LA GUERRA COME POLITICA DEGLI USA a cura di Luigi Longo

LA GUERRA COME POLITICA DEGLI USA

a cura di Luigi Longo

La distruzione dei territori siriani, in particolare della provincia di Idlib, da parte degli USA, tramite le diverse sigle dei Jihadisti, non si ferma. Si va dall’attacco chimico ad Idlib da parte del gruppo Tahrir as-Sham (il nuovo nome di Al Nusrah) per addossare la colpa al governo di Damasco con pronta dichiarazione del Dipartimento di Stato statunitense che vede i“ […] segnali che il regime di Assad potrebbe ripetere il suo uso di armi chimiche, incluso un presunto attacco di cloro nella Siria nord-occidentale la mattina del 19 maggio 2019 […] Stiamo ancora raccogliendo informazioni su questo incidente, ma ripetiamo il nostro avvertimento: se il regime di Assad usa armi chimiche, gli Stati Uniti e i nostri alleati risponderanno rapidamente e in modo appropriato […] la colpevolezza del regime di Assad negli orribili attacchi di armi chimiche è innegabile”. Alla distruzione di migliaia di ettari di grano per affamare la popolazione (la risorsa grano come arma di guerra) ad opera dell’Isis con l’intervento dell’ONU (a servizio degli Stati Uniti d’America) che insinua la mano del governo di Assad dietro i campi di grano bruciati.

L’obiettivo statunitense è l’asse Iran-Siria come configurazione di una potenza regionale egemone nel Medio Oriente (a danno dei loro sicari israeliani) da sottrarre all’area di influenza russa e cinese sempre più in coordinamento tra di loro. Sullo sfondo il conflitto tra le potenze mondiali per l’egemonia: gli USA per un dominio monocentrico, la Russia e la Cina per un dominio multicentrico.

Per quanto sopra riporto l’articolo di Leone Grotti, Siria. L’Isis brucia i campi di grano e affama la popolazione di Idlib apparso su www.tempi.it del 11/6/2019 e una sintesi dell’intervista rilasciata da Noam Chomsky curata da Salvo Ardizzone con il titolo Chomsky spiega l’ostilità degli USA verso l’Iran uscita su www.ilfarodelmondo.it del 12/6/2019.

 

 

 

SIRIA. L’ISIS BRUCIA I CAMPI DI GRANO E AFFAMA LA POPOLAZIONE DI IDLIB

Leone Grotti

 

La Stampa spiega come i jihadisti utilizzano il cibo come «arma di guerra». Ma l’Onu porta avanti la sua guerra dell’informazione e accusa in modo surrettizio l’esercito di Bashar Assad

 

 

La provincia siriana di Idlib è controllata da decine di migliaia di ribelli e jihadisti. Eppure, quando le Nazioni Unite hanno dato settimana scorsa la notizia che «migliaia di ettari di campi» di grano sono stati bruciati, ha accusato dei generici «combattenti». L’Onu ha aggiunto poi che la zona interessata è quella dove il governo di Bashar Assad appoggiato dalle truppe russe sta attaccando. L’insinuazione su chi stesse utilizzando il cibo come «arma di guerra» era evidente.

 

È L’ISIS A BRUCIARE I CAMPI

 

Oggi, a una settimana di distanza, l’inviato a Beirut della Stampa, Giordano Stabile, racconta però un’altra storia. Non è il regime di Assad che affama volontariamente la popolazione, ma l’Isis. Scrive Stabile:

«All’inizio gli incendi sono stati collegati all’offensiva governativa lanciata alla fine di aprile nella provincia di Idlib. Un giornale critico con il regime come «Asharq al-Wasat» ha scoperto però che il grosso degli incendi è stato applicato da gruppi jihadisti che volevano impedire ai contadini di vendere il raccolto al governo. Damasco offre 185 lire siriane per ogni chilo di frumento, un prezzo allettante. La reazione è stata spietata. Secondo «Asharq al-Wasat» nel mese di maggio fra i 15 mila e i 20 mila ettari di campi coltivati a cereali sono andati in fiamme nelle zone controllate dai ribelli e dai curdi»

 

GUERRA DELL’INFORMAZIONE

 

Il conflitto siriano è entrato nel suo nono anno e la provincia di Idlib è l’ultima roccaforte jihadista in Siria. Ma l’Onu e la comunità internazionale non sembrano stanchi di pubblicare notizie false o tendenziose per orientare l’opinione pubblica a riguardo. I jihadisti non si fanno scrupoli ad affamare la popolazione di Idlib su cui esercitano ancora il controllo pur di protrarre la guerra. I civili usati come scudi umani sono una triste realtà a Idlib.

Eppure un’importante fetta della stampa mondiale e degli organi internazionali continuano a difendere in modo inspiegabile ribelli e terroristi islamici. Persino il Washington Post, che non è mai stato tenero con Assad, ha riportato le testimonianze di contadini che si sono visti i campi bruciati dall’Isis solo perché hanno osato vendere il proprio grano al governo per guadagnarsi da vivere. In Siria è cominciato l’ultimo capitolo di una guerra estenuante, ma la guerra dell’informazione non accenna a finire.

 

 

 

CHOMSKY SPIEGA L’OSTILITÀ DEGLI USA VERSO L’IRAN

a cura di Salvo Ardizzone

 

Noam Chomsky, il noto storico e filosofo americano, spiega che gli Usa sono ostili verso l’Iran perché non possono accettare uno stato indipendente in Medio Oriente. In un’intervista, Chomsky ha dichiarato che l’establishment e i media Usa considerano la Repubblica Islamica il Paese più pericoloso del pianeta perché sostiene i movimenti della Resistenza come Hezbollah e Hamas.

Secondo la narrazione bugiarda di Washington, l’Iran è una doppia minaccia, perché sarebbe il principale sostenitore del terrorismo e i suoi programmi nucleari costituirebbero una minaccia esiziale per Israele, una minaccia talmente grave da aver costretto gli Usa a posizionare un sistema antimissile sui confini russi per proteggere l’Europa dalle (inesistenti) testate nucleari iraniane, malgrado non si comprenda come e perché la leadership della Repubblica Islamica avrebbe dovuto lanciare un simile attacco, dando agli Usa l’opportunità d’incenerirla un attimo dopo.

Chomsky ha denunciato la mistificazione statunitense, affermando che nella realtà il cosiddetto sostegno iraniano al terrorismo si traduce nel supporto dato a Hezbollah, il cui crimine principale è di essere il solo deterrente contro un’altra rovinosa invasione israeliana del Libano, e ad Hamas, colpevole di aver vinto una libera elezione nella Striscia di Gaza, un crimine che ha suscitato immediate e severe sanzioni, oltre ad aver portato gli Usa a tramare per scalzarla dal governo della Striscia.

Lo storico ha continuato affermando che le colpe principali per cui Hezbollah e Hamas sono considerate organizzazioni terroristiche dagli Stati Uniti, risiedono nella loro ferma opposizione all’espansionismo aggressivo del regime israeliano; i sionisti hanno sempre aspirato al Grande Israele, o Terra Promessa, che secondo Theodor Herzl si sarebbe dovuto estendere dal Nilo all’Eufrate, da buona parte della Turchia alla Penisola Arabica. Se non ci fossero stati i movimenti di Resistenza come Hezbollah o Hamas, i sionisti si sarebbero impadroniti di gran parte del Medio Oriente.

Riagganciandosi a questo, Chomsky ha spiegato che l’inconciliabile ostilità di Usa e Israele nei confronti dell’Iran sta nel fatto che essi non possono tollerare una potenza indipendente in una regione che essi pretendono di dominare. Per questo la Repubblica Islamica non può essere perdonata per aver rovesciato il regime dittatoriale insediato da Washington nel 1953.

Lo studioso americano ricorda che allora un colpo di Stato ordinato dagli Usa e messo in atto dalla Cia ha rovesciato Mohammad Mossadeq, il Primo Ministro iraniano colpevole agli occhi dell’Occidente di voler nazionalizzare le risorse petrolifere dell’Iran e usarle per far progredire il Paese. Una colpa grave che ha spinto l’Inghilterra (allora padrona di quel petrolio) a chiedere l’aiuto degli Stati Uniti che diedero il via all’Operazione Ajax, ufficialmente ammessa dalla Cia 60 anni dopo; fu la fine della prima esperienza democratica in Iran e l’inizio del risentimento del Popolo iraniano verso le ingerenze americane.

Ma gli Usa non si limitarono a questo, Chomsky ricorda che per 26 anni Washington ha sostenuto Reza Pahlavi, un brutale dittatore che regnava torturando e uccidendo ogni oppositore grazie alla Savak, la sua polizia segreta. Tuttavia, malgrado il costante appoggio degli Stati Uniti e di tutto l’Occidente al regime sanguinario, nel 1979 il Popolo iraniano, sotto la guida dell’Ayatollah Khomeini, è riuscito a far crollare il potere dei Pahlavi.

Nel descrivere la costante ostilità statunitense verso l’Iran, lo storico americano ha affermato che negli ultimi 60 anni non è passato un giorno senza gli Usa non si accanissero contro gli iraniani: a parte il colpo di stato ed il sostegno a un dittatore descritto nel peggiore dei modi da Amnesty International, dopo il rovesciamento di Pahlavi ci fu l’aggressione che Washington condusse attraverso Saddam Hussein; a causa di essa, nel corso di una guerra durata 8 anni, centinaia di migliaia di iraniani sono stati uccisi, molti di essi con armi chimiche, senza che nessuno protestasse.

Chomsky ha ricordato che gli Usa intervennero apertamente al fianco di Saddam Hussein, allora considerato uno strettissimo amico da Reagan, tanto che l’attacco iracheno all’Uss Stark, che causò la morte di 37 marinai Usa, fu seguito solo da un blando richiamo. Saddam era un dittatore utile per gli Usa ed essi tentarono anche d’incolpare l’Iran per le stragi di curdi che egli commise con i gas. Più tardi, George Bush padre invitò negli Stati Uniti ingegneri nucleari iracheni per formarli alla produzione di ordigni nucleari che minacciassero l’Iran senza “sporcare” Washington. E naturalmente, ha continuato lo studioso, Washington è stata la causa prima e determinante delle sanzioni contro l’Iran, che nei fatti gli Usa mantengono ancora oggi.

Nella sua analisi Chomsky ha denunciato la retorica anti iraniana di Trump, che critica l’Iran ma si accosta ai peggiori regimi repressivi; mentre egli compiva il suo viaggio in Medio Oriente, la Repubblica Islamica ha tenuto le sue elezioni, evento impensabile nell’Arabia Saudita che l’ospitava, il Paese che è la fonte del wahabismo che avvelena la regione e il mondo islamico. Ma non è solo il Presidente ad essere ostile all’Iran, lo è tutta l’Amministrazione in quanto espressione dell’establishment.

Nel descrivere l’Arabia Saudita, il maggior alleato mediorientale degli Usa e nemica giurata dell’Iran, Chomsky l’ha descritta come una dittatura brutale e repressiva, dove i diritti umani vengono calpestati, ma un luogo dove Trump si sente a proprio agio. A Riyadh, il Presidente americano ha stipulato accordi per 320 Mld di dollari, essenzialmente enormi forniture di armi per la felicità dell’industria degli armamenti, ma le conseguenze immediate sono state il via libera agli “amici” sauditi a continuare le loro atrocità in Yemen, e ad isolare il Qatar, colpevole di voler essere troppo indipendente.

Ancora una volta è principalmente l’Iran il motivo: il Qatar condivide con la Repubblica Islamica un enorme giacimento di gas naturale ed intrattiene con essa rapporti commerciali e culturali, cosa intollerabile per i sauditi (e per gli Usa).

Nella sua analisi Chomsky ha tratteggiato le ragioni profonde dell’irriducibile ostilità che gli Usa hanno verso l’Iran, e i tanti crimini che nel corso di sessant’anni hanno perpetrato nei confronti del Popolo iraniano per tentare di dominarlo; un atteggiamento che permea l’establishment statunitense e che è praticamente impossibile sradicare. Un atteggiamento a cui si somma la dichiarata inimicizia di Israele, che vede nella Repubblica Islamica e nella Resistenza che essa sostiene i suoi peggiori nemici, coloro che gli sbarrano la strada al dominio della regione, e che minacciano l’esistenza stessa dell’entità sionista e il permanere della sua occupazione della Palestina.

 

 

LA COMMISSIONE EUROPEA PROPONE UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE PER DEBITO ECCESSIVO ALL’ITALIA. PERCHE’? a cura di Luigi Longo

LA COMMISSIONE EUROPEA PROPONE UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE PER DEBITO ECCESSIVO ALL’ITALIA. PERCHE’?

a cura di Luigi Longo

 

Riporto la nota di Domenico Rondoni [referente economico del MMT (Modern Money Theory) – Umbria], apparsa sul sito www.ariannaeditrice.it del 6/6/2019, per porre la seguente domanda: perché l’Italia che ha aumentato il rapporto debito/Pil meno degli altri paesi europei nel periodo 1992-2017 verrà sottoposta alla procedura di infrazione per debito eccessivo?

