FINANZA E GEOPOLITICA, 1a parte_ a cura di Luigi Longo

LA FINANZA, UNO STRUMENTO DI LOTTA TRA LE NAZIONI EUROPEE SOTTOPOSTE ALLE STRATEGIE USA

(a cura di) Luigi Longo

 

 

Propongo la lettura di quattro scritti di cui il primo sull’euro, sullo spread e sul rapporto tra l’Italia e la Germania; il secondo sul non rispetto delle regole europee da parte della Bundesbank nell’emissione dei titoli del debito pubblico; il terzo sul debito pubblico; il quarto sulla necessità di un principe che con dura energia sappia rialzare la Nazione da uno stato di degrado economico, politico e sociale.

I due scritti di Domenico de Simone, un economista “radical”, sono apparsi sul sito www.domenicods.wordpress.com, rispettivamente in data 27/5/2018 e 18/2/2014, con i seguenti titoli: 1) italiani scrocconi e fannulloni? tedeschi truffatori e falsari!; 2) Con la scusa del debito.

Lo scritto di Domenico De Leo, economista, è apparso sul sito www.economiaepolitica.it in data 7/12/2011, con il seguente titolo: L’eccezione tedesca nel collocamento dei titoli di stato.

Per ultimo propongo lo stralcio dello scritto di G.W.F. Hegel dal titolo: Il “Principe” di Macchiavelli e l’Italia che è stato pubblicato in Niccolò Macchiavelli, Il Principe, a cura di Ugo Dotti, Feltrinelli, Milano, 2011, pp. 246-248.

L’idea di questa proposta è scaturita seguendo con grande fatica la crisi politica e istituzionale che si è innescata a partire dalle elezioni politiche del 4 marzo scorso: è irritante fare analisi politiche di grandi questioni (sic) a partire dalle elezioni politiche che sono teatrini indecenti con maschere penose e tristi, così come tristi sono le relazioni di potere!

Si parla in questi giorni di questioni come la difesa dell’euro, il debito pubblico, il pareggio di bilancio, lo spread, l’Unione Europea, la Costituzione violata, eccetera, velando i veri problemi che sono quelli dati dalla mancanza di sovranità nazionale (indipendenza, autonomia e autodeterminazione) e da una Europa che non esiste come soggetto politico (non è mai esistita storicamente): questa Unione europea, economica e finanziaria è figlia delle strategie egemoniche mondiali statunitensi.

L’Europa è una espressione geografica storicamente data a servizio degli Stati Uniti dove i sub-dominanti vogliono tutelare i propri interessi nazionali, svolgere le proprie funzioni per accrescere il loro potere sotto l’ala protettiva e allo stesso tempo minacciosa degli Stati Uniti (egemonia nelle istituzioni internazionali e nella Nato) a scapito degli interessi della maggioranza delle popolazioni nazionali ed europee (gli scritti di Domenico de Simone e di Domenico De Leo chiariscono molto bene il ruolo di potere degli agenti strategici che usano gli strumenti della finanza nel conflitto per la difesa del posto di vassallo europeo da parte tedesca).

La crisi dell’Italia (crisi di una idea di sviluppo e di una comunità nazionale inserite in una crisi d’epoca mondiale) va vista nel ruolo che l’Italia svolge nelle strategie statunitensi: sul territorio italiano ci sono fondamentali infrastrutture (immobili e mobili) militari a servizio degli Usa, nel Mediterraneo, nel Medio Oriente e in Oriente. Gli Usa-Nato stanno cambiando le città e i territori, stanno distruggendo le industrie di base, stanno rimodellando le economie dei territori; il Pentagono decide gli investimenti e le infrastrutture necessari; in definitiva hanno compromesso le basi per lo sviluppo di una discreta potenza del Paese: ci restano solo il cosiddetto made in Italy e il piccolo, medio è bello (sic). Il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, facendo gli auguri al popolo italiano per la festa della Repubblica, ha detto che “La nostra continua cooperazione economica, politica e sulla sicurezza è vitale (corsivo mio) per affrontare le sfide comuni, tra cui il rafforzamento della sicurezza transatlantica e la lotta al terrorismo in tutto il mondo”.

Lo sbandamento dei sub-decisori italiani non è dovuto alla ricerca di un percorso di sovranità nazionale, da cercare con altre nazioni europee, per ripensare un’Europa come soggetto politico autonomo ( le cui forme istituzionali sono da inventare); ma esso è dovuto al conflitto interno agli USA dove si scontrano le visioni diverse dell’utilizzo dello spazio Europa in funzione delle proprie strategie egemoniche mondiali: 1) una Europa sotto il coordinamento del vassallo tedesco e del valvassore francese con la costruzione di uno Stato europeo?; 2) una Europa delle Nazioni singole?; 3) una Europa ridisegnata con la creazione di regioni?; 4) una Europa riorganizzata in aree << secondo le linee che marcano lo sviluppo storico>>?

La nuova sintesi dei dominanti statunitensi basata su un’idea di sviluppo con una diversa organizzazione sociale ( se mai ci sarà, considerato l’atroce conflitto in atto che indica l’inizio del declino dell’impero) dirà quale Europa sarà funzionale al rilancio egemonico mondiale.

E’ bastato che alcune forze politiche sistemiche proponessero ( non a livello di azione, che presuppone ben altre analisi e ben altri processi) aggiustamenti tecnici, maggiore equità, una ri-sistemazione sistemica delle gerarchie consolidate, una maggiore difesa dei propri interessi nazionali in funzione di una migliore Europa atlantica, che la reazione del potere sub-dominante europeo (soprattutto tedesco) fosse violenta, scomposta e rozza.

Il ruolo di garante di questa Europa legata ai dominanti statunitensi, che si configurano nel blocco democratico – neocon – repubblicano ( di questo blocco sono da capire meglio gli intrecci dei decisori della sfera politica), che vogliono una Europa coordinata dal vassallo tedesco, è rappresentato, in Italia, dal Presidente della Repubblica (oggi Sergio Mattarella, ieri Giorgio Napolitano). Il gioco istituzionale di Sergio Mattarella è da inquadrare in questa logica, altrimenti non si capiscono bene le contraddizioni, i paradossi, le sbandate e le ipocrisie di tutta la sfera politica. Attardarsi sul rispetto della Costituzione da parte del Presidente della Repubblica è un non sense perché la Costituzione è una espressione dei decisori e non del popolo. Le regole, le norme, i principi che regolano i rapporti sociali di una Comunità nazionale sono in mano a pochi e non a molti. Come insegna la cultura antica, soprattutto greca, quando le regole del legame sociale non sono decise dalla maggioranza non c’è nè democrazia nè libertà.

Occorre riflettere sulla tragica situazione in cui si trova l’Italia in particolare, e più in generale l’Europa, per trovare una strada che non sia solo elettorale, che non sia solo tecnica-finanziaria, che non veda la finanza come un dominio ma come uno strumento di potere in mano agli agenti strategici sub-dominanti europei e pre-dominati statunitensi. << Oggi si parla tanto della finanziarizzazione del capitale e del suo strapotere. Magari vedendo in questo processo l’avvicinarsi di una crisi catastrofica. Ma la finanza è solo un fattore fra altri, non isolabile, dello scontro per la supremazia fra i gruppi dominanti. Il capitale finanziario insomma rappresenta i conflitti in atto tra diverse forze e strategie politiche, combattuti con l’arma del denaro. Se vogliamo allora comprendere gli squilibri e le crisi che caratterizzano il capitalismo contemporaneo dovremmo addentrarci in un complesso intreccio tra funzioni finanziarie e politiche e nelle contraddizioni tra la razionalità strategica che prefigura assetti di potere e la razionalità strumentale che mira ai vantaggi immediati dell’economia. Al fondo vi è sempre lo scontro tra gruppi dominanti.>> (Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma, 2008).

Per questo il rito delle elezioni è diventato sempre più inutile (l’esempio greco, e non solo, è significativo!) e mano a mano che si entrerà sempre di più nella fase multicentrica si renderà sempre più palese l’ideologia della partecipazione popolare alle decisioni del Paese tramite il voto elettorale, alla faccia della Costituzione!

La fase multicentrica impone una ri-considerazione sul ruolo della sovranità nazionale per ri-costruire una Europa delle nazioni sovrane che chiarisca il suo rapporto con gli USA e guardi ad Oriente.

 

Per comodità di lettura gli scritti proposti sono stati divisi e pubblicati in quattro parti, ciascuna preceduta dalla mia introduzione.

 

 

PRIMA PARTE

 

 

ITALIANI SCROCCONI E FANNULLONI? TEDESCHI TRUFFATORI E FALSARI!

di Domenico de Simone

 

La battaglia durissima e senza precedenti che si sta consumando intorno alla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’economia, sta assumendo toni intollerabili, con attacchi violenti da parte della stampa italiana, come al solito ricca di falsità, allarmi, valanghe di fango e menzogne, e recentemente con la discesa sul campo di battaglia delle “sturmtruppen”, anch’esse armate di falsità e menzogne, oltre che di insulti e pregiudizi. Facciamo un po’ di chiarezza.

Paolo Savona è un economista di valore e di grande prestigio che ha il solo torto di aver detto  chiaramente, PRIMA dell’entrata in vigore dell’euro, che la moneta unica, così come era stata concepita, avrebbe fallito e che i vantaggi tanto sbandierati dai politici di allora e dalla stampa, si sarebbero rivelati un’illusione pericolosa. In Italia è stato uno dei pochissimi a dirlo, una voce fuori da coro che ha dato molto fastidio e che è stata messa a tacere con i soliti sistemi mafiosi dei signori del potere. Semplicemente negandogli l’accesso ai media. Che cosa diceva il buon professore sull’Euro? Niente di diverso da quello che sostenevano molti noti economisti d’oltre oceano, ovvero che una moneta unica in un’area con economie tanto diverse e senza meccanismi di compensazione avrebbe provocato molti danni alle economie più deboli. Si tratta della teoria delle Aree Valutarie Ottimali (AVO) in inglese nota come teoria dell’OCA (optimum currency area) elaborata negli anni sessanta del premio Nobel Robert Mundell e ben nota agli economisti. Se volete capire quanto sono bravi i tedeschi al gioco dell’OCA cliccate su questo articolo. 

Ora, che un personaggio del genere, che ha fatto dell’indipendenza del pensiero la propria bandiera, vada a fare il Ministro dell’Economia in un momento in cui tutto l’edificio comunitario sta vacillando paurosamente, proprio a causa delle debolezze e delle contraddizioni dell’euro e della politica europea, è per un fatto inammissibile per i poteri forti. Di qui la reazione violenta e senza precedenti, con il Presidente della Repubblica che mette il proprio veto, violando palesemente la Costituzione che non gli consente ingerenze sulle scelte politiche della maggioranza nominata dagli elettori. Tuttavia, poiché la questione può essere di vitale importanza, la resistenza del Presidente è fortissima, anche a rischio di un’accusa di violazione dell’art. 90 della Costituzione, ovvero di alto tradimento, per comportamenti diretti a sovvertire le Istituzioni Costituzionali e per le collusioni con una potenza straniera, nel caso di specie, con la Germania.

