La crisi pandemica in Italia_ con il dottor Giuseppe Imbalzano

Una lunga conversazione con il dottor Giuseppe Imbalsano. Si discute della gravità della crisi pandemica e delle modalità con le quali viene e dovrebbe essere affrontata. Le dinamiche politiche e geopolitiche rimangono nello sfondo; continueranno ad essere affrontate in altri articoli. La conversazione offre numerosi elementi per poterle individuare fondatamente secondo i vari punti di vista. Il dottor Imbalzano è medico, manager di aziende sanitarie e consulente; uno dei maggiori esperti nel settore. Ha scritto numerosi saggi e libri. Qui sotto alcuni link propedeutici alla intervista:

https://statisticallearningtheory.wordpress.com/2020/10/24/previsioni-covid-19-di-ricoveri-terapie-intensive-e-decessi-23-ottobre-15-novembre-2020/

https://www.valigiablu.it/scienza-etica-immunita-gruppo/

https://tg24.sky.it/cronaca/2020/10/24/covid-previsioni-contagi-ricoveri-terapie-intensive#06

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Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Responsabilità e dilemmi, di Andrea Zhok e Antonio de Martini

RESPONSABILITA’, di Andrea Zhok
Il quadro di evoluzione della pandemia in Italia e il DPCM in fase di elaborazione sollecitano alcune brevi riflessioni sulla questione delle responsabilità civili, a vari livelli.
1) In primo luogo, una considerazione la merita il ruolo delle regioni. Finora tutte le regioni avevano la facoltà di intervenire in forme più restrittive di quelle blande promosse a livello centrale. Questa opzione era coerente con l’idea, costantemente rivendicata dai presidenti di regione, secondo la quale essi avrebbero il polso della situazione locale e potrebbero prendere decisioni consone. Ma curiosamente (con l’eccezione del talentuoso cabarettista che guida la regione Campania), nessun presidente di regione è intervenuto restrittivamente, modulando in forme specifiche e selettive gli interventi, se non in misura omeopatica.
Anzi, al contrario, tutte le regioni sollecitano il governo centrale ad intervenire per ‘coordinare gli interventi’.
Ma questo sollecito in verità esprime un desiderio molto più semplice: i presidenti delle regioni vogliono che a loro sia lasciato il ruolo del ‘poliziotto buono’.
Vogliono che sia lo stato centrale a fare la faccia feroce, mentre, agli occhi dei propri elettori, loro vestono i panni di chi si batte per preservarne la libertà.
Si tratta di un gioco di deresponsabilizzazione alquanto vile, con tanti saluti alle ciance sulle autonomie regionali: l’autonomia la vogliono quando si tratta di spendere, ma quando si tratta di sporcarsi le mani con assunzioni di responsabilità, allora si ritirano su postazioni protette.
2) Se le regioni hanno torto, non è che il governo centrale abbia ragione. Gli interventi che si profilano nel DPCM sono come al solito tagliati con l’accetta e ispirati da un’approssimazione che solo la perenne emergenzialità può cercar di nascondere.
Le aree in cui il governo poteva e doveva intervenire direttamente erano una principale, e due di rincalzo.
Innanzitutto si doveva portare subito in remoto tutto quanto era possibile portare in remoto della pubblica amministrazione, oltre che delle scuole superiori e dell’università. Questo intervento da solo avrebbe ridotto drasticamente gli spostamenti nei mezzi pubblici, che sono certamente il principale veicolo di diffusione del virus.
In tutti e tre questi comparti, un po’ di preparazione (in gran parte già fatta in occasione della prima ondata) avrebbe consentito di svolgere questi servizi con una perdita di efficacia tutt’al più modesta.
Ma rispetto a questa prospettiva ha avuto la meglio una componente squisitamente ideologica, in cui, le invettive di Confindustria contro la pubblica amministrazione neghittosa che sta a casa, e le paranoie sulla sostituzione definitiva dell’insegnamento pubblico con forme telematiche hanno avuto la meglio.
Interventi collaterali a questi dovevano essere l’intensificazione del trasporto pubblico e della medicina territoriale. Trattandosi di interventi massivi, non potevano essere implementati abbastanza da essere decisivi, ma qualcosa di più poteva essere fatto.
Così, invece di predisporre (anche sul piano normativo, oltre che tecnico) un buon sistema di didattica a distanza, ed un efficiente sistema di erogazione del lavoro in remoto, (abbinato ad incremento del trasporto pubblico e di medici sul territorio) si è preferito puntare i piedi proclamando d’ufficio il ‘ritorno alla normalità’.
E se la realtà non è d’accordo, tanto peggio per la realtà.
Invece di questo tipo di soluzioni, semplicemente pragmatiche, si finirà per chiudere forzosamente e a tappeto bar, ristoranti, palestre, piscine, ecc. anche quando sono stati ligi ai protocolli, e anche in regioni in cui la circolazione del virus è relativamente bassa (ci sono regioni in cui le percentuali di positività sono un terzo o un quarto di altre).
Così, alla faccia del richiamo alle ‘responsabilità individuali’ e alle ‘specificità dei territori’, si farà il solito taglio lineare che dimostra solo la pochezza e imprevidenza di un ceto politico.
3) Infine, quanto alle responsabilità individuali, una parola va spesa nei confronti di tutti quelli che in questi mesi hanno giocato la partita della minimizzazione. Tutti questi, e sono tanti, che con i loro argomenti farlocchi hanno alimentato comportamenti sciatti e incauti (in particolare tra i giovani, passabilmente certi di non correre comunque seri rischi), questi che hanno persino promosso l’idea del ‘contagio terapeutico’ (variante dell’immunità di gregge) magari finendo per contagiare altri, quando non per finire essi stessi ad occupare un letto d’ospedale, ecco tutti questi sono corresponsabili della situazione emergenziale attuale.
Essi hanno remato nella stessa direzione che ora porta all’intasamento dei pronto soccorso e dei ricoveri, tirando con la loro stupefacente ottusità la loro palata di terra sulla salma del paese.
Ecco, tutti questi, se avessero pudore, dovrebbero soltanto e definitivamente uscire in silenzio dal dibattito pubblico per non farvi più ritorno.
SCEGLIERE TRA SALUTE E ORDINE PUBBLICO ?, di Antonio de Martini
Temo che la gente non abbia capito a cosa serva la QUARANTENA e il termine americano LOCKDOWN non abbia semplificato la situazione.
A questo, si aggiunge una banda di pubblici amministratori e imbonitori sanitari che hanno drammatizzato i fatti distorcendoli vieppiù per valorizzare le proprie persone/funzioni/trasmissioni.
La Quarantena è l’unico strumento a disposizione per difenderci ( relativamente) dal contagio e mantenere efficiente ( relativamente) il servizio sanitario nazionale scaglionando gli afflussi alle terapie intensive.
Se le terapie intensive si intasano, il pericolo di morte dei contagiati diventa certezza.
Il fatto che esistano piu numerose cause INELUDIBILI di morte non ha senso.
Se la morte – anche di pochi – è eludibile, va rimandata, altrimenti la società civile non ha motivo di esistere. A morire da soli siamo buoni tutti.
La Svizzera ci ha forse preceduti di poco decidendo di non ammettere più gli anziani ( della mia età) in terapia intensiva per riservare i non sufficienti letti a disposizione a chi ha ( relativamente) maggiori probabilità di sopravvivenza.
Sta accadendo quel che è successo durante la grande crisi finanziaria: si cercò anzitutto di salvare il sistema bancario indispensabile a mantenere in funzione una società civile.
Analogamente, senza un sistema sanitario generale, salterebbe ogni forma di pacifica convivenza civile.
Le avvisaglie affiorano: la selezione alla dottor Mengele tra gli “ atti alla vita” e no ; il ribellismo dei lazzaroni napoletani e la convocazione del Consiglio Supremo di Difesa al Quirinale con un ordine del giorno surreale.
Se guardate il sito della Unione Europea sul COVID19 le statistiche di tutti i paesi, potrete fare un collegamento tra la credibilità di ogni singola classe dirigente e i risultati di morte.
Dove i dirigenti sono rispettati, credibili e sinceri, i contagiati e i morti sono di meno ( sotto il famoso 1%) e il SSN regge.
Dove la direzione è carente, insincera, pulcinellesca e pretesca il sistema va verso la crisi.
Se la gente non comprerebbe un auto usata da costoro, come volete che li creda capaci di sottrarci alla morte e all’impoverimento dei superstiti ?
La comunicazione sia univoca e affidata a veri portavoce professionali e i politici siano banditi dalle TV su questi temi.
Si dica la verità senza infingimenti , si usino i militari come cervelli esperti in sopravvivenza e non come becchini, spazzini o protettori di incapaci e la crisi rientrerà entro parametri gestibili.
UN MIO COMMENTO _ Giuseppe Germinario

