Italia e il mondo

Osservazioni geopolitiche riguardanti l’attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente, di Titanium Στρατηγός

Osservazioni geopolitiche riguardanti l’attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente

Scritto da Titanium Στρατηγός

Composto tra il novembre ed il dicembre 2024, rivisto il giugno 2026

Sommario:

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La Francia e la Turchia appartengono – quantomeno formalmente – al medesimo blocco strategico ereditato dall’epoca della Guerra fredda e del periodo post-Guerra fredda: la NATO. Ciononostante, esse sono state coinvolte in una dinamica di attrito tanto latente quanto manifesta nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Una relazione tanto aspra tra due potenze regionali di media grandezza, che costituisce una questione geopolitica di rilievo, purtroppo, non è ampiamente discussa né frequentemente menzionata dai principali organi mediatici dedicati alla politica estera e alle relazioni internazionali.Entrambe le potenze recano il peso storico dell’eredità di un passato da superpotenze. Da un lato, la Turchia fu l’Impero Ottomano, che raggiunse il proprio apogeo tra il XVI e il XVII secolo. Dall’altro lato, la Francia – sebbene con fortune alterne – toccò il massimo della propria potenza dalla seconda metà del XVII secolo fino alla prima metà del XX secolo. Parigi, grazie a un elevato grado di industrializzazione e a una significativa capacità di proiezione della potenza verso l’esterno, un secolo fa – e persino successivamente durante la Guerra fredda – era in grado di esercitare un’influenza considerevole nelle aree MENA (Middle East and North Africa). Ciò risultò vero tanto durante la fase coloniale quanto nel periodo successivo alla decolonizzazione.Tuttavia, le dinamiche strutturali del potere risultano oggi mutate. In tal senso, la Francia sembra trovarsi in una fase di ripiegamento strategico e di progressiva perdita della propria presa su tali regioni. Sul versante opposto, la Turchia, che un secolo fa – dal punto di vista della mera potenza materiale (senza considerare le conquiste sociali e politiche ottenute dai cittadini turchi attraverso le riforme di Atatürk) – rappresentava soltanto l’ombra del proprio passato imperiale, andava progressivamente perdendo tutta la propria influenza nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente.L’attuale potenza turca, invece, sostenuta internamente da una robusta politica strutturale di industrializzazione, sta riaffermando la propria influenza in tutte queste aree. Ankara sta colmando i vuoti di potere lasciati dal progressivo arretramento dell’influenza francese. Tale realtà geopolitica si manifesta pertanto in una dinamica di attrito reciproco tra le due potenze sopra menzionate. Si tratta di una rivalità che si dispiega su molteplici livelli: dalla competizione economica agli scambi reciproci di insulti pubblici tra i rispettivi leader attraverso i mezzi di comunicazione di massa; dalla corsa all’imposizione di modelli culturali di dominio in tali regioni fino ai conflitti regionali per procura, combattuti sul terreno attraverso forze alleate e proxy locali.

Saggio:

Concentrando l’attenzione sul cosiddetto “Grande Mediterraneo(1)” al fine di valutare il peso dei principali attori geopolitici e strategici presenti in tale area, ed escludendo la poderosa presenza militare statunitense nel continente europeo(2) – particolarmente concentrata in Italia e in Germania quale conseguenza dell’ordine mondiale instauratosi dopo la Seconda guerra mondiale – appare evidente come gli eserciti, e conseguentemente gli Stati, più vasti, meglio addestrati, meglio armati, più avanzati tecnologicamente, maggiormente finanziati e più competenti siano effettivamente la Francia(4) e la Turchia(5).

I due Paesi condividono caratteristiche comuni nonostante la diversità dei rispettivi percorsi storici. Entrambi sono infatti ex superpotenze appartenenti a una precedente fase della storia mondiale. Da un lato, la Turchia, nella forma dell’Impero Ottomano, costituì una superpotenza tra il XVI e il XVII secolo(6). Dall’altro lato, la Francia rappresentò una potenza globale di primo rango dalla metà del XVII secolo fino alla sconfitta di Napoleone nel 1815(7). Successivamente, pur subordinata in termini di forza alla Gran Bretagna, Parigi mantenne il proprio status di grande potenza per tutta la prima metà del XX secolo(8).Nonostante la decadenza strutturale interna dell’Impero Ottomano negli ultimi secoli della sua esistenza, esso mantenne il controllo sulla maggior parte del Nord Africa fino alla fine del XIX secolo. A tal riguardo, occorre sottolineare che tali territori si trovavano sotto dominio turco sin dal XVI secolo. Tuttavia, la fragilità strutturale della Turchia divenne particolarmente evidente nel momento in cui essa iniziò a perdere quei possedimenti.

Più precisamente, perse la Tunisia a favoredella Francia nel 1881(8), l’Egitto a favore della Gran Bretagna nel 1882(9) e la Tripolitania e la Cirenaica – ossia la Libia – a favore dell’Italia nel 1911-1912(10).

La Turchia mantenne inoltre il controllo sulla maggior parte del Medio Oriente fino al termine della Prima guerra mondiale, quando perse integralmente tali territori a vantaggio delle potenze vincitrici del conflitto: Francia e Gran Bretagna(11). Pertanto, da una prospettiva storica, emerge con chiarezza l’esistenza di una presenza turca di lungo periodo in tutte le aree geografiche del Mediterraneo, del Nord Africa e del Medio Oriente. Di conseguenza, risulta comprensibile come l’ideologia revanscista neo-ottomana – che costituisce il faro orientatore del processo geopolitico di espansione dell’influenza perseguito da Ankara nel XXI secolo – fondi una delle proprie basi nel precedente storico rappresentato dai secoli di controllo esercitati dalla Turchia su tali regioni(12).

La Francia esercitò un’influenza rilevante nel Mediterraneo e nel Nord Africa a partire dal XIX secolo. Tale processo ebbe inizio con l’invasione dell’Algeria nel 1830(13) e si ampliò successivamente con la conquista della Tunisia nel 1881(14). Esso proseguì poi con la costituzione dell’Africa Occidentale Francese(15), un insieme di colonie e protettorati che perdurò dalla seconda metà del XIX secolo fino agli inizi della seconda metà del XX secolo.Occorre inoltre ricordare che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo, Parigi perse il controllo diretto su tutti quei territori in conseguenza del processo di decolonizzazione(16). Ciononostante, tali Paesi rimasero sottoposti a una sostanziale influenza francese(17). Questa rappresenta una caratteristica tipica del cosiddetto neocolonialismo, esercitato attraverso l’economia, la cultura, i media, nonché mediante la strutturazione dei sistemi educativi e amministrativi locali.

Inoltre, a seguito della vittoria nella Prima guerra mondiale, la Francia acquisì un’influenza significativa anche in diverse aree del Medio Oriente. Più precisamente, le regioni sottoposte alla sua amministrazione furono il Libano e la Siria(18), risultanti dalla spartizione dell’Impero Ottomano sconfitto. Parallelamente, la Gran Bretagna ottenne, quale bottino di guerra, il controllo sulla Palestina-Giordania, sull’Iraq e sul Kuwait(19). Tuttavia, il controllo diretto europeo su tali territori ebbe durata relativamente breve, giungendo generalmente al termine durante o immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale(20).

Nonostante ciò, la volontà e la capacità della Francia di esercitare un controllo di soft power sulla Siria e sul Libano perdurarono per diversi decenni: per l’intera seconda metà del XX secolo e – sebbene in maniera fortemente declinante – anche nei primi decenni del XXI secolo(21). Tali dinamiche strutturali si manifestarono in molteplici forme. Da un lato, esse si tradussero nell’eredità dell’influenza francese nell’organizzazione educativa e amministrativa dei summenzionati Paesi mediorientali, quali la Siria(22) e il Libano(23). Questi territori hanno a lungo privilegiato infatti il modello francese di istruzione superiore (quantomeno sino al cambio di regime in Siria del dicembre 2024);

di conseguenza, all’interno delle rispettive società, la frequenza di tali istituzioni venne associata all’appartenenza a una classe sociale elevata e/o a uno status sociale superiore (ancora, anche ciò, fu vero sino al cambio di regime nel dicembre del 2024).Dall’altro lato, tale influenza coincise con la diffusione dei modelli francesi di mass media e informazione(24). Tuttavia, la presenza e l’impatto contemporanei di tali strumenti comunicativi ed educativi rappresentano oggi soltanto l’ombra di ciò che essi costituivano probabilmente cinquanta o persino trent’anni fa(25) (inoltre, quanto rimaneva di cotale impalcatura strutturale è stata progressivamente demolita e rimossa anch’essa a partire dal dicembre 2024).

In aggiunta, tali regioni conobbero una significativa presenza di imprese, capitali e investimenti francesi, che contribuirono alla creazione di canali economici privilegiati e al mantenimento di una considerevole presenza francese in quei mercati(26). Oltre a ciò, un ulteriore elemento degno di nota consiste nel fatto che Parigi esercitò una rilevante – sebbene progressivamente decrescente – influenza sulle élite locali accuratamente coltivate e orientate verso la Francia(27).

Vi è inoltre un ulteriore aspetto di rilievo da considerare, non applicabile al Medio Oriente ma fondamentale nel contesto dell’Africa nord-occidentale. La lingua francese – sebbene in progressivo declino – continua infatti a costituire un idioma largamente diffuso in Algeria e in Tunisia accanto ai dialetti locali dell’arabo(28). Ciò testimonia con evidenza il grado di dominio culturale esercitato da Parigi nelle regioni nordafricane(29), affiancandosi alla mera influenza politica ed economica.

Pertanto, alla luce delle dinamiche storiche, geoeconomiche e geopolitiche precedentemente evidenziate, è possibile concludere che la Francia abbia detenuto – pur in una condizione diprogressivo ridimensionamento – una presenza strutturale profonda, multifattoriale e di lunga durata nel Grande Mediterraneo e nelle regioni MENA.

Considerando l’attuale potenza francese, tanto da una prospettiva di peso strutturale quanto da una prospettiva cronologicamente estesa, e confrontandola con quella del secolo scorso (o persino dei secoli precedenti), essa può essere interpretata come inserita in una condizione di lento ma esponenziale declino(30). Tuttavia, nonostante le summenzionate debolezze sistemiche, la Francia permane ancora oggi come uno degli attori regionali più dominanti del bacino mediterraneo(31). Nondimeno, a causa delle proprie carenze strutturali interne – se comparate alla forza del passato – la sua influenza in aree quali il Nord Africa risulta progressivamente in diminuzione(32).

Inoltre, Parigi continua a operare costantemente per approfondire le proprie relazioni con l’intero Mediterraneo orientale: da un lato mantenendo stretti legami con il precedente governo ufficiale siriano (il deposto, nel dicembre 2024, governo ba‘thista), dall’altro coltivando strutturalmente le proprie forze proxy armate in Libia(33). Ciò nonostante, il predominio francese nelle aree MENA è oggi messo in discussione da diversi altri attori, tra cui la Turchia; di conseguenza, il ruolo della Francia sembra progressivamente declinare a vantaggio di nuove potenze regionali emergenti(34), oltre che di grandi attori globali quali la Russia e gli Stati Uniti.

Da una prospettiva storica legata alla proiezione geopolitica della potenza, uno dei principali fattori strutturali che hanno reso Parigi un attore internazionale progressivamente più debole nell’età contemporanea è costituito proprio dal costante e accentuato collasso industriale. Infatti – analogamente a quanto avvenuto in Italia e in Gran Bretagna – la Francia ha attraversato un massiccio processo di deindustrializzazione, intensificatosi a partire dagli anni Settanta, che ha comportato una vasta perdita di posti di lavoro, un significativo deficit della bilancia commerciale, una relativa diminuzione del PIL e, in ultima istanza, un indebolimento della propria potenza(35).

Al contrario, la Turchia ha perseguito un insieme coerente di politiche strutturalmente pianificate e orientate all’incremento esponenziale della propria capacità produttiva fisica industriale e manifatturiera(36). Tale strategia ha conseguentemente favorito la crescita delle infrastrutture connesse e degli assetti produttivi industriali(37). Per questa ragione, il XXI secolo ha rappresentato un periodo di significativa espansione per l’industria della difesa turca, nonché per l’intero apparato industriale nazionale. Questo sviluppo è stato ampiamente determinato dallestrategie adottate dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) sotto la lunga leadership di Recep Tayyip Erdoğan.

La classe dirigente di Ankara ha pertanto posto un’enfasi costante sulla riduzione della dipendenza dai fornitori stranieri, favorendo un rilevante incremento delle capacità produttive domestiche(38). Ne è derivata una solida base strutturale atta a sostenere la proiezione esterna della potenza turca oltre i propri confini nazionali.

È opportuno osservare che, in virtù del contesto storico, geopolitico e strategico della Guerra Fredda, tanto la Francia quanto la Turchia continuano tuttora a far parte dell’Alleanza Atlantica(39). Più precisamente, la Francia ne è membro fondatore sin dal 1949, mentre la Turchia vi aderì nel 1952(40). Tuttavia, è altresì vero che Parigi partecipò esclusivamente alla dimensione politica dell’Alleanza dal 1966 al 2009(41), a causa del ritiro quarantennale dalla sua struttura militare integrata. Ad ogni modo, negli ultimi sedici anni, entrambi i Paesi hanno preso parte e si sono pienamente integrati tanto nell’aspetto politico quanto in quello militare del blocco geopolitico NATO/OTAN(42).

Nonostante appartengano alla medesima alleanza – caratteristica condivisa e retaggio di una precedente fase storica – Francia e Turchia sono state coinvolte in una dinamica di attrito talvolta più sottile, talvolta più manifesta, in aree quali il Mediterraneo, il Nord Africa e il Medio Oriente. Tale contesa è stata determinata dalle dinamiche precedentemente evidenziate relative al progressivo declino della potenza francese in quelle regioni, accompagnato dalla parallela crescita dell’influenza turca nel medesimo spazio geopolitico(43). Come numerosi studiosi hanno osservato, la Francia sta lentamente perdendo la propria presa nella cosiddetta regione del “Grande Mediterraneo”, tanto nel Nord Africa(44) quanto nel Medio Oriente(45). Viceversa, e parallelamente, la Turchia sta avanzando con continuità nelle medesime aree geopolitiche, sostituendo frequentemente la precedente influenza francese.

Tale processo si è sviluppato ovunque si sia manifestato un vuoto di potere lasciato dalla Francia. Di conseguenza, i due attori internazionali risultano oggi coinvolti in una competizione di potenza condotta prevalentemente dietro le quinte – sebbene talvolta emergente anche agli occhi dell’opinione pubblica – che si dispiega attraverso il Mediterraneo, il Medio Oriente(46) e l’Africa occidentale e settentrionale(47).

Inoltre, queste dinamiche competitive tra Parigi e Ankara risultano intrinsecamente intrecciate con le realtà interne dei Paesi MENA. A tal punto che diversi analisti hanno condotto studi sulle rappresentazioni geopolitiche e ideologiche di tali regioni elaborate dalle élite politiche e culturali francesi e turche, interpretandole come riflesso delle giustificazioni poste a fondamento delle rispettive scelte strategiche in cotali regioni(48). Tali studi mettono altresì in evidenza la tendenza delle classi strategiche, manageriali e dirigenti francesi a percepire come minacciosa la crescente influenza di altri Stati(49). Una dinamica alla quale la Francia, nonostante la propria attuale debolezza strutturale – almeno se comparata alla gloria del passato – ha reagito con una crescente determinazione a mantenere il proprio attivo coinvolgimento in tali regioni(50).

Un ulteriore elemento, riscontrabile tanto come dato empirico nelle realtà del Medio Oriente, del Mediterraneo e del Nord Africa, quanto come prospettiva presente nell’immaginario geopolitico delle due potenze, consiste nel fatto che la Turchia rappresenti una delle forze emergenti che, sin dagli inizi degli anni Duemila(51), si confrontano con la Francia nella regione. Tuttavia, diversamente da Parigi, le classi dirigenti turche giustificano e concettualizzano le proprie attività nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente come una presenza legittima e come un diritto partecipativo in un’area dalla quale la Turchia sarebbe stata ingiustamente esclusa nel periodo compreso tra il post-Prima guerra mondiale e gli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, a causa della propria debolezza interna(52).

È tuttavia necessario aggiungere che anche l’ideologia neo-ottomana fornisce un ulteriore apparato giustificativo a sostegno dell’espansione dell’influenza geopolitica turca in tali aree(53). Inoltre, ciò che emerge dagli studi geopolitici dedicati all’argomento è che, al di là delle reciproche rappresentazioni ideologiche delle due potenze, sia la Francia sia la Turchia tendono a privilegiare strumenti e azioni fondati sull’hard power – sebbene prevalentemente esercitati dietro le quinte e al di fuori del controllo dell’opinione pubblica – piuttosto che limitarsi a dinamiche esclusivamente riconducibili al soft power(54).

Infatti, nonostante la sovrammenzionata debolezza interna(55) e il declino della propria proiezione esterna(56) nel contesto geopolitico e delle relazioni internazionali, la Francia ha perseguito con costanza azioni e politiche – di natura militare, commerciale, economica e diplomatica – finalizzate ad ampliare la propria influenza nel Mediterraneo e nelle regioniMENA(57). Tale aspetto emerge chiaramente considerando la presenza militare francese in Libia, Libano, Siria, Iraq ed Emirati Arabi Uniti(58).Il declino dell’influenza francese in tali aree procede parallelamente all’avvento dell’ascesa della Turchia(59). Una chiara manifestazione di questo processo è rappresentata dalla diffusione dei modelli mediatici turchi finalizzati alla costruzione di consenso attraverso strumenti di soft power. Ciò risulta evidente osservando l’ampia diffusione delle soap opera turche nel Grande Mediterraneo e nelle regioni MENA, le quali costituiscono un importante strumento di soft power posto al servizio delle ambizioni geopolitiche di Ankara(60).

La storia condivisa e la prossimità culturale rendono infatti i drammi televisivi turchi estremamente popolari nel mondo arabofono, al punto da superare largamente e di vasti margini l’industria dell’intrattenimento occidentale in termini di penetrazione culturale(61). La conseguenza immediata della popolarità di tali produzioni televisive nel mondo arabo consiste, da un lato, nella crescente percezione della Turchia quale entità moderna, attraente e politicamente positiva; dall’altro lato, nella diffusione stessa della lingua turca, potenziale fondamento per futuri legami politici, economici e commerciali(62).

Inoltre, tutti questi elementi risultano ulteriormente rafforzati dalla fondazione e dal finanziamento, da parte di Ankara, di istituti culturali turchi in varie aree del Medio Oriente, come in Siria(63) e in Libano(64). A ciò si aggiunge il fatto che la Turchia sta altresì ampliando la propria influenza di soft power sugli istituti di istruzione superiore del Nord Africa(65). È dunque possibile comprendere come l’obiettivo di tali dinamiche consista nella formazione di una classe dirigente, amministrativa e politica locale caratterizzata da sentimenti turcofili.

Parallelamente, la crescente leva esercitata dalla Turchia in tali regioni è segnalata anche dalla creazione di reti mediatiche di propaganda turca in lingua araba – oltre che in altre lingue – finalizzate ad accrescere la presa del soft power di Ankara sulle regioni MENA(66). In questo contesto, i servizi d’intelligence turchi hanno organizzato e condotto campagne di influenza sull’opinione pubblica estremamente complesse, sviluppate come un insieme di operazioni di lungo periodo e costantemente implementate tanto all’interno della Turchia quanto su scala internazionale. Tali attività sono state poste in essere allo scopo di promuovere specifiche agende politiche e di orientare l’opinione pubblica in una direzione favorevole al posizionamento geopolitico e alla governance di Ankara(67).

A ben vedere, sulla base delle dinamiche sopra menzionate – che costituiscono il necessario retroterra dei pubblici insulti rivolti negli ultimi anni da Erdoğan nei confronti di Macron(68) – è possibile comprendere il carattere duplice di tale forma di comunicazione massmediatica. Da un lato, essa era rivolta all’opinione pubblica interna turca. In effetti, il suo obiettivo consisteva nel rappresentare il presidente turco quale uomo forte della politica, al fine di consolidare il consenso popolare attorno all’attuale élite detentrice del potere. Dall’altro lato, tale diffusione di messaggi deve essere interpretata da una prospettiva geopolitica, soprattutto alla luce dell’espansione del potere e dell’influenza turca nei Paesi MENA. Questo tipo di comunicazione rappresenta infatti una delle strategie volte a modellare l’opinione pubblica internazionale. Di conseguenza, gli insulti veicolati attraverso i mass media possono essere interpretati come strumenti finalizzati a rappresentare la Francia come un attore debole e incapace agli occhi delle popolazioni locali, contrapponendole invece un’immagine della Turchia quale soggetto politico forte, orgoglioso e risoluto.

Di conseguenza, a causa del crescente attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente, il fenomeno dell’espansionismo turco è inevitabilmente entrato nel campo d’attenzione delle Forze Armate francesi(69), nonché, per estensione, dell’intero apparato d’intelligence e sicurezza di Parigi. A tal punto che, secondo alcuni esperti, il progressivo incremento dei dissensi reciproci tra i due Paesi e la competizione di potenza sviluppatasi attorno ai dossier relativi alla Siria, alla Libia, al Mediterraneo e ad altri scenari regionali hanno alimentato il timore di un conflitto per procura suscettibile di degenerare in un confronto militare diretto tra due membri dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord(70).

In effetti, la situazione appare tale per cui la Francia contesta apertamente le ambizioni neoottomane turche, mentre, al contempo, Parigi guarda con crescente preoccupazione alle iniziative di Ankara che eccedono ciò che, secondo una concezione storicamente novecentesca, erano considerate le tradizionali e circoscritte sfere dell’interesse nazionale turco(71). Pertanto, nel medio periodo, i due Paesi sembrano sottoporsi reciprocamente a una costante prova di forza finalizzata alla ridefinizione delle rispettive zone d’influenza, adattando continuamente i propri obiettivi di politica estera alle turbolente dinamiche geopolitiche del corrente periodo storico(72).

In tale contesto, ispirandosi al modello strategico dell’equilibrio di potenza(73), la Francia ha adottato una postura volta a contrastare l’ascesa della Turchia nel centro del Mediterraneo(74). Aquesto proposito, Parigi ha scelto di costruire una partnership strategica con la Grecia, in virtù della percezione condivisa secondo cui la rapida crescita del profilo geopolitico turco avrebbe destabilizzato il precedente ordine internazionale consolidato(75). Di conseguenza, le élite francesi hanno deciso di rafforzare strutturalmente la Grecia mediante la fornitura di armamenti di nuova generazione(76), nonché attraverso la costituzione di una partnership bilaterale franco-greca di carattere strategico, economico, diplomatico e militare, orientata al contenimento di Ankara(77).

