Italia e il mondo

Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia _ recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia, Solferino Editore 2026, pp. 268, € 19,00.

Scrive Cassese “I due secoli trascorsi sono stati agitati da grandi movimenti ideali, quali il liberalismo, il socialismo, il comunismo, che hanno mobilitato le masse in quasi tutto il mondo, svolgendo una funzione aggregativa e educando i cittadini a partecipare alla vita collettiva. Oggi si diffonde la disaffezione per la politica, gli iscritti ai partiti sono sempre di meno, e i partiti stessi, strumenti della democrazia, sono divenuti non democratici, mentre la politica si svolge senza politiche”. L’indice (tra i molti) più preoccupante per l’Italia nell’ultimo trentennio è la riduzione (di circa 30 punti, dal 90% al 60%) dei votanti alle elezioni.

Nel XIX e nel XX secolo si estese il diritto di voto per far coincidere paese reale (i cittadini) e paese legale.

Ora, di converso, scrive Cassese “La marcia indietro, che è in corso, deriva da un movimento silenzioso e spontaneo del popolo stesso, e tuttavia eloquente, che muove in una direzione opposta, rifiutando di manifestare il voto. Si apre una nuova fase nel ciclo di vita delle democrazie”. Inoltre “Il numero degli iscritti ai partiti, in 34 anni, dal 1994 al 2024, è passato da 4.411.000 a 659.000; quindi è ora solo il 16% circa di quello del 1990. Questa crisi è particolarmente grave in quanto una società libera non può vivere senza partiti”. Prosegue l’autore “Il tentativo di questo libro è dimostrare che una varietà di produttori di dati, l’Istat, la Camera dei deputati, l’Ocse, la Banca centrale europea, la Banca d’Italia producono dati e statistiche che misurano il funzionamento delle istituzioni e consentono di avere un’immagine più precisa dello stato attuale delle istituzioni”. I dati (e le fonti) ricordati, che comprendono anche altri paesi, mostrano una differenza particolare per l’Italia “Particolarmente critico il giudizio dell’opinione poubblica italiana sulle istituzioni nazionali. I giudizi negativi aumentano di quattro punti rispetto alla media Ocse, quelli positivi diminuiscono di altrettanto. Quanto ai servizi amministrativi, il divario tra la media Ocse e le valutazioni positive italiane è di più di 15 punti e quasi in corrispondenza è il giudizio negativo”. Cioè il giudizio negativo dei cittadini sulla pubblica amministrazione italiana è  di gran lunga superiore a quello degli elettori di altri paesi. Nonostante ciò Cassese manifesta una certa fiducia nella possibilità d’invertire l’andazzo peggiorativo come risulta già dal sottotitolo dove le “proposte per riparare” presuppongono un insieme da non buttar via, ma da correggere con opportune riforme. Previa, ovviamente, analisi delle cause e misurazioni anche degli effetti di queste sull’assetto democratico; cosa che nel saggio è fatta diffusamente.

Manca tuttavia un aspetto essenziale: quello tributario. Risulta dai dati statistici che la percentuale di prelievi fiscali sul reddito è, in Italia, ai massimi livelli tra i paesi europei (più o meno pari alla Francia). Diversamente dai quali, tuttora l’efficienza delle P.P.A.A. è molto inferiore: al comparto pubblico italiano si può applicare il giudizio di Leoparti sulla natura: che non rende poi ciò che promette allor.

Gli italiani si aspettano a fronte di un prelievo corrispondente o superiore una giustizia veloce almeno come quella dei grandi paesi UE (Germania in primis); un  Servizio sanitario cui non manchino infermieri (ne abbiamo un 20% di meno) e così via.

Il saggio è interessante perché affronta la crisi del regime politico da un angolo trascurato; infatti per lo più le spiegazioni partono dalle prospettive del pensiero e della scienza politica, che connota tutte quelle prevalenti, Ne ricordiamo alcune. In primo luogo quella di Lasch che, oltre trent’anni orsono, indicava la difficoltà della democrazia nelle diversità tra i valori delle élite e delle masse, onde non c’era più l’idem sentire de re publica.

Difficoltà cresciuta in questi anni, di pari passo dei partiti antiestablishement che l’hanno cavalcata.

Secondariamente l’inizio delle difficoltà della politica coincide con la fine, per implosione, del comunismo. E cioè della (principale) opposizione amico-nemico, quello tra borghesi e proletari, che aveva dominato nel “secolo breve”. Solo che le guerre, ostilità e politica si nutrono del sentimento politico (Clausewitz) cioè di quel composto di paura ed odio che identifica il nemico. Senza il quale la tensione politica si riduce e così l’interesse all’istituzione e alla sua funzione di protezione. Già lo aveva intuito Eschilo nelle Eumenidi venticinque secoli fa.

E si potrebbe continuare così per altre regolarità della politica, come l’integrazione (Smend) e la ridotta capacità integrativa dei partiti personali; per la regolarità della decadenza o delle di essa cause (le più varie).

Per cui è difficile pensare che una èlite dirigente che sia la prosecuzione della precedente, che ha realizzato o non contrastato gran parte della criticità percepite dai governati. possa farsi interprete di ampie riparazioni al “sistema”, come quelle raccolte dall’autore. Di cui, in ogni caso, è bene che i  governanti tengano conto.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Così parlava Bellavista: Napoli tra amore e libertà _ a cura di Conflits

Così parlava Bellavista: Napoli tra amore e libertà

a cura di Rivista Conflits

  • Nel 1977, Luciano De Crescenzo reinterpreta Nietzsche e trasforma un professore napoletano in pensione nel profeta di una saggezza del cuore.
  • La sua teoria: l’umanità si divide tra «uomini d’amore» e «uomini di libertà» — e la felicità sta proprio in questo connubio.
  • Dialogo platonico ambientato in una strada di Napoli, il libro trasmette lo spirito di Napoli senza mai cadere nel folklore.

Ci vuole una certa audacia per intitolare il proprio primo romanzo con un titolo che parodia Nietzsche. Luciano De Crescenzo lo fece nel 1977 con Così parlò Bellavista — Così parlava Bellavista —, e l’allusione a Così parlò Zarathustra dice già l’essenziale del progetto: al profeta delle vette germaniche, l’autore sostituisce un professore di filosofia in pensione, napoletano purosangue, che dispensa la sua saggezza dal proprio salotto, con un buon bicchiere di vino a portata di mano. Il successo fu strepitoso : quasi 600 000 copie vendute in Italia, traduzioni in tutto il mondo e un adattamento cinematografico che l’autore stesso firmò nel 1984.

Luciano De Crescenzo, Così parlava Bellavista, traduzione francese a cura delle Éditions de Fallois

L’ingegnere diventato narratore

Luciano De Crescenzo (1928-2019) è un personaggio degno dei suoi stessi libri. Nato a Napoli, ingegnere di formazione, ha trascorso una ventina d’anni presso IBM Italia prima di lasciare tutto, a quasi cinquant’anni, per dedicarsi alla scrittura. Questo percorso — l’ingegnere che diventa narratore della propria città — non ha nulla di aneddotico: mette in luce la duplice natura della sua opera, in cui il rigore della mente razionale si pone al servizio della più calorosa oralità meridionale. De Crescenzo diventerà in seguito uno dei grandi divulgatori della filosofia greca in Italia, oltre che regista, attore e sceneggiatore. Ma *Bellavista* rimane il libro d’esordio, quello che lo ha rivelato al grande pubblico.

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Uomini d’amore, uomini di libertà

Il romanzo non racconta una trama in senso stretto. È il ritratto di una città, la Napoli della fine degli anni ’70, colta attraverso la figura di don Gennaro Bellavista e la sua visione del mondo. Secondo il professore, l’umanità si divide in due famiglie: gli uomini d’amore e gli uomini di libertà. Ai primi appartiene il « regno dell’amore », la cui capitale è Napoli : lì si ha bisogno degli altri, del calore, del legame, della presenza. Ai secondi spetta la « repubblica della libertà », piuttosto milanese e settentrionale : lì si apprezzano l’indipendenza, l’ordine, la solitudine scelta. La divisione non ha nulla di manicheo : De Crescenzo tiene a ricordare che nessun popolo è tutto bianco né tutto nero, che ognuno mescola in sé i due colori e che la ricetta della felicità si riassume in una formula: metà amore, metà libertà. Sotto la superficie dell’umorismo affiora una vera e propria fenomenologia dell’arte napoletana di vivere, tenera e disillusa al tempo stesso.

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« La ricetta della felicità si riassume in una formula : metà amore, metà libertà. »

Un dialogo platonico in una tromba delle scale

È proprio nella sua struttura che il libro si rivela più originale, e questa forma si adatta perfettamente al suo intento. De Crescenzo — che si mette in scena come personaggio, l’« ingegnere De Crescenzo » — ha costruito il suo testo come un dialogo platonico trasferito dall’agorà ateniese a una tromba delle scale napoletana. Bellavista è un Socrate partenopeo: non scrive, parla; non insegna dall’alto di una cattedra, ma attraverso la conversazione, circondato dai suoi interlocutori — il portiere Salvatore, Luigino il poeta, alcuni amici venuti dal Nord —, riuniti attorno a una buona bottiglia. Questo piccolo cenacolo ripropone, su scala di un palazzo, la scena immemorabile del maestro e dei suoi discepoli.

