Nonostante una crescita inferiore all’1% e un tessuto imprenditoriale costituito per il 95% da microimprese, l’Italia ha appena superato il Giappone, posizionandosi al quarto posto nella classifica mondiale degli esportatori con 643 miliardi di euro nel 2025.
La bassa produttività italiana è un fenomeno statistico: nelle grandi imprese, il valore aggiunto per dipendente raggiunge i 118.000 euro, ovvero più che in Germania, grazie al dominio di oltre 200 nicchie ad alto valore aggiunto.
La diversificazione industriale — meccanica, farmaceutica, moda, agroalimentare, difesa — protegge l’Italia dagli shock settoriali e le consente di registrare una crescita del +7,2% sul mercato statunitense, mentre la Germania subisce un calo del 7,8%.
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Mentre la Francia ha registrato una crescita media dell’1,5-2% negli ultimi anni, l’Italia ristagna al di sotto dell’1%. Eppure, Roma ha appena superato il Giappone e si è posizionata al quarto posto nella classifica mondiale degli esportatori. Com’è possibile?
Posizione nella classifica mondiale: L’Italia è ora il quarto esportatore mondiale, davanti al Giappone. Risultati: Un surplus commerciale complessivo di 482 miliardi di euro dal 2010. Produttività d’élite: Nelle grandi imprese, il valore aggiunto per dipendente (118.000 €) supera quello della Germania (112.000 €). Resilienza: Una crescita del +7,2% verso gli Stati Uniti nel 2025, contro il -7,8% della Germania.
Cominciamo con una constatazione: l’Italia possiede il tessuto imprenditoriale più frammentato d’Europa, costituito principalmente da microimprese.
Alla fine del 2025, circa 5,85 milioni di imprese registrate. Di queste, 5,7 milioni, pari al 95%, sono microimprese (0-9 dipendenti); seguono 200.000 piccole imprese (10-49 dipendenti), 25.000 medie imprese (50-249 dipendenti) e 4.300 grandi imprese (oltre 250 dipendenti). Queste imprese sono concentrate principalmente in Lombardia, Lazio, Campania e Veneto. Queste quattro regioni rappresentano oltre il 40% del totale nazionale.
L’82% delle microimprese opera nel settore dei servizi – commercio, ristorazione, libere professioni – con una produttività ridotta a soli 20-30 mila euro per dipendente. Si tratta di settori tradizionali caratterizzati da margini di profitto ridotti.
Assorbono il 47,7% dei posti di lavoro, ma generano solo il 33,8% del valore aggiunto
Questa disparità si riflette direttamente sui salari medi più bassi in Italia: la limitata produttività delle microimprese genera un minor valore aggiunto per addetto, lasciando margini ridotti per retribuzioni più elevate. Al contrario, nelle medie e grandi imprese – dove la produttività è elevata – i salari sono in linea con la media europea o superiori ad essa.
Le piccole imprese investono meno in ricerca e sviluppo, limitando così la loro capacità di innovazione; molte non sfruttano le tecnologie moderne e dispongono di competenze manageriali inadeguate che incidono sulla loro competitività e crescita. Sebbene il Paese registri una ripresa della natalità imprenditoriale (saldo netto positivo, con +56.599 imprese nel 2025), non si osserva un vero e proprio cambiamento di scala (scaling). Il settore dei servizi è particolarmente colpito, con un ritardo di produttività del -20% rispetto alla media dell’UE.
Nel settore manifatturiero, le 300.000 microimprese (spesso con meno di 10 dipendenti) incidono negativamente sulla produttività media nazionale, con un valore aggiunto per occupato pari a 30-40 mila euro (-30/33% rispetto alla Germania). Le microimprese producono per conto terzi ma non esportano direttamente. Sono essenziali nella catena del valore (distretti industriali, subfornitura), ma contribuiscono poco alle esportazioni dirette, dominate dalle grandi imprese. Il problema è quindi strutturale, non di efficienza.
Il limite strutturale non ostacola la competitività
Escludendo le microimprese, il valore aggiunto per dipendente registra un forte aumento: raggiunge i 72.000 € nelle piccole imprese (10-49 dipendenti), i 93.000 € nelle medie (50-249 dipendenti) e i 118.000 € nelle grandi imprese (oltre 250 dipendenti), come nei settori di punta della meccanica o chimico-farmaceutico. Il valore aggiunto per dipendente passa così da 20–40.000 € nelle microimprese a 118.000 € nelle grandi imprese, un livello superiore a quello della Germania.
Sul fronte del commercio internazionale, l’Italia conferma la propria forza nelle esportazioni nel 2025 superando la soglia dei 643 miliardi di euro (+3,6% rispetto al 2024). Superando il Giappone nel periodo 2024-2025, si colloca al quarto posto nella classifica mondiale degli esportatori, secondo l’OCSE e l’OMC. Questa dinamica testimonia un’eccezionale resilienza rispetto ai suoi concorrenti: mentre la Germania registra un calo del 7,8% sul mercato americano, l’Italia vi registra una crescita del 7,2%. Questa performance culmina con un surplus record di 50,7 miliardi di euro che, al netto dell’energia, ammonta a 97,6 miliardi di euro, segnando così il suo miglior risultato degli ultimi trent’anni. Dal 2010, questa dinamica ha permesso di accumulare un surplus commerciale strutturale di quasi 482 miliardi di euro.
Il successo industriale italiano non si basa sulla produzione di massa, ma sulla padronanza di oltre 200 nicchie ad alto valore aggiunto
La meccanica di precisione, l’aerospaziale e l’automazione industriale costituiscono il cuore tecnologico del Paese, mentre il settore chimico-farmaceutico e l’industria della difesa rimangono all’avanguardia nell’innovazione. Questa specializzazione si ritrova anche nel settore nautico, nell’ottica, nella ceramica, nonché nei pilastri tradizionali quali la moda, il design e l’agroalimentare. Insieme, questi settori conferiscono all’Italia una posizione di primo piano nell’economia circolare europea e trasformano la sua diversificazione industriale in un vantaggio strategico a livello internazionale.
Diversificazione fondamentale
La diversificazione svolge un ruolo fondamentale nella competitività. A differenza della Germania (che dipende dal settore automobilistico), l’Italia presenta un andamento delle esportazioni più equilibrato: metallurgia e meccanica 45%, chimica 12%, farmaceutica 8%, moda 12%, agroalimentare 10%, ceramica 3%, meccanica di precisione 4%, ottica/nautica 3%, altro 3%, più resiliente agli shock settoriali.
La bassa produttività italiana è un fenomeno statistico spesso interpretato in modo errato dagli analisti, che si limitano a considerare i dati aggregati senza approfondire il «come» e il «perché»
Il 95% delle microimprese (soprattutto nel settore dei servizi) fa scendere la media nazionale, ma sono le circa 84.000 imprese che esportano regolarmente a trainare le esportazioni e a generare il consistente surplus commerciale del Paese.
Il Paese promuove attivamente i raggruppamenti (reti di imprese, consorzi) e le fusioni e acquisizioni (M&A) per favorire la crescita dimensionale delle PMI verso le medie-grandi imprese (50-250 dipendenti). Si tratta di un cambiamento di paradigma culturale (meno imprenditoria familiare, più professionalizzazione manageriale) che richiederà dai 10 ai 20 anni, ma nulla garantisce una migliore performance produttiva. Per competere e superare le sfide globali, occorre essere leader mondiali nelle nicchie ad alto valore aggiunto ed esportarle, non nella produzione di massa a basso costo.
Tuttavia, il modello economico delle microimprese è profondamente radicato nella cultura italiana, basato sull’imprenditoria individuale su piccola scala e integrato nelle tradizioni familiari e territoriali (distretti industriali). Questo rappresenta l’elemento distintivo della struttura economica del Paese, invidiato da molti paesi avanzati.
L’industria meccanica rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’economia italiana. Essendo un paese prevalentemente manifatturiero ed esportatore, l’Italia fonda la propria competitività internazionale su questo settore dinamico, che contribuisce in modo determinante al suo surplus commerciale.
In tutti i paesi industrializzati, l’industria meccanica riveste un ruolo particolarmente importante sia dal punto di vista quantitativo – in termini di occupazione, valore aggiunto e commercio internazionale – sia per la sua funzione strategica. Essa contribuisce in modo decisivo alla crescita di un paese e al mantenimento dei livelli di competitività dell’intero settore industriale, il cui sviluppo dipende in larga misura dalla capacità del settore ingegneristico di crescere e rinnovarsi perseguendo costantemente la propria politica di innovazione. In Italia, l’industria meccanica è stata alla base della crescita del sistema industriale e oggi riveste un ruolo centrale. Povera di risorse naturali, la sua economia deriva dalla trasformazione e il livello di benessere è strettamente legato alla sua capacità di essere competitiva e di esportare.
Specializzata nella produzione di automobili, elettrodomestici, strumenti di precisione, apparecchiature per la ricerca scientifica, apparecchiature per le telecomunicazioni e armi, sia civili che militari, l’industria meccanica è una presenza onnipresente che contribuisce in modo decisivo alla crescita del Paese e al mantenimento dei livelli di competitività dell’intero settore industriale. La capacità e il dinamismo del settore hanno permesso all’Italia di diventare il quinto mercato mondiale della meccanica, dopo Cina, Stati Uniti, Germania e Giappone. Con una presenza consolidata su tutto il territorio, l’industria meccanica è attiva principalmente nel centro-nord del Paese, con una forte concentrazione produttiva e una quota relativa in percentuale delle esportazioni in Lombardia (29,3%), in Emilia-Romagna (22,8%), in Veneto (15,5%), in Piemonte (11,5%), in Toscana (6,6%), in Friuli-Venezia Giulia (3,3%), nelle Marche (2,8%) e nel Trentino-Alto Adige (2%).
Un settore fortemente diversificato e strategico
Per comprendere meglio il ruolo centrale dell’industria meccanica nell’economia italiana, è necessario analizzarne l’impatto sull’intero settore industriale. Il 100% dei beni strumentali appartiene al settore meccanico. L’82% della produzione ad alta tecnologia è di natura meccanica. L’80% della produzione meccanica è ad alta tecnologia.
Il settore è costituito da 105.000 imprese che danno lavoro a 1.659.220 persone, il che lo rende il secondo settore industriale in Europa dopo la Germania. Produce una ricchezza (misurata in termini di valore aggiunto) pari a 120 miliardi di euro. Il suo fatturato ammonta a 500 miliardi di euro, di cui 250 miliardi generati dalle esportazioni. Il suo surplus commerciale è di 50 miliardi e contribuisce al riequilibrio complessivo della bilancia commerciale italiana, strutturalmente in deficit nei settori dell’energia e dell’agroalimentare.
Mentre la maggior parte dei paesi del mondo è sconvolta dalle tensioni geopolitiche e dalle turbolenze economiche, l’Italia è riuscita a uscire dalla stagnazione dopo sedici anni di crescita modesta e profonde recessioni, in particolare durante la crisi del debito sovrano e la pandemia di COVID-19.
In un contesto caratterizzato da rischi geopolitici, tensioni internazionali e turbolenze economiche e finanziarie a livello mondiale, l’Italia è riuscita a uscire dalla stagnazione dopo sedici anni di crescita modesta e profonde recessioni, in particolare durante la crisi del debito sovrano e la pandemia di COVID-19.
Un altro dato altrettanto significativo riguarda il commercio estero, dal quale l’economia dipende fortemente. Le esportazioni non solo rappresentano il 40% del PIL, ma costituiscono anche un elemento fondamentale per la riduzione del deficit e del debito pubblico.
Nei primi sette mesi dell’anno, l’Italia ha incrementato le proprie esportazioni, superando per la prima volta il Giappone e diventando il quarto esportatore mondiale, dietro a Cina, Stati Uniti e Germania. Si tratta di un risultato storico se si considera che la popolazione attiva in Italia è di 23,7 milioni contro i 69,3 milioni del Giappone. I dati dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) confermano quindi la crescita costante delle esportazioni italiane dal 2016, passate da 480 a 626 miliardi di euro nel 2023. Secondo le previsioni del governo, le esportazioni dovrebbero raggiungere i 680 miliardi nel 2025 e superare i 700 miliardi nel 2026.
Quali sono, dunque, i vantaggi competitivi di cui dispone l’Italia per continuare a espandersi sui mercati internazionali e mantenere la propria leadership mondiale in alcuni settori?
Aziende esportatrici: Secondo l’ISTAT, nel 2022 l’Italia contava circa 35.000 aziende esportatrici con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 500. Dato importante: le imprese dei settori del lusso, della moda, della meccanica di precisione, farmaceutico e agroalimentare esportano fino al 70% della loro produzione.
Nuovi mercati : L’Europa e gli Stati Uniti rappresentano i principali mercati di destinazione delle esportazioni italiane. Tuttavia, le imprese sono riuscite a sviluppare nuovi mercati emergenti, come Messico, Brasile, Colombia, Turchia, Serbia, Egitto, Marocco, Sudafrica, India, Cina, Vietnam e Singapore. Questi paesi rappresentano attualmente 80 miliardi di euro di esportazioni italiane e potrebbero raggiungere i 95 miliardi entro il 2027, grazie ai loro ingenti investimenti in settori chiave in cui l’Italia eccelle, come la meccanica, l’energia e le infrastrutture.
Strategia di nicchia: La strategia di nicchia costituisce un elemento fondamentale del commercio estero italiano. È proprio grazie alle numerose nicchie in cui il Paese è leader mondiale che la bilancia commerciale registra un surplus di 100 miliardi di dollari, esclusi i minerali energetici.
Flessibilità: Le aziende francesi sono rinomate per la loro flessibilità. Questo punto di forza consente loro di personalizzare i prodotti in base alle richieste specifiche dei clienti, di rispondere rapidamente ai cambiamenti della domanda e di adattarsi alle nuove esigenze del mercato.
Le esportazioni, pur rappresentando una componente fondamentale del PIL e offrendo opportunità di sviluppo, in particolare in settori altamente specializzati, non bastano da sole a risolvere alcuni dei problemi sistemici che affliggono il Paese. L’Italia deve assolutamente adottare misure strategiche mirate per consentire la crescita della propria economia. E per farlo deve proporre soluzioni concrete in materia di:
Dipendenza energetica : L’Italia è il paese europeo con il più alto grado di dipendenza energetica, pari al 73,5%. Il costo dell’energia incide sulla competitività delle imprese italiane. L’Italia paga il 10,1% in più rispetto alla Francia, il 13,4% in più rispetto alla Germania e il 44,4% in più rispetto alla Spagna. Promuovere lo sviluppo delle energie rinnovabili per migliorare la sicurezza energetica e ridurre i costi è doppiamente importante.
Pressione fiscale : Ridurre le imposte sulle imprese e sul lavoro per abbassare i costi di gestione e incentivare l’assunzione di personale.
Ricerca e sviluppo : Promuovere politiche di incentivazione della ricerca e dello sviluppo (R&S), con finanziamenti mirati e agevolazioni fiscali per le imprese che investono nell’innovazione.
Carenza di competenze : La carenza di competenze colpisce i settori tecnologici, ma anche l’industria. Le implicazioni negative sono numerose per l’economia e per l’occupazione, rendendo difficile per le imprese trovare lavoratori in possesso delle competenze necessarie e limitando così il loro sviluppo. È quindi essenziale un intervento coordinato tra imprese, istituzioni e sistema educativo per colmare il vuoto e preparare il Paese alle sfide del futuro.
Dimensioni delle imprese : L’aumento delle dimensioni delle PMI è fondamentale per migliorare la competitività e la resilienza economica. Le PMI italiane sono spesso caratterizzate da dimensioni troppo ridotte, che non consentono loro di investire nelle nuove tecnologie, di accedere a finanziamenti a condizioni vantaggiose e di essere competitive sui mercati internazionali.
Transizione digitale: La digitalizzazione della pubblica amministrazione e la riduzione della burocrazia sono fondamentali per attrarre investimenti stranieri, ma anche per migliorare la produttività. Formare i funzionari pubblici affinché acquisiscano competenze digitali è essenziale per accompagnare questa transizione.
da quando ha cessato le pubblicazioni il benemerito settimanale “Social” (e con esso le mie “Opinioni Eretiche”) molti amici mi hanno invitato a continuare i miei articoli su una diversa testata, o anche privatamente, come semplici comunicazioni ad amici e corrispondenti.
Ho ringraziato per l’attenzione, ma ho sempre resistito alla tentazione di ritornare sui miei passi. Giunto sulla soglia degli 80, devo per forza fare delle scelte; e ho scelto di dedicare il tempo che mi resta agli studi storici e non alla attualità politica.
Oggi, tuttavia, ho deciso di fare un’eccezione e di comunicare agli amici le ragioni della mia scelta referendaria.
Dunque, voterò per il SI, con tutto il cuore. Ma, soprattutto, con il cervello.
Vi spiego perché. Per due motivi di logica elementare e, soprattutto, per un motivo di ordine politico.
Incominciamo dal primo motivo. Giudice è chi giudica, e la sua figura deve necessariamente essere posta su un piano completamente diverso rispetto alle parti in lite. E queste parti sono – semplificando – la accusa (i pubblici ministeri) e la difesa (gli avvocati). Tenere insieme chi giudica e chi accusa è una contraddizione in termini. D’altro canto le due figure (e le due carriere) sono tenute rigidamente separate negli ordinamenti giudiziari della generalità dei paesi occidentali: dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Germania alla Spagna, dall’Inghilterra alla Svizzera, alla Svezia, alla Norvegia, al Belgio, eccetera, eccetera. Non capisco perché in Italia dobbiamo continuare a tenerli insieme, solo per fare un favore al PD.
E, a proposito del PD, apro una parentesi. Le mie simpatie politiche non vanno alla Meloni, ma al campo dei sovranisti autentici: il generale Vannacci, Gianni Alemanno, Marco Rizzo. Ma certamente, non ho il minimo dubbio nell’affermare che la Meloni ha una caratura politica che la pone nettamente al di sopra dell’allegra brigata del “campo largo”. Ve l’immaginate se, soprattutto in un momento difficile come questo, dovessimo avere alla guida del governo una Elly Schlein, o un “Giuseppi” Conte, o magari un qualche sodale di Soumahoro o della Salis?
Chiusa la parentesi, e torniamo al referendum.
Il secondo motivo per cui voto “si”: per riaffermare gli equilibri dello Stato-di-diritto, con il potere legislativo che fa le leggi, con il potere esecutivo che dà loro attuazione, e con il potere giudiziario che le applica. La magistratura deve far rispettare le leggi che promanano dalla politica, non atteggiarsi a contro-potere che si arroga il diritto di opporre alla volontà di governo e parlamento una propria (e diversa) volontà. Non può – per esempio – opporre alla volontà del potere politico di limitare l’immigrazione illegale, una propria (ed opposta) visione sul come gestire – per restare all’esempio – il fenomeno migratorio. Così come può “interpretare” le leggi solamente per ricondurle a ciò che il legislatore aveva voluto effettivamente disporre, e non “interpretarle” (si fa per dire) per cercare il cavillo che consenta di disattendere la volontà del legislatore: per esempio, trovando un escamotage che consenta di lasciare in libertà uno stupratore seriale o un sospetto terrorista.
Altra parentesi: i responsabili di comportamenti del genere non sono “i magistrati” né tantomeno “la magistratura”, ma solamente una ristretta aliquota di magistrati “militanti”. Che però, guarda caso, si trova spesso a ricoprire incarichi importanti in sedi importanti. Come mai? Sono andato a rileggermi alcune pagine de “Il Sistema” di Palamara, e ho trovato la risposta.
Chiusa anche quest’altra parentesi. E vengo al motivo più importante, quello di carattere politico. Se dovesse passare il “no” (cosa che non mi sembra possibile, checché ne dicano Elly e compagni), ciò significherebbe lasciare nello stato attuale la problematica dell’invasione migratoria. In altre parole: se domani un qualunque governo dovesse cercare di arginare l’invasione e di colpire più duramente gli immigrati che dovessero macchiarsi di reati, basterebbe un magistrato d’assalto per vanificare tutto e rendere impossibile al legislatore di attuare la linea politica per la cui realizzazione è stato votato dal popolo sovrano. In altre parole: per sovvertire ogni parvenza di democrazia.
Questo referendum, quindi, non riguarda soltanto la separazione delle carriere dei magistrati, ma anche – di fatto – un problema assai più importante: quello della immigrazione. E sull’immigrazione – ma anche sull’ordine pubblico, sulla criminalità, sul terrorismo, eccetera – vorrei che potesse decidere il popolo sovrano. Oggi, ma soprattutto domani. Un domani che non mi appare del tutto calmo e tranquillo.
Tra il 2021 e il 2024, il PIL del Mezzogiorno è cresciuto dell’8,5%, superando il Centro-Nord: una svolta storica dopo decenni di ritardo strutturale.