Inoltre, sulla base delle dinamiche sopra evidenziate, al fine della costruzione di una deterrenza più solida nei confronti della Turchia, è attualmente in fase di sviluppo una cooperazione profondamente integrata tra le forze terrestri della Francia e della Grecia(78). Pertanto, occorre sottolineare che, dalla prospettiva di Parigi, tale configurazione geopolitica nel cuore del Mediterraneo persegue l’obiettivo di contrastare efficacemente l’avanzata turca.Un ulteriore teatro nel quale la Francia si oppone con decisione ai progressi di Ankara è rappresentato dal più ampio Mediterraneo orientale(79). Infatti, in cooperazione con altri attori quali gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, Parigi è attivamente impegnata nel contenimento della Turchia(80). Più precisamente, nel Nord di Cipro è presente da lungo tempo una significativa e forte presenza militare turca(81), progressivamente ampliata nel corso degli anni(82). Parallelamente, nella parte meridionale dell’isola permane una consistente presenza militare britannica sin dall’epoca precedente alla decolonizzazione(83).

In aggiunta, al fine di fronteggiare l’ascesa turca, la Francia ha stipulato un accordo bilaterale di difesa con Cipro(84) ed è attivamente impegnata nella vendita di armamenti di nuova generazione al governo di Nicosia(85). Ad ogni modo, è necessario osservare che una delle principali ragioni della competizione geoeconomica e geopolitica nel Mediterraneo orientale risiede nello sfruttamento dei vasti giacimenti di gas situati nelle profondità marine della regione(86), tra i quali il più rilevante è il celebre giacimento Leviathan(87).

Infine, gli analisti turchi interpretano tali scelte strategiche francesi come ostili(88), contribuendo così ad accentuare ulteriormente l’attrito reciproco anche sul piano concettuale e ideologico.

Inoltre, il crescente attrito tra Turchia e Francia si è già manifestato apertamente in diversi episodi verificatisi nel Mediterraneo e nelle regioni MENA. Ad esempio, nel 2020, le forze delgenerale Haftar, basate in Cirenaica, attaccarono la regione della Tripolitania in Libia con il sostegno della Francia; al contrario, la Turchia decise di intervenire appoggiando la fazione del governo ufficialmente riconosciuto(89). Tuttavia, la situazione giunse infine a una fase di stallo, sebbene persistesse un attrito di bassa intensità. È però importante osservare che le forze speciali francesi e turche, insieme alle rispettive forze proxy locali, giunsero direttamente a combattersi sul terreno(90).

Un’altra area che ha evidenziato la realtà di tale competizione fondata sull’attrito è la Siria(91). Più precisamente, come precedentemente ricordato, e nel quadro di una situazione protrattasi per molti decenni, la Francia ha esercitato in quel Paese un’influenza politica, economica e di soft power. Parallelamente, la Turchia ha tentato di consolidare la propria presa sulla Siria sia sostenendo eserciti ribelli proxy operanti sul campo(92), sia attraverso la creazione di istituzioni e leve di soft power(93). In tale contesto, nel 2022 e nel 2024, l’esercito turco d’occupazione bombardò direttamente gli impianti industriali della compagnia francese Lafarge Cement(94). Peculiarmente, tali stabilimenti risultavano ancora di proprietà di imprese francesi, nonostante le loro attività fossero cessate sin dall’inizio della guerra civile siriana(95). Notabile è però il fatto di come le multinazionali francese, in cotale precedente regime, avessero avuto un accesso preferenziale ad operare in quei settori, con quella manodopera, ed in quel mercato.

Inoltre, soffermandosi ulteriormente sul caso siriano, è necessario osservare che, tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 2024, il governo ba‘thista siriano, al potere da oltre cinquant’anni, è caduto(96). Le forze ribelli che hanno assunto il controllo del Paese provenivano dalla città settentrionale di Idlib ed erano state significativamente sostenute e armate da Ankara(97), sebbene anche altri attori abbiano contribuito al loro supporto(98). Numerosi analisti hanno infatti evidenziato come la Turchia rappresenti probabilmente il principale vincitore del nuovo assetto regionale di potere(99): una potenza geopolitica ormai impossibile da ignorare(100).

In aggiunta, per suggellare simbolicamente tale “conquista”, soltanto pochi giorni dopo il cambiamento di regime, un alto funzionario dell’intelligence turca, İbrahim Kalın, si recò a Damasco per pregare pubblicamente nella principale moschea della città(101). L’evento ricevette un’ampia e deliberata copertura mediatica. Pertanto, sebbene attraverso forze locali proxy, è importante sottolineare che la Turchia è tornata a esercitare la propria influenza su alcuni deglistessi territori dai quali era stata estromessa in seguito alle conseguenze della Prima guerra mondiale.

Pertanto, in conclusione, alla luce di tutto quanto precedentemente esposto, analizzato ed evidenziato, è possibile comprendere con chiarezza come tra le due potenze sopra menzionate – la Francia e la Turchia – si sia ormai consolidata una dinamica di attrito reciproco strutturale, progressivamente divenuta sempre più evidente sul piano geopolitico, strategico e geoeconomico. Tale competizione non si limita infatti a episodi isolati o contingenti, bensì assume i tratti di un confronto di potenza di lungo periodo, destinato a incidere profondamente sugli equilibri regionali del Mediterraneo allargato.

Questo confronto si sviluppa simultaneamente su molteplici livelli interconnessi. Esso comprende l’impiego di strumenti di soft power, quali la diffusione culturale, mediatica ed educativa; le dinamiche geoeconomiche legate agli investimenti, alle reti commerciali e al controllo delle infrastrutture strategiche; il sostegno a forze proxy all’interno dei conflitti regionali; nonché il ricorso a forme più tradizionali di proiezione della potenza, fondate sul dispiegamento militare, sulla deterrenza strategica e sulle logiche classiche dell’equilibrio di potenza.

In tale contesto, il Mediterraneo, il Nord Africa e il Medio Oriente si configurano come lo spazio geopolitico entro il quale si manifesta concretamente la rivalità tra Parigi e Ankara. Da un lato, la Francia tenta di preservare la propria storica influenza, ereditata dall’epoca coloniale e post-coloniale, cercando di mantenere attivi i propri canali politici, economici, culturali e militari nella regione. Dall’altro lato, la Turchia appare intenzionata a riaffermare una presenza che le proprie classi dirigenti percepiscono come storicamente legittima, attraverso una strategia di espansione dell’influenza che combina strumenti economici, culturali, mediatici e militari.

Ne deriva un conflitto geopolitico e strategico diffuso, spesso combattuto indirettamente e attraverso attori locali, ma nondimeno reale e rilevante nelle sue implicazioni sistemiche. Tale confronto, esteso all’intero spazio mediterraneo e mediorientale, rappresenta dunque il contesto entro il quale verrà progressivamente definita la supremazia della principale potenza regionale dell’area, nonché il futuro equilibrio di potere nel Grande Mediterraneo del XXI secolo.

Fonti:

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Il silenzioso riassetto della Turchia _ di Gonul Tol

Il silenzioso riassetto della Turchia

Ciò che è una perdita per la Russia è un guadagno per la NATO

Gonul Tol

10 giugno 2026

Le delegazioni russa e turca in occasione di un vertice a Tianjin, in Cina, nel settembre 2025Vladimir Smirnov / Reuters

GONUL TOL è direttrice del programma turco del Middle East Institute e autrice di La guerra di Erdogan: la lotta di un uomo forte in patria e in Siria.

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Per venticinque anni, ogni volta che il governo turco entrava in contrasto con gli Stati Uniti e l’Europa, gli analisti cominciavano a temere freneticamente che l’Occidente avesse “perso” la Turchia. È successo per la prima volta nel 2003, dopo che il parlamento turco aveva votato contro la concessione alle forze statunitensi dell’accesso al territorio turco per l’invasione dell’Iraq. È successo di nuovo nel 2010, quando la Turchia ha votato contro l’inasprimento delle sanzioni dell’ONU contro l’Iran. Gli avvertimenti sono diventati ancora più urgenti nel 2017, quando Ankara ha acquistato il sistema di difesa missilistica S-400 di fabbricazione russa, alimentando i timori che la seconda potenza militare della NATO si stesse avvicinando al principale avversario dell’alleanza.

Nel corso della seconda metà del XX secolo, i leader laici avevano saldamente ancorato la Turchia al campo occidentale. Ankara era entrata a far parte del Consiglio d’Europa nel 1949, della NATO nel 1952 e aveva firmato un accordo di associazione con la Comunità economica europea nel 1963. Ma gli osservatori occidentali temevano che il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, con i suoi legami storici con i partiti islamisti, avrebbe allontanato il Paese dal blocco occidentale dopo la sua ascesa al potere nel 2002. Per molti versi, Erdogan ha effettivamente tentato una simile svolta. A partire dalla metà degli anni 2010, sotto la bandiera dell’“autonomia strategica”, Ankara ha coltivato legami più stretti in materia di economia, energia e sicurezza con Mosca e, a volte, ha perseguito politiche che hanno suscitato l’ira dei suoi alleati nella NATO.

Ora, però, la Turchia sta tornando ad avvicinarsi ai suoi partner occidentali. In vista del vertice dei leader della NATO, che Ankara ospiterà a luglio, i funzionari turchi stanno diffondendo con costanza messaggi a favore dell’Alleanza. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, ad esempio, ha descritto i legami transatlantici come una necessità strategica per la Turchia e ha definito il vertice una «opportunità storica» per riaffermare l’unità della NATO. E il riallineamento della Turchia non è solo retorica. Negli ultimi anni, Ankara ha preso le distanze da Mosca riducendo la propria dipendenza dall’energia russa e ridimensionando i legami economici e di difesa tra i due paesi. Questo cambiamento ha aperto la porta a una cooperazione più profonda con gli alleati della NATO e rivela il riconoscimento, da parte dei responsabili politici turchi, che, dopo anni passati a insistere sull’autonomia strategica del proprio paese, la Turchia ha tutto da guadagnare dall’allinearsi con l’Occidente.

UN PARTNER AL CREMLINO

Il riavvicinamento di Ankara a Mosca affondava le sue radici, paradossalmente, in una delle crisi più pericolose nelle moderne relazioni russo-turche. Nel novembre 2015, pochi mesi dopo che la Russia era intervenuta nella guerra civile siriana per salvare il proprio alleato Bashar al-Assad da una ribellione sostenuta da Ankara, la Turchia abbatté un jet russo nei pressi del confine siriano-turco. Mosca impose ben presto sanzioni economiche di ampia portata e Ankara temette che ne sarebbero seguite ritorsioni militari. Esortò i suoi alleati della NATO a cancellare il previsto ritiro delle batterie di missili Patriot dispiegate in Turchia, ma gli Stati Uniti e la Germania procedettero comunque. All’epoca, le relazioni tra Stati Uniti e Turchia erano già tese a causa della decisione di Washington di armare una milizia curda siriana che Ankara considera un’organizzazione terroristica. Il ritiro dei Patriot ha quindi rafforzato la percezione di Ankara che la NATO non le sarebbe stata accanto nei momenti di estrema vulnerabilità.

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Deluso dagli alleati della NATO e preoccupato per una possibile rappresaglia russa, all’inizio del 2016 Erdogan ha cercato di ricucire i rapporti con il presidente russo Vladimir Putin, esprimendo rammarico per l’abbattimento dell’aereo. Successivamente, dopo il fallito tentativo di colpo di Stato contro Erdogan nel luglio 2016, Putin è stato il primo leader straniero a chiamarlo per offrirgli il proprio sostegno. La risposta relativamente lenta degli alleati della Turchia nella NATO ha irritato Erdogan, che ha interpretato l’incidente come un’ulteriore prova dell’inaffidabilità della NATO in caso di crisi, mentre la Russia era un partner con cui la Turchia poteva collaborare. Appena un mese dopo, la Turchia ha lanciato un’incursione militare nel nord della Siria con l’approvazione tacita della Russia. L’anno successivo, la Turchia ha acquistato il sistema di difesa missilistica S-400 di fabbricazione russa. Non solo l’S-400 è incompatibile con i sistemi della NATO, ma gli alleati temevano anche che il suo radar avanzato potesse raccogliere informazioni di intelligence sugli aerei della NATO – in particolare sul caccia F-35 – ed esporre potenzialmente a Mosca dati operativi e capacità sensibili. Anche quando gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni alla Turchia ed espulso il Paese dal programma F-35, Ankara ha sostenuto di avere il diritto di diversificare i propri partenariati di difesa e ridurre la propria dipendenza dagli alleati occidentali.

I problemi interni hanno costretto Ankara a rivedere la propria politica estera.

Per certi versi, l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 ha avvicinato ancora di più la Russia e la Turchia. Ankara non ha appoggiato l’invasione; anzi, il governo turco ha condannato con forza le azioni della Russia, ha sostenuto una risoluzione dell’ONU che denunciava la Russia, ha fornito droni e altre armi all’Ucraina e ha chiuso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli alle navi da guerra, compresa la flotta russa del Mar Nero, in ottemperanza ai termini della Convenzione di Montreux del 1936. Ma la Turchia ha anche rifiutato di aderire alle sanzioni occidentali contro la Russia ed è diventata sempre più un’ancora di salvezza economica per Mosca. Decine di migliaia di russi in fuga dalla guerra si sono riversati in Turchia, dove hanno acquistato immobili, aperto attività commerciali e iniettato denaro contante, di cui c’era grande bisogno, nell’economia martoriata. Il commercio bilaterale è quasi raddoppiato nel 2022, superando i 60 miliardi di dollari, rendendo la Turchia il secondo partner commerciale della Russia dopo la Cina.

I legami della Turchia con la Russia si sono rafforzati in modo particolarmente evidente nel settore energetico. Nel giro di due anni dall’invasione, la Turchia è diventata il terzo importatore di combustibili fossili russi. Le sue importazioni di petrolio russo nel 2023 e nel 2024 sono state più che raddoppiate rispetto ai livelli del 2021. Inoltre, la Turchia e la Russia hanno portato avanti un accordo, firmato nel 2010, che prevede che il colosso nucleare statale russo Rosatom costruisca, possieda e gestisca la centrale nucleare di Akkuyu sulla costa mediterranea della Turchia. La Russia ha investito miliardi di dollari per portare a termine il progetto, e Ankara ha aiutato Rosatom a superare gli ostacoli legati alle sanzioni per rendere operativa la centrale. Poiché l’accordo prevede che la Russia mantenga la quota di maggioranza, esso garantisce di fatto a Mosca l’accesso a infrastrutture critiche in un importante paese della NATO per i 60 anni di vita operativa previsti della centrale e per il successivo processo di smantellamento, che durerà decenni.

A quel punto, dal punto di vista degli alleati della Turchia nella NATO, Ankara era più lontana che mai. La Turchia aveva acquistato equipaggiamento militare dalla Russia e aveva instaurato stretti legami energetici con la Russia. I suoi persistenti rapporti commerciali con la Russia avevano suscitato avvertimenti da parte di funzionari europei e statunitensi, secondo cui le istituzioni turche avrebbero potuto incorrere in sanzioni secondarie qualora avessero collaborato con soggetti russi soggetti a sanzioni. E la Turchia ha persino minato direttamente la NATO, usando il suo potere di veto per spingere gli alleati a fare concessioni in cambio dell’approvazione da parte di Ankara delle domande di adesione all’alleanza di Finlandia e Svezia. La ratifica dell’adesione dei due paesi è stata ritardata di mesi. Per molti alleati, sembrava una vittoria per Putin.

È ORA DI RIPARTIRE DA ZERO

Ma i problemi interni costrinsero ben presto Ankara a ripensare le proprie relazioni estere. All’avvicinarsi delle elezioni presidenziali e parlamentari del 2023, la Turchia si trovava ad affrontare un’inflazione alle stelle, una valuta in caduta libera e una crisi della bilancia dei pagamenti in continuo aggravamento. Anni di cattiva gestione economica, erosione istituzionale e politiche monetarie non ortodosse di Erdogan avevano gravemente minato la fiducia degli investitori, e anni passati ad allontanare i suoi tradizionali partner occidentali avevano lasciato la Turchia senza amici su cui poter contare. Un devastante terremoto nel febbraio 2023, che causò oltre 50.000 vittime e danni per quasi 100 miliardi di dollari, aggravò ulteriormente i problemi del Paese.

Dopo aver vinto le elezioni nel maggio 2023, Erdogan ha riconosciuto che cambiare la percezione della Turchia era diventato un imperativo economico e strategico. Il Paese non poteva permettersi di continuare ad allontanare l’Europa, dato che l’UE era il principale partner commerciale e fonte di investimenti di Ankara. L’industria della difesa turca era fondamentale per gli sforzi di Erdogan volti a consolidare la propria legittimità sul fronte interno e a proiettare la propria influenza all’estero, ma le sanzioni statunitensi imposte in relazione ai sistemi russi S-400 hanno pesato sul settore. L’esclusione della Turchia dal programma F-35 da parte della NATO è costata di fatto alle aziende turche miliardi di dollari in contratti, e le sanzioni contro l’agenzia turca per gli appalti della difesa hanno complicato la produzione di armi che dipendevano da componenti statunitensi e hanno bloccato la negoziazione di nuovi accordi.

La Turchia continua a voler garantire la massima libertà d’azione.

Nell’ambito della sua svolta politica, Erdogan ha nominato Mehmet Simsek, figura molto stimata dagli investitori internazionali dopo un precedente mandato come ministro delle Finanze turco, alla guida dell’economia in difficoltà. Il nuovo ministro delle finanze ha visitato le capitali occidentali per rassicurare gli investitori sul fatto che la Turchia stava tornando a politiche economiche ortodosse, e Fidan ha segnalato che la Turchia si sarebbe avvicinata diplomaticamente ai suoi partner occidentali, lavorando per stabilizzare le relazioni con gli Stati Uniti e sostenendo gli sforzi per rilanciare la candidatura della Turchia all’adesione all’Unione Europea. Nel luglio 2023, Erdogan ha ritirato le sue obiezioni all’adesione della Svezia alla NATO. Sebbene la Turchia non si sia unita alle sanzioni occidentali contro la Russia, ha adeguato le proprie politiche per evitare sanzioni secondarie. Le esportazioni turche verso la Russia sono diminuite drasticamente all’inizio del 2024 e le banche turche hanno iniziato a chiudere i conti delle società russe, sospendendo l’elaborazione dei pagamenti e recidendo i legami con le controparti russe. Ankara ha limitato le esportazioni di beni di origine statunitense come microchip e sistemi di controllo remoto, che secondo i timori degli alleati della NATO avrebbero potuto finire nelle mani dell’esercito russo.

Anche la Turchia ha iniziato ad adottare misure per ridurre la sua forte dipendenza dall’energia russa. Nel 2025, ha avviato colloqui con l’Iran per aumentare il flusso di gas dal Turkmenistan e ha accelerato i piani per incrementare le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e da altri fornitori non russi. Ankara ha silenziosamente accantonato i piani proposti per la prima volta da Putin nel 2022 per istituire un hub del gas russo in Turchia, che secondo gli avvertimenti dei governi occidentali avrebbe potuto consentire a Mosca di eludere le restrizioni sulle importazioni mescolando il proprio gas con quello proveniente da altre fonti. L’anno scorso, la Turchia ha prorogato di un solo anno i contratti sul gas russo in scadenza, ma ha concordato un accordo di 15 anni per l’acquisto di circa 1.500 carichi di GNL dagli Stati Uniti. Le importazioni di gas dalla Russia rappresentavano oltre il 50% dell’approvvigionamento della Turchia nel 2018; alla fine del 2025, questa percentuale era scesa al di sotto del 40%. E dopo che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha esortato Erdogan, durante un incontro alla Casa Bianca nel settembre 2025, a ridurre gli acquisti di energia russa da parte della Turchia, le più grandi raffinerie del paese hanno iniziato ad acquistare greggio dall’Iraq, dal Kazakistan e da altri produttori non russi, contribuendo a un calo di oltre il 60% delle esportazioni di petrolio russo verso la Turchia nel mese di ottobre.

Anche la collaborazione nel settore nucleare sta attraversando un momento di tensione. Il progetto della centrale nucleare di Akkuyu, la cui entrata in funzione era inizialmente prevista per il 2024, ha subito ripetuti ritardi a causa delle preoccupazioni dei fornitori riguardo alle sanzioni contro la Russia. La Turchia sta ora collaborando con gli Stati Uniti e la Corea del Sud alla realizzazione di una seconda centrale nucleare a Sinop, sulla costa del Mar Nero, un progetto che in precedenza si pensava sarebbe stato affidato a Rosatom.

L’unione fa la forza

Gli sviluppi regionali dell’ultimo anno e mezzo hanno rafforzato il riorientamento della Turchia. La caduta di Assad alla fine del 2024 e l’insediamento a Damasco di un nuovo governo strettamente allineato con Ankara hanno privato la Russia di gran parte dell’influenza che esercitava in Siria dal 2015, rendendo in gran parte superfluo per Erdogan cercare di ingraziarsi Putin al fine di assicurarsi il sostegno per le proprie politiche siriane. La transizione politica in Siria ha inoltre spianato la strada al ritiro militare degli Stati Uniti dal Paese, eliminando una fonte di tensione di lunga data nelle relazioni tra Stati Uniti e Turchia. Questo contesto diplomatico favorevole ha aiutato la Turchia a rafforzare i partenariati su cui l’industria militare e della difesa turca fa affidamento da tempo. La produzione interna nel settore della difesa richiede l’accesso a componenti statunitensi, e gli acquisti dagli alleati della NATO, come l’acquisto lo scorso anno di diverse dozzine di jet Eurofighter Typhoon, sono fondamentali per il programma di modernizzazione militare della Turchia. Ankara è inoltre desiderosa di partecipare agli sforzi dell’Europa per potenziare la propria industria della difesa – e quindi attingere a nuove opportunità di finanziamento. La Turchia ha deciso, in sostanza, di rinnovare il proprio impegno nei confronti della NATO. E ha chiarito questa intenzione: nel dicembre 2025, dopo anni passati a insistere sul fatto che la Turchia avrebbe acquistato un secondo lotto di S-400, Erdogan ha chiesto a Putin di riprendere il sistema di difesa missilistica.

