A CARTE COPERTE_ Renzi, Berlusconi, Di Maio, Salvini al 5 marzo, di Giuseppe Germinario

Nel grande luna park elettorale, tra funamboli, illusionisti e fattucchiere cominciano a delinearsi nell’ombra, sotto traccia, alcuni punti fermi.

I PROTAGONISTI

Matteo Renzi all’avvio della campagna elettorale sceglie di incontrare in Europa Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica Francese nonché fondatore di “En Marche” e in Spagna Albert Rivera, Presidente di Ciudadanos ed emulo spagnolo di Macron. Due leader affermatisi sulle ceneri dei partiti repubblicano e popolare e soprattutto di quelli socialisti dei rispettivi paesi. Non è un caso. Renzi dimentica di incontrare i leader superstiti del Partito Socialista Europeo. Tra i transfughi della diaspora socialista europea avrebbe potuto scegliere in una vasta gamma di esponenti di successo. L’ultimo è il rieletto Presidente Ceko Milos Zeman, dalle propensioni filorusse e particolarmente tiepido verso NATO e UE. Con ogni evidenza non è certamente questo il cerchio di amicizie ambito.

L’attenta selezione delle candidature non è la sanzione definitiva del PdR, del partito personale di Renzi. È una interpretazione troppo riduttiva. Il Rottamatore ha semplicemente e definitivamente liquidato la componente di derivazione pciista e con essa le corrispondenti modalità di militanza e di decisione, le prassi di formazione della classe dirigente ad essa legate. Un processo avviato consapevolmente con l’avvento di Veltroni e conclusosi irrimediabilmente con la recente scissione in seno al PD.  È soprattutto la scelta obbligata necessaria a rendere possibile una svolta ben più radicale e per questo Renzi è disposto a sacrificare il residuo voto di sinistra.

Il modello da imitare è quello di Macron, ma le condizioni di applicazione sono ormai largamente compromesse. A differenza dello “Jupiteriano”, il Monarca di Rignano dovrebbe assumere la duplice improbabile veste di rifondatore del Partito Democratico e nell’eventualità di suo liquidatore in un contesto di grave logoramento della sua credibilità. Macron ha potuto assecondare rapidamente l’operazione di destabilizzazione dei partiti tradizionali e di rinnovamento radicale della rappresentanza perché aveva ed ha il sostegno e la copertura di solidi centri di potere ed amministrativi, a cominciare dall’ENA, i quali gli garantiscono la piena copertura e funzionalità nell’esercizio delle prerogative. In Italia i centri di potere sono molto più frammentati e meno efficaci; buona parte di essi sono per di più apertamente eterodiretti.

La visione europeista di Macron può offrire ai francesi il miraggio di una guida condominiale francotedesca della UE con pari dignità; una guida che per perpetuarsi prevede l’ulteriore sacrificio della terza potenza economica del continente, l’Italia. L’europeismo di Renzi di conseguenza rischia di ricadere nella solita cortina retorica necessaria a nascondere l’accettazione supina delle politiche più deleterie. Il recente incontro di Macron a Roma non ha fatto che confermare questa propensione anche nei passaggi in cui si sono spacciati come decisioni comunitarie alcuni atti unilaterali del Governo Italiano in materia di immigrazione.

In buona sostanza Renzi tre anni fa poteva ambire al ruolo di capitano e di timoniere; oggi fatica a mantenere il ruolo di capitano, avendo perso prestigio ed autorevolezza tra l’equipaggio e sicuramente ha perso il ruolo di timoniere ormai nelle mani del navigatore più esperto e smaliziato, Berlusconi, sempre che disponga delle forze necessarie. http://italiaeilmondo.com/2017/11/12/revival-berlusconi-si-berlusconi-no-_-di-giuseppe-germinario/   

http://italiaeilmondo.com/2016/10/19/i-paradossi-del-referendum-di-giuseppe-germinario/

Il profilo di Berlusconi può in effetti rappresentare la luce necessaria ad alimentare le speranze di sopravvivenza del Rottamatore a sua volta ormai a rischio di rottamazione.

