SALAMINA A ROVESCIO SUL 28° PARALLELO_Antonio de Martini e Pierluigi FAGAN

 

Salamina a rovescio di Antonio de Martini

 

Quasi mezzo millennio prima di Cristo, l’imperatore SERSE I organizzò una spedizione al confine estremo del regno.

I greci, che all’epoca erano il LIMES, si coalizzarono contro il gigante asiatico avanzante.

Temistocle , dopo aver incassato una sonora batosta sul mare, si arroccò dietro l’isolotto di Salamina -come Leonida alle Termopili dove un gruppetto di spartani tenne in scacco le fanterie persiane e vendette cara la pelle- e si sistemò a difesa.

Con la stessa tattica dieonida , nello stretto tra l’isola e il mare, Temistocle inflisse una battuta d’arresto alla flotta del gran re enormemente superiore e difficile da manovrare in spazi ristretti .

Facendo pagare ogni singola avanzata a caro prezzo, i greci guadagnarono tempo, fidando nella indisponibilità di Serse a restare troppo a lungo ai margini del suo impero a dar la caccia a quattro mangiatori di olive.

In caso di attacco USA , i persiani useranno la stessa tattica di Temistocle, tanto più che i due gruppi da battaglia della V e VI flotta , si sono già infognati in aree prive di spazi di manovra: il gruppo “Keasarge” ha superato lo stretto di Hormuz e si è inoltrato nella trappola.

Per uscire, dovranno passare a tiro anche di sasso dalle coste iraniane.

L’altro gruppo di battaglia ( sempre una portaerei ( Lincoln ) , una nave appoggio zeppa di Marines e patrioti che fanno la prima apparizione antiaerea da nave, più naviglio di scorta ) attende l’ordine di iniziare la lotta, ma è anch’esso incastrato nel mar rosso tra bab el mandeb e Suez.

A tiro dei guerriglieri houti e dei loro sofisticati droni.
Tutti a tiro di missile da entrambe le sponde che costeggiano.

Questo dispiegamento arrogante è la migliore garanzia che lo scontro non ci sarà. Nessuno è stupido fino a questo punto.

Si stanno impostando e propagandando incidenti veri e presunti – come quelli dell’articolo AP che ho allegato- , ma senza conseguenze, a meno di errori – voluti o no – di qualche zelota.

Le grida di allarme servono a condizionare i protagonisti politici e saggiare i tempi tecnici di reazione dell’avversario.

In caso di scontro reale i persiani, nel peggiore dei casi, affonderanno almeno una portaerei e naviglio minore, senza contare la pioggia di missili che lanceranno su Israele di cui – coi missili da Gaza nei giorni scorsi – hanno saggiato l’operatività del sistema anti missile Iron Dome.

Cinque anni fa, durante una manovra coi quadri nella zona del golfo persico tenutasi al Pentagono, i “ nemici” rappresentati da un ammiraglio in pensione noto per la sua indipendenza di giudizio, affondò ( coi barchini) quattro navi USA. Uno smacco per lo stato maggiore della Marina USA sia pure ad opera di un collega “ Maverick “.

Chissà se al presidente lo hanno detto.

 

 

ESTATE AL 28°N PARALLELO di Pierluigi FAGAN.

 

Il costante conflitto che accompagnerà la difficile transizione al mondo multipolare, sembra voler convergere nello spazio e nel tempo in un punto particolare dello spazio-mondo.

Da più parti, si nota che:

a) gli americani stanno dislocando una portaerei in direzione del Golfo Persico. Hanno già mosso altre navi da guerra, rifornito di bombardieri le basi intorno all’Iran, nonché disseminato batterie missilistiche ed anti-missilistiche. In più Bolton a Pompeo, non passano giorno senza qualche buona parola incendiaria verso l’Iran. Altri sostengono che in USA si nota grande fermento operativo pre-bellico ;

b) Trump annuncia ulteriori sanzioni all’Iran che si sommano alle precedenti, dopo aver ulteriormente stretto il cordone di divieto alle relazioni con l’Iran tra cui quelle italiane e greche prima permesse. Dopo aver del tutto isolato Teheran dagli europei, è ora la volta dei tre compratori di energie fossili iraniane ovvero Turchia, India e Cina. Gli iraniani hanno dato due mesi di tempo a gli altri firmatari del precedente accordo teso a bloccare lo sviluppo atomico dell’Iran, per dare segni di vita. In assenza di un chiaro atteggiamento di conferma dell’accordo che isolerebbe gli USA, Rouhani ha fatto sapere che riprenderà l’arricchimento dell’uranio, ma è molto probabile abbia già iniziato ;

c) infatti Israele segue Bolton e Pompeo annunciando di imminenti attentati sciiti tra Gaza ed obiettivi americani in Medio Oriente mentre l’Egitto ha bloccato petroliere iraniane a Suez;

d) davanti a gi EAU, qualcuno ha sabotato petroliere saudite che hanno preso fuoco;

e) Isis si ripresenta in Kashmir e nel sud del Pakistan a Gwadar, terminale della Via della Seta cinese, accendendo l’irredentismo del Belucistan. Anche lo Sri Lanka e lo stesso Kashmir rientrano nelle rotte logistiche della Via della Seta cinese. In Iran, invece, c’è un porto strategico per le proiezioni esterne dell’India.

Naturalmente torna di moda la classica minaccia di autoaffondamento di navi dismesse in un punto particolarmente basso dello stretto di Hormuz da parte iraniana che rappresenterebbe un Armageddon petrolifero-finanziario dalle conseguenze terribili per l’intera economia-mondo, in particolare asiatica.

Con Trump non si sa mai se sta a suo modo trattando e quanto è disposto ad andare fino in fondo se la trattativa non andasse all’esito sperato o se “questa volta è diverso”. Una cosa pare certa, come ogni estate, la temperatura dalle parti del 28° parallelo, tenderà a salire. Da seguire …

Lluch De Sa Font Infatti credo che la carta vincente sarà a giugno quando presenterà il suo piano di pace per la Palestina, in cui si dice verrà coinvolto Hamas e, se va in porto, sarà utile ad una rielezione. Certo che i potenti nemici che ha in casa e all’estero faranno il possibile per mettere i bastoni fra le ruote…

 

 

TROPPE TRUPPE MARISCIÀH di Antonio de Martini

 

(Trump ha comunque smentito la presenza e anche l’intenzione di schierare i 130.000 uomini a meno di una pesante provocazione dell’Iran, definendo una fake la notizia del NYT_A dire il vero gli attori locali interessati a trascinare gli USA in guerra sono però almeno due._ https://news.yahoo.com/trump-denies-planning-send-120-000-troops-counter-161151316.html?fbclid=IwAR3kizBenzZV93nvAV2HZiES4EC6i9BZkJETXExb0NEhMEWGgaaWNDRd2nM Giuseppe Germinario)

 

A partire dal 1991 resta impresso in mente un dato costante sull’esercito degli Stati Uniti: esiste una forza armata che potremmo definire “ territoriale “ e un’altra che chiamerei “ forza mobile” composta da 120/130.000 uomini che è il vero ferro di lancia dell’US Army.

La forza territoriale presidia e occupa basi e territori sfoggiando un apparato logistico impressionante e ben alimentato. Questa aliquota, in continua crescita, fa la parte del leone nel bilancio della Army.

Centinaia di basi nel mondo dove la forza aerea e la Marina possono contare di fare sosta, rifornimento o riposo. Da dove si può far partire una spedizione, ma di dubbia efficacia combattiva.

Lo sforzo strategico di tutti i presidenti che si sono succeduti da Eisenhower in poi è consistito nel cercare di erodere questa posta di bilancio a favore dell’aliquota “ combattente” da impiegare sul campo.

Obama aveva cercato di creare reparti speciali da aggiungere al “ corpo combattente” puntando sulla estrema specializzazione di 30.000 uomini in battaglioni capaci di operare a 360 gradi. Trump ha scelto diversamente.

Trump ha fatto la scelta di aumentare il bilancio in termini assoluti senza capire che la macchina finanziaria del Pentagono – di terra e di mare- non sarà mai sazia per definizione e assorbirà qualsiasi cifra venga stanziata perché la normale amministrazione è fatta così dappertutt: è onnivora.

Comunque la si giri, lo Stato Maggiore non riesce a mettere in campo più di 130.000 uomini realmente disponibili per il combattimento.

È il brillante corpo corazzato che ha vinto le due campagne irachene, ma si è rivelato incapace di domare gli Afgani nemmeno per un momento. Che lamenta di essere impantanato a Kabul e alla frontiera messicana. Che inizia a logorarsi in West Africa.

Oggi lo S.M. USA ha nuovamente messo a disposizione del Presidente questo contingente e lo ha bardato con due corpi di combattimento della marina e i missili antiaerei Patriots in versione navale, ma l’avversario Iran è un’altra cosa.

L’Iran, nella guerra 1980/88 contro l’Irak, ha perso settecentomila uomini senza batter ciglio e ha la natura e la storia e la geografia dalla sua parte.

Il suo territorio è vasto ( quasi sei volte l’Italia) e montagnoso quanto basta, il 60% della popolazione è nomade ad onta degli sforzi dello Scià Ali Reza per sedentalizzare gli abitanti.

Non può essere piegato dai bombardamenti come la Jugoslavia perché non ha industrie leader o grandi infrastrutture da abbattere; non può essere “ridotta allo stato pastorale,” perché lo è già in buona parte; non può essere parcellizzata perché è un paese di grande omogeneità culturale con minoranze sostanzialmente leali; dispone di via di fuga, non bloccabile, attraverso il Caspio. Con centotrentamila uomini possono dirigere il traffico, ma non invadere ne presidiare, ne condurre con successo uno sbarco dimostrativo.

Un bombardamento – anche agli impianti petroliferi- otterrebbe una doppia replica e nessun risultato.

Ha amici potenti ( Russia, Cina, Turchia, India) e nemici impopolari ( Israele) ; controlla il 30% flusso dei prodotti petroliferi destinati all’Europa.

Anche i peggiori avversari degli Ayatollah – come la casa imperiale rifugiatasi negli USA o qualche ex primo ministro parcheggiato a Parigi – si sono rifiutati di prendere parte al coro anti iraniano.

La comunità israelita all’interno ( presente con continuità da tremila anni) o la diaspora benestante di Francia e California all’estero ( da 40 anni) prenderebbero posizione contro ogni intervento mirante a destabilizzare un paese che da cinque secoli non ha mai attaccato nessun vicino.

Unici alleati degli USA i mujaheddin al Khalk – gli ex giovani comunisti del 1979 già nell’elenco USA delle organizzazioni terroriste – oggi “ graziati” e parcheggiati da Obama in Albania dopo aver organizzato qualche assassinio di “ scienziati atomici” che possono fare qualche sanguinoso attentato ma nulla di più.

Voler attaccare durante il Ramadan sarebbe il colmo della provocazione psicologica e dell’improntitudine.

A parte la rappresaglia contro Israele che metterebbe in crisi i rapporti interni agli USA, creerebbe una immediata reazione tra un miliardo e mezzo di mussulmani nel mondo e il braciere del focolaio afgano rischierebbe di estendersi al subcontinente indiano ( Pakistan e India mussulmana).

Alla Casa Bianca dovrebbero proprio decidersi a cambiare pusher.

Trump, Pareto e la caduta delle élite, di Norman Rogers

Il significativo manifesto di una élite emergente

https://www.americanthinker.com/articles/2019/05/trump_pareto_and_the_fall_of_the_elites.html

Trump, Pareto e la caduta delle élite

Il sociologo ed economista italiano Vilfredo Pareto morì nel 1923. Vide le credenze e le azioni degli uomini motivate dal sentimento e dall’interesse personale. Le motivazioni apparenti date per certe credenze e azioni, come aiutare i non privilegiati, sono spesso la copertura di azioni realmente motivate dal desiderio di proteggere i privilegi delle élite – la struttura del potere. Ad esempio, i democratici sostengono di essere motivati ​​dal desiderio di aiutare i meno abbienti. Ma le loro azioni sono chiaramente motivate dal desiderio di proteggere il proprio potere e privilegi. Incoraggiare l’immigrazione di massa di clandestini che competono per posti di lavoro di livello inferiore non aiuta i diseredati, ma crea un nuovo gruppo di elettori che sosterrà i democratici. Aiuta anche gruppi privilegiati fornendo manodopera a basso costo.

Prendiamo, ad esempio, la ricca contea di Marin , in California. Marin è in gran parte popolato da professionisti benestanti e altamente istruiti. Una sottoclasse di immigrati spesso illegali fornisce servizi a prezzi accessibili come il lavoro in giardino e il servizio di babysitting. Nelle elezioni presidenziali del 2012, Marin ha votato il 74% per Obama . Nelle elezioni del 2016, Marin ha votato il 77% per Hillary e solo il 16% per Trump. Un’altra ricca contea della California, Santa Clara County, è il cuore della Silicon Valley. Nelle elezioni del 2016, la Contea di Santa Clara ha votato solo il 21% per Trump. La Contea di Fresno, in California, una contea a maggioranza ispanica con un tasso di povertà molto elevato, ha votato il 43% per Trump. La California nel suo complesso ha votato il 32% per Trump. La nazione nel suo complesso ha votato il 46% per Trump. Nel distretto di Manhattan, a New York City, uno dei posti più ricchi del paese, solo il 10% dei voti è andato a favore di Trump. Chiaramente la classe privilegiata vota democratica e si oppone fortemente a Trump.

