GIUSTIZIA TRIBUTARIA E (CONTRO)RIFORMA, di Teodoro Klitsche de la Grange

GIUSTIZIA TRIBUTARIA E (CONTRO)RIFORMA

Da quanto riporta la stampa mainstream (giuliva come al solito) la riforma della giustizia tributaria sarebbe ai nastri di partenza e dovrebbe principalmente:

– ridurre il contenzioso e la durata del processi

– garantire i diritti del contribuente

Tra i mezzi indicati agli scopi suddetti (oltre a quelli già esistenti nell’ordinamento, onde non si capisce cosa ci sia d’innovativo), ci sarebbero il Giudice monocratico per le liti “bagatellari”, cioè inferiori a € 3.000,00, la riduzione delle possibilità di appello, l’ammissione – almeno in parte – delle prove testimoniali.

Mentre per quest’ultima proposta non si può che concordare, quanto al Giudice monocratico e soprattutto alla riduzione del controllo (di merito) attraverso l’eliminazione – per le “piccole liti” – dell’appello, c’è da obiettare.

È vero che il giudice monocratico è più spiccio e più economico, perché fa da solo quello che fanno in tre; e che già per molti tipi di controversie il giudice è monocratico, senza apprezzabili differenze. Resta il fatto che prescrivere come limite della competenza il valore ha il sapore di una minore attenzione ai contribuenti con liti modeste, i quali sono, presumibilmente, i meno abbienti. Ma che, soprattutto sono, per il numero, quelli che sopportano oneri complessivamente – in linea sempre presuntiva – maggiori. Sembra un accorgimento – indirizzato a garantire il gettito delle imposte più che diritti dei contribuenti. Anche se, comunque, nel sistema italiano c’è di molto peggio.

Dove tale tendenza è manifesta e prevalente è nella riduzione della possibilità d’appello. Qui il contrasto tra i fini di garantire il gettito o i diritti del contribuente è ben più vistoso che per il giudice monocratico. Il doppio grado di giudizio è la garanzia di un doppio esame completo della controversia. Altri mezzi d’impugnazione, come quelli più praticati, cassazione e revocazione, non comportano alcun riesame completo della lite, ma solo – per essere attivati – che la sentenza impugnata sia affetta da tassative tipologie di errori/violazioni (art. 360 e 395 c.,p.c.). Oltretutto una riforma di una decina di anni fa ha ridotto la possibilità di controllo della Cassazione sulla motivazione della sentenza; mentre la revocazione ha l’inconveniente che a giudicare sono giudici dello stesso ufficio di quelli che hanno deciso la sentenza gravata. Manca a tali mezzi l’ampiezza di esame garantita dall’appello.

In conclusione, e salvo ritornare sul tema, l’impressione indotta dalle principali innovazioni che si vorrebbero apportare all’esistente è quella cui ci hanno abituato tutte le “riforme” degli ultimi decenni sul rapporto tra cittadini e P.A.: che si voglia cambiare qualcosa, si, ma riducendo diritti e garanzie delle parti private, addossandone poi la responsabilità – in gran parte – alle istituzioni europee. Tipico espediente di classi dirigenti in decadenza: si tira il sasso, ma si nasconde la mano. Stavolta sarebbe il PNRR a imporre tali innovazioni.

Ma non è così: a leggere le sentenze della Corte europea sulla giustizia italiana, la Carta di Nizza, le stesse reprimende ripetute da politici e commentatori esteri (ad esempio sulla responsabilità dei giudici) l’alternativa tra gettito e garanzie non ha il carattere decisivo, attribuitogli dai centri di potere nazionali.

Piuttosto è confermata la tendenza interna che le riforme della giustizia sono orientate più in funzione del portafoglio pubblico che delle garanzie private. Sono innovazioni ispirate ad una visione ragionieristica più che giuridica. Decidere meno controversie, con costi minori e gettito fiscale maggiore è l’obiettivo reale e perseguito; come se la decisione delle vertenze ne cives ad arma ruant, con prontezza e senso della giustizia, fosse un optional, uno scopo minore rispetto al primo. Il senso dello Stato è costruito sulla partita doppia e non in vista della pace (sociale e politica).  L’intendenza non segue più, come diceva De Gaulle, ma conduce le danze. Illusione, alle lunghe, quanto mai pericolosa.

Teodoro Klitsche de la Grange

Il PD: un partito alieno, di Vincenzo Costa

Il PD: un partito alieno
Letta, dopo le prese di posizione di De Benedetti e il discorso moderato di Macron, ha cercato di aggiustare il tiro, e di modificare almeno l’immagine di partito con l’elmetto. Operazione difficile dopo la raffica di dichiarazioni esaltate da parte sua e di tanti altri esponenti di spicco del PD.
Ma il problema è più profondo. Queste giravolte, gli sbalzi umorali, anche certe farneticazioni mostrano almeno due problemi che non possono essere emendati facilmente:
1) il PD ha un deficit di cultura politica. Si nutre di una cultura che – attraverso trent’anni di dominio di case editrici, giornali, potere accademico – ha cercato di imporsi, e che oramai è evidente essere di una povertà analitica senza fine, poiché produce solo sciocchezze come “c’è un aggressore e un aggredito”, “la Russia mira a ricostituire l’impero zarista”, “Putin è matto o è animato da risentimento”. Un modo di interpretare la realtà che ormai conviene lasciarsi alle spalle con un sorriso, tanta è la pochezza intellettuale di questo approcci. In un bar di provincia si trovano analisi più serie e meno puerili.
Difficile che il PD possa scrollarsi di dosso questa cultura, anche se volesse.
2) l’intera dirigenza del PD, come mostrano i dati della foto sotto, è totalmente scollata dal paese reale, non ne intercetta ne’ gli umori ne’ i bisogni ne’ gli interessi. Come se l’intero PD fosse dentro un disturbo ossessivo o paranoico, non saprei, ma dato che hanno come terapeuta di riferimento Recalcati non vedo possibilità di guarigione.
Il risultato è che il PD è ormai un corpo estraneo non solo a sinistra (ed esiste una sinistra politica ampia, anche se priva di rappresentanza), ma all’interno del paese, una sorta di filiale di interessi estranei e spesso stranieri.
Per avere un senso dovrebbe azzerare cultura politica e classe dirigente. Dato il fallimento evidente e la totale perdita di egemonia nonostante l’impiego massiccio di una stampa simpatetica questo mutamento sarebbe naturale, accadrebbe in paesi come il Regno Unito.
Ma l’Italia è il paese di elites inamovibili che, per dirla con Pareto, si passano il cartellino di padre in figlio, e basta guardare la classe dirigente del PD per vedere verificata questa teoria. Un partito senza mobilità politica, in cui la classe dirigente ricicla se stessa, è destinato a perdere il senso del reale. E diventa politicamente inutile.
Il PD va allora da una parte, il paese da un’altra. Amen
NB_Tratto da Facebook

L’apoteosi di Draghi in sintesi_a cura di Elio Paoloni

Travaglio magistrale. Sta dando il meglio di sé anche come scrittura giornalistica. Editoriale da incorniciare

L’ASSE NIENTE-NULLA
(di Marco Travaglio, “Il Fatto Quotidiano”)
Abituata a un presidente che stringe la mano a nessuno, la stampa americana non s’è accorta della visita di Draghi a Biden, spacciata da quella italiana come un evento storico. Repubblica: “Il patto della Casa Bianca”, “L’Italia ponte sull’Oceano” (non si sa quale, visto che ci affacciamo più modestamente sul Mediterraneo). Stampa: “Draghi-Biden: patto per Kiev. Il vertice rafforza l’asse transatlantico”. Sole 24 Ore: “Asse di ferro. Biden e Draghi: uniti sull’Ucraina”. Foglio: “Successo dell’incontro”, “Formidabile allineamento”. Dei contenuti si sa poco: ne ha parlato solo Draghi nella solita conferenza stampa senza domande, tipo Lavrov, mentre Biden gli ha negato quella congiunta (concessa a Scholz e persino al premier greco). Ma Palazzo Chigi ha diffuso le migliori perle dei due Grandi nella sala ovale. Tenetevi forte.
Draghi: “Molti in Europa si chiedono anche: come possiamo mettere fine a queste atrocità? Come possiamo arrivare a un cessate il fuoco? Come possiamo promuovere dei negoziati credibili per costruire una pace duratura? Al momento è difficile avere risposte, ma dobbiamo interrogarci seriamente su queste domande”. Biden: silenzio (forse non si interroga seriamente, forse dorme, forse parla con l’altro amico invisibile, forse è in coma). Draghi: “La pace sarà quello che vorranno gli ucraini, non quello che vorranno altri” (tipo i russi: dunque la pace la fa Zelensky da solo). Biden (tornato vigile per un istante): “Sono d’accordo!”. Seguono altri brevi cenni sull’universo. Draghi: “La Libia può essere un enorme fornitore di gas e petrolio, non solo per l’Italia, ma per tutta Europa”. Biden (testuale): “Tu cosa faresti?”. Draghi: “Dobbiamo lavorare insieme per stabilizzare il Paese”. Perbacco. Draghi: “Dobbiamo chiedere alla Russia di sbloccare il grano bloccato nei porti ucraini”. Biden: “Ci sono milioni di tonnellate. Rischiamo una crisi alimentare in Africa”. Ma non mi dire. Da questi pensierini da scuola elementare, il nulla mischiato col niente, le gazzette arguiscono che Draghi ha messo alle strette Biden cantandogliele chiare. Corriere: “Draghi: ‘L’Ue vuole la pace’” (come le girl di Miss Italia). Giornale: “Draghi avverte Biden: ‘L’Ue chiede pace’”. Stampa: “Il premier preme per il negoziato” (poi SuperMario confida a SuperJoe che “Putin pensava di dividerci”, quindi Putin ha invaso l’Ucraina per dividere Draghi da Biden). Libero: “Draghi chiede a Biden di fare la pace con Putin”. Messaggero: “Draghi in Usa, spinta per la pace”. Una spinta irresistibile: infatti partono altri miliardi di armi per Kiev e dal comunicato congiunto scompare la parola “negoziato”. Resta l’“asse” che, da Cartesio in poi, è sempre a 90 gradi.

