Ilva, il destino metaindustriale infranto: una storia italiana di acciaio e di crisi
Sottotitolo: Dalle origini genovesi del 1905 al declino degli altiforni di Taranto, il racconto epico di una società che ha smarrito la propria ragione industriale per diventare ostaggio di interessi altri
Nel principio fu la fusione. Nel 1905, a Genova, un gruppo di capitalisti lungimiranti costituì la Società anonima Ilva con un obiettivo chiaro e circoscritto: costruire uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale alle porte di Napoli, a Bagnoli, per sfruttare il minerale di ferro dell’isola d’Elba. La ragione industriale era semplice e potente: produrre acciaio dal minerale, trasformare la materia grezza in infrastrutture, binari, navi, ponti, armi. Era l’industria pesante nella sua accezione più pura, quella che forgiava le nazioni. Nel 1911, con il Consorzio Ilva, la società assunse la gestione di un complesso di stabilimenti che comprendeva Elba, Alti Forni, Fonderie e Acciaierie di Piombino, Ferriere Italiane, Siderurgica di Savona e Ligure Metallurgica. Era l’alba di un impero siderurgico.
Negli anni Trenta, la mano pubblica intervenne. L’IRI acquisì Ansaldo, Ilva e Terni, dando vita a un polo siderurgico a controllo statale che avrebbe segnato la storia economica italiana per mezzo secolo. Nel 1937 nacque la Finsider, una finanziaria creata per gestire il patrimonio economico e finanziario dell’Ilva e delle sue controllate. La dialettica tra pubblico e privato cominciava a delinearsi come il vero motore della vicenda siderurgica nazionale.
Il 1961 fu l’anno della svolta epocale. La fusione tra Ilva e Cornigliano diede vita all’Italsider, che divenne la maggiore azienda siderurgica italiana e una delle prime in Europa. Il progetto del IV Centro Siderurgico a Taranto, concepito nel 1961 e entrato in esercizio nel 1965, rappresentò l’apice di questa espansione. Taranto non era una scelta casuale: la città offriva un porto naturale, manodopera a basso costo e la promessa di un Mezzogiorno finalmente industrializzato. Il ciclo integrale — altiforni, acciaierie, laminatoi — faceva di Taranto il cuore pulsante dell’acciaio italiano. Negli anni Settanta, il centro siderurgico sfornava quasi la metà della produzione totale dell’Italsider, percentuale che nel 1980 raggiunse il 60 per cento. A Genova, Cornigliano brillava come polo laminatorio; a Novi Ligure sorgeva un complesso di laminazione a freddo; a Piombino, a Bagnoli, a Marghera, a Salerno, l’acciaio italiano si diffondeva come una religione industriale.
Ma la grandezza nascondeva crepe profonde. La crisi degli anni Settanta, lo shock petrolifero, la concorrenza internazionale e la rigidità del sistema pubblico cominciarono a erodere la competitività dell’Italsider. Bagnoli chiuse i battenti, Cornigliano fu ceduto, Piombino venduto al gruppo Lucchini. Nel 1988, Italsider e Finsider furono messi in liquidazione. La denominazione Ilva fu ripresa per designare ciò che restava: un nucleo di stabilimenti in cerca di un destino.
La privatizzazione arrivò nel 1995. L’IRI, nell’ambito della dismissione delle aziende metallurgiche di Stato, cedette l’Ilva Laminati Piani alla RILP, società del gruppo Riva, la famiglia bresciana che aveva costruito il proprio impero sull’acciaio. Emilio Riva, con un rilancio vincente, si aggiudicò il cuore dell’ex colosso pubblico. Era l’inizio di una nuova era, ma anche di una nuova illusione. Il gruppo Riva promise investimenti, ambientalizzazione, rilancio. Le promesse si scontrarono con la realtà di un impianto enorme, tecnologicamente avanzato ma ambientalmente insostenibile.
Nel 2012, l’inchiesta della magistratura di Taranto sulla diossina e sulle emissioni nocive portò al sequestro degli impianti e al commissariamento dell’azienda. Da quel momento, l’Ilva divenne un caso nazionale: un’azienda di interesse strategico nazionale, ma incapace di conciliare produzione e salute. Nel 2017, la cessione ad ArcelorMittal segnò un nuovo passaggio di mano, ma le difficoltà non si placarono. Gli azeri di Baku Steel e gli indiani di Jindal si affacciarono alla porta, senza successo. Nel 2023, il ritorno dello Stato con Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria fu l’ultimo tentativo di salvare il salvabile.
Oggi, nell’ottobre del 2026, la vicenda giunge al suo epilogo tragico. La Corte d’Appello di Milano ha confermato il fermo dell’altoforno di Taranto, e la Cassazione deciderà il 20 ottobre il destino definitivo dell’area a caldo. I posti di lavoro a rischio sono 3.800 diretti e 4.200 nell’indotto. Il governo ha varato un decreto da 187 milioni per mantenere gli impianti in riscaldo fino al 15 dicembre, ma la protesta dei lavoratori non si ferma. Scioperi di 24 e 48 ore, presidi, fuochi accesi davanti ai cancelli: le tute blu chiedono garanzie reali, un piano industriale concreto, la nazionalizzazione come unica strada per guidare la transizione.
Qui si consuma il destino metaindustriale infranto. Che cosa significa, esattamente, metaindustriale in senso teleologico? Significa che gli scopi di un’impresa, originariamente circoscritti alla sua ragione industriale — produrre acciaio, generare valore, occupare manodopera — sono stati progressivamente sussunti da interessi più ampi e generali di natura individuale, politica, finanziaria, ambientale e sociale. L’impresa non è più un fine in sé, ma un mezzo per altri fini. La sua teleologia si è frantumata in una molteplicità di teleologie concorrenti, spesso incompatibili tra loro.
La ragione industriale originaria dell’Ilva era chiara: produrre acciaio a ciclo integrale per alimentare la crescita economica nazionale. Era un fine produttivo, concreto, misurabile. Ma nel corso del Novecento, e soprattutto dopo la privatizzazione, questo fine è stato oscurato da altri scopi. Lo Stato voleva mantenere l’occupazione nel Mezzogiorno, anche a costo di sussidi e protezionismi. I privati volevano massimizzare il profitto, anche a costo di disinvestire e licenziare. I sindacati volevano difendere i posti di lavoro, anche a costo di ritardare la decarbonizzazione. Le comunità locali volevano salute e ambiente pulito, anche a costo di chiudere la fabbrica. L’Europa voleva concorrenza e rispetto delle regole, anche a costo di lasciare l’Italia senza acciaio primario.
In questa cacofonia di teleologie, l’impresa ha perso la sua anima industriale. È diventata un campo di battaglia per interessi altri, un oggetto conteso anziché un soggetto produttivo. La definizione di “metaindustriale” che qui si propone non è quella di una società post-industriale, ma di una società in cui l’industria è diventata metafisica: un’entità astratta, simbolica, politica, che ha smarrito il contatto con la sua materialità produttiva.
Questa concettualizzazione trova fondamenti in diverse tradizioni di pensiero. In economia, la teoria della crescita dell’impresa di Edith Penrose ci ricorda che le imprese crescono per sfruttare risorse interne, ma quando queste risorse vengono assorbite da interessi esterni, la crescita si arresta e la traiettoria si frantuma. In sociologia, la critica di Ariel Salleh al concetto di lavoro metaindustriale — inteso come lavoro riproduttivo, non remunerato, ai margini del sistema capitalistico — offre una chiave per leggere l’Ilva non come un’azienda che produce acciaio, ma come un sistema che produce consenso, conflitto, identità, e persino malattia. La società metaindustriale, come descritta da alcuni autori, è caratterizzata dalla centralità dell’immateriale, dei servizi, della conoscenza. Ma l’Ilva non è mai diventata immateriale: è rimasta materialissima, fatta di altiforni, cokerie, minerali, polveri, diossina. Eppure, la sua gestione è diventata immateriale, astratta, prigioniera di logiche finanziarie e politiche che nulla hanno a che vedere con la produzione dell’acciaio.
In storia economica, la vicenda dell’Ilva è un caso esemplare di ciò che alcuni studiosi chiamano “deindustrializzazione senza reindustrializzazione”: la perdita di capacità produttiva non è compensata dall’emergere di nuove attività manifatturiere, ma solo da servizi a basso valore aggiunto e da rendite finanziarie. In storia sociale, è la storia di una classe operaia che ha lottato per decenni per difendere il proprio lavoro, salvo scoprire che il lavoro stesso era diventato un oggetto di scambio politico, non più un diritto.
Il destino metaindustriale infranto dell’Ilva è, in ultima analisi, il destino di un’intera nazione. L’Italia è un Paese industriale che non ama l’industria. Vuole i benefici dell’acciaio — auto, elettrodomestici, infrastrutture — ma non vuole gli altiforni che lo producono. Vuole la salute, ma non vuole il lavoro che la finanzia. Vuole la decarbonizzazione, ma non vuole pagarne il costo. In questa contraddizione, l’Ilva è il simbolo di un patto sociale infranto, di una promessa industriale tradita, di un futuro che non è mai arrivato.
Mentre gli altiforni di Taranto si spengono lentamente, mantenuti in un riscaldo che sa di agonia, resta la domanda: può un Paese industriale fare a meno della produzione di acciaio primario? La risposta corretta, ma politicamente scorretta, sarebbe no. Ma la verità è che l’Italia ha già scelto. Ha scelto di non scegliere, di rinviare, di demandare. Ha scelto il metaindustriale: un’industria senza industria, un acciaio senza fabbrica, un destino senza teleologia. E il prezzo di questa scelta lo pagano gli operai, le loro famiglie, le città che hanno creduto nell’acciaio. Lo pagano oggi, con la cassa integrazione, con lo sciopero, con la paura. Lo pagheranno domani, quando l’Italia scoprirà di aver bisogno di acciaio e di non averlo più.
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Immagine generata con AI a scopo puramente illustrativo del testo
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Dalla disciplina austera del Pci alla generazione dei figli, più incline a narcisismo, successo e consumo dell’eredità politica: la parabola della sinistra italiana viene letta come un conflitto edipico tra fondatori e successori, fino alla mitobiografia di D’Alema.
Le zuccherose rimembranze di D’Alema
– Fausto Anderlini*
Il Pci fu una chiesa e, come tale, predicò per gli aderenti una condotta di vita seria e austera da galantuomini, anche valorizzando l’ubbidienza e il sacrificio, in nome dell’interesse collettivo e del disinteresse personale. Questo valeva per i semplici iscritti come per i quadri dirigenti. Nel caso di questi ultimi, tuttavia, con un’esenzione, in questo contraddicendo il galateo professato dalla vera Chiesa, cattolica apostolica romana: l’umiltà.
I “rivoluzionari di professione”, nell’accezione leniniana, proprio perché depositari della “coscienza per sé”, si pensavano come élite e avevano un’elevata stima di sé. Ne avevano ben d’onde, se non altro perché questa autostima emanava da una generazione “eroica” che aveva fatto la guerra di Spagna, attraversato il periodo clandestino, guidato la Resistenza ed essendosi infine profusa nell’edificazione del “Partito nuovo” nei duri anni ’40-’50.
Questa generazione, in alto come in basso, cardinali, chierici, missionari, semplici credenti, era letteralmente cementata nel partito, nel cui ambito si esauriva l’intero significato di vita. Perciò, in ogni modo, si industriò nell’edificarlo per godere di benefici simbolici, di stima, identità e rispetto impareggiabili rispetto a qualsivoglia privilegio mondano.
Tanto questa fu una generazione di “costruttori”, tanto quella successiva, cioè dei figli, sia carnali che adottivi, i baby boomers nati nel dopoguerra, fu una generazione incline alla dissipazione, al lusso e al godimento esistenziale. Cercò in ogni modo di acquisire l’eredità dei fondatori per realizzare le proprie aspettative di successo. Voleva imitarli, ma anche superarli. E alla fine ucciderli, in una combustione edipica che toccò l’acme con il cambio del nome.
Tutto il fallimento del Pds, come si domanda Bruno Gravagnuolo, a commento dell’ultima sciropposa mitobiografia data alle stampe da D’Alema, si spiega in questo “naturale” cambio generazionale.
Il narcisismo, l’arroganza, la supponenza, e tanto più in chi era d’estrazione borghese o godeva della fortuna d’essere figlio d’arte, fu la cifra dei nuovi arrivati. Destino ciclico di ogni aristocrazia ereditaria, specie in tempi di cambiamenti inediti e contagiosi. Il partito non fu per loro un capitale da accrescere, ma il campo nel quale trarre le risorse per realizzare le loro ambizioni differenzianti. Infanzia di capi, nati col bastoncino del comando e dell’autoaffermazione nello zainetto.
Scrivo a ragion veduta perché anch’io ne ho fatto parte, pur essendo d’estrazione proletaria e certo non avendo conseguito grandi successi. Una dolorosa consapevolezza che mi ha portato a rimuovere tutto il segmento di vita politica che va dai trent’anni ai cinquant’anni, portando semmai in evidenza il tracciato mnestico che va dai tre ai diciotto anni, quello dell’epopea nella calda placenta della famiglia, del villaggio e del quartiere operaio-contadino. Lì, prima di divenire arrogante, ero innocente.
Nella lunga intervista al Corriere, D’Alema, senza dubbio fra i più dotati, se non il massimo esponente, di questa dannosa generazione di subentrati, si sforza in ogni modo di allontanare da sé il pregiudizio che da sempre lo descrive come personalità calcolatrice, fredda e spietata quanto sarcastica. Si offre all’intervistatore in una chiave romantica e sentimentale, ribelle e persino erotistica. Invece che un’autocritica spietata (preferibilmente in altra sede che il sordido giornale euro-atlantico), una caramellosa (quasi veltroniana) mitobiografia da anni ’60, se non sessantottina. Per una volta, eo quoque, un piacione.
