Memo quotidiano: poteri medi e persone prive di potere, di George Friedman

Qui sotto un breve resoconto delle inquietudini che attraversano il mondo. Una breve considerazione: checché ne pensino il Senatore Fiano e il Partito Democratico tutto l’Europa non è più un’isola felice esente da conflitti militari già dagli anni ’90; il fattore di pace interna piuttosto che l’Unione Europea è stata comunque la NATO, con tutti i vincoli di dipendenza e sottomissione connessi. Una pace interna che comunque non ha evitato sanguinosi conflitti interni agli stati, in particolare quelli più sensibili all’influenza russa. Nelle more, pare che in Bielorussia alcuni cecchini stiano sparando alla folla dagli edifici circostanti. Un canovaccio già sperimentato in Ucraina e in Siria, prodromo di un colpo di mano imminente. La Russia si farà cogliere questa volta di sorpresa? Quanto influirà la crisi di entrate da gas e petrolio sulle sue modalità di risposta? Intanto la Francia ha posizionato in Grecia, di fronte alla Turchia altri due Rafale e una fregata, a tutela della libertà di navigazione nel mar Egeo. Pare meno disposta dell’Italia a farsi mandar via da quelle acque. La fregata LIMNOS (classe ELLI) della Marina Nazionale greca ′′ è stata colpita ′′ da una nave della Marina turca. Il PD continua a chiamare tutto questo pace_Giuseppe Germinario

Memo quotidiano: poteri medi e persone prive di potere

Recensioni settimanali di ciò che è sui nostri archivi.

A cura di: Geopolitical Futures

Potenze medie nell’Indo-Pacifico . Martedì, il Giappone ha accettato di prestare al Vietnam circa 345 milioni di dollari per acquistare sei navi da pattugliamento marittimo giapponesi . Il Giappone ha distribuito navi della guardia costiera usate nel sud-est asiatico negli ultimi anni, ma quelle nuove sono considerate un sostanziale miglioramento per il Vietnam in un momento in cui le sue acque costiere sono soggette a una maggiore pressione cinese. Come abbiamo spiegato , la maggior parte della competizione per il controllo nel Mar Cinese Meridionale si svolge nella cosiddetta zona grigia. E questa è un’area in cui il Giappone è forse anche meglio attrezzato degli Stati Uniti per aiutare gli Stati richiedenti del Mar Cinese Meridionale. Nel frattempo, l’India ha incoraggiato la Russia a essere maggiormente coinvolta negli affari indo-pacifici, proponendo, ad esempio, un meccanismo di consultazione trilaterale che coinvolge il Giappone .

Questi tipi di giocatori di medio livello nella regione sono tutti limitati in quello che possono fare per bilanciare l’azione della Cina, e interessi fortemente contrastanti renderanno difficile formare qualsiasi tipo di fronte unito contro Pechino . Ma per paesi come il Vietnam e l’India che temono di essere coinvolti nel fuoco incrociato di un grande conflitto di potere a somma zero tra Cina e Stati Uniti, più siamo, meglio è.

Disordini bielorussi, continua . Continuano le proteste in Bielorussia contro i risultati delle elezioni presidenziali . Le forze di sicurezza hanno usato granate stordenti e hanno sparato proiettili di gomma per disperdere i manifestanti. Il ministero degli Interni ha confermato che le autorità hanno ucciso un uomo che avrebbe tentato di lanciare un ordigno esplosivo. Ha anche annunciato che più di 2.000 persone sono state detenute in varie città del paese.

L’opposizione si sta comportando come previsto. Gli ex candidati alla presidenza Andrei Dmitriyev e Sergei Cherechen intendono presentare un reclamo alla Commissione elettorale centrale contestando i risultati delle elezioni. Nel frattempo, Svetlana Tikhanovskaya, la candidata dell’opposizione più popolare, ha lasciato la Bielorussia per la Lituania, dove ha ringraziato i cittadini bielorussi per la partecipazione alle elezioni, sottolineando che “il popolo bielorusso ha fatto la sua scelta”, invitando i suoi sostenitori a rispettare la legge piuttosto che affrontare la polizia .

I governi occidentali, compreso Washington, hanno espresso preoccupazione per la situazione. Alcuni hanno condannato il presidente Alexander Lukashenko per aver utilizzato violenza politicamente motivata, mentre altri hanno chiesto il dialogo per risolvere la questione.

Intelligenza aggiuntiva

POTERE, di Pierluigi Fagan

Abbiamo già pubblicato una recensione ragionata del libro “Sovranità” di Carlo Galli, frutto delle considerazioni di Teodoro Klitsche de la Grange http://italiaeilmondo.com/2019/05/15/carlo-galli-sovranita-recensione-di-teodoro-klitsche-de-la-grange/. Pierluigi Fagan trae spunto dalle stesso libro per alcune interessanti considerazioni_Giuseppe Germinario

POTERE. [o “Dall’egemonia all’influencer”] Nel suo condensato “Sovranità” (Il Mulino, 2019), Carlo Galli individua la struttura del potere negli Stati (occidentali) contemporanei, definendola triadica (p.117). C’è il potere politico, il quale non è sempre o tutto parlamentare, c’è il potere economico il quale da ultimo è più finanziario che produttivo e c’è il potere mediatico-narrativo, “culturale” si potrebbe sintetizzare, che detta lo sviluppo del discorso pubblico e la legittimità argomentativa. Quale scaturisce da quale?

L’intero edificio dei poteri sociali si erge sulla distribuzione asimmetrica di conoscenza. E’ così dalla nascita delle società complesse cinquemila anni fa. Lungo tutta la storia delle società umane, le élite in cui si condensa il potere, almeno nelle società stanziali, sono quelle dotate di formazione e conoscenza. L’intero comparto sacerdotale si è sempre qualificato per il possesso di conoscenza, a partire dalla scrittura e rabbini, preti e sacerdoti, imam e sapienti confuciani, nelle loro rispettive società, sono a lungo stati i monopolisti della cultura alta e dell’insegnamento. In Occidente, solo a partire dal XIX – XX secolo si è pervenuti a prime forme di istruzione di massa, sebbene élite economico-sociali e religiose abbiano continuato a mantenere loro centri di pensiero, autonomia di pubblicazione e reti di educazione e formazione autonome. Tutt’oggi, i livelli più alti di istruzione universitaria e post universitaria nel mondo anglosassone e spesso europeo, sono garantiti da istituzioni non del tutto aperte e non del tutto pubbliche.

Così per l’editoria che a certi livelli non può che interfacciarsi con quelle istituzioni, quindi corrispondervi. Così per l’informazione dove sappiamo che da Murdoch a gli Agnelli, dal Washington Post di Jeff Bezos a Berlusconi, dal Financial Times posseduto dalle oligarchie finanziarie giapponesi al Sole24Ore confindustriale e tutti gli altri, il potere economico o più spesso finanziario è direttamente proprietario di emittente informazione, inclusi i nuovi media on line. Così per i mezzi di comunicazione allargata che pur non facendo direttamente informazione, fanno “formazione” culturale. Dal monopolio hollywoodiano cinematografico, ad Instagram e Facebook, Linkedin (Microsoft), YouTube (Google), tutte -invariabilmente- americane.

Il triedo di Galli quindi è una piramide che si basa sul tasso medio di ignoranza o presunta conoscenza definito, per lo più, dalle élite economiche e finanziarie. Queste non solo controllano quel livello di base ma vi fanno poi corrispondere la propria offerta di conoscenza emessa che sia quella del titolo di studio di quella università top-100, o quel giornale che detta l’agenda e le categorie del dibattito pubblico, o quel modo di intrattenersi on line spendendo un certo tempo e impegno per fotografarsi i glutei da pubblicare poi con vivido orgoglio, stante che in secondo piano si vede che ci si trova in qualche posto esclusivo che muova l’invidia sociale. O anche scambiare la presa del Palazzo d’Inverno con il rifiuto militante a mettersi le mascherine sanitarie. Questa risonanza tra livello e distribuzione di conoscenza e fruizione del contenuto info-culturale fa poi fa da base alla partecipazione politica distratta che ogni quattro anni, chiama tra il 50%-60% della popolazione ad esprimere un voto semplificato per chi “sembra” a noi più conforme. Possedendo direttamente partiti come nel caso italiano di Forza Italia o esponendo leader miliardari come Trump e la famiglia Bush o indirettamente influendo su partiti come i vari partiti liberali europei, En Marche e collegati minori spagnoli ed italiani, i Tories, il corpo principale delle varie democrazie cristiane o social-democratici definiti tali per tradizioni ormai scomparse o condizionando gli altri con i bombardieri culturali ed informativi, quando non con i “mercati” che danno giudizi silenziosi, impersonali ed inappellabili, la “conformità” è quindi assicurata come armonia prestabilita.

Una popolazione educata o maleducata dal potere economico e finanziario, trova magicamente corrispondenza nell’offerta politica condizionata e pre-formata dallo stesso originario potere cultural-formativo-informativo che ha educato o maleducato quella popolazione.

Cose note si dirà. Già, ma allora non si capisce perché le sfrangiate e minimali energie di resistenza politica a questo edificio di potere contemporaneo si ostinino a pensare che fare “politica” sia solo una faccenda di partiti, parole d’ordine, mosse tattiche, proposte politiche, quando l’essenza dell’edificio è prettamente culturale. Quantomeno ci si aspetterebbe una mobilitazione anche su quel campo. In effetti, qualche editore ostinato sull’orlo del fallimento, qualche professore non conformista, qualche blogger, qualche pensatore on line resiste ostinatamente. Manca però un quadro e discorso condiviso a monte. Manca soprattutto la condivisione del fatto elementare che la battaglia politica si fa nella testa della gente, a partire dai tuoi contatti facebook, da quello o quelle o quelli che ti stanno accanto. Immediatamente, tutti pensano “ok sono d’accordo con quello che dici, ma che fare? come far diventare questo discorso un discorso che porta nostri rappresentanti al “potere”? Ma come li porti al potere se non c’è una base di larga condivisione nella società occupata militar-cognitivamente dai poteri in atto? Il campo di battaglia non è il parlamento o le sedi di potere in cui cercar di addensare un contropotere, non almeno fino a quando si diffonderà una certa egemonia nel livello di base della distribuzione di conoscenza ed ignoranza generale.

L’Italia è tra i paese OCSE messi peggio quanto ad istruzione. Certo, “questa” istruzione non è di per sé garanzia di capacità emancipativa, ma l’istruzione è a sua volta un edificio fatto a fondamenta e piani ed alcuni presupposti logico-linguistici-razionali, nonché qualche nozione di base, vanno comunque presupposti per l’emancipazione. Rispetto ad una media UE del 20% tra ignoranti totali, elementari e medi, l’Italia segna un poco glorioso quasi 40%, il doppio.

Molti decenni fa, c’erano forze politiche e sociali, in genere di “sinistra” che, sulla scorta della flessione gramsciana della tradizione marxista-leninista, avevano in gran conto l’aspetto cultural-formativo-informativo. C’erano centri studi, scuole di formazione politica, decine di riviste ed anche quotidiani faticosamente tenuti in piedi dall’impegno militante di giornalisti e lettori, case editrici, registi, scrittori, poeti e pittori, musicisti. C’era una vera e propria “politica” di presenza nelle istituzioni pubbliche e private, un impegno politico forte ad allargare la penetrazione della formazione in tutti i ceti sociali. La visione generale era che al “popolo” dovevano esser dati strumenti per l’emancipazione e questi strumenti erano culturali. Questa non era la ricetta completa ma era la pre-condizione necessaria. Nessuno comunque si sognava di rivendicar con orgoglio una presunta saggezza dell’ignoranza. Questa era “l’egemonia” che oggi ha varie versioni, tutte di destra, dalla liberale alla fascio-sociale.

Nelle moderne c.d. “democrazie liberali”, questo è l’unico vero terreno di scontro, non può essercene altro poiché qualunque istanza, anche la meglio intenzionata, non potrà mai giungere a pubblica e corretta visibilità chiedendo supporto di consenso, ad una base popolare tenuta nell’ignoranza e nella mis-informazione.

Oggi si presentano numerosi attacchi alla partecipazione popolare al voto democratico da parte di coloro che notano che vasti livelli di ignoranza non dovrebbero avere il potere di determinare le scelte politiche. Alcuni rispondono difendendo il diritto inalienabile al voto per tutti come fondamento della stessa c.d. democrazia e fanno bene. Ma questa difesa è debole. La miglior difesa, si sa, è l’attacco ma molti non sono in grado di neanche ragionare in attacco, a parte la mancanza di forze obiettive. Le stesse forze però mancano nella misura in cui manca l’impegno a formarle e questa formazione di forza, dovrebbe passare proprio dalla spinta a coltivare conoscenza ed informazione senza la quale la democrazia rimane “così-detta”.