Allo scaricabarile ha partecipato ampiamente anche il Governo Centrale sin dall’inizio della crisi ma con una aggravante: i governi regionali sono in realtà dei centri di spesa e di amministrazione. La deresponsabilizzazione è quindi consustanziale e su quello, con poche eccezioni si è formato il personale politico che poi di solito assurge ad incarichi nazionali. Il Governo no; ha la piena responsabilità gestionale sia pure all’interno del disastro istituzionale ormai venuto alla luce non a caso in una situazione di crisi gravissima anche se non ancora catastrofica. Stasera pubblicherò una videointervista al dottor

Giuseppe Imbalzano

che offrirà qualche ulteriore spunto di riflessione

PARADOSSO, di Roberto Buffagni

E’ comica la nostra epoca, la più fissata con il cambiamento di tutta la storia umana, e la meno dotata delle capacità intellettuali e morali di cambiare alcunché.

ASCOLTATE QUESTO INTERVENTO. PARTICOLARE ATTENZIONE ALLA PARTE CONCLUSIVA

NB_ tratti da facebook

Homo Chip – I polli di Harari, isolati e connessi, di Elio Paoloni

 Homo Chip – I polli di Harari, isolati e connessi

Elio Paoloni

 

Tratto in inganno dal titolo – Homo Deus – avevo pensato all’ennesimo tentativo di deificazione dell’uomo, solito copione illuminista (satanico dovrebbe dire un credente). In effetti l’autore comincia con i soliti fuochi d’artificio sull’assurdità delle religioni e del concetto di anima, enumerando le catastrofi dovute alle superstizioni dei credenti. Però si diffonde anche sugli errori compiuti dai non credenti, quelli commessi dall’uomo “troppo umano”. E infine la bordata: l’uomo non è in grado di scegliere (e non stiamo parlando solo del libero arbitrio inteso religiosamente); crede di scegliere ma non lo fa: non solo perché non sa cosa è bene per lui ma proprio perché le scelte sono determinate materialisticamente, sono puro riflesso pavloviano. Per l’alfiere del “datismo” l’intera specie umana è un “sistema di elaborazione dati, con gli individui che assolvono la funzione di chip”.

 

L’uomo è solo un grumo di cellule, poco più di un ratto. L’unica differenza tra un uomo e un pollo – leggiamo – e che “l’uomo è in grado di assorbire più dati (ricordate che in base all’attuale dogma biologico – ma i dogmi non erano ciarpame? – emozioni e intelligenza sono soltanto algoritmi)”. Ma l’uomo succeduto al Sapiens non doveva essere Dio? No, evidentemente il titolo era sarcastico. Dal “noi siamo dei” al “noi siamo cacca”; inevitabile sviluppo. Uno come me, che crede che l’uomo sia stato fatto “poco meno degli Angeli”, a questo punto potrebbe lasciar perdere. Infatti si comprende già che partendo da queste premesse si arriverà a proporre l’abolizione di famiglie, comunità, culti, partiti, patrie, in favore del dominio della tecnica, in particolare dell’algoritmo. I politici saranno poco più che amministratori di condominio: Fratello Google saprà tutto di noi, momento per momento, anche la frequenza del respiro, e predisporrà, adatterà ogni cosa. Niente più errori, niente più carestie, niente più pandemie; vivremo 400 anni (i privilegiati ovviamente) e piripi e piripà. Non stupisce che nel 2013 Google abbia lanciato una controllata chiamata Calico, la cui missione era “risolvere il problema della morte”. Ed è noto che la «parabiosis» non è più riservata ai vampiri, ma è offerta dalla start-up Ambrosia a chiunque sia disposto a spendere 8 mila dollari per seduta. L’ingegneria genetica è assai vicina a dare vita a uomini privi delle imperfezioni che affliggono gli Homo sapiens. Apprendisti stregoni crescono.

 

Non avremo più bisogno di prendere decisioni, di fare passi inopportuni, di scegliere alcunché. Tutto sarà deciso per noi nella maniera più efficiente. Questo dissociato prende in esame la vicenda di Romeo e Giulietta per auspicare la soluzione tecnologica: “occorre fare in modo che i desideri inopportuni non sorgano mai. Pensate a quanto dolore si sarebbe potuto evitare se invece di bere il veleno avessero potuto semplicemente indossare un casco in grado di reindirizzare il loro sventurato amore verso altre persone”. Mi chiedo perché non ha indossato lui il casco, invece di accasarsi con lo sventurato “marito” (insieme al quale, tramite la società Sapienship, ha donato un milione di dollari all’Organizzazione mondiale della sanità – curioso, no?).

 

Fin qui nulla che non abbiamo abbondantemente subodorato. Conosciamo queste distopie. Ma il cocco di Mark Zuckerberg e Barack Obama va oltre: se fin qui Sua Divinità l’Algoritmo è sempre stato associato a due o tre Grandi Sacerdoti, siano ormai in prossimità di un mondo nel quale l’Algoritmo si autoregola, si autoriproduce, crea la realtà. “Gli uomini sono meri strumenti per creare “Internet-di-Tutte-le-Cose” (…) Questo sistema cosmico di elaborazione dati sarebbe come Dio. Sarebbe ovunque e controllerebbe tutto quanto. Gli umani sono destinati a fondersi in lui”.

 

Se, insomma, ci era sembrato che si trattasse del solito prometeismo “umanista”, scopriamo che Harari è il Prometeo dei microchip. Se ogni tanto, da esperto manipolatore, l’israeliano fa mostra – lo faceva soprattutto in altri suoi libri – di deprecare certe derive della tecnica, qui si palesa invasato dalla prospettiva, ansioso di fondersi nel radioso futuro cyber.

 

Veniamo al dunque: il meschino scriveva queste cose nel 2015 e prevedeva mestamente tempi lunghi per la scomparsa del fastidioso Sapiens. Ora questi tempi si sono accorciati. Cogliendo al volo (o creando?) l’occasione dell’infopandemia, i signori dell’algoritmo stanno catapultandoci in pochi mesi nel mondo dell’assenza di relazioni, di corporeità, di comunità, di culto, persino del focolare. La trasformazione dell’uomo in monade, in ameba eterodiretta, preparata da decenni, sta per giungere a maturazione. Saremo isolati e connessi, volenti o nolenti, consapevoli o inconsapevoli, a qualcosa che non conosceremo, che non possiamo, non dobbiamo conoscere.

