Stati Uniti, c’è poco da ridere_con Gianfranco Campa

Frenare l’ilarità di una vicepresidente, profusa irrefrenabilmente anche nei momenti meno opportuni ed imbarazzanti, è una missione impossibile. Non è l’unico personaggio da operetta che ha trovato posto nel caleidoscopio dei posti chiave dell’amministrazione statunitense. Un problema già serio in tempi ordinari dalle gerarchie politiche ben definite e dalle decisioni poco impegnative; drammatico in una fase di sconvolgimenti politici accompagnati da una disarticolazione dei centri di potere, laddove la riuscita dei colpi di mano dipendono dalle capacità proprie di controllo di parte delle leve di potere. Non è l’azzardo di pokeristi della domenica a guidare le scelte; è l’opera inquietante e gelida di troppi dottor stranamore in azione nell’ombra o appena dietro le quinte. Ancora una volta si deve partire dal battito d’ali a Washington per comprendere la tempesta attuale in Ucraina e le prossime annunciate qua e là per il mondo. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Questo è un punto di svolta repubblicano Di John Green

La prolungata lotta per il martelletto da speaker ha creato le circostanze per il cambiamento a Washington, specialmente nel partito repubblicano? Per la prima volta in oltre un secolo, ci sono voluti 15 turni di votazioni, lusinghe, compromessi e quasi una scazzottata per selezionare un presidente della Camera. Il MSM ha riferito allegramente dello “spettacolo di clown repubblicani”, prevedendo che il conflitto avrebbe diviso il partito. Hanno persino fantasticato che potesse risultare in un presidente democratico, in una Camera dei rappresentanti repubblicana a maggioranza. Che dolce vittoria sarebbe. Bene, i repubblicani non si sono sciolti, i democratici non hanno tirato fuori un ribaltamento e il MSM era cieco a qualcosa di molto più significativo.

I Democratici hanno fatto un casino, di nuovo. Hanno avuto l’opportunità di scegliere il tipo di oratore con cui avrebbero voluto lavorare e l’hanno sprecata. Se avessero avuto i loro cappucci pensanti, si sarebbero resi conto che era a loro vantaggio votare per Kevin McCarthy, il repubblicano. Probabilmente avrebbero anche potuto negoziare alcune concessioni da McCarthy per il loro sostegno, perché voleva il lavoro davvero, davvero tanto. Se i Democratici lo avessero fatto, avrebbero potuto trascinare McCarthy oltre il traguardo, e lui sarebbe diventato il portavoce nonostante la resistenza nel suo stesso partito, prima che dovesse fare concessioni a quella resistenza.

Sarebbe stato tutto come al solito alla Camera. La leadership repubblicana parlerebbe in grande, ma farebbe poco, proprio come piace ai democratici. La base repubblicana diventerebbe disillusa, frustrata e inizierebbe a pensare di saltare le prossime elezioni. Continuerebbe a non esserci alcuna responsabilità per le promesse non mantenute. Il ritorno al controllo democratico richiederebbe una breve attesa di due anni. Per i democratici sarebbe come una bella vacanza lunga prima di tornare al lavoro.

Ma invece, i Democratici hanno votato all’unanimità e in modo coerente per qualcuno che non sarebbe mai stato votato presidente, indipendentemente dal numero di turni di votazione avvenuti. La loro base rabbiosa preferirebbe vedere gesti di sfida infantili piuttosto che astute manovre tattiche. Cominciano a vedere il costo di quell’errore tattico.

Il Republican Freedom Caucus ha rifiutato di votare per Kevin McCarthy fino a quando non hanno ottenuto concessioni – e il ragazzo le ha ottenute. McCarthy desiderava così tanto il lavoro che era disposto a rinunciare a quasi tutto per ottenerlo. Il Freedom Caucus l’ha capito e ha giocato un magistrale gioco di pollo. Hanno molto. E quello che hanno ottenuto potrebbe finire per cambiare la mentalità dell’intero partito repubblicano.

