Massimo Morigi, Lo Stato delle Cose dell’ultima religione politica italiana: il Mazzinianesimo 2a parte

Massimo Morigi (per chi non volesse rileggere l’introduzione passare direttamente al link da pag 73)

LO STATO DELLE COSE DELL’ULTIMA RELIGIONE POLITICA ITALIANA: IL MAZZINIANESIMO

UNA RIFLESSIONE TRANSPOLITICA PER IL SUO LEGITTIMO EREDE: IL REPUBBLICANESIMO GEOPOLITICO. PRESENTAZIONE DI TRENT’ANNI DOPO ALLA DIALETTICA OLISTICO-ESPRESSIVA-STRATEGICA-CONFLITTUALE DE ARNALDO GUERRINI. NOTE BIOGRAFICHE, DOCUMENTI E TESTIMONIANZE PER UNA STORIA DELL’ ANTIFASCISMO DEMOCRATICO ROMAGNOLO

INTRODUZIONE

Se accostiamo «Io sono una forza del Passato./Solo nella tradizione è il mio amore./Vengo dai ruderi, dalle chiese,/dalle pale d’altare, dai borghi/abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,/dove sono vissuti i fratelli.» che è la definizione della poetica e della Weltanschauung di Pier Paolo Pasolini con «Mi fanno male i capelli, gli occhi, la gola, la bocca… Dimmi se sto tremando!» criptica, surreale ma al tempo stesso lancinante e terribilmente espressiva dichiarazione del disagio del personaggio di Giuliana, interpretata da Monica Vitti, nel film Il deserto rosso di Michelangelo Antonioni e citazioni entrambe impiegate in questo Lo Stato delle Cose dell’ultima religione politica italiana: il Mazzinianesimo. Una riflessione transpolitica per il suo legittimo erede: il Repubblicanesimo Geopolitico. Presentazione di trent’anni dopo alla dialettica olistico-espressiva-strategica-conflittuale de Arnaldo Guerrini. Note biografiche, documenti e testimonianze per una storia dell’antifascismo democratico romagnolo, abbiamo immediatamente l’immagine del particolare metodo dialettico impiegato da Massimo Morigi e di cui si aveva avuto una prova anche nello Stato delle Cose della Geopolitica. Presentazione di Quaranta, Trenta, Vent’anni dopo a le Relazioni fra l’Italia e il Portogallo durante il periodo fascista. Nascita estetico-emotiva del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico originando dall’eterotopia poetica, culturale e politica del Portogallo, anche questo pubblicato a puntate sull’ “Italia e il Mondo”, che è, oltre ad essere un metodo dialettico che, come più occasioni ribadito da Morigi, oltre a non riconoscere alcuna validità gnoseologico-epistemologica alla suddivisione fra c.d. scienze della natura e scienze umane storico-sociali, entrambe unificate, secondo Morigi, nel paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, proprio in ragione del suo approccio olistico, non distingue nemmeno fra dato storico-sociale e fra il suo stesso dato biografico e cercando di capire, assieme ai destinatari dei suoi messaggi, come questo dato biografico lo abbia portato alle sue odierne elaborazioni teoriche. A questo punto si potrebbe obiettare che in Morigi prevale sull’analisi teorica una sorta di deteriore biografismo, dove il momento dell’analisi viene travolto da una non richiesto lirismo. Niente di più errato. Comunque si voglia giudicare il del tutto inedito paradigma dialettico del Nostro, e noi comunque lo giudichiamo come l’unico tentativo veramente serio compiuto dalla fine del grande idealismo italiano di Gentile e Croce di far rivivere in Italia e nel resto del mondo il metodo dialettico, la manifestazione lirica cui Morigi rende conto a sé stesso prima ancora che ai lettori non sono assolutamente le sue interiori ed intime inclinazioni che giustamente egli ritiene non debbano interessare a nessuno ma si tratta del rendere conto, anche pubblicamente, del suo culturale Bildungsroman, dove nello Stato delle Cose della Geopolitica veniva focalizzato nella cultura portoghese, nella saudade di questo paese e, infine nella filmografia di Wim Wenders, in specie in quella che aveva come sfondo il Portogallo, Lo Stato delle Cose e Lisbon Story, mentre ora, Nello Stato delle Cose dell’ultima religione politica: il Mazzinianesimo si tratta della filmografia d’autore degli anni Sessanta del secolo che ci ha lasciato, cioè di quella di Federico Fellini, di Michelangelo Antonioni e di Pier Paolo Pasolini. E se è vero, come è vero, che il ricorso a questo strumento per l’interpretazione della crisi politica non solo del movimento mazziniano e del partito che tuttora vuole presentarsi come la sua attuazione politica è stata anche indotta dal fatto che sulla crisi della religione politica del mazzinianesimo e del partito che ancora vuole esprimere ed intestarsi questa ideologia non è stato, in fondo, scritto praticamente alcunché di veramente interessante e significativo (e non è questa la sede per contestare questa definizione di identità politica del PRI ed anche Morigi, anche per una sorta di rispetto verso un partito politico in cui militò in un lontano passato – e di cui, fra l’altro, dimostra in questo saggio introduttivo di essere un profondissimo conoscitore e, quindi, inevitabilmente quasi un “appassionato”–, è tutt’altro che acido rispetto a questa autodefinizione identitaria) ma anche della crisi politico-sistemica più generale che ha investito il nostro paese è, sulla scorta della sua dialettica totalizzante del tutto giustificata e conseguente, a noi lettori appare chiaro – ma anche Morigi, ne siamo sicuri ne è pienamente consapevole – che la filmografia espressamente citata in questo scritto di Morigi è anch’essa una parte importante del romanzo di formazione culturale di Morigi che, proprio in virtù della particolare dialettica totalizzante da lui elaborata può essere impiegata per dare conto sia del suo metodo dialettico che della crisi politica del sistema politico Italia, filmografia italiana che, sottintende sempre è stato quindi anche decisiva, insieme alle suggestioni portoghesi e wendersiane, per la definizione del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico.

Un’ultima notazione. Come da sottotitolo Lo Stato delle Cose dell’ultima religione politica italiana: il Mazzinianesimo è l’introduzione del saggio di Massimo Morigi, Arnaldo Guerrini. Note biografiche, documenti e testimonianze per una storia dell’antifascismo democratico romagnolo, edito nel 1989 e che oltre ad essere la biografia dell’antifascista repubblicano e mazziniano Arnaldo Guerrini, già più di trent’anni fa esprimeva, come ci dice il suo autore e come potranno vedere i lettori dell’ “Italia e il Mondo” la consapevolezza della crisi del sistema politico italiano che sarebbe esplosa con Mani pulite. Questa biografia, assieme ovviamente al suo scritto introduttivo sullo Stato delle cose dell’ultima religione politica italiana: il Mazzinianesimo, su espresso desiderio dell’autore viene pubblicata in quattro puntate a partire da questo mese di gennaio del 2023, in una sorta di augurio di buon anno nuovo per l’acquisizione di una rinnovata consapevolezza politica per terminare con l’ultima puntata da pubblicarsi in occasione del IX Febbraio, data dell’anniversario della nascita della Repubblica Romana del 1849 e che per tutti i mazziniani, siano o no ancora facenti parte del Partito Repubblicano Italiano, è la ricorrenza più importante di tutto il calendario, ancora più importante, siano o no questi repubblicani credenti nelle varie denominazioni del cristianesimo, del Natale cristiano. Ci sarebbe così allora ancora molto da dire sulle religioni politiche e su come il Repubblicanesimo Geopolitico nel suo olismo dialettico, voglia essere, come dice espressamente Morigi, una prosecuzione ed evoluzione per i nostri tempi dei principi repubblicani di Giuseppe Mazzini…

Buona lettura

Giuseppe Germinario

Segue sul link sottostante a partire da pag 73 (per chi ha già letto la prima parte)

SECONDA PARTE DELLO STATO DELLE COSE ULTIMA RELIGIONE POLITICA

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Carlo Nordio, Giustizia, Liberilibri_a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

Carlo Nordio, Giustizia, Liberilibri 2022, pp. 62, € 13,00.

Questo breve ma efficace saggio di Nordio si conclude con un giudizio sulla giustizia penale attuale “Abbiamo disposizioni severe e attitudini perdoniste, una voce grossa e un braccio inerte, una giustizia lunga e il fiato corto: vogliamo intimidire senza reprimere e redimere senza convincere”; questo ricorda molto da vicino l’opinione di Alexis de Tocqueville sull’ordinamento giuridico dell’ancien régime, caratterizzato secondo il pensatore francese da norme severe ed una pratica fiacca. A mio avviso la ragione della somiglianza di tali giudizi consegue dal fatto d’essere l’effetto della fase di decadenza di un ordinamento. Per cui, dato che Nordio propone per la giustizia italiana di riformarla radicalmente in senso  liberale, non si può che concordare nell’auspicio.

Dopo aver iniziato questa recensione dalla fine del saggio, mi riposiziono al principio. Il libro è diviso in due parti: nella prima si tratta del concetto di giustizia nella civiltà occidentale, il quale “poggia su quattro pilastri diversi ma massicci: la cultura giudaico-cristiana e quella greco-romana”.

Nella seconda si analizza “quanta parte di questa cultura sia confluita nella giustizia (penale) italiana. E proporremmo una loro conciliazione, nella prospettiva di una riforma liberale”.

Nella prima parte quindi si considerano le radici (giudaico-cristiane, nonché greco-romane) dell’idea di giustizia. Nella seconda si riscontra quanto ve ne sia nell’ordinamento concreto attuale e cosa ne occorra riformare.

In altre parole l’autore confronta l’attuale ordinamento con le radici storico-filosofiche della nostra civiltà. Cioè parte da una prospettiva di alto profilo, al contrario di molte delle soluzioni concrete attuali la cui causa efficiente spesso non è il garantismo o il giustizialismo (o altre siderali esigenze) ma espedienti e callidità di potere, compreso il condizionamento di processi in corso, per i quali si paventano le influenze sulle elezioni o sulle carriere di politici (e burocrati).

Quanto alla giustizia penale e all’influenza religiosa “i principi della cultura giudaico-cristiana sono stati formalmente ossequiati ma sostanzialmente negletti. La composizione tra rigore retributivo e misericordia benevola si è stemperata in un caotico sincretismo di magistero arcigno e di sgomenta rassegnazione”. Relativamente all’influsso greco-romano l’equilibrio razionale tra la presunzione di innocenza e la certezza della pena “dovrebbe essere il precipitato logico, e il risultato pratico proprio della tradizione greco-romana filtrata da John Stuart Mill, da Tocqueville e Montesquieu, come da Verri e Beccaria”, come espresso dal novellato (1999) art. 111 della Costituzione. Tuttavia tale recepimento “è stato così inavveduto da esser minato da alcune contraddizioni insanabili”, anche e soprattutto perché il processo che ne risulta ha “poco a che vedere con quello accusatorio anglosassone, che si regge su alcuni solidi principi, come la divisone delle carriere, la distinzione tra giudice del fatto e del diritto, la nomina e i poteri del pubblico ministero, l’estensione dei patteggiamenti e, più importante di tutti, la discrezionalità dell’azione penale”. La conclusioni è che “accanto alla dissoluzione dell’eredità giudaico-cristiana della concezione retributivo-indulgenziale della pena, assistiamo al ripudio del legato greco-romano del razionalismo pragmatico, perché alla lunghezza esasperante dei nostri processi si associa la confusionaria applicazione di norme incerte e scoordinate. E il Paese che è stato la culla del diritto ne è diventato la bara”.

Nordio, volando alto, fa discendere l’attuale situazione dalla mancata applicazione di principi storico filosofici, espressi da pensatori nel corso di millenni. Se da questo confronto storico-filosofico, passiamo a quello logico-comparatista, nel senso di vedere quanto delle soluzioni che le concezioni politicamente corrette vogliono imporre come capisaldi dello “Stato di diritto” lo siano in altri ordinamenti, il discorso non cambia.

Per esempio l’obbligatorietà dell’azione penale: è vero che è sancita dall’art. 112 della Costituzione, ma si configura in modo assai differente negli Stati di diritto contemporanei, a partire dalla Gran Bretagna.

Così per l’azione penale, spesso accordata anche alle vittime del reato (e talvolta a associazioni o a tutti). O la separazione delle carriere che in alcuni ordinamenti non si pone data la “separazione” naturale tra titolari (anche pubblici) dell’azione penale e organi giudicanti.

In sintesi quello che il “politicamente corretto”, la stampa mainstream, e (molti) poteri forti vorrebbero far passare come quintessenza del liberalismo “compiuto” e della modernità, non lo è, o non s’impone con la conclamata evidenza la perentorietà e unitarietà che ci viene quotidianamente rappresentata.

Nordio fa leva, per demolirla, sulla storia e sul pensiero di millenni; ma questo risulta anche dalle (odierne) soluzioni adottate appena fuori dai confini. E non si vede come molte non possano essere recepite nell’ordinamento italiano, solo perché contrarie agli anatemi mediatico-culturali.

Teodoro Klitsche de la Grange

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IL COMPITO PRINCIPALE, di Teodoro Klitsche de la Grange

Nota

Qualche mese dopo l’insediamento del governo Berlusconi, la rivista
“Palomar” pubblicava un numero tematico su “La destra oggi”, con le
risposte di molti collaboratori, abituali e non.

