ILVA, il suo percorso è la metafora del futuro di una nazione_con Augusto Sinagra

tra quelli che ci fanno

L’affare ILVA si sta rivelando la metafora del destino che l’Italia sta inseguendo nella sua frenesia autodistruttiva.

babbei al governo

Dal ruolo improprio, l’ennesimo, della magistratura alla contrapposizione paralizzante e arcadica tra difesa ambientale e salvaguardia del patrimonio industriale, specie di quello strategico di base, alla insipienza ed arrendevolezza di un ceto politico complice, ormai non solo oggettivamente. Una classe dirigente che non sa offrire un futuro, che non sa pensare all’interesse nazionale, che non sa far altro che nascondersi tra le pieghe sempre più asfittiche lasciate dagli attori geopolitici più intraprendenti. Ha dimostrato di non aver cura nemmeno delle condizioni minime di sopravvivenza del proprio apparato industriale; ha abdicato da ogni iniziativa politica lasciando sempre più spazio all’azione impropria di apparati preposti a sanzionare il mancato rispetto della legge; si sta facendo soverchiare da una multinazionale francoindiana complice dei propositi di desertificazione del paese ad opera dei “fratelli maggiori europei”. Un ceto politico inetto, scarsamente rappresentativo di interessi forti nel paese, ormai avviluppato in un conflitto tra bande. Potrebbe essere la grande occasione per un ceto politico alternativo di presentarsi come i difensori e gli assertori di una diversa prospettiva nazionale. E invece anche l’opposizione, compreso Salvini, sta rivelando limiti ed incomprensioni drammatici, per non dire di peggio. Di fronte a insolenti colpi di mano di Arcelor Mittal tesi a chiudere e danneggiare gli altiforni e alla reazione governativa meramente legalitaria, praticamente una manfrina, inadeguata rispetto all’urgenza drammatica della situazione, si chiosa bellamente sulla modalità di trattare con la multinazionale, sulle buone maniere piuttosto che spingere verso atti di imperio e straordinari che impediscano il vero e proprio sabotaggio in corso. La crisi ILVA è solo la punta di un iceberg che sta minacciando l’esistenza stessa di un apparato industriale appena degno di questo nome. Colpisce l’afasicità delle reazioni, compresa quella degli interessati diretti, gli operai. Non si può nemmeno più parlare della bollitura a fuoco lento di una rana. Qualche segnale di allarme, anche se tardivo, comincia a pervenire dagli ambienti imprenditoriali. E’ l’unico barlume di speranza rimasto. Si vedrà se il ricorso giudiziario, quel che pare una recita a contratto, si trasformerà in una reazione più risoluta. In controcanto ci sta pensando il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini a rivelarci convinto l’ultimo tassello della congiunzione astrale, assieme all’ambientalismo d’accatto e decrescista e ai propositi della Unione Europea a trazione franco-tedesca, che vorrebbe il funerale dell’ILVA e del paese: preoccupato del futuro dei quindicimila prossimi disoccupati, ha annunciato l’estensione dell’arsenale militare nel’area Italsider e la prossima assunzione di mille unità.

il complice

Vedremo! Buon ascolto_Giuseppe Germinario

La rotonda, crocevia di lotte sociali e politiche. Rassegna di un anno di movimento di “Gilet gialli” di Jacques Sapir

https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-le-rond-point-carrefour-des-luttes-sociales-et-politiques-bilan-dun-an-de-mouvement-des-gilets-jaunes-par-jacques-sapir/

CRISI SOCIALE

10 novembre.2019 // Le crisi

[RussEurope-in-Exile] La rotonda, crocevia di lotte sociali e politiche. Rassegna di un anno di movimento di “Gilet gialli” di Jacques Sapir

Così quasi un anno fa, pochi giorni fa, iniziò quello che era chiamato il movimento Yellow Vest . Questo movimento ha profondamente cambiato il panorama politico in Francia. Ha segnato in modo permanente la nostra immaginazione.

Questo movimento ha avuto anche conseguenze sulla scena internazionale. Vari movimenti popolari di rivendicazione e protesta hanno afferrato il simbolo del giubbotto. Questo movimento ha dato alla luce vari libri [1] e vari [2] . Alcuni sono stati pubblicati molto (troppo?) Early [3] . I documenti che hanno prodotto sono stati parzialmente modificati [4] . Alcuni, e questo è altrettanto importante, sono stati scritti da portavoce del movimento, come nel caso di François Boulo [5] o di Priscilla Ludosky [6]. Mentre questo movimento, sebbene abbia perso la sua grandezza, sopravvive organizzando eventi regolari ogni sabato, sotto forma di “atti” diversi, è opportuno tornare alle origini di questo movimento, cambiato e ciò che ha portato.

 

L’origine del movimento

 

Questo movimento, va ricordato, è iniziato come un rifiuto dell’aumento del prezzo del gasolio. Inizialmente, era la petizione “online” contro questo aumento, la petizione lanciata il 29 maggio 2018 da Priscilla Ludoski, che ha aggregato il movimento. Questo aumento, giustificato dal governo in nome dell’emergenza ecologica, non sembrava importante. Tuttavia, ha innescato le polveri e ha causato la più grande esplosione sociale dagli scioperi del 1995. Il motivo è l’importanza delle “spese limitate” nel bilancio delle famiglie, in particolare le famiglie più modeste . Queste spese, che INSEE chiama anche “spese preimpegnate”, rappresentano ciò che tutte le famiglie devono spendere. Introduce le spese abitative, servizi finanziari e quote di abbonamento per i vari servizi. Queste spese, che rappresentavano il 12,5% del budget di una famiglia media nel 1960, rappresentano ora oltre il 30%[7] .

Ma molte altre spese sono in realtà vincoli: non si può evitare di mangiare, vestirsi, guarire, trasferirsi al lavoro. Le stime che vengono fatte pongono quindi l’asticella per queste spese preimpegnate più vicine al 60% che al 30%. Aggiungiamo che la proporzione è tanto più forte quanto i redditi sono modesti. Per le famiglie con redditi inferiori al reddito mediano, la percentuale aumenta probabilmente al 70-80%. In effetti, il CREDOC [8]ha stimato nel 2005 che la quota di spese “inevitabili” (che è una definizione più ampia) potrebbe raggiungere l’87% nel 2005. Si noti che non vi è stata alcuna indagine più recente, il che è un peccato. Alla fine, ciò che resta “vivere”, un termine preferito dal Consiglio nazionale delle politiche per combattere la povertà e l’esclusione sociale (CNLE), è in realtà molto disomogeneo secondo le famiglie. Se prendiamo la definizione di CREDOC, nel 2005 è rimasta 80 € al mese al decimo più povero dopo i vincoli di spesa e inevitabile contro 1.474 € al decile più ricco, un rapporto di 18 a 1. E ancora Come osserva il CNLE, il “riposo per vivere” dei più poveri di solito è solo di pochi euro quando non è negativo.

Priscilla Ludoski , promotore della petizione sul prezzo del carburante

 

L’aumento delle disuguaglianze dall’elezione di Emmanuel Macron e la reazione delle donne

 

Un fattore a breve termine potrebbe aver avuto un ruolo: l’aumento della disuguaglianza dall’elezione di Emmanuel Macron. Perché Emmanuel Macron aveva voluto distinguersi dai suoi predecessori. Così ha rapidamente approvato importanti riforme, in materia di diritto del lavoro, che ha parzialmente smantellato, anche in materia fiscale, con l’eliminazione dell’ISF, nei servizi pubblici, infine, con la riforma della SNCF. Due anni e mezzo dopo, questa politica ha peggiorato la povertà e portato a 566 persone a morire per strada nel 2018 rispetto ai 511 del 2017.

Quando osserviamo gli effetti della politica fiscale ed economica di Emmanuel Macron, è chiaro che i principali vincitori sono stati i proventi da finanza e capitali.

Figura 1

Fonte: INSEE

 

È sorprendente notare che nel 2018, il primo anno in cui si sono avvertiti gli effetti delle “riforme” di Emmanuel Macron, i ricavi finanziari, rappresentati da interessi e dividendi, sono aumentati dell’8,3%. . I lavoratori autonomi, i contadini o i lavoratori autonomi sono stati i peggiori trattati e il loro reddito è effettivamente aumentato meno dei salari. Non sorprende che li abbiamo trovati sulle rotonde durante il movimento dei gilet gialli. Allo stesso tempo, le disuguaglianze hanno continuato ad allargarsi negli ultimi due anni. L’abolizione o la riduzione delle prestazioni abitative (APL) ha avuto un effetto molto dannoso. Ma, anche senza tener conto di questo calo, il numero di persone sotto la soglia di povertà (calcolato al 60% del reddito mediano) nonché le disuguaglianze, misurate qui dal coefficiente di Gini (che è 0 per una distribuzione perfettamente egualitaria e 1 in una distribuzione perfettamente ineguale), sono aumentati.

Figura 2

 

L’innesco del movimento dei gilet gialli non è una sorpresa. Riflette in realtà la reazione di una popolazione, la maggioranza in Francia, che lavora, che pertanto riceve poca assistenza sociale e che ha visto il suo deteriorarsi della situazione economica nei 18 mesi successivi all’elezione di Emmanuel Macron. Possiamo quindi considerare che il previsto aumento dei prezzi del carburante è stata l’ultima goccia che ha spezzato la schiena del cammello. L’importanza della questione del “potere d’acquisto” spiega anche il movimento dei giubbotti gialliera molto più “femminilizzata” dei soliti movimenti di protesta sociale. Uno dei contributi importanti di questo movimento è stato anche il forte coinvolgimento delle donne al suo interno, sia nelle rotonde che nelle manifestazioni. Le donne, purtroppo, sono anche una percentuale molto più grande di feriti e spesso gravemente feriti rispetto ai soliti movimenti di protesta.

Jerome Rodrigues, one of the leaders of the yellow vest movement, lies on the street after getting wounded in the eye during clashes with riot police in Paris during an anti-government demonstration called by the Yellow Vests “Gilets Jaunes” movement on January 26, 2019. (Photo by Zakaria ABDELKAFI / AFP)

Jerome Rodrigues, uno dei leader del movimento della maglia gialla, sulla strada dopo essere rimasta incinta di fronte alla polizia durante una manifestazione antigovernativa chiamata dal movimento “gilet gialli” dei gilet gialli il 26 gennaio, 2019. (Foto di Zakaria ABDELKAFI / AFP)

Jérôme Rodrigues,

Portavoce del movimento, affondato dalla polizia il 26 gennaio 2019

 

La frattura spaziale e territoriale

 

Va ricordato che si sono verificati cambiamenti significativi anche nella distribuzione spaziale della società francese e che questi cambiamenti possono anche spiegare il movimento dei giubbotti gialli perché hanno reso una parte della popolazione tanto più sensibile a un aumento di carburante.

Spinto dai centri cittadini dall’aumento del prezzo degli appartamenti e degli affitti, a sua volta legato al fenomeno della “metropoli” che alcune città stanno vivendo, i più modesti francesi si sono ritirati nei sobborghi più periferici, quindi nei cosiddetti sobborghi “Countrymen” [9] . Si stima che quasi un francese su tre viva in uno dei 33000 comuni la cui densità è inferiore a 64 abitanti per km2 [10] . Viceversa, i 609 comuni più densamente popolati (oltre 2969 abitanti / km2) comprendono anche un ampio terzo della popolazione. L’ultimo terzo vivrebbe nei circa 3000 comuni a densità intermedia (410 abitanti / km2 in media).

Oggi, quindi, il numero di francesi che vivono nelle piccole città o nelle città rurali, ma che lavorano ancora in città, supera il 60% della popolazione.

Tuttavia, nelle zone rurali, a causa della mancanza di mezzi di trasporto pubblico o di inadeguati bisogni, che si riferisce a politiche pubbliche che hanno favorito i servizi inter e intra-metropolitani a scapito di una copertura equilibrata del territorio, Diventa indispensabile possedere un’auto per adulto sia per le famiglie che per i pensionati. Nella città media, diventa indispensabile possedere un’auto per famiglia , indipendentemente dal fatto che sia attiva o meno e che abbia figli o meno [11]. Per le famiglie con due adulti, la necessità di mobilità è spesso integrata da un abbonamento al trasporto pubblico. Viene misurata anche la follia di far dipendere gran parte della popolazione dall’auto per il trasporto.

Tuttavia, queste esigenze comportano costi per l’acquisto di veicoli, ma anche costi di carburante, costi di manutenzione, assicurazione e ispezione tecnica. I costi di trasporto rappresentano quindi il 10,3% della spesa per consumi. Come rispondere alla promozione della mobilità quando i prezzi del carburante aumentano e dipendiamo dall’auto? Questa è una delle chiavi del movimento dei giubbotti gialli .

giubbotti gialli erano quindi in difficoltà in una società in cui i bisogni si moltiplicano. È particolarmente significativo sapere che il 76% dei giubbotti gialli afferma di poter gestire solo con difficoltà e dichiarare che impongono regolarmente restrizioni al proprio budget. Il dato è contro il 55% per la popolazione media e il 35% per coloro che non nascondono la loro ostilità nei confronti del movimento. Solo il 33% dei giubbotti gialli afferma di essere in grado di far fronte a una spesa imprevista di 2000 euro dalle loro riserve, contro il 53% in media e il 70% delle persone ostili al movimento [12]. In caso di afflusso in contanti imprevisto, un terzo delle giacche gialle mobiliterebbe questa voce per rimborsare un debito, contro solo il 14% dei più ostili. Il movimento dei gilet gialli rappresentava un divario di classe nella società francese.

Maxime Nicole dice “Fly Rider”

Portavoce del movimento

 

L’euro, la ragione nascosta della sordità del governo per le affermazioni dei giubbotti gialli

 

Questo movimento mise in discussione non solo il governo ma anche il presidente della Repubblica. Ma il governo e il Presidente della Repubblica non hanno avuto una risposta esaustiva su questo tema, fatta eccezione per la repressione che era di una portata e un grado insoliti di fronte a un movimento sociale. magnitudine [13]. L’uso sistematico di LBD, un’arma proibita in molti paesi europei e che è stato affidato a personale non addestrato, ma anche la comparsa di un addestramento di polizia non identificabile ha portato a un livello insolitamente alto di violenza, dall’impunità virtuale di cui godevano questi stessi poliziotti. Il numero di condanne emesse dai tribunali, oltre 3.000, parla anche della paura del potere e della sua incapacità di rispondere a questo movimento sociale con qualcosa di diverso dalla repressione. Certamente, il Presidente della Repubblica ha fatto dichiarazioni, in particolare quella del 10 dicembre 2018. Il 13 gennaio 2019 ha inviato una lettera a tutti i francesi [14] , che, pur riconoscendo alcuni dei problemi, ha eluso le risposte [15] .

 

C’era, tuttavia, un’ammissione in questa “lettera”: ” perché i salari sono troppo bassi per alcuni per vivere degnamente con i frutti del loro lavoro …” [16] . Questa era, infatti, una delle fonti di rabbia che si esprimeva attraverso il movimento dei gilet gialli accanto alle richieste di democrazia. Si noterà, tuttavia, che non ha mai scritto le parole “potere d’acquisto”. La questione di un aumento del SMIC era tuttavia centrale per tutte le richieste dei giubbotti gialli . Il presidente pensò, senza dubbio, di aver risposto nel suo discorso del 10 dicembre [17]. Ma non è stato così, anche se il supplemento di reddito (perché è quello di cui si tratta) circa 90 euro, che è stato poi annunciato, è stato il benvenuto in case molto numerose. C’è un blocco qui sul problema di SMIC. Tuttavia, dalla “svolta del rigore” del 1982-1983, lo SMIC, il principale strumento di garanzia per i salari bassi, non si è evoluto con la produttività. Vale la pena ricordare un principio qui: se i salari si evolvono allo stesso ritmo della produttività, la condivisione del valore aggiunto tra salari e profitti non cambia. Quando la produttività cresce più rapidamente dei salari, la quota degli utili aumenta a scapito dei salari. Il divario tra l’evoluzione di SMIC e quello degli incrementi di produttività è importante oggi.

 

Questo blocco non era, inoltre, specifico del potere. Anche l’Assemblea nazionale, ex FN, ha rifiutato, preferendo un complesso sistema di esenzioni dai contributi sociali [18] . Nicolas Dupont-Aignan, nel frattempo ha collegato un possibile aumento della SMIC a un calo dei contributi dei datori di lavoro (ciò che viene erroneamente chiamato “accuse”) [19]. Jean-Luc Mélenchon stava proponendo un forte aumento dell’SMIC, ma sembrava essere meno preoccupato per l’impatto sulla competitività dell’economia francese di tale misura. Le ragioni di questo blocco si riferiscono all’inserimento della Francia nelle istituzioni dell’Unione europea, ma anche nell’euro. È a causa del fanatico attaccamento all’euro che il Presidente evoca così poco, e indirettamente, la questione dello SMIC e quella del potere d’acquisto. D’altra parte, ciò significa che la questione del potere d’acquisto per le “classi popolari” può essere affrontata seriamente solo ponendo la questione dell’uscita della Francia dall’euro. Tuttavia, i vari studi condotti dall’FMI hanno dimostrato che la Francia soffre di una sopravvalutazione della sua economia nel contesto dell’euro e che non è nemmeno l’unica,

 

Tabella 1

Entità della sopravvalutazione (+) e della sottovalutazione (-) dei risparmi dovuti all’euro [20]

Valore medio Valore massimo Differenza con la Germania

(Mid-High)

Differenza con la Francia

(Mid-High)

Francia + 11,0% + 16,0% 26-43%
Italia + 9,0% + 20,0% 24-47% -2 / + 4%
Spagna + 7,5% + 15,0% 22.5 al 42% -3.5 / -1%
Belgio + 7,5% + 15,0% 22.5 al 42% -3.5 / -1%
Paesi Bassi – 9,0% -21,0% 6-6% -20 / -37%
Germania -15.0% -27.0% -26 / -43%

Fonte: differenziale del tasso di cambio reale nel rapporto del settore esterno dell’FMI 2017

 

Finché siamo intellettualmente nel contesto dell’euro, è davvero molto difficile, se non impossibile, pensare a un aumento della SMIC che possa ripristinare un potere d’acquisto significativo.

Quindi riprendiamo i termini del dibattito. Un aumento dello SMIC accompagnato da un ritiro dall’euro e un deprezzamento della valuta avrebbe avuto un forte effetto ridistributivo sui ricavi, restituendo al contempo il potere d’acquisto ai redditi più modesti. Non era questa una delle esigenze principali dei giubbotti gialli ? Ma capiamo anche perché, non appena abbandoniamo la prospettiva di un’uscita dall’euro e una ripresa da parte della Francia della sua sovranità monetaria, diventa impossibile pensare a un aumento dello SMIC e dei suoi effetti sull’economia. economia. E questo è il motivo per cui Emmanuel Macron, che non vuole toccare l’euro in nessuna circostanza, non ha parlato della SMIC o del potere d’acquisto nella sua lettera.

 

Richieste politiche

 

Il movimento Yellow Vests , che inizialmente si concentrava su questa questione del potere d’acquisto, ha rapidamente sollevato problemi politici. La crisi della rappresentatività politica che ha portato alla luce è ora flagrante. Conduce alla nascita del referendum dell’Iniziativa per i cittadini e alla richiesta di un’alta proporzione nel sistema elettorale francese come una delle maggiori richieste del movimento dei gilet gialli . Queste richieste sono state ampiamente supportate dall’opinione pubblica e ho avuto l’opportunità di parlare su questo argomento [21]. Queste due misure, l’introduzione della RIC e la proporzionale, possono certamente contribuire a migliorare la nostra democrazia. Va sottolineato che, in linea di principio, il RIC non è una “rivoluzione” [22] , ma un’estensione della procedura di referendum come esiste oggi, in particolare tramite il PIR o il referendum di iniziativa. Condiviso [23] , ma la cui mobilitazione è molto più pesante e molto meno democratica della RIC . Queste procedure esistono nella costituzione della Quinta Repubblica e esistevano già sotto la Quarta e la Terza Repubblica. Ci sono stati molti dibattiti su questo argomento [24] .

Questa crisi di rappresentatività si riflette in una più debole partecipazione alle elezioni. Si traduce quindi in un sentimento di alienazione dei cittadini dal sistema politico. Invece e al posto del “bene comune” e della “cosa pubblica” (la Res Publica [25] ) viene fatta una distinzione tra “loro” e “noi”. Il primo termine, “loro”, tende a designare rappresentanti del “sistema”, in altre parole un insieme che comprende personale politico, ma anche alti funzionari e giornalisti, che si costituiscono, in una visione crescente della popolazione, come strapiombante, poi esternamente con quest’ultimo, che è riconoscibile nel “noi”. Questa rappresentazione ha più di uno sfondo di verità.

 

Le condizioni di esistenza, e queste non si limitano alle questioni di reddito – spesso indecente, va detto – ma includono anche l’ambiente di vita, i luoghi frequentati, di coloro che sono designati come “loro “Diverge massicciamente da quelli della maggioranza della popolazione. Quando questa distinzione assume la forma di prova, l’autorità non è più legittima e il sistema collassa, sia pacificamente che in convulsioni violente. Bisogna sapere che nessuna democrazia, questo famoso potere del popolo, da parte del popolo e del popolo, di usare le parole di Abraham Lincoln [26] , può sopravvivere a una tale divisione della società.

La crisi della rappresentatività è quindi anche una crisi della democrazia [27] . Questa crisi della democrazia si manifesta anche con sempre più frequenti smentite della democrazia , sempre più evidenti, come la violazione del risultato del referendum sul progetto di Trattato costituzionale europeo del 2005, che ha avuto luogo con l’approvazione del Congresso (Assemblea Nazionale e Senato messi insieme) del famoso “Trattato di Lisbona”. Questo è il motivo per cui tutti coloro che trattano la crisi della rappresentatività come un fenomeno superficiale, che solo le riforme procedurali potrebbero risolvere, si sbagliano.

