ANNO 2025: ALFA E OMEGA (parte 1, 2 e 3 di 3* – intervento lungo)_di Daniele Lanza

ANNO 2025: ALFA E OMEGA (parte 1 di 3* – intervento lungo)
Una speranza, mille perchè. Di Daniele Lanza
Il gran giorno è arrivato.
La si aspettava da mesi l’incoronazione di Trump, considerate le prospettive che prometteva e promette: tutti, ma proprio tutti si era lì in attesa (nel mentre che l’amministrazione Biden ha sfruttato per ben bene fino agli ultimi giorni – in senso letterale – per assicurare ulteriori tranches di aiuti finanziari e militari alla giunta di Kiev).
Ecco la parola chiave è “ATTESA”: un’elettrizzante aspettativa che si capta al di qua e al di là del fronte (per chi si interessa di gepolitica), in alcuni casi quasi una latente euforia (…).
Ammetto di esserne stato coinvolto io medesimo sin dal principio: la lunga campagna elettorale contro ogni pronostico (i media per 6 mesi di fila tirarono a confondere l’opinione pubblica con sondaggi e messaggi oscenamente alterati), i DUE tentativi di omicidio contro il candidato vincente, la sostituzione all’ultimo minuto del candidato democratico in stato di invalidità mentale (ma da quanto tempo lo era, prima che la cosa emergesse ?), quindi la notte dello spoglio…..con sondaggi che fino all’ultimo hanno negato l’evidenza. Quindi gli ultimi 2 mesi e mezzo ad attendere quel giuramento mentre l’invalido ha continuato a fare e dire l’indicibile (a recitare quanto gli veniva scritto, pover’uomo).
E adesso…..cosa ?
Ecco, come si sa, la cosa più ammaliante non è mai la domenica in sè (giorno del riposo), quanto il PRIMA….l’aspettativa che si genera il giorno precedente (il sabato) che in genera supera il divertimento effettivo del “gran giorno” una volta che questo arriva. E’ saggezza comune dalla notte dei secoli, sì ?
Ebbene anche in questo caso, finita l’attesa, viene il momento di darsi una sana calmata purtroppo, ritornare alla realtà e a quella più severa.
Il problema non sono i proclami di Donald in merito a far “finire la guerra in un giorno” a cui cui nessuno ha dato credito (fantasie da campagna elettorale come chiaro a chiunque sin dal principio): il problema VERO è che nella realtà concreta, sono ugualmente fantasia anche quelli più prudenti del suo consigliere militare addetto al caso ucraino (Kellogg) che pronostica qualcosa come “100 giorni” per metter fine alle ostilità. Di più: appartengono al regno dell’immaginazione anche le stime meno ottimistiche che prevedono 6 mesi almeno per riuscire ad uscire dal pantano……..come lo sono quelle che prevedono 1 ANNO intero.
Sintetizzo per non eccedere in fronzoli: percepisco e prevedo – a scanso della grande ondata di speranza in Trump – una immensa doccia fredda in merito al caso ucraino: un andare a sbattere contro i muri della realtà. Una grande (e sanguinosa) delusione può nascondersi dietro l’angolo: anche con un capo di stato come D. Trump, la “pace” – o come vogliamo chiamarla sarà un obiettivo da conquistare con le unghie e coi denti, per nulla scontata, all’ultimo respiro, con bagliori di collisione atomica sullo sfondo.
Duole frustrare l’aspettativa dei tanti lettori ed osservatori (così come quella del sottoscritto che scrive), ma oltre alle speranze – che non vanno tolte – forse è arrivato il momento di comprendere qualcosa di molto serio, qualcosa che va oltre le cartine aggiornate del fronte o le note iperdettagliate di armamenti o analisi erudite di settore: tutte queste cose saranno oltremodo utili, ma qui ci si riferisce ad un differente livello di comprensione delle cose, ossia delle visione d’insieme di quella grande opera che è il pianeta alla conclusione del primo ¼ del XXI secolo in corso.
Procediamo per domande (semplici, ma non “facili”)
Dunque.
In nome del cielo, cosa vuole il Cremlino ?
Il Cremlino punta ad un risultato – chiamiamolo così – che a ben vedere, non è purtroppo a misura di uomo o meglio, di semplici trattati scritti da mano umana, per così esprimersi (continuando a leggere mi spiego meglio). Il Cremlino non vuole una tregua d’armi (che da che mondo e mondo è un favore alla parte sconfitta cui si da tempo di riprendersi) nè una sospensione delle ostilità (che è lo stesso): non sa che farsene di “congelamenti” della linea di fronte, soluzioni coreane, “tedescorientali” o altri funambolismi della dialettica.
Il Cremlino non vuole la pace, detta più linearmente (anche se non nel senso in cui i detrattori della Russia e di Putin intendono abitualmente l’espressione, col sangue agli occhi).
Mosca non vuole la pace più di quanto non volesse una guerra: a dirla davvero tutta, non vuole nemmeno l’Ucraina, non l’ha mai voluta, come i suddetti detrattori intendevano (non ne voleva nemmeno un brandello, in teoria).
L’Ucraina è un CASUS BELLI: non di quelli di poco conto, certo, ma al contrario di quelli gravissimi, “esistenziali” come si dice. Ecco, tanto gravi da oscurare il vero punto, vale a dire un’esistenzialità ancor più estesa che è l’identità della madrepatria russa, la sua potenza e il suo futuro.
Il Cremlino vuole……..il riequilibrio di fondo. Vuole una decisa evoluzione geopolitica e culturale del mondo rispetto allo status quo presente: un processo nel corso del quale vi sia anche la Russia…la quale contribuisce nella misura in cui potrà indurre al riformulare degli equilibri strategici in Europa (che ancor oggi dopotutto sono la chiave di quelli planetari visto il privilegio economico di cui gode).
Questo è il vero nodo che si affronta.
Il punto di tutto NON era di sconfiggere o meno l’Ucraina (sebbene si renda necessario farlo, di fatto): il punto è di fermare l’occidente stesso. In parole altre, arrestare l’avanzata dell’occidente attraverso una vittoria in Ucraina (parte vitale dell’hinterland storico e culturale di Mosca): ecco, l’importanza concreta ed immediata di questo secondo punto, porta tragicamente a sorvolare la profondità del primo (…).
Al Cremlino non serve la capitolazione di Kiev, in senso letterale….ma piuttosto la garanzia che l’Alleanza Atlantica riconosca un confine sacro che non potrà mai varcare (se ragiona partendo dal presupposto che Mosca desideri ciecamente la sconfitta dello stato ucraino, si confonde il mezzo con l’obiettivo ultimo).
Il nodo fu già fatale proprio nell’aprile del 2022, quando Boris Johnson vola rapido a Kiev per incontrare Zelensky sull’orlo di un trattato che metterebbe fine alle ostilità e gli dice:”L’occidente non è ancora pronto a firmare un trattato del genere”. Qualcosa che significa (parafrasi):” Voi ucraini potete anche firmare di vostra iniziativa una pace con Mosca, certo, ma NOI (Nato/Ue) non partecipiamo all’evento, ovvero NON la firmiamo, e non la firmeremo mai”. Zelensky dunque, vistosi mancare l’appoggio del quale non può oggettivamente fare a meno (sottolineo l’ultima frase), rinuncia all’accordo con Mosca.
E’ per questa ragione che oggi ci troviamo qui a questo punto: perchè l’Ucraina non esiste – ha cessato di esistere sin dal golpe di piazza del 2014 che anzichè renderla libera, l’ha resa uno stato eterodiretto – e quello stato che sul piano tecnico la rappresenta non ha semplicemente la facoltà di firmare accordi in assenza dell’avvallo della forza superiore che l’ha creata tanto tempo prima…..e questa forza superiore non ha intenzione alcuna di firmare accordi.
Il Cremlino per parte sua è perfettamente consapevole di questo stato di cose e che quindi non ha senso alcuno fare trattati o pace con la giunta di Kiev (che non ha potestà in tal senso)……l’eventuale trattato lo vuole firmato dai leader della NATO: un trattato che prevede non soltanto la fine dello stato di guerra nello specifico fronte ucraino, ma anche la fine del moto di espansione verso oriente dell’occidente stesso. In particolar modo quest’ultimo, che quindi costituisce il senso di tutto, la sorgente del conflitto: una qualsiasi “pace” con l’Ucraina è priva di senso se non la si estingue, dato che continuerebbe a generare altri conflitti russo-ucraini per la generazione a venire, ciclicamente.
Fermiamoci qui un secondo e teniamo presente l’incipit del post qui presente: ecco perchè ho parlato di obiettivi grandi……….non a misura di uomo o di trattato convenzionale scritto. La volontà del Cremlino non è solo di vincere una guerra, ma è quella di invertire un moto – quello di espansione del modello occidentale – che è stato inarrestabile a partire dal XX secolo fino ad oggi imponendosi come modello globale, golden standard per antonomasia.
La Russia di Putin è ben consapevole che questo non è un obiettivo ottenibile da soli: si mette in piedi dunque un meccanismo titanico come il BRICS che abbia numeri tali da indurre una metamorfosi del palcoscenico socio-economico planetario di fondo (o perlomeno sul momento creare un solido contesto alternativo allo standard dominante), nel mentre che in un contesto più specifico e locale (Ucraina) le forze armate russe se la vedono sul campo contro l’ensemble militare euro-statunitense (che si esprime nelle sembianze delle forze armate ucraine) con l’obiettivo d’essere una battuta d’arresto per l’avanzata ad est di Bruxelles e Washington.
Questo non per 10 o 20 anni (quanto ingenuamente propongono dalla Casa Bianca, ovvero di posporre il termine di ingresso di Kiev nella Nato), ma a tempo INDEFINITO.
Il Cremlino non vuole rimandare la questione……..ma risolverla adesso invece, a proprio favore e definitivamente: non desidera che la questione dell’Ucraina nella Nato venga “sospesa” a chissà quando, vuole che tale opzione venga ELIMINATA dal tavolo delle possibilità, del tutto, semplicemente.
CONTINUA
 
“Uccidere il 1991”.
I manuali scolastici di storia nell’inculcarci una approssimativa mappa dello sviluppo del pianeta, ci propongono ordinate cronologie.
Una cronologia è uno strumento estremamente (troppo) semplice, ma utile a dare un’idea di fondo del procedere delle cose…….basilarmente scandito da date cardine che funzionano come punti di riferimento che ci aiutano a dare un’idea del PRIMA e del DOPO
Ogni secolo ha le sue di coordinate speciali: nel 500 la pace di Cateau Cambresis (1559) che estingue la lunga faida tra Spagna e Francia….nel 600 la pace di Westfalia (1648) che mette fine alla guerra dei 30 anni nel cuore del continente, nel 700 i conflitti di successione seguiti dalla guerra dei 7 anni (1763) che ridisegnano e definiscono non solo i confini, ma la traiettoria di sviluppo coloniale del mondo per il secolo a seguire. Nell’800 abbiamo poi il Congresso di Vienna (1815) che cerca di mettere in piedi una parvenza d’ordine dopo il caos armato della generazione rivoluzionaria/napoleonica…….e infine nel XX secolo le date di termine dei due conflitti mondiali, cui va ad aggiungersi quella dell’implosione sovietica a fine secolo, che simbolicamente manda nella storia il 900 ancor prima che esso si concluda cronologicamente parlando e ci sonsegna dunque la contemporaneità che conosciamo (l’unica che le nuovissime generazioni conoscano poi).
Insomma, per concludere siamo al 1991, data che ci riporta al discorso iniziale e alla situazione in cui si versa: il breve excursus sopra non è finalizzato a tediare il lettore con un “prologo/fronzolo”, ma piuttosto far comprendere che determinati eventi storici vanno letti e intepretati in un’ottica di lunghissimo corso…….che implica un lasso di tempo superiore a quello prevedibile o della stessa vita umana (ragion per cui attrae di meno forse).
Elenco qui di seguito, a tappe forzate, concetti chiave, ognuno dei quali necessiterebbe di un’opera in più tomi per essere trattato:
A – Gli stati non sono soltanto un confine politico/amministrativo che vediamo sulle mappe, non sono solo un territorio geometricamente circoscrivibile: gli stati sono anche e soprattutto un’IDEA, che viene prima di tutto……e che ne costituisce la vera identità, che si manifesta in forma di costituzioni e storia.
B – La RUSSIA è uno stato sì, ma non nel medesimo senso in cui lo sono la maggior parte degli stati europei (cito questi ultimi poichè è l’humus più familiare al lettore che segue): la Russia è soprattutto IDEA. Un’idea di POTENZA in primo luogo, un attributo che psicologicamente non ha perso mai e che la demarca esistenzialmente da qualsiasi stato nazionale del vecchio continente (massima parte dei quali ha abdicato in toto alla cosa, il che pone una barriera comunicativa e di comprensione primaria, occorre dire).
La Russia, come concetto, è qualcosa che va oltre la sua stessa costituzione scritta che tecnicamente possiede come ogni stato: qualcosa cioè che va oltre il fondamento giuridico tangibile, la materia, e tocca l’IDEA vera e propria, vale a dire quel sacrale che gli stati d’occidente hanno volutamente perduto generazioni orsono (ma se si vuole sin dai tempi della rivoluzione del 1789, allora). La Russia non è un insieme di confini sanciti per legge (per quanto enormemente estesi nel suo caso): anzi si potrebbe dire che non sono le leggi scritte a garantirli, quanto l’idea di potenza di fondo a generarli (può un pezzo di carta proteggere qualcosa in cui più alcun vivente crede ?! Sarà qualcosa di antimoderno da dirsi, non conforme ai lumi del pensiero politico razionale europeo post-illuminismo, ma d’altro canto qualcuno si rende conto dei limiti di quest’ultimo ? Affidare ad una “ragione” cose che non vi possono far fede ? Il limite della ragione stessa, ecco cosa l’occidente non ha mai affrontato del tutto (mi fermo qui perchè le conseguenze filosofiche sarebbero troppo estese da riportare in questa sede).
C – La Russia ha riportato una disfatta nel 1991. Una disfatta esistenziale, di quelle profonde: è morta la “patria” come la si concepiva (l’Italia ne sa qualcosa? ). Un collasso su infiniti piani di valutazione (psicologico, strutturale, materiale): si è esaurita una fase storica, tragicamente come era iniziata nell’assai più lontano 1917 (…). La disintegrazione del 1991 ha comportato – all’opposto – l’avanzata dell’occidente, questa volta non più ostacolato da nulla: per l’occidente la fine della Russia/potenza non ha rappresentato un’occasione speciale per la PACE….per integrare il popolo sconfitto in un più grande sistema di amicizia e prosperità, ma al contrario profittare e sfruttare nel maggior grado possibile il momento storico di maggiore difficoltà dell’opponente (già perchè all’occhio euro-americano, Mosca non ha mai cessato nemmeno per un momento di essere “opponente”, anche quando non costituiva pericolo ed era del tutto indifesa: elemento quest’ultimo pertanto da sfruttare a dovere per guadagnare posizioni e colpire, prima che tornasse ad essere forte).
Il 1991 è stata la maggiore catastrofe del XX secolo – come afferma Putin – forse anche peggio della guerra patriottica del 1941-45. Perchè ? Perchè perlomeno negli anni 40, malgrado le perdite stratosferiche (un olocausto) era ben chiaro dove si collocava il nemico: la scelta di combatterlo o arrendersi ad esso spettava ad ognuno in tale consapevolezza. Il 1991 invece……..sfumò drammaticamente le parti in gioco: la Russia (l’intera galassia post-sovietica) si ritrovò terreno “aperto” senza più consapevolezza di chi fosse il nemico o l’amico, aprendo sorridente le braccia proprio a coloro che ne volevano la disintegrazione materiale e umana (si vedano poi le cartine dei piani della CIA che voleva il territorio della stessa Fed.Russa frazionato in una decina di repubbliche diverse, in spirito di “democrazia”).
D – L’ascesa al potere di Vladimir Putin (che se ne possa pensare del personaggio), ha sancito a chiare lettere un messaggio di fondo: il 1991 è stato un NEMICO. Un nemico mortale, il peggiore mai avuto dalla Russia nell’ultimo secolo: più insidioso del nazismo che nel 1941 intendeva distruggere lo stato attaccandolo militarmente dall’esterno (mentre la liberal-democrazia atlantica ha puntato – per il medesimo fine – ad un’implosione dall’interno). Orbene se il 1991 è il nemico è quindi un dovere liberarsene: è necessario superarlo.
Tutte le azioni intraprese dallo stato russo sotto la leadership attuale (terminata cioè l’orgia eltsiniana degli anni 90) alla breve o alla lontana sono regolate da questo fine ultimo quindi: vendicare il 1991, superarlo, lasciarlo alle spalle anzichè continuare ad esserne vittime (continuare gli anni 90 elziniani, per l’appunto…).
Certo “Uccidere il 1991” è una frase, un’idea……..non una cosa facile. E’ occorso molto tempo per preparare il paese a farlo (lo spazio di una generazione): sono occorsi molti passi, grandi e piccoli, più o meno percettibili per arrivare ai gionri nostri, per arrivare a quella fornace che è il fronte russo-ucraino, che se osservato alla luce delle considerazioni e prospettive illustrate sinora è assai più che un semplice fronte di guerra utile a colmare le colonne di quotidiani e riviste con l’articolo del giornno: nelle intenzioni/ambizioni della leadership russa odierna è una FUCINA DI VULCANO, tramite la quale ridisegnare (se anche su scala relativamente ridotta) gli equilibri di fondo della politica internazionale.
Per dirla immensamente semplice: si desidera che un’eventuale “pace” in Ucraina corrisponda ad un riassestamento assai più profondo di natura generale: ovvero un 2025 (se fosse l’anno della pace) che prenda il posto del 1991.
Il 1991 sarà “superato” dal 2025 (o l’anno che debba essere) che ne prenderebbe il posto nella successione di date importanti per la nazione russa: a quest’ultima data l’onore storico di concludere il lungo limbo grigio della sconfitta inaugurato dal 1991. La Russia torna a tutti gli effetti ad essere una potenza riconosciuta, seppure entro i limiti che la sua non grande economia oggettivamente consentono ad essa (il che è secondario: quello che conta è tornare in sella).
Il Cremlino questo vuole: mettere fine al 1991, che cesserà la propria esistenza nel momento in cui un’altra data (gloriosa) non ne prenderà il posto nella successione di momenti storici che caratterizzano il cammino del paese.
Teoricamente si sarebbe potuto scrivere semplicemente QUESTO (una dozzina di parole al posto delle centinaia di righe cui ho costretto il lettore arrivato sin qui e col quale mi scuso…..ma la mia natura di scrivano mi impone di enucleare, arrivare alla radice).
CONTINUA
 
“Miracolo nel miracolo”
Arriviamo al termine, laddove si era iniziato.
Il Cremlino vuole superare il 1991, lasciarlo andare, lasciarlo alle spalle (la crisi Ucraina è un’ottima occasione, doverosa, per attuare il proposito). Comprensibile da parte loro, considerato che è stato una catastrofe dal punto di vista russo.
L’occidente piuttosto………è disposto a lasciarsi alle spalle il 1991, considerato che – al contrario – è stata una VITTORIA dal proprio punto di vista ? Qui casca l’asino (anzi, casca l’intera mandria).
L’occidente euro-americano non lo vuole, o meglio non ha alcun interesse che questo sia, detta facile e diretta.
In prospettiva euro-statunitense l’ideale sarebbe stato la prosecuzione del decennio eltsiniano (!): gli anni 90 (mortali per le società post-sovietiche) rappresentano l’idillio, lo status quo PERFETTO per proseguire un “rapporto” con Mosca e non solo dal punto di vista di europarlamento e Casa Bianca.
Alla luce di questo, parlare di inconciliabilità di prospettive è addirittura eufemismo, dato che siamo di fronte ad una letterale antitesi di interessi (…).
Eppure l’occidente è questo: ovvio che abbia i suoi interessi che purtroppo si discostano da quelli russi in modo a dir poco matematico (ogni vittoria di uno corrisponde quasi sempre ad un insuccesso dell’altro…). La sua incarnazione civile – la comunità europea – e ancor più la sua incarnazione militare – Alleanza atlantica – sono concepite e congegnate strutturalmente per avanzare ad est, inesorabilmente.
La NATO nasce con tale scopo, inutile girarci attorno: tener fuori la Russia dall’Europa, tralasciando però che questo obiettivo lo si ottiene più efficacemente NON trattenendosi purtroppo…..ovvero espandendosi, per dottrina, il più in là possibile, senza autolimitarsi, senza rispettare alcuna linea rossa, come si è visto. Abbiamo assistito a cosa è accaduto tra la metà degli anni 90 ed oggi: le garanzie date a Gorbachev (che non erano scritte, ma solo un’intesa, d’accordo), di non far superare alla Nato il confine della vecchia Germania orientale, si vede quanto sono valse (se non si entrava in guerra in Ucraina, quella linea di confine arrivava fino a Mosca).
Se ne deduce che il nodo di Gordio si colloca proprio qui, pertanto: la pace con Kiev presuppone proprio questo: che l’Alleanza Atlantica accetti di autolimitarsi, di riconsocere ufficialmente che esiste un limite oltre il quale non andrà mai, che esiste un’area che per legge naturale non le compete e che si colloca fuori del proprio controllo.
E possibile questo ?
Siamo, penso, di fronte al più insuperabile degli equivoci: è possibile mutare la natura di un’organizzazione che nasce apposta, finalizzata per principio, alla distruzione della Russia ? Il fatto VERO – “the elephant in the room” come dicono in inglese – è che la Nato doveva essere sciolta allora, nel 1991 a rigore di logica (invece nei fatti ha continuato la sua opera ancora di più, proprio a partire da quella data, profittando di un nemico in ginocchio): una logica poco attenta tuttavia……..se si fa attenzione al fatto che sin dalla sua nascita non ha mai parlato specificamente di “comunismo”, quanto di “russi”. In pratica il nemico era il comunismo solo coincidentalmente, o per meglio dire una veste: la sostanza del nemico (colui che porta la veste) è sempre e soltanto sta la Russia stessa, a prescindere dal sistema politico che la rappresenta nel dato momento.
Orbene, è possibile per il Cremlino andare a patti con qualcosa di strutturalmente studiato per NON andare a patti con la Russia in qualsiasi caso o circostanza ? (URSS o impero zarista che sia).
L’essenza di un lungo discorso – la cosa che più di ogni altra vorrei esprimere con questo intervento in tre parti – è la seguente: l’Alleanza Atlantica è un meccanismo che ormai funziona in automatico. E’ un’entità a sè stante che risponde unicamente al “deep state” americano….a sua volta un’organismo che risponde esclusivamente a leggi di geopolitica storica, slegate da qualsiasi vincolo o trattato scritto.
La “traiettoria storica” della potenza statunitense è imperniata sul vecchio continente, unica zona al mondo che economicamente potrebbe intimorirla e sulla quale quindi si è distesa entrando come in simbiosi per formare quell’enigma semantico che chiamiamo “OCCIDENTE”. E’ come una specie di sentiero obbligato, un destino ineluttabile lungo il quale cammina e dal quale non può discostarsi a meno di non riformulare la propria stessa esistenza come potenza (fissata secoli orsono dalla dottrina Monroe). Un’enigma letale, poichè questo “sentiero” – questo obbligo geostrategico di espandersi in Europa – trascende le convenzioni della democrazia rappresentativa: è una caratteristica della politica statunitense che PRESCINDE gli stessi presidenti eletti.
Ieri ha giurato Donald Trump. Ebbene, che cosa ci si può realisticamente aspettare da lui ? Fosse anche sincero nel suo isolazionismo (supponiamo lo sia)………è soltanto un uomo, un leader temporaneamente eletto: ciò di cui si è parlato in questi interventi – spero lo si sia capito – è qualcosa che va al di là dei singoli leader eletti. E qualcosa che ha a che fare con la storia stessa, quella di lungo termine, che coinvolge interessi nazionali storici la cui durata va oltre quella di una vita umana.
Tutto questo per dire che ci sono cose che nemmeno Donald Trump può decidere, giusto o sbagliato che sia (è necessario che massima parte di chi legge si capaciti di questo fatto, che lo comprenda): quanto il Cremlino domanda – giustamente dal proprio punto di vista – è letteralmente impossibile da concedere, se visto da una prospettiva atlantica…..non importa chi sia il presidente in carica in quel momento (Trump o chiunque altro, letteralmente). Questo perchè il patto Atlantico non accetterà mai di autolimitarsi e tantomeno su richiesta del nemico: si tratta di un’opzione inesistente nel pannello delle variabili. L’Alleanza atlantica non è fatta per andare a patti, ma per ampliarsi e combattere (gli unici schemi che conosce): può sciogliersi eventualmente, come si è formata, ma non può andare a patti (paradossalmente è più facile che la Nato scompaia, che venga terminata dai suoi creatori, piuttosto che vederla “andare a patti” con qualcuno o qualcosa. Mentalità militare del resto che è alla sua fondazione).
Il Cremlino d’altro canto non può ridimensionare le proprie richieste, dopo avere immolato quasi mezzo milione di vite sull’altare della patria (e quasi il doppio di quelle ucraine).
Siamo, per così dire, ad una collisione non più tanto di armi e materia………ma di filosofia, dello spirito stesso: nessuna delle due parti può oggettivamente – dalla propria prospettiva – andare ad alcun patto con l’altra, a prescindere da tutta la buona volontà che un singolo capo di stato o più di uno possa avere.
Questo perchè si parla di cose…….che si decidono sul campo, con milioni di vittime (come sta del resto accadendo): non esistono “trattative” per qualcosa come quello a cui il Cremlino anela, poichè ce lo si può solo conquistare sul terreno.
A sentirlo così sembra tremendo, ma è proprio di una legge che viene prima di quelle scritte: la LEGGE DELLA STORIA. Consuetudine remotissima che non si interfaccia con le regole dell’umanità civilizzata, ma più con “le antiche leggi del combattimento” (“Gangs of New York” docet): ecco perchè difficile da capire al pubblico odierno, istruito e pacificato. D’altro canto è comunque comprensibile anche in chiave pacifica: l’individuo che vuole fare fortuna, quella vera…..non può aspettarsi che il prossimo gliela dia, nè può “trattare” per averla, senza essersela guadagnata col sangue. Nessuno può darti determinate cose, se non la tua volontà e la tua determinazione (e assenza di scrupoli).
A Donald Trump auguro tutto il meglio e anche di più (ne avrà bisogno): in questi lunghi interventi ho cercato di spiegare PERCHE’ la sua semplice volontà non sarà sufficiente ad ottenere il risultato che tutti si aspettano (ovvero che è un individuo grintoso, ma davanti ad una situazione assai più grande di lui pure considerata la carica che ora ricopre). D. Trump è di per sè un fenomeno, una rivelazione, un’anomalia sgradita al sistema sì……..ma perchè accada per davvero qualcosa ci vorrebbe addirittura un miracolo NEL miracolo o meglio un colpo di scena ulteriore che va a sommarsi a Trump stesso incrementandone esponenzialmente l’effetto (e questo è improbabile che succeda).
In caso di assenza di altri colpi di scena, la vicenda ucraina non sarà decisa da alcun capo di stato – che sia a stelle e strisce o altro), ma direttamente sul campo, per KNOCK OUT di uno dei due contendenti (che si sta già profilando): e quando si scrive knock out si intende una mezza ecatombe socio-economica che durerà sino alla fine del secolo in corso che si vive.
Ne sono molto addolorato.
Ringrazio chi ha avuto pazienza di seguire sin qui.
FINE

Quale impatto potrebbero avere le ultime sanzioni energetiche degli Stati Uniti sulle relazioni russo-indo-indiane?_di Andrew Korybko

Quale impatto potrebbero avere le ultime sanzioni energetiche degli Stati Uniti sulle relazioni russo-indo-indiane?

24 gennaio
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La preferenza di Trump per le sanzioni e la sua ultima minaccia di raddoppiare quelle secondarie potrebbero ostacolare il cauto allineamento multilaterale dell’India tra Stati Uniti e Russia, costringendola a scegliere tra i due.

I media sono stati inondati di resoconti che ipotizzano che le relazioni russo-indo-indiane potrebbero soffrire a causa delle ultime sanzioni energetiche degli Stati Uniti, visto che di recente si sono concentrati sull’importazione su larga scala di petrolio scontato da Mosca da parte di Delhi, che potrebbe essere messa a repentaglio da queste ultime restrizioni unilaterali. Una fonte indiana anonima ha detto ai media che “la Russia troverà il modo di raggiungerci” e ha previsto sconti più ripidi per contrastare i nuovi rischi di sanzioni, tuttavia, quindi per ora non c’è molto motivo di preoccuparsi.

Le misure non entreranno in vigore prima di marzo, quindi entrambe le parti hanno ancora tempo per pianificare soluzioni alternative, una delle quali sta prendendo la forma dell’India che ha recentemente ampliato il suo pool di assicuratori russi per includere società non sanzionate, anche se non è ancora chiaro cosa faranno riguardo alla “flotta ombra” sanzionata dalla Russia. In ogni caso, è un passo nella giusta direzione e mostra l’importanza che l’India attribuisce al proseguimento della sua importazione su larga scala di petrolio russo scontato, il cui significato strategico verrà ora spiegato.

Non solo ha contribuito a scongiurare una policrisi negli ultimi anni che avrebbe potuto catalizzare conseguenze disastrose a cascata nel Sud del mondo, come accennato qui alla fine del 2023, ma ha anche mantenuto in carreggiata l’impressionante traiettoria di crescita dell’India, mantenendo così anche la sua attrattiva per gli investimenti esteri. Inoltre, l’India ha preventivamente scongiurato la dipendenza potenzialmente sproporzionata della Russia dalla Cina diversificando i suoi flussi di entrate energetiche, impedendo così alla Russia di diventare il partner minore della Cina.

Ciò ha fermato le tendenze bi-multipolari sino-americane e ha facilitato la fase di transizione tri-multipolare della transizione sistemica globale verso una multipolarità più complessa (“multiplexity”). Quel risultato potrebbe essere visto da alcuni decisori politici statunitensi come dannoso per i grandi interessi strategici del loro paese, ma d’altro canto, la Russia deve ancora trasformarsi in una riserva di materie prime per dare una spinta all’ascesa della superpotenza cinese come avrebbe potuto già diventare se l’India non avesse diversificato i flussi di entrate energetiche della Russia.

I grandi interessi strategici dell’India sono di impedire che ciò accada a causa della possibilità che la Cina possa un giorno sfruttare la sua partnership senior sulla Russia per far sì che quest’ultima riduca e alla fine sospenda (indipendentemente dal pretesto) le nuove e sospese forniture militari all’India. Inoltre, il turbocompressore russo dell’ascesa della superpotenza cinese potrebbe costringere l’India a diventare il partner junior degli Stati Uniti in natura, il che potrebbe portare a serie concessioni sulla sua autonomia strategica duramente guadagnata.

Questi imperativi suggeriscono che l’India farà tutto ciò che è in suo potere per mantenere la sua importazione su larga scala di petrolio russo scontato, poiché l’alternativa è rischiare che la Russia diventi il partner minore della Cina, con tutto ciò che ciò comporterebbe per rimodellare la transizione sistemica globale ripristinando la bi-multipolarità sino-americana. Nel caso in cui l’India si senta costretta a rispettare queste ultime sanzioni, come se Trump venisse tratto in inganno da consiglieri fuorviati che minacciano paralizzanti sanzioni secondarie, allora potrebbe provare a raggiungere un accordo.

In cambio di esenzioni dalle sanzioni, che l’India potrebbe spiegare sarebbero necessarie per impedire la trasformazione della Russia in una riserva di materie prime per dare una spinta all’ascesa della superpotenza cinese a spese dei grandi interessi strategici degli Stati Uniti, potrebbe provare a convincere la Russia ad accettare il piano di pace di Trump. Mentre non è ancora chiaro cosa abbia esattamente in mente, i segnali che ha inviato finora suggeriscono che chiederà compromessi duri alla Russia, che Putin potrebbe rifiutare e poi Trump potrebbe intensificare in risposta.

Ciò potrebbe portare a sanzioni anti-russe ancora maggiori, tra cui l’applicazione di sanzioni secondarie minacciate contro paesi terzi come l’India, e più aiuti armati all’Ucraina per perpetuare il conflitto. Se la Russia non accetta il cessate il fuoco, l’armistizio o i termini di pace offerti, allora potrebbe non avere altra scelta che diventare il partner minore della Cina per disperazione di finanziamenti e potenzialmente anche di equipaggiamento tecnico-militare in cambio della vendita delle sue risorse a prezzi stracciati come finora si è rifiutata di fare .

