Prima, seconda, terza Repubblica. Confrontiamo. Non dimentichiamo_di Yari Lepre Marrani

Riceviamo e pubblichiamo

Prima, seconda, terza Repubblica.

Confrontiamo. Non dimentichiamo.

 

Passione e politica sono un connubio imprescindibile. Un vero uomo politico è quell’ individuo visceralmente appassionato della cosa pubblica per la quale combatte ogni giorno; considera lo Stato un mezzo per migliorare le condizioni dei cittadini non un fine da raggiungere per scopi personali: un uomo che perde e vince ma cerca sempre di lottare per affermare un ideale di progresso collettivo. La politica italiana,nel turbinio degli anni, ha perso un grande valore: quella dignità d’intenti e riforma che rende i suoi rappresentanti figure forti di riferimento, leader e statisti “capaci di governare”. La conseguenza di questa perdita ha mostrato quanto sia fragile l’equilibro tra l’incompetenza e il potere, e pericoloso. Quanto siano labili e sottomessi i politici italiani di oggi è palese, lo riconoscono i cittadini e il popolo disilluso lascia all’astensionismo sempre più alto il suo responso. L’astensionismo diviene un simbolo sociale di un disagio ingravescente di individui che disertano le cabine elettorali in un silenzioso disprezzo.

Grandi ideali,sublimi speranze di riscatto sociale e popolare tradite – si veda la parabola del M5S, il suo percorso, la sua catastrofica caduta, il rinnegamento dei suo nobili obiettivi, le personalità che l’hanno abitato e che lo sfruttano ancora – sono, tra molti altri, i tumori di uno Stato che barcolla nell’instabilità e nell’asservimento a poteri palesi e occulti. In questa sferza di disastri, doppiogiochismi, opportunismi,debolezze possiamo ripensare al passato, agli anni perduti, a protagonisti i cui errori sono stati svelati e legalmente condannati ma dei quali non possiamo negare l’intelligenza e lungimiranza nonchè l’indiscussa capacità di leadership. E torna il nome, amato e esecrato, di Craxi: uomo “totus politicus”, simbolo di un intero decennio di benessere – gli anni ’80 – che lui ha segnato con 2 governi e la cui figura controversa torna alla memoria e al doveroso confronto quando pensiamo (e osserviamo) la politica di oggi, dal berlusconismo in poi. Craxi riemerge come simbolo di una politica concreta, riformista, estremamente attiva il cui presente articolo non vuole delimitare al celeberrimo episodio della base di Sigonella. Se il nome e le idee di Craxi possono tornare alla ribalta nell’oceano di desolazione della politica attuale che tradisce elettori e ripugna astensionisti, non è solo per la differente statura del personaggio e le riforme attivate nei suoi governi ma per un’intuizione politica chiara che il leader socialista ebbe nel settembre 1979 quando lanciò, all’alba del pentapartito, l’idea rimasta inattuata di una Grande Riforma dello Stato non in senso settoriale ma istituzionalmente vasta, coinvolgente tutte le forze politiche, culturali e sociali del paese. Una Grande Riforma costituzionale, istituzionale, amministrativa preludio di un’Era italiana nuova. E fu l’idea più illuminata dell’allora leader nascente del PSI: un’idea di riforma universale che trasformi lo Stato  italiano, ne muti la politica debole, moralmente velenosa, incapace di galvanizzare  i lavoratori italiani in un sigillo di reciproca fiducia tra governanti, politici e uomini del popolo per risollevare uno Stato in perpetua crisi sociale. L’Italia necessita di cambiamenti  profondi, riforme non episodiche ma risolute e migliorative delle condizioni del popolo stesso sempre più rabbioso  con palesi, gravi parentesi di sofferenza sociale la quale finisce per mutarsi, inevitabilmente,in bruttura morale  e stagnazione economica. La figura di Craxi va ricordata non solo per la notte tra il 10 e l’11 ottobre del 1985 ovvero la Crisi di Sigonella: una minuta goccia d’orgoglio in un oceano di asservimento italiano alla “Fedeltà agli Alleati”.

Craxi è morto da latitante e nessuno nega le condanne in giudicato, la corruzione della politica italiana che toccò l’apice tra il 1987 e il 1992. Nessuno nega gli errori finali di un leader che è stato tanto rilevante come statista quanto degradato a “lupo delle tangenti”. Non possiamo tuttavia, se illuminati da onestà intellettuale, negare la sua intelligenza politica.

 

Quella “Grande Riforma” non è mai stata realizzata, neanche lontanamente si è cercato di porne le basi realistiche per una sua concreta realizzazione il cui fine andrebbe ricercato nella riforma profonda e integrale della cosa pubblica. E l’Italia da oltre 40 anni si perde nell’oblio. Di quell’idea Craxi è stato l’artefice nel marasma degli anni che portarono alla progressiva autonomia del PSI e quest’ultimo al governo.

 

Confrontare passato e presente non è solo doveroso: è strumento necessario per valutare e giudicare i cambiamenti e i peggioramenti, le loro genesi, per gettare le basi  a grandi mutamenti, non piccole riforme stagnanti che nascono nel silenzio e per il silenzio sono state concepite. Si cercano “Grandi Riforme” innanzi al mondo che corre, ad un’Italia assopita, frustrata,delusa, ad un’Europa finta e disunita, incapace persino di reagire militarmente forte e compatta al criminale attacco russo.  E Craxi, al netto delle sue colpe ma anche dell’importanza incontestabile dei suoi governi, ha lanciato una visione su cui i suoi successori hanno calato un velo funereo senza accorgersi che con quel velo coprivano l’orgoglio (e il benessere) del popolo italiano per decenni. Craxi ha acceso una fiammella che i suoi successori non hanno voluto trasformare in fuoco riformatore. Eschilo diceva che “la vita è un complesso di felicità e sventura”: Craxi ne è stato un vivo esempio, dagli altari di Palazzo Chigi alla cupa latitanza di Hammamet. Ricordare dunque, confrontare sempre. Mai dimenticare. Diversamente dall’oblio nasce solo altro oblio, dall’ignoranza nuova ignoranza. Dalla censura vendicativa del passato nasce lo sfacelo attuale e aumenta lo scetticismo e la distanza del popolo verso i governanti: i cittadini finiscono per essere sempre illusi e poi traditi dopo ogni tornata elettorale. L’astensionismo è solo un sintomo di un malessere molto più poderoso. Chi ha cercato di contenerlo non ha mantenuto le promesse ma si è dimostrato un vuoto fallimento figlio di opportunismi e profonda ignoranza: il M5S, fondato da un comico e affondato dalla finale sua indifferenza e dall’incapacità dei suoi uomini e donne che ancora occupano molte poltrone nella grande casa della politica.

Dott. Yari Lepre Marrani

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Vincenzo Costa, “L’assoluto e la storia. L’Europa a venire, a partire da Husserl”_a cura di Alessandro Visalli

Il libro di Costa è del 2023, decisamente un anno di crisi.

Legge questa crisi attraverso la rilettura, tagliente e militante, di un altro libro della Crisi. La “Crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale[1] di Husserl, determinando a sua volta un testo difficile, costantemente in bilico, che cerca la traccia di una lettura, la quale al contempo tradisce/rispetta il testo. Nel quale testo è, in altre parole, cercato un filo interno in grado di leggerlo alla luce del più alto presente al prezzo di qualche tradimento. Mi pare che la chiave sia la tensione a muoversi su un confine esile, un’aporia chiaramente espressa. È, insomma, un libro politico dall’inizio alla fine.

Si tratta degli unici libri che vale la pena di leggere.

Tutto il testo è compreso nell’impossibile obiettivo iniziale: “interrogarsi sull’Europa significa, da un punto di vista filosofico, chiedersi quale sia la sua identità, che cosa la distingua da altre culture[2]. Domanda pienamente legittima, chiaramente, ma dalla risposta quanto mai difficile. Ora, l’interpretazione di Husserl a questa domanda (alla quale si potrebbe rispondere, semplicemente, che a distinguerla è la sua storia, ovvero che non si distingue) riecheggia temi del tempo: “l’Europa non è una storia, ma è la domanda stessa sulla storia”.

 

Incontrare un testo (nella fattispecie “La Crisi” di Husserl) significa avvertirne il distacco e l’alterità, la distanza, e proporre al lettore quali domande ci siano nel frattempo diventate estranee, ma, al contempo, lasciarsi attraversare dal testo. In modo che, riguardando l’oggi a partire dalla traccia degli anni presenti nelle pagine ri-lette, sia possibile esserne dislocati.

L’obiettivo della lettura di Costa, ovvero la dislocazione che intende provocare, è quindi ben chiaro. Si tratta di svuotare quella idea di un senso che si dipana nella Storia, che fa tanta parte della tradizione Occidentale (provenendo dall’escatologia ebraica e poi cristiana, molto più che dai greci, a mio parere) e che trova una sistemazione nella narrazione teleologica hegeliana (formatosi come teologo, come si sa) e poi marxiana. Il problema è che se si oltrepassa l’escatologia, anche nella forma secolarizzata, diviene vuoto l’avvenire. Per questo la nazione più intensamente religiosa dell’Occidente, la più fondamentalista, è anche quella che si aggrappa con tutte le forze al suo avvenire, rischiando di precipitare il mondo intero nel vortice delle guerre pur di non rinunciarvi.

 

Questo obiettivo rilegge/tradisce lo stesso testo della “Crisi”, in quanto ancora implicato, se pure con alcuni spostamenti, con quella idea che interessa l’intero Ottocento europeo (secolo di massima forza del continente), per il quale la stessa Europa è il luogo nel quale la Ragione si dispiega.

La mossa più semplice, davanti a questa hybris, è quella di Lévi-Strauss, in “Razza e storia[3], che senza esitazioni la qualifica come ‘eurocentrismo’. Un’accusa la quale si dispiega in una diversa temperie storica, a partire da quegli anni Cinquanta del Novecento in cui la sconfitta del continente nelle due guerre mondiali definì la perdita della centralità ed il confronto con l’orrore dell’olocausto. Inoltre, anni in cui prese forza il movimento decoloniale, in parte spinto e favorito dalla lotta tra i due blocchi[4].

Il Levi-Strauss citato da Costa afferma infatti nel 1952 che ‘progresso’ e ‘storia cumulativa’ hanno senso solo se le civiltà seguono lo stesso percorso, la stessa direzione. Se risultassero orientate diversamente e in tale direzione accumulassero esperienze, allora apparirebbero rispettivamente stazionarie. La linea di sviluppo che una perseguirebbe non significherebbe nulla per l’altra. Ad esempio, una civiltà che valorizza lo sviluppo tecnico vedrebbe come statica una che attribuisse valore alla consapevolezza del rapporto con la natura, e viceversa.

Ma a questa cruciale obiezione dell’antropologo, che inclina, come Boas e Mead[5], a forme di relativismo culturale per le quali ogni civiltà è semplicemente diversa ed unica, e può essere giudicata solo nei propri specifici termini, vanificando qualsiasi possibilità di giudizio di valore, Costa obietta, in quello che mi pare in fondo il centro del testo (con uno straordinario “e tuttavia,” di incipit):

 

“e tuttavia, negare la teleologia non è senza rischi, poiché non si può abbandonarla senza pagare un prezzo: quello di scadere in un cieco empirismo e abbracciare un mero relativismo storico al cui interno ogni cultura va bene. All’interno di questo relativismo l’incontro stesso tra le culture non può neanche accadere perché culture differenti sono incommensurabili, e quindi, l’incontro deve semplicemente fare spazio a una sorta di indifferenza culturale e di tolleranza negativa. Non esiste la storia, allora, ma soltanto uno zoo di culture.

La negazione dell’idea di teleologia si risolve allora in una dissoluzione della nozione di verità e di ragione. A essere più precisi, essendo essa stessa eurocentrica, non deve essere la nozione di verità a guidare l’incontro tra culture. Il prezzo da pagare quando si abbandona la nozione di teleologia consiste nel rendere impossibile ogni critica razionale, persino la nozione stessa di dialogo razionale, dato che ogni cultura è un sistema chiuso e incommensurabile rispetto ad altre culture”[6].

 

 

Da qui muove la proposta che Costa recupera in Husserl. La teleologia, che non si può abbandonare senza affrontare l’horror vacui, può essere solo intesa al modo di Hegel come dynamis, nel quale la meta è contenuta nell’origine? Quando un seme contiene la pianta, e l’incompiuto deve compiersi attraverso sia pure conflitti e negazioni? Non è possibile intenderla come possibilità?

Se la potenza non è un atto che deve compiersi, ma, piuttosto, un ambito di virtualità al quale si può attingere, se, in altre parole, “l’atto fa essere la potenza”. Allora, storia e verità sarebbero in un diverso rapporto tra di loro, contingente.

Recupera significa anche tradisce, perché come immediatamente avverte l’autore, in Husserl ci sono abbondanti tracce di una visione del destino come compimento, ovvero di una storicità pura, che non si può che qualificare come etnocentrica. Per sfuggire bisogna tradire il testo nel punto in cui immagina la storia come un processo cumulativo e come approssimazione alla verità. Nel punto in cui, recuperando la tradizione scientifica che imbibisce ogni aspetto della cultura Ottocentesca nella quale Husserl si è formato, alla fine la verità è oggetto e rappresentazione e le teorie sono comunque rispecchiamento della realtà, pur non adeguandosi mai completamente ad essa.

 

Una concezione che, seguendo la critica del testo, presuppone inevitabilmente una ragione antistorica e quindi indipendente dai modi di espressione. Viceversa, “ogni cultura determina l’orizzonte teleologico a seconda da ciò che essa pone come modello di civiltà”[7]. La teleologia è, dunque, essa stessa un prodotto storico (un prodotto non solo di ogni ‘civiltà’, quando di ogni epoca storica, e, si potrebbe aggiungere, di ogni prospettiva pratico-disciplinare entro essa, se non si temesse di disintegrare l’oggetto – come forse merita – ). Se ogni epoca ha la sua storia (ed ogni civiltà ne ha una), allora ci si riavvicina a Boas e Levi-Strauss, restando distanti solo per una sorta di umanesimo che innerva l’intero testo. Ovvero per l’assenza di quel pessimismo radicale ed anti-antropocentrico, anti-umanistico e irreligioso, che caratterizzava il grande studioso belga. Certo, l’eliminazione della storia determinata da un proprio telos, in favore della contingenza (ma di una contingenza a sua volta necessaria, in quanto piena e capace di autoconferma) e del caso, impedisce di riconoscerlo ex ante, ma lo consente solo ex post (qui si potrebbe richiamare il Lukacs della “Ontologia[8]).

Il telos è, nella lettura della “Crisi” di Costa, tuttavia costantemente indeterminato, privo di un criterio ultimo, e di unità e necessità. È per questo che “è possibile interpretare il testo husserliano senza assumere una prospettiva archeo-teleologica”. Ed è possibile scegliere la traccia di questa lettura, tradendo altri contenuti del testo e la stessa “intenzione” dell’autore e del suo tempo, ovvero “trascurando molti passi testuali che contesterebbero la nostra lettura e confermerebbero l’appartenenza di Husserl alla metafisica della presenza, del senso e dell’identità tra ragione e storia”[9]. Qui si aprirebbe, insomma, una contraddizione nel testo tra l’idea tradizionale che l’uomo, in quanto essere razionale, perviene a sempre maggiori gradi di auto-riflessività (per cui, ad esempio, il nostro grado di auto-riflessività sarebbe superiore a quello delle generazioni che ci hanno preceduto, sarebbe a dire greci inclusi), dall’altra quella che il telos si vede solo a cose fatte e non può essere determinato anticipatamente; per cui in assenza di un criterio astorico non resta che l’interpretazione prima ricordata.

Ma allora, che cosa rende possibile l’unità di ragione e storia, senza l’idea di progresso? Per Costa la verità è sempre assente e differita, e quindi la ragione è solo la ricerca di un obiettivo che si sottrae. Più esattamente è la coscienza di questo impossibile afferrare ciò che si differisce costantemente. Ovvero è la coscienza della distanza dalla verità, dell’impossibilità di padroneggiare, una volta e per sempre, questo differirsi. Ma questa coscienza sarebbe l’Europa.

 

Con le parole stesse del testo:

 

“l’Europa sarebbe allora la coscienza del sottrarsi della verità, del suo infinito differirsi, e proprio in questo consisterebbe il suo valore ‘universale’. Al contrario, essa ricade al di qua di sé stessa (ricade nel mito) tutte le volte che si autorappresenta come depositaria di valori universali e come punta avanzata della storia della ragione. La coscienza della distanza dalla verità diviene presunzione di essere la depositaria della verità.”[10]

 

 

E’ del tutto palese, in questa posizione, estratta a forza, per così dire, dal testo della “Crisi”, l’obiettivo che si spende nei conflitti del presente. In questa fase in cui l’universalismo Occidentale, di derivazione escatologica, si fa parodia di se stesso nello sforzo di sovraestendersi in una posa imperiale. L’accusa che Costa dirige a questa postura, e che sarà più chiara nel suo successivo e più esplicito libro “Categorie della politica[11], è di tradire lo stesso Occidente, ovvero la sua segreta identità più autentica. Lungi dall’essere la difesa dei valori occidentali contro l’aggressione di civiltà ‘autoritarie’, la postura che un declinante potere imperiale anglosassone ha preso e prende verso la richiesta di protagonismo[12] avanzata dal resto del mondo è un tradimento dello stesso Occidente più autentico.

Lo scopo politico è farla finita con la vecchia, in verità antica, idea che solo l’Occidente è la casa della ragione e gli altri sono ‘barbari’ che possono divenire solo noi, se vogliono evolvere. L’idea, in altre parole, che la storia universale è quel processo in cui alla fine tutti sono europei (o, con Hegel, prussiani). Invece, per Costa, la storia universale (già questo singolare fa problema) è un processo (altro singolare) in cui si dà contaminazione, innesti, dialoghi, scontri e incontri, davanti alla ricerca a volte cooperativa di una verità che si sottrae per tutti. Il punto di attacco, che rende intelligibile ed anche condivisibile il libro, è che il nuovo eurocentrismo si presenta come quella forma di universalismo che, in quanto astratto, si impone dissolvendo tutte le tradizioni culturali, a partire da quella stessa dell’Occidente ben inteso.

 

Resta poco chiaro, un residuo husserliano direi, perché questa descrizione della consapevolezza del sottrarsi sarebbe europea, anzi sarebbe il lascito dell’Europa al mondo. Poco chiaro in due sensi: perché richiama l’Europa ad un’idealizzazione di alcuni pensatori aristocratici greci del IV secolo a.c.[13], riletta attraverso il lungo medioevo islamico ed europeo ed il filtro dell’Ottocento tedesco (che aveva il problema di sottrarsi al latino); perché, oltre a dimenticare il cristianesimo e il lascito romano, questa idealizzazione trascura le altre grandi culture che hanno rapporti con la verità altrettanto complessi. Peraltro, per fare una battuta su problemi di altissima complessità (e specializzazione), anche gli arabi sono ‘greci’ e, in ogni caso, i ‘greci’ non sono europei (in quanto sono contaminati assai profondamente dalle grandi culture antecedenti, egiziana e persiana[14], oltre che indiana).

 

Lo stesso Costa lo ricorda quando scrive “dobbiamo chiederci se questa caratteristica [la ricerca della verità che si sottrae] sia riservata alla cultura europea o se, in forme differenti, non costituisca l’orizzonte di ogni cultura”[15]. La mia risposta è . Rispondere no, peraltro, fa ricadere inevitabilmente nella posizione eurocentrica; se non altro attraverso il sottile velo del maieuta (già in Socrate orientato sottilmente allo scopo di ricondurre l’altro della democrazia al discorso degli aristoi). Ovvero del maestro che conduce i popoli bambini alla comprensione adulta. D’altra uscire da se stessi è sempre difficile, anche lo stesso Levi-Strauss fu criticato da Edward Said perché senza volere descrive le altre culture usando la sua tecnica che è intrinsecamente etnocentrica[16].

 

Il testo di Husserl è interessante perché reca in sé il travaglio di un momento di messa in questione della forma prima di universalismo imperiale europeo, innestato sul monopolio presunto e rivendicato del progresso tecnico-scientifico che rappresenta la crescita in sé evidente. Un processo quindi di tecnicizzazione della ragione e di sua unità. La crisi di cui parla il libro degli anni Trenta è quindi in primo luogo la disgregazione di questa unità e naturalezza. Unificazione dei tre trascendenti di Vero, Bello e Bene e dell’orizzonte di attesa, ovvero dell’escatologia (idea tratta dal mondo ebraico-cristiano, tuttavia). Quel che accade nel crogiuolo della crisi europea (ovvero del disastro delle due guerre civili e della perdita della centralità, con il sorgere di potenze extraeuropee, come gli Usa e il Giappone) è la perdita del senso della direzione. O, in altre parole, degli orizzonti di attesa.

Qui la soluzione si affaccia come mantenersi desti nella differenza, capire la crisi come oblio (dell’identità autentica dell’Europa) anziché tramonto (alla Spengler). Non concepirsi come privi di legami e quindi liberi, ma situati in una tradizione che radica la libertà oltre il mero principio di piacere. Oltre quell’orgiastico che reagisce alla perdita di senso in una fuga aristocratica (Costa tornerà su questo tema nel libro successivo) alla Bataille.

Come accade con la cultura cinese, con l’antica nozione di Dao, o a quella indiana con Brahma, non si tratta di raggiungere un fine, quale esso sia, ma restare aperti alla ricerca sapendola sempre relativa e incompleta. Il punto è che se si trascura questo dinamismo e si confonde il sapere con la verità, immaginandosi in possesso della chiave dell’universale una volta e per tutte, si ricade nel mito. Si perde l’origine e si dimentica se stessi.

 

Ciò che stiamo facendo è dunque dimenticarci.

 

Il telos (ora lasciamo pure perdere se è Europa, o se questo è un nome per designare un atteggiamento ed un lascito che non è solo ‘nostro’) sarebbe dunque la coscienza della differenza tra sapere e verità.

Questo telos che sarebbe proprio della fondazione greca. O, per meglio dire, della dinamica più propria dell’esperienza greca. Anzi, dell’esperienza della filosofia greca post-socratica. Ma “Grecia”, avverte il testo, “non significa una cultura determinata ma un atteggiamento”, essa “allude a uno strato di esperienza presente, in maniera latente, in ogni cultura”[17].