La domanda posta dal RIC è quindi quella di estendere il potere dell’iniziativa referendaria ai cittadini, sia perché ritengono che una questione non sia trattata dal legislatore sia perché ritengono che la domanda è stata trattata male da quest’ultimo. In questa forma, il RIC è effettivamente un interrogatorio, indiretto o diretto, del legislatore. Ma questo interrogatorio è solo la conseguenza del primato della sovranità del popolo su quello del legislatore. In effetti, le istituzioni attuali hanno la tendenza a considerare che il legislatore costituirebbe un “popolo legale” che potrebbe opporsi e controllare il popolo politico. Questa è una delle dinamiche dell’ordine giuridico descritto da Weber [28]e una conseguenza del primato della legalità sulla legittimità [29] . Questo non è nuovo.

François Boulot

Portavoce del movimento

Uno spazio politico temporaneamente in rovina

 

Quali sono oggi, un anno dopo, le conseguenze, sia politiche che sociali, del movimento dei gilet gialli ? Molto chiaramente, questo movimento ha segnato un risveglio della questione sociale in Francia. Questa sveglia è evidente nell’autunno del 2019. Il governo è sotto la costante minaccia di nuovi movimenti sociali. Su questo fronte ci possono essere anticipi e battute d’arresto. Ma la questione sociale ha restituito una delle questioni centrali dello spazio politico in Francia.

Possiamo anche considerare il movimento dei giubbotti gialli come una particolare forma di populismo in Francia. Ma, quindi, si dovrebbe capire l’ascesa di questi movimenti populisti come una reazione a favore della democraziagenerato dagli eccessi sperimentati dai principali paesi chiamati derive “democratiche” che hanno avuto origine nella globalizzazione e la “secessione” ha voluto le élite. Possiamo quindi affermare che sono i movimenti conservatori che incarnano meglio questo populismo e che questi ultimi hanno interesse a trovare una ragionevole forma di sistemazione con le élite, una sistemazione che reintroduca la democrazia nei moribondi sistemi “democratici” sotto problemi ad arrivare al caos, una forma di anomalia planetaria? Questa è la tesi di un recente libro di Alexandre Devecchio [30] . Si può sostenere che il conservatore si collochi proprio ora nel “partito dell’ordine” che è ormai rappresentato dal presidente francese [31]. Lo dimostra il crollo dei “repubblicani” alle elezioni europee della primavera 2019, elezioni che si sono svolte nel corso del movimento dei giubbotti gialli .

 

Emmanuel Macron si era tuttavia presentato come il candidato del “partito del movimento”, al punto da renderlo il nome del suo partito “in marcia”. È diventato un rappresentante del “partito dell’ordine”, come evidenziato dalla portata e dalla brutalità, a volte bestiale, della repressione. Perché, va ricordato, la violenza di questa repressione è stata senza eguali da quella del movimento del maggio 1968. Le centinaia di feriti, le dozzine di mutilati ed éborgné lo testimoniano.

Questa mutazione non è né sorprendente né accidentale. Era persino prevedibile. All’inizio dell’anno 2017, in televisione russa (RT in inglese), avevo spiegato come Emmanuel Macron e François Fillon rappresentassero candidati del passato, o se preferiamo la reazione. A quel tempo, ho anche ritradotto il testo in francese e installato questa traduzione sul mio blog [32] , per il quale sono stato criticato. Rileggiamo quello che ho detto allora su Emmanuel Macron: “Essendo il candidato dell’Uberizzazione della società, Emmanuel Macron, dietro un linguaggio falso moderno, è in realtà solo il sostenitore di un ritorno all’inizio del diciannovesimo secolo, un ritorno al “sistema domestico” prima la rivoluzione industriale. È sorprendente qui che il candidato stesso che afferma di essere il più “moderno”, quello che non smette mai di elogiare le virtù di ciò che chiama “l’economia digitale”, è in realtà un uomo del passato. Ma Emmanuel Macron è un uomo del passato in un secondo titolo. Se si presenta come un “uomo nuovo”, o addirittura – e questo non manca di sale – come candidato “anti-sistema”, si deve ricordare che era strettamente associato, sia come consigliere di François Hollande o come ministro di Manuel Valls, alla disastrosa politica attuata durante questo periodo di cinque anni. ora. ”

Emmanuel Macron è in effetti un perfetto rappresentante delle élite metropolizzate e globalizzate di fronte alla rivolta della “Francia periferica”. È lo shock generato dalla rivolta di questi strati sociali che ha provocato il massimo restringimento conservativo del suo potere e che lo ha fatto passare, alla luce delle conoscenze di tutti, dal “partito del movimento” al “partito del ‘ordine’. Il diritto, che si tratti della sua corrente conservatrice o della sua corrente bonapartista (il National Gathering), non sembra in grado di cavalcare la tigre populista perché non può porre fine alle rivendicazioni di questo populismo.

Ma deve anche essere concesso ad Alexander Devecchio che la sinistra radicale, che era particolarmente ben posizionata per farlo, non provò nemmeno a cavalcare la tigre. Allo stesso tempo o gilet gialliirruppe sulla scena politica francese, Jean-Luc Mélenchon e con lui France Insoumise abbandonò la linea populista-sovranista che, da solo, avrebbe permesso a questo movimento di incarnare politicamente questa rivoluzione cittadina in marcia. Bisogna quindi mettere in discussione la pertinenza delle scelte politiche che sono state fatte. Invece di guidare la lotta sulla questione del potere d’acquisto in modo coerente, il che implicava mettere in discussione il progetto dell’Unione europea e in particolare il quadro dell’euro, France Insoumise ha scelto di centrare il suo discorso sulla questione della repressione e del quadro politico. È vero che solo questa posizione ha permesso di evitare di rompere la contraddizione con la linea politica adottata per le elezioni europee, una linea che può essere riassunta come una vana chiamata a cambiare l’UE dall’interno.Gilet gialli senza riuscire a consolidare la sua base elettorale. Il passaggio del quasi 19% raccolto sul nome di Jean-Luc Mélenchon al 6,6% ottenuto dalla lista FI durante le elezioni europee testimonia.

 

 

 

Lo spazio politico della Francia è quindi temporaneamente in rovina. La prospettiva di un nuovo duello tra Emmanuel Macron e Marine le Pen sembra tacitamente accettata, anche se questo duello è certamente lo scenario più favorevole per l’attuale Presidente della Repubblica. Almeno, il movimento dei giubbotti gialli avrà sconfitto il governo e, al di là, la linea neoliberale ed europeista che aveva prevalso durante le elezioni presidenziali del 2017. È già molto . Solo il futuro sarà in grado di dire se questo movimento saprà e sarà in grado di generare una vera alternativa e se questa alternativa sarà in grado di spezzare il quadro politico che sembra stabilizzarsi.

 

 

Note

[1] Bibeau R. e Mesloub K., Autopsy of the Movement of Yellow Gilet , Parigi, Harmattan, 2019. Thiebaut M., Gilet Yellow – Verso una vera democrazia? Parigi, VA Press, febbraio 2019. Coll, Yellow Gillets – Presupposti su un movimento , Parigi, The Discovery, 2019.

[2] Vernochet JM., The Yellow Vests, the civic insurrection , Apopsix, 2019. Black G., Yellow Gilet in the light of history , Paris, editions of the Dawn, aprile 2019.

[3] François-Bernard Huyghe , Xavier Desmaison e Damien Liccia, In the head of the Yellow Vests , Paris, VA Press, gennaio 2019.

[4] Farbiaz P., Gilet gialli – Documenti e testi , Parigi, Editions du Croquant, gennaio 2019 e Coll, Gilet gialli – Chiavi per capire , Syllepse, dicembre 2018.

[5] Boulo F., The Yellow Line , Native Editions, 2019.

[6] Ludoski P., in Francia, dare consulenza può essere costoso, Books on Demand, settembre 2019.

[7] http://www.observationsociete.fr/modes-de-vie/logement-modevie/devenses-contraintes-le-weight-du-logement.html

[8] Centro di ricerca per lo studio e l’osservazione delle condizioni di vita . È un’organizzazione di studi e ricerche al servizio degli attori della vita economica e sociale creata nel 1953.

[9] Questo è stato analizzato nelle opere dei geografi. Vedi Guilluy C., Peripheral France: come abbiamo sacrificato le classi popolari , Parigi, Flammarion , 2014.

[10] http://www.observationsociete.fr/population/donneesgeneralespopulation/la-part-de-la-population-vivant-enville-plafonne.html

[11] CREDOC, Hoibian S., “Gilet gialli, un” precipitato “dei valori della nostra società”, nota di sintesi n. 26, aprile 2019.

[12] Idem.

[13] https://www.lemonde.fr/societe/article/2019/04/28/gilets-jaunes-a-collective-of-victims-of-political-violence-appeals-a-an-national-exhibition_5455937_3224 .html

[14] https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2019/01/13/lettre-aux-francais

[15] Lettera a cui abbiamo risposto: https://www.les-crises.fr/russeurope-in-exil-the-letter-of-president-the-question-of-purchase-and-the- de-euro-per-Jacques-Sapir /

[16] https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2019/01/13/lettre-aux-francais

[17] https://www.francetvinfo.fr/economie/transports/gilets-jaunes/gilets-jaunes-why-the-augmentation-of-smic-promise-by-macron-n-is-will-not-really- -une_3094307.html

[18] https://www.rtl.fr/actu/politique/marine-le-pen-is-the-invite-of-rtl-of-19-december-7795973392

[19] https://www.publicsenat.fr/article/politique/gilets-jaunes-nicolas-dupont-in-announces-that-present-a-proposal-of-

[20] Vedi http://www.imf.org/en/Publications/Policy-Papers/Issues/2017/07/27/2017-external-sector-report e http://www.imf.org/en/ pubblicazioni / politica-Carte / Problemi / 2016/12/31/2016-esterno-Sector-report-PP5057

[21] Vedi https://www.les-crises.fr/russeurope-in-exil-crisis-of-representativity-crisis-of-emocracy-by-jacques-sapir/ e la mia discussione sulle tesi “Etienne Chouard, https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-about-the-dutch-book-church-our-cause-commune-by-jacques-sapir/

[22] Favoreu L., Gaia P., Ghevontian R., Melin-Soucramanian F., Roux A., Oliva E. e Philip L., “6 novembre 1962 – Referendum Act”, nelle principali decisioni del Consiglio costituzionale , Parigi, Dalloz, coll. “Ottime soste”, 2013.

[23] https://www.legifrance.gouv.fr/affichTexteArticle.do?idArticle=LEGIARTI000019241004&cidTexte=JORFTEXT000000571356&categorieLien=id&dateTexte=vig

[24] Conac G., “I dibattiti sul referendum sotto la quinta repubblica”, in Poteri n. 77 – Il referendum, aprile 1996, pag. 97-110.

[25] Moatti C., Res publica – Storia romana degli affari pubblici , Parigi, Fayard, coll. Aperture, 2018,

[26] Lincoln A., Discorso di Gettysburg , 19 novembre 1863. Vedi Barton, William E. Lincoln a Gettysburg: cosa intende dire; Quello che ha detto Ciò che è stato segnalato per avere detto; Ciò che desiderava avere detto . New York, Peter Smith, 1950.

[27] Sapir J., Sovereignty, Democracy, Laïcité , Paris, Michalon, 2016.

[28] Weber M., The scientist and Politics , Parigi, UGE, 1963.

[29] Primate le cui conseguenze sono analizzate in Dyzenhaus D., The Constitution of Law. Legality In a Time of Emergency , Cambridge University Press, London-New York, 2006 e Dyzenhaus D, Hard Case in Wicked Legal Systems. Legge sudafricana nella prospettiva della filosofia giuridica , Oxford, Clarendon Press, 1991. Vedi anche Schmitt C., Legality, Legitimacy , tradotto dal tedesco da W. Gueydan di Roussel, Libreria generale di giurisprudenza e giurisprudenza, Parigi, 1936; Edizione tedesca, 1932.

[30] Devecchio A., Ricomposizione. Il nuovo mondo populista , edizioni Le Cerf, Parigi, 2019.

[31] Quello che ho analizzato sul blog “Crises” dal 5 gennaio 2019. https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-emmanuel-macron-president-du-partide -lordre-by-Jacques-Sapir /

[32] https://russeurope.hypotheses.org/5888

 

L’Europa dei pirati fiscali, di Giuseppe Masala

Cementir e Mediaset spostano la sede legale in Olanda. Ormai le aziende fanno parte a pieno titolo del fenomeno migratorio_Giuseppe Germinario

L’Europa dei pirati fiscali

La transumanza di aziende che dall’Italia spostano la sede legale nei cosiddetti paradisi fiscali europei (Lussemburgo, Olanda e Irlanda) continua. Le ultime due ad aver annunciato l’operazione sono state la Cementir e la Mediaset. Dal punto di vista legale si tratta, naturalmente, di operazioni perfettamente lecite sulla quali nessuno può dire nulla. Ma dal punto di vista etico magari qualcosa ci sarebbe da ridire. La Cementir produce cemento in Italia, e questo significa che sventra mortagne per prendere l’argilla, il gesso e il calcare necessari alla sua produzione. Questo significa che il danno ambientale e paesaggistico viene fatto in Italia. Così come sulle casse del Pubblico Erario italiano vanno a gravare tutti i suoi dipendenti che dopo tanti anni di lavoro si prendono la silicosi a furia di respirare le polveri della lavorazione. Medesimo discorso vale per Mediaset che per decenni ha pagato allo stato italiano cifre irrisorie per la concessione delle frequenze che hanno permesso all’azienda di macinare profitti miliardari. Un discorso legato alla responsabilità sociale delle attività produttive imporrebbe immediatamente la decuplicazione delle cifre che queste aziende corrispondono per lo sfruttamento di un bene pubblico come è il sottosuolo (Cementir) e l’etere (Mediaset), visto che ora sono aziende “straniere”. Non è assolutamente accettabile che le aziende trasferiscano la sede legale con un mancato gettito per quello stato che le ha arricchite.

Dall’altro lato, rimane sempre la critica verso gli stati pirata che fanno dumping fiscale all’interno dell’Unione Europea danneggiando altri stati che – a parole – vengono magari chiamati fratelli in un tripudio di tromboni di retorica europea.

Oggettivamente non ci si può far prendere per il sedere a questi livelli.

Emmanuel Macron e l’Europa – Di Eric Juillot (4/4)

Mappa:

– I discorsi: idealismo e manierismo (1/4)

– I discorsi: incoerenza e indigenza (2/4)

– Ricostruzione dell ‘” Europa “: tra piccoli passi insignificanti e ambizioni eccessive (3/4)

– Atti e risultati della politica europeista di Emmanuel Macron (4/4)

Atti e risultati della politica europeista di Emmanuel Macron

Emmanuel Macron, o le disgrazie della virtù europea


Sono passati 29 mesi dall’arrivo di Emmanuel Macron. Questo è un periodo abbastanza ampio per procedere, con il necessario senno di poi, a una prima valutazione della sua azione politica volta a rilanciare ancora una costruzione europea il cui sfarfallio la travolge.

L’analisi delle ambizioni che lo hanno animato nella primavera del 2017, quando è arrivato all’Eliseo, ha permesso – speriamo – di dimostrare che le loro possibilità di realizzazione erano estremamente ridotte a priori . Che ne dici di due anni e mezzo dopo, quando lo stato dei media e il godimento politico di cui ha goduto a livello europeo si sono da tempo dissipati? In che misura il suo ardente volontarismo è riuscito a sfondare il muro di una realtà che il nuovo presidente ha rifiutato di osservare seriamente?

Un’osservazione è immediatamente ovvia: la stragrande maggioranza delle proposte menzionate nel discorso programmatico della Sorbona non ha avuto il minimo inizio. Sembra che molti di quei punti non siano nemmeno stati discussi. Esce , in questa fase, la tassa sul carbone alle frontiere, l ‘”Agenzia europea per l’innovazione”, il nuovo partenariato con l’Africa, la riduzione a 15 del numero di commissari, la rinuncia chiesta ai “grandi” Stati del ‘loro’ Commissario, la convergenza delle aliquote fiscali sulle imprese, il “pavimento sociale europeo”, liste transnazionali per le elezioni europee , ecc .

Europa della difesa: guadagni tattici, debacle strategico

Nella delicata area della difesa, le ambizioni smisurate del presidente sono cadute a margine senza essere neppure esaminate seriamente dai nostri partner. Il bilancio militare congiunto, la forza e la dottrina di intervento comune che il presidente vuole per il 2020 non saranno ovviamente messi in atto nei prossimi mesi, o anche oltre, poiché nessuno ci pensa davvero nel futuro UE.

Con questi annunci fragorosi quanto improbabili, il presidente francese ha dimostrato in particolare nel 2017 l’indigenza delle sue opinioni sulla geostrategica e la sua mancanza di conoscenza delle questioni militari. C’era qualcosa di preoccupante nella persona che è costituzionalmente il capo degli eserciti francesi. In seguito ha confermato questa impressione riferendosi superficialmente, a novembre 2018, alla prospettiva di un “vero esercito europeo” [1], il cui irrealismo ha provocato allarme negli ambienti autorizzati.

Sembra, tuttavia, che nel corso dei mesi sia tornato a considerazioni un po’ meno barocche. Dunque, dallo scorso luglio, non si è mai trattato di “esercito europeo”, ma solo di una capacità di “  agire insieme, che non è né rinunciare né abbassare la sovranità nazionale, né, ovviamente, rinunciare l’Alleanza atlantica  ”[2]. Con queste semplici parole, il presidente francese sta infatti conducendo un ampio ritiro strategico, sotto forma di debacle concettuale. Ovviamente peccò per dilettantismo ed esaltazione ideologica, prima che le sue ambizioni si spezzassero sulla realtà geostrategica del continente.

Per realizzare una “potenza dell’Europa”, sarebbe necessario, innanzitutto, fare della violenza verso l’Europa così com’è, nella diversità delle relazioni con il mondo specifiche di ciascun popolo, nella varietà delle culture politiche e posture militari, strategiche e pratiche operative. Sarebbe necessario, ancor più concretamente, ridurre a una piccola cosa la sovranità e la libertà delle nazioni europee in questo dominio supremo tra tutti gli usi della forza armata. Tale ambizione è semplicemente una sciocchezza.

Per quanto riguarda “L’Europa della difesa”, il presidente Macron è stato rapidamente costretto a fare la stessa cosa dei suoi predecessori negli ultimi vent’anni: ha dovuto impiegare un’impressionante creatività istituzionale per nascondere il suo fallimento. Questa creatività, sebbene di natura puramente formale, dovrebbe consentire all’UE di continuare a fingere, in questo campo anche più che in tutti gli altri: alla brigata franco-tedesca, all’Eurocorpo [3], ai “raggruppamenti tattici” dell’UE (che vivacchiano da circa dieci anni), allo Stato maggiore dell’UE [4], all’Agenzia europea per la difesa, è stato aggiunto un Fondo europeo per la difesa [5] (proposto dalla Commissione europea, con il sostegno della Francia) e la cooperazione strutturata permanente [6] (CSP).

Tutti i suoi elementi dovrebbero dare sostanza e coerenza alla politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC). Ma sono ancora insufficienti agli occhi dell’attuale presidente francese, dal momento che Parigi ha voluto lanciare, inoltre, un “Intervento di iniziativa europea” (IEI), un ulteriore esempio all’interno del quale tenteremo di “  favorire l’emergere di una cultura strategica comune [… e creare] i presupposti per futuri impegni coordinati e coordinati futuri  ”[8]!

Punto interessante: questo IEI non rientra nel campo istituzionale e giuridico dell’UE, come se Parigi si fosse improvvisamente resa conto che il quadro comunitario può essere paralizzante. Dieci paesi hanno finora manifestato l’intenzione di partecipare, compreso il Regno Unito. Sarà ovviamente difficile fare qualcosa di diverso da un guscio vuoto, come tutto ciò che è stato provato in questo settore dal 1992 e la nascita della politica estera e di sicurezza comune (PESC). Il Generale Bosser (Capo dello Staff Land) è stato in grado di vedere da solo, come dimostrato dalla sua audizione all’Assemblea Nazionale del settembre 2018: “ Per tutta la durata del forum dei capi di stato maggiore europeo, solo io ho pronunciato il nome di IEI e ho avuto l’impressione di avere davanti a me veri equivoci.  [9] Il contegno nei propositi dell’Assemblea, dovrebbe essere messo in evidenza.

Al solo scopo di credere falsamente a sostanziali progressi nell ‘”Europa della difesa”, il presidente Macron sta facendo tutto il possibile per aumentare il prodigiosamente inefficace bazar istituzionale che dovrebbe incarnarlo. La proliferazione di progetti e istituzioni, il processo infinito di consultazione, le magnifiche e fragorose dichiarazioni di intenti: tutto ciò consente di affermare che ogni giorno si stanno compiendo importanti progressi lungo il cammino di un’autentica difesa europea. Questa agitazione superficiale, tuttavia, è strategicamente simile al puro infantilismo, a suo agio e simpatica in tempi calmi, ma destinata a frantumarsi alla prima grave crisi che si dovesse verificare.

Europa sociale a fuoco

Nel campo dell ‘”Europa sociale”, la grande impresa dell’inizio del quinquennio è stata la revisione dello status dei lavoratori distaccati. Conseguita in un anno, questa revisione era, infatti, già prevista prima dell’arrivo di Emmanuel Macron al potere. Ma bisogna ammettere che ha ottenuto ulteriori emendamenti nell’interesse del nostro Paese. La questione è fino a che punto la riforma finalmente accettata dal Consiglio europeo nell’ottobre 2017, quindi dal Parlamento a maggio 2018, probabilmente metterà in discussione lo scandalo di questo status di lavoratori distaccati quando si applica ai paesi con livelli di sviluppo significativamente diversi.