Trump vuole “tornare (tornare) in Asia” subito per contenere la Cina in modo più muscoloso, il che richiede che risolva rapidamente il conflitto ucraino, così la sua possibile perpetuazione potrebbe ritardarlo indefinitamente, mentre la Russia potrebbe dare una spinta all’ascesa della superpotenza cinese, come lui vorrebbe evitare. Lui e i suoi consiglieri potrebbero non vederla così, ma l’India potrebbe aiutarli a convincerli di questa previsione di scenario, a cui alcuni del suo team potrebbero essere ricettivi a causa della loro indofilia .

Anche se l’India non riesce a convincere Trump a chiedere compromessi duri a Putin e poi non riesce a convincere Putin ad accettarli, potrebbe comunque sfidare le prevedibili minacce di sanzioni secondarie degli Stati Uniti continuando a importare petrolio russo scontato, anche se forse non nella stessa scala di prima. Questa possibilità si basa sulla grande importanza strategica dei loro legami energetici in relazione alla transizione sistemica globale dal punto di vista dell’India e all’imperativo di impedire alla Russia di diventare il partner minore della Cina.

Con tutte queste intuizioni in mente, la probabilità che le ultime sanzioni energetiche degli Stati Uniti danneggino i legami russo-indiani è bassa e lontana da ciò che alcuni media hanno ipotizzato, ma esiste ancora il rischio che possano essere danneggiati un po’ se non hanno successo nell’intraprendere soluzioni alternative. L’altra variabile significativa è se l’India può convincere Trump a concederle una deroga alle sanzioni a causa del modo in cui questi acquisti su larga scala impediscono alla Russia di diventare il partner minore della Cina o in cambio della mediazione sull’Ucraina.

La preferenza di Trump per le sanzioni e la sua ultima minaccia di raddoppiare quelle secondarie in quel caso potrebbero far deragliare il cauto multi-allineamento dell’India tra Stati Uniti e Russia, costringendola a scegliere tra loro, cosa che non vuole fare in nessuna circostanza. Ciò contestualizza la recente espansione dell’India del suo pool di assicuratori russi come un compromesso pragmatico almeno per ora, il che dimostra quanto l’India non voglia essere costretta nel suddetto dilemma, anche se alla fine potrebbe comunque esserlo.

In fin dei conti, tutto dipende da quanto Trump è disposto a fare pressione sull’India per la sua importazione su larga scala di petrolio russo scontato e dal grado in cui l’India potrebbe poi sfidarlo. Trump potrebbe essere convinto dall’India a riconsiderare di andare fino in fondo, mentre l’India potrebbe poi perseguire coraggiosamente i suoi grandi interessi strategici se ciò non accadesse, anche se a rischio di una grave crisi con gli Stati Uniti. Gli osservatori dovrebbero quindi tenere d’occhio queste dinamiche a causa del loro potenziale impatto enorme sull’ordine mondiale.

Non ci si aspetta che Trump estenda le garanzie di difesa reciproca dell’articolo 5 alle forze alleate in paesi terzi come l’Ucraina, poiché ciò potrebbe provocare una guerra con la Russia che potrebbe poi coinvolgere gli Stati Uniti.

Zelensky ha chiesto un minimo di 200.000 peacekeeper europei durante la sessione del panel che ha seguito il suo discorso a Davos, che lo ha visto proporre che Francia, Germania, Italia e Regno Unito uniscano le loro forze con quelle dell’Ucraina per contrastare la Russia in numeri quasi uguali. Ha anche suggerito che Trump abbandonerà l’Europa per raggiungere un accordo sull’Ucraina con Russia e Cina. Il sottinteso è che dovrebbero organizzare una missione di peacekeeping su larga scala prima che ciò accada.

Tuttavia, è improbabile che accolgano la sua richiesta, per lo stesso motivo per cui è improbabile che il Regno Unito stabilisca effettivamente una base militare in Ucraina, come ha accettato di esplorare nel suo nuovo patto di partenariato di 100 anni . Nessuno degli europei vuole rischiare una guerra con la Russia, dove sarebbero lasciati a combattere da soli senza il supporto americano , nemmeno il Regno Unito e la Francia dotati di armi nucleari, dal momento che non ci si aspetta che Trump estenda le garanzie di difesa reciproca dell’articolo 5 alle forze degli alleati in paesi terzi come l’Ucraina.

Lui, che ama avere il massimo controllo possibile su tutto, naturalmente non si sentirebbe a suo agio sapendo che altri potrebbero provocare una guerra con la Russia che potrebbe poi trascinare gli Stati Uniti. Il grande obiettivo strategico di Trump è di concludere il conflitto ucraino il prima possibile in modo da dare priorità ai suoi piani di riforme interne di vasta portata mentre “torna (indietro) verso l’Asia” per contenere più muscolosamente la Cina. Tutto ciò che potrebbe ostacolare questo programma, specialmente altri che provocano una guerra con la Russia, è un anatema.

Detto questo, non si può escludere che gli europei possano assemblare una forza su larga scala ai confini polacchi e rumeni dell’Ucraina per un rapido dispiegamento in caso di future ostilità, indipendentemente dal fatto che ciò sia coordinato tramite la NATO controllata dagli USA o al di fuori di essa. Affinché ciò accada, tuttavia, polacco – ucraino i rapporti dovrebbero migliorare (Zelensky ha ignorato la Polonia nel suo discorso nonostante abbia il terzo esercito più grande della NATO ) e il favorito populista della Romania dovrebbe perdere le elezioni presidenziali di maggio .

Inoltre, l’Europa dovrebbe compiere progressi significativi nella costruzione dell’“ apparato militare Schengen ” per facilitare il movimento di truppe e attrezzature attraverso il blocco verso i suoi confini orientali, altrimenti qualsiasi cosa venga assemblata sulla frontiera ucraina e poi inviata attraverso di essa sarebbe logisticamente vulnerabile. I legami polacco-ucraini non sono ancora migliorati, la ripetizione delle elezioni presidenziali in Romania non è ancora avvenuta e lo “Schengen militare” rimane per lo più sulla carta, il che va contro i piani di Zelensky.

Di conseguenza, la probabilità che gli europei radunino una forza su larga scala ai confini polacchi e rumeni dell’Ucraina in tempi brevi è bassa, per non parlare del fatto che dispieghino unilateralmente peacekeeper, che siano 200.000 o solo 2.000, in Ucraina senza la previa approvazione degli Stati Uniti. Tuttavia, il discorso di Zelensky a Davos e la sessione del panel potrebbero servire a piantare il seme di un “pensiero ambizioso” nelle menti dei decisori politici europei, il che potrebbe portarli ad avviare tali discussioni con gli Stati Uniti.

Dal punto di vista di Trump, è importante “condividere il peso” in Ucraina e idealmente scaricarne il più possibile sulle spalle degli europei, anche se senza incoraggiarli a provocare una guerra con la Russia in seguito. A tal fine, potrebbe flirtare pubblicamente con qualche variazione della proposta di pace europea di Zelensky, ma solo come parte di una tattica negoziale con Putin in modo che possa poi annullarla come una falsa concessione in cambio di qualcosa di più tangibile e significativo dalla sua controparte.

Trump potrebbe anche autorizzare in ultima analisi gli USA a prendere l’iniziativa di radunare la suddetta forza su larga scala ai confini polacchi e rumeni dell’Ucraina, ma a condizione che tutti i membri della NATO accettino la sua richiesta di spendere il 5% del PIL per la difesa. Potrebbero esserci anche altre condizioni, come quelle commerciali, per “confortarli” in questo modo, facendo finta di non “abbandonare” l’Europa come Zelensky ha appena insinuato che potrebbe essere un complotto.

Un modo per costringerli a fare entrambe le cose, vale a dire spendere il 5% del PIL per la difesa mentre accettano concessioni commerciali per guidare un rafforzamento NATO senza precedenti sui confini occidentali dell’Ucraina per “scoraggiare la Russia” dopo la fine del conflitto, è chiedere tagli drastici alle Forze armate ucraine. Zelensky ha avvertito durante la sua sessione di panel che Putin potrebbe chiedere una riduzione di cinque volte in base al precedente della bozza di trattato della primavera 2022 e, se Trump accetta, allora questo potrebbe spaventare l’Europa e spingerla a fare ciò che chiede.

Qualunque cosa finisca per fare, le probabilità che permetta agli europei di inviare unilateralmente un qualsiasi numero di peacekeeper in Ucraina sono prossime allo zero a causa della possibilità che provochino una guerra con la Russia che potrebbe rischiare di trascinare gli Stati Uniti, facendo così deragliare i suoi programmi di politica interna ed estera. Tutto ciò che deve fare per impedirlo è chiarire che le garanzie di difesa reciproca dell’articolo 5 non saranno estese a quelle delle loro forze in paesi terzi, indipendentemente dalle circostanze degli attacchi a cui potrebbero essere sottoposti.

L’unico scenario in cui potrebbe tollerare questa possibilità è se venisse ingannato dal complesso militare-industriale, dagli europei (in particolare dal presidente polacco uscente Andrzej Duda, che è uno dei suoi amici più cari) e da consiglieri fuorviati, trasformando l’Ucraina nel suo Vietnam, come ha appena avvertito Steven Bannon . Sebbene vi siano motivi di preoccupazione, in particolare le sue osservazioni sulla Russia dopo l’insediamento, è prematuro concludere che seguirà questa strada, quindi lo scenario di peacekeeper europeo rimane molto improbabile.

Questo dovrebbe essere visto solo come un segnale che la Russia è a conoscenza di questo complotto, non come qualcosa di più profondo, come l’aspettativa che Trump porti a termine i piani di Biden o un’insinuazione che i rapporti con il Pakistan potrebbero diventare problematici in tal caso.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha detto a Putin durante la riunione del Consiglio di sicurezza lo stesso giorno dell’insediamento di Trump e mentre esaminava i conflitti regionali che “non dimentichiamo l’Afghanistan, dove gli americani stanno anche cercando di ripristinare la loro presenza in una certa misura, utilizzando i paesi vicini per questo e pensando di riportare lì la loro infrastruttura militare. Sto dicendo tutto questo in termini di politiche portate avanti dalla precedente amministrazione”. La sua accusa merita un’ulteriore analisi.

Il punto di accesso più realistico degli Stati Uniti all’Afghanistan è il Pakistan, che ha assistito passivamente la sua occupazione militare di due decenni di quel paese vicino, ma allo stesso tempo ha anche sostenuto clandestinamente i talebani contro le forze straniere e l’esercito nazionale afghano. Postmoderno di aprile 2022 Il colpo di stato contro l’ex primo ministro multipolare Imran Khan avrebbe dovuto migliorare i rapporti con gli Stati Uniti e facilitare ciò di cui la Russia lo ha appena accusato, ma è stato declassato a causa della guerra per procura in corso in Ucraina .

Nonostante ciò, gli USA hanno comunque tentato di coltivare influenza nella regione più ampia, inclusa l’Asia centrale . Ciò non ha mai portato a nulla di significativo a causa dell’effetto moderatore che Russia e Cina hanno avuto sui potenziali piani che alcuni in quei paesi avrebbero potuto architettare. I loro decisori politici alla fine hanno capito che è meglio non provocare nessuno dei due attraverso partnership di sicurezza rafforzate con gli USA piuttosto che procedere con quanto sopra a possibile scapito della stabilità regionale e del commercio bilaterale.

Il Pakistan ha preso una strada diversa da quella intrapresa, tuttavia, poiché il suo regime post-golpe ha continuato a nutrire la speranza di ripristinare il suo ruolo tradizionale nell’aiutare le operazioni militari statunitensi in Afghanistan in cambio di benefici personali (anche finanziari). Questo spiega perché ha continuato a inchinarsi agli Stati Uniti su tutto, tranne che sul voto simbolico contro la Russia all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, cosa che gli è stata consentita dagli Stati Uniti per mantenere aperta la possibilità che la Russia modernizzasse l’industria delle risorse del Pakistan al posto della Cina.

I lettori possono saperne di più su questa logica qui , che copre i modi machiavellici in cui gli USA stanno tentando di adattarsi all’emergente ordine mondiale multipolare , ma i legami tra Pakistan e USA sono diventati di recente problematici, come è stato spiegato poco dopo qui . In breve, il programma missilistico balistico a lungo raggio del Pakistan ha fatto sospettare agli USA che abbia motivi di proliferazione illegale o forse persino ostili, mentre la sua brutale repressione dell’opposizione va ben oltre ciò che gli USA hanno approvato.

Ciò ha ridotto notevolmente la sua attrattiva per gli Stati Uniti come punto di ingresso in Afghanistan, poiché i decisori politici apparentemente pensavano che il Pakistan avrebbe sfruttato la sua assistenza logistica all’esercito americano lì per continuare con quei due corsi di azione che di recente avevano suscitato la preoccupazione degli Stati Uniti. In tal caso, il primo potrebbe alla fine portare a rischi per la sicurezza, mentre il secondo potrebbe rischiare un’ulteriore instabilità che potrebbe sfociare in una crisi nazionale che trasforma il Pakistan più in una passività americana che in una risorsa regionale.

Dopo aver spiegato il contesto più ampio in cui Lavrov ha fatto le sue ultime osservazioni sull’Afghanistan, che alludono ai sospetti della Russia che il Pakistan voglia facilitare il ritorno delle infrastrutture militari statunitensi lì, è ora il momento di discutere cosa questo potrebbe significare per le loro relazioni bilaterali incredibilmente strette. Come dimostrato dal fatto che la Russia continua a vendere energia all’UE nonostante il blocco stia armando l’Ucraina, non ci sono precedenti per ipotizzare che ridurrà o forse annullerà la cooperazione con un Pakistan molto più amichevole.

In questo caso particolare, il Pakistan potrebbe assistere passivamente gli USA nel promuovere sfide alla sicurezza provenienti dall’Afghanistan (principalmente non convenzionali/terroristiche) lungo i suoi ” confini strategici ” meridionali in Asia centrale, ma questo non è minimamente minaccioso quanto ciò che l’UE sta attualmente facendo in Ucraina. Non è nemmeno chiaro se Trump sarebbe interessato a chiudere un occhio sulle due nuove preoccupazioni degli USA nei confronti del Pakistan per restituire l’infrastruttura militare statunitense all’Afghanistan con tutti i rischi che ciò comporta.

Non gli interessa impantanarsi di nuovo in Afghanistan, figuriamoci mettere a rischio la vita delle truppe statunitensi nella stessa zona di conflitto da cui Biden si è ritirato in modo disastroso e che ha provocato aspre critiche da parte di Trump all’epoca, quindi non ne verrà fuori nulla. Inoltre, la sua amministrazione è considerata molto indofila e potrebbe di conseguenza respingere qualsiasi mossa in quella direzione poiché potrebbe peggiorare i legami con l’India, che ora è il principale partner regionale degli Stati Uniti.

Per queste ragioni, le ultime osservazioni di Lavrov sull’Afghanistan e le loro insinuazioni sul fatto che il Pakistan cospira per restituire lì l’infrastruttura militare statunitense dovrebbero essere viste solo come un segnale che la Russia è a conoscenza di questo complotto, non come qualcosa di più profondo. Mentre alcuni decisori politici russi potrebbero essere delusi dal fatto che il Pakistan stia anche solo considerando questa possibilità, altri potrebbero essere motivati a raddoppiare il riavvicinamento della Russia al Pakistan nella speranza che venga dissuaso o a capitalizzare i suoi legami potenzialmente in peggioramento con gli Stati Uniti.

L’operazione di influenza di Duda mira a indurre Trump a umiliare Putin nella convinzione errata che questo sia l’unico modo per scongiurare la Terza guerra mondiale, che in realtà perpetuerebbe il conflitto sabotando il processo di pace e servendo così da pretesto agli Stati Uniti per “intensificare l’escalation” alle proprie condizioni.

Il presidente polacco uscente Andrzej Duda ha rilasciato un’intervista al Washington Post in cui ha discusso di diversi argomenti importanti, primo fra tutti il finale ucraino, che ha suggerito essere inestricabilmente connesso alla psicologia e all’ottica. La Russia deve credere di non essere stata vittoriosa, il che non è la stessa cosa che sconfiggere la Russia, semplicemente impedirle di vincere. È un caro amico di Trump, quindi potrebbe sussurrargli qualcosa di tutto questo all’orecchio per influenzare il finale. Ecco esattamente cosa ha detto Duda :

“Quindi crediamo che se la Russia vince questa guerra contro l’Ucraina, lancerà un ulteriore attacco. È molto semplice. Se la Russia ha questa convinzione interna di essere stata vittoriosa in quel conflitto, non deve nemmeno impadronirsi dell’intera Ucraina.

Non è davvero… non è importante quanto grande sarebbe quella vittoria. Se c’è questa convinzione interna che sono vittoriosi, attaccheranno di nuovo. E vorrei che voi, signore e signori, comprendeste nei dettagli il mio modo di pensare, perché non sono sicuro che abbiate seguito le mie dichiarazioni in modo regolare. Quello che dico sempre è che non si tratta di sconfiggere la Russia, perché per molte persone sconfiggere la Russia significherebbe una parata tenuta nella Piazza Rossa.

La cosa è rendere impossibile alla Russia vincere, proibire alla Russia di vincere. La cosa è che impediamo alla Russia di ottenere una grande vittoria. È per assicurarci che la Russia non possa strombazzare di essere stata vittoriosa, di aver ottenuto successo.”

Il leader del pensiero MAGA Steve Bannon ha avvertito all’inizio di questa settimana che l’Ucraina potrebbe trasformarsi nel Vietnam di Trump se non porrà fine rapidamente al conflitto come promesso, ricordando come il precedente di Nixon che alla fine si è appropriato della guerra di LBJ potrebbe portare Trump ad assumersi la responsabilità di quella di Biden. Secondo lui, il complesso militare-industriale, gli europei e alcuni amici fuorviati come il nuovo inviato speciale in Ucraina e Russia Keith Kellogg stanno preparando una trappola per Trump.

È in questo contesto che i suggerimenti di Duda sulla fine ucraina dovrebbero essere analizzati. Inquadrando tutto nel modo in cui ha fatto, vale a dire seminando il panico sul fatto che la Russia potrebbe attaccare la NATO anche se non “prendesse possesso dell’intera Ucraina” finché continua a pensare di aver vinto, Duda sta quindi cercando di indurre Trump a proporre un accordo inaccettabile a Putin sapendo benissimo che probabilmente verrà respinto. Ciò potrebbe quindi spingere i consiglieri di Trump a fare pressione su di lui affinché “escalation to de-escalate”.

Rapporti precedenti indicano che potrebbe imporre più sanzioni alla Russia e inviare più aiuti armati all’Ucraina in quello scenario, il che rischia di escalare e perpetuare il conflitto in modi che potrebbero benissimo trasformarlo nel Vietnam di Trump, sebbene con puntate nucleari se una delle due parti sbaglia i calcoli. La Polonia, tutti i suoi pari europei a livello statale, ad eccezione di Ungheria e Slovacchia, e il complesso militare-industriale sarebbero contenti di questo risultato poiché temono che Trump stia pianificando di abbandonare l’Ucraina.

Trump è noto per essere facilmente manipolabile ed è anche considerato una persona ossessionata dal battere tutti i suoi concorrenti. Questi tratti combinati rendono Trump suscettibile all’operazione di influenza di Duda volta a indurlo a umiliare Putin con la convinzione errata che questo sia l’unico modo per evitare la Terza Guerra Mondiale. Se Trump ascolta di più Duda e meno Bannon, allora potrebbe presto avere il suo Vietnam, che dominerà il suo secondo mandato e farà deragliare l’intera sua agenda nel tradimento finale della sua base.

Nessuno può dire con certezza cosa accadrà, se non che il conflitto potrebbe raggiungere un punto di svolta entro la fine dell’anno, anche se non è chiaro se ciò avverrà a favore del Tatmadaw o delle forze antigovernative.

Il presidente del “Governo di unità nazionale” (NUG) del Myanmar, Duwa Lashi La, ha richiesto un aiuto militare di tipo ucraino in una recente intervista : “Abbiamo davvero bisogno di armi efficaci, come i missili antiaerei. Ma ci sono molte limitazioni per ottenere tali armi militari. È possibile se c’è la volontà, prendiamo l’Ucraina, ad esempio. Siamo fiduciosi di poter abbattere l’intero esercito entro sei mesi se ci vengono fornite tali armi. Se potessimo mai ottenere un supporto come l’Ucraina, questa lotta finirebbe immediatamente”.

Il suo paese potrebbe diventare il prossimo campo di battaglia della Nuova Guerra Fredda , mentre gli Stati Uniti “tornano (di nuovo) in Asia” sotto Trump 2.0 per contenere la Cina in modo più muscoloso. I lettori possono saperne di più sull’ultima fase della guerra civile più lunga del mondo qui , mentre questa analisi qui elabora gli interessi della Cina in essa. In breve, è iniziato come qualcosa di più complesso di ribelli sostenuti dall’Occidente che combattono un governo militare sostenuto congiuntamente da Cina e Russia, ma ora sta finalmente assumendo questi contorni.

Il leader del NUG ha anche detto ad Al Jazeera durante la sua intervista con loro che spera di vedere il Myanmar replicare il fulmineo cambio di regime del mese scorso in Siria, per cui “l’intervento internazionale è essenziale”, che si tratti di pressione politica/legale ed economica o di supporto armato. Ha poi invitato “le superpotenze mondiali, i paesi vicini e i paesi ASEAN” a “garantire l’allontanamento dell’esercito dalla politica”.

Si è fatto cenno alla Cina e alla Russia quando Duwa Lashi La ha detto che la comunità internazionale dovrebbe smettere di acquistare le risorse naturali del Myanmar e di smettere di fornire alle forze armate carburante per aerei e armi. Ha elaborato di più sul vettore cinese promettendo di salvaguardare i suoi investimenti e promettendo una migliore cooperazione economica con la Repubblica Popolare rispetto a quella che ha attualmente il governo militare. Affinché ciò accada, tuttavia, la Cina deve smettere di supportare il Tatmadaw (le forze armate del Myanmar).

Sul fronte interno, ha riconosciuto che alcune organizzazioni armate etniche (EAO) “non riconoscono esattamente il NUG come un governo centrale”, nonostante lui affermi che funzioni come tale, il che ha attribuito a una sfiducia preesistente che è in qualche modo attribuibile alle loro diverse eredità storiche. Spera di organizzare tutte le EAO disponibili sotto una catena di comando congiunta con l’obiettivo di stabilire una forza armata federale nel caso in cui il governo militare venga rovesciato.

Duwa Lashi La non lo ha detto apertamente, ma le sue osservazioni sul non voler affrettare gli emendamenti alla Legge sulla cittadinanza del 1982 che ha privato i Rohingya dei pieni diritti di cittadinanza suggeriscono una riluttanza a peggiorare le relazioni con l’Arakan Army (AA), che non è allineato con il NUG e vuole un proprio stato. L’AA fa parte della “Three Brotherhood Alliance” (3BA) che ha guidato la controffensiva nazionale delle forze antigovernative dall’ottobre 2023 fino ad oggi ed è quindi indispensabile per continuare il conflitto.

Quel gruppo ha anche appena preso il controllo del confine con il Bangladesh, le cui possibili conseguenze sono state analizzate qui , e potrebbe persino catturare il porto di Kyaukphyu più avanti quest’anno, che funge da punto terminale delle rotte petrolifere, del gas e logistiche del China-Myanmar Economic Corridor (CMEC). Anche se il leader del NUG ha dichiarato che “stiamo cercando la fine” del conflitto nel 2025, David Scott Mathieson di Asia Times ha sostenuto in modo convincente che ” il NUG del Myanmar trucca i libri sul successo della resistenza “.

Questo perché “il rapporto sui progressi militari del governo in esilio si attribuisce il merito delle vittorie e dei guadagni in guerra da parte di gruppi armati che non comanda né controlla”. La sua richiesta di “intervento internazionale” per quanto riguarda gli aiuti militari di tipo ucraino (inclusi i missili antiaerei) potrebbe di conseguenza non valere nulla, dal momento che il NUG non è il responsabile delle vittorie delle forze antigovernative negli ultimi 15 mesi. Se ne venisse inviato uno, tale aiuto potrebbe essere indirizzato a coloro che stanno effettivamente combattendo, non al NUG.

Per raggiungere questo obiettivo, i media potrebbero rilanciare le affermazioni dell’inverno scorso sul contrabbando nucleare in Myanmar e/o quelle dell’estate scorsa sulla presunta minaccia internazionale rappresentata dalle reti criminali organizzate di quel paese per generare sostegno pubblico a questa politica, il tutto con l’intento di mascherare i suoi motivi anti-cinesi. La narrazione potrebbe essere costruita secondo cui l’Occidente dovrebbe armare gruppi relativamente più responsabili contro le loro controparti meno responsabili al fine di gestire queste minacce per procura.

Si potrebbero fare altre affermazioni sulla necessità di supportare la governance dei suddetti gruppi nei territori sotto il loro controllo come un passo verso un’ulteriore “balcanizzazione” di questo paese ricco di risorse. Il NUG potrebbe comunque rimanere utile all’Occidente come gruppo ombrello sotto il quale la maggior parte degli EAO potrebbe in seguito essere spinta a riunirsi se il Tatmadaw venisse sconfitto per formalizzare più facilmente la “balcanizzazione” del paese attraverso la federalizzazione postbellica. Questo potrebbe però essere un processo politico prolungato.

Non si può dare per scontato neanche perché le ultime acquisizioni di caccia e elicotteri russi da parte del Tatmadaw (sei e sei ciascuno) potrebbero cambiare le sorti del conflitto se gli USA non fornissero agli EAO i missili antiaerei che il NUG ha appena richiesto per le proprie forze. La precedente analisi con collegamento ipertestuale sugli interessi della Cina nell’ultima fase della più lunga guerra civile del mondo ha anche attirato l’attenzione sui resoconti sulla possibilità che potrebbe schierare PMC per proteggere i progetti BRI se i combattimenti peggiorassero.

Tutto ciò potrebbe portare alla possibilità che un maggiore supporto aereo russo per il Tatmadaw venga sfruttato dai falchi di Trump 2.0 come pretesto per trasferire missili antiaerei alle EAO del Myanmar, il che potrebbe mantenere in corso la loro offensiva e quindi potenzialmente innescare un intervento del PMC cinese. In tal caso, il Myanmar diventerebbe davvero il prossimo campo di battaglia della Nuova Guerra Fredda, ma questo scenario può essere evitato se gli Stati Uniti non hanno più abbastanza missili da cedere o Trump decide di non farlo.

Nessuno può dire con certezza cosa accadrà, se non prevedere che il conflitto potrebbe superare un punto di svolta più avanti quest’anno, anche se non è chiaro se ciò sarebbe a favore del Tatmadaw o delle forze antigovernative. Non si può nemmeno escludere che si verifichi una situazione di stallo, ma è improbabile poiché i sostenitori stranieri di entrambe le parti potrebbero voler aiutare i loro partner a superare questa situazione per vincere finalmente, con qualsiasi ulteriore aiuto a tal fine che peggiorerebbe il loro dilemma di sicurezza e inasprirebbe questa crisi della Nuova Guerra Fredda.

Hanno suscitato molta attenzione da parte dei media nell’Asia meridionale, ma non c’è nulla di nuovo in quello che ha detto.

Al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov è stato chiesto durante una recente conferenza stampa in che modo il Pakistan può “utilizzare le sue relazioni con i paesi SCO e BRICS all’interno della dottrina marittima [della Russia] per promuovere una cooperazione sicura e reciprocamente vantaggiosa” e di commentare i legami bilaterali. Ha iniziato elogiando le loro relazioni come “il periodo più positivo da decenni” in un’allusione al loro rapido riavvicinamento che più di recente ha assunto la forma di un’espansione completa della cooperazione sulle risorse .

Poi ha continuato a parlare di come il Pakistan, in quanto vittima del terrorismo, possa lavorare all’interno dei meccanismi associati della SCO per combattere questa piaga. Ha suggerito una più stretta cooperazione tra esso, l’Afghanistan e l’India, entrambi precedentemente accusati dal Pakistan di sostenere i terroristi. Lavrov ha specificamente proposto che l’inclusione dell’India nel formato di Mosca sull’Afghanistan, che include Russia, Cina, Iran e Pakistan, aiuterebbe molto in questo senso e ha affermato che il suo paese fornirà assistenza in qualsiasi modo possibile.

Le sue ultime osservazioni hanno generato molta attenzione mediatica nell’Asia meridionale, ma non c’è nulla di nuovo in ciò che ha detto. La Russia aveva già riconosciuto in precedenza il Pakistan come vittima del terrorismo e riconosciuto le minacce correlate provenienti dall’Afghanistan, sebbene senza incolpare i talebani o l’India per questo. Ha anche proposto costantemente di mediare tra le parti in conflitto, sia attraverso un formato trilaterale che all’interno di quelli più multilaterali, al fine di impedire che fossero divise e governate dall’estero.

I commenti di Lavrov sono quindi coerenti con queste politiche. È anche importante che gli osservatori notino che sono stati sollecitati da una domanda che gli è stata posta a riguardo e non facevano parte delle sue osservazioni preparate all’inizio della conferenza stampa di martedì. Ciò conferma che si trattava di una riaffermazione politica e non della presentazione di qualcosa di nuovo. Tuttavia, è comprensibile il motivo per cui alcuni osservatori regionali li hanno interpretati diversamente, il che verrà ora brevemente spiegato.

Alcuni in Pakistan hanno grandi speranze sul futuro dei legami del loro paese con la Russia, ma queste rimangono ostacolate dalla riluttanza della sua leadership militare a sfidare gli Stati Uniti, ergo perché nessun accordo energetico su larga scala è stato ancora concordato nonostante anni di trattative in merito. Dal punto di vista indiano, alcuni hanno sospettato che la Russia sia caduta sotto l’influenza cinese negli ultimi anni, il che temono potrebbe avere implicazioni per la sua politica sud asiatica, avvicinandola al Pakistan a spese dell’India.

La realtà è che l’India rimane il partner strategico speciale e privilegiato della Russia, non solo nella regione, ma in tutta l’Eurasia. La Cina gioca un ruolo paritario in questo senso, ma la Russia si affida presumibilmente all’India come contrappeso per scongiurare preventivamente lo scenario di una potenziale dipendenza sproporzionata dalla Repubblica Popolare. Tuttavia, le relazioni russo-indiane non sono a spese della Cina, né quelle russo-cinesi e russo-pakistane sono a spese dell’India. Il Cremlino cerca sempre di mantenere equilibrati i suoi legami.

A tal fine, ha perfettamente senso che la Russia sostenga l’inclusione dell’India nel formato di Mosca sull’Afghanistan, il che può servire a ridurre parte della sfiducia tra India-Cina e India-Pakistan. L’India era uno dei partner più stretti dell’Afghanistan prima del ritorno al potere dei talebani e da allora ha cercato di rivendicare tale status. Questo obiettivo verrebbe promosso tramite l’inclusione nel suddetto formato, ma è proprio per questo motivo che Cina e Pakistan potrebbero opporsi nonostante le pressioni della Russia.

L’influenza americana potrebbe riprendersi nel Sud del mondo, poiché una delle ragioni principali per cui molti di questi paesi hanno iniziato ad allontanarsi dagli Stati Uniti dall’inizio del secolo è stata la violazione della loro sovranità attraverso il finanziamento di “ONG” che si intromettono nei loro affari.

Uno degli ordini esecutivi appena firmati da Trump sospende alcuni aiuti esteri per 90 giorni , in particolare “fondi di assistenza allo sviluppo per paesi stranieri e organizzazioni non governative, organizzazioni internazionali e appaltatori”, al fine di valutare la loro “efficienza e coerenza con la politica estera degli Stati Uniti”. Al momento in cui scrivo , non è ancora chiaro se i successivi ” ordini di sospensione dei lavori ” del Dipartimento di Stato influenzeranno gli aiuti militari all’Ucraina, quindi questa possibilità non sarà trattata in questa analisi.

La maggior parte dei programmi di aiuti esteri sono stati sfruttati per intromettersi negli affari di altri paesi finanziando movimenti antigovernativi e persino antistatali che in seguito orchestrano le rivoluzioni colorate . Anche se non vengono portati a questo estremo, creano almeno problemi all’attuazione delle politiche interne ed estere di quei paesi, creando artificialmente un’opposizione di base, che manipola la percezione della loro popolarità e può quindi influenzare le elezioni nazionali.