Il giorno di Mario Draghi_con Antonio de Martini

Ieri, martedi 10 maggio, è stato il giorno di Mario Draghi al cospetto di Biden. E’ stato il suo giorno di gloria. Non sappiamo se è stato il suo momento fugace o il riconoscimento e la sanzione duratura di un ruolo internazionale riconosciuto. La postura assunta nell’incontro, così come la hanno presentata, è stata particolarmente significativa: un gran consigliere, nel pieno della sua dignità e del suo ruolo di dignitario, al cospetto di un principe sovrano, dal cospetto incerto e dallo sguardo perso nel vuoto. Il merito e gli argomenti affrontati nell’incontro corrispondono esattamente all’immagine offerta: hanno sottolineato la fedeltà assoluta e la linearità dei comportamenti del governo italiano rispetto agli indirizzi e alle pesanti scelte americane riguardanti il conflitto russo-ucraino. Grazie a questo, Mario Draghi si è concesso il lusso di richiamare Biden e la sua amministrazione alle conseguenze di queste scelte e di segnalare che è arrivato il momento di preservare i frutti di queste scelte: l’acquisita coesione della allenza atlantica in funzione antirussa e la consapevolezza della crescente ritrosia dei popoli europei a protrarre ulteriormente lo stato di belligeranza. Ha parlato volutamente di popoli ed opinione pubblica europea un po’ per ipocrisia diplomatica, soprattutto per evidenziare la difficoltà crescente dei ceti politici locali nel gestire e giustificare per troppo tempo un livello così esasperato di tensione. Una raccomandazione a non tirare ulteriormente la corda, almeno per il momento. Negli ultimi mesi, la figura di Mario Draghi è parsa appannarsi soprattutto come politico impegnato nelle beghe interne all’Italia, ma anche nello stesso agone della Unione Europea, non ultima la sua apparizione al parlamento europeo. Lo abbiamo più volte sottolineato su Italia e il mondo. Nel campo europeo sono risaltati molto di più la petulanza di Macron, il tira e molla dietro le quinte di Sholz e l’oltranzismo avventurista di polacchi e paesi baltici, almeno sino a quando Draghi ha potuto e saputo mettere a frutto la ormai tradizionale italica remissività ed accondiscendenza, guadagnandosi addirittura un possibile ruolo di mediatore o cerimoniere tra Stati Uniti, Ucraina e Russia. Il pallino e il dibattito più impegnativo sulla conduzione degli affari internazionali, nel versante occidentale, rimane comunque in mano ai centri decisori statunitensi. Quello che succede in Europa, rispettivamente la delicata pressione di Draghi, corroborata dalla parziale conversione di Letta e dalla petulanza di Macron, da una parte e l’iniziativa ucraina, presumibilmente ispirata da Nuland & C. dall’altra, di rallentamento dei flussi di gas, traggono alimento da e sono almeno in parte sponde esterne di posizioni presenti nell’amministrazione americana. Al netto del terrore che pervade lo staff presidenziale ad ogni apparizione pubblica di Biden, l’assenza di una conferenza stampa comune assume comunque un significato. Al beneficio che riuscirà a trarre Mario Draghi ne corrisponderà almeno uno parziale per il paese? Il dubbio volge pressoché verso la certezza di una stridente divaricazione, vista la pressoché totale inconsistenza di un ceto politico e di una classe dirigente, entrambi tanto petulanti quanto inconcludenti e dimessi, sia nella fazione assolutamente predominante dei consenzienti a prescindere che nella gran parte dei contestatori ed oppositori velleitari. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/v14czve-il-giorno-di-mario-draghi-con-antonio-de-martini.html

 

Stati Uniti, Europa, Ucraina! La selezione di un ceto politico_con Antonio de Martini

Man mano che si segue l’impulso e la necessità di serrare le fila, viene meno una selezione adeguata del ceto politico chiamato a condurre e seguire dinamiche complesse e situazioni intricate. Il mondo occidentale si trova nella condizione di disporre dell’apparato ancora più sofisticato e complesso con personale appena sufficiente a gestire le routine più banali, molto meno ad operare assennatamente i necessari strappi dei momenti di crisi aperta ed eccezionali.E’ il momento dei condizionamenti tragicamente pesanti che fanno scivolare per inerzia le situazioni verso tragici epiloghi. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/v13vs6b-usa-europa-ucraina-e-il-suo-ceto-politico-con-antonio-de-martini.html

 

CHI ANDRA’ALLA FIERA DELL’EST ? BOICOTTANO LA RUSSIA SOLO IN UNA TRENTINA E NON TUTTI SINCERI…, di Antonio de Martini

CHI ANDRA’ALLA FIERA DELL’EST ? BOICOTTANO LA RUSSIA SOLO IN UNA TRENTINA E NON TUTTI SINCERI…

Questo é il tabellone del voto dell’ONU che illustra con un + i paesi che hanno votato a favore della censura alla Russia; con un X gli astenuti e con il colore rosso i contrari. Il quadratino nero – se preferite, vuoto, contraddistingue i paesi che hanno marinato la votazione e mancano i paesi sospesi dal diritto di voto come il Venezuela.

Sembra tutto molto facile da capire, ma esistono una serie di paesi che dopo aver riconosciuto e deplorato l’aggressione russa, si sono defilati e si premurano a dichiarare che non adotteranno altre sanzioni che quelle morali già comminate.

Qualche altro, come la Serbia, ha dichiarato per bocca del suo presidente di aver votato sotto minaccia di sanzioni troppo letali per il suo paese. Altri – come L’India, il Pakistan e la Bosnia Erzegovina – sono oggetto di battaglia di influenze perché adottino una posizione o l’altra.

Chi ha riassunto in maniera analitica lo stato delle sanzioni , diviso tra sanzioni militari ed economiche e articolato anche per società che hanno deciso il ritiro dagli affari coi russi, é l’agenzia Reuter che non ha bisogno di presentazioni:

https://graphics.reuters.com/UKRAINE-CRISIS/SANCTIONS/byvrjenzmve/

In buona sostanza, si tratta di una trentina di paesi che l’Agenzia ha trifolato a diverse creando un data base interattivo molto bello, ma serve sopratutto a chi voglia sostituirsi ai boicottato per decidere dove rivolgersi per sostituirli.

I paesi che per ora hanno apertamente rifiutato di comminare sanzioni alla Russia sono: Cina, Messico, Georgia, Egitto, Serbia, Moldova, Kazakistan, UAE, Arabia Saudita,Sud Africa, Nicaragua, Bolivia, El Salvador e Argentina.

Gli altri , non compresi tra la trentina di ossequianti e gli apertamente ribelli, hanno deciso di tacere e far finta che nulla sia avvenuto.

Un uomo d’affari che ho incontrato, mi ha fatto questa considerazione: “Gran parte del gas che giunge in occidente, arriva tramite pipeline che transitano attraverso il territorio ucraino.

Zelenski potrebbe chiudere i rubinetti , ma preferisce lasciarli in funzione perché incassa fior di quattrini.

Comodo far la guerra a spese degli altri.” E poi mi ha girato la mappa delle basi USA che vengono rifornite di gas e petrolio proveniente dalla Russia. Ve la giro

Nella foto a fianco: Una mappatura delle basi NATO e USA in Europa alimentate in carburanti grazie alla rete proveniente dalla Russia. A questo punto dovremmo dire ” vai avanti tu che io ti seguo.”

https://corrieredellacollera.com/2022/05/01/chi-andraalla-fiera-dellest-boicottano-la-russia-solo-in-una-trentina-e-non-tutti-sinceri/

GLI U.S.A. DELUSI DAL SOFT POWER USANO LA STRATEGIA DELL’INSICUREZZA E MIRANO AI SOLDI_di Antonio de Martini

VEDIAMO ALL’OPERA LA CREAZIONE DEL BISOGNO DI UNO SCERIFFO. MA IL METODO NON PIACE A NESSUNO, NEMMENO AGLI AIUTANTI.

Questo articolo é del 28 maggio 2013 in questo blog ( cfr col “cerca”). L’ho ripreso, cambiando solo il titolo senza aggiornamenti completando la comprensione della situazione attuale ma evitando di abbellire col senno di poi.

E’ appena il caso di notare che negli ultimi dieci anni abbiamo visto svolgersi la STRATEGIA DELLA INSTABILITA’ e lo scontro felpato tra USA da una parte e Chiesa cattolica e paesi europei – separatamente- dall’altra. Se non si trova il modo di riunirli, saremo tutti perdenti.

Come la morte di Stalin nel 1953 diede uno stop allo sviluppo del processo di integrazione europea, così la morte dell’URSS nel 1991 ha dato un colpo mortale all’interesse degli europei verso il potenziamento della N.A.T.O.

Questo fatto non inaspettato ha innescato negli Stati Uniti una fase di pensiero strategico iniziata col concetto di New World Order lanciato dal Presidente George Bush senior nello stesso anno 1991 ( prima guerra irakena) e un ulteriore sviluppo pratico nell’attacco all’Irak nel 2003 ( seconda guerra irakena) in cui si ebbe conferma che in assenza di un Grande Nemico una coalizione militare difensiva ha maggiori difficoltà a tenere assieme i partners e che più ci si allontanava dalla data della scomparsa dell’URSS, più le coalizioni a guida USA diventavano incerte con adesioni simboliche quando non addirittura ambigue.

