Italia e il mondo

Osservazioni geopolitiche riguardanti l’attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente, di Titanium Στρατηγός

Osservazioni geopolitiche riguardanti l’attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente

Scritto da Titanium Στρατηγός

Composto tra il novembre ed il dicembre 2024, rivisto il giugno 2026

Sommario:

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La Francia e la Turchia appartengono – quantomeno formalmente – al medesimo blocco strategico ereditato dall’epoca della Guerra fredda e del periodo post-Guerra fredda: la NATO. Ciononostante, esse sono state coinvolte in una dinamica di attrito tanto latente quanto manifesta nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Una relazione tanto aspra tra due potenze regionali di media grandezza, che costituisce una questione geopolitica di rilievo, purtroppo, non è ampiamente discussa né frequentemente menzionata dai principali organi mediatici dedicati alla politica estera e alle relazioni internazionali.Entrambe le potenze recano il peso storico dell’eredità di un passato da superpotenze. Da un lato, la Turchia fu l’Impero Ottomano, che raggiunse il proprio apogeo tra il XVI e il XVII secolo. Dall’altro lato, la Francia – sebbene con fortune alterne – toccò il massimo della propria potenza dalla seconda metà del XVII secolo fino alla prima metà del XX secolo. Parigi, grazie a un elevato grado di industrializzazione e a una significativa capacità di proiezione della potenza verso l’esterno, un secolo fa – e persino successivamente durante la Guerra fredda – era in grado di esercitare un’influenza considerevole nelle aree MENA (Middle East and North Africa). Ciò risultò vero tanto durante la fase coloniale quanto nel periodo successivo alla decolonizzazione.Tuttavia, le dinamiche strutturali del potere risultano oggi mutate. In tal senso, la Francia sembra trovarsi in una fase di ripiegamento strategico e di progressiva perdita della propria presa su tali regioni. Sul versante opposto, la Turchia, che un secolo fa – dal punto di vista della mera potenza materiale (senza considerare le conquiste sociali e politiche ottenute dai cittadini turchi attraverso le riforme di Atatürk) – rappresentava soltanto l’ombra del proprio passato imperiale, andava progressivamente perdendo tutta la propria influenza nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente.L’attuale potenza turca, invece, sostenuta internamente da una robusta politica strutturale di industrializzazione, sta riaffermando la propria influenza in tutte queste aree. Ankara sta colmando i vuoti di potere lasciati dal progressivo arretramento dell’influenza francese. Tale realtà geopolitica si manifesta pertanto in una dinamica di attrito reciproco tra le due potenze sopra menzionate. Si tratta di una rivalità che si dispiega su molteplici livelli: dalla competizione economica agli scambi reciproci di insulti pubblici tra i rispettivi leader attraverso i mezzi di comunicazione di massa; dalla corsa all’imposizione di modelli culturali di dominio in tali regioni fino ai conflitti regionali per procura, combattuti sul terreno attraverso forze alleate e proxy locali.

Saggio:

Concentrando l’attenzione sul cosiddetto “Grande Mediterraneo(1)” al fine di valutare il peso dei principali attori geopolitici e strategici presenti in tale area, ed escludendo la poderosa presenza militare statunitense nel continente europeo(2) – particolarmente concentrata in Italia e in Germania quale conseguenza dell’ordine mondiale instauratosi dopo la Seconda guerra mondiale – appare evidente come gli eserciti, e conseguentemente gli Stati, più vasti, meglio addestrati, meglio armati, più avanzati tecnologicamente, maggiormente finanziati e più competenti siano effettivamente la Francia(4) e la Turchia(5).

I due Paesi condividono caratteristiche comuni nonostante la diversità dei rispettivi percorsi storici. Entrambi sono infatti ex superpotenze appartenenti a una precedente fase della storia mondiale. Da un lato, la Turchia, nella forma dell’Impero Ottomano, costituì una superpotenza tra il XVI e il XVII secolo(6). Dall’altro lato, la Francia rappresentò una potenza globale di primo rango dalla metà del XVII secolo fino alla sconfitta di Napoleone nel 1815(7). Successivamente, pur subordinata in termini di forza alla Gran Bretagna, Parigi mantenne il proprio status di grande potenza per tutta la prima metà del XX secolo(8).Nonostante la decadenza strutturale interna dell’Impero Ottomano negli ultimi secoli della sua esistenza, esso mantenne il controllo sulla maggior parte del Nord Africa fino alla fine del XIX secolo. A tal riguardo, occorre sottolineare che tali territori si trovavano sotto dominio turco sin dal XVI secolo. Tuttavia, la fragilità strutturale della Turchia divenne particolarmente evidente nel momento in cui essa iniziò a perdere quei possedimenti.

Più precisamente, perse la Tunisia a favoredella Francia nel 1881(8), l’Egitto a favore della Gran Bretagna nel 1882(9) e la Tripolitania e la Cirenaica – ossia la Libia – a favore dell’Italia nel 1911-1912(10).

La Turchia mantenne inoltre il controllo sulla maggior parte del Medio Oriente fino al termine della Prima guerra mondiale, quando perse integralmente tali territori a vantaggio delle potenze vincitrici del conflitto: Francia e Gran Bretagna(11). Pertanto, da una prospettiva storica, emerge con chiarezza l’esistenza di una presenza turca di lungo periodo in tutte le aree geografiche del Mediterraneo, del Nord Africa e del Medio Oriente. Di conseguenza, risulta comprensibile come l’ideologia revanscista neo-ottomana – che costituisce il faro orientatore del processo geopolitico di espansione dell’influenza perseguito da Ankara nel XXI secolo – fondi una delle proprie basi nel precedente storico rappresentato dai secoli di controllo esercitati dalla Turchia su tali regioni(12).

La Francia esercitò un’influenza rilevante nel Mediterraneo e nel Nord Africa a partire dal XIX secolo. Tale processo ebbe inizio con l’invasione dell’Algeria nel 1830(13) e si ampliò successivamente con la conquista della Tunisia nel 1881(14). Esso proseguì poi con la costituzione dell’Africa Occidentale Francese(15), un insieme di colonie e protettorati che perdurò dalla seconda metà del XIX secolo fino agli inizi della seconda metà del XX secolo.Occorre inoltre ricordare che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo, Parigi perse il controllo diretto su tutti quei territori in conseguenza del processo di decolonizzazione(16). Ciononostante, tali Paesi rimasero sottoposti a una sostanziale influenza francese(17). Questa rappresenta una caratteristica tipica del cosiddetto neocolonialismo, esercitato attraverso l’economia, la cultura, i media, nonché mediante la strutturazione dei sistemi educativi e amministrativi locali.

Inoltre, a seguito della vittoria nella Prima guerra mondiale, la Francia acquisì un’influenza significativa anche in diverse aree del Medio Oriente. Più precisamente, le regioni sottoposte alla sua amministrazione furono il Libano e la Siria(18), risultanti dalla spartizione dell’Impero Ottomano sconfitto. Parallelamente, la Gran Bretagna ottenne, quale bottino di guerra, il controllo sulla Palestina-Giordania, sull’Iraq e sul Kuwait(19). Tuttavia, il controllo diretto europeo su tali territori ebbe durata relativamente breve, giungendo generalmente al termine durante o immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale(20).

Nonostante ciò, la volontà e la capacità della Francia di esercitare un controllo di soft power sulla Siria e sul Libano perdurarono per diversi decenni: per l’intera seconda metà del XX secolo e – sebbene in maniera fortemente declinante – anche nei primi decenni del XXI secolo(21). Tali dinamiche strutturali si manifestarono in molteplici forme. Da un lato, esse si tradussero nell’eredità dell’influenza francese nell’organizzazione educativa e amministrativa dei summenzionati Paesi mediorientali, quali la Siria(22) e il Libano(23). Questi territori hanno a lungo privilegiato infatti il modello francese di istruzione superiore (quantomeno sino al cambio di regime in Siria del dicembre 2024);

di conseguenza, all’interno delle rispettive società, la frequenza di tali istituzioni venne associata all’appartenenza a una classe sociale elevata e/o a uno status sociale superiore (ancora, anche ciò, fu vero sino al cambio di regime nel dicembre del 2024).Dall’altro lato, tale influenza coincise con la diffusione dei modelli francesi di mass media e informazione(24). Tuttavia, la presenza e l’impatto contemporanei di tali strumenti comunicativi ed educativi rappresentano oggi soltanto l’ombra di ciò che essi costituivano probabilmente cinquanta o persino trent’anni fa(25) (inoltre, quanto rimaneva di cotale impalcatura strutturale è stata progressivamente demolita e rimossa anch’essa a partire dal dicembre 2024).

In aggiunta, tali regioni conobbero una significativa presenza di imprese, capitali e investimenti francesi, che contribuirono alla creazione di canali economici privilegiati e al mantenimento di una considerevole presenza francese in quei mercati(26). Oltre a ciò, un ulteriore elemento degno di nota consiste nel fatto che Parigi esercitò una rilevante – sebbene progressivamente decrescente – influenza sulle élite locali accuratamente coltivate e orientate verso la Francia(27).

Vi è inoltre un ulteriore aspetto di rilievo da considerare, non applicabile al Medio Oriente ma fondamentale nel contesto dell’Africa nord-occidentale. La lingua francese – sebbene in progressivo declino – continua infatti a costituire un idioma largamente diffuso in Algeria e in Tunisia accanto ai dialetti locali dell’arabo(28). Ciò testimonia con evidenza il grado di dominio culturale esercitato da Parigi nelle regioni nordafricane(29), affiancandosi alla mera influenza politica ed economica.

Pertanto, alla luce delle dinamiche storiche, geoeconomiche e geopolitiche precedentemente evidenziate, è possibile concludere che la Francia abbia detenuto – pur in una condizione diprogressivo ridimensionamento – una presenza strutturale profonda, multifattoriale e di lunga durata nel Grande Mediterraneo e nelle regioni MENA.

Considerando l’attuale potenza francese, tanto da una prospettiva di peso strutturale quanto da una prospettiva cronologicamente estesa, e confrontandola con quella del secolo scorso (o persino dei secoli precedenti), essa può essere interpretata come inserita in una condizione di lento ma esponenziale declino(30). Tuttavia, nonostante le summenzionate debolezze sistemiche, la Francia permane ancora oggi come uno degli attori regionali più dominanti del bacino mediterraneo(31). Nondimeno, a causa delle proprie carenze strutturali interne – se comparate alla forza del passato – la sua influenza in aree quali il Nord Africa risulta progressivamente in diminuzione(32).

Inoltre, Parigi continua a operare costantemente per approfondire le proprie relazioni con l’intero Mediterraneo orientale: da un lato mantenendo stretti legami con il precedente governo ufficiale siriano (il deposto, nel dicembre 2024, governo ba‘thista), dall’altro coltivando strutturalmente le proprie forze proxy armate in Libia(33). Ciò nonostante, il predominio francese nelle aree MENA è oggi messo in discussione da diversi altri attori, tra cui la Turchia; di conseguenza, il ruolo della Francia sembra progressivamente declinare a vantaggio di nuove potenze regionali emergenti(34), oltre che di grandi attori globali quali la Russia e gli Stati Uniti.

Da una prospettiva storica legata alla proiezione geopolitica della potenza, uno dei principali fattori strutturali che hanno reso Parigi un attore internazionale progressivamente più debole nell’età contemporanea è costituito proprio dal costante e accentuato collasso industriale. Infatti – analogamente a quanto avvenuto in Italia e in Gran Bretagna – la Francia ha attraversato un massiccio processo di deindustrializzazione, intensificatosi a partire dagli anni Settanta, che ha comportato una vasta perdita di posti di lavoro, un significativo deficit della bilancia commerciale, una relativa diminuzione del PIL e, in ultima istanza, un indebolimento della propria potenza(35).

Al contrario, la Turchia ha perseguito un insieme coerente di politiche strutturalmente pianificate e orientate all’incremento esponenziale della propria capacità produttiva fisica industriale e manifatturiera(36). Tale strategia ha conseguentemente favorito la crescita delle infrastrutture connesse e degli assetti produttivi industriali(37). Per questa ragione, il XXI secolo ha rappresentato un periodo di significativa espansione per l’industria della difesa turca, nonché per l’intero apparato industriale nazionale. Questo sviluppo è stato ampiamente determinato dallestrategie adottate dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) sotto la lunga leadership di Recep Tayyip Erdoğan.

La classe dirigente di Ankara ha pertanto posto un’enfasi costante sulla riduzione della dipendenza dai fornitori stranieri, favorendo un rilevante incremento delle capacità produttive domestiche(38). Ne è derivata una solida base strutturale atta a sostenere la proiezione esterna della potenza turca oltre i propri confini nazionali.

È opportuno osservare che, in virtù del contesto storico, geopolitico e strategico della Guerra Fredda, tanto la Francia quanto la Turchia continuano tuttora a far parte dell’Alleanza Atlantica(39). Più precisamente, la Francia ne è membro fondatore sin dal 1949, mentre la Turchia vi aderì nel 1952(40). Tuttavia, è altresì vero che Parigi partecipò esclusivamente alla dimensione politica dell’Alleanza dal 1966 al 2009(41), a causa del ritiro quarantennale dalla sua struttura militare integrata. Ad ogni modo, negli ultimi sedici anni, entrambi i Paesi hanno preso parte e si sono pienamente integrati tanto nell’aspetto politico quanto in quello militare del blocco geopolitico NATO/OTAN(42).

Nonostante appartengano alla medesima alleanza – caratteristica condivisa e retaggio di una precedente fase storica – Francia e Turchia sono state coinvolte in una dinamica di attrito talvolta più sottile, talvolta più manifesta, in aree quali il Mediterraneo, il Nord Africa e il Medio Oriente. Tale contesa è stata determinata dalle dinamiche precedentemente evidenziate relative al progressivo declino della potenza francese in quelle regioni, accompagnato dalla parallela crescita dell’influenza turca nel medesimo spazio geopolitico(43). Come numerosi studiosi hanno osservato, la Francia sta lentamente perdendo la propria presa nella cosiddetta regione del “Grande Mediterraneo”, tanto nel Nord Africa(44) quanto nel Medio Oriente(45). Viceversa, e parallelamente, la Turchia sta avanzando con continuità nelle medesime aree geopolitiche, sostituendo frequentemente la precedente influenza francese.