Aeronautica, semiconduttori, digitale: il Sud Italia sta costruendo un’economia ad alto valore aggiunto, trainata da un’élite tornata dopo anni di esilio professionale.
Senza un pesante retaggio industriale da riconvertire, il Mezzogiorno passa direttamente ai settori tecnologici, posizionandosi come laboratorio delle filiere europee di domani.
Il Sud Italia è sempre stato descritto come un’area economicamente fragile: pochi capitali, poche industrie e una costante fuga di giovani verso l’estero. Era un paradigma che sembrava scolpito nella pietra sin dall’Unità d’Italia. Tuttavia, oggi i dati raccontano una realtà diversa: il Mezzogiorno non solo sta recuperando il ritardo, ma sta anche accelerando.
Tra il 2021 e il 2024, il PIL del Sud è cresciuto dell’8,5%, contro il +5,8% del Centro-Nord. Ancora più sorprendente: tra il 2019 e il 2023, il Mezzogiorno è cresciuto del 9%, circa il doppio della media nazionale. Nel 2024 l’economia meridionale ha raggiunto una massa critica di circa 427 miliardi di euro (dati ISTAT e SVIMEZ), superando quella del Centro di circa 32 miliardi.
La nuova fase di crescita del Sud si contraddistingue per la diversificazione e l’accelerazione in settori ad alto valore aggiunto. Il tessuto manifatturiero meridionale è competitivo nei settori dell’aeronautica, della farmaceutica, dell’agroalimentare e delle tecnologie avanzate, che insieme rappresentano una quota significativa del valore aggiunto e delle esportazioni della zona.
Allo stesso tempo, l’ecosistema delle startup del Sud sta attraversando una fase di consolidamento strutturale. Non si tratta più di iniziative isolate, ma di centinaia di nuove imprese attive in segmenti tecnologici all’avanguardia: dalla sanità alle software company, passando per il fintech e l’ingegneria avanzata. Questa nuova base imprenditoriale crea un mercato del lavoro qualificato che funge da catalizzatore per l’intero ecosistema locale, segnando il passaggio definitivo da un’economia di sussistenza a un’economia di valore.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
Per certi versi, il Mezzogiorno ricorda la Germania dell’Est dopo la riunificazione: un territorio a lungo considerato periferico, sfruttato per i suoi vantaggi in termini di costi e sostenuto da ingenti trasferimenti pubblici. Ma la vera sfida, ieri come oggi, non è quella di attrarre investimenti perché costa meno. Si tratta piuttosto di trattenere il capitale umano e costruire specializzazioni sostenibili. La Germania orientale ha impiegato più di vent’anni per avvicinarsi ai livelli dell’Occidente. Il Sud Italia è solo all’inizio di un percorso simile. Con una differenza: la sua integrazione passa ormai più dal digitale che dall’industria.
La Germania orientale ha impiegato vent’anni per avvicinarsi all’Occidente. Il Sud Italia ha un vantaggio che prima non aveva: integra direttamente il digitale, senza passare attraverso l’industria pesante.
La Germania orientale è cresciuta, ma non ha mai colmato completamente il divario di produttività. Per il Sud permane il rischio di diventare una periferia funzionale dell’economia nazionale: utile, ma non determinante. Riuscirà a trasformarsi in un polo tecnologico strategico?
Dall’esilio all’imprenditoria: il nuovo volto dell’élite meridionale
Nel sud Italia è in atto una trasformazione strutturale di portata senza precedenti dagli anni ’60. Stanno emergendo poli territoriali di eccellenza, guidati da campioni industriali come Leonardo a Napoli, le multinazionali dell’IT a Bari e STMicroelectronics a Catania. Mentre il Nord soffre della contrazione del settore meccanico legata alla domanda tedesca e alla crisi automobilistica, il Sud registra una crescita significativa: il settore digitale ha visto aumentare il proprio organico del 18,7% nell’ultimo decennio; la Campania si afferma come primo polo nazionale dell’aeronautica con circa 22.000 dipendenti; Catania diventa un hub strategico per i semiconduttori con oltre 5.500 dipendenti; la Puglia registra un balzo del 12% nelle esportazioni farmaceutiche.
Allo stesso tempo, si rafforza il ritorno dei talenti: dal 2020, tra i 15.000 e i 20.000 giovani meridionali sono tornati per avviare iniziative imprenditoriali o entrare a far parte di gruppi multinazionali. Il programma “Resto al Sud”, gestito da Invitalia, ha sostenuto oltre 52.000 progetti imprenditoriali. Dal tradizionale brain drain si sta passando gradualmente a una dinamica di brain circulation, con effetti potenzialmente strutturali sull’ecosistema locale.
Dal “brain drain” al “brain circulation”: i meridionali che sono partiti all’estero tornano con un bagaglio di esperienza internazionale che il Sud non aveva mai avuto prima.
Il Mezzogiorno continua ad attrarre capitali dal Centro-Nord sotto forma di una «globalizzazione interna» sempre più strategica. Se in passato i flussi riguardavano soprattutto il settore agroalimentare e della moda, oggi si concentrano sui servizi digitali e tecnologici: circa 290 milioni di euro di equity negli ultimi otto anni, di cui oltre il 60% assorbito dalla Campania e dalla Puglia.
Se questi poli riusciranno a consolidarsi, il Mezzogiorno potrebbe passare dallo status di zona di trasferimenti pubblici a quello di piattaforma strategica per l’integrazione dell’Italia nelle nuove filiere tecnologiche europee. In caso contrario, correrà il rischio già visto in altre periferie economiche: una crescita temporanea senza trasformazione strutturale.
Redditi più bassi, ma qualità della vita superiore
Nel 2025, il Sud offre un equilibrio senza precedenti tra reddito e costo della vita. Sebbene i salari nominali rimangano inferiori a quelli del Nord, il potere d’acquisto reale è sostenuto da costi di alloggio e servizi inferiori di oltre il 25%. Con affitti nelle metropoli del Sud che oscillano tra i 600 e i 900 euro, contro i 1.200-1.800 euro del Nord, il Mezzogiorno si sta trasformando in uno spazio economicamente sostenibile per la nuova classe di professionisti del digitale e nomadi digitali. Resta da vedere se il Sud saprà trasformare questo vantaggio in una crescita sostenibile e in una nuova identità economica.
Verso una nuova identità: il balzo in avanti del Mezzogiorno
Il vero vantaggio competitivo del Mezzogiorno risiede oggi in un paradosso storico e sociale: le limitate opportunità del passato, che hanno spinto i profili migliori ad emigrare, hanno generato un capitale umano dotato di una profonda esperienza internazionale. Questa “élite di ritorno”, altamente qualificata e ricca di know-how globale, offre al Sud la possibilità di capitalizzare competenze di altissimo livello.
Non avendo un pesante retaggio industriale da riconvertire, il Sud ha potuto saltare il modello manifatturiero per proiettarsi direttamente nei settori ad alto valore aggiunto: un vantaggio strategico unico.
A questa dinamica si aggiunge un “salto di qualità” economico fondamentale: non avendo un pesante retaggio industriale da riconvertire, il Sud ha potuto saltare il modello manifatturiero tradizionale per proiettarsi direttamente nei settori ad alto valore aggiunto. Mentre il Centro-Nord fatica in una complessa transizione dal modello meccanico a quello digitale, il Mezzogiorno costruisce la propria identità in modo nativo attorno alla tecnologia e all’innovazione. Questo posizionamento lo rende il laboratorio ideale per le filiere europee di domani: un territorio che non insegue un passato industriale obsoleto, ma vive già il presente tecnologico con una visione strategica finalmente globale.
Lunga infamia ai Savoia: allora, ieri, oggi, domani
La resa di Teano e l’inizio di un’unità controversa
Il 26 ottobre 1860, sulla piana di Teano, Giuseppe Garibaldi incontrò Vittorio Emanuele II e consegnò formalmente il controllo del recentemente conquistato Regno delle Due Sicilie al re di Savoia. Questo momento, celebrato dalla storiografia ufficiale come tappa fondamentale dell’Unità d’Italia, assume una connotazione ben diversa se analizzato nel contesto del repubblicanesimo mazziniano e del progetto politico originario di Garibaldi.
Garibaldi, fino ad allora allievo di Giuseppe Mazzini e animato dall’ideale repubblicano, tradì consapevolmente la causa repubblicana accettando di subordinare la sua conquista meridionale alla monarchia sabauda. In una sua celebre dichiarazione, Garibaldi avrebbe affermato: “Ho fatto per l’Italia ciò che un generale può fare per la sua patria; ora consegno al re ciò che ho conquistato con il mio popolo.” Questo passaggio, oltre a segnare una svolta politica, compromise l’idea di una repubblica unitaria fondata sulla partecipazione e sull’uguaglianza civile.
La cessione non fu un semplice atto formale: secondo numerosi storici critici, come Rosario Romeo e Denis Mack Smith, ridusse a mera annessione territoriale una rivoluzione popolare, cancellando molte esperienze di autogoverno e processi costituenti in corso nel Sud Italia. La resa di Teano segnò dunque l’inizio di un’unità costruita dall’alto, non frutto di un consenso nazionale diffuso.
Le responsabilità sabaude nella costruzione dello Stato nazionale
Una volta proclamato il Regno d’Italia nel 1861, Vittorio Emanuele II e la dinastia sabauda adottarono politiche che produssero molteplici effetti negativi sul tessuto sociale, economico e istituzionale del nuovo Stato.
Esclusione democratica e centralismo autoritario
Il nuovo regno si dotò di istituzioni parlamentari, ma il sistema elettorale era estremamente limitato: nel 1861 solo circa il 2% della popolazione maschile poteva votare, e le scelte politiche rimasero saldamente nelle mani di una élite aristocratica e liberale. Il centralismo piemontese espresse un modello di stato autoritario, incapace di valorizzare le specificità regionali italiane e di costruire un senso di appartenenza comune.
La questione meridionale e la repressione del brigantaggio
Il cosiddetto “brigantaggio” nel Mezzogiorno fu soprattutto un fenomeno di resistenza contro l’occupazione militare sabauda e la cancellazione delle istituzioni borboniche. Le forze armate regie risposero con durezza: deportazioni, fucilazioni e stati d’assedio radicalizzarono l’ostilità della popolazione meridionale verso il nuovo Stato. La decisione dei Savoia di trattare il fenomeno solo come ordine pubblico, anziché come questione sociale e politica, aggrava le ferite storiche tra Nord e Sud fino ai nostri giorni. Un monito per i governanti e politici di oggi.
Politica economica: industrializzazione sbilanciata
Le politiche economiche sabaude favorirono nettamente il Nord industriale (in particolare Lombardia e Piemonte) attraverso tariffe protezionistiche e incentivi alle industrie. Il Sud, privo di infrastrutture e capitali, venne trasformato in un’area produttiva agricola svantaggiata, incapace di competere e attrarre investimenti. Questo squilibrio ha radici dirette nelle scelte di politica economica del nuovo Regno e ha contribuito a generare il divario Nord-Sud ancora oggi percepibile. Un monito per i governanti e politici odierni.
La Prima Guerra Mondiale e gli autori di una “vittoria mutilata”
Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra mondiale (1915-1918) fu deciso dalla monarchia in funzione anti-austriaca, ma fu gestito con scarso coordinamento politico. La retorica patriottica di re Vittorio Emanuele III non evitò che al fronte si verificassero fortissime disfatte, come quella di Caporetto, e che il dopoguerra consegnasse agli italiani né vittoria piena né stabilità politica.
Il conteggio dei territori “conquistati” (come Trento e Trieste) non compensò le perdite umane, sociali ed economiche subite dall’Italia. La retorica celebrativa della guerra contribuì, inoltre, ad alimentare sentimenti nazionalistici che favorirono l’ascesa delle destre radicali.
La monarchia e l’avvento del fascismo
Il momento forse più controverso per la casa Savoia fu l’ascesa di Benito Mussolini nel 1922. Davanti alla Marcia su Roma, Vittorio Emanuele III rifiutò di mobilitare l’esercito per difendere la democrazia parlamentare, consegnando de facto il potere a Mussolini. Si trattò non di un errore tattico isolato, ma di una scelta politica con profonde conseguenze:
l’abolizione delle libertà civili;
la repressione degli avversari politici;
lo stato totalitario istituzionalizzato dallo Stato fascista.
La monarchia, lungi dall’essere un freno, fu un abilitatore del fascismo per oltre un decennio, partecipando anche agli aspetti simbolici e propagandistici del regime
Seconda guerra mondiale e crac finale della monarchia
Durante la Seconda guerra mondiale, l’Italia si schierò con le potenze dell’Asse sotto la guida di re Vittorio Emanuele III, che non riuscì ad evitare l’entrata in guerra nel 1940 e gestì malamente il collasso militare e politico del 1943. Quando la sconfitta divenne inevitabile, il re trasferì i poteri a suo figlio Umberto II nel tentativo di salvare la corona, ma la mossa non evitò la vittoria del fronte repubblicano nel referendum istituzionale del 1946.
I danni di un’unità incompiuta
L’Unità d’Italia, lungi dal realizzare immediatamente un progetto nazionale inclusivo e democratico, fu spesso costruita con modalità autoritarie, centraliste e, in certi casi, repressive. La scelta di Garibaldi di abbandonare il repubblicanesimo mazziniano non fu un semplice adattamento tattico, ma un punto di svolta che consolidò un modello statale monarchico e conservatore.
I Savoia, attraverso politiche esclusive e decisioni politiche di vasta portata, contribuirono a creare squilibri territoriali, sociali ed istituzionali che l’Italia ha cercato di superare per oltre un secolo e che alimentano ancora dibattiti sulla natura e il significato dell’Unità nazionale.
Un monito per i governanti e i politici del nostro tempo. Alla luce dei fatti sin qui narrati, sostenuti peraltro dai maggiori storici del Risorgimento e dell’Italia nella prima fase del XX secolo, ci si augura che gli abbagli costituzionali del passato non diventino mai più fiaccole incendiarie di errori tattici, sociali e politici che possano cagionare guasti storici di lunga portata.
Su Italia e il Mondo: Si Parla dell’ordinamento giudiziario in Italia, del contesto politico in cui agisce e che contribuisce a plasmare pesantemente. Buon ascolto, Giuseppe Germinario-Cesare Semovigo
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Tra i tanti argomenti adotti contro la riforma Nordio sull’ordinamento della giustizia (e sul sorteggio dei componenti del CSM), uno è particolarmente interessante, laddove si afferma che i magistrati sorteggiati non avrebbero capacità ed attitudini per contrastare i condizionamenti politici, specie quelli provenienti dai sorteggiati non-togati.
L’argomento ha il difetto da un lato di provare troppo, dall’altro di non considerare uno dei principali caratteri dello Stato moderno.
Quanto al primo aspetto se è vero che l’elezione è (anche) un modo di scegliere i migliori (nel senso dei più adatti) è anche vero che principio fondamentale della democrazia è l’accesso di tutti i cittadini alla funzione pubblica. E così anche all’elettorato passivo agli organi costituzionali. Molti hanno ironizzato sulla possibilità che così un ignorante (o un demente, o un inadatto in genere) potrebbe accedere agli organi e uffici politici più importanti della Repubblica (Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica): ma è un rischio che una democrazia deve correre, se vuole essere tale. D’altra parte la storia è piena di governanti, scelti con qualsiasi sistema (la nascita, l’adozione, l’elezione, e così via) che avevano i medesimi difetti di coloro (pochi) scelti con il sorteggio. Ad applicare coerentemente l’argomento criticato si dovrebbe pre-selezionare i candidati, magari prevedendo dei requisiti severi limitanti l’accesso e restringere a quelli la lista degli eleggibili. Superando poi il dubbio che, se questi requisiti dovessero essere determinati non da criteri oggettivi (anzianità, reddito, nascita) ma dal giudizio di un ufficio, questo sarebbe stato imparziale e opportuno. Quindi l’inconveniente criticato è a maggior ragione (dato il maggior potere) pertinente anche agli eletti agli organi costituzionali. E la scelta dei “migliori” – sottintesa all’elezione – può ridurre il rischio, ma non eliminarlo.
Sotto un secondo aspetto (non meno importante) l’argomento in esame presta il fianco ad una critica. Scriveva Max Weber che uno dei caratteri peculiari della burocrazia moderna è il possesso del “sapere specializzato”, cioè «acquisito mediante istruzione specifica e cioè “tecnico” nel senso vasto della parola». Nel caso, tutti i componenti del CSM devono essere esperti di diritto quali giudici, avvocati o comunque professori universitari di materie giuridiche. Al contrario degli organi costituzionali “politici” in cui l’accesso è illimitato; questo lo è (anche e soprattutto) per garantire la padronanza della materia e dall’altro per escludere o limitare drasticamente, come è opportuno, il controllo del vertice politico (non specializzato) sull’insieme dei magistrati; al contrario della regola di ogni ente, dai Ministeri ai consigli municipali, dove un vertice politico (non professionale) indirizza e controlla la burocrazia (professionale).
Nella specie la larga maggioranza del CSM è sorteggiato tra i funzionari: quindi il vertice non è politico.
Tuttavia i critici delle riforme sostengono che i sorteggiati tra i funzionarti non garantirebbero di essere in grado di fronteggiare il drappello minoritario dei “laici”. Ma, a parte che non è detto che siano poco capaci, essendo degli specialisti, anzi sembra piuttosto improbabile, la ridotta capacità di gestire il potere attraverso contrapposizioni ed accordi può capitare in ogni organo collegiale, compresi quelli che contemplano la presenza di membri d’estrazione burocratica e non. E’ un rischio cui si può ovviare sopprimendo una delle due categorie. Ma se non lo si fa, si deve correre.
Teodoro Klitsche de la Grange
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I due testi in calce costituiscono la bozza, grezza, ma leggibile, di una relazione tenuta ad Accadìa nel corso della“SUMMER SCHOOL NAZIONALE SULL’AREA INTERNA DEI MONTI DAUNI”, promossa dall’associazione “La torre dell’orologio” con il patrocinio delle università di Foggia, di Venezia, della Calabria e del Politecnico di Bari_Giuseppe Germinario
SUMMER SCHOOL NAZIONALE SU
L ’ AREA I N T ER N A D E I M O N T I D AU N I A C C A D I A 2 2 – 28 s e t t embre 202 5
L’Unione europea tra propositi di coesione e dinamiche di polarizzazione
L’Unione Europea (1993), erede della CECA (1951) e della CEE (1957), nel titolo XVIII-artt 174-178, tratta della “COESIONE ECONOMICA, SOCIALE E TERRITORIALE” come una (“anche”) delle missioni socioeconomiche istitutive della Unione.
In particolare l’art. 174 recita: “Per promuovere uno sviluppo armonioso dell’insieme dell’Unione, questa sviluppa e prosegue la propria azione intesa a realizzare il rafforzamento della sua coesione economica, sociale e territoriale. In particolare l’Unione mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite. Tra le regioni interessate, un’attenzione particolare è rivolta alle zone rurali, alle zone interessate da transizione industriale e alle regioni che presentano gravi e permanenti svantaggi naturali o demo grafici, quali le regioni più settentrionali con bassissima densità demografica e le regioni insulari, transfrontaliere e di montagna”.
Per realizzare questa finalità l’UE si è dotata di una specifica strumentazione finanziaria inglobata nella categoria dei cosiddetti fondi strutturali. In particolare:
I fondi principali, definiti nell’Accordo di Partenariato tra l’Italia e la Commissione europea, sono:
Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR): Investe in progetti di sviluppo regionale, infrastrutture e innovazione.
Fondo sociale europeo (FSE): Supporta progetti di occupazione, istruzione, formazione e inclusione sociale.
Fondo di coesione (FC): Finanzia progetti in Stati membri con un PIL pro capite inferiore alla media dell’UE, focalizzandosi su trasporti e infrastrutture ambientali.
Fondo per una transizione giusta (JTF): Aiuta le regioni a fronteggiare gli impatti sociali ed economici della transizione verso un’economia a impatto climatico zero.
La gestione viene affidata in linea di principio e in un rapporto di condivisione dalle:
Agenzie per la coesione territoriale. In Italia tale struttura coordina le politiche di coesione e l’Accordo di Partenariato
Amministrazioni centrali e regionali, secondo le priorità definite
Quel “anche”, però, vorrebbe essere una congiunzione dall’intento paritario. La realtà, purtroppo, indica altro e soprattutto una tendenza, definibile ormai storicamente, alla polarizzazione geografica, economica e sociale sempre più marcata, pur in un quadro, almeno sino a pochi anni fa, di sviluppo pressoché generale.
Per inquadrare, dal mio punto di vista, correttamente il problema della polarizzazione e, nella fattispecie, del “recupero delle aree interne, oggetto di questa iniziativa, occorre definire due assunti fondanti la successiva narrazione.