Il Freedom Caucus ha ottenuto:

  • Una promessa di promuovere diversi atti legislativi conservatori
  • Un impegno per i vincoli fiscali
  • Indagini sulla corruzione dello stato profondo
  • E, cosa più significativa, le regole cambiano

Quelle modifiche alle regole includono cose come venire effettivamente al lavoro per svolgere il lavoro che gli elettori hanno eletto al Congresso e leggere i progetti di legge prima di votarli (sì, hanno davvero approvato progetti di legge senza leggerli per anni). Forse il cambiamento di regola più significativo è quello che consente a un singolo membro della Camera di chiedere un voto per rimuovere il Presidente. Se McCarthy esce dalla linea, possono ricominciare da capo la gara per il suo lavoro. Hanno la capacità di ritenere responsabile l’Oratore. Che nuovo concetto: responsabilità nel governo. Non credo che l’abbiamo mai visto.

Quindi, cosa succede quando il presidente McCarthy fa qualche passo a destra (politicamente e moralmente) e la sua popolarità esplode? Passerà dall’essere un ostaggio dei conservatori a un entusiasta sostenitore della loro agenda?

Sta cominciando a fare quei piccoli passi. Si sta preparando a rimuovere molti dei democratici più ripugnanti dai loro incarichi di commissione. La base è estasiata. Adam Schiff, Eric Swalwell e Ilhan Omar possono ringraziare San Fran Nan per aver stabilito quel precedente, un altro errore tattico.

Sta mantenendo la sua promessa di portare in aula i conti che la base vuole. I progetti di legge finora approvati dalla Camera includono tutto il necessario per dare ulcere ai Democratici.

  • Rescindere alcuni saldi messi a disposizione dell’Agenzia delle Entrate
  • Atto di protezione dei sopravvissuti all’aborto nati vivi
  • Legge sulla protezione della riserva petrolifera strategica americana dalla Cina
  • Istituzione del comitato ristretto sulla concorrenza strategica tra gli Stati Uniti e il Partito comunista cinese

Certo, questi progetti di legge saranno probabilmente eliminati al Senato o posti il ​​veto dal Presidente. Almeno il presidente sta facendo quello che ha il potere di fare: far registrare a tutti i democratici della Camera il sostegno all’uccisione di neonati (ovvero sopravvissuti all’aborto). Far sapere agli elettori di quei Democratici dove punta la bussola morale del loro rappresentante è anche una misura di responsabilità – no?

McCarthy sta persino parlando di rilasciare tutte le 14.000 ore di filmati di sicurezza dall’insurrezione del 6 gennaio di matti cosplay disarmati e fotografi selfie. Il panico sta prendendo piede tra i democratici. Apparentemente, non vogliono che il pubblico veda davvero cosa è successo quel giorno.

La base conservatrice sta iniziando a elogiare il presidente McCarthy, e lui lo adora. Qualche altro repubblicano imparerà dall’esperienza di McCarthy? Capiranno che è sicuro smettere di essere la moglie maltrattata della politica? Che possono reagire e vincere? I repubblicani capiranno finalmente che quando una parte vuole la libertà e l’altra la tirannia, non è il momento della cortesia e del compromesso? È il momento di combattere. Si renderanno conto che il successo di Trump non è stato un’anomalia? Il suo spirito combattivo è stato il modo in cui ha avuto successo – e loro possono fare lo stesso.

Quanto sarà diversa Washington se i repubblicani smettessero di fare la vittima, iniziassero ad ascoltare gli elettori e si comportassero senza paura per loro? So che è chiedere molto e non accadrà dall’oggi al domani. Ma stiamo vedendo quei piccoli passi. I prossimi due anni potrebbero essere molto interessanti, grazie a un colossale errore tattico di democratici troppo sicuri di sé.

John Green è un rifugiato politico del Minnesota, ora residente in Idaho. Ha scritto per American Thinker e per American Free News Network . Può essere seguito su Facebook o contattato all’indirizzo greenjeg@gmail.com .

