POPOLO VS. DEMOCRAZIA, di Teodoro Klitsche de la Grange

POPOLO VS. DEMOCRAZIA

L’“insorgenza” del 6 gennaio a Washington ripropone una questione sui poteri del popolo in una democrazia.

Problema antico. Già Tucidide nel riportare il celebre discorso di Pericle per i caduti della guerra del Peloponneso, narra che il demagogo fa un elenco di diritti, doveri, funzioni e sul modo in cui il “popolo” ateniese le esercita, per connotare il concetto di democrazia dell’Atene di (circa) duemilacinquecento anni fa: la democrazia ha tale nome – diceva Pericle “perché la città è affidata non a una oligarchia, ma a una più vasta cerchia di cittadini; le leggi sono uguali per tutti (isonomia); tutti hanno diritto di esercitare le cariche pubbliche (accesso); la povertà non è un limite a ciò”. La difesa di tutti (la guerra) è dovere di ogni cittadino; morire in guerra rivela il valore dell’uomo1.

Così Polibio, evidenziando l’elemento democratico della Costituzione romana (repubblicana) ne elencava i poteri esercitati dal popolo2.

Cosa succede quando è introdotto il concetto di sovrano? Bodin riferendosi al sovrano (per un francese del ‘500, il re), ne delinea due connotati decisivi: che il sovrano è tale perché la sua volontà non dipende da altri e perché è sopra il diritto, almeno nel caso d’eccezione. Nella situazione eccezionale il sovrano decide se e come infrangere il diritto, vigente in quella normale. Poi elenca i poteri che competono al sovrano per essere tale anche nei frangenti normali. Il giurista francese li denomina “les vraies marques de la souvreraineté” (nominare le alte cariche, decidere la pace e la guerra, dare la grazia e così via)3; e ritiene essere i connotati che servono ad identificare, tra gli organi pubblici, quello sovrano4.

Gli elementi decisivi (indipendenza da altri e potere non limitato dal diritto) indicati da Bodin successivamente erano spesso ripetuti. Anche Thomas Hobbes, dopo aver argomentato sulla istituzione del corpo politico – e così del Sovrano – enumerava i poteri che allo stesso competono per esercitare la funzione (di protezione), in modo simile a quanto scriveva Bodin5.

Carré de Malberg scriveva che la nozione della sovranità non ha che un significato negativo: e questa negatività è soprattutto data dalla possibilità per il sovrano di non essere obbligato a dover riconoscere volontà allo stesso superiori né limiti inderogabili6.

Max von Seydel sottolinea in particolar modo che per il concetto di Stato uno dei requisiti essenziali è d’esser “dominato da un supremo volere… lo Stato non è affatto il volere sovrano, né possiede il volere sovrano, anzi, è diverso da esso. Il volere sovrano è sopra lo Stato, e la soggezione ad esso dà al territorio e al popolo la qualità di Stato7. Onde è un errore logico confondere dominatore e dominato, concepirlo come da von Stein quale “tutto unico, come risultante dell’oggetto del dominio (Stato) e dell’investito del dominio. Quest’ultimo concetto si trova del resto già in Grozio: Imperium, quod in rege ut in capite, in populo manet ut in toto, cuius pars est caput. E questo è erroneo per ciò, che il sovrano essendo quello che effettua l’unità, non può esso stesso insieme con lo Stato formare l’unità”. Ne consegue che “Il volere sovrano è quindi sempre un volere sopra lo Stato, non un volere dello Stato, e nel disconoscimento di questo rapporto sta l’errore di rappresentare lo Stato come personalità”. D’altra parte nella rivoluzione francese Sieyès aveva già collegato il sovrano alla volontà assoluta, creatrice di forme politiche: il pouvoir constituant, dove il rapporto tra volontà nazionale e diritto costituito corrisponde a quello che avrebbe, circa un secolo dopo (della sovranità), scritto von Seydel «“La nazione – scrive infatti Sieyès – è preesistente a tutto, è l’origine di tutto. La sua volontà è sempre conforme alla legge, è la legge stessa. Prima e sopra di essa non c’è che il diritto naturale”. Poco più avanti prosegue: “Sarebbe ridicolo supporre la nazione vincolata anch’essa dalle modalità e dalla Costituzione cui ha assoggettato i propri mandatari. Se per diventare una nazione le fosse stata necessaria una forma positiva essa non sarebbe diritto naturale […]. La nazione è tutto ciò che è in grado di essere per il solo fatto di esistere. Non dipende dalla sua volontà attribuirsi più diritti di quanti ne abbia […]. Alla volontà nazionale basta (invece) soltanto la propria realtà per essere sempre legittima. Essa è la fonte di ogni legalità8.

Con questo, l’abate confermava e sviluppava quanto scriveva Rousseau che “Il Sovrano, per il solo fatto di essere, è sempre tutto ciò che deve essere9

Tuttavia, quale conseguenza del dominio sullo Stato, il Sovrano esercita un’attività nello Stato: legislazione, amministrazione, giurisdizione sono le branche (i poteri costituiti) in cui si articola (e si esercita) la sovranità attraverso decisioni e nomine.

Anche Carl Schmitt distingue il popolo “davanti” e “al di sopra” della Costituzione e il popolo “entro” la Costituzione nell’esercizio dei poteri regolati con leggi costituzionali10.

Senza voler ripetere quel che è affermato da tanti, è necessario ricordare che, se pure il concetto di sovrano è stato per così dire spersonalizzato, in particolare nella formula della sovranità dello Stato, è sempre esistita l’opinione che il popolo abbia, quanto meno laddove eserciti il pouvoir constituant, il potere di fare tutto, perché è “ciò che deve essere per il solo fatto di esistere”: e ciò anche per creare, modificare, trasformare la forma politica (Sieyès). Accanto al popolo che elegge, vota ai referendum, esercita l’iniziativa legislativa popolare, esiste un popolo sovrano perché sovrasta l’ordinamento. Ossia che è potere costituente, e non solo partecipazione/esercizio a e di poteri costituiti.

Il problema è come il popolo possa agire se non è potere costituito “in forma”. Scrive Matteucci a tale proposito che “il potere costituente del popolo conosce ormai consolidate procedure (assemblee ad hoc, ratifiche attraverso un referendum), capaci di garantire che il nuovo ordine corrisponda alla volontà popolare…il potere costituente del popolo è una sintesi di potere e diritto, di essere e dover essere, di azione e consenso, perché basa la creazione della nuova società sul iuris consensu11. Al contrario di tanti, lo studioso scomparso non vede nel potere costituente del popolo una negazione della democrazia ma, a determinate condizioni, la sua espressione culminante. Va da se che la contraria opinione non spiega la trasformazione (di fatto) dell’ordinamento e, al limite, finisce anche per contestarne il carattere democratico, pur se rispettoso delle procedure sì straordinarie (extra legem) ma rispettose della volontà popolare.

Accanto a queste c’è anche il carattere pubblico, sempre connesso al popolo12, e che ne fa, se riunito, una “grandezza politica”13; ma la cui disamina eccede i limiti di questo breve scritto14.

4. Limitandoci quindi al popolo dentro” la Costituzione, occorre concludere valutando quale sia la pratica “democratica” di coloro che sostengono il popolo solo come agente “in forma”, titolare della sovranità ma che la deve esercitare “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Quanto all’essere il popolo “al di sopra” della costituzione nelle dichiarazioni di esponenti politici e culturali dell’establishment non se ne parla se non per lanciare anatemi; sulla base (prevalente) che tale concezione è contraria alla democrazia liberale. I media mainstream, disciplinati e allineati (come l’intendenza) seguono.

Resterebbe al popolo, per essere considerato (rispettosamente) costituzionale, legalitario e disciplinato, almeno di agire “dentro” la Costituzione ad esercitare quei poteri, e determinare così coerenti comportamenti degli organi pubblici, che la Costituzione gli attribuisce.

Ma anche questo pare, ai “democratici” (anti-populisti) eccessivo e inopportuno.

Alcuni (tra i tanti esempi che si potrebbero fare) lo provano.

Quando il popolo inglese stava per votare nel referendum consultivo sulla Brexit, i commenti dei demo-globalisti erano prossimi al razzismo bio-etico: il popolo è inferiore, culturalmente, intellettualmente e moralmente e quindi non deve votare su argomenti che solo i “tecnici” (leggi le èlite) possono capire e valutare.

Il sen. Monti si distinse (pochi giorni prima che gli inglesi dessero la (decisa) delusione ai globalisti), sia per aver rimproverato duramente Cameron per aver indetto il referendum, sia per essersi rallegrato che la costituzione italiana sottraesse alla decisione popolare la materia dei trattati internazionali. Bisogna dar atto al sen. Monti di essere coerente nella vita e nelle idee: in effetti non risulta sia stato mai eletto dal popolo (quindi dal basso) né in Parlamento né altrove; ogni incarico l’ha ottenuto per nomina (dall’alto). Per cui si capisce il motivo della considerazione che nutre dei cittadini elettori.

Del pari non fu chiesto affatto agli elettori italiani nel 2011 se gradivano che il governo Berlusconi, il quale aveva ottenuto nel 2008 la maggioranza degli eletti in Parlamento, dovesse essere sostituito, come fu, dal Governo Monti, così nuovo Premier, sponsorizzato (anche) da leaders stranieri, e mai eletto, forse neppure in un condominio. Si disse (e poi si ripeté) che la fiducia “la davano i mercati”. Ma in una democrazia consenso e fiducia (non tanto in senso tecnico-parlamentare, quanto d’integrazione, consonanza, corrispondenza tra governanti e governati) devono esistere tra popolo e governo indipendentemente dai mercati. E non solo formalmente: perché formalmente il Governo Monti ebbe la fiducia del Parlamento: ma il seguito con i “flop” elettorali di qualsiasi cosa (coalizione, partito, lista) richiamasse Monti e il suo governo, ne ha sempre confermato i livelli modestissimi di gradimento.

Anche i governi successivi a quello di Monti (tranne – in parte – il Conte 1) non hanno rispettato il nesso, anche indiretto, tra decisione dei cittadini e formazione del governo. All’alba della seconda repubblica si sosteneva che la legge elettorale maggioritaria a quello (soprattutto) serviva. Il seguito della storia dimostra che non era(è) sufficiente. Comunque nessun Presidente del consiglio, da Monti in poi, è quello plebiscitato (e quindi gradito) dagli elettori. Quello che non doveva essere, o al massimo essere eccezione, è diventata la regola, una “convenzione costituzionale”. Neppure la conformità all’orientamento dell’opinione pubblica, che è, in qualche misura (anche se modesta) il surrogato dell’Agorà è stata osservata. Ad esempio il Governo Conte-bis, nato dal patto tra due partiti aventi la maggioranza parlamentare, e teoricamente la maggiormente dei suffragi dei votanti alle elezioni politiche del 2018 (circa il 20% il PD e oltre il 30% il M5S), l’aveva persa, già prima di nascere (v. elezioni europee 2019). Più che i numeri dei sondaggi (comunque registranti un consenso ai partiti di governo intorno al 40%, mentre l’opposizione di centrodestra è di circa 8-10 punti superiore) contano gli esiti delle elezioni regionali, per lo più perse dai partiti di governo, Ma la nuova situazione non ha cambiato alcunché: con la votazione di fiducia al Senato del 19 gennaio 2021 l’ultima delle preoccupazioni dell’establishment è stata lo iato tra volontà popolare da un lato e maggioranza parlamentare e governo, dall’altro. Quanto al rispetto della volontà popolare nei referendum, c’è una letteratura sulla di essa “elusione” con la legislazione sostitutiva di quella abrogata.

L’idem sentire de re publica, il consenso, la legittimità, l’integrazione sono necessari per produrre e mantenere l’unità e la capacità di agire e durare di qualsiasi regime politico. Come scriveva Smend, a proposito della costituzione “La costituzione non è semplicemente uno statuto organizzativo… Essa è nello stesso tempo un ordine vitale che comprende anche il processo di vita politico fondamentale dello Stato, in cui esso diviene reale attraverso l’inclusione continua e dinamica del singolo”; che si realizza anche attraverso diversi “processi della vita costituzionale” il cui senso è anche “stimolare il processo di vita politico, la formazione di opinioni, partiti e maggioranze, la coscienza politica complessiva, l’opinione pubblica, la realtà politica attiva della comunità in generale”15.

Smend vede una “crisi di realtà” dove venga meno l’adesione dei governati e la loro partecipazione al “gioco politico costituzionale”; questo in qualsiasi regime politico. A ratione majus in una democrazia, dove la sovranità del popolo è già nel nome (potere del popolo). Se poi nei fatti questo non c’è, non significa che perciò il popolo è governato da sofarchi, santi, angeli, oggi da tecnici, ma solo che non lo è – o non lo è abbastanza – dalla volontà popolare. Non vuol dire che c’è qualità, cultura, intelligenza al governo, ma solo che c’è maggiore ipocrisia. A decretare che un governo è capace sono i risultati non i titoli (o presunti tali). Purtroppo i risultati, ancorché mediaticamente manipolati anch’essi, hanno comunque l’handicap di poter essere giudicati solo a posteriori.

Come il suddetto governo tecnico italiano, che nato manifestando l’intenzione di ridurre il debito, è stato quello che più l’ha aumentato. Con la logica conclusione che il popolo italiano ne ha tratto in termini di consenso (a posteriori). Non avendo interpellato il popolo prima di fare il governo, questo ne ha almeno tenuto conto dopo.

In conclusione – e in termini di realismo politico, il popolo può sbagliare, come possono sbagliare i governi: l’infallibilità è un attributo del Papa (e solo se parla ex cathedra). Così come scritto nel Federalista, nei governati sono angeli, né lo sono i governanti. Quel che tuttavia è sicuro è che per aversi un governo in grado di governare, e al minor costo possibile16 è necessario che abbia (quanto più possibile) consenso e fiducia dei governati.

Cosa quanto mai difficile se i comportamenti dei governanti non sono conformi alle opinioni dei governati.

Se invece, questo non c’è, l’èlite di governo diventa un’ “isola” socio-politica17, con un solco orizzontale che la divide dal resto della comunità, rendendo difficile, un rapporto che non sia quello di mero comando/obbedienza.

Quello di cui scriveva il citato R. Smend e tanti altri. Ma un governo che si regge solo sul comando e sulla legalità delle procedure è un governo che cammina su una gamba sola: è un governo debole. Alla prima seria crisi rischia di andare all’aria. Ancor più e come gli italiani hanno potuto constatare soprattutto negli ultimi decenni, ma poche possibilità di far valere la propria volontà, ma tante di dover subire quella degli altri, poteri forti o Stati che siano. Ai quali perciò i governi deboli sono i più graditi.

Teodoro Klitsche de la Grange

1 Oltre a molte altre consuetudini, di carattere sociale più che politico v. La guerra nel Peloponneso, II 35-46.

2 V. Le storie, Lib. VI, cap. 14, anche se l’elenco dello storico non è esauriente.

3 v. Six livres de la Rèpublique, I, cap. X.

4 Op. cit., trad. it, di M. Isnardi Parenti, Torino rist. 1988, p. 480.

5 v. Elements of law natural and politics, trad. it. di A. Pacchi, Firenze 1968, pp. 169 ss.; De cive trad. it. di T. Magri, Roma 1981, pp 132 ss.

6 v. R. Carré de Malberg Contribution à la théorie général de l’État, Paris 1920, Tome 1, p. 70 ss.

7 E prosegue: “Essi si chiamano Stato soltanto se sono dominati, analogamente come si chiama proprietà la cosa solo quando ha un padrone. È quindi un modo di esprimersi affatto riprovevole scientificamente quello che pone alla pari lo Stato e il volere sovrano, e attribuisce allo Stato un volere. Stato e sovrano sono diversi, così come proprietà e proprietario…”

8 I corsivi sono miei.

9 v. Du contrat social, Lib. I, cap. 7 (il corsivo è mio).

10 v. «Il popolo è, nella democrazia, soggetto del potere costituente. Secondo la concezione democratica ogni costituzione, anche nel suo elemento proprio dello Stato di diritto, si basa sulla concreta decisione politica del popolo capace di agire politicamente. Ogni costituzione democratica presuppone un simile popolo capace di agire» e subito dopo «Il popolo “entro” la costituzione nell’esercizio dei poteri regolati con legge costituzionale. Nel quadro e sulla base di una costituzione il popolo come elettorato o cittadinanza con diritto di voto può esercitare determinate competenze disciplinate con legge costituzionale» Verfassungslehre, trad. it. di A. Caracciolo, Milano 1984, p. 313.

