Chi ha visto il film “wag the dog” capisce subito di quale relazione geopolitica parlerò qui
Ora questo intervento di Morigi è stimolante per parlarne , anzi meriterebbe pure una critica articolata anche su altri spunti qui contenuti.
Innanzitutto però mi si perdoni una critica formale, perché questo pur eccellente contributo è poco leggibile sia per la sua grafia ( il neretto) che per la sua stesura senza stacchi e per l’ affastellamento di tanti interessanti spunti i quali tutti meriterebbero una trattazione più estesa.
Ragion per cui, premettendo che forse potrei aver frainteso quanto in esso volesse essere scritto dall’autore, di questi spunti ne commento brevemente solo quello che mi pare dovrebbe rappresentare l’essenza di questo articolo, laddove cioè solleva la relazione U$A -Israele con una similitudine “tripla”:
Biden: netanyau= Alessadro V : Cesare Borgia= Trump: Giulio II
La trovo molto stimolante ma errata .
Innanzitutto perché la vera similitudine dovrebbe essere semplicemente
In quanto sia i Democratici e Repubblicani che le due branche del Sionismo sono rispettiva espressione di due ” partiti unici” : l “americanismo” e il “sionismo” appunto.
E poi perché nemmeno i termini mi sembrano esatti.
Infatti se Biden e Trump possono essere considerati due papi della ” chiesa americana”, almeno i loro frontmen, Netaniahu è solo un “braccio” del Sionismo , paragonabile ad un Cesare Borgia, ma solo in quanto anch’esso un “avventurista” , in questo caso mosso però anche dalla visione “messianica” che pervade da sempre “la destra” del Sionismo.
E qui posso garantire che, al contrario del Borgia, non ci sarà nessuna “rovina personale” per Bibi; semplicemente “ a tempo debito” sarà “posato” ( per usare, non a caso ,un termine mafioso) cosa che era già calcolata fin da l’ inizio della “operazione Gaza” .
C’ è appunto nel sionismo una “cupola” più efficiente che in quella “americana” e che evita che la “dialettica interna” sfoci mai in qualcosa di realmente e platealmente “punitivo” per i membri perdenti della tribù; pure per quelli dannosi.
La “ carità” interna alla “ nota etnia” è non solo molto forte ma anche profondamente astuta nell’ assunto che per consolidare la propria tenuta ed estendere il proprio potere non devono essere né abbandonati, né esemplarmente puniti non solo gli “incapaci” ma pure i “transfughi” e perfino anche i “rinnegati”.
Ad esempio dopo il 1945 nessuno dei nazisti di “sangue ebreo” fu realmente punito, nemmeno chi fu sempre leale ad “ Herr H “ e il “nazismo” non lo abiurò mai.
Poi perdipiù le due entità : U$A e Israele sono ormai così tanto simbiotiche da mostrarsi sempre di più come una sola entità : U$rael.
Di questa si può certamente definire chi per stazza sia “il cane ” e chi ” la coda”, ma mi sembra incontestabile che sia quest’ultima a far ” scodinzolare il cane “.
Trump non è un Giulio II che è andato a “punire” un borgia- netaniahu . Trump è stato solo chiamato a tirare fuori Netaniahu dai pasticci in cui si era cacciato.
E qui si può discutere solo se “l’ ordine ” sia stato impartito direttamente dalla ” destra sionista” americana che sostiene sia Netaniahu che Trump o dalla cupola sionista tramite la cupola americana in cui essa è comunque pesantemente presente, e dalla quale comunque Trump è dipendente.
La ” pace di trump” serviva solo a questo, pur condito con un teatrino in cui si è cercato di narrare che U$rael ha vinto.
Ma non è una “pace “, è solo una pausa tra un “round” e il successivo ed è pure discutibile che U$real questo round lo abbia realmente vinto.
Certo parecchi “punti” U$rael li ha segnati, ma al prezzo di aver smascherato al mondo la complicità che esso riceve da lunga data da pressoché tutti gli stati arabi e sunniti .
