ELEZIONI POLITICHE! UNO SGUARDO AI PROGRAMMI, di Giuseppe Germinario

articolo precedente sull’argomento 

http://italiaeilmondo.com/2018/01/31/a-carte-coperte_-renzi-berlusconi-di-maio-salvini-al-5-marzo-di-giuseppe-germinario/

Nella prima repubblica, quindi sino agli anni ’80, la distinzione tra i partiti avveniva analizzando soprattutto i loro programmi, in particolare quelli elettorali. Essi corrispondevano a peculiari rappresentazioni ideologiche e modelli di società. Erano le sintesi e i manifesti elaborati da gruppi dirigenti inquadrati, discussi nelle sezioni di militanti e proposti a segmenti relativamente stabili dell’elettorato. Le strategie, le tattiche, le trame e gli orditi avevano anche allora la preminenza ma erano tracciate entro perimetri più delimitati e con altra circospezione. I programmi, infatti, facevano riferimento a progetti, modelli di sviluppo e di governo del paese. Modelli per lo più fumosi e generici, privi di concretezza ma che rappresentavano, per lo meno, il tentativo di inserire le rivendicazioni secondo priorità e ambizioni di costruzione di un paese se non di una nazione. Le “riforme di struttura”, la programmazione, il “modello di sviluppo”, il ruolo delle partecipazioni statali erano la cornice positiva, per quanto generica e inconcludente, di costruzione di un paese e di una identità entro la quale inserire le politiche redistributive secondo le varie accezioni politiche. Attorno ad esse si coagulavano le iniziative e i conflitti assumendo una dimensione unitaria.

Le campagne elettorali del nuovo millennio hanno assunto progressivamente come guida, al contrario, alcuni principi fondatori dalla veste apparentemente più nobile quanto astratta: l’eguaglianza, il merito, l’ordine, la libertà, l’onestà. Ci si sarebbe aspettati un confronto politico da peripatetici; si è assistito, invece, ad un imbarbarimento, tipico delle battaglie politiche legate a principi assoluti, ma del tutto ipocrita e sempre più legato ad interessi particolaristici.

Le cause sono molteplici: la discriminante della lotta di classe, in verità sempre più sfumata e indeterminata, scissa da un’idea di emancipazione o costruzione nazionale; l’europeismo teso alla costruzione di una entità politica sulle ceneri degli stati nazionali ma priva, per manifesta volontà, incapacità e impossibilità, di un amalgama identitario sufficiente a tenere insieme in condizione autonoma un continente; l’identificazione dominante dell’idea di nazione e di sovranità con l’avventura nefasta del fascismo sono quelle che più hanno segnato le vicende politiche dell’Italia repubblicana. Sono per altro servite a nascondere il pesante retaggio della sua fondazione sino ad ora accuratamente rimosso: essere nata da una catastrofica sconfitta militare che ha liberato il paese dalla oppressione militare più odiosa, mantenendola però in una condizione analoga sotto gli attuali “liberatori”.

La campagna elettorale in corso rappresenta infine la definitiva trasformazione in mercato del bacino elettorale. Ne consegue la netta prevalenza degli aspetti redistributivi nei programmi elettorali e della campagna di denigrazione della credibilità e della coerenza ai principi delle forze politiche e dei leaders avversari.

Per esprimere un giudizio più ponderato si dovrebbe piuttosto concentrare l’attenzione su altri temi rimasti in ombra ma rivelatori dei limiti strategici dell’azione delle formazioni politiche: la riorganizzazione istituzionale, l’Unione Europea, la politica industriale e la coesione sociale.

LA RIORGANIZZAZIONE ISTITUZIONALE

È il grande buco nero creato dalla scellerata gestione delle riforme istituzionali ad opera del Partito Democratico di Renzi e culminata con la sonora sconfitta ai referendum del 2016.

È un tema dirimente perché una riforma efficace, quale non era quella proposta da Renzi, avrebbe consentito la formazione e l’operatività efficace ed incisiva di una classe dirigente attraverso una parziale ricentralizzazione e una ridefinizione della gerarchia di competenze, una responsabilizzazione dei quadri direttivi e una ridefinizione degli equilibri e della divisione dei poteri fondamentali.

Sarebbe stato un obbiettivo perseguibile solo se assecondato da un programma di rinascita nazionale e di ricostruzione identitaria sulla base dei quali compattare la formazione sociale e ricostruire i rapporti con i paesi europei più importanti. Una ambizione che sia il Partito Democratico sia Forza Italia, i due partiti nazionali superstiti, si sono costitutivamente rivelati incapaci di perseguire.

L’imbarazzo con il quale il tema viene riproposto e liquidato nel programma del PD è del resto del tutto evidente.

Non è nemmeno la mancanza più grave.

La sconfitta ha provocato naturalmente un moto opposto di reazione che ha reinnescato in particolare un confuso processo di decentramento di competenze alle regioni.

Un processo opaco e pericoloso perché poggia su una confusione ed una sovrapposizione di competenze; perché consente alle regioni la possibilità di scegliere ordinamenti organizzativi diversi su medesime attribuzioni; perché alcune pertinenze sono chiaramente al di fuori della portata e della opportunità di questi enti; perché non accompagnato da una indicazione di riduzione del numero delle regioni; perché è inserito in una consuetudine ormai consolidata di rapporti sempre più diretti e spesso concorrenziali rispetto alla Stato Centrale con gli organismi comunitari.

Per altri versi quell’esito può avere una influenza diretta sul processo di evoluzione dei due principali partiti attualmente di opposizione.

Riguardo alla Lega rischia di rallentare ed annacquare il processo di trasformazione in partito nazionale legittimando e offrendo ulteriori argomenti alla sua visione di Italia dei popoli; riguardo al M5S rafforzerebbe la sua concezione illusoria e fuorviante di istituzioni “tanto più democratiche ed efficaci quanto più prossime fisicamente e territorialmente ai cittadini”.

Un processo di evoluzione di per sé già fragile e precario per questi due partiti e in evidente regressione per gli altri vista, tra i vari aspetti, la debolezza assertiva dei programmi nella definizione dei livelli e delle procedure di competenza, nell’affermazione del ruolo di interposizione dello Stato Centrale nei rapporti tra UE e amministrazioni periferiche, nella individuazione e capacità di creazione di agenzie abilitate al coordinamento e all’assistenza tecnica in ambiti interregionali specifici come quello delle infrastrutture strategiche.

Ci sarebbero altri ambiti meritevoli di approfondimento, tra questi quello del rapporto e delle funzioni sempre più debordanti degli ordinamenti giudiziari; ma questi sembrano i più rilevanti soprattutto perché meno scontati rispetto alla coerenza ideologica delle varie formazioni politiche.

UNIONE EUROPEA

La politica europea rappresenta il contesto imprescindibile principale e prossimo entro il quale devono agire i governi nazionali.

In questo articolo si trascura coscientemente il ruolo di subordinazione della nostra collocazione atlantica entro il quale continua a delinearsi lo stesso processo unitario europeo. Questo perché è un tema del tutto ignorato o ricondotto opportunisticamente all’ordine, ancor più in questa fase cruciale, dalle forze politiche.

Sulla UE il divario tra l’enfasi retorica e le proposte politiche è netto soprattutto nel programma del PD.

Quest’ultimo, sulla scia dell’onda macroniana in Francia, ha riproposto l’obbiettivo ambizioso degli Stati Uniti d’Europa. I concreti passi principali sostenuti nel programma sono al contrario diretti al sostegno e alla partecipazione ai “rapporti di cooperazione rafforzata” tra i soli paesi effettivamente intenzionati ad accelerare i processi di integrazione; un modo di eludere così l’ostruzionismo e l’opposizione della gran parte degli altri, specie centrorientali.

