ILVA, il suo percorso è la metafora del futuro di una nazione_con Augusto Sinagra

tra quelli che ci fanno

L’affare ILVA si sta rivelando la metafora del destino che l’Italia sta inseguendo nella sua frenesia autodistruttiva.

babbei al governo

Dal ruolo improprio, l’ennesimo, della magistratura alla contrapposizione paralizzante e arcadica tra difesa ambientale e salvaguardia del patrimonio industriale, specie di quello strategico di base, alla insipienza ed arrendevolezza di un ceto politico complice, ormai non solo oggettivamente. Una classe dirigente che non sa offrire un futuro, che non sa pensare all’interesse nazionale, che non sa far altro che nascondersi tra le pieghe sempre più asfittiche lasciate dagli attori geopolitici più intraprendenti. Ha dimostrato di non aver cura nemmeno delle condizioni minime di sopravvivenza del proprio apparato industriale; ha abdicato da ogni iniziativa politica lasciando sempre più spazio all’azione impropria di apparati preposti a sanzionare il mancato rispetto della legge; si sta facendo soverchiare da una multinazionale francoindiana complice dei propositi di desertificazione del paese ad opera dei “fratelli maggiori europei”. Un ceto politico inetto, scarsamente rappresentativo di interessi forti nel paese, ormai avviluppato in un conflitto tra bande. Potrebbe essere la grande occasione per un ceto politico alternativo di presentarsi come i difensori e gli assertori di una diversa prospettiva nazionale. E invece anche l’opposizione, compreso Salvini, sta rivelando limiti ed incomprensioni drammatici, per non dire di peggio. Di fronte a insolenti colpi di mano di Arcelor Mittal tesi a chiudere e danneggiare gli altiforni e alla reazione governativa meramente legalitaria, praticamente una manfrina, inadeguata rispetto all’urgenza drammatica della situazione, si chiosa bellamente sulla modalità di trattare con la multinazionale, sulle buone maniere piuttosto che spingere verso atti di imperio e straordinari che impediscano il vero e proprio sabotaggio in corso. La crisi ILVA è solo la punta di un iceberg che sta minacciando l’esistenza stessa di un apparato industriale appena degno di questo nome. Colpisce l’afasicità delle reazioni, compresa quella degli interessati diretti, gli operai. Non si può nemmeno più parlare della bollitura a fuoco lento di una rana. Qualche segnale di allarme, anche se tardivo, comincia a pervenire dagli ambienti imprenditoriali. E’ l’unico barlume di speranza rimasto. Si vedrà se il ricorso giudiziario, quel che pare una recita a contratto, si trasformerà in una reazione più risoluta. In controcanto ci sta pensando il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini a rivelarci convinto l’ultimo tassello della congiunzione astrale, assieme all’ambientalismo d’accatto e decrescista e ai propositi della Unione Europea a trazione franco-tedesca, che vorrebbe il funerale dell’ILVA e del paese: preoccupato del futuro dei quindicimila prossimi disoccupati, ha annunciato l’estensione dell’arsenale militare nel’area Italsider e la prossima assunzione di mille unità.

il complice

Vedremo! Buon ascolto_Giuseppe Germinario

L’ascesa del nazionalismo dopo la caduta del Muro di Berlino, di George Soros

Qui sotto un articolo particolarmente significativo apparso su https://www.project-syndicate.org/commentary/open-societies-new-enemies-by-george-soros-2019-11?fbclid=IwAR1u2gIpvkQs4x1TJxdAaGYAVMlgqNB6E3xh0a5daGuvLpHkklSPE8oS-jw Un segnale che la sua battaglia ha incontrato numerosi ed imprevedibili ostacoli, lungi però da scoraggiarlo. Il filantropo appare però un po’ distratto. Segnala i pericoli di manipolazione, di totalitarismo e di controllo sociale. Li vede però esclusivamente nei suoi avversari; tra di essi, con sua somma delusione, la Cina. L’azione di richiamo all’ordine dei GAFA, da lui largamente preannunciata circa tre anni fa, le cui pesanti attività censorie sono ormai talmente evidenti, rientrerebbero invece in una bonaria campagna di rieducazione. Il destino paradossale dei filantropi passa appunto per l’imposizione del bene anche a coloro che non lo vogliono. Gli manca l’ultima fase di questa maturazione psicologica: quella del vittimismo da incompreso. Lo strumento di imposizione del bene comune, il monocratismo imperiale americano, si sta rivelando inadeguato, annaspa e qualcuno, purtroppo, negli stessi Stati Uniti comincia a prenderne atto saggiamente. La veneranda età potrebbe risparmiare a Soros quest’ultima frustrazione. Per l’umanità sarebbe un enorme sollievo._Giuseppe Germinario

 

L’ascesa del nazionalismo dopo la caduta del Muro di Berlino

BERLINO – La caduta del muro di Berlino nella notte dell’8 novembre 1989 ha improvvisamente e drammaticamente accelerato il crollo del comunismo in Europa. La fine delle restrizioni sugli spostamenti tra la Germania dell’est e la Germania dell’ovest ha dato il colpo di grazia alla società chiusa dell’Unione Sovietica. Allo stesso tempo, la caduta del muro ha segnato un punto fondamentale per la crescita delle società aperte.

Dieci anni prima della caduta del muro, fui coinvolto in quella che io definisco la mia filantropía política. Diventai un sostenitore del concetto di società aperta che mi conferì Karl Popper, il mio mentore alla London School of Economics. Popper mi insegnò che la conoscenza perfetta non è realizzabile e che le ideologie totalitarie, che affermano di possedere la verità assoluta, possono prevalere solo attraverso misure repressive. Negli anni ’80, sostenni i dissidenti contro l’impero sovietico e nel 1984 riuscii a creare una Fondazione nella mia nativa Ungheria che garantiva fondi ad attività promosse non da stati monopartitici. L’idea di fondo era che incoraggiando le attività esterne alle formazioni partitiche, i cittadini avrebbero avuto maggiore consapevolezza delle falsità dei dogmi ufficiali e in effetti questo sistema ha funzionato alla meraviglia. Con un budget annuale di 3 milioni di dollari, la Fondazione è diventata più forte del Ministero della Cultura. Da parte mia io sono rimasto affascinato dalla filantropia politica e, con il crollo dell’impero sovietico, ho creato diverse fondazioni in vari paesi. Il mio budget annuale è passato da 3 milioni a 300 milioni di dollari in pochi anni. Era un periodo esaltante in quanto le società aperte erano in ascesa e la cooperazione internazionale era il credo dominante. A trent’anni di distanza la situazione è ben diversa. La cooperazione internazionale ha trovato diversi ostacoli sul suo cammino e il nazionalismo è diventato il nuovo credo dominante. Inoltre, finora il nazionalismo si è rivelato essere ben più potente e distruttivo dell’internazionalismo. Non era tuttavia un risultato prevedibile. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, gli Stati Uniti erano diventati l’unica superpotenza che non è tuttavia riuscita a essere all’altezza delle responsabilità che la sua posizione le aveva conferito. Gli Stati Uniti erano infatti più interessati a godersi i frutti della vittoria della Guerra Fredda e non hanno quindi pensato a dare una mano ai paesi dell’ex blocco sovietico che si trovavano in gravi difficoltà. Pertanto, il paese ha aderito alle prescrizioni delle politiche neoliberali denominate “Washington Consensus”.

    Nello stesso periodo, la Cina si è imbarcata nel suo incredibile viaggio verso la crescita economica facilitato dalla sua adesione all’Organizzazione Mondiale per il Commercio e alle istituzioni finanziarie anche grazie al sostegno degli Stati Uniti. Con il tempo, la Cina ha finito per rimpiazzare l’Unione Sovietica quale potenza rivale degli Stati Uniti.

    In questo contesto, il “Washington Consensus” ha dato per scontato che i mercati finanziari sarebbero stati in grado di correggere i propri eccessi e, in caso contrario, le banche centrali avrebbero gestito eventuali crisi delle istituzioni fondendole per creare delle istituzioni più grandi. Tuttavia queste erano evidentemente false convinzioni come ha poi dimostrato la crisi finanziaria del 2007-08.Il crollo del 2008 ha messo fine alla indiscussa predominanza globale degli Stati Uniti e ha dato una grande spinta al nazionalismo cambiando inoltre in negativo l’atteggiamento nei confronti delle società aperte. La protezione che le società aperte avevano ricevuto dagli Stati Uniti è sempre stata indiretta e a volte insufficiente, ma l’assenza totale del sostegno le ha evidentemente lasciate vulnerabili alla minaccia del nazionalismo.

    Mi ci è voluto del tempo per realizzarlo, ma le prove sono inconfutabili ed è evidente che le società aperte sono state spinte a mettersi sulla difensiva a livello mondiale. Credo che il picco negativo sia stato raggiunto nel 2016 con il referendum sulla Brexit nel Regno Unito e l’elezione del Presidente statunitense Donald Trump, ma il verdetto è ancora incerto.

    La prospettiva delle società aperte è infatti aggravata dallo sviluppo incredibilmente rapido dell’intelligenza artificiale che può produrre strumenti di controllo sociale in grado di sostenere i regimi repressivi e di rappresentare un pericolo letale per le società aperte. Ad esempio, il Presidente cinese Xi Jinping ha iniziato a creare il cosiddetto sistema di credito sociale. Se dovesse riuscire a completarlo, lo stato avrebbe il controllo totale sui suoi cittadini. E’ preoccupante che i cittadini cinesi siano affascinati da questo sistema di credito sociale che, d’altra parte, garantisce loro dei servizi che prima non avevano, promette di perseguire i criminali e offre loro una guida su come stare lontano dai guai. Cosa ancor più preoccupante, la Cina potrebbe vendere il sistema di credito sociale ad aspiranti dittatori a livello mondiale che diventerebbero a loro volta politicamente dipendenti dalla Cina.

    Per fortuna la Cina di Xi ha un tallone di Achille, ovvero dipende dagli Stati Uniti per i microprocessori di cui le aziende 5G, come Huawei e ZTE, hanno bisogno. Purtroppo però, Trump ha dimostrato di voler mettere i suoi interessi personali prima degli interessi nazionali e il 5G non fa eccezione. Sia lui che Xi sono in difficoltà a livello nazionale e, nelle negoziazioni commerciali con Xi, Trump ha messo sul tavolo anche Huawei convertendo i microchip in merce di scambio. Il risultato è imprevedibile in quanto dipende da una serie di decisioni che non sono ancora state prese. Viviamo in tempi rivoluzionari in cui la gamma delle possibilità è ben più ampia del solito e il risultato è ancora più incerto rispetto ai tempi normali. Possiamo solo dipendere dalle nostre convinzioni. Personalmente mi sono impegnato a raggiungere gli obiettivi perseguiti dalle società aperte. Questa è la differenza tra lavorare per una fondazione e cercare di fare soldi in borsa. Traduzione di Marzia Pecorari

    Riflessioni di George Friedman: determinismo geopolitico

    Riflessioni di George Friedman: determinismo geopolitico

    Apri in PDF

    Dopo aver scritto molto sullo spazio e sull’incanto, è tempo di scendere sulla terra. Voglio tornare alla tesi centrale della geopolitica mentre la pratico: l’idea del determinismo geopolitico. Differisco dalle altre persone che scrivono sulla geopolitica in due sensi. Mentre considero la geografia come determinante fondamentale nel comportamento umano, non la considero l’unica determinante.

    Per me, la filosofia greca è fondamentale nel definire cosa significa essere umani. Non sono sicuro che Platone o Aristotele avrebbero potuto scrivere in qualsiasi luogo tranne la Grecia, o in qualsiasi altro momento diverso da loro. Ma indipendentemente da quella domanda, siamo tutti, nella civiltà globale che è emersa, modellati in una certa misura da loro come dai momenti più alti di tutta la civiltà. Ma ciò non sarebbe potuto accadere senza l’imposizione europea di un sistema globale al mondo, quindi torniamo alla geopolitica. Il mio punto qui è che la geopolitica è molto più complessa e sottile della semplice realtà fisica del globo, ma anche che la sottigliezza del mondo circonda costantemente su quella realtà fisica.

    Più controverso è che sono un determinista. Non credo che siamo modellati semplicemente da montagne e deserti, ma è evidente per me che ognuno di noi è modellato da entrambi i luoghi e dalle forze che emanano da un luogo. Nell’esempio più semplice, la vita di un indiano nato nei bassifondi di Mumbai è profondamente diversa dalla vita di un americano nato in un ricco sobborgo di Dallas come Highland Park. Entrambi sono vincolati. È improbabile che l’indiano diventi partner di un fondo di private equity. È improbabile che Highland Parker diventi un piccolo ladro. Il primo deve ricorrere al suo o ad altri modi di vivere correlati e tutto ciò che conosce, inclusa la cultura del suo quartiere povero, lo conduce lì. Allo stesso modo, Highland Parker vivrà una vita molto diversa. (Certo, dato che il furto fa parte della condizione umana,

    L’esistenza dei bassifondi di Mumbai è modellata dalla terra, dal clima, dal surplus di persone e dall’esistenza minima di risorse. Tutto ciò pone dei limiti alla vita di qualcuno nato lì. L’esistenza di Highland Park è modellata dalla vastità e dalla relativa sottopopolazione del Texas, dal generoso flusso di petrolio e dagli investimenti effettuati nelle infrastrutture del Texas e nell’istruzione superiore a seguito di tale petrolio. Metti quelle condizioni e la ricchezza a Mumbai piuttosto che in Texas, e mentre le due persone potrebbero non cambiare posto, ognuna probabilmente avrebbe una vita diversa. Ai più ricchi piace dire che sei ciò che ti fai. Anche questo non è vero, dal momento che sei circondato non solo dalla ricchezza ma dalle aspettative culturali che ne derivano. Un individuo potrebbe sfuggire al suo destino, ma la probabilità statistica di divergenza è limitata.