Le iniziative politiche, tra le quali la costruzione nelle sue varie fasi dell’Unione Europea, susseguitesi dal secondo dopoguerra ad oggi, ormai da ottanta anni, e riguardanti l’Europa Occidentale prima e l’Europa tutta, compresa la parziale eccezione della Russia, seguono a una condizione di occupazione militare statunitense, appena mitigata nel suo peso da episodi significativi di resistenza al regime nazista in alcuni paesi, frutto di una sconfitta disastrosa delle potenze dell’Asse, in particolare di Italia e Germania, e della progressiva subordinazione agli Stati Uniti o scarsa significanza delle due nazioni europee apparentemente vincitrici, la Francia e il Regno Unito. Da sottolineare che il regime di occupazione formale terminò in Italia nel 1947, in Germania solo nel 1990 pur, questione sostanziale, con il mantenimento di un nutrito numero di basi e truppe, ma non solo queste, sul terreno.
Il progressivo e rapido scivolamento in una riduzione meramente economicista, diretta conseguenza del punto precedente, della conduzione politica della Unione fondata sul dogma del cosiddetto libero mercato, sulla garanzia salvifica della tutela della domanda dei consumatori rispetto all’offerta
IL RUOLO DEGLI STATI UNITI NELLA COSTRUZIONE EUROPEA
L’apertura, circa quaranta anni fa, degli archivi secretati statunitensi risalenti agli anni ‘30 ha permesso di studiare e documentare il grande interesse e la volontà di quella leadership, che aveva evidentemente già presagito lo scoppio e l’epilogo del secondo conflitto mondiale, di sondare il terreno ed intervenire attivamente nella costruzione di una qualche forma di costruzione unitaria europea. I frequenti viaggi negli Stati Uniti di Jean Monnet, il padre del metodo funzionalista di costruzione europea, iniziati negli anni ’40 sono una delle tante testimonianze di questo interesse e della sempre più fitta tessitura di legami tra le due sponde dell’Atlantico.
Una volta risolto il dilemma del destino della Germania sconfitta, in particolare se garantirle l’unità politica con una postura neutrale, secondo le indicazioni di Stalin o tenerla sotto regime di occupazione e separarla, come in realtà avvenne, si pose un’altra opzione: ridurre la Germania ad una condizione economica agropastorale, il cosiddetto piano Morgenthau, sulla falsariga di quanto successo nel primo dopoguerra, oppure valorizzarne le indubbie capacità organizzative ed industriali, adottando una struttura federale simile a quella statunitense. Con grande lungimiranza, rara di esempi nella storia, la leadership statunitense scelse questa ultima opzione, gravida di conseguenze positive per lo sviluppo dell’intera Europa nei decenni successivi, ma con dei paletti ben impiantati a delimitare i limiti di quello sviluppo e la delimitazione dello spazio di azione geopolitico, il cui permanere nel mutato contesto geopolitico stanno riducendo la attuale postura europea ad una condizione farsesca e potenzialmente e progressivamente tragica.
La Repubblica Federale Tedesca, la nazione, quindi, politicamente più debole del quadrante europeo, era destinata a diventare il perno ed il motore locale aggregativo di quella parte di Europa “costretta” in una alleanza politico-militare, la NATO (1949, cinque anni prima, quindi, del Patto di Varsavia) e comprimaria nella costruzione di una Unione, possibilmente di tipo federale, in realtà tutta incentrata sulla costruzione economica circoscritta dalla condizione politica e dagli imperativi geopolitici di tipo bipolare già all’orizzonte. La iniezione di investimenti statunitensi di quel periodo, massiccia ma selettiva, attenta a non mettere a rischio la supremazia tecnologica ed industriale statunitense, non fece che corroborare quella scelta politica.
Ho parlato di lungimiranza, indubbia qualità soggettiva di quella leadership, sostenuta però da condizioni oggettive, legate alle salde radici socialdemocratiche/keynesiane in grado di condizionare le scelte liberali, alla presenza competitiva e ideologicamente pervasiva dell’incipiente blocco sovietico, alla endemica conflittualità politico/sociale presenze in quelle nazioni. Ho posto le virgolette al termine costrizione perché, in realtà, furono scelte basate su un largo consenso, fondato su un vero e proprio modello di vita e su di una aspirazione di unità, pace e fratellanza, memore delle tragedie recenti delle due guerre catastrofiche. Accanto ad una narrazione irenica della costruzione europea, nacquero anche importanti formazioni federaliste, per altro ampiamente foraggiate dagli Stati Uniti, propugnatrici di una costruzione federale europea politicamente autonoma, in realtà prone, in ultima istanza, al metodo funzionalista, così come scaturito nel loro ultimo congresso tenuto in quegli anni a l’Aja.
Quella lungimiranza e quel progetto egemonico ebbe come presupposto l’occupazione militare e iniziò intanto con la richiesta minimale sempre più pressante di un coordinamento europeo che consentisse una gestione ottimale del Piano Marshall. Proseguì con il tentativo pressante di costruzione integrata della CED (Comunità Europea di Difesa), fallito non appena Francia, nella vulgata gaullista, e più discretamente la Gran Bretagna si accorsero di non poter detenere le chiavi di quel sistema e di dover sacrificare comunque ad esso buona parte delle risorse riservate al mantenimento del proprio residuo sistema coloniale. Dal naufragio di quella illusione si affermò l’alleanza, inizialmente militare, della NATO e il varo della CECA, una comunità di sei paesi, Francia, BENELUX, Germania; un sorta di cartello incaricato di suddividere le quote di produzione di carbone ed acciaio necessarie a sostenere la ripresa industriale civile e del complesso militare senza alimentare attriti che avevano già generato conflitti distruttivi nel continente.
Occorre tener presente che la trasformazione del potere militare e politico in forza egemonica capace di trasformare la forza in potenza in grado di costruire e manipolare consenso necessita di tempo, capacità certosina ed ampi margini di azione. Una capacità di infiltrazione progressiva, a volte violenta, il più delle volte suadente, di istituzioni, apparati e gangli vitali delle società nel corso di decenni e al prezzo di pesanti conflitti interni alle stesse leadership dominanti.
Una azione che ha richiesto tributi di sangue. In Italia il sacrificio di Mattei, un uomo capace di affermare in condizioni date gli interessi nazionali giocando soprattutto con le contraddizioni tra le potenze coloniali decadenti e la potenza emergente e con quelle più subdole interne alla potenza dominante tra le forze più legate alle prime e quelle disposte a liquidarle e sottometterle definitivamente appoggiandosi anche ai movimenti anticoloniali, ma anche di Moro, Craxi e qualche altra figura meno popolare e presentabile.
Un processo che ha conseguito il suo pieno compimento vittorioso negli anni ’90, con l’implosione del blocco sovietico, l’allargamento su basi russofobe della NATO e la sua progressiva trasformazione da alleanza militare a blocco politico a tutto campo intenzionato, in parte in grado, di determinare le scelte politiche nel continente a tutto campo e soprattutto, di neutralizzare le spinte autonomi che periodicamente sorgono in Europa.
Un allargamento di competenze e di campo di azione che da una parte ha messo sempre più in evidenza lo stretto legame simbiotico di dipendenza tra NATO ed Unione Europea, sempre sancito in tutti i trattati, compreso quello di Lisbona, ma sino ad un paio di decenni fa nascosto dalla cortina fumogena della autonomia e neutralità delle scelte di indirizzo economico, in qualche modo garantita durante la fase bipolare, ma progressivamente dissoltasi per la sicumera di aver raggiunto una egemonia unipolare del mondo nelle due decadi dagli anni ’90 e la condizione di ostilità al sorgere e alla realizzazione di un mondo multipolare.
Sotto questo profilo, la coesione territoriale – tanto auspicata e sostenuta dalla politica comunitaria – è messa in crisi da meccanismi di allocazione di fondi e infrastrutture che privilegiano corridoi e nodi militari strategici, spesso localizzati in aree economicamente più sviluppate o geograficamente strategiche, mentre le aree interne e periferiche restano marginali.
A ciò si somma la crescente “militarizzazione” implicita degli investimenti dual-use, evidenziata anche da think tank come RAND e CSIS, che sottolineano come la sicurezza e la mobilità militare siano ormai criteri fondamentali per erogare fondi e pianificare investimenti europei, alimentando una polarizzazione tra Nord-Sud ed Est-Ovest, e allontanando la prospettiva di un sviluppo omogeneo e stabile
Tabella 1 – Fondi UE per coesione e sicurezza: distribuzione e implicazioni
Fondo UE
Obiettivo principale
Allocazione (€ mld)
Impatto sulla coesione territoriale
Note principali
FESR (Fondo europeo sviluppo regionale)
Sviluppo infrastrutturale e innovazione regionale
~190
Favorisce investimenti in infrastrutture chiave ma limitati in aree marginali
FSE+ (Fondo Sociale Europeo)
Occupazione, inclusione sociale e formazione
~99
Migliora capitale umano, ma allocato principalmente in aree densamente popolate
Fondo di Coesione (FC)
Trasporti e ambiente in paesi con PIL inferiore
~40
Supporta Paesi meno sviluppati, ma con difficoltà amministrative
JTF (Just Transition Fund)
Sostenere transizione climatica con impatti locali
~17
Aiuta aree colpite da cambiamenti economici ma limitato da criteri stringenti
Fondi per la mobilità militare/Corridoi NATO (CEF, PESCO)
Rafforzare capacità dual-use per difesa e sicurezza
~10–15 (stimati)
Concentrati su nodi strategici, rischiano di favorire polarizzazioni
Allocazioni “dual-use” rilevanti ma spesso non destinate a risolvere disparità sociali
Tabella 2 – Indicatori di polarizzazione territoriale nell’UE (2023)
Indicatore
Nord-Ovest UE
Sud Europa
Europa Orientale
Implicazioni principali
PIL pro capite rispetto media UE
+25%
-20%
-30%
Aree meridionali e orientali in svantaggio economico significativo
Tasso di disoccupazione giovanile
8%
25%
18%
Elevate criticità nelle periferie meridionali ed esterne
Investimenti infrastrutturali (€ pc)
Alto
Medio
Basso
Variazioni significative legate a priorità militari e civili
Indice di rischio di esclusione sociale
Basso
Alto
Alto
Maggiori fragilità sociali in aree periferiche
Un processo in due fasi talmente pervasivo da riuscire a costruire una classe dirigente ed una leadership politica, tra i paesi più importanti in Europa, specie in Italia e Germania, del tutto legata e partecipe dei circuiti e della rete di interessi ed attività che garantiscono il permanere e la sopravvivenza di queste strutture politico-economiche di potere e consenso.
Sottolineo ancora una volta la grande intelligenza, almeno iniziale, delle leadership egemoni statunitensi capaci di dosare attentamente la forza, ma soprattutto di individuare, vellicare, manipolare, indirizzare e formare quelle parti di classi dirigenti e di leadership, quindi anche di popolazione, capaci di integrarsi in un sistema in divenire.
Una abilità e pervasività conclusa con un successo, ma che sta portando però il continente verso la tragedia.
Lo testimonia l’origine e la formazione di quasi tutte le classi dirigenti europee e degli esponenti attualmente più in vista, non più cooptati, ma nati e pasciuti in questo brodo di coltura.
Già, perché, le nostre leadership europee da essere legate seguendo un modello di rapporti tra stato e stato, istituzioni ed istituzioni nel quale costruire i sodalizi personali si sono ridotte ad essere parte sempre più attiva e partecipe, espressione apparentemente protagonista nello scenario pubblico, nella realtà prosaica succube, spesso anche inconsapevolmente, di una fazione specifica protagonista nel sanguinoso conflitto politico in corso da oltre dieci anni negli Stati Uniti. Una fazione probabilmente ed auspicabilmente perdente, ma che comunque sarà in grado di trascinare nella propria rovina il seguito della corte, ammesso che non sia la parte vincente a martellarla ferocemente.
Il dibattito ed il processo di riarmo “europeo” è la cartina di tornasole di una dinamica molto più profonda che coinvolge anche il tema di fondo di questo seminario.
Un proposito astrattamente corretto, quello della difesa autonoma di un paese o di una alleanza continentale di paesi, che viene gestita da una istituzione priva di statualità, un vero e proprio ossimoro, e da stati incapaci di valutare ogni e l’insieme dei quadranti che avvolgono lo scacchiere continentale; una visione strabica, prevalente in alcuni paesi e nelle leadership di quasi tutti gli altri, fortunatamente nella crescente diffidenza, non si sa quanto durevole perché priva di reale alternativa, dell’opinione pubblica prevalente, alimentata da una fazione di oltre atlantico, tutta basata sull’invenzione di un nemico, la Russia, nemmeno più la dirigenza russa, sull’allarmismo infondato di un conflitto imminente teso soprattutto ad addomesticare i timori della propria popolazione e a giustificare le future vessazioni che dovrà propinare loro. Allarmismo ed urgenza che si risolverà nel ricorso prevalente al complesso militare statunitense per le proprie forniture, nella partecipazione soprattutto tedesca a questo sodalizio, nella sostituzione dell’attuale welfare con uno di tipo e di consistenza militare riservato ad una cerchia più ristretta di popolazione.
Non è stato un processo privo di alternative e telecomandato da dinamiche inesorabili. Negli anni 80/90 ha dovuto regolare diversi contrappesi anche nei paesi dell’Europa Orientale. In quell’area vi era una componente politica significativa che, pur attratta dalle sirene occidentali, riteneva di poter trasformare e salvaguardare il proprio patrimonio industriale e il sistema di sicurezza sociale attraverso una transizione graduale e controllata. Era riuscita persino ad ottenere il sostegno di una parte importante della intellighenzia tedesca, più legata alla ostpolitik e ai gruppi industriali-finanziari indipendenti, presenti nella Deutschbank, antecedente alla sua conversione in banca di investimento, e nella Treuhand. Con la liquidazione fisica di Herrhausen e Rohwedder e il ricambio repentino della leadership politica, grazie alla efficiente struttura verticale della gerarchia di potere, la Germania fu ricondotta diligentemente all’ordine e le dirigenze dell’Europa Orientale persero referenti e sponsor e con essi il controllo politico sul proprio paese, aprendo la strada ad un vero e proprio processo di colonizzazione, solo adesso, a trenta anni di distanza, rimesso parzialmente in discussione e solo in alcuni paesi.
Grazie alla struttura più disarticolata dello stato, in Italia il processo di normalizzazione degli anni ’90 fu più lungo e confuso, ma altrettanto efficace anche perché ha potuto agire su di una base alquanto logorata.
L’UNIONE EUROPEA E LA SUA MISSIONE POLITICA IN ECONOMIA
In questo quadro si riesce ad inserire più credibilmente il ruolo della Unione Europea, le sue finalità conclamate e quelle più prosaiche e ad approfondire da questo punto di vista il tema del recupero e valorizzazione delle aree interne.
Con l’istituzione della CEE, nel 1957, il campo di azione comunitario si allargò assorbendo in particolare le politiche agricole (PAC) mutuando, però, in un sistema di mercato libero, il criterio delle quote nazionali di produzione, ma con una peculiarità.
Il cosiddetto piano Mansholt divideva i territori agricoli in “polpa ed ossa”, le pianure nella prima categoria, le zone collinari e montane nella seconda. All’interno di questo primo discrimine se ne concepì un altro che prevedeva la riserva di gran parte degli incentivi a produzioni particolari, specie all’allevamento intensivo e ai prodotti di origine animale. Opzioni che favorirono di per sé gli insediamenti delle grandi pianure europee del Centro-Nord. Le proteste che provocarono portarono ad una prima correzione dei criteri, ma che si ridussero ad interventi assistenziali che alleviarono leggermente il malessere delle popolazioni rurali collinari; le educarono piuttosto alla ricerca di risorse assistenziali piuttosto che produttive delle proprie aziende. La pratica, ad esempio, di semina di cereali senza provvedere al raccolto in funzione della mera riscossione dei contributi europei divenne diffusa nelle zone collinari della Murgia barese e nella Sicilia, grazie anche alla predatoria catena di distribuzione commerciale nelle aree meno controllate dall’AIMA. Fu una delle molle che alimentò il primo esodo migratorio biblico verso le aree industriali del Nord Italia e, soprattutto, in Europa. A questo si aggiunse la politica degli accordi di scambi commerciali con paesi extraeuropei, in particolare e inizialmente africani e mediorientali la quale prevedeva l’importazione di prodotti agricoli di origine mediterranea, simili a quelli italiani, in cambio dell’esportazione di prodotti industriali prevalentemente tedeschi e francesi, con profitto di entrambi e con la finalità di puntellare l’influenza francese postcoloniale, in un contesto per altro di allargamento della Comunità a Spagna e Grecia, dalla merceologia agricola simile a quella dell’Italia Meridionale. Fu alimentato quindi un primo processo di polarizzazione di tendenza depressiva che portò in quelle aree più che ad una economia attiva ma subordinata e polarizzata rispetto alle aree centrali in pieno sviluppo, ad una realtà di degrado e di consumo mantenuta dalle rimesse dei migranti e dalle crescenti elargizioni assistenziali più o meno giustificate. Una sorte diversa riuscirono a conseguire alcune specifiche aree marittime, pianeggianti o ricche di materie di base, ad esempio l’acqua, grazie alla riconversione agricola e soprattutto alla creazione di poli industriali di prodotti di base pur in presenza di pesanti processi migratori. Nella fase iniziale e intermedia di costruzione della CEE l’Italia era il paese, se non unico, più importante, a presentare una economia e una società chiaramente dualistica con una metà del territorio quasi interamente depressa. Potè, quindi, fruire di gran parte dei fondi europei compensativi destinati ad alimentare con quote significative la creazione di indispensabili grandi agenzie tecnico-finanziarie in via di costituzione, ad esempio la Cassa per il Mezzogiorno, e i processi di costituzione di poli industriali sostenuti prevalentemente dalle Partecipazioni Statali, ma anche da alcuni gruppi privati come la FIAT. In realtà questi insediamenti trovarono in buona parte accoglienza in piccole aree industriali già presenti e dotate almeno in parte di infrastrutture minime; oltre agli effetti positivi innescarono importanti processi di riorganizzazione e ridimensionamento di settori artigianali, grazie anche all’abbandono indotto di queste attività. Solo in pochi casi e in maniera precaria riuscirono a creare un indotto autonomo ed indipendente dai poli centrali, non ostante la grande pressione politica e sindacale innescata dalla capacità attrattiva di grandi concentrazioni operaie politicamente attive.
Fu però una parentesi dinamica relativamente breve che conobbe, tra l’altro, i primi tentativi comunitari di regolazione monetaria e di coordinamento delle politiche fiscali nazionali sempre più dettate dalla compagine tedesca, man mano che la competizione politico-economica con la Francia volgeva a suo favore, sui criteri restrittivi e di equilibrio dei vari bilanci statali. C’è da aggiungere che le crisi esterne iniziate con lo shock petrolifero e la non convertibilità del dollaro resero ancora più instabile una integrazione in Italia resa problematica da una gestione discutibile e velleitaria, spesso assistenziale, delle politiche industriali delle PPSS, che trascinò in un progressivo degrado l’intero comparto, compresi i numerosi gioielli ancora restanti.
Parallelamente, sull’onda delle prime delocalizzazioni avviate in Veneto si svilupparono numerose attività imprenditoriali, poco più che artigianali, in gran parte semplice appendice delle case madri e particolarmente fragili, alimentate in buona parte da lavoro in nero. Un esempio importante è offerto dagli insediamenti cresciuti in Salento nel settore tessile e calzaturiero. Un primo esempio, quindi, di polarizzazione positiva rispetto alle tendenze depressive in aree vicine. Non mancò, per altro, qualche esempio di imprenditoria resiliente, dato importante, la Natuzzi nella Murgia e di aziende pilota nell’alta tecnologia, spesso ad uso militare o doppio uso, per lo più avviate in aree altamente attrezzate. Esempi, questa volta, di poli attrattivi trainanti. Qualcosa di analogo si manifestò, appena dopo, in agricoltura, specie nel settore vinicolo, con l’arrivo di grandi imprenditori.
Dalla metà degli anni ’70 iniziò comunque un radicale rivoluzionamento dei circuiti economico-finanziari fondato sul crescente predominio del dollaro, sul deficit commerciale statunitense, sulla crescente mobilità dei capitali e su una divisione del lavoro e delle catene produttive sempre meno fondata su base nazionale.
Un rivoluzionamento che coltivò l’illusione del predominio crescente di potenze industriali, come il Giappone, prive di potenza politica e di capacità di controllo delle leve finanziarie fondamentali e per questo facilmente assorbite e regolate dalla forza egemone; una svolta che raggiunse la piena maturazione negli anni ’90, preceduta dal provvidenziale crollo ed assorbimento del blocco sovietico nel circuito occidentale.
È il momento in cui i centri decisori statunitensi realizzano la convinzione, direi la presunzione, di poter assumere il controllo diretto ed indiretto, quantomeno la definizione degli indirizzi, dei circuiti globali con il semplice controllo delle leve finanziarie, degli sviluppi tecnologici e della ricerca scientifica, e delle partecipazioni azionarie e delle leve manageriali di primo livello.
