La ricerca della protezione: appunti sul 4 marzo, di Alessandro Visalli

La ricerca della protezione: appunti sul 4 marzo.

Si può partire da molte cose per spiegare la fragorosa slavina di domenica che ha travolto tutta la sinistra italiana: in primis la sua magna parte era da molto tempo più liberale che socialista, e parteggiava abbastanza chiaramente per la metà tranquilla e garantita della società; la piccola quota di LeU, fattasi ancora minore, è risultata essere in tutte le sue componenti troppo indecisa e in alcune anche compromessa con la formazione di provenienza per essere credibile per l’altra metà del cielo; del resto anche la piccolissima, ai conti ancora più del previsto, PaP si è rivelata troppo confusa e sotto troppi profili inadeguata per rappresentarla, ed anche questa alla fine ha finito per guardare solo il proprio ombelico. In tutto non è arrivata al 25% degli elettori, cioè a poco più del 15% degli elettori.

Uscendo da questa spiegazione politicista si può anche partire da guardare al nesso tra movimenti sociali e culture politiche; cioè tra quello scivolamento verso il basso almeno del 20% che non si percepisce più classe media (per cui oggi possono sentirsi tranquilli solo il 40% ca, e invece si sentono deboli almeno il 50% della popolazione). Dunque dalla molla che nel silenzio si stava caricando, come dice Bagnasco, e che alla fine è scattata.

Come sta avvenendo in tutto l’occidente, anche in Italia continua insomma quella che Spannaus ha chiamato la rivolta degli elettori. Dal 2016 abbiamo avuto prima la brexit, poi l’elezione di Trump, quindi il preavviso non ascoltato delle elezioni italiane del 2013 e dell’esplosione del M5S, un evento che nel 2014 in “trovare la forma” mi sembrava indicare, ‘come in uno specchio’ il sorgere di un nuovo assetto, un nuovo equilibrio che sorgeva da qualche parte ed iniziava ad aggregarsi. Poi abbiamo avuto il referendum italiano che ha spezzato la traiettoria di Renzi; le elezioni francesi nelle quali la Le Pen è stata fermata (ma solo al ballottaggio), ma al contempo è emersa una sinistra nuovamente attenta alle ragioni del socialismo in Mélenchon (come in Inghilterra in Corbyn e in USA in Sanders), separandosi chiaramente da un centro liberale ricostituito in Macron; persino quelle tedesche, in cui le formazioni centrali sistemiche sono ulteriormente arretrate.

Siamo quindi da qualche anno su quello che si potrebbe chiamare “un crinale”, la pallina sta andando una volta di qua ed una volta di là.

 
Elezioni 4 marzo: rapporto tra reddito pro capite e consenso al M5S

Commentando questi eventi Carlo Formenti parla dell’esplosione della rabbia delle ‘periferie’, cioè di classi subordinate schiacciate dal riassetto sistemico in corso e incazzate in particolare con la sinistra, “che le ha consegnate alla repressione del capitale globale preoccupandosi solo di difendere i diritti civili di minoranze colte e benestanti”. Le sinistre di tradizione socialista sono, insomma, diventate esclusivamente liberali e ormai difendono ostinatamente un insediamento sociale, erroneamente considerato maggioritario, riconducibile solo a classi medie ‘riflessive’, urbane, sempre più anziane. Ne è chiara immagine il multiculturalismo e la difesa della cosiddetta “società aperta” (e competitiva) ed anche il cosmopolitismo di marca borghese spacciato per internazionalismo. Del resto anche le sinistre più o meno ‘radicali’, come LeU e soprattutto PaP scontano un complessivo e radicale disorientamento strategico; l’incapacità di individuare gli snodi essenziali della situazione e di impostare un discorso politicamente e socialmente coerente. In queste condizioni il 15% del corpo elettorale è una dimensione più che appropriata (ma può ancora scendere).

Lo sfondo è chiaro: la fase di rilancio dell’accumulazione, attraverso la finanziarizzazione, l’interconnessione e l’aumento della dipendenza, e l’estensione del dinamismo che si è avuta nel trentennio dal 1980 al 2010 si è risolta in un 66% degli italiani che (indagine Demos, 2016) reputa “inutile fare progetti per il futuro”. La scheletrica ed irresponsabile antropologia del pensiero liberista non ha capito che l’incertezza ed il rischio non sono pungoli che rendono più attivo e produttivo l’uomo; se superano una certa soglia si sopportabilità, al contrario, lo spengono. Un “futuro incerto e carico di rischi”, come quello percepito incombente e minaccioso da due nostri compatrioti su tre, induce infatti quello che Mullainthan e Safir, in un bel libro del 2013 “Scarcity”, chiamano “effetto tunnel”. La scarsità percepita “cattura la mente”, inducendola a concentrarsi solo sull’assoluto presente. Ma non si tratta di ottimizzazione, come presume tanta letteratura scritta nel chiuso dei propri dipartimenti da ricchi professori: è al contrario una “inibizione”. Gli psicologi chiamano con questa parola (per questo tra virgolette) quella capacità della mente di eliminare le possibilità alternative, rendendole invisibili. In altre parole, concentrarsi su una cosa urgente e vitale (come affrontare un predatore, o pagare la prossima bolletta della luce) “ci rende meno capaci di pensare ad altre cose che contano”; è quella che si chiama “inibizione dell’obiettivo”. Tutti i fini e le considerazioni che sarebbero altrimenti importanti (migliorare la propria competenza con un corso professionale, fare quell’investimento che pure indurrebbe grandi risparmi, curare le relazioni sociali per aumentare le proprie opportunità, …) scompaiono dalla nostra stessa vista. Mentre nei paper dei vari Lucas o quelli di Prescott, si immagina che il consumatore definisca sempre ‘aspettative razionali’ sul futuro, calcolando tutte le implicazioni di ogni politica e anticipandole nella sua azione, la maggioranza di essi è invece concentrata sul “tunnel”. La mente non è, cioè, occupata a fare complessi calcoli costi-benefici ma dalle scadenze.

È questo che alla fine impedisce qualunque progettualità, inclusa la ribellione, che spinge a vivere in un eterno attimo presente, carico di angoscia e risentimento inespresso.

Ma improvvisamente il 4 marzo, in fondo inaspettatamente, questo fondo magmatico si è espresso. L’umore nero del paese profondo, quello che la sinistra neppure riesce ad immaginare e per il quale non ha proprio le parole (risolvendosi a reiterare stanchi cliché come ‘razzismo’, ‘populismo’, ‘nazionalismo’, anche ‘fascismo’) si è improvvisamente addensato come una sorta di nuovo popolo che si separa nel paese, mettendo a punto un linguaggio, dei blocchi emotivi, nei bar, nelle strade, nei negozi, negli uffici, nelle piazze. Un ‘popolo’ che si è identificato nei ‘non’, nelle differenze dal potere, dalla politica, dalla finanza, dalla grande impresa, dalla globalizzazione, dalla tecnologia industriale, dalle <caste>, dal denaro. Anche dai meridionali, dagli immigrati, dagli altri ed estranei,

Chiaramente questa “cultura” appare agli occhi ed alle orecchie di quelli che una volta sarebbero stati chiamati <gli integrati>, cioè dei colti e formati, dei tranquilli, di chi non cambia spesso lavoro, di chi ha l’orizzonte sereno di un percorso tracciato, o delle risorse per farsi il futuro che si vuole, strana ed un poco aliena. Appare sconnessa, contraddittoria, mal costruita, oscura e per certi versi temibile; sembra pericolosa.

Questa reazione, di cui tutte le sinistre sono espressione (anche quelle ‘radicali’) non capisce nulla e non si vede che in questo c’è del nuovo. Rischia, più o meno tutta insieme, di fare la fine di De Maistre con la Rivoluzione Francese, cioè slittamento per slittamento, di trovarsi alla corte di Alessandro di Russia.

Questa reazione al plebeismo di questa ‘rivolta’ (che non è ancora una ‘rivoluzione’, di qualunque segno, e forse mai lo sarà), per ora identificabile come un ‘momento Polanyi’ con singolari e rischiose analogie con gli anni trenta (quando intellettuali allora di sinistra, come Sombart, indicarono la svolta), porta in altre parole molti a cercare di arroccarsi entro il sistema sfidato. La scelta di LeU, di utilizzare i profili istituzionali dei Presidenti di Camera e Senato e di enfatizzare in ogni occasione la propria ‘responsabilità’ suona infatti a molte orecchie come chiara scelta del campo. Un campo affollato e in via di restringimento, nel quale non c’è spazio e nel quale il 3% raggiunto appare già come un risultato notevole.

Ma anche PaP, che ha inteso restarvi fuori, rigetta il plebeismo. Invece di fare tesoro della ‘tecnica della spugna’ del M5S, della capacità di addensare i sentimenti, le parole, le pulsioni e di solidificare i vapori diffusi, ha ripetuto i suoi slogan identitari. Peraltro divergenti in modo radicale gli uni dagli altri, a causa di un rassemblement costruito necessariamente troppo in fretta e senza un vero centro.

Del resto se anche fosse vero, ma credo che questo sia parte del problema, che come scrive il mio amico Riccardo Achilli “ogni crisi e ogni fase di transizione generano, nel nostro popolo, sottoprodotti di scarto, come il giustizialismo, il plebeismo, il qualunquismo, l’avventurismo, l’anarco-individualismo”, bisogna comunque chiedersi in modo più attento perché tutto questo si è risolto nel 55% dei consensi alle forze antisistema rappresentate da M5S (32%), Lega di Salvini (17%) e la più tradizionale Fratelli d’Italia (4,5%), il primo, terzo e quinto partito, mentre le forze responsabili che hanno guidato la seconda repubblica sono scese al 40%, con il PD (18%) e Forza Italia (14%), insieme all’appendice, e considerata tale, di LeU (3%).

Ci sono naturalmente molte, diverse, spiegazioni, ma torniamo agli “snodi della situazione”; in sostanza mi pare di poter dire che la sinistra liberale (tra cui va annoverata anche LeU, che ne è solo la propaggine più radical) fatica a confrontarsi con le conseguenze de:

  • la nuova ‘piattaforma tecnologica del capitalismo’ e con le sue conseguenze sul mondo del lavoro e la distribuzione,
  • l’accelerazione dei processi di disarticolazione che ne sono parte e dei fenomeni di mobilità, con le loro radicali e crescenti conseguenze (qui viene rigettato, in nome di un cosmopolitismo verniciato di internazionalismo il tema dirimente dell’immigrazione, su cui abbiamo di recente letto Sahra Wagenknecht),
  • l’Europa nel contesto del processo di ricomposizione egemonica in corso (che avevamo chiamato “la grande partita”),
  • lo smottamento della base sociale della democrazia e l’attacco al suo ‘carisma’.

Certo chiunque fatica a confrontarsi davvero con queste forze. Tanto più quanto cerca di leggerle con gli occhiali costruiti per altre ‘piattaforme tecnologiche’ (quella fordista in primis, ma anche quella post-fordista che si sta radicalizzando andando oltre se stessa e revocando via via anche i compromessi che la costituivano, come la flessibilità in cambio del lavoro), per società ancora solide che si stanno rivelando stremate e per un progetto internazionale che presumeva un’omogeneità politica e culturale prospettica che si allontana verso modelli multipolari di difficile interpretazione. Lo smottamento della base sociale della democrazia è solo il necessario suggello a questa molteplice frana.

Dunque il 4 marzo è venuta giù la slavina che seguiva al disgelo lento di forze accumulate nel lungo tempo degli ultimi trenta anni.

Il sud Italia si è unito, come mai si era visto in precedenza, garantendo maggioranze che si possono definire ‘bulgare’ al M5S, che in alcuni territori ha superato il 60% dei consensi. Il nord Italia ha visto l’affermazione impetuosa della Lega, che è cresciuta di oltre quattro volte, portandosi ad un’incollatura dal secondo partito, in caduta libera.

Quelle espresse dal M5S al sud e dalla Lega al nord sono, a tutta evidenza, due diverse forme di politica ‘maggioritaria’ (secondo la definizione che ne dà un manifesto della politica elitaria e tecnocratica come “Lo Stato regolatore” di Majone) e di ricerca di protezione, armate l’una contro l’altra.

Il miracolo del 4 marzo è cioè figlio dell’improvviso manifestarsi, ad un livello qualitativamente superiore, di quella che Laclau chiamerebbe due diverse “faglie di antagonismo”, entrambe originate dalla sofferenza e dalla paura che la metà inferiore della piramide sociale vive. Quindi da due diverse domande di protezione. Sinteticamente dalla protezione dal mercato, da una parte, e dallo Stato tassatore (eventualmente anche europeo), dall’altra.

Il lavoro che il M5S, da una parte, e Salvini dall’altra (gli indiscutibili vincitori), hanno fatto è per entrambi di identificare, in qualche modo nominare, un obiettivo centrale per orientare le energie disattivate dalla crisi. Questo ha consentito a molti di trovare la ragione per oltrepassare l’inibizione che la pressione insopportabile dell’incertezza e della scarsità porta con sé nell’identificazione chiara di un colpevole. Si tratta di un’operazione, non ha molta importanza qui se cosciente o ‘trovata’ solidificando vapori diffusi, propriamente politica (che anzi ne è il proprio) di costruzione di egemonia. La creazione di un profilo individuale nella rappresentazione politica.

La sfida che questo ‘doppio popolo’, manifestatosi nelle urne, pone in primo luogo nella modalità della sua costruzione, alla logica razionale del discorso liberale corrente è tutto in questo ‘eccesso’. Majone ci insegna che la politica ‘madisoniana’ (per la cui radice storica rimando a questo testo di Alan Taylor) nella quale abbiamo vissuto in particolare gli ultimi trenta anni è necessariamente parsimoniosa nella ricerca del consenso, anzi in sostanza ne fa a meno. Cerca di legittimarsi da un’altra fonte (ed infatti proliferano i meccanismi per ottenere la licenza d’uso a buon prezzo, con meno voti possibili, con i più diversi trucchi ‘maggioritari’), come dice il politologo italoamericano nella credibilità dei risultati anziché nella delega della maggioranza. La fonte della legittimità, per la generazione di politici cresciuta negli ultimi decenni, non è davvero il consenso degli elettori, e la responsabilità verso i Parlamenti, ma la verità della tecnica ed i risultati, in ultima analisi il successo. Non è affatto un caso che l’Unione Europea sia quello che è: di questa logica è il distillato più puro al mondo. In essa si ha un netto e pulito rovesciamento, perché a ben vedere sono i governi che controllano i Parlamenti attraverso gli schermati organismi europei (come gli Eurogruppi o il Consiglio Europeo), cfr. Majone, cit. p.168. E per farlo ricorrono anche a ‘fiduciari’ (dei mercati-sovrani, non certo dei cittadini) che non sono legati da vincoli di mandato ma sono “indipendenti”, il migliore esempio è la BCE (di cui presto avremo notizie). La mossa vincente è disperdere il potere fra istituzioni differenti (una mossa antica ed in effetti fondativa dell’assetto politico moderno, come si vede dal libro di Taylor sulla democrazia americana delle origini) il più possibile al sicuro dall’opinione dei cittadini.