Un paese col 40% di corpo elettorale che oscilla tra l’istruzione elementare o media, non può andare da nessuna altra parte che non sia il finire sistematicamente nelle attraenti trappole disseminate a iosa dal potere economico-finanziario-informativo-culturale che domina il potere politico, quindi giuridico, che domina la società intera.

tratto da https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/10221911265346351

39° Podcast_Scheletri negli armadi_di Gianfranco Campa

Avvincente! Ad un ascolto distratto il 39° podcast di Gianfranco Campa potrebbe sembrare solo un utile riepilogo e un riordino, sia pure arricchito di qualche interessante particolare, delle principali informazioni e congetture distribuite in quattro anni di impegno giornalistico. E’ molto di più. Ci offre un filo logico che consente una lettura coerente delle dinamiche accese di politica interna americana. Ci fa toccare con mano, soprattutto, la cruda realtà di dinamiche geopolitiche e di politica interna degli stati e delle formazioni sociali altrimenti presentati in maniera accademica e deterministica. Cristallizzazioni di centri di potere, di interessi, cinismi e passioni di uomini intrappolati in sistemi di relazioni in grado di rivoltare le situazioni come di perpetuare le inerzie consolidate da decenni di detenzione del potere decisionale. Centri di potere appesantiti da armadi pieni di scheletri. Flynn, negli States ne ha posseduto le chiavi. Inerzie che però in contesti diversi portano a risultati diversi ed opposti rispetto anche alle aspettative dei decisori. Una sorta di eterogenesi dei fini. Da voci sempre più ricorrenti Biden, in realtà chi per lui, sembra voglia riesumare tutta la vecchia classe dirigente legata a Bush, Clinton e soprattutto Obama; come pure l’annesso vecchio armamentario del multilateralismo e del globalismo, condito di ambientalismo catastrofista e dirittoumanitarismo. L’intenzione dichiarata sarebbe quella, se non di eliminarlo, quantomeno di ridurre e regolare il conflitto tra gli stati; quella reale si riduce a trasformare sempre più il conflitto tra stati in una sorta di guerra civile planetaria ed endemica dal carattere sovversivo e millenaristico. In un contesto radicalmente diverso da quello di appena quindici anni fa porterebbe ad agevolare ulteriormente l’emersione di nuovi centri polari, ma in maniera surrettizia, ancora più disordinata e caotica. Gianfranco Campa ci ricorda che la politica è spietata, fatta da uomini e richiede il sacrificio di uomini; il più delle volte dalla parte sbagliata. Il dopo elezioni americane si preannuncia incandescente. Il tweet di Trump che segue pare esserne un presagio oscuro: https://twitter.com/Rominu22/status/1291517793016324097?s=20&fbclid=IwAR1VH7uzf8PTnewX1qZ3h8sdw15TVeiUNIqUX6F9wZ1wMnRzBF3IiVP0wxc  . Del resto gli appunti di Peter Strzok chiariscono la diretta implicazione e responsabilità di Obama, Biden, Rice, ect. Raramente il potere è apparso così nudo; guai a concedergli tempi e modi per rivestirsi dei simboli della regalità.

Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://soundcloud.com/user-159708855/podcast-episode-39

NON CAPIRE QUELLO CHE STA ACCADENDO, di Pierluigi Fagan

NON CAPIRE QUELLO CHE STA ACCADENDO. Più o meno a metà di settembre, gli Stati Uniti dovrebbero registrare lo stesso numero di morti SARS per milione di abitanti dell’Italia. Ai primi di novembre, quando si andrà a votare per il rinnovo della carica presidenziale, gli Stati Uniti dovrebbero esser su una media morti per milione di abitanti pari a quella della Gran Bretagna che, subito dopo quella del Belgio, è la peggiore d’Europa ed una delle peggiori del mondo. Ma molto diverso è il modo con cui questi paesi sono arrivati o arriveranno a quei tristi risultati. Quando l’Italia ha terminato il suo lockdown, il 4 maggio quindi tre mesi fa e circa due/tre mesi anche dall’inizio dell’epidemia, i morti per milione di abitanti erano più del doppio di quelli americani, erano quindi per lo più concentrati nel primo trimestre. Gli Stati Uniti invece, hanno continuato a registrare decessi in forma continuata. Così oggi sono a circa l’80% del risultato italiano che pareggeranno a metà settembre e da allora supereranno progressivamente.

Discutere dei risultati sanitari dell’epidemia-pandemia è molto delicato, a partire dal fatto che ancora dopo mesi molti non hanno ancora capito che il problema principale non sono tanto i morti ma la gestione sanitaria dei contagiati. Da una parte abbiamo visto come la composizione dei dati sia molto difforme, dall’altra per giungere ad un dato ci sono talmente tante variabili che indicare correlazioni semplici (a due variabili) risulta per lo più improprio. Sopra a ciò si aggiunge una doppia distorsione ideologica. La prima è quella politica tipo coloro per i quali Trump è bravissimo o coloro per i quali è un disastro, ma vale anche per il governo italiano. La seconda è sociologica poiché molti si sono fatti modelli in testa su cosa l’epidemia-pandemia è o non è, alcuni anche molto fantasiosi ed eterodossi. Ci sono quindi molti motivi per piegare il dato ad una certa interpretazione.

Tutto ciò premesso avanziamo comunque il dato comparato perché a grana grossa, tutte le eccezioni si piegano al ferro da stiro del dato all’ingrosso. I morti da epidemia sappiamo esser contati secondo diversi modi ma sono anche il dato più al riparo da troppe variabili differenzianti. I morti per milione di abitanti sono l’unico dato comparabile davvero tra paesi diversi se si dà credito alla realtà del dato che, per Stati Uniti ed Italia, è abbastanza solido.

P. Krugman prima e il corrispondente dall’Europa del Sud per New York Times, hanno di recente fatto presente come il caso Italia che all’inizio si riteneva esser il più disastroso in accordo all’immagine tipo di un paese tanto bello quanto disorganizzato e poco razionale, si stia rivelando nel medio tempo addirittura migliore di quello americano. Come molti hanno notato, il sospetto che NYT nella sue due firme “usi” l’Italia per render ancorpiù evidente il disastro della gestione Trump dell’epidemia, è quasi certezza. Ma il dato però è inconfutabile. E cosa ci dice questo dato? Tre cose.

La prima è che le epidemie vanno soffocate sul nascere. Come tutti i fenomeni esponenziali, se non intervieni quando l’esponente è basso, dopo non le riacchiappi più. Puoi intervenire in maniera mirata ed articolata come hanno fatto alcuni paesi dell’Estremo Oriente o la Germania se ne hai facoltà (una struttura sanitaria “preparata” e particolarmente efficiente) o brutale (Cina ed in parte Italia), ma tagliare presto i fili della rete di contagio è l’unica strada percorribile. Il caso Svezia, che comunque ha registrato una media morti per milione di abitanti simile all’Italia, fa poca letteratura in quanto troppe variabili sono difformi (l’età media svedese è la più bassa in Europa dopo Islanda,Cipro ed Irlanda, quella italiana è la più alta assieme alla tedesca. Dati Eurostat).

La seconda è che, soprattutto all’inizio, abbiamo fatto furiose discussioni ed in alcuni casi vere e proprie litigate a suon di dati contingenti, quando gli effetti di una epidemia si valutano sul medio-lungo tempo. Molte volte, anche qui, abbiamo terminato una discussione con un “vedremo …” che rimandava al poi, il giusto tempo per valutare gli effetti di ciò che stava succedendo. Non è ancora arrivato questo “poi”, occorrerà aspettare almeno fine anno. Una cosa però sembra potersi confermare tra quelle in discussione. Nel dibattito pubblico ha avuto molto successo il tema “libertà-salute” (con gran mischione di libertari, libertariani e liberali vs “creduloni” scientizzanti e totalitari), ma il vero e decisivo bivio era quello tra salute ed economia e molte delle diverse decisioni che sono state prese, hanno valutato diversamente questo rischio. Tali differenze non vanno lette come diversi atteggiamenti di valore tra stati col primato sanitario e stati col primato economico. Essendo salute e ricchezza due prerogative della popolazione, le due istanze non possono esser in contrapposizione, va trovato l’equilibrio. Il concetto di “equilibrio” è il segreto della gestione di fenomeni complessi, ma il concetto di “equilibrio” per le nostre immagini di mondo è poco appassionante. Appassiona molto di più la singola verità, la singola variabile, la singola soluzione che magicamente trasforma l’andamento dell’intero sistema in discussione. Ci piacciono le cose semplici, anche quando il mondo reale ci presenta fenomeni che semplici non sono.

La terza considerazione è che gli Stati Uniti d’America ovvero il loro attuale presidente, hanno registrato un fallimento adattivo di proporzioni clamorose. Hanno cioè sbagliato strategia il che, per un paese viziato da condizioni di possibilità lungo gli ultimi due secoli per lo più eccezionali ed al di là dei meriti intrinseci di quel popolo, non sorprende. Gli americani che pure hanno molte qualità, in genere, non si conoscono come fini strateghi. Pur avendo diversi primati scientifici, pur avendo enormi e sofisticate capacità di calcolo, risorse più di ogni altro, non hanno avuto l’intelligenza di capire i due punti prima espressi: hanno scelto di non intervenire drasticamente ed hanno valutato il rischio economico non collegandolo a quello sanitario.

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L’altro giorno leggevo un bell’articolo di Adam Tooze su FP che ripescava una concetto di Ulrich Beck condensato nel suo famoso “La società del rischio” del 1986, l’anno di Cernobyl. Sulla faccenda della pandemia, il primo e generalizzato fallimento, è stato quello di non aver previsto il rischio per altro noto. Non noto a coloro che cascati dal pero della loro sostanziale ignoranza (uso “ignoranza” come giudizio oggettivo, senza rimprovero, nel senso di “inconsapevolezza” o “incompetenza”), hanno cominciato a cercare spiegazioni fantasiose per eventi clamorosi. L’altro giorno, ad esempio, Elon Musk ha fatto capire di ritenere le piramidi egiziane opera di alieni il che ci sta se non sai nulla di archeologia e storia del tempo profondo. E’ normale che un tizio di un paese che ha trecento anni convinto della meccanica nozione di “progresso”, non si dia spiegazione di come abbiano fatto gli umani di quattromilacinquecento anni fa a fare quelle cose imponenti, se non ipotizzando interventi di mani invisibili esterne. Per millenni siamo ricorsi a dei, spiriti, fate e folletti per spiegarci quello che non altrimenti sapevamo spiegarci.

Chi quindi non sapeva nulla di virus, coronavirus e SARS da coronavirus, si è sbellicato dalle risate sulla faccenda dei pipistrelli e pangolini, è normale. Però qualcuno sapeva di virus, coronavirus e SARS da coronavirus, da decenni visto i documenti pubblicati da WHO sin nei primi anni duemila assieme a tutta la letteratura scientifica correlata. Così per i rischi Three Mile Island-Cernobyl-Fukushima, piuttosto che quelli climatico-ambientali, quelli tecnologici, piuttosto che quelli della bomba demografia africana che genera migrazioni ovviamente, non da sola), piuttosto che quelli correlati all’epidemia di debito mondiale o quelli legati alla transizione dei poteri sullo scacchiere geopolitico . Ho pubblicato diverse volte qui i Global Risk Report che le élite mondiali discutono a Davos ogni anno, con almeno una quindicina di rischi caldi dal prevedibile devastante impatto globale.

Ma questi temi non sono per le popolazioni, le popolazioni debbono pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili, altrimenti sale l’ansia e tutto si disordina, cambiano le priorità, saltano le logiche. Poi se succede qualcosa si interviene con le distrazioni di massa, dagli alieni al virus geneticamente modificato da qualche Spectre. Si fa poco riflessione sul fatto che un concetto largamente usato in certi ambienti alternativi come “Matrix” (e molti altri modelli distopici), usi il concetto di un prodotto di Hollywood ovvero la prima industria dell’immaginario con cui la prima potenza mondiale colonizza le nostre menti. C’è una sorta di “critica omeopatica” che usa i modelli mentali del nemico (quasi tutti “cinematografici”) pensando con questi di contrastarlo. La cosa farebbe più ridere della faccenda dei pipistrelli e pangolini ma non è così che va il mondo.

Fallita quindi la previsione del rischio, dovremo poi riflettere su i diversi tipi di gestione perché una cosa è certa: nel mondo complesso i rischi aumenteranno geometricamente. E se non si capisce cosa sta accadendo, si andrà di disastro in disastro, il che non è per niente adattativo, comunque la pensiate.

https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/10221866322222801?notif_id=1596635544700052&notif_t=close_friend_comment

Dalla Germania al Mediterraneo, del Generale Marco Bertolini

“Oltre la politica interna, la mossa voluta da Trump evidenzia il ritorno alla Great power competition, cioè lo sforzo di contrastare la Russia tra Medio Oriente e Libia, e la Cina, attiva con la Via della Seta, che ingolosisce molti Paesi europei”. L’analisi del generale Marco Bertolini, già comandante del Coi e della Brigata paracadutisti Folgore

Il dispositivo strategico degli Stati Uniti è sempre stato caratterizzato da una generosa disseminazione di forze in buona parte dei Paesi europei, con una concentrazione marcata in Germania (36 mila uomini negli ultimi anni). C’erano ragioni storiche per quest’assetto, tenuto conto che la Germania era stata l’obiettivo primario della guerra di ottant’anni fa e che nel confronto col Patto di Varsavia doveva rappresentare il teatro dello sforzo principale della Nato. C’erano poi ragioni più politiche, come il controllo da vicino di un Paese che ha sempre preoccupato, per le sue potenzialità, “l’amico” americano. Ora, con una recente decisione del Pentagono, circa seimila militari americani “tedeschi” dovrebbero presto essere ripiegati negli Usa, mentre pochi di meno verrebbero ridislocati in altri Paesi europei, tra cui l’Italia, lasciando in Germania “solo” 24 mila uomini circa.