Tutti solidali, ogni dissidio e animosa concorrenzialità infragenerazionale nel dimenticatoio. Non è un caso che i figli di questa generazione siano quasi sempre mal riusciti, se non degli spostati borghesi perfettamente integrati (persino nell’anglosfera). Godendo del patrimonio acquisito, come ogni rampollo di ceto (master, esperienze all’estero, specie nella finanza, nel management o nella cultura e nei media), ma non volendo seguire comunque le orme dei genitori, cioè della politica come professione. Anche questa un’evoluzione naturale.
Più talentuosi, come mi ha suggerito Mauthe, quelli che come mito di riferimento ed esempio di vita si sono attaccati ai nonni. Non oso pensare, mettendomi i panni di Turgenev, a cosa potranno attaccarsi i nipoti, cioè i figli dei figli (ammesso che siano generati).
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L’ex presidente del Consiglio: l’incontro da bimbo con Togliatti, la Normale di Pisa, la lotta politica. «Da premier rividi Fidel Castro, che mi disse: torna a Cuba, compañero»
Massimo D’Alema, lei apre il suo racconto autobiografico, “Eravamo comunisti”, pubblicato da Feltrinelli, con la morte sul Piave di suo zio Antonio, medaglia d’argento al valor militare, il 2 novembre 1918. «Fu una sliding door. Mio padre Giuseppe mi disse che suo fratello era un ardente nazionalista, forse sarebbe stato fascista. Se non fosse morto, forse la vita di papà sarebbe stata diversa, e anche la mia».
Suo padre divenne comunista e capo partigiano. «Sfuggì alla morte più di una volta. A Ferrara i fascisti lo sorpresero all’uscita da una riunione clandestina, gli spararono, ebbe il soprabito bucherellato dai proiettili, si salvò fuggendo sulla bicicletta che gli porse un compagno, che fu preso, torturato e fucilato».
Suo zio Domenico fu deportato a Mauthausen. «Tornò malato di tifo. Non era più lo stesso».
Anche nella sua famiglia materna erano tutti comunisti. «La capofabbricato voleva denunciarli. Nonna Margherita le mise la testa sotto l’acqua del lavatoio e la tirò su cianotica: “Fatte l’affari tua”. E quella così fece».
È vero che i suoi genitori si fidanzarono all’ambasciata sovietica? «Lavoravano alle Botteghe Oscure, mio padre era invitato al ricevimento per il 7 novembre, anniversario della Rivoluzione d’ottobre. Mia madre gli fece: “Dici sempre che ti piaccio tanto, perché non mi porti?”. Così sul cartoncino d’invito lui aggiunse a penna “e moglie”, e la portò».
A sei anni lei era già nei Pionieri. «Ricordo una bambina bionda, bellissima, di cui mi innamorai: Chiara Ingrao. La presidente era Gaspara Pajetta. Siccome non avevamo una sede, andammo a protestare da Togliatti».
Com’era Togliatti? «Curioso. Gentile. Ci ascoltò, ci fece molte domande: cosa fate? quanti iscritti avete? Poi ci disse: “Occupate la sede. Forzate la saracinesca con un piede di porco”. Nessuno di noi sapeva cosa fosse un piede di porco, ma non osammo chiederglielo. “Se qualcuno protesta, rispondete che ve l’ha detto Togliatti”. Così facemmo».
Lei arrivò a Genova a undici anni, nei giorni della rivolta del luglio ’60. «Troppo piccolo per partecipare agli scontri. Le prime botte dalla polizia le presi nel 1967, in un corteo in difesa della democrazia greca».
In quel 1967 entrò alla Normale di Pisa. «Sulle scale incontrai Fabio Mussi, con la frangetta. Si sentiva l’eco degli scontri: il Fuan teneva una manifestazione per i colonnelli greci, c’era pure Rauti. Posammo le valigie in portineria e ci gettammo nella mischia».
Ha preso altre botte? «La prima grande manifestazione a Pisa fu all’inizio del ’68. La polizia ci caricò brutalmente, presi un sacco di manganellate. Più tardi un vecchio compagno della Fiat mi spiegò come fare: “Non scappare, non chinare la testa, guardali. È più difficile picchiare uno che ti guarda in faccia. Se devi ritirarti, muoviti senza voltare le spalle”. Funzionava».
Lei scrive che prese una coltellata da un fascista. «Vede questa cicatrice? (D’Alema mostra un segno sulla mano destra). Nella rissa uno tirò fuori un coltello, io mi protessi con la mano, il colpo mi aprì un dito. Il sangue che zampillava spaventò più lui di me. Gli dissi: questa roba non conviene a nessuno».
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Lo denunciò? «Per queste cose non si andava dalla polizia. Da allora ci rispettammo, ci salutavamo da lontano. Invece rimasi molto male quando sulle scale della Sapienza fui picchiato da Giorgio Pietrostefani».
Pietrostefani? «Eravamo reduci da un’assemblea in cui la nostra mozione aveva prevalso sulla loro. Mi saltò addosso, era una forza della natura, mi diede un sacco di botte. Fu umiliante, così, davanti a tutti. Qualcuno del servizio d’ordine gli spiegò poi riservatamente che non era il caso di aggredire un dirigente del Pci».
Lei era sia nel Pci sia nel movimento. E finì anche in tribunale. «In corte d’assise. Non ricordo quanti anni di carcere chiese il pm, mi pare cinque…».
Come andò? «Arrestarono due studenti, ci fu un corteo di solidarietà. Poi un gruppo guidato da Adriano Sofri si diresse verso la stazione, chiaramente per scontrarsi con la polizia. Non mi trattenni e andai alla stazione. Ma al processo Rina Gagliardi testimoniò che ero con lei al seminario di filosofia. E mi fece assolvere».
Nel 1968 andò a Praga. «Con mio zio, quello tornato da Mauthausen. I ragazzi disegnavano le svastiche con il gessetto sui carri armati sovietici. Ne feci una anch’io».
Era anche alla Bussola, Capodanno 1969. I carabinieri spararono, Soriano Ceccanti rimase paralizzato. «Commisi un’imprudenza, portai anche mio fratello Marco e la mia fidanzata Gioia. Quando cominciò la caccia all’uomo, li feci salire con un’auto di passaggio».
Perché lei rimase? «Per vedere cosa succedeva, per non abbandonare il campo di battaglia. Fu un vero rastrellamento. Con Pino Masi, il cantautore, ci mettemmo in salvo scivolando carponi sulla spiaggia, tra i pattìni. Gian Mario Cazzaniga, il leader del movimento studentesco, mi chiese: “Come fai ad andare dietro a un pazzo come Adriano Sofri?”. Anche il capo della federazione del Pci mi rimproverò aspramente. Invece Pajetta mi disse: “Meglio rischiare e sbagliare che stare a casa”. Era rimasto il ragazzo rosso della sua giovinezza sovversiva».
Non tutti i vecchi compagni erano teneri con voi. «Con Mussi e altri entrai nel comitato nazionale del partito per l’università. Alla prima riunione mi persi nei corridoi delle Botteghe Oscure. Mi imbattei in un uomo tarchiato e roccioso, un gigante. Gli chiesi: compagno, sai dov’è la riunione? Mi squadrò. Io, capellone, con l’eskimo, non ero un grande spettacolo. Poi disse: “Voi studenti siete tutti teste di cazzo”. E se ne andò. Seppi dopo che era Willy Schiapparelli, leggendario combattente in Spagna e nella Resistenza».
E Sofri com’era? «Affascinante. Soreliano, con una forte carica di vitalismo. Lotta continua fu il frutto più originale del ’68. Molto tempo dopo andai a trovarlo in carcere, pensavamo di scrivere un libro insieme, avemmo una lunga conversazione e alla fine ci accorgemmo che per sbaglio non avevamo registrato nulla…».
Pensa che sia il mandante dell’omicidio Calabresi? «Non lo so. So che è stato uno dei pochi protagonisti di quella stagione a pagare».
Nel libro racconta di aver portato in epoche diverse le tre donne della sua vita nello stesso teatro di Londra, lo Shaftesbury. «Nel ’69 vidi Hair con Gioia, nell’82 Cats con Giusi, e con Linda Chicago, in una splendida edizione con Ute Lemper. Vicino a noi c’era Mike Bongiorno con moglie e figli. Un uomo simpaticissimo».
Gioia era di una grande famiglia ebraica. «Il nonno, Leone, era stato rabbino di Firenze, sfuggito ai campi di sterminio, dove era morta la madre. Gioia mi portò a conoscerlo. Mi chiese: “Lei è comunista? Sì? Che spreco!”. Perché? “La rivoluzione è come bruciare una casa per cuocere due uova al tegamino”».
Le venne il primo dubbio sul comunismo? «Dubbio, no. Però mi colpì».
Con Gioia vi sposaste, vi lasciaste, ma continuaste a vedervi. «Ogni tanto, presi dalla passione. Come in Scene da un matrimonio di Bergman. Ma poi finì».
Berlinguer la chiamò alla guida della Federazione giovanile comunista. «Mi informò: “Abbiamo deciso che farai il segretario della Fgci. Cosa pensi di fare?”. Risposi che preferivo restare a Pisa. Berlinguer mi guardò, e accennò un sorriso: “No, forse non hai capito. Abbiamo deciso che farai il segretario della Fgci. Che cosa pensi di fare come segretario della Fgci?”. Il segretario generale calcò l’accento sulla parola “deciso”. Non avevo alternative».
Com’era Berlinguer? «Un uomo di una fermezza assoluta. Molto garbato e molto deciso. Non era la fragilità corazzata di arroganza; era la testardaggine avvolta dalla gentilezza. Ricordo lo scontro sul referendum sulla scala mobile».
1984, governo Craxi. «Lama, Bufalini, Chiaromonte, Nilde Iotti erano contro. La storia del partito. Lui non replicò neppure. Mise ai voti. Il referendum passò per poco. Ma sono convinto che Berlinguer non volesse farlo».
Questa è una rivelazione. «La sua idea era brandire il referendum per far cadere Craxi, liberarsi di lui, e avere un altro governo».
Berlinguer e Craxi si detestavano. «Da quel conflitto venne la sconfitta della sinistra italiana. Più che torti e ragioni, c’erano ragioni da entrambe le parti. Craxi fu senz’altro un modernizzatore. Ma è sbagliata l’idea di un Berlinguer chiuso alla modernità. Dichiarando finita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre, di fatto dichiarava finita anche la storia del Pci. Certo, lui pensava a un altro comunismo. Pose la questione dell’ambiente, delle donne, del rapporto tra l’innovazione tecnologica e l’umano. Tutti temi carichi di futuro».
Lei entrò nella Direzione a 26 anni. «Per alcuni mesi ascoltai, senza avere il coraggio di parlare; però prendevo appunti. Un giorno Arturo Colombi, presidente della commissione di controllo, si alzò, fece il giro del grande tavolo, si parò davanti a me, mi prese i fogli, li strappò, senza furia, ma con accuratezza, e mi sibilò: “Qui solo le spie prendono appunti”».
Fece una gaffe pure con Berlinguer. «Arriva una telefonata di prima mattina: è un compagno che vuole sapere tutto sulla manifestazione a Cosenza. Non sono di buon umore e rispondo: “Senti, compagno, tra un po’ arriva Guerzoni e ti spiega. Io sarei D’Alema e ho anche da fare”. E lui: “Io sarei Berlinguer. E anche io, dopo, avrei da fare”. Commisi un secondo errore, e lo raccontai. “Sarei Berlinguer se non disturbo” diventò un mantra tra i giovani comunisti».
È vero che alle elezioni del ’76 Berlinguer accolse con sollievo la notizia che il Pci non aveva superato la Dc? «Credo di sì. Chiaromonte me lo disse con chiarezza: “Sarebbe stato un disastro”. Il Pci era cresciuto, la Dc era rimasta il primo partito, ma era costretta a dialogare con noi. Esattamente la linea di Berlinguer».
Ingrao divenne presidente della Camera. «Berlinguer in Direzione propose Amendola. Lui si alzò. Disse che La Malfa l’aveva chiamato per incoraggiarlo: sarebbe stato bello che lui, figlio di Giovanni Amendola, perseguitato a morte dai fascisti, fosse diventato presidente della Camera. Amendola venerava la memoria del padre, ma non trovava giusto che un comunista venisse scelto perché figlio di un liberale. E poi voleva passare più tempo con la donna che amava, Germaine. Concluse: “Noi tutti dobbiamo qualcosa al compagno Ingrao”».
Lo scontro tra Amendola e Ingrao aveva segnato la storia del Pci. «Ingrao si commosse, e molti di noi con lui».
E Berlinguer? «Ripensandoci, non ho dubbi che Berlinguer e Amendola fossero d’accordo. E tuttavia quell’episodio rafforzò in me l’orgoglio di appartenere a quel gruppo dirigente».
Come ricorda la morte di Berlinguer? «Ero a Lecce per un comizio in un hotel. Mi telefonò Occhetto: non c’era più nulla da fare. Salii in auto nella notte per tornare a Bari. Mi fermai, accostai lungo il guard-rail, e scoppiai a piangere».
L’avevano mandata in Puglia a fare il capo della propaganda. Una retrocessione. «Scoprii la Puglia e me ne innamorai. C’è un episodio che mi sono dimenticato nel libro…».
Ce lo racconta? «Comizio a Tricase, un paese dove la Dc aveva 26 consiglieri su 30, e il Pci uno solo. Il capo locale mi dice: andiamo davanti alla chiesa. I fedeli uscivano dalla messa, si trovavano davanti questo palco pieno di bandiere rosse, e fuggivano in varie direzioni, a volte maledicendoci. Da ultimo uscì il prete, un bell’uomo. Mi ascoltò, alla fine mi strinse la mano. Era don Tonino Bello».