11 Dizionario di politica voce Sovranità.

12 “Questa grandezza determinata negativamente, il popolo è nonostante la negatività della sua determinazione, non meno significativa per la vita pubblica. Popolo è un concetto che diventa esistente solo nella sfera della pubblicità. Il popolo appare solo nella pubblicità, esso produce anzi la pubblicità. Popolo e pubblicità coesistono; nessun popolo senza pubblicità e nessuna pubblicità senza popolo”, v. C. Schmitt, op. cit., p. 319.

13 “Appena il popolo è effettivamente riunito, non importa a quale scopo, purché non appaia come gruppo di interessi organizzati, press’a poco come nelle dimostrazioni di strada, nelle feste pubbliche, nei teatri, all’ippodromo o allo stadio, questo popolo acclamante è presente ed è almeno potenzialmente una grandezza politica”, C. Schmitt, op. cit., p. 320.

14 Una delle espressioni più chiare e decise della concezione “immanente” del popolo (e anche la prima, che mi risulti) è quella espressa da Thomas Müntzer nella “Confutazione ben fondata” (delle tesi di Martin Lutero). Scrive Müntzer, parlando dell’amministrazione della giustizia (sempre “in cima” alle preoccupazioni dei teorici politici, almeno fino a metà del XVI secolo): “l’intero popolo deve avere il potere della spada, il potere di legare e di sciogliere, come dice il testo di…; i principi non sono i signori ma i servitori della spada; essi non devono fare ciò che gli aggrada… ma ciò che è giusto. Perciò bisogna, secondo l’antica e buona consuetudine, che il popolo sia presente quando si giudica secondo la legge di Dio… E perché? Qualora le autorità intendessero pervertire il giudizio, allora i cristiani che le stanno intorno devono impedirlo e non tollerarlo, poiché si dovrà rendere conto a Dio del sangue innocente” v. Scritti politici pp. 192-193, Torino 1978 (il corsivo è mio) il popolo quindi controlla ed esegue. Poche righe dopo il capo della rivolta dei contadini prosegue adducendo anche un’altra ragione “i signori e i principi sono l’origine di ogni usura, d’ogni ladrocinio e rapina; essi si appropriano di tutte le creature: dei pesci dell’acqua, degli uccelli dell’aria, degli alberi della terra… E poi fanno divulgare tra i poveri il comandamento di Dio: «Non rubare». Ma questo non vale per loro. Riducono in miseria tutti gli uomini, pelano e scorticano contadini e artigiani e ogni essere vivente”. Così Müntzer esprime in modo estremista la diffidenza verso chi esercita il potere politico, tipica del pensiero politico borghese. Questo troverà una formulazione altrettanto estremista nel progetto di Costituzione giacobina (poi non approvato). Tuttavia anche il testo approvato dalla Convenzione con l’atto costituzionale del 24/06/1793 (notoriamente la Costituzione “dell’anno I” non è mai andato in vigore a causa dello stato di guerra) è pieno di affermazioni riconducibili, in diversa misura, a una concezione “estremista” delle funzioni del popolo in una democrazia. Ad esempio l’art. 26 (volontà del popolo riunito); l’art. 27 (pena di morte per gli individui usurpatori); art. 31 (delitti dei “governanti”); artt. 33-34 (diritto di resistenza); art. 35 (diritto d’insurrezione del popolo).

15 v. voce Integrazione in Costituzione e diritto Costituzionale, Milano 1988, p. 285; in effetti continua ricordando, ciò che è concezione ricorrente nella distinzione tra tipi di istituzioni: mentre molte “dispongono tuttavia di garanzie di stabilità del tutto differenti da quelle statali. Quelle comunità e associazioni vengono garantite dalla dissoluzione interna per lo più mediante poteri esterni” lo Stato, sovrano, per definizione non vi può ricorrere (altrimenti non è sovrano, ma tutt’al più un protettorato) “esso riposa in ultima istanza non sul suo diritto o sul suo potere di fatto, ma sulla sempre nuova e volontaria adesione dei suoi appartenenti; e cade nella più profonda crisi di realtà se questi cessano di sorreggerlo” (il corsivo è mio) op. cit., p. 286.

16 Intendendo costo come comprendente tutti i vari costi: politico, sociale, economico, presente, futuro.

17 Ci si riferisce alla terminologia di Christopher Lasch nel suo ben noto saggio “La ribellione delle masse”; trad. it. II ed. Milano 2009.

Conte 2 e 1/2…quasi 3, di Giuseppe Germinario

Ad un Matteo che langue e che rischia di fermarsi sulla soglia del traguardo o tuttalpiù di giungere alla meta vincitore, ma spossato, da alcuni anni nello scenario politico italiano si avvicenda un altro Matteo pronto a risorgere improvvisamente dalle ceneri. Entrambi amano l’azzardo e il colpo di scena, in particolare l’abbandono ostentato del palcoscenico.

Matteo I soprattutto perché è un istintivo. Diciotto mesi fa ha abbandonato la scialuppa di Giuseppi, sicuro di poter raccogliere a giorni il frutto elettorale della sua azione politica e fiducioso delle rassicurazioni del suo alter ego, Matteo II. Mal gliene incolse. Aveva sottovalutato la spregiudicatezza del suo clone e il trasformismo ecumenico e senza patemi e remore di Giuseppe Conte. Tutto sommato, però, gli è andata bene. Ha potuto conservare ancora per tempo in un unico consesso le due anime poco armoniche che ormai costituiscono il suo partito eludendo quelle scelte obbligate e dirimenti che di lì a poco la contingenza politica lo avrebbe costretto a prendere; le due anime essendo quella storica, localistica, fornita di radici territoriali e sociali ben delimitate e di una classe dirigente con una qualche esperienza amministrativa; quella nazionale tanto appariscente e conclamata, quanto priva di contenuti solidi e di portatori all’altezza della situazione sino a rischiare di scivolare ripetutamente nell’effimero.

Matteo II soprattutto perché è un beffardo. Il suo azzardo è molto più calcolato e cinico, ma non sufficientemente mimetizzato; ostentato, al contrario, attraverso la sua insopprimibile e compiaciuta fisiognomica. Una caratteristica che lo ha costretto dalle stelle alle stalle in una parabola strettissima e fulminante di appena quattro anni. Il suo è sembrato un epilogo dal sapore definitivo, corroborato dallo scarso proselitismo ottenuto dalla scelta di abbandonare il PD. La scelta di abbandonare la compagine governativa di Giuseppe II senza determinarne la rumorosa caduta è parso ai più come il classico salto della chimera, tanto effimero da far ripiombare nel giro di poche ore il nostro nell’anonimato. E i più hanno avvallato la tesi di una clamorosa sconfitta di Matteo Renzi, confortati tanto più dai sondaggi impietosi ai danni di Italia Viva.

A ben vedere la similitudine potrebbe però indurre ad un giudizio troppo frettoloso.

La scelta di abbandonare i tre ministeri si è compiuta dopo almeno sette mesi di confronto interno al Governo la cui virulenza è stata percepita solo grazie ai continui rinvii ai quali ci ha adusi il buon Giuseppe. L’argomentazione della scelta è stata per altro particolarmente articolata e scandita da frequenti preavvisi, senza la sicumera e l’arroganza manifestata dal protagonista durante le altrettanto rapide ascesa e caduta di quattro anni fa. Una volta registrata la chiusura di Giuseppe Conte ad una riapertura del confronto, la scelta dell’astensione è stata interpretata come una manifestazione di debolezza dovuta alla scarsa compattezza del gruppo parlamentare; una ragione dal peso piuttosto relativo rispetto al vantaggio offerto da una tattica di logoramento degli schieramenti e dei partiti la quale richiede tempi più appropriati.

Matteo Renzi ha messo in conto la possibile perdita di una parte del suo gruppo parlamentare esterno allo zoccolo duro dei fedeli. Matteo Renzi sa benissimo che per almeno ancora qualche anno ha scarsissime possibilità di conseguire un qualche incarico da Presidente, da ministro o da capo di partito grazie alla sua rovinosa caduta ancora troppo recente e all’impopolarità della quale è vittima. Ha al suo attivo la possibilità e l’obbligo di ricambiare il favore e il riconoscimento esclusivo di una cena offerta in suo onore alla Casa Bianca da quello stesso establishment che ha appena ripreso il sopravvento negli Stati Uniti. Può puntare quindi ad incarichi di apparato di alto livello e di prestigio e puntare o prestarsi a condurre o essere compartecipe nel frattempo di strategie di medio periodo senza l’ossessione della difesa quotidiana delle posizioni di potere.

L’obbiettivo di fondo di Renzi è quello di promuovere e pervenire al dissolvimento finale del M5S e ad una scomposizione e ricomposizione delle restanti forze politiche, ad eccezione probabilmente di Fratelli d’Italia, tale da creare da una parte una forza politica dichiaratamente, apertamente e coerentemente europeista nella sua attuale configurazione e nel suo attuale indirizzo politico, ossequiosa alla NATO con un blocco sociale composto dalle forze più integrate ed efficentiste in esse e corroborate dalla forza d’urto e di consenso di gran parte del terzo settore contrapposta eventualmente a forze sterilmente protestatarie; componente quest’ultima, della cui formazione non può ovviamente farsi carico.

Da questo punto di vista la forza degli argomenti da lui esibiti nel criticare l’azione di governo è tutta dalla sua parte. I sessantadue punti correttivi del Recovery Fund https://www.italiaviva.it/le_62_considerazioni_di_italia_viva_sulla_proposta_italiana_per_il_recovery_fund da lui presentati sono senz’altro un notevole passo avanti dal punto di vista dell’efficacia intrinseca dell’intervento rispetto all’ipotesi originaria ufficiosa fatta circolare da Conte; è però una efficacia tutta interna alla logica delle politiche comunitarie così come illustrate in almeno un paio di articoli su questo blog. http://italiaeilmondo.com/2020/12/31/tre-piani-a-confronto-e-il-bluff-di-giuseppe-germinario/Una logica che non garantisce assolutamente una politica economica ed industriale tale da garantire autonomia e peso strategico al paese; http://italiaeilmondo.com/2020/12/23/piani-a-confronto-da-recovery-di-giuseppe-germinario/ che è propedeutica ad un ulteriore pedissequo allineamento alle future scelte interventiste della nuova amministrazione americana condotte con la copertura del multilateralismo, della difesa dei diritti umani, del catastrofismo ambientalista e della cooperazione internazionale attraverso il sistema di alleanze rinvigorito dopo quattro anni di condotte alterne.

Su questo Renzi ha buon gioco nell’asfaltare Giuseppe Conte; come ha buon gioco nell’accusarlo apertamente di essere del tutto inadeguato a svolgere il proprio compito di Capo di Governo.

Giuseppe Conte, dal canto suo, ha fatto di tutto per confortare l’azione di Matteo II.

La qualità penosa dei suoi quattro interventi alla Camera e al Senato di lunedì e martedì, conditi con il suo patetico appello finale culminato con il pietoso grido di angoscia “aiutateci”, non ha fatto che rinforzare questo suo giudizio. Un giudizio già suffragato dalla evidente carenza di capacità programmatica e dalla incapacità di controllo e indirizzo della macchina amministrativa; un limite quest’ultimo, per la verità caratteristico di gran parte delle compagini governative succedutesi. Interventi, quindi che hanno evidenziato la sua totale incapacità di indirizzo ed autorevolezza che potesse giustificare e coprire in qualche maniere le nefandezze in corso per raggiungere entro poche settimane una incerta maggioranza assoluta; la sua ingenuità e il suo provincialismo nel prestarsi ostentatamente ad operazioni di sottogoverno; l’inesistenza e l’insulsaggine della principale forza politica, il M5S, ormai principale responsabile della condizione di paralisi ed inadeguatezza politica. Un atteggiamento tipico, ben coltivato negli ambienti più gretti della curia romana della quale è espressione il nostro avvocato del popolo.

L’obbiettivo di fondo della residua compagine di governo, impersonata da Conte, in realtà non è sostanzialmente diverso da quello dichiarato da Renzi.

Cambia nella qualità di presentazione, più abborracciata, e nella credibilità del protagonista ormai avvitato nella terza operazione trasformistica della sua breve ma intensa carriera di Capo di Governo dallo scarso pedigree e dalla “inesistente gavetta”; cambia nei tempi più lunghi richiesti dal processo di trasformazione e di assorbimento, eventualmente sotto altre spoglie, del M5S nell’alveo conformista; cambia nell’entità dei costi richiesti in termini di assistenzialismo e di dispendio insensato di risorse da tale politica trasformista; cambia nell’entità dei rischi di contaminazione che il PD corre, nel suo impegno di traghettamento del M5S, grazie all’immagine scialba di figure della levatura di Gualtieri, Orlando e Zingaretti e al bagaglio culturale del loro mentore Bettini.

L’uno, Matteo II, foriero quindi di una esibizione aperta di obbiettivi capace magari inizialmente di mobilitare ed accelerare le scelte, salvo poi esibire rapidamente la vacuità dei vantaggi che queste scelte così allineate possono offrire ad un blocco sociale sufficientemente coeso ed esteso che possa garantire la sopravvivenza sia pure ulteriormente subordinata del paese.

L’altro, Giuseppi 2 e ½..quasi 3, più attendista e mimetizzato, probabilmente anche più annebbiato nel perseguimento delle stesse scelte di fondo ma più spalleggiato nei corridoi.

L’uno alfiere, paladino e combattente in tutto simile ai patrioti, o presunti tali, della disfida di Barletta, i quali per difendere l’onore degli italiani contro gli spagnoli non trovano di meglio che assumere armi e difesa al soldo dei francesi.

L’altro impegnato, con la complicità di élites sempre più compiacenti ed un relativo favore popolare masochistico, nel predisporre e trasformare ulteriormente in un acquitrino, in una palude un territorio ormai sempre più ben disposto alle incursioni e ai saccheggi.

A noi la scelta in una battaglia talmente feroce da nascondere probabilmente una posta in palio ben più rilevante sotto la pressione di fazioni che vanno al di là dei confini europei e attraversano l’Atlantico. Quando l’oggetto del contendere arriva ad investire apertamente i servizi di intelligence vuol dire che ci si sta avvicinando ad un livello di scontro simile a quello statunitense, con qualche vena parodistica in più ma con un desiderio di regolare i conti per interposta persona analogo. Su questo ha ragione a chiedere lumi il senatore Adolfo d’Urso, voce nel deserto.

Chissà se alla fine la tenzone tra i due si potrà concludere su chi dovrà offrire all’osteria. Possibile, ma poco probabile.

MORTO UN CAPO…, di Teodoro Klitsche de la Grange

MORTO UN CAPO…

L’intrusione nel Campidoglio di Washington ha ravvivato il coro di litanie con il quale le élite decadenti (politiche e altro) cercano di esorcizzare il probabile avvento in Italia di un governo sovran-popul-identitario, del tutto verosimile atteso il risultato delle elezioni regionali del 2019-2020 e, confermato (addirittura!) dai sondaggi sempre così benevoli verso i (desideri dei) globalisti.

Il denominatore comune dei discorsi di deprecazione, riprovazione, condanna, anatema, scomunica (ecc. ecc.) di Trump è che: a) a sobillare i manifestanti e per qualcuno, perfino a creare il populismo sia stato Trump. Il corollario di ciò è che sconfitto Trump il populismo dovrebbe seguire la sorte del creatore.

b) Che è stato violato il “tempio della democrazia” dai populisti brutti e coatti: ergo i populisti non sono democratici. La conseguenza è che non lo sono, per proprietà transitiva, anche Salvini e la Meloni.

Si sa che la sinistra italiana, nei suoi anatemi ha il golpe sempre a portata di mano. Ma, in altri casi (ad esempio il golpe del principe Valerio Junio Borghese) almeno erano golpe fatti con armi e organizzazione, diretti ad obiettivi paganti (Ministeri dell’Interno e della Difesa, RAI, Quirinale), perché la loro conquista avrebbe disarmato e soprattutto disorganizzato l’avversario (come insegnava Malaparte quasi un secolo fa). Nel caso dei trumpiani l’obiettivo era quello sbagliato; le armi (quelle idonee) del tutto mancanti; anche l’abbigliamento dei golpisti era improbabile, più adatto all’imminente carnevale che alla conquista del potere. L’ormai celebre “sciamano” italo-americano sembrava uscito da un fumetto fantasy.

Ciò non toglie che le deprecazioni dei globalisti abbiano, a dispetto degli enormi mezzi di cui dispongono, non molte speranze di fermare la marea sovran-populista crescente. E ciò per due errori di valutazione (a volerli considerare errori). Il primo: legare il successo del sovran-populismo a Trump è invertire, nello spazio e nel tempo, la successione dei fenomeni. La realtà è che è la crescita dell’opposizione sovran-populista al potere globalizzatore a creare i Trump; in America, ma – è decisivo – anche altrove. La tesi globalista non spiega perché tanti leaders politici, i quali spesso godono della maggioranza elettorale nel loro paese, sono emersi già assai prima dell’ex Presidente USA. Certo non si può ricondurre al potere (e all’esempio) di questo aver suscitato preventivamente gli “imitatori” europei e sudamericani.