LA COLPA E LA PAURA, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA COLPA E LA PAURA

Da quando il Covid-19 ha riportato il dibattito pubblico alla realtà dell’esistenza, fatta di buona e cattiva sorte, di guerre, pestilenze, terremoti, alluvioni, come di pace, benessere, bel tempo e buona salute, tutte cose ottenute grazie al progresso e al buon governo (??), l’argomento onde spiegare (e addossare) le responsabilità della mala sorte è che i governati sarebbero confusi dal sentimento della paura; quello occultato è che sono condizionabili da quello di colpa. Cose ambedue affermate già da Thomas Hobbes.

La prima, la paura, è nota; l’antropologia del filosofo inglese si basa sul potere dell’uomo di uccidere il proprio simile (e sulla frequenza con la quale avviene) e sulla conseguente necessità di creare un’istituzione che protegga la vita degli associati: contratto sociale, obbligazione politica, sovranità, comando e obbedienza ne sono i derivati coerenti.

Ma di ciò, della coerenza delle conclusioni alla premessa (il sentimento di paura per la propria vita) se ne sta facendo un’arma politica; sia per darla in testa agli avversari, sia per ingannare i governati.

Così il candidato democratico Biden accusa Trump perché ha sottovalutato l’impatto del virus (vero, ma l’hanno fatto quasi tutti i governi della terra, Giuseppi, Macron, Johnson in testa): è, aggiornata, la caccia all’untore dei “Promessi sposi”. Nell’altro, al fine di propiziare i DPCM – comodo tipo di normazione – sostenendo che sono fatti (anche se male) con buone intenzioni (possibile) e con risultati riconosciuti eccellenti nell’ “Universo e in altri siti” come cantava Dulcamara e ripete il nostro Governo.

Ma perché ciò si verifichi, continua la canzone governativa, occorre che i cittadini siano disciplinati, mascherati, tappati in casa, poco deambulanti e mai di notte. Se i risultati non saranno quelli sperati (vivamente da tutti) la colpa sarà dei governati indisciplinati, goderecci, incivili ed insensibili.

E qua torniamo all’altro sentimento, meno noto, ma necessario nell’arte di governo, evidenziato da Hobbes nel “Behemoth”: la colpa, o meglio il senso di colpa. Questo, sostiene il filosofo, è uno strumento necessario per esercitare potere sul comportamento degli altri, instillandone il senso per certe azioni ed intenzioni, ed acquisire così influenza. E lo enuncia a proposito dei predicatori puritani. Scrive: “questi predicatori inveivano spesso con grande zelo e severità contro due peccati, la concupiscenza della carne, ed il parlar profano; il che, senza dubbio, era molto ben fatto. Ma da ciò la gente comune era resa incline a credere che niente fosse peccato, salvo ciò che è proibito dal terzo e dal settimo comandamento… Sia nei sermoni, sia negli scritti, questi ministri sostenevano ed inculcavano l’opinione che i primissimi movimenti della mente, cioè il piacere che uomini e donne provano alla vista del bel corpo d’una persona dell’altro sesso” fosse già peccato “E, così, divennero confessori di quelli che avevano la coscienza turbata per questo motivo, e che obbedivano loro come a direttori spirituali, in tutti i casi di coscienza”. È acuto il filosofo di Malmesbury nel fondare almeno in parte la costituzione di un rapporto di potere (e quindi di comando/obbedienza) sul senso di colpa. Cosa sempre capitata nella storia delle istituzioni.

Ma di ciò i governanti italiani hanno fatto uso continuo e sovrabbondante, sia per sostenere la bontà delle proprie intenzioni e realizzazioni (in altri tempi per salvarli dall’inferno, ora dal virus); sia per trasferirne le responsabilità ai governati. Mentre risuona sempre il ritornello sulle tasse (paghiamone meno, paghiamole tutti), che per aumentarle a chi le paga, da quasi cinquant’anni i governanti ne attribuiscono la causa a chi non le evade. E continuano a farlo ad onta dell’inefficacia del ritornello. Come non fosse nota la pulsione del governanti ad attingere dal portafoglio dei governati.

Così col Covid, se arriverà una seria seconda ondata, la colpa sarà dei passeggiatori smascherati, dei bevitori in compagnia, dei banchettatori nei matrimoni e cresime. Troppo facile: ripensiamo a Hobbes.

Teodoro Klitsche de la Grange

LA CADUTA DEGLI DEI, di Laurent Valdiguié

Qui sotto un articolo dal settimanale francese Marianne che rivela alcuni particolari e modalità di indagine sulla gestione della pandemia ad opera dell’ex primo ministro francece Edouard Philippe e numerosi altri personaggi implicati. Sembra uno scenario lontano ed estraneo alle vicende politiche italiane. Potrebbe essere in una fase di regolamento di conti o di irreversibile crisi di credibilità la classica buccia di banana sulla quale sono destinati a cadere gli attuali protagonisti per far posto alle figure emergenti. Ce ne sarebbe per tutti, al governo come all’opposizione. Sia la Lega di Salvini che il M5S di Di Maio, più il secondo che il primo, cominciano a manifestare seri segni di cedimento. Quale migliore occasione in un futuro nemmeno troppo lontano per assecondare il finale auspicato?_Giuseppe Germinario

Perquisizione a Edouard Philippe e Olivier Véran: “I giudici vogliono sapere cosa sapevano i ministri”

Covid

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La Corte di giustizia della Repubblica ha avviato giovedì 15 ottobre una dozzina di perquisizioni rivolte a Edouard Philippe e ai due ministri della Sanità per la gestione della prima ondata del Covid. Possibilità del calendario, l’operazione cade il giorno successivo al coprifuoco destinato a rallentare la seconda ondata.

Otto bersagli simultanei. Più di dieci siti di perquisizione, di cui due rivolti a Edouard Philippe nelle sue case a Le Havre e Parigi. I gendarmi di OCLAESP (Ufficio centrale per la lotta agli attacchi all’ambiente e alla salute pubblica) e le forze dell’ordine dell’OCLCIFF (Ufficio centrale per la lotta alla corruzione e ai reati finanziari e fiscali) hanno coordinato questa mattina la prima operazione su larga scala nell’indagine sulla gestione del Covid. ” Queste perquisizioni erano programmate da molto tempo, in ogni caso molto prima che sapessimo che il Presidente della Repubblica ieri sera sarebbe intervenuto in televisione per annunciare il coprifuoco “, abbiamo confidato alla Corte di giustizia della Repubblica (CJR). Ma non si è deciso nemmeno di posticipare l’operazione …

Stamattina presto gli inquirenti hanno quindi suonato al campanello della casa parigina di Agnes Buzyn, l’ex ministro della Salute e Sibeth Ndiaye, ex portavoce del governo, ma anche a casa di Jérôme Salomon, il boss. della direzione generale della sanità (DGS) e Geneviève Chêne, direttrice della sanità pubblica francese (SPF). Sono stati perquisiti anche i loro uffici presso la DGS e SPF. Gli investigatori hanno anche bussato alla porta dell’abitazione ufficiale di Olivier Véran, l’attuale ministro della Salute, al ministero.