La risposta della NATO alla guerra guidata dagli Stati Uniti contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, ha dimostrato ad Ankara di aver fatto la scelta giusta. Quando diversi missili iraniani hanno violato lo spazio aereo turco, sono stati i sistemi di difesa collegati alla NATO nel Mediterraneo orientale a intercettarli. L’alleanza ha successivamente rafforzato le difese aeree e antimissili della Turchia, anche attraverso lo schieramento di batterie Patriot nel sud-est del Paese, dove si trova il sistema radar che supporta lo scudo antimissile balistico della NATO. Gli S-400 turchi, invece, sono rimasti inattivi mentre il Paese era sotto la minaccia diretta dei missili.

Ankara si sta rivolgendo sempre più agli alleati della NATO per colmare le lacune nelle proprie difese messe in luce dalla guerra, in particolare per quanto riguarda la difesa contro missili balistici a medio raggio, missili da crociera e attacchi coordinati di saturazione. Ha dato nuovo slancio ai negoziati, precedentemente in fase di stallo, con Francia e Italia per l’acquisizione e la coproduzione del sistema di difesa missilistica SAMP/T. La Germania ha annunciato che alla fine di giugno schiererà in Turchia un’ulteriore batteria di difesa aerea Patriot e 150 soldati. Funzionari turchi hanno recentemente rivelato un piano della NATO in corso dal 2023 per istituire un corpo multinazionale in Turchia; Ankara punta a completare il progetto entro il 2028. La Turchia sta inoltre ampliando il proprio coinvolgimento nella sicurezza del Mar Nero, avviando a gennaio un’iniziativa di sminamento legata alla NATO insieme a Bulgaria e Romania.

RITORNO ALLA REALTÀ

La crescente cooperazione della Turchia con la NATO ha chiaramente messo in allarme Mosca. Nonostante i ripetuti inviti, Putin non si reca in Turchia dal 2020. Negli ultimi anni, inoltre, obiettivi turchi sono stati presi di mira dalla Russia in Ucraina e nel Mar Nero. Nel 2023 le forze russe hanno sparato colpi di avvertimento contro una nave da carico di proprietà turca nel Mar Nero . Nel 2025, la Russia ha colpito una nave metaniera battente bandiera turca nella città portuale ucraina di Odessa e ha attaccato una struttura turca che produce droni Bayraktar vicino a Kiev. Sebbene la Turchia continui a presentarsi come mediatrice tra Russia e Ucraina, è sempre più frustrata da quelle che i funzionari considerano richieste intransigenti da parte della Russia e dalla sua riluttanza a impegnarsi nei colloqui ad alto livello necessari per raggiungere un accordo. E, cosa significativa, sostiene le aspirazioni dell’Ucraina ad aderire alla NATO.

Sebbene la Turchia stia prendendo le distanze dalla Russia e avvicinandosi alla NATO, ciò non significa che Ankara abbia completamente abbandonato la ricerca dell’autonomia strategica. La Turchia intende ancora massimizzare la propria libertà d’azione e mantenere la possibilità di interagire contemporaneamente con attori concorrenti, tra cui gli alleati della NATO, la Cina, la Russia e le potenze regionali. Tuttavia, Ankara comprende ora che si trova in una posizione più forte per perseguire i propri interessi all’estero quando collabora con gli Stati Uniti e l’Europa. L’industria della difesa turca è fondamentale per la sua capacità di proiettare potere e influenzare l’esito dei conflitti nella regione, e Ankara continuerà a investire massicciamente nelle capacità interne. Tuttavia, i progressi in tali capacità dipendono ancora dalla tecnologia, dai componenti, dai finanziamenti e dai partenariati di difesa statunitensi ed europei.

L’economia e la sicurezza della Turchia rimangono saldamente legate all’Europa e agli Stati Uniti, come avviene ormai da decenni. Erdogan ha cercato di trovare un’alternativa instaurando stretti rapporti con la Russia, ma la realtà ha ora riportato la Turchia sui suoi passi.

La questione della minoranza alevita in Turchia e la sua identità religiosa_di Vladislav Sotirovic

La questione della minoranza alevita in Turchia e la sua identità religiosa

Introduzione

Finora, il presidente turco R. T. Erdoğan non ha mai espresso la possibilità di organizzare un referendum nazionale sull’adesione della Turchia all’Unione Europea (UE), il che solleva molte questioni di diversa natura, seguite da problemi vecchi e nuovi.

L’attuale preoccupazione politica dell’UE si riflette in molte questioni controverse, e una delle più importanti riguarda l’opportunità o meno di accettare la Turchia come Stato membro a pieno titolo (paese candidato dal 1999). Da un lato, la Turchia è governata come una democrazia laica da leader politici islamici moderati, che cercano di svolgere il ruolo di ponte tra il Medio Oriente e l’Europa. Dall’altro lato, però, la Turchia è un paese quasi al 100% musulmano con una crescente ondata di radicalismo islamico (soprattutto dopo l’aggressione israeliana del 2023 a Gaza e la pulizia etnica dei palestinesi di Gaza), circondato da paesi vicini con un problema simile.

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Ci sono due argomenti fondamentali avanzati da tutti coloro che si oppongono all’adesione della Turchia all’UE: 1) i cittadini turchi musulmani (70 milioni) non saranno mai adeguatamente integrati nell’ambiente europeo, prevalentemente cristiano; e 2) in caso di adesione della Turchia, gli scontri storici tra i turchi (ottomani) e i cristiani europei si riaccenderanno. Qui ci limiteremo a citare una sola dichiarazione contro l’adesione della Turchia: essa “significherebbe la fine dell’Europa” (l’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing) – una dichiarazione che riflette chiaramente l’opinione dell’80% degli europei intervistati nel 2009, secondo cui l’adesione della Turchia all’UE non sarebbe una cosa positiva. Allo stesso tempo, solo il 32% dei cittadini turchi ha un’opinione favorevole dell’UE e, pertanto, il processo di adesione, per il quale sono già stati avviati negoziati formali e rigorosi nel 2005, molto probabilmente finirà per fallire.

Fondamentalismo islamico e adesione della Turchia all’UE

La questione dell’adesione della Turchia all’UE è vista dalla maggioranza degli europei, attraverso la lente del fondamentalismo islamico, come una delle sfide più serie alla stabilità europea e, soprattutto, all’identità che si basa principalmente sui valori e sulla tradizione cristiani. Il fondamentalismo islamico è inteso come un tentativo di minare le pratiche statali esistenti proprio perché i musulmani militanti (come l’ISIS/ISIL/DAESH) stanno combattendo per ristabilire il califfato islamico medievale e l’instaurazione di un’autorità teocratica sulla comunità islamica globale, la Umma. Tuttavia, il fondamentalismo religioso ha attirato per la prima volta l’attenzione della parte occidentale della comunità internazionale nel 1979, quando una monarchia assoluta filoamericana è stata sostituita da una semi-teocrazia musulmana sciita (Shiia) antiamericana in Iran. In altre parole, i religiosi musulmani sciiti iraniani, che erano da sempre i leader spirituali degli iraniani, sono diventati anche i loro leader politici. La rivoluzione islamica iraniana del 1979 ha fatto sorgere la possibilità di rivolte simili in altre società musulmane, seguite da azioni preventive contro di esse da parte di altri governi.

Quale potrebbe essere lo scenario più pericoloso per la Turchia dal punto di vista europeo se i negoziati di adesione fallissero? Probabilmente il rivolgersi della Turchia verso il mondo musulmano, seguito da una crescente influenza del fondamentalismo islamico, che potrebbe essere adeguatamente controllato dall’UE se la Turchia diventasse uno Stato membro del club. Questo è probabilmente il fattore di “sicurezza” più importante da tenere presente per quanto riguarda le relazioni UE-Turchia e i negoziati di adesione. Vale a dire che, dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre (a Washington e New York), è diventato sempre più chiaro che era meglio avere la Turchia (islamica) all’interno dell’UE piuttosto che come parte di un blocco anti-occidentale di Stati musulmani.

In generale, per i governi occidentali e in particolare per le amministrazioni statunitense e israeliana, dopo la rivoluzione islamica (sciita) iraniana del 1979 i musulmani sciiti sono stati considerati i fondamentalisti islamici e i terroristi religiosi più pericolosi. Pertanto, l’oppressione delle minoranze sciite da parte delle maggioranze sunnite in diversi paesi musulmani non viene deliberatamente registrata e criticata dai governi occidentali. Il caso del popolo alevita in Turchia è uno dei migliori esempi di tale politica. Tuttavia, allo stesso tempo, l’amministrazione dell’UE sta prestando la massima attenzione alla questione curda in Turchia, richiedendo persino il riconoscimento dei curdi da parte del governo turco come minoranza etnoculturale (diversa dall’etnia turca). Perché il popolo alevita è discriminato in questo senso dalla politica dell’UE sulle minoranze in Turchia? La risposta è che i curdi sono musulmani sunniti, mentre gli aleviti sono considerati una fazione turca della comunità musulmana sciita (militante) all’interno del mondo islamico.

Nei prossimi paragrafi, vorrei fare maggiore chiarezza sulla questione di chi siano gli aleviti e cosa sia l’alevismo come identità religiosa, tenendo conto del fatto che la religione, indubbiamente, è diventata sempre più importante sia negli studi che nella pratica delle relazioni internazionali e della politica globale. Dobbiamo anche tenere presente che l’identità religiosa è stata predominante rispetto alle identità nazionali o etniche per diversi secoli, essendo in molti casi la causa cruciale dei conflitti politici.

Che cos’è l’Alevismo?

Gli aleviti sono quei musulmani che credono nell’Alevismo, che è, di fatto, una setta o una forma di Islam. Soprattutto in Turchia, l’Alevismo è la seconda setta più diffusa dell’Islam. Il numero degli aleviti è compreso tra i 10 e i 15 milioni. Il nome della setta deriva dal termine Alevi, che significa “seguaci di Ali”. Alcuni esperti di studi islamici sostengono che l’Alevismo sia un ramo dello Sciismo (Islam sciita), ma, in realtà, la Umma alevita non è omogenea e l’Alevismo non può essere compreso senza un’altra setta islamica: il Bektashismo. Ciononostante, la cultura alevita ha prodotto molti poeti e canzoni popolari, nonostante il fatto che gli aleviti stiano affrontando molti problemi nella vita quotidiana nel vivere secondo le loro credenze islamiche.

Gli aleviti (in turco: Aleviler o Alevilik; in curdo: Elewî) sono una comunità religiosa, sub-etnica e culturale in Turchia che rappresenta allo stesso tempo la più grande setta dell’Islam in Turchia. L’Alevismo è una forma di misticismo islamico o Sufismo che crede in un unico Dio, accettando Maometto come profeta e il Sacro Corano. Il popolo alevita ama Ehlibeyt, la famiglia del profeta Maometto, unifica la preghiera e la supplica, prega nella propria lingua, preferisce una persona libera piuttosto che la Umma (comunità musulmana), preferisce amare Dio piuttosto che temerlo, supera la Sharia raggiungendo il mondo reale, crede nell’autenticità del Sacro Corano piuttosto che nella sua interpretazione. L’Alevismo ha trovato la sua cura nell’amore umano; gli aleviti credono che le persone siano immortali perché ogni persona è una manifestazione di Dio.

Donne e uomini pregano insieme, nella loro lingua, con la loro musica suonata tramite il bağlama, con il semah. L’Alevismo è un insieme di credenze che dipende dalle regole dell’Islam, basate sul Sacro Corano, secondo i comandi di Maometto; interpretando l’Islam con una dimensione universale, apre nuove porte alla terra. Il sistema di credenze alevita è islamico con una triade composta da Allah, Maometto e Ali.

Ci sono molte discussioni accese sul rapporto tra alevismo e sciismo. Alcuni ricercatori sostengono che l’alevismo sia una forma di sciismo, mentre altri affermano che l’alevismo sia settario. Dobbiamo tenere presente che lo sciismo è il secondo tipo di Islam più diffuso al mondo dopo il sunnismo. Si tratta di un ramo dell’Islam chiamato Partito di Ali perché riconosce la pretesa di Ali di succedere a suo cugino e suocero, il profeta Maometto, come leader spirituale dell’Islam durante la prima guerra civile nel mondo islamico (656-661). Nella maggior parte dei paesi islamici, i sunniti sono la maggioranza, ma gli sciiti contano circa 80 milioni di fedeli, ovvero circa il 13% di tutti i musulmani del mondo. Gli sciiti sono predominanti in tre paesi: Iran, Iraq ed Emirati Arabi Uniti. Tuttavia, l’Alevismo non può essere inteso come identico al Sufismo, che è l’aspetto mistico dell’Islam sorto come reazione alla rigida ortodossia religiosa. I Sufi cercano l’unione personale con Dio, e le loro controparti cristiane ortodosse nel Medioevo erano i Bogumili.

Indubbiamente, l’Alevismo ha alcune questioni simili con lo Sciismo; allo stesso tempo, ci sono molte differenze riguardo alla pratica generale dell’Islam. Tuttavia, in alcune pubblicazioni occidentali, l’Alevismo è presentato come un ramo dello Sciismo o, più specificamente, come una forma turca o ottomana di Sciismo.

Divisione tra i musulmani

Dobbiamo tenere presente che in questo luogo l’espansione islamica nel VII e VIII secolo fu accompagnata da conflitti politici che seguirono la morte del profeta Maometto, e la questione di chi avesse il diritto di succedergli divide ancora oggi il mondo musulmano. In altre parole, quando il Profeta morì, fu scelto un califfo (successore) per governare tutti i musulmani. Tuttavia, poiché il califfo non aveva autorità profetica, godeva del potere secolare ma non dell’autorità nella dottrina religiosa. Il primo califfo fu Abu Bakr, considerato, insieme ai suoi tre successori, uno dei califfi “ben guidati” (o ortodossi). Essi governarono secondo il Corano e le pratiche del Profeta, ma in seguito l’Islam si divise in due rami antagonisti: sunniti e sciiti.

La divisione tra sunniti e sciiti iniziò sostanzialmente quando Ali ibn Abi Talib (599-661), genero ed erede di Maometto, assunse il califfato dopo l’assassinio del suo predecessore, Uthman (574-656). La guerra civile si concluse con la sconfitta di Ali e la vittoria del cugino di Uthman e governatore di Damasco, Mu’awiya Umayyad (602-680), dopo la battaglia di Suffin. Tuttavia, quei musulmani (come ad esempio il popolo alevita) che sostenevano che Ali fosse il califfo legittimo presero il nome di Shiat Ali, i “partigiani di Ali”. Essi credono che Ali fosse l’ultimo califfo legittimo e che, pertanto, il califfato dovesse essere trasmesso solo ai discendenti diretti del profeta Maometto attraverso sua figlia Fatima e Ali, suo marito. Il figlio di Ali, Hussein (626-680), rivendicò il califfato, ma gli Omayyadi lo uccisero insieme ai suoi seguaci nella battaglia di Karbala nel 680. Questa città, oggi nell’Iraq contemporaneo, è il luogo più sacro per i musulmani sciiti (sciismo). Anche se la stirpe del profeta Maometto si estinse nell’873, i musulmani sciiti credono che l’ultimo discendente non sia morto, ma piuttosto “nascosto” e destinato a tornare. Queste interpretazioni sciite fondamentali della storia dell’Islam sono seguite dal popolo alevita e, pertanto, molti ricercatori considerano semplicemente l’alevismo come una fazione dello sciismo.

Il ramo dominante dell’Islam è quello sunnita. I musulmani sunniti, a differenza dei loro oppositori sciiti, non esigono che il califfo sia un discendente diretto del profeta Maometto. Accettano anche le usanze tribali arabe nel governo. Secondo il loro punto di vista, la leadership politica è nelle mani della comunità musulmana in quanto tale. Tuttavia, in realtà, il potere religioso e politico nell’Islam non è mai stato più riunito in una comunità politica dopo la morte del quarto califfo.

L’Alevismo nell’Islam

Il popolo alevita crede in un unico Dio, Allah, e quindi l’Alevismo, come forma di Islam, è una religione monoteista. Come tutti gli altri musulmani, gli aleviti comprendono che Dio è in tutto ciò che li circonda nella natura. È importante notare che ci sono aleviti che credono negli spiriti buoni e cattivi (e in una sorta di angeli) e, pertanto, spesso praticano la superstizione per trarre beneficio da quelli buoni ed evitare il danno di quelli cattivi. Per questo motivo, per molti musulmani, l’alevismo non è un vero Islam, poiché è più una forma di paganesimo intriso di cristianesimo. Tuttavia, la maggior parte degli aleviti non crede in questi esseri soprannaturali, affermando che si tratta di un’espressione di satanismo.

L’essenza dell’alevismo risiede nel fatto che gli aleviti credono che, secondo il testo originale del Corano, Ali, cugino e genero di Maometto, dovesse essere il successore del Profeta come vicario di Dio sulla terra o califfo. Tuttavia, essi sostengono che le parti del Corano originale relative ad Ali siano state eliminate dai suoi rivali. Secondo gli aleviti, il Corano, in quanto libro sacro fondamentale per tutti i musulmani, dovrebbe essere interpretato in modo esoterico. Per loro, nel Corano ci sono verità spirituali molto più profonde delle rigide regole e norme che appaiono in superficie. Tuttavia, la maggior parte degli scrittori aleviti cita singoli versetti coranici come appello all’autorità per sostenere il proprio punto di vista su un determinato argomento o per giustificare una certa tradizione religiosa alevita. Gli aleviti promuovono generalmente la lettura del Corano in lingua turca piuttosto che in arabo, sottolineando che è di fondamentale importanza per una persona comprendere esattamente ciò che sta leggendo, cosa impossibile se il Corano viene letto in arabo. Tuttavia, molti aleviti non leggono il Corano o altri libri sacri, né basano su di essi le loro credenze e pratiche quotidiane, poiché considerano questi libri antichi irrilevanti al giorno d’oggi.

Gli aleviti leggono tre libri diversi. Se, secondo loro, nel Corano non ci sono informazioni corrette, poiché i sunniti hanno corrotto le parole autentiche di Maometto, è necessario rivelare i messaggi originali del Profeta attraverso letture alternative. Pertanto, i credenti aleviti si rifanno (1) al Nahjul Balagha, le tradizioni e i detti di Ali; (2) ai Buyruks, le raccolte di dottrine e pratiche di diversi dei 12 imam, in particolare Cafer; e (3) ai Vilayetnameler o Menakıbnameler, libri che descrivono eventi della vita di grandi aleviti come Haji Bektash. Oltre a questi libri fondamentali, esistono alcune fonti speciali che contribuiscono alla creazione della teologia alevita, come i poeti-musicisti Yunus Emre (XIII-XIV secolo), Kaygusuz Abdal (XV secolo) e Pir Sultan Abdal (XVI secolo).

Il fondamento dell’Alevismo è l’amore per il Profeta e gli Ehlibeyt. I dodici Imam sono divinità venerate dagli aleviti. In attesa della ricomparsa dell’ultimo Imam (leader religioso musulmano), i musulmani sciiti hanno istituito un consiglio speciale composto da 12 studiosi religiosi (Ulema) che eleggono un Imam supremo. Ad esempio, l’Ayatollah (“Uomo Santo”) Ruhollah Khomeini (1900-1989) godeva di tale status in Iran. La maggior parte degli aleviti crede che il dodicesimo imam, Muhammad al-Mahdi, sia cresciuto in segreto per essere salvato da coloro che volevano sterminare la famiglia di Ali. Molti aleviti credono che Mehdi sia ancora vivo e/o che un giorno tornerà sulla terra. Secondo gli aleviti, Ali era il successore designato di Maometto, e quindi il primo califfo, ma i suoi rivali gli hanno sottratto questo diritto. Maometto voleva che la leadership di tutti i musulmani derivasse per sempre dalla sua stirpe (Ehli Beyt), a partire da Ali, Fatima e dai loro due figli, Hasan e Hüseyin. Ali, Hasan e Hüseyin sono considerati i primi tre Imam, mentre gli altri nove dei 12 Imam discendono dalla stirpe di Hüseyin. Giusto per ricordarlo, i nomi e le date approssimative di nascita e morte dei 12 imam sono:

Imam Ali (599-661)

Imam Hasan (624-670)

Imam Hüseyin (625-680)

Imam Zeynel Abidin (659-713)

Imam Muhammed Bakır (676-734)

Imam Cafer-i Sadık (699-766)

Imam Musa Kâzım (745-799)

Imam Ali Rıza (765-818)

Imam Muhammed Taki (810-835)

Imam Ali Naki (827-868)

Imam Hasan Askeri (846-874)

Imam Muhammed Mehdi (869-941).

Per gli aleviti, essere una persona davvero buona è una parte inalienabile della loro filosofia di vita. È importante notare che gli aleviti non si rivolgono alla Pietra Nera (Kaaba), che si trova alla Mecca nella Arabia Saudita sunnita, e, come è noto, i membri della comunità musulmana dovrebbero visitarla per l’Hajj almeno una volta nella vita. Il primo digiuno degli aleviti non è nel Ramadan, ma nel Muharram, e dura 12 giorni, non 30. Il secondo digiuno per loro è dopo la Festa del Sacrificio e dura 20 giorni, mentre un altro è il digiuno di Hizir. Nell’Islam esiste una regola secondo cui se una persona ha abbastanza denaro, deve donarne una certa somma a un povero, ma gli aleviti preferiscono donare denaro alle organizzazioni alevite, non ai singoli individui. Poiché non si recano alla Mecca per l’Hajj, visitano alcuni mausolei, come quello di Haji Bektaş (a Kırşehir), Abdal Musa (nel villaggio di Tekke, Elmalı, Antalya), Şahkulu Sultan (a Merdivenköy, Istanbul), Karacaahmet Sultan (a Üsküdar, Istanbul) o Seyit Gazi (a Eskişehir).

Bektashismo

Haji Bektash (Bektaş) Wali era un turkmeno nato in Iran. Dopo la laurea, si trasferì in Anatolia. Educò molti studenti e insieme a loro prestò numerosi servizi religiosi, economici, sociali e militari nell’Ahi Teşkilatı. Haji Bektash iniziò a diventare popolare tra il distaccamento militare d’élite ottomano, i giannizzeri. Tuttavia, non era di origine alevita, ma adottò le regole dei credenti aleviti nella sua vita personale. Quella setta, o forma di Islam, fu fondata in nome di Haji Bektash Wali, i cui membri dipendono dall’amore di Ali e dei dodici imam. Il bektashismo era popolare in Anatolia e nei Balcani (specialmente in Bosnia-Erzegovina e Albania) ed è ancora vivo oggi.