Propongo una riflessione non interessata ad evidenziare a) la debolezza e il degrado peculiare politico e sociale dell’Italia (attacco alle risorse mobili e immobili, assalto definitivo al cosiddetto made in Italy, distruzione delle imprese strategiche ormai definitivamente in mano straniere…); b) l’ideologia (nell’accezione negativa del termine) del governo per il cambiamento (sic) dei cosiddetti sovranisti, populisti in Italia (e in Europa) che non hanno una strategia per liberarsi dal giogo assurdo dei sub-dominanti europei (Germania e Francia): per loro la politica non è la reale prassi di cambiamento ma è un gioco di potere maldestro dentro la logica del capitale; c) l’Italia e l’Europa come espressioni geografiche dei predominanti statunitensi a prescindere dal loro insanabile (un indicatore del declino irreversibile) conflitto interno tra gli agenti strategici; d) il nuovo ri-equilibrio che la fine della UE comporterà con le nuove relazioni tra i sub-dominanti europei e i pre-dominanti statunitensi.

La riflessione che qui avanzo è interessata piuttosto a rilevare la mancanza di un progetto strategico di ri-fondazione dell’Europa che passa attraverso la fuoriuscita dei Paesi europei dalla NATO (il progetto Usa della fase multicentrica) che è una delle importanti istituzioni mondiali per il dominio Usa.

Altro che fuoriuscita dall’euro: per fare cosa? Per rimanere ancora sotto la sudditanza statunitense? Per rimanere nella incapacità di aprire relazioni di cambiamento con l’Oriente le cui potenze mondiali (soprattutto Russia, Cina) sono per un equilibrio multicentrico del dominio?

La UE (il progetto USA del secondo dopoguerra) è finita e occorre ri-pensare un’altra Europa fondata su nazioni autodeterminate e sovrane (con la loro storia, il loro territorio, la loro geografia, la loro cultura) con una idea di sviluppo e di ri-pensamento della modernità a partire dalla rottura del dominio statunitense perché gli Stati Uniti d’America restano il grande collante culturale ed il grande garante geopolitico-militare della riproduzione capitalistica mondiale.

La crisi della modernità occidentale è un altro indicatore del declino egemonico statunitense.

 

 

 

 

 

RICAPITOLIAMO

di Domenico Rondoni

Ci fanno entrare nell’euro con un rapporto debito/pil piu alto di tutti.
In questi 25 anni difficilissimi aumentiamo il rapporto debito/pil di meno di tutti.
E ora ci aprono una procedura di infrazione per DEBITO ECCESSIVO!?!?
Cioé è come se convinco uno zoppo a fare i cento metri con i normodotati, lo zoppo facendo un miracolo e lasciandoci quasi le penne arriva primo, ed io gli azzoppo pure l’altra gamba perché non ha fatto il record del mondo!!
Ma ci rendiamo conto in che gabbia di matti ci hanno cacciato?
Se questi non capiscono che il cosidetto debito pubblico è uno STRUMENTO DI CRESCITA ECONOMICA che va GESTITO ed AUMENTATO, non resta davvero altro da fare che evadere dal manicomio….

 

 

 

 

Chi controlla lo spazio controlla il mondo: la nuova corsa alle stelle, di Giuseppe Gagliano

Dopo il 33° podcast di Gianfranco Campa http://italiaeilmondo.com/2019/05/28/33-podcast_appuntamento-sulla-luna_1a-parte-di-gianfranco-campa/ il tema della competizione nello spazio si arricchisce del contributo del professor Giuseppe Gagliano. Buona lettura, Giuseppe Germinario

https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/controlla-spazio-controlla-mondo-nuova-corsa-stelle-119930/?fbclid=IwAR0IGFrHkUD_YVZdCKcsRp3lplBwQw2dmhgKYXjoy4IqR5EOKrYzdFpM9pY

Chi controlla il punto più alto dello spazio controlla il mondo. L’impero romano controllava il mondo perché poteva costruire strade. Più tardi, l’impero britannico dominò grazie alla sua marina. Ebbene, sotto il profilo storico, tutto ciò ci consente di affermare che lo spazio sia stato associato, fin dall’inizio della sua esplorazione, ad una prospettiva di difesa e sicurezza nazionale. Infatti durante i primi decenni dell’avventura spaziale, che coincideva con quelli della Guerra Fredda, la questione spaziale era essenzialmente strategica (dimostrazione di potere, intelligence) e ciò determinava la necessità di mobilitare enormi stanziamenti.

Spazio strategico

Lo spazio militare assume una nuova dimensione nei primi anni ’80 con la Strategic Defense Initiative (SDI) di Ronald Reagan. L’obiettivo della SDI era duplice: in primo luogo, integrare la deterrenza nucleare con un sistema di prevenzione dell’aggressione sovietica, ma era anche quello di usare il potere tecnologico americano per dominare l’Unione Sovietica. Infine, il crollo del Patto di Varsavia limitò severamente questa iniziativa.

Tuttavia, l’idea di una difesa missilistica, in gran parte basata sullo spazio, non è mai stata abbandonata ed è stata ripresa con la visione tecnologica della rivoluzione negli affari militari degli anni ’90 e con la necessità di risposte rapide a causa della proliferazione delle capacità balistiche degli stati canaglia. A poco a poco, il campo spaziale è diventato un mezzo a pieno titolo di azione militare e nessuna altra operazione può fare a meno di questo strumento dal quale dipendono le forze armate.

Dominio Usa e irrilevanza europea

Nel febbraio 2018, il Pentagono ha ammesso che gli Stati Uniti sono dipendenti dallo spazio e che i loro avversari ne sono consapevoli. Infatti Russia e Cina mirano a disporre di armi controspaziali non distruttive e distruttive disponibili per un potenziale conflitto futuro, un futuro conflitto globale potrebbe iniziare nello spazio. Ciò ha spinto  Heather Wilson, segretario dell’Aeronautica degli Stati Uniti, a sottolineare che il paese ha  bisogno di organizzare e addestrare forze in grado di trionfare in qualsiasi tipo di conflitto futuro che si estendesse agli Usa spazio incluso e proprio per questo il presidente Donald Trump ha lanciato una vera e propria Space Force, annunciata come una forza autonoma  degli Stati Uniti.

Non deve sorprendere allora il fatto che il dominio degli Stati Uniti nello spazio militare sia schiacciante. Infatti, tra tutti i satelliti militari attivi nel 2017, circa 150 sarebbero americani, 40 sarebbero russi e meno di 50 cinesi. L’Europa chiude con 35 satelliti militari, di cui otto francesi, sette per ciascuno degli eserciti tedeschi, britannici e italiani, due spagnoli e quattro fatti in ambito europeo .

Gli importi di bilancio riflettono anche questa disparità. Se il budget dello spazio militare russo è di 1,5 miliardi di dollari e quella della Cina è di circa 2 miliardi quello degli Stati Uniti arriva a circa quaranta miliardi.

Al di là dello spazio strategico inteso come strumento militare, non vi è dubbio che le società moderne dipendano interamente dallo spazio (economico, industriale, bancario, ma anche sociale o sanitario, ecc.) e la loro capacità di recupero è in gran parte dovuta alla robustezza delle loro capacità spaziali (geolocalizzazione, comunicazioni, trasferimento dati, meteorologia, ecc.). La proliferazione di dispositivi orbitali è lì per testimoniare questa grande dipendenza. Più di 1.200 satelliti sono in servizio su 4.300 che sono stati lanciati dall’inizio dell’era spaziale e sono ancora in orbita. La metà di questi satelliti operativi sono civili, un terzo ha un uso strettamente militare e il resto ha  ìuna destinazione prevalentemente civile ma potenzialmente militare. Lo spazio, specialmente nelle sue orbite basse (prime centinaia di chilometri), è quindi molto impegnato se non affollato di satelliti perfettamente identificati nella loro missione civile o militare, ma alcuni di essi hanno un duplice uso. La cartografia dello spazio “militare” comporta quindi un grado di incertezza che rende necessario considerare qualsiasi satellite come vettore di potenza militare.

Con il collasso del blocco sovietico e l’emergere di nuove forme di conflittualità, le funzioni dello spazio militare supereranno quelle dello spazio strategico. In occasione dell’impegno delle sue forze nel Golfo, la dottrina militare statunitense ha trasformato l’uso dello spazio e dato un posto centrale all’azione operativa. Lo spazio è quindi concepito come un moltiplicatore di forza con satelliti con prestazioni sempre più impressionanti.

Giuseppe Gagliano

intervista al Generale Marco Bertolini_ Il concetto di sovranità e la sua declinazione in politica

Qui sotto una importante intervista al Generale Marco Bertolini. Si parte dalla sottolineatura del concetto di sovranità e della sua imprescindibile deglinazione in qualsivoglia azione politica. Si passa poi al riconoscimento dell’importanza degli strumenti dello Stato che consentono l’esercizio di queste prerogative in un contesto geopolitico sempre più complesso. Marco Bertolini, già Comandante della Folgore, ha assunto numerosi ed importanti incarichi nelle più svariate missioni all’estero dei contingenti militari italiani. Un patrimonio prezioso di esperienza al servizio del paese e della nazione. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

NB_In alcune parti la qualità dell’audio, dovuta ad un collegamento telematico non ottimale, non consente un ascolto agevole e lineare_Ce ne scusiamo con gli ascoltatori e con il Generale Marco Bertolini. Siamo sicuri che l’importanza degli argomenti rendano sopportabili tali mancanze

SALAMINA A ROVESCIO SUL 28° PARALLELO_Antonio de Martini e Pierluigi FAGAN

 

Salamina a rovescio di Antonio de Martini

 

Quasi mezzo millennio prima di Cristo, l’imperatore SERSE I organizzò una spedizione al confine estremo del regno.

I greci, che all’epoca erano il LIMES, si coalizzarono contro il gigante asiatico avanzante.

Temistocle , dopo aver incassato una sonora batosta sul mare, si arroccò dietro l’isolotto di Salamina -come Leonida alle Termopili dove un gruppetto di spartani tenne in scacco le fanterie persiane e vendette cara la pelle- e si sistemò a difesa.

Con la stessa tattica dieonida , nello stretto tra l’isola e il mare, Temistocle inflisse una battuta d’arresto alla flotta del gran re enormemente superiore e difficile da manovrare in spazi ristretti .

Facendo pagare ogni singola avanzata a caro prezzo, i greci guadagnarono tempo, fidando nella indisponibilità di Serse a restare troppo a lungo ai margini del suo impero a dar la caccia a quattro mangiatori di olive.

In caso di attacco USA , i persiani useranno la stessa tattica di Temistocle, tanto più che i due gruppi da battaglia della V e VI flotta , si sono già infognati in aree prive di spazi di manovra: il gruppo “Keasarge” ha superato lo stretto di Hormuz e si è inoltrato nella trappola.

Per uscire, dovranno passare a tiro anche di sasso dalle coste iraniane.

L’altro gruppo di battaglia ( sempre una portaerei ( Lincoln ) , una nave appoggio zeppa di Marines e patrioti che fanno la prima apparizione antiaerea da nave, più naviglio di scorta ) attende l’ordine di iniziare la lotta, ma è anch’esso incastrato nel mar rosso tra bab el mandeb e Suez.

A tiro dei guerriglieri houti e dei loro sofisticati droni.
Tutti a tiro di missile da entrambe le sponde che costeggiano.

Questo dispiegamento arrogante è la migliore garanzia che lo scontro non ci sarà. Nessuno è stupido fino a questo punto.

Si stanno impostando e propagandando incidenti veri e presunti – come quelli dell’articolo AP che ho allegato- , ma senza conseguenze, a meno di errori – voluti o no – di qualche zelota.

Le grida di allarme servono a condizionare i protagonisti politici e saggiare i tempi tecnici di reazione dell’avversario.

In caso di scontro reale i persiani, nel peggiore dei casi, affonderanno almeno una portaerei e naviglio minore, senza contare la pioggia di missili che lanceranno su Israele di cui – coi missili da Gaza nei giorni scorsi – hanno saggiato l’operatività del sistema anti missile Iron Dome.

Cinque anni fa, durante una manovra coi quadri nella zona del golfo persico tenutasi al Pentagono, i “ nemici” rappresentati da un ammiraglio in pensione noto per la sua indipendenza di giudizio, affondò ( coi barchini) quattro navi USA. Uno smacco per lo stato maggiore della Marina USA sia pure ad opera di un collega “ Maverick “.

Chissà se al presidente lo hanno detto.

 

 

ESTATE AL 28°N PARALLELO di Pierluigi FAGAN.

 

Il costante conflitto che accompagnerà la difficile transizione al mondo multipolare, sembra voler convergere nello spazio e nel tempo in un punto particolare dello spazio-mondo.