Se la stampa dall’orientamento europeista coglie ovviamente il “successo” e persino la “vittoria” [10] del presidente su questo argomento – prove secondo lei della sua padronanza diplomatica  altri giornali, tuttavia, sono francamente più avveduti [ 11]. Tutti gli anticipi ottenuti sono in effetti simbolici o marginali: la durata del distacco è ridotta da 24 a 12 mesi al massimo, ma in effetti i lavoratori distaccati in Francia raramente rimangono più di qualche mese. Ancora più importante , a priori, i lavoratori distaccati saranno ora pagati come gli altri (compresi i bonus) e non solo il salario minimo.

Mentre questa misura innegabilmente va nella giusta direzione, poiché diminuisce l’interesse nell’uso di questo tipo di lavoro, è tuttavia di portata limitata. La maggior parte dei posti occupati dai lavoratori distaccati sono pagati presso lo SMIC o poco sopra. Nulla o quasi nulla cambierà, soprattutto perché la disposizione più sleale dello statuto rimane invariata: i lavoratori distaccati e i loro datori di lavoro continueranno a pagare i contributi di sicurezza sociale nel loro paese di origine.

Inoltre, il settore del trasporto su strada, che è molto interessato ai lavori distaccati, è stato escluso dall’accordo per ottenere l’adesione di Spagna e Portogallo. Infine, gli impegni formali assunti dagli Stati per rafforzare la loro cooperazione nella lotta contro la grande frode che accompagna questo status [12] sono difficilmente credibili: perché i paesi dell’Europa mediana sarebbero solerti in questo settore, quando questo zelo sarebbe obiettivamente contrario ai loro interessi economici? Per quanto riguarda la Francia, è anche ovvio che le poche centinaia di dipendenti pubblici mobilitati nella lotta contro queste frodi sono abbastanza sopraffatte [13].

La riforma ottenuta dal presidente riguarda quindi il trompe-l’oeil quasi al completo. Ciò è tanto più vero in quanto non entrerà in vigore prima del 2020. Ci sono voluti un totale di sedici anni per modificare modestamente questo status tipicamente comunitario. Sebbene sia stato istituito nel 1996, le sue deleterie conseguenze economiche e politiche sono state osservabili dal 2004, a causa del primo allargamento dell’UE ad est [14]. Sedici anni per far finta di agire, sotto la pressione di un “populismo” crescente che condanna i leader cinici, ma preoccupati, di preoccuparsi superficialmente della giustizia sociale. Questo è tutto ciò che un’Unione europea alla fine del suo corso può mostrare come dinamismo emancipatorio, e non è nulla, se non un po’ di polvere negli occhi.

La riforma soddisferà gli europei fiduciosi, generalmente protetti dalla concorrenza sleale dei lavoratori distaccati dal loro status o livello di qualifica; il resto della popolazione capirà rapidamente che è stato nuovamente ingannato. La comunicazione politica, tuttavia, ha avuto l’audacia di presentare questa riforma come un successo dell’ “Europa che protegge” [15], seduto sull’assurdo paradosso di tale affermazione poiché qui “Europa” protegge solo se stessa. Chi può comprenda…

Tale è, in questa fase, lo scarso bilancio di E. Macron su “Europa sociale”. Bisogna temere che non ci si debba aspettare nulla dalla sua azione in questo campo negli anni a venire. La campagna per le elezioni europee della primavera 2019 è stata quindi contrassegnata dall’assenza di riferimenti all’idea di “Europa sociale” da parte dei candidati EMN (nonché di quelli degli altri partiti). Il tema è letteralmente scomparso dai discorsi, mentre era insistito da trenta anni ad ogni elezione nella speranza di risvegliare l’interesse dei cittadini per il Parlamento europeo. Forse è stato finalmente compreso dal personale del campo che era stato usato sino alla trama e che era controproducente usarlo. Ad ogni modo, sembra che venga determinata una svolta


Eurozona: due anni di chiacchiere per niente

Si tratta della zona euro, del suo approfondimento ritenuto necessario, laddove le ambizioni del presidente Macron erano allo stesso tempo le più grandi e le più realizzabili a priori , tanto è vero che la costruzione europea è principalmente di ordine economico . In questo settore come negli altri, tuttavia, i primi due anni del quinquennio si sono rapidamente trasformati in dolorose Stazioni della Croce, le cui numerose stazioni hanno crudelmente messo alla prova chi ha affermato, nel febbraio 2017, di non respingere il “  Dimensione cristica  ” [16] dell’incarnazione presidenziale.

Cosa ha ottenuto per il prezzo del suo impegno? Niente. Nessuna delle sue proposte di riforma per l’area dell’euro è stata approvata. Il suo fallimento è completo fino in fondo e un risultato del genere era altamente prevedibile. Il nuovo presidente francese non aveva reali possibilità di vincere. La manovrabilità del Cancelliere tedesco ha facilmente trionfato sul suo volontarismo giovanile, ma non è questo il punto. I fattori strutturali hanno giocato ben oltre queste cause superficiali.

Innanzi tutto, un effetto contestuale: non è più tempo che l’UE faccia importanti riforme politiche. Ha gettato la sua ultima forza nell’artigianato istituzionale del 2010, reso necessario dall’urgenza della crisi finanziaria e monetaria (con la creazione del meccanismo europeo di stabilità e il tentativo di unione bancaria). La costruzione dell’Europa è ormai finita, soprattutto perché il suo approfondimento implicherebbe l’abbandono della sovranità in aree così sensibili che quasi nessuno le considera seriamente. Per andare oltre, i cittadini e i leader dei paesi dell’UE dovrebbero dimostrare che, su questioni che sono essenziali per loro, sono diventati europei anziché nazionali. Tale non è e tale non può essere il caso, in mancanza di una identità europea sostanziale.

Pertanto, le questioni relative al debito pubblico, al bilancio dello Stato, alla politica monetaria non sono solo questioni tecniche, poiché la Francia si impegna a credere nei suoi negoziati con la Germania. Queste domande implicano profonde considerazioni di identità, cultura e moralità, sulle quali Berlino non intende cedere nulla di importante. La Germania accetterebbe un approfondimento della zona euro se fosse simile a una germanizzazione, ma non è proprio l’ambizione francese su questo argomento … Parigi e Berlino si sono quindi date, da maggio 2017, a una vera guerra di posizione, che si concluse con una sconfitta francese.

Riunioni bilaterali – formali o informali – Vertici europei, comunicati ufficiali, scambi di organi di stampa interposti … Nel corso dei mesi e degli anni, gli innumerevoli contatti e sessioni di negoziazione hanno avuto per risultato paradossale uno status quo o quasi di cui la Germania si rallegra perché la avvantaggia. Le pietre miliari che hanno portato a questo fallimento francese sono così numerose che è impossibile – e inutile – elencarle qui. Alcuni sono comunque particolarmente salienti:

  • Il 19 giugno 2018, dopo il 20 ° Consiglio dei ministri franco-tedesco, si legge nella dichiarazione di Meseberg. Il principio di creare un bilancio specifico per l’area dell’euro a partire dal 2021 è accettato dalla Germania [17]. Gli altri Stati interessati devono tuttavia prendere una decisione in merito;
  • 29 giugno 2018: 10 giorni dopo Meseberg, il comunicato finale del vertice dell’area dell’euro, organizzato dopo la riunione del Consiglio europeo del 28, non si preoccupa nemmeno di menzionare l’idea di un bilancio per la zona euro come se non fosse nemmeno stato menzionato [18]. Va detto che 12 Stati avevano inviato una lettera qualche giorno prima al presidente dell’Eurogruppo esprimendo la loro opposizione frontale a tale progetto [19];
  • 14 giugno 2019: in occasione di una riunione dei ministri delle finanze dell’UE, sembra essere stata raggiunta una svolta decisiva, poiché sta emergendo un accordo sul principio del bilancio unico per l’area dell’euro, anche se nulla viene deciso sul suo importo (evoca 17 miliardi di euro per il periodo 2021-2027, quasi nulla), il suo metodo di finanziamento e i suoi obiettivi (“stabilizzazione”, vale a dire, sollievo puntuale verso un paese in difficoltà o investimenti a lungo termine per promuovere la competitività e la convergenza). “  Abbiamo un bilancio dell’area dell’euro  ” [20], tuttavia proclama Bruno Le Maire, ministro francese dell’economia;
  • 21 giugno 2019: alla fine del Consiglio europeo, non sono stati compiuti progressi sul bilancio. Il primo ministro olandese afferma addirittura con soddisfazione che “  la stabilizzazione è finita. Anche il bilancio della zona euro  ”[21].

La Germania ha quindi raggiunto il suo obiettivo senza difficoltà: l’intenso attivismo dispiegato dalla Francia per ottenere un approfondimento dell’area dell’euro si è impantanato nel corso dei mesi, fino a quando non affonda completamente. Se il cancelliere tedesco ha ben presto abbandonato l’idea di un ministro delle finanze o di un parlamento della zona euro, se avesse chiarito chiaramente di essere contraria a qualsiasi idea di mettere in comune fondi. i debiti pubblici, la questione del budget – capitale per Parigi – l’ha costretta a molte manovre di ritardo, essenziali per smorzare nel tempo l’ambizione riformatrice dei francesi.

E’ senza dubbio così che deve essere compreso l’improvviso interesse di Berlino per lo status di membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di cui gode la Francia. Suggerendo ripetutamente che Parigi potrebbe donarlo all’UE [22], le autorità tedesche hanno implicitamente inviato un messaggio alle loro controparti francesi: “Non chiederci l’impossibile, altrimenti faremo lo stesso”. L’euro, questo segno esteso su scala continentale, è importante per la Germania come lo è per la Francia il suo status all’ONU. In entrambi i casi, sono in gioco elementi centrali nella concezione di ciascuno della sua sovranità, della sua identità e del suo ruolo nel mondo. Se le autorità francesi hanno avuto difficoltà a capirlo fino ad allora, dobbiamo sperare che il messaggio così espresso è stato compreso questa volta.

Allo stesso tempo, A. Merkel soffiava costantemente caldo e freddo; a volte sembrava conciliante – dicendo ad esempio a luglio 2017 di non essere ostile all’adozione di un bilancio della zona euro [23] – a volte riluttante a progressi seri – come quando ha evocato pubblicamente i suoi “  scontri  [24] con il presidente Macron. Fu in grado di interpretare la sua partitura con la stessa sottigliezza in quanto altri stati – a cominciare dai Paesi Bassi – manifestano regolarmente un’opposizione categorica alle proposte francesi, che Berlino non avrebbe potuto esprimere così duramente senza umiliare Parigi. Si è concluso con un modesto trionfo, affermando semplicemente, alla fine del Consiglio europeo di giugno 2019, di essere “  soddisfatto delle conclusioni relative all’area dell’euro. ”[25].

L’impossibile missione hugolian del presidente francese

Cosa pensare finalmente della vertiginosa cascata di fiaschi incontrata da Emmanuel Macron da quando è salito al potere? Sarebbe stato facile prevenirli dimostrando modestia. Ma un simile atteggiamento, oltre a non adattarsi all’attuale presidente, avrebbe comportato l’aggiunta al disastroso quinquennio di Francois Hollande di cinque anni di ulteriore immobilità, un fermo intorpidimento mortale per un’Unione europea minacciata di disintegrazione.

Durante la campagna elettorale, il futuro presidente francese aveva fatto dell ‘”Europa” il suo principale cavallo di battaglia. Ci saltò sopra con grande fervore non appena arrivò al Palazzo dell’Eliseo e deve essere riconosciuto per la sua vera abnegazione nel tentativo di rilanciare il progetto europeo. Ma va notato, tuttavia, che il suo impegno europeista oggi è un puro donchisciottismo, dal momento che nessuna delle condizioni necessarie per il successo è stata soddisfatta. Come ha fatto il presidente a non accorgersene? Per capirlo, forse è consigliabile tornare a Hugo, la cui relazione con l’idea europea è sempre stata un riferimento essenziale per l’europeismo francese.

“  Verrà un giorno in cui tu, Francia, Russia, Italia, Inghilterra, Germania, tutte voi nazioni del continente, senza perdere le vostre distinte qualità e la vostra gloriosa individualità, vi fonderete strettamente in un’unità superiore e costituirete in Fraternità europea […]. Verrà un giorno in cui vedremo questi due grandi gruppi, gli Stati Uniti d’America, gli Stati Uniti d’Europa, uno di fronte all’altro, che si protendono sul mare [ Quindi, con la loro azione, l’Asia sarebbe stata restituita alla civiltà, l’Africa sarebbe stata restituita all’uomo. Invece di fare rivoluzioni, avremmo creato delle colonie! Invece di portare la barbarie alla civiltà, la civiltà sarebbe portata alla barbarie.  [26]

Queste parole, spesso citate – con l’ovvia eccezione delle ultime righe di un esaltato colonialismo – esprimono con fervore ed enfasi la grande idea di Hugo sull’Europa, eretta dall’illustre poeta all’orizzonte dell’attesa di tipo politico; Hugo vede nella sua unificazione un risultato storico, attraverso il quale l’umanità dimostrerà la sua capacità di sollevarsi. 170 anni dopo, è in questa mistica che pendono in Francia coloro che non riescono a concepire l’idea di un fallimento generale della costruzione europea. Emmanuel Macron s’è fatto il suo campione. Ma il suo ardore, sebbene sembri abbastanza sincero, non può bastare a concretizzare la speranza di Hugo di una vera Unione Europea.

In questo caso particolare, un abisso separa davvero la mistica dalla politica, e tutti coloro che pensano di poterlo attraversare in qualche modo cadono necessariamente lì. Questo è ciò che sta accadendo ora al presidente francese. Perché chiunque cerchi di concretizzare la visione hugoliana affronta una doppia impossibilità:

  • Un’impossibilità logica in primo luogo: come potrebbero le nazioni del continente conservare le loro “  qualità distinte  ” e la loro “  gloriosa individualità  ” fondendosi in una “  unità superiore  ”? Un tale processo implicherebbe l’abbandono della sovranità con cui ciascuno esprime liberamente la propria relazione specifica con il mondo e si evolve secondo le proprie aspirazioni, la principale delle quali è perseverare nell’essere. Questa è un’aporia che i 70 anni di costruzione europea non hanno affatto contribuito a dissipare;
  • Un’impossibilità nata da una formidabile ambiguità allora: Hugo scrive allora che non si realizzano né l’unità italiana né quella tedesca. Scrive in un momento in cui la Francia pensa a se stessa ed è percepita da molti come la madre delle lettere e delle arti e come il faro politico della razza umana. Se il brano sopra citato suggerisce che la futura fraternità europea sarà per Hugo di natura egualitaria, in seguito ha fatto altre osservazioni che suggeriscono, al contrario, che l’Europa sarà unita dall’azione illuminata della sua avanguardia francese. “La  Francia è un predestinato  ”, “  la nazione utile  che “  dipende dal popolo “, è quella “da cui possiamo aspettarci tutto Dice in un discorso nell’ottobre 1877 [27].

È comprensibile, in queste condizioni, che Hugo sia sempre stato attaccato all’ideale, che non abbia mai ritenuto necessario specificare le modalità concrete del passaggio verso gli Stati Uniti d’Europa. Per lui, l’unità deve essere raggiunta dall’irresistibile forza di attrazione della civiltà francese, la cui diffusione su scala continentale servirà da cemento unificante. L’Europa è possibile perché l’Europa è essenzialmente la Francia. Lo ha anche detto in modo molto esplicito durante la sua ultima apparizione pubblica, il 29 novembre 1884, in occasione di una visita a Bartholdi che ha appena completato la Statua della Libertà: “Questa bellissima opera tende a ciò che ho sempre amato, chiamato: pace. Tra l’America e la Francia – la Francia che è l’Europa – questo impegno di pace rimarrà permanente . [28] Non potremmo essere più chiari …

La visione hugoliana dell’Europa è contaminata da un etnocentrismo che è ancora difficile da concepire oggi e che persiste nelle menti di un gran numero di europei. I voli messianici del grande scrittore sono suggellati da un’ambiguità che uccide sul nascere ogni tentativo di concretizzarli politicamente. Questa ambiguità, insuperabile, è quella di un universale fortemente ancorato a un particolare, è l’ambizione di una Repubblica europea plasmata dal genio nazionale francese.

Nella sua versione attuale, è la speranza di una “Europa sociale” e quella di una “potenza dell’Europa”, in genere ambizioni francesi che sono difficilmente condivise oltre i nostri confini. Da qui il paradosso degli europeisti nel nostro paese: vogliono essere “europei” soprattutto, aderiscono alle dissolvenze del “post-nazionale”, pur non essendo in grado di concepire che l’UE può essere qualcosa di diverso da ciò che in loro lo spirito – il francese nonostante tutto – gli impone. Questa ambiguità deriva da incomprensioni a cascata con i nostri partner e da un blocco permanente su tutti i punti importanti.

Emmanuel Macron ha cercato di rilanciare un progetto moribondo cercando di infondere un po’ del misticismo di Hugo e impiegando una notevole energia in infinite negoziazioni. A questo punto, il suo fallimento è completo e probabilmente definitivo. Ma all’impossibile, nessuno è obbligato. Forse prenderà atto di questa impossibilità nella seconda metà del suo quinquennio, data la lucidità che ha mostrato puntualmente [29]. In ogni caso, dobbiamo sperare per il bene della Francia e per l’Europa che l’UE abbia coperto la sua crosta sterile.

Eric Juillot

fonti

[1] http://www.opex360.com/2018/11/06/the-president-macron-about-setting-a-right-european-right/[2] http://www.opex360.com/2019/07/14/exit-expression-armee-europeenne-le-president-macron-parle-days-dagir-ensemble/[3] O “Corpo europeo di risposta rapida”. È uno staff multinazionale di circa 800 persone creato nel 1992. Con sede a Strasburgo, negli ultimi anni ha lavorato principalmente a beneficio della NATO.[4] Uno staff multinazionale con sede a Bruxelles con circa 200 dipendenti e, in quasi 20 anni, ha guidato solo una manciata di micro-operazioni.[5] Questo fondo è destinato a fornire sostegno finanziario a progetti comuni; il suo budget (probabilmente qualche miliardo di euro) non è stato ancora determinato, lo sarà per il periodo 2021-2027.[6] Questa cooperazione assume la forma di progetti avviati da una nazione guida per rafforzare l’interoperabilità, consentendo l’ammodernamento condivisione di attrezzature, ecc . Tutti i progetti avviati in questa fase hanno dimensioni modeste.[7] Sono previsti un carro armato franco-tedesco e un aereo. Tali programmi sono auspicabili ma a determinate condizioni: controllo dei costi, vantaggi industriali proporzionati per tutti gli attori coinvolti, reale efficienza operativa dell’attrezzatura prodotta. Se in passato questo tipo di cooperazione ha avuto successo (Alphajet, Transall, Jaguar …), gli ultimi risultati si sono spesso rivelati laboriosi e costosi (A 400 M ed elicottero NH 90).[8] http://www.opex360.com/2019/07/14/exit-expression-armee-europeenne-le-president-macron-parle-days-dagir-ensemble/[9] http://www.opex360.com/2018/11/06/the-president-macron-parks-to-establish-a-right-european-right/[10] https://www.liberation.fr/france/2017/10/24/work-detaches-la-victoire-europeenne-de-macron_1605391[11] https://www.marianne.net/economics/student-workers-the-three-statches-of-macron-victory[12] https://www.lemonde.fr/economie/article/2018/02/05/detached-workers-the-figures-are-embedded-in-france_5251933_3234.html[13] L’ispettorato del lavoro riesce a effettuare circa mille ispezioni all’anno, non di più, quando il numero di lavoratori distaccati è ora stimato in oltre 500 000. CF: https://www.actualvalues.com/economy / 46-in-un-il-numero-di-dipendenti-dipendente-senvole-93017[14] Nel 2004 l’UE ha aderito a 10 paesi: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia, Cipro e Malta. Nel 2007, la Romania e la Bulgaria hanno aderito all’UE, seguita dalla Croazia nel 2013. Durante un periodo di transizione, alcuni Stati dell’Europa occidentale hanno introdotto restrizioni per limitare afflusso di lavoratori distaccati da alcuni paesi (Romania, Bulgaria).[15] https://en-marche.fr/articles/actualites/workers-stoppers[16] https://www.lejdd.fr/Politique/Emmanuel-Macron-confidences-sacrees-846746[17] http://www.lefigaro.fr/international/2018/06/19/01003-20180619ARTFIG00368-declaration-of-meseberg-to-reform-the-news-and-of-points- -completer.php[18] https://www.consilium.europa.eu/media/36001/29-euro-summit-statement-en.pdf[19] https://english.rt.com/economy/51866-12-european-countries-are-opposing-to-a-futur-budget-from-euro-zone-europe[20] https://www.euractiv.fr/section/economie/news/no-agreement-on-euro-budgetary-tool-ministers-send-hot-potato-back-to-leaders/[21] https://www.euractiv.fr/section/economie/news/stabilisation-mechanism-in-induced-coma-after-eu-leaders-meeting/[22] https://www.ouest-france.fr/monde/organismes-internationaux/onu/onu-l-la-germany-propose-the-france-of-the-future-of-its-permanent-union-europeenne -6096948[23] https://www.la-croix.com/Economie/Monde/Budget-zone-euro-Il-faut-saisir-lopportunite-souvre- us-2017-07-13-1200862817[24] http://www.lefigaro.fr/international/angela-merkel-recognized-to-have-a-conflictual-relations-with-manuel-macron-20190515[25] https://www.euractiv.fr/section/economie/news/stabilisation-mechanism-in-induced-coma-after-eu-leaders-meeting/ – Gli altri progetti nella zona euro (allargando il ruolo del Anche MES e il completamento dell’unione bancaria), che E. Macron ha ereditato dai suoi predecessori, sono fermi.[26] Estratto dal discorso di Victor Hugo al Congresso per la pace, 21 agosto 1849.[27] Jean GARRIGUES, The Republic Incarnate, da Leon Gambetta a Emmanuel Macron , Parigi, Perrin, 2019, pagina 91.[28] Jean GARRIGUES, La Repubblica incarnata , op. cit ., pagina 110.[29] http://www.lefigaro.fr/conjoncture/2015/09/28/20002-20150928ARTFIG00208-why-macron-predit-il-la-fin-de-la-zone-euro.php

https://www.les-crises.fr/emmanuel-macron-et-leurope-par-eric-juillot-4-4/

Verso il capestro, di Luciano Barra Caracciolo

Il saggio potrebbe in alcuni passi risultare ostico alla comprensione ai non addetti. La ratio e il contenuto assumono comunque straordinaria importanza quanto più i termini dell’accordo prossimo futuro in sede comunitaria sono gelosamente e misteriosamente custoditi sino a portarci all’ennesimo fatto compiuto. Si cercherà con qualche intervista di chiarire gli aspetti più complessi di quanto esposto. Il senso dell’operazione in corso appare comunque nel testo in maniera cristallina_Giuseppe Germinario

IL “NUOVO” ESM: TRA LA VECCHIA SOLUZIONE DEL “TRATTAMENTO GRECIA” E LA SFIDA TEDESCA ALL’ITAL€XIT_di Luciano Barra Caracciolo

 

  1. Il quadro generale della congiuntura italiana nei suoi possibili sviluppi di breve e medio termine.

Cerchiamo di approfondire l’evoluzione della situazione italiana dentro l’eurozona all’incirca nei prossimi due anni (indicativamente). E cioé, appunto, entro un breve periodo in cui si acutizzino i fattori recessivi esogeni (crisi strutturale e geopolitica, – cioè neo-multilaterale-, della globalizzazione asimmetrica) e endogeni all’eurozona (ulteriore consolidamento fiscale, pro-ciclico, determinato dagli obiettivi di pareggio strutturale di bilancio derivanti dal modo in cui viene calcolato l’output-gap dal working group che supporta le prescrizioni impartiteci dalla Commissione Ue).

