Navigazione a vista, di Roberto Buffagni

Navigazione a vista

 

 

navigare a vista

loc.v.

1. TS mar., aer. n. utilizzando punti di riferimento visibili, spec. per le condizioni atmosferiche favorevoli
2. CO fig., spec. nel linguaggio politico, cercare di destreggiarsi in determinate situazioni senza avere solide basi o validi punti di riferimento

Dizionario De Mauro

 

Il Capitano ha sciolto gli ormeggi, salpato l’ancora e si è avventurato in mare aperto. Perché proprio ora, perché in questo modo? E che cosa lo (e ci) aspetta)?

Perché proprio ora, perché in questo modo

La rottura non è stata preparata a dovere, il tema su cui si è consumata secondario, e sono alti i rischi di conseguenze infauste per la Lega, che si è assunta l’intera responsabilità della svolta politica. A mio avviso, le ipotesi sono due:

  1. a) E’ un errore. Impazienza, pressioni interne (insoddisfazione del Lombardo-Veneto per l’impaludamento delle autonomie), eccesso di fiducia nell’appoggio di Trump, logoramento dei rapporti tra alleati, sondaggi in crescita costante che danno alla testa, in breve: mossa tattica molto arrischiata.
  2. b) E’ una mossa obbligata. Salvini ha informazioni attendibili del prossimo arrivo di una grossa tegola che mette a rischio la sua sopravvivenza politica: per esempio, uno sviluppo molto serio e grave dell’inchiesta russa. Giudica l’alleato inaffidabile, anche soltanto per garantirgli in Parlamento protezione dai futuri provvedimenti giudiziari a suo carico. Ritiene che per lui, l’unica difesa efficace sia una rapida vittoria elettorale e l’incarico di Presidente del Consiglio, e rompe: sempre meno rischioso che attendere.

Tra le due ipotesi, ritengo più verisimile la b), “mossa obbligata”. Motivo: Salvini e la Lega non hanno una visione strategica, un personale politico e un orizzonte mentale  all’altezza della sfida a loro imposta dalle opposizioni interne e soprattutto esterne. Sono però politici esperti, e in particolare Salvini è un tattico molto abile.

Sottolineatura: non ho informazioni privilegiate dall’interno o dall’esterno della Lega. Avanzo ipotesi sulla base delle informazioni disponibili a chiunque.

 

Che cosa aspetta Salvini e noi

Tra le forze in campo, la più importante è il “partito istituzionale”, come lo definisce bene Giuseppe Germinario in questo articolo, http://italiaeilmondo.com/2019/08/09/conte-alla-rovescia/ .

Dagli indizi che raccolgo, ho l’impressione (l’impressione e basta) che il “partito istituzionale” stia esitando tra due possibili reazioni alla rottura di Salvini, queste:

1) Sollecitare un “rovesciamento delle alleanze” parlamentari da parte del M5*, in combinazione con una coalition of the willing che può assumere diverse forme e adottare diverse formule, ma che conclude alla formazione di un governo che ritardi di almeno sei-otto mesi le elezioni e consenta a) di condurre a fondo l’attacco, giudiziario o d’altro genere, a Salvini b) di rinforzare l’opposizione interna a Salvini c) di dare all’attuale opposizione il tempo di strutturarsi e di arrestare almeno provvisoriamente la frammentazione che la incapacita.

2) Promuovere la formazione di un governo di “centrodestra istituzionale”: Lega, Forza Italia, FdI. “Centrodestra istituzionale” significa: a) un governo “responsabile” nei confronti della UE e rispettoso degli attuali equilibri interni delle classi dirigenti italiane; ne sarebbe garanzia  la presenza di Silvio Berlusconi, che conta elettoralmente poco ma sin dal 2011 si è fatto tramite di forze importanti, sia interne alla UE, sia interne agli USA, e può appoggiare la linea “lombardo-veneta” dell’opposizione interna alla Lega b) un governo che ripropone la contrapposizione tradizionale destra/sinistra, e pertanto da un canto aiuta l’opposizione a ristrutturarsi su base identitaria, dall’altro costituisce di per sé una manovra diversiva rispetto alla linea di faglia principale del conflitto in corso, che NON è destra/sinistra ma mondialismo/nazionalismo, proUE/antiUE.

L’ipotesi 1, “rovesciamento delle alleanze”, presenta seri problemi e rischi, questi: a) l’attuale opposizione è frammentata e discorde, non è pronta per guidare l’operazione b) il Movimento 5* si caratterizza per il fatto, invero paradossale, di essere una forza politica che non designa un nemico (indica come nemico categorie impolitiche quali “i corrotti”, etc.); il che, in linea di principio, gli consentirebbe il “rovesciamento delle alleanze”. Nonostante ciò, neanche il M5* sfugge alle regolarità del Politico, e non può permettersi un simile voltafaccia a costo zero: un così brusco rovesciamento di fronte potrebbe causarne, in tempi brevi, la disgregazione. Si aggiunga che il centrodestra potrebbe condurre, in Parlamento, una campagna acquisti tra deputati e senatori 5*, intimoriti da una operazione politica spericolata e precaria c) l’operazione “rovesciamento delle alleanze” è MOLTO pericolosa per le istituzioni repubblicane, perché mette direttamente l’uno contro l’altro Parlamento e popolo. Una ripetizione pura e semplice dell’operazione Monti è sconsigliabile: è un film che gli italiani hanno già visto, e non hanno amato per nulla. Si aggiunga che Salvini, specialmente se davvero ha fondati motivi per ritenere a rischio la sua sopravvivenza politica, potrebbe reagire in due modi entrambi pericolosi: mobilitando le piazze, e facendo leva sulle regioni del Centro-Nord governate dalla Lega (alle quali si potrebbe associare, in autunno, anche l’Emilia-Romagna).

Anche l’ipotesi 2, “governo di centrodestra istituzionale”, presenta problemi e rischi. Il rischio maggiore, naturalmente, è l’insediamento alla Presidenza del Consiglio di Salvini. Non perché Salvini sia l’avatar di Cesare, Mussolini o Putin, ma perché avrebbe un’amplissima base elettorale personale che da un canto ne aumenterebbe il peso politico, dall’altro lo costringerebbe a non trascurarne le esigenze fondamentali (protezione identitaria e sociale). La soluzione presenterebbe però alcuni vantaggi non secondari: a) scaricare sulle spalle di Salvini l’intero peso del governo, e dei suoi errori e fallimenti, in una situazione per nulla facile b) intervenire nella formazione del governo, assicurandosi che i ministeri chiave vadano a personalità “istituzionali” c) contrattare con l’opposizione interna “lombardo-veneta” della Lega una via accettabile per l’adozione delle autonomie regionali, con il relativo contraccambio politico d) non soltanto eviterebbe la pericolosa contrapposizione Parlamento/popolo, ma rafforzerebbe le istituzioni; rafforzerebbe anche gli attuali equilibri interni delle classi dirigenti politici, nel caso (probabile) che il “governo di centrodestra istituzionale” operasse senza mai mettere seriamente a rischio l’assetto presente della UE.

Nel frattempo, la polarizzazione culturale continua ad accentuarsi, anche se non riesce a tradursi compiutamente in polarizzazione politica. I due campi, progressista-mondialista/antiprogressista-nazionalista (o sovranista) continuano la loro cristallizzazione identitaria. A dimostrazione del fatto che nessuno dei due campi è in condizione di pretendere ad una vera egemonia culturale, entrambi manifestano se stessi in forma di autoparodia inconsapevole. E’ autoparodia inconsapevole il disk-jockey Salvini del Papeete, che insieme al coro del pueblo e alle cubiste leopardate intona e stona l’Inno di Mameli; è autoparodia papa Francesco che si prostra a baciare le scarpe degli stupefatti diplomatici sudanesi, autoparodia i dignitari ecclesiastici che ignorano le Sacre Scritture (per esempio inventandosi il lieto fine per Sodoma e Gomorra) o mettono in dubbio i Vangeli “perché al tempo di Gesù non c’era il registratore”; autoparodia il sindaco di Milano Sala che saluta a pugno chiuso, eccetera.

L’autoparodia inconsapevole è un segnale d’allarme culturale inequivocabile, perché manifesta la vaporizzazione delle gerarchie interiori e dell’intima adesione a norme e valori, dei quali residuano soltanto i morti feticci, i gusci vuoti. Ciascuno dei due campi culturali tenta di definirsi evocando magicamente una identità perduta, dimenticata, irrecuperabile.

Il campo progressista-mondialista evoca la corrente messianica del progressismo, e adotta come sue icone  i segni che alludono allo sradicamento come liberazione: il pugno chiuso comunista, e soprattutto il migrante come icona dell’uomo senza radici, l’uomo tabula rasa da cui nascerà l’uomo nuovo.

Il campo antiprogressista-nazionalista evoca la “Religion santa di me vicc da ca’/che in mezz al tribuleri di passion/no te fett olter che tiratt in là,/in fond al coeur, scrusiada in d’on canton…” (Carlo Porta): ma che cosa resta, della religione del vecchi di casa? Che cosa resta, soprattutto, dei vecchi di casa, e della casa? Resta la serigrafia di Andy Warhol del Calendario di Frate Indovino a cui mi fa pensare Salvini quando ostende il rosario nei comizi, o invoca l’Immacolata Concezione. O fa cantare in spiaggia alle ragazze di coscia veloce il Canto degli italiani, che è un canto di battaglia (sanguinosa, coi morti veri).

Ed entrambi i campi insistono ad evocare quel che non sono, quel che gli manca: il campo progressista-mondialista, che raccoglie anzitutto i garantiti e i soddisfatti dello status quo, evoca la rivoluzione antropologica e sociale e l’eguaglianza; il campo antiprogressista-nazionalista, che raccoglie anzitutto gli sradicati e i socialmente precari, evoca il mos maiorum, la tradizione, la patria, la famiglia.

Prosegue così, in forma grottesca e sorprendente, la critica pratica alle tre parole d’ordine della rivoluzione francese: libertà, eguaglianza, fraternità. Hic Rhodus, hic salta.

 

 

 

affidamenti e scomode verità, di Andrea Zhok e Roberto Buffagni, Marco della Luna

ANDREA ZHOK

Con le ultime passerelle politiche il tasso di strumentalizzazione della vicenda di Bibbiano mi pare stia superando la soglia di guardia. Sotto le apparenze di una tenzone simbolica e di una grande battaglia culturale direi che si stia giocando al solito giochino nazionale del lancio del secchio di letame per uno zero virgola nei sondaggi.

I dati accertati che abbiamo sulla vicenda non sono molti.
Sembra accertato:
– che vi sia stato un utilizzo strumentale e disonesto di tecniche diagnostiche da parte di operatori dei servizi sociali nell’area di Bibbiano;
– che tale utilizzo sia stato volto a sottrarre i figli a famiglie in difficoltà per darli in affidamento;
– che l’onlus di Moncalieri “Hansel e Gretel”, cui sono stati affidati gli interventi psicoterapeutici, ci abbia guadagnato in maniera sproporzionata;
– che il sindaco di Bibbiano, del PD, sia accusato di abuso d’ufficio per aver assegnato senza concorso alla onlus l’incarico di prendersi cura dei minori;
– che una dirigente dei servizi sociali e un assistente sociale abbiano brigato illegalmente per affidare i bambini a coppie conosciute personalmente.
– Se ci siano stati anche guadagni o accordi in cui sono coinvolte le famiglie affidatarie per il momento è un’illazione.

Ora, perché questo caso è diventato così centrale nella discussione pubblica?

C’è naturalmente una componente di ben motivato schifo di fronte all’intervento di gente che dovrebbe prendersi cura dei bambini e che invece li ha manipolati per toglierli alle proprie famiglie. L’idea che una falsa accusa con dietro la forza pubblica possa toglierti un figlio è un’immagine sufficientemente potente da muovere allo sdegno chiunque abbia sangue nelle vene.

Però se fosse stato solo questo, la vicenda si sarebbe esaurita secondo il classico ciclo dello sdegno mediatico: 48-72 ore e poi si sarebbe passati oltre.

A rendere invece la questione un ‘caso esemplare’ sembra essere stata una ghiotta coincidenza, ovvero la presenza di soggetti coinvolti di area PD, e la possibilità di intravedervi le tracce di una specifica cultura ‘di sinistra’ tradizionalmente critica verso l’istituzione della famiglia.

Ora però questa sovrapposizione è sì politicamente golosa, ma anche abbastanza raffazzonata.

In primo luogo il PD, che è dalla sua nascita uno scatolone elettorale senza anima, non ha abbastanza anima neppure per nutrire nel suo seno quell’antifamilismo sessantottardo di cui qui lo si sospetta: per ogni Boldrini c’è una Binetti, in un partito che nasce e vive per lisciare il pelo ‘a Franza o Spagna, purché se magna’.

Quanto alla minaccia all’istituzione famigliare rappresentata dalle svariate teorie uscite dalle elucubrazioni della vecchia ‘Nuova Sinistra’, nel contesto italiano si tratta di una minaccia abbastanza modesta. La presenza conservatice del Vaticano, a mio avviso spesso eccessivamente ingombrante, ha fatto da freno in Italia al diffondersi incontrollato di quelle corbellerie travestite di pseudodignità scientifica che vedevano nella famiglia la matrice di tutti i mali. Non che non ci siano, dunque, ottime ragioni per contestare quelle idee quando riemergono, ma è difficile credere che nel contesto italiano esse siano posizioni di massa (e grazie al cielo).

Di contro, come non è da trascurare l’antifamilismo beota di cui sopra, nel contesto italiano bisogna anche stare attenti a non creare santini aprioristici de ‘La Famiglia’.
La famiglia è la più importante delle istituzioni sociali, dunque ogni attacco scomposto ad essa è, prima ancora che refutabile, semplicemente stupido; e tuttavia esistono davvero famiglie gravemente disfunzionali, ed esistono davvero situazioni in cui per il bene dei bambini la strada giusta è l’allontanamento.
In questioni così delicate andarci giù a colpi di mazzate ideologiche non fa davvero bene a nessuno.

Detto questo, proprio perché la famiglia è la più importante delle istituzioni umane, magari spostare un po’ il fuoco della questione potrebbe risultare utile.

Le famiglie non esistono in una realtà separata e parallela.
In esse si scaricano le tensioni e contraddizioni dell’intera società.
I bambini di cui oggi ci preoccupiamo sono quelli lasciati a balia presso la TV perché i genitori lavorano più ore dell’orologio;
o sono i bambini che crescono in ambienti instabili perché la glorificata ‘flessibilità’ esige che ci si sposti ovunque c’è lavoro (sarai mica ‘choosy’);
o sono i bambini a cui è richiesto di ‘crescere onesti’ mentre l’intero mondo intorno canta le lodi di ‘chi ha la grana’, non importa come ottenuta.

Vi vedo, politici di ogni colore, ora affastellati nella viva preoccupazione per la ‘sorte dei bambini’.
Beh, per ogni bimbo coinvolto in quel di Bibbiano ce ne sono decine di migliaia di cui, senza clamori, il futuro si sta compromettendo ora, nelle quotidiane difficoltà delle loro famiglie.
Mettere su famiglia in Italia è infatti, e non da oggi, una scommessa che rema contro tutto ciò che lodate giorno e notte: competitività, mobilità, benessere economico.

E poi se infine è proprio solo l’osso di Bibbiano che volete rodere, beh, allora chiedetevi perché diavolo un’attività che rientra nelle finalità tipiche dell’interesse pubblico debba essere esternalizzata a privati, introducendo la motivazione del profitto in un’area dove essa non ha cittadinanza. (E solo adesso, se vi era rimasto in tasca qualche uovo marcio per il PD, potete legittimamente tirarlo fuori).

Breve aggiunta al post su Bibbiano.

Con poche eccezioni, la discussione seguita al post è stata molto interessante e personalmente istruttiva.

Alla luce di alcune informazioni che ignoravo, che mi sono state gentilmente segnalate, e di cui riporto gli estremi più sotto, credo sia opportuno aggiungere questa considerazione.

Anche dopo tali informazioni, il senso del post rimane quello che intendeva essere e ne rivendico integralmente i contenuti, e precisamente:
1) non credo affatto che ci sia una ‘congiura ideologica del PD’ dietro ai fatti di Bibbiano;
2) credo che la strumentalizzazione politica e l’eco mediatica non sarebbero state le stesse senza il coinvolgimento di politici del PD;
3) credo che la questione di gran lunga più importante da affontare in questo paese sia l’aiuto alle famiglie nel loro complesso, aiuti che implicano una riflessione su come vogliamo che crescano i nostri figli, che domani non saranno solo ‘figli delle loro famiglie’, ma ‘figli di tutti’, concittadini.