Da più parti, si nota che:

a) gli americani stanno dislocando una portaerei in direzione del Golfo Persico. Hanno già mosso altre navi da guerra, rifornito di bombardieri le basi intorno all’Iran, nonché disseminato batterie missilistiche ed anti-missilistiche. In più Bolton a Pompeo, non passano giorno senza qualche buona parola incendiaria verso l’Iran. Altri sostengono che in USA si nota grande fermento operativo pre-bellico ;

b) Trump annuncia ulteriori sanzioni all’Iran che si sommano alle precedenti, dopo aver ulteriormente stretto il cordone di divieto alle relazioni con l’Iran tra cui quelle italiane e greche prima permesse. Dopo aver del tutto isolato Teheran dagli europei, è ora la volta dei tre compratori di energie fossili iraniane ovvero Turchia, India e Cina. Gli iraniani hanno dato due mesi di tempo a gli altri firmatari del precedente accordo teso a bloccare lo sviluppo atomico dell’Iran, per dare segni di vita. In assenza di un chiaro atteggiamento di conferma dell’accordo che isolerebbe gli USA, Rouhani ha fatto sapere che riprenderà l’arricchimento dell’uranio, ma è molto probabile abbia già iniziato ;

c) infatti Israele segue Bolton e Pompeo annunciando di imminenti attentati sciiti tra Gaza ed obiettivi americani in Medio Oriente mentre l’Egitto ha bloccato petroliere iraniane a Suez;

d) davanti a gi EAU, qualcuno ha sabotato petroliere saudite che hanno preso fuoco;

e) Isis si ripresenta in Kashmir e nel sud del Pakistan a Gwadar, terminale della Via della Seta cinese, accendendo l’irredentismo del Belucistan. Anche lo Sri Lanka e lo stesso Kashmir rientrano nelle rotte logistiche della Via della Seta cinese. In Iran, invece, c’è un porto strategico per le proiezioni esterne dell’India.

Naturalmente torna di moda la classica minaccia di autoaffondamento di navi dismesse in un punto particolarmente basso dello stretto di Hormuz da parte iraniana che rappresenterebbe un Armageddon petrolifero-finanziario dalle conseguenze terribili per l’intera economia-mondo, in particolare asiatica.

Con Trump non si sa mai se sta a suo modo trattando e quanto è disposto ad andare fino in fondo se la trattativa non andasse all’esito sperato o se “questa volta è diverso”. Una cosa pare certa, come ogni estate, la temperatura dalle parti del 28° parallelo, tenderà a salire. Da seguire …

Lluch De Sa Font Infatti credo che la carta vincente sarà a giugno quando presenterà il suo piano di pace per la Palestina, in cui si dice verrà coinvolto Hamas e, se va in porto, sarà utile ad una rielezione. Certo che i potenti nemici che ha in casa e all’estero faranno il possibile per mettere i bastoni fra le ruote…

 

 

TROPPE TRUPPE MARISCIÀH di Antonio de Martini

 

(Trump ha comunque smentito la presenza e anche l’intenzione di schierare i 130.000 uomini a meno di una pesante provocazione dell’Iran, definendo una fake la notizia del NYT_A dire il vero gli attori locali interessati a trascinare gli USA in guerra sono però almeno due._ https://news.yahoo.com/trump-denies-planning-send-120-000-troops-counter-161151316.html?fbclid=IwAR3kizBenzZV93nvAV2HZiES4EC6i9BZkJETXExb0NEhMEWGgaaWNDRd2nM Giuseppe Germinario)

 

A partire dal 1991 resta impresso in mente un dato costante sull’esercito degli Stati Uniti: esiste una forza armata che potremmo definire “ territoriale “ e un’altra che chiamerei “ forza mobile” composta da 120/130.000 uomini che è il vero ferro di lancia dell’US Army.

La forza territoriale presidia e occupa basi e territori sfoggiando un apparato logistico impressionante e ben alimentato. Questa aliquota, in continua crescita, fa la parte del leone nel bilancio della Army.

Centinaia di basi nel mondo dove la forza aerea e la Marina possono contare di fare sosta, rifornimento o riposo. Da dove si può far partire una spedizione, ma di dubbia efficacia combattiva.

Lo sforzo strategico di tutti i presidenti che si sono succeduti da Eisenhower in poi è consistito nel cercare di erodere questa posta di bilancio a favore dell’aliquota “ combattente” da impiegare sul campo.

Obama aveva cercato di creare reparti speciali da aggiungere al “ corpo combattente” puntando sulla estrema specializzazione di 30.000 uomini in battaglioni capaci di operare a 360 gradi. Trump ha scelto diversamente.

Trump ha fatto la scelta di aumentare il bilancio in termini assoluti senza capire che la macchina finanziaria del Pentagono – di terra e di mare- non sarà mai sazia per definizione e assorbirà qualsiasi cifra venga stanziata perché la normale amministrazione è fatta così dappertutt: è onnivora.

Comunque la si giri, lo Stato Maggiore non riesce a mettere in campo più di 130.000 uomini realmente disponibili per il combattimento.

È il brillante corpo corazzato che ha vinto le due campagne irachene, ma si è rivelato incapace di domare gli Afgani nemmeno per un momento. Che lamenta di essere impantanato a Kabul e alla frontiera messicana. Che inizia a logorarsi in West Africa.

Oggi lo S.M. USA ha nuovamente messo a disposizione del Presidente questo contingente e lo ha bardato con due corpi di combattimento della marina e i missili antiaerei Patriots in versione navale, ma l’avversario Iran è un’altra cosa.

L’Iran, nella guerra 1980/88 contro l’Irak, ha perso settecentomila uomini senza batter ciglio e ha la natura e la storia e la geografia dalla sua parte.

Il suo territorio è vasto ( quasi sei volte l’Italia) e montagnoso quanto basta, il 60% della popolazione è nomade ad onta degli sforzi dello Scià Ali Reza per sedentalizzare gli abitanti.

Non può essere piegato dai bombardamenti come la Jugoslavia perché non ha industrie leader o grandi infrastrutture da abbattere; non può essere “ridotta allo stato pastorale,” perché lo è già in buona parte; non può essere parcellizzata perché è un paese di grande omogeneità culturale con minoranze sostanzialmente leali; dispone di via di fuga, non bloccabile, attraverso il Caspio. Con centotrentamila uomini possono dirigere il traffico, ma non invadere ne presidiare, ne condurre con successo uno sbarco dimostrativo.

Un bombardamento – anche agli impianti petroliferi- otterrebbe una doppia replica e nessun risultato.

Ha amici potenti ( Russia, Cina, Turchia, India) e nemici impopolari ( Israele) ; controlla il 30% flusso dei prodotti petroliferi destinati all’Europa.

Anche i peggiori avversari degli Ayatollah – come la casa imperiale rifugiatasi negli USA o qualche ex primo ministro parcheggiato a Parigi – si sono rifiutati di prendere parte al coro anti iraniano.

La comunità israelita all’interno ( presente con continuità da tremila anni) o la diaspora benestante di Francia e California all’estero ( da 40 anni) prenderebbero posizione contro ogni intervento mirante a destabilizzare un paese che da cinque secoli non ha mai attaccato nessun vicino.

Unici alleati degli USA i mujaheddin al Khalk – gli ex giovani comunisti del 1979 già nell’elenco USA delle organizzazioni terroriste – oggi “ graziati” e parcheggiati da Obama in Albania dopo aver organizzato qualche assassinio di “ scienziati atomici” che possono fare qualche sanguinoso attentato ma nulla di più.

Voler attaccare durante il Ramadan sarebbe il colmo della provocazione psicologica e dell’improntitudine.

A parte la rappresaglia contro Israele che metterebbe in crisi i rapporti interni agli USA, creerebbe una immediata reazione tra un miliardo e mezzo di mussulmani nel mondo e il braciere del focolaio afgano rischierebbe di estendersi al subcontinente indiano ( Pakistan e India mussulmana).

Alla Casa Bianca dovrebbero proprio decidersi a cambiare pusher.

LIBERARSI DA UNA EUROPA AMERICANIZZATA SI PUO’, RIPENSARE UN’ALTRA EUROPA LIBERA E AUTODETERMINATA E’ POSSIBILE a cura di Luigi Longo

LIBERARSI DA UNA EUROPA AMERICANIZZATA SI PUO’, RIPENSARE UN’ALTRA EUROPA LIBERA E AUTODETERMINATA E’ POSSIBILE

 

a cura di Luigi Longo

 

 

SI PUÒ

 

Si può siamo liberi come l’aria si può…si può siamo noi che facciam la storia …si può

Si può io mi vesto come mi pare si può…sono libero di creare si può son padrone del mio destino
si può posso mettermi un orecchino si può

Basta uno spunto qualunque la nostra fantasia non ha confini basta un pennello un colore e noi siamo pronti a perpetuare la creatività dei popoli latini

Si può contestare e parlare male si può migliorare il telegiornale si può fare critiche dall’esterno
si può sputtanare tutto il governo…si può

Si può occuparsi di spiritismo si può far dibattiti sull’orgasmo si può far politica alternativa
si può siamo pieni di iniziativa…si può

Siamo sicuri che abbiamo in comune la certezza del nemico siamo sicuri che c’è ma il più rosso e li più nuovo dei partiti non si sa perché diventa rosso antico

Si può siamo liberi come l’aria si può siamo noi che facciam la storia si può libertà libertà libertà libertà obbligatoria

Sono liberato sono davvero più leggero sono infedele sono matto posso far tutto

Viene la paura di una vertigine totale viene la voglia un po’ anormale di inventare una morale

Utopia trrr Utopia trrr utopia pia pia trrrr

Si può fare i giovani a sessant’anni si può regalare i blue jeans ai nonni si può star seduti come un indiano si può divertirsi con il digiuno si può

E dopo tante battaglie volendo puoi anche farti uno spinello il libanese è il migliore tra poco dovrebbe cominciare la pubblicità in un nuovo carosello

Si può inventarsi protagonista si può rinforzarsi dall’analista si può occuparsi dell’individuo
si può farsi ognuno la propria radio…si può

Si può con la nostra cultura dietro si può rinnovare tutto il teatro si può dare al mondo un messaggio giusto si può a livello di Gesù Cristo…si può

Basta una bella canzone la tua rivoluzione va da sola basta che ognuno si esprima e poi non importa se si chiama la rivoluzione della Coca Cola

Si può siamo liberi come l’aria si può siamo noi che facciam la storia…si può

Libertà libertà libertà libertà obbligatoria Ma come? Con tutte le libertà che avete, volete anche la libertà di cambiare? Utopia trrr Utopia trrr utopia pia pia trrrr

Libertà libertà libertà libertà  libertà libertà libertà libertà libertà libertà libertà

 

Giorgio Gaber*

 

[…] E come le quattro sezioni proposte nel testo siano solo indiziarie […] Indicano senza dubbio un tracciato che inizia partendo da piccole osservazioni […] per potersi accostare, successivamente, ai conflitti, agli scogli […] fino a comprendere che l’essenza dell’essere umano è quella di confrontarsi continuamente con il limite […] che ci circonda e da cui siamo costituiti.

Ma accanto ai limiti del soggetto, si aggiungono oggi più che mai, quelli della Polis che non c’è, quella Polis che avrebbe dovuto costituire la meta, forse utopica, di un viaggio di trasformazione.

 

Rita Simonitto**

Premetto che ho sempre trovato difficoltà a scrivere durante le campagne elettorali per le elezioni dei rinnovi istituzionali perché in esse vengono sempre esaltate le leggi fondamentali della stupidità (Carlo M. Cipolla).

Ritengo, pertanto, che parlare di una Europa che si liberi dall’egemonia statunitense e che lavori per un progetto di autodeterminazione e di libertà durante il rito mistificatorio delle elezioni europee sia un non senso ed una offesa alle persone intelligenti.

Le due letture che propongo, quindi, sono da intendere nella logica della ricerca interdisciplinare per un pensare e un agire strategico (Gianfranco La Grassa) sia per capire la creazione dell’attuale Unione Europea, sia per affrontare il superamento di questa Eurolandia (Franco Cardini), sia per progettare un’altra Europa a partire dalla autonomia e autodeterminazione delle singole nazioni (Costanzo Preve).

I due scritti sono: 1) Giovanna Cracco, l’Unione europea di Hayek in www.rivistapaginauno.it, febbraio-marzo 2019; 2) Redazione ANSA, Ventotene Europa Festival, gli studenti a Mattarella “vogliamo studiare l’UE” in www.ansa.it, 1/5/2019.

