Il calvario di Roger Stone; il tramonto della democrazia americana, di Gianfranco Campa

 

 

IL MARTIRIO DI ROGER STONE

 

All’annuncio della condanna di Roger Stone, Meghan McCain, la figlia del defunto guerrafondaio John Mccain, ha dichiarato “Marcisci all’inferno, Roger Stone.” Ana Navarro una commentatrice “repubblicana” della CNN ha rincarato la dose: “Marcisci in prigione e poi all’inferno.” Questi sono solo due esempi di centinaia di tweet e commenti che hanno invaso la sfera mediatica dopo la condanna di Roger Stone. Potrei riempire decine di pagine di queste reazioni volgari e demenziali, esibite da esponenti di entrambe le correnti politiche dominanti; questo solo per rendere l’idea dell’odio riversato su qualsiasi persona o entità che abbia collaborato, nel caso di Roger Stone addirittura creato, la figura politica di Donald Trump. Questo atteggiamento nei riguardi di Roger Stone è il riflesso diretto dell’odio che un numero notevole di persone prova per tutto ciò che viene identificato con Donald Trump; in aggiunta Roger Stone paga il dazio di anni di schermaglie con i poteri forti di Washington.

Il sacrificio di Roger Stone è stato concepito e celebrato sull’altare dello stato ombra e di tutte quelle forze malefiche che hanno sferrato negli ultimi quattro anni attacchi incessanti, violenti, quasi ossessivi contro chi ha sfidato lo “status quo” del potere di Washington. Ne sono rimasti travolti figure come appunto Roger Stone, Paul Manafort, Michael Flynn  e molti altri. In particolare Stone è stato colui che forse ha pagato il prezzo più alto.

I problemi per Roger Stone sono iniziati quando ha cominciato ad essere bandito da ogni piattaforma mediatica, censurando la sua libertà di espressione, negandogli la possibilità di spiegare la propria versione dei fatti di fronte all’opinione pubblica americana. I problemi sono continuati dopo essere stato intercettato dall’FBI, indagato dal procuratore speciale Robert Muller ed arrestato nella sua casa in Florida. Ventinove agenti FBI, armati fino ai denti, fecero irruzione all’alba nella casa di Stone per arrestare un 67enne che non ha mai commesso nessun reato, neanche una multa per un parcheggio e quindi con una fedina penale, fin a quel momento, immacolata. Se vogliamo fare un paragone, neanche per trasportare El Chapo si erano visti dispiegati così tanti agenti federali.

I problemi di Roger Stone  si sono aggravati quando il giudice preposto ha ingiunto al suo di team di avvocati e allo stesso Roger Stone “un gag order” cioè un bavaglio mediatico; in altre parole non potevano parlare o discutere del caso giudiziario, pubblicamente, con nessuno. Un provvedimento giudiziario con qualche precedente, ma nel suo caso portato alla massima esponenza, visto che, sia prima che dopo il processo, l’ingiunzione al silenzio non è stata ancora revocata. Una persecuzione giudiziaria feroce senza precedenti quella contro Stone, riservata solo ai mostri criminali più pericolosi.  Una persecuzione giudiziaria trasformata in una caccia alle streghe, sfociata in un processo e una condanna a cui fra poco (a Febbraio) seguirà una sentenza.

Roger Stone è stato riconosciuto colpevole di tutte le accuse formulate contro di lui; sette capi di accusa tra le quali ostruzione della giustizia, manipolazione di testimoni e ultimo, ma non meno importante, l’accusa di aver mentito al Congresso. Il quasi settantenne Stone per queste condanne rischia fino a cinquant’anni anni di carcere, l’equivalente di un ergastolo per un uomo della sua età; una sentenza di morte in una prigione federale.

Il più fedele alleato del presidente Donald Trump, colui che non l’ho ha mai tradito, che lo ha sempre sostenuto anche quando, nei momenti più difficili della presidenza, altri personaggi hanno, per mancanza di coraggio o per interessi personali, ripudiato pubblicamente e privatamente il presidente. Roger Stone invece ha sempre difeso il Presidente. Solo in rare occasioni, come fu con l’attacco missilistico ordinato da Trump contro la Siria, Stone si permise di criticare Trump, non accusandolo, ma semplicemente facendo una critica costruttiva alla sua decisione  bellicosa, esortando il presidente ad essere più cauto nel dare ascolto agli elementi oltranzisti dello stato ombra che pullano numerosi nella sua amministrazione.

Veniamo al processo svoltosi contro Roger Stone.

Alcuni aspetti interessati da tenere in considerazione:

Primo Il processo si è svolto in una corte del distretto della Colombia, cioè quel pezzo di terra meglio conosciuto come Washington DC. Praticamente Roger Stone è stato giudicato proprio nel ventre della bestia, dello stato ombra, dei poteri amministrativi e dell’establishment politico della capitale americana. Vi ricordo che Hillary Clinton, a Washington, alle presidenziali del 2016, aveva ricevuto il 91% dei voti a favore, mentre solo il 4% era stato appannaggio di Donald Trump; praticamente l’intera Washington è una fogna burocratico-politica. Il processo in una corte di Washington comporta quindi una giuria composta interamente da elettori o simpatizzanti democratici. Un fattore che ha reso la difesa di Roger Stone improba, a prescindere dalla consistenza delle prove presentate.

Secondo Il giudice che ha presieduto il processo si chiama Amy Berman Jackson, un giudice nominato da Obama. La giudice Jackson è recidiva. Jackson era già venuta alla ribalta nazionale quando, nel 2017, aveva archiviato la causa civile contro Hillary Clinton presentata da due delle famiglie che avevano perso i propri cari nell’attacco all’ambasciata americana di Bengasi, in Libia. Le famiglie sostenevano, a ragione, che Hillary Clinton non aveva fatto niente per aiutare i loro familiari durante l’attacco all’ambasciata e poi aveva anche mentito per nascondere le proprie pesanti responsabilità.     .

I procuratori del Russiagate hanno cercato volutamente di far sì che il processo contro Roger Stone si svolgesse presso la corte del giudice Jackson, ben sapendo che la cosiddetta giudice non era certo un modello di imparzialità; nasconde negli armadi una agenda pro-stato ombra, pro-partito democratico. Il giudice Jackson tra l’altro presiede anche il processo contro Paul Manofort. Il caso Manofort è stato trasferito l’anno scorso nel distretto del giudice ammazza trumpiani sotto richiesta del Dipartimento di Giustizia. Si profila quindi per Manofort lo stesso destino di Roger Stone.

Durante il processo a Roger Stone la giuria ha avuto modo di ascoltare una delle accuse principali; la tesi quindi secondo la quale Stone avrebbe cercato di nascondere il suo tentativo, nel 2016, di collaborare con WikiLeaks e con il fondatore Julian Assange per ottenere informazioni sull’allora candidato Hillary Clinton.

Questa peculiare tesi di collaborazione, tra Wikileaks e Roger Stone, collaborazione che Wikileaks e Julian Assange negano, sarebbe per qualcuno la motivazione maggiore del martirio di Stone. Infatti secondo alcune tesi complottistiche, Stone sarebbe odiato dallo stato ombra non solo per essere stato uno dei costruttori, uno degli architetti del fenomeno Trump, ma soprattutto per la sua decennale avversità e ostruzione allo stato ombra, tra cui appunto la collaborazione con una entità, Wikileaks, che è stata e continua ad essere una spina nel fianco dei poteri oscuri di Washington.

Lo scontro Roger Stone-Stato Ombra risale a tempi immemorabili, all’epoca dell’amministrazione Nixon, quando un giovane Stone partecipò alla campagna presidenziale 1972 di Richard Nixon. Prima di Nixon, Stone si era offerto come volontario per la campagna di Barry Goldwater del 1964. Fu con Goldwater prima e Nixon dopo che Stone comprese velocemente le modalità dei giochi che manovrano le stanze del potere di Washington. Soprattutto nel caso delle dimissioni di Nixon per lo scandalo Watergate, Stone all’epoca individuò i meccanismi di Washington rendendosi conto di chi realmente tesseva la rete del potere negli Stati Uniti.

Apriamo un piccolo capitolo su Richard Nixon. Stone ha sempre sostenuto che la corruzione di Nixon era seconda solo alla stato ombra, ma nonostante ciò,  lo scandalo Watergate era stata solo il pretesto, non la reale ragione del suo siluramento. Per Roger Stone, Nixon fu costretto a dimettersi sotto la minaccia di un impeachment (suona familiare?) per essersi opposto allo stato ombra e alla CIA, dopo averla venerata e usata. Il prezzo pagato da Nixon e` stato alto per aver intrapreso attività anti stato ombra come per esempio la distensione con l’Unione Sovietica. “Durante i giorni bui e difficili di Watergate, mentre la frenesia consumava i media e gran parte dell’attenzione pubblica negli Stati Uniti, al presidente Nixon furono inviati messaggi di sostegno da Leonid Brezhnev. Breznev disse al suo ex nemico che sapeva che sarebbe rimasto forte e che non avrebbe ‘ceduto sotto la pressione’. Anatoly Dobrynin, ambasciatore sovietico negli Stati Uniti per oltre venti anni e figura di spicco nelle relazioni USA-Unione Sovietica, ha ricordato che Richard Nixon lo ha ringraziato per il fatto che lui, unico tra i leader di altre nazioni, inclusi gli alleati, aveva trovato semplici parole di conforto per risollevargli il morale” https://www.nixonfoundation.org/2010/07/nixon-and-brezhnev-personal-partners-in-detente/

Secondo Roger Stone, quando Nixon fu eletto al suo secondo mandato come presidente nel 1972, ottenne un grado di indipendenza che lo rese pericoloso per lo stato ombra. Verso la fine del suo primo mandato, Nixon iniziò a progettare l’eliminazione dell’intera leadership della CIA. Sfortunatamente, Nixon non si rese conto che la CIA si era infiltrata nel circolo più ristretto della sua amministrazione e riempiva il suo staff di spie. Lo stato ombra era ben consapevole dei piani di Nixon. Non sono teorie della cospirazione, di complottisti, bensi verità ben suffragate da testimonianze e registrazioni audio.  Nixon e i suoi collaboratori erano pronti, dopo l’elezione al secondo mandato, ad assumere il controllo completo  di un governo federale che ritenevano ostile al presidente e alla sua agenda. “Di fronte a una burocrazia che non controlliamo, non avevamo personale fedele a noi e con il quale non sapevamo come comunicare, abbiamo creato la nostra burocrazia“, scrissero alla Casa Bianca in un promemoria del 1972 trovato nei documenti di HR Haldeman , che in seguito andò in prigione per aver nascosto i crimini di Watergate.

Nixon diede ai suoi aiutanti istruzioni dettagliate, dopo aver vinto le elezioni su come sbarazzarsi dei burocrati ostili al suo governo. Nixon dettò ai suoi collaboratori le istruzioni per una “pulizia interna” alla CIA. “Voglio uno studio fatto immediatamente su quante persone nella CIA potrebbero essere rimosse tramite ordine  presidenziale. . . . Naturalmente, la riduzione dovrebbe essere giustificata esclusivamente per il fatto che è necessaria per motivi di bilancio, ma entrambi conoscete il vero motivo. . . . Voglio che si abbandoni il reclutamento da una delle qualsiasi scuole Ivy League o di altre università in cui il presidente dell’università o le facoltà universitarie hanno condannato i nostri sforzi per porre fine alla guerra in Vietnam.” (Richard Nixon). Su questo capitolo Nixon-stato ombra ci sarebbe da  scrivere fiumi di inchiostro, ma non abbiamo il tempo a disposizione e francamente neanche la voglia di intraprendere questo lavoro.

Roger Stone si è scontrato con gli apparati del potere di Washington in altre occasioni, per esempio con il suo lavoro investigativo svolto sull’assassinio di JFK che Stone attribuisce ad un complotto CIA-LBJ (Lyndon B.Johnson.)