« Bellavista è un Socrate partenopeo : non scrive, parla. »

Da qui deriva l’alternanza che scandisce l’opera. I capitoli si rispondono secondo due schemi. Alcuni sono propriamente filosofici: sono le «lezioni» di Bellavista, duelli dialettici sull’amore e la libertà, sull’uomo meridionale, sul senso della vita — il versante del logos. Gli altri sono vignette napoletane: aneddoti, scene di strada, ritratti coloriti della vita quotidiana partenopea — il versante dell’eros e dell’oralità popolare. I due livelli non smettono mai di risuonare l’uno nell’altro: la tesi si incarna nell’aneddoto, e l’aneddoto si eleva alla dignità della riflessione. Il tutto si colloca a metà strada tra il saggio e la commedia. De Crescenzo raccontava del resto che il libro era nato dalla visita di alcuni amici lombardi, ai quali aveva improvvisato una sorta di « corso propedeutico » alla vita napoletana: Bellavista, in fondo, non è altro che questa iniziazione prolungata.

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Il cavallino rosso

Un episodio riassume da solo questo aspetto aneddotico e la differenza tra il libro e il film: il cavalluccio rosso, il cavalluccio rosso. Nel romanzo si tratta solo di un accenno fugace — un padre che compra un cavallino di legno al figlio —, ma la scena esiste solo nel film, di cui è diventata uno dei momenti più memorabili, interpretata da Riccardo Pazzaglia, co-sceneggiatore e figura di spicco della scena napoletana. Nel bel mezzo di un mercato, con un fazzoletto in una mano e nell’altra un cavallino di plastica scarlatto comprato per suo figlio, un uomo racconta come, per puro caso, abbia sventato il furto di un’autoradio. Ma ogni volta che un passante si avvicina e chiede « Scusate, ma che è successo ? » — scusate, cosa è successo ? —, lui ricomincia il suo racconto dall’inizio, con lo stesso ardore, all’infinito, mentre tutta la folla gli fa da coro. Niente di più insignificante di questo aneddoto; niente di più rivelatore, tuttavia, di quell’arte napoletana di trasformare in spettacolo, e quasi in epopea, il più piccolo incidente della vita quotidiana. Quel giocattolo è ormai diventato una reliquia: alla morte di Luciano De Crescenzo, nel 2019, un commerciante del centro di Napoli ha drappeggiato di nero il cavallino rosso che esponeva ancora.

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Lo spirito di Napoli, senza il folklore

In Così parlava Bellavista, la vera impresa sta proprio qui: svelare lo spirito di Napoli senza mai cedere al folklore da cartolina. Qui non si parla quasi mai del Vesuvio, della pizza o della mandolina. Bellavista non è un romanzo che cede alla facilità dei cliché; è un romanzo che trasmette molto di più: lo spirito di Napoli. Ciò che Luciano De Crescenzo ci offre è un’intelligenza del cuore, una saggezza pratica che contrappone al culto dell’efficienza il primato del legame, della lentezza e dell’attenzione verso l’altro: una dolce resistenza allo spirito di serietà. E se il tema sembra a prima vista molto locale, in realtà punta all’universale, come riassume uno degli aforismi più famosi dell’autore: ognuno è il meridionale di qualcuno. Il Sud, in Bellavista, non è una geografia; è una disposizione dell’anima.

« Ognuno è il meridionale di qualcuno. »

Il cavalluccio rosso, il cavalluccio rosso, è così diventato un simbolo non solo di Bellavista e di De Crescenzo, ma della stessa Napoli. Due famose case napoletane — Marinella, per le cravatte, e Talarico, per gli ombrelli — ne hanno realizzato delle edizioni speciali a sua effigie. A riprova del fatto che la cultura popolare può ispirare anche la moda e la vita quotidiana.

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LA SINISTRA ED IL REGNO DELLE FATE, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA SINISTRA ED IL REGNO DELLE FATE

Nell’ultimo capitolo del Leviatano, Thomas Hobbes paragona le visioni predicate dagli ecclesiastici, fondate sull’illusione che il regno dei cieli possa esistere o avere almeno una copia conforme su questa terra, al regno delle fate della superstizione celtica, che credeva tali esseri realmente esistenti e agenti.

La critica del filosofo partiva da due presupposti principali e da un criterio, per così dire epistemologico. I due presupposti erano che nessuno aveva mai visto le fate: la loro esistenza e attività era dedotta da fatti talvolta esistenti ma costituenti indizi quanto mai deboli nella causalità, come la riduzione della crema nel latte, perché questo era il cibo degli esseri soprannaturali che lo rubavano. Ovvero da convinzioni non corroborate da fatti, come la bontà degli esseri umani, più spesso indotta quale conseguente all’osservanza della dottrina (e delle prediche) degli eletti, ossia dei predicatori. Altre ancora contraddette dalla “testimonianza della vista e di tutti gli altri sensi dell’uomo”, come la transustanziazione nella comunione, che Hobbes riteneva un misto di incantamento e menzogna, come quelli dei sacerdoti egiziani.

L’altro errore decisivo è che “la chiesa presentemente militante sulla terra è il regno di Dio – vale a dire il regno della gloria o la terra promessa, e non il regno della grazia, che non è se non una promessa della terra”, la cui conseguenza è “quello che debba esservi qualche uomo o qualche assemblea, per la cui bocca il nostro Salvatore – che ora è in cielo – parli e dia leggi, e che rappresenti la persona di lui davanti a tutti i cristiani”; e il cui risultato (e scopo) è di sottomettere il potere temporale dei re a quello del “viceregente” di Dio sulla terra (cioè il Papa).

Dopo aver esposto per molte pagine questi (e altri) errori, il filosofo di Malmesbury nell’ultimo capitolo (il XLVII) si domanda del vantaggio che derivi da tante immaginazioni, e a favore di chi, e, citando Cicerone, ritiene opportuno di chiedersi cui bono, ossia di cercare colui che avrebbe conseguito denaro, onore ed altro che ne derivasse. In primo luogo al Papa; ma anche ai presbiteriani che così esercitavano il potere sovrano su tutti e quindi sul popolo, giudicandolo1. A ciò Hobbes fa seguire un elenco di dottrine “le quali servono a mantenere il possesso di questa sovranità spirituale, quando si è acquistata. Così la prima è che il papa, nella sua capacità pubblica, non può errare. Infatti quale persona, credendo vero questo, non obbedirà lui in qualunque cosa lo comanderà”. Carattere e scopo comune di tutto ciò è “nel far stabilire un potere illegittimo sopra i sovrani legittimi del popolo cristiano, o di sostenerlo, quando esso è stabilito; oppure nel dare ricchezze, onori ed autorità terrene a quelli, che lo sostengono”.

Hobbes ritiene che assai male avevano fatto “gl’imperatori e gli altri sovrani cristiani, sotto il governo dei quali questi errori e queste successive usurpazioni del loro ufficio, fatte dagli ecclesiastici, dapprima s’insinuarono, per disturbare i loro dominii e la tranquillità dei loro sudditi, benché essi le tollerassero, perché non potevano prevedere quello, che sarebbe avvenuto dopo, né potevano accorgersi dei disegno dei loro insegnanti”; una volta che tali opinioni erano diventate “senso comune” il danno era fatto e c’era da sperare solo in un intervento divino.

Ciò sintetizzato, c’è da chiedersi in cosa la propaganda della sinistra abbia in comune con il regno delle fate dell’analogia di Hobbes.

In primo luogo nel sostituire l’immaginario – anche se auspicabile e condiviso – anzi proprio perché auspicabile e condiviso al reale, cadendo così nell’errore stigmatizzato da Machiavelli nel XV capitolo del Principe. Per di più essendo buona parte di tali immaginazioni incredibili e mai osservate genera il dubbio – assai fondato – che non sono sogni di sciocco ma furberie di ipocrita (Mosca).

In secondo luogo perché all’ipocrita è connaturale presentarsi come sintesi di tutti i desideri e aspettative dei credenti (spesso creduloni), come Dorine descrive Tartuffe nel capolavoro di Moliére “come sa bene in foggia traditrice confezionarsi un bel mantello con tutto ciò che è riverito”.

Inoltre perché Hobbes ha fondato l’obbligazione politica e la sovranità sulla “mutualità” delle prestazioni: il sovrano da la protezione e il suddito l’obbedienza. Ma lo scambio è tra protezione, concreta e reale e obbedienza, altrettanto concreta e reale. Il sovrano protegge vita e beni del suddito il quale rende in tasse e (talvolta) vita. Pertanto se il sovrano non è in grado di assicurare la protezione, il suddito è liberato dal dovere d’obbedienza. Ma se la protezione del sovrano non è effettiva, ma è rinviata all’al di là, lo squilibrio consistente nel pretendere obbedienza concreta in cambio di una credenza è evidente2.

