IL CONTRATTO DI GOVERNO, di Giuseppe Germinario

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IL GUARDIANO DELLA (AUGURABILMENTE DEFUNTA) COSTITUZIONE REALE, di Massimo Morigi

 

In due settimane il cerchio di fuoco tracciato dal Presidente della Repubblica, iniziato con il suo discorso alla Badia di Fiesole si chiude al momento con l’incarico di governo. Al centro le fiere impegnate al grande salto: il duo Salvini-Di Maio con il contratto di governo appena firmato, il PD in piena fibrillazione, il riabilitato Berlusconi.

IL DOMATORE

Il domatore Mattarella ha iniziato a sollevare la barriera utilizzando la strumentazione che conosce da tempo, appresa tale e quale dai suoi padri. L’ha esibita come un automa a Fiesole, con una retorica senza pathos. http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Video&key=2751&vKey=2475&fVideo=7

  • Ha rievocato le gesta intrepide e gli ideali dei padri fondatori della Unione Europea, omettendo la loro condizione di grave sudditanza politica rispetto al vincitore di campo dell’ultimo conflitto mondiale.
  • Ha rintuzzato le critiche sulla natura oligarchica, burocratica, autoritaria dei centri di potere comunitari sottolineando che le decisioni erano prese democraticamente dai capi di governi europei in concerto tra loro. Ha smontato così almeno parzialmente le ragioni e il bersaglio di una critica ricorrente, prestando però il fianco a due argomenti ancora più dirimenti e ostici da contestare, specie per bocca di un uomo di legge. Intanto le decisioni comunitarie, in quanto frutto di trattative tra capi di governo, non possono avere natura democratica ma sono il frutto di decisioni diplomatiche. Democratica può essere tutt’al più l’elezione dei vari capi di governo. È il riconoscimento implicito che la UE è un consesso frutto di trattati tra stati nazionali piuttosto che una istituzione sovrana. È una affermazione che sposta quindi l’attenzione sull’aspetto cruciale e dolente, ma regolarmente eluso, delle vicende comunitarie viste da un punto di vista nazionale: l’esistenza di una classe dirigente nazionale nella quasi totalità progressivamente senza ambizione di autonomia decisionale, senza capacità operativa e con una smaccata propensione alla sudditanza esterofila.
  • Prosegue ostinatamente nel rappresentare l’attuale processo comunitario come ineludibile nelle forme e nei tempi secondo l’impostazione funzionalista di Monnet. Con questo rimuove le diverse opzioni e punti di vista nelle relazioni tra stati europei presenti sin dall’immediato dopoguerra e che hanno attraversato il processo di costruzione comunitario; soprattutto, di fronte alle crepe sempre più evidenti nella costruzione, rischia di lasciare il paese ancora una volta spiazzato e in balia di scelte altrui

Mattarella merita per altro un filo di comprensione umana. L’arena era stata predisposta per un duetto Renzi-Berlusconi con eventuali altre comparse. La seconda opzione, scaturita dall’esito elettorale imprevisto nelle dimensioni, prevedeva di assecondare le pulsioni europeiste più conformiste presenti nel M5S con un accordo con il PD. Un tentativo reso vano dalla presa ferrea di Renzi su un partito smarrito e dalla sua convinzione di poter sgominare rapidamente i pentastellati stando alla finestra e giocando sulle leve di cui dispone e dalle quali è mosso. Non gli resta che tentare di porre un argine, forzando le proprie stesse prerogative e provare ad incanalarlo sulla retta via sia pure a costo di qualche pesante concessione redistributiva. Della perla rilasciata riguardante il varo di un “Governo Neutrale” non serve dilungarsi. Da pensionato Mattarella dovrà spiegare il nesso profondo tra il concetto di neutralità e quello di politico; una impresa particolarmente ardua anche per il più fervido sostenitore del governo mondiale e dell’ecumenismo. È l’espressione di una classe dirigente dimessa, smarrita e senza argomenti in grado di raccogliere un blocco sociale coeso e un popolo.

LE FIERE AL CENTRO DELL’ARENA

A giudicare dalle enunciazioni di principio del “contratto di governo” sottoscritto da Salvini e Di Maio, Mattarella sembra riuscire nella terza opzione. https://www.quotidiano.net/polopoly_fs/1.3919629.1526651257!/menu/standard/file/contratto_governo.pdf Le modifiche apportate in corso d’opera nelle tre edizioni del documento lasciano intuire l’enormità delle pressioni subite dalla coppia di governo. Il giuramento di fedeltà alla NATO, la rivendicazione del rispetto integrale del Trattato di Maastricht e di Lisbona sarebbero lì a certificare la ortodossa professione di fede dei neofiti, la pesantezza e la compromissione delle cambiali firmate da Di Maio nel suo giro preelettorale in Europa e negli Stati Uniti in cerca di investiture e la spavalda remissività di Salvini.

I più navigati, però, sanno che tanto più vige l’ostentazione pubblica delle virtù quanto più occorre indagare sui vizi privati dei paladini.

E in effetti i termini sui quali si dovranno condurre le future trattative in ambito comunitario, annunciate nel documento, se portati avanti con coerenza e determinazione, lasciano presagire una lacerazione piuttosto che una solida ricomposizione della costruzione europea. La riduzione dei surplus commerciali, il riconoscimento del carattere sociale del legame europeo, lo sfondamento dei tetti di spesa, le garanzie comunitarie su crediti e debiti sono tutti cunei in grado di scardinare l’attuale costruzione alemanno-statunitense del continente.