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Il suo comportamento arrogante e aggressivo nei confronti di Russia, India e Cina è responsabile di ciò.
La transizione sistemica globale verso la multipolarità sta oggi procedendo lungo una traiettoria diversa rispetto al passato, a causa dei recenti cambiamenti nel sistema internazionale. Finora, Trump 2.0 ha cercato partnership militari e di risorse rispettivamente con Russia e India, che avrebbero potuto rallentare l’ascesa della Cina come superpotenza, rendendola poi il partner minore in qualsiasi accordo “G2″/”Chimerica”. Il suo tentativo di equilibrismo eurasiatico è tuttavia fallito a causa del suo approccio arrogante e aggressivo nei confronti di tutti e tre i paesi.
I legami con la Russia hanno subito un duro colpo dopo il vertice di Anchorage, in seguito a un crescenteriguardantenotizie sui piani degli Stati Uniti di supportare le truppe NATO in Ucraina, spingendo Putin ad abbandonare il suo gioco di equilibrismo eurasiatico per rivolgersi alla Cina. Ciò ha preso la forma dell’accordo giuridicamente vincolante appena concluso per la costruzione del gasdotto Power of Siberia 2. La prevista partnership con la Russia incentrata sulle risorse, che mirava ad attirareconcessioni all’Ucraina, è ora molto meno probabile.
Con la Russia che si è rivolta alla Cina tramite l’operazione “Power of Siberia 2” nel contesto del riavvicinamento sino-indo-indiano, le risorse e i mezzi militari per rallentare l’ascesa della Cina come superpotenza attraverso partnership con essa sono stati neutralizzati, portando così qualsiasi accordo “G2″/”Chimerica” a favorire la Cina. Di conseguenza, il presidente Xi Jinping ha adottato una retorica più decisa sulla riorganizzazione dell’ordine mondiale durante i suoi discorsi al vertice della SCO e al VJ Day , spingendo Trump ad accusarlo di ” cospirazione ” contro gli Stati Uniti.
L’accordo commerciale provvisorio sino-americano è ora a rischio dopo che Xi ha appena minacciato l’imposizione di dazi del 100% sulla Cina entro il 1° novembre o prima, a seconda di quando la Cina imporrà i suoi controlli sulle esportazioni di minerali di terre rare. Insieme alla sua drammatica accusa secondo cui Xi starebbe “cospirando” contro gli Stati Uniti in collusione con Putin e Kim Jong Un, questo potrebbe presagire future tensioni strategico-militari, anche se solo indirettamente per procura. Ciò destabilizzerebbe ulteriormente l’Eurasia, secondo il tradizionale stratagemma del “divide et impera” degli Stati Uniti.
In senso orario, queste potrebbero assumere la forma di: fomentare disordini per la Rivoluzione Colorata in Mongolia al fine di indebolire il Potere della Siberia 2; provocare un incidente con la Cina in mare in acque contese da parte di Giappone, Taiwan e/o Filippine; ostacolare l’accesso della Cina ai minerali di terre rare nel Kachin del Myanmar. Stato ; e/o seminare instabilità in Asia centrale attraverso la Turchia, membro della NATO, attraverso il nuovo corridoio TRIPP . La risposta della Cina a questi scenari potrebbe essere quella di armare la Russia e persino inviare truppe per aiutarla in Ucraina.
Xi ha visto come Trump ha maltrattato il suo amico Modi, nonostante guidasse uno Stato che avrebbe potuto unirsi all’asse anti-cinese degli Stati Uniti, e ha anche visto come sta tradendo Putin in Ucraina dopo Anchorage, quindi si aspetta un trattamento simile se accetterà un accordo “G2″/”Chimerica”. Sa anche che la Cina ora ha un bersaglio sulla schiena dopo gli ultimi dazi e le accuse di “cospirazione” mosse da Trump. Non c’è quindi da stupirsi che il tentativo di equilibrismo eurasiatico di Trump 2.0, caratterizzato da arroganza e aggressività, sia fallito.