Questo è stato di recente il caso della Georgia, che ha respinto una campagna contro il partito al governo, sostenuta dall’Occidente ma superficialmente guidata dalle “ONG”, durata quasi due anni . Questa è stata ufficialmente condotta in risposta alla loro legge sugli agenti stranieri ispirata al FARA, ma in realtà è stata una punizione per essersi rifiutati pragmaticamente di sanzionare la Russia e di aprire un “secondo fronte” contro di essa nel Caucaso meridionale durante la fallita controffensiva dell’Ucraina nell’estate del 2023. Ora la Georgia può riposare un po’ più tranquillamente per il momento.

Lo stesso vale per i molti paesi africani come il nuovo partner BRICS Uganda che sono stati aggressivamente pressati dalle “ONG” sostenute dagli americani ad accettare la normalizzazione LGBT+ in violazione dei loro valori tradizionali. Come affermato nell’ordine esecutivo di Trump, “L’industria degli aiuti esteri e la burocrazia degli Stati Uniti… servono a destabilizzare la pace mondiale promuovendo idee in paesi stranieri che sono direttamente inverse alle relazioni armoniose e stabili all’interno e tra i paesi”.

Gli osservatori non dovrebbero dimenticare l’India dopo che gli USA si sono intromessi nelle elezioni dell’anno scorso nonostante la loro partnership strategica. La Russia ha dato voce alle preoccupazioni dell’India all’epoca a causa della sensibilità dell’India nel chiamare gli USA fuori mentre il processo politico era in corso, dopo di che il BJP al potere ha accusato il Dipartimento di Stato e lo “stato profondo” di intromettersi in altri questioni il mese scorso. Mentre Soros finanziato in modo indipendente rimane ancora un problema , il governo degli Stati Uniti non dovrebbe esserlo per ora, con sollievo dell’India.

Meno intromissioni politiche e meno ingegneria socio-culturale, almeno per i prossimi tre mesi, saranno molto apprezzate da tutti quei paesi che sono stati presi di mira da progetti ibridi guidati dalle “ONG”. Guerra . L’enfasi è posta su un numero minore di questi sforzi piuttosto che sul loro congelamento completo, poiché alcuni programmi potrebbero avere fondi sufficienti per funzionare parzialmente durante l’interim, mentre il Segretario di Stato può emettere delle esenzioni per quelli specifici a sua discrezione. Alcuni potrebbero quindi continuare per intero, ma la maggior parte ne sarà influenzata negativamente.

L’effetto finale è che l’influenza americana potrebbe rimbalzare nel Sud del mondo, poiché gran parte del motivo per cui molti di questi paesi hanno iniziato ad allontanarsi dagli Stati Uniti dall’inizio del secolo è dovuto alla violazione della loro sovranità tramite il finanziamento di “ONG” che si intromettono nei loro affari. Se Trump riforma la strategia di prestito internazionale degli Stati Uniti per rimuovere i vincoli politici sui programmi di aiuti, anche da quelle istituzioni che controlla come il FMI e la Banca Mondiale, allora questo processo accelererebbe ulteriormente.

La sua promessa imposizione di più tariffe potrebbe creare problemi ad alcuni di questi stessi paesi, ma non è la stessa cosa che costringerli a fare cambiamenti politici e socio-culturali contro la loro volontà in cambio di aiuti finanziari di emergenza, che alla fine rischiano di destabilizzarli e in seguito di far avanzare un cambio di regime. Questo approccio potenzialmente nuovo potrebbe ripristinare parte dell’attrattiva nel collaborare con gli Stati Uniti livellando parzialmente le probabilità rispetto alla concorrenza con Cina e Russia nel Sud del mondo.

Nel caso in cui ciò accadesse, quei due sarebbero costretti a offrire accordi migliori ai loro partner per evitare che vengano indotti dagli Stati Uniti ad accettare qualsiasi cosa proponga, catalizzando così un ciclo di competizione che vada a vantaggio di quegli altri paesi. Affinché ciò accada, gli Stati Uniti dovrebbero trattare i loro partner più come pari e meno come vassalli, ma le vecchie abitudini sono dure a morire, quindi questo non può essere dato per scontato, anche se Trump sembra in qualche modo (qualificatore chiave) interessato.

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Trump alza il tiro contro la Russia con nuove minacce bellicose, di Simplicius

Trump alza il tiro contro la Russia con nuove minacce bellicose

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Nell’ultimo report avevamo avuto i primi sentori dell’approccio ormai rivelato di Trump per “porre fine alla guerra in Ucraina”, ma ora lo ha finalmente chiarito in toto in una serie di nuove dichiarazioni, tra cui in primis questo Tweet:

Ci sono molte cose da dire qui, ma prima mettiamo sul tavolo tutte le dichiarazioni per vederle nel loro insieme. Qui Trump inizia a diventare ancora più bellicoso e minaccioso rispetto al post precedente: minaccia seriamente la Russia di tasse, tariffe e sanzioni “massicce” se non pone fine alla guerra “immediatamente”:

Quindi la grande domanda diventa: come intende Trump esercitare una pressione economica così devastante sulla Russia, esattamente? Egli cita tariffe e tasse sulle importazioni, ma si tratta quasi di una battuta intenzionale: La Russia e gli Stati Uniti non hanno praticamente alcun giro d’affari commerciale; c’è ben poco di rilevante dalla Russia che Trump potrebbe tassare o imporre. Le poche cose che ci sono, come l’uranio, sono fondamentali per gli Stati Uniti, che non possono ottenerle da nessun altro nella stessa quantità e con gli stessi tempi, e quindi si darebbero la zappa sui piedi.

Per quanto riguarda le minacce di Trump…

Il fatturato del commercio russo-americano è minuscolo dal 2021…

Alla fine di giugno dell’anno scorso, il volume delle esportazioni di merci russe verso gli Stati Uniti è sceso al livello più basso dal 1996 – solo 186,7 milioni di dollari.

Secondo il Servizio federale delle dogane, gli Stati Uniti non figurano nemmeno tra i 10 maggiori partner commerciali della Russia per il periodo gennaio-ottobre 2024.

La Cina è al primo posto con una quota del 33,8% e l’Uzbekistan al decimo con l’1,4%.

Trump ha annunciato possibili sanzioni per i Paesi che continuano ad acquistare prodotti dalla Russia.

È difficile immaginare che gli Stati Uniti riescano a convincere Pechino a smettere di acquistare petrolio e gas russo.

L’unico effetto significativo sarebbe se riuscissero a bloccare la flotta di petroliere ombra della Russia.

Quindi: come sopra, sappiamo che Trump o è pigramente illuso, o è più intelligente di quanto pensiamo e sta lanciando un dardo di deviazione intenzionale per i suoi nemici. Il meccanismo reale con cui Trump mira a mettere in ginocchio la Russia è delineato di seguito in due nuove dichiarazioni unite in questo video:

In primo luogo, è necessario fare una precisazione importante: Trump è estremamente accondiscendente nei confronti dell’Arabia Saudita nella prima dichiarazione sopra riportata. Non solo osserva narcisisticamente che avrebbero già dovuto abbassare preventivamente i prezzi del petrolio come una sorta di genuflessione verso la sua nuova ascesa al potere, ma poi addirittura incolpa apertamente i sauditi di aver scatenato la guerra in Ucraina, un’osservazione piuttosto oltraggiosa ed estranea. Come si fa a chiedere a un Paese decime e tributi vari per un ammontare di mille miliardi di dollari, sminuendoli al contempo?

Inutile dire che questo da solo segna un inizio non proprio ottimistico del piano di Trump per la fine della guerra. Trump sembra avere l’impressione di governare ancora in un’epoca passata, ma i tempi gli sono passati davanti, gli altri Paesi non sono più così ossequiosi né timorosi degli Stati Uniti e delle loro grandi minacce millantate. Putin ha nel frattempo sviluppato legami più stretti con i sauditi e sembra difficile immaginare che questi ultimi si mettano così facilmente agli ordini di Trump per fare un dispetto alla Russia, con la quale hanno ora buone relazioni, evidenziate dalla recente inclusione dell’Arabia Saudita nel gruppo dei BRICS. ¹

Il modo in cui Trump è entrato in scena, sminuendo e maltrattando ogni paese a destra e a manca, lascia pensare a quanto sarà veramente efficace la sua tattica in questo nuovo mondo. Danimarca, Panama e Messico, per esempio, hanno già respinto le sue minacce selvagge, anche se alcuni rapporti affermano che la Danimarca è internamente in subbuglio politico nei confronti della Groenlandia.

Nel complesso, è ancora lecito chiedersi quali risultati produrrà l’approccio estremamente sgradevole e irrispettoso di Trump e si suppone che il consenso generale dei Paesi trattati in questo modo da Trump rivelerà lo stato generale del mondo e la direzione che le cose prenderanno nel breve e medio termine. Se la statura ormai “mitica” di Trump sarà sufficiente a spingere i Paesi in tutto il mondo, ciò denoterà una nuova era americana muscolare di egemonia globale. Ma se i Paesi resistono e inizia a svilupparsi una sorta di mentalità di branco, con ogni Paese successivo che eredita l’audacia del precedente che ha dimostrato resistenza, allora il nuovo secolo americano di Trump potrebbe cadere nel vuoto ed essere smascherato come nient’altro che una campagna di pubbliche relazioni machista a buon mercato; il che, ovviamente, sarebbe di pessimo auspicio per l’Ucraina.

Ma ammettiamo che il piano di Trump di colpire la Russia sul petrolio e sul gas funzioni in una certa misura, sia attraverso la riduzione dei prezzi dell’OPEC, sia attraverso la combinazione di questo e di un nuovo bersaglio della “flotta ombra” di petroliere russe, questo potrebbe davvero “porre fine istantaneamente alla guerra” in un giorno, come sostiene Trump?

In primo luogo: anche se la Russia perdesse ingenti quantità di entrate petrolifere, come potrebbe porre fine “istantaneamente” al suo sforzo bellico? La Russia ha una delle più alte riserve di valuta estera al mondo, per non parlare di vari materiali e materie prime. Anche un colpo come quello immaginato da Trump non potrebbe rallentare la macchina da guerra russa per molto tempo. Ma anche questa ipotesi è un grande “se”.

L’ultima volta ho riferito che, secondo Bloomberg, le entrate della Russia – che includono soprattutto petrolio e gas – sono salite a livelli record:

Le entrate totali a dicembre hanno superato i 4.000 miliardi di rubli (40 miliardi di dollari), con un aumento del 28% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, secondo i calcoli di Bloomberg basati sui dati del Ministero delle Finanze pubblicati martedì scorso. Si tratta del livello più alto registrato nei dati del ministero a partire dal gennaio 2011.

Dall’articolo, leggere con attenzione il punto sottolineato:

Bloomberg ammette che la Russia ha una crescita economica così elevata che le entrate si impennano anche senza contare il petrolio.

“Il volume delle entrate non derivanti dal petrolio e dal gas nel 2024 ha superato in modo significativo le stime della legge di bilancio 2025-2027, anche per quanto riguarda le maggiori fonti fiscali”, ha dichiarato il Ministero delle Finanze in un comunicato.

Senza contare che il Rublo è tornato a salire costantemente rispetto al dollaro USA, attestandosi ora a 98 dopo aver trascorso settimane intorno ai 102-103 dollari.

Anche Kellogg, tra l’altro, ha fatto eco al piano di Trump in una nuova intervista:

“La Russia guadagna miliardi di dollari dalle vendite di petrolio. E se il prezzo scendesse a 45 dollari al barile?”. Ha detto Kellogg.

Quindi: di cosa sta parlando esattamente Trump? La Russia è abbastanza ben protetta contro ogni possibile sanzione che egli potrebbe sognare. Rimane quindi l’unica domanda possibile: cosa è disposto a fare Trump se e quando il suo “piano” fallirà completamente?

Questa è la grande domanda: l’ego di Trump lo porterà a trasformare l’Ucraina nel suo Vietnam, come Bannon ha avvertito acutamente giorni fa? Trump potrebbe fare il “passo più lungo della gamba” e cercare di spaventare la Russia fornendo all’Ucraina di tutto, anche superando le vecchie linee rosse di Biden e consentendo all’Ucraina un’autorità totale di attacco profondo in Russia, in particolare con una serie di nuovi sistemi d’arma come i JASSM? Inutile dire che un’azione del genere danneggerebbe gravemente le speranze di Trump di “fare la pace”, né avrebbe alcun effetto reale se non quello di far arrabbiare ancora di più la Russia.

Trump voleva ritirare 20.000 truppe dall’Europa, quindi non ha molto senso che faccia un’inversione di 180 gradi e poi impegni forze importanti in Ucraina come ultima minaccia. Per questo motivo, sembra che Trump abbia poche opzioni reali, e la guerra continuerà probabilmente ad essere portata avanti secondo i tempi della Russia. Il membro della Duma russa del partito Russia Unita di Putin, Elena Panina, ha detto proprio questo:

Ascoltate cosa dice alla fine:

“Ora il nostro compito è quello di andare avanti con calma, occupare il territorio, liberarne altri, non cedere a nessuna provocazione o ricatto, e capire che oggi siamo in una posizione più forte di quella che avevamo anche solo tre anni fa” .

In apertura, però, avevo accennato al fatto che le minacce di Trump sembravano così incredibilmente fuorvianti da poter essere forse lette come un deliberato depistaggio piuttosto che come un piano serio. È una possibilità? Forse Trump si sta limitando a ripetere ciò che gli alleati e lo Stato profondo si aspettano che dica per depistarli, mentre in realtà il suo vero piano è di tagliare fuori l’Ucraina in modo sovversivo e dissanguarla fino alla capitolazione? Questa sarebbe una lettura più cospiratoria di livello “Q-Anon”, ma forse è possibile, anche se la probabilità è probabilmente bassa.

Dopo tutto, un Trump molto più sottovalutato saprebbe di non mostrare la mano troppo presto prima che l’establishment dello Stato profondo venga ripulito. Pertanto, un piano plausibile sarebbe quello di “portare avanti lo status quo” in modo da non destare troppi sospetti all’inizio, nella fase iniziale della sua amministrazione, ma poi, man mano che il suo potere viene assicurato, iniziare a passare progressivamente a una posizione più anti-establishment sull’Ucraina.

Un nuovo articolo del WSJ concorda sul fatto che la Russia non ha paura delle minacce di Trump, sostenendo che è in grado di combattere per “un altro anno” – riassunto qui sotto:

La Russia non teme le minacce di Trump di “super sanzioni” ed è pronta a combattere per almeno un altro anno, sviluppando i suoi successi sul fronte, – Wall Street Journal.

▪️Mosca ritiene di resistere con successo alle sanzioni e di essere in grado di sopportare almeno un altro anno di conflitto.

▪️Al tempo stesso, la Russia ha un vantaggio sul fronte, avanzando verso gli importanti centri logistici dell’Ucraina.

➖“… la situazione non è così grave da richiedere la cessazione di tutte le azioni militari… Siamo in grado di insistere sulle nostre richieste… e se la difesa dell’Ucraina continua a crollare, come sta accadendo ora, sarebbe più saggio per l’altra parte accettare le nostre condizioni”, ha detto l’esperto dell’Esa V. Kashin.

▪️Quindi, le dichiarazioni di Trump “sembrano essere troppo poche per costringere la Russia a cambiare le sue richieste fondamentali”. È più probabile che il Cremlino consideri le minacce del presidente americano come “posture prima dei negoziati”.

➖“Putin percepisce queste dichiarazioni come parte di un gioco politico. Non le prende sul serio… È preparato a qualsiasi scenario e non si illude che si possa raggiungere un accordo in tempi brevi”, afferma Tatyana Stanovaya, politologa del Carnegie Center.

▪️“Gli analisti dicono che Putin sta cercando un vertice con Trump in cui i due leader potrebbero trovare un accordo accettabile per Mosca, mettendo da parte la leadership ucraina, che Putin respinge come illegittima”.

▪️Gli esperti ritengono che la minaccia di Trump di imporre nuove sanzioni rifletta la sua consapevolezza che l’accordo potrebbe essere ritardato. Allo stesso tempo, un simile comportamento potrebbe “allontanare la Russia dal tavolo dei negoziati”.

▪️“I russi vogliono sempre che si parli loro direttamente; il Cremlino era già irritato dal suo stile di comunicazione nel suo primo mandato… Non è così che si comunica con i russi”, ha detto Oleg Ignatov, analista dell’International Crisis Group sulla risoluzione dei conflitti.

RVvoenkor

Ma la più grande domanda è cosa farà Trump per ora riguardo agli aiuti ucraini e alle spedizioni di armi? Oggi sono circolati diversi “titoli” che sostenevano che tutti gli aiuti esteri erano stati bloccati, tranne che per Israele e l’Egitto. Ma a quanto pare questo è stato rapidamente modificato in:

“Un funzionario del Pentagono ha confermato che l’ordine esecutivo di Trump che congela gli aiuti esteri si applica solo ai programmi di sviluppo, non all’assistenza alla sicurezza in Ucraina”. -VOA

Quindi, secondo quanto riportato sopra, gli aiuti all’Ucraina continuano, ma presumibilmente ad un ritmo molto ridotto.

Quindi, dato che non sta cambiando nulla di importante e il collasso dell’Ucraina non fa che accelerare, l’Ucraina ha bisogno di qualche grande cambiamento interno per avere qualche speranza di sopravvivere quest’anno. E l’unica cosa in grado di produrlo è ovviamente la mobilitazione della coorte dei 18-25enni.

Ora ci sono sempre più notizie che indicano che questo accadrà presto:

L’articolo dell’AP riporta che:

L’Ucraina è nella fase finale della stesura di riforme di reclutamento per attirare i giovani tra i 18 e i 25 anni che attualmente sono esenti dalla mobilitazione, mentre cerca modi per rafforzare la sua forza di combattimento, ha detto il comandante del campo di battaglia recentemente nominato presso l’Ufficio del Presidente.

Il membro della Rada ucraina Roman Hryschuk denuncia che una nuova legge ha creato una scappatoia per consentire la mobilitazione di studenti e insegnanti “precedentemente esentati”:

Studenti e insegnanti potrebbero iniziare a essere mobilitati già quest’estate, dice il deputato della Rada.

▪️Il deputato Grishchuk ha dichiarato che la nuova risoluzione del Consiglio dei Ministri porta all’incertezza sulla posizione degli insegnanti in estate e alla possibilità che gli studenti vengano chiamati in servizio durante le vacanze.

▪️Secondo il documento, gli studenti e i laureati possono ricevere un rinvio per 1 semestre, ma non più di 6 mesi.

➖ “Secondo questa risoluzione, il differimento è concesso fino alla fine dell’anno accademico, cioè a maggio-giugno. Cosa succederà quindi agli insegnanti nei mesi estivi? Gli stessi rischi valgono per gli studenti”.

RVvoenkor

Nel frattempo, il membro della Rada Goncharenko ha riferito che anche i tecnici avanzati della NATO AD Iris-T vengono mobilitati per il fronte, come la siccità di manodopera:

A ciò ha fatto seguito la notizia che persino una banda militare di Lvov viene pressata:

Un nuovo articolo del British Times riassume tutte queste questioni:

Si legge:

Un maggior numero di armi statunitensi sarebbe ben accetto a Kiev, che si è lamentata per l’approccio riluttante dell’Occidente agli aiuti militari. Tuttavia, questa promessa è accompagnata da una richiesta degli Stati Uniti che l’Ucraina estenda la coscrizione agli uomini di età compresa tra i 18 e i 25 anni. Per il Presidente Zelensky questo supererebbe una linea rossa.Ha protetto gli uomini più giovani del suo Paese da un conflitto che sta prosciugando la sua limitata forza lavoro. L’elusione della leva è molto diffusa, mentre la stanchezza per la guerra si fa sentire. Prolungare il richiamo potrebbe essere politicamente fatale.

Come ulteriore dimostrazione della disparità di perdite dell’Ucraina, si è verificato un altro scambio di cadaveri, con 49 corpi russi e 757 ucraini:

Ricorderete che ho precedentemente approfondito questi rapporti di scambio qui, dimostrando che sono reali e persino registrati in fonti ucraine.

L’ultima volta il rapporto è finito a:

Perdite russe: 331
Perdite ucraine: 2.790
Rapporto: 8,43 a 1

Con i nuovi numeri, siamo a:

Perdite russe: 380
Perdite ucraine: 3.547
Rapporto: 9,34 a 1

Si tratta di un rapporto di uccisioni di quasi 10:1.

Questo è interessante alla luce del nuovo articolo del NYT:

Che rivela:

Calcolare l’entità delle perdite, e quindi la traiettoria della guerra, è difficile: le informazioni sono un segreto di Stato in entrambi i Paesi. Il governo ucraino è stato particolarmente riservato, limitando l’accesso ai dati demografici che potrebbero essere utilizzati per stimare le perdite.

Le agenzie di intelligence occidentali sono state riluttanti a rivelare i loro calcoli interni sulle perdite ucraine per paura di minare un alleato. I funzionari americani hanno già detto che Kiev nasconde queste informazioni anche agli alleati più stretti.

La parte più esilarante dell’articolo afferma che la Russia sta subendo perdite maggiori rispetto all’Ucraina, ma il divario in termini di uomini tra le due parti continua a crescere, con l’Ucraina che “ha solo 250.000 uomini in prima linea”, e la Russia oltre 400.000. Come può la parte che sta subendo perdite molto più elevate spingere il divario di uomini ancora di più a suo favore? Secondo i sofisticati calcoli del Times, si tratta semplicemente del maggiore potere di reclutamento della Russia. Se l’Ucraina stesse vincendo e il morale fosse alto, non avrebbe una crisi di reclutamento. Ma l’Ucraina sta perdendo: perché? Perché sta subendo perdite molto più elevate; la logica prevale.

Mentre la stampa gialla occidentale inventa storie per consolare il proprio pubblico, la Russia continua a far crollare le linee ucraine. Ora la potente roccaforte di Velyka Novosilka è stata divisa in un calderone:

Non si sa se e quante forze ucraine siano intrappolate nella metà meridionale, ma in generale la città non sembra destinata a resistere a lungo.

Nel frattempo Chasov Yar è stata quasi interamente conquistata:

Un ultimo importante articolo lamenta in modo allarmante il fatto che Kiev abbia perso il suo principale vantaggio in termini di droni:

Dice che la Russia ha disturbato i suoi droni con crescente efficacia. L’aspetto interessante è il collegamento con il recente scritto di un ufficiale ucraino, che critica l’eccessiva dipendenza dell’Ucraina dalla tecnologia dei droni e il modo in cui questa ha gradualmente eroso l’importanza e il valore della fanteria regolare, che ora è trattata come un soldato di seconda classe:

Alcuni ultimi articoli:

Le risposte di Putin a Trump per chi fosse interessato:

Una precisazione importante: circolano molte notizie sulla chiusura del porto russo di Tartus da parte delle “nuove” autorità siriane. Ma come rileva Izvestia, questo non riguarda attualmente la parte militare russa del porto, ma piuttosto il contratto con la società russa Stroytransgaz:

Le autorità della Repubblica Araba Siriana hanno rescisso l’accordo sulla gestione del porto di Tartus con la società russa Stroytransgaz. Allo stesso tempo, l’accordo sul punto di supporto logistico della Marina russa, concluso nel 2017 tra i governi dei due Paesi, continua a funzionare. Secondo fonti di Izvestia che conoscono la situazione, non si parla ancora di un ritiro completo da Tartus. Tuttavia, gli esperti definiscono l’incidente un campanello d’allarme. Sulle prospettive della nostra presenza e sulle possibili opzioni per fornire la nostra flotta nel Mar Mediterraneo – nel materiale “Izvestia”.

E:

“Questo accordo riguarda l’uso commerciale del porto, il suo sviluppo, ma non il nostro punto MTO (Marine Terminal Operator)”, ha dichiarato Vasily Dandykin. – Tuttavia, questo è uno scenario spiacevole per noi. Abbiamo ancora interessi nella regione mediterranea e in Medio Oriente. Le nostre basi in Siria occupano punti chiave. Naturalmente, a Tartus non abbiamo una vera e propria base navale, ma un punto di appoggio. Tuttavia, ci sono ormeggi dove sono state ormeggiate le nostre navi e i nostri sottomarini che operano nel Mar Mediterraneo. Lì hanno effettuato alcuni tipi di riparazioni. Lì è possibile rifornirsi di acqua dolce e carburante, in modo da non doverli trasportare da lontano. Certo, si possono acquistare anche in Algeria, ad esempio, ma ci vuole tempo per risolvere questo problema.

Il ritratto della “mappa dell’Ucraina” di Milley di cui ho parlato qui sarebbe stato rimosso dal corridoio dello Stato Maggiore .

L’Indonesia, una delle economie in crescita più potenti del mondo, è entrata ufficialmente a far parte dei BRICS:

Interessante grafico delle esportazioni/importazioni di energia dell’Ucraina, che mostra i danni provocati dagli attacchi russi dall’inizio della guerra. All’inizio l’Ucraina era un grande esportatore netto, ora è quasi del tutto invertita:

L’ipotesi è che il forte aumento delle esportazioni dopo il 2015 sia dovuto al fatto che l’Ucraina non deve più fornire energia alle regioni del Donbass controllate dai ribelli e alla Crimea.

Infine, il gruppo russo Kalashnikov avrebbe presentato un nuovo sistema di droni a sciame con intelligenza artificiale:

Il testo:

Kalashnikov presenterà per la prima volta ad Abu Dhabi la munizione a sciame guidato super-manovrabile

La Kalashnikov Concern presenterà un nuovo sistema di ricognizione e attacco con munizioni guidate, il KUB-SM (SM sta per super-maneggevole), alla conferenza e mostra internazionale sulle armi IDEX-2025, che si terrà ad Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti) dal 17 al 21 febbraio 2025.

Il complesso comprende sia munizioni guidate (UM) in contenitori di trasporto e di lancio (TLC, 14 pezzi in totale) sia un ripetitore di ricognizione basato su un veicolo aereo senza pilota (UAV-R) in un TLC (2 pezzi in totale).

Entrambi i tipi di velivoli vengono lanciati alternativamente da un lanciatore situato in un veicolo corazzato da combattimento. Il decollo dei droni è gas-dinamico dal TLC.

La munizione guidata consegna una testata multifattoriale tramite il vettore UB al bersaglio per la sua distruzione. Il BLA-R esegue la sorveglianza e la ricognizione dell’area, oltre a trasmettere informazioni dall’UB alla stazione di controllo a terra e viceversa.

Il veicolo corazzato da combattimento può ospitare un equipaggio di combattimento, un set di munizioni UB e UAV-R, l’equipaggiamento per la preparazione e l’uso del set di munizioni, nonché il movimento durante la marcia, quando ci si sposta verso una posizione di fuoco e ritorno.

Il complesso è progettato per condurre operazioni di combattimento mobili e distruggere equipaggiamenti militari non corazzati e leggermente corazzati, elementi di posti di comando di divisioni, battaglioni, batterie, battaglioni di sistemi missilistici antiaerei (SAM), compresi veicoli con equipaggiamento per guerra elettronica (ERE) e manodopera per la protezione personale con mezzi corazzati; strutture di difesa aerea e antimissile (AD, ABM), ricognizione elettronica e guerra elettronica (radar ATM, radar controbatteria, radar da ricognizione di bersagli in movimento a terra), strutture di supporto posteriore, siti di lancio di sistemi UAV nemici, aerei nemici (elicotteri) all’esterno dei rifugi degli aeroporti (siti) di base.

Il complesso KUB-SM garantisce l’impiego in combattimento di munizioni guidate super-manovrabili in qualsiasi momento della giornata, in condizioni meteorologiche semplici e difficili, con raffiche di vento fino a 15 m/s.

Questo si aggiunge all’annuncio di un nuovo drone alimentato da intelligenza artificiale già spedito a migliaia in prima linea in Russia:

I primi 3mila droni kamikaze “Mikrob” dotati di intelligenza artificiale sono stati consegnati nella zona SMO , secondo quanto riportato dal Fronte Popolare.

Il “Microb” ha un sistema di guida AI. Di conseguenza, dopo che l’operatore ha catturato un bersaglio, può seguirlo in modo indipendente, indipendentemente da come il bersaglio manovra. Il “Mikrob” ha sufficienti caratteristiche dinamiche: può volare ad alta velocità e sovraccarichi. Secondo i rapporti del MOD, solo un’unità, con due equipaggi, che lavorava con 40 droni, ha distrutto l’equipaggiamento nemico per una quantità, per così dire, superiore al costo di tutti i tremila droni che abbiamo prodotto, – afferma lo sviluppatore del drone Mikrob, Alexander Gryaznov.


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L’Arabia Saudita ha posto la sua adesione ai BRICS sotto presunta “considerazione” e non è ancora un membro ufficiale a pieno titolo, nonostante abbia accettato di diventarlo in precedenza.

Quanto vale l’accordo di partnership strategica tra Russa e Iran?_di Roberto Iannuzzi

 


Quanto vale l’accordo di partnership strategica tra Russa e Iran?

Le potenzialità di cooperazione fra Mosca e Teheran sono promettenti, se i due paesi riusciranno a escogitare sistemi comuni per sfuggire alle sanzioni. Resta l’incognita della stabilità regionale.

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Il presidente russo Vladimir Putin insieme all’omologo iraniano Masoud Pezeshkian (KremlinCC BY 4.0)

Appena tre giorni prima dell’inaugurazione della presidenza Trump, lo scorso 17 gennaio, Russia e Iran hanno firmato dopo lunghe trattative un atteso “accordo di partenariato strategico globale”.

La coincidenza è stata rilevata soprattutto dai commentatori occidentali, i quali hanno ricordato l’aiuto fornito da Teheran a Mosca sul teatro di guerra ucraino (in particolare attraverso l’invio di droni di fabbricazione iraniana).

Essi hanno anche menzionato il fatto che il nuovo presidente americano ha preannunciato un atteggiamento duro nei confronti dell’Iran, ed ha invece promesso di porre fine al conflitto in Ucraina, sebbene non sia assolutamente certo in qual modo, e (a detta dello stesso Trump)non sia escluso un inasprimento delle sanzioni contro Mosca.

Dal canto suo, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha negato che vi fosse qualche relazione tra la firma dell’accordo e l’insediamento di Trump, ma l’evento ha segnato senza dubbio un ulteriore rafforzamento delle relazioni fra due paesi che sono entrambi oggetto di un duro embargo occidentale ed hanno rapporti conflittuali con l’Occidente.

La firma del trattato è avvenuta al Cremlino, in occasione della visita a Mosca del presidente iraniano Masoud Pezeshkian a capo di una nutrita delegazione.

Questo evento lungamente atteso si inserisce in una fase in cui soprattutto l’Iran si sente minacciato “dall’amministrazione Trump, da Israele, dal crollo del regime siriano, dal collasso di Hezbollah”, ha affermato Nikita Smagin, analista che ha lavorato per i media governativi russi a Teheran prima dello scoppio del conflitto ucraino.

Tra gli osservatori, vi è chi ha descritto l’intesa come una “svolta epocale” e chi l’ha sminuita definendola vaga e inferiore alle aspettative.

Nessuna intenzione di inasprire i rapporti con l’Occidente

Nematollah Izadi, l’ultimo ambasciatore iraniano in Unione Sovietica, l’ha descritta come un patto volto a rafforzare la fiducia reciproca. Secondo lui, Teheran punterebbe a rassicurare Mosca che non tradirà questo promettente rapporto bilaterale anche se nel frattempo tenterà una distensione delle relazioni con l’Occidente.

Pezeshkian, esponente dell’ala riformista iraniana, ha vinto le elezioni presidenziali con una piattaforma che punta a porre al primo posto il miglioramento delle malandate condizioni economiche del paese.

Ciò può essere ottenuto solo attraverso l’abrogazione delle durissime sanzioni che soffocano l’economia iraniana, e dunque tramite una risoluzione della questione nucleare per via negoziale.

Il programma nucleare di Teheran ha ormai raggiunto un livello di sviluppo tale da rendere l’Iran una potenza nucleare “latente”. I vertici iraniani sono soddisfatti di questo risultato e sperano di riaprire il dialogo con l’Occidente.

Pezeshkian, in accordo con la Guida Suprema Ali Khamenei, punta non solo ad ottenere la rimozione delle sanzioni, ma anche a scongiurare un attacco militare israelo-americano alle installazioni nucleari del paese che potrebbe sprofondare l’intera regione in una guerra catastrofica.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca pone senz’altro una pesante ipoteca su un simile tentativo. Fu lui ad uscire unilateralmente dall’accordo nucleare con Teheran negoziato dal suo predecessore Obama, e fu lui a far assassinare il generale Qassem Soleimani, considerato alla stregua di un eroe nazionale in Iran. Ma gli iraniani paiono determinati a tentare ugualmente.

Segnali incoraggianti, peraltro, provengono anche dalla Casa Bianca, dove il presidente appena insediato sembra intenzionato ad affidare il negoziato con l’Iran a Steve Witkoff, l’inviato speciale che ha già imposto a Netanyahu il cessate il fuoco a Gaza.