Tale processo si è sviluppato ovunque si sia manifestato un vuoto di potere lasciato dalla Francia. Di conseguenza, i due attori internazionali risultano oggi coinvolti in una competizione di potenza condotta prevalentemente dietro le quinte – sebbene talvolta emergente anche agli occhi dell’opinione pubblica – che si dispiega attraverso il Mediterraneo, il Medio Oriente(46) e l’Africa occidentale e settentrionale(47).

Inoltre, queste dinamiche competitive tra Parigi e Ankara risultano intrinsecamente intrecciate con le realtà interne dei Paesi MENA. A tal punto che diversi analisti hanno condotto studi sulle rappresentazioni geopolitiche e ideologiche di tali regioni elaborate dalle élite politiche e culturali francesi e turche, interpretandole come riflesso delle giustificazioni poste a fondamento delle rispettive scelte strategiche in cotali regioni(48). Tali studi mettono altresì in evidenza la tendenza delle classi strategiche, manageriali e dirigenti francesi a percepire come minacciosa la crescente influenza di altri Stati(49). Una dinamica alla quale la Francia, nonostante la propria attuale debolezza strutturale – almeno se comparata alla gloria del passato – ha reagito con una crescente determinazione a mantenere il proprio attivo coinvolgimento in tali regioni(50).

Un ulteriore elemento, riscontrabile tanto come dato empirico nelle realtà del Medio Oriente, del Mediterraneo e del Nord Africa, quanto come prospettiva presente nell’immaginario geopolitico delle due potenze, consiste nel fatto che la Turchia rappresenti una delle forze emergenti che, sin dagli inizi degli anni Duemila(51), si confrontano con la Francia nella regione. Tuttavia, diversamente da Parigi, le classi dirigenti turche giustificano e concettualizzano le proprie attività nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente come una presenza legittima e come un diritto partecipativo in un’area dalla quale la Turchia sarebbe stata ingiustamente esclusa nel periodo compreso tra il post-Prima guerra mondiale e gli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, a causa della propria debolezza interna(52).

È tuttavia necessario aggiungere che anche l’ideologia neo-ottomana fornisce un ulteriore apparato giustificativo a sostegno dell’espansione dell’influenza geopolitica turca in tali aree(53). Inoltre, ciò che emerge dagli studi geopolitici dedicati all’argomento è che, al di là delle reciproche rappresentazioni ideologiche delle due potenze, sia la Francia sia la Turchia tendono a privilegiare strumenti e azioni fondati sull’hard power – sebbene prevalentemente esercitati dietro le quinte e al di fuori del controllo dell’opinione pubblica – piuttosto che limitarsi a dinamiche esclusivamente riconducibili al soft power(54).

Infatti, nonostante la sovrammenzionata debolezza interna(55) e il declino della propria proiezione esterna(56) nel contesto geopolitico e delle relazioni internazionali, la Francia ha perseguito con costanza azioni e politiche – di natura militare, commerciale, economica e diplomatica – finalizzate ad ampliare la propria influenza nel Mediterraneo e nelle regioniMENA(57). Tale aspetto emerge chiaramente considerando la presenza militare francese in Libia, Libano, Siria, Iraq ed Emirati Arabi Uniti(58).Il declino dell’influenza francese in tali aree procede parallelamente all’avvento dell’ascesa della Turchia(59). Una chiara manifestazione di questo processo è rappresentata dalla diffusione dei modelli mediatici turchi finalizzati alla costruzione di consenso attraverso strumenti di soft power. Ciò risulta evidente osservando l’ampia diffusione delle soap opera turche nel Grande Mediterraneo e nelle regioni MENA, le quali costituiscono un importante strumento di soft power posto al servizio delle ambizioni geopolitiche di Ankara(60).

La storia condivisa e la prossimità culturale rendono infatti i drammi televisivi turchi estremamente popolari nel mondo arabofono, al punto da superare largamente e di vasti margini l’industria dell’intrattenimento occidentale in termini di penetrazione culturale(61). La conseguenza immediata della popolarità di tali produzioni televisive nel mondo arabo consiste, da un lato, nella crescente percezione della Turchia quale entità moderna, attraente e politicamente positiva; dall’altro lato, nella diffusione stessa della lingua turca, potenziale fondamento per futuri legami politici, economici e commerciali(62).

Inoltre, tutti questi elementi risultano ulteriormente rafforzati dalla fondazione e dal finanziamento, da parte di Ankara, di istituti culturali turchi in varie aree del Medio Oriente, come in Siria(63) e in Libano(64). A ciò si aggiunge il fatto che la Turchia sta altresì ampliando la propria influenza di soft power sugli istituti di istruzione superiore del Nord Africa(65). È dunque possibile comprendere come l’obiettivo di tali dinamiche consista nella formazione di una classe dirigente, amministrativa e politica locale caratterizzata da sentimenti turcofili.

Parallelamente, la crescente leva esercitata dalla Turchia in tali regioni è segnalata anche dalla creazione di reti mediatiche di propaganda turca in lingua araba – oltre che in altre lingue – finalizzate ad accrescere la presa del soft power di Ankara sulle regioni MENA(66). In questo contesto, i servizi d’intelligence turchi hanno organizzato e condotto campagne di influenza sull’opinione pubblica estremamente complesse, sviluppate come un insieme di operazioni di lungo periodo e costantemente implementate tanto all’interno della Turchia quanto su scala internazionale. Tali attività sono state poste in essere allo scopo di promuovere specifiche agende politiche e di orientare l’opinione pubblica in una direzione favorevole al posizionamento geopolitico e alla governance di Ankara(67).

A ben vedere, sulla base delle dinamiche sopra menzionate – che costituiscono il necessario retroterra dei pubblici insulti rivolti negli ultimi anni da Erdoğan nei confronti di Macron(68) – è possibile comprendere il carattere duplice di tale forma di comunicazione massmediatica. Da un lato, essa era rivolta all’opinione pubblica interna turca. In effetti, il suo obiettivo consisteva nel rappresentare il presidente turco quale uomo forte della politica, al fine di consolidare il consenso popolare attorno all’attuale élite detentrice del potere. Dall’altro lato, tale diffusione di messaggi deve essere interpretata da una prospettiva geopolitica, soprattutto alla luce dell’espansione del potere e dell’influenza turca nei Paesi MENA. Questo tipo di comunicazione rappresenta infatti una delle strategie volte a modellare l’opinione pubblica internazionale. Di conseguenza, gli insulti veicolati attraverso i mass media possono essere interpretati come strumenti finalizzati a rappresentare la Francia come un attore debole e incapace agli occhi delle popolazioni locali, contrapponendole invece un’immagine della Turchia quale soggetto politico forte, orgoglioso e risoluto.

Di conseguenza, a causa del crescente attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente, il fenomeno dell’espansionismo turco è inevitabilmente entrato nel campo d’attenzione delle Forze Armate francesi(69), nonché, per estensione, dell’intero apparato d’intelligence e sicurezza di Parigi. A tal punto che, secondo alcuni esperti, il progressivo incremento dei dissensi reciproci tra i due Paesi e la competizione di potenza sviluppatasi attorno ai dossier relativi alla Siria, alla Libia, al Mediterraneo e ad altri scenari regionali hanno alimentato il timore di un conflitto per procura suscettibile di degenerare in un confronto militare diretto tra due membri dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord(70).

In effetti, la situazione appare tale per cui la Francia contesta apertamente le ambizioni neoottomane turche, mentre, al contempo, Parigi guarda con crescente preoccupazione alle iniziative di Ankara che eccedono ciò che, secondo una concezione storicamente novecentesca, erano considerate le tradizionali e circoscritte sfere dell’interesse nazionale turco(71). Pertanto, nel medio periodo, i due Paesi sembrano sottoporsi reciprocamente a una costante prova di forza finalizzata alla ridefinizione delle rispettive zone d’influenza, adattando continuamente i propri obiettivi di politica estera alle turbolente dinamiche geopolitiche del corrente periodo storico(72).

In tale contesto, ispirandosi al modello strategico dell’equilibrio di potenza(73), la Francia ha adottato una postura volta a contrastare l’ascesa della Turchia nel centro del Mediterraneo(74). Aquesto proposito, Parigi ha scelto di costruire una partnership strategica con la Grecia, in virtù della percezione condivisa secondo cui la rapida crescita del profilo geopolitico turco avrebbe destabilizzato il precedente ordine internazionale consolidato(75). Di conseguenza, le élite francesi hanno deciso di rafforzare strutturalmente la Grecia mediante la fornitura di armamenti di nuova generazione(76), nonché attraverso la costituzione di una partnership bilaterale franco-greca di carattere strategico, economico, diplomatico e militare, orientata al contenimento di Ankara(77).

Inoltre, sulla base delle dinamiche sopra evidenziate, al fine della costruzione di una deterrenza più solida nei confronti della Turchia, è attualmente in fase di sviluppo una cooperazione profondamente integrata tra le forze terrestri della Francia e della Grecia(78). Pertanto, occorre sottolineare che, dalla prospettiva di Parigi, tale configurazione geopolitica nel cuore del Mediterraneo persegue l’obiettivo di contrastare efficacemente l’avanzata turca.Un ulteriore teatro nel quale la Francia si oppone con decisione ai progressi di Ankara è rappresentato dal più ampio Mediterraneo orientale(79). Infatti, in cooperazione con altri attori quali gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, Parigi è attivamente impegnata nel contenimento della Turchia(80). Più precisamente, nel Nord di Cipro è presente da lungo tempo una significativa e forte presenza militare turca(81), progressivamente ampliata nel corso degli anni(82). Parallelamente, nella parte meridionale dell’isola permane una consistente presenza militare britannica sin dall’epoca precedente alla decolonizzazione(83).

In aggiunta, al fine di fronteggiare l’ascesa turca, la Francia ha stipulato un accordo bilaterale di difesa con Cipro(84) ed è attivamente impegnata nella vendita di armamenti di nuova generazione al governo di Nicosia(85). Ad ogni modo, è necessario osservare che una delle principali ragioni della competizione geoeconomica e geopolitica nel Mediterraneo orientale risiede nello sfruttamento dei vasti giacimenti di gas situati nelle profondità marine della regione(86), tra i quali il più rilevante è il celebre giacimento Leviathan(87).

Infine, gli analisti turchi interpretano tali scelte strategiche francesi come ostili(88), contribuendo così ad accentuare ulteriormente l’attrito reciproco anche sul piano concettuale e ideologico.

Inoltre, il crescente attrito tra Turchia e Francia si è già manifestato apertamente in diversi episodi verificatisi nel Mediterraneo e nelle regioni MENA. Ad esempio, nel 2020, le forze delgenerale Haftar, basate in Cirenaica, attaccarono la regione della Tripolitania in Libia con il sostegno della Francia; al contrario, la Turchia decise di intervenire appoggiando la fazione del governo ufficialmente riconosciuto(89). Tuttavia, la situazione giunse infine a una fase di stallo, sebbene persistesse un attrito di bassa intensità. È però importante osservare che le forze speciali francesi e turche, insieme alle rispettive forze proxy locali, giunsero direttamente a combattersi sul terreno(90).

Un’altra area che ha evidenziato la realtà di tale competizione fondata sull’attrito è la Siria(91). Più precisamente, come precedentemente ricordato, e nel quadro di una situazione protrattasi per molti decenni, la Francia ha esercitato in quel Paese un’influenza politica, economica e di soft power. Parallelamente, la Turchia ha tentato di consolidare la propria presa sulla Siria sia sostenendo eserciti ribelli proxy operanti sul campo(92), sia attraverso la creazione di istituzioni e leve di soft power(93). In tale contesto, nel 2022 e nel 2024, l’esercito turco d’occupazione bombardò direttamente gli impianti industriali della compagnia francese Lafarge Cement(94). Peculiarmente, tali stabilimenti risultavano ancora di proprietà di imprese francesi, nonostante le loro attività fossero cessate sin dall’inizio della guerra civile siriana(95). Notabile è però il fatto di come le multinazionali francese, in cotale precedente regime, avessero avuto un accesso preferenziale ad operare in quei settori, con quella manodopera, ed in quel mercato.

Inoltre, soffermandosi ulteriormente sul caso siriano, è necessario osservare che, tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 2024, il governo ba‘thista siriano, al potere da oltre cinquant’anni, è caduto(96). Le forze ribelli che hanno assunto il controllo del Paese provenivano dalla città settentrionale di Idlib ed erano state significativamente sostenute e armate da Ankara(97), sebbene anche altri attori abbiano contribuito al loro supporto(98). Numerosi analisti hanno infatti evidenziato come la Turchia rappresenti probabilmente il principale vincitore del nuovo assetto regionale di potere(99): una potenza geopolitica ormai impossibile da ignorare(100).

In aggiunta, per suggellare simbolicamente tale “conquista”, soltanto pochi giorni dopo il cambiamento di regime, un alto funzionario dell’intelligence turca, İbrahim Kalın, si recò a Damasco per pregare pubblicamente nella principale moschea della città(101). L’evento ricevette un’ampia e deliberata copertura mediatica. Pertanto, sebbene attraverso forze locali proxy, è importante sottolineare che la Turchia è tornata a esercitare la propria influenza su alcuni deglistessi territori dai quali era stata estromessa in seguito alle conseguenze della Prima guerra mondiale.

Pertanto, in conclusione, alla luce di tutto quanto precedentemente esposto, analizzato ed evidenziato, è possibile comprendere con chiarezza come tra le due potenze sopra menzionate – la Francia e la Turchia – si sia ormai consolidata una dinamica di attrito reciproco strutturale, progressivamente divenuta sempre più evidente sul piano geopolitico, strategico e geoeconomico. Tale competizione non si limita infatti a episodi isolati o contingenti, bensì assume i tratti di un confronto di potenza di lungo periodo, destinato a incidere profondamente sugli equilibri regionali del Mediterraneo allargato.