In terzo luogo, Hobbes insiste nel Leviathan che il potere (meglio la funzione) degli ecclesiastici è quello d’insegnare e non di comandare3. Criticando la concezione di S. Roberto Bellarmino, Hobbes sostiene che così si converte il compito di insegnare predicando in quello di comandare sanzionando”4.

Ad applicare poi il criterio del cui bono il motivo è quello della lotta per il potere. Economico e più ancora politico. Ma quel che è più interessante del paragone di Hobbes è la specie di immaginazione in cui inquadra tali credenze religiose.

Nel (citato) capitolo del Principe Machiavelli stigmatizza l’errore generico di prendere l’immaginazione come realtà.

Ma di immaginazioni esistono tante specie: quelle generate da deliri di potenza, per lo più fallite, ma talvolta riuscite. Nel secolo scorso il Reich millenario di Hitler. In altri casi, come nel marxismo, dall’immaginare su una base scientifica (che tale non era) una umanità senza scarsità e senza potere (dell’uomo sull’uomo). In altri ancora come conseguenza dell’intervento divino nella storia. Nel caso della sinistra italiana, a parte, forse, qualche influenza di Fukuyama, pare prevalente la fiducia nella (buona) predicazione, purtroppo destinata a convertirsi in cattivi risultati o comunque a non realizzarne di conformi alle intenzioni. Ma sicuramente utile ai predicatori per rivestirsi del mantello (e del comportamento) del bigotto.

Teodoro Klitsche de la Grange

1E infatti che cosa significa scomunicare il proprio legittimo re, se non respingerlo dea tutti i luoghi del pubblico servizio di Dio, nel suo proprio regno? E di resistere a lui con la forza, quando egli con la forza tenta di castigare? E che cosa significa scomunicare una persona, senza autorità del sovrano civile, se non togliergli la sua legittima libertà, cioè usurpare un potere legittimo sopra i proprii fratelli?Leviatano, vol. II, Bari, p. 638.

2 Oltretutto non è detto che il Dio onnipotente si conformi al giudizio dei suoi predicatori, come già pensava Dante nel III canto del Purgatorio, dove il pentimento in articulo mortis di Manfredi è accettato dal Padreterno in forza della sua infinita bontà e malgrado le scomuniche del Papa.

3 “Il Papa manca di tre cose, che il nostro Salvatore non gli ha date: comandare, giudicare e punire, altrimenti che scacciando – con la scomunica – quelli, che non vogliono apprendere da lui”, Leviathan, parte III, cap. XLII; v. anche “In questo frattempo, considerando che non esistono sulla terra uomini, i corpi del quali siano spirituali, non può esistervi alcuno stato spirituale fra uomini, che sono ancora rivestiti di carne; a meno che non chiamiamo uno stato i predicatori, che hanno la missione d’insegnare, e di preparare gli uomini al loro ingresso nel regno di Cristo, alla resurrezione: i quali io ho già provato che non sono”.

4 “Ma dal semplice potere d’insegnare il Bellarmino inferisce anche un potere coercitivo nel papa, al di sopra dei re” la cui “difficoltà consiste in questo: che gli uomini, quando ricevono un comando nel nome di Dio, non sanno, in parecchi casi, se il comando viene da Dio, oppure colui, che comanda, non faccia abuso del nome di Dio”

Il Trans-Atlantico e il rompighiaccio _ di WS

 Nota  di prefazione.

Avevo scritto questo   commento  qualche giorno  fa  ma poi  non l’ avevo  inviato  al  buon Giuseppe   per  questo  senso  sempre più opprimente   di ineluttabilità   e di inutilità  a scrivere  sempre le stesse   cose .

Poi però sono intervenuti  due  fatti  “ovvi”

1)  Qualche idiota      a Roma  eseguendo per certo   agli “ordini”   di un “governo “   di certo non molto più intelligente     mi ha reso   inaccessibile   questo  ottimo sito . Certo   si può ovviare   a simili “ piccinerie”  con     giochetti    sulle VPN,     ma il segnale è chiaro. Andremo in guerra    che ci piaccia o no     e sono  sicuro  che   agli italiani  piacerà , o  se lo  faranno piacere  come  quel fatidico   10 giugno  1940 ,  salvo poi   appendere  i  “soliti idioti”  da  qualche parte    unendo  così  vergogna   alla propria stupidità.

2)    Il massacro  del dormitorio  ha finalmente  convinto   i dirigenti  russi   a togliersi definitivamente i  guanti , e di sicuro non se li rimetteranno più.

Certo “manovreranno”  ancora ma la collisione  ormai  è inevitabile  e  al Kremlino  lo sanno.

Quindi che senso ha ancora  discettare   de “l’ inevitabile “   ?   Perché  concentrarsi    ancora  sul “ rumore  della  cascata” ?   Meglio    concentrarsi   su  questa  bella  estate   che  potrebbe   essere  anche l’ ultima  degna   di questo nome , no ?

Saluto  quindi    qui  l’ ottimo Giuseppe  e  tutti gli amici  che  mi hanno  sopportato  leggendomi .

Ad  Majora !

  Ritengo  necessaria  una  riflessione  un po’ più  estesa   su    questo  articolo  di Simplicius   https://italiaeilmondo.com/2026/05/20/la-svr-russa-lascia-intendere-attacchi-contro-i-centri-decisionali-della-nato-dopo-le-ultime-provocazioni-con-i-droni-_-di-simplicius/

  sia  perché”l’ Ucrainizzazione” della NATO-€uropa e il relativo subappalto della “pressione” sulla Russia da parte del “padrone americano” è una strategia che si vedeva almeno dal 2014   ,sia perché essa  sta ora   sempre  più  accelerando  in  questo ( apparente)   stallo con   le provocazioni  antirusse  sempre più stringenti  parte di un  piano  sostanzialmente  semplice e  , a suo  modo, anche “logico”.

Perché  non solo  per preservare ma anche  estendere  il proprio  dominio  globale  i “master  of universe”   devono    soggiogare   gli ultimi “  stati canaglia”,   cioè  quelli   che  disobbediscono  ai  LORO  “diktat” .

 Inizialmente essi  hanno  cominciato  da quelli “piccoli”,    in base   al “bastonarne uno per educarne  cento”  sperando  , anche  con simili  “esempi” , di  tirare  al proprio   servizio    anche   le elites  di quelli più  “grossi”.

 Ma  alcune di questi  più “grossi” ( Russia , Cina )  non solo hanno  dato  chiari sintomi   di non volersi  sottomettere , ma  addirittura   hanno preso  a  far  crescere  i propri  Stati  a  velocità  superiore usando      il (da LORO) odiato     “capitalismo  di stato “   e  sfruttando le pieghe   del LORO   “mercato  globale”. 

E poiché non è  stato  LORO possibile  usare  il solito “vecchio  trucco”   di aizzare  il  confronto “strategico” e  autodistruttivo   tra  questi   due  sistemi   secondo il classico “gioco inglese”,  è   stato   deciso, probabilmente  dopo il famoso “  non  serviam”       di Putin  a Monaco,   di       sottometterle  “una  alla  volta”   cominciando  dalla  Russia  ,  da LORO  considerata il bersaglio più  fragile , meno costoso  e più  succoso.

In pratica  è stato  deciso , laddove   si  era  dimostrato impossibile con Putin      di continuare a   farlo  da “l’interno”,  di    reimpadronirsi  della  Russia  effettuandovi   , come nel 1917,  una pressione ” convenzionale”  fino a spezzarla, ma evitando  il  “backfire”   del 1917   tale   che  alla  fine  la Russia    cascasse in mano  ad una fazione  incontrollabile  che  sotto pressione     potesse  andare  addirittura  “nucleare” .

Ma se  questo ultimo  “accidente” poi  avvenisse , per chi ha comandato  questo “piano” è fondamentale     che  “ l’accidente”rimanga comunque configurato alla sola Europa, lasciando quindi in secondo piano la  “testa  del serpente”  che ha dato origine al tutto  e che  NON  sta     sul nostro  Continente.

Perché   anche   così   l’ esito    del piano  resterebbe  “vantaggioso”  per  chi lo ha concepito,  sebbene    definitivamente  mortifero  per  gli europei  tutti .

Ma d’altronde “  fuck the EU”  come disse  “quella” no ?

Sulle ragioni per cui a questi  “”bankesters ” che dominano il mondo da almeno 200 anni   sia necessaria una simile WW3, confinata quanto meno (come sempre) al continente euroasiatico, ho già scritto ad libidum e adesso non ci resta che aspettare che gli “avvenimenti” convincano anche  quei  “benpensanti”  che ,  non dubito, ancora   si  fisseranno sulla “cattiva Germania”.

La quale,  in effetti, più che cattiva è soprattutto  innatamente stupida e quindi  ottima per  la parte   del vilain   , cioè  del  solito “volenteroso  idiota” (esattamente come le altre due volte).

Perché ormai  è chiaro  che anche  stavolta  la Germania  non rinuncerà   ad  essere  protagonista   di un altra WW , no ?