In luoghi abitati da élite, i democratici dominano. La vittoria di Trump è stata costruita con il voto pesante delle persone della classe operaia che non condividono il patrocinio che i Democratici conferiscono ai gruppi di identità considerati vittime. I gruppi che sono vere vittime, come le persone il cui lavoro è stato esternalizzato a paesi a basso reddito, si sono ribellati ai democratici ed hanno eletto Trump. Chiaramente i democratici rappresentano l’élite, classe dominante. Questo non vuol dire che i repubblicani non sono compagni di viaggio con i democratici. Gran parte delle classi intellettuali e politiche di destra si schiera con i democratici nel loro odio per Trump. Molti politici nascondono la loro antipatia per Trump per paura di essere primari.

La reazione delle élite all’elezione di Trump fu di lanciare un attacco extra-giudiziario con accuse false di collusione russa. L’FBI e il Dipartimento di Giustizia hanno adottato tattiche di stato di polizia come intercettazioni, intrappolamento e persino il collocamento di sospetti in isolamento per lunghi periodi al fine di esercitare pressioni su di loro per testimoniare contro Trump. La maggior parte della stampa, a sua volta parte dell’élite, ha partecipato con tutto il cuore a questo sforzo per distruggere Trump e rimuoverlo dall’incarico.

Trump ha, finora, respinto gli attacchi dell’élite establishment. La sua prestazione come presidente è stata molto forte. Ha cambiato le leggi fiscali con l’effetto di migliorare notevolmente la competitività dell’economia statunitense. Ha risollevato l’industria del petrolio e del gas. Gli Stati Uniti ora sono indipendenti dal punto di vista energetico e diventeranno uno dei maggiori esportatori di energia. È in procinto di rinegoziare le condizioni commerciali di vecchia data che sono state sfavorevoli ai lavoratori statunitensi e americani, in particolare con la Cina. Ha cambiato la relazione tra gli Stati Uniti e i nemici della Corea del Nord e dell’Iran, mettendo quei nemici sulla difensiva. Ha fatto queste cose di fronte agli attacchi implacabili dei media e dell’élite establishment.

L’élite, i democratici e i repubblicani, che gestivano il paese prima che Trump presiedesse a un lento declino nazionale.L’economia era incatenata dalla regolamentazione e dalle tasse. I problemi non sono stati risolti ma buttati giù per la strada.La crisi del riscaldamento globale è un esempio di una crisi fasulla, credenza in cui è diventata una necessità politicamente corretta.Le soluzioni proposte per il riscaldamento globale non in crisi, come capovolgere l’economia e alimentarla con mulini a vento, sarebbero comiche se non che i sostenitori di tali politiche sono seri. Ovviamente le misure per ridurre le emissioni di CO2 sono inutili perché l’86% delle emissioni proviene da altri paesi, molti dei quali non hanno intenzione di aderire al Green New Deal suicida. Prima di Trump, gli Stati Uniti erano alla deriva senza direzione e distratti da mode irrilevanti e problemi immaginari.

Trump è entrato in carica con una serie di politiche completamente diverse che hanno rimesso in discussione la precedente saggezza convenzionale sull’economia, il commercio, la difesa e l’energia. Le sue politiche stanno cambiando opinione pubblica e intellettuali. È arrivato un nuovo paradigma e sta guadagnando terreno. Questa è una minaccia per il vecchio establishment dell’élite. Devono fermare Trump e screditarlo, altrimenti il ​​vecchio establishment sarà ulteriormente screditato e perderà la sua capacità di governare.

Pareto ha visto la vita di un paese influenzato dalla crescita e dal declino delle classi dirigenti d’élite. Quando una classe dirigente perde la sua vitalità, è probabile che una nuova classe dominante sorgerà e sostituirà la vecchia classe dominante. In questa transizione, la vecchia classe dominante potrebbe tentare di preservare i suoi privilegi attaccando selvaggiamente l’aspirante classe dominante. Trump è il capo dell’aspirante classe dominante. Lui e i suoi sostenitori sono selvaggiamente attaccati. Trump è raffigurato come un criminale, un eccentrico conoscitore, come qualcuno guidato da una mancanza di controllo degli impulsi o da un razzista. Ma Trump è un vero talento politico. Ha astutamente respinto gli attacchi e ha un’eccellente possibilità di essere rieletto. È aiutato dalla disorganizzazione e dall’estremismo dei suoi avversari nella classe dirigente in declino.

Se una nuova classe dirigente, ispirata da Trump, consolida il potere, molti degli occupanti di sinecure nel governo e nell’istruzione correranno il rischio di perdere il lavoro. Sotto la vecchia élite, le università sono diventate mostri sovrafinanziati, sfruttando gli studenti il ​​cui futuro è ipotecato dal debito degli studenti. Questo oltraggio può continuare perché le università fanno il lavaggio del cervello ai giovani per sostenere la vecchia classe dirigente e perché le università forniscono supporto intellettuale per le politiche della vecchia classe dominante. Sotto la vecchia classe dominante, il governo è diventato pesantemente popolato da server temporali il cui impiego continuato sarebbe diventato inutile in seguito a una riorganizzazione del governo ispirata da Trump.

Il cambiamento è un pericolo chiaro e presente per i responsabili. Questo è ciò che sta dietro gli attacchi feroci e illegali contro Trump. Trump è chiaramente la migliore speranza per il futuro degli Stati Uniti. Siamo molto fortunati che Trump sia riuscito a superare in astuzia l’establishment e rimanere presidente.

Norman Rogers è l’autore del libro: Dumb Energy: A Critique of Wind and Solar Energy .

Trump e la decinesizzazione degli Stati Uniti, a cura della redazione

Qui sotto il testo tradotto di due brevi articoli apparsi sulla stampa americana. Rivela un aspetto, quello del recupero del controllo della logistica, della vera e propria guerra economica intrapresa con sempre maggior convinzione dagli Stati Uniti. Non è solo un confronto di natura economica, quanto l’aspetto economico di un confronto politico sempre più serrato, aperto e ampio. Spazia ormai dall’ambito militare, a quello tecnologico più raffinato, al controllo delle comunicazioni e dei trasporti. La permeabilità della formazione sociale statunitense, contestuale al processo di globalizzazione così come si è sviluppato negli ultimi trenta anni, sta subendo una battuta di arresto che nemmeno un eventuale rovesciamento della Presidenza Trump potrà rimettere interamente in discussione. E’ il prodromo alla formazione di più sfere di influenza entro le quali la potenza egemone dovrà mantenere un fermo controllo. Il corollario nel frattempo è che negli Stati Uniti si è innescato un processo di reindustrializzazione e di ricostruzione delle infrastrutture in grado di garantire maggiore coesione e forza alla formazione sociale, registrando tassi di crescita sino ad ora sconosciuti in questo millennio_Buona lettura_Giuseppe Germinario

 

ll Dipartimento per la Sicurezza Interna (Department of Homeland Security) dell’Amministrazione Trump ha costretto, per motivi di sicurezza, la compagnia statale cinese Cosco a cedere il controllo del porto di Long Beach in California. Long Beach è uno dei maggiori porti degli Stati Uniti (il quarto per esattezza). Il terminal di Long Beach ha registrato, nel 2018, un valore contabile netto di 345,24 milioni di dollari. Il suo utile netto lo scorso anno ha raggiunto 85,86 milioni di Dollari, in aumento di quattro volte rispetto all’anno precedente, il 2017.

Orient Overseas (International) Limited (OOCL) ha dichiarato di aver venduto il 100% del terminal container di Long Beach (LBCT) per $ 1,78 miliardi a un consorzio guidato da Macquarie Infrastructure Partners. Macquarie Infrastructure Partners Inc. è una società specializzata in investimenti infrastrutturali. L’azienda investe in strade, ferrovie, progetti di ponti, aeroporti, porti, acqua e acque reflue, energia e servizi pubblici, nonché infrastrutture sociali e di comunicazione. Gli investimenti di Macquarie Infrastructure Partners Inc si concentrano in Nord America, in particolare Stati Uniti e Canada. Macquarie Infrastructure Partners ha sede a New York.

OOCL è stato obbligato a vendere il terminale, uno dei più automatizzati del paese, ai sensi dell’Accordo sulla sicurezza nazionale con il Dipartimento di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti e il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Il governo federale ha intimato la cessione del terminale dopo che una verifica dell’anno scorso, ha confermato l’acquisto di OOCL da parte di COSCO Shipping Holdings. La società cinese Cosco Shipping Holdings, acquirente di OOCL (Orient Overseas International), con sede ad Hong Kong, è stata costretta quindi a vendere la proprietà del Terminal californiano.

L’amministrazione Obama aveva concesso nel 2012 il via libera ad OOCL per la firma di un contratto di locazione di 40 anni con la Città di Long Beach per il controllo del porto. La maggior parte dei movimenti di container Asiatici (Cinesi)in America, passa per Long Beach. L’accordo faceva parte del “Middle Harbor Redevelopment Program” per finanziare l’espansione per 1,5 miliardi di dollari del porto di Long Beach entro il 2020.

Ma una delle prime azioni del Department of Homeland Security, sotto l’amministrazione Trump, è stata la formazione, nel marzo 2017,  del Comitato per gli  Investimenti Esteri negli Stati Uniti. Una commissione di revisione e controllo su investimenti fatti da compagnie straniere che potrebbero minare la sicurezza nazionale. La commissione era nata sulla scia di una denuncia dell’acquisizione da parte di Cosco di un ex impianto portuale della Marina statunitense.

La Cina gestisce sei dei dieci porti container più trafficati del mondo. Il governo cinese ha anche finanziato la costruzione e la gestione di 43 porti in 35 paesi nell’ambito dell’iniziativa “One Belt and One Road” (OBOR) lanciata cinque anni fa dal Ministero dei Trasporti Cinese.

A complemento dei suoi sforzi per ottenere il predominio sulle attività, la Cina ha indotto le proprie compagnie statali ad acquistare esclusivamente prodotti e servizi da altre imprese statali cinesi.

Di conseguenza, il China International Marine Containers Group è diventato il più grande produttore mondiale di container e Shanghai Zhenhua Heavy Industries ha guadagnato una quota di mercato internazionale del 70% per le gru portuali e ora esporta in 300 porti di 100 paesi.

Secondo i termini dell’acquisizione di Macquarie, Orient Overseas International intascherà un guadagno di 1,29 miliardi di dollari; continuerà a controllare il traffico di navi e ferrovie negli impianti di container per i prossimi vent’anni, poiché i termini del precedente accordo fatto durante il regno dell’amministrazione Obama, non è annullabile in tutte le sue forme.

 

 

https://www.americanthinker.com/blog/2019/05/trump_administration_forces_china_to_sell_the_port_of_long_beach.html

https://www.americanshipper.com/news/macquarie-consortium-buying-long-beach-container-terminal?autonumber=848093

https://www.bloomberg.com/research/stocks/private/snapshot.asp?privcapId=8642218

CARO ZIO JOE, LA VECCHIAIA TI FA BELLO? di Gianfranco Campa

 

CARO ZIO JOE, LA VECCHIAIA TI FA BELLO?

 

Il vecchio caro Joe Biden rompe gli indugi e si presenta alle primarie democratiche per giocarsi la possibilità di sfidare Donald Trump alle presidenziali del 2020. Zio Joe dovrà scalare una montagna molto ripida. Il partito democratico di zio Joe non esiste più. Quello di oggi è un partito democratico orientato decisamente verso l’estrema sinistra. Zio Joe rappresenta il vecchio establishment democratico centrista Clintoniano (Bill…), mentre la nuova leva del partito democratico si è spostata su tematiche e politiche decisamente lontane dai parametri dell’establishment tradizionale del vecchio asinello.

L’ ex vicepresidente Joe Biden ha 76 anni e dovesse vincere le elezioni, il senatore democratico del Delaware, sarebbe il più vecchio presidente Americano mai insediatosi alla Casa Bianca. Il più vecchio fino ad ora è l’attuale presidente Donald Trump, investito nel gennaio del 2017 a 70 anni. Prima di Trump, il più anziano presidente è stato il repubblicano Ronald Reagan, che la momento della sua inaugurazione, nel Gennaio del 1981, aveva 69 anni. Un eventuale presidenza di Biden prenderebbe l’avvio nel gennaio del 2021 alla veneranda età di 78 anni; un record assoluto che lo vedrebbe alla fine della sua prima legislatura oltre la soglia degli 82 anni e dovesse vincere un secondo mandato, alla fine della sua presidenza, Biden supererà gli 86 anni. Con tutto il rispetto per zio Joe, le interviste i giornalisti le andrebbero a fare in una Casa Bianca trasformata in casa di cura presidenziale.

