GLI STATI GENERALI, LO STATO DELLA POCHETTE, di Giuseppe Germinario

Capita raramente di assistere ad un assoluto “non sense” delle dimensioni degli Stati Generali convocati a giugno scorso da Giuseppe Conte. Il nostro Presidente del Consiglio è riuscito in questa impresa del nulla costruendo la parodia grottesca di un consesso che ha assunto ubiquamente la veste di un convegno declamato da interventi dal contenuto letteralmente inaccessibile e di un seminario dagli interventi dovuti e scontati. Ha finito ovviamente per non essere né l’uno, né l’altro, non avendo lanciato nessuna incisiva indicazione necessaria a motivare, né avendo tracciato almeno le linee base che consentissero di canalizzare analisi e proposte; ha finito quindi per spegnersi quindi nelle sue conclusioni senza avere brillato di una qualche fiammella. Più che un buco nero inquietante per la sua potenza attrattiva, una nebulosa impercettibile. L’unico ad apparire con certosina costanza è solo Lui, Giuseppe Conte, ma nelle esclusive vesti di dimesso cerimoniere di una seduta spiritica tutta particolare. La riuscita anodina dell’iniziativa sarà stata pure la conseguenza delle pressioni del PD tese a smorzare gli ardori del premier per una iniziativa propagandistica raffazzonata che rischiava di rivelare il vuoto pneumatico più che “le magnifiche sorti e progressive”. Un barlume di superstite buon senso piddino, frutto di antiche reminiscenze non del tutto sopite. Il vuoto in politica però non esiste; la sua apparenza assume comunque il significato e il peso di movimenti carsici per quanto inconsapevole possa essere. Non sarà certo un caso che gli unici ad essere evocati e ad apparire legittimamente, sia pure nella forma di ologrammi, in quella seduta per proferire il verbo siano stati Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, Paolo Gentiloni, commissario europeo, Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo. Il messaggio è chiaro: gli indirizzi e i vincoli proverranno da quella sede e in quella sede si dovrà trattare, in realtà attendere a regime di cottura lenta. http://www.governo.it/it/progettiamoilrilancio

Qualcun altro si è visto riconoscere tutt’al più un posto in seconda fila: il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, il Segretario Generale dell’OCSE, Ángel Gurría, la Direttrice Operativa del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva ma solo per il tramite, in gentile concessione, della pubblicazione della rispettiva trascrizione degli interventi. Un chiaro indice delle graduatorie di credito ed autorevolezza riconosciute dal nostro Giuseppi. Per il resto un asfittico elenco degli invitati, privo di ogni merito dei vari contenuti. Lo stesso Colao, pur a capo della nutrita e roboante squadra di esperti di quistioni socio-economiche messa in piedi dallo stesso Conte, ha paradossalmente vissuto l’onta censoria dell’anonimato senza alcun apparente motivo; una sorta di silenzioso ripudio. Alcuni visibilmente non hanno gradito il trattamento e hanno reagito sgomitando, sfruttando però i propri spazi in mancanza di quelli pubblici del Governo. Lo hanno fatto i leader di alcuni sindacati autonomi e di base; lo ha fatto soprattutto e con veemenza il Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi , di fresca nomina.

https://www.confindustria.it/notizie/dettaglio-notizie/confindustria-agli-stati-generali-economia-intervento-presidente-bonomi . Tutti gli altri, a cominciare dai Segretari dei tre Sindacati Confederali per passare alle varie associazioni professionali e umanitarie, hanno accettato senza colpo ferire e senza il minimo amor proprio il bavaglio imposto.

Si direbbe una pesante e inopinata caduta di stile dell’apprezzato maestro di buone maniere insediato a Palazzo Chigi.

L’affettata e curiale furbizia del nostro lascia sospettare che non si tratti di una semplice distrazione da parvenu.

Sarà per il suo irrefrenabile narcisismo, sarà per la sua propensione a rifulgere spegnendo la luce di possibili pericolosi comprimari, sarà che la sua caratura non gli consente un ruolo più significativo di quello del cerimoniere, sta di fatto che il nostro è riuscito pienamente nell’impresa.

Quello che sorprende è la pressoché generale accondiscendenza di gran parte dei convitati al proprio ruolo di muti etcoplasmi. Un po’ perché i più avveduti hanno compreso la vacuità dell’evento e l’opportunità di non contrariare il possibile elargitore delle future prebende e di non compromettere la partecipazione ad un futuro banchetto pur privo al momento del necessario menu; un po’ per la cautela di dover dissimulare, come nel caso dei tre segretari confederali, il proprio vergognoso e imbarazzante sostegno politico ad un Governo in gran parte responsabile del pesante fardello autunnale e del tutto incapace di offrire una qualche prospettiva realistica e politicamente autonoma, sta di fatto che la quasi totalità dei convitati ha accettato l’invito dalla porta di servizio in cambio di qualche convenevole. Come già sottolineato solo gli esponenti di alcuni sindacati di base hanno ardito contestare, ma solo da un punto di vista rivendicativo e senza alcuna prospettiva di difesa dell’interesse nazionale. Qualche sorpresa l’ha destata invece la veemenza delle critiche del Presidente di Confindustria. Le ragioni contingenti di tanta animosità ci sono tutte: dalle anticipazioni di cassa integrazione ancora lungi dall’essere compensate da INPS e Governo alla esiguità di agevolazioni e contributi rispetto alla miriade di bonus e biscottini che Presidente e Ministri, colti da indomito furore, stanno elargendo a piene mani, quasi fosse il presagio dell’Ultima Cena. Qualche perplessità e sorpresa suscita il fervore della critica alle strategie di politica economica del povero Conte. Non dovrebbe rientrare alcun caso di risentimento personale. L’imprenditore Carlo Bonomi appare già molto ben inserito in cariche ed incarichi pubblici di gestione. A ben vedere le sue critiche hanno il sapore e la bonomia dei realisti più realisti del re. La sua massima preoccupazione è che la pubblica amministrazione acquisisca gli standard di qualità operativa e di progettazione richiesti dall’utilizzo dei fondi strutturali europei. Dal punto di vista funzionale una sacrosanta rivendicazione viste la di gran lunga migliore efficienza e trasparenza di quei criteri rispetto alla farraginosa amministrazione italica. Il nostro ovviamente non si pone, o finge di non conoscere il motivo di tanta degenerazione della macchina amministrativa, non a caso proceduta paradossalmente a passi più spediti a partire dagli anni ‘90. Quel che gli preme, a nome della categoria, è di poter attingere all’integralità dei futuri fondi europei, sia quelli a fondo perduto (perduto a beneficio dei fruitori privati, non delle casse statali e della collettività) che quelli a credito. Bonomi, a nome di Confindustria, confessa con la compulsione di questo atteggiamento due orientamenti chiarissimi: la bontà e l’utilità dei prossimi finanziamenti europei nonché la loro scontata deliberazione nella loro modalità a fondo perduto; l’adesione acritica e fideistica, oltranzista al disegno corrente di integrazione europea. Sulla loro bontà e utilità tutto dipende dal punto di vista e di partenza da cui si parte (tra i tanti testi http://italiaeilmondo.com/2020/06/02/attenti-a-quei-due-di-giuseppe-germinario/ ); sull’esito scontato della trattativa in corso, Carlo Bonomi, pur in buona compagnia, sembra dotato di capacità predittive sconosciute a gran parte degli osservatori ma tali da consentirgli di vendere la pelle dell’orso prima dell’abbattimento. Quanto alla adesione fideistica, sino alla declamazione della propria totale assonanza con le associazioni europee sorelle, al disegno europeista non c’è da meravigliarsi più di tanto. Confindustria costitutivamente non può assolvere, proprio per i suoi assetti di potere e per la composizione prevalente degli associati, ad un ruolo di difesa dell’interesse nazionale, ad una funzione di trasformazione dell’economia industriale verso la produzione di prodotti finiti piuttosto che di componentistica e verso attività più strategiche. Costitutivamente deve trattare di criteri, di condizioni e di regole generali di conduzione delle aziende. Non è in grado quindi di partecipare fattivamente alle trattative, ai maneggi e alle azioni lobbistiche tese alla fusione in grandi gruppi e all’avvio di attività strategiche. Tutt’al più può servire da trampolino surrettizio e per vie traverse di singoli gruppi e personaggi. La storia stessa di Confindustria è tutta lì a recitare della sua ostilità al processo di costruzione dell’industria pesante di base nel dopoguerra, a personaggi della statura di Mattei e Olivetti e della sua connivenza ai processi di trasformazione di buona parte degli imprenditori e dei manager italiani in appendici e portavoce di gruppi esteri e in percettori di rendite da concessioni anche a costo di sacrificare e cedere le proprie attività originarie ben avviate. Del resto è lo stesso Colao a confermare indirettamente questa prevalente tendenza conservatrice e a volte liquidatoria. Tra il centinaio di schede elaborate buone a tanti usi ve ne sono alcune particolarmente significative. In una propone di superare le difficoltà di accesso a finanziamenti e crediti delle aziende italiane mediamente troppo piccole assegnando alle aziende leader della catena di valore il ruolo di garanti ed eventualmente di redistributori del credito. Con una struttura produttiva sempre più vocata alla componentistica piuttosto che al prodotto finito e con aziende leader sempre più situate all’estero non si farebbe che accentuare ulteriormente la dipendenza della nostra economia dalle scelte di prodotto e dagli indirizzi politico-economici di altri paesi. Lo stesso dicasi riguardo allo snellimento delle procedure di fallimento e liquidazione delle aziende proposto dall’ex manager di Vodafone. Tutto sembra congiurare quindi perché la terribile mistura di attendismo fideistico di un intervento europeo risolutivo, di fiducia cieca nelle virtù e nella prospettiva europeista, nel mantenimento conservativo di un apparato industriale magari appena ammodernato, di galleggiamento ed immobilismo governativo aggrappato alle momentanee prebende assistenzialistiche trascini ormai irreversibilmente il paese verso il declino e la polverizzazione, sempre più alla mercè non solo della grande potenza ma anche delle insolenze di forze minori. Giusto per completare la disposizione dei tasselli che hanno composto la kermesse giuseppina non si riesce a comprendere il motivo della fredda e sorda ostilità intercorsa tra Colao e Conte. Nelle schede prodotte dal manager c’è un perfetto equilibrio, in sintonia con il sentimento europeista e politicamente corretto prevalente nel Governo. L’emancipazione femminile, il peso della Cultura e del turismo, la svolta ecologica e la digitalizzazione; un pot pourri informe buono per tutti i palati e adatto alle varie circostanze. A ciascuno degli spettatori è riservato un coniglio; l’impegno di spesa corrisponde, guarda caso, al contributo europeo evidentemente dato per certo. Gli stessi imprenditori vengono lasciati nel loro cortile allettati al massimo da incentivi fiscali. Per il resto devono essere loro a districarsi e decidere la collocazione geoeconomica del paese. A dire il vero ci sarebbero un paio di cosette che potrebbero aver turbato gli animi nella compagine governativa: la proposta di accentrare e riorganizzare le centrali di acquisto dei beni necessari alle amministrazioni e il cambiamento dei criteri di selezione dei quadri dirigenziali intermedi. Due ambiti nevralgici che hanno contribuito alla ripartizione dei centri di potere, alla creazione di sistemi di consenso e di drenaggio di risorse, alla definizione del rapporto delicato e cruciale tra ceto politico-amministrativo e macchina operativa dello Stato centrale e periferico. Due nervi scoperti, sufficienti a mettere in discussione le dinamiche profonde di potere e la potenziale armonia tra i due.