Si ripropone il contributo, tenuto conto della persistenza delle simili
“sfide” al governo Meloni

IL COMPITO PRINCIPALE

  1. Tra le molte cose che il centrodestra deve realizzare la principale – e ovviamente più difficile – è ricostruire lo Stato, intendendo per tale non solo gli apparati pubblici, ridotti per lo più, ad un insieme di burocrazie quasi sempre inefficienti e spesso rissose, ma l’ “idea” (e il concetto) di quello, che va smarrendosi anche e soprattutto per l’identificazione che, nella coscienza collettiva, se ne fa con il rovinoso spettacolo offerto dalle amministrazioni pubbliche. Dato il quale, il problema che si pone è, nello specifico, individuare quale ne sia – tra i molti – l’aspetto più importante, anche al limitato fine di non fare di questo intervento un trattato, di volume proporzionale all’entità dei disastri ereditati. Questo è, senza dubbio, la separazione che il tramonto della Repubblica ha in parte subito, ma in altra, prevalente, incentivato, tra governati e governanti e di cui fanno fede la crescente disaffezione elettorale e i referendum disertati, per citare solo gli indicatori più verificabili, e forse più importanti. Ed è evidente che tale disaffezione è stata coltivata alacremente, non solo per interesse, ma anche per mentalità, dalla sinistra. Ciò per più ragioni: il leninismo, è stato, nel XX secolo, la più compiuta e coerente espressione di una mentalità oligarchica, con un partito d’illuminati destinato a guidare le masse, inconsapevoli o poco consapevoli, alla costruzione della società senza classi; peraltro a una certa tecnocrazia di sinistra è naturale credere che la soluzione dei problemi politici, sociali ed economici sia attingibile con strumenti tecnici (mentre talvolta, spesso, è così, e talaltra no: in genere più sono realmente decisivi, meno si prestano a soluzioni “tecniche”); altro errore ricorrente è ragionare in termini di potere e poteri, facendo di tutto o questioni di amministrazione (più in basso), o di governo (più in alto), quando l’importanza di questi è relativa rispetto alle categorie “essenziali” della politica, come l’autorità, la legittimità, l’integrazione: ossia quelle che fondano un potere legittimo, consentito, e proprio per questo, più facilmente obbedito. Quest’ultimo errore è stato mutuato da un liberalismo decadente, e spesso inconsapevole dei propri presupposti: in effetti ragionare di poteri, prescindendo da ciò che li fonda, equivale a vagheggiare un potere autoreferenziale, che si sostiene da sé, senza l’ausilio di principi di legittimità, teocratico o democratico che siano; e così, non sollevato dall’alto, né sostenuto dal basso, si regge come il barone di Münchausen che si afferrava il codino per non sprofondare nella palude. Ma è certo che, se quel sistema è idoneo nelle favole, nel mondo reale il tonfo è assicurato. Ed è già avvenuto il 13 maggio: l’immensa concentrazione di potere che negli anni ’96-’98 ha denotato il regime dell’Ulivo è stata prima erosa a livello locale, poi ribaltata a livello nazionale. A conferma che un potere non sostenuto dal consenso “profondo”, è “una tigre di carta” di maoista memoria: rotocalchi, RAI, quotidiani, Parlamento, Procure, enti locali e sindacati, par condicio e soprattutto la federazione di burocrazie che si riconoscono nell’Ulivo non è riuscita ad evitare il rigetto dello stesso da parte della comunità nazionale.

Il primo servizio che il centrodestra può rendere alla nazione (ed a se medesimo, avendo un consenso molto superiore alla parte avversa), è di rimettere le cose a posto, garantendo che, d’ora in poi, chi governa abbia autorità e legittimità; che la legalità non sia uno slogan e un’arma selettivamente puntata contro gli oppositori, ma concretamente, e generalmente, applicata; che i funzionari dello Stato siano dei civil servants, e non un misto tra efori spartani  e monarcomachi (ugonotti o gesuiti). Ricostruire il tessuto di uno Stato-comunità, in cui alla separazione tra governanti e governati, si sostituisca la distinzione tra chi comanda e chi obbedisce; ricondurre così ad unità (e riconciliare) i termini essenziali dell’unità politica, che come scriveva Proudhon, non possono “mai né essere assorbiti l’uno dall’altro, né escludersi”[1], è il compito principale.

  1. Agli albori del costituzionalismo moderno, dello Stato liberal-democratico borghese, era sottolineato il carattere di stabilità della legge, ed ancor di più della Costituzione; ciò rispondeva non solo all’esigenza di un diritto stabile, di applicazione prevedibile e “misurabile”, ma anche all’aspirazione ad un assetto istituzionale “ideale” e perfetto, razionale nello scopo di offrire un mezzo di soluzione ad ogni contingenza storica e ad ogni conflitto. Tale elemento, necessario, tendeva a porre in ombra l’altro aspetto – e funzione – della costituzione: di essere il “principio dinamico dell’unità politica” ovvero di dover coniugare stabilità e divenire, movimento e durata, consenso e potere, esistenza ed azione politica. Questo secondo profilo è stato evidenziato e posto in luce da pensatori politici, giuristi e filosofi, in particolare dallo scorcio del XIX secolo in poi. Renan, Hauriou, Schmitt, Smend, Gentile vi hanno contribuito: dalla definizione di Renan della Nazione come “un plebiscito di tutti i giorni”, alla concezione dell’istituzione di Hauriou[2]; dalla costituzione quale “principio del divenire dinamico dell’unità politica” di Schmitt [3], al giudizio di Gentile: “lo Stato – malgrado il suo nome – non è nulla di statico. E’ un processo. La sua volontà è una sintesi risolutrice di ogni immediatezza” [4]; fino alla tesi di Smend [5]. Ed è a Smend che dobbiamo la più approfondita e concreta teoria dell’integrazione come momento centrale dell’unità politica e della coesione comunitaria. Scriveva Smend che: “Se la realtà della vita dello Stato si presenta come la produzione continua della sua realtà in quanto unione sovrana di volontà, la sua realtà consisterà nel suo sistema di integrazione. E questo, cioè la realtà dello Stato in generale, è compreso correttamente solo se concepito come l’effetto unitario di tutti i fattori di integrazione che, conformemente alla legislatività dello spirito rispetto al valore, si congiungono sempre di nuovo e automaticamente in un effetto d’insieme unitario” [6], e in un altro passo sostiene che: “La comunità, il gruppo, lo Stato non devono essere intesi come un Io collettivo riposante su se stesso, ma come la struttura unitaria della vita individuale, come dialettica che realizza e trasforma dinamicamente l’essenza del singolo e dell’intero” [7], e quindi “Esso, cioè, non è un intero immobile emanante singole espressioni di vita, leggi, atti diplomatici, sentenze, atti amministrativi, ma piuttosto esiste come tale solo in queste singole espressioni di vita, in quanto attivazioni di una connessione spirituale complessiva, e nelle ancora più importanti innovazioni e trasformazioni che hanno come oggetto esclusivo questa stessa connessione. Lo Stato vive ed esiste solo in questo processo di rinnovamento costante, di rigenerazione continua del vissuto” [8]
  2. Nel tramonto della “prima Repubblica”, e soprattutto nella sua fase terminale, cioè il regime dell’Ulivo, è stato fatto proprio l’inverso: si è prodotto e ricercato non “l’unione spirituale di volontà” ma la distribuzione del potere tra le oligarchie organizzate.

Basta dare i poteri necessari alle persone morali e competenti ri-sintetizzano gli idola del centro-sinistra, e le cose andranno a posto. Ma tale ragionamento non sta in piedi: non solo perché – e ciò è la ragione minore – il problema diviene in tal caso quali sono i poteri necessari e chi sceglie le persone morali e competenti. E con ciò ci si avvicina al nodo essenziale: ovvero del chi decide su necessità, moralità e competenza. Se è il “popolo”, il “potere maggioritario” di Hauriou, consenso ed integrazione si accrescono: se invece è un qualche sinedrio partitocratico-istituzionale, la cui maggiore sollecitudine è di escludere e rovesciare le scelte popolari, con i vari mezzi noti, dai ribaltoni in giù, l’uno e l’altro si riducono. Ma, più ancora, un tale ragionamento è concettualmente errato: a costituite una comunità, un’unità politica, necessari sono il governo e i governati, e il rapporto che s’instaura tra l’uno e gli altri. Lo Stato, questo ente dalle tante definizioni, prima di essere Stato-apparato, è Stato-comunità, e prima ancora un’idea, che vive nel (e del) rapporto tra i cittadini e tra questi e i governanti. Il problema dei poteri è importante, ma secondario rispetto a quelli: se assetto e distribuzione di questi fossero decisivi, sarebbero sufficienti a garantire l’unità ed effettività del comando. La storia mostra che non è così: sono legittimità ed autorità a garantire che l’assetto dei poteri vigente sarà accettato dai “sudditi”, e non l’inverso, che sia un “buon” assetto di poteri  ad assicurare e sostenere un’autorità legittima.

Per il consenso popolare, così sottovalutato, si è pensato invece che bastassero articolesse, interviste al Tg, o nei casi più importanti, i dibattiti nei vari Sciuscià e simili. I governati, in tale visione, avevano la funzione dello spettatore distaccato, dell’osservatore che plaude o dissente, ma, per carità, senza agire; l’essenziale non era la partecipazione ma che non disturbassero i manovratori (e la manovra). Una rappresentazione del popolo molto politically correct. Un esempio chiaro e sintetico ce l’ha dato l’on. Rutelli, in occasione del referendum del 7 ottobre 2001 (sulla riforma federale della Costituzione, fatta dall’Ulivo sul piede di partenza del governo) disertato da circa due terzi del corpo elettorale a conferma della solenne indifferenza verso le “realizzazioni” del centro-sinistra. Diceva, tutto contento, il (soi-disant? ) capo dell’opposizione “Ottimo il risultato del referendum, una prova di maturità e serietà” (Libero 9 ottobre 2001)” (il corsivo è nostro).

In altre parole il coinvolgimento dei governati è un plus, un “optional”, irrilevante; l’essenziale è osservare le forme di procedimenti legalmente validi: con ciò si pensa all’impossibile, quanto perseguita surrogazione della legalità alla legittimità. Che il problema reale  – e decisivo –   non sia quello dell’osservanza delle forme, ma del far osservare i comandi, e che questo è tanto più facile quanto più i destinatari dei medesimi lo fanno spontaneamente e generalmente; che, come scriveva Hauriou vi sia una “sovranità di sudditanza” che si esercita non solo all’intervenire ogni tanto con rivoluzioni, sommosse e così via, ma, assai più frequentemente, col non obbedire, è cosa che non rientra nella Weltanschauung – per così dire – ulivista.

La quale, di converso, dev’essere la (prima) preoccupazione del centro destra. Non che ne manchino delle altre, d’indubbia importanza: ma questa è decisiva, ed osservarla costituisce, in se, un fatto positivo e determinante, perché realmente costitutivo dell’unità politica . Certo, avere un governo stabile e in condizione di governare; un’amministrazione efficiente, fornitrice di servizi e non consumatrice di risorse; una giustizia che non sia come la rana di Galvani, generalmente nell’immobilità della morte ma, ogni tanto agitantesi per la “scossa” del “caso sociale” (o del nemico politico), è determinante per il futuro dell’Italia: ma ricostituire l’integrazione della comunità lo è di più. Senza la quale i due “estremi” necessari e indefettibili dell’unità politica, stanno o in opposizione espressa  – con pericolo grave e pressante per la comunità – o in una evidente indifferenza, foriera di decadenza, spesso lunga, ma ancor più, priva di sbocchi.

In mezzo, tra governanti e governati, si trova l’ampia gamma dei poteri “forti”, comprese le “cupole” delle varie corporazioni, la cui reazione – aperta ed espressa, o più spesso occulta e indiretta – è, ed ancor più sarà, dura, proporzionale al ridimensionamento (se non alla “detronizzazione”) di questi che una maggiore integrazione tra governanti e governati comporta. Ma è un rischio che bisogna correre. Non foss’altro perché una delle lezioni più evidenti dell’ultimo quinquennio è che, ormai, non vale più la regola dell’on. Andreotti che “il potere logora chi non ce l’ha”: all’Ulivo l’overdose di potere – pari, se non superiore a quella della DC (e alleati) negli anni cinquanta nel ’96- 2001 non ha portato (o mantenuto) un voto in più. Voto che forse avrebbero potuto ottenere, ove avessero governato meglio, il che avrebbe significato scontentare (almeno) alcune corporazioni forti: avendo preferito il consenso delle quali, non hanno guadagnato quello del corpo elettorale. E questo dev’essere di conforto – e monito – al centro destra, ad onorare il patto col popolo, anche a scapito della tregua con le corporazioni.

Teodoro Klitsche de la Grange

[1] P.J. Proudhon Contradictions politiques. Théorie du mouvement constitutionnel au XX siècle. Paris 1952, p. 215.

[2] V. M. Hauriou Précis de droit constitutionnel, laddove scrive “dell’organizzazione formale dell’ordine sociale concepito come un sistema animato d’un movimento lento ed uniforme”, op. cit., p. 71 ss.

[3] Verfassungslehre, trad. it., p. 18, Milano 1983, cui si rimanda

[4] Genesi e Struttura della società, ed. Firenze 1987, p. 103

[5] “Elezioni, dibattiti parlamentari, formazioni di gabinetto, referendum popolari: sono tutte funzioni integrative. In altre parole, non trovano la loro giustificazione, come insegna – per la sua origine giuridica – la teoria dominante degli organi e delle funzioni dello Stato, soltanto nel fatto che i rappresentanti dello Stato e del popolo in quanto intero vengono insediati” ma piuttosto “esse integrano, cioè creano di volta in volta, per parte loro, l’individualità politica del popolo nel suo insieme e perciò producono il presupposto del suo attivarsi in modo comprensibile sotto l’aspetto giuridico e materialmente positivo o negativo sotto quello materiale”; e prosegue “il diritto elettorale deve condurre in primo luogo alla formazione di partiti e quindi alla produzione di maggioranze, e non semplicemente di singoli deputati. Nello Stato parlamentare il popolo non è già in sé politicamente presente e viene poi ulteriormente qualificato, di elezione in elezione, in una particolare direzione politica: e da una formazione di gabinetto all’altra, esso ha invece una sua esistenza come popolo politico, come unione sovrana di volontà, principalmente in virtù di una sintesi politica specifica in cui soltanto giunge sempre di nuovo ad esistere in generale come realtà statale”, v. Rudolf Smend, Verfassung und Verfassungsrecht, trad. it., Milano 1988, p. 93-95.