Anche l’ex-Cavaliere ha iniziato praticamente la campagna elettorale andando in Europa, più precisamente presso i vertici della UE e del PPE (Partito Popolare Europeo). È andato a garantire il pieno rispetto dei vincoli e degli accordi sottoscritti. Un impegno perfettamente in linea con il Berlusconi conosciuto negli ultimi dieci anni, quello dell’intervento in Libia, del Governo Monti, del sostegno surrettizio ai successivi governi di centrosinistra. In effetti è riuscito a “cadere in piedi”, con qualche pesante umiliazione personale, ma senza necessità di rialzarsi. Un impegno che stride fortemente con i proclami del principale alleato di coalizione.

I più affezionati alle classiche logiche di schieramento lo ritengono più che altro un sotterfugio teso soprattutto a guadagnare tempo nei confronti del vecchio establishment europeista. Potrebbe anche essere; ma sarebbe un’attesa confidata esclusivamente all’eventuale successo di una politica estera americana tesa a dissestare completamente l’attuale Unione Europea. Un successo ancora del tutto ipotetico ma che di per sé rappresenterebbe assolutamente non una garanzia, ma una semplice opportunità per l’Italia di acquisire un ruolo più autonomo e spregiudicato. Ad una condizione imprescindibile: disporre di una classe dirigente idonea ed attrezzata.

Il curriculum di Berlusconi, con i suoi voltafaccia, anche terribilmente meschini negli ultimi otto anni, ha dimostrato di essere piuttosto di tutt’altra pasta.

Il programma sottoscritto dai tre leader del centrodestra si presta, come naturale tra forze ormai così eterogenee, a varie interpretazioni; oltre al contenuto, però, offre la possibilità di giocare anche e soprattutto sui tempi. L’esito delle elezioni determinerà sicuramente le modalità dello scontro interno al centrodestra ma quello che appare certo è che si assisterà ad una guerra di logoramento piuttosto che a un rapido conflitto risolutivo interno allo schieramento.

La compagine è destinata quindi a diventare l’epicentro di un movimento tellurico che riprodurrà schieramenti più corrispondenti al nocciolo dei problemi politici. Una faglia destinata ad attraversare i tre partiti ma che potrebbe estendersi anche ai nuovi arrivati del M5S. Al momento il protrarsi delle ambiguità non fa che rallentare il processo di decomposizione del Partito Democratico e offrirgli qualche ulteriore chance per presentarsi come il paladino esclusivo dell’attuale Unione Europea.

La candidatura di Alberto Bagnai nella Lega è il segno evidente di questa divaricazione e delle intenzioni bellicose, come pure le continue stizzite puntualizzazioni di Salvini tese a correggere le forzature di Berlusconi. Intenzioni, per la verità,  rese meno praticabili dal pesante intervento giudiziario sui conti del partito. Altre volte le vicende italiche ci hanno trascinato in ingloriose conversioni badogliane; ma più il dibattito si accende e si focalizza su questioni che vanno al di là di mere politiche redistributive, più gli eventuali voltafaccia costerebbero caro ai funamboli. Su questo Berlusconi ha ben poco da perdere e la sua funzione di traghettatore verso una opzione macronista sarà sempre più evidente. Per Salvini e Meloni il prezzo sarebbe decisamente salato ed un eventuale scambio tra una politica redistributiva di facciata ed antiimmigrazionista e un cedimento sulla Unione Europea e sulla NATO sarebbe insufficiente a salvaguardarli.

Rimane il problema di una evidente sottovalutazione delle implicazioni complesse e rischiose di una scelta coerentemente antiUE ed antiestablishment dominante; una questione che si è infranta più volte sugli scogli dell’effettivo controllo delle leve di potere, ma che si potrà porre con più determinazione e precisione una volta semplificati gli schieramenti.

GLI APPARENTI OUTSIDER

Dalla mappa è rimasto sino ad ora fuori il M5S, il movimento sul quale si stanno concentrando i consensi e le attenzioni di buona parte degli indignati, dei moralisti e degli scontenti.