Gli elementi che evidenziano i limiti del documento e quindi delle forze politiche che lo esprimono si annidano prosaicamente in altre parti del testo. Sono limiti che rivelano l’impostazione culturale e strategica dei due gruppi dirigenti, soprattutto quello del M5S, molto più difficile da correggere.

Li si scova tra vari punti particolari del documento:

  • Nell’auspicio dello sviluppo delle politiche regionali europee senza la mediazione, il controllo e l’indirizzo degli stati nazionali. Politiche che, perseguite con coerenza, hanno condotto scientemente all’indebolimento di alcuni stati nazionali, meno di quelli dell’Europa Orientale, dove il decentramento amministrativo è più che altro nominale, soprattutto di Spagna e in particolar modo di Italia, le vere prede designate nel gioco europeo
  • Nella richiesta generica di investimenti pubblici europei le cui modalità e regole di utilizzo sono attualmente in realtà propedeutiche alle politiche di squilibrio e di dipendenza piuttosto che di sviluppo autoctono
  • Nella affermazione di una fantomatica identità europea tale da legittimare l’efficacia unitaria delle istituzioni rappresentative europee eventualmente da potenziare a scapito degli organi non elettivi. Una impostazione che rischia di celare sotto il mantello europeista una diversa modalità del confronto fra nazioni traslato nelle sedi rappresentative piuttosto che negli apparati.

Ma anche in alcune sue impostazioni di fondo, quindi:

  • Nell’enfasi retorica, pressoché univoca, attribuita alle magnifiche sorti e progressive dell’economia circolare e delle tecnologie verdi e alle capacità di sviluppo della piccola impresa. Non è un caso che il ruolo della grande impresa e della grande industria sia del tutto disconosciuto e quello dell’introduzione e soprattutto del controllo delle nuove tecnologie omesso. È l’indizio che si tratta di un gruppo dirigente attento alla complementarietà e alla diffusione di un sistema economico-sociale, sensibile quindi più al consenso elettoralistico, piuttosto che alla creazione di sistema di potenza indispensabile e necessario a sostenere il confronto geopolitico e garantire la coesione e il progresso sociale. Le righe riservate all’ILVA e alle grandi opere pubbliche sono forse la spia più inquietante di questa debolezza. La chiusura dello stabilimento di Taranto rappresenterebbe un colpo mortale all’industria di base necessaria alla riconversione industriale del paese e alla fornitura dei mezzi necessari all’esercizio della propria sovranità. Senza dimenticare che come la chiusura di Bagnoli ha consentito il potenziamento del comando della VI flotta americana a Napoli, la chiusura dell’ILVA a Taranto consentirà il potenziamento del porto militare e della logistica NATO e americana in tutta la Puglia. Una scelta economica, quindi, dalle profonde implicazioni geopolitiche http://italiaeilmondo.com/2018/05/22/taranto-da-polo-siderurgico-a-polo-strategico-della-nato-di-luigi-longo/  .
  • Nella frettolosità con la quale viene liquidato il tema della riorganizzazione istituzionale e burocratica dello Stato. Le indicazioni più concrete di risolvono nella normativa sui referendum, nella istituzione del ministero del turismo e soprattutto nella devoluzione controllata di competenze alle regioni, su loro richiesta. Proposte che se non sostenute da un chiara ed efficace definizione delle competenze dello Stato Centrale sia nei confronti delle amministrazioni locali che dell’Unione Europea rischiano di alimentare la frammentazione e la sovrapposizione di competenze. Una condizione di per sé precaria e fluttuante, ma estremamente pericoloso nel caso in cui, come ultima risorsa, il vecchio establishment nazionale e soprattutto internazionale decida di utilizzare la carta della frammentazione politica del paese. Il revival dei fasti borbonici del re Nasone periodicamente in auge nel Regno delle Due Sicilie, il controllo territoriale delle varie mafie e il basso rango dei centri di potere regionali potrebbero trovare un terreno favorevole di coltura nell’enfasi della democrazia dal basso e di prossimità, nel regionalismo e nella retorica “dell’Italia dei Popoli”, cavalli di battaglia delle due formazioni politiche contraenti

I COMPRIMARI NELL’ARENA

Il PD e Forza Italia sono i due responsabili del naufragio delle aspettative di continuità degli indirizzi politici. Lo spettacolo offerto dall’Assemblea Nazionale del PD di sabato 19 vale da solo a spiegare lo stato di fibrillazione. Un consesso composto da un migliaio di rappresentanti, tenuto da circa settecento partecipanti, con un ordine del giorno modificato al momento, un esodo a metà svolgimento di oltre la metà dei partecipanti ed una conferma a termine del neosegretario Martina con una maggioranza assoluta di duecentottanta persone. Una sinistra, in sostanza, fautrice di un fantomatico nuovo centrosinistra, indisponibile almeno per il momento ad un governo di salvezza nazionale, detentrice di un controllo approssimativo delle redini del partito, la quale fronteggia un Renzi sornione, detentore delle redini parlamentari e del consenso maggioritario di una formazione del tutto trasformata in questi ultimi quattro anni, pronto a riesumare una politica di collaborazione e fagogitazione di parte dei prossimi resti di Forza Italia.

Quanto a Berlusconi, la sua riesumazione e riabilitazione, appare la mossa disperata di una élite ormai incapace di offrire strategie e alternative valide, neppure di breve termine come in Francia. L’estromissione dei francesi da Tim-Telecom e il contestuale sodalizio sottoscritto con Mediaset e la sua produzione mediatica, rappresentano il parziale obolo necessario a rinvigorire l’azione dell’ex cavaliere. Un simulacro che però per il bene del paese dovrebbe ormai essere al più presto accantonato.