La mossa, fortemente voluta da Donald Trump, evidenzia un suo preciso disegno complessivo nella Great Power Competition, vale a dire nello sforzo statunitense per confermare la supremazia militare nel confronto con Russia a Cina, resa quanto mai urgente dall’attivismo di Mosca in Medio Oriente e in Libia, nonché da quello di Pechino con l’iniziativa della Via della Seta che ingolosisce molti Paesi europei, tra cui il nostro. Inoltre, potrebbe essere utile per conseguire una pluralità di obiettivi diversi.

Prima di tutto, con un occhio alla politica interna statunitense, Potus segna un punto a suo favore, con l’approssimarsi della scadenza elettorale che lo vede contrapposto a Joe Biden, nel confermare al suo elettorato un seppur parziale ridimensionamento del ruolo degli Usa quale poliziotto globale. Così facendo, impone il suo “passo” al partito democratico, che della globalizzazione è un fautore acclarato, e afferma la sua autorità nei confronti dell’establishment. Si impone, infatti, su quel Deep State che ha importanti ramificazioni anche negli alti vertici militari che lo hanno sfidato pure con inedite prese di posizione pubbliche da parte di alcuni famosi generali in quiescenza.

In secondo luogo, per quanto ci riguarda più da vicino, la decisione rappresenta un segnale forte lanciato ai Paesi europei – a partire dalla Germania stessa – da lui accusati di non impegnarsi sufficientemente con un programma di potenziamento militare nell’ambito della Nato. E Berlino evidenzia, al riguardo, l’abbandono delle frustrazioni di ex Paese “occupato” dimostrando di non gradire una mossa che altera uno status quo che ormai gli va bene. Anzi benissimo, se si considera il ruolo di primissimo piano nel quale si è affermato nel Vecchio continente, anche ai danni di altri Paesi come il nostro, come dimostrato dalle recenti questioni inerenti il Recovery Fund che lo confermano leader continentale indiscusso.

Da questo punto di vista, e qui arriviamo al terzo obiettivo, più che il ritiro di una parte dei militari negli Usa, è il ridislocamento di un’altra cospicua parte degli stessi (5.800 uomini) in altri Paesi europei a rappresentare il segnale più forte da un punto di vista strategico. Con questo provvedimento, infatti, si certifica una relativa perdita di importanza della Germania rispetto allo scacchiere meridionale, per il quale da anni l’Italia lamenta una scarsa attenzione da parte della Nato. Il nostro Paese, al contrario, dovrebbe vedere un aumento di forze Usa sul proprio territorio al quale non potrà non corrispondere un cambio del nostro ruolo nel “gioco” militare della super-potenza nel Mare Nostrum, fino ad ora abbandonato alle iniziative turche e francesi, per limitarci ai Paesi della nostra Alleanza. Non so quanto questo possa far piacere a una classe politica che considera le nostre Forze armate il succedaneo povero di quelle dell’Ordine, da impiegare nel controllo del distanziamento sociale nelle spiagge; ma chi riuscisse a fare due più due quattro potrebbe scoprire che il mondo sta cambiando, nonostante le nostre resistenze.

Infine, il provvedimento si presenta come manovra a bilancio zero nella strategia complessiva statunitense, disegnata in buona parte da quello che è stato definito lo stratega di Trump, quel generale Flynn riemerso dalla palude di accuse infamanti alle quali era stato sottoposto ancor prima dell’insediamento del suo presidente. Alla diminuzione delle forze, infatti, corrisponde un aumento in termini di aderenza alle aree più preoccupanti da parte di quelle unità che rimarranno nel vecchio continente. Ciò vale soprattutto per il sud Europa, dal quale il Comando statunitense per l’Africa (AfriCom) potrà esercitare una maggiore influenza sul “continente nero”, col bubbone dell’islamismo radicale che i francesi stentano a controllare nel Sahel. Ma un occhio sarà anche al Sud Europa stesso, esposto dagli egoismi dei sedicenti “frugali” europei alle tentazioni cinesi e russe. E che la frugalità dei contadini, dei minatori e dei pescatori virando a improbabile dote degli speculatori potesse esporre a queste conseguenze anche nel campo strategico è veramente la novità di questi strani tempi. Con la quale è il caso di fare i conti.

tratto da https://formiche.net/2020/07/germania-ritiro-truppe-usa-bertolini/?fbclid=IwAR3k2S1ocdN55ie5O3y60gSb8SzuwHtuAnqyTXxY9tIcxTBeS3T_aG7qsaQ

Libro – Il Medio Oriente in fase di ristrutturazione (4/5), di Eugène Berg

Sappiamo che il Medio Oriente si concentra in uno spazio relativamente piccolo, un massimo di domande di natura geopolitica, molteplici antagonismi, nonché questioni politiche, religiose, economiche, sociali e culturali. Nessuno spazio al mondo come quello situato tra il Mediterraneo, il Mar Nero, il Mar Caspio, il Mar Rosso e il Mar Arabico ha così tante guerre, conflitti, scontri e sconvolgimenti. Da qui il grande interesse che si lega all’opera monumentale di Gérard Fellous dedicata alla regione del Medio Oriente, a differenza di qualsiasi altra.

A giudicare da cinque volumi, in oltre 2.500 pagine ampie e ben documentate che coprono tutti i paesi, tutte le domande relative a questa vitale area geopolitica alla confluenza di tre continenti.

Gérard Fellous ha seguito nella sua carriera giornalistica le evoluzioni geopolitiche dei paesi del Medio e del Medio Oriente, alla guida di un’agenzia di stampa internazionale. Esperto per le Nazioni Unite, l’Unione europea, il Consiglio d’Europa per i diritti umani e l’Organizzazione internazionale della Francofonia, è stato consultato da numerosi paesi arabo-musulmani. Il segretario generale della Commissione consultiva nazionale per i diritti umani (CNCDH) a nove primi ministri francesi, tra il 1986 e il 2007, ha trattato, in simbiosi con la società civile, le questioni della società sottoposte alla Repubblica.

Senza essere in grado di darne una spiegazione nella sua totalità, prendiamo in considerazione gli elementi essenziali, esaminando i cinque volumi, che costituiscono altrettanti punti di riferimento essenziali.

Volume 4: Siria: un devastante conflitto asimmetrico

La crisi siriana – equazione con molte incognite in cui piccole cause generano grandi conseguenze, in una sorta di “effetto farfalla”, sembra essere l’epicentro di una profonda destabilizzazione e il modello di sconvolgimento regionale. Nove anni dopo il suo scoppio, il caos siriano sotto Bashar al-Assad è, in larga misura, mantenuto da quattro potenze egemoniche, tre regionali, come abbiamo visto: Turchia, Iran e Arabia Saudita e una internazionale : Russia, a cui si sono unite varie coalizioni statali di geometrie diverse. Queste interferenze si sovrappongono sul campo siriano, come “bambole russe”. La Turchia, in costante guerra contro i curdi, ma anche occasionalmente contro il regime siriano, strumentalizza sul suo territorio quasi 4 milioni di rifugiati siriani.

Una vera borsa di nodi 

La Russia, alleata “occasionale” della Turchia, è decisamente ostile a tutti gli oppositori o ribelli che potrebbero minacciare il regime siriano. Lo scontro tra sunniti e sciiti si riflette in Siria da una “guerra fredda” tra Iran e Arabia Saudita che produce costantemente scontri armati, come in tutta la regione. Gli Stati Uniti, sotto le successive presidenze di Barak Obama e Donald Trump, hanno cercato, non senza difficoltà, di adattarsi alle mutevoli realtà della Siria, rifiutando di “impegnarsi come in passato in Vietnam. in Afghânistân, volendo creare lì nuovi equilibri. L’Unione europea è timidamente coinvolta di fronte al flusso incontrollato di rifugiati siriani, cui si aggiungono immigranti economici dal Sahel. Questi poteri sono più o meno coinvolti,

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La Repubblica araba siriana offre quindi un paradigma geopolitico che consente di decifrare la nuova decomposizione-ristrutturazione di tutto il Medio Oriente. Nel corso degli anni, questo paese si è trovato all’epicentro di tensioni multiple. A causa dell’assenza di una nuova leadership politica e militare regionale, un vuoto lasciato dall’Egitto, in cui Iran, Turchia e Arabia Saudita stanno cercando di imporsi. La crisi umanitaria siriana è tra le più gravi al mondo. 700.000 persone sopravvissero in 15 aree assediate, tra cui 300.000 bambini. Quasi 5 milioni di persone, tra cui oltre 2 milioni di bambini, vivevano in aree estremamente difficili da ottenere per gli aiuti umanitari a causa di incessanti combattimenti, insicurezza e restrizioni alla libera circolazione.

Alla domanda che tutti si pongono, perché il regime di Assad è stato in grado di durare per più di otto anni dopo l’inizio di una guerra civile scoppiata nel 2011, quando molti altri regimi autocratico nel mondo mediorientale è stato spazzato via o modificato in paesi come Tunisia, Algeria, Yemen , Egitto, Bahrain o Iraq, Gérard Fellous fornisce sei elementi della risposta.

Le ragioni della sussistenza del regime siriano 

Ha beneficiato di un esercito professionale e ben equipaggiato la cui forza principale non era nel piccolo numero della sua fanteria, supportata da milizie radunate e mercenari stranieri, ma nella sua forza aerea e nella sua difesa antiaerea notevolmente rafforzata da trasferimenti tecnici e di investimento dall’Iran e dalla Russia. Per la sua difesa antiaerea, il materiale obsoleto del tipo SA-5, SA6 e SA-7 che possedeva, è stato sostituito dai missili antiaerei SA-17, SA-22 e SA-24 di modelli recenti. Il regime siriano era quindi presente nel suo spazio aereo, lasciando inizialmente alle forze aeree della coalizione solo gli attacchi contro i territori detenuti da Daesh.

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A differenza della Libia, le forze aeree occidentali hanno trovato molto più difficile distruggere le forze aeree siriane e gli attacchi antiterroristici, con il rischio di imbattersi in una copertura russa. Solo l’aviazione israeliana ha fatto intrusioni più di cento volte nello spazio aereo siriano, o da quello del Libano, per distruggere centri di raccolta e convogli missilistici iraniani destinati a Hezbollah e ai combattenti. iraniani. Assad ha la possibilità di sparare alla folla di civili solo con armi leggere, riservando pesanti munizioni per la distruzione di edifici e gas venefici nei centri urbani detenuti da gruppi militari ribelli. Pertanto, i carri armati e l’artiglieria erano stati usati solo con parsimonia contro importanti località detenute dagli avversari dell’ASL (Esercito siriano libero). Oltre a un esercito convenzionale progettato per il campo di battaglia, o contro Israele, il clan Assad fece appello a forze meglio addestrate nel combattimento asimmetrico, adottando una tattica di controinsurrezione. La Russia e l’Iran hanno lavorato per dissuadere qualsiasi suggerimento di un intervento diretto da parte dell’Occidente contro le infrastrutture militari siriane, in particolare l’aria, come nel caso della Libia.

Nel quadro delle Nazioni Unite, la Russia, e in parte la Cina, ha bloccato qualsiasi risoluzione che consentisse operazioni militari dirette contro il regime di Assad. L’Iran ha reso la Siria il primo dei campi di battaglia della sua “guerra che incombe sull’America”. Teheran si occupò quindi dell’addestramento di 50.000 combattenti delle forze speciali siriane e inviò le proprie “forze speciali di Al-Quds” in prima linea a sostegno dei combattenti di Hezbollah. Mantenendo una selvaggia repressione contro qualsiasi inclinazione di opposizione o ribellione, il regime di Assad ha mantenuto un equilibrio di potere attraverso il terrore, che gli è stato rapidamente favorevole. Dopo i primi colpi contro la folla di manifestanti, il regime ha continuato ad arrestare e imprigionare migliaia di ribelli, uomini, donne e persino bambini,

Terrorismo delle popolazioni, una strategia redditizia

Terrorizzando le popolazioni, sunnite o minoritarie, la strategia di Damasco è stata quella di tentare di tagliare l’opposizione politica e militare dal suo popolare substrato. La violenza e la crudeltà del regime non sono “libere”, corrispondono a un freddo calcolo politico. La mancanza di credibilità politica e la frammentazione dell’opposizione in esilio sono state sfruttate a suo vantaggio dal regime di Assad. Damasco ha tratto grande beneficio dal loro dissenso interno, soprattutto quando il CNS (Consiglio nazionale siriano) è stato accusato dall’ASL di opportunismo, di essere tagliato fuori dalle realtà sul terreno o di essere dominato dai Fratelli Musulmani. Attuando, agli occhi dell’opinione mondiale, la massima: “Tra due mali, scegli il meno dannoso”,

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Dal 2012, Damasco si è sforzato di squalificare la FSA, insistendo sul fatto che il Fronte di Al-Nosra era più disciplinato, non praticando il saccheggio e il racket dei siriani, supportati dai patroni del Golfo. La propaganda ufficiale ha suggerito che il Fronte di Al-Nusra spesso soppianta l’FSA, essendo un attore militare tatticamente credibile. In secondo luogo, Damasco ha insistito sulla violenza praticata da questi jihadisti, sul loro desiderio di far dominare la Sharia in diversi distretti di Aleppo controllati dall’opposizione, diffondendo ampiamente esecuzioni sistematiche di prigionieri, decapitazioni di Alawites o Cristiani, e facendo circolare questi video su Internet. Bashar al-Assad non ha nascosto la sua soddisfazione nel vedere le Nazioni Unite mettere questi jihadisti nella lista dei “terroristi”.