Tutta l’operazione in realtà affoga in questa sommatoria di pie intenzioni e di attese ingiustificate i nodi essenziali da sciogliere: la necessità in tempi rapidi di un piano B nel caso più che probabile di fallimento o di condizioni sfavorevoli di accordo in sede europea; le modalità con le quali l’imprenditoria nostrana, al di là della retorica del libero mercato, deve trovare una diversa collocazione e partecipare ai processi di concentrazione, di fusione e di sviluppo di nuovi settori, la capacità di leadership dell’imprenditoria privata nazionale, tenuto conto che nei momenti cruciali di svolta questa si è rivelata un fattore frenante piuttosto che propulsivo. Per non parlare degli appuntamenti mancati nelle dinamiche e nei conflitti geopolitici, così determinanti ormai nel favorire ed indirizzare le scelte economiche. Le velleità geopolitiche di autonomia della Germania, poste alla sua maniera, rientrano a pieno titolo nella gamma di interrogativi fondamentali a cui rispondere. Ma è veramente chiedere troppo a questo ceto politico.

Una cosa è certa. Una svolta positiva nel paese non può passare attraverso il rapporto istituzionale con le associazioni e i rituali stantii che ne conseguono. Un ceto politico ambizioso e capace deve riuscire ad individuare singole figure e precisi settori suscettibili di aggregarsi e di fungere da traino. Altre vie per formare una classe dirigente all’altezza della situazione non se ne vedono. Persino Conte deve averlo subodorato, se durante la kermesse aveva previsto una giornata di incontri con singole personalità rappresentative della loro attività. È riuscito malauguratamente a trasformare anche questa fugace occasione in una innocua e frivola passerella. Una leggerezza dell’essere ormai insostenibile per il paese. Intanto aspettiamo di conoscere il   frutto documentale degli stati generali. Che siano resi pubblici almeno questi.

Il gioco delle maschere, di Giuseppe Masala e Andrea Zhok

GIUSEPPE MASALA

Intanto un Palamara totalmente impazzito su #La7 definisce i processi a Berlusconi “un tema da sviluppare”. Lasciando intendere che l’abbiano perseguitato, non che ci voglia molto a capirlo. Chiaro che Palamara sta mandando messaggi del tipo:<<O mi tirate fuori o vuoto il sacco e crolla tutto>>, una sorta di Opzione Sansone la sua.
Ho sempre avversato Berlusconi non condividendo nulla delle sue idee politiche, ma un altro conto è sapere che parti della Magistratura lo perseguitavano giudiziariamente per farlo fuori dalla politica con accuse false e pretestuose così da consegnare il paese all’altra parte politica. Questo è un’attentato alla democrazia e alla Costituzione.

Noi abbiamo vissuto per trenta anni in una fiction. Un teatrino preordinato dove ci hanno fatto apparire un innocente come un criminale e una banda di criminali come dei galantuomini. E tutto parte da quelle maledette bombe del 1992 quando uccisero Falcone e Borsellino. Lì è iniziata la tirannide conosciuta come Seconda Repubblica. E anche lì tentarono – lo dico da anni – di buttare le colpe a Berlusconi come “mandante occulto” anche grazie all’incessante campagna di stampa del Gruppo L’Espresso-Repubblica (che il qui scrivente, all’epoca ragazzetto, prendeva come oro colato). No, cari, simili attentati li fa chi controlla i gangli vitali dello Stato (a partire dai Servizi) e per controllarli devi essere dentro lo Stato e dentro il Governo. Berlusconi entrò in politica nel 1994, dunque dopo che avvennero i fatti che deviarono la traiettoria della Storia nazionale.

Tutto parte in quell’anno maledetto e bisogna ragionare su chi allora stava al Governo (idem per le bombe stragiste dell’anno successivo).

ANDREA ZHOK

Il tema dei rapporti politica-magistratura, scoppiato col caso Palamara, è complicato, intricato, coinvolge personalità potenti e influenti, implica poteri fondamentali dello Stato, capaci di distruggere qualunque eventuale avversario, e menziona situazioni, incontri informali, accordi privati che per loro natura non verranno mai completamente alla luce.

In questo senso, la speranza, che “un’inchiesta faccia completa luce sulle responsabilità” fa la sua bella figura accanto alla speranza che Babbo Natale scenda dal camino o che gli asini spicchino il volo.
Semplicemente non avverrà mai.
Verranno cambiati alcuni suonatori nella stessa orchestra, con lo stesso spartito.

Esiste un’unica posizione che è possibile tenere su questo tema, se si vuole salvare una qualche credibilità istituzionale.

Il potere giudiziario è uno dei tre poteri fondamentali dello Stato (accanto a legislativo ed esecutivo).

L’indipendenza dei poteri fondamentali è la garanzia per un minimo funzionamento democratico, e nello specifico l’indipendenza tra potere giudiziario e i due poteri politici (legislativo ed esecutivo) è il livello di separazione di gran lunga più importante e decisivo.

Ergo, il potere giudiziario deve essere totalmente, integralmente ed irrevocabilmente estraneo al posizionamento politico.

E’ semplicemente folle che soggetti chiamati a decidere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, soggetti che hanno potenzialmente un potere di ricatto infinito rispetto a qualunque cittadino, si organizzino apertamente secondo linee di appartenenza politica (come le correnti dell’ANM).
E’ uno scandalo, che dura da troppo tempo.

Si dice: “Ma i magistrati, dopo tutto, non sono cittadini come gli altri? E non devono avere come tutti i cittadini il diritto ad organizzarsi politicamente?”

E la risposta è: “No, i magistrati non sono cittadini come tutti gli altri. Sono quei cittadini particolari chiamati a giudicare secondo equanimità e giustizia ogni altro cittadino. Sono i rappresentanti di un potere fondamentale dello Stato, capace di mettere in scacco ogni altro rappresentante di altri poteri fondamentali, e a maggior ragione ogni altro cittadino qualunque. Nessun altro singolo soggetto in una democrazia ha un potere simile.”

L’organizzazione dei magistrati secondo linee politiche, e la stessa esplicitazione pubblica di posizioni politiche, deve essere semplicemente vietata ad un magistrato, fino a che indossa quelle vesti.

Si vuol dire che poi comunque, privatamente, ciascun magistrato le proprie opinioni politiche le avrà comunque? Certo, ma almeno – e non è poco – non potrà utilizzare la sfera delle opinioni politiche come fattore utile a pervenire ad accordi intersoggettivi con altri suoi pari. Un’opinione coltivata meramente nel proprio foro interiore è infinitamente meno potente di un’opinione intorno a cui si possono esplicitare accordi.

Se un magistrato decide di entrare esplicitamente in politica, cosa che costituzionalmente non gli può essere negato, deve uscire definitivamente dal suo ruolo come magistrato.

Ogni altra mediazione è democraticamente inaccettabile.

PRIMA GLI SPAGNOLI, POI I GRECI ED ORA I TURCHI, di Antonio de Martini

PRIMA GLI SPAGNOLI, POI I GRECI ED ORA I TURCHI

L’Italia sta scendendo gradino dopo gradino, nella gerarchia dei paesi mediterranei.
Adesso dobbiamo abbracciare con gratitudine tunisini e albanesi perchè ci permettono – ancora per poco- di non essere gli ultimi nella considerazione dei rivieraschi.
A fronte di tanta inattività, col nostro ministro degli Esteri che va in Svizzera a invitarli a venire in vacanza da noi, la Turchia di Erdogan , dopo averci sostituito di fatto nel Levante e nel Golfo, ci sta emarginando dal Nord Africa e non solo dalla Libia.
Questo attivismo bellicoso, ma non belligerante, di Erdogan sta non soltanto aprendo spazi commerciali e politici nuovi alla Turchia in tutta l’Africa, ma mette in crisi anche tedeschi e francesi che credevano di potersi approfittare dell’assenza italiana – in parte agevolata da loro- e si trovano di fronte un paese ben più difficile, deciso a trovare il suo posto al sole fottendosene dei vincoli NATO, delle buone maniere e degli usi internazionali.

In questa epoca di, nella migliore delle ipotesi castrati, chi non ha paura di combattere ha già vinto, specie se pensa di aver ragione e se il 70% dei suoi cittadini si dichiara disposto a combattere per la Patria ( contro il 20% degli Italiani e il 19% dei tedeschi e francesi, Pew research dixit).

COSA FANNO E DOVE

IRAK
Le FFAA turche, addestrate e largamente equipaggiate dagli USA, sono in questo momento impegnate nel Nord Irak nella repressione degli sconfinamenti dei curdi del PKK verso l’Irak.
Hanno ormai consolidato il diritto all’inseguimento oltre frontiera e guardano sempre più verso la zona petrolifera di Mossul che – a rigor dei termini armistiziali del 1918 – non avrebbe dovuto essere occupata tre giorni dopo il cessate il fuoco dalle truppe inglesi.
Al generale Ihsen Pascià, la sua remissività nel non ricacciarli indietro è stata rimproverata fino alla morte avvenuta negli anni settanta. Must afa Kemal che buttò a mare francesi e greci, si vide offrire la guida del paese.

SIRIA
Anche l’hinterland di Alessandretta con Idlib ( e guardando ad Aleppo) è occupato dalle truppe turche, la lira turca ha già sostituito la fragilissima lira siriana e le bande anti-Assad vivono grazie ai rifornimenti centellinati dal MIT ( il servizio segreto turco) e sono protetti dalle incursioni aeree russe dal mega contratto delle batterie antiaeree russe AS400 che i turchi stanno testando e che ogni tanto frenano nell’addestramento. Per i russi la Turchia vale molto di più che lo stremato Assad: sono in ballo gli stretti di accesso al Mediterraneo e l’intero fianco destro dell’alleanza Atlantica. Per averne una neutralità benevola sono disposti a tutto e di più.

CIPRO

Nel Mediterraneo, i turchi presidiano – anche qui con qualche ragione le acque di Cipro Nord occupata da Bulent Ecevit , il leader socialdemocratico costretto a reagire al colpo di mano annessionista dei colonnelli greci che caddero per via di quella reazione turca osannata come salvifica e democratica da tutta la NATO.
Inoltre , quando l’Inghilterra si impossessò dell’isola, nel Congresso europeo del 1878 – per un colpo di ipocrisia non nuovo per Albione- fu riconosciuta la sovranità turca su Cipro.
Ora che c’è il petrolio e il gas, farebbe comodo a tutti trattare coi ciprioti piuttosto che coi turchi che hanno tariffari più consistenti. Ma anche questo è un dossier aperto con le baionette.