A livello di salute Biden sembra per il momento abbastanza vitale; quello che più preoccupa è lo stato mentale di zio Joe. Per chi non lo sapesse, nel febbraio del 1988, a 45 anni, Joe Biden ha subito un intervento chirurgico per correggere un aneurisma che gli aveva procurato un ictus emorragico ad un’arteria del lato destro del cervello. Biden svenne in una stanza d’albergo poco dopo aver tenuto un discorso sulla politica estera. Biden perse i sensi per oltre quattro ore prima di svegliarsi in un ospedale di Wilmington, nel Delaware. La situazione risultò subito talmente grave che venne trasferito al Walter Reed Medical Center, il tutto mentre riceveva l’estrema unzione dal prete. Il chirurgo, che ha eseguito l’intervento al cervello, all’epoca disse che l’operazione era stata più seria di quanto inizialmente si fosse pensato. Biden infatti fu sull’orlo di muorire.

Trattandosi di un rappresentante democratico, lo stato di salute mentale e fisico di Biden non è mai stato messo in discussione dai mass media. Quelle poche volte infatti che si sono sollevate obiezioni, ci sono sempre state potenti levate di scudi tese a proteggere Biden con dichiarazione di medici e di esperti lesti a minimizzare i problemi riguardanti la sua reale condizione fisica e soprattutto mentale. Ma se dobbiamo tenere conto delle dichiarazioni fatte di impeto durante l’emergenza medica di Biden, tutte sono, meno che rassicuranti.  La moglie di Biden, Jill, disse all’epoca che “Il nostro medico ci ha detto che c’era il 50% di possibilità al che Joe non sarebbe sopravvissuto all’operazione. Il medico ha anche detto che era ancora più probabile che Joe avrebbe avuto danni permanenti al cervello se fosse sopravvissuto…” Questo potrebbe spiegare le ripetute gaffe e atteggiamenti compromettenti dei quali Biden ha dato ampio sfoggio negli ultimi trenta anni. Biden è certamente un uomo fortunato ad essere sopravvissuto fino ad ora nonostante una miriade di altri problemi medico/fisici, tra i quali un battito cardiaco irregolare. Fortuna che potrebbe esaurirsi da un momento all’altroIn questo contesto bisognerà porre particolare attenzione alla scelta di chi sara` il suo vicepresidente, quella scelta ci dirà molto su quale reale binario la campagna elettorale di Biden si indirizzerà. E`più che probabile che il vicepresidente di Biden sarà quello/a che finirà la legislatura e avrà quindi il comando della situazione alla casa Bianca.

Bisogna in ogni caso chiarire che Biden non aveva nessuna intenzione di presentarsi alle primarie democratiche del 2020; dopo le elezioni presidenziali del 2016 riteneva ormai concluso il suo ciclo in politica. A quel tempo Biden, vice presidente uscente dell’amministrazione Obama, avrebbe voluto presentarsi alle primarie democratiche con la concreta possibilità non solo di vincere le primarie ma di ottenere senza problemi la presidenza. Biden sarebbe stato un avversario formidabile per Trump poiché avrebbe vinto in molti dei cosiddetti  stati del Rust Belt, quegli stessi stati che hanno consegnato la presidenza a Donald Trump. Biden politicamente parlando è sempre stato visto come un moderato centrista molto vicino alle cause dei colletti blu. Figlio della Pennsylvania, vicino ai movimenti sindacali, Biden avrebbe vinto senza problemi proprio in quegli stati che la Clinton non si è neanche degnata di visitare. Biden fu costretto a farsi da parte per non ostacolare la corsa della Clinton, poiché la avrebbe di sicuro relegata a un ruolo secondario, senza se e senza ma. La presidenza del 2016 era stata promessa alla Clinton; era il suo turno e nessuno poteva opporsi alla sua potenza e richiesta di lasciapassare. La scusa per giustificare la messa da parte di Biden fu la morte per un tumore al cervello del figlio, Beau Biden, avvenuta qualche mese prima delle primarie Democratiche. Biden e la sua famiglia non sono nuovi a tragedie simili. Nel Dicembre del 1972, la prima moglie di Biden, Neilla Hunter e la figlia di un anno, Naomi, rimasero uccise in un incidente automobilistico mentre facevano lo shopping natalizio a Hockessin, nel Delaware. I due figli maschi che erano nella macchina con la madre e la sorellina rimasero feriti non gravemente. A quell’epoca Biden era stato appena eletto al Senato e fu incoraggiato a continuare la sua carriera politica nonostante la tragedia personale e famigliare.

Fonti vicino alla famiglia hanno sempre sostenuto che zio Joe avrebbe espresso il desiderio di presentarsi alle primarie del 2016 ma fu sempre scoraggiato dai vertici del partito Democratico. Per bocca dello stesso Biden, il figlio morente avrebbe chiesto al padre di presentarsi alle elezioni del 2016. Ora quegli stessi vertici democratici presi dallo scoramento emotivo nel vedere Bernie Sanders in testa ai sondaggi, hanno supplicato Biden di salvare il salvabile e presentarsi alle primarie del 2020.  Un grido di aiuto arrivato anche dai Mass Media, dall’Establishment repubblicano e da molti dei componenti dello stato ombra. Biden come cura contro il Trumpismo e il Sanderismo, l’ultima speranza di salvare il salvabile e rinsaldare una struttura composta da capitalismo sfrenato, complesso della macchina militare, establishment politico e stato ombra che vedono in Trump e nel cambiamento politico in atto nel partito democratico i nemici principali e mortali.  Quello stesso Biden che era stato confinato, relegato al ruolo comprimario prima con Obama e poi con Hillary Clinton è ora diventato il salvatore della patria. Il problema però è che ormai, come ho detto prima, il partito democratico di Biden è in via di estinzione. L’ostacolo maggiore per Biden non è superare Trump e vincere le prossime presidenziali bensì vincere le primarie democratiche ed aver la meglio sugli altri candidati democratici.

La disperazione dell’establishment politico si rivela nella volontà di voler Joe Biden candidato a tutti i costi. Lo stesso Biden ha dichiarato che molti esponenti dei poteri forti, inclusi alcuni leaders politici mondiali (sarei curioso di sapere chi siano questi leaders mondiali) lo avrebbero supplicato di presentarsi alle presidenziali del 2020. Non sono mancate dichiarazioni di sostegno da entrambe gli schieramenti politici; per esempio dalla famiglia di John Mccain la quale avrebbe sostenuto che alle presidenziali, in un’ipotetica corsa Biden contro Trump, loro avrebbero votato sicuramente per Biden. Questo ardente desiderio di voler Biden, candidato a tutti i costi, si scontra con le molte ombre che affliggono il vecchio zio Joe. Obama per esempio è rimasto muto all’annuncio di Biden di rendere ufficiale la sua candidatura alle presidenziali, cosa alquanto strana. Di solito un presidente uscente sostiene il suo vice presidente come candidato a succedergli più che altro per ragioni di eredità politica. Un presidente uscente vede benevolmente la candidatura del suo vicepresidente come una opportunità di continuare a costruire e consolidare il retaggio amministrativo del presidente uscente. Stranamente, sia nel 2016, sia ora Obama su Biden è rimasto in silenzio. Cosa sa Obama di Biden? Il silenzio e il mancato supporto di Obama e solo dovuto ad una diversità di opinione politica oppure dietro questo silenzio si nasconde qualcosa  di più sinistro? Biden nel giorno dell’annuncio della sua candidatura ufficiale ha dichiarato che avrebbe detto lui stesso ad Obama di non sostenerlo ufficialmente durante le primarie. Questa dichiarazione di Biden non è assolutamente credibile e porta a speculare sui motivi del mancato sostegno di Obama.

Biden era già stato candidato alla presidenza in due precedenti tornate elettorali; nel 1988 e nel 2008. Nel 1988 dovette scusarsi e abbandonare la corsa presidenziale per accuse di plagio e per aver mentito sul suo curriculum accademico. Le bugie e le gaffe verbali di zio Joe sono apertamente ben note nei circoli di Washington.

Joe Biden ha sempre affermato che nel 1972, la responsabilità del tragico incidente stradale in cui persero la vita la sua prima moglie e sua figlia, era dell’autista del camion ubriaco. Accusa sempre smentita dalla polizia e dai documenti che affermano al contrario che purtroppo l’incidente fu causato da una manovra maldestra della moglie. La famiglia del camionista coinvolto nel tragico incidente, Curtis C. Dunn, ha sempre respinto le accuse di Joe Biden e  ha  sempre manifestato l’angoscia che pervade la famiglia per la continua menzogna perpetrata da Biden ai loro danni. Pamela Hamill, una delle figlie, ha  chiesto più volte a Biden di smetterla di infangare la memoria del suo defunto padre, scomparso nel 1999 e quindi non più in grado di difendersi. Dunn era il conducente del camion a rimorchio coinvolto nell’incidente del dicembre 1972. Secondo il giudice della Corte Suprema del Delaware, Jerome O. Herlihy, che ha supervisionato le indagini della polizia come procuratore capo, non ci sono prove a sostegno della accusa di Biden: “Le voci sulla guida in stato di ebbrezza come fattore di corresponsabilità, in particolare per il camionista (Dunn), non sono corrette.” La polizia ha stabilito che la prima moglie di Biden aveva tagliato involontariamente la strada al camion, senza accorgersi del suo arrivo. Nonostante il tentativo di Dunn di evitare la collisione, nella sterzata per evitare una collisione,  il mezzo si è rovesciato distruggendo la macchina dei Biden. Dunn fu il primo a fornire assistenza, una scena che ha lasciato un segno indelebile per il resto della vita di Dunn fino alla sua morte.

Ci sono altre ombre nel passato e presente di zio Joe; le ha sommarizzate bene l’altro nostro vecchio indipendente, esponente di spicco di questa pazza stagione della politica  americana, Bernie Sanders: “Il popolo americano è stanco di sentire parlare del nepotismo, del vezzeggiare, del plagio, della corruzione in Ucraina, della corruzione nelle Isole Vergini, del tentativo di colpo di stato contro il presidente Trump, del mentire sulla morte di sua moglie, dell’installare un governo mondiale aprendo i confini degli Stati Uniti.” Infatti una degli aspetti più ombrosi di Biden è la partecipazione attiva dell’altro figlio, Hunter Biden, negli affari loschi del governo Ucraino di Poroshenko e nel ruolo attivo che Biden e i suoi associati hanno probabilmente avuto nella costruzione del Russiagate.

Strana famiglia quella dei Biden; ricorda molto quella dei Kennedy. Una famiglia attraversata da tragedie e controversie, incluso la scioccante relazione di Hunter Biden, che nel 2017 avrebbe divorziato da sua moglie Kathleen Buhle, madre dei suoi tre figli, per mettersi insiema alla cognata, la vedova del fratello Beau, Hallie Olivere. La stessa Buhle ha accusato più volte Hunter di essere un cocainomane e giocatore d’azzardo.

Zio Joe in tempi normali avrebbe potuto essere il candidato principale dei Democratici. In tempi normali Biden avrebbe un percorso relativamente facile per la nomina. Ma questi non sono tempi normali e Joe Biden non è un candidato normale. Per zio Joe si prospettano delle primarie ostiche nel Partito Democratico. Dovrà correre inventandosi una nuova formula politica, denunciando e negando tutto ciò che è stato nel passato; tutto da capo per cercare di adeguarsi al volo a questo nuovo spirito che aleggia nel partito democratico.

Biden nel video della presentazione alla sua candidatura ha dichiarato che “Se diamo a Donald Trump otto anni alla Casa Bianca, cambierà per sempre e fondamentalmente il carattere di questa nazione e non posso quindi restare a guardare e assistere che ciò accada… ” Bisognerà vedere se il nuovo partito democratico, avverso al vecchio uomo bianco, rappresentante del decadente establishment politico americano, gli offrirà la possibilità di fermare Donald Trump. Io ho piu` di qualche dubbio su questo…

 

I PUNTI CHIAVE DELLE  ELEZIONI ISRAELIANE 2019, di A.J. Nolte

I PUNTI CHIAVE DELLE  ELEZIONI ISRAELIANE 2019

Democrazia | Israele | Medio Oriente e Nord Africa

Di primo impatto, i risultati delle elezioni israeliane del 2019 si allineano allo status quo che li ha preceduti. Al momento, Benjamin Netanyahu sembra probabile che riuscirà a costituire una coalizione molto simile a quella che attualmente governa Israele. Dietro la facciata, tuttavia, diversi cambiamenti sia nella sinistra che nella destra israeliana, potrebbero rivelare una mutazione radicale nel panorama politico di Israele. Più precisamente, come avevo accennato alla vigilia, vincere le elezioni potrebbe essere solo l’inizio del periodo più impegnativo di Netanyahu nella sua lunga carriera politica. All’interno di uno schema darò alcuni suggerimenti chiave sulle elezioni e analizzerò le sfide che il Primo Ministro Netanyahu potrebbe affrontare nelle settimane e nei mesi a venire.