Accettando la propaganda jihadista e diffondendola ampiamente sulle reti, Bashar al-Assad ha cercato di apparire come un male minore. Infine, il regime di Assad ha lavorato per riguadagnare la legittimità politica, non solo “organizzando” le elezioni, ma garantendo che siano ampiamente conquistate. Pertanto, con l’estrema violenza della repressione, Bashar al-Assad associò un certo “machiavellismo politico”, così come suo padre Hafez. In futuro, la Siria sarebbe in grado di sopravvivere al caos generato dal regime di Assad? Oggi non esiste un’alternativa credibile ad Assad, che non lo rende una soluzione duratura e desiderabile. Le sue frange più vulnerabili rispondono alla violenza con violenza e morte.

Pertanto, la dittatura del regime di Assad risponderebbe al nichilismo di Daeshe islamisti estremisti. Dopo anni di violenza e una serie di tentativi di mediazione diplomatica, dopo essere impantanato in sovrapposizioni di scontri militari e aver esaurito ogni ricorso per una soluzione politica, la Siria, come il resto il Medio Oriente, si rassegna a un futuro religioso fondamentalista? – Allo stesso modo, gli scontri diretti tra sciiti (regime alawita), sunniti e curdi, in un contesto in cui interessi e posizioni sono mescolati, lasceranno profonde e durature conseguenze di fratture sociali e politiche. – I tentativi del regime di Assad di “vittimizzare” la minoranza alawita nel conflitto interno e la sua militarizzazione che potrebbe solo essere accompagnata da una maggiore confessionalizzazione, porteranno i loro frutti velenosi, come l’Iraq, dalla Libia o dallo Yemen. La crisi siriana ebbe la particolarità di non essere stata inizialmente di natura religiosa, ma che alla fine sarebbe finita lì.

Un pedaggio molto pesante

Né l’Iran, né gli altri due sostenitori di Damasco, la Russia e, in misura minore, la Cina, né il mondo sunnita schierato dietro l’Arabia Saudita e alcuni paesi del Golfo saranno in grado di assumerlo a lungo, senza senza fiato. Tuttavia, il bilancio della guerra civile asimmetrica è uno dei più pesanti che la regione abbia conosciuto nella sua storia contemporanea, dal numero di morti e feriti civili, dalla distruzione di infrastrutture economiche e dal volo degli abitanti. preso in ostaggio dalle forze in presenza e spinto a trovare rifugio, in massa, nei paesi vicini e fino in Europa. La soluzione di una divisione geografica della Siria tra comunità religiose ed etniche (aree alawite / cristiane / curde / sciite / sunnite …) con un governo composito e debole a Damasco, come quello stabilito in un Iraq instabile, proprio come in una sfilacciata Libia o in un Libano in tensione, sarebbe la peggiore prospettiva offerta. Una spartizione militare del paese potrebbe derivare di fatto da una “guerra totale” senza fine, tra un lato una “utile Siria” in Occidente, che va da Aleppo a Damasco, attraverso la fascia costiera di Latakia. nella città centrale di Homs, controllata dal regime di Assad e dai suoi alleati; e dall’altro controllato dal regime di Assad e dai suoi alleati; e dall’altro controllato dal regime di Assad e dai suoi alleati; e dall’altroIl “Daechstan”, detenuto da jihadisti di ogni genere, si fondeva in popolazioni-tribù, clan, milizie, famiglie convertite. I curdi avrebbero poi formato il loro sogno “Kurdistan”, a cavallo tra Siria e Iraq.

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Quali sarebbero in definitiva le condizioni utopiche per la normalizzazione, chiede Gérard Fellous? Lo scenario perfetto per porre fine alla crisi in Siria consisterebbe nello sradicare il jihadismo e soprattutto Daesh dal paese, rimuovendo Bashar al-Assad e il suo clan dal potere, neutralizzando le molte fazioni armate che stanno dividendo e saccheggiando il paese, e promuovere l’emergere di una vera opposizione politica legata in una certa misura a un sistema democratico. Ma questo progetto incontrerebbe molte difficoltà che sembrano insormontabili a breve termine. Al fine di ripristinare l’autorità di uno stato siriano stabile su tutto il suo territorio, il primo passo sarebbe la distruzione di Daesh, non solo dopo che lo Stato islamico fosse stato cacciato dalle sue due “capitali”, Rakka (Siria) e Mosul (Iraq), e i suoi “contatori” circostanti, ma anche le aree rurali o desertiche in cui si era ritirato evitando di combattere. Le scelte dell’Arabia Saudita di acquisire una posizione dominante nello scontro sunnita-sciita, mantenendo indefinitamente le tensioni nell’Umma, anche nei suoi interventi contro gli hutisti nello Yemen L’incerta polarizzazione di una Turchia ossessionata dalla sua lotta contro la Curdi, ostacolando il loro progetto per un territorio transfrontaliero autonomo. Internamente in Siria, la pace civile potrebbe essere ripristinata solo su due presupposti: * Le centinaia di milizie, piccole o potenti, legate al regime di Assad o all’opposizione o soprattutto indipendenti, dovranno essere disarmate e dissolte. Alcuni potrebbero essere integrati in un nuovo esercito nazionale regolare. Una pace negoziata sarebbe il prerequisito per un processo di transizione politica come indicato da diciassette paesi nel novembre 2015 a Vienna, sotto l’egida delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea. Ma la probabilità di successo di questa uscita dalla crisi sembra molto ridotta nel prossimo futuro. La logica bellicosa della sottomissione tribale predomina sempre e ovunque. Il regime di Assad non sarà mai pronto a rinunciare alla zavorra per la pace né a prendere in considerazione la minima concessione di condividere il proprio potere, a condizione che il suo potere militare sia assicurato dalla combinazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. Ma la probabilità di successo di questa uscita dalla crisi sembra molto ridotta nel prossimo futuro. La logica bellicosa della sottomissione tribale predomina sempre e ovunque. Il regime di Assad non sarà mai pronto a rinunciare alla zavorra per la pace né a prendere in considerazione la minima concessione di condividere il proprio potere, purché il suo potere militare sia assicurato dalla coniugazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. Ma la probabilità di successo di questa uscita dalla crisi sembra molto ridotta nel prossimo futuro. La logica bellicosa della sottomissione tribale predomina sempre e ovunque. Il regime di Assad non sarà mai pronto a rinunciare alla zavorra per la pace né a prendere in considerazione la minima concessione di condividere il proprio potere, purché il suo potere militare sia assicurato dalla coniugazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. purché il suo potere militare sia assicurato dalla combinazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran. purché il suo potere militare sia assicurato dalla combinazione delle forze russe e iraniane. Bashar al-Assad ha preso in ostaggio Mosca e Teheran.

Per quanto riguarda l’amministrazione americana di Donald Trump, avrà il suo biglietto d’ingresso per i negoziati di pace solo quando avrà conquistato la fiducia reciproca, rompendo tutta la logica isolazionista. La guerra civile siriana è continuata per più di sette anni e durerà per molti più anni principalmente a causa del regime di Assad, che non smetterà di combattere fino a quando non avrà riconquistato “l’utile Siria”, vale a dire. dire la spina dorsale del paese, ma anche per la prima volta da decenni, spera in tutto il paese, qualunque sia il costo. Continuerà la sua “riconquista” fintanto che beneficerà del sostegno di un solido asse Teheran-Mosca, dal quale rimarrà sempre più dipendente.

L’attore principale nel futuro di questo paese rimarrà la Russia, a condizione che quest’ultimo abbia interesse a rimanere lì e abbia i mezzi per farlo. Al fine di mantenere la sua esistenza, il regime di Assad, in termini demografici e geografici di minoranza, in cerca di protettori, si era lasciato “colonizzare” da Vladimir Poutine, a condizione di mantenere una parvenza di potere politico. Per quanto riguarda la Cina, che non ha interessi strategici nel paese, ha colto l’opportunità della crisi siriana per garantire un possibile accesso alle risorse energetiche della regione e, nell’immediato futuro, stabilire il suo “potere fastidioso” all’interno della comunità internazionale al fine di convincerlo che d’ora in poi dovrà essere preso in considerazione negli affari mondiali.

In Siria, ciò equivarrebbe principalmente a ottenere un disaccoppiamento del regime baathista dall’influenza della Russia e dell’Iran. L’obiettivo sarebbe un prosciugamento dell’aiuto militare fornito da Putin a Bashar Al-Assad da un lato, e dall’altro un arresto del sostegno militare alla ribellione alimentata dall’Arabia Saudita e da alcuni paesi del Golfo sunnita, e un prosciugamento delle forniture di armi dall’ovest. La tensione si ridurrebbe progressivamente di parecchie tacche nel contesto dell’emergere di un “governo siriano di transizione”, mettendo gradualmente a repentaglio Bashar Al-Assad e il suo clan. Un’ipotesi difficile.

https://www.revueconflits.com/livre-moyen-orient-syrie-guerre-bachar-al-assad-daech-eugene-berg/

FORSE NON LA STIAMO PRENDENDO PER IL VERSO GIUSTO, Pierluigi Fagan

FORSE NON LA STIAMO PRENDENDO PER IL VERSO GIUSTO. L’altro ieri, la missione di analisti dell’IMF, di ritorno dal suo soggiorno americano, ha pubblicato questo rapporto su stato e prospettive dell’economia americana che da sola vale un quarto di quella planetaria.

Nel secondo trimestre (A-M-G), il Pil USA ha fatto -37% (lo ripeto per i distratti e coloro che saltano i dati di quantità a priori perché preferiscono le parole: “meno trentasette per cento”). Si prevede che l’economia USA tornerà ai livelli di Pil fine 2019, solo a metà 2022, forse. IMF segnala che gli USA erano già un sistema con una forte componente di povertà interna, la crisi è destinata ad allargare e sprofondare questa parte addensata nelle etnie afro-americana ed ispanica. Al momento sono 15 milioni i disoccupati ed è appena iniziata la catena di fallimenti di esercizi commerciali ed imprese che accompagnerà la lenta ma costante caduta. Ed aggiunge: “il rischio che ci attende è che una grande parte della popolazione americana dovrà affrontare un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire.”.

“Molti anni a venire” , come riportato in post precedenti, viene da Nouriel Roubini e dai “miliardari invocanti tasse”, quotato sulla prospettiva del decennio, magari non saranno proprio dieci anni, ma al momento le prospettive sono di crisi profonda e lunga. “Larga parte della popolazione” significa più che la maggioranza. Il “deterioramento dello standard di vita” è l’esatto opposto del contratto sociale americano basato sull’espansione continuata, ciò che tiene in piedi un sistema assai variegato e pieno di contraddizioni e pluralità problematiche. Tutto questo, nonostante gli eccezionali sforzi di pronto intervento messi in campo dall’Amministrazione e dal FED (che noi in Europa ci sogniamo) e nonostante lo sbandierato +8% dei consumi a maggio. Si stima un rapporto debito/Pil al 160% nel 2030 (reggerà la credibilità dell’unità di conto, scambio e valore internazionale di un paese che ha il 160% di debito pubblico/Pil?) , ma si teme che poiché grande parte dei costi di assistenza sanitaria, educazione e disoccupazione sono nei bilanci degli stati federati già per altro al limite o oltre il limite, l’intera situazione possa ulteriormente peggiorare. Ne segue una lunga ricetta di interventi che però è politicamente improbabile per via delle diverse priorità che le élite americana in genere hanno (o l’una o l’altra poco importa) e soprattutto di cui non si vede né la sostenibilità finanziaria, né il certo effetto ristoratore. Ironia della sorte, giusto il giorno prima, il governo cinese annunciava un +3,2% su aspettative del +2,5% per la crescita del proprio Pil nello stesso periodo.

Tutto ciò, mentre gli USA continuano a macinare record di contagi. Gli USA hanno tre volte i contagiati che abbiamo avuto noi (a parità di popolazione) ma per via del fatto che hanno iniziato dopo e si sono potuti avvalere di qualche parziale miglioramento nelle cure e nei trattamenti, nonché una popolazione decisamente più giovane della nostra, la mortalità è al momento a 430 per milione di abitanti, contro i 580 nostri. Sono però al limite di capienza alcune strutture sanitarie tra cui la Florida ed il Texas, ma non sono i soli. Il conflitto capitale-salute-libertà continua a dilaniare gli americani stante che quando si sceglie il capitale, peggiora la salute ma sopratutto non sembra neanche migliorare il capitale. C’è infatti la psicologia umana in mezzo che valuta il rischio non secondo pura logica statistica.

Tutto ciò potrebbe avere una svolta col vaccino ma al momento non si sa bene quando potrà esser operativo, a che condizioni, come verrà preso dalla popolazione, quanto sarà efficace. Non si è mai trovato un vaccino per i coronavirus che pure si conoscono da decenni. Questi tipi di virus hanno una strategia adattativa molto basica: grande semplicità (è un filo di RNA corto) e grande cambiamento (molte mutazioni per darsi più condizioni di possibilità), cambia molto ed in fretta per ingannare i sistemi immunitari. I virus sono qui sulla Terra da forse 3,5 miliardi di anni e sono le entità biologiche più diffuse sul pianeta, evidentemente la strategia ha i suoi perché. Noi invece non solo geneticamente ma soprattutto socialmente, siamo molto complessi e cambiamo poco e molto, molto lentamente.

