Italia e il mondo

BYE BYE ORBAN. ONCE UPON A TIME IN EUROPE – COME NASCE IL SOVRANISMO_di Daniele Lanza…e altri

ONCE UPON A TIME IN EUROPE – COME NASCE IL SOVRANISMO.

(*** intervento consistente, ma nevralgico: forse i pochi minuti che occorrono, valgono la pena. Si domanda pazienza).

Si apre la settima con la notizia politica del momento che intaserà le bacheche per le prossime 24 ore: con l’addio ad Orban si chiude una breve era nella politica interna ungherese che, forse, mai più tornerà.

Il web dal canto suo per lo spazio di una giornata ti diventa un ring, investito di un torrente di analisti di tutti i colori in gara per la riflessione più zelante, ad interagire con un mare di utenti di ogni orientamento…..chi a urlare di giubilo chi a rattristarsi e strapparsi le vesti. Per quanto riguarda la bacheca qui presente si mette in chiaro che non vi è nè giubilo nè pianto per il presidente uscente: è andata come doveva andare, tutto ha un termine e dopo 15 anni di regno il momento era arrivato, per ragioni naturali. A prescindere da tutto, il personaggio in questione era “esaurito”.

Ecco direi di concentrarsi sull’ultima espressione in alto: prima ancora di esultare o piangere sarebbe necessario CAPIRE chi è realmente il personaggio in questione, cosa ha rappresentato Viktor Orban per il proprio paese.

Il tutto inizia molto tempo fa, nelle stesse piazze che stamane esultano per la sua sconfitta, ma che una generazione orsono erano un brusio incessante alle porte del cambiamento (…). Orban, classe 1963, negli anni 80 è il tipico ventenne di un paese est europeo ai tempi di una cortina di ferro in via di dissolvimento…di quelli che godono di nascosto di materiale di intrattenimento occidentale (film e musica), suggestionati dal prospero e scintillante emisfero euro-americano. A fine decennio la trasgressione diventa un fiume in piena e le piazze deflagrano, come in tutti i paesi limitrofi: da quel momento in avanti le strade si dividono e l’esistenza di ogni singolo elemento della società prenderà le strade più svariate, come un susseguirsi illimitato di rigagnogli che confluiscono – ognuno a modo suo – verso il grande orizzonte della libertà.

Ecco sì, l’immagine suona poetica, se non fosse per il fatto che dall’era più remota, filosofi e saggi non sono riusciti a trovare una definizione universale del termine “libertà”. Per farla breve, ognuno trovò la propria: chi riuscì ad arricchirsi, chi a tentare di farlo (e perdere ogni cosa), chi a fuggire e ricostruirsi una vita in altri paesi, chi a farsi fagocitare dagli eventi……e chi semplicemente a guardare un mondo che cambiava, vedendosi passare di fronte agli occhi quella prosperità che bramava senza alla fine averla mai, sebbene ora paresse vicina, rimanendo a sognarla (la parabola di vita dei più, in ogni tempo e società). Viktor a dire il vero è una spanna più evoluto della media: studente brillante e dinamico ha frequentato la più moderna (e occidentalizzata) università ed è reduce di svariati soggiorni e stage esteri (Oxford in primo luogo), in parole altre quella minuscola elite, giovane e filoliberale che l’occidente cercava di finanziare e formare in tutto l’oltrecortina (una futura classe dirigente e alleata).

Al suo rientro in patria – alla vigilia della rivoluzione – prende subito il suo posto, ovvero entra in politica, fondando assieme ad un’altra trentina di studenti il movimento giovanile anticomunista (FIDESZ, finanziato qua e là da Soros) che di lì a poco – all’evvento del pluralismo partitico – diventa il grande partito di centro conservatore che vediamo oggi: nel giro di meno di 2 anni viene eletto in parlamento (1990) in qualità di capogruppo del proprio partito. Nel corso del triennio a seguire diventa il primo leader UNICO del partito – all’età di appena 30 anni – sostituendo il collettivo che fino a quel momento ne era stata la testa. Il Fidesz è inizialmente minuscolo, un partitino liberal-conservatore che a stento raggiunge la soglia di sbarramento elettorale, tuttavia in continuo progresso: promette bene cioè, dal momento che sembra sostenere tutto quello che l’asse euro-atlantico desidera (Orban è il segretario nazionale della New Atlantic Initiative, organizzazione tesa a espandere la “democrazia atlantica”), risultando quindi meritevole di ulteriori sostegni e finanziamenti (…). Nel giro di un quinquennio da quando Orban è leader di partito, crea una coalizione che vince le elezioni (1998) ritrovandosi così il più giovane primo ministro d’Ungheria a 35 anni.

Imposta un regime decisamente liberale per alcuni anni – un primo assaggio – su un paese ancora non del tutto pronto, e contando su una coalizione ancora non solida, cosa che lo porta a perdere le consultazioni successive (2002) il che lo confina al ruolo di grande opposizione – i risultati che Fidesz riesce a raccogliere sono comunque ingenti – per tutto tale decennio.

Nel 2010 riprende lo scettro e da quel momento non lo lascia più per i successivi 16 ANNI – attraverso 5 governi – ovvero sino ad oggi (cioè ieri sera precisamente).

Questa seconda lunga parentesi – ma in particolare l’ultimo lustro – è chiaramente quella che interessa maggiormente…..quella che ha portato massima parte del pubblico non esperto a familiarizzare col nome “ORBAN” sui quotidiani (c’è da dubitare che prima del 2015 gran parte del pubblico generale anche solo conoscesse tale nome).

Cosa è accaduto poi ?? Come è successo che un giovane paladino delle libertà occidentali ne divenisse nemico ?! Che dire…..nel giro di una decade Viktor diventa un corsarso, una canaglia, un disgraziato. Un filibustiere che dopo aver fatto carriera per decadi coi fondi euro-americani, ora all’improvviso virava assai più verso la sensibilità conservatrice di quanto lo standard (*) politico occidentale permettesse. Dunque ora il lettore si concentri un istante sull’asterisco posto in alto (è la chiave di lettura): un uomo come Viktor Orban probabilmente non ha mai mutato sensibilmente le proprie vedute per tutta la vita, se non fosse però che il mondo stesso è mutato attorno a lui: l’ultimo ¼ di secolo ha oggettivamente visto l’ascesa di un livello di liberalismo, proveniente da oltreoceano, oggettivamente MAGGIORE di quanto il liberalismo conservatore europeo sia in grado di sopportare. Questa non è soltanto la storia di Orban, si badi, ma di tante analoghe forze politiche liberal-conservatrici per tutta Europa: si è arrivati ad un punto tale che l’anima conservatrice di tali partiti non ha più potuto andare a patti con quella liberale…..questo poichè una sensibilità, un elettorato conservatore (per quanto anche liberale) non può oggettivamente andare oltre una certa soglia. Si arriva insomma al punto in cui si abdica al liberalismo – soprattutto uno imposto dall’estero – per privilegiare la conservazione. Un bivio, una scelta dura, morale/esistenziale che ha riguardato tali forze in tanti contesti nazionali differenti, con esiti e dinamiche differenti: in occidente, generalmente, tali partiti optano sempre a comunque per non scontentare lo standard di liberalismo stabilito nei grandi centri di potere (Washington/Bruxelles) e conformarsi (perdendo però una buona quota dell’elettorato tradizionalista: si veda un caso come la FRANCIA……i partiti del centro liberal-conservatore sono ridotti ormai ad un foglio di carta a vantaggio del Fronte Nazionale che incassa tutto l’elettorato conservatore del paese profondo), mentre dall’altra parte può invece capitare che il partito medesimo rifiuti di conformarsi (ma in tal caso perde l’appoggio dell’occidente euro-americano).

Ricapitolando al nocciolo = se il liberalismo supera la massima intensità sopportabile dalla mentalità conservatrice, accade allora che i partiti liberal conservatori hanno 2 scelte davanti a loro

1 – Conservare l’indirizzo liberale, ma perdere il proprio elettorato

2 – Conservare il proprio elettorato rinnegando l’eccesso di liberalità (ma così facendo perdendo il sostegno politico/economico occidentale).

Ora, il cuore del problema sta in questo: la fascia di paesi post-socialisti dell’Europa orientale è meno prossima, culturalmente, all’occidente atlantico e le sue società sono di norma più vetero-conservatrici rispetto a quelle dell’Europa occidentale, il che significa presto o tardi una collisione di mentalità.

Per esporre in termini più chiari il macro-equivoco in corso: le forze liberal-conservatrici dell’est Europa – protagoniste storiche della fine del socialismo – si sono trovate progressivamente in difficoltà, in crescente imbarazzo di fronte al montare delle pressioni – da parte euro-atlantica – finalizzate a imporre politiche e filosofie a loro estranee. I liberalismi nati nei contesti nazionali della cortina di ferro erano concepiti e finalizzati ad abbattere il comunismo e i suoi strascichi a cavallo tra gli anni 80/90 sì……..ma non ad accettare dottrine turbocapitaliste o “Cosmopolite/Lgbt” che sono venute alla ribalta nella generazione seguente (2000-2025). Questo è stato un effetto non previsto e non desiderato (nel 1989 non lo si poteva immaginare).

Ecco quindi che si è arrivati a dover fare delle scelte: alcuni hanno detto di no, fuoruscendo così progressivamente dall’alveo della protezione/sostegno occidentale di cui per molto tempo hanno goduto. Costoro – quei conservatori di ferro un tempo alleati preziosi contro il sovietismo – sono diventati oggi d’intralcio, venendo gradualmente derubricati a “forze sovraniste” non conformi con l’ideologia europea (…).

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Questa – ripetiamo – è la storia non di un solo individuo, ma di un intero contesto sociale, di un’intera generazione politica: semplicemente Viktor Orban è la figura che incarna in maniera più squillante e vistosa la contraddizione che nasce da quanto spiegato fino a qui. Orban è una metafora, signori: l’incarnazione di una macroscopica contraddizione – un equivoco semantico, che ruota attorno al concetto di libertà – che ha radici antiche, ma che sta emergendo in tutto il suo spessore soltanto adesso (vedi tutte le società est-europee pervase di correnti ultranazionaliste, dai paesi Baltici fino all’Ucraina medesima: il loro desiderio di stare nella comunità europea di Bruxelles non è dovuto a genuino desiderio di conformarsi al tipo di società liberale/tollerante propugnato da von der Leyen e sodali…ma piuttosto di creare il mistico scudo (e spada !) nazionalista ad est contro il Cremlino che la Nato tanto desidera, al punto di soprassedere ai riflessi nazisti di tali patrioti ed usarli comunque).

Sottolineare tutto questo era lo scopo dell’intervento presente, non focalizzarsi allo spasimo su un singolo personaggio, cosa che inevitabilmente crea una polarizzazione carnevalesca e controproducente (chi si mette ad intessere elogi fuori luogo o, all’estremo opposto, chi sputa veleno preconcetto). Non è importante analizzare gli scheletri nell’armadio di Viktor Orban, il punto non è chi lui sia, ma cosa ha rappresentato (…), al fine di comprendere le dinamiche in atto in questo continente: a ognuno poi, la propria idea in cuor proprio.

In ogni caso c’è da ritenere che per lo spazio della prossima generazione non ci sarà più da preoccuparsi in terra d’Ungheria: con affluenza verso l’80% ed un voto che conquista i 2/3 del parlamento si può dire sconfitta schiacciante per i liberal conservatori orbaniani e sovranisti. Costoro – dopo la parentesi di Orban NON beneficeranno più di alcun supporto finanziario da sponda occidentale (che si guarderà bene dal farlo visti gli esiti).

CONCLUSIONE = Orban è stato quello che è stato: una pedina occidentale (formato e cresciuto da loro agli esordi e dopo) che ad un certo punto se ne è distaccato, optando per una scissione che l’ha reso un giocatore indipendente e quindi un pericolo (successo anche in altri casi ben più violenti, vedi Saddam: nel ben più pacifico contesto europeo non ha comportato guerre, ma solo che un leader ha deciso di farsi sovranista). Orban non è mai stato contro l’Europa, bensì indipendente rispetto ad essa si badi (bene o male che si possa dire di lui)……..il che sta ad indicare che anche solo l’indipendenza non è tollerabile dai poteri più in alto. I leader considerati “sovranisti” non lo sono più di quanto non lo fossero 20/30 anni orsono: semplicemente il mondo è cambiato attorno a loro ed ora il appella in tale modo.

Ed infine occorre riflettere ancora meglio su cosa si intenda per “Europa”: perchè se con tale termine si intende l’apparato ideologico della comunità europea odierna, quello che considera l’identità stessa come un ostacolo (?!) allora si deve concludere che si tratta dell’ossimoro maggiore mai incontrato……la casa europea è, di fatto, la tomba di sè stessa.

Orbán se n’è andato. Il suo stile politico, invece, no. di Christopher Caldwell

Denes Erdos/APDenes Erdos/AP
“Tutte le carriere politiche, a meno che non vengano interrotte bruscamente in un momento propizio”, scrisse nel 1977 il deputato conservatore Enoch Powell, “finiscono con un fallimento”. Powell, il grande populista inglese dell’epoca, si riferiva a Joseph Chamberlain, l’imperialista del periodo prebellico che oggi definiremmo un populista. Domenica, il fallimento è arrivato anche per il politico populista di maggior successo dei nostri tempi. Viktor Orbán, in corsa per un sesto mandato come primo ministro ungherese, ha visto il suo partito, Fidesz, spazzato via dal neonato partito Tisza di Peter Magyar, un ex protetto di Orbán che era stato membro di Fidesz solo due anni prima. Tisza sembra aver conquistato 137 seggi nei 199 seggi del parlamento.I sostenitori esultanti di Magyar e non pochi giornalisti hanno dipinto le elezioni come una vittoria della democrazia sull’autoritarismo e sulla xenofobia. Si tratta di un’interpretazione piuttosto semplicistica. Magyar si è presentato come un conservatore, ha condotto la sua campagna elettorale principalmente al di fuori di Budapest e, fatta eccezione per le questioni relative all’Unione Europea, ha fatto ben poco per differenziare le sue politiche da quelle di Orbán. Ciò che ha portato Magyar alla ribalta due anni fa è stato uno strano scandalo riguardante la grazia concessa a un uomo accusato di abusi sessuali, una grazia che il Ministro della Giustizia è stato accusato di aver approvato senza opporre resistenza. Magyar ha annunciato il suo addio a Fidesz. Il ministro, Judit Varga, si è dimessa. Varga e Magyar avevano da poco divorziato.Molti dettagli della campagna elettorale erano complicati e pieni di pettegolezzi, ma la storia principale era semplice: il populismo di Orbán sta mostrando i segni del tempo, per quanto la maggior parte dei suoi principi possano ancora essere validi. Risale a un’epoca in cui l’Ungheria aveva bisogno di difendersi da una rete di leader dell’Unione Europea a Bruxelles e altrove, una rete desiderosa di controllare i bilanci e aprire le frontiere degli Stati membri più piccoli dell’UE, come l’Ungheria. Questo accadeva prima della Brexit e di Trump, e Orbán dovette elaborare un piano per difendere la sovranità ungherese che non spaventasse i mercati obbligazionari né allarmasse gli elettori. Ecco perché i populisti che hanno attinto al manuale di Orbán, dal ministro dell’Interno Matteo Salvini in Italia alla leader del partito AfD Alice Weidel in Germania, vengono spesso definiti sovranisti. Analizzare il suo operato significa comprendere cosa ha reso Orbán un colosso della politica centroeuropea, e anche rendersi conto che non era meno democratico di coloro che lo hanno denigrato in nome della democrazia.Orbán è il più giovane eroe ungherese della Guerra Fredda. La sua pubblica denuncia dell’occupazione russa alla fine degli anni ’80 lo rese famoso e gli spianò la strada per l’elezione a primo ministro nel 1998, all’età di 35 anni. Guidò un governo onesto e libero da favoritismi per i suoi quattro anni di mandato, ma fu sonoramente sconfitto da un partito dell’establishment post-comunista poco dopo l’11 settembre. In otto anni, questo partito trasformò il paese in un disastro finanziario.Quando Orbán tornò al potere nel 2010, due anni dopo il crollo di Lehman Brothers, la crisi valutaria europea era agli inizi. Quello fu il momento di massimo splendore per Orbán. L’economia ungherese si era contratta del 7% l’anno precedente e le autorità di regolamentazione europee e il FMI avevano preparato per l’Ungheria lo stesso programma di austerità che avevano usato per impoverire l’economia della Grecia e privarla della sua sovranità politica. Orbán rifiutò. Propose un piano completamente diverso, che includeva un salario minimo più alto e una riduzione delle imposte sul reddito e sulle società. Coprì la differenza introducendo nuove tasse sui settori che avevano tratto profitto dalla crisi finanziaria, principalmente banche estere, compagnie energetiche e rivenditori. E ottenne il margine di manovra necessario per condurre una politica di bilancio indipendente. Fu un punto di svolta nella storia del populismo. Prima del crollo del 2008, nessun conservatore in Occidente capiva che uno Stato forte fosse indispensabile per un Paese che voleva evitare la schiavitù del debito e la perdita della sovranità. Questa era la chiave del fascino internazionale di Orbán e dell’antipatia dei progressisti, soprattutto in Europa e a Washington. Il caos in Ungheria aveva permesso a Orbán di ottenere una maggioranza di due terzi in parlamento, sufficiente per emendare la Costituzione. In breve tempo, Fidesz introdusse nella Costituzione il riconoscimento della cultura cristiana del Paese, la definizione del matrimonio come unione tra un uomo e una donna e il divieto degli organismi geneticamente modificati. La gente iniziò a definire Orbán “autoritario”. Non lo era: questo è l’aspetto della democrazia ungherese quando un leader controlla i due terzi del parlamento. (Come fa ora Peter Magyar. Una delle sue prime mosse domenica sera è stata quella di chiedere le dimissioni del presidente Tamás Sulyok, che ha tutto il diritto costituzionale di rimanere in carica fino al 2030).Nel secondo mandato di Orbán, iniziato nel 2014, l’Europa è stata colta di sorpresa da un’ondata senza precedenti di migranti in fuga dalla guerra civile in Siria. A loro si sono presto aggiunti opportunisti provenienti da luoghi più remoti del mondo musulmano. Molti di loro erano giunti su invito di Angela Merkel, che parlava della “Wilkommenskultur” tedesca. Ma una volta che i migranti hanno iniziato a percorrere le strade d’Europa, la Merkel ha insistito affinché venissero stabilite delle quote per ripartirli tra i paesi confinanti con la Germania.L’Ungheria non poteva permettersi una Wilkommenskultur . “Non è scritto nel grande libro dell’umanità che debbano esserci ungheresi nel mondo”, aveva avvertito Orbán, e ora era deciso a difendere i confini esterni dell’Ungheria dagli intrusi. Quando gli elettori polacchi hanno estromesso il governo merkellizzante e lo hanno sostituito con un partito di cattolici scettici sull’immigrazione chiamato Diritto e Giustizia, Orbán si è assicurato come alleato una delle principali nazioni europee.”O la Merkel o Orbán hanno frainteso qualcosa.”Fu un momento interessante nel pensiero politico europeo. Orbán non smise mai di definirsi un cristiano-democratico. Il suo modello, diceva, era l’ultimo cancelliere tedesco della Guerra Fredda, Helmut Kohl. Ma ora la successora e allieva di Kohl, Angela Merkel, perseguiva una politica diametralmente opposta. Chiaramente, o la Merkel o Orbán avevano frainteso qualcosa dell’eredità cristiano-democratica. I fatti, al 2026, sembrerebbero indicare che la colpa fosse della Merkel, dato che il suo successore, Friedrich Merz, ha recentemente proposto il rimpatrio della maggior parte dei migranti siriani di dieci anni prima.Se c’è un’espressione associata a Orbán, è “democrazia illiberale”, ma questa definizione è stata coniata dai suoi detrattori. Attribuisce troppa importanza a una singola citazione di Orbán, estrapolata dal contesto. L’opposizione di Orbán al liberalismo si fondava su un insieme di argomentazioni sofisticate e, in realtà, piuttosto liberali. Credeva che i sistemi di regole neutrali e aperti fossero facilmente manipolabili dai più abbienti e dai più influenti. Riteneva che la democrazia liberale stessa si fosse trasformata in un movimento illiberale.Secondo Orbán, le organizzazioni non profit, talvolta definite società civile, si erano trasformate in una sorta di governo non eletto, minando la volontà popolare e la sovranità nazionale. Accusò i gruppi finanziati dal miliardario ungherese George Soros di promuovere l’immigrazione di massa verso l’Europa orientale. Orbán si adoperò per rendere illegale l’incitamento alla violazione delle leggi sull’immigrazione. Si adoperò inoltre per la chiusura della Central European University, finanziata da Soros e situata nel centro di Budapest. ( Compact ha ricevuto finanziamenti dalle Open Society Foundations di Soros.)Si è trattato di una complessa battaglia incentrata su sottigliezze legali riguardanti la regolarità dell’accreditamento della CEU. Non ha certo mostrato Orbán sotto la migliore luce. Ma è anche un esempio di come il mondo, con il passare degli anni, sia diventato sempre più simile a Orbán. Persino gli Stati Uniti, con la loro campagna contro gli Istituti Confucio legati alla Cina, che offrono corsi universitari di lingua e cultura cinese, si sono dimostrati più preoccupati dell’influenza straniera che della propria reputazione di liberalismo.A quel punto, l’Unione Europea aveva scoperto i suoi poteri per trattenere ingenti somme di denaro dovute all’Ungheria di Orbán e ad altri paesi gelosi della loro sovranità nazionale. Nelle elezioni polacche del 2023, l’UE ha reso evidente che la Polonia, in difficoltà economiche dopo la pandemia, avrebbe ricevuto decine di miliardi di dollari di fondi sequestrati se avesse votato per il partito filo-Bruxelles Piattaforma Civica guidato da Donald Tusk… ma che non li avrebbe ricevuti se avesse votato per il partito euroscettico Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczyński.“Il suo tempo era scaduto.”E così è stato anche in queste elezioni ungheresi: Magyar ha promesso con sicurezza di rilanciare l’economia con miliardi provenienti da Bruxelles, fondi che non sarebbero mai stati disponibili se gli ungheresi avessero eletto Orbán. Anche in questo caso, un’UE neutrale non sarebbe bastata a salvare Orbán: il suo tempo era scaduto. Ma la parzialità partigiana che continua a provenire da Bruxelles rappresenta un affronto alla “democrazia liberale” tanto grave quanto qualsiasi cosa Orbán abbia fatto durante il suo mandato.Ripensando a ciò che Orbán ha fatto durante il suo mandato, a volte è difficile ricordare di cosa si trattasse esattamente tre, sette o dieci anni prima. Si ricorda Manfred Weber, alleato bavarese di Angela Merkel, che cercava di estromettere Orbán dal Partito Popolare Europeo in vista delle elezioni, per motivi legati alla Central European University e agli insulti rivolti al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Si ricorda la sua convocazione al Parlamento europeo all’inizio del 2012 per difendere le modifiche apportate dal suo partito alla Costituzione. Me ne parlò un venerdì pomeriggio di quell’autunno, quando andai a intervistarlo nel suo ufficio, che all’epoca si trovava ancora nell’edificio del Parlamento.«Sono andato lì e ho difeso la Costituzione», ha ricordato. «Con successo, almeno per come la intendevo io. Ho detto: “Capisco che negli ambienti intellettuali europei ci sia una certa interpretazione della storia europea, una tendenza dal religioso al secolare, dalle nazioni all’internazionalismo e dalla famiglia all’individuo. Questo è ciò che voi chiamate progresso. Non so se abbiate ragione o meno. Ma non credo che questa sia l’unica interpretazione possibile della storia europea”. Credo che Dio e la religione, la famiglia e la nazione non appartengano solo al passato. Appartengono anche al futuro. Quindi sono pronto ad avviare la discussione. È una Costituzione basata sulla fede, sulla famiglia e sulla nazione. Qual è il problema?»