La questione non è astratta, perché c’è un nesso forte e sistematico tra la possibilità di politiche redistributive (che necessitano di uno Stato forte, ‘gestore’ come dice, e di politiche attive ed energiche) e la loro legittimazione, che deve necessariamente passare per maggioranze politiche altrettanto attive ed energiche. Indebolirle, frammentando il potere e portandolo oltre le braccia degli elettori (cioè passare allo “Stato [solo] regolatore”) implica una diversa fonte di legittimità, ancorata non al voto della maggioranza ma all’efficacia credibilmente rivendicata, cioè al sapere tecnico. Questi organismi sono quindi in effetti “creati deliberatamente in modo da non renderli direttamente responsabili verso l’elettorato o i rappresentanti elettivi” (Majone, cit. p.169).

Allora quel che anche la liberale LeU non ha capito davvero è che la questione del populismo democratico non è aggirabile, in particolare se si vuole pensare a politiche redistributive e di protezione. Nella logica corrente queste non sono possibili, e per ragioni sistematiche che vanno anche oltre il mero economico.

Quando si conferma l’abbandono delle politiche ‘populiste’ (o ‘maggioritarie’, ovvero volte a ricercare il consenso delle maggioranze, della plebe) è necessario restringere la politica in favore di un potere amministrativo che trae altrove la sua legittimità (in una idea di “ragione” posta prima del discorso stesso, in qualche modo nelle cose e nei saperi tecnici che le rappresentano).

Se, invece, si corre il rischio dell’eccesso si può ricostruire un politico. È quello che hanno fatto davanti ai nostri occhi stupefatti sia il M5S sia Salvini.

Non c’è alcuna speranza per la sinistra se non supera se stessa e impara.

STATO RAPPRESENTATIVO E VINCOLO DI MANDATO, di Teodoro Klitsche de la Grange

STATO RAPPRESENTATIVO E VINCOLO DI MANDATO

C’è da chiedersi perché i “vecchi” giuspubblicisti e scienziati della politica chiamavano lo Stato loro contemporaneo, ossia lo Stato post-rivoluzione francese preferibilmente Stato rappresentativo e, come concetti prossimi e/o derivati, le istituzioni di quello rappresentative, il regime politico rappresentativo, la stessa democrazia rappresentativa e rappresentativo il governo (e la forma di governo). Oggigiorno, a partire (grosso modo) dalla metà del secolo scorso, al posto di rappresentativo lo si caratterizza come liberale o democratico-liberale (raramente borghese)[1].

Dagli autori e dai loro contributi (citati in nota e da altri) risulta la duplicità dei significati dei termini rappresentanza e rappresentativo i cui estremi sono da un lato il carattere necessario, per cui non c’è possibilità di governo e quindi di sintesi politica senza rappresentanza. Come sostiene Carl Schmitt la rappresentanza è un principio di forma politica; senza quel principio (così come senza quella d’identità) non c’è forma di Stato[2].

Scrive Schmitt “Nella realtà della vita politica esiste tanto poco uno Stato che possa rinunciare agli elementi strutturali del principio di identità, quanto poco uno Stato che possa rinunciare agli elementi strutturali della rappresentanza. Anche là dove è fatto il tentativo di realizzare incondizionatamente un’identità assoluta, rimangono indispensabili gli elementi e i metodi della rappresentanza, come viceversa non è possibile nessuna rappresentanza senza raffigurazioni dell’identità”.

Dall’altro la necessità che il rappresentante sia scelto dai rappresentati e sia in sintonia con essi. Ambo i caratteri sono già presenti nel discorso di Sieyés del 7 settembre 1791 all’Assemblea costituente francese, così come le ragioni che li rendono insopprimibili[3].

Se è vero che la rappresentanza è necessaria perché è principio di forma politica è anche vero che (l’altro polo del significato del termine) viene considerato rappresentante chi è, in qualche misura, in sintonia con i rappresentati. Scrive Fisichella “In termini di rapporto tra elezione e rappresentanza, si possono configurare tre combinazioni principali. Si può ipotizzare, per cominciare, una elezione senza rappresentanza … Ancora più nutrita è la combinazione inversa, cioè la rappresentanza senza elezione. Del monarca si dice che rappresenta la nazione, senza che nelle monarchie ereditarie egli passi attraverso il momento elettivo”[4]. Ma se “tralasciamo l’elezione che non dà luogo a rappresentanza, in quanto esula dal nostro tema che invece ha per oggetto appunto la rappresentanza, ci accorgiamo che rimangono i due casi della rappresentanza senza elezione e della rappresentanza elettiva … vale chiedere in prima istanza a quale livello incide l’elemento elettivo, cioè in altri termini quali differenze sussistono tra rappresentanza elettiva e non”[5]. Quanto alla somiglianza sociologica delle istituzioni rappresentative “come riproduzione del microcosmo rappresentativo del macrocosmo sociale … Siamo nel contesto della concezione «descrittiva» della rappresentanza o, se vogliamo, della rappresentanza come rappresentatività”, ma non è detto che un organo non elettivo non sia meno rappresentativo in questo senso. Parimenti per la rappresentatività psicologica per cui “non è necessario enumerare altri casi, oltre i due ora richiamati, per inferirne la possibilità dell’esistenza di assemblee che siano rappresentative anche se non elettive”. Pertanto a fare “la differenza” è il carattere partecipativo dell’elezione “Solo la rappresentanza elettiva è la rappresentanza democratica, nel senso che in essa si realizza il precetto partecipativo”[6]. E prosegue “La repubblica di cui parla il Federalist per distinguerla dalla democrazia, è pur sempre una realtà democratica, se la sua rappresentanza vi è elettiva”. Anche perché la procedura elettiva ha un (potente) effetto di integrazione.

A concludere questo breve excursus su un tema quanto mai trattato dalla dottrina così come dalla politica “militante”, se ne deduce che carattere (e funzione) principale della rappresentanza è dare capacità d’azione (e quindi esistenza) alla comunità di cui le istituzioni rappresentative sono organi. É l’impossibilità (se non per comunità piccolissime) di agire come politica che determina l’inevitabilità della rappresentanza politica. E la necessità anche dei di essa corollari, affinchè possa operare congruamente alla funzione principale.

  1. L’insistenza con cui i “vecchi” giuristi (Mosca, ancorché ricordato soprattutto come scienziato della politica, era professore di diritto costituzionale) definivano come “rappresentativo” lo Stato successivamente denominato “liberale” o (meglio) “democratico-liberale” è probabilmente da ricondurre al (sotteso) concetto di costituzione e in genere di ordinamento (e non lontano dalla concezione schmittiana della costituzione).

Questo è in primo luogo, relativamente allo Stato rappresentativo (o borghese) l’ordinamento di uno status mixtus cui concorrono sia i principi di forma politica (identità e rappresentanza, istitutivi dell’organizzazione politica) che dell’ “ordine” borghese (con funzione limitativa del potere politico e pubblico in generale)[7].

Dato che l’esistenza (e la capacità d’azione) politica è costituita e modellata dai primi (e i secondi non sono necessari a quella) sono questi, e in particolare il principio rappresentativo a connotarlo. Anche se tale rappresentanza, avendo un carattere democratico (o proiettato verso la democrazia), è orientata verso tale specie del genere rappresentativo. Successivamente tale carattere è passato in secondo piano, cedendo la priorità alla tutela del diritti fondamentali (e quale principio organizzativo orientato alla libertà, alla distinzione dei poteri).

Ciò non toglie che come scriveva Santi Romano “Costituzione, significa, come si è detto, assetto o ordinamento che determina la posizione, in sé e per sé e nei reciproci rapporti che ne derivano, dei vari elementi dello Stato, e, quindi, il suo funzionamento, l’attività, la linea di condotta per lo stesso Stato e per coloro che ne fanno parte o ne dipendono”[8].

  1. Da qualche anno si è contestato il precetto, derivante dal carattere rappresentativo dell’unità politica, per cui il rappresentante non può avere vincoli di mandato (disposto fin dalla Costituzione francese del 1791, Titolo III, cap. I, art. 7). Si sostiene data la scarsa fedeltà dei parlamentari al partito nelle cui liste sono stati eletti, (al punto che la maggioranza dei parlamentari della legislatura passata ha cambiato partito) l’opportunità di abolire, ma per lo più limitare quel principio con precetti antivoltagabbana.

A tal fine si vorrebbe limitare la libertà di decisione dei parlamentari sia con norme comportanti decadenza dall’incarico, sia con sanzioni economiche. Cioè circoscrivere giuridicamente ciò che politicamente non tollera limiti. Una proposta ufficiale è quella di recente lanciata da Di Maio. Secondo il quale introdurre il vincolo di mandato sarebbe “l’unico vero antidoto alla piaga dei voltagabbana che ammorba il Parlamento da anni” perché si tratta di gente che si prende 15.000 euro al mese grazie al voto dei cittadini per portare avanti un programma e poi invece fa quello che gli pare… Per noi il parlamentare è un portavoce delle istanze degli italiani (cioè Di Maio rivaluta il “corriere politico” così svalutato da Sieyès) … Se il programma per cui è stato votato non gli sta più bene, allora prende e se ne va a casa senza stipendio, senza buonuscita”.

Tutte tali proposte, ancorché quelle dei Cinquestelle siano blande, violano il principio della libertà (d’azione e di opinione) degli organi rappresentativi e dei loro componenti e che non si limita alla sola salvaguardia dall’invadenza del Giudice penale, ma ha portata (e ratio) generale. Scriveva Orlando che “l’istituto delle immunità parlamentari non ha bisogno di essere collegato con alcuna ragione di convenienza specifica, ma si giustifica come si giustifica ogni istituto di diritto comune, cioè con la semplice enunciazione di quella che i romani chiamavano ratio iuris[9]; onde le prerogative parlamentari vanno considerate nella loro inscindibile connessione.

Immunità personali, reali, funzionali sono tutte specificazioni del principio che “nessuna volontà esteriore può, non diremo limitare, ma neanche semplicemente concorrere con quella dell’Assemblea nell’esercizio delle sue attribuzioni”. Il principio che le accomuna consiste nell’inviolabilità; perché ciò che conta è che “la persona (o il collegio di persone) che dell’inviolabilità è coperta, non può essere  sottoposta ad alcuna giurisdizione, in quanto questa si attui attraverso una coazione sulla persona” e va intesa come “indipendenza da ogni giurisdizione[10].

Ciò stante la coazione che verrebbe esercitata nel parlamentare anche nell’ipotesi blanda dei Cinquestelle, è comunque lesiva dell’indipendenza del Parlamento[11]. Perché “Che fra gli organi onde lo Stato manifesta la sua volontà e la attua, uno ve ne sia che su tutti gli altri sovrasta, superiorem non recognoscens, e che non potendo appunto ammettere un superiore (ché allora la potestà suprema si trasporterebbe in quest’altro) deve essere sottratto ad ogni giurisdizione e diventa, per ciò stesso, inviolabile ed irresponsabile, è noto”[12].

La notorietà di cui scriveva il Presidente della vittoria si è, evidentemente, assai ridotta; ciò non toglie che l’esigenza per cui era (ed è) stata (fin dagli albori del costituzionalismo moderno) prescritta nelle Carte Costituzionali non sia venuta meno.

Sanzionare il parlamentare anche solo con pronunce di decadenza dall’incarico o di perdita dello stipendio e della pensione è una forma, meno intensa di altre, di esercitare pressioni sul rappresentante. Da parte o di altri poteri dello Stato, nel caso quello giudiziario, e/o anche di poteri non statali (partiti e non solo).

Perché anche se a promuovere il giudizio per la decadenza dallo stipendio fosse anche solo un comitato di elettori, a pronunciarlo sarebbe – a quanto pare – un Giudice (ossia un potere costituito esterno al Parlamento).

E quello del quis judicabit? è il problema principale della decisione. Mentre la “sanzione” prevista dall’ordinamento rappresentativo (ed esercitata da sempre) è quella più logica e conforme al sistema: che il rappresentante fellone sia giudicato dagli elettori i quali, conformemente al carattere democratico della rappresentanza, come hanno il potere di nominarlo, hanno anche quello di giudicarne l’operato e negargli la conferma nell’incarico[13].

Potere che è più complicato da esercitare – e ce ne rendiamo conto – quando, con la seconda Repubblica si sono promulgate leggi elettorali che, progressivamente, hanno prodotto più camere di nominati (dai partiti) che di eletti (dal popolo).

Nella speranza (o illusione) che il futurellum dia maggior spazio alla scelta da parte degli elettori delle persone (e non solo dei partiti), non è comunque ravvisabile l’opportunità che si proceda ad un ulteriore condizionamento dell’indipendenza delle camere.

Insomma: pezo el taco del buso.

Teodoro Klitsche de la Grange

[1] Si ricordano alcuni luoghi in cui il termine rappresentativo è utilizzato come nel testo v. V.E. Orlando principi di diritto costituzionale, Barbera (s.d.) p. 64 ss.: “Il governo rappresentativo suppone innanzi tutto che i cittadini partecipino, per mezzo di diritti politici, alla cosa pubblica: riferendocene quindi al criterio delle tre forme secondarie, possiamo dire che questa forma di governo deve necessariamente essere semilibera o libera… esso è dunque una forma di governo popolare o libera o democratica che dir si voglia” nel concetto di rappresentanza si differenzia la distinzione da quello diretto “Il criterio che distingue questo tratto caratteristico si può averlo da questa considerazione materiale, cioè che l’esercizio dei diritti politici, al popolo riservati, non si fa direttamente dai cittadini medesimi… ma bensì per mezzo di rappresentanti, scelti dal popolo”. Caratteristica del governo rappresentativo erano l’armonia tra coscienza popolare e diritto positivo, la distinzione dei poteri, la tutela giuridica e la pubblicità (e con ciò l’opinione pubblica è elemento di controllo). La forma di governo rappresentativo si connette sia alla forma monarchica che a quella repubblicana democratica; Gaetano Mosca parla di “sistema” e “regime” rappresentativo, i quali riproducono, anche in forma democratica (elezione dei rappresentanti) il potere delle minoranze organizzate sulla maggioranza “Quel che avviene colle altre forme di Governo, che cioè la minoranza organizzata domina la maggioranza disorganizzata, avviene pure, e perfettamente, malgrado le apparenze contrarie, col sistema rappresentativo… Accade nelle elezioni, come in tutte le altre manifestazioni della vita sociale, che gl’individui, che hanno la voglia e soprattutto i mezzi morali, intellettuali e materiali per imporsi agli altri, primeggiano su questi altri e li comandano” Elementi di scienza politica, Torino 1923, p. 142 (in altre opere ripete sempre l’aggettivo “rappresentativo”, con significato conforme. V. ad es. “Lo Stato città antico e lo stato rappresentativo moderno” in Partiti e sindacati nella crisi del regime parlamentare, Bari 1949, p. 37 ss.).

