L’esercito americano riscrive “furiosamente” la deterrenza nucleare per affrontare Russia e Cina, afferma il capo di STRATCOM, di Tara Copp

Il cane che si morde la coda. Giuseppe Germinario

Ma “l’esperienza dell’America non è quella che era alla fine della Guerra Fredda”, avverte l’ammiraglio Chas Richard.

Gli Stati Uniti stanno “furiosamente” scrivendo una nuova teoria della deterrenza nucleare che affronta simultaneamente Russia e Cina, ha affermato il comandante in capo dell’arsenale nucleare americano, e hanno bisogno che più americani lavorino su come prevenire la guerra nucleare.

I funzionari del comando strategico degli Stati Uniti hanno risposto a come sono cambiate le minacce di Mosca e Pechino quest’anno, ha affermato Chas Richard, capo della STRATCOM, ammiraglio della marina.

Mentre le forze russe hanno attraversato le profondità dell’Ucraina questa primavera, Richard ha detto di aver consegnato la prima valutazione del comandante del mondo reale su ciò che sarebbe servito per evitare una guerra nucleare. Ma la Cina ha ulteriormente complicato la minaccia e giovedì l’ammiraglio ha fatto una richiesta insolita agli esperti riuniti al Simposio sulla difesa spaziale e missilistica a Huntsville, in Alabama:

“Dobbiamo tenere conto delle [minacce] a tre”, ha detto Richard. “Questo è senza precedenti nella storia di questa nazione. Non abbiamo mai affrontato due avversari con capacità nucleare pari allo stesso tempo, che devono essere dissuasi in modo diverso”.

La necessità di una nuova teoria della deterrenza arriva quando l’esperienza istituzionale sull’evitare la guerra nucleare si è atrofizzata, ha detto Richard.

“Anche la nostra esperienza di deterrenza operativa non è quella che era alla fine della Guerra Fredda. Quindi dobbiamo rinvigorire questo sforzo intellettuale. E possiamo iniziare riscrivendo la teoria della deterrenza, ti dirò che lo stiamo facendo furiosamente alla STRATCOM”, ha detto Richard.

Per rispondere alla Russia questa primavera, gli Stati Uniti hanno lanciato squadre di posti di comando nucleari nel loro velivolo E-6 Mercury “Looking Glass”, che sono Boeing 707 militarizzati, per operazioni aviotrasportate estese. I leader militari hanno anche lavorato per ottenere i suoi altri comandi di combattimento sulla stessa pagina su come smorzare e bloccare l’escalation russa.

STRATCOM ha anche adottato misure per evolvere oltre la tradizionale teoria della deterrenza nucleare della “distruzione reciprocamente assicurata”, che postula che qualsiasi uso di armi nucleari comporterebbe un uso di rappresaglia e l’annientamento totale di tutte le parti e ha impedito la guerra nucleare per quasi 75 anni.

Questo perché all’inizio dell’invasione, il presidente russo Vladimir Putin ha suggerito che Mosca potrebbe rispondere a qualsiasi difesa occidentale dell’Ucraina con armi nucleari. I funzionari statunitensi temono, anche se non si aspettano, ciò potrebbe significare che la Russia utilizzerà testate più piccole in numero limitato su obiettivi specifici, piuttosto che lanciare la guerra termonucleare globale che avevano temuto per decenni.

“Mosca sta usando sia la coercizione nucleare implicita che quella esplicita”, ha detto Richard. “Stanno cercando di sfruttare un divario di deterrenza percepito, una soglia al di sotto della quale credono erroneamente di poter utilizzare armi nucleari”, come usando le loro armi tattiche, armi nucleari a corto raggio.

Le minacce hanno spinto STRATCOM a cambiare la sua reazione.

“Abbiamo alcune cose a due parti migliori che in realtà stanno funzionando abbastanza bene nell’attuale crisi che è radicalmente diversa”, ha detto Richard. “Non linearità, collegamenti, comportamento caotico, incapacità di prevedere: tutti attributi che semplicemente non compaiono nella classica teoria della deterrenza”.

“Ma questa è una versione a due parti”, ha detto Richard. E non tiene conto dei preoccupanti sviluppi dell’ipersonico cinese che potrebbe trasportare testate nucleari, delle ambizioni del presidente Xi Jinping nei confronti di Taiwan, delle lezioni che Pechino sta traendo dalla risposta occidentale all’Ucraina o della possibilità che Cina e Russia possano trovare vantaggioso unire le loro ambizioni e costringere gli Stati Uniti ad affrontare minacce nucleari simultanee.

“La Russia e la Repubblica popolare cinese hanno la possibilità di raggiungere unilateralmente, ogni volta che lo decidono, un’escalation di violenza a qualsiasi livello in qualsiasi ambito. Possono farlo in tutto il mondo e possono farlo con qualsiasi strumento di potere nazionale. Semplicemente non siamo abituati ad affrontare competizioni e scontri del genere”, ha detto Richard.

https://www.defenseone.com/threats/2022/08/us-military-furiously-rewriting-nuclear-deterrence-address-russia-and-china-stratcom-chief-says/375725/

LO STATO DELLE COSE DELLA GEOPOLITICA, di Massimo Morigi _ 7a di 11 parti

AVVERTENZA

La seguente è la settima di undici parti di un saggio di Massimo Morigi. Nella prima parte è pubblicata in calce l’introduzione e nel file allegato il testo di Morigi; nella sua settima parte è disponibile la prosecuzione a partire da pagina 130. L’introduzione è identica per ognuna delle undici parti e verrà ripetuta solo nelle prime righe a partire dalla seconda parte.

PRESENTAZIONE DI QUARANTA, TRENTA, VENT’ANNI DOPO A LE
RELAZIONI FRA L’ITALIA E IL PORTOGALLO DURANTE IL PERIODO
FASCISTA: NASCITA ESTETICO-EMOTIVA DEL PARADIGMA
OLISTICO-DIALETTICO-ESPRESSIVO-STRATEGICO-CONFLITTUALE DEL
REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO ORIGINANDO DALL’ ETEROTOPIA
POETICA, CULTURALE E POLITICA DEL PORTOGALLO*

*Le relazioni fra l’Italia e il Portogallo durante il periodo fascista ora presentate sono
pubblicate dall’ “Italia e il Mondo” in undici puntate. La puntata che ora viene
pubblicata è la prima e segue immediatamente questa presentazione, e questa prima
puntata (come tutte le altre che seguiranno) è preceduta dall’introduzione alla stessa di
Giuseppe Germinario. Pubblicando l’introduzione originale delle Relazioni fra l’Italia
e il Portogallo durante il periodo fascista come prima puntata e che, come da indice,
non è numerata, la numerazione delle puntate alla fine di questa presentazione non
segue la numerazione ordinale originale in indice delle parti del saggio, che è stata
quindi mantenuta immutata, quando questa presente.

SETTIMA PUNTATA STATO DELLE COS

 

Capitalismo è potere, capitalisti tra i poteri_con Gianfranco La Grassa

Si muove brevemente dalla scadenza elettorale che occuperà il dibattito politico da qui al 25 settembre ed oltre; si passa progressivamente a considerare le logiche che muovono il conflitto politico e le dinamiche di composizione delle formazioni sociali. Il punto di partenza espresso da Gianfranco La Grassa non può prescindere dalla sua formazione teorica iniziale e quindi dalla definizione di Marx delle due caratteristiche essenziali che conformano il capitalismo. Presupposti allo stato, pur nella loro genialità, rivelatesi in parte errati, in parte insufficienti a spiegare la complessità delle dinamiche politiche conflittuali e dei comportamenti dei soggetti politici e dei centri decisori. La Grassa da un ventennio ha avviato con relativo successo un primo tentativo di definire chiavi interpretative più adeguate e cercato di inserire alcuni presupposti ancora validi della teoria marxiana nelle categorie determinanti e prevalenti del ruolo del politico nei vari ambiti delle sfere di attività sociale dell’uomo e nel conflitto determinante dei centri decisori. L’auspicio espresso è che questo sforzo teorico sia finalmente colto in Italia e proseguito da forze nuove e fresche meno vincolate dagli schemi maturati negli ultimi grandiosi e tragici due secoli. Schemi potenti, ma in buona parte fuorvianti rispetto all’effettivo corso degli eventi. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/v1fne8l-capitalismo-potere-capitalisti-tra-i-poteri-con-gianfranco-la-grassa.html

 

 

SE QUESTO È UN POPOLO, di Marco Giuliani

SE QUESTO È UN POPOLO

Ennesima strage di civili a Gaza per mano di Israele. Il silenzio e la complicità delle grandi potenze

Noi speranzosi, ci siamo spesso domandati come potrà – semmai dovesse avvenire – evolvere in meglio, generando pace, il processo geopolitico mediorientale, e nella fattispecie le tormentate relazioni israelo-palestinesi. In questa prima parte di agosto 2022, però, è ancora un dovere riflettere (amaramente) sul sopracitato argomento storico-politico perché si è appena perpetrata un’ulteriore strage di civili a seguito dell’ennesima “operazione di sicurezza” degli israeliani. Sul campo di Gaza, tra sabato 6 e domenica 7 agosto sono caduti molti bambini e molte donne innocenti, e l’indifferenza dei grandi capi di stato, al contrario di ciò che è successo per gli ucraini, provoca indignazione. Il sentimento di pietas a giorni alterni delle nazioni cosiddette “democratico-liberali” e più sviluppate è ormai arcinoto e diviene tanto più disgustoso quanto più è premeditato.

Allora, facciamo un paio di esempi non troppo a caso: Usa e Italia, che per ovvie ragioni ci interessano di più essendo oggi due governi fratelli e simbiotici anche in fatto di riarmo. La Casa Bianca è l’antico alleato di Israele e da questa variabile indipendente se ne generano altre, altrettanto importanti e decisive. Suddetta condizione garantisce una protezione non solo politica e militare a Tel Aviv, ma genera a sua volta un concatenarsi di elementi per cui l’Occidente Atlantico si senta vincolato a comportarsi di conseguenza, senza intromettersi né esprimersi, neanche dal punto di vista formale. Oppure, quando lo fa, come nel caso della Farnesina dopo gli ultimi attacchi aerei sulla Striscia, sembra mentire al mondo intero e a sé stesso. I morti palestinesi passano in secondo piano, mentre al contempo entra in circolo un meccanismo secondo cui la vittima si trasforma in aggressore, e al contrario, chi invade diviene vittima. La frase fatta, ritrita, pubblicata sui profili social del Ministero degli Esteri italiano, è la solita «condanna per il lancio di razzi verso Israele». Okay, e le oltre 40 vittime palestinesi (e zero israeliane) che significato hanno? Sono state assassinate per scherzo? Il signor Di Maio, mentre si prepara a traslocare, ci spieghi quale tipo di sudditanza malata scaturisce, visto l’artificioso rovesciamento dei ruoli a mezzo stampa, pur di non contravvenire all’amicizia interessata con lo stato ebraico. Che tipo di messaggio invia a quella parte di comunità che non è bene informata sulla annosa questione mediorientale e sul suo sviluppo in divenire? Lo sappiamo, è banale e scontato ripeterlo. Il rapporto del do ut des è sempre attuale, ma in alcune circostanze suona come un lubrico servilismo verso il potente di turno.