L’Ungheria del signor Nessuno

Di ilsimplicissimus
 il 14 aprile 2026
Spesso ci si interroga sul perché l’Europa sia diventata così marginale, come le sia potuto accadere di passare nell’arco di una vita umana, sia pure lunga e infelice, di traslocare dal centro dell’atlante ai bordi, dove la stampa è più sommaria e si addensano le deiezioni delle mosche. Certo le cause sono molte e complesse, ma la caduta verticale degli ultimi decenni è in gran parte dovute al fatto che gli europei stessi sono diventati marginali e distratti rispetto al loro destino. Ormai accettano qualsiasi cosa con una sorta di fatalismo, di pigra cecità o vacuo entusiasmo che è in qualche modo sconvolgente: sanno di stare precipitando, ma si aggrappano agli spunzoni più affilati e taglienti, recitano rosari politici improbabili, meramente rituali e ormai privi di senso, si fanno buggerare da un meccanismo di consenso che li induce a comprare prodotti in scatola come fossero quelli del contadino dove vanno le sciure che hanno ancora abbastanza soldi per comprarsi una coscienza ecologica e soprattutto uno status sociale. La vicenda ungherese lo dimostra in maniera che più chiara non si può.Qui non si tratta di avere più o meno simpatia per Orban, né di sniffare le solite banalità su un presunto fascismo che ormai serve a condire ogni insalata di sciocchezze: spero di avere lettori abbastanza intelligenti da non farsi di queste sostanze stupefacenti di pessima qualità. Anzi, per dirlo chiaro a me Orban non è molto simpatico, ma sta di fatto che il suo fascismo sta nell’aver preservato la moneta ungherese che permette al Paese  di non essere del tutto schiavo  della finanza  internazionale e dei suoi ordini di servizio, ma anche abbastanza elastica da non dover mettere tutto sulle spalle dei ceti popolari. E sta anche nel fatto di non essere stato abbastanza russofobico da impiccarsi pur di fare un dispetto a Mosca, di non voler dilapidare miliardi per comprare armi e ville per i democratici oligarchi di Kiev. Ora è stato sconfitto da un prodotto confezionato che porta in etichetta “democratico” e l’origine: made in Ue, ma non la filiera di produzione che giustamente viene tenuta nascosta.
Belloccio, relativamente giovane, politicamente ambiguo, Peter Magyar, che poi vorrebbe dire “ungherese”, è stato fabbricato due anni fa dalla stessa agenzia che ha creato Macron. Durante gli anni da studente di giurisprudenza e successivamente come giovane avvocato, ha lavorato nell’ala giovanile del partito Fidesz (Unione Civica Ungherese) del Primo Ministro Orbán, senza troppa fortuna, salvo un periodo che ha passato a Bruxelles. Ma nel 2003 ha sposato Judit Varga, che era considerata una promessa del futuro e che in seguito è diventata ministro della Giustizia, subendo il ruolo di essere semplice consorte. Si è allontanato dalla cerchia ristretta di Orban nel febbraio 2024, dopo che la moglie  era stata coinvolta in uno scandalo per la grazia concessa ad alcuni gestori di un orfanotrofio accusati di abusi sui minori e facenti parte, a quanto sembra,  di una piccola rete degenerata, tipo Epstein.Peter Magyar non era molto conosciuto al pubblico all’epoca. Apparve su “Partizan”, un noto podcast ungherese, come ex marito della dimissionaria ministra della Giustizia Judit Varga. In realtà sembrava che il suo obiettivo fosse quello di proteggere la sua ex moglie, (nonostante quest’ultima lo avesse accusato di violenze fisiche e tradimenti), utilizzata come un capro espiatorio e sacrificata per impedire che l’indagine sull’orfanotrofio raggiungesse livelli superiori. Tuttavia, l’analisi di Magyar sulla situazione politica in Ungheria, sulla corruzione, sugli affari loschi e sull’impotenza del governo, riscosse notevole attenzione nel Paese. Nel suo primo episodio del podcast, nel febbraio 2024, alla domanda “Stai pensando di entrare in politica?”, rispose: “Sarebbe una bella barzelletta”. Un uomo di parola: pochi giorni dopo, il 15 marzo 2024 lo stesso Magyar annunciò di aver reciso ogni legame con Fidesz e con gli ambienti governativi, dichiarando la sua intenzione di entrare in politica. Le elezioni del Parlamento europeo si avvicinavano e Magyar e i suoi collaboratori non avevano il tempo di formare un nuovo partito e partecipare alle elezioni. Decisero quindi di rilevare un partitino ormai inattivo che si chiamava Tisza, una crasi di Tisztelet és Szabadság, che vuol dire rispetto e libertà. Con quali soldi sia avvenuta questa acquisizione e con quali sia stata condotta la campagna elettorale per le europee del 2024 non è dato di sapere, ma dovevano essere molti visto che il neo partito in poche settimane arrivò ad essere il secondo del Paese, grazie a migliaia di “volontari”, campagne sui media e un tour in ogni città e paese dell’Ungheria. Notevole per un movimento spontaneo, ma impossibile, come dovremmo sapere. Tuttavia Magyar era davvero perfetto perché proveniva  dall’ala conservatrice di destra che costituiva anche la base elettorale di Viktor Orbán, ma allo stesso tempo denunciava la corruzione del sistema ed era fortemente favorevole all’Europa. Insomma il prodotto tipico del vuoto politico che impernia il discorso sulla corruzione, una costante dei personaggi creati dal niente per le molte “rivoluzioni” politiche fasulle e indotte dall’esterno: un signor nessuno riempito di soldi, malleabile come il pongo. E infine un vero miracolo che è davvero difficile da produrre, altro che sangue di San Gennaro: i vecchi partiti di opposizione hanno rinunciato a presentarsi alle elezioni per evitare una divisione di voti. Immagino che non sia stata una rinuncia gratuita, ma ricompensata molto bene. Tanto paghiamo noi
In queste prime ore di potere il nuovo primo ministro in pectore è stato abbastanza prudente in merito al petrolio russo e anche sui 90 miliardi da dare a Kiev che proprio l’opposizione di Orban non consentiva di erogare. Ma non facciamoci prendere per il naso: ha già detto che l’Ungheria entrerà nell’euro e, una volta compiuto questo passo, il Paese non sarà più in grado di esprimere alcuna politica in proprio. E tuttavia si dice che la candela è più splendente proprio quando sta per spegnersi: con i signori e le signore nessuno non si fa molta strada.

PRESSIONI SUI SUNNITI, di Pierluigi Fagan_DANIELE LANZA

PRESSIONI SUI SUNNITI. La guerra in Iran sta strategicamente mettendo sotto pressione il mondo sunnita della regione larga (M.O. allargato). Il cuore del problema è negli stati del Golfo, ma attacchi iraniani, presenza americana del tutto fuori del loro controllo e progetto del Grande Israele in pieno corso, futuro assai problematico, stanno spingendo alcune potenze regionali, di solito in competizione, a trovare interessi comuni.

Si viene così a sapere di colloqui in corso tra Turchia, Egitto, Arabia Saudita e Pakistan per cercare una via a questi “interessi comuni”. È un portato geopolitico dell’attuale fase storica di transizione al mondo nuovo. La notizia non va letta in modo semplice, non si sta formando una NATO sunnita; tuttavia, il movimento è interessante perché si basa su dinamiche oggettive e potenzialmente di medio-lungo periodo. Vediamo un po’…

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Il gruppo conta circa 400 milioni di persone, tutte musulmane. Militarmente, il Pakistan è potenza nucleare (circa 160-200 testate) ed ha già una partnership ratificata con AS. Attualmente è in conflitto aperto con l’Afghanistan ed ha storico attrito con l’India (che risulta sempre più vicina a Israele). Recentemente, ha ripreso il dialogo diplomatico con il Bangladesh. Più che amico con la Cina, soffre come buona parte dell’Asia costiera dell’attuale shock energetico. Ha la più grande popolazione sciita dopo l’Iran.

La Turchia è NATO pur con una sua politica estera, ha uno dei più grandi eserciti di terra del mondo e senz’altro della regione. Disturbata dall’appello poi senza seguito degli americani alla sollevazione curda, più che disturbata dalle mire espansionistiche di Israele (la Turchia ha simpatie verso i Fratelli Musulmani, quindi Hamas e rapporti molto stretti -quasi di alleanza- con Qatar), aveva relativamente buoni rapporti con l’Iran. Turchia, Egitto e Pakistan verrebbero emarginati dal progetto Via del Cotone che invece verterebbe su AS (EAU).

L’Egitto, di contro, è il nemico primo dei Fratelli Musulmani. Ha rapporti militari storici con US e non vede ovviamente di buon occhio la nuova espansione israeliana e la relativizzazione strategica che conseguirebbe al progetto Via della Seta. Viceversa, ha più che ottimi rapporti con AS.

L’Arabia Saudita è il perno del quadrante. Sede dei luoghi sacri dell’islam (Mecca, Medina), capo branco delle petro-monarchie (Kuwait, Bahrein, con rapporti complicati con EAU e non sempre di simpatia con Qatar). AS e la sua costellazione di staterelli limitrofi è senz’altro il primo perdente del conflitto in corso. Senza andare per le lunghe, è devastante il danno che stanno ricevendo dalla guerra. AS è in mezzo ad un classico “dilemma strategico”. Storicamente stretti partner degli US pare non abbiano avuto voce in capitolo sulla decisione americana di muovere guerra a Teheran. Tra gli stati del Golfo sono quelli al momento meno colpiti dai razzi e droni iraniani, iraniani con cui hanno avuto un significativo riavvicinamento diplomatico promosso dalla Cina nel 2023. Hanno gli Houti come spina nel fianco e popolazione sciita sulle coste dove ci sono i terminali.

Sono il cuore della strategia Via del Cotone con riorientamento delle pipeline dal Golfo alla costa israeliana del Mediterraneo. Tuttavia, si stanno rendendo conto che mettere i terminali nelle mani di Tel Aviv e il progetto Grande Israele (allarmati dalle prime scaramucce tra israeliani e siriani in Libano), portano seri dubbi strategici. Hanno una alleanza con il Pakistan. Debbono mantenere una certa immagine verso il mondo musulmano, ma l’atteggiamento passivo (se non complice) col massacro di Gaza, ne sta indebolendo l’ambiguo status.

I quattro hanno quindi un certo numero di cose convergenti ed un certo numero di cose divergenti. Tuttavia, la pressione degli eventi potrebbe aumentare le seconde, retrocedendo le prime. Egitto, EAU sono BRICS (con Iran), la Turchia ci sta pensando, il Pakistan vorrebbe ma l’India frena.

Lo shock per sauditi e golfisti dello scoprirsi pedine senza alcun riguardo delle impennate strategiche americane è grave. Vale come monito anche per tutti gli altri (come per altro per altro mezzo mondo inclusi gli europei). L’hybris israeliana sta tracimando e rende problematica l’idea di un futuro progetto comune quale disegnato dagli Accordi di Abramo – Via del Cotone. Di contro, stanno subendo una distruzione economica, finanziaria e logistica che avrà ripercussioni per decenni e il progetto Via del Cotone potrebbe essere l’unica vera chance. Non si sa quanto resisteranno prima di scendere direttamente in campo contro Teheran (come forse vorrebbe EAU), a tutto c’è un limite. Se loro sono l’epicentro del disagio sunnita, la preoccupazione del circostante (Egitto, Turchia, Pakistan) è sempre più allarmata e concreta.

La geopolitica dell’Era Complessa, non si deve solo occupare di grandi potenze, ma anche delle medie potenze e dei quadranti regionali e macro-regionali. Alla geopolitica e IR classiche, queste inquadrature a grana media e fine, tendono a sfuggire il che, a fini strategici, è un problema. Il danno reputazionale che il potere in carica a Washington si sta autoinfliggendo è probabilmente sottovalutato. E la reputazione è un vaso comunicante per il quale se scende a Washington, sale a Beijing.

Ragionare di unità nella diversità è sempre complicato, da quelle parti lo è di più. Pare che il motore di questi colloqui sia turco, il che ha un peso. Tuttavia, lo svolgimento e durata del conflitto dirà quanto l’eventuale cooperazione prevarrà o meno sulla storica competizione. Da seguire…

LEGGERE – RESOCONTO DI GUERRA *** (18.03.2026)_ DANIELE LANZA

C’è qualcosa di inesprimibile, allucinante, nel flusso di notizie che viene dal fronte iraniano sin dal principio del mese in corso……..

Nello spazio di una quindicina di giorni (15), sono stati abbattuti le seguenti personalità [ leggere uno per uno*]

– l’Ayatollah Khameini (e ferito il figlio, e successore, assieme alla moglie); bombardato una settimana più tardi il raduno di deputati per eleggere il successore.

– Vice ammiraglio Ali Shmakhani (segretario del consiglio della difesa)

– Generale Muhammad Pakpur (comandante della guardia rivoluzionaria)

– Generale Abdolrahim Mousavi (Capo di stato maggiore)

– Generale Aziz Nasirzadeh (Ministro della difesa)

– Generale Mahid Ebn e Reza (Ministro della difesa, appena eletto dopo l’abbattimento del suo predecessore, a distanza di 5 giorni**)

– Generale Mohammad Shirazi (capo del gabinetto di guerra del leader: il suo immediato successore – Abolghasem Babaeian – viene individuato e assassinato 8 giorni più tardi)

– Generale Mohsen Darrebaghi (responsabile della logistica dello stato maggiore)

– Generale Bahram Hosseini Motlagh (capo del centro operativo dello stato maggiore)

– Saleh Asadi ( a capo del direttorato dell’intelligence: il suo immediato successore – Abdollah Jalali-Nasab and Amir Shariat – viene abbattuto 2 settimane più tardi)

– Generale Soleimani ( comandante della milizia paramilitare rivoluzionaria. Assieme al suo vice Seyyed Karishi)

– Ali Larijani (Segretario del consiglio supremo di sicurezza ***)

– Esmeil Kathib (Ministro dell’intelligence)

STOP.

Oltre metà dei nomi dell’elenco è stata abbattuta nella notte tra il 28 febbraio/1 marzo scorsi: si è approfittato di un raduno straordinario dell’elite politico militare in una determinata sede (che si era certi sarebbe avvenuto d’urgenza – e quindi senza troppe precauzioni – visto il bombardamento improvviso del paese) per procedere al raid missilistico di precisione. L’altra metà dei bersagli….in seguito: per l’esattezza si è tentato di abbattere anche gli immediati successori delle personalità appena citate, in alcuni casi riuscendoci in tempi molto brevi (…).

L’abbattimento degli ultimi due (Larijani e Kathib) risale agli ultimi 2/3 giorni: malgrado non si possa più sfruttare l’effetto sorpresa di 3 settimane orsono, le forze USA/Israele combinate hanno la capacità di centrare singoli bersagli di alto valore strategico, di giorno in giorno, come se le difese iraniane non esistessero nemmeno.

Assurdamente ovvio constatare che una “difesa iraniana” (virgolette d’obbligo in questo caso) NON ESISTE nemmeno, comparativamente al peso dell’avversario che ha di fronte in termini di intelligence e volume di fuoco. Il procedere del confronto somiglia più ad una caccia all’uomo a questo punto (ad una “mattanza” come il mafioso Buscetta definiva lo sterminio inesorabile e fulmineo dei clan rivali ad opera di Riina e soci). Insomma il tutto ha un andamento talmente sanguinoso e preciso da apparire quasi IRREALE.

Non ho veramente idea di come i supporter tradizionali della triade USA/Israele/Nato, commentino i fatti in questione……presumibilmente salteranno fuori espressioni fatalistiche come “Male necessario”, “Collisione inevitabile”, onde giustificare tutto questo contro uno stato che NON si trova in stato di guerra con alcuno e che non ha invaso alcun vicino o leso il diritto internazionale che l’occidente pretende di difendere in Ucraina (…) (i tradizionali tre puntini di sospensione sono troppo pochi per descrivere l’ultimo punto *).