Fatta questa doverosa premessa che rende l’idea del clima e degli interessi in gioco, veniamo al merito di questo articolo, che sin dal titolo vuole rispondere ai durissimi attacchi sferrati dal settimanale “Der Spiegel” qualche giorno fa e persino dalla Frankurter Allgemeine Zeitung nel suo inserto settimanale, contro l’Italia, gli italiani e il loro desiderio di cambiare la politica economica del paese. Insomma, i due giornali più diffusi in Germania che agitano con forza i soliti pregiudizi diffusi in quel paese sulle abitudini degli italiani, definiti “scrocconi e fannulloni”.

L’accusa è legata sia al programma di reddito di cittadinanza avanzato dal M5S (che poi non è un vero RdC ma una misura assistenziale, come ho già scritto numerose volte in altri articoli) che ci fa meritare l’accusa di fannulloni, sia al fatto che le politiche economiche contenute nel contratto sottoscritto da Lega e M5S comporterebbero violazioni di spesa che si riverserebbero sui conti della EU con un danno per l’economia tedesca. In altre parole, questi preclari esempi di giornalismo di disinformazione, dicono ai propri concittadini che a breve, se Lega e M5S vanno al governo, sarebbero costretti a mantenere il nostro tenore di vita che è evidentemente a di sopra delle nostre possibilità.

L’unica reazione adeguata a questo nugolo di nefandezze, di menzogne e di fango è giunta dall’ambasciata italiana a Berlino che ha protestato vivacemente contro queste ignobili accuse. Dall’Italia, invece, i silenzio o quasi.

E vediamo perché a questa accusa, possiamo replicare sostenendo a ragione che gli accusatori tedeschi sono truffatori e falsari.

  1. I) Il debito pubblico italiano è insostenibile e porterà l’Europa comunitaria al fallimento.

Questa accusa è falsa. Uno studio pubblicato in Germania quattro anni fa dalla Fondazione Stiftung Marktwirtschaft, un prestigioso istituto di studi economici diretto dall’economista Bernd Raffelhüschen, molto stimato in Germania e all’estero, ha rilevato che il debito complessivo dell’Italia è di molto inferiore a quello della Germania e degli altri paesi fondatori della Comunità Europea. Per debito complessivo si intende il debito corrente più il  debito implicito, ovvero quel debito che nascerà nei prossimi decenni dalle previsioni di spesa dovute alle scelte correnti di politica economica e previdenziale. Su questa ricerca ho scritto un articolo al quale vi rimando. Per questa ricerca, il debito implicito dell’Italia è il più basso di tutti gli altri paese europei, primo posto che è confermato anche considerando il debito complessivo. La Germania sta al secondo posto con un debito complessivo che supera del 20% circa quello italiano. Quindi è FALSO che i problemi economici della Germania verranno dalle scelte di politica economica italiane, com’è assolutamente falso che gli italiani vivano al di sopra delle proprie possibilità. Sono semmai le scelte della Germania e degli altri paesi europei che porteranno la Comunità europea al fallimento, come si capisce chiaramente guardando la tabella redatta dal prestigioso Istituto economico tedesco. Il problema è quindi il debito a breve, sul quale “i mercati” fanno il prezzo dei titoli di Stato e che costituisce la base dello “spread”, ovvero della differenza di tassi di interesse tra i titoli italiani e quelli tedeschi, che sono presi a pietra di paragone di tutti gli altri stante la sbandierata virtuosità della finanza pubblica tedesca. Se “i mercati” considerassero il debito complessivo, la situazione dovrebbe essere invertita e dovrebbero essere i titoli italiani a fare da base per i tassi di tutti gli altri. E se questo non avviene è perché qui c’è un trucco.

 

  1. II) Lo “Spread” e i trucchi truffaldini di BUBA

Ma come fanno i tedeschi a tenere così bassi gli interessi sui loro titoli di Stato? Con un trucco truffaldino che praticano sin dalla sottoscrizione degli accordi di Maastricht, nonostante l’esplicito divieto contenuto in questo trattato. L’art. 101 comma 1 del trattato vieta espressamente alle Banche centrali nazionali di acquistare titoli di debito del proprio stato all’atto del collocamento, ovviamente per evitare distorsioni nella formazione dei prezzi, con la candida illusione che, in tal modo, il prezzo di collocamento sarebbe stato fatto dal mercato. Questo divieto ha causato, a suo tempo, la crisi di liquidità della Grecia, e vale per tutti i paesi europei tranne che per la Germania. Infatti, quando l’Agenzia per il Debito tedesca mette all’asta sul “primo mercato” i titoli dello Stato tedesco, succede spesso che i tasso di interesse proposto sia di gradimento solo di alcuni acquirenti e che pertanto alcuni stock di titoli restino invenduti. Stando alle regole, a questo punto l’Agenzia dovrebbe alzare il tasso di interesse finché l’intera emissione non fosse assorbita dal “mercato” (e poi vedremo chi sono questi signori del primo mercato), ma in realtà non fa così affatto. Prende i titoli invenduti e li “deposita” presso la BuBa, ovvero la Bundesbank, la banca centrale tedesca che, formalmente, funge solo da depositaria dei titoli invenduti che andrà poi a vendere sul “mercato secondario” in un momento più favorevole. Dato che la BuBa può effettuare acquisti sul mercato secondario, se non trova acquirenti al tasso deciso dalla Agenzia del debito, essa stessa comprerà quei titoli, quel punto, ma solo formalmente, senza violare il trattato di Maastricht, che vieta gli acquisti di titoli sul mercato primario ma non su quello secondario. Con la conseguenza che, in forza di questo trucco truffaldino, la BuBa funge da acquirente di ultima istanza per i titoli tedeschi in palese violazione del trattato di Maastricht. Se volete approfondire l‘argomento leggetevi questo articolo che tratta l’argomento in maniera approfondita. Grazie a questo truffaldino trucco da baraccone, sul quale nessuno governo ha mai detto nulla né Bankitalia e tanto meno la BCE hanno mai sollevato eccezioni, i titoli tedeschi scontano un interesse bassissimo, il più basso possibile deciso politicamente dal governo tedesco, e gli altri paesi europei pagano la differenza tra quello che il “mercato” chiede e il prezzo pagato dai tedeschi. Questa vergogna che va avanti così da circa vent’anni, è la fonte dello “spread”, che viene periodicamente agitato come lo spauracchio per tenere in riga i conti pubblici italiani e mettere paura agli italiani stessi, dicendo falsamente che il mercato è spaventato dal debito pubblico e dai conti del nostro paese. ma vediamo chi sono questi signori del mercato “Primario” che decidono il prezzo che noi dobbiamo pagare sul nostro debito pubblico.

 

III) I signori del mercato primario e quelli del mercato secondario

Se pensate che il mercato dei titoli del debito pubblico sia costituito da milioni di investitori alla ricerca delle migliori opportunità per i loro risparmi, ebbene scordatevelo. Il mercato primario dei titoli pubblici è costituito esclusivamente da alcuni soggetti che sono i soli autorizzati all’acquisto di titoli di stato all’atto del collocamento. Non è ovviamente il mercato finanziario così come ci viene dipinto dagli articoli di giornali corrotti e falsari, insomma non è affatto un mercato, ma un congrega di venti Banche commerciali che sono le uniche ammesse a fare tali acquisti. Le transazioni avvengono per via telematica per ogni Stato un paio di volte al mese. Questi soggetti acquistano i titoli che poi, dopo opportuna maggiorazione di prezzo (giusto qualche decimale di punto) vanno poi a rivendere sul mercato secondario, a quelle altre banche che hanno prenotato o hanno mostrato interesse per l’acquisto dei titoli. Già, perché anche il mercato secondario non è ancora il mercato finanziario, quello al quale possono accedere tutti gli operatori cittadini compresi, ma è anch’esso costituito da una platea più allargata di banche commerciali (circa 120) sufficientemente solide per essere ammesse a questo mercato, oltre che dalle banche centrali dei paesi. Dopo aver esaurito questa corsa, previa opportuna maggiorazione del prezzo, i titoli di stato finiscono finalmente sul mercato finanziario, dove vengono trattati come gli altri strumenti finanziari. Lo “Spread”, quindi, non nasce dal “sentiment” di milioni di investitori (come ci fanno bellamente credere), sui rischi economici e finanziari di un paese, ma dalle decisioni, evidentemente politiche più che economiche, di un pugno di banchieri speculatori. I tedeschi hanno neutralizzato queste decisioni politiche per quello che li riguarda, adottando il trucco che abbiamo visto sopra, ma ovviamente le banche non ci rimettono niente, poiché lo “Spread” comprende anche il minore guadagno che i banchieri hanno sui titoli tedeschi. In altri termini, siamo noi che paghiamo con un incremento dei tassi, le differenze che le banche devono scontare sui titoli tedeschi e che subiamo le decisioni politiche di un pugno di banchieri che a loro volta sono evidentemente e necessariamente influenzati dalle decisioni dei tedeschi, sia sul piano finanziario che su quello politico. Chiaro, o no?

IV I programmi di assistenza pubblica in Germania

I tedeschi ci accusano di essere fannulloni per via della proposta avanzata dal M5S di un programma di assistenza per i disoccupati e di introduzione di un salario minimo vitale. Ebbene, la cosa sconcertante di questa accusa, è che in Germania esiste da tempo un programma del genere, anzi praticamente identico a quello proposto dal 5 Stelle, ovvero il sussidio sociale Hartz IV. Questo sussidio, che attualmente viene erogato a circa sei milioni di persone, supporta in vari modi le persone disoccupate che non riescono a trovare un lavoro. L’agenzia propone alle persone un lavoro e queste devono accettarlo a pena di perdere il sussidio in caso di rifiuto. Si tratta di una misura assistenziale in vigore, da molto tempo, in tutti i paesi europei tranne che in Italia e che i 5 Stelle vogliono introdurre chiamandola inopportunamente reddito di cittadinanza che è in realtà una cosa completamente diversa. Ma a parte questa questione, di cui ho abbondantemente parlato nei miei libri e articoli, e che è la scriminante tra la libertà e la schiavitù, sta di fatto che se il programma è fatto dai tedeschi è una misura doverosa di supporto alle persone meno fortunate, mentre se lo fanno gli italiani si tratta di mantenere fannulloni arroganti e spocchiosi.

Ora che un governo possa mettere alla luce questi trucchi vergognosi e queste truffe, che sono costate finora agli italiani centinaia di miliardi e una crisi senza fine, è evidentemente intollerabile per i padroni del vapore. Non ho molta fiducia nel governo Lega 5 Stelle che, da un punto di vista politico sembra un guazzabuglio indecifrabile, ma dal punto di vista economico il fatto di poter alzare la voce e magari riuscire a tagliare alcuni dei legacci che ci tengono prigionieri è certamente una buona opportunità e Savona mi sembra la persona più indicata, per prestigio, competenza e idee manifestate per farlo.