Detto questo, da quanto è emerso, credo si debba aggiungere, su un piano differente, quanto segue:

Il caso di Bibbiano, se usato non per fare polemica politica spicciola, ma per focalizzare su un macroscopico problema relativo agli affidi forzosi, può essere utile. E’ importante però uscire dalla logica della ‘congiura di indole politica’, che finisce solo per offuscare il problema, creando i soliti blocchi contrapposti che lasciano tutto come prima.

Sembra chiaro (anche sulla scorta di quanto mi è stato detto in via privata da lavoratori sul campo), che esista davvero una situazione di malfunzionamento drammatico e perdurante dell’istituto dell’affido e dei relativi meccanismi di intervento legale.

Il ruolo ambiguo dei giudici onorari in frequente conflitto di interesse è inammissibile, la non appellabilità delle decisioni di allontanamento è kafkiana, l’esternalizzazione dei servizi crea talora circuiti infernali di sfruttamento e ricerca del profitto.
Se non si vuole che questi problemi travolgano definitivamente l’istituto stesso dell’affido e l’esistenza dei servizi sociali, essi devono esssere affrontati senza indugio.

Una riflessione a parte la merita infine il ruolo della magistratura.
Ciò che colpisce in molti dei resoconti in oggetto è la debolezza, farraginosità e imperdonabile inerzia dell’intervento della magistratura pertinente, che ha permesso (vedi sotto caso ‘Forteto’) il perdurare di abusi con un livello di tolleranza del tutto asimmetrico rispetto alla scarsissima tolleranza avuta in precedenza verso le famiglie d’origine.

Visto il ruolo fondamentale ed ineludibile della magistratura, questo punto non deve essere lasciato cadere come marginale, proprio per evitare che si diffonda ulteriore discredito sull’operato dei magistrati, già sotto scrutinio dopo quanto emerso con il caso Palamara.
Se non si vuole che il discredito e la diffidenza esplodano, qui c’è davvero la necessità civile di fare chiarezza.
Non per meschine vendette politiche, ma perché si tratta di un confronto simbolicamente intollerabile: da un lato la massima fragilità (quella di bambini in contesti di difficoltà) e dall’altro il maggior potere di uno Stato di diritto, la Magistratura.
Non ci può essere neppure l’ombra del dubbio che il più forte qui sia sostegno, e non minaccia, per il più debole.

https://it.wikipedia.org/wiki/Scandalo_Forteto

https://it.wikipedia.org/wiki/Diavoli_della_Bassa_modenese

http://www.corrieredicalabria.com/articolo.php…

ROBERTO BUFFAGNI

 Distinguerei fra strumentalizzazione politica e analisi del fatto. La strumentalizzazione politica è inevitabile, come il sorgere del sole a est. Un politico che si rifiutasse di usare strumentalmente questi fatti sarebbe un suicida e un incapace. Si può e si deve chiedere che la strumentalizzazione non passi il segno, per esempio che non traduca alla lettera le pulsioni emotive che i fatti suscitano (“Impicchiamoli tutti!”). A quanto mi risulta questo non è accaduto. Quanto al clima ideologico e al contesto culturale generale, mi pare evidente che influisce parecchio. In un contesto culturale dove la famiglia sia un’istituzione solida, si verificheranno abusi di segno opposto al presente; vale a dire che i panni sporchi si laveranno in casa. Piccolo esempio: il fratello maggiore di Gianni Agnelli, Giorgio, che aveva seri problemi di dipendenza dall’eroina, è stato fatto sparire in una clinica e non se ne è mai più saputo nulla. Il figlio maggiore di Gianni, Edoardo, che manifestava le stesse faglie esistenziali dello zio (karma inesorabile), è stato prima ridotto agli arresti domiciliari, e poi forse pure suicidato (problema successorio). In questo caso, l’importanza sociale della famiglia surroga un contesto culturale assente (“famiglia al primo posto”). La famiglia è un dispositivo di estrema potenza, perchè nelle sue diverse forme, sin dalla notte dei tempi garantisce la riproduzione della specie umana all’interno della cultura. Ogni dispositivo di estrema potenza è anche un dispositivo di estrema pericolosità. Basta leggere le tragedie greche per capire che quando qualcosa va storto in famiglia le conseguenze possono essere devastanti, all’interno e all’esterno della centrale nucleare familiare. In astratto, io capisco chi della famiglia vede anzitutto gli abusi, le distorsioni, le pericolosità, e si propone di sostituirla con qualcosa di più razionale, scientifico, controllabile e pulito. Purtroppo, sono persuaso che la toppa sia peggio, MOLTO peggio del buco, perchè nessuno, ripeto nessuno è in grado di sostituire per via scientifico/tecnica qualcosa che non “affonda le radici” ma E’ la radice dell’uomo. Mi sbalordisce e mi preoccupa parecchio, ad esempio, che ci sia gente così disinvolta e superficiale da pensare che pratiche quali utero in affitto o addirittura clonazione degli esseri umani (di recente resa giuridicamente lecita in Francia), pratiche insomma che incardinano la riproduzione della specie umana nella cultura nella tecnica invece che nell’incontro psichico e corporeo tra genitori, si possano implementare restando totalmente al buio sulle conseguenze. (Sulle conseguenze si resta nel buio totale perchè Dio solo sa quali possono essere; la letteratura suggerisce alcune idee, nessuna allegra). Questa vicenda degli affidi e della loro degenerazione a quanto pare sistemica mi pare vada compresa tenendo conto sia del suo aspetto sistemico (costellazione magistratura-servizi sociali-terzo settore-ideologia) sia del contesto culturale illuminista o postilluminista, con la sua passione per l’ingegneria sociale, il costruttivismo, e il ruolo taumaturgico dei tecnici competenti.

MARCO DELLA LUNA

http://marcodellaluna.info/sito/2019/07/24/il-business-giudiziario-sulla-pelle-dei-bambini/

IL BUSINESS GIUDIZIARIO SULLA PELLE DEI BAMBINI

La regola generale del comportamento economico è confermata: dove è possibile realizzare un business, lecito o illecito, anche sui bambini, qualcuno lo realizza, e col profitto così ricavato acquisisce rapporti politici e il controllo anche di coloro che non vorrebbero partecipare agli abusi.

Già nel 2013 il dottor Francesco Morcavallo si era dimesso da giudice del Tribunale dei Minori di Bologna (quello competente per Bibbiano) denunciando traffici che osservava nei tribunali e intorno ad essi, con sistematiche violazione della legge finalizzate ad assecondare il traffico dei bambini da parte dei servizi sociali, e particolarmente la prassi dei tribunali di accettare come oro colato e non mettere mai in discussione le affermazioni (indimostrate e spesso palesemente inverosimili) poste dai servizi sociali a fondamento delle richieste di togliere i bambini alle famiglie per collocarli in strutture a pagamento:  https://www.panorama.it/news/in-giustizia/scandalo-affidi-minori-bologna/ Questo è avvenuto anche nei casi di Bibbiano, proprio con provvedimenti emessi dal Tribunale dei Minori di Bologna, quello segnalato sei anni fa dal giudice Morcavallo!

Fino ad ora, tutti gli scandali della Giustizia minorile, come quello sollevato allora da Morcavallo, sebbene autorevolmente dimostrati e denunciati, sono stati sottaciuti dai mass media; ora però uno è stato fatto scoppiare mediaticamente – chissà perché – forse è una decisione collegata a quella di far scoppiare lo scandalo del Consiglio Superiore della Magistratura.

L’inchiesta-scandalo partita dal Comune di Bibbiano, provincia di Reggio Emilia, porta all’opinione pubblica la conoscenza di un sistema affaristico in cui i servizi sociali costruiscono, con la collaborazione di psicologi e  psichiatri compiacenti, mediante premeditate menzogne, false diagnosi e accuse di abusi e inadeguatezza a carico dei genitori, allo scopo di portare loro via i minori e poterli gestire per profitto, collocandoli in struttura private che li tengono a caro prezzo pagato dai contribuenti o dai genitori stessi (200-400 euro al giorno) e di farli curare pure a pagamento.

La realtà non ancora annunciata dai mass media, è che questo sistema opera in tutta Italia, che fattura circa 2 miliardi all’anno su circa 50.000 fanciulli sottratti, e non solo col collocamento dei minori in strutture private, ma anche con terapie a pagamento imposte senza bisogno e col traffico delle adozioni.

La realtà non ancora annunciata è anche che tutte queste cose vengono disposte, direttamente o indirettamente, dai Tribunali dei Minori, dai Tribunali ordinari in materia di famiglia, dalle procure della Repubblica presso i Tribunali dei Minori; e che quindi il guasto non è da cercare solo nei servizi sociali, nelle onlus, nelle cooperative e tra psicologi e medici, bensì anche negli uffici giudiziari, proprio come segnalava il dr Morcavallo.

La realtà è anche che non pochi giudici onorari che si occupano dei minori hanno cointeressenze con le suddette strutture private in cui i tribunali e i servizi sociali collocano i minori a lauto pagamento. Hanno interessenze sia come direttori sanitari, sia come soci, sia come consulenti a fattura. Inoltre partecipano (anche magistrati togati) alla rete dell’aggiornamento professionale a pagamento, obbligatorio per medici, psicologi, avvocati, assistenti sociali; rete della quale accade che, per esempio, il giudice, il medico e lo psicologo che si occupano del collocamento dei minori e delle adozioni sono ingaggiati e pagati da associazioni o società private che organizzano i corsi di aggiornamento, e questi soggetti privati sono diretti va avvocati che si occupano di minori nei Tribunali per cui lavorano quei giudici, medici e psicologi.

Pertanto, vi è il problema sistematico nazionale (di una minoranza) di magistrati e loro consulenti, che hanno interessenze economiche nella sottrazione e gestione economica dei minorenni.

Come avvocato mi occupo anche di questi casi e ho visto e appreso cose incredibili e, come il caso di un padre astemio -ripeto: astemio– di tre bambini, che una mattina se li vide asportare per ordine della procura della Repubblica presso il Tribunale dei Minori, poi confermato dal Tribunale Minorile, in base al rapporto mendace dei servizi sociali comunali che lo descrivevano come “dedito all’alcol e violento quando ubriaco”. Per anni combattemmo davanti al Tribunale dei Minori e alla Corte di Appello affinché ascoltassero i numerosi testimoni che avrebbero riferito che il padre era astemio da sempre, nonché per ottenere una perizia che avrebbe accertato che in lui non vi era traccia di alcool. Insistemmo invano: ogni volta i giudici rifiutarono di assumere che avrebbero smascherato le menzogne e il complotto dei servizi sociali, col quale i medesimi, oltre a distruggere la famiglia del pover’uomo, avevano ottenuto di far guadagnare molto denaro alla struttura privata a cui il tribunale affidò i tre bambini. Portavamo ai giudici plichi di analisi di laboratorio per dimostrare che il padre non assumeva alcolici e altri documenti clinici per dimostrare che le botte le aveva prese e non date, ma i giudici non ne tenevano conto. Fecero fare una consulenza tecnica d’ufficio sul padre e anche il consulente si rifiutò di esaminare le prove che il padre era astemio.

Alla fine, provvidenzialmente, mi capitò in mano su un fascicolo riservato del Tribunale e riuscii a fotocopiare documenti piuttosto compromettenti per il Tribunale stesso, con i quali feci reclamo. Solo grazie a ciò ottenni in appello la riabilitazione del padre, ma il danno era ormai fatto.

Questo è un caso tipico in cui i giudici che si occupano di bambini proteggono le attività del personale dei servizi sociali, delle strutture private, e degli psicologi e medici complici. Sicuramente molte volte i giudici non lo fanno con l’intenzione di coprire o consentire attività illecite, ma piuttosto per obbedienza ai superiori e solidarietà istituzionale: adottano la regola di credere sempre e solo ai servizi sociali e di non permettere che le loro affermazioni vengano sottoposte a prove contrarie; così, oltre a tutelare l’autorevolezza della pubblica amministrazione, si semplificano anche il lavoro. I servizi sociali sgravano i giudici del lavoro di accertamento della realtà, e i giudici coprono i servizi sociali con la loro autorità, così nessuno è responsabile, anzi nessuno può essere colto in fallo.

Questo è il focus: i tribunali di regola impediscono ai genitori di portare prove per smentire le false accuse dei servizi sociali.

Appunto per questo motivo la prima misura legislativa da prendere per porre fine al business sulla pelle dei bambini e delle famiglie è quella di imporre ai tribunali di verificare le accuse, e di ammettere le prove richieste dai genitori, cioè testimonianze, documenti, perizie, per verificare o confutare le affermazioni dei servizi sociali e dei loro consulenti.

Come seconda misura legislativa, bisogna proibire che i magistrati e i medici, psicologi e assistenti sociali che si occupano di minori prestino servizi (di consulenza, formazione o altro) pagati da soggetti privati.

Ben venga, naturalmente, anche la commissione di inchiesta invocata da Salvini.

Tuttavia, la storia mostra che, se si riformano le regole ma si lasciano le persone, le prassi non cambiano. Un mio professore universitario reperì l’equivalente del nostro detto “fatta la legge trovato l’inganno” in ben 72 lingue, incominciando col sumero, su tavolette di argilla di 5.000 anni or sono. L’apparato giudiziario che si occupa di minori comprende una grande quantità di persone -giudici e non giudici- che sono abituati ad avere un reddito dalle attività economiche suddette, lo considerano un loro diritto, sicché troverebbero il modo di aggirare le regole, come le hanno sempre aggirate, ignorandole o interpretandole a modo loro– lo descrive l’ex giudice Morcavallo nell’articolo sopra linkato. Perciò bisognerebbe -lo dico consapevole che è irrealizzabile dati i troppi pingui interessi in gioco- mettere nei ruoli riguardanti i minori gente nuova, sostituendo tutto il personale attuale: sceverare chi ha effettivamente colpe e chi no, sarebbe troppo complicato; inoltre, anche coloro che si sono comportati o hanno cercato di farlo, e sono ovviamente molti, si sono in qualche modo sottomessi alla prassi in questione, quindi hanno acquisito abitudini incompatibili.

Per concludere, faccio presente un problema ulteriore e moralmente più inquietante, perché va al di là dei normali abusi di potere compiuti per profitto.  Mi vengono segnalati non pochi casi, e di qualcuno sono anche testimone diretto, in cui c’era una madre che richiedeva ai magistrati competenti di sentire testimoni su abusi sessuali subiti dalla figlia piccola da parte del padre, e i magistrati rifiutavano od omettevano tacitamente di indagare, di sentire i testimoni e le bambine, di ascoltare le registrazioni.

In un caso, non solo si sono rifiutati di ascoltare i testimoni degli abusi ma, di fronte alla madre che continuava a raccogliere prove e indizi seri degli abusi sessuali, segnalati a lei dalla scuola, e alla stessa bimba che riferiva e disegnava contatti intimi col padre, il tribunale, davanti a me, per bocca del suo presidente, ingiunse alla madre apertis verbis, però senza metterlo a verbale, di smettere di raccogliere queste prove e di ritirare la denuncia perché altrimenti le avrebbero tolto la figlia e l’avrebbero messa in una struttura dichiarandola madre conflittuale, quindi nociva alla figlia e inidonea come madre.

So che spesso cose simili vengono segnalate anche in altri paesi europei. Sembra che esista, nell’Europa occidentale, un ordine di scuderia, una direttiva generale, di chiudere un occhio, di scoraggiare e non prestar fede a denunce per atti sessuali di questo tipo, a condizione che gli abusi avvengono senza violenza o eccessivo turbamento per i minori. Forse è una direttiva finalizzata a creare un clima culturale più accettante nei confronti di certi rapporti tra genitori e figli nell’ambito di una complessiva riforma della moralità e dei costumi della vita familiare e riproduttiva, portata avanti dal Movimento LGBT, e proiettata verso il superamento della famiglia tradizionale, quella composta da genitori di sesso diverso e regolata da determinati tabù sessuali come quello dell’incesto, dopo il già avvenuto superamento dei tabù delle nozze gay, dell’affitto di utero e delle adozioni da parte di coppie omosessuali.

 

NB http://italiaeilmondo.com/2019/06/29/affidamento-di-minori-tra-tutela-ed-abusi_-una-conversazione-con-paolo-roat/

I criminali hanno fiducia nelle istituzioni. E gli altri?, di Roberto Buffagni

I criminali hanno fiducia nelle istituzioni. E gli altri?