Il nodo tuttavia, credo sia un altro a questo punto: il fatto è che l’esibizione di forza è talmente esagerata e pirotecnica – un carnevale di RIO a sembianza di pioggia di missili e droni – che a questo punto ci sarebbe da spaventarsi, pure si fosse filo-atlantici. Di fronte alla precisione millimetrica che genera la lista in alto ci sarebbe da riflettere.

Insomma la butto giù in questo modo a chiunque legga ( seguitemi che il messaggio di fondo del post è questo): se pure non ve ne frega NULLA dell’Iran, se pure vi è ostico il regime teocratico (è comprensibile), se anche tali illustri bersagli lo meritavano (tutto può essere)……..ma pensate che sarebbe stato differente se lo stato bersaglio fosse stato un qualsiasi altro ?

Immaginiamo che l’ITALIA sia una potenza indipendente (fa ridere, ma supponiamolo), fuori da ogni alleanza, bollata come stato canaglia da chi di dovere presso i dipartimenti di Washington etc. : ebbene pensate che il trattamento riservato sarebbe differente da quello che si vede in Iran in queste settimane ? I nemici così vengono trattati: specialmente se non dispongono di armi atomiche per tutelarsi.

Occorre concludere che l’ucraino ZELENSKY è fortunato ad avere Washington dalla propria parte: lui e la sua giunta estremista sarebbero stati disintegrati nelle prime giornate di conflitto se l’avversario fosse stato il Pentagono anzichè il Cremlino……non di può dedurre altro a giudicare dall’andamento delle cose in Iran.

Immaginate un’ITALIA il cui presidente della Repubblica, il ministro della difesa, il ministro dei trasporti il capo di stato maggiore e il comandante dell’Arma dei carabinieri, il comandante dell’intelligence, assieme ad una mezza dozzina di personalità del settore della difesa fossero ASSASSINATE per strada (per Roma) con raffiche di missili.

Come vivreste la cosa (intendo seriamente, a prescindere dai personaggi che incarnano oggi in Italia tali cariche, senza nulla di personale).

Si faccia avanti qualcuno.

IL MONDO AL CONTRARIO_di Daniele Lanza GUERRA E TEMPO di Pierluigi Fagan

IL MONDO AL CONTRARIO – [ Riflessione generale sul mondo nell’anno di grazia 2026. Di lettura consigliata *** ]

Ai primi dell’anno in Venezuela viene rapito il presidente Maduro assieme alla moglie. Ieri Teheran è investita da un attacco di precisione che abbatte la guida suprema della rivoluzione Khamanei oltre che l’ex presidente Amadinejad.

Nel giro di due mesi dalle portaerei della marina militare statunitense sono partiti gli attacchi che hanno portato al sequestro di un capo di stato e all’assassinio di un altro: persone alle guida di stati nazionali sovrani grandi molte volte l’Italia, per una popolazione complessiva che sfiora i 150 milioni di individui.

Ho rinunciato – a suo tempo – a elaborare interventi in merito al caso eclatante del Venezuela e ho la medesima tendenza a farlo anche ora: ritengo (probabilmente pesa la mia vocazione “filosofica”) si sia arrivati ad un livello tale che più che concentrarci sul dettaglio qui e là – mirabilmente catturato dalla schiera di analisti stagionati ed in erba che popolano la rete – sia maturo il tempo per riflessioni di livello superiore.

Per cosa si combatte ? In cosa si crede ?

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Sono interrogativi che si rivolgono a coloro che in genere NON seguono questa bacheca: ci si rivolge al popolo dei paladini dell’occidente. Quelli che credono nell’ordine internazionale costituito dopo il 1945: i sostenitori ad oltranza della dimensione atlantista…quelli della superiorità ETICA (ad ogni costo) dell’occidente. Ecco a tutti costoro.

Non siamo nel 1945 e nemmeno negli anni 60 oppure 80: ci troviamo (almeno nei paesi avanzati, post industriali che compongono l’occidente) nell’era dell’informazione di massa (internet) da decadi accompagnato da un livello di scolarizzazione totale e di istruzione alto, comparativamente al resto del globo. Da tutto questo il punto: può ancora esistere – nella società euro-americane – chi sostenga la superiorità morale dell’occidente, alla luce di cosa sta accadendo nel mondo ? E’ materialmente possibile ? Il punto interrogativo non è prescindibile, o detta più semplicemente non ha senso proseguire il confronto. Esiste una ASSENZA DI SENSO nell’interagire – in sede virtuale o reale – con interlocutori saldamente convinti della superiorità morale di una parte il cui alfiere a stelle e strisce si è dato al banditismo, riducendo ad una parodia – al ridicolo – il medesimo sistema di norme internazionali cui si appoggia, che pretende di preservare.

Eppure questo accadrà, immancabilmente: vi sarà chi continuerà stoicamente a farlo, a sottoscrivere – malgrado ogni cosa – la causa occidentale. Facile immaginare come si daranno tutte le colpe a TRUMP: costui diverrà – tanto oggi, quanto ancor più un domani – la causa di tutto, il lestofante scriteriato, il tiranno, il prepotente avventato, il nazionalista bianco razzista, lo sciovinista, etc.

Per il vasto popolo democratico euro-americano già in armi, egli sarà il capro espiatorio su cui riversare ogni colpa possibile ed immaginabile, onde evitare di confrontarsi col nodo di fondo (ossia che il problema è insito nell’occidente medesimo a prescindere dal capo di stato o dalla corrente). La narrativa della generazione a venire sarà improntata a questo: dare la colpa della degenerazione delle “forze del bene” all’attuale presidente in carica, attribuendogli il ruolo di peccato originale. D’altro canto dire che Trump sia un bersaglio facile per la critica è l’eufemismo di inizio 21° secolo (…) : forse si potrebbe addirittura vedere le cose sotto un’altra luce………..ovvero che Trump – umorale, irruento, politicamente scorrettissimo – è proprio ciò di cui l’occidente ha bisogno (leggere bene*)

L’occidente euro-atlantico – liberale e democraticissimo – HA BISOGNO di un Donald Trump (o perlomeno anche nella sua inadeguatezza può risultare utile): un elemento volgare e violento su cui sputare, che faccia il lavoro sporco di cui c’è bisogno prima o poi….un male necessario contro cui urlare nel presente e poi anche molto a posteriori consegnandolo alla damnatio memoriae. Un bruto col parrucchino cui addossare il peso di tale sporcizia dicendosene quindi “puliti”. Grazie a un Trump, l’estabilishment a stelle e strisce si purifica di ogni peccato, scaricandoli magistralmente su di LUI.

Il senso del discorso fin qui fatto non è quindi quello di giustificare o prendere le parti di uno anzichè di un altro: non si cerca di salvare Trump incolpando l’occidente e nemmeno viceversa, poichè entrambi sono colpevoli nelle rispettive misure. L’occidente – incarnato dall’asse euro-atlantico e delle sue istituzioni – lo è a prescindere, è un male di fondo, mentre Trump è un singolo individuo – è una pedina impazzita – ugualmente dannosa, che il sistema a monte (deep state ed altri) si ritrova a dover gestire.

Tutto questo a che fine ?

Per non dover ammettere la più semplice e spaventosa delle verità. Che l’occidente euro-atlantico è una potenza come ogni altra: nè di più nè di meno. Ripeto: non si vuole affermare che l’occidente sia il male assoluto (non lo è), ma semplicemente che sia una civiltà come tutte le altre. Eppure anche solo questa posizione, che parrebbe neutrale, è INAMMISSIBILE per i difensori profondi dell’ordine internazionale.

Il problema è che la dottrina della superiorità etica è irrinunciabile: l’occidente non se ne è mai privato nell’ultimo mezzo millennio ossia dalle scoperte geografiche in avanti. Prima era l’evangelizzazione del nuovo mondo, quindi la civilizzazione del continente nero…..dal 1945 in poi, la difesa dei valori liberal-democratici di fronte a totalitarismi e arretratezza. In sostanza la dottrina della superiorità morale non è mai mutata (ha solo cambiato veste di era in era, a seconda del costume del secolo in cui ci si trovava ad agire): questo perchè un fondamento ideologico/teologico è indispensabile per operare in qualsiasi contesto, il primato materiale, da solo di per sè, non basta. Tanto più oggi, a XXI secolo ormai inoltrato, allorchè il primato materiale/tecnologico tra occidente e resto del mondo si sta assottigliando o addirittura annullando (vedi la CINA).

Ecco perchè non si può rinunciare al ruolo di paladini della la fiaccola della libertà: anzi è necessario oggi più che mai contro potenze emergenti che metteranno alle corde l’occidente intero sul piano materiale come mai avvenuto prima.

Si seguiterà pertanto a promuovere tale credo: in tanti continueranno COMUNQUE a credervi e rispecchiarvicisi a prescindere da tutto e tutti (anche di fronte ai fatti che osserviamo nella contemporaneità). In pratica continueranno credere nella propria civiltà di nascita incoronandola d’alloro come superiore…..senza rendersi conto che, molto più semplicemente, incoronano la PROPRIA di civiltà (cosa che qualsiasi abitante del globo può fare con la propria a questo punto). Abbiamo dunque una civiltà occidentale che sta perdendo il senso della demarcazione tra oggettivo e soggettivo ahimè (…).

Il punto di tutto l’intervento – ribadisco – non è la demonizzazione dell’occidente, bensì la sua umanizzazione o meglio de-divinizzazione: ecco, per concludere in modo più concreto questo lungo discorso riflessivo, si può dire che l’attacco all’Iran (il quale di per sè avrebbe poi fatto più morti di quanti ne abbia fatti il regime nel rispondere alle proteste di piazza del mese scorso, questi ultimi tra l’altro, ugualmente fomentati dalla stessa parte, la quale una volta resasi conto dell’inutilità degli studenti in piazza, è ricorsa alle maniere forti nei giorni scorsi come si vede) rappresenta la fine della “divinità” occidentale. In parole altre, la morte di Khamenei – che nessuno rimpiange del resto – si può interpretare come il giorno in cui l’occidente si spoglia della sua aura celeste e diventa mero mortale (con tutti i suoi difetti, limiti e bestialità).

Il gesto in sè del resto – e con questo arriviamo davvero alla fine – denota per l’ennesima volta il dogma di superiorità (e viceversa d inferiorità dell’avversario) di cui è vittima la mentalità occidentale: si ritiene che decapitando il paese, colpendone i leader, l’intero sistema collasserà con lui. Pensare questo è come credere che NON esiste un vero paese bensì soltanto una struttura di cartapesta cui tagliando qualche gamba, inevitabilmente crollerà: qualcuno a Washington ritiene che abbattendo Khamenei l’intero IRAN si sgretoli…………come se fosse un paese da operetta una repubblica delle banane e non uno stato nazionale (anzi imperiale) con oltre 5 secoli di storia alle spalle (+ un retroterra culturale di migliaia) dotato di un’identità guerriera. No, a Washington (o Bruxelles se per questo), si ritiene che qualsiasi paese non sia come loro – compatibile – sia per forza di cose una repubblica delle banane, uno stato canaglia, un bandito senza identità o regole, che si può dissolvere con uno stratagemma qualsiasi (colpi di stato, attentati, ed altro).

E nonn vogliono che tali stati dispongano del NUCLEARE, proprio per la seguente ragione: perchè se l’avessero non sarebbero più vulnerabili ad atti di terrorismo internazionale (esiste ancora l’ONU ?) come quello che si è visto.

Khamenei è morto. Kim Jong Un, Vladimir Putin e Xi Jinping invece non lo sono: sono vivi e vegeti: secondo voi come mai ?

FINE.

GUERRA E TEMPO_di Pierluigi Fagan

GUERRA E TEMPO. Come anticipato, stamane si terrà qui a Roma l’incontro promosso da l’Interferenza su questioni di politica mondiale. Previsto di taglio analitico-riflessivo generale, è chiaro che alla luce degli eventi la guerra all’Iran prende un rilievo particolare. Questo quindi il condensato del mio intervento che vale anche come riepilogo delle pedine sulla scacchiera per chiunque sia interessato.

Il Medio Oriente è un frattale di complessità (molte variabili e interrelazioni non lineari tra queste) del mondo. Lo è per ragioni geografiche, storiche, religiose, economiche e finanziarie. Intorno alla sua articolata composizione che oltre alle monarchie del Golfo, lo Yemen, la Siria, la Giordania, il Libano e l’Iraq, vede agenti interessati anche la Turchia, l’Iran, l’Egitto, nonché la presenza distinta di Israele, ci sono anche le grandi potenze: Russia, Stati Uniti, Cina e India. In questo scenario l’UE o più genericamente l’Europa, ha una sua pertinenza anche se in forma passiva.

Quadro di riferimento strategico di fondo, il piano israel-americano, noto prima come Accordi di Abramo (Trump) poi Via del Cotone (Biden), di fare della penisola arabica il tratto di congiunzione tra India ed Europa. Ferrovie, gasdotti, oleodotti (a questo punto da rigirare verso nord e non più uscenti sul Golfo), elettrodotti, joint venture, turismo, ricerca nuove tecnologie, fiumi di investimenti, paradisi del lusso e dell’evasione fiscale e forti legami di interdipendenza reciproca. Il tutto con sbocco in Israele come costa sul Mediterraneo verso l’Europa. “Conditio sine qua non”, cacciare i palestinesi da Gaza, distruggere -dopo Hamas- Hezbollah in Libano e tagliare la testa del serpente iraniano.

Della guerra in corso si possono dare molte ragioni, tuttavia sbaglia chi pensa di aver trovato “la” ragione in quanto, questo tipo di fenomeni complessi, avendo molte variabili e interrelazioni, hanno anche molte ragioni ovvero cause e contesti. Facciamo allora una veloce disamina degli attori in campo.

CINA. Con gli accordi Arabia Saudita – Iran riuniti a Beijing nel 2023, i cinesi avevano mostrato la volontà di pacificare la regione per farla ordinare dal reciproco interesse commerciale. In effetti, da allora, si sono poi susseguiti altri incontri tra i due pesi massimi della regione, capostipiti anche del sunnismo e dello sciismo e, nei fatti, hanno molto abbassato la loro storica animosità. A quel punto Iran entra a far parte della Shanghai Cooperation Organization prima e dei BRICS allargati poi (dove ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti ma non l’Arabia Saudita). Nel 2025 la Cina ha investito finanziariamente nel Golfo per 15.7 mld US$. Pochi giorni fa dopo l’inizio del conflitto, banche e assicurazioni cinesi governative hanno sospeso o drasticamente ridotto le linee di credito ai Paesi del Golfo e venduto a mani basse bond dell’AS e Aramco, La Abu Dhabi National Oil ha dovuto sospendere la prevista massiccia emissione di bond.

La Cina importa il 70% del suo fabbisogno energetico fossile e poco più della metà dal Golfo, un quarto dall’Iran (quindi meno del 10% del totale), avendo poi stimati 115 giorni circa di riserve stoccate in caso di blocco totale, più la possibilità di valersi del carbone o di aumentare il flusso dalla Russia. Ministero degli Estri cinese ha annunciato l’Invio di una missione diplomatica nella regione a breve. Ma un eventuale e perdurante blocco peserebbe molto o anche di più su India, Corea del Sud, Taiwan e Giappone.

Da tener presente il 31 marzo quando ci sarà l’annunciato e già pianificato incontro Xi-Trump.

INDIA. C’è stata una recente visita in Israele di Modi (fine febbraio) e discorso molto celebrato alla knesset. Israele è fornitore di armi all’India ed hanno diverse partnership produttive o cooperative oltre che sulle armi, sulla sicurezza informatica, sull’innovazione agricola e sulla gestione delle risorse idriche. Modi si è anche impegnato a mandare fino a 50.000 indiani a lavorare in Israele. L’India è il terminale dei progetti Via del Cotone (I2 ovvero India e Israele, U2 ovvero UAE e USA, accordo 2023), nonché membro dei Brics e della SCO.

RUSSIA Incremento domanda mondiale nel caso di perdurante carenza di fornitura e i prezzi in drastico rialzo sono ovviamente ben visti, così come la probabile riduzione dell’invio di armi e finanziamenti occidentali all’Ucraina. Nessuna certezza, ma se la situazione dovesse diventare davvero grave, forse l’atteggiamento europeo di ostracismo verso la Russia potrebbe cambiare o forse no, vedremo.

ISRAELE va a nuove elezioni il 27 ottobre. Per la prima volta dopo tanto tempo i quattro partiti arabi hanno detto che presenteranno una lista unitaria stimata a potenziali 14 seggi, terzo partito. Giorni fa, Netanyahu ha anche accennato ad una misteriosa “Exagon alliance” che vedrebbe assieme Grecia e Cipro (contro la Turchia a basata sugli stimati grandi giacimenti sottomarini in zona). Poi ci sarebbe l’India, forse il Somaliland e l’EAU e chissà chi altro. Dopo aver risolto il problema Hamas l’obiettivo è Hezbollah, già messo fuorilegge (la sua ala militare) dal governo libanese ma forse anche l’occupazione stabile del sud del Paese anch’esso ricco di giacimenti di costa.

GOLFO Due giorni fa, telefonata bin Salman ai paesi CCG ovvero Bahrein, Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, Oman con invito pressante a minimizzare pubblicamente gli attacchi iraniani e invocare una de-escalation. Qatar (che ha rapporti molto buoni con Iran nonché condominio sul giacimento di gas più grande del mondo North Dome/South Pars), ha detto tramite Ministro dell’Energia che si paventa un blocco totale delle esportazioni con petrolio a 150 dollari e collasso economico mondiale. Più in generale nutrono dubbi: 1) Dubbio sull’origine degli attacchi (in alcuni casi addebitati a false flag di Israele); 2) dubbi sulla gestione del “dopo” Iran con cui dovranno convivere; 3) dubbi sulla consumazione delle risorse e allungamento della guerra (catastrofe economica e di progetto come “polo del lusso”, Vision 2030 di MBS); 4) rischio di figuraccia militare (arsenali anche avanzati ma con poco personale e tecnici), rischio invasione di terra (Kuwait), di rivolta (Bahrein) e di ripresa della guerra con Houti; 5) rischio l’Iran colpisca le strutture idriche di desalinizzazione con catastrofe alimentare; 6) rischio opinioni musulmane, dopo Gaza, sul lasciare troppo spazio a Israele (progetto Grande Israele) che potrebbe travolgerli in futuro. Poi c’è il potere strategico-finanziario di interdizione della Cina.

l ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi (Oman non è né sciita, né sunnita, e storicamente è il mediatore terzo di ogni problema diplomatico di zona incluse le trattative USA-Iran sul nucleare), il giorno stesso dell’inizio della guerra, ha dichiarato il conflitto “incomprensibile” visto che gli iraniani avevano accettato tutte le condizioni poste per minimizzare il proprio programma nucleare e -secondo lui- la firma era a un passo.

STRATEGIA DEI CANTONI ETNICI (Vecchio pallino neocon relativo a MO, qui focalizzato sull’Iran) È l’idea di utilizzare curdi iraniani e iracheni per fare lo sporco lavoro “on the ground”. Evidenzio solo che Siria e Turchia non sarebbero affatto contente, sarebbe una sorta di catastrofe locale avere domani a che fare con uno stato curdo al confine. Poi ci sono i Beluci e qui la storia sarebbe lunga ma anche qui i pakistani non sarebbero affatto contenti. Infine, c’è chi sostiene che ribellioni etniche chiamerebbero una reazione nazionalista iraniana. I tedeschi si sono detti poi preoccupati di eventuali diaspore in Europa. In Libano si contano già 500.000 sfollati dal sud.

RITORSIONI. Di Hormuz ormai saprete tutto. Ma segnalai giorni fa anche l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC- Azerbaigian-Georgia-Turchia), di proprietà della BP, che trasporta greggio dall’Azerbaigian a Israele.

HOUTI al momento stanno in sonno. Ma, alle brutte, stannno pur sempre sul Mar Rosso (su cui AS ha l’unico terminale che non sfocia nel Persico). E da lì, Bab el-Mandeb, Eilat, e semmai stai alla canna del gas, Suez sono a “portata di tiro”.