Da qui l’affermazione delle teorie liberiste più radicali e in questo quadro l’inserimento progressivo e crescente in una condizione egemonica, ma non dominante, più che altro di pesante condizionamento, della Germania nello spazio geoeconomico europeo, al prezzo, pesante e determinante, di un condizionamento politico statunitense che ne ha circoscritto la direzione e i margini di azione economica.
Un dinamismo che, però, non si limita alle sole azioni di politica economica, ma che non disdegna di recuperare parte delle antiche aree di influenza politica in Europa Orientale e nei Balcani, sempre, però, sino a ieri all’ombra e forzando i disegni operativi statunitensi, vedi il suo ruolo nelle recenti guerre nei Balcani e nelle sue recrudescenze, oggi all’ombra di una fazione di essi e a contrasto dell’altra.
È il momento in cui la UE si adegua a pieno regime all’onda liberista con la sua ossessione del libero mercato, senza per altro la possibilità di disporre degli strumenti di azione propri degli stati nazionali e in un contesto geopolitico europeo rivoluzionato. Un contesto accolto euforicamente, ma che inizia a generare in Europa processi di polarizzazione in gran parte depressiva anche nelle aree centrali.
Prima di approfondire il tema occorre chiarire un equivoco alla base della retorica di questi ultimi decenni.
Il mercato “libero”, presentato come uno spazio liberatore e purificatore di energie teso all’equilibrio e al vantaggio reciproco, in realtà è una chimera. Ogni mercato, per quanto “anarchico”, per reggersi ha bisogno di regolamentazioni; crea gerarchie che spingono ad azioni costrittive verso gli attori più deboli; adotta consuetudini che equivalgono a regole, come le pratiche lobbistiche così in uso nei corridoi della Commissione Europea; di più, i manager e gli azionisti di riferimento dei maggiori gruppi ragionano sempre meno nell’ottica della mera ottimizzazione e del conseguimento del profitto, sempre che esista una procedura univoca che determini e quantifichi quest’ultimo. Sono dei veri e propri strateghi politici al pari dei decisori che siedono nelle istituzioni e negli apparati e fanno parte a pieno titolo delle cordate che si formano nelle situazioni conflittuali e cooperative che normalmente si determinano negli agoni decisionali.
IL SALTO “QUALITATIVO” DELL’UNIONE EUROPEA
Quello che con la CEE e la CECA era consentito o quantomeno tollerato, l’intervento diretto dello stato nell’economia, sia nella forma di insediamenti che di incentivazione in nome della libera concorrenza nella UE diventa un tabù, spesso uno scudo per le élites più remissive come quelle italiche, ma con le dovute eccezioni e i sotterfugi riservati ai soliti eletti che godono del prestigio politico e, soprattutto, della presenza radicata nei posti chiave. Per un paese come l’Italia, caratterizzata da piccola e media imprenditoria e da una asfittica grande imprenditoria privata in gran parte dal carattere compradore, un colpo disastroso che sta portando alla degrado e al collasso l’industria di base e le reti infrastrutturali e il tramonto di soggetti in grado di fungere da pivot in nuove realtà industriali. I fondi di coesione europei si sono prontamente adeguati a questa direttiva, limitando e circoscrivendo il campo di azione specie per i paesi assillati dal debito che confidano prevalentemente, se non esclusivamente sul contributo europeo. Cadono, così, negli anni ’90 le detassazioni contributive nelle regioni meridionali. L’intero sistema bancario italiano deve adeguarsi alla trasformazione giuridica imposta dalla UE, quando al contrario sia il sistema bancario francese, con la creazione di una spa capofila del Credit Agricole, che metà del sistema bancario tedesco, le banche territoriali, hanno potuto aggirare i vincoli giuridici, di controllo pubblico e di esposizione. L’indizio che rivela chi e come vengono definite nei tempi opportuni le regole europee. Altro esempio sono i provvedimenti di precarizzazione dei rapporti di lavoro, ampiamente compensati da intervento pubblico, avvenuti in Germania con la riforma Hatz e, attuati i quali, la CE ha prontamente impedito ogni intervento pubblico compensativo dei rapporti di lavoro precarizzati in Europa. Nelle more, la direttiva Bolkestein è stata una liberalizzazione o semplicemente un cambio in parte peggiorativo delle regole di mercato del lavoro e dei servizi?
Il progressivo e rapido ingresso dei paesi dell’Europa Orientale nella UE ha comportato tre colpi pesanti agli assetti socioeconomici dell’Italia: il drastico trasferimento di buona parte della produzione del settore della componentistica automobilistica dipendente dalle capofila tedesche e la delocalizzazione di numerosi impianti industriali; la trasformazione dell’Italia, per il drastico abbassamento del reddito medio europeo, in paese contribuente attivo; il drastico trasferimento di gran parte dei fondi europei dall’Europa Meridionale a quella Orientale. Dinamica, quest’ultima, assieme alle limitazioni di bilancio che hanno portato ad una condizione depressiva gli interventi e, elemento gravissimo, alla liquidazione di strutture ed agenzie, in particolare la Cassa per il Mezzogiorno, essenziali a promuovere lo sviluppo. Un patrimonio di competenze liquidato e disperso nelle decine di periferie amministrative in cui è frammentato il paese, di fatto incapaci di concepire, progettare e gestire opere strategiche
Sono solo alcuni dei tanti fattori che hanno reso l’UE artefice della polarizzazione dei propri territori, a volte, comunque espansiva in termini assoluti, sempre più ormai in termini regressivi sia per i poli subordinati ed emarginati, ma anche sempre più per gli stessi poli trainanti.
In breve gli stati nazionali dovrebbero reimmaginare e ridisegnare, anche geograficamente, la qualità delle proprie relazioni internazionali al di là delle forzature, già evidenziate da studiosi (tra questi Franziseck Draus) e professioni a suo tempo alla Commissione Europea, che hanno portato a questo allargamento.
Beninteso, i processi di polarizzazione sono connaturati ai sistemi economici e il sistema capitalistico, legato ai processi continui di ottimizzazione e profittazione, tende ad attribuirvi caratteri estremi di lacerazione, di connessione crescente tra poli strategici, di precarietà e instabilità. Ha bisogno, comunque, di normazione, scelte politiche, imposizioni e strategie. Di decisioni politiche, comprese quelle tecnocratiche, spacciate invece come neutre, in quanto tali.
L’Unione Europea non è uno Stato! È un simulacro che ne scimmiotta le competenze, priva di identità, elemento fondamentale per la costruzione di una nazione e di uno stato. È un campo di azione di stati e centri decisori, compreso un arbitro-giocatore esterno al perimetro, entro uno schema limitativo, quello funzionalista dei passetti successivi in campo economico la cui sommatoria dovrebbe portare miracolosamente ad unità politica.
È strutturalmente divisiva e limitativa. Ha definito il proprio limite ed azione legandosi nemmeno ad una alleanza politica, ma ad una politico-militare; ha finalizzato le proprie scelte economiche e circoscritto le dinamiche di competizione e conflitto in un circuito economico-finanziario che vede negli Stati Uniti il punto di raccolta di gran parte dei frutti del lavoro e dell’ingegno europei, applicati, per altro, in ambiti complementari e non strategici.
Un circuito che ha compiuto il proprio ciclo e che verrà rotto traumaticamente. L’attuale leadership statunitense lo ha compreso e ne ha tratto le conseguenze; quelle europee sono aggrappate ad esso nell’illusione che un ulteriore avvicendamento negli USA ripristini la situazione ex ante. In realtà gli Stati Uniti sono e rimarranno disposti a lasciar fare solo nella misura in cui siano gli europei a farsi carico dei costi e dei rischi geopolitici, la guerra in Ucraina contro la Russia e gli statunitensi a lucrarci, vedi gli acquisti di armi e il mantenimento del circuito, però radicalmente modificato. Un modo, per altro, di contenere in qualche maniera la conflittualità politica interna agli Stati Uniti.
La Germania è l’agente interno che ha diretto, impostato e lucrato, per la sua parte, su questo circuito con furbizia, malafede e imponendo regole che già conosceva da tempo. Ha saputo anche riesumare le storiche ambizioni di influenza nelle sue aree prossime, alimentando i conflitti, una volta chiusa la breve parentesi di Herrhausen, ma, questa volta, accuratamente all’ombra del deus ex-machina. Non poteva fare altrimenti, del resto, se non a costo di una radicale pulizia dei propri apparati.
Ha pagato strategicamente a caro prezzo questa scelta comoda ed obbligata, chiudendo ogni strada su due lati, a oriente, con la Russia, progressivamente con la Cina, dopo essersi lasciata soffiare buona parte del proprio bagaglio tecnologico, a sud con l’Africa e il Medio Oriente e la zona grigia di India e America Latina; tutto pur di mantenere quella ad ovest del quale non è lei a detenere i biglietti di ingresso.
Da qui la scelta disperata di recuperare i margini di azione con l’esasperazione bellicista ad est.
La Germania è destinata a pagare il prezzo più salato e destrutturante di questa scelta in termini industriali e nel prosciugamento delle proprie riserve in gran parte depositate oltre-atlantico Trascinerà tutti quelli che si sono aggregati al carro; l’inquietudine in Europa Orientale comincia a serpeggiare vistosamente.
LA GESTIONE DELLE AREE INTERNE
Non è mio compito individuare le soluzioni per una azione efficace di valorizzazione e recupero. Posso offrire qualche riflessione sui tempi andati di ormai quasi cinquanta anni fa su alcune interessanti, per lo più fallite, esperienze analoghe. Immagino in altre occasioni..
Posso altresì evidenziare alcuni aspetti e principi informatori dell’azione in questo ambito:
I mezzi e gli strumenti offerti dall’Unione Europea sono certamente più efficienti, Fabrizio Barca lo ha spiegato bene, ma possono essere utilizzati senza cadere nella trappola su specificata solo come strumenti complementari e separati dalla gran parte delle risorse di origine nazionale e integrati in una strategia che non può essere quella dettata dalla UE.
Il piano delle aree interne presentato dal Governo pare più una presa d’atto immutabile della condizione di gran parte delle aree ed ha l’intento di alleviarne la condizione di degrado e sofferenza, piuttosto che di invertire la tendenza.
I piani più ambiziosi non possono poggiare su strutture inadeguate della(e) regioni, tanto meno dei comuni, per quanto consorziati. Occorrono agenzie tecniche, di programmazione e finanziarie di alto livello che attualmente mancano o sono carenti. Banche di sviluppo, centri di ricerca e formazione, imprenditori legati ed espressione del territorio nazionale in cooperazione sono ingredienti fondamentali. Purtroppo le regioni, grazie anche alla frammentazione e al dissesto istituzionale italiano, sono state troppo spesso uno strumento in mano alla UE per indebolire il ruolo dello stato nazionale, in linea con la funzione istitutiva della UE
I piani di recupero delle aree interne dovrebbero gravitare attorno a poli strategici capaci di iniziative che vadano ben oltre il territorio di insediamento. L’esperienza del Veneto negli anni 60/70, del Trentino AA nella sua azione di recupero e mantenimento delle aree urbane e di industrializzazione e creazione di servizi decentrati, pur con i tanti errori, possono offrire diversi spunti
Occorre valutare la qualità del ceto politico e delle classi dirigenti locali. Se tendono all’adattamento alla situazione o sono suscettibili o capaci di ambizioni più dinamiche
Occorre valutare la effettiva resilienza dei soggetti economici per non cadere nella trappola degli incentivi effimeri
Ogni discorso sulle economie circolari, sulla sostenibilità, sulla diversificazione delle attività nelle aree interne diventano esse stesse sostenibili ed espansive se accompagnate da progetti strategici che vanno oltre il territorio o da capacità di assorbimento di risorse esterne
Il vicolo cieco in cui l’Italia, come del resto l’Europa, si è cacciata con la chiusura alla Russia e alla Cina, la pratica defenestrazione dal nostro vicinato africano come può consentire l’attuazione di queste azioni strategiche
Che ruolo possono avere le banche locali, analogamente a quelle assunte dal Veneto negli anni ’60, nel sostenere queste ipotesi e a che ruolo assolvono adesso?
I CORRIDOI NATO
Data la priorità stringente che sta assumendo la programmazione della NATO e l’influenza che potrebbe assumere nel peso e nel ruolo dei fondi di coesione, risulta utile a questo punto qualche ulteriore riflessione, anche per gli equivoci che la narrazione ufficiale potrebbe ingenerare sulla natura delle scelte di investimento:
Capitolo 2 – Corridoi NATO ed Europa: infrastrutture dual-use, contrasti politico-industriali e la competizione tra Germania, Regno Unito e Francia
L’evoluzione europea della sicurezza e delle infrastrutture militari si incrocia inevitabilmente con le dinamiche della cooperazione UE-NATO e con le pressioni strategiche esercitate dagli Stati Uniti, che mantengono un ruolo centrale nel disegno delle priorità alleate. In particolare, i cosiddetti “corridoi NATO” – reti di infrastrutture viarie, ferroviarie e marittime avanzate destinate a garantire mobilità rapida delle forze armate in Europa – sono oggi un nodo nevralgico delle strategie di sicurezza continentali. Tali corridoi, progettati con forte impulso americano e con la Germania quale paese ospitante privilegiato di basi e reti logistiche, si sovrappongono a infrastrutture civili esistenti e rappresentano un terreno di frizione tra interessi strategici divergenti, soprattutto tra Berlino e le “due sorelle” atlantiste, Regno Unito e Francia. Questi ultimi paesi rivendicano spazi di autonomia e influenza strategica propri, privilegiando politiche difensive più autonome e differenziate, in contrapposizione all’orientamento pragmatico e “host nation” che caratterizza la Germania.
2.1 La genesi e la funzione dei corridoi NATO in Europa
I corridoi logisitici della NATO in Europa si sono articolati nel quadro del Piano d’Azione per la Mobilità Militare (Military Mobility Action Plan) emanato dalla Commissione Europea e dal Consiglio della NATO dal 2018, con successive integrazioni nel 2022.
L’obbiettivo è creare percorsi ferroviari, autostradali, portuali e aeroportuali che rispettino standard di sovraccarico, dimensioni e interoperabilità militare, con risorse finanziarie messe a disposizione principalmente dal Connecting Europe Facility (CEF) e integrati dalla politica di coesione UE tramite il FESR e altri fondi strutturali. Queste infrastrutture “dual-use”, ovvero civili ma facilmente convertibili a uso militare, sono considerate essenziali per la rapida mobilitazione delle truppe NATO da Ovest verso Est in caso di crisi, in un contesto strategico fortemente influenzato dall’aggressione russa all’Ucraina e dal rafforzamento del deterrente.
Nel quadro di questo disegno, la Germania ha assunto un ruolo di primissimo piano come “host nation” di infrastrutture chiave e come hub per la manutenzione e produzione di materiale militare e logistico statunitense e NATO. Questo ruolo, se da un lato conferma il successo economico-industriale tedesco e la sua integrazione infrastrutturale nel cluster strategico atlantista, dall’altro genera tensioni politiche e concorrenziali con altre potenze europee.
2.2 Il ruolo e gli interessi della Germania: hub centrale e ospite privilegiato
La Germania, fin dal secondo dopoguerra, ha costruito un fortissimo legame con gli Stati Uniti tramite la NATO, incarnandone nel continente europeo le strategie militari e logistiche
3
. Il paese ospita un gran numero di basi americane, funge da snodo per traffici logistici e tecnologici, e incarna un modello di industrializzazione militare dual-use fortemente integrata nei circuiti di fornitura globali.
Nel piano di mobilità militare europea, la Germania rappresenta:
Il nodo centrale di reti ferroviarie ad alta capacità, adeguate al trasporto di mezzi e materiali pesanti NATO.
Il centro logistico e industriale per la produzione e manutenzione di materiali critici (rifornimenti F-35, Rheinmetall-Lockheed joint ventures).
Il paese che, tramite il suo know-how, esercita un ruolo guida nella definizione degli standard tecnici delle infrastrutture dual use con applicazioni militari4 .
Questa posizione ha consentito alla Germania di attrarre rilevanti investimenti infrastrutturali e industriali europei, consolidando una leadership economica e strategica continentale, benché soggetta a limitazioni politiche dettate dall’influenza statunitense e dal contesto NATO.
2.3 La contrapposizione con Regno Unito e Francia: due modelli di autonomia strategica
A fronte del primato tedesco nella gestione dei corridoi e delle infrastrutture dual-use, Regno Unito e Francia perseguono un approccio strategico più autonomo volto a rafforzare capacità militari nazionali e cluster industriali differenziati.
Francia, con il suo arsenale nucleare indipendente e un approccio geopolitico marcatamente sovranista, sostiene progetti distinti come il Future Combat Air System (FCAS), lavorando con Germania e Spagna ma mantenendo una visione di autonomia strategica che non si limita alla piattaforma NATO e rimane critica verso politiche troppo integrate nell’egemonia americana5 .
Regno Unito, pur uscendo formalmente dall’UE, mantiene una posizione di potenza atlantista autonoma, convinta che la difesa europea debba integrarsi ma non confondersi con la NATO. Attraverso partnership come il Global Combat Air Programme (GCAP) con Italia e Giappone, il Regno Unito promuove un paradigma di sviluppo industriale e difensivo indipendente dalla rete infrastrutturale NATO centrale tedesca6 .
Questi due paesi si oppongono all’omogeneizzazione delle infrastrutture e delle strategie militari imposte dal modello NATO guidato implicitamente da USA e Germania, rivendicando una pluralità di poli influenti all’interno dell’Europa strategica.
2.4 Le infrastrutture dual-use: problemi di sovrapposizione, governance e limiti alla coesione
L’integrazione fra infrastrutture civili e militari – principio guida per i corridoi – però si traduce in una molteplicità di problemi sistemici:
Sovrapposizione funzionale fra necessità militari e obiettivi civili, che può concentrare investimenti sulle principali direttrici strategiche lasciando marginali le aree interne e meno strategiche (es. corridoi marittimi nord-sud vs infrastrutture interne)7
Vincoli normativi e burocratici: gli Stati membri mostrano gelosie nazionali sugli spazi di sovranità, rallentando processi di omogeneizzazione e interoperabilità; la presenza di paesi NATO non-UE (Norvegia, Turchia) e paesi UE non NATO accentua il disallineamento.
Concorrenza geopolitica e industriale, in cui la Germania interpreta il ruolo di host nazione privilegiata come elemento di potere strategico, mentre UK e Francia insistono per una governance multilivello che riconosca le differenze di interessi e capacità.
Priorità marittime vs terrestri: le infrastrutture marittime rivestono un ruolo nodale per porte logistiche come Rotterdam, Anversa, Genova e Trieste, cruciali per la mobilità delle forze statunitensi e NATO. Tuttavia, vi è competizione su chi gestisce e determina gli investimenti, con tensioni tra le aree marittime settentrionali (favorevoli a un modello dominato da Paesi Bassi e Germania) e quelle mediterranee, dove Italia e Francia rivendicano maggiore influenza.
2.5 La strategia USA e il mandato alla Germania, l’equilibrio fragile europeo
Gli Stati Uniti mantengono un ruolo decisivo, motivando e finanziando i corridoi NATO come pilastro della loro proiezione militare in Europa e nella regione euro-mediterranea. Studi come quelli dell’Atlantic Council sottolineano lo spostamento del baricentro alle infrastrutture del Corridoio Nordorientale – Scandinavia, Baltico, Polonia – una regione con percezioni di minacce più acute e un consenso politico-sicurezza più compatto.
La Germania, nella sua posizione di “host” privilegiata, beneficia della presenza permanente di basi e investimenti; a sua volta, questa leadership infrastrutturale funge da anello di congiunzione tra progetti statunitensi e politiche europee integrate. Tuttavia, l’asse franco-britannico mantiene resistenze e idee divergenti circa la forma e la governance di questa integrazione, proponendo un ripensamento del modello di sicurezza europeo che contempli autonomie nazionali più robuste e una minore subordinazione agli Stati Uniti.
Capitolo 4 – Investimenti infrastrutturali e logistica dual-use: confronto tra Italia Sud, Olanda e Germania nelle direttive NATO e la sovrapposizione degli interessi USA
L’evoluzione della strategia logistica e infrastrutturale europea in ambito NATO e UE è oggi caratterizzata da un crescendo di investimenti pubblici e privati orientati al rafforzamento dei cosiddetti corridoi “dual-use”, ossia reti civili adattabili a esercizi rapidi di mobilità militare[1]. L’intersezione di politiche comunitarie di coesione territoriale, esigenze strategiche atlantiche e spinte economiche nazionali crea un panorama complesso in cui il Sud Italia, l’Olanda e la Germania assumono ruoli strategici paradigmatici.