L’esperimento in Afganistan fu deludente fin dall’inizio, al punto di voler associare all’azione militare NATO persino truppe degli Emirati Arabi Uniti e l’attacco alla Libia fu ancor meno rassicurante: due importanti partners della NATO si dichiararono contrari all’intervento ( Germania e Turchia), mentre un altro partner NATO – l’Italia – dovette essere richiamato all’ordine in maniera energica perché mettesse le proprie basi a disposizione per l’operazione e facesse volare qualche aereo.

Le coalizioni strategiche e militari che in passato sussistevano anche in presenza di singoli importanti contenziosi economici interstatali, hanno cominciato a indebolirsi politicamente e perdere slancio di fronte alla mancanza di utilità marginale reale in cambio dei sacrifici richiesti.
Perché coalizzarsi e sacrificare i propri interessi nazionali quando non si ottiene che qualche posizione di parcheggio per politici scomodi in Patria?

Dopo una prima fase di economia euforica succeduta alla caduta dell’URSS, la mancanza di un limitatore di corsa rappresentato dalla minaccia di una sempre possibile crisi internazionale e la opportunità di sfruttare per la produzione industriale occidentale il sistema schiavistico di organizzazione del lavoro creato nei paesi a cultura socialista, ha sconvolto il commercio mondiale e creato il potenziale per la rinascita di microconflittualità interstatali che si credevano consegnate ai libri di storia.

La prima a prender vigore agli occhi del mondo è stata la Questione d’Oriente nome sotto il quale serpeggiarono e serpeggiano oggi, una miriade di problemi politici economici ed etnico-culturali nell’area balcanica e nel Levante.

La parte balcanica della questione è stata ” sistemata” con tre guerre, infiniti crimini di guerra, centinaia di migliaia di morti, di profughi e la creazione della più grande base militare USA fuori degli Stati Uniti in un territorio privo di identità, affidandolo a un mezzo bandito in cui i presidi di truppe straniere durano da anni e le chiese sono presidiate.

La crisi siriana, incistata nella crisi iraniana a sua volta avvolta nella rivalità falso-amichevole russo americana che condiziona lo svolgimento dei rapporti tra Stati Uniti e Cina, consente alcune riflessioni importanti per la nostra comprensione degli eventi internazionali.

La nascita dei concetti di guerra asimmetrica ( tra un forte e un debole) e di guerra senza limiti ( specie di settore e di intensità ) consente al paese o all’ideologia – o religione – che decida di resistere ad una aggressione e impostare la propria difesa strategica, una gamma di risposte di tale flessibilità da consentire una guerra indefinita e indefinibile o , se preferite, una guerra senza confini di tempo e di spazio.

È il conflitto per il possesso di tutte la stazioni di quella che fu un tempo “la via della seta” e che oggi notiamo quasi coincidere con la via delle risorse energetiche verso l’Europa intese come energia atomica, gas, petrolio e mano d’opera a basso costo.

La strategia di costruzione del secolo americano presuppone la necessità di acquistare questi beni al minimo costo, averne il controllo di vendita nel mondo ed imporre le transazioni nella moneta USA  ormai svincolata dall’obbligo di rapportarsi all’oro o a qualunque altro parametro che comporti la cessione di ricchezza reale a terzi.

Questa strategia geopolitica e geoeconomica incontra necessariamente ostacoli di varia capacità di  resilienza ( chiedo scusa per l’anglicismo) che vanno dalla Cina che aspira a distribuire e vendere le merci che produce ( su progettazione altrui) e vuole creare e proteggere le sue rotta commerciali; alla Russia che non vuole essere spossessata dell’ Asia e delle sue materie prime; alla Germania che insiste nel voler rifondare il valore delle monete sull’oro; ai Paesi emersi ( India, Brasile, Pakistan, Sud Africa, Indonesia ) ciascuno in uno dei settori prescelti ( es. il Pakistan nel nucleare, l’India nel software), specializzandosi nei subappalti di servizi e produzioni a costo infimo.

Accanto a questa politica Imperiale, una serie di clientes composti da alleati tradizionali un tempo egemoni o pari ( Francia, UK, Australia, Canada) e paesi le cui ambizioni geopolitiche inadeguate furono sconfitte in precedenza ( Germania, Giappone, Italia, ) che vivono ai margini di questa strategia raccogliendo le briciole politiche, ma rimasti ( finora) economicamente satolli.

Per reagire a questa tendenza a farsi la guerra tra paesi minori e disturbare la pax americana, gli Stati Uniti cercano di imporre regole di condotta dalle quali però si autoescludono in virtù della strampalata teoria  dell’eccezionalismo americano in virtù della quale si autoassolvono d’ogni colpa, dal genocidio dei pellerossa, allo sfruttamento del lavoro schiavistico dei neri, al conflitto per aprire e privatizzare il canale di Panama, alla guerra di Cuba, al lancio delle atomiche sul Giappone, al Vietnam, al tentativo di ridurre il troppo esuberante indice di natalità degli arabi, alle mire sul canale di Suez, all’esautoramento dell’ONU quando non conviene far votare il gregge.

Il problema geopolitico da risolvere per gli americani non è tanto la ricerca della supremazia militare che già hanno, ma la durata – auspicabilmente indefinita – e lo sfruttamento economico ottimale di questa supremazia.

La soluzione è non imporre d’iniziativa il proprio dominio politico sul mondo, ma provocare una tale atmosfera di insicurezza, squilibri e difficoltà a livello internazionale fino al punto di essere invocati a gran voce come equilibratori del globo ed accolti come salvatori.

Con questo espediente,Edward Luttvak promette che l’impero avrà una durata ottimale e non ha torto.

L’obiettivo prioritario è, ” dal momento che ad ogni egemonia imposta corrisponde prima o poi una reazione di rigetto, rinviare il piu possibile questo momento”.
Il comunismo, durato settanta anni in Russia, non è riuscito a sradicare la religione ortodossa.
Quindi la durata deve essere di almeno un secolo e superare la soglia delle tre generazioni di dominio con la prospettiva di allevare le nuove generazioni nell’ignoranza del concetto di indipendenza geopolitica nazionale, sostituita dal principio federalista di sussidiarietà ( “bevuto” per un periodo anche dalla CEI e inserito nel progetto di riforma del titolo V della Costituzione italiana del 2000, non andato in porto).

Il principio di sussidiarietà consiste nel ” risolvere i problemi al livello in cui si pongono”.
Il difetto sta nel fatto che si sono messi da soli in cima alla piramide decisionale.
.
Noi potremo scegliere il tracciato della Roma-Civitavecchia, i francesi quello della TAV e loro la grande politica e le scelte economiche fondamentali.

Alcune tattiche politiche – ad esempio il brinkmanship – sono state mutuate  dall’impero romano d’Oriente, che Luttvak, nel suo bellissimo libro “La grande strategia dell’impero Bizantino” si ostina a chiamare Bizantino e non romano ( come d’altronde le Thermae le hanno chiamate ” bagno turco”): non sopportano di doverci tutto.

Il brinkmanship consiste nel muovere truppe con grande dispiego di mezzi e aggressività come se si volesse muovere guerra senza negoziare , ma si spera segretamente di vincere senza combattere piegando psicologicamente l’avversario.

Scriveva Clausevitz ” l’aggressore è amante della Pace, egli vorrebbe conquistare le nostre case senza sparare un sol colpo”.( CAP V della superiorità della Difesa strategica).

Nei casi iracheno, libico e siriano la tecnica intimidatoria non ha funzionato perché – sono affezionato alla metafora – gli USA si sono trovati di fronte ad altrettanti ” portieri ( di calcio) che parano i rigori perché non capiscono le finte” come dice il mio amico Mottironi.
Una concausa degli inconvenienti incontrati è stata provocata dalla necessità di subappaltare ai satelliti alcune incombenze militari per rigide ragioni di bilancio.

Lo strumento di dominio e predominio del New World Order è la tecnologia elevata a Moloch, alla quale sacrificano tutto e dalla quale si aspettano tutto.
Finora sono sempre riusciti ad essere i primi, magari comprando tecnologie altrove ed attraendo ogni possibile giovane talento con politiche di remunerazione e incentivi interessanti. ( i personal computer erano una creazione italiana).

L’attuale presidente Barak Obama, è stretto tra impegni inconfessabili presi per ottenere il reincarico, i vincoli di bilancio impostigli dall’ala dura dei ” tea party” che vogliono distruggere l’Obama care per rafforzare gli stanziamenti militari, tallonato dall’AIPAC ( la lobby filo Israele) che lo sospetta di simpatie filo islamiche, irritato per una serie di smacchi nord africani che attribuisce alla Clinton ( altra cambiale elettorale), ridicolizzato dalle superiori capacità manovriere di Putin, mal consigliato dallo staff della Casa Bianca in cui non c’è nessuno con esperienza militare e di strategia, sta distruggendo la propria immagine e ridicolizzando il conferimento del premio Nobel che la sua ambizione gli ha suggerito di ottenere e che assomiglia sempre piu al serto di lauro da poeta conferito a Claudio Nerone.

Parlo di Nerone a ragion veduta perché i paralleli con il mondo imperiale romano – anch’esso razionalista e materialista – sorgono ormai spontanei.
Anche Roma visse di tecnologia e di prepotenza.
La stessa crisi siriana è tutta impostata sulla necessità proclamata dallo stesso Obama in questi giorni di farsi obbedire a suon di bombe.

Non vi ricorda il romanissimo ” parcere subjectis et debellare superbos” ?

L’impero romano si infranse poi sullo scoglio spiritualistico e irrazionale del Cristianesimo, ossia con l’affermarsi di una corrente di pensiero e scelte di vita assolutamente diverse e risolutamente difese anche contro quanti tra gli israeliti – come Saulo, diventato poi San Paolo – si avventuravano fino a Damasco per lapidare gli ” ebrei dissenzienti.”
Saulo, credendo i cristiani una eresia ebraica aveva sottovalutato il fenomeno.