La Russia ha utilizzato in modo creativo il “controllo riflessivo” per prendere in giro l’Estonia, mettendo i suoi funzionari in un dilemma a somma zero, in cui qualsiasi risposta avessero adottato avrebbe favorito gli interessi di soft power della Russia.
La chiusura temporanea da parte dell’Estonia di una strada attraverso lo “Stivale di Saatse” controllato dalla Russia, dopo che circa 10 soldati russi erano stati avvistati al centro, ha scatenato un’altra ondata di isteria. Alcuni l’hanno collegata alla presunta violazione dello spazio aereo marittimo del mese scorso, ipotizzandoche ” la Russia sia entrata nella ‘Fase Zero’ – la fase di definizione delle condizioni informative e psicologiche – della sua campagna di preparazione a una possibile guerra NATO-Russia in futuro”. Probabilmente non è così, come verrà ora spiegato.
Lo “Stivale di Saatse” è un’eredità dell’era sovietica, quando Russia ed Estonia facevano parte dell’URSS. Mosca non aveva mai previsto che questo lembo di territorio avrebbe un giorno collegato due zone rurali di un blocco militare ostile, la NATO, quando delimitò il confine tra queste allora repubbliche sovietiche. La strada che lo attraversa, lungo la quale i non russi ( inclusi i turisti ) possono transitare ma non sostare, non è mai stata significativa, e lo è ancora di meno negli ultimi anni, dopo la costruzione di un’alternativa.
Questa stranezza geopolitica-logistica è quindi in grado di attirare facilmente un’attenzione smisurata, ergo il probabile motivo per cui la Russia avrebbe deciso di ordinare ad alcune truppe di schierarsi al centro della situazione di recente, non per fare a pugni con la NATO ma per prendere in giro l’Estonia. Quel paese è una delle voci anti-russe più forti all’interno della NATO e dell’UE, che sono ormai organizzazioni complementari controllate dagli Stati Uniti, e le sue regolari arringhe contro la Russia hanno alimentato le azioni sempre più aggressive di entrambi i blocchi negli ultimi tempi.
Considerando che nessuna delle due tendenze sopra menzionate è destinata a placarsi, il che porta a prevedere che le tensioni NATO-Russia persisteranno con diversi gradi di gravità (sia in generale, per quanto riguarda la regione baltica, sia specificamente incentrate sull’Estonia), la Russia potrebbe aver pensato di trarre il massimo vantaggio dalla situazione. Riaffermare simbolicamente la propria sovranità sullo “Stivale di Saatse” con “omini verdi” avrebbe potuto essere un modo per turbare gli estoni, poiché avrebbe ricordato loro l’Operazione Crimea con tutto ciò che ne conseguì.
Perché ciò accada, i media locali e internazionali dovrebbero inavvertitamente contribuire a seminare il panico tra la popolazione, il che contestualizza il tweet del Ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna che minimizza la situazione. La sua risposta, tuttavia, rappresenta comunque una sorta di vittoria del soft power per la Russia, poiché rappresenta un esempio riuscito del cosiddetto ” controllo riflessivo “, grazie al quale Mosca è riuscita a manipolarlo per indurlo a fare qualcosa che favorisse i propri interessi senza che lui se ne rendesse nemmeno conto.
Per essere più precisi, avrebbe potuto assecondare il previsto clamore mediatico, a costo di seminare il panico, oppure minimizzare l’incidente, a costo di mettere in discussione il suo recente allarmismo sulla presunta violazione dello spazio aereo marittimo da parte della Russia, mettendolo così di fronte a un dilemma. Alla fine ha calcolato che quest’ultima fosse l’opzione meno peggiore, forse convinto che la potenziale confusione e la demoralizzazione associata sarebbero state relativamente più gestibili del panico diffuso, il che ha senso.