A Bari la raggiunse la sua donna, Giusi Del Mugnaio. Lei scrive che il terremoto del 1980 vi sorprese in una condizione imbarazzante… «Eravamo a casa del compagno Miccoli, all’ultimo piano di un palazzone della Bari popolare. Stavamo facendo l’amore sul divano di Miccoli quando tutto cominciò a tremare, al di là del movimento da noi generato. Ci precipitammo per strada, ridendo come matti. Poi quando capimmo la dimensione della tragedia partimmo con altri compagni per le zone terremotate, ad aiutare».
Giusi morì in un incidente stradale, un mese dopo Berlinguer. «Ero a Torino, anche quella volta in un hotel. Anche quella notizia arrivò al telefono. Rimasi in silenzio, stordito, senza respiro, distrutto. Arrivò Fassino, ci abbracciammo, mi accompagnò all’aeroporto per prendere il primo aereo e tornare a Bari. Feci scalo a Fiumicino, ad aspettarmi c’era Reichlin, che venne con me. Nel dolore straziante, il partito mi fece sentire la sua solidarietà».
E Natta la mandò in Nicaragua. «Fu salvifico. Avevo perso 15 chili. Nella giungla si sparava, gli americani avevano imposto il blocco, che fu violato da un nave di aiuti italiani, mandata dal governo. I sandinisti mi chiedevano: “Ma perché voi comunisti ce l’avete con Andreotti? Lo sapete che è l’unico leader occidentale che combatte l’imperialismo?”».
Crede che gli americani gliel’abbiano fatta pagare? «Andreotti ne era convinto».
Le sue missioni all’estero a volte fanno sorridere. Come nel ’75 a Barcellona. «Per una riunione clandestina dei giovani leader comunisti. C’era ancora Franco. Avevamo appuntamento in un bar di Plaza de Catalunya di cui non ricordavamo il nome. Plaza de Catalunya è la più grande d’Europa, e aveva molti bar. Agganciammo un vietnamita sventolando una copia di Rinascita. Se il franchismo non fosse stato agli sgoccioli, ci avrebbero arrestati tutti».
A Cuba, da Castro. Com’era? «Istrione, simpatico. Ci diede appuntamento in un locale notturno, arrivò armato, posò il cinturone con la pistola e ci parlò a lungo. Lo rividi nel 2000, da presidente del Consiglio: “Torna a Cuba, compañero D’Alema! Venne una volta quando era un giovane comunista. Ora non è più comunista, ma è sempre giovane”. Discutemmo animatamente del Kosovo: Castro era contrarissimo all’intervento. Ricordo signore brasiliane che lo guardavano adoranti. Agli occhi di tutti i latinoamericani, anche quelli non di sinistra, era il leader che aveva sfidato gli yankee».
Crollò il Muro, arrivò la svolta di Occhetto. Lei un po’ la assecondò, un po’ la frenò. «Io ero favorevole alla svolta e lavorai affinché riuscisse, senza sgretolare la nostra comunità. Altri invece pensavano che sgretolarla fosse la precondizione del successo. Credo che avessi ragione; forse avrei dovuto fare di più. Già emergeva la polemica contro i partiti».
Nel libro racconta che, quando a Rimini Occhetto non fu rieletto segretario, la portarono in una camera d’albergo dove c’erano tutti: Natta, Napolitano, Ingrao, Chiaromonte, Reichlin, Bufalini… Volevano che facesse lei il segretario? «Qualcuno forse sì. Bufalini mi chiese: e ora che facciamo? Risposi: “L’unica cosa da fare è rieleggere Occhetto. Richiederà un certo lavoro, quindi io parto subito”».
Lei era anche direttore dell’Unità, pur non amando i giornalisti. «Girava la notizia che Cervetti avesse parlato in Direzione contro la linea del partito. C’ero, e avvisai il caporedattore, il bravissimo Piero Sansonetti: queste cose Cervetti non le ha dette. Rispose: “Compagno D’Alema, tu non hai ancora capito come funziona il giornalismo. Un conto sono i fatti, un altro le notizie”. Ma questa notizia non è vera. “Certo. Ma se non la diamo, prendiamo un buco”. Per fortuna potevo contare sulla prudenza di Luciano Fontana, che fu prezioso nel servizio politico, anche perché era uno dei pochissimi sostenitori della svolta in una redazione ingraiana».
Lei e Veltroni saliste sul camper di Craxi per chiedergli di non andare a votare subito. «Non c’era traccia di lusso, solo due divanetti. Lui, semisdraiato, ne occupava uno per intero. Veltroni e io ci sedemmo compìti nell’altro. Ci spiegò che lo sbocco naturale della nostra svolta era ritrovare l’unità della sinistra. Non era possibile, Craxi era troppo compromesso con il Caf, il patto di potere con la parte più conservatrice della Dc. Però in linea teorica aveva ragione lui. Non credevo alla soluzione dell’“oltre”, oltre il socialismo, caldeggiata da Scalfari».
Era anche la linea di Veltroni. Nel libro ne parla come del migliore amico: ha celebrato il suo matrimonio, insieme fondaste scherzosamente l’URCA, Ufficio Riparazioni Cazzate Altrui… Ma le cronache dicono che siete sempre stati nemici. «Ma Walter è mio amico, di più, è persona di famiglia. Sono amiche le nostre figlie, si sono già incontrate persino le nostre nipotine… Un conto sono i contrasti politici; un altro i rapporti umani. Io avevo un rapporto filiale con Natta, e gli dissi che se ne doveva andare, che dovevamo darci un altro segretario. Non sono mai riuscito a legare con Occhetto, e mi sono battuto perché il segretario lo facesse lui».
Scrive di essere stato molto duro, a volte troppo, nella lotta politica, ma di non aver mai tramato. Vale anche per Prodi? «Ho tramato per aiutarlo. Mandai Minniti da Cossiga per convincerlo a votare la fiducia al suo governo; e Cossiga accettò, bastava che Prodi citasse i partiti che avevano votato il Dpef, il documento di programmazione economica e finanziaria. Non volle farlo. Su mia indicazione, il presidente della Camera Violante gli chiese irritualmente se volesse aggiungere qualcosa. Fece segno di no. Gli voglio bene lo stesso; ma andò così. Dopodiché non lo mandammo in Siberia, ma a fare il presidente della Commissione europea».
Cossiga la accusò di corruzione. «Ci promettevano oltre 500 miliardi di lire per collaborare a esportare un’enorme quantità di denaro dall’Unione Sovietica. Era senz’altro una trappola. Ovviamente rifiutai e avvisai la segreteria di Gorbaciov. Ma Cossiga, che era presidente della Repubblica, mi chiamò per accusarmi del contrario. Avemmo una discussione molto accesa. E pensare che poi siamo diventati amici».
Si racconta che Cossiga fece nascere il suo governo per fare la guerra in Kosovo. «Ma no. Voleva essere lui, uomo di fiducia degli americani, a far nascere il primo governo guidato da uno che era stato comunista».
La protagonista dell’ultima parte del libro è sua moglie Linda, la madre dei vostri figli Giulia e Francesco. Però viene raccontato anche un litigio. In barca a vela. «Era la fine di agosto, tornavamo dalla Grecia. Beccammo una tempesta rimasta negli annali: una barca affondò, molte furono danneggiate. Linda passò tutta la notte sballottata con Giulia in braccio, che cinguettava tutta allegra. Mia moglie gridava: “Sei un delinquente, non ci vengo mai più!”. Nella sua infinita pazienza, ci è venuta per altri quarant’anni»
Sottotitolo: Da “esclusa” a timoniera dell’ingegneria semantica. Come il governo Meloni ricostruisce la realtà politica italiana attraverso il linguaggio, e quanto costa questa ricostruzione.
Introduzione: tre fatti e una domanda
Nel settembre 2026, il governo guidato da Giorgia Meloni supera il record di 1.412 giorni detenuto dal secondo governo Berlusconi, diventando l’esecutivo più longevo nella storia della Repubblica italiana. A questo dato se ne affiancano altri due ugualmente solidi: è il primo governo guidato da una donna, e proviene da una tradizione politica che nella Prima Repubblica era stata strutturalmente esclusa dal sistema della conventio ad excludendum. Tuttavia, queste tre “condizioni” da sole non bastano a comprendere il fenomeno Meloni. Ciò che merita davvero indagine è un’altra questione: quando una tradizione politica a lungo esclusa conquista finalmente il potere, in che modo “governa”? E in che modo “parla”?
La risposta forse risiede in un concetto: lo sfondamento semantico. Questo termine, da me introdotto in alcuni miei recenti articoli, indica una pratica linguistica in cui le parole non descrivono più la realtà, ma la sostituiscono. La tesi di questo editoriale è che la peculiarità del governo Meloni non risieda nel grado di radicalità dei contenuti politici, bensì nella sistematicità con cui esso trasforma il linguaggio da strumento descrittivo a strumento di governo, costruendo così un modello di azione politica che possiamo definire “liturgia di governo meloniana”.
Primo: le condizioni storiche, dall’esclusione all’occupazione
Per comprendere la politica linguistica di Meloni, bisogna prima comprendere la posizione storica della sua genealogia politica. La logica di governo della Prima Repubblica si fondava su un meccanismo di esclusione tacitamente condiviso: tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano esisteva una sorta di riconoscimento reciproco sotterraneo, ma il PCI rimase sempre escluso dalla maggioranza di governo. Il Movimento Sociale Italiano e i suoi successori affrontarono una condizione simile, se non più severa. Negli anni Settanta, l’esclusione del MSI salì persino dal piano della non inclusione politica a quello della proposta di scioglimento costituzionale.
La svolta arrivò nel 1994. Gianfranco Fini trasformò il MSI in Alleanza Nazionale, tentando di completare la rottura con il passato fascista. Ma la vera continuità non si spezzò, fu piuttosto ricodificata. Nel 2012, Fratelli d’Italia, nato dalla scissione dal Popolo della Libertà, fu fondato da Meloni, La Russa e Crosetto, con una collocazione che oscillava ambiguamente tra estrema destra e destra radicale, mantenendo un legame non solo simbolico ma anche emotivo con il MSI e le sue origini fasciste.
La vittoria di Meloni nel 2022 ha dunque un duplice significato: è il primo governo guidato da una donna, ma è anche la prima volta che una tradizione politica mai costituzionalmente inclusa ottiene il controllo assoluto del governo. Questa sovranità tardiva genera una dinamica particolare: quando chi è stato a lungo escluso occupa improvvisamente il centro, si trova di fronte a una scelta: integrarsi nella grammatica istituzionale esistente, oppure riscrivere la grammatica stessa.
Meloni ha scelto la seconda strada.
Secondo: lo sfondamento semantico come quadro analitico
Il concetto di sfondamento semantico da me introdotto offre uno strumento preciso per comprendere questa scelta. Secondo la sua formulazione sistematica, lo sfondamento semantico indica la frattura tra il segno e il suo referente originario, quando il linguaggio smette di descrivere la realtà oggettiva e si propone invece di sostituirla, trasformandosi in uno strumento puramente pragmatico di dominio.
Questo quadro distingue tre tipi di mutamento semantico: la deriva, cioè un’alterazione spontanea e progressiva dell’uso dei termini, priva di una regia centrale; la rifondazione, cioè una riscrittura dichiarata, motivata e strategica del linguaggio operata da un attore specifico; e la manipolazione, cioè l’uso strategico del vocabolario mirato a esercitare una forma di controllo ideologico o normativo.
La distinzione cruciale è questa: il vero mutamento semantico, come l’estensione di significato di parole quali “rete” o “cellulare”, è guidato dal basso, da cambiamenti condivisi della realtà. Lo sfondamento semantico manipolatorio, al contrario, è imposto dall’alto e non corrisponde ad alcun cambiamento condiviso della realtà. Quando ciò accade, il potere non dice “questo non è vero”, dice “questo non significa questo”.
La pratica linguistica del governo Meloni è precisamente un ibrido tra rifondazione e manipolazione. L’analisi che segue si articola su tre dimensioni.
Terzo: la ricostruzione semantica nella comunicazione politica
Un primo esempio riguarda il linguaggio delle politiche migratorie. La strategia centrale del governo Meloni in materia di immigrazione offre un caso esemplare di sfondamento semantico. Nel novembre 2023, l’Italia ha firmato con l’Albania un accordo da 200 milioni di euro per istituire sul territorio albanese centri di accoglienza gestiti dall’Italia, destinati a trasferire in Albania una parte dei migranti irregolari diretti in Italia. A livello tecnico, questa politica viene definita “esternalizzazione”, ma il suo confezionamento linguistico è decisivo: la “detenzione” viene presentata come “accoglienza”, il “controllo extraterritoriale” come “cooperazione”.
Non si tratta di semplice eufemismo. L’eufemismo occulta un significato negativo noto, mentre lo sfondamento semantico trasforma la struttura referenziale delle parole: quando il “centro di accoglienza” sostituisce il “centro di detenzione”, chi critica si trova costretto a dibattere all’interno del quadro della “cooperazione umanitaria” anziché in quello della “violazione dei diritti umani”. Come rivela la teoria dello sfondamento semantico, quando il segno viene modificato e il concetto viene ridefinito, il referente stesso viene forzato in un nuovo campo di significato.
Un secondo esempio riguarda lo spostamento semantico dell'”identità” nei conflitti simbolici. Nel giugno 2026, l’eurodeputata Salis ha proposto di abolire la parata del 2 giugno, Festa della Repubblica, sostenendo che in un’epoca di “riarmo, militarismo e guerra sempre più vicina” la Festa della Repubblica dovrebbe recuperare il suo “originario carattere civile e democratico”. La risposta di Meloni è un esempio da manuale di sfondamento semantico.
Meloni ha spostato il dibattito dalla questione sostanziale, se la parata sia adeguata o meno al contesto geopolitico attuale, a una questione morale, se si rispetti o meno chi indossa l’uniforme. Le sue parole: quelle dichiarazioni sono “non solo vergognose, ma indegne” di coloro che “ogni giorno servono l’Italia con disciplina, onore e spirito di sacrificio”. Subito dopo, ha ridefinito la Festa della Repubblica come celebrazione “dell’identità nazionale, della coscienza nazionale e del valore di coloro che difendono, rappresentano e onorano la nazione”.