Il crollo della sinistra

Le elezioni del 2019 rappresentano quello che possiamo definire un crollo storico della sinistra israeliana. Al momento, il venerabile partito laburista israeliano è sulla buona strada per ottenere solo un misero bottino di sei seggi nella Knesset. Meretz, il partito israeliano più a sinistra, che non si oppone apertamente al progetto sionista, riceverà quattro seggi. Per contrasto, il blocco identificato con la sinistra israeliana ha ora tanti seggi quanti quelli del ​​frammentato blocco arabo ed è probabile che possa esercitare un’influenza quasi nulla. Parte di questo collasso potrebbe essere un risultato temporaneo del voto tattico degli elettori di centro-sinistra i quali speravano di dare alla coalizione di centro-destra Bianco-Blu un numero sufficiente di seggi per renderli il naturale partito di governo. I sostenitori della sinistra israeliana possono quindi consolarsi con il pensiero di uno ricompattamento di schieramenti da parte degli elettori di sinistra nelle prossime elezioni con la speranza che i problemi di Netanyahu porteranno a nuove elezioni anticipate. Ma questa è una scommessa pericolosa, e maschera un problema più ampio per la sinistra israeliana: sono un movimento senza un messaggio e sembrano aver perso la fiducia dell’elettorato di centro israeliano.

Cosa fanno ora gli elettori arabi?

L’affluenza araba è stata dichiarata piuttosto bassa, il che ha, in una rappresentazione che potrebbe essere familiare al pubblico americano, spinto molti dei partiti arabi a dichiarare una presunta soppressione del voto arabo. Comunque sia, per i leader dei partiti politici arabo-israeliani, il calo della partecipazione è un segnale preoccupante. La lista di Hadash-Ta’al e la più radicale lista di Balad-Ra’am, si dividevano su piccolezze tecniche, con Hadash-Ta’al che accennava a una sua disponibilità a fornire un sostegno a Benny Gantz, mentre Balad-Ra’am tracciava un posizione politica alternativa, indipendente,  più militante e rigida. Il risultato? Hadash-Ta’al ha mancato di catturare seggi parlamentari e Balad-Ra’am ha superato appena la soglia per ottenere un seggio. Date queste realtà, forse vale la pena chiedersi se i partiti esclusivamente arabi siano davvero il veicolo più efficace per le aspirazioni politiche degli arabi israeliani. Questo esito segna la seconda elezione consecutiva nella quale elementi della destra israeliana hanno mobilitato i propri elettori basandosi sulla paura dei partiti arabi al governo. Dato che la realtà e il collasso della sinistra israeliana sono constatati sopra, la convergenza degli interessi di questi due gruppi sembra inevitabile, a scapito sia di Hadash-Ta’al che di Balad-Ra’am.

Che ora per Gantz?

La saggezza convenzionale è che questa elezione probabilmente segna il punto più alto della carriera politica di Benny Gantz. Quella bianco-blu, dopo tutto, è una coalizione problematica di partiti e personalità di centro-centrodestra, tenuti insieme dalla loro opposizione a Netanyahu e a molte delle sue politiche. La coalizione è un caleidoscopio di personalità incompatibili; Gantz crediamo che non avrà né la pazienza né l’interesse a interporsi con successo. Il sospetto è che per di più il partner della coalizione di Gantz, Ye’or Lapid, difficilmente rimarrà parte integrante a lungo termine della coalizione di opposizione. Eppure ci sono ragioni per essere scettici su questa analisi. In primo luogo, come verrà discusso in seguito, la vittoria elettorale di Netanyahu non significa che sia fuori dal pantano del pericolo giudiziario. Secondo, tutte queste problematiche avrebbero in ogni caso minato, a lungo termine, la coalizione di Gantz nel caso avesse vinto. In realtà, il futuro politico di Gantz rimane nelle sue mani. Sì, mantenere la sua faziosa coalizione insieme all’opposizione e dimostrarsi una presenza credibile sulla scena politica israeliana sarà una sfida difficile. Eppure, se ci riesce, Gantz potrebbe potenzialmente posizionarsi come il principale successore di Bibi. Ciò richiede pazienza, sapienza e abilità politiche; qualità che il neofita Gantz dovrà sviluppare al volo. Tuttavia, difficilmente sarebbe il primo generale israeliano a passare con successo e diventare un leader politico, o il primo politico israeliano a riprendersi da una sconfitta politica solo per tornare come primo ministro in seguito.

Giù con i movimenti secolari. Su con le parti religiose

Oltre a Netanyahu, i vincitori più chiari delle elezioni sono i partiti religiosi di destra, sia ultra-ortodossi che sionisti religiosi. Per coloro che non conoscono la nomenclatura, i partiti ultra-ortodossi hanno dato il via agli scettici del progetto sionista che si unirono alla politica negli anni ’80 e generalmente impegnati in una politica transnazionale volta a preservare lo status speciale del giudaismo ortodosso nello stato israeliano. Le parti si dividono lungo linee etniche, con Shas che rappresenta il Sephardi e l’UTJ che rappresentano le varie comunità ashkenazite. Al contrario, i partiti sionisti religiosi accettano pienamente ed entusiasticamente il progetto sionista fino al punto di partecipare attivamente all’organizzazione degli insediamenti. Sia i partiti sionisti ultra-ortodossi che quelli religiosi hanno ottenuto buoni risultati elettorali, con il blocco combinato ultra-ortodosso che ha ottenuto 16 seggi. Il blocco religioso sionista è più piccolo, con cinque seggi al momento (questo esito potrebbe cambiare in base ai voti dei militari ancora da contare).

D’altra parte, se si può affermare che qualsiasi forza a destra abbia perso le elezioni, è grazie alla nuova destra di Naftali Bennett e Aylet Shaked. Bennett e Shaked si separarono da Jewish Home, il fiore all’occhiello dei sionisti religiosi, nella speranza che mantenere le posizioni di sicurezza della Casa Ebraica con un orientamento più laico sarebbe stata una mossa elettoralmente vincente. Molti osservatori della politica israeliana sospettano che Bennett e Shaked alla fine sperassero di cementare il loro partito nel Likud e succedere a Netanyahu nei prossimi cinque o dieci anni. Al momento, tuttavia, il nuovo partito di destra di Bennett e Shaked è in bilico appena al di sotto della soglia elettorale necessaria per entrare in parlamento; una realtà che, se confermata, potrebbe avere implicazioni negative per il loro futuro politico. Anche se riescono ad elevarsi al di sopra della soglia necessaria, è comunque un drammatico scarso risultato visto anche come i sondaggi li posizionavano a  febbraio e marzo. La morale della storia è che, anche all’interno della destra, il populismo conservatore ed esplicitamente religioso è in netta ripresa in Israele, mentre quello laico e in fase tramontante.

In una certa misura, fattori prettamente legati alla realta israeliana hanno guidato questa realtà, come la situazione della sicurezza di Israele e l’elevato tasso di natalità degli ebrei ortodossi. Tuttavia può anche essere visto come parte di una tendenza più ampia di populismo religioso conservatore in tutto il mondo, dall’Ungheria alla Turchia, dall’Indonesia all’India. Chiaramente, l’assunzione generale della rilevanza decrescente della religione nel ventunesimo secolo è, nella migliore delle ipotesi, limitata a una manciata di ricchi paesi occidentali postindustriali. Nel caso di Israele, una conoscenza pratica dell’ebraismo ortodosso e del suo pensiero politico associato è probabilmente un passo avanti.

Cosa c’è di nuovo in Netanyahu?

Innegabilmente, l’elezione è un trionfo per Bibi Netanyahu. Eppure non è la conclusione delle sue sfide politiche. Per lui rimangono due compiti difficili: superare accuse e indagini e infilare l’ago da cucito tra i suoi partner della coalizione e gli Stati Uniti. Per quanto riguarda il primo, Netanyahu è quasi sicuro di far passare un disegno di legge che gli garantisca l’immunità dai procedimenti giudiziari, una pietra miliare delle sue trattative di coalizione. Tuttavia, c’è il rischio che un continuo rigurgito di scandali possa costare a Bibi una morte dai mille tagli. Per evitare ciò, dovrà gestire attentamente le aspettative e garantire la lealtà dei suoi partner di coalizione. I più critici al riguardo sono due piccoli partiti laici: Yisrael Beiteinu, il partito nazionalista laico di Avigdor Lieberman, la cui base elettorale è tra gli israeliani di origine dell’Europa orientale, e Kulanu, un partito fondato da Moshe Cahlon che si erge per ragioni economiche, sicurezza, ed è popolare tra le comunità ebraiche israeliane di Sephardic e Mizrahi. La perdita di Kulanu lascerebbe Bibi con una maggioranza molto ristretta di un solo membro nella Knesset; perdere Yisrael Beiteinu lo metterebbe sotto la soglia dei 60 posti, probabilmente facendo scattare un altro giro di elezioni.

La seconda sfida di Bibi sarà la mediazione tra i suoi partner della coalizione e gli Stati Uniti. Come accennato nella mia anteprima delle elezioni, la questione dell’annessione della West Bank rappresenta un potenziale spinoso per Bibi, nelle modalità che i suoi alleati sionisti religiosi sono intenti a perseguire. La sua espressione di sostegno alla politica poco prima delle elezioni ha quasi certamente contribuito a garantire la lealtà dei partner della coalizione alla sua destra. Ora, tuttavia, Bibi affronta il guanto del ciclo elettorale degli Stati Uniti. Senza mezzi termini, lo scenario migliore per Netanyahu sarebbe la rinuncia del Presidente Trump a rilasciare un piano di pace prima delle elezioni del 2020, lasciando il suo vago impegno a un “incredibile affare che tutti ameranno” per un ipotetico secondo mandato. Per Bibi, la vittoria di Trump nel 2020 potrebbe essere quasi altrettanto importante della sua nel 2019, dal momento che il Partito Democratico appare, dal punto di vista israeliano, preoccupantemente traballante nel suo sostegno allo stato ebraico. Quindi Bibi vorrà fare tutto il possibile per rafforzare la posizione di Trump. D’altra parte, qualsiasi accordo di pace dovesse presentare Trump, l’offerta avrà probabilmente anche l’input dell’altro alleato chiave del presidente, il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin-Salman. E qualsiasi piano proposto da MBS è molto improbabile che incontri il sostegno dei nuovi membri della coalizione Knesset sul fianco destro di Bibi. Per Bibi, quindi, la sfida consisterà nel convincere Trump che ora non è il momento di un nuovo piano di pace; con la promessa però che, una volta stabilizzata la posizione di Netanyahu, potrebbe avere più spazio per negoziare. Ironia della sorte, se non fosse stato per il bisogno di Bibi di un accordo di immunità e per la loro implacabile campagna basata sugli errori e peccheati di Bibi, Blue e White avrebbero probabilmente fornito a Bibi una coalizione stabile, dalla quale avrebbe potuto negoziare efficacemente con Trump e, probabilmente, con i sauditi. Ma Bibi ha bisogno di una legge sull’immunità; Blue e White non gliene daranno una; la coalizione di cui ha bisogno per la sopravvivenza politica non è una compagine quindi che possa accogliere qualsiasi iniziativa di pace di Trump.

L’anno che verra`, quindi, sarà probabilmente impegnativo per il primo ministro Netanyahu. Ma se l’elezione di martedì ci hanno insegnato qualcosa: Bibi non bisogna mai  considerarlo politicamente finito, finché non e` lui stesso a ritirarsi dalla politica, e forse nemmeno in quel caso. Bibi deve essere riconosciuto come un impareggiabile operatore politico all’interno del mondo, a volte sconcertante e sempre affascinante, della politica israeliana. Quindi, anche se il prossimo anno sarà difficile, è una scommessa vincente puntare, in qualche modo, su un Bibi trionfante su tutte le sfide che lo attendono.

A.J. Nolte è un assistente professore di politica presso la Robertson School of Government della Regent University. Nel 2017 ha conseguito un dottorato di ricerca presso la Catholic University of America. Precedentemente, ha lavorato per il Religious Freedom Project presso la Georgetown University e il Center for Complex Operations presso la National Defence University, è stato professore aggiunto di politica al Messiah College e ha insegnato alla George Washington University, alla Catholic University e alla National Defence University. Gli interessi di ricerca di Nolte includono religione e politica, pensiero politico cristiano e islamico, minoranze cristiane, politica comparata, tribalismo e globalizzazione. Vive a Virginia Beach con sua moglie Tisa e la figlia Reagan.

 

https://providencemag.com/2019/04/aftermath-takeaways-2019-israeli-elections/

 

 

 

Tulsi Gabbard, di Giuseppe Germinario

Qui sotto il video di Tulsi Gabbard, membro del Congresso Americano e candidata alle primarie del Partito Democratico per le elezioni presidenziali del 2020. In calce la traduzione in italiano del suo appello. Segue qualche considerazione.