KATAR
Una brigata turca si è sistemata di guarnigione in Katar a protezione ostentata del regnante e in funzione deterrente verso i sauditi.
In Libia, dove L’inutile Serraj – riconosciuto dalla comunità internazionale- fece appello alla NATO che aveva detronizzato Gheddafi per reagire contro l’auto promosso “ Maresciallo “ Haftar , un incapace già rimosso dal comando dal precedente regime riparator in VIrginoia accanto alla sede CIA

MAR ROSSO
Un presidio di una compagnia circa Erdogan lo ha installato su uno scoglio-isolotto appartenente al Sudan in mezzo al mar rosso: anche lui può influire sulla fluidità del traffico marittimo. L’aiuto datoci nella vicenda somala della giovane Italian rapita, dimostra che l’influenza turca ci h sostituito anche in Somalia e forse anche a Gibuti di cui non sono informato, ma…

LIBIA
Il premier libico riconosciuto dalla comunità internazionale, Serraj, fece a suo tempo appello ai paesi della NATO per reagire all’aggressività di Haftar – il’autonominato Maresciallo- che cercava di impossessarsi di tutto il bottino e faceva il prezioso con il nostro presidente del Consiglio Conte.
L’unico a rispondere positivamente – senza fingere equanimità impossibili nelle diatribe tra ladroni- è stato, ancora una volta Erdogan: ha firmato un “ memorandum of understanding” , ha fornito addestratori e volontari e sta rifornendo di armi Serraj facendole scortare dalla marina turca.
E’ stato così che si sono scoperti gli altarini della Francia che finge di partecipare lealmente alla operazione “ Sea Guardian” per proibire l’import di armi verso i belligeranti libici ( in realtà russi contro turchi con chaperons libici di contorno).

La nave battente bandiera tanzaniana , il “ Cirkin” , lascia l’Egeo con rotta il porto tunisino di Gabes. Il comando NATO ( Marco) lo reperisce , nota il cambiamento di rotta verso il golfo di Sirte e alle navi ( notate) greche e francesi che lo intercettano chiedendogli l’identità, il battello – scortato da due fregate turche- risponde di essere NATO.

La fregata francese “ Courbet” che mostrava di voler intervenire – la Francia si è schierata con Haftar e non da oggi- ha tentato l’intercettazione, ma è stato bloccato dalle fregate turche che hanno “ illuminato” coi loro radar di puntamento la nave francese per ben tre volte e messo gli uomini ai posti di combattimento. Il battello greco si è ben guardato dall’intervenire.

Ora la situazione è chiara : la NATO è divisa tra le due fazioni libiche a seconda degli interessi di ciascuno e la Turchia fa i propri interessi, ma anche stavolta in accordo con le determinazioni ONU ( come per il caso di Gaza).
Dei cinque dossier in ballo tutti hanno al centro risorse energetiche di cui la Turchia ha bisogno per assurgere al rango di potenza regionale in Asia, in Africa o nel Mediterraneo.
Da sola dovrà lottare ancora a lungo e con incerto risultato. Se appoggiata politicamente e strategicamente ( ah, la geografia e la tecnologia) dall’Italia, ogni traguardo diventa possibile e ogni contropartita accettabile da pagare.

Lo stesso accadde a Mustafa Kemal , Ataturk, che per riemergere dalle rovine del Califfato sconfitto, tra il 19 e il 23 si appoggioò strumentalmente alla Russia sovietica e all’Italia premussoliniana rappresentata da Sforza. E tutti i paesi coinvolti sono nostri amici/clienti preferenziali.

Attualmente impieghiamo all’estero più truppe e navi della Turchia ( Libano, Sinai, Afganistan, Libia e entità minori) in cambio di qualche pacca sulla spalla, mentre Germania e Francia stanno pigiando senza vergogna sull’affare Regeni per guastarci anche con l’Egitto che proprio ieri ha – come dice pudicamente il “ Corriere della sera” “varcato il Rubicane.” Solo che stavolta si tratta di un fiume di petrolio.

IL CANTO DEGLI ITALIANI, di Pierluigi Fagan

IL CANTO DEGLI ITALIANI. L’Italia è uno stato ed ogni stato serve a proteggere e fornire condizioni di possibilità per la popolazione che ci vive. Lo stato è cioè un veicolo adattivo, il soggetto che deve trovare il miglior adattamento al mondo di un dato tempo, per quel popolo. Lo stato italiano è in tre crisi contemporaneamente.

La prima è la crisi dimensionale che condividiamo con più o meno tutti gli stato europei. Gli stati europei sono mediamente più piccoli della media mondiale. Europa è solo il 7% della superficie delle terre emerse ma ha il 25% degli stati. Quando si sono cominciati a formare gli stati in Europa nel XVI secolo, il mondo –per quanto riguardava le logiche di contesto- era l’ Europa e quindi era secondo quella logica che s’andavano a formare gli stati. Oggi la logica è quella del mondo, con diciassette volte la popolazione di allora e molta più complessità.

La seconda crisi è di ordinatore ed anche questa la condividiamo con molti stati europei. Infatti, in Europa ci siamo dati un doppio ordinatore riservando a gli stati quello politico e donando al sistema comune quello economico, col risultato di avere politiche impotenti perché non hanno la sovranità monetaria ed economie acefale poiché non hanno una politica che possa indirizzarle.

La terza crisi è geopolitica ed anche questa la condividiamo con molti amici europei. Gli europei rimangono soggetto geopolitico solo a livello di stati, ma sono stati mediamente piccoli, a volte senza forze armate o con forze armate nominali, con limiti evidenti in ricerca, spesa militare e capacità operativa. Di fondo poi c’è proprio una assenza di mentalità nelle opinioni pubbliche, gli europei sono gli unici al mondo ad aver intimamente creduto che fosse finita la storia.

In questo bizzarro quadro di sovranità dissipate in cui comunque i paesi europei a maggior massa contano di più di quella a minor massa, nessuno stato europeo ha due dei tre requisiti fondamentali della sovranità: la moneta e la forza militare. Il terzo, la leva fiscale che ha storicamente fatto da trait d’union, è molto compromessa, sia per concorrenza interna all’UE, sia per l’esistenza di vasti arcipelaghi anglosassoni detti “paradisi fiscali”, sia per via dell’idea neo-liberal-globalista di dar libera circolazione dei capitali. Ne consegue che la sovranità politico-giuridica è ai minimi termini.

Il problema brevemente descritto è grave ed angosciante in sé, ma di più quando -dopo averlo assunto- si deve pensare a come porvi rimedio. Che si debba porvi rimedio non è infatti in discussione, gli stati esistono dalla nascita delle società complesse, cinquemila anni fa e come la nozione di soggetto in campo umano, tutte le chiacchiere liberal-strutturaliste sul superamento degli stati e del soggetto, pur notandone doverosamente la complessità e descrizioni meno ingenue e semplificate di quelle dei secoli passati, fanno solo perdere tempo. E di tempo ce n’è poco.

La difficoltà del problema è nella sua complessità, nel numero di variabili interconnesse che lo costituiscono. Da qualche anno, si è formata una certa sensibilità, per quanto ancora ampiamente minoritaria, su una parte del secondo problema. Il problema è stato ridotto al sistema UE – euro e si è vagheggiato che una uscita dall’UE e soprattutto dall’euro, avrebbe ridato all’Italia almeno il possesso delle chiavi di gestione monetaria, come se la sovranità non fosse una proprietà indivisa di molte forze e fosse riducibile a tipografia ed inchiostro per stampar moneta, monetizzare il debito statale e dar così una mano alla funzione economica a quel punto riportata a casa nel binomio dell’economia politica. Il che per altro ha senso in linea teorica, da vedere però poi sul pratico poiché per uno stato i margini di operatività sono dati comunque in ultima istanza dalla potenza geopolitica che è in gran parte la somma di quella economica e quella militare.

E sul piano geopolitico cosa osserviamo in questi giorni? Be’ l’altro giorno qualcuno negli USA ha pensato utile mandare un avvertimento sotto forma di una presunta donazione da parte di Chavez a Casaleggio padre, vedendo in lui l’eroe del “socialismo anticapitalista europeo”. Bisogna esser proprio americani per confezionare una balla del genere che fa una confusione infantile tra categorie politiche oltre ad esser irrealistica sotto molti altri punti di vista. Ma il pizzino avvelenato è stato comunque mandato per la gioia: a) dei nemici esterni dei 5 stelle, più qualche fazione interna in lotta con un’altra fazione interna per l’egemonia del movimentato movimento; b) dei nemici del governo in carica in ansiosa aspettativa crolli per partecipare al banchetto dell’ipotetico Recovery Fund in salsa MES; c) di tutti i regolarmente iscritti a libro paga CIA che abbondano nei giornali e partiti, oltre a gli stakeholder del sistema atlantista che sono tanti, forti e ben piazzati. Del resto se cantiamo come italiani “Noi siamo da secoli / Calpesti, derisi / Perché non siam Popolo / Perché siam divisi” è perché non essendoci mai pienamente uniti mentalmente, non abbiamo la nozione di “interesse nazionale” che è forse il requisito primo di una aspirazione sovrana.

Così per la faccenda della vendita delle navi all’Egitto che però ci ha massacrato un ricercatore per altro in missione di, come al solito, ambigue istituzioni britanniche. Molte cose di quello che è successo al povero Regeni non si possono e mai si potranno dire, cose in tutta evidenza che nulla hanno a che fare con l’Italia e che riguardano intrighi internazionali di alto livello (ma anche di aspro conflitto interno in Egitto), cioè non del nostro livello. Qualcuno, al governo, ha pensato di comunque barcamenarsi con l’Egitto facendo quello che molti spesso invocano, quel andreottismo mediterraneo (ma la tradizione affonda nella commedia dell’arte del cinquecento) che ci faceva amici di Israele ed Arafat al contempo. Con l’Egitto siamo su opposte sponde nel conflitto in Libia, ma ENI gestisce i loro nuovi promettenti pozzi off shore, in più stanno proprio lì davanti a noi e sarebbe il caso di mostrare loro che noi, dei loro maldipancia islamici che li oppongono ai turchi (fratelli musulmani che ricordiamolo, nascono in Egitto), non prendiamo parte. Anche perché se la Turchia è 12° come paese per i nostri flussi di export e 10° per l’import, l’Egitto non compare tra i primi trenta. Compaiono però sauditi ed emiratini, egiziani no, gli egiziani fanno affari coi francesi. Ma ecco che gli italici pupazzi al servizio di questo o di quello, urlano come le oche del Campidoglio, allo sfregio dell’italica dignità facendosi pifferai dei tanti incolpevoli ingenui che chiedono giustizia per il povero ragazzo che s’è infilato in un gioco più grande di lui e di noi.