 

Momenti della verità, di Roberto Buffagni

Momenti della verità

Che cos’ho imparato in questi giorni di crisi

 

In questi giorni di crisi politica e istituzionale abbiamo vissuto alcuni momenti della verità. Ne capitano pochi, nella vita: facciamone tesoro.

Momento della verità 1: all’Unione Europea la verità fa male, conforme la celebre sentenza della pensatrice italiana Caterina Caselli.[1] L’UE è un ferro di legno politico[2] privo di legittimità; in altri termini, non può dire in nome di che cosa comanda, eppure comanda e vuole continuare a comandare. Questo vizio di nascita, o, nel linguaggio preferito dalla UE, questa fragilità strutturale, la rende insieme fragilissima e rigidissima. Non appena la questione della legittimità viene in luce e si sposta al centro della scena, la sua resilienza e il suo spazio di manovra politica tendono allo zero. Quando il riflettore si spegne, quando la questione delle legittimità ritorna nel backstage politico, la UE ritrova la sua flessibilità, il suo spazio di manovra politico, il suo consenso, in breve la sua forza.

Momento della verità 2: le classi dirigenti italiane proUE (cioè praticamente tutte le classi dirigenti italiane) hanno avuto molta paura. L’enorme errore politico del Presidente Mattarella (la bocciatura del governo esplicitamente motivata con la presenza di Paolo Savona, reo di aver predisposto il “piano B” di uscita dall’euro) ha spostato al centro della scena politica la questione della legittimità, provocando le conseguenze di cui al punto 1 e aprendo la strada a una crisi istituzionale che poteva propagarsi all’intero edificio UE. La classi dirigenti italiane proUE hanno sperimentato anche emotivamente il trauma di due verità: a) che il loro predominio si fonda, letteralmente, sul nulla: il Re UE non è nudo, ma proprio non esiste: esiste solo per generale consenso a un’impostura b) che fondarsi su un’impostura li espone a un rischio esistenziale permanente. La paura che li ha scossi fin nelle viscere muove l’ondata d’ odio scriteriato che vediamo manifestarsi sui media proUE, dove leggiamo, anche scritte da persone intelligenti, moderate, colte, esortazioni a prendere provvedimenti folli quali la messa fuori legge di Lega e 5*, vale a dire incitamenti alla guerra civile e al terrore di Stato. La paura e l’odio formano uno dei composti psicologici più difficili da sciogliere e più pericolosi che esistano. Dalle classi dirigenti italiane proUE, chi sta nel campo avverso deve aspettarsi una guerra condotta con qualunque mezzo (peso le parole). Con questa affermazione non esorto a togliersi i guanti ma all’esatto contrario: esorto a stare in guardia, e a non permettere assolutamente che il conflitto politico trascenda nell’illegalità e nella violenza.

Momento della verità 3: il popolo italiano non è stupido. Nonostante quel che pensano e sperano le classi dirigenti italiane proUE, e nonostante un paio di generazioni di diseducazione politica, dissoluzione sociale, perfusione mentale d’una sciacquatura di piatti culturale altamente tossica, il popolo italiano, nel suo insieme, ha capito all’ingrosso che cosa c’era in ballo, non appena il Presidente Mattarella ha alzato il fondale ed è apparso coram populo quel che c’è nel backstage. Non ha capito tutto, ma ha capito l’essenziale: ha capito che chi lo comanda, lo comanda in nome e per conto altrui. Chi sono di preciso questi altri non l’ha capito, ma che sono altri, figli di altro padre e altra madre, con altri interessi, altre speranze, altri progetti, altre visioni del mondo, questo l’ha capito.

Momento della verità 4: il popolo italiano ha paura. Il popolo italiano non è stupido, ma ha paura. Da un canto, questa paura è indice di saggezza, perché è giusto e ragionevole aver paura, quando i rapporti di forza sono sfavorevoli: ed effettivamente i rapporti di forza gli sono sfavorevoli. Che i rapporti di forza gli siano sfavorevoli, il popolo italiano l’ha imparato nel modo più difficile, cioè per esperienza: una dura maestra che prima ti fa l’esame e solo dopo ti illustra il programma su cui dovevi prepararti. Disoccupazione, salari da fame, risparmi che si erodono, famiglie che si frantumano, figli senza prospettive di vita ordinata che reagiscono disordinandosela in proprio, accuse infamanti e derisioni umilianti sbattute in faccia 24/7 dalle istanze autorevoli sono un’esperienza che non si scorda facilmente. Alla paura si può reagire in due modi: con la prudenza e il coraggio che affrontano il pericolo, con la confusione e la deriva mentale che lo negano e lo rimuovono. Purtroppo, negare e rimuovere il pericolo è più facile.

Momento della verità 5: il popolo italiano ha bisogno di disciplina. Il popolo italiano ha bisogno di disciplina perché non ce l’ha, e senza disciplina un popolo non è un popolo ma una plebe che si lascia attraversare e scuotere dalle emozioni e dai desideri come un feto nel grembo materno. Il professor Giulio Sapelli ha trovato una formula efficace, per definire la base sociale del Movimento 5*: il popolo degli abissi. L’ha ripresa da un vecchio libro di Jack London, Il tallone di ferro, che non a caso fu una delle letture più popolari nel movimento socialista tra Otto e Novecento. Il popolo degli abissi è quello che più direttamente sperimenta di persona il tremendo, dissolvente disordine materiale e morale a cui accenno al punto precedente. Il suo grido di battaglia, “uno vale uno”, la sua rivendicazione di democrazia diretta, sono reclami più che comprensibili e scusabili di fronte all’umiliazione, alla paura di affogare, di essere schiacciati e aboliti dalla macchina sociale senza lasciare memoria di sé: manco una lapide e una tomba, gli eredi ti fanno cremare perché costa meno. Però sono anche trappole, trappole inesorabili: perché non è vero che uno vale uno, e non è vero che si può prendere il potere e raddrizzare un mondo storto prendendo il 51% dei voti.

Momento della verità 6: il Movimento 5* deve scegliere il suo nemico. Il Movimento 5* deve scegliere il suo nemico, e non l’ha ancora fatto. Non l’ha ancora fatto per due ragioni: a) perché non vuole credere di avere un nemico, un nemico disposto a impiegare tutti i mezzi per vincere, e preferisce negare o rimuovere il pericolo. Trova più facile indicare come nemico qualità prepolitiche quali la disonestà, la corruzione, etc. Ma non è così che si agisce politicamente. La disonestà, la corruzione, in genere il male morale sono nemici interiori di ciascuno, perché sono possibilità sempre presenti nel cuore di tutti gli esseri umani, quale che sia la loro posizione politica e sociale. Per agire politicamente, dobbiamo designare un nemico politico, che sarà un uomo o un gruppo di uomini, buoni e cattivi insieme come siamo anche noi, dal quale ci dividono volontà, interessi, progetti, etc. b) perché ha paura di quel che implica designare un nemico politico. Designare un nemico politico comporta diventare adulti. Comporta smettere di pensare di essere i buoni che combattono contro i cattivi. Comporta smettere di pensare che il conflitto possa cessare nella concordia universale. Comporta infine darsi una disciplina e una struttura, agire razionalmente subordinando la tattica alla strategia, e smettere di credere al momento magico in cui il mondo intero sarà costretto a riconoscere che abbiamo ragione. Esempio concreto: nel momento culminante della crisi istituzionale, dopo il veto del Presidente Mattarella a Savona, quando per l’alleanza Lega – 5* si apriva uno spazio di manovra immenso, i 5* hanno commesso due errori politici non meno colossali di quello compiuto da Mattarella. Prima, hanno rivendicato d’impulso, a caldo, la messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica. Si è trattato di un errore politico immenso perché a) la rivendicazione è stata fatta senza sincerarsi di avere la necessaria maggioranza parlamentare b) anche qualora la si fosse trovata, persino qualora la messa in stato d’accusa avesse portato alla deposizione del presidente Mattarella, nessuno aveva avuto neppure il tempo materiale di pensare alle conseguenze politiche immani che ne sarebbero scaturite, e al modo di sfruttarle costruttivamente, senza precipitare la nazione nel caos c) di conseguenza ci si autodesignava come politicamente irresponsabili, confermando le valutazioni correnti nel campo avverso. Poi, ritirata senza motivazioni plausibili la proposta di messa in stato d’accusa, Di Maio ha invitato Savona a ritirare la sua candidatura per consentire la formazione del governo, errore politico immenso perché a) trasformava lo scontro politico-istituzionale sulla legittimità in dissidio interno intorno a un capriccio egocentrico di Savona e/o a un’astuzia interessata dell’alleato leghista b) forniva una comoda via d’uscita all’avversario in grave difficoltà c) manifestava un opportunismo politico e una fragilità psicologica esiziali, incapacitanti. Savona non casca nella trappola, e a questo punto la deputata Laura Castelli lancia la proposta di spostarlo ad altro ministero, altro errore politico immenso, perché a) soccorre l’avversario in grave difficoltà b) non si rende conto che la questione “piano B” e Savona al MEF fanno tutt’uno, e hanno spaventato l’avversario perché avere nel governo un Ministro dell’Economia munito dell’ “opzione nucleare” è l’unica garanzia di una trattativa non cosmetica e non traumatica con l’Unione Europea[3] c) trasforma insomma una battaglia strategica in uno scontro tattico nel quale si possono fare compromessi e accettare mezze vittorie o mezze sconfitte. N.B.: sul piano tattico le mezze vittorie/mezze sconfitte esistono: si può pareggiare una battaglia. Sul piano strategico, le mezze vittorie e le mezze sconfitte non esistono proprio: le guerre o si vincono o si perdono.