Questo è il meccanismo centrale dello sfondamento semantico: trasformare il dibattito politico in un test di lealtà identitaria. Quando la Festa della Repubblica viene ricodificata come “liturgia dell’identità nazionale”, opporsi alla parata non è più una divergenza politica, ma diventa una negazione della “nazione” stessa. Lo spazio del dibattito viene così chiuso, perché ogni ulteriore messa in discussione cade automaticamente nella trappola semantica del “non patriota”.
Quarto: la narrazione economica e fiscale, lo spostamento semantico della “stabilità”
Il più significativo spostamento semantico del governo Meloni in campo economico riguarda la ricodificazione della parola “stabilità”. La narrazione centrale ripetuta dal governo è quella dei “conti in ordine” e di un’Italia “meglio del resto d’Europa”.
Dal punto di vista dei dati, Meloni ha effettivamente realizzato un recupero della disciplina fiscale: il deficit è sceso dall’8,1 per cento del 2022 a circa il 3,0 per cento del 2025. Ma il punto cruciale dello sfondamento semantico è un altro: la “stabilità” viene ridefinita come miglioramento degli indicatori fiscali, escludendo sistematicamente la performance dell’economia reale.
La critica della senatrice di opposizione Misiani colpisce con precisione questo spostamento semantico: nel 2025 il PIL italiano è cresciuto solo dello 0,5 per cento, meno della metà della media dell’eurozona; l’indice della produzione industriale è calato di circa il 7,5 per cento in tre anni; la produzione manifatturiera si è contratta per tre anni consecutivi; i salari reali restano inferiori ai livelli di cinque anni prima. La pressione fiscale è salita dal 41,7 al 43,1 per cento, il livello più alto degli ultimi undici anni.
In altri termini, la “stabilità” di Meloni è semanticamente valida, ma sostanzialmente richiede una ridefinizione: è stabilità contabile, non stabilità della vita economica. Quando la parola “stabilità” viene fissata all’indicatore del deficit fiscale, la “crescita debole”, il “calo della produttività”, la “contrazione dei salari reali” vengono esclusi dal campo semantico della “stabilità”. Non è una menzogna, è l’operazione che la teoria dello sfondamento semantico descrive come ridefinizione del concetto per adattarlo alle esigenze narrative del potere, mentre il referente, cioè la condizione reale dell’economia italiana, resta invariato.
Quinto: la costruzione della liturgia, lo stile come tecnica di governo
Se gli esempi precedenti mostrano le operazioni concrete dello sfondamento semantico, la peculiarità della “liturgia di governo meloniana” sta nel fatto che essa ritualizza, normalizza e stilizza queste operazioni semantiche.
La comunicazione politica natalizia del 2025 offre un chiaro spaccato. La comunicazione festiva di Meloni combina due simboli apparentemente contraddittori: da un lato la solennità del quadro religioso-culturale, con l’enfasi su “identità”, “dignità” e attenzione ai deboli; dall’altro la foto in “maglione di Natale”, che dissolve la solennità con una leggerezza ironica. Gli analisti definiscono questa operazione “ingegneria della narrazione politica”, che combina “ritualità e quotidianità, istituzionalità e familiarità”.
Non è solo tecnica di comunicazione. Quando il “governo” viene presentato come una liturgia continua, attraverso auguri festivi, foto sui social e gesti simbolici, il confine tra contenuto sostanziale delle politiche e performance simbolica si dissolve. I cittadini non sono invitati a una deliberazione razionale sulle politiche, ma all’appartenenza emotiva a una comunità rituale.
Questo è pienamente coerente con la logica interna dello sfondamento semantico: quando il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a sostituirla, la politica si sposta dalla domanda “che cosa si fa” alla domanda “a chi si appartiene”. La “liturgia” di Meloni è l’espressione stilizzata di questo spostamento: non chiede ai cittadini di condividere le politiche, chiede loro di identificarsi con un’identità.
Conclusione: il costo dello sfondamento semantico
Il governo Meloni ha effettivamente stabilito record storici. Ma tra “il mandato più lungo” e “il cambiamento più profondo” non esiste un rapporto necessario. Letto attraverso la lente dello sfondamento semantico, il vero lascito di Meloni forse non sta in ciò che ha “fatto”, ma in ciò che ha ridefinito riguardo a cosa significa “fare”.
Quando la “stabilità” può non riferirsi alla crescita economica, quando la Festa della Repubblica può non riferirsi al dibattito politico, quando il “centro di accoglienza” può non riferirsi alla detenzione, la base linguistica della politica viene sistematicamente ricostruita. Nel breve periodo questa ricostruzione è efficace: consente al governo di occupare il terreno semantico nelle controversie politiche sostanziali, mettendo l’opposizione in una posizione difensiva, tacciata di “antipatriottismo” o di “non capire la realtà”.
Ma lo sfondamento semantico ha un costo interno. Quando le parole non riescono più a descrivere i problemi, non possono più essere usate per risolverli. Le reali difficoltà del controllo migratorio, le debolezze strutturali dell’economia, le tensioni tra giustizia e amministrazione: tutto questo richiede un linguaggio preciso per essere identificato, analizzato e affrontato. Se il linguaggio stesso è già stato ritualizzato e trasformato in arma, il governo diventa ripetizione di pose, non soluzione di problemi.
Il record di 1.413 giorni dimostra la capacità di sopravvivenza politica, non la profondità del cambiamento politico. La vera prova forse è un’altra: quando l’energia semantica della “liturgia meloniana” si sarà esaurita, la politica italiana saprà ritrovare un linguaggio capace di descrivere la realtà, anziché soltanto di occuparla.
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Il lettore capirà – se ha avuto in precedenza occasione di leggermi – il mio piacere nel sentire che la Meloni abbia, come strepitano le prefiche di sinistra “aperta la campagna elettorale”(e loro che facevano?) annunciando la riduzione della tassa di circolazione. E ciò per tante ragioni, che elenco:
Se la Meloni si preoccupa tanto delle tasche degli elettori è perché a loro deve di aver governato e di continuare a farlo. Se invece fosse stata nominata e mai eletta (neppure in un consiglio scolastico) come Monti e Draghi, o designata alla carica non per decisione popolare ma dalle consorterie partitocratiche o plutocratiche (e così via) avrebbe fatto una bella distribuzione di benefici pubblici – diretti o indiretti – ai propri sostenitori.
In secondo luogo perché quelle distribuzioni – e le imposte che lo permettono con gli aumenti – sono accompagnate (scriveva Pareto “per non far strillare l’oca mentre la spennano”) da una debordante melassa di buonismo da parte della stampa mainstream, volta a magnificare l’operato dei governanti che fanno opere di bene con i quattrini dei governati. E qua non si può fare perché non si prelevano risorse, ma si lasciano a ciascuna le proprie.
Inoltre si nota il pressoché costante discrimine tra le misure del centrosinistra e quelle del centrodestra: le prime sono esaltate per la conformità (vera o presunta) a intenzioni, valori, esigenze che andrebbero a soddisfare. Ad esempio l’ambiente (e la riduzione dei consumi) il superbonus; la solidarietà agli immigrati, l’accoglienza. Le seconde di tale armamentario non hanno bisogno: ridurre un’imposta non ha bisogno di inni di giubilo (o ne ha assai meno) o di messe di ringraziamento.
Un altro gruppo di critiche è riconducibile all’adagio “c’è ben altro da fare”, in un paese dove la pubblica amministrazione è la più sgangherata d’Europa (occidentale) ha il pregio di partire da un fatto vero. Troppo, perché nello sconquasso diffuso da qualche parte bisogna pur iniziare; e perché i governi di centrosinistra non hanno sanato le storture ora denunciate (dalla sanità al lavoro, alle retribuzioni). Il che li rende poco credibili.
Ma soprattutto ciò che rende appetibile la proposta della Premier sono due circostanze, la prima rievocante il contrappasso dantesco.
Questo è che il “bollo auto” è un’imposta patrimoniale, cioè dovuta per la proprietà di un bene, indipendentemente dal reddito e dalle prestazioni ricavabili dal proprietario. E cioè l’idealtipo di imposta di chi concepisce la finanza pubblica come un’imposizione che debba pretendersi e prelevare anche a prescindere dal reddito che il contribuente possa trarne. Questi può morire di fame, perché l’apparato sopravviva. Con buona pace della “capacità contributiva” di cui all’art. 53 della “Costituzione più bella del mondo” e delle sentenze della Cosrte costituzionale. Che proprio da un’imposta patrimoniale parta l’abolizione (quasi) totale è un contrappasso. Anche perché da un po’ di tempo capi e capetti del centrosinistra avevano riscoperto la patrimoniale, col solito coro di esaltazioni. Per lo più basate sul fatto che la maggior parte degli elettori non capisce che cosa sia e soprattutto che la base imponibile è il patrimonio e non il reddito.
Con la conseguenza che la platea dei contribuenti è enormemente superiore e percepisce redditi non alti; non è solo Paperone a pagarla, ma tanti i paperini. Speriamo che tutti se ne ricordino l’anno prossimo alle elezioni, così che possa dirsi “chi di patrimoniale ferisce, di patrimoniale perisce”; il che servirà come democratica lezione per i governanti futuri.
Teodoro Klitsche de la Grange
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Direttore della rivista italiana di geopolitica *Limes*, Lucio Caracciolo guarda all’Italia con occhio realistico: un paese sotto l’influenza americana, mediterraneo più nella retorica che nei fatti, cAlle prese con l’avanzata turca, con la sua dipendenza dal gas e con un mondo in cui le sue tradizionali tutele vacillano. Intervista.
Intervista a cura di Guy-Alexandre Le Roux
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Roma ha fondato il proprio potere sulle sue province. All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia è diventata a sua volta una sorta di provincia dell’Impero americano. Si considera ancora tale oggi?
Da un punto di vista storico e geopolitico, non c’è quasi alcun dubbio che l’Italia sia stata, dopo il 1945, una provincia dell’Impero americano. Direi addirittura un semi-protettorato. Abbiamo delle istituzioni, un certo grado di autonomia, ma nel quadro della NATO e di una presenza militare che perdura, le basi sono il fondamento dell’Impero americano.
Siamo precisi: queste basi sono italiane, ma l’Italia ha firmato trattati (in parte pubblici, in parte segreti) che ne regolano l’uso con gli Stati Uniti. Dove non ci sono basi, come in Francia, è una cosa; dove ce ne sono, è tutta un’altra storia. L’idea, basata sul famoso articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, era semplice: ospitando queste basi, si beneficiava di una protezione americana quasi automatica. Il problema è che non si è mai avuta alcuna prova della loro efficacia, se non il fatto che non ci sono state aggressioni.
Soprattutto, questa protezione si basava sulla minaccia dell’Unione Sovietica e del comunismo. Tutto ciò è scomparso: il fondamento del sistema non esiste più, e ora sono gli americani a decidere, da soli, se intervenire o meno. E anche oggi i Paesi del Golfo diventano bersagli proprio perché ospitano basi americane.
L’Italia ha bisogno di questa tutela americana?
La constatazione che faccio è che l’Italia non è pienamente sovrana — del resto, chi lo è davvero in questo mondo? Lo è meno della Francia, perché abbiamo perso la guerra: questo fatto è sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, con le famose enemy clauses. I giapponesi e i tedeschi hanno cercato di contestarle; noi, invece, ci siamo adattati. Viviamo quindi in una sovranità limitata, e dubito che qualcuno a Roma desideri davvero uscirne. A nostro avviso, è comunque meglio trovarsi in una sfera d’influenza lontana e familiare (dopotutto, siamo stati noi a scoprire gli americani) piuttosto che in quella della Germania, della Francia o della Spagna.
Si dice spesso che Giorgia Meloni si sia proposta come mediatrice tra l’Europa e Donald Trump. L’Italia può ricoprire questo ruolo?
Mi sorprende sempre l’attenzione che gli riservano la stampa francese, tedesca, britannica e persino americana: lo si dipinge, se non come un generale de Gaulle, almeno come una figura di enorme importanza. Con tutto il rispetto che nutro per il mio primo ministro, questo va un po’ oltre la realtà: l’Italia non può rappresentare l’Europa. L’idea che si abbia bisogno del capo del governo italiano — piuttosto che dei tedeschi, direi addirittura dei lussemburghesi — per fare da contrappeso agli americani è pura fantasia. E si continua, in Italia come in Francia, a parlare dell’Europa come se esistesse; si passa così dal principio di realtà a un principio dubbio, fondato sul desiderio e non sui fatti.
In sostanza, qual è la sua previsione per l’Europa?
La Germania si dota di una dottrina militare che la vuole come prima potenza convenzionale e tecnologica d’Europa nel 2039 — ovvero esattamente cento anni dopo il 1939. Non 38, non 40: 39. Perché scriverlo in modo così esplicito? Ciò che mi preoccupa non è tanto la Germania quanto la reazione degli altri — i francesi, naturalmente, ma anche i polacchi e forse persino gli svizzeri. Perché è un dato di fatto: se gli americani ci lasciano ai nostri affari, riprenderemo le nostre vecchie dispute. Abbiamo avuto ottant’anni di pace grazie alla divisione dell’Europa tra americani e sovietici; non sono sicuro che ne avremo altri venti da qui al 2050, perché stiamo riportando in vita i miti, le leggende e alcune realtà del passato.
«L’epoca in cui l’Europa poteva affidare la propria sicurezza ad altri e ignorare la geografia sta volgendo al termine.»