Nel corso del tempo, il Bektashismo è stato migliorato prendendo alcune caratteristiche delle antiche credenze dell’Anatolia e della cultura turca. Tuttavia, il Bektashismo è la parte più importante dell’Alevismo, poiché molte regole del Bektashismo sono incorporate nell’Alevismo. Per i credenti aleviti, il mausoleo di Haji Bektash Wali a Nevşehir in Anatolia è un importante punto di pellegrinaggio. Infine, in Turchia, il Bektashismo e l’Alevismo, di fatto, non possono essere trattati come concetti diversi della teologia islamica.

Problemi e difficoltà degli Alevi nella storia ottomana e in Turchia

Quando lo Stato ottomano fu fondato alla fine del XIII secolo e all’inizio del XIV secolo, non vi erano attriti settari all’interno dell’Islam. A quel tempo, gli Alevi occupavano molte cariche nelle istituzioni statali. I giannizzeri (originariamente le guardie del corpo del sultano) erano membri del Bektashismo, il che significa che anche il sultano tollerava pienamente tale interpretazione del Corano e della storia antica dell’Islam. Tuttavia, poiché lo Stato ottomano era coinvolto in un processo di trasformazione imperialistica attraverso l’annessione delle province e degli Stati circostanti, il sunnismo stava diventando sempre più importante perché i musulmani sunniti stavano diventando una chiara maggioranza del Sultanato ottomano e, quindi, il sunnismo era molto più utile per l’amministrazione dello Stato e il sistema di governo. Lo Stato ottomano fu coinvolto in una serie di conflitti con l’Impero safavide (Persia, oggi Iran, 1502-1722), un paese con una netta maggioranza di musulmani che professavano lo sciismo, una forma di Islam molto simile all’alevismo. Il gruppo alevita, che lamentava di essere più sunnita nel Sultanato Ottomano, simpatizzava per lo scià safavide Ismail I (1501-1524) e il suo Stato, poiché basato sull’alevismo. L’animosità tra gli aleviti ottomani e le autorità ottomane divenne più evidente nel 1514, quando il sultano ottomano Selim I (1512-1520) giustiziò circa 40.000 aleviti insieme al popolo curdo mentre si recava in Iran per la decisiva battaglia di Chaldiran (23 agosto) contro lo scià Ismail I. Fino alla fine del Sultanato ottomano nel 1923, gli aleviti furono oppressi dalle autorità in quanto credenti settari che non si adattavano alla teologia sunnita ufficiale dell’Islam.

Dopo la fine dell’Impero Ottomano nel 1923, gli aleviti furono felici nei primi anni della nuova Repubblica di Turchia, che proclamò dichiaratamente la separazione della religione dallo Stato, il che significava in pratica che non c’era una religione ufficiale di Stato nel Paese. La popolazione alevita della Turchia sostenne la maggior parte delle riforme con grande speranza che il proprio status sociale sarebbe migliorato. Tuttavia, dopo i primi anni del nuovo Stato, iniziò a incontrare alcune difficoltà in quanto, de facto, minoranza religiosa. Gli anni ’60 furono molto importanti per la società turca per almeno tre motivi: (1) L’immigrazione dalle zone rurali a quelle urbane a seguito di un nuovo processo di industrializzazione; (2) L’immigrazione all’estero, principalmente nella Germania occidentale, in base al cosiddetto Gastarbeiter Agreement (Accordo sui lavoratori ospiti) tra Germania e Turchia; e (3) Un’ulteriore democratizzazione della vita politica. Di conseguenza, nel 1966, gli aleviti fondarono il proprio partito politico, il Birlik Partisi (Partito dell’Unità). Nel 1969, l’Alevismo, in quanto gruppo minoritario, ha inviato otto membri al Parlamento in base ai risultati delle elezioni parlamentari. Tuttavia, nel 1973, il partito ha inviato solo un membro al Parlamento e, infine, nel 1977, il partito ha perso la sua efficienza. Nel 1978, a Maraş, e nel 1980, a Çorum, centinaia di musulmani aleviti furono uccisi a seguito del conflitto con la popolazione sunnita maggioritaria, ma il massacro alevita più noto avvenne il 2 luglio 1993 a Sivas, quando 35 intellettuali aleviti furono uccisi nell’hotel Madimak da un gruppo di fondamentalisti religiosi.

Indubbiamente, i credenti aleviti devono ancora affrontare molti problemi in Turchia oggi in relazione alla libertà di espressione religiosa e al riconoscimento come gruppo culturale separato. Ad esempio, il programma di studi religiosi non contiene alcuna informazione sull’alevismo, ma solo sul sunnismo, il che significa che l’alevismo non viene studiato regolarmente in Turchia. L’Alevismo è profondamente ignorato dall’amministrazione turca, ad esempio dalla Presidenza degli Affari Religiosi (istituita nel 1924), che è un’istituzione che si occupa di questioni e problemi religiosi, ma che in pratica opera secondo le regole dell’Islam sunnita. Tuttavia, d’altra parte, ci sono alcuni miglioramenti nella vita culturale alevita, come ad esempio l’apertura di molte fondazioni e altre istituzioni pubbliche civiche a sostegno di essa. Ciononostante, gli aleviti, come i curdi, non sono riconosciuti come gruppo etnico-culturale o religioso separato in Turchia a causa della concezione turca di nazione (millet) ereditata dal Sultanato ottomano, secondo la quale tutti i musulmani in Turchia sono trattati come turchi dal punto di vista etnico-linguistico. La situazione potrebbe cambiare, dato che la Turchia sta cercando di entrare nell’UE e, quindi, deve accettare alcuni requisiti dell’Unione, tra cui il riconoscimento dei diritti delle minoranze alevite e curde.

Conclusioni

L’Alevismo è una setta dell’Islam e presenta molti punti in comune con lo Sciismo. Tuttavia, non si può dire che sia parte integrante dello Sciismo nel suo complesso. La cultura alevita ha un ricco patrimonio di poesie e musica grazie al suo stile di culto. In Anatolia, il Bektashismo è solitamente collegato all’Alevismo.

Il popolo alevita viveva nel Sultanato ottomano e nel suo successore, la Repubblica di Turchia, solitamente in condizioni difficili, poiché la loro religione non corrispondeva all’espressione ufficiale (sunnita) dell’Islam.

Oggi, gli aleviti in Turchia lottano per essere rispettati come gruppo religioso-culturale separato che può manifestare liberamente il proprio stile di vita peculiare. In realtà, il popolo alevita non ha potuto esprimersi liberamente per secoli, compresa l’odierna Turchia, che dovrebbe imparare a praticare sia i diritti delle minoranze che la democrazia.

Infine, se la Turchia vuole aderire all’UE, deve sicuramente garantire il massimo degli standard richiesti per la protezione di tutti i tipi di minoranze, comprese quelle religiose e religiose-culturali. Questa può essere un’opportunità per il popolo alevita in Turchia di migliorare il proprio status all’interno della società.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

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The Question of the Alevi Minority in Turkey and Their Religious Identity

Introduction

Up to now, not once has Turkey’s President R. T. Erdoğan expressed a possibility of organizing a national referendum on Turkish membership to the European Union (the EU), which raises many questions of different nature, followed by old and new problems.

A current EU political concern is reflected in many controversial issues, and one of those the most important is about whether or not to accept Turkey as a full member state (being a candidate state since 1999). Turkey is, on one hand, governed as a secular democracy by moderate Islamic political leaders, seeking to play the role of a bridge between the Middle East and Europe. However, Turkey is, on the other hand, an almost 100% Muslim country with a rising tide of Islamic radicalism (especially since the 2023 Israeli aggression on Gaza and ethnic cleansing of the Palestinian Gazans), surrounded by neighbors with a similar problem.

There are two fundamental arguments by all of those who are opposing Turkish admission to the EU: 1) Muslim Turkish citizens (70 million) will never be properly integrated into the European environment that is predominantly Christian; and 2) In the case of Turkish accession, historical clashes between the (Ottoman) Turks and European Christians are going to be revived. Here we will refer only to one statement against Turkish accession: it “would mean the end of Europe” (former French President Valéry Giscard d’Estaing) – a statement which clearly reflects the opinion by 80% of Europeans polled in 2009 that Turkey’s admission to the EU would not be a good thing. At the same time, there are only 32% of Turkish citizens who had a favorable opinion of the EU, and, therefore, the admission process, for which formal and strict negotiations began already in 2005, is very likely to be finally abortive.

Islamic fundamentalism and Turkey’s admission to the EU

The question of Turkish admission to the EU is, by the majority of Europeans, seen through the glass of Islamic fundamentalism as one of the most serious challenges to European stability and, above all, identity that is primarily based on Christian values and tradition. Islamic fundamentalism is understood as an attempt to undermine existing state practices for the very reason that militant Muslims (like ISIS/ISIL/DAESH) are fighting to re-establish the medieval Islamic Caliphate and the establishment of theocratic authority over the global Islamic community – the Umma. Nevertheless, religious fundamentalism first came to the attention of the Western part of the international community in 1979 when a pro-American absolute monarchy was replaced with a Shia (Shiia) Muslim anti-American semi-theocracy in Iran. In other words, Iranian Shia Muslim clerics, who were all the time the spiritual leaders of the Iranians, became their political leaders too. The Iranian Islamic revolution of 1979 prompted possibilities of similar uprisings in other Muslim societies, followed by pre-emptive actions against them by other governments.  

What can be the most dangerous scenario for Turkey from the European perspective if the accession negotiations fail is, probably, Turkish turn towards the Muslim world, followed by rising influence of Islamic fundamentalism, which can be properly controlled by the EU if Turkey were to become a member state of the club? That is, probably, the most important “security” factor to note regarding the EU-Turkish relations and accession negotiations. Namely, following the 9/11 terror attacks (on Washington and New York), it was becoming more and more clear that it was better to have (Islamic) Turkey inside the EU rather than as a part of an anti-Western bloc of Muslim states.

In general, for Western governments and especially for the US and Israeli administrations, Shia Muslims became seen after the 1979 Iranian Islamic (Shia) revolution as the most potential Islamic fundamentalists and the religious terrorists. Therefore, the oppression of Shia minorities by the Sunni majorities in several Muslim countries is deliberately not recorded and criticized by Western governments. The case of the Alevi people in Turkey is one of the best examples of such a policy. However, at the same time, the EU administration is paying full attention to the Kurdish question in Turkey, even requiring the recognition of the Kurds by the Turkish government as an ethnocultural minority (as different from the ethnic Turks). Why are the Alevi people discriminated against in this respect by the EU’s minority policy in Turkey? The answer is because the Kurds are Sunni Muslims, but Alevis are considered a Turkish faction of the (militant) Shia Muslim community within the Islamic world.

In the next paragraphs, I would like to shed more light on the question of who the Alevi people are and what Alevism is as a religious identity, taking into account the fact that religion, undoubtedly, has become increasingly important in both the studies and practice of international relations and global politics. We also have to keep in mind that religious identity was predominant in comparison to national or ethnic identities for several centuries, being the crucial cause of political conflicts in many cases.                  

What is Alevism?

The Alevi people are those Muslims who believe in Alevism, that is, in fact, a sect or form of Islam. Especially in Turkey, Alevism is a second common sect of Islam. The number of Alevi people is between 10 and 15 million. The name of the sect comes from the term Alevi, which means “the follower of Ali”. Some experts in Islamic studies claim that Alevism is a branch of Shi’ism (Shia Islam), but, as a matter of fact, the Alevi Umma is not homogeneous, and Alevism cannot be understood without another Islamic sect – Bektashism. Nevertheless, Alevi culture produced many poets and folk songs, alongside the fact that Alevi people are experiencing many everyday life problems in living according to their beliefs in Islam.  

The Alevis (Turkish: Aleviler or Alevilik; Kurdish: Elewî) are a religious, sub-ethnic, and cultural community in Turkey representing at the same time the biggest sect of Islam in Turkey. Alevism is a way of Islamic mysticism or Sufism that believes in one God by accepting Muhammad as a Prophet, and the Holy Qur’ān. Alevi people love Ehlibeyt – the family of Prophet Muhammad-, unifying prayer and supplication, prayer in their language, to prefer a free person instead of Umma (Muslim community), to prefer to love God instead of God’s fear, to overcome Sharia reaching to the real world, believing in the Holy Qur’ān’s genuine instead of shave. Alevism has found its cure in human love; they believe that people are immortal because a person is manifested by God. Women and men are praying together, in their language, with their music that is played via bağlama, with semah. Alevism is an entirety of beliefs that depends on Islam’s rules, which are based on the Holy Qur’ān, according to Muhammad’s commands; by interpreting Islam with a universal dimension, it opens new doors to the earth. The Alevi system of belief is Islamic with a triplet composed of Allah, Muhammad, and Ali.

There are many strong arguments about the relationship between Alevism and Shi’ism. Some researchers say that Alevism is a form of Shi’ism, but some of them say that Alevism is sectarian. We have to keep in mind that Shi’ism is the second most common type of Islam in the world after Sunnism. This is a branch of Islam which is called the Party of Ali for the reason that it recognizes Ali’s claim to succeed his cousin and father-in-law, the Prophet Muhammad, as the spiritual leader of Islam during the first civil war in the Islamic world (656−661). In most of the Islamic countries, the Sunnis are in the majority, but the Shi’ites comprise some 80 million believers, or, in other words, around 13% out of all the world’s Muslims. The Shi’ites are predominant in three countries: Iran, Iraq, and the United Arab Emirates. However, Alevism cannot be understood as identical to Sufism, which is the mystical aspect of Islam that arose as a reaction to strict religious orthodoxy. Sufis seek personal union with God, and their Christian Orthodox counterparts in the Middle Ages were the Bogumils.  

Undoubtedly, Alevism has some similar issues with Shi’ism; at the same time, there are a lot of differences concerning the general practice of Islam. However, in some Western literature, Alevism is presented as a branch of Shi’ism, or more specifically, as a Turk or Ottoman way of Shi’ism.  

Split within Muslims

We have to keep in mind that in this place, the Islamic expansion in the 7th and 8th centuries was accompanied by political conflicts which followed the death of the Prophet Muhammad, and the question of who is entitled to succeed him is still splitting up the Muslim world today. In other words, when the Prophet died, a caliph (successor) was chosen to rule all Muslims. However, as the caliph lacked prophetic authority, he enjoyed secular power but not authority in religious doctrine. The first caliph was Abu Bakr, who is considered, together with his three successors, as the “rightly guided” (or orthodox) caliphs. They ruled according to the Quran and the practices of the Prophet, but, thereafter, Islam became split into two antagonistic branches: Sunni and Shia.

The Sunni-Shia division basically started when Ali ibn Abi Talib (599−661), Muhammad’s son-in-law and heir, assumed the Caliphate after the murder of his predecessor, Uthman (574−656). The civil war ended with the defeat of Ali and the victory of Uthman’s cousin and governor of Damascus, Mu’awiya Umayyad (602−680), after the Battle of Suffin. However, those Muslims (like the Alevi people, for instance) who claimed that Ali was the rightful caliph took the name of Shiat Ali – the “Partisans of Ali”. They believe that Ali was the last legitimate caliph and, therefore, the Caliphate should pass down only to those who are direct descendants of the Prophet Muhammad through his daughter, Fatima, and Ali, her husband. Ali’s son, Hussein (626−680), claimed the Caliphate, but the Umayyads killed him together with his followers at the Battle of Karbala in 680. This city, today in contemporary Iraq, is the holiest of all sites for Shia Muslims (Shi’ism). Even though the Prophet Muhammad’s family line ended in 873, the Shia Muslims believe that the last descendant did not die, as he is rather “hidden” and will return. Those basic Shia interpretations of the history of Islam are followed by the Alevi people, and, therefore, many researchers are simply considering Alevism as a faction of Shi’ism.        

The dominant branch of Islam is Sunni. The Sunni Muslims, unlike their Shia opponents, are not demanding that the caliph has to be a direct descendant of the Prophet Muhammad. They are also accepting the Arabic tribal customs in the government. According to their point of view, political leadership is in the hands of the Muslim community as such. Nevertheless, as a matter of fact, the religious and political power in Islam was never again united into a political community after the death of the fourth caliph.

Alevism in Islam

Alevi people believe in one God, Allah, and, therefore, Alevism, as a form of Islam, is a monotheistic religion. Like all other Muslims, the Alevis understand that God is in everything around them in nature. It is important to notice that there are those Alevis who believe in good and bad spirits (and kind of angels), and, therefore, they often practice superstition to benefit from good ones and to avoid harm from bad ones. For that reason, for many Muslims, Alevism is not a real Islam as it is more a form of paganism imbued with Christianity. However, a majority of Alevis do not believe in these supernatural beings, saying that it is an expression of Satanism.

The essence of Alevism is in the fact that Alevis believe that according to the original text of the Quran, Ali, Muhammad’s cousin and son-in-law, was to be the Prophet’s successor as God’s vice-regent on earth or caliph. However, they claim that the parts of the original Quran related to Ali were taken out by his rivals. According to Alevis, the Quran, as a fundamental holy book for all Muslims, should be interpreted esoterically. For them, there are much deeper spiritual truths in the Quran than the strict rules and regulations that appear on the surface. However, most Alevi writers will quote individual Quranic verses as an appeal for authority to support their view on a given topic or to justify a certain Alevi religious tradition. The Alevis generally promote the reading of the Quran in the Turkish language rather than in Arabic, stressing that it is of fundamental importance for a person to understand exactly what he or she is reading, which is not possible if the Quran is read in Arabic. However, many Alevis do not read the Quran or other holy books, nor base their daily beliefs and practices on them, as they consider these ancient books to be irrelevant today.

The Alevis are reading three different books. If, according to their opinion, there is no proper information in the Quran, as the Sunnis corrupted the authentic words of Muhammad, it is necessary to reveal the original Prophet’s messages by alternative readings. Therefore, Alevi believers are looking to (1) the Nahjul Balagha, the traditions and sayings of Ali; (2) the Buyruks, the collections of doctrine and practices of several of the 12 imams, especially Cafer; and (3) the Vilayetnameler or the Menakıbnameler, books that describe events in the lives of great Alevis such as Haji Bektash. Except for these basic books, there are some special sources to participate in the creation of Alevi theology, like poet-musicians Yunus Emre (13−14th century), Kaygusuz Abdal (15th century), and Pir Sultan Abdal (16th century).

The foundation of Alevism is in the love of the Prophet and Ehlibeyt. Twelve Imams are godlike, glorified by the Alevis. Waiting for the last Imam’s (Muslim religious leader) reappearance, the Shia Muslims established a special council composed of 12 religious scholars (Ulema) that elect a supreme Imam. For instance, Ayatollah (“Holy Man”) Ruhollah Khomeini (1900−1989) enjoyed that status in Iran. Most Alevis believe that the 12th Imam, Muhammad al-Mahdi, grew up in secret to be saved from those who wanted to exterminate the family of Ali. Many Alevis believe Mehdi is still alive and/or that he will come back to earth one day. According to Alevis, Ali was Muhammad’s intended successor, and therefore the first caliph, but competitors stole this right from him. Muhammed intended for the leadership of all Muslims to perpetually stem from his family line (Ehli Beyt) by beginning with Ali, Fatima, and their two sons, Hasan and Hüseyin. Ali, Hasan, and Hüseyin are considered the first three Imams, and the other nine of the 12 Imams came from Hüseyin’s line. Just to remind ourselves, the names and approximate dates of the birth and death of the 12 Imams are:

İmam Ali (599-661)

İmam Hasan (624-670)

İmam Hüseyin (625-680)

İmam Zeynel Abidin (659-713)

İmam Muhammed Bakır (676-734)

İmam Cafer-i Sadık (699-766)

İmam Musa Kâzım (745-799)

İmam Ali Rıza (765-818)

İmam Muhammed Taki (810-835)

İmam Ali Naki (827-868)

İmam Hasan Askeri (846-874)

İmam Muhammed Mehdi (869-941).

For the Alevis, to be a really good person is an inalienable part of their life philosophy. It is important to notice that the Alevis are not turned to the Black Stone (Kaaba), which is in Mecca in the Sunni Saudi Arabia, and, as it is known, the Muslim community’s member is supposed to visit it for Hajj at least once in their lives. Alevis’ first fasting is not in Ramadan, it is in Muharram, and it takes 12 days, not 30 days. The second fast for them is after the Feast of Sacrifice for 20 days, and another one is the Hizir fast. In Islam, there is a rule that if a person has enough money, he/she should give a specific amount to a poor person, but the Alevis prefer to donate money to Alevi organizations, not to individuals. As they don’t go to Mecca for Hajj, they visit some mausoleums, like that of Haji Bektaş (in Kırşehir), Abdal Musa (in Tekke Village, Elmalı, Antalya), Şahkulu Sultan (in Merdivenköy, İstanbul), Karacaahmet Sultan (in Üsküdar, İstanbul), or Seyit Gazi (in Eskişehir). 

Bektashism

Haji Bektash (Bektaş) Wali was a Turkmen who was born in Iran. After graduating, he moved to Anatolia. He educated a lot of students, and he and his students served a lot of religious, economic, social, and martial services in Ahi Teşkilatı. Haji Bektash started to be popular among the Ottoman elite military detachment, the Janissaries. Nevertheless, he was not of the Alevi origin, but he adopted the rules of the Alevi believers into his personal life. That sect, or a form of Islam, was founded in the name of Haji Bektash Wali, whose members depend on the love of Ali and the twelve imams. Bektashism was popular in Anatolia and the Balkans (especially in Bosnia-Herzegovina and Albania), and it is still alive today.

Over the course of time, Bektashism was improved by taking some features of the old beliefs of Anatolia and Turkish culture. However, Bektashism is the most important part of Alevism, as many rules of Bektashism are incorporated into Alevism. For the Alevi believers, the mausoleum of Haji Bektash Wali in Nevşehir in Anatolia is an important point of the pilgrimage. Finally, in Turkey, Bektashism and Alevism, in fact, cannot be treated as different concepts of Islamic theology.