I cattivissimi Orban e Kaczinsky sono al governo da parecchi anni prima di Trump; l’FN francese gode di un vasto seguito da oltre vent’anni e per due volte ha sfidato nel ballottaggio il Presidente (poi) eletto; Farage aveva da anni un larghissimo seguito in Gran Bretagna, così come Boris Johnson, diventato premier subito dopo Trump. Tanto per fare qualche esempio. Che una tendenza così diffusa e duratura sia dovuta a Trump (e in ogni caso a un solo “centro”) è solo una speranza di anime più paurose che belle.

La seconda: l’apparenza dell’insorgenza del sei gennaio denota un carattere spontaneo e non riconducibile a qualcosa di organizzato da organi dello Stato. Un acuto giurista come Mortati vedeva in ciò la distinzione tra colpi di stato e rivoluzioni. Vedremo se inchieste ed altro chiariranno il contrario. Ma c’è di più: la spontaneità, il ricondursi a un sentimento politico diffuso – assai più esteso numero degli intrusori – ne prova la consistenza e la “solidità” politica e ne può determinare, a lungo andare, il successo. Se la Storia è piena di colpi di Stato riusciti (e non riusciti), a differenziarli dalle rivoluzioni è non solo quanto scriveva Mortati, ma il fatto che un sentimento politico, diffuso nella comunità dava loro solidità e persistenza. Il Levantamiento spagnolo del 1936 era fallito come golpe, ma riuscì a vincere la guerra civile, sostenuto da parte degli spagnoli. È quindi il sentimento politico, cioè l’intensità della contrapposizione al nemico, a determinare principalmente durata e consistenza dell’insieme politico. Che le ripetute sconfitte dell’FN in Francia non abbiano sottratto un voto al movimento è segno che è radicato, e in grado di reggere ai “passi indietro”. Alla sconfitta ad opera di Macron, è seguito un movimento di contestazione diffuso (dei gilet gialli), che ha condizionato e condiziona evidentemente le decisioni dello stesso Presidente francese. Staremo a vedere.

Teodoro Klitsche de la Grange

Il debito pubblico è bellissimo!-di Davide Gionco

Riceviamo e pubblichiamo. Gran parte del problema risiede nel moltiplicatore e soprattutto nel grado di indipendenza, sovranità e potenza di un paese che non è determinato soltanto dal controllo della moneta e dalla gestione del risparmio nazionale_Giuseppe Germinario

Il debito pubblico è bellissimo!

di Davide Gionco

In un precedente articolo ci siamo occupati del debito buono e del debito cattivo.
Un debito è generalmente buono quando è sostenibile dal debitore, diventando uno strumento per investimenti produttivi, per la realizzazione di cose utili per il debitore.
Un debito è sempre cattivo quando non è sostenibile dal debitore. In tal caso può generare debiti a catena nella società, creando grave danno (si pensi ai debiti subprime della Lehman Brothers che portarono alla crisi economica del 2008). Oppure il debito insolvibile viene perpetuato nel tempo, trasformandosi in un meccanismo di schiavitù nei confronti di persone, classi sociali o interi popoli.

Nel presente articolo vogliamo occuparci specificamente del debito pubblico.
Come per il debito privato, anche il debito pubblico è una cosa molto utile alla nazione che lo emette, naturalmente.
Possiamo dire che il debito pubblico è bellissimo. A patto che, naturalmente, sia sostenibile.

Quali sono le funzioni utili del debito pubblico sostenibile?

 

Il debito pubblico è uno strumento di risparmio
La prima funzione è consentire ai risparmiatori di investire in modo sicuro, al riparo dei rischi della borsa e della speculazione finanziaria. La Costituzione della Repubblica Italiana cita testualmente “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare…”
Quale modo migliore di garantire il risparmio dei cittadini che quello di garantire la restituzione del capitale, con un tasso di interesse stabilito? Lo Stato è a tutti gli effetti una cassa di risparmio pubblica, alla quale i cittadini affidano i propri risparmi e la quale garantisce che vengano restituiti con gli interessi, al tempo pattuito. Mentre nelle banche private questo avviene scrivendo sui libri della banche l’importo versato dal cittadino, nella banca pubblica questo avviene consegnando al cittadino un certificato di deposito, denominato titolo di stato.
Ma non solo questo. Il tasso di interesse riconosciuto sui titoli di stato diventa inevitabilmente un punto di riferimento per tutti gli altri investimenti finanziari.
Se lo Stato garantisce il 3% di interessi sui titoli, chi mai andrebbe ad investire i propri risparmi in azioni in borsa, il cui rendimento viene stimato al massimo al 2%.
Nello stesso tempo se i titoli di stato garantiscono un rendimento netto del 2%, un imprenditore riterrà conveniente investire i propri fondi nella propria azienda in cui si prospetti un rendimento dell’investimento del 3-4%. Ed una banca
Il fatto che lo Stato possa emettere titoli ad un tasso di interesse determinato risponde appieno a quanto richiesto dall’art. 47 della Costituzione.

Il debito pubblico mette in circolazione i capitali a vantaggio degli investimenti pubblici
Una seconda funzione del debito pubblico è mettere in circolazione i capitali dei risparmiatori, che diversamente resterebbero immobili e improduttivi o che verrebbero investiti su mercati esteri.
Questa funzione era particolarmente importante prima del 1971, quando vigeva ancora il gold standard, ovvero quando la quantità di denaro che poteva essere emessa era limitata dalla quantità d’oro delle riserve della banca centrale. In questa situazione tenere delle banconote ferme nella cassaforte era uno “spreco”, in quanto quel denaro avrebbe potuto essere usato per degli investimenti, consentendo di produrre beni e servizi utili, che non sarebbero stati prodotti se quei soldi fossero stati conservati inoperosi nei forzieri.
Un caso storico esemplare è l’unico caso che si ricordi in cui uno stato ha pagato tutto il proprio debito pubblico. Nel 1584 la Repubblica di Venezia decise di estinguere il proprio debito pubblico, con l’obiettivo di risparmiare l’oneroso pagamento degli interessi, che ammontavano al 16% annuo.
Contrariamente alle aspettative del provveditore sopra i beni comunali Zuan Francesco Priuli, i risultati dell’estinzione del debito pubblico furono molto diversi da quelli attesi: i ricchi commercianti veneziani, non avendo più un luogo sicuro “pubblico” in cui investire i propri risparmi, si indirizzarono verso le banche private o verso titoli pubblici emessi in altri stati del tempo (Ducati di Ferrara, Mantova, Modena, Milano; Repubblica di Genova o di Firenze). Se prima la liquidità prestata alla Serenissima veniva utilizzata per investimenti pubblici, come ad esempio la costruzione di navi da guerra per fare fronte all’avanzata dell’Impero Ottomano, ora la liquidità veniva investita secondo gli interessi di altri stati o delle banche private, che erano diversi dall’interesse pubblico.
Le conseguenze della riforma proposta dal Priuli furono il declino politico della Repubblica di Venezia, causa mancanza di investimenti pubblici.

Il debito pubblico consente di diminuire le tasse
Una terza funzione del debito pubblico, quella che il Priuli non aveva compreso, è consentire allo Stato di finanziare il proprio funzionamento raccogliendo meno tasse.
Prendiamo come esempio il bilancio previsionale dello Stato per il 2020, presentato prima della crisi del coronavirus, che ha evidentemente mandato all’aria ogni previsione.

La previsione per il 2020 era di fare fronte 660 miliardi di spesa pubblica avendo delle entrate pari a 536 miliardi di euro. Se avessimo dovuto finanziare tutto il bilancio del 2020 pagando le tasse, avremmo dovuto pagare ben (660-563 =) 124 miliardi di tasse in più sui 512 miliardi di tasse previste, pari al 24% di tasse in più che dovremmo in caso di assenza del debito pubblico.

La sostenibilità del debito pubblico
Da che mondo è mondo i grandi debiti non sono mai stati pagati. Quando il debito è grande, non è più un problema del debitore, ma dei creditori.
Già nel 1339 re Edoardo III d’Inghilterra dichiarò bancarotta e si rifiutò di rimborsare i prestiti che aveva ricevuto dai Bardi, banchieri fiorentini. Il fatto si ripeté molte volte nei secoli successivi, da parte dei vari re di Francia, di Spagna, d’Asburgo. Peraltro i banchieri che cosa avrebbero potuto fare? Armare un esercito e dichiarare guerra ai sovrani? In realtà a volte lo facevano, finanziando le guerre di nazioni avversarie dei loro debitori, ma non sempre la manovra finanziaria funzionava.

Questo vale anche per i grandi debiti privati. E’ noto che i grandi (?) imprenditori italiani (Debenedetti, Montezemolo, Lotito, Benetton, ecc.) abbiano facilità di accesso al credito, anche se sono già molto indebitati, mentre la difficoltà di accesso al credito è in genere un problema che riguarda le piccole e medie imprese o le famiglie. Tanto per fare un esempio, nel caso del fallimento del Monte dei Paschi di Siena, poi salvato con fondi pubblici, Sorgenia di Carlo Debenedetti era debitrice di ben 665 milioni di euro. Uno dei molti grandi debiti mai ripagati.

I grandi debiti possono quindi essere cancellati, con grande sventura dei creditori, oppure rinnovati in modo da renderli sostenibili e garantire quantomeno la rendita (gli interessi) ai creditori.

Il debito pubblico, trattandosi di un grande debito, non è quindi qualcosa destinato ad essere ripagato (anche ricordando la sfortunata decisione di Zuan Francesco Priuli del 1584), ma qualcosa destinato ad essere rinnovato. La sostenibilità del debito, quindi, non dipende dal suo importo, né dal rapporto fra i debito ed il prodotto interno lordo (PIL).
Non è un caso che i debiti pubblici più alti del mondo, come quello statunitense e quello giapponese, siano considerati unanimemente sostenibili e quotati con la “tripla A” dalle società di rating. Viceversa vi sono debiti pubblici molto bassi, come quello del Venezuela, che sono considerati a maggior rischio.

La solvibilità di un debito pubblico dipende dalla facilità di un paese di procurarsi il denaro necessario per rinnovare il debito ovvero di pagare gli interessi. In teoria uno stato deve anche essere in grado di rimborsare il capitale dei titoli che ha emesso, ma, statisticamente parlando, se il servizio di risparmio fornito è affidabile, sempre ci saranno degli investitori interessati ad acquistare le nuove emissioni di titoli. L’importante è garantire la possibilità di convertire i titoli in scadenza nel denaro versato per acquistarli, con l’aggiunta degli interessi.

Moneta sovrana e non sovrana
Ora, vi sono sostanzialmente due tipi di debito pubblico: il debito pubblico denominato in moneta non sovrana e il debito pubblico denominato in moneta sovrana.
Per “moneta sovrana” si intende una moneta di cui uno stato è in grado di controllare l’emissione ovvero di emettere nuova moneta nella quantità e nei tempi desiderati, senza vincoli. Uno stato con moneta sovrana non potrà mai restare a corto di moneta, al limite ne potrà stampare troppa.
Viceversa per “moneta non sovrana” si intende un mezzo di pagamento di cui lo stato non può disporre a proprio piacimento. Era ad esempio il caso di Edoardo III d’Inghilterra, che non aveva alcun modo di procurarsi i fiorini d’oro necessari per rimborsare i Bardi. Oppure è stato a più riprese il caso di paesi latinoamericani come l’Argentina, indebitati in dollari con le banche americane. Oppure di molte ex colonie francesi, indebitate in franchi CFA con le due banche centrali controllate dal governo francese, quindi in una valuta fuori dal controllo dei loro governi.
Ed è il caso dell’Italia, indebitata in euro, moneta emessa dalla BCE, fuori dal controllo del governo italiano.
Sono invece paesi a moneta sovrana i paesi in cui la banca centrale, che emette denaro, è controllata ufficialmente, o sostanzialmente, dal governo: Cina, USA, Giappone, Canada, Corea (del Nord e del Sud), Iran, Cuba, Svizzera, ecc.
In realtà vi sono anche delle situazioni “intermedie” in cui la banca centrale è “indipendente” dal potere politico, pur emettendo la moneta ufficiale dalle nazione in cui si trova, per cui non collabora pienamente con il governo nel garantire le emissioni di moneta ritenute politicamente necessarie.

Uno stato a moneta a sovrana, per intenderci, è uno stato ha la “macchina che stampa i soldi”, il quale sempre sarà in grado di stampare il denaro sufficiente a pagare gli interessi ed eventualmente i capitali in scadenza. Ed è risibile la contestazione di chi sostiene che “stampare denaro genera sempre inflazione”, in quanto il nuovo denaro stampato viene destinato a ripagare i risparmiatori (denaro che non destinato ad acquistare beni e servizi, ma a risparmiare) e in quanto un governo accorto sa regolare la spesa pubblica in modo da evitare eccessi di inflazione.

Se il debito pubblico non è espresso in moneta sovrana, diventa un “debito cattivo”, in quanto i creditori, pur non avendo l’interesse che venga tutto ripagato (perché ci vogliono guadagnare gli interessi per lungo tempo), avranno un forte potere contrattuale verso uno stato che si può finanziare solo tramite i creditori ed i contribuenti, senza poter stampare una propria moneta. E questo potere contrattuale lo utilizzeranno per trarre i massimi benefici per loro, naturalmente ai danni dei cittadini, che pagheranno più tasse, per garantire il pagamento di interessi più elevati.
In questo caso, come in quello del debito privato impagabile, il debito pubblico impagabile diventa un meccanismo permanente di sfruttamento, da parte dei creditori, nei confronti della nazione che lo detiene.

A dire il vero ci sono nazioni povere del mondo che hanno la necessità di indebitarsi in valuta estera per poter acquistare tecnologie e competenze estere di cui non dispongono. In questi casi deve valere sempre la stessa regola: il debito deve essere sostenibile, diversamente diventa uno strumento di imperialismo

 

E’ solo una scelta politica
Se il debito pubblico sia uno strumento utile ai cittadini, per le ragioni sopra espresse, oppure se sia un meccanismo di sfruttamento del popolo, dipende unicamente da due fattori: la denominazione del debito (in moneta sovrana o non sovrana) e dal controllo pubblico sulla banca centrale che la emette.
Si tratta di due scelte a costo zero, puramente politiche. Infatti un paese libero e democratico ha tutto il potere di scegliere se emettere titoli di stato nella propria valuta o se emetterli in una valuta fuori dal proprio controllo. Ed ha tutto il potere giuridico di stabilire il controllo pubblico della banca centrale, affinché stampi il denaro necessario a garantire la sostenibilità del debito.

Dopo di che, evidentemente, non tutti i paesi sono liberi e democratici. Un paese sotto il controllo di una potenza straniera (una colonia) emetterà debito in una valuta confacente agli interessi della potenza straniera, garantendole un potente meccanismo di controllo, come lo è il debito pubblico estero della maggior parte dei paesi del Terzo Mondo, costantemente impagabile, costantemente nelle mani di stati/banche dei paesi più ricchi del mondo.
Un paese che emette titoli di stato in euro, moneta emessa da una banca centrale di cui non ha il controllo, sarà sottoposto ad un meccanismo di potere da parte di chi controlla la BCE, che si imporrà sulle decisioni del Parlamento.

Si tratta solo di una decisione politica: se l’Italia desidera essere un paese libero e democratico, dove il debito pubblico è un servizio di risparmio per i cittadini, questo deve essere denominato in valuta nazionale e la Banca d’Italia deve essere posta sotto controllo pubblico (oggi non lo è). Diversamente l’Italia continuerà ad essere soggetta al potere di coloro che controllano la banca centrale che emette gli euro, la BCE, i quali sono sempre più ricchi, proprio mentre il popolo italiano è sempre più povero, secondo lo stesso meccanismo applicato da decenni ai paesi poveri del Terzo Mondo.
E’ quanto spiega Guido Grossi nel suo video Il furto del debito pubblico.

C’è anche chi sostiene che il problema lo si potrebbe risolvere imponendo il controllo pubblico degli “stati europei” sulla Banca Centrale Europea. Da punto di visto tecnico-economico si tratta certamente di una soluzione funzionale. Il problema, però, è la fattibilità politica. Si tratta di una decisione che dovrebbe essere presa all’unanimità da 27 governi, molti dei quali sottoposti ai ricatti ed alle infiltrazioni da parte dei poteri finanziari che controllano la stessa BCE e ne traggono profitto.
Le probabilità che una riforma del genere avvenga in pochi anni sono prossime allo zero, mentre gli effetti di impoverimento dell’Italia sono già in corso da anni e continuano pesantemente.
La via più percorribile, quindi, è che lo stato italiano cominci ad emettere titoli espressi in una valuta parallela all’euro, emettendo esso stesso questa valuta. In questo modo il debito pubblico ritornerebbe a svolgere la funzione “buona” di supporto al risparmio e cesserebbe di essere uno strumento di potere della finanza internazionale sull’Italia.