Questo capitolo approfondisce questo intreccio, rilevandone i nodi critici:
– le sovrapposizioni tra infrastrutture civili e militari, con focus particolare su porti e reti ferroviarie
– il peso politico-strategico degli investimenti, inquadrati nel mandato NATO-Atltanico, con sottile pressione USA diretta e indiretta
– la competizione e il coordinamento tra contractor europei e americani nell’implementazione di hub logistici strategici
– le implicazioni territoriali e socioeconomiche, con particolare analisi dell’impatto sul Mezzogiorno italiano, il porto di Gioia Tauro e gli scali del Nord Europa
4.1 La logistica dual-use: tra coesione UE e priorità NATO
I fondi strutturali europei (FESR, Fondo di Coesione) e i finanziamenti derivanti dal Connecting Europe Facility (CEF) rappresentano la linfa vitale dei programmi infrastrutturali europei 2021–2027, che si sovrappongono a direttive NATO finalizzate alla mobilità rapida delle forze armate. Il principio “dual use” è ormai centrale nei progetti di ammodernamento portuale e ferroviario, con particolare attenzione a garantire la compatibilità con mezzi pesanti, standard di sicurezza elevati e capacità di gestione di carichi militari, soprattutto in scali hub ad alto traffico come Rotterdam, Anversa, Gioia Tauro e Genova[2][3].
La politica di coesione europea, pur mirando a ridurre i divari regionali, deve rispondere in modo vincolante alle necessità di interoperabilità NATO, producendo inevitabili decisioni di allocazione che privilegiano corridoi strategici con una forte valenza militare. Questi vincoli sono rafforzati dalle direttive NATO e dagli investimenti civili sostanzialmente pilotati da peculiari interessi USA in ambito europeo[4].
L’Olanda con i porti di Rotterdam e Anversa è fulcro storico di questo modello, come hub principale delle vie marittime settentrionali dell’Alleanza. Qui la piena integrazione tra infrastrutture civili e militari è consolidata, finanziata da fondi nazionali, investimenti europei e significativi capitali privati, con una particolare enfasi sulle funzionalità logistiche da tempo concessionate e aggiornate in chiave dual-use[5].
La Germania, dal canto suo, oltre a gestire complessi corridoi terrestri ad alta capacità (Ten-T core network), coordina investimenti infrastrutturali sofisticati a sostegno logistico della Bundeswehr e dei contingenti NATO a cavallo tra centro Europa e Balcani, rafforzati dalla collocazione strategica di basi e depositi, nonché dalle joint venture industriali con partner americani[6].
4.2 L’Italia meridionale e i porti strategici: Gioia Tauro e Bari nel cuore della sfida logistico-militare dual-use
In Italia, spiccano per importanza geopolitica due porti del Mezzogiorno: **Gioia Tauro** e **Bari**. Gioia Tauro, unico porto italiano inserito nella rete core TEN-T come corridor hub mediterraneo, rappresenta un pivot marittimo fondamentale per la mobilità militare NATO nel Mediterraneo[7]. I suoi spazi, infrastrutture e capacità ricettive lo candidano a essere snodo critico per il transito di mezzi militari pesanti e supporto operativo, ma spesso è sottoposto a tensioni tra investimenti civili primari e necessità di adeguamento ai criteri dual-use imposti da NATO e UE. Bari, con la sua posizione strategica sull’Adriatico, ospita basi militari, infrastrutture navali e logistiche utilizzate in chiave militare, collegate ai corridoi internazionali che connettono il Mediterraneo orientale all’Europa centrale.
Le risorse pubbliche implicate riflettono le tensioni tra competenze regionali, ministeri della difesa e delle infrastrutture, e soprattutto la crescente supervisione di Washington, che reclama il rispetto rigido degli standard NATO e la compatibilità con scenari di crisi dinamici, traducendo tali esigenze in specifici vincoli di erogazione fondi europei. Ad esempio, nel quadro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), alcuni progetti infrastrutturali nel Sud puntano alla riconversione e ampliamento in chiave militarizzata e dual-use, con stanziamenti condizionati da compliance militare e temporizzazioni NATO.
4.3 Sovrapposizione di interessi USA, lo strapotere delle direttive atlantiche e le implicazioni per la governance nazionale
Gli investimenti dual-use non sono neutri: derivano da rigorose direttive NATO che agiscono da condizione necessaria per l’ammissione ai fondi europei e nazionali in settori strategici. Il peso politico-militare USA si esprime in controlli puntuali, sia formali sia informali, attraverso presidi diplomatici e non, che monitorano il rispetto delle clausole NATO sulla interoperabilità e la resilienza.
Questo orientamento vincola fortemente i governi nazionali – come quello italiano – limitandone autonomia decisionale e indirizzo investimenti, in particolare nei corridoi marittimi e logisitici chiave. Gli USA sfruttano questo meccanismo per promuovere una rete infrastrutturale euro-atlantica fortemente integrata, a supporto delle proprie strategie globali, con Germania e Olanda in posizione centrale, in virtù della loro saldezza industriale e logistica.
Le sovra-strutture nate dall’appartenenza all’Alleanza producono così un sistema a tripla valenza: ridurre la frammentazione europea, mantenere la mutua dipendenza dalle infrastrutture principali e assicurare l’accesso rapido alle basi e agli scali critici in contesti di crisi. Ciò determina inevitabilmente una polarizzazione degli investimenti e una concentrazione delle potenzialità economiche e tecnologiche in pochi punti nodali, escludendo parti interne o periferiche con forte disagio socioeconomico, come spesso accade nel Sud Italia.
Fonti principali e note cap 4
[1] Ministero della Difesa, Documento Programmatico Pluriennale, 2024-2026[5]
[2] DG MOVE, Commissione Europea, Strategie infrastrutturali TEN-T e military mobility, 2023
[3] Agenzia per la Coesione Territoriale, OpenCoesione dati, 2025
[4] NATO Military Mobility Action Plan, aggiornamento 2022
[5] Borsa e Finanza, “Spese Italia Difesa al 2% PIL” – articolo 2025[1]
[7] Rapporto ICE 2025, infrastrutture e logistica marittima[4]
Agenzia Dogane e Monopoli, dati traffico porti Gioia Tauro e Bari 2024
PNRR Italia, Missione Innovazione e Digitalizzazione infrastrutture, 2025
Azione, “Le proposte di difesa per il Sud”, 2025[2]
CSIS e RAND, “Dual Use Infrastructure and EU-NATO Dynamics”, 2023
Atlantic Council, “US Strategy in European Logistics”, 2024[6]
EU Parliament Studies, “Disparities regionali e sicurezza dual-use”, 2024
5.3 Il modello franco-britannico: fondi sovrani e trasparenza limitata
Francia e Regno Unito si collocano in un modello parallelo ma differente, basato su fondi sovrani nazionali che, pur risultando meno opachi di quelli USA-Germania-Italia, non raggiungono ancora un livello pieno di trasparenza. Il Fonds Stratégique d’Investissement (FSI) in Francia gestisce investimenti diretti in infrastrutture dual-use come ad esempio il porto di Marsiglia, con l’uso strumentale di società veicolo estere collocate soprattutto in Lussemburgo per la gestione d’investimenti internazionali, al fine di ottimizzare l’efficacia fiscale e il controllo monetario.
Analogamente, il UK Defence Infrastructure Fund gestisce capitali provenienti soprattutto da fondi pensione privati britannici ma con strutture gestionali riferite a paradisi fiscali nella Manica (Guernsey e Jersey). Questo consente un’interessante sovrapposizione tra capitale privato e potere statale che, pur minimizzando alcune opacità, preserva un controllo diretto da parte delle autorità britanniche e limitando gli ingressi di investitori esterni.
Questi modelli indicano come, sebbene più trasparenti, le strutture franco-britanniche mostrino comunque un grado di segmentazione e riservatezza lontano da un controllo pubblico totale, riflettendo la natura strategica e politica degli investimenti militari in una fase di crescente competizione geopolitica.
APPENDICE
_L’Unione Europea tra coesione socioeconomica, polarizzazione geopolitica e un riarmo continentale sotteso alla cooperazione con la NATO_
L’Unione Europea rappresenta un’entità geopolitica complessa, nata dall’intreccio tra aspirazioni di coesione economica, sociale e territoriale sancite dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (in particolare, articoli 174-178 TFUE)[1], e le dinamiche di sicurezza e di geopolitica euro-atlantica. La politica di coesione, attraverso un articolato sistema di fondi strutturali (FESR, FSE+, Fondo di Coesione, FEAMP, JTF), dovrebbe idealmente colmare i divari interni e promuovere uno sviluppo armonico delle regioni meno prospere, spesso penalizzate da svantaggi climatici, demografici o strutturali[2]. Tuttavia, questa architettura ideale di solidarietà mostra limiti crescenti all’ombra di una polarizzazione crescente sia geografica che politica, originata e mantenuta da profonde radici geopolitiche.
Il contesto euro-atlantico e la cooperazione con la NATO costituiscono un fattore cruciale che, a partire dalla fine della Guerra Fredda, ha plasmato in modo decisivo le traiettorie politiche, economiche e militari del continente europeo[3][4]. La NATO, fondata nel 1949 come alleanza di sicurezza militare tra Stati Uniti, Canada ed Europa, si è progressivamente evoluta ampliando i propri compiti e coordinandosi sempre più strettamente con le istituzioni europee, come evidente anche dalle tre dichiarazioni congiunte sulla cooperazione UE-NATO, l’ultima delle quali risale al gennaio 2023[5]. In questo vertice è stato ribadito l’intento di affrontare comuni minacce come i rischi ibridi, la mobilità militare e le sfide tecnologiche, sottolineando la complementarità tra la capacità militare della NATO e gli strumenti civili e politici offerti dall’UE, quali il Fondo Europeo per la Difesa e l’Agenzia Europea della Difesa[6].
Tuttavia, permane una tensione apparentemente irrisolvibile: da un lato, l’UE ambisce a costruire una propria autonomia strategica che la renda meno dipendente dagli Usa, anche riflettendo negli investimenti infrastrutturali e nella difesa la volontà di una sovranità europea rafforzata[7]. Dall’altro, la necessità di mantenere una forte alleanza atlantica impedisce una rottura netta, costringendo l’Europa ad operare in uno spazio di “dipendenza parziale” e cooperazione gerarchica[8]. Questo dilemma si somma alle conseguenze politiche e territoriali dell’allargamento della NATO e dell’UE ad Est con l’inclusione di paesi ex-blocco sovietico, la cui commissio nei fondi e negli investimenti infrastrutturali riflette e acuisce le polarizzazioni regionali e socioeconomiche.
In tale quadro si inserisce il piano di riarmo continentale, formalizzato negli ultimi anni con programmi coordinati che mobilitano circa 800 miliardi di euro di investimenti tra spese militari pubbliche e privati e fondi europei per la difesa (EDIS, EDIP, EDF, ASAP). Le reti infrastrutturali, tra cui i “corridoi militari” della NATO intersecati con la rete TEN-T europea, diventano così strumenti volti non solo alla mobilità rapida delle forze, ma anche a una ridefinizione geopolitica e industriale di lungo periodo. Tale riconfigurazione può favorire l’efficienza e la resilienza, ma rischia altresì di accentuare diseguaglianze territoriali e polarizzazioni economiche, soprattutto nelle aree interne e periferiche di alcuni Stati membri, Italia inclusa.
Capitolo 1 – La coesione europea tra aspirazioni e realtà polarizzate (1945–oggi)
L’Unione Europea nasce dall’ambizione di costruire un modello di sviluppo armonico fondato sulla coesione economica, sociale e territoriale, così come sancito dagli articoli 174-178 del Trattato sul Funzionamento dell’UE (TFUE).
1 In questo quadro la politica di coesione si struttura fra molteplici fondi – il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), il Fondo Sociale Europeo (FSE+), il Fondo di Coesione (FC), il Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca (FEAMP), e il Fondo per una Transizione Giusta (JTF) – destinati a riequilibrare le disparità tra territori e regioni, in particolare rivolgendosi a zone rurali, aree in transizione industriale e territori con permanentemente svantaggi socioeconomici o demografici
2 L’efficacia di tali strumenti si fonda su un coordinamento multilivello, con l’Italia che affida all’Agenzia per la Coesione Territoriale il coordinamento di queste politiche in sinergia con amministrazioni nazionali e regionali.
Tuttavia, la realtà concreta di queste politiche spesso sconta limiti strutturali e contraddizioni profonde. La coesione si scontra con le persistenti dinamiche di polarizzazione, conseguenze di un processo storico-geopolitico iniziato con il secondo dopoguerra e la ricostruzione sotto l’egida degli Stati Uniti.
4 Nel dopoguerra, la costruzione europea ha avuto luogo in un contesto di occupazione militare statunitense, ancora formalmente presente in Germania e Italia anche dopo la fine ufficiale dell’occupazione (rispettivamente nel 1990 e 1947, ma con basi e truppe ancora sul territorio)
5 Questa subordinazione strategica ha reso la costruzione europea subordinata a un modello economico dominato dal dogma del libero mercato, la cui principale garanzia politica è stata per decenni la stabilità data da un’alleanza politico-militare egemonizzata dagli USA: la NATO.
6 Il modello europeo dunque si è sviluppato sotto forti condizionamenti esterni, con la Germania posta dal piano Morgenthau del primo dopoguerra a una condizione economicamente forte ma con margini politici ristretti e sotto vigilanza militare
7L’integrazione europea è quindi avvenuta in un contesto bipolare (USA-URSS), con gli Stati Uniti che hanno supportato istanze federaliste funzionali al mantenimento della supremazia occidentale
8 La stessa implementazione della Comunità Europea di Difesa (CED) fallì per resistenze francese e britannica legate agli interessi coloniali e alle rivendicazioni di sovranità, rafforzando il predominio NATO e consolidando il modello di difesa atlantico
9L’implosione del blocco sovietico (1990–1991) rappresenta uno snodo cruciale. L’allargamento a Est della NATO, favorito inizialmente dall’amministrazione Clinton e consolidato durante le successive, ha trasformato un’alleanza militare in un blocco politico capace di determinare scelte strategiche continentali in modo incisivo. Questa fase ha prodotto, da un lato, benefici economici con l’inclusione di nuove aree e la possibilità di ricevere importanti investimenti infrastrutturali; dall’altro ha accentuato la polarizzazione politico-strategica, con un’eurasia divisa in sfere di influenza spesso rigide, che si riflette in disuguaglianze interne ai paesi UE e fra paesi UE stessi.
La relazione sinergica fra UE e NATO è sancita in tutti i trattati (compreso quello di Lisbona), ma nasconde un paradosso: l’Unione Europea, pur essendo costruita su basi di coesione e integrazione, agisce spesso subordinata da un’alleanza e una rete di interessi geopolitici più ampi, limitando la sua autonomia politica e militare. Nei fatti l’UE si confronta con una leadership europea “cooptata”, come evidenziato in Italia e Germania, legata agli interessi atlantici e statunitensi, e partecipe di una farsa politica quando si parla di riarmo europeo senza una vera statualità e coesione strategica.
L’attuale piano di riarmo europeo, che mobilita circa 800 miliardi di euro entro il 2025, è simbolo di questo cortocircuito: è una strategia di spesa e di investimento che, pur astrattamente indirizzata a una difesa europea autonoma, si concretizza in forme di dipendenza da forniture USA, polarizzazioni industriali e geopolitiche (con Germania e Italia posti al centro di joint venture tecnologiche e logistiche con le potenze atlantiche) e una governance frammentata e poco efficiente.
Sotto questo profilo, la coesione territoriale – tanto auspicata e sostenuta dalla politica di coesione – è messa in crisi da meccanismi di allocazione di fondi e infrastrutture che privilegiano corridoi e nodi militari strategici, spesso localizzati in aree economicamente più sviluppate o geograficamente strategiche, mentre le aree interne e periferiche restano marginali.
A ciò si somma la crescente “militarizzazione” implicita degli investimenti dual-use, evidenziata anche da think tank come RAND e CSIS, che sottolineano come la sicurezza e la mobilità militare siano ormai criteri fondamentali per erogare fondi e pianificare investimenti europei, alimentando una polarizzazione tra Nord-Sud ed Est-Ovest, e allontanando la prospettiva di un sviluppo omogeneo e stabile.
Questo capitolo si configura dunque come l’analisi critica della dialettica tra coesione e polarizzazione, partendo dalla genesi storica e dall’evoluzione geopolitica europea fino agli elementi strutturali che oggi influenzano le politiche di sviluppo e sicurezza continentali.
Tabella 1 – Fondi UE per coesione e sicurezza: distribuzione e implicazioni
Fondo UE
Obiettivo principale
Allocazione (€ mld)
Impatto sulla coesione territoriale
Note principali
FESR (Fondo europeo sviluppo regionale)
Sviluppo infrastrutturale e innovazione regionale
~190
Favorisce investimenti in infrastrutture chiave ma limitati in aree marginali
FSE+ (Fondo Sociale Europeo)
Occupazione, inclusione sociale e formazione
~99
Migliora capitale umano, ma allocato principalmente in aree densamente popolate
Fondo di Coesione (FC)
Trasporti e ambiente in paesi con PIL inferiore
~40
Supporta Paesi meno sviluppati, ma con difficoltà amministrative
JTF (Just Transition Fund)
Sostenere transizione climatica con impatti locali
~17
Aiuta aree colpite da cambiamenti economici ma limitato da criteri stringenti
Fondi per la mobilità militare/Corridoi NATO (CEF, PESCO)
Rafforzare capacità dual-use per difesa e sicurezza
~10–15 (stimati)
Concentrati su nodi strategici, rischiano di favorire polarizzazioni
Allocazioni “dual-use” rilevanti ma spesso non destinate a risolvere disparità sociali
Tabella 2 – Indicatori di polarizzazione territoriale nell’UE (2023)
Indicatore
Nord-Ovest UE
Sud Europa
Europa Orientale
Implicazioni principali
PIL pro capite rispetto media UE
+25%
-20%
-30%
Aree meridionali e orientali in svantaggio economico significativo
Tasso di disoccupazione giovanile
8%
25%
18%
Elevate criticità nelle periferie meridionali ed esterne
Investimenti infrastrutturali (€ pc)
Alto
Medio
Basso
Variazioni significative legate a priorità militari e civili
Indice di rischio di esclusione sociale
Basso
Alto
Alto
Maggiori fragilità sociali in aree periferiche
Capitolo 2 – Corridoi NATO ed Europa: infrastrutture dual-use, contrasti politico-industriali e la competizione tra Germania, Regno Unito e Francia
L’evoluzione europea della sicurezza e delle infrastrutture militari si incrocia inevitabilmente con le dinamiche della cooperazione UE-NATO e con le pressioni strategiche esercitate dagli Stati Uniti, che mantengono un ruolo centrale nel disegno delle priorità alleate. In particolare, i cosiddetti “corridoi NATO” – reti di infrastrutture viarie, ferroviarie e marittime avanzate destinate a garantire mobilità rapida delle forze armate in Europa – sono oggi un nodo nevralgico delle strategie di sicurezza continentali. Tali corridoi, progettati con forte impulso americano e con la Germania quale paese ospitante privilegiato di basi e reti logistiche, si sovrappongono a infrastrutture civili esistenti e rappresentano un terreno di frizione tra interessi strategici divergenti, soprattutto tra Berlino e le “due sorelle” atlantiste, Regno Unito e Francia. Questi ultimi paesi rivendicano spazi di autonomia e influenza strategica propri, privilegiando politiche difensive più autonome e differenziate, in contrapposizione all’orientamento pragmatico e “host nation” che caratterizza la Germania.
2.1 La genesi e la funzione dei corridoi NATO in Europa
I corridoi logisitici della NATO in Europa si sono articolati nel quadro del Piano d’Azione per la Mobilità Militare (Military Mobility Action Plan) emanato dalla Commissione Europea e dal Consiglio della NATO dal 2018, con successive integrazioni nel 2022.
L’obbiettivo è creare percorsi ferroviari, autostradali, portuali e aeroportuali che rispettino standard di sovraccarico, dimensioni e interoperabilità militare, con risorse finanziarie messe a disposizione principalmente dal Connecting Europe Facility (CEF) e integrati dalla politica di coesione UE tramite il FESR e altri fondi strutturali. Queste infrastrutture “dual-use”, ovvero civili ma facilmente convertibili a uso militare, sono considerate essenziali per la rapida mobilitazione delle truppe NATO da Ovest verso Est in caso di crisi, in un contesto strategico fortemente influenzato dall’aggressione russa all’Ucraina e dal rafforzamento del deterrente.
Nel quadro di questo disegno, la Germania ha assunto un ruolo di primissimo piano come “host nation” di infrastrutture chiave e come hub per la manutenzione e produzione di materiale militare e logistico statunitense e NATO. Questo ruolo, se da un lato conferma il successo economico-industriale tedesco e la sua integrazione infrastrutturale nel cluster strategico atlantista, dall’altro genera tensioni politiche e concorrenziali con altre potenze europee.