USA Hanno elezioni mid term una settimana dopo Israele, NOV 2026 e Trump sconterà gli effetti della guerra da vedere se positivi o negativi.

CONCLUDENDO. La variabile decisiva di questa guerra è il tempo.

Quanto resisterà l’Iran (e che scelte di comando farà) e quanto saranno capienti gli arsenali USA e Israele.

Quanto resisterà Trump alle pressioni mondiali spinte da inflazione e stagflazione, mercato energie fossili e sopravvivenza delle monarchie del Golfo.

Quanto queste resisteranno e con loro tutti coloro che dipendono dai loro investimenti ed esportazioni energetiche.

Se “dall’orlo dell’abisso” cadremo dentro o riusciremo a saltare indietro, vedremo.

> L’intera conferenza. Il mio intervento parte a circa 1:24 https://www.youtube.com/watch?v=RBKmscvV2dg (a 1:54 si cita come possibile nuova Guida Suprema “Arisi” ma in realtà si chiama Alireza Arafi, ora membro che Consiglio provvisorio, mi scuso dell’errore).

Di ritorno dal Sol Levante_di Daniele Lanza

DI RITORNO DAL SOL LEVANTE…….**

Si può ritenere che equilibri e dinamiche si siano assestati.

Nel mentre che a Pokrovsk – ora Myrnograd – si consuma l’epilogo del maggiore fatto d’armi del 2025 sul fronte ucraino (analogo a Bakhmut oltre 2 anni orsono), il presidente statunitense ha cercato di bilanciare a modo suo in estremo oriente (….).

In pratica non potendo far nulla di concreto per impedire la disfatta Ucraina sul campo – e non essendo riuscito settimane fa a far ragionare Zelensky facendogli presente la situazione – non gli rimane che far pressione sulla Russia………operazione tutt’altro che semplice o scontata: pressione economica diretta la stanno GIA’ facendo da oltre 3 anni (in realtà sin dal 2014), e ai paesi europei non si può chiedere nulla di più dal momento che hanno GIA’ applicato ogni sanzione loro possibile.

Trump non può chiedere all’occidente di isolare la Russia per il fatto che l’intero occidente è già avversario di Mosca e ha GIA’ isolato la Russia (la quale del resto ha imparato a vivere senza Bruxelles/Londra et affini) e più di così non può farle. Cosa rimane da fare ? Ne rimane solo una anche se estrema: rivolgersi alla cintura di paesi amici di Mosca (quelli del Brics), quelli al di fuori della benestante civiltà occidentale che sono rimasti attorno alla Russia aiutandola a rimanere in piedi malgrado l’assedio economico (che avrebbe eliminato dal gioco qualsiasi stato). Tali pesi tuttavia sono, per l’appunto, AMICI e SOLIDALI con Mosca, per consolidata tradizione………e non bastano sorrisini e pacche sulle spalle per fargli cambiare una politica ventennale di partnership con la Russia. Aggiungendo che l’amministrazione Trump dal suo insediamento ha promesso parecchi dazi a Cina ed altri paesi emergenti il che rende imbarazzante domandare particolari favori.

Nè sarebbe prudente la tattica della minaccia diretta (tipica di Washington), che inasprirebbe il dialogo quando invece ce n’è maggiormente bisogno (…).

Insomma, il quadro è giustamente da definirsi complesso.

IN GENERALE………..D. Trump rientra dal grande meeting di Busan con poco in mano. Alla Cina ha dovuto per forza di cosa abbassare i dazi anche solo per INIZIARE qualcosa che somigli ad un dialogo (già tanto)….lontani anni luce dal convincere Pechino a girar le spalle all’alleato russo. Il tanto atteso incontro Trump-XI Jinping (al posto del mancato incontro Trump-Putin di Budapest) in parole altre non ha concluso molto: Washington proclama – moderatamente – un successo, che in realtà è una specie di nulla di fatto……Cina e USA attenuano le tensioni ridefinendo il proprio rapporto in una serie di intese commerciali che non vedono alcun vincitore sostanzialmente, ma solo puntellano la situazione onde evitare conflitti troppo marcati. Inoltre nè Cina nè India nè il Giappone stesso (più stretto alleato che Washington abbia) hanno affermato che smetteranno di acquistare petrolio russo: l’arma più forte di pressione che si sarebbe potuta usare, in realtà non c’è, non si concretizza.

A parte questo, sembra che del fronte ucraino non si sia nemmeno parlato (cioè, lo si è sicuramente fatto, ma non pubblicamente e per un lasso di tempo brevissimo: e il fatto che il presidente americano di ritorno da Busan non vi faccia accenno può essere un segnale di quanto sia stato inconcludente): era del resto chiaro sin dal principio che non sarebbe stato cosa molto semplice chiedere ad uno stato rivale di fare pressioni su un proprio alleato (controsenso), considerando poi che la Cina è uno dei pochi stati al mondo su cui non si possa usare la forza o ricatti diretti (…).

Trump si dice persino pronto a incontrare in Nord Corea Kim (?!?) e questa è la nota più colorita del viaggio (ammesso che fosse serio): l’uscita mette in luce lo stato di frustrazione della stessa politica estera americana che non sa più a quale santo votarsi……..DEVONO far pressione sulla Russia per non perdere la faccia davanti a tutto l’occidente che se lo aspetta (il ruolo a stelle e strisce è questo, fare lo sceriffo), solo che si trovano davanti a “clienti del saloon” che non possono spostare con i mezzi abituali: occorrerebbe una GUERRA, che però non possono fare.

Questo è quanto.

Trump dal canto suo ha perlomeno assolto il suo dovere di fronte all’opinione pubblica e potrò dire di aver fatto tutto quello che poteva per far pressione su Mosca e quindi alleggerire la posizione di Kiev. D’altro canto aveva AVVERTITO Zelensky 2 settimane orsono, tirando in aria le sue cartine topografiche preannunciandogli quello che sarebbe successo: il presidente ucraino non può quindi recarsi da lui a piangere, dato che partirebbe un sonoro “TE L’AVEVO DETTO…..” e ulteriori intimazioni a cedere il Donbass diplomaticamente.

Il guaio è però anche che il tempo stringe: tra 1 anno a quest’epoca NON vi sarà più un Donbass perchè sarà stato già conquistato (e pertanto le richieste di Mosca riguarderanno ulteriori territori oltre il Donbass….oppure un riconoscimento DE JURE che Kiev rifiuta di dare).

Anche lì, Trump potrà dire:” Ho fatto tutto quello che potevo per aiutarti. Oltre era impossibile: il resto sta a te” (ed è qui che inizia la tragedia: che tutto dipende da Zelensky e la sua cricca da ora in poi).

Conclusione…

Tanto fumo e niente arrosto per la sortita americana in estremo oriente: essa era DI FATTO la vera controffensiva alla vittoria russa a Pokrovsk……ovvero cercare di bilanciare la vittoria russa sul campo con una SCONFITTA sul piano economico internazionale, tagliandole via il partenariato sino-indiano (e pure il Giappone). Insomma il punto è sempre il medesimo: si cerca spasmodicamente questa “sconfitta strategica della Russia” (il concetto è scolpito nei neuroni dei policy maker angloamericani) in qualsiasi luogo e forma sia possibile ottenerla. Sfortunatamente per Washington non è stata ottenuta nemmeno a Busan in Corea (sarebbe stato difficile trovarla del resto): nel frattempo……la linea ucraina del fronte si sta disgregando in modo accelerato.

“Palla in mano” a Kiev ora (per sfortuna degli ucraini stessi: questo perchè la “Volpe”, rassicurata dai leader europei – che promettono cosa non possono mantenere – opterà per resistere ad oltranza, sulla pelle dei propri coscritti…..finchè ce ne sono.

FINE

28 OTTOBRE – IN HOC SIGNO VINCES

E l’Impero divenne cristiano. (Leggersela che conviene*)

Tra mito e realtà: sono passati oltre 300 anni dalla nascita di Cristo, i suoi seguaci si sono organizzati in una chiesa che nel corso del tempo – di centinaia di anni – si è sviluppata e ramificata in tutto l’ecumene di lingua latina e greca. Eppure sempre in stato di semi-legalità: lo stato li tollera come il caldo d’estate…….una setta (ormai di massa quanto a dimensioni) che rigetta il materialismo vittorioso della romanitas per promuovere una più beata e riflessiva dimensione meditativa che consola gli ultimi e premia il fondo della società. Il mondo alla rovescia insomma, visto con occhi pagani.

Poi arriva il momento…….

Diocleziano, impagabile riformatore dell’impero nel 3° secolo, alla sua scomparsa (305 D.C.) lascia un potere politico instabile che vede 2 campioni contendersi lo scettro: MASSENZIO e COSTANTINO.

Il primo tra i due riesce a farsi eleggere imperatore, ma non viene considerato tale fintanto che non affronta il rivale, il che avviene puntualmente 5 anni più tardi, che viene a cadere nel 312.

La guerra e breve: Costantino mette assieme un esercito nelle Gallie e scende in Italia sconfiggendo in 2 grandi battaglie i generali di Massenzio, il quel si barrica a Roma, pianificando di non uscirne.

La reazione popolare fa tuttavia comprendere a Massenzio che nascondersi all’avversario è la cosa peggiore se si vuole essere riconosciuti nel ruolo di imperatore: inoltre un oracolo gli comunica che “il 28 OTTOBRE morirà il nemico dei romani” (Massenzio interpreta la cosa come riferita a Costantino, naturalmente…..)

MORALE =

Nel giorno in questione in due rivali si affrontano sul campo, apertamente: l’esercito di Massenzio è travolto e lui annegato nel fiume (verrà poi ripescato il corpo e decapitato).

COSTANTINO……….si ritrova indiscusso sovrano di tutto lo spazio imperiale d’occidente, ma soprattutto portatore di una nuova IDEA.

Gli storici contemporanei sono arrivati razionalmente alla conclusione che Costantino ancora non aveva realmente abbracciato la cristianità (proveniente lui in fondo da una civiltà pre-cristiana), nè si è certi al 100% in merito al SOGNO che avrebbe rivelato il sostegno divino a Costantino ispirandolo nella battaglia (…): è assai probabile che il segno delle iniziali di Cristo sugli scudi dei propri legionari sia un’invenzione (non è riportato da nessuno se non due fonti a lui fedeli).

Tuttavia, quali che fossero le convinzioni reali dell’uomo………con lui inizia la storia della cristianità LEGALE: mentre Massenzio contava di ripristinare l’antica religione romana mantenendo nella semilegalità il culto cristiano, Costantino I prende la decisione storica di renderlo legale. Forse aveva intuito il futuro ?

Ai tempi dei fatti esposti – rammentiamo – la cristianità equivaleva a circa il 10% della popolazione dell’impero: una minoranza energica, ma pur sempre una minuscola frazione della società.

Volle Costantino essere magnanimo con essi ? Immaginava lui che rendendo la loro chiesa legale, si sarebbe prodotto nel giro del secolo in corso un capovolgimento demografico che l’avrebbe resa maggioritaria ed alla fine addirittura esclusiva ?? (con Teodosio diventa culto unico – 380 dopo Cristo – e quelli pagani vengono banditi 395 D.C.). O forse voleva solo essere generoso con una comunità con la quale non era in conflitto e verso la quale sentiva un mistico ed irrazionale senso di riconoscenza ? Non immaginandosi cosa sarebbe avvenuto dopo ?

Insomma nel giro di 1 SECOLO, muta radicalmente l’identità stessa della romanità, così come era stata concepita sin dai suoi albori: si tingeva di oriente (il cristianesimo ERA oriente per i romani, una corrente dell’ebraismo universalizzatasi – con Paolo – per attecchire tra gli stranieri in particolare europei).

Immaginava Costantino tutto questo, sino in fondo ? Avrebbe approvato ? Nessuno lo saprà mai.

Sarà celebrato a posteriori come colui che cristianizzò l’impero (questo è inesatto a rigore di logica): ma così va il mondo……..la storia spesso la fanno coloro che NON SANNO di farla o meglio non lo sanno sino in fondo. Non hanno immaginazione completa delle conseguenze di un atto (del quale poi saranno considerati eroi e santi….agli occhi di coloro che ne beneficiano).

Interessante, sempre attuale riflessione.

Chi ci sta attorno può amarci (o odiarci) per qualcosa che abbiamo fatto o detto……….ma magari senza che noi la intendessimo per davvero e senza che volessimo sortire tale effetto (magari una cosa fatta involontariamente, addirittura).

Nell’ordine di grandezza della storia, il medesimo fenomeno si replica ma su scala ciclopica: i nostri posteri ci ameranno e odieranno per le nostre azioni e gli effetti che hanno avuto nelle loro vite (anche se magari tali effetti non erano stati da noi precisamente pianificati e si sono prodotti al di là del nostro preciso intento, più casualmente di quanto ci verrà attribuito molto tempo più tardi. Siamo quindi ricordati ed amati (o odiati) non tanto per l’intenzione teorica o il pensiero, quanto per il fatto concreto, l’unico che davvero RESTA, che abbiamo attuato, consapevolmente o meno, nel bene o nel male.

STOP.

TERZO AGGIORNAMENTO *** (Lituania chiude il valico per l’approvvigionamento energetico di Kaliningrad)_di Daniele Lanza

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Nel giro di una settimana è necessario intervenire in merito al caso lituano, già menzionato, per la TERZA volta.

A quanto pare, in concomitanza alle sanzioni americane contro la russa LUKOIL (petrolio), la compagnia ferroviaria di stato lituana avrebbe deciso di sospendere il diritto di transito di cui la Lukoil ancora godeva fino ad oggi per arrivare a Kaliningrad: ricordiamo che a partire dal 2022 l’approvvigionamento di petrolio e gas in area UE è possibile esclusivamente tramite i condotti già costruiti (cioè non può più essere trasportato in Europa su alcun mezzo).

Solo la Lituania faceva eccezione nel senso che permetteva alla Lukoil di arrivare a Kaliningrad via ferrovia traverso il proprio territorio: questo in virtù del fatto che Kaliningrad è un’enclave isolata con necessità particolari.

Da ora in avanti non è più possibile tale transito – come si vede in carta) il che significa che la popolazione di Kaliningrad per il proprio approvvigionamento energetico dipende direttamente da SAN PIETROBURGO (o meglio dalla rotta marittima tra le due città lungo il Baltico.

Come dire……che la sua sopravvivenza da ora in avanti sarebbe tutta affidata al trasporto navale: in assenza di questo si rimane al buio.

P.S. = ….si rimane al BUIO, oppure si acquista lo Shale gas americano (?!?).

Me viene in mente questa: “Occorre ridurre la dipendenza energetica dalla Russia”. L’UE deve smettere di comprare gas russo. Anche i paesi confinanti alla Russia devono smettere di comprare gas russo: anzi l’ideale sarebbe che la RUSSIA medesima, piano piano smettesse di utilizzare il PROPRIO gas….e si decidesse di comprare quello americano (!!).

Capite signori ?

AGGIORNAMENTO ** (in merito all’intervento sulla LITUANIA che chiude i confini: di utilità per i viaggiatori)

Dunque: dopo aver chiuso a tempo indefinito il valico di frontiera con la Bielorussia, il governo lituano comunica oggi – per voce del ministro degli Esteri Kestutis Budrys alla radio nazionale – che è pronto a bloccare anche il passaggio verso la regione russa di KALININGRAD (in giallo, sotto), se venisse provato il coinvolgimento russo nel caso dei palloni aerostatici bielorussi. La misura verrebbe presa nel nome della sicurezza nazionale (…).

Come a dire: dichiaro guerra ad un mio vicino che non mi piace, anche se quest’ultimo non mi è vicino (ossia non confina nemmeno con me, ma il pretesto lo trovo lo stesso).

STOP.

Come si sa, Kaliningrad costituisce un’enclave autonoma russa del tutto separata dalla patria, fisicamente: se già chiudere la frontiera con la Bielorussia danneggiava bielorussi e russi che si servivano di tale passaggio, ora chiudendo il passaggio tra Lituania e Kaliningrad, allora il territorio lituano diverrebbe in tutto e per tutto un BLOCCO di separazione fatto appositamente per tenere i russi lontani e scoraggiarne la circolazione fisica, una specie di buco nero sulle mappe per chiunque abbia passaporto russo o bielorusso (sono ormai la stessa cosa).

Gli abitanti di Kaliningrad nello specifico……si ritroverebbero sigillata quasi il 50% della propria frontiera terrestre, potendo così contare soltanto su quella polacca (col cui stato i rapporti non sono idilliaci), per poter FISICAMENTE uscire dalla propria regione. Non esistono alternative se buttarsi nel mare (…).

Per i viaggiatori dall’area UE = se anche la Polonia un giorno decidesse di chiudere i suoi valichi con Bielorussia e Kaliningrad, diventa materialmente impossibile raggiungere la Russia dal continente Europeo (toccherà servirsi esclusivamente di aeroporti da Turchia, Caucaso ed Emirati). Mai successo nemmeno ai tempi di Stalin.

27.10.2025

Si comunica che il confine terrestre tra LITUANIA e BIELORUSSIA è chiuso a tempo indeterminato.

La misura – presa a seguito dei palloni aerostatici che le autorità lituana avrebbero localizzato nel proprio spazio aereo e considerati mezzo spionistico (?) – di fatto chiude completamente una delle poche vie di passaggio tra Russia ed UE: un cittadino russo (moscovita) che volesse raggiungere l’Europa come faceva ? Semplice: da Mosca si raggiungeva in treno o in aereo Minsk a bassissimo costo……..quindi da Minsk (vedere la carta) si raggiungeva Vilnius in poche ore di autobus, ritrovandosi già in UE (dalla capitale lituana poi, partono voli low cost per tutto il continente).

Perlomeno era così per i russi dotati di visto famigliare (quello turistico non era più accettato nemmeno per il basilare transito del paese): da ora in poi con il valico CHIUSO non sarà proprio fisicamente possibile. Direi che a questo punto tutta la fascia di frontiera dalla Finlandia alla Lituania è impenetrabile……

Il solo momento in cui la circolazione è stata così chiusa nel secolo passato…….è stato nel 1918 e nel 1945: in perfetta coincidenza con le guerre mondiali.

Non vado oltre.

Democratico scandalo…e oltre_di Daniele Lanza

“BEN VENGA QUALSIASI PATTO CHE PORTI AD UNA PACE LUNGA E DURATURA”

(portavoce della commissione europea, Olof Gill”).

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Ecco.

Stasera, prima di spegner tutto, mi capita ancora sotto gli occhi questa: e capisco perchè ho rinunciato moralmente al continente in cui sono nato.

Il vertice politico europeo distintosi in anni di massimalismi e ostilità anti-russa persino superiore agli USA (grottescamente)……che ancora fino a poche ora si mostrava sguaiato in merito al fatto che il meeting di Budapest violerebbe il mandato di arresto per Putin – ora si mostra placidamente d’accordo invece, dopo una rapida stilettata sulle dita (presumibilmente) direttamente da Washington. Cioè le regole, i principi internazionali, la carta delle Nazioni unite e tutto il resto, non sono nemmeno sacre come si suppone debbano essere, stando a come da Bruxelles li si difende di solito: per metterla in altro modo……..la prosopopea illuminista/democratica vale per rompere le scatole agli stati nemici, ma “scompare” quando è pratico che sia, per motivi di comodo.

In pratica basta che il padrone dica “contrordine compagni” per far cambiare musica a tutta l’orchestra: questi sono i principi dell’occidente. Questa è l’Europa politica.

Per queste ragioni ho rinunciato MORALMENTE all’Europa ai suoi simboli, ai suoi principi e qualsiasi sua etica professata (a subordinati non è concessa alcuna etica, quella è un lusso delle potenze indipendenti), e se non fosse per motivi prettamente pratici rinuncerei anche alla cittadinanza europea.

E’ la reiezione assoluta.

E’ il vomito.