    Il luogo in cui sei nato ti permette di scappare. Mentre scrivo, sono a Dubai e sono circondato da una sottoclasse indiana composta da persone che puliscono le camere d’albergo e guidano i visitatori da e per l’aeroporto. Se qualcuno di Highland Park è qui, allora è probabilmente il destinatario dei servizi di questi indiani, come lo sono io. Non so da dove vengano, ma se non proviene dai bassifondi, probabilmente è vicino a loro. Il punto è che anche quando cambi il tuo posto nel mondo, lo cambi nei limiti di chi sei.

    Andre Malraux, lo scrittore francese (e perdonami se mi ripeto, ma lo apprezzo molto), ha detto che gli uomini lasciano i loro paesi in modi molto nazionali. L’espatriato americano che ha imparato il bulgaro perfetto è ancora un espatriato americano che vive in Bulgaria. Puoi riconoscere uno studente americano nel suo ultimo anno all’estero, con la Columbia University blasonata nelle loro anime. Sono nato in Ungheria e quando torno in Ungheria, sciocco mia moglie per la rapidità con cui sono diventato ungherese anche se sono partito da bambino. Gli ungheresi, d’altra parte, sanno con ogni senso che sono americano, e quindi che dovrei essere venduto un diamante falso.

    Il grado in cui le nostre vite e le nostre anime sono modellate da dove siamo nati e dove viviamo è sorprendente. Ho vissuto in un quartiere del Bronx e ho continuato a ottenere un dottorato. I portoricani con i quali vivevo e combattevo per la maggior parte non avevano idea del valore di un dottorato e non desideravano averne uno. Mi mancava la loro comprensione della strada ma avevano altri bisogni, che non riuscivo a capire. Non è ovvio quale fosse più importante. Ma i miei genitori furono modellati dalla prima metà del 20 ° secolo, dalla seconda guerra mondiale e dall’Olocausto. I portoricani furono modellati dai retroscena delle loro famiglie, spesso impoveriti, su un’isola tropicale. La loro immaginazione e appetito erano diversi dal momento della nascita, e così sono andato in un modo e in un altro, e non potevo immaginare nessun altro percorso – con importanti eccezioni da tutte le parti.

    L’idea che il luogo non crei vincoli e imperativi che pochi possono superare è, penso, ingenuo. Questo è il fondamento del determinismo e non abbiamo problemi a immaginarlo nei mercati. In economia, si presume che tu preveda l’appetito o la repulsione di azioni buone o cattive. Ricevo infinite e-mail da consulenti che promettono di rendermi ricco (nota a margine: se qualcuno può accumulare una vasta ricchezza, perché mi sta spingendo per pochi soldi?). L’ipotesi è che i mercati abbiano un certo grado di prevedibilità. Ciò vale anche per l’interruzione del mercato. Il fondatore di Amazon Jeff Bezos ha capito cosa avrebbe fatto Internet e si è allineato con l’inevitabile.

    Le nostre vite sono piene di previsioni. Quando scendi dal marciapiede con una luce “a piedi”, stai prevedendo che l’auto in avvicinamento si fermerà. Quando scegli la tua professione, stai prevedendo che soddisferà le tue esigenze. Quando sposate il coniuge, lo fate in base alle aspettative di felicità. Il fatto che ciò non si verifichi non cambia il fatto che la previsione è indissolubilmente legata all’esistenza umana.

    L’argomento che sto formulando è duplice. Innanzitutto, è impossibile evitare le previsioni, ma maggiore è il rischio e la ricompensa, più le previsioni devono essere perfezionate. In secondo luogo, dal momento che il comportamento degli stati-nazione può darti la più grande ricompensa o rischio, è indispensabile prevedere il comportamento delle nazioni e perfezionare la previsione in una guida affidabile è indispensabile.

    Sembra impossibile Ma per la maggior parte, l’auto in arrivo si ferma alla luce. La tua lettura della situazione è corretta. Allo stesso modo, sosterrò che è possibile prevedere come si comporteranno le nazioni, se si inizia con una comprensione di come le forze di quella nazione definiranno il comportamento degli individui. Il determinismo geografico può essere una forma di volgarità superficiale. Ma se fa parte di una comprensione generale del modo in cui gli umani vedono il mondo e le loro stesse anime, allora è possibile prevedere il movimento di 330 milioni di persone. Nel prevedere cosa faranno gli Stati Uniti, devi iniziare con il fatto che gli americani sono umani, che differiscono dagli altri umani in base a dove si trovano e che, come tutti gli umani, vivono imperativi e vincoli allo stesso modo.

    Questa è la base del futuro geopolitico e quello che sto facendo. È imperfetto, ma lo sono tutte le cose. Non è una modellazione semplicistica basata sulla geografia. È un tentativo di considerare come la geografia della Grecia abbia forgiato i Greci, come i Greci abbiano creato un momento straordinario nel pensiero umano e come abbiano lasciato il posto a Roma.

    Puoi prevedere, nel complesso e con eccezioni, la traiettoria della vita di qualcuno da dove è nato e da chi è nato. Puoi descrivere ciò in cui crederà, chi amerà e chi odierà. E mettendoli insieme, puoi vederli rompersi sotto pressione o stare a cavalcioni dei loro nemici. Potrebbe non essere perfetto, ma la vita è tutt’altro che casuale.

    Vado da Dubai a Calgary a New York e Istanbul. Sono sicuro che esiste un filo conduttore che lo rende necessario e risale alle tribù Magyar a est dei Carpazi. Lo troverò.

    Russia? Non solo gas ed armi, di Max Bonelli

     

    Russia? Non solo gas ed armi

     

    L’atterraggio dell’aereo è ben eseguito ma brusco, senza nessun riguardo

    per gli ammortizzatori del carrello. Quando esco, una mattinata soleggiata mi accoglie all’aeroporto di Rostov sul Don. Mi rendo conto che la mia pesante giacca invernale è fuori luogo, per adesso, anche se siamo a metà ottobre nella grande città del sud della Russia alle porte del Caucaso. Siamo nell’area che storicamente apparteneva ai cosacchi del Don e l’aeroporto è intitolato all’Ataman cosacco Anatolj Solovjanenko. I cosacchi del Don hanno protetto il confine sud della Russia fin dai tempi di Pietro il Grande. L’aeroporto rimodernato per i mondiali di calcio è uno dei più importanti di tutta la Russia; collega la città di Rostov, circa 3 milioni di abitanti, con moltissimi altri centri dello stato-continente federazione di Russia. Già vedere la modernità delle struttura aeroportuale mi aveva fatto affiorare il ricordo di tanti articoli letti sui media atlantici di una Russia retrogada che si sostiene  a forza di vendite di armi e gas. Ma la discrepanza tra questo teatro mediatico e la realtà è aumentata a dismisura nelle 4 ore buone di macchina tra Rostov ed il confine con la Repubblica di Donetsk. Una distesa ininterrotta di migliaia di ettari di campi arati da trattori enormi e dall’aspetto moderno. Ricchi villaggi con case rinnovate o costruite recentemente dai tetti rossi fiammanti indice di una ricchezza diffusa tra gli imprenditori agricoli e tutto l’indotto che ruota intorno al settore.(1)

    Un periodo d’oro per l’agricoltura in Russia che ha portato il paese a rivaleggiare con il Canada come esportatore di grano e renderlo nel 2017 il terzo produttore assoluto dopo Cina ed India di cui la produzione però si riversa per gran parte sul mercato interno. Gli Usa hanno una produzione di grano pari a poco più la metà di quella Russa.

    La produzione cerealicola è solo la punta di diamante di una produzione agricola che sta conoscendo crescita in tutti i campi dal settore dell’allevamento per passare da quello ortofrutticolo e che grazie alle sanzioni dei paesi occidentali ha avuto sviluppo anche il settore di trasformazione di questi prodotti di base. Copie di formaggi francesi ed italiani sono ormai reperibili a buon mercato negli alimentari delle grandi città. Certo copie spesso non comparabili agli originali ma comunque produzione che prima del 2014 non trovava ne spazi ne incentivi da parte dello stato.

    Uno dei maggiori incentivi sono sicuramente i bassi prezzi del carburante

    che qui per i privati sta a 64 centesimi di euro al litro.

    Questo balzo in avanti del paese nel settore agricolo è  uno dei  grossi successi della politica di Putin. La battaglia del grano vinta dallo “Zar” ha nel porto fluviale di Rostov uno degli importanti centri di smistamento. Qui le enormi chiatte smistano i carichi nei mercantili, che attraversando il mare di Azov e il ponte dello stretto della Crimea di Kerch, portano il grano russo nel Mar Nero e da lì nelle varie zone del mondo.

    Il grano usato come strumento geopolitico, se si pensa che sia Venezuela che Siria hanno avuto accesso agevolato a questa risorsa. Strumento stabilizzante della politica russa in quei paesi.

    Ma non solo, Egitto ed altri paesi arabi nelle loro crisi cicliche di aumento di prezzi alimentari sanno in caso di necessità di potersi rivolgere ad un altro interlocutore che non siano USA e Canada.

    Questo aspetto della politica estera Russa viene volutamente censurato dai nostri media. In viaggio su strade provinciali non sempre perfette in questa  grande regione del sud della Russia europea, mi rendo conto con i miei occhi di quanto sia grande questa trasformazione e la ricchezza che essa produce. Il traffico è intenso, soprattutto di grandi automezzi e appena passiamo un centro abitato è un susseguirsi di bar, trattorie, bancarelle; segno di opportunità di commercio continue nella zona. Il conducente che mi sta portando al confine con la Repubblica Popolare di Donetsk,mi fa presente che la terra di Rostov è un po’ inferiore come qualità a quella della repubblica in quanto più argillosa. Facendo la tara sul patriottismo locale, deve essere vero; le enormi zolle sui campi testimoniano una terra che ha bisogno di trattori di massima potenza, come testimoniano la popolarità dei trattori Zavody, CNH -Kamaz  sui campi, esemplari giganteschi che emettono una visibile scia di fumo.

    Con il passare delle ore ci avviciniamo al posto di confine Ustinovka. Si iniziano a vedere monumenti ai caduti della seconda guerra mondiale, ricordo dei sanguinosi scontri avvenuti oltre 70 anni fa. Dalla strada appaiono ben curati; la politica di Putin ha sempre sottolineato il significato unificante della “grande guerra patriottica”, definizione riattualizzata dopo il golpe in Ucraina e la guerra in Donbass.

    L’obiettivo dei nazisti ieri e della Nato oggi erano e sono gli stessi: lo smembramento dell’immenso territorio dell’ex URSS vero continente minacciato dagli artigli del neoliberismo.

    Il più importante di questi monumenti è il mausoleo di Matveyev Kurgan, posto su una altura strategica sul fiume Mius, su cui si incerniò una importante linea di difesa tedesca, avendo la bassa collina un valore strategico, dominando essa quel tratto di pianura del sud della Russia.

    Decine di migliaia di anime russe sono sepolte su questi campi di grano tra i papaveri rossi come recitava in una sua canzone De Andrè.

    Lo stato russo sta rinnovando radicalmente il mausoleo che diventerà un importante museo sulla guerra.

    Segno di finanze statali non proprio malmesse e non potrebbe essere altrimenti visto che la Russia si appresta a superarci come riserve auree, continuando  a vendere titoli di stato statunitensi per acquistare tonnellate di oro.

    In realtà essendo le nostre riserve auree depositate all’estero, il nostro controllo su di esse è meramente teorico, specialmente in un paese occupato come l’Italia; ma questa è un argomento che esula da questo articolo.

    Ritornando ai dati economici della Russia, per me rimane un mistero come persona di buon senso, come un paese che ha un tasso di disoccupazione stabile sotto il 5% (4,5 2019), una inflazione che sta andando sotto il 5% nel 2019 viene costantemente additata come economia debole dipendente dal petrolio. Ma sono una persona di buon senso e non un economista quindi non percepisco la realtà come si deve ed a volte mi viene il dubbio che i dati economici siano un tantinello usati come una coperta corta, tirata  a coprire le convenienze del potere.