Proclama di affidare agli organismi rappresentativi diretti dei cittadini europei la responsabilità e il controllo delle nuove competenze, soprattutto economiche e di finanza pubblica, quando in realtà sono i capi di governo degli stati nazionali a dover varare e gestire per lungo tempo queste competenze in un lungo processo di transizione e a doversi assumere l’onere delle garanzie e delle coperture di eventuali dissesti, ammesso che questo riesca ad andare avanti significativamente.

La parola magica attualmente in auge in casa democratica è “sublimazione” dell’interesse nazionale in quello europeo. Continua a significare in realtà che si prosegue nell’ottica di un interesse nazionale sacrificabile al superiore cospetto di un presunto interesse europeo; i restanti paesi, meschini, continuano ovviamente a vedere l’Unione Europea come un particolare campo di azione nella difesa degli interessi nazionali. Le delocalizzazioni, la vicenda Embraco, quella della sede dell’Agenzia Europea del Farmaco sono solo gli ultimi esempi di questa impostazione fallimentare che ha portato all’isolamento politico dell’Italia, alla distruttiva sottovalutazione per decenni della necessità di preservare presenze qualificate nei posti chiave delle strutture comunitarie e all’accecamento pervicace nella retorica europeista di ogni sussulto nazionale.

Le oscillazioni opportunistiche del M5S non consentono una valutazione attendibile e credibile del programma sull’argomento. I passi di avvicinamento ad un eventuale incarico di governo lo stanno effettivamente spingendo verso la progressiva accettazione dello statu quo e verso una fiducia sempre più riposta nelle capacità autoriformatorie del sistema e purificatrici dei rituali referendari e di democrazia rappresentativa senza popolo corrispondenti.

La Lega sembra avere un programma più lineare legato al recupero del principio di superiorità della giurisdizione nazionale rispetto alle deliberazioni della UE, del principio di autonomia di bilanzio rispetto ai limiti imposti dai vincoli europei. In nome dell’alleanza di centrodestra ha scelto la strada del perseguimento di trattative interne alla UE le quali consentano le modifiche di regolamenti, politiche e vincoli. Non è chiaro come questo sia possibile nell’ottica di una unione di tutti i paesi europei così discordi sulle prospettive del processo unitario e se questa trattativa sarà condotta più credibilmente sotto la spada di Damocle di una fuoriuscita dell’Italia dalla Unione. Quello che lascia perplessi è la sottovalutazione della tentacolarità del sistema comunitario e della ricchezza del campionario di politiche e strumenti in grado di garantirne l’operatività le quali vanno ben oltre il sistema monetario e i vincoli di finanza pubblica.

LA POLITICA INDUSTRIALE 

Le attività economiche, in particolare quelle industriali, sono la base creatrice della ricchezza e delle risorse necessarie alla forza e alla potenza di uno stato; uno dei fondamenti sui quali si articolano le differenziazioni di status e sociali e sui quali si base la coesione delle formazioni sociali. L’Italia negli ultimi quarant’anni ha visto logorarsi inesorabilmente l’equilibrio tra attività strategiche ed attività complementari, tra il peso e il ruolo guida della grande industria e quello delle medio-piccole, tra il controllo nazionale diretto e indiretto delle attività strategiche e lo sviluppo necessario delle capacità imprenditoriali a discapito dei primi rispetto ai secondi. Al lento e inesorabile declino dell’industria pubblica ha risposto rinunciando con leggerezza e indifferenza, in realtà con connivenza, al controllo dei settori strategici e alla quasi totalità della grande e media industria. Con questo ha esposto alla precarietà e alla subordinazione interi settori vitali per il paese, dall’agricoltura, alla distribuzione, ora al settore finanziario e a quelli trainanti nella chimica, elettronica e meccanica. Con questo ha rinunciato di fatto all’ambito più remunerativo dello sviluppo tecnologico e della ricerca scientifica; quello dell’applicazione collaudata in grande piattaforme industriali. È sempre più assente, per mancanza di soggetti e attori idonei, nei processi europei contrattati politicamente di fusione ed integrazione delle grandi imprese. Tutti i programmi di fatto ignorano o sottovalutano questi aspetti cruciali in grado di pregiudicare pesantemente il futuro del paese.

Si va dall’aperto disconoscimento del problema come deducibile dal programma del PD, salvo poi indignarsi a disastri in corso del carattere predatorio e “incivile” del comportamento delle multinazionali, come nel caso della Embraco e dell’insufficienza degli investimenti in ricerca e in prodotti innovativi. Calenda, nel caso, pur sapendo che l’accordo di tre anni fa con Whirpool prevedeva solo una deroga alla decisione di trasferimento, ha dimostrato di sape svolgere la funzione di prefica. Sta di fatto che il PD intende perseverare nella politica indifferenziata di incentivazione degli investimenti in tecnologia, utile tutt’al più a garantire al meglio la sopravvivenza e perpetuazione degli attuali settori nell’attuale suddivisione della divisione del lavoro, nonchè nell’atteggiamento di perfetta indifferenza, smentito a malincuore solo da alcune eccezioni, riguardo al controllo e vincolo nazionale di determinate imprese e settori. L’unico spazio concesso all’iniziativa politica riguarda le politiche fiscali e di infrastrutturazione. Un tema già ampiamente trattato in altri articoli.

Il programma del M5S non si distanzia di molto da questo approccio se non nell’enfasi riposta alle politiche ecologiche e di investimento nell’economia circolare e verde con riguardo al mero sostegno degli investimenti pubblici e con una considerazione pressoché inesistente della funzione della grande industria. Da stendere un velo pietoso riguardo all’attenzione sull’industria militare e sulla commistione tra ricerca scientifica militare e implicazioni nelle applicazioni civili. Decisamente approssimativo l’intento della istitituzione di di una banca per l’impresa senza una parola sul futuro di Cassa Depositi e Prestiti e senza un accenno sulla necessità di convogliarvi il risparmio nazionale. Che banca sarebbe, altrimenti? In sostanza un programmino diligentemente attinto e copiato qua e là dai vari centri studi.

La Lega di fatto si differenzia soprattutto per una enunciazione di principio sulla difesa della grande industria strategica senza ulteriori concrete considerazioni.

Colpisce, soprattutto, in tutti l’assoluta ignoranza dei pesanti influssi inibitori delle direttive comunitarie in materia di concorrenza, di investimenti in infrastrutture alla formazione di nuova grande imprenditoria nazionale. Una politica che di fatto favorisce lo statu quo degli assetti imprenditoriali e una politica di dumping fiscale dei paesi emergenti tesi ad attirare le attività senza possibilità di condizionare le scelte e la composizione imprenditoriale. Il discorso sarebbe molto lungo.

Una ignoranza del tutto comprensibile e consapevole per quanto riguarda il PD, scontata riguardo al M5S, colpevole riguardo alla Lega.

Tutto verte, quindi, su una politica di detassazione, di riduzione dei cunei fiscali, di alimentazione velleitaria della domanda interna grazie ad un trasferimento di risorse da pubblico ai cittadini, quasi che la spesa pubblica non alimenti anch’essa, almeno teoricamente, la domanda e quasi che la maggiore disponibilità dei privati alimenti di per sé gli investimenti.

LE POLITICHE DI COESIONE SOCIALE

Tralascio per mancanza di tempo l’esame su questi aspetti dei programmi di Forza Italia e di LeU. La prima perché molto simile a quella del PD, i secondi perché si riducono ad una sorta di bollettino di rivendicazione sindacale che ha come presupposto che i veri detentori del potere sono “quelli della grande finanza”.

Il discorso della coesione sociale meriterà di conseguenza un approfondimento apposito da riservare in un prossimo futuro.