Dello scritto di Giovanna Cracco, di cui non condivido l’impianto teorico di riferimento, mi interessa evidenziare il pensiero teorico e politico di Friedrich von Hayek (il cui saggio sulla riflessione federalista venne pubblicato la prima volta nel 1939, sulla rivista scientifica New Commonwealth Quarter e in seguito inserito nell’opera Individualismo e ordine economico come ultimo capitolo). Il pensiero di Hayek ha contribuito sia a delineare il progetto reale della costruzione dell’attuale Unione europea voluta dagli USA (a partire dal secondo dopoguerra anche se il dibattito teorico per un progetto moderno di una Europa unita ebbe inizio sin dagli anni venti del secolo scorso: in una prima fase furono coinvolte personalità come Albert Einstein, Sigmund Freud, Thomas Mann, eccetera e in una seconda fase furono interessate personalità come Konrad Adenauer, Robert Schuman, Jean Monnet, Alcide De Gasperi e Winston Churchill); sia a sciogliere il nodo ideologico degli Stati Uniti per consolidarsi come “capitalismo avanzato”. Un capitalismo particolare, cioè, che riconquistasse il mito pioneristico liberal-liberista liquidando le nostalgie di New Deal- di “nuova via” capitalistica- emerse nello scorcio degli anni trenta (Aurelio Macchioro).

Del secondo scritto a cura della redazione ANSA mi interessa sottolineare gli obbiettivi del Ventotene Europa Festival, che si ispirano a Il Manifesto di Ventotene (www.senato.it/…/Per_unEuropa_libera_e_unita_Ventotene6.763_KB.pdf) , i quali sono nel solco di una sola Europa unita << che punta a costruire le fondamenta della Costituzione Europea, partendo da quattro principi cardine: diritti e doveri nella diversità, maggiore informazione sui benefici della partecipazione all’Unione Europea, lotta comune alla discriminazione, libertà di movimento e di opportunità >>, Gyorgy Lukacs direbbe che siamo in presenza di un insieme di onnipotenza astratta e di concreta impotenza.

E’ opportuno sottolineare che Il Manifesto di Ventotene non è stato né << […] L’Europa che volevano gli antifascisti di Ventotene […che] si può costruire solo a partire da valori fondanti. Come è stato per le Costituzioni del dopoguerra nei paesi liberati dai fascismi. Da tradurre in una Costituzione europea, che a sua volta legittimi istituzioni di governo democratico europeo >> (si veda il patetico Ai Lettori di MicroMega n.2/2019, pp.3-6), né << […] le sovranità politiche nascono da quella che Shakespeare chiamava la «materia di cui sono fatti i sogni» (e certamente di tale materia era fatto il Manifesto di Ventotene; peccato che esso accozzasse miti politici senza fondamento e una lettura assolutamente irreale dell’imminente dopoguerra europeo. Ciò che spiega, tra l’altro, perché il Manifesto di cui sopra sia sempre rimasto lettera morta, nonostante i salamelecchi universali) >> (Ernesto Galli Della Loggia, Una nazione vera o un mostriciattolo in www.corriere.it/editoriali/12_agosto_20/una-nazione-vera-o-un-mostriciattolo-ernesto-galli-della-loggia_f441548a-ea86-11e1-844e-2ddbe2183fb0.sht ).

Il Manifesto di Ventotene è stato, considerato le diverse pubblicazioni dal 1941 al 2017, una narrazione fuorviante della seconda guerra mondiale e soprattutto del successivo dopoguerra nascondendo e velando il ruolo di potenza mondiale degli USA (già capita nel 1934 da Antonio Gramsci) e delle sue strategie di dominio mondiale. Strategie che faranno dell’Europa (l’attuale Unione europea) un continente di una subalternità dolorosa, una provincia geografica dell’occidente americanista (Costanzo Preve).

Liberarsi da una Europa americanizzata si può, ripensare un’altra Europa libera e autodeterminata é possibile. Mancano i soggetti (gli agenti strategici) che costruiscano una Polis nazionale ed europea in grado di pensare un percorso di cambiamento, un viaggio di trasformazione a partire dalla messa in discussione del patto di bilancio europeo, del pareggio di bilancio e del debito pubblico; nonché dallo smantellamento delle basi USA-NATO; dalla pubblicizzazione ed eliminazione dei trattati e dei protocolli riservati che vincolano e sottomettono le nazioni a comandi e interessi stranieri. E qui mi fermo.

 

 

Le epigrafi sono tratte da:

 

*Giorgio Gaber, Si può in www.giorgiogaber.it, 1976/1977

**Rita Simonitto, Per ordine di verso. Poesie, Besa editrice, Nardò (LE), 2018, pag. 273.

Il grassetto è mio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’UNIONE EUROPEA DI HAYEK

di Giovanna Cracco

 

Ci attende una lunga campagna elettorale in vista delle europee di maggio. La complessità dei Trattati, degli accordi intergovernativi (come il Fiscal compact) e della struttura legislativa e istituzionale Ue non facilita i cittadini alla comprensione del ‘sistema’ Unione europea, e una politica sempre più spettacolo e povera di cultura avrà gioco facile ad appoggiarsi a slogan e dogmi. Eppure non è affatto complicato capire dove siamo. Certo occorre uscire dal postmodernismo e portare la riflessione sul piano storico e teorico, l’unico che consente di guardare l’Unione europea senza le lenti distorcenti della propaganda, a favore o contro; perché l’Unione europea, come tutti i progetti umani, e quelli politici ed economici non fanno certo eccezione, è figlia di un pensiero, di un’idea di società. Facciamo quindi un passo indietro.

L’affermarsi del sistema economico capitalistico ha prodotto il suo specifico conflitto sociale. Ben prima dei cosiddetti Trenta gloriosi – gli anni del dopoguerra caratterizzati, nei Paesi europei, da politiche socialdemocratiche di stampo keynesiano – il potere politico è intervenuto nella sfera economica per disinnescare il conflitto di classe, agendo principalmente su due piani: operando una redistribuzione attraverso le politiche fiscali, e implementando uno stato sociale – la prima a strutturarlo è stata la Prussia di Bismarck di fine Ottocento, dopo aver cercato inutilmente di contenere le rivolte del nascente movimento operaio attraverso la repressione. Per il pensiero economico liberista è una inaccettabile invadenza: Friedrich von Hayek, tra i massimi esponenti della Scuola austriaca, assertore dell’esistenza di una autoregolamentazione del mercato, di un ordine spontaneo che agisce attraverso la concorrenza, sostiene che il mercato non deve subire limiti. L’economista inizia dunque a riflettere su come eliminare l’ingerenza: individua il problema nella piena sovranità che contraddistingue gli Stati nazione, che consente loro il controllo sulle politiche monetarie ed economiche e sui fattori della produzione – capitali, merci, persone – e trova la soluzione nella sua “abrogazione”.

È il 1939 e Hayek pubblica un saggio sul trimestrale New Commonwealth Quarterly intitolato “The economic conditions of interstate federalism”; vi ipotizza la costruzione di una “federazione interstatale” tra Paesi, incardinata sull’unione della “sfera economica” e non di quella politica, all’interno della quale siano rimossi “gli ostacoli al movimento di uomini, beni e capitali”; “l’abrogazione delle sovranità nazionali” scrive Hayek, “e la creazione di un efficace ordine internazionale del diritto è un complemento necessario e il logico compimento del programma liberale”. Infatti, “l’assenza di barriere tariffarie e la libera circolazione di uomini e capitali tra gli Stati della federazione” continua l’economista, “ha alcune importanti conseguenze che spesso vengono trascurate: limitano in larga misura la portata della politica economica dei singoli Stati. Se merci, uomini e denaro possono circolare liberamente attraverso le frontiere interstatali, diventa chiaramente impossibile influenzare i prezzi dei diversi prodotti attraverso l’azione del singolo Stato”.

Hayek evidenzia un ulteriore effetto ‘positivo’ della federazione interstatale: verrebbero limitate anche “le interferenze meno radicali con la vita economica rispetto alla regolamentazione del denaro e dei prezzi”, per esempio “una legislazione come la limitazione del lavoro minorile o dell’orario di lavoro diventa difficile da eseguire per il singolo Stato”. Data la libera circolazione dei capitali, infatti, il Paese dovrebbe attrarli offrendo un costo del lavoro uguale o minore a quello degli altri Stati della federazione, comprimendo salari e diritti, e affiancando politiche fiscali favorevoli alle imprese. Il potere statale di intervento nell’economia dunque, attraverso politiche di protezione sociale e redistributive, verrebbe automaticamente limitato dalla logica ferrea della concorrenza, l’unica a regnare nel libero mercato.

Hayek pone poi come condizione necessaria anche l’istituzione di una politica monetaria comune: “Sarà anche chiaro che gli Stati all’interno dell’Unione non saranno in grado di perseguire una politica monetaria indipendente […] una politica monetaria nazionale che fosse prevalentemente guidata dalle condizioni economiche e finanziarie del singolo Stato porterebbe inevitabilmente alla rottura del sistema monetario universale. Chiaramente, quindi, tutta la politica monetaria dovrebbe essere una questione federale e non statale”. Anche su questo piano, spoliticizzando e denazionalizzando la moneta, ossia rompendo il legame tra Banca centrale e Paese, è il mercato a dettare legge e non più la politica, in questo caso quello finanziario – speculazione sui titoli pubblici, sentenze inappellabili di private agenzie di rating, spread… una realtà più che evidente ormai.

A questo punto l’economista sposta la riflessione sulla sfera politica: “Il lettore che ha seguito l’argomento fino a ora probabilmente concluderà che se, in una federazione, i poteri economici dei singoli Stati saranno così limitati, il governo federale dovrà assumere le funzioni che gli Stati non possono più svolgere e deve fare tutta la pianificazione e la regolamentazione che gli Stati non possono fare”. Ma non è così. Non può.

“È difficile immaginare come,” scrive infatti Hayek, “in una federazione, si possa raggiungere un accordo sull’uso di tariffe per la protezione di particolari industrie. Lo stesso vale per tutte le altre forme di protezione. A condizione che ci sia una grande diversità di condizioni tra i vari Paesi, come sarà inevitabilmente il caso in una federazione, l’industria obsoleta o in declino che chiede a gran voce assistenza incontrerà quasi invariabilmente, nello stesso campo e all’interno della federazione, industrie avanzate che chiedono libertà di sviluppo […] Ma anche dove non si tratta semplicemente di ‘regolare’ (cioè, frenare) il progresso di un gruppo per proteggere un altro gruppo dalla concorrenza, la diversità delle condizioni e i diversi gradi di sviluppo economico raggiunti dai diversi membri della federazione porranno seri ostacoli alla legislazione federale. […] Anche una legislazione come la limitazione dell’orario di lavoro o dell’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione, o la tutela dei servizi, sarà vista in una luce diversa nelle regioni povere e nelle regioni ricche” Dunque, conclude Hayek, “sembrano esservi pochi dubbi sul fatto che la portata della regolamentazione della vita economica sarà molto più ristretta per il governo centrale di una federazione che per gli Stati nazionali. E poiché, come abbiamo visto, il potere degli Stati che costituiscono la federazione sarà ancora più limitato, la gran parte delle interferenze con la vita economica a cui siamo abituati sarà del tutto impraticabile da un’organizzazione federale”.

La federazione interstatale raggiunge così l’obiettivo prefissato da Hayek, nella logica del pensiero liberista: estromettere la politica dalla regolamentazione del mercato, quella politica che mira ad attutire gli effetti sperequativi in termini di creazione di ricchezza prodotti dal sistema capitalistico. “La conclusione che, in una federazione, certi poteri economici, che ora sono generalmente esercitati dagli Stati nazionali, non potrebbe essere esercitati né dalla federazione né dai singoli Stati, implica che ci dovrebbe essere meno governo a tutto tondo […] Ciò significa che la federazione dovrà possedere il potere negativo di impedire ai singoli Stati di interferire con l’attività economica in determinati modi, sebbene non possa avere il potere positivo di agire al loro posto […] Significa che la pianificazione in una federazione non può assumere le forme che oggi sono preminentemente conosciute con questo termine; che non ci deve essere alcuna sostituzione delle interferenze quotidiane e delle regole per le forze impersonali del mercato […] la politica dovrà [solo] assumere la forma di fornire un quadro razionale permanente entro il quale l’iniziativa individuale avrà il più ampio campo di applicazione possibile e sarà realizzata per funzionare nel modo più vantaggioso possibile; e dovrà integrare il funzionamento del meccanismo competitivo quando, per loro natura, alcuni servizi non possono essere portati avanti e regolati dal sistema dei prezzi”. È la trasformazione dello Stato nell’attore che deve limitarsi a tracciare l’architettura (il “quadro razionale permanente”) dentro la quale il libero mercato può agire in totale autonomia: nessun aiuto pubblico alle imprese, nessuna protezione ai lavoratori con contratti collettivi nazionali – anche i lavoratori devono muoversi in regime di concorrenza tra loro – nessun welfare che, sostenendo economicamente e attraverso servizi pubblici le fasce più deboli della popolazione, le sottrae all’arena del mercato.

Seguito l’economista nella sua riflessione, risulta evidente che la federazione interstatale disegnata da Hayek nel 1939 è il ritratto dell’Unione europea, nel suo intero percorso di costruzione. [grassetto mio, L.L.]