     

     

    Max Bonelli

     

    (1)

    https://www.export.gov/article?id=Russia-Agricultural-Equipment

     

     

     

     

    le guerre di Israele e il nomos della terra secondo Fabio Falchi

    Da sempre il richiamo della terra, la sedimentazione dello spirito, della cultura e dell’anima di un popolo in un particolare territorio hanno suscitato l’interesse di studiosi ed analisti entrando a pieno titolo tra i fattori che determinano le dinamiche geopolitiche, il confronto e il conflitto tra stati e popoli. La retorica sulla globalizzazione in primo luogo e la tesi delle dinamiche del conflitto politico dettate dalla lotta di classe sembravano aver messo definitivamente in secondo piano questo interesse sino a prevederne la totale rimozione. Con il suo ultimo libro “le guerre di Israele e il nomos della terra” Fabio Falchi ci offre un esempio concreto di quanto sia illusoria questa rimozione e di come sia una che l’altra non possano prescindere dalla forza delle radici. Ne discutiamo in questa conversazione. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

    Jean-François Kervégan Che fare di Carl Schmitt?, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

    Jean-François Kervégan Che fare di Carl Schmitt? Ed. Laterza, Bari 2016, pp. 235, € 24,00

    La frase che sintetizza questo saggio è come “pensare con Schmitt contro Schmitt”. La contraddizione che ne emerge è quella consueta: tra un pensiero tuttora fecondo e in grado di spiegare – almeno in parte – il nostro presente politico e l’adesione del giurista di Plettemberg al nazismo che lo rende maledetto al “pensiero unico”.

    Contraddizione particolarmente avvertita in Italia e in Francia.

    In Italia il pensatore tedesco era stato “cancellato” prima della renaissance avviata dalla pubblicazione nel 1972 a cura di Miglio e Schiera della silloge dei suoi scritti “Le categorie del politico” seguita nei decenni successivi dalla traduzione e pubblicazione di (quasi) tutti gli scritti di Schmitt. Di guisa che nel “coccodrillo” di Maschke pubblicato da Deer Staat dopo la morte di Schmitt, si ascriveva all’Italia il merito di aver svolto la parte più importante nel recupero del pensiero schmittiano – spesso ad opera di studiosi marxisti.

    Valutazione che l’autore condivide “Non è azzardato affermare che in Italia, a partire dagli anni Settanta, sono stati pubblicati alcuni dei migliori contributi alla letteratura critica su Carl Schmitt”. Kervégan sostiene che “Se esiste un «caso Schmitt» è proprio perché questo autore, insieme alle sue divagazioni naziste, ha scritto opere che sono da annoverare tra le più importanti e potenti della teoria giuridica e politica del XX secolo”. E ciò che rende la sua opera utilizzabile “in modo perverso” per legittimare l’aggressività nazista è ciò che la fa spesso interessante e fertile “Non ci sono due Carl Schmitt, il buono e il cattivo Schmitt, ma c’è uno spirito brillante che si è sforzato, con la stessa agilità intellettuale, di rilevare le contraddizioni del pensiero liberal-democratico e di giustificare la politica di Hitler”. E soprattutto la fecondità e l’attualità di molte intuizioni di Schmitt, spesso in grado di spiegarne cause e dinamiche.

    Tra questi ne ricordiamo tre.

    La prima è la situazione del mondo dopo il crollo del comunismo.

    Scrive Kérvegan “Tra il 1991 e il 2001 si è voluto – e fino a un certo punto si è potuto – credere che l’umanità vivesse finalmente in un mondo comune, unificato dalle medesime aspirazioni e scelte fondamentali. L’autore di La fine della storia e l’ultimo uomo, Francis Fukuyama è stato il corifeo di questa convinzione …. scomparsi i concorrenti (fascismo, comunismo), non c’è più che un solo paradigma di vita buona: quello offerto dalla democrazia occidentale (o più esattamente nordamericana)” ma gli attentati dell’11 settembre hanno posto fine a queste speranze passeggere e ci hanno messi dinanzi al fatto che la morte di un nemico non comporta la scomparsa dell’ostilità; e dobbiamo ricordarcene ancor più dopo l’eliminazione di Bin Laden”. Schmitt già negli anni ’30 notava che con il concetto di guerra giusta, e la moralizzazione del nemico, si andava di pari passo verso la tendenza contemporanea alla “moralizzazione delle questioni giuridiche (e) alla destabilizzazione delle relazioni internazionali. Il deperimento dello Stato come justus hostis, titolare esclusivo dello Jus belli e del pari del principio internazionalistico par in parem non habet jurisdictionem, sono ora tutti nella concezione globalista-mercatista (e imperialista) della universalità dei diritti umani, della criminalizzazione di governi recalcitranti e relative operazioni di “polizia internazionale”. Agli albori di questa evoluzione Schmitt contrapponeva il concetto di grossraum, di grandi aree geopolitiche in cui l’egemonia di una potenza manteneva – nello spazio planetario – il pluralismo anche se non nella forma dello jus publicum europaeum. Che questa sia poi la configurazione che sta assumendo il pianeta è evidente: l’idea di un universalismo incentrato sull’egemonia USA è venuta meno; non foss’altro (basta e avanza) perché Cina e Russia non sono d’accordo, ma anche l’India e non pochi altri Stati.

    Il secondo è la brillante analisi di Schmitt sulla successione, nello spirito europeo, di zone centrali “zentragebiet” di riferimento spirituale, che comporta corrispondenti discriminanti dell’amico-nemico.

    Anche qui il diffondersi nell’area euroamericana una nuova scriminante del politico, segnata dalla crescita di leader e movimenti populisti anti-globalisti, dopo il venir meno della vecchia contrapposizione borghesia/proletariato, conferma la tesi di Schmitt, sulla neutralizzazione delle vecchie scriminanti e la (ri)-politicizzazione con le nuove. Neutralizzata la scriminante borghesia/proletariato, è succeduta la nuova identità/globalizzazione.

    Il terzo punto è il rapporto tra politico e diritto. La tendenza a neutralizzare il diritto, basata sulla separazione tra momento fondativo (sicuramente politico) che viene dai normativisti occultato nella successiva situazione di normalità dell’ordine costituito. Così il normativismo “concepisce la Costituzione come un ordine in sé chiuso, avendo la pretesa di ignorare quanto essa dipenda non dal diritto ma dalla politica”. Di conseguenza l’elisione positivistica dell’atto costituente “è insostenibile sotto ogni punto di vista: la Costituzione non è «nata da se stessa», contrariamente a quanto le finzioni normativistiche fanno credere”. Un normativista crede “in modo ingenuo che una decisione maggioritaria del Parlamento basti a trasformare l’Inghilterra in una Repubblica dei Soviet, il decisionista ritiene che solo un atto politico del potere costituente … può abrogare o modificare le decisioni politiche fondamentali che formano la sostanza della Costituzione. Onde “nessun atto che emani da un potere costituito (da un organo costituzionale) potrebbe modificarla, a meno che non si verifichi una rivoluzione che implichi la distruzione dell’ordine costituzionale esistente”. La connessione stretta tra politico e diritto impedisce o almeno ridimensiona gli idola diffusisi nel secolo scorso, che proprio sulla elisione/sottovalutazione del politico si fondano: l’esaltazione del ruolo dei Tribunali internazionali con competenze di carattere penale e civile; la “sacralizzazione” dell’articolato costituzionale, che dall’elisione del potere costituente guadagna in staticità (giustamente Hauriou criticava Kelsen perché la di esso concezione  del diritto era essenzialmente statica); la crescita dell’importanza delle Corti Costituzionali divenute  – attraverso  meccanismi interpretativi ed anche per le antinomie normative – le uniche competenti a “aggiornare” la Costituzione.

    Tali esempi, tra altri, dimostrano le fecondità del pensiero di Schmitt per interpretare il presente, che Kervégan sottolinea pur con l’avvertenza del “cattivo uso” che se ne può fare, soprattutto da parte di un potere totale. Per chi, come oggi, vive la fase estrema di un potere di classi dirigenti decadenti non può far altro che adattare a Schmitt l’omaggio che questi faceva a Hobbes nel concludere il saggio sul Leviathan “non jam frustra doces, Carl Schmitt”.

    Teodoro Klitsche de la Grange

     

    IL BASTONE AMERICANO E Il “VENTRE MOLLE” DELL’OCCIDENTE, di Fabio Falchi

    IL BASTONE AMERICANO E IL “VENTRE MOLLE” DELL’OCCIDENTE

    È opinione diffusa tra coloro che (giustamente) criticano la politica di pre-potenza degli Stati Uniti che sarebbe giunto finalmente il momento non solo per l’Italia ma per l’UE di ribellarsi agli USA, perché la politica americana dei dazi e delle sanzioni arbitrarie non colpisce solo l’Italia ma tutta l’Europa. In realtà, è la guerra commerciale degli USA contro l’UE e in particolare contro la Germania che colpisce pure l’Italia. Comunque sia, pensare che ci si debba schierare con la Germania o dalla parte dell’UE per smarcarsi dagli USA significa interpretare i rapporti tra gli USA e l’UE in modo semplicistico e fuorviante.
    Invero, la stessa supremazia economica della Germania in Europa (e in generale dell’Europa del Nord rispetto ai Paesi europei dell’area mediterranea) non sarebbe possibile senza l’egemonia (geo)politica degli USA sul Vecchio Continente, giacché gli interessi economici della UE di fatto sono garantiti, sotto il profilo geopolitico e militare, proprio dalla NATO, cioè dagli USA, tanto che se l’UE (che non è né uno Stato federale europeo né una Confederazione europea) dovesse smarcarsi dall’America, rischierebbe di precipitare in un caos geopolitico che non potrebbe non avere conseguenze disastrose per l’Europa.
    In sostanza, l’UE, se si sganciasse dagli USA, per non sfasciarsi dovrebbe mutare l’intera sua struttura politica ed economica, per trasformarsi in un vero “soggetto” (geo)politico, rinunciando di conseguenza ad essere una unione competitiva europea, con tutto ciò che ne deriverebbe riguardo ai rapporti tra i diversi Paesi della UE.
    Non a caso è sulla debolezza geopolitica e militare della UE che cerca di far leva l’America di Trump, che non è più disposta a subire la concorrenza europea (e soprattutto l’enorme surplus commerciale della Germania) a scapito della bilancia commerciale americana. Difatti, l’amministrazione di Trump rappresenta gli interessi non tanto della middle class cosmopolita americana quanto piuttosto quelli dei ceti medi americani che più sono stati penalizzati dalla crisi economica di questi ultimi anni, ovverosia Trump concepisce la politica di pre-potenza americana in funzione degli interessi della nazione americana più che in funzione della élite cosmopolita neoliberale, e dato che la UE è sì una potenza economico-commerciale ma anche un nano (geo)politico e militare è evidente che l’America di Trump sia convinta di potere vincere la partita contro la Germania o qualunque altro Paese europeo.
    Certo, in teoria l’UE “a trazione” franco-tedesca (ma di fatto soprattutto “a trazione” tedesca) potrebbe allearsi con la Russia per cercare di smarcarsi dagli USA, ma chiaramente (perlomeno in questa fase storica) un simile mutamento di rotta geopolitica è pressoché impossibile. Del resto, i gruppi (sub)dominanti europei condividono la stessa ideologia neoliberale e “politicamente corretta” che caratterizza i gruppi (sub)dominanti americani che si oppongono a Trump, né si deve dimenticare che sia in America che in Europa (Italia compresa) gran parte della ricchezza si è concentrata nelle mani di circa il 10% della popolazione, ragion per cui per i gruppi (sub)dominanti occidentali è necessario difendere comunque il sistema (geo)politico ed economico euro-atlantista per opporsi non solo ai nuovi centri di potenza anti-egemonici (Russia, Cina, ecc.) ma anche alle classi sociali subalterne occidentali (che ormai comprendono la maggior parte dei ceti medi).
    Vale a dire che (euro)atlantismo e neoliberalismo simul stabunt simul cadent, di modo che, anche se sotto il profilo  economico l’America e l’UE (e in specie la Germania) possono avere obiettivi diversi e perfino opposti, è ovvio che sia i “dem” che gli “eurocrati” considerino estremamente pericolosa la politica di Trump, che (benché  si tratti di una politica che non è esente da notevoli “oscillazioni” e contraddizioni, poiché neppure Trump non può non tener conto degli interessi del deep State statunitense) sembra ignorare il nesso strettissimo che unisce (euro)atlantismo e neoliberalismo, privilegiando invece una prospettiva populista e nazionalista, che rischia di danneggiare gli interessi politici ed economici delle élites cosmopolite neoliberali.
    Sia Trump che i populisti europei costituiscono pertanto una minaccia che i gruppi (sub)dominanti neoliberali devono assolutamente eliminare, anche se paradossalmente i populisti (americani ed europei), tranne qualche eccezione, condividono gli stessi principi politici ed economici dei neoliberali.
    D’altronde, non è un segreto che la strategia della oligarchia neoliberale mira a promuovere la colonizzazione di qualsiasi sfera sociale e personale da parte del mercato capitalistico e perfino una immigrazione irregolare di massa, nonostante la difficoltà di integrare buona parte dei cosiddetti “migranti economici” (da non confondere con i profughi che sono solo una piccola parte dei “migranti”). Al riguardo è significativo che non vi sia nemmeno una agenzia europea per l’immigrazione in Europa di cittadini extracomunitari che abbiano i requisiti necessari per inserirsi rapidamente nel sistema produttivo, mentre il flusso dei “migranti” che provengono dall’Africa viene gestito da organizzazioni criminali (a conferma, come ben sapeva Thomas Sankara, che coloro che sfruttano l’Africa sono gli stessi che sfruttano l’Europa).
    In effetti, tanto più si indeboliscono il legame comunitario e il “senso di appartenenza”, che caratterizzano gli Stati nazionali, tanto più è difficile che emergano delle “contro-élites” capaci di sfruttare l’attuale crisi (non solo economica ma anche di legittimazione) per opporsi al sistema neoliberale (ovviamente secondo una prospettiva politico-culturale nettamente diversa da quella che contraddistingue il neofascismo).
    Tuttavia, non è impossibile che da una “costola” del populismo (che peraltro è l’effetto della crisi di un sistema che non sa più risolvere i problemi che esso stesso genera) possa nascere una forza politica in grado di mettere fine alla pre-potenza delle élites neoliberali. In altri termini, parafrasando Carl Schmitt, non si può escludere che si veda solo insensato disordine (anche e soprattutto “mentale”) dove invece un nuovo senso può essere già in lotta per il suo ordinamento. Di questo però sono consapevoli anche gli strateghi del grande capitale (anche se non necessariamente i politici o gli intellettuali neoliberali), dato che difficilmente possono ignorare che l’indipendenza dell’Europa presuppone la sconfitta dell’oligarchia neoliberale.