REATO DI ASTENSIONE VOLONTARIA

L’intera operazione di questa mattina è stata orchestrata dalla commissione investigativa del CJR, composta da tre magistrati, Janine Drai, la presidente, assistita da Catherine Schneider e Bruno Lavielle. Come aveva raccontato Marianne il 4 settembre, questi tre magistrati hanno interrogato a lungo all’inizio di settembre i tre medici all’origine della denuncia contro il presidente del Consiglio e gli ex ministri per la loro gestione della prima ondata della Covid. “ Ci siamo detti a gennaio: ma cosa ci fanno al Dipartimento della Salute? »Confidato a Marianne, alla vigilia della sua udienza davanti al CJR, Ludovic Toro, medico di base a Seine-Saint-Denis e sindaco del comune di Coubron. Questo medico vuole capire perché la Francia è rimasta con una pistola fino a metà marzo. “ Da metà febbraio i pazienti sono accorsi nei nostri uffici, ma ancora niente. E non più una sola maschera …, Emmanuel Sarrazin, di SOS Médecins Tours, è rimasto sbalordito nelle nostre colonne. Ci ha fatto arrabbiare sentire i ministri dire che le maschere erano inutili… ”.

LEGGI ANCHE >> B uzyn, Véran, Philippe: tempo di responsabilità politiche

A inizio settembre, davanti alla commissione investigativa del CJR, questi medici di medicina generale, assistiti dal loro avvocato Me Fabrice di Vizio, hanno segnalato un articolo specifico del codice penale: il reato di astensione volontaria (223-7): ” Chi si astiene di prendere volontariamente o far sì che misure che permettano, senza rischio per lui o per terzi, di combattere un disastro suscettibile di creare un pericolo per l’incolumità delle persone, è punito con due anni di reclusione e 30.000 euro di multa. È questo reato che la commissione investigativa della Corte di giustizia della Repubblica ha deciso di impugnare questa mattina i responsabili delle perquisizioni.

GESTIONE INCOMPRENSIBILE DELLE MASCHERE

I magistrati vogliono sapere in particolare qual era il livello di informazione dei Ministri della Salute e del Presidente del Consiglio quando hanno preso la scorsa primavera i provvedimenti che conosciamo, in particolare sulle maschere, i test e la decisione di reclusione … Effettuando una perquisizione presso il DGS e la sanità pubblica Francia, nonché le case dei loro due funzionari (che dal canto loro sono oggetto di denunce penali ma non sono responsabili dinanzi alla Corte di giustizia), il comitato investigativo è la ricerca di relazioni e documenti che sarebbero stati inviati all’epoca ai ministri ea Matignon. ” I giudici vogliono sapere cosa sapevano al momento i ministri T, e se le loro decisioni o non decisioni all’epoca mettessero in pericolo la salute dei francesi  “, riassume un avvocato. ” L’articolo 223-7 del codice penale, che definisce la nozione di “astensione volontaria”, è molto ampio. Si applica di più ai disastri naturali, poiché prende di mira i “disastri” e punisce, ad esempio, un sindaco che non costruisce una diga quando sono previste alluvioni. Ci sarà quindi una discussione legale per scoprire se la crisi Covid è in quanto tale un disastro … “

“Se sono state commesse colpe, la Corte ordinerà un processo”

Le principali critiche mosse mille volte riguardo al governo di Edouard Philippe di fronte alla prima ondata mirano alla sua incomprensibile gestione delle maschere (perché non averne ordinate prima? Perché inizialmente ne hanno denigrato l’uso?) E alla sua lentezza nell’attuazione test. Anche la data tardiva della reclusione, il 17 marzo, quando l’epidemia era già divampata da un buon mese, sarà una delle sfide delle indagini. Come verrà posta la questione del non rinvio del primo turno delle elezioni comunali, il 15 marzo, con la chiave, morti a seguito di contaminazione il giorno del voto. ” Se la commissione investigativa del CJR ritiene alla fine della sua indagine che siano state commesse colpe, deciderà di deferire entrambe alla Corte, che ordinerà un processo », Spiega un portavoce. Quanto a Emmanuel Macron, qualunque sia il possibile destino legale del suo Primo Ministro o dei suoi ministri, e anche se è lui a pilotare la crisi, rimarrà fuori dalla portata della giustizia. L’articolo 67 della Costituzione stabilisce che il presidente ” non è responsabile per atti commessi in questa qualità “.

https://www.marianne.net/politique/gouvernement/perquisitions-chez-edouard-philippe-et-olivier-veran-les-juges-veulent-savoir-ce-que-les-ministres-savaient?utm_source=nl_quotidienne&utm_medium=email&utm_campaign=20201015&xtor=EPR-1&_ope=eyJndWlkIjoiOWE1MWM1YmZmNzNhZGNkMzZiNDNhNTVjMTE3YzM5NzYifQ%3D%3D

Non c’è Sovranismo con il tabù della parola Patria, di Max Bonelli

Non c’è Sovranismo con il tabù della parola Patria

 

La manifestazione  del 10 ottobre a Roma ha sicuramente dato una luce di speranza nel frastornato mondo Sovranista.

C’erano alcune migliaia di attivisti in piazza e non poche centinaia come Repubblica ed il Corriere hanno scritto, mentendo sapendo di mentire, come Francesco Toscano di Vox Italia ha recitato, giustamente, in un passaggio del suo discorso.

Non era scontata la presenza di una avanguardia di coraggiosi, il potere aveva fatto di tutto per scoraggiare la partecipazione; li ha definiti “negazionisti” quando nessuno in quella piazza negava il Covid-19, bensì si opponeva ad una politica di terrore e privazione delle libertà individuali non confortata dai dati scientifici.

Aveva usato la carta della diffamazione contro l’organizzatore Pasquinelli e contro gli ispiratori teoretici come Fusaro e Borgognone sui social.

Nemmeno le minacce sono bastate a tener lontano la gente da quelle piazze, minacciando l’intervento della polizia; i questori hanno paventato il manganello della repressione, le cariche, ma nonostante questo la gente era lì; non folla oceanica ma tanta gente anzi tantissima per un Italia ormai addormentata ed impaurita.

Il compito degli organizzatori non era facile; unire i rivoli del frammentato mondo sovranista.

Portare sullo stesso palco D’Andrea, Toscano, Amodeo, Mori, Cunial per citarne alcuni non era scontato e già questo è stato un successo che di per sé terrorizzava il potere dei palazzi politici.

Vox Italia e Fronte Sovranista Italiano si sono presentati separati alle ultime elezioni e non è andata bene; forse proprio grazie  alla constatazione che essere disuniti non aiuta che li abbiamo visti insieme a Roma.

Nella piazza di San Giovanni non si è visto solo questo, ma una organizzazione finalmente all’opera sotto la  bandiera Sovranista.

C’era Byoblu di Messora che ha coperto mediaticamente l’evento ed ha infranto con prepotenza il muro della censura.

Grazie alla Tv internet di Byoblu abbiamo apprezzato gli interventi di leader politici e pensatori liberi come Fabio Frati  e Fulvio Grimaldi, autori degli interventi a mio parere più completi ed entusiasmanti; voglio anzi definirli coraggiosi, cosa che nella nazione dove i coraggiosi spesso vengono eliminati è il massimo degli onori.

Frati è stato concreto, l’unico a parlare della migrazione, sostituzione etnica mirata alla formazione di sfruttati necessari a calmierare il mercato del lavoro, “l’esercito salariale di riserva”.

Grimaldi ha parlato di Sovranità ma soprattutto di Patria ed identità, citando Dante con dovizia e disinvoltura; il discorso che avrei voluto sentire pronunciare da uno dei due leader dei due partiti sovranisti.