Momento della verità 7: il difficile viene adesso. Il difficile viene adesso perché i presupposti sui quali è nato questo governo – realizzare una politica anticiclica in economia, dare lavoro, ridurre drasticamente l’immigrazione, mettere “prima gli italiani” – sono tutti irrealizzabili senza una trattativa con la UE che ne metta in questione i meccanismi strutturali. Una trattativa con la UE che ne metta in questione i meccanismi strutturali rappresenta un rischio esistenziale non soltanto per la UE come entità politico-economica, ma per tutte le classi dirigenti proUE non solo italiane, che sulla UE fondano il proprio dominio. L’unico, ripeto unico modo per trattare una modifica dei meccanismi strutturali della UE senza giungere molto presto al punto decisivo in cui si è costretti all’alternativa secca “cedere e subordinarsi in permanenza modello Tsipras/ andare in default, uscire dall’euro unilateralmente, impiantare un’economia di guerra per un periodo di transizione di alcuni anni” è avere il piano B, la capacità e la volontà di usarlo se necessario, e avvalersene come deterrente per prevenire lo scontro decisivo e l’alternativa tutto/nulla (v. la nota 3). La mezza vittoria/mezza sconfitta, insomma il compromesso tattico che ha condotto all’insediamento del governo può innescare due catene di conseguenze. Prima catena: il governo fa annunci, introduce alcuni provvedimenti secondari propagandisticamente efficaci ma che non importano lo scontro con la UE, e sostanzialmente non consegna la merce promessa agli elettori, o meglio al popolo italiano. Risultato finale: la mezza vittoria/mezza sconfitta tattica si trasforma in sconfitta strategica (perdiamo la guerra, e la perdiamo molto male, perché la perdiamo per colpa nostra). Seconda catena: il governo consolida le sue posizioni in patria e trova alleati all’estero, l’alleanza tra Lega e 5* si rafforza trovando concordia sull’obiettivo strategico e sulla designazione del nemico, il tema “modifica strutturale della UE, suoi costi/benefici e metodi per ottenerla” viene ampiamente dibattuto diffondendo vasta consapevolezza e appoggio tra la popolazione; e una volta costruite le condizioni di possibilità di uno scontro diretto con la UE, lo si implementa, probabilmente dopo uno scioglimento delle Camere e una nuova campagna elettorale, che guadagni al nostro fronte una larga maggioranza elettorale e un governo fortemente coeso e competente. Poi, si passa “allo scontro con il grosso dell’esercito nemico”, e se la fortuna assiste, la mezza vittoria/mezza sconfitta tattica si trasforma in vittoria strategica: vinciamo la guerra, cioè otteniamo una modifica strutturale della UE che apre la via a una sua trasformazione, in forme per ora imprevedibili. La prima catena di conseguenze è la più probabile (il fallimento è sempre più facile del successo), la seconda resta possibile, se ci diamo da fare e non ci perdiamo d’animo. La terza proprio non c’è.

[1] https://youtu.be/DOVGmoQpOaA

[2] V. il mio scritto qui ospitato: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[3]V. http://italiaeilmondo.com/2018/05/29/che-cose-e-come-funziona-il-piano-b-per-luscita-dalleurodi-roberto-buffagni/

TRE CONSIGLI GRATUITI, di Antonio de Martini ma … PER ANDARE DOVE?, di Pierluigi Fagan

TRE CONSIGLI GRATUITI

( e leggete le tre frasi che scrisse Bovio ai piemontesi che calavano a Roma)

Con la fine del fascismo, nel 1943, si bruciò la classe dirigente monarco-piemontese di origini nobiliari e alto borghesi, che, per durare, si era alleata sul finale con una classe pseudo-militar-borghese sorta dallo scontento provocato dai risultati non ottenuti con i sacrifici della prima guerra mondiale.

Nel secondo dopoguerra, è subentrata la classe dirigente cattolica, allevata dalle organizzazioni ecclesiali nei residui spazi di libertà lasciati dal regime precedente.

La sua indulgenza verso la corruzione – forse stimolata dal sacramento della confessione che ha inculcato il principio che tutto può essere perdonato – l’ha spinta con gli anni a emarginare il fondatore don Sturzo e ogni elemento motivato da afflato etico ed infine a cooptare nell’area del potere – sempre per durare- la classe dirigente alternativa sorta in seno al proletariato, emasculandola. ( nell’ordine: prima i socialisti, poi il sindacato, comunisti e infine persino i fascisti residuali).

Con l’arrivo delle crisi petrolifere che richiedevano competenze estranee alla cultura cattolica, siamo anche andati alla ricerca di una qualche forma di commissariamento affidandoci alla scuola economica sorta dagli uffici studi di Bankitalia. ( Ciampi, Dini, Draghi ).

Poi l’imprenditoria grande e piccola con Berlusconi, De Benedetti e imitatori minori.

Il passaggio dell’affidarsi alla magistratura e ai cosiddetti ” professori” è stato il più recente tentativo e di gran lunga il peggiore.( da Di Pietro a Monti a Grasso).

Con questo ultimo tentativo di ieri, abbiamo fatto ricorso ai borghesi piccoli piccoli di Monicelliana memoria.
Lo scontento per i risultati non ottenuti coi sacrifici del decennio scorso è stato il motore della nuova ondata.

Permeata di buon senso pratico, questa nuova ondata di governanti si è presentata con un fritto misto in cui sono rappresentate schegge di tutte le precedenti esperienze.

Questo fenomeno inusitato, ha provocato un moto di sorpresa che ha, in qualche senso, placato la pubblica opinione che ha visto con favore il cadere di alcuni steccati ideologici, sociali e di età che avevano condizionato le precedenti esperienze di selezione.

C’è una sola certezza: porteranno al vertice istanze e i malumori popolari dato che provengono dagli strati più bassi della popolazione.

Che riescano a dominare la situazione, identificare e risolvere i problemi, è tutto un altro argomento e dipenderà in larga parte dalla insensibilità al fascino dell’arricchimento personale.

Ai nuovi arrivati, tre consigli: evitate di farvi cooptare dalle vecchie classi dirigenti. Se fossero stati bravi, non sareste dove siete.
Guardatevi dalla arroganza e circondatevi di individui competenti, sostituendoli senza pietà al minimo sospetto di mala fede.

Se comincerete con udienze papali e cene nelle terrazze romane, finirete molto peggio di coloro che state sostituendo perché sarete giudicati usurpatori.

Abbiamo tutti una sola speranza. Fare peggio dei predecessori è praticamente impossibile.
Dimostratecelo.

PER ANDARE DOVE DOBBIAMO ANDARE, PER DOVE DOBBIAMO ANDARE?

Negli spostamenti progressivi della inquadratura del “problema”, stiamo piano-piano scoprendo che nel mondo grande e terribile (Gramsci), ci sono almeno due variabili di cui tenere conto. Lo si vede nelle oscillazioni tra economisti e geopolitici, entrambi -diciamo così- “critici”.

I primi giustamente intenzionati ad alzare il livello di frizione con la Germania, a costo di far finta di non vedere l’interessata amicizia americana (e britannica) sempre pronta col divide et impera a rompere la sfera di potenza tedesca che è l’euro-UE ed usarci così per giochi geopolitici. I secondi giustamente allarmati dal fatto che scappar da Berlino per mettersi nella mani di Washington, fa un po’ trama di film di Romero tipo “La notte dei morti viventi”, lì dove scappi da uno zombie per finire in braccio a quello che pensi un amico e che poi si rivela un mostro ben peggiore del primo.

Il punto è la sovranità. Non quella elementare e spezzettata nei vetri triangolari del caleidoscopio della nostra immagine di mondo che o parla di economia o parla di geopolitica, ma quella che riunisce in sé l’economia, la geopolitica, la cultura, la demografia ed ogni altro aspetto del tutt’uno di cui è fatta una società: la sovranità politica. Abbiamo scoperto che non abbiamo sovranità economica ma se è per questo non l’abbiamo neanche militare e tasse ed esercito sono i presupposti per fare Stato, quindi non abbiamo sovranità politica o quantomeno ne abbiamo una molto debole.

La cosa non solo dovrebbe preoccuparci per il senso di minorità oggettiva che ciò comporta, cosa di per sé grave, ma anche per il fatto che se invece che dal presente andare al passato (ah, non dovevamo firmare Maastricht, ah non dovevamo diventare una colonia americana dal dopoguerra in poi) andiamo al futuro, il nuovo mondo denso, complesso e multipolare con 10 miliardi di individui, darà carte da gioco viepiù peggiori tanto meno “potenza” (in senso completo, quindi politico come somma di tutti gli altri aspetti) si avrà. Lo studio PWC The Long View prevede che, nel 2050, noi italiani saremo la 21° economia la mondo. Va un po’ meglio ai francesi (12°) ma non tanto da potersi ancora definire una potenza e difendere il seggio al Consiglio di Sicurezza ONU, ma va anche peggio a gli spagnoli (26°), per non parlare di greci e portoghesi.

Servirebbe allora un piano, non solo un Piano B tattico per districarci nei rapporti di forza all’interno della gabbia del sistema euro-UE, ma un piano forte per districarci all’interno dell’affollato cortile-mondo di cui diventeremo una frazione trascurabile che sulla sovranità potrà al massimo scrivere libricini lamentosi su quanto era bello quando c’era Giulio Cesare o il Rinascimento, lira più o lira meno.

Trattandosi di un problema non semplice, mi dispiace non potervi offrire soluzioni a slogan facili, immediati, intuitivi e confortanti. Così è quando si deve passare dalla tattica alla strategia, dall’oggi alla prospettiva, dalla mono-variabile al gomitolo di variabili intrecciate tipi fili delle cuffiette dell’I-pod che sembrano studiate apposta per intrecciarsi tra loro (intrecciate-plexus, assieme-cum = cum-plexus).

In breve, sembrerebbe consigliabile cominciare a prendere in serio esame il fatto che c’è un unico modo di scavallare il problema del nanismo delle tanti parti, cominciare a pensare di metterci assieme per fare un totale maggiore della somma delle parti.

Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia, siamo 200 milioni e saremmo la terza economia del mondo, il bilanciere perno tra USA e Cina, l’arbitro giocatore del mondo multipolare. Avremmo atout non disprezzabili in molti campi produttivi e finalmente potremmo fare investimenti di ricerca significativi per darci un futuro. Avremmo l’atomica ma anche tanto soft power ed anche il papa di una credenza che scalda i cuori di 2 miliardi di con-terranei. Potremmo lanciare una Dottrina Monroe su Mediterraneo ed Africa e fare affari con i parlanti ispano-portoghesi del Sud e Centro America. Anche a quelli del Vicino Oriente potremmo dare qualche bacchettata per farli smettere di incasinarci la vita ogni tre per due. Amici di tutti ma servi di nessuno. Sovrani sì ed anche eccitati del poter decidere in autonomia finalmente un bel mucchio di cose. Con quel sistema politico anticamente fondato dagli amici greci che i cugini anglosassoni hanno trasformato in un nobile paravento dietro a cui si fanno i più sporchi affari (loro hanno fatto “società” secoli fa e con molta fatica, solo per quello, per fare affari, è la loro antropologia).

Utopia è il non luogo [οὐ (“non”) e τόπος (“luogo”)], chissà mai se potrà esistere, quando, a quali condizioni questa idea. Sta di fatto che se non hai una meta nel cammino, come fai a capire verso cosa stai camminando? A meno non preferiate rimanere nel flipper dell’indecidibile a rimbalzare tra “ma in fondo la Merkel è meglio di Trump” o mettere like nella pagina degli “amici di Putin” o rivalutare la simpatica sbruffoneria stelle e strisce o la massoneria britannica (lei sì che sa “costruire il mondo”) o iscrivervi ad un corso di mandarino. Fate voi

MANE, TEKEL, FARES, di Antonio de Martini

MANE, TEKEL, FARES.

