Dei movimenti di branco: sardine, di Alessandro Visalli

Dei movimenti di branco: sardine.

Alcune settimane fa, il 19 novembre, avevo provato una riflessione a caldo[1] sul fenomeno delle Sardine del quale veniva riconosciuto il carattere politico, in quanto orientato ad un nemico. Quando si sceglie di attribuire ad un movimento il carattere politico per il fatto, capitale, che individua un “nemico” giova in genere riferirsi al capitale articolo di Carl Schmitt del 1932[2]. In esso l’autore cerca una specificità del “politico” che sia distinta dall’azione come dal pensiero. Ovvero da ciò che si lascia decidere in base all’essere utile o dannoso (ovvero nel campo dell’economico), buono o cattivo (nel campo della morale), bello o brutto (dell’estetica). È una distinzione eminentemente ‘politica’, dunque, quella che non afferma la cattiveria, la bruttezza o la dannosità, ma designa gli amici (freund) e i nemici (feind). Una distinzione, meramente concettuale, che si fonda su un “criterio, [ovvero] non una definizione esaustiva o una spiegazione di contenuto”, che ha a che fare con ciò che appartiene, ciò che unisce, non necessariamente con ciò che si distingue per il grado dell’utile, bontà o bellezza. Un concetto questo che è catturato da frasi come “è un bastardo, ma è il nostro bastardo”, detto, ad esempio di un dittatore sudamericano (frase attribuita al Presidente Roosevelt e riferita a Somoza)[3].

Coglie questo punto Moreno Pasquinelli in un articolo dal titolo espressivo “Sardine: tra Kant e Schmitt[4], su Sollevazione. Il movimento è letto come interprete di una vasta area che unisce un sentimento progressista di ispirazione globalista (anche designato come “neoliberismo progressista”[5]) e un sottostante, e sotto alcuni profili contrastante, umanitarismo di marca cattolica. Materiali eterogenei ma sedimentati, che sono coaugulati da una inimicizia. Quindi una estraneità, quella verso il plebeismo ostentato di Salvini.

La retorica, enormemente potenziata dalla massiva sovresposizione mediatica di questi mesi, ha battuto su valori forti, declinabili facilmente sul sottofondo liberale come su quello cattolico, antecedenti: tolleranza, pazienza, morbida dolcezza, bassotono, pacificazione sorridente, gaia spensieratezza. Posture, prima ancora che valori, che identificano immediatamente, fisiognomicamente, un parente, un essere parente tra chi non soffre la vita. Chi ha, in fondo, l’orizzonte aperto e non vive nel pozzo[6].

Moreno identifica qui la mossa delle Sardine bolognesi (questa distinzione tra poco troverà senso). L’aggregazione, che produce un non irrilevante effetto nelle elezioni romagnole, dei “parenti” avviene contro un “hostis” pubblico, Salvini. Ma non tanto, io credo, perché egli sarebbe il “male”, (certo lo è, come è brutto e come è dannoso), quanto perché è ‘straniero’. Per così dire egli potrebbe anche essere, paradossalmente, onesto, leale, ma resterebbe sempre l’altro[7].

Torneremo sulle lezioni che ne trae, ma intanto restiamo qui. La mossa “politica” è potente, chiama a raccolta e fa popolo, ovviamente nel farlo fa anche guerra (civile). Chiama a raccogliersi come ‘parenti’, esattamente, tutti coloro che sono giusti, sanno ben vivere, pacifici, sereni, e quindi si sentono tolleranti, superiori, morali, in genere spensierati. Guardano con fastidio misto a timore, gli ansiosi, i rozzi, ineleganti, i felposi, urlanti, certo immorali, ovviamente inferiori, abitanti delle tante periferie del paese. Raccogliersi, mano nella mano, coloro i quali, del resto, in questi anni lentamente, inesorabilmente, ma anche ovviamente, pacificamente, si sono separati, hanno imparato a vivere tra simili, sono fuggiti dai sobborghi, hanno popolato i quartieri bene[8]. La chiamata tra ‘parenti’ si declina, insomma, sotto specifici caratteri di classe[9].

Sotto questo profilo dunque, ha ragione Moreno, la mobilitazione delle sardine è “politica”. Sotto questo profilo è una mobilitazione del nemico[10].

Lo rende particolarmente evidente l’incontro con i Benetton di qualche giorno fa. Ma certo non lo determina. Tuttavia è sufficiente per creare fratture nel campo del nemico: infatti alcune ore fa il portavoce delle sardine romane, Stephen Ogongo ha defezionato. In un post reso noto intono alle otto di sera sul gruppo “Sardine di Roma[11], hanno scritto:

Sardine di Roma, da oggi in autonomia. Incontro con i Benetton solo l’ultimo degli errori dei fondatori bolognesi

L’incontro che i fondatori delle Sardine hanno avuto con Luciano Benetton è stato sbagliato, inopportuno. Un errore politico ingiustificabile, ma solo l’ultimo degli errori che Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa hanno commesso nelle ultime settimane.

Da questo momento le Sardine di Roma non fanno più riferimento ai 4 fondatori di Bologna né alla struttura che stanno creando. Le Sardine di Roma ripartono da quei valori che hanno fatto della manifestazione di Piazza San Giovanni la più grande e la più partecipata delle sardine: uguaglianza, libertà, giustizia sociale. Affiancarsi agli squali, o diventare come loro, non ci rafforza ma ci indebolisce, ci rende prede inconsapevoli.

La pubblicazione della foto scattata a Fabrica, “centro di formazione per giovani comunicatori”, ha giustamente scatenato una polemica all’interno e all’esterno del movimento delle Sardine. È un fatto noto che la famiglia Benetton è la maggior azionista di Atlantia e della società infrastrutturale Autostrade per l’Italia, tuttora compromessa con il tragico crollo del Ponte Morandi di agosto 2018 che ha causato la morte di 43 persone.

Chi lotta per la giustizia sociale e per un nuovo modo di fare politica non può dimenticare il grido di dolore delle famiglie delle vittime di Genova. Per chi ha creduto nei valori espressi nelle piazze delle Sardine è stata una delusione enorme che ha minato gravemente l’integrità e la credibilità del movimento.

Ciò che rende tutto sospetto è la tempistica di questo incontro, che avviene proprio nel momento in cui si è riaperta la trattativa per la concessione di Autostrade per l’Italia. Se non ci fosse niente da nascondere, perché non hanno reso pubblica la loro visita a Fabrica prima? Perché non hanno pubblicato loro stessi la foto dopo l’evento?

L’aspetto più grave di questa vicenda è stato l’aver assistito a diversi tentativi di limitare la discussione all’interno dei gruppi Facebook delle Sardine addirittura attraverso la censura di determinate parole e la cancellazione di diversi commenti e post critici.

Questo è un comportamento pericoloso che limita la libertà di espressione. E non è la prima volta che accade. Sempre più nelle scorse settimane abbiamo assistito a un controllo “dall’alto” delle comunicazioni tra noi e verso l’esterno teso ad assicurarsi che i 4 leader fondatori del movimento siano sempre messi in buona luce, anche a discapito di altri.

Anche l’organizzazione delle Sardine sui diversi territori e città ne ha risentito, con l’allontanamento volontario e forzato di soggetti che non condividevano più il modo di evolversi del movimento. Un comportamento che non giova né al movimento né al Paese che vogliamo migliorare.

Segnali preoccupanti sintomo di una situazione che ha passato il segno e a cui serve rimediare in fretta.

Per questo, credo sia giunto il momento di ritornare alle origini del movimento delle Sardine, che era ed è un fenomeno spontaneo, aperto a tutti quelli che vogliono auto organizzarsi senza controlli e regole imposte dall’alto. Le Sardine di Roma tornano in mare aperto: la nostra forza sarà la comunità, l’essere in tanti e il saper stare insieme”.

Si era detto all’inizio che i due sottofondi, conflittuali, valoriali sono quello liberale e quello umanista (cattolico). Il testo segna lo spostamento.

Vicino alla “libertà”, compare la chiamata della “uguaglianza” e, a maggiore esplicitazione di senso, la “giustizia sociale”. Il capitalismo predatorio dei Benetton è riportato, con metafora ittica di contrasto, alla figura dello squalo.

Segue una brutale presa di distanza, senza sconti e senza rimedio, nella quale ai quattro “fondatori”[12] sono rimproverate doppiezza, manovre nascoste, antidemocraticità nella gestione della discussione, censura, purghe ed allontamenti. Ed, infine, il sempiterno mantra di tutti i “movimenti antisistemici” di questa epoca post-ideologica (o iper-ideologica[13]): tornare alle origini, ad un fenomeno che è stato “spontaneo” e “aperto a tutti quelli che vogliono auto-organizzarsi senza controlli e regole imposte dall’alto”.

Il pedaggio si deve sempre pagare.

La chiusa anti-liberale cade alla fine: “la nostra forza sarà la comunità, l’essere in tanti e il saper stare insieme”.

Bene.

La lezione è triplice:

  1. Non c’è politica senza identificazione del nemico (ma occorre anche riconoscere i suoi travestimenti);
  2. Si definisce la propria identità politica anzitutto indicando il nemico principale (ma bisogna anche farlo nel “momento favorevole”[14]);
  3. Si crea la forza costruendo la comunità non in base al mero interesse (non di solo pane vive l’uomo).

[1] – Si veda “Sardine”, 19 novembre 2019.

[2] – Carl Schmitt “Il concetto di politico”, del 1932, un anno non certo irrilevante. Anzi, un anno cruciale, nel 1930 Heinrich Brüning era stato nominato Cancelliere ed aveva avviato una drastica politica deflattiva (anche in reazione all’inflazione che fino a qualche anno prima era servita a distruggere i debiti di guerra, ma aveva di fatto espropriato la piccola e media borghesia di tutti i suoi risparmi), a seguito del blocco della politica nel Reichstag il 14 settembre 1930 erano state chiamate nuove elezioni che avevano visto l’avanzamento del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, che arrivò al 18,3% dei voti, quintuplicandoli in due soli anni. Da quell’anno, senza un possibile governo, la Repubblica di Weimar scivola nella guerra civile. Quindi dal 1930 al 1933, il Cancelliere governa senza maggioranza a forza di Decreti Presidenziali di emergenza. Sulla base di una radicale teoria dell’austerità, nel mezzo della grande depressione causata dalle conseguenze del crollo del ’29, il Cancelliere ridurrà drasticamente le spese pubbliche e licenzierà milioni di impiegati pubblici, riducendo anche le protezioni per la disoccupazione. Sul finire del’32 inizierà, è vero, una timida ripresa ma troppo tardi, ormai il governo non ha il sostegno di nessuno e quasi tutti chiedono una svolta radicale. L’anno successivo ci sarà l’avvento al potere di Adolf Hitler.

[3] – La distinzione tra amico e nemico indica, “l’estremo grado di intensità di un’unione o una separazione, di una associazione o una dissociazione; essa può sussistere teoricamente e praticamente senza che, nello stesso tempo, debbano venire impiegate tutte le altre distinzioni morali, estetiche, economiche o di altro tipo. Non v’è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo, o esteticamente brutto, egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente economico e forse può anche apparire vantaggioso concludere affari con lui. Egli è semplicemente l’altro, lo straniero (der fremde) e basta alla sua essenza che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero, per modo che, nel caso estremo, siano possibili con lui conflitti che non possano venir decisi né attraverso un sistema di norme prestabilite né mediante l’intervento di un terzo ‘disimpegnato’ e perciò ‘imparziale’” (Le categorie del politico, p.109). E’ importante anche considerare che il “nemico” non è l’avversario, non è il concorrente, ma un insieme che combatte e si contrappone ad un altro insieme, è sempre pubblico. Egli è l’hostis e non l’inimicus.

[4] – Moreno Pasquinelli, “Sardine: tra Kant e Schmitt”.

[5] – Si veda, Nancy Fraser, “Contro il neoliberismo progressista”.

[6] – Mi riferisco alla bellissima immagine evocata da Chiara Zoccarato in questo intervento video.

[7] – In realtà la designazione dell’altro, dello straniero, è un addensatore di caratteri negativi, disvaloriali, per cui a Salvini, in modo non dissimile dalla sua identificazione dei nemici negli ‘esterni’, non è riconosciuta alcuna virtù. Egli è il cattivo, lo stupido, il brutto, il disutile e distruttivo.

[8] – Il fenomeno è descritto da una ormai vastissima letteratura, da Harvey a Sennett, da Giulluy a Sassen.

[9] – E’ un tentativo di chiamare una classe “per sé”, ovvero una autoidentificazione come simili, nell’elevatissima frammentazione lavoristica, identitaria, insediativa, contemporanea, costituita non necessariamente dagli abbienti, o non solo, ma da tutti coloro che sentono di avere ancora, o di poter avere in un futuro prevedibile e non fantasmatico, controllo della propria esistenza. Di essere in grado di fare, determinare, il proprio valore. E che, per questo, sentono di potersi elevare, distinguere. Non è tutta borghesia, ma è l’area che gravita, credibilmente, su di essa. Non è una classe “in sé”, anzi probabilmente in sé, rispetto ai mezzi di produzione, è quasi altrettanto eterogena del campo avverso, ma, figlia dell’epoca “post-materialista”, subisce l’egemonia dall’alto della borghesia medio-alta.

[10] – Questa era la chiusa, dopo una descrizione volta a giustificarla, dell’articolo di novembre, cui rimando.

[11] – Si veda “Sardine di Roma da oggi in autonomia”.

[12] – Che, ovviamente, sono solo i portavoce degli autentici fondatori, o mandanti politici.

[13] – Non c’è maggiore ideologia di quella che appare come natura.

[14] – Se è vero che può essere opportuno negoziare e finanche allearsi con forze ostili, se serve a neutralizzare di volta in volta quella più pericolosa, è anche vero che va fatto al tempo giusto. “Nemico principale” e “momento favorevole” si guardano negli occhi.

https://tempofertile.blogspot.com/2020/02/dei-movimenti-di-branco-sardine.html?fbclid=IwAR2VRmoE9q8hLkAk72ZdkW0TWthtZLCJ1mjMRz7JNBlaBrPojpSD7we-YfE

VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA_ di Gianfranco Campa

 

VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA

 

(Prima Parte)

Questa è la mia collina di armageddon, da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

 

 

LA COLLINA DI ARMAGEDDON

 

Erano i primi giorni di servizio effettivo, giorni di smarrimento, annebbiamento mentale e fisico, seguiti ad un estenuante corso di addestramento durato sette mesi.  Ma non era finita! Ai sette mesi di accademia si aggiungevano i quattro mesi di addestramento sul campo. Quattro mesi di pratica, la prova del fuoco sulla strada, in auto, di pattugliamento con un altro agente seduto al fianco, specializzato nel valutare il rendimento ed il corretto adempimento al dovere. È sulla “strada” che devi dimostrare di aver appreso e di saper mettere in pratica i concetti di base propinati durante l’accademia di polizia. Un appuntamento giunto al quale di solito un buon 10-20% delle reclute fallisce l’obbiettivo e la realizzazione di una aspirazione.

Già nei mesi precedenti oltre il 30% dei commilitoni, compagni di accademia, tra di loro alcuni amici carissimi, erano stati rispediti a casa per aver fallito uno dei 187 esami previsti durante il corso. La durezza della selezione e la concreta possibilità di fallire spinge la maggior parte dei “rookies” a sviluppare una meccanismo di autodifesa. Per molti diventare un poliziotto rimarrà solo un miraggio, un sogno mai realizzato, riposto in qualche cassetto. Per questo ti guardi intorno e cerchi di trovare quella boa,  quel salvagente che ti possa aiutare a rimanere a galla, almeno fino a quando non esci dal tunnel. I meccanismi di autodifesa per superare lo stress e gli ostacoli esistono , anche se sono più che altro espedienti emotivi che ti danno una apparente sensazione di coraggio e di adeguatezza. Chi si affida alle preghiere, chi allo yoga, chi alla bevande energetiche, chi invece alla raccomandazione di qualcuno in una posizione di potere. Tutti questi accorgimenti, lo ribadisco, non assicurano il successo nell’iter di addestramento. Neanche l’ultima soluzione, il sotterfugio può garantire la sopravvivenza; in California per arrivare ad essere poliziotto la raccomandazione non serve, gli esami non si possono aggirare o addomesticare.

Il turno comincia alle 07.00 e finisce alle 19.00. Arrivo al distaccamento 30 minuti in anticipo, entro nello spogliatoio e mi guardo intorno. UOMINI/DONNE, BUSSA PRIMA DI ENTRARE, annuncia il cartello affisso sulla porta. E` il benvenuto in un distaccamento troppo piccolo per avere spogliatoi separati. Lo stress si fa sentire. Lo yoga non lo pratico, con le preghiere ho un rapporto a dir poco conflittuale e di individui che portano l’argenteria sulla divisa non ne conosco nessuno. Un certo senso di sconforto comincia ad insinuarsi nell’anima. Dov’è il galleggiante, il canapo che mi terrà a galla aiutandomi a sopravvivere nei prossimi quattro mesi?

Il distaccamento è minuscolo, in totale dieci agenti, incluso il Chief, due sergenti e sette agenti. Per curiosità do un’occhiata alla lista affissa nella bacheca, quella dei nomi che fanno servizio in questa piccola stazione. Il mio sguardo cade sulle generalità di uno dei due sergenti. Il cognome denota una chiara origine italiana. Mi rivolgo all’altro agente che si sta preparando al servizio con me; punto il dito sul cognome del Sergente “Italiano”: “George?” (non il suo vero nome) mi chiede. “Si” gli rispondo. “Lascia perdere e sempre ‘cranky’ (irritabile), non piace a nessuno;  trenta anni di servizio, potrebbe andare in pensione, ma è qui a rompere le scatole, a rendere la vita difficile a tutti…” La speranza si affloscia come un pallone bucato, lo sconforto ritorna. Appellarsi all’italianità del sergente per un trattamento meno ostico non sembra essere l’ancora che cercavo.

 

 

Caspita! Un vero ‘greaseball”, accento compreso, non uno di quei fasulli che vengono da New York pretendendo di essere Italiani per poi scoprire che sono di seconda o terza generazione” Così mi saluta George, incrociandolo nel parcheggio del distaccamento tra le  macchine di servizio. ”Si, Italiano, ma anche americano di adozione.” gli rispondo, accennando ad un saluto quasi militare. “Okay, whatever, cambia poco; un ‘greaseball’ in questo posto dimenticato da Dio, ci mancava solo quello…”  Questo è stato di fatto il primo contatto con George; un benvenuto corrispondente alle sue propensioni comunicative, prossime al nulla. Ma nonostante tutto, l’inizio di un’amicizia che a distanza di vent’anni resiste ancora al tempo e alla lontananza.

George, di nonna genovese e nonno siciliano. Di Italiano aveva ereditato solo il piacere della pasta al pesto; un piatto che sua nonna sapeva, da buona genovese, cucinare alla perfezione. George non ha mai visitato l’Italia, ne aveva il desiderio di farlo. Tutto barca, pesca e caccia. Due matrimoni falliti alle spalle, quattro figli adulti di cui tre sposati con cinque nipoti a testimoniare e rammentargli costantemente l’età che avanza. I nipoti hanno negli anni ammorbidito la durezza di un uomo che ha sempre combattuto contro tutto e tutti. Un uomo in constante stato di guerra; sul lavoro, in famiglia, con i vicini, con gli amici (quei pochi che gli sono rimasti), con i colleghi, subordinati e superiori che fossero. George è uno degli agenti, tra quelli che ho conosciuto negli anni, rimasti coinvolti in conflitti a fuoco; era appena entrato in servizio nella ormai lontana estate del 1973. Per anni George ha visto il mondo cambiare attorno a sé, ma al cambiamento ha sempre resistito, come un vecchio dinosauro che vede l’asteroide dell’estinzione avvicinarsi a grande velocità dal cielo e, ignorandolo, continua a foraggiarsi tra l’erba.