In ogni caso, non esiste oggettivamente alcun “allarme confine”, visto che l’ultimo incidente si è verificato interamente in territorio russo e ha coinvolto solo una manciata di truppe, il che non suggerisce in alcun modo “preparativi per una possibile guerra NATO-Russia in futuro”, come alcuni hanno ipotizzato. Tutto ciò che è probabilmente accaduto è che la Russia ha utilizzato in modo creativo il “controllo riflessivo” per prendere in giro l’Estonia, mettendo i suoi funzionari in un dilemma a somma zero, in cui qualsiasi risposta a cui avessero fatto ricorso avrebbe favorito gli interessi di soft power della Russia.
Il precedente creato dalla risposta moderata della Russia all’ottenimento da parte dell’Ucraina degli F-16, che potrebbero anche essere dotati di armi nucleari, suggerisce che le tensioni con gli Stati Uniti rimarranno gestibili se l’Ucraina otterrà anche i Tomahawk, grazie al modus vivendi che presumibilmente è stato messo in atto per la loro gestione.
Le ultime indiscrezioni sul trasferimento da parte degli Stati Uniti di missili da crociera Tomahawk a lungo raggio all’Ucraina, che Putin ha affermato all’inizio di questo mese potrebbero essere utilizzati solo con il coinvolgimento diretto del personale militare statunitense, hanno suscitato preoccupazioni circa una spirale di escalation potenzialmente incontrollabile. Il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov ha valutato che un tale sviluppo porterebbe a “un cambiamento significativo della situazione”, ma ha comunque ribadito che non impedirebbe alla Russia di raggiungere i suoi obiettivi nello specialeoperazione .
L’obiettivo esplicitamente dichiarato dall’Ucraina nell’ottenere queste armi è quello di “fare pressione” sulla Russia affinché congeli la Linea di Contatto senza alcuna concessione da parte di Kiev, il che equivarrebbe essenzialmente a una concessione da parte di Mosca sui suoi obiettivi suddetti, poiché nessuno di essi verrebbe pienamente raggiunto se ciò accadesse, da qui il motivo per cui non ha accettato. Per raggiungere tale obiettivo, l’Ucraina ha minacciato di provocare un blackout nella capitale russa, che sarebbe probabilmente accompagnato da ulteriori attacchi contro obiettivi logistici civili e militari molto dietro le linee del fronte.
Alcuni temono quindi che le tensioni tra Russia e Stati Uniti possano degenerare, soprattutto dopo che il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha osservato che i Tomahawk possono essere equipaggiati con testate nucleari, ma il precedente creato dagli F-16 suggerisce che rimarranno gestibili. Lo stesso Putin aveva avvertito all’inizio del 2024 che anche loro potevano essere equipaggiati con testate nucleari, eppure la Russia alla fine non ha considerato il loro utilizzo come un potenziale primo attacco nucleare. Ciò è probabilmente dovuto al modus vivendi descritto qui alla fine del 2024:
“[Le figure relativamente pragmatiche dello ‘stato profondo’ statunitense] che ancora prendono le decisioni, segnalano sempre le loro intenzioni di escalation con largo anticipo, in modo che la Russia possa prepararsi e quindi essere meno incline a ‘reagire in modo eccessivo’ in un modo che rischi la Terza Guerra Mondiale. Allo stesso modo, la Russia continua a trattenersi dal replicare la campagna ‘shock-and-awe’ degli Stati Uniti, al fine di ridurre la probabilità che l’Occidente ‘reagisca in modo eccessivo’ intervenendo direttamente nel conflitto per salvare il proprio progetto geopolitico e rischiando così la Terza Guerra Mondiale.
Si può solo ipotizzare se questa interazione sia dovuta al comportamento responsabile delle rispettive burocrazie militari, di intelligence e diplomatiche permanenti (“stato profondo”), considerata l’enormità della posta in gioco, o se sia il risultato di un “accordo tra gentiluomini”. Qualunque sia la verità, il modello sopra menzionato spiega le mosse inaspettate, o la loro mancanza, di entrambe, che sono gli Stati Uniti che telegrafano di conseguenza le loro intenzioni di escalation e la Russia che non si è mai seriamente impegnata in una simile escalation.