E nemmeno per il fatto che l’UE sia “anti-russa” (anti russismo esiste da secoli tra le potenze europee), ma per il fatto che tale orientamento può cambiare da un giorno ad un altro se dall’alto (Washington) la cosa viene domandata ed imposta.

La dico diretta: io RISPETTEREI (come nemico) persino l’anti-russismo se esso fosse genuino e spontaneo……e non il riflesso di quello che un padrone d’oltreoceano suggerisce (e i burattini ripetono a pappagallo).

L’Europa unita è un “nemico” per modo di dire: lo è….e nemmeno per volontà propria, come lo farebbe un pupazzo. Non può odiare la Russia come non può amarla: perchè in realtà non ha facoltà di esprimere alcuna idea propria se non imbeccata o permessa da oltreoceano. E’ un insieme di corpi artificiali la cui vita reale, biologica, è cessata tanto tempo fa.

Veder strillare la commissione europea sino a stamane per il mandato di arresto di Putin poteva darmi sui nervi sì………ma vedere che ora applaudono l’iniziativa dopo il “contrordine”, innesca il non descrivibile. Preferisco il nemico che va fino in fondo alle sue idee (anche stronzamente)…..piuttosto che trovarmi davanti la caricatura di essere umano che va avanti a molla (la UE è questo).

Europei tenetevi il vostro continente.

Buonanotte.

“LA GUERRA FINISCA SENZA I TOMAHAWK”

Questa è l’essenza del messaggio presidenziale americano all’ennesima visita del capo di stato ucraino in pellegrinaggio alla Casa bianca.

Commentare questa prima fase (l'”intermedio) nel round diplomatico di questo ottobre, è apparentemente semplice, se si mettono correttamente in relazione realtà sul campo e manovre diplomatiche.

A due mesi dal summit in Alaska la situazione bellica è andata grossomodo secondo le proiezioni di Putin, seppure con un ritmo inferiore rispetto a quanto dichiarato da quest’ultimo: le forze ucraine sono gradualmente macinate lungo tutta la linea del fronte, che oggettivamente – per forza di numeri – non possono più coprire (quasi tutte le unità valide al combattimento, operano a nemmeno il 50% dei loro effettivi, ossia mancano la metà dei soldati e più). Tale circostanza estrema a sua volta porta lo stato maggiore ucraino e i suoi comandi inferiori ad una gestione del fronte disperata, come disperdere i propri pochi effettivi lungo tutto il perimetro del fronte (al fine di dire che è “coperta”), ottenendo soltanto una difesa impossibile a costi umani ancora maggiori tra le trincee. In POKROVSK – nerbo dello scontro, sono già come imbottigliati quasi 50’000 combattenti ucraini (il 20% di tutta la forza combattente nazionale e quella più valida, le unità più potenti) e lo stato maggiore russo non sente nemmeno alcuna fretta di chiudere l’accerchiamento……in base al calcolo che finchè Kiev può mandare aiuti e rinforzi attraverso un varco, continuerà a farlo per disperazione (pensando che la città sia salvabile) ed in questo modo……il calderone di Pokrovsk seguiterà ad assorbire risorse e uomini che anzichè esser disperse lungo tutta la linea del fronte per puntellarlo, sono concentrate ed ammassate in un UNICO punto, diventando un bersaglio perfetto per giunta (…).

In sintesi è oggettivamente chiaro che le forze ucraine NON riescono e non riusciranno a contenere l’avanzata russa iniziata in estate: a giudicare dall’andamento agosto-ottobre 2025, si prevede che entro 6 mesi la “sacca” sarà risolta a favore russo.

Il doppio rispetto ai 3 mesi (?) che Putin diceva, ma comunque l’esito è quello: qualcosa che a questo punto innescherebbe la reazione a catena negativa che lo stato maggiore ucraino teme (ritirata generale).

NON si può aspettare dunque: eccoci quindi a noi.

Servono armi “strategiche” per invertire l’esito (come ai tempi di Hitler, l'”arma segreta”….): i TOMAHAWK. Che poi non servirebbe a invertire i rapporti di forza sul campo, bensì colpire la Russia nell’entroterra col risultato di fare pressione psicologica sull’opinione pubblica russa che non sconfiggerne le forze armate (le armi strategiche operano così).

D. TRUMP per parte sua gli replica come nel titolo del post in alto (…).

Il suo modo di fare pressione su Kiev per trattare. Bisogna rendersi conto che il governo ucraino – malgrado gli annunci propagandistici – è messo talmente alle strette che per fare pressione non occorre far nulla di attivo contro di esso, ma semplicemente NEGARGLI l’aiuto che domanda (cosa che è a pieno arbitrio di Washington).

Parallelamente il presidente americano cerca di fare pressione su Mosca sul piano ECONOMICO, cosa che è più complessa, dal momento che implica forzare e minacciare tutti gli stati che acquistano petrolio dalla Russia a rinunciarvi (solo che questi ultimi sono in gran parte al di fuori dell’occidente – anzi, suoi succubi e sfruttati – e pertanto meno permeabili alla pressione, che può richiedere tempi indefinibili………in un gioco dove il fattore tempo è essenziale ormai.

IN BREVE: Trump fa pressione su entrambi i contendenti (a mò di bilancia del campo), ma mentre quella su Mosca è più complicata e può richiedere anni, quella su Kiev è invece più diretta e le forze ucraine NON possono aspettare anni.

Trump per parte sua assolve il suo compito di mediatore……….ma per la parte ucraina le cose non cambiano (avrebbero bisogno di un livello di aiuto che Washington non darà).

Insomma, Zelensky ha già fallito in sostanza: se il suo voleva essere un ulteriore tentativo di sensibilizzare gli alleati o addolcire Trump allora è andato a vuoto. Non ha ottenuto l’arma strategica, e qualsiasi buona impressione possa aver fatto sul presidente americano, essa sarà CANCELLATA dall’incontro di Budapest tra questi e Putin (evento mediatico che terrà banco 10 volte tanto). Se l’intento di Zelensky era lavorarsi Trump (?!), a Budapest, Putin ed Orban (non dimentichiamoci che anche quest’ultimo si farà sentire), faranno lo stesso e molto più efficacemente, esattamente come successo in Alaska.

E mia previsione che nell’immediato non si cambierà molto: il conflitto sul campo andrà avanti per il 2025/26, secondo la traiettoria descritta all’inizio del post (…). L’intero Donbass verrà preso manu militari: Zelensky si ritroverà senza di esso e in aggiunta con 100’000 militari in meno che avrebbe potuto risparmiare se l’avesse ceduto diplomaticamente.

E la parte russa non si accontenterà di “congelare” le linee del fronte: domanderà riconoscimento de jure a questo punto (la parte ucraina deve concedere qualcosa: e “concedere” qualcosa che già non ha più non ha valore oggettivo).

Vedremo. Aspettiamo Budapest.

Dunque da dove iniziare ?

L’incontro Trump/Putin deve ancora avvenire che una moltitudine vorrebbe già commentarlo (?)….ma in realtà non a torto: nel senso che – come sempre – i colloqui più importanti sono quelli il cui risultato si intuisce dal CONTESTO prima ancora che dall’effettivo scambio verbale (the context speaks LOUDER than simple words).

Limitiamoci quindi, per adesso, all’essenziale.

A – Che l’incontro con Putin sia stato così tempestivo ed improvviso (in genere occorrono settimane o mesi), suggerisce alcune cose: che ormai il ghiaccio e rotto e la comunicazione col Cremlino è ripristinata per quanto riguarda Washington…..al punto ora di programmare incontri in modo fluido, veloce e soprattutto indipendentemente dal sentire degli alleati europei (l’impressione è questa). Che poi l’incontro non sia in un angolo dell’Alaska, ma nel cuore del continente europeo, trasmette l’idea che i due leader non hanno più intenzione di celare i contatti in corso in qualche recesso dell’artico, bensì portano la propria presenza e volontà fin dentro l’Europa, a partire da un paese filorusso come l’Ungheria: che a Bruxelles garbi o meno. Che se ne dica, vedere Trump, Orban e Putin allineati nelle istantanee che tra una settimana tappezzeranno le prime pagine dei media, ha un significato ed avrà un impatto notevole (…).

B – Sorpresa a parte, l’evento può stupire soltanto pochi osservatori ingenui in realtà: un incontro è NECESSARIO e probabilmente seguiranno parecchi altri passi di vario genere. Occorre comprendere un fatto (mi rivolgo a chi sia filo occidentale che legga il passo) : l’UCRAINA è sull’orlo del precipizio (e stavolta per davvero, al netto di propagande di ogni tipo)……..si sta raggiungendo il limite demografico, mancano oggettivamente le truppe, la diserzione è alle stelle, e in aggiunta a questo, la fornitura di armamenti (pagati da ora in avanti dall’UE) è calata di quasi il 50% in pochi mesi.

Esiste il rischio oggettivo che ad un certo punto accada qualcosa, che si inneschi un meccanismo che porta al collasso militare, il qual trascina con sè quello politico: esiste il rischio che accada quanto i media di tutto l’occidente negano e rifiutano da 3 anni a questa parte. Anche per questo Trump volerà a Budapest: per smorzare, anticipare ed impedire la catastrofe in arrivo in qualche modo (…). Anche se occorre sottolineare che il Cremlino non si lascerà naturalmente infinocchiare da Trump in modo alcuno, ahimè (…).

C – L’incontro del presidente americano riguardante Zelensky è già automaticamente AZZERATO quanto ad effetti, a prescindere da cosa si diranno effettivamente oggi. Il ricevimento della volpe di Kiev alla casa bianca farà molto meno notizia che non il fatto che Trump corra ad un incontro con Putin meno di una settimana più tardi (si deve ancora concordare la data esatta, ma è assai presto). Il secondo meeting tra due leader di potenze nucleari a poco più di 2 MESI l’uno dall’altro (non tipico di certo e di per sè dice già molto a sincero avviso)

IN CONCLUSIONE = al netto delle considerazioni in alto………se anche si trattasse semplicemente di una contromossa putiniana al meeting di Zelensky (al fine di annullarne gli effetti sulla psiche umorale di Trump), ebbene, la cosa avrà il suo buon effetto e questo anche nella percezione collettiva La venuta del presidente ucraino a Washington risulterà OSCURATA dalla triplice TRUMP/ORBAN/PUTIN che sfilerà a Budapest: visivamente farà più impressione vedere tre sovrani (due grandi ed uno piccolo), per quanto discussi……….che non fare il resoconto delle richieste di un supplice piagnucoloso in pellegrinaggio alla Casa bianca.

V. Putin farà la parte del leone anche in questa circostanza: ruberà la scena all’elegante dolcevita militare nera di Zelensky ed in maniera ancor più roboante che non in Alaska.

DEMOCRATICO SCANDALO………….

Nella minuscola, ordinata e pulita Lettonia, angolo di orgogliosa appartenenza all’Europa unita di Bruxelles, si prosegue la marcia iniziata da moltissimi anni, finalizzata a neutralizzare culturalmente (o fisicamente tramite espulsione), della folta minoranza russofona che rappresenta 1/4 dell’intera popolazione nazionale.

Orbene, in ottica nazionalista baltica, essi in realtà NON sono 1/4 della popolazione, nel senso che non vanno conteggiati assieme alla popolazione “vera” (quella etnica lettone cioè), ma come un corpo estraneo nella nazione, da trattare come tale (…).

L’Ultimissima notizia in merito alle misure discriminatorie e intimidatorie tese a comprimere il più possibile l’anomalia della presenza russa nel Baltico consiste nell’esame di lingua ora: per decreto si è reso obbligatorio superare un esame di lingua lettone (con un ristrettissimo margine di tempo)……..in caso contrario o id non superamento di quest’ultimo è prevista l’ESPULSIONE dal paese, che per (ripetiamo) 1/4 dei suoi abitanti russofoni è il paese di nascita e di nascita dei propri genitori.

Sono state già effettuate quasi 1000 espulsioni sulla base dell’ultimo decreto sopramenzionato.

Si tratta dell’ultimo insulto: la lingua nazionale lettone democraticamente permessa e persino promossa dalla politica delle nazionalità di era sovietica, prende ora il sopravvento facendosi persecutore nazionalista di una minoranza al suo interno: quella stessa minoranza che era maggioranza culturale nella grande casa sovietica (…)

TRE considerazioni:

1 – non fosse stato per la promozione del principio di nazionalità di era sovietica, la Lettonia (l’intero Baltico) sarebbe stata russificata al punto che il “lettone” sarebbe sopravvissuto al livello di dialetto che parlano solo nonni e zii di campagna (per intendersi).

2 – nell’era delle migrazioni di massa (che l’UE accoglie a braccia aperte nello spirito della fratellanza universale), sarà interessante osservare come si esprimerà il nazionalismo lettone (quando, mandati via gli “alieni” russi, si presenterà al loro posto un equivalente numero di sub-sahariani o cingalesi…..che von Der Leyen o chi altro, domanderà di accettare col sorriso. I lettoni hanno voluto entrare nella casa europea quindi dovrebbero adattarsi a quanto a loro richiesta: mi piacerebbe vederla questa).

3 – se si dubita della fedeltà dei russofoni di Lettonia al paese……beh, tale infedeltà diventa sempre più meritata in questo caso: da non far stupire come si vada formando un movimento separatista in seno al paese.

SINDACO DI ODESSA RIMOSSO DALL’INCARICO (…)

Questa sì che è interessante: V. Zelensky nel giro di un paio di giorni rimuove il sindaco della TERZA città dell’Ucraina (ma soprattutto l’unico grande porto che domina l’ultima fascia di costa che al paese rimanga…): l’accusa formale sembrerebbe riguardare il possesso di una doppia cittadinanza, vietata dalla legge ucraina. La cittadinanza di troppo che Trukhanov avrebbe è quella RUSSA naturalmente (benchè molti osservatori indipendenti dubitano).

Ad ogni buon conto, con tale scusante (si vede che essere russi è motivo di discredito morale) viene allontanato dall’amministrazione cittadina e al suo posto viene installata dal presidente un’amministrazione MILITARE.

Sì, davvero singolare il tutto, ma proprio per tale singolarità io accoglierei con “entusiasmo” la notizia.

Si può dibattere in merito al fatto che l’attuale governo di Kiev sia o meno una giunta semi-militare illegittima (arrivati ad oltre 1 anno dal termine del suo mandato legale), ma che inizino a comparire amministrazioni militari – come sue ramificazioni – qua e là per il paese a partire da una città simbolo come ODESSA, ritengo sia addirittura benefico nella misura in cui sia illuminante del tipo di consenso che Zelensky e il suo entourage hanno nella loro società( forse che dubitano della ferrea fedeltà alla causa nazionale ucraina da parte dei cittadini di Odessa ??). Un buon inizio. Interessante.

Dire di continuare così (…).

E si chiama ODESSA (con due esse…la versione in ucraino non voglio nemmeno sentirla).

IL SECOLO IN CORSO, di Daniele Lanza

IL SECOLO IN CORSO ***

(Cesare: “Segui sempre le leggi in ogni caso. Se devi violarle allora fallo fino in fondo: dichiara guerra allo stato stesso e fai la rivoluzione per poi fare le leggi tu stesso” (parafrasi).

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Una quindicina di giorni orsono, malgrado promesse al pubblico (e a me stesso), alla fine non ho inondato la bacheca di considerazioni in merito all’evento diplomatico dell’estate, ossia il meeting russo/statunitense tra le solitudini dell’Alaska.

Malgrado la natura estremamente sensibile del momento, la copertura mediatica roboante e, conseguentemente, mi sono ritrovato inaspettatamente come prosciugato di ogni interesse: non di energia (notare), ma proprio di “interesse”……e questo proprio in coincidenza con la fase decisiva della maggiore guerra convenzionale dal 1945 ad oggi, sul suolo europeo.

Proprio io, commentatore incallito, perdo l’occasione ? Roba da non credere.

Più a freddo adesso, comprendo invece bene la ragione del mio agire: il punto di tutto, immutato da era immemorabile (!), il saper distinguere e selezionare cosa è rilevante – tra gli eventi che si osservano – rispetto a cosa non lo è………..operazione intellettuale che viene chiaramente PRIMA della riflessione chilometrica da dare in pasto al pubblico (in parole altre: prima ancora di preoccuparsi di dare le giusta risposta, fare attenzione a PRIORI di porsi la giusta domanda, signori miei). Detta in breve: a scanso di aspettative, il via vai che si è sviluppato tra il 15 e il 20 agosto scorsi, altro non è stato che la cover ad effetto di una rivista dal modesto contenuto, il trailer pomposo di un film che si vorrebbe vedere…….ma che in realtà non uscirà mai in sala. Ciò che si proietta palpabile è più il desiderio di qualcosa che non la realizzabilità della cosa in questione.

Di fatto ognuno dei tre protagonisti principali ha acconsentito a partecipare a codesto “trailer” per le proprie intime motivazioni: D. Trump per smania di protagonismo che lo porti al soglio pontificio (pardon, a quello del premio Nobel si intende), V. Putin in quanto rappresenta una vittoria di immagine di grandi proporzioni alla faccia di Kiev ed alleati europei tagliati fuori. Questi ultimi si inseriscono nel secondo round di Washigton pochissimi giorni dopo, ma unicamente per salvare il salvabile: Zelensky per non vedersi completamente tagliato fuori, coi “magnifici sette” dell’UE a far capriole nel disperato tentativo di far sembrare che l’Europa sia ancora “qualcosa” su questo pianeta (…). Gli avvenimenti tra il 15-20 agosto non hanno avuto e non avranno alcun impatto sul proseguimento effettivo della guerra sul campo (che si risolverà tragicamente da sè): tanto il presidente russo quanto quello ucraino – ben consapevoli della volubile tempra del capo di stato americano – hanno imparato a dire a Trump quanto lui vuole sentirsi dire….dargli quel tanto che basta di corda per evitarne gli scoppi collerici, ma senza tuttavia arretrare di un singolo millimetro dalle rispettive posizioni. Può apparire spaventoso, vista la portata della guerra in corso che si appresta ad aver superato di 2 milioni di vittime complessive, ma questa è la cinica realpolitik: ancora comprensibile da parte di un capo di stato in vantaggio sul campo (Putin), molto di meno da parte di un leader perdente (Zelensky) che così facendo ottiene di allungare I tempi all’inverosimile, ma a danno del proprio stesso paese, portandolo sull’orlo di una catastrofe di significato storico (da segnare il destino di stato e società ucraine per il secolo corrente, sino alla sua fine ed oltre).

NO. Basta miraggi. Che cosa si vuole davvero ? Si vuole inzeppare bacheche e pagine di giornali di voli pindarici, forbite proiezioni (che non si avvereranno mai) e masturbazioni mentali oppure si intende andare al vero “cuore barbaro” dei problemi e della storia ? Se la risposta è la seconda………allora lasciate perdere l’Alaska I dazi di Trump I piagnistei dell’Europa arcobaleno (che si sogna “porcospino d’acciaio”), insomma inserite costoro in un più ampio contesto politico/storico che si incarna nell’immagine scelta per il post (*): allora si inizierà a capire dove sta sorgendo il nuovo mondo per il secolo in corso, dove si colloca il VERO campo di battaglia (non in Ucraina ! Quello, in ottica di lungo periodo, è in realtà già il passato, con buona pace di tutti I poveri militari che vi hanno perso tutto: l’Ucraina è solo un minuscolo punto di incontro di collisione tra due placche oceaniche – per dirla così – già da tempo in avvicinamento. Una è l’occidente e l’altro è il polo emergente incarnato dai molteplici – ed imponenti – partecipanti all’ SCO (Organizzazione Cooperazione di Shanghai) che che vede il suo raduno in questi giorni tra Tianjin e la capitale cinese (…).