Uno di quegli asteroidi lo colpì a tre anni dal nostro primo incontro nel parcheggio della stazione di polizia. Era il Giugno 2004; le due del mattino di un sabato come tanti. E’ l’orario più probabile per pescare conducenti in preda ai fumi dell’alcool o di sostanze stupefacenti. Parcheggio la mia enorme macchina di pattuglia, una vecchia Ford Crown Victoria, appostandomi dietro un albero, nascosto all’uscita di una curva della strada principale che attraversa la giurisdizione, con il muso della macchina rivolto nella direzione della corsia della strada. Motore acceso, luci spente, rilevatore di velocità montato sul cruscotto che segnala la velocità di ogni passaggio. Molti non si accorgono nemmeno della mia presenza; altri, i più attenti, nel buio totale colgono la sagoma della mia macchina all’ultimo momento, quando ormai il radar sul cruscotto ha rivelato la loro andatura, troppo tardi per rallentare; i più premono il piede sul pedale del freno e allo stesso tempo, colti di sorpresa, fanno oscillare la macchina verso il lato opposto dove sono parcheggiato. Il traffico è ormai ridotto quasi a nulla, passa una macchina ogni 10 minuti; mentre contemplo la decisione di abbandonare la mia caccia per tornare a pattugliare, George, l’altro collega in servizio con me quella notte, mi chiama alla radio: “Campa c’è una macchina che ho visto sfrecciare mentre arrivavo da una delle traverse, dovrebbe comparire sul tuo radar da un momento all’altro; io non ho fatto in tempo a rivelare la velocità.” “10-4 (ricevuto)” rispondo. Il tempo di rimettere a posto il microfono della radio e il rilevatore di velocità sul cruscotto si illumina come un albero di natale. Segnala 83 miglia all’ora, in una zona dove il limite è di 30. Osservo i fari del veicolo che si avvicinano verso di me a grande velocità raggiungendo e passando dalla mia postazione senza neanche rallentare di un miglio. Accendo le luci della pattuglia faccio inversione e mi lancio all’inseguimento della macchina. “E passato?” mi chiede George alla radio. “Si” rispondo io, “come un razzo” aggiungo. “Non perderlo di vista questo mentecatto” mi dice. Giusto per una frazione di secondo osservo la mia velocità sul contamiglia: 90.  Ora ho la visuale sulla macchina sospetta,  la osservo sbandare due volte quasi finendo contro uno dei pali della luce posizionati al ciglio della strada. George mi raggiunge, ora siamo in due ad inseguire; sento alla radio che altre pattuglie stanno arrivando. “Campa prendo io la posizione primaria, tu prendi quella secondaria e mantieni la comunicazione con la centrale.”  Neanche il tempo di rispondere e osservo la macchina sospetta sbandare per la terza volta, l’ultima, sino a sbattere contro il palo del semaforo abbattendolo al suolo per poi terminare la sua corsa sulla panchina degli autobus in una nube di fumo.

 “Esci di lì coglione” sento gridare fra il trambusto, il fumo e le sirene. Raggiungo George che nel frattempo con le mani cerca di aprire lo sportello del guidatore; la macchina è però un groviglio di lamiere e plastica. A malapena riesce a tirare fuori il conducente attraverso quel che rimane del finestrino, prendendolo per la testa. “Sarge” (abbreviazione per Sergente) sento gridare dietro di me  “ma non vedi che ha perso conoscenza!”. La voce non la riconosco, ma appartiene a uno degli altri agenti nel frattempo arrivati sul posto. Mi rivolgo io al Sergente “probabilmente ha subito un grave trauma, meglio aspettare i paramedici, li ho già chiamati”

 

***

 

Che necessità c’era di estrarlo di forza dall’abitacolo della macchina quando era chiaro che non era cosciente?” La domanda del Chief era diretta a George. “Poteva avere un’arma nell’abitacolo e volevo prevenire che la impugnasse” risponde George. “La macchina era un’accozzaglia di lamiere e lui era chiaramente svenuto se non addirittura morto; la tua logica è antidiluviana. Se mai uscirà dal coma rischia di rimanere paralizzato per il resto della sua vita e sarà anche grazie a uno dei mie Sergenti che vuole sempre usare le mani anche quando non e`necessario.” replica il Chief. “Mica siamo manovali! ” si difende George. “Infatti non sei un metalmeccanico, ma un agente addestrato, un supervisore, un professionista” risponde il Chief.

Sarà l’ultima “avventura” di un uomo superato dalla storia. Un uomo che non aveva colto il cambio generazionale nel modo di interpretare e gestire le relazioni sociali, l’ultimo di una generazione di dinosauri che combattono contro i fantasmi di un cambio epocale che li spinge a isolarsi sempre di più e allontanarsi dalla civiltà attuale.

La vecchia guardia si ritrova oggi smarrita, disorientata da una propsettiva completamente diversa di interpretare il ruolo di pubblico ufficiale. Le reclute e gli agenti che vengono ora sfornati dai corsi di polizia sono addestrati secondo criteri completamente diversi da quelli in uso solo dieci anni fa. Ad un impegno già estremamente stressante e rischiosissimo si aggiunge ora anche un aspetto politico che costringe i poliziotti a riconsiderare ogni azione intrapresa sul campo. Il risultato è visibile nelle statistiche: l’aspettativa media di vita dei poliziotti americani è di 59 anni. Se le armi, gli incidenti stradali, i suicidi non uccidono prematuramente un poliziotto, ci pensano malattie cardiovascolari e tumori vari. Al primo di dicembre di quest’anno, il 2019, le statistiche ci dicono che i soli poliziotti uccisi durante un conflitto a fuoco sono aumentati del 20% rispetto al 2018, per un totale di 267 poliziotti. Una strage senza precedenti. Con il pensionamento dei vecchi dinosauri, definiti a volte (a ragione) dal grilletto troppo facile e con il reclutamento di una nuova leva  imbavagliata dal credo del politicamente corretto i risultati rifulgono nelle statistiche ferali.

George, tre mesi dopo il rimbrotto nell’ufficio del Chief, andrà in pensione concludendo una carriera, che dopo oltre trent’anni, era cambiata di riflesso ai mutamenti del mondo che gli girava intorno. George non era stato capace di cogliere, comprendere e gestire il suo impegno adattandosi ai cambiamenti.

 

***

 

 

La statale 85 taglia il Wyoming da nord a sud costeggiando il confine con lo stato del Nebraska e del South Dakota. Partendo da sud, cioè dal confine col Messico, la 85 termina a Fortuna, nel Nord Dakota, al confine col Canada. La zona est del Wyoming è forse la meno bella e maestosa di questo stato che incarna il concetto stesso di frontiera americana. I maestosi parchi nazionali di Yellowstone e Grand Teton si trovano dalla parte opposta, nella zona ovest vicino al confine con l’Idaho. Nonostante ciò percorrendo la 85 e attraversando il confine con il Sud Dakota si entra nel parco nazionale del Black Hills. Le bellissime colline del Black Hills sono meglio conosciute perché all’interno accolgono il Mount Rushmore e la montagna memoriale dedicata a Crazy Horse (Cavallo Pazzo).

Vivo negli Stati Uniti da oltre trent’anni, ma la magica terra del west, con i suoi panorami maestosi, epici, pieni di straordinaria bellezza naturale, non finisce mai di stregarmi. Vivo nell’Ovest, in California, perché l’est non è mai riuscito ad entusiasmarmi. Senza togliere nulla alla cosmopolita New York, alla calda Miami, alle montagne dello Shenandoah, al verde sontuoso del Vermont, preferisco l’Ovest con i suoi spettacolari parchi nazionali: Grand Canyon, Yosemite, Yellowstone, Bryce Canyon, Glacier e tanti altri. Dai picchi della Sierra Nevada, ai deserti dell’Arizona. Dalla spettacolare costa Pacifica ai laghi di Tahoe e Powell, dagli altopiani desertici del Nevada alle praterie del Dakota, dai crateri “lunari” dell’Idaho agli Archi monumentali dello Utah,  dalla Valle della Morte al parco nazionale di Zion, l’Ovest è un affresco senza uguali nel mondo. Attraversando le strade leggendarie dell’Ovest, lontano dai grandi centri abitati, in questi ampi e maestosi spazi aperti, si rivive lo spirito pionieristico di un tempo. L’ovest è stato e torna ad essere l’ultima frontiera.

 

 

Percorrendo la 85 in Wyoming, si attraversa un paesino di nome Lusk. Nel minuscolo centro del paese si trova una nota stazione di servizio, punto di ritrovo e di sosta per i motociclisti che attraversano gli Stati Uniti sugli assi East-Ovest, Nord-Sud. Una tappa storica e obbligata per gli amanti delle Harleys. In quella stazione di servizio, due anni fa, io e mia moglie, sulla via del ritorno in California, avevamo offerto la cena a un motociclista infreddolito che aveva sostato di rientro in Colorado.

Dopo aver attraversato il centro abitato, direzione nord, molte miglia più avanti si arriva a un incrocio con una strada non asfaltata, che sfocia in ambedue lati sulla 85. Svoltando si entra nella strada sterrata che mi conduce al ranch di George. Una tenuta collocata internamente, qualche miglio lontano dalla statale. Seduto su una collinetta , il ranch di George gode di una vista panoramica libera tutto intorno da ogni ostacolo. Una proprietà di diversi ettari.

Da quando tuo figlio frequenta l’università di Bismarck mi vieni a trovare tutti gli anni” mi accoglie George. “Lo sai che, anche se devo fare una piccola deviazione per arrivare qui, non mi perderei per nessuna ragione al mondo la possibilità di prendermi un caffè con te e contemplare dalla veranda di casa tua questa splendida vista’ rispondo. “Dalla California al Nord Dakota puoi prendere l’aereo e arrivare a Bismarck in poche ore invece di metterci due giorni con la macchina.”rincara la dose George. “Si lo so, l’aereo lo prendo al ritorno, se no non potrei venire a romperti le scatole; ma se vuoi me ne vado…” gli dico scherzando. “Gianfranco tu sei noioso. La birra non ti piace. Io il vino non lo bevo, mi costringi sempre a procurami una bottiglia di rosso perché la birra la detesti, che razza di Americano sei?” Mi apostrofa con fare seccato. “Parli tu che ti scoli la birra messicana…” gli replico

Il Ranch di George non è grandissimo, ma quanto basta per tenerlo occupato dalla mattina alla sera. Le donne vanno e vengono, ma è troppo scorbutico per stringere una relazione impegnativa. Vive solo, anche se tra figli, nipoti e amici c’è sempre qualcuno a visitarlo. Cinque cavalli, una quindicina di mucche, in più cani, galline, tacchini, ma soprattutto il grande orgoglio di George,  tre bisonti che scorrazzano liberi nella terra recintata di sua proprietà, rendono la visita al ranch di George uno svago e un diversivo per sfuggire alla routine quotidiana.

 

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La scorsa estate ho subito una invasione di serpenti a sonagli; uno di quei viscidi ha morso una mucca del mio bestiame. Superfluo dire che gli ho spappolato la testa con un colpo di fucile” mi racconta George mentre seduti in veranda ci beviamo una bibita. “Zitto che se ti sentono gli animalisti ti fanno causa.”  gli dico. “Mi possono baciare il culo. Mica siamo in quella fogna progressista della California. Questo è il Wyoming e questa è la mia terra. Io sono il re di questa terra. Faccio ciò che voglio.  Il governo, o qualsiasi altra organizzazione per me possono andare a puttane.” mi risponde George con tono aggressivo. Prosegue con un certa concitazione  “Da questa casa, su questa collina, riesco a vedere tutto intorno alla mia proprietà. Una posizione strategica, Se mai verranno e quando verranno avranno delle sorprese poco piacevoli.“ Poi puntando il dito verso l’orizzonte George esclama ”Questa è la mia collina di armageddon; da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

George, californiano di nascita, dopo il pensionamento, ha venduto la sua casa in San Rafael, a nord di San Francisco e si è trasferito in Wyoming. Grazie ai costi esorbitanti degli immobili in California, soprattutto nella baia di San Francisco, con i soldi della vendita della casa di proprietà dei genitori, George ha potuto trasferirsi in Wyoming comprandosi il ranch, il bestiame, la terra, tre trattori, due pickup trucks, un quad e una moto Harley. George diceva sempre che quando andava in pensione si sarebbe trasferito in Wyoming; ne era innamorato. Cosa attrae uno come George a trasferirsi nel maestoso Wyoming?

George non è l’unico poliziotto che ha lasciato la California dopo il pensionamento. L’esodo di poliziotti californiani che al termine della loro carriera si trasferiscono in altri stati è biblico, senza precedenti nella storia americana. Molti ex componenti delle forze dell’ordine scelgono l’Idaho come destinazione finale, ma anche il Wyoming, lo Utah, il Montana,  il Tennessee; il Nebraska, risultano fra i più gettonati. La maggior parte di loro preferisce vivere in campagna lontano dai maggiori centri metropolitani.

L’esodo verso questi stati non è riservato ai soli ex-componenti del mondo militare e delle forze dell’ordine: Cittadini comuni da ogni parte dell’America hanno deciso di trasferirsi negli stati “montagnosi”. Le ragioni di questo impulso migratorio sono le stesse per tanti altri che, come George, hanno abbandonato posti come la California, New York, Illinois, Pennsylvania, ma soprattutto i grandi centri metropolitani per trasferirsi nel cosiddetto redoubt states.

 

 

THE AMERICAN REDOUBT

 

 

 

Benvenuti nel redoubt americano. Che cos’è il redoubt americano? Piu semplicemente possiamo chiamarla l’ultima frontiera americana. Un pezzo di territorio che incorpora le aree geografiche del Nord Ovest-Pacifico. Include lo stato del Wyoming, del Montana, dell’Idaho e la parte orientale degli stati dell’Oregon e Washington. All’alba della nascita degli Stati Uniti, queste zone erano contese dai pionieri. La frontiera americana che si spostava verso ovest, lentamente ingoiava questi pezzi di terra, trasformandoli, malleandoli, rendendoli partecipi nella nascita della nazione a stelle e strisce. Domarli questi stati pero`non è mai stato del tutto possibile; troppo selvaggi, troppo ribelli, per conformarsi pienamente alle regole dettate della lontana Washington.  I territori del Wyoming, dello Utah, del Dakota, dell’Idaho stanno lentamente tornando ad essere terre di frontiera. L’ultima frontiera dell’impero americano, dove nelle montagne e colline del redoubt americano si terrà l’ultima battaglia fra i patrioti americani fedeli alla costituzione originaria e le forze anti-costituzionali. ”Questa è la mia collina di armageddon da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

Il concetto di redoubt ha preso forma e si è sviluppato nel 2010, in piena presidenza Obama. Gli anni dell’amministrazione Obama hanno esasperato lo scontro in atto fra il movimento patriottico americano (da non confondere con l’idea neo-conservatrice-repubblicana) e il crescente potere governativo che negli ultimi decenni ha cominciato a pervadere sempre di più l’esistenza dei cittadini americani regolamentando la vita quotidiana. In altre parti del mondo l’intervento sociale e legislativo dei governi centrali viene visto a volte come una panacea ai problemi dei cittadini stessi: scuola, sanità, trasporti e servizi sono parte essenziale del rapporto cittadino-stato. I patrioti americani invece concepiscono un mondo diverso, con un governo centrale presente ma non impositivo, minimalista non oppressivo. Incarnano lo spirito dei primi coloni inglesi fuggiti dalla madre patria e dalla oppressione della corona inglese, arrivati nel nuovo mondo alla ricerca della libertà di religione e di espressione. I patrioti americani moderni incarnano lo spirito dei patrioti del 1776. “ Voglio meno ingerenza burocratica, meno governo; lasciatemi in santa pace.Togliete le mani dalla mie tasche e fatemi avere più controllo del mio destino” (Ronald Reagan)

 

 

Ma non è solo dal governo che scappano quelli come George e tanti altri come lui.  Scappano sì dalla tassazione asfissiante degli stati e delle contee progressiste-liberali, ma anche dal cambiamento demografico che li fa sentire emarginati, ospiti in casa propria.  Scappano da questi stati che hanno cominciato, secondo loro, a violare con leggi oppressive il sacrosanto diritto di possedere le armi. Diritto incastonato nel secondo emendamento della costituzione Americana:  “«Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.»

 

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James Wesley Rawles è un autore americano che scrive romanzi sul tema della sopravvivenza; romanzi bevuti, letti e distribuiti tra i patrioti americani, incoraggiandoli a prepararsi alla prossima guerra civile e al caos che la caduta degli Stati Uniti porterà. Rawles si descrive come un costituzionalista tradizionale. Ex ufficiale dell’intelligence dell’esercito americano e` l’ispiratore, la mente, dell’esodo verso il redoubt americano. Anche Rawles, come George è californiano di nascita; di Livermore precisamente, un paese distante dal mio una decina di chilometri. Rawles cita la polarizzazione dei due maggiori partiti politici degli Stati Uniti,  la politicizzazione delle agenzie governative – individuando negli abusi di entità come l’FBI,  la CIA, la DIA e il Dipartimento degli Interni la causa di futuri conflitti. Rawles descrive la polizia, i tribunali e i mass media come complici delle agenzie statali e federali intente a violare i capisaldi presenti nella costituzione americana tesi a prevenire abusi da parte del governo e dei centri di potere della classe dirigente. Continua affermando che la tassazione è uno stratagemma socialista usato da un governo corrotto per “espropriare la produttività altrui e ridistribuire la ricchezza costruendo una base elettorale governo-dipendente e permanenteIl globalismo, il socialismo, la burocrazia sono inconciliabili con il patriottismo e la costituzione americana. I globalisti hanno come obiettivo la redistribuzione della ricchezza a livello globale e allo stesso tempo, attraverso il globalismo, i trattati internazionali ,  le grandi multinazionali e le leggi oppressive sull’ambiente, l’arricchimento personale di pochi a scapito della distruzione del concetto di nazioni e di popoli realmente liberi

 

 

Nel caos della futura caduta degli Stati Uniti, qualunque dovesse esserne il motivo, l’America Redoubt diventerebbe il nuovo baluardo, un nuovo soggetto geografico, dal quale, sulle ceneri della precedente, ricostruire il sogno di una nazione libera e costituzionalista; “Una nazione che diventi bastione di un nuovo cristianesimo tradizionale, libero da ogni legge o regola dettata da entità sovranazionali, globali, mondiali, con una presenza governativa ridotta al minimo essenziale. Una nuova nazione garante della libertà personale, con cittadini liberi di possedere le armi, di curarsi della propria terra come desidera, di vivere la propria vita sollevata da ogni giogo legislativo-burocratico. Mi piacerebbe vedere l’American Redoubt ritagliarsi l’autonomia necessaria rispetto a quelli che oggi conosciamo come gli Stati Uniti d’America. Vorrei vedere l’American Redoubt fondamentalmente come una roccaforte di valori tradizionali con il resto degli Stati Uniti affondare nell’oblio” afferma Rawles. Qui il blog di Rawles e dei patrioti dell’America Redbout:  https://survivalblog.com

Perché i patrioti americani hanno scelto questa area geografica per auto-esiliarsi? La risposta è da ricercare nella posizione “strategica” e politica di questa area geografica. Il Wyoming, Idaho, Montana, le parti orientali dell’Oregon e dello stato di Washington, sono a maggioranza di destra conservatrice. Sono geograficamente montagnosi, piene di risorse naturali. Secondo i patrioti dell’American Redbout la possibilità di acquistare proprietà con un esteso pezzo di terra, incluso di torrente, alberi e cacciagione, permette la completa indipendenza e quindi sopravvivenza in caso di collasso sociale. In più il fatto che le regioni sono montagnose permette a chi li conosce bene di usare il territorio a proprio favore in caso di conflitto armato. L’agenzia immobiliare survival realty  è specializzata nella vendita della perfetta proprietà da acquistare nell’America Rebout. https://www.survivalrealty.com/american-redoubt/

C`è un altro aspetto che spinge all’esodo dei patrioti americani verso il redoubt: Sono Stati in cui il diritto al possesso delle armi è regolato al minimo. L’Idaho, il Montana e il Wyoming sono considerati fra i primi dieci stati più permissivi nel possesso delle armi. Per esempio in Wyoming la legge permette il trasporto libero delle armi. Non è richiesto un permesso. Puoi andare dove vuoi con le tue armi, puoi anche mostrarle in pubblico. Non è richiesto nessun permesso e nessuna registrazione al momento dell’acquisto. Non ci sono limitazioni al numero delle armi che puoi acquistare. Non esiste nessuna legge che regola le dimensioni dei caricatori. In contrasto la California non permette l’uso di caricatori con più di 10 proiettili. Lo stato della California richiede un permesso per trasportare l’arma. Per acquistarla devi sottoporti ad un controllo per eventuali precedenti penali e problemi psichiatrici. Le armi acquistate devono essere tutte registrate. Qui in dettaglio le leggi che regolano il possesso di armi stato per stato:https://www.gunstocarry.com/gun-laws-state/#wy2

Ma chi sono e quanti sono esattamente i patrioti del redoubt? Un’inchiesta condotta dalla rivista The Economist in un articolo dell’agosto 2016 sul movimento american rebout intitolato “L’ultima Grande Frontiera”,  stimava che “migliaia di famiglie” si sono trasferite nella Redoubt  affermando che il  movimento “sta lentamente guadagnando terreno”  Quantificare l’esatto numero è impossibile perché la stragrande maggioranza delle persone che si trasferiscono sono per natura molto circospetti. Sono distaccati dal mondo mediatico-sociale. Molti di loro non hanno accesso a internet , televisione e telefono, strumenti che considerano di spionaggio e controllo. La forma di  comunicazione preferita è una battuta di caccia in cui ritrovarsi e coordinare varie idee, tra una birra, un barbeque e una sventagliata di caricatore. Wilderness living – The last big frontier | United States

La maggior parte sono cittadini che non si rispecchiano più in una nazione che sta cambiando, fedeli ancora ad una idea di America che va lentamente dissolvendosi. Sono di tutte le razze, non solo bianchi. Il rappresentante dei patrioti americani che si appresta a correre per la sedia del terzo distretto senatoriale dello stato dell’Idaho si chiama Alexander Barron, un afro-americano: https://alexanderbarron.com

I patrioti americani vengono definiti da molti, come rappresentanti di estrema destra. In realtà i patrioti americani  rifiutano il concetto di nazismo, fascismo e comunismo. Odiano entità come gli antifa e i naziskins. Sono ideologie che non collimano con la loro idea di libertà poiché vengono visti come strumenti di ideologie oppressive dei popoli, veicoli di governi autoritari; l’antitesi del credo patriottico americano che nel governo vede uno strumento di oppressione.