Riguarda senza dubbio l’ambito culturale sedimentato e la rappresentazione ideologica di una comunità grazie al ruolo più o meno efficace svolto dalle élites nel plasmare un’identità e nel far accettare la “missione” e i modi di vivere comprese le differenziazioni, le selezioni e le particolari modalità di governo dei contrasti. Un aspetto sempre meno presente nelle enunciazioni man mano che lo sguardo politico si volge alla sinistra, ma comunque praticato vista la attenzione e il successo con i quali, nei decenni, le varie sue componenti hanno saputo egemonizzare gli spazi. Riguarda anche, ovviamente, l’ambito socio-economico, certamente più congeniale alla tradizione progressista.

Nell’intero ambito dell’arco costituzionale, con la parziale eccezione della Lega, si va facendo strada progressivamente una politica redistributiva che prescinde dal successo delle politiche industriali e dalla connessa autorevolezza politica di uno stato e di un paese che ne consentano lo sviluppo. Sulle pensioni, sul reddito di cittadinanza, sul salario garantito si sta assistendo all’affermazione di una concezione assistenzialistica e plebea, di appiattimento al ribasso della distribuzione di risorse sempre più sganciata dalla differenza di funzioni e di competenze e legata sempre più, nella articolazione, alle differenze di status e neocorporative. Sono politiche che vanno di pari passo con i processi di precarizzazione e di degrado legati alla riorganizzazione industriale specie nelle aree in declino.

Esiste certamente un livello di degrado talmente basso da pregiudicare le possibilità di rinascita di un paese; in questo caso una politica di prevalente redistribuzione egualitaria potrebbe contribuire a porre le basi minime di sviluppo e di emancipazione in una società. In una situazione di degrado seria ma non ancora generalizzata, quale quella dell’Italia, una piatta politica redistributiva contribuisce facilmente all’ulteriore declino delle motivazioni e allo sviluppo abnorme di una economia informale e precaria nemica di un paese e di una nazione forte, coesa e motivata. Sono politiche che abbiamo già visto all’opera spesso, ad esempio, nei paesi dell’America Latina con esiti alla lunga altrettanto disastrosi di quelle recessive. La grottesca fiera di promesse alla quale abbiamo assistito in questa campagna elettorale sono il segno appunto di questo declino e del carattere miserabile e ottuso della quasi totalità di questa classe dirigente. In questa condizione rischia di sopravvivere il gruppo dirigente più coeso, coerente e determinato, magari sotto mutate spoglie. C’è già pronto Macron ad offrire in Europa la necessaria nuova copertura politica.  Nella fattispecie, paradossalmente, rischia di essere appunto il gruppo dirigente maggiormente responsabile della attuale situazione del nostro paese.

Manca appena una settimana alla apertura delle danze. Non resta che aspettare trepidanti.

 

 

A CARTE COPERTE_ Renzi, Berlusconi, Di Maio, Salvini al 5 marzo, di Giuseppe Germinario

Nel grande luna park elettorale, tra funamboli, illusionisti e fattucchiere cominciano a delinearsi nell’ombra, sotto traccia, alcuni punti fermi.

I PROTAGONISTI

Matteo Renzi all’avvio della campagna elettorale sceglie di incontrare in Europa Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica Francese nonché fondatore di “En Marche” e in Spagna Albert Rivera, Presidente di Ciudadanos ed emulo spagnolo di Macron. Due leader affermatisi sulle ceneri dei partiti repubblicano e popolare e soprattutto di quelli socialisti dei rispettivi paesi. Non è un caso. Renzi dimentica di incontrare i leader superstiti del Partito Socialista Europeo. Tra i transfughi della diaspora socialista europea avrebbe potuto scegliere in una vasta gamma di esponenti di successo. L’ultimo è il rieletto Presidente Ceko Milos Zeman, dalle propensioni filorusse e particolarmente tiepido verso NATO e UE. Con ogni evidenza non è certamente questo il cerchio di amicizie ambito.

L’attenta selezione delle candidature non è la sanzione definitiva del PdR, del partito personale di Renzi. È una interpretazione troppo riduttiva. Il Rottamatore ha semplicemente e definitivamente liquidato la componente di derivazione pciista e con essa le corrispondenti modalità di militanza e di decisione, le prassi di formazione della classe dirigente ad essa legate. Un processo avviato consapevolmente con l’avvento di Veltroni e conclusosi irrimediabilmente con la recente scissione in seno al PD.  È soprattutto la scelta obbligata necessaria a rendere possibile una svolta ben più radicale e per questo Renzi è disposto a sacrificare il residuo voto di sinistra.

Il modello da imitare è quello di Macron, ma le condizioni di applicazione sono ormai largamente compromesse. A differenza dello “Jupiteriano”, il Monarca di Rignano dovrebbe assumere la duplice improbabile veste di rifondatore del Partito Democratico e nell’eventualità di suo liquidatore in un contesto di grave logoramento della sua credibilità. Macron ha potuto assecondare rapidamente l’operazione di destabilizzazione dei partiti tradizionali e di rinnovamento radicale della rappresentanza perché aveva ed ha il sostegno e la copertura di solidi centri di potere ed amministrativi, a cominciare dall’ENA, i quali gli garantiscono la piena copertura e funzionalità nell’esercizio delle prerogative. In Italia i centri di potere sono molto più frammentati e meno efficaci; buona parte di essi sono per di più apertamente eterodiretti.

La visione europeista di Macron può offrire ai francesi il miraggio di una guida condominiale francotedesca della UE con pari dignità; una guida che per perpetuarsi prevede l’ulteriore sacrificio della terza potenza economica del continente, l’Italia. L’europeismo di Renzi di conseguenza rischia di ricadere nella solita cortina retorica necessaria a nascondere l’accettazione supina delle politiche più deleterie. Il recente incontro di Macron a Roma non ha fatto che confermare questa propensione anche nei passaggi in cui si sono spacciati come decisioni comunitarie alcuni atti unilaterali del Governo Italiano in materia di immigrazione.

In buona sostanza Renzi tre anni fa poteva ambire al ruolo di capitano e di timoniere; oggi fatica a mantenere il ruolo di capitano, avendo perso prestigio ed autorevolezza tra l’equipaggio e sicuramente ha perso il ruolo di timoniere ormai nelle mani del navigatore più esperto e smaliziato, Berlusconi, sempre che disponga delle forze necessarie. http://italiaeilmondo.com/2017/11/12/revival-berlusconi-si-berlusconi-no-_-di-giuseppe-germinario/   

http://italiaeilmondo.com/2016/10/19/i-paradossi-del-referendum-di-giuseppe-germinario/

Il profilo di Berlusconi può in effetti rappresentare la luce necessaria ad alimentare le speranze di sopravvivenza del Rottamatore a sua volta ormai a rischio di rottamazione.

Anche l’ex-Cavaliere ha iniziato praticamente la campagna elettorale andando in Europa, più precisamente presso i vertici della UE e del PPE (Partito Popolare Europeo). È andato a garantire il pieno rispetto dei vincoli e degli accordi sottoscritti. Un impegno perfettamente in linea con il Berlusconi conosciuto negli ultimi dieci anni, quello dell’intervento in Libia, del Governo Monti, del sostegno surrettizio ai successivi governi di centrosinistra. In effetti è riuscito a “cadere in piedi”, con qualche pesante umiliazione personale, ma senza necessità di rialzarsi. Un impegno che stride fortemente con i proclami del principale alleato di coalizione.

I più affezionati alle classiche logiche di schieramento lo ritengono più che altro un sotterfugio teso soprattutto a guadagnare tempo nei confronti del vecchio establishment europeista. Potrebbe anche essere; ma sarebbe un’attesa confidata esclusivamente all’eventuale successo di una politica estera americana tesa a dissestare completamente l’attuale Unione Europea. Un successo ancora del tutto ipotetico ma che di per sé rappresenterebbe assolutamente non una garanzia, ma una semplice opportunità per l’Italia di acquisire un ruolo più autonomo e spregiudicato. Ad una condizione imprescindibile: disporre di una classe dirigente idonea ed attrezzata.