IL CONTESTO e LE CONDIZIONI

La sola analisi del documento del “contratto” può indurre però a conclusioni fuorvianti. Alla pubblicità e solennità del testo corrispondono regolarmente strategie e tattiche condotte nella maniera più riservata in un contesto che porta a modificare se non addirittura a stravolgere i programmi e le aspirazioni.

La creazione delle condizioni interne certificheranno la capacità e la serietà delle aspirazioni delle nuove élites in via di formazione.

Il ripristino del controllo della gestione del risparmio nazionale, riportare in casa propria il controllo del debito pubblico, l’istituzione di un sistema finanziario e bancario in grado di garantire lo sviluppo e la ricostruzione industriale, l’interruzione dei processi di integrazione militare e politica ed il ripristino delle condizioni di fedeltà all’interesse nazionale dell’azione delle leve di potere politico e burocratico saranno la cartina di tornasole della serietà delle intenzioni e delle capacità operative.

Altrettanta importanza avranno le condizioni esterne. Il processo di costruzione europea attuale vive una condizione di stallo che prelude ad una crisi sempre più conclamata. La formazione di più sfere di influenza per il momento tutte sotto controllo americano e la frammentazione politica ormai predominante anche nei principali paesi europei non fa che accentuare questo processo e ne è parte integrante.

Il bilateralismo imposto dall’avvento di Trump alla Casa Bianca sta registrando i primi significativi successi con la Cina, la Corea e potrebbe incoraggiare a spingere ulteriormente the Donald a perseguire tali modalità anche in Europa. A quel punto lo scotto da pagare per la Germania, in cambio della permanenza del proprio ruolo in Europa, potrebbe essere particolarmente pesante e compromettere la coesione sociale interna e la solidità del suo cerchio di alleanze più solido ed esclusivo in Europa Centro-Orientale. Tutte condizioni che potrebbero agevolare l’azione della nuova coppia in auge soprattutto in presenza di vecchie élites europee attardate a considerare l’avvento di Trump ancora un semplice incidente. Qualche contatto è stato avviato, ma non si conoscono ancora gli esiti.

Molto diranno le personalità selezionate per costituire il nuovo governo, la loro storia e soprattutto la forza e la determinazione dei loro propositi.

Su questo, il gruppo in formazione, almeno quella parte più sensibile ad un recupero delle prerogative dello stato nazionale, più che essere consapevole delle necessità ed implicazioni appare destinato a scoprire al momento le necessità e a sbattere duramente con la realtà. In tal modo il tempo per trarne lezioni sufficienti è risicato; come in ogni conflitto dall’esito apparentemente improbabile.

Si vedrà già dai prossimi giorni. In quel documento l’impegno insolito ad una condotta controllata del confronto politico tra le due formazioni prelude evidentemente ad altri obbiettivi di più lunga scadenza. Quel che appare certo è che assisteremo ad uno sconvolgimento del quadro politico e a un chiarimento delle varie opzioni. Tutti varchi necessari alla costruzione di un movimento politico più attrezzato alle necessità. L’onda ha iniziato a formarsi. Si vedrà l’energia che riuscirà ad accumulare e la forza con la quale andrà a frangersi

A CARTE COPERTE_ Renzi, Berlusconi, Di Maio, Salvini al 5 marzo, di Giuseppe Germinario

Nel grande luna park elettorale, tra funamboli, illusionisti e fattucchiere cominciano a delinearsi nell’ombra, sotto traccia, alcuni punti fermi.

I PROTAGONISTI

Matteo Renzi all’avvio della campagna elettorale sceglie di incontrare in Europa Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica Francese nonché fondatore di “En Marche” e in Spagna Albert Rivera, Presidente di Ciudadanos ed emulo spagnolo di Macron. Due leader affermatisi sulle ceneri dei partiti repubblicano e popolare e soprattutto di quelli socialisti dei rispettivi paesi. Non è un caso. Renzi dimentica di incontrare i leader superstiti del Partito Socialista Europeo. Tra i transfughi della diaspora socialista europea avrebbe potuto scegliere in una vasta gamma di esponenti di successo. L’ultimo è il rieletto Presidente Ceko Milos Zeman, dalle propensioni filorusse e particolarmente tiepido verso NATO e UE. Con ogni evidenza non è certamente questo il cerchio di amicizie ambito.

L’attenta selezione delle candidature non è la sanzione definitiva del PdR, del partito personale di Renzi. È una interpretazione troppo riduttiva. Il Rottamatore ha semplicemente e definitivamente liquidato la componente di derivazione pciista e con essa le corrispondenti modalità di militanza e di decisione, le prassi di formazione della classe dirigente ad essa legate. Un processo avviato consapevolmente con l’avvento di Veltroni e conclusosi irrimediabilmente con la recente scissione in seno al PD.  È soprattutto la scelta obbligata necessaria a rendere possibile una svolta ben più radicale e per questo Renzi è disposto a sacrificare il residuo voto di sinistra.

Il modello da imitare è quello di Macron, ma le condizioni di applicazione sono ormai largamente compromesse. A differenza dello “Jupiteriano”, il Monarca di Rignano dovrebbe assumere la duplice improbabile veste di rifondatore del Partito Democratico e nell’eventualità di suo liquidatore in un contesto di grave logoramento della sua credibilità. Macron ha potuto assecondare rapidamente l’operazione di destabilizzazione dei partiti tradizionali e di rinnovamento radicale della rappresentanza perché aveva ed ha il sostegno e la copertura di solidi centri di potere ed amministrativi, a cominciare dall’ENA, i quali gli garantiscono la piena copertura e funzionalità nell’esercizio delle prerogative. In Italia i centri di potere sono molto più frammentati e meno efficaci; buona parte di essi sono per di più apertamente eterodiretti.