    amarcord di un capitano, di Giuseppe Germinario

    I pescatori, si sa, sono una comunità un po’ particolare. Corrono insieme ai punti di approdo, ma devono scegliersi in solitaria il punto di pesca più promettente. Passano il tempo pazientemente concentrati a percepire ogni piccolo sussulto della lenza, ma hanno sempre parte dello sguardo rivolto di sottecchi verso le fortune alterne del vicino di sponda. Matteo Salvini, mi pare di vederlo. Dietro la finestra con gli occhi gonfi di rammarico e lo sguardo fisso verso la favorevole postazione abbandonata appena due mesi fa e ormai occupata da altri, per di più suoi acerrimi avversari. La pesca sino a quel momento, in quel punto, era stata miracolosa; in quello specchio di acqua si avvertivano però i primi segni apparenti di esaurimento del banco. Compiaciuto del risultato e inquieto per lo stallo, avrà pensato che il merito fosse soprattutto delle capacità ipnotiche del pescatore piuttosto che delle condizioni ambientali favorevoli. Suggestioni probabilmente misteriosamente irradiate dal rosario gelosamente custodito e grossolanamente ostentato. Era arrivato il momento di ambire ad una postazione più promettente e autorevole e ad una qualità di pescato più pregiata e prestigiosa. Abbandonando il presidio così fruttuoso, aveva azzardato che anche tutti gli altri, compreso il capofila, abbandonassero rassegnati il proprio.

    Preso dal miraggio della moltiplicazione dei pesci, Matteo Salvini non aveva compreso e non si era accorto di due cose fondamentali ed ha finito lui paradossalmente per abboccare.

    Per lui si trattava di ambire ad una preda più gratificante agli occhi e al palato, per gli altri di abbandonare il presidio che avrebbe loro garantito una sussistenza quantomeno onorevole

    Il pesce è solito avvicinarsi alla scogliera per nutrirsi la sera e al mattino, quando i bagnanti si ritirano, la bonaccia lo culla senza rischi particolari e i bocconcini papabili fuoriescono dai piccoli anfratti delle rocce.

    Matteo Salvini, l’apostolo pescatore, non si è accorto purtroppo o non ha voluto vedere che il banco non era più così gremito solo per le troppe mute in immersione che fibrillavano a bella posta i flutti della sua riserva.

    Ha visto i rivali, alla fine, mantenere le posizioni ed occupare la sua proprio quando, immediatamente dopo l’abbandono, le condizioni di pesca si stavano dimostrando particolarmente favorevoli.

    Non si sa se i pescatori succedutisi siano in possesso delle abilità necessarie a cogliere la pesca miracolosa; i pesci al contrario si sa, non sanno esprimersi con la bocca, ma sanno coltivare altrimenti la propria astuzia. L’augurio è anzi che tra tonni ed acciughe capiti qualche squalo o qualche piovra abbastanza agili da afferrare fuor d’acqua i predatori attualmente in cima alla scala alimentare.

    Sta di fatto che il Capitano che ambiva a diventare Generale, almeno per un bel po’ non potrà nemmeno avvicinarsi al timone e nemmeno riprendere la posizione e il titolo conquistatosi sul campo; e neppure ad ambire a sedute di pesca tranquille nell’attesa.

    Fuor di metafora le condizioni favorevoli, presentatesi non a caso a ridosso della improvvida ritirata, sono al momento due, in un contesto nel quale il Bel Paese sta diventando sempre più uno dei campi della cruenta singolar tenzone che sta opponendo le classi dirigenti statunitensi e le loro propaggini europee:

    • Le pesanti pressioni, per altro verosimilmente giustificate, che gli esponenti della Presidenza Americana stanno esercitando sul Governo e direttamente sugli stessi alti funzionari dei Servizi di Intelligence italiani e americani qui operativi, per ottenere chiarimenti e giustificazioni sul ruolo svolto da questi nella costruzione dell’artificio del Russiagate. I nomi che circolano insistentemente negli States e ormai sommessamente anche in Italia toccano le cariche più alte degli apparati di sicurezza e politici di primo rango, in particolare di area sinistrorsa. Quale migliore occasione per mettere in difficoltà se non addirittura destabilizzare una parte essenziale del sistema di potere ultratrentennale che ha portato allo sfascio e alla più umiliante subordinazione politica il nostro paese e per sferrare il colpo definitivo alla espressione politica che ne ha governato ricorrentemente le sorti?
    • La crisi già latente ma sempre più aperta e inquietante che sta investendo la Germania, il paese centrale della Unione Europea, frutto dello sconvolgimento del sistema unipolare concepito e abbozzato negli anni ’90 e della riconsiderazione dei rapporti e delle gerarchie tra il paese leader del mondo occidentale, gli Stati Uniti e quello dei suoi alleati subordinati sta mettendo sempre più in discussione l’autorevolezza e la sostenibilità delle politiche comunitarie nonché la compatibilità dei vincoli-capestro che stanno facendo languire le economie europee e dissanguando in particolare quelle mediterranee. Si tratta di uno conflitto geopolitico interno all’alleanza che ha assunto le vesti di un confronto geoeconomico; una dinamica che vede sempre più vacillare il complesso delle istituzioni comunitarie europee grazie all’opera innanzitutto del suo principale e originario artefice. Viene a cadere così la motivazione morale e moralistica della distinzione di trattamento tra paesi maiali (PIIGS) e paesi “virtuosi”. Una messinscena che ha retto e giustificato una spoliazione ventennale, in particolare del nostro paese il cui sfarinamento offre nuovi margini di trattativa e di reazione alle vittime. Anche questa una occasione per innescare uno scontro o un confronto meno parolaio e velleitario forti della presenza di concreti piani B, sino ad ora chimerici.

    Il primo Governo Conte, a partire dalle elezioni europee, aveva ormai imboccato il viale del tramonto. Il piano di accerchiamento ai danni di Salvini è stato costruito abilmente e la morsa che lo stava paralizzando sempre più soffocante. La parodia della lettera di infrazione della Commissione Europea ormai decaduta è stata solo la ciliegina sulla torta. I segnali che gli avversari interni al governo cominciassero ad appropriarsi della conduzione degli stessi cavalli di battaglia del leghista, a cominciare dal problema dell’immigrazione, erano ormai visibili.

    La strada intrapresa da Salvini era sempre più irta di ostacoli e disseminata di trappole. All’interno del suo partito numerosi esponenti, verosimilmente, anziché sostenerlo lo hanno spinto ad inciampare. Alla fine, però, è stato lui a scegliere il tempo e le modalità migliori, ma per gli avversari, di conduzione dell’operazione trasformistica ai suoi danni.

    Il leader leghista non ha mai goduto di particolare credito negli ambienti, in specie americani che avrebbero potuto sostenerlo. Le sue acritiche intemerate a favore di Guaidò in Venezuela e di Netaniau in Israele parevano musica per le orecchie della Amministrazione Americana, in realtà sono stati degli assist gratuiti, per altro del tutto ininfluenti, a favore della sua componente più oltranzista, ma ridimensionata con le recenti dimissioni di Bolton. Non è stato l’unico gesto da acchiappafarfalle; anche i suoi rapporti con Bannon confidavano in accreditamenti che l’esponente americano non era in grado di garantire. Mi fermo qui per non infierire.

    Salvini, assieme a Conte, entrambi hanno avuto in parziale autonomia una carta strategica da giocare rispetto ai compari franco-tedeschi, nel Mediterraneo arabo ed in Libia in particolare. Non hanno saputo né voluto giocarla.

    Siamo lontani dalla visione e dalla “audacia” offerte dai Triumviri Andreotti, Craxi, de Michelis, con i prodromi e gli antefatti di Aldo Moro. Il prezzo pagato alla fine da questi ultimi fu particolarmente salato. La loro azione, però, fu propedeutica e decisiva agli accordi di Oslo e alle trattative di Camp David tra Arafat e il Governo Israeliano almeno sino a quando il governo americano decise di condurre in prima persona il gioco. Ancora più coraggiosa, ma sfortunata fu la loro azione tesa a salvaguardare l’integrità della Jugoslavjia. Il contesto geopolitico era radicalmente cambiato e i nemici interni, a cominciare dalle regioni del Triveneto e dal Vaticano, erano particolarmente attivi ed efficaci.

    All’attuale classe dirigente italiana, compreso Salvini, non si può chiedere tanto; ma il pressapochismo è veramente disarmante. Lungi da una visione strategica, manca ogni minima accortezza tattica; al massimo furbizia, ma senza astuzia.

    Si dirà che “del senno di poi son piene le fosse” ed una situazione geopolitica e politica così intricata non agevola certamente le scelte più opportune e lungimiranti e spingono all’azzardo.

    Senza menar vanto, giacché il ruolo di cassandre è puramente coreografico e poco consolante, i redattori del nostro blog, assieme a pochissimi altri, da mesi se non da anni stanno deliberando in maniera originale e sino ad ora attendibile sulla condizione europea, francotedesca e soprattutto americana e in controtendenza con le vulgate più modaiole. A maggior ragione i professionisti della politica dovrebbero possedere strumenti migliori e più efficaci di valutazione.

    La Lega soffre di tre tare drammatiche che le impediscono il salto di qualità.

    La prima, comune a tutti i partiti, di essere una semplice macchina elettorale ma quasi del tutto priva di legami con quel “partito istituzionale” trasversale o con quei gruppi di “funzionari” che possono garantire almeno una parziale operatività delle scelte politiche.

    La seconda è l’incapacità di offrire a quei ceti sociali, specie professionali ed imprenditoriali, presenti in essa, una alternativa credibile al pedissequo allineamento europeista e filotedesco in una situazione per altro ben diversa e molto meno allettante rispetto aille suggestioni filotedesche di trenta anni fa.

    Se per il PD il processo di rimozione degli antefatti “comunisti” ha consentito una sopravvivenza trentennale che però lo sta comunque portando ad un progressivo logoramento, il processo di rimozione, piuttosto di giustapposizione, delle posizioni federal-seccessioniste con le ambizioni di partito nazionale rendono pressoché impossibile una navigazione a vista e opportunistica per lungo tempo.

    Checché ne pensino i sovranisti di sinistra, ultimi arrivati in questo caleidoscopio, i quali poggiano sui diseredati, sulla plebe, sui precari e sugli sfruttati le ambizioni e i propositi di emancipazione del paese e della formazione sociopolitica e di ricostruzione delle prerogative statuali, l’apporto dei ceti professionali ed imprenditoriali, compresi quelli della grande industria, in specie strategica, è imprescindibile per la realizzazione di queste ambizioni, comprese quelle di potenza e quelle di una formazione sociale più giusta ed equilibrata.

    Le Lega si sta rivelando altrettanto incapace ad assolvere a questo compito.

    Il risorgente livore anticomunista, il neoeuropeismo di soppiatto ritrovato lasciano presagire un repentino ritorno alle origini della Lega negli alvei classici della lotta e della collusione politica.

    A quel punto, raggiunto il quale, l’unico dubbio che rimane sarebbe se Salvini c’è o ci fa; anche su questo non è detto che i comportamenti fattuali coincidano necessariamente con le intenzioni.

     

    dal russiagate all’ucrainagate, di Gianfranco Campa

    Impeachment! Impeachment! Impeachment!  La parola  più volte sussurrata dall’establishment repubblicano e dallo stato ombra, più volte sbandierata, strillata a squarciagola dai rappresentanti politici e dal popolo democratici. In cima ai desideri l’obiettivo ultimo, mai nascosto, è la rimozione di Trump con le buone o con le cattive. Con le buone, tramite appunto l’impeachment; con le cattive… beh lascio a voi immaginare i modi e i metodi. I precedenti non mancano. Con l’annuncio dell’impeachment siamo finalmente arrivati all’epilogo di questa farsa pur con due anni di ritardo.