 Ora giunti  a questo punto  le domande dovrebbero essere due :

 1) perché le euroelites hanno aderito all’unisono a questo piano autodistruttivo ? 

2) Cosa dovrebbe fare la Russia per uscire da questa trappola?  

La risposta alla prima domanda è facile :le €uroelites sono state accuratamente selezionate allo scopo. Esse sono soltanto una massa di “zelenski” : ignoranti , avide, ricattabili e prive di ogni minima risorsa intellettuale ed empatica che possa portarle ad un qualche pensiero indipendente dal “programma” che gli è stato innestato in testa fin   da quando sono emerse  dalle  LORO “scuole”  per  “giovani leader”.

Anzi , più questo “programma” si mostra distruttivo ANCHE per i loro personali interessi e più essi ci si aggrapperanno, mentendo anche a se stesse, vedendo  nel successo di questo progetto  l’ unica personale ancora di salvezza.

Quindi nessuno si faccia illusioni! NESSUNO  in €uropa raccoglierà VERAMENTE i segnali di pericolo e NESSUNO invertirà la “rotta” di questo  nostro   TRANS-Atlantico.

 Questo ‘ €uroTitanic   su cui noi siamo tutti imbarcati  andrà a sbattere contro la nave  russa  e in prima classe ci saranno fino in fondo “balli e canti” nella suprema convinzione che a” spezzarsi” sarà solo il “rompighiaccio”  russo  perché per questi pessimi  capitani non è concepibile  cambiare  rotta .

E  questo    soprattutto perché in tutti loro c’è il maligno  retropensiero che loro COMUNQUE non periranno con la loro nave, perché   hanno già  tutti la loro personale “barca di salvataggio” con la quale al peggio potranno raggiungere la   terra  “americana”   dove ( credono loro ) hanno già residenze  pronte e piene di dollari.

E veniamo alla seconda  domanda.

Può il rompighiaccio    russo    sfuggire  alla collisione   con l’  €uroTitanic  che  gli punta  sistematicamente  addosso ?  No,  può  solo  sperare  che ritardando la collisione   ci sia  tempo per un qualche  “miracolo”.

Ma questa  è una strategia  pericolosa   perché   ad ogni   virata   russa,    nella  cabina di comando  de l’ €uroTitanic  si  rafforza    la convinzione    che il  rompighiaccio  viri  per    conclamata  debolezza   e   che quindi     “l’ urto” venga  ancora più perseguito   da un  ‘€uroTitanic  con le  “macchine”  ancor più   “avanti  tutta”.

Si, ma   come  fare  a mostrarsi  “ letali”  senza  dare    comunque  un “urto d’ assaggio” ?   Ma se  poi   si da  a  questa  “nave  dei folli”    solo  un  “urto leggero”     che eviti  un  “affondamento”   come  si può  essere sicuri  che  anch’esso non  sarà  travisato   ancora come una manifestazione   di “debolezza.

   D’altronde   non  è molto più grande  la stazza  del TRANS-Atlantico, o no ?

Così  il margine   di   irriparabilità     si assottiglia    sempre più  e  per il Rompighiaccio  russo    non  ci sono  alternative :    “virare  finché  si può” ,  dando  sempre maggior  segnali   della propria letalità  nella  speranza  , sempre più fievole,   che nella plancia    de l’ €uroTitanic   ci sia  qualcuno  con un  po’  di cervello, ma ..

Ma     quando  alla  fine   di questo  “ gioco  del pollo”   il capitano  russo  giudicherà   “l’ urto  non  più evitabile   ,  esso non avrà  altra alternativa  che mettersi       di prora   spingendo  “ avanti tutta” mirando  alla  fiancata  de l’ €uroTitanic.

E   allora  vedremo    se  davvero  sul TRANS-Atlantico    ci sarà   abbastanza  tempo  per mettere in mare  le   “scialuppe” della Prima  Classe !

Essendo  io  “passeggero  di terza  classe”   ogni  volta   che  vedo  virare  il “rompighiaccio”   sono  contento   di  questo”   tempo  a prestito” ,  sebbene   veda benissimo  che  l’ urto  sia  ormai  sempre più  inevitabile  e non per colpa   del “rompighiaccio”.

L’Italia, quarto esportatore mondiale: il paradosso di una potenza industriale invisibile_di Edoardo Secchi

L’Italia, quarto esportatore mondiale: il paradosso di una potenza industriale invisibile

par Edoardo Secchi

  • Nonostante una crescita inferiore all’1% e un tessuto imprenditoriale costituito per il 95% da microimprese, l’Italia ha appena superato il Giappone, posizionandosi al quarto posto nella classifica mondiale degli esportatori con 643 miliardi di euro nel 2025.
  • La bassa produttività italiana è un fenomeno statistico: nelle grandi imprese, il valore aggiunto per dipendente raggiunge i 118.000 euro, ovvero più che in Germania, grazie al dominio di oltre 200 nicchie ad alto valore aggiunto.
  • La diversificazione industriale — meccanica, farmaceutica, moda, agroalimentare, difesa — protegge l’Italia dagli shock settoriali e le consente di registrare una crescita del +7,2% sul mercato statunitense, mentre la Germania subisce un calo del 7,8%.

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Mentre la Francia ha registrato una crescita media dell’1,5-2% negli ultimi anni, l’Italia ristagna al di sotto dell’1%. Eppure, Roma ha appena superato il Giappone e si è posizionata al quarto posto nella classifica mondiale degli esportatori. Com’è possibile?

Posizione nella classifica mondiale: L’Italia è ora il quarto esportatore mondiale, davanti al Giappone.
Risultati: Un surplus commerciale complessivo di 482 miliardi di euro dal 2010.
Produttività d’élite: Nelle grandi imprese, il valore aggiunto per dipendente (118.000 €) supera quello della Germania (112.000 €).
Resilienza: Una crescita del +7,2% verso gli Stati Uniti nel 2025, contro il -7,8% della Germania.

Cominciamo con una constatazione: l’Italia possiede il tessuto imprenditoriale più frammentato d’Europa, costituito principalmente da microimprese.

Alla fine del 2025, circa 5,85 milioni di imprese registrate. Di queste, 5,7 milioni, pari al 95%, sono microimprese (0-9 dipendenti); seguono 200.000 piccole imprese (10-49 dipendenti), 25.000 medie imprese (50-249 dipendenti) e 4.300 grandi imprese (oltre 250 dipendenti). Queste imprese sono concentrate principalmente in Lombardia, Lazio, Campania e Veneto. Queste quattro regioni rappresentano oltre il 40% del totale nazionale.

L’82% delle microimprese opera nel settore dei servizi – commercio, ristorazione, libere professioni – con una produttività ridotta a soli 20-30 mila euro per dipendente. Si tratta di settori tradizionali caratterizzati da margini di profitto ridotti.

Assorbono il 47,7% dei posti di lavoro, ma generano solo il 33,8% del valore aggiunto

Questa disparità si riflette direttamente sui salari medi più bassi in Italia: la limitata produttività delle microimprese genera un minor valore aggiunto per addetto, lasciando margini ridotti per retribuzioni più elevate. Al contrario, nelle medie e grandi imprese – dove la produttività è elevata – i salari sono in linea con la media europea o superiori ad essa.

Le piccole imprese investono meno in ricerca e sviluppo, limitando così la loro capacità di innovazione; molte non sfruttano le tecnologie moderne e dispongono di competenze manageriali inadeguate che incidono sulla loro competitività e crescita. Sebbene il Paese registri una ripresa della natalità imprenditoriale (saldo netto positivo, con +56.599 imprese nel 2025), non si osserva un vero e proprio cambiamento di scala (scaling). Il settore dei servizi è particolarmente colpito, con un ritardo di produttività del -20% rispetto alla media dell’UE.

Nel settore manifatturiero, le 300.000 microimprese (spesso con meno di 10 dipendenti) incidono negativamente sulla produttività media nazionale, con un valore aggiunto per occupato pari a 30-40 mila euro (-30/33% rispetto alla Germania). Le microimprese producono per conto terzi ma non esportano direttamente. Sono essenziali nella catena del valore (distretti industriali, subfornitura), ma contribuiscono poco alle esportazioni dirette, dominate dalle grandi imprese. Il problema è quindi strutturale, non di efficienza.

Leggi anche: Dalla periferia al polo digitale: il Sud Italia reinventa il proprio destino

Il limite strutturale non ostacola la competitività

Escludendo le microimprese, il valore aggiunto per dipendente registra un forte aumento: raggiunge i 72.000 € nelle piccole imprese (10-49 dipendenti), i 93.000 € nelle medie (50-249 dipendenti) e i 118.000 € nelle grandi imprese (oltre 250 dipendenti), come nei settori di punta della meccanica o chimico-farmaceutico. Il valore aggiunto per dipendente passa così da 20–40.000 € nelle microimprese a 118.000 € nelle grandi imprese, un livello superiore a quello della Germania.