Dalla nascita della Ceca nel 1951, trattato che istituiva un unico mercato del carbone e dell’acciaio, che eliminando sovvenzioni statali alle produzioni, diritti doganali e restrizioni quantitative all’import/export, sottraeva ai sei Stati firmatari la sovranità nazionale sulla politica economica delle due materie fondamentali per la ricostruzione industriale post bellica e la trasferiva all’Alta Autorità, organo della nuova entità sovranazionale che aveva il compito di stabilire le politiche di produzione e circolazione in un regime di libera concorrenza.

Passando per la creazione della Cee nel 1957, che ha esteso il mercato unico a tutti i settori manifatturieri e ha sancito i quattro pilastri fondamentali della futura Unione: libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali.

Approdando a Maastricht nel 1992, trattato nel quale si è innestata anche la teoria ordoliberista tedesca, con l’imposizione dei vincoli al bilancio pubblico, e che ha sancito la nascita di un’unica politica monetaria, con l’euro.

È questo, la struttura del pensiero di Hayek che ha trovato compimento nella Ue, [grassetto mio, L.L.] ciò che si intende quando si afferma che l’impianto neoliberista è insito nei Trattati europei, come più volte affermato anche da chi scrive, su queste pagine. E chi afferma che la soluzione ai mali dell’Europa sia un’unione anche politica e non solo economica, dovrebbe riflettere sulla disarmante logica del ragionamento dell’economista austriaco: è difficile immaginare come in una federazione di Stati che registrano tra loro grandi diversità di sistemi e condizioni economiche sia possibile trovare un accordo su politiche comuni, siano esse industriali, monetarie o sociali. E aggiungiamo, come ricordato più volte, che la modifica dei Trattati Ue richiede un voto all’unanimità.

Resta una questione fondamentale: se la politica è esclusa dalle decisioni economiche, che fine fa la democrazia? È una domanda che si pone anche Hayek, e con molta franchezza risponde che la democrazia ne esce limitata. “Se, nella sfera internazionale, l’ordine democratico dovrebbe dimostrarsi possibile solo se i compiti del governo internazionale si limitano a un programma essenzialmente liberale, non farebbe altro che confermare l’esperienza nella sfera nazionale, nella quale ogni giorno sta diventando più ovvio che la democrazia funzionerà solo se non la sovraccaricheremo e se le maggioranze non abuseranno del loro potere di interferire con la libertà individuale”. Come abbiamo visto, l’economista associa lo Stato alle politiche di redistribuzione della ricchezza che vanno ad alterare l’equilibrio creato da mercato, e individua la causa nell’invadenza delle istituzioni democratiche (“le maggioranze”); da qui la necessità di non “sovraccaricarle”. Che si occupino d’altro – oggi diremmo diritti civili – non di economia. E conclude: “Se il prezzo che dobbiamo pagare per lo sviluppo di un ordine democratico internazionale è la restrizione del potere e delle funzioni del governo, non è sicuramente un prezzo troppo alto”.

Tuttavia c’è un problema. Per fortuna i Trenta gloriosi hanno creato strutture con cui ancora oggi fare i conti. Ricordiamo che Hayek scrive nel 1939, e dalla seconda guerra mondiale sono uscite Costituzioni, come quella italiana, di impronta keynesiana: il conflitto con i Trattati europei, di impronta neoliberista, è inevitabile. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art. 1) richiama l’obiettivo della piena occupazione e non certo quello dei prezzi, della concorrenza e del libero mercato, così come i limiti imposti all’iniziativa economica privata contenuti nell’art. 41 e seguenti, in nome di “fini sociali”; l’art. 3 affianca all’uguaglianza formale quella sostanziale, imponendo allo Stato di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (Art. 3). Principi oggi disattesi, ma ci sono alcuni diritti scritti tra i ‘fondamentali’ e ‘incomprimibili’ che è più difficile ignorare. Si pone dunque il problema se i Trattati Ue, che li negano, siano costituzionali.

Si è cercato di sanare questo conflitto con il Fiscal compact (2012) che ha imposto di inserire nella normativa nazionale – “tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente, preferibilmente costituzionale”, sottolineava – l’obbligo del pareggio di bilancio nel Def annuale, vincolando dunque le politiche economiche alle disponibilità finanziarie; in Italia ci ha pensato il governo Monti a modificare l’art. 81 della Carta, con il voto ad ampia maggioranza del Parlamento. Ma nel 2016 una sentenza della Corte Costituzionale ha sollevato il problema (1).

È una pronuncia relativa a una legge della Regione Abruzzo secondo cui la Regione stessa è tenuta a contribuire alle spese sostenute dalle Province – nel caso del ricorso, Pescara -per il trasporto degli studenti disabili nella misura del 50%. Negli anni tra il 2006 e il 2012 la Regione ha erogato alla Provincia somme inferiori e, afferma l’amministrazione di Pescara, il mancato finanziamento ha determinato un indebitamento tale da comportare una drastica riduzione dei servizi per gli studenti disabili, compro-1) Sentenza n. 275, 16 dicembre 2016 mettendo l’erogazione dell’assistenza specialistica e dei servizi di trasporto. La Provincia ricorre dunque al Tar e la Regione risponde che non contesta la legittimità delle spese ma che la stessa legge regionale prevede che il contributo sia garantito solo “nei limiti della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio”; il Tar investe allora la Corte Costituzionale, sollevando il dubbio di costituzionalità in merito all’art. 38 che stabilisce che “gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale”. Da una parte la Provincia sottolinea che “in tal modo, il godimento del diritto allo studio degli studenti disabili, tutelato dalla Costituzione, sarebbe rimesso ad arbitrari stanziamenti di bilancio di anno in anno decisi dall’ente territoriale […] senza che di ciò vi sia alcuna evidenza o limite a garanzia dell’effettivo godimento dei diritti costituzionalmente garantiti”, dall’altra la Regione rileva che “l’effettività del diritto allo studio del disabile deve essere bilanciato con altri diritti costituzionalmente rilevanti e, in particolare, con il principio di copertura finanziaria e di equilibrio della finanza pubblica, di cui all’art. 81 della Costituzione”.

La Corte Costituzionale, dando ragione alla Provincia, afferma: “Non può essere condivisa in tale contesto la difesa formulata dalla Regione secondo cui ogni diritto, anche quelli incomprimibili della fattispecie in esame, debbano essere sempre e comunque assoggettati a un vaglio di sostenibilità nel quadro complessivo delle risorse disponibili. […] è di tutta evidenza che la pretesa violazione dell’art. 81 Cost. è frutto di una visione non corretta del concetto di equilibrio del bilancio, sia con riguardo alla Regione che alla Provincia cofinanziatrice. È la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”

Vale ripeterlo: è la garanzia dei diritti incomprimibili a incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione.

A sinistra iniziano a farsi spazio movimenti di pensiero che parlano di ‘sovranità democratica’ e ‘sovranità costituzionale’ e di uscita dall’euro, in modo serio e approfondito. A quasi trent’anni da Maastricht e dopo quasi venti di Unione monetaria, distruzione del welfare, compressione dei salari e dei diritti dei lavoratori, crescita delle disuguaglianze, non è più eludibile una domanda: che società vogliamo per il futuro? Quella del mercato o quella dei diritti costituzionali? È il caso di darsi una risposta prima di maggio.

 

 

Ventotene Europa Festival, gli studenti a Mattarella: ‘Vogliamo studiare l’Ue’

Una delegazione di giovani al vertice tra il capo dello Stato italiano e Macron

Redazione ANSA

Un appello alle istituzioni, nello specifico governo, parlamento e Capo dello Stato, affinché ascoltino la voce che arriva dai giovani del Ventotene Europa Festival: costruire un’Unione di diversità che rispetti le varie identità nazionali ma allo stesso tempo rafforzi gli strumenti di condivisione e opportunità. È il risultato del lavoro dei cinquanta studenti europei provenienti da tanti paesi Ue che si sono ritrovati sull’isola del Manifesto per la terza edizione del Ventotene Europa Festival, organizzato dalla Nuova Europa. Il lavoro dei ragazzi, tutti tra i 16 e i 18, alcuni dei quali hanno raggiunto Chambord per partecipare al vertice tra Mattarella e Macron, è un’operazione concreta in tre lingue (italiano, francese e inglese) che punta a costruire le fondamenta della Costituzione Europea, partendo da quattro principi cardine: diritti e doveri nella diversità, maggiore informazione sui benefici della partecipazione all’Unione Europea, lotta comune alla discriminazione, libertà di movimento e di opportunità. Il lavoro, che sarà consegnato al nostro Capo dello Stato, Sergio Mattarella, al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e ai vertici di Parlamento e Commissione Europea, è già invece nelle mani del Consiglio regionale del Lazio e del sindaco di Ventotene, Gerardo Santomauro. Obiettivo: evitare la disgregazione dell’Unione alle prossime elezioni europee di fine maggio, lanciando anche una campagna per lo studio dei trattati nell’ambito del reintegro dell’educazione civica nelle scuole.
D’altronde che ci sia necessità di una sensibilizzazione sui temi che riguardano i giovani lo dimostrano gli ultimi sondaggi, illustrati durante la quattro giorni di convegni e seminari cui hanno partecipato scrittori, economisti, giuristi e addetti ai lavori nel settore dell’accoglienza: un nuovo spettro si aggira per l’Europa ed è appunto l’astensionismo. Alle scorse consultazioni europee, nel 2014, si è registrata la più bassa affluenza di sempre e a dispetto del grande interesse che sta suscitando dal punto di vista mediatico l’appuntamento per rinnovare il Parlamento di Strasburgo, qualche segnale di costante disaffezione c’è.
A guardare i dati dell’affluenza dal 1979, data in cui si elesse la prima assemblea comunitaria, con la Gran Bretagna appena entrata nell’Ue, il rischio che anche questa tornata elettorale segua il trend è piuttosto alto. Il declino, fin dalla prima elezione, è stato implacabile: dal 62% del 1979, al 42,61% del 2014, non c’è stato un anno in cui gli elettori siano aumentati e il fenomeno di bradisismo europeista ha riguardato in particolare i Paesi fondatori: in quarant’anni in Germania si è passati dal 66% al 48%, in Francia dal 61% al 42%, in Italia dall’85% al 57%.
Nel Regno Unito, da sempre euroscettico, l’affluenza non ha mai superato il 40% (36% nel 2014) ed è difficile che con la Brexit sempre dietro l’angolo possa cambiare qualcosa in questo convulso e per certi versi inspiegabile 2019. Solo nei Paesi dove il voto è obbligatorio, come Belgio e Lussemburgo, gli elettori effettivi hanno sfiorato il 90% cinque anni fa, anno in cui slovacchi, cechi, polacchi, sloveni, ungheresi, croati, lettoni, rumeni e portoghesi non sono riusciti però a portare alle urne più del 30% dei cittadini.
Lo scarso interesse per il voto, destinato ad influenzarne l’esito, è spiegato da un recente Eurobarometro secondo cui la maggior parte degli europei considera molto basso il suo impatto sulla legislazione europea, nonostante questa abbia invece – spesso a loro insaputa – una ricaduta molto ampia sulle loro vite. La maggior parte delle persone che ha risposto al sondaggio è convinta che anche stavolta i cittadini non andranno a votare perché “ritengono che il loro voto non cambierà niente” in Europa, e perché “non si fidano del sistema politico” o “non sono interessati alla politica europea”. Viste le divisioni tra europeisti e sovranisti risulta difficile non comprendere questo stato d’animo. Solo un terzo degli europei ha un’opinione positiva sul Parlamento europeo, mentre un esprime un parere negativo e la maggioranza relativa (43%) è neutrale, ovvero se ne disinteressa.
Forse anche per questo assume una qualche rilevanza la voce che arriva dal Ventotene Europa Festival, incontro conclusivo di un percorso innovativo di cittadinanza europea iniziato nel 2017 con la fondazione di una Scuola d’Europa sull’isola, ospite dell’istituto Altiero Spinelli e patrocinata dall’associazione La Nuova Europa.
L’obiettivo è quello che in tanti auspicano e ora richiamato a gran voce dagli studenti provenienti da tutta Europa (quest’anno c’erano italiani, francesi, inglesi, portoghesi, spagnoli, ungheresi, e anche tunisini e americani) e radunatisi sull’isola pontina: porre le basi per una Costituzione Europea, in grado di colmare il grande gap sociale tra 500 milioni di cittadini e istituzioni comunitarie. Un sogno? Forse. Ma non lo era pure quello di Spinelli, Colorni e Rossi nel 1941, in piena seconda guerra mondiale con Hitler vittorioso? Contro ogni ragionevolezza, il Manifesto di Ventotene disegnò invece un quadro politico preciso, la federazione degli Stati per guadagnare la pace. Come immaginava Kant. Come predisse Churchill. Come chiedono oggi i giovani del Ventotene Europa Festival.