Stone ha scritto molti libri sulle fasi più oscure e controverse della moderna storia americana, libri di denuncia contro lo stato ombra, i poteri forti di Washington :

-The Man Who Killed Kennedy: The Case Against LBJ

-Nixon’s Secrets: The Rise, Fall and Untold Truth about the President, Watergate, and the Pardon

-Jeb! and the Bush Crime Family

-The Myth of Russian Collusion: The Inside Story of How Donald Trump REALLY Won

Stone è stato anche il principale personaggio, la forza che ha convinto Trump a pubblicare i fascicoli sulla morte di JFK, anche se poi altre forze, opposte, presenti all’interno della amministrazione, convinsero Trump a rendere pubblici i fascicoli con molte omissioni, perpetuando così il silenzio che ormai vige da quasi 60 anni sulle reali ragioni della morte del presidente Kennedy. Il 26 aprile 2017 l’Archivio Nazionale pubblicò 19.045 documenti inerenti all’assassinio di JFK. Tuttavia, ripeto, alcuni documenti non furono divulgati.

Per anni Roger Stone è riuscito a sfuggire all’attenzione dello stato ombra facendo la parte dell’istrione. Per molti anni i mass media e i poteri di Washington hanno posto poca attenzione a quel ”giullare di Stone” e Stone è stato piu che felice di interpretare quella parte. Alla fine però il ruolo centrale di Stone nella costruzione del fenomeno Trump ha rimosso il velo che lo aveva fino ad ora protetto  Per lo stato ombra non era più possibile ignorare il ruolo e il livello di influenza che Stone si era ritagliato nel circolo di Trump. Un conto sono i libri e le idee complottiste che la maggior parte degli americani ignorano, un altro è la raggiunta capacità di essere determinante nell’insediare un presidente alla casa Bianca e persuaderlo a pubblicare gli archivi segreti su JFK, un pericolo mortale per lo stato ombra che non può più permettersi di ignorare. Ci sono molte entità che considerano Roger Stone ancora come un pagliaccio; ma se così fosse le componenti dei poteri forti di Washigton non avrebbero scantenato una offensiva giudiziaria di tale violenza da rendere il potere di Stone inefficace.

Cosa rimarrà dopo la sentenza contro Roger Stone? E una domanda che molti degli amici e familiari di Stone si fanno. E’ inconcepibile per loro veder morire Roger Stone  in galera. Due sono le vie da seguire: la prima, un ricorso giudiziario che verrà presentato al più presto dai suoi avvocati. La seconda, la speranza di un perdono presidenziale da parte di Trump. Quell’ultima non è solo l’opzione più sicura per salvare Stone  ma è anche la più pericolosa per tutti i personaggi coinvolti. La pressione su Trump per graziare Roger Stone è ora enorme. Molti dei sostenitori di Trump chiedono a voce alta il perdono di Stone; ma perdonare Stone in questo momento per Trump significherebbe spostare tutta l’attenzione dello stato ombra sul presidente, rinnovando e dando nuovo impeto a quel moto di odio intenso che certe forze sovversive esprimono nei confronti del fenomeno Trumpiano. Un perdono di Stone ora come ora inasprirebbe una guerra fra stato ombra e Trump già così dura, feroce, mortale; una stalingrado politica “scherzando amaramente disse di aver catturato la cucina ma lottiamo ancora per il soggiorno e la camera da letto

Se fossi in Trump aspetterei i risultati elettorali del 2020. Se Trump dovesse vincere, potrà permettersi il perdono di Stone, in caso contrario perdonare Stone equivarrebbe a  correre un rischio enorme. Una volta decaduto, Trump potrebbe essere messo sotto inchiesta dal prossimo dipartimento di giustizia in mano a un presidente democratico.

Concludo con una aggiornamento sul fronte della guerra Trump-stato ombra. Fra cinque giorni il rapporto dell’ispettore generale Michael Horowitz sarà presentato al senato americano. La  indagine riguarda gli abusi commessi dall’FBI nel servirsi della corte FISA per ottenere mandati di sorveglianza per spiare la campagna di Trump, in particolare l’azione su Carter Page. Si tratta quindi di stabilire se vi sia stato un abuso del processo FISA. Il rapporto di Horowitz non è giuridicamente vincolante, cioè Horowitz non può portare capi di imputazione ma può solo raccomandarli al dipartimento di giustizia. A differenza di molti sostenitori di Trump che sperano in un ribaltamento dei fronti, io sono personalmente pessimista. Il rapporto di Horowitz non conterrà nessuna condanna degli attori chiave del complotto di spionaggio contro Trump e i suoi collaboratori, cioè il cosiddetto spygate. Se condanna sarà; saranno solo piccoli pesci ha pagare il prezzo dei crimini commessi da ben altri personaggi posizionati più in alto.

L’unica speranza per Tump rimangono le indagini tuttora in corso del procuratore speciale John Durham, incaricato dal procuratore generale Bill Barr di far chiarezza sull’origine del Russiagate. Se il procuratore Durham non individuerà i colpevoli di questa farsa, lo stato ombra potrà continuare impunemente  e senza più ostacoli la sua guerra di demolizione della presidenza Trump. Non ci resta che sperare nell’onestà di Bill Barr e di John Durham. Nel frattempo sono passati tre anni dall’inizio di questa guerra e mentre molti collaboratori amici di Trump rischiano la galera a vita i rappresentanti dello stato ombra, colpevoli di crimini ben più gravi, sono tuttora liberi di esprimere le loro opinioni sui canali televisivi americani. In base a questo è chiaro che la querra tra Trump e lo stato ombra è impari e  fino ad ora è stata giocata da Trump in posizione di difesa. Si spera che le cose cambino per Trump nelle prossime settimane, ma il tempo a disposizione per ribaltare la situazione sta scadendo. Novembre 2020 è dietro l’angolo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

patologie degli ..ismi, di Andrea Zhok

Dopo essere stata presa in giro sui social per mesi la definizione di “sovranismo psichico” ha l’onore di essere ospitata come voce dalla Treccani online.

Forse è il caso di smettere di ridere e di chiederci se ci siano ancora limiti che i poteri mediaticamente ed economicamente più influenti (l’establishment) considerano non sorpassabili, o se oramai siamo arrivati al punto in cui si ritiene che valga tutto, assolutamente tutto, pur di abbattere l’avversario.

Già, perché ospitare come voce accreditata una formula che è dimostrabilmente un’idiozia con finalità di lotta politica spicciola ricalca esattamente una delle dinamiche descritte da George Orwell, di confisca concettuale e assoggettamento culturale.
Da un lato le istanze del ‘politicamente corretto’ mettono fuori legge tutte le espressioni che suonano come critiche dell’opinionismo mainstream, e dall’altro vengono accreditate unità concettuali farlocche e strumentali come se fossero descrittori di natura scientifica.

Non basta dunque aver distorto pervicacemente la nozione di ‘sovranismo’, applicata originariamente in contesto francofono per le istanze di rivendicazione autonomiste su base nazionale (Quebec, Irlanda, Palestina, ecc.), trasformandola in un sinonimo di ‘nazifascismo’.

Ora si passa alla fase della patologizzazione del dissenso, che viene ridotto a categoria psichiatrica, a deviazione mentale.

Esaminiamo innanzitutto la definizione che ne viene data:
“Atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale.”

La prima cosa da osservare è che se togliamo l’aggettivo ‘presunto’, che insinua la natura illusoria, erronea del giudizio (per il loro ‘presunto’ punto di vista obiettivo), il resto della definizione rappresenta una descrizione che si attaglia a tutte le specie viventi, a tutte le unità culturali, istituzionali e statali di cui abbiamo contezza. Infatti la “difesa identitaria del proprio spazio vitale” è qualcosa che può valere per l’identità di un organismo rispetto a fattori esogeni che ne destabilizzano l’identità, così come per ogni unità politica nota. Anche la multiculturale e multinazionale Svizzera opera in forme che tendono a preservare la difesa identitaria del proprio spazio vitale: ha una Costituzione, dei confini, leggi comuni, regole che ne definiscono l’indipendenza da altre unità politiche entro uno spazio in cui vivono i suoi cittadini.

Salvo che per colonie, protettorati o entità politiche fittizie (come alcuni paradisi fiscali), nel mondo non esistono che unità politiche per cui è ovvio che la propria identità entro uno spazio vitale vada difeso.

Tutto il peso dello stigma nella definizione sta nel carattere di illusorietà (‘presunto’), che farebbe dell’ “atteggiamento mentale” una forma di delirio, di allucinazione malata.

Le citazioni che forniscono la campionatura d’uso dell’espressione sono in questo senso eloquenti.
La prima fa riferimento ad un atteggiamento ‘paranoico’, cioè appunto ad una categoria delirante; niente viene aggiunto al quadro, salvo il giudizio insindacabile del giudicante: si tratta di patologia mentale.
La seconda addirittura, secondo il canone retorico dello ‘strawman’, inventa di sana pianta una tesi che nessuno, neanche qualche ultras neonazi etilista, ha mai sostenuto (“vogliamo metterci alla guida dell’altro 99% affermando che devono fare quello che riteniamo giusto noi?”), per poter procedere alla liquidazione forfettaria di ogni richiesta di sovranità.

Ora, ciò che è particolarmente preoccupante in questo episodio di malcostume culturale è vedere l’abisso di malafede, arroganza e ignoranza in cui sguazzano soddisfatti precisamente quelli che sparacchiano accuse ad alzo zero di malafede, arroganza e ignoranza sui dissenzienti.
Siamo di fronte ad operazioni spudorate, prive di scrupoli, in cui vengono avvelenati i pozzi del dibattito pubblico da coloro i quali sono stati posti a guardia degli stessi.

E’ qualcosa che eravamo abituati a leggere nelle descrizioni sull’atmosfera di falsificazione culturale nella Controriforma tridentina o nella Restaurazione napoleonica, pensando che eravamo fortunati a vivere in un’epoca che li aveva superati. E ci ritroviamo oggi con i sedicenti portatori sani di ‘illuminismo’ a fare le stesse cose, ma con meno scuse.

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=2553993544693768&set=p.2553993544693768&type=3&theater

replica:

Treccani Buongiorno Thomas, innanzitutto ci teniamo a specificare che non tutti i fenomeni psichici sono fenomeni patologici (basti pensare ai sogni), quindi nell’espressione “sovranismo psichico” non ci sembra contenuta alcuna medicalizzazione del dissenso. Ma il punto più importante, quello che ci riguarda direttamente (perché l’espressione non l’abbiamo inventata noi, né la registrazione da parte nostra indica supporto a chi la utilizza), è un altro: nella schermata che riporti purtroppo non è possibile leggere l’intestazione, dalla quale sarebbe chiaramente leggibile la sezione del sito da cui è tratta, quella dei Neologismi.
Come ricorderanno in tanti, “Sovranismo psichico” era un’espressione contenuta in un rapporto Censis del dicembre 2018, che tanto rapidamente quanto brevemente si era diffusa nell’uso giornalistico. Parte del nostro lavoro è quello di tenere aperto un osservatorio sulla lingua italiana e sulla sua evoluzione, anche in quanto erratica e segnata da “mode”, come tutti i fenomeni umani.
Per intenderci, “sovranismo psichico” non è una voce enciclopedica né è un lemma entrato nel Vocabolario della lingua italiana. Citare come esempi d’uso il «Manifesto» o «Repubblica» non significa glorificarli, ma rilevare che hanno utilizzato il neologismo nell’accezione indicata dalla definizione.
Perché conservare in rete un’espressione che forse ha già esaurito la sua spinta? Intanto per agevolare chi la lingua la studia; e poi perché, a distanza di quasi un anno dall’introduzione di “sovranismo psichico” nel rapporto Censis, qualcuno potrebbe ancora utilizzarla e un lettore potrebbe domandarsi cosa significhi; troverebbe così una spiegazione sul nostro sito, senza dover rileggere tutti gli articoli dell’epoca.

Speriamo di aver chiarito l’equivoco e restiamo a disposizione per ulteriori chiarimenti.