Leggi anche: Come l’Italia è diventata una potenza meccanica riconosciuta a livello mondiale

Una potenza esportatrice

Sul fronte del commercio internazionale, l’Italia conferma la propria forza nelle esportazioni nel 2025 superando la soglia dei 643 miliardi di euro (+3,6% rispetto al 2024). Superando il Giappone nel periodo 2024-2025, si colloca al quarto posto nella classifica mondiale degli esportatori, secondo l’OCSE e l’OMC. Questa dinamica testimonia un’eccezionale resilienza rispetto ai suoi concorrenti: mentre la Germania registra un calo del 7,8% sul mercato americano, l’Italia vi registra una crescita del 7,2%. Questa performance culmina con un surplus record di 50,7 miliardi di euro che, al netto dell’energia, ammonta a 97,6 miliardi di euro, segnando così il suo miglior risultato degli ultimi trent’anni. Dal 2010, questa dinamica ha permesso di accumulare un surplus commerciale strutturale di quasi 482 miliardi di euro.

Il successo industriale italiano non si basa sulla produzione di massa, ma sulla padronanza di oltre 200 nicchie ad alto valore aggiunto

La meccanica di precisione, l’aerospaziale e l’automazione industriale costituiscono il cuore tecnologico del Paese, mentre il settore chimico-farmaceutico e l’industria della difesa rimangono all’avanguardia nell’innovazione. Questa specializzazione si ritrova anche nel settore nautico, nell’ottica, nella ceramica, nonché nei pilastri tradizionali quali la moda, il design e l’agroalimentare. Insieme, questi settori conferiscono all’Italia una posizione di primo piano nell’economia circolare europea e trasformano la sua diversificazione industriale in un vantaggio strategico a livello internazionale.

Diversificazione fondamentale

La diversificazione svolge un ruolo fondamentale nella competitività. A differenza della Germania (che dipende dal settore automobilistico), l’Italia presenta un andamento delle esportazioni più equilibrato: metallurgia e meccanica 45%, chimica 12%, farmaceutica 8%, moda 12%, agroalimentare 10%, ceramica 3%, meccanica di precisione 4%, ottica/nautica 3%, altro 3%, più resiliente agli shock settoriali.

La bassa produttività italiana è un fenomeno statistico spesso interpretato in modo errato dagli analisti, che si limitano a considerare i dati aggregati senza approfondire il «come» e il «perché»

Il 95% delle microimprese (soprattutto nel settore dei servizi) fa scendere la media nazionale, ma sono le circa 84.000 imprese che esportano regolarmente a trainare le esportazioni e a generare il consistente surplus commerciale del Paese.

Il Paese promuove attivamente i raggruppamenti (reti di imprese, consorzi) e le fusioni e acquisizioni (M&A) per favorire la crescita dimensionale delle PMI verso le medie-grandi imprese (50-250 dipendenti). Si tratta di un cambiamento di paradigma culturale (meno imprenditoria familiare, più professionalizzazione manageriale) che richiederà dai 10 ai 20 anni, ma nulla garantisce una migliore performance produttiva. Per competere e superare le sfide globali, occorre essere leader mondiali nelle nicchie ad alto valore aggiunto ed esportarle, non nella produzione di massa a basso costo.

Tuttavia, il modello economico delle microimprese è profondamente radicato nella cultura italiana, basato sull’imprenditoria individuale su piccola scala e integrato nelle tradizioni familiari e territoriali (distretti industriali). Questo rappresenta l’elemento distintivo della struttura economica del Paese, invidiato da molti paesi avanzati.

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Come l’Italia è diventata una potenza meccanica riconosciuta a livello mondiale

par Edoardo Secchi

L’industria meccanica rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell’economia italiana. Essendo un paese prevalentemente manifatturiero ed esportatore, l’Italia fonda la propria competitività internazionale su questo settore dinamico, che contribuisce in modo determinante al suo surplus commerciale.

In tutti i paesi industrializzati, l’industria meccanica riveste un ruolo particolarmente importante sia dal punto di vista quantitativo – in termini di occupazione, valore aggiunto e commercio internazionale – sia per la sua funzione strategica. Essa contribuisce in modo decisivo alla crescita di un paese e al mantenimento dei livelli di competitività dell’intero settore industriale, il cui sviluppo dipende in larga misura dalla capacità del settore ingegneristico di crescere e rinnovarsi perseguendo costantemente la propria politica di innovazione. In Italia, l’industria meccanica è stata alla base della crescita del sistema industriale e oggi riveste un ruolo centrale. Povera di risorse naturali, la sua economia deriva dalla trasformazione e il livello di benessere è strettamente legato alla sua capacità di essere competitiva e di esportare.

Specializzata nella produzione di automobili, elettrodomestici, strumenti di precisione, apparecchiature per la ricerca scientifica, apparecchiature per le telecomunicazioni e armi, sia civili che militari, l’industria meccanica è una presenza onnipresente che contribuisce in modo decisivo alla crescita del Paese e al mantenimento dei livelli di competitività dell’intero settore industriale. La capacità e il dinamismo del settore hanno permesso all’Italia di diventare il quinto mercato mondiale della meccanica, dopo Cina, Stati Uniti, Germania e Giappone. Con una presenza consolidata su tutto il territorio, l’industria meccanica è attiva principalmente nel centro-nord del Paese, con una forte concentrazione produttiva e una quota relativa in percentuale delle esportazioni in Lombardia (29,3%), in Emilia-Romagna (22,8%), in Veneto (15,5%), in Piemonte (11,5%), in Toscana (6,6%), in Friuli-Venezia Giulia (3,3%), nelle Marche (2,8%) e nel Trentino-Alto Adige (2%).

Un settore fortemente diversificato e strategico

Per comprendere meglio il ruolo centrale dell’industria meccanica nell’economia italiana, è necessario analizzarne l’impatto sull’intero settore industriale. Il 100% dei beni strumentali appartiene al settore meccanico. L’82% della produzione ad alta tecnologia è di natura meccanica. L’80% della produzione meccanica è ad alta tecnologia.

Il settore è costituito da 105.000 imprese che danno lavoro a 1.659.220 persone, il che lo rende il secondo settore industriale in Europa dopo la Germania. Produce una ricchezza (misurata in termini di valore aggiunto) pari a 120 miliardi di euro. Il suo fatturato ammonta a 500 miliardi di euro, di cui 250 miliardi generati dalle esportazioni. Il suo surplus commerciale è di 50 miliardi e contribuisce al riequilibrio complessivo della bilancia commerciale italiana, strutturalmente in deficit nei settori dell’energia e dell’agroalimentare.

L’Italia diventa il quarto esportatore mondiale

par Edoardo Secchi

Mentre la maggior parte dei paesi del mondo è sconvolta dalle tensioni geopolitiche e dalle turbolenze economiche, l’Italia è riuscita a uscire dalla stagnazione dopo sedici anni di crescita modesta e profonde recessioni, in particolare durante la crisi del debito sovrano e la pandemia di COVID-19.

In un contesto caratterizzato da rischi geopolitici, tensioni internazionali e turbolenze economiche e finanziarie a livello mondiale, l’Italia è riuscita a uscire dalla stagnazione dopo sedici anni di crescita modesta e profonde recessioni, in particolare durante la crisi del debito sovrano e la pandemia di COVID-19.

Un altro dato altrettanto significativo riguarda il commercio estero, dal quale l’economia dipende fortemente. Le esportazioni non solo rappresentano il 40% del PIL, ma costituiscono anche un elemento fondamentale per la riduzione del deficit e del debito pubblico.

Nei primi sette mesi dell’anno, l’Italia ha incrementato le proprie esportazioni, superando per la prima volta il Giappone e diventando il quarto esportatore mondiale, dietro a Cina, Stati Uniti e Germania. Si tratta di un risultato storico se si considera che la popolazione attiva in Italia è di 23,7 milioni contro i 69,3 milioni del Giappone. I dati dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) confermano quindi la crescita costante delle esportazioni italiane dal 2016, passate da 480 a 626 miliardi di euro nel 2023. Secondo le previsioni del governo, le esportazioni dovrebbero raggiungere i 680 miliardi nel 2025 e superare i 700 miliardi nel 2026.

Quali sono, dunque, i vantaggi competitivi di cui dispone l’Italia per continuare a espandersi sui mercati internazionali e mantenere la propria leadership mondiale in alcuni settori?

Aziende esportatrici: Secondo l’ISTAT, nel 2022 l’Italia contava circa 35.000 aziende esportatrici con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 500. Dato importante: le imprese dei settori del lusso, della moda, della meccanica di precisione, farmaceutico e agroalimentare esportano fino al 70% della loro produzione.

Da leggere anche

Come l’Italia è diventata una potenza meccanica riconosciuta a livello mondiale

Nuovi mercati : L’Europa e gli Stati Uniti rappresentano i principali mercati di destinazione delle esportazioni italiane. Tuttavia, le imprese sono riuscite a sviluppare nuovi mercati emergenti, come Messico, Brasile, Colombia, Turchia, Serbia, Egitto, Marocco, Sudafrica, India, Cina, Vietnam e Singapore. Questi paesi rappresentano attualmente 80 miliardi di euro di esportazioni italiane e potrebbero raggiungere i 95 miliardi entro il 2027, grazie ai loro ingenti investimenti in settori chiave in cui l’Italia eccelle, come la meccanica, l’energia e le infrastrutture.