Povera Palestina, ridotta a una prigione a cielo aperto che non permette di fuggire a chi tenta di farlo come rifugiato di guerra. Già, neanche questo è consentito a quei cittadini sotto le bombe che attendono di far parte di uno Stato legittimo da circa un secolo. Se questo è un popolo; se lo è, parafrasiamo al plurale il libro di Levi, che tanti strumentalizzano. E allora i potenti della terra intervengano, parlino e condannino, o perlomeno smettano di trafficare in armi ipertecnologiche con Israele, che oramai è tra i paesi più all’avanguardia dal punto di vista militare. Se questo è un popolo, continuare a parlare di guerra è ipocrita, perché Tel Aviv da anni gioca al gatto col topo, ripetendo sempre più frequentemente migliaia di operazioni definite “preventive”, le quali uccidono migliaia di poveracci che con il terrorismo islamico non c’entrano nulla. Se questo è un popolo, tutti i piagnoni che dal divano di casa “abbaiano” – cit. papa Francesco – all’invasione russa in Ucraina (scordandosi del massacro di migliaia di russofoni da parte di Kiev) e si scandalizzano della propaganda del Cremlino (come se dall’altra parte non ci fosse) urlino anche adesso, se hanno un minimo di credibilità; si dissocino dal bagno di sangue che avviene periodicamente presso la Striscia di Gaza. Anzi, facciano prima: siccome è un triste teatrino che oggi va di moda, chiedano ai rispettivi governanti di spedire armi al popolo aggredito in modo che possa difendersi. No, non lo fanno, perché i bambini palestinesi sembrano appartenere a un mondo lontano e forse perché non hanno gli occhi chiari come tanti ucraini. Forse perché sono musulmani? O forse perché POCHI fanno credere a MOLTI che Tel Aviv sia l’unico modello di democrazia del quadrante mediorientale (pensate se non lo fosse…).

Se questo è un popolo, infine, gli venga permesso di accedere agli ospedali quando ha dei feriti da curare, e non vengano sbarrati gli accessi alle autorità sanitarie, come denunciato poche ore fa da Medici senza Frontiere. Sempre se questo è un popolo.

 

MG

 

 

BIBLIOGRAFIA

Televideo Rai, pagina 150 del 07/08/2022 –

Sky TG24, edizioni del 6 agosto 2022 –

 

SITOGRAFIA

Profilo Twitter del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, consultato il 07/08/2022 –

Profilo Facebook di Medici senza Frontiere, pagina consultata l’8/08/2022 –

www.adnkronos.com, pagina del 7 agosto 2022 consultata il 9 agosto 2022 –

www.centrostudiamericani.org, pagina del 9 agosto 2022, consultata il 9 agosto 2022 –

 

 

 

L’ORIGINE DEL VIRUS SARS-COV-2 È ARTIFICIALE. UNA RIFLESSIONE CRITICA, di Luigi Longo

L’ORIGINE DEL VIRUS SARS-COV-2 È ARTIFICIALE. UNA RIFLESSIONE CRITICA.

di Luigi Longo

 

La narrazione che il potere continua a dare sull’origine del virus SARS-CoV-2 è quella di una sua origine naturale sviluppatasi a partire dal mercato cinese di Wuhan, una metropoli di 11 milioni di abitanti, capoluogo della provincia centro-meridionale dell’Hubei, è uno dei cuori economici della Cina in cui si intersecano un grandissimo numero di linee ferroviarie, stradali e aree che collegano il Paese al suo interno e col resto del mondo. Wuhan è dunque un hub economico, industriale, finanziario e logistico, ma anche meta turistica e importante città universitaria (cfr il mio scritto su L’Europa tra le vie della nato, le vie della seta e le vie dell’energia, seconda parte, pubblicato su questo sito).

Tale narrazione non rispetta gli elementi fondamentali di un confronto tra scienziati aperti a tutte le ipotesi e le tesi scientificamente dimostrate. Non solo, ma la scienza, in questa narrazione, è intesa in maniera neutrale, cioè senza farla passare nel gioco feroce del conflitto strategico dei dominanti delle potenze mondiali.

A partire dalla lettura del libro di Paolo Barnard con Steven Quay e Angus Dalgleish dal titolo L’origine del virus (Chiarelettere editore, Milano 2021), avanzo una riflessione critica. E’ un libro che dimostra la natura artificiale del virus SARS-CoV-2 già ipotizzata da altri saperi (conflitto strategico, geopolitica, eccetera).

La critica che avanzo agli autori è la concezione neutrale che hanno della scienza. Nel cercare di capire il perchè ci sono laboratori nel mondo, come quelli che usano la branca della scienza mefitica della Gain of Function, che producono virus chimerici, cioè manipolati geneticamente, per inventare una malattia nell’eventualità che un giorno esista davvero, non hanno la capacità di leggere l’insieme della realtà. Questa è una totale perversione, espressione di una crisi profonda di civiltà, soprattutto occidentale! Per gli autori i laboratori vanno chiusi per eticità, un valore generico, non calato nella realtà della guerra batteriologica tra potenze, che nulla dice perché è di una astrazione così alta che non fa vedere la realtà! Una dichiarazione da anima bella di hegeliana memoria.

E’ evidente che gli autori sono a digiuno di altri saperi e di orientamenti teorici che leggono i fenomeni dentro i rapporti sociali; essi praticano la divisione del lavoro sistemica che fa della parcellizzazione un punto di forza che non costruisce l’insieme delle dinamiche politiche, sociali, economiche e culturali. Loro non lo sanno ma praticano la scienza come quelli che usano la Gain of Function.

Gli autori insistono sulla responsabilità della Cina nella presunta fuga del virus dal laboratorio, ignorando che tutte le potenze mondiali usano la biologia come arma di conflitto; la storia questo insegna. E’ evidente che non si tratta di una fuga dal laboratorio ma di una guerra biologica iniziata dagli USA (molti studiosi lo sostengono) quale potenza mondiale in declino, massima esperta di guerra biologica! L’esempio concreto più recente è la presenza in Ucraina dei laboratori biologici statunitensi che conferma l’uso delle armi batteriologiche da parte degli USA (per non parlare di quelli segreti sparsi nel mondo!).

Gli autori indicano Anthony Fauci e Peter Daszak, quali finanziatori della Gain of Function, ma non riescono a collegarli agli agenti strategici statunitensi, in conflitto tra loro per l’egemonia; così come non li collegano agli agenti strategici cinesi in conflitto tra loro per l’egemonia.

Il tutto nel grande gioco del conflitto strategico per l’egemonia mondiale.

Gli autori sono, si, degli scienziati autorevoli nel loro sapere particolare, ma sono delle anime belle nel non capire come il loro sapere si inquadra nei rapporti sociali.

 

 

La reazione della Cina alla visita di Pelosi rivela i suoi piani di conflitto a Taiwan, di moon of alabama

Continua la risposta della Cina alla visita di Pelosi a Taiwan :

Taipei, 6 agosto (CNA) Il Ministero della Difesa Nazionale (MND) di Taiwan ha dichiarato sabato che diversi aerei e navi militari cinesi hanno operato vicino a Taiwan al mattino in quella che credeva essere una simulazione di un attacco all’isola principale di Taiwan. In un breve comunicato stampa, l’MND ha affermato che diversi aerei e navi militari cinesi hanno condotto attività vicino a Taiwan sabato mattina, con alcuni di loro che hanno attraversato la linea mediana dello Stretto di Taiwan, una zona cuscinetto non ufficiale normalmente evitata sia dagli aerei militari taiwanesi che da quelli cinesi e navi.

L’MND ha aggiunto che l’esercito cinese stava probabilmente “simulando un attacco all’isola principale di Taiwan”.

La linea mediana dello Stretto di Taiwan è stata tracciata nel 1955 dal generale dell’aviazione statunitense Benjamin Davis. Non ha più alcun significato.

Il traffico marittimo intorno a Taiwan continua senza troppi problemi. I porti di Taiwan sono ancora accessibili. Le navi evitano le zone che la Cina aveva designato come aree bersaglio.


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Alcune persone dell’agenzia di stampa taiwanese CNA ora riconoscono come sarebbe un vero conflitto con la Cina ( traduzione automatica):

Gli esperti hanno sottolineato che le esercitazioni militari su larga scala senza precedenti della Cina intorno a Taiwan ora danno un’idea di come l’esercito comunista bloccherà l’isola di Taiwan se lancerà una guerra contro Taiwan in futuro, e smaschererà anche l’esercito cinese. Dopo che Pelosi ha lasciato Taiwan, l’esercito comunista ha emesso un altro avviso di navigazione e munizioni vere [saranno] sparate nel Mar Giallo per 10 giorni consecutivi

Questa è la prima volta che un’esercitazione militare cinese si è avvicinata così vicino a Taiwan, con alcune esercitazioni operanti a meno di 20 chilometri dalla costa di Taiwan.

Un’altra cosa senza precedenti è che la posizione dell’esercitazione dell’esercito comunista include il mare e lo spazio aereo a est di Taiwan. Questa è un’area di importanza strategica per le truppe taiwanesi per ricevere rifornimenti e per eventuali rinforzi statunitensi.

Il mondo esterno ha a lungo ipotizzato che una delle strategie preferite dalla Cina per attaccare Taiwan fosse un blocco.

Questa azione di accerchiamento ha lo scopo di impedire a qualsiasi nave e aereo commerciale e militare di entrare o uscire da Taiwan, nonché di impedire l’avanzata di Taiwan da parte delle truppe statunitensi di stanza nella regione. Song Zhongping, un analista militare cinese indipendente, ha affermato che l’esercito cinese “ha ovviamente tutte le capacità militari per imporre un tale blocco” .

