla Terra. La crisi economica e finanziaria potrebbe avere un impatto maggiore sulla Grande recessione del 2008-2009. Ogni crisi da sola potrebbe causare uno shock sismico che cambierebbe permanentemente il sistema internazionale e l’equilibrio di potere come lo conosciamo.

Finora, la collaborazione internazionale è stata deplorevolmente insufficiente. Se gli Stati Uniti e la Cina non fossero in grado di mettere da parte la loro guerra di parole per determinare quale di loro è responsabile della crisi, la credibilità dei due paesi potrebbe essere notevolmente ridotta. Se l’Unione europea non può fornire aiuti più mirati ai suoi 500 milioni di cittadini, i governi nazionali potrebbero riguadagnare più potere a Bruxelles in futuro. Negli Stati Uniti, ciò che è maggiormente in gioco è la capacità del governo federale di prendere provvedimenti efficaci per arginare la crisi.

In ogni paese, tuttavia, ci sono molti esempi del potere dello spirito umano: medici, infermieri, leader politici e cittadini comuni che dimostrano capacità di ripresa, efficienza e leadership. Ciò dà speranza che uomini e donne in tutto il mondo possano prevalere di fronte a questa straordinaria sfida.

tratto da https://foreignpolicy.com/2020/03/20/world-order-after-coroanvirus-pandemic/

PER UNA SEPARAZIONE DEGLI OCCIDENTI, di Pier Luigi Fagan

Penso che la domanda giusta sia: ma noi, gente europea, popoli europei con questa gente quanto ci abbiamo a che fare? Potremmo scoprire che gli OCCIDENTI sono più di due e che solo negli Stati Uniti hanno trovato modo di convivere, ma in quella maniera; almeno sino ad ora. Forse lì hanno trovato un primo denominatore comune_Giuseppe Germinario

PER UNA SEPARAZIONE DEGLI OCCIDENTI. (Dedicato a mia moglie, texana del confine quindi “quasi latina”, ma italiana da quasi quaranta anni). La potente dinamica storica nella quale siamo capitati, impone una riflessione sull’aggregato che chiamiamo “Occidente”. Il termine è un relativo, c’è sempre qualcuno alla tua destra o sinistra stando su un meridiano della Terra, tutto sta a stabilire dove poni il tuo punto. Dalla fine dell’ultima guerra, l’unica potenza superstite vincitrice e per altro l’unico grande stato rimasto intatto, anzi cresciuto e potenziato, furono gli Stati Uniti d’America. Gli USA decisero allora di formare un blocco occidentale organizzato, il cui centro era posto in un punto imprecisato dell’Atlantico.

Sebbene oggi ai più paia naturale ed oggettiva questa partizione, sarà bene ricordare che nella prima parte del ‘900 ed ovviamente prima ancor di più, Occidente era limitato all’Europa centro-occidentale. Il resto era ritenuta una appendice anglofona dei britannici (Stati Uniti, Canada, Australia, Nuova Zelanda) ed una appendice latina centro-sud americana, residuo del colonialismo iberico con una spruzzata di francese ed una goccia di olandese, più qualche migrante italiano.

L’Occidente recente, è stato un sistema a baricentro americano, ordinato dal principio economico, ordinato dal mercato ed ordinativo del politico espresso in un parlamento da un popolo di produttori-consumatori soggiacente una élite dotata di capitale. La vis bellica del sistema è stata delegata interamente a gli americani. Dalla fondazione nel 1776, gli USA hanno fatto guerre per il 93% del loro tempo storico, unica pausa: i cinque anni della Grande depressione. Ora, le guerre si fanno per procura, si proteggono gruppi armati salafiti, si vendono armi a gli amici, si impongono dazi, si combatte su tutte le trincee finanziarie, economiche, diplomatiche, energetiche, digitali, spaziali. Adattivamente, gli americani contemplano una variabile da lungo tempo espulsa dai principali sistemi di civiltà: la violenza.

La contemplano esternamente dove il militare traina il complesso produttivo secondo auspici e condizioni di possibilità creati dal politico. Il complesso militare-industriale individuato dal presidente uscente D. Einsenhower, un generale repubblicano e non certo un yippie pacifista, nel celebre discorso radio il giorno del suo commiato nel 1961, venne poi reso concetto dal sociologo C. Wright Mills e da allora usato in letteratura da molti. La velina originaria del discorso del presidente contiene la dicitura “complesso militare-industriale-congressuale” con l’ultimo termine barrato in correzione. Già ai tempi di Einsehower, il complesso volgeva le sue mire non più solo o tanto alla produzione materiale industriale. Da lì a poco infatti nasceva Arpanet, la rete militare da cui proviene Internet. Il mondo digitale-informatico nel quale alcuni di noi sono nati, non è nato spontaneamente, è stato il frutto voluto di intense ricerche e sviluppi governato dalla RAND Corporation (ARPA-DARPA) sin dai primi anni ‘60 e molte altre istituzioni pubblico-private americane irrorate da capitali pubblici nella fase di messa a punto e poi privati nella fese di sfruttamento commerciale. Quando ancora non c’era quasi niente di tutto ciò da quotare, gli americani -previdenti- lanciano il NASDAQ, era il 1971, l’anno del Nixon shock. Il computer è fisicamente figlio di questo impegno (con capitali della Marina Militare), tutti gli sforzi sull’Artificial Intelligence e Life, la bioingegneria, le nanotecnologie, che già nel 2002, convergono in un piano promosso dalla Natonal Science Foundation e Dipartimento al Commercio USA in quella che venne chiamata: “convergenza NANO – BIO – INFO – COGNO” ovvero quel misto di post-umanesimo tecno-distopico atto a sviluppare potenziamento post-umano per chi se lo può permettere con ampie ricadute commerciali e strutture per il ferreo controllo psico-comportamentale delle popolazioni.