Questa storia dell’Europa, a mio avviso, è finita. Si può continuare a parlarne, ma ormai ognuno se ne fa un’idea ristretta. Nei rapporti franco-italiani, ad esempio, bisogna porre fine ai nostri litigi — che a volte, dal mio punto di vista, avevano una forte giustificazione: non fingere di amarci, ma essere un po’ realisti. Resta da vedere se tutto questo potrà reggere mentre, dal Medio Oriente, si levano ondate di guerra piuttosto incontrollabili. Staremo a vedere.
In definitiva, l’Italia si considera un paese europeo?
L’Italia, dal canto suo, è fondamentalmente un paese mediterraneo, ed è anche un segno della nostra sovranità limitata il fatto di accettare, non senza sofferenza, l’idea che non saremmo del tutto europei. La Francia, grazie al generale de Gaulle, ha evitato per un soffio di diventare una provincia dell’impero americano e ha potuto considerarsi europea. Noi abbiamo avuto l’AMGOT; voi l’avete evitato e questa è una differenza. Il nostro interesse vitale è un Mediterraneo aperto, collegato agli oceani, attraverso il quale arrivano energia e materie prime e da cui ripartono i nostri prodotti. Perché spesso lo si dimentica: l’Italia è il quarto esportatore mondiale, il che è notevole per un Paese privo di materie prime.
Cosa significa, esattamente, «essere mediterraneo» per un italiano?
Temo che alla domanda non ci sia una vera risposta, poiché la nostra coscienza mediterranea è soprattutto retorica: un Mediterraneo di pace, di dialogo… ovvero l’opposto della realtà. Lucien Febvre, o Marc Bloch, o entrambi, sostenevano che l’Europa sia nata con la fine dell’Impero romano, ovvero con la fine del circuito mediterraneo. È più o meno la tesi di Henri Pirenne. Questo ci riporta al VIIe e all’VIIIe secolo, alla penetrazione dell’Islam. Da allora non esiste più un vero e proprio circuito mediterraneo, ed è questo il nostro problema: o ricostruiamo l’Impero romano (cosa che non avverrà domani), oppure accettiamo che esistano, in quello che i russi chiamano «l’estero vicino», delle fratture che limitano il nostro potere e costituiscono un fattore di rischio permanente.
Non si può comprendere la geopolitica italiana senza questa ombra del passato. Del resto, non è stata Roma a creare l’Europa: è stato Cesare che, giunto al Reno, ha «inventato la Germania» – metto le virgolette – dividendo i Germani. La «lunga durata» non è solo una teoria; le rappresentazioni e gli stereotipi ereditati dal passato continuano a pesare fortemente sulle decisioni odierne.
E la Francia? È forse un paese mediterraneo?
Ricordo un atlante geografico francese — un Atlante del Mediterraneo — in cui una mappa classificava, in base ai colori, i paesi mediterranei e gli altri. La Francia vi figurava in bianco: né l’uno, né l’altro. È abbastanza giusto. È al tempo stesso latina, germanica e celtica, e questa indeterminatezza è senza dubbio un punto di forza. Del resto, la parola «mediterraneo», pronunciata da un tedesco, non ha lo stesso significato che ha nella bocca di un paese rivierasco come l’Italia, la Grecia o, appunto, il sud della Francia. Ognuno proietta su questo mare i propri secondi fini.
Essere mediterranea significa, per l’Italia, aprirsi al mare? Si considera una potenza marittima?
La sua natura marittima è potenziale, non reale. La differenza sta nel fatto che il paese marittimo guarda la terra dal mare, mentre l’altro, pur avendo delle coste, guarda il mare dalla terraferma. Per noi, il mare è il luogo dove si nuota d’estate. In termini di volume di traffico su 12 mesi, il porto di Rotterdam è più importante di tutti i porti italiani messi insieme. Per mancanza di coordinamento, Venezia e Trieste sono nemiche acerrime. Eppure, dal punto di vista degli anglosassoni, dei tedeschi e dei paesi del Nord, restiamo un paese mediterraneo; il che non è privo di secondi fini, strettamente legati al carattere nazionale. Ricordo una conversazione con un alto diplomatico tedesco, a proposito di Maastricht. Gli chiesi: «Perché avete accettato l’Italia nell’euro?» Risposta: «Wir wollten euch nordifizieren», «volevamo nordificarvi». Gli ho citato Il Gattopardo: quando il principe di Salina vede sbarcare i garibaldini protetti dagli inglesi, dice di quegli ufficiali: « Sono venuti per insegnarci le buone maniere, ma non ci riusciranno, perché noi siamo dei1». L’idea che si possa cambiare la mentalità di un popolo è forse tedesca; in Sicilia, non ha alcun seguito. “Nordificarci” perché stavamo entrando nell’euro: non ha funzionato.
Come concepisce, quindi, l’Italia il proprio ruolo nel Mediterraneo?
Esiste questa dottrina, promossa dalla marina e diventata strategia nazionale: il Mediterraneo allargato, il «Mediterraneo allargato». Il problema è che non se ne conoscono i confini — alcuni vi includono persino l’Artico. In fondo, il Mediterraneo in senso stretto è un lago, quindi qualcosa di chiuso; ma non si può avere l’ambizione di rimanere in un lago. Bisogna raggiungere il mare aperto, e per farlo bisogna attraversare gli stretti: Gibilterra, Suez, Bab-el-Mandeb, lo stretto di Ormuz. Ciò che è cambiato è che, ad eccezione di Gibilterra, oggi tutti questi stretti sono teatro di conflitti o sono contesi. La potenza americana non è più, come si dice, willing and able a mantenere aperte queste linee di comunicazione con il Sud. Perché ciò che chiamiamo Mediterraneo non è solo l’asse nord-sud, ma anche l’asse ovest-est: l’Atlantico, l’Oceano Indiano, il Pacifico. Il nostro interesse vitale è che questo prolungamento verso l’oceano-mondo rimanga libero, pacifico e aperto. In caso contrario, l’Italia si ritroverebbe rinchiusa nel suo lago.
Si tratta piuttosto di un avvicinamento della Cina all’Italia: ciò che interessa a Pechino è il mercato europeo. Abbiamo fatto parte per due anni delle «vie della seta», prima di essere richiamati all’ordine da Washington. Con un certo ritardo, del resto, il che dimostra che la pressione americana non aveva la stessa forza che avrebbe avuto in epoca sovietica. La cosa più tipicamente italiana è che abbiamo istituito il Golden Power per controllare gli investimenti cinesi… e che, nella pratica, è servito soprattutto contro gli americani.
Non si tratta di progetti, ma delle meraviglie dell’Italia… Tutto nasce, del resto, da una trattativa tra il direttore del porto di Trieste e lo Stato cinese. Da una parte Xi Jinping, dall’altra un direttore portuale: un rapporto piuttosto asimmetrico. E l’atteggiamento del governo di allora fu quello di dire: «Non sono affari nostri, sono affari del porto di Trieste. » Perché Trieste, formalmente italiana, è in realtà molto lontana dall’Italia: storicamente, è il porto dell’Europa centrale, quello dell’Austria, dei tedeschi, dei cechi, degli ungheresi, più che il nostro. È anche, dal punto di vista militare, il porto degli americani nel nord-est, per le basi di Aviano e Vicenza; si è persino parlato di un data center controllato dai cinesi… cosa poco onorevole per loro.
Era proprio quella la zona su cui puntava il corridoio IMEC, destinato a collegare l’India, il Golfo, Haifa e il Mediterraneo: un progetto oggi praticamente impossibile, dopo la guerra. I cinesi, dal canto loro, l’hanno capito subito: non serve a nulla negoziare con Roma, è meglio trattare direttamente con gli attori locali.
E la proiezione italiana verso il Nord Africa e il Levante?
Anche in questo caso, tutto avviene “all’italiana”. Siamo l’unico Stato mediterraneo a non aver delimitato realmente la propria zona economica esclusiva — se non, in parte, tramite accordi con la Francia e la Croazia, sul versante adriatico-ionico. L’ENI ha scoperto un grande giacimento di gas al largo della Libia, ma la costa libica è ormai turca, e questo è in parte colpa vostra, francesi, e anche nostra… Anziché opporci alla follia di Sarkozy, vi abbiamo persino preso parte. Per quanto riguarda l’Algeria, diventata fondamentale per il nostro gas dopo la guerra in Ucraina, essa considera il Mare di Sardegna come algerino. Ma dato che siamo buoni di cuore, perché litigare con gli amici?
Rimane poi Malta, quella sorta di tartaruga adagiata nel Canale di Sicilia, che detiene un potere di blocco almeno teorico. Durante la guerra fredda, tuttavia, avevamo una politica geniale: buoni rapporti con Gheddafi, al quale abbiamo salvato la vita più volte; Malta era sotto buona guardia; eravamo persino riusciti a piazzare il nostro uomo in Tunisia, Ben Ali, contro il candidato francese. Oggi, di fronte a noi, si erge un impero turco in espansione, dotato della sua dottrina della «patria blu» e, cosa quasi incredibile, sostenuto dagli Stati Uniti. Perché gli americani sostengono contemporaneamente Israele e la Turchia, i due nemici più accaniti del Mediterraneo.
Proprio la Francia sembra stia rivedendo la propria posizione nei confronti della Turchia. A scapito dell’Italia?
C’è una differenza tra noi e voi: il vostro approccio è piuttosto anti-turco, il nostro piuttosto filo-turco. Ma credo che, alla fine, la Francia modererà la sua opposizione ad Ankara. Limiterà quindi, di conseguenza, il suo sostegno alla Grecia e a Cipro, poiché non ha alcun interesse a una guerra contro i turchi nel Mediterraneo. Il vero rischio sta altrove: se Israele attaccasse la Turchia, per anticiparla prima che diventi troppo forte. Ci troveremmo allora tutti in una situazione molto, molto complicata. Ecco perché credo che nessuno — né a Parigi, né a Roma — abbia davvero interesse a spingere la mossa turca fino in fondo.
Una questione interna all’Italia, un po’ provocatoria per un romano come te, ma Roma sta diventando una provincia di Milano?
No, sinceramente. Milano è la città della moda e della finanza, va bene, ma tra questi due aspetti c’è una differenza di pochi millimetri. E se ci andate, vedrete che Milano è in declino. È una visione, in questo caso, un po’ troppo italiana: una parte del Paese, soprattutto al Nord, non ama Roma. Ciò che noi italiani non vediamo è che Roma non è una questione italiana, ma universale: un punto di riferimento a cui possono fare riferimento americani, russi, cinesi, turchi. Il problema di Roma è un problema con l’Italia, non con il resto del mondo — un po’ come «Parigi e il deserto francese», non è vero? E ciò che oggi la rende più della semplice capitale d’Italia è la Chiesa — da duemila anni, quindi rimarrà tale — e un papa attuale che, consapevolmente o meno, riveste nuovamente questo ruolo universale.
Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia, Solferino Editore 2026, pp. 268, € 19,00.
Scrive Cassese “I due secoli trascorsi sono stati agitati da grandi movimenti ideali, quali il liberalismo, il socialismo, il comunismo, che hanno mobilitato le masse in quasi tutto il mondo, svolgendo una funzione aggregativa e educando i cittadini a partecipare alla vita collettiva. Oggi si diffonde la disaffezione per la politica, gli iscritti ai partiti sono sempre di meno, e i partiti stessi, strumenti della democrazia, sono divenuti non democratici, mentre la politica si svolge senza politiche”. L’indice (tra i molti) più preoccupante per l’Italia nell’ultimo trentennio è la riduzione (di circa 30 punti, dal 90% al 60%) dei votanti alle elezioni.
Nel XIX e nel XX secolo si estese il diritto di voto per far coincidere paese reale (i cittadini) e paese legale.
Ora, di converso, scrive Cassese “La marcia indietro, che è in corso, deriva da un movimento silenzioso e spontaneo del popolo stesso, e tuttavia eloquente, che muove in una direzione opposta, rifiutando di manifestare il voto. Si apre una nuova fase nel ciclo di vita delle democrazie”. Inoltre “Il numero degli iscritti ai partiti, in 34 anni, dal 1994 al 2024, è passato da 4.411.000 a 659.000; quindi è ora solo il 16% circa di quello del 1990. Questa crisi è particolarmente grave in quanto una società libera non può vivere senza partiti”. Prosegue l’autore “Il tentativo di questo libro è dimostrare che una varietà di produttori di dati, l’Istat, la Camera dei deputati, l’Ocse, la Banca centrale europea, la Banca d’Italia producono dati e statistiche che misurano il funzionamento delle istituzioni e consentono di avere un’immagine più precisa dello stato attuale delle istituzioni”. I dati (e le fonti) ricordati, che comprendono anche altri paesi, mostrano una differenza particolare per l’Italia “Particolarmente critico il giudizio dell’opinione poubblica italiana sulle istituzioni nazionali. I giudizi negativi aumentano di quattro punti rispetto alla media Ocse, quelli positivi diminuiscono di altrettanto. Quanto ai servizi amministrativi, il divario tra la media Ocse e le valutazioni positive italiane è di più di 15 punti e quasi in corrispondenza è il giudizio negativo”. Cioè il giudizio negativo dei cittadini sulla pubblica amministrazione italiana è di gran lunga superiore a quello degli elettori di altri paesi. Nonostante ciò Cassese manifesta una certa fiducia nella possibilità d’invertire l’andazzo peggiorativo come risulta già dal sottotitolo dove le “proposte per riparare” presuppongono un insieme da non buttar via, ma da correggere con opportune riforme. Previa, ovviamente, analisi delle cause e misurazioni anche degli effetti di queste sull’assetto democratico; cosa che nel saggio è fatta diffusamente.
Manca tuttavia un aspetto essenziale: quello tributario. Risulta dai dati statistici che la percentuale di prelievi fiscali sul reddito è, in Italia, ai massimi livelli tra i paesi europei (più o meno pari alla Francia). Diversamente dai quali, tuttora l’efficienza delle P.P.A.A. è molto inferiore: al comparto pubblico italiano si può applicare il giudizio di Leoparti sulla natura: che non rende poi ciò che promette allor.
