Su Italia e il Mondo: Si Parla del dopo elezioni in Serbia dall’esito univoco, ma dalle conseguenze alquanto oscure. Dietro l’entusiasmo giovanile si nascondono trame oscure, ma collaudate, che traggono origine dagli ambienti europei comunitari e trovano alimento in una borghesia emergente distante dalla effettiva difesa degli interessi nazionali che afferma di voler sostenere. Un equivoco e una ambiguità che renderà incerto l’esito dello scontro politico che si prospetta sempre più violento. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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Il Brasile ha preservato uno spazio per la democrazia e l’autonomia diplomatica. Un quarto mandato metterà alla prova la capacità di trasformare tale spazio in un progetto politico e internazionale duraturo.
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La vittoria di Lula ha per me un significato profondamente personale. Come brasiliano, provo un senso di sollievo nel vedere che si è impedito all’estrema destra di tornare alla presidenza, con una destra rafforzata in seno al Congresso. In qualità di studioso di geopolitica e governance globale dal Sudafrica, vedo anche conseguenze che vanno ben oltre i confini del Brasile.
Il risultato preserva un’importante fonte di autonomia diplomatica in America Latina e un sostenitore della riforma delle istituzioni internazionali. Tuttavia, le basi interne di tale ruolo rimangono controverse. La capacità del Brasile di agire a livello internazionale dipenderà in parte dalla capacità di Lula di governare in modo efficace, di mantenere la legittimità democratica e di dare sostanza alle sue ambizioni diplomatiche.
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Lula ha ottenuto il 51,79% dei voti validi contro il 48,21% di Flávio Bolsonaro, con un margine di 4,43 milioni di voti. Si tratta di una chiara vittoria elettorale. Tuttavia, quasi 60 milioni di persone hanno votato per il suo avversario. La coalizione politica, le rivendicazioni e gli interessi che sostengono Bolsonaro continueranno a plasmare il Paese.
I risultati delle elezioni congressuali lo dimostrano in modo particolarmente chiaro. Il Partito Liberale di Bolsonaro ha eletto 121 dei 513 membri della Camera dei Deputati e occuperà 28 degli 81 seggi del Senato. La destra nel suo complesso è ancora più forte. Lula si è assicurato un altro mandato presidenziale senza riuscire a invertire la svolta a destra in seno al Congresso.
Ciò renderà difficile il suo quarto mandato. I negoziati su bilanci, nomine e leggi determineranno in che misura il suo programma riuscirà a sopravvivere. Allo stesso tempo, considerare la destra congressuale come un unico blocco di estrema destra, disciplinato e omogeneo, finirebbe per oscurare le trattative, gli interessi contrastanti e le alleanze mutevoli attraverso cui il Brasile viene governato.
Le elezioni hanno quindi impedito che si percorresse una strada verso il consolidamento autoritario, lasciando a Lula il compito di raccogliere consensi a sostegno di un programma di governo. Si tratta di risultati distinti che richiedono coalizioni diverse.
Anche gli eventi relativi all’accesso al voto meritano un’attenzione costante. L’agenzia per la tutela dei consumatori di Bahia, Procon, ha riferito di aver riscontrato 544 autobus fermi nei depositi di Salvador il giorno delle elezioni. Le accuse secondo cui i trasporti sarebbero stati deliberatamente limitati per ostacolare il voto richiedono indagini e che venga fatta chiarezza, con l’attribuzione delle responsabilità sulla base di prove concrete.
La questione democratica più ampia è già chiara. Il diritto di voto formale dipende dai mezzi di trasporto, dal tempo a disposizione, dalla sicurezza e dall’accessibilità delle istituzioni. Le carenze in questi ambiti colpiscono più duramente le persone con minori risorse. L’integrità elettorale dipende anche dalla possibilità che i cittadini abbiano effettivamente di recarsi alle urne.
Il ritardo del tribunale elettorale nel pronunciarsi sulle richieste di proroga delle votazioni ha provocato una crisi istituzionale che si sarebbe potuta evitare. Quando la Corte Suprema è intervenuta, molti seggi elettorali avevano già chiuso. La conseguente proroga disomogenea ha fatto sì che alcuni elettori potessero esprimere il proprio voto mentre altri non potevano più farlo.
Flávio Bolsonaro ha già fatto ricorso alla proroga per contestare il risultatoe ha annunciato l’intenzione di chiedere l’annullamento. La sua stessa campagna elettoraleaveva richiesto un prolungamento delle operazioni di votonelle zone colpite da condizioni meteorologiche avverse. Le richieste differivano per portata, ma la confusione procedurale non costituisce di per sé una frode elettorale.
Per valutare l’effetto numerico della proroga occorrono dati che al momento mancano: quanti seggi elettorali avevano chiuso alle 17:00, quanti erano rimasti aperti e quante persone hanno votato in seguito. Le persone che erano già in coda all’ora di chiusura ordinaria avevano comunque diritto di votare. I loro voti non possono essere semplicemente conteggiati come partecipazione aggiuntiva derivante dalla proroga.
Al di là della controversia immediata si nasconde una vulnerabilità a più lungo termine. Il Brasile rimane fortemente dipendente dalla capacità personale di Lula di tenere unita una coalizione contro l’estrema destra. La sua quarta vittoria offre il tempo necessario per un rinnovamento politico. Sviluppare una leadership, un’organizzazione e un sostegno pubblico in grado di durare oltre la sua figura è uno degli impieghi più importanti di quel tempo.
L’autonomia dell’America Latina sotto pressione
A livello internazionale, la vittoria di Lula preserva un importante centro di autonomia diplomatica. Il Brasile e il Messico, le due maggiori economie dell’America Latina, hanno un peso particolare nel determinare le scelte della regione. La loro capacità di resistere alle pressioni può inoltre creare spazio per i paesi vicini con minori risorse e minore potere contrattuale.
Considero questo risultato una battuta d’arresto per la “dottrina Donroe” di Trump, ovvero il tentativo di consolidare la supremazia degli Stati Uniti nelle Americhe. Il Brasile rimane al di fuori del blocco regionale politicamente allineato che Washington vorrebbe vedere. Le pressioni economiche, finanziarie e di sicurezza da parte degli Stati Uniti continueranno, ma le elezioni dimostrano che l’orientamento politico della regione rimane oggetto di contesa.
La portata di tale battuta d’arresto dovrebbe tuttavia essere valutata con attenzione. Le relazioni esterne del Brasile affondano le loro radici in strutture economiche e interessi interni che permangono indipendentemente dai governi. La Cina ha acquistato quasi il 30% delle esportazioni brasiliane tra gennaio e settembre 2026. Anche una presidenza Bolsonaro avrebbe dovuto tenere conto di tale rapporto.
Le scelte presidenziali rivestono grande importanza per l’allineamento diplomatico, la cooperazione in materia di sicurezza e il significato politico attribuito ai partenariati internazionali. Il commercio, gli investimenti e le pressioni interne limitano la portata di tali scelte. L’affinità ideologica con Washington non avrebbe interrotto le relazioni economiche del Brasile con Pechino.
Anche il Brasile e il Messico perseguono l’autonomia partendo da posizioni diverse. Il Messico deve difendere le proprie scelte nel contesto di una profonda integrazione economica con gli Stati Uniti. Il Brasile gestisce un ventaglio più ampio di partner e dipendenze. La cooperazione tra i due paesi può rafforzare entrambi senza richiedere politiche estere identiche né pretendere che affrontino vincoli equivalenti.
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Il Sud del mondo ha bisogno di coalizioni in grado di ottenere risultati concreti
Per il Sud del mondo, la vittoria di Lula garantisce la presenza di un sostenitore delle riforme in seno a BRICS, G20 e Nazioni Unite. L’opportunità sta nel riunire i paesi attorno a richieste specifiche in materia di finanziamenti allo sviluppo, commercio e rappresentanza. I loro interessi si sovrappongono abbastanza da rendere possibile la cooperazione, pur essendo sufficientemente diversi da rendere poco convincenti le affermazioni su un Sud unito.
Il contributo del Brasile dipenderà dalla sua capacità di organizzare questi ambiti di convergenza in coalizioni in grado di influenzare le decisioni. La visibilità diplomatica può essere d’aiuto, ma per esercitare un’influenza duratura occorrono competenze, continuità istituzionale e risorse.
Lo stesso vale per l’autonomia stessa. La capacità industriale, le scelte tecnologiche, le partnership diversificate e la capacità di resistere alle pressioni esterne contribuiscono tutte a definire il margine di manovra di un Paese. Anche la dipendenza dalla Cina può limitare le scelte. Il successo del Brasile dovrebbe essere valutato in base alla misura in cui le sue relazioni internazionali ampliano la sua capacità di perseguire le priorità nazionali e internazionali.
L’Africa e la necessità di reinventare la nicchia del Brasile
Da una prospettiva africana, ciò che conta di più è il divario tra le ambizioni diplomatiche del Brasile e la sua capacità di tradurle in realtà. L’Africa ha ricevuto un’attenzione troppo scarsa e non costante durante il terzo mandato di Lula. I legami storici e il discorso sulla solidarietà Sud-Sud non hanno fornito una strategia sufficientemente chiara per un impegno duraturo.
Il Brasile continua a ricoprire un ruolo marginale in molte delle relazioni economiche e strategiche del continente. Tale situazione è destinata a persistere in assenza di priorità più chiare, iniziative concrete e strumenti per attuarle.
Il Brasile deve reinventare la propria nicchia. Le sue competenze in settori quali l’agricoltura, la sanità pubblica e la cooperazione tecnica offrono possibili basi di partenza. Ciascuna di esse richiederebbe decisioni su quali partnership perseguire, come finanziarle e quali istituzioni ne garantirebbero l’attuazione. Un numero più ristretto di iniziative credibili potrebbe garantire un ruolo più incisivo rispetto a un programma ambizioso ma privo delle risorse necessarie per sostenerlo.
Tali scelte devono inoltre partire dalle priorità e dalle istituzioni africane. I paesi africani hanno le proprie strategie di sviluppo, le proprie relazioni diplomatiche e la propria valutazione di ciò che il Brasile può offrire. L’importanza del Brasile dipenderà dall’efficacia con cui saprà rispondere a tali priorità e costruire partnership che durino oltre le visite presidenziali.
Lezioni per il Sudafrica
Per il Sudafrica, una lezione da trarre è che difendere la democrazia non può significare difendere lo status quo. La politica di coalizione deve portare a miglioramenti in termini di occupazione, servizi e sicurezza. I cittadini hanno bisogno di motivi per sostenere l’ordine costituzionale che siano in sintonia con la loro esperienza quotidiana di governo.
C’è anche una lezione di politica estera. L’ambizione diplomatica richiede capacità economica, istituzioni efficienti e legittimità pubblica sul piano interno. La reputazione internazionale di un governo diventa più difficile da sostenere quando i suoi impegni all’estero appaiono scollegati dalla sua capacità di mantenere le promesse sul piano interno.
Sia il Brasile che il Sudafrica dispongono di esperienza, relazioni e istituzioni che offrono loro l’opportunità di influenzare i dibattiti internazionali. Trasformare tali opportunità in un’influenza duratura richiede scelte strategiche in merito alle priorità e ai mezzi per perseguirle.
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Il mio sollievo per la vittoria di Lula è sincero. Così come lo è l’entità del compito che ci attende. Le elezioni hanno preservato lo spazio politico necessario al rinnovamento democratico e all’autonomia diplomatica. La sopravvivenza di tale spazio nel prossimo ciclo elettorale dipenderà dal miglioramento delle condizioni di vita nel Paese, dal rafforzamento delle istituzioni e da partnership internazionali in grado di produrre risultati concreti.
Le opinioni dell’autore sono personali e non riflettono necessariamente quelle del blog.
Le elezioni del 25 ottobre in Brasile e Serbia hanno sancito due vittorie che vanno ben oltre i confini nazionali. In Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva ha sconfitto Flávio Bolsonaro, il candidato della destra neoconservatrice filoamericana. In Serbia, un movimento studentesco ha spazzato via la macchina politica di Aleksandar Vučić, ponendo fine a quattordici anni di governo del suo Partito Progressista Serbo. I due movimenti provengono da tradizioni diverse, eppure entrambi possono essere interpretati come vittorie della sovranità nazionale contro l’imperialismo occidentale e l’influenza sionista. Uno rappresenta la crescente forza dei BRICS e del mondo multipolare. L’altro rappresenta una rivolta popolare contro un governo che aveva fatto infiniti compromessi con il potere occidentale. In entrambi i paesi, gli elettori hanno lanciato un messaggio semplice: la nazione appartiene al suo popolo, non alle capitali straniere o ai politici che ne cercano l’approvazione.
Le elezioni brasiliane hanno rappresentato una sfida diretta alle ambizioni di Washington in America Latina. Lula ha ottenuto il 51,79% dei voti contro Bolsonaro, le cui affinità politiche si orientavano verso la linea neoconservatrice di Donald Trump e le ambizioni sioniste di Benjamin Netanyahu per una Grande Israele. Bolsonaro aveva promesso relazioni più strette con Israele e suggerito che il Brasile dovesse riconsiderare la propria posizione nei BRICS. Netanyahu aveva accolto apertamente la sua candidatura, auspicando un governo brasiliano più favorevole agli interessi sionisti. Lula, al contrario, si è presentato con una visione diversa. Ha condannato il genocidio perpetrato da Israele a Gaza, ha difeso i diritti dei palestinesi e ha insistito sul fatto che il Brasile non debba mai diventare il cortile di casa degli Stati Uniti. La sua vittoria ha quindi rappresentato una sconfitta per l’alleanza politica tra Washington e il governo sionista di Gerusalemme. Gli elettori brasiliani hanno respinto un candidato che avrebbe legato la politica estera del Paese più strettamente alle priorità americane e sioniste.
L’importanza di Lula va oltre la lotta contro Bolsonaro. Il Brasile è un membro fondatore dei BRICS e la sua continua partecipazione rafforza l’impegno per la costruzione di un ordine internazionale in cui Washington non possa dettare i termini di ogni relazione. Attraverso i BRICS, il Brasile collabora con Russia, Cina, India, Sudafrica e altri Paesi che aspirano a una maggiore libertà in materia di commercio, finanza e diplomazia. Questo non significa che Lula abbia rotto con l’Occidente o che intenda farlo. Significa che si rifiuta di accettare la pretesa americana di una leadership permanente sul resto del mondo. Il suo patriottismo proviene dalla sinistra, ma la sua rivendicazione centrale è una che i patrioti di tutto il mondo dovrebbero riconoscere: un Paese deve avere il diritto di prendere le proprie decisioni. Il Brasile ha la popolazione, le risorse e la forza economica per agire come una grande potenza. Non ha motivo di accettare lo status di obbediente cliente americano.
Le elezioni in Serbia hanno inferto un altro duro colpo a un establishment politico che per lungo tempo aveva affermato di difendere gli interessi nazionali, scendendo a compromessi sulla politica estera. Vučić si è presentato come un patriota serbo e un amico della Russia, eppure il suo governo ha costantemente sviluppato le relazioni con la NATO, perseguito l’integrazione europea e negoziato con i governi occidentali sul Kosovo. La Serbia è rimasta formalmente neutrale e si è rifiutata di aderire alle sanzioni contro Mosca, ma la sua politica estera rifletteva sempre più le esigenze delle potenze esterne concorrenti. Il movimento studentesco è nato dalla rabbia per la corruzione e dal crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, che nel 2024 causò la morte di sedici persone. Quella che era iniziata come una richiesta di trasparenza si è trasformata in una rivolta nazionale. Gli studenti hanno riunito operai, professori, agricoltori e semplici cittadini stanchi di un sistema politico costruito attorno a un solo uomo. La loro vittoria elettorale ha dimostrato che i sentimenti patriottici non possono essere controllati per sempre da un governo solo perché parla in nome della nazione.
Gli studenti serbi si trovano ora ad affrontare una prova altrettanto importante quanto la loro vittoria. Il loro movimento ha resistito ai tentativi di ridurlo a una convenzionale opposizione filo-occidentale. I suoi rappresentanti hanno difeso la posizione costituzionale della Serbia sul Kosovo e si sono impegnati a non imporre sanzioni alla Russia. Allo stesso tempo, molti dei loro sostenitori sono favorevoli a relazioni più strette con l’Unione Europea e il movimento deve ancora definire la propria politica estera più ampia. Questo rende l’esito un’opportunità per la multipolarità, piuttosto che una garanzia di essa. Se gli studenti sostituiranno la dipendenza da Vučić con la dipendenza da Bruxelles, la loro rivoluzione avrà cambiato i governanti senza cambiare il sistema. Ma se difenderanno il diritto della Serbia a mantenere relazioni con Russia, Cina, Europa e altre potenze alle proprie condizioni, potranno dare al loro paese qualcosa che gli manca da anni: un governo la cui rivendicazione di sovranità si fonda sulla fiducia pubblica piuttosto che sulla mera propaganda politica.
Brasile e Serbia si trovano ora in punti diversi della stessa strada. Lula ha difeso il ruolo del Brasile all’interno di un emergente ordine multipolare, mentre gli studenti serbi hanno conquistato la possibilità di determinare il futuro della loro nazione senza la vecchia macchina politica. Nessuna delle due vittorie garantisce l’indipendenza, e nessuno dei due elettori parla con una sola voce. Eppure entrambe le elezioni mettono in discussione l’assunto che la politica nazionale debba obbedire ai desideri di potenti governi stranieri. Un mondo multipolare non può essere costruito dai soli presidenti, né il patriottismo può sopravvivere come uno slogan vuoto ripetuto nei comizi elettorali. Entrambi richiedono governi disposti a rispondere al proprio popolo e a difendere i propri interessi nazionali in un mondo governato dal potere, dalla competizione e da alleanze mutevoli. Il messaggio che arriva da Brasile e Serbia è chiaro: la sovranità nazionale deve essere esercitata, non semplicemente proclamata. Washington, Bruxelles e ogni altro centro di potere dovranno fare i conti con questa esigenza.
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26 ottobre 2026, ore 14:50:41Dimensione carattere: A-AA+Fonte: Guanchazhe.comLetture: 29.756
Il 25 ottobre, ora locale, il presidente brasiliano Lula ha sconfitto il candidato del Partito della Libertà, Flávio Bolsonaro, al secondo turno delle elezioni presidenziali, riuscendo così a ottenere un secondo mandato. Successivamente, Lula ha tenuto un discorso di vittoria in cui ha criticato l’ingerenza di forze esterne nelle elezioni brasiliane, sottolineando che il Brasile non diventerà il “cortile di casa” di nessun altro Paese, e ha presentato i suoi obiettivi di governo, tra cui lo sviluppo di un’intelligenza artificiale autonoma e il superamento della condizione di marginalità del Paese.
Il sito Observer.com ha tradotto il testo integrale del discorso di Lula dopo la vittoria elettorale, per il piacere dei lettori.
Il presidente brasiliano Lula Visual China
Lula:
Avere un vicepresidente come Alcmin, una persona di grande integrità morale, con un comportamento irreprensibile, leale e affidabile, è una fortuna per un presidente. Innanzitutto, oggi, di fronte ai media, ciò che desidero esprimere più di ogni altra cosa è la mia gratitudine. In queste elezioni abbiamo registrato il numero più basso di astensioni nella storia del Brasile, nonché il numero più basso di voti nulli a livello nazionale.
Desidero ringraziare coloro che hanno organizzato e coordinato la nostra campagna elettorale, nonché i vari partiti politici che hanno combattuto al nostro fianco. Ma chi desidero ringraziare più di tutti è il popolo brasiliano, per il generoso sostegno che mi ha sempre dimostrato. In particolare, per quanto riguarda il secondo turno, desidero ringraziare i giovani brasiliani per il loro sostegno. Sono scesi in piazza per difendere la democrazia. Vorrei inoltre ringraziare gli elettori anziani. Oggi ho assistito a scene commoventi: alcuni anziani sono stati accompagnati o addirittura portati in spalla dai propri nipoti per andare a votare; altri, pur avendo difficoltà motorie o affetti da cancro o altre malattie, hanno comunque insistito per recarsi alle urne. Lo hanno fatto perché siamo riusciti a far loro comprendere quanto sia importante il voto per difendere la democrazia in Brasile. Vorrei ringraziare l’intera società brasiliana.
In queste elezioni, dobbiamo anche contrastare le interferenze provenienti dall’esterno che si insinuano attraverso le piattaforme digitali. Pertanto, dobbiamo regolamentare tali piattaforme. Dobbiamo renderci conto che i reati commessi nel mondo digitale devono essere trattati allo stesso modo di quelli commessi nella vita reale. Non possiamo tollerare che queste grandi aziende, da un lato, realizzino profitti pari a miliardi e miliardi, mentre dall’altro non versino alcuna imposta a questo Paese e cerchino persino di influenzarne l’esito elettorale.
Queste elezioni rappresentano una smentita del negazionismo e una smentita delle menzogne. Vi dirò in tutta franchezza che ogni volta che partecipo a un dibattito mi sento in imbarazzo. Ho già dibattuto con molte persone e ho partecipato a numerose elezioni. Ogni anno prendo parte alle attività del G20, dei BRICS e del G7, e ogni anno incontro i leader delle principali nazioni del mondo per discutere delle grandi questioni che il mondo deve affrontare. Tuttavia, non avrei mai pensato di imbattermi in una persona che rappresentasse in modo così totale le forze politiche miliziane brasiliane. Non avrei mai immaginato che qualcuno potesse mentire con tanta sfacciataggine, come se nel suo corpo non ci fosse nemmeno un briciolo di umanità. Sembra che tutto sia falso.
Dico questo perché, come tutti sanno, tutto ciò che ho visto in questo secondo turno elettorale, tutto ciò che ho visto nei vari stati del Brasile, e in particolare la scena a cui ho assistito ieri in Avenida Paulista, mi ha lasciato senza parole. Alckmin è stato governatore e ha partecipato al movimento democratico per l’elezione diretta. Nemmeno noi avevamo mai visto una scena del genere. Non solo per il gran numero di persone presenti, ma soprattutto per l’entusiasmo che hanno dimostrato.
Sono rimasto profondamente commosso. In quel momento, ho persino pensato di invitare tutti a cantare insieme l’“Inno dell’Indipendenza” davanti al Museo d’Arte di San Paolo. Vedere la gente cantare l’“Inno dell’Indipendenza” con tanto entusiasmo mi ha lasciato a bocca aperta. Soprattutto quando si è arrivati al verso “Coraggioso popolo brasiliano, o rendiamo libera la patria, o moriamo per il Brasile”, ho percepito profondamente che questo Paese non accetterà mai di diventare il “cortile” di nessuno. Come ha detto una volta il mio cantante preferito, Chico Buarque de Olanda, lui apprezza il nostro governo perché non si comporta in modo prepotente nei confronti della Bolivia né si sottomette agli Stati Uniti. Trattiamo tutti i paesi da pari a pari.
Vorrei ringraziare il compagno che si trova qui con me, Janones. È il nostro “generale” e ha svolto un ruolo estremamente importante in questa campagna elettorale. Ogni giorno, dalla mattina alla sera, ha continuato a infondere coraggio alle nostre file. Ci sono alcune cose di cui oggi non mi soffermerò qui, ma questa elezione mi ha davvero insegnato molto. Posso assicurarvi che cambieremo il modo di governare questo Paese. Voglio dirvi che coinvolgeremo maggiormente il popolo nelle decisioni del governo.
Vorrei inoltre dirvi che la comunicazione digitale occuperà un posto molto importante nel mio governo. Ho persino ricevuto uno smartphone in regalo dal governatore dello Stato di Piói, Rafael Fonteles — il mio “comandante”. Ho già iniziato a imparare come comunicare con il mio “generale”. Potete stare tranquilli: d’ora in poi mi rivolgerò direttamente al popolo brasiliano più volte al giorno. Non permetterò più a quei giornalisti malintenzionati di travisare le mie parole. No! Dirò personalmente alla gente cosa penso e cosa sto facendo.
In questa campagna elettorale, c’è una cosa che mi ha sempre motivato: non dobbiamo assolutamente permettere che quelle persone vincano le elezioni e poi privatizzino il nostro sistema sanitario unico. Ve lo ripeto ancora una volta: dal momento in cui vinceremo le elezioni, non avremo più avversari politici. Dovrò governare per i 215 milioni di brasiliani, per persone di tutte le età. Tuttavia, nel prossimo mandato, porterò avanti con grande impegno le politiche a favore degli anziani. È proprio grazie a loro che oggi siamo qui. Voglio dirvi che le politiche pubbliche del Brasile garantiranno maggiore rispetto alle donne.
Vorrei inoltre precisare che tutte le religioni saranno trattate con uguale rispetto. Non ho alcuna preferenza per una religione in particolare; ciò che mi sta a cuore è il rispetto delle credenze del popolo brasiliano. Ognuno dovrebbe poter vivere la propria fede e la propria vita spirituale nel modo che preferisce. Il compito di uno Stato laico è garantire la piena libertà religiosa, affinché tutti possano praticare liberamente e pienamente la propria fede.
Voglio dirvi che continuerò a portare avanti le riforme nel settore dell’istruzione in Brasile. Estenderemo l’istruzione a tempo pieno a livello nazionale, fino al livello delle scuole superiori. Promuoveremo su larga scala il “Programma di incentivazione al risparmio” (Pé-de-Meia) rivolto agli studenti delle scuole superiori e istituiremo un programma analogo per gli studenti universitari. In questo modo, nessun giovane, nessuna ragazza, sarà più costretto ad abbandonare gli studi per andare a lavorare. Rafforzeremo l’insegnamento della matematica e delle discipline ingegneristiche, perché non voglio continuare a dipendere dall’intelligenza artificiale cinese o statunitense: voglio creare un’intelligenza artificiale tutta brasiliana.
Dobbiamo sfruttare appieno il potenziale energetico di questo Paese. Il Brasile è probabilmente uno dei paesi con il maggiore potenziale di sviluppo nel settore delle energie rinnovabili a livello mondiale. Dobbiamo sfruttare questo vantaggio per attirare i data center in Brasile, in modo che anche i dati brasiliani possano essere archiviati nel proprio paese. Inoltre, queste aziende devono riservare una parte della capacità dei propri data center all’archiviazione delle informazioni brasiliane. Vogliamo che il Brasile non sia più un paese in via di sviluppo, ma diventi un paese sviluppato. Come ha affermato Rafael Fonteles, dobbiamo investire massicciamente nell’economia digitale, nell’economia verde e nell’economia creativa.
Il futuro di questo Paese non lo costruirò da solo. Infatti, molte delle cose di cui parlo oggi qui non le comprendo appieno nemmeno io stesso. Siete voi a costruire davvero questo Paese. Sfrutteremo appieno la creatività del popolo brasiliano per far uscire questo Paese dalla sua condizione di emarginazione. Vogliamo diventare un Paese che svolga un ruolo centrale nelle decisioni in materia di politica, economia e pace.
Mostreremo inoltre al mondo come il Brasile elabori e attui le proprie politiche climatiche. Quest’anno, per la prima volta, siamo riusciti a ridurre la deforestazione per il quarto anno consecutivo. Desidero quindi ringraziare la nostra compagna, l’ex ministra dell’Ambiente Marina Silva, nonché l’attuale ministro dell’Ambiente João Paulo Capobianco. Hanno svolto un lavoro davvero eccellente.
Ma soprattutto, compagni, continueremo a portare avanti la riforma del sistema sanitario unificato. Compagno Padilla, sono fermamente convinto che, nel prossimo futuro, il Brasile diventerà il Paese con la più alta copertura terapeutica contro il cancro al mondo. La nostra cara compagna Ludmilla Hajar è responsabile del nostro progetto «Ospedali intelligenti». Questo progetto è finanziato dalla Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS, presieduta dalla compagna Dilma Rousseff, e realizzato in collaborazione con l’Università di San Paolo. Inoltre, istituiremo 15 reparti di terapia intensiva intelligenti in tutto il Paese, per evitare che qualcuno perda la vita semplicemente perché non ha accesso alle cure.
Questo Paese è pronto a costruire il proprio futuro. Non voglio usare l’espressione «unità nazionale», perché non sempre si adatta alla realtà brasiliana. Ma vorrei che tutti capissero che, per quanto mi riguarda, questo Paese deve diventare una nazione civile. Questo Paese ha una propria Costituzione. Non è detto che il presidente eletto debba piacere a tutti, ma, essendo stato eletto, deve governare per tutti e deve amministrare il Paese nel rispetto della Costituzione.
Per quanto riguarda il nostro rapporto con il Congresso… c’è già chi inizia a dire: «Il governo di Lula dovrà affrontare grandi difficoltà, perché il Congresso è diventato più conservatore». Ma il Congresso non l’ho eletto io, l’ha eletto il popolo. Voterò e lavorerò insieme a questo Congresso per portare all’approvazione dei vari disegni di legge.
Vorrei dire a tutti che mi sento molto orgoglioso. Innanzitutto, sono un operaio metallurgico, non ho una laurea, eppure sono diventato l’unico presidente nella storia del Brasile ad essere stato eletto quattro volte tramite elezioni democratiche. A livello mondiale, c’è anche Franklin Delano Roosevelt. È stato eletto quattro volte presidente degli Stati Uniti, ma a causa di una malattia molto grave non è riuscito a portare a termine il proprio mandato.
Ora, “Lula Junior” non cercherà più di ottenere un altro mandato. Tuttavia, porterò a termine questo mandato con grande energia, con uno slancio persino maggiore di quello di tutti voi. Questo perché nutro un profondo rispetto per il popolo brasiliano e perché il popolo brasiliano mi ha dimostrato un affetto così profondo. L’affetto che ho ricevuto, in particolare quello delle donne brasiliane, è qualcosa che non avrei mai immaginato in passato. Non avrei mai pensato che un uomo politico potesse ricevere così tanto affetto, così tanti omaggi e parole così calorose. Tutto questo lo devo a voi.
Ho sempre pensato che Dio sia stato molto generoso con me. Perché ci sono così tante persone più capaci di me, così tante persone con titoli di studio più elevati dei miei, così tante persone che hanno letto più libri di me e così tante persone che hanno ricevuto un’istruzione migliore della mia. Allora, perché Dio ha scelto proprio me? Se ritengo di essere stato benedetto da Dio, è perché ho sempre sentito che la Sua mano mi ha guidato in ogni momento. L’ho sempre pensato. Per questo voglio ringraziare Dio, ma anche gli uomini e le donne di questo Paese, per la forza che avete dimostrato.
A vincere queste elezioni non siamo stati io e Alcemin; ciò che ci ha davvero aiutato a ribaltare la situazione sono state la vostra integrità, il vostro patriottismo, la democrazia e anche il futuro che desiderate garantire ai vostri figli. C’è chi dice che questa sia la prima volta che riusciamo a ribaltare la situazione in un’elezione. È importante sapere che si tratta della prima volta, ma non so esattamente a cosa si riferisca questa cosiddetta “inversione di tendenza”. Infatti, non ho mai vinto direttamente le elezioni presidenziali al primo turno, ma non ho mai perso al secondo turno.
Da qui in avanti, ho ancora due mesi per discutere del lavoro del governo. Spero di incontrare imprenditori, insegnanti, scienziati e rappresentanti delle donne. Vorrei anche incontrare i dirigenti del Corinthians. Perché, maledizione, il Corinthians ha perso di nuovo! Ma che diavolo sta succedendo? È proprio come Bolsonaro: sa solo perdere! Che cavolo!
Allora, compagni, quello che voglio dire è questo: spero che prendiate nota di ciò che sto per dire. Dopodomani, ovvero il 27 ottobre, compirò 81 anni. Oggi voglio fare una promessa davanti ai media e a tutti voi: realizzerò il mandato presidenziale più brillante della storia del Brasile. Potete starne certi. Mi dedicherò al lavoro con tutto me stesso, 24 ore su 24, per costruire un Paese che sia il sogno di ognuno. Un Paese in cui le persone possano dormire sonni tranquilli e svegliarsi con serenità.
Per molto tempo il governo federale non si è assunto alcuna responsabilità in materia di sicurezza pubblica, poiché la Costituzione del 1988 ha attribuito la piena competenza in questo ambito agli Stati. Tuttavia, è ormai evidente che gli Stati non sono in grado di affrontare da soli questi problemi. Ora passeremo all’azione. Restituiremo la tranquillità e la pace di cui hanno bisogno alle donne, agli uomini e a tutti i lavoratori. Proteggeremo i lavoratori. I criminali finiranno in prigione. Grazie a tutti!
Ora mi recherò in Avenida Paulista per esprimere la mia gratitudine a tutti. Infine, vorrei cogliere l’occasione della presenza del nostro “generale” Janones per dire una cosa: oserei affermare che nemmeno la Russia, la Cina e gli Stati Uniti dispongono di un esercito invincibile come la nostra “grande armata democratica” brasiliana. Rendo omaggio a ogni singolo soldato della nostra armata!
Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e Piazza Tienanmen – Parte III
Questo è il terzo episodio della serie su Tiananmen; per il primo e il secondo episodio, si veda quie qui, che costituiscono una lettura indispensabile per seguire appieno questa storia.
Una nota per i lettori: ho ritenuto opportuno, prima che iniziate a leggere questo articolo, chiarire alcuni punti riguardo alle mie intenzioni nel redigere questo articolo e, più in generale, questa serie. Molti lettori conosceranno già il mio lavoro di analisi dei servizi segreti occidentali, compresi gli avvenimenti militari e paramilitari che si sono verificati nel corso della storia e che continuano a plasmare…
Come già illustrato in questa serie dedicata a Tiananmen, il think tank del premier cinese Zhao Ziyang, lo System Reform Institute (SRI), ha svolto il ruolo di partner ufficiale cinese, amministratore e scudo politico delle operazioni di George Soros in Cina negli anni ’80.
Fu proprio Zhao Ziyang, con il sostegno e l’appoggio dell’Istituto per la Riforma del Sistema, a promuovere l’introduzione di politiche economiche che scatenarono l’iperinflazione e la corruzione, le quali raggiunsero il culmine tra il 1986 e il 1989, provocando proteste contro questa crisi, tra cui la tragedia di Piazza Tienanmen nel giugno 1989. Sia nel caso delle manifestazioni studentesche del 1986 che in quello del 1989, Fang Lizhi è stato uno dei principali organizzatori e una figura di spicco, come già illustrato in la seconda puntata.
Fang Lizhi aveva legami diretti con il NED, così come i suoi principali allievi coinvolti nelle proteste del 1989, ed era in cima alla lista cinese come “mano nera” dietro la tragedia di Piazza Tienanmen. La sua fuga dalla Cina fu facilitata direttamente dalla CIA attraverso i canali diplomatici britannici e americani. Ciò può essere considerato un ramo dell’Operazione Yellowbird, che sarà al centro della quarta puntata.
Nel periodo compreso tra maggio e metà giugno 1986, una delegazione cinese guidata dall’Ufficio Programmi (costituito da sostenitori della terapia d’urto) insieme all’Istituto per la Riforma del Sistema ha tenuto 111 incontri con George Sorose altri in Ungheria e in Jugoslavia, discutendo della questione della riforma economica cinese, ovvero di come procedere nell’“apertura” di quella che Soros definiva una “società chiusa”.