Immagine:  Vikram Gupchup

Stati Uniti, il sodalizio interessato di uno speaker_con Gianfranco Campa

Una conversazione in due puntate. Nella prima tratteremo dei retroscena e dei possibili scenari futuri legati all’elezione di Kevin McCarthy a speaker della Camera del Congresso statunitense. Una narrazione del tuto estranea alla “creatività” con la quale è stata profusa dalla stampa italiana, sempre più dedita alla scopiazzatura sempre meno diligente delle veline d’oltreoceano. Seguirà a breve la seconda puntata sulle ultime prodezze di Biden, un presidente ormai dal destino segnato, ma cionondimeno impegnato in Brasile e nello scacchiere nordamericano. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Trump, ora più che mai!_di Roger Stone

Qui sotto pubblichiamo l’appello lanciato da Roger Stone a sostegno della ricandidatura di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti. Roger Stone è stato, assieme al Generale Flynn, una figura chiave della prima elezione di Trump. Non tutti lo hanno compreso nel movimento MAGA; forse nemmeno appieno lo stesso Trump, almeno sino a quando lo ha graziato dalla persecuzione giudiziaria allo scadere del suo mandato presidenziale. Lo hanno capito benissimo al contrario i suoi avversari portandolo con ferocia e spietatezza alla rovina economica e ad una condizione di salute precaria. Non ostante, assieme a qualche altro fondatore, abbia scelto di mettersi saggiamente in disparte al momento dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, è rimasto comunque nel mirino spietato dei suoi avversari. Ricordiamo tutti la vergognosa spettacolarità della vera e propria operazione militare che lo ha condotto agli arresti in piena notte nella sua abitazione. Roger Stone è stato un alto funzionario dello stato federale con incarichi chiave sin dalla lontana amministrazione Nixon. Conosce benissimo i meccanismi di funzionamento delle dinamiche politiche americane ed ha intuito, tra i primi, la via del disastro verso la quale stavano conducendo il paese le varie amministrazioni, a partire da quella di Bush Senior e i centri decisori presenti negli apparati nevralgici. A settanta anni Stone getta sul terreno il peso della sua autorevolezza per sostenere ancora una volta Trump e diradare almeno in parte la cortina fumogena stesa sulle candidature alternative, o presunte tali che stanno emergendo. Non conoscendo bene, nei particolari, le dinamiche interne al movimento, nutriamo qualche dubbio, però, sulla giustezza di questa ricandidatura di un personaggio dai limiti, pari alla sua tenacia, evidenti e sulla maturità di eventuali candidature realmente alternative. Tanto più che, alla sua seconda riproposizione, non sembra disporre del sostegno e del supporto di un gruppo ben organizzato, strutturato ed esperto. La dinamica dello scontro politico negli Stati Uniti vive una fase di stallo, ma solo apparente. Di fatto la polarizzazione geografica del conflitto interno si è ulteriormente accentuata con l’ulteriore fattore dirompente di un movimento che continua ad estendersi nei ceti popolari produttivi delle varie etnie. L’alterazione dei risultati elettorali con brogli ormai su scala industriale sta facendo il resto, insinuando il dubbio sulla effettiva efficacia di un impegno politico fondato e dettato esclusivamente sulle scadenze elettorali in un movimento che ha compreso l’importanza di un radicamento nei centri amministrativi e di potere e di una connessione con quelle élites dissenzienti con l’attuale politica avventurista. Il movimento MAGA vive all’interno profonde contraddizioni tra chi punta ad una azione tendente semplicemente a dividere il fronte geopolitico avversario che si sta compattando, più per la costrizione esterna americana che per affinità dei componenti, attorno al polo russo-sino-indiano e chi, mosso probabilmente da una impostazione economicista e un po’ ingenua, tende a ridurre le dinamiche geopolitiche ad una serie di relazioni bilaterali mutevoli. Una interpretazione, quest’ultima, probabilmente accettabile e praticabile solo in una fase temporanea di transizione verso una ricomposizione multipolare degli schieramenti e non a caso sostenuta, paradossalmente, anche dalla attuale leadership cinese. Un aspetto che avrebbe dovuto far riflettere meglio la dirigenza cinese, riguardo al suo comportamento nei confronti di Trump. Un movimento il cui successo, però, potrebbe condurre ad una dinamica meno tragica le relazioni geopolitiche e spostare più all’interno degli Stati Uniti un conflitto che, altrimenti, coinvolgerà il mondo intero. Una classe dirigente e un ceto politico serio e legato agli interessi fondamentali dei paesi europei più importanti dovrebbe sostenere ed agevolare convintamente la strada di questo movimento proprio per gli spazi che un suo successo definitivo aprirebbe ad una condizione più autonoma ed indipendente dell’Europa. Il carattere miserabile, stupido, insipiente e compradore di questi, già visibile in quei quattro anni, sta emergendo, purtroppo, sempre più alla luce del sole condannando, con poche eccezioni, un intero continente al disastro inconsapevole ed autolesionistico a vantaggio di una élite sempre più arroccata. Buona lettura, Giuseppe Germinario