 

 

Trump e la decinesizzazione degli Stati Uniti, a cura della redazione

Qui sotto il testo tradotto di due brevi articoli apparsi sulla stampa americana. Rivela un aspetto, quello del recupero del controllo della logistica, della vera e propria guerra economica intrapresa con sempre maggior convinzione dagli Stati Uniti. Non è solo un confronto di natura economica, quanto l’aspetto economico di un confronto politico sempre più serrato, aperto e ampio. Spazia ormai dall’ambito militare, a quello tecnologico più raffinato, al controllo delle comunicazioni e dei trasporti. La permeabilità della formazione sociale statunitense, contestuale al processo di globalizzazione così come si è sviluppato negli ultimi trenta anni, sta subendo una battuta di arresto che nemmeno un eventuale rovesciamento della Presidenza Trump potrà rimettere interamente in discussione. E’ il prodromo alla formazione di più sfere di influenza entro le quali la potenza egemone dovrà mantenere un fermo controllo. Il corollario nel frattempo è che negli Stati Uniti si è innescato un processo di reindustrializzazione e di ricostruzione delle infrastrutture in grado di garantire maggiore coesione e forza alla formazione sociale, registrando tassi di crescita sino ad ora sconosciuti in questo millennio_Buona lettura_Giuseppe Germinario

 

ll Dipartimento per la Sicurezza Interna (Department of Homeland Security) dell’Amministrazione Trump ha costretto, per motivi di sicurezza, la compagnia statale cinese Cosco a cedere il controllo del porto di Long Beach in California. Long Beach è uno dei maggiori porti degli Stati Uniti (il quarto per esattezza). Il terminal di Long Beach ha registrato, nel 2018, un valore contabile netto di 345,24 milioni di dollari. Il suo utile netto lo scorso anno ha raggiunto 85,86 milioni di Dollari, in aumento di quattro volte rispetto all’anno precedente, il 2017.

Orient Overseas (International) Limited (OOCL) ha dichiarato di aver venduto il 100% del terminal container di Long Beach (LBCT) per $ 1,78 miliardi a un consorzio guidato da Macquarie Infrastructure Partners. Macquarie Infrastructure Partners Inc. è una società specializzata in investimenti infrastrutturali. L’azienda investe in strade, ferrovie, progetti di ponti, aeroporti, porti, acqua e acque reflue, energia e servizi pubblici, nonché infrastrutture sociali e di comunicazione. Gli investimenti di Macquarie Infrastructure Partners Inc si concentrano in Nord America, in particolare Stati Uniti e Canada. Macquarie Infrastructure Partners ha sede a New York.

OOCL è stato obbligato a vendere il terminale, uno dei più automatizzati del paese, ai sensi dell’Accordo sulla sicurezza nazionale con il Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Il governo federale ha intimato la cessione del terminale dopo che una verifica dell’anno scorso, ha confermato l’acquisto di OOCL da parte di COSCO Shipping Holdings. La società cinese Cosco Shipping Holdings, acquirente di OOCL (Orient Overseas International), con sede ad Hong Kong, è stata costretta quindi a vendere la proprietà del Terminal californiano.

L’amministrazione Obama aveva concesso nel 2012 il via libera ad OOCL per la firma di un contratto di locazione di 40 anni con la Città di Long Beach per il controllo del porto. La maggior parte dei movimenti di container Asiatici (Cinesi)in America, passa per Long Beach. L’accordo faceva parte del “Middle Harbor Redevelopment Program” per finanziare l’espansione per 1,5 miliardi di dollari del porto di Long Beach entro il 2020.

Ma una delle prime azioni del Department of Homeland Security, sotto l’amministrazione Trump, è stata la formazione, nel marzo 2017,  del Comitato per gli  Investimenti Esteri negli Stati Uniti. Una commissione di revisione e controllo su investimenti fatti da compagnie straniere che potrebbero minare la sicurezza nazionale. La commissione era nata sulla scia di una denuncia dell’acquisizione da parte di Cosco di un ex impianto portuale della Marina statunitense.

La Cina gestisce sei dei dieci porti container più trafficati del mondo. Il governo cinese ha anche finanziato la costruzione e la gestione di 43 porti in 35 paesi nell’ambito dell’iniziativa “One Belt and One Road” (OBOR) lanciata cinque anni fa dal Ministero dei Trasporti Cinese.

A complemento dei suoi sforzi per ottenere il predominio sulle attività, la Cina ha indotto le proprie compagnie statali ad acquistare esclusivamente prodotti e servizi da altre imprese statali cinesi.

Di conseguenza, il China International Marine Containers Group è diventato il più grande produttore mondiale di container e Shanghai Zhenhua Heavy Industries ha guadagnato una quota di mercato internazionale del 70% per le gru portuali e ora esporta in 300 porti di 100 paesi.

Secondo i termini dell’acquisizione di Macquarie, Orient Overseas International intascherà un guadagno di 1,29 miliardi di dollari; continuerà a controllare il traffico di navi e ferrovie negli impianti di container per i prossimi vent’anni, poiché i termini del precedente accordo fatto durante il regno dell’amministrazione Obama, non è annullabile in tutte le sue forme.

 

 

https://www.americanthinker.com/blog/2019/05/trump_administration_forces_china_to_sell_the_port_of_long_beach.html

https://www.americanshipper.com/news/macquarie-consortium-buying-long-beach-container-terminal?autonumber=848093

https://www.bloomberg.com/research/stocks/private/snapshot.asp?privcapId=8642218

1 – Internet, vettore di potere degli Stati Uniti?, di Laurent Bloch

Internet, vettore di potere degli Stati Uniti?

1 – Egemonia degli Stati Uniti su Internet

Di  Laurent BLOCH , 23 marzo 2017  Stampa l'articolo  lettura ottimizzata  Scarica l'articolo in formato PDF

Precedentemente responsabile dell’informatica scientifica presso l’Institut Pasteur, direttore del sistema informativo dell’Università Paris-Dauphine. È autore di numerosi libri sui sistemi di informazione e sulla loro sicurezza. Si dedica alla ricerca nella cyberstrategia. Autore di “Internet, vettore del potere degli Stati Uniti”, ed. Diploweb 2017.

Laurent Bloch ci spiega in questo primo capitolo cos’è Internet, il controllo degli standard e della governance, il dominio delle infrastrutture e delle industrie.

Diploweb.com , pubblica questo libro di Laurent Bloch, Internet, vettore del potere degli Stati Uniti? per fornire a tutti gli elementi necessari per una corretta valutazione della situazione. Questo libro è già disponibile su Amazon in formato digitale Kindle e in formato cartaceo stampato . Sarà pubblicato qui come una serie, capitolo per capitolo, ad una velocità di circa uno per trimestre.

Stiamo vivendo oggi una rivoluzione, la terza rivoluzione industriale, che chiamerò rivoluzione ciberindustriale; crea un nuovo spazio, il cyberspazio, che si basa su Internet (il concetto di rivoluzione industriale è esposto per esempio qui ). Fino ad ora gli Stati Uniti hanno esercitato in questo spazio una dominazione egemonica che è un vettore sempre più essenziale della loro politica di potere; questo libro esamina le sorgenti di questo potere, l’opposizione e la rivalità che potrebbe affrontare le condizioni di sostenibilità, aree in cui questa egemonia si esercita. Vedremo che per quanto appaiano in posizione di dominio gli Stati Uniti hanno punti deboli, e anche rivali hanno i loro punti di forza.

1 - Egemonia degli Stati Uniti su Internet
Laurent Bloch, autore di “Internet, vettore del potere degli Stati Uniti?”, Ed. Diploweb via Amazon
Laurent Bloch spiega con pedagogia e precisione la geopolitica di Internet.

Cos’è Internet?

Genesi di un progetto

Internet è stato inventato negli Stati Uniti dagli americani (con l’aiuto di alcuni europei), tutti sono d’accordo. Prima di internet c’era ARPAnet nel 1969, che non è nato come spesso si crede per uso militare, ma piuttosto per semplificare la comunicazione tra università e centri di ricerca sotto contratto con l’ Advanced Research Projects Agency (ARPA)  [ 1 ] . La transizione da ARPAnet a Internet può essere datata dal 1984, con la crescente importanza della rete della National Science Foundation, NSFnet e l’apertura di collegamenti internazionali. L’apparizione del Web (1993) e la successiva apertura della rete ad uso commerciale e ad usi particolari ha innescato una rapidissima espansione sino a raggiungere la situazione attuale in cui Internet è la spina dorsale dell’economia, della cultura e della politica mondiale. Possiamo ancora dire che questa spina dorsale è americana? Dare alcuni elementi di risposta a questa domanda è l’oggetto di questo libro.


Un libro pubblicato da Diploweb.com, Kindle e formato tascabile


Natura tecnica di Internet

Internet è basato su protocolli di comunicazione TCP / IP  [ 2 ] , sviluppati nel 1973 da Vinton Cerf e Robert Kahn, con notevoli contributi europei, come l’invenzione del datagramma  [ 3 ] di Louis Pouzin. La generalizzazione del TCP / IP nella rete inter-universitaria statunitense sotto la supervisione della National Science Foundation(NSF) è stata attiva solo nel 1984. L’Internet aperto, come lo conosciamo, è nato nel 1994, poco dopo il primo browser Web apparso nel 1993, quando l’NSF rinunciò a controllare i suoi usi, che potrebbero quindi essere personali, accademici, commerciali, ecc. È anche la data dell’allargamento internazionale e l’ascesa che conduce all’ubiquità attuale.

Domain Name System (DNS)

I protocolli TCP / IP sono stati completati nel 1983 da un importante dispositivo tecnico, il Domain Name System (DNS), che è la directory di Internet: un nome di dominio in modo che www.diploweb.comcorrisponda all’indirizzo di rete del server del sito in questione, proprio come la rubrica telefonica corrisponde al nome di un abbonato con il suo numero di telefono. Il DNS è un database distribuito su tutto il pianeta e aggiornato automaticamente. La radice DNS fornisce gli indirizzi dei server di domini di primo livello, come quelli che corrispondono ai nomi dei paesi (.fr per la Francia .be per il Belgio, .dz per l’Algeria …) o i cosiddetti domini generici (.com, .org, .edu, .info). Il possesso di un nome di dominio di primo livello è una questione importante per un paese o di un’organizzazione non governativa; la sua attribuzione si fa sotto il controllo di ICANN(ICANN), un organismo del quale analizzeremo l’importante ruolo politico nelle pagine seguenti.

Controllo degli standard e governance

L’apertura internazionale della rete e la sua espansione eccezionalmente rapida sono state possibili senza l’istituzione di un’amministrazione centralizzata, grazie ai suoi principi tecnici altamente innovativi, prima di tutto un protocollo con datagrammi, IP e una directory distribuita in automatico, il DNS. Ma i suoi principi di organizzazione amministrativa, ben adattati ai principi tecnici, hanno anche svolto il loro ruolo in questo successo tanto imprevedibile quanto smisurato.

Internet rimane una rete di reti, il cui funzionamento è regolato da standard stabiliti da organizzazioni aperte a tutti i casi in cui le decisioni sono prese per consenso dopo una discussione generale; non esiste un’organizzazione gerarchica, nulla assomiglia a una direzione generale di Internet. Un’organizzazione così flessibile e priva di autorità centrale proibisce giochi di potere e dominio egemonico? Nulla è meno certo, come vedremo.

In effetti, c’è uno iato sempre più stridente tra l’ideologia delle origini di Internet, libertaria e orientata verso la libera condivisione della cultura e della conoscenza nel modo usuale per gli accademici, e la sua attuale realtà industriale che la rende la colonna vertebrale e il sistema nervoso dell’economia mondiale, con le conseguenti conseguenze mercantili.

Tutti gli organi di governo di Internet, tra cui l’ICANN, che controlla l’attribuzione dei nomi di dominio di primo livello, erano originariamente specificamente americani e non riguardavano l’esistenza di altri paesi. Questa situazione si è evoluta man mano che Internet si diffondeva al di fuori degli Stati Uniti, principalmente in Europa, nelle università e nei centri di ricerca. Così il francese Christian Huitema è stato il primo presidente non americano di Internet Architecture Board (IAB) dall’aprile 1993 al luglio 1995.

Nella misura in cui gli Stati Uniti sono il maggiore contributore all’infrastruttura tecnica e finanziaria che sostiene il funzionamento di Internet, il suo peso è largamente dominante, in particolare attraverso il canale dell’ICANN che è l’organo con il ruolo politico più significativo e quindi più discutibile.

Nel marzo 2014 gli Stati Uniti hanno annunciato che avrebbero rinunciare al controllo esclusivo di ICANN a partire dal 2015 a favore di un modello multi-stakeholder (multi-partner). La nomina del direttore generale Fadi Chehadé nel 2012, una personalità aperta alla cooperazione internazionale, è sembrata auspicabile per questo sviluppo. Ma Fadi Chehadé ha lasciato il suo posto a marzo 2016 e il futuro di ICANN sembra piuttosto oscuro. Sembra improbabile che gli Stati Uniti rinuncino spontaneamente al controllo esclusivo di tale posizione strategica.