Beninteso non voglio negare il buono dei loro discorsi :

Toscano è stato accattivante, incisivo, a tratti ironico ma la parola Patria, patriottismo non ha trovato spazio nei suoi 5 minuti.

D’Andrea è stato metodico nella descrizione della struttura di un partito sovranista e mostrato la sua qualità migliore: razionale organizzatore, ma anche lui  dimentico di quelle due parole che in un Italia occupata dal 1945 sono di per sé rivoluzionarie.

Entrambi hanno citato elementi socialisti nel loro discorso.

Non parlo di Amodeo che di rivoluzionario nel suo discorso aveva solo il colletto della camicia in stile rivoluzione francese.

Per lui l’Italia ha perso Sovranità dal 1992. Mi dispiace egregio, il nostro paese soffre di una occupazione dal 1945, cioè da quando i “liberatori” si sono trasformati in occupanti.

Mori è stato perfetto ed esaustivo nei suoi 5 minuti; pedagogico nella difesa della costituzione del 1948 ma anche lui dimentico dell’aspetto identitario accessibile anche a chi ha bisogno di un messaggio semplificato.

Pasquinelli ha avuto in un passaggio dei suoi 5 minuti un riferimento identitario patriottico ed anche in questo si vede una certa lungimiranza che unite alle sue capacità organizzative lascia un seme di speranza; come pure il discorso del rappresentante del mondo artigianale Marino Poerio: concreto ed incisivo.

Un altro buon auspicio si prospetta nell’iniziativa pubblicizzata da Tiziana Alterio di creare una squadra di giuristi a difesa della costituzione del 1948 contro le iniziative liberticide di questo governo; sembra il compito ideale per Marco Mori e tanti altri.

Tirando le somme molte luci e qualche ombra; la gente è disperata e questa è una opportunità nella disperazione, nella lotta tra la vita e la morte ci sono i semi della rinascita. Da qui l’appello a chi ha messo su organizzazioni politiche nel mondo sovranista.

Coraggio, non impastarsi la bocca quando si deve pronunciare quella parola; Patria e patriottismo li dovete citare in egual modo di quando e come pronunciate la parola socialismo. Sono concetti che vanno di pari passo e che uniti si rafforzano, non si ostacolano.

Certo ci attireremo le attenzioni dell’occupante, qualche ricco borghese ci negherà l’appoggio ma tanti piccoli borghesi proletarizzati dal neoliberismo ce lo daranno; idem per i proletari sottoproletarizzati.

Orsù avanti con coraggio! Qui si libera l’Italia o si muore.

 

Max Bonelli

 

 

 

Trump-Biden, duello all’ultimo sangue_ con Gianfranco Campa

Con il confronto televisivo a Cleveland è iniziata la fase conclusiva della campagna elettorale per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti e di parte delle camere elettive. La posta in palio è enorme ed influirà pesantemente sulle scelte strategiche in politica estera ed interna. A questo non corrisponde un livello di dibattito appena accettabile. Prevalgono in maniera sfrontata i colpi bassi, il gioco sporco, i calcoli nei posizionamenti istituzionali. E’ il segnale evidente di uno scontro che non prevede prigionieri e che certamente non si esaurirà il 3 novembre prossimo; in qualche maniera prescinderà addirittura da esso. Gianfranco Campa ci offre il suo punto di vista condito di particolari succosi; in particolare la perla offertaci nel finale della conversazione_Buon ascolto con un po’ di pazienza in alcuni punti di ascolto poco nitidi, Giuseppe Germinario

 

L’UNIONE EUROPEA E LO STATO DI DIRITTO, di Teodoro Klitsche de la Grange

L’UNIONE EUROPEA E LO STATO DI DIRITTO

1. Dopo essere stato messo (politicamente) in naftalina, lo “Stato di diritto”, grazie, soprattutto, all’Unione Europea, è tornato alla ribalta, non solo nelle procedure d’infrazione attivate (v. Polonia ed Ungheria); ma è celebrato quale “valore fondante” dell’Europa nei discorsi dei politici (e così via). Date le mie convinzioni politiche, di tale revival non posso che essere lieto; ma, tenuto conto a) del concetto e b) della normativa europea, occorre segnalarne l’ampia possibilità di un uso improprio e strumentale.

Cominciamo col dire che dello “stato di diritto” (per non dire di concetti prossimi) i giuristi – e non solo – hanno dato tanti significati, quasi pari al numero di quelli che se ne sono occupati.

Il termine comincia ad essere usato nella dottrina (e nella politica) tedesca dalla prima metà dell’800, per connotare il nuovo tipo di organizzazione statale e di rapporti tra società civile e poteri politici. Il Rechtstaat era contrapposto al Machtstaat (e al Polizeistaat) in quanto (al minimo) limitato dal diritto (e dai diritti).

I caratteri fondamentali di tale nozione erano: la libertà degli individui, titolari di diritti insopprimibili, anche dallo Stato; la certezza (calcolabilità) del diritto; il vincolo dell’attività amministrativa alla legge; il controllo di quella da parte di uffici giurisdizionali indipendenti.

Accanto a ciò si configurava – anche se concettualmente separata – la partecipazione dei cittadini alla gestione statale e in particoilare alla legislazione. Già un coerente liberale come Constant faceva dell’esercizio solerte dei diritti di partecipazione alla formazione della volontà pubblica – la “libertà degli antichi” – il complemento e la garanzia dei diritti di libertà dell’oppressione (anche) dello Stato1. Nello stesso tempo il collegamento tra prevalenza della legge sull’atto amministrativo e partecipazione della rappresentanza nazionale (cioè dei cittadini-elettori) alla formazione della legge, faceva sì che questa fosse “trattata con indulgenza” nel senso che, a differenza degli atti del potere giudiziario ed amministrativo (sentenze e provvedimenti) non fosse assoggettata ad alcun controllo né esterno, ma neppure interno.

Non mancavano comunque concetti, in parte coestensivi, con quello di Stato di diritto. V. E. Orlando, dopo aver distinti tra forme dispotiche, semilibere e libere di governo2, a seconda dei diritti di partecipazione alla cosa pubblica riconosciuti (e non riconosciuti) ai governati, includeva tra i fondamenti della forma di “governo rappresentativo”, la distinzione dei poteri “il governo rappresentativo si fonda principalmente sulla giuridica distinzione dei poteri e sull’appropriazione ad essi di organi determinati” e la tutela giuridica “il governo rappresentativo attua scrupolosamente e pienamente la tutela giuridica fra i consociati (obietto del Diritto amministrativo)”.

Accanto ai quali il giurista siciliano aggiungeva due caratteri: “Il governo rappresentativo moderno si propone di curare ed attuare l’armonia esterna e costante fra i due elementi essenziali, cioè la coscienza popolare e la tradizione, non solo nel fatto, come in ogni forma di governo, ma altresì nel diritto positivo, per mezzo di istituti determinati”; ed anche la “pubblicità è finalizzata al controllo da parte dell’opinione pubblica”. La quale, secondo Schmitt era conseguenza del carattere democratico della Repubblica di Weimar3.

Carré de Malberg, proprio come derivante dell’illimitatezza della legge, negava che, per la Francia, potesse parlarsi di Stato di diritto, ma piuttosto di État legal4. Tra le differenze dell’État legal rispetto all’État de droit, il giurista francese sottolineava l’impossibilità di ricorrere avversi gli atti legislativi violativi di diritti, che nell’Ésprit dello Stato di diritto avrebbero dovuto essere garantiti dalla Costituzione anche nei confronti del potere legislativo5.