La visione europeista di Macron può offrire ai francesi il miraggio di una guida condominiale francotedesca della UE con pari dignità; una guida che per perpetuarsi prevede l’ulteriore sacrificio della terza potenza economica del continente, l’Italia. L’europeismo di Renzi di conseguenza rischia di ricadere nella solita cortina retorica necessaria a nascondere l’accettazione supina delle politiche più deleterie. Il recente incontro di Macron a Roma non ha fatto che confermare questa propensione anche nei passaggi in cui si sono spacciati come decisioni comunitarie alcuni atti unilaterali del Governo Italiano in materia di immigrazione.

In buona sostanza Renzi tre anni fa poteva ambire al ruolo di capitano e di timoniere; oggi fatica a mantenere il ruolo di capitano, avendo perso prestigio ed autorevolezza tra l’equipaggio e sicuramente ha perso il ruolo di timoniere ormai nelle mani del navigatore più esperto e smaliziato, Berlusconi, sempre che disponga delle forze necessarie. http://italiaeilmondo.com/2017/11/12/revival-berlusconi-si-berlusconi-no-_-di-giuseppe-germinario/   

http://italiaeilmondo.com/2016/10/19/i-paradossi-del-referendum-di-giuseppe-germinario/

Il profilo di Berlusconi può in effetti rappresentare la luce necessaria ad alimentare le speranze di sopravvivenza del Rottamatore a sua volta ormai a rischio di rottamazione.

Anche l’ex-Cavaliere ha iniziato praticamente la campagna elettorale andando in Europa, più precisamente presso i vertici della UE e del PPE (Partito Popolare Europeo). È andato a garantire il pieno rispetto dei vincoli e degli accordi sottoscritti. Un impegno perfettamente in linea con il Berlusconi conosciuto negli ultimi dieci anni, quello dell’intervento in Libia, del Governo Monti, del sostegno surrettizio ai successivi governi di centrosinistra. In effetti è riuscito a “cadere in piedi”, con qualche pesante umiliazione personale, ma senza necessità di rialzarsi. Un impegno che stride fortemente con i proclami del principale alleato di coalizione.

I più affezionati alle classiche logiche di schieramento lo ritengono più che altro un sotterfugio teso soprattutto a guadagnare tempo nei confronti del vecchio establishment europeista. Potrebbe anche essere; ma sarebbe un’attesa confidata esclusivamente all’eventuale successo di una politica estera americana tesa a dissestare completamente l’attuale Unione Europea. Un successo ancora del tutto ipotetico ma che di per sé rappresenterebbe assolutamente non una garanzia, ma una semplice opportunità per l’Italia di acquisire un ruolo più autonomo e spregiudicato. Ad una condizione imprescindibile: disporre di una classe dirigente idonea ed attrezzata.

Il curriculum di Berlusconi, con i suoi voltafaccia, anche terribilmente meschini negli ultimi otto anni, ha dimostrato di essere piuttosto di tutt’altra pasta.

Il programma sottoscritto dai tre leader del centrodestra si presta, come naturale tra forze ormai così eterogenee, a varie interpretazioni; oltre al contenuto, però, offre la possibilità di giocare anche e soprattutto sui tempi. L’esito delle elezioni determinerà sicuramente le modalità dello scontro interno al centrodestra ma quello che appare certo è che si assisterà ad una guerra di logoramento piuttosto che a un rapido conflitto risolutivo interno allo schieramento.

La compagine è destinata quindi a diventare l’epicentro di un movimento tellurico che riprodurrà schieramenti più corrispondenti al nocciolo dei problemi politici. Una faglia destinata ad attraversare i tre partiti ma che potrebbe estendersi anche ai nuovi arrivati del M5S. Al momento il protrarsi delle ambiguità non fa che rallentare il processo di decomposizione del Partito Democratico e offrirgli qualche ulteriore chance per presentarsi come il paladino esclusivo dell’attuale Unione Europea.

La candidatura di Alberto Bagnai nella Lega è il segno evidente di questa divaricazione e delle intenzioni bellicose, come pure le continue stizzite puntualizzazioni di Salvini tese a correggere le forzature di Berlusconi. Intenzioni, per la verità,  rese meno praticabili dal pesante intervento giudiziario sui conti del partito. Altre volte le vicende italiche ci hanno trascinato in ingloriose conversioni badogliane; ma più il dibattito si accende e si focalizza su questioni che vanno al di là di mere politiche redistributive, più gli eventuali voltafaccia costerebbero caro ai funamboli. Su questo Berlusconi ha ben poco da perdere e la sua funzione di traghettatore verso una opzione macronista sarà sempre più evidente. Per Salvini e Meloni il prezzo sarebbe decisamente salato ed un eventuale scambio tra una politica redistributiva di facciata ed antiimmigrazionista e un cedimento sulla Unione Europea e sulla NATO sarebbe insufficiente a salvaguardarli.

Rimane il problema di una evidente sottovalutazione delle implicazioni complesse e rischiose di una scelta coerentemente antiUE ed antiestablishment dominante; una questione che si è infranta più volte sugli scogli dell’effettivo controllo delle leve di potere, ma che si potrà porre con più determinazione e precisione una volta semplificati gli schieramenti.