“Ho rivendicato con forza che si consentisse a Muller di completare l’ indagine sulle accuse al Presidente Trump di aver tramato con la Russia per influenzare le elezioni del 2016. Mi fa molto piacere che Muller abbia potuto concludere le sue indagini, e presentarne le risultanze. Il popolo americano deve poter accedere al rapporto di Muller. Ma ora che Muller ha dichiarato che dalle indagini non risulta alcuna cospirazione, dobbiamo tutti mettere in secondo piano i nostri interessi di parte e riconoscere che è bene per il nostro Paese che il Presidente degli Stati Uniti non abbia cospirato con la Russia per manipolare le elezioni, perché se il Presidente fosse stato posto in stato d’accusa per aver cospirato con la Russia allo scopo di manipolare le elezioni e influenzarne l’esito, il nostro Paese sarebbe precipitato in una crisi terribile, che avrebbe potuto sfociare nella guerra civile. Dunque, dovrebbe essere un sollievo per tutti che il Presidente Trump non sia stato trovato colpevole di collusione con i russi. Ora dobbiamo superare questo tema divisivo, e agire per proteggere il corretto svolgimento delle nostre elezioni, proteggere il corretto svolgimento delle elezioni del 2020, e approvare la mia proposta di legge, il Securing the American Elections Act, che consentirebbe a tutti gli Stati di usare schede elettorali cartacee verificate da scrutatori, e renderebbe impossibile per la Russia, qualunque altro paese straniero o gruppo criminale di manipolare o cambiare il risultato delle nostre elezioni. E’ essenziale che mettiamo in secondo piano gli interessi di parte, lavoriamo insieme per unire il nostro Paese, per affrontare i seri compiti che ci attendono, come ricostruire le nostre infrastrutture in pessime condizioni, porre fine alle guerre combattute per impiantare regimi democratici, proteggere l’ambiente, assicurare a tutti l’assistenza sanitaria, implementare una riforma complessiva dell’immigrazione, e tanto altro.”

Tulsi Gabbard sembra avere i requisiti necessari all’investitura di candidata alle elezioni presidenziali. Di origine multietnica, postura solenne, sguardo solare ma determinato, aspetto attraente ma non vistoso, eloquio chiaro e diretto, ma anche determinato, atteggiamento autorevole ma non autoritario. I suoi trascorsi di militare e di sportiva ne hanno forgiato il carattere; gli studi le hanno dato gli strumenti culturali necessari a sostenere il confronto politico; la gavetta e gli antefatti paterni in politica le hanno garantito, pur alla sua relativamente giovane età (38 anni), una sufficiente esperienza.”

Tulsi Gabbard sembra possedere i crismi necessari all’investitura a candidata democratica alle elezioni presidenziali del 2020.  Fedele al partito sin dagli albori del suo impegno politico; sostenitrice, ma senza eccessi, come deve esserlo un potenziale uomo di stato, dell’affermazione di tutto il catalogo dei diritti umani proprio di quel partito, a cominciare dall’aborto in stato avanzato di gravidanza per finire  con il matrimonio tra omosessuali e con le rivendicazioni LGBT.

Eppure Tulsi Gabbard certamente non gode del sostegno dello stato maggiore democratico; la stessa componente radicale di quel partito non sembra particolarmente convinta delle sue potenzialità. L’onnipresente George Soros, proprio lui, le ha messo alle calcagna, nel suo stesso collegio elettorale delle Hawaii, un avversario apparentemente ben più radicale nelle posizioni politiche, ma soprattutto dotato di un sostanzioso corredo di svariati milioni di dollari. Un impegno spropositato, non per le tasche del noto filantropo, certamente per il peso politico di quel collegio nell’agone statunitense.

Quali possono essere i motivi di tanta attenzione e di altrettanta avversione?

Come qualsiasi persona, in particolare personaggio politico, anche Tulsi sembra nascondere qualche ombra agli occhi di costoro.

La sua conversione alla causa dei diritti civili è un po’ tardiva e stride leggermente con precedenti prese di posizione; qualche sospetto sulla effettiva genuinità delle posizioni può insinuarsi. Non si sa se sia stato il suo fermo proposito di maggior impegno nel Partito Democratico a determinare la conversione o se sia stata quest’ultima a spingerla ad un maggiore impegno politico. Sia Soros che la dirigenza democratica hanno accettato e sostenuto per altro operazioni trasformistiche ben più stridenti e clamorose senza batter ciglio e garantendo il necessario conforto, anche il più prosaico. Non pare quindi un motivo sufficiente di ostracismo.

Con coerenza Tulsi si è sempre schierata apertamente contro gli interventi militari americani a sostegno dei cambiamenti di regime, in particolare in Iraq, in Libia e in Siria. Una posizione che certamente può destare qualche inquietudine in quegli ambienti. I suoi trascorsi recenti da militare impegnato in alcune di quelle campagne le danno più autorevolezza e potrebbero offrirle qualche antidoto e qualche resistenza in più a possibili ripensamenti più o meno indotti. Ma i circoli sorosiani e i centri dello stato profondo sono riusciti facilmente a travisare gli impegni più solenni; è ancora vivo il ricordo dell’impegno solenne di Obama, il primo premio Nobel per la pace preventivo, ad uscire dalle guerre di Bush e la sua repentina conversione a paladino della destabilizzazione e della sovversione caotica nel Nord-Africa, nel vicino e medio oriente e nell’est europeo. In tempi più incerti, ma per loro orribili ed ostici, sono riusciti comunque a neutralizzare i propositi di Trump favorevoli ad una distensione con la Russia. Non hanno ragione quindi di temere particolarmente i propositi di una ragazza proveniente dalla periferia politica e ancora ancorata a quella terra.

Con vigore, ma senza eccessi agonistici, la Gabbard ha sempre sostenuto diritti e stato sociali, dal salario minimo alla assistenza sanitaria generalizzata al diritto universale allo studio. Argomenti che la collocano e la rendono popolare negli ambienti più radicali interni e ai margini del Partito Democratico sula scia del successo di Bernie Sanders. Ambienti attualmente in auge in quell’area politica; non si sa, però, quanto stabilmente.  Personaggi navigati come Soros e come quelli presenti nei centri decisionali strategici sanno benissimo che spesso è necessario cedere, nei momenti più critici e almeno temporaneamente, sulle rivendicazioni economiche e sociali pur di mantenere le prerogative di potere e di controllo politico. Nemmeno questo, appare quindi un motivo dirimente per tanta avversione e circospezione verso la Gabbard.

Non rimangono da esaminare che due altre posizioni della neofita tra quelle che possono aver scatenato tante attenzioni.

  • Il primo è rappresentato dall’appello alla riconciliazione nazionale a seguito dell’esito del Russiagate e dall’evidente compiacimento riguardo all’assoluzione di Trump. Una sconfessione pacata ed impietosa della partigianeria e della faziosità che ha informato l’azione politica democratica e dei neocon. Soprattutto, il campanello di allarme su di una possibile futura saldatura di fatto, se non proprio dichiarata, tra la componente trumpiana dello schieramento conservatore ormai prevalente nel Partito Repubblicano e quella radicale di sinistra, su alcune tematiche fondamentali di politica estera e politica economica. Una prospettiva fantasmagorica sino ad un paio di anni fa, ma che deve aver cominciato a rovinare i sonni di più di qualche stratega politico dell’ “ancien regime”. Personaggi scafati come Soros e come gli alti strateghi hanno comunque la possibilità di tentare appelli retorici alla riconciliazione, per quanto compromessi siano dai comportamenti recenti particolarmente faziosi
  • George Soros per altro ci ha rivelato da sempre la sua particolare sagacia e attenzione ai problemi di indirizzo e di strategie politiche confortata da altrettanto dispendio di risorse finanziarie per altro ben remunerate. Il suo inedito attivismo mediatico negli ultimi due anni ci ha svelato un aspetto inedito del suo impegno politico: la certosina attenzione agli aspetti pratici della azione politica sino ai particolari più minuti. Nell’ “annus horribilis” a cavallo dell’elezione di Trump George Soros ha infatti confessato apertamente alcuni propri fallimenti sia nella selezione delle classi dirigenti, sia nella inaspettata sconfitta nelle elezioni dei procuratori in diverse contee americane. Una notazione apparentemente astrusa e di tono minore. Tulsi Gabbard d’altro canto è stata componente del DNC (comitato di controllo) del Partito Democratico sino alle sue dimissioni per protesta, avvenute una volta emersa la truffa ai danni di Bernie Sanders ad opera del clan dei Clinton. La stessa Gabbard ha sottolineato più volte, anche in questa breve registrazione, la necessità di tornare al voto abolendo il sistema elettronico di votazione e introducendo un sistema certo di registrazione degli aventi diritto al voto. Il motivo conclamato è quello di limitare le influenze esterne, comprese quelle russe, sugli esiti elettorali. Il motivo reale è quello di mettere fine al sistema truffaldino di manipolazione delle espressioni di voto, particolarmente facilitato dalle modalità elettroniche di esercizio del diritto nelle elezioni americane. Un sistema che avvicina l’attendibilità del voto americano a quello delle primarie del PD italiano e delle consultazioni on line pentastellate. Una mossa tanto abile nella modalità di presentazione, tesa a neutralizzare la componente russofoba sul suo stesso terreno, quanto dirompente nella ordinaria gestione interna del consenso elettorale. Tanto più che la raccolta e la gestione elettronica dei dati elettorali è da tempo in mano ad una società di George Soros, il noto filantropo, così impegnato nelle sue opere di bene anche a favore dei più riottosi a riceverle da chiudere spesso gli occhi sui mezzi per rifilarle.

Sarà, ma probabilmente è proprio questa la soglia banalmente prosaica che Tulsi non avrebbe dovuto oltrepassare per evitare attenzioni così malevoli. La “Pianta” (il significato di tulsi) però sembra avere radici più forti addirittura del corpo emerso. Che a Trump si aggiunga una Trumpina con l’asinello? Il confronto è assolutamente impari. Lo era anche quello tra Clinton e Trump

La trentottenne Tulsi Gabbard, o chi per lei, tanto ingenua probabilmente non è. George Soros, da uomo di mondo quale è, & C qualche ragione profonda a temerla e soprattutto a prevenirla devono averla. Buona fortuna, Tulsi. Di tanto in tanto guardati alle spalle.

Russiagate, un evento epocale sorprendente!_di Gianfranco Campa

 

Il rapporto finale sul Russiagate redatto dal procuratore speciale Robert Mueller è stato consegnato al procuratore generale, il ministro della giustizia Bill Barr. Il testo rappresenta l’atto conclusivo dell’inchiesta sul Russiagate durata due anni, costata ai contribuenti americani più di trenta milioni di dollari, anche se la cifra esatta non è ancora stata ufficializzata. Leggo direttamente dal sommario del Ministro della Giustizia Bill Barr “L’inchiesta stabilisce che i membri dello staff elettorale di Trump non hanno cospirato nè si sono coordinati con il governo russo nelle sue attività di ingerenza elettorale “. L’intero rapporto di Mueller verrà reso pubblico entro la metà di Aprile.

Per due anni i media e gli opinionisti politici ci hanno martellato con la farsa del Russiagate, senza mai tentare realmente di accertare che le illazioni scritte sui giornali o recitate di fronte alle  telecamere fossero veritiere, verificabili, serie e inconfutabili. L’odio cieco verso Trump e il desiderio di vederlo spodestato dal trono di Washington hanno fatto perdere qualsiasi logica nei resoconti di molti giornalisti e politici, trasformandoli in pupazzi in mano allo stato ombra. Sono diventati casse di risonanza, propagandisti di frasi e concetti costruiti su misura a sostegno del Russiagate. Questi personaggi sono in fin dei conti gli elitisti di Washington, persone nate per vivere all’interno di una gerarchia di potere e di posizioni disconnessa da qualsiasi realtà esterna alla bolla in cui vivono. Il loro senso di onnipotenza è incoraggiato dallo stato di perenne egocentrismo in cui sono immersi.  Confessano, attraverso la loro condotta quotidiana, la negazione dell’esistenza stessa di una realtà al di fuori del mondo in cui operano. In altre parole gli elitisti di Washington, New York , Los Angeles, San Francisco non riconoscono e non condividono nulla con i mandriani del Texas, i minatori del West Virginia, gli agricoltori della California.

Per tutti però è ora arrivata la resa dei conti; soprattutto per i mass media tradizionali e i cosiddetti esperti politici e geopolitici. Queste entità sono state ingannate e strumentalizzate, consapevolmente o inconsapevolmente, nell’inseguire la fantomatica costruzione del Russiagate, l’accusa cioè che Trump avrebbe colluso con i Russi per vincere le elezioni presidenziali del 2016. Un fallimento giornalistico di proporzioni colossali , senza precedenti nella storia del giornalismo moderno. I giornalisti della MSNBC, della CNN, della CBS, NBC, ABC e via dicendo hanno ingannato se stessi e il loro pubblico soprattutto per il modo approssimativo e propagandistico con cui hanno diffuso le bugie del Russiagate. Sicuramente molti di loro sapevano che la trama del Russiagate era stata partorita negli angoli più profondi dello stato ombra – nei quali sono annidati  elementi del l’FBI, della CIA, del Dipartimento di Giustizia e altre componenti della cosiddetta “Intelligence Community.” Questo relazione, questa unità diabolica di intenti e di odio verso Donald Trump ha creato la triade, diventata protagonista principale, dello scandalo Russiagate, cioè: mass media, servizi segreti, entità politiche e governative.