La Cina ha infatti la capacità di bloccare completamente Taiwan. Poiché l’intera area è anche coperta dai missili balistici terrestri cinesi e alla portata della sua forza aerea, è facile stabilire un blocco e difficile da violare.

L’esercito cinese non è più la forza armata alla leggera non professionale che alcuni pensano ancora che sia:

Secondo l’agenzia di stampa Xinhua, l’esercito cinese ha inviato più di 100 aerei militari e più di 10 fregate e cacciatorpediniere nell’esercitazione, tra cui il caccia stealth J-20 e il cacciatorpediniere Type 055, che sono armi all’avanguardia dell’aeronautica cinese e Marina, rispettivamente. Inoltre, attraverso l’esercitazione, l’EPL può testare e rafforzare le capacità di combattimento coordinate delle truppe partecipanti di vari servizi e armi, comprese le truppe di terra, mare, aria e missili, nonché le capacità di supporto strategico responsabili della guerra informatica.

Inoltre, l’esercitazione ha anche rappresentato un importante test per l’Eastern Theatre Command istituito dal Partito Comunista Cinese nel 2016. Questo teatro è responsabile delle operazioni militari in tutti i mari orientali della Cina e quindi copre Taiwan.

John Blaxland, professore di sicurezza internazionale presso l’Australian National University, ha detto ai giornalisti che ciò che la Cina aveva mostrato finora era un “grande esercito”.

“Non possono essere liquidati come una sorta di esercito meno esperto e poco potente, sono chiaramente in grado di coordinare operazioni terrestri e marittime e in grado di utilizzare sistemi missilistici ed essere efficaci”, ha affermato.

Braxland ha affermato che le esercitazioni dell’esercito cinese hanno mostrato a Taiwan, agli Stati Uniti e al Giappone che la Cina “ha le condizioni per svolgere le azioni che hanno minacciato di intraprendere”.

Barxland non è l’unico esperto “occidentale” a essere colpito da questa dimostrazione di forza ben coordinata.

Se si confronta una potenziale guerra su Taiwan con l’attuale guerra per procura NATO-Russia in Ucraina, si possono vedere i problemi degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti probabilmente vorranno evitare un conflitto diretto su Taiwan con una Cina armata di armi nucleari, proprio come evitano uno con la Russia in Ucraina. Questo è il motivo per cui Biden è in contrasto con i legislatori che vogliono attuare un folle Taiwan Policy Act che impegnerebbe gli Stati Uniti nella difesa delle isole.

Gli Stati Uniti preferirebbero aiutare Taiwan con altri mezzi. Ma come?

Un blocco aereo e marittimo colpirebbe duramente Taiwan. Circa il 40% della sua elettricità è generata da gas naturale che deve importare . Un’altra grande parte è prodotta con carbone importato anche da Taiwan. Lo stesso vale per i prodotti petroliferi. Prima che Pelosi sbarcasse a Taipei, le riserve di gas dell’isola erano sufficienti per soli 11 giorni . Il carbone e il petrolio sono più facili da immagazzinare, ma si esaurirebbero comunque prima che un blocco possa essere revocato.

Poi c’è il cibo :

Nel 2018, il tasso di autosufficienza alimentare di Taiwan è solo del 35%. Inoltre, la produzione effettiva di terreni agricoli a Taiwan è di circa 520.000 ettari, che è ben lontana dall’obiettivo di 740.000-810.000 ettari prescritto dal Ministero dell’Interno. In quanto nazione insulare, l’approvvigionamento alimentare dipende dal commercio internazionale ed è considerato pericoloso.

Un blocco totale di Taiwan probabilmente lo metterebbe in ginocchio nel giro di poche settimane o mesi. Tempo che potrebbe essere utilizzato per sconfiggere la sua forza aerea, le sue difese aeree e i suoi missili e prevenire gli attacchi di Taiwan alle risorse continentali della Cina. La Cina non deve invadere l’isola. Deve solo aspettare fino a quando non viene invitato a entrare.

In risposta a un blocco cinese di Taiwan, gli Stati Uniti dichiarerebbero probabilmente un blocco della Cina dalle importazioni di energia, cioè petrolio e GPL. Potrebbe applicarlo impedendo alle navi cinesi di passare attraverso Malacca Street e altri colli di bottiglia marittimi. (Il secondo grande gasdotto che la Russia sta attualmente costruendo verso la Cina è una delle contromosse a questa minaccia.)

In caso di blocco e controblocco la domanda diventa chi potrebbe resistere più a lungo. Qui la Cina ha il vantaggio di maggiori riserve. Anche gli Stati Uniti avrebbero solo pochi alleati in un simile conflitto. La Cina, come la Russia adesso, sarebbe ancora in regola con il resto del mondo. Ciò gli consentirebbe di mitigare la maggior parte delle conseguenze.

Andrei Martyanov sembra pensare che la flotta di sottomarini statunitensi tecnologicamente superiore potrebbe sconfiggere la marina cinese nel Mar Cinese Meridionale. Dubito che sia ancora così. È anche del tutto irrilevante. I sottomarini non possono revocare i blocchi imposti dai missili terrestri e da un’aviazione che vola sotto la copertura protettiva della difesa aerea della Cina continentale.

Oltre alle manovre la Cina ha adottato contromisure politiche contro gli USA :

Venerdì il ministero degli Esteri cinese ha annunciato le seguenti contromisure in risposta:
1. Annullamento del colloquio tra i comandanti teatrali tra Cina e Stati Uniti.
2. Annullamento dei colloqui di coordinamento della politica di difesa tra Cina e Stati Uniti (DPCT).
3. Annullamento delle riunioni dell’accordo consultivo marittimo militare Cina-USA (MMCA).
4. Sospensione della cooperazione Cina-USA sul rimpatrio degli immigrati clandestini.
5. Sospensione della cooperazione Cina-USA sull’assistenza legale in materia penale.
6. Sospensione della cooperazione Cina-USA contro i crimini transnazionali.
7. Sospensione della cooperazione Cina-USA contro il narcotraffico.
8. Sospensione dei colloqui Cina-USA sul cambiamento climatico

Gli appelli dei capi del Pentagono alla Cina ora restano senza risposta .

Gli Stati Uniti vogliono provocare ulteriormente la Cina con un altro passaggio di una nave da guerra attraverso lo Stretto di Taiwan. Ma l’interpretazione legale della Cina è che un passaggio militare non invitato attraverso la sua zona economica non è consentito. Gli Stati Uniti fanno la stessa affermazione quando si tratta della propria zona economica.

Poiché la Cina ha interrotto tutte le comunicazioni militari con gli Stati Uniti, il rischio di un passaggio è ora molto più alto. Non c’è da stupirsi quando la Cina reagisce.

Inserito da b il 6 agosto 2022 alle 16:37 UTC | Collegamento permanente

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L’ultimo sondaggio di Gallup mostra che quegli americani ossessionati dalla Russia sono una minoranza marginale, di Andrew Korybko

Il fatto che solo l’1% degli americani consideri la Russia come il “problema più importante” degli Stati Uniti mostra quanto i media mainstream siano estranei agli interessi del loro pubblico mirato. Ciò a sua volta aggiunge credito alla speculazione secondo cui il loro governo gli ha ordinato di condurre questa campagna di guerra dell’informazione senza precedenti contro la Russia nonostante sia popolare solo tra una minoranza marginale.

Il Mainstream Media (MSM) ha condotto una campagna di guerra dell’informazione senza precedenti contro la Russia già da quasi sei mesi, ma l’ultimo sondaggio di Gallup mostra che letteralmente solo l’1% degli americani lo considera il “problema più importante” degli Stati Uniti nonostante il loro governo già inviando a Kiev decine di miliardi di dollari a loro nome come parte della sua guerra per procura contro quella Grande Potenza eurasiatica. Ciò conferma che quegli americani ossessionati dalla Russia sono una minoranza marginale.

La società di sondaggi ha anche notato nel loro rapporto che l’1% di coloro che considerano la Russia il “problema più importante” del proprio paese è un forte calo rispetto a marzo, quando il 9% di loro condivideva tale opinione. Ciò suggerisce che gli americani sono stati influenzati in modo più potente all’inizio della campagna di guerra dell’informazione anti-russa del MSM, ma da allora sono diventati insensibili ad essa, con questioni interne come l’inflazione, la leadership disfunzionale e l’aborto considerati molto più importanti da loro al giorno d’oggi.

Questa è una cattiva notizia per i guerrafondai di Washington che presumevano erroneamente che il loro pubblico mirato potesse continuare a vedere la Russia come il “problema più importante” del loro paese fino all’estate. Quello che sembra essere successo è che i loro proxy MSM hanno esagerato e quindi hanno inflitto danni irreparabili alle loro operazioni di guerra dell’informazione dopo che il 99% degli americani non si preoccupa più del conflitto ucraino .

In assenza di una grande provocazione volta a fabbricare artificialmente un’altra falsa narrativa allarmante sulla Russia, potrebbe benissimo finire per essere il caso che questa tendenza sia irreversibile. In poche parole, l’MSM ha condiviso troppe affermazioni sulla Russia troppo in fretta al punto che la maggior parte delle persone ha iniziato a rinunciare dopo aver realizzato che tutto ciò che gli veniva detto su quale fosse una minaccia per il loro paese non è mai finito per essere esaurito.

La Russia non ha mai attaccato la NATO, la terza guerra mondiale non è scoppiata e nessuna spaventosa apocalisse nucleare si è mai verificata a differenza di ciò che il MSM aveva avvertito che stava per accadere. Il conflitto ucraino rimane contenuto e gli americani si sono presto resi conto di avere cose molto più importanti di cui preoccuparsi, come l’inflazione, di cui nessuno incolpa seriamente la Russia. “L’aumento dei prezzi di Putin” di cui Biden non si stanca mai di parlare non ha preso piede ed è ampiamente deriso come propaganda intellettualmente offensiva.

Probabilmente non c’è nulla che il governo degli Stati Uniti possa fare per far sì che la sua gente si prenda più cura, poiché molto probabilmente non morderebbe l’esca anche se i loro servizi di intelligence hanno progettato una grande provocazione come era stato precedentemente previsto. Ciò suggerisce che i Democratici non possono realisticamente fare campagna per il sostegno dell’amministrazione Biden a Kiev poiché il 99% degli elettori non pensa che abbia affrontato il “problema più importante del loro paese”. Al contrario, un numero crescente lo considera un’operazione di riciclaggio di denaro.