Anche M. Hauriou pensava che il controllo giurisdizionale in un paese di diritto amministrativo come la Francia si sarebbe fatta strada, e che Le règime administratif avrebbe evitato che degradasse in un governo di giudici6.-

2. L’introduzione del controllo giudiziario di costituzionalità e delle costituzioni rigide del ‘900 ha attuato l’auspicio/previsione dei giuristi francesi testé citati, ampliando l’ambito dello Stato di diritto. Peraltro, a prescindere dalla tutela giudiziaria, anche sul piano sostanziale con l’includere tra i diritti fondamentali non solo libertà e proprietà, ma anche quelli a carattere sociale. Il Rechstaat diveniva così anche un Sozialstaat.

Con ciò il nuovo stato di diritto assumeva una connotazione (anche) di contenimento (se non di contrapposizione) del capitalismo.

Peraltro i diritti “sociali” aventi un carattere (prevalente) d’obbligo e richiedenti un’apposita organizzazione – pubblica o, almeno, regolata e controllata pubblicamente – determinavano l’espansione della presenza dello Stato; e data la “contraddittorietà” tra i diritti garantiti, la composizione del tutto richiedeva tecniche interpretative che ne conciliassero le antinomie (come il “bilanciamento”) e valorizzassero i principi costituzionali. Dallo Stato di diritto si passava così allo “Stato costituzionale di diritto”. Come scrive un acuto giurista argentino, Luis Bandieri, analizzando la dottrina costituzionalista italiana più recente, riconducibile a quella concezione, si è passati così da un positivismo di norme (kelseniano) a un positivismo di valori.

Inoltre, a seguito delle dichiarazioni internazionali sui diritti dell’uomo (v. La dichiarazione ONU dei diritti dell’uomo del 1948; Convenzione europea dei diritti dell’uomo – tra le più importanti) alcuni dei fondamenti dello Stato di diritto sono stati internazionalizzati (dandone luogo ad una “globalizzazione”). Lo Stato di diritto inotre è stato esplicitamente richiamato nel TUE (art. 2 e 21), tra i principi e i valori fondamentali dell’Unione; si legge all’art. 2 “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini” e all’art. 21 “L’azione dell’Unione sulla scena internazionale si fonda sui principi che ne hanno informato la creazione, lo sviluppo e l’allargamento e che essa si prefigge di promuovere nel resto del mondo: democrazia, Stato di diritto, universalità e indivisibilità dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità umana, principi di uguaglianza e di solidarietà e rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale” (I comma); al comma II “L’unione definisce e attua politiche comuni e azioni e opera per assicurare un elevato livello di cooperazione in tutti i settori delle relazioni internazionali al fine di….b) consolidare e sostenere la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti dell’uomo e i principi del diritto internazionale”. Con ciò lo Stato di diritto si trova in sovrabbondante compagnia (talvolta anche ridondante).

3. Da tale necessariamente breve – e limitata – esposizione consegue che a denotare il concetto di Stato di diritto (e delimitarne così l’estensione) e ricondurre al di esso schema ideale un ordinameno statale concreto sono:

a) la garanzia dei diritti fondamentali, sia quelli “borghesi” che quelli “sociali” (almeno in parte)

b) la distinzione dei poteri. Si noti che la distinzione è attuata dalle costituzioni in modi e forme assai diverse

c) in particolare, tra le garanzie, vi sono quelle giurisdizionali, che Salandra già distingueva in dirette e indirette

d) in tale contesto rientrano anche le institutionnellegarantien, come quelle sull’indipendenza del potere giudiziario e del giudice

e) le garanzie giudiziarie (v. punto c) sono complete. Ossia nel XXI secolo, anche sugli atti legislativi, col controllo di costituzionalità; esse, per quanto possibile, devono svolgersi in condizioni di parità7.

f) l’osservanza di condizioni eque nella formazione di organi di governo e dell’opinione pubblica.

Anche si potrebbe osservare che non rientrano in un concetto “stretto” dello Stato di diritto, ma piuttosto in quello di democrazia, appare corretta l’impostazione condivisa, tra gli altri, da Constant e Orlando (ma anche da Gneist) che la corretta partecipazione dei cittadini alla funzione pubblica è carattere determinante dello Stato di diritto.

Tralasciamo altri aspetti, di minimo rilievo.

4. È noto che lo Stato di diritto è stato declinato in tanti modi quante sono le costituzioni che ne hanno adottato il modello o, almeno, alcuni caratteri fondamentali; ne deriva che a seconda dell’importanza che si da all’uno o all’altro profilo si rischia di escludere che un ordinamento costituzionale concreto sia uno Stato di diritto. Ad esempio nella procedura U.E. d’infrazione alla Polonia è stata contestata le limitazioni all’indipendenza dei giudici polacchi dopo le innovazioni degli ultimi anni8. Nella risoluzione del Parlamento europeo del 17/09/2020 si stigmatizzano varie violazioni allo Stato di diritto per lo più per l’invadenza del potere governativo sul giudiziario, che compromette l’indipendenza di quest’ultimo, soprattutto per la nomina (politica) di quasi tutto il CSM polacco. Tuttavia negli USA tutti i giudici della Corte Suprema, e molti di quelle “inferiori” sono di nomina (o elezione) politica, ma pare assai difficile sostenere che gli USA non sono uno Stato di diritto, ma anche che quel modo di nominare comprometta gravemente lo Stato di diritto (come scritto – per le meno influenti innovazioni polacche – nell’epigrafe della risoluzione del Parlamento europeo per la procedura d’infrazione alla Polonia).

Oltretutto, come cennato, alcuni di quei fondamenti del Rechtstaat non sono complementari o sovrapponibili senza problemi, ma potenzialmente confliggenti, in specie quando riguardano la democrazia e l’uguaglianza, le quali, oltretutto, oltre a essere parzialmente coincidenti con il concetto di Stato di diritto, sono anche esse indicate tra i “valori fondanti” dell’UE (v. art. 2 T. U.E.).

La contrapposizione tra Stati di diritto, o meglio Stati di democrazia liberali e Stati di non democrazia liberale, come i defunti Stati del socialismo reale era – per altri ordinamenti – facile, perché le differenze erano plurime.

L’assenza, in quest’ultimi, di distinzione di poteri, la garanzia di solo alcuni dei diritti fondamentali (in genere a rimetterci erano la libertà e, in larga misura, la proprietà); la dipendenza della magistratura dal potere politico, la selezione ed elezione della rappresentanza parlamentare; il ruolo di questa, e quello dirigente del Partito comunista; l’imperfetto – o totalmente carente, pluralismo politico; la mancanza di istituzioni giudiziarie di garanzia contro gli atti del potere politico-amministrativo (giustizia amministrativa e costituzionale) rendevano di inconfutabile evidenza che si trattava di forme di stato e di governo radicalmente diverse. Giudizio corroborato dalle dichiarazioni e preamboli a alle di essi costituzioni che – di solito – contrapponevano esplicitamente il loro ordinamento a quello liberal-democatico.