In questi ultimi trenta anni la denuncia e l’azione ossessiva contro la corruzione non hanno portato niente di buono al paese. Ha distrutto una classe dirigente decadente, in piccola parte legata ad una migliore difesa degli interessi nazionali, surrogata da un’altra senza alcun serio radicamento in interessi forti e strategici del paese. Si è trattato di un’onda partita puntualmente da iniziative di precisi centri di potere statunitensi, compreso un centro anticorruzione fondato da una quarantina di giornalisti quasi tutti legati al Partito Democratico americano utile a destabilizzare gli scenari politici di mezzo mondo e che ha saputo raccogliere un discreto consenso in gran parte dei casi. Il M5S è stato il catalizzatore ultimo di questo stato d’animo. Da qui una collaborazione strisciante con gli ambienti istituzionali che hanno gestito e assecondato questi processi. A questo aggiunge una politica ambientalista che dà per scontato l’applicazione su larga scala industriale di tecnologie dubbie o che richiederanno programmi di investimento ultradecennali ed una politica redistributiva fondata su un reddito minimo garantito utile a coltivare una plebe precaria e l’assistenzialismo piuttosto che una comunità di produttori. I programmi di accompagnamento all’occupazione sono dei meri slogan che poggiano su dei falsi reiterati da anni come quello che segnala che la disoccupazione sia un problema di sfasamento tra qualificazione dell’offerta e qualificazione della domanda di lavoro. Un problema che riguarda solo poche centinaia di migliaia di opportunità rispetto alla marea di milioni di persone, anche qualificate, disoccupate e sottopagate. Sono solo tre aspetti, oltre alla improvvisa conversione sulla politica europeista, di un programma dai contenuti prevalentemente demagogici ed enunciativi. Beppe Grillo del resto lo aveva detto chiaramente, un paio di anni fa. Il suo movimento era nato per contenere nell’alveo democratico, tradotto nell’attuale sistema partitico e consociativo, un movimento che poteva assumere connotati radicali e sovranisti. Un cambiamento serio non può quindi che partire da una crisi anche di questo movimento in modo che anche gli “onesti” comincino a guardare ad altre parti.

UNA QUESTIONE STRATEGICA

Il Sole24Ore del 21 gennaio titolava, a proposito della campagna elettorale: ”Economia reale e industria a bassa priorità per i partiti”. Solo Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico e Marco Bentivogli, sindacalista della CISL in un articolo http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-01-11/un-piano-industriale-l-italia-competenze-222533.shtml?uuid=AEcQ5JgD si sono soffermati lungamente sull’argomento. Lo hanno fatto però con tutti i limiti di una politica industriale del tutto indifferente al vero e proprio esodo all’estero del controllo e della proprietà delle maggiori e medie realtà industriali del paese e di incentivazione nella sua totalità senza alcuna selezione dei settori strategici. Aspetti già segnalati in questo articolo http://italiaeilmondo.com/2017/01/22/203/ . E infatti, ad oltre un anno di distanza, il Ministro vanta il grande successo degli investimenti nei vari settori industriali e lamenta un insufficiente sviluppo della ricerca, della ricerca applicata e della nascita e sviluppo di start-up qualificate. Calenda presenta il dato come un semplice accidente risolvibile con ulteriori finanziamenti ed una migliore organizzazione dei “competence center” e dei centri di ricerca universitari. Vedasi il suo intervento al per altro interessante convegno a Napoli del 11 gennaio scorso. In realtà si tratta di un limite strutturale legato alla ormai quasi totale assenza di adeguate piattaforme industriali nazionali necessarie a favorire la nascita, lo sviluppo e il consolidamento delle attività sperimentali. La conseguenza è che nel migliore dei casi la ricerca e il rischio delle scarse applicazioni industriali sono a carico degli investimenti pubblici e privati nazionali, il più sicuro e remunerativo consolidamento finisce in mano alle grandi piattaforme industriali straniere. Uno degli ultimi esempi riguarda l’ECM, azienda operante nell’alta tecnologia ferroviaria, un settore nel quale era presente, sino a pochi mesi fa e da diversi decenni Finmeccanica http://iltirreno.gelocal.it/pistoia/cronaca/2018/01/05/news/ecm-diventa-americana-arriva-caterpillar-1.16315568 . Per il resto il dibattito è tuttora assente a parte qualche vaga enunciazione sul mantenimento del controllo delle aziende strategiche fatta da Salvini e Meloni.