Il fatto che solo l’1% degli americani consideri la Russia come il “problema più importante” degli Stati Uniti mostra anche quanto l’MSM non sia in contatto con gli interessi del proprio pubblico mirato. Ciò a sua volta aggiunge credito alla speculazione secondo cui il loro governo gli ha ordinato di condurre questa campagna di guerra dell’informazione senza precedenti contro la Russia nonostante sia popolare solo tra una minoranza marginale. Basandosi su questa osservazione, si può concludere che i media americani non sono così “indipendenti” come affermano di essere.

In vista del futuro, è improbabile che le ossessive diffamazioni di MSM contro la Russia finiscano presto, anche se il 99% degli americani non lo considera il “problema più importante del proprio Paese”. Questo perché il governo degli Stati Uniti vuole segnalare falsamente ai suoi vassalli transatlantici che il loro stesso popolo presumibilmente non ha perso interesse in questa guerra per procura nella speranza che questa bugia convincerà i loro leader a non vacillare nel loro sostegno a Kiev come si preoccupano i funzionari americani già in atto.

Come l’autore ha notato la scorsa settimana, ” Il servizio fotografico di Vogue di Zelenskys ha esposto ciò che è diventato una sciarada il conflitto ucraino “, mentre l’ultimo sondaggio di Gallup ha appena confermato quell’osservazione con fatti statistici che nessuno può negare poiché quella società è considerata la più rispettabile al mondo nella sua campo. Questo sviluppo “politicamente scomodo” dimostra quale fallimento sia stata la campagna di guerra dell’informazione contro la Russia gestita dal governo statunitense del MSM.

https://korybko.substack.com/p/gallups-latest-poll-shows-that-those

LE MANI SULL’UCRAINA, SU TAIWAN E SUL KOSOVO: SINO A CHE PUNTO SI STANNO SPINGENDO GLI USA?_di Marco Giuliani

Intanto, in Italia, i maggiori partiti si raccomandano alla Casa Bianca per paura di perdere voti

 

La delicatissima fase in tema di relazioni internazionali che sta attraversando il pianeta (tutto) in questo 2022 sembra degenerare di giorno in giorno, senza soluzione di continuità. Ma qualcuno, in particolare, non si accontenta del conflitto russo-ucraino, tanto meno dello stato di enorme difficoltà che sta passando l’Unione Europea a fronte delle sanzioni inflitte a Mosca e del conseguente taglio delle forniture dei materiali energetici da parte del Cremlino. Viene spontaneo porsi alcune domande e tentare, previa analisi della situazione in divenire e dei relativi dati, di fornire delle risposte, che per altro appaiono sempre più come delle conclusioni fondate anziché delle supposizioni. Nel superare, infatti, la cosiddetta “linea rossa” citata da diversi capi di Stato sparsi nel mondo, gli Stati Uniti stanno gettando benzina sul fuoco della tensione già presente in diverse aree alimentando uno scontro che talvolta essi stessi hanno innescato senza ragioni apparenti. Quali sono gli obiettivi reali non tanto di Joe Biden – ormai in piena fase senile – quanto dell’establishment politico-finanziario-statunitense, oltre a quello di rimpinguare le casse delle grandi multinazionali che producono armi?

Andiamo per ordine. L’Europa orientale sta vivendo il suo sesto mese di guerra, e le dinamiche sono più o meno rimaste le stesse: i russi si allargano e gli ucraini reagiscono come possono grazie all’invio di armi da parte di UE e Washington e facendosi scudo con strutture residenziali. I caduti, tra militari e civili, potrebbero essere oggi qualcosa come 40-50.000, anche se le stime, per vari motivi, non possono (e non potranno, se non tra diversi anni) essere precise. A Bruxelles non importa, tanto meno alla Casa Bianca; i due soggetti terzi, di fatto, continuano a “dirigere” le ostilità con una regia che Zelensky – mentre fornisce previsioni cervellotiche per cui Putin attaccherà anche altri paesi – asseconda tout court dalle stanze del “grande fratello” di Kiev.

Contemporaneamente, nell’emisfero opposto del globo si inasprisce la tensione tra la Cina e i soliti Usa per la questione-Taiwan, presso cui ha transitato la Pelosi, facendo arrabbiare di brutto Pechino. Anche in questa circostanza, sembra abbastanza chiaro l’intento degli americani di mostrare i muscoli e dare dimostrazione di poter fare il loro comodo ingerendo dall’Atlantico al Pacifico tramite la ormai ben nota guerra ibrida. Ma attenzione, i cinesi non sono gli afghani, e visto il coinvolgimento del nucleare, la lite potrebbe diventare spiacevole per tutti. Ora, rispetto allo status dei rapporti tra le due superpotenze, rientra probabilmente il disegno di creare una lacerazione profonda tra l’Occidente e suoi dirimpettai orientali fornendo arsenali e denaro a coloro che l’Occidente stesso vorrebbe diventassero alleati strettissimi. Contrapponendosi, in omnibus et pro omnibus, ai paesi che al contrario sta trasformando in nemici senza che in tempi recenti abbiano operato delle mosse per diventarlo. A margine di una politica del genere, anche Ronald Reagan avrebbe potuto sembrare un moderato.

 

Terza questione: Kosovo. Provincia autonoma storicamente a grande maggioranza albanese, fa parte del reclutamento di quanti più paesi europei possano entrare a far parte dell’alleanza atlantica, forzatura che Nato e Usa vogliono per creare un punto di contatto tra la crisi ucraina e l’instabilità nei Balcani; stavolta, il nemico inquadrato è la Serbia, vicina a Vladimir Putin e guarda caso uno dei pochi stati dell’area che non ha chiuso lo spazio aereo a Mosca. In più c’è la minaccia diretta: «Se i serbi prevaricano, la Nato interverrà con la forza», fanno sapere dal KFOR, missione militare interforze a presidio dell’area, che conta la presenza di quasi mille unità italiane sul campo. In forma più leggera, ma analogamente a quanto è successo dai primi anni Duemila in Ucraina nei confronti dei russofoni, le autorità kosovare stanno operando un graduale ma continuo smantellamento di tutto ciò che contrassegna l’identità serba (targhe, documenti, simboli). Il risultato è che i serbi kosovari protestano inducendo le autorità locali a opporre un controllo di polizia, il quale ha provocato già diversi scambi a fuoco presso il confine. È una strategia rozza della Nato? Forse, o forse no. Annotiamo esclusivamente che alcuni giorni fa ha avuto luogo un incontro tra il Segretario di Stato statunitense Blinken e il premier kosovaro Kurti per definire la futura integrazione euro-atlantica del Kosovo.

Dalle nostre parti, intanto, in vista delle politiche di settembre, in un clima da mercato delle vacche, si pensa più alle poltrone che al fabbisogno dei cittadini. Tra i maggiori partiti italiani, in relazione all’appiattimento che da mesi contraddistingue la loro propaganda, si è formata la fila per raccomandarsi a Washington, ribadendo fedeltà – per non dire asservimento – al Patto Atlantico in fatto di rapporti bilaterali e fornitura di armi (più soldi) agli ucraini. Ergo: anziché manifestare apertamente una propria autonomia di pensiero e anteporre la salvaguardia degli interessi nazionali, il grande centro allineato preferisce l’endorsement della Casa Bianca. L’Italia politica del terzo millennio è arrivata anche a questo.

                               MG

 

BIBLIOGRAFIA

AA.VV., The Last of the Whampoa Breed: Stories of the Chinese Diaspora, Columbia University Press, 2003 –

  1. Biagini, Storia dell’Albania, Milano, Bompiani, 1998 –

 

SITOGRAFIA

www.tag24.it, pagina del 04/08/2022 consultata il 04/08/2022 –

www.lantidiplomatico.it, pagina del 04/08/2022 consultata il 04/08/2022 –

Tra Serbia e Kosovo è ancora guerra delle targhe, articolo pubblicato il 01/08/2022 sulla pagina www.ispionline.it, consultata il 05/08/2022 –

Segretario Blinken incontra il presidente kosovaro Osmani e il Primo Ministro Kurti, articolo pubblicato il 26/07/2022 su www.state.gov, sito del Dipartimento di Stato Usa, consultato il 05/08/2022 –

Una guida alla teoria delle relazioni internazionali alla luce della guerra in Ucraina, di Stephen M. Walt

Una “originale” interpretazione della reazione “equilibrata” del mondo occidentale all’intervento russo in Ucraina, densa comunque di spunti sui quali riflettere. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Una guida alla teoria delle relazioni internazionali alla luce della guerra in Ucraina

Una considerazione su quali teorie sono state confermate e quali sono fallite.

Di  , editorialista di Foreign Policy e Robert e Renée Belfer, professore di relazioni internazionali all’Università di Harvard.

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Il mondo è infinitamente complesso e, per necessità, ci affidiamo tutti a varie credenze o teorie su “come funziona il mondo” per cercare di dare un senso a tutto ciò. Poiché tutte le teorie sono semplificazioni, nessun approccio unico alla politica internazionale può tenere conto di tutto ciò che sta accadendo in un dato momento, prevedere esattamente cosa accadrà nelle settimane e nei mesi a venire o offrire un piano d’azione preciso di cui è garantito il successo. Anche così, il nostro bagaglio di teorie può ancora aiutarci a capire come è avvenuta la tragedia in Ucraina, spiegare alcuni di ciò che sta accadendo ora, segnalarci opportunità e potenziali insidie ​​e suggerire alcune ampie linee d’azione per il futuro. Poiché anche le migliori teorie delle scienze sociali sono rozze e ci sono sempre eccezioni anche a regolarità consolidate, gli analisti saggi guarderanno a più di uno per intuizioni e manterranno un certo scetticismo su ciò che ognuno di loro può dirci.

Alla luce di quanto sopra, cosa hanno da dire alcune note teorie sulle relazioni internazionali sui tragici eventi in Ucraina? Quali teorie sono state rivendicate (almeno in parte), che sono state ritenute carenti e quali potrebbero evidenziare questioni chiave mentre la crisi continua a svilupparsi? Ecco un’indagine provvisoria e tutt’altro che completa di ciò che gli studiosi hanno da dire su questo pasticcio.