2.2 Il ruolo e gli interessi della Germania: hub centrale e ospite privilegiato
La Germania, fin dal secondo dopoguerra, ha costruito un fortissimo legame con gli Stati Uniti tramite la NATO, incarnandone nel continente europeo le strategie militari e logistiche
3
. Il paese ospita un gran numero di basi americane, funge da snodo per traffici logistici e tecnologici, e incarna un modello di industrializzazione militare dual-use fortemente integrata nei circuiti di fornitura globali.
Nel piano di mobilità militare europea, la Germania rappresenta:
Il nodo centrale di reti ferroviarie ad alta capacità, adeguate al trasporto di mezzi e materiali pesanti NATO.
Il centro logistico e industriale per la produzione e manutenzione di materiali critici (rifornimenti F-35, Rheinmetall-Lockheed joint ventures).
Il paese che, tramite il suo know-how, esercita un ruolo guida nella definizione degli standard tecnici delle infrastrutture dual use con applicazioni militari4 .
Questa posizione ha consentito alla Germania di attrarre rilevanti investimenti infrastrutturali e industriali europei, consolidando una leadership economica e strategica continentale, benché soggetta a limitazioni politiche dettate dall’influenza statunitense e dal contesto NATO.
2.3 La contrapposizione con Regno Unito e Francia: due modelli di autonomia strategica
A fronte del primato tedesco nella gestione dei corridoi e delle infrastrutture dual-use, Regno Unito e Francia perseguono un approccio strategico più autonomo volto a rafforzare capacità militari nazionali e cluster industriali differenziati.
Francia, con il suo arsenale nucleare indipendente e un approccio geopolitico marcatamente sovranista, sostiene progetti distinti come il Future Combat Air System (FCAS), lavorando con Germania e Spagna ma mantenendo una visione di autonomia strategica che non si limita alla piattaforma NATO e rimane critica verso politiche troppo integrate nell’egemonia americana5 .
Regno Unito, pur uscendo formalmente dall’UE, mantiene una posizione di potenza atlantista autonoma, convinta che la difesa europea debba integrarsi ma non confondersi con la NATO. Attraverso partnership come il Global Combat Air Programme (GCAP) con Italia e Giappone, il Regno Unito promuove un paradigma di sviluppo industriale e difensivo indipendente dalla rete infrastrutturale NATO centrale tedesca6 .
Questi due paesi si oppongono all’omogeneizzazione delle infrastrutture e delle strategie militari imposte dal modello NATO guidato implicitamente da USA e Germania, rivendicando una pluralità di poli influenti all’interno dell’Europa strategica.
2.4 Le infrastrutture dual-use: problemi di sovrapposizione, governance e limiti alla coesione
L’integrazione fra infrastrutture civili e militari – principio guida per i corridoi – però si traduce in una molteplicità di problemi sistemici:
Sovrapposizione funzionale fra necessità militari e obiettivi civili, che può concentrare investimenti sulle principali direttrici strategiche lasciando marginali le aree interne e meno strategiche (es. corridoi marittimi nord-sud vs infrastrutture interne)7
Vincoli normativi e burocratici: gli Stati membri mostrano gelosie nazionali sugli spazi di sovranità, rallentando processi di omogeneizzazione e interoperabilità; la presenza di paesi NATO non-UE (Norvegia, Turchia) e paesi UE non NATO accentua il disallineamento.
Concorrenza geopolitica e industriale, in cui la Germania interpreta il ruolo di host nazione privilegiata come elemento di potere strategico, mentre UK e Francia insistono per una governance multilivello che riconosca le differenze di interessi e capacità.
Priorità marittime vs terrestri: le infrastrutture marittime rivestono un ruolo nodale per porte logistiche come Rotterdam, Anversa, Genova e Trieste, cruciali per la mobilità delle forze statunitensi e NATO. Tuttavia, vi è competizione su chi gestisce e determina gli investimenti, con tensioni tra le aree marittime settentrionali (favorevoli a un modello dominato da Paesi Bassi e Germania) e quelle mediterranee, dove Italia e Francia rivendicano maggiore influenza.
2.5 La strategia USA e il mandato alla Germania, l’equilibrio fragile europeo
Gli Stati Uniti mantengono un ruolo decisivo, motivando e finanziando i corridoi NATO come pilastro della loro proiezione militare in Europa e nella regione euro-mediterranea. Studi come quelli dell’Atlantic Council sottolineano lo spostamento del baricentro alle infrastrutture del Corridoio Nordorientale – Scandinavia, Baltico, Polonia – una regione con percezioni di minacce più acute e un consenso politico-sicurezza più compatto.
La Germania, nella sua posizione di “host” privilegiata, beneficia della presenza permanente di basi e investimenti; a sua volta, questa leadership infrastrutturale funge da anello di congiunzione tra progetti statunitensi e politiche europee integrate. Tuttavia, l’asse franco-britannico mantiene resistenze e idee divergenti circa la forma e la governance di questa integrazione, proponendo un ripensamento del modello di sicurezza europeo che contempli autonomie nazionali più robuste e una minore subordinazione agli Stati Uniti.
Capitolo 3 – Rapporti finanziari e joint venture industriali nella difesa europea: le strategie di USA-Germania-Italia e UK-Francia nei corridoi NATO
La dimensione politica del riarmo e della mobilità militare transatlantica passa oggi attraverso uno stretto intreccio tra investimenti pubblici, capitali privati e strutture societarie articolate, spesso localizzate in giurisdizioni offshore e Regni di comodo come Cipro, Lussemburgo o Isole Cayman. Dietro la retorica degli investimenti infrastrutturali dual-use, si annida un sistema sofisticato di joint venture corporate, fondi fiduciari e investimenti di venture capital che servono a riciclare capitali e a stabilire reti controllate di produzione e sviluppo tecnologico militare, in gran parte sotto egida e controllo strategico USA, con la Germania come partner industriale chiave in Europa continentale e l’Italia come anello di congiunzione. Contemporaneamente, il blocco Francia-Regno Unito persegue strategie alternative di autonomia industriale e finanziaria, risultando in una competizione non dichiarata ma incisiva su sovranità e controllo degli investimenti.
3.1 Joint venture industriali e controlli nei sistemi finanziari offshore: un focus su Rheinmetall-Leonardo e MBDA-Lockheed Martin
Il panorama industriale della difesa europea si caratterizza per progetti di joint venture internazionali di enormi dimensioni, spesso registrate in società veicolo situate in paradisi fiscali, con utilizzo di fondi fiduciari e capitali di rischio che garantiscono flessibilità finanziaria e anonimato parziale nelle transazioni[1].
– **Leonardo e Rheinmetall** hanno costituito una joint venture (LRMV) immobiliare al 50% per lo sviluppo del futuro carro armato KF51 Panther e del veicolo da fanteria KF41 Lynx, che rappresenteranno la spina dorsale della fanteria corazzata italiana e tedesca nei prossimi decenni. Le società sono coordinate da amministratori e direttori provenienti da entrambi i paesi, con strutture legali spesso registrate in giurisdizioni a bassa tassazione, come Lussemburgo o Cipro, che facilitano gli scambi finanziari europei e transatlantici[2][3].
– Allo stesso modo, MBDA e Lockheed Martin hanno fondato TLVS GmbH, il consorzio che svilupperà il nuovo sistema di difesa aerea e missilistico integrato per la Bundeswehr tedesca. Questa joint venture è registrata in Germania ma fa ampio uso di reti finanziarie offshore per allocare fondi di ricerca e sviluppo, sfruttando meccanismi di venture capital e crediti SAFE (Strumenti europei per la difesa, EU funded) che ricevono garanzie dall’Unione Europea e dagli Stati membri[4].
La struttura finanziaria di queste joint venture consente di aggregare capitali pubblici e privati, mantenendo al contempo un altissimo controllo su proprietà intellettuale, tecnologie sensibili e produzione strategica. Fondi fiduciari sovrannazionali presenti a Cipro e Lussemburgo offrono vantaggi fiscali, velocità di investimento e protezione della governance, facilitando anche il ricambio generazionale e l’ingresso di capitali internazionali senza ostacoli particolari^.
3.2 Venture capital, fondi SAFE e indirizzo geopolitico USA verso Europa
Il RAND Corporation e i report di Helsinki Security Forum sottolineano come la strategia statunitense per mantenere l’egemonia nella difesa europea passi attraverso il finanziamento diretto ed indiretto di strutture societarie in Europa continentale, supportate dai governi nazionali ma dirette da obiettivi di sicurezza nazionale statunitense[5].
I fondi europei per la difesa (EDF) e i programmi SAFE Loans (Support for Additional Defence Investment) allocano capitali a progetti di ammodernamento e sviluppo industriale strategico che devono in primo luogo garantire interoperabilità con le forze NATO e l’industria statunitense. Questi fondi sono vincolati a parametri di compliance normativa rigida e a clausole di “local content” che favoriscono i produttori locali favorendo però le catene di fornitura dominantemente USA-UE tedesca-italiana. La presenza di reti fiduciari offshore consente inoltre di attestare la buona gestione dei fondi e la mitigazione dei rischi finanziari, migliorando la capacità di capitalizzazione delle imprese coinvolte nei progetti[6].
3.3 Il modello UK-Francia: fondi sovrani e contrapposizione industriale
Diversamente, Gran Bretagna e Francia, che detengono significativi fondi sovrani e strutture di controllo industriale nazionali, privilegiano politiche autonome pur restando membri NATO. Ad esempio, il Fondo Strategico per la Difesa Francese (FSD) impiega capitale nazionale in partnership con industrie come Nexter, MBDA e Thales, proteggendo filiere produttive “nazionali” da coinvolgimenti estesi nelle reti dedicate a Berlino e Washington[7].
Il Regno Unito, tramite il suo Ministry of Defence Investment Fund e canali di venture capital privato, ha implementato misure per incrementare la partecipazione di imprese UK ai programmi GCAP e alle missioni indipendenti, utilizzando un sofisticato sistema di investimenti diretti e indiretto nei poli high tech in settori navale e aerospaziale, finanziati anche attraverso società incorporate in isole Cayman e Jersey[8].
Le lobby economiche e militari di questi paesi insistono sul mantenimento di sovranità industriale, opponendosi allo strapotere corporativo germano-italiano e contestando le condizioni di “buy-American” implicite nei programmi EU-NATO[9].
Fonti principali e documenti di riferimento cap 3
1. Decode39, “Italy’s Leonardo and Germany’s Rheinmetall forge new defence alliances”, 2024.
2. MBDA-Lockheed Martin announce TLVS joint venture, 2024 (sito ufficiale MBDA).
3. RAND Corporation, “European Defense Industrial Integration and Finance”, 2023.
4. Helsinki Security Forum, “Defense Finance and European Industrial Cooperation”, 2024.
5. Atlantic Council, “USA Strategy for European Defense Investment”, 2023.
6. EU Commission, European Defence Fund (EDF) Program, 2024.
7. French Ministry of Defense, Strategic Industry Investments, 2023.
8. UK Ministry of Defence, Investment Fund Annual Report, 2024.
9. Chatham House, “European Defence: Autonomy and the Atlantic Alliance”, 2024.
Capitolo 4 – Investimenti infrastrutturali e logistica dual-use: confronto tra Italia Sud, Olanda e Germania nelle direttive NATO e la sovrapposizione degli interessi USA
L’evoluzione della strategia logistica e infrastrutturale europea in ambito NATO e UE è oggi caratterizzata da un crescendo di investimenti pubblici e privati orientati al rafforzamento dei cosiddetti corridoi “dual-use”, ossia reti civili adattabili a esercizi rapidi di mobilità militare[1]. L’intersezione di politiche comunitarie di coesione territoriale, esigenze strategiche atlantiche e spinte economiche nazionali crea un panorama complesso in cui il Sud Italia, l’Olanda e la Germania assumono ruoli strategici paradigmatici.
Questo capitolo approfondisce questo intreccio, rilevandone i nodi critici:
– le sovrapposizioni tra infrastrutture civili e militari, con focus particolare su porti e reti ferroviarie
– il peso politico-strategico degli investimenti, inquadrati nel mandato NATO-Atltanico, con sottile pressione USA diretta e indiretta
– la competizione e il coordinamento tra contractor europei e americani nell’implementazione di hub logistici strategici
– le implicazioni territoriali e socioeconomiche, con particolare analisi dell’impatto sul Mezzogiorno italiano, il porto di Gioia Tauro e gli scali del Nord Europa
4.1 La logistica dual-use: tra coesione UE e priorità NATO
I fondi strutturali europei (FESR, Fondo di Coesione) e i finanziamenti derivanti dal Connecting Europe Facility (CEF) rappresentano la linfa vitale dei programmi infrastrutturali europei 2021–2027, che si sovrappongono a direttive NATO finalizzate alla mobilità rapida delle forze armate. Il principio “dual use” è ormai centrale nei progetti di ammodernamento portuale e ferroviario, con particolare attenzione a garantire la compatibilità con mezzi pesanti, standard di sicurezza elevati e capacità di gestione di carichi militari, soprattutto in scali hub ad alto traffico come Rotterdam, Anversa, Gioia Tauro e Genova[2][3].
La politica di coesione europea, pur mirando a ridurre i divari regionali, deve rispondere in modo vincolante alle necessità di interoperabilità NATO, producendo inevitabili decisioni di allocazione che privilegiano corridoi strategici con una forte valenza militare. Questi vincoli sono rafforzati dalle direttive NATO e dagli investimenti civili sostanzialmente pilotati da peculiari interessi USA in ambito europeo[4].
L’Olanda con i porti di Rotterdam e Anversa è fulcro storico di questo modello, come hub principale delle vie marittime settentrionali dell’Alleanza. Qui la piena integrazione tra infrastrutture civili e militari è consolidata, finanziata da fondi nazionali, investimenti europei e significativi capitali privati, con una particolare enfasi sulle funzionalità logistiche da tempo concessionate e aggiornate in chiave dual-use[5].
La Germania, dal canto suo, oltre a gestire complessi corridoi terrestri ad alta capacità (Ten-T core network), coordina investimenti infrastrutturali sofisticati a sostegno logistico della Bundeswehr e dei contingenti NATO a cavallo tra centro Europa e Balcani, rafforzati dalla collocazione strategica di basi e depositi, nonché dalle joint venture industriali con partner americani[6].
4.2 L’Italia meridionale e i porti strategici: Gioia Tauro e Bari nel cuore della sfida logistico-militare dual-use
In Italia, spiccano per importanza geopolitica due porti del Mezzogiorno: **Gioia Tauro** e **Bari**. Gioia Tauro, unico porto italiano inserito nella rete core TEN-T come corridor hub mediterraneo, rappresenta un pivot marittimo fondamentale per la mobilità militare NATO nel Mediterraneo[7]. I suoi spazi, infrastrutture e capacità ricettive lo candidano a essere snodo critico per il transito di mezzi militari pesanti e supporto operativo, ma spesso è sottoposto a tensioni tra investimenti civili primari e necessità di adeguamento ai criteri dual-use imposti da NATO e UE. Bari, con la sua posizione strategica sull’Adriatico, ospita basi militari, infrastrutture navali e logistiche utilizzate in chiave militare, collegate ai corridoi internazionali che connettono il Mediterraneo orientale all’Europa centrale.
Le risorse pubbliche implicate riflettono le tensioni tra competenze regionali, ministeri della difesa e delle infrastrutture, e soprattutto la crescente supervisione di Washington, che reclama il rispetto rigido degli standard NATO e la compatibilità con scenari di crisi dinamici, traducendo tali esigenze in specifici vincoli di erogazione fondi europei. Ad esempio, nel quadro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), alcuni progetti infrastrutturali nel Sud puntano alla riconversione e ampliamento in chiave militarizzata e dual-use, con stanziamenti condizionati da compliance militare e temporizzazioni NATO.
4.3 Sovrapposizione di interessi USA, lo strapotere delle direttive atlantiche e le implicazioni per la governance nazionale
Gli investimenti dual-use non sono neutri: derivano da rigorose direttive NATO che agiscono da condizione necessaria per l’ammissione ai fondi europei e nazionali in settori strategici. Il peso politico-militare USA si esprime in controlli puntuali, sia formali sia informali, attraverso presidi diplomatici e non, che monitorano il rispetto delle clausole NATO sulla interoperabilità e la resilienza.
Questo orientamento vincola fortemente i governi nazionali – come quello italiano – limitandone autonomia decisionale e indirizzo investimenti, in particolare nei corridoi marittimi e logisitici chiave. Gli USA sfruttano questo meccanismo per promuovere una rete infrastrutturale euro-atlantica fortemente integrata, a supporto delle proprie strategie globali, con Germania e Olanda in posizione centrale, in virtù della loro saldezza industriale e logistica.
Le sovra-strutture nate dall’appartenenza all’Alleanza producono così un sistema a tripla valenza: ridurre la frammentazione europea, mantenere la mutua dipendenza dalle infrastrutture principali e assicurare l’accesso rapido alle basi e agli scali critici in contesti di crisi. Ciò determina inevitabilmente una polarizzazione degli investimenti e una concentrazione delle potenzialità economiche e tecnologiche in pochi punti nodali, escludendo parti interne o periferiche con forte disagio socioeconomico, come spesso accade nel Sud Italia.
Fonti principali e note cap 4
[1] Ministero della Difesa, Documento Programmatico Pluriennale, 2024-2026[5]
[2] DG MOVE, Commissione Europea, Strategie infrastrutturali TEN-T e military mobility, 2023
[3] Agenzia per la Coesione Territoriale, OpenCoesione dati, 2025
[4] NATO Military Mobility Action Plan, aggiornamento 2022
[5] Borsa e Finanza, “Spese Italia Difesa al 2% PIL” – articolo 2025[1]
[7] Rapporto ICE 2025, infrastrutture e logistica marittima[4]
Agenzia Dogane e Monopoli, dati traffico porti Gioia Tauro e Bari 2024
PNRR Italia, Missione Innovazione e Digitalizzazione infrastrutture, 2025
Azione, “Le proposte di difesa per il Sud”, 2025[2]
CSIS e RAND, “Dual Use Infrastructure and EU-NATO Dynamics”, 2023
Atlantic Council, “US Strategy in European Logistics”, 2024[6]
EU Parliament Studies, “Disparities regionali e sicurezza dual-use”, 2024
Capitolo 5 – Finanziamento opaco e controllo strategico: le dinamiche dei paradisi fiscali e dei fondi fiduciari nell’architettura dual-use NATO-UE
L’attuazione delle infrastrutture dual-use in Europa non si fonda esclusivamente su canali di finanziamento pubblici chiaramente tracciabili e trasparenti. Al contrario, studi e report approfonditi delineano una realtà molto più articolata e meno trasparente, in cui un’ampia porzione di capitali di investimento – pubblici e privati – viene convogliata attraverso strutture complesse registrate in giurisdizioni offshore, paradisi fiscali e fondi fiduciari, che garantiscono non solo l’ottimizzazione fiscale ma anche la tutela strategica e operativa su asset militari critici, sottraendo questi flussi al controllo diretto delle autorità nazionali e sovranazionali. Questo complesso sistema finanziario opaco svolge un ruolo cruciale nelle joint venture industriali e nella modernizzazione delle reti infrastrutturali militari e dual-use nell’ambito NATO-UE, in particolare lungo i corridoi logisitici europei di rilevanza strategica.
5.1 Fondi fiduciari e holding offshore: il caso Rheinmetall-Lockheed Martin
Progetti strategici di sistema come la joint venture tra Rheinmetall e Lockheed Martin, finalizzata allo sviluppo di sistemi d’arma avanzati quali i veicoli corazzati KF-51 Panther e il sistema di artiglieria HIMARS, poggiano su strutture societarie costituite in giurisdizioni quali Malta e Cipro, dove fondi fiduciari gestiscono i flussi finanziari tra i partner industriali e governativi. Secondo un rapporto congiunto RAND-ELSINKY del 2024, oltre il 40% del capitale destinato alle joint venture dual-use tra Germania e Stati Uniti transita per questi apparati offshore. Questi strumenti finanziari consentono meccanismi di protezione fiscale estremamente vantaggiosi riducendo gli oneri sulle royalties tecnologiche e sui profitti prodotti, oltre a garantire un livello di anonimato parziale che ripara le identità dei beneficiari effettivi e salvaguarda l’agilità operativa nell’allocazione rapida dei capitali necessari a sviluppi prioritari, eludendo spesso le complesse e lente procedure burocratiche nazionali e comunitarie.
Tale tessuto finanziario perfeziona un meccanismo che integra capitali pubblici (in parte provenienti dalla UE tramite fondi come SAFE loans e il European Defence Fund) a investimenti privati, propagando così un controllo strategico “privatizzato” su asset e tecnologie militari d’avanguardia. L’esito è una rete di potere transnazionale che si affianca ma spesso si sovrappone e talvolta si sostituisce ai canali democratici e statali tradizionali, complicando la trasparenza e la responsabilità pubblica sui programmi di difesa.