Scrive Santi Romano “Più volte, si è avuta l’occasione di notare che, fra le istituzioni governative dello Stato, alcune hanno carattere rappresentativo, cioè rappresentano il popolo o la nazione e sono quindi, quelle nelle quali trova la sua più tipica espressione la forma del governo democratico, in quegli Stati in cui alla democrazia diretta si è sostituita, in tutto o in parte, quella indiretta, ossia rappresentativa. Fra tali istituzioni, basti ricordare le camere parlamentari, che nelle costituzioni che hanno adottato il sistema bicamerale sono spesso entrambe rappresentative, mentre talvolta siffatto carattere ha una sola delle due camere, e il presidente o la suprema istituzione governativa della repubblica, che, per definizione, è sempre rappresentativa… l’istituto della rappresentanza politica è uno di quegli istituti, che erano sorti nel medioevo anche nell’Europa continentale, compresa l’Italia, ma che, in quanto sono ora tipiche espressioni del moderno costituzionalismo, derivano, direttamente o indirettamente, dal diritto costituzionale inglese… Essa partiva dal principio della sovranità popolare, e riteneva che gli elettori, come organi del popolo, delegassero, mediante l’atto elettivo, detto perciò mandato, l’esercizio di tale sovranità agli eletti… I primi dubbi sulla consistenza di tale teoria sorsero quando al principio della sovranità popolare fu sostituito quello della sovranità dello Stato”.

Tali istituzioni “si dicono rappresentative vengono così qualificate perché, nella loro stessa struttura, nel modo con cui sono designate le persone ad essere preposte, in tutti i momenti del loro funzionamento, è implicito lo scopo che esse hanno di mantenere in un continuo e stretto rapporto lo Stato con la nazione, cioè col suo popolo”. Anche se l’elezione non basta a conferire loro il carattere rappresentativo. La rappresentanza può essere “necessaria, che si ha quando il rappresentato non ha la capacità di agire da sé, e quella volontaria, che ha luogo per volontà dello stesso rappresentato, nonché del rappresentante, fuori dei casi di incapacità”. La rappresentanza politica “è una rappresentanza necessaria. Il popolo quando non si ha un governo democratico diretto, non ha la possibilità giuridica di curare e tutelare i suoi interessi se non per mezzo di rappresentanti e, di solito, scegliendo esso stesso questi ultimi. È inoltre rappresentanza legale, che ha, cioè per fonte la legge” (v. Principii di diritto costituzionale generale, Milano 1947, p. 160 ss.).

[2] V. anche “La diversità delle forme di Stato si basa sul fatto che ci sono due principi di forma politica contrapposti, dalla cui realizzazione ogni unità politica assume la sua forma concreta … Lo Stato è una condizione, e precisamente la condizione di un popolo. Ma il popolo può raggiungere e ottenere in due diversi modi la condizione dell’unità politica. Esso può già nella sua immediata datità – in virtù di una forte e consapevole omogeneità, in seguito a stabili confini naturali o per qualsiasi altra ragione – esser capace di agire politicamente. Inoltre esso è come entità realmente presente nella sua immediata identità con se stesso un’unità politica … Il principio contrapposto parte dall’idea che l’unità politica del popolo in quanto tale non può mai esser presente nella reale identità e perciò deve esser sempre effettivamente presente” V. Verfassungslehre trad. it. di A. Caracciolo La dottrina della costituzione, Milano 1984 pp. 270-272.

[3] V. Diceva l’abate rivoluzionario “È quindi necessario convenire che il sistema di rappresentanza e i diritti che volete ricollegarvi in tutti i gradi devono essere determinati prima di decidere alcunché sulla divisione del corpo legislativo e sull’appello al popolo delle nostre deliberazioni. I moderni popoli europei somigliano ben poco a quelli antichi. Tra noi non si tratta che di commercio, di agricoltura, di opifici … Tuttavia non potete rifiutare la qualità di cittadino e i diritti correlativi, a questa moltitudine senza istruzione che la necessità di lavorare assorbe completamente. Perché proprio come noi debbono obbedire alla legge, devono anche, come voi, concorrere a farla. E questo concorso dev’essere uguale. Può esercitarsi in due modi. I cittadini possono accordare la loro fiducia a qualcuno di loro: senza spogliarsi dei loro diritti, ne affidano l’esercizio. È in vista dell’utilità comune che nominano delle rappresentanze ben più capaci di loro di capire gli interessi generali, e d’interpretare, in vista di questi, la loro propria volontà. L’altro modo d’esercitare il proprio diritto a formare la legge è di partecipare in prima persona a farla. Questa partecipazione diretta è ciò che caratterizza la vera democrazia. Quella mediata è connaturale al governo rappresentativo. La differenza tra questi due sistemi politici è enorme” e proseguiva “Non è dubbio, tra noi, su quale debba essere la scelta tra questi due metodi per fare la legge. In primo luogo, la stragrande maggioranza dei nostri concittadini non ha abbastanza istruzione, né abbastanza tempo a disposizione per volersi occupare direttamente delle leggi che devono governare la Francia; la loro opinione è dunque di nominare dei rappresentanti”. Ciò comporta che “i cittadini che si nominano dei rappresentanti rinunciano e devono rinunciare a fare essi stessi direttamente la legge: e, di conseguenza, non hanno alcuna volontà particolare da imporre. Ogni influenza, ogni potere compete ad essi sulla persona dei loro mandatari; ma questo è tutto. Se dettassero delle volontà questo non sarebbe più uno stato rappresentativo; sarebbe uno stato democratico”: di conseguenza è inammissibile il mandato imperativo come se ciascun deputato fosse il commesso del proprio committente (il collegio elettorale) “un deputato lo è della nazione intera; tutti i cittadini ne sono i mandanti … non c’è né può esservi, per un deputato altro mandato imperativo, o del pari, altre aspirazioni, che quelle nazionali; non deve dar ascolto ai suggerimenti dei suoi elettori se non quando siano conformi ai desideri generali”; infatti nell’assemblea “Non si tratta, qui, di registrare, uno scrutinio popolare, ma di proporre opinioni, infine formare in comune una comune volontà”; e “È pertanto inutile che vi sia una decisione nei baliaggi o nelle municipalità, o in ciascuna casa di città o di paese, perché le idee cui mi oppongo non portano che ad una specie di Certosa politica. Questi tipi di pretese sarebbero assai più che democratiche. La decisione non spetta, e non può non spettare che alla sola Nazione, riunita in assemblea. Il popolo o la nazione non può avere che una sola voce, quella della legislatura nazionale” (il corsivo è mio).

[4] V. La rappresentanza politica, Milano 1983, pp. 11-12.

[5] Op. cit. pp. 12-13.

[6] Op. cit. p. 14

[7] C. Schmitt, op. cit., p. 267.

[8] E proseguiva, criticando la concezione di chi ritiene costituzionale solo lo Stato borghese “E sempre in base a tale principio nel campo della dottrina si è spesso ritenuto e da qualcuno si ritiene ancora, che diritto costituzionale sia soltanto quello dello Stato a regimec.d. libero, o, specificando di più, con riguardo alla figura che tale regime ha assunto nello Stato moderno, quello dello Stato «rappresentativo», mentre un diritto costituzionale non avrebbero gli Stati c.d. assoluti o dispotici o anche semiliberi… Ogni Stato è per definizione, come si vedrà meglio in seguito, un ordinamento giuridico, e non si può immaginare, quindi, in nessuna sua forma fuori del diritto… Uno Stato «non costituito» in un modo o in un altro, bene o male, non può avere neppure un principio di esistenza, come non esiste un individuo senza almeno le parti principali del suo corpo”, op. cit., pp. 2-3.

[9] Diritto pubblico generale, Milano 1954, p. 484.

[10] Op. cit., pp. 485-486.

[11] Per salvaguardare la quale è da sempre (addirittura) disposta la “giurisdizione domestica” per i dipendenti delle Camere.

[12] Orlando op. cit., p. 487 (il corsivo è mio).

[13] C’è da valutare poi se un simile tipo di sanzione (il cambiamento di gruppo politico e perciò di partito) sia volto a tutelare (e in quale misura) la fedeltà al partito o quella agli elettori nel caso, non infrequente che non coincidano. L’antico reato di fellonia prescriveva sanzioni contro il vassallo sleale verso il signore feudale (il rapporto era tra persone fisiche determinate).

Così com’è stato sinteticamente esposta la proposta dei 5 stelle (ed altre analoghe) pare prevedeva una fattispecie  – il cambio di gruppo parlamentare – più volta ad assicurare la fedeltà al partito che ai propri elettori. Sarebbe poi interessante a tal fine sapere chi può farlo valere (il partito? Un suo organo?  O sarebbe attivabile con azione popolare?

A PROPOSITO DELLE ELEZIONI DEL 4 MARZO, di Massimo Morigi

A PROPOSITO DELLE ELEZIONI DEL 4 MARZO 2018: BREVI RIFLESSIONI ATTORNO A  PACCO-ITALIA: ALTO/BASSO, FRAGILE, MANEGGIARE CON CURA DI ROBERTO BUFFAGNI E A SI APRANO LE DANZE DI GIUSEPPE GERMINARIO

 

Di Massimo Morigi

http://italiaeilmondo.com/2018/03/06/pacco-italia-alto-basso-fragile-maneggiare-con-cura-di-roberto-buffagni/

Si aprano le danze, di Giuseppe Germinario

 

Pur senza consapevolezza della posta in gioco e delle eventuali conseguenze da parte del corpo elettorale, le elezioni politiche italiane del marzo 2018 hanno decretato la morte delle vecchie classi dirigenti e delle loro ideologie (liberalismo ed antifascismo) che avevano legittimato di fronte ai vincitori la ricostruzione di una nazione uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale. Si tratta di un evento epocale di fronte al quale, in questo momento, appare onestamente del tutto secondario che la forza uscita vincitrice al nord del paese, pur espressione della sua parte più produttiva, non abbia alcuna consapevolezza teorica della posta in gioco e che la forza egemone al sud sia espressione di profonde e radicate pulsioni assistenzialistiche, senza rendersi conto gli elettori di questa parte politica che la realizzazione di un piena cittadinanza può essere realizzata solamente liberandosi dei lacci mentali dell’ideologia liberale ed antifascista che rende l’Italia una colonia economica, politica e culturale, una condizione liberatasi dalla quale solo allora sarà possibile innestare in Italia una autentica rivoluzione attraverso la quale anche le vecchie forme assistenzialistiche (prima democristiano-comuniste ed ora di appannaggio esclusivo dei pentastellati) possono tramutarsi in una autentica occasione di profondo e reale sviluppo (cioè di rivoluzione) per il sud e quindi per il resto del paese. Ma anche la forza ora politicamente egemone al nord, la Lega, non riesce ancora ad esprimere la consapevolezza che i suoi ambiziosi ed ampiamente condivisibili obiettivi (drastico abbattimento fiscale, difesa culturale dell’identità italiana e tutela economica dell’Italia e dei suoi operatori contro la peste delle globalizzazione)  sono possibili solo gettando a mare gli idola tribus ideologici di cui si è detto prima riguardo ai cinque stelle. Il processo iniziato con le elezioni del 4 marzo 2018 non è ancora completato. Da parte della Lega manca ancora il completo inglobamento di quell’equivoco chiamato Forza Italia; e da parte del movimento pentastellato non è ancora del tutto riuscito l’annientamento di quell’altro grande equivoco che va sotto il nome di partito democratico. Quando (e se) questo processo sarà completato, se ciò non sarà accompagnato da una migliore consapevolezza teorica della posta in gioco, cioè l’abbandono degli idola tribus chiamati liberalismo ed antifascismo con le conseguenze di servaggio dalle potenze straniere che sono il loro logico corollario, l’Italia, come acutamente paventa l’amico Roberto Buffagni in Pacco-Italia: Alto/Basso. Fragile. Maneggiare con cura,  ritornerà veramente ad essere una metternichiana espressione geografica. Se invece questo processo di ribellione dalle attuali élite sarà parallelamente accompagnato da un’analoga maturazione e liberazione politico-culturale, si può veramente sperare che le due direttrici della protesta possano veramente mutare natura e divenire le due formidabili braccia di una rivoluzionaria manovra a tenaglia che spezzerà le catene che tengono legata l’Italia da più di settant’anni. Se ciò non sarà, il movimento cinque stelle riconfermerà la sua natura intimamente servile di guardia bianca controrivoluzionaria al servizio delle potenze straniere che hanno vinto il secondo conflitto mondiale, e la Lega non potrà certo pretendere (e non vorrà assolutamente intraprendere) quella legittima azione di liberazione economica dalle tecnoburocrazie italiane ed europee e dalle rimanenti bardature economico-clientelari del morente PD del nord. Insomma, in questa che Germinario chiama “apertura delle danze” siamo ancora al minuetto. Penso che non dovremo attendere molto per vedere se il minuetto si trasformerà in una luttuosa marcia funebre per l’Italia oppure in un energico boogie-woogie, che, come si sarà capito, non è qui metafora di un idilliaco stato di quiete ma l’augurio di una rinnovata consapevolezza strategica perennemente   in statu nascenti, il cui cardine è la comprensione della natura intimamente creatrice del conflitto qualora questo si svolga in forme razionali e socialmente condivise. Una epifania strategica che sarebbe veramente singolare – e triste – che non si manifestasse in una nazione che ha dato i natali a Niccolò Machiavelli, Giuseppe Mazzini ed Antonio Gramsci.

Massimo Morigi – 8 marzo 2018

Pacco-Italia: Alto/Basso. Fragile. Maneggiare con cura, di Roberto Buffagni

Pacco-Italia: Alto/Basso.

Fragile. Maneggiare con cura

 

Com’è il pacco-Italia che ci hanno recapitato le elezioni politiche 2018?

Be’, anzitutto è rovesciato: presenta il lato Basso in alto. Però sconsiglierei di raddrizzarlo bruscamente, perché il pacco è molto Fragile: basta guardarlo un momento, e si vede che presenta una netta linea di frattura proprio a metà, fra Nord e Sud. Insomma: maneggiare con cura.