Il che non ricorre affatto nella procedura d’infrazione a carico di Polonia ed, ancor più, Ungheria. Qua la stessa UE scrive non di Stati non di diritto, ma di gravi violazioni dello Stato di diritto (a intenderla in un senso, sono ordinamenti in complesso accettabili ma con dei vulnera). Diversamente da quel che si legge sulla stampa antipopulista in s.p.e. ed eurolirica dalla quale si potrebbe credere che i suddetti Stati siano sintesi politiche per nulla liberali e anche non del tutto democratiche. Mentre invece, tenuto conto dell’elasticità del concetto di Stato di diritto, occorre dare un giudizio complessivo e avere la prudenza consigliata da Machiavelli che, in politica, occorre prendere “il men tristo per buono”. In effetti se pure – ad esempio – alcune innovazioni al rapporto governo/giurisdizione incidono negativamente sull’indipendenza dei giudici polacchi, e possono essere considerate violazioni gravi, oltre, come quelle elencate nei punti 54-63 della citata risoluzione del Parlamento UE sulla libertà e l’educazione sessuale, sull’intolleranza verso minoranze (soprattutto LGBT) non appaiono gravemente compromettenti lo Stato di diritto.

Piuttosto provano che l’Unione Europea, sotto l’involucro “Stato di diritto” cela una propria concezione della società e dei rapporti sociali e politici che dello Stato di diritto può essere considerata una specie (in parte); in altra estranea. D’altronde ciò emerge esplicitamente dalla risoluzione del 17 settembre 2020 sulla Polonia, laddove il Parlamento (v. punto 66) “invita il Consiglio e la Commissione ad astenersi da un’interpretazione restrittiva dello Stato di diritto…”, cioè da quella (meglio da quelle) interpretazione che non soddisfano la maggioranza parlamentare che l’ha votata.

Teodoro Klitsche de la Grange

1 v. B. Constant, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, Liberilibri, Macerata 2020, pp. 26 ss.

2 v. Principi di diritto costituzionale, Barbera, 1904, pp. 63 ss.

3 v. Verfassungslehre, trad. it., di A. Caracciolo, Milano 1984, pp. 319 ss. Infatti Schmitt afferma “Il popolo appare solo nella pubblicità: esso produce anzi la pubblicità. Popolo e pubblicità coesistono; nessun popolo senza pubblicità e nessuna pubblicità senza popolo”.

4 Scrive infatti “Tandis que la législation est libre, l’administration est constitutionnellement liée ; elle ne peut s’exercer que sous l’empire des lois, qui la dominent et la limitent juridiquement ; elle est donc tenue d’obeir aux lois et de s’y conformer. C’est là une consequénce de la supériorité, en particulier de la superiorité statutaire, de la loi” Contribution à la théorie général de l’État, Tome 1, Paris 1924, p. 486 e ss; nel diritto francese la subordinazione dell’amministrazione alla legge arriva a un punto che non può esercitarsi che secundum legem (la legge è non solo il limite, ma anche la condizione di esercizio del potere amministrativo). Lo Stato di diritto è quello che “assure aux administrés, comme sanction de ces règles, un pouvoir juridique d’agir devant une autorité juridictionnelle à l’effet d’obtenir l’annullation, la réformation ou en tout cas la non-application des actes administratifs qui les auraient enfreintes” (oltre s’intende alla regolamentazione legislativa dell’amministrazione). Ma “Toute autre est le système établi par la mConstitution française en ce qui concerne la subordination de la puissance administrative à la législation » per cui compete alla repubblica francese essere denominata État legal, ossia « un État dans lequel tout acte de puissance administrative présuppose une loi à laquelle il se rattache et dont il soit destiné à assurer l’exécution”.

5 Op. cit., p. 492.

6 v. Précis de droit constitutionnel, Paris 1929, pp. 266 ss. e pp. 279 ss.

7 Com’è noto non è sempre del tutto possibile. V. sul punto rimando al mio scritto Temi e dike nel tramonto della Repubblica in Rivoluzione liberale 17/07/2018.

8 v. La risoluzione del Parlamento europeo del 17/09/2020 sulla proposta di decisione del Consiglio sulla constatazione dell’esistenza di un evidente rischio di violazione grave dello Stato di diritto da parte della Repubblica di Polonia (COM(“2017)0835-2017/0360R(NLE)); in particolare i punti da 16 a 37, sul potere giudiziario.

Sconforto, di Andrea Zhok

Il nostro giudizio sul M5S è ed è stato molto più drastico, sin dagli albori del movimento. La considerazione finale di Andrea Zhok appare del tutto condivisibile, ma con una chiosa: “ciò che si muove fuori è anche peggio”, ma semplicemente perché sono le schegge ed il derivato di ciò che è dentro. Il richiamo, sia pure ormai meramente semantico al passato, non aiuta a guardare queste fibrillazioni con giudizi definitivi che meritano_Giuseppe Germinario
In questi giorni, dopo gli esiti abbastanza catastrofici delle elezioni regionali in molti danno il M5S per spacciato.
Ci sono gli ennesimi segni di fronda interna, critiche feroci alla leadership, minacce di scissione.
Spira inoltre un vento nefasto, per cui molti, semplici elettori o personaggi prominenti, che avevano dato fiducia al movimento ad inizio legislatura, ora fanno a gara per sparargli addosso.
A ciò si aggiunge il giudizio perennemente liquidatorio da parte dei grandi giornali (con una nota eccezione) e dell’intero sistema di potere consolidato. Per quanto ora, nel nome della ‘stabilità’ garantita dall’alleanza col PD, il tasso di stroncature appare lievemente moderato, è sin troppo chiaro che il M5S continua ad essere percepito come un corpo estraneo, da espellere.
Ecco, viste queste condizioni, mi sento obbligato a fare un elogio del M5S.
Che il Movimento avesse problemi profondi e strutturali era chiaro dall’inizio a chiunque non fosse cieco.
Che mancasse di un ceto dirigente solido ed esperto, che avesse problemi nelle strategie di reclutamento, che avesse adottato una tattica ‘populista’ di raccolta a strascico del malcontento senza coerentizzarlo, che avesse fatto convivere senza risolverle contraddizioni tra posizioni stataliste e libertarie, ambientaliste e antiscientifiche, sovraniste e autorazziste, ecc. era evidente a chiunque avesse gli occhi per vedere.
E tuttavia, ora, arrivati a questo punto, non posso che chiedermi: il panorama politico italiano sarebbe migliore se il M5S scomparisse?
E la risposta che non posso che darmi (lo so, contro molti amici di lunga data) è che sarebbe una disgrazia.
Con tutte le sue inadeguatezze il M5S è l’unica realtà politica degli ultimi decenni che ha smosso problemi incancreniti, riportato a galla aspirazioni sociali rimosse, che ha almeno provato a dar voce a istanze che erano scomparse dal panorama italiano (come quelle ecologiste). E lo ha fatto cercando di trovare una posizione autonoma, irriducibile alla stantia, sclerotizzata dicotomia tra destra e sinistra.
Francamente non so se il M5S sopravviverà a questa legislatura, perché gli errori fatti sono molti e le risorse per rimediarvi sono scarse. Non lo so, ma le lo auguro di cuore, perché – anche con la complicità dell’improvvida riforma costituzionale promossa dal movimento stesso – lo scenario prossimo che si presenterebbe a fronte di un collasso del movimento è quello di un deserto politico, bloccato su forze e dinamiche degli anni ’90.
Come molti altri, personalmente avevo sperato che emergessero forze politiche capaci di approfondire, coerentizzare, chiarire e consolidare le istanze migliori del movimento.
L’ho sperato, ma al momento palesemente queste condizioni non ci sono, e ciò che si muove fuori dal Parlamento con realistiche ambizioni di entrarvi, è peggio di ciò che in parlamento c’è già.

https://www.facebook.com/andrea.zhok.5

Il Sovranismo dei vorrei ma non posso, di Max Bonelli

Il Sovranismo dei vorrei ma non posso

 

Ho sempre visto delle affinità tra l’idea Sovranista ed il Risorgimento italiano entrambi hanno trovato terreno fertile in una avanguardia-minoranza piccolo, medio borghese che si sentiva  e si sente soffocata

da una entità occupante e pervasiva. Allora era l’impero Austriaco oggi

è il “Giano Bifronte” USA-UE che ad una analisi superficiale possono apparire due entità distinte e talvolta in contrapposizione apparente, ma che in realtà sono due facce della stessa moneta.