Lasciando da parte la domanda che scaturirebbe ovvia a questo punto, perché chiamare questo idealtipo con innumerevoli applicazioni “Grecia”, quando questa si dissolve avvicinandosi[18], il punto è che noi non rappresentiamo il mondo come è, ma viviamo piuttosto nella sua apertura. Ovvero abitiamo nel sistema di differenze che lo costituisce. Ricordando Hegel e la nozione di negazione determinata, e quello di contesti di volta in volta determinati, noi stessi dobbiamo concludere l’essere costituiti quali nodi di una certa epoca. La ragione stessa non è dunque assimilabile ad una sorta di Grande Dibattito (come forse vorrebbe Habermas), ma piuttosto un movimento dei mondi storici concreti, che situa esistenze, rende possibili natura e cultura di volta in volta situate, apre il senso e crea lo spazio nel quale si gioca. L’idea di verità è solo l’apparire, ogni volta in forme diverse e sotto diverse urgenze e soggettività, del mistero dell’essere (per usare un gergo filosofico) nella sua inesauribilità. La verità è, quindi, rapporto ad un’alterità.

Ma questa posizione, che gioca sul crinale sottile tra un sempre possibile relativismo e il rifiuto delle sue conseguenze, implica anche che, come ogni discorso, la Giustizia dipenda dal contesto.

 

Passando per una decostruzione della nozione di storia universale e di Europa nella prospettiva hegeliana, Costa nega in fondo che, come voleva Derrida, Husserl sia sulla stessa lunghezza d’onda. Per la quale in sostanza l’Occidente è la ragione stessa che si impone al mondo e alla quale tutti gli altri popoli possono partecipare solo nella misura in cui accettano la forma della razionalità che ha trovato forma al termine del percorso della storia, nell’Europa germanica. Quella storia che è unità e dispiegamento e passaggio dalla potenza all’atto. Lo ‘svolgimento’ sarebbe, allora, solo uno srotolarsi di un sé già presente nell’origine e coincidente con la logica. Il Geist (lo spirito) sarebbe insieme razionalità vivente e dinamismo della ragione, ma in esso sarebbe del tutto presente e necessaria la gerarchizzazione delle culture. Qui la famosa tesi dei ‘popoli senza storia’, nei quali lo spirito non ha direzione e quindi resta incapace di crescita.

 

La differenza è che in Husserl “la nozione di verità corrode quella di totalità”, mentre in Hegel:

 

“il telos allude a un incompiuto che vuole compiersi, per cui la teleologia sembra implicare un volontarismo intenzionale, una metafisica secondo cui la realtà pulsa verso una meta. Pertanto, la storia ha un senso solo se vi è un fine/una fine della storia, e si può parlare di telos solo a partire dall’intero, dalla chiusura di questo movimento della fine della differenza tra sapere e verità”[19].

 

 

Ma se, come vorrebbe ancora Husserl, la verità è sempre irraggiungibile, allora ogni epoca ha il suo scopo ultimo e vive nell’anticipazione. La potenza, il nucleo della razionalità, lo stesso movimento del dispiegarsi, e quindi il telos, il destino, viene quindi costruito retroattivamente in ogni epoca del mondo e secondo il suo concetto. Secondo il concetto di emancipazione che serba. Resta ancora una sorta di teleologia, ma senza compimento. In sostanza, se resta un fine dalla storia di cui si può dire, questo è tenere aperta la differenza.

 

Stiamo tornando a Levi-Strauss, ed all’antropologia culturale della sua generazione? In effetti, si articola una forma di relativismo, ma sotto condizioni specifiche. La verità è inattingibile, storica e temporale, dipende dall’epoca, ma non è relativa nel senso individuale. Non è questione di desiderio (come vorrebbe una cultura diffusa in Occidente a partire dal secolo scorso e normalmente etichettata come post-moderna), piuttosto “sono i contesti e non le opzioni soggettive e arbitrarie a fissare le coordinate”[20]. È possibile quindi giudicare in relazione a queste coordinate.

Certo, resta il problema pratico di chi determina le coordinate anche se storicamente date, se qui-ed-ora. Resta il problema che l’apertura è un campo di conflitti. Che le sfide alle quali bisognerebbe rispondere, perché poste dall’epoca, sono centralmente interpretazioni e sono la materia stessa del conflitto per lo spirito del tempo. La sfida che individua la nostra epoca del mondo è quella per l’estensione della libertà del mercato e della razionalità liberale, come vorrebbe una forte linea di interpretazione anglosassone? Oppure è la contaminazione e l’apertura alla pluralità dei mondi in un contesto di legittimazione reciproca? L’emancipazione alla quale tendere è quella degli individui dalle strutture collettive, in modo che sia il mercato a definire il proprio di ciascuno, o delle comunità che sono libere di definirsi secondo i propri specifici termini?

E la storia è sviluppo di questa idea centrale, della democrazia di mercato, o stratificazione di diversi modi di stare in rapporto e di riconoscersi situati? Le diverse forme particolari di questo stare in rapporto con la tradizione, e di restare aperti alla differenza tra i saperi e la verità, tra il giusto e le forme della socialità, sono implicate con il relativismo necessariamente? Per sfuggire all’antitesi tra universale e particolare è sufficiente che si ridefinisca l’universale come apertura all’altro da sé ed al riconoscimento del sé come altro?

 

È possibile che in questo modo si disperda ogni possibile idea di ragione, e ogni forma immaginabile di universalismo. O, forse, che in tal modo ciò che si perde sia solo l’universalismo astratto. D’altra parte, la ‘ragione universale’ è il centro della filosofia occidentale, o della sua antropologia filosofica, e Husserl l’ha sempre tenuta per ferma. Inoltre, l’ha sempre localizzata in Europa, dove la filosofia sarebbe cominciata come “non conoscenza”. Costa qui ricorda l’importante critica che negli anni Sessanta, non per caso nel contesto dei movimenti decoloniali, ha individuato nella filosofia Occidentale stessa la “mitologia bianca”. Una critica che da Derrida non manca di investire direttamente anche lo stesso Husserl, “per Husserl, come per Hegel, la ragione è storia e non c’è storia se non della ragione”[21]. Ed ancora,

 

“la metafisica – mitologia bianca che concentra e riflette la cultura dell’Occidente: l’uomo bianco prende la sua propria mitologia, quella indoeuropea, il suo logos, cioè il mythos del suo idioma, per la forma universale di ciò che egli deve ancora voler chiamare Ragione. Il che non accade senza conflitti”[22].

 

 

Ha ragione Derrida, nel volere mitologica ed etnograficamente definita questa pretesa dell’Occidente di parlare la lingua dell’umanità tutta, o ha ragione Husserl, che individua nella filosofia e nella scienza “il movimento storico della rivelazione universale innata, come tale dell’umanità”? Per il nostro non ci sono alternative, o nella storia europea (non già in quella indiana o cinese, non in quella araba, non altre) si dispiega la ragione stessa, oppure c’è il relativismo culturale. Precisamente scrive: “solo così sarebbe possibile decidere se l’umanità europea rechi in sé un’idea assoluta o se non sia un mero tipo antropologico empirico come la ‘Cina’ o l’’India’”[23]. Per cui in un certo senso l’universale vive nel particolare, in noi.

La ragione che Husserl difende è un capolavoro di etnocentrismo e di centralità della propria specifica posizione nella storia: la ragione e la verità universali si incarnano in Europa perché solo in essa si comprende razionalmente il reale tramite la filosofia. Le altre culture non conoscono la filosofia, quindi non hanno accesso al reale e alla totalità. All’obiezione circa l’evidente presenza di testi ‘filosofici’ in altre culture, avanzata al suo tempo da Georg Misch, lo stesso Husserl replicò, come riporta Costa, che “bisogna evitare che la generalità meramente morfologica occulti le profondità intenzionali, non bisogna diventar ciechi di fronte alle differenze essenziali e di principio”. La filosofia occidentale inizierebbe infatti con una “dichiarazione di non conoscenza” e con lo stupore verso un inconoscibile senza rimedio, oltre che con l’apparire della idealità. Ovvero con Platone e Socrate. Momento della storia della cultura greca che segnerebbe “la specificità del nostro essere occidentali”. Questo perché in Grecia nascerebbe la “teoria”, ovvero l’atteggiamento teoretico, un modo di essere del tutto non-pratico, una mera esigenza di verità sviluppata in vista di nessuna utilità.

Piuttosto singolare come spiegazione, nel momento in cui sembrerebbe essere piuttosto il contrario[24]. Ad esempio, il taoismo bisogna orientarsi alla scoperta della legge latente ai mutamenti delle cose, legge che si sottrae alle constatazioni empiriche ma impregna l’universo. L’intima unione con il Tao (o Dao) avviene proprio con il distacco, la rinuncia alle passioni, la Via che non agisce, che è inattiva, non forza la sorte. Oppure la dottrina del maestro Mo Ti (479-381 a.C.), contemporaneo di Socrate, contrapposta a quella di Confucio e del suo allievo Mencio, che prediligeva il culto del Cielo, l’amore universale e la non aggressione e pace tra tutti i popoli in un’epoca di guerra civile[25].

 

Dunque, la storia universale coincide con l’europeizzazione di tutta l’umanità. Ovvero, con l’estensione del modo di abitare il mondo che sarebbe proprio dell’Europa. Con quel modo dell’abitare che sarebbe, cioè, abitato dallo stupore. Quell’atteggiamento che consisterebbe nel rapportarsi a sé stesso come un altro e nutrirsi del decentramento.

Ma, e qui affonda la sua critica Derrida, accolta da Costa se pure con alcune timidezze, “il proprio di una cultura è di non essere identica a sé stessa”; la nozione stessa di “cultura” è un’astrazione e il risultato di una lotta provvisoriamente vinta, di una egemonia. Allora l’identità stessa è provvisoria ed è contaminata. Oppure, in altre parole, “ciò non significa che la cultura non ha una identità, ma semplicemente che una cultura può identificarsi solo attraverso l’altro; non vi è identità senza il gioco delle differenze”[26].

 

Allora cosa si può dire, che rispettare il particolare non può significare altro che tradire l’universale? Come sfuggire a questa aporia. Se si può porre una qualche identità data, quindi un fine, un telos, e se questi hanno un valore universale, allora non ci sono vie di uscita dall’etnocentrismo (in Europa sarebbe un eurocentrismo, altrove sarebbe la pretesa di una via all’umano di volta in volta braminica, cinese, islamica, o sudamericana, e via dicendo). Se, invece, non c’è la possibilità di rivendicare un telos propriamente umano e valido quindi per tutti, allora bisognerebbe concludere che una cultura vale l’altra. Resterebbe preclusa la critica e la cooperazione andrebbe affidata a meccanismi non verbalizzati (come il mercato, o la semplice forza). Con che diritto potremmo intervenire in un’altra cultura che apparisse a noi strana o ripugnante, oppure, ed è lo stesso, con che diritto gli altri sulla nostra?

È certo un problema enorme, e per percepirlo basta entrare in contatto con qualche “altro”, spiando dal pertugio della porta il modo in cui lui vede noi. O, ancora meglio, accorgersi che in ogni ‘altro’ ci sono tutti i conflitti che ci attraversano. Nel più volte condannato mondo persiano, ovvero iraniano, vive un conflitto secolare tra istanze di secolarizzazione, che guardano in parte anche all’Occidente, e istanze religiose nelle quali la tradizione viene continuamente rinnovata. La storia del paese, negli ultimi cinque secoli almeno, è attraversata da questo conflitto ciclico. Si sono succeduti periodi di “modernizzazione” a periodi “tradizionalisti”. Abbiamo quindi il diritto di scegliere per loro quale deve prevalere questa volta? Abbiamo quello di sforzarci di farlo vincere?

Quale è l’identità pura e quale quella contaminata, da loro come da noi?

 

Probabilmente ciò che andrebbe fatto è, qualunque sia l’etichetta che vogliamo dargli, decentrarsi, assumere il punto di vista dell’altro e immaginare il suo mondo. Lasciare anche che questi immagini il nostro e guardarsi nell’immagine.

Per concludere questa breve lettura, l’Occidente idealizzato, ma devo dire davvero difficile da rintracciare (casomai è più facile trovarlo a Teheran o a Pechino), di Costa è quindi quello che è cosciente che il proprio modo di pensare è solo uno tra i molti possibili ed è disponibile a cambiare direzione. È quello che resta cosciente della differenza incolmabile tra interpretazione e verità, ma non per questo cessa di cercarla. E comprende che la ricerca è possibile solo nel decentramento e nella coltivazione dello stupore per l’apertura all’altro da sé, che è possibile perché anche il sé è un altro. Da scoprire.

 

Si potrebbe dire che l’Occidente è migrato via dall’Occidente.

 

 

[1] – Husserl, E., “La Crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale”, Il Saggiatore, Milano, 1986 (ed. or. 1954).

[2] – Costa, V., “L’assoluto e la storia”, Morcelliana, Brescia, 2023, p. 6.

[3] – Lévi-Strauss, C., “Razza e storia”, Einaudi, Torino, 2001 (ed. or. 1952).

[4] – Rimando al mio Visalli, A., “Dipendenza”, Meltemi, Milano, 2020.

[5] – Si veda King, C., “La riscoperta dell’umanità”, Einaudi, Torino, 2020 (ed. or. 2019).

[6] – Costa, “L’assoluto”, cit., p. 10, citato Boas, F. “The mind of primitive man”, The MacMillan Company, New York, 1938, p. 159.

[7] – Costa, “L’assoluto”, cit., p. 12

[8] – Lukacs, G., “Ontologia dell’essere sociale”, Meltemi, Milano, 2023 (ed. or. 1984).

[9] – Costa, “L’assoluto”, cit., p. 15

[10] – Costa, “L’assoluto”, cit., p. 16

[11] – Costa, V., “Categorie della politica. Dopo destra e sinistra”, Rogas Edizioni, Roma, 2023.

[12] – Si veda “L’allargamento dei Brics, l’alba di un mondo nuovo?”, Tempofertile, 27 agosto 2023.

[13] – Per un inquadramento dell’insegnamento seminale di Socrate nel contesto del suo tempo, si veda Luciano Canfora, “Il mondo di Atene”, Laterza, Roma-Bari 2011.

[14] – Si veda, ad esempio, Diego Lanza, “Dimenticare i Greci”, in AA.VV. “I greci. Storia, cultura, arte e società”, vol. 3, Einaudi, Torino, 2001, p. 1462.

[15] – Costa, “L’assoluto”, cit., p. 17.

[16] – Said, E. “Orientalismo”, Feltrinelli, Milano, 1999 (ed. or. 1978); “Cultura e imperialismo”, Feltrinelli, Milano, 2023 (ed. or. 1993).

[17] – Costa, “L’assoluto”, cit., p. 58

[18] – Ogni osservazione più ravvicinata dissolve questa idealizzazione, per la quale, come vorrebbe in pratica ogni filosofo occidentale formato alla sua scuola, nel IV secolo a.c., all’incirca, si è creata improvvisamente una coscienza nuova, e questa in sostanza in una città di venticinquemila cittadini liberi attraversata da un radicale conflitto tra ‘democratici’ e ‘aristocratici’ ed in scontro con altre città-stato. Tutto ciò trascurando fastidiosi particolari come l’appartenenza di tutti i filosofi tramandati al partito aristocratico (Crizia, autore del colpo di stato contro la democrazia ateniese, appartiene alla cerchia intima di Socrate e ne è parente), e quindi la dipendenza del discorso sul “non sapere” da un diretto utilizzo politico, oppure i legami della cultura greca con le fonti siriane, egizie, fenicie, o nordafricane come la cultura Kush e Aksum. O, per il tramite a volte di queste ultime, con il mondo indiano e oltre.

[19] – Costa, “L’assoluto”, cit., p. 102

[20] – Costa, “L’assoluto”, cit., p. 104

[21] – Derrida, J. “Margini della filosofia”, Einaudi, Torino, 1997 (ed.or. 1972), p.167.

[22] – Derrida, cit., p. 280

[23] – Costa, “L’assoluto”, cit., p. 120, cit. Husserl, “La Crisi”, p.45.

[24] – Per questa interpretazione si vedano i testi di Francois Jullien, “Trattato sull’efficacia”, Einaudi, Torino, 1998 (ed. or. 1996); “Pensare l’efficacia in Cina e in Occidente”, Laterza, Torino, 2006 (ed. or. 2005).

[25] – Si veda Granet, M., “Il pensiero cinese”, Adelphi, Milano, 2018 (ed. or. 1971).

[26] – Costa, “L’assoluto”, cit., p. 131.

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Il sistema produttivo italiano. Una prima carrellata su vizi e virtù Con il professor Marco Pugliese

Con questo video avvieremo un approfondimento sulle virtù e sui limiti del sistema produttivo italiano, mettendolo in relazione soprattutto con le caratteristiche, le capacità e le ambizioni della nostra classe dirigente e del nostro ceto politico e con il contesto geopolitico, in particolare europeo e statunitense. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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Manifesto di Orvieto_ Un invito alla riflessione_a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto i testi, con i relativi link disponibili per chi avesse difficoltà di lettura dei documenti non perfettamente formattati per mancanza di tempo, propedeutici al dibattito nell’assemblea di fondazione del Forum dell’Indipendenza Italiana, presieduta da Gianni Alemanno, che si terrà a Roma il 25 e 26 novembre prossimi.

A parere dello scrivente gli elaborati rappresentano, in termini di analisi, quanto di più compiuto sia riuscito a produrre una organizzazione politica, sia pure in formazione, almeno sui temi cari a questo sito.

Vi sono diversi punti controversi sui quali aprire la discussione. In particolare la priorità da attribuire alla battaglia culturale, il decadimento degli stati nazionali e la qualità del potere del capitalismo e dei capitalisti, in particolare finanziario, in quale maniera andrebbero esercitate le prerogative dello stato in un sistema globalizzato o quantomeno esteso di relazioni, l’atteggiamento da tenere sulle nuove tecnologie, sulla loro forza di penetrazione, distinguendole dai fondamenti esistenziali inquietanti costruiti a corollario. 

Quanto alle proposte politiche, al programma del manifesto, la discussione promette di essere ancora più accesa, con riguardo soprattutto al ruolo e alla istituzionalizzazione delle associazioni a tutela in particolare dei ceti intermedi, alla funzione del conflitto sociale, al ruolo della grande impresa multinazionale e al suo rapporto con gli stati nazionali.

Gli estensori  partono da una constatazione realistica, il retaggio ancora irriducibile delle ideologie otto/novecentesche, per concludere che l’azione politica deve svolgersi ancora distintamente nelle rispettive aree ideologiche, evitando agglomerazioni affrettate e pasticciate. Il rischio pesante è quello di essere ancora una volta risucchiati nel passato. L’enfasi attribuita alla contrapposizione tra élites e massa, all’impegno scandito dalle battaglie e dalle scadenze elettorali, alla assoluta priorità data al successo e alla rappresentanza elettorale rispetto al problema dell’effettivo esercizio del governo e del potere, rischiano però di riproporre sotto mutate spoglie gli errori e gli opportunismi più o meno intenzionali che hanno inficiato tutte le esperienze del recente passato, in particolare quelle del M5S, di Salvini e per certi versi di Matteo Renzi, portando alla disillusione componenti sempre più importanti di popolazione?