È giusto anche chiarire che Trump ha agito, per inesperienza politica e per l’emotività del personaggio, in maniera maldestra e incompetente  agevolando le trame dello stato ombra. Quindi anche lui dovrà prendersi le sue responsabilità. Una fra tutte il licenziamento del Generale Flynn in un momento cruciale nella tessitura delle trame dello stato profondo. Il licenziamento di Flynn fu il buco call’origine della falla nella diga (già insufficiente) di sbarramento allo stato ombra.

Il russiagate è ora archiviato, ormai negli annali della storia politica americana e mondiale. Ci vorranno mesi, anni per decifrare e comprendere l’entità, le trame e il peso degli attori di questo gigantesco scandalo, al cui confronto il Watergate appare ben poca cosa. Probabilmente tutta la verità sulle trame del russiagate non verrà mai completamente alla luce.  La terra bruciata lasciata dal Russiagate sarà difficile da risanare. Un solco profondo, probabilmente incolmabile, è stato scavato nelle dinamiche geopolitiche, in particolare nei rapporti fra gli Stati Uniti e la Russia. Rapporti difficilmente ricucibili, avviati ormai verso una guerra fredda ancora più pericolosa di quella precedente

Nella memoria di questa Russiagate rimarranno i nomi gli attori che hanno indossato le vesti da protagonisti e da comparse. Nomi conosciuti, meno conosciuti e invisibili, che hanno agito dietro le quinte in questo tentativo, che il professore Victor Davis Hanson, della Hoover Institution, ha descritto come un fallito colpo di stato giuridico e burocratico.

Con il Russiagate si chiude anche la fase della Republica imperialista americana monocratica. Il Rubicone è stato attraversato: James Comey, John Brennan, James Clapper, Sally Yates, Andrew McCabe, Bruce e Nellie Ohr , Lisa Page, Peter Strzok , Robert Mueller, Rod Rosenstein, Jeff Sessions, Loretta Lynch, Hillary Clinton, fino a finire a Barack Obama sono l’equivalente di un Giulio Cesare in versione moderna, ma senza la sua grandezza.  Per questo motivo, quando questa guerra sarà terminata, nel futuro remoto i libri di storia non saranno certo benevoli con i cospiratori e carnefici della Repubblica Americana; repubblica che con le crescenti minacce interne ed esterne, si sta lacerando e indirizzando verso un percorso dall’esito incerto.

Lo scandalo del  Russiagate non solo ha esposto i Mass Media , l’establishment politico, larghi settori governativi e la comunità dell’intelligence nella loro credibilità e autorevolezza come entità corrotte e compromesse; il Russiagate è stato soprattutto la  ripetizione di un film già visto. Il russiagate è stato definito dal giornalista del “Rolling Stone” Matt Taibbi, come la versione moderna, di una  delle più colossali bugie mai  perpetrate ai danni dei cittadini americani; cioè la stessa della fantomatica narrazione di Saddam Hussein possessore di armi di distruzione di massa. Balla colossale, costruita in laboratorio, sempre dai soliti perversi attori che hanno fabbricato il Russiagate.  La falsità della versione delle armi di distruzione di massa  portò alla guerra in Iraq che costò centinaia di migliaia di vittime, la destabilizzazione e la distruzione di un paese, di un’intera area geografica e infine un ingente sperpero di denaro pubblico dei contribuenti americani. Il Russiagate, quindi, è stato orchestrato secondo la stessa formula vista nel 2002-2003; una formula che possiamo definire élitista neo conservatrice, interventista liberale. A differenza della costruzione fasulla delle armi di distruzione di massa,  questa volta sono stati i liberal democratici a posizionarsi al centro di questa farsa assumendo il ruolo di attori principali, relegando i neoconservatori ad un ruolo di comprimari. Per questo i democratici di oggi sono esattamente come i neocon del 2003 e proprio come i neocons che si rifiutarono e si rifiutano tuttora di scusarsi e di riconoscere i danni che ha causato la bufala delle armi di distruzione di massa, oggi i democratici si rifiutano di scusarsi per aver perpetrato e alimentato quella del Russiagate. Questo quindi conferma per l’ennesima volta come i neocons e i liberali democratici altro non sono che due facce della stessa medaglia.

Ora l’attacco a Trump abbandona la palude del Russiagate e passa alle accuse generate dal Pornogate e dal reato di Ostruzione della Giustizia che dovrebbe aprire la strada all’impeachment. Il Russiagate non è la conclusione, ma segna solo la fine di una fase nel contesto dello scontro in atto all’interno della compagine politica e della società americana. La transizione al prossimo capitolo è già iniziata. Dopo la sconfitta del Russiagate, pur spostando e riposizionando il bersaglio, la strategia di guerra da parte dello stato ombra e dei democratici rimane essenzialmente la stessa; a differenza di qualche giorno fa ora però i rischi per nemici di Trump aumentano esponenzialmente. Queste entità avverse a Trump, pur mantenendo un potere enorme, da ora in poi dovranno stare molto attenti a come si muoveranno e come giocheranno e gestiranno le loro mosse. Sono molti i pericoli che i nemici di Trump dovranno affrontare. Con la fine del russiagate Trump acquisisce più autorità e autorevolezza; molti sondaggi infatti, dopo l’annuncio della fine dell’inchiesta del Russiagate, ci dicono che oltre il 58 % degli americani sono stufi del Russiagate e desiderano che i democratici si concentrino su altre tematiche più importanti, soprattutto quelle dei programmi politici. Di conseguenza con l’acquisto di una maggiore legittimità cresce anche il suo potere all’interno delle istituzioni di Washington e come conseguenza la capacità di contrastare lo stato ombra. C’è da aspettarsi un possibile capovolgimento di fronte, dove lo stato ombra si trasforma da cacciatore a preda. Questi attori sovversivi e sinistri rischiano di diventare simili a un veicolo impantanato nel fango, dove le ruote girano freneticamente a vuoto alzando detriti in aria ma senza muoversi di una millimetro. Possiamo considerare lo stato ombra e I democratici come Il generale Lee nella battaglia di Gettysburg quando ordinò la carica di fanteria su larga scala verso il centro della linea dell’Unione. I soldati Confederati dovettero marciare per oltre un miglio senza copertura, su campi aperti, esposti all’artiglieria e al fuoco di moschetto dei soldati dell’Unione. Sappiamo tutti come andò a finire. E’ proprio di ieri la notizia che Il Dipartimento  di Giustizia, sotto la ferma guida di Bill Barr sta considerando la nomina di  un procuratore speciale per indagare sugli elementi che hanno contribuito alla creazione dello scandalo Russiagate. Sarebbe un decisione che ha dell’incredibile; darebbe anche una risposta all’eterno dilemma:  Quis custodiet ipsos custodes? Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?  Comunque sia questo tira e molla fra Trump e i suoi nemici continuerà fino a quando uno trionferà sull’altro oppure se Trump verrà sconfitto alle elezioni del 2020. Considero la possibilità di un’azione eclatante e destabilizzante altamente  probabile soprattutto se i democratici e lo stato ombra dovessero ritenere probabile la vittoria di Trump alle elezioni del 2020. Se dovesse vincere, Trump consoliderebbe il suo potere e avrebbe quattro anni a disposizione per annientare tutti i suoi cecchini, uno alla volta fino al vertice stesso;cioè Barack Obama. Una possibilità terrificante per molti. Mi aspetto da qui al novembre 2020 una o più operazioni sovversive di alta drammaticità, tipo un attacco militare o terroristico provocatorio che porterebbe a sabotare la presidenza di Trump. Una provocazione in Venezuela, una in Ucraina, oppure una con l’Iran.  In alternativa un’operazione stile Dallas può sempre tornare opportuna.

Vi lascio con alcune statistiche inerenti l’inchiesta del Russiagate :Di tutti i soggetti perseguiti da Mueller, quindi  Paul Manafort, George Papadopoulos, Carter Page, Michael Flynn, Michael Cohen e Roger Stone, nessuno è accusato del crimine di collusione Trump-Russia. Ricordo che l’unica ragione della nomina del procuratore speciale Robert Mueller era quella di indagare e smascherare il complotto fra Trump e Putin teso a manipolare le elezioni presidenziali, appunto la fantomatica collusione. Sono 10,000 i funzionari governativi obamiani rimasti nei settori chiave ad operare ancora dopo l’uscita di scena di Barack Obama. Un esercito sovversivo versione Gladio contemporanea.La squadra del procuratore speciale Mueller era composta da 19 avvocati tutti iscritti al partito democratico, eccetto lo stesso Robert Mueller, l’unico del gruppo iscritto al partito repubblicano. Anche se Muller è un repubblicano stile vecchio establishment.

40 agenti FBI a disposizione

22 mesi di inchiesta

34 imputazioni

230 autorizzazioni a procedere

500 mandati di perquisizione eseguiti

500 testimoni intervistati

2,800 mandati di comparizione

Più di 35,000,000 di dollari a carico dei contribuenti americani.

L’agenzia indipendente del Tyndall Report ha quantificato il tempo speso, solo nell’anno 2018, dai telegiornali serali di ABC, CBS e NBC in 332 minuti dedicati esclusivamente al Russiagate. La copertura mediatica su Donald Trump è stata negativa per il 93 percento dei casi. Il Russiagate è diventata una delle narrazioni mediatiche più citate e riportate nella storia del giornalismo americano. Di seguito il numero di narrazioni dedicate all’inchiesta di Mueller da settembre 2018 fino a oggi, senza neanche prendere in considerazione le statistiche riguardanti il resto del 2018,  tutto il 2017, indietro fino al 2016:

Washington Post: 1,184

The New York Times: 1,156

CNN: 1,965

MSNBC 4,202

Dal settembre 2018 fino ad oggi ci sono state in media 3 report al giorno dedicati al Russiagate, tenendo conto solo di quattro entità mediatiche: Il Washington Post, Il NYT, la CNN e infine la MSNBC.

Sarà necessaria una dettagliata disamina del Russiagate e dello scontro Trump-stato ombra per decifrare e comprendere, passo per passo, tutto le dinamiche dello scandalo del Russiagate. Ci aspetta un lavoro tedioso, difficile che richiederà mesi, se non anni, per arrivare a comprendere gli aspetti, i dettagli e le trame su come sia nata, cresciuta e alimentata questo mostruosa creatura del Russiagate.

32° podcast_Inizio della fine o fine dell’inizio?_di Gianfranco Campa

La pantomima del Russiagate si avvia alla mesta conclusione. A crederci non ostante l’evidenza sono rimasti solo Macron in Francia e la sedicente grande stampa in Italia. Il bersaglio di tante attenzioni è rimasto inaspettatamente in piedi anche se al prezzo del sacrificio di tanti fedeli e di pesanti, a volte disastrosi, compromessi. La grande novità è che Trump sembra aver assunto un discreto controllo del Partito Repubblicano e di alcuni settori degli apparati di sicurezza, grazie probabilmente alla pervicacia e alla sapienza in particolare di Rudolph Giuliani, l’ex sindaco di New York. L’opposizione sembrerebbe vittima della stessa sindrome di Napoleone in Russia. A differenza dei suoi generali però, i quali per salvarsi dovettero abbandonare al gelo il bottino di guerra durante la rotta. Al contrario, nella loro campagna di Russia il vecchio establishment americano, sotto le spoglie dei democratici, con qualche eccezione e dei neocon, il bottino più importante, frutto del saccheggio proditorio del Procuratore Muller, sono riusciti a conservarlo: il carteggio degli ultimi dieci anni tra Trump e il proprio avvocato Difensore Cohen. Si annunciano ancora anni di guerriglia a suon di rivelazioni e di inchieste ai danni di Trump. Se non si riuscirà a detronizzarlo, cercheranno di paralizzarlo. Per i democratici, almeno per la vecchia guardia la possibilità di rinviare di qualche anno la propria estinzione. Per gli Stati Uniti una iattura che non farà che allargare le fratture interne. Per i nuovi protagonisti nello scacchiere geopolitico altri spazi di azione da sfruttare, ma anche nuove rivalità in via di emersione. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

LA PALUDE COMBATTE DIETRO LE QUINTE_TRADUZIONE DI Giuseppe Germinario

Questo articolo rende l’idea della drammaticità dello scontro politico, senza esclusione di colpi, in atto negli Stati Uniti. Una ragione di più per apprezzare il lavoro di informazione ed analisi, unico in Italia, compiuto dal blog sull’argomento. L’estremo interesse dei contenuti fa giustizia di una traduzione non proprio accurata. Il tempo a disposizione è quello che è. Intanto siamo al secondo incidente (fortuito?) incorso al corteo presidenziale. O il terzo?_ Giuseppe Germinario

http://www.wsfa.com/2019/03/08/video-shows-crash-near-president-trumps-motorcade/?fbclid=IwAR38LKqwdf_88mTKUHD3slDDu5L4zbVjwp9iGLo3J2myTPF5ZPobc9LW6E0

Qui sotto il link originale https://www.nationalreview.com/2019/03/trump-fights-deep-state-swamp-fights-back/?fbclid=IwAR0eqyG21l0efZWk8ikvZRBgVZAlCbobF7gSzYWvzYlkyqTNXT8MdyTHWXQ

Mai prima d’ora nella storia della presidenza un comandante in capo aveva guadagnato l’antipatia di tanti – e sopravviveva per raccontare la storia.