Wang Xiaoqiang incontra George Soros in Ungheria, nel 1986. Wang Xiaoqiang (a sinistra, in piedi) saluta George Soros a nome del System Reform Institute, al centro. Fonte: Isabella Weber, per gentile concessione di Wang Xiaoqiang.
Non esiste alcun resoconto ufficiale dei dettagli discussi nel corso di tali riunioni, ma solo una registrazione che attesta che le riunioni hanno avuto luogo.[1]Tuttavia, ciò che è chiaro è il tentativo di appropriarsi del ruolo del governo cinese nel decidere la propria politica economica, in un contesto in cui questioni economiche cruciali sono state discusse da rappresentanti cinesi selezionati (che, in fin dei conti, risultano tutti favorevoli alla “terapia d’urto”) e da rappresentanti della Banca Mondiale e di Soros, tutti riuniti in un’unica sala a migliaia di miglia di distanza dalla capitale cinese.
Poiché Soros’ Società apertaPoiché non poteva operare legalmente in Cina come fondazione straniera senza il sostegno di un ente governativo di alto livello, nel 1986 la SRI accettò di co-fondare il “Reform and Opening of China” (noto anche come “China Fund”). Ciò comportava una dotazione di 1 milione di dollari destinata a promuovere “la società civile emergente e a finanziare la ricerca”.
Ciò è stato possibile grazie al sostegno politico diretto di Bao Tong, che di fatto equivaleva a un sostegno diretto da parte di Zhao Ziyang. Pertanto, il “China Fund” di Soros aveva di fatto ricevuto un sostegno diretto per operare in Cina da parte dell’allora premier cinese. Bao Tong è stato segretario politico di Zhao Ziyang per tutta la sua carriera negli anni ’80, dal periodo in cui Zhao ricopriva la carica di premier della Cina, dal 1980 al 1987, fino al suo passaggio alla carica di segretario generale, dal 1987 al 1989.
Bao Tong è stato anche direttore del Comitato di redazione del XIII Congresso del Partito Comunista Cinese, noto per il suo forte sostegno alle riforme di mercato e all’apertura sotto la guida di Deng Xiaoping. In precedenza, era stato membro e poi vicedirettore della Commissione statale cinese per le riforme economiche. Durante le proteste di piazza Tienanmen del 1989, è stato uno dei pochissimi alti funzionari cinesi a esprimere comprensione nei confronti degli studenti manifestanti.
Bao Tong era anche l’autore dei discorsi e degli editoriali di Zhao a sostegno di un approccio democratico al movimento studentesco.
Pertanto, Bao Tong può essere considerato l’alleato più fedele di Zhao e una rappresentazione diretta di Zhao Ziyang. Bao Tong rimase fedele a Zhao per tutta la vita e fu responsabile della pubblicazione delle sue memorie.
Va inoltre sottolineato che Adi Ignatius ha contribuito alla traduzione e alla revisione in inglese delle memorie di Zhao, “Prisoner of the State”, in collaborazione con Bao Tong e suo figlio Bao Pu. Il fratello di Adi è David Ignatius, noto editorialista del “Washington Post”, autore del famoso articolo del settembre 1991 intitolato “Innocenza all’estero: il nuovo mondo dei colpi di Stato senza spie”, in cui si annunciava l’ascesa del NED come strumento di azione politica aperta. Nell’articolo è riportata una citazione storica del cofondatore ed ex presidente del NED, Allen Weinstein, in cui egli disse a Ignatius: “Gran parte di ciò che facciamo oggi veniva fatto in segreto 25 anni fa dalla CIA.” Con riferimento al NED di recente istituzione.[2]
Adi Ignatius è anche membro del Council on Foreign Relations e dell’Asia Society.[3]Come vedremo, l’Asia Society è direttamente collegata al NED.
Altri sostenitori cinesi di questa collaborazione tra Soros e il think tank di Zhao, il System Reform Institute (SRI), erano Li Xianglu, ex segretario personale di Zhao Ziyang, e Zhu Jiaming, membro dell’SRI,[4]che fu anche il principale organizzatore del tour sudamericano durante il quale l’SRI studiò i casi dei “successi” economici del Cile e del Brasile, che coincisero proprio con l’instaurazione di dittature militari e, nel caso del Cile, furono una conseguenza diretta della terapia d’urto. Questo tour fu finanziato e raccomandato da George Soros e ne si parlò in la prima rata. Zhu Jiaming era un sostenitore della terapia d’urto, pur essendo membro dell’SRI.
Nel 1988 Zhu Jiaming entrò a far parte della China International Trust Investment Corporation (CITIC), dove lavorò a stretto contatto con Li Xianglu; entrambi erano direttamente coinvolti nel China Fund di Soros. Poiché la CITIC aveva legami con i servizi segreti cinesi, sembra che sia proprio questo il collegamento che ha portato alla luce i dettagli sulla vera natura del rapporto tra la SRI e il China Fund di Soros, che di fatto costituiva un colpo di mano economico-politico guidato dall’estero.
Soros è stato nominato Chen Yizi(direttore dell’SRI) come copresidente cinese del suo “China Fund”. Chen Yizi avrebbe inoltre beneficiato di un passaggio sicuro fuori dalla Cina grazie all’Operazione Yellowbird. Chen Yizi era anche un sostenitore diretto della terapia d’urto ed aveva espresso pubblicamente la sua ammirazione per Pinochet.
Le versioni dominanti di questa storia negano il coinvolgimento di Soros nella tragedia di Piazza Tienanmen, in particolare i suoi legami con la CIA. Tuttavia, come vedremo in questo articolo, Soros presenta strette sovrapposizioni e collaborazioni con il NED, che è un ramo della CIA. Pertanto, i tentativi di respingere le accuse della Cina secondo cui Soros avrebbe organizzato un colpo di mano economico e politico attraverso la rete di Zhao Ziyang nell’ambito di una più ampia operazione della CIA, come vedremo, non reggono. Al contrario, vi sono numerose prove che dimostrano come tali accuse siano del tutto fondate.
Riprenderemo la narrazione da questo punto e analizzeremo come tutti i principali protagonisti che hanno portato alla tragedia di Piazza Tienanmen, di cui abbiamo parlato finora in questa serie, abbiano legami diretti con il NED, la CIA, la New School, l’MI6 e i canali diplomatici britannici e americani. Vedremo inoltre come questi canali, tra cui le Chiese battiste nordamericane e le Triadi, abbiano facilitato la loro fuga in sicurezza dalla Cina.[5]
Durante le riunioni del Comitato permanente del Politburo del 16 e del 19 maggio 1988, Zhao Ziyang si unì ancora una volta all’appello di Deng Xiaoping a favore della riforma dei prezzi.[6]È stato proposto un pacchetto completo che prevedeva non solo una riforma dei prezzi, ma anche una riforma salariale e fiscale. «Chiaramente, si trattava della stessa logica che era stata sostenuta dal piano del Program Office del 1986, poi abbandonato,’ trattato in la seconda puntata.[7]Ricordiamo che l’Ufficio del Programma era guidato da riformisti favorevoli al “pacchetto” in Cina, noti anche come “terapisti dello shock”.
Nel suo discorso del 1988, Zhao affermò chiaramente che, per garantire la stabilità politica, era necessaria una nuova legge sulla sicurezza pubblica a cui il Consiglio di Stato potesse ricorrere in caso di emergenza.
Isabella Weber scrive in Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto:
Zhao sosteneva che l’esperienza della Polonia in materia di rivolte sociali avesse dimostrato la necessità di una legge del genere (Fang, 2014, 339). Appena undici giorni prima di quella riunione del Comitato permanente, il 5 maggio, le truppe speciali del Ministero dell’Interno polacco avevano represso una grande ondata di scioperi che stava investendo il Paese in risposta al calo dei redditi reali. Questo, a mio avviso, dissipa ogni dubbio sul fatto che Zhao ritenesse che l’inflazione sarebbe stata innocua. Egli era consapevole delle conseguenze potenzialmente esplosive dell’aumento dei prezzi. Tuttavia, nella primavera del 1988, sembra fosse disposto a ricorrere alla forza, se necessario, per portare finalmente a termine la transizione verso l’economia di mercato.
…La giustificazione alla base della spinta alla riforma dei prezzi del 1988 affondava le sue radici nella logica della riforma globale – anche se Wu Jinglian, Liu Guoguang e altri sostenitori di tale riforma avevano criticato il fatto che essa non includesse misure di austerità sufficientemente rigorose…[8]
Pertanto, contrariamente alla narrativa occidentale dominante, che dipingeva Zhao come un “obiettore di coscienza” preoccupato per la sicurezza degli studenti durante la tragedia di Piazza Tienanmen, la verità è che Zhao non solo era consapevole che probabilmente sarebbe stato necessario ricorrere alla forza militare per far approvare il pacchetto di riforme sui prezzi, ma fu proprio lui a gettare le basi per una repressione militare contro le prevedibili proteste che sarebbero seguite alla spinta sua e di Deng verso una riforma radicale dei prezzi nel 1988.
Fu proprio la “nuova legge sulla sicurezza pubblica” di Zhao a istituire l’apparato e il protocollo che sfociarono nel caos disorganizzato degli eventi del 3-4 giugno 1989.
È interessante notare, e piuttosto rivelatore di come si svolga realmente il gioco nelle varie forme di “opposizione controllata” nel cosiddetto dibattito tra il think tank di Zhao, il System Reform Institute (SRI), e i riformatori favorevoli al “pacchetto” (noti anche come “terapisti dello shock”) su come la Cina dovesse attuare le riforme economiche – durante quel periodo di forte tensione caratterizzato dalla radicale riforma dei prezzi del 1988 guidata da Zhao Ziyang, lo SRI si riunì con la Società di Mont Pelerin nel 1988.
Il 12 giugno 1988, Chen Yizi e Wang Xiaoqiang, esponenti di spicco dell’SRI, partirono nuovamente alla volta della Germania Ovest per discutere della riforma dei prezzi in Cina.[9]Proprio come nel 1986, quando l’SRI incontrò una delegazione organizzata da George Soros, ora ha incontrato una delegazione nella Germania Ovest per discutere della questione dell’«apertura» della Cina. Tra i membri di questa delegazione figurava Herbert Giersch, all’epoca presidente del «collettivo di pensiero neoliberista globale, la Società di Mont Pelerin, e dell’Istituto di Kiel per l’economia mondiale».[10]
«Tra i meriti di Giersch relativi alla ricostruzione economica della Germania Ovest nel dopoguerra figurava il fatto di aver conseguito il dottorato sotto la supervisione di Alfred Müller-Armack. Müller-Armack è considerato uno dei padri intellettuali dell’idea ordoliberale di economia sociale di mercato».[11]
Nel 1933, Alfred Müller-Armack pubblicò un libro in cui esprimeva un certo apprezzamento per il nazismo, intitolatoLe concezioni relative allo Stato e all’ordinamento economico nel Nuovo Reich. Ha lavorato come consulente del regime nazista e dell’esercito tedesco e ha contribuito alle discussioni sull’ordine economico del dopoguerra.
Müller-Armack era anche membro della Società del Mont Pelerin, fondata da Friedrich Hayek nel 1947.[12]
Dopo la guerra, aderì all’Unione Democratica Cristiana e coniò l’espressione “economia sociale di mercato” nel suo libro Politica economica e economia di mercato, scritto nel 1946 e pubblicato nel 1947.
Si potrebbe dire che questa sia la vera finalità della terapia d’urto: un’instabilità politica che apra le porte a un cambio di regime guidato da forze straniere e dalle grandi somiglianze con il corporativismo di Mussolini.
Il corporativismo di Mussolini era nato dal nazionalsocialismo di Sorel. In effetti, anche il neoconservatorismo negli Stati Uniti affonda le sue radici in questo contesto, come ho illustrato nel saggio citato sopra. È per questo motivo che il fascismo italiano godeva di ampio sostegno all’interno della classe finanziaria americana. È importante qui ricordare di non lasciarsi coinvolgere eccessivamente dagli «-ismi», ma piuttosto di concentrarsi maggiormente sugli aspetti specifici della politica economica, poiché, come possiamo vedere proprio in questo breve paragrafo, troviamo i termini «corporativismo», «neoconservatorismo» e «nazionalsocialismo» mescolati insieme al «fascismo». Invito i lettori a leggere l’articolo sopra citato, che costituisce il capitolo 13 del mio libro «The Empire on Which the Black Sun Never Set», per una spiegazione dettagliata di questa storia.
Ne parlo qui per evidenziare che vi è una grande somiglianza tra ciò che Milton Friedman e la Banca Mondiale proponevano alla Cina nella loro “terapia d’urto” e il corporativismo di Mussolini, e non credo che si trattasse di una coincidenza.Fornirò ulteriori chiarimenti sulle analogie quando tratterò il Cile di Pinochet e la dittatura militare brasiliana più avanti in questa serie. Questi casi di studio sono stati infatti utilizzati come modelli di riferimento dai riformatori cinesi favorevoli alla “terapia d’urto”, che per coincidenza lavoravano anche a stretto contatto con George Soros. Tra i membri di questo gruppo legato a Soros figuravano anche i principali istigatori della tragedia di piazza Tienanmen, ai quali fu garantito un passaggio sicuro fuori dalla Cina sotto la protezione della CIA tramite l’Operazione Yellowbird.
Vale inoltre la pena notare che queste dittature militari in diversi paesi sudamericani, tutte concomitanti tra loro e sulle quali Soros ha finanziato uno studio sul campo condotto dall’SRI, sono state successivamente riconosciute come parte di Operazione Condor, una filiale di Operazione Gladio.[13]Per chi ha familiarità con il mio libro su questo argomento, saranno consapevoli del fatto che l’Operazione Gladio rappresentava un’alleanza tra i servizi segreti occidentali e gli “ex” nazisti, nonché con la NATO stessa, con diversi “ex” nazisti che ricoprivano cariche di alto livello, in particolare Adolf Heusinger, che fu presidente del Comitato militare della NATO. Per ulteriori informazioni al riguardo, consultare qui.
L’SRI è quindi stato più volte collegato a gruppi che non solo sostengono riforme economiche e politiche radicali, ma sono anche fautori di dittature militari volte a imporre tali riforme contro la volontà del popolo.
Tanto per la narrativa occidentale che dipinge Zhao e il suo think tank come obiettori di coscienza e combattenti per la libertà nella causa dei valori democratici occidentali in Cina…
Nonostante Zhao fosse stato trasferito dalla carica di Primo Ministro della Cina a quella di Segretario Generale e non fosse quindi più responsabile delle riforme economiche dal novembre 1987, quando Li Peng avrebbe dovuto sostituirlo in tale ruolo, Zhao continuava comunque a ricoprire un ruolo centrale nelle discussioni di alto livello sulle questioni economiche, cosa che non sarebbe potuta avvenire senza il sostegno di Deng. Nell’ottobre 1988, Zhao incontra Milton Friedman per discutere della questione della riforma dei prezzi in Cina, insieme ai riformatori favorevoli a un pacchetto di misure (noti anche come «terapisti dello shock») Wu Jinglian e Zhou Xiaochuan.[14]
Il premier Zhao Ziyang stringe la mano a Milton Friedman nell’ottobre 1988. Nella foto compaiono anche i noti riformatori favorevoli al “pacchetto di riforme” Wu Jinglian (a sinistra) e Zhou Xiaochuan (a destra), in secondo piano, e Rose Friedman, vestita di rosso. Per gentile concessione degli Archivi della Hoover Institution, Stanford, California.
Non sorprende che Friedman lanci un appello a favore della terapia d’urto sostenuta dai riformatori cinesi. «Limitate l’offerta di moneta stampando meno denaro, e poi liberalizzate i prezzi», disse a Zhao, aggiungendo che la liberalizzazione dei prezzi avrebbe contribuito a tenere sotto controllo l’inflazione (Friedman, 1990; Zhao, 2016c, 514-515)[15]
Isabella Weber scrive:
Si era ormai chiusa la finestra di opportunità per un vento favorevole proveniente dall’estero, da qualsiasi direzione esso provenisse. Zhao rimase Segretario Generale per il momento, ma perse la sua influenza sulla politica economica, che ora era nelle mani di Li Peng e Yao Yilin, Chen Yun e Li Xiannian riacquistarono la loro influenza. L’obiettivo principale non era portare avanti le riforme, ma riportare l’economia sotto controllo.
Il direttore dell’Ufficio dei prezzi, Cheng Zhiping, ha sottolineato che, alla fine del 1988, gli insegnamenti tratti dagli anni ’40 e dalle conseguenze del “Grande Balzo in Avanti” erano fondamentali per riprendere il controllo dell’economia. Secondo Cheng (2006, 119), lo sforzo di stabilizzazione si basava sull’affermazione di Chen Yun secondo cui il grado di controllo del governo sul mercato è determinato dal suo controllo sui beni più essenziali presenti sul mercato.Applicando una logica che è sorprendentemente simile a quella del I principi “leggeri-pesanti” di Guanzi per la stabilizzazione dei prezzi, Cheng sostiene che la chiave fosse quella di concentrare il lavoro sul prezzo sui punti importanti, ovvero quelli “pesanti”.
Negli anni ’40, nell’ambito della politica di stabilizzazione dei prezzi, i “due bianchi e un nero” – ovvero riso, cotone e carbone – rappresentavano i beni essenziali per l’alimentazione, l’abbigliamento della popolazione e l’industria. Negli anni ’60, l’elenco dei prezzi era stato rivisto per riflettere la maggiore diversificazione dell’economia cinese, arrivando a comprendere 198 beni essenziali. L’iniziativa di stabilizzazione dei prezzi del 1988 si concentrava ormai sui prezzi di 383 beni. Questi beni erano stati identificati, sulla base di indagini, come fondamentali per il sostentamento della popolazione e per la produzione agricola e industriale.
I prezzi di questi beni furono stabilizzati grazie a uno sforzo concertato: la produzione fu ampliata per aumentarne l’offerta; il sistema commerciale fu potenziato per superare le strozzature nella circolazione; il sistema di controllo dei prezzi fu utilizzato per riaffermare il piano generale, l’espansione del credito e gli investimenti (Cheng, 2006, 119-121). A queste misure si affiancò un’altra tattica anti-inflazionistica degli anni ’40: furono emessi titoli di Stato indicizzati a un paniere di prezzi di beni di prima necessità per ripristinare la fiducia negli attivi monetari.[16]
Lo Stato cinese ristabilì il controllo sul cuore dell’economia. L’inflazione fu debellata nel giro di circa un anno [vedi grafico sottostante], ma le conseguenze politiche del tentativo fallito di riforma radicale del 1988 e della successiva drastica inversione di rotta aggravarono le tensioni sociali e politiche che si erano accumulate nella seconda metà degli anni ’80, creando una situazione esplosiva.
Le proteste di Piazza Tienanmen ebbero inizio il 15 aprile 1989 e raggiunsero il culmine il 3-4 giugno 1989. Come si evince dal grafico sopra riportato, le politiche di Chen Yun risolvettero la crisi di iperinflazione nel giro di circa un anno; tuttavia, fu proprio nella fase finale di questo periodo di iperinflazione che ebbero inizio le proteste di Piazza Tienanmen. Come si può notare, meno di un mese dopo gli eventi del 3-4 giugno la crisi di iperinflazione è stata in gran parte risolta. Se si fosse voluto sfruttare la crisi di iperinflazione per fomentare l’instabilità politica, era chiaro che, con le politiche correttive di Chen Yun in atto, la finestra di opportunità sarebbe stata ristretta. Come vedremo, in quel periodo vi fu una forte manipolazione sia delle proteste studentesche che di quelle dei lavoratori per garantire che, a tutti i costi, si verificasse uno scontro violento prima che tale finestra si chiudesse. Tuttavia, alla fine questo tentativo fallì nel caso di istigazione alla violenza contro gli studenti, cosa che sarebbe stata il peccato più grave commesso dal governo cinese. Nonostante nessun studente fosse stato effettivamente ferito all’interno della piazza, ma fosse stato invece evacuato in sicurezza, i media mainstream dipinsero comunque le storie più oltraggiose di carri armati che falciavano studenti addormentati e di altri che venivano picchiati a morte e uccisi a colpi di arma da fuoco, creando un’immagine di fiumi di sangue che scorrevano nella piazza. Come vedremo, si è trattato di una storia interamente inventata, come ormai riconosciuto dalle stesse testate occidentali mainstream.
Weber prosegue:
L’inflazione galoppante del 1988 minò la fiducia nei rapporti del mercato monetario da parte di molti abitanti delle città e si aggiunse alle ansie scatenate da una crescente mercificazione della vita.
D’altra parte, coloro che avevano tratto vantaggio dalle crescenti opportunità di profitto e dai mercati in rapida espansione si sentivano minacciati dall’inasprimento dei controlli. Questo costituì il contesto in cui si sviluppò l’ampio e variegato movimento sociale del 1989…
Nel 1988, Zhao sostenne che fosse necessaria una legge sulla sicurezza pubblica per portare avanti la riforma. Nel 1989, Zhao cercò di superare quella stessa logica di repressione statale che alla fine lo portò alla caduta e alla detenzione.I giovani economisti che Zhao aveva formato erano apertamente solidali con i manifestanti. Sapevano che le truppe stavano marciando verso piazza Tienanmen e che presto sarebbe stata imposta la legge marziale. Intuivano che stava per verificarsi una tragedia.
Dopotutto, non l’avevano forse orchestrato proprio perché andasse a finire in quel modo?
…far scorrere il sangue a fiumi in Piazza Tienanmen, per risvegliare il popolo
La situazione è diventata davvero pericolosa. Gli studenti mi hanno chiesto cosa avremmo fatto dopo. Volevo dire loro che ci aspettavamo uno spargimento di sangue, che ci sarebbe voluto un massacro, che avrebbe fatto scorrere il sangue come un fiume attraverso piazza Tienanmen, per risvegliare il popolo.Ma come avrei potuto dirglielo? Come avrei potuto dire loro che, per vincere, avrebbero dovuto sacrificare le loro vite?
– Intervista a Chai Ling (una delle principali studentesse dissidenti di Piazza Tienanmen) realizzata dal giornalista Philip Cunningham il 28 maggio 1989; le immagini sono state inserite nel documentario La Porta della Pace Celeste.[17]
Chi si è preso il tempo di approfondire anche solo un po’ gli eventi del 1989 in Piazza Tienanmen scoprirà presto la figura della famigerata Chai Ling, una delle principali studentesse dissidenti.
Chai Ling fu nominata comandante in capo del Comando centrale per la difesa di Piazza Tienanmen, mentre un’altra studentessa, Li Lu, fu nominata sua “vice”. Fu inoltre eletta comandante in capo del Comitato per lo sciopero della fame. Come vedremo, all’interno di questa rete c’erano altri studenti di spicco, molti dei quali erano discepoli di Fang Lizhi. Tuttavia, solo il nome di Chai Ling è passato alla storia in modo negativo, in gran parte a causa dell’intervista che concesse al giornalista Philip Cunningham a Pechino, il 28 maggio 1989, appena cinque giorni prima che scoppiassero le violenze, e per il suo specifico commento citato sopra. Li Lu, il suo “vice”, non sembra aver subito alcun danno alla propria reputazione e ha proseguito la sua carriera con grande successo, che si intreccia con quella di Joseph Tsai di Alibaba, come vedremo in questo articolo.
Philip Cunningham mentre prende appunti allo Square. Ha svolto ricerche nelle redazioni dei giornali e negli studi televisivi di tutta la Cina in qualità di Knight Journalism Fellow e, successivamente, come Fulbright Fellow e Abe Fellow.
Le riprese di questa intervista incluse nel documentario La Porta della Pace Celeste[18]include:
Chai Ling:Finora me lo sono tenuto per me, perché essendo cinese sentivo di non dover parlare male dei cinesi. Ma a volte non posso fare a meno di pensare – e tanto vale dirlo – che voi, i cinesi, non valete la mia fatica! Non vali il mio sacrificio!
…Ciò che in realtà speriamo è uno spargimento di sangue, il momento in cui il governo sarà pronto a massacrare spudoratamente il popolo. Solo quando la piazza sarà inondata di sangue il popolo cinese aprirà gli occhi. Solo allora sarà davvero unito.Ma come posso spiegare tutto questo ai miei compagni di classe?
…
Cunningham:«E tu resterai in piazza?»
Chai Ling:«No.»
Cunningham:«Perché?»
Chai Ling:«Perché la mia situazione è diversa. Il mio nome è sulla lista nera del governo. Non mi lascerò distruggere da questo governo. Voglio vivere. Comunque, questo è quello che penso. Non so se la gente dirà che sono egoista. Credo che le persone debbano portare avanti il lavoro che ho iniziato. Un movimento democratico non può avere successo con una sola persona. Spero che per il momento non riportiate ciò che ho appena detto, d’accordo?»[19]
Sia Chai Ling che Li Lu figuravano tra i principali studenti dissidenti a cui fu concesso il passaggio sicuro grazie all’Operazione Yellowbird.
In un articolo pubblicato dal Financial Times, che sostiene la versione occidentale secondo cui questi studenti dissidenti avrebbero voluto solo i valori della democrazia occidentale, ha riportato un’interessante citazione di Chai Ling tratta da un’intervista rilasciata dalla sua casa negli Stati Uniti, in cui ha affermato: ««All’epoca un giornalista ci chiese se volessimo la democrazia… Non sapevamo davvero cosa fosse, pensavamo solo che fosse una cosa molto positiva, così abbiamo dato vita alla nostra democrazia alle prime armi proprio lì, in piazza».
Ti sembra che si tratti di qualcuno che ha un piano o di qualcuno che sta seguendo un piano prestabilito per lui?
Quando ci si prende il tempo di ascoltare o leggere le interviste di Chai Ling alla stampa occidentale, che sono numerose, risulta chiaro che Chai Ling non comprende fino a che punto sia stata manipolata nell’intera messa in scena che l’ha portata a ricoprire il ruolo di “comandante in capo” della piazza. Chai Ling presenta tutte le caratteristiche di chi, in realtà, non è alla guida degli eventi, ma è piuttosto un burattino a cui veniva detto, giorno per giorno, quale dovesse essere il suo mandato.
Dopo aver visto le immagini del documentario La Porta della Pace Celeste, anche se più avanti farò una precisazione su questa produzione documentaristica, è evidente che a Chai Ling piacesse stare sotto i riflettori e che probabilmente si sentisse una starlet durante quel frenetico periodo di sette settimane trascorso in piazza. C’era anche un grande stress fisico e mentale per tutti gli studenti, ma soprattutto per quelli che sono rimasti in piazza per la maggior parte delle sette settimane. Questo, unito ai periodi in cui gli studenti digiunavano per diversi giorni nell’ambito di uno sciopero della fame intermittente, non ha fatto altro che aumentare ulteriormente lo stress mentale e fisico degli studenti. Si noti che il digiuno ostacola la capacità di pensare in modo critico, di giudicare in modo adeguato e aumenta l’instabilità emotiva.
Chai Ling sarebbe stata la portavoce di chi tirava le fila. Verso le ultime settimane delle proteste in piazza, Chai Ling era l’unica studentessa a cui era stato concesso il «permesso» di usare il megafono. Gli studenti non avevano altra scelta che affidare a Chai Ling il compito di rappresentare la loro voce, i loro desideri, la loro missione. Chai Ling e suo marito Feng Congde (un discepolo di Fang Lizhi, come vedremo) cercavano di dare una parvenza di «democrazia» sottoponendo le questioni al voto degli studenti. In sostanza, gli studenti gridavano «sì» o «no» sulle questioni che Chai Ling e Feng Congde decidevano di sottoporre al voto. A quel punto stabilivano quale gruppo avesse «vinto» la votazione. Ciò garantiva loro, per usare un eufemismo, una grande libertà nel decidere il destino degli studenti.
Chai Ling ha il diritto esclusivo di utilizzare il megafono nella piazza.
Molti gruppi studenteschi, frustrati da questa situazione, cercarono di opporsi alla mini-dittatura di Chai Ling e Feng Congde nella piazza, ma lei era protetta da un gruppo di studenti che, come vedremo, erano direttamente legati a Fang Lizhi.
Quando la questione dell’abbandono della piazza fu sottoposta a votazione – cosa che avvenne più volte nel corso delle settimane – molti ritenevano che sia Chai Ling che Feng Congde fossero estremamente di parte nel voler rimanere in piazza e favorissero questa posizione nonostante il crescente sostegno da parte degli studenti a favore dell’abbandono della piazza. A non aiutare la situazione era il fatto che, durante quel periodo di sette settimane, arrivassero in piazza nuovi studenti provenienti da altre parti della Cina, i quali, ovviamente, esortavano a rimanere. Molti studenti che volevano andarsene non si sentivano a proprio agio nel farlo andando contro il voto.
Gli studenti riposano tra i detriti di Piazza Tienanmen mentre il loro sciopero per le riforme governative entra nella terza settimana. (Jeff Widener / Associated Press) Fonte: Los Angeles Times.Chai Ling sviene per l’esaurimento fisico.
Con il passare delle settimane, Chai Ling, sempre più provata e emotivamente instabile, passò dalla sua immagine iniziale di dolce, innocente ma intrepida paladina degli ideali democratici a frequenti crisi di pianto in cui esprimeva la sua delusione, definendo gli studenti dei codardi che non erano disposti ad andare fino in fondo, che non erano veramente pronti a lottare a tutti i costi, che non erano pronti a morire in questo scontro finale con il governo cinese.
Come già visto nel seconda ratache le proteste studentesche del 1986 e del 1989 furono in gran parte istigate e organizzate da Fang Lizhi e dai suoi seguaci tra gli studenti. Tuttavia, la maggior parte degli studenti che partecipavano a queste proteste era motivata da questioni economiche e di corruzione che si stavano aggravando a causa delle politiche economiche di Zhao Ziyang. In altre parole, la maggioranza degli studenti che partecipavano a queste proteste non aveva idea di chi fosse Fang Lizhi, almeno all’inizio. Tuttavia, con il progredire delle proteste nel caso del 1989, divenne chiaro che i discepoli studenteschi di Fang Lizhi venivano utilizzati per organizzare gli studenti in piazza secondo la sua «visione», che includeva una promozione molto accesa di Zhao Ziyang e, piuttosto ironicamente, delle sue politiche economiche.
Basti dire che le questioni per cui gli studenti avevano inizialmente deciso di protestare non giustificavano le parole cariche di angoscia, si potrebbe dire isteriche, di Chai Ling, che esortava gli studenti a essere disposti a morire piuttosto che lasciare la piazza di loro spontanea volontà. Di fatto, stava spingendo verso l’inevitabile: una qualche forma di scontro con la polizia o l’esercito cinese.
Il 24 maggio 1989, Chai Ling guidò l’assembramento di una folla in Piazza Tienanmen per la proclamazione del seguente giuramento:
«Giuro che difenderò la Repubblica e Piazza Tienanmen con la mia giovane vita. Possono cadere teste, può scorrere sangue, ma la Piazza del Popolo non potrà mai andare perduta! Siamo pronti a combattere fino all’ultimo uomo.»[20]
A seguito di questo giuramento, Wang Dan annunciò la costituzione del Quartier Generale per la Difesa di Piazza Tienanmen.[21]
Da sinistra a destra: Chai Ling, Wu’er Kaixi e Wang Dan. Questi erano i tre leader pubblici di spicco del movimento studentesco dissidente. Come vedremo, Wu’er Kaixi e Wang Dan non solo sono legati a Fang Lizhi e alla promozione diretta delle politiche economiche di Zhao Ziyang, ma anche alla NED. Tutti e tre facevano parte del gruppo di studenti dissidenti di spicco fatti uscire clandestinamente dal Paese attraverso l’Operazione Yellowbird.Da sinistra a destra: Chai Ling, Wang Dang, il marito di Chai Ling, Feng Congde, con il microfono in mano, e la “vice” di Chai Ling, Li Lu. Feng Congde è un altro discepolo di Fang Lizhi che ha sostenuto le politiche economiche di Zhao Ziyang. Tutti e quattro facevano parte del gruppo di studenti dissidenti fatti uscire clandestinamente dal Paese nell’ambito dell’Operazione Yellowbird.
Dalla sua intervista con Philip Cunningham emerge chiaramente che Chai Ling era ben consapevole che quello era il mandato che le era stato affidato: far sì che il sangue degli studenti venisse versato in piazza fino a formare un fiume di sangue. Solo un massacro, come afferma Chai Ling, avrebbe potuto garantire il successo delle proteste; solo allora avrebbero potuto “vincere”.
Dal punto di vista di Chai Ling, quando parla al plurale, usando sempre “noi” e mai “io”, ciò potrebbe essere interpretato come se lei considerasse la situazione dal punto di vista dei leader studenteschi scelti del movimento. Che questi leader fossero troppo speciali per morire in piazza. Spettava agli studenti “comuni” morire affinché loro potessero vivere e continuare a guidare la causa dalle loro comode sistemazioni in Occidente. Chai Ling allude a questo nella sua intervista con Cunningham.
Nell’intervista afferma inoltre chiaramente di non essere disposta a morire, ma di sperare che altri possano prendere il suo posto:
“Ma io non sarò lì a difendere la piazza perché sono diverso dagli altri: il mio nome è sulla lista nera. Non voglio morire.”
È chiaro che le fosse già stato offerto un passaggio sicuro fuori dalla Cina prima di questa intervista e che probabilmente le fosse stato anche detto che, come ricompensa per il suo eroico impegno nel promuovere la “democrazia occidentale”, avrebbe ottenuto l’ammissione a Princeton con tutte le spese pagate. Infatti, la maggior parte degli studenti dissidenti di spicco fatti uscire clandestinamente dalla Cina attraverso l’Operazione Yellowbird ha ricevuto l’ammissione gratuita a prestigiose università, tra cui Princeton, Harvard e persino Oxford. Chiaramente c’erano grandi progetti per questi giovani.
Senza dubbio, Chai Ling non era l’unica a ricevere questi sussurri all’orecchio nei giorni precedenti gli scontri violenti del 3 e 4 giugno 1989.
Riflettete sulle implicazioni di tutto questo. Se a questi studenti dissidenti di spicco fosse già stato promesso un passaggio sicuro sotto la protezione occidentale e avessero ricevuto l’ordine di fomentare uno scontro violento che avrebbe fatto scorrere il sangue degli studenti nella piazza come un fiume, cosa ci dice questo dell’intero cosiddetto movimento democratico che rappresentavano e continuano a rappresentare in esilio?[22]
Un’idea che, secondo Chai Ling, è stata suggerita da un giornalista occidentale che ha fornito loro quella parola dal suono così piacevole: “democrazia”.
È quindi evidente che, in questo scenario, non sarebbero gli studenti a trarne vantaggio, bensì la rete che gravita attorno a Zhao Ziyang. Ancora una volta, come vedremo È documentato che numerosi studenti dissidenti di spicco, seguaci di Fang Lizhi, abbiano promosso apertamente Zhao Ziyang come eroe della democrazia, oltre che, in modo più diretto, le sue politiche economiche. E, come vedremo, si dà il caso che proprio il National Endowment for Democracy (NED) si trovi al centro di tutto questo.