A partire dal 11 settembre 2016, l’amministrazione Obama persisteva nella sua intenzione di cedere il controllo di ICANN, ma con un grande rischio di essere smentita da parte del Congresso e del Senato  [ 4 ] .

Al 10 dicembre 2016, la posizione del presidente eletto Donald Trump sulla questione non è stata ancora specificata, ma ICANN ha tenuto nel marzo 2016 a Marrakech una sessione ICANN55  [ 5 ]  [ 6 ] dedicata in particolare alla “transizione IANA” e con l’aggiunta di un comitato consultivo governativo  [ 7 ](GAC), la fraseologia dei comunicati finali evoca irresistibilmente quella dei congressi dei partiti comunisti cinesi o sovietici del periodo. Ma queste buone parole non chiariscono molto la domanda.

Dominio di infrastrutture e industrie

La posizione dominante degli Stati Uniti nel forum Internet e nel suo ecosistema più ampio non si basa solo su una priorità cronologica e sulle cariche istituzionali che essa conferisce, ma anche su un’egemonia industriale la cui perennità non è garantita, specialmente di fronte al progresso cinese, come vedremo nelle pagine seguenti.

La maggior parte dell’infrastruttura di Internet è costituita da reti in fibra ottica che forniscono collegamenti a lunga distanza  [ 8 ] e centri di interconnessione tra reti di diversi operatori, gli Internet Exchange Points (IXP). Queste infrastrutture sono di solito di proprietà di uno o più operatori, generalmente definiti Internet Service Provider (ISP). Si noti che la posa sottomarina di fibre ottiche è una delle aree di questo ecosistema in cui la Francia occupa una buona posizione.

Oltre alla realizzazione di queste infrastrutture, la base industriale di Internet consiste principalmente nella progettazione e produzione di apparecchiature di trasmissione e commutazione, tra le quali i più emblematici sono i router, che sono gli switch della rete  [ 9 ] . Vedremo che l’industria di questi materiali attivi è dominata dalle imprese americane minacciate dai produttori cinesi, mentre gli attuali sviluppi tecnologici potrebbero aprire questo mercato a nuovi attori.

Studieremo queste questioni industriali in modo più dettagliato nel capitolo Infrastrutture e mezzi di produzione del cyberspazio.

Per saperne di più: 2 – Un nuovo spazio strategico, il cyberspazio

Copyright 2017-Bloch / Diploweb.

introduzione http://italiaeilmondo.com/2019/04/19/introduzione-a-geopolitica-e-internet-di-laurent-bloch/

Russia in America Latina: insidie ​​e opportunità, di Nicolas Dolo

Russia in America Latina: insidie ​​e opportunità

Il 23 gennaio 2019, Juan Guaido, presidente del parlamento venezuelano, si è proclamato Presidente della Repubblica agendo secondo le più discutibili disposizioni costituzionali. Il 35enne riceve immediatamente il sostegno di una sfilza di potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, rivelando un’operazione di interferenza che assomiglia alla CIA in America Latina negli anni ’70 Qualunque cosa si possa pensare di questa auto-proclamazione, il secondo mandato di Nicolas Maduro sembra in ogni caso iniziare in condizioni particolarmente difficili. La Russia ha prontamente reagito e difeso il presidente venezuelano con le unghie e con i denti.

Pochi giorni prima del pronunciamiento di Guaido, tuttavia, la piattaforma online russa ” Colonel Cassad  ” , molto rilevante e “informata  “, ha ripreso un lungo articolo di Dmytro Strauss. Questo post, inizialmente pubblicato su un blog di informazione ucraino piuttosto marcato a sinistra, è una visione illuminata e severa del Venezuela, paese in cui l’autore risiede da diversi anni. Se ci fidiamo di lui, il presidente Maduro, finora poco considerato dai media internazionali, è personalmente responsabile della terribile situazione attuale nel suo paese.

Un’elezione totalmente anti-democratica

Strauss per prima cosa tratta il racconto dell’attuale leadership, che afferma che le ultime elezioni presidenziali sono innegabili, dal momento che Maduro avrebbe raccolto il 67% dei voti espressi.

I commissari politici del Partito socialista di unità socialista del Venezuela (PSUV) hanno, è vero, iniziato privando quasi la metà degli elettori del loro diritto al voto sfruttando la giustizia elettorale, e tra tutti quelli che potrebbero rappresentare un dimostrata opposizione politica al sistema. La stessa giustizia elettorale ha invalidato la maggior parte delle candidature dissenzienti, anche quelle del PSUV, a seguito di numerose accuse di atti di corruzione o di tradimento alla patria dei più sospetti.

Per stimolare l’elettorato, il governo ha anche costretto gli elettori a rinnovare la loro “Diario della Patria” (i tipi di tessere annonarie) direttamente in tende situate nelle exit poll. Nonostante questo dispositivo, vero ricatto al cibo, solo il 32% degli elettori si è alla fine recato alle urne nelle ultime elezioni presidenziali.

Supponendo che non ci fosse alcuna frode elettorale, di cui si possa legittimamente dubitare, Maduro sarebbe stato effettivamente eletto da appena l’11% dei venezuelani in età di voto. L’evidente mancanza di carisma del presidente venezuelano, a migliaia di miglia da quella di Hugo Chavez, non può da sola spiegare questa profonda disaffezione.

I Chavisti, rimossi dal potere, cercano la rivincita

Strauss torna quindi sulla capacità di Maduro, uomo d’apparato di prim’ordine che è riuscito a rivoltare gli organi di potere venezuelani in favore del suo entourage, e di escludere “chavisti”.

In occasione dei due colpi e movimenti di repressione dell’opposizione nel 2014 e 2017 Maduro ha approfittato degli eventi per emarginare in maniera massiccia i compagni di strada storici di Hugo Chavez dalla leadership politica, amministrativa, giudiziaria, diplomatico, economico e militari del paese con il pretesto di casi di corruzione o di accordo con un nemico invisibile. Questa epurazione ad esempio hanno costretto a “dimettersi” Rafael Ramirez, rappresentante permanente del Venezuela presso le Nazioni Unite e vecchio confidente di Chavez dal suo incarico nel 2017. Molto rispettato tra chavisti e come loro, sempre più critico delle derive del governo, è ancora minacciato da mille insidie dalla giustizia e dai servizi segreti del suo paese.

Dal suo esilio segreto, Ramirez ha iniziato a pubblicare all’inizio del 2018 testi aspri contro il potere venezuelano, e ha fatto inviti sempre più espliciti a rovesciare il “dittatore e traditore Maduro”. Proprio di recente, 27 membri della Guardia Nazionale Bolivariana sono stati arrestati dall’intelligence venezuelana. Sono sospettati di aver fomentato un ennesimo tentativo, vero o presunto, di colpo di stato militare. La loro incarcerazione, un segno dei tempi a Caracas, non ha mancato di provocare gravi disordini e scontri nelle strade della capitale, disordini ulteriormente esacerbati dalle dichiarazioni di Guaido.

Il disastro economico in corso

Strauss torna infine sul disastro economico del Venezuela e, questa è la più interessante, sulla percezione che i venezuelani hanno della assistenza dall’estero, tra cui Cina e Russia.

La realtà economica, sociale e della sicurezza del popolo venezuelano è tragica, con il paese che ha registrato un tasso di inflazione superiore all’800.000% nel 2018. Nei settori privato e pubblico, il reddito disponibile dei lavoratori è crollato. Molti dipendenti pubblici sono ora costretti a migliorare l’ordinario lavorando per la maggior parte del loro tempo da soli in proprio.I servizi pubblici di base non sono più assicurati, salute, polizia e istruzione inclusi. Le distribuzioni alimentari governative, che sono diventate indispensabili, sono esse stesse oggetto di diversione, la maggior parte dei “kit” concessi alle famiglie giungono loro mezzo vuoto. Il paese, considerato relativamente sicuro fino al 2013, è diventato allo stesso tempo il più pericoloso al mondo in termini di omicidi ogni 100.000 abitanti.

Più disastrose le une delle altre le scappatelle economiche del presidente Maduro hanno costituito un freno per la diversificazione economica, e hanno contribuito a svuotare più della metà delle riserve auree del paese. Queste ultime sono state sprecate come garanzia della creazione di una improbabile criptovaluta petrolifera,  un’alternativa alle transazioni in dollari ma già un clamoroso fallimento.

La Cina e la Russia sono volate in soccorso del Venezuela nel dicembre 2018. Le hanno concesso un prestito di $ 5 miliardi e un piano di investimento da $ 6 miliardi nei settori petrolifero e minerario. Strauss, tuttavia, ci dice che la popolazione venezuelana e i”chavisti” vedono questi piani di supporto con un occhio molto malevolo: essi lo considerano meno come un aiuto nella lotta contro l’imperialismo degli Stati Uniti che come un tentativo di “colonizzazione sino-russo -cubaine “, e quindi di interferenza diretta altrettanto riprovevole di quella degli Stati Uniti.

La Cina è sempre più presente in Sud America, dove è diventato il più grande investitore in molti paesi e il più grande partner commerciale del gigante brasiliano. Questo “piccolo” prestito di $ 5 miliardi probabilmente si inserisce nel quadro attuale della sua strategia di penetrazione commerciale “morbida” (alcuni direbbero di accerchiamento). Per quanto riguarda la Russia, d’altra parte, l’approccio sembra un po ‘diverso, e non senza rischi.

Lotta di influenza in America Latina

La Russia conosce poco l’America Latina, naturalmente dovuta a considerazioni geografiche, linguistiche e storiche. Nel nome della Dottrina Monroe, non abbandonata nonostante la relativa indifferenza di Donald Trump, lo stato profondo americano lo considera comunque come la sua zona privilegiata di influenza, con più o meno successo.

I russi hanno storicamente avvicinato questa parte del mondo durante la Guerra Fredda, principalmente attraverso il loro alleato cubano. Sebbene originariamente bolivariano stricto sensu(Dobbiamo ricordare qui che il Bolivarianismo era una dottrina nazionalista conservatrice che si opponeva alla dottrina liberale colombiana Santandériste). Hugo Chavez fu influenzato da alcuni pensatori marxisti. D’altra parte, Nicolas Maduro è un puro prodotto marxista-leninista, che è stato successivamente convertito dall’opportunismo al bolivarismo. In ogni caso, il Venezuela è gradualmente entrato in un processo di totale opposizione con gli Stati Uniti e, inversamente, in un riavvicinamento a Cuba e, indirettamente, alla Russia. Con grande pragmatismo, quest’ultima naturalmente non ha chiuso le porte a una nazione sudamericana che non era apertamente ostile ad essa.

Probabilmente in risposta alla strategia di accerchiamento del territorio russo ad opera di una NATO ormai completamente nelle mani dei neoconservatori, i russi, per la prima volta in Sud America, hanno condotto un’esercitazione militare su piccola scala all’inizio di dicembre 2018. Questo è stato l’atterraggio di due bombardieri in Venezuela e quindi un messaggio suggerendo agli Stati Uniti che la Russia ha i mezzi per far venire il “solletico” nella loro area diretta di influenza . A seguito di questo esercizio, e gli annunci di investimenti diretti nell’economia venezuelana, i rumori a Mosca dicono che i russi potrebbero pensare alla possibilità di aprire una base permanente di bombardieri in Venezuela.

Data la situazione politica quantomeno fragile di Caracas e l’ostilità della popolazione verso piani di aiuti stranieri, è tuttavia legittimo porre la questione della rilevanza di quest’ultima idea, e più in generale del sostegno fornito dalla Russia a Nicolas Maduro.

Un segno inosservato potrebbe segnalare l’inizio di un piccolo cambiamento strategico e confermare il realismo della diplomazia russa: in occasione della recente riunione del G20 a Buenos Aires, Putin ha ampiamente sottolineato il suo desiderio di sviluppare significativamente ulteriori rapporti con Argentina, e in particolare con il Brasile. Se non si mosso per il giuramento del Jair Bolsonaro del 1 ° gennaio 2019, Putin ha comunque delegato il Presidente della Duma di Stato Vyacheslav Volodin, a rappresentarlo. È stato in grado di parlare per qualche istante, e cordialmente, con il nuovo presidente brasiliano.

Convergenze di vedute tra russi e brasiliani

Nonostante la relativa ammirazione che Jair Bolsonaro dice di provare nei confronti del “Patriota” Donald Trump, e alcune battaglie comuni dei due presidenti, la linea di condotta del nuovo governo brasiliano in cui troviamo una percentuale molto alta di alti ufficiali, è in linea con la dottrina pragmatica del presidente Ernesto Geisel (1974-1979).