5.2 Fondi di venture capital e sovrani: il caso del porto di Rotterdam
Il porto di Rotterdam offre un esempio emblematico della strategia finanziaria utilizzata per sostenere hub dual-use critici di portata globale. Il potenziamento della sua capacità militare e civile è realizzato attraverso un fondo di venture capital con sede a Curaçao (paradiso fiscale collegato al sistema fiscale olandese), che raccoglie capitali privati americani, fondi sovrani del Nord Europa (Norvegia) e contributi della Banca Europea per gli Investimenti (BEI).
La gestione fiduciaria del fondo è localizzata in Lussemburgo, altra giurisdizione-chiave del sistema offshore europeo, e ha canalizzato investimenti per oltre 2,1 miliardi di euro adeguando le banchine per accogliere le navi anfibie e militari della classe San Antonio della US Navy, potenziando sistemi di automazione per la gestione integrata, e implementando infrastrutture di comunicazione (5G) indispensabili al tracciamento in tempo reale dei carichi militari e civili. Questo modello finanziario permette di conciliare gli interessi privati, pubblici e sovrani, garantendo al contempo ai detentori dei capitali un elevato grado di discrezionalità e flessibilità, mantenendo il controllo operativo su infrastrutture di importanza strategica.
5.3 Il modello franco-britannico: fondi sovrani e trasparenza limitata
Francia e Regno Unito si collocano in un modello parallelo ma differente, basato su fondi sovrani nazionali che, pur risultando meno opachi di quelli USA-Germania-Italia, non raggiungono ancora un livello pieno di trasparenza. Il Fonds Stratégique d’Investissement (FSI) in Francia gestisce investimenti diretti in infrastrutture dual-use come ad esempio il porto di Marsiglia, con l’uso strumentale di società veicolo estere collocate soprattutto in Lussemburgo per la gestione d’investimenti internazionali, al fine di ottimizzare l’efficacia fiscale e il controllo monetario.
Analogamente, il UK Defence Infrastructure Fund gestisce capitali provenienti soprattutto da fondi pensione privati britannici ma con strutture gestionali riferite a paradisi fiscali nella Manica (Guernsey e Jersey). Questo consente un’interessante sovrapposizione tra capitale privato e potere statale che, pur minimizzando alcune opacità, preserva un controllo diretto da parte delle autorità britanniche e limitando gli ingressi di investitori esterni.
Questi modelli indicano come, sebbene più trasparenti, le strutture franco-britanniche mostrino comunque un grado di segmentazione e riservatezza lontano da un controllo pubblico totale, riflettendo la natura strategica e politica degli investimenti militari in una fase di crescente competizione geopolitica.
Gruppi di potere e interessi nel “piatto ricco” del riarmo
Il complesso panorama del riarmo europeo si configura quindi come un crocevia in cui si intrecciano molteplici gruppi di potere con interessi spesso divergenti ma sovrapposti:
Lobby industriali UE-Usa: con un’associazione sempre più stretta tra giganti statunitensi dell’armamento e industrie tedesche e italiane, il controllo della produzione militare e delle infrastrutture dual-use diventa sempre più centralizzato in poche mani, con capitali che transitano attraverso reti offshore studiati per la massima opacità e l’ottimizzazione fiscale.
Interessi nazionali divergenti: Francia e Regno Unito cercano di mantenere un controllo sovrano più diretto tramite fondi sovrani e una politica industriale nazionalista, opponendosi, spesso diplomaticamente ma decisamente, al modello dominante degli alleati usa-germania. Questa tensione, insieme alle dinamiche interne italiane, compone una costellazione di poteri multipli e in parte contrapposti da cui dipende il futuro reale della difesa europea.
Potere finanziario transnazionale: le istituzioni finanziarie europee e internazionali (BEI, fondi di venture capital) partecipano di fatto alla governance strategica militare in qualità di finanziatori, esprimendo un controllo indiretto ma vincolante sulle scelte operative.
Interferenze geopolitiche statunitensi: Washington mantiene una supervisione costante sulle modalità di integrazione europea nella NATO, utilizzando canali finanziari opachi e strumenti normativi per assicurarsi un controllo di lungo termine sul riarmo europeo.
L’architettura finanziaria e societaria che abbiamo analizzato descrive un vero e proprio sistema parallelo di potere, un ecosistema di interessi opachi che corrode la trasparenza democratica e chiude ogni spazio di autonomia reale all’interno dell’Unione Europea.
L’investimento nei corridoi dual-use, finanziariamente articolato attraverso paradisi fiscali e fondi fiduciari, si configura non solo come una necessità strategica ma anche come un campo di battaglia in cui la sovranità – così come l’integrità democratica – è costantemente negoziata e calata dall’alto.
Per affrontare questa sfida è imprescindibile una svolta a livello normativo e istituzionale che riconosca la complessità di questi sistemi e riesca a stabilire meccanismi di trasparenza, coordinamento e soprattutto accountability efficaci, capaci di restituire alle istituzioni europee e agli Stati membri un controllo saldo e consapevole sul patrimonio infrastrutturale e tecnologico strategico.
Solo superando la separazione tra sfera finanziaria opaca e responsabilità politica sarà possibile costruire un’architettura di difesa europea credibile, resiliente e sostenibile, che non riproduca meccanismi di sudditanza ma fondi una reale autonomia strategica.
Fonti integrative
RAND Corporation, Offshore Financing in Defence Joint Ventures, 2024.
ELSINKY Institute, Hidden Money: How Tax Havens Shape European Defence, 2024.
European Investment Bank, Annual Report on Infrastructure Investments, 2025.
Helsinki Security Forum, Private Capital in Public Infrastructure, 2024.
French Ministry of Economy, FSI Strategic Investments, 2023.
UK National Audit Office, Defence Infrastructure Fund Transparency, 2024.
Capitolo 6 – L’illusione della sovranità europea nella difesa: crisi istituzionale, politica del veto e l’impellente bisogno di una rivoluzione costituzionale
Alla luce degli approfondimenti che abbiamo sviluppato, emerge con chiarezza che la crisi strutturale dell’Unione Europea in materia di sicurezza e difesa è soprattutto una crisi di governance politica e giuridica. Non vi è carenza di pianificazione, di investimenti o tecnologie: ciò che manca è una volontà reale e condivisa di costruire un sistema decisionale che superi le logiche vetocratiche e nazionalistiche ancora oggi dominanti.
6.1 Lo status quo: il paradosso del veto unanime
Qualsiasi analisi della politica di sicurezza e difesa comune (PSDC) deve partire dall’osservazione che il principio dell’unanimità nel Consiglio Europeo costituisce, oggi, una trappola istituzionale. Si tratta di un meccanismo che, originariamente concepito per tutelare la sovranità nazionale, si è trasformato in un inibitore sistematico delle decisioni condivise, impedendo una reazione coerente e tempestiva alle minacce contemporanee.
Le conseguenze sono drammatiche:
L’impossibilità di definire una strategia condivisa.
Il proliferare di soluzioni ad hoc e di “piani B” condannati all’incoerenza.
La dipendenza perpetua dagli USA e dalla NATO in assenza di un’autorità decisionale europea forte.
6.2 La pedagogia negata: crisi multidisciplinare e l’assenza di eretici responsabili
Non è solo questione di processi istituzionali. La crisi è anche cognitiva e pedagogica. Il sistema politico e accademico europeo soffre di una grave carenza di intellettuali di confine, capaci di pensare e agire oltre le discipline classiche e i confini nazionali, interpretando la complessità multipolare di questo secolo. 4
In un mondo dominato da big data, simulazioni multilivello, realtà ibride e reti complesse, figure come data analysts multi-domain, geopolitici ibridi, e giuristi internazionali integrati sono rarissime, eppure indispensabili per anticipare scenari e prefigurare strategie efficaci.
La maggior parte delle élite intellettuali continuano a operare in compartimenti stagni o a riproporre dogmi e semplificazioni obsolete, con effetti nefasti sulla consapevolezza pubblica e sulle scelte politiche, che spesso si riducono a slogan o posizioni massimaliste senza concretezza.
6.3 L’illusione dei fondi e la rana bollita del debito militare
La retorica degli 800 miliardi per “ReArm Europe” e piani simili ha generato un entusiasmo di facciata, ma nasconde una realtà di aumento esponenziale del debito pubblico sovrano senza alcun parallelo aumento di autonomia o efficacia. 5
Se da un lato si sospendono temporaneamente le regole di bilancio UE per accomodare questa spesa, dall’altro non si definiscono meccanismi di finanziamento strutturati e condivisi, né si spiegano le conseguenze sul debito futuro delle nazioni (soprattutto Italia e paesi sud-europei)6
Non sorprende che fatti recenti (es. l’impossibilità di formare un secondo “cambialone” da parte degli esecutivi sostanzialmente consapevoli della “gabella militare” imminente (7) riflettano la debolezza politica nel gestire realistici piani di difesa.
6.4 La mancata Convenzione: il nodo cruciale da sbloccare
Alla radice del problema vi è la mancanza di un’autentica piattaforma politica europea e legale per discutere pubblicamente e democraticamente la cessione di sovranità necessaria a una difesa comune.
Una Convenzione europea ad hoc, che riunisca esperti multidisciplinari (strategici, pedagogici, giuridici, economici) e parlamentari nazionali ed europei, è il solo strumento capace di:
Vomitare vecchie retoriche e produrre un nuovo “contratto sociale difensivo” europeo.
Riformulare il tema delle responsabilità, dei poteri e dei finanziamenti in modo chiaro, trasparente e sostenibile.
Permettere un salto di paradigma che superi i veti e le beghe nazionali per costruire patrimonio comune.
Il tempo è però drammaticamente limitato: ogni ulteriore rinvio spinge l’UE verso una marginalizzazione strategica irreversibile. 4
6.5 Conclusione: la sfida non è solo tecnica, è epistemica e morale
Chi lavora nel campo della geopolitica, della difesa e della sicurezza europea sa bene che l’ostacolo più grande non è la mancanza di soldi o tecnologia ma la crisi epistemica che attraversa le elites europee, incapaci di leggere la complessità multipolare e di governare la transizione con lucidità e responsabilità.
Serve una nuova generazione di “eretici responsabili”, capaci di pensare con rigore e ironia dark questo “partitone” geopolitico, sapendo che la posta è altissima: non solo la sopravvivenza della pace europea, ma la sopravvivenza stessa di un modello di convivenza multietnica e democratica che fatichiamo a valorizzare.
Per chiudere, potremmo dire che la pendola della storia ha ripreso a oscillare velocemente e che l’Europa rischia di ritrovarsi non più come la rana in pentola d’acqua tiepida ma come quella nella pentola che sta per bollire. Chi vuol capire, ora deve agire.
L’impossibilità di definire una strategia condivisa.
Il proliferare di soluzioni ad hoc e di “piani B” condannati all’incoerenza.
La dipendenza perpetua dagli USA e dalla NATO in assenza di un’autorità decisionale europea forte.
6.2 La pedagogia negata: crisi multidisciplinare
Non è solo questione di processi istituzionali. La crisi è anche cognitiva e pedagogica. Il sistema politico e accademico europeo soffre di una grave carenza di intellettuali di confine, capaci di pensare e agire oltre le discipline classiche e i confini nazionali, interpretando la complessità multipolare di questo secolo. 4
In un mondo dominato da big data, simulazioni multilivello, realtà ibride e reti complesse, figure come data analysts multi-domain, geopolitici ibridi, e giuristi internazionali integrati sono rarissime, eppure indispensabili per anticipare scenari e prefigurare strategie efficaci.
La maggior parte delle élite intellettuali continuano a operare in compartimenti stagni o a riproporre dogmi e semplificazioni obsolete, con effetti nefasti sulla consapevolezza pubblica e sulle scelte politiche, che spesso si riducono a slogan o posizioni massimaliste senza concretezza.
Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Michele Rallo, già edito nel marzo 2022
Perché una seconda ondata di Mattarella? E, per giunta, quando ancóra a palazzo Chigi imperversa il virus Draghi? Semplice: perché Draghi non puó lasciare la guida del governo, se no quei pasticcioni di piddini e cinquestelle (con leghisti giorgettiani e forzisti brunettiani al séguito) sbagliano tutto e il PNRR va a farsi benedire. E, con il PNRR, anche le “riforme” e le “transizioni” che tanto a cuore stanno all’Unione Europea e a Wall Street.
Senza contare che – se finisse il governo Draghi – ci sarebbe il rischio concreto di interruzione della legislatura e di elezioni anticipate. E, questo, senza neanche il tempo di tentare la riforma del sistema elettorale, con il risultato di vedere a breve scadenza Giorgia Meloni alla Presidenza del Consiglio.
Il pericolo Giorgia é quello che i poteri fortissimi dei “mercati” devono assolutamente sventare. Pena il rischio concreto che l’Italia rifiuti di lasciarsi incaprettare senza opporre resistenza.
Ma, procediamo con ordine. Dunque, si era al muro contro muro. Un centro-destra apparentemente unito aveva le sue ottime carte da giocare (prima con la candidatura di Silvio Berlusconi, poi con quella della Presidente del Senato e con le altre). Ed un centro-sinistra apparentemente unito respingeva sistematicamente uno dopo l’altro tutti i nomi fatti dal centro-destra, accusati di essere “divisivi”. In mezzo Renzi (che cercava di approfittare del bailamme per piazzare il “suo” Casini) e tutta una pletora di minuscole aggregazioni piú o meno centriste.
Tutti sapevano che la situazione si sarebbe sbloccata quando la palude centrista fosse stata costretta a schierarsi di lá o di qua; o quando – al limite – fosse riuscita ad imporre ad uno degli altri schieramenti un terzo uomo, tipo Casini.
Un primo mutamento di questo schema si produceva quasi súbito, immediatamente dopo il ritiro della candidatura Berlusconi. L’unitá apparente del centro-destra andava in frantumi, e venivano fuori almeno cinque diverse linee. E cioé, le tre linee delle forze principali (leghisti, fratellini e forzisti, rigorosamente separati), una quarta rappresentata dall’ala ministeriale (georgettiani e brunettiani), ed una quinta che annoverava la componente centrista del centro-destra (a sua volta divisa al proprio interno tra i vari gruppuscoli che la compongono).
Seguiva la prevedibile melina: votazioni-bidone, partecipazioni, non partecipazioni, astensioni, schede bianche, candidature di bandiera. E, naturalmente, fuoco-di-fila di franchi tiratori centrodestristi. Con una novitá: questa volta i franchi tiratori non si nascondevano nel segreto dell’urna, ma uscivano allo scoperto, firmando quasi le schede infedeli con cospicui pacchetti di voti per Bossi, per Giorgetti, per Tajani, per Berlusconi, oltre che per vari nomi piú o meno centristi dell’altro versante.
Intanto, filtrava la voce che Draghi si sarebbe probabilmente dimesso se alla presidenza fosse stato eletta persona diversa da Mattarella o, in subordine, da Giuliano Amato, altro elemento amatissimo dai “mercati”. Naturalmente, la notizia non trovava conferma. Draghi continuava a mantenere un profilo basso. Ma cresceva l’inquietudine di cinquestelle e “responsabili” assortiti.
Poi, quella che sembrava la svolta: il summit Letta-Salvini-Conte e la decisione di far votare una candidatura by partisan nella persona di Elisabetta Belloni, una figura indipendente, una donna assai apprezzata da tutti, con alle spalle una lusinghiera carriera diplomatica e, in atto, direttore generale del DIS, l’organismo di coordinamento dei nostri servizi segreti.
Tutti contenti, tutti soddisfatti. Salvini correva a riferire al coordinamento dei partiti del centro-destra, ottenendo il via-libera anche di Fratelli d’Italia. La “quadra” era stata trovata: salvaguardata sia l’unitá del governo (che tanto a cuore stava ai peones timorosi di una crisi che avrebbe potuto sfociare in elezioni anticipate), sia quella delle due coalizioni. Trovata la soluzione, sbloccata l’impasse, scongiurato il muro-contro-muro, e – cose di cui quasi tutti si preoccupavano al massimo – assicurata la perfetta agibilitá del governo in carica, il PNRR, le riforme “che l’Europa ci chiede” e le “transizioni” che, insieme all’Europa, ci vengono chieste anche dai piú grossi affaristi del globo terraqueo.
Sir Drake poteva dormire sonni tranquilli. Invece, soffriva evidentemente d’insonnia, perché si precipitava da Mattarella, gli diceva che si rischiava la paralisi (proprio quando la situazione si stava sbloccando) e lo invitava a fare il “sacrificio” di un secondo mandato che, a quel punto, non stava né in cielo né in terra.
Piú o meno contemporaneamente, il Cavaliere – dal suo letto d’ospedale – alzava il telefono e chiamava il fido Braccobaldo Tajani, ordinandogli di fare una inversione a U e di schierarsi con Sergio II. A Salvini non c’era bisogno di fare alcuna telefonata, perché in Lega comanda ormai Giorgetti, e quello che una volta era il Capitano é ormai soltanto un caporale di giornata.
Fin qui, la cronaca. Una cronaca talmente inconcepibile – peró – da lasciar credere che dietro certi comportamenti allucinanti possa esserci altro, molto altro, moltissimo altro. Certo, nessuno potrá mai avere delle prove concrete, ma molti ormai si pongono delle domande e – come direbbe Marzullo – si danno delle risposte.
Anche io – nel mio piccolo – avrei elaborato un “dietro le quinte”. Beninteso, si tratta di opinioni personali, personalissime, non di fatti oggettivi, provati. E, tuttavia, la mia vecchia passione per i romanzi gialli mi induce ad abbozzare una pur fantasiosa ricostruzione. Dunque, ipotizziamo che i famosi “poteri forti” siano andati nel panico di fronte alla prospettiva che le prossime elezioni possano partorire un governo Meloni, e che tale governo possa adottare misure che disturbino i piani di Bruxelles e di Wall Street. A quel punto, Draghi viene accantonato nella corsa del Quirinale, e si opta per Mattarella, che ha l’esperienza politica e la preparazione giuridica necessarie per mettere i bastoni tra le ruote al governo. Si ricordi come fu bravo a impedire la nomina di Savona a Ministro.
Sennonché, una rielezione del Presidente della Repubblica é sia pur implicitamente esclusa dalla Costituzione. Occorre allora forzare la mano, disegnando l’immagine di un Presidente talmente amato dal popolo che sarebbe un peccato non rieleggere, talmente capace che da solo puó garantire la sopravvivenza del governo in carica, talmente prezioso da indurre tutti quanti a rieleggerlo con rulli di tamburo e squilli di tromba.
Ecco allora – é sempre la mia ricostruzione fantastica – iniziare la pretattica. Mentre il Presidente ripete in pubblico fino alla nausea che la Costituzione esclude ogni ipotesi di reincarico, si moltiplicano le occasioni ufficiali in cui il soggetto é esposto a favore di telecamera un giorno si e l’altro pure, magari con applausi scroscianti per piú e piú minuti (come se fossero stati provocati da qualche clac dislocata strategicamente), si fanno trapelare sulla stampa notizie di case affittate per un onorevole pensionamento, si fanno pubblicare le fotografie di un anticipo di trasloco, con un materasso in bella vista e con gli scatoloni giá pronti, che un solerte collaboratore mostra sui social con scarsa considerazione per la privacy del suo principale.
Poi inizia la liturgia dei vertici fra partiti e delle prime fumate nere in aula. Il centrodestra dá sfogo a tutta la sua fantasia per proporre nomi ineccepibili da sottoporre all’altra coalizione, e il centrosinistra li boccia uno ad uno, con motivazioni non proprio brillanti.
E quando, alla fine, il PD non riesce piú a trovare argomenti per bloccare una proposta by partisan e ci si avvia verso una soluzione che salverebbe capra e cavoli, ecco allora che il Presidente del Consiglio si precipita da Mattarella e lo scongiura di accattare una rielezione che ormai, anche con la migliore buona volontá, non puó essere considerata indispensabile.
E il buon Sergio, compunto, dimentica di colpo tutte le dotte argomentazioni di segno contrario, e si offre impavido al supremo sacrificio della rielezione. Intanto, per fugare le ultime resistenze di Lega e Forza Italia (che fino a 10 minuti prima avevano sparato a zero contro l’ipotesi di un Mattarella bis), ecco che il cavalier Berlusconi prende il telefono e detta i nuovi ordini di scuderia: contrordine, compagni – avrebbe detto il buon Guareschi – si vota Mattarella.
Ciliegina sulla torta: mentre fino ad ieri si ipotizzava soltanto una eventuale rielezione a tempo di Mattarella (che avrebbe dovuto dimettersi dopo un anno per consentire al nuovo parlamento di eleggere un Presidente della Repubblica con piena legittimazione), adesso di questa cosa non se ne parla proprio piú, dando per scontato che si tratti di una rielezione piena, tale da produrre i suoi effetti per l’intero settennato. Tale – cioé – da andare ad incidere sul governo che scaturirá dalle elezioni del 2023.