Tutti gli storici convengono come la battaglia di Valmy abbia segnato il punto di non ritorno della rivoluzione francese e tutti i critici militari ammettono che questa battaglia non c’è mai stata.

Il fatto che un esercito di coscritti fosse rimasto al proprio posto di trincea invece di fuggire al rombo delle prime cannonate, annunziò al mondo, l’esistenza di un nuovo soggetto politico attivo ( la Francia rivoluzionaria e proletaria) e un nuovo soggetto militare ( esercito non di professionisti).
Fu una battaglia passata alla storia senza bisogno di combatterla.

Analogamente, il nuovo – nascituro- governo italiano giallo-verde ha il compito di annunziare che esiste un’altra Italia rispetto a quella finora conosciuta e sottovalutata dal mondo.

Non importa il programma, non importa chi farà il ministro, non importa nemmeno se non concluderà nulla. Tutto quel che farà questo nuovo ministero, oltre ad esistere, sarà grasso che cola. È la Valmy italiana.

Berlusconi, Bersani e Meloni annegheranno abbracciati nel mare dell’oblio come gli esiliati di Coblenza ( “nulla avevano dimenticato e nulla imparato”) , il Vaticano sente avvicinarsi il momento di pagare le tasse e la metà degli italiani che ha progressivamente smesso di partecipare alla vita politica, comincia a chiedersi per chi votare la prossima volta.

Il re non è soltanto nudo. È morto e non risorgerà.

Ai camerati e ai compagnucci della parrocchietta una sola considerazione: hanno avuto ben mezzo secolo per razionalizzare il sistema senza stravolgerlo dialogando con Pacciardi, Maranini, Crisafulli, Ferri, Caboara, Cadorna, Caronia, Smith Accame e Vinciguerra.

Adesso spariscano.

Dalla mia palla di cristallo: governo Lega-5* eccetera, che accadrà?, di Roberto Buffagni

altri articoli sull’argomento:

IL GUARDIANO DELLA (AUGURABILMENTE DEFUNTA) COSTITUZIONE REALE, di Massimo Morigi

http://italiaeilmondo.com/2018/05/21/il-contratto-di-governo-di-giuseppe-germinario/

Dalla mia palla di cristallo: governo Lega-5* eccetera, che accadrà?

 

Nessun piano operativo può spingersi, conservando un minimo di certezza, oltre il primo scontro con il grosso delle forze nemiche. E’ solo il profano che, mentre una campagna si sviluppa, crede di vedere la sistematica realizzazione del piano originale fino alla sua conclusione predeterminata.”

von Moltke il Vecchio, Trattato per lo Stato Maggiore Generale tedesco sulla guerra franco-prussiana del 1870/1

 

Consultata la mia Palla di Cristallo, debitamente Vi informo dei suoi responsi: tutti espressi in forma molto sintetica, perché i collegamenti con il Regno Sovratemporale costano un occhio della testa, e nel caso Ve lo foste scordati, qua si lavora gratis et amore Dei (et Italiae).

Anzitutto, ecco i responsi riguardanti il Passato, spesso non meno enigmatico del Futuro.

  1. Il contenuto del “contratto di governo”, formulazione infelicissima che la mia Palla di Cristallo, una parruccona cruscante, depreca, ha importanza strategica molto vicina allo zero, v. la citazione in exergo del Feldmaresciallo conte von Moltke il Vecchio.
  2. Il contenuto strategico del piano sta invece tutto nell’alleanza politica Lega-5*, una manovra di grande audacia che può dare risultati proporzionali ai suoi rischi, entrambi molto grandi.
  • Il problema che si poneva allo Stato Maggiore dell’unica forza politica italiana coerentemente antiUE (la nuova Lega) all’indomani delle elezioni era infatti il seguente: come sfruttare al meglio il perentorio successo elettorale, che le garantiva sì l’egemonia nel centrodestra, ma non l’automatica designazione a formare un governo (insufficienza di seggi vinti dalla coalizione)?
  1. La soluzione del problema era complicata da un’incognita: l’incerta lealtà di Silvio Berlusconi, che prigioniero delle sue sconfitte politiche e dei suoi vizi personali – anzitutto la viltà – accarezzava da tempo il piano B di un’alleanza neomacroniana insieme a Renzi.
  2. La soluzione più semplice e prudente sarebbe stata la seguente: lasciare che si formasse un governo tecnico che traghettasse la nazione sino alle elezioni politiche ed europee del 2019, fargli una vivace opposizione, consolidarsi, e lucrare un allargamento dei consensi l’anno venturo. Questa scelta, però, da un canto dava tempo all’incerto alleato di preparare la sua defezione, e dall’altro “There is a tide in the affairs of men, / Which, taken at the flood, leads on to fortune; / Omitted, all the voyage of their life/ Is bound in shallows and in miseries[1].
  3. Lo Stato Maggiore della Lega ha dunque scelto l’audace manovra “alleanza con i 5*”, contando sui seguenti fattori favorevoli: a) l’ambiguità costitutiva e la carente strutturazione del Movimento 5* ne hanno fatto, secondo le intenzioni dei suoi promotori occulti, il principale fattore di paralisi del sistema politico italiano, e il principale collettore incapacitante del dissenso rispetto alla UE. Ma lo straordinario successo elettorale, e la collocazione sociale dei suoi votanti, il “popolo degli abissi” secondo l’icastica definizione che Giulio Sapelli mutua da Il tallone di ferro di Jack London, gli imponevano di scegliere pro o contro la UE, perché il posizionamento rispetto alla UE, essendo la linea principale del conflitto politico attuale, è ineludibile per qualsiasi forza acceda al governo della nazione. Il M5* ha lungamente oscillato, ma l’indisponibilità del PD renziano a un’alleanza ha deciso per esso. Il M5* doveva, o rinunciare al governo e scontare una grave delusione e progressiva perdita di fiducia del suo elettorato, o cercare l’unica forza politica disponibile a correre il grave rischio di allearsi con un socio politicamente indecifrabile ed elettoralmente molto più forte b) La Lega dunque ha corso il rischio. Elementi a suo favore: la maggiore strutturazione del partito, la maggiore esperienza del suo personale, e soprattutto la coerenza della sua strategia politica, che chiaramente designava il proprio avversario nella UE e nei suoi rappresentanti italiani (anzitutto il PD). In termini militari, la Lega ha scommesso sulla superiorità di una compagine meno numerosa ma di miglior qualità che conduce una guerra di manovra (colpire i centri di comando e controllo con rapide manovre) contro un avversario più numeroso e più scadente che sa condurre soltanto una guerra d’attrito (logorare gli avversari prendendo più voti, fino all’utopico 51%)
  • L’audace manovra ha avuto, sinora, un grande successo. Le reazioni negative degli alleati del centrodestra dimostrano a posteriori quanto incerta e pericolosa fosse l’alleanza, e dunque quanto poco prudente fosse, in realtà, la manovra “prudenziale” descritta al punto V. Sono stati loro a prendersi la responsabilità di rompere l’alleanza, così perdendo il “moral high ground” , la “superiorità morale”; e se appena il governo Lega – 5* riuscirà a tenersi in vita senza commettere errori strategici gravi, all’interno di Forza Italia e Fratelli d’Italia il dissenso già presente rispetto alla linea di opposizione al governo si allargherà e alzerà la voce, costringendo anche queste forze politiche a scegliere dove collocarsi rispetto alla linea del conflitto principale, eventualmente spaccandosi.
  • Perché l’evento più importante, che la mia Palla di Cristallo non esita a definire “storico”, segnato dalla nascita di questo governo, è proprio l’emersione in luce della linea di conflitto politico principale, sinora sommersa nella nebbia, che verte sulla UE. Questo evento di capitale importanza ridisegnerà, in tempi molto più brevi del previsto (da me), tutte le posizioni culturali, politiche e partitiche, italiane e non solo italiane.
  1. La Lega, insomma, punta a egemonizzare politicamente l’alleato 5* sfruttando il suo punto debole: l’assenza di una chiara designazione del nemico, e dunque l’ impoliticità. Punto debole politico e strategico che è anche, si noti bene, il suo punto forte elettorale, perché gli ha consentito di raccogliere consensi provenienti da culture e posizioni politiche anche opposte e affatto incompatibili. La pura e semplice alleanza con la Lega, che designando come proprio nemico principale la UE ha invece una chiara strategia politica, costringe di fatto il M5* a schierarsi, e a schierarsi sulla strategia dell’alleato minore: certo, a patto che la Lega mantenga ferma la bussola strategica. Il riposizionamento strategico che il M5* è costretto a fare provocherà certo molte reazioni al suo interno: pressioni, dissensi, eventuali spaccature, abbandono di una parte dell’elettorato; sommovimenti tutti vantaggiosi per l’alleato minore, che così aumenterà il proprio peso relativo nell’alleanza e vedrà aprirsi nuove possibilità di radicamento nel Meridione, bacino elettorale principale del M5* e terreno che per la Lega è indispensabile conquistare, per trasformarsi in forza politica autenticamente nazionale.
  2. E veniamo al Futuro (prossimo). La mia Palla di Cristallo afferma che il governo Lega-5* si insedierà, perché i “paletti” che il Presidente della Repubblica vorrebbe mettergli sono paletti di gomma. Molto semplicemente, Mattarella non ha spazio di manovra. Il piano B neomacroniano di un’alleanza Renzi-Berlusconi è molto acerbo, i suoi leader sono sconfitti, logorati, nel caso di Berlusconi affatto impresentabili all’elettorato. Una sua probabile riedizione con nuovi leader richiede un tempo di maturazione che Mattarella non ha. Un “governo neutro”, secondo l’impagabile formulazione mattarelliana, che ripetesse i nefasti montiani, passerebbe una palla gol elettorale alla Lega e ai 5* (ammesso che trovasse una maggioranza in parlamento). Un rifiuto ostinato da parte del Presidente della Repubblica di nominare i ministri meno graditi perché meno ubbidienti alla UE, in primo luogo il prof. Savona, provocherebbe una crisi istituzionale di prima grandezza e consegnerebbe un’altra, macroscopica palla gol elettorale a Lega e 5* (l’odierna dichiarazione dell’indisponibilità di Giorgetti a sostituire Savona al Ministero dell’Economia suffraga il responso della mia Palla di Cristallo).
  3. Dunque il governo si insedierà. Come andrà, in Futuro? La mia Palla di Cristallo mi e ci ricorda che anche visto dal Regno Sovratemporale, il Tempo è fluido e gravido di possibilità: solo l’Onniscienza divina scioglie il mistero dell’intreccio tra libertà umana e predestinazione. Essa dunque si limita a indicarci alcune linee di tendenza, e a rivolgerci alcune raccomandazioni.
  • Linea di tendenza principale: l’opposizione delle forze proUE al nuovo governo italiano, per quanto unanime e accanita, non potrà essere risolutiva e travolgente, perché uno scontro campale decisivo tra il governo italiano e la UE rappresenta un rischio esistenziale per entrambi. L’opposizione proUE punterà invece a usurare il governo, a sfruttare i suoi errori, e alla costruzione di un nuovo schieramento politico proUE.
  • Raccomandazione al nuovo governo della mia Palla di Cristallo: evitare lo scontro campale decisivo. Non è ancora giunta l’ora di una Valmy. Non cercare grandi vittorie ma piuttosto scongiurare grandi sconfitte. Anzitutto, perché la nuova alleanza e l’alleato minoritario che la guida non hanno ancora avuto il battesimo del fuoco, cioè del conflitto diretto, nazionale e internazionale, con il proprio nemico principale: e in una guerra, niente può sostituire l’esperienza personale del conflitto. Poi, stabilire rapporti con i settori dell’amministrazione statale senza i quali nessun governo può veder eseguite le proprie direttive (amministrazione, FFOO e in particolare l’Arma dei Carabinieri, servizi di informazione). Infine, prendere iniziative simboliche e dare esempi, per far capire con chiarezza a tutti gli italiani quel che è già manifesto sul piano politico, vale a dire dov’è la linea del conflitto principale, e dove si situano i campi contrapposti. In conclusione: sapere che in questa fase, non perdere è già vincere. Il resto si vedrà, perché:
  • Nessun piano operativo può spingersi, conservando un minimo di certezza, oltre il primo scontro con il grosso delle forze nemiche. E’ solo il profano che, mentre una campagna si sviluppa, crede di vedere la sistematica realizzazione del piano originale fino alla sua conclusione predeterminata.”