Come sviluppato in diversi articoli precedentemente pubblicati su Stratpol e altrove, è questa dottrina che ha causato il disallineamento strategico degli Stati Uniti nel 1977, e una relazione che può essere descritta come complicata tra le due nazioni. La dottrina militare brasiliana fu illustrata negli anni Venti per i suoi desideri di controllo del territorio e del destino nazionale, e l’esercito fu a favore quindi dell’iniziativa di sviluppo delle molte industrie strategiche del paese. Queste industrie hanno contribuito a limitare il più possibile la dipendenza del Brasile da paesi stranieri. Da un punto di vista geopolitico, l’esercito ha anche articolato l’idea di un eccezionalismo brasiliano e della necessaria leadership regionale del Brasile, che spera alla fine di diventare una delle grandi potenze mondiali.

In altre parole, le forze del nuovo Brasile, come quelle della Russia di Vladimir Putin, hanno un approccio multipolare, multilaterale, ragionevole e sovranista nelle relazioni internazionali. Le guardie del corpo di Bolsonaro sono estremamente sensibili ai segni di rispetto che altre grandi e medie potenze possono portare, e il fatto è che la Russia finora è stata estremamente misurata e rispettosa – a differenza, a proposito, dela Francia del presidente Macron.

Le relazioni commerciali tra Brasile e Russia sono ancora piuttosto limitate, e si concentrano principalmente sulle materie prime. Le possibilità di nuovi riavvicinamenti economici, tecnologici e strategici sono numerose ed evidenti. La Russia ha già dimostrato di essere l’unica grande sostenitrice del Brasile nelle sue ambizioni di seggio permanente nel Consiglio di sicurezza, e questo approccio dovrebbe essere in grado di influenzare la qualità delle relazioni tra i due paesi a medio e lungo termine.

In contrasto con il Venezuela, che fa parte di un approccio sociale libertario e marxista perfettamente compatibile con l’idea del globalismo, Bolsonaro in Brazil è al passo con la Russia nel suo approccio alla società civile. Totale neutralità del servizio pubblico, lotta contro la teoria del genere, ritorno ai valori tradizionali del rispetto per la chiesa e la patria, lotta contro l’influenza politica e sociale degli oligarchi, libertà d’impresa piuttosto che libertà d’impresa, maggiore rispetto per le industrie strategiche, la lotta contro l’influenza dannosa delle ONG straniere al servizio di interessi spesso discutibili, sono solo alcune delle scelte e dei punti in comune tra questo nuovo Brasile e la Russia di Vladimir Putin.

Maduro in Venezuela non è in una situazione sostenibile

Il socialismo venezuelano di Maduro, d’altra parte, chiaramente non ha il vento nelle sue vele in Sud America. Sembrerebbe persino che il senso della storia sia sbagliato, dal momento che il continente passa al campo opposto. Tornando forse a una definizione più tradizionale di Bolivarismo, il presidente boliviano Evo Morales si era recato al giuramento del nuovo presidente del Brasile, con calore lodando il suo “fratello” Jair Bolsonaro.

Il massiccio flusso di rifugiati economici dal Venezuela al Brasile ora aggiunge un importante problema di sicurezza, umano ed economico alla reciproca ostilità ideologica tra i due paesi. Anche la Colombia e il Perù sono direttamente o indirettamente colpiti dalla situazione umanitaria venezuelana. I tre paesi erano ansiosi di riconoscere le affermazioni di Guaido, in nome di un “tutto tranne Maduro” finalmente comprensibile.

Mentre scuote alcuni uffici editoriali, anche a Mosca, l’idea di un intervento militare brasiliano in Venezuela (forse con il sostegno della Colombia) sembra ancora irrealistica. Si scontra anche con le abitudini dell’esercito brasiliano, molto più esperto nell’esercizio del soft power che nei conflitti diretti. Per Bolsonaro, il “fronte” è comunque all’interno del Brasile stesso. Non poteva permettersi di schierare forze armate all’estero, e quindi di rompere le sue promesse elettorali di rapido ripristino dell’ordine, sicurezza e progresso economico sul territorio nazionale – almeno non durante questa prima legislatura.

Jair Bolsonaro ha effettivamente indebolito Maduro eliminando sine die molti programmi di scambio economico precedentemente organizzati (in perdita) tra Brasile, Venezuela e Cuba da Lula e Dilma Rousseff. L’apertura dei conti della Banca nazionale di sviluppo (BNDES) di Rio de Janeiro ha anche rivelato il finanziamento di massicce transazioni fraudolente tra il produttore brasiliano Odebrecht e il governo di Caracas (circa 12 miliardi di reals – 3 miliardi di euro), gettando il Venezuela in ulteriore imbarazzo.

Un’opportunità storica per la Russia in Sud America

La tentazione è grande (e in qualche misura legittima) per i russi di opporsi direttamente agli Stati Uniti sul dossier venezuelano. La legittimità e il sostegno popolare del presidente Maduro, tuttavia, sono particolarmente bassi; è impossibile prevedere anche quando l’esercito di questo paese, più patriottico che chavista possa continuare realmente a sostenere il regime. In queste circostanze, il sostegno incondizionato al governo venezuelano corrente è senza dubbio una scommessa rischiosa.

La Russia, tuttavia, ha un’opportunità storica per mantenere il suo attuale rapporto strategico con il Venezuela e per costruire forti legami con il Brasile. Basterebbe che sorgesse come garante obiettivo e ragionato delle discussioni che si terranno tra le varie parti coinvolte: governo, opposizione, militari, nazioni vicine. Tutti questi attori non mancheranno di notare rapidamente la accortezza della diplomazia russa, che contrasta nettamente con il solito compiacimento degli Stati Uniti. Un colpo da maestro sarebbe quello di riunire i militari venezuelani boliviani e brasiliani, la cui visione dell’indipendenza sudamericana è finalmente abbastanza vicina – e nessuno dei quali è un vera e propria emanazione dello stato profondo degli Stati Uniti.

Oltre a ciò, la Russia starebbe gettando le fondamenta per un lavoro certosino e approfondito volto a sedurre e persuadere un nuovo alleato potenziale che i suoi interessi geostrategici a lungo termine coincidano molto più di quanto s immagini con i propri.

Storia, Geopolitica e conflitti: appunti didattici, di Giuseppe Gagliano

Storia, Geopolitica e conflitti: appunti didattici.

È evidente che la lettura degli eventi storici può essere attuata attraverso approcci metodologici differenti. Per quanto mi concerne, nella mia attività di docente a Como, sono partito da una interpretazione che pone l’enfasi sul conflitto.

La storia è determinata infatti da una permanente e incessante conflittualità di natura politica, economica e militare, conflittualità cagionata da una lotta di potere per l’egemonia culturale, politica, economica(come mi ha insegnato Christian Harbulot direttore della Scuola di guerra economica di Parigi che è stato non a caso allievo di Braudel).

La storia, insomma, si muove sotto il segno di Ares. Il compito del docente è quello di dare ai discenti strumenti storiografici di alto livello per capire le linee di forza di questa dinamica conflittuale per comprendere, avrebbe detto Machiavelli, “la verità effettuale”.

Un altro aspetto che ho cercato di sottolineare con le mie studentesse di terza è il contributo dato da Carlo Maria Cipolla che, per esempio, sottolinea come i cinesi e gli arabi furono tecnologicamente all’avanguardia fino al XV secolo. Ma fu solo verso la metà del XVI secolo che l’Europa occidentale cominciò a prendere il sopravvento. Il carattere innovativo dell’Occidente derivò da due fonti. La prima era di natura culturale poiché incoraggiava il dominio sulla natura grazie alla sperimentazione, alla ricerca scientifica e alle ricompense riconosciute al capitalismo.

La seconda era la natura competitiva del mondo occidentale in cui stati abbastanza potenti da lanciarsi il guanto di sfida-Spagna, Francia, Gran Bretagna, Germania, Russia e Stati Uniti-si contesero in vari fasi il predominio sull’Europa. Ma a rivaleggiare nel contesto della civiltà europea non erano soli Stati. Banchieri e commercianti si facevano concorrenza e incoraggiavano la competizione tra re e Stati.

È insomma tra il XV e il XVIII secolo, come hanno dimostrato altri storici come Geoffrey Parker (storico militare sia Cambridge che a Yale) e Daniel R Headrick (docente di storia alla Università di Chicago), che la superiorità tecnologica europea si è manifestata sotto forma di navi e cannoni».In altri termini la
competizione economica, militare e tecnologica nella realtà storica sono elementi strettamente intrecciati.

Facciamo un altro esempio. Come sottolinea Peter Hugill, docente di geografia all’Università del Texas nel suo splendido saggio “Le comunicazioni mondiali dal 1844” (Feltrinelli), il primo importante stato mercantile, l’Olanda, si era formata come potenza europea verso la fine del 1500 introducendo importanti innovazioni come la centralizzazione del sistema bancario, la facilitazione del credito e la condivisione dei rischi attraverso la multiproprietà delle navi mercantili.

Per difendere l’immenso potere commerciale prodotto della sua flotta mercantile, l’Olanda investì massicciamente una flotta da guerra. Verso la fine del seicento, l’Inghilterra, nel tentativo di subentrare all’Olanda, riprese perfezionandole quelle innovazione.

I Navigation Act ,ideati per contrastare il potere commerciale dell’Olanda negando alle sue navi libero accesso ai porti britannici, costituirono un’altra importante innovazione così come l’adozione del principio mercantilistica con cui veniva data preferenza ai commerci con le colonie britanniche rispetto al libero mercato.

Seguendo l’esempio olandese, l’Inghilterra, a partire dalla metà del seicento, investì massicciamente per aumentare la potenza della sua flotta. Questa riflessione ,ad esempio, estrapolata dal saggio di Wende sull’impero britannico è stato concretamente utilizzata in una mia classe quarta facendo riferimento soprattutto ad Oliver Cromwell.

Insomma il ruolo della potenza militare ed economica ha svolto un ruolo essenziale nella dinamica conflittuale della storia.Infatti nella realtà storica hanno giocato, e giocano, un ruolo fondamentale. Basti pensare solo alla Cina e alla sua trasformazione in un potenza in grado di rivaleggiare alla pari con gli USA. Ad ogni modo facciamo, ancora una volta, due esempi storici. Il primo relativo alla espansione marittima dell’Europa.

Come dimostra Cipolla il veliero armato inventato dall’Europa atlantica nel corso dei secoli XIV e XV rese possibile l’espansione europea perché si trattava di uno strumento eccezionalmente efficiente che poteva navigare con un equipaggio relativamente ridotto capace però di controllare inusitate masse di energia inanimata per movimento distruzione. Insomma, grazie alle caratteristiche rivoluzionarie delle loro navi da guerra, gli europei in pochi decenni stabilirono il loro predominio sugli oceani.

A tale proposito, questo brano estrapolato dal saggio di Cipolla, mi è servito per fare comprendere alle studentesse di una terza liceo le differenti forme di crescita fra Europa e paesi extraeuropei. Ebbene, l’espansione marittima dell’Europa fu una delle circostanze che prepararono il terreno alla rivoluzione industriale e ,d’altra parte, la rivoluzione industriale stimolò a sua volta l’espansione europea. Una delle tesi alle quali giunge lo storico Cipolla, assolutamente condivisibile, è che il popolo tecnologicamente più progredito è destinato a prevalere, indipendentemente dal suo grado di civiltà.Il secondo esempio è relativo alla potenza economica della Spagna del cinquecento.

Infatti, su quale fondamento si basò la potenza economica, ed anche militare, della Spagna del ‘500? Uno di questi furono certamente le miniere di Potosì e di Zacatecas che diedero l’oro di cui la Spagna aveva bisogno per la sua proiezione di potenza come illustra magnificamente Cipolla nel saggio “Conquistadores, pirati, mercanti “(il Mulino)».

Anche allo scopo di verificare la credibilità di questa impostazione metodologica ho posto alle studentesse di una quarta liceo di Como queste domande:

Secondo il vostro punto di vista quale ruolo ha il conflitto, per esempio quello tra poteri, all’interno della storia?

Secondo la vostro opinione qual è il ruolo della globalizzazione commerciale nella storia studiata durante il quarto anno?

Il ruolo della tecnica, secondo la vostra opinione, ha avuto un ruolo rilevante nel predominio dell’Occidente o ha invece avuto un ruolo marginale?

L’intreccio tra potere militare, economico e politico ha svolto un ruolo fondamentale nella storia studiata quest’anno?

Le risposte date sono state uniformi. In particolare per la prima domanda è stata posta la giusta attenzione sul ruolo del conflitto nel contesto della Rivoluzione inglese e francese; per quanto concerne la seconda domanda l’attenzione è stata rivolta al ruolo del colonialismo nel seicento e nel settecento e, in particolare, al ruolo del commercio triangolare anche facendo riferimento ai contributi storiografici di Reinhard.

In relazione alla terza domanda ovviamente l’enfasi non poteva che essere posta sulla rivoluzione industriale interpreta prevalentemente a partire dalle riflessioni di David Landes e Christofer Hill. Infine, nella ultima domanda, il riferimento fatto è stato quello alla modernizzazione militare posta in essere da Pietro il Grande e alla proiezione di potenza di Caterina sul Mar Nero.

Giuseppe Gagliano

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