Le ultime indiscrezioni sul trasferimento da parte degli Stati Uniti di missili da crociera Tomahawk a lungo raggio all’Ucraina rientrano nel modello di fughe di notizie che servono a mettere in guardia la Russia su questa escalation pianificata in anticipo, in modo che possa preparare le sue risposte in anticipo. Più volte, Putin ha esercitato un grado quasi di santità di autocontrollo nel rifiutarsi di intensificare l’escalation, sia in modo simmetrico che asimmetrico. I lettori possono approfondire questi precedenti consultando le otto analisi elencate in quella di fine 2024, a cui si rimanda.
L’unica eccezione è stata l’autorizzazione all’uso degli Oreshnik a novembre, dopo che Stati Uniti e Regno Unito avevano permesso all’Ucraina di usare i loro missili a lungo raggio all’interno della Russia, ovviamente attraverso il coinvolgimento diretto del loro personale militare, cosa che potrebbe ripetere se l’Ucraina ottenesse i Tomahawk. Non li ha autorizzati dopo gli attacchi strategici con droni dell’Ucraina contro componenti della triade nucleare russa a giugno, attacchi molto più provocatori, forse dovuti ai suoi calcoli diplomatici nei confronti di Trump.
Che si sia d’accordo o meno con questa politica, è presumibilmente vero che Putin vuole evitare di fare qualsiasi cosa che possa riaffermare la percezione di Trump (accuratamente elaborata dai guerrafondai che lo circondano come Zelensky e Lindsey Graham ) che la Russia stia intensificando la sua azione, giustificando così falsamente le ” reciproche escalation degli Stati Uniti “. Finché continuerà a formulare una politica basata su questo calcolo, e non ci sono finora indicazioni credibili che sia cambiata, allora qualsiasi escalation sui Tomahawk rimarrà probabilmente gestibile.
Lavrov ha suggerito che potrebbero facilitare l’invio di aiuti all’Africa, ma è anche possibile che ospitino complessi colloqui militari-diplomatici tra tutte le parti interessate in Siria, aiutando al contempo le sue forze armate a mantenere l’unità nazionale attraverso il riattrezzamento, l’addestramento e la consulenza.
Le relazioni tra Russia e Siria sono interessanti per molti osservatori a causa della realpolitik che le caratterizza dallo scorso dicembre, quando Assad è caduto. Hayat Tahrir al-Sham, il gruppo di Ahmed “Jolani” Sharaa discendente da Al Qaeda, è stato designato come terrorista dalla Russia prima della sua presa di potere sostenuta dalla Turchia, e di conseguenza odiava la Russia per averlo bombardato, ma entrambi hanno rapidamente messo da parte la questione. Il fatto è che i rispettivi interessi statali richiedono una cooperazione continua, indipendentemente da chi sia al potere in Siria.
Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha accennato al futuro delle basi del suo Paese in un’intervista trasmessa la scorsa settimana, prima del viaggio di Sharaa a Mosca mercoledì per incontrare Putin. Sebbene il vertice fosse certamente importante, le osservazioni di Lavrov hanno fatto maggiore chiarezza su questo argomento rispetto alle dichiarazioni iniziali dei colloqui (non c’è stata alcuna conferenza stampa dopo l’incontro), motivo per cui le sue parole costituiscono la base di questa analisi. Ecco esattamente ciò che ha detto, che verrà poi analizzato:
«La funzione deve essere riconfigurata. Un compito chiaro che potrebbe andare a vantaggio dei siriani, dei loro vicini e di molti altri paesi è la creazione di un hub umanitario, utilizzando il porto e l’aeroporto per consegnare aiuti umanitari dalla Russia e dagli Stati del Golfo Persico all’Africa. C’è una comprensione condivisa sul fatto che ciò sarà richiesto e siamo pronti a coordinare i dettagli. La questione è stata discussa in linea di principio e c’è un interesse reciproco».