 

ROGER STONE: TRUMP, ORA PIÙ CHE MAI

Trump non è accettato o sostenuto dai membri titolari di tessera dell’establishment repubblicano di Washington. Questa è una virtù, non una pecca.

 

Nel suo discorso di annuncio alle sua corsa alle presidenziali 2024, un discorso ordinato e perfettamente disciplinato, Donald Trump si è riformulato come un outsider politico pronto a tornare alle guerre politiche di vecchia stagione e a sfidare gli interessi politici e mediatici radicali che hanno sistematicamente ribaltato e neutralizzato il progressi fatti durante la sua prima presidenza.

Quelli del movimento MAGA riescono a percepire, attraverso la narrativa accuratamente orchestrata, implacabile e completamente falsa, la tesi che cerca di incolpare l’ex presidente per la sottoperformance del partito repubblicano nelle elezioni di medio termine. Com’è conveniente che la vittoria relativamente facile del candidato appoggiato da Trump J.D. Vance in Ohio, così come la dura, ma riuscita rielezione del senatore Ron Johnson (forse il più grande difensore di Trump al Senato degli Stati Uniti) in Wisconsin sono così facilmente trascurate dai media.

Quelli della cabala corporativa/governativa/mediatica ora elevano lo spettro di una candidatura del governatore della Florida Ron DeSantis. La scelta di De Santis come principale nemico di Trump è un riconoscimento del fatto che il collegio elettorale dell’America Prima (MAGA) è ancora dominante alla base del Partito Repubblicano. DeSantis, nonostante il suo pedigree, ha governato in Florida seguendo il manuale del MAGA.

L’establishment, che ora cerca di distruggere Trump, ha già riconosciuto la non fattibilità di presentare come alternativa a Trump l’ex vicepresidente Mike Pence o l’ex direttore della CIA e segretario di Stato Mike Pompeo, tutte e due potenziali candidature assolutamente impopolari tra la base di MAGA. L’ascesa di una potenziale candidatura di De Santis, toglie prezioso ossigeno che una delle loro candidature richiederebbe.

L’unico altro potenziale candidato, dietro cui la cabala repubblicana/mediatica poteva schierarsi, il senatore della Florida Marco Rubio, è stato sostanzialmente neutralizzato da Trump quando l’ex presidente ha tenuto un comizio caloroso a favore di Rubio, in Florida, nel momento in cui  la rielezione del Senatore Rubio era in bilico. La sfida contro la candidata Democratica si presentava problematica poiché la deputata della sinistra radicale; Val Demings era ben finanziata e organizzata. L’intervento di Trump ha tolto dalla pentola bollente Rubio forzando poi Rubio ad essere in debito con Trump e quindi ora fedele all’ex presidente.

Prima del comizio di Trump a Miami, i sondaggi mostravano che Rubio era in vantaggio su Demings di soli tre punti, ma dopo il comizio di Trump, il senatore Rubio ha ottenuto una vittoria finale di 16 punti rispetto alla Demings.

Con Pence e Pompeo che mancano del necessario appeal nella base repubblicana e con Rubio dipendente ora da Trump,altro non rimane che DeSantis.

Ieri sera ho partecipato allo storico annuncio del presidente Trump a Mar-a-Lago della sua candidatura per le presidenziali del 2024. C’era elettricità nell’aria che non vedevo né sentivo dall’inizio del 2016. I media hanno rapidamente sottolineato che mentre io e Mike Liddell, descritti come “i sostenitori di Trump”, eravamo tra il pubblico, nessun membro del nuovo Congresso era presente . Ancora una volta, i media giudicano male l’umore degli elettori;  il fatto che Trump non sia appoggiato o sostenuto da membri tesserati dell’establishment repubblicano di Washington è un pregio, non un difetto.