E chiudiamo col diffuso terrore per l’imperialismo cinese. Da quando abbiamo firmato una innocente adesione commerciale ai possibili sviluppi della Via della Seta, c’è chi non ci dorme la notte. Coi cinesi possono fare affari tutti tranne noi. La Cina è il primo paese per import dell’intera UE ed il secondo per export. Pragmaticamente i tedeschi, a cui spetta dai primi di luglio la presidenza di turno del’UE, avevano indetto a Lipsia a metà settembre una meeting UE-China per darsi un quadro generale entro il quale regolare i reciproci rapporti. Ma anche lì, s’è ritenuto più conveniente non irritare troppo Trump già arrabbiato con i gasdotti russo-tedeschi, anche perché a quel punto conviene aspettare un paio di mesi per vedere se ci sarà ancora. Ecco allora i nostrani palpitanti per le sorti di Hong Kong, i partecipanti attenti alle scaramucce confinarie con quelle altre birbe dei nazionalisti indiani, l’orrore per il 5G con cui carpiranno tutti i nostri più profondi segreti (?), l’aver a che fare con “comunisti autoritari che non rispettano i diritti umani” come se invece turchi, sauditi, azeri, vietnamiti, indonesiani con cui intratteniamo fertili scambi commerciali, fossero i migliori dei modi possibili. Per non parlare degli umanitarissimi israeliani di cui appunto, è sempre meglio non parlare se non ci si vuol scottare di brutto.

Per non parlare degli aiuti sanitari accettati incautamente dai russi che tra l’altro questa estate promettono di essere uno dei pochi flussi esteri per la nostra esangue stagione turistica. Qualche polpetta avvelenata arriverà anche a saldare quel conto, potete giurarci.

Insomma, tra trenta anni saremo il 17% in meno con ospizi pieni e culle vuote, dati al 21° posto tra le potenze economiche per Pil PPP (oggi siamo al 12° posto, 21° è l’Egitto), ma come al solito pieni di cazzari urlanti in cerca del loro quarto d’ora di gloria al servizio di qualcuno dei tanti poteri che banchetteranno con ciò che di noi rimarrà e tutti a cantar “Uniamoci, amiamoci / L’unione e l’amore / Rivelano ai Popoli / Le vie del Signore / Giuriamo far Libero / Il suolo natio / Uniti, per Dio / Chi vincer ci può!?”.

Be’ visto che non unendoci non possiamo contare, lasciateci almeno cantare come diceva il nostro nazionale spirito di riferimento, Toto Cutugno.

tratto da https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/10221412610440290

VIVA LA MORIA, di Teodoro Klitsche de la Grange

VIVA LA MORIA

Scrive Manzoni che nella Milano appestata i monatti – addetti al trasporto dei malati al lazzaretto e dei cadaveri al cimitero – brindavano allegramente ripetendo “Viva la moria!”, dato che l’epidemia garantiva agli stessi un lavoro continuo e remunerativo, e la connessa possibilità di rubare e di estorcere denaro a malati e parenti. Una delle vittime fu proprio Don Rodrigo derubato dai monatti d’accordo con il Griso. Mentre Renzo, preso dalla folla per untore (ossia diffusore volontario della pestilenza) era protetto dai monatti quale procacciatore d’affari dei medesimi.

Il contegno dei monatti è da non dimenticare perché per ogni situazione, anche quella più luttuosa, c’è sempre qualcuno che ci guadagna, e non solo l’erario, come mi è capitato di scrivere poco tempo fa, citando Puviani e Pareto. Qualche tempo dopo il terremoto d’Abruzzo, destò scandalo la registrazione della telefonata di un imprenditore edile che esultava nell’apprendere l’entità dei danni provocati dal sisma, che si sarebbero tradotti – per lui – in appalti e commesse per la ricostruzione.

Indubbiamente alcuni settori hanno già beneficiato della pandemia: farmacisti, industrie farmaceutiche, imprese di pulizia, industrie tessili convertitesi alle mascherine e così via. Ma dato il rapporto chiaro e diretto tra evento e beneficio relativo non v’è ragione di alzare la guardia. Che invece occorre in altri, meno diretti, rapporti tra virus, poteri pubblici e beneficiari della spesa (tax-consommers).

Sarà, ma quel gran parlare della novità, del mondo nuovo, di ricostruire dopo la pandemia sembra, o può diventare l’ouverture di una (prossima) grande abbuffata.

Ricorda il prof. Conte che il nostro è il Paese della bellezza (ovvio) e per farlo crescere – anzi ripartire – occorre la “modernizzazione”, la “transizione ecologica” e l’ “inclusione sociale, territoriale e di genere” (quest’ultima non poteva mancare).

Tutte ovvietà, ed alcuni idola esclusivi della sinistra. Per sostenere questi “tre pilastri” del rilancio, qualche euro è già disponibile ma altre spese “dobbiamo deciderle e per la redistribuzione delle somme, se non abbiamo progetti concreti, misure di impatto, non andiamo da nessuna parte” (fonte: qui finanza).

Il prof. Conte si regge con una maggioranza il cui socio principale, non in parlamento, ma nell’elettorato è il PD che nella quasi trentennale stasi italiana da cui ri-partire, ri-distribuire, ri-progettare (e via ri-partendo e ri-parlando) ha grandi responsabilità, onde come partner della ri-costruzione è poco credibile. Dato tale pilastro del governo il nuovo facilmente sarà la ri-edizione del vecchio copione (cambiati titoli, colori e al limite la punteggiatura). C’è da dire peraltro che proprio la vaghezza e ovvietà dei propositi non fa presagire granché di nuovo né di travolgente.

Quello che però conta è che propositi vaghi possono attrarre perché una volta determinati – e dotati delle idonee provviste monetarie, merito (anche) di un’Europa meno avara del consueto – suscitano vere folle di candidati alla ri-distribuzione, non solo disoccupati, cassintegrati, partite IVA, ma anche (soprattutto) fornitori dei beni e servizi di ri-costruzione.

Cioè attirano una folla di tax-consommers i quali, come dicono in Spagna si attivano a buscar un lugar en el presupuesto, ossai a trovare una nicchia nel bilancio ed essendo questo all’uopo abbondantemente fornito, hanno una ricerca facile.

Ciò che per i contribuenti italiani è assunzione di obblighi e pesi, per quelli costituisce guadagni e affari. È prevedibile che quindi la lotta per la re-distribuzione sarà ampia e dura e l’unico a soccombere il contribuente.

Accanto ad alcune iniziative logiche (investire per un vaccino) già se ne sentono altre che appaiono meno confortate dall’esperienza e dalla logica.

Come quella che l’inquinamento avrebbe provocato (o almeno aiutato) il virus. Ma l’umanità è stata funestata da millenni di pestilenze e non risulta che i contemporanei di Renzo, di Boccaccio o di Marco Aurelio bruciassero, come facciamo noi, miliardi di tonnellate di carbone, gas, petrolio.

E gli italiani che di sprechi (pubblici) ne hanno sopportati tanti, tutti motivati dalle buone intenzioni dei governanti e dei tax-consommers, devono vigilare perché i sacrifici richiesti a tutti non si risolvano in benefici per pochi.

Teodoro Klitsche de la Grange

Attenti a quei due, di Giuseppe Germinario

La videoconferenza del duo Merkel-Macron del 18 e la relazione della von der Leyen al Parlamento UE del 27 maggio scorso rappresentano probabilmente un punto di svolta nelle linee di condotta della Unione Europea, almeno nelle intenzioni dei due principali protagonisti dell’agone comunitario. Un punto di svolta, ma nella continuità. Lo stile adottato nelle due iniziative non poteva essere più stridente. Alla esposizione asciutta, insolitamente sintetica rispetto alla ricorrente tentazione logorroica di Macron, dei primi, confacente al pragmatismo di due capi di stato ha corrisposto la stucchevole e rozza retorica intrisa di lirismo della seconda, nelle vesti consapevoli di una facente funzioni. Paradossalmente l’iniziativa non ha goduto del clamore di tanti precedenti dal tono ben minore. È l’indizio che è in corso una battaglia politica vera tra i vari paesi europei e all’interno degli schieramenti politici nazionali; battaglia la cui virulenza sta affievolendo la antica sicumera delle classi dirigenti più europeiste. In Italia la reazione degli schieramenti politici dominanti all’evento è stata più chiassosa, ma ha confermato una volta di più l’attendismo e la passività del ceto politico e della relativa classe dirigente nostrani. Gli uni hanno plaudito soddisfatti con la sola riserva della sollecitazione sui tempi di attuazione troppo lunghi; gli altri hanno mostrato scetticismo sulla sincerità e sulla attuabilità della proposta, visti il contesto politico dell’Unione e la tempistica legata alle procedure e ai canali di finanziamento e distribuzione. Toccare moneta per credere!

Il tempo in effetti è un fattore di grande importanza. Lo è per i paesi particolarmente più esposti con il debito pubblico, privi di sovranità monetaria e legata ai vincoli dei trattati e delle decisioni comunitarie, l’Italia in primo luogo. L’urgenza espressa dal nostro paese rientra nell’ordine dei mesi colti dalle dita di una mano o poco più. La crisi di liquidità delle imprese, l’interruzione istantanea della rete di relazioni economiche in un contesto in cui la fluidità dei circuiti era già compromessa dagli sconvolgimenti geopolitici e dalle innovazioni tecnologiche stanno compromettendo l’esistenza di un numero enorme di aziende non necessariamente decotte. Il tempo richiesto dall’impegno finanziario del “recovery fund”, del “sure”, dei finanziamenti della BEI (Banca Europea degli Investimenti), con l’eccezione non casuale del MES, rientra nell’ordine degli anni (sei) con elargizioni per di più rateizzate e legate al rispetto e verifica dei protocolli. Un criterio quest’ultimo, per altro, particolarmente virtuoso nelle procedure rispetto a quelle di concessione ed esecuzione dei lavori adottate dalle amministrazioni pubbliche italiane così come illustrate in particolare a suo tempo da Fabrizio Barca.

Lo è anche per i centri decisionali europei di quei paesi che detengono il pallino della definizione e del controllo dei meccanismi europei. Il fattore tempo è uno strumento fondamentale nel confronto geopolitico e geoeconomico, nella ridefinizione quindi delle gerarchie e delle posizioni. Lo è anche per un altro motivo, probabilmente ancora più importante. La sopravvivenza della Unione Europea nella sua attuale conformazione e progressione dipende in gran parte dall’esito del confronto politico negli Stati Uniti con i suoi riverberi in Europa; in subordine dall’acceso confronto politico interno agli stessi paesi motori del processo di integrazione, Francia e Germania.

Agli occhi dei critici più o meno istituzionali assume per la verità importanza sostanziale un altra caratteristica dell’intervento europeo: la grave insufficienza degli stanziamenti rispetto alle necessità, solo in parte mitigata dagli interventi provvidenziali ma circoscritti sulla liquidità corrente della BCE.

Sarebbero due ambiti di critica realmente dirimenti se fossero fondati i presupposti sui quali poggiano. Che la finalità dell’Unione Europea sia quella di garantire la coesione e lo sviluppo equilibrato delle economie e delle regioni in un ambito di cosiddetto libero mercato; che gli strumenti normativi, procedurali ed amministrativi di cui dispone la UE siano idonei al perseguimento di quegli obbiettivi.