Questa posizione a favore di Zhao Ziyang fu diffusa tra gli studenti che venivano mobilitati dai circoli di Fang Lizhi e che erano anch’essi indignati per la destituzione di Hu Yaobang,[23]furono indotti a credere che all’interno del governo cinese esistesse una fazione che attaccava le voci filo-democratiche presenti al suo interno. Gran parte della colpa ricadde proprio su Li Peng.
Come già visto in la seconda puntatafu proprio Li Peng a sostituire Zhao Ziyang come premier della Cina e, di conseguenza, come responsabile della politica economica di tutta la Cina. Li Peng apparteneva al gruppo che sosteneva le politiche economiche di Chen Yun e si opponeva ai riformatori favorevoli al “pacchetto” e a Zhao Ziyang.
L’allontanamento di Zhao Ziyang da quella carica fu percepito da lui stesso come una retrocessione, che lo allontanava da un progetto a cui lavorava da un decennio. E per quei riformatori favorevoli a un pacchetto di riforme che avevano partecipato agli stessi incontri di George Soros insieme all’Istituto per la Riforma del Sistema di Zhao nell’Europa orientale, era chiaro che, con Li Peng come premier, tutto ciò che avevano cercato di realizzare in materia di riforme economiche rischiava di andare in fumo.
Nonostante Zhao fosse il vero responsabile delle difficoltà economiche e dei casi di corruzione in Cina, i leader studenteschi in piazza lo difesero e si scagliarono contro Li Peng, dipingendolo come un terribile cattivo e un dittatore del popolo.
Quando una delegazione di studenti fu finalmente ammessa a un incontro con il governo cinese per discutere delle loro richieste in merito a quelle proteste, i leader di quella delegazione erano in gran parte seguaci di Fang Lizhi. Uno di loro, in particolare, finì sui titoli dei giornali quando interruppe bruscamente Li Peng e si lanciò in una tirata assurda che non entrava nel merito di alcun dettaglio concreto.
A sinistra, il premier cinese Li Peng. A destra, Wu’er Kaixi, in abiti da ospedale e munito di un vero e proprio tubo per l’ossigeno che aspirava come se fosse un narghilè, mentre teneva una lezione a Li Peng. Questo scontro fu trasmesso a livello nazionale e internazionale, portando Kaixi alla ribalta mondiale, con tanto di articolo in copertina sulla rivista *Time*, e rendendolo un simbolo della resistenza del movimento studentesco.
Ma non importava ciò che Wu’er Kaixi avesse effettivamente detto. Avevano ottenuto ciò per cui erano venuti: l’opportunità di apparire sulla televisione di Stato cinese e sui notiziari internazionali per attaccare Li Peng e incolparlo di tutto ciò che stava accadendo in Cina. Nonostante fosse evidente che non avessero la minima comprensione delle questioni economiche, fu proprio lo scandalo in sé a far esplodere la vicenda.
Li Peng, esposto ai commenti assurdi di Wu’er Kaixi davanti a un pubblico internazionale, nonostante fosse proprio quest’ultimo a dire sciocchezze, finì per apparire come un uomo di poco conto. Viene da chiedersi chi possa aver orchestrato questa messinscena, una situazione del tutto senza precedenti in Cina. C’erano solo due uomini che ricoprivano una carica più alta di quella di Li Peng: Deng Xiaoping e Zhao Ziyang.
Come già visto in la seconda puntatache fu proprio Liu Xiaobo a riempire nuovamente la piazza di migliaia di persone, quando questa si era ormai quasi completamente svuotata, solo pochi giorni prima del 3-4 giugno 1989. Xiaobo, inoltre, è direttamente collegato al NED, come vedremo.
Conosciuti come i “Quattro gentiluomini di Piazza Tiananmen”, che diedero il via a uno sciopero della fame di 72 ore in Piazza Tiananmen pochi giorni prima degli eventi del 3-4 giugno 1989. Da sinistra a destra: Zhou Duo, Hou Dejian, Gao Xin e Liu Xiaobo. Tre di loro sono considerati intellettuali radicali, con Liu Xiaobo come leader. L’altro membro è Hou Dejian, che all’epoca era un famoso cantautore taiwanese. Tutti e tre gli intellettuali radicali nutrivano un odio verso la cultura tradizionale cinese e, nel caso di Liu Xiaobo, questo argomento è stato trattato in la seconda puntata. Liu Xiaobo, che era un mentore di Wu’er Kaixi – come vedremo – e lo ha consigliato per tutte le sette settimane, è anch’egli legato al NED. Conoscendo il punto di vista radicale di Liu Xiaobo e il suo odio per il sistema tradizionale cinese, non è azzardato pensare che fosse favorevole allo spargimento di sangue in piazza affinché ci potesse essere una “vittoria”. Il raduno di una folla, incoraggiata a digiunare già giorni prima degli eventi del 3-4 giugno 1989, è sospetto, al punto che persino Liu Xiaobo lo ammette nel documentario «The Gate of Heavenly Peace». Hou Dejian sembra essere stato una persona onesta che è stata strumentalizzata da questo gruppo di intellettuali. Fu proprio il canto di Hou Dejian a riportare alla fine la folla in piazza; una volta radunata la folla, gli intellettuali tennero i loro discorsi radicali. Fu Hou Dejian che sembra essere il vero responsabile dell’evacuazione pacifica della piazza. Tutto era stato orchestrato affinché si verificasse uno scontro violento tra gli studenti e l’esercito cinese. Anche gli studenti venivano incoraggiati a combattere e a morire in piazza. Fu Hou Dejian, che era del tutto all’oscuro di questo complotto dietro le quinte, a cercare di ottenere l’evacuazione pacifica della piazza. Fu Hou Dejian che, subito dopo, smentì le affermazioni di Chai Ling, Wu’er Kaixi e altri secondo cui avrebbe avuto luogo un massacro, dichiarando che nessuno era morto e che tutti erano stati evacuati pacificamente dalla piazza. Poiché Hou Dejian era un cantante famoso, se Liu Xiaobo e/o Feng Congde (Chai Ling e Wu’er Kaixi avevano già lasciato da tempo la piazza durante quelle ultime ore in cui era previsto uno scontro violento) avessero insistito per rimanere nella piazza, la testimonianza di Hou Dejian secondo cui essi avrebbero volontariamente sacrificato la vita di questi studenti avrebbe rappresentato una grave macchia sulla “purezza” del cosiddetto movimento democratico e dei suoi leader. Liu Xiaobo è un radicale estremista ed era forse disposto a morire in questo scontro come martire. Grazie alle azioni di Hou Dejian, probabilmente le vite degli studenti sono state salvate.
È evidente che dietro le quinte ci sia stato un enorme lavoro per scatenare la violenza contro gli studenti in piazza. Per far scorrere il loro sangue come un fiume, perché solo così “loro” avrebbero vinto.
Anni dopo, Chai Ling scrisse che la sua straordinaria previsione di un’imminente repressione violenta, che avrebbe portato al massacro di piazza Tienanmen, era qualcosa che aveva sentito da Li Lu, e non una sua previsione personale.Nel suo libro, lei attribuisce a Li Lu la premonizione del “massacro di Piazza Tiananmen” Un cuore per la libertà.[24]L’importanza di Li Lu verrà discussa più avanti in questo articolo.
Dopo gli eventi del 3 e 4 giugno 1989, Chai Ling fu tra le voci più forti a sostenere di aver assistito di persona a un massacro in piazza Tienanmen. Un’altra voce autorevole che affermò di aver assistito direttamente a un massacro fu quella di Wu’er Kaixi. A chi attribuirono la responsabilità di questo terribile massacro di studenti innocenti che desideravano solo la democrazia occidentale? A Li Peng.
Ma in Piazza Tienanmen non c’è mai stato alcun massacro…
Mito contro realtà: la CIA e l’MI6 come manipolatori della narrativa
Il mito che ha finito per superare la realtà, il massacro degli studenti in Piazza Tienanmen, deve in gran parte il proprio successo a un solo uomo: l’allora ambasciatore britannico in Cina (1988-1991), Alan Donald.
In un telegramma diplomatico segreto inviato a Londra il 5 giugno 1989, Donald riferì di una stima minima di 10.000 vittime tra i civili. Secondo i documenti declassificati resi pubblici dall’Archivio Nazionale del Regno Unito, le sue informazioni provenivano da una persona che «trasmetteva informazioni ricevute da un amico intimo, attualmente membro del Consiglio di Stato».[25]
Donald ha deciso di mantenere l’anonimato di questa persona, nonostante si trattasse di un dispaccio diplomatico riservato. Per chi ha letto il seconda rata, a questo punto il quadro dovrebbe essere abbastanza chiaro. Tutte le prove addotte dagli occidentali nel caso di Tiananmen sono del tutto non verificabili.
Offre una grande libertà a chi fosse interessato a inventare storie.
La versione di Sir Alan Donald differisce notevolmente dalla dichiarazione ufficiale cinese, secondo cui i morti sarebbero stati 200 civili e diverse decine di membri delle forze di sicurezza. Va notato che queste vittime, riconosciute dalla Cina, si sono registrate nelle aree più estese di Pechino e sono state causate dalle proteste dei lavoratori che si svolgevano contemporaneamente alla protesta studentesca, i cui manifestanti sono rimasti accampati in piazza per diverse settimane.
La CIA non era da meno: ha diffuso stime che andavano da centinaia a diverse migliaia di morti, avallando i resoconti di giornalisti occidentali che non erano nemmeno sul posto, ma nelle loro camere d’albergo durante gli eventi del 3 e 4 giugno 1989.[26]
Nei rapporti dei servizi segreti americani, ora declassificati, le stime sul numero di vittime variavano da 180 a 500 in alcuni rapporti, fino a 500–2.600 in altri, e secondo tali rapporti le vittime sarebbero state registrate proprio nella piazza stessa.[27]
Ospitato presso gli Archivi della NSA, l’Archivio per la Sicurezza Nazionale della George Washington University presenta un rapporto intitolato “Piazza Tienanmen, 1989: la storia resa pubblica” ed è una raccolta di rapporti dei servizi segreti americani. In una sezione si legge:
Il resoconto dei servizi segreti del Segretario di Stato per la mattina seguente (Documento 13) riferisce che «il numero delle vittime dell’assalto militare a Piazza Tienanmen varia da 180 a 500; altre migliaia di persone sono rimaste ferite».Descrive inoltre come “migliaia di civili abbiano tenuto duro oppure si accalcavano attorno ai veicoli militari. Veicoli corazzati da trasporto truppe [veicolo corazzato da trasporto truppe]sono stati incendiati e i manifestanti hanno assediato le truppe lanciando pietre, bottiglie e bombe Molotov.”
Ancora una volta, per chiarire: nella più ampia area di Pechino si sono verificati episodi di violenza legati alle proteste dei lavoratori. Tuttavia, questo rapporto dei servizi segreti sostiene che tali episodi siano avvenuti all’interno della piazza stessa. La differenza è notevole, poiché la piazza era il luogo delle proteste studentesche. Non vi è stato alcun scontro militare con i manifestanti studenti. Tuttavia, ciò che è interessante riguardo al rapporto di intelligence sopra citato è che non solo disponiamo di una stima del numero di vittime molto più vicina a quella fornita dalla dichiarazione ufficiale cinese, ma anche dell’ammissione che l’esercito cinese fosse stato effettivamente attaccato, con veicoli blindati incendiati tramite bombe Molotov. Altri rapporti inclusi in questa raccolta di briefing di intelligence hanno inoltre riconosciuto che un soldato cinese fosse stato picchiato a morte.
Il 3 giugno, alcuni misteriosi teppisti hanno scatenato una rissa a Mu Xi Di, nella zona occidentale della città, attaccando gli autobus dell’esercito con bombe molotov e dando loro fuoco, causando la morte per ustioni degli occupanti. I responsabili non sono mai stati individuati.[28]
I soldati che erano riusciti a fuggire dagli autobus in fiamme sono stati picchiati a morte. Sono arrivati altri militari e sono scoppiati scontri caotici.
Un’immagine che ritrae diversi mezzi corazzati per il trasporto truppe ridotti in cenere. Molti soldati sono stati bruciati vivi all’interno di questi veicoli.
Si trovava a cinque chilometri da Piazza Tiananmen.
Non credo che l’attacco iniziale contro le forze armate cinesi nell’area metropolitana di Pechino sia stato spontaneo, ma piuttosto orchestrato. Inoltre, figure di spicco della protesta dei lavoratori, come Han Dongfang, ora lavorano per Radio Free Asia, un noto organo di informazione della CIA.
Se davvero ci fossero stati degli agenti provocatori che hanno istigato la violenza, è facile intuire che ciò metterebbe l’esercito cinese in una posizione difficile. Ovviamente, sarebbe necessaria una qualche forma di reazione. E qualsiasi reazione, come sparare contro qualcuno visto lanciare una bottiglia molotov, o contro individui che picchiano a morte un soldato, potrebbe facilmente diffondersi tra gli astanti e coloro che si sono uniti in seguito alla rissa come voce secondo cui l’esercito stava attaccando i civili alla cieca e in modo sconsiderato.
Questo ha chiaramente spinto molte altre persone a unirsi al movimento, al punto che la situazione ha assunto una dinamica propria – il che era un esito prevedibile. Anche in questo caso, l’obiettivo era quello di costringere la Cina a scatenare una repressione spietata contro la popolazione – cosa che non è mai avvenuta.
È risaputo che anche i soldati più calmi e padri di sé vengono messi alla prova quando alcuni membri della folla danno fuoco ai propri commilitoni o li picchiano a morte. In situazioni del genere è inevitabile che si verifichi un certo livello di caos.
Come già accennato, Zhao Ziyang aveva varato una nuova legge sulla sicurezza pubblica che prevedeva il ricorso alla forza contro chi si fosse opposto alla riforma dei prezzi. Ciò che è chiaro riguardo alla gestione delle violenze scoppiate il 3 giugno in diverse zone di Pechino è cherd, 1989, era che a un certo punto alle forze armate era stato ordinato di passare dai mezzi antisommossa (proiettili di gomma, gas lacrimogeni ecc.) alla forza letale.[29]
Era Deng Xiaoping, in qualità di leader supremo, a detenere l’autorità diretta sulle forze armate cinesi. Era anche presidente della Commissione militare centrale (CMC), il che gli conferiva il comando supremo sull’Esercito popolare di liberazione (PLA). Fu proprio Deng Xiaoping a dare l’ordine diretto di passare dall’uso di mezzi antisommossa alla forza letale.
Deng Xiaoping occupava la posizione più informata e potente riguardo alle forze armate cinesi ed era a conoscenza della nuova legge sulla sicurezza pubblica di Zhao Ziyang. Se c’era già il sospetto che potessero verificarsi episodi di violenza, perché i soldati cinesi non erano stati adeguatamente addestrati alle tattiche antisommossa e perché era stato loro ordinato di ricorrere alla forza letale quando la situazione avrebbe potuto essere contenuta attraverso tattiche antisommossa con un addestramento e un equipaggiamento adeguati? C’erano state almeno sette settimane per prepararsi a questa situazione.
Ricordiamo le parole di Chai Ling: solo quando ci sarà un massacro potremo “vincere”.
Stranamente, Li Peng viene ancora una volta accusato dell’uso della forza da parte dell’esercito cinese (poiché era di sua competenza dichiarare la legge marziale, cosa che fece il 20 maggio 1989), nonostante Deng Xiaoping fosse l’effettivo presidente della Commissione militare centrale e il leader supremo della Cina. Non era Li Peng a trovarsi nella posizione di ordinare il passaggio dalle tattiche antisommossa all’uso della forza letale: tale prerogativa spettava a Deng Xiaoping. Yang ShangKun, vicepresidente della Commissione militare centrale e presidente della Repubblica Popolare Cinese, era direttamente responsabile dell’esecuzione delle direttive di Deng e della mobilitazione delle forze armate cinesi il 3 e 4 giugno 1989.
Il generale Chi Haotian era il capo di Stato Maggiore dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) e supervisionò la pianificazione operativa, la logistica e il coordinamento delle azioni delle forze armate il 3 e 4 giugno 1989. Zhou Yibing e Liu Zhenhua ricoprivano rispettivamente i ruoli di comandante e commissario politico della Regione Militare di Pechino. Erano incaricati della gestione sul campo delle forze incaricate di far rispettare la legge marziale.
Tutti questi uomini – Chi Haotian, Zhou Yibing e Liu Zhenhua – ricevevano i propri ordini direttamente dalla Commissione militare centrale, di cui Deng Xiaoping era presidente e Yang Shangkun vicepresidente.
Non è stato Li Peng a autorizzare l’uso della forza letale; egli ha sostenuto la presenza delle forze armate per garantire la stabilità e come deterrente contro la violenza vera e propria. Nessun leader di un Paese sarebbe così ingenuo da pensare che decine di migliaia di persone provenienti da ogni parte della Cina, oltre a un afflusso di stranieri, che si radunavano nel centro di Pechino e accampavano lì per settimane di fila, non rappresentassero un rischio che potesse sfociare in qualche forma di violenza o caos. Che potessero verificarsi scontri e alterchi tra gli stessi manifestanti. O che ci fossero delle mele marce che cercavano di istigare la violenza per provocare una reazione della folla.
L’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese e i manifestanti in Piazza Tienanmen hanno convissuto pacificamente per settimane. Si noti che questi soldati sono completamente disarmati.L’Esercito Popolare di Liberazione cinese era schierato intorno alla piazza. Secondo le immagini del documentario “The Gate to Heavenly Peace”, molte persone che si avvicinavano ai soldati li supplicavano di “schierarsi” con i manifestanti; nell’interpretazione più radicale, ciò avrebbe significato che l’esercito stesso si rivoltasse contro il proprio governo. Poiché era proprio questo, in definitiva, ciò che veniva chiesto: che Li Peng si dimettesse dalla carica di premier della Cina. La gente si avvicinava ai soldati gridando: «Perché state facendo questo? Dovreste proteggere il popolo, non opporvi a lui!». Tuttavia, i soldati non erano contro il popolo, ma erano lì per garantire che la situazione non degenerasse nel caos. Ciò metteva i soldati in una posizione emotivamente difficile, e tali atteggiamenti da parte della gente li dipingevano come nemici del popolo, quando in realtà erano lì proprio per proteggerlo. Gli occidentali dovrebbero essere consapevoli che l’Esercito Popolare di Liberazione era molto amato dal popolo fino agli eventi del 3-4 giugno 1989, quando l’esercito fu ingiustamente accusato del massacro di innocenti. Come vedremo, nulla di tutto ciò accadde, né in piazza né nelle zone circostanti di Pechino.
Tuttavia, i principali studenti dissidenti, insieme alla stampa occidentale, diffusero la più oltraggiosa delle fantasie su atti mostruosi commessi contro innocenti e sul fatto che Li Peng fosse direttamente responsabile di tutto ciò – guadagnandosi così il soprannome che lo accompagnò fino al letto di morte in Occidente: il “Macellaio di Pechino”.
Sotto la foto di Li Peng, la BBC scrive: «Li Peng era conosciuto come il “Macellaio di Pechino” per il ruolo che ebbe nella repressione di Tiananmen».
Sebbene le forze armate cinesi avrebbero potuto gestire meglio la situazione se fossero state adeguatamente addestrate alle tattiche antisommossa e non avessero ricevuto l’ordine di ricorrere alla forza letale, il numero di vittime tra i civili – che non erano manifestanti pacifici, ma stavano di fatto attaccando attivamente le forze armate – rimane comunque relativamente basso.
Con questo non intendo affermare che tutte le vittime civili siano giustificate. Come ho già detto, la situazione avrebbe potuto essere contenuta con mezzi antisommossa. Tuttavia, in situazioni di caos, se un civile dovesse avvicinarsi a un luogo in cui sono in corso combattimenti, è facile capire quanto questa sia una mossa avventata e, se venisse colpito da un proiettile, ciò non equivarrebbe a un “massacro di innocenti” da parte dell’esercito cinese. La verità è che quelle scene si trasformarono in zone di guerra urbana. Le persone che attaccarono l’esercito cinese con bombe Molotov misero a rischio di essere colpite da colpi d’arma da fuoco anche chi si trovava nelle loro vicinanze. Se tra la folla ci fossero stati istigatori pagati, questo sarebbe stato proprio il loro obiettivo. Come vedremo nella quarta puntata, anche alcuni agenti di polizia cinesi furono inclusi nell’operazione di fuga clandestina denominata “Operazione Yellowbird” subito dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989. Basti dire che ci sono molte ragioni per sospettare che ci fossero numerosi agenti a pagamento che hanno alimentato la violenza del 3-4 giugno 1989.
Detto questo, il numero delle vittime è chiaramente molto inferiore a quanto sperato da certi ambienti che puntavano a un “massacro”, poiché solo così “loro” avrebbero potuto vincere. Nonostante gli sforzi da parte di certi ambienti per, a mio avviso, spingere l’esercito cinese a uno scontro con i civili – nonostante gli ordini di ricorrere alla forza letale, gli stessi soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione si sono opposti con forza all’uso della violenza mentre i loro commilitoni venivano bruciati vivi e picchiati a morte per le strade. Il fatto è che le forze armate cinesi hanno dato prova di incredibile moderazione nei momenti di massimo caos per evitare un bagno di sangue.
Se qualcuno dovesse guardare il filmato disponibile,[30]Vediamo numerosi autobus militari e carri armati con dei civili in piedi sopra di essi dopo averli dati alle fiamme. Vediamo anche immagini di civili armati di mitragliatrici sottratte all’esercito cinese. Pertanto, affermare che i civili fossero disarmati è del tutto falso. Esistono numerose foto e filmati che mostrano civili armati di bombe Molotov e mitragliatrici.[31]
Un manifestante antigovernativo a Pechino impugna un fucile dal finestrino di un autobus. I manifestanti pro-democrazia occupavano Piazza Tienanmen da settimane; quella notte e la mattina seguente centinaia di persone avrebbero perso la vita negli scontri con le truppe cinesi. (Jeff Widener / Associated Press) Fonte: Los Angeles Times.Un soldato dell’Esercito Popolare di Liberazione è stato bruciato vivo e poi impiccato ed esposto al pubblico.I resti carbonizzati di Cui Guozheng, un soldato dell’Esercito popolare di liberazione cinese (PLA) che fu bruciato vivo tra il 3 e il 4 giugno 1989. Il suo corpo fu dato alle fiamme e appeso a un ponte pedonale a Pechino.
Pertanto, sebbene oggi le testimonianze si siano in gran parte corrette e si riconosca ormai che non vi sia stato alcun massacro nella piazza, si continua a sostenere che vi sia stato un massacro nelle zone circostanti di Pechino ai danni di civili innocenti e disarmati, tra cui donne e bambini. Questo non è vero.
I rapporti declassificati dai servizi segreti americani dell’epoca sostenevano l’idea che in piazza si fosse effettivamente verificato un massacro. Va inoltre sottolineato che, tra questi briefing dei servizi segreti – le cui versioni differivano notevolmente tra loro – quelli più drammatici si basavano sempre sui resoconti dei giornalisti occidentali. Molti di questi giornalisti hanno ammesso di aver riferito su tali eventi dalle loro camere al Beijing Hotel, che era diventato un punto di riferimento per i giornalisti occidentali, per lo più americani, durante le proteste di piazza Tienanmen. Questi giornalisti pubblicizzavano i propri servizi come «in diretta dal Beijing Hotel». Tuttavia, in seguito emerse, con grande imbarazzo, che dal Beijing Hotel non è possibile vedere piazza Tiananmen. È evidente che esistesse una linea editoriale prestabilita per la copertura degli eventi verificatisi il 3 e il 4 giugno 1989.
“Il 4 giugno 2014 segnerà per molti il 25° anniversario del massacro di piazza Tienanmen. In realtà, questa data dovrebbe segnare l’anniversario di una delle operazioni di disinformazione più spettacolari del Regno Unito – quasi alla pari con la mitica storia delle armi di distruzione di massa irachene.
Il racconto originale di come, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, le truppe cinesi abbiano mitragliato centinaia di studenti innocenti che manifestavano nella simbolica piazza di Tiananmen a Pechino da allora è stato completamente screditatosecondo i numerosi testimoni presenti in quel momento — tra cui una troupe della televisione spagnola TVE, un corrispondente della Reuters e gli stessi manifestanti, i quali affermano che non è successo nulla se non l’ingresso di un’unità militare che, a tarda notte, ha chiesto alle diverse centinaia di persone rimaste di lasciare la piazza.”
Tra i manifestanti c’era il famoso cantante taiwanese Hou Dejian, che è rimasto in piazza fino a quando non è stata sgomberata dall’esercito cinese. Nel documentario ha dichiarato La Porta della Pace Celeste: “Alcuni sostenevano che nella piazza fossero morte 200 persone, mentre altri affermavano che i morti fossero ben 2.000. Circolavano anche voci secondo cui alcuni carri armati avrebbero investito gli studenti che cercavano di allontanarsi. Devo dire che io non ho visto nulla di tutto ciò. Io stesso sono rimasto nella piazza fino alle 6:30 del mattino.”
WASHINGTON POST:Jay Mathews, che nel 1989 era caporedattore dell’ufficio di Pechino del “Washington Post” ha scrittoper la Columbia Journalism Review: «Per quanto si possa dedurre dalle prove disponibili, quella notte in Piazza Tienanmen NON È MORTO NESSUNO.»
CBS News:Richard Roth ha scritto: «Non abbiamo visto né cadaveri, né feriti, né ambulanze, né personale medico — insomma, nulla che potesse anche solo suggerire, figuriamoci dimostrare, che in [Piazza Tiananmen] si fosse verificato un “massacro”.»
BBC News:James Miles ha scritto“Ero uno dei giornalisti stranieri che hanno assistito agli eventi di quella notte. Non c’è stato alcun massacro in piazza Tienanmen.”
NEW YORK TIMES:Il 13 giugno 1989, il giornalista del New York Times Nicholas Kristof – che in quel momento si trovava a Pechino – ha scritto, “La televisione di Stato ha persino trasmesso un filmato che mostra gli studenti mentre si allontanano pacificamente dalla piazza [di Tiananmen] poco dopo l’alba, a dimostrazione del fatto che [i manifestanti] non sono stati massacrati.”
In quell’articolo, ha anche smentito un manifestante studentesco non identificato che, in un articolo sensazionalistico, aveva affermato che i soldati cinesi armati di mitragliatrici avessero semplicemente falciato i manifestanti pacifici in Piazza Tienanmen. Non mi sorprenderebbe se quello studente non identificato fosse Chai Ling o Wu’er Kaixi, che in seguito hanno dovuto ammettere di non essere stati in piazza il 3 e il 4 giugno 1989, probabilmente perché erano in procinto di essere fatti uscire clandestinamente dal Paese tramite l’Operazione Yellowbird.
REUTERS:Graham Earnshaw si trovava in Piazza Tienanmen la notte del 3 giugno. Non ha lasciato la piazza fino alla mattina del 4 giugno. Nelle sue memorie ha scritto che i militari sono intervenuti, hanno negoziato con gli studenti e hanno fatto sì che tutti (compreso lui stesso) se ne andassero pacificamente; e che nessuno è morto in piazza.
Anche il famigerato filmato dell’“uomo contro il carro armato” è una menzogna: la stampa occidentale ha deliberatamente omesso il filmato completo, riportato qui di seguito, che dimostra come l’uomo che si è parato davanti al carro armato non sia mai stato travolto, ma che, al contrario, i militari abbiano dato prova della massima moderazione, consentendogli di salire sul carro armato e persino di tentare di entrarvi senza che nessuno intervenisse per impedirglielo. L’uomo continua a bloccare i carri armati finché non intervengono dei veri civili che devono letteralmente trascinarlo via dalla strada perché si stava rendendo ridicolo. Eppure la stampa occidentale ha mostrato solo l’inizio di questo filmato e ha insinuato che fosse stato effettivamente travolto da quei carri armati, invece di mostrare la scena imbarazzante che si è realmente verificata.
Tuttavia, non erano i giornalisti occidentali a dettare legge su queste decisioni. La storia di fantasia sul massacro di piazza Tienanmen è stata diffusa direttamente dai diplomatici statunitensi, britannici e australiani. Era considerata la fonte più ufficiale e autorevole che un giornalista potesse sperare di avere. Probabilmente è per questo che in tanti pensavano di poter semplicemente scrivere i propri articoli dalle loro camere d’albergo.
La prima notizia a fare scalpore con titoli sensazionalistici in tutto il mondo dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989 derivava direttamente dal discutibile rapporto dell’ambasciatore britannico Alan Donald, secondo cui sarebbero stati uccisi 10.000 civili. È chiaro che fu proprio sulla base di questo rapporto che le ambasciate statunitensi e, in particolare, quella australiana seguirono l’esempio. I racconti di studenti massacrati con mitragliatrici nella piazza, i cui corpi sarebbero stati ammucchiati con i bulldozer e poi inceneriti dalle truppe con i lanciafiamme, sono stati ripetuti a pappagallo da tutti i media occidentali.
Questa raccapricciante storia dell’orrore, priva di qualsiasi prova a sostegno, è oggi considerata dagli storici sia orientali che occidentali come del tutto inventata, ma la smentita è arrivata solo due decenni dopo. Nonostante alcuni giornalisti avessero riferito che non si era verificato alcun massacro, la posizione generale di tutti i principali organi di informazione era a sostegno dell’avvenuta esistenza di un massacro e comprendeva una valanga di articoli che lo affermavano. Tant’è che oggi, probabilmente la maggioranza degli occidentali crede ancora che si sia verificato un massacro.
Alla raccapricciante notizia iniziale è seguita un’altra bizzarra segnalazione, questa volta diffusa dall’Ambasciata australiana, che riportava informazioni simili, a volte con le stesse identiche parole, al dispaccio diplomatico britannico. Un confronto testuale mostra che l’Ambasciata australiana ha ripetuto gran parte di quanto contenuto nel dispaccio britannico, a volte utilizzando le stesse identiche parole.[33]
«Quando tutti coloro che non erano riusciti a fuggire erano ormai morti o feriti, i soldati di fanteria percorsero la piazza uccidendo a colpi di baionetta o sparando a chiunque fosse ancora vivo»,affermava il rapporto australiano inventato di sana pianta.
Il 9 giugno 1989, il primo ministro australiano Bob Hawke tenne uno dei discorsi più memorabili sugli eventi di piazza Tienanmen in occasione di una cerimonia commemorativa organizzata in onore delle vittime appena cinque giorni dopo.
Mentre né i giornalisti né tantomeno i briefing dei servizi segreti riuscivano a fare chiarezza su ciò che era realmente accaduto tra il 3 e il 4 giugno 1989, Hawke fornì una descrizione dettagliata di fatti che nessun altro aveva riportato in nessuna parte del mondo. Come vedremo, il contenuto del suo discorso coincide in gran parte con quello del telegramma segreto di Alan Donald.
Lui [Il primo ministro australiano Bob Hawke]ha descritto i soldati cinesi che si precipitavano in Piazza Tienanmen, sparando a raffica senza distinzione, investendo i civili con i carri armati, riducendo i corpi in “poltiglia” e incenerendo i resti con i lanciafiamme.
A un certo punto ha commosso fino alle lacrime il primo ministro e quel momento ha influenzato il modo in cui molti australiani che hanno ascoltato il suo discorso hanno percepito l’evento.
…Quando il signor Hawke si è avvicinato al podio in occasione di una cerimonia commemorativa speciale… aveva con sé due documenti.
Il primo era il suo discorso preparato…Nello spazio tra il sesto e il settimo paragrafo del discorso, Hawke aveva tracciato un asterisco. In quel punto intendeva discostarsi dal testo preparato e passare al suo secondo documento.
Hawke arrivò a quel punto, fece una breve pausa e mise da parte il suo discorso. «Vorrei leggere un estratto di una relazione che ci è stata presentata», disse.
Il 7 giugno era stato inviato un dispaccio diplomatico riservato dall’ambasciata australiana a Pechino, in cui venivano descritte le ultime informazioni di intelligence su quanto era accaduto il giorno in cui l’esercito era intervenuto contro gli studenti manifestanti che avevano occupato piazza Tienanmen.
…Lui [Hawke] ha letto quasi parola per parola le pagine 2 e 3 del documento.[34]
«A Tiananmen, le truppe giunte per prime hanno cercato di allontanare la folla, per separare gli studenti dai cittadini comuni. È stato lanciato un ultimo avvertimento e gli studenti si sono preparati ad andarsene», ha affermato.
«Si aspettavano che venisse loro concessa un’ora, ma nel giro di cinque minuti i mezzi da trasporto truppe del 27° reggimento entrarono nella piazza, aprendo il fuoco con le mitragliatrici mentre avanzavano.
«Quando tutti coloro che non erano riusciti a fuggire erano ormai morti o feriti, i soldati di fanteria percorsero la piazza uccidendo a colpi di baionetta o sparando a chiunque fosse ancora in vita.
«Avevano ricevuto l’ordine di non risparmiare nessuno nella piazza; bambini e ragazze sono stati massacrati, poi i veicoli corazzati da trasporto truppe e i carri armati hanno investito più volte i corpi delle vittime fino a ridurli in poltiglia, dopodiché sono intervenuti i bulldozer per ammucchiare i resti, che sono stati poi inceneriti dalle truppe con i lanciafiamme».
A quel punto, con la voce rotta dall’emozione e gli occhi lucidi, è tornato al discorso che aveva preparato.
All’ambasciata [australiana] di Pechino, il personale diplomatico venne a sapere che il loro telegramma era stato letto, parola per parola, in televisione dal primo ministro.
Tra questi c’era il professor Richard Rigby, che all’epoca lavorava come consigliere politico presso l’ambasciata e ora fa parte del China Institute dell’Australian National University. «È stata una sorpresa [e] sto usando un linguaggio diplomatico», ha affermato.
All’inizio del telegramma c’era una sorta di avvertenza. «Non ci sono dubbi sul fatto che il quadro generale sia corretto, anche se alcuni dettagli potrebbero alla fine rivelarsi inesatti», aveva scritto.
È emerso subito che molti dei dettagli, che erano stati letti dal signor Hawke, erano errati.
“Nel giro di pochi giorni, sicuramente entro una settimana, era ormai chiaro che le informazioni su quanto era accaduto nella piazza stessa erano errate”, ha affermato il professor Rigby.
…vi sono dubbi su ciò che sia accaduto esattamente all’interno della piazza e sul fatto che quella fosse la scena in cui si è verificata la maggior parte delle uccisioni. È stata proprio la descrizione di quella specifica scena che, secondo il professor Rigby, è stata ritirata.
…Nei giorni e nelle settimane successive l’ambasciata ha inviato una serie di telegrammi in cui si smentivano i dettagli contenuti nel telegramma originale.
Da dove provenivano le informazioni contenute nel primo telegramma?
Sebbene il telegramma australiano da cui Bob Hawke stava leggendo non sia mai stato reso pubblico prima d’ora, Nel 2017 è stato reso pubblico un telegramma inviato contemporaneamente a Londra e a Hong Kong dall’ambasciatore britannico Sir Alan Donald.