[6] Op. cit. p. 111

[7] Op. cit. p. 272

[8] Op. cit. p. 272

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IL BICCHIERE MEZZO PIENO, Teodoro Klitsche de la Grange

IL BICCHIERE MEZZO PIENO

Tra le innovazioni del decreto 150/2022, c’è l’estensione dei reati procedibili solo a querela dell’offeso, onde creare un barrage ai processi penali e così ridurne il numero. Il tutto, si sostiene, in linea con gli obiettivi di efficienza del processo e del sistema penale. Ancorché il tutto possa prestarsi ad un’inferiore deterrenza della prescrizione sanzionatoria (e così al di essa effetto dissuasorio) la rimessione alla parte lesa della facoltà di “far partire” il procedimento, ne facilita – a vantaggio della medesima – le condotte risarcitorie e riparatorie del reato, con soddisfazione – almeno parziale – dell’interesse della vittima.

Nello stato in cui versa la giustizia italiana, non possono che essere benvenute disposizioni che consentono una migliore soddisfazione dell’interesse privato, peraltro “alleggerendone” gli oneri per lo Stato. Tuttavia sono i presupposti di soluzioni come questa a dover essere criticati; vediamo perché.

Scriveva Hegel che lo “Stato è la realtà della libertà concreta”, in quanto, brevemente, coniuga gli interessi particolari con l’interesse della generalità così che né l’universale si compie senza l’interesse particolare, né che gli individui vivano solo per questo, senza che vogliano, in pari tempo, l’universale.

Più “tecnicamente”, da giurista, Jhering collegava l’interesse particolare al generale, attraverso i meccanismi giuridici, in particolare la sanzione, che, come Carnelutti avrebbe sottolineato, è un avvaloramento del precetto normativo con la quale si penalizza la condotta conforme o contraria a quella, sacrificando o soddisfacendo l’interesse particolare.

Anche per questo Jhering scrisse quel best seller giuridico che è La lotta per il diritto (Kampf ums Recht) ancora oggi, a circa un secolo e mezzo dalla pubblicazione, continuamente riedito. Nell’edizione Laterza degli anni ’30, con un’avvertenza preliminare di Croce che, sorprendentemente, ne sottolineava l’alto valore etico, scrivendo: “Può far maraviglia che questo elevamento della lotta pel diritto sopra le considerazioni utilitarie sia sostenuto da un pensatore che nella sua speciale trattazione filosofica dell’argomento, Der Zweck im Recht (1877-83), riportò il principio del diritto all’egoismo… Ma tant’è: nel Jhering il sentimento morale era più forte dei suoi presupposti e della sua logica filosofica” e proseguiva che a questa concezione “valse il forte rilievo dato agli individui e ai loro bisogni e ai fini che si propongono nel formare il diritto; se anche gli piacque interpretarli e chiamarli, poco felicemente, egoistici”.

La ragione per cui lottare (Kampf) per il proprio diritto soggettivo, al tempo stesso si risolve nel realizzare  quello oggettivo è che il diritto che non è applicato, per cui non si lotta, è un diritto… teorico. Cioè che nega la propria essenza di attività (ragione) pratica. Come le idee di Platone, confinato in un iperuranio normativo, senza un demiurgo che lo porti in terra.

Se la funzione del demiurgo è rivestita soltanto dalla vittima zelante probabilmente l’effettività dell’attuazione (cioè la soddisfazione dell’interesse pubblico all’ordine sociale) e così l’oggettivazione lascerà a desiderare.

Ciò premesso quel che più sorprende di questa soluzione è che se ne vuole misurare (almeno nella rappresentazione che ne danno molti mass-media) l’efficacia non dal calo dei reati commessi ma da quello dei processi che ne conseguono.

Di per se che non si celebri il processo dopo il reato perché manca la querela, non significa che il reato non sia avvenuto (né che il reo non lo reiteri), ma solo, per l’appunto, che manca la querela. Anzi, sbrigarsela con un risarcimento e non con la detenzione non fa calare le trasgressioni, ma aumentare le possibilità di “farla franca”. In particolare per i rei dotati di disponibilità finanziarie.

C’è da aggiungere che tale modo di ragionare, in particolare se presentato come “momento” decisivo delle riforme, è figlio di una visione burocratica del mondo; è l’universo visto dall’angolo visuale della scrivania, ma tale punto di osservazione non permette una percezione “a giro d’orizzonte” e prenderla per quella principale è frutto di una deformazione professionale, spesso ripetuta. Se invece di centomila processi da iniziare se ne hanno settantamila, onde la durata degli stessi dimezza, non vuol dire (neppure) che l’efficacia dell’amministrazione della giustizia penale è migliorata, ma solo che ha minore lavoro da sbrigare. Tuttavia la funzione della giustizia penale in ispecie, di assicurare l’ordine sociale non ci guadagna un gran che. Ciò non significa che la riforma sia disprezzabile, ma che non è il caso di intonare peana né confidare in grandi risultati da un bicchiere mezzo pieno.

Teodoro Klitsche de la Grange

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NOMINE E AIUTANTATO, di Teodoro Klitsche de la Grange

NOMINE E AIUTANTATO

Nell’imminenza dello scadere del termine  entro il quale la vigente legislazione prescrive che debbano essere confermati o sostituiti i grands-commis statali dopo l’insediamento del governo post-elettorale, si è acceso il dibattito su conferma o ricambio dei suddetti servitori dello Stato.

Ovviamente il PD, il quale a dispetto del fatto di non aver mai ottenuto una maggioranza dei votanti è stato sempre al governo (o nell’area di governo) negli ultimi dieci anni – fatta eccezione per il Governo Conte 1 -, con relative nomine, accusa il governo di voler fare lo stesso: di ricoprire le caselle dei personaggi ossequienti alla nuova maggioranza quanto i loro predecessori a PD (e sodali). Condendo il tutto con l’usuale ricorso alla megliocrazia: che i loro nominati erano bravi, colti, esperti, educati, buoni, umanitari (ecc. ecc.). Mentre quelli nominandi dal governo Meloni sono mediocri, ignoranti, dilettanti, ecc. ecc. Argomento involontariamente comico: se l’Italia avesse avuto una tecno-burocrazia così eccellente non si capisce come – da trent’anni – sia ferma, anzi in decadenza. O meglio la spiegazione è meno confortante per il PD di quanto lo sia ritenerne corresponsabile la dirigenza burocratica.

Ma, a parte la propaganda, il rapporto tra potere burocratico, potere politico, ma soprattutto democrazia è uno dei principali dello Stato moderno. Già agli albori, durante la rivoluzione francese (cioè nello Stato allora “forse” il più burocratizzato del pianeta) i rivoluzionari lo avvertivano ampiamente. Sia nelle correnti (e soluzioni) più moderate; ma più chiaramente e decisamente alla Convenzione la tensione tra dirigenza eletta dal popolo e civils servants è percepita e “risolta” dai giacobini. Saint-Just diceva alla Convenzione “Tutti coloro che il governo impiega sono parassiti… e la Repubblica diventa preda di ventimila persone che la corrompono, la osteggiano, la dissanguano… gli uffici hanno preso il posto delle monarchie… il servizio pubblico, come è esercitato, non è  virtù, è mestiere… C’è un’altra classe corruttrice, è la categoria dei funzionari

Del pari Robespierre riteneva “L’interesse del popolo è il bene pubblico; l’interesse di un uomo che ha una carica è un interesse privato. Per essere buono il popolo non ha bisogno d’altro che di anteporre se stesso a ciò che gli è estraneo, il magistrato, per essere buono, deve sacrificare se stesso al popolo”. Da ciò la necessità di controllarli.

È inutile continuare col ricordare tutti i pensatori che hanno giudicato come antitetiche burocrazia e democrazia. La soluzione – nelle varie applicazioni che ha avuto –  come osservava Max Weber, è stata di sottoporre gli apparati burocratici all’indirizzo, nomina e controllo di un vertice politico, responsabile verso il corpo elettorale e quindi “rimovibile” a scadenza fissa. Un vertice non necessariamente fornito delle caratteristiche fondamentali della burocrazia (sapere specializzato, durata del rapporto, selezione “dall’alto”, professionalità) proprio perché di designazione e conferma “dal basso”.

Se non fosse così, o si dovrebbe ricorrere alle istituzioni delle poleis democratiche, dove tutte – o quasi – le cariche erano elettive, ovvero se i burocrati apicali non fossero responsabili verso il vertice politico (e conservassero i propri connotati tipici) dire addio alla democrazia possibile.

Max Weber nel distinguere la figura del capo e del funzionario da un particolare valore alla “specie di responsabilità dell’uno e dell’altro”. Il funzionario ha come dovere di eseguire un ordine, anche se non lo condivide “come se esso corrispondesse alla sua intima convinzione, mostrando con ciò che il suo sentimento del dovere di ufficio è superiore alla sua volontà personale”; di converso, prosegue Weber «Un capo politico che agisse in questo modo meriterebbe disprezzo… se egli non trova il modo di dire al suo superiore – sia esso il monarca o il demos – “o ricevo adesso questa istruzione o me ne vado”, vuol dire che è un “rammollito” come Bismarck ha battezzato il tipo». Questo se capo e funzionario seguono l’ethos del rispettivo ruolo.

Ma se non lo seguono la questione cambia; in Italia vige il nicodemismo ma soprattutto la sfrontatezza coniugata all’ambizione di voler occupare posizioni pubbliche pur riservandosi il diritto di sindacare o mal eseguire le direttive “dall’alto”. Delle quali la pretesa ad esercitare la funzione senza la fiducia del vertice politico è l’aspetto più eclatante. Che è poi un “capitolo” della mentalità consociativa tutt’altro che sminuita dalla “bipolarizzazione” la quale ha ispirato la legislazione elettorale dell’ultimo trentennio.

Cambiare i vertici amministrativi della pubblica amministrazione non è così una lesione alla democrazia, ma il rispetto della volontà popolare espressa nelle votazioni e della responsabilità che ne consegue. Anche perché il ruolo della dirigenza generale e del vertice politico è ordinato (tra l’altro) dall’art. 4 del D.lgs. 165/2000 il quale per il vertice dispone “Gli organi di governo esercitano le funzioni di indirizzo politico-amministrativo, definendo gli obiettivi ed i programmi ad attuare ed adottando gli altri atti rientranti nello svolgimento di tali funzioni, e verificano la corrispondenza dei risultati dell’attività amministrativa e della gestione agli indirizzi impartiti. Ad essi spettano in particolare:… e) le nomine, designazioni ed atti analoghi ad essi attribuiti da specifiche disposizioni”; mentre “Ai dirigenti spetta l’adozione degli atti e provvedimenti amministrativi, compresi tutti gli atti che impegnano l’amministrazione verso l’esterno, nonché la gestione finanziaria, tecnica e amministrativa… Essi sono responsabili in via esclusiva dell’attività amministrativa, della gestione e dei relativi risultati”.

Il fatto che diverse norme di legge dispongono la “conferma” (o la sostituzione) dell’apice della dirigenza burocratica al cambiamento del vertice politico risponde al “circuito” democratico: per il quale chi governa deve avere il consenso dei governati, attuarne la volontà e avere la responsabilità verso i medesimi. E quindi il potere di controllare, sostituire e confermare coloro che – non essendo “funzionari onorari” ma di carriera, non sono nominati né confermabili dal corpo elettorale. Verso il quale quello di nominare gli apici dirigenziali non è un diritto ma un dovere. Una responsabilità cui non ci si può sottrarre.