 

 

 

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Sposta una di quelle sagome più a destra, non vedi che che sono troppo vicine?” grido a George mentre osservando dalla distanza lo vedo posizionare i bersagli per il tiro. Non lo sento rispondere, ma anche se mi volta le spalle, realizzo mentalmente  la serie di di parolacce che probabilmente sta sussurrandomi contro. “A proposito non vedo l’AR-15- l’hai preso dal bunker?”  chiedo a George guardando di fronte a me la serie di armi appoggiate sul largo tavolo. “Bro, go fuck yourself!” esplode finalmente George, dopo il record di cinque minuti di silenzio durante I quali ha evitato di reagire alla mia prima provocazione. Ma ora la misura è colma “quando smetti di fare la parte della fighetta me lo dici. Hai riempito i caricatori?” mi chiede George. “Certo che li ho riempiti, mentre tu giocavi a bambole con le sagome. Il Remington, l’M60 e il Mossberg sono pronti , ma non vedo gli AR-15. Pensavo li avessi presi.gli rispondo.”Devo averli lasciati a casa” esclama George. “Potevi anche ricordami di portarli” mi dice con tono accusatorio. “Io sono incaricato di trasportare le cassette delle pallottole, le protezioni agli occhi e alle orecchie, tu le armi; se sei entrato in fase senile me lo dici prima, così penso a prendere e trasportare tutto io…” ribatto. “Whatever man! Let’s get it started” risponde con voce alterata.

Con l’arrivo di due amici di George, il suo poligono personale, situato all’interno della sua proprietà, si illumina come un campo di battaglia con i traccianti di fuoco che eruttano dalle canne delle nostre armi. Alla fine, circa 50 sagome e oltre mille cartucce vuote ricoprono il terreno sotto i nostri piedi. Mentre con aria soddisfatta ci stringiamo la mano complimentadoci a vicenda, mi vengono in mente le parole di George “Questa è la mia collina di armageddon, da qui combatterò la mia ultima battaglia, il mio ultimo atto

 

 

 

VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA

 

(Seconda Parte)

 

CRONACHE DALL’ ULTIMA FRONTIERA

 

 

Siamo una potenza costituzionale non una potenza imperiale

 

Papà dove sei?” mi chiede mio figlio al telefono. “Ho appena lasciato il Ranch di George, sono sulla strada, il navigatore mi dice che dovrei arrivare a Bismarck intorno alla mezzanotte.” rispondo. “Mezzanotte!!!? Scusa, ma non sei nel mezzo del Wyoming?” mi chiede sorpreso mio figlio. “Si, avrei dovuto metterci circa 7 ore, ma voglio fare una piccola deviazione, arriverò a Bismarck tardi, vado direttamente in albergo, ti chiamo domani mattina così passo dall’Università e ti vengo a prendere.“ la mia risposta lascia mio figlio ancora più perplesso, ma alla perplessità manca la curiosità indagatrice di approfondire le ragioni del mio fuori programma: Chi? Che cosa? Quando? Dove? Perché?

Mentre percorro la 85, direzione nord, la mia attenzione tutta rivolta alla strada è temporaneamente distratta da tre cartelli, di una discreta grandezza, posizionati al ciglio della strada. Ad occhio e croce, ognuno di questi tabelloni, stile pubblicitario, sarà approssimativamente di 2 metri di altezza per 6 metri di lunghezza.  Apparentemente non c’è niente di anormale nel vedere tabelloni pubblicitari affissi ai margini delle strade cittadine e delle interstatali americane; in questo caso però qualcosa di insolito attira la mia attenzione. Da lontano osservo, sul primo dei cartelloni che incrocio, la sagoma di un fucile da caccia: “Benvenuti in Wyoming; Terra del Secondo Emendamento”. Rallento per leggere meglio le incisioni sugli altri due cartelloni; vorrei scattare una foto fermandomi sul ciglio della strada, ma non ho voglia di farmi passare dal Tir che ho appena superato un paio di chilometri prima. Così continuo la mia corsa, giusto rallentando quanto basta per leggere i messaggi scritti sugli altri due cartelloni. Ad un centinaio di metri dal primo tabellone, il secondo annuncia:  “Gli Schiavi erano Disarmati!“; ancora altri cento metri, il terzo e ultimo cartello annuncia “Le Armi hanno solo due nemici: La ruggine e i Politici!” Solo ora mi accorgo che pur essendo vicini al ciglio della strada i tre cartelloni sono piazzati all’interno della staccionata collocata ai bordi della strada; presumo che siano stati piazzati lì da privati, dal proprietario della terra stessa o da qualcun altro con il dovuto permesso. Hanno utilizzato quindi la proprietà che costeggia la strada per mandare un messaggio a chi si trova, come me, ad attraversare lo spazio sconfinato del Wyoming.

Un po di  miglia più avanti, mentre mi appresto ad superare il confine con il Sud Dakota, mi ritrovo di fronte un Pick Truck, Ford 350, Nero. Il paraurti posteriore è ricoperto di adesivi; riesco a leggerne un paio, prima di sorpassare il veicolo: “Laureato All’università di Smith and Wesson – LGBT: I Support; Liberty, Guns, Beer, Trump.” Trattengo a stento una risata, mentre un cartello mi annuncia l’entrata in Sud Dakota.

 

 

I messaggi pro-armi mi fanno riflettere sulla natura stessa, l’essenza, l’anima, che questa nazione incarna: Gli Stati Uniti non sono una entità creata da burocrati seduti a tavolino, in giacca e cravatta, a colpi di trattati internazionali, come è stata, per esempio, l’Unione Europea; al contrario una nazione nel cui DNA è inciso a caratteri cubitali l’uso delle armi. Una nazione forgiata nel sangue; con l’annientamento di un popolo indigeno (Indiani), una guerra di Indipendenza, passando attraverso le guerre Indiane, la guerra del 1812 con la Gran Bretagna e quella del 1846 con il Messico, per finire con una guerra civile che ha causato più morti fra gli Americani che in quelle della prima, seconda guerra Mondiale, della guerra di Corea e del Vietnam messe tutte insieme. L’America! Un paese cresciuto sul movimento dei coloni e dei pionieri che con le famiglie, tra mille pericoli e peripezie, si lanciavano alla conquista dell’ignoto. Per molti l’unica speranza di sopravvivenza era un fucile, una pistola con i quali proteggersi durante il loro cammino.

I dati sul possesso delle armi rendono chiaro l’enorme significato culturale e simbolico che esse rappresentano per i patrioti americani e i cittadini statunitensi in genere. Piaccia o no  il possesso delle armi è apprezzato, venerato negli Stati Uniti più che in qualsiasi altro paese del mondo. Le armi come simbolo della libertà e della cultura americana. I numeri parlano sa soli. Due sono i dati da considerare. Primo, il dato ufficiale sul numero delle armi in posseso dei cittadini americani quantificato tramite la loro immatricolazione delle armi; secondo, il numero totale stimato delle armi, comprese quelle non registrate in possesso degli americani. Uno studio del Graduate Institute of International and Development Studies di Ginevra sostiene che sono più di 393 milioni le armi di proprietà in possesso dei cittadini negli Stati Uniti. Il rapporto, che si basa su dati ufficiali  di oltre 230 paesi, rileva che il possesso globale delle armi è fortemente concentrato negli Stati Uniti. Nel 2017, ad esempio, gli americani costituivano il 4 percento della popolazione mondiale, ma possedevano circa il 46 percento dell’intero patrimonio mondiale stimato in 857 milioni armi da fuoco in mano a civili. Con una stima di 120,5 armi per ogni 100 residenti, il tasso di possesso pro-capite di armi, negli Stati Uniti è il doppio di quello di qualsiasi altra nazione. Lo stato con il numero pro-capite più alto di immatricolazione è il Wyoming.

https://en.wikipedia.org/wiki/Gun_ownership

Saluto il Wyoming e di conseguenza il Redoubt. Lontano dai maggiori centri abitati l’America Redoubt è un manifesto vivente al diritto di possesso delle armi. Si respira, si coglie, si osserva la voglia di libertà, incastonata negli spazi maestosi di questa America dell’ultima frontiera.

 

 

***

 

Anche il Dakota, sia il Nord che il Sud, sono Stati che potrebbero tranquillamente identificarsi e far parte dell’America Redoubt. La mentalità, lo spirito che li avvolge e lo stesso di quello del Wyoming, del Montana e Idaho, ma per i patrioti del Redoubt i territori del Dakota pongono, tatticamente parlando, un problema non indifferente: le enormi praterie, che il larga parte dominano un territorio povero di grandi catene montuose e di fitte foreste, sono del tutto inadatti alla guerriglia armata. Non danno sufficiente protezione da artiglieria pesante, carri armati e larghi gruppi di combattenti. In contrasto foreste, montagne e la conoscenza intima di esse offrono agli altri stati un vantaggio indubbio, soprattutto in presenza di un nemico più numeroso e meglio armato.

Ormai con la macchina ho raggiunto e sto attraversando le Montagne delle Colline Nere (Black Hills). Questa area geografica del Sud Dakota è una delle più storiche e significative degli Stati Uniti, per varie e importanti ragioni. E qui che Mount Rushmore è collocato. Qui c’e anche la montagna dedicata a Crazy Horse (Cavallo Pazzo) ed è sempre qui, fra i picchi e le foreste delle Colline Nere, che aleggiano i fantasmi storici di un passato mai dimenticato e ancora controverso. Le colline nere sono considerate montagne sacre per gli indiani della tribù Lakota. I Black Hills (Paha Shapa) rappresentano la storia e la tradizione dei popoli nativi di questa area geografica. Nel 1776 gli indiani Lakota-Sioux conquistarono a spese della tribù dei Cheyenne questo territorio. Il 1776  è un anno significativo; fu anche l’anno della Dichiarazione di Indipendenza che di fatto segnava la nascita degli Stati Uniti D’America. La stessa data, due aree geografiche lontane, due entità politiche separate, diverse e aliene fra di esse, che però, per l’ineluttabilità del destino, si incroceranno e si scontreranno nel futuro.

Attraversando le Colline Nere arrivo a un paesino che si chiama Custer.  L’ultima volta che ci ero passato, motivato dal consiglio di un’amico, mi sono fermato in un ristorante per assaggiare “Il miglior Barbecue D’America.” Dakota BBQ è un posto piccolo, niente di sofisticato, ma leggendario fra i buongustai, gli amanti della carne al barbecue. Purtroppo questa volta però dovrò rinunciare al miglior barbecue del mondo; il tempo a disposizione è poco e la strada che mi attende lunga. Do un’occhiata all’orologio; segna le 11:30, la mia corsa continua…

Il paesino di Custer evoca un pezzo di storia importante per gli Stati Uniti. Il paese prende il nome dal famoso ufficiale militare, George Armstrong Custer, comandante del Settimo Cavalleria. Settant’anni dopo l’epico viaggio di Lewis e Clark, che risalendo il fiume Mississippi, attraversarono il Continental Divide, diventando i primi americani ad entrare nei territori dell’Ovest, nel 1874, una spedizione militare comandata dal Tenente Colonnello Custer, partendo dal Forte Abraham Lincoln, sulla riva occidentale del fiume Missouri, in quello che oggi viene chiamata la capitale del Nord Dakota, Bismarck, si avventurò alla scoperta delle Colline Nere. Ufficialmente il governo degli Stati Uniti aveva incaricato Custer di intraprendere la spedizione con l’obiettivo di trovare un luogo adatto per insediare un nuovo forte militare. Ma Custer aveva anche l’obiettivo di accertare se le voci di una possibile presenza di vene d’oro nelle Colline Nere era veritiera. Così, partendo il 2 luglio 1874, l’eroe della guerra civile, George Custer, guidò il Settimo Cavalleria e un gruppo di spedizione di oltre mille uomini alla scoperta delle Colline Nere. Custer era convinto che le Colline Nere sarebbero state fonti di una vasta riserva aurea utile alla prosperità  della nuova nascente nazione degli Stati Uniti D’America.

L’interesse degli americani per le Black Hills e la spedizione di Custer, procedeva in violazione del trattato firmato a Fort Laramie, nel 1868, che garantiva ai Sioux “uso e occupazione assoluta e indisturbata” dell’intera area delle Colline Nere. La spedizione nelle Black Hills gettò le basi per la conseguente “invasione” dei pionieri, dei coloni alla ricerca dell’oro; fu uno dei fattori scatenanti l’ultima guerra indiana, la guerra delle grandi praterie fra i Sioux e gli Americani.  L’ultimo capitolo di un conflitto che spense la luce della libertà delle popolazioni native d’America. Ironia della sorte; è la stessa luce che va lentamente estinguendosi anche sui patrioti americani in questo ventunesimo secolo, patrioti travolti dal cambio epocale demografico e generazionale.

Durante la spedizione di Custer, fu eretto l’accampamento principale del settimo cavalleria nello stesso luogo dove oggi sorge il paese. E sempre nello stesso luogo, tramite una foto storica, Custer veniva immortalato, dopo una battuta di caccia con la sua preda, un orso grizzly.

 

http://www.bigskywords.com/montana-blog/the-black-hills-expedition-of-1874

 

Oggi, la popolazione delle Black Hills è composta principalmente dagli abitanti delle riserve indiane e da quelli della base aerea militare di Ellsworth; in più tanti turisti che, soprattutto d’estate, vengono a visitare questi luoghi leggendari. L’economia delle Black Hills è così passata dallo sfruttamento delle risorse naturali (miniere e legname) all’industria del turismo e dell’ospitalità.

Di solito passato Custer e la città di Rapid City, per raggiungere Bismarck, dovrei dirigermi verso nord attraversando le vasti praterie del Dakota. La strada mi porta a percorrere le riserve indiane delle tribù dei Cheyenne e di Standing Rock. Questa ultima tribù, due anni fa, salì alla ribalta delle cronache mondiali, quando i nativi, sostenuti da migliaia di attivisti ambientali, organizzarono una protesta, in larga scala, contro il gasdotto Dakota Access Pipeline (DAPL). Per i nativi di Standing Rock, i lavori del gasdotto violavano il territorio sovrano e sacro della riserva indiana. Il DAPL, anche conosciuto come Bakken, è un oleodotto sotterraneo lungo 1.172 miglia (1.886 km). Inizia nei giacimenti petroliferi di Scisto della formazione Bakken, nel Nord Dakota, e continua attraverso il Dakota del Sud, lo Iowa, fino al terminale petrolifero a Patoka, nell’Illinois. Insieme al gasdotto di trasferimento di petrolio greggio da Patoka a Nederland, in Texas, forma il sistema Bakken. La Costruzione del DAPL , un progetto da 3,78 miliardi di dollari, iniziò nel giugno 2016. Nonostante la massiccia protesta, che bloccò temporaneamente la costruzione del gasdotto, DAPL fu completato nell’aprile 2017, diventando operativo nel Giugno 2017.

Questa volta però mi dirigo verso est, invece che a nord; una deviazione dal mio tragitto originale con un chiaro obbietivo. Mentre la macchina continua la sua corsa, lo scenario cambia dalle montagne delle Colline Nere, alle pianure e dolci colline delle praterie del Dakota. Mi fermo ad una piccola stazione di servizio nel mezzo del niente; il nucleo urbano è composto, letteralmente parlando, da quattro, cinque case: Hayes, popolazione 77 abitanti recita il cartello al suo ingresso. Devo riempire il serbatoio e rifocillarmi un momento. Entro nella stanzetta del minimarket, anche se descriverlo così sembra eccessivo. Il commesso dietro il banco mi saluta: “Come stai? Tutto a posto?” “Si grazie” rispondo. Il commesso è probabilmente anche il proprietario della “stazione”. Un uomo sulla trentina, cappello, camicia, jeans, stivali e cinturone da cowboy.  Mi ricorda una giovane versione dello Sceriffo più duro e controverso D’America: il Capitano Clay Higgins il quale dopo la pensione fu eletto al Congresso Americano come rappresentante Repubblicano della Louisiana.

 

 

 

Solo ora mi accorgo che al lato del cinturone, il cowboy ha una fondina con dentro la pistola. Incuriosito gli domando: “Ci sono rischi di rapine in questo posto isolato?” No, perché?” Mi risponde. “ Niente, solo curiosità”. Sotto la giacca, la mia Sig 357, fedele compagna, che porto con me ogni volta che viaggio, grida vendetta. In California sarebbe culturalmente inaccettabile mostrare un arma in pubblico. Col gomito accarezzo il lato della giacca, avvertendo il rigonfiamento della mia pistola. Questo mi porta conforto e mi fa sentire meno solo nelle sconfinate pianure del Dakota. Mentre attendo che la cassa elabori i dati della mia carta di credito, noto un cartello affisso al muro, dietro il bancone, incuriosito leggo : “Troppo sangue versato. Siamo una potenza costituzionale non una potenza imperiale!” Deduco che il sangue versato sia riferito alle guerre combattute dall’America in questi ultimi vent’anni. Mi piacerebbe porre una domanda al Cowboy commesso, ma il tempo stringe e la tabella di marcia mi impone di proseguire il mio viaggio.

Da dove vieni?” Mi chiede il cowboy mentre, dopo aver firmato la ricevuta, raccolgo dal banco,  la bottiglia d’acqua e le noccioline acquistate. “Dalla California” gli rispondo. Lui mi guarda dritto negli occhi senza accennare ad un minimo di inflessione emotiva. “Ti sei perso nelle praterie?” Mi chiede. “No, Sono sulla strada per Bismarck vado a trovare mio figlio all’Università”.

Esco dalla stazione di servizio, improvvisamente un vento gelido mi avvolge.  L’assenza di rilievi montagnosi significativi e la latitudine, lasciano esposte le praterie del Nord e Sud Dakota ai venti polari provenienti dal Canada. Siamo agli inizi di Ottobre e mentre in California imperversa l’estate indiana, con temperature ben oltre i 30 gradi, in Dakota l’inverno è ormai arrivato.

 

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L’OMBELICO DEL MONDO

 

Qual è il dovere più sacro e la più grande fonte di sicurezza per la Repubblica? Un inviolabile rispetto della Costituzione e delle leggi” 

 

 

Ciao Gianfranco, piacere di conoscerti” mi porge il benvenuto Vince. Il primo scambio è cordialmente positivo. Si avverte la sensazione di mutuo e reciproco rispetto. “Vince, il piacere è tutto mio.” rispondo.