Il telegramma britannico e quello australiano sono sorprendentemente simili. Riportano informazioni analoghe sul massacro, presentate in un ordine simile.[35]
… dopo aver ricevuto nuove informazioni sull’evento, si è reso conto che alcuni dettagli erano errati. Tuttavia, non ha espresso alcun rimpianto.
«Il punto è che, quando piangeva, vederlo piangere per loro aveva un forte impatto emotivo sulla comunità cinese australiana e su molti cinesi in Cina» [ha affermato sua moglie e biografa].
«Per loro è stata un’esperienza davvero straordinaria vedere un uomo bianco piangere per loro.»[36]
Si può notare quanta importanza venga data qui alla verità rispetto a ciò che è vantaggioso dal punto di vista delle pubbliche relazioni. Hawke non aveva rimpianti perché sentiva di aver toccato il cuore di tantissime persone. Ma le aveva toccate con un’interpretazione emotiva che era una reazione a qualcosa era del tutto inventato. A quanto pare, questo non ha importanza. Ciò che conta è che le persone siano state toccate emotivamente e che, ovviamente, il grande e malvagio governo cinese non sia in contatto con le proprie emozioni: non piangerebbe mai davanti alle telecamere in modo così commovente come ha fatto il signor Hawke, e quindi, in qualche modo, questo giustificherebbe tutto? Diffondere le menzogne più mostruose, secondo cui donne, bambini e studenti sarebbero stati falciati dai carri armati e uccisi a colpi di bastone, per poi vedere i loro corpi dati alle fiamme con i lanciafiamme?
In qualche modo si è permesso che questa storia inventata si diffondesse a macchia d’olio, nonostante esistessero filmati reali che mostravano gli studenti uscire pacificamente da un cancello a sud della piazza.[37]Ricordiamo che, in realtà, nella piazza erano presenti giornalisti occidentali fino all’ultimo momento, quando gli studenti furono evacuati pacificamente la mattina del 4 giugno 1989, tra cui il giornalista Graham Earnshaw. Non c’era assolutamente alcun motivo per cui le ambasciate occidentali o la stampa dovessero riportare ciò che hanno riportato nei loro resoconti fantasiosi e raccapriccianti. Prove concrete di ciò che è accaduto in piazza sono sempre esistite sotto forma di numerose riprese effettuate dagli stessi membri della stampa occidentale. Ma queste informazioni sono state consapevolmente occultate.
Questa storia dei 10.000 morti a Tiananmen è stata ripetuta ovunque dalle principali agenzie di stampa occidentali per molti anni. La falsa narrazione non solo ha continuato a circolare, ma è stata arricchita di ulteriori dettagli, a volte anche anni dopo. L’«Enciclopedia del Mondo», pubblicata dalla Houghton Mifflin Co nel 2001, racconta ai bambini di tutto il mondo, con lettere maiuscole che suscitano sgomento, una versione della storia ancora più estrema di quella diffusa dalle operazioni psicologiche: «3-4 giugno: LE TRUPPE DELL’ESERCITO POPOLARE DI LIBERAZIONE SONO ENTRATE IN PIAZZA TIANANMEN DURANTE LA NOTTE E HANNO SPARATO DIRETTAMENTE SULLA FOLLA ADDORMENTATA».
Alan Donald rimase ambasciatore britannico in Cina fino al 1991. Un anno dopo divenne amministratore della China Fund Inc. (1992-2003), che a quanto pare non aveva alcun legame con l’attività di George Soros.[38]Nello stesso periodo ha ricoperto anche la carica di direttore della HSBC China Fund Ltd (1994-2004).[39]
È stato inoltre amministratore del Fleming Far Eastern Investment Trust (1991-1997) e ha continuato a ricoprire tale carica anche dopo la ridenominazione della società in J.P. Morgan Fleming Asian Investment Trust Ltd. (1997-2001).
È stato inoltre presidente dell’Associazione cinese dal 2003 al 2008. Fondata nel 1889 con il nome originario di British China Association, l’associazione fungeva da strumento dell’imperialismo occidentale, dello sfruttamento economico e della diplomazia delle cannoniere nell’Asia orientale. Tra i suoi membri figuravano proprio quelle case commerciali, quei funzionari coloniali e quei politici che avevano accumulato le proprie ricchezze grazie ai trattati iniqui imposti alla dinastia Qing.[40]
Tra queste figurava il commercio dell’oppio.[41]La forza trainante della British China Association era rappresentata dalle potenti “China Houses”, in particolare Jardine, Matheson & Co. e Swire & Sons.
Non dovrebbe sorprendere che la British China Association abbia stretti legami con i servizi segreti britannici. Il caso più eclatante è quello di Sir Horace Seymour, la cui carriera sembra presentare una somiglianza quasi inquietante con quella dello stesso Alan Donald…
Basti dire che qualcosa mi dice che Alan Donald non fosse del tutto imparziale riguardo alla direzione che la Cina avrebbe dovuto prendere nella sua riforma economica…
I leader di un movimento democratico in esilio con il sostegno del NED/CIA
Il seme di quello che sarebbe diventato il nucleo dirigente dei dissidenti studenteschi di Piazza Tienanmen era stato piantato circa un anno prima, in quelli che venivano chiamati i “Salotti della democrazia” universitari, a partire dalla primavera del 1988.[42]Questi “Salotti della democrazia” furono promossi da Liu Gang. Liu Gang era uno studente universitario dell’Università di Scienza e Tecnologia della Cina (USTC) di Hefei, dove ebbe modo di incontrare di persona Fang Lizhi, all’epoca vicepresidente dell’università, che teneva attivamente conferenze sulla riforma politica e sulla libertà.
In seguito, Liu Gang si iscrisse all’Università di Pechino come studente di fisica. Portando con sé le idee di Fang Lizhi, diede vita ai “Salotti della democrazia”. Per chi non lo sapesse, “Peking” è un altro nome per indicare Pechino, la capitale della Cina. Era fondamentale che Fang Lizhi acquisisse influenza a Pechino e questo fu il canale utilizzato a tal fine.
Inoltre, la moglie di Fang Lizhi, Li Shuxian, era docente di fisica all’Università di Pechino ed era stata eletta rappresentante popolare locale per il distretto di Haidian (il polo universitario di Pechino). Questa sovrapposizione tra mondo accademico e politico ha creato un canale diretto che ha permesso agli studenti attivisti di interagire con Fang e sua moglie Li.
Poco dopo il suo avvio, Wang Dan, matricola del corso di laurea in storia all’Università di Pechino, ampliò l’iniziativa e organizzò regolarmente i “Salotti della democrazia” nel campus, che si tenevano all’aperto negli anni 1988 e 1989, invitando intellettuali a discutere di riforme politiche e diritti umani. Ricordiamo che Wang Dan è uno dei membri principali del Comitato per la difesa di Piazza Tienanmen. Tuttavia, era Fang Lizhi ad essere riconosciuto come loro mentore spirituale e intellettuale e ad essere invitato regolarmente per esprimere le sue idee politiche.
Nel caso di Liu Gang e Wang Dan, Fang Lizhi fu per loro un mentore molto vicino, che offrì loro consigli in privato. Questo rapporto continuò fino agli ultimi giorni delle proteste di Piazza Tienanmen, durante quel periodo di sette settimane. I membri di questo «Salotto della Democrazia» sembrarono passare naturalmente a far parte della leadership centrale del movimento studentesco pro-democrazia del 1989, dove Wang Dan, in particolare, era al centro dell’attenzione come uno dei principali leader studenteschi che plasmarono gli eventi delle proteste studentesche.
Un altro importante leader studentesco che faceva parte di questi “Salotti della Democrazia” era Feng Congde, marito di Chai Ling e suo compagno di lotta durante tutto il periodo in cui lei ricoprì il ruolo di “comandante supremo” della Piazza. E proprio Feng Congde era un altro membro di spicco dei “Salotti della Democrazia”.
Infatti, il “Quartier generale per la difesa di Piazza Tienanmen”, di cui Chai Ling era stata nominata comandante in capo, era composto da altri sei membri chiave di questa organizzazione: Li Lu (il “vice” principale), Feng Congde, Zhang Boli, Wang Dan e Wang Chaohua, che sarebbero stati tutti eletti vicecomandanti, con Guo Haifeng nel ruolo di segretario generale.[43]Approfondiremo il ruolo di Li Lu più avanti in questo articolo, mentre parleremo di quello di Zhang Boli nella quarta puntata.
Ma quali sono i numerosi NED, che costituiscono una branca della CIA,[44]quali sono i collegamenti in tutto questo?
Il Journal of Democracyè una rivista accademica trimestrale fondata nel 1990 e pubblicata dalla John Hopkins University Press, dedicata allo studio della democrazia, dei regimi democratici e dei movimenti pro-democratici in tutto il mondo.
Tuttavia, ciò che spesso viene tralasciato è che si tratta anche di una pubblicazione apertamente riconosciuta come appartenente al National Endowment for Democracy (NED).
A quanto pare, nel 2026 il Rivista di Democraziasi è separata dal NED (probabilmente per motivi di immagine) e ha stretto una nuova partnership strategica con l’Università di Stanford. Tuttavia, ciò non cancella il fatto che il NED abbia fondato questa rivista e ne abbia controllato il mandato negli ultimi 36 anni, ufficialmente fino al 2026. Si noti che questa rivista del NED è stata fondata meno di un anno dopo le proteste di piazza Tienanmen.
Tra i principali collaboratori del Rivista di Democraziatra cui Fang Lizhi, Wang Dan e Wu’er Kaixi, oltre ad altri leader studenteschi coinvolti negli eventi di Piazza Tienanmen del 1989.
In un saggio particolarmente utile di Wang Dan intitolato “30 anni dopo Tiananmen: il significato del 4 giugnoth” Egli delinea alcuni punti molto significativi di ciò che, a suo avviso, costituiva il mandato prioritario degli studenti di allora, che continua a proclamare a gran voce in nome della “democrazia” ancora oggi.
Wang Dan scrive:
Riflettere sulla domanda “Cosa sarebbe successo se il movimento democratico del 1989 avesse avuto successo” significa quindi considerare cosa sarebbe potuto accadere se il governo avesse riconosciuto il movimento studentesco come patriottico e avesse avviato un dialogo con i suoi membri. A mio avviso, una simile svolta avrebbe avuto tre effetti principali nel breve termine:
1) Un movimento democratico di successo avrebbe rafforzato la fazione riformista all’interno del PCC,rappresentato da Zhao Ziyang(che divenne segretario generale dopo la destituzione di Hu e che a sua volta fu estromesso alla fine di giugno del 1989). È risaputo che Zhao fosse il leader di spicco del Partito Comunista Cinese più incline alle riforme economiche orientate al mercato, nonché il più aperto tra gli alti funzionari del Partito. Se avesse acquisito una maggiore autorità decisionale, l’avrebbe sicuramente utilizzata per promuovere una più ampia liberalizzazione del mercato. Alcuni indizi di questa evoluzione erano già visibili nella legge sul fallimento inizialmente entrata in vigore nel 1988. In altre parole, un movimento democratico di successo non avrebbe fatto precipitare la Cina nel caos, ma avrebbe piuttosto dato nuovo slancio al processo di riforma economica.
2) [tratta il tema della libertà di stampa; per ulteriori approfondimenti si rimanda all’articolo completo citato sopra.]
3) Il successo del movimento democratico avrebbe costituito un precedente per il dialogo tra il governo cinese e la società cinese. Infatti, la relazione politica del 1987 del XIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, redatta sotto la guida di Bao Tong(un collaboratore di Zhao che era stato incarcerato poco prima della repressione di piazza Tienanmen), ha posto la consultazione e il dialogo con l’opinione pubblica al centro dei piani di riforma del partito. Quando gli studenti hanno invocato il dialogo, hanno di fatto fatto eco a questa richiesta di riforma politica.
Insomma, un sostegno a Zhao Ziyang non proprio sottile.
Wang Dan è impegnato in molte altre organizzazioni, tra cui l’“Associazione cinese per la riforma costituzionale”, fondata nel 2002 e costituita ufficialmente nel 2005. Tra i suoi membri di spicco figurano Fang Lizhi e Yan Jiaqi, ex consigliere di Zhao Ziyang. Il suo scopo è quello di promuovere la riforma costituzionale nella Repubblica Popolare Cinese attraverso attività politiche.
E guarda caso è anche collegata alla NED.
Wang Dan è anche il fondatore e direttore di Dialogue China, un’organizzazione strettamente legata al NED.
La Federazione per una Cina Democratica (FDC) è stata fondata il 22 settembre 1989 a Parigi, in Francia (dopo le proteste di Tiananmen, molti studenti dissidenti sono stati accolti apertamente in Francia, dove hanno trovato rifugio dal governo cinese). È stata istituita da oltre 150 attivisti pro-democrazia cinesi in esilio, intellettuali e leader studenteschi in opposizione al governo cinese.
L’FDC è inoltre collegato direttamente al NED.
Come già accennato, Fang Lizhi ha scritto anche per il Rivista di Democrazia. Inoltre, il NED ha spesso riconosciuto e citato l’eredità di Fang come una pietra miliare del movimento democratico cinese; l’ex presidente del NED Carl Gershman ha pubblicamente elogiato Fang Lizhi, paragonando la sua influenza a quella di altre figure storiche come Andrei Sakharov.[45][46]
Fang Lizhi ha ricoperto anche la carica di copresidente del consiglio di amministrazione di Human Rights in China (HRIC), un’organizzazione non governativa con sede a New York che ha storicamente ricevuto finanziamenti e sostegno istituzionale dal NED per promuovere le “libertà civili”.[47]
E come già accennato in la seconda puntata, la CIA, insieme ai canali diplomatici britannici e americani, è intervenuta attivamente per proteggere Fang Lizhi e offrirgli non solo asilo, ma anche un passaggio sicuro fuori dalla Cina. Questo argomento verrà approfondito nella quarta puntata.
Wu’er Kaixi è un altro importante collaboratore del Rivista di Democrazia. Ha inoltre tenuto conferenze a livello internazionale per promuovere Fang Lizhi come leader del loro movimento democratico.[48]E ancora una volta, l’ex presidente del NED Carl Gershman ha riconosciuto e reso omaggio a Wu’er Kaixi per il ruolo da lui svolto in Piazza Tienanmen. Wu’er Kaixi è intervenuto e ha partecipato a eventi co-sponsorizzati o organizzati in collaborazione con il NED, come ad esempio conferenze pubbliche a Washington DC.[49]In alcuni di questi interventi ha sostenuto che il governo cinese stia commettendo un genocidio contro gli uiguri, una minoranza etnica cinese. Anche in questo caso si tratta di un’affermazione falsa e di una campagna diffamatoria interamente orchestrata dal NED.[50]
Wu’er Kaixi ricopre inoltre la carica di presidente onorario di Campagna a favore degli uiguri, un’importante organizzazione di difesa dei diritti con sede a Washington che gode di un forte sostegno e finanziamento da parte del NED.
A questo proposito, i lettori dovrebbero sapere che anche il Movimento per l’Indipendenza del Turkestan Orientale è organizzato e finanziato dal NED.
Va inoltre sottolineato che il NED ha un ruolo estremamente rilevante negli affari di Taiwan. Per ulteriori informazioni al riguardo si veda il mio articolo quinella sottosezione “Il Movimento dei Girasoli: la rivoluzione colorata di Taiwan”.
Liu Xiaobo, l’uomo che promosse l’iniziativa di riempire nuovamente la piazza nei giorni precedenti gli eventi del 3-4 giugno 1989, come già illustrato in la seconda puntata, è anche legato al NED. È diventato direttore di una rivista intitolata Cina democraticaa partire dalla metà degli anni ’90. Questa rivista era finanziata principalmente dal NED.
In una lettera indirizzata a Liao Yiwu, famoso autore di canzoni, Liu Xiaobo elogia Fang Lizhi e Zhao Ziyang:
«Non si può fare affidamento sulla coscienza collettiva delle masse, ma solo sulla grande coscienza individuale per rafforzare le masse deboli. In particolare, la nostra nazione ha bisogno di questo gigante della giustizia; il fascino di un modello di riferimento è infinito; un simbolo può suscitare una grande quantità di risorse morali. Ad esempio, il fatto che Fang Lizhi sia riuscito a uscire dall’ambasciata degli Stati Uniti, o che Zhao Ziyang abbia continuato a opporre resistenza attiva dopo le sue dimissioni, o il fatto che tal dei tali si sia rifiutato di andare all’estero. Una ragione molto importante del silenzio e dell’amnesia che hanno seguito il 4 giugno è che non avevamo un gigante della giustizia che si facesse avanti.”[51]
Questa lettera è conservata negli archivi dell’organizzazione “Human Rights in China”, che, come appena menzionato, ha come principale finanziatore il NED e il cui copresidente era Fang Lizhi.
Wu’er Kaixi ha ripetutamente e esplicitamente confermato il ruolo di mentore svolto da Liu Xiaobo attraverso i propri scritti, interviste retrospettive e resoconti storici documentati risalenti al 1989. In seguito alla morte di Liu Xiaobo mentre si trovava in custodia dello Stato, Wu’er Kaixi ha scritto un omaggio intitolato Assassinato, ma imbattuto, in cui ha affermato:
«Liu Xiaobo era il mio mentore…» Nel corso di un mese, all’inizio del 1989, Liu Xiaobo mi ha insegnato a diventare un leader studentesco.”
In un’intervista con Rivista Guernicanel 2010, [52]Quando Liu ricevette il Premio Nobel per la Pace, Wu’er Kaixi osservò:
«Liu, docente presso l’Università Normale di Pechino, dove ero studente, è stato il mio relatore durante le proteste di Tiananmen. Mi incontravo con lui ogni giorno e ascoltavo i suoi consigli praticamente dal momento stesso in cui era tornato di corsa dagli Stati Uniti per stare con noi.”
Wu’er Kaixi è stato anche cofondatore del Gli amici di Liu Xiaobogruppo di pressione, presentandosi spesso come il “protetto” di Liu nelle interviste alla stampa internazionale e nelle testimonianze al Congresso.
Ma il NED non si è limitato a dare slancio a questo movimento democratico in esilio dopo gli eventi del 1989. Erano già attivi nel 1988, quando una rivista in lingua cinese intitolata L’intellettuale cineseha aperto una sede a Pechino per pubblicare una rivista trimestrale di saggi da distribuire nelle principali città della Cina.[53]
Si tratterà di una storia più lunga, che verrà raccontata nella quarta puntata, incentrata sulle azioni della CIA a Pechino che hanno preceduto gli eventi del 3-4 giugno 1989 e su quanto accaduto in seguito. Questa quarta puntata tratterà anche del ruolo di Gene Sharp, che in quel periodo si trovava a Pechino e aveva legami diretti con la NED. Anche il colonnello Robert Helvey, esperto nel campo in espansione della guerra psicologica militare statunitense, si trovava in Cina in quel periodo. La sua specialità era l’utilizzo di studenti e giovani in generale per trasformare le proteste di piazza in un vero e proprio cambio di regime. Anche di questo si parlerà nella quarta puntata.
Va inoltre sottolineato che, tra le varie riprese presenti nel documentario, La Porta della Pace Celestesi fa riferimento ad alcuni gruppi di protesta che si definiscono “Flying Tigers”.
I Flying Tigers erano il Primo Gruppo di Volontari Americani (AVG; appartenente all’Aeronautica Militare della Repubblica di Cina, soprannominata Flying Tigers) e furono costituiti per contribuire a contrastare l’invasione giapponese della Cina. Attivi nel periodo 1941–1942, erano composti da piloti provenienti dall’United States Army Air Corps (USAAC), dalla Marina (USN) e dal Corpo dei Marines (USMC), ed erano comandati dall’allora generale di brigata Claire Lee Chennault.
Il generale Chennault è legato al traffico di oppio del Triangolo d’Oro e ha collaborato con Chiang Kai-shek.Per ulteriori informazioni su questa vicenda, si rimanda ai miei articoli quie qui.
Infine, abbiamo George Soros’ Società apertache ha percorso a stretto contatto lo stesso cammino del NED.
Le lacrime di coccodrillo di Zhao per il popolo
Il 19 maggioth, 1989: il giorno dopo la conclusione della visita di Gorbaciov in Cina, mentre gli occhi del mondo erano puntati su Pechino, Zhao Ziyang si recò a Piazza Tienanmen nelle prime ore del mattino per rivolgersi agli studenti in sciopero della fame.
Zhao Ziyang e il suo collaboratore Chen Yizi (in nero), legato a Soros, mentre parlano alla folla in Piazza Tienanmen.
«Ragazzi, siamo arrivati troppo tardi. Mi dispiace, ragazzi. Qualunque cosa diciate e qualsiasi critica mettiate nei nostri confronti, è meritata. Il mio scopo in questa sede non è quello di chiedere il vostro perdono… So bene che state portando avanti questo [sciopero della fame] nella speranza che il Partito e il governo diano una risposta pienamente soddisfacente alle vostre richieste. Ritengo che il nostro canale di dialogo sia aperto e che alcuni problemi debbano essere risolti attraverso un processo…Tu non sei come noi: noi siamo già vecchi e non contiamo più nulla.”
In questo breve discorso Zhao Ziyang esorta gli studenti a porre fine al loro sciopero della fame, ma fa alcune ammissioni che li inducono a ritenere che le loro critiche al governo (in particolare, in quel momento, a Li Peng) siano del tutto giustificate. Zhao Ziyang afferma: «Qualunque cosa diciate e qualsiasi critica mettiate nei nostri confronti, è meritata.”
Il fatto che Zhao Ziyang fosse il membro di più alto rango del governo a rivolgersi agli studenti fu visto come un segno che fosse lui il più sinceramente impegnato a favore degli ideali democratici. Anche gli altri membri di alto livello del governo che sostennero gli studenti o andarono a parlare con loro facevano parte della cerchia ristretta di Zhao, tra cui Yan Mingfu e Yan Jaiqi (di cui sentiremo parlare più approfonditamente tra poco). Il fatto che Zhao fosse andato a parlare alla folla e l’avesse lusingata, dicendo che tutto ciò che pensavano e provavano era del tutto corretto, ovviamente avrebbe compiaciuto la folla. Ma, ironia della sorte, l’uomo responsabile della crisi economica e della corruzione era proprio Zhao Ziyang! E gli studenti che guidavano la carica di questo movimento democratico per porre fine alla corruzione chiedevano proprio le politiche economiche di Zhao Ziyang che avevano provocato la crisi della corruzione e le difficoltà economiche! È stata una brillante mossa di pubbliche relazioni per gli amanti delle lacrime di coccodrillo, che non mancano certo, specialmente nell’Occidente amante della «libertà».
Basta piangere davanti alle telecamere e la gente pensa automaticamente che tu sia una persona perbene e compassionevole. Non importa quali siano le politiche concrete che un uomo del genere sta sostenendo, né il fatto che sia stato proprio Zhao Ziyang a varare la nuova legge sulla sicurezza pubblica.
Chen Yizi, direttore del think tank di Zhao, l’Istituto per la Riforma del Sistema, si è impegnato attivamente fin dall’inizio nelle proteste di Tiananmen.
Ciononostante, il 19 maggio, i giovani economisti che avevano acquisito una certa influenza sotto la guida di Zhao decisero di rilasciare una dichiarazione a nome proprio. Questi economisti operavano presso l’Istituto per la Riforma del Sistema, il Centro di Ricerca Agricola dell’Istituto di Ricerca per lo Sviluppo e l’Ufficio Internazionale della CITIC ed erano riuniti nell’Associazione della Gioventù di Pechino – i “tre istituti e un’associazione”.A nome delle loro organizzazioni, hanno sostenuto che il movimento sociale rappresentasse il capitolo più brillante della storia dei movimenti democratici in Cina, rispondendo così alla richiesta dei manifestanti affinché lo Stato riconoscesse la legittimità del loro movimento.
Come già accennato, la CITIC impiegava i collaboratori di Zhao dall’interno e aveva legami diretti con il China Fund di Soros. Tuttavia, contava anche tra i propri membri esponenti dei servizi segreti cinesi, dai quali, come già detto, la Cina sembra aver ottenuto le prove che Soros stesse effettivamente collaborando con Zhao Ziyang per un cambio di regime in Cina.
Questo viene considerato una “trama” ai danni di Soros da parte dei sostenitori del Società aperta, tuttavia, la verità era che erano stati colti con le mani nel sacco. Nessuno ha fatto pressioni su Soros né lo ha indotto con l’inganno a compiere le azioni che ha compiuto in Cina in collaborazione con la rete di Zhao Ziyang.
Ricordiamo che in precedenza era stato accennato al fatto che Adi Ignatius aveva collaborato alla traduzione e alla revisione della versione inglese delle memorie di Zhao Prigioniero dello Stato. E che Adi Ignatius è membro del Council on Foreign Relations e dell’Asia Society.
Per chi non lo sapesse, il Council on Foreign Relations è nato dal Royal Institute for International Affairs, il principale think tank della Corona britannica.
L’Asia Society è stata fondata nel 1956 da John D. Rockefeller come istituzione volta a promuovere la comprensione reciproca tra gli Stati Uniti e l’Asia. Collabora inoltre strettamente con il NED.
Ricordiamo l’intervista di David Ignatius ad Allen Weinstein, uno dei fondatori del NED, il quale ha affermato: “Gran parte di ciò che facciamo oggi veniva fatto in segreto 25 anni fa dalla CIA.” Con riferimento al NED di recente istituzione.
Sembra che ci sia un sostegno piuttosto evidente da parte del NED a favore di Zhao Ziyang. O forse dovremmo semplicemente chiamarlo con il suo vero nome: sostegno diretto della CIA a Zhao.
Yan Mingfu era l’alto funzionario governativo più schietto che si fosse rivolto agli studenti. Era stato un alleato politico fondamentale di Zhao Ziyang durante le proteste di piazza Tienanmen del 1989. Mingfu aveva ricoperto la carica di capo del Dipartimento per il Lavoro del Fronte Unito sotto Zhao Ziyang, il che lo rendeva parte della cerchia ristretta dei funzionari riformisti di Zhao. Nel maggio 1989, Zhao incaricò Yan Mingfu di fungere da intermediario per negoziare con gli studenti in sciopero della fame presenti in piazza.[55]Nell’ambito di una spettacolare trovata pubblicitaria, Yan Mingfu si offre come “ostaggio” agli studenti per esercitare pressione sul governo affinché dia ascolto alle loro richieste, che, guarda caso, erano a favore di Zhao Ziyang. Yan Mingfu era il principale ministro riformista.
Yan Mingfu si offre come ostaggio affinché gli studenti mettano fine allo sciopero della fame.
Wu Guoguang è un altro membro di spicco della cerchia ristretta di Zhao Ziyang e divenne noto come “la prima penna” del gruppo di Zhao sotto la guida di Bao Tong.[56]Ciò avvenne nella primavera del 1987, in seguito alla destituzione di Hu Yaobang dalla carica di Segretario Generale. In quel periodo, Wu Guoguang redasse i discorsi per Zhao, il quale cercava di mantenere vivo lo slancio delle riforme. Dopo aver ottenuto il sostegno di Deng Xiaoping, Zhao tenne un discorso il 13 maggio 1987, che fu accolto con grande favore per i suoi effetti di rilancio delle riforme economiche. Wu fu il principale autore di questo discorso, noto come «discorso del 13 maggio».[57]
È interessante notare che Wu Guoguang lasciò la Cina nel febbraio 1989, poco prima dello scoppio delle proteste, per frequentare l’Università di Harvard come borsista Nieman (1989-1990). Si trattò di una circostanza davvero provvidenziale, poiché, dopo gli eventi delle proteste di Tiananmen, Wu Guoguang risultò profondamente coinvolto nella cerchia ristretta di Zhao e non poté tornare in Cina, dove sarebbe stato sicuramente arrestato.
Rimasto negli Stati Uniti, è stato nominato Luce Fellow (1990-1991), lavorando sotto la diretta supervisione del professor Andrew J. Nathan. La borsa di studio Luce prende il nome da Henry Luce, proprietario di Tempo, Vitae Fortuneriviste e un noto intermediario della CIA. Andrew J. Nathan è un politologo e sinologo statunitense e, all’età di 83 anni, continua a insegnare alla Columbia University come professore di scienze politiche, con un’esperienza complessiva di 55 anni. È specializzato in politica cinese, politica estera, diritti umani e cultura politica.
È inoltre copresidente del consiglio di amministrazione di Human Rights in China; come già accennato, Fang Lizhi, fino alla sua scomparsa, era copresidente di questa organizzazione che intrattiene stretti legami con il NED. La cosa più interessante è che Andrew J. Nathan è stato membro del consiglio di amministrazione sia del NED che di Freedom House.
È inoltre un collaboratore di lunga data della rivista *Foreign Affairs*, di proprietà del Council on Foreign Relations.
E come se non bastasse, Andrew J. Nathan è anche coautore di I documenti di Tiananmen(2001).Come già visto in la seconda puntatache un altro coautore di questa pubblicazione, che si presenta come una versione censurata di documenti cinesi trapelati ufficialmente, è Perry Link. L’uomo che accompagnò personalmente Fang Lizhi e sua moglie all’ambasciata americana a Pechino e si assicurò che ricevessero asilo. Un’altra figura di rilievo che ha garantito a Fang Lizhi e a sua moglie la protezione degli Stati Uniti contro i tentativi del governo cinese di arrestarli è stato James Liley, all’epoca ambasciatore statunitense, che per coincidenza era stato un leggendario agente della CIA che aveva trascorso gli ultimi 30 anni lavorando per l’agenzia negli affari asiatici, principalmente in Cina.
Per quanto riguarda Wu Guoguang, oggi è ricercatore senior presso l’Università di Stanford. (Ricordiamo che il Rivista di Democraziaè passato dal NED a Stanford nel 2026). È impegnato nella ricerca sulle politiche economiche di Stanford relative alla Cina e alle relazioni economiche, commerciali e d’affari tra Stati Uniti e Cina. Ricopre inoltre il ruolo di Senior Fellow in politica cinese presso il Center for China Analysis (CCA) dell’Asia Society Policy Institute (ASPI).
L’Asia Society Policy Institute riceve sovvenzioni dal NED per le proprie attività di ricerca.
Un altro membro di spicco della cerchia ristretta di Zhao era Yan Jiaqi. Nel 1985, Yan Jiaqi fu nominato primo direttore dell’Istituto di Scienze Politiche dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS). Questo ruolo comportava la direzione di ricerche sulle strutture di governo, comprese analisi sulla separazione dei poteri e sulla modernizzazione istituzionale, che contribuivano a fornire un più ampio supporto consultivo alla leadership centrale.
Yan entrò successivamente a far parte di una task force sulla riforma politica convocata dal premier Zhao Ziyang e ne divenne il consulente informale, dove ha messo a disposizione la propria esperienza in materia di ristrutturazione dei rapporti tra partito e Stato. Tra il 1986 e il 1987 ha collaborato con l’Ufficio per la riforma politica, facente parte dell’apparato di Zhao.
Nel 1986, prima della caduta di Hu, Yan fu invitato a far parte di una task force di alto livello sulla riforma politica guidata da Zhao, allora premier, dove contribuì con idee volte a decentralizzare il potere, ridurre il predominio del partito sull’amministrazione statale e introdurre elementi di democrazia interna al partito per impedire la concentrazione autoritaria. In qualità di consigliere politico di Zhao fino alla fine degli anni ’80, Yan redasse proposte di cambiamenti sistemici, tra cui la creazione di organi consultivi per controllare l’autorità esecutiva, riflettendo la visione di Zhao di una «democrazia socialista» delineata nei suoi discorsi chiave. Queste collaborazioni posizionarono Yan al centro degli sforzi ufficiali di riforma.
Yan si è impegnato in prima persona nelle proteste studentesche fino alla fine di maggio e all’inizio di giugno, sostenendo il dialogo nonostante la dichiarazione della legge marziale del 20 maggio. La notte del 3 giugno si è recato in Piazza Tienanmen per l’inaugurazione della “Democracy University” dei manifestanti, un’iniziativa educativa improvvisata guidata dallo studente Zhang Boli, e ha accettato la nomina a presidente onorario della stessa.
Yan Jaiqi, insieme a Chen Yizi, era tra i seguaci di Zhao che furono fatti uscire clandestinamente dalla Cina tramite l’Operazione Yellowbird. Yan ottenne asilo a Parigi, in Francia, e iniziò ad apparire sulla televisione francese insieme a Wu’er Kaixi, invitando pubblicamente a organizzare manifestazioni e commemorazioni in tutto il mondo il 12 settembre per celebrare i 100 giorni dal “massacro” del 4 giugno, presentandoli come passi verso una pressione internazionale costante a favore della democrazia in Cina.
Nei mesi successivi, Yan si dedicò alla creazione di una rete organizzata di opposizione in esilio, facendo di Parigi un punto di riferimento per i dissidenti cinesi. Nel settembre 1989 partecipò a Parigi al congresso inaugurale degli esiliati cinesi all’estero, dove fu eletto presidente della neonata Federazione per una Cina Democratica (FDC). Come già accennato, l’FDC funge da veicolo per la NED.
Yan Jaiqi è stato anche il primo presidente del Fronte Democratico Cinese, anch’esso direttamente collegato al NED.
Yan Jiaqi è stato eletto primo presidente dell’FDC in occasione del congresso inaugurale, avvalendosi del suo precedente ruolo di consulente per le riforme di Zhao Ziyang e della sua figura di spicco nelle proteste del 1989 per raccogliere consensi. Tra i principali cofondatori figuravano Chen Yizi, Liu Binyan, Su Shaozhi, Su Xiaokang, Wan Runnan, Wu’er Kaixi e Cai Chongguo.
L’FDC si è rapidamente espansa in paesi quali Stati Uniti, Canada, Francia, Germania e Regno Unito con l’obiettivo di “smascherare” il governo cinese come una “dittatura” e di esercitare pressioni internazionali affinché si “democratizzasse”.
L’importanza della New School Economics e dei “Futuristi di Pechino” di Toffler
Un altro collegamento interessante con il movimento “democratico” a favore di Zhao, sviluppatosi durante le proteste di piazza Tienanmen, è quello con la New School.
Ricordiamo che, finora in questa serie, la New School è già stata menzionata in relazione ad Alvin Toffler e Isabella Weber. Ricordiamo inoltre che Zhao Ziyang è stato fortemente influenzato da Alvin Toffler e che Isabella Weber, nel suo libro “How China Escaped Shock Therapy”, assume in definitiva una posizione a favore di Zhao Ziyang.
Ricordiamo che Alvin Toffler fondò la Toffler Associates, una società di consulenza gestionale, e fu membro del corpo docente di la New School for Social Research, docente ospite presso la Cornell University e corrispondente dalla Casa Bianca.[2]La Fondazione McKinsey (della famigerata McKinsey & Co., di cui si è parlato nella Parte I di questa serie) gli hanno conferito il loro Premio letterario per il contributo alla letteratura manageriale.
Isabella Weber ha avuto come mentore Peter Nolan e nel suo libro riconosce che La sua visione generale della politica economica affonda le radici nella “New School Economics”.