 

Da quanto ci raccontano gli inquirenti[1]–  almeno nella versione diffusa dalla stampa – il vicebrigadiere Mario Cerciello Rega è stato ucciso così. Due studenti statunitensi in vacanza a Roma vanno a rifornirsi di droga, e il pusher maghrebino li frega: aspirina tritata invece di cocaina. Girato l’angolo i due ragazzi si fanno un tiro, si accorgono della fregatura e vanno a protestare. Il pusher fa lo gnorri, i ragazzi lo spintonano, gli rubano il borsello con dentro il cellulare e scappano. Il pusher li contatta chiamando il suo cellulare e li minaccia. I ragazzi non si spaventano e propongono un accordo: ti rendiamo borsello e cellulare ma tu ci dai la coca vera. Fin qui, tutto normale, persino banale: un piccolo episodio di criminalità spicciola.

Subito dopo, però, la vicenda entra nella surrealtà: il pusher chiama i carabinieri e denuncia il furto e il ricatto dei due ragazzi statunitensi, ovviamente omettendo il risvolto droga. Nella realtà normale a cui ero abituato a vivere, uno spacciatore di droga non chiama(va?) i carabinieri per risolvere queste faccende. Se non se la sentiva di sbrigarsela da solo, chiamava qualche amico o collega e con il suo aiuto riempiva di botte i due ragazzi, eventualmente affibbiandogli anche una bella coltellata.

Invece no. Fiducioso nelle istituzioni dello Stato italiano, il pusher denuncia il ricatto alla Stazione del Carabinieri, che invia Mario Cerciello Rega e un collega, in borghese, all’incontro con i due statunitensi. I due carabinieri si qualificano e li arrestano. Segue una colluttazione in cui uno dei due ragazzi accoltella otto volte Rega, e lo uccide.

In tutta questa vicenda non c’è nulla di strano e insolito. I carabinieri hanno agito in base a una denuncia circostanziata, e seguito la normale procedura per quel che doveva essere un arresto di routine: l’oggetto rubato era di scarso valore, né c’era ragione di pensare che i due sospettati fossero armati e pericolosi fino al punto di minacciare la vita dei due militi. Purtroppo, la vicenda si è conclusa tragicamente perché  – a quanto risulta dalle ricostruzioni – uno dei due studenti americani, per premunirsi in vista dell’incontro col pusher per lo scambio borsello – droga , si è procurato un coltello; e, forse perché sotto l’effetto di droga presa per farsi coraggio, forse perché spaventato dalle conseguenze di un arresto, o forse semplicemente perché è un violento, ha accoltellato il vicebrigadiere Rega e lo ha ucciso. Si può dire, insomma, che la morte del carabiniere è una dolorosissima fatalità in cui può incorrere chiunque svolga servizio attivo nelle FFOO: un’operazione di routine che per imprevedibili ragioni si tramuta  in un conflitto mortale.

In tutta questa vicenda non c’è nulla di strano o di insolito tranne una cosa: che per riavere il borsello rubato il pusher rinunci al classico faidate dei criminali, e si rivolga all’Arma dei Carabinieri.

Se questo elemento della vicenda è vero, le possibilità sono le seguenti: a) il pusher è molto stupido o squilibrato: se i due studenti fossero stati arrestati, era perlomeno possibile che dalle loro deposizioni, i carabinieri apprendessero che il querelante è uno spacciatore; ed era almeno possibile che il cellulare del pusher, con il suo interessante contenuto, fosse sequestrato b) il pusher non è molto stupido o squilibrato. Anzi. L’ esperienza ha insegnato a lui e al suo ambiente che entrare in contatto con le FFOO e la magistratura italiana, ed anzi rivolgersi ufficialmente a loro per risolvere un incidente professionale, non presenta alcun rischio. Non presenta alcun rischio perché, anche nell’ipotesi che le FFOO accertino la sua professione di spacciatore,  egli non dovrà temere alcuna seria conseguenza: insomma, in prigione non ci andrà.

Nell’ipotesi b), rivolgendosi all’Arma lo spacciatore ha agito in modo perfettamente razionale. Il rapporto costi/benefici gli era favorevolissimo:  perché rischiare un incontro dagli esiti sempre incerti con due sconosciuti che già avevano dato prova di non lasciarsi intimidire facilmente? Perché chiedere un favore ad amici e colleghi che poi vogliono qualcosa in cambio? Molto più vantaggioso far correre tutti i rischi alle FFOO italiane, che lavorano gratis e in cambio non vogliono nulla. Che la valutazione del pusher fosse esatta lo dimostra al di là di ogni possibile dubbio l’esito della vicenda: al posto del vicebrigadiere Rega, a prendersi le otto coltellate poteva esserci lui.

In attesa di verificare se la ricostruzione dei fatti è corretta, da questa tragica vicenda possiamo trarre una conclusione provvisoria, questa.

I criminali hanno piena fiducia nelle istituzioni dello Stato italiano, nelle FFOO e soprattutto nella magistratura; e basano questa fiducia su solidissime ragioni.

A quanto risulta dai sondaggi e dalla conversazioni private, ne hanno di meno i cittadini italiani che non esercitano la professione di criminale. Forse , anche la loro sfiducia si basa su ragioni altrettanto solide. Chissà?

That’s all, folks.

[1] https://roma.repubblica.it/cronaca/2019/07/26/news/carabiniere_ucciso_confessione_americani-232124685/

MEDINSAHARA e la guerra ibrida, a cura di Giuseppe Germinario e Roberto Buffagni

 

Negli ultimi articoli[1] dedicati all’ operazione Carola,  http://italiaeilmondo.com ha analizzato le azioni delle ONG che trasbordano immigrati irregolari nel nostro paese come veri e propri atti di guerra ibrida concepiti, diretti e organizzati da centri decisionali legati a potenze straniere. A queste operazioni prestano la loro indispensabile collaborazione, con gradi diversi di consapevolezza e organicità, settori tutt’altro che trascurabili delle istituzioni e dei media italiani[2].

Il governo ha reagito agli attacchi, seppur in modo non del tutto collegiale e adeguato. Il Ministro Salvini, principale bersaglio politico degli attacchi, sta tentando di rispondervi con l’ inasprimento delle sanzioni e un assiduo impegno nella comunicazione e nel sostegno a FFOO e FFAA. In termini di dissuasione, qualche risultato si comincia a vedere: ma si tratta pur sempre di un’azione di rimessa, indispensabile ma insufficiente. E’ invece di importanza capitale prendere l’iniziativa e contrattaccare, dettando l’agenda politica e costringendo l’avversario – anzi gli avversari, esterni e interni – a combattere sul nostro terreno e alle nostre condizioni.

Tra le prerogative e i doveri fondamentali di qualsiasi Stato c’è, naturalmente, la difesa delle frontiere e il controllo del territorio. E’ dunque benemerita e indispensabile la politica dei “porti chiusi” proposta e accanitamente difesa da Salvini, perché ha segnato una svolta netta, anche simbolica, rispetto alle politiche migratorie irresponsabili dei governi precedenti.

E’ chiaro a tutti che è responsabilità storica di qualsiasi governo puntare ad una netta diminuzione, regolamentazione e regolarizzazione di flussi migratori, in modo da renderli compatibili con la struttura socioeconomica e la coesione culturale d’Italia.

E’ così chiaro a tutti, che persino i diretti responsabili politici della grave crisi migratoria italiana  hanno la faccia tosta di sventolare  – a parole e a favor di telecamere – lo slogan “Aiutiamoli a casa loro”.

Sinora, l’unico “aiuto a casa loro” che la classe dirigente europeista italiana ha dato agli immigrati è stata la sciagurata collaborazione all’aggressione anglo-francese alla Libia: li hanno aiutati ad ammazzare il  dittatore antidemocratico, precipitandoli nell’anarchia e nella guerra civile per poi piangere lacrime di coccodrillo sulle sofferenze dei migranti e l’insicurezza dei porti libici, e cianciare di “corridoi umanitari” che come l’araba Fenice, che vi sian ciascun lo dice, dove sian nessun lo sa.

Non c’è dubbio: anarchia e guerra civile sono “democratiche”, nel senso che coinvolgono tutto un popolo nessuno escluso, ma sarebbe questo, “aiutarli a casa loro”? Semmai, è mitragliare qualcuno, regalargli una scatola di cerotti e poi pretendere la medaglia al valore civile.

Un’altra cantafavola con allegate lacrime di coccodrillo e boccuccia ipocrita a culo di gallina che ogni tanto fa capolino nei media è quella del “piano Marshall europeo per l’Africa”, svergognata sciocchezza alla quale nemmeno il fratello più scemo della scemo può prestare una briciola di fede.

Da trent’anni l’Unione Europea applica, in Europa, una dura politica deflattiva iscritta nei trattati fondativi. Nell’Unione Europea, da trent’anni gli investimenti diminuiscono e la disoccupazione cresce, toccando vette abissali in Grecia e nel Meridione d’Italia. Con queste premesse, per “restare umani” (ammesso e non concesso che mai lo siano diventati) i diretti responsabili della catastrofe sociale europea sarebbero in procinto di inaugurare un “piano Marshall per l’Africa”?!

Ma insomma: è possibile aiutarli a casa loro, sì o no?

Sì che è possibile. E’ possibile “aiutarli a casa loro” se un governo italiano si ricorda della vocazione mediterranea del nostro paese, e degli antichi scambi culturali, politici ed economici che ci legano al Levante; è possibile aiutarli a casa loro se governo italiano e governi del Levante riconoscono i reciproci, comuni interessi e avviano una fattiva collaborazione economica e politica.

Basta ciarle a vuoto, basta ipocrite mozioni degli affetti,  basta eroismi umanitari a costo zero, basta carità pelosa con capital gain garantito sul C/C del caritatevole: avviare invece trattative su un piede di cordiale parità, e sulla base del reciproco rispetto e interesse.

Gli immigrati non sono i bambolotti di pezza, le coperte di Linus dei professionisti della bontà, non sono i personaggi di un brutto melodramma TV , e non sono il Buon Selvaggio Sventurato oppresso dal Cattivo Uomo Bianco Colonialista.

Gli immigrati sono uomini come noi, con la nostra stessa capacità di bene e male, con interessi e ambizioni e bisogni, con i quali dobbiamo trattare da pari a pari, sulla base del reciproco interesse, come con gli uomini dei paesi europei.

Leggiamo che proprio in questi giorni, il governo italiano tratta con il governo tunisino per ridurre l’afflusso dei barchini pilotati dagli scafisti, i trafficanti di schiavi che trasportano gli immigrati nel nostro paese.

E’ un’iniziativa opportuna, ma è anche un’occasione preziosa per riprendere in esame un progetto italiano che sul serio può “aiutarli a casa loro”.

italiaeilmondo.com ha già presentato https://www.medinsahara.org/   il progetto di collaborazione tra governo italiano e tunisino per l’escavazione di un mare artificiale nel deserto del Sahara, del quale è promotore e referente italiano il nostro collaboratore e amico Antonio de Martini.

Il progetto “ Mare nel Sahara” è stato presentato nell’ottobre scorso a Biserta, nel corso del « Forum de la Mer / rencontres euro-méditerranéennes de l’économie bleue durable », organizzato dall’ Institut tunisien des études stratégiques (ITES), con l’appoggio dell’ Unione Europea e dell’ Unione per il Mediterraneo, e la partecipazione dell’ambasciata di Francia in Tunisia. Vi collaborano le Università di Ferrara, Bologna e “La Sapienza” di Roma, l’ Istituto per l’Oriente Carlo Alfonso Nallino (Roma), l’UNESCO.

E’ un progetto che sarebbe di interesse nazionale per il nostro paese anche se il problema migratorio non esistesse: per il vantaggio economico immediato (4-5 MLD di lavori per imprese italiane, circa 2.000 posti di lavoro per tecnici italiani), e per il vantaggio politico a breve e lungo termine di una ripresa in grande stile della cooperazione italiana con le nazioni del Nordafrica (il progetto è replicabile anche in Algeria).

Ma oggi che il problema migratorio è al primo posto dell’agenda del governo, il progetto “Mare nel Sahara” moltiplica la sua importanza e il suo valore, tanto economico quanto politico, internazionale e interno.

Il progetto “Mare nel Sahara”  è importante, anzi decisivo per la politica interna italiana, perché è questo il modo di “aiutare a casa loro” gli immigrati: creando nelle nazioni nordafricane opportunità di lavoro, sviluppo e speranza che tengano conto insieme dell’interesse loro e nostro.

Solo dando agli immigrati concreta speranza di lavoro e di vita dignitosa nel continente africano possiamo costruire le condizioni per  la nostra e la loro sicurezza, come per la reciproca intesa nella diversità.

Solo così svergognamo e tappiamo la bocca agli ipocriti fautori di un’immigrazione incontrollata e incontrollabile, ai bugiardi che cianciano di umanità mentre trattano noi e loro come animali “da meticciare”. Politica realistica ci vuole, non zootecnia ideologica.

Qui sotto il lettore troverà una intervista ad Antonio de Martini, principale promotore dell’iniziativa, e il link a un sintetico dossier sull’argomento.

Speriamo che finalmente, la vox clamantis in deserto Sahara trovi un ascolto attento nel governo. Per avviare il progetto,  basta finanziarne lo studio di fattibilità con 300.000 euro, da destinare alle tre Università italiane che lo sponsorizzano.

Sì, avete letto bene: non abbiamo scritto “trecento milioni” di euro. Abbiamo scritto “trecentomila”. Troppo? Non ci sembra._Roberto Buffagni, Giuseppe Germinario

[1] http://italiaeilmondo.com/2019/07/07/guerra-ibrida-navi-corsare-a-sud-e-pokeristi-a-bruxelles-con-piero-visani/

http://italiaeilmondo.com/2019/07/09/dopo-l-operazione-carola-la-fine-dellinizio-di-roberto-buffagni/

[2] http://italiaeilmondo.com/2019/07/06/navi-corsare-a-lampedusa-con-augusto-sinagra/

http://italiaeilmondo.com/2019/07/09/una-traversata-nella-teratologia-giuridica-su-alcuni-profili-dellordinanza-del-g-i-p-di-agrigento-in-merito-alla-vicenda-della-nave-sea-watch-3-di-emilio-ricciardi/

https://www.medinsahara.org/

 

Dopo l’ operazione Carola: la fine dell’inizio, di Roberto Buffagni

Dopo l’ operazione Carola: la fine dell’inizio

 

 

Cari amici vicini & lontani, è finito l’inizio. Che cosa comincia, dopo?

Si è conclusa con un completo successo la prima parte dell’abile e professionale azione di guerra ibrida (5th generation war)[1] della quale è stata eroina eponima Carola Rackete.

La definizione più sintetica della guerra ibrida si deve al Tenente Colonnello Stanton S. Coerr, Corpo dei Marines[2]: “l’arma preferita della guerra di quinta generazione è lo stallo politico. Chi combatte una guerra di quinta generazione vince dimostrando l’impotenza della potenza militare tradizionale…questi combattenti vincono quando non perdono, mentre noi perdiamo quando non vinciamo”.

Basta riandare con la memoria ai recentissimi episodi che hanno scandito l’ operazione Carola per verificare che la vicenda si è svolta in conformità alla definizione del Ten. Col. Coerr. Carola ha vinto perché non ha perso; noi – lo Stato italiano, le sue FFOO e FFAA, il Ministro Salvini che si è autodesignato a obiettivo principale dell’operazione e i molti milioni di italiani che lo sostengono –  abbiamo perso perché non abbiamo vinto; la potenza militare dello Stato italiano, incomparabilmente superiore a quella a disposizione di Carola, ha dimostrato la sua impotenza; e il sistema d’arma impiegato per condurre l’operazione bellica  è stato uno stallo politico creato con il decisivo contributo di collaboratori interni al campo bersaglio dell’attacco, l ’Italia nel suo insieme: governo, istituzioni dello Stato, nazione e popolo. Nomi, cognomi e qualifiche professionali dei suddetti collaboratori interni sono facilmente reperibili da chiunque abbia seguito le notizie, né la collaborazione implica sempre la piena consapevolezza del ruolo effettivamente svolto: buona e mala fede sono entrambe utili, e anzi, entrambe necessarie al successo dell’operazione (è stata arruolata nell’ operazione Carola persino l’Antigone sofoclea, insospettabile di complicità).

Quale sia il centro direttivo dell’ operazione Carola è impossibile dire senza informazioni riservate delle quali non dispongo. Osservando lo svolgimento dell’operazione, si può star certi di due cose: a) l’operazione è stata messa in cantiere parecchi mesi fa, probabilmente in coincidenza con il varo del Decreto Sicurezza voluto da Salvini, che, sia detto per inciso, secondo alcuni competenti presenta criticità e punti deboli che hanno fornito opportunità favorevoli all’attacco b) chi l’ha concepito e organizzato è professionalmente ben preparato e in grado di accedere a una vasta rete di contatti e finanziamenti in Italia e all’estero, specie in Germania. Siccome la preparazione professionale in questo campo si acquisisce nelle FFAA e nei servizi d’informazione, è verisimile che almeno il case officer dell’ operazione Carola si sia formato così, anche se magari non appartiene (più) ai quadri di un servizio d’informazione o di una forza armata.