Strategia di nicchia: La strategia di nicchia costituisce un elemento fondamentale del commercio estero italiano. È proprio grazie alle numerose nicchie in cui il Paese è leader mondiale che la bilancia commerciale registra un surplus di 100 miliardi di dollari, esclusi i minerali energetici.

Flessibilità: Le aziende francesi sono rinomate per la loro flessibilità. Questo punto di forza consente loro di personalizzare i prodotti in base alle richieste specifiche dei clienti, di rispondere rapidamente ai cambiamenti della domanda e di adattarsi alle nuove esigenze del mercato.

Le esportazioni, pur rappresentando una componente fondamentale del PIL e offrendo opportunità di sviluppo, in particolare in settori altamente specializzati, non bastano da sole a risolvere alcuni dei problemi sistemici che affliggono il Paese. L’Italia deve assolutamente adottare misure strategiche mirate per consentire la crescita della propria economia. E per farlo deve proporre soluzioni concrete in materia di:

Dipendenza energetica : L’Italia è il paese europeo con il più alto grado di dipendenza energetica, pari al 73,5%. Il costo dell’energia incide sulla competitività delle imprese italiane. L’Italia paga il 10,1% in più rispetto alla Francia, il 13,4% in più rispetto alla Germania e il 44,4% in più rispetto alla Spagna. Promuovere lo sviluppo delle energie rinnovabili per migliorare la sicurezza energetica e ridurre i costi è doppiamente importante.

Pressione fiscale : Ridurre le imposte sulle imprese e sul lavoro per abbassare i costi di gestione e incentivare l’assunzione di personale.

Ricerca e sviluppo : Promuovere politiche di incentivazione della ricerca e dello sviluppo (R&S), con finanziamenti mirati e agevolazioni fiscali per le imprese che investono nell’innovazione.

Carenza di competenze : La carenza di competenze colpisce i settori tecnologici, ma anche l’industria. Le implicazioni negative sono numerose per l’economia e per l’occupazione, rendendo difficile per le imprese trovare lavoratori in possesso delle competenze necessarie e limitando così il loro sviluppo. È quindi essenziale un intervento coordinato tra imprese, istituzioni e sistema educativo per colmare il vuoto e preparare il Paese alle sfide del futuro.

Dimensioni delle imprese : L’aumento delle dimensioni delle PMI è fondamentale per migliorare la competitività e la resilienza economica. Le PMI italiane sono spesso caratterizzate da dimensioni troppo ridotte, che non consentono loro di investire nelle nuove tecnologie, di accedere a finanziamenti a condizioni vantaggiose e di essere competitive sui mercati internazionali.

Transizione digitale: La digitalizzazione della pubblica amministrazione e la riduzione della burocrazia sono fondamentali per attrarre investimenti stranieri, ma anche per migliorare la produttività. Formare i funzionari pubblici affinché acquisiscano competenze digitali è essenziale per accompagnare questa transizione.

PER SEMPRE “si”_di Michele Rallo

Le opinioni eretiche

di Michele Rallo

PER SEMPRE

“SI”

Carissimi,

da quando ha cessato le pubblicazioni il benemerito settimanale “Social” (e con esso le mie “Opinioni Eretiche”) molti amici mi hanno invitato a continuare i miei articoli su una diversa testata, o anche privatamente, come semplici comunicazioni ad amici e corrispondenti.

Ho ringraziato per l’attenzione, ma ho sempre resistito alla tentazione di ritornare sui miei passi. Giunto sulla soglia degli 80, devo per forza fare delle scelte; e ho scelto di dedicare il tempo che mi resta agli studi storici e non alla attualità politica.

Oggi, tuttavia, ho deciso di fare un’eccezione e di comunicare agli amici le ragioni della mia scelta referendaria.

Dunque, voterò per il SI, con tutto il cuore. Ma, soprattutto, con il cervello.

Vi spiego perché. Per due motivi di logica elementare e, soprattutto, per un motivo di ordine politico.

Incominciamo dal primo motivo. Giudice è chi giudica, e la sua figura deve necessariamente essere posta su un piano completamente diverso rispetto alle parti in lite. E queste parti sono – semplificando – la accusa (i pubblici ministeri) e la difesa (gli avvocati). Tenere insieme chi giudica e chi accusa è una contraddizione in termini. D’altro canto le due figure (e le due carriere) sono tenute rigidamente separate negli ordinamenti giudiziari della generalità dei paesi occidentali: dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Germania alla Spagna, dall’Inghilterra alla Svizzera, alla Svezia, alla Norvegia, al Belgio, eccetera, eccetera. Non capisco perché in Italia dobbiamo continuare a tenerli insieme, solo per fare un favore al PD.

E, a proposito del PD, apro una parentesi. Le mie simpatie politiche non vanno alla Meloni, ma al campo dei sovranisti autentici: il generale Vannacci, Gianni Alemanno, Marco Rizzo. Ma certamente, non ho il minimo dubbio nell’affermare che la Meloni ha una caratura politica che la pone nettamente al di sopra dell’allegra brigata del “campo largo”. Ve l’immaginate se, soprattutto in un momento difficile come questo, dovessimo avere alla guida del governo una Elly Schlein, o un “Giuseppi” Conte, o magari un qualche sodale di Soumahoro o della Salis?

Chiusa la parentesi, e torniamo al referendum.

Il secondo motivo per cui voto “si”: per riaffermare gli equilibri dello Stato-di-diritto, con il potere legislativo che fa le leggi, con il potere esecutivo che dà loro attuazione, e con il potere giudiziario che le applica. La magistratura deve far rispettare le leggi che promanano dalla politica, non atteggiarsi a contro-potere che si arroga il diritto di opporre alla volontà di governo e parlamento una propria (e diversa) volontà. Non può – per esempio – opporre alla volontà del potere politico di limitare l’immigrazione illegale, una propria (ed opposta) visione sul come gestire – per restare all’esempio – il fenomeno migratorio. Così come può “interpretare” le leggi solamente per ricondurle a ciò che il legislatore aveva voluto effettivamente disporre, e non “interpretarle” (si fa per dire) per cercare il cavillo che consenta di disattendere la volontà del legislatore: per esempio, trovando un escamotage che consenta di lasciare in libertà uno stupratore seriale o un sospetto terrorista.

Altra parentesi: i responsabili di comportamenti del genere non sono “i magistrati” né tantomeno “la magistratura”, ma solamente una ristretta aliquota di magistrati “militanti”. Che però, guarda caso, si trova spesso a ricoprire incarichi importanti in sedi importanti. Come mai? Sono andato a rileggermi alcune pagine de “Il Sistema” di Palamara, e ho trovato la risposta.

Chiusa anche quest’altra parentesi. E vengo al motivo più importante, quello di carattere politico. Se dovesse passare il “no” (cosa che non mi sembra possibile, checché ne dicano Elly e compagni), ciò significherebbe lasciare nello stato attuale la problematica dell’invasione migratoria. In altre parole: se domani un qualunque governo dovesse cercare di arginare l’invasione e di colpire più duramente gli immigrati che dovessero macchiarsi di reati, basterebbe un magistrato d’assalto per vanificare tutto e rendere impossibile al legislatore di attuare la linea politica per la cui realizzazione è stato votato dal popolo sovrano. In altre parole: per sovvertire ogni parvenza di democrazia.

Questo referendum, quindi, non riguarda soltanto la separazione delle carriere dei magistrati, ma anche – di fatto – un problema assai più importante: quello della immigrazione. E sull’immigrazione – ma anche sull’ordine pubblico, sulla criminalità, sul terrorismo, eccetera – vorrei che potesse decidere il popolo sovrano. Oggi, ma soprattutto domani. Un domani che non mi appare del tutto calmo e tranquillo.

19 marzo 2026

Dalla periferia all’hub digitale: il Sud Italia reinventa il proprio destino_di Edoardo Secchi

Dalla periferia all’hub digitale: il Sud Italia reinventa il proprio destino

par Edoardo Secchi

  • Tra il 2021 e il 2024, il PIL del Mezzogiorno è cresciuto dell’8,5%, superando il Centro-Nord: una svolta storica dopo decenni di ritardo strutturale.
  • Aeronautica, semiconduttori, digitale: il Sud Italia sta costruendo un’economia ad alto valore aggiunto, trainata da un’élite tornata dopo anni di esilio professionale.
  • Senza un pesante retaggio industriale da riconvertire, il Mezzogiorno passa direttamente ai settori tecnologici, posizionandosi come laboratorio delle filiere europee di domani.

Il Sud Italia è sempre stato descritto come un’area economicamente fragile: pochi capitali, poche industrie e una costante fuga di giovani verso l’estero. Era un paradigma che sembrava scolpito nella pietra sin dall’Unità d’Italia. Tuttavia, oggi i dati raccontano una realtà diversa: il Mezzogiorno non solo sta recuperando il ritardo, ma sta anche accelerando.