Credo che noi non si stia capendo bene in che tipo di problema siamo capitati, un problema che non è italiano o americano ma quantomeno occidentale prima e mondiale poi. Molti si impegnano ad interpretare il virus, la sua genesi, gli interessi in gioco, le pratiche sanitarie, il rumore dei media, criticare il governo, l’Unione europea. Ognuno di questi punti è interessante ma perde il quadro d’insieme ed il quadro d’insieme è un lento armageddon economico e quindi sociale cui saremo soggetti, forse, per anni. E’ desolante il fatto che tra le tante analisi che si leggono, quelle mainstream non meno di quelle alternative, sembra non comprendersi la profondità della crisi cui siamo condannati. Poco o nulla importa se il virus è così o colà, come e da dove è venuto, se i suoi effetti sono esagerati e da chi e perché, poco importa prevedere catastrofi biopolitiche o incolpare i cinesi o Big Pharma. Questi sono intrattenimenti info-culturali. Il fatto crudo e duro è che nella misura in cui la gente teme di ammalarsi e forse morire, i suoi comportamenti sociali abituali o tali ritenuti, cioè i precedenti, non torneranno a sostenere la vita associata per lungo tempo. In tutto il mondo. Con questo avremo a che fare e per questo non sembra esserci medicina di pronto intervento. Questo minerà il funzionamento della società radicalmente. Molto ma molto più radicalmente di qualsiasi Recovery fund o MES, Trump o Biden, ricetta economica a base di interventi generici e consueti. Manca cioè, a mio avviso, consapevolezza dell’eccezionalità e radicalità del problema.

Per adattarsi a questo quadro d’insieme mancano tre cose essenziali. Una è il tempo, il tempo semplicemente non c’è, siamo in ritardo cronico. Qualsiasi intervento risulterà parziale, ci vorrà molto tempo a metterlo in essere e impiegherà molto tempo a dare gli effetti sperati, se li darà. Il secondo è la comprensione del fatto che dovrebbe portare ad una comprensione dell’intervento. Da tempo posto articoli su tassazioni ridistributive straordinarie e diminuzioni immediata dell’orario di lavoro con ridistribuzione dello stesso. Non son le uniche ricette possibili, forse neanche le migliori, ma danno il tono di quanto dovrebbero esser fuori norma gli interventi necessari. Non si può pensare normale in tempi eccezionali. Il terzo è la sistematica rimozione della realtà. Ci vuole un massa critica importante per spingere una società ad una mossa adattiva così importante e seria, qualcosa intorno ad un 60% del corpo sociale, non certo meno. Soprattutto, faccio notare quel “una grande parte della popolazione […] dovrà affrontare un importante deterioramento degli standard di vita e significative difficoltà economiche per molti anni a venire”. C’è da riformulare il contratto sociale, cosa di non poco conto in tutta evidenza, cosa necessaria e di attualità già da tempo prima, ora con una specifica urgenza conclamata. Siamo molto lontano ed in ritardo dall’affermarsi tale consapevolezza nei grandi numeri ma, mi pare, anche nei piccoli.

Scusate per quello che a voi, una domenica di fine luglio, apparirà pessimismo ma che per me è semplice realismo consapevole. Mi sentivo di allarmare sul fatto che forse non la stiamo prendendo per il verso giusto. Anche a livello teorico, penso si dovrebbe mettere in campo più pensiero radicale concreto, non narrativo o contro-narrativo e neanche critico, la critica non cambia il reale. C’è da modificare la realtà il prima possibile in quanti più è possibile, con idee semplici e forti. Forse non ci si riuscirebbe comunque, ma sarebbe sano vederne almeno il tentativo, la discussione, ci sarebbe da provar ad imporre un dibattito pubblico più serio e tra adulti non compromessi da rimozione nevrotica della realtà. Nella misura in cui la gente pensa che questa sia la realtà, questa sarà la realtà e se questa sarà la realtà come sembra, a lungo, gli effetti saranno quelli annunciati. Toccherebbe darsi una regolata …

https://www.imf.org/en/News/Articles/2020/07/17/mcs-071720-united-states-of-america-staff-concluding-statement-of-the-2020-article-iv-mission?fbclid=IwAR2Q0TOBoyweogopmS4Sy4ZTXWbzyqW7tKM9PF3CMB7FA3dgVTmGu6AlnfA

United States of America: Staff Concluding Statement of the 2020 Article IV Mission July 17, 2020 A Concluding Statement describes the preliminary findings of IMF staff at the end of an official staff visit (or ‘mission’), in most cases to a member country. Missions are undertaken as part of reg…

La Cina dominerà il mondo. Intervista con il generale Qiao Liang

Una intervista importante proprio per la scarsità di informazioni riguardanti le linee di condotta del regime e della classe dirigente cinesi. Un paese che, sia pure con dinamiche e logiche diverse, legate anche ad una visione del mondo e a chiavi interpretative diverse da quelle occidentali, è attraversato da numerose contraddizioni e conflitti altrettanto dirimenti di quelle occidentali. La differenza e la forza sta nel carattere emergente di quella formazione sociopolitica. Più di una volta negli ultimi decenni quelle classi dirigenti hanno però perso il polso della situazione e forzato troppo la mano sino ad essere costretti a retrocedere rovinosamente. Le ricorrenti crisi su Taiwan ne sono state spesso un esempio. Anche questa volta la classe dirigente dominante sembra aprire o essere costretta ad accettare troppi fronti conflittuali; tanto più che il confronto geopolitico in quell’area si sviluppa tra giganti ed assume le caratteristiche prevalenti di un confronto tra stati nazionali nelle loro forme più classiche. Il Generale Qiao Liang è autore del libro “Guerra senza limiti”. Buona lettura_Giuseppe Germinario

La Cina dominerà il mondo. Intervista con il generale Qiao Liang

Ascoltare ciò che la Cina dice di comprendere questo Paese, la sua visione del mondo e il suo sistema di pensiero è una necessità per affrontare il nuovo ordine mondiale. La Cina desidera invadere Taiwan e garantire la sua egemonia nel mondo. Questo è quanto ha affermato il generale Qiao Liang in un’intervista pubblicata in cinese. Un documento eccezionale, da leggere per capire.  

Conflits ti offre questo testo per comprendere la Cina e la visione dei leader cinesi. Andare alla fonte e ascoltare ciò che dicono gli altri è essenziale per comprendere la loro visione del mondo. Senza complicazioni, questo generale afferma la sua volontà di invadere Taiwan e sviluppare l’egemonia cinese. È un documento eccezionale che ci immerge nel cuore del sistema cinese.

Ringraziamo Laurent Gayard che ha fornito la traduzione di questo testo e Waldemar Brun Theremin per avermelo segnalato.

I titoli provengono da conflitti. Consentono di seguire i temi del colloquio.

Autore : Qiao Liang è un generale dell’Aeronautica in pensione. È professore all’Università e ha pubblicato numerose opere di strategia, una delle quali è stata tradotta in francese: La guerre hors limite . È direttore del National Security Research Council e membro dell’Associazione degli scrittori cinesi. Parla qui a titolo privato e la sua parola non vincola il governo cinese. Tuttavia, ciò che dice è in linea con ciò che pensano le più alte autorità cinesi.

Il generale Qiao Liang è intervistato dai giornalisti Wei Dongsheng e Zhuang Lei nel numero di maggio 2020 della rivista Bauhinia (Zijing), una rivista cinese pubblicata ad Hong Kong.

Attualmente, la situazione epidemica della polmonite coronarica è stata principalmente controllata in Cina. Ma ciò che non possiamo ignorare è che la diffusione dell’epidemia globale e la conseguente reazione a catena potrebbero causare una seconda enorme “onda d’urto” per la Cina. Di recente, gli Stati Uniti hanno avviato operazioni di evacuazione in molti paesi e hanno invitato tutte le società americane in Cina a evacuare. Trump ha firmato il Taipei Act [1]quando infuriava la nuova epidemia di polmonite americana. Come dice il proverbio, se qualcosa va storto, ci deve essere un demone. Quale cospirazione c’è dietro questo comportamento anomalo negli Stati Uniti? Quale impatto maggiore avrà l’epidemia sul modello globale? Ci saranno conflitti tra Cina e Stati Uniti e tra le due parti? Nel contesto attuale, come dovrebbe reagire la Cina? Il nostro giornalista ha recentemente intervistato il generale Qiao Liang, un professore dell’Università di Difesa Nazionale e un famoso esperto militare, su questi temi ardenti.

Gli Stati Uniti contro la Cina

Reporter : Di recente, gli Stati Uniti hanno iniziato a evacuare i cinesi all’estero da molti paesi. Inoltre, le forze armate statunitensi hanno anche mobilitato la base militare di Cheyenne Mountain, richiamato milioni di forze di riserva e avvisato cittadini e soldati statunitensi all’estero. La realtà è che gli Stati Uniti sono diventati il ​​paese più duro del mondo ed è ovviamente più sicuro per gli americani rimanere in paesi stranieri che nel proprio paese. Perché è necessario avviare l’evacuazione cinese all’estero in tali circostanze? Queste circostanze indicano che la “guerra mondiale sta per scoppiare”, che alcuni media considerano non senza fondamento?

Qiao Liang : La mia opinione è esattamente l’opposto su questo tema. Gli Stati Uniti hanno preso queste misure mentre l’epidemia si restringe completamente. Gli Stati Uniti sono un paese molto vigile e penso che queste pratiche siano misure precauzionali tempestive volte a impedire alle persone di trarre vantaggio dall’opportunità di “cospirare” contro gli Stati Uniti. Questo sembra un po ‘ridicolo, perché nessun paese sta attualmente usando il pericolo rappresentato dagli Stati Uniti per preoccuparli. Naturalmente, non si può escludere che le organizzazioni terroristiche possano fare qualcosa, ma è improbabile che la maggior parte dei paesi abbia la capacità di colpire gli Stati Uniti. Sebbene sia certo che nessuno attaccherà gli Stati Uniti, gli Stati Uniti devono tuttavia prendere precauzioni.

Gli Stati Uniti sono attualmente in un’epidemia, non in una crisi economica o di altra natura. La guerra esterna non può risolvere il problema dell’epidemia o distogliere l’attenzione dalla crisi interna. Inoltre, gli Stati Uniti stanno attualmente mobilitando i quattro principali settori economici, oltre 150 basi sono infette e sono state attraccate quattro portaerei e un sottomarino nucleare. Alcuni sostengono che bisogna evitare una scalata agli estremi. Ma il problema è davvero che è possibile arrampicarsi? Quale salita? Questo può mitigare l’epidemia negli Stati Uniti?

Generale Qiao Liang

Alcuni dicono che la guerra di oggi è una questione di alta tecnologia. Gli Stati Uniti hanno un indiscutibile vantaggio nell’alta tecnologia. Non è quindi escluso che possano ancora condurre una guerra ad alta tecnologia di fronte all’epidemia. Questo sembra del tutto ragionevole e persino irrefutabile. Ma l’alta tecnologia dipende dall’industria manifatturiera. Avere capacità di ricerca e sviluppo non si traduce automaticamente in capacità di alta tecnologia e la trasformazione delle capacità di ricerca e sviluppo in mezzi di alta tecnologia è essenziale e dipende da uno dei fattori più importanti che sono le capacità produttive. In altre parole, la battaglia finale rimane manifatturiera. A giudicare dallo stato attuale del settore manifatturiero americano in declino, se oggi vuole fare la guerra in qualsiasi paese, sta esaurendo le sue scorte di armi e attrezzature. Se gli Stati Uniti vogliono combattere il più grande paese manifatturiero dopo che l’industria manifatturiera si è svuotata, come combatteranno? Stanno esaurendo le loro scorte, e se non ci fossero ulteriori aumenti? Questo è ciò di cui gli americani, compresi quelli che sono ottimisti riguardo agli Stati Uniti, devono davvero preoccuparsi oggi.

 

Molte persone non lo vedono, pensando che la forza della scienza e della tecnologia americana possa consentire loro di fare tutto. Il potere scientifico e tecnologico degli Stati Uniti è davvero importante, ma se la ricerca e lo sviluppo non possono essere convertiti in prodotti su larga scala, è in effetti equivalente all’ottenimento di un diploma di potere tecnologico e scientifico senza risolvere il problema. Ad esempio, negli Stati Uniti, il rilevamento degli acidi nucleici del nuovo coronavirus modernizzerebbe sei generazioni di apparecchiature mediche e strumenti più sofisticati di generazione in generazione. Quindi possiamo vedere che il potere scientifico e tecnologico degli Stati Uniti è effettivamente avanzato, ma quanti di questi dispositivi possono produrre? Questa attrezzatura può essere utilizzata dagli americani? Anche se l’apparecchiatura di prova è molto avanzata, per quanto riguarda il sistema medico? Per rilevare questi pazienti, se non ci sono abbastanza attrezzature mediche e non abbastanza ventilatori, il problema non può essere risolto e migliaia di persone dovranno morire.

 

In questa occasione, la società americana Medtronic ha violato completamente i suoi diritti di proprietà intellettuale per il proprio respiratore e ha lasciato che altri paesi lo producessero, in particolare la Cina. Perché ? È perché in questo caso hanno prevalso considerazioni umane e morali? Non nego che esista tale possibilità, ma ciò che è più importante è che gli americani non hanno la capacità di produrre respiratori di cui hanno i brevetti. Di 1.400 parti di ventilatori, oltre 1.100 devono essere prodotti in Cina, compreso il montaggio finale. Questo è il problema degli Stati Uniti oggi. Hanno una tecnologia avanzata, ma non hanno metodi e capacità di produzione, quindi devono fare affidamento sulla produzione cinese.