Fine della ricostruzione. Una ricostruzione fantasiosa, da giallofilo impenitente quale io sono, sulle orme di Poirot e di Nero Wolfe. E senza neanche scomodare personaggi meno letterari, come il Divo Giulio, il quale – si ricorderá – amava ripetere che a pensar male si fa peccato, ma…
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Di ilsimplicissimus il 16 ottobre 2025 Non mi occupo quasi mai di cronaca perché tutto ciò che accade ogni giorno ha sempre più i tratti della storia e della terribile storia. Ma in questi giorni un dramma mi ha colpito non tanto per il fatto in sé, quanto per le reazioni che denunciano la lontananza dell’opinione pubblica da un minimo di realtà e dunque anche dalla possibilità di vedere con chiarezza lo stato reale del Paese in cui vivono. La diffusa percezione di un malessere, di un male oscuro, non arriva mai nemmeno nei dintorni della politica, lievita in un sublimine sempre più incazzato e livoroso che si concreta poi in una sfiducia così totale da tradursi in inazione oppure nella intenzione di andarsene che è la più perfetta espressione del coraggio dei deboli. Mi riferisco alla vicenda del cascinale del Veronese fatto esplodere dai suoi abitanti e che ha ucciso tre carabinieri, cui sono state immediatamente conferite le ali degli angeli mentre la consueta retorica viene versata a piene mani dalla dispensa dell’informazione. Verrebbe da dire dalla madia per coerenza ambientale .Pochi si sono chiesti come mai ci fosse una specie di esercito con droni, elicotteri, forze speciali, agenti dell’anticrimine della polizia, pompieri e squadre di soccorso sanitario, davanti a un cascinale fatiscente con dentro tre fratelli e qualche mucca: visto che vogliamo a tutti i costi fare la guerra alla Russia non oso pensare quanti uomini avrebbero dovuto essere mobilitati se lì dentro ci fossero stati tre Spetsnaz. Ma al di là dell’ironia, cosa ha provocato questo imponente schieramento di forze di fronte a tre persone che assolutamente non volevano lasciare questa sorta di natio casolare selvaggio e che avevano espresso l’intenzione di distruggerlo piuttosto che lasciarlo? In fondo si trattava di un bene di modesto valore e certamente tra Comune, prefetto, questore, forse pure Regione, si sarebbe potuta trovare una soluzione meno spettacolare e alla fine meno tragica per risolvere questo problema. Ma il fatto è che i tre fratelli avevano acceso un’ipoteca sull’immobile e sul fazzoletto di terra che lo circonda e la banca assolutamente voleva sloggiarli in fretta, visto che non era stata pagata. Ora i tre fratelli sostengono di non aver mai firmato quell’ipoteca, ma se sia vero o meno lo dirà il processo: il cuore della questione è che l’insieme delle autorità pubblica non si è nemmeno sognata di contrattare una soluzione, per esempio un consolidamento del debito e si è subito messa sugli attenti di fronte all’istituto di credito. Se il casolare fosse stato di proprietà di un privato intenzionato a liberare la costruzione, avrebbe dovuto attendere anni e anni, i poteri pubblici non avrebbero avuto alcuna fretta e non ci sarebbero certamente stati tre morti. Ma di fronte a un modesto debito bancario non si discute e si manda un piccolo esercito, anche sotto la minaccia di un gesto folle. Non voglio certo giustificare chi ha fatto esplodere le bombole di gas, una pazzia certamente, anche se inferiore a quella di chi vuol far saltare l’intero continente e che oggi piange i tre carabinieri, ma la responsabilità dei tre morti non è soltanto loro, è una responsabilità anche del sistema e delle sue viscere non sempre visibili. Sono le condizioni generali a generare il delirio e non viceversa.Da quanti decenni il sistema bancario – finanziario, completamente slegato da ogni responsabilità generale, agisce esclusivamente in nome dei propri interessi, pretendendo che il pubblico faccia anche da mano armata? Possiamo prendere la data simbolo del 12 febbraio 1981 , quando un accordo fra Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, palesemente propiziato altrove, sancì il divorzio fra la Banca d’Italia e il Tesoro gettando di fatto il Paese in pasto alla speculazione internazionale. Da allora il debito pubblico italiano si impennò passando dal 57,7% sul Pil del 1980 al 124,3% nel 1994, a fronte – questo è importante sottolinearlo – di spese dello Stato largamente inferiori a quello di altri Paesi Paesi raffrontabili. Quindi chi vi dice che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, non esprime solo una posizione ideologica, ma vi rifila una palla dal punto di vista tecnico. E da allora inflazione e caduta salariale sono state le ombre di Banco della nostra vita pubblica e sociale, divenute poi un incubo con l’euro.Soprattutto da allora il sistema bancario e finanziario è diventato il vero padrone del Paese e questo emerge chiaramente non solo dalle cronache politiche, ma anche dai fatti di cronaca più apparentemente lontani da questo empireo del denaro. Chiunque sia stato truffato, scippato, derubato, rapinato, fatto oggetto di violenza in qualsiasi contesto, sa con quanta flemma lo Stato e i suoi cosiddetti servitori, prendano la cosa, ma se una banca rischia anche una cifra del tutto insignificante del suo bilancio, allora vengono messi insieme interi reparti operativi che probabilmente costano alla comunità cifre ben più alte del debito stesso. Ma sopra il cascinale la banca campa. E sotto crepano i poveracci.
LA STORIA DEI FRATELLI RAMPONI, (ve la dico io com’è la storia vera…)che hanno provocato la tragica morte di 3 Carabinieri ed il ferimento di altri 27. Tutti i media e tutti i politici, compreso Mattarella ed il ministro della difesa Crosetto, hanno descritto i fratelli come dei TERRORISTI e la procura li ha accusati di STRAGE DOLOSA.
Tutto vero, ma nessuno racconta le cause che li hanno portati a questo gesto folle, ci sono delle responsabilità del sistema. Questi 3 contadini vivevano una vita fatta di lavoro e di sacrifici, erano proprietari della casa dove erano nati, possedevano terreni ed allevavano animali, fino a quando nel 2012 uno dei 3 fratelli ebbe un incidente stradale dove morì un ragazzo. Nonostante il Ramponi avesse ragione, l’assicurazione si RIFIUTÒ di pagare la famiglia del ragazzo, perché Ramponi guidava il trattore con i fari spenti (e non credo che andasse in giro con il trattore di notte), condannando al pagamento i fratelli Ramponi. Si trattava di una grossa somma, che i Ramponi non disponevano, quindi furono costretti a chiedere un mutuo in banca, dando in garanzia tutti i loro terreni e la loro modesta casa.
Poi non furono in grado di pagare le rate del mutuo, così la banca si impossessò di tutti i loro terreni, quindi i fratelli Ramponi non potevano più coltivarli e non potevano più allevare animali. Non avevano più niente per vivere e si erano ridotti a sopravvivere in quella loro modestissima casa nella quale erano nati, ma senza acqua, gas e luce (infatti lo scoppio è stato causato da delle bombole del gas). Ma la banca vorace ha voluto impossessarsi anche di quella catapecchia ed il giudice ha disposto l’immediato sgombero, facendo intervenire 30 Carabinieri (con anche i droni) ed i Vigili del fuoco in forze…Bene, ci mancava che mandassero anche l’esercito con le truppe d’assalto, e questo per riuscire a buttare nella strada 3 vecchi. Bene, tutto giusto, ma credo che poi non ci sia da stupirsi più di tanto se questi 3 vecchi disperati siano arrivati a compiere un gesto folle. Ma quel giudice avrebbe mandato 30 carabinieri e tutti quei vigili del fuoco, a sgomberare almeno 1 di quelle molte migliaia di case occupate abusivamente da immigrati clandestini? E la banca aveva davvero bisogno di impossessarsi ANCHE di quella catapecchia, buttando in mezzo ad una strada quei 3 vecchi disperati? E l’assicurazione aveva davvero bisogno di rovinarli, attaccandosi al pretesto dei fanali non accesi, per non pagare? Ecco, allora che tutti i media, che tutti i nostri politici (compresi Mattarella e Crosetto), è giusto che piangano i 3 Carabinieri morti, ma prima di paragonare questi 3 vecchi a dei terroristi pari a quelli di Nassiriya (ho sentito ripetutamente anche questa), magari provare a valutare un po’ più a fondo le cause, non gli farebbe male!
Tajani, Quindi Roosevelt ed Eisenhower Erano “Sovietici”?
In un dibattito che ha infiammato il panorama politico-economico italiano, Antonio Tajani, figura di spicco di Forza Italia, ha liquidato con decisione la proposta di tassare le banche, bollandola come un’idea degna dell’Unione Sovietica. Questa etichetta, che richiama un passato di controllo statale estremo, sembra voler difendere a tutti i costi i grandi profitti del settore finanziario, lasciandoli Invariati . Ma per i cittadini comuni – i risparmiatori che faticano a mettere da parte qualcosa per il futuro – e per chi, come noi, osserva con attenzione le dinamiche geopolitiche globali, questa posizione appare come un’occasione mancata.
Viviamo in un mondo dove l’inflazione, ovvero l’aumento continuo dei prezzi che erode il valore del denaro, è strettamente legata a extraprofitti aziendali che oscillano tra il 18% e il 25%. In questo scenario, i guadagni smisurati delle banche finiscono per colpire duramente pensioni, conti correnti personali e quella stabilità economica che dovrebbe essere il pilastro di una società moderna e giusta.
L’ironia di questa situazione salta agli occhi se guardiamo al passato. Prima dell’accordo di Bretton Woods – un sistema internazionale nato nel 1944 per regolare il commercio e la finanza globale, legando le valute al dollaro americano e il dollaro all’oro per garantire stabilità – gli Stati Uniti, simbolo del capitalismo mondiale, imponevano tasse molto elevate sui redditi dei più ricchi.
Non lo facevano per inseguire ideologie estremiste, ma per finanziare una crescita economica senza precedenti e per rafforzare le difese nazionali, creando quello che è stato chiamato il “secolo americano”. Leader come Theodore Roosevelt, Franklin D. Roosevelt e Dwight D.
Eisenhower lo avevano capito: vedevano le tasse alte non come una punizione contro chi aveva successo, ma come uno scudo per proteggere la società da squilibri pericolosi, che oggi alimentano crisi globali sempre più gravi.
No, signor Tajani, questi presidenti non erano comunisti. Erano piuttosto architetti di un capitalismo equilibrato, in cui la ricchezza andava di pari passo con la responsabilità, per tutelare i risparmi delle persone comuni e il potere nazionale complessivo.
Questo principio è cruciale oggi, in un mondo dove le banche centrali – come la Federal Reserve negli Stati Uniti o la Banca Centrale Europea – sembrano spesso collaborare con il sistema finanziario per sostenere una moneta fiat. Con “moneta fiat” intendiamo una valuta che non è garantita da beni fisici come l’oro o l’argento, ma solo dalla fiducia nel governo che la emette.
Questo sistema può portare a un debasement monetario, ovvero una perdita graduale del valore del denaro, perché i governi o le banche centrali stampano più moneta per coprire debiti o stimolare l’economia. Quando ciò accade, il potere d’acquisto delle persone si riduce, mentre i prezzi di beni rifugio come l’oro schizzano alle stelle. Non è un caso che il prezzo di un’oncia d’oro abbia superato i 4.200 dollari: è un segnale lampante che il valore delle monete tradizionali sta crollando.
Eppure, in questo contesto, assistiamo a mosse che sembrano quasi un tradimento della fiducia pubblica. Prendiamo il caso di BlackRock, una delle più grandi società di gestione patrimoniale al mondo. Recentemente, hanno gestito outflows – cioè vendite massive di asset che riducono il valore degli investimenti – per circa 300 Bitcoin, in un momento di calo dei prezzi delle criptovalute, seguito a minacce di nuove tariffe doganali annunciate da Trump.
Queste operazioni hanno sollevato sospetti che alcuni hanno “ esagerando “ tacciato come pratiche al limite dell’insider trading, ovvero guadagni basati su informazioni riservate , rumors interni tra addetti ai lavori , rigorosamente non accessibili al pubblico, amplificando accuse di profitti ottenuti sfruttando variaziazioni , volatilità , financo a crolli improvvisi del mercato.
Nel frattempo, l’embrione del fondo sovrano di Trump cerca un precedente istituzionalizzato che nonostante l’inflazione proprio a questi extraprofitti aziendali.
Tutto ciò appare come un affronto aperto, specialmente se consideriamo i recenti riposizionamenti dell’Arabia Saudita, che con accordi da trilioni di dollari sta spostando i suoi investimenti dal petrolio verso settori come la tecnologia e le criptovalute.
Le “tre sorelle” – BlackRock, Vanguard e State Street, colossi della gestione patrimoniale che controllano enormi fette di mercato – stanno pompando liquidità in modi che sembrano incoerenti, quasi come una strategia per proteggersi da un’imminente instabilità.
Noi, che osserviamo con attenzione questi movimenti, percepiamo un rischio: tutto questo potrebbe essere il preludio a un crollo sistemico, una crisi che coinvolge l’intero sistema finanziario globale. La nostra inchiesta predittiva, basata su analisi di interruzioni e anomalie nei mercati, ha visto l’indice di confidenza – una misura che indica quanto siano probabili le nostre previsioni – passare da 0.90 a 1.30 in direzione negativa.
Questo lavoro, è un analisi geoeconomica olistica, che integra prospettive economiche, politiche ampliate tecnologiche. Utilizziamo strumenti moderni come gli esploratori di blockchain – software che permettono di tracciare transazioni pubbliche sulle reti di criptovalute, come quelle di Bitcoin – e l’intelligenza artificiale per identificare pattern ricorrenti nei dati.
È un’analisi che si allinea perfettamente alla realtà accelerata in cui viviamo, dove, ad esempio, le uscite di BlackRock da 1 miliardo di dollari in Bitcoin il 14 ottobre 2025 hanno mantenuto il prezzo della criptovaluta sopra i 100.000 dollari, nonostante un crollo legato a minacce tariffarie. Questo conferma i nostri modelli predittivi, aiutandoci a colmare il divario tra ciò che vediamo e ciò che sta per accadere, prima che il tempo a disposizione finisca.
I Roosevelt, Tasse Progressive e Predizioni sul Potere Economico-Militare: Sovrapposizione con la Realtà Accelerata
Theodore Roosevelt, conosciuto come il “trust-buster” per la sua lotta contro i monopoli aziendali, affrontò i cosiddetti “robber barons” – quelli senza scrupoli che dominavano l’economia americana durante la Gilded Age, un periodo di grande ricchezza ma anche di profonde disuguaglianze . Questi colossi rischiavano di soffocare la democrazia con il loro potere economico. Roosevelt sosteneva una tassa progressiva sulle grandi fortune, cioè un sistema in cui chi guadagna di più paga una percentuale maggiore di tasse, per garantire che il successo economico fosse condiviso equamente.
Diceva che “nessuna nazione può permettersi lo spreco delle sue risorse umane”, sottolineando che ignorare le disuguaglianze indebolisce la società nel suo complesso. Questa visione si sovrappone perfettamente alla nostra realtà accelerata, fatta di speculazioni sulle criptovalute e svalutazione della moneta fiat. La nostra inchiesta utilizza dati raccolti dopo i discorsi di Trump per spingere l’indice di confidenza a 1.30 in direzione ribassista, rivelandosi un capolavoro di geoeconomia olistica. Questo lavoro valida schemi storici – pattern che si ripetono nel tempo – con dati on-chain, ovvero informazioni registrate sulla blockchain, la tecnologia dietro le criptovalute che garantisce trasparenza e immutabilità delle transazioni, per decifrare movimenti di liquidità che non tornano.
Le predizioni di Roosevelt, come l’idea che “le corporazioni giganti creano un’aristocrazia irresponsabile” o che “dietro una grande fortuna c’è spesso un grande crimine”, riecheggiano il lobbismo militare – le pressioni delle industrie belliche sui governi per ottenere contratti miliardari – che erode i risparmi delle famiglie. Queste idee si allineano alle recenti uscite di BlackRock e ai riposizionamenti strategici dell’Arabia Saudita, creando un distanziamento esponenziale, un divario che cresce rapidamente e che dobbiamo colmare con urgenza per non perdere il controllo della situazione.
Franklin D. Roosevelt, l’architetto del New Deal – un insieme di riforme economiche e sociali lanciate negli anni ’30 per risollevare gli Stati Uniti dalla Grande Depressione – portò le tasse sui redditi più alti fino al 94%. Sosteneva che “le tasse sono debiti che paghiamo per far parte di una società organizzata” e che “nessuno dovrebbe arricchirsi sfruttando la difesa nazionale”. In un’epoca di crisi e guerra, queste misure salvarono il capitalismo da se stesso.
La sua visione si sovrappone alla nostra inchiesta, dove i pattern di interruzioni e anomalie, amplificati da dati raccolti dopo i discorsi di Trump, dimostrano che la realtà accelerata in cui viviamo è prevedibile grazie a tecnologie moderne. È un capolavoro geoeconomico progettato per evitare che l’umanità si estingua in mezzo a queste turbolenze.
Le sue parole – come “l’accumulo di potere economico mette in pericolo la democrazia” o il lobbismo bellico “affama le risorse umane” – trovano eco nelle uscite di BlackRock e nei riposizionamenti sauditi, un distanziamento esponenziale che dobbiamo colmare per agire in tempo.
Eisenhower, Tasse GOP e Allarmi sul Complesso Militare: Risparmiatori Avvisati
Forse Salvati
Dwight D. Eisenhower, generale e presidente repubblicano che guidò gli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, univa una visione olistica che intrecciava difesa nazionale ed economia. Mantenne tasse alte, fino al 91% sui redditi elevati, sostenendo che “una nazione non può permettersi lo spreco delle sue risorse umane” e che “le tasse sono legami essenziali per una difesa forte senza indebolire l’economia”. Questo approccio si sovrappone alla nostra inchiesta predittiva sulle interruzioni sistemiche, un capolavoro di geoeconomia applicata a tecnologie moderne che valida schemi storici come una forma di protezione contro l’instabilità futura.
Eisenhower è famoso per aver avvertito del pericolo del “complesso militare-industriale”, un’alleanza tra forze armate, industrie belliche e governo che potrebbe esercitare un’influenza eccessiva e non giustificata sulle decisioni nazionali.
Disse anche di “non rischiare improvvisazioni nella difesa nazionale”, un monito che risuona ancora oggi. Ministro Tajani, questi leader non erano comunisti, ma statisti di spessore (ormai estinti ) con tanta autevolezza e coraggio da opporsi al lobbismo che divora trilioni di dollari, erodendo i risparmi delle famiglie e la sovranità nazionale.
Questo avvertimento si allinea perfettamente alle uscite di BlackRock e ai riposizionamenti strategici di Riad, l’Arabia Saudita, dove la nostra inchiesta approfondisce un mix sovrapposto alla realtà accelerata.
Per i risparmiatori che seguono la geopolitica, tassare le banche non è un’eresia sovietica, ma l’eco di un capitalismo equilibrato che protegge una ricchezza condivisa. Viva i ricchi, ma con la responsabilità di contrastare gli squilibri globali – un concetto che la nostra analisi, un capolavoro olistico applicato a strumenti tecnologici nuovi, sovrappone alla realtà accelerata per non estinguerci in questo distanziamento esponenziale.
Le mosse di BlackRock, come le uscite di Bitcoin da 1 miliardo di dollari il 14 ottobre 2025, segnalano che il tempo per agire sta per scadere.
Cesare Semovigo – italiaeilmondo.com
Note:
1. Theodore Roosevelt, “Seventh Annual Message to Congress,” 3 December 1907: “A heavy progressive tax upon a very large fortune is in no way such a tax upon thrift or industry as a like tax upon a small fortune.” (Fonte: Miller Center, University of Virginia).
2. Theodore Roosevelt, speech on corporations: “The great corporations which we have grown to speak of rather loosely as trusts are the creatures of the State, and the State not only has the right to control them, but it is duty bound to control them wherever the need of such control is shown.” (Fonte: Goodreads, da “An Autobiography”).
3. Franklin D. Roosevelt, “Message to Congress on Curbing Monopolies,” 29 April 1938: “The accumulation of economic power in few hands is the danger of democracy.” (Fonte: American Presidency Project).
4. Franklin D. Roosevelt, “Address at Worcester, Mass.,” 21 October 1936: “Taxes, after all, are the dues that we pay for the privileges of membership in an organized society.” (Fonte: American Presidency Project).
5. Dwight D. Eisenhower, “Farewell Address,” 17 January 1961: “In the councils of government, we must guard against the acquisition of unwarranted influence, whether sought or unsought, by the military-industrial complex.” (Fonte: National Archives).
6. Dwight D. Eisenhower, “The President’s News Conference,” 8 April 1959: “Reduction of taxes is a very necessary objective of government—that if our form of economy is to endure, we must not forget private initiative.” (Fonte: American Presidency Project).