Il mondo angloamericano – protestante nella sua élite – ha percepito il pericolo demografico e cattolico rappresentato dagli ispanici che minacciano di diventare maggioranza nel paese, ha iniziato verso le altre tendenze religiose ( tranne i buddisti considerati positivamente) una campagna euroamericana di laicizzazione, flessibile nelle forme e nei contenuti : dalle iniziative fortemente mediatizzate anti pedofilia, al taglio dei fondi alle organizzazioni cattoliche americane operanti in Africa, alle critiche continue ( non completamente immeritate) sulle attività finanziarie dello Stato sovrano del Vaticano reo ( anche) di aver tolto i suoi fondi ( 8 miliardi e fischia) dalla borsa inglese, alle insinuazioni personali individuali a ogni livello.

Il nuovo Papa, giunto inaspettatamente ( stavo per dire provvidenzialmente) è stato un vero e proprio game changer che ha già iniziato a prendere in mano la situazione con decisione e capacità comunicativa fuori del comune.

Barak Obama per ora è sulla difensiva indiretta e finge di non vedere i milioni di persone che Francesco sta mobilitando contro “qualsiasi guerra”. (ma son tutte sue….)

Prima o poi Obama dovrà reagire in forma diretta o rinunziare alla irrinunciabile  strategia della instabilità, probabilmente credendo di limitarsi a rinunziare a una singola posta in pallio sia la Siria o Gerusalemme.
Il suo approccio pragmatico all’americana potrebbe far sottovalutare il problema anche a lui.

https://corrieredellacollera.com/2022/04/27/gli-u-s-a-delusi-dal-soft-power-usano-la-strategia-dellinsicurezza-e-mirano-ai-soldi/

 

“NON CE NE SIAMO DIMENTICATI”. Sul discorso del presidente Putin del 27 aprile 2022, di Roberto Buffagni

NON CE NE SIAMO DIMENTICATI”. Sul discorso del presidente Putin del 27 aprile 2022.

 

Il discorso del presidente Putin al “Consiglio dei legislatori” del 27 aprile1 segue immediatamente le dichiarazioni del Ministro della Difesa e del Segretario di Stato americani a Kiev2, che individuano come obiettivo strategico “rendere la Russia incapace di ripetere un’aggressione come quella all’Ucraina“; e la riunione della NATO a Ramstein, con le dichiarazioni del presidente Biden, secondo il quale ci troviamo in un frangente storico analogo al crollo dell’URSS3.

Le dichiarazioni ufficiali americane chiariscono che l’obiettivo strategico statunitense è la distruzione dell’integrità politico-territoriale della Russia, una frammentazione della Federazione russa sul modello jugoslavo analoga a quella che seguì il collasso dell’URSS. Infatti, solo così è possibile “rendere la Russia incapace di ripetere un’aggressione come quella all’Ucraina“. Finché la Russia resta politicamente coesa, essa resterà una grande potenza, che sarà SEMPRE in grado di muovere guerra ad altri paesi. Non lo sarebbe più soltanto quando fosse disgregata in entità politiche troppo piccole e deboli per designare autonomamente un nemico.

Ovviamente, su questa base è assolutamente impossibile ogni trattativa tra Ucraina e Russia, tra paesi occidentali e Russia. Le dichiarazioni ufficiali americane risultano infatti in una chiara minaccia esistenziale per la Russia.

Il discorso del Presidente Putin ne prende atto, e reagisce con fermezza, chiarendo che la Russia è disposta a opporvisi con tutti i mezzi a sua disposizione, e si richiama all’esperienza storica del suo paese:

Non abbiamo dimenticato i barbari piani dei nazisti per il popolo sovietico: scacciarlo. Ricordate, vero? Volevano costringere chi ne fosse in grado a lavorare come schiavi, a fare un lavoro servile, costretti in schiavitù. Chi venisse ritenuto superfluo, andava inviato oltre gli Urali o al Nord, per estinguervisi. Questo progetto è documentato, documentato storicamente. Noi non ce ne siamo dimenticati.

Ricordiamo anche come gli stati occidentali hanno incoraggiato terroristi e criminali nel Caucaso settentrionale nei primi anni ’90 e 2000, come hanno sfruttato i problemi del nostro passato, problemi reali, ingiustizie del passato nei confronti di interi popoli, compresi i popoli del Caucaso. Ma non lo hanno fatto per renderci migliori, nient’affatto. Hanno fatto tutto questo per riportare nel nostro presente i problemi del passato, per incoraggiare atteggiamenti separatisti nel nostro paese, e finalmente dividerlo e distruggerlo. Ecco perché hanno fatto tutto questo. Volevano ricacciarci nell’arretratezza. Molti hanno cercato di fare lo stesso con la Russia, in tutte le epoche.

[…] “Consentitemi di sottolinearlo ancora una volta: se qualcuno intende intervenire dall’esterno e creare una minaccia strategica per la Russia per noi inaccettabile, deve sapere che i nostri attacchi di rappresaglia saranno fulminei. Ne abbiamo gli strumenti, strumenti di cui nessun altro, oggi, può disporre. Non ci limiteremo a minacciare; li useremo, se necessario. E voglio che tutti lo sappiano: tutte le decisioni necessarie, su questo punto, sono già state prese.”

Da quanto sopra risulta che la Russia si dispone a combattere con tutte le sue forze per la propria sopravvivenza, e che è pronta a compiere gli stessi – spaventosi – sacrifici che l’hanno salvata dalla distruzione sia nella Seconda Guerra Mondiale (27 milioni di morti), sia nel più lontano passato, ad esempio contro l’invasione delle forze di coalizione europee guidate dalla Francia napoleonica.

Il 30 maggio 1962, alla Camera dei Lord, il Maresciallo Bernard Montgomery, Viscount El Alamein, disse: “Rule 1, on page 1 of the book of war, is: ‘Do not march on Moscow’.

L’Italia sta per partecipare a una guerra che si propone lo scopo di distruggere la Russia senza darsi neppure la pena di dibatterne in Parlamento. Per il bene dell’Italia, è necessario che tutti gli italiani protestino con la massima fermezza, in tutti i modi possibili e legali, contro questa decisione politica che coinvolge loro e i loro figli in una avventura bellica sciagurata.

2 “We want to see Russia weakened to the point where it can’t do things like invade Ukraine.” (Ministro della Difesa Austin) https://www.pbs.org/newshour/world/blinken-austin-return-from-visit-to-ukraine-say-russia-is-failing-in-war-efforts

Una vera politica estera per la classe media, di Heidi Crebo-Rediker e Douglas Rediker

Questo lungo articolo di “Foreign Affairs” è molto importante e significativo. Chiarisce alcuni fondamentali fattori chiave che legano le dinamiche di politica interna e di geopolitica; tra la necessità di garantire la dinamicità e la coesione della formazione sociale statunitense e le scelte di politica estera, in particolare la selezione degli antagonisti principali e le dinamiche di relazioni conflittuali/cooperative da orientare con essi. Gli autori si soffermano in particolare a trattare la relazione con gli antagonisti, di fatto la Cina e la Russia, per meglio dire i loro centri decisori egemoni, senza soffermarsi particolarmente sulle implicazioni dirompenti di queste scelte nel campo della vasta area di alleati della quale l’attuale amministrazione statunitense ancora riesce a tessere efficacemente la trama. Parla semplicemente di un rimodellamento.  Si tratta in realtà di una ridefinizione dei rapporti, in particolare con i paesi europei, che presenta numerosi aspetti sconvolgenti gli assetti socio-economici; aspetti molti dei quali addirittura distruttivi e regressivi della condizione socio-economica europea e delle gerarchie di subordinazione politica. Una chiave interpretativa ulteriore per comprendere la dimensione, la natura e la portata della postura europea rispetto al conflitto ucraino, alla prospettiva di destabilizzazione endemica del subcontinente europeo e alle conseguenze e dinamiche innescate nei paesi europei alleati dalla pesante e progressiva politica di sanzioni ed embarghi. Sta arrivando il momento di pagare il conto particolarmente salato a carico dei paesi europei di una politica sciacallesca, di ispirazione anglosassone, iniziata con la marchiatura nei rapporti con i paesi europei del dissolto blocco sovietico a fine anni ’80, proseguita con la guerra alla Serbia e alla ex-Jugoslavia a fine anni ’90 e con il suo culmine nel conflitto attuale in Ucraina e nei conflitti prossimi venturi che già si annunciano. Quello che alcune élites europee, soprattutto tedesche, hanno pensato di ricavare dalla loro subordinazione alle trame statunitensi, dovranno restituirlo a tassi di usura. Altre élites europee, in particolare le italiane, ne hanno ricavato nel frattempo ben poco, hanno compromesso pesantemente la coesione e la postura geopolitica del paese, dovranno in buona parte probabilmente pagare anche di persona i servigi resi. Gli autori addebitano a Trump le peggiori intenzioni verso gli europei: “Sotto Trump, gli Stati Uniti hanno voltato le spalle ai suoi alleati e partner”. In realtà sono gli europei a non aver voluto approfittare degli spazi apertisi durante la sua presidenza. Sono stati, assieme alle gerarchie della NATO, in realtà i principali strumenti della restaurazione in corso negli Stati Uniti. Comprenderanno quanto prima il significato reale della “differenza degli sforzi determinati dell’amministrazione Biden per ricostruire la fiducia e le relazioni bilaterali”; l’effettiva utilità della loro infamia e della pochezza miserabile delle loro scelte. Il peso maggiore dovranno sopportarlo come sempre la gran parte delle popolazioni europee.