Dal canto suo, Mosca è sembrata aver a cuore che l’accordo di partenariato con l’Iran non venisse interpretato come la nascita di un’alleanza anti-occidentale ed anti-israeliana.

E’ probabilmente per questa ragione che la firma dell’intesa è stata così a lungo rinviata. In occasione del vertice dei BRICS, lo scorso ottobre nella città russa di Kazan, l’accordo sembrava sul punto di essere ratificato, ma il presidente russo Vladimir Putin chiese a Pezeshkian di compiere un’altra visita a Mosca appositamente per sottoscrivere questo documento.

La richiesta, che poteva essere attribuita a ragioni di protocollo, fu invece verosimilmente motivata dall’esigenza russa di attendere un allentamento delle tensioni in Medio Oriente (infuriava in quel momento la guerra fra Israele e Hezbollah in Libano, e i rapporti fra Teheran e Tel Aviv erano tesissimi).

Un lungo percorso di avvicinamento

L’idea di un accordo di partnership strategica, che sostituisse il precedente trattato siglato dai due paesi nel 2001, emerse per la prima volta nel 2020. Non essendo riuscito a migliorare le relazioni con l’Occidente, l’allora presidente iraniano Hassan Rohani decise di guardare ai paesi non occidentali.

Il primo accordo di partnership strategica fu siglato con la Cina nel marzo 2021. Seguirono quelli con Venezuela e Siria. I negoziati con la Russia si sono intensificati dopo lo scoppio del conflitto ucraino. Secondo alcune fonti diplomatiche, la finalizzazione del testo avrebbe richiesto da 20 a 30 sedute negoziali nel corso di cinque anni.

Nel frattempo, i rapporti fra i due paesi si sono rinsaldati a livello economico e militare a causa della crisi ucraina e dell’isolamento nel quale entrambi si sono venuti a trovare in conseguenza dell’ostracismo occidentale.

Il testo dell’accordo di partenariato, dunque, non contiene novità particolarmente eclatanti, ma più che altro riassume ed esplicita il rafforzamento delle relazioni registratosi negli ultimi tre anni, e gli accordi che ne sono derivati nei diversi settori di cooperazione.

Il nuovo trattato contiene 47 articoli che coprono un gran numero di aree differenti: la cooperazione economica e commerciale, la collaborazione tecnologica, l’impiego pacifico dell’energia nucleare, l’antiterrorismo, la cooperazione regionale, ecc.

A differenza degli accordi stipulati dalla Russia con Corea del Nord e Bielorussia, il documento non contiene una clausola di “difesa comune”.

Ciò è probabilmente dovuto al fatto che la Russia non vuole correre il rischio di andare direttamente in guerra contro Israele o gli Stati Uniti per difendere l’Iran.

Per altro verso, anche i vertici iraniani conservano un certo livello di cautela nei confronti di Mosca, ricordando le cessioni territoriali che il paese dovette fare all’impero russo nella prima metà del XIX secolo e il ruolo di potenza coloniale che quest’ultimo giocò sul territorio iraniano, in competizione con l’impero britannico, all’inizio del XX.

Molto più di recente, frizioni si sono registrate fra Teheran e Mosca in occasione dell’inaspettato e repentino crollo del regime del presidente Bashar al-Assad in Siria, importante alleato di entrambi nella regione mediorientale.

Si tratta tuttavia di dissapori non in grado di guastare la partnership fra i due paesi, sebbene i loro interessi strategici non siano sempre convergenti.

Riserbo sulla cooperazione militare

Il testo dell’intesa prevede in compenso (articolo 4) lo scambio di informazioni di sicurezza e di intelligence, aggiungendo che il livello di cooperazione in quest’ambito sarà specificato in “accordi separati”.

L’articolo 5, che riguarda le relazioni militari, copre un vasto ambito ma è anch’esso a prima vista alquanto vago: “Le parti contraenti si consulteranno e coopereranno nel contrasto a comuni minacce militari e di sicurezza di natura bilaterale e regionale”.

Anche in questo caso, tuttavia, il testo specifica che lo sviluppo della cooperazione militare fra gli organismi competenti sarà implementato da accordi separati. Sembra dunque che il trattato sia improntato ad un certo livello di segretezza per quanto riguarda la collaborazione militare e di intelligence.

In riferimento alle sanzioni di cui entrambi i paesi sono oggetto, il documento invece dichiara esplicitamente che Mosca e Teheran collaboreranno per contrastare “l’applicazione di misure coercitive unilaterali” e “garantiranno la non-applicazione” delle suddette misure “rivolte direttamente o indirettamente contro ciascuna delle parti contraenti”.

Il nodo del Caucaso

Una sezione importante dell’accordo è dedicata al Caucaso, dove si deciderà una componente non secondaria del futuro della partnership fra i due paesi.

L’articolo 12, definito di “fondamentale importanza” da alcuni esperti russi della regione, impegna i due firmatari a rafforzare la pace e la sicurezza in quest’area (oltre che in Asia Centrale, Transcaucasia e Medio Oriente) ed a “cooperare con l’obiettivo di impedire l’ingerenza” e la “presenza destabilizzante” di “paesi terzi”.

Si può ragionevolmente ipotizzare che tali paesi includano gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, Israele, i paesi dell’UE, e probabilmente la Turchia.

A tale riguardo, va ricordato che i “flirt” del premier armeno Nikol Pashinyan con Stati Uniti e UE, e gli stretti rapporti del presidente azero Ilham Aliyev con Turchia e Israele, pongono Erevan e Baku in contrasto rispettivamente con Mosca e Teheran.

L’articolo 14 impegna le parti a promuovere l’espansione del commercio tra l’Iran e l’Unione Economica Eurasiatica(UEE), di cui la Russia è paese fondatore. Quest’anno vedrà l’implementazione di un accordo di libero scambio tra Iran e UEE che ridurrà i dazi sul 90% delle merci scambiate.

A questo proposito è di particolare importanza il confine condiviso fra l’Iran e l’Armenia, paese membro dell’UEE, nella provincia montuosa di Syunik.

L’Azerbaigian rivendica in questa regione il cosiddetto “corridoio di Zangezur” che lo metterebbe in collegamento con la sua exclave di Nakhchivan. Un’ambizione che punta a creare quello che Teheran definisce il “corridoio Turanico NATO”, il quale unirebbe le repubbliche dell’Asia centrale, e le loro risorse energetiche, alla Turchia (membro dell’Alleanza Atlantica) tramite Azerbaigian e Nakhchivan.

Corridoio di Zangezur

La realizzazione di tale corridoio avrebbe l’effetto di permettere alla NATO di avere accesso al Mar Caspio. Si comprende dunque come l’esito di questa disputa sarà fondamentale per il futuro dei rapporti tra Russia e Iran.

La sfida energetica e commerciale

L’articolo 13 si concentra esclusivamente sulla regione del Caspio, importante per Mosca e Teheran non solo sotto il profilo della sicurezza (come abbiamo visto), ma anche di quello energetico, dei trasporti e della cooperazione commerciale.

Esso riflette l’aspirazione dell’Iran a diventare un hub internazionale del gas, una visione che i vertici russi avevano in passato proposto alla Turchia, quando i rapporti fra i due paesi erano più amichevoli.

Mosca intenderebbe riorientare parte dei propri piani di esportazione energetica dalla Cina (con Pechino, infatti, continuano a sussistere problemi nella definizione del prezzo di esportazione del gas) in direzione dell’Iran, in una sorta di “pivot verso sud” che rappresenterebbe una terza via di sbocco delle risorse energetiche russe, alternativa a quella europea e a quella cinese.

Tramite un gasdotto che dovrebbe attraversare l’Azerbaigian, Mosca esporterebbe inizialmente appena 2 miliardi di metri cubi di gas all’anno verso l’Iran, per poi arrivare fino a 55 miliardi, la stessa capacità dell’ormai inutilizzabile Nord Stream 1 diretto in Germania.

Tecnologie ed investimenti russi potrebbero inoltre sbloccare le enormi riserve di gas iraniano, liberando Teheran dalla crisi energetica che paradossalmente la sta soffocando a causa delle sanzioni e della mancanza di investimenti, e portando i due paesi a creare una sorta di cartello del gas in grado di gestire i prezzi globali e rifornire la vicina India.

Caspio e Caucaso sono essenziali per la realizzazione del cosiddetto International North-South Transport Corridor (INSTC), corridoio logistico che consente a Mosca di esportare i propri beni verso l’Asia e l’Africa attraverso l’Iran, bypassando il Baltico, il Mar Nero e il Canale di Suez.

L’INSTC (in rosso) e la rotta tradizionale attraverso il Canale di Suez (in blu) (Public Domain)

Il valore degli scambi tra Russia e Iran è tuttavia al momento abbastanza magro, aggirandosi fra i 4 e i 5 miliardi di dollari. L’economia iraniana continua ad essere fiaccata dalla scarsità di investimenti e dal pluridecennale embargo occidentale.

Lo sviluppo dell’INSTC dovrebbe fornire a Mosca e Teheran un importante canale per aggirare le sanzioni che affliggono entrambi i paesi, i quali a tal fine stanno anche integrando i propri sistemi nazionali di pagamento. Nel 2024, le transazioni effettuate in rubli russi e rial iraniani hanno rappresentato oltre il 95% del commercio bilaterale.

Le potenzialità di cooperazione economica fra Russia e Iran sono dunque promettenti, nella misura in cui i due paesi riusciranno a escogitare sistemi comuni per sfuggire al cappio delle sanzioni.

Da un punto di vista militare, invece, Mosca e Teheran non sono completamente allineate, e ciò lascia soprattutto Teheran esposta al rischio di un intervento militare israelo-americano qualora dovesse fallire il prossimo negoziato con l’amministrazione Trump appena insediatasi.

Text of joint comprehensive strategic agreement between Iran and Russia

Mosca, IRNA – Il testo dell’accordo strategico globale congiunto tra la Repubblica Islamica dell’Iran e la Federazione Russa, che è stato firmato dai presidenti dei due paesi, Masoud Pezeshkian e Vladimir Putin, venerdì 17 gennaio 2025, in una cerimonia al Cremlino, è stato pubblicato sotto forma di un’introduzione e 47 articoli come segue:

TREATIA

sul Partenariato strategico globale

tra la Repubblica islamica dell’Iran e la Federazione russa.

La Repubblica islamica dell’Iran e la Federazione russa, di seguito denominate “le Parti contraenti”,

esprimendo l’interesse a portare le relazioni interstatali amichevoli a un nuovo livello e a conferire loro un carattere globale, a lungo termine e strategico, nonché a rafforzarne le basi giuridiche,

convinti che lo sviluppo di un partenariato strategico globale serva gli interessi fondamentali della Federazione Russa e della Repubblica Islamica dell’Iran,

basandosi sui profondi legami storici tra i popoli iraniano e russo, sulla vicinanza delle loro culture e dei loro valori spirituali e morali, sulla comunanza di interessi, sui forti legami di buon vicinato e sulle ampie opportunità di cooperazione in campo politico, economico, militare, culturale, umanitario, scientifico, tecnico e in altri settori,

tenendo conto della necessità di rafforzare ulteriormente la cooperazione nell’interesse della pace e della sicurezza a livello regionale e globale,

Desiderando contribuire a un processo oggettivo di formazione di un nuovo ordine mondiale multipolare giusto e sostenibile, basato sull’uguaglianza sovrana degli Stati, sulla cooperazione in buona fede, sul rispetto reciproco degli interessi, sulle soluzioni collettive ai problemi internazionali, sulla diversità culturale e di civiltà, sul principio del diritto internazionale in conformità con la Carta delle Nazioni Unite, compresa la rinuncia alla minaccia o all’uso della forza, sulla non interferenza negli affari interni e sul rispetto dell’integrità territoriale di entrambi gli Stati,

Riaffermando l’impegno a rispettare lo spirito, gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e le norme di diritto internazionale generalmente riconosciute in materia di relazioni amichevoli e cooperazione tra gli Stati, nonché guidati da tutti gli accordi esistenti tra le Parti contraenti, compresa la Dichiarazione tra la Repubblica islamica dell’Iran e la Federazione russa sulla promozione del diritto internazionale datata 27 Khordad 1399 dell’Hijri solare (corrispondente al 16 giugno 2020),

Sottolineando che il Trattato tra la Persia e la Repubblica Socialista Federale Sovietica Russa del 7 Esfand 1299 di Solar Hijri (corrispondente al 26 febbraio 1921), il Trattato di Commercio e Navigazione tra l’Iran e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche del 5 Farvardin 1319 di Solar Hijri (corrispondente al 25 marzo 1940), il Trattato sulle basi delle relazioni reciproche e sui principi della cooperazione tra la Repubblica Islamica dell’Iran e la Federazione Russa datato 22 Esfand 1379 del Solar Hijri (corrispondente al 12 marzo 2001) e altri strumenti fondamentali conclusi dalle Parti contraenti hanno gettato una solida base giuridica per le relazioni bilaterali,

hanno concordato quanto segue:

Articolo 1

Le Parti contraenti cercheranno di approfondire ed espandere le relazioni in tutti i settori di reciproco interesse, di rafforzare la cooperazione nel campo della sicurezza e della difesa, di coordinare strettamente le attività a livello regionale e globale, in linea con un partenariato globale, a lungo termine e strategico.

Articolo 2

Le Parti contraenti attuano una politica statale basata sul rispetto reciproco degli interessi nazionali e della sicurezza, sui principi del multilateralismo, della soluzione pacifica delle controversie e sul rifiuto dell’unipolarismo e dell’egemonia negli affari mondiali, nonché sul contrasto dell’ingerenza di terzi negli affari interni ed esterni delle Parti contraenti.

Articolo 3

Le Parti contraenti rafforzano le loro relazioni sulla base dei principi di uguaglianza sovrana, integrità territoriale, indipendenza, non ingerenza negli affari interni dell’altra Parte, rispetto della sovranità, cooperazione e fiducia reciproca.

2. Le Parti contraenti adotteranno misure per promuovere reciprocamente i suddetti principi nei vari livelli di relazione a livello bilaterale, regionale e globale e aderiranno e promuoveranno politiche coerenti con tali principi.

3. Nel caso in cui una delle Parti Contraenti sia oggetto di un’aggressione, l’altra Parte Contraente non fornirà all’aggressore alcuna assistenza militare o di altro tipo che possa contribuire al proseguimento dell’aggressione e contribuirà a garantire che le divergenze sorte siano risolte sulla base  della Carta delle Nazioni Unite e delle altre norme applicabili del diritto internazionale.

4. Le Parti contraenti non permetteranno l’uso dei loro territori a sostegno di movimenti separatisti e di altre azioni che minacciano la stabilità e l’integrità territoriale dell’altra Parte contraente, nonché a sostegno di azioni ostili reciproche.

Articolo 4

1. Al fine di rafforzare la sicurezza nazionale e affrontare le minacce comuni, i servizi di intelligence e di sicurezza delle Parti contraenti si scambiano informazioni ed esperienze e aumentano il livello della loro cooperazione.

2. I servizi di intelligence e di sicurezza delle Parti contraenti cooperano nell’ambito di accordi separati.

Articolo 5

1. Al fine di sviluppare la cooperazione militare tra le rispettive agenzie competenti, le Parti Contraenti condurranno la preparazione e l’attuazione dei rispettivi accordi in seno al Gruppo di lavoro sulla cooperazione militare.

2. La cooperazione militare tra le Parti Contraenti coprirà un’ampia gamma di questioni, tra cui lo scambio di delegazioni militari e di esperti, gli scali in porto di navi e imbarcazioni militari delle Parti Contraenti, l’addestramento del personale militare, lo scambio di cadetti e istruttori, la partecipazione – previo accordo tra le Parti Contraenti – alle esposizioni internazionali di difesa ospitate dalle Parti Contraenti, lo svolgimento di competizioni sportive congiunte, di eventi culturali e di altro tipo, le operazioni congiunte di soccorso e salvataggio marittimo, nonché la lotta alla pirateria e alle rapine a mano armata in mare.

3. Le Parti Contraenti interagiranno strettamente nello svolgimento di esercitazioni militari congiunte nel territorio di entrambe le Parti Contraenti e al di fuori di esso, di comune accordo e tenendo conto delle norme di diritto internazionale generalmente riconosciute applicabili.

4. Le Parti Contraenti si consulteranno e coopereranno per contrastare le minacce militari e di sicurezza comuni di natura bilaterale e regionale.

Articolo 6

1. Nell’ambito di un partenariato globale, a lungo termine e strategico, le Parti contraenti confermano il loro impegno a sviluppare la cooperazione tecnico-militare sulla base dei rispettivi accordi tra loro, tenendo conto degli interessi reciproci e dei loro obblighi internazionali, e considerano tale cooperazione come una componente importante per il mantenimento della sicurezza regionale e globale.

2. Al fine di garantire un adeguato coordinamento e l’ulteriore sviluppo della cooperazione tecnico-militare bilaterale, le Parti contraenti terranno sessioni degli organi di lavoro pertinenti su base annuale.

Articolo 7

1. Le Parti contraenti cooperano a livello bilaterale e multilaterale nella lotta contro il terrorismo internazionale e altre sfide e minacce, in particolare l’estremismo, la criminalità organizzata transnazionale, la tratta di esseri umani e la presa di ostaggi, l’immigrazione clandestina, i flussi finanziari illeciti, la legalizzazione (riciclaggio) dei proventi del crimine, il finanziamento del terrorismo e la proliferazione delle armi di distruzione di massa, il traffico illecito di merci, denaro, strumenti monetari, beni storici e culturali, armi, stupefacenti, sostanze psicotrope e loro precursori, lo scambio di informazioni operative e di esperienze nell’ambito della guardia di frontiera.

2. Le Parti contraenti sostengono l’interazione nella protezione dell’ordine pubblico e nel mantenimento della sicurezza pubblica, nella protezione di importanti strutture statali e nel controllo statale del traffico di armi.

3. Le Parti contraenti coordinano le loro posizioni e promuovono sforzi congiunti per combattere le sfide e le minacce menzionate nelle pertinenti sedi internazionali, nonché cooperano nell’ambito dell’Organizzazione internazionale di polizia criminale (INTERPOL).

4. Le Parti contraenti, nell’attuazione della cooperazione prevista dal presente articolo, si ispirano alla loro legislazione nazionale e alle disposizioni dei trattati internazionali di cui sono parti.

Articolo 8

1. Le Parti contraenti tutelano i diritti e gli interessi legittimi dei loro cittadini sul territorio delle Parti contraenti.

2. Le Parti contraenti sviluppano la cooperazione in tutti i settori giuridici di interesse, in particolare per quanto riguarda l’assistenza legale in materia civile e penale, l’estradizione e il trasferimento di persone condannate a pene detentive e l’attuazione di accordi per il recupero dei proventi di reato.

Articolo 9

1. Guidate dall’obiettivo di mantenere la pace e la sicurezza internazionali, le Parti contraenti si consultano e cooperano nell’ambito delle organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite e le sue agenzie specializzate, sulle questioni globali e regionali che possono, direttamente o indirettamente, rappresentare una sfida per gli interessi comuni e la sicurezza delle Parti contraenti.

2. Le Parti contraenti cooperano e sostengono su base reciproca l’appartenenza di ciascuna Parte contraente alle organizzazioni internazionali e regionali pertinenti.

Articolo 10

Le Parti contraenti cooperano strettamente per il controllo degli armamenti, il disarmo, la non proliferazione e le questioni di sicurezza internazionale nell’ambito dei pertinenti trattati internazionali e delle organizzazioni internazionali di cui sono parti e si consultano regolarmente su tali questioni.

Articolo 11

1. Le Parti contraenti attuano la cooperazione politica e pratica nel campo della sicurezza informatica internazionale conformemente all’Accordo tra il Governo della Repubblica islamica dell’Iran e il Governo della Federazione russa sulla cooperazione nel campo della sicurezza informatica del 7 Bahman 1399 del Solar Hijri (corrispondente al 26 gennaio 2021).

2. Le Parti contraenti contribuiscono alla creazione, sotto l’egida delle Nazioni Unite, di un sistema di sicurezza internazionale dell’informazione e di un regime giuridicamente vincolante per la prevenzione e la risoluzione pacifica dei conflitti basato sui principi di uguaglianza sovrana e di non interferenza negli affari interni degli Stati.

3. Le Parti contraenti ampliano la cooperazione nel campo della lotta all’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione a fini criminali, coordinano le azioni e promuovono congiuntamente iniziative nell’ambito delle organizzazioni internazionali e di altre sedi negoziali. Le Parti contraenti promuovono la sovranità nazionale nello spazio informativo internazionale, scambiano informazioni e creano le condizioni per la cooperazione tra le autorità competenti delle Parti contraenti.

4. Le Parti contraenti sostengono l’internazionalizzazione della gestione della rete Internet di informazione e telecomunicazione, sostengono l’uguaglianza dei diritti degli Stati nella sua gestione, considerano inaccettabile qualsiasi tentativo di limitare il diritto sovrano di regolare e garantire la sicurezza dei segmenti nazionali della rete globale e sono interessate a un maggiore coinvolgimento dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni nella soluzione di questi problemi.

5. Le Parti contraenti sostengono il rafforzamento della sovranità nello spazio internazionale dell’informazione attraverso la regolamentazione delle attività delle imprese internazionali nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nonché attraverso lo scambio di esperienze nella gestione dei segmenti nazionali di Internet e lo sviluppo di infrastrutture nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, e cooperano nel campo dello sviluppo digitale.

Articolo 12

Le Parti contraenti faciliteranno il rafforzamento della pace e della sicurezza nella regione del Caspio, dell’Asia centrale, della Transcaucasia e del Medio Oriente, collaboreranno per prevenire le interferenze nelle regioni specificate e la presenza destabilizzante di Stati terzi in tali regioni e scambieranno opinioni sulla situazione in altre regioni del mondo.

Articolo 13

1. Le Parti contraenti cooperano al fine di preservare il Mar Caspio come una zona di pace, buon vicinato e amicizia basata sul principio della non presenza nel Mar Caspio di forze armate non appartenenti agli Stati costieri, nonché per garantire la sicurezza e la stabilità nella regione del Caspio.

2. Le Parti contraenti, tenendo conto dei vantaggi della loro vicinanza territoriale e della loro connettività geografica, si sforzano di utilizzare tutte le capacità economiche del Mar Caspio.

3. Le Parti contraenti interagiscono attivamente per promuovere e approfondire il partenariato multidimensionale tra gli Stati della regione del Caspio. Durante la cooperazione nel Mar Caspio, le Parti contraenti si ispirano a tutti i trattati internazionali pentalaterali in vigore tra gli Stati del Caspio, di cui la Federazione russa e la Repubblica islamica dell’Iran sono parti, e confermano la competenza esclusiva degli Stati litoranei del Caspio nell’affrontare le questioni relative al Mar Caspio. Le Parti contraenti migliorano l’interazione bilaterale sulle questioni relative al Mar Caspio.

4. Le Parti contraenti cooperano, anche nell’ambito di attività progettuali congiunte, nel campo dell’uso sostenibile delle opportunità economiche del Mar Caspio, garantendo al contempo la sicurezza ambientale, la protezione della diversità biologica, la conservazione e l’uso razionale delle risorse biologiche acquatiche e dell’ambiente marino del Mar Caspio, e adottano misure per combattere l’inquinamento del Mar Caspio.

Articolo 14

Le Parti contraenti approfondiscono la cooperazione all’interno delle organizzazioni regionali, interagiscono e armonizzano le posizioni all’interno dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai nell’interesse del rafforzamento del suo potenziale nei settori della politica, della sicurezza, dell’economia e in ambito culturale e umanitario, e facilitano l’espansione dei legami commerciali ed economici tra l’Unione Economica Eurasiatica e la Repubblica Islamica dell’Iran.

Articolo 15

Le Parti contraenti promuovono lo sviluppo della cooperazione tra i loro organi legislativi, anche nel quadro delle organizzazioni parlamentari internazionali, dei vari formati multilaterali, dei comitati e delle commissioni specializzate, dei gruppi competenti per le relazioni tra l’Assemblea federale della Federazione russa e l’Assemblea consultiva islamica (Parlamento islamico) della Repubblica islamica dell’Iran, nonché della Commissione per la cooperazione tra la Duma di Stato dell’Assemblea federale della Federazione russa e l’Assemblea consultiva islamica (Parlamento islamico) della Repubblica islamica dell’Iran.

Articolo 16

1. Le Parti contraenti sviluppano la cooperazione interregionale, assumendo la sua particolare importanza per ampliare l’intera gamma delle relazioni bilaterali.

2. Le Parti contraenti creano condizioni favorevoli all’instaurazione di legami diretti tra le regioni russe e iraniane, facilitano la conoscenza reciproca delle loro potenzialità economiche e di investimento, anche attraverso l’organizzazione di missioni commerciali, conferenze, mostre, fiere e altri eventi interregionali.

Articolo 17

Le Parti contraenti sosterranno la cooperazione commerciale ed economica in tutti i settori di reciproco interesse coordinando tale interazione nell’ambito della Commissione permanente russo-iraniana per il commercio e la cooperazione economica.

Articolo 18

1. Le Parti contraenti facilitano lo sviluppo della cooperazione commerciale, economica e industriale, creando vantaggi economici reciproci, compresi gli investimenti comuni, il finanziamento delle infrastrutture, la facilitazione dei meccanismi commerciali e imprenditoriali, la cooperazione nel settore bancario, la promozione e la fornitura reciproca di beni, opere, servizi, informazioni e risultati di attività intellettuali, compresi i diritti esclusivi su di essi.

2. Consapevoli delle loro capacità di investimento, le Parti contraenti possono effettuare investimenti congiunti nell’economia di Stati terzi e, a tal fine, mantenere il dialogo nel quadro dei pertinenti meccanismi multilaterali.

Articolo 19

1. Le Parti contraenti contrastano l’applicazione di misure coercitive unilaterali, comprese quelle di natura extraterritoriale, e considerano la loro imposizione come un atto illecito e ostile a livello internazionale. Le Parti contraenti coordinano gli sforzi e sostengono le iniziative multilaterali volte a eliminare la pratica di tali misure nelle relazioni internazionali, guidati, tra l’altro, dalla Dichiarazione della Repubblica islamica dell’Iran e della Federazione russa sui modi e i mezzi per contrastare, attenuare e rimediare agli impatti negativi delle misure coercitive unilaterali, datata 14 Azar 1402 del Solar Hijri (corrispondente al 5 dicembre 2023).

2. Le Parti contraenti garantiscono la non applicazione di misure coercitive unilaterali dirette o indirette contro una delle Parti contraenti, le persone fisiche e giuridiche di tale Parte contraente o i loro beni soggetti alla giurisdizione di una Parte contraente, le merci, le opere, i servizi, le informazioni, i risultati di attività intellettuali, compresi i diritti esclusivi su di essi provenienti da una Parte contraente e destinati all’altra Parte contraente.

3. Le Parti contraenti si astengono dall’aderire a misure coercitive unilaterali o dall’appoggiare tali misure di terzi, se tali misure colpiscono o sono dirette direttamente o indirettamente contro una delle Parti contraenti, le persone fisiche e giuridiche di tale Parte contraente o i loro beni soggetti alla giurisdizione di tali terzi, le merci originarie di una Parte contraente e destinate all’altra Parte contraente, e/o le opere, i servizi, le informazioni, i risultati dell’attività intellettuale, compresi i diritti esclusivi su di essi forniti da fornitori dell’altra Parte contraente.

4. Qualora una terza parte introduca misure coercitive unilaterali nei confronti di una delle parti contraenti, le parti contraenti si adoperano concretamente per ridurre i rischi, eliminare o attenuare l’impatto diretto e indiretto di tali misure sui legami economici reciproci, sulle persone fisiche e giuridiche delle parti contraenti o sui loro beni soggetti alla giurisdizione delle parti contraenti, sui beni originari di una parte contraente e destinati all’altra parte contraente, e/o sulle opere, i servizi, le informazioni, i risultati dell’attività intellettuale, compresi i diritti esclusivi su di essi, forniti dai fornitori delle parti contraenti. Le Parti contraenti si adopereranno inoltre per limitare la diffusione di informazioni che potrebbero essere utilizzate da tali terzi per imporre e inasprire tali misure.

Articolo 20

1. Al fine di incrementare il volume degli scambi commerciali reciproci, le Parti contraenti creeranno le condizioni per sviluppare la cooperazione tra le organizzazioni di prestito, tenendo conto degli strumenti giuridici internazionali in materia di lotta al riciclaggio dei proventi del crimine e al finanziamento del terrorismo di cui le Parti contraenti sono parte, utilizzeranno vari strumenti di finanziamento del commercio, svilupperanno progetti comuni di sostegno alle esportazioni, svilupperanno il potenziale di investimento, amplieranno gli investimenti reciproci tra individui, società pubbliche e private e garantiranno un’adeguata protezione degli investimenti reciproci.

2. Le Parti contraenti sviluppano la cooperazione al fine di creare una moderna infrastruttura di pagamento indipendente da Stati terzi, di passare a regolamenti bilaterali in valute nazionali, di rafforzare la cooperazione interbancaria diretta e di promuovere prodotti finanziari nazionali.

3. Le Parti contraenti ampliano la loro cooperazione al fine di sviluppare il commercio e incoraggiare gli investimenti nelle zone economiche speciali/libere delle Parti contraenti.

4. Le Parti contraenti forniranno assistenza alle zone economiche speciali/libere della Federazione russa e della Repubblica islamica dell’Iran nello svolgimento di attività volte alla creazione di joint venture in aree di reciproco interesse e presteranno attenzione alla creazione di zone industriali.

5. Le Parti contraenti si dichiarano pronte a sviluppare una cooperazione reciprocamente vantaggiosa nei settori dell’estrazione dell’oro, della lavorazione dell’oro, dei diamanti e dei gioielli.

Articolo 21

1. Le Parti contraenti, tenendo conto delle loro capacità e competenze, sostengono una stretta cooperazione nel settore dei trasporti e riaffermano la loro volontà di sviluppare in modo globale il partenariato nel settore dei trasporti su base reciprocamente vantaggiosa.

2. Le Parti contraenti creano condizioni favorevoli per l’operatività dei vettori della Federazione russa e della Repubblica islamica dell’Iran, la facilitazione del processo di trasporto di merci e passeggeri con tutte le modalità di trasporto e l’aumento dei loro volumi, l’uso efficace delle infrastrutture stradali e di confine.

3. Le Parti contraenti svilupperanno la cooperazione nel settore dei trasporti stradali, ferroviari, aerei, marittimi e multimodali, nonché nella formazione di specialisti nel settore dei trasporti.

4. Le Parti contraenti collaborano attivamente allo sviluppo di corridoi di trasporto internazionali che attraversano il territorio della Federazione Russa e della Repubblica Islamica dell’Iran, in particolare il corridoio di trasporto internazionale Nord-Sud. Tale cooperazione comprende la promozione delle merci provenienti dalle Parti contraenti nei mercati degli Stati terzi, nonché la creazione di condizioni per lo sviluppo di un trasporto senza soluzione di continuità attraverso i corridoi di trasporto, sia nel trasporto bilaterale che in quello di transito attraverso i loro territori.

5. Le Parti contraenti introdurranno sviluppi moderni nel settore dei sistemi di trasporto digitali.

6. Le Parti contraenti sostengono uno stretto coordinamento all’interno delle organizzazioni internazionali del settore dei trasporti, stabiliscono una cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra le autorità esecutive e le organizzazioni del settore dei trasporti e facilitano la loro partecipazione agli eventi internazionali del settore.

Articolo 22

1. Le Parti contraenti ampliano la cooperazione nel settore del petrolio e del gas secondo i principi di uguaglianza e di reciproco vantaggio e adottano misure per migliorare la sicurezza energetica delle Parti contraenti attraverso l’uso efficiente dei combustibili e delle risorse energetiche.

2. Le Parti contraenti promuovono la cooperazione energetica bilaterale nei seguenti settori:

2.1. Assistenza scientifica e tecnica, scambio di esperienze e introduzione di tecnologie avanzate e moderne nella produzione, lavorazione e trasporto di petrolio e gas;

2.2. Assistenza alle aziende e alle organizzazioni russe e iraniane del settore dei combustibili e dell’energia nell’espansione della cooperazione, comprese le forniture di energia e le operazioni di swap;

2.3. Promozione degli investimenti attraverso la cooperazione bilaterale nei progetti di sviluppo dei giacimenti di petrolio e gas nel territorio delle Parti contraenti;

2.4. Promozione di progetti infrastrutturali importanti per la sicurezza energetica globale e regionale;

2.5. Garantire un accesso non discriminatorio ai mercati energetici internazionali e aumentarne la competitività;

2.6. Cooperazione e attuazione di una politica coordinata nell’ambito di forum internazionali sull’energia, come il Forum dei Paesi esportatori di gas e l’OPEC-plus.