Un altro legame con la New School è il documentario La Porta della Pace Celeste, che, ancora una volta, assume in definitiva una posizione a favore di Zhao Ziyang. Il documentario è stato prodotto dal Long Bow Group, che si avvale del Center for Asian Media (CAAM) per la distribuzione, la presentazione e la promozione sui media pubblici. Il CAAM è un’iniziativa avviata da Loni Ding nell’ambito di un più ampio progetto dell’Università di Berkeley, nato da una conferenza tenutasi a Berkeley nel 1980 che definì un mandato per i produttori dell’Asia-Pacifico nell’ambito dell’emittenza pubblica, incentrato sui diritti civili e sulla diversità dei media.[58]Questa conferenza del 1980 è stata organizzata principalmente da Loni Ding.[59]
Loni Ding, oltre a insegnare cinema a Berkeley, è stata docente ospite alla Cornell University ed è stata nonché docente ospite presso la New School for Social Research di New York City.
Il documentario La Porta della Pace Celesteha ricevuto finanziamenti dal National Endowment for the Humanities (NEH), dalla Fondazione Ford e dalla Fondazione Rockefeller.[60]Il Low Bow Group, che ha prodotto il documentario, riceve finanziamenti dal NEH, dalla Fondazione Ford, dalla Fondazione Rockefeller e dal National Endowment for the Arts (NEA). Il CAAM, responsabile della distribuzione e della promozione mediatica del documentario, è finanziato dalla Fondazione John D. Catherine T. MacArthur, dalla Fondazione Ford, dalla Fondazione Doris Duke e dalla Fondazione Henry Luce e la Fondazione asiatico-americana (TAAF). (L’importanza del TAAF diventerà chiara tra poco.)
Sia Wu Guoguang che Yan Mingfu (che lavoravano direttamente per Zhao nell’ambito della sua riforma economica) hanno avuto un ruolo di primo piano nel documentario La Porta della Pace Celeste, tra cui figurava Wu Guoguang come uno dei principali intervistati. Un altro dei principali intervistati era Han Dongfang, uno dei leader della protesta dei lavoratori che ora lavora per Radio Free Asia (un noto canale della CIA), come già accennato.
Sebbene questi legami con la New School possano sembrare piuttosto deboli, la questione diventa molto più interessante quando si inizia a esaminare il caso di Li Lu, la “vice” di Chai Ling.
Il nonno di Li Lu era Zhu Qixian (il cui nome si scrive anche Zhu Qi Xan), che studiò alla Columbia University e conseguì un dottorato di ricerca. Negli anni ’30 Zhu Qixian si recò a New York per proseguire gli studi superiori. Frequentò la Columbia University, conseguendo infine un dottorato presso il Columbia Teachers College. Durante il periodo trascorso alla Columbia, ha studiato a stretto contatto con l’influente filosofo ed educatore americano John Dewey, le cui teorie sull’educazione progressista e sulla democrazia funzionale hanno profondamente plasmato la visione del mondo di Zhu.[61]
Zhu Qixian è poi tornato in Cina per «promuovere la democrazia e sostenere l’istruzione».
Il lettore deve sapere che John Dewey è il fondatore della New School. La New School ha diverse sezioni, tra cui quella di economia. Il fatto che la stragrande maggioranza dei lavori “intellettuali” dedicati alla riforma economica cinese e ai movimenti democratici cinesi in esilio venga promossa in Occidente sotto l’egida della NED o della New School non è cosa da poco.
So che questo articolo sta diventando piuttosto lungo, ma vorrei condividere con voi un divertente “dialogo” che ho avuto con l’IA di Google, che mi ha portato a fare un giro a dir poco bizzarro sul tema della New School, la quale inizialmente negava l’esistenza di qualsiasi corrente di teoria economica promossa dalla New School di Dewey.
Insomma, è stato un modo un po’ prolisso per dimostrare che la New School di John Dewey è in realtà una promotrice dell’economia eterodossa.
È interessante notare che Wang Dan ha anche contribuito al lancio del Nuova Scuola per la Democrazia a Taipei, a Taiwan, ed è membro del consiglio di amministrazione. Sebbene si affermi che questa scuola non abbia assolutamente alcun legame con la New School di Dewey o con l’insegnamento dell’economia eterodossa, Entrambe le “New Schools” sono tuttavia perfettamente in linea con la visione del NED.
Traete le vostre conclusioni.
Li Lu è in realtà, con un ampio margine, quello che ha avuto più successo tra tutti gli altri studenti dissidenti che hanno partecipato alle proteste di Piazza Tienanmen. Li Lu ha inoltre affermato di aver visto con i propri occhi i carri armati passare sopra le tende piene di manifestanti addormentati, uccidendo centinaia di studenti disarmati.[62]
Ricordiamo che Chai Ling ha scritto che la sua straordinaria previsione di un’imminente repressione violenta, che avrebbe portato al massacro di piazza Tienanmen, era qualcosa che aveva sentito da Li Lu, e non una sua previsione personale.Nel suo libro, lei attribuisce a Li Lu la premonizione del “massacro di piazza Tienanmen” Un cuore per la libertà.[63]
Il fatto che il nonno di Li Lu fosse un discepolo diretto di John Dewey, tornato in Cina per diffondere il “Vangelo” di Dewey, non è cosa da poco.
Anche Li Lu avrebbe studiato alla Columbia University. Nel 1996 è stato uno dei primi nella storia della Columbia a conseguire contemporaneamente tre titoli di studio: una laurea in economia, un MBA e un JD.
Li Lu è stato membro del consiglio di amministrazione della Columbia University dal 2017 al 2024 e attualmente ricopre lo stesso incarico presso il California Institute of Technology (Caltech). Nel 2025, Li Lu ha donato 15 milioni di dollari alla nuova biblioteca della Columbia Law School, che è stata intitolata “The Li Lu Law Library”.
Li Lu ha incontrato Charlie Munger, socio d’affari di lunga data di Warren Buffett, in occasione di una cena a Los Angeles alla fine degli anni 2000, dopo aver fondato nel 1997 il proprio hedge fund di successo, Himalaya Capital. Munger rimase profondamente colpito dall’intuito di Li in materia di investimenti e investì gran parte del patrimonio personale della sua famiglia in Himalaya Capital. Munger ha affermato che Li è l’unico gestore esterno con cui abbia mai investito e lo ha definito il “Warren Buffett cinese”.
Nel 2007, Himalaya ha trasferito la propria sede a Pasadena, in California, per essere più vicina a Munger.Nel 2010, a Li è stato concesso il rientro in Cina nell’ambito di un viaggio volto ad accompagnare Bill Gates, Buffett e Munger nella loro visita alla BYD Company per investire nell’azienda. In seguito, Li ha compiuto ulteriori viaggi in Cina, visitando aziende e tenendo conferenze sull’investimento basato sul valore presso diverse università.
Va sottolineato che oltre la metà dei principali studenti dissidenti, fatti uscire clandestinamente dalla Cina tramite l’Operazione Yellowbird, ha trovato un’occupazione in linea con il futurismo di Alvin Toffler (descritto in la seconda puntata), in particolare nel settore dell’investment banking e delle telecomunicazioni. Per una coincidenza, anche la CIA e Goldman Sachs nutrivano un forte interesse per questi settori ed erano profondamente coinvolte nella creazione di queste strutture in Cina durante l’era di Jiang Zemin. Questo argomento verrà approfondito in una prossima puntata.
Un altro fatto interessante su Li Lu è che è cofondatore della The Asian American Foundation (TAAF). Ricordiamo che anche il CAAM di Loni Ding è finanziato da questa fondazione. Un altro membro cofondatore di rilievo, che riveste grande importanza nella nostra storia, è Joseph Tsai di Alibaba.
Altri nomi di rilievo sono Joseph Bae, che ha lavorato per Goldman Sachs, e Jerry Yang, cofondatore di Yahoo.
Ed è sempre un buon segno quando Condoleezza Rice fa parte del comitato consultivo…
Da notare inoltre il coinvolgimento del Gruppo della Banca Mondiale e della famigerata McKinsey & Co. dalla Parte I di questa serie, oltre a una forte presenza dei media della CNN. L’immagine mostra una selezione dei membri del comitato consultivo e non l’elenco completo.
E chi è uno dei partner aziendali fondatori della TAAF? Goldman Sachs.
E così, in modo piuttosto strano, il cerchio si chiude: da Piazza Tienanmen a Joseph Tsai e Goldman Sachs, passando per Li Lu. Una coincidenza? Lascio a voi lettori il compito di giudicare.
Il quarto episodio, che dovrebbe essere pubblicato entro una settimana, si intitola “Operazione Yellowbird: MI6, CIA, chiese battiste nordamericane e le triadi si uniscono”.
[12]Sebbene oggi venga spesso trascurato, il “fascismo economico corporativista” non fece la sua prima apparizione in Italia, come comunemente si crede, bensì in Austria dopo lo scioglimento dell’Impero austro-ungarico nel 1919. In quel periodo, von Hayek lavorava come assistente di Ludwig von Mises (un altro membro fondatore del Mont Pelerin), che all’epoca ricopriva il ruolo di consigliere economico capo del nuovo governo austriaco, sotto il controllo diretto del nuovo governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, e di Arthur Salter della Società delle Nazioni (capo del Consiglio Economico Supremo della Società). Sotto la direzione di Mises, il governo austriaco del dopoguerra impose tagli ai servizi, alla spesa pubblica e ai salari, che portarono alla fame e alla povertà di massa. Queste misure sarebbero servite da modello per ciò che italiani e tedeschi avrebbero presto dovuto affrontare.
[16]I lettori più attenti noteranno che questa tattica rappresentava un’adozione diretta da parte della Cina del “Sistema americano del credito produttivo”, elaborato alla fine del XVIII secolothsecolo dal primo Segretario del Tesoro americano, Alexander Hamilton, e ripristinata da Abraham Lincoln durante la Guerra Civile, e nuovamente da Franklin Roosevelt durante il suo mandato dal 1933 al 1945. In tutti e tre i casi, la crescita dell’economia reale subì un’accelerazione grazie alle opere pubbliche, agli investimenti di capitale industriale e all’aumento della produttività del lavoro, mentre gli aspetti speculativi e inflazionistici dell’economia furono notevolmente ridotti. Il credito legato a specifiche priorità nazionali e a grandi progetti garantiva che la circolazione monetaria e i titoli di Stato fossero ancorati al valore reale anziché alla speculazione volatile.
[19]C’è una leggera differenza nella traduzione tratta dal sito web della Columbia, riportata nella nota 15, nella quale sono state inoltre omesse alcune frasi pronunciate da Chai Ling nell’intervista con Cuningham mostrata nel documentario; tuttavia, entrambe le traduzioni evidenziano comunque che Chai Ling ritiene che solo attraverso lo spargimento di sangue il movimento potrà avere successo.
[22]A mio modo di vedere, la famigerata intervista a Chai Ling è stata orchestrata in modo tale che fosse lei a farsi carico di tutta la responsabilità nel caso in cui fossero state sollevate domande sul ruolo dei principali studenti dissidenti in questa vicenda. Chai Ling era la figura più in vista nel spingere gli studenti a rimanere in piazza e ad essere pronti e disposti a morire. Se si fosse verificato un passo falso, era garantito che Chai Ling sarebbe stata sacrificata, ed è proprio ciò che è accaduto. Si noti che tutti gli altri studenti dissidenti di spicco, come Wu’er Kaixi e Wang Dan, hanno pubblicamente affermato di aver voluto lasciare la piazza per evitare uno scontro violento. Hanno sostenuto di aver mantenuto intenzioni “pacifiche” per tutto il tempo e di aver preso le distanze da Chai Ling, nonostante fossero stati direttamente coinvolti nella creazione del Quartier Generale per la Difesa di Piazza Tiananmen e avessero sostenuto il giuramento che incoraggiava gli studenti a essere pronti a morire. In questo articolo vediamo anche Feng Congde e Liu Xiaobo, che erano presenti in piazza fino al momento dell’evacuazione, attribuirsi il merito di aver organizzato un’evacuazione pacifica degli studenti, nonostante le loro azioni fossero state in realtà volte a radunare una folla più numerosa in piazza nei giorni precedenti agli eventi del 3-4 giugno 1989. Tutti questi protagonisti stavano lavorando per lo stesso obiettivo, ovvero uno scontro violento tra gli studenti e l’esercito cinese; tuttavia, tutti si sono immediatamente fatti da parte, lasciando Chai Ling in prima linea come unica persona ritenuta responsabile di questo programma e destinata a subire l’ira del popolo.
[23]La storia di Hu Yaobang è stata trattata in dettaglio in La seconda ratadella serie Tiananmen.
[24]“A Heart for Freedom” di Chai Ling, 2011, Tyndale House, pagina 165.
[26]C’era un folto gruppo di giornalisti stranieri (per lo più statunitensi) che riferivano “in diretta dall’hotel di Pechino” e descrivevano la scena che si vedeva dalle loro finestre: gli spari, le vittime, i mucchi di corpi degli studenti. Purtroppo, come hanno poi sottolineato altri giornalisti stranieri, Dal Beijing Hotel non si vede Piazza Tiananmen.
Quei resoconti in diretta sono stati inventati da giornalisti che, a quanto pare, credevano che stesse succedendo qualcosa, ma non avevano il coraggio di andare a vedere di persona, e che hanno riferito ai propri redattori gli eventi più plausibili secondo le loro convinzioni e la loro immaginazione.
[29]Prima del 3 giugno, l’operazione militare era priva di esperienza nel controllo delle rivolte e operava secondo le direttive del vicepresidente della Commissione Militare Centrale (CMC) Yang Shangkun, che vietavano esplicitamente alle truppe di ricorrere alla forza letale, anche se la loro vita fosse stata minacciata dalla folla. Tuttavia, dopo ripetuti tentativi falliti di entrare in città con mezzi non letali a causa dei massicci blocchi da parte dei civili, le massime autorità hanno adottato una linea dura. Intorno alle 14:50 del 3 giugno, il presidente della CMC Deng Xiaoping informò i vertici militari che le truppe erano autorizzate a ricorrere a «tutti i mezzi possibili» per raggiungere i propri obiettivi, autorizzando di fatto l’uso della forza letale.
[30]Il documentario La Porta della Pace Celestecontiene numerose riprese che lo dimostrano.
[46]È interessante notare che la carriera di Sakharov presenta una sorprendente analogia con quella di Fang Lizhi, anch’egli fisico che partecipò al programma sulla bomba atomica e si impegnò nell’attivismo a favore della “democrazia occidentale”. Wikipedia riporta: Andrei Dmitrievich Sakharov era un fisico sovietico e vincitore del Premio Nobel per la Pace, che gli fu conferito nel 1975 per il suo impegno a favore dei diritti umani in tutto il mondo.
Sebbene abbia dedicato la sua carriera nel campo della fisica al programma sovietico sulle armi nucleari, supervisionando lo sviluppo delle armi termonucleari, Sacharov ha svolto anche un lavoro fondamentale per la comprensione della fisica delle particelle, del magnetismo e della cosmologia fisica. Sacharov è noto soprattutto per il suo attivismo politico a favore della libertà individuale, dei diritti umani, delle libertà civili e delle riforme nell’Unione Sovietica, per cui fu considerato un dissidente e subì persecuzioni da parte delle autorità sovietiche. Ricordiamo, da questa serie, che anche la Russia fu sottoposta a pressioni affinché adottasse la terapia d’urto, che alla fine fu introdotta nel Paese da Gorbaciov sotto il nome di Perestrojka. La Cina, invece, si opponeva all’adozione della terapia d’urto.
[48]In un famoso discorso tenuto nell’ottobre 1989 alla Brandeis University, Wu’er Kaixi fornì una famosa e articolata analisi delle influenze che avevano plasmato la sua generazione. Spiegò agli accademici occidentali che, mentre gli scritti di Fang Lizhi fornivano le basi intellettuali e il vocabolario necessari per la democrazia, figure culturali come l’icona del rock Cui Jian fornivano l’energia emotiva pura che spingeva effettivamente gli studenti a scendere in piazza. Questa testimonianza di prima mano confermò che Fang era considerato il principale artefice accademico del movimento.
[50]Consiglio di dare un’occhiata al lavoro di Brian Berletic su questo argomento pubblicato su The New Atlas, dove ha realizzato numerosi video sul ruolo della NED in questa vicenda, tra cui questo utile video:
[53]I dettagli sono riportati nelle relazioni annuali del National Endowment for Democracy (NED) dal 1984 al 1989. La rivista era originariamente destinata agli studenti della Repubblica Popolare Cinese residenti all’estero, ma già nel 1988, secondo quanto riportato in un documento del NED, aveva “sviluppato una notevole diffusione e una rete di distribuzione in Cina”.
Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e Piazza Tienanmen – Parte II
Una nota per i lettori: ho ritenuto opportuno, prima che si inizi a leggere questo articolo, chiarire alcuni punti riguardo alle mie intenzioni nello scrivere questo articolo e, più in generale, questa serie. Molti lettori conosceranno già il mio lavoro di analisi dei servizi segreti occidentali, compresi gli avvenimenti militari e paramilitari che si sono verificati nel corso della storia e che continuano a plasmare…
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Nella prima puntata è stata raccontata la storia di come Zhao Ziyang si sia trovato al centro della crisi di inflazione e corruzione che ha colpito la Cina alla fine degli anni ’80. Si è parlato anche del ruolo centrale svolto dal suo think tank, il System Reform Institute (direttamente collegato al China Fund di George Soros), nell’orchestrare questi eventi, e di come in quegli anni l’istituto abbia tenuto oltre 110 incontri con George Soros nell’Europa dell’Est insieme a sostenitori della terapia d’urto provenienti dalla Cina. Si è anche discusso di come Soros abbia organizzato un tour in America Latina per il System Reform Institute come caso di studio economico per la Cina, con particolare attenzione alla dittatura militare brasiliana e al Cile di Pinochet. I due membri di spicco di questo think tank, Chen Yizi e Wang Xiaoqiang, discepoli di Zhao Ziyang, si erano dichiarati pubblicamente molto favorevoli a questi due modelli economici.
Pertanto, non solo Zhao Ziyang e il suo think tank, l’Istituto per la Riforma del Sistema, furono responsabili della crisi inflazionistica e di corruzione che in seguito avrebbe scatenato le proteste di piazza Tienanmen, ma fu anche condotto uno studio approfondito sulle dittature militari latinoamericane come modelli economico-politici da applicare alla Cina (uno dei quali era il risultato diretto della “terapia d’urto”), con la guida diretta e il finanziamento di George Soros.
“La terza ondata” di Alvin Toffler, i futuristi di Pechino e l’alba di una nuova civiltà
«Una nuova civiltà sta emergendo nelle nostre vite, e ovunque ci sono persone cieche che cercano di soffocarla. Questa nuova civiltà porta con sé nuovi modelli familiari; modi diversi di lavorare, amare e vivere; una nuova economia; nuovi conflitti politici; e, al di là di tutto ciò, anche una coscienza trasformata… L’alba di questa nuova civiltà è il fatto più sconvolgente della nostra vita.»
— Alvin Toffler, da *La terza ondata* (1980)
Alvin Eugene Toffler (4 ottobre 1928 – 27 giugno 2016) è stato un futurista e imprenditore statunitense, noto per le sue opere dedicate alle tecnologie moderne, tra cui la rivoluzione digitale e quella della comunicazione, con particolare attenzione al loro impatto sulle culture di tutto il mondo. È considerato uno dei più illustri futuristi al mondo.[1]
Dopo aver scritto Shock del futuro(1970), che divenne un best-seller mondiale, Toffler e sua moglie Heidi scrissero La terza ondata(1980). In quest’opera, egli anticipò progressi tecnologici quali la clonazione, i personal computer, Internet, la televisione via cavo e la telefonia mobile. Successivamente, concentrò la propria attenzione, attraverso un altro loro best-seller, Powershift(1990), verteva sulla crescente potenza delle attrezzature militari del XXI secolo e sulla proliferazione delle nuove tecnologie.
Ha fondato la Toffler Associates, una società di consulenza gestionale, ed è stato ricercatore ospite presso la Russell Sage Foundation, professore ospite alla Cornell University e membro del corpo docente di la New School for Social Research, e un corrispondente dalla Casa Bianca.[2]La Fondazione McKinsey (della famigerata McKinsey & Co., di cui si è parlato nella Parte I di questa serie) gli hanno conferito il loro Premio letterario per il contributo alla letteratura manageriale.
Come vedremo, l’importanza della New School sarà al centro delle reti che sostenevano Zhao Ziyang e ciò che egli stava cercando di realizzare.
In Shock del futuro, Toffler scrive della sua previsione secondo cui, con l’emergere di questa “nuova civiltà”, molti subiranno una sorta di shock culturale e si sentiranno disorientati, se non addirittura sconvolti, da questo nuovo e strano ambiente. Egli definì questo fenomeno “shock da futuro”.
«Dobbiamo cercare modi del tutto nuovi per trovare un punto di riferimento, poiché tutte le vecchie radici — religione, nazione, comunità, famiglia o professione — stanno ora vacillando sotto l’impatto devastante della spinta accelerativa».
In Toffler’s La terza ondata, egli descrive tre tipi di società, dove ogni “onda” sostituisce la società e la cultura precedenti. La “prima onda” è descritta come la rivoluzione agraria, la “seconda onda” come la rivoluzione industriale, mentre la “terza onda” è definita come la società postindustriale, che rappresenterebbe una rivoluzione scientifica e tecnologica.
Il premier cinese Zhao Ziyang è stato fortemente influenzato da Toffler.[4]Ha organizzato delle conferenze per discutere La terza ondataall’inizio degli anni ’80, e nel 1985 il libro era al secondo posto nella classifica dei best seller in Cina.[5]
Toffler incontrava spesso personalità di spicco in Asia, tra cui il cinese Zhao Ziyang, il singaporiano Lee Kuan Yew e il sudcoreano Kim Dae Jung, i quali furono tutti influenzati dalle sue idee man mano che i mercati emergenti asiatici acquisivano sempre maggiore importanza a livello globale negli anni ’80 e ’90.[6]
«Nel 1980, Ted Turner» ha fondato la CNN, che, secondo quanto da lui stesso affermato, è stata ispirata dalle previsioni di Tofflerla fine del predominio delle tre principali reti televisive. La società di Turner, la Turner Broadcasting, ha pubblicato il libro di Toffler Creare una nuova civiltànel 1995. Poco dopo l’uscita del libro, l’ex presidente sovietico Mikhail Gorbachev ha presieduto la Conferenza sulla governance globale a San Franciscodal tema, Verso una nuova civiltà, all’evento hanno partecipato decine di personalità di spicco a livello mondiale, tra cui i coniugi Toffler, George H. W. Bush, Margaret Thatcher, Carl Sagan, Abba Eban e Turner con la sua allora moglie, l’attrice Jane Fonda.’[7]
Come vedremo, George Bush senior e Margaret Thatcher avranno un ruolo di primo piano in questa storia, così come Mikhail Gorbachev.
Nel descrivere la sua tesi nel 1978, Toffler parlò dell’emergere della Terza Ondata e dell’obsolescenza della civiltà industriale, affermando:
«Questa era sta ormai giungendo bruscamente al termine. La civiltà industriale si trova oggi in uno stato di crisi terminale, e una nuova civiltà, radicalmente diversa, sta emergendo per prendere il suo posto sulla scena mondiale… Stiamo entrando rapidamente in una nuova fase di sviluppo evolutivo, più sofisticata, basata su tecnologie di gran lunga più avanzate, ma anche più adeguate, rispetto a qualsiasi altra conosciuta finora.»
Questo salto verso una nuova fase della storia sta portando con sé nuovi modelli energetici, nuovi assetti geopolitici, nuove istituzioni sociali, nuove reti di comunicazione e informazione, nuovi sistemi di credenze, simboli e presupposti culturali… Deve quindi dare vita a strutture e processi politici completamente nuovi.Non riesco a capire come sia possibile che ci siano state una rivoluzione tecnologica, una rivoluzione sociale, una rivoluzione dell’informazione, rivoluzioni morali, sessuali ed epistemologiche, e che non ci sia stata anche una rivoluzione politica… In questo senso, il crollo del governo così come lo abbiamo conosciuto – vale a dire il governo rappresentativo… – è principalmente una conseguenza della sua obsolescenza.
In parole povere, la tecnologia politica dell’era industriale non è più adeguata alla nuova civiltà che sta prendendo forma intorno a noi. La nostra politica è obsoleta.”[8]
Matthew Ehret scrive in “Come il ‘Gorbaciov cinese’ fu spazzato via nel 1989”:[9]
“Uno scienziato influente, considerato l’artefice della politica del figlio unico cinese e stretto collaboratore di Zhao, è Song Jian, uno scienziato missilistico che ha studiato a La teoria della cibernetica di Norbert Wienermentre studiava in Russia negli anni ’50. Dopo aver frequentato il 7° Congresso mondiale della Federazione internazionale di controllo automaticoNel 1979, in Finlandia, Song venne a conoscenza del rapporto “I limiti dello sviluppo” del Club di Roma. Secondo il ricercatore Robert Zubrin, Song tradusse immediatamente il libro in cinese senza citare gli autori originali e ne utilizzò subito i modelli lineari per calcolare l’andamento della popolazione, dell’inquinamento e della perdita di risorse nel corso di un secolo, giungendo alla conclusione che la popolazione ottimale della Cina (nota anche come “capacità di carico”) fosse dell’ordine di 650-700 milioni (quasi 300 milioni in meno rispetto alla popolazione totale del suo tempo). Queste idee del Club di Roma si diffusero a macchia d’olio e furono presto adottate come politica cinese, dando luogo a uno dei peggiori episodi di infanticidio della storia, protrattosi per decenni, con un tasso di riproduzione demografica che non ha ancora iniziato a riprendersi. 40 anni dopo(nonostante la saggia decisione di abolire il limite di un figlio nel 2016 e quello di due figli quest’anno).
Come ha osservato il ricercatore di Cambridge Julian Gewertz nel suo Studio del 2019 “I futuristi di Pechino”,In qualità di capo della Commissione statale cinese per la scienza e la tecnologia, Song ha collaborato strettamente con Zhao per mantenere la riflessione sulla politica scientifica cinese in linea con l’approccio sistemico del Club di Roma.[10]
Un’altra figura che ha svolto un ruolo fondamentale nel diffondere le idee di Alvin Toffler in Cina è stata Dong Leshan, ricercatore senior presso l’Accademia cinese delle scienze sociali, il quale ha trascorso mesi in giro per gli Stati Uniti, dove ha incontrato il futurista. Descrivendo il suo viaggio nel 1981, Dong ha scritto: «Tutte le persone che ho incontrato e con cui ho discusso delle tendenze intellettuali americane hanno parlato del libro di [Toffler] *La terza ondata*»
Dong organizzò immediatamente la “Società cinese di studi sul futuro” per invitare formalmente Toffler a recarsi in Cina per la prima volta alcuni mesi dopo; in tale occasione, Toffler scrisse a Dong chiedendo “incontri e interviste con le vostre principali figure politiche e con i responsabili della pianificazione a lungo termine”. In cima alla lista c’era Zhao Ziyang.
Nel marzo 1983, una casa editrice cinese di nome Sanlien tradusse la prima edizione cinese dell’opera di Toffler Terza ondatae subito scoppiò uno scandalo… L’idea mistica dell’evoluzione sociale delineata da Toffler, era semplicemente una forma di eugenetica rivisitata, mascherata sotto le spoglie del transumanesimosecondo cui non erano le idee o le intenzioni, bensì forze cieche e amorali a spingere la civiltà umana verso livelli sempre più elevati di complessità. Queste «forze» cieche e fatalistiche erano prive di intenzionalità umana e guidavano la nostra specie in modo ineluttabile attraverso ondate di sviluppo, ciascuna delle quali era caratterizzata da dinamiche socio-politiche specifiche (ad esempio: Prima Ondata = agricola / feudale / pre-nazionale, Seconda Ondata = industriale / democratica / nazionale, Terza Ondata = dell’informazione / tecnocratico-feudale / post-nazionale).»
In un importante discorso pronunciato il 9 ottobre 1983 davanti ai funzionari del Consiglio di Stato cinese, Zhao Ziyang, in qualità di primo ministro della Cina, affermò:
“Anche l’opera *La terza ondata* di Toffler esprime un punto di vista simile. Egli ritiene che i paesi del Terzo Mondo di oggi, pur non avendo forse vissuto appieno la “seconda ondata” di sviluppo, possano intraprendere un percorso completamente nuovo per raggiungere una civiltà della “terza ondata”..”
«L’intuizione principale offerta da Toffler e dai suoi seguaci cinesi in quel periodo era che la Cina (e altre nazioni sottosviluppate) potesse saltare la seconda ondata di industrializzazione “sporca” e passare direttamente dalla prima alla terza ondata.
…Tutto ciò di cui la Cina aveva bisogno erano delle “zone economiche speciali” sulle coste, finalizzate all’importazione di materie prime e semilavorati dall’estero, e dei poli di fabbriche a bassa tecnologia, ad alta intensità di manodopera a basso costo, per trasformare tali materiali in prodotti finiti da rispedire poi ai mercati di consumo del primo mondo all’estero. Il denaro acquisito con questi mezzi poteva essere investito in programmi scientifici di terza generazione incentrati sull’ingegneria genetica, l’intelligenza artificiale e i sistemi informativi, che erano le tre priorità di Zhao per il futuro della Cina. Qualsiasi considerazione relativa a uno sviluppo su larga scala guidato da grandi progetti e obiettivi concreti in grado di plasmare le priorità scientifiche era bandita dalle teorie del libero mercato «dal basso» promosse da Zhao, Kissinger e Toffler.
Lo storico Michael Billington ha osservato che la Commissione Trilaterale organizzò direttamente una conferenza a Pechino nel 1981 con l’obiettivo di mantenere la Cina imprigionata in questo modello feudalescrittura:
“Nel maggio 1981, David Rockefeller presiedette una conferenza internazionale della Commissione Trilaterale tenutasi a Pechino. In quell’occasione, il direttore della Chase Manhattan Bank, William C. Butcher, dichiarò all’agenzia di stampa Xinhua che la riforma cinese avrebbe avuto successo solo se si fossero abbandonati la grande industria e i grandi progetti di sviluppo a favore di una produzione ad alta intensità di manodopera. L’industria pesante e le infrastrutture, disse, «richiedono due cose fondamentali: una grande quantità di energia e una grande quantità di denaro, nessuna delle quali è abbondante in Cina».
Un’altra delle “eresie” di Toffler, che nel 1984 portò a un breve divieto di circolazione del suo libro, era l’idea che la politica dovesse essere separata dall’economia. Nella visione mistica del mondo di Toffler, la “forza” del progresso tecnologico era di natura evolutiva e poteva essere frenata solo quando le intenzioni umane vi interferivano attraverso programmi politici e considerazioni morali. Zhao trascorse anni a discutere con il Politburo affinché l’economia fosse “liberata” dalla politica, guadagnandosi l’ira degli statisti che riconoscevano il male che si stava insinuando in Cina.’
Per chiarire questo punto, il tentativo di Zhao Ziyang di attuare quella che definiva la “Strategia di sviluppo costiero” negli anni 1987-1988 presentava notevoli differenze strutturali e filosofiche rispetto a quanto originariamente proposto da Deng Xiaoping come “Zone economiche speciali” (SEZ) a partire dal 1979-1980, che comprendevano quattro zone geograficamente circoscritte: Shenzhen, Zhuhai, Shantou e Xiamen.
La differenza fondamentale tra le due era che le zone economiche speciali (SEZ) di Deng erano state create per rimanere separate dall’entroterra cinese, ovvero per impedire che l’influenza occidentale, le valute estere e la manodopera non regolamentata penetrassero nell’economia interna cinese, basata sulla pianificazione centralizzata, consentendo al contempo alla Cina di apprendere le pratiche commerciali e industriali occidentali e di attrarre investimenti diretti esteri.
Il modello economico di Zhao era denominato “Both Ends Abroad” e prevedeva di coinvolgere l’intera costa orientale della Cina, estendendosi su una vasta regione che all’epoca contava quasi 200 milioni di abitanti. Il suo obiettivo era trasformare l’intera periferia marittima della Cina in una macroregione economica aperta.
Zhao voleva avvalersi delle zone costiere per trasformare e smantellare attivamente la pianificazione centralizzata nell’entroterra cinese.Nel modello di Zhao, man mano che le province costiere vivevano un periodo di forte crescita grazie al commercio internazionale, acquistavano prodotti agricoli e fattori di produzione industriali dalle province dell’entroterra più povere. Ciò porterebbe il Paese a un’economia di mercato, costringendolo ad abbandonare i controlli sui prezzi e le direttive centrali a favore della libera concorrenza di mercato.[12]
Alla fine Deng Xiaoping cambiò rotta su questo tema con il suo famoso “Tour del Sud” del 1992, durante il quale adottò un approccio molto più vicino alla strategia di sviluppo di Zhao, facendo propria di fatto l’intera strategia economica di Zhao senza però far notare che fosse proprio quello che stava accadendo. In realtà, il progetto originale delle zone economiche speciali (SEZ) fu probabilmente guidato da Chen Yun, non da Deng Xiaoping. È interessante notare che Deng intraprese questo tour di svolta proprio nell’anno in cui Chen Yun si ritirò definitivamente dalla vita politica. [Vedi il Prima rata[Per ulteriori approfondimenti su questa serie, si veda il dibattito tra la pianificazione centrale con una graduale liberalizzazione del mercato e la spinta verso una riforma globale e la terapia d’urto.]
Deng continuò a riferirsi al suo piano economico come SEZ, ma nel 1992 si trattava in realtà della Strategia di sviluppo costiero di Zhao.
Questo “Southern Tour” del 1992 aprì le porte al capitalismo e alla finanza occidentali in Cina, in un clima ormai estremamente “aperto” al libero mercato e alla privatizzazione. La Cina era di fatto in vendita al miglior offerente. Quella sarebbe stata l’era del dominio di Goldman Sachs, di cui si parlerà nella Parte IV di questa serie.
Va qui sottolineato che la Open Society Foundation di George Soros intrattiene stretti rapporti con la Commissione Trilaterale.
Mikhail Gorbachev fu fortemente influenzato da Alvin Toffler e si rivolse attivamente a lui per ricevere consigli su come orientare le sue politiche di ristrutturazione (perestrojka) e guidare la transizione dell’URSS lontano da un’economia industriale pianificata.[13]
Infatti, le politiche di Gorbaciov relative alla glasnost (trasparenza) e alla perestrojka (ristrutturazione) erano profondamente in linea con le idee di Toffler secondo cui una società deve diventare flessibile, aperta e tecnologicamente adattabile per sopravvivere.[14][15]
Nel 1986, Gorbaciov invitò Toffler in Unione Sovietica nell’ambito del Forum di Issyk-Kul, un incontro di intellettuali di tutto il mondo organizzato dallo scrittore sovietico Chingiz Aitmatov per introdurre nell’URSS un modo di pensare nuovo e “non dottrinale”.[16]
Anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Gorbaciov continuò a manifestare pubblicamente il proprio rispetto per la visione di Toffler. In una riflessione successiva sulle sue memorie, Gorbaciov osservò:
“Credo che Alvin Toffler abbia ragione in molti dei suoi scritti… essi parlano della civiltà umana, che sta entrando in una nuova fase del proprio sviluppo. E dobbiamo trovare un modo per adattarci a essa… Se non ci adattiamo, se non comprendiamo sia gli aspetti positivi che i pericoli… ciò potrebbe rivelarsi molto pericoloso.”[17]
Gorbaciov subì inoltre una forte influenza da parte di George Soros durante la perestrojka russa.