L’assalto organizzato dall impero mediatico NewsCorp di Rupert Murdoch, tra cui Fox News, il Wall Street Journal e il New York Post, mette in mostra una chiara impressione errata del ruolo svolto da Fox e dalle altre testate giornalistiche di Murdoch nell’ascesa iniziale di Trump.

Fox News ha cercato sistematicamente di promuovere più sfidanti a Trump nelle primarie del 2016. Tuttavia, ha visto svanire quegli sforzi quando hanno scoperto che trasmettere dall’inizio alla fine i comizi di Trump faceva guadagnare gli indici più alti di ascolto mai registrati prima nella storia di Fox News, consentendo così a Murdoch di addebitare molto di più per la pubblicità sulla sue reti. Fox News ha  beneficiato della nomina e dell’elezione di Donald Trump più che Trump abbia beneficiato delle dirette fatte dalle emittenti di Murdoch.

Qualcuno crede che qualsiasi candidato diverso da Donald Trump potrebbe affrontare coloro che traggono grandi profitti dall’immigrazione illegale e frontiere aperte?

Qualcuno crede che qualsiasi candidato diverso da Donald Trump smaschererà e correggerà la corruzione nelle nostre agenzie di intelligence e negli uffici delle forze dell’ordine, come la CIA e l’FBI?

Qualcuno crede che qualsiasi candidato diverso da Donald Trump organizzerà una campagna nazionale per porre un limite temporale per  i membri eletti del Congresso?

Qualcuno crede che qualsiasi candidato diverso da Donald Trump imporrebbe il divieto agli ex membri del Congresso, o del ramo esecutivo, di esercitare pressioni dopo aver lasciato le alte cariche del governo?

Qualcuno crede che qualsiasi candidato diverso da Donald Trump sfiderà il duopolio bipartitico che sta cercando di cancellare la nostra eredità, cancellare la nostra Costituzione e distruggere le stesse libertà che garantiscono lo stile di vita americano?

Ecco perché sono con Trump, ora più che mai.

 

Roger Stone

Stati Uniti, il dopo elezioni_Con Gianfranco Campa

Nella prima parte di questa conversazione abbiamo esaminato il voto, accennato ad una analisi sociologica, stigmatizzato le troppe manipolazioni che hanno alterato significativamente i risultati e contraddetto le previsioni. http://italiaeilmondo.com/2022/11/18/… E’ il momento di trarre alcune valutazioni sulle conseguenze di questo voto, partendo dalla incomparabile capacità organizzativa messa in campo dai democratici nel bene e, soprattutto, nel male per finire con le dinamiche che si innescheranno da questo esito. Mani sapienti agiscono intorno al bersaglio grosso da neutralizzare. Il bersaglio a sua volta non sembra attraversare un momento di particolare lucidità. Potrebbe costare caro ad un movimento molto più maturo e disincantato, altrimenti in grado di ostacolare l’avventurismo dell’attuale leadership statunitense. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Stati Uniti! Una partita truccata_con Gianfranco Campa

Tra aspettative deluse, partite truccate, corti dei miracoli, manipolazioni e reale polarizzazione del confronto politico, l’esito delle elezioni di medio termine influenzerà pesantemente il decorso politico dei prossimi due anni e le dinamiche geopolitiche nel mondo. Non nel senso però auspicato dal movimento MAGA e strombazzato a bella posta dal sistema mediatico. Ha certamente spostato ulteriormente lo scontro politico all’interno dei due partiti. Qualche aggiustamento avverrà anche nelle dinamiche geopolitiche, soprattutto nei punti di crisi più pericolosi. In questa prima parte ci siamo divertiti a mettere a nudo la “creatività” che ormai condiziona pesantemente la gestione e l’esito delle consultazioni elettorali. Nella seconda parte, a breve giro, ne analizzeremo con maggiore solennità le implicazioni politiche. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Stati Uniti a due giorni dalle elezioni di medio termine_con Gianfranco Campa