Lo stesso vale per la guerra. La guerra è ancora un’industria manifatturiera oggi. Alcuni sostengono che la guerra oggi sia uno scontro di reti, il chip è regina. Sì, i chip svolgono un ruolo insostituibile nelle guerre moderne ad alta tecnologia. Ma il chip stesso non può combattere, il chip deve essere installato su varie armi e attrezzature e tutti i tipi di armi e attrezzature devono prima essere prodotti da una forte industria manifatturiera. È noto che gli Stati Uniti hanno fatto affidamento su una forte industria manifatturiera per vincere la prima e la seconda guerra mondiale.

Non c’è niente di sbagliato in questo. Ma gli Stati Uniti hanno ancora un’industria manifatturiera abbastanza forte da vincere la prima e la seconda guerra mondiale? Per mezzo secolo, dopo che il dollaro si è separato dall’oro, gli Stati Uniti hanno gradualmente usato il dollaro per trarre vantaggio dal mondo. In effetti, abbandonarono la loro industria manifatturiera di fascia bassa e gradualmente si trasformarono in un paese di industrie fantasma. Se il mondo è in pace e tutti sono in pace con gli altri, non c’è problema. Gli Stati Uniti stampano dollari americani per acquistare prodotti da tutto il mondo e il mondo intero lavora per gli Stati Uniti. Tutto questo è molto buono Ma in caso di epidemia o guerra, un paese senza industria manifatturiera può essere considerato un paese potente? Anche se gli Stati Uniti continuano ad avere l’alta tecnologia, ad avere dollari e ad avere truppe americane, tutti questi elementi necessitano di supporto produttivo. Senza un’industria manifatturiera, chi supporta la tua alta tecnologia? Chi sostiene il tuo dollaro? Chi sostiene il tuo esercito americano?

 

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Per contrastare questo, la risposta della Cina è di continuare a mantenere, sviluppare e migliorare la propria industria manifatturiera, non solo per migliorare, ma anche per mantenere la produzione tradizionale. È impossibile modernizzare tutte queste capacità produttive. Se tutti fossero aggiornati e sostituiti, l’industria manifatturiera tradizionale sarebbe abbandonata. Quando gli Stati Uniti hanno bisogno di un gran numero di maschere come oggi, l’intero paese non ha nemmeno una catena di produzione completa. In tali circostanze, non possono rispondere all’epidemia con la stessa forza e rapidità della Cina. Quindi non sottovalutare l’industria manifatturiera di fascia bassa, e non considerare la produzione di fascia alta come l’unico obiettivo dello sviluppo manifatturiero della Cina. Non puoi fare a meno delle abilità di manutenzione e pulizia.

 

Inoltre, dobbiamo anche vedere che l’effettiva campagna anti-epidemica della Cina, oltre alle misure introdotte dal governo, mostra che le misure correttive erano molto tempestive e che la gente era molto cooperativa e che qualcosa prodotto dagli Stati Uniti era vantaggioso, è il ‘Internet. Cose come il pagamento online, la consegna e-commerce e i servizi postali sono nati tutti negli Stati Uniti, ma dove sono nate queste invenzioni americane? In Cina. La Cina ha adottato Internet e Internet of Things, mettendo Internet, in particolare il cloud per l’e-commerce, al servizio della produzione e della vita nella società moderna, e possiamo dire che conduce in quest’area. Sebbene la proprietà intellettuale non sia nelle nostre mani e il root server non sia nelle nostre mani, questo non ci impedisce di utilizzarli al meglio.

 

Ci sono molte ragioni per questo, che sono complesse. Tuttavia, possiamo effettivamente vedere che siamo migliori di altri paesi nell’uso dell’alta tecnologia e delle nuove tecnologie, a causa delle forti capacità di apprendimento dei cinesi. Dobbiamo continuare a coltivare il nostro vantaggio in tal senso. Oltre alle qualità del sistema nazionale, dobbiamo anche imparare dagli altri e quindi applicare ciò che abbiamo imparato per trarne vantaggio. Questa è la nostra forza di fronte a un futuro imprevedibile se scoppierà una nuova epidemia. Dobbiamo mantenerlo.

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Industria e delocalizzazione

Giornalista : alcuni media hanno riferito che il sig. Kudlow, presidente della Conferenza economica nazionale della Casa Bianca, ha chiesto il ritiro di tutte le imprese americane dalla Cina e ha affermato che il governo degli Stati Uniti rimborserebbe il 100% del costo del ritorno. dalla Cina. Questo significa che gli Stati Uniti si stanno preparando a “disaccoppiare” dalla Cina e ad accelerare gradualmente il ritmo? Gli Stati Uniti svolgeranno un ruolo positivo nel potenziamento dell’industria manifatturiera locale? Qual è il vero scopo dietro l’incoraggiamento delle aziende nazionali a lasciare la Cina?

Qiao Liang: Secondo me, non è così facile per i paesi sviluppati “disaccoppiare” dalla Cina e riprendere la produzione locale. Il dilemma è che se vuoi riprendere la produzione, devi essere mentalmente preparato, o condividere le stesse difficoltà e dolori con la Cina e ricevere la stessa retribuzione per lo stesso lavoro, in modo che prodotti e manodopera siano allo stesso prezzo della Cina (altrimenti i prodotti non saranno più competitivi della produzione cinese). Ciò equivale a rinunciare all’egemonia del denaro e al potere di fissare i prezzi dei prodotti e di scendere dalla cima della catena alimentare; o continuare ad essere ai vertici della catena alimentare, in modo che il reddito dei dipendenti continui ad essere più di 7 volte quello della Cina, che rende il prodotto non competitivo e le imprese non redditizie. Se si cerca il primo obiettivo, gli Stati Uniti e l’Occidente dovranno tornare al livello dei paesi ordinari, in particolare gli Stati Uniti. Se ciò non è possibile, il ritorno delle industrie manifatturiere negli Stati Uniti e in Occidente sarà solo uno spettacolo della mente.

 

L’argomento secondo cui Vietnam, Filippine, Bangladesh, L’India e altri paesi potrebbero diventare sostituti della manodopera a basso costo in Cina in realtà riguarda solo la popolazione, ma pensa a quale dei paesi di cui sopra ha più lavoratori formati rispetto alla Cina? Anche con i redditi cinesi in aumento di anno in anno, il dividendo del lavoro è esaurito, ma quante risorse umane di fascia media e alta sono state prodotte in Cina negli ultimi 30 anni? Chi ha formato oltre 100 milioni di studenti universitari e universitari? L’energia di questo gruppo di persone è ancora lontana dall’essere rilasciata nello sviluppo economico della Cina. Pertanto, lasciare che manodopera a basso costo proveniente da altri paesi sostituisca il prodotto in Cina è un pio desiderio.

 

Per quanto riguarda coloro che affermano che l’Occidente può utilizzare molti robot per completare la localizzazione della produzione, non si può dire che questa possibilità non esiste, ma se i robot vengono realmente utilizzati per ripristinare la produzione locale negli Stati Uniti o altri paesi occidentali, incluso il Giappone, come risolvere il problema del tasso di occupazione? L’uso di un gran numero di robot significa che una parte maggiore della forza lavoro è disoccupata. La forza lavoro si è ridotta. Cosa dovrebbe fare il governo degli Stati Uniti? E i governi dei paesi occidentali? Hanno davvero i mezzi finanziari per sfamare invano l’esercito di disoccupati di questi diversi paesi? Ma se non li supporti, chi voterà per farti salire al potere? Con ogni evidenza Trump e Abe non hanno riflettuto molto nel sostenere il ritorno delle rispettive aziende in Cina al mercato locale.

 

Gli occidentali sono tutti consapevoli dell’importanza di ripristinare l’industria manifatturiera e sono consapevoli dello stato di sofferenza in cui si trova la loro economia reale. Se questa consapevolezza è reale è un’altra domanda. L’importante è chiedersi: quando un paese come gli Stati Uniti si rende conto che l’industria manifatturiera deve riprendere, può davvero riprendere la produzione? In realtà è molto difficile.

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In effetti, dopo la crisi finanziaria internazionale del 2008, gli Stati Uniti hanno già realizzato le conseguenze del crollo del settore. Né l’attuale epidemia ha evidenziato la dolorosa assenza di industrie manifatturiere che sono gravemente carenti nei mezzi di sussistenza delle persone, ma quanto è facile riprendere la produzione? Dove sono imprenditori, ingegneri e operai specializzati? Il costo del lavoro negli Stati Uniti è 7 volte più alto che in Cina. Come si possono creare profitti aziendali? Anche se il governo taglia le tasse e i dipendenti riducono automaticamente i loro salari a metà, si tratta di misure di emergenza a breve termine. Perché le tasse saranno ridotte, così come le entrate fiscali americane. Come mantenere una forte potenza nazionale e militare? Salari bassi sono possibili in tempi straordinari, sono normalmente? Inoltre, il reddito personale sarà dimezzato e anche i consumi saranno dimezzati. Come aumentare la produzione? Se la produzione non aumenta, il PIL diminuirà, gli Stati Uniti possono mantenere la propria posizione di leader mondiale? A queste domande, Trump non avrebbe dovuto pensare quando ha fatto le promesse discusse sopra. Inoltre, se l’industria manifatturiera ricomincia, i prodotti devono essere venduti e si genererà un surplus e l’egemonia del dollaro può essere ottenuta solo fornendo liquidità al mondo, vale a dire che deve essere accettato attraverso il deficit.

 

La canna da zucchero non è dolce ad entrambe le estremità e per fornire liquidità agli altri, è necessario acquistare i prodotti di altre persone. Ma se fai rivivere l’industria manifatturiera, non devi acquistare i prodotti di altre persone. In questo modo, ci saranno meno dollari che fluiranno verso altri paesi e quando altri paesi scambieranno tra loro, dovranno trovare altre valute. Ci sarà ancora un’egemonia del dollaro? Ancora più importante, la ripresa dell’industria manifatturiera danneggerà gravemente gli interessi dei gruppi di capitali finanziari americani. Cosa può fare Wall Street? Cosa può fare la Fed? L’approccio di Trump è stato diverso da quello dei precedenti presidenti degli Stati Uniti per 50 anni. I precedenti presidenti degli Stati Uniti da 50 anni hanno mantenuto l’egemonia del dollaro e Trump ora vuole rilanciare l’industria manifatturiera. Con uno sguardo così sovversivo negli Stati Uniti, c’è una maggiore possibilità che la finanza e l’economia virtuale non ritornino. Di conseguenza, l’impero è in pericolo.

 

La Cina non ha rinunciato a invadere Taiwan

Reporter : Di recente, Trump ha firmato il Taipei Act [2] , che è stato firmato al momento della nuova epidemia americana di polmonite coronarica. Hanno scelto di intervenire sulla questione di Taiwan in quel momento. Cosa li ha spinti a interferire negli affari interni della Cina? Che impatto avrà sulle relazioni tra Cina e Stati Uniti e sulle relazioni tra le due parti dello stretto? Alcuni media ritengono che l’attuale epidemia negli Stati Uniti sia grave e che non abbiamo più tempo per l’automedicazione. Dobbiamo cogliere l’opportunità offerta per risolvere il problema di Taiwan. Cosa ne pensi ?

Qiao Liang : è il momento migliore per risolvere il problema di Taiwan? La prima cosa da considerare è se la Cina è attualmente in un punto critico nel processo di rinascita nazionale. In questo momento, la Cina sta affrontando una situazione complessa che non è mai stata vista nel mondo moderno, specialmente in una situazione in cui gli Stati Uniti ignorano completamente la Cina. Se stiamo lavorando per risolvere il problema di Taiwan, è possibile che ci perderemo di vista e che ciò potrebbe interrompere il processo di recupero della Cina?

In secondo luogo, la soluzione della questione di Taiwan è in relazione parziale o globale alla grande rivitalizzazione della nazione cinese? Se non viene risolto immediatamente, ciò non lascia tempo per spingere ulteriormente il processo di ringiovanimento nazionale?

Terzo, se lo Stretto di Taiwan andrà in guerra dipende dal numero di azioni intraprese dagli Stati Uniti sulla questione di Taiwan o dall’atteggiamento della Cina. Dipende dal giudizio della Cina sulla situazione internazionale e sulla situazione interna (a mio avviso, il giudizio sul secondo è migliore rispetto al primo)? In quarto luogo, la natura del problema di TaiwanÈ una questione di relazioni sino-americane o è semplicemente una questione di relazioni tra i due paesi? La questione di Taiwan può essere completamente risolta prima che il conflitto tra Cina e Stati Uniti sia risolto? Se è regolato in anticipo, ora sarà il prezzo che la Cina dovrà pagare di più o di meno, e quale sarà l’impatto sul trasporto cinese?