Gli italiani si aspettano a fronte di un prelievo corrispondente o superiore una giustizia veloce almeno come quella dei grandi paesi UE (Germania in primis); un Servizio sanitario cui non manchino infermieri (ne abbiamo un 20% di meno) e così via.
Il saggio è interessante perché affronta la crisi del regime politico da un angolo trascurato; infatti per lo più le spiegazioni partono dalle prospettive del pensiero e della scienza politica, che connota tutte quelle prevalenti, Ne ricordiamo alcune. In primo luogo quella di Lasch che, oltre trent’anni orsono, indicava la difficoltà della democrazia nelle diversità tra i valori delle élite e delle masse, onde non c’era più l’idem sentire de re publica.
Difficoltà cresciuta in questi anni, di pari passo dei partiti antiestablishement che l’hanno cavalcata.
Secondariamente l’inizio delle difficoltà della politica coincide con la fine, per implosione, del comunismo. E cioè della (principale) opposizione amico-nemico, quello tra borghesi e proletari, che aveva dominato nel “secolo breve”. Solo che le guerre, ostilità e politica si nutrono del sentimento politico (Clausewitz) cioè di quel composto di paura ed odio che identifica il nemico. Senza il quale la tensione politica si riduce e così l’interesse all’istituzione e alla sua funzione di protezione. Già lo aveva intuito Eschilo nelle Eumenidi venticinque secoli fa.
E si potrebbe continuare così per altre regolarità della politica, come l’integrazione (Smend) e la ridotta capacità integrativa dei partiti personali; per la regolarità della decadenza o delle di essa cause (le più varie).
Per cui è difficile pensare che una èlite dirigente che sia la prosecuzione della precedente, che ha realizzato o non contrastato gran parte della criticità percepite dai governati. possa farsi interprete di ampie riparazioni al “sistema”, come quelle raccolte dall’autore. Di cui, in ogni caso, è bene che i governanti tengano conto.
Teodoro Klitsche de la Grange
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Nel 1977, Luciano De Crescenzo reinterpreta Nietzsche e trasforma un professore napoletano in pensione nel profeta di una saggezza del cuore.
La sua teoria: l’umanità si divide tra «uomini d’amore» e «uomini di libertà» — e la felicità sta proprio in questo connubio.
Dialogo platonico ambientato in una strada di Napoli, il libro trasmette lo spirito di Napoli senza mai cadere nel folklore.
Ci vuole una certa audacia per intitolare il proprio primo romanzo con un titolo che parodia Nietzsche. Luciano De Crescenzo lo fece nel 1977 con Così parlò Bellavista — Così parlava Bellavista —, e l’allusione a Così parlò Zarathustra dice già l’essenziale del progetto: al profeta delle vette germaniche, l’autore sostituisce un professore di filosofia in pensione, napoletano purosangue, che dispensa la sua saggezza dal proprio salotto, con un buon bicchiere di vino a portata di mano. Il successo fu strepitoso : quasi 600 000 copie vendute in Italia, traduzioni in tutto il mondo e un adattamento cinematografico che l’autore stesso firmò nel 1984.
Luciano De Crescenzo (1928-2019) è un personaggio degno dei suoi stessi libri. Nato a Napoli, ingegnere di formazione, ha trascorso una ventina d’anni presso IBM Italia prima di lasciare tutto, a quasi cinquant’anni, per dedicarsi alla scrittura. Questo percorso — l’ingegnere che diventa narratore della propria città — non ha nulla di aneddotico: mette in luce la duplice natura della sua opera, in cui il rigore della mente razionale si pone al servizio della più calorosa oralità meridionale. De Crescenzo diventerà in seguito uno dei grandi divulgatori della filosofia greca in Italia, oltre che regista, attore e sceneggiatore. Ma *Bellavista* rimane il libro d’esordio, quello che lo ha rivelato al grande pubblico.
Il romanzo non racconta una trama in senso stretto. È il ritratto di una città, la Napoli della fine degli anni ’70, colta attraverso la figura di don Gennaro Bellavista e la sua visione del mondo. Secondo il professore, l’umanità si divide in due famiglie: gli uomini d’amore e gli uomini di libertà. Ai primi appartiene il « regno dell’amore », la cui capitale è Napoli : lì si ha bisogno degli altri, del calore, del legame, della presenza. Ai secondi spetta la « repubblica della libertà », piuttosto milanese e settentrionale : lì si apprezzano l’indipendenza, l’ordine, la solitudine scelta. La divisione non ha nulla di manicheo : De Crescenzo tiene a ricordare che nessun popolo è tutto bianco né tutto nero, che ognuno mescola in sé i due colori e che la ricetta della felicità si riassume in una formula: metà amore, metà libertà. Sotto la superficie dell’umorismo affiora una vera e propria fenomenologia dell’arte napoletana di vivere, tenera e disillusa al tempo stesso.
« La ricetta della felicità si riassume in una formula : metà amore, metà libertà. »
Un dialogo platonico in una tromba delle scale
È proprio nella sua struttura che il libro si rivela più originale, e questa forma si adatta perfettamente al suo intento. De Crescenzo — che si mette in scena come personaggio, l’« ingegnere De Crescenzo » — ha costruito il suo testo come un dialogo platonico trasferito dall’agorà ateniese a una tromba delle scale napoletana. Bellavista è un Socrate partenopeo: non scrive, parla; non insegna dall’alto di una cattedra, ma attraverso la conversazione, circondato dai suoi interlocutori — il portiere Salvatore, Luigino il poeta, alcuni amici venuti dal Nord —, riuniti attorno a una buona bottiglia. Questo piccolo cenacolo ripropone, su scala di un palazzo, la scena immemorabile del maestro e dei suoi discepoli.
« Bellavista è un Socrate partenopeo : non scrive, parla. »
Da qui deriva l’alternanza che scandisce l’opera. I capitoli si rispondono secondo due schemi. Alcuni sono propriamente filosofici: sono le «lezioni» di Bellavista, duelli dialettici sull’amore e la libertà, sull’uomo meridionale, sul senso della vita — il versante del logos. Gli altri sono vignette napoletane: aneddoti, scene di strada, ritratti coloriti della vita quotidiana partenopea — il versante dell’eros e dell’oralità popolare. I due livelli non smettono mai di risuonare l’uno nell’altro: la tesi si incarna nell’aneddoto, e l’aneddoto si eleva alla dignità della riflessione. Il tutto si colloca a metà strada tra il saggio e la commedia. De Crescenzo raccontava del resto che il libro era nato dalla visita di alcuni amici lombardi, ai quali aveva improvvisato una sorta di « corso propedeutico » alla vita napoletana: Bellavista, in fondo, non è altro che questa iniziazione prolungata.
Un episodio riassume da solo questo aspetto aneddotico e la differenza tra il libro e il film: il cavalluccio rosso, il cavalluccio rosso. Nel romanzo si tratta solo di un accenno fugace — un padre che compra un cavallino di legno al figlio —, ma la scena esiste solo nel film, di cui è diventata uno dei momenti più memorabili, interpretata da Riccardo Pazzaglia, co-sceneggiatore e figura di spicco della scena napoletana. Nel bel mezzo di un mercato, con un fazzoletto in una mano e nell’altra un cavallino di plastica scarlatto comprato per suo figlio, un uomo racconta come, per puro caso, abbia sventato il furto di un’autoradio. Ma ogni volta che un passante si avvicina e chiede « Scusate, ma che è successo ? » — scusate, cosa è successo ? —, lui ricomincia il suo racconto dall’inizio, con lo stesso ardore, all’infinito, mentre tutta la folla gli fa da coro. Niente di più insignificante di questo aneddoto; niente di più rivelatore, tuttavia, di quell’arte napoletana di trasformare in spettacolo, e quasi in epopea, il più piccolo incidente della vita quotidiana. Quel giocattolo è ormai diventato una reliquia: alla morte di Luciano De Crescenzo, nel 2019, un commerciante del centro di Napoli ha drappeggiato di nero il cavallino rosso che esponeva ancora.
In Così parlava Bellavista, la vera impresa sta proprio qui: svelare lo spirito di Napoli senza mai cedere al folklore da cartolina. Qui non si parla quasi mai del Vesuvio, della pizza o della mandolina. Bellavista non è un romanzo che cede alla facilità dei cliché; è un romanzo che trasmette molto di più: lo spirito di Napoli. Ciò che Luciano De Crescenzo ci offre è un’intelligenza del cuore, una saggezza pratica che contrappone al culto dell’efficienza il primato del legame, della lentezza e dell’attenzione verso l’altro: una dolce resistenza allo spirito di serietà. E se il tema sembra a prima vista molto locale, in realtà punta all’universale, come riassume uno degli aforismi più famosi dell’autore: ognuno è il meridionale di qualcuno. Il Sud, in Bellavista, non è una geografia; è una disposizione dell’anima.
« Ognuno è il meridionale di qualcuno. »
Il cavalluccio rosso, il cavalluccio rosso, è così diventato un simbolo non solo di Bellavista e di De Crescenzo, ma della stessa Napoli. Due famose case napoletane — Marinella, per le cravatte, e Talarico, per gli ombrelli — ne hanno realizzato delle edizioni speciali a sua effigie. A riprova del fatto che la cultura popolare può ispirare anche la moda e la vita quotidiana.
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Nell’ultimo capitolo del Leviatano, Thomas Hobbes paragona le visioni predicate dagli ecclesiastici, fondate sull’illusione che il regno dei cieli possa esistere o avere almeno una copia conforme su questa terra, al regno delle fate della superstizione celtica, che credeva tali esseri realmente esistenti e agenti.
La critica del filosofo partiva da due presupposti principali e da un criterio, per così dire epistemologico. I due presupposti erano che nessuno aveva mai visto le fate: la loro esistenza e attività era dedotta da fatti talvolta esistenti ma costituenti indizi quanto mai deboli nella causalità, come la riduzione della crema nel latte, perché questo era il cibo degli esseri soprannaturali che lo rubavano. Ovvero da convinzioni non corroborate da fatti, come la bontà degli esseri umani, più spesso indotta quale conseguente all’osservanza della dottrina (e delle prediche) degli eletti, ossia dei predicatori. Altre ancora contraddette dalla “testimonianza della vista e di tutti gli altri sensi dell’uomo”, come la transustanziazione nella comunione, che Hobbes riteneva un misto di incantamento e menzogna, come quelli dei sacerdoti egiziani.
L’altro errore decisivo è che “la chiesa presentemente militante sulla terra è il regno di Dio – vale a dire il regno della gloria o la terra promessa, e non il regno della grazia, che non è se non una promessa della terra”, la cui conseguenza è “quello che debba esservi qualche uomo o qualche assemblea, per la cui bocca il nostro Salvatore – che ora è in cielo – parli e dia leggi, e che rappresenti la persona di lui davanti a tutti i cristiani”; e il cui risultato (e scopo) è di sottomettere il potere temporale dei re a quello del “viceregente” di Dio sulla terra (cioè il Papa).
Dopo aver esposto per molte pagine questi (e altri) errori, il filosofo di Malmesbury nell’ultimo capitolo (il XLVII) si domanda del vantaggio che derivi da tante immaginazioni, e a favore di chi, e, citando Cicerone, ritiene opportuno di chiedersi cui bono, ossia di cercare colui che avrebbe conseguito denaro, onore ed altro che ne derivasse. In primo luogo al Papa; ma anche ai presbiteriani che così esercitavano il potere sovrano su tutti e quindi sul popolo, giudicandolo1. A ciò Hobbes fa seguire un elenco di dottrine “le quali servono a mantenere il possesso di questa sovranità spirituale, quando si è acquistata. Così la prima è che il papa, nella sua capacità pubblica, non può errare. Infatti quale persona, credendo vero questo, non obbedirà lui in qualunque cosa lo comanderà”. Carattere e scopo comune di tutto ciò è “nel far stabilire un potere illegittimo sopra i sovrani legittimi del popolo cristiano, o di sostenerlo, quando esso è stabilito; oppure nel dare ricchezze, onori ed autorità terrene a quelli, che lo sostengono”.
Hobbes ritiene che assai male avevano fatto “gl’imperatori e gli altri sovrani cristiani, sotto il governo dei quali questi errori e queste successive usurpazioni del loro ufficio, fatte dagli ecclesiastici, dapprima s’insinuarono, per disturbare i loro dominii e la tranquillità dei loro sudditi, benché essi le tollerassero, perché non potevano prevedere quello, che sarebbe avvenuto dopo, né potevano accorgersi dei disegno dei loro insegnanti”; una volta che tali opinioni erano diventate “senso comune” il danno era fatto e c’era da sperare solo in un intervento divino.
Ciò sintetizzato, c’è da chiedersi in cosa la propaganda della sinistra abbia in comune con il regno delle fate dell’analogia di Hobbes.
In primo luogo nel sostituire l’immaginario – anche se auspicabile e condiviso – anzi proprio perché auspicabile e condiviso al reale, cadendo così nell’errore stigmatizzato da Machiavelli nel XV capitolo del Principe. Per di più essendo buona parte di tali immaginazioni incredibili e mai osservate genera il dubbio – assai fondato – che non sono sogni di sciocco ma furberie di ipocrita (Mosca).
In secondo luogo perché all’ipocrita è connaturale presentarsi come sintesi di tutti i desideri e aspettative dei credenti (spesso creduloni), come Dorine descrive Tartuffe nel capolavoro di Moliére “come sa bene in foggia traditrice confezionarsi un bel mantello con tutto ciò che è riverito”.
Inoltre perché Hobbes ha fondato l’obbligazione politica e la sovranità sulla “mutualità” delle prestazioni: il sovrano da la protezione e il suddito l’obbedienza. Ma lo scambio è tra protezione, concreta e reale e obbedienza, altrettanto concreta e reale. Il sovrano protegge vita e beni del suddito il quale rende in tasse e (talvolta) vita. Pertanto se il sovrano non è in grado di assicurare la protezione, il suddito è liberato dal dovere d’obbedienza. Ma se la protezione del sovrano non è effettiva, ma è rinviata all’al di là, lo squilibrio consistente nel pretendere obbedienza concreta in cambio di una credenza è evidente2.