Cercheremo di aprire una discussione sul merito compatibilmente con le nostre modeste forze. Buona lettura, Giuseppe Germinario

MANIFESTO-DI-ORVIETO-1

Noi chiamiamo a raccolta chi ci crede ancora.Chi si emoziona quando sente il nostro inno nazionale e guarda la bandiera dell’Italia alta nel cielo. E non si rassegna a vedere donne e uomini messi ai margini, sfruttati, privati di ogni diritto.Chi non accetta di sentir parlare male degli Italiani, chi si ricorda della nostra storia e la vede ancora scorrere nell’immensa creatività di questo popolo e di questa cultura.Le radici contano, l’identità di ognuno di noi è fatta della lingua, della cultura, della memoria condivisa, dell’ambiente e del paesaggio che ci circonda e a cui dobbiamo dare valore. Per questo l’identità di ciascuno di noi vive nelle comunità di cui facciamo parte, dalla famiglia ai territori, fino alla Comunità nazionale.Noi ci sentiamo europei, perché siamo innanzitutto e soprattutto Italiani. Se smetteremo di essere Italiani, smetteremo anche di essere europei.Noi crediamo ancora nel valore della cittadinanza che si radica nell’identità. Un valore che chiede ogni giorno sacrificio, impegno sociale e partecipazione politica, ma che deve garantire il lavoro per tutti e i diritti sociali per ogni famiglia. La cittadinanza non si regala a nessuno, né a chi è nato italiano, né a chi viene da altri paesi.La democrazia nasce dalla cittadinanza e dalla sovranità popolare, scompare quando si diventa sudditi e quando i diritti sociali vengono negati.Tutto questo è scritto nella nostra Costituzione, perché è scritto nella nostra storia, nella Dottrina sociale cattolica e nell’Umanesimo del Lavoro.Proprio per questo c’è bisogno di un profondo cambiamento e il tempo in cui stiamo vivendo è propizio per questa svolta.L’Italia deve uscire dalla condizione di sudditanza economica, finanziaria e politica, che è la radice di tutti i suoi problemi. Siamo sempre più una colonia che subisce il vincolo esterno dell’Unione Europea e le direttive geo-politiche del deep state americano, dietro cui non è difficile cogliere gli interessi e i progetti della global finance. Non certo dei popoli europei o del popolo americano, che subiscono quanto noi questa perdita di sovranità.Non è solo una questione di orgoglio nazionale: dalla nostra indipendenza dipende il futuro del nostro popolo e la nostra libertà di cittadini.Non riusciremo più a dare un lavoro dignitoso ai nostri figli e a garantire i diritti sociali delle nostre famiglie se non ci ribelleremo ai vincoli di austerità e liberismo che ci vengono imposti da Bruxelles. Ancora oggi la Commissione europea – nel pieno di una guerra – vuole rapidamente tornare ad un Patto di Stabilità ancora più severo e obbligarci ad approvare una riforma del MES che ci metterà ancora di più a rischio di default. Queste riforme europee imporranno alla nostra2economia manovre finanziarie di tagli alla spesa pubblica di almeno 10 miliardi all’anno per dieci anni, rendendo così impossibile ogni investimento per lo sviluppo e ogni spesa necessaria ai servizi sociali essenziali.Le direttive del deep state americano ci hanno imposto guerre devastanti per il nostro interesse nazionale e per la nostra economia: dalla seconda guerra del Golfo, all’intervento nel Kosovo, all’attacco alla Libia, fino al coinvolgimento in prima linea nel conflitto in Ucraina. Un paese come il nostro, naturale ponte tra il Nord e il Sud, tra l’Est e l’Ovest, è stato trasformato in un confine armato nel cuore del Mediterraneo.Per questo la questione sociale esplode nel nostro Paese: squilibrio crescente nella distribuzione della ricchezza; diffusione della povertà anche nel ceto medio; mancanza di lavoro dignitoso e adeguatamente retribuito; smantellamento di tutti i servizi sociali, sanitari e previdenziali; abbandono del territorio e devastante degrado urbano; tratta di esseri umani che porta sempre più disperati sulle nostre coste; fuga dei nostri ragazzi all’estero per cercare lavoro.Il divario tra il Nord e il Sud dell’Italia è tornato a crescere, i diritti e i doveri non sono più uguali per tutti gli Italiani e il progetto di autonomia differenziata rischia di rendere irreversibili questi problemi e queste ingiustizie. Nessuna regione trarrà vantaggio dalla divisione dell’Italia.Per dare risposte a questa crisi sociale bisogna innanzitutto rilanciare lo sviluppo ricostruendo le filiere produttive della nostra economia nazionale, con una nuova sinergia tra Stato e piccole e medie imprese. Lo Stato deve rigenerare la nostra grande industria, le PMI devono essere liberate dal peso delle tasse e della burocrazia, protette dalla concorrenza predatoria delle grandi multinazionali, per poter esprimere tutta la creatività del made in Italy. L’Italia deve tornare a produrre ricchezza e a ridistribuirla equamente tra tutta la popolazione. Ma tutto questo non è possibile senza entrare in conflitto con i vincoli europei.La nostra sudditanza finisce per colpire anche le libertà individuali e la dignità dell’essere umano: è in atto un vero e proprio attacco “transumanista” alla nostra condizione umana, l’evoluzione dell’eugenetica nell’era delle nuove tecnologie.Le multinazionali del farmaco, Big Pharma, stanno costruendo la dittatura sanitaria, cominciata con le campagne vaccinali per il Covid e oggi proiettata a conferire ad una OMS privatizzata il controllo della sanità mondiale.Le multinazionali biotech diffondono l’ideologia gender per aprire la strada alle peggiori sperimentazioni biotecnologiche che manipolano il concepimento di un figlio, la dignità della vita umana, l’alimentazione naturale e la biodiversità.Big Tech, i giganti della tecnologia dell’informazione, ci impongono la transizione digitale, che vuole consegnare all’intelligenza artificiale il controllo delle nostre possibilità di conoscenza e percezione del reale.La Green economy rende obbligatorie le tecnologie delle energie rinnovabili, le batterie e i pannelli fotovoltaici fatti con terre rare estratte con il lavoro minorile, la limitazione dei nostri spostamenti, la rottamazione delle nostre abitazioni e delle nostre autovetture. Ci illudono di contrastare il cambiamento climatico con la transizione green, invece che con la cura del territorio e dell’ambiente, la limitazione del consumismo “usa e getta” e una diversa qualità della vita.Ma da dove vengono le strategie di queste multinazionali se non dall’Agenda di Davos del Word Economic Forum, dalla finanza globale in larga parte radicata in quel mondo occidentale che noi dovremmo difendere in nome della “libertà del mercato” e della lotta contro le “autocrazie”?3Per reagire a queste devastanti manipolazioni dobbiamo difendere fino in fondo la libertà personale di ognuno di noi e ripristinare la sovranità dello Stato nazionale sull’uso delle tecnologie, con il rilancio della ricerca e della sanità pubbliche e con istituzioni scientifiche trasparenti e qualificate. Tutta la cultura, la formazione dei nostri giovani e l’informazione mediatica devono essere liberate dai condizionamenti economici e dagli interessi lobbistici, con un forte intervento della mano pubblica finalizzato a garantire veramente la libertà di scelta di tutti i cittadini.Oggi, a differenza del passato, le porte della nostra prigione possono essere aperte. Sta emergendo un mondo multipolare che mette in discussione la supremazia americana e permette a tutti i popoli di riprendersi la propria indipendenza.Per questo, dopo più di dieci anni di governi imposti dall’alto, speravamo che l’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi potesse rappresentare questa svolta. Un governo votato dai cittadini, un partito di maggioranza relativa premiato per la coerenza di rimanere sempre all’opposizione, erano la premessa per rimettere in movimento la nostra Nazione.Purtroppo, questi primi mesi di governo sono stati una profonda delusione: non si tratta solo delle naturali difficoltà di avviare un nuovo Esecutivo contro una burocrazia ostile e tra mille trappole nazionali e internazionali. Il problema è che la Premier, sotto la pressione di queste difficoltà, ha scelto la strada sbagliata e la direzione opposta.L’Italia è a un bivio, deve scegliere: sfruttare le opportunità offerte dal nuovo mondo multipolare o rimanere imprigionata nel vincolo esterno di una Unione europea in crisi e di un atlantismo in declino.Non si può essere conservatori nei valori e liberisti in economia. Il liberismo nega i valori non negoziabili e cancella i principi. Non si può difendere il nostro interesse nazionale facendo i primi della classe in Europa e nel G7. Solo andando controcorrente si risale la china.Queste verità erano già state intuite tanto tempo fa, quando la destra sociale e nazionale parlava di alternativa al sistema. Oggi le stanno denunciando tanti “mondi del dissenso” trasversali e non ideologici, che raccolgono coloro che stanno pagando sulla loro pelle il prezzo della sudditanza.Per questo non abbiamo nessuna intenzione di essere “la destra della destra”, di continuare l’antica disputa della destra sociale e identitaria contro la destra conservatrice e liberista.Con il Forum dell’indipendenza italiana noi vogliamo raccogliere tutti coloro che cercano di uscire dalla prigione della sudditanza, aperti a ogni confluenza e a ogni confronto, guardando alle prospettive e non alle provenienze. Perché questo non è più il tempo del settarismo, delle antiche faide che hanno dilaniato il nostro popolo in una interminabile guerra civile, rendendoci più deboli di fronte alle colonizzazioni.Noi speriamo che questo Governo eletto dal popolo riveda le sue posizioni, perché non vogliamo certo tornare a governi tecnici imposti dall’alto, mentre l’opposizione progressista ci appare ancora più condizionata dall’Agenda di Davos e per questo lontana dai bisogni degli Italiani.Noi chiediamo a tutta la politica ufficiale di tornare a confrontarsi con i problemi reali, anche per contrastare un astensionismo sempre più dilagante. Bisogna superare i partiti personali, fatti da cerchi magici e ras locali, dove non c’è democrazia interna, partecipazione e radicamento nel4territorio. Bisogna ridare al popolo il diritto di scegliere veramente i propri rappresentanti, con preferenze e collegi uninominali contendibili, di eleggere direttamente il Presidente della Repubblica, di indire referendum ogni qual volta sarà necessario.Per questo facciamo appello al mondo delle liste civiche che esprime una parte importante della politica italiana, proprio quella più radicata nel territorio e meno disponibile a piegare la testa di fronte alle imposizioni dei partiti. Bisogna coinvolgere questo mondo in un grande progetto politico nazionale, perché anche i problemi locali possono essere risolti soltanto liberandoci dai vincoli dell’Unione europea.Vogliamo confrontarci con le rappresentanze della società civile, le organizzazioni di categoria e le rappresentanze sindacali, gli ordini professionali, le fondazioni e casse di previdenza, il mondo delle associazioni, le Camere di commercio e le Università. Al di là di tanti interessi lobbistici e giochi di potere, esiste in tutte queste realtà un potenziale di partecipazione e di progettualità che non può essere disperso.Sovranità popolare, rigenerazione dello Stato-nazione, rilancio dell’economia nazionale, diritti sociali garantiti dalla Costituzione, partecipazione e sussidiarietà sono i principi da contrapporre ai poteri forti dell’economia e della finanza.Questo è il tempo del popolo che si ribella contro il tradimento delle classi dirigenti, dei valori umani e cristiani per reagire agli attacchi della tecnocrazia, degli italiani che vogliono riprendersi le chiavi di casa.Noi non ci tiriamo indietro, chiediamo a tutti di fare altrettanto.Un movimento per l’Italia può nascere davvero.Orvieto, 30 luglio 2023