Mancano due giorni alle elezioni di medio termine al Congresso Statunitense. Se ne sono accorti anche gli organi di informazione italiani. A loro modo, però. Hanno scelto ancora una volta di fare i ventriloqui delle peggiori manipolazioni in corso nella stampa americana senza nemmeno il sottile velo di ipocrisia che costringe, al di là dell’Atlantico, a ridimensionare o smentire a babbo morto quanto sbandierato. Servitori inutili e sempre più screditati. A giudicare dai comportamenti e dai mutamenti di umore e di rotta, sembra che i giochi siano ormai fatti. L’entità del ribaltone dipenderà più che dagli umori dell’elettorato, dall’efficacia delle manipolazioni dello spoglio elettorale. Non è la chiusura e l’epilogo di un aspro conflitto politico; cambieranno le modalità di svolgimento e le faglie attaverso le quali proseguirà. Emergono, intanto, le prime due vittime designate dal loro stesso fuoco amico: Joe Biden e Kamala Harris. Rimangono da definire i tempi della loro agonia. Più durerà, più saranno le vittime invischiate nel loro abbraccio. Un interregno denso di pericoli, ma foriero di qualche spiraglio di luce. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Stati Uniti! Facce nuove e facce di bronzo_con Gianfranco Campa

PS_ I trenta firmatari del Partito Democratico, dei quali si è accennato nel video, hanno appena ritirato, subito dopo la pubblicazione di questa intervista, la loro firma al documento di sollecito a Biden di trovare una soluzione diplomatica al conflitto ucraino

Tra dieci giorni le elezioni di medio termine per il Congresso degli Stati Uniti. Non sarà una scadenza risolutiva delle dinamiche geopolitiche in corso, in primo luogo la guerra in Ucraina e il confronto sempre più ravvicinato a Taiwan. Si tratta di eleggere circa la metà dei rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti. In caso di netta vittoria di America First, quanto basterebbe però per intralciare significativamente il cammino guerrafondaio ed avventuristico della attuale amministrazione. E’ la ragione per la quale gli attuali detentori delle leve governative stanno ancora una volta volgendo la loro “particolare attenzione” alla gestione e allo spoglio del voto. Il sistema ormai collaudato questa volta sarà oggetto di maggiori attenzioni, a sua volta, del movimento emergente. Questa scadenza è solo una prima tappa di un percorso che porterà alla elezione del nuovo presidente nel 2024. Se l’esito dovesse corrispondere con il risultato della maggior parte dei sondaggi, si aprirà una fase transitoria di circa due mesi durante la quale colpi di mano e forzature saranno all’ordine del giorno a causa di un ceto politico e di una classe dirigente disposta ad utilizzare ogni mezzo necessario a garantire la propria sopravvivenza. Dovesse risolversi per loro negativamente anche questa occasione, si aprirann anche nel Partito Democratico quelle profonde crepe, delle quali si avvertono già le prime avvisaglie, che hanno già percorso il Partito Repubblicano, ma con esiti probabilmente più disgreganti. Sarà quella l’ora della verità per la effettiva capacità di tenuta e per la coerenza politica di “America First”. Una cosa è comunque chiara: ogni possibilità di cambiamento reale in Europa potrà emergere dalla crisi definitiva delle attuali classi dirigenti statunitensi, piuttosto che dall’emergere per forza propria di nuove élite. Un elemento di debolezza ed un vuoto che sta allineando ancora una volta l’appendice geopolitica alla appendice geografica del continente asiatico, quale è l’Europa. Un percorso, per meglio dire un’agonia, iniziato un secolo fa, con la I guerra mondiale e destinato a compiersi, con amarezza, in questo decennio. La storia, comunque, riserva sempre qualcosa di imponderabile a rovesciare destini segnati. Non a caso l’Europa, in particolare l’Italia, è la terra dei santi. Spesso quelli fasulli si sono rivelati paradossalmente quelli più efficaci. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Stati Uniti! Fratelli coltelli_con Gianfranco Campa