Teodoro Klitsche de la Grange

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REALTA’ E MALINCONIA, di Pierluigi Fagan

REALTA’ E MALINCONIA. Prenderemo in esame le due fotografie su “lo stato d’animo del Paese” fatte dal 56° Rapporto CENSIS uscito ai primi dello scorso dicembre, i cui temi confermerebbe l’IPSOS con una indagine uscita sul Corsera. Chi scrive ha lavorato in passato con queste ricerche ed istituti, si possono criticare poiché in statistica nulla è esente da critiche, ma nella sostanza le ritiene affidabili o quantomeno indicative. Vediamo i temi principali che emergono da questa doppia fotografia.
Il primo e più importante sembra essere quello che CENSIS chiama “malinconia”. Da una parte emerge forte disagio nella somma degli effetti delle quattro crisi (economica, geopolitica, ambientale, sanitaria), dall’altra se tutto ciò infrange irreparabilmente il sogno-promessa della tarda modernità (in attesa ci si metta d’accordo a dar la modernità per terminata trovando nome alla nuova epoca in cui siamo capitati), tutto ciò non ha rappresentazione e forse valida interpretazione. Ne consegue un senso di privata e passiva tristezza.
Tra i tanti dati di cui poi accenneremo, quelli microsociologici mi sembrano i più interessanti. Dice CENSIS “Complessivamente, 8 italiani su 10 affermano di non avere voglia di fare sacrifici per cambiare, diventare altro da sé”. Si tratta della rottura della macchina delle promesse desideranti che traina ogni società dei consumi ovvero società basate sull’ordinatore economico. Nei dettagli: “Prevale piuttosto la voglia di essere sé stessi, con i propri limiti. Gli italiani non sono più disposti a fare sacrifici: per mettere in pratica le indicazioni di qualche influencer, per vestirsi secondo i canoni della moda, per acquistare prodotti di prestigio, per sembrare più giovani, per sentirsi più belli. E (per molti ed in crescita) non si è più disposti a sacrificarsi per fare carriera nel lavoro e guadagnare di più”. Questa macchina è in doppia crisi. Sia perché non più in grado di mantenere anche al minimo la sua promessa di avanzamento sociale, sia perché a fronte della gravità delle crisi reali non è di questo tipo di presunto “avanzamento sociale” che si sente il bisogno. Ogni “gioco sociale” è una convenzione, questo che ha innervato e strutturato le nostre società così a lungo, sembra a corto di convinzione ed una convenzione senza convinzione, implode lasciando dietro di sé il vuoto. Il vuoto si riempie di malinconia.
Poiché altrove nel Rapporto si conferma che le persone hanno tutte capito alla perfezione di esser capitate in una transizione ovvero un passaggio trasformativo profondo, storico e non occasionale, ne consegue che il crollo di una convenzione di cui quasi nessuno è più convinto, lascia il vuoto ed il vuoto si riempie di malinconia.
Sui dati sociologici più duri, le due ricerche confermano esserci un picco di problematicità acuta sull’aspetto economico-sociale. Questo è dato dai temi “economici, occupazionali, welfare ed assistenza”. Società basate sull’ordinatore economico soffrono particolarmente il non funzionamento del gioco economico, il crollo delle prospettive, l’esasperata precarietà (che non ha più neanche il traino dell’ipotetica promessa al potersi risolvere in prospettiva diventando così “sacrificio senza speranza”), l’inflazione, le forti diseguaglianze, dicono che stiamo giocando un gioco che non funziona, truccato, di falsa promessa. La distanza tra questi item ed altri quali la sicurezza, gli immigrati, l’ambiente, il controllo sociale, dice anche quanto alcune forze politiche o culturali parlino di cose che in realtà non corrispondono affatto allo stato d’animo diffuso. Questa mancanza di rappresentazione pubblica del sentimento personale crea una dissociazione, ognuno si ritira nel suo preoccupato sentimento privato, il che aumenta depressione e malinconia.
Chissà poi perché non solo l’area politica che è ovvio che in questa fase storica sia del tutto inadeguata, ma anche e soprattutto quella intellettuale non si sintonizzi su questo sentimento. Evidentemente, sfugge all’auto-analisi. O molti di questi “intellettuali” essendo pensionati o professori, non vivono appieno il problema o sono catturati in un mondo parallelo in cui la battaglia delle idee segue tutt’altra partizione, una forma esasperata di “scolastica critica” in cui ormai si gioca tutto all’interno di un mondo concettuale che ha perso ogni riferimento al reale. Un po’ come nella pandemia in cui pochi hanno notato lo stato pietoso ed inadeguato della sanità pubblica nel Paese con più anziani al mondo (assieme altri due o tre), librandosi ariosi dalle vette e dai picchi dell’analisi biopolitica, un po’ come ormai più di un decennio di retorica anti-neolibersita, anti-globalista, anti-eurista che non è mai atterrata lì dove i nodi che da ideologici diventano pratici, producono malessere individuale e sociale (le famose “contraddizioni”).
Eppure, queste stesse ricerche rilevano l’ovvio in una società sempre più anziana: severe preoccupazioni per il rischio di non autosufficienza e invalidità, di non poter contare su redditi sufficienti in vecchiaia, di perdere il lavoro e quindi di andare incontro a difficoltà economiche, di incorrere in incidenti o infortuni sul lavoro, di dover pagare di tasca propria prestazioni sanitarie impreviste. Così per i più giovani che sappiamo ormai dimenticati e per lo più esclusi dalla coesione sociale. Sarà il caso di notare che gli anziani statistici (+64 ed in costante aumento) sono quasi il 25% della popolazione, aggiungendo giovani in stato di lunga precarietà ed attesa di futuro siamo ad una massa importante della società, quasi il 40%.
Ma nulla di tutto ciò sempre preoccupare molti dei nostri intellettuali critici che, negli ultimi giorni, si sono abbandonati a profluvi di analisi sulla grandezza mal compresa di Joseph Ratzinger. Molti sembrano presi da questa grande macchina di intrattenimento dei concetti e delle critiche che sembra voler evitare a tutti i costi i fondamentali reali. Chi parla più di lavoro, reddito, ridistribuzione, diseguaglianza concreta, protezione pubblica? Chi sente ed interpreta la malinconia e la depressione diffusa? Meglio l’euro, l’UE matrigna, il popolo, i vaccini, il non c’è più destra né sinistra. Ognuno felice di partecipare alla costruzione di questa nuova area neo-con dal confuso sapore libertariano, visto che non c’è più sinistra e siamo tutti di destra meglio cercare la propria interpretazione di cinquanta sfumature di destra. Poi magari si scrive un articolo sulla minaccia anestetizzante della virtualità senza accorgersi quanto si partecipa attivamente a costruire questa virtualità distraente, ognuno col suo commento del giorno dopo in cerca di pubblico riconoscimento secondo un indice dei temi e degli argomenti che è poi quello del fatidico mainstream.
Poi magari si fonda un partitino tre mesi prima delle elezioni, si fa una figuraccia ma non c’è problema, arriva sempre un nuovo tema su cui esibire pensiero critico e mettersi in mostra in nome di un “cambiamento” che in realtà nessuno sembra davvero volere mentre si cerca di sfuggire, ognun per sé, all’attrazione appiccicosa di questa vasta malinconia che non trova più il suo inchiostro per esser raccontata.

Lo smarrimento del sindacalismo compassionevole, di Giuseppe Germinario

Con l’avvento del Governo Meloni sarà importante tenere d’occhio il comportamento delle tre confederazioni sindacali. Saranno importanti nel determinare i destini di un governo che si dovrà barcamenare tra l’appiattimento acritico e diligente alle scelte geopolitiche dell’attuale amministrazione statunitense, al momento concentrate sul fronte orientale della NATO, l’afflato di orgoglio nazionale di cui si nutre continuamente la sua narrazione e le conseguenze sempre più evidenti di tali scelte, delle dinamiche geopolitiche più generali e degli indirizzi economici della UE sulla precaria condizione socio-economica dell’Italia.

Di queste scelte geopolitiche statunitensi, come della logica che informa l’indirizzo economico, quello ambientalista ed energetico della UE abbiamo già parlato con dovizia. Il dato più evidente della istigazione e della reazione della NATO all’intervento russo in Ucraina è stato il rapporto causale diretto delle sanzioni alla Russia con l’ulteriore drammatico dissesto dell’economia dell’intera Europa piuttosto che di singoli paesi, come avvenuto con quelle sulla Siria, l’Iran e la Libia. Anche su questo argomento proseguiremo nella discussione.

Quanto al Governo Meloni è una forzatura eccessiva presentarlo come un mero appiattimento ed una mera clonazione del precedente governo retto da un funzionario plenipotenziario. Sull’onda di una politica americana che non vede più nella UE un pilastro fondamentale della propria egemonia quanto piuttosto una mera appendice sempre più ridondante delle funzioni sempre più estese della NATO; di una politica per altro che tende a delegare ai propri alleati l’esecuzione sul posto di parti significative delle proprie strategie è probabile che il Governo Meloni, dovesse durare e riuscire ad affrontare la complessità del bailamme europeo, possa nutrire la propria narrazione nazionalista, quantomeno su alcuni temi a corollario degli interessi fondamentali dell’amministrazione statunitense. Di questo ne parleremo in futuro man mano che matureranno i tempi e si presenteranno le diverse opzioni.

Da tempo le tre confederazioni sindacali non sono più tra le protagoniste principali dello scenario politico italiano; sono però le realtà politiche più costrette in una camicia di forza dalla quale appare impossibile uscire. Una gabbia in gran parte costruita con le proprie stesse mani che rende impossibile una azione coerente ed efficace di difesa degli interessi popolari e del lavoro dipendente.

I due congressi di CISL e UIL appena tenuti e le tesi del prossimo congresso della CGIL, che si terrà a marzo 2023, con varie sfumature hanno confermato questa incapacità di uscire da una narrazione così costrittiva ed invalidante. La prima con un ostentato, totale e acritico appiattimento all’orientamento atlantista ed europeista; la seconda allineata, ma con qualche punzecchiatura puntuale, ma incoerente con il contesto adottato; la terza con un allineamento evasivo, condito da un generico pacifismo e da una superficialità di analisi disarmante. Non a caso è proprio Landini la figura più motivata a confessare apertamente e candidamente il proprio smarrimento rispetto alla complessità e drammaticità del contesto geopolitico ed economico.

Come si evincerà dall’economia del testo le ragioni di esistenza e persistenza di questa gabbia non sono solo soggettive, legate agli evidenti limiti di comprensione e di formazione politica dei gruppi dirigenti sindacali; riguardano anche la ragione d’essere stessa dei sindacati combattuta da due contraddizioni non risolvibili, quanto piuttosto da gestire in corso d’opera. Nella fattispecie la strutturazione nazionale del sindacato teso a difendere universalmente o nella modalità più estesa possibile la condizione universale del salariato o del lavoratore dipendente; l’assunzione del lavoro salariato, quindi, più o meno esplicitamente, del rapporto capitalistico di produzione come chiave di volta in grado di spiegare e determinare le dinamiche sociali e le decisioni politiche delle classi dirigenti della o delle formazioni sociali. Una assunzione, quest’ultima, che nella sua connotazione più radicale, espressa nelle tesi alternative della CGIL, non va, direi non può andare, oltre e piuttosto non fa che riproporre di fatto a suo modo, comunque, la regolazione e la riproduzione, sia pure nella forma conflittuale estrema, del rapporto capitalistico.

Con tutte le difficoltà dovute al fatto che, ormai da qualche decennio, il contesto geopolitico ed internazionale viene analizzato sempre più occasionalmente e con superficialità, il punto comune di partenza è la constatazione del processo di globalizzazione come fonte degli squilibri economici e della precarietà e impoverimento nel mondo del lavoro.

Qui è opportuna una nota a margine sul fatto che gran parte dei narratori, pur dichiarandosi paladini della generale condizione lavorativa, rimangono abbagliati dal degrado di una parte di essa, quella dei paesi occidentali, compresa l’Italia, omettendo di conseguenza i progressi di condizione che parallelamente si verificano in gran parte dei paesi emergenti. Una condizione negletta, quindi, di nuovi squilibri e riequilibri, piuttosto che di un catastrofico degrado generale.

Il dato dirimente, però, è un altro e risale ai fondamenti teorici di queste affermazioni. Il processo di globalizzazione, frutto della contrapposizione capitale/lavoro, sarebbe opera di una cupola di capitalisti cosmopoliti, in particolare soprattutto magnati della finanza pura e semplice, in grado di spostare indifferentemente i propri capitali, ormai nella loro espressione più liquida.

Da qui la necessità di contrapporre a questa sorta di Associazione degli Industriali planetaria una vasta gamma di organismi sovranazionali che spaziano secondo il livello richiesto e la fuga verso aspettative utopiche e fuorvianti. Dal Governo Mondiale alla creazione di un sindacato mondiale realmente operativo, alla attribuzione fuorviante di competenze sovrane, proprie di uno Stato, ad organismi sovranazionali di altra natura e funzione, quali il FMI, l’OCSE, l’Unione Europea.

Potrebbero sembrare considerazioni troppo astratte e distanti; ininfluenti sull’azione concreta dei soggetti politici in generale, delle dirigenze sindacali in particolare.

Non è così, almeno a parere di chi scrive.

Cercherò di chiarirlo, ma prima è necessaria qualche considerazione aggiuntiva sulle dinamiche della globalizzazione, sulla funzione esplicativa del rapporto capitale/lavoro, sul rapporto tra l’agire politico e le dinamiche economiche e all’interno di esse, sulla gerarchia tra il politico (azione politica) e l’economico.

  • Sino a pochi mesi fa globalizzazione è stato il termine taumaturgico adottato per spiegare le più disparate dinamiche che attraversano l’azione umana sul pianeta; ultimamente, con il riemergere del peso delle decisioni politiche e del conflitto geopolitico aperto sembra caduto in disgrazia in una specie di ritorno al passato alimentato dalle pulsioni “sovraniste” dei centri decisori dei paesi avversi ai principi costitutivi del mondo occidentale. Nella sua definizione riferita alla condizione oggettiva, il termine indica la riduzione drastica, se non il pratico azzeramento, come nel caso delle comunicazioni e degli impulsi digitali, dei tempi una volta necessari a connettere i vari punti del globo terrestre, parte di un complesso sistema reticolare; siano essi luoghi di produzione ed economici, che commerciali, che finanziari, che di trasmissione, controllo e comunicazione. Sulla base di questa dinamica alimentata dalle economie di scala e dallo sviluppo di alcune tecnologie, ma in realtà resa possibile da una condizione politica ben determinata di cui si parlerà in seguito, si è formata una rappresentazione ideologica definibile con il termine “globalismo”, comprensivo sia della accezione positivistica-progressista che di quella populistica-movimentista. Delle due la prima ci offre una rappresentazione reticolare di connessioni puntuali di fatto prive di gerarchie che trovano il loro punto di equilibrio spontaneo e soddisfacente attraverso la compensazione dei flussi sempre più svincolati da limitazioni e sempre più intensi. Il multilateralismo può essere la traduzione politica ottimale di questa dinamica; l’equilibrio spontaneo del libero mercato il modello di riferimento di questa rappresentazione sistemica.

    La seconda delle accezioni spiega all’opposto la dinamica e il funzionamento del sistema con il controllo progressivo totalitario di una cupola ristretta di veri decisori, per lo più ricondotta ai detentori del capitale, via via sintetizzata e ridotta a quella dei detentori di capitale finanziario ed ancora a quella di detentori di quel capitale finanziario liquido del tutto separato dalle attività produttive. Le figure, quindi, in grado di controllare e determinare con la loro mobilità ed immediatezza il controllo con profitto dei processi di globalizzazione sempre meno frenati da vincoli temporali e spaziali.