3. Le Parti contraenti rafforzeranno il livello di cooperazione e lo scambio di opinioni ed esperienze nel settore delle fonti energetiche rinnovabili.

Articolo 23

Le Parti contraenti promuovono lo sviluppo di relazioni a lungo termine e reciprocamente vantaggiose per la realizzazione di progetti comuni nel settore dell’uso pacifico dell’energia nucleare, compresa la costruzione di impianti nucleari.

Articolo 24

1. Le Parti contraenti sviluppano la cooperazione nei settori dell’agricoltura, della pesca, della veterinaria, della protezione e della quarantena delle piante e della produzione di sementi al fine di incrementare gli scambi reciproci e l’accesso dei prodotti agricoli ai mercati delle Parti contraenti e ai mercati degli Stati terzi.

2. Le Parti contraenti adottano le misure necessarie per garantire la sicurezza dei prodotti agricoli, delle materie prime e degli alimenti, che devono soddisfare i requisiti stabiliti in materia di controllo sanitario ed epidemiologico, veterinario, fitosanitario di quarantena e delle sementi (ispezione), nonché i requisiti per la manipolazione sicura dei pesticidi e dei prodotti chimici agricoli o altri requisiti stabiliti dalla legislazione delle Parti contraenti.

Articolo 25

Le Parti contraenti attuano la cooperazione doganale, compresa la realizzazione di progetti per la creazione di un corridoio doganale semplificato, il riconoscimento reciproco dei rispettivi programmi di operatore economico autorizzato al fine di promuovere la creazione di catene di approvvigionamento sicure, l’organizzazione della cooperazione amministrativa e lo scambio di informazioni doganali tra le rispettive autorità doganali.

Articolo 26

Le Parti contraenti, al fine di promuovere una concorrenza leale nei mercati nazionali e migliorare il benessere della popolazione, sviluppano la cooperazione nel campo della politica antimonopolistica.

Articolo 27

Le Parti contraenti sviluppano la cooperazione su questioni quali il riconoscimento reciproco di norme, rapporti di prova e certificati di conformità, l’applicazione diretta di norme, lo scambio di esperienze e sviluppi avanzati nel campo dell’uniformità delle misure, la formazione di esperti e la promozione del riconoscimento dei risultati delle prove tra la Federazione russa e la Repubblica islamica dell’Iran.

Articolo 28

Le Parti contraenti interagiscono nei settori dell’assistenza sanitaria, dell’educazione medica e della scienza, anche nell’ambito delle organizzazioni internazionali competenti, nei seguenti ambiti:

1.) Organizzazione del sistema sanitario statale e gestione dell’assistenza sanitaria;

2.) Prevenzione e trattamento delle malattie trasmissibili e non trasmissibili;

3.) Protezione della salute materna e infantile;

4.) Regolamentazione statale della circolazione dei farmaci per uso medico e dei dispositivi medici;

5.) Promozione di uno stile di vita sano;

6.) Ricerca medica;

7.) Introduzione delle tecnologie digitali nell’assistenza sanitaria;

8.) Formazione professionale degli specialisti del settore sanitario;

9.) Altri settori di cooperazione di interesse reciproco.

Articolo 29

1. Le Parti contraenti rafforzano la cooperazione per garantire il benessere sanitario ed epidemiologico della popolazione sulla base della legislazione nazionale e delle politiche statali di prevenzione e controllo delle infezioni, nonché dei trattati internazionali di cui le Parti contraenti sono parti.

2. Le Parti contraenti rafforzano il coordinamento nel campo del benessere sanitario ed epidemiologico e della sicurezza alimentare.

3. Le Parti contraenti promuovono l’armonizzazione dei requisiti sanitari e degli standard di sicurezza alimentare e la partecipazione reciproca agli eventi pertinenti da esse organizzati.

Articolo 30

1. Le Parti contraenti promuovono e rafforzano legami a lungo termine e costruttivi nei settori dell’istruzione superiore, della scienza, della tecnologia e dell’innovazione, realizzano progetti scientifici e tecnici comuni, incoraggiano l’instaurazione e lo sviluppo di contatti diretti tra le istituzioni educative e scientifiche interessate delle Parti contraenti.

2. Le Parti contraenti promuovono il partenariato diretto tra le istituzioni educative e scientifiche di istruzione superiore interessate, anche per quanto riguarda lo sviluppo e l’attuazione di programmi e progetti scientifici, tecnici e di ricerca congiunti, lo scambio di operatori scientifici e pedagogici e di studenti, l’informazione scientifica e tecnica, la letteratura scientifica, i periodici e le bibliografie.

3. Le Parti contraenti facilitano lo scambio di esperienze e informazioni su questioni relative alla regolamentazione giuridica nel campo delle attività scientifiche, tecniche e innovative, l’organizzazione e lo svolgimento di seminari scientifici congiunti, simposi, conferenze, mostre e altri eventi.

4. Le Parti contraenti promuovono lo studio della lingua, della letteratura, della storia e della cultura ufficiali dell’altra Parte contraente nei loro istituti di istruzione superiore.

5. Le Parti contraenti assistono i propri cittadini nel perseguire l’istruzione in istituti scolastici dell’altra Parte contraente.

Articolo 31

Le Parti contraenti rafforzano l’interazione e lo scambio di opinioni e di esperienze in materia di esplorazione e sfruttamento dello spazio extra-atmosferico per scopi pacifici.

Articolo 32

Le Parti contraenti rafforzano i legami tra i mezzi di comunicazione di massa, nonché in settori quali la stampa e l’editoria, la promozione della letteratura russa e persiana, nonché le relazioni socio-culturali, scientifiche ed economiche, incoraggiando la conoscenza reciproca e i contatti di comunicazione tra i popoli della Federazione russa e della Repubblica islamica dell’Iran.

Articolo 33

Le Parti contraenti incoraggiano i loro mezzi di comunicazione di massa a cooperare ampiamente per sensibilizzare l’opinione pubblica e sostenere la libera diffusione delle informazioni al fine di opporsi congiuntamente alla disinformazione e alla propaganda negativa diretta contro la Federazione russa e la Repubblica islamica dell’Iran e di contrastare la diffusione di false informazioni di importanza pubblica che minacciano gli interessi nazionali e la sicurezza di ciascuna delle Parti contraenti, nonché altre forme di abuso dei media.

Articolo 34

1. Le Parti contraenti promuovono ulteriori interazioni nel campo della cultura e dell’arte, anche attraverso lo scambio di eventi culturali e la promozione di contatti diretti tra le loro istituzioni culturali al fine di mantenere il dialogo, approfondire la cooperazione culturale e realizzare progetti comuni a fini culturali ed educativi.

2. Le Parti contraenti facilitano la familiarizzazione dei popoli della Repubblica islamica dell’Iran e della Federazione russa con la cultura e le tradizioni reciproche, promuovono lo studio delle lingue ufficiali (russo e persiano), incoraggiano i contatti tra le istituzioni scolastiche, compreso lo scambio di esperienze tra i professori di lingua russa e persiana, la loro formazione e riqualificazione professionale, lo sviluppo di materiale didattico per lo studio del russo e del persiano come lingue straniere, tenendo conto delle specificità nazionali, e incoraggiano i contatti tra le personalità della letteratura, dell’arte e della musica.

3. Le Parti contraenti creeranno condizioni favorevoli per il funzionamento del Centro culturale iraniano a Mosca e del Centro culturale russo a Teheran, in conformità con l’Accordo tra il Governo della Repubblica islamica dell’Iran e il Governo della Federazione russa sull’istituzione e il quadro operativo dei Centri culturali del 24 Farvardin 1400 del Solar Hijri (corrispondente al 13 aprile 2021).

Articolo 35

Le Parti contraenti sostengono un’intensa cooperazione nel settore pubblico e privato nei campi della promozione del patrimonio culturale, del turismo, dell’arte e dell’artigianato, al fine di sensibilizzare la popolazione alla ricchezza socio-culturale e alle varie attrazioni turistiche della Federazione Russa e della Repubblica Islamica dell’Iran e di promuovere i contatti diretti tra le loro organizzazioni turistiche.

Articolo 36

Le Parti contraenti incoraggiano gli scambi bilaterali di giovani, facilitano l’instaurazione di contatti diretti tra associazioni creative, sportive, socio-politiche e altre associazioni giovanili e promuovono conferenze, seminari e consultazioni tematiche congiunte sulle questioni giovanili.

Articolo 37

Le Parti contraenti facilitano il rafforzamento della cooperazione nel campo della cultura fisica e dello sport attraverso lo scambio di allenatori e altri specialisti in educazione fisica e sport, nonché l’ampliamento dei contatti diretti tra le loro organizzazioni sportive.

Articolo 38

Le Parti contraenti si prestano reciprocamente assistenza per la prevenzione, la risposta e la mitigazione delle catastrofi naturali e di origine umana, nonché per lo sviluppo e il miglioramento del sistema di gestione delle crisi.

Articolo 39

Le Parti contraenti cooperano nel campo della protezione dell’ambiente attraverso la condivisione di esperienze sull’uso razionale delle risorse naturali, l’introduzione di tecnologie rispettose dell’ambiente e l’attuazione di misure di protezione ambientale.

Articolo 40

Le Parti contraenti facilitano la cooperazione e lo scambio di opinioni ed esperienze nel campo della gestione delle risorse idriche.

Articolo 41

Le Parti contraenti, al fine di definire aree e parametri specifici di cooperazione previsti dal presente Trattato, possono, se necessario, concludere accordi separati.

Articolo 42

Le Parti contraenti si scambieranno opinioni sull’attuazione delle disposizioni del presente Trattato, anche in occasione di vertici periodici e riunioni ad alto livello.

Articolo 43

Il presente Trattato non pregiudica i diritti e gli obblighi delle Parti contraenti derivanti da altri trattati internazionali.

Articolo 44

Qualsiasi controversia derivante dall’interpretazione o dall’attuazione delle disposizioni del presente Trattato sarà risolta attraverso consultazioni e negoziati tra le Parti contraenti per via diplomatica.

Articolo 45

1. Il presente Trattato è soggetto a ratifica ed entrerà in vigore allo scadere di 30 (trenta) giorni dalla data dell’ultima notifica scritta del completamento da parte delle Parti Contraenti delle relative procedure interne, e sarà valido per 20 (venti) anni con rinnovo automatico per successivi periodi di cinque anni.

2. Il presente Trattato sarà denunciato se una delle Parti contraenti notificherà per iscritto all’altra Parte contraente la sua intenzione di denunciare il presente Trattato al più tardi 1 (uno) anno prima della sua scadenza.

Articolo 46

La cessazione del presente Trattato non pregiudicherà i diritti e gli obblighi delle Parti Contraenti, così come i loro progetti, programmi o accordi in corso che sono stati realizzati nel corso dell’attuazione del presente Trattato prima di tale cessazione, a meno che non concordino diversamente per iscritto.

Articolo 47

Di comune accordo scritto delle Parti contraenti, il presente Trattato può essere emendato e integrato. Tali emendamenti e integrazioni costituiranno parte integrante del presente Trattato ed entreranno in vigore in conformità con l’articolo 45 dello stesso.

Il presente Trattato, composto da un preambolo e da 47 (quarantasette) articoli, è stato concluso nella città di Mosca il 28 dicembre 1403 dell’Hijri solare, corrispondente al 17 gennaio 2025, in due originali in lingua persiana, russa e inglese, tutti i testi facenti ugualmente fede.

In caso di disaccordo nell’interpretazione o nell’attuazione del presente Trattato, sarà utilizzato il testo inglese.

Per

la Repubblica Islamica dell’Iran

Per

Federazione Russa

Persian Gulf Arab leaders urging Trump to soften stance on Iran: Report

Teheran, IRNA – I leader dei Paesi arabi della regione del Golfo Persico hanno chiesto al presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump di adottare “una posizione più morbida” nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, secondo quanto riportato da un rapporto.

Il New York Times ha riportato lunedì che i leader arabi hanno anche esortato Trump – che diventerà ufficialmente presidente degli Stati Uniti il 20 gennaio – ad adottare “una linea più dura nei confronti di Israele”.

Durante il suo primo mandato, Trump ha ritirato gli Stati Uniti da un accordo storico tra l’Iran e sei potenze mondiali, tra cui l’America. Aveva fatto campagna elettorale contro l’accordo ed era amareggiato dal fatto che non avesse portato benefici finanziari agli Stati Uniti. Successivamente, poiché l’Iran si rifiutava di negoziare un altro accordo con uno Stato perfido, Trump ha lanciato quella che ha definito una campagna di “massima pressione” su Teheran.

Sempre durante il suo primo mandato, Trump ha abbracciato i Paesi arabi in quella che era percepita come una coalizione anti-Iran.

In quello che il New York Times descrive come un cambiamento significativo, quegli stessi Paesi arabi hanno ora chiesto al prossimo presidente degli Stati Uniti di ammorbidire la sua posizione sull’Iran durante il suo secondo mandato.

Il rapporto ha evidenziato i commenti pubblici dei leader arabi nell’ultimo anno, da quando Israele ha lanciato una guerra contro la Striscia di Gaza nell’ottobre 2023, e ha affermato che i commenti rivelano un riposizionamento dell’atteggiamento.

L’orrenda perdita di vite umane e l’essenziale appiattimento della Striscia di Gaza, che molti Paesi ora considerano equivalente a un genocidio, ha spinto i leader arabi, in precedenza per lo più ignari della condizione dei palestinesi sotto l’occupazione e l’assedio israeliano, a cambiare la loro posizione.

La guerra israeliana in corso ha ucciso più di 46.500 palestinesi, e non solo.

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TRUMP NON SCHERZA ! BIDEN GRAZIA PREVENTIVA PER TUTTI -L’insediamento con GIANFRANCO CAMPA

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Un Trump che ne ha per tutti, per poter raccogliere da tutti. L’ottimismo a prescindere di chi vuol apparire come l’unico vero giocatore in campo. La realtà è ben diversa. Può contare sul fatto che da un rivolgimento incontrollato tutti hanno da perdere. Il suo destino dipenderà dall’entità del divario tra proclami, aspettative e risultati conseguiti. La sua tattica consisterà nel trattenere dal ventre molle del sistema di relazioni edificato in questi quaranta anni. Il paradosso è che il ventre molle sia costituito proprio dai suoi alleati più stretti con il risultato di indebolire il tessuto della propria sfera di influenza. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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La spada è più potente… di Aurelien

La spada è più potente…

…della penna. In Ucraina, comunque.

L’altro giorno ho ricevuto un messaggio da Substack che si congratulava con me per essere diventato “Substack Bestseller”. Non ho idea di cosa significhi in termini pratici, soprattutto perché non sto vendendo nulla. Ma poi mi hanno esortato a utilizzare la funzione Note e a fare dei video. Non ho intenzione di fare né l’una né l’altra cosa, almeno per il momento, perché il mio tempo è limitato e mi vedete già abbastanza.

Questi saggi saranno sempre gratuiti, ma potete sostenere il mio lavoro mettendo like e commentando, e soprattutto trasmettendo i saggi ad altri, e passando i link ad altri siti che frequentate. Se desiderate sottoscrivere un abbonamento a pagamento, non vi ostacolerò (anzi, ne sarei molto onorato), ma non posso promettervi nulla in cambio, se non una calda sensazione di virtù.

Ho anche creato una pagina Buy Me A Coffee, che potete trovare qui.☕️

Come sempre, grazie a chi fornisce instancabilmente traduzioni in altre lingue. Maria José Tormo sta pubblicando le traduzioni in spagnolo sul suo sito qui, e alcune versioni italiane dei miei saggi sono disponibili qui. Anche Marco Zeloni sta pubblicando le traduzioni in italiano su un sito qui. Hubert Mulkens si è offerto di fare un’altra traduzione in francese, e ci lavoreremo. Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, a patto che si dia credito all’originale e me lo si faccia sapere. E ora:

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Volevo scrivere di qualcosa di molto diverso questa settimana, ma ho notato nei commenti al mio ultimo post, e in altre discussioni su Internet, che si sta iniziando a parlare di due questioni pratiche correlate che hanno a che fare con ciò che seguirà la “fine” della guerra in Ucraina. Una è come la Russia potrebbe garantire la sicurezza del suo nuovo confine occidentale, e l’altra è se sarebbe fattibile (supponendo che sia accettabile) per una sorta di forza multinazionale da dispiegare lungo una zona cuscinetto o demilitarizzata tra Russia e Ucraina. Le due cose sono ovviamente collegate, e la seconda è in qualche modo un caso secondario della prima.

Entrambe le questioni sollevano interrogativi molto profondi, che non ho visto affrontati adeguatamente altrove, quindi spetta a me fare ciò che posso. Come sempre, cercherò di non entrare nel dettaglio delle questioni militari, dove non sono competente per parlare, ma credetemi, c’è molto da dire altrove. E come sempre, voglio partire da alcuni principi fondamentali ma importanti, e lavorare da lì.

La caratteristica comune di queste due questioni, ovviamente, è l’uso delle forze armate, quindi iniziamo ricordando cosa sono. L’esercito è un’istituzione con la capacità di usare, o minacciare di usare, la forza organizzata a sostegno di obiettivi politici (o “politici”). Questa capacità offre ai governi ulteriori opzioni, ma deve anche essere usata con attenzione per essere efficace. Quindi la prima domanda sull’uso delle forze militari dopo una presunta soluzione in Ucraina è: qual è lo scopo strategico superiore che tali forze sono destinate a servire? Concretamente, non si può parlare della possibilità che i russi siano in grado di controllare la frontiera occidentale, né dell’inserimento di un’ipotetica forza di “mantenimento della pace”, senza avere ben chiari i loro scopi strategici superiori, e se ci sono modi in cui sarebbero effettivamente in grado di realizzarli.

È per questo che ogni uso responsabile della forza militare inizia dalle decisioni a livello strategico e procede verso il basso, e lo faremo tra poco. Altrimenti, come è accaduto con monotona regolarità in passato, una forza di qualche tipo verrà dispiegata perché si può, e perché “qualcosa” deve essere “fatto”, e poi una sorta di logica strategica truccata verrà aggiunta in seguito. Farò alcuni esempi anche di questo. Ogni volta che si legge di un’azione militare per “mostrare determinazione” o “inviare un messaggio” o “stabilizzare la situazione”, si può essere certi che nessuno è in grado di spiegare lo scopo strategico della missione, o anche solo il modo in cui i militari vi contribuiranno. È praticamente certo che missioni militari di questo tipo non porteranno a nulla di concreto.

Entrambe le opzioni dovrebbero partire da uno stato finale politico strategico, vale a dire: qual è la situazione che state cercando di produrre sul terreno e come saprete di averla raggiunta? Questo è il motivo per cui obiettivi come “mostrare determinazione” sono privi di significato, perché non si ha idea di quali effetti concreti si stia cercando di produrre, e comunque non si ha modo di misurarli. La definizione di questi stati finali spetta alla leadership politica, ed è qui che iniziano i problemi. Nel caso dei russi, c’è almeno un unico punto di decisione, quindi potrebbero essere in grado di definire il loro stato finale in termini come “un’Ucraina non più in grado di rappresentare una minaccia per la Russia e senza la presenza di forze straniere”. Ora, alcune parole devono essere definite, in particolare “minaccia”, e ci dovrebbe essere un giudizio pragmatico su quale livello di contatti con l’estero sarebbe consentito all’Ucraina. Anche in questo caso, affronteremo questi punti tra un minuto, e nel frattempo lasceremo che i russi elaborino il loro stato finale e torneremo a parlarne in seguito.

Nel frattempo, un utile esempio comparativo a livello nazionale è l’Irlanda del Nord durante l’emergenza trentennale, dove dopo un inizio difficile, lo stato finale britannico è stato definito come una provincia ancora parte del Regno Unito, in cui i repubblicani avevano rinunciato alla lotta armata. Ciò ha comportato la necessità di resistere finché l’IRA non si è arresa, ma anche di cercare di riformare il processo politico interno in modo da indebolire il sostegno a coloro che volevano un’Irlanda unita, evitando la guerra civile tra protestanti e cattolici che una simile eventualità avrebbe provocato. A sua volta, ciò ha comportato tutta una serie di valutazioni su come impiegare, tra l’altro, l’esercito, la polizia e il sistema giudiziario.

Il vero problema sorge quando un gruppo di Paesi cerca di definire uno stato finale, spesso ignorando la situazione sul campo e prestando più attenzione ai propri desideri che a quelli della popolazione locale. Il caso classico è quello della Bosnia del 1992-95, un esempio a cui farò riferimento più volte. È dubbio che ci sia mai stato uno stato finale politico concordato tra il gran numero di attori esterni in competizione tra loro, ma l’approccio più vicino ad esso sarebbe stato probabilmente “una Bosnia unitaria con un qualche tipo di sistema politico con cui tutti, specialmente l’Occidente, possano convivere”. Il problema, ovviamente, è che la maggioranza della popolazione non voleva vivere in una Bosnia unitaria e che non esisteva alcun sistema politico possibile, per quanto complesso e ingegnoso, che potesse effettivamente risolvere le inconciliabili tensioni politiche del Paese. (La soluzione più vicina, il piano di pace Vance-Owen del 1993, è stata sabotata dall’amministrazione Clinton sotto la pressione delle ONG e dei media: un aspetto da tenere a mente mentre procediamo). Il sistema politico caotico e disfunzionale in vigore in Bosnia dal 1995 riflette i tentativi dell’Occidente di imporre uno stato finale di cui essere soddisfatti a persone che non lo volevano. Ma nessuno ha ancora trovato una soluzione migliore.

Almeno nel caso della Bosnia c’era un consenso (molto) approssimativo sullo stato finale politico, anche se non era realistico. Nel caso dell’Ucraina, quale sarebbe questo consenso anche solo teorico? E di chi sarebbe comunque il consenso? I russi dovrebbero essere pienamente d’accordo, gli ucraini potrebbero probabilmente essere gestiti, ma quale struttura politica si assumerebbe la responsabilità? Chiaramente non la NATO, a meno che il concetto non sia un dispiegamento in territorio ucraino contro la volontà russa: buona fortuna. Forse l’ONU? Beh, questo significa dare voce alla Cina nella definizione dello stato finale, così come a vari Stati asiatici e africani nel Consiglio di Sicurezza. E naturalmente le organizzazioni internazionali, guidate dall’UE, si precipiteranno con i loro piani e le loro iniziative politiche, generalmente scollegate tra loro.

Questo potrebbe essere sufficiente a fermare un’idea del genere prima che inizi. Ma supponiamo, per amor di discussione, che i russi siano d’accordo con tale forza e che questa sia posta sotto l’egida di un’organizzazione internazionale diversa dalla NATO o, eventualmente, sotto una sorta di coalizione ad hoc. (Spiegherò più avanti perché questo è difficile) Ebbene, cosa farà? Ci sono tre possibilità fondamentali.

La prima è il monitoraggio e la verifica, che ovviamente presuppone qualcosa da monitorare e verificare. In effetti, tra il 2014 e il 2022, in Ucraina c’è stato un gruppo di monitoraggio sotto l’egida dell’OSCE. Ora c’è un gruppo ad hoc nel Libano meridionale, che lavora con la forza delle Nazioni Unite nel sud del Paese. Queste missioni, che non devono essere molto grandi, servono essenzialmente a tenere un registro. Tengono un registro delle violazioni del cessate il fuoco e le riferiscono di solito a una sorta di comitato di coordinamento, e questo è tutto. Di tanto in tanto producono dei rapporti. È quasi possibile immaginare una sorta di commissione congiunta che coinvolga la Russia, qualche entità ucraina e qualche organismo internazionale, forse di nuovo l’OSCE. I russi porrebbero il veto a qualsiasi coinvolgimento dei Paesi della NATO o dell’UE e, mentre un tempo gli svizzeri o gli svedesi avrebbero potuto svolgere un ruolo (come nella DMZ coreana), è improbabile che ciò sia possibile ora.

Il valore effettivo di un tale dispiegamento sarebbe prossimo allo zero, e se la situazione si deteriorasse il personale dovrebbe essere ritirato per la propria sicurezza. L’unica vera utilità sarebbe quella di fornire materia prima per la propaganda delle diverse parti.

Il secondo sarebbe un classico dispiegamento in stile ONU o Unione Africana, su scala molto più ampia e con un mandato molto più ampio, volto a garantire la sicurezza in un’area definita. Al giorno d’oggi, le forze dell’ONU tendono a ricevere incarichi di ogni tipo: smobilitazione e disarmo dei combattenti, addestramento, formazione di nuovi eserciti nazionali, riforma di genere e molti altri. Ma supponiamo, ai fini di quanto segue, che il loro mandato si limiti a garantire la sicurezza lungo una linea di demarcazione che definiremo: forse dieci o venti chilometri su entrambi i lati. L’organizzazione, il dispiegamento, il sostegno e il comando di una simile forza avrebbero problemi enormi, e tra poco ne elencherò alcuni dei peggiori.

La terza sarebbe una vera e propria forza di interposizione, progettata per tenere le “parti in guerra” lontane l’una dall’altra. (Sembra che questo sia ciò a cui il signor Zelensky, nel suo modo tipicamente confuso, alludeva ieri a Davos). Non credo che esista un solo esempio di una tale forza che sia stata dispiegata con successo da qualche parte, e l’opzione rimane puramente teorica. Tecnicamente, la forza potrebbe essere un “filo spinato”, progettato per aumentare i costi politici della violazione di un accordo ma, come vedremo tra poco, l’occupazione del territorio da parte di una forza internazionale (o comunque russa) non ha molto significato nel caso dell’Ucraina. È anche in questo contesto che, negli ultimi giorni, politici britannici e non solo hanno evocato l’idea di un dispiegamento di piccole forze nazionali in Ucraina. Ma questo implica una pericolosa confusione tra un dispiegamento in un ambiente permissivo e un dispiegamento effettivamente diretto contro la Russia in qualche modo.

Nessuna di queste tre opzioni può essere discussa senza un’idea delle dimensioni del terreno, e quindi del compito, di cui stiamo parlando. Nessuno sa cosa i russi considererebbero una linea di demarcazione accettabile, ma per amor di discussione supponiamo che vada da Odessa a Kharkov, passando per Dnipro, e che segua all’incirca la linea dei principali assi di trasporto, poiché ciò faciliterebbe le comunicazioni. Si tratta di circa 700 chilometri, ovvero circa il doppio della distanza tra Washington e New York. Se le forze fossero separate da appena 5 km su entrambi i lati della linea di demarcazione, il che non sarebbe molto, si otterrebbe un’area di 7.000 kmq, ovvero una dimensione simile a quella dell’agglomerato urbano di Tokyo/Yokohama, ma molto più ristretta. Ovviamente, l’area da monitorare o pattugliare aumenta rapidamente all’aumentare dell’ampiezza della separazione. Esaminiamo quindi le tre possibilità.

La missione OSCE in Ucraina dal 2014 al 22 consisteva in circa 1.500 osservatori civili disarmati, che coprivano un’area molto più piccola, dove le due parti si confrontavano direttamente e dove era facile stabilire relazioni con i combattenti. Qualcosa di simile potrebbe essere possibile in questo caso, a livello puramente simbolico, ma è discutibile anche se i russi accetterebbero l’OSCE come struttura generale. In ogni caso, i russi porrebbero senza dubbio il veto ai monitor di qualsiasi Stato della NATO o dell’UE (la maggioranza dell’OSCE), per cui ci troveremmo di fronte a Paesi come Andorra, Liechtenstein e la Santa Sede. L’Ucraina, da parte sua, porrebbe il veto su Stati come la Bielorussia. È interessante chiedersi se sia possibile trovare 2-3000 osservatori accettabili ed esperti (spesso militari in pensione). In ogni caso, si può presumere che tutti gli attori principali sfrutterebbero senza pietà una missione del genere per fini politici.

Che dire allora della seconda opzione: un dispiegamento in stile ONU? Dico stile ONU, perché un vero e proprio dispiegamento sotto l’egida delle Nazioni Unite richiederebbe, come minimo, un accordo dettagliato tra la Russia e i P3 occidentali in seno al Consiglio di Sicurezza. Ma prendiamo a modello alcune operazioni dell’ONU. In termini di demarcazione, l’esempio più ovvio è quello della forza UNIFIL nel Libano meridionale. La sua area di responsabilità è di poco più di 1.000 kmq, tra il fiume Litani e la Linea Blu al confine con Israele. Attualmente conta poco più di 10.000 truppe provenienti da 50 Paesi. È chiaro che non c’è un rapporto matematico rigido da applicare, ma è ovvio che anche il pattugliamento e l’osservazione di una linea lunga 700 km richiederebbe una forza massicciamente più grande e ben organizzata, divisa in settori con quartieri generali sussidiari. In realtà, la maggior parte delle missioni ONU è comunque più grande di questa. L’UNPROFOR in Bosnia, con alcune truppe aggiuntive in Croazia, era forte di circa 25-30.000 uomini in tempi diversi, e anche l’UNAMSIL in Sierra Leone aveva una forza massima di 17.000 uomini. (La Bosnia ha una superficie di circa 50.000 kmq, la Sierra Leone di circa 70.000, ma in nessuno dei due casi le truppe erano dispiegate su tutto il territorio).

Ma questi sono solo numeri. Da dove verrebbero effettivamente le truppe, anche per un dispiegamento di 10.000 uomini? Ci sono tre tipi di limitazioni. La prima è di natura politica: i russi non accetterebbero truppe dall’Occidente globale e non sarebbero disposti ad accettare l’idea che la Forza venga dispiegata oltre il confine, in territorio ucraino. Senza dubbio annuncerebbero di non poter “garantire la sicurezza” di alcuna truppa in tale Forza, e organizzerebbero alcuni “incidenti” dopo i quali le nazioni inizierebbero a ritirare il loro personale. In effetti, con gli ucraini che come al solito pretendono cose impossibili, c’è una buona probabilità che la Forza non si dispieghi mai.

Il secondo è basato sulle capacità. L’Occidente globale ha la maggior parte delle forze armate del mondo in grado di schierarsi all’estero e di partecipare a operazioni di coalizione. Salvo una qualche strana forza congiunta russo-ucraina, i russi sono esclusi, i cinesi (con pochissima esperienza di dispiegamenti all’estero) non sarebbero entusiasti e gli indiani, pur avendo una certa esperienza di operazioni di mantenimento della pace, non sarebbero in grado di svolgere un ruolo importante. Un dispiegamento su larga scala al di fuori del Paese per periodi prolungati è qualcosa che pochi Stati possono effettivamente fare, e mettere in campo il tipo di forze robuste e meccanizzate per tutte le stagioni che sarebbero necessarie è sempre più raro al giorno d’oggi. (La storia del contingente egiziano dell’UNPRFOR che si è presentato a Sarajevo nel cuore dell’inverno con le sole armi personali e le uniformi estive è diventata proverbiale). E naturalmente questo presuppone che l’opinione pubblica del Sud globale sia effettivamente favorevole a tali dispiegamenti, soprattutto quando le perdite iniziano a salire.

Il terzo è di tipo finanziario e logistico. I dispiegamenti dell’ONU sono attraenti per molti Paesi perché l’ONU paga tutti i costi (compreso il personale) e Paesi come il Ghana e il Pakistan traggono un profitto considerevole dai loro dispiegamenti. I membri della NATO pagano i propri costi. Ma in assenza di un bilancio delle Nazioni Unite, il dispiegamento in Ucraina sarebbe al di là delle capacità finanziarie (e logistiche) della maggior parte delle nazioni del mondo. L’UNPROFOR è stata dispiegata in Bosnia in parte attraverso il porto di Spalato in Croazia, e il Libano ha un grande porto a Beirut. Guardate una mappa e ditemi come i sudcoreani, per esempio, uno degli Stati più prosperi e tecnicamente competenti al di fuori dell’Occidente globale, potrebbero portare le loro attrezzature pesanti a Dnipro, e immaginate quanto costerebbe.