Il curriculum di Berlusconi, con i suoi voltafaccia, anche terribilmente meschini negli ultimi otto anni, ha dimostrato di essere piuttosto di tutt’altra pasta.

Il programma sottoscritto dai tre leader del centrodestra si presta, come naturale tra forze ormai così eterogenee, a varie interpretazioni; oltre al contenuto, però, offre la possibilità di giocare anche e soprattutto sui tempi. L’esito delle elezioni determinerà sicuramente le modalità dello scontro interno al centrodestra ma quello che appare certo è che si assisterà ad una guerra di logoramento piuttosto che a un rapido conflitto risolutivo interno allo schieramento.

La compagine è destinata quindi a diventare l’epicentro di un movimento tellurico che riprodurrà schieramenti più corrispondenti al nocciolo dei problemi politici. Una faglia destinata ad attraversare i tre partiti ma che potrebbe estendersi anche ai nuovi arrivati del M5S. Al momento il protrarsi delle ambiguità non fa che rallentare il processo di decomposizione del Partito Democratico e offrirgli qualche ulteriore chance per presentarsi come il paladino esclusivo dell’attuale Unione Europea.

La candidatura di Alberto Bagnai nella Lega è il segno evidente di questa divaricazione e delle intenzioni bellicose, come pure le continue stizzite puntualizzazioni di Salvini tese a correggere le forzature di Berlusconi. Intenzioni, per la verità,  rese meno praticabili dal pesante intervento giudiziario sui conti del partito. Altre volte le vicende italiche ci hanno trascinato in ingloriose conversioni badogliane; ma più il dibattito si accende e si focalizza su questioni che vanno al di là di mere politiche redistributive, più gli eventuali voltafaccia costerebbero caro ai funamboli. Su questo Berlusconi ha ben poco da perdere e la sua funzione di traghettatore verso una opzione macronista sarà sempre più evidente. Per Salvini e Meloni il prezzo sarebbe decisamente salato ed un eventuale scambio tra una politica redistributiva di facciata ed antiimmigrazionista e un cedimento sulla Unione Europea e sulla NATO sarebbe insufficiente a salvaguardarli.

Rimane il problema di una evidente sottovalutazione delle implicazioni complesse e rischiose di una scelta coerentemente antiUE ed antiestablishment dominante; una questione che si è infranta più volte sugli scogli dell’effettivo controllo delle leve di potere, ma che si potrà porre con più determinazione e precisione una volta semplificati gli schieramenti.

GLI APPARENTI OUTSIDER

Dalla mappa è rimasto sino ad ora fuori il M5S, il movimento sul quale si stanno concentrando i consensi e le attenzioni di buona parte degli indignati, dei moralisti e degli scontenti.

In questi ultimi trenta anni la denuncia e l’azione ossessiva contro la corruzione non hanno portato niente di buono al paese. Ha distrutto una classe dirigente decadente, in piccola parte legata ad una migliore difesa degli interessi nazionali, surrogata da un’altra senza alcun serio radicamento in interessi forti e strategici del paese. Si è trattato di un’onda partita puntualmente da iniziative di precisi centri di potere statunitensi, compreso un centro anticorruzione fondato da una quarantina di giornalisti quasi tutti legati al Partito Democratico americano utile a destabilizzare gli scenari politici di mezzo mondo e che ha saputo raccogliere un discreto consenso in gran parte dei casi. Il M5S è stato il catalizzatore ultimo di questo stato d’animo. Da qui una collaborazione strisciante con gli ambienti istituzionali che hanno gestito e assecondato questi processi. A questo aggiunge una politica ambientalista che dà per scontato l’applicazione su larga scala industriale di tecnologie dubbie o che richiederanno programmi di investimento ultradecennali ed una politica redistributiva fondata su un reddito minimo garantito utile a coltivare una plebe precaria e l’assistenzialismo piuttosto che una comunità di produttori. I programmi di accompagnamento all’occupazione sono dei meri slogan che poggiano su dei falsi reiterati da anni come quello che segnala che la disoccupazione sia un problema di sfasamento tra qualificazione dell’offerta e qualificazione della domanda di lavoro. Un problema che riguarda solo poche centinaia di migliaia di opportunità rispetto alla marea di milioni di persone, anche qualificate, disoccupate e sottopagate. Sono solo tre aspetti, oltre alla improvvisa conversione sulla politica europeista, di un programma dai contenuti prevalentemente demagogici ed enunciativi. Beppe Grillo del resto lo aveva detto chiaramente, un paio di anni fa. Il suo movimento era nato per contenere nell’alveo democratico, tradotto nell’attuale sistema partitico e consociativo, un movimento che poteva assumere connotati radicali e sovranisti. Un cambiamento serio non può quindi che partire da una crisi anche di questo movimento in modo che anche gli “onesti” comincino a guardare ad altre parti.

UNA QUESTIONE STRATEGICA

Il Sole24Ore del 21 gennaio titolava, a proposito della campagna elettorale: ”Economia reale e industria a bassa priorità per i partiti”. Solo Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico e Marco Bentivogli, sindacalista della CISL in un articolo http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-01-11/un-piano-industriale-l-italia-competenze-222533.shtml?uuid=AEcQ5JgD si sono soffermati lungamente sull’argomento. Lo hanno fatto però con tutti i limiti di una politica industriale del tutto indifferente al vero e proprio esodo all’estero del controllo e della proprietà delle maggiori e medie realtà industriali del paese e di incentivazione nella sua totalità senza alcuna selezione dei settori strategici. Aspetti già segnalati in questo articolo http://italiaeilmondo.com/2017/01/22/203/ . E infatti, ad oltre un anno di distanza, il Ministro vanta il grande successo degli investimenti nei vari settori industriali e lamenta un insufficiente sviluppo della ricerca, della ricerca applicata e della nascita e sviluppo di start-up qualificate. Calenda presenta il dato come un semplice accidente risolvibile con ulteriori finanziamenti ed una migliore organizzazione dei “competence center” e dei centri di ricerca universitari. Vedasi il suo intervento al per altro interessante convegno a Napoli del 11 gennaio scorso. In realtà si tratta di un limite strutturale legato alla ormai quasi totale assenza di adeguate piattaforme industriali nazionali necessarie a favorire la nascita, lo sviluppo e il consolidamento delle attività sperimentali. La conseguenza è che nel migliore dei casi la ricerca e il rischio delle scarse applicazioni industriali sono a carico degli investimenti pubblici e privati nazionali, il più sicuro e remunerativo consolidamento finisce in mano alle grandi piattaforme industriali straniere. Uno degli ultimi esempi riguarda l’ECM, azienda operante nell’alta tecnologia ferroviaria, un settore nel quale era presente, sino a pochi mesi fa e da diversi decenni Finmeccanica http://iltirreno.gelocal.it/pistoia/cronaca/2018/01/05/news/ecm-diventa-americana-arriva-caterpillar-1.16315568 . Per il resto il dibattito è tuttora assente a parte qualche vaga enunciazione sul mantenimento del controllo delle aziende strategiche fatta da Salvini e Meloni.

È vero che i bacini elettorali sono considerati ormai un mercato segmentato secondo semplici e sofisticate tecniche di comunicazione e costituiti da cittadini consumatori piuttosto che da cittadini partecipi e produttori del bene comune. La politica industriale, nei suoi particolari, deve avere necessari caratteri di riservatezza. Essa, comunque, rappresenta uno dei pilastri imprescindibili sui quali costruire non solo il benessere di una comunità, ma anche la forza e la autorevolezza di una nazione organizzata in uno stato.

L’assenza di dibattito sul tema rivela le reali intenzioni di uno degli schieramenti che si andranno a formare dopo le elezioni, ma anche le debolezze intrinseche che l’altro dovrà superare pena l’estinzione o il trasformismo più deleterio.