 

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Vai a trovare Vince” mi aveva suggerito George prima di lasciare il suo ranch in Wyoming. Una veloce telefonata fatta da George, per confermare se Vince fosse disponibile, mi aveva convinto ad effettuare una piccola deviazione sulla strada verso Bismarck per conoscere uno degli amici più cari di George.

L’amicizia tra Vince e George è di vecchia data. George era un giovane poliziotto appena arruolato nelle forze dell’ordine, Vince invece era un professore di storia in una delle più prestigiose e conosciute università della California. Secondo la versione dei fatti, che diverge leggermente a secondo di chi la racconta, Vince era in macchina mentre andava al lavoro e George era di pattuglia. George fermò Vince per notificargli una multa per eccesso di velocità. “Non l’ho multato, gli diedi semplicemente un avvertimento” sostiene George. “Mi multò per eccesso di velocità, andavo solo 15 miglia oltre la soglia del limite” sostiene tuttora Vince. Comunque sia quell’incontro fu l’inizio di un’amicizia che dura ormai da oltre 40 anni.

Vince, durante la sua lunga carriera, ha insegnato storia a migliaia di studenti, ma proprio come George, un giorno Vince si ritrovò sopraffatto dal futuro e relegato in un passato che non esisteva più. La sua colpa? Aver scritto una recensione accademica sulla “pericolosa” erosione dei valori della costituzione americana.  Vince denunciava il numero sempre più alto di istituzioni e cittadini americani che non sapevano piu interpretare l’essenza della costituzione, ignorando completamente il suo significato e i rispettivi contenuti. Vince attribuiva la decadenza dei valori costituzionali, tanto cari ai padri fondatori e ai patrioti americani, a vari motivi. Principalmente tre. Primo, la sempre più crescente macchina amministrativa, burocratica che snatura il concetto costituzionale di  “limited government.” Secondo, la crescente mancanza di insegnamento didattico storico sull’importanza dei valori costituzionali. Terzo, la connessione tra l’immigrazione moderna e l’erosione del rispetto, la conoscenza, l’intendimento dei concetti cardini della costituzione, in particolare quelli ribaditi nel secondo emendamento. Questo ultimo punto creò una levata di scudi da parte di varie entità accademiche e mediatiche che si precipitarono a definire lo scritto di Vince razzista. Vince aveva più volte cercato di chiarire la sua posizione: “La mia affermazione era neutrale, non era un giudizio pro o contro l’immigrazione, ma piuttosto una semplice constatazione dei fatti”. Vince sosteneva che la massiccia immigrazione moderna, proveniente principalmente dai paesi latini e asiatici è intrinsecamente diversa da quella del passato “L’immigrato in quanto tale, indipendentemente da dove proviene è sempre degno dei diritti e delle opportunità che gli Stati Uniti offrono

Secondo Vince, il logorio del rispetto nei riguardi del secondo emendamento in Stati dell’unione come la California e New York è dovuto anche al fatto che i nuovi immigrati sono estranei ai valori legati al concetto di possesso delle armi. La maggior parte arriva da paesi avversi alla cultura delle armi. “Non è una filosofia giusta o sbagliata, ma semplicemente la constatazione che nella stragrande maggioranza dei casi, i nuovi immigrati che arrivano negli Stati Uniti sono estranei al diritto del possesso alle armi, provengono da culture in cui l’equivalente del nostro secondo emendamento non esiste. Non comprendono né la necessità, né la ragione di possedere le armi.

La parte meno compresa del secondo emendamento è il significato, lo spirito, al di là del possesso fisico delle armi, che il secondo emendamento rappresenta: “Il secondo emendamento garantisce di fatto l’opzione del cittadino alla ribellione, alla rivoluzione. ll secondo emendamento, non è stato scolpito dai Padri Fondatori nel testo della costituzione per garantire il diritto del cittadino di andare a sparare al poligono, di andare a caccia, oppure di proteggersi dai criminali; queste sono le conseguenze naturali delle quali il cittadino beneficia.  La vera ragione dell’esistenza del secondo emendamento è quello di garantire un baluardo, un dissuasore contro la nascita di un governo, di un’entità sovrana ostile alla costituzione stessa. I Padri Fondatori si sono preoccupati di codificare i diritti alle armi nella costituzione con una sola ragione in mente: offrire al cittadino gli strumenti necessari per opporsi, se desidera, ad una dittatura tirannica.”  Sostiene Vince. Ad avallare questo concetto essenziale, primario, nella costruzione della costituzione americana, si può portare come esempio la collocazione stessa del secondo emendamento, nella stesura del dettato. Il primo emendamento afferma il diritto alla parola e alla libertà di espressione “Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscono la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o di stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti.” Il secondo emendamento afferma il diritto al possesso delle armi. In altre parole; se il diritto al primo emendamento venisse meno, il secondo diventa garante e baluardo del rispetto del primo emendamento. Il due emendamenti sono interconnessi; il lento, inesorabile sgretolamento di questi due emendamenti porterà alla fine della repubblica a stelle e strisce; il tempo segna l’ora tarda della Repubblica Americana; l’ora della rivoluzione e della ricostruzione di una nuova entità. Una realtà fondamentalmente diversa da quella attuale. Il destino della Repubblica è ormai incanalato su binari che non si possono deviare…Mi vengono in mente le parole di alcuni dei Padri Fondatori, su tutti Alexander Hamilton, Samuel Adams e George Washington: Qual è il dovere più sacro e la più grande fonte di sicurezza per la Repubblica? Un inviolabile rispetto della Costituzione.” “Se mai dovesse venire il momento, quando uomini vanitosi e ambiziosi avranno i posti più alti nel governo, il nostro Paese avrà bisogno dei suoi patrioti per impedirne la sua rovina.“Il governo non è intelletto, non è eloquenza, è solo forza. Come il fuoco, è un servo pericoloso e un temibile padrone.

 

 

Due giorni dopo la pubblicazione dello scritto, Vince fu chiamato a rapporto dal rettore dell’università per chiedere chiarimenti su alcuni dei concetti più” controversi” espressi nel suo saggio. Poiché era professore di ruolo, al rettore dell’Università mancavano  le basi per poter licenziare Vince. “Probabilmente neanche il rettore credeva che il mio ‘peccato’ fosse degno di questa sollevazione di scudi. Ma anche lui dovette cedere  all’impeto critico al quale fu soggetto il mio scritto.

Come conseguenza del suo saggio Vince fu oggetto di minacce alla sua incolumità. Lettere minatorie arrivavano a decine ogni giorno, sia nel suo casellario postale all’Università, sia a casa. Una scritta sul muro dell’Università lo accusava di essere razzista e la macchina gli fu rigata più volte nel parcheggio dell’università stessa. Tutto ciò convinse Vince, dopo tanti decenni di insegnamento, ad appendere i libri al muro e andare in pensione; era il 22 Aprile 1998.

 

***

 

Seduti nel salone di Vince ci gustiamo il tè che sua moglie ha preparato. Il salone è di fatto una libreria privata; i muri sono ricoperti da scaffali pieni di testi. “Quanti sono?” Chiedo a Vince guardando gli scaffali. “Fino a qualche anno fa avevo una collezione di 1322 libri, oggi me ne sono rimasti 543

Vince ha raggiunto e superato la ottantina d’anni anche se ne dimostra non più di 70. ”Sembra più vecchio George, nonostante abbia una decina di anni in meno”,  rivolgo un complimento a Vince ridendo. “George ha vissuto una vita sempre sul filo del rasoio; sparatorie, inseguimenti, botte, arresti, insulti, umiliazioni, divorzi, fallimenti; ha combattuto contro tutto e tutti a volte anche con chi gli era amico. Andare in pensione e lasciare la California per il Wyoming, circondandosi di terra, aria, animali e libertà gli ha sicuramente prolungato la vita” Risponde Vince.

Perché il Sud Dakota?” domando schiettamente a Vince. “Mia moglie è originaria di Sioux Falls, ci incontrammo all’università di Berkeley dove si era trasferita a studiare e da allora non ci siamo più lasciati. Quando andai in pensione si presentò l’opportunità di comprare un appezzamento di terra e una casa qui a Highmore, dove il fratello buonanima, di mia moglie viveva.”   Risponde Vince. Tra la terra del cognato e quella di sua proprieta, intorno ai 110 acri (oltre 44 ettari)  negli ultimi vent’anni, Vince ha coltivato e prodotto tonnellate di Mais e Soia. Vince ora è in pensione per la seconda volta, la terra è stata data in gerenza ad una compagnia che produce il mais, “la stessa a cui vendevo il mais” precisa Vince. Gli Stati Uniti sono il primo produttore al mondo di mais, il Sud Dakota il sesto stato dell’unione per la produzione di mais.

Highmore, il centro abitato dove vive Vince, si fa fatica a chiamarlo paese. Highmore è la “capitale” della Contea di Hyde. Gli elettori della Contea di Hyde hanno votato repubblicano sin dalla creazione dello stato del South Dakota. In sole due elezioni hanno votato democratico: quelle di Franklin D. Roosevelt nel 1932 e Lyndon B. Johnson nel 1964.

Il censimento ufficiale dice che a Highmore vivono 795 persone. In totale nella contea vivono 1280 persone. L’estensione della contea di Hyde è di 2240 chilometri quadrati. Per fare un paragone è più o meno della stessa estensione della provincia di Latina. Hyde sta lentamente scomparendo; nel 1930 la popolazione era di 3690 abitanti. Da allora, anno dopo anno, la contea ha visto calare demograficamente la popolazione. Rispecchia una tendenza ormai consolidata nel paese. Le contee a maggioranza di cittadini bianchi vanno lentamente scomparendo se non sono rimpiazzate da immigrati provenienti da altri Stati dell’Unione o da altri paesi del mondo. Generalmente parlando, la popolazione degli Stati Uniti è sempre in crescita, ma in posti dove l’immigrazione non arriva, il basso tasso di natalità è una condanna certa per il futuro. “D’altronde” dice Vince ”se non sei dedito alla coltivazione e/o all’allevamento, per i giovani qui non c’è niente…

Nonostante tutto, Highmore è salito alla ribalta nazionale nel giugno del 2019, quattro mesi prima della mia visita a Vince. Infatti uno dei motivi di questa mia deviazione non era solo il desiderio di conoscere Vince, ascoltando in prima persona la sua personale storia di fuga verso l’ultima frontiera, ma anche la curiosità di visitare un piccolo centro abitato della praterie del Dakota, diventato, tutto di un colpo famoso e proiettato sulla ribalta della politica nazionale. Highmore, questa comunità minuscola, per qualche ora, si è ritrovata al centro dell’aspro scontro politico-sociale in atto di questi tempi di tardo impero americano. In un istante Highmore si è scoperta al centro del mondo: “Preferire chiamarlo l’ombelico del mondo, definirlo centro è esagerato; alla fine siamo solo un buco nel mezzo della prateria. Passata la sbornia mediatica, siamo tornati ad essere un buco…grazie a Dio…” specifica Vince.

 

https://www.ksfy.com/content/news/Parade-float-causes-controversy-511659961.html

Ogni Giugno, in questa centro abitato, si tiene la celebrazione annuale della giornata dei Coloni di Highmore. Un evento celebrativo per radunare tutti insieme i cittadini della contea e dare la possibilità anche agli espatriati da questa contea, che vivono in altri stati, di rientrare e celebrare la cultura e lo spirito delle praterie. Il Giugno passato però è stato particolare; era la celebrazione del cinquantesimo anniversario della giornata dei coloni. A renderla più vivace e “controversa” ci ha pensato un cittadino di Highmore; Jeff Damer. In uno dei carri della parata celebrativa ha pensato bene di mettere una gabbia con dentro due persone con le maschere rispettivamente di Hillary Clinton e Barack Obama. Al di fuori della gabbia un’altra persona con la maschera di Donald Trump a simboleggiare l’arresto e l’imprigionamento di Obama e Clinton per mano dello “Sceriffo” Trump. Inutile dire che in questi tempi di estrema sensibilità sociale e politica, il simbolismo del carro ha toccato un nervo delicato in questa America che naviga sull’orlo di una guerra civile.

I grandi network come la CNN e il mondo dei social media si sono improvvisamente accorti dell’esistenza di questo “ombelico del mondo” riversandosi nelle praterie del Dakota per comprendere meglio “l’odio” che spinge questi “trogloditi” a fomentare il loro razzismo, misoginismo e anticonformismo…

Ci conosciamo tutti qui, incluso Jeff, un bravo ragazzo, che non si aspettava di certo una reazione del genere..Nessuno mai si era preoccupato di sapere cosa succedesse in questa terra di frontiera…” esclama Vince. “Per qualche giorno mi sembrava di essere tornato in California, con l’ossessione del politicamente corretto che mi ha tormentato negli ultimi anni della mia carriera…Ho avuto flashbacks che mi hanno impedito di dormire per un paio di notti quasi fossi afflitto da disturbo da stress post-traumatico” dice Vince con tono mesto. “Grazie a Dio così come erano improvvisamente apparse le orde urbane-radical chic, così si sono dileguate, un paio di giorni dopo. Qui vive tutta brava gente e desidera solo essere lasciata in pace. Molti nella comunità, dopo la parata, da Jeff al Sindaco del paese, hanno subito minacce di morte. La maggior parte di queste minacce arrivavano da soggetti che vivono in altri stati, come la California.” continua Vince. Quello che questa gente non riesce a comprendere è il significato stesso del primo emendamento: Libertà di espressione e di parola vuol dire letteralmente quello. I Padri Fondatori non hanno lasciato dubbi. Qualsiasi opinione, per quanto odiosa possa essere, e` protetta dalla Costituzione. Fra l’altro ciò che è detestabile per me potrebbe essere apprezzato da qualcun altro. Il vero lascito al rispetto della libertà di parola non è quando scambiamo opinioni ed esprimiamo concetti con coloro con i quali ci troviamo d’accordo, ma quando ci confrontiamo con chi detestiamo  per le idee che esprimono. Non dobbiamo condividerle ne ascoltarle quelle idee, ma dobbiamo rispettare la libertà di chiunque di esprimerle” dice Vince. “Quello che è successo lo scorso Giugno ha convinto molti di Highmore che anche nelle nostre praterie la libertà concessa dalla Costituzione è ora minacciata da forze sovversive che fino a qualche anno fa erano relegate alle zone metropolitane e universitarie, soprattutto in stati come la California e New York. Qui  la gente ha perso un certo senso di innocenza e si ritrova ora a meditare sul proprio futuro. Molti sono venuti in pellegrinaggio a casa mia per chiedere consiglio e ascoltare la mia esperienza. Ho ricordato a loro che quello a cui hanno assistito, sperimentato, io e mia moglie lo avevamo già vissuto vent’anni fa. Prima di questa storia che ha travolto e stordito il nostro paesino, guardavo alle milizie civili armate del Montana o del Wyoming con un certo disinteresse; le ritenevo francamente troppo radicali e fanatiche. Ora purtroppo in Highmore si sente più di qualcuno che vorrebbe creare anche qui un reggimento miliziano. Ci sentiamo con le spalle al muro. Non vivrò abbastanza a lungo da assistere alla sfracello di questo paese e di questo ne sono riconoscente a Dio. Ma fra 20-30 anni tutto sarà diverso. La nostra cara amata nazione non esisterà più e se continuerà sarà in una forma completamenta diversa da quella attuale.” la voce di Vince è tremolante, quasi sull‘orlo del pianto.

Ti vuoi fermare per cena?” mi chiede Vince. “Ti ringrazio, apprezzo l’invito, ma devo declinare; sono già le sette di sera e devo ancora arrivare a Bismarck.” gli replico. “Ti posso donare un libro per farti compagnia?” mi chiede Vince. “Sei molto gentile Vince ma io non leggo quasi più i libri cartacei; preferisco gli audio ebook sul kindle, cosi anche quando sono in macchina posso ascoltare la narrazione, ma sono interessato a conoscere la tua raccomandazione su qualcosa da leggere” dichiaro con curiosità. “Washington’s Crossing di David Hackett Fischer” Risponde Vince

 

***

 

 

Sei mesi dopo la Dichiarazione di Indipendenza, il sogno della rivoluzione americana stava già sfumando. Le forze britanniche aveva sbaragliato gli americani a New York, occupato tre colonie ed erano ormai ad un passo da Filadelfia. La notte di Natale del 1776 George Washington era sul punto di perdere la Guerra Rivoluzionaria. Le truppe continentali erano scoraggiate e quasi sconfitte. Il resto dei patrioti americani avevano perso fiducia nelle capacità militari-tattiche di Washington. Il generale Joseph Reed, uno degli ufficiali più vicini a Washington aveva cospirato contro di lui. Uno dei comandanti di Washington, Charles Lee era stato catturato due settimane prima dagli Inglesi. Il Congresso stesso aveva abbandonato Filadelfia rifugiandosi a Baltimore per sfuggire all’avanzata inglese.

Qualche mese prima, a luglio, nel preciso istante della dichiarazione di indipendenza, George Washington comandava una forza di 20,000 truppe per lo più male addestrate contro 32,000 soldati Britannici altamente addestrati, disciplinati e bene equipaggiati. Sconfitta dopo sconfitta, molti dei soldati continentali erano tornati a casa o avevano disertato raggiungendo le truppe britanniche. Con soli 5000 uomini rimasti, in quella fredda e ventosa notte di natale del 1776, George Washington stava guardando dritto alla disfatta che incombeva. In quella notte di Natale George Washington si sarebbe giocato la sua ultima e decisiva carta. In quella notte la battaglia di Trenton entrerà nella storia come quella che cambierà le sorti della Rivoluzione Americana.

Alle sue truppe esauste e demotivate George Washington aveva letto, tre giorni prima, lo scritto di Thomas Paine: “Questi sono i tempi che provano le anime degli uomini: il soldato estivo e il patriota di un giorno, in questa crisi, si defila nel servire il proprio paese; ma chi lo sostiene ora, merita l’amore e il ringraziamento dell’uomo e della donna. La tirannia, come l’inferno, non si sconfigge facilmente; tuttavia ci portiamo dietro questa consolazione: più difficile è il conflitto, più glorioso è il trionfo.

 

***

 

L’orologio segna le 20:20, ancora tre ore e mezzo mi separano dalla mia destinazione finale: Bismarck. Mentre la macchina attraversa le praterie del Dakota, non c’è più nessuno sulla strada. A parte i mie fari, il buio è totale, le poche macchine che ogni tanto incrocio bucano fugacemente la notte. Il forte vento freddo lo avverto nel controllo dello sterzo; la macchina di tanto in tanto sbanda leggermente e richiede massima concentrazione nella guida.

Nella fredda e ventosa notte delle praterie rifletto sul mio viaggio che involontariamente si è trasformato in un’odissea nell’ultima frontiera americana: Vince fu il precursore di George e di tanti altri personaggi che come loro si sono ritrovati improvvisamente tagliati fuori da una società che stava rapidamente cambiando.