È vero che i bacini elettorali sono considerati ormai un mercato segmentato secondo semplici e sofisticate tecniche di comunicazione e costituiti da cittadini consumatori piuttosto che da cittadini partecipi e produttori del bene comune. La politica industriale, nei suoi particolari, deve avere necessari caratteri di riservatezza. Essa, comunque, rappresenta uno dei pilastri imprescindibili sui quali costruire non solo il benessere di una comunità, ma anche la forza e la autorevolezza di una nazione organizzata in uno stato.

L’assenza di dibattito sul tema rivela le reali intenzioni di uno degli schieramenti che si andranno a formare dopo le elezioni, ma anche le debolezze intrinseche che l’altro dovrà superare pena l’estinzione o il trasformismo più deleterio.

Questi paiono i tre aspetti sinora emersi nel dibattito. Si spera che la convulsione dei prossimi giorni aiuti a farne emergere altri ancora più dirimenti. Si vedrà. Rimangono nell’ombra, nell’articolo altre forze politiche. Tra esse “Liberi e Uguali”. Il simbolo più evidente della decadenza e dell’estinzione di una classe dirigente, ma non per questo meno importanti. Non mancherà l’occasione di parlarne. Nel frattempo andate a leggervi il programma. Non sembrano crederci nemmeno loro.

 

6 commenti

  • l’ alleanza di “centrodestra” è puramente finalizzata ad aver un pò più di eletti ( ovviamente sottratti a PD e Mi5 ) .La lega ci si è adattata anche per l’ assai improbabile risultato che ne scaturisca una governo a “trazione” leghista, ma con il grave costo di NON poter rinfacciare a berlusconi tutte le sue porcate dal 2011 ad oggi.
    In questo modo però salvini ha rinunciato alle armi dialettiche più efficaci a competere l’ elettorato a berlusconi e il risultato sarà solo a vantaggio di berlusconi che per contro userà contro la lega spregiudicatamente tutte le sue TV.
    Risultato:Salvini arriverà “secondo” e berlusconi potrà ancora fregiarsi essere “il premier del centrodestra” cono un maggior potere contrattuale nella “maggioranza” €urista che ci farà la “macelleria greca” già apertamente chiesta da L€uropa.
    La domanda da far a salvini dopo il 4marzo quindi sarà : valeva la pena perdere qualche voto “leghista” per aiutare berlusconi a vendersi meglio al nemico?

  • giuseppegerminario

    E’ così, almeno anch’io lo penso. Ritengo che Salvini pagherà un prezzo pesante per questa autolimitazione sempre che il PD non riesca ad inserirsi efficacemente in questa faglia. Ritengo che Salvini e la Lega non siano in grado di sostenere alla lunga uno scontro aperto, specie se al governo. Occorrono ben altre forze. Uno schieramento di forze corrispondente ai temi in ballo potrebbe essere comunque un primo elemento positivo. Si vedrà