documento-politico-orvieto23

Allegato 1
DOCUMENTO POLITICO
I. ALL’ALBA DI UN NUOVO CICLO POLITICO
II. L’ANIMA “POPULISTA” DEL CAMBIAMENTO
III. LA PREMESSA: REGOLARE I CONTI A DESTRA
IV. IL PRIMO LIVELLO DI AGGREGAZIONE: I MONDI DEL
DISSENSO
V. IL SECONDO LIVELLO DI AGGREGAZIONE: LISTE CIVICHE
E CORPI INTERMEDI
VI. OBIETTIVI FONDAMENTALI E IDEE-FORZA DI UN
MOVIMENTO PER L’ITALIA
2
I. ALL’ALBA DI UN NUOVO CICLO POLITICO
Abbiamo tutti la sensazione che – secondo ritmi storici sempre più accelerati – un
nuovo ciclo politico si stia affacciando all’orizzonte della storia nazionale ed europea.
A livello globale la guerra in Ucraina sta segnando un altro passo avanti verso
l’emersione di un nuovo mondo dopo l’epoca dell’unipolarismo americano,
cominciata nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino ed entrata in crisi irreversibile
con la parabola di Donald Trump, la fuga dall’Afghanistan e la crescita economica e
politica dei BRICS.
L’alternativa dei prossimi anni, quella che darà il segno della nuova epoca che si sta
aprendo, sarà tra la speranza di un vero mondo multipolare in cui possano riprendere
valore le identità e le sovranità dei popoli, oppure la minaccia di un nuovo
bipolarismo Usa-Cina, in cui le logiche oppressive del mercato globale saranno rese
ancora più feroci da nuove forme di totalitarismo. La guerra in Ucraina appare come
uno strumento per mettere in una posizione subordinata Europa e Russia rispetto a
questo nuovo progetto di bipolarismo e non è un caso che tutti i paesi BRICS – anche
sotto la spinta degli interessi strategici della Cina – siano schierati più dalla parte della
Russia che non dalla parte dell’Occidente.
Questo nuovo bipolarismo sarà molto più devastante di quello novecentesco: se allora
si contrapponevano consumismo e gulag, oggi la posta in palio sono le gestioni
totalitarie delle pandemie, dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie
transumaniste. Un attacco alle radici stesse dell’identità e della libertà della persona
umana.
Di riflesso a questi scenari l’Unione europea manifesta con sempre maggiore
chiarezza la sua funzione negativa: non rappresenta – come qualcuno ancora si illude
– un primo, magari imperfetto, passaggio verso la sovranità dei popoli europei, al
contrario si rivela come una gabbia costruita proprio per impedire al nostro Continente
di conquistare un ruolo geo-politico e un modello economico-sociale conforme alla
sua civiltà.
Non si spiegherebbe altrimenti la pervicacia con cui vengono imposti modelli che
sembrano fatti apposta per deprimere culturalmente, socialmente ed economicamente i
popoli europei: rigida applicazione dei dogmi economici liberisti, sostegno maniacale
delle ideologie gender e immigrazionista, fondamentalismo ambientalista e scientista,
totalitarismo digitale, indifferenza per l’impoverimento crescente delle popolazioni.
Il nuovo scalino di questa follia è un “incastro” determinato da diverse azioni
convergenti: il nuovo Patto di stabilità e crescita, la riforma del Mes, la governance
rigorista BCE, la transizione ecologica, il posizionamento nella guerra in Ucraina che
ha rotto ogni positiva sinergia economica con la Russia. Questa situazione porta verso
la deindustriazzazione dell’Europa, la crescita vertiginosa dell’impoverimento e dello
sfruttamento del lavoro, la perdita di ogni incidenza geo-politica, il default dei paesi
politicamente più fragili come l’Italia.
È evidente come una simile deriva non possa non produrre ricorrenti e crescenti
ondate di protesta in tutto il continente europeo, sia come rivolte di piazza che come
rovesci elettorali. La violenta protesta contro la riforma delle pensioni in Francia è
3
l’ultimo esempio di queste reazioni di piazza, mentre in tutte le elezioni nei paesi
europei tendono a vincere i partiti di opposizione o comunque fuori dal coro
progressista (anche se spesso questi partiti vincenti sono di natura più conservatrice
che sovranista).
In Italia l’ultima ondata significativa di proteste di piazza è stata quella contro le
misure adottate per la pandemia, mentre ormai da trent’anni (dalla fine della prima
Repubblica in poi) gli Italiani tendono a votare i partiti e gli schieramenti che
promettono il più radicale cambiamento rispetto al passato. Prima la “rivoluzione
liberale” di Berlusconi unita allo sdoganamento della destra, poi il “rottamatore”
Matteo Renzi, il populismo moralistico del Movimento 5 Stelle, il populismo
sovranista della Lega di Salvini, infine la pervicace opposizione (durata 10 anni)
prima sovranista e poi conservatrice di Giorgia Meloni.
Ognuna di queste esperienze si è conclusa con la dimostrazione dell’incapacità (o
della mancanza di volontà) di realizzare questo cambiamento.
La vicenda di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia può sfuggire a questo destino?
Su tutto l’arco delle questioni politiche e programmatiche la mutazione di Fdi da forza
di cambiamento a forza di conservazione è evidente e forse irreversibile.
Sul versante geopolitico lo schieramento ultra-occidentale nel nuovo Governo appare
convinto e strutturato: “In tutto il mondo le autocrazie cercano di guadagnare campo
sulle democrazie e si fanno sempre più aggressive e minacciose, e il rischio di una
saldatura che porti a sovvertire l’ordine internazionale che le democrazie liberali
hanno indirizzato e costruito dopo la fine del secondo conflitto mondiale e la
dissoluzione dell’Unione Sovietica è purtroppo reale. In questo nuovo bipolarismo
l’Italia la sua scelta di campo l’ha fatta, ed è una scelta netta. Stiamo dalla parte
della libertà e della democrazia, senza se e senza ma, e questo è il modo migliore per
attualizzare il messaggio del 25 Aprile. Perché con l’invasione russa dell’Ucraina la
nostra libertà è tornata concretamente in pericolo.” (Lettera di Giorgia Meloni al
Corriere della Sera del 25 luglio 2023).
La conseguenza di questa posizione geo-politica e ideologica è la postura da “primi
della classe” nei consessi dell’Unione europea (oltre che di tutto l’Occidente): invece
di uno scontro frontale e una vera trattativa contro le devastanti derive di Ursula von
del Leyen e di Christine Lagarde, si cerca di trovare accomodamenti per dimostrare di
“non essere anti-europeisti”, forse non rendendosi conto della trappola mortale in cui
Bruxelles sta trascinando l’Italia.
In queste condizioni, quando saranno esaurite le risorse del PNRR (che in larga parte
dovremo restituire), margini per fare politiche di sviluppo economico e di crescita
sociale in Italia non ce ne sono e l’unica strategia del nuovo Governo sembra essere
quella di riverniciare di identitarismo conservatore la vecchia linea berlusconiana della
“rivoluzione liberale” (già ampiamente fallita più di dieci anni fa).
Insomma, tutto fa supporre che questa scelta di posizionarsi come una sorta di
“sezione italiana del partito neo-conservatore americano” porti anche Fratelli d’Italia
verso quel rapido declino che ha già segnato il M5S e la Lega.
4
Se non cambia rapidamente e radicalmente linea, l’ultima speranza che la Meloni può
coltivare è quella di un diffuso successo conservatore in tutta l’Unione nelle prossime
elezioni europee, in modo da porsi alla testa di un nuovo blocco di potere politico che
freni il delirio radical-progressista di Bruxelles e che allenti la pressione economica
sull’Italia. Ma, anche ammesso che questo successo si realizzi dopo i deludenti
risultati delle elezioni spagnole, in un’Europa dove dominano gli interessi nazionali
rispetto agli schieramenti ideologici, essere conservatore nei paesi del Nord e dell’Est
significa rappresentare interessi diametralmente opposti a quelli dei conservatori dei
paesi meridionali come l’Italia. Se il nostro Paese ha disperatamente bisogno di
allentare l’austerità fiscale della UE e della BCE, al contrario i liberal-conservatori
nordici vogliono a tutti i costi un veloce ritorno al “rigore” nelle politiche economiche.
Quindi è legittimo domandarsi quale soggetto politico prenderà in mano la bandiera
del cambiamento per occupare gli spazi politici e sociali abbandonati da Fratelli
d’Italia. Ed è necessario porsi subito questa domanda, prima che il partito di
maggioranza relativa cominci a entrare in crisi e questi spazi politici vengano occupati
da qualche nuovo demagogo privo di progetto politico, oppure da qualche gatekeeper
incaricato di spingere la protesta verso l’ennesimo vicolo cieco.
II. L’ANIMA “POPULISTA” DEL CAMBIAMENTO
Cosa bisogna fare per mettersi alla testa del cambiamento all’alba di questo nuovo
ciclo politico?
Dopo tanti fallimenti indotti dai compromessi e dal moderatismo che hanno segnato la
destra italiana da Fiuggi in poi, la tentazione può essere quella di esprimere “in
purezza” i nostri contenuti ideologici e valoriali.
Non vi è dubbio che a differenza del passato bisogna mettere in campo un più lucido
rigore politico e una maggiore determinazione a rifiutare “compromessi al ribasso”.
La situazione italiana ed europea è talmente grave da richiedere scelte forti e radicali.
Ma tutto questo non può tradursi in una “proposta ideologica”, ovvero nel costruire
un soggetto politico caratterizzato nel posizionamento da etichette politiche e astratti
schemi culturali.
L’immagine, il linguaggio, le idee-forza del nuovo Movimento non possono non usare
gli strumenti del “populismo”, ovvero la capacità di parlare direttamente dei problemi
della gente, offrendo risposte forti con un linguaggio semplice.
Se lo scontro politico attuale è tra “il popolo” e “le élite”, bisogna stare dalla parte del
popolo, non solo con le proposte di giustizia sociale ma nel modo di essere e di
comunicare.
Questo non significa cedere ad una impostazione demagogica, ovvero ricercare un
consenso fine a se stesso, ingannando la gente con proposte irrealizzabili. Anzi,
bisogna essere consapevoli che i veri demagoghi sono gli esponenti
dell’establishment: sono loro che da trent’anni cercano di illuderci che questa Europa,
con le sue impostazioni economiche liberiste, produrrà ricchezza che sarà
automaticamente ridistribuita dal mercato, sono loro che ci hanno ingannato sugli
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effetti “benefici” della globalizzazione, sono loro che negano le conseguenze
devastanti dell’immigrazionismo.
La vera arte politica che bisogna mettere in campo è quella di produrre idee-forza
dirette e immediate, in grado di raggiungere la gente comune usando con intelligenza
tutti i mezzi di comunicazione, avendo però un retroterra adeguato alla sfida, con un
costante sforzo per costruire consequenzialità tra questi messaggi e le scelte di
governo necessarie a produrre cambiamenti reali.
Il Movimento che dobbiamo costruire, pur non rinnegando le sue radici di Destra
sociale e sovranista, si deve presentare come un’aggregazione aperta oltre gli schemi
ideologici, fondata su poche e chiare idee-forza espresse attraverso campagne di
stampo “populista”.
Qualcosa di simile al modello di comunicazione utilizzato dal Movimento 5 Stelle,
con la differenza che dietro l’immagine “populista” ci devono essere dei fondamenti
seri: una classe dirigente preparata e militante, un progetto politico-programmatico
strutturato e realistico, un credibile modello di democrazia interna.
Per ottenere questo risultato è necessario un impegno serio e contemporaneo tanto sul
versante politico quanto su quello metapolitico. Senza metapolitica – come
approfondimento culturale e comunitario, formazione delle coscienze e radicamento
nella società civile – il progetto di un nuovo Movimento rimarrebbe fragile ed
estemporaneo. Ma, dopo quarant’anni delle più diverse esperienze, sappiamo anche
che la metapolitica da sola non basta, neppure come azione propedeutica a una
successiva fase politica. Perché la lotta politica è l’unico strumento per verificare la
validità delle idee e delle persone che escono dal laboratorio della metapolitica. Ma
attenzione: è necessaria una lotta politica coerente con le idee che vengono dalla
cultura, perché è pericoloso cullarsi nell’illusione – che si sta diffondendo in tante
comunità militanti – di far convivere il rigore del lavoro culturale con l’inserimento
rassegnato in organizzazioni politiche che non rappresentano in alcun modo queste
idee.
Quindi il nuovo Movimento non può essere una “nuova Fiamma tricolore”, né un
movimento ideologico sovranista, né semplicemente il concorrente “sociale e
partecipativo” di Fratelli d’Italia o una rete metapolitica dedita solo all’impegno
sociale e culturale. È chiaro che il nostro primo bacino di aggregazione saranno i
delusi del centrodestra, ma bisogna tenere presente che la gran parte di questi elettori
sono andati prima verso Salvini e poi verso la Meloni perché speravano in un radicale
cambiamento più che in un rigoroso posizionamento ideologico. Sono elettori che
progressivamente finiranno per ingrossare il bacino del non voto, confondendosi, al di
là di ogni schema, con tante altre persone che già da tempo non trovano nessuna
risposta politica alle loro aspettative.
Quindi il cambiamento deve essere il messaggio centrale del nuovo movimento, ma
con la consapevolezza che il cambiamento vero può essere realizzato solo ribaltando
gli equilibri economici e geopolitici in Europa e in Occidente. Perché i problemi
strutturali dell’Italia non si risolvono, neppure in parte, se non si affronta la radice di
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questi problemi, ovvero la condizione di colonia in cui è imprigionata la nostra
Nazione.
Un’ultima notazione sulla comunicazione: aver insistito fino ad ora sulla parola
“cambiamento” non significa non rendersi conto di quanto questo slogan sia stato
abusato nella propaganda politica. La nostra bravura dovrà essere proprio quella di
rappresentare il cambiamento senza usare questa parola come uno slogan.
III. LA PREMESSA: REGOLARE I CONTI A DESTRA
Costruire un nuovo Movimento non significa non ripartire dalla nostra area, non solo
per il percorso politico della maggioranza dei promotori di questo progetto, ma
soprattutto perché in questo momento è proprio “la destra” di Giorgia Meloni ad
essere riuscita a imporsi come interprete del cambiamento e quindi a raccogliere la
maggioranza dei consensi degli Italiani.
Dal dopoguerra in poi nella nostra area politica sono convissute due anime: una destra
conservatrice e liberale e una destra sociale e identitaria, la prima dedita
all’inserimento nel quadro politico esistente, la seconda determinata a dare contenuti
nuovi al mito dell’alternativa al sistema. Queste due destre si sono mescolate,
alternando conflitti e sintesi, all’interno del Movimento Sociale Italiano e poi di
Alleanza Nazionale, accumunate da un retorico riferimento agli interessi della
Nazione italiana e ai valori tradizionali. Questa convivenza ha garantito la
sopravvivenza di uno spazio politico alla destra della Democrazia cristiana prima e del
berlusconismo poi, ma lo ha spesso paralizzato con un posizionamento “a somma
zero” tra spinte e controspinte di segno opposto.
Giorgia Meloni ha rotto questo equilibrio, probabilmente in modo definitivo. La
svolta conservatrice di Fratelli d’Italia ha espulso o tacitato tutto quanto rimaneva
della destra sociale, proponendo un modello tutt’altro che moderato e dialogante. Qui
siamo all’opposto della linea politica di Gianfranco Fini, che voleva “modernizzare la
destra” aprendo agli immigrati, alla fecondazione artificiale e ai diritti civili cari ai
progressisti. Quella della Meloni è una “destra dura”, simile ai neo-conservatori
americani, protesa a scontrarsi con i progressisti sul tema dei valori, ma
contemporaneamente impegnata a “esportare la democrazia” con le armi in giro per il
mondo e a proporre il modello liberista come darwinismo sociale ed economico.
In realtà ci sono delle verità profonde contenute nel messaggio conservatore che
hanno permesso a questa destra di proporsi come interprete del cambiamento.
Citiamo Marco Tarchi nell’intervista su Fanpage del 25/9/2022: “Ad aver ridato
vigore e capacità di attrazione al conservatorismo sono gli eccessi dell’odierno
progressismo. In un momento storico in cui quella parte politica, in tutto l’Occidente,
preme l’acceleratore sull’indiscutibilità di qualunque diritto/desiderio individuale, in
cui le tematiche Lgbt sono assunte come paradigma della “società giusta”, la cancel
culture, l’ideologia woke, la gender theory, l’assolutizzazione dell’“inclusione”,
l’elogio a prescindere dell’immigrazione, la celebrazione del multiculturalismo e del
cosmopolitismo sono diventate la cifra identitaria di tutto ciò che si oppone alla
destra, che quest’ultima si presenti come un argine e un’alternativa è addirittura
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ovvio”. Ed è questo infatti il cuore del messaggio di Fratelli d’Italia, quello che
provoca l’indignazione pelosa della sinistra, le scomuniche ad intermittenza
dell’Unione Europea e, all’opposto, un forte grado di fascinazione in mezzo alla
gente. È la risposta del realismo e della vera natura umana contro le utopie coltivate
dalle élite progressiste e cosmopolite, ciò che rende la destra più vicina al sentimento
popolare di quanto oggi non riesca ad esserlo la sinistra.
Il problema però è che questi eccessi progressisti non rappresentano una negazione di
quella “civiltà occidentale” che i conservatori vorrebbero difendere, sono invece il
sintomo estremo della decadenza dell’Occidente stesso, una manifestazione della sua
cattiva coscienza, delle sue ineliminabili contraddizioni. Da un lato sono il risultato
ultimo dell’ideologia liberale che mette un’informe libertà individuale al di sopra di
ogni altro valore umano, dall’altro lato rappresentano l’effetto della mercificazione
dell’esistenza funzionale al progetto economico capitalista, infine esprimono la cattiva
coscienza di quell’imperialismo materialista con cui l’Occidente è andato alla
conquista del mondo sterminando popoli, comunità e culture.
Per cui si tratta di un ben triste destino quello di chi vuole battersi, su posizioni
inevitabilmente perdute, per difendere una civilizzazione dai mali che essa stessa ha
prodotto. Anche perché un conservatorismo che mescola valori identitari con un
occidentalismo acritico può generare pericolosi mostri di natura razzista: la pretesa di
esportare con le armi la democrazia liberale, l’illusione che la nostra civiltà sia più
progredita di tutte le altre, l’islamofobia, l’aggressione ai diritti dei popoli in nome di
astratti diritti individuali. Qui neoconservatori alla Bush e democratici alla Obama
finiscono per stringersi la mano.
Per questo il conservatorismo, come il progressismo, non regge al malessere sociale
ed esistenziale della gente. Affascina perché appare controcorrente, può consentire
slogan suggestivi come “in questa epoca l’unico modo per essere ribelli è essere
conservatori” come ha detto Giorgia Meloni alla Convention dei conservatori a
Orlando nel febbraio 2022, ma non può nascondere a lungo le ingiustizie sociali e la
disgregazione dei valori indotte dal modello liberista.
Manca un modello economico e sociale alternativo a quello dominante e una
prospettiva di sviluppo e di riscatto sociale, senza la quale non si può dare speranza
alla gente. Nel conservatorismo ci sono spinte valoriali profonde che sono anche
nostre, ma che da sole non bastano per andare oltre una reazione politica a corto
raggio e che, male applicate, rischiano di provocare nuovi e ulteriori danni.
Citiamo ancora Marco Tarchi (Diorama letterario, maggio-giugno 2023): “Se si è
capaci di identificarla, o meglio di smascherarla, oltrepassando la cortina fumogena
dei suoi divulgatori, l’ideologia occidentalista – spesso definita, con minore
precisione, pensiero unico, pensiero dominante, politicamente corretto – si mostra
oggi in Italia in tutta la sua aggressività. Nelle versioni progressiste è alla base del
forte slittamento della “sinistra” dalla difesa dei diritti sociali all’affermazione dei
diritti individuali (…) Nelle versioni conservatrici determina sia la progressiva
rimozione dei limiti dell’espansione planetaria delle grandi concentrazioni
economico-finanziarie, con le conseguenti delocalizzazioni industriali, le strategie di
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dumping, la sostituzione del lavoro umano con le macchine guidate dall’“intelligenza
artificiale” e in definitiva il trionfo della logica capitalistica e consumistica più
brutale…”
In più, a differenza dell’epoca (che qualcuno sogna di restaurare) di Margaret
Thatcher e Ronald Reagan, non veniamo dai “trent’anni gloriosi” di sviluppo e piena
occupazione creati dal keynesismo postbellico, ma da un lungo periodo liberista di
crescente impoverimento e aumento delle disuguaglianze. È impossibile spingere
ancora di più sul pedale del liberismo senza far esplodere ogni equilibrio sociale.
Se queste sono le motivazioni e le contraddizioni della destra conservatrice, cosa
devono fare gli eredi della destra sociale per non rassegnarsi, dopo settant’anni di
dispute politiche e culturali, di congressi e di sfide movimentiste, ad una scomparsa
politica definitiva?
Innanzitutto comprendere che il proprio messaggio è meno immediato di quello
conservatore, ma è molto più centrato per interpretare il disagio sociale e la protesta
popolare. Perché mette insieme tre obiettivi inscindibili: una difesa ancora più
intransigente dei valori umani e comunitari, un modello di sviluppo economico
centrato sul lavoro e i diritti sociali rifiutando l’ideologia neo-liberista, la riconquista
di una vera sovranità nazionale e popolare. Se viene negato o depotenziato uno di
questi obiettivi gli altri due si rivelano illusori e irrealizzabili.
Il passaggio successivo è quello di capire che, proprio per rendere vincente il progetto
della destra sociale, è necessario allargarsi oltre il recinto della destra, perché chiusi
dentro quel recinto siamo perdenti nei confronti della destra conservatrice, come è
sempre avvenuto e ancor più accadrebbe oggi di fronte ad una leadership forte come
quella di Giorgia Meloni.
Questo non significa rinnegare qualcosa delle nostre radici o lanciare complicati
messaggi “al di là della destra e della sinistra”, significa semplicemente essere noi
stessi ma senza far prevalere l’etichetta sul contenuto.
La destra sociale, identitaria, comunitaria e sovranista diventa vincente se si incrocia
con il populismo. E all’inverso, come dimostrano le vicende del Movimento 5 Stelle e
della Lega, nessun populismo è destinato a durare se non si radica sulle idee delle
destra sociale.
IV. IL PRIMO LIVELLO DI AGGREGAZIONE: I MONDI DEL
DISSENSO
Che cosa c’è fuori dal recinto della destra? Innanzitutto quelli che sono stati definiti i
mondi del dissenso. Questi mondi hanno una funzione simile a quella che un tempo
avevano i movimenti sociali, ovvero quella di interpretare temi di protesta e di
disagio sociale talmente forti da diventare prevalenti rispetto alle originarie
appartenenze politiche.
L’origine di queste realtà può essere fatta risalire ai tempi del Governo Monti, quando
in nome dei vincoli europei fu attuata una profonda e devastante ristrutturazione del
nostro sistema economico e sociale. Proprio l’origine eurista di questa operazione,
associata a quella ancora più pesante attuata nei confronti della Grecia, ridiede forza
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ad antiche critiche contro l’Unione europea e l’introduzione dell’Euro. Attraverso i
social e la diffusione di testi di teoria economica alternativa a quella dominante, si
formarono in tutta Europa comunità e gruppi di pressione No-Euro e No-UE che
finirono per dare forza alla Brexit in Gran Bretagna, alla Lega e ai 5 Stelle in Italia, a
tanti movimenti sovranisti in tutto il Continente. L’incapacità di questi movimenti di
dare seguito in modo serio e rigoroso a questi obiettivi, unita al “Whatever it takes” di
Mario Draghi, ha portato al ridimensionamento di questo fenomeno che però continua
a sopravvivere come consapevolezza diffusa dell’insostenibilità del modello eurista e
della stagnazione economica di tutta l’euro-zona.
Poi c’è stata la pandemia Covid e le campagne vaccinali imposte dalle autorità statali,
che hanno generato nuovi mondi del dissenso tra gli operatori economici costretti a
chiudere le loro attività durante i ripetuti lock-down, tra le persone che rifiutavano il
green-pass e i medici che denunciavano – e denunciano – gli affetti avversi dei
vaccini e il divieto di terapie alternative. Le proteste di piazza che sono nate su questi
temi sono state stroncate dalle provocazioni degenerate in violenza, la fine
dell’emergenza ha ridotto la pressione sociale, ma tutt’ora c’è un vasto mondo
sommerso che chiede verità e giustizia su quello che è accaduto durante la pandemia e
che potrebbe ripetersi di fronte ad una nuova emergenza sanitaria.
Infine è esploso il conflitto in Ucraina che, nonostante una pesantissima “propaganda
di guerra”, ha fatto nascere un movimento trasversale pacifista e antimperialista che
cerca di dare voce a quella maggioranza di Italiani che in tutti i sondaggi si dichiara
contraria all’invio di armi a Kiev. A destra come a sinistra si è reso ancora più
evidente lo scollamento tra le formazioni politiche ufficiali e i mondi del dissenso
schierati contro l’atlantismo.
Adesso ci sono nuove aree di dissenso che si stanno formando contro le imposizioni
derivanti dalla transizione green, contro la liberalizzazione del cibo artificiale, contro i
tentativi transumanisti di manipolare l’essere umano. Anche il mondo cattolico si è
nel tempo configurato come un “mondo del dissenso” quando è dovuto scendere in
piazza per difendere i valori della famiglia, della natalità e della vita da tutti gli
attacchi portati avanti dal fronte progressista, di fronte a cui tutta la politica ufficiale,
anche quella di destra, non è mai riuscita a costruire una risposta forte ed efficace.
Dalle piazze del Family Day alle Marce per la Vita questo popolo ha fatto sentire una
voce, una pressione sociale e culturale, senza la quale oggi l’attacco transumanista in
Italia sarebbe giunto agli stessi livelli dei paesi del Nord Europa.
Sono mondi, a volte sovrapposti, a volte diversi e confliggenti tra loro, ma sempre
accomunati dalla percezione delle manipolazioni di una comunicazione mediatica
autoritaria e dell’esistenza di poteri e vincoli planetari contro cui bisogna reagire in
nome dei diritti dei popoli e della libertà delle persone. In tutti questi contesti ci sono
forti rischi di complottismo e di derive maniacali, di scollamento dalla realtà con
elaborazioni fantastiche, ma bisogna essere consapevoli che in ogni realtà che si
contrappone allo status-quo si possono incontrare questi pericoli.
Quindi un Movimento che voglia muoversi come forza di cambiamento non può non
tentare di aggregare in questi mondi, cercando di attrarre le persone più consapevoli e
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di allontanare quelle più problematiche. Non si tratta di opportunismo politico, ma
della condivisione di una percezione complessiva dei pericoli che vengono da forti
concentrazioni di interessi economici e finanziari, di fronte a cui gli Stati e le
democrazie sono sempre più deboli e condizionabili.
V. IL SECONDO LIVELLO DI AGGREGAZIONE: LISTE CIVICHE
E CORPI INTERMEDI
Nella nostra base aggregativa potenziale ci sono anche due bacini che meritano
un’attenzione e un discorso a parte: quello delle liste civiche e quello dei corpi
intermedi.
Le liste civiche che si affermano in diversi contesti di elezioni locali, oggi sono
sempre meno espressione di spontanee esigenze di efficienza amministrativa e di
soluzione di problemi territoriali. In realtà, all’interno di esse si nasconde e trova
espressione un variegato mondo politico espulso dai partiti personali che oggi
dominano soprattutto nel centrodestra.
La scomparsa di ogni forma di democrazia interna in partiti verticisticamente chiusi
attorno ai propri leader con relativi “cerchi magici” e “ras locali”, ha portato tanti
pezzi di classe dirigente politica a uscire da questi partiti e a mettersi in gioco creando
o animando liste civiche locali.
Si tratta quindi di un enorme potenziale che attende un progetto politico nazionale per
uscire da una dimensione puramente locale, radicata ma indubbiamente limitante per
chi mantiene aspirazioni politiche di carattere generale.
Un progetto politico nazionale rivolto al “civismo” può avere due concezioni diverse.
La prima – tipica ad esempio della lista “Scelta civica” di Mario Monti o di “Impegno
civico” di Luigi Di Maio – parte dal civismo per incarnare una visione puramente
amministrativa della politica, la convinzione tipica del liberalismo che il conflitto
politico si possa spegnere attraverso una visione pragmatica e neutrale dei problemi.
Insomma… la morte della politica.
L’opposta concezione punta invece ad una rigenerazione della politica: parte dalla
constatazione che un’impostazione puramente civica è insufficiente anche per
risolvere i problemi locali, perché anche questi derivano da vincoli allo sviluppo
imposti a livello nazionale ed europeo. Quindi si contesta il ceto politico nazionale
non per un eccesso ma per una carenza di politica, ridotta a teatrino istituzionale e a
scontro di slogan da talk-show, senza rendersi conto dell’impatto reale che
determinate scelte hanno sul territorio e sulla realtà sociale.
Questo distacco della politica nazionale è diretta conseguenza della mancanza di
democrazia interna ai partiti e dell’impossibilità degli elettori di scegliere i
parlamentari nazionali (imposti invece dai vertici di partito grazie ai posti in lista
bloccata o alla scelta dei collegi). Imposizioni autoritarie – giustificate
dall’antipolitica come lotta al correntismo nei partiti e alla corruzione “necessaria a
pagare” le preferenze – che hanno prodotto un drammatico abbassamento del livello
del ceto politico, impedendo ogni forma di selezione dal basso e ogni banco di prova
meritocratico.
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Analogo discorso può essere fatto per i “corpi intermedi” della società civile. La
deriva verticistica dei partiti politici e la spinta ideologica del liberismo hanno
prodotto una diffusa disintermediazione della società italiana, finalizzata a un rapporto
“diretto” (ma in realtà ancora più subalterno) tra individui e istituzioni pubbliche e
all’abbattimento di ogni protezione sociale di fronte alle logiche di mercato. Questo è
stato possibile anche per la crisi dei corpi intermedi nel nostro Paese: ordini
professionali, fondazioni e casse di previdenza, rappresentanze sindacali e di
categoria, mondo delle associazioni, camere di commercio e università, istituti
partecipativi di settore, si sono sempre più chiusi in rappresentanze lobbistiche di
interessi forti e concentrati.
Anche in questo caso la strada che si apre è duplice e opposta.
Si può accompagnare questo processo mandando definitivamente in disarmo strutture
che appaiono obsolete espressioni del vecchio Stato sociale, sicuramente sgombrando
il campo da tante lobby e rendite parassitarie, ma lasciando il cittadino-individuo nudo
e inerme di fronte al potere del Mercato e dello Stato.
Oppure si può tentare di rigenerare queste rappresentanze, imponendo sistemi
democratici più trasparenti e aperti di quelli oggi esistenti, ristabilendo un preciso
rapporto tra diritti e doveri di questa “società intermedia”, delegando, in modo attento
e controllato, poteri pubblici a queste autonomie funzionali e sociali. Scegliendo
questa seconda strada – conforme alla dottrina sociale della Chiesa, ad una visione
comunitaria e sussidiaria della società civile, nonché a una lettura democratica e
realmente partecipativa della dottrina corporativa – si possono costruire alleanze con
tutti quei mondi autentici che ancora credono nella rappresentanza e vivono con
frustrazione le prepotenze dei partiti dominanti e del mercato globalizzato.
Sintetizzando queste due possibili aggregazioni, si può trarre energia politica ed
elettorale, ceti dirigenti e rappresentanza sociale e territoriale da un grande progetto di
rigenerazione della politica fondato su alleanze reali con chi rappresenta i mondi
delle liste civiche e dei corpi intermedi. Un progetto che deve avere come bandiere
l’istanza della partecipazione e il principio della sussidiarietà.
Quindi il movimento politico e metapolitico che dobbiamo costruire può presentarsi
come un punto d’incontro sia di soggetti politici per il cambiamento che di liste
civiche e di rappresentanze sociali. In questo modo aumenterà il suo carattere non
ideologico, rafforzerà il proprio radicamento sociale e territoriale, aggregherà su un
ampio fronte di astensionismo e di delusi degli attuali partiti politici, marcherà ancor
di più la propria distanza rispetto al liberismo dominante e ai poteri forti nazionali e
internazionali.
È evidente che tutto questo apre un discorso scivoloso sull’autonomia e sulla
sussidiarietà (orizzontale e verticale) che deve avere precisi punti di riequilibrio nel
rafforzamento della sovranità nazionale e popolare (ad esempio attraverso una riforma
presidenzialista) per non degenerare in una perdita di coesione sociale, di unità
nazionale e di senso dello Stato. Ciò vale soprattutto ora che si è riaperto il dibattito
sull’autonomia differenziata che potrebbe rappresentare l’ultimo e devastante colpo
alla nostra unità nazionale.
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VI. OBIETTIVI FONDAMENTALI E IDEE-FORZA DI UN
MOVIMENTO PER L’ITALIA
Chiarito che il Movimento, pur senza rinnegare le proprie radici di destra sociale e
nazionale, sarà definito innanzitutto dai contenuti e dai messaggi aggregativi,
proviamo a formulare una prima serie di obiettivi fondamentali e di idee-forza che ne
potranno caratterizzare l’azione.
Cominciamo dagli obiettivi fondamentali e irrinunciabili di tutto il progetto:
1. Liberazione dell’Italia da ogni forma di sudditanza – nella UE, nella NATO e
negli organismi internazionali che governano la globalizzazione – in base al
principio dell’autodeterminazione dei popoli e contro l’egemonia (economica,
sociale e mediatica) dei poteri forti che derivano da questa sudditanza.
2. Superamento dei vincoli derivanti dall’ideologia liberista (pareggio di bilancio,
impossibilità di usare la leva monetaria, imposizione della libera circolazione
delle merci, dei capitali e della forza lavoro, divieto di aiuti di stato e di intervento
dello Stato nell’economia) per creare le condizioni di una crescita economica
inscindibilmente legata alla piena occupazione, ai diritti sociali e alla
redistribuzione del reddito.
3. Centralità e rigenerazione dello Stato-nazione come garante e promotore della
sovranità popolare, di uno sviluppo economico orientato alla crescita sociale e
della lotta alla criminalità organizzata, attraverso l’elezione diretta del Presidente
della Repubblica, la democrazia partecipativa e la sussidiarietà dei corpi intermedi
e dei territori.
4. Sviluppo fondato sull’identità nazionale e comunitaria del popolo italiano, in
termini di valori tradizionali, di difesa della famiglia e della natalità, di cultura, di
educazione, di valorizzazione del made in Italy, di tutela del paesaggio e
dell’ambiente.
5. Difesa della libertà e della sovranità delle persone e delle comunità, contro
ogni dittatura sanitaria, giudiziaria, fiscale, tecnocratica e green, contro ogni
forma di politicamente corretto, di gender theory e di imposizione transumanista.
Questi obiettivi trovano nei principi fondamentali della Costituzione italiana una
base di riferimento storicamente radicata per la sovranità nazionale e popolare (una
democrazia reale in grado di dare risposte positive alle spinte del populismo), la
centralità del lavoro e il legame tra crescita economica e diritti sociali, contro tutte le
forme di sottomissione interne ed esterne.
Un secondo riferimento per la legittimazione di questi obiettivi è dato dai principi
della Dottrina sociale della Chiesa, letti non in chiave confessionale e clericale, ma
come valori universali della persona umana ed elementi costitutivi della nostra identità
nazionale.
I principi fondamentali della Costituzione italiana, della Dottrina sociale della Chiesa
e dell’Umanesimo del Lavoro sono, nel loro insieme, una potente spinta ad affrontare
seriamente la nuova questione sociale che pesa sempre più sulle nostre società
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globalizzate. È dall’avvento del Capitalismo che questa questione non si ripropone
con altrettanta forza: si misura con lo squilibrio crescente nella distribuzione della
ricchezza, con la diffusione della povertà anche nel ceto medio, con la mancanza di
lavoro dignitoso e adeguatamente retribuito, con la smantellamento di tutti i servizi
sociali e previdenziali, con un devastante degrado urbano. È chiaro che per dare
risposta a questi problemi bisogna prima produrre ricchezza, ma è altrettanto chiaro
che negli anni del neo-liberismo molta ricchezza è stata prodotta, ma è rimasta
sempre più concentrata in poche mani. La nuova questione sociale è il principale
banco di prova di qualsiasi realtà politica che voglia interpretare il bisogno di
cambiamento della società italiana.
Tutto questo deve essere declinato in poche idee-forza di aggregazione che
rappresenteranno le battaglie del Movimento:
1. Fermare la guerra in Ucraina: impegno per la neutralità attiva dell’Italia in
un mondo multipolare, denunciando ogni forma di sudditanza nella UE e nella
NATO da superare con una vera cooperazione europea e mediterranea, basata sui
principi di parità e reciprocità tra le nazioni. L’Italia, per posizionarsi in un mondo
multipolare, deve ricostruire un rapporto con i paesi BRICS (Brasile, Russia, India,
Cina e Sudafrica) dopo le scelte sbagliate di schierarsi in prima linea nella guerra
in Ucraina e di stracciare gli accordi con la Cina sulla “Nuova Via della Seta”.
2. Un lavoro per tutti: contro l’impoverimento generalizzato e per il diritto alla
piena occupazione, con la perdita di valore del lavoro e della rappresentanza
sindacale, la distruzione della piccola e media impresa, la stagnazione
dell’economia nazionale, lo smantellamento della previdenza sociale e la
cancellazione dei diritti sociali e civili, accusando il neo-liberismo eurista di essere
la prima causa di questi fenomeni. Messaggio rivolto a tutti gli italiani senza
conflitti sezionali: dai ceti popolari al ceto medio, dai lavoratori autonomi e
dipendenti ai veri imprenditori (non emanazione di poteri forti e multinazionali),
alle diverse generazioni, cominciando dai giovani.
3. Vincolare le multinazionali: impediamo lo sfruttamento del lavoro e
l’aggressione alle piccole e medie imprese italiane. Le multinazionali
concentrano nelle loro mani buona parte del Pil mondiale, delocalizzano le attività
produttive verso paesi a più alto sfruttamento sociale e ambientale e mettono fuori
mercato le piccole e medie imprese italiane. Sono le multinazionali che guidano i
processi culturali che portano alle varie forme di dittatura contro la libertà delle
persone e delle comunità.
4. Cancellare la follia delle privatizzazioni: il crollo del Ponte Morandi è il
simbolo di cosa significa regalare ai privati i grandi patrimoni economici
italiani. La stagione delle privatizzazioni, che ha la firma di Draghi, Prodi e
D’Alema, è stato uno degli esempi più devastanti di dissipazione di risorse
imprenditoriali ed economiche che appartenevano al popolo italiano. Paragoniamo
il destino di Alitalia, Autostrade, Ilva, Telecom con quello di Enel, Eni, Fincantieri
e Leonardo: le prime sono imprese privatizzate e poi progressivamente distrutte, le
seconde sono rimaste, almeno parzialmente, allo Stato e sono ancora determinati
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per l’economia nazionale. I profeti del neo-liberismo hanno ancora il coraggio di
dire che “privato è bello?”. Noi diciamo che lo Stato deve difendere e riprendersi i
gioielli dell’economia italiana, anche per rendere più forte la vera imprenditoria
privata.
5. No alla tratta di esseri umani: blocchiamo l’impatto devastante dei crescenti
flussi migratori in entrata e in uscita, finalizzati ad aumentare lo sfruttamento
della forza lavoro nel nostro Paese, con la fuga all’estero dei nostri giovani e il
collasso di tutti i sistemi sociali e urbani. Unire inevitabili azioni di blocco
dell’immigrazione clandestina con progetti di sviluppo dei paesi di origine dei
flussi migratori, accusando i processi di sfruttamento economico e finanziario
come vera causa di queste realtà.
6. Tutelare il diritto alla salute: verità e giustizia sulla pandemia, lotta contro
l’aumento di potere dell’OMS e rilancio della sanità pubblica, contro ogni
forma di dittatura sanitaria, di green-pass internazionale e di dominio di Big
Pharma, per la ricostruzione del Servizio Sanitario Nazionale e per la prevenzione
di nuove emergenze pandemiche. Creazione di un Osservatorio per monitorare il
lavoro della Commissione d’inchiesta sulla pandemia Covid.
7. Giù le mani dal nostro cervello: denuncia della manipolazione digitale e
biotecnologica, dall’identità digitale all’imposizione del metaverso, dal dominio
dell’intelligenza artificiale all’eugenetica dell’utero in affitto, dalle applicazioni
della teoria gender al cibo artificiale. Rivendicazione della sovranità popolare e del
controllo della ricerca pubblica sulle ricadute sociali dello sviluppo della scienza e
della tecnica.
8. No alla dittatura climatica: fermare la transizione green imposta dall’Unione
europea, rifiutando la dismissione delle autovetture, le ZTL generalizzate, il
declassamento del patrimonio edilizio, l’imposizione ossessiva delle fonti
energetiche alternative. Contrapporre alla dittatura ambientale concentrata sul
cambiamento climatico, la difesa del paesaggio, dell’ambiente naturale e culturale,
la capacità dell’uomo di plasmare il proprio territorio attraverso l’agricoltura e la
lotta al dissesto idrogeologico.
9. L’Italia rimarrà unita: rifiuto del progetto di autonomia differenziata come
pericolo per l’unità nazionale e la pari dignità tra Nord e Sud Italia. Rilancio
di una vera autonomia basata sui principi di sussidiarietà, solidarietà e identità dei
territori, un progetto di sviluppo per il Mezzogiorno, recupero attraverso il
Presidenzialismo di un ruolo guida delle istituzioni nazionali come garanti
dell’interesse nazionale.
10.Trasmettiamo cultura: rigenerare il sistema educativo e culturale italiano,
come base imprescindibile per lo sviluppo, per la rinascita della scuola,
dell’università e della ricerca, la valorizzazione del merito, dell’eccellenza e della
qualità delle produzioni, diffondendo tra i giovani la consapevolezza e l’orgoglio
dell’unicità del nostro Paese. Impegnare gli studenti nella cura del nostro
patrimonio artistico e culturale, integrando questa attività nei programmi scolastici.
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11.Meno tasse a chi ha più figli: quoziente familiare per sostenere le famiglie e la
natalità. Questa è la vera riforma fiscale di cui ha bisogno l’Italia, non la flat tax
ingiusta e finanziariamente insostenibile, perché quella demografica rimane la
principale sfida per non far scomparire il nostro popolo.
12.Una Giustizia giusta per uno Stato forte: un nuovo sistema giudiziario e di
pubblica sicurezza in grado di combattere la criminalità organizzata e le
deviazione degli apparati (a cominciare da quelli della strategia della tensione), di
tutelare la sicurezza del cittadino, di combattere ogni dittatura giudiziaria e di
tutelare la magistratura dai condizionamenti del potere.
13.Chi mi rappresenta lo scelgo io: ridiamo agli elettori il diritto di scegliere i
parlamentari. L’inadeguatezza della classe dirigente politica deriva dai partiti
personali, dove non esiste né partecipazione né meritocrazia ma soltanto
sudditanza al leader e “cerchi magici”. Conseguenza è la critica dell’attuale
modello elettorale che – senza preferenze e senza collegi territoriali che mettano
realmente alla prova le persone – si presenta così oligarchico e sradicato dal
territorio da essere privo di vera legittimità democratica e costituzionale.
Orvieto, 30 luglio 2023