Problems and difficulties of Alevis in Ottoman history and Turkey

When the Ottoman state was established at the end of the 13th century and at the beginning of the 14th century, it did not have sectarian frictions within Islam. At that time, Alevis occupied a lot of chairs in state institutions. The Janissaries (originally the Sultan’s bodyguard) were members of Bektashism, which means that even the Sultan tolerated in full such a way of the interpretation of the Quran and the early history of Islam. However, as the Ottoman state was involved in the process of imperialistic transformation by annexing surrounding provinces and states, Sunnism was getting more and more important because the Sunni Muslims were becoming a clear majority of the Ottoman Sultanate and, therefore, Sunnism was much more useful for the state administration and the system of governing. The Ottoman state became involved in the chain of conflicts with the Safavid Empire (Persia, today Iran, 1502−1722) – a country with a clear majority of those Muslims who expressed Shi’ism that is a form of Islam very similar to Alevism. The Alevi group, who complained about being more Sunni in the Ottoman Sultanate, became sympathizing Safavid Shah İsmail I (1501−1524) and his state, as it was based on Alevism. The animosity between the Ottoman Alevis and Ottoman authorities became more obvious in 1514 when the Ottoman Sultan Selim I (1512−1520) executed some 40.000 Alevis together with the Kurdish people while going to have a decisive Battle of Chaldiran (August 23rd) in Iran against Shah Ismail I. Till the end of the Ottoman Sultanate in 1923, Alevis have been oppressed by the authorities as the sectarian believers who were not fitting to the official Sunni theology of Islam.    

After the end of the Ottoman Empire in 1923, Alevis were glad in the first years of the new Republic of Turkey, which declaratively proclaimed a segregation of the religion from the state, which practically meant that there was no official state religion in the country. The Alevi population of Turkey supported most of the reforms with great hope that their social status would be improved. However, after the first years of the new state, they started to experience some difficulties as, de facto, a religious minority. The 1960s were very important for Turkish society for at least three reasons: (1) The immigration had started from the rural area to the urban area following a new process of industrialization; (2) The immigration abroad, mostly to West Germany, according to the German-Turkish so-called Gastarbeiter Agreement; and (3) A further democratization of political life. As a consequence, in 1966, Alevis established their own political party – Birlik Partisi (Unity Party). In 1969, Alevism, as a minority group, sent eight members to the Parliament according to the results of the parliamentary elections. However, in 1973, the party had sent just one member to the Parliament, and finally, in 1977, the party had lost its efficiency. In 1978, in Maraş, and in 1980, in Çorum, hundreds of Alevi Muslims were killed as a consequence of the conflict with the majority Sunni population, but the most notorious Alevi massacre happened in 1993 on July 2nd in Sivas, when 35 Alevi intellectuals were killed in Madimak Hotel by a group of religious fundamentalists.

Undoubtedly, the Alevi believers still face many problems in Turkey today in connection with freedom of religious expression and the recognition as a separate cultural group. For example, the religious curriculum does not have any information about Alevism, but rather only about Sunnism, which means that Alevism is not studied on a regular basis in Turkey. Alevism is deeply ignored by Turkey’s administration, for instance, by the Presidency of Religious Affairs (est. 1924), which is an institution dealing with the religious questions and problems, but in practice, it is working according to the rules of Sunni Islam. However, on the other hand, there are some improvements in Alevi cultural life, as, for instance, many foundations and other civic public institutions are opened to support it. Nevertheless, Alevis, like Kurds, are not recognized as a separate ethnocultural or religious group in Turkey due to the Turkish understanding of a nation (millet) that is inherited from the Ottoman Sultanate, according to which all Muslims in Turkey are treated as ethnolinguistic Turks. The situation can be changed as Turkey is seeking the EU’s membership and, therefore, certain EU requirements have to be accepted, among others, and granting minority rights for Alevis and Kurds.

Conclusions

Alevism is a sect of Islam, and it shows many common points with Shi’ism. However, we can not say that it is a part of Shi’ism as a whole. Alevi culture has a rich heritage in poems and music because of its worship style. In Anatolia, Bektashism is usually connected with Alevism.

The Alevi people were living in the Ottoman Sultanate and its successor, the Republic of Turkey, usually with troubles, as they, with their religion, did not fit the official (Sunni) expression of Islam.

Today, Alevis in Turkey are fighting to be respected as a separate religious-cultural group that can freely demonstrate their peculiar way of life. As a matter of fact, the Alevi people could not express themselves freely for centuries, including in present-day Turkey, which should learn to practice both minority rights and democracy.

Finally, if Turkey wants to join the EU, surely, it has to provide a maximum of the required standards of protection of all kinds of minorities, including religious and religious-cultural ones. That can be a chance for the Alevi people in Turkey to improve their status within society.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026

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La prevista “Banca della NATO” dovrebbe finanziare l’imminente corsa agli armamenti dell’Europa con la Russia_di Andrew Korybko

La prevista “Banca NATO” dovrebbe finanziare l’imminente corsa agli armamenti dell’Europa con la Russia

Andrew Korybko4 marzo
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Il dilemma di sicurezza russo-polacco servirà probabilmente da impulso per liberare completamente e gestire adeguatamente le capacità della NATO europea nel suo complesso, secondo la strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti.

RT ha attirato l’attenzione a fine gennaio su un rapporto di Izvestia sui presunti piani dell’Occidente di lanciare una ” Banca per la Difesa, la Sicurezza e la Resilienza ” (DSRB) entro il 2027. Il loro articolo si basa su una ricerca approfondita dell’Atlantic Council , che ha ideato quella che inizialmente era chiamata “Banca NATO”. Lo scopo è quello di fornire “prestiti a basso tasso di interesse per la modernizzazione della difesa”, facilitando così l’obiettivo dei membri della NATO di spendere il 5% del PIL per la difesa senza ridurre significativamente la spesa sociale e infrastrutturale.

Invece di tagliare tali programmi per reindirizzare i fondi alla difesa, rischiando di aiutare i populisti-nazionalisti durante le prossime elezioni e/o di provocare disordini, spenderebbero solo una frazione del capitale ogni anno per il servizio del prestito DSRB, invece di pagare il costo in anticipo come se fosse parte delle loro spese annuali. Il riepilogo esecutivo della ricerca approfondita dell’Atlantic Council, linkato sopra, osserva inoltre che “Un’ulteriore funzione critica della banca DSR sarebbe quella di coprire il rischio per le banche commerciali”.

Ciò consentirebbe loro di “estendere i finanziamenti alle aziende del settore della difesa lungo tutta la filiera”. Lo scopo supplementare è finanziare ordini su larga scala che queste aziende non sono in grado di sostenere da sole e che la maggior parte degli Stati membri non può finanziare senza una potenziale reazione populista. Le aziende del settore della difesa possono quindi espandere la produzione, produrre su larga scala le attrezzature tecnico-militari richieste e poi venderle a un prezzo molto più accessibile, accelerando così la militarizzazione pianificata dalla NATO.

Si prevede che il fianco orientale del blocco , che si sovrappone in gran parte all’ ” Iniziativa dei Tre Mari ” guidata dalla Polonia , sarà quello che ne trarrà i maggiori benefici. La Polonia è già pronta a ricevere 44 miliardi di euro in prestiti dal programma “Security Action For Europe” dell’UE (SAFE, da 150 miliardi di euro, parte del ” Piano ReArm Europe ” da 800 miliardi di euro). Ciò dovrebbe contribuire a modernizzare il suo complesso militare-industriale, vergognosamente sottosviluppato , e consentire così alla Polonia di fungere da fulcro regionale dei processi associati nel resto del fianco orientale.

Il suddetto ruolo diventerebbe molto più probabile se la Polonia e la Lituania riuscissero a creare una zona economica transfrontaliera incentrata sulla difesa attraverso il Corridoio/Varco di Suwalki, come quest’ultimo appena proposto. La Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti ha valutato che “la NATO europea surclassa la Russia in termini di dimensioni economiche, popolazione e, quindi, potenza militare latente”. Questo potenziale deve solo essere pienamente sfruttato e gestito correttamente. La Polonia potrebbe essere pioniera in questo campo se permettesse agli Stati Uniti di consigliarla sull’uso ottimale dei prestiti SAFE e DSRB.

È già stato stimato che ” la Polonia svolgerà un ruolo centrale nel promuovere la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti in Europa “, quindi ne consegue naturalmente che svolgerà un ruolo centrale anche nella strategia di difesa nazionale. La Polonia spende già più del suo PIL per la difesa di qualsiasi altro membro della NATO, con il 4,8% , tuttavia, qualsiasi importo maggiore potrebbe comportare una riduzione della spesa sociale e infrastrutturale, ma è proprio qui che risiede l’importanza del DSRB per consentire alla Polonia di evitare tale compromesso, come spiegato.

Il rapporto debito/PIL della Polonia è del 55,1%, ben al di sotto dell’80,7% dell’UE, quindi potrebbe contrarre ulteriore debito attraverso questi mezzi senza troppi disagi socio-politici. Ciò è fattibile dopo che la Polonia è appena diventata un’economia da 1.000 miliardi di dollari . Qualsiasi spesa militare aggiuntiva alimentata dal DSRB accelererebbe ulteriormente la militarizzazione senza precedenti della Polonia, che ha portato il Paese ad avere il più grande esercito dell’UE con oltre 215.000 soldati, con l’obiettivo di raggiungere i 300.000 effettivi entro il 2030 e mezzo milione entro il 2039 (di cui 200.000 riservisti).

Dal punto di vista della Russia, ciò rappresenta una seria minaccia per Kaliningrad e la Bielorussia alleata , motivo per cui ci si aspetta che la Russia rafforzi di conseguenza le proprie forze in risposta. Ciò potrebbe anche includere l’impiego di armi più strategiche in Bielorussia, come testate nucleari tattiche, missili ipersonici Oreshnik e/o qualsiasi altra cosa possa sviluppare entro quel momento. Ci si aspetta che tali risposte vengano a loro volta presentate dalla Polonia come la ragione della sua militarizzazione senza precedenti, che i decisori politici potrebbero quindi richiedere di accelerare ulteriormente.

Il dilemma di sicurezza russo-polacco, dovuto alla loro rivalità millenaria e al rafforzamento della Polonia da parte degli Stati Uniti come entità anti-russa, servirà probabilmente da impulso per liberare appieno e gestire adeguatamente le capacità della NATO europea nel suo complesso, in linea con la Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti. Qualsiasi progresso in questa direzione costringerebbe la Russia a tenere il passo con la militarizzazione guidata dalla Polonia di questo blocco ostile, con il conseguente proseguimento della sua militarizzazione e, di conseguenza, una corsa agli armamenti.

A differenza dei membri europei della NATO, che dovranno contrarre prestiti per finanziare tutto questo (da qui lo scopo del DSRB), la Russia può finanziare tutto da sola. Questo la pone in una posizione finanziaria molto migliore rispetto ai suoi avversari, alcuni dei quali si prevede che faranno fatica a bilanciare le loro priorità militari percepite con quelle socio-economiche oggettive. Di conseguenza, la Russia è in vantaggio in questa imminente corsa agli armamenti con l’Europa, ma il potenziale dell’UE… Se mai dovesse realizzarsi, la federalizzazione potrebbe colmare il divario.

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Quanto è probabile che il Pakistan si unisca alla terza guerra del Golfo a sostegno del suo alleato saudita?

Andrew Korybko4 marzo
 
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Il Pakistan potrebbe mettere in moto una serie di eventi che gli consentirebbero di ripristinare il proprio ruolo di principale alleato regionale degli Stati Uniti, riportare le truppe statunitensi alla base aerea di Bagram in Afghanistan qualora queste ultime decidessero in seguito di allearsi contro i talebani e, di conseguenza, costruire un nuovo ordine regionale nel crocevia geostrategico dell’Asia meridionale e centrale.

L’Arabia Saudita è stata attaccata più volte dall’Iran con il pretesto che le infrastrutture militari statunitensi sul suo territorio sono state utilizzate in una certa misura nella campagna statunitense contro l’Iran, che ha portato a quella che può essere descritta come la Terza Guerra del Golfo, nonostante il Patto di mutua difesa tra Arabia Saudita e Pakistan dello scorso settembre. L’Iran chiaramente non si è lasciato scoraggiare, ma il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha comunque ricordato all’Iran tale patto, in quello che sembra essere un altro tentativo di scoraggiare un’escalation o di intimare un imminente coinvolgimento nella guerra.

Nelle sue parole, “Abbiamo un patto di difesa con l’Arabia Saudita. Ho comunicato alla parte iraniana il nostro patto di difesa, al che mi ha chiesto di garantire che il territorio dell’Arabia Saudita non venisse utilizzato. Ho quindi avviato una serie di comunicazioni, grazie alle quali, come potete constatare, gli attacchi meno frequenti da parte dell’Iran sono quelli contro l’Arabia Saudita e l’Oman”. Obiettivamente parlando, il fatto che l’Iran abbia ignorato il monito di Dar e abbia comunque attaccato l’Arabia Saudita getta una cattiva luce sul Pakistan, motivo per cui egli ha affermato che “gli attacchi meno frequenti da parte dell’Iran sono quelli contro l’Arabia Saudita”.

I patti di difesa reciproca dovrebbero scoraggiare gli attacchi, non semplicemente ridurne il numero e l’intensità, cosa che comunque non è avvenuta come sosteneva Dar, dato che l’Iran continua ad attaccare l’Arabia Saudita con vigore. L’Arabia Saudita e il Pakistan si trovano ora di fronte al dilemma di attivare il loro patto di difesa reciproca per intensificare significativamente il conflitto attraverso il loro coinvolgimento congiunto, probabilmente coordinato con il loro comune alleato statunitense, se ciò dovesse accadere, oppure ammettere tacitamente la loro impotenza militare.

Il pesante costo in termini di reputazione derivante dal mancato avvio del patto di difesa reciproca, precedentemente tanto pubblicizzato, esercita un’ulteriore pressione sui responsabili politici affinché lo attivino, anche se la decisione viene rinviata fino a quando gli Stati Uniti e Israele non avranno distrutto un numero maggiore di difese aeree e lanciamissili iraniani per ridurre i rischi a loro carico. L’Arabia Saudita ospita basi statunitensi e la sua economia è estremamente vulnerabile a perturbazioni su larga scala causate dai soli attacchi con droni a basso costo, mentre il Pakistan è un “alleato importante non NATO” con legami molto stretti con Trump 2.0.

I fattori sopra citati aumentano notevolmente le possibilità che essi attivino il loro patto di difesa reciproca. In tal caso, l’Arabia Saudita potrebbe anche guidare alcuni dei regni del Golfo più piccoli che sono stati anch’essi attaccati dall’Iran, in una battaglia contro quest’ultimo come parte di un’escalation ancora più ampia coordinata dagli Stati Uniti, che potrebbe verificarsi in parallelo con attacchi pakistani e/o anche operazioni terrestri limitate con il pretesto antiterroristico di colpire i separatisti balochi. Il Pakistan ha tre ragioni per farlo, oltre a quella già menzionata relativa alla reputazione.

In breve, vuole ripristinare il proprio ruolo di principale partner regionale degli Stati Uniti dopo che l’India lo ha sostituito in seguito all’accordo commerciale indo-statunitense, a tal fine, fare un favore agli Stati Uniti in Iran potrebbe anche essere la copertura per distruggere il porto rivale dell’India a Chabahar, migliorando al contempo le probabilità di una loro alleanza contro i talebani. Il Pakistan sta attivamente distruggendo le scorte statunitensi rimaste, il che potrebbe facilitare il desiderato ritorno delle truppe statunitensi alla base aerea di Bagram voluto da Trump, sostituendo così forse l’influenza indiana in Afghanistan con quella americana e pakistana.

Pertanto, attivando il patto di difesa reciproca con l’Arabia Saudita dopo gli attacchi dell’Iran contro il suo alleato, il Pakistan può mettere in moto una serie di eventi per costruire un nuovo ordine regionale con gli Stati Uniti al crocevia geostrategico dell’Asia meridionale e centrale. Questo risultato potrebbe anche portare i due paesi ad aiutare il loro comune alleato turco nella sua sfida alla Russia in quest’ultima regione, lungo la sua vulnerabile periferia meridionale. Questi calcoli sono così convincenti che non si può escludere il coinvolgimento del Pakistan nella terza guerra del Golfo.

Tre motivi per cui l’Iran è riluttante ad attaccare le basi statunitensi in Turchia

Andrew Korybko4 marzo
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L’Iran ritiene che gli Stati del Golfo siano bersagli facili, le forze armate turche hanno finora scoraggiato l’Iran grazie alla loro comprovata formidabilità e l’Iran non vuole rischiare che la Turchia chieda l’intervento dei suoi alleati NATO e/o azeri nella guerra.

L’Iran ha attaccato le basi statunitensi negli Stati del Golfo con il pretesto che venivano utilizzate in una certa misura dagli Stati Uniti nella loro azione congiunta. campagna con Israele contro l’Iran. Da questo punto di vista, tuttavia, è degno di nota che l’Iran non abbia attaccato le due basi statunitensi in Turchia: la base aerea di Incirlik e quella radar di Kurecik. Dopotutto, la Turchia confina direttamente con l’Iran, a differenza dei regni arabi dall’altra parte del Golfo o nelle vicinanze, come nel caso del Kuwait. Ci si potrebbe quindi aspettare che l’Iran abbia già colpito le basi statunitensi lì. Ecco perché non l’ha fatto:

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1. Gli Stati del Golfo sono bersagli facili, molto vulnerabili e a basso rischio

L’Iran ritiene che gli Stati del Golfo non siano minimamente preparati alla guerra quanto la Turchia, che le loro economie possano essere distrutte dai soli attacchi dei droni e che la mancanza di esperienza militare delle loro forze armate, a parte il fatto che alcune di esse combattono contro gli Houthi, faccia sì che l’Iran non creda di poter reagire in modo così significativo. Inoltre, tra i due Paesi esiste un’animosità reciproca molto più lunga e peggiore, soprattutto considerando che l’Iran ritiene che stiano perseguitando anche i suoi confratelli sciiti, rispetto a quella tra Iran e Turchia, e di gran lunga superiore.

Tuttavia, i calcoli sopra menzionati potrebbero essere errati e potrebbero ritorcersi contro l’Iran a seconda di come evolverà il suo conflitto con Stati Uniti e Israele. Ad esempio, se le difese aeree iraniane venissero distrutte da questi due, allora uno, alcuni o tutti gli Stati del Golfo attaccati potrebbero, unilateralmente o in coalizione tra loro (anche se alcuni si astengono), effettuare bombardamenti ampiamente pubblicizzati contro l’Iran per vendetta. Sarebbe un modo umiliante per porre fine alla guerra se l’Iran venisse sconfitto subito dopo, anche se non si arrendesse ufficialmente.

2. Le forze armate turche hanno dimostrato la loro formidabilità

Qualunque sia l’opinione sulla politica interna e/o estera della Turchia, sarebbe disonesto negare la formidabile efficacia delle sue forze armate dopo anni di battaglie contro i curdi siriani, ormai sconfitti , che un tempo schieravano le proprie forze armate non ufficiali all’apice della loro potenza. La Turchia ha anche esperienza nella lotta contro le forze del generale Haftar in Libia e, speculativamente, contro l’Armenia durante il Karabakh del 2020. Conflitto . Questi schieramenti hanno aiutato anche le forze armate a perfezionare le loro capacità di guerra con i droni.

La Turchia è quindi in grado di dissuadere l’Iran solo grazie alla sua comprovata forza e, se provocata, potrebbe invadere l’Iran proprio come ha fatto l’Iraq, mettendo così le sue forze armate nel dilemma se lasciarli avanzare o radunarsi sul campo per fermarli, rischiando di diventare facili bersagli per Stati Uniti e Israele. L’Iran sta già faticando a resistere all’assalto aereo di questi due, quindi anche le più coraggiose unità recentemente decentralizzate dell’IRGC potrebbero ragionevolmente pensarci due volte prima di prendere di mira la Turchia e rischiare.

3. L’adesione della Turchia alla NATO e l’alleanza con l’Azerbaigian scoraggiano l’Iran

Anche se l’Iran, come Stato o una delle sue unità decentralizzate dell’IRGC, sottovalutasse la formidabilità delle Forze Armate turche, la Turchia è membro della NATO e ha un’alleanza separata con l’Azerbaigian, quindi prendere di mira le basi statunitensi lì rischierebbe di espandere enormemente la guerra. La Turchia potrebbe richiedere l’assistenza dell’Articolo 5, che alcuni membri europei del blocco potrebbero fornire con l’aspettativa di essere aiutata nella fantasia politica di un’invasione russa, ma tutti questi aiuti andrebbero a spese dell’Ucraina.

Per quanto riguarda l’aspetto azero, la popolazione azera costituisce la maggioranza dell’Iran settentrionale, e lì ce ne sono più che nell’Azerbaigian stesso. L’Azerbaigian potrebbe quindi intervenire con la Turchia in quello che alcuni considerano l'”Azerbaigian meridionale”. Anche se nessuno dei due invadesse, almeno non subito, potrebbero comunque fomentare disordini separatisti a fini di ” balcanizzazione ” e per indebolire ulteriormente il Paese nel contesto degli attacchi USA-Israele. Il coinvolgimento della NATO e/o dell’Azerbaigian attraverso la Turchia potrebbe quindi rivelarsi troppo impegnativo per l’Iran.

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In parole povere, gli Stati del Golfo sono considerati dall’Iran collettivamente molto più deboli della sola Turchia, e sono incomparabilmente più vulnerabili a una destabilizzazione massiccia anche solo con attacchi con droni. Questo è il motivo principale per cui l’Iran ha attaccato loro e non la Turchia, nonostante tutti e tre ospitino basi statunitensi. Probabilmente è anche consapevole della formidabile potenza delle Forze Armate turche e non vuole interferire con loro, figuriamoci con i loro alleati NATO e/o azeri, il cui coinvolgimento diretto potrebbe portare a una rapida sconfitta dell’Iran.

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L’ultima mossa energetica degli Stati Uniti potrebbe aggravare le tensioni tra Russia e Turchia_di Andrew Korybko

L’ultima mossa energetica degli Stati Uniti potrebbe aggravare le tensioni tra Russia e Turchia

Andrew Korybko5 dicembre
 
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Se i piani degli Stati Uniti andassero a buon fine, la Russia non solo perderebbe decine di miliardi di dollari di entrate annuali, ma le tensioni con la Turchia potrebbero diventare ingestibili se venisse meno la complessa interdipendenza energetica che finora ha tenuto unite le due nazioni, con il rischio di destabilizzare il Caucaso meridionale e l’Asia centrale.

Zelensky ha annunciato il mese scorso che l’Ucraina importerà GNL americano dalla Grecia attraverso il gasdotto “Vertical Gas Corridor“. Questo progetto integra i piani congiunti della Polonia e degli Stati Uniti in materia di GNL e, in misura minore, quelli della Croazia, al fine di gettare le basi affinché il GNL americano sostituisca completamente il gas russo nell’Europa centrale e orientale (CEE). Sebbene sia molto più costoso, i responsabili politici del continente stanno assecondando questa scelta con il pretesto della sicurezza energetica, ma la pressione esercitata dagli Stati Uniti su di loro ha probabilmente giocato un ruolo importante nella loro decisione.