Terminato il 24 maggio 2018, ore 13

 

 

 

 

[1]C’è una marea nelle faccende degli uomini che, colta al suo apice, conduce alla fortuna; una volta persa, tutto il viaggio della vita è destinato a miserie e avversità.” Julius Caesar, Atto IV, Scena III

IL CONTRATTO DI GOVERNO, di Giuseppe Germinario

altri articoli sull’argomento:

http://italiaeilmondo.com/2018/05/24/dalla-mia-palla-di-cristallo-governo-lega-5-eccetera-che-accadra-di-roberto-buffagni/

IL GUARDIANO DELLA (AUGURABILMENTE DEFUNTA) COSTITUZIONE REALE, di Massimo Morigi

 

In due settimane il cerchio di fuoco tracciato dal Presidente della Repubblica, iniziato con il suo discorso alla Badia di Fiesole si chiude al momento con l’incarico di governo. Al centro le fiere impegnate al grande salto: il duo Salvini-Di Maio con il contratto di governo appena firmato, il PD in piena fibrillazione, il riabilitato Berlusconi.

IL DOMATORE

Il domatore Mattarella ha iniziato a sollevare la barriera utilizzando la strumentazione che conosce da tempo, appresa tale e quale dai suoi padri. L’ha esibita come un automa a Fiesole, con una retorica senza pathos. http://www.quirinale.it/elementi/Continua.aspx?tipo=Video&key=2751&vKey=2475&fVideo=7

  • Ha rievocato le gesta intrepide e gli ideali dei padri fondatori della Unione Europea, omettendo la loro condizione di grave sudditanza politica rispetto al vincitore di campo dell’ultimo conflitto mondiale.
  • Ha rintuzzato le critiche sulla natura oligarchica, burocratica, autoritaria dei centri di potere comunitari sottolineando che le decisioni erano prese democraticamente dai capi di governi europei in concerto tra loro. Ha smontato così almeno parzialmente le ragioni e il bersaglio di una critica ricorrente, prestando però il fianco a due argomenti ancora più dirimenti e ostici da contestare, specie per bocca di un uomo di legge. Intanto le decisioni comunitarie, in quanto frutto di trattative tra capi di governo, non possono avere natura democratica ma sono il frutto di decisioni diplomatiche. Democratica può essere tutt’al più l’elezione dei vari capi di governo. È il riconoscimento implicito che la UE è un consesso frutto di trattati tra stati nazionali piuttosto che una istituzione sovrana. È una affermazione che sposta quindi l’attenzione sull’aspetto cruciale e dolente, ma regolarmente eluso, delle vicende comunitarie viste da un punto di vista nazionale: l’esistenza di una classe dirigente nazionale nella quasi totalità progressivamente senza ambizione di autonomia decisionale, senza capacità operativa e con una smaccata propensione alla sudditanza esterofila.
  • Prosegue ostinatamente nel rappresentare l’attuale processo comunitario come ineludibile nelle forme e nei tempi secondo l’impostazione funzionalista di Monnet. Con questo rimuove le diverse opzioni e punti di vista nelle relazioni tra stati europei presenti sin dall’immediato dopoguerra e che hanno attraversato il processo di costruzione comunitario; soprattutto, di fronte alle crepe sempre più evidenti nella costruzione, rischia di lasciare il paese ancora una volta spiazzato e in balia di scelte altrui

Mattarella merita per altro un filo di comprensione umana. L’arena era stata predisposta per un duetto Renzi-Berlusconi con eventuali altre comparse. La seconda opzione, scaturita dall’esito elettorale imprevisto nelle dimensioni, prevedeva di assecondare le pulsioni europeiste più conformiste presenti nel M5S con un accordo con il PD. Un tentativo reso vano dalla presa ferrea di Renzi su un partito smarrito e dalla sua convinzione di poter sgominare rapidamente i pentastellati stando alla finestra e giocando sulle leve di cui dispone e dalle quali è mosso. Non gli resta che tentare di porre un argine, forzando le proprie stesse prerogative e provare ad incanalarlo sulla retta via sia pure a costo di qualche pesante concessione redistributiva. Della perla rilasciata riguardante il varo di un “Governo Neutrale” non serve dilungarsi. Da pensionato Mattarella dovrà spiegare il nesso profondo tra il concetto di neutralità e quello di politico; una impresa particolarmente ardua anche per il più fervido sostenitore del governo mondiale e dell’ecumenismo. È l’espressione di una classe dirigente dimessa, smarrita e senza argomenti in grado di raccogliere un blocco sociale coeso e un popolo.

LE FIERE AL CENTRO DELL’ARENA

A giudicare dalle enunciazioni di principio del “contratto di governo” sottoscritto da Salvini e Di Maio, Mattarella sembra riuscire nella terza opzione. https://www.quotidiano.net/polopoly_fs/1.3919629.1526651257!/menu/standard/file/contratto_governo.pdf Le modifiche apportate in corso d’opera nelle tre edizioni del documento lasciano intuire l’enormità delle pressioni subite dalla coppia di governo. Il giuramento di fedeltà alla NATO, la rivendicazione del rispetto integrale del Trattato di Maastricht e di Lisbona sarebbero lì a certificare la ortodossa professione di fede dei neofiti, la pesantezza e la compromissione delle cambiali firmate da Di Maio nel suo giro preelettorale in Europa e negli Stati Uniti in cerca di investiture e la spavalda remissività di Salvini.

I più navigati, però, sanno che tanto più vige l’ostentazione pubblica delle virtù quanto più occorre indagare sui vizi privati dei paladini.

E in effetti i termini sui quali si dovranno condurre le future trattative in ambito comunitario, annunciate nel documento, se portati avanti con coerenza e determinazione, lasciano presagire una lacerazione piuttosto che una solida ricomposizione della costruzione europea. La riduzione dei surplus commerciali, il riconoscimento del carattere sociale del legame europeo, lo sfondamento dei tetti di spesa, le garanzie comunitarie su crediti e debiti sono tutti cunei in grado di scardinare l’attuale costruzione alemanno-statunitense del continente.

Gli elementi che evidenziano i limiti del documento e quindi delle forze politiche che lo esprimono si annidano prosaicamente in altre parti del testo. Sono limiti che rivelano l’impostazione culturale e strategica dei due gruppi dirigenti, soprattutto quello del M5S, molto più difficile da correggere.

Li si scova tra vari punti particolari del documento:

  • Nell’auspicio dello sviluppo delle politiche regionali europee senza la mediazione, il controllo e l’indirizzo degli stati nazionali. Politiche che, perseguite con coerenza, hanno condotto scientemente all’indebolimento di alcuni stati nazionali, meno di quelli dell’Europa Orientale, dove il decentramento amministrativo è più che altro nominale, soprattutto di Spagna e in particolar modo di Italia, le vere prede designate nel gioco europeo
  • Nella richiesta generica di investimenti pubblici europei le cui modalità e regole di utilizzo sono attualmente in realtà propedeutiche alle politiche di squilibrio e di dipendenza piuttosto che di sviluppo autoctono
  • Nella affermazione di una fantomatica identità europea tale da legittimare l’efficacia unitaria delle istituzioni rappresentative europee eventualmente da potenziare a scapito degli organi non elettivi. Una impostazione che rischia di celare sotto il mantello europeista una diversa modalità del confronto fra nazioni traslato nelle sedi rappresentative piuttosto che negli apparati.

Ma anche in alcune sue impostazioni di fondo, quindi:

  • Nell’enfasi retorica, pressoché univoca, attribuita alle magnifiche sorti e progressive dell’economia circolare e delle tecnologie verdi e alle capacità di sviluppo della piccola impresa. Non è un caso che il ruolo della grande impresa e della grande industria sia del tutto disconosciuto e quello dell’introduzione e soprattutto del controllo delle nuove tecnologie omesso. È l’indizio che si tratta di un gruppo dirigente attento alla complementarietà e alla diffusione di un sistema economico-sociale, sensibile quindi più al consenso elettoralistico, piuttosto che alla creazione di sistema di potenza indispensabile e necessario a sostenere il confronto geopolitico e garantire la coesione e il progresso sociale. Le righe riservate all’ILVA e alle grandi opere pubbliche sono forse la spia più inquietante di questa debolezza. La chiusura dello stabilimento di Taranto rappresenterebbe un colpo mortale all’industria di base necessaria alla riconversione industriale del paese e alla fornitura dei mezzi necessari all’esercizio della propria sovranità. Senza dimenticare che come la chiusura di Bagnoli ha consentito il potenziamento del comando della VI flotta americana a Napoli, la chiusura dell’ILVA a Taranto consentirà il potenziamento del porto militare e della logistica NATO e americana in tutta la Puglia. Una scelta economica, quindi, dalle profonde implicazioni geopolitiche http://italiaeilmondo.com/2018/05/22/taranto-da-polo-siderurgico-a-polo-strategico-della-nato-di-luigi-longo/  .
  • Nella frettolosità con la quale viene liquidato il tema della riorganizzazione istituzionale e burocratica dello Stato. Le indicazioni più concrete di risolvono nella normativa sui referendum, nella istituzione del ministero del turismo e soprattutto nella devoluzione controllata di competenze alle regioni, su loro richiesta. Proposte che se non sostenute da un chiara ed efficace definizione delle competenze dello Stato Centrale sia nei confronti delle amministrazioni locali che dell’Unione Europea rischiano di alimentare la frammentazione e la sovrapposizione di competenze. Una condizione di per sé precaria e fluttuante, ma estremamente pericoloso nel caso in cui, come ultima risorsa, il vecchio establishment nazionale e soprattutto internazionale decida di utilizzare la carta della frammentazione politica del paese. Il revival dei fasti borbonici del re Nasone periodicamente in auge nel Regno delle Due Sicilie, il controllo territoriale delle varie mafie e il basso rango dei centri di potere regionali potrebbero trovare un terreno favorevole di coltura nell’enfasi della democrazia dal basso e di prossimità, nel regionalismo e nella retorica “dell’Italia dei Popoli”, cavalli di battaglia delle due formazioni politiche contraenti

I COMPRIMARI NELL’ARENA

Il PD e Forza Italia sono i due responsabili del naufragio delle aspettative di continuità degli indirizzi politici. Lo spettacolo offerto dall’Assemblea Nazionale del PD di sabato 19 vale da solo a spiegare lo stato di fibrillazione. Un consesso composto da un migliaio di rappresentanti, tenuto da circa settecento partecipanti, con un ordine del giorno modificato al momento, un esodo a metà svolgimento di oltre la metà dei partecipanti ed una conferma a termine del neosegretario Martina con una maggioranza assoluta di duecentottanta persone. Una sinistra, in sostanza, fautrice di un fantomatico nuovo centrosinistra, indisponibile almeno per il momento ad un governo di salvezza nazionale, detentrice di un controllo approssimativo delle redini del partito, la quale fronteggia un Renzi sornione, detentore delle redini parlamentari e del consenso maggioritario di una formazione del tutto trasformata in questi ultimi quattro anni, pronto a riesumare una politica di collaborazione e fagogitazione di parte dei prossimi resti di Forza Italia.