GLI APPARENTI OUTSIDER

Dalla mappa è rimasto sino ad ora fuori il M5S, il movimento sul quale si stanno concentrando i consensi e le attenzioni di buona parte degli indignati, dei moralisti e degli scontenti.

In questi ultimi trenta anni la denuncia e l’azione ossessiva contro la corruzione non hanno portato niente di buono al paese. Ha distrutto una classe dirigente decadente, in piccola parte legata ad una migliore difesa degli interessi nazionali, surrogata da un’altra senza alcun serio radicamento in interessi forti e strategici del paese. Si è trattato di un’onda partita puntualmente da iniziative di precisi centri di potere statunitensi, compreso un centro anticorruzione fondato da una quarantina di giornalisti quasi tutti legati al Partito Democratico americano utile a destabilizzare gli scenari politici di mezzo mondo e che ha saputo raccogliere un discreto consenso in gran parte dei casi. Il M5S è stato il catalizzatore ultimo di questo stato d’animo. Da qui una collaborazione strisciante con gli ambienti istituzionali che hanno gestito e assecondato questi processi. A questo aggiunge una politica ambientalista che dà per scontato l’applicazione su larga scala industriale di tecnologie dubbie o che richiederanno programmi di investimento ultradecennali ed una politica redistributiva fondata su un reddito minimo garantito utile a coltivare una plebe precaria e l’assistenzialismo piuttosto che una comunità di produttori. I programmi di accompagnamento all’occupazione sono dei meri slogan che poggiano su dei falsi reiterati da anni come quello che segnala che la disoccupazione sia un problema di sfasamento tra qualificazione dell’offerta e qualificazione della domanda di lavoro. Un problema che riguarda solo poche centinaia di migliaia di opportunità rispetto alla marea di milioni di persone, anche qualificate, disoccupate e sottopagate. Sono solo tre aspetti, oltre alla improvvisa conversione sulla politica europeista, di un programma dai contenuti prevalentemente demagogici ed enunciativi. Beppe Grillo del resto lo aveva detto chiaramente, un paio di anni fa. Il suo movimento era nato per contenere nell’alveo democratico, tradotto nell’attuale sistema partitico e consociativo, un movimento che poteva assumere connotati radicali e sovranisti. Un cambiamento serio non può quindi che partire da una crisi anche di questo movimento in modo che anche gli “onesti” comincino a guardare ad altre parti.

UNA QUESTIONE STRATEGICA

Il Sole24Ore del 21 gennaio titolava, a proposito della campagna elettorale: ”Economia reale e industria a bassa priorità per i partiti”. Solo Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico e Marco Bentivogli, sindacalista della CISL in un articolo http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-01-11/un-piano-industriale-l-italia-competenze-222533.shtml?uuid=AEcQ5JgD si sono soffermati lungamente sull’argomento. Lo hanno fatto però con tutti i limiti di una politica industriale del tutto indifferente al vero e proprio esodo all’estero del controllo e della proprietà delle maggiori e medie realtà industriali del paese e di incentivazione nella sua totalità senza alcuna selezione dei settori strategici. Aspetti già segnalati in questo articolo http://italiaeilmondo.com/2017/01/22/203/ . E infatti, ad oltre un anno di distanza, il Ministro vanta il grande successo degli investimenti nei vari settori industriali e lamenta un insufficiente sviluppo della ricerca, della ricerca applicata e della nascita e sviluppo di start-up qualificate. Calenda presenta il dato come un semplice accidente risolvibile con ulteriori finanziamenti ed una migliore organizzazione dei “competence center” e dei centri di ricerca universitari. Vedasi il suo intervento al per altro interessante convegno a Napoli del 11 gennaio scorso. In realtà si tratta di un limite strutturale legato alla ormai quasi totale assenza di adeguate piattaforme industriali nazionali necessarie a favorire la nascita, lo sviluppo e il consolidamento delle attività sperimentali. La conseguenza è che nel migliore dei casi la ricerca e il rischio delle scarse applicazioni industriali sono a carico degli investimenti pubblici e privati nazionali, il più sicuro e remunerativo consolidamento finisce in mano alle grandi piattaforme industriali straniere. Uno degli ultimi esempi riguarda l’ECM, azienda operante nell’alta tecnologia ferroviaria, un settore nel quale era presente, sino a pochi mesi fa e da diversi decenni Finmeccanica http://iltirreno.gelocal.it/pistoia/cronaca/2018/01/05/news/ecm-diventa-americana-arriva-caterpillar-1.16315568 . Per il resto il dibattito è tuttora assente a parte qualche vaga enunciazione sul mantenimento del controllo delle aziende strategiche fatta da Salvini e Meloni.

È vero che i bacini elettorali sono considerati ormai un mercato segmentato secondo semplici e sofisticate tecniche di comunicazione e costituiti da cittadini consumatori piuttosto che da cittadini partecipi e produttori del bene comune. La politica industriale, nei suoi particolari, deve avere necessari caratteri di riservatezza. Essa, comunque, rappresenta uno dei pilastri imprescindibili sui quali costruire non solo il benessere di una comunità, ma anche la forza e la autorevolezza di una nazione organizzata in uno stato.

L’assenza di dibattito sul tema rivela le reali intenzioni di uno degli schieramenti che si andranno a formare dopo le elezioni, ma anche le debolezze intrinseche che l’altro dovrà superare pena l’estinzione o il trasformismo più deleterio.