  • Quanto alla funzione fondativa e pervasiva delle formazioni sociali e delle loro espressioni politico-istituzionali affidata al capitalismo, quindi al rapporto capitalistico di produzione ed ancora, in ultima istanza, al rapporto fondamentale tra detentori dei mezzi di produzione e salariati detentori della semplice forza lavoro, la permanenza della sua rappresentazione teorica è resa possibile, sia nella sua residua rappresentazione conflittuale che in quella prevalentemente “collaborativa”, solo dalla regressione schmitiana e ricardiana a lavoro/capitale della potente contrapposizione marxiana tra forza lavoro/detentori del capitale.

    La distinzione tra lavoro e forza lavoro salariata rimane importante per individuare la particolare realizzazione del pluslavoro attraverso il plusvalore come pure per individuare la particolare dinamica di produzione di risorse che consente lo svolgimento competitivo e conflittuale del mercato capitalistico con annesso corollario, però, di una “caduta tendenziale del saggio di profitto” ormai sempre di là da venire. È una rappresentazione duale di rapporto sociale che per di più non riesce a spiegare compiutamente sia la complessità delle stratificazioni sociali attraverso l’individuazione delle due classi fondamentali antagoniste, sia il contenuto antagonistico di quelle stesse due classi, giacché sia lo “sfruttato” che lo “sfruttatore” vivono la condizione di salariato. Da qui la ricorrente tentazione di tornare alla dialettica del rapporto capitale/lavoro, laddove il capitalista assume progressivamente la veste del percettore di rendite, dello speculatore indifferente, separato, avulso dalla produzione e dal produttore.

Le implicazioni di questo particolare ritorno al passato, specie quando progressivamente intrecciato, così come si sta verificando, con le tesi globaliste, sono particolarmente notevoli nelle rappresentazioni ideologiche e nelle condotte politiche di determinati centri decisori e di specifiche élites; tra questi, in particolare i centri dirigenziali sindacali, per quanto costoro sempre meno consapevoli e coscienti del proprio bagaglio e retaggio culturale e per quanto comunque richiamati al peso della realtà più prosaica e pragmatica dal carattere “mercantilizio” del loro impegno professionale.

Il globalismo, nella sua prima accezione di cui sopra, nel suo lirismo armonico autoregolatorio impedisce e vieta di individuare le gerarchie sottese, necessarie ed indispensabili a garantire il funzionamento e la fluidità del meccanismo; tende al contrario a dissolverle. Uno strabismo che impedisce di individuare il necessario ruolo egemonico e regolatore, quindi prettamente politico, assolto in qualche maniera dalle leadership statunitensi, specie negli ultimi cinquanta anni, e che dovrà essere perseguito in futuro, tutt’al più in coabitazione cooperativa/conflittuale bipolare sbilanciata, se si vorrà mantenere e sviluppare in qualche maniera l’attuale sistema globale di relazioni e connessioni. Si tratta, in pratica, di ciò che viene definito con il termine “multilateralismo” nel sistema di relazioni internazionali. È però una accezione non particolarmente radicata negli ambienti sindacali, in particolare italiani, se non in alcune componenti, nella fattispecie della CISL, non a caso, a suo tempo negli anni ‘50, di diretta emanazione vaticana e statunitense. Una osticità comprensibile in ambienti in cui prevale la funzione contrattuale e il cui gioco conflittuale/cooperativo con le controparti assume una valenza esistenziale.

È la seconda accezione di “globalismo” ad essere più congeniale alla rappresentazione, alle funzioni e agli schemi operativi di questi centri sindacali, pur essendo molto più vasta la platea attratta e mobilitata da questi schemi.

In questo compendio la liquidità, sempre più indifferente ai limiti posti dal territorio, dallo spazio, dal tempo e dal valore d’uso, tipici della tradizionale imprenditoria, è il connotato fondamentale del capitalismo; la sempre più ristretta congrega di capitalisti finanziari, dediti al movimento vorticoso dei flussi di liquidità, diviene la figura chiave e dominante del sistema in grado di determinare le sorti dell’economia, le prerogative di fatto progressivamente decrescenti e asservite degli stati, nonché gli enormi squilibri e le abissali ineguaglianze presenti sul pianeta forieri di conflitti e disastri. Una cupola tanto determinante delle sorti politiche, quanto sterile nella sua funzione parassitaria. Ad un gradino appena inferiore agiscono, secondo la rappresentazione, le multinazionali, queste ultime più legate alla realizzazione produttiva dei profitti, alle rigidità imposte dal capitale fisso (impianti), alle caratteristiche dei mercati, ma con la possibilità di giostrare allegramente nella competizione territoriale e di allentare questi legami e accrescere enormemente le possibilità di controllo con l’avvento di nuovi ambiti operativi, quali l’acquisizione e la manipolazione dei dati.

Una rappresentazione dalla enorme capacità attrattiva, il cui fascino dipende soprattutto dalla estrema facilità di individuazione dell’artefice delle cose del mondo e dell’avversario da additare ed esorcizzare. Una rappresentazione in grado di mobilitare da oltre quaranta anni masse e gruppi contestatori peregrinanti per il mondo in una sorta di rituale defatigante, quanto sterile; di spingere i centri politici contestatori o presunti tali, anche nelle loro espressioni più pragmatiche, ad inseguire le chimere del governo mondiale, dell’attribuzione di poteri effettivi ad organizzazioni sovranazionali che sono in realtà espressioni del potere reale di particolari centri decisori annidati negli stati egemonici piuttosto che di queste cupole, sino a cercare di adeguare le proprie strutture organizzative alla dialettica di queste chimere.

Alla capacità di suggestione di questa tesi, non corrisponde una analoga profondità di analisi sufficiente a fornire strumenti adeguati all’azione politica, tutt’altro.

  • Intanto bisognerebbe prendere atto che il capitalismo è ormai da tempo presente e dominante in tutte le formazioni sociali, comprese quelle definentesi ancora socialiste; continua ad essere privo di reali alternative credibili proprio per le sue capacità dinamiche e di adattamento ed anche di prospettive che riesce ancora ad offrire. Ha poco senso individuare nella contrapposizione tra formazioni capitalistiche e quelle di altra natura il motivo fondante dell’attuale conflitto politico e geopolitico; ancora meno lo si può fondare realisticamente sulla lotta di classe, sarebbe già meglio definirle di classi, quando in realtà sarebbe molto più esplicativo il conflitto e la competizione tra capitalisti e gruppi di essi gerarchicamente costituiti.

  • Restringere il focus e additare i magnati della finanza come i deus ex-machina in grado di manipolare i destini del mondo in funzione del loro profitto e della preservazione del ruolo parassitario serve ancor meno a circoscrivere efficacemente il bersaglio. Non è del resto un approccio inedito. Anche se l’ambito della finanza tende comunque ad assumere un ruolo particolare nelle fasi regressive di un attore egemone, attribuire una postura autocratica e dominante a queste componenti porta ad ignorarne la complessità ed articolazione, nonché la funzione positiva e propositiva all’interno del processo di accumulazione capitalistica e nel più ampio spazio di esercizio del potere politico. Intanto il settore finanziario è molto diversificato nei compiti e nelle funzioni; anche nei suoi nuclei più speculativi, assolvono comunque ad una funzione di drenaggio verso il centro e di condizionamento e penetrazione nelle periferie dei centri egemonici consolidati e in formazione. Basterebbe dare una occhiata poco più che distratta ai flussi verso il centro egemonico statunitense e al ruolo di tramite in queste dinamiche di paesi come la Germania, ampiamente sopravvalutate per la loro potenza effettiva. Si tratta, in realtà, anche in questo caso di coaguli di potere ben radicati nei centri egemonici, con strettissimi legami simbiotici con essi, dipendenti dalla regolazione e dalle normative e in aperta competizione tra di essi. La loro conclamata onnipotenza e la loro liquidità indifferente alle limitazioni di tempo e spazio subisce ancora dei limiti fisici pesanti, pur se con dinamiche e dimensioni storicamente mutate.

Se è vero, quindi, che la natura del modo di produzione capitalistico riesce a realizzare la propria azione cooperativa, più o meno forzata, nelle imprese attraverso soprattutto la competizione ed il conflitto nel mercato, è altrettanto verosimile che questa competizione delinea la formazione di centri decisori plurimi; che più aumenta la centralizzazione e la concentrazione, più l’azione e le decisioni di questi soggetti si allontanano dalla pura logica economica o politico-economica. In realtà quelli più importanti sono integrati a pieno titolo nei centri decisori politici, influiscono ovviamente a vario titolo ed intensità, ma devono sottostare a quelle logiche ed adattare la loro azione a quei perimetri.

Il modo capitalistico, del resto, plasma nel tempo le formazioni sociali e riesce anche a modificarne la forma mentis. Deve altresì adattarsi alle caratteristiche storiche, territoriali, politiche e culturali di queste, dimostrando una flessibilità e capacità di adattamento inedite nella storia. La stessa competizione economica, diventa essa stessa una competizione ed una imposizione di modelli.

Il capitalista, l’imprenditore, il manager, il finanziere, in quanto figure sociali e professionali dotate, per altro, di poteri di comando, tendono a formarsi una propria rappresentazione e a plasmare con essa l’ambiente. Devono fare i conti con altre rappresentazioni, specie quelle prodotte da decisori di diversa emanazione e trovare con essi punti di equilibrio e di sintesi. Riescono paradossalmente ad avere maggiore influenza nelle formazioni semiperiferiche, prive o carenti di protagonismo politico o di potere o nelle fasi, rare e temporanee, di egemonia incontrastata; la loro pervasività è deleteria nelle fasi di competizione e di conflitto egemonico sino a diventare un fattore drammatico di decadenza. Questo ovviamente al netto di manipolazioni ideologiche strumentali, così ben delineate ad esempio da analisti sagaci come Mearsheimer che conoscono benissimo i protagonisti e il modus operandi dei centri decisori statunitensi.

Per concludere il modo capitalistico di produzione fa parte e si inserisce pienamente nelle dinamiche più estese di conflitto e cooperazione politica, pur se con logiche in parte proprie. La sua conformazione e dinamica di riproduzione dipendono altresì da altre logiche e dalla particolare simbiosi di esse.

A mero titolo di esempio l’affermazione del modo capitalistico statunitense come il fallimento di quello sovietico sono dipesi dalle scelte politiche e geopolitiche; la loro capacità di innovazione tecnologica è dipesa dalla capacità di integrazione della ricerca scientifica ed applicazione tecnologica, in prevalenza militare, con le piattaforme industriali capaci di operare nella società civile. Fattore che ha reso economicamente e socialmente sostenibili le ambizioni politiche e geopolitiche, ma solo laddove l’integrazione e la sinergia è riuscita. L’agenzia DARPA statunitense, come quelle sorte in Cina, sono l’esempio più evidente della dialettica esistente tra i vari ambiti e nei centri decisori politici.

Questa lunga digressione può sembrare leziosa e ridondante rispetto al merito della produzione politica, programmatica e rivendicativa dei centri dirigenti sindacali, ormai sempre più asfittica ed incoerente; soprattutto se comparata con quella ben più ambiziosa ed incisiva, spesso per altro velleitaria e fumosa, di diversi decenni fa. Un giudizio confortato dalla frequentazione e conoscenza diretta, ai più alti livelli, di quegli ambienti di allora. Le cui tracce, però, permangono tuttora.

La lettura delle tesi e l’ascolto degli interventi congressuali delle tre confederazioni, per quanto tediosi, offrono ancora diversi spunti di riflessione inseribili nel contesto su specificato.

In ordine di grandezza e generalità dei problemi:

  • il tema della globalizzazione rappresenta la cornice fondamentale entro cui va inquadrata l’azione sindacale. Il paradigma adottato che il processo è determinato sia dalle dimensioni delle economie di scala, che dalle innovazioni tecnologiche legate ai flussi, che dalle dimensioni delle imprese e dei centri finanziari in una sorta di inerzia espansiva della velocità e del raggio di azione dei flussi e di capacità di intervento e governo di centri ed entità sovranazionali, per lo più mossi da interessi privati. La contromisura consisterebbe nella costruzione di entità politiche adeguate a coprire e regolare la dimensione e lo spazio dell’economia globalizzata. La dimensione ottimale ipotizzata sarebbe quella del governo mondiale cui far corrispondere organizzazioni sociali, nella fattispecie sindacali, di pari livello capaci di confrontarsi sia con le entità politiche che economiche di quella dimensione in una riedizione edulcorata e contrattualistica del vecchio internazionalismo

  • Nelle more il raggio ed il livello di azione ed organizzazione dovrebbe corrispondere alla dimensione degli organismi sovranazionali esistenti o in formazione. Il presupposto implicito di queste considerazioni tocca la presunta inadeguatezza della dimensione statale ad affrontare e cogliere la dimensione dei problemi. La realtà ci rivela sempre più che la globalizzazione non rivela altro che la dimensione e la gamma allargata dei campi di azione degli stati nazionali comunque destinati a rimanere gli attori principali e gli arbitri le cui prerogative hanno bisogno, piuttosto, di essere allargate e rese più incisive. Il corollario di questa presunzione è l’attribuzione a questi organi sovranazionali di poteri e prerogative che in realtà rimangono saldamente in mano agli stati e ai centri decisori in buona parte annidati in essi in grado di manovrarli ed orientarli pesantemente. Questo vale per l’ONU, per il FMI, per tutta la pletora presente nell’agone internazionale, ma anche per l’Unione Europea.

Le conseguenze derivanti dall’adozione di questo paradigma in termini di condotta politica sono enormi sia nella postura sulle politiche nazionali sia nell’atteggiamento e nelle condotte adottate nei confronti degli organismi sovranazionali.