Questo confronto si sviluppa simultaneamente su molteplici livelli interconnessi. Esso comprende l’impiego di strumenti di soft power, quali la diffusione culturale, mediatica ed educativa; le dinamiche geoeconomiche legate agli investimenti, alle reti commerciali e al controllo delle infrastrutture strategiche; il sostegno a forze proxy all’interno dei conflitti regionali; nonché il ricorso a forme più tradizionali di proiezione della potenza, fondate sul dispiegamento militare, sulla deterrenza strategica e sulle logiche classiche dell’equilibrio di potenza.

In tale contesto, il Mediterraneo, il Nord Africa e il Medio Oriente si configurano come lo spazio geopolitico entro il quale si manifesta concretamente la rivalità tra Parigi e Ankara. Da un lato, la Francia tenta di preservare la propria storica influenza, ereditata dall’epoca coloniale e post-coloniale, cercando di mantenere attivi i propri canali politici, economici, culturali e militari nella regione. Dall’altro lato, la Turchia appare intenzionata a riaffermare una presenza che le proprie classi dirigenti percepiscono come storicamente legittima, attraverso una strategia di espansione dell’influenza che combina strumenti economici, culturali, mediatici e militari.

Ne deriva un conflitto geopolitico e strategico diffuso, spesso combattuto indirettamente e attraverso attori locali, ma nondimeno reale e rilevante nelle sue implicazioni sistemiche. Tale confronto, esteso all’intero spazio mediterraneo e mediorientale, rappresenta dunque il contesto entro il quale verrà progressivamente definita la supremazia della principale potenza regionale dell’area, nonché il futuro equilibrio di potere nel Grande Mediterraneo del XXI secolo.

Fonti:

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Slavin, Barbara, What Turkey Hopes to Gain From the HTS Offensive in Syria, in Stimson Center, Washington, D.C., U.S., 05/12/2024, https://www.stimson.org/2024/what-turkey-hopes-to-gain-fromthe-hts-offensive-in-syria/, ultima consultazione: 13/11/2024.98) Vedi: Hayatsever, Huseyin; Lewis, Simon, Blinken meets Erdogan as forces backed by US, Turkey clash in Syria, in Kathimerini, Athens, Greece, Nees Kathimerines Ekdoseis, 13/12/2024, https://www.ekathimerini.com/politics/foreign-policy/1256209/blinken-meets-erdogan-as-forces-backed-byus-turkey-clash-in-syria/, ultima consultazione: 13/11/2024; vedi anche: Quilliam Neil, While international support is crucial, Syrians must lead their country’s political transition, in Chattam House, London, England, U.K., 11/12/2024, https://www.chathamhouse.org/2024/12/while-international-support-crucial-syrians-mustlead-their-countrys-political-transition, ultima consultazione: 13/11/2024.99) Vedi: Gonul, Tol, How Turkey Won the Syrian Civil War, in Foreign Affairs, New York City, New York, U.S., Council on Foreign Relations – CFR, 11/12/2024, https://www.foreignaffairs.com/turkey/how-turkey-wonsyrian-civil-war, ultima consultazione: 13/11/2024; 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Osservazioni sulle premesse della prossima “Grande Guerra” in Europa _ di Titanin

Osservazioni sulle premesse della prossima “Grande Guerra” in Europa

Scritto da Titanin

Composto tra il marzo e giugno 2026

Gli Stati Uniti cercano di ridurre o potenzialmente di ritirarsi dalla NATO per diverse ragioni.

     Nonostante un significativo declino della propria base industriale, gli Stati Uniti rimangono una grande potenza industriale. Con l’ascesa della Cina quale concorrente economico globale e con la crescente influenza economica della Germania all’interno dell’Europa – combinata con la stretta relazione economica tra Germania e Cina – gli Stati Uniti si trovano ad affrontare due grandi sfide: il proprio deficit delle partite correnti e il proprio deficit commerciale. Da questa prospettiva, i principali rivali strutturali degli Stati Uniti sono la Cina e la Germania, non la Russia.

       Dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la Russia ha in larga misura continuato a fare affidamento sulle infrastrutture, sulle capacità militari e sugli asset strategici ereditati dall’URSS. Al tempo stesso, essa non rappresenta più un modello politico o socioeconomico distinto, né possiede la capacità industriale che un tempo caratterizzava lo Stato sovietico. Sotto Putin, la Russia si è progressivamente trasformata in un’economia incentrata sull’esportazione di risorse naturali ed energia piuttosto che sulla produzione industriale (Putin, infatti, ha volontariamente supervisionato la distruzione dell’industria russa autonoma e a ciclo completo, in cambio dell’accesso della Russia all’OMC/WTO).

       Pertanto, da una prospettiva strutturale rigorosa, la Russia non è il principale avversario degli Stati Uniti; piuttosto, tale posizione è occupata dalla Cina e dalla Germania — immediatamente dietro la Cina.

      Inoltre, Russia e Germania sono anche concorrenti naturali nell’Europa orientale, nella regione baltica, nell’Europa centrale e nei Balcani. Da un lato vi è la Germania, una nazione di circa 80 milioni di persone con un’economia industriale altamente sviluppata. Dall’altro vi è la Russia europea, con approssimativamente 100 milioni di persone, ricca di risorse naturali e fortemente armata grazie all’eredità della potenza militare sovietica. Entrambe proiettano influenza in molte delle stesse regioni strategiche e sfere di interesse.

     Anche su questo argomento, l’Ucraina fornisce un chiaro esempio. Nel conflitto regionale in corso che coinvolge la Russia, la Germania è stata uno dei principali sostenitori dell’Ucraina, con la Turchia che ha anch’essa svolto un ruolo significativo.

     Di conseguenza, la Germania e la Russia tendono ad espandere la propria influenza nei medesimi spazi geopolitici. Ed esse sono potenze polarmente opposte per peso e per spazio (sulla medesima porzione del mondo). La loro coesistenza, con questo potere crescente e centralizzante (sempre di più, anno dopo anno), è pertanto caratterizzata da contraddizioni strutturali irrisolvibili che coinvolgono interessi statali contrapposti, classi dirigenti, sistemi economici e sfere d’influenza concorrenti. Poiché entrambe le potenze cercano influenza su molte delle stesse regioni, e tale rivalità, nel medio periodo, può essere risolta soltanto mediante il conflitto e mediante l’annientamento di una delle due (e viceversa dalla posizione reciproca delle rispettive classi dirigenti).

      Un ulteriore argomento, coinvolto in questa enorme contraddizione, concerne le classi dirigenti del Regno Unito e della Francia e, solo secondariamente, in una certa misura, quelle degli Stati Uniti. Se le due guerre mondiali furono combattute in parte per impedire alla Germania di stabilire il proprio predominio sull’Europa attraverso il potere economico e politico, allora è difficile comprendere perché Londra e Parigi dovrebbero accogliere favorevolmente un’Unione Europea sempre più dominata dalla Germania. Da questo punto di vista, apparirebbe contraddittorio aver combattuto due guerre devastanti soltanto per consentire all’influenza tedesca di diventare predominante attraverso l’integrazione economica e le reti istituzionali (il tutto avvenendo pacificamente, sotto i loro occhi).

      Di conseguenza, anche se tali sviluppi non si sono ancora manifestati pubblicamente e nella politica pubblica, sul piano strutturale gli sviluppi politici all’interno della Francia e del Regno Unito/Inghilterra stanno venendo seminati dietro le quinte e finiranno per condurre ad una posizione più apertamente critica nei confronti del ruolo della Germania all’interno dell’Europa (contro il suo potere, la sua industria, la sua influenza, le sue reti, ecc.). Già ora, le loro élite strategiche guardano con cautela alla crescente concentrazione di potere in Germania che utilizza l’Unione Europea come propria estensione sull’Europa.

     In un simile scenario, sorge la seguente domanda: Francia e Inghilterra, quando si arriverà al momento decisivo, si allineeranno più strettamente con la Germania oppure con la Russia?

     Secondo quanto evidenziato, esse finirebbero per favorire la Russia, poiché la Germania rappresenta la sfida maggiore nel lungo periodo alla loro influenza relativa, al loro potere e alla loro posizione geopolitica e gran-strategica.

      Pertanto, sebbene io sia certo che esistano divisioni interne all’interno delle loro classi dirigenti operanti dietro le quinte (specialmente per quanto riguarda la Francia, a causa di tutta l’influenza che le sue grandi imprese esercitano nelle istituzioni europee accanto a quelle tedesche e del Benelux), alla fine esse si schiereranno sempre – per necessità – con la Russia contro la Germania (ed avranno maggiore interesse nel contenimento della Germania piuttosto che nel considerare la Russia come un nemico).

     Si tenga presente:

  • Quando nel XVIII secolo la Francia voleva assumere una posizione egemonica sia sugli oceani sia sull’Europa, l’Inghilterra si schierò con gli Asburgo, ad est della Francia, per contenere la Francia;
  • Quando nel XIX secolo la Francia era la potenza continentale dell’Europa, all’epoca di Napoleone, l’Inghilterra si schierò con la Russia contro la potenza europea;
  • Quando nel XX secolo la Germania, durante la Prima Guerra Mondiale e la Seconda Guerra Mondiale, cercò di assumere una posizione egemonica sull’Europa, l’Inghilterra si schierò con la Russia contro la Germania;

      Pertanto:

  • Quando nel XXI secolo si arriverà al momento decisivo e vi sarà un attuale o futuro schieramento della Germania contro la Russia, poiché la Germania è la potenza egemonizzante dell’Europa, l’Inghilterra si schiererà ancora una volta con la Russia contro la Germania.

     Dunque, sebbene gli Stati Uniti debbano concentrarsi sempre più sulla Cina e sulla regione indo-pacifica, e sebbene Francia e Regno Unito debbano ancora attraversare mutamenti politici interni prima di esprimere apertamente un’esplicita ostilità e opposizione contro la predominanza tedesca, tutte e tre queste potenze sarebbero, secondo questa prospettiva, inclini a schierarsi con la Russia piuttosto che con la Germania.

     Il loro obiettivo predominante sarebbe la preservazione della propria influenza, dei propri vantaggi strategici e delle proprie reti internazionali di potere.

     Se la NATO fu creata nell’ordine successivo alla Seconda Guerra Mondiale per giustificare e difendere le conquiste statunitensi in parti dell’Europa come risultato dell’ultima guerra mondiale — e se, in quell’ordine, durante la Guerra Fredda e negli anni Novanta (dopo la caduta dell’URSS), tutto ciò era nell’interesse degli Stati Uniti poiché forniva una cornice per giustificare in tempo di pace la loro presenza e la loro influenza… Con la deindustrializzazione degli Stati Uniti, dovuta all’industrializzazione della Cina, e con il loro potere in declino. Con il fatto che la presenza statunitense in Europa dissuade una guerra della Russia contro la Germania. Con il fatto che, immediatamente dopo la Cina, è la Germania il secondo concorrente strutturale degli Stati Uniti. Con il fatto che la Germania sta utilizzando l’Unione Europea quale strumento per egemonizzare vaste parti dell’Europa sotto la propria influenza strutturale, economica e di potere. Eccetera, eccetera, eccetera. Di fronte a tutto questo: perché gli Stati Uniti dovrebbero rimanere qui in Europa, nella NATO, per difendere la Germania?

      Perché gli Stati Uniti dovrebbero rimanere nella NATO per difendere la Germania mentre la Germania sta egemonizzando l’Europa, invece di essere la NATO un mero strumento di preservazione del potere statunitense sull’Europa?

      Perché gli Stati Uniti dovrebbero difendere la Germania mentre la Germania, immediatamente dopo la Cina, è il secondo concorrente strutturale degli Stati Uniti (contribuendo, probabilmente più di chiunque altro o quasi, subito dopo la Cina, al loro (a) deficit della bilancia commerciale, (b) deficit delle partite correnti, (c) e conseguentemente alla loro deindustrializzazione interna… Tenendo presente che la prima causa è la Cina e che immediatamente dopo Pechino viene Berlino)?

     Pertanto, di fronte a tutto questo, gli Stati Uniti, evidentemente, con ritmi equilibrati, in modo ordinato, passo dopo passo, si ritireranno dalla NATO/dall’Europa; non continueranno a difendere la Germania e, sul piano internazionale e strategico, a livello mondiale, si allineeranno maggiormente con la Russia.

     Questa è, in una sintesi basata su fatti empirici estremamente rigorosi e quantificabili, la ragione per cui – nel medio periodo – gli Stati Uniti si ritireranno e usciranno fisicamente dalla NATO.

Observations Concerning the Premises of the Coming “Great War” in Europe

Written by Titanin

Composed between March and June 2026

The United States seeks to reduce or potentially withdraw from NATO for several reasons.

       Despite a significant decline in its industrial base, the United States remains a major industrial power. With the rise of China as a global economic competitor and the increasing economic influence of Germany within Europe – combined with the close economic relationship between Germany and China – the United States faces two major challenges: its current account deficit and its trade deficit. From this perspective, the principal structural rivals of the United States are China and Germany, not Russia.

      Since the collapse of the Soviet Union in 1991, Russia has largely continued to rely on the infrastructure, military capabilities, and strategic assets inherited from the USSR. At the same time, it no longer represents a distinct political or socio-economic model, nor does it possess the industrial capacity that once characterized the Soviet state. Under Putin, Russia increasingly transformed into an economy centered on the export of natural resources and energy rather than industrial production (Putin, in fact, willingly supervised the destruction of Russia’s autonomous and full cycle industry, in exchange for its access to the WTO).

       Therefore, from a hard structural perspective, Russia is not the primary adversary of the United States; rather, China and Germany – just behind China – occupy that position.

       Additionally, Russia and Germany are also natural competitors in Eastern Europe, the Baltic region, Central Europe, and the Balkans. On one side stands Germany, a nation of roughly 80 million people with a highly developed industrial economy. On the other stands European Russia, with approximately 100 million people, rich in natural resources and heavily armed through the legacy of Soviet military power. Both project influence into many of the same strategic regions and spheres of interest.