Questi paiono i tre aspetti sinora emersi nel dibattito. Si spera che la convulsione dei prossimi giorni aiuti a farne emergere altri ancora più dirimenti. Si vedrà. Rimangono nell’ombra, nell’articolo altre forze politiche. Tra esse “Liberi e Uguali”. Il simbolo più evidente della decadenza e dell’estinzione di una classe dirigente, ma non per questo meno importanti. Non mancherà l’occasione di parlarne. Nel frattempo andate a leggervi il programma. Non sembrano crederci nemmeno loro.

 

REVIVAL: BERLUSCONI Sì, BERLUSCONI NO _ di Giuseppe Germinario

REVIVAL: BERLUSCONI Sì, BERLUSCONI NO

La prossimità della scadenza elettorale sta aiutando a dipanare l’intricata matassa degli schieramenti politici in Italia.

Sui programmi ci sarà poco da sottilizzare; tranne singole eccezioni, alla sommatoria di provvedimenti annunciati più o meno verosimili, mancherà l’indirizzo politico coerente, soprattutto riguardo alla collocazione internazionale, al mantenimento di prerogative statali e alla costruzione di una struttura produttiva solida, che possa renderle praticabili e realistiche.

Sulla dinamica degli schieramenti sembra invece incombere una “damnatio memoriae” che sta ricacciando il confronto indietro nel tempo, a venticinque anni fa; con l’ulteriore aggravante del sistema elettorale appena approvato il quale spingerà le forze politiche, in mancanza di successi netti e programmi incoerenti rispetto ai sodalizi iniziali, a sorprendenti giri di valzer postelettorali.

Come ampiamente preannunciato, Berlusconi è tornato ad essere la figura centrale dell’arena politica-politicante italiana. Con essa si pongono le premesse perché l’elemento centrale del dibattito ridiventi il pro o l’antiberlusconismo. Poiché l’immagine del leader, dopo quasi trenta anni protagonismo e ottantuno di età, risulta però troppo sbiadita, ad alimentare sufficientemente il desiderio di roghi e di girotondi contribuirà il suo epigone ed erede virtuale Matteo Renzi; una preda molto più abbordabile in questi ultimi mesi e facilmente affiancabile al protagonista originario.

Cambiano però i paladini della moralità. Cinque lustri or sono furono i leader della “gioiosa macchina da guerra” a inaugurare l’epopea e a rimanere con il sorriso a mezza bocca; oggi toccherà al M5S e all’arcipelago della sinistra riprendere il vessillo della morale e rinchiudersi, probabilmente con lo stesso esito, nella gabbia sterile dei moralizzatori, con annesso corollario di collaborazioni e collusioni istituzionali.

Cambia soprattutto il contesto di recitazione di un leitmotiv ormai logoro per gli anni.

Intanto la magistratura, per meglio dire, diversi settori di quella inquirente, ha perso gran parte della credibilità e dell’autorevolezza e Berlusconi l’esclusiva delle loro attenzioni.

Il Cavaliere detronizzato è tornato ad essere una figura centrale ma non è più il protagonista.

I capitali disponibili un tempo sono un lontano ricordo. La stessa Mediaset è solo in parte ormai la fucina di formazione da cui pescare dirigenti e trarre l’ossatura della formazione politica. Le scelte stesse dell’uomo politico negli ultimi dieci anni hanno incrinato pesantemente la sua credibilità. Oggi dispone di un gruzzolo più risicato, ma essenziale di voti che possono consentire nel migliore dei casi, con la vittoria eventuale del centrodestra, di condizionare e spegnere le pulsioni sovraniste in particolare della Lega di Salvini; in alternativa, in caso di un esito più equilibrato del responso, lo porterebbero alla formazione di un governo condominiale con il PD di Renzi e con ciò, nel male, quantomeno a costringere finalmente a una determinazione degli schieramenti su basi meno confuse ed equivoche.

In attesa delle redde rationem di primavera e dei mesi immediatamente a venire colpisce soprattutto il numero di convitati, a cominciare da Renzi per finire con Salvini, che gli ronzano intorno pronti a posizionarsi nel punto più favorevole.

A cagione della sua età e della tenuta precaria della sua formazione politica non si tratta più di ambiziosi impegnati a conquistare un posto al sole in un partito in fase ascendente; piuttosto, di pretendenti impegnati a spartirsi la parte più consistente delle spoglie politiche del Presidente.

Sarà il momento della verità.

Lo sarà soprattutto per Renzi, ostinatamente arroccato nel suo partito chiuso ad ogni apertura verso i suoi ex commilitoni; lo sarà per Salvini perché sarà il momento in cui si potrà qualificare la sua attuale posizione come puramente tattica o inesorabilmente opportunistica e ballerina.

14444248216Nei vari momenti della propria storia, l’uomo ha avuto una propria particolare idea della “buona morte”. Il Medioevo non sfugge a questa particolarità e poiché il ceto sociale aveva in esso una funzione molto più codificata e ritualizzata, ogni categoria ne assumeva una propria. Contrariamente alle aspettative la buona morte del CAVALIERE, specie di alto rango, non doveva avvenire sul campo di battaglia. L’auspicio comune e dello stesso soggetto interessato era invece quello di una fine lenta e consapevole, malinconica ma non drammatica. Il tempo e la lucidità, magari nel caso indotta e interpretata dai più prossimi al capezzale, gli avrebbe consentito la spoliazione progressiva dai beni terreni e il contestuale progressivo lenimento dell’anima dalle zavorre mondane, residenza d’elezione delle tentazioni luciferine; la condizione necessaria alla ascesa verso l’Essere Supremo.