La svolta realistica dell’ecologia politica, di Pierre Charbonnier

Proseguiamo con la pubblicazione di questo terzo articolo, il primo e il secondo hanno trattato delle posizioni politiche di Trump e Biden, il dibattito sui nuovi temi e sui nuovi oggetti di scontro nel confronto geopolitico. Il tema dell’ambientalismo è e sarà sempre più uno dei fili di conduzione che disegneranno gli scenari prossimi venturi. Già il Forum Economico Mondiale di tre anni fa e quello del 2019 hanno iniziato a porre ed imporre il tema. Abbiamo visto la loro versione dozzinale, popolare e manipolatoria nel fenomeno Greta Turnberg e quella culturale divulgativa, ma di basso livello espressa da autori, tali Hariri e Schwab. Il Forum e la musa ispiratrice di questo lancio, tale George Soros, non sono però che due degli attori e agenti di influenza e nemmeno i più importanti. L’articolo qui sotto lo dice chiaramente: l’ambientalismo è diventato un tema, uno strumento e una linea di ispirazione di centri decisionali strategici e di stati nazionali. L’impostazione offerta però da Charbonnier pecca, a mio avviso, su diversi punti. Il confronto geopolitico non può essere ridotto ad uno scontro tra capitalismo fossile, rappresentato dagli Stati Uniti e centro decisionale politico-statale rappresentato dalla Cina. Primo perché la forma capitalistica americana non ha più prevalentemente questo aspetto e ne sta pagando pesantemente le conseguenze in termini di coesione sociale della propria formazione sociale e di vulnerabilità geopolitica, semplicemente perché Ha trasferito all’estero, soprattutto beffardamente in Cina queste attività; né la Cina potrà facilmente sganciarsi dal sistema di predazione ed estrazione intensiva di materie prime e minerali che sostengono la sua economia, parte integrante queste ultime dei problemi ecologico-ambientali. Del resto la questione è mal posta se i contendenti da una parte risultano essere un centro politico-statuale, la Cina e dall’altro un centro di potere capitalistico, gli Stati Uniti. Questo solo perché si tende a rimuovere, si fatica a riconoscere nella Cina l’esistenza di un modo di produzione prettamente capitalistico, anche se dalle caratteristiche diverse plasmate dal regime politico, dalla particolare formazione sociale e dal passato sociopolitico dalle cui ceneri è sorto. Ma anche perché si tende troppo ad assimilare ed indentificare pedissequamente l’appartenenza e la condotta dei centri decisionali strategici politici statunitensi con il business se non addirittura con la sola finanza; questi ultimi in realtà sono solo parte dei primi e non è detto che siano il più delle volte componente determinante. Secondo perché è ancora tutta da dimostrare l’incapacità del rapporto sociale di produzione capitalistico di adattarsi agli imput ambientali, se non addirittura l’improbabilità a farne occasione di business sistematico attraverso anche lo sviluppo tecnologico. Del resto l’umanità ha vissuto altre fasi di crisi ambientale e la fase capitalistica ne ha vissute già almeno tre nella sua breve vita. Chi si ricorda della letteratura legata al famoso “fumo di Londra”? Sono temi che ci troveremo ad affrontare ed imposti nel prossimo futuro. Una dinamica che ci dice che la forma capitalistica è tutt’altro che morta, che i centri decisionali strategici si sono già posti il problema di assumere una postura positiva e creativa nel proporre ed imporre i propri punti di vista e su questi ci si dovrà confrontare in futuro. Giusto l’appello dell’autore, quindi, a superare l’atteggiamento ecumenico ed accomodante del movimento ambientalista sinistrorso. Non vedo proprio come nelle attuali condizioni possa assumere una postura alternativa e, forse nelle aspirazioni dell’autore, antisistemica; tanto più che il livello di confronto e scontro tra movimenti è diverso da quello tra stati e centri decisionali strategici. La netta impressione è che, volenti o nolenti, i primi siano al momento parte integrante ed integrata delle dinamiche tra i secondi. Non solo! Allo stato rischiano di cadere nell’infatuazione globalista funzionale alla creazione di un nuovo mondo unipolare o più realisticamente ad egemonia prevalente, magari con cambio della guardia annesso. Si tratta comunque di una dinamica di confronto da osservare con estrema attenzione; una dinamica che non a caso sta interessando oltre alla Cina, gli Stati Uniti, la Francia, la Germania e la Gran Bretagna dando ad essa un titolo ben più impegnativo: il Grande Reset_Buona lettura, Giuseppe Germinario

La svolta realistica dell’ecologia politica

Perché gli ambientalisti devono imparare a parlare la lingua della geopolitica.

Il 22 settembre, il presidente della Repubblica popolare cinese Xi Jinping ha annunciato un piano per ridurre le emissioni di gas a effetto serra mirato a raggiungere la neutralità del carbonio entro il 2060. Questo paese a volte è considerato il “camino del mondo”, il primo emettitore di CO 2 , la prima potenza industriale planetaria, sembra dunque intraprendere un percorso di sviluppo fino ad ora sconosciuto. Perché è davvero una scelta di sviluppo, e in nessun caso di rinuncia; e anche se si tratta davvero di attuare gli impegni presi nell’Accordo di Parigi del 2015, essi assumono un significato politico inaspettato nel contesto attuale.

In un testo pubblicato pochi giorni dopo, lo storico Adam Tooze ha spiegato i diversi significati geopolitici di questo annuncio, che considera un punto di svolta importante nell’ordine internazionale. Il peso economico, ecologico e strategico di questo Paese è infatti sufficiente a fare di questo annuncio – anche indipendentemente dalla sua successiva attuazione – una leva archimedea che dovrebbe provocare un profondo riallineamento delle politiche industriali e commerciali contemporanee.

In Europa, e ancor di più in Francia, questi annunci sono stati accolti con la massima cautela, anche in un certo silenzio. Solo il tempo dirà se si tratta davvero di un clima di Pearl Harbor o di un annuncio incompiuto, ma quando si parla di Cina e clima, ci buttiamo subito nelle questioni. di gigantesca grandezza, che sarebbe sbagliato ignorare. Vorrei qui cercare di andare oltre la riluttanza a vedere tutta la portata di questi annunci, per considerare come possono trasformare il rapporto tra ecologia e potere, così come è stato concepito finora nelle nostre province occidentali. .

Solo il tempo dirà se si tratta davvero di un clima di Pearl Harbor o di un annuncio incompiuto, ma quando si parla di Cina e clima, ci buttiamo subito nelle questioni. di gigantesca grandezza, che sarebbe sbagliato ignorare.

PIETRA DI CARBONE

Il primo punto che va sottolineato, e che è solo implicitamente esposto da Adam Tooze, è il monumentale paradosso storico che consiste nel portare avanti nel 2020 una dimostrazione di potere politico intraprendendo un programma di disarmo fossile. Dall’avvento delle società industriali, e ancor più dall’era post-seconda guerra mondiale, la capacità di mobilitare risorse , e ancor più risorse energetiche, è stata identificata quasi perfettamente con l’influenza sulla scena politica globale. Carbone e petrolio non sono solo i primi motori di una capacità produttiva che deve generare alti livelli di consumo e una relativa pacificazione dei rapporti di classe, ma anche le sfide delle proiezioni transfrontaliere di potenza destinate a garantire una fornitura continua a prezzi bassi. L’ordine politico derivante dalla seconda guerra mondiale, totalmente ossessionato dalla ricerca di stabilità (in assenza di vera pace) dopo l’episodio del fascismo, ha trovato nello schieramento delle forze produttive uno strumento di ineguagliabile potere che consente sia di calmare le tensioni interne nelle società industriali, sia di mantenere lo status quo tra queste nazioni e i nuovi attori derivanti dalla decolonizzazione.

È questa dinamica storica che spiega la riluttanza a seguire il percorso di una rivoluzione ecologica. Se l’imperativo climatico è stato esposto in dettaglio dalle scienze del sistema Terra, l’inerzia del paradigma evoluzionista e il suo effetto macchia sulle relazioni internazionali così come sulle relazioni di classe hanno a lungo paralizzato la biforcazione verde. Ci si chiede come si possa salvaguardare il “modello sociale”, francese o no, se ci si priva di un motore essenziale di crescita, e dall’altra parte del mondo ci si chiede come potranno essere capaci le richieste di sviluppo di accontentarsi di un pianeta che mostra i suoi limiti.

Di fronte alla stagnazione degli Stati Uniti in una crisi democratica, davanti alle ambiguità del piano europeo di ripresa ecologica, la Cina prende l’iniziativa e apre una breccia segnalando che ora è possibile, anzi necessario, perseguire una politica di potere senza il supporto di combustibili fossili.

PIETRA DI CARBONE

L’annuncio del presidente cinese rompe questa logica, ed è per questo che riveste un’importanza storica: di fronte alla stagnazione degli Stati Uniti in una crisi democratica, di fronte alle ambiguità del piano di ripresa ecologica europea, la Cina prende l’iniziativa e apre una breccia segnalando che ora è possibile, anzi necessario, perseguire una politica energetica senza il supporto dei combustibili fossili. In questo contesto ovviamente il piano per finanziare un’infrastruttura produttiva a basse emissioni di carbonio non significa che la Cina stia abbandonando il suo sogno di sviluppo e influenza geostrategica. Sta semplicemente annunciando che ora baserà il suo potere – sia il suo motore economico che la sua base strategica – su altre possibilità materiali. Questi sono ancora poco conosciuti e ovviamente lasceranno gran parte al nucleare1, ma contengono i semi di un cambiamento nelle relazioni di potere tra la Cina e il mondo.

La Cina sta così facendo un doppio colpo. Risponde prima alla scienza e immagina un futuro in cui il riscaldamento globale è limitato, e allo stesso tempo consolida la sua legittimità interna ed esterna apparendo come un attore responsabile, in linea con gli obiettivi annunciati durante l’Accordo di Parigi. . Adam Tooze, storico delle economie di guerra, ha perfettamente gettato luce sul carattere sia realistico che morale di questo annuncio: non possiamo accontentarci di un dibattito che si opponga a intenzioni egoistiche orientate al guadagno di potere e altro puro, finalizzato a un bene comune globale. Entrambe le dimensioni sono presenti nell’annuncio della Cina e dobbiamo prepararci affinché siano costantemente intrecciate l’una con l’altra negli anni a venire.

Ma ha anche senso in termini di filosofia politica, ed è senza dubbio quello che ci è mancato in Europa. Se, come ho suggerito in Abbondanza e libertà, la composizione degli interessi umani nella sfera politica è sempre sostenuta da possibilità materiali, allora dobbiamo ammettere che stiamo attraversando un cambiamento fondamentale in questi assemblaggi geo-ecologici. Mentre da tempo ci siamo posti la questione della perpetuazione di un potere politico legittimo, vale a dire di una democratizzazione del capitalismo, nel contesto di un cambiamento energetico ed ecologico percepito come necessario senza sapere esattamente come attuarlo, dobbiamo ora accettare l’idea che questi cambiamenti alimenteranno piuttosto processi di relegittimazione e consolidamento del potere. Questo rovesciamento assolutamente cruciale della materialità delle politiche moderne si sta verificando davanti ai nostri occhi: dare forma a politiche post-carbonio non è un approdo pacifico nel mondo degli interessi condivisi., ma uno spazio di rivalità organizzato attorno a nuove infrastrutture, nuovi assemblaggi tra potere politico e mobilitazione della Terra. Se l’escalation delle politiche di produttività basate sui combustibili fossili, soprattutto tra Stati Uniti e Cina, potesse essere paragonata a una guerra latente, anche il processo di disarmo e smantellamento di questa infrastruttura sarà profondamente conflittuale.

La formazione di politiche post-carbonio non è un approdo pacifico nel mondo di interessi condivisi, ma uno spazio di rivalità organizzato attorno a nuove infrastrutture, nuovi assemblaggi tra potere politico e mobilitazione della Terra.

PIERRE CHARBONNIER

Il secondo punto da sottolineare riguarda più direttamente il movimento per il clima e l’ecologia, l’universo rosso-verde o rosa-verde, così come esiste in Europa e negli Stati Uniti. Negli ultimi anni si è assistito al riavvicinamento tra l’immaginario politico della sinistra sociale classica, erede del movimento operaio, e quello dell’ecologia politica, spinto dal potere crescente dell’imperativo climatico. Se il compromesso intellettuale tra questi due mondi rimane piuttosto fragile, visto che si può discutere l’allineamento tra lo sfruttamento dell’uomo e la natura, sta prendendo forma un patto strategico attorno alla riattivazione dell’interventismo economico, in una serie di riferimenti al dopoguerra. Il Green New Deal, nelle sue versioni americana ed europea, è oggetto di significative variazioni, terreno comune delle sinistre occidentali.

Ma la forza del Green New Deal è anche la sua debolezza. Questo piano di ricostruzione economica e sociale intende superare l’ostacolo che la questione occupazionale costituiva subordinando la transizione energetica a un’esigenza di ridistribuzione, controllo dei canali di investimento e perfino garanzia di occupazione. Così definito, questo progetto corre il rischio di perpetuare le disuguaglianze strutturali tra Nord e Sud, poiché i paesi cosiddetti “in via di sviluppo” saranno probabilmente privati ​​dei mezzi per finanziare tali piani, quando i loro partner del Nord potranno reinvestire il loro capitale tecnologico e scientifico in una ristrutturazione che aumenterà il loro “vantaggio” e la loro sicurezza. Questo è un paradosso, peraltro, sottolineato di recente da Tooze,

Almeno dagli anni ’90, l’ambientalismo occidentale è stato oggetto di aspre critiche, in particolare dall’India. Ramachandra Guha, ad esempio, ha svelato le radici razziste e coloniali dell’immaginazione Wilderness ., che ha permesso ai nordamericani di lavare via la loro cattiva coscienza urbana e industriale nei parchi naturali creati dallo sgombero delle comunità indigene. Questo tumulto coloniale, che accompagna le politiche ambientali dei ricchi, continua in un modo con il paradosso del Green New Deal. Per molto tempo c’è stata una falsità tra il discorso morale e universalista dell’ecologia, anche quando è associato alla questione sociale, e la realtà più oscura delle disuguaglianze materiali strutturali che si sforza di superare e compensare. Sappiamo quindi che la superiorità morale dell’ecologia dipende da poco e che è da costruire piuttosto che da postulare, perché molto spesso si tratta di idee pacifiche forgiate in un mondo violento.

Per molto tempo c’è stata una falsità tra il discorso morale e universalista dell’ecologia, anche quando è associato alla questione sociale, e la realtà più oscura delle disuguaglianze materiali strutturali che si sforza di superare. compensare.

PIERRE CHARBONNIER

E anche qui la decisione cinese capovolge il gioco. Infatti, il piano di uscita dai combustibili fossili annunciato da Xi Jinping non si basa su un argomento morale riguardante i depredamenti ambientali causati dal regime estrattivo e industriale, né una risposta alle manifestazioni della società civile o il desiderio di inquadrare o abolire il regime di sfruttamento del capitalismo. Cerca solo di modificare la base materiale, in una prospettiva che si potrebbe dire eco-modernista, non contraddittoria con il mantenimento delle ambizioni di potere. Risulta, a causa del peso dell’economia cinese su scala globale, che questo piano deciso verticalmente avrebbe conseguenze benefiche per il clima globale, e quindi per tutta l’umanità (questo è ciò che la differenzia da un piano simile che verrebbe deciso, ad esempio, in Francia), ma è una conseguenza laterale delle decisioni prese a Pechino con cui il presidente e i cinesi possono giocare. È solo per il suo peso materiale che la Cina tiene voce a ciò che si potrebbe dire universale – più universale della superiorità morale dell’ambientalismo euro-americano. In altre parole, mentre la Cina è desiderosa di presentarsi nelle arene internazionali nel campo dei paesi “in via di sviluppo”, e quindi legittimata a rivendicare un recupero economico rispetto al Nord, è davvero in una posizione di leader mondiale quale è quando assume posture attraverso questi annunci; in realtà è una conseguenza laterale delle decisioni prese a Pechino con le quali il presidente cinese sa giocare. È solo per il suo peso materiale che la Cina tiene voce a ciò che si potrebbe dire universale, più universale della superiorità morale dell’ambientalismo euroamericano.