Evidente come I paesi dell’SCO coincidano sempre più con quelli di un BRICS via via più allargato che ormai copre una fascia di spazio geopolitico che partendo dalla Bielorussia arriva sino al mar del Giappone, inglobando quasi tutto quello che vi è in mezzo. Banale ribadire I dati di fondo, ma ricordiamone almeno uno che valga per 1000 altri: si ha a che fare col 40% della popolazione del pianeta (tra cui la seconda potenza economica globale, ormai quasi alla pari con gli USA, amalgamata strategicamente a quella che in fondo è ancora la prima potenza nucleare al mondo. Insomma il binomio Cina/Russia traina). Un polo che si mette credibilmente a capo del sud globale (AFRICA in primo luogo) a scanso delle proteste e del gesticolio piccato da parte di una cricca europea che smania di conservare almeno una frazione del prestigio ereditato da ere remote che ormai non gli appartiene più (se gli europei delle ere passate in qualche modo VEDESSERO coi propri occhi i loro discendenti contemporanei, preferirebbero ridiscendere seduta stante nelle tombe, domandandosi per cosa abbiano lottato, alla fine).

Sì è da tutto questo che bisogna partire: I prodromi del secolo XIX in cui viviamo si collocano qui e costituiscono il campo di battaglia globale. In considerazione di quest’ultimo e delle sue logiche che si fanno le autentiche considerazioni STRATEGICHE, quelle per il mondo che verrà.

Durante I conflitti mondiali del 900 vi era ancora chi ragionava col metro breve (non più in là del suo naso, ovvero) e percepiva la guerra in corso come un confronto tra potenze europee, eterne protagoniste nei loro giochi di potere, quando a ben vedere si trattava invece di altro non che la fase “calda” di un processo di lungo corso ben più grande dell’Europa stessa, che avrebbe portato al suo termine: con la prospettiva di poi, I “grandi” protagonisti europei sarebbero stati derubricati a “piccoli stati europei” avventuratisi in un gioco più grande di loro (iniziarono nel 1914 da padroni del globo e terminarono nel 1945 padroni nemmeno più di sè stessi, come ancora oggi si vede).

Ma attenzione: anche il macrosistema che conosciamo come ”Occidente democratico” non è immune alle leggi della storia ed esattamente come le potenze europee di inizio 900 può ritrovarsi in un gioco più grande di sè stesso.

Vladimir Putin ha intuito il punto sopra da molto, moltissimo tempo, agendo di conseguenza: anzichè perdere tempo ed energie per guadagnarsi la simpatia e l’amore del suddetto occidente democratico (che MAI vedrà la Russia come amica o partner a prescindere da quale sia il regime al potere) e intravedendone il declino storico, ha strategicamente deciso di infischiarsene integralmente dell’occidente (in modo lungimirante, cioè non semplicemente combatterlo con furia cieca, ma modificare il campo di gioco su cui poggia I piedi).

In concreto: L’occidente ti sarà sempre contro ? Tale occidente detta le regole del mondo ? Perfetto: allora A – non serve domandare comprensione o dialogo (posto che è un nemico giurato, allora è inutile), B – inutile combatterlo sul suo terreno (combattere il tuo nemico su uno spazio del quale egli stabilisce a priori le leggi ? Assurdo). Occorre piuttosto fare qualcosa di più ambizioso: se la terra stessa sotto I tuoi piedi non ti è cogeniale, non impuntartici ma cambialo, anche se questo comportasse cambiare il globo terrestre per intero ! Come a dire: se le leggi non fanno per te, allora è inutile violarle (finisci solo dietro le sbarre), ma piuttosto agisci alla radice del male e fai una RIVOLUZIONE che porti alla fine dello status legale presente e quindi alla promulgazione di nuove leggi e consuetudini.

L’occidente dalla propria prospettiva tende a ridurre le cose e vedere nella Russia ad una mera “ribellione” all’ordine costituito: errore. La Russia punta piuttosto ad una RIVOLUZIONE, una matamorfosi vera e propria di quest’ultimo.

CONCLUSIONE

Ogni secolo ha la sua rivoluzione (o più di una) che cambia sembianza e senso a seconda delle circostanze: in questo ultimo secolo in corso essa è il sorgere del BRICS (blocco eurasiatico) tanto quanto lo è stato l’ideologia socialista a suo tempo ai primi del 900. Il presidente di Russia – non per tesserne le lodi – lo ha intuito e ha fatto in modo da piazzare il proprio paese assieme ai cavalli vincenti (e per tempo). Anche quella di sapersi trovare nel campo vincente al momento giusto è arte antica, artificio indispensabile dei vincitori (mi si scusi il gioco di parole).

Questo è il modo di pensare (lo spazio di riflessione, la portata) di uno statista come l’attuale presidente di Russia: la capacità di superare il momento presente per quanto appariscente (meeting in Alaska) e pensare in un’ordine di grandezza maggiore, ovvero interagisce/collide necessariamente con l’ordine mondiale occidentale da un lato, ma al tempo medesimo partecipa attivamente al superamento fisiologico dello stesso, contribuendo alla creazione di un ordine futuro del tutto diverso – “post-occidentale” assieme alle realtà emergenti dello spazio asiatico. Si occupa tanto dell’ordine PRESENTE quanto di quello che verrà, alla civiltà del futuro e non ad un mero sopravvivere (che caratterizza maggiormente l’occidente).

Esiste chi compara le astuzie di Putin a quelle di Zelensky tanto per equiparare I due personaggi: per parte mia direi…….ma certo compariamole pure. In sincerità ritengo sia illuminante farlo.

Il machiavellismo putiniano, come lo si potrebbe definire, appena descritto estensivamente in alto, contro l’astuzia contadina (che nessuno nega) della volpe di Kiev, la quale coi propri di giochi machiavellici guadagnerà per la propria nazione altro non che….un ulteriore mezzo milione di morti e feriti nel corso dell’anno a venire optando per la resistenza ad oltranza.

Beh, diciamo allora che esiste machiavellismo e machiavellismo (ad esser clementi).

ANNO 2025: ALFA E OMEGA (parte 1, 2 e 3 di 3* – intervento lungo)_di Daniele Lanza

ANNO 2025: ALFA E OMEGA (parte 1 di 3* – intervento lungo)
Una speranza, mille perchè. Di Daniele Lanza
Il gran giorno è arrivato.
La si aspettava da mesi l’incoronazione di Trump, considerate le prospettive che prometteva e promette: tutti, ma proprio tutti si era lì in attesa (nel mentre che l’amministrazione Biden ha sfruttato per ben bene fino agli ultimi giorni – in senso letterale – per assicurare ulteriori tranches di aiuti finanziari e militari alla giunta di Kiev).
Ecco la parola chiave è “ATTESA”: un’elettrizzante aspettativa che si capta al di qua e al di là del fronte (per chi si interessa di gepolitica), in alcuni casi quasi una latente euforia (…).
Ammetto di esserne stato coinvolto io medesimo sin dal principio: la lunga campagna elettorale contro ogni pronostico (i media per 6 mesi di fila tirarono a confondere l’opinione pubblica con sondaggi e messaggi oscenamente alterati), i DUE tentativi di omicidio contro il candidato vincente, la sostituzione all’ultimo minuto del candidato democratico in stato di invalidità mentale (ma da quanto tempo lo era, prima che la cosa emergesse ?), quindi la notte dello spoglio…..con sondaggi che fino all’ultimo hanno negato l’evidenza. Quindi gli ultimi 2 mesi e mezzo ad attendere quel giuramento mentre l’invalido ha continuato a fare e dire l’indicibile (a recitare quanto gli veniva scritto, pover’uomo).
E adesso…..cosa ?
Ecco, come si sa, la cosa più ammaliante non è mai la domenica in sè (giorno del riposo), quanto il PRIMA….l’aspettativa che si genera il giorno precedente (il sabato) che in genera supera il divertimento effettivo del “gran giorno” una volta che questo arriva. E’ saggezza comune dalla notte dei secoli, sì ?
Ebbene anche in questo caso, finita l’attesa, viene il momento di darsi una sana calmata purtroppo, ritornare alla realtà e a quella più severa.
Il problema non sono i proclami di Donald in merito a far “finire la guerra in un giorno” a cui cui nessuno ha dato credito (fantasie da campagna elettorale come chiaro a chiunque sin dal principio): il problema VERO è che nella realtà concreta, sono ugualmente fantasia anche quelli più prudenti del suo consigliere militare addetto al caso ucraino (Kellogg) che pronostica qualcosa come “100 giorni” per metter fine alle ostilità. Di più: appartengono al regno dell’immaginazione anche le stime meno ottimistiche che prevedono 6 mesi almeno per riuscire ad uscire dal pantano……..come lo sono quelle che prevedono 1 ANNO intero.
Sintetizzo per non eccedere in fronzoli: percepisco e prevedo – a scanso della grande ondata di speranza in Trump – una immensa doccia fredda in merito al caso ucraino: un andare a sbattere contro i muri della realtà. Una grande (e sanguinosa) delusione può nascondersi dietro l’angolo: anche con un capo di stato come D. Trump, la “pace” – o come vogliamo chiamarla sarà un obiettivo da conquistare con le unghie e coi denti, per nulla scontata, all’ultimo respiro, con bagliori di collisione atomica sullo sfondo.
Duole frustrare l’aspettativa dei tanti lettori ed osservatori (così come quella del sottoscritto che scrive), ma oltre alle speranze – che non vanno tolte – forse è arrivato il momento di comprendere qualcosa di molto serio, qualcosa che va oltre le cartine aggiornate del fronte o le note iperdettagliate di armamenti o analisi erudite di settore: tutte queste cose saranno oltremodo utili, ma qui ci si riferisce ad un differente livello di comprensione delle cose, ossia delle visione d’insieme di quella grande opera che è il pianeta alla conclusione del primo ¼ del XXI secolo in corso.
Procediamo per domande (semplici, ma non “facili”)
Dunque.
In nome del cielo, cosa vuole il Cremlino ?
Il Cremlino punta ad un risultato – chiamiamolo così – che a ben vedere, non è purtroppo a misura di uomo o meglio, di semplici trattati scritti da mano umana, per così esprimersi (continuando a leggere mi spiego meglio). Il Cremlino non vuole una tregua d’armi (che da che mondo e mondo è un favore alla parte sconfitta cui si da tempo di riprendersi) nè una sospensione delle ostilità (che è lo stesso): non sa che farsene di “congelamenti” della linea di fronte, soluzioni coreane, “tedescorientali” o altri funambolismi della dialettica.
Il Cremlino non vuole la pace, detta più linearmente (anche se non nel senso in cui i detrattori della Russia e di Putin intendono abitualmente l’espressione, col sangue agli occhi).
Mosca non vuole la pace più di quanto non volesse una guerra: a dirla davvero tutta, non vuole nemmeno l’Ucraina, non l’ha mai voluta, come i suddetti detrattori intendevano (non ne voleva nemmeno un brandello, in teoria).
L’Ucraina è un CASUS BELLI: non di quelli di poco conto, certo, ma al contrario di quelli gravissimi, “esistenziali” come si dice. Ecco, tanto gravi da oscurare il vero punto, vale a dire un’esistenzialità ancor più estesa che è l’identità della madrepatria russa, la sua potenza e il suo futuro.
Il Cremlino vuole……..il riequilibrio di fondo. Vuole una decisa evoluzione geopolitica e culturale del mondo rispetto allo status quo presente: un processo nel corso del quale vi sia anche la Russia…la quale contribuisce nella misura in cui potrà indurre al riformulare degli equilibri strategici in Europa (che ancor oggi dopotutto sono la chiave di quelli planetari visto il privilegio economico di cui gode).
Questo è il vero nodo che si affronta.
Il punto di tutto NON era di sconfiggere o meno l’Ucraina (sebbene si renda necessario farlo, di fatto): il punto è di fermare l’occidente stesso. In parole altre, arrestare l’avanzata dell’occidente attraverso una vittoria in Ucraina (parte vitale dell’hinterland storico e culturale di Mosca): ecco, l’importanza concreta ed immediata di questo secondo punto, porta tragicamente a sorvolare la profondità del primo (…).
Al Cremlino non serve la capitolazione di Kiev, in senso letterale….ma piuttosto la garanzia che l’Alleanza Atlantica riconosca un confine sacro che non potrà mai varcare (se ragiona partendo dal presupposto che Mosca desideri ciecamente la sconfitta dello stato ucraino, si confonde il mezzo con l’obiettivo ultimo).
Il nodo fu già fatale proprio nell’aprile del 2022, quando Boris Johnson vola rapido a Kiev per incontrare Zelensky sull’orlo di un trattato che metterebbe fine alle ostilità e gli dice:”L’occidente non è ancora pronto a firmare un trattato del genere”. Qualcosa che significa (parafrasi):” Voi ucraini potete anche firmare di vostra iniziativa una pace con Mosca, certo, ma NOI (Nato/Ue) non partecipiamo all’evento, ovvero NON la firmiamo, e non la firmeremo mai”. Zelensky dunque, vistosi mancare l’appoggio del quale non può oggettivamente fare a meno (sottolineo l’ultima frase), rinuncia all’accordo con Mosca.
E’ per questa ragione che oggi ci troviamo qui a questo punto: perchè l’Ucraina non esiste – ha cessato di esistere sin dal golpe di piazza del 2014 che anzichè renderla libera, l’ha resa uno stato eterodiretto – e quello stato che sul piano tecnico la rappresenta non ha semplicemente la facoltà di firmare accordi in assenza dell’avvallo della forza superiore che l’ha creata tanto tempo prima…..e questa forza superiore non ha intenzione alcuna di firmare accordi.
Il Cremlino per parte sua è perfettamente consapevole di questo stato di cose e che quindi non ha senso alcuno fare trattati o pace con la giunta di Kiev (che non ha potestà in tal senso)……l’eventuale trattato lo vuole firmato dai leader della NATO: un trattato che prevede non soltanto la fine dello stato di guerra nello specifico fronte ucraino, ma anche la fine del moto di espansione verso oriente dell’occidente stesso. In particolar modo quest’ultimo, che quindi costituisce il senso di tutto, la sorgente del conflitto: una qualsiasi “pace” con l’Ucraina è priva di senso se non la si estingue, dato che continuerebbe a generare altri conflitti russo-ucraini per la generazione a venire, ciclicamente.
Fermiamoci qui un secondo e teniamo presente l’incipit del post qui presente: ecco perchè ho parlato di obiettivi grandi……….non a misura di uomo o di trattato convenzionale scritto. La volontà del Cremlino non è solo di vincere una guerra, ma è quella di invertire un moto – quello di espansione del modello occidentale – che è stato inarrestabile a partire dal XX secolo fino ad oggi imponendosi come modello globale, golden standard per antonomasia.
La Russia di Putin è ben consapevole che questo non è un obiettivo ottenibile da soli: si mette in piedi dunque un meccanismo titanico come il BRICS che abbia numeri tali da indurre una metamorfosi del palcoscenico socio-economico planetario di fondo (o perlomeno sul momento creare un solido contesto alternativo allo standard dominante), nel mentre che in un contesto più specifico e locale (Ucraina) le forze armate russe se la vedono sul campo contro l’ensemble militare euro-statunitense (che si esprime nelle sembianze delle forze armate ucraine) con l’obiettivo d’essere una battuta d’arresto per l’avanzata ad est di Bruxelles e Washington.
Questo non per 10 o 20 anni (quanto ingenuamente propongono dalla Casa Bianca, ovvero di posporre il termine di ingresso di Kiev nella Nato), ma a tempo INDEFINITO.
Il Cremlino non vuole rimandare la questione……..ma risolverla adesso invece, a proprio favore e definitivamente: non desidera che la questione dell’Ucraina nella Nato venga “sospesa” a chissà quando, vuole che tale opzione venga ELIMINATA dal tavolo delle possibilità, del tutto, semplicemente.
CONTINUA
 
“Uccidere il 1991”.
I manuali scolastici di storia nell’inculcarci una approssimativa mappa dello sviluppo del pianeta, ci propongono ordinate cronologie.
Una cronologia è uno strumento estremamente (troppo) semplice, ma utile a dare un’idea di fondo del procedere delle cose…….basilarmente scandito da date cardine che funzionano come punti di riferimento che ci aiutano a dare un’idea del PRIMA e del DOPO
Ogni secolo ha le sue di coordinate speciali: nel 500 la pace di Cateau Cambresis (1559) che estingue la lunga faida tra Spagna e Francia….nel 600 la pace di Westfalia (1648) che mette fine alla guerra dei 30 anni nel cuore del continente, nel 700 i conflitti di successione seguiti dalla guerra dei 7 anni (1763) che ridisegnano e definiscono non solo i confini, ma la traiettoria di sviluppo coloniale del mondo per il secolo a seguire. Nell’800 abbiamo poi il Congresso di Vienna (1815) che cerca di mettere in piedi una parvenza d’ordine dopo il caos armato della generazione rivoluzionaria/napoleonica…….e infine nel XX secolo le date di termine dei due conflitti mondiali, cui va ad aggiungersi quella dell’implosione sovietica a fine secolo, che simbolicamente manda nella storia il 900 ancor prima che esso si concluda cronologicamente parlando e ci sonsegna dunque la contemporaneità che conosciamo (l’unica che le nuovissime generazioni conoscano poi).
Insomma, per concludere siamo al 1991, data che ci riporta al discorso iniziale e alla situazione in cui si versa: il breve excursus sopra non è finalizzato a tediare il lettore con un “prologo/fronzolo”, ma piuttosto far comprendere che determinati eventi storici vanno letti e intepretati in un’ottica di lunghissimo corso…….che implica un lasso di tempo superiore a quello prevedibile o della stessa vita umana (ragion per cui attrae di meno forse).
Elenco qui di seguito, a tappe forzate, concetti chiave, ognuno dei quali necessiterebbe di un’opera in più tomi per essere trattato:
A – Gli stati non sono soltanto un confine politico/amministrativo che vediamo sulle mappe, non sono solo un territorio geometricamente circoscrivibile: gli stati sono anche e soprattutto un’IDEA, che viene prima di tutto……e che ne costituisce la vera identità, che si manifesta in forma di costituzioni e storia.
B – La RUSSIA è uno stato sì, ma non nel medesimo senso in cui lo sono la maggior parte degli stati europei (cito questi ultimi poichè è l’humus più familiare al lettore che segue): la Russia è soprattutto IDEA. Un’idea di POTENZA in primo luogo, un attributo che psicologicamente non ha perso mai e che la demarca esistenzialmente da qualsiasi stato nazionale del vecchio continente (massima parte dei quali ha abdicato in toto alla cosa, il che pone una barriera comunicativa e di comprensione primaria, occorre dire).
La Russia, come concetto, è qualcosa che va oltre la sua stessa costituzione scritta che tecnicamente possiede come ogni stato: qualcosa cioè che va oltre il fondamento giuridico tangibile, la materia, e tocca l’IDEA vera e propria, vale a dire quel sacrale che gli stati d’occidente hanno volutamente perduto generazioni orsono (ma se si vuole sin dai tempi della rivoluzione del 1789, allora). La Russia non è un insieme di confini sanciti per legge (per quanto enormemente estesi nel suo caso): anzi si potrebbe dire che non sono le leggi scritte a garantirli, quanto l’idea di potenza di fondo a generarli (può un pezzo di carta proteggere qualcosa in cui più alcun vivente crede ?! Sarà qualcosa di antimoderno da dirsi, non conforme ai lumi del pensiero politico razionale europeo post-illuminismo, ma d’altro canto qualcuno si rende conto dei limiti di quest’ultimo ? Affidare ad una “ragione” cose che non vi possono far fede ? Il limite della ragione stessa, ecco cosa l’occidente non ha mai affrontato del tutto (mi fermo qui perchè le conseguenze filosofiche sarebbero troppo estese da riportare in questa sede).
C – La Russia ha riportato una disfatta nel 1991. Una disfatta esistenziale, di quelle profonde: è morta la “patria” come la si concepiva (l’Italia ne sa qualcosa? ). Un collasso su infiniti piani di valutazione (psicologico, strutturale, materiale): si è esaurita una fase storica, tragicamente come era iniziata nell’assai più lontano 1917 (…). La disintegrazione del 1991 ha comportato – all’opposto – l’avanzata dell’occidente, questa volta non più ostacolato da nulla: per l’occidente la fine della Russia/potenza non ha rappresentato un’occasione speciale per la PACE….per integrare il popolo sconfitto in un più grande sistema di amicizia e prosperità, ma al contrario profittare e sfruttare nel maggior grado possibile il momento storico di maggiore difficoltà dell’opponente (già perchè all’occhio euro-americano, Mosca non ha mai cessato nemmeno per un momento di essere “opponente”, anche quando non costituiva pericolo ed era del tutto indifesa: elemento quest’ultimo pertanto da sfruttare a dovere per guadagnare posizioni e colpire, prima che tornasse ad essere forte).
Il 1991 è stata la maggiore catastrofe del XX secolo – come afferma Putin – forse anche peggio della guerra patriottica del 1941-45. Perchè ? Perchè perlomeno negli anni 40, malgrado le perdite stratosferiche (un olocausto) era ben chiaro dove si collocava il nemico: la scelta di combatterlo o arrendersi ad esso spettava ad ognuno in tale consapevolezza. Il 1991 invece……..sfumò drammaticamente le parti in gioco: la Russia (l’intera galassia post-sovietica) si ritrovò terreno “aperto” senza più consapevolezza di chi fosse il nemico o l’amico, aprendo sorridente le braccia proprio a coloro che ne volevano la disintegrazione materiale e umana (si vedano poi le cartine dei piani della CIA che voleva il territorio della stessa Fed.Russa frazionato in una decina di repubbliche diverse, in spirito di “democrazia”).
D – L’ascesa al potere di Vladimir Putin (che se ne possa pensare del personaggio), ha sancito a chiare lettere un messaggio di fondo: il 1991 è stato un NEMICO. Un nemico mortale, il peggiore mai avuto dalla Russia nell’ultimo secolo: più insidioso del nazismo che nel 1941 intendeva distruggere lo stato attaccandolo militarmente dall’esterno (mentre la liberal-democrazia atlantica ha puntato – per il medesimo fine – ad un’implosione dall’interno). Orbene se il 1991 è il nemico è quindi un dovere liberarsene: è necessario superarlo.
Tutte le azioni intraprese dallo stato russo sotto la leadership attuale (terminata cioè l’orgia eltsiniana degli anni 90) alla breve o alla lontana sono regolate da questo fine ultimo quindi: vendicare il 1991, superarlo, lasciarlo alle spalle anzichè continuare ad esserne vittime (continuare gli anni 90 elziniani, per l’appunto…).
Certo “Uccidere il 1991” è una frase, un’idea……..non una cosa facile. E’ occorso molto tempo per preparare il paese a farlo (lo spazio di una generazione): sono occorsi molti passi, grandi e piccoli, più o meno percettibili per arrivare ai gionri nostri, per arrivare a quella fornace che è il fronte russo-ucraino, che se osservato alla luce delle considerazioni e prospettive illustrate sinora è assai più che un semplice fronte di guerra utile a colmare le colonne di quotidiani e riviste con l’articolo del giornno: nelle intenzioni/ambizioni della leadership russa odierna è una FUCINA DI VULCANO, tramite la quale ridisegnare (se anche su scala relativamente ridotta) gli equilibri di fondo della politica internazionale.
Per dirla immensamente semplice: si desidera che un’eventuale “pace” in Ucraina corrisponda ad un riassestamento assai più profondo di natura generale: ovvero un 2025 (se fosse l’anno della pace) che prenda il posto del 1991.
Il 1991 sarà “superato” dal 2025 (o l’anno che debba essere) che ne prenderebbe il posto nella successione di date importanti per la nazione russa: a quest’ultima data l’onore storico di concludere il lungo limbo grigio della sconfitta inaugurato dal 1991. La Russia torna a tutti gli effetti ad essere una potenza riconosciuta, seppure entro i limiti che la sua non grande economia oggettivamente consentono ad essa (il che è secondario: quello che conta è tornare in sella).
Il Cremlino questo vuole: mettere fine al 1991, che cesserà la propria esistenza nel momento in cui un’altra data (gloriosa) non ne prenderà il posto nella successione di momenti storici che caratterizzano il cammino del paese.
Teoricamente si sarebbe potuto scrivere semplicemente QUESTO (una dozzina di parole al posto delle centinaia di righe cui ho costretto il lettore arrivato sin qui e col quale mi scuso…..ma la mia natura di scrivano mi impone di enucleare, arrivare alla radice).
CONTINUA
 