Nell’appunto sull’applicazione dell’art.65 TFUE, la situazione italiana (attuale) viene riassuntivamente così descritta :

L’Italia attualmente si trova:

  1. a) impossibilitata comunque a promuovere politiche di crescita di c.d. “piena occupazione” (effettiva), e anzi obbligata, dal fiscal compact e dalle sue linee guida applicative (qui, p.3), a perseguire un aggiuntivo e forte consolidamento fiscale, induttivo di una probabile recessione che si aggiunge alla forte stagnazione “esogena” attualmente in corso;
  2. b) impossibilitata, di conseguenza, anche a svolgere le politiche anticicliche (qui, pp. 5-8) la cui necessità e urgenza si manifesta a causa della fase di stagnazione-recessione in cui, anzitutto, la Germania si trova, “trascinando”, di conseguenza anche il nostro sistema produttivo che ne è divenuto, per notori motivi, strettamente dipendente;
  3. c) vincolata, entro breve tempo, (dato l’atteggiamento, ormai da considerare negozialmente tanto irreversibile quanto improvvido, assunto dai vari livelli di rappresentanza italiani), al “nuovo” trattato ESM che implica, in caso di crisi economica in un singolo Stato-membro, che l’intervento del fondo di salvataggio ci sia precluso a priori dal mancato rispetto della regola del debito (limite del 60% su Pil ovvero riduzione significativa negli ultimi esercizi); e ciò, si noti, tranne il caso di previa ristrutturazione dei titoli del debito pubblico nazionale, agevolata, anzi “incentivata”, nella stessa riforma dell’ESM, dall’estensione operativa delle clausole CACS (cioè relative ai poteri dei creditori, in maggioranze ora semplificate, di prescegliere una certa forma, ampiezza, e un certo livello di sostanziale default).
  4. La portata e gli effetti “sistemici” della riforma del trattato ESM.

In questa sede si ritiene di approfondire il punto c), poiché emerge come di primaria importanza per definire in concreto l’ulteriore aggravamento della traiettoria inerziale (quindi in assenza dell’adozione di rimedi “difensivi” da parte delle autorità di governo nazionale), di stress economici, recessivi e distruttivi, cui verrà sottoposta l’intera società italiana, portando alle estreme conseguenze l’ingestibilità e l’instabilità politico-istituzionale.

L’entrata in vigore del “nuovo” trattato ESM (complementare ai trattati Ue, ma sostanzialmente intergovernativo e diretto ai soli membri dell’eurozona, e quindi costituente un vincolo aggiuntivo ed autonomo rispetto al regime dei trattati stessi), nel corso del 2020 può essere dato per scontato: appare infatti ormai impensabile, – date le posizioni favorevoli “in blocco” finora espresse dall’Italia e l’aperta adesione (acritica) dell’attuale governo-, che tale trattato “complementare” non sia definitivamente approvato, come previsto, entro dicembre 2019. La successiva ratifica (che dovrà essere adottata ai sensi dell’art.80 Cost., essendo appunto la sostanziale modifica di un trattato, e non di una fonte di diritto europeo tipizzata, a suo tempo soggetto a ratifica, promulgata nel luglio del 2012), risulta del pari prevedibile ed entro lo stesso anno (salva crisi di governo subentrante prima del compimento di entrambe le deliberazioni delle due camere…). [1]

Schematizziamo il clou delle novità, – di regime dell’eurozona e di gestione delle crisi che possono (asimmetricamente) colpire uno degli Stati ad essa aderenti-, che scaturiscono da questa “riforma”.

Le nuove linee condizionali precauzionali (PCCL- precautionary conditioned credit line), mostrano criteri di ammissibilità agli aiuti impossibili, ove dovesse intervenire a favore di uno Stato che versi nelle condizioni di debito/PIL e di “spazio” di indebitamento annuale dell’Italia (in neretto le condizioni ostative più rilevanti):

(1) non essere in procedura di infrazione,

(2) da due anni non avere deficit superiore al 3%,

(3) anzi, inferiore, come definito da un ‘indice strutturale’ diverso da paese a paese,

(4) da due anni, avere un debito inferiore al 60% ovvero averlo dibotto di almeno 1/20 della distanza dal 60%,

(5) non avere alcun disequilibrio macroeconomico,

(6) avere accesso ai mercati dei capitali ‘a termini ragionevoli’ (ma sconosciuti nei loro esatti termini definitori),

(7) un debito estero sostenibile,

(8) un settore finanziario non vulnerabile.

Criteri che il Consiglio dello ESM è libero di applicare discrezionalmente, secondo linee di “aggiustamento” interpretativo non ragionevolmente preventivabili e, anzi, potenzialmente discriminatorie (come s’è già visto in tema di unione bancaria e discrezionalità relativa ai presupposti di ammissione dei vari tipi di ricapitalizzazione pubblica preventiva e di burden sharing a carico degli obbligazionisti, non evitato a causa di una decisione della Vestager poi ritenuta illegittima dal giudice europeo di primo grado; “caso Tercas).

Infatti queste linee di intervento ordinario sono pensate, per così dire, per Paesi che cadano in crisi…nonostante sé stessi: cioè che, – nonostante siano in condizioni di osservanza dei criteri complessivi del Fiscal Compact e, peraltro, essendovi riusciti pur in vigenza del regime dell’unione bancaria nonché, per la verità, grazie alla “misteriosa” pregressa tolleranza sul deficit (es; casi di Francia, Spagna, Portogallo nel periodo 2009-2017), riescano, allo stato attuale, ancora a registrare una situazione di equilibrio macroeconomico (secondo gli indicatori che accompagnano le regole del Fiscal Compact sugli squilibri macroeconomici); ciò in specie nei conti con l’estero, nonché per quanto concerne le condizioni di accesso “sostenibile” ai mercati per il finanziamento del debito pubblico.

In pratica, il nuovo ESM ammette il salvataggio “ordinario”, dedicato ad un singolo Stato dell’eurozona, come “caso impossibile”, al punto da rendere i suoi strumenti di intervento anti-crisi in concreto del tutto irrilevanti (tranne forse che per un salvataggio rivolto alla Germania o all’Olanda, caso della cui verificazione, stante l’attuale pseudo-equilibrio dell’eurozona, ci sarebbe da molto dubitare; peraltro, già per la Francia, l’attuale linea di deficit perseguita dal governo Macron, risulterebbe escludente, – il condizionale è d’obbligo, nel caso della Francia-, restringendo ulteriormente l’utilità concreta dello strumento).

In difetto di queste condizioni “ideali”, e concretamente paradossali, di concessione dell’intervento, viene poi previsto un “ESM loan”, o linea di credito a condizioni rafforzate, sul modello d’azione tipico del FMI (ECCL- Enhanced Conditions Credit Line), per l’acquisto di titoli del debito pubblico del paese in crisi (da spread, e quindi di rifinanziamento), sia sul mercato primario che sul secondario: e questo, però, solo se venga valutato, sempre con fortissima discrezionalità, che “la generale situazione economica e finanziaria rimane forte ed il debito pubblico sostenibile”.

Infatti, lo ESM è tenuto ad espletare, preliminarmente, una analisi di sostenibilità del debito.

Complessivamente e senza dettagliare la farraginosa disciplina in ogni sua ipotesi, – considerate, appunto, le eventualità effettive di intervento “utile” del Fondo – il Paese che chiede il sostegno dello ESM, deve sapere in partenza che gli verrà chiesta preliminarmente una ristrutturazione del debito.

Per rendere ancora più agevole l’imposizione di questa pregiudiziale fase di condizionalità (fortemente traumatica, nell’ordine degli eventi che concernono la vita di uno Stato appartenente all’OCSE…), col Trattato, le parti contraenti si impegnano a inserire, sin da subito, ed a prescindere dal manifestarsi di prevedibili condizioni di crisi, in tutte le proprie nuove emissioni, le clausole CAC (CAC-Collective Action Clauses) Single Limb (estensive dell’attuale capacità dei creditori di deliberare una ristrutturazione, tra i cui eventi presupposti, va rammentato, è previsto anche il cambio di valuta del paese emittente).

Ma non è finita qui; solo dopo tale ristrutturazione, lo ESM potrà offrire un prestito, “soggetto a stretta condizionalità (…) un programma di aggiustamento macroeconomico”, d’intesa con Commissione, Bce, IMF, dunque “duro” come sempre, per capirsi, come nel caso della Grecia. Il credito così concesso, inoltre, darà luogo a un congruo utile, per livello di interesse previsto, allo ESM, (evidentemente a compensare le perdite del resto del portafoglio, investito in Titoli di Stato tedeschi e francesi). Mentre lo ESM ed i suoi direttori si appropriano di piena immunità legale e penale.

  1. Il riassetto “estremo” che l’ESM determinerà nel funzionamento dell’eurozona.

Vediamo dunque quali saranno le novità essenziali che deriveranno da questa nuova disciplina nel funzionamento, già di per sé difficoltoso, dell’eurozona:

  1. a) le difficoltà di collocamento del debito pubblico determinate dagli spread, e la quasi totale soppressione di ogni spazio di intervento fiscale anti-recessivo degli Stati, potrebbero essere ovviate solo attraverso il prestito del nuovo ESM, previa ristrutturazione/default, e non più tramite l’OMT (Outright Monetary Transaction): cioè l’effetto, essenzialmente “psicologico”, sui mercati finanziari, del whatever it takes pronunciato da Draghi nell’estate del 2012. Quest’ultimo strumento, infatti, – nella sua forma di implicita e pura garanzia del debito pubblico apprestata dalla banca centrale (come accade nel rapporto tra banca centrale e emissioni del tesoro in ogni normale Stato dotato della propria moneta sovrana) -, non esiste più da anni, (ove mai la “creatività” di Draghi gli avesse dato una effettiva esistenza…non mediatico-comunicativa), poiché, su rimessione della Corte costituzionale tedesca, la Corte di giustizia europea, con sentenza del giugno 2015, ha chiarito definitivamente chel’attuazione del programma OMT è subordinata al rispetto integrale, da parte degli Stati membri interessati, di programmi di aggiustamento macroeconomico del Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) o del Meccanismo europeo di stabilità (MES)”.

Ora, non sfugga che, in virtù del nuovo regime dell’ESM, i programmi di aggiustamento macroeconomico vengono ancor più inaspriti, erigendo a ipotesi unica, vincolante ed effettivamente applicabile, il “metodo” utilizzato con la Grecia
Appare perciò del tutto evidente che i problemi di crisi del debito pubblico, entro l’eurozona, – determinati anzitutto da evidenti difficoltà di ottenere un adeguato livello di crescita nonché di risolvere una crescente disoccupazione strutturale (e i suoi ovvii effetti di gettito tributario calante e di pressione all’aumento della spesa pubblica per “ammortizzatori sociali”), sono, (dal 2020 in modo ancor più vincolante), risolvibili solo attraverso il trauma della ristrutturazione del debito pubblico e con la sostanziale abrogazione dei già ristretti margini di intervento autonomo della banca centrale, a differenza di quanto accade per ogni altro Stato dotato di un proprio potere di emissione monetaria.

Va infatti rammentato che gli spread sono dipendenti da una condizione strutturale dell’eurozona: cioè costituiscono il “premio”, crescente, di rischio relativo alla uscita di uno Stato-membro, a causa dell’insostenibilità macroeconomica della moneta unica, a sua volta dovuta alle condizioni permanentemente punitive, per la crescita (e quindi per il calo del rapporto debito/PIL) implicite nel divieto di bail-out degli Stati aderenti (ovverosia, divieto di “solidarietà” fiscale dentro l’eurozona; artt.124 e 125 TFUE), nonché nel divieto della BCE di acquisto diretto dei titoli di debito pubblico (art.123 TFUE).

A seguito della crisi del debito pubblico, del salvataggio “psicologico” determinato dalla mera prospettazione dell’OMT, e poi, decisivamente, del primo programma di acquisto dei titoli del debito pubblico lanciato nel 2015 dalla BCE (QE), gli spread appaiono inoltre strettamente collegati al permanere di un atteggiamento “attivo” della stessa BCE, cioè legati al suo intervento (tramite banca centrale nazionale) negli acquisti sul mercato secondario (in particolare per l’Italia), mediante l’utilizzazione della liquidità, già immessa nel sistema, e riveniente dal rimborso alle scadenze dei titoli detenuti in forza di tale QE (e di altri precedenti facoltà di acquisto consentite alla BCE).

  1. Riforma ESM, orientamento privilegiato alla ristrutturazione del debito pubblico, e suoi effetti sul sistema bancario e sul risparmio nazionale nel quadro dell’Unione bancaria.

In complemento a questo scenario di ulteriore irrigidimento delle condizioni fiscali dell’eurozona, occorre considerare la contemporanea vigenza della c.d. Unione bancaria e gli effetti collaterali, di propagazione recessiva, che conseguirebbero, perciò, all’intreccio tra le due discipline, quella dello ESM e quella, già applicabile, dell’unione bancaria.

Detto in estrema sintesi: con il vincolo di (paradossale salvataggio previa) ristrutturazione del debito pubblico, ovvero con la partecipazione del settore privato, detentore dei relativi titoli, alle perdite, tutte le banche italiane andrebbero in default, con prevedibili conseguenze sistemiche.

La sequenza è: a) perdita vistosa dei corsi dei titoli, b) perdita conseguente di bilancio degli istituti bancari, c) esigenza di ricapitalizzazione a livelli impensabili, e non appetibili, per qualsiasi investitore privato, d) contemporanea preclusione di qualsiasi forma di ricapitalizzazione pubblica, non finanziabile sui mercati (ancorché susseguente a burden sharing a carico di azionisti e obbligazionisti…spesso piccoli risparmiatori), ergo: e) inevitabile bail-in di massa dei correntisti e ondata recessiva (aggiuntiva a quella che avrebbe, in assunto, giustificato il ricorso all’ESM!) di dimensioni epocali; ciò a causa della massiccia distruzione di risparmio e, dunque, di investimenti e degli stessi consumi (occorre infatti considerare la c.d. propensione al consumo del risparmio liquido e persino, sebbene inferiore, della ricchezza immobiliare, a valori drammaticamente descrescenti: tali asset infatti sono sempre più divenuti una riserva di consumo “eventuale”, legata all’incertezza e al calo dei redditi delle famiglie).

4.1. Riassumendo:

  1. a) la BCE assumeun ruolo sempre più centrale nell’eurozona, ma ancor più di prima, “in negativo”: cioè divenendo, in modo estremo, assolutamente neutrale nelle sue (peraltro giuridicamente vietate) funzioni di garanzia dell’azione fiscale degli Stati. L’indipendenza pura (cioè estesa non alla mera “libertà” della BC dall’’indicazione governativa di intervento sul mercato dei titoli al collocamento, ma come espresso “divieto” di tale acquisto in, eventuale, “monetizzazione” del debito pubblico stesso; v.art.123 TFUE) e dunque l’adesione all’idea neutrale della moneta, confinano la BCE ad effettuare la vigilanza bancaria ed il (mero) finanziamento del relativo settore secondo le pratiche di regolazione della massa monetaria fisiologicamente legate a tale neutralità (in pratica, l’emissione di moneta di banca centrale sarebbe assolutamente sigillata in un circuito che escluderebbe qualsiasi diretta o indiretta connessione con la “dazione” a soggetti dell’economia reale);
  2. b) non a caso appare altamente improbabile, e anzi complementare alla riforma dell’ESM, che, – in questa direzione impressa all’assetto dell’eurozona -, il nuovo QE sia effettivamente portato a compimento…il che, tra l’altro, equivale anche a una sostanziale rinuncia al vano tentativo di riportare l’eurozona al target inflattivo del 2%, compito già obiettivamente fallito col primo QE, e che risulta ora ostacolato dall’intento aggiuntivo di vietare, col nuovo ESM, i suoi effetti formalmente “secondari” (del QE): cioè quello di sostegno economico-fiscale agli Stati (che tante opposizioni ha suscitato e, ancor più suscita ora, nella Germania e nei suoi satelliti), nonché quello di effetto svalutativo nei confronti del dollaro (effetto che potrebbe essere rinunziato da Francia e Germania, come risulta dall’attuale decisa opposizione delle rispettive banche centrali, per evitare uno scontro commerciale e valutario con gli Stati Uniti);
  3. c) tutto il peso del riequilibrio interno all’EZ ricade sul finanziamento dell’ESM, che si profila anticipatamente come: a) meramente teorico in via di intervento ordinario, in condizioni fisiologiche; b) acutamente pro-ciclico, in caso di intervento residuale e concretamente applicabile, determinando una punizione “estrema” del paese che non reggerà la duplice condizione del pareggio di bilancio e di una crescita priva di squilibri macroeconomici;
  4. d) per l’Italia, a cui appare “mirato” il nuovo regime dell’ESM, questa situazione complessiva equivale a vincolo legale, fortemente sanzionato, a seguire una rigida politica fiscale pro-ciclica e, in prospettiva resa inevitabile, a sottoporsi alla ristrutturazione del proprio debito pubblico con conseguenze bancarie sistemiche e un bail-in di massa disastrosamente recessivo;
  5. e) questo scenario di imminente riforma rende perciò, va sottolineato, quasi obbligato, per l’Italia, un intervento precauzionale di imposizione patrimoniale sul risparmio privato nei depositi bancari, – ovvero un insieme di misure tributarie equivalenti (quanto a gettito)- nonché una ulteriore accelerazione nel progressivo smantellamento del sistema pensionistico e sanitario pubblico, che, ai fini del pareggio strutturale di bilancio, risultano infatti i maggiori aggregati della spesa pubblica (e la cui “incomprimibilità” politica viene considerata il principale ostacolo ad una virtuosa appartenenza all’eurozona). Ma anche questa serie di politiche “precauzionali”, accelerate dalla minaccia…del salvataggio ESM (!), risultano fortemente recessive, se non esiziali per la nostra economia e per il minimo di coesione sociale che caratterizza un paese democratico.
  6. La segregazione nel sistema Target2: una “quasi mediazione” per conservare l’euro e creare un ibrido che potrebbe preparare alla sua dissoluzione concordata.

Di fronte ad una tale ricetta per una fine disastrosa dell’eurozona, rimane sul tappeto un’ipotesi, come dire, di “mediazione” (come vedremo non meno penalizzante, a seconda dei suoi tempi e circostanze di adozione).

Il meccanismo in pratica è stato già ventilato “sottovoce” da più parti.

Nella fase attuale, la spinta di partenza sarebbe così riassumibile: se. in virtù del “nuovo” Trattato ESM, le regole tedesche non reggerebbero alla prova dei fatti (inducendo un collasso dell’EZ, proprio perché volutamente troppo costrittive), in realtà, l’introduzione di una riforma così “minacciosa”, potrebbe essere il modo migliore per costringerci ad accettare la c.d. segregazione.

La segregazione consiste (sulla traccia di quanto sperimentato dalla BCE nei confronti di Cipro e della Grecia) nella imposizione, all’interno del sistema di pagamenti Target2, di un obbligo di preventiva prestazione di cauzione per ogni pagamento in uscita proveniente da uno Stato considerato “debitore a rischio” (verso il rimanente sistema delle banche centrali dei singoli paesi-membri e, per riflesso, verso i sistemi bancari di tali paesi “creditori”).   Tale cauzione può assumere la forma di un deposito (presso la BCE) di una certa quantità di riserve della banca centrale nazionale, in oro o valute “forti”. Ma preso nella sua rigida forma giustificativa, avrebbe un limite (l’ammontare di tali riserve, comparato con il volume dei pagamenti verso l’estero dei residenti italiani), relativo all’onere sostenibile da parte della Banca d’Italia, che sarebbe presto raggiunto (in pochi mesi).