    Avevo scritto e narrato in molte occasioni, con podcast e articoli, che fin dal principio, cioè dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, l’obiettivo ultimo era di rimuovere Trump dalla presidenza. Avevo anche denunciato, in due podcast precedenti alle elezioni medio termine del 2018 che l’alto numero di candidati democratici alla camera di estrazione militare e di intelligence, aveva due scopi: il primo, far presa sugli elettori repubblicani, i quali con la presenza di candidati veterani, si sarebbero sentiti meno motivati a votare repubblicano, poiché lo spirito patriottico li portava automaticamente a fidarsi dei candidati ex militari indipendentemente dal colore politico. Secondo, come conseguenza del primo, le elezioni di molti candidati democratici di questa origine, la loro presenza alla Camera dei Deputati, avrebbe portato il popolo repubblicano, se non ad abbracciare la causa, almeno ad ingoiare la pillola  dell’impeachment. Infatti  c’è una certa, come posso dire, timidezza da parte dell’elettorato repubblicano nel criticare i veterani militari e i gli operatori degli apparati di sicurezza in generale, chiunque essi siano. Tutto questo  per motivi di rispetto e gratitudine verso i servitori dello stato incaricati della sicurezza della patria.

    Il russiagate e il pornogate avrebbero dovuto servire da trampolino di lancio, da base per l’impeachment, inizialmente difficile da attuare per il semplice motivo che il controllo della Camera da parte dei repubblicani avrebbe reso difficile qualsiasi iniziativa in tal senso. Con le elezioni di medio termine, con la vittoria dei democratici che riprendono il controllo della Camera, l’impeachment è ora tornato al centro dello scenario politico americano. Per questo motivo la farsa del russiagate  si è trascinata oltre le elezioni di medio termine del 2018, concludendosi ufficialmente solo un paio di mesi fa con la deposizione di fronte al Congresso Americano dell’ex procuratore speciale Robert Mueller. La squadra investigativa di Mueller aveva come solo obiettivo indagare Trump fino alle elezioni del 2018 sperando che il Russiagate riuscisse ad offrire lo strumento della rimozione in mano ai Democratici, attualmente controllori del Senato e a sferrare l’attacco decisivo a Donald Trump.  Ora sappiamo tutti com’è andata finire questa farsa. Un’inchiesta maldestra e scandalosa, conclusasi con la disastrosa performance di Mueller di fronte al Congresso Americano e a milioni di telespettatori. Anche il pornogate non ha raggiunto miglior sorte, con l’arresto dell’avvocato che rappresentava la pornodiva Stromy Daniels, Michael Avenatti, per estorsione e violenza domestica. Col Russiagate e il Pornogate liquefattisi nelle fiamme degli inferi politici americani, lo stato ombra e i democratici necessitano di un’altra strategia per creare il casus belli necessario all’impeachment. Ci ritroviamo così oggi con un altro “scandalo” inventato, creato dallo stato ombra in un ennesimo tentativo di azzoppamento, l’Ucrainagate. E’ un colpo di stato strisciante, cominciato subito dopo le elezioni di Trump, riprodottosi costantemente sotto nuove forme ogni volta che risultano necessari un cambiamento di rotta o un tattica diversa. A tre anni dalle elezioni di Trump lo stato ombra, sostenuto dai mass media, non sembra aver esaurito il suo impulso sovversivo e sovvertitore.

    Qualunque sia il modus operandi, la strategia dello stato ombra, mostra i propri limiti e la propria inettitudine nel creare quella forza d’urto necessaria a dare la spallata definitiva a Donald Trump. Se analizziamo l’Ucrainagate e le informazioni in merito  finora disponibili, troviamo molte analogie con il Russiagate. Proprio come il Russiagate, di cui ne avevo previsto il fallimento con abbondante anticipo, così l’Ucrainagate si incanala sugli stessi binari, finirà nel cestino della storia. Un maldestro, l’ennesimo, tentativo dei soliti accoliti di condurre la presidenza Trump verso binari morti.

    Lo stampo dello stato ombra su questa nuova farsa, questa nuova caccia alle streghe è visibile e lampante, addirittura telefonata.

    Offriamo comunque una analisi dettagliata; cominciamo dall’antefatto.

    La lettera del fantomatico whistleblower che “denuncia” i crimini di Trump è stata consegnata  il 12 Agosto del 2019 ai deputati Adam Schiff e Richard Burr, rispettivamente Presidenti della Commissione di Intelligence della Camera e del Senato. Schiff è deputato democratico della California, Burr senatore proveniente dalla Carolina del Nord. Qui il link della lettera che ha dato inizio ufficialmente all’Ucrainagate:

    https://intelligence.house.gov/uploadedfiles/20190812_-_whistleblower_complaint_unclass.pdf

    La prima cosa importante che notiamo è la data della consegna della lettera di denuncia, il 12 Agosto 2019, tre settimane dopo la disastrosa testimonianza di Robert Mueller (24 Luglio) al cospetto del Congresso Americano che affondava una volte per tutte la stagione del Russiagate. La tempistica è sospetta, tre settimane; il tempo necessario a commissionare, costruire e divulgare un nuovo scandalo seguendo una trama internazionale.

    Leggendo la lettera del whistleblower, mi viene subito  in mente il dossier di Christopher Steele. La tecnica di denuncia è quasi la stessa. Una serie di presunte accuse lanciate con materiale di supporto scadente usando come annotazione il cosiddetto “hearsay”; tradotto in Italiano sarebbe “per sentito dire”, in altre parole una versione piu sosfiticata per descrivere “gossip”, il pettegolezzo. “Non sono stato testimone diretto della maggior parte degli eventi descritti“, si legge nella lettera del whistleblower. In altre parole la sua denuncia , proprio come il dossier di Steele,è piena di voci di seconda mano, provenienti da fantomatici funzionari essi stessi anonimi. Quindi quanto credito si può dare ad un omonimo whistleblower che non ha conoscenza diretta dei presunti crimini di Trump.

    Nel 2016 il dossier di Steele fu divulgato e propagandato dagli ambienti del giornalismo “professionale” come prova inconfutabile della connubio Trump-Putin – fino a quando la fantomatica teoria della collusione crollò come un castello di sabbia. Ho la sensazione che questa denuncia seguirà la stessa malinconica sorte. L’unica differenza è che almeno il primo dossier aveva un autore riconosciuto, Christopher Steele, ex agente britannico dell’MI6. Di questo whistleblower non conosciamo ancora le generalità, sappiamo solo che secondo il New York Times sarebbe un ex agente della CIA di stanza alla Casa Bianca. Seguendo alcuni indizi abbastanza seri, il dossier di Christopher Steele, sembra sia stato commissionato dall’ex direttore della CIA, il pericolosissimo famigerato John Brennan, commentatore politico ben conosciuto e ossequiato qui in Italia. Non mi sorprenderebbe il fatto che Brennan sia il vero architetto di questo nuovo scandalo, commissionato dallo stato ombra. Secondo alcuni indizi, questo whistleblower ha lavorato per John Carlin. Chi sarebbe John Carlin ? E’ proprio colui che usando il falso dossier Steele ha ottenuto un mandato dalla corte FISA per spiare il collaboratore di Trump, Carter Page. Gira e rigira sono gli stessi personaggi che dietro le quinte lavorano per lo stato ombra. La CIA e l’FBI sono al centro dei due “scandali” che hanno plasmato la presidenza di Trump.

    Quale accusa lancia il whistleblower contro Trump?

    Nella lettera di denuncia sostiene che  durante una telefonata del 25 luglio tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky; Trump ha esortato Zelensky più volte a collaborare con il suo avvocato personale, Rudy Giuliani per indagare sul figlio di Biden, Hunter Biden, e sui suoi legami con una compagnia energetica di proprietà di un oligarca ucraino.

    All’epoca Biden era già entrato in corsa per le presidenziali del 2020 e probabilmente Trump considera Biden il suo principale sfidante.

    La fonte dell’indagine richiesta da Trump su Hunter Biden deriva dal fatto che il figlio è stato membro del consiglio di amministrazione della società di gas naturale Burisma Holdings.

    Nel 2014, mentre era ancora vice presidente sotto l’amministrazione Obama, Joe Biden  minaccia di bloccare un miliardo di dollari di prestiti statunitensi all’Ucraina nel caso il governo Poroshenko non avesse licenziato il magistrato ucraino titolare delle indagini sulle accuse di corruzione della Burisma Holdings. Quella inchiesta sollevò forti preoccupazioni per un potenziale conflitto di interessi, potenzialmente dannoso per la campagna presidenziale di Biden. Sicuramente Biden non si sarebbe presentato alle presidenziali del 2016 come candidato, lasciando spazio a Hillary Clinton, perché preoccupato delle possibili ripercussioni negative della vicenda sulla sua famiglia e sulla sua candidatura. Nel  dicembre del 2015, il New York Times pubblicò un resoconto con il quale affermava che Burisma aveva assunto Hunter Biden poche settimane dopo che il presidente Obama aveva chiesto al Vicepresidente di gestire le relazioni USA-Ucraina. In quello stesso articolo il New York Times dichiarava che  procuratore generale Viktor Shokin stava conducendo un’indagine su Burisma e sul suo fondatore, l’oligarca Mykola Zlochevsky. Biden disse a Poroshenko che se non avesse licenziato Shokin, l’Ucraina non avrebbe ricevuto il miliardo di dollari.

    Shokin, riguardo al suo licenziamento e alla sua inchiesta su Burisma Holdings, ha pubblicato un documento dove denuncia testualmente “Sono stato costretto a lasciare l’incarico, a causa delle forti e dirette pressioni di Joe Biden e dell’amministrazione americana”. Qui il link della lettera di Shokin:

    https://www.scribd.com/document/427618359/Shokin-Statement

    Hunter Biden veniva pagato $ 50.000 al mese per il suo incarico presso la compagnia energetica. Pagato profumatamente direi, visto che Hunter Biden non possiede nessuna credenziale o titolo di studio da qualificarlo per un posto da consigliere in una azienda energetica. Hunter Biden  ha lasciato il consiglio di amministrazione di Burisma all’inizio di quest’anno.

    Strana storia quella della Burisma Holdings; oltre alla trascorsa presenza di Hunter Biden nel suo consiglio di amministrazione,  l’azienda ha conosciuto un altro losco personaggio, dal 2017, come membro attivo del consiglio di amministrazione, Joseph Cofer Black

    Chi e`Joseph Cofer Black? E’ stato consigliere per la sicurezza nazionale di Mitt Romney nella sua campagna presidenziale del 2012. Nell’ottobre del 2011, l’allora candidato alla presidenza Mitt Romney,annunciò che Joseph Cofer Black (conosciuto anche come “Cofer Black”) era stato scelto come consigliere sulla strategia di politica estera, questioni di difesa, questioni di intelligence, antiterrorismo e politica regionale.

    L’esperienza di  Black, inizia dal suo lungo curriculum alla  CIA, dove iniziò a lavorare nel 1974 fino a diventare direttore del National Counterterrorism Center dal 1999 al 2002. Per pura coincidenza, questo fu il periodo in cui al-Qaeda pianificò e realizzò l’attacco del 11 settembre, senza che trovasse ostacoli dall’apparato di controspionaggio della Comunità di Intelligence nazionale. Nonostante il clamoroso fallimento, Black non solo non fu penalizzato ma fu addirittura promosso e nominato a coordinatore per l’antiterrorismo dal presidente George W. Bush nel dicembre 2002. Sempre per puro caso il signor Black fu accompagnato nel suo ruolo come direttore del National Counterterrorism Center da John Brennan.

    Torniamo alla denuncia del whistleblower. Dopo la lettera pubblicata con la quale questo personaggio anonimo denuncia i crimini di Trump, la Casa Bianca ha pubblicato per intero la trascrizione della chiamata tra Trump e Zelensky, qui il link della trascrizione:

     

    https://www.scribd.com/document/427409665/Ukraine-Call-Transcript#from_embed

    Nella trascrizione si legge che durante la telefonata del presidente Trump con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky avvenuta il 25 Luglio scorso, Trump aveva chiesto di riaprire le indagine sulla Burisma e quindi su Hunter Biden. Quello che invece non risulta confermato nella telefonata sono invece le accuse lanciate contro Trump da parte del whistleblower e dai democratici: il presunto ordine di Trump di aver ordinato al suo staff di congelare quasi 400 milioni di dollari di aiuti all’Ucraina annunciati pochi giorni prima della telefonata con Zelensky. Un’accusa strumentale tesa a giustificare la chiamata all’impeachment, portando alla fine Nancy Pelosi ad annunciare un’indagine formale sull’impeachment.  La trascrizione mostra che Zelensky alla fine suggerisce a Trump che la questione Biden sarebbe stata esaminata da un nuovo procuratore.