Questi paiono i tre aspetti sinora emersi nel dibattito. Si spera che la convulsione dei prossimi giorni aiuti a farne emergere altri ancora più dirimenti. Si vedrà. Rimangono nell’ombra, nell’articolo altre forze politiche. Tra esse “Liberi e Uguali”. Il simbolo più evidente della decadenza e dell’estinzione di una classe dirigente, ma non per questo meno importanti. Non mancherà l’occasione di parlarne. Nel frattempo andate a leggervi il programma. Non sembrano crederci nemmeno loro.

 

REVIVAL: BERLUSCONI Sì, BERLUSCONI NO _ di Giuseppe Germinario

REVIVAL: BERLUSCONI Sì, BERLUSCONI NO

La prossimità della scadenza elettorale sta aiutando a dipanare l’intricata matassa degli schieramenti politici in Italia.

Sui programmi ci sarà poco da sottilizzare; tranne singole eccezioni, alla sommatoria di provvedimenti annunciati più o meno verosimili, mancherà l’indirizzo politico coerente, soprattutto riguardo alla collocazione internazionale, al mantenimento di prerogative statali e alla costruzione di una struttura produttiva solida, che possa renderle praticabili e realistiche.

Sulla dinamica degli schieramenti sembra invece incombere una “damnatio memoriae” che sta ricacciando il confronto indietro nel tempo, a venticinque anni fa; con l’ulteriore aggravante del sistema elettorale appena approvato il quale spingerà le forze politiche, in mancanza di successi netti e programmi incoerenti rispetto ai sodalizi iniziali, a sorprendenti giri di valzer postelettorali.

Come ampiamente preannunciato, Berlusconi è tornato ad essere la figura centrale dell’arena politica-politicante italiana. Con essa si pongono le premesse perché l’elemento centrale del dibattito ridiventi il pro o l’antiberlusconismo. Poiché l’immagine del leader, dopo quasi trenta anni protagonismo e ottantuno di età, risulta però troppo sbiadita, ad alimentare sufficientemente il desiderio di roghi e di girotondi contribuirà il suo epigone ed erede virtuale Matteo Renzi; una preda molto più abbordabile in questi ultimi mesi e facilmente affiancabile al protagonista originario.

Cambiano però i paladini della moralità. Cinque lustri or sono furono i leader della “gioiosa macchina da guerra” a inaugurare l’epopea e a rimanere con il sorriso a mezza bocca; oggi toccherà al M5S e all’arcipelago della sinistra riprendere il vessillo della morale e rinchiudersi, probabilmente con lo stesso esito, nella gabbia sterile dei moralizzatori, con annesso corollario di collaborazioni e collusioni istituzionali.

Cambia soprattutto il contesto di recitazione di un leitmotiv ormai logoro per gli anni.

Intanto la magistratura, per meglio dire, diversi settori di quella inquirente, ha perso gran parte della credibilità e dell’autorevolezza e Berlusconi l’esclusiva delle loro attenzioni.

Il Cavaliere detronizzato è tornato ad essere una figura centrale ma non è più il protagonista.

I capitali disponibili un tempo sono un lontano ricordo. La stessa Mediaset è solo in parte ormai la fucina di formazione da cui pescare dirigenti e trarre l’ossatura della formazione politica. Le scelte stesse dell’uomo politico negli ultimi dieci anni hanno incrinato pesantemente la sua credibilità. Oggi dispone di un gruzzolo più risicato, ma essenziale di voti che possono consentire nel migliore dei casi, con la vittoria eventuale del centrodestra, di condizionare e spegnere le pulsioni sovraniste in particolare della Lega di Salvini; in alternativa, in caso di un esito più equilibrato del responso, lo porterebbero alla formazione di un governo condominiale con il PD di Renzi e con ciò, nel male, quantomeno a costringere finalmente a una determinazione degli schieramenti su basi meno confuse ed equivoche.

In attesa delle redde rationem di primavera e dei mesi immediatamente a venire colpisce soprattutto il numero di convitati, a cominciare da Renzi per finire con Salvini, che gli ronzano intorno pronti a posizionarsi nel punto più favorevole.

A cagione della sua età e della tenuta precaria della sua formazione politica non si tratta più di ambiziosi impegnati a conquistare un posto al sole in un partito in fase ascendente; piuttosto, di pretendenti impegnati a spartirsi la parte più consistente delle spoglie politiche del Presidente.

Sarà il momento della verità.

Lo sarà soprattutto per Renzi, ostinatamente arroccato nel suo partito chiuso ad ogni apertura verso i suoi ex commilitoni; lo sarà per Salvini perché sarà il momento in cui si potrà qualificare la sua attuale posizione come puramente tattica o inesorabilmente opportunistica e ballerina.

14444248216Nei vari momenti della propria storia, l’uomo ha avuto una propria particolare idea della “buona morte”. Il Medioevo non sfugge a questa particolarità e poiché il ceto sociale aveva in esso una funzione molto più codificata e ritualizzata, ogni categoria ne assumeva una propria. Contrariamente alle aspettative la buona morte del CAVALIERE, specie di alto rango, non doveva avvenire sul campo di battaglia. L’auspicio comune e dello stesso soggetto interessato era invece quello di una fine lenta e consapevole, malinconica ma non drammatica. Il tempo e la lucidità, magari nel caso indotta e interpretata dai più prossimi al capezzale, gli avrebbe consentito la spoliazione progressiva dai beni terreni e il contestuale progressivo lenimento dell’anima dalle zavorre mondane, residenza d’elezione delle tentazioni luciferine; la condizione necessaria alla ascesa verso l’Essere Supremo.

Era il momento fatidico della soddisfazione delle aspettative più o meno interessate della pletora di questuanti. Dal popolino più miserabile, al cortigiano più infido e a quello più fedele, al delfino prediletto e a quello predestinato, ciascuno si aspettava il giusto riconoscimento e la giusta soddisfazione.

Era anche il momento in cui il protagonista, se in condizione o sapientemente ispirato, poteva cavarsi qualche ultima, definitiva e beffarda soddisfazione verso l’umanità o, cosa più alla portata del momento, verso qualche vicino poco gradito.

Ho il vago presentimento che il Cavaliere dei nostri tempi e delle nostre terre stia preparando nel suo lungo commiato qualche ultima sorpresa.Considerata, con poche eccezioni, la mediocrità del “parterre” che lo circonda e la natura luciferina dei legami stretti, specie negli ultimi dieci anni, è probabile che ci riesca.

LE ELEZIONI IN SICILIA

Le elezioni in Sicilia del 5 novembre scorso sono state in proposito un primo test rivelatore.

Il PD mostra di avere un nocciolo duro grosso modo equivalente all’esito elettorale delle elezioni del 2013 e difficilmente scalfibile, almeno nel breve termine. Una posizione contendibile in caso di risultato pressoché ex aequo tra centrodestra e M5S, ma che difficilmente potrebbe resistere a cinque anni di opposizione. Specie se dovesse proseguire con il suo atteggiamento ondivago. Nelle intenzioni vorrebbe imitare l’esperienza di Macron in Francia, definendo costui, almeno nei programmi e nei proclami, una linea politica netta europeista, governativa ed istituzionale; dall’altra sembra concedere spesso e volentieri molto agli atteggiamenti e alle parole d’ordine “populiste”. Il che la dice lunga sulle capacità e sull’immagine di coerenza di quel gruppo dirigente e di Renzi in particolare. Il conforto e le direttive, profferte in questi giorni ad Obama non saranno certamente sufficienti a compensare queste carenze. Potranno servire, molto più probabilmente, a contenere le esuberanze e le ambizioni del rivale apparente di Renzi: Berlusconi. Più che la forza intrinseca, potrà contare la manina d’oltreoceano.

Forza Italia ha dimostrato di poter contenere i danni, al netto delle transumanze di voto controllato tra uno schieramento e l’altro e in attesa dell’ingresso in campo del leader, per quanto logorato e consunto.