L’ operazione Carola è il primo episodio operativo di una guerra ibrida di logoramento appena iniziata, che si propone i seguenti obiettivi:

  1. dimostrare che nonostante il vasto e maggioritario consenso del popolo italiano di cui gode, il Ministro dell’Interno Matteo Salvini, eroe eponimo della linea anti-immigrazione e del “sovranismo” italiano ed europeo, è affatto impotente a realizzare i suoi obiettivi
  2. accentuare le divisioni interne al governo gialloverde: divisioni tra i gialli e i verdi, divisioni interne ai gialli e a verdi tra linee politiche e gruppi dirigenti con interessi e basi sociali diverse
  3. abbattere il morale e provocare una crisi di fiducia sia nella maggioranza di italiani che sostengono la linea Salvini, sia (soprattutto) nelle FFOO e nelle FFAA italiane, che in questa circostanza hanno dovuto constatare due fatti gravi in sé, ma per loro gravissimi: uno, che per le istituzioni italiane sono sacrificabili e disonorabili (Carola ha potuto beffare e mettere a rischio la vita di cinque finanzieri che eseguivano ordini superiori senza subirne la minima conseguenza, neppure la minima riprovazione istituzionale); due, che Matteo Salvini, il politico che si è proposto come principale difensore dell’interesse nazionale, per quanto si possano accreditare le sue intenzioni di tutta la sincerità e buona volontà del mondo, non soltanto non riesce a difenderli quando compiono il loro dovere,  ma neppure a garantirgli il rispetto e l’onore a cui un militare non rinuncia senza abdicare alla sua vocazione
  4. menomare le capacità di sfruttare le opportunità politiche che la crisi UE presenta all’attuale governo, compromettendone coesione politica e lucidità anche psicologica.
  5. rinsaldare la coesione del campo avverso a Salvini e ai “sovranisti” (opposizione politica, ceti dirigenti ad essa collegati dall’europeismo e dalla solidarietà culturale e d’interessi+ loro base sociale ed elettorale)
  6. promuovere le condizioni di fattibilità di una nuova alleanza politica maggioritaria, che può vedere associati sia una parte del Movimento 5*+PD, sia una Lega nella quale la “linea Salvini” di difesa dell’interesse nazionale sia battuta o conservata a solo scopo cosmetico/elettorale + partiti centristi già esistenti (Forza Italia) o in via di formazione (progetti Calenda & Renzi + altri eventuali), sia qualunque altra combinazione atta allo scopo di battere il “sovranismo”
  7. Prevenire la formazione di un governo italiano abbastanza stabile, coeso ed esperto da perseguire non solo a parole ma nei fatti l’interesse nazionale, cioè anzitutto il dettato geopolitico connaturato alla nostra posizione nel Mediterraneo, che ci spinge a influenzare il Nordafrica e le nazioni che si affacciano sull’Adriatico. Quest’ultimo è l’obiettivo strategico decisivo che fa convergere gli interessi permanenti della potenza britannica con quelli, mutevoli, di Germania, Francia e, in caso di ritorno alla Casa Bianca dei Democrats clintoniani o loro avatar, USA.

Ripeto: L’ operazione Carola è il primo episodio operativo di una guerra ibrida di logoramento appena iniziata. Appena iniziata vuol dire che sono già in preparazione, probabilmente avanzata, altri attacchi di crescente violenza e del medesimo tipo.

Le sconfitte operative diventano sconfitte strategiche ( = le battaglie perse diventano guerre perdute) solo quando dalle sconfitte non si impara e non si mettono in campo nuove e appropriate contromisure, culturali e operative.

La primissima cosa da fare è non cercare la soluzione dove non c’è. Una vecchia barzelletta illustra bene questo frequente errore. Eccola.

 

 

Le chiavi e il lampione

Notte fonda, buio pesto. Antonio rincasa. In fondo alla via, nel cerchio di luce di un lampione, vede l’amico Giovanni chino a terra. “Che stai facendo, Giovanni?” “Cerco le chiavi, Antonio.” “Le hai perse qui?” “No, le ho perse chissà dove. Ma qui almeno ci si vede.”

Morale: bisogna cercare le chiavi dove possono essere, anche se c’è buio, anche se si devono cercare a tastoni, brancolando nel buio. Cercarle dove c’è luce anche sapendo che non ci possono essere, perché lì ci vediamo, perché quelle sono le cose che l’esperienza ci ha abituati a vedere, non va bene: le chiavi non le troveremo mai.

Nel caso della Lega e in particolare di Salvini, la barzelletta delle chiavi e del lampione dice questo. Per la sua formazione di partito radicatissimo nel territorio, che esprime con coerenza e con forza il proprio interesse immediato e locale, la Lega è abituata a vedere anzitutto due cose: la politica locale e la politica elettorale (radicamento identitario+ mediazione degli interessi+ amministrazione). Alla politica estera non ha mai rivolto seriamente l’attenzione (non è illuminata dal cerchio di luce del lampione) perché se ne occupava il suo avversario principale, “Roma ladrona”, il governo nazionale; col quale la Lega ha sempre condotto una trattativa volta a strappare quanto più possibile per “la Padania”, ma che non ha mai pensato di soppiantare e surrogare: le chiacchiere secessioniste, i duecentomila bergamaschi con la pallottola in canna del simpatico fantasista Umberto Bossi sempre furono, appunto, chiacchiere e guasconate da bar Sport dopo il quarto Campari.

Grazie all’inesauribile immaginazione della Storia , alla prodigiosa, immortale fantasia degli italiani, e alla disfunzionalità arrogante e catastrofica del baraccone UE che ha spalancato autostrade politiche a venti corsie ai propri oppositori, i principi attivi che hanno dato origine alla Lega – radicamento identitario + difesa dell’interesse immediato – sono diventati il razzo vettore della Nuova Lega nazionale di Salvini. A Roma ladrona si è sostituita Bruxelles ladrona, al popolo padano (con tanto di corna celtiche e Dio Po) si è sostituito il popolo italiano (con tanto di tricolore, rosario e invocazione all’Immacolata Concezione); e al 3% si è sostituito il 38% dei consensi.

Questa straordinaria vittoria/ribaltone, per la quale il popolo italiano deve sul serio ringraziare l’Immacolata Concezione o altri avatar del numinoso a piacere, pone però alla Lega e al suo Capitano Matteo Salvini una serie di problemi per risolvere i quali affidarsi a Dio non basta (“aiutati che Dio t’aiuta”). I problemi immediati da risolvere sono i seguenti:

  1. Non c’è più Roma ladrona che si occupa della politica internazionale
  2. Mentre Roma ladrona era un avversario, con il quale si tratta anche con durezza ma che non vuole e non può, senza suicidarsi, mettere a rischio esistenziale “la Padania”, Bruxelles ladrona forse è (secondo me senza forse, ma lasciamo il dubbio che possa non esserlo) un nemico, un nemico che può benissimo mettere a rischio esistenziale, senza suicidarsi, l’intera Italia e la Padania in essa (Digressione: la linea “lombardo-veneta” interna alla Lega pensa che sia possibile e opportuno salvare la Padania all’interno della UE lasciando affondare il Meridione: un’idea che più sballata non si potrebbe, perché senza Meridione l’Italia conta come una Croazia con più soldi, ma che raccoglie consenso in ragione dell’abitudine leghista di vedere e interpretare anzitutto l’interesse immediato)
  • Dall’istante in cui si è proposta, con successo, come interprete dell’interesse nazionale italiano, la Lega del Capitano è entrata nel campionato di serie A delle potenze, un campionato nel quale l’Italia non può non giocare perché il Padreterno l’ha piazzata irrevocabilmente in un luogo decisivo per gli equilibri geopolitici mondiali: il Mediterraneo.
  1. Quando l’Italia non è riuscita a giocare con una propria squadra nel suddetto campionato di serie A delle potenze, ne è diventata il campo di gioco. Il gioco delle potenze è il gioco più violento che si conosca, in confronto la boxe professionistica è il tamburello. Diventarne il campo di gioco è molto pericoloso. Questo è un dato permanente dello storia.
  2. Dunque il Capitano d’Italia Matteo Salvini, volens nolens, deve imparare a giocare – anzi, a guidare il gioco della squadra Italia – nel campionato di serie A delle potenze. Non ci ha mai giocato, non ha neanche mai studiato i manuali di gioco: però alla guida della squadra c’è lui, e non un altro. Quindi tocca a lui. Un tempo si diceva che il principe riceve “la grazia di stato”, cioè l’aiuto divino commisurato ai compiti che il suo ruolo gli impone. La grazia certo non si merita, ma bisogna disporsi a riceverla dall’alto impegnandosi a fondo in questa valle di lacrime.

I provvedimenti immediati da prendere sono:

  1. Sono già in corso di avanzata preparazione ulteriori attacchi di guerra ibrida contro l’Italia. Riunire una task force di competenti in materia, che ci sono (nei servizi d’informazione, nelle FFAA, nelle FFOO) e mettere allo studio a) contromisure difensive b) contrattacchi simmetrici
  2. Riparare lo strappo alla fiducia delle FFOO e FFAA. Visitarne e lodarne reparti va bene ma non basta. E’ di importanza decisiva, per prevenire la destabilizzazione dello Stato, stringere un’alleanza strutturale con le divise. Nella Prima Repubblica, spina dorsale dello Stato erano l’IRI, i partiti e il Vaticano. Oggi l’IRI non c’è più, i partiti nemmeno e il Vaticano è un nemico politico. Senza spina dorsale effettuale uno Stato si destabilizza facilmente con azioni endogene ed esogene, ancor più se abilmente combinate. Spina dorsale dello Stato italiano odierno possono (secondo me devono) diventare FFAA e FFOO. Un metodo semplice, efficace, del tutto legale e pacifico è il seguente.
  3. Tutti gli ufficiali in servizio permanente effettivo dal grado di maggiore in su sono anche funzionari pubblici. Le FFAA ed FFOO italiane hanno troppi ufficiali, molti dei quali sanno che non supereranno mai il grado di tenente colonnello. Tutti gli ufficiali hanno esperienza amministrativa e di comando di uomini; i carabinieri sono laureati in legge, i finanzieri in economia, gli aviatori e i marinai in ingegneria rispettivamente aereonautica e navale, i fanti in scienze strategiche. La selezione psicofisica del personale è la più severa di tutta l’amministrazione pubblica, la sua correttezza salvo rare eccezioni esemplare. Si impieghi dunque il maggior numero possibile di ufficiali dei gradi intermedi delle FFOO e FFAA come pubblici funzionari nell’amministrazione civile, statale e non. Il primo effetto positivo di questa misura si vedrà nell’immediato calo delle ruberie e degli sprechi (non mi ci vedo un fornitore della ASL proporre tangenti a un ufficiale dei carabinieri). Ma l’effetto positivo più importante e durevole sarà l’introduzione di una esperienza del conflitto geopolitico, e di una fedeltà all’interesse nazionale, che per gli ufficiali delle FFOO e FFAA fanno parte dell’addestramento di base e della vocazione professionale.
  4. Prendere immediatamente l’iniziativa sul tema dell’immigrazione con una proposta nuova che prenda in contropiede la propaganda immigrazionista dell’opposizione e dimostri la sua impotenza e inefficacia (che faccia cioè la stessa identica cosa che ha tentato con successo, a parti rovesciate, l’ operazione Carola). Insistere ciecamente, sbattendo la testa contro il muro, sulla sola linea “porti chiusi” è sbagliato e autolesionista, perché a) si offre al nemico il destro di mostrare facilmente che non si riesce ad applicarla sul serio b) è effettivamente vero che la politica dei porti chiusi, per quanto benemerita e necessaria, non basta a fermare l’immigrazione di massa. Una iniziativa efficace, e già disponibile perché a uno stadio di elaborazione avanzata, è il progetto di collaborazione tra governo italiano e governo tunisino per la creazione di un mare artificiale nel deserto del Sahara, presentata qui: https://www.medinsahara.org/ . Per avviare questa iniziativa, che creerebbe la condizioni di un rovesciamento dell’impostazione culturale e politica del problema migratorio e tapperebbe la bocca all’opposizione costringendola a rincorrere Salvini sul suo terreno, basta finanziare con trecentomila euro le tre Università italiane che sponsorizzano il progetto e ne eseguirebbero lo studio di fattibilità. Sì, avete letto bene: non trecento milioni, trecentomila euro.

A lungo termine, naturalmente, c’è da proporsi compiti più importanti e difficili: anzitutto, la formazione di una cultura non solo politica che sia anche una cultura della potenza: che non vuol dire una cultura delle prepotenza e dell’aggressione, ma una cultura del realismo che integri la dimensione tragica della storia, alla quale nessuno, nemmeno l’Italia dell’Arcadia e della Commedia dell’Arte, si può sottrarre.

Una cultura del realismo che sappia, ad esempio, che essere ricchi – anche ricchi di voti – ed essere potenti sono due cose molto, molto diverse.

Ma di questo, se ci arriveremo vivi e interi, si potrà discutere in seguito.

That’all, folks.

[1] Qui alcuni riferimenti di base: https://en.wikipedia.org/wiki/Generations_of_warfare ; http://mil-embedded.com/guest-blogs/defining-fifth-generation-warfare/ . Le elaborazioni teoriche e operative che hanno condotto alla messa a punto della guerra ibrida si ritrovano qui, nei manuali della Albert Einstein Institution fondata da Gene Sharp, ispiratore delle rivoluzioni colorate in tutto il mondo. Suggerisco di leggere con attenzione i manuali, scaricabili gratuitamente dal sito: https://www.aeinstein.org/ . Da seguire sul nostro sito questa recentissima intervista al polemologo Piero Visani: http://italiaeilmondo.com/2019/07/07/guerra-ibrida-navi-corsare-a-sud-e-pokeristi-a-bruxelles-con-piero-visani/

[2] Da leggere con molta attenzione tutto questo articolo del Tenente Colonnello Stanton S. Coerr del Corpo dei Marines, apparso per la prima volta sulla Marine Corps Gazette: https://www.scribd.com/doc/50049562/Fifth-Generation-War-Warfare-versus-the-nonstate-by-LtCol-Stanton-S-Coerr-USMCR

 

Gli stupidi, gli impostori e gli agit-prop, di Roberto Buffagni

Gli stupidi, gli impostori e gli agit-prop.

Con manuale d’istruzioni per gli stupidi

 

Gli impostori

Di recente, quasi 200 amministratori delegati USA hanno diffuso un manifesto contro le leggi che limitano il diritto di abortire, intitolato “Don’t Ban Equality[1], “Non vietare l’eguaglianza”.

Succo: “L’eguaglianza sul posto di lavoro è uno dei temi più importanti per l’impresa di oggi. Quando ciascuno viene messo in condizione di avere successo, le nostre imprese, le nostre comunità, la nostra economia ne traggono beneficio. Restringere l’accesso alle cure riproduttive, aborto compreso, mette a rischio la salute, l’indipendenza e la stabilità economica dei nostri dipendenti e consumatori.

Sintesi: gli imprenditori preferiscono l’aborto al congedo di maternità. Diciamo che sono femministi.

Schifo? Sì, schifo, malvagio schifo; ma perlomeno c’è un barlume di razionalità – strumentale, d’accordo – in questa Neolingua fornita a caro prezzo da qualche ditta di PR: gli impostori che hanno pagato la fattura all’infame prezzolato ci guadagnano più soldi. A medio-lunga scadenza la civiltà, con gli esseri umani che volenti o nolenti ci stanno dentro, si frantuma nella barbarie e dell’anomia, ma nel caratteristico kantismo degli amministratori delegati la forma a priori della sensibilità “tempo” è tarata sulla trimestrale di cassa, quindi che gli frega della medio-lunga scadenza? Come del latte a lunga conservazione: riguarda gli altri, i poveracci che non hanno i soldi per comprarlo fresco.

Resterebbe da prendere in considerazione il fatto, indubbio, che alcuni o anche molti di questi impostori “ci credono”, nel malvagio schifo che propagandano, e sinceramente ritengono che sia giusto e buono. Nella percentuale in cui sono “sinceri” essi dunque rientrano nelle categorie “stupidi” e “agit-prop”. Va comunque tenuto presente, per il calcolo di detta percentuale, che è molto più facile convincersi che qualcosa è buono e giusto, se ti conviene.