Quanto a Berlusconi, la sua riesumazione e riabilitazione, appare la mossa disperata di una élite ormai incapace di offrire strategie e alternative valide, neppure di breve termine come in Francia. L’estromissione dei francesi da Tim-Telecom e il contestuale sodalizio sottoscritto con Mediaset e la sua produzione mediatica, rappresentano il parziale obolo necessario a rinvigorire l’azione dell’ex cavaliere. Un simulacro che però per il bene del paese dovrebbe ormai essere al più presto accantonato.

IL CONTESTO e LE CONDIZIONI

La sola analisi del documento del “contratto” può indurre però a conclusioni fuorvianti. Alla pubblicità e solennità del testo corrispondono regolarmente strategie e tattiche condotte nella maniera più riservata in un contesto che porta a modificare se non addirittura a stravolgere i programmi e le aspirazioni.

La creazione delle condizioni interne certificheranno la capacità e la serietà delle aspirazioni delle nuove élites in via di formazione.

Il ripristino del controllo della gestione del risparmio nazionale, riportare in casa propria il controllo del debito pubblico, l’istituzione di un sistema finanziario e bancario in grado di garantire lo sviluppo e la ricostruzione industriale, l’interruzione dei processi di integrazione militare e politica ed il ripristino delle condizioni di fedeltà all’interesse nazionale dell’azione delle leve di potere politico e burocratico saranno la cartina di tornasole della serietà delle intenzioni e delle capacità operative.

Altrettanta importanza avranno le condizioni esterne. Il processo di costruzione europea attuale vive una condizione di stallo che prelude ad una crisi sempre più conclamata. La formazione di più sfere di influenza per il momento tutte sotto controllo americano e la frammentazione politica ormai predominante anche nei principali paesi europei non fa che accentuare questo processo e ne è parte integrante.

Il bilateralismo imposto dall’avvento di Trump alla Casa Bianca sta registrando i primi significativi successi con la Cina, la Corea e potrebbe incoraggiare a spingere ulteriormente the Donald a perseguire tali modalità anche in Europa. A quel punto lo scotto da pagare per la Germania, in cambio della permanenza del proprio ruolo in Europa, potrebbe essere particolarmente pesante e compromettere la coesione sociale interna e la solidità del suo cerchio di alleanze più solido ed esclusivo in Europa Centro-Orientale. Tutte condizioni che potrebbero agevolare l’azione della nuova coppia in auge soprattutto in presenza di vecchie élites europee attardate a considerare l’avvento di Trump ancora un semplice incidente. Qualche contatto è stato avviato, ma non si conoscono ancora gli esiti.

Molto diranno le personalità selezionate per costituire il nuovo governo, la loro storia e soprattutto la forza e la determinazione dei loro propositi.

Su questo, il gruppo in formazione, almeno quella parte più sensibile ad un recupero delle prerogative dello stato nazionale, più che essere consapevole delle necessità ed implicazioni appare destinato a scoprire al momento le necessità e a sbattere duramente con la realtà. In tal modo il tempo per trarne lezioni sufficienti è risicato; come in ogni conflitto dall’esito apparentemente improbabile.

Si vedrà già dai prossimi giorni. In quel documento l’impegno insolito ad una condotta controllata del confronto politico tra le due formazioni prelude evidentemente ad altri obbiettivi di più lunga scadenza. Quel che appare certo è che assisteremo ad uno sconvolgimento del quadro politico e a un chiarimento delle varie opzioni. Tutti varchi necessari alla costruzione di un movimento politico più attrezzato alle necessità. L’onda ha iniziato a formarsi. Si vedrà l’energia che riuscirà ad accumulare e la forza con la quale andrà a frangersi

Governo Lega – M5Stelle: come andrà a finire?, di Roberto Buffagni

Governo Lega – M5Stelle: come andrà a finire?

 

Ci vuole una bella faccia di tolla per fare previsioni su come andrà a finire una cosa che ancora non è iniziata, ma per Vs. fortuna io ce l’ho. Ecco quanto ho divinato.

1) Prima valutazione, in ordine di verisimiglianza secondo il Manuale del Piccolo Politico, pagina 1, capitolo I. Per la Lega, questa è un’abile manovra tattica e un grave errore strategico. Abile manovra tattica, perché batte lo stratagemma (oltre il limite del lecito) di Mattarella, volto a instaurare un nuovo “governo tecnico” (= UE) sotto il nome ossimorico, offensivo per il vocabolario e l’intelligenza, di “governo neutro”. Grave errore strategico perché a) spacca il fronte del centrodestra b) libera le mani a Silvio che non ne vedeva l’ora, fornendogli il pretesto per il voltafaccia c) stende un tappeto rosso a Renzi e al suo progetto neomacroniano di “governo della nazione” d) e ovviamente, di solito formare un governo con un alleato che ha il doppio dei tuoi voti nuoce gravemente alla salute.

2) Seconda valutazione, in ordine di importanza e verisimiglianza secondo il MdPP, pagina 732, capitolo LVI. Se l’operazione governo con i 5* è volta a un rapido ritorno alle urne (= entro un anno, in coincidenza con le europee 2019), dopo il varo di provvedimenti magari epidermici ma propagandisticamente efficaci e graditi all’elettorato, in particolare del Sud, ed eventualmente di una nuova legge elettorale che garantisca la governabilità al vincente, è possibile che l’errore strategico venga evitato, e anzi l’abile manovra tattica si raddoppi in audacissima manovra operativa, perché: a) si evita il governo neutro b) si costringono FI e PD ad affrontare il giudizio elettorale in condizioni di grave difficoltà, senza aver avuto il tempo di consolidare il progetto “Partito della Nazione” neomacroniano. Continua il travaso di voti da FI a Lega, il PD continua a perdere elettori c) gli elettori 5* che provengono da sinistra si allontanano dal Movimento e disperdono molti voti (difficile rientrino in casa PD) d) gli elettori 5* che provengono da destra sono tentati di spostarsi verso la Lega che interpreta più schiettamente le loro propensioni, e qualcuno (non so quanti) lo farà. e) La coincidenza delle elezioni politiche con le elezioni europee avvantaggia chi ha una posizione molto chiara sulla UE, cioè la Lega.

E’ più verisimile che si verifichi quanto al punto 1, abile manovra tattica, grave errore strategico. Però Salvini è un politico che sa il fatto suo, e quindi non ritengo affatto inverosimile che stia tentando l’ipotesi 2, abile manovra tattica seguita e raddoppiata da audacissima manovra operativa. Se la manovra gli riesce, dal Cielo il feldmaresciallo Erich von Manstein gli manderà a dire “Ben fatto”. Do 70% all’ipotesi 1, 30% all’ipotesi 2.

That’s all, folks.

 

 

A CARTE COPERTE_ Renzi, Berlusconi, Di Maio, Salvini al 5 marzo, di Giuseppe Germinario

Nel grande luna park elettorale, tra funamboli, illusionisti e fattucchiere cominciano a delinearsi nell’ombra, sotto traccia, alcuni punti fermi.

I PROTAGONISTI

Matteo Renzi all’avvio della campagna elettorale sceglie di incontrare in Europa Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica Francese nonché fondatore di “En Marche” e in Spagna Albert Rivera, Presidente di Ciudadanos ed emulo spagnolo di Macron. Due leader affermatisi sulle ceneri dei partiti repubblicano e popolare e soprattutto di quelli socialisti dei rispettivi paesi. Non è un caso. Renzi dimentica di incontrare i leader superstiti del Partito Socialista Europeo. Tra i transfughi della diaspora socialista europea avrebbe potuto scegliere in una vasta gamma di esponenti di successo. L’ultimo è il rieletto Presidente Ceko Milos Zeman, dalle propensioni filorusse e particolarmente tiepido verso NATO e UE. Con ogni evidenza non è certamente questo il cerchio di amicizie ambito.

L’attenta selezione delle candidature non è la sanzione definitiva del PdR, del partito personale di Renzi. È una interpretazione troppo riduttiva. Il Rottamatore ha semplicemente e definitivamente liquidato la componente di derivazione pciista e con essa le corrispondenti modalità di militanza e di decisione, le prassi di formazione della classe dirigente ad essa legate. Un processo avviato consapevolmente con l’avvento di Veltroni e conclusosi irrimediabilmente con la recente scissione in seno al PD.  È soprattutto la scelta obbligata necessaria a rendere possibile una svolta ben più radicale e per questo Renzi è disposto a sacrificare il residuo voto di sinistra.

Il modello da imitare è quello di Macron, ma le condizioni di applicazione sono ormai largamente compromesse. A differenza dello “Jupiteriano”, il Monarca di Rignano dovrebbe assumere la duplice improbabile veste di rifondatore del Partito Democratico e nell’eventualità di suo liquidatore in un contesto di grave logoramento della sua credibilità. Macron ha potuto assecondare rapidamente l’operazione di destabilizzazione dei partiti tradizionali e di rinnovamento radicale della rappresentanza perché aveva ed ha il sostegno e la copertura di solidi centri di potere ed amministrativi, a cominciare dall’ENA, i quali gli garantiscono la piena copertura e funzionalità nell’esercizio delle prerogative. In Italia i centri di potere sono molto più frammentati e meno efficaci; buona parte di essi sono per di più apertamente eterodiretti.