La Lega ha goduto apparentemente di un risultato poco lusinghiero; in realtà, nelle città dove c’è stato un impegno diretto, i risultati si sono visti. Bisognerà valutare la capacità di presenza capillare sul territorio nazionale, cosa del quale dubito. Si tratta, secondo me, di una tendenza comunque troppo lenta rispetto all’agenda prefissata da Salvini. Rimangono comunque gli equivoci di una formazione politica che ambisce a presentarsi come forza nazionale e sovranista ma che intende costruire questo carattere su una pericolosa e immaginaria rappresentazione di un “Italia Federata dei Popoli”; pericolosa e nefasta soprattutto per l’attuale condizione del Mezzogiorno. Un escamotage utile a rammendare le attuali lacerazioni interne al partito, ma del tutto inadeguata a costruire un partito realmente nazionale.

La sinistra, inoltre, sulla quale ho speso e spenderò parole in altre occasioni, ha rivelato la propria irrilevanza e minoritarismo, se non per contribuire allo stallo e alla regressione del Partito Democratico.

Il M5S pare in una situazione di stallo che lo porta a rappresentare al più un’opposizione sterile e di comodo, tanto più che le dinamiche tendono a ricacciarlo nel ruolo di oppositori moralisti meglio disposti a raccogliere dalle voragini e dalle propensioni della sinistra piuttosto che destrorse.

La crescente astensione non inibisce certamente l’azione e l’agibilità delle formazioni politiche. Ne accentua però la fragilità e la rissosità; ne riduce la capacità di estensione del potere piuttosto che la presa sui meccanismi.

Una situazione interlocutoria tipica di una classe dirigente, nella sua quasi totalità, in attesa di eventi determinati da altri e incapace di assumere un ruolo attivo e con un minimo di ambizione autonoma.

Qualche sussulto di ribellione pare emergere nell’affrontare la questione bancaria. Appare, però, il tentativo disperato di difendere il gruzzoletto e il minimo di agibilità politica di una ristretta oligarchia, chiusa in sé stessa e a pochi adepti collaterali, piuttosto che la delimitazione di un fronte da cui ripartire per la ricostruzione del paese.

 

Dalla mia palla di cristallo, di Roberto Buffagni

Dalla mia palla di cristallo

Bollettino elettorale n. 1

 

Io non guardo la TV, però ho la palla di cristallo. E’ un modello antiquato, analogico, un cassone pieno di transistor grossi come radioline: il futuro lo indovina, ma i futuri possibili sono tanti, e la sintonia è quello che è. Insomma, se ci scommettete i risparmi di una vita non venite a lamentarvi da me, io non rimborso nessuno.

Che succederà nelle elezioni politiche del 2018 & post? I canali della mia palla di cristallo vedono così i futuri possibili.

Canale 1.  Né centrosinistra né centrodestra riescono a formare una maggioranza parlamentare stabile. I grillini sono il primo partito per numero di voti, ma nonostante lusinghe da destra e sinistra si tengono la loro rendita di (op)posizione e non si schierano con nessuno. Si spalanca sotto i piedi delle classi dirigenti italiane un terrificante ibrido tra burrone e palude. Non possono come al solito buttare il gatto morto della responsabilità nazionale nel giardino UE, e attendere serene l’invio di letterina eversiva + insediamento di governo tecnico, perché la UE gli ha già fatto capire che vuole portargli via la pupilla dei loro occhi, le banche italiane. Qualcosa insomma devono inventarsi, le classi dirigenti italiane, bricolandolo in proprio con i mezzi di bordo e senza il manuale di istruzioni UE.

Canale 2. Il PD sfiora la catastrofe, ma non ci precipita a capofitto, Renzi che è tuttora il politico più abile e motivato sopravvive, ma resta molto debole sia perché prende pochi voti, sia perché il suo sponsor internazionale, il partito democratico americano, è diviso e all’opposizione. Il centrodestra supera il centrosinistra, Silvio B. supera Salvini di pochi o pochissimi punti percentuali. I numeri impongono le grandi intese, ma Salvini non ci può stare sennò si suicida: dovrebbe rovesciare di 180° la sua linea politica antiUE, e gli squali del Lombardo Veneto lo sbranerebbero. Paralisi, ammuina, resa finale alla realtà. Si indicono nuove elezioni. Giustificandosi con la salvezza della nazione (= banche italiane + status quo) Renzi e Silvio B. spaccano le loro coalizioni e i loro partiti, inventano un nuovo movimento modello Macron 2.0, Tiremm Innanz, e tentano il colpo gobbo. Purtroppo, al momento delle nuove elezioni la mia palla di cristallo si disconnette.

Canale 3. Il PD si prende una mazzata epocale, Renzi viene crocifisso. Il centrodestra riesce ad aggiudicarsi una maggioranza parlamentare benché risicata. Salvini supera Silvio B. di pochi punti percentuali. Panico, ammuina, tentativi disperati di Mattarella di trovare qualcun altro che formi un governo, ma nessuno ha voglia di suicidarsi, i kamikaze scarseggiano. A malincuore, Mattarella deve dare l’incarico a Salvini, e Salvini non lo può rifiutare. Salvini Presidente del Consiglio è come Alvaro Vitali/Pierino che interpreta Amleto, non ha esperienza internazionale, è socialmente impresentabile, non dispone di una squadra di governo nazionale e locale all’altezza, e ha più nemici all’interno della Lega che all’esterno; il che è tutto dire, perché all’istante parte una campagna di character assassination nazionale & internazionale, suffragata da alcuni errori di inesperienza del malcapitato. Dopo due anni di lacrime, sangue e prese in giro il governo leghista cade. Ciao ciao opposizione alla UE per almeno dieci anni.

Canale 4. Tutto come sul canale 3 fino alla seconda riga: Il PD si prende una mazzata epocale, Renzi viene crocifisso. Il centrodestra riesce ad aggiudicarsi una maggioranza parlamentare benché risicata. Salvini supera Silvio B. di pochi punti percentuali. Panico, ammuina, tentativi disperati di Mattarella di trovare qualcun altro che formi un governo, ma nessuno ha voglia di suicidarsi e a malincuore, Mattarella deve dare l’incarico a Salvini. Salvini però il pomeriggio precedente riceve la visita della Madonna di Fatima, che gli dice: “Matteo, non fare la scemenza di accettare l’incarico di Presidente del Consiglio, non fa per te. Tu sei come Mosè: il tuo compito è liberare il popolo italiano, così caro al mio cuore, dalla schiavitù della Falsa Europa senza Dio, e fargli attraversare il deserto della transizione. Tu però non vedrai la Terra Promessa della Vera Europa dell’armonia di popoli e nazioni. Insomma: mandaci qualcun altro a fare il Presidente del Consiglio.” Salvini che in fondo in fondo è un bravo ragazzo ci pensa su, si rende conto che gli conviene allargare la sua base di consenso e trovare una personalità rispettata e capace che gli tolga le castagne dal fuoco, e si mette in riga. Telefona a Tremonti che appena risponde gli fa, “Non ci crederai, ma stanotte ho sognato la Madonna che mi annunciava una tua telefonata”. Tremonti forma un governo, e mentre gli italiani meno vocati al suicidio incrociano le dita comincia a fare le prove generali di un recupero di indipendenza italiana all’interno della UE. Poi, se son rose fioriranno (se non son rose, bè, non serve la palla di cristallo per sapere come andrà a finire).