Realismo e liberalismo

Non sono certo un osservatore obiettivo qui, ma è ovvio per me che questi eventi preoccupanti hanno riaffermato la rilevanza duratura della prospettiva realista sulla politica internazionale. A livello più generale, tutte le teorie realistiche descrivono un mondo in cui non esiste alcuna agenzia o istituzione in grado di proteggere gli stati gli uni dagli altri e in cui gli stati devono preoccuparsi se un pericoloso aggressore potrebbe minacciarli in futuro. Questa situazione costringe gli stati, in particolare le grandi potenze, a preoccuparsi molto della loro sicurezza e a competere per il potere. Sfortunatamente, queste paure a volte portano gli stati a fare cose orribili. Per i realisti, l’invasione russa dell’Ucraina (per non parlare dell’invasione americana dell’Iraq nel 2003) ci ricorda che le grandi potenze a volte agiscono in modi terribili e sciocchi quando credono che i loro interessi di sicurezza fondamentali siano in gioco. Quella lezione non giustifica tale comportamento, ma i realisti riconoscono che la condanna morale da sola non lo impedirà. È difficile immaginare una dimostrazione più convincente dell’importanza dell’hard power, in particolare del potere militare.Anche la Germania postmoderna sembra aver recepito il messaggio .

Purtroppo, la guerra illustra anche un altro concetto realista classico: l’idea di un “dilemma di sicurezza”. Il dilemma sorge perché i passi che uno stato compie per rendersi più sicuro spesso rende gli altri meno sicuri. Lo stato A si sente insicuro e cerca un alleato o acquista altre armi; Lo Stato B si allarma per questo passaggio e risponde a tono, i sospetti si approfondiscono ed entrambi i paesi finiscono per essere più poveri e meno sicuri di prima. Aveva perfettamente senso che gli stati dell’Europa orientale volessero entrare nella NATO (o il più vicino possibile ad essa), date le loro preoccupazioni a lungo termine sulla Russia. Ma dovrebbe anche essere facile capire perché i leader russi, e non solo Putin, hanno considerato questo sviluppo allarmante. Ora è tragicamente chiaro che la scommessa non ha dato i suoi frutti, almeno non per quanto riguarda l’Ucraina e probabilmente la Georgia.

Vedere questi eventi attraverso la lente del realismo non significa sostenere le azioni brutali e illegali della Russia; è semplicemente riconoscere tale comportamento come un aspetto deplorevole ma ricorrente delle vicende umane. I realisti da Tucidide in giù attraverso EH Carr, Hans J. Morgenthau, Reinhold Niebuhr, Kenneth Waltz, Robert Gilpin e John Mearsheimer hanno tutti condannato la natura tragica della politica mondiale, avvertendo allo stesso tempo che non possiamo perdere di vista i pericoli che il realismo mette in evidenza, compresi i rischi che sorgono quando si minaccia ciò che un altro stato considera un interesse vitale. Non è un caso che i realisti abbiano da tempo sottolineato i pericoli dell’arroganza e i pericoli di una politica estera eccessivamente idealistica, sia nel contesto della guerra del Vietnam, dell’invasione dell’Iraq nel 2003, sia del perseguimento ingenuo dell’allargamento aperto della NATO . Purtroppo, in ogni caso i loro avvertimenti sono stati ignorati, solo per essere vendicati da eventi successivi.

La risposta straordinariamente rapida all’invasione della Russia è anche coerente con una comprensione realistica della politica delle alleanze. I valori condivisi possono rendere le alleanze più coese e durature, ma i seri impegni per la difesa collettiva derivano principalmente dalla percezione di una minaccia comune . Il livello di minaccia, a sua volta, è una funzione del potere, della vicinanza e del nemico con capacità offensive e intenzioni aggressive. Questi elementi spiegano molto il motivo per cui l’Unione Sovietica ha dovuto affrontare forti coalizioni di bilanciamento in Europa e in Asia durante la Guerra Fredda: aveva una grande economia industriale, il suo impero confinava con molti altri paesi, le sue forze militari erano grandi e progettate principalmente per operazioni offensive e sembrava avere un carattere altamente revisionista ambizioni (cioè la diffusione del comunismo). Oggi, le azioni della Russia hanno aumentato notevolmente la percezione della minaccia in Occidente e il risultato è stato un’esibizione di un comportamento equilibrato che pochi si sarebbero aspettati solo poche settimane fa.

Al contrario, le principali teorie liberali che hanno informato gli aspetti chiave della politica estera occidentale negli ultimi decenni non sono andate bene. Come filosofia politica, il liberalismo è una base ammirevole per organizzare la società, e io per primo sono profondamente grato di vivere in una società in cui quei valori continuano a dominare. È anche incoraggiante vedere le società occidentali riscoprire le virtù del liberalismo, dopo aver flirtato con i propri impulsi autoritari. Ma come approccio alla politica mondiale e guida alla politica estera, le carenze del liberalismo sono state nuovamente smascherate.

Come in passato, il diritto internazionale e le istituzioni internazionali si sono rivelate una debole barriera al comportamento rapace delle grandi potenze. L’interdipendenza economica non ha impedito a Mosca di lanciare la sua invasione, nonostante i notevoli costi che di conseguenza dovrà affrontare. Il soft power non è riuscito a fermare i carri armati russi e il voto sbilenco 141-5 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (con 35 astenuti) che condanna l’invasione non avrà molto impatto.

Come ho notato in precedenza , la guerra ha demolito la convinzione che la guerra non fosse più “pensabile” in Europa e la relativa affermazione che l’allargamento della NATO verso est creerebbe una “zona di pace” in continua espansione. Non fraintendetemi: sarebbe stato meraviglioso se quel sogno si fosse avverato, ma non è mai stata una possibilità probabile e tanto più dato il modo arrogante in cui è stato perseguito. Non sorprende che coloro che hanno creduto e venduto la storia liberale ora vogliono attribuire tutta la colpa al presidente russo Vladimir Putin e affermare che la sua invasione illegale “dimostra” che l’allargamento della NATOnon aveva nulla a che fare con la sua decisione. Altri ora si scagliano scioccamente contro quegli esperti che hanno correttamente previsto dove potrebbe portare la politica occidentale. Questi tentativi di riscrivere la storia sono tipici di un’élite di politica estera che è riluttante ad ammettere errori oa ritenersi responsabile.

Che Putin abbia la responsabilità diretta dell’invasione è fuori discussione, e le sue azioni meritano tutta la condanna che possiamo raccogliere. Ma gli ideologi liberali che hanno respinto le ripetute proteste e avvertimenti della Russia e hanno continuato a promuovere un programma revisionista in Europa con scarsa considerazione per le conseguenze sono tutt’altro che irreprensibili. Le loro motivazioni possono essere state del tutto benevole, ma è evidente che le politiche che hanno adottato hanno prodotto l’opposto di ciò che intendevano, si aspettavano e avevano promesso. E difficilmente possono dire oggi di non essere stati avvertiti in numerose occasioni in passato.

Le teorie liberali che enfatizzano il ruolo delle istituzioni se la cavano un po’ meglio, aiutandoci a comprendere la rapida e straordinariamente unitaria risposta occidentale. La reazione è stata rapida in parte perché gli Stati Uniti ei loro alleati della NATO condividono una serie di valori politici che ora vengono sfidati in modo particolarmente vivido e crudele. Ancora più importante, se istituzioni come la NATO non esistessero e una risposta doveva essere organizzata da zero, è difficile immaginare che sia altrettanto rapida o efficace. Le istituzioni internazionali non possono risolvere conflitti di interesse fondamentali o impedire alle grandi potenze di agire come desiderano, ma possono facilitare risposte collettive più efficaci quando gli interessi statali sono per lo più allineati.

Il realismo può essere la migliore guida generale alla triste situazione che ora dobbiamo affrontare, ma difficilmente ci racconta l’intera storia. Ad esempio, i realisti sottovalutano giustamente il ruolo delle norme come forti vincoli al comportamento delle grandi potenze, ma le norme hanno svolto un ruolo nello spiegare la risposta globale all’invasione della Russia. Putin sta calpestando la maggior parte se non tutte le norme relative all’uso della forza (come quelle contenute nella Carta delle Nazioni Unite), e questo è uno dei motivi per cui i paesi, le società, e individui in gran parte del mondo hanno giudicato le azioni della Russia in modo così duro e hanno risposto in modo così vigoroso. Niente può impedire a un paese di violare le norme globali, ma trasgressioni chiare e palesi influenzeranno invariabilmente il modo in cui le sue intenzioni vengono giudicate dagli altri. Se le forze russe agiranno con ancora maggiore brutalità nelle settimane e nei mesi a venire, gli attuali sforzi per isolarla e ostracizzarla sono destinati ad intensificarsi.

Errata percezione e calcolo errato

È anche impossibile comprendere questi eventi senza considerare il ruolo della percezione errata e dell’errore di calcolo. Le teorie realistiche sono meno utili qui, poiché tendono a ritrarre gli stati come attori più o meno razionali che calcolano freddamente i loro interessi e cercano opportunità invitanti per migliorare la loro posizione relativa. Anche se tale presupposto è per lo più corretto, i governi e i singoli leader operano ancora con informazioni imperfette e possono facilmente giudicare male le proprie capacità e le capacità e le reazioni degli altri. Anche quando le informazioni sono abbondanti, le percezioni e le decisioni possono ancora essere distorte per ragioni psicologiche, culturali o burocratiche. In un mondo incerto pieno di esseri umani imperfetti, ci sono molti modi per sbagliare.

In particolare, la vasta letteratura sull’errata percezione, in particolare il lavoro seminale del defunto Robert Jervis , ha molto da dirci su questa guerra. Ora sembra ovvio che Putin abbia sbagliato i calcoli su diverse dimensioni: ha esagerato l’ostilità occidentale nei confronti della Russia, ha sottovalutato gravemente la determinazione ucraina, ha sopravvalutato la capacità del suo esercito di ottenere una vittoria rapida e senza costi e ha interpretato male la risposta dell’Occidente. La combinazione di paura e sicurezza eccessiva che sembra essere stata all’opera qui è tipica; è quasi scontato dire che gli stati non iniziano le guerre a meno che non si siano convinti di poter raggiungere i loro obiettivi rapidamente e a costi relativamente bassi. Nessuno inizia una guerra che credono sarà lunga, sanguinosa, costosa e che probabilmente finirà con la loro sconfitta. Inoltre, poiché gli esseri umani sono a disagio nell’affrontare i compromessi, c’è una forte tendenza a vedere l’andare in guerra come fattibile una volta che hai deciso che è necessario. Come scrisse una volta Jervis , “quando il decisore arriva a considerare la sua politica come necessaria, è probabile che creda che la politica possa avere successo, anche se una tale conclusione richiede la distorsione delle informazioni su ciò che faranno gli altri”. Questa tendenza può essere aggravata se le voci dissenzienti vengono escluse dal processo decisionale, o perché tutti nel circuito condividono la stessa visione del mondo imperfetta o perché i subordinati non sono disposti a dire ai superiori che potrebbero sbagliarsi.