Si tratta di una proposta unica che consentirebbe a queste strutture di diventare centri logistici per fornire aiuti russi, arabi e possibilmente anche di altri paesi all’Africa. Il continuo invio da parte della Russia di generi alimentari donati, principalmente grano, nonché di energia e fertilizzanti a prezzi scontati, ha contribuito a scongiurare una reazione a catena di tragedie negli ultimi tre anni e mezzo che avrebbe potuto esplodere a causa delle sanzioni unilaterali imposte dall’Occidente. Tuttavia, a giudicare da quanto affermato da Lavrov, il futuro delle basi russe in Siria potrebbe riservare molto di più.
“Comprendiamo le legittime preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza (in Siria)… Tuttavia, anche gli interessi degli altri attori devono essere salvaguardati. Nel nord-est ci sono i curdi, che l’amministrazione Biden ha iniziato a corteggiare, incoraggiando attivamente i sentimenti separatisti. I nostri omologhi turchi mantengono una presenza nel nord, lungo il confine con la Siria. Nel frattempo, gli alawiti e i cristiani continuano a subire persecuzioni, come dimostra il recente barbaro attacco a una chiesa.”
Ha poi aggiunto che tutti coloro che hanno influenza in Siria devono dare priorità alla sua unità e ha dichiarato: “Siamo pronti a collaborare su questi temi con altre nazioni che perseguono i propri interessi nella Repubblica araba siriana”. Di conseguenza, si può intuire che le strutture militari russe potrebbero ipoteticamente ospitare colloqui sulla sicurezza tra le parti in conflitto, mentre le sue forze armate e i suoi diplomatici potrebbero anche fornire servizi di consulenza alle controparti siriane per promuovere il loro obiettivo comune di mantenere l’unità nazionale.
Pertanto, mentre la ragione ufficiale per mantenere le basi russe in Siria potrebbe essere quella di facilitare gli aiuti all’Africa e possibilmente ospitare complessi colloqui militari-diplomatici, il vero scopo potrebbe essere quello di riattrezzare, addestrare e consigliare il proprio esercito, sebbene entro i limiti non ufficiali imposti da Israele e concordati dalla Siria in tale eventualità. Questa visione è stata condivisa per la prima volta all’inizio di febbraio qui e ha quindi previsto con lungimiranza ciò che finora si è verificato. Questi piani potrebbero ancora essere modificati, ma per il momento sembrano essere sulla buona strada.
La recente retorica del Ministero degli Affari Esteri, ispirata dagli Stati Uniti, sulla “costruzione della democrazia” in Afghanistan suggerisce in modo inquietante che il Pakistan potrebbe preparare un’operazione di cambio di regime sostenuta dagli Stati Uniti.
Il Ministero degli Affari Esteri del Pakistan ha concluso un recente comunicato stampa sugli scontri tra il suo Paese e l’Afghanistan, i più intensi degli ultimi anni, scrivendo: “Speriamo anche che un giorno il popolo afghano possa essere emancipato e governato da un vero governo rappresentativo”. Ciò ricorda la retorica statunitense sulla “costruzione della democrazia” e non dovrebbe sorprendere, considerando il riavvicinamento tra i due avvenuto lo scorso anno, che ha ripristinato il tradizionale status del Pakistan come principale partner regionale degli Stati Uniti.
Trump ha anche condiviso i piani per il rientro delle truppe statunitensi nella base aerea di Bagram in Afghanistan , cosa che può realisticamente avvenire solo con la facilitazione del Pakistan, nonostante l’ opposizione ufficiale di Islamabad , mentre recentemente sono circolate voci sui piani, presumibilmente complementari, del Pakistan di dotare gli Stati Uniti di un porto sul Mar Arabico . La retorica della “costruzione della democrazia” sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri pakistano dovrebbe quindi essere presa sul serio, poiché potrebbe servire da pretesto per un’altra operazione di cambio di regime in Afghanistan.