La finalità ultima e dirimente della UE è in realtà il processo di integrazione all’interno del quale si predeterminano gerarchie, controlli e controllori sulla base di scontri, confronti, occupazione ed infiltrazione nei posti di comando che vedono regolarmente gli stessi deus ex-machina, attori principali e comparse. Le compensazioni previste sono solo una forma di redistribuzione parziale che non intaccano minimamente le dinamiche. Le rendono in realtà più tollerabili ed agevolano la fluidità del circuito domanda/offerta del mercato; le istituzionalizzano e le perpetuano con l’indebitamento.

Gli strumenti, compresi i fondi strutturali, sono stati tutti indistintamente costruiti in funzione di quella dinamica principale.

Il duo Merkel-Macron, da comprimari quali sono, a differenza di gran parte della nostra classe dirigente e del nostro ceto politico che le ignora o finge di ignorale, conoscono benissimo questa narrazione e le susseguenti implicazioni.

Sanno benissimo che passano attraverso un indebolimento progressivo delle prerogative e delle capacità di controllo e di intervento degli stati nazionali di cui sono essi stessi vittime rispetto agli altri attori geoeconomicopolitici; ma in misura molto minore, è questo infatti il loro ambito di azione prioritario, rispetto ad altri quali la Spagna e l’Italia. Di fatto l’UE agisce strutturalmente per garantire la libera circolazione finanziaria e per impedire la formazione di grandi imprese paragonabili in dimensioni e qualità a quelle americane ed ora cinesi, specie nei settori strategici dell’alta tecnologia e della difesa. I pochissimi settori nei quali Francia e Germania si sono ritagliati uno spazio, come nell’aereonautica (Consorzio AIRBUS), lo hanno acquisito a dispetto della UE e ora rischiano di perderlo grazie al mercimonio dei tedeschi i quali, forti della loro supposta “integrità morale”, dopo aver acquisito il controllo di una tecnologia francese a loro estranea, hanno recentemente cercato si svenderla agli americani in cambio di un loro benestare nell’acquisizione nel campo della chimica. Acquisizioni in cui sono compresi fardelli legali e risarcitori talmente pesanti da rivelarsi fatali per il colosso tedesco della Bayer. Il riferimento è alla ex-americana Monsanto. Altri, come il progetto Galileo, hanno goduto di un sostegno europeo parziale ma con pesanti limitazioni legate all’uso esclusivamente civile di una tecnologia di fatto superiore a quella americana. La conferma ulteriore di come i vincoli politici dai quali è legata la costruzione europea determinano le dinamiche e le scelte economiche.

Se il duo ha tanto insistito nel loro discorso sul carattere a fondo perduto di buona parte del “recovery fund”e sul “sure” e sull’interlocuzione diretta della UE con i beneficiari e le regioni, ma glissando elegantemente sulle necessarie garanzie pubbliche, è perché conoscono benissimo la frammentazione del panorama politico, lo scarso attaccamento alla nazione e allo stato nazionale di buona parte dello zoccolo duro dell’elettorato leghista e la propensione assistenzialista della componente grillina e progressista. Come le sirene con Ulisse, il loro di fatto è un richiamo alle origini di una Lega, possibilmente dimentica delle sue ambizioni di partito nazionale e nuovamente attratta dalle suggestioni di un polo eurobavarese, proprio nel momento in cui tra l’altro questo avrebbe meno da offrire.

Non è un caso altresì che il duo, accompagnato dieci giorni dopo dalla loro ventriloqua, abbia insistito sull’uso del canale dei fondi strutturali nella gestione del fondo. Non ostante l’ampia letteratura a disposizione, in Italia non riesce ad insinuarsi nemmeno il sospetto che quei fondi possano costituire il principale veicolo dell’integrazione, piuttosto che della coesione. Potenzialmente un veicolo di ulteriore esposizione alle dinamiche di squilibrio e di dipendenza delle zone depresse o a sviluppo intermedio rispetto ai centri politicoeconomici. Con il criterio del cofinanziamento vincolano, se non tutti, almeno la gran parte dei fondi statali al rispetto dei criteri europeistici, di quelle regole di concorrenza che impediscono il sorgere, con il necessario sostegno e la copertura pubblica in qualche maniera protezionistica, di realtà imprenditoriali autoctone. Una dinamica tanto più consolidata quanto meno sono disponibili risorse nazionali aggiuntive ed autonome per gli investimenti, quanto meno è presente l’ambizione a scelte autonome di una classe dirigente. Una ulteriore spinta al regionalismo, vecchio cavallo di battaglia della UE e di tante forze politiche non farebbe che accentuare tale predisposizione. È una tendenza fattiva che ha trovato tanto spazio e compromesso, nelle modalità di esercizio, paesi come l’Italia e la Spagna con i risultati ormai evidenti, ha intaccato la solidità della Francia, ha assunto una maschera simile ad una finzione nei paesi dell’Europa Orientale, indossata con il solo scopo di poter accedere ai fondi europei. La lezione degli anni ‘90 che ha portato, contestualmente al trasferimento all’Europa Orientale di gran parte dei fondi europei, allo smantellamento repentino in Italia delle agenzie nazionali e di tutto il relativo apparato tecnico-amministrativo in grado di progettare opere strategiche e processi di industrializzazione, nonché del sistema di incentivi non è stata appresa, pur considerando le grandi pecche di quel sistema. Solo la Germania è sembrata immune dalle conseguente di tali scelte, ma solo perché, risorta sotto impulso americano con una impronta federalista, esentata in quanto paese occupato da scelte di politica estera dirimenti e perché in possesso di una rete associativa e corporativa, direttamente coinvolta nelle scelte, tale da garantire sufficiente omogeneità politica tra i laender della federazione; soprattutto perché, grazie al suo progressivo e certosino controllo diretto ed indiretto delle leve politiche e burocratiche della UE, in questo ben avvallato dalla paterna accondiscendenza degli USA sino ad un paio di anni fa, ha saputo prepararsi e predeterminare gli indirizzi e la gestione di essa.

È arrivato il momento di chiarire un altro aspetto della natura particolare dell’azione delle strutture della UE in funzione dei due interventi oggetto di attenzione. Si parla costantemente di leggi e giurisprudenza europea. La produzione della Commissione Europea è fatta in realtà di norme frutto di trattative e pressioni degli Stati Nazionali ed espressione della immane attività lobbistica di aziende ed associazioni accettata e riconosciuta dagli organismi comunitari senza nemmeno i bilanciamenti che l’analoga legislazione americana, alla quale si è ispirata, ha creato a tutela dei cittadini e delle decisioni politiche; suscettibile quindi delle più svariate pressioni, interpretazioni e modifiche. Una dinamica che penalizza fortemente gli attori del panorama economico italiano. Che la UE non goda di uno statuto internazionale particolare è dimostrato dal fatto che organizzazioni internazionali come l’OMC non la riconoscano. Due aspetti che mettono all’angolo una volta per tutto il lirismo europeista della nostra classe dirigente utile a nascondere la propria assenza di protagonismo ed autorevolezza e il proprio fallimento; l’assenza di sagacia nelle continue contrattazioni in sede europea.

Alla luce di quanto detto le due novità più importanti degli interventi del duo e del commissario europeo assumono una luce particolare. La prima è che, almeno nelle intenzioni, la Unione Europea potrà diventare soggetto di imposta e quindi esattore diretto. La seconda è che comincia a farsi strada il concetto di tutela ed autonomia della produzione industriale. Due tabù cominciano ad essere messi in discussione. Il primo è l’acquisizione di una prima prerogativa statuale della UE, la riscossione delle tasse. Saremmo ben lontani dall’acquisizione della massa critica di risorse, stimata in un 20% del PIL, tale da dare corpo alla prerogativa; ma è un principio che comincia ad insinuarsi. La seconda appare una messa in discussione della verità assoluta del dogma del libero mercato. In quanto dogma, ben lungi ed impossibile da essere praticato coerentemente nell’azione quotidiana, quando si tratta in effetti di tradurlo in norme, comportamenti e sanzioni. Ma un’arma comunque necessaria da brandire alla bisogna in mano al censore investito e abilitato. Apparentemente parrebbe finalmente un sussulto di ambizione verso i potenti del globo. Non bisogna dimenticare però che uno dei protagonisti, Macron, è stato il cofautore della crisi del complesso nucleare francese, della cessione del settore delle turbine alla americana GE, strategico nel settore navale e nucleare, della produzione dei treni alla Siemens e di pericolosi tentennamenti nella vicenda AIRBUS. La seconda appare come la paladina di un primato industriale su prodotti maturi disposta a mantenere questa posizione sacrificando settori strategici altrui. Di una esposizione rischiosissima ai venti speculativi della finanza. Per non parlare della permeabilità esterna del proprio apparato istituzionale. Una coppia quindi molto poco credibile. Tanto più che l’obbiettivo strategico dell’economia verde può risolversi tranquillamente in un paravento per nascondere la residualità e la subordinazione nelle scelte strategiche, quello più corposo del 5G allo stato appare del tutto velleitario.

Allo stato l’iniziativa potrebbe assumere due significati non necessariamente alternativi.

Il primo potrebbe essere quello di gettare il cuore oltre l’ostacolo visto l’incalzare degli avversari interni ed esterni al progetto europeo e i punti fermi ormai stabiliti dalla Corte Federale tedesca che inibiscono ulteriori traccheggiamenti. Il secondo è che il vero obbiettivo è un riassetto definitivo degli equilibri interni che prevedono l’annichilimento definitivo di alcuni stati europei, l’Italia in primis; la definizione della Francia come partner politico-economico sostitutivo dell’Italia, come fornitore quindi dell’indotto, vista la crisi della sua grande industria. Un progetto però ancora tutto da definire e da costruire con parecchi terzi incomodi all’interno, soprattutto tra i paesi dell’Europa Orientale, legati del tutto strumentalmente ed opportunisticamente alla costruzione europea e molto più sensibili politicamente alle sirene americane; con numerosi e particolarmente influenti osservatori esterni, in primis gli Stati Uniti. I due potrebbero coltivare l’illusione, con la sconfitta di Trump, ad un ritorno al passato. Speranza mal riposta. Con il direttore d’orchestra che comincia a perdere colpi, il loro appare certamente un progetto foriero di conflitti distruttivi nel continenti piuttosto che un sussulto capace di costruire un nucleo politico di paesi europei in grado di partecipare attivamente alle dinamiche geopolitiche. Più che un oggetto di contesa, il nostro paese, con la sua attuale classe dirigente, appare in proposito, in questo contesto, una pallina da ping pong sballottata a piacimento senza alcuna considerazione. Dal punto di vista storico, in Europa ogni tentativo interno di posizione egemonica o di dominio continentale diretto si è risolto in catastrofi foriere di nuovi equilibri sempre precari. Non è detto che la storia si ripeta pedissequamente, ma gli ingredienti per una nuova disfatta si intravedono tutti.

https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2020/05/18/initiative-franco-allemande-pour-la-relance-europeenne-face-a-la-crise-du-coronavirus

https://ec.europa.eu/info/live-work-travel-eu/health/coronavirus-response/recovery-plan-europe_it

https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/about_the_european_commission/eu_budget/2020.2139_it_04.pdf

https://ec.europa.eu/info/live-work-travel-eu/health/coronavirus-response/recovery-plan-europe_it#documents

https://ec.europa.eu/info/live-work-travel-eu/health/coronavirus-response/recovery-plan-europe_it

SULLE STRATEGIE DA CORONAVIRUS, di Andrea Zhok

SULLE STRATEGIE DA CORONAVIRUS

Il livello della discussione pubblica, già usualmente bassissimo, è crollato nelle ultime settimane con riferimento alle tematizzazioni relative alla corrente pandemia.
Come ho provato a spiegare in un precedente post, credo che le ragioni siano da ricercare nelle condizioni di oggettivo disagio, legate sia alla clausura sia alle preoccupazioni economiche, che hanno scatenato la ricerca psicologica di ogni giustificazione possibile che si conformasse ai propri desideri.
Se la dinamica del wishful thinking è una dinamica comune, in periodi di stress intenso e collettivo essa può divenire ‘epidemica’.
Siccome per i più – del tutto comprensibilmente – l’unico desiderio dominante ora è quello di ritornare alla ‘normalità’, qualunque straccio di argomento, qualunque pezza d’appoggio, che sembri utile a questo fine viene brandita con la forza dell’esasperazione.
E’ umano.
Non lo rende di per sé né giusto, né intelligente, ma è umano.