Canale 5. Sul canale 5 si vedeva molto male, ricezione difettosissima, solo tanti flash. Flash: Movimento 5 Stelle che forma il governo con PD & frattaglie sinistrorse, bzzz, flash: Silvio B. dà l’appoggio esterno al governo, bzzz, flash: pioggia di cavallette, bzzz, flash: patrimoniale apocalittica per finanziare il reddito di cittadinanza, bzzz, flash:  partita a calcetto, papa Francesco e Di Maio capitani di due squadre multietniche, bzzz, flash: ius soli anche per i marziani, bzzz, flash: Le radeau de la Meduse, bzzz, flash: Dante Alighieri che singhiozza, Giambattista Vico che si inietta un’overdose di eroina, bzzz, flash: Di Maio stringe la mano di Angela Merkel, sottoflash su accordo bilaterale Germania-Italia, i pensionati tedeschi vengono a vivere tutti da noi in zone extraterritoriali dove vige il diritto germanico, i laureati italiani con 110&lode vanno tutti a lavorare in Germania come indentured servants, bzzz, flash: suona la campanella del Finis Italiae, bzzz, bzzz, bzzz.

E questo è quanto vi dovevo, per ora. Chi disponesse di palla di cristallo, meglio se di modello più recente della mia, è invitato a farci sapere quel che ha visto.

TACCUINO FRANCESE! Che cosa ci insegna la crisi del Front National?, di Roberto Buffagni

Avevo appena iniziato a scrivere questo foglio di taccuino francese quando è giunta la notizia dell’espulsione di Florian Philippot dal Front National.

Non è soltanto la conclusione prevedibile di una crisi interna al FN, che si è manifestata dopo la conclusione deludente delle elezioni presidenziali francesi, e anzi sin dalla sera stessa del catastrofico dibattito televisivo tra Marine Le Pen ed Emmanuel Macron (qui il mio commento/analisi a caldo: http://ilblogdilameduck.blogspot.it/2017/05/la-parola-di-catrambronne.html ).

L’espulsione di Florian Philippot dal FN segna l’apertura di una crisi strategica delle opposizioni alla UE e al mondialismo, europee e non solo europee. A mio avviso, la ragione fondamentale di questa crisi strategica è culturale e metapolitica. Volendo fare un’analogia storica, le opposizioni alla UE e al mondialismo si trovano nella situazione delle opposizioni francesi, di destra e di sinistra, alla borghesia liberale rappresentata da Luigi Filippo d’Orléans, “re dei francesi”, negli anni tra il 1830 e il 1848. L’analogia è calzante anche per l’avversario: il governo Macron e il settore di classe dirigente che lo sostiene somigliano davvero tanto, con i dovuti aggiornamenti, ai borghesi che elevarono al trono il “roi poire” di Honoré Daumier (https://www.histoire-image.org/etudes/louis-philippe-daumier ), anche se Macron è giovane e bello e Luigi Filippo no. Tipicamente louis-philippard (haute banque, mandarinato amministrativo, accademia) il curriculum di Macron e di molti suoi collaboratori: i due primi governi di Luigi Filippo furono diretti da grandi banchieri, Laffite e Casimir-Perier; un altro suo primo ministro, Guizot, pronunciò la celeberrima frase “Enrichissez-vous par le travail et par l’épargne et vous deviendrez électeurs”; Thiers, grande storico della Rivoluzione, da ministro fece sparare sul popolo parigino senza pensarci due volte (https://www.histoire-image.org/etudes/rue-transnonain-15-avril-1834 ); e il suffragio censitario della Monarchia di Luglio è il sogno neanche tanto inconfessato di Macron e dei suoi.

Le opposizioni alla Monarchia di Luglio si dividono, come le attuali, tra opposizioni di destra (legittimista e bonapartista) e opposizioni di sinistra (repubblicana e socialista). C’è un’altra analogia interessante: che le opposizioni di destra si informano a due correnti ideologiche, una delle quali è coerente, radicale e filosoficamente ben fondata ma politicamente inservibile e impraticabile (la reazione maistriana, controrivoluzionaria, antilluminista dei legittimisti); e l’altra filosoficamente incoerente, eclettica, giacobino-romantica ma politicamente vitale e praticabile (il bonapartismo). Le opposizioni di sinistra si ispirano anch’esse a due ideologie: la repubblicana di ascendenza diretta giacobina, e la socialista non “scientifica”, pre-marxiana. Nonostante i molti tentativi coevi e successivi, le opposizioni di destra e di sinistra non riusciranno mai a unificarsi in un fronte comune contro un comune avversario che, invece, come oggi il governo Macron, governa e detiene l’egemonia politico-culturale grazie di un’alleanza-convergenza al centro politico fra ceti dirigenti provenienti da opposte sponde. Dopo il 1848, riusciranno invece ad allearsi intorno al nome del Principe-Presidente Luigi Bonaparte le opposizioni di destra bonapartista e di sinistra repubblicana, mentre le destre legittimiste e le sinistre socialiste vengono sospinte verso le estreme, dove resteranno confinate e impotenti per decenni.

Ma ritorniamo all’oggi, e a quel che ci insegna la vicenda del Front National. Naturalmente, dopo la delusione elettorale si è aperto il dibattito sul perché: perché siamo giunti a un passo da un’affermazione storica delle opposizioni alla UE e al mondialismo, e a un passo dalla meta abbiamo perso; perso, anzitutto, la fiducia in noi stessi e la capacità di ispirare fiducia ai cittadini e al popolo che vogliamo rappresentare.

Le letture della sconfitta che vengono dall’interno del campo antimondialista sono fondamentalmente due, una di sinistra e una di destra. Ne riassumo i punti essenziali.

1) Lettura di sinistra. La espone molto bene Jacques Sapir in questa intervista in due parti: https://cerclepatriotesdisparus.wordpress.com/2017/09/16/jacques-sapir-1/ https://cerclepatriotesdisparus.wordpress.com/2017/09/19/2/

In sintesi estrema: la linea vincente per il FN, e in generale per le opposizioni antimondialiste, era e continua ad essere quella, incarnata da Florian Philippot, di dédiabolisation e di apertura a sinistra sui temi sociali, che ha portato all’incremento di consensi non solo elettorali degli ultimi anni, e ha trasformato il FN nel primo partito operaio di Francia. La ragione della sconfitta è duplice: incertezza e presentazione confusa dei temi economici, anzitutto del tema dell’euro, risultante sia dall’alleanza all’ultimo minuto con Dupont-Aignan che su questo tema ha posizioni più sfumate, sia da incapacità personale di Marine, che nel dibattito è dunque parsa meno convincente di Macron; una Marine che, al secondo turno, ha rivolto agli elettori di Mélenchon (ai quali il loro leader non aveva proibito di votare FN, pur rifiutandosi di appoggiarlo apertamente) un appello poco persuaso e psicologicamente maldestro.

Senza dirlo apertamente, Sapir implica (salvo mio errore) che il FN dovrebbe insistere nella ricerca di un’alleanza con le forze sociali e politiche oggi rappresentate da Mélenchon, e a privilegiare il tema economico e sociale, integrandovi, ma in secondo piano e senza fare appello all’identità culturale, il tema dell’immigrazione.

2) Lettura di destra. Compendiata con chiarezza da Bruno Mégret, protagonista di una passata scissione del FN: https://www.polemia.com/lechec-dune-strategie/ e da questi altri interventi: https://www.polemia.com/marine-le-pen-pas-au-niveau/ , https://www.polemia.com/quelques-remarques-sur-le-front-national-apres-la-presidentielle-de-2017/

Sintetizzando al massimo: la linea “sociale” ed “economica” di Marine Le Pen/Philippot si è dimostrata perdente, numeri alla mano (v. qui: https://www.polemia.com/la-performance-electorale-du-fn-a-lepreuve-des-chiffres/ ). Sperare di sfondare a sinistra, tra gli elettori reali o potenziali di Mélenchon, è pura utopia: il tetto massimo di elettorato proveniente dalla cultura politica di sinistra è già stato raggiunto, insistervi significa soltanto allontanare, oltre ai simpatizzanti tradizionali del FN, artigiani, partite IVA, PMI e tutti i ceti che avversano lo statalismo tassatore. Il FN deve concentrare la sua azione e la sua propaganda su due temi essenziali: l’immigrazione, e dunque, la difesa e la riaffermazione dell’identità culturale francese ed europea, con la battaglia contro i diritti “sociétales”, o “cosmetici”, come si usa dire in Italia; e il recupero della sovranità intesa nel suo significato politico di “legittimità e potenza”, con quel che ne discende: recupero di una politica realistica, basata su interesse nazionale e riaffermazione dei poteri “régaliens” dello Stato (anzitutto difesa dall’esterno e sicurezza all’interno). Il tema dell’euro viene giudicato secondario (“dipende da come lo si usa”) oppure – ma di rado – se ne riconosce la decisività anche politica ma si sottolinea che è divisivo in termini di consenso elettorale (“anche i piccoli risparmiatori culturalmente affini al FN, ad es. gli elettori che al primo turno votarono Fillon, temono l’uscita dall’euro”) e tecnicamente complicato, non spendibile sul piano della propaganda (“troppo facile per gli esperti alzare un polverone in cui l’elettore medio non si raccapezza più”).