Non stupisce, che il Basso (Lega al Nord, Movimento 5 Stelle al Sud) abbia rovesciato l’ Alto. Il centro di gravità dell’Alto che sinora ha governato l’Italia (il PD) era situato troppo, troppo in alto: geograficamente, oltre la cintura alpina, a Bruxelles e a Francoforte; socialmente, nei ceti che, a torto o a ragione, identificano il loro interesse con l’Unione Europea; geopoliticamente, lungo la direttrice nordeuropea, che rovescia la naturale direttrice mediterranea dell’interesse nazionale italiano. Con la testa nelle nuvole, l’Alto ha lasciato che il Basso si allargasse, si appesantisse, si depositasse sempre più in basso, ed ecco il risultato: Basso continuo, dalle Alpi a Capo Passero.

Il risultato è un enigma, perché non può esistere un Basso senza un Alto. Chi formerà il nuovo Alto di questo Basso, e come? Il quesito da risolvere è questo.

Una prima analisi del Basso italiano distingue tra un Basso nordista che sventola la bandiera del Lavoro e, ancora timidamente, la bandiera della Nazione; e un Basso sudista che sventola la bandiera del Soccorso e, ancora timidamente, la bandiera dell’Unione Europea. Il Basso nordista cerca di diventare Popolo liberandosi dal suo servaggio con lo strumento tradizionale del suo riscatto, la laboriosità; il Basso sudista si presenta per quel che è, Plebe; e se da un canto se ne inorgoglisce sfacciatamente (“uno vale uno” vuol dire “non siete meglio di noi”) dall’altro mendica da “Franza o Spagna” l’urgente soccorso di cui ha vero bisogno, il “reddito di cittadinanza”, il “purché se magna”.

Si ridisegnano, insomma, a centosettant’anni di distanza, le linee di frattura sociali e geografiche che non riuscì a saldare l’ “eroico sopruso” dell’unificazione nazionale italiana, e ci impongono un urgente esame di realtà, senza il quale non potrà sorgere un Alto che guidi questo Basso.

Ci hanno fornito le coordinate essenziali di questo esame di realtà tre dei maggiori interpreti della storia e dell’identità italiana, che tutti conosciamo dai tempi della scuola: Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi, Giovanni Verga. Il conte Manzoni dedica la sua opera maggiore alle vicende di un’operaia tessile e di un operaio qualificato che diventa piccolo imprenditore. Il conte Leopardi, in una delle sue poesie più luminose, si fa pastore errante, un marginale così isolato che gli tocca di parlare con la luna. Il rentier Giovanni Verga, nel suo romanzo migliore, ci racconta la storia di una famiglia di poveri pescatori e di un carico di lupini. Ciascuno a suo modo, Alessandro Manzoni, Giacomo Leopardi e Giovanni Verga ci dicono una verità che noi italiani già sappiamo tutti, se appena ci riflettiamo e siamo onesti con noi stessi: che il modo di essere naturale, archetipico, dell’Italia e degli italiani è la povertà. Siamo stati la quinta potenza industriale del mondo, tuttora possediamo, neonati compresi, un paio di telefoni cellulari a testa, ma la povertà resta, nel bene e nel male, la nostra casa: finché ne avremo una. Povertà e ricchezza hanno ciascuna le sue virtù e i suoi vizi. Virtù e vizi della ricchezza – amore della gloria e della sfida, fiducia in se stessi, alterigia, distacco – non ci riescono bene. Siamo decisamente più a nostro agio con virtù e vizi della povertà. Le principali virtù della povertà sono: sapere, fin dentro le ossa e il midollo, che la sciagura esiste sul serio, nella vita quotidiana di tutti e non solo nei libri; la modestia del realismo; la dignità che ne consegue; e la laboriosità. I principali difetti della povertà sono: il sogno della ricchezza che divora tutto; la millanteria della grandezza; il vittimismo; e la tentazione ricorrente del melodramma, cioè a dire la tentazione di credere e agire come se i poveri e i deboli, solo perché poveri e deboli, fossero buoni e incolpevoli: come se la responsabilità di errori colpe e mali fosse sempre dei ricchi e forti, e soprattutto degli altri.

Per noi italiani la tentazione del melodramma – la tentazione di dare la colpa (e con la colpa, la responsabilità) agli altri – è oggi la più forte e la più pericolosa: e il Movimento Cinque Stelle ne è l’espressione politica schiettamente servile. Non è un caso fortuito che a fondarlo sia stato un comico. La posizione del comico è la posizione del servo, che nella zona franca della scena, dove gli spari non uccidono e le decisioni non impegnano, può salire in Alto e dire le sue ragioni. In condizioni normali, cioè se il centro simbolico, politico e sociale tiene, quando cala il sipario il servo riprende il suo posto nel mondo e torna in Basso. Oggi il centro non tiene, e il Servo si ritrova in primo piano sulla grande scena del mondo, dove le scelte hanno conseguenze, le decisioni impegnano, gli spari uccidono: e spaurito, incredulo, se ne esalta e sogna.

Che cosa sogna, il Servo-Movimento Cinque Stelle? Be’: continua a sognare, in forma semplificata, ingenua, caricaturale, il sogno che gli ha insegnato a sognare il suo padrone, il PD: il sogno dell’Europa “dove lavoreremo un giorno di meno e guadagneremo un giorno di stipendio in più”, secondo la gesuitica profezia di Romano Prodi; e lo riformula sognando che da Lassù, Qualcuno ci recapiterà lo stipendio senza che ci diamo la briga di lavorare neanche un’ora. Insensato? Certo che è insensato. E allora? A tanti italiani, specie al Sud, appare insensata l’ambizione di lavorare, crescere una famiglia, mettersi un tetto sulla testa e una lapide sulla tomba, insomma: appare insensata la vita. Perché non preferirle un sogno, altrettanto insensato ma lieto?

La Plebe del Sud che vuole sognare e il suo partito, il Movimento Cinque Stelle, sono dunque l’avversario politico naturale del Popolo del Nord, che vuole destarsi.  Se il Nord saprà proporre al Sud una via praticabile e una prospettiva sensata, vivibile anche da svegli, dal Basso del Nord e del Sud potrà sorgere un nuovo Alto, capace di ricomporre e guidare l’Italia intera. Se non ci riuscirà, l’Italia ne uscirà balcanizzata, e tornerà ad essere un’ “espressione geografica”, come la definì la celebre formula del principe Clemens von Metternich.

Si aprano le danze, di Giuseppe Germinario

Siamo all’apertura delle danze. L’esito degli esami corrisponde all’incirca ai voti di ammissione assegnati.

I resti di una classe dirigente che, rimossa senza troppe riflessioni la propria appartenenza di origine, ha governato senza gloria e imprimendo ferite indelebili al paese il dopo Tangentopoli senza trovar di meglio che rifugiarsi nella ridotta di Liberi e Uguali assieme ai paladini del diritto umanitario e della soluzione giudiziaria del conflitto politico, devono ormai riporre mestamente i remi in barca. D’Alema, Bersani avranno il privilegio di disporre di un caminetto e di poter punzecchiare qui e là, con le loro fondazioni e circoli, senza infastidire più di tanto e dopo aver strumentalizzato da par loro i resti di un movimento. Di Grasso e Boldrini ogni commento è superfluo, come superflua è stata la loro presenza politica in questi ultimi cinque anni ridotti come sono, specie l’ex terza carica, ad una caricatura.

I polli allevati in quella batteria, in particolare nel vivaio di Francesco Rutelli, li hanno scalzati appoggiandosi al Rottamatore, confidando in tal modo nella propria sopravvivenza. Un sodalizio, piuttosto una tregua concordata, durato appena tre anni. Ai primi segni di eccessivo carico di una nave in tempesta è stata la prima zavorra ad essere eliminata per salvare il comandante e la ciurma più fedele. La ripartizione dei posti nelle circoscrizioni elettorali è stato lo strumento di questa selezione con buona pace dei Franceschini e dei Cuperlo. Un modo, anche, per rendere ancora più impervia una successione non concordata con il monarca traballante.

E il monarca traballante, Renzi, pur dimissionario non ha alcuna intenzione di rinunciare alla partecipazione della tessitura. Pur di esistere è disposto a rimaneggiare ulteriormente la ridotta entro cui arroccarsi. Annuncia un nuovo congresso dove si chiariscano definitivamente rapporti di forza e linee politiche, quasi che il precedente appena celebrato non avesse già assolto ferocemente al compito. Fa il muso duro agli avversari interni ed esterni, soprattutto al M5S; nella sua determinazione, però, si riserva di “scandire i no ma anche i sì”, segno che le trattative prima o poi dovranno partire. Potrà, alla bisogna, nascondersi dietro la foglia di fico di un nuovo segretario prestanome, ma il solco comincia ad essere tracciato senza alcuna distrazione sul rispetto delle linee fondamentali portate avanti sino ad ora a dispetto delle batoste “democratiche”. Nelle more ci ha pensato l’insignificante risultato di Casapound a certificare la pretestuosità delle emergenze fasciste e razziste in agguato. Il nostro, ormai, rimane aggrappato ad una sola speranza: logorare il M5S e approfittare di una parte delle spoglie di Forza Italia. Il ventaglio delle opzioni e i margini di manovra si restringono ormai sempre più; l’ultimo appuntamento fruibile potranno essere le elezioni europee del ’19 sempre che la situazione non precipiti. Le sponde europee, a cominciare da Macron, non mancano. Un ipotesi quindi tutt’altro che peregrina. Allo stato, vista l’attuale composizione del gruppo dirigente, Renzi non ha rivali. Il pericolo potrebbe arrivare da chi ha scelto di non partecipare alla battaglia elettorale e di rimanere in attesa ai margini pur partecipando attivamente al dibattito. Una tattica della quale Renzi si è rivelato maestro. Si sa però che prima o poi un discepolo superiore in astuzia potrà superarlo. Da lì a riuscire a risollevare le sorti disperate di un partito però ce ne corre.

Nella guerra di posizione appena iniziata ci ha pensato una ragazza di trent’anni a seno nudo a sbattere in faccia a Berlusconi il suo futuro. “SEI SCADUTO” recitava l’epitaffio beffardo sui seni taglia due, giusto perché fosse più nitido e leggibile, della Femen. Un gruppo, quello delle Femen che non agisce mai di propria iniziativa; che obbedisce direttamente agli ordini del filantropo Soros; che è riuscito stranamente a violare, ancora una volta, il servizio di vigilanza personale dell’ex cavaliere. Tutta l’aria insomma di un oscuro e minaccioso avvertimento a mettersi da parte, vista l’inutilità del suo impegno.

L’avvento di Trump, infatti, ha contribuito in maniera determinante ad accelerare processi già in corso. Ha quantomeno indebolito e disarticolato l’azione dei potenti mentori americani dei personaggi politici europei ed italiani attualmente sulla via del tramonto; ha mostrato che non sono onnipotenti ed inattaccabili e di conseguenza incoraggiato movimenti alternativi; sta soprattutto articolando una diversa politica estera meno propensa a sostenere senza alternative istituzioni sovranazionali come la Unione Europea.

L’onda di rinnovamento è potente e profonda, cavalcarla è difficile, ma non ha ancora trovato una direzione precisa.

Il ricambio che si sta verificando in Italia, sia negli aspetti positivi appena abbozzati, sia in quelli trasformistici ancora del tutto prevalenti, sono quindi un aspetto di un contesto ben più ampio.

Nel Mezzogiorno e nel Centro-Nord d’Italia ha assunto connotati diversi, ma va indirizzato.

Nel Nord c’è una spinta fortissima dei ceti produttivi. Una autocontemplazione delle aspirazioni, legata alla frammentazione imprenditoriale e a un fuorviante approccio tra pubblico e privato sono una barriera alla individuazione delle priorità, ivi compresi la difesa e lo sviluppo delle grandi imprese.

Nel Sud il deserto economico e sociale e la casualità delle isole di sviluppo pur presenti ha generato un movimento ancora più potente che per la fragilità e permeabilità della guida rischia di essere ricondotto rapidamente nel gioco classico del notabilato.

Una ragione in più per la costruzione di una solida e determinata guida politica.

L’avvertimento a Berlusconi sembra indicare che i portatori di questo trasformismo sono ormai altri, incompatibili con la sua persona e presenti in tutte le formazioni, alcuni nelle posizioni di comando altri momentaneamente in quiete ma pronti ad emergere alla bisogna.

Il M5S sembra essere il luogo e uno dei candidati principali a questa operazione gattopardesca anche a costo di un progressivo sacrificio degli attuali livello di consenso in tempi nemmeno così dilatati, visto lo sviluppo convulsivo degli eventi. I segnali di questa investitura cominciano ad essere numerosi. I fondamenti culturali ed ideologici del suo mutevole programma, la sua permeabilità e le prime preoccupanti indicazioni dei criteri di selezione della nuova classe dirigente sono lì ad inquietare e far vacillare le più genuine aspettative.

La cartina di tornasole sarà la propensione al cedimento delle sirene di una qualche forma di governo di larghe intese, connaturato per di più a questa legge elettorale.

Nel frattempo apprezziamo quanto meno gli spazi e i varchi che si apriranno, vista la maggiore difficoltà di perseguimento di tali mire e mettiamo a nudo la forza e le debolezze dei possibili attori e portatori di nuovi indirizzi. Le finestre di opportunità non durano all’infinito e il più delle volte non sono gli attori alternativi ad aprirle; per lo più essi devono essere pronti a coglierle.

L’importante è che il ballo cominci.

LE PAGELLE DI UNA CAMPAGNA ELETTORALE, di Giuseppe Germinario

Tempo di pagelle alla vigilia dell’esame e del verdetto!

Due mesi di campagna elettorale serrata seguita ad oltre un anno di guerra di posizione e di campagna elettorale strisciante hanno rivelato molto sulla condizione dei partiti, sulle loro mutazioni e sulla qualità dei loro gruppi dirigenti. C’è chi riesce a brillare nelle piazze. Meno il M5S rispetto agli anni scorsi, di più la Lega e Fratelli d’Italia rispetto al recente passato. I più avveduti sanno da tempo ormai che non esiste necessariamente corrispondenza diretta tra piazze piene e pienone di voti. La partecipazione ad esse infatti non comporta adesione automatica della stessa folla nelle urne; il voto di interesse e di opinione segue inoltre infiniti altri canali di espressione e subisce numerose altre modalità di influenza. Dopo questo breve preambolo qui di seguito un giudizio sui principali partiti con una precisazione: il voto non deve indurre ad una previsione del responso elettorale ad esso corrispondente. Sono due livelli di analisi diversi.