In terzo luogo, Hobbes insiste nel Leviathan che il potere (meglio la funzione) degli ecclesiastici è quello d’insegnare e non di comandare3. Criticando la concezione di S. Roberto Bellarmino, Hobbes sostiene che così si converte il compito di insegnare predicando in quello di comandare sanzionando”4.
Ad applicare poi il criterio del cui bono il motivo è quello della lotta per il potere. Economico e più ancora politico. Ma quel che è più interessante del paragone di Hobbes è la specie di immaginazione in cui inquadra tali credenze religiose.
Nel (citato) capitolo del Principe Machiavelli stigmatizza l’errore generico di prendere l’immaginazione come realtà.
Ma di immaginazioni esistono tante specie: quelle generate da deliri di potenza, per lo più fallite, ma talvolta riuscite. Nel secolo scorso il Reich millenario di Hitler. In altri casi, come nel marxismo, dall’immaginare su una base scientifica (che tale non era) una umanità senza scarsità e senza potere (dell’uomo sull’uomo). In altri ancora come conseguenza dell’intervento divino nella storia. Nel caso della sinistra italiana, a parte, forse, qualche influenza di Fukuyama, pare prevalente la fiducia nella (buona) predicazione, purtroppo destinata a convertirsi in cattivi risultati o comunque a non realizzarne di conformi alle intenzioni. Ma sicuramente utile ai predicatori per rivestirsi del mantello (e del comportamento) del bigotto.
Teodoro Klitsche de la Grange
1 “E infatti che cosa significa scomunicare il proprio legittimo re, se non respingerlo dea tutti i luoghi del pubblico servizio di Dio, nel suo proprio regno? E di resistere a lui con la forza, quando egli con la forza tenta di castigare? E che cosa significa scomunicare una persona, senza autorità del sovrano civile, se non togliergli la sua legittima libertà, cioè usurpare un potere legittimo sopra i proprii fratelli?” Leviatano, vol. II, Bari, p. 638.
2 Oltretutto non è detto che il Dio onnipotente si conformi al giudizio dei suoi predicatori, come già pensava Dante nel III canto del Purgatorio, dove il pentimento in articulo mortis di Manfredi è accettato dal Padreterno in forza della sua infinita bontà e malgrado le scomuniche del Papa.
3 “Il Papa manca di tre cose, che il nostro Salvatore non gli ha date: comandare, giudicare e punire, altrimenti che scacciando – con la scomunica – quelli, che non vogliono apprendere da lui”, Leviathan, parte III, cap. XLII; v. anche “In questo frattempo, considerando che non esistono sulla terra uomini, i corpi del quali siano spirituali, non può esistervi alcuno stato spirituale fra uomini, che sono ancora rivestiti di carne; a meno che non chiamiamo uno stato i predicatori, che hanno la missione d’insegnare, e di preparare gli uomini al loro ingresso nel regno di Cristo, alla resurrezione: i quali io ho già provato che non sono”.
4 “Ma dal semplice potere d’insegnare il Bellarmino inferisce anche un potere coercitivo nel papa, al di sopra dei re” la cui “difficoltà consiste in questo: che gli uomini, quando ricevono un comando nel nome di Dio, non sanno, in parecchi casi, se il comando viene da Dio, oppure colui, che comanda, non faccia abuso del nome di Dio”
Avevo scritto questo commento qualche giorno fa ma poi non l’ avevo inviato al buon Giuseppe per questo senso sempre più opprimente di ineluttabilità e di inutilità a scrivere sempre le stesse cose .
Poi però sono intervenuti due fatti “ovvi”
1) Qualche idiota a Roma eseguendo per certo agli “ordini” di un “governo “ di certo non molto più intelligente mi ha reso inaccessibile questo ottimo sito . Certo si può ovviare a simili “ piccinerie” con giochetti sulle VPN, ma il segnale è chiaro. Andremo in guerra che ci piaccia o no e sono sicuro che agli italiani piacerà , o se lo faranno piacere come quel fatidico 10 giugno 1940 , salvo poi appendere i “soliti idioti” da qualche parte unendo così vergogna alla propria stupidità.
2) Il massacro del dormitorio ha finalmente convinto i dirigenti russi a togliersi definitivamente i guanti , e di sicuro non se li rimetteranno più.
Certo “manovreranno” ancora ma la collisione ormai è inevitabile e al Kremlino lo sanno.
Quindi che senso ha ancora discettare de “l’ inevitabile “ ? Perché concentrarsi ancora sul “ rumore della cascata” ? Meglio concentrarsi su questa bella estate che potrebbe essere anche l’ ultima degna di questo nome , no ?
Saluto quindi qui l’ ottimo Giuseppe e tutti gli amici che mi hanno sopportato leggendomi .
sia perché”l’ Ucrainizzazione” della NATO-€uropa e il relativo subappalto della “pressione” sulla Russia da parte del “padrone americano” è una strategia che si vedeva almeno dal 2014 ,sia perché essa sta ora sempre più accelerando in questo ( apparente) stallo con le provocazioni antirusse sempre più stringenti parte di un piano sostanzialmente semplice e , a suo modo, anche “logico”.
Perché non solo per preservare ma anche estendere il proprio dominio globale i “master of universe” devono soggiogare gli ultimi “ stati canaglia”, cioè quelli che disobbediscono ai LORO “diktat” .
Inizialmente essi hanno cominciato da quelli “piccoli”, in base al “bastonarne uno per educarne cento” sperando , anche con simili “esempi” , di tirare al proprio servizio anche le elites di quelli più “grossi”.
Ma alcune di questi più “grossi” ( Russia , Cina ) non solo hanno dato chiari sintomi di non volersi sottomettere , ma addirittura hanno preso a far crescere i propri Stati a velocità superiore usando il (da LORO) odiato “capitalismo di stato “ e sfruttando le pieghe del LORO “mercato globale”.
E poiché non è stato LORO possibile usare il solito “vecchio trucco” di aizzare il confronto “strategico” e autodistruttivo tra questi due sistemi secondo il classico “gioco inglese”, è stato deciso, probabilmente dopo il famoso “ non serviam” di Putin a Monaco, di sottometterle “una alla volta” cominciando dalla Russia , da LORO considerata il bersaglio più fragile , meno costoso e più succoso.
In pratica è stato deciso , laddove si era dimostrato impossibile con Putin di continuare a farlo da “l’interno”, di reimpadronirsi della Russia effettuandovi , come nel 1917, una pressione ” convenzionale” fino a spezzarla, ma evitando il “backfire” del 1917 tale che alla fine la Russia cascasse in mano ad una fazione incontrollabile che sotto pressione potesse andare addirittura “nucleare” .
Ma se questo ultimo “accidente” poi avvenisse , per chi ha comandato questo “piano” è fondamentale che “ l’accidente”rimanga comunque configurato alla sola Europa, lasciando quindi in secondo piano la “testa del serpente” che ha dato origine al tutto e che NON sta sul nostro Continente.
Perché anche così l’ esito del piano resterebbe “vantaggioso” per chi lo ha concepito, sebbene definitivamente mortifero per gli europei tutti .
Ma d’altronde “ fuck the EU” come disse “quella” no ?
Sulle ragioni per cui a questi “”bankesters ” che dominano il mondo da almeno 200 anni sia necessaria una simile WW3, confinata quanto meno (come sempre) al continente euroasiatico, ho già scritto ad libidum e adesso non ci resta che aspettare che gli “avvenimenti” convincano anche quei “benpensanti” che , non dubito, ancora si fisseranno sulla “cattiva Germania”.
La quale, in effetti, più che cattiva è soprattutto innatamente stupida e quindi ottima per la parte del vilain , cioè del solito “volenteroso idiota” (esattamente come le altre due volte).
Perché ormai è chiaro che anche stavolta la Germania non rinuncerà ad essere protagonista di un altra WW , no ?
Ora giunti a questo punto le domande dovrebbero essere due :
1) perché le euroelites hanno aderito all’unisono a questo piano autodistruttivo ?
2) Cosa dovrebbe fare la Russia per uscire da questa trappola?
La risposta alla prima domanda è facile :le €uroelites sono state accuratamente selezionate allo scopo. Esse sono soltanto una massa di “zelenski” : ignoranti , avide, ricattabili e prive di ogni minima risorsa intellettuale ed empatica che possa portarle ad un qualche pensiero indipendente dal “programma” che gli è stato innestato in testa fin da quando sono emerse dalle LORO “scuole” per “giovani leader”.
Anzi , più questo “programma” si mostra distruttivo ANCHE per i loro personali interessi e più essi ci si aggrapperanno, mentendo anche a se stesse, vedendo nel successo di questo progetto l’ unica personale ancora di salvezza.
Quindi nessuno si faccia illusioni! NESSUNO in €uropa raccoglierà VERAMENTE i segnali di pericolo e NESSUNO invertirà la “rotta” di questo nostro TRANS-Atlantico.
Questo ‘ €uroTitanic su cui noi siamo tutti imbarcati andrà a sbattere contro la nave russa e in prima classe ci saranno fino in fondo “balli e canti” nella suprema convinzione che a” spezzarsi” sarà solo il “rompighiaccio” russo perché per questi pessimi capitani non è concepibile cambiare rotta .
E questo soprattutto perché in tutti loro c’è il maligno retropensiero che loro COMUNQUE non periranno con la loro nave, perché hanno già tutti la loro personale “barca di salvataggio” con la quale al peggio potranno raggiungere la terra “americana” dove ( credono loro ) hanno già residenze pronte e piene di dollari.
E veniamo alla seconda domanda.
Può il rompighiaccio russo sfuggire alla collisione con l’ €uroTitanic che gli punta sistematicamente addosso ? No, può solo sperare che ritardando la collisione ci sia tempo per un qualche “miracolo”.
Ma questa è una strategia pericolosa perché ad ogni virata russa, nella cabina di comando de l’ €uroTitanic si rafforza la convinzione che il rompighiaccio viri per conclamata debolezza e che quindi “l’ urto” venga ancora più perseguito da un ‘€uroTitanic con le “macchine” ancor più “avanti tutta”.
Si, ma come fare a mostrarsi “ letali” senza dare comunque un “urto d’ assaggio” ? Ma se poi si da a questa “nave dei folli” solo un “urto leggero” che eviti un “affondamento” come si può essere sicuri che anch’esso non sarà travisato ancora come una manifestazione di “debolezza.
D’altronde non è molto più grande la stazza del TRANS-Atlantico, o no ?
Così il margine di irriparabilità si assottiglia sempre più e per il Rompighiaccio russo non ci sono alternative : “virare finché si può” , dando sempre maggior segnali della propria letalità nella speranza , sempre più fievole, che nella plancia de l’ €uroTitanic ci sia qualcuno con un po’ di cervello, ma ..
Ma quando alla fine di questo “ gioco del pollo” il capitano russo giudicherà “l’ urto non più evitabile , esso non avrà altra alternativa che mettersi di prora spingendo “ avanti tutta” mirando alla fiancata de l’ €uroTitanic.
E allora vedremo se davvero sul TRANS-Atlantico ci sarà abbastanza tempo per mettere in mare le “scialuppe” della Prima Classe !
Essendo io “passeggero di terza classe” ogni volta che vedo virare il “rompighiaccio” sono contento di questo” tempo a prestito” , sebbene veda benissimo che l’ urto sia ormai sempre più inevitabile e non per colpa del “rompighiaccio”.
Nonostante una crescita inferiore all’1% e un tessuto imprenditoriale costituito per il 95% da microimprese, l’Italia ha appena superato il Giappone, posizionandosi al quarto posto nella classifica mondiale degli esportatori con 643 miliardi di euro nel 2025.
La bassa produttività italiana è un fenomeno statistico: nelle grandi imprese, il valore aggiunto per dipendente raggiunge i 118.000 euro, ovvero più che in Germania, grazie al dominio di oltre 200 nicchie ad alto valore aggiunto.
La diversificazione industriale — meccanica, farmaceutica, moda, agroalimentare, difesa — protegge l’Italia dagli shock settoriali e le consente di registrare una crescita del +7,2% sul mercato statunitense, mentre la Germania subisce un calo del 7,8%.
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Mentre la Francia ha registrato una crescita media dell’1,5-2% negli ultimi anni, l’Italia ristagna al di sotto dell’1%. Eppure, Roma ha appena superato il Giappone e si è posizionata al quarto posto nella classifica mondiale degli esportatori. Com’è possibile?
Posizione nella classifica mondiale: L’Italia è ora il quarto esportatore mondiale, davanti al Giappone. Risultati: Un surplus commerciale complessivo di 482 miliardi di euro dal 2010. Produttività d’élite: Nelle grandi imprese, il valore aggiunto per dipendente (118.000 €) supera quello della Germania (112.000 €). Resilienza: Una crescita del +7,2% verso gli Stati Uniti nel 2025, contro il -7,8% della Germania.
Cominciamo con una constatazione: l’Italia possiede il tessuto imprenditoriale più frammentato d’Europa, costituito principalmente da microimprese.
Alla fine del 2025, circa 5,85 milioni di imprese registrate. Di queste, 5,7 milioni, pari al 95%, sono microimprese (0-9 dipendenti); seguono 200.000 piccole imprese (10-49 dipendenti), 25.000 medie imprese (50-249 dipendenti) e 4.300 grandi imprese (oltre 250 dipendenti). Queste imprese sono concentrate principalmente in Lombardia, Lazio, Campania e Veneto. Queste quattro regioni rappresentano oltre il 40% del totale nazionale.