  • Nella fattispecie della Unione Europea l’insieme del gruppo dirigente sindacale è affetto visibilmente dalla sindrome del lirismo europeista che impedisce di vedere la sua funzione precisa di subordinazione degli stati europei all’atlantismo e all’egemonismo statunitense, essendone in realtà fautori più o meno accesi ed entusiasti. Non si tratta solo di una postura di politica generale che impedisce di vedere la realtà delle politiche aggressive della NATO, di debilitazione delle politiche estere dei paesi europei, della genesi dei conflitti in particolare l’ultimo in Ucraina e il precedente contro la Serbia. Si tratta anche della particolarità delle modalità di creazione del mercato comune, della inibizione delle possibilità di sviluppo industriale ed economico dei paesi europei specie nei settori strategici, della permeabilità delle strutture finanziarie europee alle scorribande di quelle statunitensi. Ma aspettarsi da questi gruppi dirigenti una posizione appena critica ed autonoma su quest’ordine di problemi sarebbe troppo.

    Colpisce, piuttosto, la mancanza di analisi seria sulla funzione dei fondi strutturali, compresi quelli inseriti nel PNRR, e sulle forme di regolazione delle politiche di ricerca scientifica e tecnologica. Argomenti più congeniali e politicamente “accessibili” dei quali abbiamo già ampiamente trattato su questo sito. Nessuna lettura delle dinamiche innescate da queste politiche; nessuna analisi sulle conseguenze dei processi di polarizzazione e squilibrio interno creati da questi nei paesi europei. Niente che non cadesse nella mera rivendicazione quantitativa di maggiori investimenti. Pieno conformismo se non in timici accenni apparsi, ad esempio, nelle pagine più interne delle tesi congressuali della UIL ma con scarso seguito nelle conseguenze da trarne.

    Le critiche che vengono mosse sono, quindi, soprattutto di ordine quantitativo e di ulteriore spinta ed integrazione delle dinamiche già in atto.

    È la stessa qualificazione degli effettivi poteri attribuita a queste istituzioni a sviare le energie. L’azione essenziale della dirigenza sindacale dovrebbe quindi rivolgersi verso il governo nazionale ed investire i temi della sua incisività nel determinare le politiche europee, della sua presenza adeguata e attiva negli apparati burocratici, nella capacità di pressione, di contrattazione e di codecisione; tanto più che la stessa struttura produttiva del paese, fondata su piccole e medie aziende, è ancora meno in grado di influire per proprio conto sugli indirizzi di politica europea e più prosaicamente nelle pratiche lobbiste imperanti in quegli apparati.

  • La sudditanza politica ed ideologica non limita a questo gli aspetti deleteri dei comportamenti sindacali. Tutta l’impotenza e l’accondiscendenza manifestata nelle disastrose politiche di privatizzazione e cessione delle attività; tutta la sottovalutazione della necessità del mantenimento in Italia del controllo di indirizzo e gestionale delle aziende non hanno fatto che alimentare quella gestione disastrosa ed esterofila e il fenomeno, impressionante nelle dimensioni, della cessione o del trasferimento all’estero del controllo di gran parte delle stesse aziende private. Nei casi più paradossali, come quello della FIAT, con i peana di approvazione delle stesse vittime o presunte tali. La costante intangibile degli incontri rituali tra Governo e dirigenza sindacale si riduce stancamente al solito “di più” di investimenti ad integrazione dei fondi europei, piuttosto che a compensazione degli squilibri da questi creati con la conseguenza di accentuare ulteriormente le dinamiche innescate.

La conseguenza principale di questa impronta politico/ideologica è stata il decadimento progressivo ed inarrestabile della visione confederale delle politiche sindacali; probabilmente l’acquisizione più importante, pur con la sua buona dose di velleitarismo, della stagione sindacale degli anni 60/70. Il tentativo più o meno consapevole di costruire non solo la coesione politica interna al movimento operaio e sindacale, ma di legarla ad un progetto di costruzione nazionale comprensivo degli interessi e dei punti di vista di categorie diverse dal lavoro dipendente.

A questa involuzione ha fatto seguito, parallelamente e con un nesso causale stretto, il lento mutamento della postura sindacale nei suoi luoghi stessi di elezione: i posti di lavoro e le fabbriche. Da sindacato che aveva acquisito nei settori professionalizzati i propri punti di forza e di riferimento si è trasformato in sindacato dei “deboli” dalla postura vagamente tribunizia; con esso si sono impoverite le politiche salariali, sempre più orientate all’appiattimento legato al recupero del potere di acquisto dei settori più precari; è pressoché scomparsa una contrattazione seria sugli inquadramenti, mirata sulla loro corrispondenza con l’organizzazione del lavoro e sulla crescita professionale.

L’esatto presupposto per corporativizzare, laddove possibile, la difesa della propria condizione di lavoro e per ridurre la regolazione del mercato del lavoro ad una rivendicazione sterile di norme, non corroborate da politiche economiche favorevoli, ridotte sempre più a slogan impotenti.

L’elenco delle derive politiche potrebbe allungarsi a dismisura, a cominciare dall’approccio alle tematiche fiscali tutte incentrate su una visione manichea e moralistica del fenomeno dell’evasione fiscale piuttosto che del carattere vessatorio di un sistema che colpisce con diverse modalità sia il lavoro dipendente che quello autonomo.

Porterebbe però a rincorrere le tematiche ed i problemi.

Il nodo di fondo è che se i soggetti principali del confronto politico e geopolitico sono i centri decisori politici, di cui fanno parte anche gli agenti capitalisti e se gli stati sono destinati a mantenere, se non ad accrescere il loro ruolo nel confronto, anche le politiche sindacali devono essere ricondotte all’interno di un progetto serio di ricostruzione nazionale ed identitario. Quello deve essere il posto dove trovare lo spazio della difesa degli interessi popolari.

Le fughe in avanti, comprese quelle dal sapore vagamente internazionalista, per meglio dire cosmopolite, rischiano di trasformarsi drammaticamente nel loro opposto nel momenti di crisi aperta. Nella prima guerra mondiale abbiamo già conosciuto la trasformazione inopinata di quel fervore nel sostegno senza colpo ferire al bellicismo dei singoli contendenti.

La tradizione e la formazione politico-culturale di questi gruppi dirigenti, del tutto assimilabile a quella del nostro ceto politico partitico, certamente non li rende indenni da questo clamoroso trasformismo dettato dallo smarrimento rispetto agli eventi. Dal pragmatismo, attitudine notoria di questi ambienti, al bieco trasformismo il passaggio dei momenti critici è breve e repentino.

https://www.cisl.it/wp-content/uploads/2022/06/Mozione-Finale.pdf

https://terzomillennio.uil.it/wp-content/uploads/2022/10/Relazione-del-Segretario-generale-Pierpaolo-Bombardieri-2.pdf

https://www.facebook.com/100086492414055/videos/652967926339972

https://www.cgil.it/la-cgil/democrazia-e-partecipazione/xix-congresso-il-lavoro-crea-il-futuro/2022/06/22/news/materiali_congressuali-2195017/

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PIÚ DIKE TIMIDAMENTE, di Teodoro Klitsche de la Grange

PIÚ DIKE TIMIDAMENTE

Ha suscitato un discreto dibattito la riforma della giustizia tributaria impostata e realizzata dalla ministra Cartabia. Molti ne hanno evidenziato la timidezza, altri la congruità, non pochi l’hanno considerata un’occasione mancata.

A mio avviso per valutarne la portata “ordinamentale” (che brutta espressione!) occorre risalire sia a principi e norme costituzionali, sia alle innovazioni in materia di giustizia tra pubbliche amministrazioni e cittadino, in particolare nell’ultimo trentennio.

Al riguardo ho sostenuto più volte (v. da ultimo “Temi e Dike nel tramonto della Repubblica”) riprendendo così delle tesi di Maurice Hauriou, che in ogni Stato vi sono due giustizie: una paritaria e intergroupale, che il grande giurista chiamava Dike, l’altra non paritaria (e intra)istituzionale, che denominava Temi. Le quali corrispondevano al diritto (sostanziale) comune la prima e a quello istituzionale la seconda.

Nessuna istituzione politica ne può prescinderne, nel senso che in ogni ordinamento, anche il più liberale o, all’opposto, il più autoritario, v’è comunque un po’ dell’una e dell’altra (come del diritto sostanziale corrispondente).

L’una e l’altra rientrano nel rapporto (presupposto del “politico”) tra comando e obbedienza, autorità e libertà (secondo una definizione fortunata e ripetuta, anche se un po’ imprecisa).

Facevo notare in quei lavori che nell’ultimo trentennio, il rapporto tra potere pubblico e cittadini aveva preso una piega tale da aumentare la disparità (a favore del primo), ad onta del fatto che la novella all’art. 111 della Costituzione aveva disposto che le parti stanno in giudizio in condizione di parità. Anzi l’aver affermato solennemente con la modificazione costituzionale il principio di parità aveva incentivato il proliferare di norme legislative che di diritto o di fatto lo riducevano, così come di comportamenti amministrativi contrari alla “parità”.

Sotto tale profilo indubbiamente la riforma Cartabia, senza avere nulla di travolgente, ha un suo indiscutibile pregio: che ha invertito la tendenza ad aumentare la disparità, anzi riducendola. Le norme – ancorché non chiarissime, sull’onere della prova e sull’ammissibilità di quella testimoniale (scritta) nonché quella sull’aumento delle spese (per rifiuto ingiustificato di conciliazione) riducono la disparità tra amministrazione e contribuenti (in lite). In senso opposto è la previsione del rapporto tra Giudici tributari e Ministero dell’Economia, che è una delle parti (sostanziale) del processo.

C’è un altro aspetto in cui l’intervento risulta positivo: l’aver “professionalizzato” la nomina dei magistrati tributari, prevedendo per quelli da assumere il possesso della laurea (magistrale) in giurisprudenza o economia. Se si  vanno a leggere gli artt. 4 e 5 del D.Lgs. 545/92 (abrogati) nelle commissioni potevano essere nominati anche: ragionieri, periti commerciali, revisori dei conti, abilitati all’insegnamento in materie giuridiche, economiche e ragionieristiche, ingegneri, architetti, agronomi (e altro).

Era stato anche notato che il 47% dei ricorsi in Cassazione avverso le sentenze dei giudici tributari era accolto ed era interpretato nel senso di una scarsa capacità di agronomi, ragionieri, ecc. ecc. ad applicare il diritto (il dato era tuttavia contestato quale sintomo di…scarsa perizia). Resta il fatto che prescrivere dei requisiti più “stringenti” per la nomina, dovrebbe portare ad un miglioramento della competenza professionale dei magistrati; ma potrebbe concorrervi anche la previsione del concorso (invece che della precedente nomina su elenchi).

È comunque incontestabile che, pur nella sua timidezza, la riforma ha capovolto l’andazzo trentennale voluto soprattutto dal centrosinistra, onde i diritti da proteggere erano quelli che avevano meno occasioni di essere esercitati: così quello  all’eutanasia, al matrimonio tra omosessuali, all’adozione “allargata”, alla gravidanza a pagamento, ecc. ecc. E per questo anche quelli che hanno meno possibilità che ne fosse richiesta la tutela in giudizio. Per gli altri, di converso, oggetto di contenzioso, di cui costituiscono la stragrande maggioranza delle liti, come i rapporti di lavoro (pubblico e privato), i contratti, la proprietà, ecc. ecc., le obbligazioni della P.A., le imposte, ecc. ecc., si faceva poco o niente per rendere più agibile la giustizia.

Anzi, se controparte ne erano le pubbliche amministrazioni si aumentavano deroghe e privilegi della parte pubblica. Resta comunque molto lavoro da fare, nello steso senso e in termini più generali. Un controllo giudiziario fiacco e ostacolato è uno dei migliori sostegni di un’amministrazione inefficiente e predatoria.

C’è da chiedersi perché proprio alla fine del trentennio della seconda repubblica è stata emanata questa norma di segno contrario alla pratica filo-statalista seguita prima. Forse per l’evidenza che norme come quelle modificate stridevano con principi e testo della costituzione, onde se ne sacrificano alcune per conservarne altre, facendo tuttavia “bella figura”, come per la modifica dell’art. 111, rimasto disapplicato o poco applicato.

L’importante è procedere nella strada appena iniziata anche resistendo alle critiche (usuali e prevedibili) di chi dirà che colpa dell’evasione è d’aver ripartito paritariamente l’onere della prova. Cui si può fin d’ora replicare che se per sostenere un fatto basta affermarlo (senza provarlo), un precetto del genere legittima qualsiasi abuso.

Teodoro Klitsche de la Grange

Intelligenza artificiale: l’Italia vuole essere grande in Europa, di conflits

Articolo importante, ma con una grave omissione critica. L’assenza consapevole dell’Italia dai programmi europei di protezione e di produzione di software di trasmissione e motori di ricerca autonomi, se non limitatamente alla pubblica amministrazione. Un ulteriore segnale della scarsa protezione politica riservata al proprio patrimonio industriale nazionale e alla scarsa considerazione non solo della propria sovranità, ma anche di una partecipazione attiva alle dinamiche geopolitiche e geoeconomiche. Giuseppe Germinario

Il 26 novembre 2021 il governo italiano ha approvato il programma per l’intelligenza artificiale. Questo progetto ha visto la collaborazione tra il Ministro dello Sviluppo Economico, il Ministro dell’Università e della Ricerca e il Ministro della Transizione Digitale e ha posto al centro dei suoi obiettivi l’industria 4.0, che mira a cambiare il volto delle PMI.