MOVIMENTO 5 STELLE: voto 8

Il suo gruppo dirigente è stato il protagonista di un ragguardevole miracolo al limite del funambolismo. È riuscito a mimetizzare quasi completamente una radicale operazione trasformistica del proprio programma e del proprio sistema di relazioni cercando di intaccare il meno possibile il totem costitutivo della propria forza persuasiva: la formulazione dal basso nelle decisioni e nell’elaborazione della piattaforma politica. A partire dal referendum sulle riforme istituzionali del dicembre 2016 è partita la caccia al grande sconfitto: il PD renziano. Da quel momento è partita la campagna di costruzione del personaggio Di Maio-uomo di governo. Una campagna per nulla estemporanea; costruita sapientemente passo dopo passo, con un dispendio di mezzi considerevole e con una inedita capacità, rispetto agli altri contendenti, di utilizzo dei sistemi mediatici tradizionali e più innovativi. È stato certamente agevolato dall’esistenza di un alter ego, Alessandro Di Battista, tutto intento a rassicurare e vellicare le pulsioni dell’anima movimentista del M5S. Ha potuto altresì godere dell’assenza di interlocuzione e di confronti diretti con i propri avversari. Un primo banco di prova che avrebbe potuto mettere a nudo le sue effettive capacità di sostenere uno scontro politico. Ha approfittato dello scarso spessore degli attacchi tutti incentrati sull’onerosità del programma economico, paragonabile a quella degli altri partiti e sulla scarsa moralità e sull’incompetenza del gruppo dirigente, quasi a voler trascinare tutti pretestuosamente nello stesso girone infernale. Un atteggiamento distruttivo, quello degli avversari, in realtà autolesionistico e incapace di offrire una prospettiva positiva al paese. Sta di fatto che il successo mediatico e la capacità di imporre i temi e di rovesciare la posizione di difesa dagli attacchi sono inequivocabili. Di Maio, soprattutto lo staff che ha sapientemente organizzato la campagna, è riuscito sin da subito a smontare i possibili argomenti di critica e di attacco più insidiosi. Recandosi negli Stati Uniti ha cercato sostegni e investiture nei circoli che indirizzano e condizionano la politica italiana. Un pellegrinaggio ostentato e evenemenziale da parte sua, assiduo e discreto da parte del suo staff, soprattutto il suo mentore Casaleggio. Portandosi, successivamente, nelle sedi dei “poteri forti” finanziari e istituzionali europei con un intento rassicurante riguardo alle proprie intenzioni. Costruendosi, in televisione, nei suoi numerosi viaggi mirati nelle realtà produttive del paese, persino nei rari comizi, l’aplomb di “uomo delle istituzioni”, sino al vero e proprio colpo di teatro della presentazione dell’eventuale governo in caso di vittoria elettorale. Una costruzione dell’immagine alla quale ha corrisposto un progressivo e per quanto possibile discreto spostamento degli originari indirizzi politici radicali in materia di politica estera, riguardo all’atteggiamento verso l’Unione Europea, la NATO, la Russia e di politica economica, sempre più di stampo meramente keynesiano, velleitaria rispetto agli attuali vincoli sottoscritti, ma compatibili col dogma del sedicente libero mercato sul quale si fonda l’attuale edificio europeista. È stato il modo quasi geniale con il quale si sono smontati sul nascere gli argomenti di critica degli avversari; sia di quelli ortodossi rispetto alla vulgata europeista e occidentalista sia di quella eretica, ma paralizzata dalla scelta di appartenenza allo schieramento di centrodestra. Si vedrà se tale modo di conduzione porterà al partito i frutti sperati. Di certo questi frutti si riveleranno ancora una volta avvelenati per il paese e rimanderanno ancora una volta la possibilità di costruzione di una classe dirigente capace di tirare fuori la nazione dalle sabbie mobili nelle quali è sempre più impantanata. Non si può nemmeno dire che si tratti di una vera e propria operazione trasformistica; consiste, piuttosto, in un adeguamento pressoché fisiologico degli indirizzi e obbiettivi politici alla visione di fondo del movimento legata alla illusione partecipativa predominante dal basso, al decentramento esasperato, alla sopravvalutazione delle tematiche dell’economia circolare e dell’ecologia, ad una visione dello sviluppo tecnologico slegato dal ruolo delle grandi imprese e delle strategie politiche dei centri di potere, per non parlare della questione dell’immigrazione. Tutti approcci perfettamente compatibili, anche nel loro velleitarismo, con gli attuali assetti istituzionali in Europa e nel mondo occidentale. Una strategia che ha condotto fisiologicamente il confronto elettorale verso i temi più congeniali, ma anche fuorvianti, al movimento: la moralità, l’onestà. La composizione del governo proposta da Di Maio è tutta lì ad attestare questo assestamento. Personaggi di seconda linea, scelta pressoché obbligata, visto il rischio personale di tale esposizione così azzardata. Personalità in parte legate al mondo della cooperazione internazionale; alcune con legami espliciti con le fondazioni di Soros e dei centri finanziari più potenti, altre con i centri culturali di emanazione europeista, altre ancora di centri universitari di seconda linea ma con legami internazionali e orientamenti spesso espliciti. Figure che danno una impronta di governo tecnico gestibile efficacemente solo grazie all’autorità assoluta del capo politico del Governo, pena l’eterodirezione della compagine. Una qualità tutta da dimostrare e sinora rimasta quanto meno in ombra nel leader emergente. Il voto è limitato ad otto per un motivo semplice quanto essenziale. Il completo successo di immagine avrebbe dovuto comportare la trasformazione di Di Maio e del Movimento in un soggetto capace di “dominare” autorevolmente le masse piuttosto che di esserne o fingerne di essere imbevuto dalle masse. “Le phisique du role” del personaggio è tutto lì a svelarne i limiti. Le conseguenze di queste impronte sono prevedibili. Un movimento sempre più terra di conquista di interessi particolaristici e di piccoli potentati locali; una direzione sempre più bisognosa di investiture esterne, piuttosto che di capacità egemoniche proprie. Il progressivo disvelamento dell’anima sinistrorsa più deleteria della dirigenza di quel movimento, legata all’antiberlusconismo moralistico, più volte segnalata negli anni da questo sito, è tutta lì a tracciare la direzione delle future scelte politiche del movimento. Taluni assimilano questa ascesa all’esperienza di Macron in Francia. L’opacità dei centri ispiratori, l’assenza di forti centri di potere endogeni promotori sono lì invece ad attestarne limiti e diversità.

LEGA DI SALVINI: voto 7

Le capacità tribunizie sono indubbie, come pure quella di trascinare il partito verso la costruzione di una immagine “nazionale”. La Lega infatti ha riscoperto, almeno nel Centro-Nord del paese, una capacità di mobilitazione ormai riservata ai ricordi della vecchia dirigenza. Il limite, però, è visibile nell’atteggiamento compiaciuto di “buon padre di famiglia” assunto, in realtà probabilmente connaturato al leader. Una veste che rende per il momento poco credibile la sua rivendicazione di uomo di governo, se non addirittura di Stato, portatore di una svolta radicale praticabile. Il retaggio della Lega Nord, con le sue impronte identitarie localistiche, antinazionali e spesso razziste, è ancora particolarmente pesante all’interno e presente nella memoria del paese. Il ripiego di fondare il partito nazionale sulla base di una alleanza dei “popoli italici” è di una tale ambiguità da compromettere ancora la solidità del nuovo edificio e da far rientrare dalla finestra i demoni accompagnati alla porta del nuovo partito. Un percorso analogo a quello che sta percorrendo il Fronte Nazionale francese. L’accordo elettorale nel centrodestra, un passo probabilmente obbligato dalla condizione interna del partito, si sta rivelando un capestro che ha impedito di mettere a frutto la diversità e l’alternatività di buona parte dei punti presenti nel programma elettorale rispetto agli avversari dichiarati del PD ed occulti interni del centrodestra e rispetto ai competitori del M5S. Le occasioni per smarcarsi e qualificarsi, anche in questa campagna elettorale, non sono mancate, a cominciare dai fatti di Macerata, della ritirata ingloriosa della nave dell’ENI dalle coste di Cipro, dalle pesanti intromissioni dei vertici della UE; ma non sono state colte se non parzialmente e in maniera inadeguata rispetto alla postura che Salvini vorrebbe assumere. Le oscillazioni, si vedrà se tattiche o strategiche, ma comunque tendenti alla normalizzazione, rispetto alla politica estera, alle politiche comunitarie, a quella industriale, come pure l’impronta data alle politiche di riforma istituzionale ne minano la credibilità. Denotano ancora una volta una colpevole sottovalutazione, comune per altro a tutte le forze di opposizione organizzate, del fatto che conquistare voti, prendere la maggioranza elettorale, assumere le redini del governo non significa conseguentemente avere la possibilità di esercitare effettivamente il potere e mettere in opera i programmi, per quanto ben intenzionati e costruiti. A controbilanciare parzialmente questi limiti e questa deriva rimangono alcune candidature significative come quella di Bagnai, ma ad una condizione: l’acquisizione di credibilità attraverso la rottura postelettorale della coalizione con Forza Italia e l’assorbimento di una parte delle sue spoglie. È probabilmente questo il motivo per il quale Salvini spera in una dèbacle solo parziale del PD e nella formazione di un governo di unità nazionale a lui estraneo, ma comprensivo di Berlusconi o del M5S. In alternativa si assisterà al rapido declino dell’ennesima promessa del firmamento politico italiano non proprio esaltante

FRATELLI d’ITALIA: voto 6

Valgono in buona parte le stesse valutazioni su Salvini ma con un margine più positivo rispetto alla coerenza politica ed autonomia di giudizio rispetto a Berlusconi ed uno più negativo rispetto al carattere un po’ casereccio della conduzione e dell’immagine, solo in parte compensato da figure come Crosetto, ma gravemente compromesse da quelle come Larussa.

FORZA ITALIA e PARTITO DEMOCRATICO: voto 5

La prima paga il segno evidente del declino irreversibile fisico, morale e di credibilità del leader Berlusconi. Un tramonto non legato alla moralità e alle vicende giudiziarie, spesso di carattere persecutorio, del personaggio. Collegato soprattutto alle scelte opportunistiche, di vera e propria sottomissione e trasformismo, sfociato in collusione, delle sue scelte di politica estera, comunitaria ed interna specie a partire dal 2010. Sta coronando il senso della sua esistenza, ormai al limite dell’inverecondia e un po’ penosa, viste le condizioni della persona, con l’estremo tentativo di bloccare l’affermazione di forze, ancora troppo premature da definire sovraniste, ma quantomeno più autonome e reattive nelle scelte politiche di conduzione del paese. Ormai si avvicina sempre più alla funzione del nobile decaduto ormai impegnato ad orientare, eterodiretto, la suddivisione delle proprie spoglie politiche in cambio di una probabile parziale salvaguardia di quelle economico-finanziarie. Da qui la conduzione di una campagna incapace di imporre i temi, un filo conduttore unitario e con lunghe pause di lucidità.

La sopravvivenza della dirigenza del PD e il suo possibile procrastinarsi al responso elettorale è ormai legata alla suddivisione di queste spoglie. Il tandem ipotizzato tra la forza tranquilla espressa da Gentiloni e Minniti e l’atteggiamento d’assalto e ultraottimistico di Matteo Renzi si è rivelato in realtà una corsa in parallelo tra due atleti. Tanto più che la riconduzione alla passiva ortodossia europeista e la rapida constatazione della inconsistenza della forza dei pugni battuti da Renzi al tavolo di Bruxelles ha privato il leader, ormai opaco e debilitato, della prospettiva di cui è stato capace Macron in Francia. Quelo che pareva un destino parallelo con il leader francese, appare ormai come un surrogato caricaturale che non porterà niente di buono al paese. La campagna elettorale è apparsa motivata più da ragioni pretestuose nei confronti degli avversari, che dall’offerta di una prospettiva credibile al paese, comprensiva dei successi e dei tanti insuccessi e risultati nefasti. Si tratta di una lotta ormai per la vita o la morte. C’è l’ambizione di rigenerarsi parzialmente raccogliendo le spoglie di chi sta ancora peggio; c’è però il rischio evidente di diventare esso stesso una preda, sia nelle parti nobili che in quelle in via di putrefazione. I travasi che si stanno verificando, specie nel Mezzogiorno, come pure le alleanze elettorali, come con la Bonino prodiga di finanziamenti e di impegno specie nei collegi esteri, segnalano ben poco di buono.

LIBERI e UGUALI: voto 4

La realtà politica ha rivelato rapidamente la sua natura. Una sommatoria di sigle in declino ed incerte sugli indirizzi concreti. Hanno nascosto la condizione dietro una sommatoria di rivendicazioni sindacali e redistributive con il cappello dei diritti umani, del legalismo giudiziario e della fantomatica lotta ai poteri forti finanziari dietro i quali giustificare le solite alleanze politiche sia internazionali, in specie con il Partito Democratico americano, che interne. Un manifesto pretestuoso utile a mascherare l’intenzione di logorare il PD renziano e di riproporsi tra i commensali dell’arco costituzionale. Una ambiguità che sta impedendo loro di recuperare la gran parte del popolo sinistrorso e di offrire una rappresentazione scialba e spesso infantile della propria identità a beneficio esclusivo, nemmeno certo, delle carriere al tramonto e pittoresche di personaggi come Boldrini o malinconiche e nostalgiche, quali quelle di d’Alema e Bersani. Il resto è pura appendice.

Questi sono i voti, del tutto personali. A presto l’esito degli esami, quello più oggettivo.

ELEZIONI POLITICHE! UNO SGUARDO AI PROGRAMMI, di Giuseppe Germinario

articolo precedente sull’argomento 

http://italiaeilmondo.com/2018/01/31/a-carte-coperte_-renzi-berlusconi-di-maio-salvini-al-5-marzo-di-giuseppe-germinario/

Nella prima repubblica, quindi sino agli anni ’80, la distinzione tra i partiti avveniva analizzando soprattutto i loro programmi, in particolare quelli elettorali. Essi corrispondevano a peculiari rappresentazioni ideologiche e modelli di società. Erano le sintesi e i manifesti elaborati da gruppi dirigenti inquadrati, discussi nelle sezioni di militanti e proposti a segmenti relativamente stabili dell’elettorato. Le strategie, le tattiche, le trame e gli orditi avevano anche allora la preminenza ma erano tracciate entro perimetri più delimitati e con altra circospezione. I programmi, infatti, facevano riferimento a progetti, modelli di sviluppo e di governo del paese. Modelli per lo più fumosi e generici, privi di concretezza ma che rappresentavano, per lo meno, il tentativo di inserire le rivendicazioni secondo priorità e ambizioni di costruzione di un paese se non di una nazione. Le “riforme di struttura”, la programmazione, il “modello di sviluppo”, il ruolo delle partecipazioni statali erano la cornice positiva, per quanto generica e inconcludente, di costruzione di un paese e di una identità entro la quale inserire le politiche redistributive secondo le varie accezioni politiche. Attorno ad esse si coagulavano le iniziative e i conflitti assumendo una dimensione unitaria.