L’ultima mossa strategica degli Stati Uniti in materia di energia potrebbe anche porre fine ai piani della Russia relativi al hub del gas turco. Questi erano stati annunciati alla fine del 2022 dopo i colloqui tra Putin ed Erdogan, ma Bloomberg ha riferito lo scorso giugno che erano stati accantonati a causa di difficoltà tecniche nell’approvvigionamento dell’Europa centro-orientale dalla Turchia e di disaccordi tra quest’ultima e la Russia. Nessuna delle due parti ha confermato la notizia, ma ora che gli Stati Uniti hanno conquistato una quota maggiore del mercato CEE attraverso il gasdotto “Vertical Gas Corridor”, le probabilità che questo hub venga costruito sono diminuite.

Alex Christoforou di The Duran ha scritto un post approfondito su X a questo proposito, sottolineando in particolare che “il Mediterraneo orientale (Israele e Cipro) sta osservando con attenzione l’avvio di questo corridoio verticale, poiché potrà essere utilizzato per vendere il gas EastMed in Europa in futuro”. Il termine “EastMed” si riferisce al progetto di gasdotto sottomarino omonimo per l’esportazione delle enormi riserve di gas offshore di Israele verso l’UE. Il suo completamento, combinato con il GNL statunitense, eliminerebbe probabilmente per sempre la necessità di gas russo nell’Europa centro-orientale.

A rendere la situazione ancora più preoccupante per la Russia, Reuters ha riportato il mese scorso che “Il cambiamento nella politica energetica della Turchia minaccia l’ultimo grande mercato europeo della Russia e dell’Iran“, sottolineando come l’aumento della produzione interna e delle importazioni di GNL potrebbe ridurre notevolmente il futuro fabbisogno di gas russo della Turchia attraverso il TurkStream. Le minacce di sanzioni di Trump nei confronti di tutti coloro che continuano a importare energia russa senza dimostrare di essersi affrancati da essa, che potrebbero assumere la forma di dazi fino al 500%, potrebbero accelerare questa tendenza.

La Russia non solo perderebbe decine di miliardi di dollari di entrate annuali se tutti i piani americani sopra citati avessero successo, ma le tensioni con la Turchia potrebbero diventare ingestibili se venisse meno la complessa interdipendenza energetica che finora ha tenuto unite le due nazioni. Si prevede già che la Turchia inietterà l’influenza occidentale nell’Asia centrale attraverso il nuovo corridoio TRIPP, ponendo così sfide lungo l’intera periferia meridionale della Russia, il che complicherà ulteriormente i rapporti tra Turchia e Russia.

Se la loro complessa interdipendenza energetica dovesse indebolirsi entro quella data, ad esempio se i loro piani relativi al gas hub rimanessero sostanzialmente congelati o venissero ufficialmente cancellati e la Turchia iniziasse a importare meno gas russo dal TurkStream, allora la Turchia potrebbe sentirsi incoraggiata a sfidare la Russia in modo più aggressivo su questo fronte. Dopo tutto, lo scenario in cui la Russia interrompe le esportazioni di gas per costringere la Turchia a fare concessioni durante una crisi sarebbe meno efficace, il che potrebbe portare a posizioni turche più intransigenti che aumentano il rischio di guerra.

La Russia dovrebbe quindi cercare di rilanciare i propri piani relativi al gas hub e raggiungere un accordo con gli Stati Uniti, magari nell’ambito del grande accordo che stanno cercando di negoziare in questo momento, per assicurarsi la quota di mercato del gas russo in Turchia e possibilmente ripristinarne una parte nell’Europa centro-orientale. Ciò richiederebbe quasi certamente che la Russia scendesse a compromessi su alcuni dei suoi obiettivi massimalisti in Ucraina, e la parola degli Stati Uniti non può essere data per scontata, poiché i futuri presidenti potrebbero invalidare qualsiasi accordo, ma la Russia dovrebbe comunque considerare questa possibilità invece di escluderla.

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La nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti descrive in dettaglio come Trump 2.0 risponderà alla multipolarità

Andrew Korybko6 dicembre
 
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Il grande obiettivo strategico è quello di ripristinare il ruolo centrale degli Stati Uniti nel sistema globale, ma se ciò non fosse possibile e gli Stati Uniti perdessero il controllo dell’emisfero orientale a favore della Cina, allora il piano B sarebbe quello di ritirarsi nell’emisfero occidentale.

Trump 2.0 ha appena pubblicato la sua Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS). È possibile leggerla integralmente qui, ma per chi ha poco tempo, il presente articolo ne riassume i contenuti. La nuova NSS ridefinisce, restringe e ridefinisce le priorità degli interessi statunitensi. L’attenzione è rivolta alla supremazia delle nazioni rispetto alle organizzazioni transnazionali, al mantenimento dell’equilibrio di potere attraverso una ripartizione ottimizzata degli oneri e alla reindustrializzazione degli Stati Uniti, che sarà facilitata dalla sicurezza delle catene di approvvigionamento critiche. L’emisfero occidentale è la priorità assoluta.

Il “corollario Trump” alla Dottrina Monroe è il fulcro e cercherà di negare ai concorrenti non emisferici la proprietà o il controllo di risorse strategicamente vitali, alludendo all’influenza della Cina sul Canale di Panama. La NSS prevede di arruolare campioni regionali e forze amiche per contribuire a garantire la stabilità regionale al fine di prevenire crisi migratorie, combattere i cartelli e erodere l’influenza dei suddetti concorrenti. Ciò è in linea con la strategia “Fortress America” di ripristinare l’egemonia degli Stati Uniti nell’emisfero.

L’Asia è il prossimo obiettivo nella gerarchia delle priorità della NSS. Insieme ai suoi partner incentivati, gli Stati Uniti riequilibreranno i legami commerciali con la Cina, competeranno più vigorosamente con essa nel Sud del mondo in un’allusione alla sfida della BRI, e scoraggeranno la Cina su Taiwan e il Mar Cinese Meridionale. Le scappatoie commerciali attraverso paesi terzi come il Messico saranno chiuse, il Sud del mondo legherà più strettamente le sue valute al dollaro e gli alleati asiatici garantiranno agli Stati Uniti un maggiore accesso ai loro porti, ecc., aumentando al contempo la spesa per la difesa.

Per quanto riguarda l’Europa, gli Stati Uniti vogliono che “rimanga europea, ritrovi la sua fiducia nella propria civiltà e abbandoni la sua fallimentare attenzione alla soffocante regolamentazione” al fine di evitare “la cancellazione della civiltà”. Gli Stati Uniti “gestiranno le relazioni europee con la Russia”, “rafforzeranno le nazioni sane dell’Europa centrale, orientale e meridionale” alludendo alla iniziativa polacca “Three Seas Initiative” e, infine, “aiuteranno l’Europa a correggere la sua attuale traiettoria”. A tal fine verrà impiegato un insieme ibrido di strumenti economici e politici.

L’Asia occidentale e l’Africa sono in fondo alle priorità della NSS. Gli Stati Uniti prevedono che la prima diventerà una fonte maggiore di investimenti e una destinazione privilegiata per gli stessi, mentre i legami della seconda con gli Stati Uniti passeranno da un paradigma di aiuti esteri a uno incentrato su investimenti e crescita con partner selezionati. Come con il resto del mondo, gli Stati Uniti vogliono mantenere la pace attraverso una ripartizione ottimizzata degli oneri e senza espandersi eccessivamente, ma continueranno anche a tenere d’occhio le attività terroristiche islamiste in entrambe le regioni.

Il seguente passaggio riassume il nuovo approccio della NSS: “Poiché gli Stati Uniti rifiutano il concetto fallimentare di dominio globale per sé stessi, dobbiamo impedire il dominio globale, e in alcuni casi anche regionale, di altri”. A tal fine, l’equilibrio di potere deve essere mantenuto attraverso politiche pragmatiche del bastone e della carota in collaborazione con partner stretti, che includono la sicurezza delle catene di approvvigionamento critiche (in particolare quelle nell’emisfero occidentale). Questo è essenzialmente il modo in cui Trump 2.0 intende rispondere alla multipolarità.

Il grande obiettivo strategico è quello di ripristinare il ruolo centrale degli Stati Uniti nel sistema globale, ma se ciò non fosse possibile e gli Stati Uniti perdessero il controllo dell’emisfero orientale a favore della Cina, il piano B sarebbe quello di ritirarsi nell’emisfero occidentale, che diventerebbe autarchico sotto l’egemonia degli Stati Uniti se questi ultimi riuscissero a costruire la “fortezza America”. La NSS di Trump 2.0 è molto ambiziosa e sarà più difficile da attuare di quanto lo sia stato promulgare, ma anche un successo parziale potrebbe rimodellare radicalmente la transizione sistemica globale a favore degli Stati Uniti.

Putin ha inviato alcuni messaggi velati al Pakistan nella sua intervista con i media indiani

Andrew Korybko5 dicembre
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Il loro scopo è far capire al Pakistan che l’India è e sarà sempre il principale partner della Russia nell’Asia meridionale, quindi nessuno lì o altrove dovrebbe pensare che il miglioramento delle relazioni russo-pakistane sia in qualche modo rivolto contro l’India o che assumerà mai tali forme.

Putin ha rilasciato una lunga intervista ai canali televisivi Aaj Tak e India Today alla vigilia della sua visita in India . L’intervista ha toccato un’ampia gamma di argomenti e, pur non rivolgendosi direttamente al Pakistan, ha comunque inviato alcuni messaggi velati. Il primo è stato quando ha dichiarato che “l’India è un importante attore globale, non una colonia britannica, e tutti devono accettare questa realtà”. Tra i difficili rapporti indo-americani e il rapido riavvicinamento tra Pakistan e Stati Uniti , il messaggio è che l’India non si lascerà costringere o contenere.

Questo punto è stato rafforzato aggiungendo che “il Primo Ministro Modi non è uno che soccombe facilmente alle pressioni… La sua posizione è ferma e diretta, senza essere conflittuale. Il nostro obiettivo non è provocare conflitti; piuttosto, miriamo a proteggere i nostri diritti legittimi. L’India fa lo stesso”. Ricordiamo che il Pakistan ha accusato l’India di aggressione per aver reagito in modo convenzionale dopo l’ attacco terroristico di Pahalgam , attribuendo la colpa a Islamabad, eppure Putin ha semplicemente lasciato intendere che ciò fosse in realtà giustificato e legale.

L’India ha fatto molto affidamento sulle attrezzature russe durante la guerra che ne è seguita , ma sarebbe sbagliato supporre che la loro attuale cooperazione tecnico-militare sia rivolta contro il Pakistan, come sostengono alcuni esperti filo-occidentali legati alla sua giunta militare di fatto allineata all’Occidente. Putin ha chiarito che “né io né il Primo Ministro Modi, nonostante alcune pressioni esterne che subiamo, abbiamo mai – e voglio sottolinearlo, voglio che lo sentiate – avvicinato la nostra collaborazione per lavorare contro qualcuno”.

A Putin è stato poi chiesto dell’approccio della Russia nei confronti delle “questioni fondamentali irrisolte tra gli stati membri chiave” della SCO, al che ha risposto che “condividiamo la comune comprensione di avere valori comuni radicati nelle nostre credenze tradizionali, che sostengono le nostre civiltà, come quella indiana, già da centinaia, se non migliaia, di anni”. Il messaggio qui è che l’India è un’antica civiltà-stato , non una nuova e artificiale creazione postcoloniale come sostengono alcuni revisionisti pakistani.

Gli è stato anche chiesto come la Russia si bilancia tra India e Cina, a cui ha risposto esprimendo ottimismo sulla risoluzione delle divergenze. Ha iniziato, in modo significativo, affermando: “Non credo che abbiamo il diritto di interferire nelle vostre relazioni bilaterali” e ha concluso ribadendo che “la Russia non si sente autorizzata a intervenire, perché questi sono affari bilaterali”. Ciò contraddice educatamente la recente proposta politicamente fuorviante del suo ambasciatore in Pakistan di mediare tra India e Pakistan.

L’ultimo messaggio velato di Putin al Pakistan è stato quando ha affermato: “Per raggiungere la libertà (per coloro che credono che sia stata loro negata), dobbiamo usare solo mezzi legali. Qualsiasi azione che implichi metodi criminali o che danneggi le persone non può essere sostenuta… In queste questioni, l’India è nostra piena alleata e sosteniamo pienamente la lotta dell’India contro il terrorismo”. Di conseguenza, è contrario al ricorso alla criminalità e al terrorismo da parte di alcuni separatisti del Kashmir , ergo al pieno sostegno della Russia alla risposta dell’India all’attacco terroristico di Pahalgam.

Nel complesso, questi messaggi mirano a trasmettere al Pakistan che l’India è e sarà sempre il principale partner della Russia nell’Asia meridionale, quindi nessuno, né lì né altrove, dovrebbe pensare che il miglioramento delle relazioni russo-pakistane sia in alcun modo rivolto contro l’India o che possa mai assumere tali forme. Anche la fazione politica pro-BRI del suo Paese, responsabile di aver inviato segnali contrastanti sulle relazioni russo-indiane, come spiegato nelle sette analisi qui elencate , dovrebbe prendere nota di quanto affermato.

Cinque motivi per cui RT India rappresenta un punto di svolta strategico per la Russia

Andrew Korybko6 dicembre
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Una maggiore consapevolezza in tutto il mondo del ruolo insostituibile che il duo russo-indiano svolge nella transizione sistemica globale porterà loro partnership più reciprocamente vantaggiose che accelereranno l’avvento della multipolarità complessa.

Il primo viaggio di Putin in India in quattro anni è stato un successo straordinario. I lettori possono consultare l’elenco dei risultati condivisi dal Ministero degli Affari Esteri indiano qui e la sua dichiarazione congiunta con Modi qui . Probabilmente altrettanto importante di quanto sopra è stato il lancio di RT India , avviato personalmente da Putin . Non è un caso che la Russia abbia appena aperto una sede regionale del suo principale organo di stampa internazionale in India. La presente analisi evidenzierà le cinque ragioni per cui questo rappresenta un punto di svolta strategico per la Russia:

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1. L’India è un gigante demografico

La prima ragione è la più ovvia: l’India è il Paese più popoloso del mondo, con circa 1,5 miliardi di persone. Non solo, ma ha anche il secondo maggior numero di anglofoni al mondo, dopo gli Stati Uniti, il che spiega perché gli indiani stiano influenzando sempre di più il dibattito sui social media, dato che l’inglese rimane ancora la lingua franca online. Di conseguenza, un numero maggiore di indiani favorevoli alla lingua russa potrebbe tradursi in un numero maggiore di post sui social media in linea con la lingua russa, il che non può che giovare alla Russia.

2. Ha un enorme potenziale economico

L’India è già la quinta economia mondiale e si appresta a diventare la terza entro il 2030. Il commercio con la Russia è salito alle stelle da quando è stata approvata la legge speciale. L’operazione è iniziata perché l’India importa massicciamente petrolio a prezzi scontati dalla Russia, ma entrambe le parti vogliono intensificare i legami economici nel settore reale. Con il rafforzamento del sentimento di simpatia per la Russia in India grazie a RT India, potenziali clienti, aziende e investitori potrebbero di conseguenza scegliere i prodotti russi e il mercato russo rispetto ad altri, realizzando così questo obiettivo.

3. L’India è la “voce del Sud del mondo”

Il Sud del mondo comprende la stragrande maggioranza dell’umanità e solo ora sta iniziando a emergere come una forza con cui fare i conti. L’India si è presentata come la ” Voce del Sud del mondo ” dall’inizio del 2023, essendo di gran lunga il più popoloso ed economicamente più grande tra i paesi del mondo. Ecco perché sente naturalmente la responsabilità di guidare questo insieme fraterno di paesi con esperienze e sfide simili. Un sentimento più favorevole alla Russia in India può quindi diffondersi facilmente in tutto il Sud del mondo.

4. RT India può rompere il monopolio mediatico dell’Occidente

Sebbene l’India sia già una delle società più favorevoli alla Russia al mondo, come dimostrato da fonti credibili, Secondo i sondaggi , il mercato mediatico nazionale è dominato da testate filo-occidentali. Ciò ha già portato ad alcuni scandali di fake news. Alcuni ignari osservatori stranieri hanno anche interpretato erroneamente articoli critici sulla Russia pubblicati sui media indiani, interpretandoli come il riflesso del sentimento popolare o dell’élite. RT India può rompere il monopolio mediatico dell’Occidente, rafforzare ulteriormente il sentimento filo-russo e quindi rovinare i piani dell’Occidente.

5. Potrebbe presto diffondere il concetto di tri-multipolarità in tutto il mondo

Il grande significato strategico delle relazioni russo-indiane risiede nel fatto che queste due realtà agiscono congiuntamente come una terza forza per aiutare gli altri a liberarsi dal percepito dilemma a somma zero e a schierarsi nella rivalità sistemica sino-americana. Senza questo ruolo, il mondo si biforcherebbe di fatto in due blocchi, ma ora si muoverà invece verso una tripla – multipolarità (Stati Uniti, Cina e Russia-India) come trampolino di lancio verso una multipolarità complessa . RT India dovrebbe articolare e diffondere questo concetto in tutto il mondo.

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Tutto sommato, RT India rappresenta davvero un punto di svolta strategico per la Russia, poiché otterrà ampi benefici in termini di soft power, economici e politici attraverso i mezzi descritti sopra, il più importante dei quali è probabilmente l’ultimo, ovvero la divulgazione del concetto di tripla-multipolarità. Una maggiore consapevolezza a livello mondiale del ruolo insostituibile che il duo russo-indiano svolge nella transizione sistemica globale porterà a partnership più reciprocamente vantaggiose, che accelereranno l’avvento della multipolarità complessa.

Il flirt della NATO con attacchi informatici preventivi contro la Russia è incredibilmente pericoloso

Andrew Korybko2 dicembre
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Gli inglesi potrebbero istigare questa iniziativa a provocare una crisi per rovinare la rinascimentale “Nuova distensione” tra Russia e Stati Uniti, ma anche se fallisse, l’Europa continentale sarebbe comunque indebolita se gli Stati Uniti si facessero da parte quando la Russia reagisse, e questo potrebbe favorire anche i loro interessi.

A ottobre si è valutato che ” la triplice risposta della NATO all’ultimo allarme russo aumenta il rischio di una guerra più ampia “. A quel punto, il blocco stava prendendo in considerazione l’armamento di droni di sorveglianza, la semplificazione delle regole di ingaggio per i piloti di caccia e lo svolgimento di esercitazioni NATO proprio al confine con la Russia. Tutte e tre le opzioni sono ancora in programma, ma recenti resoconti di Politico e del Financial Times suggeriscono che ora si stia discutendo di una politica finora impensabile, che potrebbe essere molto più pericolosa.

Il primo riportava che “gli alleati, dalla Danimarca alla Repubblica Ceca, consentono già operazioni informatiche offensive” contro la Russia da parte dei loro servizi di sicurezza nazionale, il che costituisce il contesto in cui il Ministro degli Esteri lettone e, cosa interessante, il Ministro della Difesa italiano stanno sollecitando una maggiore “proattività”. Il secondo citava poi il Presidente del Comitato Militare della NATO, Giuseppe Cavo Dragone, il quale sosteneva che ipotetici “attacchi informatici preventivi” potrebbero essere considerati un'”azione difensiva” da parte del blocco.

Dragone ha tuttavia chiarito che “è più lontano dal nostro normale modo di pensare e di comportarci”. Ciononostante, l’importanza di questi recenti rapporti sta nel fatto che suggeriscono che alcuni membri della NATO potrebbero lanciare unilateralmente tali “attacchi preventivi” contro la Russia o farlo in una nuova “coalizione dei volenterosi”, entrambe le opzioni aumenterebbero il rischio di ritorsioni russe, che potrebbero catalizzare un nuovo ciclo di escalation potenzialmente incontrollabile. È quindi meglio per loro non farlo affatto.

Non è chiaro quanto seriamente se ne stia discutendo all’interno della NATO, ed è possibile che i rapporti citati facciano parte di un’operazione psicologica a scopo di deterrenza, dato il timore patologico del blocco che la Russia stia pianificando operazioni informatiche su larga scala contro di loro, ma è preoccupante che se ne parli. Ci sono tre ragioni per cui ciò accade, la prima delle quali è che la NATO è ancora ufficialmente un'”alleanza difensiva”, ma qualsiasi osservatore onesto sa già che di fatto è un’alleanza offensiva dalla fine della Vecchia Guerra Fredda.

La seconda è che queste deliberazioni contraddicono direttamente la politica di coesistenza pacifica con la Russia che Trump spera di promulgare alla fine del conflitto ucraino, che ora sta finalmente cercando di porre fine con entusiasmo attraverso la sua tanto attesa costringere Zelensky a fare qualche concessione a Putin. Se questo dovesse avere successo e gli Stati Uniti coesistessero pacificamente con la Russia, gli “attacchi informatici preventivi” dei membri europei della NATO contro la Russia potrebbero costringere gli Stati Uniti a lasciarli a bocca asciutta in caso di rappresaglia.

Lo scenario sopra descritto si collega all’ultima ragione per cui queste deliberazioni politiche sono così preoccupanti, ovvero che qualcuno sembra manovrare i fili dietro le quinte per provocare una crisi con questi mezzi. Dato che dietro le fughe di notizie russo-americane di Bloomberg, volte a far deragliare i colloqui sul quadro di 28 punti dell’accordo di pace russo-ucraino degli Stati Uniti , ogni sospetto dovrebbe essere nuovamente rivolto a loro, in quanto maestri storici di complotti divide et impera e provocazioni sotto falsa bandiera.

Considerando tutto ciò, si può quindi concludere che il flirt della NATO con “attacchi informatici preventivi” contro la Russia sia probabilmente fomentato dagli inglesi, che vogliono completare i preparativi in ​​modo che possano essere eseguiti su suo ordine in futuro. Lo scopo sarebbe quello di provocare una crisi per rovinare la rinascente ” Nuova Distensione ” russo – americana , ma anche se questo fallisse, l’Europa continentale sarebbe comunque indebolita se gli Stati Uniti si facessero da parte in caso di rappresaglia russa, e questo potrebbe favorire anche gli interessi britannici.

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Il viaggio di Putin in India arriva in un momento reciprocamente opportuno

Andrew Korybko4 dicembre
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Ciò rafforzerà i loro atti di bilanciamento complementari per evitare una dipendenza sproporzionata dalle superpotenze americana e cinese nel contesto della transizione sistemica globale verso una multipolarità complessa.