I talebani non cederanno alle richieste di Trump su Bagram, mentre il Pakistan considera sempre più il gruppo una minaccia per la sicurezza a causa del presunto patrocinio dei terroristi del “Tehreek-i-Taliban Pakistan” e del “Balochistan Liberation Army”. Già nel gennaio 2023, si stimava che ” il Pakistan potrebbe essere sul punto di lanciare un’operazione militare speciale in Afghanistan ” per queste ragioni, che prevedibilmente riceverebbe un certo grado di supporto da parte degli Stati Uniti (molto probabilmente armi, intelligence e logistica) se mai dovesse accadere.
La dimensione tagika è significativa poiché l’NRF, a guida etnica tagika, è un influente movimento ibrido di milizia, ma la Russia ha ancora una base lì, le cui truppe hanno il compito di proteggere il confine afghano, quindi Mosca probabilmente non permetterebbe a Dushanbe di rovesciare i suoi nuovi alleati talebani . Ciononostante, l’accoglienza senza precedenti da parte del Pakistan di membri dell’opposizione afghana non fondamentalisti e la sua ultima retorica sulla “costruzione della democrazia” influenzata dagli Stati Uniti suggeriscono un coordinamento con il Tagikistan, anche se il suo ruolo rimane solo politico.
I tagiki costituiscono il secondo gruppo etnico più numeroso dell’Afghanistan, sono concentrati nel nord e sono più numerosi in Afghanistan che nel Tagikistan stesso. La maggior parte è fermamente laica, molto più favorevole alla democrazia rappresentativa rispetto ad altri nel paese e storicamente si è opposta ai nazionalisti pashtun fondamentalisti come i talebani. Questo renderebbe loro, la NRF e il Tagikistan strani alleati con il Pakistan, ex protettore dei talebani, ma questa è la natura della realpolitik in evoluzione nella regione .
Qualsiasi “operazione speciale” pakistana in Afghanistan sostenuta dagli Stati Uniti godrebbe quindi di un sostegno variabile da parte loro, ma il fallimento dell’occupazione dell’Afghanistan da parte dell’Occidente ha dimostrato che i talebani hanno i mezzi per reagire, punire i propri nemici e vincere. In questo scenario, le truppe pakistane in Afghanistan si troverebbero ad affrontare innumerevoli imboscate, mentre i civili in patria potrebbero essere presi di mira da un’ondata di attacchi terroristici, quindi il Pakistan dovrebbe bocciare qualsiasi piano del genere, a meno che non sia pronto ad accettare costi crescenti che rischiano di destabilizzarlo.
La campagna di allarmismo, probabilmente coordinata dagli Stati Uniti e dall’Ucraina, sulle conseguenze per la sicurezza regionale derivanti dal presunto coinvolgimento dei cubani nella guerra a fianco della Russia, fa pensare che l’isola sarà presto sottoposta a maggiori pressioni.
Reuters ha riportato in esclusiva all’inizio di ottobre che il Dipartimento di Stato ha inviato un telegramma non classificato a decine di missioni diplomatiche statunitensi ordinando ai diplomatici di comunicare ai vari paesi che Cuba aveva inviato fino a 5.000 combattenti a sostegno della Russia contro l’Ucraina. I servizi segreti ucraini hanno poi diffuso queste affermazioni sul New York Post, probabilmente in coordinamento con il Dipartimento di Stato, in coincidenza con la ratifica da parte della Camera alta russa di un nuovo patto di cooperazione militare con Cuba, anch’esso oggetto di speculazioni.
Alcuni sospettano che ciò abbia lo scopo di formalizzare il presunto reclutamento militare russo a Cuba che due anni fa ha fatto infuriare alcuni funzionari dell’Avana, come analizzato qui all’epoca, e che ora potrebbe includere truppe ufficiali in linea con un precedente patto con la Corea del Nord, mentre altri vedono piani più ambiziosi. Alexander Stepanov, esperto militare dell’Accademia presidenziale russa di economia nazionale e pubblica amministrazione, ha dichiarato a TASS che la Russia potrebbe inviare Iskander e persino Oreshnik a Cuba in base a questo patto.