Le campagne elettorali del nuovo millennio hanno assunto progressivamente come guida, al contrario, alcuni principi fondatori dalla veste apparentemente più nobile quanto astratta: l’eguaglianza, il merito, l’ordine, la libertà, l’onestà. Ci si sarebbe aspettati un confronto politico da peripatetici; si è assistito, invece, ad un imbarbarimento, tipico delle battaglie politiche legate a principi assoluti, ma del tutto ipocrita e sempre più legato ad interessi particolaristici.

Le cause sono molteplici: la discriminante della lotta di classe, in verità sempre più sfumata e indeterminata, scissa da un’idea di emancipazione o costruzione nazionale; l’europeismo teso alla costruzione di una entità politica sulle ceneri degli stati nazionali ma priva, per manifesta volontà, incapacità e impossibilità, di un amalgama identitario sufficiente a tenere insieme in condizione autonoma un continente; l’identificazione dominante dell’idea di nazione e di sovranità con l’avventura nefasta del fascismo sono quelle che più hanno segnato le vicende politiche dell’Italia repubblicana. Sono per altro servite a nascondere il pesante retaggio della sua fondazione sino ad ora accuratamente rimosso: essere nata da una catastrofica sconfitta militare che ha liberato il paese dalla oppressione militare più odiosa, mantenendola però in una condizione analoga sotto gli attuali “liberatori”.

La campagna elettorale in corso rappresenta infine la definitiva trasformazione in mercato del bacino elettorale. Ne consegue la netta prevalenza degli aspetti redistributivi nei programmi elettorali e della campagna di denigrazione della credibilità e della coerenza ai principi delle forze politiche e dei leaders avversari.

Per esprimere un giudizio più ponderato si dovrebbe piuttosto concentrare l’attenzione su altri temi rimasti in ombra ma rivelatori dei limiti strategici dell’azione delle formazioni politiche: la riorganizzazione istituzionale, l’Unione Europea, la politica industriale e la coesione sociale.

LA RIORGANIZZAZIONE ISTITUZIONALE

È il grande buco nero creato dalla scellerata gestione delle riforme istituzionali ad opera del Partito Democratico di Renzi e culminata con la sonora sconfitta ai referendum del 2016.

È un tema dirimente perché una riforma efficace, quale non era quella proposta da Renzi, avrebbe consentito la formazione e l’operatività efficace ed incisiva di una classe dirigente attraverso una parziale ricentralizzazione e una ridefinizione della gerarchia di competenze, una responsabilizzazione dei quadri direttivi e una ridefinizione degli equilibri e della divisione dei poteri fondamentali.

Sarebbe stato un obbiettivo perseguibile solo se assecondato da un programma di rinascita nazionale e di ricostruzione identitaria sulla base dei quali compattare la formazione sociale e ricostruire i rapporti con i paesi europei più importanti. Una ambizione che sia il Partito Democratico sia Forza Italia, i due partiti nazionali superstiti, si sono costitutivamente rivelati incapaci di perseguire.

L’imbarazzo con il quale il tema viene riproposto e liquidato nel programma del PD è del resto del tutto evidente.

Non è nemmeno la mancanza più grave.

La sconfitta ha provocato naturalmente un moto opposto di reazione che ha reinnescato in particolare un confuso processo di decentramento di competenze alle regioni.

Un processo opaco e pericoloso perché poggia su una confusione ed una sovrapposizione di competenze; perché consente alle regioni la possibilità di scegliere ordinamenti organizzativi diversi su medesime attribuzioni; perché alcune pertinenze sono chiaramente al di fuori della portata e della opportunità di questi enti; perché non accompagnato da una indicazione di riduzione del numero delle regioni; perché è inserito in una consuetudine ormai consolidata di rapporti sempre più diretti e spesso concorrenziali rispetto alla Stato Centrale con gli organismi comunitari.

Per altri versi quell’esito può avere una influenza diretta sul processo di evoluzione dei due principali partiti attualmente di opposizione.

Riguardo alla Lega rischia di rallentare ed annacquare il processo di trasformazione in partito nazionale legittimando e offrendo ulteriori argomenti alla sua visione di Italia dei popoli; riguardo al M5S rafforzerebbe la sua concezione illusoria e fuorviante di istituzioni “tanto più democratiche ed efficaci quanto più prossime fisicamente e territorialmente ai cittadini”.

Un processo di evoluzione di per sé già fragile e precario per questi due partiti e in evidente regressione per gli altri vista, tra i vari aspetti, la debolezza assertiva dei programmi nella definizione dei livelli e delle procedure di competenza, nell’affermazione del ruolo di interposizione dello Stato Centrale nei rapporti tra UE e amministrazioni periferiche, nella individuazione e capacità di creazione di agenzie abilitate al coordinamento e all’assistenza tecnica in ambiti interregionali specifici come quello delle infrastrutture strategiche.

Ci sarebbero altri ambiti meritevoli di approfondimento, tra questi quello del rapporto e delle funzioni sempre più debordanti degli ordinamenti giudiziari; ma questi sembrano i più rilevanti soprattutto perché meno scontati rispetto alla coerenza ideologica delle varie formazioni politiche.

UNIONE EUROPEA

La politica europea rappresenta il contesto imprescindibile principale e prossimo entro il quale devono agire i governi nazionali.

In questo articolo si trascura coscientemente il ruolo di subordinazione della nostra collocazione atlantica entro il quale continua a delinearsi lo stesso processo unitario europeo. Questo perché è un tema del tutto ignorato o ricondotto opportunisticamente all’ordine, ancor più in questa fase cruciale, dalle forze politiche.

Sulla UE il divario tra l’enfasi retorica e le proposte politiche è netto soprattutto nel programma del PD.

Quest’ultimo, sulla scia dell’onda macroniana in Francia, ha riproposto l’obbiettivo ambizioso degli Stati Uniti d’Europa. I concreti passi principali sostenuti nel programma sono al contrario diretti al sostegno e alla partecipazione ai “rapporti di cooperazione rafforzata” tra i soli paesi effettivamente intenzionati ad accelerare i processi di integrazione; un modo di eludere così l’ostruzionismo e l’opposizione della gran parte degli altri, specie centrorientali.

Proclama di affidare agli organismi rappresentativi diretti dei cittadini europei la responsabilità e il controllo delle nuove competenze, soprattutto economiche e di finanza pubblica, quando in realtà sono i capi di governo degli stati nazionali a dover varare e gestire per lungo tempo queste competenze in un lungo processo di transizione e a doversi assumere l’onere delle garanzie e delle coperture di eventuali dissesti, ammesso che questo riesca ad andare avanti significativamente.

La parola magica attualmente in auge in casa democratica è “sublimazione” dell’interesse nazionale in quello europeo. Continua a significare in realtà che si prosegue nell’ottica di un interesse nazionale sacrificabile al superiore cospetto di un presunto interesse europeo; i restanti paesi, meschini, continuano ovviamente a vedere l’Unione Europea come un particolare campo di azione nella difesa degli interessi nazionali. Le delocalizzazioni, la vicenda Embraco, quella della sede dell’Agenzia Europea del Farmaco sono solo gli ultimi esempi di questa impostazione fallimentare che ha portato all’isolamento politico dell’Italia, alla distruttiva sottovalutazione per decenni della necessità di preservare presenze qualificate nei posti chiave delle strutture comunitarie e all’accecamento pervicace nella retorica europeista di ogni sussulto nazionale.

Le oscillazioni opportunistiche del M5S non consentono una valutazione attendibile e credibile del programma sull’argomento. I passi di avvicinamento ad un eventuale incarico di governo lo stanno effettivamente spingendo verso la progressiva accettazione dello statu quo e verso una fiducia sempre più riposta nelle capacità autoriformatorie del sistema e purificatrici dei rituali referendari e di democrazia rappresentativa senza popolo corrispondenti.

La Lega sembra avere un programma più lineare legato al recupero del principio di superiorità della giurisdizione nazionale rispetto alle deliberazioni della UE, del principio di autonomia di bilanzio rispetto ai limiti imposti dai vincoli europei. In nome dell’alleanza di centrodestra ha scelto la strada del perseguimento di trattative interne alla UE le quali consentano le modifiche di regolamenti, politiche e vincoli. Non è chiaro come questo sia possibile nell’ottica di una unione di tutti i paesi europei così discordi sulle prospettive del processo unitario e se questa trattativa sarà condotta più credibilmente sotto la spada di Damocle di una fuoriuscita dell’Italia dalla Unione. Quello che lascia perplessi è la sottovalutazione della tentacolarità del sistema comunitario e della ricchezza del campionario di politiche e strumenti in grado di garantirne l’operatività le quali vanno ben oltre il sistema monetario e i vincoli di finanza pubblica.

LA POLITICA INDUSTRIALE 

Le attività economiche, in particolare quelle industriali, sono la base creatrice della ricchezza e delle risorse necessarie alla forza e alla potenza di uno stato; uno dei fondamenti sui quali si articolano le differenziazioni di status e sociali e sui quali si base la coesione delle formazioni sociali. L’Italia negli ultimi quarant’anni ha visto logorarsi inesorabilmente l’equilibrio tra attività strategiche ed attività complementari, tra il peso e il ruolo guida della grande industria e quello delle medio-piccole, tra il controllo nazionale diretto e indiretto delle attività strategiche e lo sviluppo necessario delle capacità imprenditoriali a discapito dei primi rispetto ai secondi. Al lento e inesorabile declino dell’industria pubblica ha risposto rinunciando con leggerezza e indifferenza, in realtà con connivenza, al controllo dei settori strategici e alla quasi totalità della grande e media industria. Con questo ha esposto alla precarietà e alla subordinazione interi settori vitali per il paese, dall’agricoltura, alla distribuzione, ora al settore finanziario e a quelli trainanti nella chimica, elettronica e meccanica. Con questo ha rinunciato di fatto all’ambito più remunerativo dello sviluppo tecnologico e della ricerca scientifica; quello dell’applicazione collaudata in grande piattaforme industriali. È sempre più assente, per mancanza di soggetti e attori idonei, nei processi europei contrattati politicamente di fusione ed integrazione delle grandi imprese. Tutti i programmi di fatto ignorano o sottovalutano questi aspetti cruciali in grado di pregiudicare pesantemente il futuro del paese.

Si va dall’aperto disconoscimento del problema come deducibile dal programma del PD, salvo poi indignarsi a disastri in corso del carattere predatorio e “incivile” del comportamento delle multinazionali, come nel caso della Embraco e dell’insufficienza degli investimenti in ricerca e in prodotti innovativi. Calenda, nel caso, pur sapendo che l’accordo di tre anni fa con Whirpool prevedeva solo una deroga alla decisione di trasferimento, ha dimostrato di sape svolgere la funzione di prefica. Sta di fatto che il PD intende perseverare nella politica indifferenziata di incentivazione degli investimenti in tecnologia, utile tutt’al più a garantire al meglio la sopravvivenza e perpetuazione degli attuali settori nell’attuale suddivisione della divisione del lavoro, nonchè nell’atteggiamento di perfetta indifferenza, smentito a malincuore solo da alcune eccezioni, riguardo al controllo e vincolo nazionale di determinate imprese e settori. L’unico spazio concesso all’iniziativa politica riguarda le politiche fiscali e di infrastrutturazione. Un tema già ampiamente trattato in altri articoli.

Il programma del M5S non si distanzia di molto da questo approccio se non nell’enfasi riposta alle politiche ecologiche e di investimento nell’economia circolare e verde con riguardo al mero sostegno degli investimenti pubblici e con una considerazione pressoché inesistente della funzione della grande industria. Da stendere un velo pietoso riguardo all’attenzione sull’industria militare e sulla commistione tra ricerca scientifica militare e implicazioni nelle applicazioni civili. Decisamente approssimativo l’intento della istitituzione di di una banca per l’impresa senza una parola sul futuro di Cassa Depositi e Prestiti e senza un accenno sulla necessità di convogliarvi il risparmio nazionale. Che banca sarebbe, altrimenti? In sostanza un programmino diligentemente attinto e copiato qua e là dai vari centri studi.

La Lega di fatto si differenzia soprattutto per una enunciazione di principio sulla difesa della grande industria strategica senza ulteriori concrete considerazioni.

Colpisce, soprattutto, in tutti l’assoluta ignoranza dei pesanti influssi inibitori delle direttive comunitarie in materia di concorrenza, di investimenti in infrastrutture alla formazione di nuova grande imprenditoria nazionale. Una politica che di fatto favorisce lo statu quo degli assetti imprenditoriali e una politica di dumping fiscale dei paesi emergenti tesi ad attirare le attività senza possibilità di condizionare le scelte e la composizione imprenditoriale. Il discorso sarebbe molto lungo.

Una ignoranza del tutto comprensibile e consapevole per quanto riguarda il PD, scontata riguardo al M5S, colpevole riguardo alla Lega.

Tutto verte, quindi, su una politica di detassazione, di riduzione dei cunei fiscali, di alimentazione velleitaria della domanda interna grazie ad un trasferimento di risorse da pubblico ai cittadini, quasi che la spesa pubblica non alimenti anch’essa, almeno teoricamente, la domanda e quasi che la maggiore disponibilità dei privati alimenti di per sé gli investimenti.

LE POLITICHE DI COESIONE SOCIALE

Tralascio per mancanza di tempo l’esame su questi aspetti dei programmi di Forza Italia e di LeU. La prima perché molto simile a quella del PD, i secondi perché si riducono ad una sorta di bollettino di rivendicazione sindacale che ha come presupposto che i veri detentori del potere sono “quelli della grande finanza”.

Il discorso della coesione sociale meriterà di conseguenza un approfondimento apposito da riservare in un prossimo futuro.

Riguarda senza dubbio l’ambito culturale sedimentato e la rappresentazione ideologica di una comunità grazie al ruolo più o meno efficace svolto dalle élites nel plasmare un’identità e nel far accettare la “missione” e i modi di vivere comprese le differenziazioni, le selezioni e le particolari modalità di governo dei contrasti. Un aspetto sempre meno presente nelle enunciazioni man mano che lo sguardo politico si volge alla sinistra, ma comunque praticato vista la attenzione e il successo con i quali, nei decenni, le varie sue componenti hanno saputo egemonizzare gli spazi. Riguarda anche, ovviamente, l’ambito socio-economico, certamente più congeniale alla tradizione progressista.