E lo stesso progetto “Open Society” di George Soros è riconosciuto come “l’esempio concreto per eccellenza della tesi di Toffler” da istituzioni di ricerca quali la RAND Corporation nel suo studio sulla Noöpolitik.[18]
Probabilmente, quindi, non è una coincidenza che il principale promotore delle proteste studentesche, Fang Lizhi,astrofisico e vicepresidente dell’Università di Scienze e Tecnologia della Cina, si è rivelato, tra l’altro, fortemente influenzato dalla visione di Alvin Toffler di una “nuova civiltà”…
Anche Fang Lizhi era un convinto sostenitore delle politiche economiche di Zhao…
La nuova illuminazione della Cina
Fang Lizhi è considerato uno dei leader del movimento del Nuovo Illuminismo cinese degli anni ’80. Un risultato non da poco, se si pensa che il decennio degli anni ’80 è stato definito l’“Età del Nuovo Illuminismo” in Cina.[19]Il tema del movimento del Nuovo Illuminismo comprendeva una promozione concettualmente vaga della “democrazia” e della “scienza”, e Fang Lizhi divenne la figura di spicco che incarnava questi due ideali.
Il movimento ha inoltre dato origine a una serie di nuovi generi letterari, come la “letteratura delle cicatrici”[20]e poesia avvolta nella nebbia[21]. Anche l’estetica divenne un argomento di grande interesse nella società. Si potrebbe dire che vi fosse una certa somiglianza tra questi generi letterari e quello del “La generazione perduta” e l’avvento degli scritti esistenzialisti. Si riscontra inoltre una certa somiglianza con la Scuola di Francoforte, la quale sosteneva che il nuova esteticadovrebbe essere quella della bruttezza e della sofferenza, poiché questa rifletteva in modo più fedele la “realtà”.[22]
Inoltre, la nascita di nuovi generi musicali, come il rock cinese, e l’ascesa dell’industria cinematografica cinese hanno entrambi contribuito in modo significativo al Nuovo Illuminismo.[23]Si potrebbe dire che la “Nuova Illuminismo” non fosse in realtà altro che una promozione di tutto ciò che è occidentale, nel bene e nel male, con una buona dose di aspetti negativi. La divulgazione scientifica occidentale, l’esistenzialismo occidentale, il liberalismo occidentale e, naturalmente, la controcultura occidentale.
La Cina stava attraversando ciò che l’Occidente aveva vissuto nel corso di diversi decenni – in un decennio.
Con il riconoscimento da parte di Deng Xiaoping che durante la Rivoluzione Culturale erano stati commessi gravi errori e che la Cina doveva attuare delle riforme, in particolare nel campo economico, questo aveva di fatto aperto le porte a una valanga. Tutti infatti capivano che ciò significava anche una riforma in campo culturale, anche se questi termini non venivano espressamente utilizzati. Con la condanna e l’arresto della Banda dei Quattro, responsabile delle peggiori atrocità della Rivoluzione Culturale, la domanda che si poneva era: quale direzione avrebbe dovuto prendere ora la Cina nel plasmare la propria identità culturale? Molti ritenevano che la risposta fosse chiara: dal punto di vista economico e culturale, la Cina doveva imitare ciò che l’Occidente aveva sempre fatto, ovvero una forma di liberalismo in ogni ambito.
Tra le due figure di spicco più note del movimento del Nuovo Illuminismo figuravano l’astrofisico Fang Lizhi e, in una bizzarra combinazione, il “padre del rock cinese” Cui Jian.
Sono stati proprio questi due nomi ad essere considerati i principali artefici delle idee e della “visione” che hanno ispirato gli studenti durante le proteste di piazza Tienanmen.
La canzone di Cui Jian “Nothing to My Name” (1986) è stata considerata l’inizio della musica rock cinese e una delle forme più dirette di “illuminismo” in Cina.[24] Infatti, la canzone divenne l’inno non ufficiale delle proteste di Piazza Tienanmen del 1989, tanto che Cui Jian la eseguì dal vivo per gli studenti nel maggio 1989, offrendo ai giovani ciò che la musica rock sa fare meglio: una catarsi per la “frustrazione generale” legata al desiderio di libertà individuale. Naturalmente, la musica rock esercita un fascino universale sui giovani, indipendentemente dal luogo in cui vivono. Anche i giovani che vivono nei sobborghi della classe media, privilegiati ma banali, sono altrettanto inclini a provare frustrazione per un «desiderio di libertà individuale» vagamente definito.
Come ha affermato in modo memorabile Wu’er Kaixi nel documentario, quando gli è stato chiesto quale risultato gli studenti sperassero di ottenere da queste proteste La Porta della Pace Celeste,[25]dopo una pausa di riflessione piuttosto lunga e preoccupante, come se fosse la prima volta che si ponesse una domanda del genere, affermò
“Allora, cosa vogliamo? Scarpe Nike, tanto tempo libero per portare le nostre ragazze al bar, la libertà di discutere di un argomento con qualcuno e un po’ di rispetto da parte della società.”
Ha rilasciato questa dichiarazione dopo gli eventi catastrofici del 3-4 giugno 1989, quando la violenza aveva raggiunto il culmine, il che la rende ancora più inquietante. È stato intervistato per il documentario in un periodo compreso tra il 1990 e il 1994, dopo essere stato fatto uscire clandestinamente dalla Cina attraverso l’Operazione Yellowbird con l’aiuto della CIA e dell’MI6. A quanto pare, la sua fuga è stata quella che è costata di più tra tutti gli studenti dissidenti.
Wu’er Kaixi, che è apparsa in OraLa rivista, in numerose occasioni, ha affermato che Cui Jian, uno dei volti più noti delle proteste studentesche, durante le manifestazioni in Piazza Tienanmen, insieme alla musica underground e rock in generale, ha trovato una risonanza molto più profonda tra gli studenti rispetto a intellettuali come Fang Lizhi.[26]
Probabilmente questo riflette il sentimento generale di migliaia di studenti, e della popolazione in generale, giunti da ogni parte della Cina per partecipare alle proteste, dopo che i leader studenteschi più moderati erano stati messi da parte. Tuttavia, tra i leader studenteschi che hanno assunto il controllo della piazza durante questo periodo di sette settimane, quasi tutti questi leader studenteschi sono stati fortemente influenzati e persino guidati direttamente da Fang Lizhi, come vedremo tra poco.
Il movimento del Nuovo Illuminismo si concluse dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989, che furono repressi dal governo cinese, considerato uno dei principali istigatori di ciò che portò alla tragedia. Ciò potrebbe sembrare una forma di censura e oppressione della «libertà di parola», ma la verità è che vi erano molti elementi che giustificavano l’idea che il Nuovo Illuminismo avesse agito consapevolmente per provocare quel tragico esito, specialmente se si considerano le azioni di Fang Lizhi, il principale istigatore, che dopo gli eventi del 3-4 giugno fu direttamente protetto dalla CIA e dai canali diplomatici britannici e americani, come vedremo nella terza puntata di questa serie.
In realtà, il movimento del Nuovo Illuminismo non era solo una critica alla Rivoluzione Culturale o, più in generale, al Partito Comunista Cinese, è arrivata addirittura a criticare l’intero patrimonio culturale tradizionale della Cina. Un rifiuto categoricodi cosa significasse essere “cinesi” nel senso più ampio del termine e la promozione di un’identità occidentale interamente.
Un esempio particolarmente significativo di questo sentimento è stato Liu Xiaobo, il beniamino dell’Occidente a cui è stato assegnato il Premio Nobel per la Pace nel 2010 per essere un “intellettuale” cinese che odiava se stesso. Liu Xiaobo è anche responsabile di aver radunato una grande folla in Piazza Tienanmen, che si era quasi completamente svuotata dopo sette settimane di stallo. Questo affollamento della piazza avvenne proprio pochi giorni prima dei tragici eventi del 3-4 giugno 1989. La tempistica era talmente sospetta che persino lui stesso lo ammette nel documentario La Porta della Pace Celeste, che spera di non aver contribuito a determinare ciò che è accaduto quel giorno. Questo argomento verrà approfondito più avanti nel presente documento.
Liu Xiaobo era un illustre studioso che pubblicò articoli su Rivista “New Enlightenment”. Anche questa rivista cessò le pubblicazioni dopo il 4 giugno 1989.
Una delle dichiarazioni più controverse di Liu Xiaobo (che egli ha ribadito negli ultimi anni della sua vita) risale a un’intervista del 1988, in cui affermava:
“Hong Kong ha impiegato 100 anni [sotto il colonialismo britannico] per diventare ciò che è oggi. Considerate le dimensioni della Cina, Di certo ci vorrebbero 300 anni di colonizzazione perché diventasse come è oggi Hong Kong. Mi chiedo addirittura se 300 anni sarebbero sufficienti.”[27]
“Ribadendo questa opinione sulla rivista *Open* nel 2006, ha aggiunto che i progressi in La Cina dipende dall’occidentalizzazione e più questa è avanzata, maggiore è il progresso. Sebbene i suoi sostenitori giustifichino il colonialismo di Liu definendolo una provocazione, esso si allinea logicamente con il suo sostegno alla totalitaria occidentalizzazione e alle guerre di cambio di regime guidate dagli Stati Uniti.”
Liu ha ammesso in un’intervista a Open Magazine che la sua risposta del 1988, «300 anni di colonialismo», era stata estemporanea, anche se non intendeva ritrattarla, poiché rappresentava «un’espressione estrema di una convinzione che nutriva da tempo».[29]
In un’altra intervista ha affermato che “scegliere l’occidentalizzazione significa scegliere di essere umani.”[30][31]
Quando si parla di Elegia sul fiume, un’opera letteraria di grande rilievo nel movimento del Nuovo Illuminismo che criticava aspramente la cultura cinese fin dai tempi della dinastia Ming e che è stata trasformata in un documentario televisivo di enorme impatto (anche l’autore, Su Xiaokang, è stato fatto uscire clandestinamente dal Paese grazie all’Operazione Yellowbird), Liu Xiaobo ha criticato l’opera perché non era abbastanza criticodella cultura cinese e di non sostenere con sufficiente entusiasmo l’occidentalizzazione, affermando:
“Se dovessi realizzarlo, dimostrerei quanto i cinesi siano in realtà dei debosciati, dei vigliacchi e dei falliti [weisuo, ruanruo, caodan].”[32]
Ha sostenuto l’invasione dell’Afghanistan del 2001 da parte del presidente degli Stati Uniti George W. Bush, la sua invasione dell’Iraq del 2003 e la sua successiva rielezione. Liu ha sostenuto anche altri interventi statunitensi in Medio Oriente, oltre alla guerra del Vietnam e alla guerra di Corea.[33]
Nel suo articolo del 2004 intitolato “Vittoria all’Alleanza anglo-americana per la libertà”, ha elogiato i conflitti del dopoguerra fredda guidati dagli Stati Uniti definendoli “i migliori esempi di come dovrebbe essere condotta una guerra in una civiltà moderna.”[34]
Liu riteneva particolarmente spiacevole che il suo monolinguismo (parlava solo cinese) lo limitasse in un dialogo con qualcosa di «molto arretrato [yumei] e filisteo [yongsu]», riferendosi alla sfera culturale cinese.[35]A quanto pare, non si è preso la briga di imparare una vera e propria lingua occidentale, nonostante tutte le sue esaltazioni della superiorità dell’Occidente sull’Oriente.
Come vedremo,[36]I finanziatori occidentali di Liu Xiaobo rivelano molte cose, tra cui i suoi legami diretti con il NED.
Per ora basti dire che Liu Xiaobo è stato la figura “adulta” di spicco che ha partecipato alle proteste di piazza Tienanmen per un periodo di tempo significativo,[37]che aveva trascorso diversi giorni in accampamento con gli studenti e aveva influenzato le dinamiche all’interno della piazza, assumendosi anche la responsabilità diretta di riempire la piazza con circa un migliaio di persone uno o due giorni prima dei tragici eventi del 3-4 giugno 1989, quando, prima del suo intervento diretto, la piazza era quasi deserta.[38]
Tuttavia, la figura adulta più influente presente in quel contesto, che esercitò una forte influenza sugli studenti durante quel periodo, fu Fang Lizhi, riconosciuto da quasi tutti – compresi gli stessi principali dissidenti studenteschi – come la figura chiave che plasmò le proteste di Piazza Tienanmen, prima nel 1986 e poi nel 1989.
Le manifestazioni studentesche del 1986 e la questione di Hu Yaobang
Dopo essersi laureato presso il Dipartimento di Fisica dell’Università di Pechino negli anni ’50, Fang Lizhi (1936-2012) aderì al Partito Comunista Cinese e iniziò a lavorare presso l’Istituto di Fisica Moderna. Secondo quanto riferito, lì sarebbe stato coinvolto nel programma segreto cinese per la bomba atomica.[39][40]
Durante gli anni ’70 ricoprì numerose cariche accademiche, tra cui quella di direttore del gruppo di ricerca di astrofisica dell’Università di Scienza e Tecnologia della Cina (USTC), direttore del gruppo di ricerca di storia della scienza, caporedattore della rivista accademica dell’USTC e presidente della Società cinese di gravità e astrofisica relativistica. Nel 1984, Fang fu nominato vicepresidente dell’USTC. Era molto popolare tra gli studenti. Fang iniziò inoltre a scrivere saggi da pubblicare su riviste di grande diffusione e tenne conferenze su una varietà di argomenti nelle università, anche se di solito non presso l’USTC.
Nel dicembre 1986, gli studenti universitari manifestarono in oltre una dozzina di città cinesi per chiedere maggiori libertà economiche e politiche. Anche in questo caso, il movimento fu influenzato quasi esclusivamente dalla crisi causata dall’inflazione galoppante e dalla corruzione, conseguenza diretta delle politiche economiche messe in atto da Zhao Ziyang, allora premier della Cina (per i dettagli si veda il Prima parte di questo articolo.)
Fang Lizhi era al centro di queste proteste studentesche, come riconoscono tutte le parti in causa.
Deng Xiaoping, dopo quasi due mesi di manifestazioni studentesche, decretò l’espulsione di tre membri del Partito Comunista: Fang Lizhi, Liu Binyan e Wang Ruowang. Tutti e tre avevano ricoperto ruoli importanti nel movimento del “Nuovo Illuminismo” e, in particolare, Fang Lizhi e Wang Ruowang ebbero un’influenza determinante nelle manifestazioni studentesche del 1986, che criticavano la mancanza di riforme politiche ed economiche da parte del governo cinese per affrontare la crisi dell’inflazione e della corruzione.[41]
Le proteste studentesche durarono dal dicembre 1986 alla metà di gennaio 1987.
In quel periodo, Fang Lizhi, professore di astrofisica e vicepresidente dell’Università di Scienza e Tecnologia della Cina (USTC), teneva una serie di conferenze presso le università di Shanghai e Ningbo, durante le quali incoraggiava ad «aprirsi in tutte le direzioni», àla Nuova Illuminazione.[42]
Le proteste sono iniziate nel campus dell’USTC, dove Fang Lizhi aveva la sua sede, e si sono rapidamente diffuse in altre città come Shanghai, Tianjin, Nanchino, Kunming, Hangzhou, Suzhou, Guangzhou e Pechino.[43]Durante le manifestazioni, le trasmissioni della Voice of Americaè diventata una fonte fondamentale di informazioni per gli studenti manifestanti.[44]
Voice of America(VOA) ha fatto capo alle agenzie statali di riferimento, ovvero l’U.S. Information Agency (USIA) e, successivamente, l’U.S. Agency for Global Media (USAGM). Sebbene si neghi l’esistenza di un legame diretto con la CIA, va sottolineato che Radio Free Europe e Radio Liberty erano finanziati e gestiti in segreto dalla CIA come operazioni di guerra psicologica nell’ambito del Progetto Mockingbird[45]il che è ufficialmente riconosciuto. Negli anni ’70, in seguito alla divulgazione pubblica di tali informazioni, furono privati dei finanziamenti ufficiali della CIA. Successivamente passarono a ricevere finanziamenti pubblici dal Congresso e furono posti sotto la supervisione dell’USAGM, la stessa agenzia da cui dipende la VOA. Traete le vostre conclusioni…
Wikipedia riporta:
“Gli obiettivi dei manifestanti sono stati descritti dai media occidentali, come il *Washington Post* [noto come uno dei principali promotori del Progetto Mockingbird della CIA][46]] come un movimento a favore della democrazia, ma gli studenti nutrivano molte altre rimostranze che avevano ben poco a che fare con la democrazia e che sono state riportate dai media di Hong Kong.[47][48]Queste lamentele variavano a seconda del campus: gli studenti di Pechino protestavano perché le luci venivano spente dopo le 11:00, mentre quelli di Nanchino criticavano l’inserimento delle materie politiche nel loro programma di studi.[49]I manifestanti hanno inoltre posto l’accento sul problema della corruzione e del clientelismo all’interno del governo, che ha compromesso le possibilità degli studenti di trovare un impiego e ha rallentato la crescita economica cinese.[50]
Ancora una volta, le questioni più gravi riguardavano la crisi economica e di corruzione che avrebbe raggiunto il culmine nel 1989 e che erano conseguenze dirette della politica economica di Zhao Ziyang, basata sul sistema dei prezzi a doppio binario, sostenuta dal suo think tank, l’Istituto per la Riforma del Sistema, che a sua volta è stato finanziato da George Soros(ne parleremo meglio tra poco).[51]Le manifestazioni studentesche del 1986 non erano una protesta a favore di una “democrazia occidentale”.
Le proteste ebbero inizio a Heifei il 5 dicembre 1986, con la partecipazione di migliaia di studenti, per poi intensificarsi ed estendersi a Shanghai dal 19 al 21 dicembre 1986, coinvolgendo, secondo quanto riferito, diverse migliaia di studenti. La notizia si è diffusa soprattutto grazie al ruolo di Voce in America. E questa “voce” americana stava letteralmente guidando gli studenti verso uno scontro finale nella capitale cinese, Pechino.[52]
Verso la fine di dicembre 1986, gli studenti di atenei d’élite come l’Università di Pechino e l’Università Tsinghua sfidarono i divieti del governo e marciarono attraverso Piazza Tienanmen; secondo quanto riferito, il numero dei manifestanti variava da diverse migliaia a decine di migliaia. Ciò spinse Deng Xiaoping a reprimere con forza le proteste.
È molto significativo che, le proteste studentesche sono state represse con mezzi non violenti, come i blocchi stradali, ha contribuito anche il freddo gelido. Sono state effettuate decine di arresti di lavoratori non studenti e di “agitatori esterni” che si erano uniti alle marce. Non è stata esercitata alcuna violenza e nessun studente è stato arrestato.
Deng costrinse inoltre alcuni membri del Partito Comunista Cinese a dimettersi, in particolare Fang Lizhi, il giornalista Liu Binyan e lo scrittore Wang Ruowang, considerati i principali istigatori, che furono destituiti dai loro incarichi universitari e istituzionali. Tuttavia, Fang Lizhi mantenne il suo prestigioso titolo di accademico dell’Accademia Cinese delle Scienze fino al 1989.
Le manifestazioni studentesche del 1986 si rivelarono alla fine un fallimento, se l’intenzione alla base di quelle “voci” era quella di provocare uno scontro violento tra gli studenti e il governo cinese.
Tuttavia, vi fu un evento di grande rilevanza che sarebbe stato in seguito utilizzato per innescare lo scoppio delle manifestazioni studentesche del 1989: si trattava delle dimissioni forzate di Hu Yaobang, all’epoca segretario generale del Partito Comunista Cinese.
Deng aveva chiesto a Hu Yaobang di far rispettare queste dimissioni, costringendo così Hu ad assumere una posizione ferma contro il movimento del Nuovo Illuminismo, verso il quale nutriva simpatia. Hu Yaobang si rifiutò di eseguire l’ordine e fu quindi costretto a dimettersi dalla sua carica all’interno del Partito Comunista Cinese, pur rimanendone membro.
Hu Yaobang sembra essere una persona sinceramente buona e ben intenzionata, ma anche un po’ ingenua. Dopo la morte di Mao, Hu Yaobang assunse la guida del Dipartimento dell’Organizzazione del Partito Comunista Cinese e avviò una vasta campagna per riabilitare le vittime della Rivoluzione Culturale.
Tra le persone riabilitate figurava nientemeno che il padre di Xi Jinping, Xi Zhongxun, che aveva subito una brutale epurazione politica durata 16 anni ed era stato incarcerato. Hu intervenne personalmente per ribaltare le sentenze errate contro Xi Zhongxun, liberandolo dal suo lungo esilio politico e spianandogli la strada per il ritorno ai vertici della leadership. Xi Zhongxun sarebbe poi diventato uno degli Otto Anziani della Cina post-Mao.[53]
Di conseguenza, Xi Zongxun e Hu Yaobang strinsero un’amicizia stretta e leale.
Quando Hu Yaobang fu sottoposto a una serie di incontri ostili da parte degli anziani del partito per costringerlo a dimettersi, Xi Zongxun sarebbe stato l’unico a difenderlo con veemenza.
Sebbene fosse certamente inopportuno creare una tale ostilità e un trauma psicologico tali da costringere Hu a dimettersi, la posizione di Hu – caratterizzata da un sostegno e una protezione eccessivamente compiacenti nei confronti del movimento del Nuovo Illuminismo e dalla sua visione della politica economica, che spingeva per una riforma economica ad hoc e a ritmo serrato – ha messo in luce una profonda lacuna nella sua comprensione di questioni così cruciali, che erano in prima linea nel plasmare l’identità e la direzione della Cina. Si è trattato infatti di gravi errori e valutazioni errate da parte di Hu, che non potevano essere tollerati in una figura ricoprente una posizione di leadership così elevata in un periodo di sconvolgimenti sociali.
Rifiutandosi di dare seguito alle dimissioni forzate di figure intellettuali di spicco del movimento del Nuovo Illuminismo (Fang Lizhi, Wang Ruowang e Liu Binyan), Hu aveva dimostrato al Partito di non rendersi conto della reale gravità della questione.
Tuttavia, Hu Yaobang mantenne la sua prestigiosa carica di membro del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e, quello stesso anno, al 13°thAl Congresso del Partito è stato eletto membro del nuovo Politburo.
A seguito di questa decisione, Zhao Ziyang fu nominato successore di Hu alla carica di Segretario Generale. Sebbene dal punto di vista istituzionale ciò fosse considerato una promozione di grande rilievo, secondo quanto riferito Zhao non era soddisfatto della decisione. Nelle sue “memorie audio” pubblicate postume come Prigioniero dello Stato: Il diario segreto del premier Zhao Ziyang, ha fatto alcune ammissioni che lasciavano intendere che non volesse quella carica e, secondo quanto riferito, avrebbe chiesto a Wang Zhen di intercedere presso Deng. Alla fine, non ha avuto altra scelta che accettare la carica.
Il malcontento di Zhao per questo cambiamento di posizione è comprensibile se si considera che, in qualità di primo ministro della Cina, aveva autorità diretta sulla definizione della politica economica. Come già visto nel Prima puntata di questa serieche Zhao avesse avuto un ruolo centrale nella definizione delle politiche relative alla riforma dei prezzi in Cina, che alla fine avrebbe determinato l’andamento della riforma economica complessiva del Paese.
In qualità di segretario generale, Zhao è stato di fatto privato del potere di definire e attuare la politica economica in Cina.
Perse inoltre il controllo sulla definizione delle linee guida relative alla ristrutturazione delle imprese e al commercio internazionale. Essendo stato praticamente costretto ad assumere il ruolo di Segretario Generale, Zhao si ritrovò catapultato in una sfera politica completamente diversa, quella dell’ideologia di partito, della propaganda e della mediazione tra fazioni – ambiti per i quali Zhao nutriva scarso interesse e in cui contava su ben pochi alleati.
Da questo punto di vista, la nuova carica di Zhao rappresentava effettivamente una retrocessione, che lo allontanava da un progetto a cui aveva lavorato con grande impegno per diversi anni: l’intera riforma economica della Cina.
Probabilmente Deng agì in questo modo come compromesso nei confronti dell’opposizione che stava crescendo all’interno del Partito nei confronti di Zhao Ziyang. La crisi dell’inflazione e della corruzione non faceva che aggravarsi a causa delle politiche di Zhao. Ciononostante, Zhao continuò a seguire la stessa linea. Dopo le manifestazioni studentesche del 1986 proprio su questi temi, ciò fornì ulteriore sostegno all’interno del Partito alla necessità di rimuovere Zhao dalla sua carica.
Fino a quel momento, Deng, Hu e Zhao avevano formato un trio indissolubile. Tra Hu e Zhao, Deng aveva dato la priorità al mantenimento di Zhao in una posizione di potere. Pertanto, Hu fu sacrificato politicamente per distogliere l’attenzione da Zhao.
Probabilmente è per questo che gli incontri con Hu da parte di Deng erano così opprimenti dal punto di vista psicologico. Lo scopo era quello di creare un clima di tensione attorno a questa vicenda; altrimenti, Zhao sarebbe stato sicuramente messo alla gogna, poiché era direttamente responsabile dei motivi per cui gli studenti stavano protestando – questioni legate all’economia e alla corruzione.
Hu Yaobang era stato politicamente vantaggioso per la “visione” di Deng e Zhao, poiché era favorevole a iniziative come il movimento del Nuovo Illuminismo e aveva guidato la riabilitazione delle vittime della Rivoluzione Culturale. Si era inoltre battuto per i diritti umani delle minoranze culturali, anche nello Xinjiang e in Tibet. Aveva a cuore le questioni relative ai diritti umani e si era espresso contro i comportamenti totalitari del Partito Comunista Cinese. Hu considerava gli anni ’80 un passo avanti verso il rispetto della dignità umana nei confronti degli altri.
Tuttavia, il movimento del Nuovo Illuminismo sosteneva in definitiva una riforma economica e politica di stampo occidentale, promossa sotto forma di libero mercato e di pacchetto di riforme (terapia d’urto).
Purtroppo, ciò ha reso Hu uno strumento estremamente utile al servizio della campagna a favore della “terapia d’urto” in Cina, che egli di fatto sosteneva. Credo che Hu non avesse realmente compreso le vere conseguenze di tutto ciò. Voleva il bene del popolo cinese, ma è stato indotto in errore su come ciò potesse essere realizzato.
L’uomo che era in lizza per sostituire Zhao Ziyang alla carica di premier della Cina era Li Peng, uno stretto alleato di Chen Yun.
È evidente che Deng fu costretto a consentire a un esponente dell’opposizione (guidata da Chen Yun) di assumere la guida delle riforme economiche a seguito delle manifestazioni studentesche del 1986 e della situazione generale caratterizzata da un’inflazione e una corruzione in aumento.
Durante le proteste di piazza Tienanmen del 1989, come vedremo, i principali dissidenti studenteschi (che erano stati nuovamente influenzati direttamente da Fang Lizhi) sostenevano con forza l’ideologia economica di Zhao Ziyang ed erano estremamente ostili a Li Peng, che sarebbe stato soprannominato il “Macellaio di Pechino” dopo i tragici eventi del 3-4 giugno 1989.
Vedremo se una descrizione onesta di questa storia meriti un soprannome del genere.
La teoria della relatività occidentale applicata alla responsabilità storica
Nel 1989 Hu Yaobang morì per un infarto all’età di 73 anni. Secondo quanto riferito, durante la cerimonia commemorativa la moglie di Hu attribuì la responsabilità della sua morte al trattamento severo riservatogli dal Partito. Ai funerali di Hu, secondo il resoconto di Ezra Vogel dell’Università di Harvard, quando Deng porse le sue condoglianze, la vedova di Hu lo affrontò direttamente dicendo: «È tutta colpa vostra!»[54]
Tuttavia, un’altra versione, probabilmente molto più attendibile, proviene da Zhang Lifan, che ha aiutato la famiglia Hu a organizzare le esequie. Zhang ha osservato che, sebbene l’atmosfera tra Deng e Li Zhao (la vedova di Hu) fosse «estremamente tesa», non si è arrivati a uno scontro. La moglie di Deng le ha preso la mano e le ha detto: «Ti prego, abbi cura di te». La vedova di Hu rispose: «Anche il compagno Xiaoping dovrebbe prendersi cura di sé. Tutti prima o poi devono morire; è una legge della natura».[55]
Questa seconda versione dei fatti fornita da Zhang Lifan, un caro amico della famiglia Hu, è piuttosto diversa da quella riportata da Ezra Vogel. Tuttavia, la versione di Vogel è quella più diffusa e induce fortemente un occidentale a pensare che la vedova di Hu abbia accusato direttamente il Partito Comunista Cinese dell’infarto di Hu durante la cerimonia funebre.
La versione dei fatti fornita da Vogel, di Harvard, sarebbe stata utilizzata per plasmare la percezione che l’Occidente, e persino gli stessi cinesi, avrebbero avuto della morte di Hu Yaobang, dato che all’epoca non esisteva praticamente nessun’altra versione ufficiale. Hu sarebbe stato celebrato dalla stampa occidentale come un paladino dei valori della «democrazia occidentale», e si sarebbe sostenuto che il Partito Comunista Cinese (PCC) lo avesse costretto all’esilio politico, tanto che, a causa dello stress eccessivo, sarebbe morto di infarto. Tuttavia, Hu non fu mai esiliato politicamente, ma rimase all’interno del Politburo.
A questo proposito, è importante chiarire qui quale fosse lo stato d’animo originario dei giovani quando le proteste studentesche ebbero inizio il 15 aprile 1989, giorno della morte di Hu Yaobang (il cui funerale pubblico si tenne il 22 aprile 1989).
All’inizio gli studenti manifestanti erano chiaramente motivati dalla richiesta di un socialismo più puro e più forte, non di una “democrazia occidentale” come sosteneva la stampa occidentale. I dettagli al riguardo saranno trattati nella terza puntata di questa serie; per ora, tuttavia, ritengo sufficiente sottolineare questi due fatti.
I cartelli originali esposti all’inizio delle proteste studentesche erano scritti in cinese; in seguito, però, sono stati redatti in inglese e invocavano esplicitamente una democrazia di stampo occidentale.
Striscioni originali in cinese.
Il banner sopra riportato con la scritta “Datemi la democrazia o datemi la morte”, una rivisitazione della famosa frase pronunciata da Patrick Henry nel 1775: “Datemi la libertà o datemi la morte!” – questa citazione non avrebbe avuto alcun significato per uno studente cinese dell’epoca, ma ha funzionato bene per un pubblico internazionale di lingua inglese che seguiva l’evento sui propri schermi televisivi, che era ovviamente l’obiettivo previsto.
Ciò è ulteriormente confermato da una delle principali studentesse dissidenti, Chai Ling, la quale ha anche ammesso che un concetto del genere era del tutto sconosciuto agli studenti cinesi durante le proteste di Tiananmen (questo argomento sarà approfondito nella terza puntata).
Un altro esempio significativo del fatto che gli studenti stessero in realtà protestando per un ideale più puro di socialismo e non per la democrazia occidentale è dato dalla loro scelta di ispirazione per la cosiddetta “Dea della Democrazia”[56]come veniva definito dalla stampa occidentale.
Agli studenti fu suggerito – non è chiaro da chi, esattamente – di realizzare una statua che rappresentasse lo spirito delle proteste studentesche. E da “buoni socialisti” decisero di renderla il più possibile diversa dalla realistica Statua della Libertà di New York, ispirando la loro scultura all’opera altamente stilizzata della scultrice comunista rivoluzionaria russa Vera Mukhina.
“La dea della democrazia”
Per un pubblico occidentale che la osserva sullo schermo televisivo, questa scultura potrebbe essere comprensibilmente interpretata come un’ispirazione creativa tratta direttamente dalla “Statua della Libertà”.
Ma non era così. Era ispirata direttamente all’opera “L’operaio e la donna del kolchoz” di Vera Mukhina. La scultura “Dea della Democrazia” realizzata dagli studenti fu riprodotta in molti paesi occidentali, senza che gli occidentali si rendessero minimamente conto del forte messaggio a favore del socialismo insito nel suo design stilizzato.
immagine a sinistra: “L’operaio e la donna del kolchoz” di Mukhina. immagine a destra: ricostruzione della statua di Piazza Tienanmen realizzata dagli studenti in Occidente, intitolata “Remembrance in the West” (replica della stessa statua presso l’Università della Columbia Britannica, in Canada)
Uno scultore presente durante la sua realizzazione, Tsao Tsing-yuan, ha scritto che gli studenti decisero di non ispirarsi alla Statua della Libertà perché temevano che il risultato sarebbe stato poco originale e “troppo apertamente filoamericano”. Tsao osserva inoltre che l’ispirazione per la statua derivava dall’opera della scultrice russa Vera Mukhina, associata alla scuola del realismo rivoluzionario. Tsao conferma che fu proprio quest’opera, intitolata «L’operaio e la donna del kolchoz», ad avere un’influenza particolare sulla testa e sui tratti del volto della loro statua.[57]
Quindi, per chiarire ancora una volta, le proteste studentesche di Piazza Tienanmen del 1989 furono, ancora una volta, motivate principalmente da questioni economiche e di corruzione, così come era avvenuto per le manifestazioni studentesche del 1986. Gli studenti chiedevano un socialismo più puro, che rispecchiasse più da vicino nella pratica gli ideali delle Quattro Modernizzazioni, e la risoluzione dei problemi legati a un’economia in crisi (in particolare la crisi dell’inflazione) e alle questioni di corruzione.
Non chiedevano una riforma radicale del governo cinese per sostituirlo con un modello occidentale, né invocavano il libero mercato o il capitalismo. Erano socialisti e sostenevano un governo socialista.
La reazione alla morte di Hu Yaobang non fu un invito all’anarchia e alla distruzione di tutto. Fu piuttosto un catalizzatore per sollecitare una correzione di quella che veniva vista come una deviazione della Cina dal percorso originariamente tracciato nelle Quattro Modernizzazioni, così come erano state inizialmente delineate da Zhou Enlai.
Il piano di Zhou Enlai si basava su una rivoluzione economica e industriale globale guidata da progressi rivoluzionari nei seguenti ambiti: 1) produttività industriale, 2) produttività agricola, 3) difesa e 4) progresso scientifico e tecnologico.
Questo era lo spirito originario che aveva dato il via alle proteste studentesche del 1989.
Tuttavia, con il passare del tempo, tra le file degli studenti cominciarono a emergere dei leader che presero il controllo della narrazione. Arrivarono persino a detenere il pieno controllo del megafono nella piazza. Questi principali dissidenti studenteschi erano tutti discepoli diretti di Fang Lizhi, ad eccezione di Chai Ling; tuttavia, la sua cerchia, compreso il suo allora marito, era composta interamente da discepoli di Fang Lizhi, che lei ne fosse consapevole o meno.