Era il momento fatidico della soddisfazione delle aspettative più o meno interessate della pletora di questuanti. Dal popolino più miserabile, al cortigiano più infido e a quello più fedele, al delfino prediletto e a quello predestinato, ciascuno si aspettava il giusto riconoscimento e la giusta soddisfazione.

Era anche il momento in cui il protagonista, se in condizione o sapientemente ispirato, poteva cavarsi qualche ultima, definitiva e beffarda soddisfazione verso l’umanità o, cosa più alla portata del momento, verso qualche vicino poco gradito.

Ho il vago presentimento che il Cavaliere dei nostri tempi e delle nostre terre stia preparando nel suo lungo commiato qualche ultima sorpresa.Considerata, con poche eccezioni, la mediocrità del “parterre” che lo circonda e la natura luciferina dei legami stretti, specie negli ultimi dieci anni, è probabile che ci riesca.

LE ELEZIONI IN SICILIA

Le elezioni in Sicilia del 5 novembre scorso sono state in proposito un primo test rivelatore.

Il PD mostra di avere un nocciolo duro grosso modo equivalente all’esito elettorale delle elezioni del 2013 e difficilmente scalfibile, almeno nel breve termine. Una posizione contendibile in caso di risultato pressoché ex aequo tra centrodestra e M5S, ma che difficilmente potrebbe resistere a cinque anni di opposizione. Specie se dovesse proseguire con il suo atteggiamento ondivago. Nelle intenzioni vorrebbe imitare l’esperienza di Macron in Francia, definendo costui, almeno nei programmi e nei proclami, una linea politica netta europeista, governativa ed istituzionale; dall’altra sembra concedere spesso e volentieri molto agli atteggiamenti e alle parole d’ordine “populiste”. Il che la dice lunga sulle capacità e sull’immagine di coerenza di quel gruppo dirigente e di Renzi in particolare. Il conforto e le direttive, profferte in questi giorni ad Obama non saranno certamente sufficienti a compensare queste carenze. Potranno servire, molto più probabilmente, a contenere le esuberanze e le ambizioni del rivale apparente di Renzi: Berlusconi. Più che la forza intrinseca, potrà contare la manina d’oltreoceano.

Forza Italia ha dimostrato di poter contenere i danni, al netto delle transumanze di voto controllato tra uno schieramento e l’altro e in attesa dell’ingresso in campo del leader, per quanto logorato e consunto.

La Lega ha goduto apparentemente di un risultato poco lusinghiero; in realtà, nelle città dove c’è stato un impegno diretto, i risultati si sono visti. Bisognerà valutare la capacità di presenza capillare sul territorio nazionale, cosa del quale dubito. Si tratta, secondo me, di una tendenza comunque troppo lenta rispetto all’agenda prefissata da Salvini. Rimangono comunque gli equivoci di una formazione politica che ambisce a presentarsi come forza nazionale e sovranista ma che intende costruire questo carattere su una pericolosa e immaginaria rappresentazione di un “Italia Federata dei Popoli”; pericolosa e nefasta soprattutto per l’attuale condizione del Mezzogiorno. Un escamotage utile a rammendare le attuali lacerazioni interne al partito, ma del tutto inadeguata a costruire un partito realmente nazionale.

La sinistra, inoltre, sulla quale ho speso e spenderò parole in altre occasioni, ha rivelato la propria irrilevanza e minoritarismo, se non per contribuire allo stallo e alla regressione del Partito Democratico.

Il M5S pare in una situazione di stallo che lo porta a rappresentare al più un’opposizione sterile e di comodo, tanto più che le dinamiche tendono a ricacciarlo nel ruolo di oppositori moralisti meglio disposti a raccogliere dalle voragini e dalle propensioni della sinistra piuttosto che destrorse.

La crescente astensione non inibisce certamente l’azione e l’agibilità delle formazioni politiche. Ne accentua però la fragilità e la rissosità; ne riduce la capacità di estensione del potere piuttosto che la presa sui meccanismi.

Una situazione interlocutoria tipica di una classe dirigente, nella sua quasi totalità, in attesa di eventi determinati da altri e incapace di assumere un ruolo attivo e con un minimo di ambizione autonoma.

Qualche sussulto di ribellione pare emergere nell’affrontare la questione bancaria. Appare, però, il tentativo disperato di difendere il gruzzoletto e il minimo di agibilità politica di una ristretta oligarchia, chiusa in sé stessa e a pochi adepti collaterali, piuttosto che la delimitazione di un fronte da cui ripartire per la ricostruzione del paese.

 

Dalla mia palla di cristallo, di Roberto Buffagni

Dalla mia palla di cristallo

Bollettino elettorale n. 1

 

Io non guardo la TV, però ho la palla di cristallo. E’ un modello antiquato, analogico, un cassone pieno di transistor grossi come radioline: il futuro lo indovina, ma i futuri possibili sono tanti, e la sintonia è quello che è. Insomma, se ci scommettete i risparmi di una vita non venite a lamentarvi da me, io non rimborso nessuno.

Che succederà nelle elezioni politiche del 2018 & post? I canali della mia palla di cristallo vedono così i futuri possibili.

Canale 1.  Né centrosinistra né centrodestra riescono a formare una maggioranza parlamentare stabile. I grillini sono il primo partito per numero di voti, ma nonostante lusinghe da destra e sinistra si tengono la loro rendita di (op)posizione e non si schierano con nessuno. Si spalanca sotto i piedi delle classi dirigenti italiane un terrificante ibrido tra burrone e palude. Non possono come al solito buttare il gatto morto della responsabilità nazionale nel giardino UE, e attendere serene l’invio di letterina eversiva + insediamento di governo tecnico, perché la UE gli ha già fatto capire che vuole portargli via la pupilla dei loro occhi, le banche italiane. Qualcosa insomma devono inventarsi, le classi dirigenti italiane, bricolandolo in proprio con i mezzi di bordo e senza il manuale di istruzioni UE.