Ma lo sviluppo del principio di violenza che fa degli americani di gran lunga maggiori investitori pubblici in armi al mondo al grido di “più Stato per il mercato!” (dati SIPRI ’19: USA hanno la stessa spesa militare della somma dei successivi 11 stati ovvero Cina. India, Russia, Saudi Arabia, Francia, Germania, UK, Japan, South Corea, Brasile ed Italia), tenuto conto che loro da soli sono il 4,5% della popolazione mondiale e gli altri 11 sono poco meno del 50%, ha ovviamente il suo lato interno, un primato indiscusso anch’esso.

Il II° emendamento alla loro Costituzione, sancisce il diritto inviolabile di libertà individuale di occuparsi della difesa personale, cioè portare armi, 40 milioni in più dei suoi abitanti, il 42% delle armi personali del mondo. La National Rifle Association è la potente lobby che finanziando con 30 milioni di dollari (il doppio di quanto NRA investiva di solito in finanziamenti al candidato repubblicano) la campagna 2016 di Trump e con altri 24 milioni US$ altri sei senatori repubblicani tutti eletti, promuove gli interessi del comparto. Di contro, poiché gli USA hanno col 4,4% della popolazione il 22% della popolazione carceraria del mondo, (in Europa c’è un settimo della popolazione carceraria americana per 100.000 abitanti), la domanda di difesa personale è alta.

Oltre alle armi, c’è un complesso sistema di supporto alla libera espressione della violenza, assistenti sociali che riempiono gli svantaggiati di pillole per la devastazione psichica, giudici ed avvocati, carceri pubbliche ma soprattutto carceri private, le quali sono “imprese” al cui interno si lavora con paghe da schiavi (ma “Arbeit”, si sa, “macht frei” e del resto quella tedesca è l’etnia maggioritaria in USA) e che secondo non pochi studiosi, fanno a loro volta “pressioni” su i giudici distrettuali per ottenere condannati senza i quali l’impresa deperisce. Infatti, sebbene i tassi di criminalità siano diminuiti di un po’ negli ultimi decenni, quelli di incarcerazione sono aumentati del 500%.

Col solo 13% di popolazione totale, i neri sono ben più del 50% della popolazione carceraria ed un terzo di ragazzi sotto i 20 anni neri, sono tra carcere o libertà vigilata. Molto è dovuto allo spaccio di droga pulita consumata dai giovani rampolli bianchi, mentre quella chimicamente sporca è di conforto ai giovani neri. La mano d’opera di riserva, nel caso, è ispanica. Il consumo di droga americano è anche il maggior contributo dell’economia alla sviluppo per il Sud America. I cartelli della droga poi tiranneggiano i politici locali così che l’élite politica locale sia debole e manipolabile dalle multinazionali americane che vanno a rapinare le risorse indigene. A massaggiare le opinioni pubbliche latine poi c’è l’esercito degli evangelici.

Gli americani sono anche di gran lunga i maggiori consumatori al mondo di antidepressivi, ansiolitici ed ipnotici con ricetta e non, hanno la più alta percentuale al mondo di malati mentali e rispetto a tutti paesi occidentali, sono di gran lunga quello che i più alti indici di diseguaglianza. Un terzo della popolazione nel paese in cui vivono il 41% dei più ricchi del pianeta, è povero, ma gli homeless non sono ammessi perché la sola loro vista produce un reato perseguibile penalmente: “reato contro la qualità della vita”.

Adesso dilettatevi a tifare contro o per Trump, Biden, Soros, Gates, Bezos, Zuckerberg, Bannon, questo o quel articolista che vi spiegherà cosa c’è sotto questo o quello, qualche economista che vi spiega come si rende felice la scienza triste, o quello che vi terrorizzerà col pericolo cinese, sputerà contro qualche istituzione internazionale e vi imbambolerà con qualche cazzata di giornata a cui abboccherete con la passione tipica dei colonizzati mentali, i pretoriani dell’Impero che non mancano mai nei paesi ridotti ormai a colonie di fatto, felici di esserlo. E non dimenticate di ribellarvi ad Immuni stando su facebook ed usando google, mi raccomando …

Ma noi europei, con questa gente, cosa abbiamo a che fare?

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