Molti anni prima che esistesse il Redoubt Americano, George e Vince si sono trasformati, giocoforza, in una sorta di nuovi pionieri alla ricerca di una nuova frontiera che gli permettesse di sfuggire all’onda inesorabile del cambiamento epocale in atto nella società americana. Quello che ha catapultato Highmore alla cronaca nazionale è un riflesso della guerra di pensiero e delle divisioni politiche che affliggono gli Stati Uniti odierni. Ormai nessuno ne è immune, neanche “un buco nel mezzo delle praterie.” Lo scontro fra forze opposte: da un lato quelle elitiste, progressiste-globaliste che cercano di cambiare, trasformare, un modo di pensare e di vivere radicato nel “passato” e dall’altro una parte della società, sempre più minoritaria, che cerca di aggrapparsi e tenere in vita quelle tradizioni, soprattutto costituzionali, sempre meno importanti in questa America del ventunesimo secolo. L’onda trasformatrice, picconatrice dei valori costituzionali, che partendo dai centri di potere amministrativo, finanziario, mediatico, filosofico e didattico ha trasformato la repubblica americana in una impero globalista, sta ora bussando alle porte degli stati del redoubt e della praterie della frontiera americana. Gente come Vince e George che anni prima era fuggita per evitare di essere travolta completamente da quell’onda, ora si ritrova a guardare, dalle montagne del Wyoming o dalle praterie del Dakota, lo tsunami che all’orizzonte avanza inesorabilmente. Con le spalle al muro non hanno più dove andare a ripararsi. Quando George disse che quella di casa sua sarebbe stata la collina di armageddon, l’ultimo suo atto, non scherzava affatto…L’orizzonte si oscura, i cieli annunciano la burrasca…

Questi sono i tempi che mettono alla prova l’animo degli uomini…

 

 

VERSO LA GUERRA CIVILE. IL TRAMONTO DELL’IMPERO USA

 (Terza Parte)

 

UN CAMBIAMENTO EPOCALE

 

 

“Lo scopo della costituzione e` limitare il potere del governo federale non quello dei cittadini americani”

 

 

La sala riunioni è affollata. Gente in fila che preme per entrare nel ginnasio di una scuola (Horizon Middle School) di Bismarck. La fila di persone si snoda sin oltre il portone di entrata. Dentro la sala tutte le sedie sono occupate e molti sono appoggiati ai muri in piedi. Non avverto per ora la tensione che mi sarei aspettato per un dibattito così saturo di tensione politica e sociale. Mi accomodo nella terzultima fila in fondo la sala. Prima di entrare nel ginnasio, mentre ero in fila, ho scambiato due battute con un cittadino di Bismarck: Jim è un uomo sulla cinquantina, mi invita a sedermi accanto; ci sono anche la moglie, Mary e un amico di Jim, Greg. Siamo tutti coetanei, anche loro attenti a partecipare alla pubblica riunione. Jim è un imprenditore, ha una ditta di costruzione e scavi; la moglie e i due figli lavorano con lui. Mentre parlo con Jim, osservo con la coda dell’occhio Greg. Un uomo dai lineamenti duri, rughe scavate nella pelle come se fossero dei canali di irrigazione. Occhi blu profondi, capigliatura spessa, barba lunga. La stazza e` imponente; ad occhio e croce Greg svetta a oltre un metro e novanta e supera abbondantemente i 100 chili. Sotto la camicia pesante da cowboy, non intravedo grasso; deduco che la stazza di Greg è per la maggior parte composta da muscoli. Le mani sono grosse come pale meccaniche e nel momento di stringerle le ho sentite callose e ruvide. L’insieme mi lascia pensare ad un uomo temprato da un lavoro duro e faticoso. Mi giro verso Greg e gli domandò: “hai terra?” “Si ho terra, animali e un ranch” mi risponde. Un tema ricorrente quello della terra, dei ranch e degli animali, in questa landa americana dell’ultima frontiera, rada di popolazione, quasi a simboleggiare gli immensi spazi sconfinati, posizionati alla periferia del mondo metropolitano, caotico e  decadente della civiltà occidentale.

 

 

Cosa ha spinto tuo figlio a iscriversi all’università di Bismarck?” Mi chiede Jim incuriosito. “Ha vinto una borsa di studio dall’università di Bismarck e quindi ha deciso di frequentare l’università  in Nord Dakota” rispondo. Aggiungo: ”Infatti ha accettato con molte riserve l’offerta da Bismarck, l’ho convinto dicendogli che se non andava dove gli offrivano una borsa di studio, il costo dell’Università sarebbe stato per me decisamente proibitivo e di conseguenza avrebbe dovuto vedersela da solo.”Povero ragazzo cresciuto e nutrito al sole della California, finito nella ‘tundra’ del Dakota…” Scherza Jim.

Sul palco di fronte alla platea sono seduti i commissari della contea di Burleigh, dove si  trova la capitale del Nord Dakota; Bismarck. Jim con il dito mi indica i commissari identificandoli per nome e cognome:  Brian Bitner, Jerry Woodcox, Mark Armstrong, Kathleen Jones e Jim Peluso.  Mi guardo intorno alla platea, osservo nel volto dei partecipanti alla riunione il tratto della società di questa ultima frontiera americana. Gli uomini e le donne che mi circondano rappresentano i cittadini del Nord Dakota e proprio come quelli del Sud Dakota e degli Stati del Redoubt Americano, sono ancora a maggioranza tradizionalmente bianca, una realtà che rappresenta una america che va velocemente scomparendo.  Nel resto degli stati dell’Unione, oltre questa terra da ultima frontiera, la composizione della popolazione americana è cambiata drammaticamente negli ultimi due decenni.

 

***

 

Sin dall’insediamento di Jamestown nel 1607 e dallo sterminio dei popoli nativi, gli Stati Uniti sono stati prevalentemente a maggioranza bianca. I bianchi rappresentavano nel 1950 intorno all’88% della popolazione statunitense. Nel 2018 sono scesi al 60%. Scenderanno al di sotto del 50% nei prossimi 10-15 anni. Già ora i non bianchi rappresentano più della metà delle popolazioni delle Hawaii, del Distretto di Columbia (Washington), della California, del Nuovo Messico, del Texas e del Nevada. “Resistono” gli stati dell’ultima frontiera americana; Idaho, Montana, Wyoming, North Dakota, South Dakota, ma e una resistenza simbolica, dal destino segnato.

Altro dato interessante; nel 2020 si prevede che negli Stati Uniti ci saranno più nascite di bambini non bianchi rispetto a bambini bianchi. Nel 2015, per la prima volta, negli Stati Uniti ci sono stati più decessi che nascite di persone bianche. Gli stati con il numero più alto di morti di bianchi rispetto alle nascite includono la California, la Florida, la Pennsylvania e il Michigan.

 

 

 

https://www.pewresearch.org/fact-tank/2019/12/20/key-ways-us-changed-in-past-decade/

Il cambiamento demografico negli Stati Uniti è una certezza, un destino segnato che renderà la razza bianca minoritaria; porterà cambiamenti epocali nella composizione politica e ideologica della terra a stelle e strisce.  L’America sta cambiando ed è un cambiamento senza possibilità di ritorno. La popolazione bianca sta velocemente scomparendo mentre aumenta la popolazione ispanica, asiatica e nera. Questo passaggio da una nazione in maggioranza bianca a una più diversificata sta avvenendo in alcuni luoghi degli Stati Uniti più rapidamente rispetto ad altri. Gli stati del Redoubt Americano e dell’ultima frontiera sono quelli che stanno cambiando molto più lentamente, ancorati, asserragliati ancora a una popolazione ed a una tradizione culturale e costituzionale che rappresenta il volto di una America smarrita, un concetto di un’america tradizionale incanalata ormai sul viale del tramonto.

L’onda del cambiamento sta bussando inesorabilmente e prepotentemente alle porte del Redoubt. Quel cambiamento che fino a 10 anni fa ancora eludeva l’ultima frontiera americana, ora si ritrova sotto le mura, alla soglia del cancello. Infatti non solo i grandi centri urbani o le zone costiere, ma anche stati limitrofi ai territori del Redoubt come il Colorado, si sono ormai trasformati completamente in una nuova entità. Il muro del Redoubt si sta lentamente ma inesorabilmente sgretolando e con esso l’America dell’ultima frontiera. L’unica domanda da porsi è se i patrioti del redoubt saranno disposti ad accettare questo cambiamento senza porre resistenza.

 

 

***

 

La riunione trasformata in dibattito va avanti per circa quattro ore. I commissari prima discutono fra di loro e poi passano la parola al pubblico che ha il diritto, se desidera, di esprimersi apertamente al microfono ed esporre la propria opinione per cercare di convincere i commissari a favore o contro la ricollocazione dei rifugiati nella terre delle comunità del Nord Dakota. Alla mezz’ora di dibattito tra i commissari fanno seguito tre ore e mezza di interventi da parte dei cittadini di fronte al tavolo dei commissari e di fronte alla platea stessa. La lunga fila di cittadini in piedi, al centro della sala, aspetta diligentemente il proprio turno per esprimere il proprio parere di fronte ai commissari sperando di convincerli a votare contro o a favore della risoluzione di accettazione della quota di rifugiati. Negli occhi e nello sguardo di Jim, Mary e Greg intravedo il riflesso della emotività che questo tema crea nell’animo di molti cittadini di Bismarck.

 

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In seguito alla sconfitta degli Stati Uniti nella guerra del Vietnam, migliaia di vietnamiti furono trasferiti come richiedenti asilo negli Stati Uniti, per sfuggire all’avanzata del  comunismo.

Il 13 aprile 1979, il procuratore generale degli Stati Uniti per l’amministrazione Carter, Griffin Bell, annunciò che, attraverso un ordine esecutivo, avrebbe concesso l’ammissione di migliaia di rifugiati dal Sud-Est asiatico e dai paesi del blocco sovietico negli Stati Uniti.  Come risultato delle azioni di Bell, il numero totale di rifugiati che entrarono negli Stati Uniti raggiunse quell’anno oltre 65.000 (40.000 dal sud-est asiatico e 25.000 dal blocco sovietico). L’azione esecutiva dell’amministrazione Carter apriva la strada alla necessità di cementare una legge, una soluzione, che non fosse temporanea. Il continuo flusso di rifugiati all’indomani della guerra del Vietnam e le rivoluzioni comuniste nel sud-est asiatico generano un sostegno politico, da parte di ambedue i partiti (Repubblicano e Democratico), sulla necessità di rendere permanente, con una legge ed una riforma, l’ammissione di rifugiati negli Stati Uniti allargandone il numero.  Alla fine del 1979 il Congresso approvò tale riforma all’unanimità: Refugee Act del 1980-S.643.

Il 18 marzo 1980, la legge fu presentata al presidente Jimmy Carter che la firmò aprendo definitivamente le porte ai rifugiati. La nuova legge si integrava con la legge sull’immigrazione e naturalizzazione datata 1965, creando anche un meccanismo per rivedere e adeguare le quote dei rifugiati per far fronte alle emergenze che via via si andavano a creare nel mondo. La legge cambiò la definizione di rifugiato stesso, conformando le leggi immigratori americane agli standard stabiliti dalle convenzioni e dai protocolli delle Nazioni Unite.

Dal 1980 ad oggi, cioè dal passaggio in legge del Refugee Act, che va aggiunto appunto alla riforma del 1965, gli Stati Uniti hanno ammesso più rifugiati di qualsiasi altro paese al mondo, oltre 3 milioni in totale. I rifugiati vanno aggiunti al numero degli immigrati legali, che dal 1980, è passato da meno di 15 milioni a 45 milioni. Un aumento vertiginoso spinto dell’immigrazione su larga scala dall’America Latina e dall’Asia, con una popolazione di origine straniera che si è attestata nel 2018 a 44,7 milioni. Agli immigrati legali vanno aggiunti quelli illegali che si calcola siano intorno ai venti milioni (stima per difetto).

 

https://www.migrationpolicy.org/article/frequently-requested-statistics-immigrants-and-immigration-united-states

 

Per anni gli stati, le varie contee e municipalità dell’Unione, si sono visti sdoganare un numero sempre più alto di rifugiati ricollocati dal governo federale nelle proprie giurisdizioni. Stati come la California, New York e  Washington hanno accolto migliaia di rifugiati senza battere ciglio. Altri Stati soprattutto quelli del Redoubt e dell’ultima frontiera americana hanno, malgrado la loro reticenza, accolto i rifugiati senza aver strumenti a disposizione per opporsi. I cittadini dell’ultima frontiera americana hanno sempre espresso la loro disapprovazione al flusso migratorio nei loro stati, mentre i politici locali, siano essi democratici o repubblicani (maggioranza), si sono sempre adoperati per facilitare la ricollocazione dei rifugiati nei territori di loro competenza. Da una parte il governo federale, spalleggiato dai politici locali (di qualsiasi partito essi fossero) che impone agli stati dell’ultima frontiera le quote dei rifugiati pena la perdita di finanziamenti federali,  dall’altro i cittadini che vorrebbero un maggior potere decisionale nella scelta di imporre quote di rifugiati nei propri territori, città, paesi e comunita`.

 

 

Negli anni, i flussi dei rifugiati ammessi negli Stati Uniti è oscillato tra alti e bassi a seconda degli scenari geopolitici mondiali e delle amministrazioni in carica alla Casa Bianca. Con l’avvento di Donald Trump due importanti fattori si sono creati. Il primo:Il numero massimo imposto dall’amministrazione Trump di rifugiati ammessi negli Stati Uniti è sceso al record più basso mai registrato, 18,000 nel 2019, ben al disotto dei 110,000 imposti da Obama nel 2016. Il secondo: Trump nel Settembre del 2019 ha firmato ed emesso un ordine esecutivo con cui, per la prima volta dal 1980,  le agenzie che si occupano di reinsediamento di rifugiati devono ottenere il consenso scritto dai funzionari statali e locali in qualsiasi giurisdizione chiedono di collocare i rifugiati. In altre parole mentre prima i governi locali non avevano modo di opporsi sul numero di rifugiati che il governo federale assegna tramite le agenzie non governative, l’ordine esecutivo di Trump  delega autorità decisionale e consente ai governi locali di accettare o meno i rifugiati e se disponibili a collaborare con le agenzie che si occupano dei rifugiati, decidere quanti rifugiati sono disposti a ospitare.

L’ordine esecutivo di Trump coniugato con il numero striminzito di rifugiati che l’amministrazione Trump è disposta a far entrare, ha reso difficile il lavoro delle agenzie non governative. Le lamentele e le cause intentate in corte per cercare, tramite i giudici, di bloccare l’ordine esecutivo di Trump, si sono moltiplicate. Catholic Charities, Hebrew Immigrant Aid Society, Lutheran Immigration and Refugee Service, Church World Service e tante altre organizzazioni che si occupano di rifugiati sono sul piede di guerra contro l’amministrazione Trump. Cio che queste organizzazioni però non colgono è l’altra faccia di una società che alla periferia dei grandi centri urbani e dei grandi stati liberal-progressisti, fondamentalmente è stanca di vedersi imporre decisioni dall’alto senza essere consultata.

Il decreto esecutivo di Trump ha dato voce ai patrioti che si oppongono all’immigrazione e ai rifugiati offrendo ai cittadini uno strumento da usare per mettere pressione sui politici locali. Prima di Trump i politici si nascondevano dietro la scusa che non potevano opporsi alle quote di rifugiati imposte da Washington nei loro territori. Ora quella scusa è stata rimossa; Trump ha prima abbassato le quote di ammissione di rifugiati nel paese e poi ha trasferito il potere decisionale nelle mani degli stessi enti locali. Il risultato è questa assemblea di cui sono testimone, resa necessaria per discutere e convincere i commissari della contea se accettare o meno i rifugiati.

https://www.whitehouse.gov/presidential-actions/executive-order-enhancing-state-local-involvement-refugee-resettlement/

 

 

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Lentamente la gente in fila, uno alla volta, si presenta di fronte al microfono ed esprime pubblicamente la propria opinione sui rifugiati da collocare nella contea di Burleigh. Sorprendentemente molti di quelli che sono in fila esprimono un’opinione positiva e di sostegno ai rifugiati incoraggiando i commissari  a votare a favore dell’insediamento. Jim con la testa, alzando il mento, indica in direzione delle persone in piedi in mezzo alla sala in attesa pazientemente del loro turno per parlare: “Vedi li riconosci da lontano; molti non sono neanche di Bismarck. Ci sono Immigrati, studenti universitari sottoposti al lavaggio del cervello dai propri professori universitari anche loro presenti in fila, in attesa di parlare ed impartire lezioni di comportamento a noi ‘ignorantoni.” Poi ci sono i rappresentanti di organizzazioni religiose che ci dicono che dobbiamo accettare tutti i rifugiati perché anche Gesù Cristo con la sua famiglia è stato un rifugiato. Se ci ostiniamo ad essere intransigenti ci dicono che andremo sicuramente all’inferno“ mi sussurra Jim all’orecchio. “ Ma all’inferno qualcuno di noi c’è già stato!” continua Jim rivolgendo lo sguardo verso Greg. Mi giro di lato e osservo Greg, ponderando le parole di Jim e chiedendomi che cosa intendesse per  “all’inferno qualcuno c’è già stato”. Jim quasi come se leggesse il mio pensiero continua a parlare sottovoce “quando nel buio più totale che ti avvolge, nei momenti di disperazione che ti  lacerano l’anima, l’unica consolazione che ti tiene a galla è quella di sapere che hai fatto tutto il possibile affinché il sacrificio delle persone a te più care non sia stato invano. Quando Greg ha perso suo figlio, appena ventenne militare in Iraq, queste organizzazioni religiose, caritatevoli, nonostante la tragedia, si sono viste poco o niente.  Gli unici vicini a Greg sono stati i patrioti che stringendosi intorno alla famiglia l’hanno sostenuta e aiutata. Queste entità religiose ritengono meglio concentrarsi sui rifugiati perché portano denaro. Miliardi di dollari dei contributi che ogni anno vanno a riempire le casse di queste organizzazioni religiose o laiche.  Ci sputo sopra e li vomito questi ipocriti

Continua la parata delle persone che esprimono la loro opinione; ha ormai superato le quattro ore, le ultime tre ore e mezza sono state spese dando la possibilità al pubblico di esprimersi. La maggior parte della gente è rimasta seduta ad ascoltare con attenzione e rispetto. Ogni volta che al microfono si sentiva qualcuno esprimere un giudizio positivo, eloquentemente spiegando le ragione per cui si dovrebbero accogliere i rifugiati nelle terre del Dakota, la sala rumoreggiava. Un signore seduto di fronte a me continuava a muoversi nervosamente sulla sedia, quasi come se stesse combattendo internamente con un fuoco invisibile, cercando di domare uno spirito inquieto.

Proprio come era successo con Highmore; “l’ombelico del mondo”, i mass media come la CNN, il New York Times si sono, solo ora, accorti dei malumori espressi da questa ultima frontiera americana. Si sono presentati in massa a questa riunione in Bismarck. Ufficialmente è la prima volta, il primo dibattito pubblico, da quando Trump ha firmato l’ordine esecutivo, in cui un ente locale è chiamato, alimentato dall’impeto dei patrioti e cittadini, ad esprimersi sui rifugiati. Nei commenti dei giornalisti presenti si intravede una certa condiscendenza nei riguardi dei cittadini di Bismarck, a dimostrazione che i rappresentanti delle élite mediatiche e politiche di questo paese nutrono un disprezzo culturale nei confronti di una parte del popolo americano. Si può quasi leggere nella testa ciò che pensano: “…ma come si permettono questi mandriani retrogradi a sfidare le regole del buon senso comune…?

Si susseguono gli interventi:

Non siamo contro i rifugiati o gli immigrati, ma abbiamo i nostri veterani, i nostri senzatetto , gli alcolizzati e tossicodipendenti a cui pensare”

“Siamo una nazione che ha sempre accettato i rifugiati e gli immigrati”

“Stiamo parlando di un piccolo numero di persone che fuggono da guerre e disastri e hanno bisogno della nostra assistenza”

”Secondo le cifre ufficiali ogni rifugiato costa alla collettività dei contribuenti 65.000 dollari di spese necessarie per provvedere ai loro bisogni di base, come alloggio, cibo…”

Alla fine degli interventi i commissari si apprestano a votare. Il processo di voto è semplice e trasparente; i commissari vengono chiamati per nome e annunciano a voce il loro voto: Brian Bitner: No a i rifugiati. Un mormorio si alza in sala, con qualcuno che due file di fronte a me applaude convinto. Jerry Woodcox: Si a i rifugiati. “Vergognati!” Si sente qualcuno esclamare in sala.  Mark Armstrong: Si ai rifugiati “Bravo Mark!” Una voce alla mia destra proclama la sua soddisfazione.  “Mark ma che fai? Hai perso la testa? ” Chiede invece ad alta voce un uomo tre-quattro file avanti a me. Jim Peluso: No ai rifugiati. “ Way to go Jim! (E la strada giusta Jim)” dichiara una voce dietro di me. Kathleen Jones: Si ai rifugiati! Voto finale; tre a favore dei rifugiati due contro. Greg si alza di impeto dalla sedia che cade per terra ed esce dalla sala senza dire una parola. Mary stringe la mano al marito Jim e i due restano seduti a fissare un punto del muro alle spalle dei commissari. C’è chi applaude contento della decisione dei commissari, il resto, la maggioranza, si alza e in silenzio comincia a sfollare la sala; si avverte un senso di rabbia e delusione tra la maggior parte delle persone presenti. Un uomo si alza e camminando si avvicina al tavolo dei commissari, punta il dito verso di loro che sono rimasti seduti di fronte alla platea: “La Costituzione non autorizza il Congresso o alcun ramo del governo federale a fornire alcun tipo di assistenza sociale o aiuto finanziario supplementare agli immigrati o rifugiati. Lo scopo della costituzione è limitare il potere del governo federale non quello dei cittadini americani; con questa decisione andate contro la volontà dei cittadini di Bismarck, portate l’acqua per conto dei  politici e degli apparati burocratici,  vi allineate con gli interessi di queste agenzie sovranazionali, vergognatevi…!” Impreca l’uomo.