Teoria del prospetto, che sostiene che gli esseri umani sono più disposti a correre rischi per evitare perdite che per ottenere guadagni, potrebbe aver lavorato anche qui. Se Putin credeva che l’Ucraina si stesse gradualmente allineando con gli Stati Uniti e la NATO – e c’erano ampie ragioni per farlo pensare così – allora prevenire quella che considera una perdita irrecuperabile potrebbe valere un enorme tiro di dadi. Allo stesso modo, anche il pregiudizio di attribuzione – la tendenza a vedere il nostro comportamento come una risposta alle circostanze ma ad attribuire il comportamento degli altri alla loro natura di base – è probabilmente rilevante: molti in Occidente ora interpretano il comportamento russo come un riflesso del carattere sgradevole di Putin e in nessun modo una risposta alle azioni precedenti dell’Occidente. Da parte sua, Putin sembra pensare che le azioni degli Stati Uniti e della NATO derivino da un’arroganza innata e da un desiderio profondamente radicato di mantenere la Russia debole e vulnerabile e che gli ucraini stiano resistendo perché o vengono fuorviati o sono sotto l’influenza di elementi “fascisti”

La fine della guerra e il problema dell’impegno

La moderna teoria IR sottolinea anche il ruolo pervasivo dei problemi di impegno . In un mondo di anarchia, gli stati possono farsi promesse a vicenda ma non possono essere certi che verranno mantenute. Ad esempio, la NATO avrebbe potuto offrire di togliere per sempre l’adesione dell’Ucraina dal tavolo (sebbene non l’abbia mai fatto nelle settimane prima della guerra), ma Putin avrebbe potuto non credere alla NATO anche se Washington e Bruxelles avessero messo quell’impegno per iscritto. I trattati contano, ma alla fine sono solo pezzi di carta.

Inoltre, la letteratura scientifica sulla fine della guerra suggerisce che i problemi di impegno incomberanno ampi anche quando le parti in guerra avranno rivisto le loro aspettative e cercheranno di porre fine ai combattimenti. Se Putin si fosse offerto di ritirarsi dall’Ucraina domani e avesse giurato su una pila di Bibbie ortodosse russe che l’avrebbe lasciato in pace per sempre, poche persone in Ucraina, in Europa o negli Stati Uniti avrebbero preso le sue assicurazioni per valore nominale. E a differenza di alcune guerre civili, dove a volte gli accordi di pace possono essere garantiti da estranei interessati, in questo caso non esiste un potere esterno che possa minacciare in modo credibile di punire i futuri trasgressori di qualsiasi accordo che potrebbe essere raggiunto. A parte la resa incondizionata, qualsiasi accordo per porre fine alla guerra deve lasciare tutte le parti sufficientemente soddisfatte da non sperare segretamente di modificarla o abbandonarla non appena le circostanze saranno più favorevoli. E anche se una parte capitola completamente, imporre una “pace del vincitore” può gettare i semi di un futuro revanscismo. Purtroppo, oggi sembra che siamo molto lontani da qualsiasi tipo di accordo negoziato.

Inoltre, altri studi su questo problema, come il classico di Fred Iklé Every War Must End e Peace at What Price?: Leader Culpability and the Domestic Politics of War Termination di Sarah Croco—evidenziano gli ostacoli interni che rendono difficile porre fine a una guerra. Patriottismo, propaganda, costi irrecuperabili e un odio sempre crescente per il nemico si combinano per inasprire gli atteggiamenti e far andare avanti le guerre molto tempo dopo che uno stato razionale potrebbe fermarsi. Un elemento chiave in questo problema è ciò che Iklé ha chiamato il “tradimento dei falchi”: coloro che sono favorevoli alla fine della guerra sono spesso liquidati come antipatriottici o peggio, ma gli intransigenti che prolungano inutilmente una guerra possono alla fine fare più danni alla nazione che pretendono di difendere. Mi chiedo se c’è una traduzione russa disponibile a Mosca. Applicato all’Ucraina, un’implicazione preoccupante è che un leader che inizia una guerra senza successo potrebbe essere riluttante o incapace di ammettere di aver sbagliato e portarla a termine. Se è così, poi la fine dei combattimenti arriva solo quando emergono nuovi leader che non sono legati alla decisione iniziale per la guerra.

Ma c’è un altro problema: gli autocrati che affrontano la sconfitta e il cambio di regime possono essere tentati di ” giocare per la risurrezione “. I leader democratici che presiedono alle debacle della politica estera possono essere costretti a lasciare l’incarico alle prossime elezioni, ma raramente, se non mai, rischiano la reclusione o peggio per i loro errori o crimini. Gli autocrati, al contrario, non hanno una via d’uscita facile, soprattutto in un mondo in cui hanno motivo di temere il perseguimento penale del dopoguerra per crimini di guerra. Se stanno perdendo, quindi, hanno un incentivo a combattere o intensificare anche di fronte a probabilità schiaccianti, nella speranza di un miracolo che invertirà le loro fortune e risparmierà loro la cacciata, la prigionia o la morte. A volte questo tipo di scommessa dà i suoi frutti (es. Bashar al-Assad), a volte no (es. Adolf Hitler, Muammar al-Gheddafi), ma l’incentivo a continuare a raddoppiare nella speranza di un miracolo può mettere fine a una guerra ancora più difficile di quanto potrebbe essere.

Queste intuizioni ci richiamano ad essere molto, molto attenti a ciò che desideriamo. Il desiderio di punire e persino umiliare Putin è comprensibile, ed è allettante vedere la sua cacciata come una soluzione facile e veloce per l’intero terribile disastro. Ma mettere in un angolo il leader autocratico di uno stato dotato di armi nucleari sarebbe estremamente pericoloso, non importa quanto atroci possano essere state le sue azioni precedenti. Solo per questo motivo, coloro che in Occidente chiedono l’assassinio di Putin o che hanno affermato pubblicamente che i russi comuni dovrebbero essere ritenuti responsabili se non si sollevano e rovesciano Putin sono pericolosamente irresponsabili. Vale la pena ricordare il consiglio di Talleyrand: “Soprattutto, non troppo zelo”.

Sanzioni economiche

Chiunque cerchi di capire come andrà a finire, dovrebbe studiare anche la letteratura sulle sanzioni economiche . Da un lato, le sanzioni finanziarie imposte la scorsa settimana ricordano la straordinaria capacità dell’America di “ armare l’interdipendenza ”, soprattutto quando il Paese agisce di concerto con altre importanti potenze economiche. D’altra parte, una notevole quantità di studi seri mostra che le sanzioni economiche raramente costringono gli stati a cambiare rapidamente rotta. Il fallimento della campagna di “massima pressione” dell’amministrazione Trump contro l’Iran è un altro esempio lampante. Le élite al potere sono in genere isolate dalle conseguenze immediate delle sanzioni e Putin sapeva che le sanzioni sarebbero state imposte e credeva chiaramente che gli interessi geopolitici in gioco valessero il costo previsto. Potrebbe essere stato sorpreso e sconcertato dalla velocità e dalla portata della pressione economica, ma nessuno dovrebbe aspettarsi che Mosca inverta presto la rotta.

Questi esempi non fanno altro che graffiare la superficie di ciò che la borsa di studio IR contemporanea potrebbe contribuire alla nostra comprensione di questi eventi. Non ho menzionato l’enorme letteratura sulla deterrenza e la coercizione, un numero qualsiasi di opere importanti sulle dinamiche dell’escalation orizzontale e verticale , o le intuizioni che si potrebbero ricavare considerando gli elementi culturali (comprese le nozioni di mascolinità e in particolare il culto della personalità maschilista di Putin ”).

La conclusione è che la letteratura scientifica sulle relazioni internazionali ha molto da dire sulla situazione che stiamo affrontando. Sfortunatamente, è probabile che nessuno in una posizione di potere presti molta attenzione ad esso, anche quando accademici esperti offrono i loro pensieri nella sfera pubblica. Il tempo è la merce più scarsa in politica, specialmente durante una crisi, e Jake Sullivan, Antony Blinken e i loro numerosi subordinati non inizieranno a sfogliare i numeri arretrati della Sicurezza internazionale o del Journal of Conflict Resolution per trovare la roba buona.

Anche la guerra ha una sua logica e scatena forze politiche che tendono a soffocare voci alternative, anche in società in cui la libertà di parola e il dibattito aperto rimangono intatti. Poiché la posta in gioco è alta, in tempo di guerra i funzionari pubblici, i media e la cittadinanza dovrebbero impegnarsi al massimo per resistere agli stereotipi, pensare con freddezza e attenzione, evitare iperboli e cliché semplicistici e soprattutto rimanere aperti alla possibilità che possano sbagliarsi e che è necessaria una diversa linea di condotta. Una volta che i proiettili iniziano a volare, tuttavia, ciò che di solito si verifica è un restringimento della vista, una rapida discesa nei modi di pensiero manichei, l’emarginazione o la soppressione delle voci dissenzienti, l’abbandono delle sfumature e un’ostinata attenzione alla vittoria a tutti i costi. Questo processo sembra essere ben avviato all’interno della Russia di Putin, ma una forma più mite è evidente anche in Occidente . Tutto sommato, questa è una ricetta per peggiorare una situazione terribile.

https://foreignpolicy.com/2022/03/08/an-international-relations-theory-guide-to-ukraines-war/

Li Lixing: lo sviluppo dell’economia della piattaforma pone sfide al sistema di servizio pubblico basato su unità

 

Dinamiche simili ma in contesti diversi ed spesso opposti, da una parte emergenti, dall’altra declinanti. Buona lettura, Giuseppe Germinario

La vita quotidiana delle persone è inseparabile dall’economia della piattaforma: addetti alle consegne di cibo, autisti che salutano le auto online… Varie forme di lavoro a contratto derivate dall’economia della piattaforma vengono sempre più rispettate e riconosciute. Compresi posti di lavoro e imprenditorialità, l’economia della piattaforma sta rimodellando le nostre vite.