Quanto all’espressione di ottimismo manifestato dagli autori circa il ripristino della leadership mondiale statunitense e di quella dell’amministrazione attuale sul proprio paese mi pare decisamente prematura. Ancora una volta si identifica l’egemonia sull’Europa ed in parte su alcuni stati asiatici con quella mondiale. Quanto ai problemi di gestione e coesione interna più che avviarsi a soluzione, sembrano aggravarsi ulteriormente. Potrebbero, al contrario, rivelarsi il fattore scatenante decisivo di una possibile crisi definitiva di questa classe dirigente. Staremo a vedere, purtroppo da spettatori, almeno qui in Europa.

Buona lettura, Giuseppe Germinario

Come aiutare i lavoratori americani e il progetto US Power

Nel febbraio 2021, due settimane dopo il suo insediamento, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha tenuto un discorso in cui ha delineato la sua visione di politica estera. Nel corso di 20 minuti, il nuovo presidente ha dettagliato molti degli interessi all’estero di Washington, inclusa la promozione della democrazia e la collaborazione con gli alleati degli Stati Uniti per competere contro la Cina. Ha identificato una serie di sfide internazionali, inclusi attacchi informatici, proliferazione nucleare e flussi di rifugiati. Ma quando è arrivato il momento di parlare di economia internazionale, Biden ha evitato di guardare all’estero e ha invece concentrato la sua attenzione a casa. “Non c’è più una linea netta tra la politica estera e quella interna”, ha detto. “Ogni azione che intraprendiamo nella nostra condotta all’estero, dobbiamo prenderla pensando alle famiglie lavoratrici americane”. Washington, ha detto, deve promuovere “una politica estera per la classe media”.

L’ultima frase – “una politica estera per la classe media” – è diventata la lente attraverso la quale l’amministrazione Biden ha perseguito la sua agenda economica internazionale. Nel complesso, significa trovare un equilibrio tra la promozione degli interessi delle famiglie lavoratrici statunitensi e il perseguimento dell’agenda più strategica e spesso realpolitik che guida gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, in particolare affrontando le sfide poste dalla crescente concorrenza con la Cina. Implica la creazione di un approccio di politica industriale più pro-sindacale per investire nel rinnovamento economico interno e nella competitività degli Stati Uniti in modo che Washington possa continuare a proiettare il potere degli Stati Uniti. Richiede il rafforzamento delle vulnerabilità della sicurezza nazionale nelle catene di approvvigionamento in modo da avvantaggiare i lavoratori. E implica lavorare con alleati e paesi che la pensano allo stesso modo, rafforzando gli Stati Uniti

Dopo oltre un anno in carica, i risultati di Biden nel trovare un giusto equilibrio tra una politica estera incentrata sui lavoratori e una che coinvolge la realpolitik sono contrastanti. Riuscì a trovare quell’equilibrio con il suo programma di resilienza della catena di approvvigionamento, compresi gli sforzi per “rilocalizzare” e “riservare la produzione” in modo da far avanzare le priorità della classe media e riportare a casa posti di lavoro nel settore manifatturiero. Ha approvato una storica legge bipartisan per infrastrutture e investimenti da 1,2 trilioni di dollari, un ingente acconto sul rinnovamento economico e sulla competitività con politiche rafforzate di “Compra americano”. Ha anche dato nuova vita con successo alle relazioni degli Stati Uniti con gli alleati nelle regioni dell’Atlantico e del Pacifico.

Ma nell’affrontare altre minacce economiche e strategiche poste dalla Cina, compresi i suoi massicci sussidi alle società nazionali, il furto della proprietà intellettuale statunitense e la sua abitudine di costringere le società statunitensi a consegnare la loro tecnologia, l’amministrazione Biden non è riuscita. È indietro nella sua battaglia con Pechino per il commercio, la tecnologia e l’architettura economica dell’Asia. L’abbandono da parte dell’amministrazione delle istituzioni finanziarie internazionali ha consentito alla Cina di acquisire sempre più influenza su altri paesi, minando la leadership statunitense e danneggiando gli interessi economici e finanziari strategici degli Stati Uniti in tutto il mondo.

Biden, in particolare, ha lottato per creare un’agenda commerciale coerente. Sebbene il presidente sia riuscito contemporaneamente ad aiutare i lavoratori e a impegnarsi nuovamente nel commercio, nella tecnologia e nella sicurezza economica con gli alleati europei, nell’Indo-Pacifico, l’approccio squilibrato e sequenziale dell’amministrazione ha rinviato iniziative multilaterali, commerciali e di investimento cruciali a scapito di un periodo più lungo. termine sicurezza strategica statunitense. Durante la campagna, Biden ha sostenuto che l’ uso delle tariffe da parte di Trumpe la sua politica commerciale con la Cina non ha permesso agli agricoltori e ai lavoratori statunitensi di ottenere la parità di condizioni che meritavano. Una volta che Biden ha vinto, ha promesso di intraprendere una revisione completa delle politiche economiche di Washington nei confronti della Cina e quindi di lanciare una nuova strategia globale per la regione. Ma l’amministrazione non ha mai terminato la revisione e non ha mai creato un nuovo approccio. Il tanto diffamato accordo commerciale di Fase Uno dell’amministrazione Trump, il suo tentativo di correggere il comportamento economico cinese in cambio di tariffe più basse, rimane in vigore, sorprendentemente inalterato. I principali abusi economici cinesi restano incontrastati.

La posta in gioco è ora più alta, poiché il commercio, il commercio e gli investimenti indo-pacifici crescono e si evolvono. La Cina ha avanzato il partenariato economico globale regionale, entrato in vigore all’inizio di quest’anno, e ha persino chiesto formalmente di aderire all’accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico (CPTPP), il successore di un accordo commerciale negoziato dagli Stati Uniti nel 2015 prima ritirarsi sotto Trump. La Cina è probabilmente sulla buona strada per stabilire gli standard digitali che domineranno l’Asia per decenni. Ciò significa che i lavoratori statunitensi potrebbero scoprire che l’enorme mercato di esportazione del continente è incompatibile con i prodotti che stanno producendo, isolando i loro datori di lavoro da miliardi di potenziali consumatori e rendendo invece quel mercato prigioniero della macchina di esportazione cinese. Ironia della sorte, l’amministrazione Biden è riluttante a tagliare gli accordi commerciali con la regione perché è preoccupata che ciò possa minare la sua capacità di ottenere il sostegno dei lavoratori domestici. Ma rimanendo in disparte, gli Stati Uniti stanno sia limitando le opportunità dei propri lavoratori che perdendo l’opportunità di guidare il futuro economico dell’Indo-Pacifico.

Negli ultimi mesi, è diventato più complicato per gli Stati Uniti allineare adeguatamente le priorità economiche nazionali e internazionali in Asia. L’invasione russa dell’Ucraina alla fine di febbraio ha costretto l’amministrazione Biden a rielaborare le sue priorità nazionali e internazionali letteralmente dall’oggi al domani. L’enfasi sul persuadere gli alleati a contrastare le ambizioni economiche della Cina e la crescente influenza sulle regole e pratiche commerciali è stata sostituita dalla necessità di una massiccia applicazione collettiva di un duro potere coercitivo economico contro la Russia, attuata attraverso sanzioni senza precedenti e controlli sulle esportazioni. Prima dell’invasione, la politica economica degli Stati Uniti era focalizzata sul rafforzamento della resilienza della catena di approvvigionamento a lungo termine per garantire agli Stati Uniti un accesso affidabile a materie prime, prodotti manifatturieri e prodotti farmaceutici critici, che sono sproporzionatamente prodotti in Cina. Dopo l’invasione, Washington è passata ad affrontare le carenze immediate di materie prime e le vulnerabilità energetiche di Russia e Ucraina, inclusi non solo petrolio e gas, ma anche grano, nichel, palladio e altri materiali critici necessari per i semiconduttori e l’elettronica. Anche l’amministrazione è audaceGli sforzi per il clima , progettati per aiutare il mondo ad allontanarsi dai combustibili fossili, sono stati sottoposti a un duro controllo della realtà. L’amministrazione ha dovuto affrontare il rischio di demonizzare i produttori nazionali di gas naturale e le compagnie petrolifere, costringendo Washington a fare un rapido dietrofront diplomatico in Medio Oriente e Venezuela per riprendere il pompaggio del petrolio.

La sfida posta dalla Cina non è diminuita e l’invasione non ha ridotto la necessità di garantire che l’agenda di politica economica internazionale di Biden rimanga focalizzata su sfide strategiche sia immediate che a lungo termine. In effetti, la risposta della Cina all’aggressione russa offre un’opportunità alla squadra di Biden. Gran parte del mondo è diffidente nei confronti dell’incapacità della Cina di condannare e del suo possibile sostegno all’invasione russa dell’Ucraina. La Casa Bianca può capitalizzare su questo per cercare di limitare le ambizioni globali della Cina, la sua crescente influenza e le sue minacce alla classe media statunitense. Il compito dell’amministrazione ora è sfruttare le attuali turbolenze per ricostruire un sistema economico globale che conserverà la leadership statunitense e aiuterà i lavoratori americani: una vera politica estera per la classe media.

A CASA NEL MONDO

L’agenda economica internazionale di Biden è stata progettata per collegare indissolubilmente i suoi piani economici interni e la sicurezza economica nazionale del paese. Biden ha promesso di investire in catene di approvvigionamento nazionali, infrastrutture, innovazione, ricerca e sviluppo e produzione, nonché di ricostruire le alleanze statunitensi per promuovere congiuntamente interessi di sicurezza economica comuni.

Nel tentativo di isolare l’economia statunitense dalle minacce internazionali, il presidente ha iniziato il suo mandato conducendo una revisione strategica della resilienza della catena di approvvigionamento statunitense, progettata per identificare dove gli Stati Uniti erano meno autosufficienti. Entro giugno 2021, l’amministrazione aveva catalogato le principali vulnerabilità del paese, principalmente in semiconduttori, prodotti farmaceutici, batterie e minerali e materiali chiave con implicazioni per la difesa e la resilienza commerciale degli Stati Uniti. Ha ampliato la revisione per includere sei settori industriali con vulnerabilità, quindi ha elaborato strategie per rafforzarli.