Infatti, per un paese che comunque presenta una forte componente di esportazioni, ma anche di connesse importazioni per rifornire il proprio sistema di trasformazione industriale, si avrebbe quasi certamente la concreta traslazione, da parte delle autorità bancarie nazionali, dell’onere di prestazione della garanzia a carico delle banche commerciali che eseguono gli ordini di pagamento in uscita. Queste, a loro volta, agendo come mandatarie degli operatori economici che importano, chiederebbero agli stessi o di sopportare il costo della garanzia, ovvero, in termini più pratici, un sovrapprezzo rispetto a quello corrispondente all’ordine di pagamento derivante dalla transazione di importazione.

Analogamente, nel sistema della segregazione, l’operatore nazionale esportatore, maturando un credito con un profitto (al netto dell’imposizione fiscale), che determina un attivo nelle partite correnti commerciali, non potrebbe poi più generare un pagamento in uscita nel sistema Target2 corrispondente all’investimento, per lo più finanziario, di tale profitto netto: e ciò, appunto, senza doverne sopportare una forte decurtazione a seguito della disposizione di “segregazione” (in sostanza, per l’investitore italiano verso l’estero ciò comporta un aumento del prezzo dello strumento finanziario estero prescelto; all’interno della sola eurozona, peraltro). L’effetto pratico sarebbe che, pur rimanendo l’Italia formalmente nell’eurozona, per gli acquisti dall’estero e per le esportazioni di capitale (all’interno della sola eurozona), l’euro “italiano” risulterebbe de facto svalutato nella misura percentuale corrispondente all’ammontare della cauzione/costo della garanzia imposta per un pagamento verso altri paesi dell’eurozona.

Ciò avrebbe un vantaggio, sia pure costrittivo, consistente in una misura equivalente alla restrizione delle importazioni (componente negativa del PIL), – vietata dall’art.34 TFUE ma consentita dalla supposta specialità delle regole applicabili dalla BCE -, nonché determinante un vincolo all’investimento nazionale dell’eventuale surplus delle partite correnti: tale investimento “nazionale” del surplus (aderendo all’idea che, tendenzialmente, importazioni più costose avrebbero perciò un minor volume, e, sempre tendenzialmente, il surplus commerciale medesimo potrebbe addirittura risultare aumentato) sarebbe, in ipotesi, destinato a rivitalizzare sia la domanda di titoli del debito pubblico che di beni immobiliari.

In altri termini, poiché l’Italia non è Cipro, ma un forte paese industriale manifatturiero, con una consolidata vocazione esportativa, si avrebbe una sorta di ibrido “lira-euro”, ragionevolmente svalutato e, come vantaggio ipotizzato dai tedeschi, una correzione abbastanza rapida del loro saldo attivo Target2, che la Germania considera, in modo unilaterale e controverso, come un attivo di riserve (in euro) della propria banca centrale.

  1. Osservazioni conclusive concernenti le prospettive vincolate dell’evoluzione della situazione politica e di governo italiane.

Qualche osservazione finale che aiuti a comprendere appieno la “svolta” che, senza apparente reazione alcuna da parte del governo nazionale, si sta così profilando:

1) La riforma dell’ESM risulta come una plateale accelerazione della “germanizzazione” dell’eurozona: infatti, si tratta di regole tedesche che non reggerebbero alla prova dei fatti per un debito pubblico e un’economia delle dimensioni di quella ITA. La stessa entità della provvista di cui è dotato l’ESM appare insufficiente a un salvataggio di tali dimensioni. Oltretutto, l’ESM si risolve nella “segregazione”, ovverosia in un vero e proprio sequestro “escludente” della (notevole) contribuzione italiana all’ESM (che assommandosi a quella già erogata all’incorporato ESFS, arriva a oltre 120 miliardi…).

2) Insomma, politicamente, ormai, la decisione finale sulla sopravvivenza o meno dell’€urozona spetterà alla Bundesbank che, certo, potrà invocare il mancato rispetto delle ‘regole’, ma dovrà assumersi l’onere della fine di un meccanismo che, allo stato dei fatti, favorisce l’espansionismo francese (dato che, vale la pena di rammentarlo, lo Stato francese e le banche francesi hanno accesso “non sindacato” al credito BCE);

3) l’alternativa alla segregazione, o, prima ancora, all’applicazione “punitiva” del trattato ESM (pressione tedesca), è costituita dall’ottenimento di saldi primari, pluriennali, del bilancio pubblico, dell’ordine di 3,5 – 4% del PIL (pressione francese), economicamente insostenibili (per crescita e occupazione), ma pienamente compatibili con uno sfruttamento coloniale, ovvero la via €uropea, di trasformazione definitiva del sistema italiano: prima di tutto costituzionale, secondo l’indicazione, ormai insistita da circa tre decenni, data dalla tecnocrazia italica (e dall’insieme di forze economiche e mediatiche che sostengono la permanenza nell’eurozona “ad ogni costo”);

4) il perseguimento di saldi primari di tale entità presupporrebbe, piuttosto, una situazione di, almeno, moderata crescita (sebbene, nell’eurozona, nell’accezione solowian-Barro-sargentiana, cioè praticamente una lunga stagnazione). Per contro, come dovrebbe ormai essere evidente a tutti, la globalizzazione, come s’è detto, si è inceppata, e pare vicina al collasso nella sempre più paventata evenienza della prossima crisi finanziaria globale (è, in estrema essenza, un problema di asimmetrie istituzionali nell’applicazione del WashingtonConsensus, v. pp. 1-2, a cui sono soggetti i paesi OCSE, in primis USA e eurozona, ma non altrettanto i paesi emergenti maggiori, come Cina e India, che hanno eroso crescita, capacità produttiva e occupazione nei paesi OCSE, ricorrendo a uno sviluppo caratterizzato da un forte intervento statale e da un incontrollato dumping sul costo e sulla tutela del lavoro).

Ergo, l’aspirazione francese, a prendere il controllo del sistema (finanziario, industriale e dei servizi) italiano, già nel medio periodo, se rapportata alla congiuntura economica globale, risulta velleitaria (può risolversi in un boomerang, con una recessione che contagi l’intera eurozona); così come appunto velleitaria è l’ostinazione dello spaghetti €stablishment nell’assecondare l’espansionismo francese, promettendo (da decenni), una crescita futura “competitiva”, senza potersi basare su alcun ragionevole motivo macroeconomico che gli consenta di mantenere tale promessa…pagandone appunto il costo in termini elettorali;

5) in questo quadro globale, peraltro, trova spiegazione anche l’opposizione francese (cioè della banca centrale di Francia: un fatto considerato “sorprendente”…) al “nuovo” Quantitative Easing lanciato da Draghi.

Tale opposizione è ragionevolmente dovuta (v. qui, p. 8.1.): a) ai rendimenti negativi sulla gran parte dei loro titoli del debito pubblico che gli stessi francesi stanno subendo (permanendo in parallelo anche l’impossibilità politica per Macron di realizzare le riforme strutturali alla “tedesca”, e quindi di sopportare il costo politico-sociale di politiche di (ulteriore) svalutazione interna; b) all’effetto svalutativo sul dollaro del QE, e alla conseguente guerra daziaria (e anche valutaria) che ne deriverebbe (Trump deve aver parlato chiaro a Macron all’ultimo G7 di settembre), che i francesi commercialmente e geopoliticamente non possono permettersi (essendo gli Usa il primo paese di destinazione, per volume, delle loro esportazioni).

6) Volendo accreditare di una certa sostenibilità le politiche di perseguimento del pareggio strutturale di bilancio, che l’attuale governo persegue con molte incertezze, si renderebbe indispensabile un intervento “di riserva” della BCE alternativo al QE (come abbiamo visto sopra parlando degli spread)…ma sarebbe sufficiente a compensare l’entità della recessione fiscalmente indotta? L’esperienza “Monti” e governi seguenti ci dice di no.

E qui giunge al pettine un nodo nevralgico: l’ESM “punitivo”, tedeschizzato, fondato appunto sulla definitiva neutralizzazione di ogni possibilità di intervento della BCE, porterebbe al riacutizzarsi entro breve di un conflitto franco-tedesco. Ed infatti, la Germania ha interesse a minacciare la (imminente) ristrutturazione del nostro debito pubblico, se non altro (nella migliore delle ipotesi), per consentire di imporci la “segregazione” e assicurarsi un riequilibrio dei saldi Target2, (che, in controluce, prepara in realtà o una German-exit o un’Ital-exit); vale a dire: la Francia ha bisogno di tempo e di politiche di consolidamento fiscale che diluiscano nel tempo, in Italia, un effetto equivalente alla ristrutturazione del debito italiano (come abbiamo visto), per assicurarsi (in forza della tradizionale “cooperazione” politica del PD) il completo controllo finanziario e industriale della penisola.

7) Insomma: il valore operativo dell’ESM sta nell’imporlo (all’Italia), come minaccia “estrema”; consiste cioè, in un certo senso, in una sfida tedesca a imporci l’uscita. Però, prima regolando, a loro favore, i saldi Target2 (cioè vogliono la liquidazione per rimpinguare di riserve la loro moneta forte futura: possibilmente, per loro, un euro senza l’Italia).

 

[1] Questa la configurazione originaria dell’ESM: Il Meccanismo europeo di stabilità (MES), detto anche Fondo salva-Stati (in inglese European Stability Mechanism; ESM), è un’organizzazione internazionale a carattere regionale nata come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria della zona euro (art. 3); è istituita dalle modifiche al Trattato di Lisbona (art. 136) approvate il 23 marzo 2011 dal Parlamento europeo[1] e ratificate dal Consiglio europeo a Bruxelles il 25 marzo 2011[2][3]. Esso ha assunto però la veste di organizzazione intergovernativa (sul modello del FMI), a motivo della struttura fondata su un consiglio di governatori (formato da rappresentanti degli stati membri) e su un consiglio di amministrazione e del potere, attribuito dal trattato istitutivo, di imporre scelte di politica macroeconomica ai paesi aderenti al fondo-organizzazione.[4]

Il Consiglio Europeo di Bruxelles del 9 dicembre 2011, con l’aggravarsi della crisi dei debiti pubblici, decise l’anticipazione dell’entrata in vigore del fondo, inizialmente prevista per la metà del 2013, a partire da luglio 2012.[5] Successivamente, però, l’attuazione del fondo è stata temporaneamente sospesa in attesa della pronuncia da parte della corte costituzionale della Germania sulla legittimità del fondo con l’ordinamento tedesco.[6] La Corte Costituzionale Federale tedesca ha sciolto il nodo giuridico il 12 settembre 2012, quando si è pronunciata, purché vengano applicate alcune limitazioni, in favore della sua compatibilità con il sistema costituzionale tedesco[7].

Il MES sostituisce il Fondo europeo di stabilità finanziaria (FESF) e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (MESF), nati per salvare dall’insolvenza gli stati di Portogallo e Irlanda, investiti dalla crisi economico-finanziaria.[8] Il MES è attivo da luglio 2012 con una capacità di oltre 650 miliardi di euro, compresi i fondi residui dal fondo temporaneo europeo, pari a 250-300 miliardi.[9][10][11]

Il MES è regolato dalla legislazione internazionale e ha sede a Lussemburgo. Il fondo emette prestiti (concessi a tassi fissi o variabili) per assicurare assistenza finanziaria ai paesi in difficoltà e acquista titoli sul mercato primario (contestualmente all’attivazione del programma Outright Monetary Transaction), ma a condizioni molto severe. Queste condizioni rigorose “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite” (art. 12). Potranno essere attuati, inoltre, interventi sanzionatori per gli stati che non dovessero rispettare le scadenze di restituzione i cui proventi andranno ad aggiungersi allo stesso MES.[12] È previsto, tra le altre cose, che “in caso di mancato pagamento, da parte di un membro dell’Esm, di una qualsiasi parte dell’importo da esso dovuto a titolo degli obblighi contratti in relazione a quote da versare […] detto membro dell’Esm non potrà esercitare i propri diritti di voto per l’intera durata di tale inadempienza” (art. 4, c. 8).

Il fondo è gestito dal Consiglio dei governatori formato dai ministri finanziari dell’area euro, da un Consiglio di amministrazione (nominato dal Consiglio dei governatori) e da un direttore generale, con diritto di voto, nonché dal commissario UE agli Affari economico-monetari e dal presidente della BCE nel ruolo di osservatori. Le decisioni del Consiglio devono essere prese a maggioranza qualificata o a maggioranza semplice (art. 4, c. 2).[12] Il MES emette strumenti finanziari e titoli, simili a quelli che il FESF emise per erogare gli aiuti a Irlanda, Portogallo e Grecia (con la garanzia dei paesi dell’area euro, in proporzione alle rispettive quote di capitale nella BCE), e potrà acquistare titoli di stati dell’euro zona sul mercato primario e secondario. Il fondo potrà concludere intese o accordi finanziari anche con istituzioni finanziarie e istituti privati. È previsto l’appoggio anche delle banche private nel fornire aiuto agli stati in difficoltà. In caso di insolvenza di uno Stato finanziato dallo MES, quest’ultimo avrà diritto a essere rimborsato prima dei creditori privati.

https://orizzonte48.blogspot.com/2019/09/il-nuovo-esm-tra-la-vecchia-soluzione.html?fbclid=IwAR2AzZOiyLEopHfnnfUGN5OujPlTWzk1X544zeiMQtjKmnsRV9uVaGz4uKE

Emmanuel Macron e l’Europa – Di Eric Juillot (2/4)

Emmanuel Macron e l’Europa – Di Eric Juillot (2/4)

Mappa:

– I discorsi: idealismo e manierismo (1/4)

– I discorsi: incoerenza e indigenza (2/4)

– Ricostruzione dell ‘”Europa”: tra piccoli passi insignificanti e ambizioni eccessive (3/4)

– Atti e risultati della politica europeista di Emmanuel Macron (4/4)

Incoerenza e indigenza

Questa è forse la caratteristica più spettacolare dei discorsi di Emmanuel Macron dedicati all’UE: a parte l’idea principale “Europa che è pace”, non contengono alcun argomento nel dimostrare che la costruzione dell’Europa può e deve essere continuata: nessun risultato che permetta di perseguirla con orgoglio ed energia, nessuna analisi delle difficoltà teoriche e pratiche che deve affrontare il cui svolgimento possa consentire agli europei di trovare briciole di speranza per il futuro del loro progetto. Niente di tutto ciò è discusso. La prosa presidenziale si accontenta di atti di fede, petizioni di principio e dichiarazioni non comprovate. Questa indigenza senza discussioni è particolarmente chiara su tre temi principali: democrazia, sovranità e nazione.

“  L’essenza del progetto europeo è la democrazia. Dico anche che è la sua più grande forza, il suo vero cibo  ”. Questo cliché, destinato nuovamente a proteggere l’Unione europea sotto un velo di virtù, non regge al serio controllo. Trattato dopo trattato, la costruzione europea ha posto un gran numero di scelte fondamentali oltre la portata della deliberazione democratica: la dinamica del progetto europeo – se non la sua “essenza” – è più una questione di eradicamento della democrazia piuttosto che sua fioritura.

In effetti, la democrazia in Europa non deve nulla all’UE. La Carta dei diritti e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino godono entrambi di una certa precedenza storica sulla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e oggi la democrazia in Europa deve la propria solidità alla sua iscrizione al centro delle culture politiche nazionali piuttosto che agli impegni giuridici degli Stati membri nei confronti dell’UE. Inoltre, l’unica istituzione democratica nell’UE è il suo parlamento, che ha un’assemblea falsa, quindi i suoi poteri tenui. I suoi membri sono, infatti, i rappresentanti di un popolo europeo che non esiste. Una tale impresa istituzionale è abbastanza tipica di ciò che l’UE può produrre come parte della sua logica funzionalista. Anche qui a Strasburgo, fai vivere questa democrazia in Europa ogni giorno  ”, ha detto Emmanuel Macron ai parlamentari europei, apparentemente inconsapevole che la democrazia senza popolo è destinata a svuotarsi a causa della mancanza di legittimità.

Ma la democrazia secondo l’europeismo è, infatti, singolarmente atrofizzata, poiché si riduce, come afferma il presidente francese, al rispetto di “  l’individuo, delle minoranze, dei diritti fondamentali  ”. Questi sono aspetti essenziali, ovviamente, ma che riducono il regime democratico alla sua unica parte individualista, cancellando la dimensione collettiva della sovranità popolare e nazionale, ambito che costituisce l’unica fonte di legittimità per un potere veramente democratico. Sulla base di questa concezione emiplegica della democrazia, Emmanuel Macron può, tuttavia, scartare ogni idea di consultazione del popolo mediante referendum su quesiti europei: “  La risposta è nota, è sempre” no “, qualunque sia la domanda ”, Afferma senza mezzi termini (ignorando l’esito del trattato di Maastricht) e senza ulteriori spiegazioni, dimostrando così con il senso di una frase che l’europeismo terminale non si trova a proprio agio con la democrazia diretta dal 2005 (rifiuto francese e olandese del Trattato costituzionale) e 2016 (vittoria della Brexit nel Regno Unito).

La gente sì, ma non troppo, e in piccoli pezzi, per favore, il presidente francese preferisce referendum “  semplicistico  ” un “  ampio dibattito per identificare le priorità  ” dei cittadini sull’UE, per “  ricostruire il Progetto europeo […] con un requisito democratico molto più forte di una semplice domanda binaria  ”. L’arte di mettere la museruola su un popolo sostenendo di dargli la parola … Tutti conoscono davvero i limiti insiti nei grandi dibattiti di questo tipo nell’approfondimento della democrazia [1].

Ciò che pone un problema all’europeismo nel regime democratico è, pertanto, l’espressione attraverso la sua sovranità politica di una legittimità senza pari e che può costituire un nemico mortale per l’UE. Da qui il termine “sovranista” usato da anni dai mestatori dell’UE per designare con ombra di disprezzo tutti i sostenitori senza scrupoli della democrazia nazionale. Qui, tuttavia, Emmanuel Macron sceglie di innovare, prendendo in considerazione il termine “sovranità”. Si dichiara, infatti, a favore di una “  piena sovranità europea  ” al punto da renderlo l’asse strutturante del suo discorso alla Sorbona e lo declina in molte forme: deve essere climatico, commerciale, culturale, geostrategica, ecc .

Questo tentativo di recupero è intelligente. Attraverso di esso, il presidente spera di consentire all’UE di appropriarsi di ciò che costituisce la forza politica dello stato-nazione. L’enfasi sul tema della sovranità rende anche possibile eliminare la parola “federalismo” dalla sua retorica. L’idea federale è davvero fuori stagione; i leader non ci credono più, perché conoscono l’ostilità delle persone su questo argomento; oggi è radicato in circoli fanatici, nei laboratori stipendiati da Bruxelles o codificati nei media istituzionali. La sovranità europea, tuttavia, punta allo stesso obiettivo, ma sfocando i binari in modo da non spaventare l’opinione pubblica, secondo una tattica spesso usata nella storia della costruzione europea.

Il presidente francese specifica persino, nella speranza di disinnescare qualsiasi controversia su questo argomento: ” Abbiamo bisogno di una sovranità complementare più forte della nostra, complementare senza nessuna sostituzione  ”. Questa precauzione semantica, tuttavia, si presta a critiche radicali. L’idea che la sovranità possa essere fatta valere a livello dell’UE senza indebolire in alcun modo la sovranità nazionale è in effetti un’aberrazione logica. Affinché Bruxelles si affermi, Berlino, Varsavia, Roma o Parigi dovrebbero essere declassate. Il potere sovrano europeo può esistere solo attraverso la capacità di vincolare le parti.

Il presidente francese ammette, inoltre, ingenuamente, volendo indondere l’entusiasmo europeista, senza apparentemente cogliere ciò che questa confessione potrebbe avere di preoccupante per un capo di stato: “La  Francia vuole un’Europa per amore di Europa, non per se stessa “. In questa prospettiva, “l’Europa” diventa un fine in sé a cui gli Stati membri devono accordarsi per sacrificare i loro interessi almeno puntualmente, mentre è stata storicamente presentata ai popoli come un mezzo che potrebbe moltiplicare il loro potere.

Va notato, tuttavia, che l’esercizio da parte dell’UE della piena sovranità è in questa fase quasi un successo. Negli ultimi 30 anni, l’europeismo è stato abbastanza forte da strappare interi settori di sovranità dagli Stati membri, in particolare nella sfera economica, in modo che ne siano rimasti solo pochi, soprattutto nel campo fiscale. I risultati catastrofici per la maggior parte dei paesi sono ben noti [2]. Rinunciando alla maggior parte della loro sovranità economica, gli stati dell’UE hanno infatti organizzato la loro impotenza collettiva, anche se alcuni, sfruttando le regole su misura per loro, fanno meglio di altri.

In realtà, l’idea di una “sovranità condivisa” cara agli europei è inetta. In materia di sovranità, tutto ciò che è condiviso è, nella migliore delle ipotesi, perso dall’effetto della neutralizzazione, nella peggiore delle ipotesi catturato da un altro stato che può così affermare il suo potere [3]. La sovranità, intesa come il potere di un popolo libero, non è quindi assimilabile dall’UE data la sua natura. Non può esserci vera sovranità europea in senso stretto poiché non esiste alcun popolo europeo la cui espressione politica la consentirebbe. Può prosperare solo temporaneamente con il fagocitare la sovranità nazionale, senza le condizioni che hanno permesso a quest’ultima di affermarsi storicamente. Rappresenta quindi una situazione di stallo, in fondo al quale il volontarismo vibrante dell’attuale presidente è destinato a incagliarsi.