Margherita Boscolo Marchi

La transizione digitale è ormai una necessità e tra i suoi angoli più affascinanti c’è sicuramente la filiera dedicata alla ricerca e all’applicazione dell’intelligenza artificiale (AI). Il governo italiano, spinto dalle dinamiche avviate in seno all’Unione Europea, ha adottato una propria strategia nazionale sull’IA, contenuta in un documento congiunto del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE), del Ministero dell’Università e della Ricerca e di quello dell’Innovazione Tecnologica e Transizione Digitale: il programma strategico per l’intelligenza artificiale 2022-2024. Questa strategia per l’IA è condensata in un documento redatto dai tre ministeri interessati, a cui si aggiunge il gruppo di lavoro sulla strategia nazionale per l’intelligenza artificiale, un team di esperti del settore che si occuperà dell’efficacia organizzativa e gestionale, oltre che del monitoraggio dello stato di avanzamento del progetto. Sono state definite 24 politiche da attuare nel prossimo triennio, suddivise in tre aree di intervento, sei obiettivi e undici settori applicativi.

Il programma strategico italiano sull’intelligenza artificiale: ancoraggi, principi e obiettivi

L’ecosistema italiano dell’intelligenza artificiale ha grandi potenzialità che non sono ancora state sfruttate appieno. Il settore è in rapida crescita, ma il contributo economico rimane modesto. Soprattutto se confrontato con i vicini europei. Eppure, come delineato nella nuova agenda AI, la Penisola ha basi solide su cui costruire un nuovo ecosistema AI italiano a fronte di debolezze su cui concentrare riforme e investimenti. A tal fine, il programma delinea 24 politiche con l’obiettivo di rendere l’Italia un polo “globalmente competitivo”, trasformando i risultati della ricerca in valore aggiunto per l’industria.

Il piano prevede tre aree di intervento: rafforzare le competenze e attrarre talenti, aumentare i finanziamenti per la ricerca all’avanguardia nell’intelligenza artificiale e favorirne l’adozione e l’applicazione sia nella pubblica amministrazione che nel settore produttivo in generale.

Iniziative a favore delle imprese e della pubblica amministrazione

Particolare attenzione è rivolta alle piccole imprese attive in contesti geografici o socio-economici periferici e disagiati. Un’altra preoccupazione dichiarata è la necessità di aumentare il numero di donne imprenditrici ed esperte di intelligenza artificiale, nonché di attrarre start-up e professionisti stranieri con incentivi economici. Infine, il testo evidenzia la volontà istituzionale di allineare tutte le politiche di intelligenza artificiale relative al trattamento, aggregazione, condivisione e scambio dei dati, nonché alla sicurezza dei dati, alla strategia nazionale del cloud e alle iniziative in corso a livello europeo, a partire da European data and le recenti proposte di legge sulla governance dei dati e di regolamento sull’IA.

Per questo sono state individuate due linee di azione: l’intelligenza artificiale per modernizzare le aziende e quella per modernizzare la pubblica amministrazione. Per quanto riguarda le aziende, si tratta di supportare il processo di assunzione di personale altamente qualificato nelle aziende private, al fine di rafforzare il loro processo di transizione 4.0; spingere l’adozione di soluzioni di intelligenza artificiale nelle aziende private, per favorirne la competitività; aiutare le start-up e gli spin-off a svilupparsi, sia a livello nazionale che internazionale; e definire un contesto normativo che possa favorire la sperimentazione e la certificazione di prodotti e servizi affidabili di intelligenza artificiale. Ricordiamo che secondo l’Osservatorio AI della Scuola Politecnica di Management di Milano, sono 260 le aziende italiane che offrono prodotti e servizi di intelligenza artificiale. Nel 2020 il mercato privato dell’intelligenza artificiale in Italia ha raggiunto i 300 milioni di euro, in crescita del 15% rispetto al 2019, ma pari solo al 3% del mercato europeo.

Sul versante della pubblica amministrazione, gli interventi in corso mirano alla creazione di infrastrutture dati per sfruttare in sicurezza le potenzialità dei big data, ma anche per semplificare e personalizzare l’erogazione dei servizi pubblici e l’innovazione delle amministrazioni, attraverso il rafforzamento dell’ecosistema GovTech (ad esempio con periodici bandi per identificare e sostenere le start-up che offrono soluzioni basate sull’intelligenza artificiale). Altre due aree di interesse riguardano il talento e la ricerca. Nel primo caso si tratta di interventi per aumentare il numero dei dottorati e attrarre ricercatori, nonché per promuovere corsi e carriere nelle materie scientifiche (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica). Nel secondo, l’obiettivo è promuovere la collaborazione tra il mondo accademico e della ricerca, l’industria, gli enti pubblici e la società. Infine, per monitorare i progressi su tutti i fronti, all’interno del Comitato Interministeriale per la Transizione Digitale è stato istituito un gruppo di lavoro permanente sull’Intelligenza Artificiale.

 

Analisi dei problemi potenziali e critici del programma per l’intelligenza artificiale

Dall’analisi di questo nuovo programma, emerge che il progetto non mira ad una dimensione prettamente nazionale ma anche ad una prospettiva internazionale. Sia perché rientra nella strategia europea per l’IA, sia perché la forte ambizione dell’Italia è quella di conquistare una posizione di primo piano nella filiera internazionale dello sviluppo, dell’innovazione e dell’applicazione dell’IA, senza trascurare l’impegno per la sostenibilità e il rispetto della persona umana. Per raggiungere l’ambizioso obiettivo internazionale, l’idea è quella di creare una rete di collaborazione tra università, imprese e settore pubblico.

Particolare attenzione è rivolta alla questione dei giovani: il governo si sta impegnando per concedere il maggior numero possibile di posti di dottorato e opportunità per investire il proprio tempo e le proprie capacità intellettuali nel campo della ricerca. L’avvio del dottorato nazionale in intelligenza artificiale è infatti recentissimo (2021). Al vaglio anche la creazione di nuove cattedre incentrate sull’intelligenza artificiale, strettamente legata all’impegno di riportare all’estero esperti emigrati, nonché investimenti in piattaforme di condivisione dati e di software.

In Italia, 260 aziende operano concretamente nel campo dell’intelligenza artificiale. Di questi, il 55% si occupa di sanità, sicurezza informatica, marketing e finanza. Sempre secondo il Politecnico di Milano, il 53% delle medie e grandi imprese italiane ha avviato almeno un progetto di intelligenza artificiale: il 22% è attivo nel settore manifatturiero, il 16% nel settore bancario finanziario e il 10% nel campo della tecnologia. ‘assicurazione. In generale, come indica il piano, c’è un sottoinvestimento da parte del settore privato in termini di ricerca e sviluppo ed è in discussione anche la dimensione delle imprese. Il gruppo di lavoro sulla strategia riferisce che l’adozione di soluzioni AI nel mercato italiano si attesta al 35%, circa otto punti in meno rispetto alla media UE. Le ragioni del sottoinvestimento citate dai piccoli imprenditori italiani sono principalmente duplici: la mancanza di professionisti dell’IA e la mancanza di fondi pubblici. In questo senso, per risolvere il primo quesito, il piano propone di adeguare la remunerazione dei professionisti dell’IA a quella internazionale, visto che si tratta di una delle materie più delicate, che si confonde con quella della fuga dei cervelli. Per quanto riguarda i fondi pubblici, invece, 13 miliardi di euro sono messi a disposizione dal Piano nazionale per la ripresa e la resilienza. Il punto dei finanziamenti pubblici è fondamentale, visto che anche in questo ambito c’è un ritardo rispetto a Francia e Germania: l’Italia investe troppo poco, se non altro per gli appalti pubblici per l’acquisto di beni e servizi. Altrimenti, l’obiettivo è quello di colmare l’altro grande gap rispetto ai partner europei, vale a dire la certificazione dei prodotti e dei brevetti. Tutto ciò è paradossale, considerando che i ricercatori italiani sono molto prolifici e ricercati a livello internazionale. Solo che a casa sono poco considerati e, quando lo sono, mal pagati. Altro aspetto più che positivo del programma è il tentativo di ridurre la frammentazione e la disparità del nostro ecosistema della ricerca, in cui vi è scarsa comunicazione tra laboratori, università ed enti pubblici, oltre al forte divario di genere. considerando che i ricercatori italiani sono molto prolifici e ricercati a livello internazionale. Solo che a casa sono poco considerati e, quando lo sono, mal pagati. Altro aspetto più che positivo del programma è il tentativo di ridurre la frammentazione e la disparità del nostro ecosistema della ricerca, in cui vi è scarsa comunicazione tra laboratori, università ed enti pubblici, oltre al forte divario di genere. considerando che i ricercatori italiani sono molto prolifici e ricercati a livello internazionale. Solo che a casa sono poco considerati e, quando lo sono, mal pagati. Altro aspetto più che positivo del programma è il tentativo di ridurre la frammentazione e la disparità del nostro ecosistema della ricerca, in cui vi è scarsa comunicazione tra laboratori, università ed enti pubblici, oltre al forte divario di genere.

Ancora sfide per sviluppare un’IA italiana

Purtroppo non ci sono solo lati positivi, ma anche limiti. Innanzitutto il programma è inquadrato nel triennio 2022-2024, un intervallo di tempo non proprio esteso, che forse non è il più adatto per realizzare un progetto così ambizioso, che mira a risolvere problemi e chiudere un divario che è stato riparato per decenni.

Se l’obiettivo è coinvolgere le aziende, il programma forse parla troppo di comunicazione, informazione e promozione, ma non sempre le soluzioni concrete sembrano esserci (cosa molto comune per questo tipo di documenti). E l’eterno problema delle imprese italiane, troppo piccole per essere innovative, comincia a pesare sulla loro capacità di imporsi a livello internazionale. L’idea di affiancare al tessuto delle PMI italiane un gruppo di esperti per guidarle verso le nuove prospettive dell’economia basata sull’AI è sicuramente positiva, ma questo approccio non è però sufficiente: senza il coinvolgimento diretto dei cittadini, senza il formazione dei più giovani del settore per trovare nuovi collaboratori e senza potenti mezzi economici nessuna innovazione è possibile.

Altro limite del testo, visto il contesto in cui si inserisce, è il limitato spazio dedicato al tema della condivisione dei dati, mentre sarà fondamentale per il settore economico e sociale di domani. L’intelligenza artificiale viene approcciata più dal punto di vista di favorire la formazione di giovani talenti nelle discipline scientifiche che dal punto di vista dell’attuazione di un’economia italiana ed europea volta a promuovere sia l’uso economico dell’intelligenza artificiale sia la produzione di beni e servizi compatibili con lo sviluppo incentrato sui dati. Tra le tante criticità individuabili, vale la pena citare anche quella relativa all’interoperabilità e alla qualità dei dati, di cui si parla molto poco nel programma italiano.

In questo contesto, la destinazione e l’utilizzo nazionale dei fondi del piano nazionale per la ripresa e la resilienza saranno di fondamentale importanza. L’azione della pubblica amministrazione – che avrà un ruolo di primo piano nell’attuazione del programma – sarà poi fondamentale: si tratta di una sfida importante per una pubblica amministrazione ancora piccola. In tale contesto, è evidentemente necessario instaurare al più presto un dialogo costruttivo sulle azioni necessarie a tutelare tutti gli attori interessati (dagli sviluppatori alle aziende, ai clienti finali) dai rischi che possono derivare dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale per i quali è necessario che la pubblica amministrazione italiana adotti, fin d’ora, un approccio più illuminato, che non guardi solo agli obiettivi commerciali, ma anche alle persone, in attesa di specifici interventi del legislatore nazionale e dell’Unione Europea.

https://www.revueconflits.com/intelligence-artificielle-litalie-veut-etre-un-grand-en-europe/