Negli ultimi anni, argomenti come “fornitori intrappolati negli algoritmi” hanno suscitato accese discussioni, l’economia della piattaforma ha attirato ancora una volta l’attenzione e le persone sono più preoccupate per la situazione dei gig worker. Pochi giorni fa, “Platform Economy: Innovation, Governance and Prosperity” è stato pubblicato dal Platform Economy Innovation and Governance Research Group dell’Università di Pechino e pubblicato da CITIC Press. Studiosi in diversi campi hanno discusso una serie di questioni importanti nell’economia delle piattaforme e hanno fornito soluzioni mirate e raccomandazioni politiche.

Che ruolo gioca l’economia della piattaforma nell’attuale contesto occupazionale? Quali sono le principali difficoltà che devono affrontare i gig worker?

Concentrandosi su questi temi, la mattina del 27 luglio, Li Lixing, membro del gruppo di ricerca sull’innovazione e la governance economica della piattaforma dell’Università di Pechino, professore presso il National Development Institute dell’Università di Pechino e caporedattore esecutivo della Cina Economic Quarterly International, l’edizione internazionale di “Economics” (trimestrale), è andata all’Observer Network e ha condiviso le sue opinioni.

Rete di osservatori: Buongiorno Professor Li, prima di tutto vorrei chiederle di parlarci dell’attuale contesto occupazionale. E quale ruolo gioca l’economia della piattaforma nel contesto attuale?

Lixing: OK. Penso che si possa dire sotto due aspetti: il primo aspetto è che l’attuale situazione macroeconomica non è molto positiva e la pressione occupazionale è molto alta. Più di 10 milioni di studenti universitari si sono laureati quest’anno e il tasso di disoccupazione tra i giovani è molto alto, un fenomeno che preoccupa molto l’intera società.

Il secondo contesto è il progresso della tecnologia digitale, che ha cambiato la natura di molti lavori. Ora molti lavori sono passati da offline a online; dal servizio di un’impresa o di un’azienda al servizio di più aziende e più aziende contemporaneamente; da lavori fissi a lavoro flessibile. Pertanto, c’è una tendenza ai lavori saltuari e alla flessibilità.

In questo processo, l’economia della piattaforma gioca un ruolo molto importante.

Una “piattaforma” è un’organizzazione tra un’impresa e un mercato. Un tempo era “mercato-impresa”, ma ora è “mercato-piattaforma-impresa”, con la piattaforma che sostituisce parzialmente i ruoli dell’impresa e del mercato . Collega consumatori, imprese, lavoratori e fornitori di servizi ausiliari e collega anche il mercato delle materie prime con il mercato del lavoro. Alcune piattaforme forniscono direttamente occupazione, come piattaforme online di car-hailing e da asporto; alcune piattaforme possono stimolare indirettamente l’occupazione, come piattaforme di e-commerce, piattaforme di trasmissione in diretta e piattaforme di crowdsourcing.

Per riassumere, l’economia della piattaforma è ora un punto di partenza importante per promuovere e stabilizzare l’occupazione.

Observer.com: Quale impatto avrà la forma occupazionale dei “gig worker” sulla struttura del nostro mercato del lavoro?

Li Lixing: Possiamo esaminare diverse statistiche.

Secondo il National Bureau of Statistics, entro la fine del 2021 ci sono 200 milioni di persone con un’occupazione flessibile in Cina; le statistiche dello State Information Center mostrano che ci sono circa 84 milioni di fornitori di servizi e circa 6,31 milioni di dipendenti di piattaforme nell’economia collaborativa cinese. Secondo il “Rapporto sullo sviluppo dell’occupazione flessibile” pubblicato dall’università, il 61% delle imprese cinesi utilizza un’occupazione flessibile e la scala dell’occupazione flessibile è di circa 100 milioni.

Nel 2020, ci sono circa 84 milioni di fornitori di servizi di sharing economy nel mio paese e circa 6,31 milioni di dipendenti nelle imprese con piattaforma

 Fonte: Rapporto sullo sviluppo dell’economia condivisa in Cina (2021)

Le statistiche sono leggermente diverse perché non esiste ancora una misura chiara. Ma in breve, possiamo vedere che 100-200 milioni di persone ora utilizzano metodi di lavoro flessibili, il che è un grande cambiamento.

Ora il concetto di “lavoro flessibile” è relativamente ampio, include una varietà di situazioni e include anche alcuni “disoccupati” in senso tradizionale. Con così tante persone che lavorano in modo flessibile, è probabile che la percentuale continui ad aumentare e l’impatto sul mercato del lavoro è enorme.

Observer.com: avrà un impatto maggiore sul mercato del lavoro cinese rispetto ad altri paesi?

Li Lixing: Penso che questo sia generalmente il caso. Da un lato, la tecnologia digitale cinese sta progredendo molto rapidamente; dall’altro, la Cina ha una popolazione numerosa e le sue industrie sono principalmente ad alta intensità di manodopera, quindi l’occupazione sarà fortemente influenzata dall’economia delle piattaforme.

Una caratteristica importante dei paesi in via di sviluppo è che c’è molto del cosiddetto “lavoro informale”. In precedenza è stato affermato che l’occupazione informale verrà formalizzata con lo sviluppo dell’economia. Ma ora potrebbe non sembrare probabile. Dopo che l’economia di un paese è stata fortemente sviluppata, molti posti di lavoro continueranno ad adottare un approccio flessibile. In senso tradizionale, è probabile che in futuro il “lavoro informale” diventi la norma.

Se la Cina viene confrontata con altri paesi a basso reddito, il loro mercato del lavoro potrebbe essere maggiormente influenzato dal “lavoro a contratto”. Ma se viene confrontato con i paesi sviluppati, l’impatto su di noi è ovviamente più forte in profondità e in ampiezza.

Observer.com: Ci sono opinioni secondo cui la perdita dei posti di lavoro tradizionali, il calo della quota del reddito da lavoro, compreso l’allargamento del divario di reddito tra aree e regioni urbane e rurali… Questi problemi sono legati all’ascesa dell’economia delle piattaforme. Cosa ne pensi?

Li Lixing: Questi sono fenomeni molto importanti, non esclusivi della Cina, stanno accadendo in tutto il mondo. Penso che la relazione tra loro e l’ascesa dell’economia della piattaforma sia più una correlazione, non necessariamente una relazione causale. Potrebbero esserci ragioni più profonde dietro questo, che necessitano di ulteriori discussioni.

Non esiste un unico modo in cui funziona l’economia della piattaforma. Può anche ridurre le barriere all’occupazione, responsabilizzare i gruppi svantaggiati, aumentare i redditi di coloro che hanno redditi più bassi e promuovere ulteriormente la diversificazione dei consumatori. Tutto ciò è possibile per promuovere la giustizia sociale e la prosperità comune.

A mio avviso, la scomparsa dei lavori tradizionali è un tipico modo in cui il progresso tecnologico porta a “occupazioni ad alta efficienza in sostituzione di quelle a bassa efficienza”, così come l’auto sostituisce la carrozza, così l’automobilista sostituisce il cocchiere. Grazie alla tecnologia digitale, i posti di lavoro creati dall’economia della piattaforma sono generalmente più efficienti dei vecchi lavori che sostituiscono.

In senso economico, non c’è differenza tra “la riqualificazione industriale richiede nuovi posti di lavoro” e “le piattaforme coltivano abitudini di consumo e creano nuovi posti di lavoro”. A volte può sembrare “l’offerta crea domanda”, ma in sostanza l’innovazione soddisfa la domanda latente.

Le ragioni alla base del calo della quota del reddito da lavoro sono complesse: un motivo importante è considerato l’uso diffuso dei robot, causato anche dal progresso tecnologico, come l’allargamento del divario retributivo urbano-rurale e l’allargamento divari di reddito regionali, sono tutti fattori di agglomerato industriale e di sviluppo economico urbano, risultato inevitabile.

Observer.com: Alcuni giovani “preferirebbero consegnare il cibo piuttosto che andare a lavorare in fabbrica”. Che messaggio trasmette questo?

Li Lixing: Uno è il cambiamento nelle preferenze dei giovani. Preferiscono un modo di lavorare libero e flessibile, piuttosto che ripetere lo stesso lavoro su una catena di montaggio, anche se è più difficile. In secondo luogo, la lenta crescita dei salari di fabbrica li rende poco attraenti. Ciò riflette anche che la struttura industriale sta affrontando un miglioramento, così come la pressione dell’aumento dei costi di produzione nel mio paese, nonché la possibilità di trasferimento all’estero.

Observer.com: L’economia delle piattaforme è in piena espansione, quali cambiamenti ha apportato alle piccole, medie e micro imprese?

Li Lixing: l’economia della piattaforma può portare a importanti cambiamenti nella struttura organizzativa delle imprese.

Ad esempio, un’azienda può esternalizzare per assumere dipendenti, condurre attività di ricerca e sviluppo e gestire la catena di approvvigionamento, quindi invece di mantenere una forza lavoro fissa molto ampia, può assumere il reclutamento di gig, come nel caso del settore della ristorazione. molto tipico, e ora le aziende di catering fondamentalmente non hanno bisogno di creare i propri piatti da asporto.

Molte attività di ricerca e sviluppo e di gestione della catena di approvvigionamento sono ora sul cloud. I servizi cloud alla moda come “Software-as-a-Service” (Saas, Software-as-a-Service) possono coprire più piccole e medie imprese, rendendole piatte, e le “grandi imprese” possono anche diventare “piccole imprese” “.impresa”.

Questo è ciò che di solito chiamiamo la trasformazione digitale delle imprese. Sfide e opportunità coesistono.

L’economia della piattaforma: innovazione, governance e prosperità

Scritto dal Platform Economy Innovation and Governance Research Group dell’Università di Pechino; a cura di Huang Yiping

Editoria CITIC

Nel mondo del lavoro, una sfida importante è il cambiamento del rapporto di lavoro.

Si è rivelato essere un lavoro fisso, le imprese pagano la previdenza sociale per i dipendenti, i dipendenti servono solo questa impresa e c’è uno stato di lealtà e fiducia reciproche in essa. Ora ci sono vari metodi di lavoro come l’outsourcing e i lavori saltuari.Come mantenere la lealtà e la fiducia reciproca dei dipendenti, come fornire ai dipendenti sicurezza e vantaggi e come affrontare i problemi di formazione dei dipendenti potrebbero essere nuove sfide.

Observer Network: quale impatto avrà la serie di cambiamenti apportati dall’economia della piattaforma sulla nostra attuale imprenditorialità? Ridefinirà il panorama imprenditoriale cinese?

Li Lixing: il lavoro viene assunto da altri e avviare un’impresa è un lavoro autonomo. Si è scoperto che sembravano essere due estremi, ma ora molte piattaforme di lavoro si trovano tra i due e non sono più “né assunte da altri né assunte da te”.