Il re è nudo, ma…, di Giuseppe Germinario

Il re è nudo, ma non tutti ancora lo vedono. Qui sotto la conferenza stampa tenuta due giorni fa da Matteo Salvini, presente lo stato maggiore della Lega, a proposito dell’adesione dell’Italia al MES. Una esposizione di insolita chiarezza nel panorama politico italiano. Gli autori del sito hanno più volte espresso valutazioni severe e critiche sull’operato del precedente Governo Conte e sull’apertura e gestione della crisi di governo. L’insieme delle politiche di quel Governo, a cominciare dalla politica estera per finire con la politica economica e con la gestione delle politiche industriali, sono state segnate dal trasformismo e da una concezione dell’azione politica meramente elettoralistica, inadeguata rispetto al contesto geopolitico. La crisi dell’ILVA è uno degli esempi di tale condotta. Come si fa ad affidare un settore strategico ad una multinazionale franco-indiana, parte integrante di strategie geopolitiche e geoeconomiche opposte e ostili all’interesse nazionale? La vicenda del MES svela un altro aspetto particolarmente amaro: la collocazione geopolitica e la condotta sugli aspetti fondamentali e portanti di questa collocazione tende ad andare al di là delle intenzioni delle forze politiche; muove forze, punti di vista ed interessi annidati in prassi, routine e strutture dei centri decisionali ed istituzionali difficili da fronteggiare. Pare evidente che una parte della classe dirigente si stia allarmando e svegliando pur tardivamente e in maniera goffa. La conferenza stampa e gli allegati inseriti aprono squarci alla consapevolezza inusuali_Giuseppe Germinario

https://www.esm.europa.eu/legal-documents

 

LA NATO STA DIVENTANDO SEMPRE PIÙ INCLUSIVA, di Hajnalka Vincze

Un bell’articolo dell’analista Hajnalka Vincze con il solo limite di enfatizzare un po’ troppo il ruolo autonomo, sia pure di retroguardia, della Francia quando appare evidente il tentativo, soprattutto a partire dalla Presidenza Sarkozy, di assumere la leadership europea di una organizzazione a trazione statunitense. E’ il segno, comunque che almeno in Francia esistono ancora forze strutturate che aspirano al recupero della autonomia politica_Giuseppe Germinario

https://hajnalka-vincze.com/list/notes_dactualite/573-une_otan_de_plus_en_plus_englobante/

LA NATO STA DIVENTANDO SEMPRE PIÙ INCLUSIVA

IVERIS – Nota del 18 ottobre 2019

Per più di venti anni, gli Stati Uniti hanno spinto a “globalizzare” l’Alleanza, sulla base del fatto che deve adattarsi a nuovi rischi e minacce se vuole, presumibilmente, “rimanere rilevante” (in altri parole: dimostrare la sua utilità per gli interessi americani e garantire, in cambio, il mantenimento dell’impegno americano nel vecchio continente). Dopo tutto, il ragionamento è logico. Solo che per gli europei porterebbe meccanicamente ad abbandonare tutte le loro politiche. La sfida è impedire, per quanto possibile, che la portata della giurisdizione dell’organizzazione si estenda ad altre aree (non militari) e altre aree geografiche (oltre l’area dell’euro -Atlantique).

L’esperienza dimostra che ciò sta esercitando un’enorme pressione sugli alleati affinché accettino le priorità degli Stati Uniti, ribadendo le loro argomentazioni, il loro approccio, i loro standard e, infine, abbandonando le proprie analisi e il proprio pensiero. Per gli europei, il proseguimento dell’estensione della competenza funzionale e geografica della NATO rischia di mettere definitivamente le loro politiche in settori come il cyber, l’energia, lo spazio e i poteri come la Russia, la Cina o il Medio Oriente su una traiettoria stabilita dagli Stati Uniti. Il loro spazio di manovra si restringerebbe singolarmente, con ripercussioni disastrose sia in materia diplomatica che economica.

La Francia ha avvertito il pericolo molto presto. Di fronte alla tentazione di espandere le competenze della NATO all’infinito (e di mordicchiare di conseguenza quelle dell’UE di conseguenza), continua a sostenere la “rifocalizzazione” dell’Alleanza. All’inizio del 2007 il Ministero della Difesa ha spiegato che la NATO fa cenno ai settori civili, o ai paesi partner in Asia e Oceania, e di sostenere quindi “un cambiamento nella natura dell’Alleanza” e  “obiettivo, sotto la guida degli Stati Uniti, per trasformare la NATO in un’organizzazione di sicurezza globale, sia geograficamente che funzionalmente “ . Ma per la Francia  “la NATO non dovrebbe diventare un’organizzazione che comprenda competenze disparate che non avrebbero alcun legame con il suo core business”[1] Allo stesso modo, il ministro Le Drian, parlando nel 2014 in un seminario della NATO, ha chiesto di  “focalizzare l’Alleanza sulla sua area di eccellenza” . [2]

Estensione geografica: moltiplicazione di partner e obiettivi

Di fronte agli incessanti sforzi della burocrazia della NATO di conformarsi il più strettamente possibile alle ingiunzioni statunitensi (con la discreta acquiescenza della maggior parte dei partner), la posizione dei francesi assume l’aspetto di una battaglia di retroguardia. La perdita della focalizzazione euro-atlantica, vale a dire il fatto che l’istituzione di partenariati e la designazione di avversari sta avvenendo su scala globale, fa parte della grande trasformazione postbellica. Come ha riassunto l’eccellente Jolyon Howorth  “di un’organizzazione il cui obiettivo iniziale era quello di garantire un impegno degli Stati Uniti per la sicurezza europea, [la NATO] è stata trasformata, quasi impercettibilmente, in un altro, il cui nuovo obiettivo è garantire un impegno europeo al servizio della strategia globale degli Stati Uniti “.[3]

Per gli europei, questa evoluzione amplifica due tipi di rischi: militare e diplomatico. Il generale de Gaulle aveva già messo in guardia dal pericolo di essere trascinato nelle avventure militari degli Stati Uniti. “In primo luogo, abbiamo visto che le possibilità di conflitto, e di conseguenza delle operazioni militari, si estendevano ben oltre l’Europa, e che c’erano tra i loro principali partecipanti all’Alleanza atlantica differenze politiche che potrebbero, se necessario, trasformarsi in divergenze strategiche .  [4] “I conflitti in cui l’America si impegna in altre parti del mondo, in virtù della famosa escalation, potrebbero essere così estesi che potrebbe emergere una conflagrazione generale. In questo caso, l’Europa, la cui strategia è, nella NATO, quella americana, sarebbe automaticamente coinvolta nella lotta anche se contraria alla sua volontà “ . [5]

Con la fine della guerra fredda, le divergenze politiche su entrambe le sponde dell’Atlantico si moltiplicano e si manifestano sempre più apertamente, prima sul fronte diplomatico. Questo è il famoso  “gap politico”  : gli interessi di europei e americani non coincidono, lungi da ciò, su molte questioni, che si tratti di Russia, Siria, Iran, Vicino Oriente, Artico, Cina o Africa. Accettare di formulare queste politiche all’interno della NATO, quindi sotto la tutela dell’America, significa accettare di bloccare le relazioni dell’Europa con altre potenze e altre regioni del mondo in una posizione di follow-up e allineamento sugli Stati Uniti. Come diceva con straordinario eufemismo, il ministro della difesa francese nel 1999: “È innegabile che l’Alleanza non è necessariamente la migliore entità per garantire all’Europa una voce più forte negli affari mondiali” [6]

(Credito fotografico: NATO)

In termini di propensione della NATO per i partenariati a tutto campo, il concetto sembra innocente a prima vista – ma ci sono alcuni seri pericoli. La diplomazia francese è sempre stata riservata in relazione ai progetti di “partenariato globale” che è, di fatto, l’associazione al lavoro della NATO di paesi geograficamente distanti dall’area euro-atlantica, ma contraddistinti dalla loro lealtà verso gli Stati Uniti. Oggi ci sono 42 paesi, tra cui Giappone e Australia, 5 con accesso a informazioni riservate dell’Alleanza (tra cui Giordania e Georgia). La riluttanza tradizionale della Francia può essere spiegata innanzitutto dal rifiuto di istituire una sorta di grande “alleanza di democrazie”. Che avrebbe, da un lato, la vocazione appena nascosta di sostituire le Nazioni Unite, e ciò stabilirebbe, d’altra parte, una logica da blocco a blocco tra l’Occidente e il resto del mondo. All’epoca il ministro Michèle Alliot-Marie ha denunciato il rischio “Per affrontare un brutto messaggio politico: quello di una campagna su iniziativa degli occidentali contro coloro che non condividono le nostre opinioni .  [7]

In effetti, la continua espansione della rete di partenariati fa parte di una logica di estensione degli avversari e dei teatri di potenziali operazioni. Non è un caso che firmando un accordo di partenariato rafforzato con l’Australia, il Segretario Generale dell’Alleanza abbia chiarito che l’obiettivo è gestire / contrastare l’ascesa della Cina [8]. Lo scorso gennaio, Foreign Policy ha pubblicato un articolo di Stephen M. Walt, uno dei teorici più rispettati delle relazioni internazionali, in cui ha scritto neo su bianco che per salvare la NATO  “gli europei devono diventare il nemico della Cina “[9] O chiunque sia indicato dagli Stati Uniti come principale oppositore del momento. Perché è sempre la stessa logica: per garantire le buone grazie di Washington e con il pretesto di “salvare” l’Alleanza, agli europei viene chiesto di allineare le loro politiche a quelle degli Stati Uniti. Va da sé che la NATO è il forum all-inclusive per svolgere questo lavoro di “coordinamento” tra gli alleati.

Estensione funzionale: dalla politica interna allo spazio

Su base regolare, i funzionari statunitensi lanciano anche “sfide” tematiche alla NATO per dimostrarne l’utilità e la pertinenza. Come il presidente Trump che lo ha definito “obsoleto” a meno che non diventi più attivo nella lotta al terrorismo. Con lo stesso spirito, dall’inizio degli anni 2000, abbiamo assistito a un’estensione totale delle aree di competenza dell’Alleanza. L’attenzione si è concentrata su energia e cyber, ma l’elenco delle possibili aree è praticamente infinito – come affermava Jaap de Hoop Scheffer, segretario generale dell’Alleanza nel 2006:  “Praticamente tutti i problemi della società possono rapidamente trasformarsi in una sfida di sicurezza »[10] E questo è positivo, dal momento che, per Washington, è particolarmente importante ridurre al minimo il numero di argomenti su cui gli europei si consultano (all’interno dell’UE), senza il suo diretto controllo. Uno dei grandi vantaggi per gli Stati Uniti dell’ampliamento dell’ambito di competenza della NATO è il blocco / recupero delle iniziative dell’UE nelle aree di loro interesse.

Lo scenario è sempre lo stesso. Un soggetto viene proiettato, su iniziativa degli Stati Uniti, sullo schermo radar dell’Alleanza. Gli europei, i francesi in testa, sostengono che la NATO dovrebbe concentrarsi sul proprio core business e non avventurarsi nell’UE. Tuttavia, poiché è già all’ordine del giorno, gli alleati procedono a consultazioni. Arriveranno ad accettare l’inclusione del nuovo soggetto come una delle competenze dell’Alleanza, inizialmente in un modo attentamente circoscritto. La nuova competenza si limita principalmente alla protezione delle capacità proprie della NATO (infrastrutture, forze operative). Quindi, con il pretesto del “valore aggiunto” dell’Alleanza, l’Alleanza propone di sostenere un determinato Stato membro. L’argomento finirà per insinuarsi nella pianificazione della difesa, dove la definizione di “approccio coordinato” si baserà, ovviamente, sulle priorità degli Stati Uniti. La ciliegina sulla torta, le voci si alzeranno per inserire il nuovo campo tra quelle coperte dall’articolo 5. Così, il segretario generale Stoltenberg è stato in grado di dichiarare, lo scorso agosto, che un attacco informatico contro i computer del sistema sanitario britannico potrebbe innescare la difesa collettiva. [11]

(Credito fotografico: NATO)

La sicurezza energetica è un altro caso di studio. Nel 2006, al vertice di Riga, il presidente Chirac ha sottolineato chiaramente che  “la sicurezza energetica non era all’ordine del giorno e non doveva essere all’ordine del giorno della NATO. Quindi non ne abbiamo parlato .  [12] Tuttavia, in seguito al vertice, sono state avviate” consultazioni “. La Divisione Sfide per la sicurezza emergente ha una sezione dedicata alla sicurezza energetica già dal 2010 e due anni dopo è stato istituito un Centro di eccellenza per la sicurezza energetica della NATO. [13] Al vertice di Bruxelles del luglio 2018, i leader alleati, ansiosi di placare il presidente Trump, dichiararono che “Gli sviluppi energetici possono avere implicazioni politiche e di sicurezza significative per gli alleati”  e per questo motivo  “Riteniamo che sia essenziale garantire che l’Alleanza non sia vulnerabile alla manipolazione delle risorse energetiche a fini politici o di coercizione, cosa che rappresenta una potenziale minaccia. Gli alleati continueranno quindi a cercare di diversificare le loro forniture di energia. “ [14]Sarà solo una felice coincidenza che, per molti, ciò equivale ad acquistare gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. [15]