 

Anche se comprendiamo le domande sopra, ci sarà un’altra domanda che ci costringerà a continuare a pensare e rispondere. Sebbene gli Stati Uniti siano nel mezzo di un’epidemia e di difficoltà economiche, ha ancora il potere militare di interferire direttamente o indirettamente nella questione dello Stretto di Taiwan, scegliere Wutong [3]darebbe agli Stati Uniti una buona scusa per bloccare e punire la Cina e tagliarla dal mondo occidentale, offrendo agli americani l’opportunità di mettere da parte i loro problemi e indebolirci perché gli Stati Uniti e la Cina sono ben consapevole che la Cina è ancora fortemente dipendente dalle risorse e dai mercati esteri. Come paese produttore, non possiamo ancora soddisfare la nostra industria manifatturiera con le nostre risorse e fare affidamento sul nostro mercato per digerire i nostri prodotti. Quindi in questo momento, se pensiamo che questa sia la migliore opportunità per riconquistare Taiwan, non sarà una buona cosa anche per gli Stati Uniti e alcuni paesi mal intenzionati? Questi fattori esterni sono anche fattori che dobbiamo prendere pienamente in considerazione nel prendere decisioni.

 

È indubbiamente una buona cosa per i cinesi fare la grande causa della riunificazione, ma è sempre un errore se la cosa giusta viene fatta al momento sbagliato. Possiamo agire solo al momento giusto. Non prendere una decisione stupida che perderà sempre. Non possiamo permettere alla nostra generazione di commettere il peccato di interrompere il processo di rinascita della nazione cinese. Per quanto riguarda la questione territoriale, la maggior parte delle persone ha ancora un pensiero tradizionale, è ancora la sensibilità dei piccoli agricoltori che amano la terra che predomina nell’analisi finale. La sovranità territoriale allargata è considerata sinonimo di sovranità nazionale, ma non può da sola comprendere il pieno significato della sovranità nazionale moderna.

 

Nel mondo di oggi, sovranità economica, sovranità finanziaria, sovranità informatica, sovranità della difesa, sovranità delle risorse, sovranità alimentare, sovranità sugli investimenti, sovranità biologica, sovranità culturale, sovranità del discorso e altri aspetti relativi agli interessi e alla sopravvivenza dei paesi fanno tutti parte della sovranità nazionale. Non pensare che solo la sovranità territoriale sia legata agli interessi fondamentali del Paese. Altre sovranità sono anche i principali interessi fondamentali, a volte persino più prioritari della sovranità territoriale, determinando anche la vita o la morte.

 

Ad esempio, al fine di salvare la propria economia, gli Stati Uniti vendono rapidamente trilioni di valuta estera, in modo che le riserve di valuta estera vengano diluite con acqua. La guerra commerciale ti ha costretto a utilizzare i prodotti fisici a scopo di lucro e ad essere rubato attraverso tariffe più elevate. Gli interessi economici della Cina sono stati fortemente colpiti e la sovranità economica è stata gravemente indebolita, ma non si è nemmeno in grado di proteggerla. In questo momento, anche se hai il potere di proteggere l’integrità territoriale, pensi che tutto vada bene, non puoi considerare altre questioni di sovranità altrettanto importanti, se non più importanti? Chi conosce il problema in questo modo non è una persona veramente moderna.

 

Non sto dicendo che per dire che la questione territoriale non è importante, ma per sottolineare che come persona moderna, dobbiamo capire che altre sovranità del paese sono importanti quanto l’integrità territoriale, e non perderli di vista. La questione territoriale non può essere avanzata in misura maggiore rispetto alle altre sovranità anche se non deve essere trascurata. Ma allo stesso tempo, dobbiamo anche chiederci se la questione dell ‘”indipendenza di Taiwan” potrebbe non portarci troppo lontano se prevediamo una guerra per risolvere questa questione. Con il supporto degli Stati Uniti e dei paesi occidentali, possiamo fare solo qualcosa? Non necessariamente. Per frenare “l’indipendenza di Taiwan”, oltre alle opzioni di guerra, più opzioni devono essere considerate. Possiamo pensare a modi di agire nell’enorme area grigia tra guerra e pace, e possiamo persino pensare a modi più specifici, come l’avvio di operazioni militari che non daranno inizio a una guerra, ma che possono consistere in un uso moderato della forza moderata per scoraggiare “l’indipendenza di Taiwan”.

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Alcuni chiedono se l’uso della forza non sia una guerra. Penso che questo sia un evidente fraintendimento. Quando gli Stati Uniti bombardarono l’ambasciata cinese in Jugoslavia o decapitarono il comando delle Guardie rivoluzionarie [4] , si poteva dire che si trattava di una guerra contro la Cina o l’Iran ? No. Ma non è stata un’operazione militare? Sì. Perché usa la forza. Per risolvere i problemi associati alle “operazioni militari non belliche”, dovremmo davvero imparare dagli americani con una mente aperta. Esistono sempre più soluzioni che problemi. C’è un problema e ci possono essere dieci soluzioni. La chiave è come scegliamo la soluzione migliore.

 

Perché formulare l’analisi e il giudizio di cui sopra? Questo perché, secondo me, il Congresso degli Stati Uniti e il governo hanno introdotto la “Legge di Taipei” [5]In questo momento. L’intenzione non è di spingere la Cina ai suoi limiti. È principalmente perché il governo degli Stati Uniti, il Congresso e i responsabili politici sono nei guai negli Stati Uniti, sia che si tratti dei problemi dell’epidemia o di quelli della mancanza di produzione, che è necessario sbarazzarsi di del loro dilemma, e non esiste alcuna soluzione, quindi gli Stati Uniti non possono lasciare la Cina “in pace”, vogliono radunare gli avversari, creare preoccupazioni, sostenere spese energia, fa sì che si disperda e usa questo metodo per darsi l’opportunità di respirare e risparmiare tempo. Allo stesso tempo, questo metodo di dispersione di energia e potere porta a indebolire la nostra forza nazionale e a ostacolare la marcia del progresso.

 

Per quanto riguarda l’impatto sulla Cina, penso che se dobbiamo ballare con i lupi, non dobbiamo ballare al ritmo degli Stati Uniti. Dobbiamo avere il nostro ritmo e persino tentare di romperlo, al fine di minimizzare la sua influenza. Se la potenza americana ha girato il suo bastone, è perché è nella trappola. Non possiamo permettere agli Stati Uniti di scavare pozzi uno per uno per noi (il Taipei Actè l’ultima buca per la Cina), e saltare ai box uno per uno. Invece di saltare nella fossa, devi compensare il suo impatto. Ci sono cose che possiamo ignorare, altre che possiamo ignorare in un modo che agli americani non piace. Gli americani ci stanno facendo domande ora e noi stiamo rispondendo a loro. Ma non possiamo cambiare il nostro modo di pensare, porre anche domande e lasciare che gli americani rispondano? Questi metodi sono tutti modi per compensare l’influenza degli Stati Uniti, incluso il modo in cui usano la questione di Taiwan per influenzarci.

 

L’influenza dell’atteggiamento dei politici americani sui rapporti tra le due parti dello stretto farà sicuramente piacere alle autorità di Tsai Ing-wen [6]. Ma i taiwanesi, incluso Tsai Ing-wen, non si raccontano storie? Fino a che punto gli americani manterranno le loro promesse a Taiwan? Gli americani incoraggiano l’indipendenza di Taiwan, ma ci sarà davvero un rischio di guerra per Taiwan quando l’indipendenza di Taiwan sarà punita mentre il Congresso degli Stati Uniti proclama “non lasceremo mai sanguinare i nostri giovani per la questione di Taiwan “? Per non parlare del fatto che anche se gli americani lasciano davvero versare il sangue dei propri giovani sulla questione di Taiwan, ciò potrebbe non essere sufficiente per contrastare la determinazione e la capacità della Cina di riunire Taiwan. Cosa accadrà all’indipendenza di Taiwan se gli americani non offrono il sangue per Taiwan? Cosa accadrà alle autorità inglesi di Taiwan? In questa fase, Penso che Tsai Ing-wen abbia davvero molto da fare. Fino ad oggi, osa ancora non disegnare apertamente la bandiera di indipendenza di Taiwan e osa fare un piccolo passo avanti, dicendo che Taiwan è in realtà un paese. Ha solo osato andare così lontano, ma non oltre. Poiché andare oltre farà arrabbiare 1,4 miliardi di persone, ciò può avere conseguenze inimmaginabili e disastrose per qualsiasi paese o regione.

 

La Cina deve prima dimostrare determinazione strategica per risolvere il problema di Taiwan, e quindi avere pazienza strategica. Naturalmente, questa premessa è che dobbiamo sviluppare e mantenere la nostra forza strategica per risolvere la questione di Taiwan con la forza in qualsiasi momento.

 

Epidemia e nuovo ordine mondiale

Giornalista : tutti parlano dell’impatto dell’epidemia sul mondo, parlando di eventi importanti come la prima e la seconda guerra mondiale e la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Cosa ne pensi di questa affermazione? In che modo l’epidemia cambierà il modello globale?

Qiao Liang : L’impatto dell’epidemia di Nuova polmonite coronarica sul mondo, poiché è un evento attuale ed è ancora in fermentazione, può essere considerato un evento decisivo come quelli conosciuti in passato, e può anche essere decorrelato dalla prima guerra mondiale, dalla seconda guerra mondiale e dalla caduta dell’Unione Sovietica. Tutti questi eventi sono alla stessa altezza. Penso che un simile giudizio sia fondamentalmente fedele ai fatti, e non è un’esagerazione, ma la maggior parte delle persone non lo vede.

 

In effetti, il nuovo coronavirus stesso non ha un effetto così grande. Almeno finora, non è stato così tragico come la prima e la seconda guerra mondiale, che tuttavia non hanno potuto cambiare il panorama internazionale dall’oggi al domani, come il crollo dell’Unione Sovietica. Non è la prima volta che gli umani affrontano un’epidemia e non tutte le epidemie determinano un cambiamento così significativo. Per qualsiasi modifica, la causa esterna è il fattore scatenante e la causa interna è il fattore decisivo. Questa epidemia è solo l’ultima goccia d’acqua che schiaccerà questo ciclo di globalizzazione e la forza trainante della globalizzazione.

 

Se questa epidemia si verificasse negli anni ’50 e ’60, penseremmo davvero che metterebbe gli Stati Uniti in tale imbarazzo e l’Europa in tale imbarazzo? Perché l’epidemia che si sta verificando oggi è così imbarazzante per tutto il mondo occidentale? Il punto non è sapere quanto sia terribile l’epidemia, ma rendersi conto che sia gli Stati Uniti che l’Occidente hanno avuto il loro periodo di massimo splendore e che oggi si trovano ad affrontare questa crisi. epidemia mentre diminuiscono. L’epidemia arriva in questo momento, e anche se è solo un ramoscello, può rompere la parte posteriore del cammello che sta già avendo problemi a camminare. Questa è la ragione più profonda.

 

Perché i paesi occidentali hanno fatto questo passo? Possiamo pensarci. Nell’ultimo mezzo secolo, gli Stati Uniti hanno aperto la strada, seguiti dall’Europa e dal mondo occidentale, hanno intrapreso un percorso economico virtuale e hanno gradualmente abbandonato l’economia reale. Per questi paesi, questa tendenza può sembrare un vantaggio che i paesi sviluppati ottengono per nulla, ma in realtà ha iniziato la loro linfa vitale. È in effetti lo stesso motivo per cui l’antica Roma è gradualmente crollata durante il periodo successivo a causa della sua arroganza e stravaganza, che alla fine ha portato al crollo dell’impero.

 

Penso che dopo l’epidemia, gli Stati Uniti e i paesi occidentali cercheranno sicuramente di rimettersi in piedi. Molte persone si fidano ancora degli Stati Uniti e dei paesi occidentali, cioè credono di avere una forte capacità di correggere gli errori, ma è possibile solo correggere gli errori ‘con sufficiente forza economica e fiducia. In passato, gli americani hanno corretto gli errori e non si sono mai lamentati degli altri. Ora che gli americani non possono più correggere i propri errori, stanno iniziando a spostare la colpa sugli altri. Anche i paesi occidentali hanno restituito la palla alla Cina e persino alcuni dei nostri paesi di origine amichevoli si sono trovati nella stessa situazione e hanno fatto lo stesso. Il motivo di base è che a chiunque non abbia la capacità di correggere gli errori automaticamente piace lanciare la palla. Fantasticano che è semplicemente impossibile ripristinare la propria economia e respingere le responsabilità in modo che possano essere riparate e corrette. In effetti, gli occidentali dovrebbero pensare a molti aspetti di questa sequenza, incluso il loro sistema medico e il loro sistema di valori. Di fronte all’epidemia, questi sistemi erano quasi indifesi e indifesi. Qual è la ragione ? Se non riesci a capirlo, puoi risolvere il problema semplicemente spostando la responsabilità in Cina? Proprio come la guerra non può essere usata per sconfiggere l’epidemia, è anche impossibile restituire la palla per correggere i propri errori.

 

Penso che l’Occidente impiegherà almeno una dozzina di mesi o due anni dopo l’epidemia per riparare la propria economia e riparare il proprio trauma. In questo processo, le cosiddette responsabilità e richieste nei confronti della Cina sono tutte fantasiose e alla fine scompariranno di fronte a una situazione post-epidemia più grave. La Cina dovrebbe avere abbastanza fiducia in se stessa da sapere che finché può rimanere abbastanza forte e mantenere tenacemente le sue capacità di produzione, nessuno può danneggiarlo.

 

Quando gli Stati Uniti sono forti, chi può accusarli della diffusione dell’AIDS? La gente non ha accusato gli Stati Uniti perché le forze di spedizione americane hanno portato in Europa l’influenza scoppiata negli Stati Uniti alla fine della prima guerra mondiale e che alla fine fu chiamata influenza spagnola. Perché nessuno ha incolpato gli Stati Uniti? Fu a causa della forza degli Stati Uniti in quel momento. Finché la Cina rimane sempre più forte, nessuno può abbatterla con le cosiddette rivendicazioni di responsabilità. La Cina dovrebbe avere fiducia in esso.