Da un lato l’imprenditore non è più completamente alle dipendenze di altri, può servire una certa piattaforma, ma ha una forte autonomia, dall’altro molte cose si realizzano attraverso la piattaforma e la natura dell’imprenditorialità cambia a sua volta. .

Al giorno d’oggi, molte persone avviano un’attività in proprio. Non partono da zero per formare aziende, reclutare talenti, acquistare attrezzature e quindi avviare la produzione e l’attività. È più probabile che gli imprenditori si registrino sulla piattaforma per prendere ordini, utilizzino la piattaforma per reclutare lavoratori dispari e esternalizzare alcuni servizi attraverso la piattaforma… Molti sono un’imprenditorialità basata su piattaforma, che potrebbe richiedere un cambiamento nella definizione tradizionale di imprenditorialità.

Combinando imprenditorialità e occupazione, le forme occupazionali dei lavoratori formano una mappa molto ricca. Sotto l’azione dell’economia della piattaforma, questa mappa diventerà sempre più abbondante. Le persone possono scegliere un’occupazione a unità fissa, possono scegliere di avviare un’impresa in modo completo e indipendente, possono anche fare affidamento su piattaforme per avviare attività e possono anche fare affidamento su piattaforme per svolgere lavori saltuari… In breve, le scelte diventeranno più diversificate .

Observer.com: Su questa base, l’economia della piattaforma può svolgere un ruolo nella riduzione dei rischi imprenditoriali?

Li Lixing: Ci sono due importanti meccanismi coinvolti.

Nel primo aspetto, il rischio di avviare un’impresa in passato era molto alto: scegliere di avviare un’impresa significa rinunciare a ogni tipo di opportunità, e può andare in bancarotta dopo il fallimento. Ora, dopo il fallimento dell’avvio di un’impresa, gli imprenditori possono facilmente trovare un lavoro part-time e ottenere la sicurezza del reddito di base. Ad esempio, negli ultimi due anni dell’epidemia, molti ex imprenditori ora guidano auto-grandine online. La forma di gig work derivata dall’economia della piattaforma fornisce agli imprenditori una rete di sicurezza del reddito di base.

Da questo aspetto, l’economia della piattaforma può alleviare le preoccupazioni degli imprenditori e promuovere l’imprenditorialità. Certo, abbiamo anche parlato poco fa che molte persone potrebbero decidere di non avviare un’attività in proprio, ma affidarsi alla piattaforma per trovare un lavoro meno autonomo. Pertanto, l’impatto dell’economia della piattaforma sull’imprenditorialità richiede un’analisi specifica di questioni specifiche, che variano da settore a regione.

Observer.com: La forma di lavoro del “lavoro da concerto”, che è ciò che chiamiamo “lavoro su richiesta basato su applicazioni”, come autisti online, autisti da asporto e autisti. Questi lavoratori sono tra piattaforme e consumatori, tra algoritmi e natura umana, quali pensi siano le loro maggiori difficoltà?

Li Lixing: i lavoratori e i datori di lavoro avevano un rapporto contrattuale. I diritti, gli obblighi e i meccanismi di incentivazione di entrambe le parti sono generalmente relativamente chiari. Ma gli algoritmi sono spesso nascosti e alla fine sono apparse nella società frasi come “rider intrappolati dagli algoritmi” – i gig worker non capiscono gli algoritmi, ma per guadagnare di più devono seguire la progettazione degli algoritmi che entrano in funzione.

Gli algoritmi non hanno “natura umana” – possono essere stati progettati con una visione per migliorare l’efficienza, ma non sono sufficientemente flessibili. Gli algoritmi delle piattaforme di grandi dimensioni sono generalmente le risorse principali dell’azienda e di solito non apportano modifiche sostanziali. I gig worker intrappolati negli algoritmi, sono ignari del fatto che potrebbero essere oberati di lavoro o eccessivamente motivati : questo è un problema complesso e coinvolge anche questioni come l’etica degli algoritmi.

Da un punto di vista pratico, la più grande difficoltà per i lavoratori occasionali come i conducenti, i fattorini e gli autisti online è nell’ottenere vantaggi e garanzie. Ci sono ora più segnalazioni, come la difficoltà di chiedere un risarcimento dopo un incidente stradale di un pilota, la ragione essenziale alla base di ciò è il “cambiamento del rapporto di lavoro” di cui abbiamo parlato poco fa.

Per i lavoratori, il nostro paese utilizzava originariamente la “dicotomia del lavoro”, che corrisponde a una domanda del genere: sei un dipendente a tempo pieno o un fornitore di servizi indipendente? Il “lavoratore a tempo pieno” è un modello di occupazione basato su unità, che paga cinque assicurazioni sociali e un fondo per l’edilizia abitativa e fornisce servizi pubblici, compresa la formazione professionale attraverso il datore di lavoro.

Con lo sviluppo dell’economia della piattaforma, l’occupazione è diventata più flessibile e part-time e molte persone non hanno un’unità di lavoro fissa, il che significa che le tradizionali cinque assicurazioni e un fondo per la casa e i servizi pubblici statali, compresa la formazione, non sono disponibili ai lavoratori da goderne in modo equo. Lo riassumo così: il sistema di servizio pubblico unitario originario ha incontrato sfide fondamentali poste dalla nuova forma di impiego che non è unitaria.

Questa sfida può essere paragonata alla sfida al sistema dei servizi pubblici provocata dalla migrazione di centinaia di milioni di lavoratori migranti verso le città. I lavoratori migranti che entrano in città fanno fluttuare la popolazione. La registrazione del nucleo familiare e la residenza permanente della popolazione fluttuante sono separate. Con il sistema di servizio pubblico originale, puoi usufruire di servizi pubblici nell’area di registrazione del nucleo familiare, come il rimborso dell’assicurazione medica e la pensione nel tuo paese di origine… Ma potresti non essere in grado di goderne nella tua residenza permanente.

Forse questo può essere paragonato alla situazione attuale: nel contesto dell’economia delle piattaforme, il lavoro flessibile continua a svilupparsi, ma il sistema dei servizi pubblici è ancora per il momento basato sul lavoro fisso.

Quando il processo lavorativo diventa frammentato, le persone diventano multiruolo e il rapporto di lavoro non è più fisso, anche la modalità di gestione dovrebbe essere modificata di conseguenza per adattarsi a questa tendenza di flessibilità, frammentazione e frammentazione. A mio avviso, il sistema di servizio pubblico, come cinque assicurazioni sociali e un fondo per la casa e l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, dovrebbe subire alcune modifiche di conseguenza.

Rete di osservatori: puoi parlare delle tue proposte politiche?

Li Lixing: Stiamo parlando più di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. L’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro era originariamente inclusa nelle cinque assicurazioni sociali e in un fondo per gli alloggi, che non possono essere pagati separatamente. Il pagamento complessivo di cinque assicurazioni e un fondo per l’edilizia abitativa è molto alto, che può rappresentare il 30%-40% del costo del lavoro di un lavoratore.

Per i lavoratori dei concerti come i rider da asporto, ciò di cui hanno più urgente bisogno è un’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Ora c’è una politica pilota e la cosa più urgente viene risolta prima: consentire ai lavoratori di pagare l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro separatamente nel Guangdong e in altri luoghi, in modo che i lavoratori della gig possano ottenere la protezione dagli infortuni sul lavoro in modo più economico. Questo è un buon progresso.

La provincia del Guangdong ha emesso un documento nel 2021 per chiarire che i dipendenti specifici che non hanno rapporti di lavoro non sono tenuti a partecipare a cinque assicurazioni sociali contemporaneamente. Possono partecipare all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro individualmente dai loro datori di lavoro in base al principio ” volontario”, e il loro personale assicurato ha diritto alle prestazioni assicurative contro gli infortuni sul lavoro secondo la normativa.

Allo stato attuale, le politiche esistenti hanno citato e incoraggiato le azioni pilota tra cui: attuazione del sistema del salario minimo e del sistema di garanzia di pagamento, miglioramento del sistema del riposo, attuazione del sistema di responsabilità in materia di salute e sicurezza sul lavoro, rafforzamento della protezione contro gli infortuni sul lavoro, revisione del cottimo e tasso di commissione, ecc. Inoltre, la città di Nanchang ha anche stabilito la prima unione economica del paese. Anche le associazioni del settore della piattaforma e i sindacati dei gig possono svolgere un ruolo attivo nella promozione dell’autodisciplina del settore e della negoziazione dei diritti del lavoro.

Suggerisco inoltre che possano essere stabiliti diversi livelli di protezione assicurativa e che i lavoratori possano scegliere di partecipare volontariamente. Allo stesso tempo, è possibile creare un conto di sicurezza personale completo, i lavori occasionali vengono pagati secondo l’ordine e i fondi del conto vengono utilizzati per pagare varie garanzie assicurative per fornire una migliore protezione ai gig-lavoratori.

A lungo termine, ciò potrebbe eventualmente comportare anche la questione dell’assicurazione pensionistica. L’assicurazione della dotazione riguarda le pensioni e i datori di lavoro e i dipendenti pagano le pensioni separatamente, che insieme rappresentano oltre il 20% del costo del lavoro. Con la tendenza al lavoro flessibile si pone la questione di “chi paga la pensione”, che potrebbe richiedere l’apertura di nuove strade.

Poiché ora stiamo parlando di conti personali, dobbiamo renderlo reale e rendere portatili e portabili i conti pensionistici personali delle persone. L’occupazione dei lavoratori è mobile e flessibile, non è solo per un’impresa specifica e potrebbe anche non essere nella stessa città. A tal fine, potrebbe essere necessario progettare alcuni sistemi contributivi assicurativi pensionistici più adatti a un’occupazione flessibile e mobile. Ad esempio, se puoi fare un’impresa, accettare un lavoro e la retribuzione corrispondente può riflettere quale parte viene utilizzata per pagare la pensione? Questa potrebbe essere una direzione per le future riforme.

(Breve introduzione dell’intervistato: Li Lixing, professoressa di economia alla National School of Development dell’Università di Pechino, direttrice del China Public Finance Research Center dell’Università di Pechino, ed executive editor di China Economic Quarterly International, l’edizione internazionale di “Economia ” (trimestrale). Gli interessi di ricerca comprendono l’economia dello sviluppo, il capitale umano, la finanza pubblica, l’economia politica, l’economia urbana, ecc.)

https://m.guancha.cn/lilixing/2022_08_04_652241.shtml

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