La Casa Bianca ha proseguito con la creazione di un piano d’azione pluriennale, utilizzando investimenti pubblici e privati, per riportare la produzione di determinati prodotti critici negli Stati Uniti. Il governo federale ha rielaborato le sue procedure di appalto per investire nella produzione di nuove batterie e per accumulare minerali e metalli critici. Ha anche implementato nuove disposizioni “Compra americano”, che hanno colmato le scappatoie legali e hanno convinto il governo federale a utilizzare più beni nazionali nei propri appalti. Tutto ciò era in sintonia con l’agenda incentrata sui lavoratori di Biden.

L’amministrazione Trump aveva anche cercato di ristabilire la produzione interna. Ma gli sforzi di Trump consistevano principalmente in dazi casuali e controproducenti su amici e concorrenti allo stesso modo. Questo alienò gli alleati e fece ben poco per affrontare il deficit commerciale che secondo lui era alla radice dei problemi economici degli Stati Uniti. Biden, al contrario, ha collaborato con alleati sia in Europa che nell’Indo-Pacifico per costruire la resilienza della catena di approvvigionamento. Ha riconosciuto che gli stessi paesi di entrambe le regioni rischiavano di essere vittime delle politiche commerciali aggressive e armate della Cina. Pechino, ad esempio, aveva emesso restrizioni commerciali vendicative sull’Australia dopo che Canberra aveva chiesto un’indagine indipendente sulle origini del COVID-19.

La diplomazia della catena di approvvigionamento di Biden è stata incorporata nell’istituzione del Consiglio per il commercio e la tecnologia USA-UE nel giugno 2021; il consiglio sta affrontando la vulnerabilità condivisa degli Stati Uniti e dell’Europa in aree come i minerali critici, i semiconduttori e la produzione di batterie. Quella diplomazia è stata mostrata anche nell’ottobre 2021, quando, a margine della riunione del G-20 a Roma, l’amministrazione ha ospitato un vertice sulla resilienza della catena di approvvigionamento globale con i leader di altri 14 paesi e dell’UE, tra cui Canada, Repubblica Democratica del Congo (che è la principale fonte mondiale di cobalto, un metallo chiave per la transizione verso l’energia verde), India, Giappone e Corea del Sud.

Durante il suo primo anno, Biden ha anche realizzato una delle sue più ambiziose promesse elettorali: investire 1 trilione di dollari nelle infrastrutture a lungo trascurate del paese. La sua massiccia legge bipartisan sugli investimenti e l’occupazione nelle infrastrutture migliorerà i sistemi di trasporto degli Stati Uniti, rafforzerà la loro connettività digitale, aumenterà la sicurezza informatica del paese e creerà una rete energetica più verde e più resiliente. Questi cambiamenti possono sembrare in gran parte di natura interna, ma hanno implicazioni per la politica estera. Una migliore sicurezza informatica, ad esempio, proteggerà gli Stati Uniti dall’hacking da parte di Cina, Russia e attori non statali. Il miglioramento delle infrastrutture rafforzerà la capacità dell’economia statunitense di competere con una Cina in ascesa. E il pacchetto infrastrutturale creerà più posti di lavoro migliori per gli americani, specialmente nelle parti sottorappresentate del paese.

La politica di sicurezza economica interna di Biden non è ancora conclusa. Per contrastare la Cina e stimolare l’innovazione, la produzione e la ricerca e sviluppo degli Stati Uniti, il Congresso dovrà presto finalizzare e approvare un disegno di legge bipartisan sull’innovazione e la competitività. Questa legislazione significherebbe un sostanziale investimento federale nell’informatica quantistica, nei semiconduttori, nella robotica e nell’intelligenza artificiale, le industrie che la Cina cerca di dominare. La guerra russo-ucraina, nel frattempo, sottoporrà il mondo a una serie di carenze critiche, compresi i materiali semiconduttori; gli Stati Uniti avranno bisogno di piani per affrontare questo problema.

SEPOLTURA DELL’ASCIA

Sotto Trump, gli Stati Uniti hanno voltato le spalle ai suoi alleati e partner. L’ex presidente ha imposto dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio dai paesi dell’UE, sostenendo che tali importazioni erano minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti e alla fine del suo mandato, gli amici più intimi degli Stati Uniti nutrivano profonde perplessità sulle intenzioni di Washington. Quella sfiducia rappresentava una minaccia significativa per l’agenda economica di Biden, compresi i suoi piani per competere con la Cina. Nel dicembre 2020, dopo che Biden aveva vinto le elezioni presidenziali ma prima del suo insediamento, l’UE ha annunciato di aver accettato un accordo di investimento proposto con la Cina chiamato Accordo globale sugli investimenti, nonostante le obiezioni del team di Biden. (Sebbene da allora l’UE abbia rinviato a tempo indeterminato la piena approvazione dell’accordo, lo ha fatto a causa di passi falsi della diplomazia cinese,

Per cercare di riparare questo danno, Biden ha lavorato rapidamente per migliorare le relazioni degli Stati Uniti con i suoi alleati e partner. Entro un mese dal mandato di Biden, gli Stati Uniti erano tornati nell’accordo sul clima di Parigi. Successivamente, Washington ha contribuito a guidare un nuovo accordo sulle emissioni di carbonio e altri obiettivi climatici alla Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021, nota come COP26. Nel tentativo di affrontare le carenze economiche legate al COVID-19, in particolare nei paesi poveri, l’amministrazione ha accettato di sostenere uno stanziamento di 650 miliardi di dollari in diritti speciali di prelievo da parte del Fondo monetario internazionale (FMI). E per uniformare le condizioni di gioco nella tassazione globale, la Casa Bianca ha contribuito a finalizzare un accordo sulla riforma fiscale globale, inclusa un’aliquota minima globale dell’imposta sulle società del 15 per cento,

Per Biden, l’accordo fiscale – che ha riunito oltre 130 paesi che rappresentano oltre il 90 per cento del PIL del pianeta – è un esempio particolarmente chiaro di come la sua “politica estera per la classe media” possa bilanciare con successo obiettivi nazionali e internazionali. L’accordo non solo ha ristabilito l’impegno internazionale degli Stati Uniti e ha protetto le società statunitensi dall’essere tassate ingiustamente in altre giurisdizioni; ha anche avanzato una promessa campagna chiave per garantire che le aziende paghino la loro giusta quota. Sebbene l’accordo richieda ancora l’azione del Congresso degli Stati Uniti e un’analoga approvazione del governo in altri paesi, ha comunque stabilito la buona fede economica multilaterale dell’amministrazione Biden.

Biden interviene al vertice del G-20 a Roma, ottobre 2021
Biden interviene al vertice del G-20 a Roma, ottobre 2021
Kevin Lamarque / Reuters

Gli Stati Uniti hanno anche collaborato con alcuni alleati per coordinare i loro approcci alle principali questioni tecnologiche, economiche e commerciali globali. Il Consiglio per il commercio e la tecnologia USA-UE, ad esempio, è stato quasi interamente progettato per affrontare le sfide poste dal modello economico statale cinese e contrastare le pratiche commerciali sleali che danneggiano i lavoratori americani ed europei. Il consiglio sta aiutando gli Stati Uniti e l’Unione europea a garantire che dispongano di standard tecnologici compatibili e protezione dei dati, attuare controlli sulle esportazioni sulla tecnologia a duplice uso e creare protocolli di screening degli investimenti per proteggere dalla proprietà intellettuale e dal furto tecnologico (che mina la competitività e sicurezza).

Poi, poco dopo che la squadra di Biden ha iniziato il suo secondo anno in carica, ricordando le parole dell’ex primo ministro britannico Harold Macmillan, sono intervenuti i fatti: la Russia ha invaso l’Ucraina. Ma niente illustra meglio il successo del lavoro di Biden con gli alleati statunitensi di quello che è successo prima e subito dopo l’invasione russa. In vista della guerra, il team di Biden ha lavorato con il suo G-7 e altri partner europei per preparare un menu coordinato di crescenti misure economiche coercitive, sia per scoraggiare un’invasione che per preparare una risposta concertata in caso di guerra . Gli Stati Uniti hanno anche intensificato la loro cooperazione in materia di sicurezza energetica nei mesi precedenti l’invasione, poiché la Russia ha utilizzato sempre più le esportazioni di gas come arma coercitiva contro l’Europa. Di conseguenza, subito dopo l’inizio dell’invasione, gli Stati Uniti ei loro alleati sono stati in grado di realizzare un grado di coordinamento internazionale senza precedenti, imponendo rapidamente sanzioni economiche storicamente severe e controlli sulle esportazioni a una grande economia.

CERCASI AIUTO

A differenza degli sforzi determinati dell’amministrazione Biden per ricostruire la fiducia e le relazioni bilaterali, i suoi tentativi di ristabilire la leadership nelle istituzioni finanziarie internazionali, inclusi l’FMI, la Banca mondiale e le banche multilaterali di sviluppo regionali, non hanno avuto successo. Queste istituzioni avrebbero dovuto svolgere un ruolo cruciale nel portare avanti l’agenda internazionale dell’amministrazione, soprattutto data la pressante necessità di contenere le ricadute economiche globali del COVID-19. E in un primo momento, la Casa Bianca ha fatto bene, sostenendo la storica emissione di diritti speciali di prelievo per aiutare i paesi a basso e medio reddito ad affrontare le sfide economiche poste dalla pandemia.