Così, i leader studenteschi più moderati furono messi da parte e la narrativa che finì per dominare le discussioni in piazza e che fu riportata al mondo dalla stampa occidentale divenne quella degli insegnamenti di Fang Lizhi diffusi dai suoi apostoli studenteschi.
Il ruolo diretto di Fang Lizhi verrà approfondito nella terza puntata; tuttavia, vorrei innanzitutto soffermarmi sui principali responsabili della diffusione della storia secondo cui Li Peng era un tiranno sanguinario che non vedeva l’ora di falciare gli studenti in piazza (cosa che, tra l’altro, non è mai successa). I dettagli degli eventi verificatisi il 3 e il 4 giugno 1989 saranno trattati in modo approfondito nella terza puntata di questa serie, che tratterà anche del coinvolgimento dei servizi segreti stranieri. In questo articolo vorrei concentrarmi su chi deteneva il controllo della narrazione.
Li Peng è stato più volte definito dalla stampa occidentale il “Macellaio di Pechino”, un soprannome che è diventato quasi sinonimo del suo vero nome, assicurandogli un posto nella storia occidentale come figura di assoluta infamia.
Allora, quale motivo ha giustificato un soprannome così odioso?
Le principali fonti secondo cui Li Peng avrebbe ordinato di scatenare la violenza contro gli studenti e, più in generale, contro i manifestanti, e che a quanto pare avrebbe tratto grande piacere dal suo piano diabolico, provengono da quattro fonti discutibili:
1. Il “diario segreto” di Zhao Ziyang, che ovviamente è stato fatto uscire clandestinamente dalla Cina e pubblicato postumo, in modo tale che Zhao non potesse né confermare né smentire il suo contenuto, intitolato “Il diario segreto di Zhao Ziyang (Prigioniero dello Stato)”.
2. Gli archivi cinesi “ufficiali” “trapelati” relativi all’evento noto come “The Tiananmen Papers”, che sono stati, ovviamente, fatti uscire clandestinamente dalla Cina e pubblicati nel 2001.
3. E in terzo luogo, a quanto pare il diario dello stesso Li Peng, che descriveva, senza dubbio con la bava alla bocca, la sua assoluta estasi nel desiderare nient’altro che sangue e carneficina per gli studenti manifestanti durante la repressione militare. Questa pubblicazione, intitolata “Il momento critico: i diari di Li Peng”, è stata pubblicata nel 2010 ed è stata anch’essa fatta uscire di nascosto dal Paese.
4. L’ultima di queste fonti discutibili è intitolata “The Last Secret” (L’ultimo segreto), pubblicata nel 2020 sulla base di documenti del Partito Comunista Cinese (PCC) fatti uscire clandestinamente, che si sostiene siano i verbali delle riunioni del Politburo.
Allora, cosa ne pensiamo di tutto questo?
Beh, tanto per cominciare, tre delle quattro pubblicazioni – il presunto diario di Zhao Ziyang, il presunto diario di Li Peng e i verbali del Politburo del Partito Comunista Cinese – sono state tutte fatte uscire clandestinamente e raccolte da un solo uomo, Bao Tong, con l’aiuto di suo figlio Bao Pu.
Bao Tong è stato il segretario politico di Zhao Ziyang per tutta la sua carriera negli anni ’80,dal periodo in cui era Primo Ministro della Cina, dal 1980 al 1987, alla sua transizione alla carica di Segretario Generale, dal 1987 al 1989, fino agli arresti domiciliari di Zhao, entrati in vigore il 28 maggio 1989 (Zhao non fu mai formalmente arrestato né accusato di alcun reato, e non si trattò di un vero e proprio arresto domiciliare, poiché poteva ricevere visite e alla fine gli fu permesso di viaggiare in tutta la Cina – nonostante all’Occidente fosse stato fatto credere che stesse scontando una condanna a vita agli arresti domiciliari.)
Bao Tong fu arrestato più o meno nello stesso periodo, alla fine di maggio del 1989, e fu il membro di più alto rango del Partito Comunista Cinese ad essere arrestato e incarcerato, dove scontò una pena di sette anni.
La ragione di ciò era da ricercarsi nel loro ruolo nel sostenere direttamente gli studenti nella loro causa guidata dai seguaci di Fang Lizhi (che, come vedremo, equivaleva di fatto a promuovere il ritorno di Zhao alla carica di primo ministro cinese o, quantomeno, le sue politiche economiche dettate da questi leader studenteschi). Ciò fu percepito come un tentativo di minare l’effettiva posizione del governo cinese, cosa che senza dubbio era.
Il coinvolgimento di Zhao e Bao nelle proteste studentesche avveniva nel periodo che precedette i disordini del 3-4 giugno. Ciò coincideva con il periodo in cui Liu Xiaobo riuscì a riempire nuovamente la piazza con migliaia di studenti, dopo che questa si era quasi completamente svuotata prima del suo intervento.[58]
Questo fu il motivo dell’arresto di Zhao e Bao: si trattò, di fatto, di un colpo di mano contro Li Peng in qualità di primo ministro della Cina. Come vedremo, fu proprio Li Peng a diventare il bersaglio della rabbia dei leader studenteschi, e non Deng Xiaoping, nonostante quest’ultimo fosse il leader supremo e il capo delle forze armate.
Qual era, dunque, il motivo ufficiale dell’arresto di Bao Tong? Ebbene, secondo le fonti occidentali, si trattava di “divulgazione di segreti di Stato” e “istigazione alla propaganda controrivoluzionaria”; i dettagli relativi a queste accuse e le prove presentate a loro sostegno sembrano provenire da un’unica fonte in lingua inglese, Amnesty International.[59]ed è stata sostenuta da Human Rights Watch.[60]
Amnesty ha riferito che le autorità cinesi si sono basate su “leggi sui segreti di Stato formulate in modo vago e arbitrario” e che non è stata presentata alcuna prova concreta. Pertanto, Amnesty ha ritenuto giustificato concludere che Bao Tong fosse un “prigioniero di coscienza” e che fosse stato incarcerato per la sua opposizione al piano diabolico di Li Peng di reprimere militarmente la piazza e falciare gli studenti (cosa che, ancora una volta, non è mai successa). Questa versione è stata poi adottata dall’Occidente come “la versione ufficiale”, e la questione è stata archiviata.
[Nota: continuo a fare riferimento alla storia della “strage degli studenti” poiché quella è stata la narrazione più diffusa che è rimasta dominante nella percezione occidentale di quanto accaduto per anni, e per molti occidentali lo è ancora oggi. Tuttavia, la verità è venuta a galla e il resoconto ufficiale della stampa occidentale è stato corretto, anche se in sordina, dopo che avevano già amplificato a gran voce la storia di sangue e carneficina nella piazza. La verità è che nessun studente, né alcuna persona in generale, è rimasto ferito in piazza. Gli studenti si sono ritirati pacificamente. A Pechino si sono verificati episodi di violenza su scala più ampia; anche in questo caso, i dettagli saranno discussi nella prossima puntata. Tuttavia, vorrei sottolineare qui che Zhao e Bao venivano presentati al pubblico occidentale come obiettori di coscienza nei confronti di quella che, secondo loro, era la volontà di Li Peng di far versare il sangue degli studenti. Ciò si è ora rivelato falso. Eppure la storia di Li Peng come «macellaio» continua.]
Per ribadire il concetto, è stato proprio grazie ad Amnesty International, con il sostegno di Human Rights Watch, che questa versione dei fatti – secondo cui Zhao e Bao sarebbero “prigionieri di coscienza” e non colpevoli di nulla di veramente grave – è stata fatta accettare all’Occidente.
Chi è uno dei principali finanziatori di Amnesty International? George Soros.
Nel caso di Human Rights Watch, il loro legame con George Soros non è solo una questione di finanziamenti primari, ma una vera e propria collaborazione.
Quali prove ha utilizzato Amnesty International per riportare le proprie conclusioni su Zhao e Bao?
È qui che si ha la sensazione di stare guardando un cane che si rincorre la coda.
Le “prove” a sostegno delle conclusioni di Amnesty International provengono da quelli che l’organizzazione definisce “ufficiali” verdetti giudiziari e atti di accusa del governo cinese, fatti uscire clandestinamente o resi noti nel corso di processi segreti.
Santo cielo.
A questo punto vorrei ricordare al lettore che nella prima puntata ho illustrato in dettaglio il legame diretto tra George Soros e il think tank di Zhao, il System Reform Institute, che George Soros finanziava. Si tratta di un fatto pubblicamente e apertamente riconosciuto!
Tuttavia, come c’era da aspettarsi, si sta cercando di dipingere questo collegamento come una “trappola politica” ordita dal malvagio governo comunista cinese nell’ambito di una “teoria del complotto” volta ad attribuire a Soros la colpa delle… politiche economiche che lui stesso stava direttamente attuando, finanziando e dettando???
Credo che l’espressione giusta che stiamo cercando in questo caso non sia “trappola politica”, ma “colto in flagrante”. Onestamente, è lo stesso ragionamento che usa qualcuno che viene beccato con della droga addosso e risponde dicendo: “Non è mio, agente.”
A proposito, Chen Yizi è stato fatto uscire clandestinamente dalla Cina grazie all’operazione “Yellowbird” della CIA. Ma lui non era in funzione per quei tizi. Almeno questo è ciò che dovremmo credere se non vogliamo essere accusati – Dio non voglia – di riconoscere l’esistenza delle cospirazioni politiche!
Anche a Fang Lizhi è stato concesso il passaggio sicuro fuori dalla Cina tramite la CIA e i canali diplomatici britannici e americani, ma in realtà nemmeno lui è stato in funzione per quei ragazzi.
La CIA, per così dire, è del tutto disinteressata alle questioni umanitarie, soprattutto quando c’è una guerra americana in ballo – a meno che non si tratti di questioni relative ai diritti umani che possano giustificare la loro invasione, occupazione o bombardamento di un Paese, oppure quando si tratta di qualcuno che la Cina vuole davvero arrestare.
Per tua informazione, anche le proteste di Hong Kong del 2019 sono iniziate perché la Cina voleva arrestare un uomo che era fuggito a Hong Kong dopo aver fatto a pezzi la sua ragazza e averne infilato i resti in una valigia abbandonata a Taiwan (60b). La Cina è stata accusata di aver violato il principio “un paese, due sistemi” che aveva promesso alla Gran Bretagna dopo che Hong Kong era stata restituita alla Cina, al termine di 100 anni di colonizzazione britannica.
E qual è stato il ruolo di Bao Tong in tutta questa vicenda legata a Soros? Ha agito in qualità di autorizzatore e garante del China Fund di Soros.
Ancora una volta Google presenta tutta questa vicenda come una “trappola”, non tesa da Soros, ma dal governo cinese…il che non ha assolutamente alcun senso. Ma a quanto pare tutto è stato chiarito in modo chiaro e ordinato e la teoria del complotto è stata smentita: come? Beh, Soros, da gentiluomo qual è, a quanto pare non sa mentire, e ha scritto una lettera, sì, proprio una lettera, a Deng attestando la sua innocenza e negando anche qualsiasi legame con la CIA. Caso chiuso.
A proposito, Soros è direttamente collegato al NED, così come praticamente tutti i principali protagonisti di questa vicenda che si sospetta collaborino con la CIA. Ne parleremo più approfonditamente nella terza puntata.
Quindi, da tutto ciò dovremmo credere che sia stato il malvagio governo comunista cinese a intrappolare Zhao Ziyang e Bao Tong per costituire un think tank che lavorasse direttamente per George Soros con i suoi finanziamenti e fosse responsabile delle politiche economiche che hanno provocato la crisi di inflazione e corruzione che ha colpito la Cina alla fine degli anni ’80, creando le basi per le proteste studentesche del 1986 e del 1989, come una sorta di diabolica partita a scacchi in 5D orchestrata come una «trappola politica» da parte dei «linea dura»[61]che volevano tendere una trappola a Zhao e Bao.
Giusto.
Senza contare che le fonti “umanitarie” inglesi che avallano questa versione dei fatti sono finanziate da George Soros proprio per difendere l’innocenza di… George Soros.
Non c’è assolutamente alcun problema.
Se si considera che Bao Tong era un convinto sostenitore di Zhao Ziyang, il fatto che sia stato proprio lui a “divulgare” il presunto diario di Li Peng appare estremamente strano e, beh, decisamente sospetto.
Bao Tong, Zhao Ziyang e gli ideatori della narrativa che lavoravano per sostenerli stavano chiaramente cercando di dipingere Li Peng come uno psicopatico squilibrato che non desiderava altro che instaurare una dittatura militare e scatenare una sanguinosa strage contro gli studenti in piazza, i quali non desideravano altro che la “democrazia occidentale” e i “valori occidentali”.
Ma allora come diavolo ha fatto proprio il figlio di Bao Tong, Bao Pu, a mettere le mani sul presunto diario di Li Peng, in cui questi ammetteva con evidente compiacimento di aver ideato e messo in atto il complotto per proclamare la legge marziale e scatenare la violenza contro gli studenti nel 1989?
Quindi, il figlio di Bao Tong, Bao Pu, ottiene queste informazioni, ovviamente, da una fonte non rivelata e non verificata. E lo ha fatto, «nonostante la sua intensa avversione personale per Li Peng», non per scrivere un articolo scandalistico, no! Ma perché riteneva che contenesse «ammissioni da insider» di inestimabile valore storico che, opportunamente, confermavano che Li Peng meritava davvero il titolo di «Macellaio di Pechino», direttamente dalla fonte.
La quarta fonte discutibile, l’unica non direttamente collegata a Bao Tong o a suo figlio, è costituita dai “Tiananmen Papers”, una raccolta di una selezione di cosiddetti documenti “ufficiali” cinesi. Ad oggi, il testo integrale di questi documenti “ufficiali”, senza alcuna censura, non è mai stato reso pubblico da coloro che si sono occupati della gestione, della compilazione e della pubblicazione dei “Tiananmen Papers”.
La fonte di questi documenti “ufficiali” è un solo uomo, che si firma con lo pseudonimo di Zhang Liang. La sua vera identità non è mai stata rivelata, né la sua specifica posizione all’interno del governo che gli ha consentito di accedere a questi documenti “ufficiali”. “The Tiananmen Papers” si ritiene che siano in piena sintonia con le pubblicazioni curate da Bao Tong e da suo figlio, ovvero le altre tre pubblicazioni discutibili già menzionate.
I tre studiosi che hanno collaborato alla traduzione e alla selezione dei testi che sarebbero stati poi pubblicati per il grande pubblico erano Andrew J. Nathan, Perry Link e Orville Schell.
Per quanto riguarda il caso di Perry Link è l’uomo che ha accompagnato personalmente Fang Lizhi e sua moglie all’ambasciata degli Stati Uniti a Pechinoed è stato uno dei responsabili che hanno insistito affinché venisse loro concesso l’asilo politico. Ciò avvenne all’indomani degli eventi del 3-4 giugno 1989.
Perry Link ha tradotto anche il libro di Fang Lizhi La mia “Confessione” e ha scritto anche la prefazione del libro. A Fang Lizhi è stato infine concesso l’asilo grazie all’approvazione diretta dell’ambasciatore statunitense in Cina James Liley, che ha lavorato per la CIA per trent’anni come esperto di questioni cinesi. L’importanza di questi legami sarà approfondita nella terza puntata di questa serie.
Per ora basti dire che “chi si assomiglia si piglia”.
Lo stesso governo cinese ha mantenuto un silenzio quasi totale su tutta questa vicenda, cosa che la stampa occidentale ha interpretato come una conferma indiretta della veridicità di quanto pubblicato, nonostante le palesi menzogne sugli eventi verificatisi in piazza, ora ufficialmente riconosciute dalla stampa occidentale dopo anni in cui aveva diffuso disinformazione.
Quando la Cina pubblicò questi resoconti dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989, la stampa occidentale li denunciò come bugiardi di cui non ci si poteva fidare. Pertanto, non sembra che nulla di ciò che dice la Cina su ciò che spero possiate comprendere a questo punto – visto che il mio tentativo di affrontare l’argomento ha già superato le 20.000 parole e c’è ancora molto altro da scrivere – indichi che si tratti di una questione semplice. Non è qualcosa che possa essere sintetizzato in modo chiaro in un paio di paragrafi per la stragrande maggioranza di coloro che si concentrano sui titoli e sulle notizie veloci.
La spiegazione dei risultati delle politiche economiche adottate da Zhao non è affatto semplice, come sapranno bene i lettori che hanno letto la prima puntata di questa serie.
Inoltre, a questo punto dovrebbe essere chiaro che all’interno dello stesso governo cinese vi era un disaccordo sulla linea da seguire in materia di riforme economiche, politiche e culturali. Pertanto, uno dei motivi principali per cui non è stata fornita alcuna versione ufficiale da parte del governo cinese è che la questione rimane talmente controversa da non consentire il raggiungimento di un consenso su una “versione ufficiale”. Non nel senso di ciò che accadde il 3 e il 4 giugno 1989, ma per quanto riguarda le ragioni e i fattori scatenanti che portarono alle violenze nelle strade di Pechino.
In altre parole, se Zhao fosse stato dichiarato direttamente colpevole, se fosse stato accusato di un reato specifico che includesse una valutazione delle sue politiche economiche, ciò avrebbe minato l’autorevolezza dei riformatori favorevoli al pacchetto di misure (noti anche come “terapisti dello shock”) che invocavano una riforma orientata al libero mercato e la liberalizzazione dei prezzi.
Quando Zhao si rivolse agli studenti nella piazza per difendere la “politica di Zhao”, ciò fu giustamente interpretato da chi si opponeva a Zhao come un tentativo di colpo di Stato, cosa che troverà ulteriore conferma quando arriveremo alla storia di Fang Lizhi.
Pertanto, Zhao è stato posto agli arresti domiciliari a causa di questa specifica azione, senza che venissero prese in considerazione le più ampie implicazioni di ciò che stava cercando di realizzare dal punto di vista ideologico ed economico.
I lettori devono tenere presente che, sebbene Chen Yun e Li Peng avessero ottenuto una piccola vittoria nell’allontanare Zhao da una carica pubblica (anche se è discutibile se egli fosse stato effettivamente allontanato dal potere esercitato dietro le quinte), il prezzo pagato era stato troppo alto. L’Occidente aveva fatto di tutto per dipingere con successo Li Peng come un cattivo.
Ma soprattutto, gli eventi legati alle proteste di piazza Tienanmen hanno finito per dare il maggiore sostegno proprio ai riformisti favorevoli al pacchetto di riforme(Zhao ricopriva un ruolo enigmatico ed era considerato un riformatore gradualista, ma in realtà era favorevole alla “terapia d’urto” e ciò risulta documentato, come illustrato nella prima puntata). Grazie al massiccio sostegno e ai fondi provenienti dall’estero, dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989 quella marea si rivelò alla fine troppo imponente perché i sostenitori dell’approccio di Chen Yun alla riforma economica potessero contrastarla.
Dopo il “Tour del Sud” di Deng del 1992, anno in cui Chen Yun si ritirò definitivamente, divenne chiaro agli addetti ai lavori che i riformisti favorevoli al “pacchetto” avevano ufficialmente vinto e avrebbero dominato la scena politica cinese per i successivi due decenni. Oggi continuano a essere incredibilmente influenti e ricoprono ancora numerose cariche politiche di rilievo, ma ne parleremo più approfonditamente nella Parte IV di questa serie.
Vorrei inoltre sottolineare in questa sede che, con il silenzio del governo cinese di fronte agli attacchi della stampa occidentale rivolti principalmente a Li Peng, anche in questo caso si è trattato di un’azione volta esclusivamente a favorire i sostenitori della riforma del sistema a pacchetti in Cina e ha contribuito solo a rafforzare le loro posizioni.
L’unica reazione di Li Peng al cosiddetto diario “trapelato” è stata quella di scrivere la sua autobiografia ufficiale; tuttavia, secondo quanto riferito, il testo non arriva a trattare gli eventi del 1989. Come si può vedere dal riassunto di Google riportato di seguito, le fonti di questo testo sono South China Morning Post che ha sede a Hong Kong ed è soggetta a interferenze straniere (come verrà spiegato nella terza puntata) e Radio Free Asia che è una nota copertura della CIA.
Questo fatto è stato nuovamente sfruttato per fungere in qualche modo da “prova” della sua colpevolezza nell’aver scatenato la violenza. Tuttavia, la vera ragione di ciò risiede nel fatto che il tema delle proteste di Piazza Tienanmen è tabù, soprattutto per le figure politiche di spicco.
La Cina è stata pesantemente criticata per questo approccio e, sebbene concordi sul fatto che non sia il più costruttivo, è del tutto ipocrita interpretarlo come un’accusa di colpa rivolta all’intero governo cinese.
Penso che un ottimo esempio occidentale simile a questo sia l’assassinio di John F. Kennedy. Pensateci bene. Non c’è stato alcun processo ufficiale condotto dagli Stati Uniti al riguardo, se non quello del procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison, che è stato deriso dalla società “rispettabile” come un teorico della cospirazione e che non è stato altro che un processo farsa. La cosa che più si avvicina a un’indagine è stata quella della Commissione Warren, che non era un processo ma una commissione composta da politici e funzionari dei servizi segreti accuratamente selezionati e guidata dallo stesso Allen Dulles, il “padrino” della CIA, che era stato di fatto licenziato dallo stesso John F. Kennedy.
Forse per ragioni simili a quelle di Zhao, anche Allen Dulles non fu accusato di alcuna irregolarità ufficiale quando fu di fatto rimosso dalla sua carica. Tuttavia, forse anche in questo caso come nel caso di Zhao, sebbene Dulles non ricoprisse più alcun incarico ufficiale nei servizi segreti, è noto che continuò a tirare le fila dalla sua “bat-caverna” sotterranea da qualche parte in Virginia. Lo dico in parte per scherzo, ma sì, Allen Dulles continuò a operare come leader de facto della CIA, come descritto in modo molto dettagliato nel libro di David Talbot La scacchiera del diavolo.
Inoltre, i documenti relativi all’assassinio di Kennedy rimangono in gran parte riservati ancora oggi, A 60 anni di distanza! Il governo statunitense continua a mantenere questa vicenda in gran parte segreta al popolo americano e al resto del mondo: si tratta del caso di un presidente assassinato in pieno giorno, sotto gli occhi di tutti, in quello che ci viene ripetutamente descritto come il paese “più libero e democratico” del mondo.
Qual è dunque la ragione più ovvia per cui questa informazione continua a rimanere riservata ancora oggi, a oltre mezzo secolo di distanza? Perché parte dell’attuale governo e delle agenzie di intelligence era coinvolta nella vicenda, e questo gruppo continua a ricoprire una posizione di influenza ancora oggi.
“Il tradimento non ha mai successo: qual è il motivo? Beh, se avesse successo, nessuno oserebbe definirlo tradimento!”
È anche una questione di sicurezza nazionale, proprio come la vera storia che sta dietro al Baia dei Porcifu quando Kennedy non poté rivelare al mondo la verità, ovvero che la sua stessa agenzia di intelligence e le sue forze armate non gli davano ascolto. Si tratta inoltre di una questione di sicurezza nazionale qualora membri del governo e dei servizi segreti venissero scoperti mentre complottano e mettono in atto l’assassinio del proprio presidente, eletto democraticamente.
Quindi, prima che qualcuno sia tentato di concludere che la fazione di Li Peng sia colpevole e che siano proprio loro a voler mantenere questo segreto. Come abbiamo visto, e continueremo a vedere nella prossima puntata, non erano né Chen Yun né Li Peng ad essere collegati e/o protetti dalle istituzioni di George Soros e dalla CIA, bensì Fang Lizhi, Zhao Ziyang, Bao Tong, Chen Yizi e i principali studenti dissidenti di Piazza Tienanmen.
Inoltre, furono proprio Zhao Ziyang e Fang Lizhi a subire una forte influenza dalla visione della “nuova civiltà” di Alvin Toffler, di cui l’istituto RAND ritiene che George Soros sia l’incarnazione più fedele nella sua attuazione pratica.
In un’intervista del 1989, Soros ha descritto la grandezza di Gorbaciov, ma ha sottolineato la sua unica critica, relativa all’incompetenza economica, affermando: «In Cina, al contrario, il segretario generale del Partito Comunista Zhao Ziyang è un economista di grande esperienza, che può contare su un gruppo di giovani menti brillanti.»
Queste idee di tecnocrazia hanno prevalso in larga misura dopo la tragedia di Piazza Tienanmen e hanno permesso l’affermazione e il predominio di istituzioni come Goldman Sachs.
Rifletteteci bene.
La Parte III tratterà la storia delle proteste di Piazza Tienanmen, compresi gli eventi verificatisi il 3 e il 4 giugno, nonché l’Operazione Yellowbird.
Inizialmente avevo intenzione di trattare in questo articolo il ruolo di Fang Lizhi nelle proteste di piazza Tienanmen e i legami con la CIA dei principali studenti dissidenti, ma alla fine ho deciso di non sovraccaricare ulteriormente questo articolo. Tutto ciò che avevo promesso di trattare sarà oggetto della terza puntata.
Guarda il cortometraggio su C’è un po’ di trambusto qui. (Si noti che questo film è stato girato nel 2023 e, pertanto, non riflette la situazione geopolitica attuale. Tuttavia, la panoramica storica che offre è ancora di grande attualità.)
Una nota per i lettori: ho ritenuto opportuno, prima che si inizi a leggere questo articolo, chiarire alcuni punti riguardo alle mie intenzioni nello scrivere questo articolo e, più in generale, questa serie. Molti lettori conosceranno già il mio lavoro di analisi dei servizi segreti occidentali, compresi gli avvenimenti militari e paramilitari che si sono verificati nel corso della storia e che continuano a plasmare…
Gli americani di oggi sono diventati creature estremamente malleabili.
Nonostante quei potenti documenti fondanti che sanciscono la libertà, i diritti inalienabili e il benessere generale come principi morali fondamentali del diritto, dell’economia e della politica, pochissimi americani viventi sembrano avere un legame concreto con quella grande tradizione per la cui difesa otto presidenti hanno perso la vita nel corso della storia della giovane repubblica.
Di conseguenza, gli americani di oggi sono stati indotti a considerare la politica come un gioco di polarizzazione tra destra e sinistra. Questa visione è riuscita a impedire alla maggior parte delle sue vittime di comprendere le forze fondamentali della storia che plasmano le crisi attuali e, inoltre, ha oscurato il ruolo delle strutture di potere oligarchiche ereditarie che i Padri Fondatori consideravano una fonte di male che condiziona l’intera esperienza umana.
Eppure, nonostante il fatto che siano state proprio le strutture dello “Stato profondo” guidate dalla Gran Bretagna a orchestrare l’assassinio di così tanti presidenti, compreso il recente colpo di Stato avvenuto negli stessi Stati Uniti nel 2020, i portavoce sia di destra che di sinistra, da George Soros a Steve Bannon, sembrano concordare sul fatto che la più grande minaccia all’ordine basato sulle regole siano Xi Jinping e il Partito Comunista Cinese.
In questo documentario della Canadian Patriot Press scopriremo le origini dell’hedge fund Quantum di Soros, e della Open Society Foundation, dello scopo e degli obiettivi della Commissione Trilaterale che ha preso il controllo del governo statunitense nei primi anni ’70, nonché di un’importante riorganizzazione della CIA, trasformata in un’idra a più teste sotto le spoglie del National Endowment for Democracy, che a partire dal 1983 ha inaugurato una nuova era di cambi di regime sotto la copertura delle «rivoluzioni colorate».
Vi verrà illustrato il ruolo di Soros nella distruzione del sistema degli Stati nazionali sovrani nel corso degli anni ’80 e ’90 e scoprirete come la Cina, tra tutte le nazioni, sia riuscita a epurare i suoi agenti e a bandire a vita il “terrorista finanziario”… nel 1989.
In che modo questa lotta contro Soros e altre organizzazioni di facciata della CIA ha portato la Cina a riuscire a far uscire dalla povertà miliardi di persone e a creare (insieme alla Russia e ad altre nazioni che non intendono essere distrutte) una nuova architettura fondata sulla cooperazione, sullo sviluppo a lungo termine e sul superamento dei limiti alla crescita?
Il 13 settembre, Donald Trump ha condiviso con NBC News la sua opinione su George Soros. “È una persona cattiva”, ha dichiarato il presidente. “Dovrebbe essere messo in prigione”. In realtà, Trump ha reso nota la sua opinione negativa su Soros molte volte in passato. Proprio ad agosto, ha affermato sui social media che Soros e suo figlio ed erede filantropico Alexander “dovrebbero essere accusati di RICO per il loro sostegno alle proteste violente e molto altro”;
Chiunque legga TAC, naturalmente, o in generale abbia familiarità con le notizie degli ultimi due decenni, conosce Soros, il miliardario spendaccione, compresa la sua comparsa come figura di paura e infamia per la metà conservatrice del mondo;
Quindi forse non dovremmo lasciare che il 16 settembre passi (o non passi troppo lontano) senza un cenno agli eventi che hanno portato l’uomo alla ribalta. Soros ha avviato il suo hedge fund nel 1973 e, guadagnando molti soldi nei due decenni successivi, si è fatto un nome negli ambienti finanziari;
Tuttavia, è diventato noto al pubblico solo nel 1992, quando ha “shortato” (scommesso contro) la sterlina britannica e ha vinto alla grande, per un miliardo di dollari. Con l’aiuto, aggiungiamo noi, di un giovane Scott Bessent, oggi, ovviamente, segretario al Tesoro di Trump.
Soros realizzò la sua grande plusvalenza il 16 settembre 1992. Tuttavia, è interessante notare che il “mercoledì nero” era poco conosciuto negli Stati Uniti all’epoca. Il quotidiano di riferimento, il New York Times, non ne prese atto per più di un mese; il 27 ottobre 1992, sotto il titolo, “Big Winner From Plunge In Sterling”. L’articolo era solo un breve trafiletto di 156 parole che iniziava così: “Il finanziere ungherese-americano George Soros ha realizzato un profitto di quasi un miliardo di dollari durante la svalutazione della sterlina britannica del mese scorso, scommettendo pesantemente sul fatto che la valuta sarebbe crollata nonostante le assicurazioni del governo sul contrario”.
Così, 33 anni fa, gli americani e il mondo intero furono introdotti nel nuovo regno della speculazione valutaria. All’epoca, il totale degli scambi internazionali di valuta estera ammontava a un trilione all’anno, raddoppiato nei cinque anni precedenti, in concomitanza con la caduta del muro di Berlino e l’apertura della Cina.
Dato che i principali media sono orientati a sinistra, ci si sarebbe aspettati che Soros, speculatore e profittatore internazionale, venisse criticato dalla classe chiacchierona come quello che Teddy Roosevelt avrebbe definito un “malfattore di grandi ricchezze”, o quello che Franklin D. Roosevelt avrebbe definito un “cambiavalute nel tempio”;
Tuttavia, negli anni Novanta, la vecchia sinistra si era trasformata nella nuova cosa chiamata neoliberismo. Questa nouveau gauche si trovava perfettamente a suo agio con il capitalismo, purché fosse progressista su questioni ambientali e culturali. Così Margaret Thatcher e Ronald Reagan furono sempre disprezzati. Agli occhi delle élite di Londra e di New York, questi due sostenitori dell’offerta erano borghesi e ridicolmente di destra, anche se i loro sostenitori più prolifici venivano liquidati come deplorevoli.
Due decenni dopo il successo di Soros, i sinistroidi del Guardian hanno assaporato il momento. Il suo titolo, “Mercoledì nero, 20 anni dopo: un brutto giorno per i Tories ma non per la Gran Bretagna: Il giorno epocale diede ai laburisti di Blair la più grande vittoria di sempre e liberò l’economia del Regno Unito”. L’articolo recitava: “La politica britannica fu sconvolta dall’umiliazione del governo di John Major”. Major era, ovviamente, il successore conservatore della Thatcher, sconfitto nel 1997 dal leader laburista Tony Blair.
In questi anni, Soros ha suonato i chiacchieroni come un’arpa. Nel tempo libero dalle coperture, Soros iniziò a scrivere. Ha iniziato nel 1984, naturalmente con una denuncia della Reaganomics. Negli anni e nei decenni successivi, ha sfogliato centinaia di saggi, molti dei quali apparsi sul Financial Times, sul New York Times o sulla più ovvia New York Review of Books. Scrisse anche dei tomi, avanzando la sua “teoria generale della riflessività” che era il suo omaggio alla teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di John Maynard Keynes. (che a sua volta imitava la Teoria generale della relatività di Albert Einstein);
Nel 1994, il Timespoté riferire, “le opinioni del signor Soros sono state così rispettate che le sue previsioni pubbliche sui movimenti valutari si sono autoavverate in diversi casi, anche se egli dedica la maggior parte del suo tempo alla gestione della sua fondazione di beneficenza”. Infatti, oltre ai suoi scritti, Soros ha lanciato la Open Society Foundation, che ha dotato di decine di miliardi;
L’anno successivo, il 1995, lo scrittore finanziario George J.W. Goodman poteva dichiararsi completamente affascinato da quest’uomo: “L’ho avuto come ospite nel mio programma sulla PBS…”. Era ironico, distaccato, affascinante, autoironico e sembrava Claude Rains in ‘Casablanca’”. La vera missione di Soros, conclude Goodman: “Un fervente tentativo di far passare un punto di vista filosofico”. Quale intellettuale, o quasi, non potrebbe amarlo? Per evitare che qualcuno si lasci sfuggire il punto sulla filosoficità di Soros, Goodman lo ha citato ulteriormente: “La mia vita non è incentrata sul denaro. Il denaro è un mezzo per raggiungere un fine”. Ok.
Nel 1996, Robert Slater ha pubblicato Soros: The Life, Times & Trading Secrets of the World’s Most Influential Investor, che è talmente dentro Soros che sembra essere stato almeno semi-autorizzato. Ecco il punto di vista dell’autore sul suo soggetto negli anni ’50, quando Soros era uno studente della London School of Economics:
Si immaginava facilmente di rimanere alla LSE e di diventare un accademico, magari un filosofo come Karl Popper. Sarebbe stato meraviglioso se fosse riuscito ad ampliare la sua mente come aveva fatto Popper, e soprattutto a presentare al mondo qualche grande intuizione, “come Freud o Einstein”. In altre occasioni, sognava di diventare un nuovo John Maynard Keynes, di scalare le stesse vette di pensiero economico del famoso economista britannico.
Per quanto ci provi, Soros non ha mai avuto un’influenza intellettuale così elevata. Tuttavia, la sua influenza finanziaria gli ha fatto guadagnare molta benevolenza, ad esempio da parte della BBC: “Ha usato la sua fortuna per finanziare migliaia di progetti nel campo dell’istruzione, della salute, dei diritti umani e della democrazia”
In effetti, Soros è diventato un’immagine di facciata per Trump: il colto buon pensatore, non il volgare dalle dita corte. Così, per un po’ di tempo, i media – ormai “mainstream media” o MSM – hanno potuto sentirsi a proprio agio nell’accostare i due uomini. Da qui il New Yorker nel 2018: “Come George Soros ha messo in difficoltà Donald Trump a Davos”.