documento-programmatico orvieto23

Allegato 2
DOCUMENTO PROGRAMMATICO
I. IL VINCOLO ESTERNO EUROPEO COME NEGAZIONE DELLA
POLITICA ECONOMICA NAZIONALE
II. LA STRATEGIA AMERICANA CONTRO L’ECONOMIA EUROPEA
NELLA GUERRA IN UCRAINA
III. I VINCOLI ALLA SOVRANITÀ NAZIONALE SONO VINCOLI ALLA
SOVRANITÀ POPOLARE FONDATA SUL LAVORO
IV. LA GLOBALIZZAZIONE È CONTRARIA AGLI INTERESSI DEGLI
ITALIANI
V. ATTACCARE L’OCCUPAZIONE E I SALARI SIGNIFICA COLPIRE LA
REDDITIVITÀ DELLE IMPRESE
VI. DALLA DEINDUSTRIALIZZAZIONE ALLA CRISI DEMOGRAFICA
VII. UNA POLITICA INDUSTRIALE PUBBLICA È LA BASE DELLA
RINASCITA ECONOMICA NAZIONALE
VIII. LE TECNOLOGIE DIGITALI E IL SISTEMA MEDIATICO MINANO LA
CONSAPEVOLEZZA DEL POPOLO ITALIANO
IX. LO SVILUPPO POSSIBILE: SOLUZIONI POLITICO-ECONOMICHE
ALLE CRITICITÀ STRUTTURALI DELL’ECONOMIA ITALIANA
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I. IL VINCOLO ESTERNO EUROPEO COME NEGAZIONE DELLA
POLITICA ECONOMICA NAZIONALE
È da tempo sotto gli occhi di tutti il sostanziale fallimento della seconda Repubblica e delle
sue promesse di modernizzazione, benessere, stabilità, controllo democratico.
La sparizione dei partiti presenti alla Costituente, e l’indebolimento o svuotamento di quelli
subentrati – ridotti a partiti personali senza vita democratica interna e senza libera scelta dei parlamentari grazie alle liste elettorali bloccate – ha consentito ai poteri forti (quasi tutti di derivazione straniera) operanti in Italia di imporre il definitivo abbandono dei tradizionali obiettivi (sanciti dalla nostra Costituzione) di occupazione e crescita che avevano caratterizzato, non senza notevoli limiti e resistenze, il trentennio post-bellico; tali obiettivi sono stati sempre più diluiti, a partire dagli anni Ottanta, in favore di una «cultura della stabilità», garantita dal vincolo esterno fondato prima sul cambio fisso col marco (dal 1979) e poi sull’euro.
La stabilità dell’indirizzo politico fondamentale era, in precedenza, garantita in Italia dal
controllo pubblico del sistema bancario a favore del sistema delle imprese e delle famiglie e dalla dinamicità, stabilizzatrice di investimenti e occupazione, della grande industria a
controllo statale. Ora questo concetto si è evoluto in senso sempre più “liberale”, secondo le modalità del capitalismo finanziario anglosassone, sfociando nella priorità assoluta del
concetto di “governabilità”, inteso come zelante e acritica attuazione degli “impegni” assunti con l’Unione Europea, imperniata sull’asse franco-tedesco.
Questa scelta ha così comportato il trasferimento della determinazione dell’indirizzo
politico ai Trattati europei e agli organi comunitari, in particolare alla Commissione, al
Consiglio Ue e alla Banca Centrale Europea, contro i principi fondamentali di democrazia
lavorista e sociale contenuti nella Costituzione e contro gli interessi e i bisogni della
schiacciante maggioranza degli italiani.
Tuttavia, il sacrificio di democrazia, occupazione, crescita, produttività, – ed un drammatico
aggravamento della questione meridionale strettamente connesso -, neppure ha consentito di raggiungere i reclamizzati obiettivi di stabilità finanziaria pubblica (come dimostra il
fenomeno degli spread) e privata (visto che il risparmio dei depositanti diviene, con l’Unione bancaria e il bail-in, garanzia delle perdite di capitale delle banche, sempre più amplificate dal fenomeno delle diffuse insolvenze, a loro volta causate dall’austerità fiscale volta al pareggio di bilancio, inserito da Monti in Costituzione).
L’assoluta incapacità di autoriforma delle istituzioni dell’Unione Europea dev’essere
considerata un dato di fatto insormontabile, nonostante la crisi del debito pubblico in euro
(2011) e la Brexit (2020). Semmai questi cambiamenti possono avvenire in senso ancora più costrittivo, come attesta la vicenda di NGEU (NextGenerationEU), debito mutuato a forti condizionalità, totalmente vincolato all’importazione di tecnologie estere e con pesanti oneri di restituzione.
Anche l’attuale “gestione” della crisi energetica, segnata da uno stallo disastroso di iniziative comuni, riafferma la natura istituzionalmente non solidaristica dell’Ue e della mission della BCE, perfettamente conforme alle previsioni dei Trattati, sia in tema di espresso divieto di solidarietà fiscale, sia in tema di autonomia delle scelte energetiche di ciascun paese (si vedano gli artt. 125 e 194.2, seconda parte, del TFUE – Trattato di Funzionamento dell’Unione Europea).
II. LA STRATEGIA AMERICANA CONTRO L’ECONOMIA EUROPEA
NELLA GUERRA IN UCRAINA
L’inaudito astensionismo che oggi si registra non è che la prevedibile conseguenza di questa catastrofe politica e sociale, frutto di un esplicito ripudio dell’indipendenza nazionale (perfino nelle dichiarazioni dei vertici delle istituzioni nazionali) e di una sfiducia nella capacità del popolo italiano di autogovernarsi (tradizionalmente propria nelle nostre elites industriali e finanziarie, da sempre liberali e cosmopolite), espressi con una franchezza, e perseguiti con una coerenza, che hanno pochi precedenti nella pur travagliata storia nazionale.
La novità che ci si presenta oggi – soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Ucraina – è lo sfaldarsi dell’impalcatura della globalizzazione che ha fatto da sfondo a questa distruttiva e illusoria «fuga dalla storia» italiana ed europea.
In questa crisi risalta la predominante influenza “riacquistata” dagli Stati Uniti. In base a
precedenti storici ben documentati, la scelta del vincolo monetario (prima) e della moneta
unica (poi), corrispondono a una “pressione” politica molto accentuata impressa dagli Stati
Uniti sulle nazioni europee. Ora però l’atteggiamento geo-politico del Presidente Biden, mira oggettivamente, ed in modo traumatico e repentino, a rompere il legame tra
l’approvvigionamento energetico garantito dalla Russia ed il mercantilismo dell’area
euro, guidato dall’interesse del dominante manifatturiero tedesco. Ciò conferma con
chiarezza quanto, ancora oggi, la classe politica e dirigente italiana ha difficoltà a
comprendere: il sistema politico-industriale tedesco – laboratorio del modello economico
“ordoliberista” – è stato prescelto dagli stessi Usa come strumento economico per
“disciplinare” le democrazie europee, eliminando progressivamente ogni residuo di welfare
pubblico e di intervento bilanciatore dello Stato rispetto agli appetiti del capitale
multinazionale.
In tal senso, l’effetto dell’imposizione agli Stati dell’Unione europea di adottare le “sanzioni” contro la Russia, è, da un lato, il rendere complessivamente l’area-euro importatrice netta (via commodities e tecnologie energetiche e digitali, grazie al già controverso paradigma delle green e digital revolution), cioè debitrice e non più creditrice verso il resto del mondo, dall’altro, quello di rendere strutturale questa dipendenza dall’estero, portando l’intero continente in una situazione costrittiva di deindustrializzazione, forzata dall’insostenibilità dei costi da parte delle imprese (con effetti occupazionali che ipotecano pesantemente il futuro dei popoli europei e, più di tutti, di quello italiano).
La storia non è finita, si sta rimettendo in marcia presentando minacce gravissime ma anche inedite possibilità.
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Agire per affrontarle e coglierle nell’interesse nazionale, cioè di tutti i cittadini italiani
presenti e futuri, impone la necessità di fare i conti in maniera analitica con i vincoli che al
momento lo rendono impossibile.
III. I VINCOLI ALLA SOVRANITÀ NAZIONALE SONO VINCOLI ALLA
SOVRANITÀ POPOLARE FONDATA SUL LAVORO
L’astensionismo deriva quindi, in misura direttamente proporzionale, dal distacco della
politica dalle istanze popolari, dovuto alla perdita di sovranità. Senza sovranità monetaria, non ci può essere sovranità fiscale, infatti regole apposite nell’euro-area vincolano lo Stato a finanziarsi esclusivamente sul mercato finanziario privato, come un debitore di diritto
comune, e quindi a mantenere una bassa inflazione “a qualsiasi costo”.
Questo obiettivo si può raggiungere sostanzialmente attraverso uno Stato che viene privato, attraverso l’obiettivo del pareggio di bilancio, della possibilità di utilizzare la spesa pubblica corrente e per investimenti per il sostegno all’occupazione e al reddito delle famiglie: reddito indiretto, sanità e istruzione pubblica, e reddito differito, cioè la previdenza pubblica.