Nell’intero ambito dell’arco costituzionale, con la parziale eccezione della Lega, si va facendo strada progressivamente una politica redistributiva che prescinde dal successo delle politiche industriali e dalla connessa autorevolezza politica di uno stato e di un paese che ne consentano lo sviluppo. Sulle pensioni, sul reddito di cittadinanza, sul salario garantito si sta assistendo all’affermazione di una concezione assistenzialistica e plebea, di appiattimento al ribasso della distribuzione di risorse sempre più sganciata dalla differenza di funzioni e di competenze e legata sempre più, nella articolazione, alle differenze di status e neocorporative. Sono politiche che vanno di pari passo con i processi di precarizzazione e di degrado legati alla riorganizzazione industriale specie nelle aree in declino.

Esiste certamente un livello di degrado talmente basso da pregiudicare le possibilità di rinascita di un paese; in questo caso una politica di prevalente redistribuzione egualitaria potrebbe contribuire a porre le basi minime di sviluppo e di emancipazione in una società. In una situazione di degrado seria ma non ancora generalizzata, quale quella dell’Italia, una piatta politica redistributiva contribuisce facilmente all’ulteriore declino delle motivazioni e allo sviluppo abnorme di una economia informale e precaria nemica di un paese e di una nazione forte, coesa e motivata. Sono politiche che abbiamo già visto all’opera spesso, ad esempio, nei paesi dell’America Latina con esiti alla lunga altrettanto disastrosi di quelle recessive. La grottesca fiera di promesse alla quale abbiamo assistito in questa campagna elettorale sono il segno appunto di questo declino e del carattere miserabile e ottuso della quasi totalità di questa classe dirigente. In questa condizione rischia di sopravvivere il gruppo dirigente più coeso, coerente e determinato, magari sotto mutate spoglie. C’è già pronto Macron ad offrire in Europa la necessaria nuova copertura politica.  Nella fattispecie, paradossalmente, rischia di essere appunto il gruppo dirigente maggiormente responsabile della attuale situazione del nostro paese.

Manca appena una settimana alla apertura delle danze. Non resta che aspettare trepidanti.

 

 

A CARTE COPERTE_ Renzi, Berlusconi, Di Maio, Salvini al 5 marzo, di Giuseppe Germinario

Nel grande luna park elettorale, tra funamboli, illusionisti e fattucchiere cominciano a delinearsi nell’ombra, sotto traccia, alcuni punti fermi.

I PROTAGONISTI

Matteo Renzi all’avvio della campagna elettorale sceglie di incontrare in Europa Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica Francese nonché fondatore di “En Marche” e in Spagna Albert Rivera, Presidente di Ciudadanos ed emulo spagnolo di Macron. Due leader affermatisi sulle ceneri dei partiti repubblicano e popolare e soprattutto di quelli socialisti dei rispettivi paesi. Non è un caso. Renzi dimentica di incontrare i leader superstiti del Partito Socialista Europeo. Tra i transfughi della diaspora socialista europea avrebbe potuto scegliere in una vasta gamma di esponenti di successo. L’ultimo è il rieletto Presidente Ceko Milos Zeman, dalle propensioni filorusse e particolarmente tiepido verso NATO e UE. Con ogni evidenza non è certamente questo il cerchio di amicizie ambito.

L’attenta selezione delle candidature non è la sanzione definitiva del PdR, del partito personale di Renzi. È una interpretazione troppo riduttiva. Il Rottamatore ha semplicemente e definitivamente liquidato la componente di derivazione pciista e con essa le corrispondenti modalità di militanza e di decisione, le prassi di formazione della classe dirigente ad essa legate. Un processo avviato consapevolmente con l’avvento di Veltroni e conclusosi irrimediabilmente con la recente scissione in seno al PD.  È soprattutto la scelta obbligata necessaria a rendere possibile una svolta ben più radicale e per questo Renzi è disposto a sacrificare il residuo voto di sinistra.

Il modello da imitare è quello di Macron, ma le condizioni di applicazione sono ormai largamente compromesse. A differenza dello “Jupiteriano”, il Monarca di Rignano dovrebbe assumere la duplice improbabile veste di rifondatore del Partito Democratico e nell’eventualità di suo liquidatore in un contesto di grave logoramento della sua credibilità. Macron ha potuto assecondare rapidamente l’operazione di destabilizzazione dei partiti tradizionali e di rinnovamento radicale della rappresentanza perché aveva ed ha il sostegno e la copertura di solidi centri di potere ed amministrativi, a cominciare dall’ENA, i quali gli garantiscono la piena copertura e funzionalità nell’esercizio delle prerogative. In Italia i centri di potere sono molto più frammentati e meno efficaci; buona parte di essi sono per di più apertamente eterodiretti.

La visione europeista di Macron può offrire ai francesi il miraggio di una guida condominiale francotedesca della UE con pari dignità; una guida che per perpetuarsi prevede l’ulteriore sacrificio della terza potenza economica del continente, l’Italia. L’europeismo di Renzi di conseguenza rischia di ricadere nella solita cortina retorica necessaria a nascondere l’accettazione supina delle politiche più deleterie. Il recente incontro di Macron a Roma non ha fatto che confermare questa propensione anche nei passaggi in cui si sono spacciati come decisioni comunitarie alcuni atti unilaterali del Governo Italiano in materia di immigrazione.

In buona sostanza Renzi tre anni fa poteva ambire al ruolo di capitano e di timoniere; oggi fatica a mantenere il ruolo di capitano, avendo perso prestigio ed autorevolezza tra l’equipaggio e sicuramente ha perso il ruolo di timoniere ormai nelle mani del navigatore più esperto e smaliziato, Berlusconi, sempre che disponga delle forze necessarie. http://italiaeilmondo.com/2017/11/12/revival-berlusconi-si-berlusconi-no-_-di-giuseppe-germinario/   

http://italiaeilmondo.com/2016/10/19/i-paradossi-del-referendum-di-giuseppe-germinario/

Il profilo di Berlusconi può in effetti rappresentare la luce necessaria ad alimentare le speranze di sopravvivenza del Rottamatore a sua volta ormai a rischio di rottamazione.

Anche l’ex-Cavaliere ha iniziato praticamente la campagna elettorale andando in Europa, più precisamente presso i vertici della UE e del PPE (Partito Popolare Europeo). È andato a garantire il pieno rispetto dei vincoli e degli accordi sottoscritti. Un impegno perfettamente in linea con il Berlusconi conosciuto negli ultimi dieci anni, quello dell’intervento in Libia, del Governo Monti, del sostegno surrettizio ai successivi governi di centrosinistra. In effetti è riuscito a “cadere in piedi”, con qualche pesante umiliazione personale, ma senza necessità di rialzarsi. Un impegno che stride fortemente con i proclami del principale alleato di coalizione.

I più affezionati alle classiche logiche di schieramento lo ritengono più che altro un sotterfugio teso soprattutto a guadagnare tempo nei confronti del vecchio establishment europeista. Potrebbe anche essere; ma sarebbe un’attesa confidata esclusivamente all’eventuale successo di una politica estera americana tesa a dissestare completamente l’attuale Unione Europea. Un successo ancora del tutto ipotetico ma che di per sé rappresenterebbe assolutamente non una garanzia, ma una semplice opportunità per l’Italia di acquisire un ruolo più autonomo e spregiudicato. Ad una condizione imprescindibile: disporre di una classe dirigente idonea ed attrezzata.

Il curriculum di Berlusconi, con i suoi voltafaccia, anche terribilmente meschini negli ultimi otto anni, ha dimostrato di essere piuttosto di tutt’altra pasta.

Il programma sottoscritto dai tre leader del centrodestra si presta, come naturale tra forze ormai così eterogenee, a varie interpretazioni; oltre al contenuto, però, offre la possibilità di giocare anche e soprattutto sui tempi. L’esito delle elezioni determinerà sicuramente le modalità dello scontro interno al centrodestra ma quello che appare certo è che si assisterà ad una guerra di logoramento piuttosto che a un rapido conflitto risolutivo interno allo schieramento.

La compagine è destinata quindi a diventare l’epicentro di un movimento tellurico che riprodurrà schieramenti più corrispondenti al nocciolo dei problemi politici. Una faglia destinata ad attraversare i tre partiti ma che potrebbe estendersi anche ai nuovi arrivati del M5S. Al momento il protrarsi delle ambiguità non fa che rallentare il processo di decomposizione del Partito Democratico e offrirgli qualche ulteriore chance per presentarsi come il paladino esclusivo dell’attuale Unione Europea.

La candidatura di Alberto Bagnai nella Lega è il segno evidente di questa divaricazione e delle intenzioni bellicose, come pure le continue stizzite puntualizzazioni di Salvini tese a correggere le forzature di Berlusconi. Intenzioni, per la verità,  rese meno praticabili dal pesante intervento giudiziario sui conti del partito. Altre volte le vicende italiche ci hanno trascinato in ingloriose conversioni badogliane; ma più il dibattito si accende e si focalizza su questioni che vanno al di là di mere politiche redistributive, più gli eventuali voltafaccia costerebbero caro ai funamboli. Su questo Berlusconi ha ben poco da perdere e la sua funzione di traghettatore verso una opzione macronista sarà sempre più evidente. Per Salvini e Meloni il prezzo sarebbe decisamente salato ed un eventuale scambio tra una politica redistributiva di facciata ed antiimmigrazionista e un cedimento sulla Unione Europea e sulla NATO sarebbe insufficiente a salvaguardarli.

Rimane il problema di una evidente sottovalutazione delle implicazioni complesse e rischiose di una scelta coerentemente antiUE ed antiestablishment dominante; una questione che si è infranta più volte sugli scogli dell’effettivo controllo delle leve di potere, ma che si potrà porre con più determinazione e precisione una volta semplificati gli schieramenti.

GLI APPARENTI OUTSIDER

Dalla mappa è rimasto sino ad ora fuori il M5S, il movimento sul quale si stanno concentrando i consensi e le attenzioni di buona parte degli indignati, dei moralisti e degli scontenti.

In questi ultimi trenta anni la denuncia e l’azione ossessiva contro la corruzione non hanno portato niente di buono al paese. Ha distrutto una classe dirigente decadente, in piccola parte legata ad una migliore difesa degli interessi nazionali, surrogata da un’altra senza alcun serio radicamento in interessi forti e strategici del paese. Si è trattato di un’onda partita puntualmente da iniziative di precisi centri di potere statunitensi, compreso un centro anticorruzione fondato da una quarantina di giornalisti quasi tutti legati al Partito Democratico americano utile a destabilizzare gli scenari politici di mezzo mondo e che ha saputo raccogliere un discreto consenso in gran parte dei casi. Il M5S è stato il catalizzatore ultimo di questo stato d’animo. Da qui una collaborazione strisciante con gli ambienti istituzionali che hanno gestito e assecondato questi processi. A questo aggiunge una politica ambientalista che dà per scontato l’applicazione su larga scala industriale di tecnologie dubbie o che richiederanno programmi di investimento ultradecennali ed una politica redistributiva fondata su un reddito minimo garantito utile a coltivare una plebe precaria e l’assistenzialismo piuttosto che una comunità di produttori. I programmi di accompagnamento all’occupazione sono dei meri slogan che poggiano su dei falsi reiterati da anni come quello che segnala che la disoccupazione sia un problema di sfasamento tra qualificazione dell’offerta e qualificazione della domanda di lavoro. Un problema che riguarda solo poche centinaia di migliaia di opportunità rispetto alla marea di milioni di persone, anche qualificate, disoccupate e sottopagate. Sono solo tre aspetti, oltre alla improvvisa conversione sulla politica europeista, di un programma dai contenuti prevalentemente demagogici ed enunciativi. Beppe Grillo del resto lo aveva detto chiaramente, un paio di anni fa. Il suo movimento era nato per contenere nell’alveo democratico, tradotto nell’attuale sistema partitico e consociativo, un movimento che poteva assumere connotati radicali e sovranisti. Un cambiamento serio non può quindi che partire da una crisi anche di questo movimento in modo che anche gli “onesti” comincino a guardare ad altre parti.

UNA QUESTIONE STRATEGICA

Il Sole24Ore del 21 gennaio titolava, a proposito della campagna elettorale: ”Economia reale e industria a bassa priorità per i partiti”. Solo Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico e Marco Bentivogli, sindacalista della CISL in un articolo http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-01-11/un-piano-industriale-l-italia-competenze-222533.shtml?uuid=AEcQ5JgD si sono soffermati lungamente sull’argomento. Lo hanno fatto però con tutti i limiti di una politica industriale del tutto indifferente al vero e proprio esodo all’estero del controllo e della proprietà delle maggiori e medie realtà industriali del paese e di incentivazione nella sua totalità senza alcuna selezione dei settori strategici. Aspetti già segnalati in questo articolo http://italiaeilmondo.com/2017/01/22/203/ . E infatti, ad oltre un anno di distanza, il Ministro vanta il grande successo degli investimenti nei vari settori industriali e lamenta un insufficiente sviluppo della ricerca, della ricerca applicata e della nascita e sviluppo di start-up qualificate. Calenda presenta il dato come un semplice accidente risolvibile con ulteriori finanziamenti ed una migliore organizzazione dei “competence center” e dei centri di ricerca universitari. Vedasi il suo intervento al per altro interessante convegno a Napoli del 11 gennaio scorso. In realtà si tratta di un limite strutturale legato alla ormai quasi totale assenza di adeguate piattaforme industriali nazionali necessarie a favorire la nascita, lo sviluppo e il consolidamento delle attività sperimentali. La conseguenza è che nel migliore dei casi la ricerca e il rischio delle scarse applicazioni industriali sono a carico degli investimenti pubblici e privati nazionali, il più sicuro e remunerativo consolidamento finisce in mano alle grandi piattaforme industriali straniere. Uno degli ultimi esempi riguarda l’ECM, azienda operante nell’alta tecnologia ferroviaria, un settore nel quale era presente, sino a pochi mesi fa e da diversi decenni Finmeccanica http://iltirreno.gelocal.it/pistoia/cronaca/2018/01/05/news/ecm-diventa-americana-arriva-caterpillar-1.16315568 . Per il resto il dibattito è tuttora assente a parte qualche vaga enunciazione sul mantenimento del controllo delle aziende strategiche fatta da Salvini e Meloni.

È vero che i bacini elettorali sono considerati ormai un mercato segmentato secondo semplici e sofisticate tecniche di comunicazione e costituiti da cittadini consumatori piuttosto che da cittadini partecipi e produttori del bene comune. La politica industriale, nei suoi particolari, deve avere necessari caratteri di riservatezza. Essa, comunque, rappresenta uno dei pilastri imprescindibili sui quali costruire non solo il benessere di una comunità, ma anche la forza e la autorevolezza di una nazione organizzata in uno stato.

L’assenza di dibattito sul tema rivela le reali intenzioni di uno degli schieramenti che si andranno a formare dopo le elezioni, ma anche le debolezze intrinseche che l’altro dovrà superare pena l’estinzione o il trasformismo più deleterio.