Putin è alla sua prima visita di Stato in India in quattro anni, dopo aver visitato quello che la Russia considera il suo partner strategico speciale e privilegiato nel dicembre 2021. All’epoca si era valutato che cercassero di guidare un nuovo Movimento dei Paesi Non Allineati (Neo-NAM), la cui essenza è stata introdotta dall’India attraverso la sua piattaforma ” Voce del Sud del Mondo ” all’inizio del 2023. Lo scopo è quello di contrastare le tendenze alla bi-multipolarità sino-americana , promuovendo la tripla – polarità come trampolino di lancio verso la multipolarità complessa ( multiplexità ).

In parole povere, questo significa che Russia e India aiutano congiuntamente i paesi relativamente più piccoli a trovare un equilibrio tra le superpotenze americana e cinese, ma la Russia è stata subito costretta ad avviare la sua speciale operazione che ha portato a una guerra per procura con la NATO. Nel corso del conflitto ucraino , la Russia si è avvicinata così tanto alla Cina che ora si può dire che i due abbiano formato ufficiosamente un’Intesa, ma l’India ha aiutato preventivamente la Russia a evitare una dipendenza sproporzionata da essa.

Ciò è stato ottenuto attraverso l’acquisto su larga scala di petrolio russo a prezzo scontato e la ridefinizione delle priorità del corridoio di trasporto nord-sud attraverso l’Iran per ampliare il loro commercio nel settore reale. Nonostante le divergenze Nonostante le notizie circa il rispetto delle recenti sanzioni statunitensi per limitare gli acquisti di cui sopra, l’India resta impegnata a evitare la dipendenza sproporzionata della Russia dalla Cina per timore che ciò possa portare la Cina a costringere la Russia a limitare le esportazioni di armi all’India per risolvere la controversia sui confini a suo favore.

L’inaspettata pressione degli Stati Uniti sull’India sotto Trump 2.0 è intesa come punizione per non essersi sottomessa al ruolo di maggiore vassallo degli Stati Uniti di sempre, ma ha avuto l’effetto indesiderato di ricordare ai politici indiani come la Russia non abbia mai fatto pressione sul loro Paese, dando così nuovo impulso all’espansione dei loro legami. È in questo contesto che Putin visita l’India, che avviene anche nel contesto della rinascente ” Nuova Distensione ” russo – americana messa in atto dall’accordo di pace in 28 punti di Trump con l’Ucraina .

La pressione degli Stati Uniti sull’India potrebbe presto attenuarsi se i politici iniziassero a comprendere il suo ruolo cruciale nel bilanciamento tra Russia e Cina. Questo accordo è nell’interesse del Paese, scongiurando lo scenario in cui la Russia diventi l’appendice cinese delle materie prime per accelerare la sua traiettoria di superpotenza e, di conseguenza, un rivale più temibile nella definizione dell’ordine mondiale emergente. Facilitare passivamente la visione condivisa di tripla-multipolarità tra Russia e India potrebbe quindi essere considerato vantaggioso dagli Stati Uniti.

Il viaggio di Putin in India giunge quindi in un momento reciprocamente opportuno, poiché rafforzerà i loro complementari equilibri per evitare rispettivamente una dipendenza sproporzionata dalle superpotenze cinese e americana. Ciò aiuterà entrambe le parti a raggiungere accordi migliori con le due superpotenze, migliorando la propria posizione negoziale e promuovendo al contempo la transizione sistemica globale verso la multiplessità, che contestualizza ciò che Fëdor Lukyanov di Valdai intendeva quando descriveva i loro legami come “un modello per un mondo post-occidentale”.

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La vendita degli F-35 degli Stati Uniti all’Arabia Saudita potrebbe essere parte del piano definitivo di Trump per rilanciare l’IMEC

Andrew Korybko4 dicembre
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Ciò potrebbe rendere più facile per l’Arabia Saudita normalizzare le relazioni con Israele anche in assenza dell’indipendenza palestinese e quindi ripristinare la fattibilità politica di questo megaprogetto geoeconomico.

L’annuncio che gli Stati Uniti venderanno gli F-35 all’Arabia Saudita è uno sviluppo monumentale. Israele è l’unico paese dell’Asia occidentale a schierare questi caccia all’avanguardia, quindi il suo “vantaggio militare qualitativo” potrebbe essere eroso di conseguenza, ergo il motivo per cui l’IDF si è ufficialmente opposta . Axios ha riferito che Israele vuole che la vendita sia subordinata alla normalizzazione delle relazioni tra Arabia Saudita, idealmente attraverso gli Accordi di Abramo, o almeno alla garanzia da parte degli Stati Uniti che gli F-35 non saranno schierati nelle regioni occidentali dell’Arabia Saudita vicine a Israele.

Non è ancora chiaro se gli Stati Uniti accolgano queste richieste, ma ciò che è molto più chiaro è che l’Arabia Saudita avrà un ruolo più importante nella strategia regionale degli Stati Uniti, il che riporta il Regno nell’orbita statunitense dopo aver diversificato le sue partnership negli ultimi anni, ampliando i legami con Russia e Cina. L’Arabia Saudita si stava già muovendo verso un riavvicinamento con gli Stati Uniti dopo gli ultimi quattro anni di relazioni difficili sotto Biden, come dimostrato dalla sua riluttanza ad aderire formalmente ai BRICS dopo essere stata invitata nel 2023.

L’ultima guerra di Gaza scoppiata poco dopo, che si è evoluta nella prima guerra dell’Asia occidentale tra Israele e l’Asse della Resistenza guidato dall’Iran e si è conclusa con la sconfitta di quest’ultimo , ha ostacolato i progressi sul ” Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa ” ( IMEC ) dal G20 di quell’anno. La portata geoeconomica dell’IMEC richiede in modo importante la normalizzazione dei rapporti israelo-sauditi per facilitare questo processo, che gli Stati Uniti potrebbero ora cercare di mediare dopo aver posto fine alla guerra di Gaza che ha interrotto questo processo precedentemente in rapida evoluzione.

L’impegno dell’Arabia Saudita a investire quasi mille miliardi di dollari nell’economia statunitense, in aumento rispetto ai 600 miliardi di dollari concordati durante la visita di Trump a maggio, può essere interpretato come una tangente per ottenere le migliori condizioni possibili. Trump potrebbe quindi cercare di costringere Bibi a fare almeno delle concessioni superficiali sulla sovranità palestinese in Cisgiordania, in modo che il principe ereditario Mohammad Bin Salman (MBS) non “perda la faccia” accettando la normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi senza che la Palestina diventi prima indipendente.

Allo stesso tempo, la vendita di F-35 all’Arabia Saudita e il conferimento dello status di “Maggiore alleato non NATO” potrebbero essere sufficienti per convincere MBS ad abbandonare anche la minima domanda implicita di cui sopra, soprattutto perché l’IMEC è indispensabile per il futuro post-petrolifero del suo Regno e per il relativo programma di sviluppo ” Vision 2030 “. Se gli Stati Uniti mediassero un accordo israelo-saudita che porti a rapidi progressi nell’implementazione dell’IMEC, potrebbero promuovere l’IMEC come sostituto del Corridoio di Trasporto Nord-Sud (NSTC) dell’India con Iran e Russia.

Gli Stati Uniti hanno già revocato la deroga alle sanzioni Chabahar per l’India prima di reintrodurla , prima come forma di pressione durante i colloqui commerciali e poi come gesto di buona volontà man mano che si facevano progressi, ma si può sostenere che questa deroga miri a reindirizzare l’India dall’NSTC all’IMEC come mezzo per contenere la Russia. Dopotutto, l’NSTC consente all’India di aiutare la Russia a controbilanciare l’ espansione dell’influenza turca in Asia centrale tramite il TRIPP , quindi una deroga a tempo indeterminato è estremamente improbabile anche in caso di un accordo commerciale indo-americano.

Sarebbe più facile per l’India accettare questa concessione geoeconomica, che potrebbe essere ricambiata da concessioni tariffarie da parte degli Stati Uniti, se l’IMEC tornasse a essere vitale e potesse quindi sostituire l’NSTC. Affinché ciò accada, gli Stati Uniti devono prima mediare la normalizzazione dei rapporti tra Israele e Arabia Saudita, a cui potrebbero ora dare priorità dopo aver mediato la fine della guerra di Gaza e raggiunto la loro ultima serie di accordi con il Regno. L’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita sugli F-35 potrebbe quindi far parte del piano finale di Trump per rilanciare l’IMEC.

È discutibile se l’Azerbaijan stia segretamente spedendo Su-22 in Ucraina

Andrew Korybko3 dicembre
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Una corretta alfabetizzazione mediatica può aiutare le persone a distinguere con maggiore sicurezza la varietà di prodotti informativi a cui sono esposte e quindi a ridurre le probabilità di cadere nella trappola delle fake news.

A fine novembre, il quotidiano britannico Daily Express ha affermato che l’Azerbaigian sta segretamente inviando cacciabombardieri Su-22 in Ucraina attraverso una rotta tortuosa che attraversa Turchia, Sudan e Germania. È la stessa rotta attraverso la quale un oscuro sito di notizie online ruandese ha affermato a fine settembre che l’Azerbaigian sta segretamente armando l’Ucraina con armi leggere e droni. La notizia è diventata virale all’epoca dopo essere stata ripresa da organi di stampa russi come Sputnik , nel mezzo delle tensioni russo-azere allora in corso .

Le stesse tensioni si sono presto placate dopo che Putin ha incontrato il suo omologo Ilham Aliyev per un colloquio a Dushanbe a margine del vertice dei leader della CSI, dopo il quale il suddetto rapporto è stato raramente menzionato da molti di coloro che fino a quel momento avevano contribuito a diffonderne la massima informazione. La sua sostanza è sempre stata sospetta a causa dei costi aggiuntivi e dei tempi di spedizione connessi a un percorso così tortuoso rispetto all’impiego di percorsi più diretti via terra o ferrovia attraverso Turchia, Bulgaria e Romania.

Ciononostante, il blog militare russo Rybar – che funge anche da sorta di think tank – ha dato credito a tale notizia in uno dei suoi post su Telegram dell’epoca, ma poi ha curiosamente contestato l’ultima affermazione secondo cui i Su-22 sarebbero stati spediti tramite questa rotta. Secondo loro, i Su-22 sono molto vecchi, l’Ucraina non ne ha nemmeno bisogno (nemmeno per i pezzi di ricambio) e il Daily Express è una pubblicazione sensazionalistica il cui paese trae vantaggio dalla creazione di nuove tensioni nei rapporti con la Russia.

A dire il vero, i rapporti russo-azeri non sono ancora buoni, nonostante il loro incipiente riavvicinamento, con la percezione di una minaccia non convenzionale da parte della Russia nei confronti dell’Azerbaigian che rimane elevata a causa del suo ruolo nel facilitare l’iniezione di influenza occidentale guidata dalla Turchia lungo l’intera periferia meridionale della Russia . Questo processo viene portato avanti attraverso la ” Trump Route for International Peace and Prosperity ” (TRIPP), che faciliterà la logistica militare della NATO in Asia centrale e quindi il possibile adeguamento delle sue forze armate ai suoi standard.

Secondo Aliyev , l’Azerbaigian ha già raggiunto questo obiettivo all’inizio di novembre , e avendo appena aderito all’annuale Incontro Consultivo dei Capi di Stato delle Repubbliche dell’Asia Centrale, poi ribattezzato ” Comunità dell’Asia Centrale “, potrebbe aiutare Paesi come il Kazakistan a seguirne l’esempio. In parole povere, l’Azerbaigian rappresenta effettivamente una minaccia latente non convenzionale per gli interessi strategici della Russia in Asia Centrale, ma ciò non significa automaticamente che ogni notizia sulle sue politiche anti-russe sia vera.

Di conseguenza, è discutibile se l’Azerbaigian stia segretamente inviando Su-22 in Ucraina, soprattutto attraverso la complicata rotta tricontinentale che un tabloid britannico ha affermato essere utilizzata a questo scopo. In assenza di prove, infatti, questo rapporto potrebbe benissimo essere un’operazione di intelligence britannica volta ad esacerbare la sfiducia tra Russia e Azerbaigian allo scopo di provocare una “reazione eccessiva” da parte della Russia che catalizzi un ciclo autoalimentato di escalation reciproche. Gli osservatori dovrebbero quindi essere molto scettici.

In fin dei conti, resoconti provenienti da fonti sospette come questo di un tabloid britannico e persino quello precedente di quell’oscuro notiziario online ruandese potrebbero sembrare credibili a prima vista, poiché corrispondono alle aspettative di alcuni lettori, ma questo è un motivo in più per dubitare delle loro affermazioni. Una corretta alfabetizzazione mediatica può aiutare le persone a distinguere con maggiore sicurezza la varietà di prodotti informativi a cui sono esposte e quindi a ridurre le probabilità di cadere in errore e cadere vittima di fake news.

La “Comunità dell’Asia Centrale” potrebbe ridurre l’influenza regionale della Russia

Andrew Korybko2 dicembre
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Questo nuovo gruppo potrebbe promuovere un più forte senso di identità regionale condivisa tra i suoi membri, persino etnica in senso pan-turco (il Tagikistan è l’eccezione), rispetto a quello che condividono con la Russia attraverso il loro passato imperiale e sovietico, con tutto ciò che ciò comporta per l’elaborazione delle politiche future.

Le Repubbliche dell’Asia Centrale (RCA) rientrano nella “sfera di influenza” russa per ragioni storiche, economiche e di sicurezza. La prima deriva dalla loro storia comune sotto l’Impero russo e l’URSS, la seconda dall’Unione Economica Eurasiatica (UEE) a guida russa, a cui partecipano Kazakistan e Kirghizistan, mentre la terza è legata all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) a guida russa, che include le Repubbliche e il Tagikistan. L’influenza della Russia, tuttavia, è diminuita negli ultimi anni.

La sua comprensibile priorità allo speciale L’operazione ha creato l’opportunità per la Turchia di espandere la propria influenza attraverso l'”Organizzazione degli Stati Turchi” (OTS), a cui partecipano Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan, con il Turkmenistan in qualità di osservatore. L’OTS è nata come gruppo di integrazione socio-culturale che ora promuove anche la cooperazione economica e persino in materia di sicurezza, sfidando così l’UEE e la CSTO. Anche gli Stati Uniti hanno compiuto importanti passi avanti negli scambi commerciali all’inizio di questo mese, durante l’ultimo vertice C5+1.

Questi sviluppi sono stati notevolmente facilitati dalla normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Azerbaigian, mediata dagli Stati Uniti, e dal conseguente “Trump Route for International Peace & Prosperity” ( TRIPP ), presentato durante il vertice dei tre leader alla Casa Bianca all’inizio di agosto. Ciò porterà essenzialmente la Turchia a iniettare influenza occidentale lungo l’intera periferia meridionale della Russia, soprattutto attraverso il previsto aumento delle esportazioni militari, che minaccia di porre serie sfide latenti alla Russia .

L’ ultima mossa su questo fronte è stata quella delle RCA di invitare l’Azerbaigian a partecipare alla loro riunione consultiva annuale dei capi di Stato e di rinominarla “Comunità dell’Asia Centrale” (CCA), casualmente subito dopo l’incontro con Trump. L’integrazione regionale è sempre positiva, ma in questo caso potrebbe anche ridurre l’influenza regionale della Russia. Questo perché tutti e sei potrebbero trattare con la Russia come gruppo anziché individualmente. Ciò potrebbe portare a posizioni negoziali più dure se incoraggiati dalla Turchia e dagli Stati Uniti.

L’inclusione dell’Azerbaigian suggerisce che condividerà la sua esperienza nella gestione delle tensioni di quest’estate con la Russia e fungerà da supervisore dell’alleato turco all’interno del CCA per allinearlo il più possibile all’OTS (ricordando che il Tagikistan, paese non turco, non ne è membro). Questo probabile ruolo, unito alla tempistica dell’annuncio del CCA subito dopo il C5+1 e tre mesi dopo la presentazione del TRIPP, suggerisce che il paese voglia riequilibrare i rapporti con la Russia e potrebbe fare affidamento sulla guida dell’Azerbaigian se ciò dovesse causare tensioni.

La Russia svolge ancora un ruolo economico enorme nelle cinque RCA e garantisce la sicurezza di tre dei sei membri della CCA attraverso la loro adesione alla CSTO. Putin ha inoltre ospitato i leader delle RCA all’inizio di ottobre, durante il Secondo Vertice Russia-Asia Centrale, dove si è impegnato ad aumentare gli investimenti. Esistono quindi limiti concreti in termini di portata e rapidità con cui la CCA potrebbe riequilibrare i rapporti con la Russia, quindi non ci si aspetta nulla di drammatico a breve, ma una certa riduzione dell’influenza russa potrebbe essere inevitabile.

Questo perché il CCA potrebbe promuovere un più forte senso di identità regionale, persino etnica in senso pan-turco (il Tagikistan è l’eccezione), rispetto a quello che condividono con la Russia attraverso il loro passato imperiale e sovietico, con tutto ciò che ciò comporta per la futura definizione delle politiche. Ciò è in linea con gli interessi della Turchia, che prevede di diventare una Grande Potenza eurasiatica attraverso la sua nuova influenza in Asia centrale tramite il TRIPP e l’OTS, e che a sua volta promuove il grande obiettivo strategico degli Stati Uniti di contenere la Russia.

Una provocazione lituana con i droni ha quasi fatto fallire il viaggio di Witkoff e Kushner a Mosca

Andrew Korybko3 dicembre
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Se non fosse stato abbattuto sopra la città di confine bielorussa di Grodno e fosse invece passato in Polonia diretto al Centro congiunto di analisi, addestramento e istruzione NATO-Ucraina, come hanno rivelato i dati di volo recuperati, avrebbe potuto scatenare una crisi che avrebbe rovinato i rinati colloqui di pace.

L’inviato speciale di Trump per la Russia, Steve Witkoff, e suo genero Jared Kushner, entrambi protagonisti di un ruolo importante nei negoziati per l’ accordo di pace di Gaza , hanno incontrato Putin al Cremlino per cinque ore martedì. Il loro viaggio avrebbe potuto essere ostacolato, tuttavia, se una provocazione lituana avesse avuto successo. Un drone spia occidentale all’avanguardia è stato abbattuto domenica sulla città di Grodno, al confine con la Bielorussia occidentale, ma i dati di volo recuperati indicavano che avrebbe dovuto raggiungere la Polonia occidentale.

Il percorso lo avrebbe portato a Bydgoszcz, che ospita il Centro congiunto di analisi, addestramento e istruzione NATO-Ucraina , per poi tornare indietro per lo stesso percorso. Questo avrebbe potuto a sua volta scatenare una crisi, poiché i guerrafondai occidentali avrebbero certamente riportato l’incidente in modo errato, forse utilizzando dati di volo e radar manipolati, per affermare che la Russia avesse lanciato il drone dalla Bielorussia. Potrebbero persino aver mentito sul fatto che si trattasse di un drone armato, al fine di drammatizzare al massimo l’incidente e far deragliare i colloqui allora imminenti.

Diversi presunti droni russi sono entrati in Polonia circa due mesi e mezzo fa in un incidente che è stato presumibilmente attribuito al disturbo della NATO in vista delle esercitazioni Zapad 2025 , ma che è stato sfruttato dallo “stato profondo” polacco in un fallito tentativo di manipolare il presidente per spingerlo a dichiarare guerra alla Russia. Da allora, il presidente bielorusso Alexander Lukashenko e il suo capo del KGB Ivan Tertel hanno confermato che il loro Paese desidera un “grande accordo” con gli Stati Uniti, che includerebbe naturalmente un accordo di de-escalation con la Polonia.

Gli accordi sopra menzionati potrebbero potenzialmente essere parte di un grande compromesso russo-statunitense per porre fine al conflitto ucraino, ma se l’accordo polacco-bielorusso in esso contenuto dovesse essere improvvisamente sabotato, allora potrebbe essere più difficile raggiungere qualcosa di più significativo. Qui sta tutta l’importanza dell’ultima provocazione lituana con i droni, che non è stata la prima da quando Tertel ha affermato nell’aprile 2024 che la Bielorussia ha sventato un attacco con droni contro Minsk da lì, ovvero per rovinare l’intera sequenza diplomatica.

Dopotutto, lo scenario di un presunto drone russo (forse “armato”) lanciato dalla Bielorussia e abbattuto durante il tragitto verso il Centro congiunto di analisi, addestramento e istruzione NATO-Ucraina praticamente alla vigilia del viaggio di Witkoff e Kushner a Mosca sarebbe sensazionale. Non solo, ma il presidente del Comitato militare della NATO, Giuseppe Cavo Dragone, ha appena rivelato che il blocco sta prendendo in considerazione ” attacchi (cyber) preventivi ” contro la Russia come “risposta” alla sua “guerra ibrida”, che avrebbe potuto seguire.

In un simile contesto, le crescenti tensioni tra Russia e Occidente avrebbero reso impossibile il viaggio di Witkoff e Kushner a Mosca, infliggendo così un colpo potenzialmente letale all’ultima – e forse ultima – spinta di Trump per la pace in Ucraina. Ricordando come gli inglesi siano stati probabilmente i responsabili delle recenti fughe di notizie russo-americane di Bloomberg, come sostenuto qui , volte a sabotare i loro colloqui, è possibile che dietro questa provocazione ci fossero anche questi storici maestri del divide et impera e delle provocazioni sotto falsa bandiera.

Se Trump è seriamente intenzionato a raggiungere un accordo con Putin, allora dovrebbe dichiarare pubblicamente che gli Stati Uniti non saranno trascinati in una guerra con la Russia se i membri della NATO lanciassero una sorta di “attacco preventivo” contro di essa in risposta a incidenti sospetti come presunte incursioni di droni. Non farlo rischia di incoraggiare gli orchestratori (britannici?) di quest’ultima provocazione a riprovarci più e più volte, finché non riusciranno finalmente a innescare una crisi che rovinerebbe tutto ciò che sta cercando di ottenere e porterebbe il mondo sull’orlo di una guerra totale.

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Dai missili ipersonici al riarmo navale, come la Turchia sta ridefinendo il suo ruolo_di Michele Ditto

Dai missili ipersonici al riarmo navale, come la Turchia sta ridefinendo il suo ruolo

La Turchia sta accelerando il riarmo con l’obiettivo di ridefinire la propria posizione geopolitica e affermarsi come protagonista in un sistema multipolare

Michele Ditto

4 Ago, 2025

In questo report:

  • Il nuovo missile ipersonico turco
  • I successi dell’industria militare turca
  • La Turchia è indispensabile per l’Europa

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8 min

«Se Dio vuole, non lontano nel futuro, raggiungeremo una capacità di difesa così forte che nessuno avrà nemmeno il coraggio di comportarsi in modo duro nei nostri confronti».