Lo spazio è il prossimo nella lista. L’argomento è affrontato due anni fa in un rapporto dell’Assemblea parlamentare della NATO:  “Qualsiasi attacco ai beni spaziali di un alleato avrebbe un impatto sulla sicurezza di tutti gli altri. Deve quindi avere un approccio globale che gli consenta di proteggere i suoi interessi nello spazio. È anche indispensabile, dal punto di vista operativo, integrare lo spazio nelle strutture di pianificazione e comando della NATO. Infine, le esercitazioni della NATO dovrebbero includere scenari di guerra spaziale che comportano il divieto temporaneo o la disattivazione di risorse spaziali alleate.[16] Una delle decisioni attese al vertice di Londra del prossimo dicembre è proprio il riconoscimento ufficiale dello spazio come area di competenza e intervento per la NATO. [17] Se è concepito come “un dono a Trump” (ancora una volta, il famoso appeasement), è comunque gravido di conseguenze. La Francia, in particolare, vuole garanzie di comando (le sue capacità spaziali saranno poste sotto il comando NATO / USA in una situazione di crisi) e articolazione con l’articolo 5 (un attacco al satellite di uno dei paesi membri sarebbe in grado di attivare la difesa collettiva)? Ma, ancora una volta, va oltre l’essenziale: non appena lo spazio sarà riconosciuto come dominio della NATO, sarà un intero ingranaggio che verrà messo in atto.

A medio e lungo termine, l’Alleanza atlantica potrebbe essere tentata di avventurarsi ulteriormente nel campo del commercio e dell’economia (il segretario generale della NATO non ha menzionato forse il TTIP come “una NATO economica, sottolineando che queste sono le due parti della  ” comunità transatlantica integrata ”  da costruire?) e persino quella della politica interna dei suoi stessi Stati membri (tranne la più grande, in modo del tutto naturale) [18-19] . Uno dei migliori specialisti statunitensi nella NATO, Stanley R. Sloan ha dedicato il suo ultimo libro quasi interamente alla sfida posta dall’interrogativo sulla democrazia liberale negli Stati membri. Egli spiega che, fin dall’inizio,  “la NATO non era solo militare, ma anche politica ed economica” , con la vocazione “a difendere i sistemi politicamente democratici ed economicamente liberali dei suoi stati membri” [20] Tuttavia, continua, la domanda è come può resistere oggi la NATO, quando questi stessi valori sono minacciati all’interno dell’Alleanza atlantica.

Un recente rapporto dell’Assemblea parlamentare della NATO, firmato dal parlamentare Gerald Connolly, presidente della delegazione americana, esamina lo stesso argomento. Osserva:  “Le minacce ai valori della NATO non provengono solo dai suoi avversari. I movimenti politici che mancano di rispetto alle istituzioni democratiche o allo stato di diritto stanno guadagnando slancio in molti paesi membri dell’Alleanza. Questi movimenti sostengono la preferenza nazionale per la cooperazione internazionale. Le democrazie liberali sono minacciate da movimenti politici e personalità ostili all’ordine stabilito che sono di destra e di sinistra nello spettro politico “ . Suggerisce quindi che “La NATO deve dotarsi dei mezzi necessari per rafforzare i valori in questione nei paesi membri” istituendo  “un centro per il coordinamento della resilienza democratica” . [21] Sarebbe un errore pensare che queste proposte siano motivate unicamente dalle battaglie politiche negli Stati Uniti. L’idea di “supervisione democratica”, pervasiva durante la guerra fredda, è stata ripresa all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, in un documento confidenziale del Pentagono le cui fughe avevano provocato una protesta pubblica all’epoca: La NATO è descritta come  “il canale dell’influenza degli Stati Uniti” , e gli obiettivi statunitensi includono iniziative “Per scoraggiare, nei paesi sviluppati, qualsiasi tentativo di rovesciare l’ordine politico ed economico” . [22]

(Hajnalka Vincze, Una NATO sempre più onnicomprensiva , Nota IVERIS, 18 ottobre 2019)

***

 

[1] Risposta del Ministero della difesa a un’interrogazione scritta all’Assemblea nazionale (Risposta pubblicata nella GU il 13 novembre 2007, pag. 7061)
[2] Dichiarazione di Jean-Yves Le Drian, Ministro della difesa, sulle sfide e le priorità della NATO, apertura del seminario ACT a Parigi, 8 aprile 2014.
[3] Jolyon Howorth, Transatlantic Perspectives on European Security in the Coming Decade, Yale Journal of International Affairs, Summer-Fall 2005, p .9.
[4] Conferenza stampa del generale de Gaulle, 5 settembre 1960.
[5] Conferenza stampa del generale de Gaulle, 21 febbraio 1966.
[6] Dichiarazione di Alain Richard, ministro della Difesa, sulle prospettive futuro dell’Alleanza atlantica dopo cinquant’anni di esistenza, Parigi, 4 maggio 1999.
[7] “La NATO deve rimanere un’organizzazione euro-atlantica”, Tribune della signora Michèle Alliot-Marie, ministro della Difesa, Le Figaro, 30 ottobre 2006.
[8] La NATO deve affrontare l’ascesa della Cina, afferma Stoltenberg, Reuters, 7 agosto 2019.
[9] Stephen M. Walt, Il futuro dell’Europa è come nemico cinese, politica estera, 22 gennaio 2019.
[10] Discorso del segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jaap de Hoop Scheffer, Riga, 28 novembre 2006.
[11] L’attacco informatico al SSN darebbe il via alla piena risposta della NATO, afferma il segretario generale dell’alleanza, The Telegraph, il 27 agosto 2019.
[12] Conferenza stampa di Jacques Chirac, Presidente della Repubblica, a Riga il 29 novembre 2006 .
[13] La NATO Energy Security Center of Excellence (NATO Ensec WCC).
[14] Dichiarazione del vertice di Bruxelles, pubblicata dai capi di Stato e di governo che partecipano alla riunione del Consiglio del Nord Atlantico tenutasi a Bruxelles l’11 e 12 luglio 2018.
[15] Vendite di gas statunitensi al L’Europa procede rapidamente, Le Figaro, 2 maggio 2019.
[16] Madeleine Moon, Space and Allied Defense, Rapporto dell’Assemblea parlamentare della NATO, 162 DSCFC 17 settembre 2017.
[17] Robin Emmott, La NATO mira a creare una nuova frontiera della difesa, Reuters Exclusive, 21 giugno 2019.
[18] Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP).
[19] Discorso del segretario generale della NATO Anders Fogh Rasmussen alla conferenza “Una nuova era per il commercio UE-USA”, Copenaghen, 7 ottobre 2013
[20] Stanley R. Sloan, Transatlantic Traumas, Manchester University Press, 2018, p.5.
[21] 70 anni della NATO: perché l’Alleanza rimane indispensabile?, Gerald E. Connolly (Stati Uniti), Rapporto dell’Assemblea parlamentare della NATO, settembre 2019.
[22] Difesa Guida alla pianificazione, estratti narrati sul New York Times, 8 marzo 1992.

sovranismi limitati, di giuseppe germinario

Il 2019 non passerà certamente alla storia come un anno epocale, ma sarà comunque ricordato negli annali politici d’Italia almeno come un punto cruciale di svolta del movimento, per meglio dire dell’area cosiddetta sovranista, definito tale in quanto sostenitore di un recupero delle prerogative sovrane dello stato nazionale nel sistema di relazioni interne ed esterne di una formazione sociale. Più che di sostegno di un obbiettivo politico ben definito, si dovrebbe parlare di mera aspirazione. La quasi totalità di questa area di opinione piuttosto che coagularsi in formazioni politiche chiaramente connotate in tal senso ha preferito sino ad ora affidarsi a partiti già ampiamente strutturati e radicati, almeno elettoralmente, quali la Lega e il M5S, ma che nel migliore dei casi assumevano solo alcuni aspetti di questo orientamento cosiddetto sovranista: l’euro, i margini di deficit, i flussi migratori e per di più in maniera assolutamente estemporanea. La congiunzione astrale che ha portato alla formazione del primo Governo Conte ha certamente vellicato le aspirazioni e offerto una parvenza di concretezza a questo auspicio congelando i propositi e le velleità di costruzioni politiche alternative con tale impronta.

La crisi latente e poi manifesta del primo Governo Conte, la deriva smaccatamente opportunista e trasformista del M5S, il confronto politico più sottotraccia nella Lega che sta portando comunque il partito verso un progressivo riallineamento, non si sa se meramente tattico, alle tesi europeiste e nei canoni tradizionali del confronto politico hanno scoperchiato improvvisamente il calderone. Ne sono sorte nuove formazioni politiche le più significative delle quali- Nuova Direzione, Patria e Costituzione, Vox Italia- hanno assunto la lotta di classe come motore determinante e dirimente per affermare una strategia sovranista vincente in quanto suscettibile di emancipare i ceti popolari. Una impronta che intende collocarsi a grandi linee nel solco della tradizione gramsciana, marxista ed internazionalista.

Una novità significativa se non in assoluto almeno nel minoritario arcipelago sovranista. Sino ad ora la sinistra e le stesse componenti neosocialiste e progressiste avevano brillato negli ultimi trenta anni, specie in Italia, per il progressivo scivolamento verso posizioni globaliste e cosmopolitistiche che tendevano a rimuovere e negare la funzione degli stati, in particolare degli stati nazionali o a riconoscere ad essi, tuttalpiù, una funzione regressiva. In queste nuove formazioni il ruolo dello stato, in particolare ma non sempre di quello nazionale, torna ad occupare un posto di primo piano.

Una prima disamina dell’impianto teorico ed analitico per altro comune a queste organizzazioni può aiutare a comprendere il respiro di queste iniziative senza cedere però alla tentazione di trarre deterministicamente giudizi inequivocabili sul piano della loro azione politica concreta. Quasi tutti i movimenti politici, specie quelli rivoluzionari, susseguitisi nella storia sono per altro stati pressoché condannati ad una qualche forma di eterogenesi dei fini; la cautela è quindi d’obbligo specie in una fase di transizione durante la quale è particolarmente difficoltoso riuscire a produrre un corpo teorico coerente ma adeguato alle dinamiche politiche.

Si parte quindi dalla constatazione che il capitalismo sia il rapporto sociale dominante, se non addirittura ormai esclusivo ed “assoluto”, capace di pervadere non solo l’intero pianeta ma anche i vari ambiti della vita umana dei singoli. Da qui la suddivisione classica e dirimente della società tra i capitalisti dominanti e i subalterni dominati e oppressi. La caratteristica fondamentale del capitalismo maturo è la sua liquidità ed estrema mobilità. Particolarità che caratterizza i capitalisti dominanti nel ruolo parassitario di percettori di rendite e come figure sempre meno vincolate da limiti e legami territoriali.

Il carattere parassitario e predatorio dei capitalisti dominanti ha innescato una dinamica accelerata e diffusa di accentuazione delle ineguaglianze e dello sfruttamento, di vera e propria espropriazione e precarizzazione della condizione di lavoro ed umana in generale.

La rappresentazione sociale conseguente a questa chiave di lettura si riduce ad una forbice che vede un decimo della popolazione detenere la ricchezza e il dominio sul restante 90% progressivamente pauperizzato. Un rapporto più realistico rispetto a quello 1 a 99 in auge sino a qualche tempo fa nella pubblicistica movimentista, ma comunque sorprendente considerata la capacità di tenuta del sistema. In effetti qualche riserva sulla attendibilità di questa rappresentazione deve aver colto i più avveduti visto che la permeabilità, altrimenti indecifrabile, dei due blocchi sociali così nettamente divisi sarebbe in realtà consentita dal peso diverso che avrebbe la rendita nelle varie figure sociali dal carattere di fatto ibrido. In linea di massima, però, la tenuta del sistema è garantita soprattutto dalla crescente attitudine al controllo e dalle capacità persuasive ed egemoniche di un sistema mediatico e culturale interamente sotto controllo della classe dominante.