 

Fonte: questo articolo è stato pubblicato nel numero di maggio 2020 della rivista Bauhinia

 

Appunti

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Taiwan_Allies_International_Protection_and_Enhancement_Initiative_Act

[2]     https://www.congress.gov/bill/116th-congress/senate-bill/1678/text

[3] Il     monte Wutong, che culmina a 944 m, situato nella provincia del Guangdong, sulla costa, vicino a Shenzen, si affaccia geograficamente ad Hong Kong Taiwan nel Mar Cinese Meridionale. L’espressione qui può riferirsi al fatto di tenere gli occhi fissi su Taiwan, persino di intervenire lì.

[4] Possiamo supporre che questo sia un riferimento all’eliminazione da parte del drone di Qassem Soleimani il 3 gennaio 2020 da parte dell’esercito americano

[5]     Oltre all’iniziativa americana, possiamo anche citare la legge adottata a Taiwan nel gennaio 2020: https://www.asie21.com/2020/03/10/taiwan-etats-unis-chine-les-etats united-weave-their-web-for-total-disaccoppiamento / # altro-16985

[6]     Presidente della Repubblica di Taiwan dal 20 maggio 2016 e bête noire di Pechino

https://www.revueconflits.com/general-qiao-liang-hegemonie-chine-laurent-gayard/

La trappola di Tucidide e l’ascesa e la caduta di grandi potenze, di Jacek Bartosiak

La trappola di Tucidide e l’ascesa e la caduta di grandi potenze

Una teoria usata per spiegare la guerra del Peloponneso può essere applicata anche alle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Cina.

Di: Jacek Bartosiak

Circa 2.400 anni fa, Tucidide, uno storico greco e autore di “Storia della guerra del Peloponneso”, ha espresso una visione che risuona nel pensiero strategico fino ad oggi. Sosteneva che la vera causa della guerra del Peloponneso era il rapido aumento del potere di Atene e la paura che questo suscitava a Sparta, che finora aveva dominato la Grecia. L’autore Graham Allison ha usato questo concetto nel suo libro “Destined for War”, in cui ha descritto il rapporto tra Stati Uniti e Cina come un esempio di “trappola di Tucidide” – l’idea che il declino di un potere dominante e l’ascesa di un il potere in competizione rende inevitabile la guerra tra i due.

Tucidide focalizzò i suoi scritti e le sue analisi sulle tensioni strutturali causate da un netto cambiamento nell’equilibrio di potere tra rivali. Ha sottolineato due fattori principali che contribuiscono a questo cambiamento: il crescente bisogno di convalida del potere aspirante e la sua richiesta, implicita o esplicita, di una voce più ampia e un posto strategico nelle relazioni multilaterali; e la paura e la determinazione del potere attuale di difendere lo status quo.

Nel V secolo a.C., Atene emerse come una forza potente che in pochi decenni era diventata una potenza marittima mercantile, possedendo risorse finanziarie e ricchezza ma raggiungendo anche il primato nel mondo greco nei campi della filosofia, della storia, della letteratura, dell’arte, dell’architettura e al di là. Ciò irritò gli spartani, il cui stato era fondato sul potere terriero dominante in Grecia durante il secolo precedente.

Come sosteneva Tucidide, il comportamento di Atene era comprensibile. Con il suo potere crescente, anche la sua fiducia aumentò, così come la consapevolezza delle ingiustizie passate e la determinazione a correggere i torti commessi contro di essa. Altrettanto naturale, secondo Tucidide, era il comportamento di Sparta, che interpretava il comportamento di Atene come ingrato e una minaccia al sistema che Sparta aveva creato e sotto il quale Atene era in grado di emergere come una grande potenza. Questa combinazione di fattori ha provocato tensioni strutturali e, successivamente, una guerra che ha devastato la Grecia.

Oltre allo spostamento obiettivo nell’equilibrio del potere, Tucidide ha attirato l’attenzione sulla percezione della situazione da parte dei leader spartani e ateniesi, che ha portato a un tentativo di aumentare il proprio potere attraverso alleanze con altri paesi nella speranza di ottenere un vantaggio strategico rispetto al loro rivale.

La lezione che ci ha dato Tucidide, tuttavia, è che le alleanze sono un’arma a doppio taglio. Quando scoppiò un conflitto locale tra Kerkyra (Corfù) e Corinto, Sparta sentì che, per mantenere l’equilibrio, doveva aiutare il suo vassallo, Corinto. La guerra del Peloponneso iniziò quando Atene venne in difesa di Kerkyra dopo che i leader di Kerkyra convinsero gli Ateniesi che una guerra di fatto con Sparta era già in corso. Corinto convinse anche gli spartani che, se non avessero attaccato l’Attica, sarebbero stati attaccati dagli stessi Ateniesi. Corinto accusò gli spartani di aver frainteso la gravità della minaccia di mantenere un favorevole equilibrio di potere in Grecia. Sebbene Sparta alla fine vinse la guerra del Peloponneso, sia Atene che Sparta uscirono dal conflitto trentennale in rovina.

Alleati di guerra del Peloponneso
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La trappola di Tucidide, che molti chiamano ora un “dilemma di sicurezza”, può essere vista anche nel contesto delle relazioni USA-Cina.

Gli Stati Uniti sono preoccupati per la crescente potenza economica e le capacità militari della Cina, ritenendo che potrebbe sfidare il primato degli Stati Uniti e l’architettura di sicurezza esistente nel Pacifico occidentale e nell’Asia orientale. La Cina, nel frattempo, teme che, finché gli americani saranno presenti in questa parte del mondo, limiteranno la legittima crescita del potere e dell’influenza cinese.

Lo scienziato politico Joseph Nye ritiene che il grilletto chiave nella trappola di Tucidide sia una reazione eccessiva alla paura di perdere il proprio status di potere e le prospettive di sviluppo futuro. Nel caso di Washington e Pechino, il relativo declino del potere americano e il rapido aumento del potere cinese destabilizzano le loro relazioni e ne rendono difficile la gestione. Il generale Martin Dempsey, allora presidente del Joint Chiefs of Staff of the US Armed Forces, ha anche ammesso nel maggio 2012 che il suo compito principale era quello di garantire che gli Stati Uniti non cadessero nella trappola di Tucidide.

A seguito della lenta ma evidente erosione della posizione degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale, è altamente ipotizzabile che possa emergere uno scenario in cui l’attuale egemon è tentato di condurre una controffensiva strategica in risposta a un incidente, anche banale, nel Mar Cinese Meridionale o nel Mar Cinese Orientale, credendo falsamente di avere un vantaggio rispetto al suo rivale inferiore. Ciò innescherebbe una moderna trappola di Tucidide.

Una lettura approfondita del lavoro di Tucidide rivela una seconda trappola, ancora più complessa e pericolosa della prima. Tucidide avvertì chiaramente che né Sparta né Atene volevano la guerra. Ma i loro alleati e stati vassalli riuscirono a convincerli che la guerra era inevitabile comunque, il che significava che entrambe le città-stato avrebbero dovuto ottenere un vantaggio decisivo in una fase iniziale del confronto crescente. Pertanto, decisero di entrare in guerra dopo essere stati invitati a farlo dai loro stati vassalli.

Secondo una ricerca condotta nel 2015 da un team guidato da Graham Allison presso il Belfer Center for Science and International Affairs di Harvard, 12 casi storici su 16 risalenti agli ultimi 500 anni e con somiglianze con quelli descritti sopra da Tucidide si sono conclusi in una guerra di dominio. Rilasciare la tensione competitiva, se possibile, ha sempre richiesto enormi e spesso dolorosi aggiustamenti alle aspettative, allo status e alla posizione internazionale.

Come ricorda Allison, otto anni prima dello scoppio della prima guerra mondiale, il re britannico Edoardo VII chiese al primo ministro britannico perché non vi fosse disaccordo con suo nipote, l’imperatore tedesco Guglielmo II, quando la vera minaccia per l’impero britannico erano gli Stati Uniti. Il primo ministro ha chiesto una risposta adeguata sotto forma di un memorandum dal capo del Ministero degli Esteri, Eyre Crowe.

Il memorandum, consegnato al re il giorno di Capodanno del 1907, era, come scrive Allison, “un diamante negli annali della diplomazia”. La logica al suo interno era veramente coerente con quella di Tucidide: la chiave per comprendere la minaccia tedesca era capire la capacità della Germania, nel tempo, di schierare non solo l’esercito più forte del Continente ma anche la flotta più forte, data la crescente forza del tedesco economia e vicinanza della Germania alla Gran Bretagna. Pertanto, indipendentemente dalle intenzioni tedesche, la Germania rappresenterebbe una minaccia esistenziale per la Gran Bretagna, il suo potere marittimo e la sicurezza delle rotte di comunicazione che collegano la metropoli con le colonie che rappresentavano la spina dorsale dell’impero.

Tre anni dopo, sia il presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt sia l’imperatore tedesco parteciparono al funerale di Edward. Roosevelt, egli stesso un appassionato sostenitore dell’espansione della flotta americana, chiese all’imperatore se la Germania avrebbe rinunciato a costruire una grande flotta. L’imperatore disse che la Germania era determinata a possedere una potente flotta e aggiunse che era cresciuto in Inghilterra, si sentiva in parte inglese e credeva che la guerra fosse impensabile.

A quel tempo, nel 1910, la guerra mondiale sembrava impossibile come adesso. Ma risulta che i legami culturali, spirituali, ideologici e persino familiari, nonché l’interdipendenza economica e il sistema commerciale globale, non sono sufficienti per prevenire i conflitti. Sia allora che ora.

Europa e Turchia in rotta di collisione sullo sfruttamento del Gas Naturale nel Mediterraneo Orientale? – di Piergiorgio Rosso

Europa e Turchia in rotta di collisione sullo sfruttamento del Gas Naturale nel Mediterraneo Orientale? – di Piergiorgio Rosso

Nel luglio 2019 i ministri degli esteri della UE hanno deciso di sanzionare la Turchia qualora continuasse le attività di perforazioni esplorative al largo di Cipro, considerate dall’UE “illegali”. Le sanzioni non sono ancora state attivate. Da notare che le prime analisi sismiche eseguite dai turchi nella zona di interesse economico (EEZ) cipriota risalgono al 2014 (!!) La Turchia ha risposto che le sue operazioni si svolgono in acque appartenenti alla sua piattaforma continentale o in zone di interesse dei Turco-Ciprioti.

La UE non ha oggettivamente molte frecce al suo arco: si consideri che la Turchia ospita ca. 3,5 milioni di rifugiati e che l’UE paga la Turchia per evitare che questi proseguano il loro viaggio verso l’Europa. Senza dimenticare che Istanbul è un partner NATO.

Peraltro anche la Turchia non ha molte strade per assicurarsi lo sfruttamento dei giacimenti che dovesse trovare: carente di tecnologia propria e non potendosi affidare alle società occidentali del settore oil&gas, dovrebbe rivolgersi ai russi. Mosca sarebbe però riluttante verso una collaborazione che la costringerebbe a rompere con i ciprioti con i quali ha storici rapporti di tipo economico e culturale-religioso. E’ dunque probabile che si arrivi ad un compromesso che permetta alla Turchia di godere di una parte della ricchezza energetica che il Mediterraneo Orientale promette di contenere. La questione vera si giocherà dunque sul percorso che il gas naturale cipriota – ma anche quello israeliano – seguirà.

Abbiamo già discusso ampiamente qui e qui le implicazioni industriali e geopolitiche del progetto di gasdotto EastMed. Di nuovo c’è che Turchia e Libia – o meglio il governo riconosciuto di Al Sarraj (GNA) appoggiato dalla Fratellanza Musulmana – hanno stipulato proprio nel novembre 2019 un Memorandum d’Intesa che definisce i reciproci confini marittimi (vedi figura 1).

Figura 1 – Piattaforma continentale libica e turca

Se non fosse chiaro il “disegnino” – che si sovrappone al percorso dell’EastMed – il Ministro degli esteri turco ha dichiarato: “ …questo accordo rappresenta anche un messaggio politico per il quale la Turchia non può essere esclusa nel Mediterraneo Orientale e nessun progetto potrà essere portato a termine in questo settore senza la partecipazione turca …”. In pratica un blocco al progetto se non il definitivo de profundis.

Sembra evidente che la Turchia stia perseguendo in modo determinato i suoi interessi strategici per esercitare nella zona influenza ed egemonia al di là della questione del gas naturale cipriota.

Reindirizzare sulla penisola anatolica – sfruttando il gasdotto esistente TANAP – il gas che in futuro si potrebbe estrarre nel Mediterraneo Orientale rappresenta un ovvio obiettivo sia per soddisfare il fabbisogno energetico interno sia per guadagnare una posizione di hub, cioè di intermediario fra paesi produttori – Azerbajan, Cipro, Israele – e consumatori dell’Europa Centro-Orientale.

D’altra parte è altrettanto evidente che con il Memorandum e con l’intervento militare decisivo in Libia, la Turchia potrà inserirsi nel gioco esteso che vede competere nel Mediterraneo Orientale USA, Russia, Israele, Egitto, Arabia Saudita, Emirati, tagliando fuori UE, Grecia e Cipro praticamente impotenti nella zona.

E l’Italia? Non pervenuta …

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