Senza sovranità fiscale, non ci può essere una politica economica nell’effettivo interesse della nazione, cioè volta alla piena occupazione, a conseguenti redditi dignitosi, e ad una
consistente propensione a trasformare il risparmio in investimenti produttivi
(esattamente l’opposto di quanto, invece, stabilisce l’art.47 Cost.).
E senza una politica economica volta all’interesse nazionale, non è possibile avere una
politica industriale nell’interesse della Nazione e quindi la sopravvivenza delle imprese che
non siano orientate ad esportare: cioè dovrebbero sopravvivere solo quelle inserite, in
posizione subordinata, dentro le strategie integrate di grandi gruppi industriali esteri.
L’interesse nazionale è quindi l’interesse del lavoro italiano: lavoro che si articola nella
sua forma imprenditoriale, salariata, autonoma, pubblica o privata (art.1 Cost.). Il lavoro
sviluppato in tutte le sue forme garantisce la sovranità popolare: la democrazia non può essere limitata da vincoli alla sovranità nazionale.
Nel momento in cui i vincoli alla sovranità nazionale sono vincoli alla sovranità popolare
fondata sul lavoro, questi sono vincoli allo sviluppo economico della nazione e al
benessere materiale e spirituale degli italiani. Ovvero vanno rimossi nell’interesse degli
Italiani.
Introdurre questo concetto, in sé piuttosto elementare, nell’opinione pubblica, rendendolo un patrimonio condiviso di tutti gli italiani, è impresa ardua, ma – specialmente alla luce del disastro energetico-produttivo in corso – necessaria per la nostra stessa sopravvivenza come comunità nazionale.
IV. LA GLOBALIZZAZIONE È CONTRARIA AGLI INTERESSI DEGLI
ITALIANI
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La globalizzazione, ovvero la libera circolazione dei capitali in un mercato globale, ha prima
portato all’impoverimento dei lavoratori dipendenti, ponendo i salari italiani in
competizione con i salari di paesi economicamente arretrati; quindi ha contribuito a
contrarre la domanda aggregata nazionale, impoverendo il mercato interno e sottoponendo a pressioni crescenti i profitti delle imprese che operano nel mercato nazionale e che vedono i lavoratori italiani come clienti.
Il risultato è stata la progressiva desertificazione industriale, unita alla cessione di intere
filiere produttive a imprese di concorrenti non nazionali, drenando ricchezza all’estero e
sacrificando autonomia economica e – quindi – politica. Ovvero la globalizzazione ha operato contro gli interessi generali degli Italiani. L’accelerazione “geopolitica” impressa con le sanzioni alla Russia, e la rottura dell’equilibrio energetico nella produzione industriale europeo, indicano che pure la “crisi” della globalizzazione stessa (si parla di “decoupling” tra economie occidentali e quelle russa, cinese e, in senso sempre più evidente, indiana, orientale in genere, e persino dei paesi arabi produttori di idrocarburi), in quanto guidata dall’interesse dominante degli Stati Uniti, si rivela un’evoluzione disastrosa, proprio in assenza di quegli elementi di sovranità che sembrano ormai irreversibilmente dispersi dentro il calderone della passività, e incapacità decisionale, dell’Unione europea.
L’Unione Europea ha costituito, per la sua peculiare ingegneria istituzionale (liberalizzazione dei capitali estremizzata e configurazione di una Banca centrale che, per norme intangibili, non garantisce il debito pubblico emesso in euro, né i sistemi bancari nazionali), la punta di diamante della globalizzazione e, con i suoi stringenti vincoli fiscali, burocratici e, anzitutto, monetari, ha strozzato l’economia italiana a favore di paesi concorrenti come la Francia o la Germania.
La UE ha determinato un gigantesco effetto di perdita di controllo, economico e democratico:
cioè, in generale, quello di far aggredire il nostro patrimonio produttivo e immobiliare,
nonché il nostro stesso risparmio, da investitori stranieri di tutto il mondo. E ciò, dopo
aver comunque aperto le porte a ondate di acquisizioni da parte dei paesi “dominanti”
dell’euro-area, avvantaggiati sistematicamente da un’applicazione discrezionale, e
vantaggiosa, di regole (in tema fiscale, di aiuti di Stato, di ricapitalizzazioni statali del sistema bancario, di squilibri macroeconomici sul debito, così come sull’eccesso di attivo
commerciale) che, invece, sono state applicate (e spesso invocate “dall’interno”)
severamente nei confronti dell’Italia.
Per interessi convergenti, Germania e Francia premono per accelerare la crisi economica
italiana, e, in concorrenza con i fondi predatori anglosassoni, cercano di accaparrarsi la
domanda pubblica (spesa in appalti), nonché i risparmi e i patrimoni privati e pubblico, in una svendita sempre più accelerata, che si è trasformata in un vero e proprio saccheggio.
V. ATTACCARE L’OCCUPAZIONE E I SALARI SIGNIFICA COLPIRE LA
REDDITIVITÀ DELLE IMPRESE
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La libera circolazione della forza lavoro e le politiche di immigrazione europee, imposte
complessivamente dai trattati, sottraggono qualsiasi possibilità, – in presenza di una moneta unica senza banca centrale “garante”, trattati di libero scambio e filiere produttive passate in mano estera -, di poter far crescere in qualsiasi modo i salari e garantire una diffusa redditività delle imprese.
La politica economica e fiscale sono orientate in modo manifestamente contrario ai principi
fondamentali della Costituzione, non perseguendo la piena occupazione ma massimizzando i profitti della grande impresa finanziaria o finanziarizzata, sempre più estesamente a
controllo estero.
Inoltre, ciò ha creato una forte concentrazione di risparmio nelle mani di chi può
facilmente esportarlo, facendo crollare gli investimenti: l’enorme saldo negativo italiano
nel sistema di pagamenti in euro, denominato Target-2, indica una fuga di capitali, a partire dall’epoca “Monti”, che nessun paese industrializzato può reggere senza contraccolpi esiziali su investimenti, occupazione e produttività.
In ogni caso, le regole del commercio internazionale imposte dai trattati UE impediscono
la piena occupazione e tutte quelle importanti «tutele» (definite “rigidità”) che
preservano il lavoro come baricentro della famiglia e, quindi (cosa che sfugge sempre più
al pubblico dibattito), la redditività delle imprese che hanno nel mercato interno i propri
clienti (che, necessariamente, sono la stragrande maggioranza).
Da rilevare, poi, che la disintegrazione del legame tra occupazione (domanda) e
redditività delle imprese (da cui la propensione ad investire), conduce ad una
drammatica crisi demografica che, a sua volta, accelera la caduta della “base imponibile”
fiscale complessiva – e quindi della tenuta dei conti pubblici -, inducendo a quella rincorsa
all’aumento della pressione fiscale e al taglio dei servizi essenziali che è obbligatoria secondo le regole fiscali che governano l’eurozona.
Inutile ribadire che il traumatico mutamento che sta imponendo la “crisi energetica”
porta questo fenomeno a livelli insostenibili, specialmente per l’assoluta impossibilità di
trovare soluzioni realistiche ed efficaci dentro un quadro di regole Ue che non si accenna
minimamente a voler modificare.
VI. DALLA DEINDUSTRIALIZZAZIONE ALLA CRISI DEMOGRAFICA
Abbiamo sinteticamente visto che il nostro principale problema sociale e, se vogliamo, di
impoverimento culturale, risiede in un vincolo monetario e politico-economico, rigido e
prolungato. Potremmo definirlo “effetto di deindustrializzazione” dovuta al coniugarsi di
due fattori istituzionali: l’adesione alla moneta unica e la globalizzazione (che è tutto fuorché “spontanea”, come dimostra proprio l’attuale “svolta contraria” imposta dal mutamento di linea degli Stati Uniti).
I cittadini percepiscono tangibilmente questo paradigma nel fatto che i livelli salariali sono
soggetti ad un irreversibile declino, via via che le politiche (appunto “sovranazionali”) degli
ultimi decenni hanno determinato sia la progressiva perdita del controllo (o, peggio, la
sparizione) delle filiere industriali a più alto valore aggiunto, che, come abbiamo visto,
una connessa crisi demografica, ormai strutturale; cioè, tipica delle insistite politiche
deflattive, che si proiettano essenzialmente sul mercato del lavoro, rendendo pressoché
irraggiungibile il livello di reddito e di sicurezza che inducono la formazione delle
famiglie per i nostri, già pochi, giovani.
Questa situazione è stata appunto determinata dalle politiche di austerità fiscale, con
l’ossessione del pareggio di bilancio, imposte dal regime normativo proprio della moneta
unica e dalle conseguenti misure fiscali necessarie all’Unione Europea per tener in vita l’euro.
La sua logica è, in base alle previsioni fondamentali dei trattati, volta alla compressione
salariale al fine di competere sui mercati internazionali schiacciando la domanda interna a
favore delle esportazioni (il sopradetto mercantilismo a trazione tedesca).
La necessità di tener basso il costo del lavoro e di ammortizzare il crollo demografico ha dato poi il pretesto per far apparire come ineluttabili i grandi flussi migratori, in entrata e in uscita; i migliori laureati e diplomati formatisi in Italia emigrano e l’impoverimento
industriale tende a far sostare in Italia gli immigrati meno dotati di professionalità e
formazione, proprio a causa delle tipologie di lavoro che domanda il sistema italiano.
Queste due tendenze, rendono la deindustrializzazione ancora più strutturale e comportano
gravi disagi sociali e alienazione. Insieme all’importazione di merci “culturali”, i flussi
migratori costituiscono modifiche sociologiche che minano alle fondamenta la millenaria
cultura italiana.
Sarebbe, a questo punto, inutile ribadire la triste constatazione che tali processi siano
addirittura accelerati, e non attenuati, dall’aggiungersi della crisi energetica che, con
riguardo all’euro-area, finisce, come s’è visto, per sopprimere pure la (debole) tendenza alla crescita fondata essenzialmente sulle esportazioni (ciò che, appunto, caratterizza il
mercantilismo a trazione tedesca).
VII. UNA POLITICA INDUSTRIALE PUBBLICA È LA BASE DELLA
RINASCITA ECONOMICA NAZIONALE
Quel minimo di «autarchia» – e quindi di economia «chiusa» – che auspicava il più grande
economista del ‘900, John Maynard Keynes, oggi è istituzionalmente impedita dai vincoli dei trattati “sovranazionali” (dall’UE all’OMS, passando per il WTO e il FMI).
Per questo aumentare i salari è economicamente quasi impraticabile come misura in sé,
in quanto la già avvenuta distruzione/riduzione delle filiere produttive a più alto valore
aggiunto e a più elevato contenuto tecnologico, comporta che l’aumento della domanda
aggregata (come, irrazionalmente, si sta tendendo a fare col Pnrr), si trasformi sempre più in domanda di beni prodotti all’estero e, quindi, in uno squilibrio della bilancia
commerciale a favore dei creditori esteri.
La transizione ecologica che ci viene imposta si inserisce, a coglierne il frutto avvelenato, in questa trasformazione strutturale, economica e demografica che l’Italia ha subìto, perché accelera fortemente anch’essa l’uso (strutturale) di tecnologia d’importazione.
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Noi abbiamo invece bisogno di poter attuare sovranamente politiche industriali coerenti con una chiara visione degli interessi di lungo periodo dell’intero Paese: ossia solo una politica industriale pubblica, ben calibrata sulla realistica situazione economica e sociale della Nazione, può rivitalizzare e far ri-espandere (esattamente com’è accaduto durante la
ricostruzione nel dopoguerra), l’intero settore privato sopravvissuto.
Per muoversi in questa direzione, va anzitutto effettuata una rigorosa ricognizione
dell’attuale struttura produttiva, delle capacità tecniche, scientifiche e culturali
disponibili.
Queste politiche pubbliche dal lato dell’offerta sono le premesse logico-politiche per
poter realisticamente porre in essere politiche dal lato della domanda, cioè della tutela del
lavoro (e in ultima analisi, di favor demografico), che oggi non possiamo permetterci di
fare. Il passaggio principale, divenuto indispensabile, è quindi perseguire una
reindustrializzazione per mano pubblica.
Ma ciò, a sua volta, presuppone un totale mutamento istituzionale, (compreso il rilancio
dell’istruzione pubblica italiana, ad ogni livello): ovvero è necessario (attraverso atti giuridici del massimo livello di decisione politica) lo smantellamento dei vincoli monetari e fiscali euro-unionisti.
Un aspetto aggiuntivo emerge ora (ma avrebbe dovuto essere chiaro anche in precedenza, in un paese trasformatore e manifatturiero come l’Italia), con enorme evidenza, a causa
dell’atteggiamento dell’Ue sulle “sanzioni” adottate a seguito del conflitto russo-ucraino:
senza un’abbondante disponibilità di energia a basso costo questi sforzi, e prima ancora la
nostra stessa sopravvivenza, sarebbero per lo più impossibili.
E’ dunque evidente come la stessa transizione energetica non sia nel nostro immediato
interesse; essa è incompatibile con l’orientamento utile, per l’interesse nazionale, degli
investimenti, con la tutela del lavoro – e con il relativo rilancio dei livelli retributivi e, quindi, di redditività delle piccole e medie imprese -, che permetterebbe la ripartenza dell’economia.
VIII. LE TECNOLOGIE DIGITALI E IL SISTEMA MEDIATICO MINANO LA
CONSAPEVOLEZZA DEL POPOLO ITALIANO
È quasi impossibile difendere gli interessi nazionali, anche nel caso di una forte decisione
politica unilaterale di “rottura”, a meno che, prima, non si passi per una diffusa
consapevolezza del popolo italiano, e dei partiti che dovrebbero esserne i rappresentanti,
delle condizioni per realizzare una realistica fase di transizione verso il recupero della
sovranità e della legalità costituzionali.
Ed infatti, l’integrazione delle filiere globali – anche in caso di catastrofiche crisi economiche come quelle in cui è sprofondato il mercato globalizzato – rende di difficile la comprensione una politica economica realmente sovrana volta a perseguire gli interessi degli Italiani. Infatti le attuali forze politiche sono divenute timorose (dei “mercati” e delle reazioni della BCE) e disabituate, ormai da decenni, a fare scelte politico-economiche, industriali e fiscali al di fuori delle soffocanti regole euro-unioniste. Tra queste regole “intoccabili” emergono i vincoli all’azione della BCE, le regole di austerità fiscale che governano l’eurozona e il regime degli aiuti di Stato.
Le tecnologie digitali, a quasi totale controllo estero, gettano una luce sinistra sulle possibilità di riconquistare quel minimo di indipendenza tecnico-produttiva che esigerebbe, in un immediato futuro, una ritrovata autonomia economica.
Inoltre la capillarità dell’uso del digitale toglie qualsiasi necessaria riservatezza alla vita
economica, sociale e politica del Paese, esponendola all’ossessiva sorveglianza
angloamericana e più in generale di chi controlla lo sviluppo delle tecnologie digitali: il
controllo politico-culturale “estero” diviene così sempre più profondo ed irreversibile.
Di fatto la prostrazione economica prodotta dai Trattati UE, e in particolare dall’euro, è stata presentata dal sistema mediatico come frutto di una colpa umiliante di cui gli italiani si sarebbero macchiati. Una tale “narrazione” non corrisponde affatto alla realtà delle cause del declino nazionale: il controllo mediatico, oltre a quello della digitalizzazione, è
chiaramente un tema di primaria importanza.
Non si può perseguire l’interesse nazionale senza il controllo democratico dell’informazione.
Il relativo “vantaggio” che possiamo vantare, in questa difficile opera di salvezza, è che il
mutamento istituzionale qui indicato come necessario, coincide con il modello sociale e
politico-economico della nostra Costituzione del ‘48 ed è quindi più facile, e legittimo,
trovare una soluzione sulla base della Legge fondamentale della nostra comunità nazionale.
Si può utilmente rivendicare, finché essa formalmente esista, che la parte essenziale e
immodificabile della nostra Costituzione diverge radicalmente dal sistema dei trattati, con le sue regole sul ruolo della banca centrale, sugli aiuti di Stato, con i suoi severi limiti fiscali, con le sue imposizioni di «privatizzazioni» e «liberalizzazioni», con la sua scarsa attenzione al risparmio e alla tutela del sistema bancario: “vincoli esterni” che, nel loro insieme, sono la causa del declino italiano.
Questo risveglio culturale, istituzionale e, nelle condizioni attuali, di consapevolezza
“geopolitica”, è l’unica difficile via rimasta per avere un futuro dignitoso.
IX. LO SVILUPPO POSSIBILE: SOLUZIONI POLITICO-ECONOMICHE AI
PROBLEMI STRUTTURALI DELL’ECONOMIA ITALIANA.
1. L’analisi dello scenario evolutivo dell’eurozona – soprattutto dopo l’inizio della guerra in
Ucraina – pone il quesito relativo al “come” ritornare a un livello di crescita stabile ed
adeguato.
La risposta a tale interrogativo esige l’adozione di alcune misure di salvaguardia dal
“vincolo esterno” imposto sia dai mercati finanziari, in termini di spread, sia dalla ampia
“discrezionalità” della BCE nel concedere liquidità al nostro sistema bancario e,
indirettamente, al nostro sistema fiscale.
È immaginabile un ventaglio di rimedi adottabili senza dover mettere in discussione le norme dei trattati, in particolare:
– misure di incentivazione ai risparmiatori italiani, – che tengono più di 2000 miliardi
“immobilizzati” sui conti correnti- a tornare ad acquistare i titoli del debito pubblico
italiano senza timori;
– misure per il pagamento dei crediti dei privati verso la pubblica amministrazione e
per la circolazione dei crediti fiscali (vedi il caso del “Superbonus 110%).
Questo insieme di provvedimenti sono infatti adottabili dentro le maglie delle previsioni dei
trattati e del diritto europeo. Ma purché vi sia una forte volontà politica in tal senso
all’interno di un Governo che abbia la chiarezza di idee e la determinazione concorde di
difendere l’interesse nazionale.
Va aggiunto che di fronte all’evoluzione dell’eurozona impressa con la riforma
dell’MES, sono necessarie altre adeguate “misure di difesa”, oltre il rifiuto categorico di
ratificare questo trattato.
2. Alla fase di “assestamento difensivo” dell’interesse nazionale, va fatta immediatamente
seguire una serie politiche economico-industriali, per così dire, attiva, costruttiva.
Ciò deve comunque basarsi sulla consapevolezza che ogni possibile politica economica e
sociale si inserisce in un quadro istituzionale, quello determinato dalla nostra permanenza
nell’area euro, composto di regole rigidamente applicate (sicuramente nei confronti
dell’Italia).
Quindi, determinare tali politiche presuppone il prendere atto di alcune caratteristiche
del nostro sistema istituzionale ed economico, generate dalla prolungata applicazione
delle regole Ue, che hanno appunto modificato, indebolendolo, il nostro sistema produttivo e industrial-manifatturiero; caratteristiche che appaiono trascurate dai governi, tutti presi dalla contingenza dei “conti in ordine”.
3. Ed infatti, il sistema Ue-eurozona presenta i seguenti elementi di forte vincolo:
a) divieto legalmente sancito (e non meramente corrispondente ad una prassi osservata
autonomamente dalla banca centrale) di intervento della BCE nel finanziamento diretto
dell’azione economico-fiscale dello Stato, nonché di ogni forma di solidarietà fiscale (si
vedano gli artt.123-124-125 del TFUE);
b) aggiustamenti degli squilibri commerciali e finanziari entro l’eurozona, perseguibili
solo entro la cornice del fiscal compact, (principio del pareggio di bilancio,
imprudentemente recepito in Costituzione): cioè mediante consolidamento fiscale incessante, che dà luogo ad una indiscriminata compressione della domanda interna che riduce sì i consumi, avendo come obiettivo quelli di beni e servizi importati, ma finisce per tagliarli generalmente tutti e per ridurre la produzione interna, la corrispondente occupazione e la propensione all’investimento nazionale. Al più propiziando spinte deflazionistiche che affidano alla competitività forzata (sul costo decrescente del lavoro), e quindi alle sole esportazioni, le magre possibilità di crescita del prodotto nazionale:
c) cesura del legame vitale tra banche e economia “sul territorio” dovuto all’Unione
bancaria, laddove la vitalità del sistema produttivo italiano è invece legata alle piccole e
medie imprese originate da una intraprendenza creativa diffusa e decentrata;
d) crescente peso dei servizi nell’economia; fenomeno che incentiva sia lo spiazzamento
degli investimenti dal fondamentale settore manifatturiero, sia la sotto-offerta, il sottoinvestimento e la sotto-occupazione, determinati, per loro notoria fisiologia operativa, da monopoli, e oligopoli concentrati, gestiti dai proprietari privati, o privatizzati, che
controllano il settore dei servizi (fenomeno ulteriormente accentuato dall’apertura
dell’economie, – sia all’interno del mercato unico Ue, sia per via della c.d. “globalizzazione”-, e che induce un crescente controllo estero sul settore dei servizi, inclusi quelli di interesse generale “a rete”);
e) difficoltà estrema a correggere tale dannosa “struttura di mercato”, e la conseguente
stagnazione deflazionista, in conseguenza dei limiti all’intervento fiscale (pareggio di
bilancio) e del regime del divieto di aiuti di Stato, quale interpretato (specialmente nei
confronti dell’Italia) dalle autorità Ue.
4. È necessario quindi un complesso di misure di intervento pubblico mirato a ridurre,
attraverso diretti investimenti industriali in settori strategici, i limiti al livello dei
moltiplicatori fiscali che sono dovuti al fatto che, ormai, crescendo spesa pubblica e
privata, si verifica un insostenibile aumento delle importazioni.
A ciò, può porsi rimedio soltanto consolidando un rilancio della capacità industriale
nazionale fondabile prevalentemente sulla domanda interna. In altri termini, va perseguita,
grazie all’intervento pubblico “mirato”, una ripresa che non comprometta l’equilibrio delle
partite correnti, la solidità della posizione patrimoniale netta sull’estero (problema acuito
dall’invocazione degli “investitori esteri”) e ricrei un’adeguata propensione ad investire del
settore privato.
La ripresa industriale e occupazionale legate alla domanda interna, risolvono anche gli
pseudo-problemi posti sui principali aggregati della spesa pubblica: servizio sanitario
universale (reddito delle famiglie indiretto) e sistema pensionistico pubblico (reddito delle
famiglie differito).
Ed infatti, il maggior gettito, sia fiscale che contributivo, che sarebbe determinato da una
crescita dell’occupazione connessa al rafforzamento della produzione interna effettivamente consumata sul territorio nazionale, sgonfierebbe il problema dei conti pubblici; mentre, allo stesso tempo, se il rafforzamento industriale e occupazionale si consolidasse, darebbe soluzione (progressiva) al problema della traiettoria demografica negativa (riducendo anche il simmetrico problema di invecchiamento della popolazione).
Peraltro, reddito indiretto e reddito differito sono, per la stessa Costituzione, oltre che tutela dei bisogni essenziali della società, gli strumenti privilegiati di un risparmio diffuso, fondato sul lavoro (adeguatamente retribuito), che costituisce lo strumento più sano per alimentare autonomamente gli investimenti produttivi (come emerge dallo stesso
art.47 Cost.) e finanziare la stessa azione dello Stato.
5. Le soluzioni qui auspicate per linee generali, possono condurre, dapprima, allo
sfruttamento mirato di regole del diritto europeo (si pensi al regime derogatorio del divieto di aiuti di Stato relativo ai SIEG, cioè ai Servizi di interesse economico generale, e al nuovo
regime di praticabilità delle iniziative industriali pubbliche “In House”); e successivamente,
al raggiungimento di una ripresa autonoma della crescita e della capacità industriale
nazionali, al punto da rendere quasi naturale, per mutamento delle posizioni di forza
negoziali, una riforma concordata del quadro istituzionale UE.
Il rafforzamento della capacità industriale nazionale è perseguibile promuovendo “l’effetto
sostituzione”, cioè impiegando, almeno nella fase iniziale del ciclo, gli investimenti
pubblici per iniziare a produrre ciò che viene consumato in Italia, specialmente nelle
filiere a più alto valore aggiunto, opportunamente individuabili in base al know-how
tecnologico e alle competenze della forza lavoro ancora disponibili in Italia. Ciò mantiene e
rilancia anche la qualità dell’occupazione e, più ampiamente, della convivenza sociale.
Lo stesso intervento pubblico può contemporaneamente essere indirizzato a “rimuovere le
strozzature” (di disponibilità di capitale, di accesso ai risultati della ricerca teorica e
applicata, di regime tributario) al fine di potenziare i settori italiani già competitivi e ben
orientati all’esportazione.
In sostanza, riprendendo la citazione keynesiana fatta da Federico Caffè, l’azione fiscale
espansiva, per raggiungere una sostenibilità, nei conti con l’estero e, naturalmente,
occupazionale, deve porsi l’obiettivo: “cosa produrre e cosa scambiare con l’estero in modo
da assicurare l’equilibrio della bilancia dei pagamenti nel medio-lungo termine”.
6. In questo quadro è fondamentale rinegoziare il PNRR per indirizzarlo verso politiche
industriali ed economiche realmente utili per la nostra Nazione: meno transizione
energetica e digitale, più infrastrutture e finanziamenti per la politica industriale pubblica.
In particolare per la transizione energetica bisogna rendere centrale la manutenzione e
l’efficientamento energetico del nostro patrimonio immobiliare pubblico e privato (vedi
Superbonus 110%). In più bisogna allungare i tempi previsti per mettere a bando i
progetti per evitare caotiche accelerazioni che di per sé generano nuova inflazione e
valutare una riduzione dell’utilizzo di risorse ottenute attraverso prestiti che dovranno
essere restituiti, aumentando di fatto il debito pubblico e i costi del suo servizio (i fondi del
PNRR, infatti, devono essere pagati non solo negli interessi ma, a differenza dei titoli di
Stato, anche per la sorte capitale). Nell’immediato le risorse del PNRR devono essere
utilizzate per ridurre l’impatto dei rincari energetici sulle famiglie e sulle imprese.
7. Infine il rilancio del nostro sistema economico è impensabile senza una profonda
revisione ed un rapido superamento delle sanzioni contro la Russia, che si sono rivelate
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delle “auto-sanzioni” che oggettivamente danneggiano più i paesi europei che il regime di
Vladimir Putin. È evidente che tutto questo non è pensabile senza ottenere almeno un
cessate il fuoco e l’apertura di un tavolo di trattative tra le parti in conflitto. Ecco perché
l’impegno per fermare la guerra è fondamentale non solo per ragioni umanitarie e per evitare il rischio di una pericolosissima escalation del conflitto, ma anche per salvare la nostra economia che senza un’abbondante disponibilità di energia a basso costo non può essere salvata.
Una svolta del Governo italiano in questo senso aprirebbe un inevitabile contenzioso non
solo con gli Stati Uniti ma anche con le istituzioni dell’Unione Europea, ma proprio questo
potrebbe essere l’innesco per un non più rinviabile negoziato con i nostri partner europei e
occidentali. Se si pretende l’allineamento dell’Italia come paese cobelligerante con l’Ucraina come è possibile negare una profonda revisione dei Trattati europei (e nell’immediato delle decisioni economiche della BCE e della Commissione europea) e dei costi economici delle forniture energetiche tra l’Italia e gli Stati Uniti, nella chiave di una “economia di guerra” che possa salvare il nostro sistema produttivo? È evidente che la forza negoziale dell’Italia sarebbe rafforzata dall’adozione delle misure di salvaguardia dal “vincolo esterno” accennate all’inizio di questo capitolo.
8. Tra i punti in sospeso ereditati dal Governo Draghi c’è anche quello del Superbonus 110% per l’adeguamento energetico degli edifici. Si tratta di un tema di portata sistemica: i crediti non smobilizzati sono quasi a 4 miliardi e le imprese edili a rischio default oltre 20.000. Non solo: nella “Direttiva sul rendimento energetico nell’edilizia” che sarà emanata dalla Commissione europea è prevista l’inalienabilità degli immobili che non rispondono a requisiti energetici progressivamente sempre più alti. Quindi i comuni cittadini che non avessero i soldi per adeguare i propri immobili alla costosa normativa energetica, si troverebbero con le loro case ridotte a valore commerciale zero. L’unica soluzione possibile è costituire un veicolo pubblico/privato che acquisti i crediti dalle banche che hanno fatto da collettori e li cartolarizzi emettendo note garantite dal MEF o da SACE. Il mercato degli investitori internazionali con questi tassi potrebbe facilmente impiegare risorse, avendo un rischio default prossimo allo zero. I crediti sarebbero a loro volta gestiti tramite piattaforma di nuovo a disposizione delle banche per compensarli sugli F24 di imprese e contribuenti dando la possibilità di frazionarli anche infra-anno. Questa manovra genererebbe quasi 100 miliardi di euro di liquidità rotativa sul settore: a questo punto anche il 90% sarebbe un credito gradito e la manovra sostenibile. Un vero e proprio esempio di moneta fiscale, fino ad ora sempre sconfessato dal MEF su input delle autorità europee.
9. Il Ministro Giorgetti ha dichiarato l’Italia è pronta a ratificare la riforma dell’ESM (o
MES, il fondo salva-stati) se la Corte costituzionale tedesca darà il via libera all’adesione
della Germania. C’è da sperare che questa sia solo un’uscita estemporanea per prendere
tempo, perché sarebbe veramente un disastro se il Governo Meloni si intestasse questa ratifica che dal 2019 i governi Conte e Draghi hanno comunque evitato. Ratificare la riforma dell’ESM per l’Italia significa condannarsi ad andare in default. Il Meccanismo Europeo di Stabilità prevede una serie di condizionalità che a un paese indebitato come l’Italia consentono solo di accedere a una “linea di credito a condizioni rafforzate” che
comporterebbe una preliminare ristrutturazione del debito e quindi il fallimento delle finanze pubbliche. Non solo: l’ESM, per meglio esercitare i propri compiti, cioè scrutinare gli Stati per le loro eventuali future richieste di assistenza, procederà “d’ufficio” all’accertamento della sostenibilità del debito pubblico di concerto con la Commissione e la BCE. Quando da queste verifiche d’ufficio risulterà che l’Italia non è in condizione di accedere alle normali linee di credito dell’ESM, sui mercati si scatenerà il panico rispetto ai nostri titoli, poiché sono le stesse autorità che dovrebbero “sostenerci” che dicono che siamo destinati ad una preventivari strutturazione del debito.
Questa ratifica è quindi qualcosa da evitare ad ogni costo, perché l’esito sarebbe nel caso
migliore quello di sprecare le ingenti risorse con cui l’Italia dovrebbe finanziare questo nuovo ESM senza però poter accedere al suo utilizzo, oppure nel caso peggiore quello di condannare l’Italia ad una ristrutturazione economica “lacrime e sangue” peggiore di quella inflitta a suo tempo da Mario Monti.