     Also, on this subject matter, Ukraine provides a clear example. In the ongoing regional conflict involving Russia, Germany has been one of Ukraine’s principal supporters, with Turkey also playing a significant role.

      As a result, Germany and Russia tend to expand their influence into the same geopolitical spaces. And they are polar-opposite powers by weight and space (over the same portion of the world). Their coexistence, with this growing and centralizing power (more and more, year after year), is therefore marked by unresolvable structural contradictions involving opposing state interests, ruling elites, economic systems, and competing spheres of influence. Because both the two powers seek influence over many of the same regions, and this rivalry, on the medium run, can only be resolved by conflict and by the annihilation of one of the two (and vice versa from the reciprocal position of their ruling classes).

      A further subject matter, involved in this huge contradiction, concerns the ruling classes of the United Kingdom and France, and, only secondly, to some extent those of the United States. If the two World Wars were fought in part to prevent Germany from establishing dominance over Europe through economic and political power, then it is difficult to see why London and Paris would welcome a European Union increasingly dominated by Germany. From this viewpoint, it would appear contradictory to have fought two devastating wars only to allow German influence to become predominant through economic integration and institutional networks (all happening peacefully, under their noses).

       Consequently, even if they didn’t happen yet publicly and in public politics, structurally, political developments within France and the United Kingdom / England are been seeded behind the scenes and they eventually will lead to a more openly critical stance against Germany’s role within Europe (against its power, its industry, its influence, its networks, etc). Even now, their strategic elites have been wary of the growing concentration of power within Germany using the European Union as its extension over Europe.

       In such a scenario, the question arises: would France and England, when push cone to shove, align more closely with Germany than with Russia? 

       According to what was highlighted, they would ultimately favor Russia, because Germany represents the greater long-term challenge to their relative influence, power, and geopolitical position.

     Therefore, even though I am sure there are inner divisions inside their behind the scenes ruling classes (especially for France, due to all the influence their big businesses have in the Eurochambres a side of Germany’s and the Benelux’s), in the end, they will always – for necessity – side with Russia against Germany (and have more interest in the containment of Germany than viewing Russia as an enemy).

     To be kept in mind:

  • When in the XVIII century France wanted to take an hegemonic position both over the oceans and over Europe, England sided with the Habsburgs, at the East of France, to contain France;
  • When in the XIX century France was the continental power over Europe, at the time of Napoleon, England sided with Russia against the European power;
  • When in the XX century Germany, in World War I and in World War II, tried to take a hegemonic position over Europe, England sided with Russia against Germany;

     Therefore:

  • When in the XXI century push comes to shove and there will be a current/future siding of Germany against Russia, because Germany is the hegemonizing power over Europe, England will side with Russia against Germany once more.

     Thus, although the United States must increasingly focus on China and the Indo-Pacific region, and although France and the United Kingdom still have to undergo internal political shifts before openly expressing explicit antagonism and opposition against German predominance, all three powers would, according to this perspective, be inclined to side with Russia rather than Germany. 

      Their overriding objective would be the preservation of their own influence, strategic advantages, and international networks of power.

     If Nato was created in the post-WWII order to justify and defend the US conquests parts of Europe as the results of the last World War – in that order and in the Cold War and in the ’90s (after the fall of the USSR), was all for the interest of the USA having a frame to justify in peace their presence and influence… With the deindustrialization of the USA, due to the industrialization of China, and their waining power. With the fact that the US presence in Europe deters the war of Russia against Germany. With the fact that right after China it is Germany the second structural competitor of the US. With the fact that Germany is using the EU as the instrument to hegemonizing vast parts of Europe under its structural and economic and power influence. Etc., etc., etc. In front of all of this: why would the US remain here in Europe, in Nato, to defend Germany?

      Why should the US stay in Nato to defend Germany while Germany is hegemonizing Europe instead Nato being a mere tool of preserving US own power over Europe?

      Why should the US defend Germany while Germany, right after China, is the second structural competitor of the US (contributing, probably the most or almost the most, right after China, to its (a) trade balance deficit, (b) current account balance deficit, (c) consequently their mainland deindustrialization… Keeping in mind that the first cause is China, right after Beijing comes Berlin).

    Therefore, in front of all of this, the US, evidently, with balanced paces, orderly, step by step, will withdraw from Nato / Europe, they won’t keep defending Germany, and internationally and strategically, at world level, they will align more with Russia.

     This is, in an extremely hard empirical quantifiable facts base synthesis, of why – in the medium period – the US will withdraw and exit physically from Nato.

La “Geopolitica della lunga durata” di Antonio De Martini e la spiegazione dalla rivalità strategica tra Turchia e Russia _ di Lucio Cornelio Silla

La “Geopolitica della lunga durata” di Antonio De Martini e la spiegazione dalla rivalità strategica tra Turchia e Russia

Lucio Cornelio Silla

L’ascesa della Turchia nel XXI secolo non può essere compresa se isolata dal lungo arco della sua storia geopolitica, né tantomeno se letta attraverso la lente distorta con cui l’Europa ottocentesca cristallizzò l’immagine dell’Impero Ottomano come “Malato d’Europa”. Al contrario, una ricostruzione rigorosa delle dinamiche di potere mostra che la Turchia è stata, per secoli, una delle principali potenze dell’Eurasia mediterranea e che la sua attuale rinascita strategica rappresenta il ritorno di una costante storica, non la comparsa di un nuovo attore. La posizione unica sugli Stretti (Bosforo e Dardanelli), la funzione di cerniera tra tre continenti (Europa, Asia, Africa), e la millenaria competizione con la Russia per il controllo del Mar Nero, dei Balcani e del Caucaso costituiscono il telaio profondo su cui si innesta la politica estera turca contemporanea. Oggi, come nel passato, Ankara sta riattivando questi vantaggi strutturali attraverso la crescita economica, la maturazione industriale, l’autonomia tecnologico-militare e una diplomazia capace di manovrare tra le grandi potenze, dalla NATO alla Russia. Comprendere la Turchia di oggi significa dunque leggere la continuità della sua geografia, della sua strategia e della sua storia: la potenza non è una novità, ma un ritorno.

     Dunque, a tal riguardo, nel panorama italiano della geopolitica contemporanea, l’elaborazione analitica di Antonio De Martini ha rappresentato una delle espressioni più lucide della cosiddetta “Geopolitica di lunga durata”, ossia quell’approccio che considera gli equilibri internazionali non come fenomeni contingenti, ma come il risultato di vettori storici, geografici, economici e culturali che agiscono per secoli e modellano gli Stati ben oltre le volontà politiche del momento. De Martini – la cui scomparsa, nel 2023, ha lasciato un vuoto profondo nel dibattito geopolitico serio, realistico e non ideologizzato in Italia – univa ad una precoce esperienza politica d’alto livello fianco di Randolfo Pacciardi (repubblicano mazziniano ed ex Ministro della Difesa sotto De Gasperi della Democrazia Cristiana), nell’ambito che fu il movimento dell’Unione per la Nuova Repubblica, ad una formazione militare. In quanto, egli, dopo gli studi, fu ufficiale carrista dell’Esercito Italiano. Successivamente, sviluppò una lunga attività nel mondo del business, e poi anche della consulenza sia economica che della sicurezza, sia a livello nazionale che internazionale. Nonché, ricoprì ruoli di rilievo anche all’interno della FAO, che ampliarono ulteriormente la sua comprensione dei meccanismi profondi che governano potere, risorse e organizzazione degli Stati. Mentre, a livello dell’analisi della geopolitica, egli si definiva “un autonomo culture della materia”.

     A questo retroterra personale si aggiungeva un’eredità familiare straordinaria, in quanto, suo padre, Francesco De Martini (detto “il Turco”), era stata una figura leggendaria dell’intelligence militare italiana. Ciò sia durante i primi decenni della Guerra Fredda, che, in precedenza quando fu protagonista di operazioni audacissime nel Corno d’Africa durante la Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, tale percorso di vita che è stato anche immortalato nell’opera titolata Turco di Sylvain Chantal, pubblicata in Francia dalla casa editrice Le Dilettante, nel 2022 (che ne ricostruisce in forma narrativa-biografica, e con diverse interviste, sia la vita che l’opera).

     Dunque, è proprio da questa tradizione di concretezza operativa e di comprensione diretta dei rapporti di forza, nella contestualizzazione sia storica che geografica, che scaturiva la chiarezza analitica di Antonio De Martini. Le sue riflessioni venivano diffuse soprattutto attraverso il suo sito web personale di riflessioni sulla geopolitica, sull’alta politica, sull’economica, sulle relazioni internazionali, etc., titolato il Corriere della Collera. Nonché, anche tramite frequenti e approfondite interviste al sito di geopolitica Italia e il Mondo.

    In questo quadro, la “Geopolitica della lunga durata” di De Martini, all’interno del panorama del dibattito geopolitico italiano, si distingue non soltanto per la solidità dei riferimenti storici, ma per la capacità di cogliere – attraverso il ripetersi nei secoli di dinamiche costanti – le strutture profonde che rendono intelligibile l’azione degli Stati e delle Potenze nel presente. Comprendere questa prospettiva significa riconoscere che potenza, geografia, economie strategiche e continuità storiche non sono accessori della politica internazionale: sono la sua sostanza. E l’opera di De Martini rimane, nel dibattito e nell’analisi geopolitica fatta in Italia negli ultimi tre decenni, ancora oggi, uno dei contributi più rigorosi per interpretare le rivalità regionali e globali con uno sguardo che sia ad un tutt’uno storico, gran strategico d’alta politica, e concretamente realistico.

Dunque, rispetto al tema di questo breve saggio d’analisi, si può osservare come Antonio De Martini abbia dedicato numerose pagine e molto tempo all’analisi geopolitica della Turchia, sotto diversi aspetti e prospettive. Le quali posso trovarsi ad esempio, solo per citare alcune delle sue riflessioni, in Centralità del Mediterraneo, dinamismo della Turchia, rilasciata nel 2019 per l’Italia ed il Mondo, od ancora, per la medesima piattaforma di geopolitica, Mediterraneo! La Turchia nel quadrante orientale, del 2021. Così come anche, nel suo sito web personale dedicato a questo tipo di analisi, il Corriere della Collera, si possono trovare rilevanti riflessioni del tipo: Brevi cenni essenziali su millecinquecento anni di storia della Turchia per capire che fa parte della nostra storia da sempre, del 2022; oppure: Turchia. verso uno “splendido isolamento” o verso l’asia russa?, del 2015; od ancora: Turchia in cerca di un nuovo Atatürk per restare in Europa, del 2013.

Dunque, questa analisi si fonda sulla geopolitica delle dinamiche di potere delle grandi potenze, osservata attraverso una prospettiva di lunga durata storica: questa è la “Geopolitica della lunga durata”. Essa considera tanto le strutture fondamentali del sistema politico esaminato quanto la realtà geografica che ne è alla base, da cui emergono tali dinamiche, a come queste si sviluppino o ripetano poi nei secoli, rendendo di fatto la geopolitica non un fenomeno contingente, ma una continua interazione tra forze storiche, politiche ed economiche (in un contesto spaziale e geografico, e, dunque, propriamente geopolitico).

     Pertanto, si può osservare come la Turchia per tutti questi primi tre decenni del XXI secolo sia stata una potenza in costante ascesa rispetto all’incrementarsi del proprio potere. Ciò è vero tanto a livello geopolitico, quanto strategico, quanto industriale, quant’anche economico, così come anche diplomatico e di soft power culturale (si pensi anche solo alle serie tv e soap opere della Turchia, che vanno diffondendosi macchia d’olio in molteplici paesi, dai Balcani, al Medio Oriente). Ad ogni modo, tale dinamica va completamente ribaltando la condizione storicamente impressa nelle menti occidentali degli ultimi secoli, quale fu quella in essere dell’Impero Ottomano a partire dal ‘700, il quale, rispetto alla cosiddetta Questione d’Oriente, veniva, non a caso, definito il “Malato d’Europa”.

     In primo luogo, nelle sue riflessioni, ed in special modo in in Centralità del Mediterraneo, dinamismo della Turchia, del 2019, Antonio De Martini osserva come, andando a vedere gli scritti d’alta politica, diplomazia, e di tensioni strategiche di tale periodo storico, rispetto a quando veniva prodotto in tali ambiti nelle più grandi potenze europee dell’epoca, la Turchia venisse generalmente considerata “un paese europeo”. Ciò a discapito, da un lato, della differenza confessionale. Così come anche, dall’altro lato, a discapito del fatto che l’Impero Ottomano si estendesse non solo sui Balcani, ma anche nel Medio Oriente ed in parte del Nord Africa.

     Nonché, in secondo luogo, va altresì osservato, in accordo con la prospettiva geopolitica di lunga durata storica, così come elaborata da De Martini, che fu lo Zar di Russia a formulare, pubblicizzare, ed a far diffondere il termine “Malato d’Europa” in riferimento alla Turchia. Non a caso, così come riportato nella memorialistica del periodo, lo Zar russo Nicola I (regnante: 1825 – 1855), desiderando espandersi in alcune parti dell’Impero Ottomano in relazione alla cosiddetta Questione d’Oriente, descrisse la Turchia come “malata” o “il malato” durante il suo incontro con il cancelliere austriaco Metternich (in carica: 1809–1848).

     Questo perché, sin dal ‘700, la Russia aveva deciso di espandersi, cosa riuscita in modo effettivo sotto la Zarina Caterina II, in una zona controllata da confederazioni simil-feudali dei tartari, ed altre popolazioni turciche affini, nella zona della Crimea, del Mar d’Azov, della foce dei fiumi Don e Dnieper. La quale, per via della religione musulmana sunnita dei tartari e della loro debolezza militare e politica, era effettivamente un protettorato della Turchia/Impero Ottomano. Quest’ultimo controllava tutta la sponda opposta, e dunque meridionale – ed anche in larga parte occidentale – del Mar Nero. Ma esercitava, nella proiezione della propria influenza, tramite rapporti di protettorato, influenza anche in quelle aree della sponda Nord del Mar Nero. Pertanto tali aree furono definitivamente conquistate dalla Russia, dopo lunghe e ripetute guerre, solamente sotto Caterina II, nel 1783.