Nota del redattore:  Il seguente estratto è adattato dal nuovo libro di Victor Davis Hanson,  The Case for Trump . Appare qui con permesso.

Trump era stato avvertito da amici, nemici e neutrali che la sua lotta contro lo stato profondo sarebbe stata suicida. Il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer, pochi giorni prima dell’insediamento di Trump, allegramente prevedeva (precursore della successiva ammonizione di Samantha Power) cosa potrebbe accadere a Trump una volta passato all’attacco dei servizi segreti: “Lascia che ti dica: se ti opponi alla comunità dei servizi segreti – Questi stessi hanno quindi sei giorni fino a Domenica per riscattarsi contro di te. ”

Ex funzionari degli apparati amministrativi erano privi di ritrosia nell’avvertire Trump di ciò che stava per accadere. L’analista antiterrorismo Phil Mudd, che aveva lavorato nella CIA e nell’FBI sotto Robert Mueller, aveva avvertito l’ospite della CNN Jake Tapper nell’agosto 2017 che “il governo ucciderà” il presidente Donald Trump. Uccidere? E qual sarebbe la ragione per cui il melodrammatico Mudd aveva dato la sua sorprendente previsione? “Perché lui non li sostiene.” Mudd ha poi elaborato: “Lascia che ti dia una punto fermo come ex funzionario del governo: Il governo sta per uccidere questo uomo (Trump). Il governo ucciderà questo uomo perché non li sostiene “. Mudd ha ulteriormente chiarito la sua metafora dell’assassinio:” Quello che sto dicendo è che il governo – la gente parla dello stato profondo – quando non rispetti i funzionari governativi in servizio da 30 anni, si chiederanno ‘Davvero?’ ”

E difficile accertare in quale misura Mudd fosse serio o esagerasse la profondità dell’odio dello stato profondo nei confronti di Trump.

Uno scrittore della London Review of Books , Adam Schatz, sembrava ancora più diretto. Riferì una supposta conversazione che aveva avuto con uno scienziato politico americano ben informato sulla casta permanente di Washington. Secondo lui, Schatz avrebbe assicurato che se Trump fosse stato eletto, probabilmente non sarebbe sopravvissuto al suo mandato: “Dovrà essere rimosso dal potere dallo stato profondo, o essere assassinato”.

Un altro progressista, l’ex sindaco di Cleveland, candidato alla presidenza, e il membro del Congresso Dennis Kucinich (D., Ohio), hanno confessato nel 2017: “L’intenzione è di abbattere il nostro presidente. Questo è molto pericoloso per l’America. È una minaccia per la nostra repubblica. Costituisce un pericolo chiaro e presente per il nostro modo di vivere. Quindi, dobbiamo chiedere: ‘Qual è la motivazione di queste persone?’ . . . Questo è un problema per il nostro paese. Dobbiamo proteggere la nostra nazione. Le persone devono essere consapevoli di ciò che sta succedendo, dobbiamo proteggere l’America. Non si tratta di democratico o repubblicano. Si tratta di cogliere ciò che sta accadendo in questo momento e capire che il nostro stesso paese è sotto attacco dall’interno “.

Ancora più drammatici sono stati i commenti fatti durante la presidenza Trump dal sempre onnipresente e sempre più loquace John Brennan riguardo la vendetta dello stato profondo. Brennan ha insistito sul fatto che la burocrazia permanente aveva un “obbligo. . . rifiutare di eseguire “qualsiasi ordine dal Presidente Trump che ritenesse anti-democratico. In tempi normali, quella vanteria avrebbe dovuto essere censurata come una chiamata insurrezionale a tutti, per rimuovere un presidente o almeno annullare il suo ufficio. Nella mente di Brennan, un burocrate in carriera poteva arbitrariamente decidere che un ordine esecutivo presidenziale di Trump era incostituzionale e quindi rifiutarsi di obbedire, o addirittura di bloccarlo. Tutte queste minacce rappresentavano il lato più serio dello stato profondo rispetto al famoso tripudio di attori e celebrità abitualmente impegnati a sdoganare, sotto la luce del sole, ogni tipo di complottismo e minaccie, come per esempio Alec Baldwin (“Dobbiamo rovesciare il governo degli Stati Uniti sotto Donald Trump”) o Rosie O’Donnell (“Voglio mandare i militari alla Casa Bianca per prenderlo”)

La composizione del team investigativo del procuratore speciale Mueller, e quasi una caricatura della natura e della composizione dello stato profondo. Non hanno neanche fatto finta di accennare ad una inchiesta neutrale, questo data la polarizzazione sulla nomina del consulente speciale e l’importanza di dover evitare persino l’accenno a eventuali conflitti di interesse: un’altra testimonianza del potere di New York-Washington conseguito con sapienza e maestria.

Gli annunci dei passi iniziali hanno reso i media di Washington e New York vertiginosi, come se avessero avuto la certezza che quelli della loro stessa tribù si sarebbero scatenati su Trump. Wired , ad esempio, ha pubblicato questo titolo il 14 giugno 2017: “Robert Mueller sceglie la sua squadra inevstigativa da sogno”. Vox , il 22 agosto, è stato entusiasta: “Incontra il team legale di tutte le star che potrebbero sconfiggere Trump”. The Daily Beast , due giorni dopo, vide la squadra in termini militari: “All’interno dell’esercito di Robert Mueller”.

I soldati “dell’esercito” possedevano tutti i curriculum giusti, con molti dei gradi richiesti dalle università giuste, la storia delle rivoluzioni di destra del governo e del lavoro del settore privato, e l’ideologia giusta – non tanto progressista quanto sposata all’idea che lo stato amministrativo era la vera espressione sobria e giudiziosa dei valori degli Stati Uniti. Altrimenti, in quasi ogni contesto immaginabile, l’azione della squadra del consulente speciale è stata compromessa all’inizio proprio dalla propria incestuosità e dai propri pregiudizi anti-Trump.

Due dei principali investigatori dell’FBI, Lisa Page e Peter Strzok, avevano una relazione amorosa a lungo nascosta, caratterizzata da migliaia di messaggi di testo impregnati da un odio prepotente nei confronti di Donald Trump e dal desiderio di assicurarsi che non fosse eletto presidente o che lo escludessero, che non dimostrasse di essere un presidente di successo. In vari scambi di testi, hanno fatto riferimento a una “polizza assicurativa” per impedire una presidenza Trump, nonché a tentativi deliberati di divulgare informazioni riservate alla stampa, anche nel contesto di danneggiare la campagna di Trump del 2016.

Strzok ha intervistato Michael Flynn (24 gennaio 2017) per conoscere la possibile collusione tra Trump e Russia, e in precedenza Clinton assiste Huma Abedin e Cheryl Mills in connessione con lo scandalo delle email di Clinton. Apparentemente tutti e tre avevano fornito informazioni fuorvianti; solo il primo consigliere di Trump finora è stato accusato di aver mentito all’FBI.

Sia Page che Strzok hanno comunicato con il vicedirettore Andrew McCabe riguardo all’idea di quella “assicurazione” che potrebbe suggerire iniziative per fermare l’elezione di Donald Trump, o ostacolare la sua presidenza. Quando l’ispettore generale rilasciò le prove dei loro pregiudizi e del coinvolgimento romantico, i due furono riassegnati. Ma a quanto pare Robert Mueller non ha immediatamente annunciato perché sono stati tolti dalla sua indagine. In stile “deep-state”, le loro partenze scaglionate sono state riportate dalla stampa come normali riassegnazioni e non collegate – come se informare il pubblico sul motivo per cui stavano andando via in qualche modo non sarebbe stato nell’interesse delle indagini di Mueller.

Nel maggio 2018, Page si è finalmente dimessa durante la polemica sui suoi velenosi scambi di messaggi di testo anti-Trump con l’agente Strzok e in previsione di un presunto devastante rapporto del prossimo ispettore generale. In esso, Strzok è citato in un testo rassicurante della pagina di agosto 2016 che non avrebbe mai permesso a Trump di diventare presidente: “No. No non è. Ricorderemo che questa citazione proviene da un investigatore dell’FBI che a breve sarebbe stato nominato da Mueller per indagare sulla possibile collusione tra Trump e Russia.

In modo simile, solo attraverso il rapporto dell’ispettore generale del giugno 2018, il pubblico apprese che un altro degli avvocati del FBI di Mueller – che in precedenza era stato assegnato all’indagine sulle email di Clinton – dopo che le elezioni si erano vantate in uno scritto a un avvocato dell’FBI della suo opposizione a Trump: “Viva la [ sic ] resistenza”. Ancora una volta, Mueller non ha rivelato se sapeva di tali pregiudizi quando ha assunto l’avvocato dell’FBI, tanto meno perché lo aveva trattenuto fino all’inizio del 2018, o perché il pubblico una volta di nuovo non fu informato delle circostanze della partenza tardiva di questo avvocato.

Qual è stato il risultato dell’animosità verso Trump che ho catalogato in questa serie? Nei primi due anni della sua presidenza, Trump non si è dimesso. Non è stato messo sotto accusa. Non è stato incriminato. Non è morto o è stato dichiarato non composto . Trump non ha governato come un liberale, come previsto da alcuni dei suoi critici di Never Trump. Non era stato spinto all’isolamento da luride esposizioni del suo passato di sciupafemmine nel decennio precedente da celebrità della televisione di Manhattan. Le previsioni di tutto questo e di più non erano più accurate delle precedenti previsioni che Trump non sarebbe mai stato nominato e certamente mai eletto.

Uno stato amministrativo, una palude, uno stato profondo, chiamalo come desideri, ha sbagliato sulla nomina di Trump, la sua elezione e il suo governo. Era giusto solo nei suoi avvertimenti che poteva essere rozzo e profano, con un passato orribile e una necropoli etica di scheletri nel suo armadio – un fatto compiuto da molto tempo e inciso sui voti dei suoi sostenitori.

In ogni fase, le previsioni erronee dello stato profondo provocavano un animus sempre più grande su un bersaglio che non era stato in grado di comprendere, molto meno di far deragliare, e finora non è stato in grado di distruggere. Entro l’autunno 2018, le ripetute previsioni oscure di esperti di notizie via cavo che l’ultima controversia presidenziale era una “bomba”, o segnato un “punto di svolta”, o offerto la prova che “le mura si stavano chiudendo”, o assicurato che “impeachment” si stava profilando all’orizzonte “non era altro che un pensiero di gruppo monotono e sceneggiato.

Mai prima d’ora nella storia della presidenza un comandante in capo si guadagnò l’antipatia della stragrande maggioranza dei media, gran parte dell’etablishement di carriera di entrambi i partiti politici, della maggioranza dei detentori della ricchezza personale accumulata della nazione, e della burocrazia federale permanente.

Ed essere sopravvissuto fino ad ora per raccontare la storia.

 

La guerra tecnologica e le sanzioni americane finiranno con la bipolarizzazione dell’economia globale. Di Alastair Crooke

Un importante saggio di Alastair Crooke tratto da https://www.strategic-culture.org/news/2018/12/18/america-technology-sanctions-war-will-end-by-bifurcating-global-economy.html e ripreso anche da https://www.les-crises.fr/ che analizza le implicazioni non solo economiche, ma più ampiamente geopolitiche della guerra sui big data intrapresa dai centri di potere statunitensi_Giuseppe Germinario

Fonte: Cultura strategica, Alastair Crooke , 18-12-018

ALASTAIR CROOKE | 18/12/2018

La guerra tecnologica e le sanzioni americane finiranno con la bipolarizzazione dell’economia globale

“La vera ragione della guerra” commerciale “tra Stati Uniti e Cina ha poco a che fare con il commercio attuale … Ciò che è veramente alla base dell’attuale conflitto civile tra gli Stati Uniti e la Cina … sono le ambizioni cinesi di diventare leader nella tecnologia di prossima generazione, come l’intelligenza artificiale, che si affida alla sua capacità o meno di progettare e produrre chip avanzati, ed è per questo che Xi ha promesso 150 miliardi di dollari per rafforzare il settore “, ha affermato Zerohedge .

Niente di nuovo qui, ma dietro questa ambizione c’è un’altra ambizione, e ancora un’altra ambizione e un “problema che ci rifiutiamo di vedere” poco menzionato: che la “guerra commerciale” è anche il primo passo di una nuova corsa agli armamenti tra Stati Uniti e Cina – anche se di un tipo diverso. Questa corsa agli armamenti “di nuova generazione” mira a raggiungere la superiorità tecnologica nazionale a lungo termine attraverso il calcolo quantistico, i big data, l’intelligenza artificiale (AI), i velivoli ipersonici, i veicoli elettronici, la robotica e sicurezza informatica.