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DISAPPLICARE NON È UNA PAROLACCIA, di Teodoro Klitsche de la Grange

DISAPPLICARE NON È UNA PAROLACCIA

A leggere la stampa, compresa quella non di sinistra, sulle recenti decisioni giudiziarie sui migranti, si ha l’impressione che venga criticata (anche) la possibilità per il Giudice ordinario di disapplicare gli atti amministrativi (nonché, in certi casi, norme di legge).

Dato che la disapplicazione ha una storia che quasi coincide con quella dell’unità d’Italia e della costruzione dello Stato nazionale e liberale, urge ricordare cos’è, chi l’ha voluta, e perché.

Con la L. 2248/1865 all. E era abolito il vecchio contenzioso amministrativo degli Stati pre-unitari. L’art. 5 dispone: “In questo, come in ogni altro caso, le autorità giudiziarie applicheranno gli atti amministrativi ed i regolamenti generali e locali in quanto siano conformi alle leggi”.

Come scriveva Vittorio Emanuele Orlando, la portata liberale di tale riforma fu limitata da una giurisprudenza timida e favorevole alla parte pubblica. Scriveva: “L’abbiamo detto più volte, e l’osservazione non è nostra soltanto: la legge del 1865 fu troppo liberale, e non trovò le condizioni ambientali idonee al suo sereno e completo svolgimento. Il sentimento autoritario era ed è ancora troppo radicato in noi, popolo nato ora alla libertà. Sicché tutte le volte che essa ha potuto, la giurisprudenza ha allontanato da sé il calice amaro di agire come freno e limite del potere esecutivo”. A completarla comunque intervenne nel 1889 l’istituzione della IV Sezione del Consiglio di Stato con giurisdizione sugli interessi legittimi. Sosteneva Silvio Spaventa che, dato l’accrescimento del potere pubblico era necessario un controllo giudiziario più esteso e penetrante: “È evidente che, quanto il potere dello Stato è più grande, altrettanto, se non è più facile che esso ne abusi, maggiore però, per l’estensione sola del suo potere, può essere il numero dei suoi abusi. Il rimedio quindi, che si affaccia in prima alla mente di ognuno e contro gli abusi delle autorità pubbliche, è di restringere al possibile il loro potere… Tutti i tentativi quindi, che faremo per diminuire le ingerenze dello Stato, a me sembrano pressoché vani: non è per questa via che si troverà il rimedio che cerchiamo… la libertà oggi deve cercarsi non tanto nella costituzione e nelle leggi politiche, quanto nell’amministrazione e nelle leggi amministrative”.

Ho riportato, tra i tanti, le opinioni di due tra i più noti e influenti giuristi per ricordare come l’intero “comparto” della giustizia amministrativa – disapplicazione inclusa – fu opera e merito della classe dirigente liberale; la quale, pur detenendo il potere, all’epoca ebbe il coraggio di approvare riforme il cui effetto era di limitarlo e controllarlo.

Dopo che da un trentennio si sta facendo tanto per conculcare i diritti dei cittadini, come più volte e più estesamente ho sostenuto, occorre evitare l’errore di pensare che disapplicare sia abuso di potere giudiziario, che è contrario al principio di distinzione dei poteri (Montesquieu si rivolta nella tomba), che occorre un governo che possa governare, ecc. ecc.

Tutte cose in tutto o in larga parte condivisibili ma le quali con la disapplicazione (come “tecnica sanzionatoria” degli atti illegittimi della P.A.) hanno poco a che fare. E limitarla o anche solo deprecarla sarebbe fare un passo (enorme) indietro, che tutti i sedicenti liberali aspettano fregandosi le mani.

Ciò stante, è comunque da valutare se e come siano “disapplicabili” atti o anche disposizioni con valore di legge perché contrarie al diritto internazionale, ed ancor più se qualche decisione giudiziaria, apparentemente sollecita del diritto delle genti non sia piuttosto frutto della personali convinzioni politiche ed etiche del giudicante. Ma questo è un problema (enorme) che concerne l’esercizio di (ogni) funzione pubblica ed in particolare di quella giudiziaria. E non solo della disapplicazione.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Le mirabilie di Giorgia_Con Augusto Sinagra

Giorgia Meloni si è offerta al pubblico votante come l’alternativa rifondatrice, il nuovo che avanza. Ha seguito sin dal suo insediamento, oserei affermare, già nelle sue intenzioni, il solco tracciato dai suoi predecessori con qualche marginale aggiustamento di buon senso ed una retorica baldanzosa che non riuscirà a nascondere per molto tempo la sostanza dei suoi indirizzi di governo. Non è stata attraversata nemmeno dalle bizze che hanno colto Salvini a suo tempo, alla scoperta della differenza che può intercorrere tra i proclami e una condotta coerente nell’azione di governo. Una coerenza con gli indirizzi del suo predecessore in un contesto, per meglio dire in un barile ormai abbondantemente raschiato. La novità più importante è, paradossalmente, il sorgere dalle sue fila di una area di opinione legata alla definizione e al perseguimento dell’interesse nazionale e disposta ad aprire un confronto con forze dalle medesime ambizioni, ma con retaggi ideologici a suo tempo preclusivi. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Intelligenza artificiale: quali impatti sull’automazione industriale? La parola a Marco Delaini, Fanuc

Intelligenza artificiale: quali impatti sull’automazione industriale? La parola a Marco Delaini, Fanuc

di Barbara Weisz ♦︎ Nelle macchine utensili, le nuove generazioni di motori e servoamplificatori sono smart: riducono i consumi e ottimizzano le lavorazioni. Ma l’IA non deve essere sopravvalutata: per portare vantaggio competitivo deve essere calata nel contesto. Fanuc Italia: ha venduto nel 2022 oltre 3.000 unità robotiche. Servitizzazione e pay per use: il mercato si sta preparando. E su industria 5.0… Intervista al ceo di Fanuc Italia, dopo il Technovation Forum, quando è stato inaugurato il nuovo Innovation Center 5.0 di Lainate

Fanuc Lainat – Technovation 2023

Il mercato chiede «prodotti sempre più intelligenti, performanti, che consumano meno». Parola di Marco Delaini, managing director di Fanuc Italia, che in questa intervista a Industria Italiana delinea gli sviluppi in ambito automazione industriale di una tecnologia disruptive come l’intelligenza artificiale. Con nuovi motori intelligenti che riducono i consumi ottimizzando le lavorazioni all’interno della macchina, programmazione dei robot sempre più semplice, importanti risvolti in termini di riduzione di co2 e risparmio energetico. Ma l’Intelligenza Artificiale presenta anche il rischio di non coniugarla correttamente, magari sull’onda della novità.

Per esempio, «parlando di manutenzione predittiva, è importante avere una grande raccolta dati, magari per anni, su macchine e lavorazioni diverse». La produzione di macchinari nel 2023 chiude con un nuovo record, pur a fronte di una contrazione rilevante del mercato interno bilanciata però dal fatto che i costruttori di macchinari si sono concentrati sull’export. I robot dopo l’installato record 2022 continuano a crescere a un ritmo del 7% per i prossimi anni. Fanuc Italia chiuderà il 2023 confermando i livelli di ricavi 2022, e anche per il colosso giapponese la differenza la fanno i robot. Con un record di installazione nella seconda parte del 2023, a quota 15mila, e il traguardo in settembre del milionesimo robot.

Ne abbiamo parlato in occasione del Technovation Forum organizzato dal 24 al 26 ottobre nell’headquarter italiano di Lainate, dove è stato inaugurato il nuovo Innovation Center 5.0: in 5G, abilitato per Industria 5.0, gestibile tramite una app che funziona su mobile e consente da remoto accensione e spegnimento di tutti i robot e l’attivazione di sistemi di diagnostica e monitoraggio. Il tema dell’Innovation Center e di che cosa sta succedendo in Fanuc verrà presto approfondito con un articolo ad hoc. Adesso, la parola a Delaini

D: Quale il massaggio chiave del Technovation Forum?

Marco Delaini inaugura il nuovo Innovation Center 5.0 al Technovation 2023

R. Abbiamo dedicato un forum all’intelligenza artificiale nelle applicazioni industriali. Si parla tanto di IA, c’è anche molta paura degli sviluppi futuri di questa tecnologia, noi abbiamo voluto concentrarci solo sul mondo industriale e abbiamo fatto vedere con esempi specifici le applicazioni di IA che facilitano le operazioni. Per esempio, legate alla robotica, per cui la programmazione dei robot, oppure al miglioramento dell’efficienza della macchina, anche riducendo il consumo di energia elettrica oppure l’impatto di Co2».

D: E’ possibile sintetizzare l’impatto dell’intelligenza artificiale nella fabbrica, e nei vostri sistemi di automazione in particolare?

R. Nel factory automation, quindi la parte relativa alle macchine utensili, le nuove generazioni di motori e servoamplificatori sono intelligenti nel senso che riescono a ridurre i consumi andando a ottimizzare le lavorazioni all’interno della macchina. L’IA viene soprattutto utilizzata per ridurre i consumi energetici, ottimizzare lavorazioni all’interno della macchina, e per verificarne lo stato, riuscendo a ridurre lavorazioni o accelerazioni improvvise che possono andare a consumare di più oppure a usurare maggiormente la macchina».

D: Voi costruite robot, macchine utensili, controllo numerico e dintorni. Il vostro business come si relazione con questo scenario?

Fanuc costruisce robot, macchine utensili e a controllo numerico

R. Tutto quello che è IA nel mondo della robotica e della macchina utensile ci viene prima di tutto richiesto dai clienti. E’ un’esigenza specifica di questo mercato. Ci chiedono prodotti sempre più intelligenti, o performanti, che consumano meno, attenti alla parte di Co2. Dobbiamo fornire tecnologie per realizzare macchine che consumano meno. Questo è il nostro core business. Non dobbiamo ridurre l’impatto di Co2 solo nella nostra produzione, ma in quella dei clienti. E lo possiamo fare dando ai costruttori di macchine utensili la tecnologia per costruire prodotti più efficienti».

D: Come va il mercato in Italia anche in relazione alla congiuntura macroeconomica dal suo punto di vista?

R. Abbiamo visto durante il forum alcuni dati, è chiaro che il mercato interno italiano soffre la fine degli incentivi 4.0. E le agevolazioni 5.0 ancora non ci sono. Quindi oggi tutti i costruttori di macchine hanno contrazioni importanti, in base ai dati Ucimu c’è una flessione del 38 per cento del mercato interno. Il mercato estero è partito basso all’inizio del 2023, poi si è ripreso nella seconda parte dell’anno e chiuderemo il 2023 in crescita. I mercati di sbocco principali sono quello americano ed europeo. La Cina è in crisi, in Asia vediamo che l’unico paese in crescita è l’India».

D: Secondo lei gli industriali italiani sono pronti a recepire le innovazioni disruptive che il mercato delle tecnologie offre loro?

I robot dopo l’installato record 2022 continuano a crescere a un ritmo del 7% per i prossimi anni. Fanuc Italia chiuderà il 2023 confermando i livelli di ricavi 2022, e anche per il colosso giapponese la differenza la fanno i robot. Con un record di installazione nella seconda parte del 2023, a quota 15mila, e il traguardo in settembre del milionesimo robot

R. Sono abituati ad accettare le sfide e a lanciare nuovi prodotti competitivi sul mercato. Noi abbiamo le aziende più innovative da questo punto di vista, siamo più veloci a produrre qualcosa da portare sul mercato rispetto ai cugini tedeschi. Oggi stiamo reagendo molto velocemente. E’ chiaro che a volte nel mondo dell’IA ci sono molti investimenti da fare, anche importanti, che devono essere supportati. E a fronte di una competizione fra governi a chi da più soldi per sviluppare soluzioni di IA ai, o ci rendiamo competitivi anche noi, e quindi anche la nostra parte di politica deve fare la sua parte, oppure rischiamo di partire un po’ zoppi».

D. Nel corso del forum sono stati evidenziati tre punti critici per le aziende che devono investire in innovazione: organizzazione interna, scelta delle tecnologie, e impiego di risorse finanziarie. C’è una gerarchia fra questi elementi?

R. Diciamo che ogni azienda ha il suo vestito, ritagliato sulla propria organizzazione. Sicuramente ci sono aziende più veloci nell’innovare e rinnovare il parco macchine, che quindi riescono a portare innovazione ogni anno. Altre sono più lente a fare questo cambiamento, per cui hanno problemi a volte di organizzazione, a volte finanziari, e le velocità possono essere differenti perché questo fa parte del mercato. Ci sono aziende magari storiche con un prodotto consolidato che non richiede subito un’evoluzione, e rimandano l’investimento a quando viene richiesto di più. Se parliamo per esempio di una macchina utensile a cinque assi, c’è molta competizione e quindi bisogna essere molto veloci a innovare. Sul tornio invece questa velocità non è richiesta dal mercato, quindi c’è più tempo per pianificare le innovazioni.

D. Si è anche parlato de rischio di sopravvalutare l’intelligenza artificiale, cosa ne pensa?

Durante il Technovation Forum, organizzato dal 24 al 26 ottobre nell’headquarter italiano di Lainate, è stato inaugurato il nuovo Innovation Center 5.0: in 5G, abilitato per Industria 5.0, gestibile tramite una app che funziona su mobile e consente da remoto accensione e spegnimento di tutti i robot e l’attivazione di sistemi di diagnostica e monitoraggio.

R. E’ chiaro che c’è una grossa aspettativa, quindi bisogna tradurre quello che vuole fare l’azienda e indirizzarla nei corretti investimenti. Oggi parliamo di intelligenza artificiale come un vantaggio competitivo. E allora tutti, come ha sottolineato fra gli altri Cim 4.0, corrono e dicono anche noi vogliamo l’IA. Ma bisogna sempre calare le cose nel contesto, ogni azienda deve identificare cosa vuole fare. Se stiamo parlando di manutenzione predittiva, è importante avere una grande raccolta dati, magari per anni, su macchine e lavorazioni diverse. Poi, farli elaborare all’IA e selezionare quelli importanti per la manutenzione predittiva. Il messaggio di oggi era: attenzione, l’IA non è una panacea che risolve tutti i problemi. E’ necessaria una preparazione, c’è una raccolta dati che deve essere fatta in anticipo. L’IA aiuta a selezionare questi dati, isolare quelli importanti e portarli a un livello successivo.

D: Diceva prima che manca ancora il Piano 5.0. Che priorità dovrebbe avere secondo lei?

R. Va legato alla sostenibilità, all’economia circolare, alla riduzione dei consumi energetici e dell’impatto di Co2. E’ un concetto diverso da quello di Industria 4.0. Poi, possiamo chiamarla 4.1, 4.2, anche se ormai il Governo ha parlato di 5.0. Se ne parla anche a livello europeo, sono stati determinati i paradigmi. Il concetto è che dobbiamo fare macchine non solo performanti, ma che consumino di meno. E’ cambiato l’obiettivo».

D. Sul tema della servitizzazione, come siete messi?

Fanuc headquarter Lainate

R. Ci sono diverse opzioni. Uno dei servizi che bisogna fornire riguarda la manutenzione predittiva, o la lettura di dati. Poi c’è un concetto di servitizzazione che viene spesso accomunato al pay per use, e che secondo me è limitante. La verità è che tutto il tema delle tecnologie abilitanti si sta spostando dalla vendita di macchine alla fornitura di servizi attraverso quelle macchine.

D: Servitizzazione e pay per use dovrebbero andare di pari passo, tenendo conto del fattore temporale. Pensare che dall’oggi al domani tutte le macchine vengano vendute in pay per use è irrealistico…

R. Potrebbe succedere, ma non dall’oggi al domani. Noi ci stiamo concentrando sulle richieste del cliente, andando a offrire servizi, inclusa l’estensione della garanzia, su tutti i prodotti Fanuc. Per esempio, stiamo lanciando servizi con garanzia fino a dieci anni sulla parte motori ed elettronica. Lo stesso faremo anche sui robot: garantire manutenzione e utilizzo fino a 10, o anche 15 anni. Quindi, non più una garanzia a 2 o 3 anni, come da obbligo di legge, ma un servizio più a lungo termine per andare incontro all’azienda. E completiamo il percorso con un servizio dedicato per cui il cliente si può scordare fermo macchine o fermo produzione.

D: Perché ve ne occupate voi?

R. Perché ce ne occupiamo noi.

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A proposito di Gaza_di Giuseppe Gagliano

HAMAS vs ISRAELE/ I sei errori dell’intelligence che spiegano la débâcle di Tel Aviv

Giuseppe Gagliano

Valutazioni sbagliate, segnalazioni dei servizi egiziani snobbate, mini-droni commerciali usati da Hamas: così Israele non si è accorto dell’attacco

israele gaza guerra 6 lapresse1280 640x300 Soldati israeliani fuori dal muro che circonda la Striscia di Gaza (LaPresse)

È da circa una settimana che i principali analisti internazionali si chiedono cosa non abbia funzionato nell’ambito dell’intelligence israeliana. Ebbene, possiamo arrivare ad alcune conclusioni ampiamente dimostrabili almeno fino a questo momento.

In primo luogo l’intelligence israeliana era certamente in possesso di indicatori di avvertimento relativi all’attacco e questi indicatori sono stati valutati in modo errato. Nello specifico la divisione di intelligence delle Forze di difesa israeliane (IDF), nota come intelligence militare israeliana (IMI), e l’Agenzia per la sicurezza israeliana (ISA), monitorano Hamas da anni. Sappiamo che queste due agenzie hanno condotto una valutazione della situazione circa due settimane prima dell’attacco del 7 ottobre. La valutazione formulava una conclusione molto chiara e cioè che Hamas non aveva alcun interesse ad attaccare Israele a breve termine. Questa previsione è stata comunicata al primo ministro israeliano e al ministro della Difesa.

Al contrario Abbas Kamel, direttore della Direzione generale dell’intelligence egiziana, ha inviato un avvertimento a Israele pochi giorni prima dell’attacco di Hamas, indicando che sarebbe avvenuta una terribile operazione che stava per aver luogo dalla direzione di Gaza. L’avvertimento è stato inoltrato all’ufficio del primo ministro Netanyahu. Il giornale israeliano che ha pubblicato questo rapporto, Yedioth Ahronoth, è noto per la sua seria reputazione e le fonti di qualità all’interno dell’establishment egiziano.

Ora, il primo ministro israeliano ha volutamente ignorato questo avvertimento. Persino un autorevole membro del Congresso americano e cioè Michael McCaul, presidente della commissione Esteri della Camera, ha dichiarato l’11 ottobre: “Sappiamo che l’Egitto […] ha avvertito gli israeliani tre giorni prima che un evento come questo potrebbe accadere”. Una fonte del governo egiziano ha anche affermato che i funzionari dell’intelligence egiziana hanno avvertito le loro controparti israeliane che Hamas stava pianificando “qualcosa di grande” in vista dell’assalto a sorpresa del 7 ottobre. Ma questi avvertimenti sono stati ignorati.

In secondo luogo, l’11 ottobre, un portavoce dell’IDF ha ammesso che, la sera prima dell’attacco, sono stati rilevati movimenti sospetti da parte degli agenti di Hamas vicino alla recinzione perimetrale che separa Gaza da Israele. Tuttavia, secondo il portavoce, “non c’è stato alcun avviso di pericolo per questo incidente“.

In terzo luogo dobbiamo ricordare che la raccolta di intelligence israeliana sulle minacce che provengono dalla Striscia di Gaza si basa su una divisione di responsabilità: l’IMI è tradizionalmente responsabile della raccolta di informazioni attraverso segnali e intelligenza visiva, mentre l’ISA è responsabile della raccolta di informazioni attraverso l’intelligence umana. Va notato che i leader dell’ala militare di Hamas erano consapevoli delle capacità di intelligence di Israele. Ecco perché hanno evitato di utilizzare canali di comunicazione digitale per organizzare il loro attacco, il che ha reso molto difficile intercettare informazioni preziose.

In quarto luogo l’ISA non è riuscita a penetrare nella cerchia ristretta di Hamas e quindi non è riuscita a emettere un allarme precoce per l’attacco del 7 ottobre.