La conduzione pratica della lotta di classe e l’esercizio di espropriazione ad opera dei capitalisti procede prevalentemente attraverso questa modalità:

  • Lo svuotamento progressivo delle prerogative degli stati nazionali con la cessione di competenze agli organismi sovranazionali (UE, FMI, BCE, ect)
  • la dismissione progressiva ai privati della gestione dei servizi e degli interventi diretti nelle attività produttive e l’inaridimento progressivo del welfare
  • l’appropriazione di plusvalore non soltanto attraverso l’acquisizione del pluslavoro dai salariati, ma da un processo di vera e propria rapina e alienazione generalizzate

Anche se le posizioni del capitalismo globalista riguardo alla sorte dello stato nazionale spaziano tra l’intenzione di annichilirlo e quello di asservirlo strettamente ai propri interessi, di fatto il conflitto di classe si alimenta tra la propensione alla territorialità e al comunitarismo dei ceti subalterni e la propensione globalista e mondialista dei dominanti. Di conseguenza ogni progetto di emancipazione deve passare attraverso un recupero delle prerogative statali il cui esercizio implica di per sé l’esistenza di un territorio delimitato; ogni pratica realmente sovranista deve avere necessariamente una connotazione anticapitalista e socialista; i soggetti portanti e antagonisti del conflitto sono quindi le vittime del capitalismo, in particolare i precari da un lato e i capitalisti, identificati nei rentier della finanza, dall’altro.

Si tratta di impostazioni teoriche ed analisi di dinamiche dalle pesanti implicazioni nelle strategie politiche, nelle tattiche, nell’individuazione di avversari ed alleati e della composizione dei blocchi sociali a supporto del progetto politico.

L’enfasi pressoché esclusiva riservata al conflitto di classe elude completamente l’evidenza dei conflitti tra centri, definiti da chi scrive al momento capitalistici, compresi quelli tra centri finanziari ed ignora il dato storico che un successo radicale dei ceti subalterni, sia soprattutto nella forma rivoluzionaria ma anche in quella riformistica, si è realizzato nei momenti di maggior asprezza e distruttività del conflitto, chiamiamolo per il momento così, tra dominanti. L’assegnazione di una posizione di dominio assoluto al capitalismo finanziario tende a conformare il ceto dei rentier ad una cupola capace di esercitare il dominio globale ed assoluto sulla società uniformata. Il conflitto e la competizione tra dominanti, per l’esattezza tra centri egemonici, è al contrario la caratteristica principale costante delle dinamiche politiche che interagisce con le dinamiche dei conflitti sociali, specie di classe, di natura verticale; conflitti, questi ultimi che esplodono e che soprattutto conseguono successi significativi per i subalterni solo in alcune contingenze e solo quando a questi si associano quote significative di classi dirigenti e di ceti professionali in grado di esercitare il . Soprattutto conoscono lunghi intervalli di latenza politica e la particolare contingenza, dovuta a motivi soggettivi che oggettivi di frammentazione e ricomposizione sociale, si può benissimo inserire in questa fase

Analoga approssimazione viene rivelata nel tentativo di individuare la composizione dei soggetti costitutivi dei blocchi sociali oggettivamente contrapposti. L’attribuzione della posizione di dominio assoluto ai rentier finanziari pone il problema della collocazione dei restanti soggetti imprenditoriali (capitalistici) e di tutta la gamma di ceti e strati sociali. Il dilemma viene solitamente risolto o con l’affermazione che i capitalisti sono costitutivamente globalisti (es. Porcaro) oppure che trattandosi di settori residuali e decadenti sono ininfluenti e destinati a scomparire, rimuovendo quindi un problema sia pur transitorio. Da una parte quindi si ignora il dato storico che nel momento in cui una formazione sociale ha cercato l’emancipazione da quella subordinata alla posizione dominante, ha trovato in questi ceti una propulsione decisiva. Non si spiegherebbe, infatti, a titolo di esempio il successo dell’economista List nei momenti di formazione delle potenze statunitense, tedesca e giapponese contrapposte a quella inglese di fine ‘800. Dall’altra, con l’enfasi esclusiva attribuita alla polarizzazione delle diseguaglianze e ai processi di proletarizzazione, in termini attuali ma dal significato però profondamente diverso glebalizzazione (Fusaro) si travisano gravemente la situazione e le dinamiche legate alla funzione e alla condizione degli strati sociali intermedi (detti ceti medi). Quello che il concetto di glebalizzazione evidenzia e rappresenta è la divaricazione progressiva e scandalosa tra la condizione di dominio e privilegiata del vertice della piramide sociale e la condizione di servaggio della sua base sempre più estesa e appiattita, condannata ad una condizione informe, precaria e instabile. Quello che invece elude è la stratificazione di questa base, molto più complessa di come viene rappresentata e contraddittoria nelle sue tendenze di sviluppo nelle varie aree geoeconomiche. La composizione degli strati intermedi della società, dei quali si declama la progressiva sparizione soprattutto verso il basso della scala sociale, dipende in realtà da una serie di fattori:

  • dai cambiamenti tecnologici che rideterminano la divisione del lavoro e delle funzioni, la varietà delle competenze professionali, le capacità e la qualità di controllo e in buona parte le gerarchie
  • dal carattere emergente o declinante delle formazioni sociali, in termini di potenza politico-economica e di conseguente complessità della loro composizione
  • dal peso della conflittualità sociale e politica nel determinare a sua volta l’articolazione delle strutture di controllo e di comando
  • da politiche consapevoli di redistribuzione di redditi e diritti (es proprietà immobiliari) volte a favorire artificiosamente lo status e la dimensione di questi strati

Se infatti il peso di questi strati intermedi si sta riducendo e la loro condizione economica si sta appiattendo in gran parte del mondo occidentale, una tendenza esattamente contraria si sta manifestando nelle formazioni emergenti a cominciare dalla Russia, dalla Cina, dall’India e dal Brasile, ma non solo da quelle parti.

Vi è inoltre un aspetto transitorio del fenomeno, legato alle trasformazioni tecnologiche e alla riconsiderazione dei ruoli e delle funzioni ascrivibili ad esse, difficile al momento da valutare nelle dimensioni e nella qualità.

Per finire una tale rappresentazione tende a presentare questo appiattimento, relativo o presunto che sia, come un fenomeno meramente redistributivo della ricchezza, eludendo invece la questione ben presente dei ruoli, delle funzioni e dello status. Proprio l’Italia, guarda caso, potrebbe essere un esempio apparentemente paradossale di appiattimento redistributivo al ribasso delle competenze professionali e di funzioni in una situazione di estrema divergenza tra la condizione economica dei vertici di comando ed il resto. L’esercizio delle funzioni continuano però ad avere un ruolo essenziale nella stratificazione e nella collocazione sociopolitica degli individui.

Al contrario il concetto di plebe e di glebalizzazione tende ad attribuire un carattere avulso sia alla élite dominante che alla massa marginalizzata.

Le implicazioni politiche di questa analisi assolutamente prevalente negli ambienti sovranisti, specie in quelli sinistrorsi, sono particolarmente pesanti.

Assumendo la condizione di dominio assoluto del capitalismo finanziario si tendono a rimuovere le contraddizioni ed i conflitti spesso dirompenti e distruttivi fra i vari centri finanziari; si evidenzia esclusivamente il suo carattere parassitario e si elude completamente la funzione positiva e proattiva di drenaggio e di trasferimento di risorse non solo tra strati sociali ma anche tra settori economici e formazioni sociopolitiche, contribuendo così a determinare la particolare condizione di potenza e le aree di influenza delle varie formazioni. Si riduce di fatto il capitalismo finanziario al solo capitalismo finanziario occidentale ad egemonia americana, rendendo così di fatto impalpabile la natura degli analoghi sistemi finanziari delle potenze concorrenti, in particolare russi e cinesi. Si glissa sulla funzione dinamica e sulla capacità attrattiva del capitalismo, per meglio dire del rapporto sociale di produzione capitalistico, che ha fatto di questo ormai il sistema socioeconomico predominante, pressoché esclusivo, dell’intero pianeta comprese le formazioni sociali eurasiatiste e socialiste presenti e offerte come sistemi sociali alternativi e antitetici, risolutivi delle ingiustizie sociali.

In realtà questi centri finanziari sono per lo più parte integrante di sistemi complessi di impresa a loro volta componenti più o meno decisivi di centri politici decisionali strategici in costante rapporto di cooperazione e conflitto. Sono questi centri che agognano, operano ed esercitano quel potere che conforma le varie forme di dominio, compreso quello capitalistico nel sistema di produzione. Il luogo è lo strumento principale di conflitto e di esercizio del potere e dell’azione politica di costoro rimane ancora, direi sempre più, lo Stato.

Si arriva quindi ad un altro punto debole dell’analisi e dell’azione politica di questa area politica. Si tende a vedere il rapporto tra Stato e capitalismo finanziario di natura esclusivamente antagonistica con il secondo che tende a sopprimere del tutto le prerogative dell’altro o tutt’al più a ridurlo a mero esecutore di funzioni repressive. In realtà questi stessi centri finanziari per agire hanno bisogno di un quadro normativo, del sostegno politico, giudiziario e militare, delle capacità persuasive delle istituzioni e delle strutture statali, in particolare di quelle dello stato espressione dei centri politici egemonici e dominanti per competere e confliggere con altri stati, altre imprese e altri sistemi economici. Possono anche dichiararsi ed ambire ad una visione cosmopolitica e soggettivamente possono essere preda di questo punto di vista; ma sono come cavalli liberi di correre a piacimento finché le briglie rimangono sciolte; finché prosaicamente la loro libertà di movimento coincide sostanzialmente con la capacità egemonica di un centro di potere, detentore delle leve dello stato egemonico. Non si tratta quindi di contrapposizione tra lo Stato detentore e difensore del “bene pubblico” e del capitalismo impegnato nell’affermazione del bene privato dei possessori di capitale, bensì di conflitto tra centri decisionali nell’occupazione delle leve e nell’attuazione di politiche tese a formare quel blocco, quella coesione sociali e quella forza necessari al conseguimento degli obbiettivi interni ed esterni entro il quale agiscono le dinamiche capitalistiche; in altre parole di quel “bene pubblico” interpretato in termini però più prosaici.

Impostata in questi termini la questione, si rivela limitativo, se non capzioso, l’approccio al tema dello Stato e del suo esercizio di sovranità offerto da questa area. Si afferma che la sovranità è, esiste e va sostenuta solo se popolare e nella attuale forma costituzionale. Di fatto però si confonde l’esercizio della sovranità, proprio dei centri decisionali con la forma di legittimazione che modella in pratica le istituzioni. Un equivoco che porta a fraintendere, specie nelle contingenze più critiche, la natura e la fattualità della partecipazione popolare anche nei regimi cosiddetti democratici. Dall’altra tende ad interessare un unico e particolare aspetto dell’intervento statale: quello della redistribuzione legata alla pratica del welfare e in subordine quello dell’intervento pubblico diretto in economia visto in termini di bene pubblico piuttosto che di efficacia nel garantire gli interessi strategici, l’efficacia e la coesione di una formazione sociopolitica gestita da centri decisionali. Ed infatti più che di capitalismo, si dovrebbe parlare di capitalismi nelle varie conformazioni dettate dalla storicità delle formazioni sociali e dalla dinamica delle decisioni politiche e del confronto dei centri decisionali.

Tale approccio tende da una parte ad attribuire poteri autonomi ad organismi sovranazionali che in realtà sono il concentrato della capacità operativa di stati egemoni e il campo di definizione dei contenziosi; dall’altra non consente di individuare sufficientemente le dinamiche e la natura del confronto politico; preclude la possibilità di individuare la formazione di un blocco sociale, comprensivo di ceti professionali, imprenditoriali e manageriali idonei e disponibili a sovvertire la situazione. Un ambito dove questo limite risalta è proprio quello della salvaguardia e del potenziamento della grande industria strategica, laddove ai proclami di difesa non corrisponde lo sforzo di individuazione delle forze interne a quelle realtà sensibili al problema. Si punta ad attribuire una capacità egemonica a forze di per sé marginali e marginalizzate, dalle quali non si sa come dovrebbero sorgere le élite capaci di guidare il cambiamento.