Mi rivolgo verso Jim e alzandomi chiedo se vogliono rimanere in sala ancora per molto. “No, siamo pronti ad uscire” mi risponde Jim, poi prosegue “ meglio andarcene, voglio vedere dove è andato Greg”. Io, Jim e Mary usciamo insieme dalla sala  e dal tepore dei riscaldamenti, appena messo piede fuori, l’aria gelida mi colpisce come una lama di coltello al viso. Greg è in piedi appoggiato ad un camion nel parcheggio, presumo che sia il suo veicolo. Jim si avvicina a Greg e gli chiede come sta: “you okay man?”  Greg gli risponde “all good bro”. Poi Jim si rivolge verso di me “hai programmi per stasera?” mi chiede. “No, devo solo rientrare un po presto in albergo, domani mattina ho il volo di ritorno in California” gli rispondo. “Vieni con noi! Andiamo a bere qualcosa” mi propone Jim.

 

 

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L’ ASCESA DELLE MILIZIE

 

 

“Sono come avvoltoi che circolano sopra il corpo di un guerriero ferito mortalmente…”

 

 

Sono le nove di sera, la citta e deserta, una macchina della polizia attraversa l’incrocio di fronte al pub. Siamo ancora in autunno e ci sono solo 3 gradi, mi chiedo come fanno i colleghi di Bismarck ad operare durante l’inverno quando la temperatura a Gennaio scende sotto i trenta gradi, non li invidio…

Il pub è quasi vuoto, io Jim e Greg ci accomodiamo al tavolo con l’intenzione di ordinare qualcosa da bere, la moglie di Jim è tornata a casa. Dopo la riunione e la “sconfitta” dei cittadini di Bismarck, l’atmosfera al nostro tavolo è sobria e serena, la rabbia, specialmente quella di Greg, sembra essere passata, anche se non è mai sfociata in isteria. Non ci sono state parole fuori posto, non ho sentito in sala bestemmie o parolacce, ma solo una genuina frustrazione che si è materializzata in un uscita frettolosa e rabbiosa di molti dei partecipanti dalla sala riunioni.

Si scherza e si ride fra noi tre. Jim e Greg sono interessati principalmente ad ascoltare le mie avventure da poliziotto californiano. Anche se ho conosciuto per la prima volta Jim e Greg questa notte, percepisco che l’amicizia sarà duratura e il mio prossimo viaggio in Nord Dakota e nell’ultima frontiera americana, oltre a includere George e Vince, avrà come protagonisti anche Jim e Greg.

Vorrei chiedere a Greg i dettagli sulla morte del figlio in Iraq, ma mi astengo per rispetto verso l’uomo che ancora non conosco bene; quando i tempi saranno maturi, al mio prossimo viaggio, avrò la possibilità di discutere anche del figlio di Greg. La perdita di un figlio è una tragedia immane per un padre, quello che rende questa tragedia ancora più dolorosa è il sapere che il sacrificio di tanti giovani americani, per certi versi è stato del tutto inutile. Il prezzo pagato dalle famiglie americane per le avventure imperialistiche dei centri di potere di Washington è altissimo. Secondo l’ultimo rapporto pubblicato nel 2016 dal Dipartimento degli Affari dei Veterani degli Stati Uniti (VA), analizzando i dati di 55 milioni di veterani, dal 1979 al 2014, l’analisi indica che una media di 20 veterani muore per suicidio ogni giorno. Senza includere guerre come quella della Corea e del Vietnam, ai suicidi si aggiungono i morti in Afghanistan; 2,216 e quelli in Iraq; 4,576.

Cerco di comprendere l’opposizione dei cittadini di Bismarck all’accoglienza verso i rifugiati. Parlando con Jim e Greg, capisco che non è un opposizione spinta da un impulso intollerante, ma piuttosto una forma di ribellione contro i poteri burocratici e amministrativi: “I veri rifugiati siamo noi non loro. I nostri soldati, appartenenti a legioni sparse per il mondo, in terre e frontiere distanti, che prestano servizio in aree geografiche delle quali a malapena riconosciamo il nome, tornano a casa distrutti. Soffrono di stress post traumatico. Appena attraversato il ciglio della porta di casa, lasciano cadere lo zaino a terra, si dirigono in camera da letto o sul divano e vanno a dormire stanchi, privi di ogni energia, svuotati da ogni motivazione, gusci vuoti, fantasmi, pallidi ricordi di quegli esseri umani che furono prima di arruolarsi. Molti si chiedono perché sono in Afghanistan, in Iraq, in Siria. I nostri soldati sono il riflesso di una nazione esausta da decenni di guerre create con pretesti fasulli per il beneficio di una classa dirigente alla quale la costituzione non interessa in nessun modo. Poi, per compensarci dei sacrifici fatti dai noi stessi, dai nostri amici, dai nostri figli, dai nostri fratelli e sorelle, dai nostri padri e dai nostri nonni ci impongono i rifugiati nelle nostre terre, rifugiati che le loro politiche hanno contribuito a creare, dicendo che è nostro dovere accettarli altrimenti siamo razzisti, egoisti, tribali, intolleranti, xenofobi…Spediamo oltre 700 miliardi annui in spese militari per crearci una corazza, un’armata invincibile. Ci dicono che i nostri nemici sono i russi, i cinesi, i terroristi, quelli stessi terroristi finanziati dalla classe dirigente di questo paese. Tutto ciò mentre dall’interno la nostra nazione si sta lacerando. Le nostre tradizioni stanno scomparendo. Le nostre terre stanno morendo.  Le nostre città invase e violentate. La nostra costituzione calpestata. La nostra nazione somiglia a un palestrato pieno di muscoli con un corpo perfetto, ma dentro quel corpo dalla apparenza invincibile, un cancro lo sta lentamente consumando.” risponde Jim alla mia domanda del perché si sono recati stasera alla riunione esprimendo la loro opposizione alla collocazione di nuovi rifugiati nel loro territorio. Greg incalza la dose “I globalisti guerrafondaii, lo stato burocratico permanente, insieme alla macchina del complesso militare creano, tramite politiche estere fallimentari, le crisi sociali che spingono milioni di persone a spostarsi in cerca di rifugio e poi chiedono a noi cittadini, contribuenti, di sostenere queste politiche fallimentari tramite i sacrifici, le tasse, l’impegno morale e finanziario, accogliendo nelle nostre terre migliaia di poveri rifugiati sfrattati dai teatri di guerra e violenza che gli stessi poteri forti hanno creato distruggendo quelle terre, le loro culture e tradizioni. I poveri rifugiati sono vittime come lo siamo noi, vittime degli stessi nemici. Si aggiungono i sostenitori del politicamente corretto che usano parole come razzismo e intolleranza per imporre i flussi migratori nelle nostre terre e cambiare sostanzialmente la nostra composizione culturale e costituzionale. Sono come avvoltoi che circolano sopra il corpo di un guerriero ferito a morte…”

Fra una birra, le patatine fritte e un bicchiere di vino, la serata al pub scorre veloce, si trasforma in una discussione filosofica-culturale. Scopro con grande sorpresa che Greg è laureato in ingegneria, la sua apparenza bruta e rude inganna e annebbia il giudizio sulla persona, mai giudicare un libro dalla copertina…

La discussione si incanala su diversi argomenti: “Quello che è successo stasera è solo un esempio, un anticipo,  di ciò che avverrà in altri stati; continuano a spingere le loro ideologie e le loro leggi nei nostri territori e se reagiamo ci criticano e ci etichettano usando ogni aggettivo dispregiativo possibile. Nel frattempo sempre più persone si stanno radicalizzando unendosi ai miliziani.”  Afferma Jim. Un tema ricorrente questo delle milizie; lo aveva già accennato Vince durante la mia visita a Highmore due giorni prima. “Ma quante milizie ci sono in Nord Dakota?” Chiedo a Jim. Mi risponde Greg inserendosi nella conversazione ”Una domanda difficile da rispondere, non ti so dire esattamente quanti miliziani ci sono in Nord Dakota, ma ti posso assicurare che c’è ne sono molti di più rispetto al passato. Conosco più di qualcuno che ora fa parte della milizia. Gente assolutamente normale alienata sempre di più dalla società moderna. Si rifugia formando una comunità nella comunità, unendosi a gruppi che resistono e promettono guerra ai nemici della costituzione. Questi sono gli ultimi fuochi di un mondo che sta finendo, tutto intorno il cambiamento ci avvolge; ci si sente impotenti, il coagularsi intorno ad altre persone simili è il naturale processo di autodifesa messo in atto per resistere al cambiamento epocale che ci sta avvolgendo. Si sente nell’aria cha la rivoluzione è prossima. I tempi e i modi non li conosco, ma verrà come è sicuro che la notte segue il giorno, come la morte segue la vita…

Greg ha ragione, lui percepisce ciò che i dati ci dicono: Secondo uno studio del Southern Poverty Law Center; nel 2016 venivano identificati 276 gruppi di milizie attive in tutti gli Stati Uniti. Rispetto ai 202 del 2014 c’è stato un aumento del 37%. Il numero rappresenta una impetuosa crescita dopo diversi anni di declino. Le schiere dei miliziani è cresciuto in modo esplosivo dopo le elezioni nel 2008 del presidente Obama. Si è passati da 42 gruppi nel 2008  ai 276 del 2016. Secondo dati non ufficiali, tra il 2017 e il 2019, i gruppi miliziani attivi sul territorio dell’unione sarebbero aumentati superando abbondantemente le quattrocento unità.

https://www.splcenter.org/news/2016/01/04/antigovernment-militia-groups-grew-more-one-third-last-year

Quantificare il numero dei singoli membri però è molto problematico poiché una larga maggioranza dei miliziani aderiscono in incognito, non pubblicizzano la loro appartenenza alle milizie. Le cifre ufficiali dicono che sarebbero oltre 50,000 i membri appartenenti alle forze miliziane. E una cifra su cui nutro seri dubbi visto la reticenza dei membri stessi a manifestarsi; stimerei quel numero ad almeno il doppio, 100,000. Significativa è stata la manifestazione recentemente svoltasi in Richmond, la capitale dello stato della Virginia.

Lo stato della Virginia, sotto il controllo di legislatori democratici, ha cercato di introdurre una legge restrittiva sull’uso delle armi. La reazione dei cittadini è stata immediata. Secondo la polizia sarebbero state altre 22,000 le persone armate fino ai denti scese in piazza a Richmond per dimostrare contro la legge. Ora è chiaro che non tutti i 22,000 partecipanti erano membri miliziani, ma è altrettanto certo che almeno la metà dei partecipanti hanno contatti o appartengono a organizzazioni miliziane. Il resto ha la potenzialità di unirsi ai miliziani visto che la libertà delle armi è uno dei maggiori punti che accomuna i patrioti americani di ogni tipo e i miliziani. 22,000 persone in piazza a protestare solo nello stato della Virginia mi fanno pensare che 100,000 miliziani per l’intero paese è probabilmente un numero ancora troppo basso. A dimostrazione della pesante presenza di miliziani durante la manifestazione di protesta contro la legge sulle armi, basterebbe osservare alcune delle bandiere che sventolavano nelle strade di Richmond, una fra tutte quella del “III 1776”, un gruppo paramilitare molto nutrito, antigovernativo, fondato nel 2008, attivo sia negli Stati Uniti sia in Canada.

 

 

 

Secondo i mass media e i democratici, i movimenti miliziani sarebbero composti da gruppi bianchi di estrema destra. Questa definizione di comodo, semplicistica e affrettata, denota una mancanza di onestà intellettuale e giornalistica. I miliziani e i movimenti patriottici in generale, sono composti da varie estrazioni sociali, razziali, inclusi afroamericani, latini, donne e movimenti omosessuali.

Storicamente parlando le forze miliziane moderne sono tornate alla ribalta nazionale agli inizi degli anni novanta, ma in realtà hanno sempre fatto parte della cultura a stelle e strisce. Infatti le unità della milizia costituirono la spina dorsale della forza che iniziò la rivoluzione americana e furono usate per potenziare l’esercito continentale durante la guerra di indipendenza. Fu la milizia che portò a termine l’assedio di Boston e diede a George Washington un esercito con cui proseguire la guerra prima che il Congresso continentale potesse fornire l’autorizzazione a una forza semi-professionale.

Quando la Rivoluzione americana finì, l’esercito fu ridotto a una piccola forza in risposta a uno spirito anti-monarchico prevalente all’epoca che considerava un esercito permanente come un pericolo per un popolo libero. Tuttora nello spirito patriottico prevale sì il sostegno ai soldati americani per il dovere che esplicano al servizio della patria, ma nel profondo del loro spirito di libertà sono convinti che un esercito è un viatico di potere in mano ai burocrati per minare e indebolire l’autorità dei governi locali e dei cittadini.

 

 

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Mentre la notte fredda del Nord Dakota scorre via velocemente è giunto il momento di congedarmi dai miei nuovi amici. Il ritorno in albergo e le poche ore di sonno sono tutto ciò che mi separa dal volo di rientro in California. Una delle cose più belle degli Stati Uniti, soprattutto nell’America dell’ultima frontiera è la facilità con cui si fa amicizia e ci si connette con la gente.

Dopo la presa di posizione anti-rifugiati dei cittadini di Bismarck, la diga si è aperta. Sono seguite altre udienze pubbliche: La contea di Beltrami in Minnesota ha votato contro l’insediamento di nuovi rifugiati. La contea di Cass dove si trova la città di Fargo in Nord Dakota  ha votato si ai rifugiati, creando anche li molto malumore. Il governatore del Texas ha chiuso lo stato ad ulteriori rifugiati, i semi della ribellione stanno lentamente germogliando.

Al mio ritorno in albergo mi sdraio sul letto esausto da un viaggio che in 5 giorni mi ha portato a percorrere oltre 2,700 chilometri attraversando 7 stati, incluso il cuore dell’America Redoubt. Non è la prima volta che attraverso gli Stati Uniti dal nord a sud, da est a ovest, in lungo e in largo. Questo viaggio però rispetto agli altri mi ha lasciato dentro un segno indelebile. Sono partito da San Francisco per Bismarck, in macchina, come avevo già fatto altre volte, non più con l’intenzione solamente di visitare il figlio, gli amici o parchi nazionali, bensì con il desiderio di comprendere meglio i cambiamenti in atto in questa nazione. Negli ultimi anni ho sperimentato di persona il cambiamento tumultuoso in corso in America. Un cambiamento culturale, demografico e generazionale che, alimentato dalla politica corrosiva di questi ultimi quattro-cinque anni, sta lacerando profondamente la terra a stelle e strisce. Il viaggio si è trasformato in una odissea che mi ha spiritualmente ed emotivamente scosso, esaurendo l’energia che avevo dentro. Ritornerò in California, al lavoro, in riserva, più stanco di quando sono partito, ci vorranno molti giorni per recuperare. Definire questo viaggio una vacanza è per lo meno un azzardo.

Mentre rivivo mentalmente i momenti più particolari di quel viaggio, improvvisamente mi ricordo che devo prendere la mia pistola, scaricarla, smontarla, per poterla trasportare, con il consenso del capitano, nella stiva dell’aereo. Fisso l’arma per qualche secondo pensando a quanto importante sia questo strumento nello scontro culturale epocale in atto negli Stati Uniti.

Sdraiato sul letto in attesa che morfeo mi accolga, incuriosito vado su un sito di miliziani, leggo la loro introduzione:

Perché state tutti nell’ombra, patrioti? Risorgete fratelli e sorelle di questa nazione, coraggiosamente insieme, l’uno con l’altro, chiedete ai nostri servitori eletti di tornare allo stato di diritto se non vogliono essere trattati da criminali quali sono!

Desideriamo la pace, ma non a spese della nostra libertà! Siamo uniti e pronti!

Per il momento, oh voi tiranni, andate avanti contro di noi usando le vostre leggi incostituzionali, ma mentre ci prepariamo allo scontro finale, vi avvertiamo che non obbediremo! E  rifiutandoci di obbedire, stroncheremo e annulleremo le vostre leggi incostituzionali rendendole inutili!

Fratelli e sorelle, alle armi!

https://modernmilitiamovement.com/

Il mio viaggio nell’America del Redoubt è terminato, quello nella futura prossima guerra civile continua. Mi consola la poesia scritta da un patriota delle praterie:

Lascia che l’America sia di nuovo America.

Lascia che sia il sogno di una volta.

Lascia che sia il pioniere sulla prateria

cercare una casa dove lui stesso è libero.

Lascia che l’America sia di nuovo il sogno sognato dai sognatori.

Lascia che sia quella grande terra splendente

dove mai i re sorgeranno né i tiranni cospireranno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

W l’uguaglianza, di Piero Visani

IL CORAGGIO DELLA VERITA’

Nei miei anni di ginnasio-liceo classico statale “Massimo d’Azeglio” di Torino (1964-1969), la sinistra azionista e (pseudo)comunista era più scaltra di quella romana attuale. Nella mia scuola “radical chic” (ante litteram) non c’erano divisioni “di classe”, nel senso che i figli della piccola borghesia e del proletariato partivano dalla sezione E in avanti. Le sezioni A, B, C e D erano riservate ai rampolli dei “beati possidentes” e di quelli con il “cognome con la particella” (direbbero i francesi). Nessuno lo diceva e tanto meno ne faceva proclami in Rete (neppure c’era, all’epoca). Era così e basta…
Si respirava a pieni polmoni lo spirito libertario, non classista, sinceramente favorevole al popolo di una certa Torino, quella di sempre, quella che crede di essere all’avanguardia, mentre è solo ottusamente reazionaria e codina, e che si crede migliore di tutti.
Se non fossi stato già di mio ostile a questa deplorevole gentaglia, mi avrebbero insegnato a diventarlo. Dunque un periodo fantasticamente formativo, che non ho mai più dimenticato e per il quale, in fondo, li ringrazio. Se sono stato come sono e sarò, lo devo un po’ anche a loro. Mi hanno insegnato lo straordinario valore dell’eguaglianza… 🤣

Il buontempone, di Giuseppe Germinario

Giornalista francese: “negli Stati Uniti avete un tasso di disoccupazione molto basso; in Francia è invece molto alto. Come mai, quale è la ricetta?”

Trump: “Forse perché noi abbiamo un presidente migliore del vostro…”

https://twitter.com/rbehrouzdo/status/1210970428199624709?s=12&fbclid=IwAR1uP9w_EUA2alxgvyy15PnXsb7XxcrqbSv2-qemLnZwIs_YAblWP07bZcA

Sono sicuro che i bacchettoni e gli indignati delle due sponde dell’Atlantico, quasi tutti ben allignati nel campo democratico-progressista, sapranno cogliere il senso e lo spirito esatto di questa battuta nell’ego e nella presunzione smisurata di Donald Trump. Un motivo in più per rendercelo più simpatico. Buon Anno a tutti, bacchettoni e non_Giuseppe Germinario

sardine e pesci in barile, di Giuseppe Germinario

Esauritasi la fase delle rivoluzioni colorate, inizia la ribellione dei pesci in barile.

Quel che appare senza fine è la corsa al ribasso delle aspettative e delle ambizioni politiche ridotte sempre più ad una meccanica elaborata a tavolino e generatrice di moti “spontanei” spinti da aneliti primordiali e prepolitici.