Questi paiono i tre aspetti sinora emersi nel dibattito. Si spera che la convulsione dei prossimi giorni aiuti a farne emergere altri ancora più dirimenti. Si vedrà. Rimangono nell’ombra, nell’articolo altre forze politiche. Tra esse “Liberi e Uguali”. Il simbolo più evidente della decadenza e dell’estinzione di una classe dirigente, ma non per questo meno importanti. Non mancherà l’occasione di parlarne. Nel frattempo andate a leggervi il programma. Non sembrano crederci nemmeno loro.

 

Movimento 5 Stelle = PD 2.0, di Roberto Buffagni

Movimento 5 Stelle = PD 2.0

Al ritorno dalla mia corsa mattutina, dall’ odierna rassegna stampa di “Prima Pagina” su Radiotre apprendo con sgomento una notizia che annulla i benefici dell’esercizio fisico e mi guasta il buonumore.

Nel suo colloquio di ieri con Mr. Conrad Tribble[1], Deputy Assistant Secretary del Bureau of European and Eurasian Affairs presso il Dipartimento di Stato USA, Luigi di Maio ha affermato che «Se non avremo la maggioranza assoluta ci assumeremo la responsabilità di non lasciare il Paese nel caos». “La Stampa” di stamattina[2] aggiunge che “Di Maio all’interprete fa tradurre la parola ‘convergenze’. Non si sbilancia ma fa intendere che intese in Parlamento, magari su un programma di pochi punti, sono possibili.”

Traduzione: senza averne mai fatto cenno né a militanti ed elettori del M5S, né in generale agli italiani, Di Maio annuncia a un diplomatico americano di medio rango che il M5S opera una conversione di 180° non solo della sua linea politica, ma della sua carta dei principi fondatori, che tra le scemenze tipo Gaia e via i corrotti annovera “mai alleanze con nessuno, al governo andiamo col 50%+1 voto”. Se alle prossime elezioni politiche il centrosinistra (PD + frattaglie) come probabile non prende il 40% che garantisce seggi premio & maggioranza parlamentare, ci pensa il M5S a metterci una toppa e a sostenere il governo piddino o parapiddino, entrando nella maggioranza di governo nella forma più opportuna (= la supercazzola che può meglio confondere le idee ai suoi elettori).

Se questa inversione di rotta non provoca reazioni serie nel M5S – e qualcosa mi dice che non le provocherà, visto il grado di autonomia dei dirigenti e il quoziente di intelligenza politica del militanti, prossime entrambe a – 273,15° centigradi, lo zero assoluto – questo vuol dire che ci beccheremo un governo PD + frattaglie piddine+M5S, una prospettiva apocalittica che pochi giorni fa avevo intravisto sul canale 5 della mia palla di cristallo[3].

Commento a caldo: siamo fottuti, Gesù aiutaci tu!

Commento a tiepido:

  1. a) dopo questa tragica pagliacciata, per credere che il M5S non sia eterodiretto dagli ambienti democrat USA ci vuole una riserva di ingenuità e fiducia nella bontà del mondo della quale disponevo (forse) a dodici anni. A sessantuno, ho finito le scorte da un pezzo.
  2. b) grazie alla suddetta tragica pagliacciata, si capisce meglio da dove origina l’imprevista candidatura di Piero Grasso a leader delle frattaglie piddine. Origina dai referenti americani di D’Alema, gli ambienti clintoniani e obamiani presso i quali D’Alema si accreditò bombardando illegalmente Belgrado.
  3. c) I suddetti ambienti democrat USA, che hanno diverse gatte da pelare e regolamenti di conti interni da sbrigare in casa loro, ogni tanto pensano anche a noi, la loro cara portaerei mediterranea, e in vista delle prossime elezioni si preparano un ventaglio di possibilità favorevoli.
  4. d) Le possibilità più serie che si preparano sono: 1. Stallo elettorale, PD non perde troppi voti, le Frattaglie Piddine prendono appena q.b per entrare in parlamento, Forza Italia supera la Lega = grande coalizione PD-FI, con Renzi o Gentiloni premier. 2. Stallo elettorale, PD prende una mazzata epocale, le Frattaglie Piddine fanno un discreto risultato perché una buona parte dei delusi dal PD li vota, FI non supera la Lega = governo PD+M5S guidato dal Capofrattaglie Piero Grasso, il Magistrato Integerrimo che garantisce il Governo dell’Onestà per i trinariciuti 5 stelle. In breve, il M5S si fa protagonista di una riedizione aggiornata dello schema di subalternità della “sinistra critica” alla “sinistra ortodossa”: intercettare il dissenso, e al momento buono riversare i voti sulla sinistra di governo; solo che lo fa con il 25% dei voti, il che cambia tutto.

Nota di speranza finale: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, e anche alla stupidità c’è un limite. Non è detto che questa indigesta ciambella Centrosinistra+Cinquestelle riesca col buco.

 

 

 

[1] https://www.state.gov/r/pa/ei/biog/bureau/247194.htm

[2] http://www.lastampa.it/2017/11/15/italia/politica/di-maio-promette-stabilit-agli-stati-uniti-senza-maggioranza-pronti-a-intese-apwEU16Nw2g7Y4e74JLxlM/pagina.html

[3] http://italiaeilmondo.com/2017/11/10/dalla-mia-palla-di-cristallo-di-roberto-buffagni/

REVIVAL: BERLUSCONI Sì, BERLUSCONI NO _ di Giuseppe Germinario

REVIVAL: BERLUSCONI Sì, BERLUSCONI NO

La prossimità della scadenza elettorale sta aiutando a dipanare l’intricata matassa degli schieramenti politici in Italia.

Sui programmi ci sarà poco da sottilizzare; tranne singole eccezioni, alla sommatoria di provvedimenti annunciati più o meno verosimili, mancherà l’indirizzo politico coerente, soprattutto riguardo alla collocazione internazionale, al mantenimento di prerogative statali e alla costruzione di una struttura produttiva solida, che possa renderle praticabili e realistiche.

Sulla dinamica degli schieramenti sembra invece incombere una “damnatio memoriae” che sta ricacciando il confronto indietro nel tempo, a venticinque anni fa; con l’ulteriore aggravante del sistema elettorale appena approvato il quale spingerà le forze politiche, in mancanza di successi netti e programmi incoerenti rispetto ai sodalizi iniziali, a sorprendenti giri di valzer postelettorali.

Come ampiamente preannunciato, Berlusconi è tornato ad essere la figura centrale dell’arena politica-politicante italiana. Con essa si pongono le premesse perché l’elemento centrale del dibattito ridiventi il pro o l’antiberlusconismo. Poiché l’immagine del leader, dopo quasi trenta anni protagonismo e ottantuno di età, risulta però troppo sbiadita, ad alimentare sufficientemente il desiderio di roghi e di girotondi contribuirà il suo epigone ed erede virtuale Matteo Renzi; una preda molto più abbordabile in questi ultimi mesi e facilmente affiancabile al protagonista originario.

Cambiano però i paladini della moralità. Cinque lustri or sono furono i leader della “gioiosa macchina da guerra” a inaugurare l’epopea e a rimanere con il sorriso a mezza bocca; oggi toccherà al M5S e all’arcipelago della sinistra riprendere il vessillo della morale e rinchiudersi, probabilmente con lo stesso esito, nella gabbia sterile dei moralizzatori, con annesso corollario di collaborazioni e collusioni istituzionali.

Cambia soprattutto il contesto di recitazione di un leitmotiv ormai logoro per gli anni.

Intanto la magistratura, per meglio dire, diversi settori di quella inquirente, ha perso gran parte della credibilità e dell’autorevolezza e Berlusconi l’esclusiva delle loro attenzioni.

Il Cavaliere detronizzato è tornato ad essere una figura centrale ma non è più il protagonista.

I capitali disponibili un tempo sono un lontano ricordo. La stessa Mediaset è solo in parte ormai la fucina di formazione da cui pescare dirigenti e trarre l’ossatura della formazione politica. Le scelte stesse dell’uomo politico negli ultimi dieci anni hanno incrinato pesantemente la sua credibilità. Oggi dispone di un gruzzolo più risicato, ma essenziale di voti che possono consentire nel migliore dei casi, con la vittoria eventuale del centrodestra, di condizionare e spegnere le pulsioni sovraniste in particolare della Lega di Salvini; in alternativa, in caso di un esito più equilibrato del responso, lo porterebbero alla formazione di un governo condominiale con il PD di Renzi e con ciò, nel male, quantomeno a costringere finalmente a una determinazione degli schieramenti su basi meno confuse ed equivoche.

In attesa delle redde rationem di primavera e dei mesi immediatamente a venire colpisce soprattutto il numero di convitati, a cominciare da Renzi per finire con Salvini, che gli ronzano intorno pronti a posizionarsi nel punto più favorevole.

A cagione della sua età e della tenuta precaria della sua formazione politica non si tratta più di ambiziosi impegnati a conquistare un posto al sole in un partito in fase ascendente; piuttosto, di pretendenti impegnati a spartirsi la parte più consistente delle spoglie politiche del Presidente.

Sarà il momento della verità.

Lo sarà soprattutto per Renzi, ostinatamente arroccato nel suo partito chiuso ad ogni apertura verso i suoi ex commilitoni; lo sarà per Salvini perché sarà il momento in cui si potrà qualificare la sua attuale posizione come puramente tattica o inesorabilmente opportunistica e ballerina.

14444248216Nei vari momenti della propria storia, l’uomo ha avuto una propria particolare idea della “buona morte”. Il Medioevo non sfugge a questa particolarità e poiché il ceto sociale aveva in esso una funzione molto più codificata e ritualizzata, ogni categoria ne assumeva una propria. Contrariamente alle aspettative la buona morte del CAVALIERE, specie di alto rango, non doveva avvenire sul campo di battaglia. L’auspicio comune e dello stesso soggetto interessato era invece quello di una fine lenta e consapevole, malinconica ma non drammatica. Il tempo e la lucidità, magari nel caso indotta e interpretata dai più prossimi al capezzale, gli avrebbe consentito la spoliazione progressiva dai beni terreni e il contestuale progressivo lenimento dell’anima dalle zavorre mondane, residenza d’elezione delle tentazioni luciferine; la condizione necessaria alla ascesa verso l’Essere Supremo.

Era il momento fatidico della soddisfazione delle aspettative più o meno interessate della pletora di questuanti. Dal popolino più miserabile, al cortigiano più infido e a quello più fedele, al delfino prediletto e a quello predestinato, ciascuno si aspettava il giusto riconoscimento e la giusta soddisfazione.

Era anche il momento in cui il protagonista, se in condizione o sapientemente ispirato, poteva cavarsi qualche ultima, definitiva e beffarda soddisfazione verso l’umanità o, cosa più alla portata del momento, verso qualche vicino poco gradito.

Ho il vago presentimento che il Cavaliere dei nostri tempi e delle nostre terre stia preparando nel suo lungo commiato qualche ultima sorpresa.Considerata, con poche eccezioni, la mediocrità del “parterre” che lo circonda e la natura luciferina dei legami stretti, specie negli ultimi dieci anni, è probabile che ci riesca.

LE ELEZIONI IN SICILIA

Le elezioni in Sicilia del 5 novembre scorso sono state in proposito un primo test rivelatore.

Il PD mostra di avere un nocciolo duro grosso modo equivalente all’esito elettorale delle elezioni del 2013 e difficilmente scalfibile, almeno nel breve termine. Una posizione contendibile in caso di risultato pressoché ex aequo tra centrodestra e M5S, ma che difficilmente potrebbe resistere a cinque anni di opposizione. Specie se dovesse proseguire con il suo atteggiamento ondivago. Nelle intenzioni vorrebbe imitare l’esperienza di Macron in Francia, definendo costui, almeno nei programmi e nei proclami, una linea politica netta europeista, governativa ed istituzionale; dall’altra sembra concedere spesso e volentieri molto agli atteggiamenti e alle parole d’ordine “populiste”. Il che la dice lunga sulle capacità e sull’immagine di coerenza di quel gruppo dirigente e di Renzi in particolare. Il conforto e le direttive, profferte in questi giorni ad Obama non saranno certamente sufficienti a compensare queste carenze. Potranno servire, molto più probabilmente, a contenere le esuberanze e le ambizioni del rivale apparente di Renzi: Berlusconi. Più che la forza intrinseca, potrà contare la manina d’oltreoceano.

Forza Italia ha dimostrato di poter contenere i danni, al netto delle transumanze di voto controllato tra uno schieramento e l’altro e in attesa dell’ingresso in campo del leader, per quanto logorato e consunto.

La Lega ha goduto apparentemente di un risultato poco lusinghiero; in realtà, nelle città dove c’è stato un impegno diretto, i risultati si sono visti. Bisognerà valutare la capacità di presenza capillare sul territorio nazionale, cosa del quale dubito. Si tratta, secondo me, di una tendenza comunque troppo lenta rispetto all’agenda prefissata da Salvini. Rimangono comunque gli equivoci di una formazione politica che ambisce a presentarsi come forza nazionale e sovranista ma che intende costruire questo carattere su una pericolosa e immaginaria rappresentazione di un “Italia Federata dei Popoli”; pericolosa e nefasta soprattutto per l’attuale condizione del Mezzogiorno. Un escamotage utile a rammendare le attuali lacerazioni interne al partito, ma del tutto inadeguata a costruire un partito realmente nazionale.

La sinistra, inoltre, sulla quale ho speso e spenderò parole in altre occasioni, ha rivelato la propria irrilevanza e minoritarismo, se non per contribuire allo stallo e alla regressione del Partito Democratico.

Il M5S pare in una situazione di stallo che lo porta a rappresentare al più un’opposizione sterile e di comodo, tanto più che le dinamiche tendono a ricacciarlo nel ruolo di oppositori moralisti meglio disposti a raccogliere dalle voragini e dalle propensioni della sinistra piuttosto che destrorse.

La crescente astensione non inibisce certamente l’azione e l’agibilità delle formazioni politiche. Ne accentua però la fragilità e la rissosità; ne riduce la capacità di estensione del potere piuttosto che la presa sui meccanismi.

Una situazione interlocutoria tipica di una classe dirigente, nella sua quasi totalità, in attesa di eventi determinati da altri e incapace di assumere un ruolo attivo e con un minimo di ambizione autonoma.

Qualche sussulto di ribellione pare emergere nell’affrontare la questione bancaria. Appare, però, il tentativo disperato di difendere il gruzzoletto e il minimo di agibilità politica di una ristretta oligarchia, chiusa in sé stessa e a pochi adepti collaterali, piuttosto che la delimitazione di un fronte da cui ripartire per la ricostruzione del paese.

 

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