Ma supponiamo che possiate in qualche modo risolvere questi problemi. Beh, ce ne sono altri. Il più serio è la rotazione delle truppe. Non si possono tenere unità militari sul campo per più di sei mesi prima che la loro efficacia cominci a diminuire drasticamente. La regola francese è di quattro mesi, i britannici a un certo punto hanno fatto ruotare alcune delle loro truppe in Irlanda del Nord ogni tre mesi. Quindi, non appena le truppe saranno arrivate, sarà il momento di pensare di riportarle indietro e sostituirle. Una regola approssimativa è che schierare un’unità all’estero per sei mesi la mette fuori gioco per circa un anno, se si considerano l’addestramento, lo schieramento, le operazioni, il recupero e il congedo. Dopodiché, l’unità potrebbe aver bisogno di una riqualificazione prima di riprendere il suo ruolo precedente. (Al culmine dell’emergenza nordirlandese, i britannici avevano circa 30.000 truppe impegnate in questo ciclo). Poiché non è possibile inviare sempre le stesse unità in operazioni, per ogni unità inviata in un tour di sei mesi, è necessario averne almeno tre di riserva.

E infine, che dire del comando? Non si possono mandare le unità in missione e dire loro di fare tutto ciò che sembra sensato. Un’operazione di questo tipo richiede un comando a livello strategico, operativo e tattico. Per essere esercitato correttamente, tale comando richiede una dottrina preesistente e, a sua volta, una direzione politica per essere efficace. Qualsiasi forza di questo tipo avrebbe bisogno di un’adeguata struttura di comando: tipicamente un quartier generale tattico sul campo, per gestire le questioni operative e gestionali quotidiane, un quartier generale di livello operativo al di fuori del Paese per occuparsi del livello politico-militare e permettere alle persone sul campo di fare il loro lavoro, e un quartier generale strategico da cui provengono le direttive politiche e militari di alto livello. Nelle operazioni della NATO in Bosnia dopo il 1995 e in Afghanistan, esisteva già una struttura di comando, anche se non era particolarmente efficace. Durante l’UNPROFOR, la Forza aveva un comando a livello di teatro, mentre i livelli operativi e strategici erano in teoria forniti da New York. Il Dipartimento per le Operazioni di Pace (ora solo Operazioni di Pace) non poteva realmente “comandare” nulla, e il Consiglio di Sicurezza, con i suoi membri mutevoli e le continue lotte politiche, non poteva mai definire una strategia. Inoltre, i contingenti nazionali avevano tutti una propria dottrina nazionale e alcuni erano già stati coinvolti in operazioni simili, mentre altri no.

Strutturalmente, ci sarebbe bisogno di un Comandante di Forza, probabilmente di diversi Comandanti di Settore, data l’entità del compito, e dell’organizzazione di una Forza equilibrata, che non si verifica semplicemente, ma richiede molto lavoro preliminare. La Forza dispiegata deve essere adatta alla missione e occorre un processo complesso, noto come Force Generation, per garantire che sia strutturata in modo adeguato e in grado di lavorare insieme. Inoltre, una nazione quadro spesso si assume la responsabilità di circa due terzi del personale del quartier generale, per garantire che tutti possano comunicare tra loro. Dato che la forza è multinazionale e l’operazione sarà molto delicata, non è chiaro quante, se non nessuna, delle nazioni al di fuori dell’Occidente globale abbiano l’esperienza e soprattutto l’entusiasmo per assumersi un tale compito.

Soprattutto, la Forza ha bisogno di una missione chiara, articolata a livello strategico. L’UNPROFOR, probabilmente l’analogo più vicino alla forza potenziale di cui stiamo parlando, è un buon esempio di come non farlo. In effetti, si è deciso di inviare una forza ONU per ragioni politiche, prima di pensare a ciò che la forza avrebbe dovuto fare. La pressione dei media e delle ONG per “fermare la violenza” avrebbe richiesto una missione con una forza ben armata e aggressiva di forse 100.000 soldati con equipaggiamento pesante, e un numero simile per sostituirli, secondo le analisi fatte all’epoca. Una forza del genere non esisteva neanche lontanamente. Inoltre, diverse nazioni hanno sottolineato che era ridicolo inviare comunque una forza di pace, quando non esisteva alcuna pace. In effetti, si dimostrò effettivamente impossibile definire una missione militare che avesse senso. Alla fine, di fronte alla necessità impellente di “fare qualcosa”, si decise di definire la missione come protezione dei convogli di aiuti umanitari. Tuttavia, il Consiglio di Sicurezza (dove solo i britannici e i francesi contribuivano regolarmente con le truppe) si intromise senza sosta nel mandato, caricando la Forza di ulteriori responsabilità e lasciando ai comandanti istruzioni spesso confuse e paradossali.

Almeno in quel caso esisteva un’organizzazione con meccanismi di discussione e coordinamento. Ma il tipo di forza ad hoc di cui stiamo discutendo, se mai potesse essere costituita, non avrebbe nulla di tutto ciò. E non è chiaro come si potrebbe concordare uno scopo strategico, come si potrebbero definire le missioni, come la forza verrebbe comandata o quale dottrina utilizzerebbe. Un problema particolare che preoccupa molto gli specialisti è quello noto come regole di ingaggio, o RoE.

In una zona di conflitto armato una forza militare è regolata dalle leggi di guerra. Se il conflitto armato non esiste più, ogni contingente è soggetto alle leggi del proprio Paese sull’uso della forza. Spesso queste sono diverse e nelle forze multinazionali si sono verificate situazioni in cui un comandante superiore ha impartito ordini che sarebbero stati illegali per un giovane ufficiale di un altro Paese.

Ma questo non è il peggio. I RoE si aggiungono a queste disposizioni legali, non le sostituiscono. La maggior parte dei Paesi che inviano truppe in operazioni multinazionali lo fanno per ragioni politiche più ampie, per acquisire esperienza, per impressionare altre nazioni, come parte della competizione regionale e per molti altri scopi. Pochi di questi scopi comportano il rischio della vita delle proprie truppe. Così, mentre nazioni come la Francia e il Regno Unito si aspettavano che le loro truppe si difendessero quando attaccate, molti degli altri contingenti nazionali dell’UNPROFOR avevano un RoE che imponeva alle truppe di ritirarsi se fossero finite sotto il fuoco, per evitare perdite. (Si dà il caso che alcune nazioni non occidentali, come i bangladesi, gli etiopi e i nepalesi, siano state tra le truppe più dure e determinate in diverse operazioni multinazionali). Pertanto, qualsiasi forza ad hoc concepibile sarebbe composta da contingenti inviati da Paesi diversi per motivi diversi, con aspettative diverse sulla missione e RoE diversi. Non è una ricetta per il successo.

Forse questo è un argomento che si sta ripetendo. Ma la verità è che anche in un ambiente politico e militare permissivo, qualsiasi forza multinazionale che non sia sotto l’egida dell’ONU o della NATO semplicemente non funzionerebbe, anche se potesse essere assemblata per miracolo. (Ne consegue che un qualche tipo di forza di “interposizione”, destinata a fermare effettivamente le violazioni di qualsiasi accordo venga raggiunto, è una fantasia senza speranza, e non ha molto senso discuterne. Il massimo che potrebbe essere praticamente possibile sarebbe una sorta di forza di monitoraggio, che riferisca a un comitato congiunto di qualche tipo. Ma anche questo sarebbe estremamente difficile e probabilmente inefficace. E anche se ho citato la NATO con toni di minore disapprovazione, dobbiamo essere chiari sul fatto che la NATO non potrebbe, in pratica, generare, dispiegare e comandare una tale forza: non ha le truppe necessarie, il sostegno politico o una visione strategica comune.

Ci tengo a precisare, come coda, che se, come ho mostrato a lungo, l’idea di un intervento militare diretto contro la Russia è altrettanto fantastica, allora sarebbe ancora tecnicamente possibile inserire dei contingenti europei in Ucraina, con l’idea di “dissuadere” i russi dall’occupare certe aree o certe città. Se ne parla da mesi e non è successo nulla (come avevo previsto), ma rimane una possibilità teorica. Tuttavia, una forza abbastanza piccola sarebbe probabilmente lasciata in pace dai russi, che semplicemente taglierebbero le sue vie di rifornimento e le permetterebbero di diventare inefficaci.

Quindi, come ho suggerito in precedenza (e più recentemente la scorsa settimana), gli accordi scritti monitorati da un’ipotetica presenza internazionale non funzioneranno. Ciò che “funzionerà”, nel senso di portare a risultati effettivi e duraturi, è una vittoria russa che crei fatti sul terreno contro i quali non si può fare appello, e uno stato di conformità da parte dell’Ucraina e dell’Occidente che sia nel loro stesso interesse. Tuttavia, questo controllo deve essere esercitato in qualche modo. Che dire della possibilità di “aree smilitarizzate”, di “cordoni sanitari” o addirittura di aree dell’Ucraina sotto occupazione russa? Abbiamo lasciato i russi a riflettere su questo punto qualche paragrafo fa. Possiamo indicare alcune possibilità?

Come sarà chiaro, credo che il problema sia essenzialmente politico piuttosto che militare, ed è un classico errore tentare di usare mezzi militari per risolvere problemi politici. È difficile immaginare che i russi vogliano effettivamente occupare l’intera Ucraina, acquisendo così un nuovo e delicato confine con la NATO, e non ha senso occuparne solo una parte, a meno che non abbiano intenzione di incorporare quella parte nella Russia stessa. È anche importante definire cosa intendiamo per “occupazione” e perché la si farebbe.

Storicamente, parte o tutto un Paese poteva essere occupato alla fine di una guerra come simbolo visibile della vittoria e per impedire fisicamente che quel Paese continuasse la guerra. L’occupazione durava fino alla fine dei negoziati di pace, dopodiché le truppe normalmente se ne andavano. In alcuni casi (come nella Renania dopo il 1918) le truppe rimanevano per smilitarizzare la regione. Le occupazioni tedesche della Seconda guerra mondiale erano diverse: erano per lo più strategiche, destinate a fornire accesso a cibo e materie prime e a ostacolare gli sbarchi degli Alleati.

Come ogni operazione militare, quindi, l’occupazione deve avere uno scopo. Poiché gli scopi sono diversi, anche i tipi di occupazione sono diversi. La più semplice è un’occupazione consensuale, in cui non ci si aspetta una seria resistenza. Nel dicembre 1995, la Forza di Attuazione (IFOR) guidata dalla NATO si è dispiegata in Bosnia con una forza di circa 60.000 uomini, scesi a circa la metà quando il nome è stato cambiato in Forza di Stabilizzazione un anno dopo. La Bosnia è un Paese minuscolo, grande meno di un decimo dell’Ucraina, in gran parte collinare e montuoso: le città si trovano nelle valli.

Si confronti con l’occupazione tedesca della Francia tra il 1940 e il 1944, un Paese grande più o meno come l’Ucraina. In questo caso, i tedeschi erano un esercito di conquista, ma non occupavano l’intero Paese e parte dei circa 100.000 effettivi stanziati erano della Marina e dell’Aeronautica. La cosiddetta Zona Libera, con sede a Vichy, era nelle mani dello Stato francese di Pétain, che non vedeva di buon occhio l’occupazione tedesca, ma riteneva che i migliori interessi della Francia fossero quelli di assecondare una situazione che non poteva essere modificata militarmente e di collaborare con una potenza che combatteva il comunismo internazionale. Le attività della Resistenza, associate nella loro mente ai comunisti, costituivano quindi una grave irritazione e un pericolo per la sicurezza nazionale. Ciò significa che Vichy prese il comando della lotta contro la Resistenza, che da parte sua, consapevole della sua debolezza, raramente tentò di combattere direttamente gli occupanti. Al contrario, oltre 300.000 forze tedesche erano stanziate in Norvegia, dove il governo collaborazionista dei Quisling era debole ma le forze di resistenza erano attive.

Poi ci sono le forze di occupazione impegnate in un conflitto vero e proprio. Al culmine della guerra in Algeria, i francesi avevano mezzo milione di soldati nel Paese. In Irlanda del Nord, al culmine dell’emergenza, i britannici avevano fino a 20.000 soldati, oltre all’intera polizia locale e a forze militari radicate localmente. Inoltre, in Algeria, centinaia di migliaia di locali combatterono, non tanto a fianco dei francesi quanto contro l’FLN. In Irlanda del Nord la maggioranza della popolazione sosteneva i legami con la Gran Bretagna (alcuni in modo violento) e tra i cattolici solo una piccola minoranza sosteneva attivamente l’IRA, che a sua volta contava solo centinaia di combattenti in ogni momento.

Gli esempi potrebbero essere moltiplicati, ovviamente, ma alcune cose sono relativamente chiare. Il primo è il primato della situazione politica. Se un’occupazione viene accettata, anche se a malincuore, non solo i numeri sono diversi, ma anche la configurazione della forza è diversa. Una forza russa in Ucraina potrebbe essere lì semplicemente per intimidire e per ricordare alla gente dove si trova il potere. Ma potrebbe anche essere lì, teoricamente, per sorvegliare la frontiera ucraina con i Paesi della NATO (lunga circa 3.000 km). Potrebbe avere il sostegno delle forze locali, o tali forze potrebbero essere state sciolte. Tutto dipende dalla situazione politica alla fine dei combattimenti, e quindi parlare di “occupazione” dell’Ucraina in astratto non significa molto.

Il secondo è che, praticamente per qualsiasi livello di conflitto effettivo, il fabbisogno di forze di occupazione è massicciamente sproporzionato rispetto al numero di forze che vi resistono. Questo è logico, poiché le forze che resistono all’occupazione avranno sempre l’iniziativa e possono facilmente fondersi con la popolazione locale. Raramente sono ostacolate dalla necessità di indossare un’uniforme o di obbedire alle leggi di guerra. Ma anche in questo caso, il numero di insorti è necessariamente finito, e spezzare le reti o eliminarle fisicamente (come fecero i francesi in Algeria) può distruggere la resistenza se la potenza occupante è disposta a essere abbastanza spietata.

Il terzo è che il sostegno esterno e la logistica sono spesso fondamentali. L’ala armata dell’FLN, l’ALN, ha beneficiato sia del sostegno pratico e dell’addestramento da parte di altri Paesi arabi, sia di rifugi sicuri in Tunisia e Marocco, dove di fatto la maggior parte dell’ALN era basata. Al contrario, l’ala militare dell’ANC, umKhonto weSizwe (MK), non ha mai avuto una base posteriore sicura di alcun tipo ed è sempre stata disperatamente a corto di armi serie. La costruzione di linee fortificate come quelle utilizzate dai francesi in Algeria o l’interdizione del rifornimento di armi via mare, come praticato dai governi britannico e irlandese durante l’emergenza, non sono davvero rilevanti per l’Ucraina. D’altra parte, per l’Occidente c’è una grande differenza tra il sostegno verbale all’Ucraina e l’invio di armi durante la guerra in corso, e l’inimicarsi attivamente una Russia vittoriosa sostenendo la guerriglia o le forze terroristiche oltre il confine in una lotta senza speranza, quindi in pratica le frontiere potrebbero non essere così importanti.

Il quarto è che le occupazioni di successo devono trovare e sfruttare il sostegno locale. In Afghanistan, gli occupanti sovietici sono riusciti a creare una classe media proto-urbana e una frazione significativa della popolazione ha preferito il governo sostenuto dai sovietici ai ribelli islamisti. Nella Francia occupata, tradizionalisti e anticomunisti, ma anche molti semplici “patrioti”, erano disposti a servire lo Stato di Vichy, e quindi indirettamente i tedeschi, piuttosto che impegnarsi nella lotta senza speranza della Resistenza. Le nazioni non sono praticamente mai unite contro gli occupanti, e alcuni attori locali possono sempre vedere un interesse a lavorare con loro. In Ucraina, un obiettivo russo plausibile sarebbe quello di rendere qualsiasi resistenza residua un problema ucraino il più possibile, mettendolo nelle mani di un governo che si renda conto che i suoi migliori interessi sarebbero serviti a non inimicarsi Mosca.

L’ultima forse è che le forze di occupazione devono essere pronte a tollerare un certo livello di violenza residua, purché non minacci l’obiettivo politico generale. Gli scontenti ci saranno sempre e in un Paese come l’Ucraina avranno sempre accesso alle armi, ma i tentativi di mano pesante da parte di un occupante di schiacciare le ultime vestigia di resistenza spesso si ritorcono contro di loro.

Ma queste considerazioni vengono rapidamente superate dai progressi della tecnologia che rendono l'”occupazione” fisica sempre più dubbia come idea. Già in Afghanistan, le forze che resistevano all’occupazione dovevano avvicinarsi fisicamente ai loro obiettivi ed essere fortunate nel piazzare le bombe o nell’usare attentatori suicidi. Siamo solo all’inizio dei cambiamenti nella guerra che i droni e le tecnologie associate porteranno, ma è già chiaro che il controllo fisico totale di un’area non è più fattibile. Poco importa, quindi, il numero di soldati che i russi potrebbero schierare in un’Ucraina conquistata. Allo stesso modo, l’accresciuta disponibilità di armi a lungo raggio ed estremamente precise fa sì che i “cordoni sanitari” e simili siano sempre più inutili, o almeno dovrebbero essere così grandi da includere la maggior parte dell’Europa.

Per queste ragioni, e per le molte ragioni di praticità discusse in precedenza, possiamo praticamente escludere l’opzione degli osservatori (che guardano gli attacchi dei droni da lontano) o di una forza di monitoraggio (che guarda i missili sorvolare le nostre teste) se non in un ruolo attenuato e puramente simbolico. Allo stesso modo, non è ovvio che i russi vogliano, anche se in qualche modo potessero, occupare fisicamente vaste aree dell’Ucraina. Ancora una volta ci troviamo di fronte a una soluzione politica imposta con la forza militare. L’Ucraina e l’Occidente devono essere martellati fino a quando non accetteranno il controllo russo de facto sull’Ucraina e un governo a Kiev che decida che è prudente, e nell’interesse nazionale, coltivare Mosca e garantire che non ci siano atti ostili dal territorio che controlla. Come al solito, le pratiche seguiranno dopo.

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L’aiutante maggiore di Putin, Patrushev, ha fatto alcune previsioni su Trump, la Cina e l’Europa orientale, di Andrew Korybko

Tuttavia, Trump è noto per la sua capricciosità, quindi è possibile che non volesse alludere a nulla nelle sue ultime dichiarazioni sulla Russia oppure che cambi inaspettatamente idea sui compromessi che ritiene accettabili per entrambe le parti durante la sua prossima chiamata con Putin.

Trump ha detto qualche parola sulla Russia subito dopo la sua reinaugurazione mentre firmava gli ordini esecutivi nello Studio Ovale. Sono importanti da interpretare perché potrebbero alludere al suo piano di pace, che deve ancora rivelare ufficialmente, ma sono circolate voci secondo cui “intensificherà per de-intensificare” attraverso più sanzioni contro la Russia e aiuti armati all’Ucraina se Putin rifiuta qualsiasi accordo lui offra. Allo stesso modo, presumibilmente taglierà fuori l’Ucraina se Zelensky rifiuta lo stesso accordo. Ecco cosa ha detto lunedì pomeriggio:

“Zelenskyy mi ha detto che vuole fare un accordo, non so se Putin lo voglia… Potrebbe non farlo. Penso che dovrebbe fare un accordo. Penso che stia distruggendo la Russia non facendo un accordo. Penso che la Russia sia un po’ nei guai. Dai un’occhiata alla loro economia, dai un’occhiata alla loro inflazione in Russia. Mi sono trovato molto bene con [Putin], spero che voglia fare un accordo.

Sta lavorando duramente. La maggior parte delle persone pensava che sarebbe durato circa una settimana e ora sei a tre anni. Non lo sta facendo fare bella figura. Abbiamo dati che indicano che sono stati uccisi quasi un milione di soldati russi. Circa 700.000 soldati ucraini sono stati uccisi. La Russia è più grande, ha più soldati da perdere, ma non è questo il modo di governare un paese”.

Partendo dall’inizio, la sua affermazione che Zelensky “vuole fare un accordo” unita alla sua incertezza sulla volontà di Putin potrebbe essere intesa a rappresentare quest’ultimo come un ostacolo alla pace, preparando così il terreno per le misure punitive menzionate in precedenza. Quanto alla sua opinione che Putin stia “distruggendo la Russia”, è un’iperbole, ma inquadra la sua controparte come la più debole delle due, soprattutto se confrontata con la dichiarazione di Trump di quel giorno sull’inizio di un’età dell’oro americana.

Ha poi elaborato sottolineando il tasso di inflazione della Russia, che è implicito essere il risultato delle sanzioni senza precedenti dell’Occidente e accennando di conseguenza alla possibilità di un po’ di sollievo in cambio dell’accettazione di Putin di un compromesso invece di continuare a perseguire i suoi obiettivi massimi . Partendo da ciò, citare la stima grossolanamente gonfiata dell’Ucraina delle perdite russe potrebbe smentire l’ignoranza dei fatti se crede veramente ai loro numeri, ma potrebbe anche riaffermare la sua aspettativa che Putin debba scendere a compromessi.

Per spiegare, Trump sembra credere che l’effetto delle sanzioni occidentali sull’economia russa e le perdite sul campo di battaglia subite dalla Russia (entrambe esagerate nel contesto in cui le ha menzionate) giustifichino la proposta di compromessi da parte di Putin, non cedendo alle sue richieste. Per questo motivo, è probabile che i precedenti resoconti sulla sua intenzione di proporre qualcosa di meno di quanto la sua controparte abbia segnalato come accettabile siano veri, dopodiché “escalate per de-escalate” se la proposta viene respinta.

Gli osservatori possono solo fare delle ipotesi sulla sostanza della sua proposta prevista, ma potrebbe assomigliare a qualcosa di simile a quanto suggerito alla fine di questa analisi qui , in particolare per quanto riguarda le proverbiali carote che Trump potrebbe offrire a Putin riguardo alla neutralità dell’Ucraina e alla graduale riduzione delle sanzioni. Per quanto riguarda i compromessi che potrebbero essere richiesti alla Russia, questi potrebbero includere il congelamento della linea di contatto mentre si chiede di accettare solo la parziale smilitarizzazione dell’Ucraina e praticamente nessuna denazificazione.

Trump è noto per la sua capricciosità, tuttavia, quindi potrebbe essere che non intendesse accennare a nulla nelle sue ultime osservazioni sulla Russia o potrebbe cambiare inaspettatamente idea sui compromessi che considera accettabili per entrambe le parti durante la sua prossima chiamata con Putin. Nessuno può quindi dire con certezza cosa avesse in mente, per non parlare di cosa farà alla fine, ma questa analisi si basa sul presupposto che potrebbe anche aver lasciato sfuggire inconsciamente parte del suo piano.

L’aiutante maggiore di Putin, Patrushev, ha fatto alcune previsioni su Trump, la Cina e l’Europa orientale

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L’esito della continua lotta di Trump con lo “Stato profondo” si riverbererà in tutto il mondo.

L’alto collaboratore di Putin Nikolai Patrushev, che ha diretto l’FSB per quasi un decennio (1999-2008) prima di presiedere il Consiglio di Sicurezza per oltre 15 anni fino a poco tempo fa (2008-2024), ha fatto tre previsioni sugli affari internazionali nella sua ultima intervista con Komsomolskaya Pravda. La prima riguarda la continua lotta tra Trump e lo “Stato profondo”, quest’ultimo può essere descritto come le burocrazie militari, di intelligence e diplomatiche permanenti degli Stati Uniti, alcuni membri delle quali sono noti per la loro opposizione.

Patrushev si aspetta che Trump attui politiche interne ed estere praticamente opposte a quelle di Biden, che definisce pragmatiche e più allineate agli interessi del popolo americano, ma non è sicuro che alla fine ci riesca a causa delle resistenze interne. Il precedente del suo primo mandato non lascia presagire nulla di buono per il secondo, ma l’esito di quest’ultima lotta si ripercuoterà per decenni, visto che il mondo sta subendo cambiamenti sistemici di vasta portata, visti l’ultima volta a partire dal 1991.

A questo proposito, Patrushev ha valutato che una delle principali priorità di Trump in politica estera è quella di aumentare la pressione sulla Cina, anche esacerbando artificialmente le tensioni bilaterali. Ha poi ricordato che “per noi la Cina è stata e rimane un partner importantissimo, con cui abbiamo rapporti di cooperazione strategica particolarmente privilegiati. Queste relazioni non sono soggette alla situazione, rimangono indipendentemente da chi occupa lo Studio Ovale”. Questo può essere interpretato come un segnale che la Russia non pugnalerà alle spalle la Cina.

In altre parole, l’obiettivo dichiarato da Trump di “unire” queste due nazioni fallirà, il che significa che non ci sarà un peggioramento delle loro relazioni. Questo non deve però essere frainteso come un suggerimento che la Russia farà di tutto per aiutare la Cina a costo di provocare l’ira degli Stati Uniti, visto che la Cina non ha fatto altrettanto per la Russia. Dopo tutto, la BRICS Bank e la SCO, con sede in Cina, rispettano le sanzioni statunitensi contro la Russia, così come alcune delle sue banche locali, come dimostrato dalle analisi precedenti.

Anche una società cinese si è ritirata dal megaprogetto russo Arctic LNG 2 sotto la pressione delle sanzioni, mentre società private di droni vendono i loro prodotti all’Ucraina. Allo stesso tempo, la Russia continua ad armare il rivale indiano della Cina nonostante il loro nascente riavvicinamento, e un anno fa ha anche autorizzato la spedizione di missili supersonici BrahMos prodotti congiuntamente dall’India alle Filippine. Di conseguenza, mentre i legami sino-russi rimarranno forti, alcune differenze continueranno comunque a esistere.

E infine, l’ultima previsione che Patrushev ha fatto nella sua ultima intervista è stata che Moldova e Ucraina potrebbero cessare di esistere a causa delle loro politiche anti-russe, con la prima che potrebbe “diventare parte di un altro Stato” in un’allusione all’unione con la Romania come alcuni nazionalisti del posto vorrebbero che accadesse. Per quanto riguarda la seconda, la sua infausta previsione è stata preceduta dall’osservazione di come tali politiche “stiano distruggendo città un tempo prospere in Ucraina, tra cui Kharkov, Odessa, Nikolaev e Dnepropetrovsk”.

Mentre alcuni potrebbero credere che egli stia insinuando che le forze russe attraverseranno i confini rumeni e polacchi rispettivamente, è molto più probabile che egli voglia semplicemente che la Moldavia, l’Ucraina e il loro comune patrono americano tengano presente la possibile posta in gioco esistenziale se il conflitto dovesse ulteriormente aggravarsi. Naturalmente, è anche possibile che uno o entrambi crollino sotto il peso delle loro politiche anti-russe a causa di una combinazione di instabilità interna e di pressioni russe, ma probabilmente non è questo ciò che intendeva.

Questa interpretazione delle sue intenzioni deriva da ciò che ha detto sulla necessità per la Russia di negoziare solo con gli Stati Uniti, non con il Regno Unito, l’UE o chiunque altro. Ha ribadito che la Russia raggiungerà i suoi obiettivi nel conflitto e non cederà alcun territorio, ma l’impressione generale è che la Russia sia interessata a scendere a compromessi con Trump il pragmatico, anche se il potenziale fallimento di accordarsi su un accordo decente (forse a causa di sotterfugi dello “Stato profondo”) potrebbe condannare la Moldavia e l’Ucraina (almeno con il tempo).

Riflettendo sulle previsioni di Patrushev, tutte e tre si basano su una solida comprensione delle dinamiche ad esse associate, come è lecito aspettarsi da una persona come lui. Ciò che le accomuna tutte è se Trump riuscirà o meno a superare l’opposizione dello “Stato profondo” alle sue politiche, rendendo così questo aspetto domestico della sua piattaforma di importanza globale. Se ci riuscirà, è probabile che gli Stati Uniti faranno un accordo in Ucraina per “Pivot (back) to Asia” in tempi brevi, mentre è probabile che rimangano in Ucraina e forse anche che si inaspriscano se non ci riuscirà.

Sono stati indotti a temere che gli Stati Uniti avrebbero dovuto combattere direttamente la Russia se l’Ucraina fosse stata sconfitta, cosa che alcuni di loro pensavano, o erano stati incoraggiati dall’amministrazione Biden, avrebbe portato all’uccisione di “corpi neri e marroni”.

L’ex rappresentante democratica Cori Bush ha detto al giornalista Michael Tracey che lei e alcuni altri democratici hanno votato per più aiuti armati all’Ucraina perché l’amministrazione Biden li ha presentati come un modo per impedire che i soldati americani potessero essere schierati per combattere la Russia se l’Ucraina fosse stata sconfitta. Ha poi aggiunto che i militari del suo distretto sono “per lo più neri e marroni e persone emarginate”, motivo per cui ha ritenuto che questo fosse un modo per salvare “corpi neri e marroni” dall’essere uccisi.

La sua intuizione aggiunge una svolta a ciò che alcuni osservatori pensavano delle ragioni dei Democratici per sostenere queste leggi, poiché fino ad allora si dava per scontato che fossero guidate da motivazioni ideologiche o avessero legami corrotti con le aziende di armi. Si scopre che alcuni membri come Bush credevano davvero di servire le loro comunità facendo tutto il possibile per tenerle lontane dai pericoli, dopo aver temuto di essere schierati per combattere la Russia se queste leggi di aiuti non fossero state approvate.

Ciò ha assunto una dimensione razziale nel caso di Bush, dati i dati demografici del suo collegio elettorale, tuttavia, il distretto che rappresentava è composto per il 42% da bianchi e il 68% dei membri in servizio attivo si identifica con quella razza. Pertanto ha ignorato la probabilità che rappresentasse anche alcuni militari bianchi e si preoccupasse solo di salvare i “corpi neri e marroni” nel suo distretto. Ciò non sorprende, visto che faceva parte di “The Squad”, i cui membri sono noti per promuovere interessi percepiti di minoranze razziali.

Il terrorismo psicologico dell’amministrazione Biden su una guerra calda tra Russia e Stati Uniti per l’Ucraina si è quindi unito all’impressione di Bush che i militari del suo distretto fossero “per lo più neri e marroni e gente emarginata” per convincerla a votare per più aiuti armati all’Ucraina al fine di salvare “corpi neri e marroni”. Considerata la popolarità della politica dell’identità razziale tra i democratici, potrebbe quindi essere stato anche il caso che altri rappresentanti di quel partito fossero motivati da interessi simili.

L’amministrazione Biden e i suoi surrogati hanno promosso narrazioni ispirate a “Squad” negli ultimi quattro anni, quindi è molto probabile che alcuni di loro abbiano lasciato intendere o affermato a loro discrezione che “corpi neri e marroni” potrebbero essere a rischio in futuro se queste leggi non fossero state approvate, l’Ucraina fosse stata sconfitta e gli Stati Uniti avrebbero dovuto intervenire direttamente ai sensi dell’articolo 5 per proteggere i membri della NATO se la Russia ne avesse in seguito invaso uno. Le preoccupazioni di Bush potrebbero quindi essere state molto più progettate e diffuse che personali e locali.

La conclusione è che l’amministrazione Biden sembra aver manipolato abilmente la priorità data dai democratici agli interessi percepiti delle minoranze razziali in modo da garantire il sostegno ai suoi piani di guerra per procura contro la Russia, spaventandoli nel pensare che “corpi neri e marroni” sarebbero morti se l’Ucraina fosse stata sconfitta. Ciò non scusa Bush e gli altri dal votare per queste leggi, che hanno portato all’uccisione di innumerevoli “corpi ucraini”, ma lo spiega comunque in termini di percezioni di alcuni membri del partito.

Biden ha permesso alle Filippine di acquistarli l’anno scorso, quindi esiste un precedente per cui Trump potrebbe fare lo stesso con l’Indonesia ed eventualmente anche con altri Stati dell’Asia-Pacifico, il che potrebbe aumentare le possibilità di raggiungere un grande accordo con la Russia se abbinato a incentivi legati all’energia e all’Ucraina.

L’elezione del nuovo Presidente indonesiano Prabowo Subianto lo scorso febbraio, che in precedenza ha ricoperto la carica di Ministro della Difesa dal 2019 fino al suo insediamento lo scorso ottobre, ha coinciso con l’espansione globale dei legami del suo Paese con la Russia. Il Valdai Club, che è la principale piattaforma di networking d’élite della Russia e anche un prestigioso think tank, ha prodotto molto materiale analitico su questo tema e ha persino tenuto il suo primo seminario sulle relazioni bilaterali in nove anni a Giacarta a settembre. Ecco alcuni dei loro lavori:

* 16 settembre: “Geopolitica marittima dell’Oceano Pacifico e Indiano: Una visione da Mosca

* 17 settembre: “Russia e Indonesia: Una partnership collaudata nel tempo

* 23 settembre: “Indonesia-Russia 2025-2037: Cooperazione marittima, diplomazia e rafforzamento militare

* 24 settembre: “Indonesia – Russia: Dal passato al futuro, storia e prospettive

* 30 settembre: “Aperto sul passato, ottimista sul futuro: Il seminario russo-indonesiano del Valdai Club a Giacarta

* 18 ottobre: “Prospettive per la politica estera indonesiana nella fase attuale

* 12 novembre: “Una prospettiva storica delle relazioni bilaterali tra Indonesia e Russia

* 30 novembre: “Andrey Bystritskiy interviene alla conferenza sulla politica estera indonesiana

* 24 dicembre: “Indonesia con i BRICS, un ponte verso il futuro: Sfide e opportunità

* 26 dicembre: “Rafforzamento delle relazioni bilaterali di difesa Indonesia-Russia

Ognuno di questi articoli vale la pena di essere letto o almeno sfogliato, ma per coloro che non ne hanno il tempo, la tendenza prevalente è che la Russia e l’Indonesia sono giunte alla conclusione di poter integrare l’una con l’altra la grande strategia di multi-allineamento tra le Grandi Potenze nella Nuova Guerra Fredda. Questo approccio è ispirato dall’India, ma assume forme specifiche per quanto riguarda la Russia e l’Indonesia, ognuna delle quali vuole evitare preventivamente una dipendenza potenzialmente sproporzionata da un unico partner.