La svolta realistica nell'ecologia politica Charbonnier manifesta le dottrine geopolitiche Xi Jinping Cina cambiamento climatico energia elettricità petrolio piano di ripresa europeo

In Europa siamo abituati a pensare, ed è così anche per me, che la questione ecologica stia subentrando a un movimento di emancipazione senza fiato. In altre parole, ritradurrebbe le richieste sociali di uguaglianza e libertà inserendole in un nuovo sistema di produzione e consumo che offrirebbe minori opportunità di sfruttamento economico e anomia individualista. Si tratta, insomma, di favorire l’emergere di una nuova tipologia sociale, rompendo con quella che ha accompagnato il periodo di rapida crescita, e affidandosi ad essa per riattivare un processo di democratizzazione e inclusione sociale ormai impantanato. Questo progetto può essere utilizzato per squalificare gli annunci cinesi, sostenendo che non sono all’altezza del lavoro, o che risolvono il problema con mezzi autoritari. Forse. Ma adottando questa strategia (e credo che sia la mentalità dominante in questi ambiti), rischiamo di non comprendere appieno in quali acque geopolitiche e ideologiche stiamo navigando, che lo vogliamo o no, e quindi non riescono a cogliere il significato storico del nostro progetto.

Sarebbe infatti riduttivo immaginare che il conflitto in cui siamo presi si opponga da un lato a un capitalismo sfruttatore, alienante ed estrattivo, e dall’altro a un’ecologia politica di riconciliazione tra umani e tra umani e non umani. . Questa sarebbe la conseguenza della fusione del lessico controculturale dell’ambientalismo e del lessico della critica sociale nell’universo rosso-verde: un’alternativa semplicistica tra ecologia e barbarie. Piuttosto, ora ci troviamo in una situazione in cui coesiste un capitalismo fossile che invecchia, impigliato nelle sue contraddizioni sociali e materiali, un capitalismo di stato nel processo di decarbonizzazione accelerata e, forse, un percorso più impegnativo e radicale, che sarebbe la reinvenzione del senso di progresso e del valore sociale della produzione. Se accettiamo di descrivere la situazione in questi termini, ovviamente ancora molto rudimentali, la sinistra rossoverde europea assume un altro significato. Perché non è più intrappolato in un confronto binario con il capitalismo (reputato immancabilmente fossile), un confronto all’interno del quale incarnerebbe il fronte del progresso, investito di una missione universale. Il modello cinese in fase di sviluppo costituisce un terzo termine, un terzo modello di sviluppo, entrambi compatibili con gli obiettivi climatici globali definiti nel 2015 a Parigi e quindi con l’interesse universale dell’umanità, ma un modello che è anche in tensione con l’ideale di democrazia verde difeso dal movimento socio-ecologico.

L’ecologia politica perde il proprio statuto di contro-modello unico; perde la capacità di imporsi nel dibattito come forma politica antiegemonica. Le conseguenze sono di due ordini. Perché non è più preso in un confronto binario con il capitalismo (reputato immancabilmente fossile), un confronto in cui incarnerebbe il fronte del progresso, investito di una missione universale. Il modello cinese in fase di sviluppo costituisce un terzo termine, un terzo modello di sviluppo, entrambi compatibili con gli obiettivi climatici globali definiti nel 2015 a Parigi e quindi con l’interesse universale dell’umanità, ma un modello che è anche in tensione con l’ideale di democrazia verde difeso dal movimento socio-ecologico, investito di una missione universale.

L’ecologia politica perde il suo status di contro-modello unico: perde la capacità di imporsi nei dibattiti come forma politica antiegemonica.

PIERRE CHARBONNIER

In altre parole, l’ecologia politica perde il suo status di contro-modello unico: perde la capacità di imporsi nei dibattiti come forma politica antiegemonica. E le conseguenze sono duplici. Innanzitutto, che tipo di alleanza stringerà con il modello cinese per salvaguardare almeno l’essenziale sul rigoroso livello climatico – a rischio di non avere più “mani pulite”? E simmetricamente, come farà sentire la sua specificità rispetto a questo nuovo paradigma?

Per la sinistra socio-ecologica europea la posta in gioco è sapere se gli annunci cinesi hanno in qualche modo “rubato la scena”, incarnando ormai la via centrale per uscire dalla situazione di stallo climatico, o se per gioco a tre bande più complesse e che impegna anche il rapporto di Trump con gli Stati Uniti, aprono una breccia in cui bisogna precipitarsi senza indugio. Questa rottura è semplicemente il definitivo indebolimento sulla scena economica e politica globale del capitalismo fossile, dello stile di vita americano, che risulta essere l’attore più fragile tra i tre sopra descritti, e quindi l’apertura di un dibattito più diretto tra Cina e noi. Per dirla più semplicemente: quali forme politiche sostenere contro la biforcazione ecologica? Perché se teniamo presente il carattere autoritario e verticale del percorso di decarbonizzazione cinese, dunque che il suo focus per il momento esclusivamente sulla dimensione climatica dei temi a scapito delle altre dimensioni dell’imperativo ecologico globale (biodiversità, salute, inquinamento dell’acqua e del suolo), resta aperto un ampio spazio politico. L’integrazione delle rivendicazioni democratiche nella biforcazione ecologica e la volontà di imporre una frenata d’emergenza sull’illimitatezza economica possono essere i due supporti di un’escalation che lungi dall’essere moralizzante, sarà pienamente politica.

L’ecologia europea deve fare la sua svolta realistica. Deve abbandonare l’abitudine dannosa di esprimersi in termini consensuali e pacificatori, per accettare di giocare su una scena politica complessa.

PIERRE CHARBONNIER

L’ecologia europea deve quindi fare la sua svolta realistica. Ciò non significa che debba entrare in un dibattito aggressivo e marziale con altri attori geopolitici, ma che debba abbandonare l’abitudine dannosa di esprimersi in termini consensuali e pacificatori, per accettare di giocare su un scena politica complessa.

Dopo tutto, questa dimensione è sempre esistita nella storia della questione sociale. Anche se queste sono cose che non sempre ci piace ricordare, la costruzione di sistemi di protezione è iniziata in Prussia – e in un certo senso Xi Jinping è una sorta di Bismarck dell’ecologia: non non era così ansioso di ascoltare e sostenere le richieste di giustizia ambientale per metterle a tacere. Dopo la guerra, i progressi del diritto sociale in Europa sono incomprensibili se non parte del gioco geopolitico che combina lo spettro del fascismo, la guerra da estinguere, la possibilità bolscevica e l’influenza americana. Come disse un rappresentante laburista britannico nel 1952, il servizio sanitario nazionale è un sottoprodotto del Blitz2. Insomma, l’emancipazione non si conquista sempre, e nemmeno principalmente, con espressioni di generosità morale: è anche questione di potere. La figura di Lenin sembra in questi anni essere oggetto di un ritorno nel pensiero critico, forse proprio perché l’ecologia non ha ancora trovato il suo Lenin.

In un certo senso Xi Jinping è un po ‘il Bismarck dell’ecologia: non desiderava tanto ascoltare le richieste di giustizia ambientale, perché le mettesse a tacere.

PIERRE CHARBONNIER

L’ecologia può quindi accettare abbastanza di parlare di strategia, conflitto, sicurezza, può presentarsi come una dinamica di costruzione di una forma politica che assume l’idea di potere, senza ricadere sulle sue esigenze democratiche e sociali e senza perdere di vista il suo ideale di limitazione della sfera economica – al di là dello stretto problema delle emissioni di gas serra. Al contrario: è probabile che queste richieste vengano realizzate solo se investite in riflessioni e pratiche specificamente politiche. Ma affinché ciò sia possibile, dobbiamo lasciarci alle spalle la tendenza a invocare valori più elevati, perché non abbiamo il monopolio sulla critica del paradigma dello sviluppo fossile, né abbiamo la massa economica critica che ci consente di affermarci come attori di portata universale. Si sta formando una nuova arena in cui non abbiamo altra scelta che entrare.

grazie Boris, di Giuseppe Masala

Accordo sulla Brexit fatto. Ora bisogna certamente lasciare il tempo di far leggere agli esperti le oltre 2000 pagine ma qualche considerazione preliminare può essere fatta sulla base di quanto letto sul Financial Times che è certamente un quotidiano britannico, ma altrettanto certamente era schierato con gli eurofili britannici.
Il punto dirimente per come la vedo io è che Londra ottiene una corte apposita che arbitri le controversie che si verificheranno in futuro. La Corte di Giustizia europea è tagliata fuori. Dunque la Gran Bretagna esce nettamente dal giogo europeo.
L’Europa si accontenta dell’uovo oggi lasciando perdere la gallina domani: niente dazi e contingentamento di merci, dunque non perde il ricco mercato britannico.
Dunque, uno a uno? Direi di no, la Eu ha accettato questo compromesso perchè nelle more del disastro economico in corso la perdita del mercato britannico sarebbe stato un danno devastante, in alcuni stati in particolare; Francia che ha uno dei suoi pochi segni positivi sulla bilancia commerciale proprio con la Gran Bretagna, Irlanda, che se perdesse il mercato inglese o muore di fame o osce dalla Ue, ma anche Italia e ovviamente Germania hanno molto da perdere, la Germania certo poteva resistere il colpo, ma all’Italia mancava solo questo per completare un disastro a livelli che è impossible anche immaginare la profondità. Bruxelles tutto sommato limita i danni immediati. Ma perde la speranza di tenere Londra come una sorta di protettorato a sovranità limitata.
In compenso i danni a lungo termine per la UE sono devastanti. Perde il primo esercito, la prima diplomazia, il primo mercato finanziario, la seconda economia della UE. Lascia inoltre a Londra la possibilità di maramaldeggiare diplomaticamente. E soprattutto è indicata la strada per l’uscita agli scontenti. Ora tutti sanno che si può e che la UE non è così forte da poter infliggere danni irreparabili né diplomatici, né economici. Grazie Boris!

piani a confronto…da recovery, di Giuseppe Germinario

I Next Generation EU (recovery fund), in via di presentazione ed elaborazione da parte dei vari paesi aderenti alla UE, sono una straordinaria occasione per tentare di comprendere il punto di vista delle diverse classi dirigenti europee, riguardo al tipo di rappresentazione della crisi in corso, alle scelte strategiche per affrontare i mutamenti ed i riposizionamenti, alla consapevolezza dell’adeguatezza degli strumenti operativi necessari e disponibili rispetto agli obbiettivi.

Una occasione straordinaria, appunto, ma a condizione di non cadere nella trappola della fiera delle mirabilie nella quale ci stanno trascinando quelle classi dirigenti e quei ceti politici nazionali europei, in prima fila pateticamente gli italiani, i quali stanno puntando tutto ed univocamente su un intervento europeo dal carattere salvifico.

L’entità reale delle cifre non è ancora affatto scontata. La loro ripartizione tra indebitamento e sussidio ai beneficiari è ancora tutta da consolidare. Lo stesso vale per la effettiva composizione del carnet secondo la ripartizione dei fondi accumulati derivanti dall’inedita imposizione diretta degli organismi amministrativi comunitari, dall’emissione di titoli di indebitamento comuni e dalla contribuzione diretta degli stati nazionali. Per non parlare di una tempistica e di una diluizione degli interventi agli antipodi di un efficace intervento anticiclico. La consueta piega che sta prendendo l’istruzione della pratica NGEU, destinato a seguire pedissequamente il canovaccio delle collaudate procedure decisionali comunitarie, lascia presagire l’introduzione di condizionalità variabili in corso d’opera in funzione del grado di dipendenza da NGEU degli interventi nazionali. Se infatti per l’Italia il peso relativo di NGEU, unito ad altri importi residuali, si avvicina nella spesa di investimento pericolosamente al 100% dell’intervento complessivo, per la Germania ad esempio non arriva, secondo stime attendibili, nemmeno al 30%. Gli stessi fondi NGEU tra l’altro potranno assorbire e sostituire investimenti già in corso. Tutte dinamiche ed inerzie in grado di acuire come si vedrà il divario tra ambizioni dichiarate e risultati effettivi; per meglio dire in grado di mettere a nudo i reali obbiettivi strategici di fondo.

Paradossalmente tutte incognite, inerzie, logiche che fungono da ulteriore cartina di tornasole nel valutare la qualità dei ceti politici e delle classi dirigenti italici ed europei.

I piani esaminati sono quelli tedesco, francese ed italiano. Al momento quello tedesco è il più scarno ed essenziale negli indirizzi, anche se il giudizio è fondato sulla lettura di una mera sintesi della quale si offre uno schema predisposto da un collaboratore del sito:

IL PIANO TEDESCO

130 Miliardi totale

  1. 80 Miliardi nel breve termine, 50 miliardi investimenti a medio-lungo termine

  2. 35 miliardi sono dedicati alla voce greem automotive, H2

  3. riduzione IVA del 3% per sostenere il potere d’acquisto

  4. riduzione del costo dell’energia elettrica alle famiglie PMI

  5. introduzione della tassa sulla CO2

  6. niente bonus alle auto con motori a combustione interna

  7. sviluppo delle stazioni stradali di e.e. e filiera delle batterie per auto

  8. aumento di capitale delle ferrovie statali

  9. pochi soldi sul risparmio energetico negli edifici

  10. pochi soldi, quasi nulla per le politiche attive del lavoro

In breve importi non disdicevoli, ma largamente sottodimensionati rispetto alle potenzialità dell’economia tedesca; investimenti diretti indirizzati prevalentemente nel settore dei trasporti ferroviari e soprattutto delle infrastrutture stradali e industriali legate alla trazione elettrica, in un paese che a dispetto degli attivi commerciali stratosferici, ha lasciato languire malinconicamente il livello di efficienza delle infrastrutture. Per il resto si cade nella più tradizionale e generica politica di sostegno della domanda attraverso riduzioni fiscali e di tributi, tassazione mirata sulle emissioni ed incentivi agli acquisti e alla ricerca nel più tradizionale e più importante dei settori, dal punto di vista delle dimensioni economiche e delle implicazioni sociali, quello automobilistico. Si direbbe un classico esempio di perfetta ed anonima efficienza tedesca. E tuttavia il piano, preso a se stante, assume dimensioni ingannevoli in due sensi. Le dimensioni dell’intervento diretto del Governo Centrale tedesco e dei suoi laender vanno ben oltre quelle legate all’intervento europeo e soprattutto sfuggono in gran parte ai criteri di controllo ed applicazione europei. Il sistema neocorporativo che lega i destini e le strategie dello Stato, in particolare dei laender, dell’industria manifatturiera, del sistema bancario-finanziario e delle associazioni garantisce un indirizzo e pilotaggio delle risorse massiccio e capillare. Tutto bene quando si tratta di proseguire nello statu quo, sia pure dorato, attraverso il controllo sempre più stretto e ferreo delle catene di valore e di produzione, degli stessi standard di esecuzione resi possibili dai processi di digitalizzazione di secondo e terzo livello e da una intermediazione bancaria e finanziaria resa sempre più accessibile a tutto il settore grazie soprattutto alle garanzie offerte dalle aziende capofila del prodotto finale e alle coperture politiche-economiche ad esse garantite.

Una prospettiva, nelle more, che lascia entusiasti i giornalisti e scribacchini benpensanti del Corriere della Sera, i quali al pari della quasi totalità del ceto politico e della classe dirigente nazionali ritengono del tutto irrilevante ed ininfluente il livello di autonomia decisionale e di controllo gestionale delle aziende rispetto alla sovranità e alla coltivazione degli interessi nazionali. Irrilevante ed ininfluente, tranne che nella forma puerile e cialtrona di una tifoseria calcistica alla quale spesso ci hanno abituato ed indotti le classi dirigenti sorte dall’Unità Nazionale.

L’altro senso rappresenta il vero lato oscuro di un paese, la Germania che non ostante e proprio grazie alla sua potenza economica rischia di essere sempre più la zavorra in grado di annichilire le volontà e le velleità di indipendenza politica di un continente. Una conformazione e una dinamica di esercizio di potere interni in una collocazione geopolitica e geoeconomica che inibisce ogni seria ambizione di sviluppo nei settori strategici del controllo e gestione del digitale di primo livello, dell’aerospaziale, delle biotecnologie. Il poco che si riesce o si tenterebbe di fare (il progetto Gaya nel digitale, il progetto Galileo nel controllo dei posizionamenti, il Consorzio Airbus nell’aereonautica) nasce monco soprattutto nella sua parte militare, nasce spesso con ritardi incolmabili, sono frutto di fatto della esclusiva gestione cooperativa e conflittuale franco-tedesca, sono oggetto di mercimonio con la potenza egemone occidentale. In realtà la potenza tedesca continua ad essere un tramite di controllo geopolitico e di drenaggio di risorse, specie finanziarie, costretta a pagare pesantemente i propri radi sussulti di potenza di seconda se non di terza categoria. Lo si vedrà con la strisciante e possibilmente controllata distruzione di capitale legata alla crisi di Deutsch Bank e Commerzbank; lo si è visto nella trappola in cui è caduta il colosso della Bayer con l’acquisizione della americana Monsanto sino alla batosta nel settore automobilistico. Una propensione che si conferma e si accompagna ad un atteggiamento ottuso sul problema ambientale che accompagna il processo di decarbonizzazione a quello di denuclearizzazione. Una trappola ben conosciuta nell’Italia degli anni ‘80/’90, ma che evidentemente riesce a trovare nuovi emuli.