Canale 2. Il PD sfiora la catastrofe, ma non ci precipita a capofitto, Renzi che è tuttora il politico più abile e motivato sopravvive, ma resta molto debole sia perché prende pochi voti, sia perché il suo sponsor internazionale, il partito democratico americano, è diviso e all’opposizione. Il centrodestra supera il centrosinistra, Silvio B. supera Salvini di pochi o pochissimi punti percentuali. I numeri impongono le grandi intese, ma Salvini non ci può stare sennò si suicida: dovrebbe rovesciare di 180° la sua linea politica antiUE, e gli squali del Lombardo Veneto lo sbranerebbero. Paralisi, ammuina, resa finale alla realtà. Si indicono nuove elezioni. Giustificandosi con la salvezza della nazione (= banche italiane + status quo) Renzi e Silvio B. spaccano le loro coalizioni e i loro partiti, inventano un nuovo movimento modello Macron 2.0, Tiremm Innanz, e tentano il colpo gobbo. Purtroppo, al momento delle nuove elezioni la mia palla di cristallo si disconnette.

Canale 3. Il PD si prende una mazzata epocale, Renzi viene crocifisso. Il centrodestra riesce ad aggiudicarsi una maggioranza parlamentare benché risicata. Salvini supera Silvio B. di pochi punti percentuali. Panico, ammuina, tentativi disperati di Mattarella di trovare qualcun altro che formi un governo, ma nessuno ha voglia di suicidarsi, i kamikaze scarseggiano. A malincuore, Mattarella deve dare l’incarico a Salvini, e Salvini non lo può rifiutare. Salvini Presidente del Consiglio è come Alvaro Vitali/Pierino che interpreta Amleto, non ha esperienza internazionale, è socialmente impresentabile, non dispone di una squadra di governo nazionale e locale all’altezza, e ha più nemici all’interno della Lega che all’esterno; il che è tutto dire, perché all’istante parte una campagna di character assassination nazionale & internazionale, suffragata da alcuni errori di inesperienza del malcapitato. Dopo due anni di lacrime, sangue e prese in giro il governo leghista cade. Ciao ciao opposizione alla UE per almeno dieci anni.

Canale 4. Tutto come sul canale 3 fino alla seconda riga: Il PD si prende una mazzata epocale, Renzi viene crocifisso. Il centrodestra riesce ad aggiudicarsi una maggioranza parlamentare benché risicata. Salvini supera Silvio B. di pochi punti percentuali. Panico, ammuina, tentativi disperati di Mattarella di trovare qualcun altro che formi un governo, ma nessuno ha voglia di suicidarsi e a malincuore, Mattarella deve dare l’incarico a Salvini. Salvini però il pomeriggio precedente riceve la visita della Madonna di Fatima, che gli dice: “Matteo, non fare la scemenza di accettare l’incarico di Presidente del Consiglio, non fa per te. Tu sei come Mosè: il tuo compito è liberare il popolo italiano, così caro al mio cuore, dalla schiavitù della Falsa Europa senza Dio, e fargli attraversare il deserto della transizione. Tu però non vedrai la Terra Promessa della Vera Europa dell’armonia di popoli e nazioni. Insomma: mandaci qualcun altro a fare il Presidente del Consiglio.” Salvini che in fondo in fondo è un bravo ragazzo ci pensa su, si rende conto che gli conviene allargare la sua base di consenso e trovare una personalità rispettata e capace che gli tolga le castagne dal fuoco, e si mette in riga. Telefona a Tremonti che appena risponde gli fa, “Non ci crederai, ma stanotte ho sognato la Madonna che mi annunciava una tua telefonata”. Tremonti forma un governo, e mentre gli italiani meno vocati al suicidio incrociano le dita comincia a fare le prove generali di un recupero di indipendenza italiana all’interno della UE. Poi, se son rose fioriranno (se non son rose, bè, non serve la palla di cristallo per sapere come andrà a finire).

Canale 5. Sul canale 5 si vedeva molto male, ricezione difettosissima, solo tanti flash. Flash: Movimento 5 Stelle che forma il governo con PD & frattaglie sinistrorse, bzzz, flash: Silvio B. dà l’appoggio esterno al governo, bzzz, flash: pioggia di cavallette, bzzz, flash: patrimoniale apocalittica per finanziare il reddito di cittadinanza, bzzz, flash:  partita a calcetto, papa Francesco e Di Maio capitani di due squadre multietniche, bzzz, flash: ius soli anche per i marziani, bzzz, flash: Le radeau de la Meduse, bzzz, flash: Dante Alighieri che singhiozza, Giambattista Vico che si inietta un’overdose di eroina, bzzz, flash: Di Maio stringe la mano di Angela Merkel, sottoflash su accordo bilaterale Germania-Italia, i pensionati tedeschi vengono a vivere tutti da noi in zone extraterritoriali dove vige il diritto germanico, i laureati italiani con 110&lode vanno tutti a lavorare in Germania come indentured servants, bzzz, flash: suona la campanella del Finis Italiae, bzzz, bzzz, bzzz.

E questo è quanto vi dovevo, per ora. Chi disponesse di palla di cristallo, meglio se di modello più recente della mia, è invitato a farci sapere quel che ha visto.