Da qui la sopravvalutazione dell’importanza dell’interlocuzione con gli ambienti del M5S e la preclusione della stessa con gli ambienti della Lega. Quasi che il carattere popolare del salario di cittadinanza sia qualificante rispetto alla quota 100 propugnata da una Lega insensibile a queste istanze. Da qui l’attenzione agli strati marginalizzati dai primi e la rimozione e la rinuncia alle possibilità di intervento negli strati professionalizzati ed imprenditoriali maggiormente rappresentati dai secondi. In realtà un impegno alla redistribuzione e al ripristino dei diritti e delle opportunità di base a favore di tutta la popolazione, proprio di forze socialiste o comunitarie, può essere proposto in funzione della coesione, della forza e della dinamicità di una formazione sociale e delle istituzioni che la governano, dove il discorso di potenza deve avere uno spazio fondamentale come quello riservato alle tematiche più care e tradizionali. Tutto ciò non esclude il conflitto sociale, sia all’interno che all’esterno del blocco di riferimento; anzi lo valorizza e lo indirizza più efficacemente. In caso contrario non fa che assecondare, involontariamente o meno, quei processi involutivi che stanno rapidamente e radicalmente riconducendo all’ovile quelle forze, in particolare Lega e ormai definitivamente M5S, che avevano rivelato qualche velleità emancipatoria senza nemmeno tentare di discernere all’interno di esse il grano dal loglio; non solo, riduce l’impegno politico di convincimento e aggregazione del blocco sociale ad un problema di mera comunicazione sulla falsariga di quel recupero approssimativo di Gramsci e del suo concetto di egemonia già avvenuto in America Latina

Bisognerà probabilmente fare un ulteriore sforzo di definizione di campo di intervento. Tutte queste forze si definiscono socialiste o comunitariste e, quindi, anticapitaliste. Il capitalismo è un rapporto sociale di produzione; il socialismo è invece un regime politico, sia pure nelle diverse accezioni nel corso degli ultimi due secoli. Si parla di anticapitalismo, ma in realtà si propugna una forma di regolazione del capitalismo, diversa dal liberismo, dal totalitarismo e via dicendo. Far corrispondere le parole alle cose potrebbe aiutare ad individuare meglio interlocutori ed avversari ed evitare quella disinvolta permeabilità che ha fatto sino ad ora naufragare simili iniziative e le migliori intenzioni.

https://irp-cdn.multiscreensite.com/8f74a13b/files/uploaded/manifesto_politico_vox_italia_5T4FOZ4URkK2wZkDNRAt.pdf

http://www.patriaecostituzione.it/manifesto-per-la-sovranita-costituzionale/

https://www.facebook.com/notes/nuova-direzione/dalla-padella-alla-brace-analisi-della-situazione-politica/413033419563284/

https://www.facebook.com/notes/nuova-direzione/nasce-nuova-direzione/385356692330957/?fref=mentions&__xts__[0]=68.ARAZKD1JMukQ2U62dj6YyJTee3gGGO6HgSXnoPTvZm7UvdMACUa60x-UrsY-0yhgqkir4KtRRCR22mf7X2fK5I_utmFDRKA-eGAwq10iIf5PGUgSLM051YIlU1DBCPAnEEcJyzhJdkHD0_h6yuhWD3RDiLgocjA7WC217b6TV1jr7qteQlAW5uOIGTWnRxUAlYZdLX6YVaX0HbbBQmb4Fdr3plOPZi3UHc_-hqTZAaHVYhVcoPaljB4hOM91Gf4-fbpEEw3CeCwCHR-MX1otFLOH_A3QoakDgUOayPlzUYwgbiWlqSnUkrKwAJbKLeDy0zJ6fIH7O6T9OldtWkq_eis&__tn__=K-R

https://www.facebook.com/notes/nuova-direzione/partito-e-classe-dopo-la-fine-della-sinistra/362865437913416/

http://antropologiafilosofica.altervista.org/quale-socialismo/?fbclid=IwAR3ABSerWdt8hybl3kNOxIwalORbn0UnIZzdm5GlUSlpq6lhu03KDS1JK8Y

https://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/15333-mimmo-porcaro-note-sulla-fase-politica.html

 

sardine e pesci in barile, di Giuseppe Germinario

Esauritasi la fase delle rivoluzioni colorate, inizia la ribellione dei pesci in barile.

Quel che appare senza fine è la corsa al ribasso delle aspettative e delle ambizioni politiche ridotte sempre più ad una meccanica elaborata a tavolino e generatrice di moti “spontanei” spinti da aneliti primordiali e prepolitici.

Il prodotto migliore, frutto di menti geniali, è stato il Movimento Cinque Stelle. Ha fondato le proprie fortune su due principi fondanti: l’onestà e l’ ”acompetenza” senza gerarchia. Troppo poco e troppo fuorviante. Quanto basta, però, per trascinare rapidamente quel movimento verso un trasformismo più o meno consapevole che sta letteralmente sgretolando le sue basi di consenso ed esponendo il suo gruppo dirigente alla tentazione e alle lusinghe dei “poteri forti” così aborriti. Ho detto rapidamente; in realtà ci son voluti circa dieci anni e la parabola non si è ancora del tutto esaurita. Un’era biblica con i tempi e la crisi che precipita ormai velocemente nel nostro paese. Il M5S però, tutto sommato, rientra in un alveo ben presente nella storia politica del dopoguerra iniziato con l’Uomo Qualunque e proseguito sino ai girotondini, espressione di un sentimento ben preciso: l’indignazione. La sua crisi ormai manifesta, unite in parte ai limiti e alle scelte improvvide della Lega in versione balneare, ha aperto voragini entro le quali si stanno inserendo vari nuovi attori tra di loro disparati, dai sovranisti di sinistra e impronta socialista e comunitaria alle recentissime “sardine”.

Dei primi si tratterà in un prossimo articolo; i secondi meritano appena qualche considerazione

  • La spontaneità del movimento. Più ci si definisce spontanei, più c’è da dubitare della genuinità delle motivazioni. Non esistono movimenti politici spontanei; tutt’al più dei moti. Esistono invece dei gruppi, delle élites capaci di cogliere il momento, di promuoverlo e di dirigerlo. Se si sente l’esigenza di nascondersi nella massa, di identificare questa con il popolo, molto probabilmente c’è ben altro da nascondere e celare. La dinamica di sviluppo di questo movimento rivela l’esistenza di una rete già ben collaudata e rodata e un substrato amministrativo che funge da supporto. Da quanto si intuisce dalle scarne dichiarazioni dei capi, buona parte del supporto è fornito dagli ambienti del cosiddetto terzo settore
  • L’impulso primordiale. L’appello all’onestà ha perso credibilità e non è più sufficiente. Occorre scendere ancora più in basso. La menzogna e l’odio sono le aberrazioni da combattere. Salvini diviene la personificazione del male; il malefico da annichilire. Il bersaglio da anteporre ad ogni altro obbiettivo politico. Siamo alla lotta tra il bene e il male; attendiamo l’arrivo dei crociati militanti proprio, paradossalmente, contro l’ostensore di rosari. I nostri bell’imbusti ci rassicurano sul fatto che in Italia esistono ancora “politici competenti ed onesti”. Ci rivelino per correttezza e trasparenza nomi e cognomi. Ci aiuterebbero a comprendere finalmente il loro metro di giudizio e il loro orientamento politico; dei politici eletti come dei capi del banco di sardine. Nelle more una domanda. La spocchia e la supponenza, la denigrazione della quale questi eterni ragazzi pare che dispongano a piene mani, non è essa stessa una forma non dichiarata e subdola di odio? L’odio è connaturato alla politica, esattamente come il sentimento opposto, perché in politica esistono nemici ed avversari. E i capisardine ne trasudano in abbondanza anche se cercano di mimetizzarlo assieme alla loro appartenenza politica. Quando è dichiarato e puntualizzato può servire anche ad una mediazione costruttiva; altrimenti porta ad un ulteriore scadimento del confronto. Anzi due domande. Gli altri due popoli, quello di Salvini e gli agnostici, cosa fanno? Non lavorano, non studiano, non amano?

Ormai è la lotta tra il bene e il male, tra i colti e gli incolti. Ogni mezzo è consentito. Quale significato può avere l’affermazione “Perché grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare”. E’ riconducibile all’azione di censura all’opera sui social network e che trova folte schiere di gruppi organizzati pronti e solerti a segnalare i profanatori della verità e del politicamente corretto? Manie complottistiche, forse.

Fare il pesce in barile e consentire a qualche sardina di saltare, salvo asfissiare anch’essa, è il prezzo che questa classe dirigente decadente e marcia è costretta e ha deciso di pagare pur di restare ancora per qualche tempo a galla. Pare che riesca a trovare sempre nuovi profeti o, con i tempi che corrono, nuovi conigli dal cappello abili ad incantare. Una trappola capace di attrarre anche il “fomentatore” o eletto tale dai pesci in barile. I nostri capisardine non chiedono altro che di tornare alla normalità, alla famiglia, al lavoro, alla beneficenza, allo studio scossa dall’invasore di turno. Segno di un appagamento della propria condizione, non proprio comune a gran parte dei mortali. Segno anche di una sottile intelligenza che sta cogliendo abilmente i limiti e gli errori di una politica e di una campagna elettorale in particolare della Lega.

Il paradosso dei cosmopoliti che riscoprono il valore dell’identità, ad usum delphini, ma nascondendo accuratamente la propria. Segno che sta sfuggendo loro il controllo della situazione.

https://www.fanpage.it/politica/il-manifesto-del-popolo-delle-sardine-cari-populisti-avete-tirato-la-corda-ora-si-e-spezzata/

ILVA, il suo percorso è la metafora del futuro di una nazione_con Augusto Sinagra

tra quelli che ci fanno

L’affare ILVA si sta rivelando la metafora del destino che l’Italia sta inseguendo nella sua frenesia autodistruttiva.

babbei al governo

Dal ruolo improprio, l’ennesimo, della magistratura alla contrapposizione paralizzante e arcadica tra difesa ambientale e salvaguardia del patrimonio industriale, specie di quello strategico di base, alla insipienza ed arrendevolezza di un ceto politico complice, ormai non solo oggettivamente. Una classe dirigente che non sa offrire un futuro, che non sa pensare all’interesse nazionale, che non sa far altro che nascondersi tra le pieghe sempre più asfittiche lasciate dagli attori geopolitici più intraprendenti. Ha dimostrato di non aver cura nemmeno delle condizioni minime di sopravvivenza del proprio apparato industriale; ha abdicato da ogni iniziativa politica lasciando sempre più spazio all’azione impropria di apparati preposti a sanzionare il mancato rispetto della legge; si sta facendo soverchiare da una multinazionale francoindiana complice dei propositi di desertificazione del paese ad opera dei “fratelli maggiori europei”. Un ceto politico inetto, scarsamente rappresentativo di interessi forti nel paese, ormai avviluppato in un conflitto tra bande. Potrebbe essere la grande occasione per un ceto politico alternativo di presentarsi come i difensori e gli assertori di una diversa prospettiva nazionale. E invece anche l’opposizione, compreso Salvini, sta rivelando limiti ed incomprensioni drammatici, per non dire di peggio. Di fronte a insolenti colpi di mano di Arcelor Mittal tesi a chiudere e danneggiare gli altiforni e alla reazione governativa meramente legalitaria, praticamente una manfrina, inadeguata rispetto all’urgenza drammatica della situazione, si chiosa bellamente sulla modalità di trattare con la multinazionale, sulle buone maniere piuttosto che spingere verso atti di imperio e straordinari che impediscano il vero e proprio sabotaggio in corso. La crisi ILVA è solo la punta di un iceberg che sta minacciando l’esistenza stessa di un apparato industriale appena degno di questo nome. Colpisce l’afasicità delle reazioni, compresa quella degli interessati diretti, gli operai. Non si può nemmeno più parlare della bollitura a fuoco lento di una rana. Qualche segnale di allarme, anche se tardivo, comincia a pervenire dagli ambienti imprenditoriali. E’ l’unico barlume di speranza rimasto. Si vedrà se il ricorso giudiziario, quel che pare una recita a contratto, si trasformerà in una reazione più risoluta. In controcanto ci sta pensando il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini a rivelarci convinto l’ultimo tassello della congiunzione astrale, assieme all’ambientalismo d’accatto e decrescista e ai propositi della Unione Europea a trazione franco-tedesca, che vorrebbe il funerale dell’ILVA e del paese: preoccupato del futuro dei quindicimila prossimi disoccupati, ha annunciato l’estensione dell’arsenale militare nel’area Italsider e la prossima assunzione di mille unità.

il complice

Vedremo! Buon ascolto_Giuseppe Germinario

VITTORIA!!!!, a cura di Giuseppe Germinario

Siamo all’apoteosi!