Tra il 2021 e il 2024, il PIL del Sud è cresciuto dell’8,5%, contro il +5,8% del Centro-Nord. Ancora più sorprendente: tra il 2019 e il 2023, il Mezzogiorno è cresciuto del 9%, circa il doppio della media nazionale. Nel 2024 l’economia meridionale ha raggiunto una massa critica di circa 427 miliardi di euro (dati ISTAT e SVIMEZ), superando quella del Centro di circa 32 miliardi.

La nuova fase di crescita del Sud si contraddistingue per la diversificazione e l’accelerazione in settori ad alto valore aggiunto. Il tessuto manifatturiero meridionale è competitivo nei settori dell’aeronautica, della farmaceutica, dell’agroalimentare e delle tecnologie avanzate, che insieme rappresentano una quota significativa del valore aggiunto e delle esportazioni della zona.

Allo stesso tempo, l’ecosistema delle startup del Sud sta attraversando una fase di consolidamento strutturale. Non si tratta più di iniziative isolate, ma di centinaia di nuove imprese attive in segmenti tecnologici all’avanguardia: dalla sanità alle software company, passando per il fintech e l’ingegneria avanzata. Questa nuova base imprenditoriale crea un mercato del lavoro qualificato che funge da catalizzatore per l’intero ecosistema locale, segnando il passaggio definitivo da un’economia di sussistenza a un’economia di valore.

Leggi anche : L’Italia diventa il quarto esportatore mondiale

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Il parallelo con la Germania dell’Est

Per certi versi, il Mezzogiorno ricorda la Germania dell’Est dopo la riunificazione: un territorio a lungo considerato periferico, sfruttato per i suoi vantaggi in termini di costi e sostenuto da ingenti trasferimenti pubblici. Ma la vera sfida, ieri come oggi, non è quella di attrarre investimenti perché costa meno. Si tratta piuttosto di trattenere il capitale umano e costruire specializzazioni sostenibili. La Germania orientale ha impiegato più di vent’anni per avvicinarsi ai livelli dell’Occidente. Il Sud Italia è solo all’inizio di un percorso simile. Con una differenza: la sua integrazione passa ormai più dal digitale che dall’industria.

La Germania orientale ha impiegato vent’anni per avvicinarsi all’Occidente. Il Sud Italia ha un vantaggio che prima non aveva: integra direttamente il digitale, senza passare attraverso l’industria pesante.

La Germania orientale è cresciuta, ma non ha mai colmato completamente il divario di produttività. Per il Sud permane il rischio di diventare una periferia funzionale dell’economia nazionale: utile, ma non determinante. Riuscirà a trasformarsi in un polo tecnologico strategico?

Leggi anche : Italia: una potenza che ignora il proprio ruolo nel Mediterraneo?

Dall’esilio all’imprenditoria: il nuovo volto dell’élite meridionale

Nel sud Italia è in atto una trasformazione strutturale di portata senza precedenti dagli anni ’60. Stanno emergendo poli territoriali di eccellenza, guidati da campioni industriali come Leonardo a Napoli, le multinazionali dell’IT a Bari e STMicroelectronics a Catania. Mentre il Nord soffre della contrazione del settore meccanico legata alla domanda tedesca e alla crisi automobilistica, il Sud registra una crescita significativa: il settore digitale ha visto aumentare il proprio organico del 18,7% nell’ultimo decennio; la Campania si afferma come primo polo nazionale dell’aeronautica con circa 22.000 dipendenti; Catania diventa un hub strategico per i semiconduttori con oltre 5.500 dipendenti; la Puglia registra un balzo del 12% nelle esportazioni farmaceutiche.

Allo stesso tempo, si rafforza il ritorno dei talenti: dal 2020, tra i 15.000 e i 20.000 giovani meridionali sono tornati per avviare iniziative imprenditoriali o entrare a far parte di gruppi multinazionali. Il programma “Resto al Sud”, gestito da Invitalia, ha sostenuto oltre 52.000 progetti imprenditoriali. Dal tradizionale brain drain si sta passando gradualmente a una dinamica di brain circulation, con effetti potenzialmente strutturali sull’ecosistema locale.

Dal “brain drain” al “brain circulation”: i meridionali che sono partiti all’estero tornano con un bagaglio di esperienza internazionale che il Sud non aveva mai avuto prima.

Il Mezzogiorno continua ad attrarre capitali dal Centro-Nord sotto forma di una «globalizzazione interna» sempre più strategica. Se in passato i flussi riguardavano soprattutto il settore agroalimentare e della moda, oggi si concentrano sui servizi digitali e tecnologici: circa 290 milioni di euro di equity negli ultimi otto anni, di cui oltre il 60% assorbito dalla Campania e dalla Puglia.

Leggi anche : I distretti industriali, centri di innovazione e cuore economico dell’Italia

Se questi poli riusciranno a consolidarsi, il Mezzogiorno potrebbe passare dallo status di zona di trasferimenti pubblici a quello di piattaforma strategica per l’integrazione dell’Italia nelle nuove filiere tecnologiche europee. In caso contrario, correrà il rischio già visto in altre periferie economiche: una crescita temporanea senza trasformazione strutturale.

Redditi più bassi, ma qualità della vita superiore

Nel 2025, il Sud offre un equilibrio senza precedenti tra reddito e costo della vita. Sebbene i salari nominali rimangano inferiori a quelli del Nord, il potere d’acquisto reale è sostenuto da costi di alloggio e servizi inferiori di oltre il 25%. Con affitti nelle metropoli del Sud che oscillano tra i 600 e i 900 euro, contro i 1.200-1.800 euro del Nord, il Mezzogiorno si sta trasformando in uno spazio economicamente sostenibile per la nuova classe di professionisti del digitale e nomadi digitali. Resta da vedere se il Sud saprà trasformare questo vantaggio in una crescita sostenibile e in una nuova identità economica.

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Verso una nuova identità: il balzo in avanti del Mezzogiorno

Il vero vantaggio competitivo del Mezzogiorno risiede oggi in un paradosso storico e sociale: le limitate opportunità del passato, che hanno spinto i profili migliori ad emigrare, hanno generato un capitale umano dotato di una profonda esperienza internazionale. Questa “élite di ritorno”, altamente qualificata e ricca di know-how globale, offre al Sud la possibilità di capitalizzare competenze di altissimo livello.

Non avendo un pesante retaggio industriale da riconvertire, il Sud ha potuto saltare il modello manifatturiero per proiettarsi direttamente nei settori ad alto valore aggiunto: un vantaggio strategico unico.

A questa dinamica si aggiunge un “salto di qualità” economico fondamentale: non avendo un pesante retaggio industriale da riconvertire, il Sud ha potuto saltare il modello manifatturiero tradizionale per proiettarsi direttamente nei settori ad alto valore aggiunto. Mentre il Centro-Nord fatica in una complessa transizione dal modello meccanico a quello digitale, il Mezzogiorno costruisce la propria identità in modo nativo attorno alla tecnologia e all’innovazione. Questo posizionamento lo rende il laboratorio ideale per le filiere europee di domani: un territorio che non insegue un passato industriale obsoleto, ma vive già il presente tecnologico con una visione strategica finalmente globale.

Lunga infamia ai Savoia: allora, ieri, oggi, domani_di Yari Lepre Marrani

Lunga infamia ai Savoia: allora, ieri, oggi, domani

La resa di Teano e l’inizio di un’unità controversa

Il 26 ottobre 1860, sulla piana di Teano, Giuseppe Garibaldi incontrò Vittorio Emanuele II e consegnò formalmente il controllo del recentemente conquistato Regno delle Due Sicilie al re di Savoia. Questo momento, celebrato dalla storiografia ufficiale come tappa fondamentale dell’Unità d’Italia, assume una connotazione ben diversa se analizzato nel contesto del repubblicanesimo mazziniano e del progetto politico originario di Garibaldi.

Garibaldi, fino ad allora allievo di Giuseppe Mazzini e animato dall’ideale repubblicano, tradì consapevolmente la causa repubblicana accettando di subordinare la sua conquista meridionale alla monarchia sabauda. In una sua celebre dichiarazione, Garibaldi avrebbe affermato: “Ho fatto per l’Italia ciò che un generale può fare per la sua patria; ora consegno al re ciò che ho conquistato con il mio popolo.” Questo passaggio, oltre a segnare una svolta politica, compromise l’idea di una repubblica unitaria fondata sulla partecipazione e sull’uguaglianza civile.

La cessione non fu un semplice atto formale: secondo numerosi storici critici, come Rosario Romeo e Denis Mack Smith, ridusse a mera annessione territoriale una rivoluzione popolare, cancellando molte esperienze di autogoverno e processi costituenti in corso nel Sud Italia. La resa di Teano segnò dunque l’inizio di un’unità costruita dall’alto, non frutto di un consenso nazionale diffuso.

Le responsabilità sabaude nella costruzione dello Stato nazionale

Una volta proclamato il Regno d’Italia nel 1861, Vittorio Emanuele II e la dinastia sabauda adottarono politiche che produssero molteplici effetti negativi sul tessuto sociale, economico e istituzionale del nuovo Stato.