Gli stupidi e gli agit-prop

Eccoli qua gli stupidi e gli agit-prop, che sventolano la bandiera della Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL), fondata a Roma il 3 giugno 1944 da Giuseppe Di Vittorio per i comunisti, Achille Grandi per i democristiani, Emilio Canevari per i socialisti (in sostituzione di Bruno Buozzi ucciso dai nazisti); in continuità con la Confederazione Generale del Lavoro (CGdL)  fondata a Milano, tra il 29 settembre e il 1º ottobre del 1906 per iniziativa delle Camere del Lavoro e delle Leghe di Resistenza.

Oggi la CGIL ha aperto l’ufficio “Nuovi diritti[2] che con lo slogan “non ti lasciamo solo” promuove eutanasia, aborto libero, utero in affitto, leggi contro i delitti d’opinione – “omofobia”, “transfobia” e sgg.  + altro schifo politically correct uguale identico a quello che mobilita  i CEO americani di cui sopra. Meglio solo che male accompagnato, cari, meglio solo che male accompagnato.

Schifo? Certo, schifo, malvagio schifo. Cosa c’entri questo schifo nella mission di qualsivoglia sindacalismo, non è facile determinare. O meglio: non è facile determinarlo se per mission del sindacalismo si intende, con Di Vittorio, Grandi, Canevari e Buozzi, perseguire la piena occupazione e il progressivo miglioramento delle condizioni salariali e normative dei lavoratori. Se invece per mission del sindacalismo si intende: perseguire l’integrazione subalterna delle dirigenze sindacali nella classe dirigente italiana + l’incremento dei posti di lavoro, retribuiti dalle quote dei lavoratori, per i quadri sindacali intermedi + garantirsi buona stampa sui media di proprietà dell’industria e della finanza + la benedizione delle più alte cariche dello Stato, allora la mossa della CGIL è una mossa vincente e razionale.

Oddio: anche qui, quando parliamo di razionalità intendiamo “razionalità strumentale” nel senso weberiano, ma non si può aver tutto.  Da trent’anni i lavoratori italiani hanno sempre meno lavoro e sempre più precario, salari sempre più bassi, condizioni normative sempre meno decenti, e quindi a medio-lunga scadenza la CGIL avrà sempre meno iscritti, fino ad arrivare al punto zero (ne ha persi circa 450.000 negli ultimi due anni[3]). Essa però ha un paio d’assi nella manica: nessun obbligo di presentare bilanci, e i CAF con il relativo contributo pubblico. Quindi, con un po’ di creatività contabile e il benestare dei powers that be, i dirigenti CGIL possono contare su un dorato tramonto per sé e (forse) per i loro immediati successori. Se poi l’incontentabile popolo dei lavoratori s’innervosisce, strappa la tessera, li fischia, etc., i sindacalisti, che hanno letto Brecht, cambiano popolo e ai lavoratori sostituiscono le famiglie arcobaleno e i fans dell’eutanasia e del suicidio assistito: gli iscritti ideali, questi ultimi, che pagano e poi si levano civilmente di torno.

Qui naturalmente gli stupidi sono i lavoratori sindacalizzati che “ci credono”, nei “nuovi diritti”, masochisti che pagano la quota sindacale per farsi prendere sfacciatamente in giro. Impostori e agit-prop sono i dirigenti sindacali di tutti i livelli che s’inventano questa indecente mascherata per garantirsi la pensione, e imbrogliano gli stupidi con gli ultimi barlumi di fiducia garantiti da vita e opere dei fondatori.

Adesso dovrei fare un’analisi della scellerata Neolingua che impostori, stupidi e agit-prop impiegano per promuovere il male e lo schifo spacciandolo per progresso e bene. Non ne ho nessuna voglia, perché dieci righe di questo idioletto  totalitario bastano a darmi la nausea.

Allora sapete che facciamo? Ci leggiamo insieme un paio di brani che cascano a puntino, come il proverbiale cacio sui maccheroni, e sono scritti da persone umane in lingua umana.

Avanti col primo, di Sir Roger Scruton[4]:

Si dà Neolingua ogni volta che il compito primario del linguaggio – descrivere la realtà – viene sostituito dallo compito antagonista e incompatibile di asserire potere sulla realtà. Nella retorica assertiva, l’atto linguistico fondamentale viene integrato solo superficialmente. Le frasi in Neolingua suonano come asserzioni, ma la logica che vi è implicata è quella del sortilegio. Esse evocano, come per magia, il trionfo delle parole sulle cose, la futilità dell’argomentazione razionale, e anche il pericolo di resistervi. Ne consegue che la Neolingua ha sviluppato la sua peculiare sintassi, che – pur strettamente imparentata  alla sintassi  dispiegantesi nelle normali descrizioni – evita con la massima cautela ogni incontro con la realtà, e ogni esposizione ai rigori dell’argomentazione razionale. Lo ha sostenuto Françoise Thom nel suo brillante studio La langue de bois[5]. Nella formulazione ironica della Thom, scopo della Neolingua comunista fu “proteggere l’ideologia dagli sleali attacchi delle realtà”.

Tra queste “realtà”, la più importante sono le persone umane, gli ostacoli che ogni sistema rivoluzionario deve sormontare, e che tutte le ideologie devono distruggere.  Il loro attaccamento alle particolarità e alle contingenze; la loro imbarazzante tendenza a respingere quanto è stato escogitato per il loro miglioramento; la loro libertà di scelta, i diritti e doveri per mezzo dei quali la esercitano: tutti ostacoli, per il rivoluzionario coscienzioso, mentre si sforza di portare a termine il suo piano quinquennale. Di qui, il bisogno di formulare le scelte politiche in modo che le persone, le persone reali, non vi trovino posto alcuno.

E per la Neolingua degli impostori e degli agit-prop direi che basti.

Ma restano gli stupidi, gli stupidi che sinceramente credono che questo schifo, questo malvagio e farlocco schifo sia il progresso, il bene, la bontà; gli stupidi persuasi che bevendosi la sciacquatura di piatti di questo linguaggio “resteranno umani”, quando purtroppo è certo che con questa dieta, umani non lo diventeranno mai: è il lavoro di una vita, ragazzi, mica basta nascere…magari…

Gli stupidi mi sono cari, perché noi tutti lo siamo o lo siamo stati o lo saremo, stupidi così. Magari non abbiamo creduto e non crediamo a questa roba, ma abbiamo creduto, crediamo o crederemo a roba altrettanto falsa, stupida e malvagia.

E allora, come manuale d’istruzioni per gli stupidi passati presenti e futuri, riporto un brano dall’Atto V del  Secondo Faust di Goethe. Siamo quasi alla fine del lunghissimo viaggio di Faust in compagnia di Mefistofele. Faust ne ha fatte di tutti i colori: vecchio, ha ritrovato la giovinezza, sedotto Margherita e ucciso suo fratello, è diventato ricco, è andato alla Corte dell’Imperatore e a un Sabba infernale frequentato anche dai Numi pagani, ha creato l’Homunculus ed evocato Elena di Troia, etc. Dopo questa vita spericolata come e più di Steve McQueen, si annoia e si cruccia: non è ancora felice, la soddisfazione e la pace lo sfuggono. Decide di dedicarsi al progresso dell’umanità: prosciugamento dello Zuiderzee, felicità, abbondanza e progresso sociale e morale per tutti gli abitanti di quelle lande, per tutta l’umanità. L’imperatore gli assegna il compito, e via con l’ingegneria idraulica e sociale.

Però c’è un però. Su un pezzo di terra che gli serve (ci deve scavare un canale di deflusso) abita una coppia di anziani coniugi, Filemone e Bauci. Faust gli offre una casa molto più moderna e confortevole, un terreno più grande e fertile, ma i vecchi testoni non ne vogliono sapere: “Non aver fiducia nel suolo rubato alle acque: conserva la tua casetta sull’altura,” dice la retrograda Bauci. Si ammetterà che è una bella seccatura, un caso evidentissimo di NIMBY. A dare sui nervi a Faust c’è inoltre il fatto, se si vuole marginale, che accanto alla casetta di Filemone e Bauci sorge una cappella dedicata “al vecchio Dio”; e alle ore canoniche, i due vecchietti suonano la campanella. Ora, per il suono delle campane Faust ha un’antica idiosincrasia, non le sopporta: “Maledetto scampanio, che mi ferisce vergognosamente nel cuore come un colpo di fucile nei cespugli! Il mio regno si stende dinanzi a me senza confini, e consentirò io che il nemico mi derida alle spalle, e mi rammenti con questa invidiosa campana che il mio territorio è illegittimo!” esclama Faust “furibondo”.

Insomma, non se ne può più. Faust si consulta con Mefistofele: “Bisognerebbe che quei due vecchi laggiù si allontanassero; vorrei quei tigli per la mia residenza; quei pochi alberi che non mi appartengono mi guastano il possesso del mondo. Vorrei, perché nulla all’ingiro m’impedisse la vista, appiccare il fuoco laggiù a quegli arbusti, e schiudermi così un vasto orizzonte per poter contemplare tutto quanto ho fatto, e con un solo sguardo abbracciare il capolavoro dello spirito umano, popolando col pensiero tutti quest’immensi dominii. Non è forse la più aspra tortura, sentire nella ricchezza  ciò che ci manca? Il tintinnio della campanella, l’odore di quei tigli, mi stringono il cuore come se io fossi in chiesa, oppure già nella tomba. Il volere dell’Onnipotente si fa strada anche su questi sabbioni: ho un bel farmi animo, la campanella manda un suono ed io sono subito in preda ad una forte rabbia.”

Niente da fare: se i due vecchi barbogi e superstiziosi non si lasciano persuadere dagli argomenti razionali, dai vantaggi concreti di una nuova casa, di una nuova vita, bisogna toglierli di mezzo. Ma senza fargli alcun male, per carità! Restiamo umani! Una piccola inevitabile forzatura, una spintarella, ecco: e poi saranno loro stessi a ringraziare per il benefico sopruso.

FAUST: “Va’, dunque, e procura di farli sgombrare! Tu sai qual bel poderetto io abbia destinato a quella vecchia coppia.

MEFISTOFELE. “Si levano via di qui, si posano laggiù; e prima che abbiano potuto voltarsi indietro, essi sono al loro posto. La violenza che sarà loro fatta sarà dimenticata, di fronte alla bellezza della loro nuova abitazione.”

Ma qualcosa va storto (nota per gli stupidi: qualcosa va sempre storto).

Dalla sua torre Linceo il torriere, “nato a vedere, eletto a guardare” ci fa la telecronaca dei fatti.

LINCEO IL TORRIERE: “Quale orribile spavento mi minaccia, dal seno di questo mondo di tenebre! Vedo lampi fiammeggianti attraverso la doppia oscurità dei tigli; l’incendio si ravviva e divampa, sempre più attizzato dal vento. Ah! la capanna brucia all’interno, essa che sorgeva umida e coperta di muschio. Si sente chiamare soccorso, ma invano! Ah buoni vecchi, che un tempo vegliavano vicino al fuoco con tanta cura alimentato e custodito, diventano ora preda dell’incendio! Qual orribile caso! la fiamma divampa, il cupo mucchio di muschio non è più che un braciere di porpora. Possa almeno quella brava gente salvarsi da quell’inferno incandescente e furioso! Vivi lampi s’accendono, fra i cespugli, fra il fogliame; i rami secchi che ardono scintillando, si accendono in un batter di ciglio e vanno in cenere. Toccava dunque a voi, o miei occhi, di fare una simile scoperta! Perché mi fu dato di spingere lo sguardo così lontano? La piccola cappella crolla sotto la caduta ed il peso dei rami; acute fiamme serpeggiano già intorno alla cima degli alberi. I ceppi vuoti e scavati s’infiammano fino alla radice, mostrando una tinta rossastra.

(Lunga pausa. Canto.)

Quel che fu caro allo sguardo, coi suoi secoli sparì.

E’ poi stata colpa dei vecchi e di un loro ospite, un Viandante, che hanno resistito e provocato il patatrac.

MEFISTOFELE E I TRE SCHERANI. “Noi ritorniamo di gran corsa. Perdonate! le cose non riuscirono troppo bene. Abbiamo bussato a quell’uscio, ma non venivano mai ad aprire: allora abbiamo atterrato l’uscio, il quale tutto rosicchiato dai tarli cadde sul pavimento. Abbiamo avuto un bel chiamare, minacciare, ma o non ci udivano o facevano mostra di non sentire; noi allora senza perder tempo te ne abbiamo liberato. La coppia non ha opposto una gran resistenza; essi caddero estinti e ciò fu cagionato dallo spavento. Un forestiere che si trovava colà e che cercò di resisterci, fu da noi freddato, e durante il breve intervallo scorso nel furioso combattimento, i carboni accesero la paglia sparsa intorno. Ora tutto ciò brucia liberamente, come un rogo preparato per tutti e tre.”

A Faust dispiace parecchio: “Ho io dunque parlato a sordi? Volevo una permuta e non già uno sperpero ed un devastamento. Quest’atto sciagurato e brutale, io lo disapprovo e lo maledico!

Ma così va il mondo. Il Coro lo sa e lo dice. Fate attenzione, stupidi: parla per voi.

CORO. “L’antica parola dice: obbedisci spontaneamente alla forza! e se tu sei deciso, se vuoi sostenere l’assalto, metti a repentaglio la tua casa, il tuo focolare — e te stesso.[6]

[1] https://dontbanequality.com/

[2] http://www.cgil.it/tag/nuovi-diritti/

[3] https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/09/04/sindacati-450mila-iscritti-in-meno-negli-ultimi-2-anni-male-la-cgil-che-contesta-lo-studio-in-controtendenza-la-uil/4603490/

[4] Roger Scruton, Fools, Frauds and Firebrands: Thinkers of the New Left, Bloomsbury 2015, trad. it. mia.

[5] Françoise Thom, La langue de bois, 1985, disponibile gratuitamente in rete https://gallica.bnf.fr/ark:/12148/bpt6k48012170.texteImage

[6] Goethe, Faust, traduzione di G. Scalvini (per la I parte) e di G. Gazzino (per la II parte). Ho introdotto alcune modifiche alla traduzione. Il testo è reperibile in rete, qui: http://www.intratext.com/IXT/ITA3301/_INDEX.HTM#II.5.4

Le celebrità che vaneggiano di ammazzare Trump: una storia vecchia, noiosa e pericolosa di  Victor Davis Hanson

 

Le celebrità che vaneggiano di ammazzare Trump: una storia vecchia, noiosa e pericolosa

di  Victor Davis Hanson, 2 giugno 2019

 

 

Di recente, la scrittrice newyorkese Fran Lebowitz, invitata da Bill Maher nel suo programma HBO, gli ha detto che il governo USA dovrebbe sbolognare il presidente Trump “ai suoi amichetti sauditi, sai quelli che si sono sbarazzati di quel giornalista?”

Secondo la Lebowitz è spiritoso dire in diretta TV che il presidente degli Stati Uniti andrebbe fatto a pezzi come il giornalista e attivista politico saudita Jamal Kashoggi.

Ormai, la mini-industria di celebrità che invocano la morte violenta o l’assassinio del presidente Trump è una storia vecchia e noiosa, e sta diventando pericolosa.

Come seguissero un copione, attori, cantanti, comici e banali entertainer gareggiano a chi fantastica il modo più splatter di ammazzare il presidente: ma così facendo, insinuano nelle menti degli squilibrati immagini sempre più atroci di violenze immaginate, forse persino approvate da icone del cinema e celebrità della cultura pop.

Il celebre chef Anthony Bourdain, recentemente scomparso, meditava di avvelenare Trump.

David Crosby, il musicista, pensava di incenerirlo.

L’attore Johnny Depp and il rapper Snoop Dogg preferivano sparargli.

L’ex presentatrice della CNN Kathy Griffin,  il comico George Lopez, e il cantante Marilyn Manson immaginavano una decapitazione.

Il gruppo rock Pearl Jam ha presentato l’immagine di Trump come carogna decomposta.

La cantante Madonna e il musicista Moby hanno optato per gli esplosivi.

Il teatro pubblico di New York City ha fantasticato di pugnalarlo.

L’attore Robert De Niro pare abbia la patetica fissazione di colpirlo ripetutamente alla testa.

La comica Rosie O’ Donnell ha sognato Trump che precipita in un burrone.

L’attore Mickey Rourke ha minacciato di bastonare Trump, mentre a quanto pare Charlie Sheen ha pregato per un intervento divino che lo elimini.

Il comico Larry Wilmore dice che si contenterebbe di un buon vecchio strangolamento.

 

Hollywood, naturalmente, si è fissata nell’odio per Trump fin dal primo annuncio della sua candidatura: un’ossessione condivisa dalla CIA dell’era Obama, dalla FBI e dal Dipartimento di Giustizia.