Ora, rispetto a questo tipo di discorsi, con le connesse polemiche, vorrei provare a fare un passo indietro, sollevando una serie di argomenti, uno alla volta, senza pretese di sistematicità, intorno all’analisi della situazione e alle strategie adottabili alla luce di ciò che sappiamo (o non sappiamo) dell’attuale epidemia.

Partiamo da un primo interrogativo. Qual è il problema rappresentato dal Covid-19? Si tratta di diversi problemi, stratificati. Il primo, più ovvio, è quello della capacità del virus di uccidere.

I) Mortalità e letalità.

La letalità, come noto, non è la mortalità, ed è per questa ragione che il 90% degli argomenti comparativi che circolano sono carta straccia.
La letalità è il rapporto tra contagiati e deceduti, ed è l’unico dato che si può cercare di avere nel corso di un’epidemia.
La mortalità è il rapporto tra popolazione totale e i deceduti totali, ed è un dato che si può valutare solo a consuntivo (per questo tutti gli argomenti che formulano comparazioni di mortalità generale sono sciocchezze: il dato sulla mortalità lo avremo tra anni).

Quanto alla letalità, essa dipende innanzitutto da cosa mettiamo al numeratore (la rilevazione dei contagiati) e poi anche da quanto affidabile è la nostra rilevazione del denominatore (chi è davvero morto per quella malattia).
Entrambi i dati per il Covid-19 sono oscillanti e instabili (siamo piuttosto sicuri che siano entrambi sottostimati, ma chi sia più sottostimato e di quanto è ignoto).
Inoltre, nel caso Covid-19, non sono comunque dati che definiscono univocamente la “pericolosità letale della malattia”, visto che tale pericolosità dipende certamente anche da:
1) quale gruppo è colpito (giovani, anziani, con o senza patologie, ma anche possibili varianti di resistenza o sensibilità etnica);
2) qual è la capacità di risposta del sistema sanitario;
3) se tutte le varianti del virus abbiano le medesime caratteristiche patogene (che il virus muti in più ceppi è certo);
4) se tutte le condizioni ambientali producano le medesime condizioni di virulenza.

La maggior parte delle comparazioni che facciamo corrono il serio rischio di essere comparazioni tra mele e pere, tra unità del tutto incommensurabili.

Finora il principale dato solido su cui c’è unanime consenso (almeno di quelli di cui vale la pena di avere il consenso) è che il virus corrente è in condizioni di incrementare la propria pericolosità toccando il punto 2), cioè oberando il sistema sanitario sino alla creazione di gravi inefficienze o paralisi. Nei casi in cui ciò è avvenuto (in due focolai lombardi e a Madrid) gli esiti fatali della malattia sono incrementati enormemente.

Inoltre la paralisi del sistema ospedaliero può naturalmente incrementare anche la pericolosità di altri malanni e incidenti.

Sul piano strategico credo che almeno questo punto possa essere dato per acquisito: crisi acute che compromettano la funzionalità della risposta del sistema sanitario vanno evitate.

Il punto 4) è un punto spesso sottostimato. Alcuni segni oggi sembrano indicare che anche il Covid-19, come molti virus respiratori, abbia un andamento stagionale. E’ interessante osservare come le ragioni per cui molti virus abbiano carattere stagionale sono ancora oggetto di mere congetture: si ipotizza che possa dipendere da un’oscillazione climatica delle difese immunitarie, o da condizioni di temperatura e umidità (o smog) che favoriscono la replicabilità e la trasmissione del virus. Ma appunto, si tratta di congetture prive di una chiara prova scientifica.
Quello che è certo è che se il virus ha un andamento legato a condizioni ambientali specifiche, allora può ben darsi che in certi luoghi e in certi momenti possa diffondersi con molto maggiore violenza che in altri, senza che noi si sia in grado di spiegare chiaramente perché.
Un dato invece oramai consolidato è che la contagiosità del Covid-19, in assenza di contenimento, è distintamente maggiore di quello dell’influenza stagionale (R0 di 1,3 per l’influenza, R0 oscillante tra il 2 e il 4 per il Covid-19).

II) Dannosità

Concentrarsi sulle implicazioni fatali del virus è tuttavia in parte fuorviante. Non sappiamo ancora molto, ma quello che sembra chiaro è che a fronte di un numero di decessi circoscritto abbiamo un numero di soggetti seriamente colpiti (bisognosi di ricovero ospedaliero) che (calcolo personale, fatto sulla base dei dati italiani) supera di 15 volte il numero dei decessi (in ospedale).
Che si tratti di un tasso di ricoveri incommensurabile con qualunque influenza a noi nota è evidente.

Che accade a chi passa attraverso una forma grave di coronavirus? Non è ancora chiaro. Premesso che solo una piccola parte muoiono, se la malattia lasci strascichi, in quale misura, e in chi, è oggetto di studio ora. Lascia sicuramente gli strascichi tipici delle polmoniti virali, il che significa un paio di mesi circa per il pieno recupero. In alcuni casi sembra colpire altri organi (reni, apparato cardio-circolatorio, sistema nervoso centrale). Ci sono sospetti che possa incrementare altre patologie (è di pochi giorni fa l’associazione fatta in UK con una forma della sindrome di Kawasaki, nei bambini).

In questo campo, parlando di un virus fino ad oggi ignoto, lo spazio per le ipotesi è sgradevolmente vasto. Può darsi che nella stragrande maggioranza dei casi tutto si risolva senza alcuna conseguenza duratura, o può darsi che non sia così. Questo spazio di variabilità lascia libero gioco all’espressione delle propensioni caratteriali delle singole persone: c’è chi è più propenso alla scommessa, all’azzardo, e chi è più propenso ad un atteggiamento prudente, conservatore. Qui non c’è purtroppo un modo per dirimere la questione sul piano razionale. L’unica cosa che però è doveroso tener ferma è appunto l’ampiezza dello spazio delle opzioni, che non giustificano né un terrorismo preliminare, né una liquidazione con un’alzata di spalle.

Una delle variabili più importanti che sembra sia necessario prendere in considerazione nel caso di Covid-19 (come e più che in altri virus) è la questione della cosiddetta “carica virale”. Per molti virus la quantità di virus con cui si viene a contatto incide in modo significativo sulla gravità del decorso. Recenti osservazioni sul Covid-19 fanno ritenere che questo fattore sia qui molto rilevante (questo spiegherebbe la maggiore gravità nell’incidenza sul personale ospedaliero, esposto a quantità maggiori di virus). L’ipotesi che è stata fatta da alcuni ricercatori è che il virus abbia due decorsi radicalmente differenti a seconda se superi o meno le vie aeree superiori. Un organismo con buone difese immunitarie e in presenza di una modesta carica virale nell’aria contiene l’infezione nell’area superiore, dando luogo ad una malattia non dissimile dalle influenze stagionali. Se invece la carica virale è elevata (e/o le difese sono basse) si scatena una polmonite, cambiando repentinamente il livello di gravità della malattia.
Questo è un aspetto di cui bisogna tenere attentamente conto quando si prendono in considerazione le ‘strategie di contenimento’.

Riassumendo provvisoriamente, prima di dedicare un post a parte alle strategie di contenimento, quello che mi pare sia possibile usare come base di partenza intorno all’aspetto medico del Covid-19 è questo:

1) Il virus ha caratteristiche chiaramente più gravi delle influenze stagionali.
2) L’entità precisa di tale gravità non è al momento precisamente quantificabile, né sono certi gli effetti di lungo periodo;
3) Gli esiti fatali sono solo un aspetto della gravità della malattia da prendere in considerazione;
4) La contagiosità del coronavirus è comparativamente elevata;
5) Il virus ha la capacità di mettere in crisi il sistema sanitario;
6) In una valutazione di ‘riduzione del danno’ non solo il fattore della diffusione dei contagi, ma anche quello della concentrazione delle cariche virali dev’essere attentamente considerato;
7) Vista l’enormità degli spazi di ignoranza relativi alla presente epidemia, bisogna rigettare sia allarmismi terroristici sia minimizzazioni consolatorie: entrambi gli estremi vanno espulsi da qualunque dibattito che si voglia produttivo.

Una volta fissati i dati da cui partire con riferimento alla minaccia rappresentata dal Covid-19 (vedi post precedente) possiamo provare ad affrontare alcuni scenari relativi alle strategie adottate o adottabili.

——————————

I) Eradicazione o riduzione del danno?

La prima questione da discutere riguarda la strategia di fondo che è possibile o sensato adottare nei confronti dell’attuale epidemia. Le strategie di fondo sono due: la prima contempla l’eradicazione e il ritorno alla situazione precedente, la seconda contempla una convivenza con riduzione del danno nel lungo periodo.
La prima strategia è quella adottata con successo in Cina e Corea del Sud. Eradicazione non significa che non ci sia mai più nessun caso (cosa che ovviamente nessuno può mai garantire), ma che una volta azzerato per qualche giorno il contagio ci si può limitare ad una sorveglianza pronta ad intervenire prontamente, mentre il sistema riprende a funzionare come prima (salvo per maggiori controlli rispetto alle relazioni con merci e persone provenienti dall’estero). L’eradicazione non è affatto una prospettiva impossibile in Italia o in Europa. Molte regioni italiane sono a un passo dall’eradicazione (una settimana a casi zero può essere considerata una soglia che rappresenta l’effettiva eradicazione e circa metà delle regioni italiane potrebbero raggiungerla in 2-3 settimane). Una volta raggiunta quella soglia si potrebbe riaprire tutto senza particolari precauzioni, mantenendo solo un’elevata sorveglianza e limitazioni agli spostamenti rispetto a regioni che non sono a livello zero. Il problema è che per alcune regioni, in particolare Lombardia e Piemonte, l’eradicazione appare come un orizzonte assai lontano, e la prosecuzione di condizioni restrittive come le presenti per un tempo lungo e sostanzialmente indefinito è insopportabile (oltre alla questione economica, di cui sotto, si finirebbe per minare altrimenti la salute psicologica e organica della stessa popolazione che si cerca di preservare).