Il prodotto migliore, frutto di menti geniali, è stato il Movimento Cinque Stelle. Ha fondato le proprie fortune su due principi fondanti: l’onestà e l’ ”acompetenza” senza gerarchia. Troppo poco e troppo fuorviante. Quanto basta, però, per trascinare rapidamente quel movimento verso un trasformismo più o meno consapevole che sta letteralmente sgretolando le sue basi di consenso ed esponendo il suo gruppo dirigente alla tentazione e alle lusinghe dei “poteri forti” così aborriti. Ho detto rapidamente; in realtà ci son voluti circa dieci anni e la parabola non si è ancora del tutto esaurita. Un’era biblica con i tempi e la crisi che precipita ormai velocemente nel nostro paese. Il M5S però, tutto sommato, rientra in un alveo ben presente nella storia politica del dopoguerra iniziato con l’Uomo Qualunque e proseguito sino ai girotondini, espressione di un sentimento ben preciso: l’indignazione. La sua crisi ormai manifesta, unite in parte ai limiti e alle scelte improvvide della Lega in versione balneare, ha aperto voragini entro le quali si stanno inserendo vari nuovi attori tra di loro disparati, dai sovranisti di sinistra e impronta socialista e comunitaria alle recentissime “sardine”.

Dei primi si tratterà in un prossimo articolo; i secondi meritano appena qualche considerazione

  • La spontaneità del movimento. Più ci si definisce spontanei, più c’è da dubitare della genuinità delle motivazioni. Non esistono movimenti politici spontanei; tutt’al più dei moti. Esistono invece dei gruppi, delle élites capaci di cogliere il momento, di promuoverlo e di dirigerlo. Se si sente l’esigenza di nascondersi nella massa, di identificare questa con il popolo, molto probabilmente c’è ben altro da nascondere e celare. La dinamica di sviluppo di questo movimento rivela l’esistenza di una rete già ben collaudata e rodata e un substrato amministrativo che funge da supporto. Da quanto si intuisce dalle scarne dichiarazioni dei capi, buona parte del supporto è fornito dagli ambienti del cosiddetto terzo settore
  • L’impulso primordiale. L’appello all’onestà ha perso credibilità e non è più sufficiente. Occorre scendere ancora più in basso. La menzogna e l’odio sono le aberrazioni da combattere. Salvini diviene la personificazione del male; il malefico da annichilire. Il bersaglio da anteporre ad ogni altro obbiettivo politico. Siamo alla lotta tra il bene e il male; attendiamo l’arrivo dei crociati militanti proprio, paradossalmente, contro l’ostensore di rosari. I nostri bell’imbusti ci rassicurano sul fatto che in Italia esistono ancora “politici competenti ed onesti”. Ci rivelino per correttezza e trasparenza nomi e cognomi. Ci aiuterebbero a comprendere finalmente il loro metro di giudizio e il loro orientamento politico; dei politici eletti come dei capi del banco di sardine. Nelle more una domanda. La spocchia e la supponenza, la denigrazione della quale questi eterni ragazzi pare che dispongano a piene mani, non è essa stessa una forma non dichiarata e subdola di odio? L’odio è connaturato alla politica, esattamente come il sentimento opposto, perché in politica esistono nemici ed avversari. E i capisardine ne trasudano in abbondanza anche se cercano di mimetizzarlo assieme alla loro appartenenza politica. Quando è dichiarato e puntualizzato può servire anche ad una mediazione costruttiva; altrimenti porta ad un ulteriore scadimento del confronto. Anzi due domande. Gli altri due popoli, quello di Salvini e gli agnostici, cosa fanno? Non lavorano, non studiano, non amano?

Ormai è la lotta tra il bene e il male, tra i colti e gli incolti. Ogni mezzo è consentito. Quale significato può avere l’affermazione “Perché grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare”. E’ riconducibile all’azione di censura all’opera sui social network e che trova folte schiere di gruppi organizzati pronti e solerti a segnalare i profanatori della verità e del politicamente corretto? Manie complottistiche, forse.

Fare il pesce in barile e consentire a qualche sardina di saltare, salvo asfissiare anch’essa, è il prezzo che questa classe dirigente decadente e marcia è costretta e ha deciso di pagare pur di restare ancora per qualche tempo a galla. Pare che riesca a trovare sempre nuovi profeti o, con i tempi che corrono, nuovi conigli dal cappello abili ad incantare. Una trappola capace di attrarre anche il “fomentatore” o eletto tale dai pesci in barile. I nostri capisardine non chiedono altro che di tornare alla normalità, alla famiglia, al lavoro, alla beneficenza, allo studio scossa dall’invasore di turno. Segno di un appagamento della propria condizione, non proprio comune a gran parte dei mortali. Segno anche di una sottile intelligenza che sta cogliendo abilmente i limiti e gli errori di una politica e di una campagna elettorale in particolare della Lega.

Il paradosso dei cosmopoliti che riscoprono il valore dell’identità, ad usum delphini, ma nascondendo accuratamente la propria. Segno che sta sfuggendo loro il controllo della situazione.

https://www.fanpage.it/politica/il-manifesto-del-popolo-delle-sardine-cari-populisti-avete-tirato-la-corda-ora-si-e-spezzata/

“NON DICA SCIOCCHEZZE!”, di Piero Visani

“NON DICA SCIOCCHEZZE!”

Ieri, dialogando a “Otto e mezzo” con Lilli Gruber, Giorgia Meloni si è vista apostrofare con un elegantissimo “Non dica sciocchezze!”, non propriamente abituale nei rapporti tra la conduttrice e i suoi ospiti. A mio parere, invece che parlare di altre cose, sarebbe stato utile che la leader di “Fratelli d’Italia” ricacciasse durissimamente in gola a chi l’aveva apostrofata così inurbanamente non tanto la malagrazia – quella è abituale nei riguardi di tutti noi figli di un dio minore – ma l’ostentato ricorso all’accusa di stupidità (anticamera di quella di pazzia…) per tutti coloro che non condividono il pensiero dominante.
Personalmente, ne avrei tratto lo spunto per una lezioncina sulla reale natura del pensiero democratico. Peccato, è andata perduta un’ottima occasione di colpire a fondo utilizzando una frase assolutamente incauta e totalitaria, relativamente alla quale occorreva tra l’altro pretendere – subito – delle scuse formali. Perché, se il pensiero si divide fra quelli che dicono sciocchezze e quelli che no, inutile andare a votare, perché si accetta, fin dall’inizio, la discriminante “manicomiale” (da manicomio sovietico…).
I livelli complessivi della comunicazione del centrodestra sono assolutamente da migliorare, perché così sono da gente che gioca costantemente “fuori casa” e abbastanza convinta di perdere, mentre occorrerebbe essere preparatissimi, perché su quel terreno continuano a giocarsi alcune partite fondamentali e, se l’avversario rinuncia al “fair play”, fare le gentildonne non ha senso.

PICCOLA PRECISAZIONE

Nel campo della guerra ibrida, e della sua componente tecnica meglio nota come “guerra mediatica”, l’importanza delle sciocchezze è pari a zero, chiunque le pronunci. E comunque un’intervistatrice che accusa la propria interlocutrice di dire “sciocchezze”, viene totalmente meno al proprio ruolo.
Tuttavia, permane una questione fondamentale: CHE COSA SONO LE SCIOCCHEZZE E CHI LE DICE?
Personalmente, ne sento e ne leggo a milioni, MA TALI PAIONO a ME. Dunque le considero tali nel mio animo, MA NON ACCUSO ALCUNO DI DIRLE, altrimenti quale credibilità democratica avrei (non che me ne importi alcunché, anzi, ma io non rivendico ciò che altri rivendicano mattina, pomeriggio e sera)?
Ecco perché, quando i corifei della democrazia totalitaria si fanno cogliere – come totalitari – con le mani nel sacco, passerei duramente al contrattacco, ma NON SUL MERITO, SUL LORO ABOMINEVOLE METODO, e avrei di fronte a me un’autostrada spianata (senza ponti Morandi…).
Spero di aver chiarito il mio pensiero: se uno si dice democratico, non può accusare gli altri di dire sciocchezze. Può pensarlo (eccome), ma non dirlo. Se lo dice, rivela la sua reale natura totalitaria (chi lo autorizza infatti a fare il distributore di patenti di saggezza?), e allora colpirei senza pietà.
Sarei lieto se – per una volta – si parlasse su Facebook di strutture e non di epifenomeni. Così, citando Marx, mi dimostro già un perfetto democratico.

SECONDA PICCOLA PRECISAZIONE

I demototalitari dovrebbero cortesemente smetterla di considerare chi non la pensa come loro alla stregua di “terrapiattisti”. So che farebbe loro molto piacere che fosse così, ma ci vorrà ancora qualche anno prima che questo totalitarismo definitivo si affermi: il pensiero unico, da una parte, e le “sciocchezze” dall’altra…
Siamo al livello de “Il duce [democratico] ha sempre ragione!”. Chapeau! Lunga (e tortuosa…) è la strada verso la democrazia. A volte comporta contorsioni impreviste e imprevedibili…

Le celebrità che vaneggiano di ammazzare Trump: una storia vecchia, noiosa e pericolosa di  Victor Davis Hanson

 

Le celebrità che vaneggiano di ammazzare Trump: una storia vecchia, noiosa e pericolosa

di  Victor Davis Hanson, 2 giugno 2019

 

 

Di recente, la scrittrice newyorkese Fran Lebowitz, invitata da Bill Maher nel suo programma HBO, gli ha detto che il governo USA dovrebbe sbolognare il presidente Trump “ai suoi amichetti sauditi, sai quelli che si sono sbarazzati di quel giornalista?”

Secondo la Lebowitz è spiritoso dire in diretta TV che il presidente degli Stati Uniti andrebbe fatto a pezzi come il giornalista e attivista politico saudita Jamal Kashoggi.

Ormai, la mini-industria di celebrità che invocano la morte violenta o l’assassinio del presidente Trump è una storia vecchia e noiosa, e sta diventando pericolosa.

Come seguissero un copione, attori, cantanti, comici e banali entertainer gareggiano a chi fantastica il modo più splatter di ammazzare il presidente: ma così facendo, insinuano nelle menti degli squilibrati immagini sempre più atroci di violenze immaginate, forse persino approvate da icone del cinema e celebrità della cultura pop.

Il celebre chef Anthony Bourdain, recentemente scomparso, meditava di avvelenare Trump.

David Crosby, il musicista, pensava di incenerirlo.

L’attore Johnny Depp and il rapper Snoop Dogg preferivano sparargli.

L’ex presentatrice della CNN Kathy Griffin,  il comico George Lopez, e il cantante Marilyn Manson immaginavano una decapitazione.

Il gruppo rock Pearl Jam ha presentato l’immagine di Trump come carogna decomposta.

La cantante Madonna e il musicista Moby hanno optato per gli esplosivi.

Il teatro pubblico di New York City ha fantasticato di pugnalarlo.

L’attore Robert De Niro pare abbia la patetica fissazione di colpirlo ripetutamente alla testa.

La comica Rosie O’ Donnell ha sognato Trump che precipita in un burrone.

L’attore Mickey Rourke ha minacciato di bastonare Trump, mentre a quanto pare Charlie Sheen ha pregato per un intervento divino che lo elimini.

Il comico Larry Wilmore dice che si contenterebbe di un buon vecchio strangolamento.

 

Hollywood, naturalmente, si è fissata nell’odio per Trump fin dal primo annuncio della sua candidatura: un’ossessione condivisa dalla CIA dell’era Obama, dalla FBI e dal Dipartimento di Giustizia.

Eppure, che celebrità, autori ed entertainer liberal fantastichino in pubblico di ammazzare un presidente conservatore non è proprio una cosa nuova.

L’ex presidente George W. Bush era un bersaglio preferito degli auguri di morte di questa gente. Ricordate l’episodio di “Game of Thrones” del 2012 dove si vedeva la testa di Bush infissa su una picca? Il columnist del “Guardian” Charles Brooker ha evocato gli assassini di ex presidenti: “John Wilkes Booth, Lee Harvey Oswald, John Hinckley Jr.: dove siete adesso che abbiamo bisogno di voi?”

La Alfred A. Knopf  ha pubblicato il romanzo di Nicholson Baker Checkpoint, un libro che consta interamente di dialoghi monotoni tra personaggi noiosi che propongono vari modi di ammazzare Bush. Nel 2006 il cineasta Gabriel Range ci ha beneficiato del  “docudrama” Death of a President, dove si mette in scena un tentativo – riuscito – di assassinare George W. Bush.

Ma le nostre celebrità d’ élite non si limitano a immaginare la violenta dipartita di presidenti conservatori come George W. Bush e Donald Trump. Va benissimo qualsiasi eletto conservatore, la sua famiglia compresa.

Proprio ora, l’attore e comico Jim Carrey ha twittato che gli piacerebbe che l’attuale governatrice repubblicana dell’Alabama Kay Ivey fosse stata abortita. “Secondo me, se interrompete una gravidanza lo dovreste fare prima che il feto diventi governatore dell’Alabama”. Così, pensa Carrey, Kay Ivey non avrebbe potuto varare la legge restrittiva sull’aborto. Per migliorare l’effetto, Carrey ha allegato al suo tweet la macabra illustrazione di uno strumento chirurgico che risucchia la testa della Ivey, fotomontata sul corpo di un feto nel grembo materno.

L’estate scorsa Peter Fonda, un’icona del cinema anni Sessanta, ha immaginato una forma di violenza particolarmente patologica ai danni del figlio più piccolo di Trump, Barron: “Dovremmo strappare Barron Trump dalle braccia di sua madre e chiuderlo in una gabbia insieme a dei pedofili. Poi vediamo se sua madre trova il coraggio di mettersi contro al gigantesco str… che ha sposato.”

Provate a sostituire il nome di Obama al nome di Trump: attacchi così abietti garantirebbero a chi li porta l’ostracismo, la distruzione della carriera e persino conseguenze legali.

Ci ricordiamo lo sconosciuto clown di un rodeo che nel 2013 fu bandito a vita dalla Fiera dello Stato del Missouri perché uno dei suoi assistenti s’era comprato una normalissima maschera da Obama e l’aveva indossata lavorando nell’arena?

Lo scandalo universale contro il clown del rodeo si fondava su questa tesi dei liberals: dileggiare il presidente degli Stati Uniti non solo era razzista, ma pericoloso, perché istigava chi odiasse Obama a passare dal pensiero all’atto.

E allora perché  le celebrità di sinistra manifestano tanto odio politico?

Primo, danno per scontato che i loro pretesi fini, eguaglianza e giustizia, giustifichino qualsiasi mezzi atto ad approssimarvisi, oscenità e incitamenti alla violenza compresi. Per i militanti della giustizia sociale, i “social justice warriors”, anche le morbosità sono segno che si sta dalla parte giusta. E se qualche squilibrato prendesse sul serio le celebrità che parlano a vanvera di ammazzare o colpire Trump, e realizzasse una delle loro numerosissime fantasie? Ne proverebbero rimorso, le celebrità? Forse no, visto l’odio speciale che nutrono per il conservatorismo in generale e per la famiglia di Trump in particolare.

Secondo, le celebrità (molte neanche hanno finito le scuole superiori) sono per natura un po’ arroganti, e spesso proprio stupide. Confondono la loro bravura di attori o cantanti con una specie di intelligenza o erudizione. Ma sin da Platone, i filosofi ci hanno avvisato che le capacità attoriali sono piuttosto un talento naturale che acquisito, e possono non aver nulla a che fare con l’intelligenza, la saggezza o la sapienza.

Terzo, le celebrità non temono conseguenze. La maggior parte dei boss dell’industria dello spettacolo sono anche loro di sinistra. Persino gli attacchi più ignobili ai conservatori possono diventare utili mosse di carriera. Come le élites dei ricchi, pensano che essendo privilegiati e influenti, dovrebbero andare esenti dalle conseguenze legali di pubbliche dichiarazioni in cui si auspica la morte di un presidente in carica.

Quarto, le celebrità adorano l’attenzione del pubblico, e più ne hanno meglio è, specie se la carriera o l’età è sul viale del tramonto. Per i vanitosi in declino, anche la cattiva pubblicità è buona pubblicità. La carriera di Madonna, Moby, Robert De Niro, o Rosie O’ Donnell non è in fase ascendente.

Quinto, molti tra coloro che manifestano tanto odio e scurrilità sono prodotti diretti o indiretti degli anni Sessanta e Settanta, che hanno distrutto le norme sociali e sdoganato l’oscenità. Per celebrità del genere, parlare a vanvera della morte di un presidente fa parte della cultura di tutta una vita, è il tipo di volgarità che danno per scontata nella musica, nel cinema e nella comicità. Parlando in generale, gli attori che da giovani sono rozzi e volgari invecchiano male. Il Peter Fonda che in Easy Rider era uno spirito libero che parla a ruota libera in sella alla moto, adesso che replica il suo gergo da ribelle a settant’anni e passa sembra un vecchio rimbambito.

Ultimo, Hollywood e le celebrità vivono in un mondo che non c’entra niente con il resto dell’America. Ricchezza, isolamento, governanti, camerieri, giardinieri, il clima e il privilegio di Malibu, Montecito, Beverly Hills o Santa Monica non sono la normalità americana. Praticamente nessun americano vive la vita regale di un Jim Carrey o di un Johnny Depp. Il teatro pubblico di New York non ucciderebbe ritualmente sulla scena ogni sera Trump se rappresentasse il Giulio Cesare nelle campagne dell’Alabama o al centro dell’Oklahoma.

Se qualcuno crede che la spiaggia di Malibu rifletta la norma del comportamento o del modo di pensare americani, ha dei seri problemi con il principio di realtà. Dunque, aspettatevi che la voga delle celebrità che fantasticano l’assassinio di Trump continui, finché non succederà una di queste due cose: o il paese, collettivamente, gli dice “adesso basta”; o le chiacchiere morbose sull’assassinio portano all’omicidio reale.

 

Victor Davis Hanson

Victor Davis Hanson è uno storico militare americano, editorialista, ex professore di studi classici, e uno studioso della guerra nell’antichità. E’ stato professore di Studi Classici alla California State University di Fresno, e oggi è il Martin and Illie Anderson Senior Fellow presso la Hoover Institution, Stanford University.  Il suo libro più recente è: The Second World Wars: How the First Global Conflict was Fought and Won (Basic Books).

Salvini, Di Maio e il Terzo_di Giuseppe Germinario

La conferenza stampa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte con oggetto il caso Armando Siri è stata un piccolo capolavoro di sottili argomentazioni tese a giustificare la decisione di dimissionamento del sottosegretario. http://www.governo.it/articolo/conferenza-stampa-del-presidente-conte/11474La prevedibile accalorata reazione dei due esponenti politici maggiormente interessati alle implicazioni dell’affare, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, non ha colto e centrato il punto focale di quella prolusione. Nella costruzione logica del discorso l’effetto scatenante sono state ovviamente le indagini giudiziarie, ma il motivo della defenestrazione riguarda il comportamento politico di un esponente di governo impegnato a difendere retroattivamente, consapevolmente o meno che fosse, interessi particolari piuttosto che l’interesse generale, non tanto il suo coinvolgimento giudiziario.

Il merito degli argomenti è però tanto efficace nella rappresentazione mediatica, quanto debole nella consistenza.

La gestione degli incentivi e delle agevolazioni ai consumi, atori e soprattutto alle imprese impegnate nel settore delle energie alternative, in particolare eolica e solare, è il frutto avvelenato del fondamentalismo ambientalista delle politiche energetiche perpetuate negli ultimi due decenni soprattutto dai governi di centrosinistra, parallelamente alla liberalizzazione del settore e bruscamente interrotte da un paio di anni.

Una mole spropositata di incentivi, introdotti repentinamente che hanno indotto enormi investimenti su tecnologie ancora poco efficienti, suscettibili solo nel tempo di migliorie significative; un ambito nel quale era del tutto assente sia l’industria di produzione degli utensili che l’artigianato competente nell’installazione e manutenzione. Il risultato ottenuto fu un notevole incremento della quota di energia verde prodotta al prezzo però di massicce importazioni di pannelli e tecnologie dalla Cina e installatori dalla Spagna. In poco tempo si assistette alla fioritura di numerose aziende di produzione e distribuzione nonché di intermediari nell’acquisizione di terreni per i parchi di produzione; attività rese profittevoli esclusivamente dall’entità degli incentivi, ma entrate immediatamente in crisi con l’altrettanto repentino scemare degli stessi. Attività di tipo speculativo nelle quali sono implicate, oltre alle scontate cosche mafiose, figure imprenditoriali ben più importanti dei tal Arata, ben ammanicate con il vecchio establishment.