Eppure, che celebrità, autori ed entertainer liberal fantastichino in pubblico di ammazzare un presidente conservatore non è proprio una cosa nuova.

L’ex presidente George W. Bush era un bersaglio preferito degli auguri di morte di questa gente. Ricordate l’episodio di “Game of Thrones” del 2012 dove si vedeva la testa di Bush infissa su una picca? Il columnist del “Guardian” Charles Brooker ha evocato gli assassini di ex presidenti: “John Wilkes Booth, Lee Harvey Oswald, John Hinckley Jr.: dove siete adesso che abbiamo bisogno di voi?”

La Alfred A. Knopf  ha pubblicato il romanzo di Nicholson Baker Checkpoint, un libro che consta interamente di dialoghi monotoni tra personaggi noiosi che propongono vari modi di ammazzare Bush. Nel 2006 il cineasta Gabriel Range ci ha beneficiato del  “docudrama” Death of a President, dove si mette in scena un tentativo – riuscito – di assassinare George W. Bush.

Ma le nostre celebrità d’ élite non si limitano a immaginare la violenta dipartita di presidenti conservatori come George W. Bush e Donald Trump. Va benissimo qualsiasi eletto conservatore, la sua famiglia compresa.

Proprio ora, l’attore e comico Jim Carrey ha twittato che gli piacerebbe che l’attuale governatrice repubblicana dell’Alabama Kay Ivey fosse stata abortita. “Secondo me, se interrompete una gravidanza lo dovreste fare prima che il feto diventi governatore dell’Alabama”. Così, pensa Carrey, Kay Ivey non avrebbe potuto varare la legge restrittiva sull’aborto. Per migliorare l’effetto, Carrey ha allegato al suo tweet la macabra illustrazione di uno strumento chirurgico che risucchia la testa della Ivey, fotomontata sul corpo di un feto nel grembo materno.

L’estate scorsa Peter Fonda, un’icona del cinema anni Sessanta, ha immaginato una forma di violenza particolarmente patologica ai danni del figlio più piccolo di Trump, Barron: “Dovremmo strappare Barron Trump dalle braccia di sua madre e chiuderlo in una gabbia insieme a dei pedofili. Poi vediamo se sua madre trova il coraggio di mettersi contro al gigantesco str… che ha sposato.”

Provate a sostituire il nome di Obama al nome di Trump: attacchi così abietti garantirebbero a chi li porta l’ostracismo, la distruzione della carriera e persino conseguenze legali.

Ci ricordiamo lo sconosciuto clown di un rodeo che nel 2013 fu bandito a vita dalla Fiera dello Stato del Missouri perché uno dei suoi assistenti s’era comprato una normalissima maschera da Obama e l’aveva indossata lavorando nell’arena?

Lo scandalo universale contro il clown del rodeo si fondava su questa tesi dei liberals: dileggiare il presidente degli Stati Uniti non solo era razzista, ma pericoloso, perché istigava chi odiasse Obama a passare dal pensiero all’atto.

E allora perché  le celebrità di sinistra manifestano tanto odio politico?

Primo, danno per scontato che i loro pretesi fini, eguaglianza e giustizia, giustifichino qualsiasi mezzi atto ad approssimarvisi, oscenità e incitamenti alla violenza compresi. Per i militanti della giustizia sociale, i “social justice warriors”, anche le morbosità sono segno che si sta dalla parte giusta. E se qualche squilibrato prendesse sul serio le celebrità che parlano a vanvera di ammazzare o colpire Trump, e realizzasse una delle loro numerosissime fantasie? Ne proverebbero rimorso, le celebrità? Forse no, visto l’odio speciale che nutrono per il conservatorismo in generale e per la famiglia di Trump in particolare.

Secondo, le celebrità (molte neanche hanno finito le scuole superiori) sono per natura un po’ arroganti, e spesso proprio stupide. Confondono la loro bravura di attori o cantanti con una specie di intelligenza o erudizione. Ma sin da Platone, i filosofi ci hanno avvisato che le capacità attoriali sono piuttosto un talento naturale che acquisito, e possono non aver nulla a che fare con l’intelligenza, la saggezza o la sapienza.

Terzo, le celebrità non temono conseguenze. La maggior parte dei boss dell’industria dello spettacolo sono anche loro di sinistra. Persino gli attacchi più ignobili ai conservatori possono diventare utili mosse di carriera. Come le élites dei ricchi, pensano che essendo privilegiati e influenti, dovrebbero andare esenti dalle conseguenze legali di pubbliche dichiarazioni in cui si auspica la morte di un presidente in carica.

Quarto, le celebrità adorano l’attenzione del pubblico, e più ne hanno meglio è, specie se la carriera o l’età è sul viale del tramonto. Per i vanitosi in declino, anche la cattiva pubblicità è buona pubblicità. La carriera di Madonna, Moby, Robert De Niro, o Rosie O’ Donnell non è in fase ascendente.

Quinto, molti tra coloro che manifestano tanto odio e scurrilità sono prodotti diretti o indiretti degli anni Sessanta e Settanta, che hanno distrutto le norme sociali e sdoganato l’oscenità. Per celebrità del genere, parlare a vanvera della morte di un presidente fa parte della cultura di tutta una vita, è il tipo di volgarità che danno per scontata nella musica, nel cinema e nella comicità. Parlando in generale, gli attori che da giovani sono rozzi e volgari invecchiano male. Il Peter Fonda che in Easy Rider era uno spirito libero che parla a ruota libera in sella alla moto, adesso che replica il suo gergo da ribelle a settant’anni e passa sembra un vecchio rimbambito.

Ultimo, Hollywood e le celebrità vivono in un mondo che non c’entra niente con il resto dell’America. Ricchezza, isolamento, governanti, camerieri, giardinieri, il clima e il privilegio di Malibu, Montecito, Beverly Hills o Santa Monica non sono la normalità americana. Praticamente nessun americano vive la vita regale di un Jim Carrey o di un Johnny Depp. Il teatro pubblico di New York non ucciderebbe ritualmente sulla scena ogni sera Trump se rappresentasse il Giulio Cesare nelle campagne dell’Alabama o al centro dell’Oklahoma.

Se qualcuno crede che la spiaggia di Malibu rifletta la norma del comportamento o del modo di pensare americani, ha dei seri problemi con il principio di realtà. Dunque, aspettatevi che la voga delle celebrità che fantasticano l’assassinio di Trump continui, finché non succederà una di queste due cose: o il paese, collettivamente, gli dice “adesso basta”; o le chiacchiere morbose sull’assassinio portano all’omicidio reale.

 

Victor Davis Hanson

Victor Davis Hanson è uno storico militare americano, editorialista, ex professore di studi classici, e uno studioso della guerra nell’antichità. E’ stato professore di Studi Classici alla California State University di Fresno, e oggi è il Martin and Illie Anderson Senior Fellow presso la Hoover Institution, Stanford University.  Il suo libro più recente è: The Second World Wars: How the First Global Conflict was Fought and Won (Basic Books).

Le elezioni e gli Eletti, di Roberto Buffagni

 

 

Che cosa ci insegnano, o almeno suggeriscono, le elezioni europee testé concluse?

Anzitutto, direi che ci confermano un fatto noto ma sempre rilevante: le elezioni europee non cambiano l’Unione Europea, che conforme la sua natura e l’intenzione profonda – anche filosofica e spirituale – che la costituisce è (quasi) impermeabile al voto popolare, diciamo almost ballotsproof, salvo un vero e proprio diluvio o maremoto di voti ad essa contrari o favorevoli che non si verificherà, molto probabilmente, mai. L’Unione Europea sta o cade per l’azione degli Stati-nazione che la compongono, e/o per un evento esogeno o endogeno che ne faccia precipitare le gravi disfunzionalità.

Le elezioni europee e il voto popolare cambiano invece gli equilibri politici nazionali, come d’altronde è naturale, visto che l’unico contesto in cui la democrazia rappresentativa sia possibile e vitale è – oggi come ieri – la nazione. Cambiano gli equilibri politici nazionali, anche se le elezioni europee vanno per così dire “fuori tema”, visto che il voto europeo non muta gli equilibri parlamentari nazionali; ma il sistema elettorale proporzionalistico che adottano, e l’emergere sempre più chiaro del consenso/dissenso rispetto alla UE come clivage politico principale, le trasformano in un fattore politico e simbolico di prima grandezza.

Le elezioni europee testé concluse infatti ci insegnano, o almeno ci suggeriscono, che il consenso/dissenso riguardo la UE e alle sue logiche premesse, implicazioni e conseguenze – il mondialismo, l’individualismo, il progressismo, il costruttivismo sociale, l’universalismo politico  – emerge con sempre maggiore chiarezza come il principale clivage politico, non solo in Europa ma in tutto l’Occidente.

Chi non si schiera di qua o di là, chi esita, chi tiene il piede in due staffe, chi azzarda dei “sì, ma” o dei “ni” è perduto. Il più antico partito d’Europa, il partito conservatore britannico, ha patito la più cocente disfatta di sempre per le sue esitazioni, compromessi e retropensieri in merito alla Brexit; il suo storico rivale, il Labour, ha subito una punizione elettorale meno siderante ma pur sempre grave; e molto probabilmente il suo leader, Jeremy Corbyn, tra breve sarà costretto a prendere posizione per il Remain, come il prossimo leader Tory sarà senz’altro costretto a schierarsi per il Leave, e a consegnare la Brexit. In Italia, nonostante limiti e incertezze del governo gialloverde e suoi propri, la Lega ha raddoppiato i voti guadagnati alle politiche 2018 in virtù della sua recisa posizione contraria all’immigrazione di massa, l’aspetto simbolicamente e politicamente più manifesto della UE; come per le ragioni opposte e complementari è stato severamente punito dagli elettori il Movimento 5*. Ha tenuto invece il PD, e proprio perché si è schierato senza esitazioni nel campo favorevole alla UE, così rastrellando quasi tutti i voti della ex sinistra massimalista e di alcuni transfughi verso i Cinque Stelle.

Di questo colossale, inaggirabile iceberg – lo schieramento in merito alla UE come clivage politico principale – emerge, sinora, soltanto la proverbiale cima. Per ragioni d’ordine tattico, ma più ancora per ragioni d’ordine culturale profondo, nessuna tra le forze rilevanti situate nel campo avverso alla UE ne propone tout court l’abbattimento, come nessuna tra le forze rilevanti situate nel campo ad essa favorevole ne celebra tout court la compiuta perfezione, “attimo fermati, sei bello!”. In entrambi i campi, se ne dà per scontata la permanenza, la si accetta come contesto culturale e politico, e si propongono vari e più o meno credibili progetti di riforma del Mostro Buono, come definì la UE l’intelligente crudeltà di H.M. Enzensberger. Ma la UE, e soprattutto la cultura dominante in Occidente che l’ha prodotta e la sorregge – mondialismo, individualismo, progressismo, costruttivismo sociale, universalismo politico – restano per tutti l’orizzonte visibile in cui pensare e operare: per tutti, comprese le forze politiche avverse alla UE.

Esse, infatti, alla UE ed alla sua cultura cominciano, balbettando, a muovere critiche, anche forti e precise, ma senza saper  passare dalla critica alla proposta credibile e praticabile; così che l’alterità da esse espressa oscilla tra la repulsione emotiva, la nostalgia per un passato idealizzato, la giusta ma limitata rivendicazione politica di interessi, e il bricolage culturale che vi corrisponde; e si cristallizza in un possente, ma ancor cieco, bisogno “di fare una vita normale”: sapere chi si è, imparare un mestiere, trovare un lavoro e procurarsi un reddito decente, farsi una famiglia e una casa, veder  crescere i figli, essere ricordati da una lapide sulla tomba. Un obiettivo minimo, a prima vista, ma contro il quale paiono congiurare – ed effettivamente congiurano – forze esteriori ed interiori incontrollabili, che è molto difficile identificare e nominare: figuriamoci combatterle.

Intanto, sotto la superficie del pensiero, sotto la lettera delle dichiarazioni e dei propositi, in quello che in un dramma si chiamerebbe “sottotesto”, dove agiscono le intenzioni profonde – consapevoli, semiconsapevoli, inconsapevoli – dei personaggi, si precisa e progredisce lentamente ma inesorabilmente la polarizzazione politica e culturale, o meglio: politica perché culturale.

Per farla breve e chiara: contro la UE ci sono solo le destre europee, a favore solo le sinistre, e in mezzo non ci sono ponti o sentieri praticabili: c’è solo il deserto politico. Chi provenga da una cultura politica di destra (ad esempio, i liberal-conservatori) e si schieri a favore dell’Unione Europea è costretto ad allearsi politicamente con la sinistra. Chi provenga da una cultura politica di sinistra (ad esempio, una parte dei comunisti marxisti) e si schieri contro la UE è costretto ad allearsi politicamente con la destra. La stessa identica polarizzazione è in corso nelle Chiese cristiane, manifestandosi come scisma virtuale nella Chiesa cattolica.

La dinamica irresistibile di questa progressiva polarizzazione dipende, a mio avviso, da una logica anzitutto culturale, tutta interna al più profondo conflitto interiore alla civiltà europea, e dunque anche al cristianesimo e ai suoi avatar politico-culturali; conflitto che si è manifestato prima con le guerre di religione del XVI e XVII secolo, e poi con le Rivoluzioni francese e russa.

Per farla di nuovo breve e chiara: è il conflitto in merito all’universalismo, nella sua duplice accezione di universalismo spirituale e valoriale, e di universalismo politico.

L’Unione Europea, che è un progetto massonico cioè liberale e umanistico al 100%, è stata creata, e dopo la caduta del Muro di Berlino potenziata, dalle classi dirigenti europee e statunitensi: liberals wilsoniani, cattolici e protestanti europei democristiani, socialdemocratici; gli eredi legittimi delle classi dirigenti antifasciste che hanno vinto, sul campo di battaglia o nelle urne elettorali, la Seconda Guerra Mondiale e il dopoguerra. Dalla grande alleanza antifascista mancano solo i comunisti sovietici, ma sono rappresentati dai loro eredi: eredi legittimi anche loro, anche se dopo l’estinzione del ramo principale è un ramo cadetto (i maligni dicono, un ramo bastardo) a portare il titolo. Dopo la grande vittoria comune di settant’anni fa, queste grandi forze politiche si sono aspramente combattute per decenni. Oggi governano insieme l’Unione Europea. Come hanno fatto ad accordarsi? Per il potere, si dirà. Certo, per il potere: ma questa risposta, che è sempre vera, non spiega tutto, e anzi forse non spiega niente. Qual è il minimo comun denominatore che ha consentito a queste grandi forze e culture politiche, un tempo in lotta per il potere, di trovare un durevole accordo?

Il minimo comun denominatore delle grandi Casate americane ed europee che sostengono l’Unione Europea è l’universalismo politico.

L’universalismo è una cosa sul piano delle idee, dei valori, della spiritualità (nella cristianità europea, l’istituzione delegata a incarnarlo era la Chiesa, il primo “sole” del De Monarchia dantesco). Se tradotto sul piano politico, però, l’universalismo non può che incarnarsi in forze inevitabilmente particolaristiche: perché esistono solo quelle, nella realtà effettuale.

Volendo, chiunque se ne senta all’altezza può parlare in nome dell’universale umanità; ma non può agire politicamente in nome dell’universale umanità senza incorrere in una contraddizione insolubile, perché l’azione politica implica sempre il conflitto con un nemico/avversario.

Senza conflitto, senza nemico/avversario non c’è alcun bisogno di politica, basta l’amministrazione: “la casalinga” può dirigere lo Stato, come Lenin diceva sarebbe accaduto nell’utopia comunista. A questa contraddizione insolubile si può (credere di) sfuggire solo postulando come certo e autoevidente l’accordo universale, se non presente almeno futuro, di tutta l’umanità: “Su, lottiamo! l’ideale/ nostro alfine sarà/l’internazionale/ futura umanità!” (il “governo mondiale” è un surrogato o avatar della “futura umanità” dell’inno comunista).

Lenin, e in generale il movimento comunista (o anarchico) rivoluzionario, vuole risolvere la contraddizione con la forza. Nella classificazione machiavelliana, Lenin è un “leone”.

L’universalismo politico delle grandi forze politiche nordamericane ed europee che sostengono l’UE non è meno radicato di quello leniniano, perché discende dalla stessa radice illuminista. Esse però vogliono/devono risolvere la contraddizione con l’astuzia; Machiavelli le definirebbe “volpi”. Scrivo “devono”, perché a prescindere dalle intenzioni soggettive, esse non potrebbero essere altro che “volpi”: entrambi i “federatori a metà” della UE, USA e Germania, non possono portare a compimento con la forza la loro opera.