     Ad ogni modo, secondo la lettura strategica della “Geopolitica di lunga durata”, così come presentata dal fine analista geopolitico Antonio De Martini, così come sempre sostenuto in in Centralità del Mediterraneo, dinamismo della Turchia, del 2019, va osservato come da Nord, nel XIX secolo, la pressione russa aveva fatto sì che anche i successori di Caterina II volessero cominciare ad espandersi al fine di ottenere il controllo degli Stretti (Bosforo e Dardanelli), per poter così entrare nel Mediterraneo. Perché? Perché ancora nel XIX secolo, da un punto di vista di grande strategia, il Mediterraneo, per quanto riguardasse le maggiori tratte mondiali del commercio, seppure surclassato dagli oceani – soprattutto Atlantico ed Indiano all’epoca – era ancora considerato tanto strategicamente quanto economicamente rilevante.

     Per quanto riguarda la Russia, il primo a proseguire tale politica dopo Caterina II fu Paolo I (regno 1796-1801), seguito poi da Alessandro I (1801-1825), ed infine da Nicola I (1825-1855), i quali, con intensità diverse, alimentarono l’idea di un accesso russo agli Stretti e quindi al Mediterraneo.

     Dunque, nel XIX secolo la Russia sviluppò un articolato progetto geopolitico volto all’acquisizione di Costantinopoli e al controllo degli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, considerati la chiave dell’accesso al Mediterraneo. Questo obiettivo affondava le sue radici nel precedente “Progetto Greco” di Caterina II (dagli anni ’70 agli anni ’90 del ‘700), che mirava alla ricostituzione di un impero bizantino filo-russo con capitale Costantinopoli, e nella più ampia dottrina ideologico-religiosa della “Terza Roma”, secondo cui Mosca sarebbe stata l’erede legittima dell’Impero bizantino. L’intero Ottocento vide la Russia tentare ripetutamente di raggiungere questo scopo attraverso le guerre russo-turche (1806–1812, 1828–1829, 1877–1878), ottenendo nel Trattato di Adrianopoli (1829) un’importante vittoria diplomatica: il riconoscimento del diritto di libero transito commerciale attraverso gli Stretti, che rafforzava l’influenza russa sulla politica ottomana. A ciò si aggiunse il Trattato di Hünkâr İskelesi (1833), con clausola segreta che impegnava gli Ottomani a chiudere gli Stretti alle potenze europee mantenendoli di fatto favorevoli alla Russia. L’intervento nella guerra di Crimea (1853–1856) e l’avanzata del 1877–1878 – che portò l’esercito russo a pochi chilometri da Costantinopoli e sembrò sancire l’espansione con il Trattato di Santo Stefano – confermano la centralità di questo obiettivo, poi ridimensionato dal Congresso di Berlino. Sotto questa cornice ideologica, religiosa e pan-slavista, agivano tuttavia interessi strategici ed economici molto concreti: la necessità di un accesso stabile ai mari caldi, il controllo delle rotte del grano e delle esportazioni del Mar Nero, la proiezione navale nel Mediterraneo e l’equilibrio di potenza con Regno Unito, Francia e Austria. Fino alla vigilia della Prima guerra mondiale, la conquista degli Stretti rimase così uno dei cardini della politica estera russa, sostenuta tanto da motivazioni ideologiche quanto da esigenze materiali di grande potenza.

     Sempre secondo la visione di De Martini, l’importanza del Mediterraneo del periodo era anche testimoniata dal fatto che nel Mar Mediterraneo ci fossero anche gli inglesi, che, pur non essendo un popolo mediterraneo, si erano insediati stabilmente ed in forze sin da prima dei tempi delle guerre di Napoleone (1796-1815). L’Inghilterra, parimenti, face anch’essa ripetuti tentativi di controllo territoriale: Malta (occupata nel 1800), la Corsica (1794-1796), Minorca (controllata più volte tra XVII e XVIII secolo), Cadice e parti della Spagna, e soprattutto Gibilterra, che dominavano già dal 1713 (Trattato di Utrecht). avevano compreso che chi controlla il Mediterraneo controlla una parte del mondo – seppure non assolutamente centrale come nei secoli precedenti – comunque davvero molto importante. Non a caso, si pensi, a tal riguardo, anche alla campagna d’Egitto intrapresa da Napoleone e dalla Francia (1798-1801), con enorme dispiegamento di uomini e mezzi, a testimonianza della rilevanza sia economica che strategica del Mediterraneo.

Facendo quindi un salto al XXI secolo, nel mondo contemporaneo e attuale, e tenendo presente tutto quanto sovrammenzionato, la crescita in potere della Turchia, secondo l’analista Antonio De Martini, non riflette solamente una dinamica commerciale ed economica, ma anche politica e, in misura crescente, militare. Nell’oggi, così come già si era delineata tra il XVIII ed il XIX secolo. Tale geografia, e tale geopolitica, arrivano a spiegare, come sostrato, il perché della spinta all’odierna crescita della Turchia. La quale, pur essendo un Paese che deve rendere conto ai propri alleati (in particolare all’interno della NATO, di cui fa parte dal 1952), sta progressivamente iniziando a giocare alcune partite geopolitiche per conto proprio. Il motivo è che Ankara mira a diventare il principale protagonista regionale in un’area che, per posizione e risorse, rimane una delle più strategiche del mondo.  

Qual è quest’area? Quella degli Stretti, Bosforo e Dardanelli, è un “pivot” e cardine essenziale di connessione tra tre continenti del mondo: Europa, Asia, e per estensione al di là del Mediterraneo, anche l’Africa. La Turchia, ad Ovest, si affaccia sull’Europa, a Nord controlla il Mar Nero e l’accesso “alla Russia” ed “alle steppe”, attraverso gli Stretti, a est rappresenta una delle porte terrestri – un macro-guado o passo marittimo – verso l’Asia centrale e il Caucaso, e a Sud è tanto vicina alle principali aree petrolifere del Medio Oriente, via terra, che, via mare, oltre il Mediterraneo, si apre all’Africa. Tutto ciò, come osservato da De Martini in in Centralità del Mediterraneo, dinamismo della Turchia (ma anche, seppure in sfumature diverse ma in concordanza di sostanza, in diversi altri luoghi), è, potenzialmente, a portata dell’apparato militare turco, che dispone di un esercito numericamente consistente (circa, misure moderate per difetto, a pubbliche dichiarazioni di 400.000 uomini, nascondenti invece, un minimo di 1,3–1,4 milioni di effettivi tra forze attive e riservisti) e caratterizzato da un forte ethos di disciplina e sacrificio al servizio dello Stato (conservante una mentalità di potenza e durezza più simile a quella degli eserciti presenti in Europa nel tempo della Restaurazione che a quelli attuali).

Dunque, vi è una ragione geopolitica, in senso classico, dietro alla potenza della Turchia, ed è la sua posizione geografica nel mondo, sull’Anatolia e con il controllo degli Stretti che collegano il Mediterraneo con il Mar Nero. Da qui anche il perché, nella lunga durata della geopolitica di grande potenza, la rivalità tra Russia e Turchia si è espressa attraverso una sequenza quasi continua di conflitti che, dal XVI al XX secolo, hanno plasmato l’equilibrio strategico del Mar Nero, dei Balcani, del Mediterraneo orientale e del Caucaso. Il primo grande scontro risale al 1568–1570, seguito dai conflitti del 1676–1681 e del 1686–1700, che aprirono alla Russia l’accesso al Mar d’Azov. Le ostilità proseguirono con la guerra del 1710–1711, quella del 1735–1739, e soprattutto con il conflitto del 1768–1774, decisivo perché il Trattato di Küçük Kaynarca sancì la proiezione russa nel Mar Nero. La guerra del 1787–1792 consolidò la conquista della Crimea (1774–1783), mentre i conflitti del 1806–1812 e del 1828–1829 spinsero ulteriormente la Russia nel Danubio, nei Balcani e nel Caucaso, aprendo anche il transito commerciale russo negli Stretti.

In questo contesto si inserisce anche la lunga guerra caucasica, culminata nella fase circassa (1763–1864), durante la quale Mosca assorbì territori e popolazioni del Caucaso occidentale tradizionalmente legate alla sfera ottomana. Sebbene non formalmente “guerra tra imperi”, questo fronte rappresentò un ramo essenziale della competizione russo-turca, perché definì il controllo degli accessi strategici tra il Mar Nero, l’Anatolia ed il Caspio.

La competizione diretta riprese poi nella guerra di Crimea (1853–1856), con l’intervento anglo-francese per impedire l’ingresso russo nel Mediterraneo, e culminò nella guerra del 1877–1878, quando l’esercito russo arrivò a minacciare Costantinopoli, imponendo il Trattato di Santo Stefano (poi ridimensionato a Berlino). L’ultimo grande ciclo bellico si svolse nel Caucaso durante la Prima Guerra Mondiale (1914–1918), chiudendo quasi quattro secoli di scontri periodici. Sommando guerre ufficiali (1568–1570; 1676–1681; 1686–1700; 1710–1711; 1735–1739; 1768–1774; 1787–1792; 1806–1812; 1828–1829; 1853–1856; 1877–1878; 1914–1918), più la guerra caucasica e gli scontri indiretti nei Balcani e nel Mar Nero, si comprendono i quindici cicli di conflitto tra i due imperi.

Questa stessa logica strategica riappare oggi nel conflitto russo-ucraino, iniziato nel 2014 con l’annessione russa della Crimea e divenuto una guerra nel 2022 (cioè, il conflitto russo-ucraino ancora durante oggi alla fine del 2025 ed all’alba del 2026). Mosca punta a controllare il Mar Nero e i corridoi terrestri verso la Crimea, mentre Ankara, pur mantenendo relazioni diplomatiche con il Cremlino, sostiene l’Ucraina sia pragmaticamente e platealmente mediante i famosi droni Bayraktar TB2, come anche discretamente dall’occhio pubblico, ma sostanzialmente, mediante supporto d’intelligence, logistica, cooperazione navale, aiuti umanitari e supporto ai corridoi del grano. Russia e Turchia, dunque, restano ancora oggi su fronti opposti, in continuità storica con una rivalità di potenza che da secoli ruota intorno agli stessi snodi strategici: Mar Nero, Stretti, Caucaso e Mediterraneo.

Pertanto, infine, come emerge chiaramente dalla prospettiva di De Martini della “Geopolitica di lunga durata”, traiettoria ascendente della Turchia nel XXI secolo non rappresenta un fenomeno episodico né un’espressione contingente di leadership politica momentanea, ma appare piuttosto come il risultato storico-geopolitico di lungo periodo di un Paese la cui collocazione geografica ha sempre costituito un vantaggio strutturale e una responsabilità strategica. La Turchia, infatti, sta progressivamente riattivando – in forme adattate al mondo contemporaneo – quell’antica centralità geografica che aveva reso l’Impero Ottomano, non solo ricco e potente, ma, per secoli, anche uno dei poli determinanti negli equilibri mondiali.

La sua posizione, che domina gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, rimane un fattore imprescindibile nella definizione degli assetti di potenza globali: ancora oggi, chi controlla gli Stretti esercita un’influenza diretta sull’accesso navale ed economico tra Europa, Russia e Mar Nero, a livello regionale, e, per estensione, dunque, tra Europa, Asia, ed Africa, in una prospettiva più globale. Dunque, sfruttando la propria posizione geografica di base, e modulando il flusso e lo sviluppo – anche con una neo-economia di comando in settori strategici – delle energie, dei commerci e delle capacità militari, in un mondo sempre più competitivo, questa leva acquisisce un valore persino maggiore rispetto al passato (anche vista la profonda crescente ed esponenziale industrializzazione della Turchia odierna, perseguita negli ultimi decenni, quasi del tutto assente a cotali livelli un secolo fa od ancor meno ancor prima).

Quindi, è in questa cornice che va collocata l’ascesa turca: Ankara sfrutta la propria collocazione come un moltiplicatore di potenza, affiancando alla rilevanza geografica una crescente autonomia tecnologica e militare (come testimonia lo sviluppo dell’industria bellica nazionale, dai droni Bayraktar ai sistemi missilistici), un’espansione economica significativa verso Africa, Asia centrale e Balcani, e una diplomazia flessibile, capace di dialogare tanto con la NATO quanto con Mosca (seppure in un rapporto di diretta competizione), così come con l’Unione Europea, da un lato, e con il mondo turcofono ed anche con quello mediorientale dall’altro.

Non a caso, De Martini in Mediterraneo! La Turchia nel quadrante orientale, del 2021, ci ricorda come, negli ultimi tre lustri, la Turchia si sia proiettata non solamente nei Balcani, nel Medio Oriente, e nel Nord Africa, ma nell’Africa tutta. A tal riguardo, si può osservare anche come Erdogan sia stato il primo capo di stato al mondo cha abbia fatto il giro di tutta l’Africa, facendo viaggi diplomatici – diplomatico-economici nella stragrande maggioranza dei casi – in letteralmente tutti i paesi africani. uno per uno: dai più grandi, ai più ricchi, ai più piccoli, ai più poveri, ristabilendo contatti, creandone di nuovi, stabilendo saldi rapporti commerciali (spesso passati in sordina nelle rappresentazioni occidentali della Turchia e del suo operato).

Questo dinamismo non si limita a una semplice proiezione esterna: risponde, a livello profondo, alla volontà della Turchia di ridefinire la propria identità strategica. Non più solo “avamposto meridionale della NATO”, seppure parte essenziale e strategica dell’Alleanza. Né “periferia dell’Europa”, seppure strettamente, in modo crescente, integrata economicamente con essa. Ma, in principio, crescendo la propria Potenza, consapevole della propria eredità storica, delle proprie reti culturali e linguistiche (in Centro Asia), della comunanza religiosa (soprattutto sul mondo arabo del Medio Oriente e del Nord Africa, o verso il Pakistan), oltre che del nuovo contesto internazionale dove spazi di manovra intermedi, tra le grandi ingombranti potenze, tendono ad allargarsi.