Squilibrio di poteri, ridondanza di poteri _ di Giacomo Gabellini

Il testo di Giacomo Gabellini centra magistralmente un aspetto peculiare che ha determinato le modalità di svolgimento dello scontro politico in Italia. I suoi argomenti, però, sollevano, non so quanto consapevolmente, sarà l’autore a confermarcelo, un tema ancora più generale e generalizzabile riguardante il riflesso della sovrapposizione di poteri sul funzionamento delle istituzioni e il loro ruolo peculiare nel plasmare le dinamiche del confronto politico, specie nelle sue fasi di scontro esasperato ed endemico. Un tema affrontato tra gli altri da Althusser e dai suoi epigoni, negli anni ’70/’80, sulla base soprattutto delle tesi sulla separazione dei poteri, esposte da Montesquieu e del modello interpretativo offerto dai sociologi strutturalisti. Althusser, ancor di più i suoi epigoni, trattando dello stato, in estrema sintesi, più che di separazione, parla di divisione dei poteri all’interno dello stato in una ripartizione codificata di ruoli e di funzioni. Quando in una situazione di crisi o di conflitto esasperato si avvia un processo di destabilizzazione, specie se protratta, di uno dei settori o dell’insieme di esso, accade che a questo vuoto sopperisce in qualche maniera l’azione invasiva e sostitutiva di uno o di altri centri di potere istituzionale, con gravi conseguenze e distorsioni legate alle particolari modalità di svolgimento dell’azione politica dettate dal ruolo e dalle funzioni delle figure destinate a sopperire. Proprio come è successo e sta ancora succedendo con l’interminabile fase di “Tangentopoli” in Italia. Tanto più che il ruolo dei procuratori e la particolare conformazione dell’ordinamento giudiziario in Italia, favorisce sino all’esasperazione la frammentazione e la capillarità e pervasività dell’azione di influenza e condizionamento di gruppi di pressione sin nei centri più periferici, riottosi ad ogni controllo centralizzato e gelosi delle proprie prerogative. Con questo non si vuol negare la frequenza e ricorrenza “occasionale” dell’azione e delle implicazioni politiche dell’azione giudiziaria, quanto sottolineare le conseguenze della sua azione eventualmente protratta nel tempo soprattutto nel ridefinire i pesi all’interno dei centri decisori e l’equilibrio tra le istituzioni. Prigionieri, fermi al loro retaggio marxista e strutturalista, espresso dalla funzione esplicativa della lotta di classe, ad essere precisi del suo mito, e dal gioco delle posizioni proprio dello strutturalismo, il contributo di Althusser, Balibar e Poulantzas si ferma qui, al suo aspetto fenomenologico; anche se non è poco. Dovrà emergere la teoria del conflitto-cooperazione politici tra centri decisori, propria del realismo politico e riemersa in Italia, in forma più compiuta, venti anni dopo con Gianfranco la Grassa, per arrivare ad una chiave interpretativa delle dinamiche politiche e socio-politiche meno deterministica e più comprensiva della complessità dei fattori e delle loro interrelazioni in opera. Buona lettura, Giuseppe Germinario
Osservato retrospettivamente, l’uso strumentale dell’avviso di garanzia recapitato nel 1994 a Silvio Berlusconi mentre presenziava in qualità di primo ministro al vertice internazionale di Napoli sulla criminalità organizzata (in conformità alle anticipazioni fornite al riguardo dal Corriere della Sera e alle pubbliche dichiarazioni pronunciate giorni prima dal coordinatore del pool milanese Francesco Saverio Borrelli) si configura in tutta evidenza come il primo di una lunga serie di “sconfinamenti” di cui si sarebbe resa protagonista nel corso degli anni successivi la magistratura italiana, titolare di privilegi ritenuti inconcepibili in tutte le altre democrazie occidentali. Il modello anglosassone, ad esempio, si incardina sui principi fondamentali della divisione delle carriere, della netta distinzione dei ruoli e della subordinazione dell’azione penale ai criteri oggettivi dell’impatto sociale dei reati e delle concrete chance di successo dell’indagine.
Pochi parametri ma estremamente precisi, a cui i procuratori sono costretti ad adeguare la propria linea d’azione coerentemente con la natura elettiva della loro carica. Ancor più rigoroso risulta il sistema francese, in cui i procuratori rispondono direttamente al Guardasigilli. In Italia, viceversa, i pubblici ministeri hanno il pieno controllo della polizia giudiziaria e beneficiano delle medesime garanzie e guarentigie riservate ai giudici giudicanti. Allo stesso tempo, i pubblici ministeri sono autorizzati ad imbastire rapporti con i giornalisti, specialmente con quelli disposti ad assicurare adeguata eco mediatica e “congrui” ritorni in termini di visibilità in cambio dell’accesso a intercettazioni telefoniche da pubblicare integralmente sulle pagine dei quotidiani. Comprese quelle coperte da segreto o prive di alcun legame con le indagini, qualora il loro contenuto risulti funzionale alle inchieste o alle inconfessabili mire personali del magistrato requirente (come screditare un indiziato con cui si ha qualche conto in sospeso ma di cui non si riesce ad accertare la colpevolezza).
Svincolate dai controlli tradizionali che in ogni sistema democratico disciplinano l’operato di qualsiasi forza istituzionale, le procure hanno acquisito di una gigantesca libertà di manovra, che tende non di rado a trasformarsi in puro e semplice arbitrio per effetto delle perverse implicazioni insite all’applicazione pratica del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. Il quale, lungi dall’assicurare l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, ha posto i magistrati nelle condizioni di indagare sul conto di chiunque, attraverso un’attività di ricerca preventiva alla notitia criminis mirata all’individuazione di eventuali comportamenti passibili di reato teoricamente allargabile alla totalità dei comportamenti e delle interazioni umane. Una vera e propria pesca a strascico, non di rado attuata con precise finalità politiche. Prova ne sono le conversazioni in cui Palamara richiamava l’attenzione dei suoi colleghi magistrati sulla necessità di mettere strumentalmente sotto inchiesta Matteo Salvini. L’obiettivo consisteva non nell’ottenerne la condanna, ma semplicemente nel sabotare l’ascesa politica dell’allora ministro dell’Interno costringendolo un lungo ed estenuante braccio di ferro giudiziario.
Il tono dei messaggi inviati da Palamara (al procuratore di Viterbo Paolo Auriemma che gli manifestava perplesso di non capire dove Salvini stesse sbagliando, Palamara rispose con un inequivocabile «hai ragione, ma bisogna attaccarlo») lascia trapelare uno spiccato senso di impunità, dovuto non tanto all’assenza di leggi che impongano una reale responsabilità civile dei magistrati, quanto alla consapevolezza di poter celare la reale natura di qualsiasi iniziativa investigativa – anche se disposta sulla base di motivazioni ideologiche e/o interessi personali – dietro il paravento dell’obbligatorietà dell’azione penale, specie dinnanzi a un ente di vigilanza egemonizzato dall’Anm come il Consiglio Superiore della Magistratura. Vale a dire un organismo composto per due terzi dai cosiddetti “togati” – cioè giudici eletti da tutti i magistrati – e pertanto animato al pari di tutti gli organi di autogoverno da uno spirito corporativo che lo rende strutturalmente propenso all’anteposizione dei principi dell’autoconservazione e dell’intangibilità dei propri membri a qualsiasi altro genere di considerazione. Lo si è visto proprio con la gestione dello scandalo sollevato dal “caso Palamara”, a cui il Csm ha reagito infliggendo la classica “pena esemplare” al magistrato specifico – la radiazione – senza riservare alcun genere di provvedimento agli altri componenti della “cupola”. Senza l’appoggio dei quali, ovviamente, Luca Palamara non sarebbe mai potuto passare agli annali come il più giovane presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, né entrare a far parte del Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo al cui interno si concordano nomine e bocciature sulla base dei rapporti di forza vigenti tra le varie correnti e non sulle reali capacità dei singoli candidati.
Da quando, negli anni ’60, il Csm cominciò a demolire i sistemi di valutazione professionale risalenti all’immediato dopoguerra – e tuttora vigenti in Paesi come la Francia e la Germania – per sostituirli con meccanismi semi-automatici di avanzamento basati sul criterio dell’anzianità, le prospettive di carriera sono venute a dipendere molto più dalla disponibilità a lasciarsi cooptare che non dal merito. L’assenza di graduatorie basate su criteri quanto più possibile oggettivi produce due effetti immediati e sinergici; per un verso, rende l’adesione a una corrente, a cui offrire “fedeltà” in cambio di appoggio politico, una specie di scelta obbligata per qualsiasi giovane magistrato dotato di un minimo di ambizione. Per l’altro, priva scientemente i membri laici del Csm degli elementi necessari alla valutazione dei candidati in lizza per una promozione, in modo da costringerli a rivolgersi ai consiglieri togati che non mancheranno a loro volta di suggerire i nomi degli appartenenti alla propria corrente.
Questa deriva “tribalista” imboccata dalla magistratura è andata peraltro accentuandosi a partire dall’entrata in vigore della riforma dell’ordinamento giudiziario del 2007. Introducendo un limite temporale per gli incarichi, la “legge Mastella” – che secondo Francesco Cossiga era stata scritta dall’allora Guardasigilli «sotto dettatura di quella associazione tra il sovversivo e lo stampo mafioso che è l’Associazione Nazionale Magistrati» – ha prodotto il risultato di inasprire ulteriormente il tono della competizione tra le varie correnti, rendendole ancora più interessate a piazzare propri “fedelissimi” nei ruoli più influenti. A partire dalle procure, perché in grado di esercitare una particolare influenza all’interno dell’Anm e, a ricasco, del Csm, e in quanto titolari delle prerogative necessarie per «attaccare la politica ogni qualvolta vengano proposti provvedimenti intesi a eliminare o ridurre privilegi non giustificati e a varare riforme sgradite. Specie se implicanti l’affermazione del principio della separazione delle carriere, o l’introduzione di meccanismi sanzionatori che puniscano abusi e inadeguatezze con sospensioni e, nei casi limite, perfino la destituzione dall’incarico.
Il profondo svilimento della giustizia derivante da una simile degenerazione tende inesorabilmente a tradursi sul piano pratico in devastanti contraccolpi sulla vita di milioni di cittadini, oltre a produrre pesantissime implicazioni di carattere sia economico che politico ravvisabili dalle decine e decine di procedimenti giudiziari che prima di rivelarsi destituiti di qualsiasi fondamento avevano mandato in rovina aziende floride, precluso candidature, provocato dimissioni di ministri e amministratori locali e persino causato la caduta di governi.
Un altro effetto, meno plateale ma parimenti deteriore, ascrivibile all’ipertrofia del potere giudiziario consiste nell’inchiodare l’azione politica e burocratica a una condizione di paralisi permanente, confinandola a una specie di immobilismo attendista a cui gli amministratori vanno sempre più frequentemente conformandosi in via precauzionale onde evitare di finire al centro di inchieste giudiziarie che, protraendosi per anni, tendono ad assorbire ingenti somme di denaro e ad accompagnarsi alle rituali richieste di sospensione dall’incarico che da temporanee divengono sovente definitive ed irrevocabili. Il pericolo è reso tanto più concreto non soltanto dalla natura stessa delle mansioni svolte da coloro che ricoprono cariche pubbliche, ma anche dalla vasta gamma di reati estremamente generici (come l’abuso d’ufficio) contemplati dal codice penale che, in presenza di un ordinamento caratterizzato dall’obbligatorietà dell’azione penale, pongono le procure nella posizione di avviare indagini sul conto di ogni amministratore sulla base di pseudo-indizi o semplici “voci di corridoio”, come ampiamente dimostrato dalle 19 assoluzioni consecutive inanellate da Antonio Bassolino.
Qualsiasi politico con un minimo di pelo sullo stomaco, osservava il compianto Marco Giaconi, è infatti perfettamente consapevole che «basta un articolo malizioso, una denuncia da parte di un teste falso ma ben pagato (le anticamere dei Palazzi di Giustizia pullulano di falsi testimoni a pagamento), i vari nemici politici, e si interrompe carriera, vita, dignità di un uomo prima votato da molti, anche se alla fine del procedimento verrà dichiarato innocente». Nel 2017, l’allora presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione Raffaele Cantone ha riconosciuto che «la cosiddetta paura della firma viene anche utilizzata come alibi per non agire, ma non va sottovalutata: molti amministratori sono effettivamente bloccati nel loro operato perché temono di finire sotto inchiesta».
Di fatto, la magistratura si è imposta come principale forza inibitrice del Paese, in grado di paralizzare la società attraverso specifici provvedimenti o molto più semplicemente infondendo – non necessariamente in maniera volontaria – nelle cariche pubbliche una sorta di “timore reverenziale” che conduce o all’autocensura e conferisce un carattere strutturale all’interferenza indebita tra i principali corpi istituzionali dello Stato.
Da parte sua, la politica ha fatto di tutto per accentuare questa degenerazione, cullandosi nell’illusione di poter ovviare al proprio deficit di competenze e di legittimazione popolare affibbiando alla magistratura un ruolo di supplenza – se i legislatori vengono meno alle loro funzioni regolatorie, l’intervento compensatorio del potere giudiziario diviene inevitabile – che le permesso alle procure di assumere gradualmente il controllo effettivo di alcune nevralgiche leve del potere.
Innescato dalla cedevolezza mostrata della classe dirigente dinnanzi al fenomeno del terrorismo, il processo di trasferimento della sovranità dalla politica alla giustizia subì l’accelerata decisiva con l’incredibile rinuncia all’immunità formalizzata nel momento culminante di Tangentopoli dai disorientati parlamentari italiani, resi improvvisamente incapaci di comprendere che quella fondamentale forma di tutela era stata eretta non per garantirne la loro semplice impunità, ma per porre la volontà popolare di cui sono depositari al riparo da qualsiasi minaccia esterna, comprese eventuali indagini da parte della magistratura.
Un concetto che Francesco Cossiga non mancò di ribadire quando, con uno dei suoi proverbiali colpi di teatro, si avvalse delle prerogative di capo supremo delle forze armate spettanti al Presidente della Repubblica per ordinare a un battaglione di carabinieri carristi di circondare Palazzo dei Marescialli in risposta al tentativo del Consiglio Superiore della Magistratura di colpire l’allora primo ministro Bettino Craxi. A suo avviso, il Csm stava tentando di «affermarsi pericolosamente quale terza Camera del Parlamento nazionale, non elettiva, non democratica, ed anche quale organo Costituzionale, posto al vertice del potere giudiziario». Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti, ma il potere della magistratura non ha cessato di crescere. Attualmente, i magistrati partecipano attivamente alle dispute elettorali, passano con grande disinvoltura dai tribunali agli scranni parlamentari e di nuovo ai tribunali, scrivono libri e articoli, presenziano a dibattiti televisivi e si esprimono pubblicamente in merito alle questioni più disparate, completamente avulse dal loro ambito di competenza.
Se nel 2007 l’allora ministro degli Esteri Massimo D’Alema si spinse a confidare all’ambasciatore statunitense a Roma Ronald Spogli che la magistratura era diventata «la più grande minaccia per lo Stato italiano», parte tutt’altro che irrilevante della responsabilità era tuttavia da ascrivere proprio alla classe politica. La quale è divenuta talmente avvezza a delegare la risoluzione delle controversie ai giudici (esempio paradigmatico: il caso relativo all’Ilva di Taranto) da non riuscire ancora oggi a trovare le motivazioni né il coraggio sufficienti per riappropriarsi delle proprie prerogative e recuperare quei margini di autonomia imprescindibili per la stesura di una legislazione ordinata, al passo coi tempi – che richiede una profonda ma irrinunciabile revisione del testo costituzionale – e soprattutto capace di delimitare con precisione lo spazio di manovra delle procure, ponendo fine allo strapotere discrezionale ed irresponsabile di cui godono i magistrati requirenti.
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