GLI ALTRI DUE PIANI IN PARALLELO

Si passa, quindi e ci si dilunga sui due piani esaminati dettagliatamente francese e italiano, senza entrare però troppo in particolari tecnici del tutto ridondanti rispetto alle finalità dello scritto.

Tutti i piani devono seguire obbligatoriamente due parametri stabiliti dalla Commissione Europea (CE) secondo un piano decennale di sviluppo; l’utilizzo di almeno un terzo delle risorse per la riconversione verde dell’economia e un’altra quota significativa nell’investimento massiccio nella digitalizzazione dei consumi, dei servizi e dei processi produttivi. Indirizzi i quali a loro volta rientrano pienamente nel filone del Grande Reset, inaugurato tre anni fa a Davos e ripreso in pompa magna in queste settimane anche in risposta all’emergere dei cosiddetti movimenti “nazionalisti e populisti”.

LA GREEN ECONOMY

L’investimento nell’economia verde è legata all’ideologia del catastrofismo ambientale che induce al contrasto ai cambiamenti climatici determinati dall’antropomorfizzazione del pianeta.

Una enfasi che comporta tre implicazioni importanti di natura regressiva e velleitaria:

  • i cambiamenti climatici, in realtà determinati nella più gran parte da forze ed elementi superiori alle attuali possibilità di controllo dell’uomo, vanno contrastati piuttosto che di essi bisogna prendere atto per adeguare l’intervento umano sul territorio

  • il problema del cambiamento climatico, spesso e volentieri ridotto ad un problema di riscaldamento e quello dell’inquinamento, spesso e volentieri semplicisticamente e meccanicamente connesso al primo, sono visti come un problema generalista ed universale, piuttosto che come una serie di problemi locali, per quanto sempre più estesi, da affrontare pragmaticamente secondo le condizioni regionali

  • le massicce dosi durgenza e di allarmismo iniettate nell’opinione pubblica impediscono di vedere l’impegno di riconversione delle attività come un lungo processo di transizione dai risultati spesso sperimentali e tutt’altro che certi e definitivi. Le conseguenze cominciano a manifestarsi nella loro gravità e contraddittorietà: il problema ancora insoluto dell’intermittenza della produzione di energia elettrica verde ha generato in California, terra di elezione dell’ambientalismo radicale, estesi e prolungati black out; la soppressione improvvisa e senza alternative dell’utilizzo di alcuni fitofarmaci nella produzione di soia e cereali in Francia ha generato in pochi anni un crollo della produzione di quei prodotti, una diffusione delle malattie in quelle specie e la perdita repentina della sovranità alimentare.

Anche l’approccio più dogmatico deve però in qualche maniera fare i conti con la dura realtà. Tutti e tre i documenti tentano questo bagno di realismo introducendo il concetto di “economia circolare” inteso nel migliore dei casi ancora poco rigorosamente come sistema di recupero e riutilizzo di rifiuti, scarti e prodotti usurati e/o alternativamente come creazioni di economie territoriali tendenzialmente più autosufficienti; nel peggiore dei casi come una scatola vuota dal carattere apertamente reazionario.

Questa l’impostazione di fondo comune che accomuna i due piani, cementata dalla prospettiva di creazione di una tecnologia dei carburanti, l’idrogeno, più promettente e tecnologicamente e industrialmente praticabile nel giro di un paio di decenni.

Una impostazione comune che nasconde una serietà di approccio, una intenzione, se non una capacità operativa e di programmazione del tutto divergente.

In Francia nel piano è evidente il tentativo almeno dichiarato di recupero di territori depressi e periferici attraverso la creazione di una nuova rete di trasporto pubblico, il risanamento e la valorizzazione di territori attraverso la manutenzione resa accessibile e sensata nei costi dal ripopolamento e dalla costruzione di economie pluricolturali fondate su turismo, agricoltura di nicchia, artigianato e piccola industria. In esse, la tecnologia dell’idrogeno assume dichiaratamente un ruolo fondamentale nella costruzione di una rete di trasporti meno inquinanti.

Il piano italiano utilizza gli stessi termini di green economy e di economia circolare per coprire l’estemporaneità degli interventi dagli effetti di qualche utilità nella funzione di moltiplicatore keynesiano immediato, ma del tutto controproducente dal punto di vista della coesione della formazione sociale e delle possibilità di sviluppo serio e duraturo del paese.

Il potenziamento della rete fisica di comunicazione si riduce sostanzialmente alla conferma di tre reti di alta velocità, due delle quali al sud e con esclusione integrale della Sardegna, in un contesto in cui scompare totalmente un ruolo europeo e nazionale dei quattro porti principali del Meridione d’Italia e non si accenna minimamente ad una proiezione del paese e di questi verso le economie del Mediterraneo. È assodato, ma non evidentemente per i nostri, che le reti di comunicazione possono rivelarsi fattori di sviluppo ma anche di regresso e polarizzazione economica se non accompagnate da altre politiche. Grecia docet.

La ricostruzione dei territori degradati e abbandonati si risolve in una serie di manutenzioni e ricostruzione di opere destinate a degradarsi nuovamente in tempi rapidi se non accompagnati da un ripopolamento ed una valorizzazione diversificata di quei territori. Eppure in Italia, anche se pochi, esempi riusciti di salvaguardia e valorizzazione da cui attingere esistono, in particolare in Trentino, in Alto Adige, ma anche in Toscana e in Piemonte. Tutto in realtà sembra risolversi nel potere magico di parole come turismo, cultura, agricoltura quasi che da sole e singolarmente riescano ad assumere una funzione salvifica a prescindere tra l’altro dalla capacità stessa delle realtà economiche nazionali e territoriali di quei settori, in verità sempre più deficitaria di incentivare, attirare e controllare con politiche proprie i flussi.

Un approccio del tutto acritico pervade anche i propositi di ulteriore sviluppo degli impianti di produzione di energia verde, in gran parte intermittente. Nessuna riflessione sulla tempistica e sul sistema dissennato di incentivazione al consumo che ha impedito e nemmeno considerato nei tempi d’oro di inizio millennio l’eventualità di creazione di una industria nazionale dei pannelli e di sistemi di produzione diversificati e di un artigianato locale preparato professionalmente, venuto fuori quest’ultimo a fatica solo a tempi di esecuzione inoltrati dei programmi. Il segno di uno scollamento dalle realtà economiche ed imprenditoriali e di una strutturale incapacità politica di assumere nelle decisioni tutti gli aspetti dei cicli operativi. L’idrogeno è diventata la nuova terra promessa già bella e impacchettata per tutte le occasioni: per le auto, per i treni e le navi, ma anche per salvare e riconvertire la produzione di acciaio dell’Ilva di Taranto. La parola che di per sé si materializza in fatto concreto e tangibile. La tecnologia è in effetti promettente, ma ancora in gran parte da realizzare e da rendere industrialmente praticabile. Soffre soprattutto di un handicap pesante, la conferma che non esistono tecnologie e interventi umani che non abbiano comunque un costo ambientale: i pesanti fabbisogni e costi energetici elettrici necessari a garantire attraverso l’elettrolisi la produzione di batterie ad idrogeno. Fabbisogni dai costi praticabili solo con la presenza di centrali nucleari.

Quali sono i paesi in grado di garantire questi costi e quantità praticabili? La Francia e, in caso di improbabile rinsavimento, la Germania.

Quale è il paese che ha ceduto totalmente il controllo delle tecnologie delle batterie, in pratica del tanto sbandierato e agognato futuro verde dell’economia, quanto meno dei trasporti? L’Italia, ovvero la nostra lungimirante classe dirigente e il nostro preveggente ceto politico, abbagliati dal loro stesso eurolirismo ed ecolirismo e così sempiternamente ossequioso verso una famiglia ormai di predoni, colti ormai con le dita nella marmellata in episodi sempre più meschini, più che imprenditoriale alla quale non si è eccepito nulla riguardo la vendita della Magneti Marelli e di gran parte del patrimonio tecnologico costruito e finanziato pubblicamente in settant’anni. Una condizione ormai ricorrente di un paese disposto a sobbarcarsi entro certi limiti i costi e le incertezze della ricerca ma alla quale manca sempre più di offrire le piattaforme industriali necessarie alla valorizzazione economica e alla tutela delle proprie competenze. Una posizione che le impedisce di entrare a pieno titolo nei processi decisionali e di creazione di nuove realtà industriali e imprenditoriali almeno di livello europeo. Processi per nulla spontanei e per niente determinati da astratti principi di mercato.

Una condizione che risalta ancora più drammaticamente nelle parti dei due documenti che trattano di digitalizzazione, ricerca, applicazioni industriali.

SCIENZA, RICERCA, DIGITALIZZAZIONE, PIATTAFORME INDUSTRIALI

Il documento francese sull’argomento offre tre linee guida e un principio chiari:

  • la concentrazione e il coordinamento dell’attività di ricerca in sei grandi poli già in fase avanzata di sviluppo

  • il recupero della tradizione di un paese di ingegneri, matematici e tecnici di alto livello costruita nei tempi d’oro del gaullismo e smarrita drammaticamente negli ultimi due decenni

  • la creazione di sinergie che consentano la traduzione delle attività di ricerca in applicazioni, sperimentazione e in piattaforme industriali. Sinergie da mettere in pratica con la interazione e la collaborazione a vari livelli tra centri di ricerca, agenzie ibride militari-civili, sistema finanziario, pubblica amministrazione e complessi industriali che guidino le varie fasi ed in particolare quella delle applicazioni industriali attraverso la creazione di start-up e della resa economica attraverso l’offerta di piattaforme industriali adatte a garantire la resa economica su larga scala

  • il recupero della sovranità nel settore agroalimentare, della produzione di quello sanitario e dei settori strategici ad alta tecnologia laddove il controllo nazionale delle imprese e delle loro strategie assume un aspetto cruciale

Il documento italiano rappresenta l’apoteosi dell’estemporaneità e della schizofrenia, in pratica un collage di auspici e denunce sterili:

  • nessun accenno alla organizzazione e riorganizzazione dei pochi centri di ricerca e delle università come pure nessuna indicazione concreta sul punto cruciale della trasformazione della ricerca in applicazioni industriali sperimentali attraverso la promozione di start-up e soprattutto della creazione, con l’impegno diretto delle imprese di piattaforme industriali in grado di garantire la resa economica su larga scala dei risultati della ricerca. Il documento, denunciando la scarsità di investimenti, affronta il problema con delle tautologie pure e semplici: segnala la scarsa attrazione esercitata sui ricercatori e propone un incremento delle retribuzioni e dei corrispettivi economici senza alcun accenno alla carenza di attrezzature e materiali e soprattutto alla riorganizzazione dei centri di ricerca; segnala la crescente carenza, rispetto alla media europea e ancora più impietosa rispetto ai diversi paesi emergenti ed emersi, di personale tecnico-scientifico altamente qualificato, stigmatizza che il sistema economico italiano non è in grado di assorbire in buona parte quello stesso personale e alla fine si limita ad auspicare una maggiore qualificazione e corrispondenza alle esigenze delle università e delle scuole superiori. Un approccio classico del progressismo democratico che riesce a garantire sì spesso processi di emancipazione individuale, ma che riesce a far diventare le già scarse risorse destinate alla formazione e alla ricerca dei meri costi per la società di fatto sempre meno sostenibili e di fatto giustificabili

  • se si vuole, ancora più enfasi viene dedicata ai processi di digitalizzazione. Qui l’approfondimento va suddiviso in due parti. Il documento registra a ragione una grande difficoltà nell’implementazione dei processi di digitalizzazione nelle attività produttive, in particolare quelle industriali. Una remora già ampiamente segnalata dall’ex-ministro Calenda, fautore del programma “industria 4.0”. Attribuisce alla insufficiente dimensione e alla scarsa preparazione manageriale delle imprese la scarsa capacità di assimilazione delle nuove tecnologie. Ma anche in questo caso lo sforzo di elaborazione e propositivo si ferma qui o poco oltre. Glissa vergognosamente sulla vera e propria abdicazione della grandissima parte delle famiglie imprenditoriali medio-grandi italiane. In una condizione di pur oggettiva maggiore difficoltà di esercizio delle attività rispetto agli altri paesi e in una situazione nella quale la gestione scellerata delle privatizzazioni e dismissioni ha incentivato le più importanti di esse (Benetton, Agnelli, Pirelli, ………..) a trasformarsi in percettori di rendite da concessioni o in cavalieri di ventura per conto terzi, per lo più stranieri, si assiste ad un vero e proprio esodo biblico, per altro lucroso e ben ricompensato, dalle attività prettamente imprenditoriali a favore di soggetti esteri senza che nessun componente della classe dirigente e del ceto politico abbia e continui ad avere nulla da obbiettare e a maggior ragione senza che gli stessi fossero disposti ad utilizzare gli strumenti legislativi, normativi e finanziari, per altro in buona parte disponibili, tesi a compartecipare e condizionare le scelte delle imprese impegnate in questa fase di transizione. La conferma dei limiti e della grettezza di un ceto, sempre latente a partire dall’unità d’Italia e pronta ad emergere alla luce del sole nei momenti critici come negli anni ‘30, negli anni ‘50/’60, negli anni ‘90 e in maniera ormai endemica in questo ventennio. A questa generale abdicazione e complicità non corrisponde nessun tentativo adeguato di prendere atto della situazione, di conoscerne i meccanismi allo scopo di implementare al meglio i processi di digitalizzazione. La rete di aziende medie e piccole assume certamente queste caratteristiche, buone a garantire flessibilità ma poco adatte a sostenere i costi e le competenze necessari alla digitalizzazione e alla automazione, tanto più che buona parte delle competenze professionali e delle capacità innovative sono legate alla creatività e al patrimonio professionale personale degli operai e tecnici in buona parte fuori dal controllo e dalla standardizzazione manageriale. È altrettanto vero, però, che queste imprese per operare ed aggiornarsi devono disporre di una rete esterna di professionisti ineguagliata nella qualità e soprattutto nella quantità rispetto agli altri paesi europei. Questa rete, in qualche maniera organizzata, probabilmente potrebbe essere uno dei veicoli trainanti di promozione e gestione dei processi. Lo stesso dicasi per lo strumento dei distretti aziendali e per la funzione delle aziende capofila, non a caso nel mirino delle acquisizioni estere, altrimenti poco spiegabili dal punto di vista della redditività delle operazioni. Quanto più però la rete imprenditoriale è frammentata, tanto più occorre una gestione ed un indirizzo politico e strategico saldo e pervasivo, in pratica l’esistenza di un ceto politico e di una classe dirigente ancora più determinata e lungimirante. Una determinazione ed una lungimiranza ancora più incisiva quando deve necessariamente essere applicata all’estero sia nelle sedi istituzionali europee e nei rapporti bilaterali che decidono delle norme di regolazione, dei progetti di collaborazione nei settori, dei programmi ci compenetrazione e compartecipazione delle aziende sia in egual misura nei meandri amministrativi della UE, dove la fa da padrona l’attività lobbistica di imprese e gruppi di pressione, senza nemmeno la relativa trasparenza garantita dalla legislazione americana. Qualità e intraprendenza politiche tanto più necessarie quanto devono sopperire allo scarso peso lobbistico delle aziende e dei gruppi di pressioni italiani.