    Veniamo all’impeachment. Prima di tutto stiamo parlando di un cosiddetto Impeachment inquiry non una procedura, un processo di Impeachment? Qual’è la differenza? In un processo di impeachment si va direttamente dalla testimonianza al voto.

    In questo caso, essendo l’impeachment di Trump non condiviso da circo il 58% degli americani, la decisione di Pelosi potrebbe ritorcersi contro i democratici; proprio per calmare i bollenti spiriti della base democratica Pelosi concede loro un contentino sapendo benissimo che anche  se la Camera arrivasse a votare a favore dell’Impeachment, il Senato sotto il controllo dei repubblicani, lo annullerebbe. A quel punto però Pelosi potrà addossare la colpa ai Repubblicani sollevando i rappresentanti democratici da ogni critica di elusione.

    Fra tutti i candidati democratici alla presidenza solo Tulsi Gabbard si è espressa contro l’impeachment del presidente Trump, sostenendo, non ha torto che un impeachment contro Trump dividerebbe ancora di più la ormai tanto fratturata società americana, rischiando una divisione incolmabile e pericolosa per il paese. È la sola a indicare Ia strada per battere Trump nei seggi elettorali, non con i trucchi sovversivi dello stato ombra.

    Una ultima riflessione su questa storia del whistleblower e dell’impeachment, in attesa di scoprire il nome di questo fantomatico personaggio della CIA. Questa storia dell”Uncrainagate coinvolge più Biden che Trump. Non vorrei che i Democratici non avessero innescato tutta questa faccenda per far fuori Biden piuttosto che Trump. Sanno che Trump potrebbe distruggere Biden durante le presidenziali, usando le connessioni con l’Ucraina come materiale di scandalo. Negli ultimi tre giorni, da quando è cominciato L’Ucrainagate, la Hillary Clinton ha rialzato la testa. Coincidenza? Forse sono io che che fantastico troppo. Intanto si è concessa una lunga vacanza in Italia. Tutta la corte di postulanti di grido accorsi al suo cospetto lascia intendere che non si è trattato di sola ricerca di relax. Lo stesso Bill Barr è appena giunto a Roma e in Italia; c’è da scommettere che il segugio stia seguendo le tracce di Mifsud, uno dei protagonisti e inventori del filone italiano del Russiagate. Frenesie e fibrillazioni che lasciano intendere che la trama ordita da questi mestatori non sia poi così perfetta; l’ipotesi che arrivi addirittura a ritorcersi contro gli stessi tessitori non è poi così peregrina. Il Trump di oggi, sia pure spossato e irretito, non è più il Trump donchisciottesco di tre anni fa; soprattutto non è più così solo.

    Sarebbe bene che gli attuali inquilini del Governo Conte lo tenessero in considerazione, almeno per contenere e controllare queste scorribande purtroppo così usuali nel Belpaese così ospitale ed aperto, sin troppo.

     

    IL FUTILE PARAVENTO DELLA “PIATTAFORMA ROUSSEAU” OVVERO DELL’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE, di Emilio Ricciardi

    IL FUTILE PARAVENTO DELLA “PIATTAFORMA ROUSSEAU” OVVERO DELL’ETERNO RITORNO DELL’UGUALE.

    A seguito del suo intervento del 6 settembre 2019 (d’ora innanzi “Intervento”) intitolato “Colpo di extrastato”, in cui Massimo Morigi attribuisce a questo sintagma dignità di categoria teorica atta a cogliere la presunta epocale novità rappresentata dal voto elettronico espresso mediante la Piattaforma Rousseau dagli iscritti (a ciò legittimati) del Movimento 5 Stelle in relazione alla recente formazione dell’attuale governo, lo stesso autore è tornato sulla questione una prima volta il 9 settembre 2019 per approntare una replica (d’ora in poi “Replica”) ad un mio commento (in appresso “Commento”) al suo Intervento e, ancora, il 14 settembre 2019, per operare ulteriori annotazioni, che tuttavia non aggiungono alcunché di sostanziale alla completa esposizione della propria tesi, difatti già compiuta nei suoi primi due testi.

    Quindi, seppure non vada trascurato di soffermarsi sui passaggi pertinenti dell’ultimo dei tre testi citati, è prevalentemente sui primi due, ma con attenzione ancor maggiore sulla Replica (di cui ringrazio Morigi per il tempo e la cura ad essa dedicati), che conviene incentrare le presenti mie considerazioni. Anticipo comunque sin d’ora che la Replica (ed a maggior ragione anche l’ultimo scritto) non è stata in grado di convincermi sull’asserita utilità e consistenza concettuale della categoria di “colpo di extrastato”. E ciò per i seguenti motivi.

    0. Occorre prendere le mosse dalla constatazione secondo cui Morigi finisce per darmi ragione quando nella Replica afferma che “Il vero punto è […] non tanto la più o meno esibita trasparenza dei partiti” giacché, aggiunge, “se i partiti fossero trasparenti svanirebbero come la neve al sole dalla notte al mattino”.

    Difatti, il nucleo fondamentale della critica all’Intervento espressa nel mio Commento era così compendiato: “nell’economia del testo di Morigi, il riferimento alla scarsa trasparenza di procedura ed esito del sondaggio svolto sulla piattaforma telematica dei 5 stelle, appa[re] tutto sommato superfluo, come del resto in buona sostanza sottolineato dallo stesso suo autore. Anche perché, se si continua a rimarcare la scarsa trasparenza di questa operazione, dolendosene, si corre il rischio di accreditare implicitamente l’idea secondo cui finora i processi decisionali interni ai partiti politici (che, è bene ricordarlo, sono semplici associazioni private non riconosciute) si siano svolti all’insegna delle più luminose democrazia ed, appunto, trasparenza. Il che sarebbe, com’è ovvio, balla colossale oltreché offensiva dell’intelligenza quanto meno del lettore abituale di queste pagine”.

    Sulla mancanza di “trasparenza” quale fattore ampiamente noto e preesistente nelle teoria e prassi politiche (italiane e straniere, passate ed attuali), dunque, nulla quaestio[1].

    1. La dimensione fortemente problematica della concezione di Morigi, piuttosto, comincia a far esplicitamente capolino nella Replica allorché in questa si soggiunge: “Il vero punto è, come rileva anche Ricciardi ma come stranamente Ricciardi sembra non attribuirmi una piena consapevolezza in merito, […] che questi partiti, un tempo tanto importanti e la cui esistenza veniva espressamente citata anche in Costituzione, oggi non sono più lo snodo principale del conflitto strategico che si svolge all’interno delle élite politiche nazionali impegnate nella lotta per la conquista del potere”.

    Senonché, basta leggere il mio Commento per avvedersi che nemmeno mi pongo il quesito in merito alla piena consapevolezza o meno di Morigi circa la pretesa novità rappresentata dalla sopraggiunta perdita d’importanza dei partiti politici.

    E non me lo pongo perché già Morigi nel suo Intervento aveva in buona sostanza negato che questa fosse una novità, sostenendo ciò che ha poi confermato nella Replica (come segnalato sopra al paragrafo 0), ossia che “il punto importante per dare corpo alla categoria ‘colpo di extrastato’ non è tanto il fatto che la piattaforma Rousseau è tutto tranne che trasparente (in passato la <democrazia> dei partiti era nascostamente pesantemente guidata, quando questa etero direzione non era addirittura teorizzata, vedi centralismo democratico del vecchio PCI; e le lobby che da sempre manovrano le decisioni dei parlamenti delle moderne democrazie sono forse il fenomeno più studiato dall’attuale scienza politica, fino ad arrivare alla <postdemocrazia> teorizzata da Colin Crouch)”.

    È indubbio, difatti, che sostenere che “in passato la <democrazia> dei partiti era nascostamente pesantemente guidata” e dunque assoggettata ad una “etero direzione”, equivalga a sostenere che i partiti non sono mai stati, non solo oggi ma anche in passato, “lo snodo principale del conflitto strategico”.

    Di conseguenza, perché nel mio Commento avrei dovuto anche solo evocare o lambire la questione del se Morigi fosse pienamente consapevole o meno della sopraggiunta perdita d’importanza dei partiti, quando egli stesso nel suo Intervento ha mostrato di ritenere che pure nel passato i partiti erano etero diretti e che, quindi, nulla, sul punto, è davvero sopraggiunto?[2]

    1. Semmai, rilevo in Morigi una contraddizione (non la prima, per vero, e comunque generatrice di un’impasse che egli ha tentato di eludere in un modo che esaminerò nel successivo intero paragrafo 4) tra, da un lato, il riconoscimento della etero direzione e nulla trasparenza caratterizzanti da sempre i partiti politici e, dall’altro lato, l’asserzione circa la novità costituita dalla totale intrinseca mancanza di trasparenza nel Movimento 5 Stelle.

    Peraltro, mentre tale asserzione è contenuta, per lo meno esplicitamente (spiegherò i motivi di questa puntualizzazione nel successivo sottoparagrafo 3.1.), nella sola Replica, quel riconoscimento è stato operato sin da subito nell’Intervento (e di poi ribadito nella Replica).

    Il fulcro dell’Intervento, in effetti, voleva essere esplicitamente altro rispetto all’opinione inerente la mancanza di trasparenza della piattaforma Rousseau: “il punto fondamentale è un altro, ed è cioè che tutti, dalla pubblica opinione, alle massime cariche istituzionali, per dare vita ad un governo hanno aspettato senza fiatare una esplicita e chiara decisione di un corpo, ma un corpo che non è previsto né in Costituzione né in alcuna prassi politica sviluppatasi sotto il mantello costituzionale”.

    Quest’ultima proposizione è poi ripresa, onde ribadirne la correttezza, nel testo del 14 settembre 2019, laddove si ripete essere la Piattaforma Rousseau un corpo politico-decisionale del tutto estraneo e prevalente al testo e alla prassi costituzionali”.

    Senonché, una volta riconosciute, come si è visto aver fatto Morigi, la mancanza di trasparenza ed anzi la totale etero direzione caratterizzanti l’azione (anche) dei vecchi partiti politici, deriva necessariamente che anche tale azione si ponga contro ed al di fuori della Costituzione, atteso che l’art. 49 di questa esige il “metodo democratico” di essa azione (laddove mancanza di trasparenza ed etero direzione risultano invece evidentemente incompatibili con detto metodo).

    E deriva altresì’ necessariamente che è contraddittorio affermare che un’azione politica di tal fatta si sia sviluppata “sotto il mantello costituzionale”, perché una prassi politica priva di trasparenza ed etero diretta e quindi lesiva del “metodo democratico” dettato dalla Costituzione non può, per definizione, trovare legittimazione (ossia “copertura”, quale ”mantello giuridico”) in questa stessa Costituzione.

    Pertanto, se si sostiene che la Piattaforma Rousseau (recte: l’insieme degli iscritti al Movimento 5 Stelle legittimati al voto elettronico mediante utilizzo di questo dispositivo telematico) è “corpo che non è previsto né in Costituzione né in alcuna prassi politica sviluppatasi sotto il mantello costituzionale”, ed insomma “del tutto estraneo e prevalente al testo e alla prassi costituzionali”, allora si deve pure logicamente concludere che anche i vecchi partiti politici partecipano delle medesime caratteristiche che dunque non potrebbero non definirsi eversive.

    Ciononostante, in costanza dell’esistenza dei vecchi partiti sia la “pubblica opinione, [sia] le massime cariche istituzionali, per dare vita ad un governo” aspettavano normalmente “senza fiatare una esplicita e chiara decisione” di organi decisionali di partiti che pure, per quanto rilevato, agivano in sostanziale spregio di quel “metodo democratico” prescritto dall’art. 49 della Costituzione.

    Di conseguenza, la disamina svolta sino a questo punto delle considerazioni di Morigi sembra consentire di affermare che con la Piattaforma Rousseau non si è attuato alcun “colpo di extrastato”, in quanto asserita nuova forma della prassi politica rispetto a quella invalsa nella precedente fase storica.

    Occorre ora, giunti a questo tratto del discorso che si sta conducendo, soffermarsi sull’ultimo argomento addotto da Morigi a favore della propria tesi.

    1. Prima devo tuttavia rendere una spiegazione, che mi consente anche di affrontare alcune affermazioni svolte da Morigi nel già menzionato suo testo del 14 settembre 2019.

    In particolare, più sopra ho accennato alla circostanza per cui soltanto nella Replica viene sottolineata e stigmatizzata espressamente la mancanza di trasparenza del processo decisionale elettronico del Movimento 5 Stelle. Mi riferisco, precisamente, al seguente passaggio: “è la prima volta che si riconosce […] come fondamentale e fondante per la decisione politica […] una sorta di accrocchio tecnologico informatico dove la <trasparenza> non è che venga conculcata come nei vecchi partiti classici (ma ricordiamoci l’adagio <l’ipocrisia è il tributo che il vizio paga alla virtù>) ma è un concetto totalmente alieno proprio per il processo tecnologico e verificabile solo da esperti informatici nell’emissione dei suoi responsi”.