Successivamente, tuttavia, gli sforzi dell’amministrazione si sono arenati. Forse perché la Casa Bianca era sproporzionatamente concentrata sulla sua agenda interna, ha mostrato scarso interesse per la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, ha rifiutato di nominare un americano alla seconda posizione di leadership presso la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo quando l’anno scorso gli è stata data l’opportunità, e ha sostituito la posizione di vertice detenuta dagli Stati Uniti presso l’FMI – il primo vicedirettore generale – solo dopo che il leader dell’istituzione è stato coinvolto in uno scandalo di brogli di dati legato alla Cina. Fondamentalmente, Biden ha trascurato di dare priorità al riempimento del numero senza precedenti di posti vacanti in posti chiave nei consigli di amministrazione delle istituzioni finanziarie internazionali e nel Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti; le persone in questi incarichi dovrebbero stabilire politiche economiche internazionali vitali. Di conseguenza, Washington ha lottato per promuovere i suoi interessi economici strategici attraverso istituzioni multilaterali chiave. Ha anche trascurato di promuovere una delle principali priorità dei sindacati: promuovere una prospettiva globale incentrata sui lavoratori all’interno delle stesse istituzioni internazionali.

Biden non è stato nemmeno in grado di affrontare l’ampio rifiuto della Cina di fornire una riduzione del debito ai paesi poveri. La Cina è ora il creditore dominante degli stati in via di sviluppo in tutto il mondo e, quando il COVID-19 ha reso più difficile il rimborso del debito, l’FMI e la Banca mondiale hanno proposto un “Quadro comune” del G-20 per la riduzione del debito, cercando di creare un forum in cui La Cina potrebbe lavorare in modo costruttivo a tal fine con il FMI e il Club di Parigi, un gruppo di paesi creditori che cercano soluzioni ai problemi di pagamento affrontati dai paesi debitori. Ma lo sforzo è in gran parte fallito, principalmente perché la Cina ha rifiutato di accettare una significativa remissione del debito o, in molti casi, persino di consentire visibilità sulla natura e sui termini dei suoi prestiti. Gli investimenti della Cina in paesi di tutto il mondo non solo conferiscono a Pechino una maggiore influenza sulla politica e sull’economia di questi paesi debitori; gli conferisce inoltre un maggiore controllo sulla fornitura di materie prime chiave e, sempre più, sullo sviluppo di standard digitali in Africa, Asia e America Latina. Con l’amministrazione Biden principalmente disimpegnata dalla leadership sia del FMI che della Banca mondiale, gli Stati Uniti hanno perso l’opportunità di utilizzare queste istituzioni per respingere l’intransigenza della Cina. Nel frattempo, l’incapacità di Washington di dimostrare un reale interesse per la governance in queste istituzioni ha contribuito ai problemi di governance e morale che attualmente affliggono la loro più ampia efficacia.

Questo non vuol dire che Biden non abbia adottato misure formali e multilaterali per cercare di contrastare la leadership economica cinese. Nel giugno 2021, la sua amministrazione e il G-7 hanno lanciato l’iniziativa Build Back Better World, che utilizzerà il sostegno finanziario dei membri del G-7 per aiutare a finanziare e coordinare progetti infrastrutturali nei paesi in via di sviluppo. Ma sebbene degno di lode, Build Back Better World rimane embionale e sottofinanziato, soprattutto rispetto all’enorme prestito bilaterale cinese, che si stima abbia raggiunto oltre $ 500 miliardi.

DISACCORDO NELL’ACCORDARE

Il team di Biden può contare su alcune vittorie commerciali e di investimento nel suo primo anno, inclusa la risoluzione temporanea di una disputa di 17 anni con l’UE sui sussidi ad Airbus e Boeing. Ha anche raggiunto un accordo con l’UE sulle tariffe dell’acciaio e dell’alluminio che ha affrontato in modo creativo le preoccupazioni sia degli Stati Uniti che dell’Europa sulla sovraccapacità cinese collegando l’accordo alle emissioni di gas serra. Inoltre, Washington ha trovato una soluzione favorevole ai sindacati per le trasgressioni della manipolazione valutaria del Vietnam.

Ma la Casa Bianca ha avuto problemi commerciali. In effetti, nel complesso, il più eclatante fallimento della politica economica internazionale dell’amministrazione Biden è stata la sua incapacità di articolare o promuovere una politica commerciale e di investimento strategica coerente nell’Indo-Pacifico. L’amministrazione Biden non ha ancora concordato un nuovo approccio economico alle sue relazioni con la Cina, mantenendo di fatto l’accordo commerciale di Fase Uno ereditato da Trump. Ha fatto pochi sforzi seri per affrontare le lamentele di fondo di Washington nei confronti della politica economica cinese. Ciò che colpisce di più è come non si sia seriamente coordinato con i paesi indo-pacifici su una strategia economica, in parte perché ha evitato persino di menzionare gli accordi di libero scambio o di investimento. In particolare, ha rifiutato di entrare in qualsiasi discussione sul reimpegno con il CPTPP.

Il rifiuto di parlare di commercio ha messo in luce come il mancato equilibrio tra interessi nazionali e internazionali possa minare gli obiettivi strategici a lungo termine. Durante la corsa alla presidenza, Biden ha promesso per iscritto alla United Steelworkers che non avrebbe “stipulato nuovi accordi commerciali fino a quando non avessimo fatto grandi investimenti qui a casa”, parte della sua più ampia campagna per riconquistare stati oscillanti e elettori della classe operaia . Quella promessa era sia tragica che controproducente; precludendo anche la discussione su qualsiasi nuovo accordo commerciale, Biden ha sprecato la migliore opportunità degli Stati Uniti per rendere l’ordine economico internazionale più amichevole per la classe media americana e per promuovere gli interessi cruciali della politica estera degli Stati Uniti. Essendo l’economia di mercato più attraente al mondo, gli Stati Uniti possono utilizzare i negoziati commerciali per convincere i paesi a cambiare i loro standard, regole e norme, in parte promettendo un maggiore accesso al mercato. Ciò significa che ci sono enormi vantaggi strategici ed economici nel rientrare almeno nel dibattito sull’opportunità o meno degli Stati Uniti di aderire al CPTPP, in modo da presentare un’alternativa al crescente dominio della Cina sul commercio asiatico (il che è negativo sia per i lavoratori statunitensi che per la politica estera degli Stati Uniti ). Eppure l’amministrazione Biden ha effettivamente vietato qualsiasi ipotesi che l’adesione al CPTPP possa, in effetti, essere il passo più significativo che il paese potrebbe compiere per portare avanti la sua politica estera per la classe media, tale da presentare un’alternativa al crescente predominio della Cina sul commercio asiatico (che è negativo sia per i lavoratori statunitensi che per la politica estera statunitense).

Ci sono effetti di spillover. Nel settembre 2021, la Cina ha presentato domanda per aderire al CPTPP. Di conseguenza, molti dei membri esistenti dell’accordo, compresi i paesi dell’America Latina, stanno costruendo migliori relazioni con Pechino, preparandosi alla possibilità che la Cina appartenga al CPTPP, con gli Stati Uniti dall’esterno che guardano dentro. La Casa Bianca lo sa non va bene, e ha cercato tardivamente di elaborare una nuova strategia di impegno economico per l’Asia: l’Indo-Pacific Economic Framework. Ma si concentra su obiettivi in ​​gran parte amorfi che consistono in liste di desideri aspirazionali, per lo più prive di specifiche. Questa iniziativa non sostituisce un accordo di libero scambio né un serio tentativo di riaffermare l’influenza di Washington sul commercio, gli investimenti o il futuro digitale dell’Indo-Pacifico.

LA QUADRATURA DEL CERCHIO

Dopo più di un anno in carica, Biden ha portato avanti molti obiettivi critici di politica economica internazionale allineando l’agenda di politica estera della sua amministrazione con gli interessi dei lavoratori statunitensi, raggiungendo obiettivi strategici di sicurezza nazionale. Ha gettato le basi per creare catene di approvvigionamento più resilienti e trasformare le infrastrutture statunitensi in modi che aiuteranno le comunità svantaggiate e la classe media. Si è unito nuovamente allo sforzo della comunità globale di abbandonare i combustibili fossili. Ha posto riparo alle alleanze statunitensi, schierando il mondo democratico per rispondere collettivamente alla Russia dopo che aveva invaso l’Ucraina.

È probabile che la guerra della Russia contro l’Ucraina e il suo successivo isolamento forniscano ampie opportunità agli Stati Uniti di cooperare ancora di più con i loro alleati, nonché un’opportunità per Washington di ampliare la cerchia di paesi con cui può trovare una causa comune. L’isolamento economico russo rappresenta un cambiamento strutturale economico globale di proporzioni significative, che potrebbe portare a un ulteriore disaccoppiamento economico e politico, e gli Stati Uniti devono essere preparati a proteggere e far avanzare i propri interessi economici in questo nuovo paradigma.

Il ruolo futuro della Cina in questo mondo rimane incerto. La neutralità della Cina, se non la posizione vagamente filo-russa, sulla guerra in Ucraina ha dato a Washington la possibilità di riaffermare la sua leadership globale. Ora deve essere disposta a riconoscere queste opportunità e trovare un modo per affrontare sia gli interessi interni più immediati che quelli strategici a lungo termine che possono pagare dividendi economici per i decenni a venire. Per trarre vantaggio da questo momento, gli Stati Uniti devono essere pronti ad abbracciare una politica economica internazionale più ambiziosa che faccia avanzare gli standard di commercio equo, commercio e investimenti equo e solidale della Cina, soprattutto in risposta alla posizione internazionale sempre più aggressiva della Cina. Ciò significa che una priorità assoluta per l’amministrazione deve includere una rinnovata attenzione all’articolazione di una strategia economica globale per la Cina, compresa una concreta, ambiziosa agenda commerciale e di investimento per l’Indo-Pacifico.