Così, mentre per secoli l’immagine occidentale aveva cristallizzato l’Impero Ottomano nel ruolo del “Malato d’Europa”, oggi assistiamo a un rovesciamento di paradigma: la Turchia non è più un soggetto passivo dell’arena internazionale, bensì un attore in grado di interferire, orientare e plasmare dinamiche regionali decisive: dal Caucaso al Mediterraneo orientale, dal Mar Nero al Medio Oriente ed al Nord Africa, dall’Ucraina ai Balcani.

La logica profonda di questa trasformazione risiede, come già colse la Geopolitica Classica, nella geografia fisica stessa: nella Penisola Anatolica, ponte naturale tra continenti, e negli Stretti (Dardanelli e Bosforo), cerniera tra mari e civiltà. In un mondo globalizzato ma segnato dal ritorno della competizione strategica, la Turchia si trova nuovamente al centro di rotte, interessi e frizioni che ne accrescono inevitabilmente il peso internazionale.

In definitiva, la potenza turca del XXI secolo è il risultato dell’interazione tra un territorio eccezionalmente strategico, una tradizione storica di proiezione imperiale, e una leadership contemporanea determinata a valorizzare entrambi (ben evidente nella classe dirigente che ha come frontman il politico Erdoğan). Comprendere la sua ascesa significa riconoscere la continuità profonda tra storia e geopolitica: laddove la geografia lo permette, e laddove la volontà politica lo sostiene, la potenza ritorna. E nel caso della Turchia, questo ritorno appare oggi più evidente che mai.

Perciò, la Turchia nel XXI secolo non è solo il risultato di un’improvvisa ascesa politica, né una semplice manifestazione di dinamiche economiche o militari, ma piuttosto il ritorno di una potenza storica il cui potenziale geopolitico affonda radici lontane nel tempo. La “Geopolitica della lunga durata” di Antonio De Martini ci insegna che per comprendere la centralità della Turchia nel presente, bisogna ricollocarla all’interno di una continuità storica che ha visto l’Impero Ottomano, nonostante le sue fasi di declino, mantenere un’influenza fondamentale sulla mappa geopolitica dell’Asia (centrale ed occidentale), dell’Europa, del Nord Africa, e del Mediterraneo.

Dunque, da questa prospettiva, si può comprendere come la rivalità tra Turchia e Russia, che si sviluppa fin dal XVI secolo, che esplode nei secoli XVIII e XIX, continui ad essere un punto centrale di conflitto e competizione strategica ancora nel XXI secolo. Come sottolineato da De Martini, la geografia e la posizione strategica della Turchia, che si trova al crocevia tra Europa, Asia, Medio Oriente e Nord Africa, sono state e continuano ad essere il fattore determinante che alimenta la competizione tra queste due potenze storiche. Il controllo degli Stretti e la proiezione di potenza nel Mar Nero, nel Caucaso e nel Mediterraneo orientale sono ancora oggi al centro di questa rivalità, che si ripercuote nel conflitto russo-ucraino e nelle manovre geopolitiche della Turchia, sempre più assertiva nel suo ruolo di potenza regionale.

L’analisi di De Martini ci guida alla comprensione di come la geopolitica non sia solo un gioco di alleanze momentanee o di scelte politiche contingenti, ma un intreccio profondo di elementi storici, geografici e culturali che modellano le potenze nel lungo periodo. La Turchia, oggi, sta riattivando le proprie leve strategiche, economiche e diplomatiche in un contesto globale in cui le grandi potenze sono sempre più impegnate a rivendicare il controllo delle rotte energetiche, delle aree di transito e degli spazi marittimi.

Se nel XIX secolo l’Impero Ottomano veniva definito il “Malato d’Europa”, oggi, in questi ultimi decenni della prima metà del XXI secolo, la Turchia si ripresenta come una potenza regionale determinata a riorientare gli equilibri internazionali a suo favore. La sua ascesa non è più solo una questione di risorse o di potenza militare, ma di una visione geopolitica chiara che punta alla ricostruzione della propria centralità storica. In un mondo sempre più segnato da una competizione strategica globale, la Turchia ha infatti saputo navigare abilmente tra le grandi potenze, seppure inserita nella NATO, ma senza rinunciare al peso centrale del proprio interesse di potenza nelle sue decisioni strategiche.

In conclusione, l’ascesa della Turchia è la sintesi di una lunga storia geopolitica, un ritorno a una centralità che, come ci insegna la “Geopolitica della lunga durata”, è radicata in una geografia che ha sempre imposto a chi la occupa una responsabilità strategica di grande portata. La Turchia di oggi, come quella di ieri, è una potenza che rifiuta di essere passiva e che, attraverso la sua posizione e la sua volontà politica, è destinata a giocare un ruolo sempre più determinante nelle dinamiche globali dei futuri anni – e decenni – del XXI secolo.

https://www.notiziegeopolitiche.net/la-geopolitica-della-lunga-durata-di-antonio-de-martini-e-la-spiegazione-dalla-rivalita-strategica-tra-turchia-e-russia/

Riflessioni aggiuntive sul saggio breve polemico d’economia politica, di profonda critica del sottosviluppo dell’Italia nella UE _ di Titanium Octavus

Dunque, sulla scorta del documento “La rivincita dei cotonieri, l’UE come i CSA”, emerge un’analisi approfondita evidenzia un ampio confronto tra l’Unione Europea (UE) e gli storici Stati Confederati d’America (CSA), mettendo in risalto le loro somiglianze strutturali, economiche e istituzionali, radicate in una più ampia tradizione di capitalismo liberal-commerciale.
Punti chiave dell’analisi:
1. Struttura di governance e dinamiche del potere:
• Entrambi i sistemi presentano un’architettura istituzionale confederale o semi-confederale, caratterizzata da un’autorità centrale debole e da una sovranità frammentata. Nell’UE ciò si manifesta attraverso un potere esecutivo indiretto, con l’influenza reale detenuta dalle élite della finanza e dell’industria, in particolare tramite Eurocamere, come la Camera Europea degli Industriali, e Banca Centrale Europea (BCE).

• Analogamente, i CSA operavano come un sistema federale debole con ampia autonomia regionale, dove il potere veniva esercitato indirettamente dalle élite economiche che erano al contempo politiche.

• Entrambi i sistemi, nei fatti, resistono a processi di maggiore centralizzazione o federalismo, privilegiando un equilibrio tra entità regionali o nazionali autonome, mediate dai meccanismi di mercato piuttosto che dall’intervento diretto dello Stato.

 2. Paradigmi economici e politiche:

• Il modello economico dominante in entrambi i contesti si allinea al liberalismo classico e manchesteriano (e nel caso dell’UE alla sua evoluzione neoclassica, tranne per i luoghi che detengono più potere in cui l’ordoliberismo è concesso), enfatizzando libero scambio, mobilità dei capitali, monetarismo e austerità. Questo paradigma tende deliberatamente a indebolire lo sviluppo industriale interno della maggior parte degli Stati membri e la capacità economica nazionale autonoma.

• Entrambi i sistemi privilegiano il commercio estero e la crescita trainata dalle esportazioni, a scapito del consolidamento del mercato interno. Ciò avviene tramite politiche che favoriscono la deliberata e voluta distruzione dei mercati interni e la deindustrializzazione dei settori domestici, incentivando il ciclo import-export.

• Il documento traccia la contrapposizione, nel capitalismo, tra modelli sviluppisti, interclassisti e interventisti (ad esempio i paradigmi di Hamilton o di Henry Chales Carey), e regimi di economici manchesteriani, neoclassici, ordoliberali e neoliberali, che privilegiano la disciplina di mercato, lo stato mimino, il libero commercio, e il lassez faire, rispetto a strategie industriali guidate dallo Stato.

 3. Lavoro e dinamiche sociali:

• Nei CSA il lavoro schiavistico africano di massa costituiva un elemento centrale, mentre nell’UE l’immigrazione di massa proveniente da Africa, Asia e Sud America viene interpretata come una forza lavoro sostitutiva, funzionale alle economie orientate all’export e alla compressione salariale.

• Entrambi i sistemi fanno affidamento su lavoro importato, etnicamente o socialmente distinto dalla popolazione autoctona, al servizio di una classe capitalistica transregionale che controlla il potere economico.

 4. Autonomia industriale e strategica:

• Sia i CSA sia l’UE hanno smantellato o marginalizzato i propri settori industriali strategici, esclusa nell’UE solo i dominanti cartelli franco-tedeschi-“beneluxiani” (che trovano rappresentanza nelle camere di settore dell’UE, nella BCE, e nella Commissione Europea) relegando la stra-grande maggioranza delle economie degli Stati membri settori terziari (turismo e servizi) e primari (agricoltura), con minima presenza del secondario legato solo alla produzione di componentistica (sulla base di import, per l’export, in ciclin produttivi esteri).

• Il declino delle industrie integrate a ciclo completo, come quella presente in Italia fino agli albori degli anni ’90 del ‘900, e dello sviluppo autosufficiente richiama la storica dipendenza dei CSA dalle colture da esportazione e dai semilavorati, piuttosto che da una crescita industriale interna.

  5. Paralleli storici e strutturali:

• La deindustrializzazione dei CSA, il loro orientamento all’export e la dipendenza dai mercati esterni vengono paragonati all’attuale configurazione economica dell’UE.

• Il documento sottolinea come i paradigmi della governance economica — principi liberali, monetaristi e di libero mercato — risultino coerenti in entrambi i sistemi, riflettendo una continuità nell’evoluzione dell’economia politica capitalistica (di tradizione anti-sviluppista, elitistico-possidente, e anti-dirigista).

• Entrambi vengono descritti come “confederazioni di interessi”, dominate da élite transregionali (nell’UE della Francia Nord-orientale, del “Benelux”, e della Germania Nord-occidentale l, riunite in cartello nella gestione oligarchica dell’UE; mentre nel CSA erano i possidenti schiavisti che esportavano verso l’industria di Inghilterra e Francia), che orientano le politiche per mantenere la propria supremazia economica.

 6. Implicazioni per sovranità e sviluppo:

• Sia i CSA sia l’UE mostrano una sovranità limitata, con autorità centrali deboli subordinate agli interessi del mercato e delle élite.

• Qualsiasi tentativo di rafforzare la federazione o il controllo centrale — che potrebbe ristabilire sovranità industriale o politiche di sviluppo a livello nazionale — viene sistematicamente ostacolato dalle élite economiche dominanti, interessate a mantenere disciplina di mercato, austerità e dipendenza dall’export (non vogliono né l’avvento di Stati Uniti federali in Europa, né il ritorno degli Stati-nazione, invece vogliono proprio deliberatamente il sistema di confederazione debole esistente adesso: dominato, nel dietro alle quinte, da questi strumenti di settore per questi cartelli, che così posso detenere ed esercitare un potere esecutivo indiretto).

• Questo schema sistemico produce deindustrializzazione, dipendenza dai mercati esterni e marginalizzazione delle regioni periferiche, come nel caso dell’Italia con la riduzione della capacità industriale, una vera e propria decadenza a livelli di sottosviluppo, se paragonata all’industrializzazione esistente in Italia 60, 50, 40, 45 anni fa, e l’odierna totale dipendenza dai cicli dell’export (vista la scientifica distruzione voluta di gran parte dei mercati interni a ciclo completo).

 7. Considerazioni morali e ideologiche:

• Il documento respinge esplicitamente i giudizi morali (ad esempio sulla schiavitù nei CSA), considerandoli “zavorra morale”, e si concentra invece sui paralleli economici e strutturali.

• Entrambi i sistemi vengono interpretati come manifestazioni di una continuità liberal-capitalista, accomunate dalle stesse radici nella dottrina economica liberale e nella governance centrata sul mercato.

 8. Riflessione conclusiva:

• L’analisi sostiene che l’attuale configurazione dell’UE — caratterizzata da un parlamento indebolito, predominio tecnocratico, politiche di austerità ed economia orientata all’export — richiami i modelli economici confederati storici.

• La somiglianza strutturale suggerisce che l’UE, come i CSA, funzioni come un cartello economico di certe elites specifiche trans-statuali. Per l’UE, per dirla all’antica, i grandi possidenti legati in cartelli delle terre “anseatiche”, “renane”, e delle “Fiandre”. Per il CSA, i grandi possidenti organizzati in cartelli trans-Stati. In entrambi i casi organizzati in un modello confederale debole (o semi confederale), volutamente subordinato solo e solamente agli interessi delle élite vasto-possidenti. In entrambi i casi contrapposti con forza contro l’avere uno sviluppo come un’entità sovrana e industrialmente autonoma con un’economia inter-settore ed interclasse e votata alla crescita dei mercati interni (e dunque volutamente opposti alla complessiva crescita di ricchezza complessiva).

 9. Conclusioni: 

• In sintesi, il documento propone un confronto teorico e strutturale per illustrare come l’UE, nelle sue politiche economiche e nella sua architettura istituzionale, venga assimilata al modello storico dei CSA: orientamento all’export, struttura confederale, debolezza del potere centrale e principi liberal-capitalisti. Questo parallelismo viene utilizzato come critica alla mancanza di sovranità industriale dell’UE, allo sviluppo fondato sull’austerità e alla governance controllata dalle élite, interpretati come parte di una continuità evolutiva del capitalismo liberale piuttosto che come sistemi radicalmente differenti.