L’82% delle microimprese opera nel settore dei servizi – commercio, ristorazione, libere professioni – con una produttività ridotta a soli 20-30 mila euro per dipendente. Si tratta di settori tradizionali caratterizzati da margini di profitto ridotti.
Assorbono il 47,7% dei posti di lavoro, ma generano solo il 33,8% del valore aggiunto
Questa disparità si riflette direttamente sui salari medi più bassi in Italia: la limitata produttività delle microimprese genera un minor valore aggiunto per addetto, lasciando margini ridotti per retribuzioni più elevate. Al contrario, nelle medie e grandi imprese – dove la produttività è elevata – i salari sono in linea con la media europea o superiori ad essa.
Le piccole imprese investono meno in ricerca e sviluppo, limitando così la loro capacità di innovazione; molte non sfruttano le tecnologie moderne e dispongono di competenze manageriali inadeguate che incidono sulla loro competitività e crescita. Sebbene il Paese registri una ripresa della natalità imprenditoriale (saldo netto positivo, con +56.599 imprese nel 2025), non si osserva un vero e proprio cambiamento di scala (scaling). Il settore dei servizi è particolarmente colpito, con un ritardo di produttività del -20% rispetto alla media dell’UE.
Nel settore manifatturiero, le 300.000 microimprese (spesso con meno di 10 dipendenti) incidono negativamente sulla produttività media nazionale, con un valore aggiunto per occupato pari a 30-40 mila euro (-30/33% rispetto alla Germania). Le microimprese producono per conto terzi ma non esportano direttamente. Sono essenziali nella catena del valore (distretti industriali, subfornitura), ma contribuiscono poco alle esportazioni dirette, dominate dalle grandi imprese. Il problema è quindi strutturale, non di efficienza.
Il limite strutturale non ostacola la competitività
Escludendo le microimprese, il valore aggiunto per dipendente registra un forte aumento: raggiunge i 72.000 € nelle piccole imprese (10-49 dipendenti), i 93.000 € nelle medie (50-249 dipendenti) e i 118.000 € nelle grandi imprese (oltre 250 dipendenti), come nei settori di punta della meccanica o chimico-farmaceutico. Il valore aggiunto per dipendente passa così da 20–40.000 € nelle microimprese a 118.000 € nelle grandi imprese, un livello superiore a quello della Germania.
Sul fronte del commercio internazionale, l’Italia conferma la propria forza nelle esportazioni nel 2025 superando la soglia dei 643 miliardi di euro (+3,6% rispetto al 2024). Superando il Giappone nel periodo 2024-2025, si colloca al quarto posto nella classifica mondiale degli esportatori, secondo l’OCSE e l’OMC. Questa dinamica testimonia un’eccezionale resilienza rispetto ai suoi concorrenti: mentre la Germania registra un calo del 7,8% sul mercato americano, l’Italia vi registra una crescita del 7,2%. Questa performance culmina con un surplus record di 50,7 miliardi di euro che, al netto dell’energia, ammonta a 97,6 miliardi di euro, segnando così il suo miglior risultato degli ultimi trent’anni. Dal 2010, questa dinamica ha permesso di accumulare un surplus commerciale strutturale di quasi 482 miliardi di euro.
Il successo industriale italiano non si basa sulla produzione di massa, ma sulla padronanza di oltre 200 nicchie ad alto valore aggiunto
La meccanica di precisione, l’aerospaziale e l’automazione industriale costituiscono il cuore tecnologico del Paese, mentre il settore chimico-farmaceutico e l’industria della difesa rimangono all’avanguardia nell’innovazione. Questa specializzazione si ritrova anche nel settore nautico, nell’ottica, nella ceramica, nonché nei pilastri tradizionali quali la moda, il design e l’agroalimentare. Insieme, questi settori conferiscono all’Italia una posizione di primo piano nell’economia circolare europea e trasformano la sua diversificazione industriale in un vantaggio strategico a livello internazionale.
Diversificazione fondamentale
La diversificazione svolge un ruolo fondamentale nella competitività. A differenza della Germania (che dipende dal settore automobilistico), l’Italia presenta un andamento delle esportazioni più equilibrato: metallurgia e meccanica 45%, chimica 12%, farmaceutica 8%, moda 12%, agroalimentare 10%, ceramica 3%, meccanica di precisione 4%, ottica/nautica 3%, altro 3%, più resiliente agli shock settoriali.
La bassa produttività italiana è un fenomeno statistico spesso interpretato in modo errato dagli analisti, che si limitano a considerare i dati aggregati senza approfondire il «come» e il «perché»
Il 95% delle microimprese (soprattutto nel settore dei servizi) fa scendere la media nazionale, ma sono le circa 84.000 imprese che esportano regolarmente a trainare le esportazioni e a generare il consistente surplus commerciale del Paese.
Il Paese promuove attivamente i raggruppamenti (reti di imprese, consorzi) e le fusioni e acquisizioni (M&A) per favorire la crescita dimensionale delle PMI verso le medie-grandi imprese (50-250 dipendenti). Si tratta di un cambiamento di paradigma culturale (meno imprenditoria familiare, più professionalizzazione manageriale) che richiederà dai 10 ai 20 anni, ma nulla garantisce una migliore performance produttiva. Per competere e superare le sfide globali, occorre essere leader mondiali nelle nicchie ad alto valore aggiunto ed esportarle, non nella produzione di massa a basso costo.
Tuttavia, il modello economico delle microimprese è profondamente radicato nella cultura italiana, basato sull’imprenditoria individuale su piccola scala e integrato nelle tradizioni familiari e territoriali (distretti industriali). Questo rappresenta l’elemento distintivo della struttura economica del Paese, invidiato da molti paesi avanzati.
L’industria meccanica rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’economia italiana. Essendo un paese prevalentemente manifatturiero ed esportatore, l’Italia fonda la propria competitività internazionale su questo settore dinamico, che contribuisce in modo determinante al suo surplus commerciale.
In tutti i paesi industrializzati, l’industria meccanica riveste un ruolo particolarmente importante sia dal punto di vista quantitativo – in termini di occupazione, valore aggiunto e commercio internazionale – sia per la sua funzione strategica. Essa contribuisce in modo decisivo alla crescita di un paese e al mantenimento dei livelli di competitività dell’intero settore industriale, il cui sviluppo dipende in larga misura dalla capacità del settore ingegneristico di crescere e rinnovarsi perseguendo costantemente la propria politica di innovazione. In Italia, l’industria meccanica è stata alla base della crescita del sistema industriale e oggi riveste un ruolo centrale. Povera di risorse naturali, la sua economia deriva dalla trasformazione e il livello di benessere è strettamente legato alla sua capacità di essere competitiva e di esportare.
Specializzata nella produzione di automobili, elettrodomestici, strumenti di precisione, apparecchiature per la ricerca scientifica, apparecchiature per le telecomunicazioni e armi, sia civili che militari, l’industria meccanica è una presenza onnipresente che contribuisce in modo decisivo alla crescita del Paese e al mantenimento dei livelli di competitività dell’intero settore industriale. La capacità e il dinamismo del settore hanno permesso all’Italia di diventare il quinto mercato mondiale della meccanica, dopo Cina, Stati Uniti, Germania e Giappone. Con una presenza consolidata su tutto il territorio, l’industria meccanica è attiva principalmente nel centro-nord del Paese, con una forte concentrazione produttiva e una quota relativa in percentuale delle esportazioni in Lombardia (29,3%), in Emilia-Romagna (22,8%), in Veneto (15,5%), in Piemonte (11,5%), in Toscana (6,6%), in Friuli-Venezia Giulia (3,3%), nelle Marche (2,8%) e nel Trentino-Alto Adige (2%).
Un settore fortemente diversificato e strategico
Per comprendere meglio il ruolo centrale dell’industria meccanica nell’economia italiana, è necessario analizzarne l’impatto sull’intero settore industriale. Il 100% dei beni strumentali appartiene al settore meccanico. L’82% della produzione ad alta tecnologia è di natura meccanica. L’80% della produzione meccanica è ad alta tecnologia.
Il settore è costituito da 105.000 imprese che danno lavoro a 1.659.220 persone, il che lo rende il secondo settore industriale in Europa dopo la Germania. Produce una ricchezza (misurata in termini di valore aggiunto) pari a 120 miliardi di euro. Il suo fatturato ammonta a 500 miliardi di euro, di cui 250 miliardi generati dalle esportazioni. Il suo surplus commerciale è di 50 miliardi e contribuisce al riequilibrio complessivo della bilancia commerciale italiana, strutturalmente in deficit nei settori dell’energia e dell’agroalimentare.
Mentre la maggior parte dei paesi del mondo è sconvolta dalle tensioni geopolitiche e dalle turbolenze economiche, l’Italia è riuscita a uscire dalla stagnazione dopo sedici anni di crescita modesta e profonde recessioni, in particolare durante la crisi del debito sovrano e la pandemia di COVID-19.
In un contesto caratterizzato da rischi geopolitici, tensioni internazionali e turbolenze economiche e finanziarie a livello mondiale, l’Italia è riuscita a uscire dalla stagnazione dopo sedici anni di crescita modesta e profonde recessioni, in particolare durante la crisi del debito sovrano e la pandemia di COVID-19.
Un altro dato altrettanto significativo riguarda il commercio estero, dal quale l’economia dipende fortemente. Le esportazioni non solo rappresentano il 40% del PIL, ma costituiscono anche un elemento fondamentale per la riduzione del deficit e del debito pubblico.
Nei primi sette mesi dell’anno, l’Italia ha incrementato le proprie esportazioni, superando per la prima volta il Giappone e diventando il quarto esportatore mondiale, dietro a Cina, Stati Uniti e Germania. Si tratta di un risultato storico se si considera che la popolazione attiva in Italia è di 23,7 milioni contro i 69,3 milioni del Giappone. I dati dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) confermano quindi la crescita costante delle esportazioni italiane dal 2016, passate da 480 a 626 miliardi di euro nel 2023. Secondo le previsioni del governo, le esportazioni dovrebbero raggiungere i 680 miliardi nel 2025 e superare i 700 miliardi nel 2026.
Quali sono, dunque, i vantaggi competitivi di cui dispone l’Italia per continuare a espandersi sui mercati internazionali e mantenere la propria leadership mondiale in alcuni settori?
Aziende esportatrici: Secondo l’ISTAT, nel 2022 l’Italia contava circa 35.000 aziende esportatrici con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 500. Dato importante: le imprese dei settori del lusso, della moda, della meccanica di precisione, farmaceutico e agroalimentare esportano fino al 70% della loro produzione.
Nuovi mercati : L’Europa e gli Stati Uniti rappresentano i principali mercati di destinazione delle esportazioni italiane. Tuttavia, le imprese sono riuscite a sviluppare nuovi mercati emergenti, come Messico, Brasile, Colombia, Turchia, Serbia, Egitto, Marocco, Sudafrica, India, Cina, Vietnam e Singapore. Questi paesi rappresentano attualmente 80 miliardi di euro di esportazioni italiane e potrebbero raggiungere i 95 miliardi entro il 2027, grazie ai loro ingenti investimenti in settori chiave in cui l’Italia eccelle, come la meccanica, l’energia e le infrastrutture.
Strategia di nicchia: La strategia di nicchia costituisce un elemento fondamentale del commercio estero italiano. È proprio grazie alle numerose nicchie in cui il Paese è leader mondiale che la bilancia commerciale registra un surplus di 100 miliardi di dollari, esclusi i minerali energetici.
Flessibilità: Le aziende francesi sono rinomate per la loro flessibilità. Questo punto di forza consente loro di personalizzare i prodotti in base alle richieste specifiche dei clienti, di rispondere rapidamente ai cambiamenti della domanda e di adattarsi alle nuove esigenze del mercato.
Le esportazioni, pur rappresentando una componente fondamentale del PIL e offrendo opportunità di sviluppo, in particolare in settori altamente specializzati, non bastano da sole a risolvere alcuni dei problemi sistemici che affliggono il Paese. L’Italia deve assolutamente adottare misure strategiche mirate per consentire la crescita della propria economia. E per farlo deve proporre soluzioni concrete in materia di:
Dipendenza energetica : L’Italia è il paese europeo con il più alto grado di dipendenza energetica, pari al 73,5%. Il costo dell’energia incide sulla competitività delle imprese italiane. L’Italia paga il 10,1% in più rispetto alla Francia, il 13,4% in più rispetto alla Germania e il 44,4% in più rispetto alla Spagna. Promuovere lo sviluppo delle energie rinnovabili per migliorare la sicurezza energetica e ridurre i costi è doppiamente importante.
Pressione fiscale : Ridurre le imposte sulle imprese e sul lavoro per abbassare i costi di gestione e incentivare l’assunzione di personale.
Ricerca e sviluppo : Promuovere politiche di incentivazione della ricerca e dello sviluppo (R&S), con finanziamenti mirati e agevolazioni fiscali per le imprese che investono nell’innovazione.
Carenza di competenze : La carenza di competenze colpisce i settori tecnologici, ma anche l’industria. Le implicazioni negative sono numerose per l’economia e per l’occupazione, rendendo difficile per le imprese trovare lavoratori in possesso delle competenze necessarie e limitando così il loro sviluppo. È quindi essenziale un intervento coordinato tra imprese, istituzioni e sistema educativo per colmare il vuoto e preparare il Paese alle sfide del futuro.
Dimensioni delle imprese : L’aumento delle dimensioni delle PMI è fondamentale per migliorare la competitività e la resilienza economica. Le PMI italiane sono spesso caratterizzate da dimensioni troppo ridotte, che non consentono loro di investire nelle nuove tecnologie, di accedere a finanziamenti a condizioni vantaggiose e di essere competitive sui mercati internazionali.
Transizione digitale: La digitalizzazione della pubblica amministrazione e la riduzione della burocrazia sono fondamentali per attrarre investimenti stranieri, ma anche per migliorare la produttività. Formare i funzionari pubblici affinché acquisiscano competenze digitali è essenziale per accompagnare questa transizione.