  • Massimo Morigi

    Il movimento 5 stelle è la guardia bianca dell’attuale sistema politico italiano che, sorto in seguito alla sconfitta militare nel secondo conflitto mondiale, ha il precipuo compito di privare l’Italia di un pur minimo centro strategico di respiro internazionale (compito che oltre essere il vero copione segreto di ogni nostra presenza a livello internazionale, è stato anche messo per iscritto nella nostra meravigliosa costituzione del ’48). Il mantra “onestà, onestà” del movimento non è altro, appunto, che una vuota giaculatoria, ad usum della parte più credulona e politicamente ingenua dell’elettorato, per coprire il suo vuoto di idee, di ideali e di progetti, consentendogli così di non prendere nessun impegno verso nessuno e di fare incetta di voti che vengono utilizzati per fare girare a vuoto una macchina politica che non va da nessuna parte e, in ultima istanza, per frustrare nella vuotaggine dei suoi proclami le pur esistenti spinte al cambiamento che l’attuale sistema con la sua inefficienza e con la sua tara genetica di essere nato e imposto da una sconfitta militare naturalmente tende a produrre. Scontando, come fa giustamente Germinario e con notevole acribia di analisi, il ruolo di agenti per procura anche degli altri partiti che si contendono il consenso elettorale (ma ruolo sempre più sfilacciato ed in crisi, in cui massimo simbolo è la figura dell’ex presidente del consiglio ed attuale segretario del Partito democratico), giustamente leggiamo in “A carte scoperte…” che ” Un cambiamento serio non può quindi che partire da una crisi anche di questo movimento in modo che anche gli “onesti” comincino a guardare ad altre parti.” Osservazione che condivido in pieno, eccetto per il verbo usato per descrivere l’azione che gli “onesti” dovrebbero intraprendere. Agli “onesti” proprio perché fra virgolette, e quindi intendendo il sostantivo ‘onestà’ non nel senso piattamente commerciale del non rubare ma dal punto di vista intellettuale, non compete guardare ma elaborare solide teorie che guidino all’azione. Ma che l’etimologia di ‘teoria’ contenga il concetto del guardare, e che il guardare politicamente e scientificamente inteso secondo una gramsciana filosofia della prassi non sia un atto passivo ma un’azione modificatrice attiva e dialettica sulla realtà in cui onestà significhi, innanzitutto, rendersi machiavellianamente conto della serietà della politica e di una sua legalità che va ben oltre un’onestà intesa in senso miseramente commerciale (rapportandola alla storia dell’Italia sorta dal Risorgimento, un’ onestà, quindi, che deve essere intesa nel senso precipuamente mazziniano del termine che impone, in altre parole, una strenua fedeltà politica a favore dell’identità – e quindi della libertà – del proprio popolo), questa è una consapevolezza ben presente (e fattiva) in Germinario e nei lettori dell’ “italia e il mondo” : mi permetto solo di sottolinearla con maggiore asprezza a coloro che vengono ingannati dalle vecchie e nuove guardie bianche che sfruttano la creduloneria degli elettori per continuare a far prosperare il sistema di servaggio nato in Italia dopo la seconda guerra mondiale; e solo per in questa nota di stile, per questa minore cortesia verso coloro che ancora devono essere destati dai propri sogni e balbettii infantili, prendo la licenza di distinguermi dall’acutissima e fondamentale analisi di Giuseppe Germinario, al quale, per l’ennesima volta, dobbiamo essere veramente molto grati.

    Massimo Morigi – 3 febbraio 2018

  • Ritiene che il Jobs Act di Matteo Renzi ed “El Khomri law” (concluso con Macron) in Francia siano un ulteriore allineamento delle politiche economiche di questi due rappresentanti? Ed in secondo luogo non mi e’ ben chiaro cosa garantisca a Macron di ottenere una posizione di Maggiore rilievo in Europa? Alla Germania giova una posizione di rilievo della Francia?

    • giuseppegerminario

      L’allineamento e la comune ispirazione ci sono entrambe. Cambiano le modalità ed il contesto. Macron ha in cantiere, a tempi stretti, un pacchetto di interventi che riguarda anche il sistema di rappresentanza sindacale e di contrattazione. Sta adottando una politica più avvolgente con i sindacati grazie anche al disfacimento del vecchio sistema dei partiti in Francia. Il paese dispone, inoltre, ancora di centri amministrativi in grado di determinare politiche e formare classe dirigente e di grandi aziende, sia pure fragilizzate, in grado di determinare strategie economiche. Riguardo alla politica estera la Francia è vittima soprattutto della propria retorica universalista. Ambisce a porsi come mediatrice pur sostenendo direttamente parte dei contendenti nei contenziosi (vedi paesi della penisola arabica); ambisce a porsi alla pari con Germania e Stati Uniti pur non avendo gli stessi mezzi. Il risultato è un eccesso di ipocrisia verbosa e di opportunismo. La Germania per mantenere il suo attuale ruolo ha bisogno del sostegno degli Stati Uniti e del supporto, per ragioni strutturali e di retaggio storico, della Francia. Uno schema che può trovare applicazione grazie al sacrificio di altri paesi, tra i quali in primo luogo l’Italia. La Francia, comunque, mi pare destinata ad un declino sia pure più lento di quello nostrano a meno di clamorose svolte in campo geopolitico. Legga, se vuole, questi miei due articoli http://italiaeilmondo.com/2018/01/06/macron-micron_-3a-parte-di-giuseppe-germinario/ , http://italiaeilmondo.com/2017/09/20/deutschland-uber-alles-di-giuseppe-germinario-versione-integrale/ e gli articoli di roberto buffagni. Spero di essere stato esauriente. Cordiali saluti

  • Grazie e Cordiali Saluti

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