Nella speranza di dare alla luce questa sovranità forcipe, Emmanuel Macron pensa tuttavia che sia saggio stigmatizzare lo stato-nazione e la sua presunta impotenza. Se accetta, per mancanza di una migliore idea di “Europa a più velocità”, se afferma di voler “  assicurare l’unità senza cercare l’uniformità “, insiste anche, a lungo termine, sul tema della follia di un persistente attaccamento allo stato-nazione: “  Tutte le sfide future … sono sfide globali che una nazione che si ritrae può affrontare solo su poche cose ” ; sulla politica migratoria: ” il ritiro ai nostri confini […] sarebbe sia illusorio che inefficace ”. Per quanto riguarda la politica agricola comune, l’agricoltore medio ” verrà all’idea che l’Europa lo proteggerebbe meglio di un’assurda politica nazionale  ”.

Questo tipo di affermazione, tuttavia, pone due problemi: come abbiamo visto sopra, non è sufficiente dichiarare che la sovranità europea sarebbe più efficace delle sovranità nazionali in modo tale che, fin dall’inizio, queste sovranità sarebbero rimpiazzate dai cittadini a beneficio del loro glorioso successore. Le cose sono molto più complicate di così, e ciò che sarebbe desiderabile non è necessariamente possibile, specialmente nel caso della costruzione europea.

Inoltre, le affermazioni antinazionali del presidente non sono mai state provate. Perché le frontiere dell’UE sarebbero più facili da controllare rispetto a quelle di uno Stato membro? Perché la PAC non può essere nazionalizzata senza conservarne l’efficacia? In entrambi i casi, l’esempio della Svizzera, nel cuore del continente, dimostra che è possibile agire efficacemente a livello statale. Ma il presidente Macron afferma di credere che le sue affermazioni siano verità provate, la cui semplice ripetizione è sufficiente per ottenere il sostegno di coloro che lo ascoltano. Tuttavia, al di fuori della Svizzera, ci sono molti esempi nel mondo di stati di piccole e medie dimensioni che non appartengono a nessuna organizzazione sovranazionale che si appropria della propria sovranità e ha un tenore di vita uguale o superiore. a quello dei paesi ricchi dell’UE:

L’argomentazione semplicistica delle dimensioni, sistematicamente avanzata dagli europei per giustificare la loro ambizione di approfondire l’UE, è in effetti piuttosto controversa. Ciò che conta non è la dimensione di un paese, ma il suo grado di coesione interna, a sua volta dipendente dal suo grado di coscienza nazionale. Più forte è quest’ultimo, più uno stato è in grado, ad esempio, di controllare gli effetti della globalizzazione sul suo suolo. In questo contesto, gli stati della zona euro hanno dimostrato per vent’anni che l’unione può fare la debolezza, il crollo del loro potere economico infliggendo una negazione violenta a tutti coloro che, venti anni fa, hanno annunciato la prosperità grazie all’euro [4].

Fondamentalmente, è la forza del sentimento di appartenenza a una comunità politica che determina la capacità di quest’ultima di agire efficacemente nel senso di un interesse generale generato dal dibattito democratico. “  Non ho una sola goccia di sangue francese, eppure la Francia scorre nelle mie vene  ” , ha detto Romain Gary. Nessun europeo potrebbe oggi dire così sull’UE senza esporsi a beffe o commiserazioni, quando Gary può motivare con queste poche parole milioni di lettori. Ora, il senso di appartenenza non può essere decretato, non più di quanto possa riposare nel vuoto; deriva da un processo secolare e di civiltà oltre la portata dell’UE.

Infine, la nazione è la forma politica moderna, nata negli ultimi secoli in Europa o nei paesi d’oltremare di insediamento europeo. Come può l’UE persuadersi di incarnare l’Europa, mentre altera per la sua stessa esistenza; ciò che costituisce un’eredità particolarmente preziosa per tutta l’umanità? C’è un paradosso impossibile da mantenere nel tempo.

Democrazia, sovranità, nazione: così tante idee e concetti essenziali che il presidente Macron gestisce con la massima incoerenza, affondando i suoi discorsi in una sorprendente vacuità intellettuale. Molte incoerenze vengono aggiunte al resto. È di natura generale, suscettibile di minare l’intero edificio argomentativo della prosa presidenziale: se “l’Europa” è destinata ad essere luminosamente salvifica come dice, perché ostacoli, resistenze e opposizioni al suo avvento sono sempre più numerosi? L’ovvio non dovrebbe imporsi a tutti, al di là del persistente attaccamento a vecchie forme e vecchi usi obsoleti o pericolosi? L’argomentazione manichea del diavolo nazionalista ha ovviamente una portata esplicativa molto limitata,

L’incoerenza è anche osservata su una scala più sottile, nel dettaglio di alcuni argomenti. E così la diversità culturale del continente: “  La nostra frammentazione è solo superficiale  ” dichiara perentoriamente il presidente, per aggiungere, qualche riga in più: “  Ovunque, quando un europeo viaggia, è poco più che un francese, che un greco, un tedesco o un olandese ”. C’è una contraddizione qui: se la frammentazione è solo superficiale, la qualità europea non dovrebbe avere la precedenza sulla qualità nazionale, invece di essere una piccola identità in più, come dice la seconda frase? Un altro esempio, anche sfortunato: come possiamo dire che non è più possibile costruire “l’Europa al sicuro dalla gente” come hanno fatto i cosiddetti “padri fondatori” mentre squalificavano poche righe dopo l’uso del referendum nel quadro di un progetto europeo presentato altrimenti come “liberamente consentito”?

Ancora più gravemente, la sua esaltazione a volte condanna il presidente Macron a una certa confusione. Deriva, il più delle volte, dal desiderio di gestire il paradosso un po’ troppo lontano, cercando di scorgere in ostacoli dirimenti semplici sfide – contro le quali la volontà trionferà se è abbastanza forte – ritenendole talvolta persino risorse. Quindi, sulla “frammentazione” culturale: “  In realtà è la nostra migliore possibilità. E invece di lamentarci della profusione delle nostre lingue, dobbiamo renderle un vantaggio ! ”. La forza della convinzione dovrebbe mitigare qui la debolezza dell’argomento, come se bastasse decretare che la frammentazione linguistica del continente è una risorsa in modo che cessi di essere un ostacolo alla sua unità politica e all’emergere di uno spirito pubblico europeo. Ciò non impedisce al Presidente di aggiungere ulteriori acrobazie, molto blandamente: ” E l’Europa deve essere fatta di queste lingue e sarà sempre resa di intraducibile. E questo deve essere colto . L’incomunicabilità come vettore della costruzione europea, è stato necessario pensarci; capire chi può …

Note

[1] In queste circostanze, comprendiamo la leggerezza con cui l’UE ha calpestato la democrazia in Grecia negli ultimi anni, in particolare ponendo l’azione legislativa della rappresentanza nazionale sotto lo stretto controllo della Troika: un esempio chimicamente puro di alienazione. democrazia attraverso debito e tecnocrazia in nome di una grande “causa” e di interessi finanziari ben compresi. Con questa infamia, l’ideale europeo, se non è mai esistito, è vissuto.[2] Sul tasso di crescita, sul tasso di disoccupazione, sulla deindustrializzazione, sulla bilancia commerciale, sul debito pubblico, sul futuro luminoso promesso dai sostenitori della moneta unica non si è verificato, è il minimo che il possiamo dire. Vedi: SAPIR Jacques, “La zona euro ha 20 anni”, Les-Crises , https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-the-euro-zone-to-20-ans-by- Jacques-Sapir /[3] La Germania e l’euro sono un esempio spettacolare di questo stato di cose.[4] Vedi: SAPIR Jacques, “La zona euro ha 20 anni”, Les-Crises , https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-the-euro-zone-20-years -da-Jacques-Sapir /

https://www.les-crises.fr/emmanuel-macron-et-leurope-par-eric-juillot-2-4/

Emmanuel Macron e l’Europa – Di Eric Juillot (1/4)_traduzione di Giuseppe Germinario

Emmanuel Macron e l’Europa – Di Eric Juillot (1/4)

– I discorsi: idealismo e manierismo (1/4)

 

“  È la nostra storia, la nostra identità, il nostro orizzonte, ciò che ci protegge e ciò che ci dà un futuro  ” [1]: quando parla di “Europa”, Emmanuel Macron trabocca di entusiasmo Spera di essere comunicativo e lo incoraggia a presentare la costruzione dell’Europa come un processo dal quale abbiamo tutto da aspettarci e fuori dal quale non siamo nulla. Ancor prima di essere eletto presidente della Repubblica, durante la campagna elettorale, ha reso la sua adesione al progetto europeo il punto centrale delle sue ambizioni per la Francia, probabilmente per dare un po ‘di sollievo a un programma di tipo Giscardiano, disperatamente piatto, ma anche – riconosciamo questa qualità – con sincero attaccamento a ciò che l’Unione Europea rappresenta ai suoi occhi.

Più di due anni dopo l’entrata in carica, è possibile redigere un bilancio fallimentare della sua azione a favore dell’UE. I suoi sostenitori probabilmente troverebbero questa affermazione prematura, credendo che non si fa tutto in un giorno, che il tempo deve essere concesso al tempo, ecc. Al contrario, riteniamo che la valutazione avrebbe potuto essere effettuata già nell’autunno del 2017, quando il nuovo presidente ha presentato le sue opinioni sull’UE in un discorso presentato come fondativo, alla Sorbona il 26 settembre 2017 [2] .

Questo discorso condensa una tale somma di incoerenze e sciocchezze che porta in sé i semi del fallimento osservabile oggi. Per capire questo fallimento, per capire come fosse inevitabile, dobbiamo tornare a questo discorso e agli altri che lo hanno seguito, che sono solo occasioni in una forma raccolta: il discorso pronunciato prima nel Parlamento europeo [3] (17 aprile 2018), discorso in occasione dell’assegnazione del premio “Carlo Magno” [4] (10 maggio 2018) e il discorso che celebra il trattato franco-tedesco di Aquisgrana [5] (22 gennaio 2019).

Idealismo e Manichismo

L’Unione Europea non esiste. In ogni caso, è l’impressione paradossale che emana dai discorsi che l’attuale presidente gli dedica, poiché non viene mai menzionato in questo modo. Emmanuel Macron preferisce a questa designazione ufficiale e rigorosa il termine “Europa”, cantandola decine di volte per ciascuno dei suoi interventi. Questa sostituzione non è affatto innocua e inconscia. Quando menziona la costruzione dell’Europa, il presidente francese cerca sistematicamente di presentarla sotto l’aspetto grandioso di una causa sacra. L’espressione “Unione europea” ha qualcosa di noioso e realistico, incompatibile con questa ambizione. Si impadronì così dell ‘”Europa” per posizionarsi immediatamente nel cielo etereo di princìpi e idee, accanto alla figlia di Agenor, di cui Zeus stesso si innamorò.

Ciò che il processo perde nell’onestà intellettuale, acquista forza nel suo potere evocativo. Almeno si crede, perché in questo sequestro dell’Europa da parte dell’UE una mistificazione che, se può sedurre all’inizio, rende più arida e più sinistra l’evocazione concreta dell’Europa alla quale dobbiamo tornare prima o poi. Da qui una sorta di grande differenza permanente da un paragrafo all’altro, osservabile in ogni discorso, che suscita circospezione piuttosto che aderenza, incredulità piuttosto che entusiasmo, tanto la volontà di tenere assieme i grandi i principi e le proposte tecniche con portata limitata sembra artificiale.

Qualunque sia il caso, Emmanuel Macron spera, ponendosi al livello dell’Ideale, di riaccendere la fiamma dell’europeismo che per lungo tempo ha vacillato – se non estinto – nella mente pubblica. Cerca di includere il progetto europeista in una prospettiva morale, a volte persino escatologica, fuori dal tempo e dalla storia. Questo lo autorizza a tutte le deformazioni nella sua lettura del passato, fino a quando non affonda spesso in un rozzo manicheismo.

Il cliché della pace per merito dell ‘”Europa” viene quindi usato in modo abbastanza naturale non appena si presenta l’opportunità: “  Per definire ciò che la costruzione europea ci ha portato dopo le conseguenze della seconda guerra mondiale, siamo abituati a dire che ci ha permesso di vivere 70 anni di pace ed è vero. L’Europa ha vissuto questo storico miracolo di 70 anni di pace tra i nemici ereditari di ieri  . Essa consente, ovviamente, di evocare il passaggio di Robert Schuman e la sua dichiarazione del 9 maggio 1950: “  Credo che le sue parole sorprendenti quando ha detto:” L’Europa non è stato fatto e abbiamo avuto la guerra “  ”. Eppure non c’è più molta gente disposta a suggestionarsi con questa favola.

Ricordiamoci rapidamente: dire che la costruzione europea ha portato la pace nel continente significa semplicemente confondere la causa e il suo effetto. Perché è, al contrario, la pace che ha reso possibile l’affermazione del progetto europeista. E questo stato di pace tra le nazioni europee è una conseguenza della scomparsa del nazionalismo bellicoso, vittima delle due guerre mondiali e delle decine di milioni di morti che ha causato. La guerra divenne impossibile, prima perché non era più concepibile culturalmente. Credere che il mercato unico, la politica agricola comune o la creazione dell’euro siano state le cause profonde della pace in Europa per decenni ci sta portando fuori strada.

Comprendiamo, tuttavia, l’interesse ad una tale mistificazione: consente di dare all’Europa una postura di nobiltà che i suoi risultati concreti e prosaici non gli permetterebbero di ottenere. Inoltre, dà all’europeismo una impronta idealistica. I suoi seguaci possono a poco costo deliziarsi nell’idea che sono l’incarnazione del bene, e questo è il carburante più potente che la causa può usare, poiché rende possibile in cambio la demonizzazione di avversari e persino semplici scettici, accusati di giocare al gioco del male.

“  Vediamo di nuovo sorgere cosa potrebbe distruggere la pace, ciò che ci fa tremare  ”, “  Questa ambizione che portiamo è il sussulto di coscienza che dobbiamo assumere quando questo oscurantismo si risveglia in Europa quasi ovunque  ”. Cos’è questo oscurantismo del ritorno, questo Male risorto, stranamente insensibile alla grandiosità e alla bellezza dell ‘”Europa”? Lo stesso presidente Macron risponde a questa domanda piena di suspense: “  Non lascerò nulla, niente a tutti coloro che promettono odio, divisione o regressione nazionale ”. “Nazionale”: la parola è caduta. È l’unico che è preciso in questa frase grondante di eroismo, ed è ovviamente associato all’idea di regressione, e si fonde con “odio” e “divisione”, queste altre piaghe di cui forse è la causa.

E dal momento che “l’Europa” ne vale la pena, è possibile andare ancora oltre nella denuncia del mal nazionale, assimilandolo francamente a un nazionalismo bellicoso, per quanto difficile da osservare oggi in Europa. Quindi “  riappare una forma di guerra civile europea, dove le nostre differenze, a volte il nostro egoismo nazionale sembrano più importanti di ciò che ci unisce  ”. Il termine “guerra civile europea”, coniato da alcuni storici per riferirsi al periodo 1914-1945 in Europa, è tutt’altro che innocuo, ma chiaramente non è necessario arretrare davanti a nulla quando si tratta di salvare la Dea “Europa” dalle forze del male.

Nello stesso discorso, il presidente insiste su questa idea: “  coloro che commerciano questa rabbia [dei popoli] che suscitano propongono come unico futuro il vicolo cieco del ritorno alla lacerazione nazionalista di ieri. Abbiamo sperimentato tutti i modi e tutte le conseguenze ”. “Europa”, quindi, o morte per il caos nazionalista … Non sembra venire in mente al presidente che l’attuale ritorno delle nazioni è radicato nel senso di espropriazione democratica che l’approfondimento dell’UE ha sviluppato in molti paesi. Non gli viene in mente che l’identità pericolosa o le tensioni nazionalistiche che sono osservabili qui probabilmente sarebbero meno acute se l’UE non fosse, per qualche ragione, vista come una minaccia all’indipendenza e alla libertà delle persone, dei popoli del continente.

Questo è uno dei principali punti ciechi dei discorsi presidenziali: non solo l’UE non ha contribuito storicamente per nulla nell’eradicazione del nazionalismo su scala continentale, ma, soprattutto, contribuisce alla fine del viaggio alla sua rinascita. Convincendosi che una dose extra di europeismo avrebbe vaccinato l’Europa contro il ritorno del male, il presidente Macron agisce in modo del tutto irresponsabile e fa in modo che le persone si sbarazzino di una UE che diventerà finalmente tempo apertamente spoliatrice. Gli euroscettici non possono lamentarsi di questa cecità, ma tutti devono temere che all’estremismo europeista non finisca per rispondere un risorgente estremismo nazionalista.

Alimentato dalle sue illusioni, Emmanuel Macron preferisce, tuttavia, rinchiudersi nelle false alternative del suo primigenio manicheismo e in una lettura revisionista della storia del continente. Pertanto, “  [la divisione] tende a ridurre la maggior parte dei dibattiti a una sovrapposizione di nazionalismi convincendo coloro che dubitano di rinunciare alle libertà vinte al prezzo di mille sofferenze  ”. Si noti al passaggio dell’uso dell’espressione “coloro che dubitano” il tacito riconoscimento che la Causa è soprattutto una questione di fede.

Più seriamente, tuttavia, la menzione delle “mille sofferenze” che dovevano essere sopportate per conquistare nuove libertà è sufficiente per rimanere sbalorditi: l’UE ha reso possibile solo la libera circolazione di capitali, merci e lavoratori. , e non vediamo quale montagna di sofferenza fosse necessario scalare per attuare queste libertà tipicamente comunitarie, estranee alle gloriose libertà pubbliche stabilite ad esempio in Francia durante le rivoluzioni del 1789, 1830 e 1848, nonché dalla Terza Repubblica nascente. Lo scopo, deliberatamente confusionario nella speranza di fondere la piccola storia dell’UE con la grande storia delle nazioni europee, è una pura truffa intellettuale.

L’idealismo spazzatura e il contro-manicheismo sono quindi i due protagonisti dell’europeismo macroniano. Il tema troppo sfruttato di salvare l’Europa contro il male ci mostra un’ambizione: convincere che il progetto europeista è ontologicamente superiore a tutto ciò che è e a tutto ciò che è stato in grado di trasformare radicalmente tutto ciò che sarà purché i suoi seguaci abbiano quella fede attraverso la quale le montagne vengono spostate. Una tale visione è ovviamente rivolta al grandioso, ma sprofonda rapidamente nel ridicolo poiché l’oggetto a cui si applica non si presta ad esso: chi può seriamente pretendere di provare un sacro brivido quando pensa al mercato unico, alla BCE o alla Commissione europea? L’impresa di sacralizzazione dell’UE è in effetti una missione impossibile, nessuna propaganda potrà mai muovere le masse al riguardo. Tuttavia, sembra avere un vantaggio in termini di retorica, dal momento che il presidente francese si impegna a credere – i suoi discorsi lo dimostrano – a tal punto  che lo esonerano da qualsiasi seria argomentazione.

Eric Juillot, per Les-Crises.fr

Note

[1] https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2017/09/26/initiative-for-the-europe-discourse-of-emmanuel-macron-for-a-europe-country-sustainable-country-world[2] https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2017/09/26/initiative-for-the-europe-of-emmanuel-macron-for-a-europe-sustainable-country-world[3] https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2018/04/17/public-president-speakers-in-the-european-par Parliament-in – strasbourg[4] https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2018/05/10/president-speakers-of-the-republique-emmanuel-macron- when- cerimonia- cerimonia -du-prezzo-Charlemagne-a-Aix-la-Chapelle[5] https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2019/01/22/signature-du-traite-franco-gallery-of-aix-chapelle

Lezioni di umiltà, di Roberto Buffagni

Lezioni di umiltà

 

Cari amici vicini e lontani,

proviamo ad analizzare la situazione dopo l’insediamento del nuovo governo giallorosa. Cercherò di fare un’analisi strategica, e dunque di semplificare al massimo per andare all’essenziale (=  a quello che mi sembra l’essenziale, non sono infallibile).

Sarò molto pessimista perché “scopo della politica è antivedere il peggio, e sventarlo” (Julien Freund, Sociologie du conflit).

Siccome la botta è ancora molto calda e vivacissime le reazioni emotive nel campo “sovranista” (metto tra virgolette la parola “sovranismo” perché a mio avviso surroga a fini cosmetico-edulcoranti la corretta definizione di “nazionalismo”), premetto un riassuntino  o abstract della tesi di fondo che argomenterò: così, chi non la gradisse può risparmiarsi l’irritante lettura di questo articolo.

Riassuntino

La rottura dell’alleanza di governo decisa da Salvini è stata un grave errore, nel quale confluiscono e si palesano errori precedenti altrettanto gravi, come importanti limiti e lacune della Lega in particolare, e del “sovranismo” italiano in generale. Senza una seria e approfondita autocritica dei suddetti errori, e una riconfigurazione ideologica e organizzativa, il campo “sovranista” rischia l’implosione, mentre la “Nuova Lega” nazionalista rischia di diventare la Vecchia Lega 2.0, cioè un partito strutturalmente subalterno al proprio avversario (ieri “Roma ladrona”, oggi “Bruxelles ladrona”).

E ora, vediamo di spiegarci un po’ meglio.

 

Rottura dell’alleanza di governo

La rottura dell’alleanza di governo decisa da Salvini è stata un grave errore perché ha regalato l’iniziativa all’avversario, che pur frammentato e confuso è riuscito a sfruttarla, e a insediare il governo giallorosa. Le due più articolate giustificazioni della rottura di cui io sia a conoscenza si devono ad Alberto Bagnai[1]. La seconda e più recente, Cronaca di una crisi annunciata, racconta dettagliatamente ma non spiega. Spiega invece la prima, QED fuoriserie,  e individua la principale ragione della rottura nel crescente ostruzionismo, e, peggio, nell’attivo sabotaggio da parte dell’alleato di governo, certificato dal voto 5* per Ursula von der Leyden; sabotaggio che, conducendo al varo di una legge finanziaria inaccettabile, inevitabilmente avrebbe causato la sconfitta politica della Lega, del suo leader e dell’intero campo “sovranista”: “Fatto sta che Ursula è passata, e lì si è capito chi era vassallo e chi no. Se Salveenee phasheesta era nel mirino prima, figuriamoci dopo questa prova di coerenza! Quindi abbatterlo diventava una priorità. E come fare per scalzarlo? Semplice! Andargli contro sull’agenda economica, con la copertura politica dei 5 Stelle.” (sottolineature nel testo).