Come l’URSS comunista, anche l’UE postula l’accordo universale, se non presente almeno futuro: accordo anzitutto in merito a se medesima, e in secondo luogo in merito al governo mondiale legittimato dall’umanità universale, che ne costituisce lo sviluppo logico, e giustifica eticamente sin d’ora l’obbligo di accogliere un numero indeterminato di stranieri, da dovunque provenienti, sul suolo europeo. Per questa ragione è impossibile definire una volta per tutte i confini territoriali dell’Unione Europea, che al tempo degli entusiasmi europeisti qualcuno pretendeva di estendere alla Turchia, e persino a Israele: perché ha diritto di far parte dell’UE chi ne condivide i valori universali (cioè virtualmente tutti, dal Samoiedo al Gurkha al Masai), non chi ne condivide i confini storici e geografici.

Il passaggio tra il momento t1 in cui l’accordo universale è soltanto virtuale, e il momento t2 in cui l’accordo universale sarà effettuale, non avviene con il ferro e il fuoco della “volontà rivoluzionaria”. Le volpi oligarchiche UE introducono invece nel corpo degli Stati europei, il più possibile surrettiziamente, dispositivi economici e amministrativi – anzitutto la moneta unica – che funzionano, secondo la celebre definizione di Mario Draghi, come “piloti automatici”. Questi piloti automatici provocano crisi politiche e sociali, previste e premeditate, all’interno degli Stati e delle nazioni, ai quali impongono o di insorgere in aperto conflitto contro la UE, o di addivenire a un accordo universale in merito al “sogno europeo”: per il bene degli europei e dell’umanità, naturalmente, come per il bene dei russi e dell’umanità Lenin ricorreva al terrore di Stato, alle condanne degli oppositori per via amministrativa, etc.

A quest’opera va associata, inevitabilmente, una manipolazione pedagogica minuziosa e su vasta scala, in altri termini una lunghissima campagna di guerra psicologica. La dirigenza UE conduce questa campagna di guerra psicologica da una posizione di ipocrisia strutturale formalmente identica a quella della dirigenza sovietica, perché non è bene e vero quel che è bene e vero, è bene e vero quel che serve alla UE o alla rivoluzione comunista: in quanto Bene e Verità = accordo dell’intera umanità, fine dei conflitti, pace e concordia universali. Le élites, necessariamente ristrette, di “pneumatici” e di “psichici” che conoscono questo arcano della Storia, hanno il diritto e anzi il dovere morale di ingannare e manipolare, per il loro bene, le masse di “ilici” che invece lo ignorano.

Il leone Lenin accetta solo provvisoriamente il conflitto politico, e anzi lo spinge a terrificanti estremi di violenza, in vista dell’accordo universale futuro: dopo la “fine della preistoria”, quando diventerà reale il “sogno di una cosa” comunista e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in URSS poi nel mondo intero. Le volpi UE celano l’esistenza effettuale del conflitto (in linguaggio lacaniano lo forcludono), e da parte loro lo conducono, solo provvisoriamente, con mezzi il più possibile clandestini, in vista dell’accordo universale futuro, quando diventerà reale il “sogno europeo” e ogni conflitto cesserà nella concordia, prima in Europa poi nel mondo intero.

In questo grande affresco romantico proposto alla nostra ammirazione con la colonna sonora dell’Inno alla Gioia (forse non è un caso che il Beethoven delle grandi sinfonie fosse anche il compositore preferito di Lenin) c’è solo una scrostatura: che nella realtà, l’accordo universale di tutta l’umanità non si dà effettualmente mai. Ripeto e sottolineo due volte: mai, never, jamais, niemals, jamàs, etc.

* * *

Ecco. Le recenti elezioni europee hanno certificato questa semplice, persino banale verità: che molti, troppi europei non sono d’accordo. Non sono d’accordo per un’infinità di ragioni, buone e meno buone, nobili e ignobili, serie e frivole, meditate o istintive: ma fatto sta che non sono d’accordo. Questo fatterello elementare, che bastava il buonsenso per prevedere, diventa una pietra d’inciampo grande come l’Himalaya per una cultura politica e filosofica come quella che informa la UE, che del buonsenso non è per nulla amica. Perché il buonsenso, che certo non può dire l’ultima parola sul mondo, né lo pretende, presuppone però che il mondo, e l’azione politica in esso, siano governati dal limite: infatti, uno dei suoi detti preferiti è “c’è un limite a tutto”; mentre l’universalismo politico, il progressismo, l’individualismo, il costruttivismo sociale vedono i limiti solo come sfida a superarli.

Proprio ieri ho letto una conversazione tra due persone intelligenti e preparate, i docenti di filosofia Andrea Zhok e Roberta de Monticelli[1], che mi è parsa esemplare. La professoressa de Monticelli ha pubblicato su “Il Manifesto” un articolo intitolato Stati uniti d’Europa, un edificio politico architettato dalla filosofia, al centro del quale troviamo due argomenti di fondo: che la UE sia  “il vero e proprio cantiere di un edificio politico architettato dalla filosofia: cioè dall’anima universalistica del pensiero politico, che è almeno tendenzialmente cosmopolitica” e che “Cosmopolitica è (…) la forma di una civiltà fondata nella ragione (…). La domanda di ragione e giustificazione è quanto di più universale ci sia. (…) Esser nato in un deserto, o in una contrada afflitta da massacri e guerra, è un accidente: l’accidente della nascita. (…) Ogni ingiustizia si lega all’accidente della nascita.”

Il professor Zhok critica “l’equivalenza tra universalismo e cosmopolitismo”, perché “una volta che la si guardi da vicino” essa “risulta subito destituita di ogni fondamento”, e richiama l’attenzione della de Monticelli sul fatto empiricamente verissimo che “il ‘cosmopolita’, il ‘cittadino del mondo’ di cui qui si parla, è semplicemente un membro di quei ceti economicamente, socialmente, e talvolta anche culturalmente privilegiati, che scelgono di passare periodi della propria vita, per lavoro o per diletto, in più o meno prestigiose sedi estere.” Egli poi passa alla critica filosofica della posizione della de Monticelli, così riformulandola: “Io, che sono un soggetto razionale come te, sono però consegnato alla contingenza di una nascita localmente determinata, che limita la mia aspirazione all’universalità. – Tale contingenza contrasta con la mia natura di soggetto razionale ed è razionalmente ingiustificabile; essa perciò, a causa della sua natura ingiustificata, arbitraria, va corretta.” Le segnala poi l’errore teorico ivi contenuto: “Nella proposizione di cui sopra troviamo presentato come ovvio un contrasto tra universalità e contingenza. Lungi dall’essere un’ovvietà condivisa, l’idea di ‘ragione’ o di ‘universalità’ presupposta da questo ragionamento è assai discutibile. Si tratta infatti di una visione dove la ragione e la sua universalità per essere tali devono appartenere ad una sfera astorica e smaterializzata.” E prosegue citando autori, cari a entrambi gli interlocutori, come Wittgenstein e Husserl, che “hanno attraversato nel corso della loro vita l’intero percorso da una iniziale concezione di razionalità astorica e svincolata dalla materialità, dalle prassi, dalla corporeità, ad una matura concezione in cui la razionalità trovava una sua necessaria collocazione proprio nella sfera della storia, della materia, delle prassi e del corpo vivente.

L’intelligente e interessante conversazione, che invito il lettore a leggere per intero, prosegue poi con una replica della de Monticelli, e una controreplica di Zhok.

Ma quel che più mi sembra interessante e rivelatore, nel dialogo filosofico-politico tra Zhok e la de Monticelli, è che entrambi per così dire “passano a lato” del punto centrale, invero sbalorditivo, del programma filosofico-politico enunciato dalla de Monticelli: “correggere le ingiustizie legate all’accidente della nascita.”

Intesa come programma politico – e così la de Monticelli lo intende, addirittura chiamando in causa l’art. 3 della Costituzione italiana che a suo dire lo implica –  la “correzione delle ingiustizie legate all’accidente della nascita” supera e si lascia indietro di parecchi anni luce tutte le utopie a me note, tutti i programmi politici più massimalisti dell’anarchismo e del comunismo, quello implementato da Pol Pot in Cambogia non escluso; e che a propugnarlo sia una persona di grande intelligenza e cultura, animata dalle migliori intenzioni e certo aliena dalla violenza, fa una notevole impressione.

La professoressa de Monticelli, infatti, proponendo all’Unione Europea l’obiettivo strategico di correggere le ingiustizie legate alla nascita, non si limita ad assumere “il punto di vista di Dio sul mondo”, come le ribatte Zhok. Ella si propone, o meglio propone alla UE, l’ istituzione politica a cui dà il suo sostegno, di prendere il posto di Dio nel mondo, e di agirvi come supplente di una Provvidenza divina assente o difettosa: né più, né meno. (Curioso che la de Monticelli sia curatrice di una bella edizione delle Confessioni di Sant’Agostino, tra i Padri della Chiesa il più attento al tema del peccato originale, che come ognun sa fu occasionato dalla tentazione diabolica ad essere sicut dii, scientes bonum et malum).

Perché è chiaro a tutti che “dall’accidente della nascita” nascono, oltre che tutti gli esseri umani, anche infinite diseguaglianze e ingiustizie. Non è altrettanto chiaro, però, come sia possibile correggerle, fino a qual punto, a quale prezzo, e ad opera di chi. Chi nasce ricco e chi povero, chi bello e chi brutto, chi uomo e chi donna, chi sano e chi malato, chi intelligente e chi stupido, chi africano e chi europeo, chi amato e chi disamato, chi desiderato e chi no, chi destinato a lunga vita, chi a brevissima, eccetera. Che ciò costituisca un enigma, lungamente interrogato dagli uomini nel corso della storia e probabilmente anche prima, non c’è dubbio. A me però pare un enigma anche più grande che qualcuno seriamente programmi di affidare a un’ istituzione politica il compito di correggerlo. Il modesto buonsenso suggerirebbe immediatamente la domanda: “E come si fa?”, ma la maestosa follia universalista, il kantismo turbocompresso della professoressa de Monticelli la scarta con una scrollata di spalle, si rimbocca le maniche e si mette all’opera.

Mettersi politicamente all’opera con questo obiettivo  significa mettersi all’opera nella realtà effettuale, e dunque, tanto per cominciare dal più facile e immediato, spalancare le frontiere all’immigrazione: perché l’accidente della nascita ghanese o afghana non deve privare ingiustamente nessuno dell’opportunità di accedere al tenore di vita, materiale e culturale, dei paesi europei. A chi poi nascesse (o diventasse, ancora non è chiaro) omosessuale, transessuale, *sessuale e in ogni caso non potesse avere figli come gli eterosessuali, privilegiati dall’accidente della nascita, dovrebbe essere garantita (gratis) la possibilità di ricorrere alla maternità surrogata. A chi nascesse stupido, e/o magari, sempre a causa dell’accidente della nascita, appartenesse a un gruppo sociale svantaggiato, dovrebbe essere garantito l’accesso facilitato agli studi, e il loro fruttuoso completamento. A chi nascesse brutto e indesiderabile dovrebbe essere garantito, se non il desiderio altrui (almeno per ora: in seguito, grazie alle psicotecniche, chissà…), il divieto legale di definirlo tale, con relative sanzioni per chi lo violasse. A chi nascesse donna e liberamente decidesse di esercitare una professione tradizionalmente maschile quale, ad esempio, il servizio nei reparti militari d’élite, dovrebbe essere garantita una selezione facilitata, anche se poi sul campo il reparto così selezionato fa fiasco. A chi fosse sul punto di subire “l’accidente della nascita” senza che le condizioni emotive, psicologiche e sociali della madre fossero le ideali per accoglierlo, dovrebbe essere garantito, fino all’ultimo istante, il diritto di non nascere affatto, così risparmiandosi infiniti fastidi, dolori, diseguaglianze e ingiustizie. Per chi nasce povero, poi, le correzioni possibili sono due: o farlo diventare almeno benestante dopo la nascita, mediante provvidenze statali, oppure non farlo nascere affatto (v. punto precedente); come d’altronde proponeva un’altra degnissima e benintenzionata persona, John Maynard Keynes, direttore della Eugenics Society dal 1937 al 1944. Superfluo poi segnalare che il primissimo bersaglio della correzione dell’accidente della nascita dovrà essere la famiglia, nel cui contesto il suddetto sciagurato accidente si verifica con frequenza allarmante, e alla quale dunque sarà opportuno sostituire apposite istituzioni scientificamente validate, che garantiscano risultati statisticamente più omogenei sotto il profilo genetico e sociale.

E chi si incaricherebbe dell’opera di “correzione dell’accidente della nascita”? Be’, naturalmente gli Eletti, i Correttori al timone dell’Unione Europea e dei suoi successivi, logici sviluppi sino al coronamento del progetto di Correzione: il Governo Mondiale.

Che il precedente elenco di maestose follie metafisiche degli Eletti Correttori coincida con posizioni culturali, pratiche sociali e programmi politici attualmente in corso nella realtà effettuale dell’Occidente contemporaneo – posizioni, pratiche e programmi che vanno sotto il nome collettivo di “politically correct” – non è un caso. Non è un caso perché l’Unione Europea, il progressismo, il mondialismo, l’individualismo, etc., condividono lo stesso “accidente della nascita”: è più che vero infatti che, come dice la professoressa de Monticelli, gli Stati Uniti d’Europa sono un edificio politico architettato dalla filosofia.

Peccato che questa filosofia, se politicamente implementata, conduca per direttissima a un dispotismo politico, culturale, psicologico e spirituale senza precedenti nella storia umana; e che se adesso non fa direttamente e intenzionalmente versare un mare di sangue,  probabilmente in futuro ne farà versare un oceano indirettamente e involontariamente, perché sta assiduamente costruendo le condizioni per più guerre civili su base etnico/religiosa, a temperature variabili dal freddo all’incandescente, in tutto l’Occidente.

Secondo Julien Freund, “compito della politica è antivedere il peggio, e sventarlo” (Sociologie du conflit, 1983). Secondo gli Eletti Correttori, compito della politica è produrre una versione riveduta, corretta e migliorata del mondo: fiat iustitia, si correggano gli accidenti della nascita, ed entrino in scena il Mondo e l’Uomo Nuovo.

Ecco perché la polarizzazione in corso non si arresterà, ed ecco perché sono gli antichi involucri delle culture politiche di destra e di sinistra, che si contrapponevano, sino a ieri, intorno a un diverso clivage politico principale, ad accogliere oggi le forze politiche e culturali che si schierano pro o contro l’Unione Europea. A schierarsi contro l’Unione Europea sono tutte le forze che, per motivi anche diversissimi e inconciliabili, rifiutano l’universalismo politico: sia le puramente identitarie e tribali, sia le nazionalistiche, sia quelle che, riferendosi alla “corrente ateniese” del cristianesimo, continuino a distinguere tra universalismo dei valori e universalismo politico, tra spirituale e temporale. A schierarsi a favore dell’Unione Europea, sono tutte le forze che accettano l’universalismo politico: sia le liberali pure, sia le progressiste, sia quelle che, riferendosi alla “corrente ierosolimitana” del cristianesimo, ne mutuano il messianismo e cortocircuitano dimensione escatologica e storicità immanente.

Terreno comune culturale e politico tra le due posizioni ce ne sarà sempre meno; a meno che non nasca una terza forza, una riedizione del partito dei “politiques” che uscì vincitore e conciliatore dalle guerre di religione in terra di Francia, cinque secoli fa. Sarebbe una gran bella cosa, e una riedizione del Trattato di Westfalia il migliore degli esiti e dei compromessi desiderabili. Difficile? Difficile. Chissà.

[1] http://antropologiafilosofica.altervista.org/cosmopolitismo-universalismo-e-lunione-europea-una-risposta-a-roberta-de-monticelli/?doing_wp_cron=1559203478.2017359733581542968750

Greta sì, Greta no_ di Pierluigi Fagan e Roberto Buffagni

Pierluigi Fagan

 

IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA. Sulla questione ecologia-Greta, mi trovo in dissenso profondo con molti amici ed amiche con i quali, di solito, si hanno punti di vista comuni. Che fare? Lasciar perdere per non sfilacciare ulteriormente le già sparute file del pensiero critico, o far di questo dissenso un momento di dialettica interna al nostro stesso pensiero critico? La domanda è retorica in tutta evidenza, la scelta è già fatta. Perché?

Ho l’impressione, forse sbaglio e chiedo in sincerità di dibattere la questione tra noi con la ponderazione ed intelligenza tipica dei frequentatori di questa pagina, che noi si sia finiti in un setting di pensiero la cui matrice per altri versi siamo molto lucidi a criticare. Per ragioni che qui non possiamo affrontare, ad un certo punto del secolo scorso, già ai suoi inizi, si è andata manifestando nel pensiero, uno spostamento di asse. Tra la relazione soggetto – oggetto fatta dal pensiero, è emerso il problema dello strumento che ci fa comporre e scambiare il pensiero: il linguaggio.