Questo significa che ci possono essere in Italia due strategie possibili. Premesso che perseguire attraverso un blocco perdurante una strategia di eradicazione per tutto il paese è impercorribile, delle due l’una: o si adotta una strategia di riduzione del danno (convivenza) per tutto il paese, o si adotta una strategia differenziata a livello regionale (Molise e Basilicata, ed esempio, potrebbero essere ritenute Covid-free in pochi giorni, e riprendere una vita normale, salvo che per gli spostamenti interregionali; Sardegna, Calabria e Valle D’Aosta sono ad un passo; Sicilia, Umbria, Friuli Venezia Giulia, Puglia potrebbero fare la stessa scelta tenendo duro qualche giorno in più; altre ancora si rassegnerebbero da subito ad una strategia di riduzione del danno). Naturalmente in tutte le regioni prossime all’eradicazione, anche una strategia di riduzione del danno può portare all’eradicazione, solo su tempi un po’ più lunghi.

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II) Trade-off ‘economia-vita’?

Si è sentito e si sente spesso parlare della necessità di bilanciare le esigenze della sicurezza con quelle dell’economia. Questa impostazione però, così definita, è sbagliata. È sbagliata sia perché le esigenze di sicurezza non limitano soltanto le ragioni dell’economia, ma anche quelle di una buona vita per molti (i costi della clausura non sono solo economici), sia perché né l’economia, né una buona vita possono funzionare semplicemente tappandosi il naso e ‘sacrificando la salute/sicurezza’. Si tratta di un’impostazione priva di senso.

Da un lato, le persone non possono restare in gabbia all’infinito, dall’altro è completamente illusorio pensare che un ‘via libera’ governativo possa far riprendere magicamente le transazioni economiche sui livelli precedenti. È terribilmente ingiusto e amaro, ma è un dato di fatto che per molte attività non ci sarà nessun ritorno alla normalità, quali che siano le disposizioni ministeriali. Soprattutto nei settori del turismo e della ristorazione, e in molti settori del commercio, una riduzione durevole della circolazione è da mettere in conto. Questo perché i calcoli ‘costi benefici’ (sui generis) non li fanno solo le aziende, ma anche le persone. Per le cose necessarie o essenziali si può correre un rischio, per quelle inessenziali o di diporto, molto meno. Dunque, dopo il danno dei mesi scorsi, per molti settori non ci si può aspettare nessuna ripartenza col botto. E qualunque recrudescenza dei contagi porterebbe, che il governo intervenga o meno, ad una rarefazione delle uscite. Va da sé che una eventuale ripresa di diffusione del contagio su grande scala – con conseguente compromissione del servizio sanitario – non potrebbe che richiedere un ritorno a Square 1, con ripristino di blocchi estesi nel tempo e nello spazio. Ovvero una catastrofe.

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III) Strategie

Quali sono le strategie disponibili e, rispetto a quanto proposto finora dal governo, ci sono dei correttivi possibili e consigliabili?

III.1) Il governo propone aperture circoscritte, scaglionate nel tempo, in modo da poter controllare l’insorgere di eventuali nuovi focolai. Di per sé, nelle sue linee generali, questa strategia è l’unica sensata, e scommette sulla possibilità di conservare, attraverso le precauzioni imposte (mascherine, distanziamento) il tasso di contagio R0 al di sotto di 1. È una scommessa sensata. Con il conforto della bella stagione, visto che è certo che la diffusione dei virus respiratori in spazi aperti è rara, e visto che il Covid-19 sembra mostrare le caratteristiche di un virus stagionale, è ben possibile che queste aperture scaglionate consentano di proseguire una tendenza positiva, arrivando all’autunno con livelli di contagio molto bassi su tutto il territorio nazionale.

III.2) Rispetto a quanto deciso dal governo, questo scaglionamento sarebbe potuto avvenire in modo differenziato a livello regionale. Invece che porre delle date generiche, che di per sé non hanno molto senso, si sarebbe potuto far dipendere i livelli di apertura dal tasso di contagi. Per quanto l’iniziativa dalla Regione Calabria sia da stigmatizzare per le forme, è vero che nelle regioni prossime a zero contagi almeno le attività all’aperto (che non implicano assembramenti) potrebbero riaprire subito.

III.3) Rispetto a quanto deciso dal governo, i sistemi di intervento sanitario precoce e domiciliare dovrebbero essere attivati sistematicamente, su tutto il territorio nazionale, e dovrebbero essere accompagnati da direttive precise sulle procedure di contenimento in caso di necessità di spegnere un focolaio. Non è chiaro se qualcosa in questo senso sia stato fatto. Se è stato fatto non è stato comunicato. Sono stati commessi errori gravi con la prima ondata del virus, ma in qualche misura scusabili per la scarsa conoscenza delle caratteristiche del medesimo; ma un secondo errore sul piano degli interventi sanitari sarebbe imperdonabile.

III.4) Rispetto a quanto deciso dal governo, la famosa ‘app’ per rintracciare i contatti dovrebbe essere resa obbligatoria. La debolezza oggettiva dell’esecutivo si vede in questo come in altri comportamenti: di fronte alle pressioni abbozza e cede. Questa app, nelle forme ampiamente descritte sui media, presenterebbe rischi per la privacy infinitamente inferiori a quelli che corriamo da anni davanti all’uso commerciale delle nostre informazioni. Va bene richiedere cautele e controlli pubblici, ma qui La levata di scudi libertaria è e resta una pagliacciata. Quella app, se adeguatamente funzionante e di uso generalizzato, sarebbe una garanzia di poter spegnere qualunque nuovo focolaio. E una volta superata la crisi la si può disinstallare (oppure cambi lo smartphone, se ritieni che la Spectre brami conoscere i tuoi spostamenti). Qui limitarsi alla ‘moral suasion’ renderà la app inutile e renderà molto più probabile la necessità di procedere a blocchi più estesi.

III.5) Rispetto a quanto finora detto dal governo manca un importante chiarimento. Non sappiamo come evolverà la situazione da qui all’autunno. Potrebbero essere scoperte cure miracolose, o il virus potrebbe magicamente scomparire da sé. Oppure no. Potremmo avere una tendenza al riaccendersi stagionale dell’infezione sul modello dell’influenza, senza la disponibilità di cure efficaci. In questo secondo scenario dobbiamo mettere in conto una ripresa dell’attività a settembre, quando con il peggioramento delle condizioni atmosferiche la tendenza agli assembramenti in luoghi chiusi crescerà esponenzialmente. Dovrebbero riprendere scuole ed università a pieno ritmo. Tutte le attività che nei mesi estivi hanno potuto approfittare del bel tempo, svolgendosi all’aperto (dalle attività sportive ai bar) si ritroveranno a dover giocare indoor. L’uso di mezzi di trasporto personale a scarso impatto (piedi, bicicletta, motorino) si ridurrà a favore dei mezzi pubblici.
Se arriveremo a settembre con livelli di circolazione del virus ancora elevati sarà un bel problema. In quest’ottica dovrebbero essere avviati sin d’ora progetti per trasferire tutto ciò che può essere trasferito in ‘smart working’.

Per quanto riguarda la scuola, bisognerebbe prendere in considerazione la possibilità che si ripresentino condizioni emergenziali. Visto l’enorme impatto sugli spostamenti e sugli assembramenti che scuola e università hanno, bisognerebbe studiare attentamente piani alternativi che non compromettano la preparazione degli alunni (come di fatto è avvenuto, nonostante gli sforzi dei docenti, in questi mesi), e che non si limitino a scommettere sul fatto che “andrà tutto bene”. Il tema è enorme e non ci provo neppure a impostarlo qua, ma è assolutamente cruciale. Sanità e scuola sono i due settori che sono stati tagliati di più negli scorsi anni, nel nome di un efficientamento delle risorse – che vuole dire fare i miracoli con risorse scarse. Per la scuola questo ha significato ridurre e concentrare le sedi, diminuire il rapporto tra docente e studenti, stipare gli studenti in aule inadeguate. Tutto questo e molto altro sarà da ripensare, ed il momento per farlo è ora.

III.6) Nota finale. Gli interventi del governo sono migliorabili. Sono soprattutto enormemente migliorabili sul piano degli aiuti economici, dove però interviene il Moloch della questione europea.
Ma chiunque in questa fase, per l’usuale tornaconto elettorale, gioca al gioco del ‘liberi tutti’, del ‘riapriamo tutto’ purchessia, senza farsi carico di spiegazioni dettagliate su quali scenari prefigura per gli italiani, è un irresponsabile, indegno di esprimersi sulla scena pubblica, da cui dovrebbe scomparire.

https://www.facebook.com/andrea.zhok.5/posts/1525015561013171

Ipoteche, di Giuseppe Masala

Diciamocela tutta siamo di fronte ad un bivio in questo disastro epocale. O continuare in Eu sapendo che ogni stato usa i suoi margini fiscali per far ripartire la propria economia o uscire dall’Eu perchè noi, margini fiscali non ne abbiamo e abbiamo urgente necessità di attingere ai margini monetari che la Banca d’Italia può garantirci e diciamocelo pure, anche grazie agli aiuti che Trump (certo, lo ha fatto guardando agli interessi geostrategici americani non certo perchè è un francescano) compresa l’opportunità che ha la Banca d’Italia di accendere uno swap con la Federal Reserve.
Badate, fa davvero rabbia andare nel sito della Bce (pagina “Open Market Operations”) e vedere il continuo profluvio di operazioni in dollari che fanno con la Banca d’Italia che garantisce tutto per salvare le banche tedesche e olandesi in piena dollar trap mentre non può far nulla per dare una mano al suo popolo. Uno schifo immenso. Ma cosa volete, questa è la situazione: la bce garantisce il debito privato sull’unghia ma sul debito pubblico fa troppo poco favorendo dunque le nazioni con forte debito privato.

Qualunque scelta comporta sacrifici ed è piena di rischi. Ma quella di rimanere nell’Eu porta ad un esito fatale per noi. Io mi chiedo che diritto hanno le persone della mia generazione, o della generazione precedente a ipotecare la vita di figli e nipoti sull’altare dell’idea piccolo borghese e provincialotta di “sentirsi europei”? Che diritto si ha di dare un futuro alle prossime generazioni da rumeno o da polacco post caduta del Muro di Berlino? Io credo nessun diritto.