Volendo fare dell’umorismo, si potrebbe commentare che Salvini, “scalzandosi” da solo, ha sventato la minaccia.

In sintesi: Salvini (piano A)  ha scommesso sull’impossibilità di formare una maggioranza parlamentare sufficiente a insediare un nuovo governo, e sul susseguente plebiscito elettorale a suo favore che gli promettevano i sondaggi d’opinione. Il piano B era invece – nell’analisi di Bagnai e Borghi, prevalente a quanto mi risulta nel campo leghista – il seguente: se anche si perdesse la scommessa e non si andasse subito ad elezioni, prima o poi ci si dovrà andare, e allora vinceremo, anzi: trionferemo. Dopo il rovesciamento delle alleanze dei grillini, el pueblo avrà compreso la natura serpentesca del M5* e la supina subalternità alla UE del “partito delle istituzioni”, e premierà la Lega con un diluvio di voti. Finalmente insignita dei “pieni poteri”, la Nuova Lega entrerà nella “stanza dei bottoni” di antica memoria[2] e riuscirà a realizzare, almeno in larga misura, il suo programma. Insomma: una strategia win-win, come s’usa dire oggi: o vinci subito, o vinci dopo un po’.

Mentre scrivo (8 settembre 2019, ricorrenza proverbiale) è evidente che il piano A è fallito. Può riuscire il piano B? Chissà. Qui entriamo nel campo delle previsioni future, dove tutto è, per forza di cose, opinabile.

Iniziamo dunque l’analisi dal passato, che è meno opinabile del futuro.

 

Formazione del governo gialloverde 1

La situazione strategica nella quale Salvini si è trovato nell’agosto 2019 è identica alla situazione strategica in cui si era trovato (in cui aveva liberamente scelto di trovarsi) il giorno dell’inaugurazione del governo gialloverde: un alleato di governo inaffidabile che dispone del doppio dei seggi parlamentari, e un “partito delle istituzioni” dichiaratamente nemico.

La natura dell’alleato di governo, il Movimento 5*, era certamente ben nota, da anni, almeno a un esponente di rilievo della Lega, il sen. Alberto Bagnai[3]. (Non posso naturalmente sapere se questa analisi del M5* fosse nota e condivisa anche dai massimi dirigenti della Lega, Salvini anzitutto). Semplificando[4]: il M5* è una forza politica che non designa un avversario o un nemico politico, e vi sostituisce categorie prepolitiche quali “la corruzione”. Da ciò consegue che a) il M5* può rastrellare consensi sia tra chi appartenga a una cultura politica di sinistra, sia tra chi appartenga a una cultura politica di destra, sia tra chi di cultura politica sia privo, “i qualunquisti”: è il segreto del suo successo b) ma soprattutto, può allearsi con tutti o con nessuno, e così neutralizzare  o influenzare la dialettica politica italiana: e questa invece è la mission per cui ha ricevuto l’impulso iniziale, in conformità alle specifiche elaborate dal dr. Gene Sharp e dai suoi collaboratori e continuatori[5]. Naturalmente, fatta salva la buonafede dei suoi elettori, e della maggioranza dei suoi attivisti e dirigenti: una buonafede essenziale per l’adempimento della mission (dell’operazione di influenza), perché non è possibile arruolare milioni di agenti.

Il “partito delle istituzioni”, invece, è il partito delle istituzioni e degli apparati dello Stato italiani, i quali entrambi sono embricati con le istituzioni e gli apparati UE. “Embricati” vuol dire che personale dirigente, mentalità, procedure, leggi, regolamenti, direttive, catene di comando e controllo di tutte, tutte le istituzioni e gli apparati statali italiani non possono prescindere dal rapporto con la UE, esattamente come le FFAA italiane sono integrate nella NATO. A solo titolo di esempio: un’ eventuale uscita dalla NATO  implicherebbe certo la decisione politica “usciamo”, ma chi si illudesse che la decisione basterebbe sarebbe diciamo ingenuo: le FFAA smetterebbero di funzionare l’istante successivo alla decisione, e dal giorno dopo ci potrebbero invadere con successo anche le Isole Tonga. Il che implica naturalmente che, in questo esempio, l’istituzione-FFAA resisterebbe con tutti i mezzi (per tacere delle reazioni dell’alleato statunitense).

Che il “partito delle istituzioni” italiano fosse nemico (non “avversario”, nemico) di una forza politica come la nuova Lega “sovranista”, che si contrapponeva frontalmente alla UE,  non era dunque difficile da immaginare; e per chi difettasse d’ immaginazione, dovevano bastare le forzature di Mattarella nella fase di formazione del governo: rifiuto di incaricare il leader della Lega di un mandato esplorativo per la formazione del governo, rifiuto di incaricarne il pericoloso sovversivo prof. Giulio Sapelli, rifiuto di accettare come Ministro dell’Economia l’altro pericoloso sovversivo prof. Paolo Savona. Forzature che erano anche gravi errori politici, perché ostendevano urbi et orbi la natura ibrida ed eterodiretta delle istituzioni italiane, e manifestavano l’incapacità del “partito delle istituzioni” di garantire un governo che godesse sia della legittimazione elettorale, sia della conformità al quadro sistemico UE.

Digressione: com’è fatta la UE

La UE è un potere di fatto, essenzialmente privo di legittimazione. Esso è privo di legittimazione perché

  1. l’unica fonte di legittimazione generalmente accettata in tutta Europa e in Occidente è “la volontà del popolo”, e la forma in cui questa legittimazione si esprime è la democrazia parlamentare a suffragio universale. In Europa i popoli sono molti, con diversi interessi e culture. Nessuno tra essi è in grado di federare gli altri[6] e trasformare la UE in un vero e proprio Stato
  2. la UE è di fatto uno spazio decisionale delimitato da trattati interstatali. All’interno di questo recinto, entrano in gioco i rapporti di forza tra gli Stati che lo creano, e naturalmente i più forti e i più coesi hanno il sopravvento, legiferando a proprio vantaggio e/o piegando l’interpretazione dei trattati a proprio beneficio. Lo Stato più forte e coeso, la Germania, con lungimiranza ha provveduto, con una decisione della Corte Costituzionale, a sovraordinare la propria legislazione a quella UE, così garantendosi la possibilità di decidere in ultima istanza qualora si apra uno stato d’eccezione
  3. ne consegue che la UE è una entità politica insieme molto fragile e molto rigida, esposta in via permanente a una latente crisi di legittimità
  4. per sopravvivere, la UE dunque deve progressivamente ibridare o “contaminare” clandestinamente, come una malattia autoimmune, istituzioni e apparati degli Stati che la compongono, e che sono gli unici ad avere ereditato (dal passato regime) la legittimità
  5. questa ibridazione e “contaminazione” non può perfezionarsi fino a trasformare gli Stati che compongono la UE in Länder di un vero e proprio Stato Europeo Federale o confederale, per la ragione esposta al punto 1
  6. dunque, qualunque forza politica rilevante (= in grado di andare al governo) contesti la UE in nome della “volontà del popolo” si autodesigna come nemico, ripeto nemico, non “avversario”, della UE, e deve attendersene una reazione proporzionata al rischio esistenziale che le fa correre
  7. la reazione della UE si dispiegherà anzitutto sul piano delle istituzioni e degli apparati dello Stato che essa ha ibridato e “contaminato”, che sono il suo punto di forza e che diventano così il principale terreno di scontro tra forze favorevoli e avverse alla UE.
  8. La forza politica che in nome della “volontà del popolo” si oppone alla UE è costretta a combattere la sua battaglia sul terreno di scontro scelto dal nemico (istituzioni, apparati dello Stato) perché la “volontà del popolo” non può direttamente affermarsi sul terreno extra-istituzionale, per esempio con le barricate, lo scontro militare, lo sciopero generale, etc.[7] Per affermarsi, la “volontà del popolo” deve anzitutto passare attraverso la vittoria elettorale: e qui la UE cercherà di contrastarla mediante leggi elettorali a sé favorevoli, campagne mediatiche, attacchi giudiziari ai leader, eventualmente brogli, etc. Una volta tradotta in voto politico maggioritario la “volontà del popolo”, essa dovrà trasformare il consenso formalizzato dal voto in potenza politica, cioè in capacità di implementare nella realtà effettuale le proprie decisioni politiche.
  9. Per trasformare il consenso in potenza, è necessario impiegare le istituzioni e gli apparati dello Stato, gli strumenti operativi senza i quali nessuna decisione politica è concretamente realizzabile. Dunque l’ eventuale vittoria elettorale di una forza politica anti UE non è la fine, ma l’inizio dello scontro. L’insediamento al governo di una forza politica che in nome della “volontà del popolo” sfidi la UE segna soltanto lo schieramento in campo delle forze contrapposte, non la vittoria. Con la vittoria elettorale la battaglia non finisce: comincia.

 

 

Formazione del governo gialloverde, 2

La situazione strategica nella quale Salvini e la Lega si sono trovati nell’agosto 2019 è identica alla situazione strategica in cui si erano trovati (in cui avevano liberamente scelto di trovarsi) il giorno dell’inaugurazione del governo gialloverde: un alleato di governo inaffidabile che dispone del doppio dei seggi parlamentari, e un “partito delle istituzioni” dichiaratamente nemico.

Formare il governo gialloverde è stata un’abile mossa tattica, e un grave errore strategico[8].

Abile mossa tattica, perché a) si andava al governo b) l’alleato era inesperto e privo di una linea politica persuasiva, lo si poteva egemonizzare e strappargli consensi nell’elettorato c) il moltiplicatore di potenza della posizione istituzionale favoriva vittorie della Lega nelle elezioni regionali e locali.

Grave errore strategico, perché i rapporti di forza nelle istituzioni tra Lega, M5* e “partito delle istituzioni” sarebbero rimasti gli stessi, a meno di una nuova tornata elettorale politica in cui la Lega potesse capitalizzare il consenso conquistato nel paese.  Ora, non era difficile prevedere che quanto maggiore il consenso acquisito dalla Lega nel corso dell’esperienza di governo gialloverde, tanto più violenta la resistenza sia dell’alleato di governo, sia del “partito delle istituzioni” a regalare alla Lega l’opportunità di farsi plebiscitare. A prescindere dalla sua natura e delle eterodirezioni a cui è soggetto, Il M5*, e in particolare il suo ceto dirigente, si sarebbe opposto con tutti i mezzi a una prova elettorale che gli avrebbe inflitto un colpo devastante, forse mortale; e da che parte stesse il “partito delle istituzioni” lo si era visto con tutta chiarezza fin da subito.

(“Preferivi Cottarelli?” Sì, preferivo Cottarelli, perché un governo Cottarelli sarebbe stato un governo di minoranza, screditato nel paese, insediato dal solo “partito delle istituzioni” subito dopo una serie di gravi errori politici, e  che il parlamento avrebbe potuto incapacitare[9]. Nel frattempo, in attesa di nuove elezioni, sarebbero stati liberi tutti i partiti, di maggioranza e minoranza, di ridiscutere programmi e alleanze.)

Per rimediare in tutto o in parte all’errore strategico dell’ingresso nel governo gialloverde, e uscire dall’angolo morto in cui si era ficcata, la Lega avrebbe dovuto

  1. Piano A (molto difficile): assicurarsi che in Parlamento non potesse formarsi una maggioranza diversa dalla gialloverde, cioè spaccare il M5* e letteralmente portargli via un numero consistente di parlamentari, una manovra molto difficile, specie se non si dispone di larghi fondi e non si possono promettere sinecure e prebende. Escludere a priori un rovesciamento delle alleanze come quello che si è compiuto in questi giorni era impossibile; e infatti, esso si è realizzato.
  2. Piano B (un po’ meno difficile) restare nel governo, contendere il terreno palmo su palmo, dividere l’elettorato 5*, costringere eventualmente il M5* a prendere l’iniziativa della rottura, su un tema di grande rilievo e facile comprensibilità per tutti, in modo da rendere più difficile (comunque non impossibile) al “partito delle istituzioni” la ricerca di una nuova maggioranza e il diniego di nuove elezioni.

 

Sintesi 1: prima di “staccare la spina” bisogna assicurarsi di non restare fulminati.

Sintesi 2: siccome la strategia è sovraordinata alla tattica, una mossa tattica ha effetto a breve, una mossa strategica a lungo termine. La mossa dell’ingresso nel governo gialloverde era tatticamente corretta, e ha pagato subito. Però era strategicamente sbagliata, e ha riscosso il suo prezzo dopo un anno.

 

Perché gli errori

Ometto valutazioni sulla personalità del leader della Lega, Matteo Salvini. Mi limito ad osservare, con le parole dell’amico Fabio Falchi, che “non si trova facilmente un Alessandro Magno ed è per questo che ci sono le accademie, le scuole di guerra e gli Stati Maggiori (che sono il surrogato del genio).
Evidentemente però, anche grazie agli esperti di marketing e ai pubblicitari, è più facile prendere voti che impegnarsi seriamente a creare una organizzazione che sappia combattere quel tipo di conflitto che non è altro che la prosecuzione della guerra con altri mezzi
.”

Mi risulta invece (non ho informazioni privilegiate, e sarò lieto di essere smentito) che sia la decisione di entrare nel governo, sia la decisione di uscirne, sono state prese informalmente, tra pochissime persone vicine al leader, perché la Lega non dispone di una struttura di comando analoga a uno Stato Maggiore, nella quale si eseguano analisi e si formulino piani, si presentino al decisore in modo coerente opzioni diverse e anche opposte, si progettino modifiche all’organizzazione delle forze disponibili, si segua l’esecuzione degli ordini fino a loro effettiva implementazione.

Mi risulta anche che nella Lega non viene incoraggiata l’iniziativa e l’indipendenza di pensiero, ma semmai l’obbedir tacendo alle decisioni dei cari leader. La disciplina va benissimo. La mancanza d’iniziativa e d’indipendenza invece, specie tra i quadri, va malissimo. L’esercito prussiano divenne il migliore del mondo anzitutto grazie alla Auftragstaktik (tattica di missione): nella formulazione di von Moltke senior, “più alta l’autorità, più corti e generali gli ordini”. Agli ufficiali subalterni era garantito un notevole margine di manovra per raggiungere gli obiettivi, e nella loro formazione era incoraggiato lo spirito d’iniziativa. Con esecutori anzitutto preoccupati di non sgarrare e di coprirsi le spalle non si va da nessuna parte, tranne a Pontida.

 

Che succede adesso

Le linee di tendenza prevedibili sono le seguenti.

  1. L’obiettivo strategico del “partito delle istituzioni” italiano e della UE è: ripristinare la contrapposizione tra un centrosinistra e un centrodestra, comunque composti, che siano entrambi sistemici, cioè che accettino senza retropensieri, una volta per tutte, il contesto UE (che lo legittimino nell’unico modo in cui è possibile legittimarlo, vale a dire omettendo di contestarlo)[10]
  2. Non è un obiettivo facile. Per raggiungerlo, è necessaria la riconfigurazione del centrosinistra e del centrodestra + un grado accettabile di controllo della grave contrapposizione paese legale/paese reale.
  3. Centrosinistra: dopo il rovesciamento delle alleanze, l’indebolito M5* sarà incoraggiato a prendere il posto della vecchia sinistra massimalista ormai logora, svolgendone la consueta funzione (intercettare il dissenso + al momento buono votare per il partitone). Mi pare già prepararsi, tra le file di Nuova Direzione, Senso Comune, Patria e Costituzione e altre formazioni analoghe, un nuovo ceto dirigente del M5*, che andrà a integrare e sostituire parzialmente il vecchio, già screditato. Non sono in grado di prevedere le evoluzioni interne al PD, con le relative lotte fra correnti e leader. Possibile che dal PD si distacchino formazioni più centriste e apertamente liberali, come ad esempio quella auspicata da Calenda.
  4. Il centrodestra è l’obiettivo principale dell’operazione, perché nel centrodestra c’è la Lega e il bacino elettorale più pericoloso per il partito delle istituzioni e per la UE. Si farà certamente leva sulla base sociale della Lega (PMI, lavoratori autonomi) e sulla sua base di potenza territoriale (Lombardo-Veneto), come dimostrano i recenti interventi pubblici di Luca Zaja e Roberto Maroni[11]. Attraverso questi ultimi, si incoraggerà la riconversione della Lega secondo le tradizionali specifiche del prodotto, vale a dire: a) Salvini surroga Bossi come leader carismatico (= che prende tanti voti) e come Bossi propagandava senza crederci la cantafavola della secessione grazie ai duecentomila bergamaschi con la pallottola in canna, così Salvini propaganderà senza crederci la cantafavola del sovranismo, con il “prima gli italiani” e il “basta immigrati”. Dovranno però gradualmente sparire le allusioni all’uscita dall’euro e/o dalla UE b) intanto si tratta con il “partito delle istituzioni” italiano e con la UE per ottenere la forma di autonomia regionale il più possibile ampia, e nel conflitto tra potenze interno alla UE ci si lega alla Germania per difendersi dalla Francia (sulla quale si orienta invece il PD). A garanzia dell’accettazione del quadro sistemico UE, si incoraggerà l’alleanza tra Lega e Forza Italia o suoi eventuali avatar quali la nuova formazione di Urbano Cairo. Punto delicato dell’operazione, Fratelli d’Italia, che sulla linea “sovranista” ha moltiplicato i suoi voti, che ha il nazionalismo nel DNA, e nel quale potrebbero confluire i “sovranisti” delusi dalla Lega . E’ dunque prevedibile che nel prossimo futuro, proprio su Fratelli d’Italia convergeranno attacchi e manovre tese a normalizzarlo.
  5. Al fine di controllare il pericoloso scollamento tra paese legale e paese reale, si incoraggeranno a) cambiamenti ad hoc della legge elettorale b) controllo e censura dei social media c) secca repressione delle manifestazioni di dissenso d) provvedimenti assistenziali sul modello degli 80 euro renziani e) “nuova narrazione” di un’Italia protagonista nel dialogo intereuropeo f) character assassination + persecuzione giudiziaria di Salvini (che non ha più la copertura parlamentare dagli attacchi giudiziari) e altri leader “sovranisti”, es. Giorgia Meloni, al fine di demoralizzare l’opposizione “sovranista” e di dimostrarle che mettersi contro la UE è troppo difficile.

Ed effettivamente, mettersi contro la UE senza essere adeguatamente preparati è troppo difficile: se qualcosa ha dimostrato quest’anno di governo gialloverde, è proprio questo.

Dunque hanno ragione Maroni e Zaja? Bisogna accettare il quadro UE e al suo interno contrattare al meglio i propri interessi?

No, non hanno ragione Maroni e Zaja. Hanno torto, e non solo perché non è patriottico, generoso e carino fregarsene del Meridione e pensare solo al Nord. Maroni e Zaja hanno torto anche dal limitato punto di vista degli interessi del Nord Italia, perché:

  1. La secessione del Nord è impossibile. La UE esiste perché la fanno esistere gli Stati, e non può permettere che essi si disgreghino. Se servisse un esempio, basti riandare con la memoria all’avventura indipendentista della Catalogna.
  2. L’autonomia regionale così come la vogliono i lombardi e in particolare i veneti scasserebbe ulteriormente le istituzioni italiane, accrescendovi la frammentazione dei centri decisionali e la confusione dei livelli istituzionali. La si potrebbe realizzare efficacemente solo nel quadro di una completa riforma istituzionale dello Stato italiano, che lo trasformasse in una Repubblica presidenziale federale. Francamente non ne vedo le condizioni di possibilità.
  3. La tattica autonomista può pagare, in termini economici, vista l’interdipendenza tra manifatturiero italiano e tedesco. Ma siccome non esiste solo l’economia, che non decide tutto, e la suddetta interdipendenza non è un dato permanente come la collocazione geografica, gli interessi di Germania e Nord Italia possono divergere, ad esempio perché entrano in campo più rilevanti interessi franco-tedeschi. Inoltre, oggi il tacito patto tra Germania e USA è messo in forse, e la crescente rivalità tra Germania e Stati Uniti già ora espone il Nord Italia a seri contraccolpi, anche economici. Come descritto brevemente più sopra, la UE è uno spazio decisionale delimitato da trattati interstatali. All’interno di questo recinto, entrano in gioco i rapporti di forza tra gli Stati che lo creano, e naturalmente i più forti e i più coesi hanno il sopravvento, legiferando a proprio vantaggio e/o piegando l’interpretazione dei trattati a proprio beneficio. Che peso avrebbero le regioni del Nord, nel recinto decisionale della UE? A occhio e croce, un peso minore del Lombardo-Veneto all’interno dell’Impero austro-ungarico, perché almeno l’Impero era uno Stato vero e proprio, e il Lombardo-Veneto ne faceva parte (per questo Carlo Cattaneo caldeggiava una linea federalista). Sintesi: indebolendo lo Stato italiano con un autonomismo massimalista, il Nord indebolisce l’unica entità politica che può difenderlo e rappresentarlo all’interno della UE. Anche la scelta autonomista-massimalista di Maroni e Zaja, dunque, è un’abile mossa tattica e un grave errore strategico.

Che fare ora?

Anzitutto, riconoscere i propri errori e analizzarli: per approfittare della lezione che impartiscono le sconfitte, bisogna ammettere che non sono né vittorie né pareggi. Dopo, solo dopo si può cominciare a ragionare su come prepararsi meglio per riprendere a combattere; ad esempio, su come prepararsi per condurre la battaglia all’interno delle istituzioni e degli apparati dello Stato, che sono – non mi stanco di ripeterlo – il terreno principale e decisivo dello scontro.