Deve essere stato evidentemente uno dei servizi resi al paese e all’umanità, tra i tanti, del verde Pecoraro Scanio; servizi che gli hanno garantito un posto in prima fila alle europee in quota M5S; ma anche una scelta che ha creato l’humus adatto alla proliferazione di corruzione, parassitismo ed assistenzialismo da una parte e a interventi riparatori dall’altro.

Con questa puntualizzazione l’intervento di Conte assume ben altra caratteristica e ben altra durezza, se non proditorietà, stando almeno allo stato attuale delle indagini e della posizione giudiziaria di Siri.

Giuseppe Conte è diventato Presidente del Consiglio in quota 5Stelle, ma in virtù del contratto di governo e del protagonismo dei due vice ha potuto assumere, almeno in apparenza, la figura di terzo.

Come Schmitt, Freund e pochi altri hanno insegnato, quella del terzo è una posizione fondamentale ed indispensabile nel gioco politico. Può assumere di volta in volta la veste di mediatore, di arbitro e giudice pur essendo il più delle volte parte in causa.

Nella fattispecie Giuseppe Conte ha assunto, nell’ordinaria amministrazione, la funzione di mediatore. Nella ripartizione dei beni disponibili, quindi, l’onore della prima fila spetta ai beneficiari Salvini e Di Maio. In almeno un paio di occasioni, in questi dieci mesi, la figura di Conte si è però elevata al rango di arbitro: la gestione delle trattative con la Commissione Europea sulla Finanziaria e la gestione della conferenza internazionale sulla Libia. Si tratta però ancora di una funzione il cui esercizio è possibile grazie al riconoscimento delle parti in causa. Quando esso manca, lo vediamo nelle partite di calcio, all’arbitro non resta che la fuga e il riparo in luogo sicuro.

Con il caso Siri si è verificato il salto di qualità. Non ostante le esortazioni salomoniche alla calma rivolta ai due contendenti l’avvocato Giuseppe Conte ha assunto la veste di giudice. Di fatto un intervento a gamba tesa col fine di ripristinare e mantenere un equilibrio, un rapporto di forze in via di alterazione.

Il Presidente rischia di cadere nella tentazione ricorrente al quale cede il terzo. Quella di diventare esplicitamente parte in causa del conflitto e di trarne il massimo vantaggio specie nel momento di debolezza di entrambe i contendenti. Per il momento il bersaglio designato è Salvini. Il varco che si è cercato invano di aprire con il caso Diciotti, potrà determinarsi sfruttando la crepa del caso Siri entro la quale ancora una volta potrà agire la magistratura, parti di essa, per delimitare l’agone politico. Il moltiplicarsi delle azioni giudiziarie lasciano intravedere che sarà ancora una volta questa la modalità per tentare di ridisegnare e ripristinare lo scenario politico. Per il resto, ad alimentare i dissidi e il senso di impotenza, ci penserà la risicatezza del bottino disponibile grazie ai vincoli-capestro sottoscritti da tutti in sede comunitaria.

A Giuseppe Conte, però, manca una referenza fondamentale per esercitare compiutamente questa ultima funzione di terzo: la disponibilità delle leve di potere e di una forza propria, giacché la forza è un atout imprescindibile in politica. Lo ha dimostrato nel prosieguo delle due occasioni nelle quali ha potuto emergere: in Libia con il chiaro ridimensionamento della funzione mediatrice del Governo Italiano, in Europa con l’intangibilità dei parametri che regolano le politiche economiche degli stati europei.

L’ambiguità e la opacità di questo suo ruolo deriva dalla discrepanza netta tra la rappresentazione del conflitto e delle divisioni sullo scenario pubblico e le divisioni e i contrasti effettivi che agiscono nell’ombra e dietro le quinte. Lo scenario ci offre la contrapposizione tra Salvini e Dimaio, la Lega e i Cinque stelle.

Il Governo in realtà è composto da tre attori, una delle quali, la componente “tecnica”, rappresenta il vero giudice. Una componente composta in parte da figure autonome, in parte da figure cooptate nel seno dei due partiti, specie dai 5Stelle, per mancanza di una propria classe dirigente. È pervaso, altresì, da due anime, queste sì in fondamentale conflitto tra di esse. Una apertamente europeista, pedissequamente atlantista, ben disposta verso l’umanitarismo e il politicamente corretto; ben salda nel controllo delle leve di potere, ma incapace di offrire una prospettiva accettabile per quanto ingannevole. L’altra con aspirazioni di indipendenza politica, incapace però di tradurle in strategie e tattiche politiche adeguate con il risultato di ricadere continuamente nel trasformismo più becero. Due anime che attraversano entrambe i partiti al governo anche se sotto mentite spoglie di diversa foggia. Quella restauratrice in uno si manifesta con il progressismo dei diritti, nell’altro con quello della persistenza di una classe dirigente più preparata e navigata, addestrata da venti anni di esperienza amministrativa, ma legata ad una visione localistica e regionalista sostanzialmente compatibile con le attuali opzioni europeiste e con la attuale insignificanza nell’agone geopolitico. Una mistura particolarmente deleteria e mistificante per il paese. Il resto, comprese le migrazioni incontrollate di adepti nei partiti, di fatto nel partito, è un corollario per quanto rischioso

In questo contesto e con queste dinamiche la funzione di Giuseppe Conte rischia di apparire inesorabilmente più che di Terzo per “conto terzi”. Una funzione che potrà portare al drastico ridimensionamento, se non al dissolvimento di uno, dell’ultimo arrivato quindi tra i partiti e al pieno rientro nei ranghi dell’altro. Gli osanna mediatici a Mario Draghi e la posizione di attesa del PD lasciano intendere questi propositi. Tra il dire e il fare, fortunatamente, c’è di mezzo un vecchio ceto politico troppo screditato ed incapace e un contesto geopolitico, compreso il presunto asse franco-tedesco, sempre più mutevole e meno stabile nella stessa Europa. Per ora può essere ancora una opportunità; tra non molto potrà rivelarsi, se procrastinata, una vera e propria iattura e catastrofe per l’intera Europa e soprattutto per l’Italia; senza nemmeno il palliativo del declino languido conosciuto dall’Italia postrinascimentale.

 

I REDUCI DEL SECOLO BREVE, di Teodoro Klitsche de la Grange

I REDUCI DEL SECOLO BREVE

Non è ben chiaro dove Zingaretti porterà il PD: a quanto sembra il richiamo al “vecchio” rispetto alla rottamazione renziana non è da sottovalutare. L’elezione di Landini e la manifestazione di Sala a Milano possono (forse) rafforzare l’intenzione di percorrere questa strada. L’apertura a Calenda (immediatamente rispedita al mittente) meno. Tuttavia la capacità di tenere insieme diverse declinazioni di una concezione politica (e non solo) è, in politica, una risorsa, ossia virtù, scriverebbe Machiavelli; onde non è escluso che il nuovo segretario del PD ambisca a realizzarla. Anche se operazioni del genere comportano il rischio dell’instabilità: lo sa bene – da ultimo – Prodi che costruendo una coalizione ampia ma eterogenea si trovò sfrattato più volte; addirittura in un’occasione da Turigliatto.

E la situazione odierna del PD è assai meno propizia di quella del ventennio (e oltre) della seconda repubblica. Non solo perché la base di partenza, cioè l’elettorato del PD è inferiore al 20%, assai meno di quello che era il “tesoretto” di Prodi (comunque intorno al 30%) ma perché la vecchia talpa ha scavato assai di più. Mentre infatti l’Ulivo, l’Unione e le coalizioni di centrosinistra presupponevano di essere uno dei poli della contrapposizione politica dominante (o ritenuta tale), cioè quella tra sinistra e destra, ma in effetti tra borghesia e proletariato, oggigiorno la consunzione di quella si è quasi totalmente compiuta: è stata neutralizzata. La capacità coagulante del nemico (avversario, oppositore) borghese o proletario, democratico-liberale o socialista è venuta meno, ed un’altra del tutto nuova si è manifestata, quella tra identità (dei popoli) e globalizzazione. Stiamo andando ad elezioni europee dove l’avversario da battere è per i vecchi partiti il sovranismo (e i sovranisti).

Per i partiti popul-sovran-identitari) le forze politiche che si richiamano alla vecchia scriminante politica, complici, quando non autori della globalizzazione e delle istituzioni in cui è “ordinata”. Ma non vorrei annoiare i lettori con tesi che da anni – ovviamente non da solo – mi capita di scrivere.

Passando al PD, in larga parte ancora costituito da quadri già PCI (molti) PDS-DS (ancora di più), occorre ricordare le differenze dal vecchio PCI rispetto ad oggi. In primo luogo la base sociale: un tempo era proletario, la base sociale del PD essendolo per oltre tre quarti: operai, braccianti, mezzadri. Ciò almeno fino agli anni ’70, in cui gli occupati del settore industriale erano oltre il 40% della forza lavoro; oggi, sono poco più del 20%. Anche se vi fosse ancora il nemico borghese, la truppa proletaria interessata a combatterlo si è ridotta a poco più della metà.

La seconda: il partito di massa. Il PCI era un partito di massa, un partito organizzato centralisticamente; il partito diceva Stalin, parlando del PCUS, è come l’ordine dei portaspada. Gli iscritti superavano i due milioni. Pare che gli iscritti odierni non passino i 500.000; anche se, con il meccanismo delle primarie, gli  interessati risultano molti di più. Ma comunque altro è recarsi ogni tanto a votare a un seggio, altro è fare, se non il “rivoluzionario di professione”, almeno il militante. Il quale fa parte del “seguito” dei politicamente attivi: l’elettore alle primarie no, come non ne fa parte né il votante alle politiche e neanche la nuova incarnazione della figura del “decidente inattivo”: l’iscritto alla piattaforma Rousseau. Tutte figure accomunate da un’attività episodica e rigidamente individuale anche nel modo dell’espressione della volontà: da soli, in una cabina o davanti a un computer. Il carattere pubblico della decisione collettiva nelle assemblee e nei comizi o nelle piazze è lì del tutto estraneo. E con esso il coinvolgimento politico.

Quanto ai valori di riferimento: quelli del vecchio PCI erano di un partito marxista-leninista; e gli interessi protetti, quelli del proletariato (pur articolati). Dopo essere passati in una fase in cui ai primi si andava (progressivamente) aggiungendo la “diversità” intesa come “questione morale”, i valori e gli interessi proletari oggi sono stati totalmente sostituiti dalla protezione dei “diritti umani”, di quelli delle minoranze, dalla libertà sessuale (ecc.) di guisa che il partito un tempo definito “partito burocratico di massa” è divenuto assai più simile al “partito radicale di massa” profetizzato da Augusto Del Noce come esito finale del comunismo italiano. Lo stesso che sembra avvenuto a gran parte dei partiti della sinistra europea (per lo più social-democratici), i quali appaiono assai meno solleciti degli interessi (e valori) del proletariato di quanto facessero mezzo secolo fa. Non meraviglia che in Europa stiano perdendo seguito in misura macroscopica, semmai desta stupore che contravvengano a quelle tendenze dei partiti (ancora più manifeste in quelli socialisti) all’accrescimento numerico e alla rappresentanza di tutti (proletariato come “classe liberatrice”) sottolineate da Michels. In conseguenza dell’abbandono delle quali stanno riducendosi fino all’estinzione, possibile e per taluni non molto lontana.

Oltretutto vi sono movimenti di “sinistra” che già appaiono in via di trasferimento/collocazione nel nuovo assetto bipolare: un sovranismo “di sinistra” cui neppure si può far carico di aver dirazzato, giacchè democrazia, indipendenza, sovranità sono stati spesso idee condivise anche lì, e anzi, spesso è merito di partiti proletari, aver difeso l’indipendenza e la sovranità dei popoli. Nulla può impedire tuttavia a chi pur essendo di sinistra intende collocarsi in nome dell’internazionalismo dell’umanità dei diritti umani (e così via) nell’altro polo, anche se, francamente appare meno in linea con la (loro) tradizione.

In questo quadro ci si può chiedere se, piuttosto che imbarcarsi in un amarcord politico, il PD non preferisca essere l’asse di un nuovo partito globalista, “Italia in marcia”, provando a ripetere quanto riuscito a Macron due anni fa. Il che presupporrebbe tuttavia l’accordo con l’arcinemico (che tal non è e neppure era) Berlusconi; e, con ciò, implica l’abbandono definitivo della “vecchia” identità. O, in alternativa, rassegnarsi ad un deperimento lento.

Teodoro Klitsche de la Grange

Mentre le élite democratiche si avvicinano ai neoconservatori, gli elettori del partito diventano molto più militaristi e favorevoli alla guerra dei repubblicani. Di Glenn Greenwald

La vulgata corrente e ricorrente vede nei democratici americani la formazione politica meno interventista. Come abbiamo sottolineato in numerosi articoli e podcast la realtà è ben diversa. Questo articolo non fa che confermare quanto sostenuto_Giuseppe Germinario

Fonte: The Intercept, Glenn Greenwald , 11-01-2019

Glenn Greenwald

11 gennaio 2019

L’annuncio del presidente Donald Trump del 18 dicembre sulla sua intenzione di ritirare tutte le truppe americane dalla Siria ha prodotto un sostegno isolato nelle ali anti-guerra di entrambe le parti , ma ha in gran parte provocato indignazione bipartisan all’interno l’establishment riflessivo a favore della guerra a Washington.

Il senatore GOP, Lindsey Graham , uno dei sostenitori della guerra più fidati del paese, e Hillary Clinton , che ha ripetutamente criticato l’ex presidente Barack Obama per la sua mancanza di guerrafondaia, hanno condannato la decisione di Trump in termini molto simili, citando il classico gergo della guerra al terrore.

Ma mentre i vertici di Washington si riuniscono in opposizione, i nuovi dati di Morning Consult / Politico mostrano che una grande maggioranza di americani sostiene l’annuncio del ritiro di Trump dalla Siria: il 49% è a favore contro opposizione del 33%.

Questo non è sorprendente dato che gli americani, per una maggioranza ugualmente importante, concordano con la proposta che “gli Stati Uniti sono stati troppo a lungo impegnati in troppi conflitti militari in luoghi come la Siria, L’Iraq e l’Afghanistan dovrebbero dare la priorità a mettere gli americani fuori dal pericolo “molto più di quanto concordino con l’opinione favorevole alla guerra secondo cui” gli Stati Uniti devono mantenere truppe nei paesi come la Siria, l’Iraq e l’Afghanistan per aiutare i nostri alleati nella loro lotta contro il terrorismo e preservare gli interessi della loro politica estera in questa regione. “

Ma ciò che è notevole nei dati del nuovo sondaggio sulla Siria è che la maggior parte del sostegno per il mantenimento delle truppe in questo paese proviene dagli elettori del Partito Democratico, mentre i Repubblicani e gli indipendenti sono molto favorendo in modo schiacciante il loro ritiro. Le cifre stanno colpendo: tra coloro che hanno votato per Clinton nel 2016, solo il 26% sostiene il ritiro delle truppe siriane, mentre il 59% si oppone. Gli elettori di Trump sostengono in modo schiacciante il ritiro dal 76% contro il 14%.

Un divario simile è stato osservato tra coloro che hanno votato democratici nelle elezioni a medio termine del 2018 (il 28% è favorevole al ritiro e il 54% si oppone), a differenza del sostegno generale al ritiro tra gli elettori del GOP. del 2018: 74% contro il 18%.

Tendenze simili possono essere osservate sulla questione dell’intenzione annunciata da Trump di ritirare metà delle truppe americane attualmente in Afghanistan, dove i democratici sono molto più favorevoli al mantenimento delle truppe rispetto ai repubblicani e agli indipendenti.

Ciò è tanto più sorprendente in quanto nel 2008 Obama si è impegnato a porre fine alla guerra in Afghanistan e riportare tutte le truppe nel paese. Nel corso degli anni di Obama, i dati dell’indagine hanno indicato costantemente che la stragrande maggioranza dei democratici ha favorito il ritiro di tutte le truppe dall’Afghanistan:

Con Trump piuttosto che con Obama, che ora sta sostenendo il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, tutto è cambiato. I nuovi dati del sondaggio mostrano che i repubblicani e gli indipendenti sono molto più favorevoli ai ritiri delle truppe, mentre i democratici sono ora divisi o addirittura contrari. Tra gli elettori di Trump nel 2016 c’è un enorme consenso per il ritiro: tuttavia, gli elettori di Clinton si oppongono al ritiro delle truppe dall’Afghanistan in una proporzione del 37% a favore contro il 47% dell’opposizione.

Quest’ultimo sondaggio è tutt’altro che aberrante. Come Ariel Edwards-Levy di The Huffington Post ha dimostrato all’inizio di questa settimana , sondaggi separati mostrano un cambiamento simile da parte dei democratici su questioni di guerra e militarismo nell’era di Trump.

Mentre i democratici sono stati più o meno equamente diviso all’inizio dello scorso anno sulla questione se gli Stati membri dovrebbero continuare a intervenire in Siria, tutto è cambiato quando Trump ha annunciato la sua intenzione di ritirarsi, che ha causato un enorme aumento del sostegno dei democratici alla permanenza. “Coloro che hanno votato per il democratico Clinton ha detto oggi in una proporzione del 42%, che gli Stati Uniti avevano la responsabilità di fare qualcosa per i combattimenti in Siria che coinvolgono lo stato islamico, ha scritto Edwards-Levy, mentre Gli elettori di Trump hanno dichiarato con un margine di 16 punti che la nazione non ha avuto questa responsabilità. (Tendenze simili possono essere osservate tra gli elettori repubblicani,escalation di bombardamenti in Siria e in Iraq e l’uccisione di più civili , come ha più volte sollecitato durante la campagna – per tornare alla sua altra promessa elettorale di ritirare le truppe dalla regione).

Ovviamente non è la prima volta che gli elettori democratici hanno cambiato radicalmente le loro “credenze” basate sull’appartenenza politica della persona che occupa l’Ufficio Ovale. La base del partito passò Bush-Cheney anni per denunciare la guerra contro le politiche di terrorismo, come l’omicidio, droni e Guantanamo come atrocità morali e crimini di guerra, poi improvvisamente sostenere queste politiche quando sono sono diventati il ​​segno distintivo della presidenza di Obama .

Ma quello che sta succedendo qui è molto più insidioso. Uno dei valori fondamentali di anti-Trump #Resistance è diventato militarismo, sciovinismo e neoconservatorismo. Trump viene spesso attaccato dai democratici che usano scenari di guerra fredda da lungo tempo, usati per decenni contro di loro dall’estrema destra: Trump non è sufficientemente bellicoso con i nemici americani; è pronto a permettere ai paesi cattivi di prendere il potere rimpatriati dai soldati americani; i suoi sforzi per stabilire relazioni meno ostili con i paesi avversari sono un segno di debolezza, persino di tradimento.

Allo stesso tempo, le élite politiche democratiche di Washington si stanno riorganizzando formalmente con i neoconservatori , fino al punto di creare gruppi di politica estera congiunti (un incontro che ha preceduto la conferenza di Trump ). Il principale gruppo di esperti del Partito Democratico, il Centro per il Progresso Americano, donò $ 200.000 al neoconservatore American Enterprise Institute e stipulò alleanze multilivello con le istituzioni guerrafondai. MSNBC, di gran lunga il più influente canale di stampa liberale, è pieno di ex funzionari di Bush-Cheney, funzionari e agenti della sicurezza dello statoMentre persino le stelle liberali sono particolarmente aggressive (dieci anni fa, molto prima che affondasse così lontano nella tana bellicosa e pro-fredda, Rachel Maddow si autoproclamò “liberale in sicurezza nazionale” che era tutti contro l’antiterrorismo “).

Tutto questo ha portato ad una nuova generazione di democratici politicamente attiva per la prima volta, per paura di Trump, sono stati permeata di valori militaristi e imperialiste, addestrato a prendere in considerazione una volta neocons screditati come Bill Kristol, Max Boot e David Frum e gli ex leader della CIA e dell’FBI, come eccellenti specialisti, persone di fiducia che riecheggiano le loro idee. E ‘inevitabile che queste tendenze generano un partito sempre più militarista fredda a favore della guerra, e dati dei sondaggi ora lascia pochi dubbi sul fatto che questa trasformazione – che indugiare a lungo dopo la scomparsa di Trump – è sulla buona strada .

Fonte: The Intercept, Glenn Greenwald , 11-01-2019

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