La visione europeista di Macron può offrire ai francesi il miraggio di una guida condominiale francotedesca della UE con pari dignità; una guida che per perpetuarsi prevede l’ulteriore sacrificio della terza potenza economica del continente, l’Italia. L’europeismo di Renzi di conseguenza rischia di ricadere nella solita cortina retorica necessaria a nascondere l’accettazione supina delle politiche più deleterie. Il recente incontro di Macron a Roma non ha fatto che confermare questa propensione anche nei passaggi in cui si sono spacciati come decisioni comunitarie alcuni atti unilaterali del Governo Italiano in materia di immigrazione.

In buona sostanza Renzi tre anni fa poteva ambire al ruolo di capitano e di timoniere; oggi fatica a mantenere il ruolo di capitano, avendo perso prestigio ed autorevolezza tra l’equipaggio e sicuramente ha perso il ruolo di timoniere ormai nelle mani del navigatore più esperto e smaliziato, Berlusconi, sempre che disponga delle forze necessarie. http://italiaeilmondo.com/2017/11/12/revival-berlusconi-si-berlusconi-no-_-di-giuseppe-germinario/   

http://italiaeilmondo.com/2016/10/19/i-paradossi-del-referendum-di-giuseppe-germinario/

Il profilo di Berlusconi può in effetti rappresentare la luce necessaria ad alimentare le speranze di sopravvivenza del Rottamatore a sua volta ormai a rischio di rottamazione.

Anche l’ex-Cavaliere ha iniziato praticamente la campagna elettorale andando in Europa, più precisamente presso i vertici della UE e del PPE (Partito Popolare Europeo). È andato a garantire il pieno rispetto dei vincoli e degli accordi sottoscritti. Un impegno perfettamente in linea con il Berlusconi conosciuto negli ultimi dieci anni, quello dell’intervento in Libia, del Governo Monti, del sostegno surrettizio ai successivi governi di centrosinistra. In effetti è riuscito a “cadere in piedi”, con qualche pesante umiliazione personale, ma senza necessità di rialzarsi. Un impegno che stride fortemente con i proclami del principale alleato di coalizione.

I più affezionati alle classiche logiche di schieramento lo ritengono più che altro un sotterfugio teso soprattutto a guadagnare tempo nei confronti del vecchio establishment europeista. Potrebbe anche essere; ma sarebbe un’attesa confidata esclusivamente all’eventuale successo di una politica estera americana tesa a dissestare completamente l’attuale Unione Europea. Un successo ancora del tutto ipotetico ma che di per sé rappresenterebbe assolutamente non una garanzia, ma una semplice opportunità per l’Italia di acquisire un ruolo più autonomo e spregiudicato. Ad una condizione imprescindibile: disporre di una classe dirigente idonea ed attrezzata.

Il curriculum di Berlusconi, con i suoi voltafaccia, anche terribilmente meschini negli ultimi otto anni, ha dimostrato di essere piuttosto di tutt’altra pasta.

Il programma sottoscritto dai tre leader del centrodestra si presta, come naturale tra forze ormai così eterogenee, a varie interpretazioni; oltre al contenuto, però, offre la possibilità di giocare anche e soprattutto sui tempi. L’esito delle elezioni determinerà sicuramente le modalità dello scontro interno al centrodestra ma quello che appare certo è che si assisterà ad una guerra di logoramento piuttosto che a un rapido conflitto risolutivo interno allo schieramento.

La compagine è destinata quindi a diventare l’epicentro di un movimento tellurico che riprodurrà schieramenti più corrispondenti al nocciolo dei problemi politici. Una faglia destinata ad attraversare i tre partiti ma che potrebbe estendersi anche ai nuovi arrivati del M5S. Al momento il protrarsi delle ambiguità non fa che rallentare il processo di decomposizione del Partito Democratico e offrirgli qualche ulteriore chance per presentarsi come il paladino esclusivo dell’attuale Unione Europea.

La candidatura di Alberto Bagnai nella Lega è il segno evidente di questa divaricazione e delle intenzioni bellicose, come pure le continue stizzite puntualizzazioni di Salvini tese a correggere le forzature di Berlusconi. Intenzioni, per la verità,  rese meno praticabili dal pesante intervento giudiziario sui conti del partito. Altre volte le vicende italiche ci hanno trascinato in ingloriose conversioni badogliane; ma più il dibattito si accende e si focalizza su questioni che vanno al di là di mere politiche redistributive, più gli eventuali voltafaccia costerebbero caro ai funamboli. Su questo Berlusconi ha ben poco da perdere e la sua funzione di traghettatore verso una opzione macronista sarà sempre più evidente. Per Salvini e Meloni il prezzo sarebbe decisamente salato ed un eventuale scambio tra una politica redistributiva di facciata ed antiimmigrazionista e un cedimento sulla Unione Europea e sulla NATO sarebbe insufficiente a salvaguardarli.

Rimane il problema di una evidente sottovalutazione delle implicazioni complesse e rischiose di una scelta coerentemente antiUE ed antiestablishment dominante; una questione che si è infranta più volte sugli scogli dell’effettivo controllo delle leve di potere, ma che si potrà porre con più determinazione e precisione una volta semplificati gli schieramenti.

GLI APPARENTI OUTSIDER

Dalla mappa è rimasto sino ad ora fuori il M5S, il movimento sul quale si stanno concentrando i consensi e le attenzioni di buona parte degli indignati, dei moralisti e degli scontenti.

In questi ultimi trenta anni la denuncia e l’azione ossessiva contro la corruzione non hanno portato niente di buono al paese. Ha distrutto una classe dirigente decadente, in piccola parte legata ad una migliore difesa degli interessi nazionali, surrogata da un’altra senza alcun serio radicamento in interessi forti e strategici del paese. Si è trattato di un’onda partita puntualmente da iniziative di precisi centri di potere statunitensi, compreso un centro anticorruzione fondato da una quarantina di giornalisti quasi tutti legati al Partito Democratico americano utile a destabilizzare gli scenari politici di mezzo mondo e che ha saputo raccogliere un discreto consenso in gran parte dei casi. Il M5S è stato il catalizzatore ultimo di questo stato d’animo. Da qui una collaborazione strisciante con gli ambienti istituzionali che hanno gestito e assecondato questi processi. A questo aggiunge una politica ambientalista che dà per scontato l’applicazione su larga scala industriale di tecnologie dubbie o che richiederanno programmi di investimento ultradecennali ed una politica redistributiva fondata su un reddito minimo garantito utile a coltivare una plebe precaria e l’assistenzialismo piuttosto che una comunità di produttori. I programmi di accompagnamento all’occupazione sono dei meri slogan che poggiano su dei falsi reiterati da anni come quello che segnala che la disoccupazione sia un problema di sfasamento tra qualificazione dell’offerta e qualificazione della domanda di lavoro. Un problema che riguarda solo poche centinaia di migliaia di opportunità rispetto alla marea di milioni di persone, anche qualificate, disoccupate e sottopagate. Sono solo tre aspetti, oltre alla improvvisa conversione sulla politica europeista, di un programma dai contenuti prevalentemente demagogici ed enunciativi. Beppe Grillo del resto lo aveva detto chiaramente, un paio di anni fa. Il suo movimento era nato per contenere nell’alveo democratico, tradotto nell’attuale sistema partitico e consociativo, un movimento che poteva assumere connotati radicali e sovranisti. Un cambiamento serio non può quindi che partire da una crisi anche di questo movimento in modo che anche gli “onesti” comincino a guardare ad altre parti.

UNA QUESTIONE STRATEGICA

Il Sole24Ore del 21 gennaio titolava, a proposito della campagna elettorale: ”Economia reale e industria a bassa priorità per i partiti”. Solo Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico e Marco Bentivogli, sindacalista della CISL in un articolo http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-01-11/un-piano-industriale-l-italia-competenze-222533.shtml?uuid=AEcQ5JgD si sono soffermati lungamente sull’argomento. Lo hanno fatto però con tutti i limiti di una politica industriale del tutto indifferente al vero e proprio esodo all’estero del controllo e della proprietà delle maggiori e medie realtà industriali del paese e di incentivazione nella sua totalità senza alcuna selezione dei settori strategici. Aspetti già segnalati in questo articolo http://italiaeilmondo.com/2017/01/22/203/ . E infatti, ad oltre un anno di distanza, il Ministro vanta il grande successo degli investimenti nei vari settori industriali e lamenta un insufficiente sviluppo della ricerca, della ricerca applicata e della nascita e sviluppo di start-up qualificate. Calenda presenta il dato come un semplice accidente risolvibile con ulteriori finanziamenti ed una migliore organizzazione dei “competence center” e dei centri di ricerca universitari. Vedasi il suo intervento al per altro interessante convegno a Napoli del 11 gennaio scorso. In realtà si tratta di un limite strutturale legato alla ormai quasi totale assenza di adeguate piattaforme industriali nazionali necessarie a favorire la nascita, lo sviluppo e il consolidamento delle attività sperimentali. La conseguenza è che nel migliore dei casi la ricerca e il rischio delle scarse applicazioni industriali sono a carico degli investimenti pubblici e privati nazionali, il più sicuro e remunerativo consolidamento finisce in mano alle grandi piattaforme industriali straniere. Uno degli ultimi esempi riguarda l’ECM, azienda operante nell’alta tecnologia ferroviaria, un settore nel quale era presente, sino a pochi mesi fa e da diversi decenni Finmeccanica http://iltirreno.gelocal.it/pistoia/cronaca/2018/01/05/news/ecm-diventa-americana-arriva-caterpillar-1.16315568 . Per il resto il dibattito è tuttora assente a parte qualche vaga enunciazione sul mantenimento del controllo delle aziende strategiche fatta da Salvini e Meloni.

È vero che i bacini elettorali sono considerati ormai un mercato segmentato secondo semplici e sofisticate tecniche di comunicazione e costituiti da cittadini consumatori piuttosto che da cittadini partecipi e produttori del bene comune. La politica industriale, nei suoi particolari, deve avere necessari caratteri di riservatezza. Essa, comunque, rappresenta uno dei pilastri imprescindibili sui quali costruire non solo il benessere di una comunità, ma anche la forza e la autorevolezza di una nazione organizzata in uno stato.

L’assenza di dibattito sul tema rivela le reali intenzioni di uno degli schieramenti che si andranno a formare dopo le elezioni, ma anche le debolezze intrinseche che l’altro dovrà superare pena l’estinzione o il trasformismo più deleterio.

Questi paiono i tre aspetti sinora emersi nel dibattito. Si spera che la convulsione dei prossimi giorni aiuti a farne emergere altri ancora più dirimenti. Si vedrà. Rimangono nell’ombra, nell’articolo altre forze politiche. Tra esse “Liberi e Uguali”. Il simbolo più evidente della decadenza e dell’estinzione di una classe dirigente, ma non per questo meno importanti. Non mancherà l’occasione di parlarne. Nel frattempo andate a leggervi il programma. Non sembrano crederci nemmeno loro.