Per quanto riguarda la Russia, essa teme di entrare in tali relazioni con la Cina, ergo perché si affida all’India e alla “Ummah” (la comunità musulmana internazionale) come contrappesi. L’Indonesia condivide le stesse preoccupazioni nei confronti della Repubblica Popolare, ma teme di cadere troppo sotto l’influenza americana. Ognuno di loro ha quindi visto l’altro come un contrappeso complementare nei rispettivi equilibri, il che spiega perché negli ultimi mesi siano così entusiasti di espandere le relazioni.

Lo status dell’Indonesia come Paese musulmano più popoloso al mondo e la sua posizione geostrategica nel Sud-Est asiatico hanno portato la Russia a considerarla un partner promettente per rafforzare l’attuale pilastro “Ummah” della sua azione di bilanciamento e per fungere da fulcro di quella prevista per l’Asia-Pacifico. Allo stesso tempo, l’Indonesia ritiene che la costruzione di relazioni strategiche con la Russia possa alleviare alcune delle pressioni sino-statunitensi su di essa, in seguito all’intensificarsi della rivalità tra i due Paesi, soprattutto in ambito tecnico-militare.

Per approfondire gli imperativi di ciascuno, la Russia ha bisogno di accedere a nuovi mercati per le sue esportazioni tecnico-militari e commerciali, al fine di resistere meglio alle sanzioni dell’Occidente, e l’Indonesia può facilmente soddisfare questa esigenza. Per quanto riguarda l’Indonesia, una più stretta cooperazione tecnico-militare con la Cina non è realistica, dato il recente inasprimento della loro disputa marittima, ma l’acquisto di armi statunitensi potrebbe peggiorare il suddetto dilemma di sicurezza emergente, da cui l’interesse a procurarsele dal partner russo della Cina.

Il Ministero della Difesa indonesiano ha ribadito a fine novembre che la Russia è uno dei suoi partner strategici per la difesa, in mezzo a segnalazioni sulla ricerca di ulteriori armi da parte di questo Paese, mentre Prabowo in precedenza ha concluso un accordo da 10 miliardi di dollari con la Cina e si è congratulato con Trump pochi giorni prima. Questa sequenza di eventi mostra con quanta attenzione il nuovo leader indonesiano stia cercando di allinearsi tra queste tre grandi potenze, con un’importante enfasi sulla dimensione russa di questo atto di bilanciamento.

Il segnale è che gli Stati Uniti restano uno dei principali alleati dell’Indonesia, ma questo non impedirà di coltivare legami economici reciprocamente vantaggiosi con la Cina, mentre le relazioni con la Repubblica Popolare potrebbero essere controbilanciate nella sfera tecnico-militare da un maggior numero di armi provenienti dalla Russia. La prima è volta a rassicurare l’America che non nutre alcuna cattiva volontà nei suoi confronti, la seconda ha lo stesso scopo nei confronti della Cina, mentre la terza mostra la priorità che egli attribuisce ai legami tecnico-militari con la Russia.

creerebbe lo slancio – sia in termini di sostanza che di immagine – per incorporare l’Indonesia in AUKUS+, che è la NATO asiatica prevista dagli Stati Uniti in via non ufficiale.

La conseguenza di ciò sarebbe disastrosa per la regione, poiché aumenterebbe il rischio di una guerra per procura istigata dagli Stati Uniti con la Cina che scoppierebbe per un errore di calcolo, per non parlare della facilità con cui gli Stati Uniti potrebbero dividere e governare questa parte del mondo anche in assenza di questo scenario peggiore. È quindi nell’interesse nazionale oggettivo dell’Indonesia evitare che ciò accada, e a tal fine dovrebbe portare a termine l’interesse segnalato per un accordo sulle armi russe, e l’India può dare una mano in questo senso.

L’anno scorso gli Stati Uniti hanno permesso all’India di esportare missili supersonici BrahMos, prodotti congiuntamente dalla Russia, all’alleato filippino, con il tacito scopo di rafforzare la capacità del destinatario di dissuadere la Cina da qualsiasi mossa militare unilaterale nell’ambito della disputa marittima tra i due Paesi. La logica strategica dietro questo accordo è stata analizzata qui all’epoca, compresa la comprensione del motivo per cui la Russia avrebbe accettato di armare indirettamente un alleato americano di difesa reciproca contro la Cina, il che contraddice la comprensione dei suoi interessi da parte del pubblico.

Esiste quindi il precedente per l’approvazione da parte degli Stati Uniti di un accordo sul BrahMos tra India e Indonesia, di cui si discute da alcuni anni e che è stato ripreso dai media la scorsa settimana in relazione a ciò che Prabowo potrebbe discutere con Narendra Modi durante la visita di questo mese a Delhi. Dal punto di vista degli Stati Uniti, permettere a partner come le Filippine e forse presto anche l’Indonesia di acquistare missili prodotti congiuntamente dalla Russia senza temere sanzioni può creare fiducia con Mosca in vista dei colloqui sull’Ucraina.

Serve anche a rafforzare la percezione della Russia come contrappeso “amichevole” alla Cina nella regione per quei Paesi che non vogliono impegnarsi in accordi di armi su larga scala con la Cina o con gli Stati Uniti, in un contesto di intensificazione della rivalità tra questi due Paesi, per non rovinare le relazioni con l’uno o l’altro. Mentre le Filippine sono saldamente nel campo degli Stati Uniti, l’Indonesia e il vicino Vietnam non lo sono, quindi loro e altri come la Tailandia potrebbero voler fare più affidamento sulla Russia come valvola di pressione a questo proposito, a partire dall’acquisto dei missili BrahMos.

È nell’interesse degli Stati Uniti facilitare passivamente il ruolo previsto del Cremlino. Sebbene sia impossibile “unificare” Russia e Cina come Trump si è impegnato a fare, egli può comunque plasmare gli eventi in modo tale che i loro legami non si espandano oltre il livello attuale, il che può evitare una dipendenza potenzialmente sproporzionata della Russia dalla Cina, che né Mosca né Washington vogliono. Se abbinato agli incentivi per l’energia descritti in dettaglio qui, potrebbero emergere i contorni di un grande accordo russo-americano.

Per ulteriori approfondimenti, si consiglia ai lettori di consultare l’analisi ipertestuale precedente, ma il tutto si riduce al fatto che gli Stati Uniti permettano all’UE di riprendere le importazioni di gasdotti dalla Russia e poi investano nell’industria energetica russa insieme all’India e al Giappone (che riceverebbero delle deroghe), il che potrebbe privare la Cina di queste riserve. L’aggiunta di un aspetto tecnico-militare a questo pacchetto, accettando di permettere alla Russia di armare gli Stati dell’Asia-Pacifico contro la Cina (come già arma l’India) senza il timore di incorrere in sanzioni, potrebbe suggellare l’accordo.

Se Trump diventasse avido e cercasse di monopolizzare questo mercato regionale degli armamenti, il complesso militare-industriale del suo Paese ne trarrebbe profitto a spese del grande obiettivo strategico degli Stati Uniti, che è quello di esercitare pressioni sulla Cina su tutti i fronti allo scopo di costringere la Repubblica Popolare a un proprio grande accordo in un secondo momento. La chiave del successo risiede nel fatto che la Russia accetti informalmente di non mettere il turbo all’ascesa della superpotenza cinese, subordinandosi alla Cina come semplice riserva di materie prime per la disperazione di vincere in Ucraina.

Ecco il motivo per cui è nell’interesse degli Stati Uniti lasciare che la Russia raggiunga il maggior numero possibile di obiettivi massimi in Ucraina in cambio dell’accettazione da parte della Russia di tenere la Cina a distanza invece di subordinarsi ad essa a spese dei grandi obiettivi strategici degli Stati Uniti. Per perseguire questo grande accordo, gli Stati Uniti dovrebbero offrire alla Russia incentivi nell’industria energetica per compensare i mancati introiti con la Cina, e l’aggiunta di opportunità tecnico-militari nell’Asia-Pacifico renderebbe il tutto ancora più attraente.

La rivalità sino-statunitense si preannuncia come la più grande sfida del secolo, ma gli Stati Uniti non hanno alcuna possibilità di vincere o di raggiungere un pareggio a meno che non si assicurino che l’ascesa della superpotenza cinese non sia messa in moto dall’accesso decennale alle risorse russe ultra-economiche. Se Trump non concede a Putin almeno la maggior parte di ciò che vuole in Ucraina, il leader russo ordinerà alle sue truppe di continuare a combattere, il che renderebbe necessario il sostegno finanziario cinese e altre forme di supporto che potrebbero solo avere dei vincoli.

Queste sono l’accettazione delle richieste cinesi segnalate di prezzi del gas a prezzi stracciati, equivalenti a quelli interni della Russia, il che potrebbe porre la Russia in una relazione di sproporzionata dipendenza di bilancio dalla Cina che potrebbe essere sfruttata per altri fini. Se la Russia vuole dalla Cina armi moderne che provocherebbero l’ira sanzionatoria degli Stati Uniti, ad esempio, potrebbe dover prima accettare informalmente di tagliare le armi all’India, in modo da indebolirla nella loro disputa sui confini himalayani.

Come si vede, accettare le richieste cinesi sul prezzo del gas potrebbe catalizzare una reazione a catena di conseguenze che potrebbero rimodellare drasticamente le dinamiche della Nuova Guerra Fredda a favore della Cina, il che sarebbe contrario ai grandi interessi strategici degli Stati Uniti. Se permettere all’Indonesia e ad altri paesi della regione di acquistare congiuntamente i missili BrahMos di produzione russo-indiana e successivamente altri armamenti russi è necessario per convincere Putin a prendere in considerazione la possibilità di scongiurare questo scenario attraverso un grande accordo con gli Stati Uniti, allora Trump dovrebbe prendere seriamente in considerazione questa concessione.

Il futuro della loro partnership strategica è luminoso, ma per apprezzarne appieno le prospettive, gli osservatori devono riconoscerne la natura non militare, invece di continuare a fantasticare su una guerra congiunta contro Israele e/o gli Stati Uniti, come alcuni stanno facendo.

I presidenti russo e iraniano si sono incontrati a Mosca venerdì scorso per firmare un patto di partenariato strategico aggiornato che può essere letto integralmente qui ed è stato esaminato qui . La fase preparatoria di questo sviluppo è stata caratterizzata da un prevedibile clamore sul fatto che si trattasse di un punto di svolta, che non si è placato nei giorni successivi, ma questa è una descrizione imprecisa di ciò che hanno concordato. L’unico modo in cui questo potrebbe suonare vero è per quanto riguarda il gas, non la geopolitica, per le ragioni che ora saranno spiegate.

Per cominciare, Russia e Iran avevano già una stretta cooperazione tecnico-militare prima di aggiornare la loro partnership strategica la scorsa settimana, come dimostrato dalle voci secondo cui la Russia si sarebbe affidata ai droni iraniani in Ucraina. Hanno anche concordato di far rivivere il Corridoio di trasporto nord-sud (NSTC), precedentemente nato morto, poco dopo lo speciale l’operazione è iniziata e l’Occidente ha imposto sanzioni senza precedenti contro Mosca. Pertanto, queste parti della loro partnership strategica aggiornata non sono niente di nuovo, mirano solo a rafforzarle.

A questo proposito, questo accordo è fondamentalmente diverso da quello russo-nordcoreano dell’estate scorsa in quanto non ci sono obblighi di difesa reciproca come chiarito nell’articolo 3. Si sono solo impegnati a non aiutare alcuna aggressione contro l’altro, inclusa l’assistenza all’aggressore, e ad aiutare a risolvere il conflitto successivo all’ONU. Ciò era già il caso nelle loro relazioni, quindi chiarirlo esplicitamente è ridondante. In nessun caso la Russia andrà in guerra contro Israele e/o gli Stati Uniti a sostegno dell’Iran.

Dopo tutto, ” la Russia ha schivato un proiettile scegliendo saggiamente di non allearsi con l’Asse della Resistenza, ora sconfitto ” negli ultimi 15 mesi, mentre Israele da solo distruggeva quella rete regionale guidata dall’Iran, quindi ne consegue naturalmente che non rischierà la Terza Guerra Mondiale in difesa di un Iran ancora più debole. Inoltre, la Russia non ha rischiato la guerra con nessuno dei due durante il cambio di regime in Siria sostenuto da americani e turchi lo scorso dicembre , per non parlare dell’operazione speciale in corso in cui ha interessi diretti per la sicurezza nazionale.

È quindi molto improbabile che Putin rompa questo precedente, cosa che gli osservatori possono concludere con sicurezza in virtù del suo rifiuto di includere qualsiasi obbligo di difesa reciproca di tipo nordcoreano nel patto di partenariato strategico aggiornato della Russia con l’Iran, il che dovrebbe sperabilmente mettere a tacere i desideri irrealizzabili di alcune persone . Va anche detto che anche la tempistica della firma di questo documento è importante, poiché è avvenuta dopo che Israele ha sconfitto l’Asse della Resistenza e mentre la regione entra di conseguenza in una nuova era geopolitica.

Le parti stavano negoziando il loro patto aggiornato già da diversi anni e, sebbene i lavori fossero finalmente terminati lo scorso autunno, Putin aveva specificamente richiesto durante il vertice di Kazan che Pezeshkian “facesse una visita separata nel nostro paese per firmare questo documento e altri documenti importanti in un’atmosfera cerimoniale”. All’epoca, alcuni lo liquidarono casualmente come una forma di protocollo, ma a posteriori, si può sostenere che la Russia non volesse firmare un tale patto di partenariato finché le ostilità regionali non si fossero finalmente placate.

Anche questo è comprensibile, dal momento che aveva previsto che l’Occidente e alcuni in Israele avrebbero interpretato tale sviluppo come presumibilmente rivolto contro di loro, con la conseguente rotazione che avrebbe complicato qualsiasi potenziale colloquio di pace sull’Ucraina e rischiato una crisi nelle relazioni con Israele. Putin rimane impegnato a risolvere il dilemma di sicurezza NATO-Russia sull’Ucraina attraverso mezzi diplomatici e ha trascorso l’ultimo quarto di secolo ampliando i legami con Israele , quindi non avrebbe messo a repentaglio nessuno dei due in questo modo.

Dal lato iraniano, Pezeshkian rappresenta la fazione “riformista”/”moderata” dell’élite politica iraniana, e anche loro potrebbero essere stati preoccupati che questo sviluppo sarebbe stato interpretato dall’Occidente e da alcuni in Israele come rivolto contro di loro. Tali percezioni potrebbero rovinare ogni possibilità di rilanciare i colloqui nucleari con gli Stati Uniti, ed era ancora incerto chi sarebbe stato il prossimo presidente americano, quindi lui e i suoi simili potrebbero anche aver calcolato che è meglio aspettare che le ostilità regionali si plachino finalmente.

Gli osservatori noteranno che Pezeshkian ha rilasciato la sua prima intervista ai media stranieri dopo le elezioni presidenziali degli Stati Uniti solo pochi giorni prima di recarsi a Mosca, durante la quale ha ribadito la sua intenzione di riprendere i colloqui con gli Stati Uniti. La tempistica suggerisce fortemente che volesse contrastare preventivamente qualsiasi spin che gli elementi falchi della nuova amministrazione avrebbero potuto provare a mettere sul patto di partenariato strategico aggiornato del suo paese con la Russia. Questo potrebbe anche essere stato coordinato con la Russia in una certa misura.

Passando alla componente NSTC del loro patto di partenariato strategico aggiornato, è molto più sostanziale poiché l’obiettivo è aumentare il loro misero commercio reciproco da 4 miliardi di $ , il che aiuterà la Russia a raggiungere più facilmente altri mercati del Sud del mondo, fornendo al contempo sollievo all’economia iraniana assediata dalle sanzioni. Se avrà successo, e ci vorrà del tempo per vedere in entrambi i casi, allora l’NSTC potrà fungere da nuovo asse geoeconomico che collega il cuore eurasiatico all’Asia occidentale, all’Asia meridionale e infine all’ASEAN e all’Africa orientale.

Ancora una volta, questi piani erano già in corso da quasi tre anni prima che finalmente firmassero il loro patto di partenariato strategico aggiornato e negoziato da tempo, quindi niente di tutto questo è esattamente nuovo, vale solo la pena menzionarlo nel contesto più ampio considerando che parte di questo documento appena firmato riguarda l’NSTC. Molto più importanti delle parti militari e di connettività sono di gran lunga i loro ambiziosi piani sul gas, poiché Russia e Iran hanno alcune delle più grandi riserve al mondo, con quest’ultima che rimane in gran parte inutilizzata.

A fine agosto è stato spiegato perché ” la Russia potrebbe presto reindirizzare i suoi piani di gasdotto dalla Cina all’Iran e all’India “, vale a dire a causa della continua disputa sui prezzi con la Repubblica Popolare su Power of Siberia 2 e gli ultimi MoU sul gas all’epoca con l’Iran e poi con l’Azerbaijan. Questi si sono combinati per creare la possibilità credibile che la Russia sostituisca la sua attenzione alle esportazioni finora rivolta a est con una rivolta a sud. Il loro patto di partenariato strategico aggiornato conferma che la direzione meridionale è ora la priorità della Russia.

Putin ha detto durante la sua conferenza stampa con Pezeshkian che prevede di iniziare le esportazioni a soli 2 miliardi di metri cubi (bcm) all’anno, presumibilmente a causa della mancanza di infrastrutture nel nord dell’Iran, prima di portarle a 55 bcm. Questa è la stessa capacità del Nord Stream 1, ora defunto, verso l’UE. Il suo ministro dell’Energia ha poi detto ai giornalisti che il percorso attraverserà l’Azerbaijan e che i negoziati sui prezzi sono nelle fasi finali. La loro conclusione positiva rivoluzionerebbe il settore.

Gli investimenti e la tecnologia russi potrebbero sbloccare le enormi riserve di gas dell’Iran, portando così i due a creare un’“OPEC del gas” per gestire i prezzi globali durante l’ingresso della Repubblica islamica nel mercato. Mentre hanno un incentivo egoistico a mantenerli alti, un crollo del prezzo potrebbe infliggere un duro colpo all’industria americana del fracking e alle sue esportazioni di GNL associate, mettendo così a repentaglio il suo nuovo predominio sul mercato europeo causato dalle sanzioni, dall’attacco terroristico al Nord Stream e dall’Ucraina .

Inoltre, i progetti di gas russo sul lato iraniano del Golfo potrebbero rifornire la vicina India e/o potrebbe essere concordato un accordo di scambio in base al quale l’Iran fornisce gas per conto della Russia ancora prima. Affinché ciò accada, tuttavia, l’India dovrebbe sfidare le sanzioni statunitensi esistenti sull’Iran o ottenere una deroga. Trump 2.0 potrebbe essere convinto a chiudere un occhio o estenderlo in modo che l’India acquisti questo gas al posto della Cina, quest’ultima delle quali è già sfidando tali sanzioni sull’importazione di petrolio iraniano.

Parte del previsto “Pivot (back) to Asia” di Trump 2.0 è ottenere un’influenza predominante sulle importazioni di energia della Cina, il che include il taglio della sua fornitura attraverso un approccio carota-bastone per incentivare gli esportatori a vendere ad altri clienti e creare ostacoli per quelli che non lo fanno. Alcune possibilità di come questo potrebbe apparire per quanto riguarda la Russia sono state spiegate qui all’inizio di gennaio, mentre la dimensione iraniana potrebbe funzionare come descritto sopra, sebbene in cambio di progressi nei colloqui USA-Iran.

Anche se l’India decidesse di non rischiare l’ira degli Stati Uniti importando unilateralmente gas iraniano prodotto in Russia nel caso in cui Trump 2.0 non fosse convinto dei meriti di sostituirla alla Cina come principale cliente energetico dell’Iran e minacciasse quindi dure sanzioni, allora la Cina potrebbe semplicemente comprarlo tutto. In entrambi i casi, l’aiuto della Russia nello sbloccare le riserve in gran parte inutilizzate ed enormi dell’Iran avrà un effetto sismico su questo settore, con le uniche domande sui prezzi che accetteranno e chi ne acquisterà la maggior parte.

La risposta a entrambe le domande è di immensa importanza per gli interessi americani, poiché prezzi costantemente bassi potrebbero uccidere la sua industria del fracking e portare inevitabilmente alla perdita del suo mercato europeo appena conquistato, mentre l’importazione su larga scala di questa risorsa da parte della Cina (per non parlare del fatto che è a basso costo) potrebbe alimentare ulteriormente la sua ascesa da superpotenza. È quindi nell’interesse degli Stati Uniti considerare coraggiosamente di coordinarsi con la potenziale imminente “OPEC del gas” russo-iraniana, nonché consentire all’India di sostituire la Cina come principale cliente energetico dell’Iran.

Tornando al titolo, è davvero vero che il patto di partenariato strategico russo-iraniano aggiornato è destinato a cambiare le carte in tavola molto di più nell’industria globale del gas che nella geopolitica, anche se il suo impatto rivoluzionario su quanto detto sopra potrebbe avere alcune conseguenze geopolitiche nel tempo. Anche così, il punto è che il patto non è guidato dalla geopolitica come alcuni entusiasti immaginavano prima della sua firma e altri ancora insistono controfattualemente dopo, poiché la Russia non difenderà l’Iran da Israele o dagli Stati Uniti.

Russia e Iran “rifiutano l’unipolarità e l’egemonia negli affari mondiali” come concordato nel loro patto appena firmato, ma non si opporranno direttamente tramite mezzi militari congiunti, solo indirettamente tramite mezzi legati all’energia e rafforzando la resilienza delle loro economie. Il futuro della loro partnership strategica è luminoso, ma per apprezzarne appieno le prospettive, gli osservatori devono riconoscerne la natura non militare invece di continuare a fantasticare su una guerra congiunta contro Israele e/o gli Stati Uniti come alcuni stanno facendo.

In termini di quadro più ampio, il Regno Unito vuole sicuramente svolgere un ruolo a lungo termine e altamente strategico in Ucraina, ma la misura in cui potrà realizzare i suoi ambiziosi piani contenuti nel patto di “garanzia di sicurezza” dello scorso gennaio e nella sua ultima rivisitazione della scorsa settimana dipende in gran parte dagli Stati Uniti.

Il Regno Unito e l’Ucraina hanno siglato giovedì un patto di partenariato di 100 anni , in uno sviluppo che dovrebbe evidenziare il loro impegno duraturo reciproco, ma in realtà è solo una trovata pubblicitaria, poiché il documento non fa che riproporre quanto concordato in precedenza un anno fa. Il Regno Unito ha esteso le cosiddette ” garanzie di sicurezza ” all’Ucraina il 12 gennaio 2024, che coprivano tutto quanto contenuto nel loro ultimo patto, con la notevole eccezione che quest’ultimo parla di “esplorare opzioni” per “basi militari”.

Mentre RT ha attirato l’attenzione su questo aspetto, il Regno Unito non ha mai fatto mistero dei suoi piani di muoversi in quella direzione, ma il lasso di tempo di un secolo significa che potrebbe non accadere nella vita di nessuno, se mai accadrà. Questa dichiarazione di intenti è stata apparentemente programmata per coincidere con il ritorno di Trump alla carica, poiché di conseguenza serve a scopi di rafforzamento del morale tra i falchi anti-russi occidentali e ucraini, in mezzo ai segnali del suo team che gli Stati Uniti si ritireranno almeno parzialmente da quel paese andando avanti.

Il candidato di Trump per il ruolo di Segretario di Stato, Marco Rubio, ha dichiarato durante la sua udienza di conferma al Senato il giorno prima, mercoledì, che “Questa guerra deve finire. Tutti dovrebbero essere realisti: Russia, Ucraina e Stati Uniti dovranno fare delle concessioni”. Tuttavia, la scrittura era già sul muro molto prima di allora, quindi nessuno dovrebbe sorprendersi. Ciò rafforza l’affermazione che il patto di partenariato di 100 anni del Regno Unito con l’Ucraina, il cui intento era finora sconosciuto fino a questa settimana, è solo una risposta superficiale a Trump.

Di sicuro, una parte delle loro “garanzie di sicurezza” entrerà probabilmente in vigore, come una maggiore produzione congiunta di armi. Tuttavia, l’istituzione di una base britannica in Ucraina è improbabile in tempi brevi, poiché è impensabile che Trump accetti che gli Stati Uniti difendano il Regno Unito in base all’articolo 5 se le sue truppe lì dovessero essere attaccate dalla Russia. Dopo tutto, vuole disimpegnarsi parzialmente dall’Ucraina in modo da “tornare (di nuovo) in Asia”, ma lo scenario sopra menzionato è una spada di Damocle che impedisce che ciò accada mai del tutto.

Non ci si aspetta che gli inglesi costruiscano una base del genere senza la rassicurazione americana che li sosterrà in quel caso, ma anche se lo facessero, è quasi certo che gli USA costringerebbero il Regno Unito a fare marcia indietro se Londra decidesse di provocare uno scenario di rischio nucleare alla cubana se le sue forze venissero attaccate. Quella clausola associata nel loro patto di partenariato di 100 anni sull'”esplorazione” di questa “opzione” è quindi l’incarnazione di questo spettacolo di pubbliche relazioni che potrebbe persino essere dimenticato già dalla prossima settimana.

In termini di quadro generale, il Regno Unito vuole sicuramente svolgere un ruolo a lungo termine e altamente strategico in Ucraina, ma la misura in cui può eseguire i suoi ambiziosi piani come contenuti nel patto di “garanzia di sicurezza” dello scorso gennaio e la loro ultima rielaborazione della scorsa settimana dipende in gran parte dagli Stati Uniti, come spiegato. Finché riuscirà a disimpegnarsi dall’Ucraina almeno in parte e non consentirà l’attivazione dell’articolo 5 per le truppe straniere in Ucraina che vengono attaccate dalla Russia, allora queste ambizioni saranno contenute.

Questa osservazione dimostra quanto gli USA determinino le dinamiche strategico-militari nell’Ucraina post-conflitto. Comportandosi in modo responsabile nel compromesso con la Russia, soprattutto se alcune delle dozzine di idee proposte alla fine di questo articolo qui vengono implementate o almeno questa proposta qui per una regione demilitarizzata del Trans-Dnieper, gli USA possono ridurre notevolmente il rischio che scoppi un’altra guerra . Il Regno Unito vuole ulteriormente dividere e governare l’Europa, ma avrà difficoltà a riuscirci se gli USA non saranno a bordo.

 

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Trump esce d’assalto dal cancello, ma vacilla già sull’Ucraina_di Simplicius

Come promesso, Trump è uscito allo scoperto – o, nel suo caso, firmando più di 100 ordini esecutivi per eliminare immediatamente molte iniziative della DEI, togliere le autorizzazioni agli ex funzionari di Biden e sospendere gli aiuti esteri a tutti i Paesi per 90 giorni, compresa l’Ucraina.

Un giornalista ucraino che avrebbe incontrato il personale del Washington Post ha riferito che è in atto un riavvio completo dell’Ucraina:

“Allarmante: Il Pentagono ha licenziato e sospeso tutti i responsabili dell’Ucraina e dei suoi aiuti. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti è in fase di completo riavvio”.

▪️ Ci sarà un nuovo formato di relazioni con l’Ucraina, è tutto un po’ allarmante, – ha detto il propagandista vicino alle Forze Armate dell’Ucraina R. Bochkala dopo un incontro con i giornalisti del Washington Post.

La notizia non è ancora confermata, ma sostiene che tutte le spedizioni verso l’Ucraina sono state sospese:

Al Pentagono, tutti i responsabili dell’Ucraina sono stati licenziati e sospesi. Tutti dovranno affrontare un’indagine sull’uso dei fondi del bilancio statunitense.

Questa mattina, a Washington, gli Stati Uniti hanno ritirato tutte le richieste ai contraenti per la logistica attraverso Rzeszow, Costanza e Varna. Nelle basi NATO in Europa, tutte le spedizioni verso l’Ucraina sono state sospese e chiuse.

Secondo gli analisti militari stranieri, si tratta di diverse migliaia di tonnellate di armi e attrezzature.

Tuttavia, lo sviluppo più interessante per quanto riguarda l’Ucraina è stato ascoltare le prime parole di Trump come presidente riguardo alla situazione. Ricorderete che per mesi siamo stati costretti ad ascoltare le dichiarazioni di vari portavoce come Kellogg e Waltz che sembravano parlare a nome di Trump, anche se non potevamo mai esserne certi. Ma ora il Presidente Trump ha rilasciato le sue prime dichiarazioni per darci un’idea della direzione in cui potrebbero andare le cose, e sono interessanti.

In primo luogo, un Trump molto più stabile e provato ha rinunciato all’ormai scontata spavalderia di marciare verso Putin e costringerlo a porre fine alla guerra in un solo giorno. Invece, con un tono insolitamente tranquillo e incerto, Trump ha osservato che i negoziati dipenderanno interamente dall’interesse o meno di Putin:

Purtroppo, Trump mette a nudo la sua completa ignoranza e la sua mancanza di credibilità quando si tratta del conflitto ucraino, lamentando poi che la Russia ha subito l’oltraggiosa cifra di un milione di soldati morti nella guerra. Come si può contare su un uomo così poco informato per essere il salvatore che miracolosamente pone fine alla guerra? Possiamo capire un po’ di fantasia da parte dei media, per dare un po’ di risalto alla situazione, ma citare perentoriamente questi numeri fa solo apparire Trump tristemente scollegato, il che colora ulteriormente qualsiasi suo sforzo verso la guerra come un’operazione altrettanto malriuscita; per non parlare della sua affermazione che la Spagna è un membro dei BRICS.

Prosegue dicendo che Putin sta distruggendo la Russia non facendo un accordo, e dal modo in cui lo dice sembra quasi che Trump sia ora convinto che Putin abbia già deciso di “non fare un accordo”. Sostiene inoltre che l’economia russa è in rovina e, soprattutto, afferma che prenderebbe in considerazione la possibilità di imporre sanzioni o tariffe alla Russia:

Questa è la prima volta che abbiamo la conferma direttamente da Trump stesso, piuttosto che da Kellogg e simili, che egli è in realtà considerando l'”opzione nucleare” di giocare “duro” con la Russia, qualora Putin si rifiutasse di piegare il ginocchio. E in effetti, in un’altra intervista lo ha detto ancora più chiaramente:

Gli è stato chiesto chiaramente se sanzionerà la Russia se Vladimir Putin non verrà al tavolo dei negoziati, e la sua risposta è stata: “Mi sembra probabile.”

Ecco, quindi, come stanno le cose. Il “pacificatore” Trump ha mostrato le sue carte e chiarito le possibili direzioni che intende prendere. Ciò significa che alcune delle precedenti affermazioni di Keith Kellogg sembrano essere state accurate per quanto riguarda il tentativo di Trump di mettere la morsa su Putin nel caso in cui l’accordo di pace si riveli negativo. C’è qualche possibilità che Trump continui a fare lo spaccone con la solita spavalderia per i giornalisti, ma che in realtà cerchi ancora un modo per scaricare completamente Kiev.

Nel primo video qui sopra, noterete che fa un commento molto interessante che scivola sotto la superficie del resto della sua dichiarazione. Ascoltate di nuovo quando descrive il fallimento dello sforzo bellico della Russia e poi dice: “Voglio dire… è una grande macchina, quindi, alla fine le cose accadranno…”

Ciò che sembra voler dire è che, nonostante la sua piccola “messa in scena” del presunto sforzo bellico “fallito”, sta riconoscendo che non è poi così fallito perché la macchina da guerra della Russia è a questo punto così grande e potente che alla fine l’Ucraina non sarà in grado di resistere affatto; sembra che Trump sia consapevole di questo punto sottile, dopo tutto.