Oggi come allora all’inizio del processo costitutivo, questa avanguardia minoritaria interpreta la diffusa e confusa richiesta nella società italiana

di un cambiamento. Allora nel senso di una unificazione della penisola, oggi nella applicazione dell’art.1 della costituzione “La sovranità appartiene al popolo”.

 

Questa prerogativa del popolo italiano è largamente disattesa e posso dimostrarlo rapidamente facendo una carrellata dei soprusi del mostro bifronte nei confronti della sopraddetta “Sovranità del popolo italiano”.

L’occupazione militare statunitense, “i liberatori”, ha prodotto negli ultimi 50 anni una serie di stragi senza colpevoli condannati che va dalle funivie abbattute da cowboy in divisa alla guida di aerei da guerra per passare ai carghi porta armi che causano la strage del traghetto Moby Prince per arrivare ai voli di linea abbattuti per errore, Ustica docet, e la conseguente strage di Bologna intesa a disinnescare l’attenzione dell’opinione pubblica.

L’attività dell’altra faccia dell’occupante è meno scoppiettante ma non meno assassina. Pensiamo al problema dei migranti, benedetto e incoraggiato dalla UE a conduzione tedesca a spese del Bel Paese e della sua cittadinanza.

L’arrembaggio alle nostre coste di una marea di uomini e donne spesso relativamente facoltosi (nei loro paesi) da avere in tasca i 3000 dollari per pagarsi un viaggio irto di pericoli per andare a formare l’esercito salariale di riserva concorrente con le fasce più esposte della nostra società. Naufragi, delitti comuni, scontri culturali sono all’ordine del giorno e per la prima volta l’italiano sente sulla propria pelle la mancanza di uno stato sovrano che sa far rispettare i propri confini.

 

L’avanguardia sovranista, quella militante, sente l’opportunità storica di poter trasmettere la sua intuizione politica alla maggioranza del paese.

Come accade spesso nei giorni più tragici della Storia dei grandi paesi,

l’Italia ha anche alcuni giovani intellettuali di talento impegnati a perorare le ragioni alla base dell’art.1 della costituzione, tra questi Diego Fusaro, Paolo Borgognone oppure uomini dal talento giornalistico ed imprenditoriale come Paolo Messora fondatore del polo multimediale ByoBlu.

 

Si formano movimenti politici, tanti, anche troppi, caratterizzati da una base militante di veri patrioti e da vertici molto egocentrici più interessati a prepararsi una carriera politica personale magari in parlamento a 10.000 euro al mese che a diffondere il verbo contro l’occupante.

 

Alle ultime elezioni amministrative abbiamo avuto una triste conferma di questa tesi. Possiamo rapidamente analizzare il voto delle Marche dove Vox Italia, il partito condotto dal giornalista Francesco Toscano e dall’avvocato Giuseppe Sottile, primeggia con uno 0,5% della loro lista

rispetto all’altra lista sovranista di Riconquistare l’Italia (FSI) fermo allo 0,1% a cui fa capo il professore Stefano D’Andrea.

La somma di entrambi è ampiamente sotto l’1% e parliamo dell’unica regione strappata al PD in questa tornata da un candidato di Fratelli D’Italia. Un partito che nell’ambito dell’arco costituzionale è sicuramente quello spostato più verso idee sovraniste.

Mi viene da domandarmi, come militante e patriota, a cosa è dovuto l’insuccesso politico e quindi mi accingo ad analizzarne le ragioni.

 

Siamo alle elezioni delle Marche, regione caratterizzata da un manifatturiero di qualità laddove l’esportazione verso la Russia, soprattutto nel settore calzaturiero, è stata colpita dalle infinite sanzioni che dal 2014 ad oggi vengono imposte dal nostro occupante americano.

Se guardiamo le pagine internet di questi due piccoli partiti espressione del “Sovranismo estremo” per cercare qualche attacco alle sanzioni imposte

al settore, rimaniamo delusi.

Non si menziona nemmeno il problema e tanto meno nella piccola ed agguerrita Vox Italia tv di Toscano, molto attenta alle guerre politiche tra democratici e repubblicani negli USA, ma  assente su questi problemi commerciali come dire ..casalinghi. Ad onor del vero anche FdI hanno posizioni elusive sull’argomento ma hanno scelto di giocare la loro carta sovranista sul piano identitario piuttosto che pestare i piedi al padrone.

 

La carta identitaria FdI l’ha giocata sul problema dell’immigrazione trovando un terreno fertile nella regione dove è stata uccisa e smembrata Pamela Mastropietro da tre “nuove risorse” nigeriane dedite allo spaccio e commerci simili.

Su questo argomento FdI è molto chiaro con la proposta del blocco navale e tocca la sensibilità dell’opinione pubblica che ha avvertito la censura nemmeno troppo velata dei media di regime su questo ed altri fatti di cronaca.

Sul tema immigrazione dal punto di vista teorico Vox Italia avrebbe anche un buon punto di partenza mutuando il pensiero di Diego Fusaro e la teoria

migranti=esercito salariale di riserva dei poteri finanziari.

Belle parole ma che rimangono tali se non accompagnate da una messa in evidenza costante e continua delle contraddizioni della politica migratoria a guida PD sui social e sull’immancabile Vox Italia TV che su questo argomento risulta “non pervenuta”.

Come non pervenuto è sul tema FSI di D’Andrea che si limita ad un fumoso punto programmatico che imita certe discussioni intellettualoidi del PCI degli anni settanta ma che è del tutto assente nel contesto odierno fatto di video virali sulle malefatte di questa politica migratoria.

Risultato, il centrodestra a guida Fratelli d’Italia strappa la vittoria nelle Marche regione storicamente di sinistra mentre i due partiti sovranisti d’ispirazione socialista si beccano un bell’articolo denigratorio sull’Espresso (1).

 

Per la cronaca entrambi questi  due partiti hanno dato il meglio di sé nella campagna referendaria contro il Sì sia sui social che sui loro siti mediatici nonché  nella piccola (e quando vuole )agguerrita Vox Italia TV di Toscano.

L’argomento gli stava molto a cuore; in effetti quando si hanno certi numeri in fase elettorale vedersi alzare la soglia per il parlamento fa male…molto male.

Personalmente penso che se una idea è forte non c’è sbarramento elettorale che la possa fermare; al contrario la mancanza di coraggio e la mediocrità quelli si possono essere sbarramenti insormontabili.

 

 

 

 

 

 

 

 

Un consiglio ai filosofi: attenti alle frequentazioni, si rischia di rimanere infangati per pochi baiocchi, la reputazione dovrebbe costare molto di più.

 

Max Bonelli

 

 

 

 

(1)

https://espresso.repubblica.it/palazzo/2020/09/22/news/partito-diego-fusaro-flop-1.353448?fbclid=IwAR1ef2H-A8e9aY8fGviiAS1hLqBJndGVf0WOTQm5rp-trUgce2I1klIqhZs

 

 

 

 

 

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