In questa dichiarazione dello scorso giugno, il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan – scosso dalla recente guerra tra Israele e Iran – prometteva un’accelerazione nei programmi di riarmo del suo Paese, soprattutto per quanto riguarda la produzione di missili balistici a medio e a lungo raggio.

Poche settimane dopo, durante l’International Defence Industry Fair (Idef) di Istanbul – una fiera a cadenza biennale, che quest’anno ha accolto più di 120 mila visitatori e 103 delegazioni straniere – è stato presentato il Tayfun Block 4, il primo missile ipersonico prodotto dalla turca Rokestan.

Il sistema d’arma è una versione aggiornata del missile balistico a corto raggio Tayfun, che è stato testato per la prima volta nel 2022. La nuova versione, secondo Roketsan, raggiungerà distanze maggiori e «Sarà in grado di distruggere numerosi obiettivi strategici, come sistemi di difesa aerea, centri di comando e hangar militari».

https://x.com/clashreport/status/1947691684063485962?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1947691684063485962%7Ctwgr%5Ebd74130b5610d659790b8ba441bf97fb0fd396d7%7Ctwcon%5Es1_&ref_url=https%3A%2F%2Faliseoeditoriale.it%2Fdai-missili-ipersonici-al-riarmo-navale-come-la-turchia-sta-ridefinendo-il-suo-ruolo%2F

L’industria militare turca è in espansione

All’Idef, oltre al sistema Tayfun Block 4, sono stati presentati 26 nuovi prodotti per la Difesa, accompagnati da più di 1.100 articoli esposti per la prima volta. Nel corso dell’evento, sono stati conclusi contratti per un valore complessivo di 9 miliardi di dollari, confermando il ruolo sempre più rilevante della Turchia nel panorama dell’industria militare a livello globale.

Questo progresso è il risultato di una strategia adottata all’inizio degli anni Duemila, quando le restrizioni e gli embarghi internazionali hanno spinto Ankara a concentrarsi sullo sviluppo di piattaforme nazionali. Una necessità che si è trasformata in una leva strategica: la percentuale di produzione interna nel settore è passata dal 20% all’inizio del millennio a oltre l’80% oggi.

I numeri dell’export parlano chiaro. Nel 2024, le esportazioni turche nel settore della Difesa e dell’aerospazio hanno raggiunto il record di quasi 7,2 miliardi di dollari, con un balzo di quasi il 30% rispetto all’anno precedente. Si tratta di un dato più che triplicato rispetto ai 2,28 miliardi del 2020. E secondo il ministro del Commercio Ömer Bolat, la soglia degli 8 miliardi sarà «superata facilmente» già quest’anno.

I sistemi d’arma progettati ad Ankara stanno guadagnando terreno in Europa, con particolare attenzione ai droni realizzati dalla turca Baykar. Recentemente, l’azienda ha stretto una collaborazione con la società italiana Leonardo per lavorare insieme allo sviluppo di questi velivoli senza pilota direttamente in Italia. La joint venture punta a esportare non solo a livello europeo, ma anche su scala globale.

In aggiunta, lo scorso anno Bloomberg ha evidenziato che la Turchia sta rapidamente guadagnando terreno come principale fornitore di proiettili di artiglieria per gli Stati Uniti. In particolare, materiali chiave come il trinitrotoluene (Tnt) e la nitroguanidina, prodotti negli stabilimenti turchi, risultano fondamentali per la fabbricazione di munizioni calibro 155 mm conformi agli standard Nato.

https://x.com/ragipsoylu/status/1773008323492622741?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1773008323492622741%7Ctwgr%5Ebd74130b5610d659790b8ba441bf97fb0fd396d7%7Ctwcon%5Es1_&ref_url=https%3A%2F%2Faliseoeditoriale.it%2Fdai-missili-ipersonici-al-riarmo-navale-come-la-turchia-sta-ridefinendo-il-suo-ruolo%2F

Il riarmo aereo-navale della Turchia

Nonostante una solida industria militare in continuo sviluppo, la Turchia continua a incontrare difficoltà nel progettare sistemi d’arma avanzati, come i caccia da combattimento. Il jet di quinta generazione Tai Tf-X Kaan è stato sviluppato dalla turca Tai solo in collaborazione con la britannica Bae Systems e i primi prototipi si trovano ancora in fase di test.

Il programma ha ricevuto un impulso decisivo nel 2019, quando gli Stati Uniti hanno escluso Ankara dal progetto F-35 a seguito dell’acquisto da parte del governo turco del sistema di difesa aerea russo S-400. Ora l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack, ha dichiarato che una risoluzione della questione è vicina e che Washington potrebbe presto autorizzare la consegna degli ambiti velivoli ad Ankara.

Tuttavia, Israele si oppone a questa eventualità, temendo che la concessione dei jet alla Turchia possa compromettere la sua supremazia militare in Medio Oriente. Cresce inoltre la preoccupazione che Ankara stia emergendo, dopo l’Iran, come principale rivale strategico per Tel Aviv, soprattutto in seguito alla recente caduta del regime di Bashar al-Assad in Siria, evento che ha avvicinato le sfere d’influenza dei due Paesi.

Ankara sta comunque cercando delle alternative agli F-35 per dotarsi di un parco di velivoli all’avanguardia (oggi l’aeronautica turca fa affidamento soprattutto sugli ormai superati F-16). Da ultimo, sembra che la Turchia abbia raggiunto un accordo con il Regno Unito che apre la strada per l’eventuale acquisto da parte di Ankara di cacciabombardieri Eurofighter Typhoon.

Dato che il velivolo è prodotto anche da Germania, Spagna e Italia, è necessaria l’approvazione alla vendita da parte di ciascuno di questi Paesi. Per ora, solo Londra e Berlino hanno dato luce verde.

L’aggiornamento della forza aerea è un obiettivo chiave nel programma driarmo turco. Invero, come sottolinea Ozgur Unluhisarcikli, analista del German Marshall Fund: «Sebbene la Turchia abbia un esercito molto grande — il secondo più grande della Nato — la sua potenza aerea è relativamente più debole».

Sul fronte navale, invece, i programmi di riarmo in atto promettono di rendere la Turchia la prima potenza marittima del mediterraneo. Nei cantieri di Istanbul e Golcuk sono in costruzione un sottomarino d’attacco, un cacciatorpediniere lanciamissili di grandi dimensioni e una portaerei, che sarà circa 20mila tonnellate più pesante della portaerei francese Charles de Gaulle e della Lhd Trieste.

Le ambizioni turche non si fermano qui: recentemente il comandante della flotta sottomarina della Marina di Ankara ha reso noto l’interesse per battelli a propulsione nucleare, accennando al lancio di un programma dedicato, denominato Nukden. Qualora queste aspirazioni venissero realizzate, la Turchia entrerebbe nel ristretto gruppo di sette nazioni al mondo dotate di tale tecnologia.

https://x.com/Defence_Index/status/1944293174475993350?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1944293174475993350%7Ctwgr%5Ebd74130b5610d659790b8ba441bf97fb0fd396d7%7Ctwcon%5Es1_&ref_url=https%3A%2F%2Faliseoeditoriale.it%2Fdai-missili-ipersonici-al-riarmo-navale-come-la-turchia-sta-ridefinendo-il-suo-ruolo%2F

Ankara sta diventando indispensabile per l’Europa

«Riteniamo che non vi sia alcuna giustificazione per escluderci dai programmi di ricostruzione e di approvvigionamento di prodotti per la Difesa dell’Unione Europea», ha affermato Erdogan lo scorso marzo nel corso della riunione con i capi di Stato e di governo di Canada, Gran Bretagna, Norvegia e Islanda organizzata dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa.

Il beneficio di una collaborazione militare tra i Paesi dell’Ue e Ankara è stato sottolineato da Federico Donelli, esperto di relazioni internazionali all’università di Trieste: «Abbiamo un enorme potenziale di cooperazione con la Turchia […] è uno dei protagonisti emergenti nel mercato della sicurezza. Uno dei punti di forza è la sua capacità di produrre in modo efficiente a un costo inferiore rispetto alle aziende americane o israeliane».

Sebbene tra i 27 non tutti siano d’accordo con questa prospettiva (Grecia e Cipro su tutti), la crescente esigenza per l’Europa di concentrarsi su temi come la sicurezza e il riarmo potrebbe spianare la strada a una collaborazione con la Turchia per lo sviluppo congiunto di sistemi d’arma. In ogni caso, è difficile ignorare il ruolo strategico di Ankara nel panorama continentale e le influenze che esercita sui Paesi europei.

La Turchia riveste infatti un’importanza fondamentale nella gestione di questioni fondamentali per la sicurezza del Vecchio Continente, tra cui la gestione dei profughi siriani e la stabilità politica nelle Libie. Negli ultimi anni, Ankara è riuscita anche a ridurre i margini di instabilità nel mediterraneo grazie alla sua azione diplomatica e si è posta anche come attore super partes nei confronti del conflitto russo-ucraino.

Proprio per questa ragione, anche di fronte al progressivo smantellamento dell’ordine democratico all’interno del Paese da parte di Erdogan, che include l’arresto del suo principale avversario politico, Ekrem Imamoglu, gran parte dell’Europa continua ad adottare un atteggiamento passivo nei suoi confronti, preoccupata di evitare eventuali rappresaglie da parte del Sultano.

Immagine in evidenza: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29814907, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=78712757, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12103028

Trattativa Iran Usa , Netanyau rimane fuori_Con Roberto Iannuzzi e Antonello Sacchetti

Geopolitica su Italia e il Mondo: Trattativa Iran Usa , Netanyau rimane fuori incassando l’ennesima esclusione Steve Witkoff si dimostra un asso nella manica della nuova amministrazione Trump. Guarda ora! Su *Italia e il Mondo*, Cesare Semovigo e Giuseppe Germinario ospitano Roberto Iannuzzi e Antonello Sacchetti, maestri di Medio Oriente e Iran, per un’analisi think tank che svela gli intrighi geopolitici del 2025. Scopri di più nella playlist *Medio Oriente: Iannuzzi e Sacchetti*! Parleremo dell’inviato speciale Usa Steve Witkoff e della brillante operazione strategica Iraniana.

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LIBIA, CUORE DELLA NUOVA STRATEGIA RUSSA IN AFRICA, di Bernard Lugan

LIBIA, CUORE DELLA NUOVA STRATEGIA RUSSA IN AFRICA

La risoluzione, il 21 gennaio 2025, dell’accordo tra Mosca e Damasco, che prevedeva un contratto di locazione di 49 anni concesso da Bashar al-Assad alla Russia per lo sfruttamento del porto di Tartous, ha fatto perdere a Mosca il suo principale punto d’appoggio nel Mediterraneo e la sua unica base navale nella regione. Ecco perché, con urgenza, la Russia ha spostato il suo dispositivo militare in Libia.

Oltre a essere un punto di appoggio indispensabile in prossimità delle basi russe nel Mar Nero, il porto di Tartus costituiva un anello essenziale nella catena logistica di rifornimento della base che Mosca intende stabilire nel Mar Rosso. Dopo la caduta di Assad, la Russia ha quindi proceduto a un massiccio trasferimento delle sue attrezzature militari dalla Siria alla Libia. I porti di Tobruk e Ras Lanuf hanno così sostituito le basi russe in Siria, compresa quella di Tartus, le cui attrezzature sono state trasportate da una vera e propria “ponte navale”. Senza questi due punti di appoggio, la flotta russa dovrebbe lasciare il Mediterraneo. Per quanto riguarda i cargo russi, hanno effettuato rotazioni tra la base di Hmeimim, in Siria, e la base aerea di Al-Khadim, nella Libia orientale. Quest’ultima sarebbe in fase di ammodernamento, così come le basi navali di Tobruk e Bengasi. Attualmente, l’organizzazione paramilitare Africa Corps, che è succeduta a Wagner dopo la morte di Evgenij Prigojine, controllerebbe quattro basi in Libia: Al-Jufrah, Al-Khadim, Brak al-Shati e AlQardabiya e una nuova base sarebbe in costruzione nel sud-est del paese, a Mateen al-Sarrah, vicino a Uweinat (Mondafrique, 11 febbraio 2025). Questa nuova base nel sud della Libia, insieme al rafforzamento delle infrastrutture esistenti, consentirà a Mosca di mantenere un corridoio strategico tra il Mediterraneo e il Sahel, un vero e proprio corridoio che le permetterà di sostenere le sue aree di influenza in Mali, Niger, Burkina Faso e Repubblica Centrafricana, e di rafforzare così la sua presenza a livello subregionale. Un grande problema che si pone ora alla Russia è se il maresciallo Haftar sia più affidabile dell’ex presidente Assad. La questione è essenziale, perché se quest’ultimo perdesse il potere, la flotta russa sarebbe cacciata dal Mediterraneo… Il riorientamento della politica russa in Africa è quindi totalmente incentrato sul rafforzamento delle sue relazioni con la Cirenaica, la parte orientale della Libia controllata dal maresciallo Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico (ALN) con base a Bengasi e rivale del Governo di Unione Nazionale (GUN) di Tripoli sostenuto dalla Turchia e dall’Occidente. Qual è dunque la forza dell’ALN, questo conglomerato di forze tribali sostenuto da Russia, Egitto e Emirati Arabi Uniti? Il maresciallo Haftar controlla la maggior parte dei campi petroliferi libici e i quattro terminali di esportazione del greggio. I proventi che ne ricava gli consentono di modernizzare l’ALN. Alcune delle unità di Haftar sono ora equipaggiate con materiale recente fornito dagli Emirati Arabi Uniti. La forza militare su cui può contare il maresciallo Haftar sarebbe di circa 15.000 uomini. Nel sud della Libia, il maresciallo Haftar si è alleato con gli arabi del potente tribù degli Ouled Sulayman che occupano l’asse delle oasi che si estende fino al centro del Ciad e che controlla la città di Sebha in un clima di conflitto permanente con i Toubou e i Tuareg. Di fronte, la Tripolitania è riuscita a resistere alle offensive lanciate dal maresciallo Haftar grazie all’intervento diretto dell’esercito turco. Ankara ha addestrato diverse migliaia di soldati, tra cui la brigata 444 che sarebbe composta da Fratelli musulmani. Ankara gestisce la marina di Tripoli e possiede diverse basi militari in Tripolitania, tra cui la base aerea di al-Watiya e la base navale di Misurata.

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Secondo quanto riferito, è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco a Gaza, mentre sia Biden che Trump se ne prendono il merito, di Simplicius

Secondo quanto riferito, è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco a Gaza, mentre sia Biden che Trump se ne prendono il merito

16 gennaio
Nel frattempo: Trump ha invitato tutti i funzionari coinvolti nella gestione del conflitto ucraino a dare le dimissioni alle ore 00:01 del 20 gennaio, altrimenti…Sono già pronti, intanto, duemila nuovi funzionari pronti a sostituire gli uomini di apparato. Ne occorreranno almeno il doppio.
Netanyau ha dichiarato che non ci sarà alla cerimonia di insediamento di Trump. Ruggini che riemergono o rischi alla sicurezza? Vedremo se ci ripenserà.
Il quadro geopolitico in Medio Oriente cambierà parecchio. Tra Turchia, Sauditi, Israele e Iran gli equilibri cambiano, ma manca un vincitore assoluto. Tempi di mediazione. L’effetto di bilanciamento della sconfitta in Ucraina con una vittoria in Medio Oriente è praticamente diluito. Trump ha acquisito credito, ma non sarà l’unico mediatore in quell’area e non solo_Giuseppe Germinario

La grande notizia del giorno: Israele ha annunciato ufficialmente un cessate il fuoco e la potenziale fine della guerra di Gaza. Hamas rilascerà 33 ostaggi (numerologia interessante, come sempre) e Israele ritirerà le sue forze militari da Gaza.

L’operazione si svolgerà in tre fasi, la prima delle quali avrà inizio il 19 gennaio, appena un giorno prima dell’insediamento di Trump, come se fosse un omaggio:

L’annuncio è stato accolto con grandi applausi in tutto il nord di Gaza, dove i combattenti di Hamas sarebbero usciti dai loro tunnel per festeggiare apertamente nelle strade: non ci sono dubbi, questa è considerata una vittoria monumentale dalla resistenza:

Hamas ha dichiarato il cessate il fuoco con Israele una vittoria

Secondo l’accordo, nella seconda fase del cessate il fuoco, l’esercito israeliano dovrà lasciare Gaza.

Hamas deve restituire gli ostaggi sopravvissuti e in cambio riceverà i suoi compagni detenuti nelle prigioni israeliane. Questa era la richiesta di Hamas; Israele ha insistito sul rilascio dei suoi cittadini senza alcuna condizione.

Nella terza fase dell’accordo, i resti degli ostaggi assassinati saranno restituiti alle famiglie in Israele e a Gaza avrà inizio la ricostruzione postbellica su larga scala.

In Israele stesso si sta già definendo l’accordo “cattivo” e si sostiene che sia stato imposto dagli Stati Uniti.

Ascolta qui sotto l’ammissione di Blinken:

“In effetti Hamas ha reclutato quasi tanti nuovi militanti quanti ne ha persi.”

Non sorprendetevi se il numero reale sarà molto più alto di quanto perso; se non è ancora così, lo sarà in futuro.

Dopo molto più di un anno di combattimenti, la “più grande forza militare del pianeta” non è riuscita a sconfiggere Hamas, nemmeno dopo aver ricevuto un assegno in bianco per il totale massacro indiscriminato e il genocidio della popolazione civile senza alcuna ripercussione, un margine di manovra non concesso a nessun’altra forza militare nella storia recente.

Il fatto è che le IDF hanno avuto un esito disastroso e il motivo per cui si è arrivati all’accordo è dovuto al fatto che nelle ultime settimane si è registrato un aumento significativo delle morti tra i soldati delle IDF:

Di recente è giunta la notizia che il 4% di tutti i decessi tra le truppe dell’IDF sono stati suicidi:

E segnalazioni di 20.000 feriti tra le IDF solo nel conflitto di Gaza:

In un umoristico cenno alla politica americana, sia Biden che Trump si sono presi separatamente il merito dell’accordo di cessate il fuoco, sebbene la CNN sostenga che entrambe le parti abbiano lavorato insieme su di esso. Tenete presente che Netanyahu ha recentemente sospeso i piani per partecipare all’insediamento di Trump, a quanto si dice, dopo lo sgarbo di quest’ultimo: Trump ha pubblicato un video di Jeffrey Sachs che chiama Netanyahu un “profondo, oscuro figlio di puttana”.

In effetti, Haaretz ha addirittura affermato che la recente “aggressività” di Trump, che probabilmente include la frecciatina di cui sopra, ha portato al cessate il fuoco, presumibilmente perché Netanyahu ha letto il cambiamento nel vento e ha capito che sarebbe stato adesso o mai più, poiché la futura amministrazione di Trump è percepita come dotata di un approccio più duro e pratico nel raggiungere un accordo:

I “patrioti” israeliani si sentono traditi da un Trump che aveva affermato di voler dare ad Hamas “l’inferno” e che ha subito costretto Bibi a un accordo:

Zimri: “Quindi tutta la sua gente ha mentito: è una grande delusione”.

Magal: “Parla dell’inferno e nel frattempo manda il suo inviato a firmare un accordo. È un accordo il cui impatto sarà molto difficile. Questa è la verità.” Ha aggiunto che l’ultima speranza rimasta è che Hamas rifiuti un accordo: “Un ministro del governo mi ha detto che dobbiamo pregare di nuovo affinché Dio indurisca il cuore del faraone.”

Ma naturalmente, questo è solo l’ultimo capitolo dell’incubo ciclico e senza fine del colonialismo razzista israeliano:

Non possiamo avere grandi confidenze sul suo successo, soprattutto considerando che alti funzionari israeliani come Ben-Gvir hanno già espresso la speranza che l’accordo fallisca e senza dubbio faranno del loro meglio per indebolirlo in ogni modo possibile.

Ha anche poca attinenza con i continui attacchi di Israele su vari altri paesi circostanti, dal Libano e dalla Siria allo Yemen. Israele ha persino intensificato gli attacchi su Gaza oggi, uccidendone una dozzina circa, si suppone che avessero bisogno di saziare la loro sete di sangue come consolazione per l’imminente cessazione delle ostilità.

In effetti, un rapporto appena precedente sosteneva che Israele aveva addirittura scatenato il suo primo attacco diretto contro le truppe di Jolani:

L’aeronautica militare israeliana ha condotto il suo primo attacco contro le forze del gruppo terroristico HTS, che ha preso il potere in Siria.

L’attacco aveva come obiettivo un convoglio di militanti nella provincia di Quneitra per impedirgli di avvicinarsi alle forze dell’IDF presenti sul territorio.

Fu proprio in quel periodo che Erdogan rivolse un forte rimprovero a Netanyahu, invitandolo a smettere di colpire la Siria, mentre continuavano a crescere le tensioni tra la Turchia e i suoi alleati siriani e Israele.

Erdogan:

“Le azioni aggressive delle forze che attaccano il territorio siriano, Israele in particolare, devono cessare il prima possibile. Altrimenti, causeranno esiti sfavorevoli per tutti.”

Non ci resta che speculare se questa nuova minaccia in aumento sia la principale delle ragioni per cui Netanyahu ha finalmente acconsentito a un cessate il fuoco che aveva rifiutato molte volte in precedenza. Con la continua pessima performance dell’IDF, in particolare il suo grave fallimento nell’incursione nel territorio libanese, Netanyahu potrebbe aver scelto di ridurre il peso della guerra su più fronti per liberare risorse da concentrare sulla potenziale nuova minaccia dall’asse turco-siriano.

Il fetore di tutto ciò seguirà i demoni dell’amministrazione Biden per molti anni a venire:


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2024-2025 Tra passato e futuro Con Cesare Semovigo, Gabriele Germani, Giuseppe Germinario

Prosegue la collaborazione con il canale YouTube @Gabriele.Germani Il passaggio dal 2024 al 2025 offre, come sempre, l’occasione per un primo bilancio di quanto accaduto nell’anno passato, così convulso per poi sbilanciarci in qualche previsione nel prossimo futuro, aperto a diverse opzioni. Seguirà, prossimamente, una puntata di ulteriore approfondimento con Roberto Buffagni e Roberto Iannuzzi, registrata il 2 gennaio scorso. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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