Non è facile: ci vuole umiltà.  Ma “Gloriam praecedit humilitas. Humilitas alta petit”,  “L’umiltà precede la gloria. L’umiltà sprona alla grandezza.” E’ anche il motto di un’antica casata lombarda. Forse la Lega, che proprio da quelle parti ebbe umili natali, se ne ricorderà.

[1] http://goofynomics.blogspot.com/2019/08/qed-fuoriserie.html

http://goofynomics.blogspot.com/2019/09/cronaca-di-una-crisi-annunciata.html

Ci sono naturalmente altre analisi, tra le quali segnalo questa, recentissima, di Carlo Galli: https://ragionipolitiche.wordpress.com/2019/09/04/che-cose-questa-crisi/

Personalmente, concordo nell’insieme con le analisi di Fabio Falchi e Piero Visani: http://italiaeilmondo.com/2019/08/31/alea-iacta-est-di-fabio-falchi/ ; http://italiaeilmondo.com/2019/08/23/il-conte-dimezzato-la-crisi-di-governo-sul-proscenio-e-dietro-le-quinte_-con-piero-visani/ (intervista video); http://italiaeilmondo.com/2019/09/02/crisi-politica-e-guerre-sordide-a-cura-di-giuseppe-masala-e-piero-visani/

http://www.destra.it/errare-humanum-est-perseverare-diabolicum/

 

[2] Per i più piccini: ne favoleggiava Pietro Nenni nel corso del dibattito interno al PSI sul progetto di primo governo di centrosinistra.

[3] V. ad es. http://goofynomics.blogspot.com/2014/10/agli-ortotteri.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2012/09/ortotteri-e-suini.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2012/07/ortotteri-e-anatroccoli.html ; http://goofynomics.blogspot.com/2017/03/cinque-stelle-due-logiche-una-risposta.html

[4] Qui invece, analiticamente, quel che penso del M5* e del suo rapporto con la UE: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[5] E’ il gruppo di lavoro che ha gettato le basi teoriche e operative per l’implementazione delle “rivoluzioni colorate” in tutto il mondo, se ne vedano qui i manuali gratuitamente scaricabili https://www.aeinstein.org/, https://canvasopedia.org/.  Ne raccomando caldamente la lettura, perché vi si apprendono i metodi impiegati nelle “guerre ibride”, o “guerre di quinta generazione”. Non tutti, naturalmente: per esempio, nei manuali qui disponibili non si suggerisce l’impiego di cecchini bipartisan che sparano sulla folla dei manifestanti e sulle forze di polizia che la fronteggiano allo scopo di destabilizzare un governo, com’è avvenuto in Ucraina o in Egitto; né si specifica l’importanza di disporre di agenti all’interno del sindacato, della magistratura e degli apparati di coercizione dello Stato-bersaglio, né i metodi per assicurarseli (che vanno dalla simpatia ideologica, alla corruzione, al ricatto). Questo tipo di metodi si insegnano e apprendono in altre sedi. Sia i metodi “aperti” sia i metodi “coperti” convergono verso uno stesso scopo, che può essere la destabilizzazione di un governo, la distruzione di una forza politica sgradita e/o del suo leader, etc., senza impiegare la forza militare tradizionale, e con il minimo impiego della violenza possibile, perché la violenza ha un alto costo politico. “L’ arma preferita della guerra di quinta generazione è lo stallo politico. Chi combatte una guerra di quinta generazione vince dimostrando l’impotenza della potenza militare tradizionale…questi combattenti vincono quando non perdono, mentre noi perdiamo quando non vinciamo” (https://www.scribd.com/doc/50049562/Fifth-Generation-War-Warfare-versus-the-nonstate-by-LtCol-Stanton-S-Coerr-USMCR)

[6] Per una analisi di questo punto, v. http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[7] Se qualcosa hanno insegnato le esperienze rivoluzionarie del Novecento, ad es. l’affermazione dei fascismi, è che anche forze politiche dotate di milizie armate non riescono a rovesciare le istituzioni con lo scontro militare diretto. E’ indispensabile guadagnarsi la complicità delle istituzioni e degli apparati dello Stato.

[8] E’ odioso dire “ve l’avevo detto”. Mi autocito solo per mostrare che non era difficile accorgersene, se me ne sono subito accorto io che non sono Clausewitz. http://italiaeilmondo.com/2018/05/24/dalla-mia-palla-di-cristallo-governo-lega-5-eccetera-che-accadra-di-roberto-buffagni/

[9] Per esempio così: http://italiaeilmondo.com/2018/05/29/dalla-mia-palla-di-cristallo-governo-ombra-di-roberto-buffagni/

[10] Ne anticipavo qualcosa qui: http://italiaeilmondo.com/2019/08/13/navigazione-a-vista-di-roberto-buffagni/

[11] https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13499741/matteo-salvini-roberto-maroni-progetto-fallito-due-italia-crisi-m5s-governo-imprenditori.html ; https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13492326/matteo-salvini-luca-zaia-insulti-accuse-video-facebook-diretta-sospetto-rivolta-veneto-.html

COLPO DI EXTRASTATO, di Massimo Morigi

COLPO DI EXTRASTATO

 

«COLPO DI STATO (fr. e ingl. coup d’état; sp. golpe de estado; ted. Stadtsstreich). – Si intende generalmente con questa espressione un fatto contro la legge e al di fuori della legge, volto a modificare il vigente ordinamento dei pubblici poteri. In senso più ristretto si vuole che questa violenta trasformazione sia operata da uno degli stessi organi costituzionali, cioè, in pratica, nelle costituzioni a tipo inglese, da uno degli organi esecutivi, il re o il suo gabinetto, poiché negli altri organi manca quel continuo e diretto esercizio di un potere per sua natura imperfettamente limitabile e sindacabile qual è il potere di governo, base necessaria per l’attuazione di un atto di forza. In senso più ampio s’intende per colpo di stato ogni violenta modificazione dell’ordinamento costituzionale vigente, anche se questa non sia dovuta a uno degli organi esecutivi. Anche in questa sua più lata accezione, il concetto di colpo di stato non coincide con quello di rivoluzione. Il colpo di stato contiene sempre in sé un elemento di rivoluzione: cioè un brusco mutamento dell’ordine esistente. Ma per rivoluzione, in senso stretto, s’intende un mutamento prodotto da un moto popolare. D’altra parte rivoluzioni anche grandiose possono avvenire senza che si verifichi questa soluzione di continuità nella vita giuridica: si prenda ad esempio la rivoluzione dell’ottobre 1922 in Italia, che, sebbene iniziata con un atto insurrezionale, si svolse poi interamente per vie legali. Un vero colpo di stato fu invece quello compiuto nel regno iugoslavo, il 6 gennaio 1929, da re Alessandro, che sospese la costituzione, ritornando provvisoriamente al sistema della monarchia assoluta. La storia di tutti i popoli e di tutti i tempi è ricca di colpi di stato: particolarmente famosi sono i colpi di stato del 18 brumaio (1799), col quale Napoleone Bonaparte s’impadronì del potere, e quello di Napoleone III del 2 dicembre 1851.». Ho riportato integralmente la voce ‘Colpo di stato’ scritta, imperante il regime fascista, per l’Enciclopedia Italiana da Giuseppe Maranini. Lo scopo di questo mio “calligrafismo” politologico è duplice. Il primo è sottolineare l’abissale povertà della cultura politica della cosiddetta destra italiana (leggi: Salvini e suo partito) che per nascondere le sue incommensurabili coglionerie tattiche (leggi: Papete e decisioni prese sotto l’effetto di discinte cubiste ed abbondanti libagioni alcoliche) non sa far altro che demonizzare coloro che si sono rifiutati di farsi infilzare (leggi Cinque stelle che hanno fatto di tutto per non andare alle elezioni). Ma, francamente, lo sfoggio di uno dei maggiori giuspubblicisti italiani sarebbe veramente ingiustificato per stigmatizzare il novello Tecoppa padano che malamente si lagna perché i pentastellati si rifiutano di farsi infilzare. Il vero scopo è un altro (e, diciamolo chiaramente, un po’ più ambizioso) ed è quello di sottolineare – more solito, del resto, per chi ha la pazienza e l’amorevole comprensione di seguire il presente povero autore – l’assoluta insipienza della cultura politologica italiana laddove non si accorge che quello che è avvenuto nell’attuale risolta “felicemente” crisi di governo italiana  se non è stato la realizzazione di un “colpo di Stato” (non c’è stata violenza di alcun tipo e tutto si è svolto secondo le norme dell’ordinamento costituzionale) è stato comunque un “colpo” ma non di Stato bensì di extrastato, per il semplice ed elementare dato di fatto che la decisione finale di dare il via al nuovo governo non è avvenuta in Parlamento o attraverso il dibattito più o meno democratico (o più o meno guidato) all’interno dei partiti dell’attuale sistema politico ma attraverso la decisione di una piattaforma elettronica telematica la cui trasparenza nella raccolta dei voti che vi sono confluiti è tutta da dimostrare. Ma il punto importante per dare corpo alla categoria ‘colpo di extrastato’ non è tanto il fatto che la piattaforma Rousseau è tutto tranne che trasparente (in passato la “democrazia” dei partiti era nascostamente pesantemente guidata, quando  questa etero direzione  non era addirittura teorizzata, vedi centralismo democratico del vecchio PCI; e le lobby che da sempre manovrano le decisioni dei parlamenti delle moderne democrazie sono forse il fenomeno più studiato dall’attuale scienza politica, fino ad arrivare alla “postdemocrazia” teorizzata da Colin Crouch), il punto fondamentale è un altro, ed è cioè che tutti, dalla pubblica opinione, alle massime cariche istituzionali, per dare vita ad un governo hanno aspettato senza fiatare una esplicita e chiara decisione di un corpo, ma un corpo che non è previsto né in  Costituzione né in alcuna prassi politica sviluppatasi sotto il mantello costituzionale. Si è aspettato, in altre parole, che un corpo al di fuori dello Stato dettasse allo Stato (inteso non solo come ordinamento giuridico ma anche come prassi politica consolidatasi in compatibilità di questo ordinamento) cosa si deve fare o non fare (in questo caso fare il governo giallorosso). Il “colpo di extrastato” è, a quanto mi risulta, una novità del tutto italica. C’e da augurarsi che a questa poco felice novità sempre dal nostro paese possano partire  inedite contromisure che non ricalchino né tecoppiane e ridicole reazioni né tantomeno le risibili pasquinate modello “Tout va très bien, Madame la Marquise”. Detto in altre parole, è necessario sia a livello di prassi che di teoria politica di un colpo altrettanto extra. E qui mi fermo, se non richiamandomi in extremis ancora a Maranini, perché come dissero Marx e Churchill, «Le ultime parole sono per gli idioti che non hanno detto abbastanza.».

Massimo Morigi

L’EUROPA E LA QUESTIONE TEDESCA, di Fabio Falchi

L’EUROPA E LA QUESTIONE TEDESCA

Il nuovo scontro tra Stati Uniti e Germania sulla missione marittima nello Stretto di Hormuz (missione pianificata da Washington per impedire che gli iraniani possano minacciare la libera navigazione in quello Stretto, attaccando o sequestrando delle petroliere come ritorsione per il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano del luglio 2015 – ossia dal Joint Comprehensive Plan of Action – nonché per le sanzioni adottate dagli americani contro l’Iran), è certamente un altro segno del deterioramento dei rapporti tra l’America e Unione Europea. Anche se Berlino afferma che questa missione (cui, se ci sarà, non è escluso che anche la Germania possa parteciparvi) non farebbe altro che gettare benzina sul fuoco, in realtà questo scontro tra la Germania e gli Stati Uniti ha un significato che va ben oltre la questione del nucleare iraniano. In gioco, infatti, vi sono interessi economici e questioni geopolitiche più importanti che la divergenza di opinioni sulla strategia da adottare nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran. Per capirlo però occorre fare “qualche passo indietro”.
È noto che l’Unione Europea (e in particolare l’euro) avrebbe dovuto essere lo “strumento” politico-economico mediante il quale ancorare saldamente la Germania all’Atlantico dopo il crollo del Muro di Berlino e la scomparsa dell’Unione Sovietica. Invero, la Germania, ottenendo che l’Unione Europea fosse una “unione competitiva europea” anziché una vera “unione politica europea”, ha saputo usare questo “strumento” per diventare una grande potenza economica, caratterizzata da un enorme surplus della propria bilancia commerciale. Si tratta però di una mera crescita economica che, oltre a creare ogni genere di squilibri all’interno della stessa Unione Europea, ha danneggiato non solo i Paesi dell’area mediterranea ma pure l’economia degli Stati Uniti. In pratica, il cosiddetto “neomercantilismo” della Germania ha contribuito a trasformare l’Unione Europea in un mero “aggregato di Stati nazionali” in lotta tra di loro e al tempo stesso ha reso più tesi i rapporti tra l’UE e l’America. Una situazione resa ancora più complicata dalla vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane del novembre 2016, tanto che perfino l’attuale “attrito” tra l’Unione Europea e l’America è – almeno in parte – un “semplice riflesso” del durissimo scontro ai vertici del potere pubblico della grande potenza d’Oltreoceano (peraltro, anch’esso, come l’abnorme espansione della finanza rispetto alle forze produttive, un “segnale dell’autunno” della potenza egemone e indice di quella crisi di “sovraesposizione imperiale” dell’America già ben analizzata, sia pure nei suoi aspetti essenziali, dallo storico Paul Kennedy nel suo famoso libro “Ascesa e declino delle grandi potenze” pubblicato negli Ottanta del secolo scorso).
D’altra parte, è innegabile che sia ancora la NATO, ossia l’America, a garantire la sicurezza dei Paesi europei e che se l’UE è una nullità geopolitica e militare anche la Germania è pur sempre un nano geopolitico e militare. Insomma, se sotto il profilo economico l’UE è “egemonizzata” dalla Germania, sotto il profilo geopolitico e militare è ancora l’America che “detta legge” in Europa (né il direttorio franco-tedesco può cambiare granché al riguardo, nonostante la megalomania dell’inquilino dell’Eliseo che si illude che la Francia da sola possa controbilanciare la potenza economica della Germania, dato che la Francia è solo una media potenza, non certo una grande potenza, né militare né economica, da circa un secolo – d’altronde, la stessa force de frappe non è che una forza di “dissuasione nucleare”). Facile quindi capire perché Washington non sia disposta a tollerare una politica economica tedesca che danneggi l’America e che non perda occasione per rammentare alla Germania la sua condizione di “Stato vassallo”.
Invero, è la questione dell’atlantismo che è mutata di senso in questi ultimi anni. I dirigenti americani si rendono conto, infatti, che gli Stati Uniti non hanno i mezzi e le risorse per dominare l’intera scacchiera globale ovverosia per dominare l’America Latina, il continente africano, l’area del Pacifico, il Medio Oriente e l’Europa, allo scopo di contrastare l’ascesa della Russia e la Cina (ritenuta ormai anche dai “dem”, ossia i “circoli democratici” del deep State americano, una “potenza maligna”). In questo senso, il neoatlantismo (o neoimperialismo) di Trump si differenzia dall’euro-atlantismo, che è incentrato sul rapporto privilegiato tra America ed UE soprattutto in funzione antirussa. Tuttavia anche Trump, che verosimilmente non è ostile per principio nei confronti della Russia di Putin, sembra “prigioniero” dei falchi del gigantesco Warfare State americano che, come i “dem, ritengono ancora la Russia il nemico principale dell’America e quindi considerano i Paesi dell’UE alleati di fondamentale importanza. In effetti, uno degli scopi principali della NATO è quello di garantire che la Germania non possa varcare la “linea rossa” che separa l’UE dalla Russia. Il rischio, pertanto, secondo i “dem” e gran parte degli “strateghi” americani, è che la politica di Trump possa indebolire la posizione geostrategica dell’America in Europa e al tempo stesso impedire agli Stati Uniti di potere giocare la carta della “pax americana” in Medio Oriente (non si deve dimenticare che sono stati proprio “dem” a volere l’accordo sul nucleare iraniano), creando così una situazione di “caos geopolitico” di cui si potrebbe avvantaggiare solo la Russia.
In questo contesto, però è ovvio che il neoatlantismo di Trump costituisca pure una minaccia per la Germania, che grazie all’euro-atlantismo ha potuto conquistare la supremazia economica in Europa ma che non ha certo la “stazza” per confrontarsi direttamente con le grandi potenze (Stati Uniti, Russia, e Cina) e nemmeno la potenza militare per difendere i suoi interessi economici nel caso di un conflitto internazionale “ad alta intensità”. La strategia economica della Germania, imperniata non sulla crescita economica e geopolitica dell’Europa ma solo sulla crescita economica della Germania e sull’espansione ad Est della NATO, si sta pertanto imbattendo nei propri limiti, tanto che la Germania rischia di finire in una “trappola strategica”. Difatti, la stessa espansione ad Est della NATO rende praticamente impossibile la formazione di un asse geopolitico russo-tedesco, mentre la russofobia che caratterizza l’euro-atlantismo ha favorito la formazione di un asse russo-cinese. In sostanza, la Germania sembra ritenere di potere da un lato “inglobare” la Russia nello spazio geo-economico egemonizzato dai tedeschi (che si può definire il loro Lebensraum) e dall’altro “condizionare” la politica di Mosca mediante la NATO. Un disegno geopolitico che per realizzarsi esigerebbe non solo che la Russia cedesse alla pre-potenza della NATO ma che la potenza militare dell’America fosse “al servizio” degli interessi della Germania.
Ovviamente, sebbene non si possa certo affermare che i tedeschi dopo Bismarck si siano distinti per acume politico-strategico, anche i dirigenti tedeschi sono consapevoli dei rischi che corre la Germania per la sua debolezza geopolitica e militare. Tuttavia, questo non significa affatto che la Germania sia pronta a “smarcarsi” dagli Stati Uniti per trasformare l’Unione Europea in una grande potenza economica e militare. Questo è solo il “sogno” di coloro che pensano che le lancette della storia si siano fermate nell’agosto del 1939, cioè allorché fu firmato il patto Molotov-Ribbentrop. Di fatto, la Germania in questi anni si è solo limitata  a trarre il maggior profitto possibile dal declino relativo della grande potenza d’Oltreoceano, cercando sì di fare “affari” anche con la Russia, ma nel contempo adoperandosi in ogni modo per rafforzare l’area baltica, notoriamente la più russofoba d’Europa, a scapito di quella mediterranea (tanto da osteggiare il gasdotto South Stream per potere raddoppiare il gasdotto Nord Stream e diventare così l’unico Paese europeo in cui possa arrivare il gas russo). D’altro canto, non è certo un segreto che Berlino non ne vuole nemmeno sapere di una “visione geopolitica” europea, proprio come non ne vuole sapere di unico debito pubblico europeo (presupposto essenziale per una unione politica europea). Non a caso, perfino per quanto concerne l’accordo sul nucleare iraniano la Germania ha voluto ad ogni costo distinguere nettamente la sua posizione non solo da quella della Francia ma da quella della stessa UE. Ed è anche noto che la Germania vorrebbe, per sé non certo per l’UE, un posto tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Pare lecito dunque affermare che il neoatlantsimo di Trump o, meglio, l’inizio di una fase geopolitica multipolare ha messo in luce la miopia politico-strategica della Germania che in questi anni ha buttato al vento l’occasione per diventare davvero egemone in Europa. Vale a dire che la Germania pare incapace di distinguere tra mero dominio (o supremazia) ed egemonia (nel senso forte del termine, ossia “gramsciano”), mentre la storia dell’Europa prova che nessuna potenza europea è in grado di “dominare” l’Europa (e si badi che senza il rafforzamento dell’area mediterranea non è possibile neppure creare uno spazio geopolitico “eurasiatico”, sia pure multipolare e in sé differenziato), mentre i conflitti o, se si preferisce, la “competizione” tra i vari Paesi europei non può che avvantaggiare una potenza non europea, ovvero gli Stati Uniti. Le conseguenze del fallimento politico-strategico della Germania (che sarebbe il terzo nel giro di un secolo!) potrebbero quindi avere conseguenze disastrose anche per gli altri Paesi europei.
Ciononostante, bisogna vedere anche l’altro lato della medaglia, dato che, se il declino relativo degli Stati Uniti sul piano geopolitico ha già portato alla formazione di nuovi centri di potenza sia a livello mondiale (Russia e Cina) che a livello regionale (India, Israele Turchia, Iran, ecc.), la crisi del sistema neoliberale occidentale ha portato alla nascita di forze politiche “populiste” (giacché il “populismo” non è che un effetto della crisi di un sistema politico che non sa risolvere i problemi che esso stesso genera), che hanno già messo forti radici in America e in Europa, benché non si possano definire, a differenza della Russia  e della Cina che sono centri di potenza anti-egemonici, delle forze politiche “anti-egemoniche”. In altri termini, si è in presenza di una fase di transizione egemonica, che è appena cominciata e che, anche se nessuno sa come finirà, probabilmente sarà di lunga durata e contrassegnata da aspri conflitti e perfino da nuove forme di guerra.
In definitiva, si può ritenere che anche la questione tedesca sia solo un aspetto di una questione ben più grande, ossia quella della civiltà europea, che verosimilmente si deciderà in questa fase di transizione egemonica. Non si deve ignorare, infatti, che geo-politica non è sinonimo di politica estera o di relazioni internazionali ma che in primo luogo designa il fatto che l’uomo non può che “abitare politicamente la terra”, ragion per cui non vi è transizione egemonica che non sia contraddistinta dalla nascita di nuovi “paradigmi” culturali e dalla scomparsa di altri. Del resto, che la crisi geopolitica dell’Europa sia anche una crisi della civiltà europea è ormai sotto gli occhi di chiunque, ad eccezione di coloro che non vogliono vedere o che pensano che i problemi si possano risolvere negando la realtà.
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