    Ebbene, a parte il fatto che, sul piano degli effetti, sfugge la reale e sostanziale differenza tra conculcamento della trasparenza nei vecchi partiti politici ed eliminazione di essa già sul piano concettuale a causa dell’applicazione delle tecnologie informatiche al procedimento elettorale interno al partito de quo.

    Ma soprattutto, ciò che preme rimarcare è che anche il procedimento elettorale incentrato sulla segretezza del voto cartolare risulta intrinsecamente privo di trasparenza, se per questa si intenda, come devesi e pur semplificando, l’insieme degli accorgimenti che garantiscono la certezza, per i votanti, dell’autenticità del voto espresso e del suo conteggio fino alla pubblicazione dei risultati. Difatti, è difficile negare che, se è vero che l’elettore che esprime un voto segreto conosce il dato (il suo voto) che così è immesso nel meccanismo ed il dato (aggregato) che ne è emesso, ossia il risultato elettorale, non ha invece modo di verificare l’iter che ha compiuto quel dato dal momento della sua immissione fino alla sua confluenza nel dato complessivo, o quantomeno non può avere la certezza di quale sia stato tale iter. Proprio perché nessuno potrà mai dargli la garanzia assoluta, nemmeno assistendo allo scrutinio, che nella fase di quest’ultimo il documento su cui ha apposto il suo voto sia davvero oggetto di conteggio, e di un conteggio corretto.

    A ciò si aggiunga la difficile se non impossibile verificabilità della correttezza delle operazioni di conteggio del voto cartolare, e ciò a causa dell’effetto combinato dell’elevato numero di votanti (come sovente accade nelle elezioni politiche nazionali della stragrande maggioranza dei paesi a democrazia rappresentativa) e dell’esistenza di particolari regole costituzionali che devolvono la giurisdizione esclusiva inerente la contestazioni elettorali ai medesimi organi elettivi, con la conseguente assai ridotta capacità operativa di procedere ad un controllo di decine di milioni di schede elettorali in tempi fisiologici e ragionevoli, ossia tali da scongiurare un’eccessivamente prolungata incertezza riguardo la reale legittimazione popolare degli eletti[3].

    Insomma, se trasparenza non c’è nel voto elettronico, con la connessa difficoltosa verificabilità della genuinità della relativa procedura, lo stesso deve dirsi per il voto cartaceo.

    3.1.   Quest’ultima sottolineatura ben introduce la disamina della seguente affermazione contenuta nel testo di Morigi del 14 settembre 2019, in quanto anch’essa incentrata, come mostrerò più oltre, e sebbene Morigi non lo dichiari in modo esplicito, sul concetto di trasparenza (e con ciò giustifico l’individuazione, dianzi operata, di un legame fra essa affermazione e la critica, già analizzata, alla mancanza di trasparenza della Piattaforma Rousseau svolta nella Replica): una “procedura di voto elettronica, corretta o truffaldina che sia, designa chiaramente una costituzione materiale dello Stato che non ha assolutamente nulla a che fare con la precedente dove la scelta e selezione dei decisori alfa-strategici da parte dei decisori omega-strategici avveniva  – almeno a livello politico –  attraverso una procedura non elettronica ma semplicemente cartacea (con tutti i brogli che questa comportava, ma almeno per quanto riguarda il punto 2 questo è un elemento del tutto secondario)”.

    Qui Morigi non motiva espressamente l’implicito favore che sembra accordare al voto cartaceo rispetto a quello elettronico. Ed insomma non si perita di precisare in che modo e perché la procedura elettorale elettronica determinerebbe addirittura uno stravolgimento radicale della costituzione materiale dello Stato rispetto a quella vigente in costanza dell’omologa cartacea. Nondimeno, sembra di poter capire che, secondo Morigi, la presenza di schede elettorali cartacee, pur non eliminando il rischio di brogli elettorali, consentirebbe comunque di verificarne la perpetrazione, ciò che, invece, il voto elettronico non permetterebbe di fare. In altri e più concisi termini: per Morigi sarebbe la trasparenza, sub specie verificabilità di eventuali brogli elettorali, il tratto che differenzia il voto cartaceo da quello elettronico (dunque non trasparente, come quello della Piattaforma Rousseau, secondo quanto asserito, esplicitamente, nella Replica).

    Tuttavia, così in thesi argomentando, Morigi trascura che, come illustrato più sopra, anche la procedura elettorale cartacea con voto segreto, soprattutto nella fase dello scrutinio (ma anche in quella della trasmissione centralizzata) dei voti, e quando si attua in paesi con decine di milioni di votanti, non può mai né garantire al votante certezza circa la correttezza delle operazioni né rendere possibile un controllo completo dell’intera procedura medesima, tanto meno in tempi tali da essere compatibili con l’esigenza dell’opinione pubblica di avere risposte celeri in merito all’esistenza o meno di una legittimazione democratica degli eletti.

    Certo, nel voto elettronico la verificabilità dei brogli è più difficoltosa di quanto lo sia con il voto cartaceo, ma si tratta di una differenza di ordine quantitativo, ossia attinente al maggior rischio di brogli (perché minore è la possibilità di verificarli) che il primo esibisce, non già di una differenza di ordine qualitativo, idonea cioè, come invece sostiene Morigi, ad incidere addirittura, sfigurandola irreversibilmente, sulla “costituzione materiale dello Stato”.

    3.2.   Eppure anche in altro passaggio del suo testo del 14 settembre 2019, Morigi esprime il convincimento che “è del tutto assurdo dire che una costituzione materiale e una forma di Stato che ha avuto la sua nascita in una  passata epoca tecnologica è la stessa costituzione materiale e forma di Stato dei tempi di Internet”, e lo fa in base all’assunto, introdotto immediatamente prima, “che nelle vicende sociali e politiche i cambiamenti ed i mutamenti non appartenenti stricto sensu all’ambito politico e sociale agiscono su quest’ambito non solo additivamente ma anche qualitativamente”.

    Senonché, il nesso causale che con tale assunto viene delineato su un piano generale risulta da una petizione di principio, enunciato e non dimostrato, ed allo stesso modo anche il nesso causale specifico, quello in virtù del quale la scoperta ed uso di internet non può non avere determinato un cambiamento della “costituzione materiale e forma di Stato”, risulta meccanico e proclamato in modo apodittico. Al punto da giungersi financo ad una concezione feticistica dell’innovazione tecnologica, quale potenza che plasma e trasforma la struttura e l’essenza dei rapporti poltico e sociali, a loro volta puri elementi passivi, inerti e direi neutri, che subiscono l’azione demonica ed incandescente della prima.

    Per contro, non è affatto scontato che un elemento nuovo, nato in un ambito diverso dalle dimensioni politica e sociale in senso stretto, una volta trasmigrato in quest’ultime in virtù dell’uso che di esso elemento è fatto, debba divenire il fattore che trasforma la conformazione essenziale delle predette dimensioni qual era stata sino a quel momento. Insomma, può ammettersi perfettamente l’ipotesi che l’elemento sia immesso nel sistema esterno (a quello della sua genesi) e da esso assorbito senza subire, il sistema recettore, alcuna trasformazione o comunque modificazione rilevante.

    1. Terminata così la digressione resasi però necessaria per discutere le due soprariferite affermazioni contenute nel testo di Morigi del 14 settembre 2019. è possibile finalmente affrontare, come già avevo anticipato, l’ultimo argomento, stavolta svolto nella Replica del 9 settembre 2019.

    In particolare, in quest’ultima viene introdotto ex novo un tema che non era stato oggetto del benché minimo accenno, nemmeno implicito, nell’Intervento: l’importanza dell’illusione.

    Così al riguardo si afferma: “Ma il vero snodo, lo ripeto, della categoria di <colpo di extrastato>, non è tanto la trasparenza o l’opacità dei processi decisionali è che nella pubblica opinione, nella pubblicistica politica per finire con la scienza politica la caduta da parte di tutti dell’illusione della trasparenza nei processi decisionali non viene segnalata”.

    Ebbene, qui si ha l’impressione che Morigi sia stato costretto a ricorrere all’ulteriore argomento basato sull’assunto circa la passata esistenza dell’illusione della trasparenza dell’azione dei partiti politici, al fine di aggirare la difficoltà logica di continuare a sostenere il carattere di novità epocale della Piattaforma Rousseau in quanto enigmatica ed impersonale entità telematica non controllabile se non “da esperti informatici[4], ed allo stesso tempo nondimeno riconoscere che anche nei vecchi partiti politici la trasparenza era completamente assente.

    Nella Replica si sostiene, difatti, che non già la mancanza di trasparenza dei e nei partiti politici segna la novità della presente epoca del presunto “colpo di extrastato” rispetto all’epoca precedente, bensì la caduta dell’illusione della trasparenza, in passato invece esistente.

    È necessario, quindi, indagare motivi e legittimità dell’asserzione che attribuisce decisiva rilevanza a questa illusione.

    4.1.   Al riguardo, nella Replica si indicano due esempi per tentare di dimostrare l’importanza delle illusioni nutrite circa l’esistenza della trasparenza dei processi decisionali dei partiti politici.

    Il primo esempio attinge al rapporto tra la Chiesa cattolica e la Democrazia Cristiana, affermandosi che “la Chiesa esplicitamente non ha mai fatto trapelare una esplicita e pubblica decisione a favore di questo o quel governo ma si limitava, in ottemperanza del suo alto magistero religioso e morale, a vietare ai cattolici, pena l’inferno, di votare per quei partiti che erano a suo giudizio l’espressione politica del cancro dell’ateismo e dell’irreligiosità”.

    Vero; ma in questo caso non vedo dove e come avrebbe agito l’illusione sull’esistenza della trasparenza nelle decisioni della Democrazia Cristiana, atteso che all’epoca per qualsiasi osservatore ed elettore minimamente attrezzati era chiaro e palese il penetrante condizionamento vero e reale esercitato costantemente dalla Chiesa cattolica sulla prima.

    Il secondo esempio riguarda più nello specifico la trasparenza dei partiti ed anche su questo punto il ragionamento fa leva sull’importanza delle false rappresentazioni, o meglio la concreta modalità di come queste possono essere rappresentate. Nei vecchi partiti per arrivare ad un decisione e/o prevalere nello scontro politico venivano messe in atto le più ignobili manovre ma se queste manovre non avevano in concreto nulla di democratico e trasparente avevano un grande pregio. Queste manovre erano condotte da uomini in carne ed ossa e chi avesse voluto vedere un po’ più a fondo avendone la formazione e l’intelligenza riusciva a mettere a fuoco, molto chiaramente e con tanto di nomi e cognomi, i volti di questi manovratori”.

    Ma è proprio il contenuto del testé riportato secondo esempio a dirci in maniera inequivocabile come anche in questo caso non siano all’opera “false rappresentazioni” in ordine alla trasparenza. Difatti, posto che era nelle manovre oscure interne ai partiti che si sostanziava la mancanza di democrazia e trasparenza; e posto che, nonostante il carattere nascosto e letteralmente osceno di tali manovre, si “riusciva a mettere a fuoco, molto chiaramente e con tanto di nomi e cognomi, i volti di questi manovratori”; allora ne consegue che era possibile vedere chiaramente la vera realtà delle lotta politica interna ai partiti, senza farsi irretire, appunto, da alcuna illusione.

    Peraltro, l’affermazione secondo cui sarebbero state sufficienti volontà e capacità intellettuali per lacerare il velo dell’apparenza ed identificare addirittura gli oscuri “manovratori” delle decisioni dei partiti politici, mi pare pecchi di ottimismo se non di una sorta di onnipotenza del pensiero. Si considerino, difatti, a confutazione e comunque forte ridimensionamento della portata della soprarichiamata affermazione, tutti quegl’importanti e gravi accadimenti della nostra vita politica nazionale i quali, seppure ascritti (in tutto o in parte) alle decisioni manifeste dei partiti politici, non è stato possibile ricondurre ai responsabili ultimi “con tanto di nomi e cognomi”. Laddove, in quei pochi casi in cui ciò si è verificato, lo è stato comunque a distanza di decenni, ed il più delle volte a seguito dell’emersione di circostanze e documenti, avvenuta di rado casualmente, più spesso deliberatamente, in vista del perseguimento, in quest’ultima evenienza, di scopi ulteriori poiché funzionali a nuove strategie, naturalmente ignote alla generalità della popolazione nel momento del loro dipanarsi in atto.

    In definitiva, i due esempi riportati nella Replica non mi paiono così calzanti e persuasivi.

    4.2.   Però nel contesto dell’esposizione del primo esempio è operato un fugace accenno al ruolo delle illusioni in generale, il quale sembra poter fornire qualche indizio utile per capire la funzione che gioca questo elemento nell’impianto argomentativo di Morigi.

    Precisamente, si afferma che “in politica, come nel resto di tutte le altre faccende della vita, le illusioni contano e quando queste cadono non si può far finta di nulla pensando che siccome si trattava di illusioni la loro scomparsa conta meno di nulla e non vale nemmeno la pena di segnalarle e di cercare di elaborare un pensiero non banale a proposito”.