È interessante notare che ciò coincide con un nuovo rapporto del comando tedesco, redatto dal Maggiore Generale Christian Freuding, che lancia una notizia bomba scioccante che ancora una volta va totalmente contro la narrazione occidentale prevalente sulla Russia:

Link all’articolo originale della Welt.

“La Russia sta aumentando le sue forze al di là delle esigenze del conflitto in corso!”.

– Il capo della task force militare tedesca per l’assistenza all’Ucraina, il maggior generale Christian Freuding.

Freuding dice essenzialmente che la Russia sta costruendo eserciti di riserva generando più manodopera e armature di quelle che perde. Ricordate le armate di riserva di Shoigu, di cui ho parlato molto tempo fa, dove gran parte della manodopera generata dalla Russia era destinata piuttosto che a sostenere le perdite sul fronte:

Freuding afferma anche, tra l’altro, che la Russia ora costruisce 3.000 bombe a vela UMPK al mese e “procura” 3,7 milioni di proiettili d’artiglieria all’anno:

Ora, intuendo la trappola in cui Trump potrebbe incamminarsi, il top Trumper Steve Bannon ha avvertito che Trump rischia di creare il suo “Vietnam”:

Donald Trump rischia di non riuscire a dare un taglio netto all’Ucraina e potrebbe essere risucchiato ancora di più nella guerra di Vladimir Putin – proprio come Richard Nixon fu colpito nei suoi tentativi di ritirarsi dal Vietnam – ha avvertito l’ex capo stratega di Trump, Steve Bannon, in un’ampia intervista rilasciata a POLITICO.

Egli osserva correttamente che:

“Se non stiamo attenti, si trasformerà nel Vietnam di Trump. È quello che è successo a Richard Nixon. Alla fine la guerra è stata sua e non di Lyndon Johnson”, ha detto Bannon.

Ed è vero: Trump sa che la Cina sta mangiando il pranzo agli Stati Uniti sul fronte economico e, come altri come Rubio hanno sottolineato, gli Stati Uniti hanno una finestra temporale molto limitata per cambiare in qualche modo il calcolo in modo da rimanere in gara con la Cina. Se la vanità di Trump gli impedisce di staccarsi dall’Ucraina, rischia di ballare con la Russia fino all’esaurimento degli Stati Uniti, mentre la Cina, senza ostacoli, li supera tutti.

La Russia non sarà la Cina, ma sul terreno di casa della Russia – che è essenzialmente l’Ucraina – la ‘superpotenza’ statunitense non ha il vantaggio e si troverà risucchiata in una guerra di logoramento che non può vincere. Per non parlare delle voci che girano intorno a Zelensky che sta preparando una falsa bandiera di qualche tipo per trascinare Trump nella guerra il più possibile, per esempio dal canale Legitimny:

#ascolti
Confermiamo le informazioni dei colleghi secondo cui a febbraio Zelensky e OP stanno preparando alcuni eventi provocatori che, secondo la loro idea, cambieranno l’atteggiamento di Trump e lo costringeranno a partecipare alla crisi ucraina.
Zelensky farà di tutto per prolungare il gioco, dato che gli è stato affidato il compito di prolungare il conflitto per impedire a Trump di porre fine alla guerra. Si inventerà qualsiasi nuovo requisito spaziale che sarà irrealistico da soddisfare.

A tutto questo si aggiunge il fatto che le precedenti vanterie di Trump sull’economia russa destinata a implodere sono un vero e proprio buco nell’acqua: ecco gli ultimi dati in contrasto. Si noti che non sono nemmeno le entrate da petrolio e gas a salire alle stelle:

Le entrate del bilancio russo sono salite a un livello record a dicembre, nonostante le nuove sanzioni più “forti”, – Bloomberg

▪️Le entrate di bilancio della Russia sono salite a un livello record il mese scorso, anche dopo che gli Stati Uniti hanno imposto un nuovo potente pacchetto di sanzioni sul settore bancario, finalizzato a interrompere i pagamenti del commercio estero e a frenare i proventi delle esportazioni.

▪️Le entrate totali a dicembre sono state di oltre 4.000 miliardi di rubli (40 miliardi di dollari), con un aumento del 28% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, secondo quanto riportato dal Ministero delle Finanze.

▪️Si tratta del livello più alto registrato nei dati del ministero dal gennaio 2011.

▪️Gli Stati Uniti e i loro alleati stanno cercando di fermare la macchina da guerra del Cremlino limitando i proventi delle esportazioni e alla fine del 2024 hanno imposto ulteriori sanzioni al settore energetico russo e alle banche che lo servono. Tuttavia, le entrate da petrolio e gas sono aumentate di un terzo a dicembre rispetto all’anno precedente e sono in crescita del 26% nel 2024. Altre fonti di entrate hanno registrato guadagni simili per l’intero anno, trainati da tasse e dividendi in un contesto di robusta crescita economica.

▪️ “Il volume delle entrate non da petrolio e gas nel 2024 ha superato in modo significativo le stime stabilite nella legge di bilancio per il 2025-2027, anche per quanto riguarda le maggiori fonti fiscali”, ha dichiarato il Ministero delle Finanze in un comunicato.

▪️L’aumento delle entrate ha permesso al governo di spendere più che mai: la spesa totale del mese è stata di 7,15 trilioni di rubli, superando il precedente record stabilito nel dicembre 2022.

RVvoenkor

Per non parlare della nuova intervista di Patrushev in cui esprime la sua opinione che l’Ucraina potrebbe “cessare di esistere” quest’anno:

Infine, Zelensky ha fatto un’altra interessante dichiarazione. Avevamo appena parlato della sua affermazione secondo cui la Russia avrebbe più di 600.000 truppe nella SMO, mentre l’Ucraina ne avrebbe più di 800.000. In un nuovo video dal forum di Davos, Zelensky ribadisce ancora una volta che la Russia ha più di 600.000 uomini, ma poi dice qualcosa che dimostra alcuni dei miei primi rapporti su questo blog sulla disposizione delle forze russe all’inizio della SMO:

Afferma che la forza attuale di oltre 600k è fino a 4,5 volte più grande della forza iniziale della Russia. Facendo i conti, 600k sono 4,5 volte più di 133.000 – o usando il suo numero 4x possiamo dire 150.000.

I miei primi lettori ricorderanno che ero la voce solitaria che dimostrava con i numeri che l’incursione iniziale della Russia nella SMO consisteva in una forza minuscola di appena ~70-130k, piuttosto che le massicce 250-400k sostenute ovunque come parte della storiografia ufficiale occidentale. Questo è stato il motivo principale per cui la Russia è stata costretta a ritirarsi da luoghi come Kherson e Kharkov dopo le prime conquiste, quando l’Ucraina aveva mobilitato più di un milione di truppe mentre la Russia operava con una minuscola struttura di incursioni. Ora abbiamo la conferma dallo stesso Zelensky. E conferma anche indirettamente le precedenti affermazioni del generale Freuding sul continuo rafforzamento delle forze russe, quando dice nel video qui sopra che se la Russia non viene fermata ora, presto avrà un esercito dieci volte più grande di quello del 2022, anziché solo 4,5 volte più grande.

Per ora è chiaro che l’amministrazione Trump probabilmente non ha un vero piano per negoziare con la Russia ed è completamente disinformata dalle sue risorse di intelligence. Come ho scritto molti mesi fa, l’unica vera domanda sarà non se i negoziati funzioneranno, ma cosa farà Trump una volta che Putin bloccherà tutte le sue offerte di negoziazione.

Si suppone che una possibilità sia che Trump faccia una sorta di “mezzo sforzo” nell’applicare “sanzioni punitive” contro la Russia solo per placare i neocon dello Stato profondo e i media guerrafondai, ma con la piena consapevolezza che non servirà a molto e che la Russia invaderà l’Ucraina in ogni caso. Almeno, se Trump fosse davvero più subdolo e ingegnoso di quanto gli attribuiamo, questa è una strada che potrebbe percorrere. Ma più probabilmente Trump userà la situazione dell’Ucraina per fare varie concessioni all’Europa, proprio come ha fatto leva sulle minacce contro Panama, la Groenlandia e simili per convincere l’Europa a mettersi in riga.

Alla fine si tratterà di stabilire quale imperativo di Trump sia più forte: la sua volontà di gloria personale e la paura di offuscare la sua vanità facendosi ritrarre come un “perdente” in Ucraina? Oppure il suo grande desiderio di costruirsi a tutti i costi un’eredità come storico “costruttore di pace”.


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La Cina davvero ringrazia Trump, di Wang Wen

La Cina non provocherà attivamente Trump 2.0, ma se Trump 2.0 continuerà a utilizzare guerre commerciali, guerre tecnologiche o altre strategie di contenimento per contrastare la Cina, la Cina si vendicherà sicuramente con contromisure più esperte e precise. Il risultato finale rimarrà lo stesso: la Cina diventerà più forte, scrive Wang Wen , preside esecutivo e professore del Chongyang Institute for Financial Studies (RDCY), Renmin University of China.

Il ritorno di Trump non è una cosa negativa per molti paesi, compresa la Cina. Agli occhi di molti netizen cinesi, Trump sta aiutando il loro Paese. Proprio per questo motivo è soprannominato “Chuan Jianguo” (“aiutare a costruire una Cina più forte” in mandarino).

Durante il suo precedente mandato, “Chuan Jianguo” ha dato almeno tre contributi alla Cina. Il primo era aiutare i cinesi a comprendere la natura crudele della società internazionale, in particolare la falsità della democrazia americana. Per molto tempo alcuni cinesi sono stati eccessivamente ossessionati dagli Stati Uniti. Lo considerano davvero un faro della civiltà umana. Anche il suo nome in cinese si traduce con “bel paese”. Trump ha infranto le illusioni di alcuni cinesi e ha mostrato loro un’America ipocrita, caotica, divisa e ingannevole, facendo così sì che sempre più persone amino la Cina come patrioti. Da questo punto di vista, Trump è il miglior maestro ideologico e politico per il popolo cinese.

Il secondo era aiutare la Cina a intraprendere un percorso più forte verso l’innovazione tecnologica indipendente. Infatti, da più di 20 anni, il governo cinese promuove l’innovazione indipendente nella scienza e nella tecnologia, ma i cinesi credono che scienza e tecnologia non abbiano confini e che qualsiasi prodotto scientifico o tecnologico possa essere acquistato sul mercato internazionale. È stato solo quando Meng Wanzhou è stata arrestata e Huawei è stata soppressa nel 2018 che l’industria tecnologica cinese ha veramente deciso di abbandonare ogni illusione e di intraprendere la strada dell’indipendenza tecnologica. Attualmente, la maggior parte dei prodotti high-tech in Cina hanno ottenuto la sostituzione a livello nazionale e i chip superiori a 7 nanometri possono ora essere prodotti in modo indipendente. Huawei nel 2024 è ancora più forte di quanto lo fosse nel 2018. Ancora più importante, nel 2024, le esportazioni cinesi di chip hanno raggiunto 159,5 miliardi di dollari USA, superando i 134,36 miliardi di dollari USA delle esportazioni di telefoni cellulari, con un aumento su base annua del 17,4% e fissando un nuovo massimo storico, quasi raddoppiando rispetto al 2018.

Il terzo era aiutare la Cina ad approfondire i suoi scambi con il mondo non occidentale. Negli ultimi otto anni, l’iniziativa “Belt and Road” proposta dalla Cina è diventata il concetto più popolare di cooperazione strategica nel mondo, e la Cina e la maggior parte dei paesi del “Sud del mondo” hanno raggiunto una crescita media annua del commercio bilaterale pari a più del 10%. L’importo totale del commercio estero della Cina nel 2024 è 1,44 volte quello del 2018. La percentuale del commercio con gli Stati Uniti nella mappa del commercio estero della Cina, tuttavia, sta diminuendo, da circa il 17% nel 2018 a circa l’11% nel 2024. La guerra commerciale di Trump con la Cina sta determinando l’accelerazione del layout commerciale globale della Cina. I cinesi sanno sempre più che il mondo è più grande degli Stati Uniti.

È evidente che la strategia di “Trump 1.0+Biden” per contenere la Cina per otto anni consecutivi ha creato una Cina più forte. Da questo punto di vista, la Cina ha un enorme vantaggio psicologico strategico nell’affrontare Trump 2.0.

Negli ultimi due mesi, i commenti dei media cinesi e i rapporti delle analisi dei think tank non hanno mostrato lo stesso livello di panico, ansia e confusione che si può vedere in Europa e Canada. Al contrario, la valutazione della Cina su Trump 2.0 è molto piatta.

La Cina non provocherà attivamente Trump 2.0, ma se Trump 2.0 continuerà a utilizzare guerre commerciali, guerre tecnologiche o altre strategie di contenimento per contrastare la Cina, la Cina si vendicherà sicuramente con contromisure più esperte e precise. Il risultato finale rimarrà lo stesso: la Cina diventerà più forte.

Nella prima settimana del 2025, i cinesi hanno visto un’America disordinata e indifesa. Il 7 gennaio è scoppiata una catastrofe naturale contemporaneamente in Cina e negli Stati Uniti. Un terremoto di magnitudo 6.8 ha colpito la contea di Dingri, a 4.300 metri sul livello del mare in Tibet, in Cina. Lo stesso giorno scoppiò un grande incendio a Los Angeles, California, USA.

In un solo giorno, il processo di salvataggio del Tibet dopo il terremoto è passato dall’emergenza al reinsediamento. L’efficiente e unitario processo di salvataggio cinese ha rapidamente reinsediato 50.000 vittime. Tuttavia, l’incendio a Los Angeles è durato più di 10 giorni, con perdite di gran lunga superiori a quelle degli attacchi dell’11 settembre, mentre i politici americani si incolpavano a vicenda.

Una governance locale e una gestione delle emergenze così inadeguate hanno fatto sì che il mondo vedesse la debolezza degli Stati Uniti. In effetti, le pacate emozioni del mondo non occidentale nei confronti di Trump 2.0 vengono oscurate dai timori in Europa e Canada. L’impatto internazionale di Trump 2.0 è chiaramente sovrastimato.

È molto probabile che la Danimarca perda la Groenlandia. L’Europa perderà il sostegno militare degli Stati Uniti. Il Canada potrebbe addirittura diventare il 51° st stato degli Stati Uniti. Questo neofascismo in stile Trump sta causando grande paura su entrambe le sponde dell’Atlantico, ma non influirà sulla continuazione della cooperazione sulla costa occidentale del Pacifico.

Secondo molti cinesi, l’impatto globale di Trump 2.0 non supererà Trump 1.0. Se l’America di Trump 1.0 è come un bambino dispettoso che causa problemi in tutto il mondo, allora l’America di Trump 2.0 è più simile a un paziente anziano. Può influenzare solo coloro che gli sono stati vicini in passato, come gli alleati dell’America.

In effetti, i paesi non occidentali hanno aspettative psicologiche riguardo al ritorno di Trump e generalmente credono che Trump 2.0 diventerà più interno, concentrandosi sugli affari interni e manipolando i problemi all’interno del suo sistema di alleanze.

Per quanto riguarda il mondo non occidentale, Trump 2.0 non può porre fine al conflitto Russia-Ucraina in un giorno, né può risolvere rapidamente il conflitto israelo-palestinese, né può sopprimere la crescita commerciale della Cina con tariffe del 60%, né può frenare la continua crescita della Cina. salita.

Naturalmente, Trump 2.0 continuerà a ritirarsi dai trattati internazionali come l’Accordo di Parigi e forse anche dall’OMC, ma il risultato sarà solo la continua disintegrazione del sistema egemonico statunitense, che non renderà gli Stati Uniti più grandi né indebolirà la Cina.

Se il ritiro continua, Trump 2.0 metterà fine alla posizione degli Stati Uniti come egemone globale e li trasformerà in una potenza regionale che sostiene l’isolazionismo.

In effetti, non importa quanto forte sia l’impatto di Trump, comprese le guerre commerciali, le guerre tecnologiche e il ritiro dai trattati, la Cina è già preparata al peggio. La Cina ha sempre avuto la capacità di trasformare le cose brutte in buone. Entro il 2028, i cinesi saranno più fiduciosi nel dire “Grazie Trump”.

PRIMA E DOPO, di Cesare Semovigo

SCORDIAMOCI IL PASSATO

Al-J Before and After 

E così, il regime di Bashar al-Assad è caduto, e con lui, la Siria ha visto il collasso di un ordine geopolitico che sembrava immutabile o che molti speravano potesse rimanere per sempre tale.

Siamo passati da una Siria che ha cercato di difendere l’indifendibile durante la guerra civile, a un teatro smembrato, come quel puzzle di Natale geopolitico, frettolosamente abbandonato alla fine delle feste in vista del capodanno. O forse era l’orribile “Mikado”.

La magia non è riuscita e nuove configurazioni, decisamente meno stabili, danno l’impressione che potrebbero rivoltarsi contro chi troppo prematuramente pensava di aver già fatto il colpaccio.

Il risultato è un panorama regionale che lascia più domande che risposte.

La rinnovata proiezione Francese ne è prova, come lo sono gli ulteriori 22 Mirage nelle basi avanzate di Parigi nell’area e l’apparente comunanza di obiettivi nelle operazioni aeree tra i due paesi (ma è solo un caso come lo fu la joint venture nucleare tra Parigi e Tel Aviv).

Infatti non si tratta di un risultato, è frantumazione apparente in moto autorigenerativo, la quiete prima dell’ennesima tempesta, il limbo che precede il “Kali Yuga”, un nuovo inizio che porta alle prime pagine del ciclo successivo, dove nulla pare radicalmente mutato.

Stavo usando “finale” come se la situazione non fosse già secolarizzata e crepuscolare.

Too Much.

In Bocca al Loop

La situazione a Gaza complica ulteriormente, nel senso che pare interessi solo a chi senza non saprebbe di cosa altro occuparsi e a quello sparuto drappello che non ha mai smesso di farsene onere senza onore fin dall’inizio.

Con l’Asse della Resistenza indebolito, la Palestina diventa, ancora una volta, una carta che per quanto tragica nessuno ha il coraggio di dire che non vorrebbe più giocare.

Un teatro destinato a divenire ancor più complesso e la speranza si infrange ancora nella vergognosa idea dei due stati che, non so voi, ma sembra sempre più solo l’alibi che gli alfieri del politicamente corretto sfoderano per auto assolvere il loro suprematismo moderato, cortocircuito camuffato da borghese progressismo da salotto.

Oggi sono entrati i primi camion degli aiuti umanitari che da tanti mesi vediamo incolonnati al valico di Rafah, simbolo anch’essi del cauto immobilismo dei paesi arabi “amici”, ricattati dallo spauracchio dell’accoglienza dei profughi, in un balletto perpetuo nel quale l’imperativo è sia non perdere la faccia nei confronti dell’opinione pubblica Medio orientale e allo stesso tempo conservare i propri interessi economici e geopolitici vista la delicata situazione dei loro bilanci interni.

Su questo punto sarebbe saggio soffermarsi prima di proseguire.

Quei cancelli aperti per la prima volta segnano il punto in una cronologia temporale estenuante e vorticosa iniziata proprio il 7 ottobre.

Singolare è constatare come la sceneggiatura, le accelerazioni e poi le pause, procedano parallelamente all’agenda occidentale e dell’impero. La complessità diventa religione ma l’arbitro in cielo e in terra, nel bene e soprattutto nel male, sembra rimanere sempre lo stesso.

Netanyahu ha definito l’evento come una “storica vittoria”, Israele si sta preparando a dominare con grande disinvoltura e naturalezza un’area già in completa instabilità.

Pare abbia detto giunto all’apice del monte Hermon: “Vedi figliolo, quello che vedi è il mio futuro politico ”

Opterei nel ritenere questo come il vero Jackpot: la costruzione dell’infinita divisione geopolitica.

Non trovo plausibile che improvvisamente una situazione di questa inenarrabile complessità e interessi specifici di difficile lettura, improvvisamente si trasformi dove le conclusioni terminano con il punto esclamativo.

La tregua , scommetto una girella al cioccolato, è appena uscita dal forno ma la fragranza è simile ai pop corn misto Marshmallow piuttosto che allo stucchevole flavor del Baklava al miele e applicando  le attenuanti generiche a codesti dolci notoriamente sinonimi naturali della Corazzata Potemkin , sovviene quel velato presentimento che tutto ciò possa essere funzionale a dinamiche decisamente poco esotiche .

La musica che suona in sottofondo assomiglia alla soundtrack di Braveheart piuttosto che un successo del Ramazzotti medio orientale Ragheb Alama.

Inoltre se la Pnl è pseudoscienza quanto il distanziamento sociale , possiamo azzardare impersonando un aruspice Steineriano che il linguaggio del corpo e il tono di Benjamin Netanyahu convincono pochino quanto l’avallo del  moderato seguace del rabbi Kahane alla tregua , qual Ben Gvir ministro della sicurezza interna di Israele che abbiamo imparato a conoscere per le sue posizioni inclusive nei confronti di qualsiasi cosa non parli un ebraico fluently . Bezalel Smotrich ritira l’appoggio e assicura l’appoggio esterno riservandosi di ritiralo qualora la tregua si prolunghi per troppo tempo .

Fate Vobis

La Pax Donaldi è iniziata e stavo giusto ascoltando il discorso di insediamento , godendomi Sleepy Joe e Kabala in pole  ascoltare il discorso di Trump . Mi hanno ricordato la sorte toccata a quel monello di Alex , alias Malcolm McDowell di “Arancia Meccanica ” , costretto a guardare la famosa tv con gli spilli ficcati in mezzo alle palpebre . Conferma è il fatto che Biden non si sia assopito e la Harris sia sempre rimasta seria e non abbia ballato durante la colonna sonora antecedente al discorso .

Le stringenti regole del cessate il fuoco sembrano costruite per giustificarne la violazione arbitraria da parte di Israele e fatta salva la road map dei primi due mesi orientata alla distribuzione degli aiuti e alla ricollocazione Sud-Nord degli sfollati ammassati intorno a Khan Yunis , preoccupa la stabilità della fase successiva per una conservazione di una tregua duratura .

Tutti pazzi per Al-J

Gaza, Libano, Palestina, Siria, corpi si ammucchiano, esistenze si spezzano , intanto la passionaria della libertà Baerbock , voce della mirabolante diplomazia socialdemocratica Ue nei confronti della Russia , fa capolino alla corte di Al, seguita a ruota dalle preoccupazioni disinteressate dei Norvegesi, rappresentate, con  glaciale.  saggezza nordica dal ministro Espen Barth Eide.

Niente da dire prova mirabolante dimostrazione di come si può navigare in scioltezza tra le dune dell’ipocrisia prima di un saldo approdo all’oasi di Al-Sahara . Kaia Kalas sono sicuro la vedremo a breve .

Anche qui sempre casualmente giungono aiuti Ue per la Siria per 300 milioni.

Le potenze arabe, come l’Egitto e la Giordania, continuano a muoversi in ordine sparso, mentre gli attacchi israeliani alla Striscia di Gaza mettono in ginocchio il già fragile sistema sanitario locale.

Il Cairo è preoccupantemente nel pieno di una congiuntura economica aggravata da una bolla immobiliare e come se non bastasse Abdel Fattah El-Sisi percepisce come reale la pressione di quei “Fratelli Mussulmani” rinvigoriti dai successi desiderosi di presentare il conto, memori della repressione post rivoluzione Araba.

Prendendosi molti rischi la Turchia si rivela come il vero gambler geopolitico della regione. Probabilmente, la strategia di Recep Tayyip Erdoğan, abile a cavalcare il Demone del caos, potremmo timidamente identificarla come efficace ma non priva di controindicazioni, paradossalmente già a brevissimo termine.

La consueta abilità dimostrata nello cavalcare l’onda perfetta, in questo “Point Break” dei propri interessi egemonici, accresce allo stesso tempo il peso della Turchia nell’area e allo stesso tempo proietta verso il futuro la sua figura di statista.

Mi domando se Ataturk, da lassù annuisca soddisfatto o biasimi l’eccessiva spregiudicatezza di colui che senza farne troppo mistero vorrebbe eguagliare le gesta.

Dettagli, ma nemmeno troppo

Allearsi con la Russia per discutere di energia e sistemi missilistici, tornando il giorno dopo a parlare con Washington, senza precludersi di sfruttare il piano imperialista di Israele, alla lunga, potrebbe rivelarsi un tormentone pericoloso, che se portato troppo avanti, ridurrebbe le alternative strategiche non parliamo di tattiche.

Se parliamo di Israele, non c’è nulla di sorprendente nell’analizzare come Tel Aviv abbia capitalizzato l’immediato vuoto di potere lasciato dalla caduta di Assad. L’Idf ha intensificato i suoi raid aerei, dichiarando di aver distrutto buona parte delle risorse strategiche siriane, mirando alle scorte di armi avanzate facendo credere che la ragione risieda nel fatto di non farle cadere nelle mani di Hezbollah, delle milizie Sciite e del fantomatico Stato Islamico.

Sfortunatamente non ci crederebbe nemmeno uno Jacoboni qualunque, imboccato dal nostro agente molto poco segreto per il Medio Oriente “Gigino”.

La Turchia, sta giocando una partita difficile, alcuni analisti dipingono Erdogan come un “uomo forte” capace di navigare tra le acque agitate, ma la verità è che la sua posizione sta diventando sempre più precaria considerando anche che gli eventi rendono molto plausibile che una stabilizzazione preceduta da una inevitabile resa dei conti interna a questo dedalo di alleanze sui generis, diventerà urgente e non procrastinabile.

Gli interessi contrastanti tra Stati Uniti e Russia stanno creando una ragnatela difficile da districare, e la Turchia potrebbe trovarsi a giocare un ruolo che non le permette più di essere al centro della scena.

Proprio per questo “alcuni” non trovano così irragionevole un “biscotto” in arrivo all’orizzonte, proprio con quelle entità che mai e poi mai.

E invece chissà, ma dai.

Nel cuore di tutto ciò, la Siria sembra aver abbandonato definitivamente l’idea di un “futuro unitario”.

I combattimenti tra Hay’at Tahrir al-Sham (HTS) e le fazioni dell’ex Esercito Siriano Libero (FSA) non sono altro che un microcosmo di un conflitto che non si fermerà, dove ogni fazione combatte per il proprio angolo di futuro. La Siria post-Assad sembra destinata a una frammentazione irreversibile, con gli attori locali che si combattono per il controllo delle risorse e delle aree strategiche, ma con pochi sforzi concreti per raggiungere una stabilizzazione, quella grande assente da troppo tempo. Ormai in ogni dove si parla latino:

si divide, si impera e io speriamo che me la cavo.

HTS, che una volta si definiva il “liberatore della Siria”, è ormai il simbolo di un’opportunismo “casereccio” degno di un “B” Movie con Chuck Norris dove un ex cattivo, il noto Abu Mohammad al-Julani, si fa “statista”. Una visione che non può portare altro dominio tribale instabile e la prospettiva di vendette e desiderio di egemonia che a stento potranno essere mitigate dall’abile, ma di corto respiro, maquillage mediatico. Competenze e pieni voti guadagnati durante la permanenza universitaria a “Camp Bucca”.

Conferma del Prestigio sono tutti i laureati partoriti da quel prestigioso “collegio”:

come si dice a Milano, i ragazzi, hanno “spaccato” ovunque siano andati.

Ma sapete, il perdono si concede con leggiadria venendo da Ovest, soprattutto se si tratta del “figliol prodigio” redento.

Tranquilli, ora arriva la Russia, che ha sempre supportato Assad, fino a quando non ha dovuto supportarlo  per davvero (vi ricorda qualcuno? Gli esempi si sprecano, ma ne parleremo la “proxy” volta). Anzi no .

Sarebbe doveroso farlo nel riportare le dichiarazioni del generale iraniano Behrouz Esbati, che ha criticato Mosca per la sua ambiguità, sottolineando che non avrebbe nemmeno provato a interdire i raid israeliani contro obiettivi iraniani in Siria, rifiutando di fornire supporto logistico a Teheran per favorire l’invio di truppe di rinforzo a Damasco.

I casi sono due: o è una strategia mediatica concordata da entrambe le parti per salvarsi la faccia, o qualcosa di parzialmente vero potrebbe anche esserci.

L’Iran ha pagato un prezzo elevato e la sua guida iconica nel “Fronte della Resistenza” sembra essere diventata più un’eredità da seppellire in fretta, unica strategia possibile per una ricostruzione futura lontano dai radar.

Teheran, il Paese degli Ayatollah, ha visto infrangersi i corridoi logistici vitali per Hezbollah e ha visto la propria posizione indebolirsi nel Levante. La denuncia di Syed Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, riguardo alla “distruzione” delle infrastrutture in Siria da parte di Israele ha solo aggiunto un ulteriore strato alla già complessa realtà regionale.

Eppure, dietro le parole pare occultarsi la vera centralità strategica futura: l’Iran non ha saputo costruire un piano B o era questo il piano principale?

La risposta è forse troppo scomoda da pronunciare: l’Iran ha sempre visto la Siria come una pedina necessaria, mai come una solida alleanza geopolitica. E ora che quella pedina è caduta, l’altro alleato che si pensava cruciale realizza che il futuro potrebbe riservargli una sorte simile.

L’Iran si trova ora a fronteggiare una marea di alleanze, mentre i suoi nemici regionali, come Israele, si guardano intorno sorpresi, stupefatti come un rapinatore che trova la porta della gioielleria aperta.

La Turchia e il QatarFratelloni spalla a spalla, stanno a grandi passi realizzando indisturbati la terza via del sultanato mussulmano e osservando superficialmente, il ruolo dell’Iran potrebbe apparire indecifrabile.

O forse azzardano alcuni, che non è escluso possa essere l’outsider abilmente impegnato in quel gioco raffinato strutturato fin dall’inizio della fine di Ebrahim Raisi e del Ministro degli esteri Hossein Amir-Abdollahian.

Le spedite implementazioni di un’alleanza militare con Russia, scavando senza fermarsi alla superficie del conveniente, risultano ancora troppo simili alla densa foschia. Quella zona impervia sorvolata dai droni Turchi impegnati nella missione di ricerca e soccorso del Bell 212, sparito nella nebbia di comunicati fumosi al confine con l’Azerbaijan.

Mosca si trova ora a dover rivedere le sue posizioni, sostengono alcuni cercando gli unicorni alla falde dell’arcobaleno . “La giustificazione per la sua presenza in Siria diventa sempre più debole, poiché la fine del regime siriano mina le basi legali su cui si era costruita la sua influenza nella regione, bla bla.”

Ma la Russia, come vagamente sospettavo quando osservavo le sue colonne gironzolare indisturbate verso le due basi principali durante l’invasione da nord di HTS e SFA, non ha mai pensato di sloggiare. Il Cremlino sta cercando di mantenere la sua presenza in Siria, riducendo dispersione di risorse, guadagnando con una brillante operazione di distrazione uno step up in Libia, forse ancora più ghiotto, avvicinandosi all’area del Sahel e all’alleato Algerino, guadagnando un ambito “posto al sole” .

Sarebbe stato controproducente e operativamente improponibile un impegno reale nell’area, non avrebbe avuto molto da offrire in un momento in cui la Siria veniva scarnificata e smembrata in un contesto più ampio e complesso di scontro e riassestamento tra potenze regionali.

La caduta di Assad ha, dunque, segnato non solo la fine di un regime, ma l’inizio di una nuova radiosa era di incertezze per una Siria arricchita da un clima instabile, rigoglioso di rivalità interne, giochi geopolitici dove apparentemente tutti fottono tutti, o per volere del cielo o per fini molto più terreni.

Con grande umiltà, penso serva cautela nell’analizzare le proiezioni geopolitiche specialmente in questo presente che assomiglia sempre di più all “Aereo più pazzo del mondo”.

Le analisi dualistiche impreziosite da una narrazione da “Mulino che vorrei”, oltre a non spostare una virgola,trasfigurano il servizio dell’informazione .

 

Una mattina ti svegli utilizzando il linguaggio tipico “del nemico”, quando ormai il mezzo che utilizzi già possiede la tua anima da tempo .

Fonti:

1.Reuters – “Iran’s Abbas Araghchi condemns Israeli airstrikes on Syria” [Link]

2.The Guardian – “Israeli Airstrikes Intensify on Syrian Targets After Assad’s Fall” [Link]

3.Al Jazeera – “Palestinian Hopes Fading Amid Regional Shifts” [Link]

4.The Times of Israel – “Netanyahu Declares Victory After Assad’s Regime Collapse” [Link]

5.Russian Ministry of Defence – “Russia’s Strategy in Syria Post-Assad” [Link]

6.Al Monitor – “Turkey’s Dilemma in the Syrian Conflict” [Link]

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