Certo, lo so, è difficilissimo da comprendere, le persone sono state educate a considerare l’Europa come il non plus ultra delle magnifiche sorti e progressive. Decine di esperti e di tecnici appaiono in tv a farci la paternale sulla giustezza del destino europeo. Ma lo fanno per voi? Lo fanno in piena coscienza? Oppure parlano pensando alla loro reputazione, alle loro entrate ed al loro personale futuro? Cioè, secondo voi, Prodi può apparire in tv a chiedere scusa e dire che non sa nulla di economia e che ci ha buttato nel baratro? Chiaro che non può dirlo, ne vale anche della sua sicurezza fisica. E così vale per i tanti gerarchi che in trenta anni non hanno fatto altro che chiederci sacrifici per le nuove generazioni che avrebbero beneficiato del paradiso europeo. Se va bene ora sarà un paradiso da camierere magari con una laurea in ingegneria presa in un’inutile università italiana ormai di terza fascia. A voi in questi 20 anni ve n’è fottuto qualcosa della laurea in ingegneria del rumeno che vedevate impegnato nella raccolta di pomodori? Sarà uguale per la nuova generazione di italiani. E forse questa è la Nemesi.

Chi vuole continuare in questa follia sappia che sta ipotecando la vita di figli e nipoti.

 

I dati ferali del mercato automotive in Italia (ma nel resto del mondo non cambia poi molto), dovrebbe indurre a profonde riflessioni i decisori politici. La cosiddetta ripartenza non è una vera ripartenza se si inizia dalle aziende che hanno un enorme peso politico come appunto quella dei produttori di automobili. In questo momento non c’è domanda e riaprire questo settore significa farli lavorare un mese e poi assistere alla richiesta di cassa integrazione straordinaria da parte delle aziende. Bisogna ripartire da quelle aziende che si ha certezza abbiano una domanda sicura. Può sembrare una scemenza, ma barbieri e parrucchieri hanno una domanda certa inevasa che viene soddisfatta costringendoli a farli lavorare in nero a domicilio (non li biasimo, fanno bene, in tempo di guerra ognuno s’arrangia). Si potrebbe farli aprire su prenotazione, almeno riprendono a fatturare e possono garantire Iva all’Erario e stipendi ai propri dipendenti, butta via di questi temi maledetti! Idem il calcio. Si lo so, voi dite che sono un appassionato e lo dico per quello. Ma non è così, il settore è la decima industria del paese, i diritti tv sono già pagati ed è giusto che i contratti siano rispettati, a porte chiuse certamente, facendo i tamponi ai calciatori certamente. Ma devono ripartire per non perdere fatturato. Uguale i negozi d’abbigliamento, devono ripartire, magari anche qui su prenotazione, magari consentendo di fare saldi per svuotare i magazzini non perdendo così la stagione (si tenga conto che se perdono la stagione poi l’anno prossimo le nuove collezioni le comprano in quantità minore rallentando la ripartenza del settore tessile).
Per paradosso è il minuto che può consentire un minimo di ripartenza. E’ inutile far lavorare gli operai dell’alluminio e dell’acciaio se poi l’automotive non chiede alluminio e acciaio per le sue carrozzerie e i suoi motori perchè nessuno compra auto. Ripartire dal tetto dei grandi produttori, lasciando chiusa la base del commercio minuto e dei servizi necessari ci porterà solo ad un doom loop per assenza di domanda.

E’ altrettanto evidente che per riattivare il commercio minuto, le spese di tutti i giorni, è poi necessario mettere in tasca soldi alle persone. Anche con politiche monetarie non convenzionali come sta facendo la Banca del Giappone che sta accreditando soldi freschi sui c/c dei giapponesi. A crisi non convenzionale devono esserci risposte non convenzionali. Qui si sta sbagliando tutto. Mi pare che questa commissione di economari diretta dal Manager Colao sia troppo incentrata sul Big Business ma non riesce a comprendere che le case non si riedificano dal tetto. Bisogna partire dalle fondamenta.

tratti da facebook: https://www.facebook.com/bud.fox.58?epa=SEARCH_BOX

Io speriamo che me la cavo, del dr Giuseppe Imbalzano

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi. Oggi consulente della Federazione Russa per la gestione dell’epidemia di Covid19

http://CVBreveImbalzano

Io speriamo che me la cavo

Grazie a Marcello d’Orta che ci ha dato una speranza, per il presente e per il futuro.

E speriamo che anche per noi ci sia un modo per uscire, con sicurezza e rapidamente, da questa epidemia che ha determinato danni come una guerra, in un periodo tanto limitato, sovvertendo le nostre abitudini, i nostri comportamenti, i nostri affetti e le nostre speranze.

Ormai abbiamo superato i 200 mila casi certificati che, nella realtà, sono molti di più. I decessi sono circa 30 mila secondo l’Istat. Il personale sanitario infettato è ben oltre i 20 mila casi anche qui riconosciuti, con centinaia di morti.

Un disastro unico.

Non è chiaro come, dopo 2 mesi dall’inizio dell’infezione, ci siano ancora oltre 2600 operatori sanitari colpiti dall’infezione in una settimana, che ci siano 18 mila nuovi casi, come da una relazione dell’ISS e che non si veda una netta riduzione di crescita della curva, come nella analisi effettuata dal Gimbe

In Cina, con il lockdown, la curva si è appiattita dopo circa 2 settimane di crescita mentre in Italia non è accaduto mantenendo un incremento dei casi importante. Il lockdown non è stato particolarmente efficace ed è certamente stato determinato dai focolai di infezione che sono rimasti numerosi ed ampiamente distribuiti, in particolare nel Nord Italia.,

E allora ci chiediamo cosa non vada nella situazione italiana, quali siano le criticità che si ripetono, poiché è evidente che le azioni messe in atto per ridurre le infezioni non sono efficaci. O almeno non sono efficaci in alcune regioni.

I dati di mortalità, di prevalenza e di incidenza della infezione sono, e restano, comunque elevati e significativi, certamente non sono ancora azzerati, come si dovrebbe, per operare in sicurezza nella quotidianità, per il lavoro, i rapporti comunitari e la vita sociale.

In medicina, quando dobbiamo curare un malato, dobbiamo determinare quale sia la diagnosi corretta. Non è possibile, e ancora meno utile per il paziente, fare una valutazione generica e intervenire in modo inadeguato.

Ma, nella scelta tra più diagnosi e conseguenti terapie, è possibile che qualche volta la prima scelta non sia adeguata.

A questo punto si fa una rapida rivalutazione in considerazione dei risultati e delle conseguenze per il paziente. Se la diagnosi non è corretta si approfondisce il caso e si decide una nuova terapia. Se il fallimento è terapeutico allora si modifica la terapia che non ha dato i risultati sperati, o perché il farmaco non è efficace per quel paziente o perché la terapia non è adatta al caso che stiamo assistendo.

Una analisi dell’Istituto Superiore di Sanità ha identificato i luoghi di esposizione delle nuove infezioni e su 4500 casi valutati abbiamo il 44% che è avvenuto nelle strutture per anziani o nelle comunità per disabili, il 25% al proprio domicilio e l’11% in ambiente sanitario.

Se non vengono individuate le cause, qualsiasi terapia potrebbe essere inefficace.

Fermo restando che chi si ammala è abbisognevole di cure, nel nostro caso è indispensabile che le fonti di infezione vengano neutralizzate oltre alle necessarie cure ed assistenza dei pazienti. È necessario che i diversi settori clinici abbiano la necessaria competenza e sicurezza per poter operare con tempestività e continuità. Ed è essenziale proteggere e rafforzare il sistema sanitario che attualmente ha subito danni considerevoli.

In Cina hanno riaperto quando i casi si sono azzerati.

Perché?

Perché così si possono evitare nuovi casi

Noi riapriamo con due elementi di grande criticità

Il numero dei nuovi casi e gli operatori sanitari infettati

La soluzione che riteniamo preferibile è quella di individuare le aree virusfree e in quelle avviare una apertura totale delle attività. Considerato che l’avvio della fase 2 non valuta questa opzione è comunque necessario verificare se siano garantiti alcuni parametri organizzativi e gestionali che diano garanzie per una corretta gestione dell’epidemia.

 

Cosa dobbiamo fare

Siamo arrivati a tracciare e a interrompere la catena di trasmissione del virus?

Riusciamo a testare i sintomatici e rintracciare i loro contatti?

I sistemi proposti per il tracciamento dei contatti sono efficaci?

O rischiano di creare confusione ulteriore nel sistema per l’elevato numero di contatti che possono essere registrati?

Riusciamo ad assistere in modo adeguato i malati non ricoverati garantendo un rientro in famiglia quando il paziente è completamente guarito?

Gli ospedali e la case di riposo sono stati messi in sicurezza?

Il personale sanitario è garantito nella sua attività quotidiana?

Cosa stiamo facendo per la prevenzione?

Le regole che sono state indicate sono sufficienti?

Cosa dobbiamo fare in attesa che sia reso disponibile, e dispensato a tutta la popolazione, un vaccino efficace e terapie adeguate?

La popolazione a rischio è sufficientemente protetta e garantita?

Considerato che dobbiamo attenderci nuove recrudescenze del virus, come dobbiamo operare per garantire l’intera popolazione e quella più suscettibile a subire i danni più gravi determinati dal virus?

 

Come fare?

Esistono tre modelli di base per riavviare la vita sociale ed economica: l’approccio di riavvio completo; un approccio incentrato sul mantenimento delle restrizioni per le popolazioni vulnerabili; e l’approccio graduale adottato da paesi come la Cina.

Con il modello di riavvio completo, il governo attende che i nuovi casi Covid-19 siano a zero e quindi riavvia l’attività sociale ed economica con misure restrittive minime ma con viaggi internazionali limitati. Questa strategia richiede numerose condizioni che potrebbero non essere fattibili per la maggior parte dei paesi, tra cui controlli rigorosi alle frontiere, elevati volumi di test e tracciabilità dei contatti e la capacità di imporre un lungo periodo iniziale di blocco.

Il secondo approccio consente il diffuso riavvio dell’attività sociale ed economica, ma con il rigoroso isolamento per le popolazioni vulnerabili come gli anziani. Un simile approccio potrebbe non essere fattibile in molti paesi, dato il gran numero di persone che dovrebbero rimanere in isolamento fino a quando non sarà disponibile un vaccino o una cura.

Il terzo approccio è probabilmente il più ampiamente adottato. Secondo questo modello, i governi eliminano le restrizioni in modo deliberato, graduale e incrementale basato sulla progressione della malattia, sulla prontezza del sistema sanitario pubblico e sulla preparazione della comunità. Questo approccio è in varie fasi di introduzione in tutto il mondo, con paesi in Asia ed Europa all’avanguardia.

Entrare nel merito di ognuno dei tre modelli dipende dalle condizioni di avvio del sistema, che deve essere considerato un prerequisito.

In due mesi non sono stati risolti molti dei problemi che abbiamo elencato precedentemente e che sono alla base delle criticità attuali che, se dovessero permanere, non possono determinare le condizioni di sicurezza che noi ci attendiamo per poter proseguire e riprendere una quotidianità quasi normale o con limitazioni molto modeste.

Giuseppe Imbalzano – Medico

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