Ma dove sono ora? Trump, ovviamente, è tornato alla Casa Bianca, desideroso di vendetta. Da parte sua, George Soros ha ormai superato i 90 anni e si è ritirato dalla vita pubblica. Quanto ad Alex Soros, a soli 39 anni, non sembra avere alcun interesse per la finanza, eppure è certamente ben dotato, sia per eredità che per matrimonio.
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Con l’anniversario del 16 settembre nella nostra mente, potremmo chiederci se qualche grande gioco finanziario – incluso forse una sorta di ambush neoliberale – potrebbe un giorno mettere in crisi un altro governo conservatore;
Per essere sicuri, si tratta di speculazioni, eppure c’è una cosa che sappiamo: Il mercato dei cambi, che nel 1992 fatturava meno di un trilione di dollari, oggi è più grande di ordini di grandezza, con transazioni giornaliere per trilioni di dollari. Con un volume così elevato e i fattori x di criptovalute, IA e informatica quantistica, chissà cosa potrebbe accadere;
Quindi fai attenzione, Zio Sam. Questo settembre, è bene che Scott Bessent, l’ex uomo di Soros, sia dalla vostra parte;
L’autore
James P. Pinkerton
James P. Pinkerton è stato a lungo redattore di The American Conservative, editorialista e autore. È stato a lungo editorialista regolare di Newsday. Ha scritto anche per il Wall Street Journal, il New York Times, The Washington Post, The Los Angeles Times, USA Today, National Review, The New Republic, Foreign Affairs, Fortune e The Jerusalem Post. È autore di Il segreto degli investimenti direzionali: Making Money Amidst the Red-Blue Rumble (2024). Ha lavorato negli uffici di politica interna della Casa Bianca dei presidenti Ronald Reagan e George H.W. Bush e nelle campagne presidenziali del 1980, 1984, 1988 e 1992.
Chiara Nalli ci racconta delle ultime turbolenze in Serbia e dei prodromi della ennesima rivoluzione arancione che sta colpendo uno dei paesi europei, nella zona probabilmente più esplosiva: quella dei Balcani
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Il partito conservatore non liberale “Sogno georgiano” raccoglie da solo, senza alleati, il 54,1% del voto secondo sistema proporzionale: per contro, le forze filo-UE e filoatlantiche – 4 mini coalizioni – raccolgono in tutto il 37%.
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In che modo interpretare queste elezioni a beneficio dell’osservatore europeo/italiano nel modo più semplice possibile ? Innanzitutto chiarendo il campo di gioco e i suoi giocatori.
Abbiamo un paese, la GEORGIA, che si trova in una posizione geografica assai particolare, ai margini estremi del continente europeo (se ancora può definirsi tale), inserito in quella grande catena montuosa che è la fusione con il vicino medio oriente turco/iranico. Malgrado questo si tratta di un paese CRISTIANO (chiesa ortodossa autocefala georgiana) in mezzo al mare musulmano circostante, entrato nell’orbita russo imperiale 2 secoli fa, attraversando assieme a Mosca il settantennio sovietico, cosa che ne ha fondamentalmente secolarizzato il costume. Al termine dell’era sovietica, si rende indipendente, manifestando nel corso di tale processo, fisiologici moti antirussi post-sovietici, comuni in differenti misure in tutta la galassia post-sovietica (come i figli adolescenti che arrivano al momento della ribellione con i genitori).
Sulla base di tutti i fattori riportati sopra, ormai da oltre 20 anni si pianifica da parte europea di integrare tale paese nella casa comune guidata da Strasburgo e Bruxelles.
Insomma, si vuole la Georgia come membro dell’Unione Europea, questo è il punto.
Quanto questo intento sia plausibile e giustificabile non si può che lasciarlo al giudizio di ogni osservatore: si giudichi da sé quale e quanto senso possa avere cercare di integrare a tutti i costi in UE un minuscolo stato nazionale, la cui area storica non ha mai fatto parte dell’Europa – nè occidentale, ma per lungo tempo nemmeno di quella orientale – se non come margine estremo verso l’Asia musulmana, dotato di un’economia al medesimo livello di quelle nordafricane (che quindi non può apportare nulla, ma al contrario sarebbe un oggettiva zavorra aggiuntiva all’Unione. I parametri economici d’accesso, i requisiti non esistono per caso, ce lo si ricordi).
A questo punto perché non fare entrare anche la TURCHIA ? (è quello che Ankara ha domandato per anni prima di stancarsene, sostenuta a gran voce da Washington che – ricordiamocelo – voleva la Turchia nell’UE tanto quanto nella Nato). Oppure perché non fare il grande passo ed ammettere anche lo stato di ISRAELE ?? (c’è chi l’ha proposto, eccome).
Come ho cercato di sottolineare in precedenza, non sussiste (disgraziatamente) alcun fondamento razionale all’ingresso della Georgia, se ci si basa su un rispetto stretto dei criteri economici e culturali di adesione; il fondamento razionale invece esiste invece, eccome,…..se per tali criteri utilizziamo invece quelli geopolitici e geostrategici: un ulteriore tassello euro-atlantico nel cuore del Caucaso espanderebbe l’influenza politico/militare nell’area, a danno principalmente di Mosca che si ritroverebbe la Nato ai confini da meridione (e secondariamente di Teheran).
UE e NATO viaggiano (si propagano) in parallelo, ricordiamocelo anche se sembra banale dirlo: sono rispettivamente il braccio civile e militare della medesima entità di fondo, e l’uno va avanti seguito dall’altro a brevissima distanza o viceversa perchè servono lo stesso interesse (…)
Ergo, la chiave sono le RAGIONI (quelle reali) per le quali si vuole la Georgia in UE. Si può concordare o meno con tali ragioni – dipende dall’orientamento del lettore – ma quelle sono, quindi è giusto essere chiari in proposito senza accampare alibi vari.
Si può scegliere ciò che si vuole (sono chiaro), ma allora si abbia il coraggio di dirlo e affrontarne tutto quello che consegue (non ci si può aspettare che Mosca – o qualsiasi altra potenza di quel calibro – se ne stia con le mani in mano mentre gli si costruisce attorno un confine fatto di missili puntati contro: in Ucraina quanto a Taiwan o in qualsiasi altro posto…non fa testo se fatto volontariamente o meno, democraticamente o meno ! Sia come sia, su un piano geostrategico si traduce in un rischio per Mosca, la quale chiaramente si interesserà alla questione in un modo o in un altro).
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Se è chiaro quanto scritto sopra allora si può proseguire.
Allora CHI vuole la Georgia nell’UE ? Le cosiddette correnti filoccidentali che in concreto sono i partiti, movimenti e coalizioni a sostegno tanto dell’integrazione europea quanto (al 99,9%) all’ingresso nell’Alleanza atlantica. Sono quelli che organizzano le parate di piazza a favore dei diritti civili come di tradizione newyorkese, londinese o parigina……alfieri dell’ideologia liberale di classico conio, affiancati da una piccola galassia di ONG generosamente finanziate dall’estero. Si tratta del popolo che urla a squarciagola e issa vessilli arcobaleno per tutta la città nel nome della giustizia. In parole altre, mi spiace dirlo, sono quella fascia di società che, imbevuta di un’immagine idilliaca delle società euro-americane (desiderandone la prosperità), finisce per esserne usata per scopi altri (che nulla hanno che fare con la prosperità).
Questo popolo, molto rumoroso sulla strada lo chiameremo “Popolo Arcobaleno” (che in questo caso non è nemmeno tanto ad indicare l’associazione col movimento Lgbtq, quanto una visione del mondo “prospera”, per quanto illusoriamente).
CHI è contro costoro ?
Un partito sorto una quindicina di anni fa ad opera di un miliardario locale: si chiama “SOGNO GEORGIANO”, nome attorno al quale da adesso tutto girerà.
Diciamo da subito che la natura di questo partito è decisamente più complessa di quanto sia semplificato sui media occidentali: a beneficio del lettore diciamo che NON si tratta di un partito “filorusso” a scanso del fatto che tale etichetta gli è stata applicata un po’ ovunque (…).
Si tratta di un partito nato come “di sinistra” sul piano della presenza dello stato e dell’assistenza sociale (cose che da un punto di vista liberal/anglosassone sono automaticamente considerate di sinistra), ma le combina con un deciso conservatorismo sul piano sociale. In pratica una destra di tipo SOCIALE (per così esprimersi): il problema è che alla filosofia liberal non sta bene alcuno dei due aspetti ! Dal momento che promuove un modello di libero mercato (assai poco assistenziale) e del tutto progressista su quello sociale. Oltre a tutto questo (cosa più grave in assoluto), “Sogno georgiano” promuove una politica di realpolitik con la RUSSIA; si muove in direzione di una normalizzazione dei rapporti e di una pacificazione della zona di frontiera – tormentata dal 2008 – così come una riapertura del commercio russo-georgiano (molto grande in rapporto alla piccola economia del paese).
Tutto questo scaturisce da un’impostazione di fondo che consiste nel realizzare la natura peculiare del paese, collocato sul piano storico/culturale tra due mondi: quello occidentale da un lato, ma anche quello russo dall’altro (col quale il legame è inscindibile). Si cerca pertanto un bilanciamento tra le due forze. L’obiettivo, pertanto, non è di essere per forza “amici della Russia” quanto trovare un equilibrio ragionevole che non costringa ad esserle nemici. Questa è la chiave di tutto: equilibrio e bilanciamento. Concetti che tuttavia stridono con le aspettative occidentali, nella misura in cui mal coincidono con un orientamento rigidamente antirusso adottato da tutto l’asse euro-americano. In base a questa ricerca di equidistanza si è limitata la presenza di ONG finanziate dall’estero (sapendo benissimo da chi sono finanziate; ricordiamo che non sono state vietate, ma solo è stato posto l’obbligo di registrarsi ed essere trasparenti……cose che sembrano ragionevoli da un altro punto di vista. Oppure no ? Si vorrebbe liberissimo e non trasparente finanziamento dall’estero ? Per nascondere cosa ? Si risponda anche a questo in coscienza, prego…). Si limita anche la forza del movimento LGBTQ nella misura in cui lederebbe il consenso in ampie parti del paese non in grado di metabolizzare idee del genere, generando divisioni e frizioni in seno a una società molto tradizionale.
In definitiva: cosa è “Sogno georgiano” e cosa vuole ? E’ un partito multisfaccettato, dall’approccio molto realistico: NON intende far sì che la propria società sia investita di cambiamenti che non condivide, nè che si ritrovi incastrata in alleanze politico/militari che non coincidono col proprio percorso storico. Sono leggi ed iniziative simili, analoghe a quelle russe sì, ma in realtà che non sono state prodotte al fine di emulare la Russia (idea questa, diffusa da occidente), quanto piuttosto perché vogliono riflettere il paese reale, il quale, coincidentalmente, è tanto conservatore quanto la Russia. Si tratta di una convergenza culturale piuttosto che di un piano geopolitico. PUNTO.
In nulla “Sogno georgiano” è specificamente “filorusso”: quest’ultima è una definizione data dai centri di potere e dai mezzi di informazione euro-americani (che hanno contribuito ad instaurarla nel pensiero comune). In realtà questo partito georgiano è “filorusso” soltanto se lo si osserva da una prospettiva severamente ANTIRUSSA: una prospettiva che Washington/Bruxelles gradirebbe per qualsiasi nuovo alleato che coopta (l’equivoco di fondo sta tutto lì : la Georgia è un paese fiero e indipendente, ma NON antirusso quanto paesi baltici e Polonia, che quindi punta ad una posizione più sfumata, nella crisi presente. Questo, ahimè, è sufficiente per farlo bollare come “filorusso” dall’asse euro-americano che nella propria foga tende a considerare come sospetto qualsiasi atteggiamento che non sia in linea col proprio. Diventa pertanto “filorusso” non soltanto chi è filorusso per davvero, ma anche colui che non si dichiara antirusso, pretendendo di mantenere una posizione equidistante.
Lo chiameremo quindi partito del paese profondo
= ……….ecco I due attori fin qui descritti si confrontano: il “popolo arcobaleno” e il “paese profondo” si confrontano direttamente (come oramai sta accadendo in tanti paesi dell’occidente europeo, vedi Francia e Germania).
I risultati sono quelli che si vedono. Il paese profondo veniva dato al 40% dai sondaggi commissionati dagli avversari (le forze liberal-progressiste si vedevano vincitrici e diffondevano tale idea), ma alla prova reale sul campo prende invece il 54% al voto nazionale e senza nemmeno alleati coi quali dover dividere il potere. Nelle zone rurali poi tale voto arriva a sfiorare il 90%.
Il popolo arcobaleno e le 4 coalizioni che lo rappresentano, sono andate poco sopra 1/3 del consenso nazionale.
Un messaggio forte che fa intendere lo scarto tra la minoranza rumorosa che va in piazza ad urlare ed il paese reale (che questo piaccia o meno a chi rimane affascinato dalle piazze solcate di bandiere e slogan).
Si deve aggiungere qualche nota specifica sul voto: come in tanti fanno notare, “Sogno georgiano” si è presentato su manifesti elettorali con iconografia che riflette ancora l’europeismo (vero). Un punto che consente dunque di evidenziare ulteriormente il grande equivoco che grava su queste elezioni e sulla natura del partito stesso di cui abbiamo già parlato addietro: il conservatismo georgiano NON è antieuropeo e non lo è mai stato………semplicemente non è disposto ad abbracciare per intero l’ideologia liberal/anglosassone che sembra ad esso esserne ormai connaturata. Il conservatismo georgiano è disposto a far parte della UE da un punto di vista economico (così come essa è sempre stata concepita), ma non a stravolgere il proprio background culturale per questo; piuttosto, è dalla sponda opposta (Bruxelles) che si pretende di imporre un’agenda politica e geopolitica assieme al benessere (illusorio) che darebbero in cambio. Ci si può dunque a questo punto domandare chi sia il più ipocrita: se “Sogno georgiano” che vuole il benessere europeo senza pagarne il prezzo sul piano dei valori, oppure la stessa UE, la quale formalmente si presenta come un’associazione economica, ma poi pretende di imporre una precisa agenda politica che interferisce direttamente con la società e la politica interna dei nuovi membri che vorrebbero aderire (di nuovo, ognuno in cuor proprio opti per la variante che crede).
D’altro canto si deve sottolineare un fatto: se ammettiamo che non è stato corretto da parte di “Sogno georgiano” servirsi della simbologia UE nella sua campagna elettorale non condividendone i valori, allora parimenti non è stato corretto da parte filoccidentale trasformare l’intera campagna in un referendum pro o contro la RUSSIA.
Quanto è accertato è che le forze liberali e filoccidentali in campagna elettorale hanno da subito stravolto il senso delle cose: quello che doveva essere un confronto, di per sé importante, sulla politica interna del paese e sulla sua società……….è divenuto un confronto di politica ESTERA, focalizzato sul “filorussismo” o meno. La cosa è stata fatta ingenuamente oppure deliberatamente. C’è da temere sia la seconda. Esattamente come nel caso moldavo una settimana fa, si è fatto sì che il tema geopolitico divenisse impropriamente l’ago della bilancia, argomento da sventolare minacciosamente e a sirene spiegate in modo proprio da convincere quella parte del paese, la più nazionalista e conservatrice, a votare PRO-Europa, pur non condividendone l’orientamento liberale.
La dinamica è proprio la medesima a pensarci: il fronte liberale filoccidentale, ben consapevole della difficoltà di far accettare ad una società tradizionalista come quella georgiana un’agenda molto progressista, allora ricorre allo spauracchio Russia/Urss, consapevole dell’avversione istintiva che provoca in tutta la popolazione, trasversalmente….nella speranza di ottenere voti anche in quelle fasce che non voterebbero MAI riforme di matrice troppo liberale.
Escamotage semplice ed efficace: il problema è che non è bastato e nemmeno lontanamente. Ha pesato il fatto che la Georgia, a differenza della Moldavia, ha molti meno emigrati residenti in Europa (oltre 1 milione in realtà, ma tutti in Russia) e, pertanto non c’è stato nessun flusso di voti filoeuropeo dall’estero a ribaltare il verdetto, come nel caso moldavo (…). Trasformare le elezioni in un referendum contro la Russia è stato fallimentare; una mossa poco responsabile che riflette più la foga antirussa dell’occidente che non una reale valutazione dell’interesse georgiano, puntando tutto sul risveglio di un antirussismo che non è presente nella società georgiana (non nella medesima misura di paesi baltici o Polonia) con pochi risultati. Potrebbe al contrario aver spaventato molti georgiani alla prospettiva di far diventare il paese un ennesimo fronte armato, costantemente attivo, contro il gigante vicino.
Nella sostanza l’errore UE/USA è stato questo: hanno sponsorizzato (perché gli sponsor ideologici e materiali sono loro) una campagna elettorale basata non tanto su un oggettivo benessere nazionale da condividere quanto sulla paura di un ipotetico nemico alle frontiere. Il timore anziché una qualche giustizia. C’è da ritenere che la società georgiana in fondo abbia percepito qualcosa di tutto questo: che il guadagno sarebbe stato minimo (l’UE non regala a nessuno il proprio benessere, al massimo fa “prestiti”, come Kiev ben presto scoprirà) e il prezzo da pagare sarebbe stato alto (trovarsi una Russia eternamente nemica, e questo senza peraltro che i georgiani fossero nemici della Russia).
CONCLUSIONE
Chi di dovere (cioè chi aveva accesso ai sondaggi veri e non di propaganda), si è reso conto già da molte settimane delle scarse possibilità di successo , tanto in Moldavia quanto in Georgia e difatti (NOTARE bene*) la copertura mediatica nelle ultime settimane si è gradualmente assottigliata fino a scomparire in prossimità di tali consultazioni elettorali che sono letteralmente scomparse dalle pagine delle testate principali.
Se il caso moldavo è stata una delusione, e lo si prevedeva, allora tanto più si sapeva che quello georgiano – più difficile per le ragioni ricordate – sarebbe andato anche peggio; così è stato. Per tale ragione non se ne sente parlare da nessuna parte, cosa strana per un evento che si diceva tanto importante.
Cosa accadrà da qui in avanti non è per nulla certo: nè come si muoverà l’ora potentissimo “Sogno georgiano”, nè come si muoveranno le opposizioni così imbarazzantemente sconfitte. La disfatta è stata troppo netta, purtroppo, per invocare con forza i brogli elettorali (cosa che comunque stanno già facendo come di rito); l’unica cosa che rimane in alternativa è un atto di forza, ossia una rivoluziona colorata, che però a questo punto determinerebbe rischi di guerra civile inenarrabile alimentata da opposti attori geopolitici esterni (penso che nemmeno il fronte liberale georgiano osi una carta del genere, ma soprattutto per l’Europa la Georgia stessa non è così importante)
FINE.
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Definitisi in qualche maniera gli schieramenti attorno al gioco ucraino ed europeo i centri decisori prevalenti negli Stati Uniti volgono la loro attenzione verso quelle crepe che potrebbero far vacillare il muro costruito intorno alla Russia e, soprattutto, la suicida accondiscendenza delle leadership europee. Tornano alla ribalta i soliti arnesi, nella fattispecie Soros, in qualità di imbonitore impegnato a prefigurare gli scenari, e Samantha Power nella veste di braccio armato. Personaggi già visti all’opera negli Stati Uniti, in Europa, in Libia, in Siria, in ogni angolo dove occorre sostenere finti avversari e destabilizzare nemici dichiarati, amici superflui e figure che semplicemente vogliono tenersi lontano dalle cattive compagnie. La loro attenzione condita di perfidia, questa volta e non a caso, si è concentrata sull’Ungheria e l’India. Gli ossi da rosicare si stanno rivelando sempre più duri e meno digeribili. Nel frattempo i colorati e spensierati palloncini che solcano pazientemente il cielo si stanno rivelando un ostacolo imprevisto ai piani diplomatici tesi ad uscire dal cul de sac nel quale si è al momento cacciata la diplomazia statunitense. Buon ascolto, Giuseppe Germinario Il sito www.italiaeilmondo.com non fruisce di alcuna forma di finanziamento, nemmeno pubblicitaria. Tutte le spese sono a carico del redattore. Nel caso vogliate offrire un qualsiasi contributo, ecco le coordinate: postepay evolution a nome di Giuseppe Germinario nr 5333171135855704 oppure iban IT30D3608105138261529861559 oppure
Invito a leggere questa lettera-appello pubblicata in Francia il 22 aprile scorso. Segue qualche considerazione_Giuseppe Germinario
“Per un ritorno all’onore dei nostri governanti”: 20 generali chiedono a Macron di difendere il patriottismo
Su iniziativa di Jean-Pierre Fabre-Bernadac, ufficiale di carriera e direttore del sito di Place Armes , una ventina di generali, un centinaio di alti ufficiali e più di mille altri soldati hanno firmato un appello per un ritorno di onore e dovere all’interno della classe politica. Valeurs Actuelles diffondono, con la loro autorizzazione, la lettera intrisa di convinzione e impegno da parte di questi uomini legati al loro Paese.
Signor Presidente, Signore e Signori del Governo, Signore e Signori, Membri del Parlamento,
L’ora è seria, la Francia è in pericolo, diversi pericoli mortali la minacciano. Noi che, anche nella riserva, rimaniamo soldati di Francia, non possiamo, nelle attuali circostanze, restare indifferenti alle sorti del nostro bel Paese.
Le nostre bandiere tricolori non sono solo un pezzo di stoffa, simboleggiano la tradizione, attraverso i secoli, di coloro che, qualunque sia il loro colore della pelle o la loro fede, hanno servito la Francia e hanno dato la vita per essa. Su queste bandiere, troviamo in lettere d’oro le parole “Onore e Patria”. Tuttavia, il nostro onore oggi sta nella denuncia della disgregazione che colpisce la nostra patria.
– Disgregazione che, attraverso un certo antirazzismo, si manifesta con un unico scopo: creare sul nostro suolo un malessere, addirittura odio tra le comunità. Oggi alcuni parlano di razzismo, indigenismo e teorie decoloniali, ma attraverso questi termini è la guerra razziale quella che vogliono questi odiosi e fanatici partigiani. Disprezzano il nostro Paese, le sue tradizioni, la sua cultura, e vogliono vederlo dissolversi portandogli via il suo passato e la sua storia. Così attaccano, attraverso statue, antiche glorie militari e civili analizzando parole vecchie di secoli.
– Disgregazione che, con l’islamismo e le orde suburbane, porta al distacco di molteplici lembi della nazione per trasformarli in territori soggetti a dogmi contrari alla nostra costituzione. Tuttavia, ogni francese, qualunque sia il suo credo o il suo non credo, è ovunque a casa in Francia; non può e non deve esistere nessuna città, nessun distretto in cui non si applicano le leggi della Repubblica.
– Disgregazione, perché l’odio ha la precedenza sulla fraternità durante le manifestazioni in cui il potere usa la polizia come agenti ausiliari e capri espiatori di fronte ai francesi in gilet giallo che esprimono la loro disperazione. Questo mentre individui infiltrati e incappucciati saccheggiano aziende e minacciano le stesse forze di polizia. Tuttavia, questi ultimi applicano solo le direttive, a volte contraddittorie, fornite da voi, governanti.
I pericoli aumentano, la violenza aumenta di giorno in giorno. Chi avrebbe previsto dieci anni fa che un giorno un professore sarebbe stato decapitato al momento di uscire dal liceo? Tuttavia, noi, servitori della Nazione, che siamo sempre stati pronti a garantire con la vita il nostro impegno – come richiesto dal nostro stato militare, non possiamo essere di fronte a tali atti degli spettatori passivi.
Inoltre, coloro che guidano il nostro paese devono assolutamente trovare il coraggio necessario per sradicare questi pericoli. Per fare ciò, spesso è sufficiente applicare le leggi esistenti senza debolezze. Non dimenticare che, come noi, la grande maggioranza dei nostri concittadini non ne può più delle vostre colpevoli tergiversazioni.
Come ha detto il cardinale Mercier, primate del Belgio: “Quando la prudenza è ovunque, il coraggio non è da nessuna parte. ” Allora, signore e signori, basta rinvii, la situazione è seria, il lavoro è enorme; non perdete tempo e sappiate che siamo pronti a sostenere politiche che tengano conto della salvaguardia della nazione.
D’altra parte, se non si interviene, il lassismo continuerà a diffondersi inesorabilmente nella società, provocando alla fine un’esplosione e l’intervento dei nostri camerati in servizio in una pericolosa missione di protezione dei nostri valori di civiltà e salvaguardia dei nostri connazionali sul territorio nazionale.
Come si vede, non è più tempo di procrastinare, altrimenti domani la guerra civile metterà fine a questo caos crescente e le morti, di cui voi sarete responsabili, si conteranno a migliaia.
I generali firmatari:
General de Corps d’Armée (ER) Christian PIQUEMAL (Legione straniera), General de Corps d’Armée (2S) Gilles BARRIE (Fanteria), Generale di divisione (2S) François GAUBERT ex governatore militare di Lille, Generale di divisione (2S ) Emmanuel de RICHOUFFTZ (fanteria), generale di divisione (2S) Michel JOSLIN DE NORAY (truppe di marina), generale di brigata (2S) André COUSTOU (fanteria), generale di brigata (2S) Philippe DESROUSSEAUX di MEDRANO (treno), aria Generale di brigata (2S) Antoine MARTINEZ (Air Force), Generale di brigata aerea (2S) Daniel GROSMAIRE (Air Force), Generale di brigata (2S) Robert JEANNEROD (Cavalleria), Brigata generale (2S) Pierre Dominique AIGUEPERSE (fanteria) generale Brigade (2S) Roland DUBOIS (Trasmissioni), gBrigadier General (2S) Dominique DELAWARDE (Fanteria), Brigadier General (2S) Jean Claude GROLIER (Artiglieria), Brigadier General (2S) Norbert de CACQUERAY (Directorate General of Armament), Brigadier General (2S) Roger PRIGENT (ALAT), Brigadier Generale (2S) Alfred LEBRETON (CAT), Medico generale (2S) Guy DURAND (Servizio sanitario dell’esercito), Contrammiraglio (2S) Gérard BALASTRE (Marina).
Il documento ha una rilevanza intrinseca sia per la qualità che per il numero dei firmatari, tutti militari di vario ordine e grado dell’armée, che per il tono sorprendentemente ultimativo impresso. Un accento che non lascia troppi spazi a vie di mezzo e tempi lunghi. Può essere l’indizio di qualcosa di grosso e di risolutivo in via di preparazione, come di una prosopopea senza esito fattivo, ma che porterà di sicuro discredito e dileggio ai promotori pur mossi dalle migliori intenzioni. Sicuramente è un grido di allarme. La situazione in Francia, pur comune a gran parte dei paesi occidentali, in realtà è particolarmente grave se addirittura un politico dall’approccio globalista e cosmopolitico del calibro del Presidente Macron, coltivato certosinamente in quegli ambienti, ha dovuto assumere occasionalmente e artatamente le vesti del sovranista; vesti che non sono con ogni evidenza le sue.
Assume un peso ancora più significativo e interessante sia per il merito esplicito e sottinteso che per il contesto che l’appello ha smosso ed entro il quale sta agendo.
nel merito ci rivela in primo luogo quello che sul nascere avevamo prontamente sottolineato a suo tempo in vari articoli del sito: il movimento di massa dei “Gilet Gialli” per le sue modalità operative e per la contestuale diffusione territoriale presupponeva l’esistenza di addentellati se non proprio di una direzione e indirizzo veri e propri di importanti centri decisionali e politici presenti nelle istituzioni francesi. La sorprendente denuncia, per altro più che fondata, nel documento dell’utilizzo violento, strumentale e decisamente sproporzionato di settori delle forze dell’ordine sono una sorta di certificazione di quanto sottolineato. Stigmatizza giustamente e apertamente la funzione politica dell’antirazzismo e delle rivendicazioni antidiscriminatorie prevalenti odierni, capovolgendoli paradossalmente in forme subdole di razzismo, di frammentazione e separatismo identitari tali da erodere irreversibilmente le fondamenta della coesione sociale e della nazione. L’islamismo radicale in realtà è forse la forma più scoperta e radicale di queste manifestazioni, ma ne esistono altre, concomitanti, molto più subdole, perché espressione diretta della cultura occidentale e sostenute da buona parte delle élites dominanti; anche questi, aspetti più volte evidenziati nei nostri articoli.
Riguardo al contesto e alle dinamiche innescate il documento ci dice analogamente molto di più del significato letterale delle parole ivi contenute. Si rivolge correttamente di fatto a tutte le forze politiche e a tutti i rappresentanti delle istituzioni. I promotori infatti hanno stigmatizzato gelidamente l’invito inopportuno e intempestivo di Marine Le Pen ad aderire al suo partito, il RN ex Front National. Una conferma dei rapporti deteriorati e di sorda diffidenza già emersi dopo pochi mesi dalle elezioni europee e a pochi mesi dal loro ingresso con la fuoriuscita di importanti esponenti di questa area dal partito della Le Pen, ma anche della funzione di eterna oppositrice di comodo di quest’ultima nel panorama politico transalpino. Si inserisce in una vasta campagna politica portata avanti da organi di informazione conservatori in Francia ben consolidati ed affermati, tra i vari questo https://www.valeursactuelles.com/clubvaleurs/politique/philippe-de-villiers-jappelle-a-linsurrection/ Segue numerose vicende significative tra le quali la clamorosa defenestrazione per via giudiziaria di Fillon, personaggio per altro inadeguato, dalla candidatura alle ultime presidenziali e le rumorose dimissioni del popolare Pierre de Villiers, fratello di Philippe, da comandante delle forze armate nel luglio del 2017 e del quale per altro brilla l’assenza tra i firmatari.
Il dibattito e gli schieramenti politici in Francia sono certamente meno delineati rispetto alla situazione offerta dagli Stati Uniti, certamente più nitidi e chiari rispetto alla frivolezza e alla irrilevanza dei temi affrontati in Italia. Si avvicina a quella americana nella frammentazione geografica e socioeconomica e nel livello politico di ostilità. Può aiutare a decifrare ciò che in realtà si muove meno consapevolmente e in drammatico ritardo anche nel nostro paese. Rivela le intenzioni politiche e le prospettive di autonomia presenti in maniera strutturata in una parte rilevante della sua classe dirigente, ma evanescenti nella nostra. Prospettive ed intenzioni da realizzare però con una qualche possibilità di successo solo a patto di dosare l’azione politica e gli obbiettivi alla reale condizione di forza del paese, ormai strettamente integrato politicamente e ormai militarmente nel campo occidentale piuttosto che essere guidata dalla illusione di grandeur di tempi ormai passati. E’ il discrimine che passa tra la eventuale ripetizione del tentativo gaullista degli anni ’60 e una sua disastrosa parodia. In Francia non mancano espressioni e autorevoli pubblicazioni dotate dell’adeguata consapevolezza della posta in palio. L’intervista a de Villiers, citata in precedenza, fa invece parte della categoria dei velleitari, forse non a caso così ampiamente promossa. Parla di insurrezione, un atto politico forte ed estremo, necessario in delimitati momenti, contingenze e ambiti di azione; in realtà pensa ad una battaglia culturale conducibile in altri ambiti che prescindono tra l’altro dalla detenzione effettiva di potere. Parla di un nemico politico, in realtà lo confonde e lo assimila ad una componente e/o un avversario, il capitalista, in particolare il rentier, in posizione dominante in ambito economico, largamente influente in ambito sociale, ma dal punto di vista politico e nelle sue varie frazioni solo parte di centri decisionali cooperanti e in conflitto tra di essi; una figura alla quale le forze politiche, anche le più “antagonistiche”, non sanno che offrire modalità diverse di regolazione piuttosto che la sua estinzione vista la inesistenza di alternative. Un limite di impostazione che accomuna paradossalmente le componenti radicali dei due versanti opposti e contrapposti. Da qui l’omologazione fuorviante ad un’unica tendenza del radicalismo islamico che, per quanto settario, ha una funzione aggregante e alternativa e del particolarismo identitario e nichilista, legato alla rivendicazione del desiderio personale come diritto e della diversità come convivenza giustapposta di gruppi separati. Il richiamo alla patria, alla nazione, alla identità nazionale rischia di ridursi ad una sterile declamazione. L’avversario politico diventa indefinito, come regolarmente accaduto con i movimenti mondialisti antiglobalisti e il più delle volte quello sbagliato o quello meno rivelante, portando il più delle volte inavvertitamente la serpe in casa. Così per de Villiers, non solo per lui, sul podio di nemico numero uno assurge l’economista Klaus Schwab, il gruppo di Davos, la cupola globalista senza avvedersi che tali gruppi certamente esistono, perpetrano propositi di cambiamento della natura umana e di controllo totalitario globale, ma solo se compatibili con le mire di controllo e di potere politico di centri decisionali, di unità statali tanto totalitari nelle intenzioni quanto costretti a prendere atto dell’esistenza di altri centri contrapposti e potenzialmente dalle mire similari. Le implicazioni di tale rappresentazione sono molteplici: si può cadere nella tentazione velleitaria di un pedissequo ritorno al passato tipico dei reazionari, nel rifiuto della tecnologia piuttosto che nella valutazione del suo utilizzo e dei principi che ne informano gli sviluppi, fermo restando che la conoscenza e l’ambizione di controllo dei processi naturali sono parte integrante dello sviluppo scientifico quali che siano i rapporti sociali e a prescindere da come questi rapporti vi entrino; si possono proporre “sante alleanze” (ad esempio tra tutti gli stati) contro una cosiddetta cupola che è in realtà parte integrante del sistema di potere di qualcuno di essi; non si riesce a percepire l’esistenza di varie “cupole” anche finanziarie al servizio di centri e stati “amici” o ritenuti tali o esenti per natura da certi esercizi di potere. La lettera, forse al di là della valutazione e delle stesse intenzioni dei firmatari, assume quindi una importanza politica enorme, specie in una Europa addomesticata ormai da oltre settanta anni. Vedremo verso quale versante penderà la propensione dei promotori; quel declivio ne determinerà la sorte. In Italia ci guardiamo bene dal raggiungere quel crinale che obbligherebbe senza scampo ad una scelta. Potrebbe essere ancora una volta la nostra salvezza da tragedie immani ma anche successi che invece la Francia ha conosciuto; sicuramente, nel migliore dei casi, si tratterebbe di una sopravvivenza di una classe dirigente, meno di un popolo, costantemente con il cappello in mano. Giuseppe Germinario
La procedura di impeachement prosegue, ma il bersaglio non è più soltanto Trump. Si prepara il terreno ad una colossale epurazione e alla criminalizzazione di un movimento. Non sarà facile perseguirlo. Nel frattempo proseguono le fibrillazioni nel partito repubblicano. Si cerca di riproporre in politica estera le stesse dinamiche e gli stessi sistemi con gli stessi personaggi di cinque anni fa. La disposizione delle forze in campo è però profondamente mutata; la consistenza anche. Si comincia dal Myanmar, si proseguirà in Siria e in Europa. Buon ascolto_Giuseppe Germinario