“Miracolo nel miracolo”
Arriviamo al termine, laddove si era iniziato.
Il Cremlino vuole superare il 1991, lasciarlo andare, lasciarlo alle spalle (la crisi Ucraina è un’ottima occasione, doverosa, per attuare il proposito). Comprensibile da parte loro, considerato che è stato una catastrofe dal punto di vista russo.
L’occidente piuttosto………è disposto a lasciarsi alle spalle il 1991, considerato che – al contrario – è stata una VITTORIA dal proprio punto di vista ? Qui casca l’asino (anzi, casca l’intera mandria).
L’occidente euro-americano non lo vuole, o meglio non ha alcun interesse che questo sia, detta facile e diretta.
In prospettiva euro-statunitense l’ideale sarebbe stato la prosecuzione del decennio eltsiniano (!): gli anni 90 (mortali per le società post-sovietiche) rappresentano l’idillio, lo status quo PERFETTO per proseguire un “rapporto” con Mosca e non solo dal punto di vista di europarlamento e Casa Bianca.
Alla luce di questo, parlare di inconciliabilità di prospettive è addirittura eufemismo, dato che siamo di fronte ad una letterale antitesi di interessi (…).
Eppure l’occidente è questo: ovvio che abbia i suoi interessi che purtroppo si discostano da quelli russi in modo a dir poco matematico (ogni vittoria di uno corrisponde quasi sempre ad un insuccesso dell’altro…). La sua incarnazione civile – la comunità europea – e ancor più la sua incarnazione militare – Alleanza atlantica – sono concepite e congegnate strutturalmente per avanzare ad est, inesorabilmente.
La NATO nasce con tale scopo, inutile girarci attorno: tener fuori la Russia dall’Europa, tralasciando però che questo obiettivo lo si ottiene più efficacemente NON trattenendosi purtroppo…..ovvero espandendosi, per dottrina, il più in là possibile, senza autolimitarsi, senza rispettare alcuna linea rossa, come si è visto. Abbiamo assistito a cosa è accaduto tra la metà degli anni 90 ed oggi: le garanzie date a Gorbachev (che non erano scritte, ma solo un’intesa, d’accordo), di non far superare alla Nato il confine della vecchia Germania orientale, si vede quanto sono valse (se non si entrava in guerra in Ucraina, quella linea di confine arrivava fino a Mosca).
Se ne deduce che il nodo di Gordio si colloca proprio qui, pertanto: la pace con Kiev presuppone proprio questo: che l’Alleanza Atlantica accetti di autolimitarsi, di riconsocere ufficialmente che esiste un limite oltre il quale non andrà mai, che esiste un’area che per legge naturale non le compete e che si colloca fuori del proprio controllo.
E possibile questo ?
Siamo, penso, di fronte al più insuperabile degli equivoci: è possibile mutare la natura di un’organizzazione che nasce apposta, finalizzata per principio, alla distruzione della Russia ? Il fatto VERO – “the elephant in the room” come dicono in inglese – è che la Nato doveva essere sciolta allora, nel 1991 a rigore di logica (invece nei fatti ha continuato la sua opera ancora di più, proprio a partire da quella data, profittando di un nemico in ginocchio): una logica poco attenta tuttavia……..se si fa attenzione al fatto che sin dalla sua nascita non ha mai parlato specificamente di “comunismo”, quanto di “russi”. In pratica il nemico era il comunismo solo coincidentalmente, o per meglio dire una veste: la sostanza del nemico (colui che porta la veste) è sempre e soltanto sta la Russia stessa, a prescindere dal sistema politico che la rappresenta nel dato momento.
Orbene, è possibile per il Cremlino andare a patti con qualcosa di strutturalmente studiato per NON andare a patti con la Russia in qualsiasi caso o circostanza ? (URSS o impero zarista che sia).
L’essenza di un lungo discorso – la cosa che più di ogni altra vorrei esprimere con questo intervento in tre parti – è la seguente: l’Alleanza Atlantica è un meccanismo che ormai funziona in automatico. E’ un’entità a sè stante che risponde unicamente al “deep state” americano….a sua volta un’organismo che risponde esclusivamente a leggi di geopolitica storica, slegate da qualsiasi vincolo o trattato scritto.
La “traiettoria storica” della potenza statunitense è imperniata sul vecchio continente, unica zona al mondo che economicamente potrebbe intimorirla e sulla quale quindi si è distesa entrando come in simbiosi per formare quell’enigma semantico che chiamiamo “OCCIDENTE”. E’ come una specie di sentiero obbligato, un destino ineluttabile lungo il quale cammina e dal quale non può discostarsi a meno di non riformulare la propria stessa esistenza come potenza (fissata secoli orsono dalla dottrina Monroe). Un’enigma letale, poichè questo “sentiero” – questo obbligo geostrategico di espandersi in Europa – trascende le convenzioni della democrazia rappresentativa: è una caratteristica della politica statunitense che PRESCINDE gli stessi presidenti eletti.
Ieri ha giurato Donald Trump. Ebbene, che cosa ci si può realisticamente aspettare da lui ? Fosse anche sincero nel suo isolazionismo (supponiamo lo sia)………è soltanto un uomo, un leader temporaneamente eletto: ciò di cui si è parlato in questi interventi – spero lo si sia capito – è qualcosa che va al di là dei singoli leader eletti. E qualcosa che ha a che fare con la storia stessa, quella di lungo termine, che coinvolge interessi nazionali storici la cui durata va oltre quella di una vita umana.
Tutto questo per dire che ci sono cose che nemmeno Donald Trump può decidere, giusto o sbagliato che sia (è necessario che massima parte di chi legge si capaciti di questo fatto, che lo comprenda): quanto il Cremlino domanda – giustamente dal proprio punto di vista – è letteralmente impossibile da concedere, se visto da una prospettiva atlantica…..non importa chi sia il presidente in carica in quel momento (Trump o chiunque altro, letteralmente). Questo perchè il patto Atlantico non accetterà mai di autolimitarsi e tantomeno su richiesta del nemico: si tratta di un’opzione inesistente nel pannello delle variabili. L’Alleanza atlantica non è fatta per andare a patti, ma per ampliarsi e combattere (gli unici schemi che conosce): può sciogliersi eventualmente, come si è formata, ma non può andare a patti (paradossalmente è più facile che la Nato scompaia, che venga terminata dai suoi creatori, piuttosto che vederla “andare a patti” con qualcuno o qualcosa. Mentalità militare del resto che è alla sua fondazione).
Il Cremlino d’altro canto non può ridimensionare le proprie richieste, dopo avere immolato quasi mezzo milione di vite sull’altare della patria (e quasi il doppio di quelle ucraine).
Siamo, per così dire, ad una collisione non più tanto di armi e materia………ma di filosofia, dello spirito stesso: nessuna delle due parti può oggettivamente – dalla propria prospettiva – andare ad alcun patto con l’altra, a prescindere da tutta la buona volontà che un singolo capo di stato o più di uno possa avere.
Questo perchè si parla di cose…….che si decidono sul campo, con milioni di vittime (come sta del resto accadendo): non esistono “trattative” per qualcosa come quello a cui il Cremlino anela, poichè ce lo si può solo conquistare sul terreno.
A sentirlo così sembra tremendo, ma è proprio di una legge che viene prima di quelle scritte: la LEGGE DELLA STORIA. Consuetudine remotissima che non si interfaccia con le regole dell’umanità civilizzata, ma più con “le antiche leggi del combattimento” (“Gangs of New York” docet): ecco perchè difficile da capire al pubblico odierno, istruito e pacificato. D’altro canto è comunque comprensibile anche in chiave pacifica: l’individuo che vuole fare fortuna, quella vera…..non può aspettarsi che il prossimo gliela dia, nè può “trattare” per averla, senza essersela guadagnata col sangue. Nessuno può darti determinate cose, se non la tua volontà e la tua determinazione (e assenza di scrupoli).
A Donald Trump auguro tutto il meglio e anche di più (ne avrà bisogno): in questi lunghi interventi ho cercato di spiegare PERCHE’ la sua semplice volontà non sarà sufficiente ad ottenere il risultato che tutti si aspettano (ovvero che è un individuo grintoso, ma davanti ad una situazione assai più grande di lui pure considerata la carica che ora ricopre). D. Trump è di per sè un fenomeno, una rivelazione, un’anomalia sgradita al sistema sì……..ma perchè accada per davvero qualcosa ci vorrebbe addirittura un miracolo NEL miracolo o meglio un colpo di scena ulteriore che va a sommarsi a Trump stesso incrementandone esponenzialmente l’effetto (e questo è improbabile che succeda).
In caso di assenza di altri colpi di scena, la vicenda ucraina non sarà decisa da alcun capo di stato – che sia a stelle e strisce o altro), ma direttamente sul campo, per KNOCK OUT di uno dei due contendenti (che si sta già profilando): e quando si scrive knock out si intende una mezza ecatombe socio-economica che durerà sino alla fine del secolo in corso che si vive.
Ne sono molto addolorato.
Ringrazio chi ha avuto pazienza di seguire sin qui.
FINE

“LA PATRIA E’ MADRE” -di Daniele Lanza

*ovvero “verso la riedizione di un nazionalismo becero, da operetta, quello stesso che ha reso l’Italia terra occupata”. Giorgia Meloni si può dire che sia stata baciata, comunque, dalla fortuna oltre che per i suoi “meriti” legati ad un opportunismo compiacente tanto furbo, quanto remissivo. La sua espansività effusiva, così evidente nei confronti di Biden, è la manifestazione epidermica di qualcosa di più profondo, dalle inquietanti affinità con quelle forme di nazionalismo, in particolare ucraino, ma diffuso in Europa Orientale, che hanno paradossalmente trascinato quel paese, paradossalmente, nella più stretta dipendenza e sudditanza e nella propria autodistruzione. Giorgia Meloni non gode di alcun credito in ampi settori dell’amministrazione Trump e nel movimento politico MAGA, specie nella vecchia guardia. Gli stessi abboccamenti estivi con Pompeo, in predicato per ordine della stampa italica, di rientrare nella nuova amministrazione statunitense, non hanno giovato alla sua credibilità e prontezza. È riuscita, però, ad entrare nelle grazie di una figura di punta della futura amministrazione statunitense, Elon Musk e questo le sta garantendo una inaspettata entratura, si vedrà quanto stabile.  Elon Musk è certamente una figura dirompente e radicale; avrà il compito di scompaginare e riorganizzare l’intero apparato amministrativo federale. Allo stesso tempo continua ad affermare, assieme a numerosi altri esponenti, di voler ridurre del 80% la spesa pubblica, portando all’estremo i tentativi, per altro in gran parte ridimensionati, fatti a suo tempo da Reagan. Un proposito che, più che riorganizzare la formazione sociale statunitense, rischia di dissestarla definitivamente. Non a caso, sono propositi che destano a dir poco già qualche perplessità nella futura compagine presidenziale. A questo si deve aggiungere il proposito sempre più evidente di quale potrà essere il principale capro espiatorio delle dinamiche geoeconomiche della nuova presidenza, l’Europa, a fronte, invece, della disponibilità a trattare, nel suo consueto stile, una possibile transizione con gli interlocutori più autorevoli ed autonomi, in particolare Russia, Cina e India. Sarà il momento della verità per Giorgia Meloni; di rivelare se sotto il passo morbido e felpato, le fusa avvolgenti, si nascondono artigli pronti ad agire. Tra vuota prosopopea e gatte morte di cui è pieno il campionario politico italico, sono stati pochi gli statisti in grado di sostenere il confronto internazionale; pochi di questi sono sopravvissuti. Non mi pare che Giorgia Meloni possa essere collocata in questo ristretto pantheon e neppure riuscire a ritagliarsi un eclisse dignitosa (postilla di Giuseppe Germinario)

L’ultima uscita della Presidente del Consiglio, in visita alla base aerea NATO di Siauliai (Lituania).
Usuale discorso patriottico davanti alle truppe italiane di stanza nel Baltico: mi limito a sottolineare tre passi (3 non di più che sarebbe troppo pesante per me.
A – “La PACE è qualcosa che va difeso ogni giorno”.
[ giustissimo. Solo ci sarebbe da capire cosa si intenda per pace: se difendere i propri confini oppure trovarsi a 1500 km dalla penisola a ridosso della frontiera con la Russia andando a stuzzicarla: in quest’ultimo caso è una definizione inedita del concetto….qualcosa da studiare].
B – “Dobbiamo difendere i nostri confini”.
[cioè, i confini italiani sarebbero a ridosso della Carelia ? Come dire che per mare la flotta italiana deve pattugliare pure il mar glaciale artico attorno a Murmansk….]
C – non vogliamo permette alla Russia o alle organizzazioni criminali di minare la nostra sicurezza
[ Dunque: se la Russia ammassa truppe ai propri confini contro una cintura di basi Nato alle sue frontiere è una “minaccia alla pace”………. chi invece piazza quelle basi alla frontiere russe, “difende la sicurezza d’Europa” ? .
Sono costretto a ricredermi sul concetto – che pensavo universale – di legittima difesa: è soggetto anch’esso alla legge di relatività….ossia che ognuno decide per conto proprio cosa sia come e quando applicare tale formula ].

Domenica, 22 Dicembre 2024

Buonasera a tutti, ringrazio ovviamente il Comandante Massarotto, ringrazio tutti gli Ufficiali, i Sottufficiali, gli Avieri della Task Force Air di stanza qui in Lituania, ringrazio e saluto anche tutti i Comandanti e tutti i Contingenti dei teatri operativi che rappresentano oltre 7 mila uomini, ai quali dobbiamo aggiungere anche i 2 mila uomini impegnati nell’operazione “Strade sicure”, quindi sul territorio nazionale.

Mi hanno fatto l’onore di essere tutti collegati. Io sono qui fondamentalmente per portarvi gli auguri, per portarvi gli auguri della Nazione, come mi piace fare ogni anno, e per portarvi la riconoscenza del popolo italiano. Oggi è il 22 di dicembre, io sono di ritorno dalla Lettonia, quindi dalla Finlandia, verso casa, torno a casa, come fa la gran parte di coloro che lavorano fuori casa, mentre in Italia la gran parte delle persone è impegnata a organizzare il pranzo di Natale, a comprare gli ultimi regali, e tutti si preparano a riabbracciare le loro famiglie.

È qualcosa che voi non farete. E io so che vi pesa, ma so anche che forse in fondo vi peserebbe di più sapere che non state facendo il vostro lavoro, come qui state facendo il vostro lavoro, per garantire alle vostre famiglie la sicurezza e la serenità che vantano quando si siedono intorno alla tavola di Natale. E per farlo per le milioni di altre famiglie che neanche vi conoscono e che forse neanche se ne rendono conto. Allora, l’ho detto tante volte e lo ripeto anche a voi, la Patria alla fine è una madre, e non è un caso che noi la chiamiamo Madre Patria, quella madre vuole essere da voi e dirvi buon Natale, dirvi grazie, dirvi che apprezza, conosce, riconosce gli straordinari sacrifici che fate, il valore che quei sacrifici regalano e producono per la nostra Nazione nel suo complesso.

Sono qui anche per ricordare tutto questo agli italiani, per ricordare all’Italia nel suo complesso quanta parte della nostra credibilità passi dai vostri sacrifici, dalla vostra determinazione e dalla vostra abnegazione, per ricordarla a quei tanti che si riempiono la bocca della parola «pace», ma non ricordano sempre che la pace non è qualcosa che noi abbiamo per garantito, è qualcosa che va difeso, costruito ogni giorno, e che c’è qualcuno in prima linea a fare questo lavoro.