Sul piano direttamente politico-elettorale, la prospettiva caldeggiata è la seguente: sostituzione di Marine Le Pen con sua nipote Marion, o in caso di sua indisponibilità con un altro personaggio politico, e alleanza tra il FN (eventualmente sciolto e ribattezzato), la dissidenza dei Républicains, Début la France! di Nicolas Dupont-Aignan e altre formazioni minori della destra. In altre parole, la replica a destra della manovra politica (geniale) del florentin Francois Mitterrand: allearsi con l’estrema sinistra – allora il Partito Comunista Francese – andare al potere, restarci e vampirizzare l’alleato.

Semplificando al massimo, le due letture della crisi si possono commentare così:

1) Il punto debole della lettura di sinistra è questo: sorvola, sia a cagione del suo tradizionale economicismo, sia in omaggio a un wishful thinking, su quanto sia tuttora profonda la frattura culturale e metapolitica che divide destra e sinistra, anche all’interno del campo antimondialista. Sul piano direttamente politico, e usando il caso francese come caso di scuola: i militanti e gli elettori di Mélenchon (o di un politico a lui analogo) non si alleeranno mai con una forza politica che nasce da una cultura politica di destra identitaria e nazionalista, anche se il suo programma sociale rispecchia i loro interessi materiali e propone una riedizione dello Stato sociale keynesiano. Potranno verificarsi adesioni individuali o di piccoli gruppi, non un’alleanza politica vera e propria tra formazioni autonome. Non si tratta soltanto dell’effetto inerziale della contrapposizione fascismo/antifascismo, anche se sul piano degli slogan e dei riflessi condizionati emotivi verrà usata questa etichetta. La frattura metapolitica è profondissima, perché è sul concetto di eguaglianza tra gli uomini, e dunque sull’universalismo, culturale e soprattutto politico.

2) Il punto debole della lettura di destra è che a) sottovaluta, a cagione della sua tradizionale cultura antieconomicista, il valore e l’efficacia politica dell’euro e del liberismo b) sottovaluta la corrispondenza non congiunturale ma strutturale tra liberismo, “diritti cosmetici”, erosione della famiglia e dei valori tradizionali, immigrazione incontrollata e le parole d’ordine della rivoluzione francese: “libertà, eguaglianza e fraternità”, cioè a dire con la cultura illuminista e progressista, della quale la cultura politica di destra antimondialista non sa elaborare una critica coerente, che non si limiti alla pura negazione o al biasimo dei suoi effetti peggiori e più visibili, e che sia insomma propositiva e praticabile, capace di informare anche l’azione politica, costruendo un nuovo senso comune.

Sul piano direttamente politico, la lettura di destra è oggi (sottolineo oggi) l’unica che dà luogo a un progetto praticabile: fallito lo sfondamento a sinistra, diventa una scelta obbligata tentare lo sfondamento a destra. Impossibile prevederne le probabilità di successo: le variabili da cui dipende sono troppe.

E’ invece possibile cominciare a ragionare e a dibattere sul punto metapolitico della questione, perché si ripresenterà costantemente, nei prossimi anni, a prescindere dalle sorti politiche ed elettorali delle opposizioni antimondialiste e dei loro avversari. Si ripresenterà costantemente, perché c’è un tema ineludibile e durevole del dibattito e del conflitto politico che lo imporrà a tutti: l’immigrazione straniera in Europa.

Il punto metapolitico della questione è definibile, in sintesi estrema, come segue:

  1. Il mondialismo è la manifestazione storica della dialettica dell’illuminismo e del progressismo, e dell’universalismo, culturale e politico, che li accompagna.
  2. Illuminismo e universalismo sono trascrizioni secolarizzate – amputate della dimensione metafisica e propriamente religiosa – del cristianesimo.
  3. L’opposizione al mondialismo è costretta ad essere, volens nolens, opposizione all’illuminismo e all’universalismo.
  4. Questa opposizione può diventare, e in parte già è, opposizione “antitetico-polare” all’illuminismo e all’universalismo non solo politico ma filosofico e culturale, nella forma di una negazione anzitutto dell’eguaglianza tra gli uomini (e dunque di un’opposizione frontale a tutta la cultura europea, nelle sue profonde radici cristiane).
  5. Oppure, questa opposizione può diventare (ma ancora non è) una “critica-superamento” dell’illuminismo e dell’universalismo, che ritrovi nella cultura europea, e nelle sue radici cristiane, le ragioni di un universalismo filosofico e culturale, ma non politico, capace di riaffermare e giustificare, insieme all’eguaglianza tra gli uomini, la dimensione permanente della diversità di individui, popoli, culture; una diversità che legittima il perdurare di popoli, nazioni, culture diverse, che storicamente possono, di volta in volta, collaborare o confliggere.

Può sembrare che questi temi di riflessione siano lontanissimi dalle gravi e pressanti preoccupazioni politiche del campo antimondialista. Non è così. Un grande studioso contemporaneo dell’arte militare, il col. John Boyd, USAF, ci ricorda che in guerra i piani del conflitto sono tre, in ordine decrescente d’importanza: morale, mentale e fisico1. Se il campo antimondialista vuole conquistare il centro della scacchiera politica (e chi conquista il centro della scacchiera è a un passo dalla vittoria) deve costruire una cultura politica persuasiva, il più possibile inclusiva e capace di egemonia, e capace di scalzare la superiorità morale dell’avversario.

La “superiorità morale” (cioè la capacità di persuadere ed egemonizzare il senso comune) dell’avversario mondialista deriva tutta intera dal fatto che rappresenta la manifestazione storica odierna e vincente dell’universalismo, cioè a dire dell’affermazione anche politica e istituzionale dell’eguaglianza tra gli uomini. Se il campo antimondialista vuole conquistare la superiorità morale, è su questo punto che deve criticare e attaccare l’avversario. Il modo in cui lo farà deciderà senz’altro la forma, e probabilmente anche l’ esito del conflitto.

1 • Guerra morale: distruggere la volontà di vincere del nemico, con disarticolazione delle sue alleanze (o allontanamento di potenziali alleati), e induzione della frammentazione al suo interno. Idealmente, risulta nella “dissoluzione dei vincoli morali che consentono a un’organizzazione di esistere come insieme organico.”

Guerra mentale: distorcere la percezione della realtà da parte del nemico, a mezzo disinformazione, atteggiamento ambiguo, e/o interruzione dell’infrastruttura di comunicazione/informazione.

Guerra fisica: la capacità di utilizzare risorse fisiche quali armi, persone, e strumenti della logistica.

Naturalmente, a questi metodi per indebolire il campo avverso, corrispondono simmetricamente i metodi per rafforzare il proprio: rinvigorire la volontà di vincere allargando le alleanze e accrescendo la coesione interna, correggere e mettere a fuoco la propria percezione della realtà, etc.

Vedi: https://en.wikipedia.org/wiki/John_Boyd_(military_strategist)#Foundation_of_theories