In quinto luogo, Hamas ha utilizzato un sistema di compartimentazione molto rigoroso, permettendo solo a pochi di avere un quadro delle sue intenzioni e del suo piano di attacco.

Ma indubbiamente ci sono altre considerazioni da formulare. Come sappiamo la Striscia di Gaza è monitorata in modo capillare: infatti le torrette non vengono mai lasciate vuote e vi è una rigorosa disciplina nel modo in cui vengono organizzati i turni. Il minimo allarme dei sensori determina l’immediato dispiegamento di una pattuglia di terra e in contemporanea vengono inviati droni da ricognizione tattica per monitorare visivamente la situazione. Cosa è accaduto allora alle torrette di sorveglianza poste sulla Striscia di Gaza? Le torrette di sicurezza sono state distrutte in luoghi chiave da cariche esplosive piazzate da Hamas su mini-droni commerciali prima dell’attacco a terra, senza essere rilevate. I militanti palestinesi non possono utilizzare i loro droni commerciali a una distanza di oltre tre chilometri; quindi erano teoricamente all’interno del perimetro di sorveglianza del sistema del Muro di Ferro quando sono stati lanciati gli attacchi alle torri.

Ora, in generale i sistemi di intercettazione anti-drone sono in grado di solito di respingere attacchi di natura aerea, ma i mini-droni commerciali sono molto più piccoli di quelli militari e quindi non sono stati rilevati dai radar dei sistemi di difesa aerea di Iron Dome, che sono responsabili dell’intercettazione dei razzi e che si trovano a circa 15 chilometri dalla recinzione di sicurezza del Muro di Ferro.

Tra l’altro, questo fallimento tecnologico ha indotto il 10 ottobre il capo di stato maggiore congiunto della Sud Corea, Kang Shin-chul, ad affermare la possibilità che la Nord Corea effettuasse un attacco simile contro la Sud Corea. Ha osservato, infatti, con preoccupazione che i sistemi di sorveglianza delle frontiere erano stati neutralizzati e resi inefficaci prima dell’attacco di Hamas. Infatti il sistema di sorveglianza installato lungo la zona smilitarizzata con Pyongyang è stato originariamente progettato da Elbit Systems e modellato sulla tecnologia utilizzata a Gaza. Ma anche gli Stati Uniti usano lo stesso sistema lungo tutto il confine con il Messico.

In sesto luogo, all’interno del gabinetto di sicurezza (che è certamente l’elemento chiave dell’apparato di intelligence israeliana ed è composto dal primo ministro e dai capi dell’intelligence) ci sono state delle profonde divisioni. Non solo: il gabinetto è stato convocato di rado dal primo ministro che ha invece preferito fare affidamento sulle analisi dello Shin Bet. Il primo ministro ha monitorato le ultime operazioni militari contro la Jihad islamica nel mese di maggio proprio facendo riferimento alle analisi date dal quartier generale dello Shin Bet. Ora, questo servizio di sicurezza israeliano ha concentrato tutte le sue analisi sulla Cisgiordania a causa della grave situazione nella quale questa zona si trova. E proprio la Cisgiordania è stata fra i punti principali all’ordine del giorno dell’incontro del direttore dello Shin Bet con la Cia a Washington il 1° giugno.

SCENARI/ La lezione (e l’errore) di al Qaeda dietro i calcoli di Hamas

Giuseppe Gagliano

Lo scopo di Hamas è di provocare una tale reazione di Israele da portarlo, insieme agli Usa, all’isolamento. Sarà la Cina a trarne vantaggio

hamas palestinesi londra 1 lapresse1280 640x300 manifestazione pro palestinesi a Londra (LaPresse)

È opportuno fare alcune precisazioni in merito al ruolo dell’azione terroristica posta in essere da Hamas. In linea di massima l’azione terroristica non è volta a rovesciare l’istituzione politica ma ha come suo scopo principale quello di intensificare il conflitto radicalizzando il contesto, finendo per indurre lo Stato in azioni che lo logorano. A tale proposito non dobbiamo dimenticare che l’azione terroristica di al Qaeda ha avuto una rilevante successo di natura strategica nel provocare gli Stati Uniti in una campagna militare che ha determinato un contesto internazionale profondamente anti-americano (basti pensare a quanto affermato da Al-Jazeera in merito all’azione militare americana).

Nel caso specifico di Hamas l’ampia pianificazione, le risorse poste in essere e la segretezza implicite negli attacchi aerei, terrestri e marittimi che sono stati coordinati su ampia scala suggeriscono che la sua finalità strategica fosse principalmente quella di  provocare una risposta israeliana così radicale da polarizzare la regione, eliminando qualsiasi via di mezzo e trascinando le istituzioni militari israeliane in una campagna prolungata che difficilmente potrà essere vinta. Anche se il prezzo che Hamas, Hezbollah e la popolazione palestinese dovranno pagare sarà altissimo, difficilmente si può negare che l’azione terroristica attuata contro Israele sia stata un successo militare e potrebbe trasformarsi in un successo politico. A cosa stiamo alludendo esattamente?

In primo luogo, è evidente che determinati organi informazione – quali Al-Jazeera, Russia Today e Telesur – evidenzieranno la drammaticità delle azioni israeliane contro la popolazione palestinese, porranno in evidenza la crisi umanitarie e finiranno per determinare una profonda ostilità nel Medio oriente nei confronti di Israele.

In secondo luogo l’azione militare israeliana non farà altro che rafforzare da un punto di vista politico l’Iran, che non a caso ha elogiato l’azione militare di Hamas; ma rafforzerà anche il governo turco e aiuterà la causa di coalizioni governative come quella dei talebani.

In terzo luogo una reazione di sostegno alla causa palestinese potrebbe provenire dall’Arabia Saudita e dall’Egitto, che non solo potrebbero prendere posizione contro Israele, ma addirittura potrebbero collaborare in funzione anti-israeliana.

In quarto luogo il contributo militare americano potrebbe isolare ulteriormente Israele all’interno del contesto mediorientale, finendo per rafforzare la posizione di Russia, Corea del Nord, Cuba, Venezuela, Nicaragua. Quanto all’Unione Europea questa rimarrà certamente paralizzata dal punto di vista politico, dimostrando ancora una volta di essere un nano politico.

Ma se c’è una nazione che potrebbe certamente trarre vantaggio da un prolungato conflitto e dal coinvolgimento degli Stati Uniti, questa è certamente la Cina. Infatti gli Stati Uniti dovrebbero investire enormi risorse per sostenere sia l’Ucraina che Israele, finendo per allontanare gli Stati Uniti dai partner tradizionali in Medio oriente.

Un altro aspetto sottovalutato dagli analisti tradizionali è che nel contesto dell’America latina una eventuale escalation del conflitto in Medio oriente potrebbe certamente avvantaggiare l’attività di Hezbollah e di altri gruppi radicali, dal momento che dal punto di vista storico questi gruppi hanno condotto proprio in America Latina una parte della loro attività di raccolta fondi.

In ultima analisi quanto più spietata sarà la reazione israeliana e quanto più ampio e sistematico sarà il contributo militare americano, tanto più vi sarà una polarizzazione sia in Medio oriente che in America latina in funzione anti-americana e anti-israeliana.

Palestina L’Iran e l’attacco di Hamas

di Giuseppe Gagliano –

Uno degli aspetti più interessanti di del conflitto in corso nel Vicino oriente è la mano di Teheran dietro l’offensiva. Il comando di Hamas lo ha ufficialmente riconosciuto. L’evidente professionalità degli aggressori non si improvvisa dall’oggi al domani, e presumibilmente sono stati addestrati da membri delle forze speciali. Le informazioni necessarie per l’attivazione dell’operazione possono essere ottenute solo da un servizio speciale competente. Tutto rimanda al ramo al-Qods dei Pasdaran, che è responsabile delle operazioni esterne dell’Iran, nonostante l’orientamento sciita fosse da sempre in contrapposizione a quello sunnita di Hamas e della Jihad islamica palestinese.
Ma la lotta dei palestinesi è di matrice nazionalista, come quella dell’FLN durante la guerra di Algeria. È per questo motivo che i salafiti-jihadisti di al-Qaida e dell’Isis di sono sempre stati tenuti (relativamente) lontani. Questo naturalmente non significa che la situazione non possa subire mutamenti in futuro.
Per quanto riguarda la ragione politica che ha indotto Teheran ad agire in questo modo è abbastanza evidente: impedire che vi sia un riavvicinamento tra lo Stato di Israele e i paesi arabi in generale e con l’Arabia Saudita in particolare. I paesi che hanno già siglato l’Accordo di Abramo a regia Usa, cioè Bahrein, Marocco, Sudan e EAU, e quelli che si stanno preparando a fare altrettanto si trovano di fronte alla scelta problematica di togliere il sostegno ai palestinesi e quindi di appoggiare lo Stato ebraico, molto impopolare preso il mondo arabo.
Secondo il portale di notizie iraniano semi-ufficiale ISNA, Rahim Safavi, consigliere del leader supremo Ali Hosseini Khamenei, ha dichiarato che l’Iran sostiene l’attacco palestinese in questi termini: “Ci congratuliamo con i combattenti palestinesi (…). Saremo al fianco dei combattenti palestinesi fino alla liberazione della Palestina e di Gerusalemme”. Da parte sua il ministero degli Esteri iraniano ha notato che “in questa operazione sono stati utilizzati l’elemento di sorpresa e altri metodi combinati, che mostrano la fiducia del popolo palestinese nei confronti combattenti (…). Gli attacchi “hanno dimostrato che il regime sionista è più vulnerabile che mai, e che l’iniziativa è nelle mani della gioventù palestinese”.
I prossimi sviluppi sono imprevedibili, perché si sa come inizia una guerra ma non si sa come finisce. Ciò che è chiaro è che le mappe saranno ridistribuite in Medio Oriente.

DIETRO HAMAS/ Come funziona la struttura parallela iraniana che ha spiazzato Israele

Giuseppe Gagliano

L’Iran e una struttura parallela ad Hamas hanno probabilmente preparato l’attacco a Israele. Ecco gli errori del governo Netanyahu

quirico Gaza, miliziani di Hamas (LaPresse)

L’operazione di Hamas al-Aqsa Flood, iniziata il 7 ottobre, ha segnato il primo conflitto su larga scala all’interno dei confini di Israele dalla guerra arabo-israeliana del 1948. Tuttavia, a differenza della coalizione di eserciti arabi che affrontò 75 anni fa, Israele ora ha di fronte un’alleanza di gruppi sub-statali. Guidata dall’ala militare di Hamas, le Brigate al-Qassam, questa alleanza comprende la Jihad islamica palestinese, sostenuta dalla Siria e dall’Iran, e una serie di gruppi laici, come le Brigate dei Martiri al-Aqsa allineate al Fatah, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (PFLP) e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (DFLP).

Tali gruppi sono meno conosciuti di Hamas; tuttavia, spesso portano con sé competenze in aree di nicchia, come la gestione di reti di informatori all’interno di Israele, la costruzione di esplosivi sofisticati, l’impiego di droni da combattimento senza equipaggio o l’approvvigionamento di armi specializzate. È quindi probabile che abbiano contribuito notevolmente all’esito dell’operazione al-Aqsa Flood. La loro partecipazione ha anche permesso ad Hamas di lanciare quello che essenzialmente equivaleva a un assalto con armi combinate a Israele, che includeva elementi coordinati di terra, mare e aria e che erano volutamente low-tech. Ciò potrebbe spiegare perché gli assalitori sono stati in grado di mandare in cortocircuito e sopraffare il presunto perimetro di sicurezza inespugnabile che Israele mantiene intorno alla Striscia di Gaza.

Mettendo da parte i singoli elementi low-tech dell’operazione, il suo livello generale di organizzazione tattica indica quasi certamente un notevole sostegno da parte di attori al di fuori della Striscia di Gaza. Tali attori probabilmente includono reti di informatori all’interno di Israele, così come forse l’Iran e la sua ramificazione libanese, Hezbollah. Entrambi sono ben versati nella guerra ibrida e hanno studiato i sistemi di difesa israeliani più ampiamente di qualsiasi altro attore regionale. Inoltre, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche dell’Iran (IRGC) e le Brigate di Resistenza Libanesi di Hezbollah sono esperti in operazioni di inganno.

Probabilmente hanno allenato Hamas, non solo su come effettuare l’operazione al-Aqsa Flood, ma soprattutto su come impedire a Israele e ai suoi alleati di raccogliere informazioni al riguardo.

Non c’è dubbio che un’operazione di tale portata deve aver richiesto mesi – forse anche anni – per essere organizzata. Un processo così complesso avrebbe avuto luogo sotto gli occhi e le orecchie attenti delle agenzie di intelligence israeliane ed egiziane, che storicamente hanno affrontato poca resistenza nel penetrare gruppi militanti palestinesi, tra cui Hamas. Eppure nessuno sembra aver raccolto abbastanza informazioni per anticipare l’attacco. È altrettanto sorprendente che la meticolosa pianificazione dell’operazione al-Aqsa Flood sembri essere sfuggita all’attenzione delle agenzie di intelligence americane, la cui presenza in Medio Oriente è significativa. Com’è stato possibile?

È probabile che la risposta a questo puzzle si riferisca all’Iran. I suoi agenti sul terreno sembrano essere stati in grado di assemblare, finanziare e addestrare meticolosamente una struttura militante all’interno della Striscia di Gaza, che opera da un bel po’ di tempo in parallelo alla struttura ufficiale di Hamas. Questa struttura parallela probabilmente consiste in individui altamente impegnati e affidabili di vari gruppi palestinesi. Per diversi anni, questa struttura d’élite è riuscita a operare in segreto. Se questa linea di ragionamento è valida, è probabile che il lancio dell’operazione al-Aqsa Flood abbia sbalordito anche gli anziani militanti palestinesi nella Striscia di Gaza nelle prime ore del 7 ottobre. Eppure alti funzionari iraniani lo sapevano, e molto probabilmente ne era a conoscenza anche la leadership di Hezbollah. Dovrebbe essere dato per scontato che i pianificatori dell’attacco abbiano adottato un approccio veramente ermetico.

Eppure è improbabile che le agenzie israeliane, egiziane, giordane, saudite, americane e altre agenzie di spionaggio non siano riuscite a raccogliere almeno alcuni avvertimenti di intelligence sull’attacco, specialmente nelle ultime settimane e giorni, poiché i pianificatori hanno intensificato i loro preparativi a Gaza. Il livello di sorveglianza nella Striscia è semplicemente troppo esteso perché un’operazione su così larga scala sia passata completamente inosservata. È probabile, quindi, che almeno alcuni segnali di avvertimento abbiano raggiunto l’amministrazione del presidente israeliano Benjamin Netanyahu.

È anche probabile, tuttavia, che il governo altamente politicizzato e assediato di Netanyahu abbia mantenuto la sua attenzione focalizzata altrove, principalmente sulla propria sopravvivenza politica, che ha affrontato ripetute minacce negli ultimi tempi, poiché Israele si è avvicinato a quella che alcuni osservatori hanno avvertito poter essere una guerra civile. Inoltre, ci sono state accuse secondo cui il governo di Netanyahu si è concentrato in gran parte sulla “protezione dei coloni in Cisgiordania [con le truppe] piuttosto che sulla protezione dei kibbutznik al confine con Gaza”. Questo potrebbe essere un elemento centrale per spiegare la catastrofica sorpresa tattica che Israele ha subito lo scorso fine settimana.

È importante notare che l’operazione al-Aqsa Flood probabilmente rappresenterà non solo una sorpresa tattica, ma anche una sorpresa strategica per lo Stato ebraico. Come ha sostenuto Martin Indyk in una conferenza stampa di emergenza del Council on Foreign Relations domenica scorsa, è probabile che la leadership israeliana abbia frainteso le intenzioni strategiche di Hamas. Mentre Israele si è impegnato febbrilmente nella normalizzazione delle sue relazioni con una serie di Paesi arabi negli ultimi anni, il rifiuto di Hamas deve essere sembrato a volte quasi una reliquia del passato. Alcuni avrebbero persino potuto presumere che Hamas avrebbe adottato un “approccio live-and-let-live” nei confronti di Israele, purché gli fosse stato permesso di governare il suo dominio nella Striscia di Gaza. Eppure tali opinioni si sono rivelate illusorie, con risultati disastrosi.

Il governo di Israele indagherà senza dubbio sulle cause di questa catastrofe storica, a tempo debito. Nel frattempo si trova di fronte a una decisione importante: lanciare o no una incursione di terra nella Striscia di Gaza? Nel frattempo, i tank sono stati mandati al confine. Se Israele non lo fa, rischia di lasciare l’infrastruttura militante di Hamas in gran parte intatta. Se lo fa, affronta la forte probabilità che Hezbollah attacchi Israele da Nord, non solo con sbarramenti di missili, ma con un’incursione le cui dimensioni potrebbero sminuire l’operazione al-Aqsa Flood. Se lancia un attacco di terra, il gruppo libanese avrà l’aiuto dell’Iran, delle milizie sciite irachene, dei volontari siriani e persino delle unità di combattimento talebane, che si sono recentemente impegnate ad aiutare a “conquistare Gerusalemme”. Nel frattempo, profonde divisioni all’interno di Israele continueranno a condizionare le manovre del governo nelle prossime settimane.

 

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Giorgia nel paese delle meraviglie_Con Augusto Sinagra

La postura assunta dal nostro Presidente del Consiglio cerca di rivestirsi di una solennità e di una autorevolezza che, però, fatica a corrispondere con la realtà e le immagini che ci vengono trasmesse. La collocazione politica del Governo nell’agone mondiale è nettissima. Mostra un asse sempre più stretto con la Gran Bretagna e la attuale leadership statunitense nei contenuti del quale non appaiono chiare contropartite ed evidenti vantaggi per il nostro paese. L’Italia si sta trovando disarmata ed inconsapevole nel guado di relazioni europee dal sapore sempre più conflittuale e trascinata per inerzia ed affinità culturale del proprio capo di governo nelle logiche delle componenti più avventuriste ed oltranziste sulle quali poggiano le forzature statunitensi. All’interno del paese i proclami sbandierati di recupero della sovranità economica e del produttivismo industriale si stanno traformando inopinatamente in una manciata di assistenzialismo compassionevole che non lascia presagire nessun cambiamento serio delle dinamiche socio-economiche se non in peggio. La critica al dilettantismo dei Governi Conte sono il pretesto per una tabula rasa senza alternative. L’abbaglio delle luci della vita di corte sta facendo il resto. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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LAMPEDUSA : « L’ÉLITE » EUROPEA PUNISCE MELONI (Pierre Duriot)

È una grande storia a Lampedusa, ed è assolutamente impossibile che questo afflusso di 11.000 migranti in meno di una settimana sia frutto del caso. Si dice che queste traversate, di solito molto costose e orchestrate – non è un segreto – da scafisti sotto la copertura di organizzazioni non governative con finanziamenti opachi e strutture organizzative tentacolari, siano attualmente gratuite per gli aspiranti esuli. L’obiettivo è senza dubbio quello di punire la Meloni per le sue cattive compagnie, visto che la settimana scorsa è andata a trovare il cattivissimo Viktor Orban, che sta bloccando l’accordo europeo sulla distribuzione dei migranti. Poiché la questione non è se accogliere o meno i migranti, ma come distribuirli. La questione dell’accoglienza dei migranti non è una questione umanitaria, ma un dogma sovranazionale che viene imposto ai cittadini. “Giorgia Meloni è vittima del suo nazionalismo e della sua propaganda”, afferma l’eurodeputato italiano Sandro Gozi, che non nasconde nemmeno di essere stato “punito”.

Tutto ciò è confermato dal profilo dei migranti, tutti maschi, di età compresa tra i 16 e i 35 anni, vigorosi e in forma, per i quali non valgono le restrizioni sanitarie imposte a noi. Nessun controllo, nessun obbligo di identità, fanno quello che vogliono e dicono quello che vogliono. I tedeschi non si lasciano ingannare e non vogliono questi migranti punitivi. I francesi hanno il culo tra due sedie e Macron fa il gran signore con i nostri soldi, parlando di umanità e rigore. Quale umanità? Queste persone non correvano alcun pericolo nel loro Paese, altrimenti sarebbero fuggite con mogli, figli e antenati. In realtà, la maggior parte di loro sono musulmani francofoni che non nascondono nemmeno di essere venuti in Francia per ottenere benefici sociali. Contraddicendo il Presidente, Darmanin ha annunciato che alle frontiere saranno dislocati più doganieri, senza dubbio per placare l’estrema destra, che sbraita e sbraita ma non fa nulla di concreto, come al solito, si potrebbe dire. E questa punizione per l’Italia sarà anche una punizione per la Francia.

La popolazione è esasperata, perché al di là del dogma dell’accoglienza obbligatoria, l’altro dogma è quello dell’immigrazione come fonte di ricchezza per la Francia, che lascia comodamente che l’immigrazione arabo-afro-musulmana sia soffocata da altre immigrazioni, che sono appunto una fonte di ricchezza. Se l’immigrazione arabo-afro-musulmana fosse stata una fonte di ricchezza per tutto il tempo in cui l’abbiamo accolta in massa, il PIL pro capite della Francia non sarebbe crollato, il debito non sarebbe abissale e i posti di lavoro sarebbero occupati. Per non parlare dei quotidiani e sempre più squallidi atti di delinquenza. Ciò che stupisce è che, nonostante tutte le prove del contrario, i politici cerchino di mantenere questo dogma della ricca immigrazione, anche se ci sta rovinando.

Tutto questo, l’improvvisa corsa a Lampedusa, il profilo dei migranti, lascia pochi dubbi sul fatto che un organismo sovranazionale stia agendo per punire i Paesi che pensano male. Allo stesso tempo, si tratta di una manovra sempre più rozza da parte di un’élite globalizzata che percepisce il crescente malcontento globale dei popoli europei e non si preoccupa nemmeno più di garantire la discrezione delle sue azioni deleterie. E Paesi come l’Italia e la Francia, che avrebbero tutti i mezzi per respingere questa invasione con la forza, non lo fanno. Nel frattempo, i Paesi del Golfo difendono le loro frontiere con munizioni vere, e nessuno ha nulla da ridire, visto che l’obbligo di accogliere gli immigrati è curiosamente imposto solo agli europei. Quindi nulla è fatto a caso, qualcuno sta pianificando la caduta di Roma e, per inciso, la nostra.

Pierre Duriot

https://www.minurne.org/billets/37457

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