E allora a quei tanti che ci dicono, per esempio, che sulle spese della difesa, beh… in fondo non sono risorse così utili, forse vale la pena ricordare che sono le risorse che ci consentono di difendere oggi il transito delle navi mercantili, che consente ai nostri prodotti di arrivare in Italia senza un aumento dei prezzi, che consentono oggi di costruire pace e benessere per tante nazioni martoriate dalla guerra, che consentono, più lontano dai nostri confini, di produrre una deterrenza che vuol dire non fare avvicinare i rischi alle nostre case e alle nostre famiglie.
Penso che questo vada detto, penso che vada detto a voce alta, penso che vada rivendicato a testa alta. L’Italia partecipa a 37 missioni all’estero.

Voi sapete che noi siamo il primo contributore in Europa, il secondo contributore all’interno dell’Alleanza Atlantica, in tutto il mondo viene richiesta la nostra professionalità, in tutto il mondo viene richiesto il nostro eroismo. È qualcosa che ci rende sì orgogliosi, ma è anche qualcosa che costruisce i presupposti che a me consentono, quando sono sui tavoli che contano, di difendere gli interessi nazionali. La mia credibilità, la credibilità di questa Nazione cammina soprattutto sulle vostre gambe. Il futuro dell’Italia nella sua capacità di difendere i suoi interessi nazionali vola soprattutto sulle vostre ali.

Questo fa la differenza, fa la differenza e l’Italia lo deve sapere. Fa la differenza perché io di solito mi commuovo sempre quando vengo in posti come questo e ho trovato anche il Comandante emozionato, vedo tanta emozione. È incredibile pensare che si riescano a emozionare così persone che nella loro formazione hanno il sangue freddo. Parlavamo adesso del lavoro che si fa quando si pilota un caccia, e di quanto la freddezza, la capacità di non lasciarsi andare all’emotività facciano la differenza, ma io capisco questa emozione, perché io e voi condividiamo lo stesso sentimento.

Nel Signore degli Anelli – che io cito spesso, come si sa, ma non è l’unico libro colletto, giuro – Faramir, parlando della battaglia, dice “Non amo la lucente spada per la sua lama tagliente, né il guerriero per la gloria, né la freccia per la sua rapidità. Amo solo ciò che difendo”.

Non si sceglie di essere un soldato per odio. Si sceglie di essere un soldato per amore. Non si sceglie di essere un soldato perché si ama la guerra. Si sceglie di essere un soldato perché si ama la Patria. E quella patria ha bisogno di essere difesa. Questo lavoro lo fate voi.

Lo fate voi in prima fila, lo fate voi ogni giorno. Non vedrete i vostri figli che scartano i regali a Natale, ma l’Italia è anche per questo vi è riconoscente e sono sicura che i vostri figli sapranno essere adeguatamente fieri di voi, come lo è l’Italia intera. Grazie e buon Natale a tutti.

Vertice Nord-Sud, la dichiarazione del Presidente Meloni

Domenica, 22 Dicembre 2024

Teoricamente, del tutto astrattamente, la posizione del Governo Meloni potrebbe spingere ad una piena assunzione di ruolo del paese nell’area mediterranea, quella di proprio interesse strategico. In politica non esiste l’astratto; esiste la tattica per perseguire una strategia e valgono le intenzioni reali. Il Governo di Giorgia Meloni si distingue dai precedenti per il suo attivismo, per lo più retorico, nell’agone internazionale, specie quello mediterraneo ed africano. Di fatto si risolve in una spinta agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna ad assumere un ruolo più attivo che compensi e riduca il surrogato sub-imperiale franco-tedesco. Un gioco pericoloso, che potrebbe avere un senso, anche questo puramente teorico, se si riuscisse a ritagliare, tra i litiganti, un ruolo autonomo. Quelli di Meloni, al contrario, si riducono a degli appelli al “podestà straniero” che porteranno a coinvolgerci nella conflittualità con Russia e Cina e, probabilmente, la Turchia e nella destabilizzazione programmata degli stati africani. Giuseppe Germinario

***

Grazie mille.
Buongiorno a tutti, e voglio davvero ringraziarti, Petteri, per aver immaginato questa iniziativa e aver invitato anche l’Italia.
Lo dico al di là dei ringraziamenti di rito; penso veramente che questa iniziativa sia importantissima e che rappresenti un modo di pensare molto nuovo all’interno dell’Unione europea.
Come diceva Kyriakos, le quattro nazioni qui rappresentate (ma direi anche cinque, perché Kaja è stata anche Primo Ministro) sono spesso state considerate, e si sono spesso trovate, su fronti contrapposti all’interno dell’Unione europea. Nazioni del nord così dette “frugali”, da una parte, e Nazioni del sud spesso accusate di essere, diciamo, sregolate, anche se negli ultimi anni più per pregiudizio – a mio avviso – che per responsabilità reali.

Il fatto che queste Nazioni oggi si trovino qui, insieme, a parlare dei grandi temi che stiamo cercando di affrontare tutti insieme dimostra che abbiamo capito che il mondo intorno a noi è completamente cambiato, e non possiamo affrontare seriamente le sfide che abbiamo di fronte se non cerchiamo di capire il punto di vista e le difficoltà, i problemi, degli altri. Credo dunque che questa iniziativa sia stata preziosissima, che sia preziosissima. Penso che dovremmo ripeterla.

Sappiamo che sono molte le sfide che l’Unione europea ha di fronte. Sono soprattutto due le questioni che l’Europa non può eludere: una è la sicurezza dei nostri cittadini, che è quella che stiamo affrontando durante questa edizione, e l’altra è la competitività del nostro sistema produttivo (forse questa potrebbe essere l’idea per il prossimo incontro).

Come dicevano Petteri e Kyriakos, abbiamo parlato molto di difesa, di sicurezza.
Sicurezza significa difesa, significa che capiamo tutti di dover fare di più, capiamo tutti che sia importante anche per garantire quel “pilastro europeo” della NATO di cui abbiamo parlato molto in questi anni. La NATO rimane assolutamente, ancora di più dopo l’ingresso di Finlandia e Svezia, la pietra angolare della nostra sicurezza, e deve saper guardare non solo al fianco est, ma anche al fianco sud.
Ma sicurezza significa anche molto altro. Significa infrastrutture critiche, significa intelligenza artificiale, cybersicurezza, significa materie prime, significa catene di approvvigionamento. Significa una nuova, e più efficace politica estera e di cooperazione. Significa migrazione, che è stato l’altro grande argomento di cui abbiamo discusso.
Secondo me è stato un errore affrontare la questione dell’immigrazione illegale, in questi anni, come un dibattito di carattere puramente solidaristico, perché la questione riguarda, appunto, la sicurezza. Il risultato è che non siamo stati in grado di difendere i nostri confini esterni, e abbiamo messo a repentaglio la nostra libera circolazione interna e attori ostili hanno cominciato a usare l’immigrazione come strumento di pressione, o di ricatto.

Oggi siamo impegnati a invertire la rotta. Vogliamo difendere i nostri confini esterni e non consentiremo né alla Russia né alle organizzazioni criminali di minare la nostra sicurezza.

Penso, dunque, che sia stato molto importante, Petteri, e ti ringrazio molto. È stata un’iniziativa molto intelligente e molto importante. Sono orgogliosa che l’Italia sia stata invitata e potete sempre contare su di me e sull’Italia.

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“ACCIAIO DI DAMASCO”_di Daniele Lanza

(…ma solo nelle favole – Riflessione più seria*)
Gli insorti si materializzano dal nulla.
Traversano la frontiera dalla Turchia e da lì dilagano a macchia d’olio fino alla capitale in 10 GIORNI, da un capo all’altro del paese ovvero, senza quasi combattere.
50 anni di storia – la “dinastia” Assad – se ne vanno in una manciata di giorni.
Fa discutere non per il suo fragore, ma all’opposto, per il suo silenzio, per la distensione con cui tutto è avvenuto: è di questa “tranquillità” pertanto che si parlerà nei tempi a venire, che non di un evento militare (cosa che non è stato).
E’ evidente che si assiste ad una messinscena, è una commedia in grande stile quella riportata dai mezzi di informazione, i tratta di un evento “concordato” (il che compromette il la definizione di “rivoluzione”)
E’ evidente che il paese è stato………consegnato, da poteri più grandi di esso che erano poi alla base della sua stessa esistenza (…).
Nel 2013 quando i medesimi ribelli jihadisti (anzi, una forza armata assai più pericolosa di quella che vediamo oggi) si avvicinarono a Damasco furono inchiodati dove erano nel giro di ore, e quindi catapultati indietro e inceneriti nel giro di giorni dall’aviazione russa partita dalle basi presenti nel paese.
Nel 2024 il quadro è diverso, eppure malgrado la situazione militare prioritaria sul fronte ucraino – che assorbe verosimilmente quasi il 99% dei mezzi – è altrettanto vero che contro la sfilacciata armata Brancalone jihadista (a momenti un corteo di tifosi che sia avvia verso l’entrata di uno stadio) sarebbe bastato anche quel 2% rimanente, in coordinazione con rinforzi (veri) provenienti dall’IRAN.
Vorrei dire qualcosa di diverso, ma non è davvero possibile: le considerazioni da fari possono essere molteplici, ma ritenere qualcosa di diverso da quanto scritto sopra non rispetterebbe i canoni dell’onestà intellettuale (che io – pur essendo “schierato” – vorrei mantenere).
Premesso questo……c’è altro da puntualizzare ? Certo che c’è, tre cose che elenco di seguito secondo l’usuale schema in 3 lettere dell’alfabeto.
A – In primo luogo, come già espresso sin dal principio nei giorni scorsi, la logica del gioco diplomatico, della grande politica internazionale, non è alla portata dell’osservatore comune mi duole dire: non che non si possa esprimere un’opinione certo……ma troppi pezzi e dettagli del puzzle mancano al pubblico generale. Manca all’osservatore ordinario quella visione di insieme che solo i giocatori medesimi hanno: il discorso non è finalizzato a fare apologia di qualsiasi cosa i governanti facciano dietro le quinte, ma di comprendere che – purtroppo – si sa molto meno di quanto si crede (pure dell’analista che si sente sapiente).
I decisori internazionali invece dispongono del vero quadro della situazione (quello che i mass media riportano alterato) ed in base a quello devono prendere decisioni GRAVI per ragione di stato, stabilire priorità in funzione dell’interesse nazionale a prescindere dalla moralità comunemente accettata.
Non serve nascondersi dietro giri di parole: l’interrogativo in merito al ruolo di Mosca nel processo in corso, il suo grado esatto di coinvolgimento sarà oggetto di analisi nel tempo a venire. Si consideri tuttavia – è non è per nulla un alibi – che la Russia si trova da quasi 3 anni impegnata in un conflitto di livello ESISTENZIALE alle proprie porte: un fronte che deciderà il futuro dei confini tra occidente e Europa orientale e di rimando anche equilibri più estesi di carattere globale. Vladimir Putin ha a che fare col maggiore conflitto convenzionale sul suolo europeo dalle guerre mondiali del 900 per numero di vittime.
E in questi mesi, con l’elezione di Trump il venire meno di linee rosse Nato e il coinvolgimento di armamenti sempre più pericolosi (missili balistici e testate nucleari), si è arrivati a un momento cruciale.
Se occorre fare delle scelte……..allora la priorità va alla propria esistenza prima che a quella della Siria, pur con tutto il legame che può essersi creato con essa: se non si comprende questo e si rimane ancorati stoicamente a etica da educazione scolastica e romantiche fedeltà non si comprende purtroppo il “Game of throne” (per citare), il gioco della vita adulta, disgraziatamente.
B – A proposito della Siria stessa: vi sarebbe da notare come non soltanto gli alleati (Iran e Russia) non sono intervenuti, ma le stesse forze armate siriane governative NON hanno combattuto praticamente. Non vi sono state collisioni, da nessuna parte….ci si rende conto ? Se anche l’alleato non interviene, le forze nazionali hanno comunque la facoltà di battersi ed anche aspramente se necessario (si perderà, ma si ha combattuto): in questo caso non è avvenuto……..nulla. Il che significa che o si è avverata una diserzione di massa (come il Mossad ha comunicato), oppure gli alti comandi siriani sono stati comprati con somme stratosferiche (…).
Insomma, c’è qualcosa che non va nella Siria stessa, a prescindere dagli alleati che avrebbero o meno potuto salvarla: è una considerazione obbligatoria che si conclude nell’ultimo punto in basso.
C – Uno stato non può vivere di vita artificiale. Supporter, amici ed alleati possono aiutarti, finanziarti….ma non possono combattere e vivere al tuo posto. Questo è impossibile.
Se la Siria – priva di aiuti esterni – è collassata in 10 GIORNI senza sparare un colpo, significa signori miei, che la sua sopravvivenza fino ad oggi negli ultimi anni è stata un’illusione (se poi i suoi comandi sono stati corrotti, ancora peggio allora).
Probabilmente – odio dirlo – è stata tutta un’illusione a partire da quel lontano 2013: lo stato siriano di Assad era scomparso già allora (l’insurrezione armata l’avrebbe schiacciato a Damasco quel medesimo anno), ma l’aviazione russa salva miracolosamente la situazione all’ultimo momento.
Una salvezza e anche una fine: perchè da quel momento divenne dipendente in tutto e per tutto da forza esterna (da Mosca, da Teheran ma sarebbe potuto esserlo nei confronti di qualsiasi altro stato supportante…come l’Afghanistan americano): in pratica il regno di Assad, finito già nel 2013 si è perpetuato fino al presente 2024, artificialmente.
Questo – con tutto il bene che si può volere alla Siria – non è un sistema sostenibile: gli alleati non possono sempre essere presenti a pronti a tutto, come si vede. Se uno stato/regime non ha oggettivamente la forza per reggersi in piedi da solo……il problema è irrisolvibile.
Washington, ha il medesimo problema con l’UCRAINA (esattamente lo stesso): voglio vedere quello come andrà a finire.
STOP.
GAME OVER.
Difficile dire da dove iniziare.
Sarà necessario scrivere diversi interventi per esprimere una visione generale del processo in corso……..qui per iniziare, solo una brevissima nota di carattere umano.
Come specialista di Europa orientale non mi sono mai dedicato veramente a fondo del mondo arabo, che in questo caso è imperativo categorico (diffido dal fare tante considerazioni sui fatti in corso senza aver solidissime basi generali: come chi si improvvisa esperto in medicina, magari in possesso di nozioni anche sofisticate, ma poi manca di quelle più semplici, di BASE….che da sole bastano a cambiarti il quadro in un istante). Questo è il mio primo consiglio, per chiunque sia sinceramente interessato.
Potrei anche dire di non essere nemmeno un analista dell’ultima ora: della Siria mi interesso da oltre 10 anni, dai tempi delle primavere arabe promosse da Washington tra il 2011-13, che portarono alla prima guerra civile in questo paese ed al coinvolgimento diretto della Russia in tale scacchiere.
Questo però, ripeto, non significa esserne uno specialista.
Ad ogni buon conto, col passare del tempo, degli anni, ho appreso svariate cose su questo popolo ed imparato ad apprezzarne l’anima (cosa che non può cambiare solo perchè è mutato il regime), in definitiva la partnership diplomatica e strategica tra Mosca e Damasco mi ha coinvolto e profondamente.
Sembra che questo frammento di storia si sia chiuso stanotte, aggiungendo ulteriore irrealtà al tono surreale degli eventi, se vero che si prevedeva la caduta della capitale entro un mese, poi entro una settimana……….ed invece è avvenuta in un paio di giorni (?!).
Quanto fa specie non è il fragore della capitolazione di Damasco, ma al contrario il SILENZIO, la tranquillità con cui tutto questo è avvenuto: una lotta non combattuta.
Sulla natura singolare di questa rivoluzione mi sono già speso e non soltanto io: troppo strana per non attirare l’attenzione di un qualsiasi analista del pianeta. Una “rivoluzione” fatta in 10 giorni, praticamente quasi senza caduti, dove gli insorti prendono una città dopo l’altra arrivando in bicicletta e in motorino, senza incontrare resistenza alcuna.
Occorrerà qualche tempo perchè vi sia un’analisi specialistica adeguata che chiarisca i retroscena di una “rivoluzione non combattuta”, anche se le ipotesi ci sono già da tempo, emergono naturali si può dire, ed io stesso mi sono già aggiunto alla speculazione.
Per il momento posso soltanto dire addio ad un paese amico: forse il regime di Assad perfetto non era, ma per quanto concerne il regime dei jihadisti non vedo nulla di rassicurante all’orizzonte.
Posso soltanto dire: ADDIO SIRIA (quella che conoscevo).
وداعاً سوريا
 
1 – Bashar Assad e i membri della sua famiglia sono arrivati a Mosca. La Russia ha concesso loro asilo. (Tass /Cremlino)
2 – I ribelli siriani che hanno rovesciato il governo di Bashar al-Assad hanno garantito la sicurezza delle basi militari russe in Siria (RiaNovosti)
La prima notizia era prevista (chiudiamo il sipario su Assad e buona fortuna a lui).
La seconda lo era decisamente di meno. Patriotticamente parlando sono lieto che le cose si arrangino in tal modo, naturalmente…..sebbene questo confermi quindi che la comunicazione tra il Cremlino e gli insorti è solida (o forse c’era un’intesa ancora prima che le cose iniziassero ?).
Nessuno tocca e nemmeno si avvicina a una base navale con armi atomiche annesse (permesse dall’accordo russo-siriano sin dagli anni 70): ci fosse stato anche solo il minimo dubbio su questo, i ribelli jihadisti sarebbero stati fermati ad Aleppo dall’aviazione russa la settimana scorsa (nemmeno l’avrebbero presa).
Se invece li si è lasciati fare è perchè esistevano chiare garanzie che basi straniere (russe come americane) non sarebbero state molestate: la dichiarazione in tal senso di oggi è solo una conferma di un’intesa precedente, probabilmente.
Non di certo una prova, ma solo un indizio ecco, non mi si prenda in parola.
Insomma……i media occidentali si sforzano per presentare la “rivoluzione” come uno “schiaffo a Mosca”, ma c’è da ritenere che la cosa sia più complessa di così.
Azzardiamo un’ipotesi (arcana, ma): l’occidente ha innescato da anni un mantra contro la Russia, ovvero quello della “sconfitta strategica” che è stato ripetuto un milione di volte sui media planetari, ci siamo fin qui ?
Orbene….Washington si è compromessa al punto tale che NON può ritirarsi dal campo senza avere inflitto questa “sconfitta strategica”, per ragioni di credito, di opinione pubblica: la cosa tuttavia stride col fatto che la guerra in Ucraina è oggettivamente PERSA.
Come aggiustare le cose ?
Soluzione singolare: se non esiste una “sconfitta strategica”, allora inventiamola a tavolino, costruiamola………concordiamola magari col nemico stesso, dietro le quinte (?): la Siria è notoriamente uno stato satellite di Mosca sì ? Ebbene, allora facciamo iniziare una rivolta lì……con la collaborazione del Cremlino: in cambio delle condizioni di pace che vuole con Kiev.
Insurrezione non sanguinosa, che non danneggi nessuno, una cosa di pochi giorni (e senza toccare le basi militari, che non rientrano nell’accordo e lasciapassare per Assad): NOI (Washington) otteniamo così qualcosa in cambio, ma soprattutto avremo un argomento consistente in più per poter affermare di aver inflitto una “sconfitta strategica” a Mosca, malgrado la perdita sostanziale dell’Ucraina. Questo potremo presentare all’opinione pubblica internazionale.
Sui media di tutto il mondo si parlerà col megafono di una sconfitta russa (e i media russi non affermeranno l’incontrario. Non si stanno agitando in effetti…). Tutti soddisfatti e fine della commedia.
Insomma…..se è necessaria una “sconfitta strategica” da infliggere al nemico per terminare un conflitto a testa alta, ma non si riesce ad ottenerla, allora se ne concorda una sottobanco.
Stratagemma sottile: perdere sostanzialmente, ma con la facoltà di poter dire pubblicamente di aver VINTO (……).
Passo e chiudo per oggi.

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