Lo spegnimento degli altiforni dell’ILVA procede inesorabilmente. Pochi sanno che il loro raffreddamento definitivo può compromettere l’integrità stessa dell’impianto. A giudicare dalla sicumera con la quale Mittal sta procedendo nell’azione legale e alla chiusura dello stabilimento, nel contratto di affitto non sarà stata inserita nemmeno una clausola che obblighi l’affittuario a restituire il bene nella sua piena funzionalità in caso di rinuncia. La ciliegina sulla torta di una serie di atti culminati con la sottoscrizione del contratto di affitto da parte di Renzi, Gentiloni e compagni e completata con la parodia grillina che ha generosamente offerto su un piatto d’argento il miglior pretesto per liquidare definitivamente il problema. Una mistura di connivenze e incompetenze letale. Rimane da chiedersi quale sia stato il supporto professionale dei grand commis di stato a questa tragicommedia. Gli unici ad affermare con spregiudicata sicumera le proprie prerogative sono stati i magistrati i quali, oltre ad attribuire le responsabilità penali e civili sugli antefatti, riescono a dettare dietro le quinte tempi e modi della conduzione futura degli impianti, salvo esporre per le conseguenze al pubblico ludibrio i politici più o meno inetti e consapevoli. Per rimediare parzialmente il danno dovranno andare a Canossa.

Si è cominciato con la liquidazione delle partecipazioni statali, si è proseguito con le cessioni e l’esodo del controllo della grande industria privata (chimica, auto, cavi e pneumatici, elettrodomestici), si sta rinunciando da tempo al prodotto finito; adesso è la volta della migrazione all’estero (Polonia, Repubblica Ceca e ormai anche Francia) della componentistica. Dopo aver addestrato per un paio di anni in Italia tecnici ed operai polacchi e cechi, adesso stanno migrando gli impianti e i macchinari. Cornuti e mazziati. Intanto l’avveniristica FCA (per gli anziani FIAT), la famiglia patriota degli Agnelli di essa proprietaria, hanno già ceduto la Magneti Marelli (batterie) e si accingono a cedere COMAU (automazione industriale). Debora Serracchiani (Partito Democratico)  intanto al di là del tempo continua  a recitare il mantra della “politica che deve assecondare il mercato” Quale? Quello le cui regole e modalità sono stabilite altrove e da altri centri politici?

Il generale Stano, ex comandante appena nominato della base di Nassirya ai tempi dell’attentato, è stato condannato dalla Giustizia Civile a risarcire le famiglie delle vittime dell’attentato. In altri tempi lo Stato avrebbe dovuto risarcire, salvo eventualmente rivalersi nel confronto del proprio funzionario; e in effetti lo ha già fatto. In una situazione di decisione politica, quella di guerra è la più classica delle situazioni discrezionali, il criterio di responsabilità civile diretta del funzionario porta direttamente all’inazione e alla paralisi dell’azione politica. Non è ovviamente un giudizio di merito anche se sono convinto che il generale Stano sia la vittima sacrificale del comportamento poco sportivo dei suoi superiori e dei decisori politici di allora.

Oggettività del mercato e riduzione del politico al diritto sono il binomio che sta portando all’inettitudine e alla paralisi dell’attuale classe dirigente e ceto politico e all’impossibilità di crearne una nuova  ed efficiente sul campo. Crollate le gerarchie e la divisione di competenze rimane lo stillicidio delle contrapposizioni fratricide e delle lotte di potere fini a se stesse.

Tangentopoli da una parte e le dismissioni come salvacondotto nell’Unione Europea in ossequio al mercato sono stati gli strumenti di questo scempio irreparabile e senza fine. E’ l’agonia senza fine di una nazione. Giuseppe Germinario

Qui sotto un articolo di analisi e difesa che tratteggia bene alcuni aspetti

https://www.analisidifesa.it/2019/09/nassirya-se-il-generale-stano-diventa-il-capro-espiatorio-per-i-caduti/?fbclid=IwAR3WR4X9-BJ_RHm4tDVfk7u2oRQ9imVQXSgm8CPy0fPaBkrrjrakJOe1EyQ

SOVRANITÁ E DIRITTO GLOBALE, di Teodoro Klitsche de la Grange

SOVRANITÁ E DIRITTO GLOBALE

Tra le novità che il pensiero unico anti-sovranista ci dispensa per esorcizzare l’avversario in crescita ce n’è una poco trattata nei mass-media. Ovvero che il sovranismo (meglio la sovranità) degli Stati sarebbe uno strumento superato perché il “diritto globale” (e globalizzato) avrebbe escogitato un sistema più raffinato per diminuire i conflitti: istituire dei Tribunali internazionali. I quali, in effetti, nel secolo passato sono aumentati. Non tanto e non solo quelli penali, quanto le Corti che giudicano su particolari materie (dalla pesca, all’ambiente, dalla concorrenza alle scorie radioattive).

Va da se che a questo si associa il consueto disprezzo/deprecazione per il sovranista che non avrebbe compreso (o non vuole comprendere) come non vi sia bisogno di attizzare conflitti e deciderli autonomamente: basta istituire (o, se c’è, adire) un Tribunale internazionale che giudichi delle pretese delle parti. Qualsiasi tipo di ostilità (e al limite, di guerra) e controversia, o almeno gran parte, sarebbe così justiciable, cioè conoscibile e decidibile da un giudice (si spera anche “terzo”). Il vantaggio di tale “sistema” consisterebbe nell’eliminazione/riduzione dei conflitti e, in certi casi, delle guerre. La decisione del Tribunale sarebbe così alternativa a quella della guerra.

Tale tesi è per lo più esposta da giuristi di sinistra, i quali non sembrano imbarazzati dal ripetere così quel che scriveva De Maistre “Partout où il n’y a pas sentence, il y a combat[1]. Tesi che esprimeva nel libro II° del Du Pape, una delle più razionali (ed appassionate) trattazioni della ineluttabilità (e degli inconvenienti) della sovranità[2].

Gli argomenti che si adducono a favore della tesi in esame hanno però più di un limite, che li rende contraddittori. Vediamo quali.

In primo luogo si adduce l’argomento il quale coniuga la competenza agli interessi..

Come a livello locale gli interessi locali sono attribuiti al Comune (alla Provincia, Regione ecc.) laddove vi siano interessi a livello planetario o almeno sovrastatale devono, proprio perché eccedenti  l’ambito nazionale, essere regolati a livello sovrastatale.

Se si può essere d’accordo che una regolazione statale d’interessi eccedenti il territorio dello stato corre il rischio di essere poco efficace e al limite inutile, altro è farne conseguire che per avere quelle regole occorra un ente (organo, ufficio) internazionale che le detti e giudichi le relative controversie. In effetti la regola può essere posta o consensualmente (tramite un accordo) o unilateralmente (con un comando dell’uno all’altro soggetto).

Quanto al primo – normale nel diritto internazionale (e, ovviamente, non solo in questo) – si realizza con trattati, il fondamento dei quali è proprio che a negoziarli, deciderli, applicarli sono degli Stati sovrani. I quali se non fossero sovrani, non potrebbero né obbligarsi né essere responsabili dell’esecuzione. O quanto meno avere una capacità internazionale limitata, corrispondente alla propria sovranità.

Come scriveva Santi Romano “effetto della mancanza di sovranità è la limitazione della capacità internazionale degli Stati protetti o tutelati”[3].

E il tutto si ripercuote non soltanto sulla capacità internazionale ma anche sulla responsabilità per eventuali illeciti. Lo Stato dipendente (protetto, federato) il quale non gode di (piena) sovranità risponde, soltanto nei limiti delle attività che può svolgere, nei confronti (anche) degli altri soggetti internazionali; ma per i rapporti di competenza dello Stato protettore, a seconda dei casi può (o deve) rispondere quest’ultimo.

Contrariamente a quanto pensano certi globalisti è proprio la sovranità a fondare la capacità di obbligarsi e il dovere di responsabilità. È ad essa quindi che dobbiamo la possibilità di esistenza (ed applicazione) di norme giuridiche pattizie.

In secondo luogo, e strettamente connesso al precedente, le regole possono emanarsi sia con accordi liberamente assunti dai soggetti che con comandi che un soggetto da agli altri. Per cui se una dimensione d’interessi è di competenza di più Stati la relativa regolazione può essere data con accordi tra gli Stati coinvolti, proprio in forza di quella – tanto disprezzata e deprecata – sovranità. In alternativa uno Stato (o un’altra istituzione) che si trova a esercitare poteri di comando sugli altri, può ordinare che valga la regolazione da esso imposta; non è vero quindi che la sovranità ostacoli la regolamentazione; ma è verissimo che impedisce che sia imposta una normativa non pattizia.

In terzo luogo, si ritiene che i globalizzatori sono coloro che sostengono gli interessi dell’umanità, mentre i sovranisti quelli particolari degli Stati.

Tale affermazione è assai discutibile in fatto, perché presuppone che chi afferma di sostenere quelli dell’umanità, abbia il potere di comandare a coloro che dicono di sostenere quelli dei popoli. Ma questo a sua volta presuppone che gli uni e gli altri siano in buona fede. Il che, a quasi cinque secoli dalla pubblicazione del “Principe” appare un atto di fiducia (e credulità) foriero di molte delusioni. Avete mai sentito parlare di propaganda?

E sostenere che un soggetto concreto debba essere sottoposto alla decisione di un altro soggetto concreto – nella specie un organismo internazionale ovvero (forse) una coalizione di Stati – perché questo tutela (interessi, valori o quant’altro) di carattere superiore ripete, mutatis mutandis la controversia tra Hobbes e i teologi cattolici della controriforma sul rapporto tra autorità spirituale (il Papa) e temporale. Come scrive Schmitt, il filosofo inglese “mette in discussione la pretesa che il potere statale debba essere soggetto al potere spirituale, poiché quest’ultimo costituisce un ordinamento superiore”[4].

La tesi di Hobbes era in polemica con quella di S. Roberto Bellarmino, il quale difendeva la concezione della potestas indirecta in temporalibus del Pontefice. Il filosofo di Malmesbury la contestava con pluralità di argomenti: che manca il consenso dei governati[5], ma solo la pretesa di aver avuto tale potere da Dio[6] ed il potere, a parte il fondamento, è sempre lo stesso[7]. Quando poi controbatte l’argomento del Bellarmino sulla gerarchia dei poteri (che si riflette in gerarchia delle persone), applica in un certo senso il rasoio di Ockam: il rapporto di potere – ossia di comando/obbedienza è relazione tra persone concrete e non entità astratta[8].

Se si fanno discendere dal cielo alla terra le argomentazioni del teologo e del filosofo, la somiglianza tra la concezione del primo con quella dei globalisti è evidente.

Entrambe sono volte a provare il diritto di chi detiene (o sostiene di possedere) un potere superiore a comandare coloro che ne esercitano uno inferiore. Là per volontà divina e per il bene delle anime, qua per coinvolgimento di un numero maggiore di esseri umani – fino all’intera umanità ed al suo territorio, il pianeta – e per la bontà delle intenzioni. La novità di questa concezione, rispetto a quella, oggigiorno enormemente più invocata, dei “diritti umani” è di argomentare più dagli interessi che dai valori.