In Cina, il piano generale è di dominio pubblico. È “Made in China 2025” (ormai banale , ma tutt’altro che dimenticato). E l’impegno di spesa cinese (150 miliardi di dollari) per prendere l’iniziativa tecnologica – sarà assunto di petto (come dice Zerohedge), “Come una strategia [competitiva] per America First”: ecco perché la “corsa agli armamenti” nella spesa tecnologica … è intimamente legata alla spesa per la difesa. Nota: il FMI prevede che la spesa militare di Stati Uniti e Cina aumenterà in modo significativo nei prossimi decenni, ma il dato più sorprendente è che entro il 2050, la Cina dovrebbe superare gli Stati Uniti, essendo la sua spesa di 4 trilioni [trilione = $ 1000 miliardi] per le sue forze armate, mentre gli Stati Uniti spenderanno $ 1 trilione in meno, ovvero $ 3 trilioni … Ciò significa che entro il 2030, entro circa due decenni, la spesa militare della Cina supererà quelli degli Stati Uniti “.

Questa intimità tra la tecnologia e la difesa nel futuro pensando alla difesa degli Stati Uniti è ovvia: si tratta di dati, mega-data e AI: un articolo di Difesa Uno dice molto chiaramente,

“I domini della battaglia dello spazio e della cibernetica sono ampiamente separati dalla dura realtà fisica della guerra. Per Hyten [generale John E. Hyten, che dirige il Comando spaziale US Air Force], questi due spazi disabitati sono confusi in un altro modo: sono campi di dati e informazioni e questo è ciò che alimenta la guerra moderna. “Quali sono le missioni che stiamo facendo nello spazio oggi? Fornire informazioni; fornire percorsi di informazione; in caso di conflitto, neghiamo agli avversari l’accesso a queste informazioni “, ha detto al pubblico mercoledì alla conferenza annuale della Air Force Association al di fuori di Washington, DC … lo stesso per il cyberspazio.

Gli Stati Uniti fanno la guerra con strumenti che richiedono molte informazioni … Inevitabilmente, sempre più avversari finiranno per usare i propri droni ed elicotteri da combattimento collegati ai dati. Anche la componente di informazione pesante delle armi moderne, in particolare quelle gestite dall’aeronautica, crea vulnerabilità. Questa settimana, i leader dell’aeronautica hanno discusso di come stanno cercando di ridurre la vulnerabilità degli Stati Uniti aumentandola per i loro avversari. “

Quindi, la “prima linea” di questa guerra di commercio, tecnologia e difesa è in realtà focalizzata su chi può progettare e produrre semiconduttori avanzati (dal momento che la Cina è già leader in big data, calcolo quantistico e intelligenza artificiale). E, in questo contesto, il commento del generale Hyten sulla riduzione della vulnerabilità degli Stati Uniti, aumentandolo allo stesso tempo per gli avversari, è di grande importanza: per Washington, si prevede di intensificare i controlli negli Stati Uniti. Esportazione (cioè, per vietare l’esportazione delle cosiddette tecnologie “core” – tecnologie che possono consentire lo sviluppo in una vasta gamma di settori.

E l’apparecchiatura per la produzione di chip, o semiconduttori – che non è sorprendente – è una delle “aree target” chiave in fase di studio.

I controlli sulle esportazioni, tuttavia, sono solo parte di questa strategia di “guerra” di “non divulgazione di informazioni” ai propri avversari. Ma i semiconduttori sono un’area in cui la Cina è davvero vulnerabile: poiché l’industria globale dei semiconduttori poggia sulle spalle di soli sei produttori di apparecchiature, tre delle quali hanno sede negli Stati Uniti. Insieme, queste sei aziende producono quasi tutti gli strumenti hardware e software essenziali per la produzione di chip. Ciò implica che un divieto di esportazione degli Stati Uniti impedirebbe alla Cina di accedere agli strumenti di base necessari per produrre i suoi ultimi modelli di chip (anche se la Cina può rispondere sopprimendo l’offerta di terre rare, da cui dipende questa tecnologia sofisticata).

“Non è possibile costruire una struttura a semiconduttori senza utilizzare le grandi aziende di attrezzature, nessuna delle quali è cinese”, afferma Brett Simpson , fondatore di Arete Research , un gruppo di ricerca azionario. E, come ha osservato il FT [ Financial Times , NdT], “il vero problema non è [come] di progettare chip che producono chip altamente specializzati.”

Ecco la constatazione: gli Stati Uniti sono in competizione sia per le conoscenze tecnologiche “pure” che per l’esperienza e le competenze pratiche della filiera della tecnologia, al fine di respingere la Cina dalla sfera tecnologica occidentale.

Allo stesso tempo, un’altra parte della strategia statunitense – come abbiamo visto con Huawei, leader mondiale nella tecnologia delle infrastrutture 5G (in cui gli Stati Uniti stanno perdendo terreno) – è spaventare tutti se integrano il 5G cinese nelle loro infrastrutture nazionali – con l’arresto di Meng Wanzhou (per violazione delle sanzioni statunitensi).

Anche prima dei suoi “arresti domiciliari”, l’America aveva sistematicamente escluso l’implementazione globale del 5G di Huawei, invocando le parole magiche “problemi di sicurezza” (così come si cerca di impedire che la Russia riesca nella vendita di armi al Medio Est, per ragioni analoghe di protezione tecnica, vale a dire che gli stati non dovrebbero acquistare la difesa aerea russa, poiché ciò gli concederebbe una “finestra” sulle capacità tecniche della NATO).

E, come ha chiarito il generale Hyten, non si tratta solo di aumentare l’interdizione alla tecnologia e il divieto di accesso e promuovere la vulnerabilità degli avversari sui chip, ma gli Stati Uniti prevedono anche di estendere questo divieto alla tecnologia e all’accesso allo spazio, al computer, all’avionica e alle attrezzature militari.

È un’altra guerra fredda, ma questa volta si tratta di tecnologia e “rifiuto dei dati”.

Bene, la Cina, con la sua economia centralizzata, investirà denaro e materia grigia per creare la propria “sfera non monetaria”, linee di fornitura: per semiconduttori, per componenti – per uso civile e militare. Ci vorrà del tempo, ma la soluzione verrà.

Chiaramente, una delle conseguenze di questa nuova corsa agli armamenti tra gli Stati Uniti – e Cina e Russia – è che sarà necessario disfare e riorganizzare linee specializzate e poco sfruttate, ciascuna nella propria sfera: da un lato, i dollari della NATO e, dall’altro, i paesi non-dollari, guidati da Cina e Russia.

E non solo ci sarà questa separazione e l’intrico dis-fisico dalla linea di rifornimento, ma se gli Stati Uniti persisteranno con la loro tattica di “estradizione” in stile Huawei, degna della “guerra al terrore” di Uomini d’affari stranieri, o donne d’affari, accusati di aver violato una qualsiasi sanzione tecnica americana ad ampio spettro, ci sarà bisogno di una riorganizzazione delle sale conferenze miste per impedire che i rappresentanti delle compagnie vengano arrestati e tradotti individualmente. Le restrizioni al movimento dei dirigenti aziendali, le cui attività spaziano su più sfere, sono già in corso (in seguito al tentativo di estradizione di Meng Wahzhou) e al fine di evitare di essere intrappolati nella vendetta, punizione).

Il bipolarismo dell’economia mondiale era già in corso. Ciò può essere spiegato in primo luogo dal regime di sanzioni finanziarie geopolitiche degli Stati Uniti (vale a dire le guerre del Tesoro) – e dai coerenti tentativi degli Stati mirati di dissociarsi dal dollaro. I “falchi della guerra” che circondano il presidente stanno ora inventando una nuova categoria di “crimini tecnologici” da punire – apparentemente per dare a Trump ancora più “influenza” nei suoi tanto desiderati negoziati. Chiaramente, i falchi usano la pretesa di “leva” per schierarsi contro la Cina, la Russia e i loro alleati – per ambizioni molto più ampie del semplice dare al presidente più “carte in mano”: forse piuttosto per riequilibrare l’insieme dei rapporti di forza tra Stati Uniti e Russia e Cina.

L’ovvia e inevitabile conseguenza è stata l’accelerazione della separazione finanziaria della sfera del dollaro e lo sviluppo di una zona non dollaro. In una parola, de-dollarizzazione.

In effetti, gli Stati Uniti sembrano pronti a bruciare il loro status di valuta di riserva, a “salvarsi” – a “rendere l’America di nuovo ricca” (MARA) e a ostacolare l’ascesa della Cina. E mentre brucia l’egemonia del dollaro, l’Amministrazione brucia anche il suo “ordine mondiale”: riducendolo dal “globale” a una sfera ridotta di alleati tecnologici e di sicurezza americani, di fronte alla Cina e alla sfera non occidentale. Le conseguenze domestiche per l’America saranno avvertite dalla nuova frustrazione (per gli americani) di avere maggiori difficoltà a finanziarsi con le stesse modalità degli ultimi 70 anni circa.

Peter Schiff, CEO e Global Strategy Director presso Euro Pacific Capital [Connecticut Brokerage], dice questo :

“Il dollaro – [gli Stati Uniti] hanno la valuta di riserva, [mettono questo stato] … a rischio. E non penso che al mondo piaccia dare all’America quel tipo di capacità di imporre le nostre regole e pretendere che tutto il mondo viva con esso. Quindi, penso che abbia ramificazioni molto più grandi e più ampie di quello che sta accadendo oggi sul mercato azionario. Penso che a lungo termine indebolirà il dollaro e il suo ruolo di valuta di riserva. E quando ciò accadrà, anche il tenore di vita americano subirà la stessa sorte: perché collasserà. “

“La gente pensa che abbiamo il vantaggio perché abbiamo un enorme deficit commerciale con la Cina. Ma penso che sia il contrario. Penso che il fatto che ci forniscano tutti i beni di cui la nostra economia ha bisogno  e il fatto che essi detengano gran parte dei nostri obblighi [debito], e che continuino a prestarci un sacco di soldi per possiamo vivere oltre i nostri mezzi – sono loro, penso, a condurre la danza, e dobbiamo ballare come loro. “

Questa nuova guerra fredda di tecnologia e dati polarizzerà l’economia mondiale in sfere, e sta già polarizzandola politicamente in un nuovo paradigma americano “con noi o contro di noi”. Note politiche :

“La campagna globale dell’amministrazione Trump contro il gigante delle telecomunicazioni  Huawei dirige l’Europa contro se stessa – attraverso la Cina. Nel mezzo di una disputa commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina in piena espansione, Washington ha trascorso l’ultimo mese a premere i suoi alleati europei attraverso i suoi ambasciatori per adottare una posizione di chiusura  contro i fornitori di telecomunicazioni cinesi, come Huawei e ZTE.

La spinta americana […] espone le linee di frattura tra gli alleati degli Stati Uniti in Europa e [tra] la comunità di intelligence conosciuta come “Five Eyes” [alleanza di intelligence di Australia, Canada, Nuova La Zelanda, il Regno Unito e gli Stati Uniti – che ha ampiamente seguito l’esempio americano – e altri che resistono alla pressione degli Stati Uniti, senza ricorrere al ricorso alla tecnologia cinese.

Dall’altra parte, c’è la Germania, che vuole la prova dagli Stati Uniti che Huawei rappresenta un rischio per la sicurezza, così come la Francia, il Portogallo e un gran numero di paesi dell’Europa centrale e orientale. .

Gli atteggiamenti sempre più divergenti mostrano come Donald Trump forza gli alleati a prendere le parti in un conflitto globale e misurano i loro interessi economici – spesso profondamente radicati con i fornitori cinesi – rispetto al valore di un’alleanza di sicurezza con Washington. “

La possibilità di una deprezzamento accelerato è un aspetto, ma esiste un altro potenziale difetto inerente al rimpatrio in massa delle linee di rifornimento. Negli ultimi vent’anni i profitti delle società statunitensi sono aumentati. Parte di questo aumento di profitti derivava dalla liquidità “facile” e dal credito “facile”, ma un elemento importante era dovuto alla riduzione dei costi, vale a dire il trasferimento di elementi della produzione statunitense. Costi più elevati (a causa dei livelli salariali, dei costi regolatori e dei diritti dei dipendenti) rispetto a stati meno regolamentati e con salari più bassi.

Potrebbe essere una buona cosa, ma certamente significa che i costi e i prezzi aumenteranno negli Stati Uniti e in America, e i modelli di business saranno compromessi quando questi si trasferiranno. Il tenore di vita degli americani continuerà a diminuire (come previsto da Peter Schiff).

L’alienazione e il malcontento dei “gialli” americani “deplorevoli” ed europei sono ovviamente un problema profondo, che non sarà risolto da una nuova guerra fredda. Le radici del nostro attuale malcontento stanno proprio nella liquidità “facile” e nel paradigma del credito “facile”, che dividono le società tra il 10% della popolazione di asset-asset e il 90% tra i non-asset holder e che ha degradato il senso di benessere sociale e sicurezza.

Ovviamente, questo malcontento può essere risolto solo affrontando la questione del nostro paradigma economico iper-finanziato: ciò che le élite non vogliono o non vogliono “toccare”.

Fonte: Cultura strategica, Alastair Crooke , 18-12-018

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