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La rivincita dei “cotonieri” nel XXI secolo _ di Titanium Octavus

La rivincita dei “cotonieri” nel XXI secolo
L’Unione Europea come modello redivivo degli Stati Confederati del Sud?
Scritto da Arturo Re
Elaborato tra gennaio e maggio 2026

In generale, l’Unione Europea è governata come segue:
• Come una forma di potere esecutivo indiretto (che opera per interposte istituzioni formali);
• Dove il potere reale è esercitato da certi patriziati urbani e da una certa alta borghesia;
• Inerenti in larga misura: 1. alla Francia Nord-orientale; 2. all’area del “Benelux”; 3. alla Germania Nord-occidentale;
• Che operano mediante concertazione in istituzioni quali la Camera Europea degli Industriali, le varie Eurocamere di settore, ecc., e altre istituzioni simili, alcune in livelli ancor più di back-office, che praticamente nei fatti dominano la governance effettuale da dietro le quinte dell’U.E.;
• Considerato il fatto che il Parlamento europeo è una messinscena per la televisione, in quanto privo di effettuale e reale potere legislativo, tutto il potere reale sta in tali camere e nelle istituzioni finanziarie, di cui, uffici di front-office, come la Commissione europea — nonostante il voto sui candidati proposti, per sceglierla, effettuato nel Parlamento (da gente ignorante che neppure comprende queste cose, e non fa davvero alcun interesse strutturale di parte) — nei fatti è espressione di tali interessi e di tali gruppi (rendendo così effettualmente, pertanto, l’U.E. una struttura di governance di potere esecutivo indiretto);
• Il vero potere, quindi, nel modo in cui tali camere di alti settori e potentati, operando in tandem con la Banca Centrale Europea, la quale è un’istituzione di matrice essenzialmente di capitalismo di scuola neoclassica (seppure in Paesi predominanti come la Germania si manifesta come la loro variante locale ordoliberalista): che gestisce, mediante politiche economiche e macroeconomiche fondate su d’un monetarismo assoluto, sull’austerità, sulla necessità di portare le entrate sugli interessi dei debiti pubblici dei diversi Stati in positivo, etc., nei fatti diventa una tirannia su quante risorse e liquidità i governi esecutivi formali dei diversi Stati possano allocare. Perché? Perché essi devono perseguire l’interesse di quella ristretta alta patrizia e alta borghese che controlla tutte tali istituzioni e meccanismi, che ragiona nei termini più assoluti del capitalismo di matrice neoclassica;
• Infine, diversi gruppi dell’alta borghesia e dei patriziati urbani dei vari Stati nazionali, come nel caso italiano, risultano integrati localmente nella rete di tale sistema, accettando la deindustrializzazione e la dissoluzione dei cicli completi del capitalismo di mercato interno, insieme a una profonda riconfigurazione produttiva nei Paesi membri non dominanti, l’erosione della capacità dei poteri esecutivi locali di allocare le risorse statali, e l’immigrazione di massa, la quale da un lato esercita una pressione al ribasso sui salari della classe lavoratrice e dall’altro incide sulla coesione sociale del corpo nazionale, al fine di preservare l’ordine strumentale del capitalismo neoclassico dominante: nei fatti, nei singoli Stati, come l’Italia, si consolidano élite locali “coloniali”, elette e innalzate, trasformate di fatto in proxy di un cartello franco-germanico e beneluxiano dell’alta borghesia e del patriziato urbano che, nei fatti, esercita la propria egemonia sull’Unione Europea.
Praticamente, nei fatti, la stragrande maggioranza degli Stati membri dell’U.E., inclusa l’Italia, risulta governata da élite oligarchiche locali elevate, che operano in qualità di proxy per conto di quelle dominanti franco-germano-beneluxiane, consolidandosi e arroccandosi al potere, e che si comportano come figure locali non dissimili – per dinamiche strutturali – da “compratores”, “venditores” e “cotonieri”. Tutti gli Stati sottomessi sono progressivamente privati della presenza di industrie strategiche autonome, della capacità di esercitare un reale potere esecutivo sull’allocazione delle proprie risorse, e progressivamente relegati a un terziario basato su turismo e servizi, oppure a un settore primario agricolo e a un’industria limitata e di secondo livello, non disponendo più di un capitalismo nazionale autonomo, ma producendo invece sulla base di cicli di import-export dipendenti da filiere produttive esterne. In sostanza, l’Italia, un tempo tra le principali potenze industriali occidentali, sarebbe stata ridotta a un modello di sviluppo non dissimile da ciò che, fino a pochi decenni fa, sarebbe stato definito un modello economico neocoloniale africano.
Questo è evidente anche da altri dati essenziali. Non a caso, l’Italia nel periodo dal 1989 al 1992/93 aveva una media di total manufacturing output corrispondente per difetto al 5,5 % del totale globale e per eccesso al 5,9 % del totale globale. Ad oggi, 2026, l’Italia detiene solamente per difetto l’ 1,2% del total manufacturing output, mentre, invece, per eccesso a un massimo di 1,7% del total manufacturing output globale.
Questi sono livelli da quello che, nel Secondo dopoguerra, veniva definito il cosiddetto “Terzo mondo”. L’India al 1947, o la Cina al 1949, aveva queste medie percentuali di poco più dell’ 1% del total manufacturing output globale.
A lato di questo, però, l’Italia è anche diventata il 4° paese al mondo per esportazioni senza avere più industria e mercato interno a ciclo completo! Tipica cosa che, nel XIX e nel XVIII secolo, era legata agli stati che sceglievano posizioni subordinate nell’ordine globale e si costituivano internamente attorno a oligarchie ristrette votate all’export dei prodotti del settore primario, soprattutto agricolo-alimentare, in un’industria superstite rimasta legata alla produzione di semilavorati (al massimo, in un ciclo import-export), è sottoposto in modo fermo a un modello economico di scuola classica e manchesteriana (antecedenti da cui il capitalismo neoclassico si è sviluppato).
Questa era, in sostanza, la posizione e la struttura economica che gli Stati del Sud degli Stati Uniti nella prima metà del XIX secolo, e successivamente la Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.), presentavano sotto la propria oligarchia cotoniera, tabacchiera e liniera, orientata all’export, e pienamente inserita in un modello di capitalismo classico e manchesteriano (e sarebbero diventati neoclassici, se fossero continuati a esistere post anni ’70 del 1800).
L’ordoliberismo, una variante, seppur dirigista, del capitalismo neoclassico, esiste nei fatti in Germania, o al massimo nel “Benelux” (e forse di alcuni interessi francesi), in quel mondo delle loro alte borghesie e dei loro patriziati urbani, che si esprime nelle camere di commercio e della Banca Centrale Europea, e utilizza l’U.E. solo per fare il proprio interesse.
Non a caso, all’interno dell’U.E., l’unica industria che resiste, per quanto anche lì in decadenza per via dei parametri della globalizzazione e del WTO, grazie a questi parametri di dominanza è proprio quella di questo cartello parzialmente “franco” e soprattutto “benelux-tedesco”.
Pertanto, per tutti gli altri sistemi-Paese, come l’Italia – sottoposti a queste élite locali “neocotoniere” (oligarchie che dominano con il pugno di ferro i diversi Stati locali), catena di congiunzione in concertazione degli interessi delle alte borghesie e dei patriziati urbani “delle Fiandre” (intese in senso allargato), che nei fatti dominano l’U.E. – quest’unione si manifesta strutturalmente, da un punto di vista macroeconomico e di economia politica, con una configurazione analoga a quella che caratterizzò il C.S.A.
Sostanzialmente, esclusa l’area rimasta industrializzata e ordoliberista della Germania Nord-occidentale, e delle Fiandre, e anche per quei paesi ex Patto di Varsavia come la Polonia o l’Ungheria, dove i capitalisti tedeschi dominano con la loro delocalizzazione locale industriale, per la stra-grande maggioranza degli Stati, e in primo luogo per l’Italia, l’Unione Europea è governata con la stessa mentalità e lo stesso modello economico della Confederazione degli Stati d’America (CSA) storica.
Ulteriore somiglianza, seppure superficiale differenza, è che nel contesto storico della Confederazione degli Stati d’America (CSA) vi era la presenza del lavoro schiavile importato in massa dall’Africa (e socialmente ed etnicamente differente dalla popolazione bianca autoctona). Mentre nell’U.E. domina il fenomeno dell’importazione di masse di immigrati proveniente da aree extraeuropee, tra cui l’Africa. Evidente è il parallelo strutturale. Entrambi i due sistemi si basano sull’approvvigionamento della forza lavoro diversa dalla popolazione autoctona. Come poi tali modelli economici siano orientati all’export, e alla distruzione del mercato interno, e inseriti in un ordine capitalistico di tipo classico/manchesteriano/neoclassico.
Pertanto, i maggiori paralleli strutturali e fisici evidenti tra l’U.E. e il C.S.A. sono:
• Rifiuto dei modelli di capitalismo nazional-sviluppista a carattere interclassista e inter-settore, con superiorità del potere esecutivo diretto sulla banca centrale di Stato, nella tradizione di Alexander Hamilton e Henry Charles Carey. Cioè il rifiuto dei modelli orientati alla costruzione di capacità produttive interne, al protezionismo industriale e all’integrazione organica tra settori economici e classi sociali. Invece, vi è una contestuale affermazione di una prevalenza sistemica del capitalismo classico, del paradigma manchesteriano del laissez-faire e delle successive elaborazioni del capitalismo neoclassico, caratterizzate da centralità dell’equilibrio di mercato, mobilità dei capitali e disciplina monetaria. Tale assetto viene descritto come rintracciabile, in forma comparativamente diversa ma strutturalmente affine sul piano dell’impostazione economico-politica generale, sia nell’architettura dell’Unione Europea sia, storicamente, nella Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.).
• Dove, nel caso storico della Confederazione degli Stati d’America (CSA), vi era il lavoro schiavile di massa d’importazione Africana, nel contesto contemporaneo dell’Unione Europea, vi è l’importazione di massa di lavoratori immigrati dall’Africa, dal Sud Est Asiatico, dal Sud America, etc. In entrambe le configurazioni, comparativamente, la forza lavoro è importata in massa dall’estero ed è etnicamente distinta dalla popolazione autoctona (le nazioni europee in Europa, e i bianchi in Nord America), assume una funzione strutturale all’interno di sistemi economici orientati all’export e inseriti in una logica di capitalismo classico e manchesteriano, o anche nelle loro evoluzioni successive, quali il capitalismo neoclassico (come anche nelle varianti di quest’ultimo sia neoliberali sia ordoliberali, quest’ultimo solo per i paesi dei cartelli dominanti all’interno dell’U.E.).
Dunque, dal punto di vista dell’economia politica comparata, le teorie economiche prevalenti nell’Unione Europea sono riconducibili a quelle che risultavano dominanti negli Stati del Sud della Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.), e si pongono in totale opposizione rispetto all’impostazione interclassista, intersettoriale e nazional-sviluppista del capitalismo federale degli Stati del Nord degli Stati Uniti, chiaramente espressa dall’economista Henry Charles Carey, considerato uno dei principali riferimenti teorici in ambito economico e strategico.
Come il C.S.A. stava – in connessione di commercio globale – al cartello franco-britannico dell’industria con le proprie esportazioni, e aveva un’economia locale totalmente fondata sull’import-export, praticando scientifica distruzione del mercato interno, l’imposizione assoluta dell’austerità e del monetarismo al proprio interno, vivendo di esportazioni, e limitando la minima industria superstite alla produzione di componentistica – sulla base di import per export – non per un proprio ciclo completo di capitalismo interno ma per cicli produttivi esterni.
Così l’Italia nell’U.E., come molti altri sistemi-Paese, sta – in connessione di commercio e parametri economici – al cartello degli interessi dell’alta borghesia e del patriziato urbano della Francia Nord-orientale, del “Benelux”, e della Germania Occidentale, e della loro concertazione nelle varie camere industriali e finanziarie e bancarie tra cui la B.C.E., avendo ridotto una propria economia una volta avanzata alla scientifica distruzione del mercato interno, l’imposizione assoluta dell’austerità e del monetarismo al proprio interno, vivendo di esportazioni, e limitando la minima industria superstite alla produzione di componentistica – sulla base di import per export – non per un proprio ciclo completo di capitalismo interno ma per cicli produttivi esterni.
Pertanto, deve essere sostanzialmente sottolineato che, eliminando la schiavitù dal ragionamento – zavorra morale, che mina la lucidità del ragionamento dei più – e osservando la pragmatica e le teorie economiche effettuali, l’Unione Europea e la Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.) si collocano nello stesso campo e attuano uno stesso modello strutturale.
Il framework istituzionale dell’Unione Europea ha marginalizzato le tradizioni sviluppiste associate a Hamilton, Carey, List e al dirigismo del secondo dopoguerra, a favore di impianti “neo”-manchesteriani, neoclassici, monetaristi, ordoliberali e neoliberali, caratterizzati dall’enfasi sulla stabilità dei prezzi, la disciplina fiscale, la mobilità dei capitali e l’integrazione dei mercati, ma la distruzione essenziale di tutti i mercati interni (esclusi quelli dei paesi, o meglio delle aree, dei cartelli dominanti, precedentemente menzionati).
Di base, mettendo da parte nell’analisi l’elemento dell’agrarianismo, e della sua bucolicità ideologica, e quello della schiavitù dei neri – quest’ultimo soprattutto per il suo pesante “bagaglio” morale – che tendono a offuscare l’immagine della C.S.A., e concentrandosi invece sulle pragmatiche strutturali del suo modello economico e sulle teorie economiche a esso sottese, si osserva come l’Unione Europea e la C.S.A. possano essere interpretate come sistemi sostanzialmente operanti all’interno di uno stesso continuum teorico e di natura economica.
Si tratta del campo del capitalismo classico, manchesteriano e neoclassico, in opposizione al capitalismo nazional-sviluppista interclassista e intersettoriale di matrice nazionalista e/o federalista, associato a Henry Charles Carey e ad altri autori affini.
Inoltre, sia la C.S.A. sia l’U.E. possono essere descritte come strutture di tipo confederale, o più precisamente confederale debole, caratterizzate da un’elevata frammentazione della sovranità effettiva e da una limitata centralizzazione del potere decisionale. All’interno di tali sistemi, gli attori istituzionali e politici dominanti tenderebbero a preservare e stabilizzare questo assetto, in quanto funzionale all’equilibrio degli interessi consolidati, opponendosi in modo sostanziale – al di là della retorica di front-office e delle dichiarazioni ufficiali di natura integrativa – a traiettorie evolutive di tipo federale.
Tali traiettorie implicherebbero infatti una progressiva concentrazione del potere esecutivo a livello centrale, inclusa la capacità di indirizzo diretto sulle politiche fiscali, monetarie e di coordinamento economico-strategico. Proprio questa eventuale evoluzione verso una forma compiutamente federale, dotata di un potere esecutivo unitario anche in ambito finanziario ed economico, risulterebbe strutturalmente in tensione con l’assetto confederale esistente, che si fonda invece sulla mediazione tra livelli di sovranità parzialmente autonomi e sulla conservazione di un equilibrio multilivello del potere.
Oppure, l’attuazione di un potere federale di Stato nell’U.E., dotato di un forte potere esecutivo diretto, porterebbe alla subordinazione della B.C.E. a un potere esecutivo reale e, dunque, per necessità di sviluppo strategico, porrebbe fine su larga scala all’ordine fondato sul capitalismo neoclassico, muovendosi invece – se mai tale scenario strategico si verificasse – verso posizioni di tipo hamiltoniano o careyano.
Ma, così come avvenne per gli Stati del Sud del Nord America nella prima metà del XIX secolo e nella successiva Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.), anche il cartello franco-“beneluxiano”-tedesco che esercita governo sull’U.E., unitamente alle diverse oligarchie locali che operano come cinghia di trasmissione di tali interessi nei singoli Stati membri — come nel caso dell’Italia — tenderebbe a opporsi in modo sistemico e strutturale a questo tipo di evoluzioni, mobilitando gli strumenti istituzionali, polizieschi, economici, repressivi, e politici a propria disposizione per preservare l’assetto esistente.
Dunque, c’è una marcata sovrapposizione tra le forme di governance pragmatica, le teorie economiche e i modelli di economia politica:
• L’Unione Europea (U.E.) ha mostrato una tendenza verso la liberalizzazione del commercio, la sovranità decentralizzata, la disciplina fiscale basata sull’austerità e il monetarismo, e l’integrazione dei mercati tra Stati membri semi-sovrani, con dinamiche di esplicita distruzione delle industrie dei mercati interni, esclusi quelli del cartello dominante, e una crescita guidata da logiche di import-export.
• La Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.) ha a sua volta sostenuto uno Stato centrale debole, una forte autonomia regionale, un commercio orientato all’import-export e una concezione classica e manchesteriana dell’economia politica, caratterizzata da monetarismo, austerità, distruzione esplicita sia della base industriale interna sia del proprio mercato interno.
Laddove, nel XIX secolo, nel sistema del C.S.A. chi traeva vantaggio erano tanto le oligarchie locali, ma soprattutto le élite a capo del capitalismo dell’industria estera, soprattutto quella britannica/inglese, e in parte quella francese. Invece, nel XXI secolo, nel sistema dell’U.E. chi trae vantaggio sono ristrette oligarchie locali “cotoniere” – per paragone potremmo dire – piazzate al potere su Stati subordinati come l’Italia, ma soprattutto le élite a capo del capitalismo dell’industria estera, soprattutto quella del “Benelux”, della Germania occidentale / Nord-occidentale, e della Francia Nord-orientale.
Dunque, tra U.E. e C.S.A., a livello duro e strutturale, il confronto è notevole:
• struttura istituzionale di tipo confederale (debole);
• diffidenza tanto verso l’autonomia nazionale quanto verso una forte centralizzazione federale;
• preferenza per il libero scambio e per il laissez-faire rispetto al protezionismo;
• assolutezza di austerità e monetarismo;
• e una convergenza verso il capitalismo classico e manchesteriano (con l’Unione Europea collocabile nell’alveo del capitalismo neoclassico, inteso come sua evoluzione teorica e sistemica);
• Etc., etc., etc.
In tale prospettiva è possibile individuare una linea di continuità riconoscibile.
Si delinea infatti una genealogia intellettuale coerente alla base del confronto, soprattutto se lo si interpreta nei termini di una comparazione tra paradigmi di economia politica, e tra pragmatica strutturale di governance politica ed economica, piuttosto che come equivalenza morale o identità storica tra sistemi differenti.
Pertanto, in questa analisi, così come diceva Machiavelli, nel suo Principe, al capitolo 15: «essendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi l’intende, mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa, che all’immaginazione di essa: e molti si sono immaginate Repubbliche e Principati, che non si sono mai visti né cognosciuti essere in vero».
Entrambi i sistemi, la C.S.A. e l’Unione Europea, sono manifestazioni di più ampie tradizioni politico-commerciali liberali, caratterizzate dalla centralità dell’integrazione commerciale, dalla sovranità decentralizzata, dai vincoli alla centralizzazione del potere fiscale e dal ruolo disciplinante dei mercati rispetto alla pianificazione nazionale o federale dello sviluppo.
Nonché, entrambi si collocano in opposizione ai modelli economici interclassisti e intersettoriali di tipo sviluppista, industriale e nazionale o federale, nei quali lo Stato assume una funzione diretta di coordinamento strategico della crescita produttiva e dell’integrazione economica interna.
Sia la Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.) sia l’Unione Europea (U.E.) possono essere analiticamente collocate all’interno della medesima ampia tradizione di economia politica liberale-commerciale: una tradizione strutturalmente contrapposta al developmentalismo sovrano, alle strategie industriali nazionalmente integrate e al federalismo produttivo interclassista.
In entrambi i sistemi, la governance economica è organizzata attorno alla primazia dell’integrazione commerciale, dell’accumulazione orientata all’export, della disciplina fiscale fondata sull’austerità e il monetarismo, della preservazione di interessi commerciali e finanziari transregionali rispetto allo sviluppo industriale nazionale autonomo e di potenza.
Le rispettive architetture istituzionali limitano la sovranità sviluppista centralizzata attraverso assetti di tipo confederale o semi-confederale, in entrambi i casi debole, basano la propria governance su forme di potere esecutivo indiretto (e nell’Europa odierna di meccanismi tecnocratici di disciplina di mercato), che riducono la capacità delle maggioranze politiche di indirizzare il credito, l’industria e la pianificazione produttiva di lungo periodo.
Piuttosto che perseguire modelli di capitalismo sviluppista di matrice hamiltoniana, careyiana, listiana o dirigista – incentrati sulla costruzione del mercato interno, sulla protezione industriale, sul coordinamento produttivo e sull’accumulazione strategica nazionale (o federale) – entrambi i sistemi dell’U.E. e del C.S.A. si collocano nella tradizione del capitalismo classico, manchesteriano e, successivamente, neoclassico: una tradizione che privilegia il libero scambio, la mobilità dei capitali, l’ortodossia monetarista, l’austerità, la disciplina fiscale, l’integrazione commerciale esterna e la subordinazione delle economie produttive alle esigenze di un ordine di mercato transregionale (contro i cicli produttivi completi d’un proprio capitalismo autonomo).
Come il ciclo economico completo e di capitalismo autonomo per il C.S.A. esisteva per l’alta borghesia e l’altro patriziato urbano dell’Inghilterra/Gran Bretagna, e anche seppure solo in parte della Francia, che poi gestivano le proprie potenze con metodi dirigisti e di creazione di potenza.
Così il ciclo economico completo e di capitalismo autonomo per l’U.E., in Stati subordinati e periferizzati, come l’Italia, esiste solo per il cartello dell’alta borghesia e dei patriziati urbani della Francia Nord-orientale, della Germania occidentale, e del “Benelux”, che, infatti, utilizzano per se stessi margini gestionali a proprio favore, seppure sempre con questa mentalità, con l’ordoliberismo.
In tale quadro, processi quali la deindustrializzazione, la dipendenza da riserve di lavoro esterne e l’indebolimento della capacità industriale autonoma e strategica, soprattutto di Stati come l’Italia, non si configurano come anomalie contingenti. Bensì, tali sono esiti strutturali strategici e di governance esplicitamente voluti. Dove un regime di economia politica neoclassica, orientato alla preservazione dell’integrazione liberale-commerciale, della stabilità fiscale dedita all’austerità e al monetarismo, va a un contempo tanto contro:
• Il possibile consolidamento di traiettorie di sviluppo nazionale sviluppista autonomo;
• Il possibile consolidamento di traiettorie di sviluppo federalista autonomo;
In entrambi i casi, a livello di dimensioni contenute, di uno Stato-nazione, oppure, d’ipotetici Stati Uniti d’Europa, si andrebbe alla creazione di un potere esecutivo diretto, con monopolio della violenza, e capacità di giurisdizione sullo sviluppo e sul sistema bancario centralizzato. Cosa che necessariamente andrebbe a rompere l’equilibrio del capitalismo neoclassico, e porterebbe tali entità politiche in una traiettoria di sviluppo alla Alexander Hamilton o alla Henry Charles Carey. Dunque, vi è l’opposizione a entrambe le due traiettorie di sviluppo. Ma questa è un’ulteriore, fisica e materiale, sovrapposizione ed eguaglianza di governance tra quelli che furono i C.S.A. con l’odierna U.E.
Quindi, la sovrapposizione tra la Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.) e l’attuale Unione Europea (U.E.) diviene evidente quando entrambi i sistemi vengono analizzati attraverso le lenti della governance, dell’economia politica, e della macro-economia comparate, piuttosto che mediante narrazioni morali o similitudini storiche di superficie.
Infatti, sul piano strutturale, entrambi possono essere ricondotti alla medesima genealogia della tradizione liberale-commerciale del capitalismo: una forma di organizzazione politico-economica centrata sull’integrazione commerciale, sull’accumulazione orientata all’export, alla distruzione dell’industria interna e dei cicli completi economici e del capitalismo interni, sul monetarismo, sull’austerità, sulla disciplina fiscale e sulla subordinazione sistematica dello sviluppo produttivo sovrano alle dinamiche di potere commerciale-finanziario transregionale e/o globale.
Al centro di entrambi i sistemi si colloca la medesima logica economica e di governance: il rifiuto del nazionalismo e/o federalismo sviluppista a favore di una integrazione disciplinata dai meccanismi di mercato.
Non a caso, entrambi i modelli si oppongono alla concezione hamiltoniana, careyiana, listiana e dirigista dell’economia, nella quale lo Stato agisce come soggetto di organizzazione dell’espansione produttiva nazionale, del coordinamento industriale, dello sviluppo infrastrutturale, dell’aggiornamento tecnologico e dell’integrazione economica interclassista.
Al contrario, sia la C.S.A. sia l’Unione Europea incarnano la concezione manchesteriana e, successivamente, neoclassica dell’economia politica: centralità del libero scambio, mobilità dei capitali, diffidenza verso la sovranità sviluppista centralizzata, disciplina fiscale e monetaria, e prevalenza degli interessi commerciali e finanziari rispetto al consolidamento industriale nazionale.
I paralleli istituzionali sono notevoli. In entrambi i sistemi, il potere economico effettivo viene esercitato in forma indiretta piuttosto che attraverso un’autorità partecipativista e nazionalista – nazionalista e/o federale – sviluppista pienamente autodeterminantesi.
La governance è mediata da strutture di tipo confederale o semi-confederale, nelle quali unità parzialmente sovrane vengono disciplinate da imperativi di mercato transregionali, vincoli monetari e reti commerciali e di governance di certe élite organizzate a mo’ di cartello.
Il centro politico assume principalmente la funzione di garantire la continuità dell’ordine liberale-commerciale, l’austerità, il monetarismo, la distruzione dell’industria interna, l’orientamento all’export, piuttosto che di indirizzare una trasformazione di tipo sviluppista.
Per questo motivo, in entrambi i sistemi si osserva una limitazione sistematica della pianificazione industriale, dell’espansione fiscale autonoma, del protezionismo strategico e delle politiche produttive nazionalmente integrate.
La morfologia economica è pressoché identica. Entrambi i sistemi privilegiano i circuiti commerciali esterni rispetto al consolidamento produttivo interno. Entrambi subordinano l’industria domestica, o la distruggono in larga parte, alle esigenze della competitività esportativa e dell’integrazione del capitale su scala transregionale. Entrambi generano tendenze strutturali alla deindustrializzazione nelle regioni periferiche, alla dipendenza da bacini esterni di forza lavoro e alla concentrazione del potere effettivo in élite commerciali-finanziarie interconnesse, i cui interessi trascendono le economie produttive locali.
In entrambi i casi, la governance economica opera attraverso la disciplina di mercato: austerità, rigidità monetaria, vincoli creditizi, ortodossia fiscale e separazione dell’amministrazione economica da un intervento diretto della democrazia di massa, od ancor di più un’opposizione assoluta al repubblicanesimo partecipativo.