  • Le occasioni e gli esempi in corso vanno ancora una volta in controtendenza rispetto alle necessità e alle opportunità e a conferma di un ceto politico e dirigente italico passivo e in perenne attesa, complice. I processi di digitalizzazione della determinazione e regolazione dei flussi nella rete dei trasposti nazionale ed europea avrebbero potuto diventare l’occasione per mettere lo zampino o almeno l’occhio nella gestione dei flussi commerciali a cominciare dai fulcri dei porti di Amburgo, Anversa e Rotterdam, forti della posizione geografica dell’Italia e delle potenzialità dei porti di Trieste, Genova e Taranto. Ancora una volta i nostri non trovano di meglio che cedere, in cambio della digitalizzazione e della capacità gestionale, in condominio e probabilmente di fatto spesso in esclusiva la creazione e gestione digitale dei flussi. È già accaduto a Taranto con i turco-cinesi, pur nella incertezza delle dinamiche geopolitiche, sta accadendo a Trieste e a Genova. Ancora più sconcertante e deprimente l’esclusione e di fatto la rinuncia alla partecipazione ai progetti franco-tedeschi nell’aerospaziale e nel progetto Gaya di controllo, elaborazione e gestione di primo livello dei dati e comandi digitali in grado di mettere al sicuro il sistema di controllo e comando di industria 4.0. Progetti ancora allo stato intenzionale, dall’esito incerto e alquanto improbabile perché destinato a scontrarsi con gli interessi geopolitici strategici degli Stati Uniti e a subire l’indifferenza della potenza emergente cinese. In questo ambito l’Italia è stata semplicemente ignorata, pur potendo contribuire in maniera significativa con il proprio patrimonio di competenze. L’intenzione dei nostri è quella di subentrare a giochi fatti ma solo con l’apporto dei sistemi di sicurezza e gestione dei dati costruito nel processo di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione (PA). Un proposito allo stesso tempo riduttivo e a ben pensare inquietante

  • e infatti l’unico obbiettivo realistico e a portata di mano, realmente impegnativo nell’ambito della digitalizzazione è proclamato a chiare lettere nella PA. Anche qui, però, il progetto soffre di una rigida impostazione deterministica. Il presupposto di questo programma è che l’informatizzazione, l’integrazione e la digitalizzazione dei servizi presuppongano meccanicamente un unico modello organizzativo. Chi conosce anche genericamente questi processi sa benissimo che non è così e che la determinazione di un modello organizzativo, quello più adatto ai sistemi digitali e più compatibile con un funzionamento ordinato delle istituzioni e delle amministrazioni. Un approccio fideistico non farà che creare conflitti, sovrapposizioni e intoppi che porteranno a conflitti di sistema, ridondanze e aggiornamenti tali da prolungare indefinitamente la fase di transizione. Una dinamica già conosciuta nella riorganizzazione di specifici settori come quelli delle Poste e destinata ad espandersi esponenzialmente in un progetto ben più complesso e articolato

LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA E IL DISORDINE ISTITUZIONALE E AMMINISTRATIVO

Un tema a parte ed originale riguarda la riforma e la riorganizzazione della gestione della giustizia italiana. Un capitolo dai contenuti accettabili sempre che il Governo presente e futuro abbia la forza di mettere mano alle modalità di funzionamento dell’ordinamento giudiziario e saper gestire le dinamiche ormai perverse e destabilizzanti dei gruppi di potere interno ad esso.

Rimane completamente rimosso il problema del disordine istituzionale e della pletora dei modelli organizzativi di gestione delle pubbliche amministrazione alimentati in particolare dal processo di regionalizzazione avviato al finire degli anni ‘90. Un problema la cui soluzione è in realtà propedeutica ad ogni altro provvedimento di riorganizzazione delle strutture statali e il cui procrastinarsi lascia spazio al lento processo di liquefazione delle strutture statali e alla invasività dell’Unione Europea nella sua continua ricerca di rapporto diretto con le strutture periferiche e decentrate, in particolare le regioni e i comuni, dello Stato Italiano. Una invasività strisciante nei vari paesi dell’Unione, che trova notevoli resistenze e paletti in alcuni Stati politicamente centrali e in quelli dell’Europa centro-orientale e autostrade aperte nell’area mediterranea, specie in Italia e Grecia

CONCLUSIONI

A questo punto della comparazione, il confronto potrebbe apparire assolutamente impietoso rispetto ad una classe dirigente e un ceto politico italici talmente remissivi ed approssimativi, perennemente in attesa di indicazioni esterne, concentrati ad assecondare un processo di trasferimento all’estero e di recupero per conto terzi di risorse politiche, di controllo ed economiche, a cominciare dal risparmio nazionale. È artefice e vittima di dinamiche ed inerzie che probabilmente faranno scivolare il programma NGEU italiano nella routine delle spese e degli investimenti ordinari, dalla resa immediata, dalla efficacia tuttalpiù immediata ed effimera dei moltiplicatori keynesiani, sempre che siano ormai in grado di individuarli vista la gestione disastrosa degli incentivi energetici e della pletora di bonus fiorita nell’emergenza pandemica. Non è un caso che questa classe dirigente individui nell’edilizia il moltiplicatore di sviluppo e di benessere. Con questa lungimiranza non farà che adattare surrettiziamente i programmi di investimento alle capacità tecnico-amministratice e agli interessi delle amministrazioni e dei centri di potere e di spesa residui sopravvissuti nel paese, in particolare i comuni e le regioni.

In realtà la situazione non presenta, purtroppo, nemmeno aspetti così marcati e distinti rispetto ai due paesi europei sotto esame ed in particolare la Francia.

Che dire di un ceto politico impersonato dalle ultime tre presidenze francesi ed in particolare da Macron che da ministro dell’economia ha consentito la cessione all’americana GE dell’intero settore strategico delle turbine, intimamente legato alla difesa e al settore nucleare salvo vedersi vaporizzare da Presidente a pochi anni di distanza il relativo intero centro di ricerche da 900 dipendenti nei pressi di Parigi; che dire della sua reazione a tempo quasi scaduto al mercimonio intentato dai tedeschi ai danni del consorzio Airbus e a favore della Boeing in cambio probabilmente della trappola ai propri danni dell’acquisizione di Monsanto da parte di Bayer; che dire del suo accorato sostegno alle tesi del catastrofismo ambientale alla Greta Tunberg a principale giustificazione del programma di espansione dell’economia circolare, in un contesto geoeconomico, in particolare quello architettato dalla Germania e dalla UE, sostenuto pesantemente dagli Stati Uniti, nell’ambito delle importazioni di prodotti agricoli dal Maghreb, dall’America Latina e dall’Asia, in grado di renderlo velleitario pur con ben altre e più fondate motivazioni e proprio quando l’onda verde delle recenti elezioni municipali ha già messo a nudo il dogmatismo e la dabbenaggine di questo nuovo ceto politico emergente. Che dire di tutte queste posizioni e della schizofrenia connessa ai proclami di recupero di sovranità e ai propositi più o meno dichiarati e sottintesi nel documento francese?

Non si tratta della schizofrenia di un ceto politico prevalente, in Francia, in realtà molto più affine culturalmente e politicamente a quello assolutamente predominante in Italia e pervasivo anche in Germania.

È il contesto politico interno al paese che fa la differenza: è la drammatica situazione delle énclaves identitarie e comunitariste ormai quasi completamente fuori controllo nel paese; è la presenza di movimenti ostinati come quelli dei gilet gialli e degli epigoni prossimi venturi; è la presenza di una tradizione politica, amministrativa e di potere gaullista residua ma culturalmente ancora ben preparata ed ancora ben allignata nei centri decisionali a costringere a questa schizofrenia. Non è un caso che a parziale supporto e a sostegno su impostazioni più radicali del documento siano emerse due ben ponderose monografie di settimanali, in particolare del settimanale Marianne.

È una situazione ancora fluida ma che in assenza dell’emergere un terzo solido interlocutore europeo, l’Italia capace non dico di imporsi ma di trattare seriamente e con pari dignità lascia presagire il ritorno effimero ed illusorio allo statu quo, specie con l’affermazione di Biden, ma con il sacrificio definitivo di un paese, l’Italia dalla classe dirigente e dal ceto politico incapace di strategia, di volontà propria e di forza contrattuale oggettivamente disponibile in un contesto così mobile. Una remissività che probabilmente più che procrastrinare una tregua incerta interna al continente, non farà che accentuarne contemporaneamente il carattere ostile e conflittuale interno tra gli stati e la remissività e la subordinazione geopolitica al gigante americano, pur con le pesanti riserve legate alla instabilità di quella formazione politica.

Dieci anni fa Xi Jin Ping proclamo che avrebbe trasformato la Cina da opificio in laboratorio; pare ci stia riuscendo. La nostra classe dirigente e soprattutto il nostro miserabile ceto politico paiono impegnati, nel migliore dei casi, nel garantire il percorso opposto.

La posta in palio per il nostro paese è enorme: ha già perso progressivamente autorevolezza e forza politica in Europa e nel Mediterraneo; rischia di essere definitivamente spolpato del proprio risparmio nazionale e della propria capacità produttiva, in particolare quella più interconnessa e in posizione subordinata a quella francese e soprattutto tedesca a favore della collusione franco-tedesca proprio perché i propri amici-coltelli transalpini e teutonici potrebbero trovare più comodo ripiegare sul nutrimento garantito da un corpo amorfo disponibile ad accettare qualsiasi cosa piuttosto che puntare contro una bestia troppo grossa e per di più distante un oceano ma ben presente e attenta a preservare il dominio sulle lande europee.

https://www.economie.gouv.fr/files/files/directions_services/plan-de-relance/annexe-fiche-mesures.pdf

https://www.corriere.it/economia/tasse/20_dicembre_07/pnrrbozzapercdm7dic2020-7908fa02-3898-11eb-a3d9-f53ec54e3a0b.shtml

https://www.prosud.it/wp-content/uploads/2020/12/linee-guida-pnrr-2020.pdf

https://www.marianne.net/economie/le-nouvel-imperatif-industriel-les-solutions-pour-redresser-la-france-le-hors-serie-de-marianne-est-en-kiosque

Imperialisti buoni, imperialisti cattivi_a cura di Giuseppe Germinario

La crisi pandemica, oltre ad essere uno dei maggiori fattori scatenanti e soprattutto di accelerazione di dinamiche profonde di cambiamento dei rapporti sociali di produzione, delle catene di produzione e degli equilibri economici e geoeconomici, dei rapporti sociali stessi, sarà di per sé un arma, uno strumento di regolazione dei rapporti di potere interni ai paesi e delle relazioni geopolitiche. Non scommettiamo sulla piena attendibilità delle informazioni offerte dall’articolo; sta di fatto che sin dall’inizio il gruppo dirigente cinese ha cercato di attribuire l’origine della pandemia a svariati paesi oltre a quelli già citati dall’articolo. Uno strattagemma per sfuggire alle responsabilità politiche, ai danni di immagine, alle richieste possibili di risarcimento; soprattutto, un modo per scacciare il sospetto denso di implicazioni di una crisi originata da una manipolazione incontrollata di un virus. Considerazioni che devono spingere ad una riflessione di fondo! Quanto più avanza il multipolarismo, quanto più si avvicina una fase di policentrismo tanto meno sarà proficua una suddivisione manichea tra paesi “buoni” e paesi “cattivi”, soprattutto per quei paesi e quelle classi dirigenti con qualche ambizione di indipendenza ed autonomia, ma con forze strettamente misurate_Giuseppe Germinario

 

Dal New York Post

China suggests Italy may be the birthplace of COVID-19 pandemic

La Cina è all’opera su di un nuovo studio sulla diffusione precoce e nascosta del coronavirus in Italia per mettere in dubbio la ferma convinzione che la nazione asiatica sia stata il luogo di origine della pandemia, stando ai rapporti.

Funzionari di Pechino stanno spingendo su di un nuovo studio che suggerisce che il contagio potrebbe essersi diffuso nella nazione europea già a settembre, tre mesi prima che fosse confermato che si stava diffondendo nel presunto epicentro della città cinese di Wuhan, come il Times of London ha sottolineato .

La nazione asiatica ha anche in precedenza  ipotizzato la Spagna alle origini della pandemia, così come anche l’esercito americano, sresponsabile di aver portato il virus a Wuhan nell’ottobre dello scorso anno durante i Giochi mondiali militari; così afferma il rapporto.

Secondo il quotidiano britannico, i media statali cinesi stanno ora sostenendo con forza l’idea che il nuovo studio del National Cancer Institute dimostri che il contagio probabilmente è iniziato in Italia, non in Cina.

“Questo dimostra ancora una volta che rintracciare la fonte del virus è una complessa questione scientifica che dovrebbe essere lasciata agli scienziati”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian, secondo il Times britannico. “[È] un processo in via di sviluppo che può coinvolgere più paesi.”

Zhao Lijian
Zhao LijianGetty Images

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ammesso che è possibile che il virus “circolasse silenziosamente altrove” prima di essere rilevato a Wuhan.

Tuttavia, molti scienziati sono scettici sulla ipotesi italiana dello studio e altri osservano che non ciò esclude che il coronavirus sia originario della Cina.

“Sappiamo che la Cina ha ritardato l’annuncio del suo focolaio, quindi non si sa quando è iniziato lì; la Cina del resto ha legami commerciali molto forti con il nord Italia”, ha detto allo UK Times Giovanni Apolone del National Cancer Institute di Milano.

https://nypost.com/2020/11/20/china-suggests-italy-may-be-the-birthplace-of-covid-19-pandemic/?utm_medium=SocialFlow&utm_campaign=SocialFlow&utm_source=NYPTwitter

L’ESSENZA DEL POTERE NON STA NEL POPOLO, di Antonio de Martini

L’ESSENZA DEL POTERE NON STA NEL POPOLO
Il primo assaggio di democrazia gli italiani lo ebbero con il referendum tra Monarchia e Repubblica nel 1946.
I numeri erano incompleti e incerti, dato che non erano rientrati in patria oltre un milione e mezzo di prigionieri di guerra e deportati e i voti espressi erano piu o meno equivalenti.
Fu dichiarata la Repubblica e la magistratura si adeguò con una presa d’atto piu che con una sentenza.
La monarchia sabauda, dopo aver usato con analoga disinvoltura i referendum per annettersi mezza Italia, non ebbe le carte in regola per protestare credibilmente.
Anni dopo, in una recente tornata elettorale, l’’onorevole Fassino, dichiarò vincitore delle elezioni il PD nel perdurare dell’incertezza sui numeri.
Ognuno di questi episodi – e mille piccoli altri avvenuti qui e altrove – ha contribuito a togliere credibilità al sistema escogitato per determinare senza spargimenti di sangue gli assetti di potere e l’orientamento politico di un paese.
L’omicidio politico nacque come esasperazione democratica per reazione allo strapotere.
Nel XIX secolo si definiva la Russia “ una monarchia assoluta temperata dal tirannicidio”.
In questa era moderna, singoli momenti ribellistici affiorano qua e la con mini spargimenti di sangue presentati come fatti patologici o di fanatismo religioso, ma – a mio avviso- andrebbero analizzati per quello che sono: stanchi di narrative fasulle, singoli si ribellano e mettono mano alle armi.
I pazzi e i poeti, si sa, anticipano i fenomeni sociali.
Questi isolati nemici del sistema , se esaminati attentamente, riveleranno di essere stati prima illusi dalle promesse della società, poi indignati per l’indifferenza e indotti alla reazione violenta dal desiderio di richiamare il mondo alla realtà del rapporto di forza reale.
I più deboli con reazioni isolate e personali, i piu muniti intellettualmente, istigando terzi elementi.
Il “sistema” si difende disinformando e attribuendo questi fenomeni a fattori psichici o di fanatismo religioso che con questi spesso confina.
Tra tutti questi fenomeni, troneggiava intatto il mito della democrazia statunitense.
L’America era il posto in cui queste brutture potevano accadere in una elezione municipale, ma non al vertice.
Trump era la prova che chiunque poteva giungere senza ostruzionismi al vertice di un paese democratico e governarlo.
Trump ha distrutto questa illusione.
Puoi essere eletto, ma non governare.
Twitter che censura il capo dello stato è il tirannicidio moderno. Mostra che il re è nudo e il potere politico democratico è una vuota forma.
Torna a prevalere l’articolo quinto ( chi c’ha i soldi in mano ha vinto).
Servirà qualche tempo per metabolizzare il tutto, ma l’insegnamento giungerà fino a noi.

IN BOLIVIA TRIONFA LA SINISTRA INDIGENISTA, di Giuseppe Angiuli

IN BOLIVIA TRIONFA LA SINISTRA INDIGENISTA

DOPO UN PERIODO DI CRISI E DESTABILIZZAZIONE

 

A sinistra Luis Arce, nuovo Presidente della Bolivia e già ministro dell’Economia nei Governi a guida di Evo Morales

A destra nella foto, il nuovo vice-Presidente David Choquehuanca

 

Le elezioni presidenziali tenutesi in Bolivia domenica 18 ottobre 2020 hanno visto la chiara vittoria senza contestazioni di Luis Arce Catacora, candidato del M.A.S. – I.P.S.P. (Movimiento al Socialismo – Instrumento Político por la Soberanía de los Pueblos), ministro di lungo corso nei governi diretti dell’ex Presidente Evo Morales.

Luis Arce, economista di solida formazione teorica, guiderà il Paese per i prossimi cinque anni e sarà affiancato dal suo vice David Choquehuanca, storico lìder dei movimenti contadini indigeni del Paese e già ministro degli Esteri con Evo Morales.

Queste ultime elezioni si sono celebrate in un clima di forte polarizzazione nel Paese andino e sono giunte al termine di un periodo di circa un anno contraddistinto da grande incertezza ed instabilità politica, dopo che l’ex Presidente Evo Morales (rimasto saldamente alla guida della Bolivia dal 2006 fino al 2019) era stato costretto a dimettersi a novembre dello scorso anno, appena dopo avere apparentemente vinto per la quarta volta consecutiva le elezioni presidenziali e quando le aspre contestazioni di piazza, unitamente alle pressioni dei vertici di Polizia e dell’esercito, lo avevano costretto alla fuga all’estero.