Ma le fallacie in cui incorre solo le stesse: la non necessità di istituzioni apposite (sia che si tratti di Stato che di enti, Tribunali ed altro) per regolare ciò che è comune a più popoli, e la ineluttabile necessità, di converso, se si vuole imporre la decisione (maggioritaria?) ai dissenzienti. Il problema poi sotteso è di  come imporre ai recalcitranti sia le istituzioni globali sia le di esse decisioni. Si fa loro la guerra? E giacché col farlo si viola il buonismo/irenismo imperante – oltre che essere gravemente contraddittorio con lo stesso -, le si deve cambiare nome.

Escamotage già usato con le operazioni di polizia internazionale -, ossia le guerre promosse e condotte da coalizioni di Stati benintenzionati contro Stati canaglia dissenzienti e malintenzionati. Così violando i principi del diritto internazionale Westphaliano, in primo luogo che par in parem non habet jurisdictionem. Che invece in nome di un interesse superiore si pretende di avere. Meglio allora un sistema  che, con tutta le sue crepe, si basa ancora sulla sovranità. E, di conseguenza, sul diritto dei popoli a scegliere il proprio destino.

Teodoro Klitsche de la Grange

 

[1] Du Pape II, 1

[2] Il popolo è fatto per il sovrano, come il sovrano per il popolo; e l’uno e l’altro esistono (son faits) perché ci sia una sovranità … Nessun sovrano senza nazione, come nessuna nazione senza sovrano”. Op. loc. cit..

 

[3] Corso di diritto internazionale, Padova 1933, p. 117 e prosegue “limitazione che si ha non solo verso lo Stato protettore o la Società delle nazioni, ma anche verso i terzi, il che conferma che non si tratta di semplici obbligazioni, ma di una posizione personale… data la grande varietà che il protettorato può assumere, è difficile formulare principii generali, ma si può affermare che essi implicano sempre una limitazione della capacità di diritto e inoltre la perdita in taluni casi, o la diminuzione in altri, della capacità di agire”

[4] Teologia politica in Le categorie del politico, Bologna 1972, p. 57; e prosegue “Ad una argomentazione del genere egli risponde: se un «potere» (power, potestas) dev’essere sottoposto all’altro, ciò significa soltanto che colui che ha il primo potere dev’essere sottoposto a colui che ha l’altro potere… Ciò che gli è incomprensibile («we cannot understand») è che si parli di sopra-ordinato e di sub-ordinato, preoccupandosi però nello stesso tempo di rimanere sul piano astratto. «Infatti soggezione, comando, diritto e potere riguardano non poteri ma persone»”. Cosa che invece i globalisti ritengono opportuno fare.

[5] v. Leviathan parte III, c. XLII “Quando si dice che il Papa non ha – nel territorio degli altri Stati – il supremo potere civile direttamente, noi dobbiamo intendere che egli non pretende ad esso – come gli altri sovrani civili – in virtù della originale sottomissione di coloro, che debbono essere governati, poiché è evidente, ed è stato già sufficientemente dimostrato in questo trattato, che il diritto di ogni sovrano deriva originariamente dal consenso di ognuno di quelli, che debbono essere governati, sia che lo scelgano per comune difesa contro un nemico, come quando si accordano tra di loro, per eleggere un uomo od un’assemblea di uomini, affinché li proteggano; sia che lo facciano per salvare la propria vita, sottomettendosi ad un nemico conquistatore”.

[6] “ma non cessa tuttavia dall’invocare il suo diritto da un’altra parte, cioè – senza il consentimento di quelli, che debbono essere governati – per un dritto datogli da Dio” op. loc. cit.

[7] “Ma da qualunque parte egli lo pretenda, il potere è lo stesso, e – se fosse accolto come un diritto – egli potrebbe deporre principi e governi, sempre che ciò fosse per la salvazione delle anime, cioè sempre che gli piacesse, poiché egli pretende per sé anche l’assoluto potere di giudicare se ciò sia per la salvazione delle anime umane o no” e prosegue “Questa distinzione tra potere temporale e spirituale non è infatti che di parole; ed il potere vien realmente diviso, ed in modo altrettanto dannoso per tutti i riguardi, tanto col far partecipe altrui di un potere indiretto, quanto di un potere diretto” op. loc. cit.

[8] “Non vi sono che due modi, per i quali queste parole possano dare un senso; poiché, quando noi diciamo che un potere è soggetto ad un altro potere, il senso è o che colui, che ha l’uno, è soggetto a colui, che ha l’altro, o che l’un potere sta all’altro, come i mezzi al fine. Infatti noi non possiamo intendere che un potere abbia il potere sopra un altro potere, o che un potere possa avere il diritto di comandare sopra un altro, poiché la soggezione, il comando, il diritto ed il potere sono accidenti non dei poteri, ma delle persone…Quando il Bellarmino dice che il potere civile è soggetto allo spirituale, egli intende dire che il sovrano civile è soggetto al sovrano spirituale” op. loc. cit..

LO STATO DI INCERTEZZA, di Pierluigi Fagan

LO STATO DI INCERTEZZA. (Post domenicale) Esso è proprio del futuro o meglio, dello sguardo presente che tenta di catturare lo stato futuro. Ma nel secolo scorso, in fisica, si è arrivati a scoprire che esso è al fondamento della stessa realtà fisica, apparentemente, la più concreta e definita vi sia, per lo meno a livello particellare. Tale fatto è stato compendiato nel “principio di indeterminazione” a base di quella fisica che si chiama meccanica quantistica. Del principio, un fisico austriaco, volle dare un esempio che voleva popolarizzare la questione o meglio dare evidenza paradossale della interpretazione dominante che non condivideva, al pari di Einstein. Ne nacque il “gatto di Schroedinger”, metafora assai popolare, abusata, quasi sempre usata a sproposito. La metafora voleva esemplificare, in forma di paradosso e non di fatto, il fatto che i tanti futuri possibili propri della realtà micro-fisica, uno solo diventerà realtà di fatto, solo laddove c’è una presenza umana. La presenza umana, la semplice osservazione della realtà fatta da un umano, collassa l’ampio ventaglio delle molteplici possibilità nell’unica possibilità che diventa attualità. Dei futuri possibili uno solo diventerà attuale per noi.

In questo giorni, per ragioni di studio, sto studiando un campo prima frequentato a-sistematicamente: lo studio dei futuri. Dalle sibille, àuguri, indovini, pizie, profeti e divinatori, si è passati ai produttori di utopie, distopie, retropie, estropie, ucronie. Poi a tentativi di previsione, lungimiranza, prospettive, prognostica, anticipazioni nel mentre si sviluppava la fanta-scienza, genere letterario nato poco dopo la Rivoluzione industriale ed i piani quinquennali. Oggi, gli anglosassoni hanno compendiato gli sforzi previsionali applicati al mondo, l’economia, la geopolitica, la politica, la tecnologia, la condizione ambientale, in una vera e propria disciplina i “futures studies”.

Non sapevo, ma vi sono cattedre universitarie sparse in giro per il mondo di tali futures studies, da Seul a Teheran, da Sidney a gli USA, passando per la Cina e l’Europa, una anche in Italia, a Trento (Corso di “Previsione sociale” e ricordo che Sociologia, a Trento, è storicamente una facoltà di punta. Vi si laureò Renato Curcio e Mara Cagol, tra gli altri). La versione anglosassone, trae spunto dall’idea di sviluppare tale disciplina in forma più seria, diciamo tendenzialmente anche se non precisamente “scientifica”, avuta da un tedesco Ossip K. Flechtheim, inventore del termine “futurologia” nel 1943. Flechtheim aveva anche ambizioni di filosofia politica e propugnava una terza via tra capitalismo e comunismo che ridotta all’osso era un socialismo democratico rinforzato, per come si esprimeva il tedesco “ecologico, frugale, femminista, umanistico”.

Ma il grosso dei futures studies è nei think tank che abbondano in America, ma cominciano a svilupparsi in ogni Paese dotato di ambizioni. Come già vi riferii, sono molti i Paesi che hanno prodotto la propria “Vision”, di solito traguardata al 2030 o 2050 (mi sa che anche Renzi ne ha annunciata una alla Leopolda per il 2029). Ve ne sono anche di dimensione parlamentare come in Finlandia o mondiale. Delle previsioni discusse ogni anno a Davos al World Economic Forum vi diedi già precedentemente conto ma vi è un altro rapporto giunto oggi alla 19° edizione, lo State of the Future del The Millenium Project. Siamo sulla scia di molti altri rapporti quali quelli del Club of Rome o il Sierra Club o il russo Club Valdai. La pre-visione, è qui classicamente rivolta all’individuazione di rischi e possibilità, più rischi che possibilità invero. Colpa del pessimismo della ragione o di una reale ragione anticipante o dell’unione tra la grande mole di dati e conoscenze che oggi abbiamo e l’oggettivo moltiplicarsi di contraddizioni e rischi nel mondo complesso, tali rapporti sono una non allegra e sempre meno terminabile elencazione di vere e proprie disgrazie. Negli anni ’90, il Dipartimento della Difesa USA,a proposito del futuro aspettato, coniò l’acronimo VUCA – Volatile, Uncertain, Complex, Ambiguous, nel tentativo di acchiappare i sfuggenti contorni.

A solo titolo esemplificativo, un primo elenco di disgrazie è questo: cambiamento e riscaldamento climatico, eventi fuori scala e disastri naturali, fallimento nella mitigazione climatica, aumento livelli mare, isole e coste sommerse, migranti ambientali, carenze e crisi alimentari e di acqua, siccità, inondazioni, salinizzazione, perdita di biodiversità e di specie cruciali (ape), colassi ambientai locali (eutrofizzazione), volatilità costante, terrorismo, rivolte, moltiplicazione delle richieste di sovranità, stati falliti, crisi debitorie (mondiali, locali, bancarie), crisi fiscali, bolle e scoppio di bolle a ripetizione, Inflazioni – deflazioni, diseguaglianze economiche-sociali –tecnologiche, epidemie globali, pandemie, salute mentale (ansia biologica, tecnologica, sociologica, ambientale + depressione “seconda causa di disabilità al mondo”), resistenza antibiotici, transumanesimo, problemi energetici, condizione delle donne, fallimenti nella pianificazione urbana, crimine organizzato, rivolta delle macchine (Hawking, Bostrom, Musk), codice etico delle macchine, perdita di lavoro, armi nano-bio-tecnologiche, cyberattacchi, frode o rapina di dati, guerre locali – Interstatali – d’area – mondiali – elettromagnetiche – biologiche – climatiche, nucleari a vari livelli. In più: Rischi sistemici (sistema e sotto-sistemi – mondo) non lineari, Eccesso di complessità (tra totalitarismi e caos), Effetti farfalla a gò-gò. I poco avveduti, quando vengono citati questi rischi, pensano siano una invenzione delle élite per perpetrare il loro dominio. E’ invece il fatto che le élite li prevedono a farle preparare alla gestione. Non si confonda l’interpretazione col fatto, i fatti -anche se in ipotesi- prescindono per molti versi le interpretazioni.

In 1984, Orwell sosteneva che “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato” una chiave concatenata che va letta come dominio delle narrazioni. Il potere in carica oggi, domina il racconto storico, sia quello della cose avvenute, sia quello delle cose che debbono avvenire. Ma quelle che debbono avvenire sono anche una finestra aperta sull’oggettivo stato di incertezza dello sguardo rivolto al futuro. Ed è in vista di questo previsionato futuro che poi si fanno molte scelte, introiettando il “poi”, di modo da condizionare l’”adesso”. I futuri sono possibili, probabili o desiderati. Se i poteri disegnano i loro, i contro – poteri dovrebbero parimenti disegnare i loro, siamo tutti gatti di Schrodinger che debbono pianificare la rivincita. Il pensiero critico più che levarsi sul far della sera come la nottola di Minerva (o civetta di Atena), ultimamente si sveglia con qualche decennio di ritardo, c’è un ritardo di attenzione, visione e pre-visione, la critica è schiacciata sul presente.

I futuri possibili, collasseranno nel presente che sarà, solo quando la presenza umana lo abiterà determinandone gli esiti. Il futuro non è scritto e politica è la lotta per possedere la penna che lo scriverà. Ma il futuro si scrive nel presente perché per l’essere umano è la previsione ad animare l’intenzione.

tratto da facebook

1 2 3 26