Novanta minuti lunghi, ma ben spesi. Le due principali anime oltranziste che sorreggono la figura di un presidente traballante e vacuo, superata, almeno per ora, in qualche maniera e con parecchio affanno la sfida di Trump, per oltre un anno hanno trovato nel conflitto in Ucraina il punto di accordo sul quale procedere nel tentativo di eliminare uno dei fautori di un mondo multipolare e, particolare non secondario, avvolgere in catene sempre meno dorate gli alleati europei da spremere ormai senza tanti infingimenti. Stiamo conoscendo sempre più il lato oscuro del “american way of life” e l’aspetto costrittivo della gabbia atlantica. Al crescere della tensione in un conflitto da tempo coscientemente atteso e provocato, ne parliamo con cognizione di causa, si pone il problema di quale sia la soglia da non oltrepassare per evitare l’innesco di un conflitto aperto e totale dagli esiti disastrosi per tutti i contendenti. Su questo le due anime presenti nella amministrazione Biden hanno innescato uno scontro politico sempre più difficile da mimetizzare. Un conflitto all’interno del quale non esiste una accettazione e un riconoscimento a condurre il gioco alla componente al momento prevalente. Piuttosto, l’utilizzo delle leve disponibili di ogni fazione per forzare il corso degli eventi. Leve che, purtroppo, si estendono e ramificano, soprattutto in Europa, anche in gruppi e centri decisori esterni al paese. In primo luogo tra i comandi della NATO, nei centri più ottusamente nazionalisti dei paesi dell’Europa Orientale in maniera esplicita e in maniera più silente nei centri decisori, si fa per dire, dei paesi chiave, almeno una volta, della Unione Europea.

ancore parigine di democratici statunitensi

Una dinamica che finisce per ridurre, tranne rare eccezioni, i centri europei a veicolo e strumenti di provocazione e forzature delle provocazioni della componente più avventurista dell’amministrazione statunitense. I nomi, i portatori espliciti, di tale condotta li abbiamo conosciuti nel corso di questi anni. Altri emergeranno con l’intensificarsi della crisi e con la resa dei conti ad essa connessa. Sino a quando in Europa non si farà, almeno in qualche misura, pulizia negli apparati, non sarà possibile un mutamento di linea e l’assunzione di un ruolo quantomeno moderatore nella vicenda di casa nostra. Paradossalmente, proprio negli Stati Uniti si annunciano crescenti scricchiolii; da lì potrebbe pervenire finalmente un rivolgimento che investirà direttamente anche l’Europa, senza che le nostre classi dirigenti desiderino e abbiano le capacità di affrontarlo adeguatamente. Comunque si risolverà la crisi Ucraina, peggio nel caso di successo dell’amministrazione Biden, per l’Europa si annuncia un declivio sempre più ripido e caotico. Negli Stati Uniti, quantomeno, i termini del conflitto sono sempre più trasparenti e definiti. Mala tempora currunt. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

 Ocasio Cortez

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Stati Uniti, strategie di logoramento_Con Gianfranco Campa

Puntata particolarmente importante. I nemici dichiarati dalla attuale leadership statunitense sono la Russia nell’immediato, la Cina dal punto di vista strategico. L’obbiettivo di fondo è scompaginare la prima, trattare da posizione di forza con la seconda. Arrivare a regolare il contenzioso con la Cina, comporta riequilibrare preliminarmente la propria economia attualmente fondata sul debito e sul drenaggio di risorse dall’area del dollaro e su un processo di decentramento industriale che espone gli Stati Uniti alla fragilità di un circuito troppo vulnerabile. I paesi europei, in primo luogo la Germania, sono destinati ad essere la vittima sacrificale di questa dinamica a beneficio esclusivo del loro alleato egemone. Su questo il gruppo dirigente statunitense può far leva sugli utili idioti dei paesi scandinavi e dell’Europa Orientale, nella fattispecie i paesi baltici, la Polonia. Costoro, in nome di brame di rivalsa sopite da troppo tempo nei confronti di Russia e Germania, non esitano a legarsi mani e piedi con chi a tempo debito non esiterà a scaricarli. Un già visto nelle precedenti due guerre mondiali, ma di nessuna lezione per il presente. Gli Stati Uniti, intanto, riescono a lucrare a man bassa sul mercato energetico, grazie alle dinamiche politiche innescate; compresi gli atti di sabotaggio. L’ennesima conferma di come le fortune economiche dipendono soprattutto dalle scelte politiche, piuttosto che da dinamiche economiche intrinseche. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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