A partire dalla prima vittoria elettorale alla fine del 2005 di Evo Morales – soprannominato el indio, storico sindacalista dei contadini che abitano i vasti altipiani del Paese e primo Presidente indigeno (di etnia haymara) ad ascendere ai vertici di una nazione sud-americana – la Bolivia aveva imboccato un percorso politico di netta inversione di marcia rispetto al suo lungo passato di dominio coloniale ed aveva fornito un suo contributo decisivo al processo politico di integrazione continentale con gli altri Paesi del cono sur delle Americhe.

La Bolivia ha inscritta nel suo stesso nome tale propensione verso l’ideale dell’unità politica del sub-continente indio-latino e non per caso, circa due secoli fa, la nazione per un breve periodo era stata battezzata República de Bolívar, con un espresso riferimento alla figura mitica del libertador Sìmon Bolívar.

Anche in virtù del solido rapporto di amicizia che lo legava al compianto lìder venezuelano Hugo Chavez, Evo Morales non aveva avuto dubbi nel condurre la Bolivia all’interno del blocco dei Paesi latino-americani contraddistinti dal più enfatico radicalismo anti-U.S.A. e riuniti nell’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América).

Da tale percorso politico, la Bolivia aveva tratto una forte spinta all’emancipazione dalla storica piaga del sottosviluppo e aveva saputo intraprendere con efficacia un programma di massiccia redistribuzione dei proventi delle sue copiose ricchezze naturali e minerarie, consentendo forse per la prima volta dopo secoli, alle componenti più povere della sua società, di riscattarsi socialmente e di recuperare un diffuso spirito di fierezza e dignità.

Alla base dell’azione politica di Evo Morales e del Movimiento al Socialismo (un movimento politico da lui stesso fondato nel 1997) vi è sempre stata una miscela ideologica sincretica data dalla fusione di alcuni principi del marxismo classico con gli storici ideali del nazionalismo indigeno latino-americano: nella comunicazione politica del M.A.S., assume da sempre una consueta centralità il richiamo alla necessità di recuperare una piena sovranità del popolo boliviano rispetto alle entità straniere che storicamente lo hanno sottomesso e umiliato, depredandolo delle sue risorse umane e materiali.

L’avvento di Morales alla Presidenza aveva dunque segnato un complessivo rovesciamento del paradigma di rappresentanza degli interessi interni al Paese, avendo egli messo al centro del suo programma per la prima volta i diritti delle popolazioni rurali di origine dell’altopiano andino – in particolare le rivendicazioni dei piccoli poveri contadini cocaleros, ossia i coltivatori di coca, una pianta tipica della cultura andina – e non più gli interessi delle componenti elitarie di etnia bianca indo-europea, da lungo tempo assolute dominatrici nella conduzione della politica e del modello economico  estrattivista del Paese.

Erano state proprio queste elites bianche di origine europea, molto presenti soprattutto nell’area industrializzata della città di Santa Cruz de la Sierra e da sempre assai legate agli U.S.A., a non digerire fin dal primo istante l’ascesa di Morales alla più alta carica governativa del Paese nel 2006: fin da quel momento, le classi dirigenti di quella ricca regione dell’est della Bolivia avevano pertanto dato vita ad una forte conflittualità e ad una radicale delegittimazione delle scelte del Governo centrale di La Paz, non mancando di alimentare anche delle pericolose spinte secessioniste.

Evo Morales, Presidente della Bolivia dal 2006 al 2019

 

Il primo evento di grande impatto simbolico che aveva suggellato l’avvio del nuovo corso della Bolivia era stato senz’altro l’avvento della nuova carta costituzionale nel 2009, allorquando il Paese aveva assunto per la prima volta la denominazione di Stato plurinazionale di Bolivia, a testimonianza della composizione pluri-etnica e del carattere multi-culturale della sua popolazione[1].

Con lo storico passaggio a tale nuova dominazione ufficiale dello Stato e con l’approvazione della nuova Costituzione indigenista (che presenta non pochi punti di contatto con le coeve nuove carte costituzionali adottate da Venezuela ed Ecuador), la nuova Bolivia di Morales aveva dunque segnato il riconoscimento della sua natura di Stato di diritto unitario, plurinazionale e comunitario fondato sul pluralismo politico, economico, giuridico, culturale e linguistico.

 

Non per caso, fin dai suoi primi articoli la nuova carta costituzionale del 2009 menziona espressamente le nazioni e i popoli indigeni quali originari abitanti della Bolivia pre-coloniale e sancisce il diritto di tali componenti autoctone alla conservazione di alcune sfere intangibili di autonomia politico-amministrativa, al mantenimento della loro cultura originaria e ad esercitare delle forme di autogoverno tramite il riconoscimento di istituzioni proprie e tramite il consolidamento di entità territoriali autonome pur nel quadro di una pacifica convivenza all’interno dell’unità statale.

In altri passaggi della stessa magna carta, non manca una espressa consacrazione del diritto inalienabile delle comunità autoctone alla proprietà collettiva sulle terre ancestrali.

Come è tristemente noto, i percorsi rivoluzionari ispirati da una forte spinta ideologica di stampo egualitario  partono quasi sempre con degli ottimi propositi ma molto spesso – non soltanto alle latitudini latino-americane –  non riescono a raggiungere gli auspicati risultati in termini di benessere e sviluppo economico.

Anche in tempi recenti, altre esperienze di Governo delle sinistre in America Latina – tra tutte il Venezuela e il Brasile – a dispetto dei proclami enfatici di marca anti-imperialista, non sono state in grado di promuovere la nascita di nuovi modelli di sviluppo efficienti e dalle gambe solide.

Viceversa, nel caso della Bolivia di quest’ultimo quindicennio, pur senza volere indulgere verso qualsiasi atteggiamento di faziosità ideologica, è lecito senz’altro affermare che l’esperienza dei Governi a guida socialista non aveva oggettivamente deluso le attese anche sul terreno socio-economico, facendo conseguire al Paese degli indici di sviluppo e di crescita economica – pari a circa il 5% annuo in media – davvero invidiabili e che trovano difficilmente un riscontro all’interno di analoghi contesti nazionali dei Paesi latino-americani di questo XXI° secolo.

Nello stesso periodo, secondo i dati generalmente accettati dalla comunità internazionale e dalle principali testate giornalistiche del globo, i governi a guida del M.A.S. erano riusciti a mantenere sotto controllo sia l’inflazione che il tasso di disoccupazione e inoltre erano stati in grado di ottenere una drastica riduzione dell’indice di povertà interno al Paese: sotto quest’aspetto, è significativo ricordare che nel giugno del 2015, in occasione della 39^ Conferenza Generale della F.A.O. (organismo delle Nazioni Unite che si occupa di elaborare programmi per l’alimentazione e per lo sviluppo dell’agricoltura), il Governo boliviano era stato insignito del riconoscimento ufficiale per avere saputo ridurre di più della metà il dato percentuale della popolazione sotto-alimentata, che era passato dal 34% al 15% prendendo in esame un periodo compreso tra il 1990 ed il 2015.

Il celebre incontro tra Evo Morales e Papa Bergoglio nel 2015

 

Altrettanto significativo e per certi versi clamoroso era stato il riconoscimento pervenuto in tempi non sospetti ai governi socialisti a guida di Morales – che avevano visto proprio nell’attuale neo-Presidente Arce lo stratega della crescita economica nella sua qualità di ministro per l’Economia – perfino dalle colonne del Wall Street Journal, che nel 2014 aveva definito Luis Arce «il principale architetto del risorgimento economico del Paese»[2].

Tra le più significative misure di marca anti-liberista adottate negli anni di Governo a guida di Evo Morales va senz’altro segnalata la nazionalizzazione non solo dei giacimenti di gas naturale e di idrocarburi ma anche delle riserve di preziosi minerali e metalli strategici come litio, stagno e cobalto, oltre alla completa ri-pubblicizzazione delle risorse idriche del Paese, che prima dell’avvento dei governi di marca socialista erano finite anch’esse nel mirino delle società multinazionali, dando vita ad un forte rincaro dei costi di accesso all’acqua e così scatenando la protesta di ampie fasce del popolo boliviano.

L’immenso deserto di sale Salar de Uyuni in Bolivia, la più grande riserva di litio al mondo

 

Nel 2016, Evo Morales aveva provato a fare approvare con referendum consultivo una modifica alla Costituzione con l’obiettivo di consentire a se stesso di lanciarsi in una quarta ricandidatura consecutiva alle elezioni presidenziali (non permessa dalla magna carta da lui stesso promossa).

In quell’occasione, il popolo boliviano, votando a maggioranza per il NO al referendum costituzionale, aveva inviato al lìder un chiaro messaggio di presa di distanza dalla deriva auto-referenziale del suo potere personale.

Nell’occasione, si era registrato l’errore politico più evidente di Evo Morales, forse dettato da un suo eccesso di sicurezza e di spavalderia: il Presidente indio, anziché accettare di buon grado il responso dell’elettorato, aveva inaspettatamente forzato la mano, rivolgendosi alla Corte Suprema della Bolivia, dinanzi alla quale era riuscito a fare affermare il discutibile principio per cui il diniego alla sua possibilità di ri-presentarsi ancora una volta alle elezioni presidenziali avrebbe costituito una presunta «violazione dei suoi diritti umani» (sic).

Questa inaccettabile forzatura costituzionale aveva costituito la più imperdonabile delle sviste per Evo Morales ed aveva messo a rischio il funzionamento dei meccanismi di partecipazione democratica nel Paese, facendolo scivolare verso forme di caudillismo nella sua accezione deteriore (una strada già tristemente seguita dall’attuale Venezuela di Maduro).

Un vero peccato per il Presidente indigeno il quale, pure avendo bene governato per circa un quindicennio, non aveva saputo resistere alle tentazioni personalistiche e col suo comportamento aveva purtroppo creato un primo serio vulnus nel rapporto di fiducia fino ad allora sapientemente instaurato con la maggioranza della popolazione boliviana.

Morales in compagnia di Hugo Chavez e Rafael Correa

 

 

Alle elezioni presidenziali del 20 ottobre 2019, Morales si era dunque ri-presentato agli elettori provando ad essere ri-eletto per la quarta volta consecutiva.

Al termine del processo di conta dei voti, che aveva subito un andamento anomalo per via di alcuni poco facilmente spiegabili rallentamenti, secondo i dati diffusi dal C.N.E. (Consiglio Nazionale Elettorale) il Presidente uscente avrebbe conseguito il 47,08% dei voti contro il 36,51% del suo principale rivale e con tale scarto di voti, superiore al 10% dei votanti, non ci sarebbe stato bisogno di celebrare un secondo turno di ballottaggio ma Morales sarebbe stato rieletto Presidente al primo turno per la quarta volta consecutiva.

A quel punto, la sua controversa quarta proclamazione come Presidente dello Stato plurinazionale della Bolivia non era stata riconosciuta dalle opposizioni che, forti del sostegno esterno di Luis Almagro e della Organizzazione degli Stati Americani (O.S.A.) da lui presieduta, avevano presto incitato alla rivolta di piazza, da cui era scaturito un clima di forte polarizzazione dello scontro politico, con scontri violenti nelle principali città del Paese andino che in pochi giorni avevano provocato almeno alcuni morti e diverse centinaia di feriti.

In seguito, in un clima di aspra contestazione del risultato che non accennava a placarsi, a convincere Evo Morales ad annunciare il 10 novembre 2019 le sue dimissioni dalla carica presidenziale, aveva assunto una valenza decisiva la pressione esercitata su di lui dai vertici delle Forze Armate e della Polizia, che avevano disconosciuto la validità della sua rielezione, mettendo così in atto, in forme analoghe a quanto già avvenuto nella storia più recente dei Paesi dell’America Latina, una sorta di Golpe morbido istituzionale.

Al momento di lasciare il suo Paese per rifugiarsi momentaneamente in Messico e per poi stabilirsi in Argentina, Evo Morales aveva denunciato al mondo di essere stato costretto a rinunciare alla sua carica a causa di un «colpo di Stato».

 

Un’immagine delle proteste di piazza in Bolivia dopo la deposizione di Evo Morales nel novembre 2019

 

 

La defenestrazione repentina di Evo Morales – come detto, senza dubbio favorita da un suo evidente errore politico – si era inserita in un vasto disegno di destabilizzazione dell’arco dei Governi progressisti dell’America Latina messa in agenda in questi ultimi anni dal Dipartimento di Stato U.S.A., con l’obiettivo di disarticolare quel processo di integrazione politica su base continentale che aveva preso vita nel primo decennio di questo secolo sotto il decisivo impulso del compianto Presidente venezuelano Hugo Chavez.

Nel corso del mandato presidenziale di Donald Trump alla Casa Bianca, l’amministrazione in carica a Washington, quantunque abbia sposato in molti casi un approccio più soft alla sua politica estera in aree lontane come il medio oriente e la Corea del Nord, ha palesato la consapevolezza sulla necessità di riassumere al più presto possibile il pieno controllo politico di quell’ampia area compresa tra il fiume Río Bravo e la Patagonia e che già 2 secoli fa veniva ufficialmente considerata dall’establishment U.S.A. come il proprio «backyard» («il cortile di casa»), secondo una celebre definizione data dal Presidente James Monroe nel 1823.

James Monroe, Presidente degli Stati Uniti d’America tra il 1817 e il 1825

 

Se tale esigenza di asservimento geopolitico dell’intera America Latina ha costituito da sempre un punto irrinunciabile per la proiezione imperiale degli U.S.A., tanto più la riassunzione di un pieno controllo sul subcontinente latino-americano ha necessitato di essere ribadita con forza in questi ultimi tempi, quando i consiglieri più in sintonia con Trump – sul punto in dissenso con i vertici del Pentagono – si sono convinti della insostenibilità per gli Stati Uniti della compresenza di troppi fronti di guerra in giro per il globo e sulla conseguente inevitabilità di un parziale e progressivo rientro a casa delle forze armate regolari già dislocate in alcune aree-chiave del pianeta (Siria e Afghanistan su tutte).

Sta di fatto che la netta vittoria popolare alle elezioni in Bolivia del 20 ottobre 2020 del nuovo Presidente socialista Luis Arce, successore espressamente designato da Evo Morales (oggi ancora in esilio in Argentina), sta a dimostrare che per gli U.S.A. forse è ormai davvero finito il tempo in cui in una qualsiasi nazione dell’America Latina bastava registrare una qualche sintonia di intenti tra i vertici dell’esercito e una ristretta elite indo-europea per sequestrare la volontà di un intero popolo, ancorchè questo fosse desideroso di voltare pagina: in questo senso, gli esempi di Governi filo-U.S.A. impostisi in America Latina nel secolo scorso per il semplice volere di falchi come Henry Kissinger sono innumerevoli, a cominciare dalla triste dittatura militare nel Cile di Augusto Pinochet.

 

Il popolo boliviano – che ha dovuto attendere quasi un anno per poter tornare ad esprimersi nelle urne, dopo che le elezioni già fissate al 3 maggio 2020 erano poi state rinviate per l’emergenza sanitaria da Covid –  avendo tributato dei generosi consensi pari al 52% a favore di Luis Arce, con circa 20 punti di distacco dal principale sfidante di destra, ha senza dubbio inteso esprimere un forte desiderio di continuità con le politiche anti-liberiste e di segno integrazionista che avevano contraddistinto quasi un quindicennio di azione politica di Evo Morales.

Vista la profonda sintonia di vedute tra il neo-Governo progressista boliviano e quelli dello stesso orientamento politico già al potere in Argentina e in Messico, adesso il quesito che resta da sciogliere è quale futuro attende il continente latino-americano, alla luce di un quadro politico alquanto variegato e composito, che ad oggi contraddistingue l’intera regione a sud del Rìo Bravo.

 

 

Giuseppe Angiuli

[1] All’articolo 8 della nuova Costituzione dello Stato plurinazionale di Bolivia, si legge: «Lo Stato si fonda sui valori di unità, uguaglianza, inclusione, dignità, libertà, solidarietà, reciprocità, rispetto, complementarità, armonia, trasparenza, equilibrio, pari opportunità, uguaglianza sociale e di genere nella partecipazione,
benessere comune, responsabilità, giustizia sociale, distribuzione e ridistribuzione dei
prodotti e beni sociali, per vivere bene
».

[2] Cfr.  l’articolo a firma di John Otis, «Luis Alberto Arce, l’uomo dietro il successo di Evo Morales», The Wall Street Journal, 9 ottobre 2014.

 

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