Tralasciamo i riferimenti più o meno colti e passiamo al momento successivo, quando un filosofo francese minore, pone all’attenzione la natura narrativa di ogni discorso, narrazioni fatte di linguaggio. Il linguaggio è materia della forma discorsiva che influisce, limita, indirizza il discorso stesso ed in più, tutto è discorso. Penso nessuno possa sottovalutare l’importanza di queste osservazioni ormai patrimonio della nostra conoscenza. Per altro ci era già arrivato anche Eraclito, e non solo lui, qualche secolo fa.

Danno da pensare due cose. La prima è il venirsi a formare di una sorta di monopolio concettuale di questo fatto, tutti ormai parlano più o meno solo di questo, tutto è narrazione e contro-narrazione.

Il secondo è che tale sviluppo è parallelo a fatti storici di estrema magnitudo. Nel mentre ci interrogavamo sulle parole e le cose, la grammatica generativa, le parole per dirlo, il media è il messaggio, in Occidente abbiamo fatto due guerre per un totale approssimato di 80 milioni di morti, abbiamo raggiunto la manipolazione nucleare a cui poi abbiamo fatto seguire la società dei consumi ed oggi la società dominata da un media (Internet), il libero scambio e dai rentier. Ma davvero ciò che diciamo è tutto nello strumento che usiamo per dirlo e nei veicoli che usiamo per scambiarcelo?

Rosa Parks era una sartina dell’Alabama, che non aveva finito gli studi di istruzione secondaria, che un giorno del 1955, tornando a casa stanca per il lavoro, osò sedersi su un sedile dell’autobus riservato ai bianchi. Venne arrestata per questo e questo fece scoppiare una contraddizione. Rosa Parks non fondò il movimento dei diritti civili, c’era già Martin Luther King, non andò in televisione a fare portavoce di quelle istanze, né pubblicò libri. Probabilmente, oggi sarebbe diverso perché diversa è la struttura della comunicazione e della formazione e gestione dell’opinione pubblica.

Ho visto su Repubblica stamane due cose. Uno è un video di interviste a giovani ieri riuniti a Piazza del Popolo, nel quale si tendeva a metter in contrasto i proclami integralisti di Greta contro lo shopping e l’utilizzo di aerei. L’altra è una intervista fatta da Formigli che sorrideva ironico mentre la ragazza svedese (ha sedici anni, non si capisce perché molti la chiamano “bambina”) ripeteva i suoi punti di vista che potremmo definire “ingenuamente radicali”. Domandava anche dell’Asperger come se a Rosa Parks avessero domandato della sua mancanza di diploma, come le gerarchie cattoliche chiesero a Giovanna d’Arco divenuta un po’ troppo ingombrante dopo aver svolto la funzione simbolica, quale fosse la sua formazione teologica ed i suoi rapporti con la magia. Mi sembra cioè che non tutto il mainstream sia poi così tranquillo nell’utilizzare la Rosa Parks svedese.

Di contro, la ragazza sciorinava il decalogo dell’ambientalista individuale ma due volte, sottolineava che il problema -in realtà- è sistemico. Dire che un viaggio in aereo inquina di più di tutti i nostri possibili sforzi sulla raccolta differenziata, è intaccare un caposaldo del nostro attuale modo di vivere. Dire di avere un cellulare di quattro anni fa datogli da uno che non lo usava più, anche. Dire che vanno bene i comportamenti individuali responsabili ma il problema è a livello di multinazionali e governi è un inquadramento proto-politico. Dire che il settore energetico svedese è “abbastanza pulito” ma aggiungere che serve a poco se si continua “a consumare, costruire, importare ed esportare merci” non è molto conforme al modo di vedere il mondo del WEF di Davos. O dire che in fondo Trump è meno ipocrita di tanti leader europei che si sciacquano la bocca con pie intenzioni a cui non conseguono fatti o “è tutto il sistema che è sbagliato ed i media hanno più responsabilità di ogni altro poiché se non c’è corretta informazione non c’è conoscenza diffusa e non può esserci mobilitazione” non sembrano imbeccate di chi presuntivamente la starebbe “manipolando” per fini neo-liberali. O almeno non solo, o almeno non del tutto.

Allora, certo la ragazza ha sedici anni ed ha la sua conformazione mentale bianco-nero. Ha dietro qualcuno ovvio. La sua rivolta individuale è stata da qualcuno scelta per far notizia e di notizia in notizia è diventato “un caso”. Un “caso” manipolato da opposti interessi, ovvio. Ognuno contribuisce a creare quel caso parlandone, nel bene e nel male. Inoltre, voluto o meno, l’intero discorso finisce per collassare sul riscaldamento climatico che è un terreno complesso ed incerto, facile da negare o sminuire o dubitare, quando invece attiene a questioni ben più complesse ed assai meno dubitabili, sminuibili, negabili.

Quello che mi e vi domando è perché non ci lamentiamo dell’assenza di un Martin Luther King, di un “movimento” politico che su questo tema possa far battaglia politica trasformativa del nostro modo di stare al mondo? Perché molte menti acute si dilettano solo in contro-narrazione della narrazione gretesca (ma è poi quella di Greta o è delle interpretazioni che gli sono state appiccicate addosso?) e non vanno alla cosa, cosa che non fa meno parte del dominio neo-liberale al pari delle diseguaglianze? Perché non c’è chi usa il simbolo a modo suo riempiendo di contenuti forti una questione che rischia di finire nel calderone del tema d’opinione settimanale e via alla prossima? Perché ci accaniamo sul media e sottovalutiamo il messaggio o almeno le sue potenzialità?

Insomma, non è che nella curva parabolica della svolta linguistica, siamo anche noi finiti nel paradigma ebraico de “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.”? Non è che schifiamo quei giovani ingenui e grezzi come ai nostri tempi altri disprezzavano la nostra ingenua indignazione per l’ingiustizia? Non è che la nostra critica ha finito col pender le stesse forme del discorso dominate trasformando tutto in inconsistenti nuvole di parole che non smuovo un granello di polvere?

Tra soggetto, linguaggio, discorso-narrazione, l’attenzione alla “parola” ci stiamo perdendo la “cosa”? E’ a questo che è servita la svolta linguistica? Trasformare tutto in pulviscolo per cui non si possono più far mattoni e con mattoni, nuove città? Non era forse questo “far città con le nostre mani” che dio voleva evitare colpendo Babele con la sua maledizione? Non stiamo noi stessi aiutando coloro che vogliono imporre “fatti” mentre noi si fanno solo “discorsi”?

A chiudere, una sola nota. Praticamente tutta la filosofia anglosassone cioè anglo-americana, quindi intrinsecamente scientista, liberale, mercato come meccanismo ordinante ogni sociale, tutto il pensiero complesso recente e dominante di quella cultura, si basa sulla svolta linguistica. Della serie “pensiamo a come pensiamo”, poi parliamo.

 

 

Roberto Buffagni

 

Perchè non me ne frega niente di Greta e delle sue opere? Non me ne frega niente perchè a) Greta è un Golem, mi fa pena e impressione (anche come padre) b) sotto c’è la fregatura malthusiana c) adesso semmai c’è bisogno di investimenti industriali, fabbriche a rotta di collo d) l’ambiente come propostomi dagli ambientalisti mi lascia gelido, mi piace la natura, l’aria aperta, i panorami, le bellezze naturali, sono cacciatore etc. e così la natura mi illumina la vita, mi poetizza, mi fa bene alla salute etc., ma quando me la propongono tipo bugiardino delle medicine non me ne frega niente, la mia reazione emotiva al riscaldamento climatico è “e io mi compro il condizionatore” e) l’altra natura che mi interessa sul serio, e che credo anche sia, come dire: d’attualità filosofico-politica? è la natura umana, e quella sì che mi mobilita, perché c’è tanta gente che la minaccia (poi c’entra anche con la natura non umana ma è un altro discorso) f) una proposta politica unificante che abbia come tema “salviamo il mondo” mi sembra destinata alla totale inefficacia e/o a usi preoccupanti, perché da un canto prevede possibile la concordia universale di tutti i buoni contro i cattivi inquinatori, dall’altro sottovaluta la caratteristica specificamente umana di fregarsene dei dati di realtà e operare, invece, sulla base di motivazioni riconducibili sia al proprio interesse personale o di gruppo, sia al desiderio eventualmente anche autodistruttivo, bref mi sembra ricadere sotto le critiche tipiche che si possono rivolgere contro l’universalismo politico.

tratto da https://www.facebook.com/pierluigi.fagan/posts/102176207669665731

legami proibiti, di Roberto Buffagni

Commentino al documento di papa Benedetto XVI[1]

 

Premessa: parlare di pedofilia è improprio. La pedofilia vera e propria è un fenomeno moralmente gravissimo ma sociologicamente marginale, nella Chiesa e fuori. Nella Chiesa il problema è l’omosessualità. In soldoni: i preti omosessuali gradiscono spesso la carne fresca (ragazzi ventenni, anche ragazzini sedici-diciottenni), esattamente come gli eterosessuali. Nella Chiesa l’omosessualità è dilagante, perchè in una istituzione esclusivamente maschile gli omosessuali selezionano, cooptano e fanno salire in posizioni apicali altri omosessuali, dando luogo a una crescita esponenziale, numerica e di potere, della loro tribù. Nella Chiesa non può avvenire la stessa cosa per gli eterosessuali, perché  i preti che preferiscono le donne NON le possono cooptare nell’istituzione, almeno fino a quando non verrà introdotto il sacerdozio femminile; altrimenti, al tempo di Alessandro VI Borgia, che dava festicciole con diecine di puttane nude a cui lanciava le caldarroste per godersi il panorama quando le raccoglievano, avremmo avuto un Collegio Cardinalizio composto per il 73% da belle ed esperte cortigiane (c’erano magari i loro figli, ma non è la stessa cosa). Sul piano dottrinale e istituzionale, l’ effetto provocato DIRETTAMENTE dall’altissimo tasso di omosessuali nel clero e nelle gerarchie è questo: che quando la propria condotta di vita è incompatibile con l’istituzione della quale si fa parte, ci sono tre possibilità. Uno, cambi condotta. Due, non cambi condotta ma sapendo che è sbagliata la nascondi ipocritamente e ti senti, in grado maggiore o minore, colpevole. Tre: cambi la valutazione istituzionale della tua condotta, rendendola meno incompatibile con le tue preferenze. Dal pdv psicologico, la soluzione tre è la più egosintonica (fai meno fatica + ci stai meglio), ma si può adottare solo quando sei in grado di cambiare l’ideologia dell’istituzione, ciò ch’è possibile solo quando a) hai consenso a livello anzitutto dirigenziale b) il clima culturale generale, interno ed esterno all’istituzione, lo permette (per esempio, difficile dire “evadere le tasse è un peccatuccio” in Germania, facile dirlo in Italia). Nel caso di specie, per ragioni culturali molto complesse che non si possono certo ricondurre all’omosessualità, nella Chiesa cattolica si può dire senza tema d’errore che almeno a partire dal Concilio Vaticano II il concetto di “peccato” (centrale nella dottrina) è stato abbondantemente annacquato, psicologizzato, etc. L’annacquamento del concetto di peccato incontra immediatamente un interesse primario dei preti omosessuali. Segnalo che, giusto o sbagliato che lo si ritenga, l’omosessualità (praticata) è, nella dottrina tradizionale della Chiesa, un “peccato che grida vendetta al Cielo”, molto ma molto più grave dell’eterosessualità praticata anche in contrasto alla severa morale tradizionale cattolica (=bene nel matrimonio, male fuori, stop). E’ quindi effetto della pura e semplice dinamica degli interessi, se una larga maggioranza di preti omosessuali è favorevole all’ “aggiornamento” e “modernizzazione” della dottrina cattolica: perché  risponde a un interesse personale e psicologico vitale dei preti omosessuali, che come tutti desiderano dormire tranquilli alla notte, e non farsi venire la gastrite tormentandosi con i rimorsi per la propria ipocrisia. >Insomma: nella Chiesa cattolica, omosessualità e modernismo SI RINFORZANO A VICENDA retroagendo ciberneticamente l’uno sull’altra. Nel passato “pre-sessantotto”, invece, la dinamica istituzionale era assai diversa. Anche qui, una premessa. Nel cattolicesimo, il tema della sessualità ha un’importanza decisiva, perché  al contrario del protestantesimo, il cattolicesimo è fortemente “materialista”: ritiene cioè che il mondo creato in generale, e in particolare quella parte del creato che è il corpo umano, sia “divinizzabile”, come illustrano plasticamente i dogmi dell’ Incarnazione e della Presenza Reale del corpo e del sangue di Cristo nell’Eucarestia. Di qui, forti divieti e prescrizioni nel campo della sessualità. Un forte divieto attrae sempre, per una legge psicologica ben nota, un forte desiderio di trasgredirlo, specie se si unisce a prescrizioni perentorie e difficili da rispettare come il voto di celibato per il clero. Ma torniamo all’istituzione-Chiesa “pre-sessantotto”. In essa, i preti omosessuali c’erano senz’altro, anche se in percentuale penso assai minore rispetto alla Chiesa “post-sessantotto”, perché  nella Chiesa prima della cura sessantottina non poteva svolgersi pacificamente la dinamica “selezione-cooptazione” che ho tratteggiato sopra (la cultura dominante nell’istituzione e nella società non lo permetteva, l’omosessuale doveva reprimersi e/o camuffarsi con la massima cura). Preti omosessuali ed eterosessuali che venivano frequentemente meno al voto di celibato, allungavano le mani o peggio, etc., naturalmente ce n’erano, vista la forza travolgente dell’impulso sessuale e del desiderio erotico nell’uomo; di più o di meno a seconda del clima culturale prevalente nella società in generale e nell’istituzione in particolare, in conformità al quale si strutturano le direttrici educative e repressive del personale ecclesiastico (es., di più nel Rinascimento, di meno nella Controriforma). Nella Chiesa “pre-sessantotto”, che era una istituzione molto forte, avveniva quel che sempre avviene nelle istituzioni molto forti: che l’istituzione faceva quadrato intorno al membro trasgressore, ne negava e copriva le colpe, intimidiva e/o tacitava le vittime delle trasgressioni, etc. (a meno che una fazione le utilizzasse per colpire la fazione avversa). Non si verificava MAI, invece, che un comportamento sessuale trasgressivo del clero, anche molto diffuso, costituisse una forte concausa nel mutamento della dottrina, come invece avviene nella Chiesa “post-sessantotto”; la quale è un’istituzione molto ma molto più debole, dove è assai più facile che si instauri la dinamica “adattiamo la dottrina o almeno la pastorale ai nostri gusti & interessi”. Ora, è evidente che una discrasia clamorosa tra quel che una istituzione predica e quel che i suoi membri effettivamente fanno, da una certa soglia imprecisabile in su costituisce un grave problema istituzionale, che può contribuire in modo decisivo a una crisi anche gravissima dell’istituzione (v. ad es. il rapporto, indubbio, tra enorme corruzione della Chiesa e Protesta). E’ però infinitamente più grave, dal punto di vista istituzionale, se una istituzione finisce per distorcere seriamente o negare, nei fatti o addirittura nel diritto, ciò che la legittima: in questo caso la dogmatica e la dottrina cattolica. In parole povere: se finisce per saltare agli occhi che “neanche il papa ci crede più” a Dio, al peccato, alla salvezza, al paradiso inferno purgatorio eccetera, l’istituzione, molto semplicemente, non ha più ragione di esistere e finisce, not with a bang but with a whimper. Nel caso della Chiesa cattolica, per chi ci crede ci sarebbe la promessa dei Piani Superiori che “portae inferi non praevalebunt”. Ma in ogni caso, i Piani Superiori NON hanno mai promesso che “tutto andrà bene” e che i bilanci della Vaticano Spa. viaggeranno tranquilli di bene in meglio. Anzi, i Piani Superiori hanno ripetutamente avvisato che il principe di questo mondo NON tifa per la Chiesa: tutt’altro. That’s all, folks.

[1] https://www.corriere.it/cronache/19_aprile_11/papa-ratzinger-chiesa-scandalo-abusi-sessuali-3847450a-5b9f-11e9-ba57-a3df5eacbd16.shtml?fbclid=IwAR3WQupfF4r4fZdD4uu8XylXlrL3pHQnRiqg_cyek54BxJUXJec8FSGyzJM Consiglio: meglio leggere la versione inglese, l’italiana è mal fatta.

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