    Ora, affermare che “le illusioni contano”, in questo contesto discorsivo, sembra voler significare che le illusioni non sono nulla, e che producono effetti reali. Se questa mia interpretazione è corretta, allora deve dirsi che tali effetti saranno pure reali, ma i pensieri e le azioni inclusi nella cerchia di tali effetti saranno irrimediabilmente inficiati dall’esser derivati da una percezione errata (qual è appunto l’illusione) della realtà vera, e dunque, in definitiva, da erroneità e falsità.

    Se poi si traslano queste considerazioni generali nell’ambito del discorso che si stava conducendo, ne viene che l’asserito diffuso convincimento, presente nella precedente epoca storico-politica, circa la trasparenza delle decisioni dei partiti politici era un’illusione e, in quanto tale, un falso convincimento.

    Libero, quindi, Morigi, naturalmente, di elaborare “un pensiero non banale” sulla suddetta illusione (e sulla sua presunta caduta). Ma mi permetto di osservare che se il pensiero vuole conoscere la realtà e le determinazioni vere di una presunta nuova era politica e le sue differenze rispetto alla precedente (e non v’è dubbio che Morigi voglia applicarsi alla produzione di un pensiero di tal fatta), non può accontentarsi fermandosi alla considerazione delle false rappresentazioni che sulle corrispondenti epoche storiche si sono formate, assumendole quali dati di realtà di ultima istanza. E non può perché in questo modo non sarebbe in grado di nemmeno tentare di conseguire quello scopo prefissosi (ossia l’acquisizione della conoscenza delle vere determinazioni di una nuova epoca politica).

    Di conseguenza, e per tornare specificamente al discorso centrale di questo scritto, può affermarsi ciò: posto che la totale mancanza di trasparenza dei processi decisionali dei partiti politici e dunque la loro etero direzione sono dati caratterizzanti sia la precedente sia l’attuale fase storica, ne discende che l’utilizzo della piattaforma Rousseau non integra alcuna novità inerente i predetti processi, con il corollario per cui il ricorso alla nozione di “colpo di extrastato”, per qualificare tale utilizzo ed evidenziare così tale presunta novità, non pare rivestire utilità teorica. Anzi, ribadisco che, a mio avviso, il convogliamento delle energie intellettuali individuali e collettive nell’elaborazione di tale nozione può essere financo dannoso poiché rischia di distogliere l’attenzione dal tentativo di cogliere le vere configurazioni dei processi politici reali.

    1. Vergo, infine, due ordine di notazioni inerenti il seguente, in parte già riportato, passaggio: “nella pubblica opinione, nella pubblicistica politica per finire con la scienza politica la caduta da parte di tutti dell’illusione della trasparenza nei processi decisionali non viene segnalata e non segnalando la caduta di quest’illusione non si riesce a vedere un fatto di primaria importanza: e cioè che si riconosce piena titolarità politica e decisionale a corpi del tutto inediti ed extracostituzionali”.

    Il primo ordine di notazioni si risolve in un unico rilievo di natura logica. In particolare, se si assume essere intervenuta “la caduta da parte di tutti dell’illusione della trasparenza nei processi decisionali”, vuol dire che questi “tutti”, ossia i soggetti portatori di tale illusione, sono consapevoli della caduta di questa, del suo venir meno. Difatti, una volta svanita una determinata illusione, i soggetti di essa si avvedono di ciò che era stata, proprio perché, essa svanendo, non ne sono più irretiti e la possono riconoscere in quanto tale. Di conseguenza, non può porsi un problema di mancata evidenziazione da parte delle “pubblica opinione”, “pubblicistica politica” e “scienza politica” della caduta, del dileguarsi di questa illusione, proprio perché il suo svanire ha segnalato ciò che essa stessa era ai soggetti che ne risultavano avvolti.

    Il secondo ordine di notazioni è di natura fattuale. Contrariamente a quanto si sostiene nella Replica, esponenti di quelle istanze e discipline dianzi menzionate, ossia la pubblica opinione nonché la pubblicistica e la scienza politiche, hanno, in occasione della nota recente consultazione telematica, levato dolenti e pensosi ammonimenti di fronte al presunto nuovo ed esiziale pericolo generato dall’asserita inaudita anomalia extracostituzionale della piattaforma Rousseau[5].

    D’altronde, questi ammaestramenti vanno ad alimentare una serqua di allarmi rivolti ormai da tempo sullo stesso tema da molte voci della stampa[6]. Cosicché la Piattaforma Rousseau finisce per essere ormai largamente additata, segnalata e riconosciuta all’opinione pubblica come la scatola nera che inghiotte le velleità di democrazia diretta sbandierate dai suoi fautori. È dunque la mancanza di trasparenza che si rivela in modo trasparente. O, riprendendo il titolo di questo scritto, l’innocuo paravento che tenta senza esito di mascherare l’ampiamente consolidata realtà di forze che agiscono dietro le formazioni politiche operanti sulla scena.

    Peraltro, gli argomenti adoperati dai menzionati critici della recente votazione elettronica in questione esibiscono tutti quale sfondo comune la salda fede nella democrazia rappresentativa, architrave della legalità costituzionale ed anzi eterna garanzia di trasparenza messa a repentaglio da quell’inedita procedura decisionale telematica.

    Ecco, il tenore di tali argomenti, ma anche la biografia pubblica dei personaggi che se ne sono resi fautori, mi pare comprovino ampiamente la fondatezza di quanto da me paventato nel Commento riguardo al rischio (che investe anzitutto il piano culturale e della consapevolezza) generato dalla concentrazione dell’analisi politica sulla ritenuta novità rappresentata dal carattere malefico ed oscuramente extracostituzionale della piattaforma Rousseau: si finisce per accreditare l’idea che questo dispositivo abbia infranto il preesistente paradiso terrestre della trasparente democrazia rappresentativa incentrata armonicamente sui partiti politici in quanto operanti con “metodo democratico”.

    Idea falsa e risibile, naturalmente[7].

    Ma su ciò Morigi suppongo convenga senza riserve.

     

     

    [1]   Semmai sollevo un rilievo, anche se non essenziale e quindi da collocarsi non nel testo ma appunto in questa nota, il quale mira ad evidenziare una perplessità riguardo il “consiglio” di Morigi di non “avventurarsi a cuor leggero in merito alla natura più o meno privata dei partiti, i quali nella nostra Costituzione vengono citati anche se poi riguardo al loro <dover essere> ci si limita ad una vacua retorica democratica che dice tutto e il contrario di tutto”. Difatti, quale che possa essere stato lo spirito con cui nel Commento mi sono accostato (non già avventurato) a siffatto tema, e dunque se con colpevole spensieratezza (come pare ritenere Morigi) oppure con animo gravido di timore e tremore, il dato certo ed incontestabile è che la natura giuridica dei partiti politici nell’ordinamento italiano è, come segnalavo, quella di “semplici associazioni private non riconosciute”. Ed è dato la cui solidità non viene scalfita di un ette dall’accenno ai partiti che opera la Costituzione, rientrando, tale accenno, nel novero delle tanto belle quanto vacue dichiarazioni di principio o programmatiche di cui è infarcita la Carta, secondo quanto, del resto, riconosce lo stesso Morigi. Ma allora poco si comprende la congruenza di uno schema argomentativo che contempla, in un primo momento, a ritenuto sostegno della propria tesi, il richiamo alla rilevanza di un elemento che io avrei omesso di considerare (e cioè il riferimento costituzionale ai partiti politici) e, subito dopo, la radicale squalificazione dell’elemento medesimo. Non è la prima volta, peraltro, che Morigi indulge ad una simile modalità argomentativa di stampo palinodico.

    [2]   Tant’è che di questo, del fatto cioè che nell’Intervento la c.d. assenza di trasparenza nei partiti non è presentata in realtà come una novità e quindi non fa problema, ho dato puntualmente atto nel mio Commento: “nell’economia del testo di Morigi, il riferimento alla scarsa trasparenza di procedura ed esito del sondaggio svolto sulla piattaforma telematica dei 5 stelle, appa[re] tutto sommato superfluo, come del resto in buona sostanza sottolineato dallo stesso suo autore.

    [3]   A questo proposito, la vicenda delle elezioni politiche nazionali italiane del 2006 è paradigmatica. Esse videro la vittoria della coalizione di centrosinistra, ma con un esiguo scarto di voti alla Camera dei Deputati. La coalizione avversaria chiese allora inizialmente di procedere al riconteggio di tutte le schede elettorali, per poi accettare, a seguito di un accordo politico, di contare solo le schede del 10% dei seggi (https://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/politica/polemica-schede/riconteggio-totale/riconteggio-totale.html). La Giunta per le elezioni, tuttavia  unico organo munito di giurisdizione al riguardo ai sensi dell’art. 66 della Costituzione, riuscì a ricontare soltanto le schede relative a 180 seggi, di contro ai programmati 6000 seggi, ossia l’equivalente del suddetto 10%, e calcolò che per ricontare il totale ci sarebbero voluti due mandati addizionali di 5 anni (traggo questi dati da http://paduaresearch.cab.unipd.it/6293/1/carlotto_paolo_tesi.pdf).

    [4]   D’altronde, va pure di molto stemperata l’enfasi sulla presunta natura “malefica” di questa “sorta di accrocchio tecnologico informatico” dispensatore di “responsi” ordalici. Difatti, in base allo statuto del Movimento 5 Stelle, la devoluzione alla “consultazione in Rete degli iscritti” dell’assunzione della generalità delle decisioni politiche del Movimento stesso, tra cui è rientrata infatti anche quella riguardante la costituzione del nuovo attuale governo, non è affatto obbligatoria, ma è rimessa alla scelta totalmente discrezionale del suo “Capo Politico ovvero, in sua assenza od inerzia, d[e]l Garante” [v. art. 4, lettere a), comma 2°, ultimo alinea e b), comma 1°, dello Statuto, visionabile qui: https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/associazionerousseau/documenti/statuto_MoVimento_2017.pdf]. Pertanto, se pure si volesse dare rilevanza all’apparenza (o illusione) della trasparenza, e dunque in definitiva sapere – per riprendere le parole usate nella Replica – “con chi dobbiamo prendercela”, la responsabilità della decisione di costituire il nuovo governo, ove per responsabilità si intende la causa prima che ha consentito agli iscritti di esprimersi, sarebbe ascrivibile formalmente e sostanzialmente a Luigi Di Maio quale “Capo Politico” ed a Giuseppe Piero Grillo quale Garante del Movimento 5 Stelle (come del resto rilevato dalla stampa: https://www.ilpost.it/2019/09/03/piattaforma-rousseau-voto-oggi).

    [5]   Di seguito, riporto una breve silloge di alcune delle opinioni espresse al riguardo, tutte da me tratte dall’articolo https://www.ilfoglio.it/politica/2019/09/09/news/la-soffitta-dei-simboli-inutili-272931/. Ferruccio de Bortoli: “<#Rousseau, uno dei giorni più bui della nostra democrazia rappresentativa>”; Francesco Storace: “<La democrazia italiana nelle mani della piattaforma #Rousseau. Decide #Casaleggio senza alcuna trasparenza se il governo deve partire o no. Ora #Mattarella potrà nominare i ministri>”; Mara Carfagna:<Ah, quindi il Conte-bis non sarà legittimato dalle Camere, ma dalla piattaforma #Rousseau? Eppure non mi pare che i Padri Costituenti, nella loro saggezza e nel ruolo di rappresentanti del popolo italiano, avessero previsto di inserire la Casaleggio Associati in Costituzione>”; il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick: “<non è incostituzionale in sé, ma mi sembra contro lo spirito della Carta far diventare la piattaforma Rousseau, o un’altra simile, uno strumento per l’esercizio della sovranità>”, Cesare Mirabelli: “<Il presidente incaricato, sulla base del voto di un numero ristretto di persone, sia pure iscritte al partito M5s, si ritira e restituisce il mandato nelle mani del presidente della Repubblica? Non è quanto stabilisce la Costituzione>”.

    [6]   Tra gli innumerevoli interventi giornalistici, cfr. https://www.ilsole24ore.com/art/il-lato-oscuro-rousseau-hacker-bilanci-e-votazioni-non-certificate-ACDjgeg.

    [7]   È significativo, al riguardo, che già nel 1966 un intellettuale come Lelio Basso, convinto assertore dell’imprescindibile funzione storica dei partiti e certamente distante da un estremismo antiparlamentare, dopo aver negato “che il parlamento sia veramente o possa essere la sede effettiva del potere e che tutti i problemi possano risolversi con la semplice azione parlamentare”, evidenziava il compimento di un “processo di progressivo svuotamento di un’autonoma funzione del parlamento a beneficio dell’esecutivo e dei partiti”, che riconosceva contestualmente essersi “rivelati strumenti politici più adeguati, anche se largamente insufficienti, alla democrazia di massa”, avendo cura però di soggiungere immediatamente che i reali beneficiari di tale processo di progressivo svuotamento erano “dietro di essi [ossia “dell’esecutivo e dei partiti”], [la] burocrazia, [i] gruppi di pressione e [le] forze economico-sociali” (http://leliobasso.it/documento.aspx?id=5b7a6827d18ca804ef8249e24302aaed).

    1 2 3 26