  Il parallelismo diviene ancora più evidente nella dottrina monetaria. Il sistema confederale difendeva una sovranità decentralizzata, dazi contenuti, dipendenza dall’export e una marcata ostilità verso un’economia dello sviluppo centralmente pianificata.
   L’Unione Europea riproduce una logica analoga, ma su un piano tecnocratico più avanzato, attraverso la governance monetarista, il potere disciplinante della banca centrale, i vincoli di bilancio, l’anti-inflazionismo elevato a principio assoluto e la costituzionalizzazione dell’integrazione di mercato.
   Il risultato, in entrambi i casi, è una confederazione commerciale in cui le strutture politiche sono progettate principalmente per preservare la stabilità dell’accumulazione liberale-capitalistica di coloro che dominano i cartelli dominanti (a cui si accodano i vari “cotonieri” locali, come in Italia), piuttosto che per costruire una civiltà industriale sovrana.
  Dal punto di vista dell’economia politica, tale somiglianza non può essere considerata una coincidenza accidentale. Essa appare piuttosto come una continuità riconoscibile all’interno della più ampia evoluzione storica del capitalismo liberale-commerciale stesso.
  La Confederazione degli Stati d’America (CSA) rappresentava una forma precoce di capitalismo export-oriented atlantico decentralizzato; l’Unione Europea ne costituisce invece una versione successiva, altamente istituzionalizzata, tecnocratica e post-industriale.
   Pur in presenza di contesti storici differenti e di differenti assetti produttivi, si riscontra una medesima grammatica politico-economica di fondo: anti-sviluppismo, primazia del mercato, ortodossia monetaria, sovranità limitata e prevalenza del capitale commerciale transregionale rispetto alla capacità produttiva nazionalmente integrata.

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