Non sarà facile per l’amministrazione Biden ristabilire la leadership economica degli Stati Uniti. Molti americani della classe media continuano a incolpare la globalizzazione in generale, e il commercio in particolare, per le loro lotte economiche. Per i Democratici non conviene essere visti come il partito delle élite costiere pro-globalizzazione. Biden dovrà quindi lavorare sodo per spiegare che il commercio libero ed equo può promuovere gli interessi della classe media, dei sindacati e dei lavoratori. Dovrebbe mantenere la sua promessa di portare gli interessi sindacali e ambientali al tavolo dei negoziati. Ma interrompere l’impegno commerciale degli Stati Uniti o credere che il paese abbia il tempo di rinviare l’introduzione di un’agenda economica indo-pacifica comporterà la cessione di ulteriore terreno alla Cina, limitando in definitiva i mercati e ponendo maggiori rischi, non meno, per i lavoratori americani.

Biden dovrà anche mantenere le promesse di rinnovare la leadership economica degli Stati Uniti nelle istituzioni finanziarie multilaterali, piuttosto che lasciarle perdere ulteriore credibilità. Queste istituzioni possono amplificare l’influenza degli Stati Uniti e la Casa Bianca dovrebbe fare del loro coinvolgimento una priorità. Ciò significa che non può rinunciare a future opportunità per nominare candidati statunitensi forti e qualificati per posizioni di leadership tradizionalmente detenute dagli Stati Uniti in queste organizzazioni.

Sarà fondamentale lavorare con il FMI e la Banca mondiale. L’insicurezza alimentare, l’inflazione, l’aumento dei tassi di interesse e gli enormi livelli di debito nei paesi a basso reddito minacciano la stabilità finanziaria, specialmente nei mercati in via di sviluppo, e il FMI e la Banca mondiale possono aiutare il mondo a gestire e mitigare i rischi. La Casa Bianca dovrebbe esercitare pressioni sul FMI e sulla Banca Mondiale affinché rispettino le proprie regole sulla sostenibilità del debito. Deve anche essere pronto a chiedere che la Cina fornisca trasparenza e un’adeguata riduzione del debito ai paesi poveri che cadono in difficoltà di debito. Dovrebbe dare la priorità a iniziative, come Build Back Better World, che sfidano la leadership cinese in materia di prestiti e investimenti. Ciò sarà particolarmente importante quando si tratterà di aiutare gli stati nella transizione verso l’energia verde.

Infine, l’amministrazione Biden deve gestire le conseguenze economiche e politiche della guerra in Ucraina. L’invasione ha ribaltato molti dei presupposti alla base della politica estera proposta da Biden per la classe media. Allo stesso tempo, sfida l’ascesa della Cina e, in questo modo, offre a Biden l’opportunità di recuperare il tempo perso, anche superando alcuni degli impedimenti politici, come l’opposizione interna all’adesione al CPTPP, che sono rimasti nel modo di scelte internazionali intelligenti. Questa opportunità potrebbe aiutare Biden, e gli Stati Uniti, a ottenere un vantaggio per tutti: un’agenda di politica economica internazionale che trovi il giusto equilibrio tra gli interessi dei lavoratori in patria e gli interessi strategici del paese all’estero.

https://www.foreignaffairs.com/articles/united-states/2022-04-19/real-foreign-policy-middle-class?utm_medium=newsletters&utm_source=fatoday&utm_campaign=A%20Real%20Foreign%20Policy%20for%20the%20Middle%20Class&utm_content=20220425&utm_term=FA%20Today%20-%20112017

CON I SALUTI DA BIDEN, NIENTE BACI E TANTE ARMI, di Paolo Paganelli

Il tarlo del dubbio comincia ad insinuarsi anche negli ambienti più insospettabili. Nella Fondazione Italiani Europei cade qualche tabù. A parlare, per il momento, non sono personaggi di primo piano, Vedremo il prosieguo. Giuseppe Germinario
CON I SALUTI DA BIDEN, NIENTE BACI E TANTE ARMI.
Armi, Armi, ancora Armi. Armi Dall’Inghilterra, Armi dall’America. Dall’America Armi Moderne e Pesanti. Questo invio di Armi dicono serva per contrattaccare. Un America che per ora non interviene e sembra decisa a non intervenire; sembra Invece prepararsi ad un ESPERIMENTO. Non posso e non voglio fidarmi delle mie sensazioni. Ho sempre, su qualsiasi argomento, avuto dei dubbi; questi però non mi hanno mai impedito né di “Agire” né di prendere “Posizione”. Talvolta sbagliando. Non credo che le mie Sensazioni siano illogiche però. esse Sensazioni, si aprono a diverse scenari e a diverse soluzioni . Quindi perche non esporre i miei pensieri sapendoli, almeno in parte, logici e pericolosi ?
Biden sta mandando in Ucraina un terzo dei Droni più sofisticati ed un immensa quantità di armi “Pesanti e Moderne”. Lasciando da parte lo Spirito Caritatevole che non può albergare in nessun presidente Americano né di altri Stati; quale può essere il Motivo ? Quali scenari immagina?
Tra i troppi pseudo analisti di “Cose Belliche”, moltiplicatisi esageratamente in Europa, vi è chi sostiene che Putin non voglia sguarnire le tante e lotane frontiere e perciò ritiene plausibile che le Armate Ucraine e le sue numerose Milizie super/Armate, possano ricacciare oltre i confini l’Esercito Russo.. In verità tale proposito sembra improbabile. L’esito dei Combattimenti, seppur reso logicamente confuso da informazioni, purtroppo a Senso Unico , sembra prefigurare un esito largamente scontato. Al di fuori dal presentarsi di clamorose sorprese, l’immensa quantita di armi, giornalmente spedita da Biden a Zelinski , potrebbe divenire una preda gradevole per Putin e quindi risolversi in un immensa Gaffe elettorale per i Democratici Americani. No ! un’ Analisi del genere ci pare troppo sciocca per un’ America che nella Guerra, ha visto , da sempre, il metodo più utile per accrescere il suo Potere. Il Tempio di Giano, negli States é sempre rimasto aperto e i metodi, ignobili e raffinati, di condurre le Operazioni belliche sono ben conosciuti. Forse cose diverse e spiacevoli potrebbero essere in preparazione.
La forza Militare ed Economica dell’ America e’ talmente grande che può permettersi anche ESPERIMENTI pericolosi e non di esito sicuro. Perciò scandagliare altre possibilità oltre che utile diviene doveroso.
Occorre dire che una preoccupazione che speriamo si riveli inesistente, non si nutra, voracemente, di passaggi vocali che sono diventati, prima accennati, poi frequenti e che quindi si sono fortemente consolidati. Voci dal “Sen Fuggite” dei tanti Politici incapaci e inconsistenti. “Peones” ma non solo. Uomini dell’Apparato Partitico che dovrebbero essere “Informati” ma che forse, per apparire, non riescono a controllarsi. Un Ministro degli Esteri che viaggia per imparare la Geografia. Un capo di Governo che per alleggerire l’atmosfera dice che basterà regolare il condizionatore. Poi, tra Capo e Collo, gli occupanti dei Due Seggi Più Importanti del Parlamento Europeo, vanno in Ucraina ed in “Sede Istituzionale” dichiarano che gli Stati e l’Europa faranno vincere la Guerra a Zelinski !
Allora non sono solo “Preoccupazioni ! E’ possibile che all’ attuale Pandemia di “Covid” si sia aggiunta un’ulteriore infezione che provochi gravi malattie Mentali ?
Oppure gli Atlantisti di tutte le Nazioni Europee, in una specie di Crescendo Rossiniano stanno cercando, da obbedienti “Provinciali dell’Impero” di trascinarci IN UNA GUERRA NON NOSTRA ?
Bologna 22 Aprile 2022 Paolo Paganelli
EUROATLANTISMO: DISSENTIRE NON È PECCATO MORTALE
– La Germania costituirà un fondo di 2 miliardi di euro per finanziare l’acquisto di armi a Kiev, ma non gli invierà le proprie;
-La Germania deciderà quali armi inviare in Ucraina in base ad una lista a suo tempo fornita da Kiev anche se l’ambasciatore ucraino a Berlino ha mandato a dire a Scholz che “le armi di cui abbiamo bisogno non sono in quella lista”;
– l’Ucraina ha chiesto alla Germania di inviargli i carri armati Marder a disposizione dell’esercito tedesco ma la Germania ha detto no: quei carri armati serviranno per proteggere la Germania in caso di un attacco diretto da parte della Russia;
– la Germania nutre molti dubbi riguardo l’opportunità di inviare personale tedesco in Ucraina per addestrare i suoi militari;
– l’embargo sul gas russo, ha lasciato intendere il cancelliere Scholz, non è un’opzione che, almeno al momento, la Germania ritiene percorribile.
Altri distinguo rispetto alla linea atlantista arrivano da Austria, Irlanda, Grecia, Cipro, Malta, Ungheria e Bulgaria. La discussione verte, principalmente sugli aiuti militari all’Ucraina. Quindi non tutti hanno l’encefalogramma piatto.
Ne deduco quindi che sostenere l’Ucraina senza darsi la zappa sui piedi si può ;
Ne deduco anche che esprimere posizioni diverse da quelle indicate da Biden a mezzo UE, si può ugualmente.
Deduco infine che prendere le distanze dalle strategie belliche NATO, volte a coinvolgere l’Europa in una lunga guerra di logoramento in territorio ucraino, non è conteplato fra i peccati mortali.
Signor Draghi, in questi giorni di splendido isolamento in quel di Città della Pieve, la invito a meditare sulle differenze che corrono fra uno Stato che è fedele allo spirito europeo nella misura in cui ciò non vada a ledere gli interessi nazionali, ed un’altro che invece esegue acriticamente i diktat euro-americani fino al punto di mettere in pericolo la sicurezza e il benessere del suo popolo.
Poi ci faccia sapere.
Blog di Stelle e dintorni di Roberta Labonia
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