  • Esclusione democratica e centralismo autoritario

Il nuovo regno si dotò di istituzioni parlamentari, ma il sistema elettorale era estremamente limitato: nel 1861 solo circa il 2% della popolazione maschile poteva votare, e le scelte politiche rimasero saldamente nelle mani di una élite aristocratica e liberale. Il centralismo piemontese espresse un modello di stato autoritario, incapace di valorizzare le specificità regionali italiane e di costruire un senso di appartenenza comune.

  •  La questione meridionale e la repressione del brigantaggio

Il cosiddetto “brigantaggio” nel Mezzogiorno fu soprattutto un fenomeno di resistenza contro l’occupazione militare sabauda e la cancellazione delle istituzioni borboniche. Le forze armate regie risposero con durezza: deportazioni, fucilazioni e stati d’assedio radicalizzarono l’ostilità della popolazione meridionale verso il nuovo Stato. La decisione dei Savoia di trattare il fenomeno solo come ordine pubblico, anziché come questione sociale e politica, aggrava le ferite storiche tra Nord e Sud fino ai nostri giorni. Un monito per i governanti e politici di oggi.

  • Politica economica: industrializzazione sbilanciata

Le politiche economiche sabaude favorirono nettamente il Nord industriale (in particolare Lombardia e Piemonte) attraverso tariffe protezionistiche e incentivi alle industrie. Il Sud, privo di infrastrutture e capitali, venne trasformato in un’area produttiva agricola svantaggiata, incapace di competere e attrarre investimenti. Questo squilibrio ha radici dirette nelle scelte di politica economica del nuovo Regno e ha contribuito a generare il divario Nord-Sud ancora oggi percepibile. Un monito per i governanti e politici odierni.

La Prima Guerra Mondiale e gli autori di una “vittoria mutilata”

Il coinvolgimento dell’Italia nella Prima guerra mondiale (1915-1918) fu deciso dalla monarchia in funzione anti-austriaca, ma fu gestito con scarso coordinamento politico. La retorica patriottica di re Vittorio Emanuele III non evitò che al fronte si verificassero fortissime disfatte, come quella di Caporetto, e che il dopoguerra consegnasse agli italiani né vittoria piena né stabilità politica.

Il conteggio dei territori “conquistati” (come Trento e Trieste) non compensò le perdite umane, sociali ed economiche subite dall’Italia. La retorica celebrativa della guerra contribuì, inoltre, ad alimentare sentimenti nazionalistici che favorirono l’ascesa delle destre radicali.

La monarchia e l’avvento del fascismo

Il momento forse più controverso per la casa Savoia fu l’ascesa di Benito Mussolini nel 1922. Davanti alla Marcia su Roma, Vittorio Emanuele III rifiutò di mobilitare l’esercito per difendere la democrazia parlamentare, consegnando de facto il potere a Mussolini. Si trattò non di un errore tattico isolato, ma di una scelta politica con profonde conseguenze:

  • l’abolizione delle libertà civili;
  • la repressione degli avversari politici;
  • lo stato totalitario istituzionalizzato dallo Stato fascista.

La monarchia, lungi dall’essere un freno, fu un abilitatore del fascismo per oltre un decennio, partecipando anche agli aspetti simbolici e propagandistici del regime

Seconda guerra mondiale e crac finale della monarchia

Durante la Seconda guerra mondiale, l’Italia si schierò con le potenze dell’Asse sotto la guida di re Vittorio Emanuele III, che non riuscì ad evitare l’entrata in guerra nel 1940 e gestì malamente il collasso militare e politico del 1943. Quando la sconfitta divenne inevitabile, il re trasferì i poteri a suo figlio Umberto II nel tentativo di salvare la corona, ma la mossa non evitò la vittoria del fronte repubblicano nel referendum istituzionale del 1946.

I  danni di un’unità incompiuta

L’Unità d’Italia, lungi dal realizzare immediatamente un progetto nazionale inclusivo e democratico, fu spesso costruita con modalità autoritarie, centraliste e, in certi casi, repressive. La scelta di Garibaldi di abbandonare il repubblicanesimo mazziniano non fu un semplice adattamento tattico, ma un punto di svolta che consolidò un modello statale monarchico e conservatore.

I Savoia, attraverso politiche esclusive e decisioni politiche di vasta portata, contribuirono a creare squilibri territoriali, sociali ed istituzionali che l’Italia ha cercato di superare per oltre un secolo e che alimentano ancora dibattiti sulla natura e il significato dell’Unità nazionale.

Un monito per i governanti e i politici del nostro tempo. Alla luce dei fatti sin qui narrati, sostenuti peraltro dai maggiori storici del Risorgimento e dell’Italia nella prima fase del XX secolo, ci si augura che gli abbagli costituzionali del passato non diventino mai più fiaccole incendiarie di errori tattici, sociali e politici che possano cagionare guasti storici di lunga portata.

Dott. Yari Lepre Marrani

“Lotteria” giudiziaria a referendum_Con Augusto Sinagra e Teodoro Klitsche de la Grange

Su Italia e il Mondo: Si Parla dell’ordinamento giudiziario in Italia, del contesto politico in cui agisce e che contribuisce a plasmare pesantemente. Buon ascolto, Giuseppe Germinario-Cesare Semovigo

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SORTEGGIO SÌ, SORTEGGIO NO 2.0_di Teodoro Klitsche de la Grange

SORTEGGIO SÌ, SORTEGGIO NO 2.0

Tra i tanti argomenti adotti contro la riforma Nordio sull’ordinamento della giustizia (e sul sorteggio dei componenti del CSM), uno è particolarmente interessante, laddove si afferma che i magistrati sorteggiati non avrebbero capacità ed attitudini per contrastare i condizionamenti politici, specie quelli provenienti dai sorteggiati non-togati.

L’argomento ha il difetto da un lato di provare troppo, dall’altro di non considerare uno dei principali caratteri dello Stato moderno.

Quanto al primo aspetto se è vero che l’elezione è (anche) un modo di scegliere i migliori (nel senso dei più adatti) è anche vero che principio fondamentale della democrazia è l’accesso di tutti i cittadini alla funzione pubblica. E così anche all’elettorato passivo agli organi costituzionali. Molti hanno ironizzato sulla possibilità che così un ignorante (o un demente, o un inadatto in genere) potrebbe accedere agli organi e uffici politici più importanti della Repubblica (Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica): ma è un rischio che una democrazia deve correre, se vuole essere tale. D’altra parte la storia è piena di governanti, scelti con qualsiasi sistema (la nascita, l’adozione, l’elezione, e così via) che avevano i medesimi difetti di coloro (pochi) scelti con il sorteggio. Ad applicare coerentemente l’argomento criticato si dovrebbe pre-selezionare i candidati, magari prevedendo dei requisiti severi limitanti l’accesso e restringere a quelli la lista degli eleggibili. Superando poi il dubbio che, se questi requisiti dovessero essere determinati non da criteri oggettivi (anzianità, reddito, nascita) ma dal giudizio di un ufficio, questo sarebbe stato imparziale e opportuno. Quindi l’inconveniente criticato è a maggior ragione (dato il maggior potere) pertinente anche agli eletti agli organi costituzionali. E la scelta dei “migliori” – sottintesa all’elezione – può ridurre il rischio, ma non eliminarlo.

Sotto un secondo aspetto (non meno importante) l’argomento in esame presta il fianco ad una critica. Scriveva Max Weber che uno dei caratteri peculiari della burocrazia moderna è il possesso del “sapere specializzato”, cioè «acquisito mediante istruzione specifica e cioè “tecnico” nel senso vasto della parola». Nel caso, tutti i componenti del CSM devono essere esperti di diritto quali giudici, avvocati o comunque professori universitari di materie giuridiche. Al contrario degli organi costituzionali “politici” in cui l’accesso è illimitato; questo lo è (anche e soprattutto) per garantire la padronanza della materia e dall’altro per escludere o limitare drasticamente, come è opportuno, il controllo del vertice politico (non specializzato) sull’insieme dei magistrati; al contrario della regola di ogni ente, dai Ministeri ai consigli municipali, dove un vertice politico (non professionale) indirizza e controlla la burocrazia (professionale).

Nella specie la larga maggioranza del CSM è sorteggiato tra i funzionari: quindi il vertice non è politico.

Tuttavia i critici delle riforme sostengono che i sorteggiati tra i funzionarti non garantirebbero di essere in grado di fronteggiare il drappello minoritario dei “laici”. Ma, a parte che non è detto che siano poco capaci, essendo degli specialisti, anzi sembra piuttosto improbabile, la ridotta capacità di gestire il potere attraverso contrapposizioni ed accordi può capitare in ogni organo collegiale, compresi quelli che contemplano la presenza di membri d’estrazione burocratica e non. E’ un rischio cui si può ovviare sopprimendo una delle due categorie. Ma se non lo si fa, si deve correre.

Teodoro Klitsche de la Grange

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