Secondo lui, ciò “creerebbe un deterrente efficace in grado di raggiungere obiettivi strategicamente importanti sul territorio statunitense, mantenendo così l’equilibrio di potere e la parità nelle capacità offensive”, in particolare nel contesto dei possibili piani statunitensi di inviare missili da crociera Tomahawk a lungo raggio in Ucraina. Questa linea di speculazione non è nuova, poiché il vicepresidente della commissione difesa della Duma Alexei Zhuravlev ha proposto nel gennaio 2024 che la Russia collochi armi nucleari in quella regione e in altre zone dell’area.
Ciò sarebbe sensato in linea di principio, ma improbabile nella pratica, poiché Cuba probabilmente non vuole rischiare di provocare Trump e indurlo a considerare una campagna di massima pressione contro di essa simile a quella iraniana, soprattutto dopo che egli ha appena ordinato un rafforzamento militare regionale con il pretesto di fermare il traffico di droga. Le continue speculazioni di alto profilo sullo scenario di missili russi inviati ancora una volta segretamente a Cuba, sia da parte dell’agenzia di stampa pubblica TASS che di un funzionario della Duma, potrebbero comunque essere sfruttate a questo scopo.
È molto più probabile, tuttavia, che il telegramma del Dipartimento di Stato sui combattenti cubani che sostengono la Russia contro l’Ucraina venga sfruttato per giustificare gradualmente una maggiore pressione sull’isola. A tal proposito, questa affermazione potrebbe essere vera (indipendentemente dal fatto che riguardi volontari e/o truppe effettive) proprio come quelle precedenti sul sostegno della Corea del Nord sono state successivamente confermate dalla Russia, ma sarebbe un diritto legale di Cuba consentire ai propri cittadini di cooperare con la Russia in questo modo e/o inviare sostegno diretto.
Anche se questo è tutto ciò che c’è nel loro patto appena ratificato, l’allarmismo dell’Ucraina al riguardo sul New York Post – che Trump una volta ha definito il suo “giornale preferito” – potrebbe essere sufficiente per riportare Cuba nel mirino degli Stati Uniti. Secondo loro, “L’esperienza di combattimento acquisita dai cittadini cubani in Ucraina è una merce pericolosa e trasferibile. Questa esperienza potrebbe essere utilizzata per addestrare proxy e destabilizzare altre regioni, in particolare in America Latina, minacciando la sicurezza degli alleati e dei partner degli Stati Uniti”.
Non importa che quanto sopra sia una speculazione, poiché ciò che conta è che Trump, in un modo o nell’altro, arrivi a credere (da solo o su sollecitazione dei suoi stretti collaboratori) che questo sia uno scenario credibile e autorizzi di conseguenza una politica più muscolare nei confronti di Cuba. Ciò potrebbe anche essere motivato da cinici interessi elettorali in vista delle elezioni di medio termine del prossimo autunno, ma mascherato come interesse per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Gli osservatori dovrebbero quindi tenere d’occhio i rapporti tra Stati Uniti e Cuba in futuro.
Se i servizi segreti russi stabilissero che ciò è innegabile o quantomeno plausibile, allora i legami con il Pakistan prevedibilmente peggiorerebbero, mentre la fiducia della Russia nei talebani verrebbe gravemente danneggiata se si scoprisse che il gruppo ha mentito.
Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha ribadito le accuse secondo cui il Pakistan sostiene l’ISIS-K, uno dei motivi per cui i talebani hanno attaccato lungo la linea Durand nel fine settimana, ma ha aggiunto che anche gli attacchi contro Iran e Russia sono stati orchestrati da lì: “Centri di addestramento per l’ISIS-K sono stati istituiti a Khyber Pakhtunkhwa e gli allievi vengono trasportati lì attraverso gli aeroporti di Karachi e Islamabad. Le nostre scoperte mostrano che gli attacchi in Iran e Mosca sono stati orchestrati da questi centri”.
I media indiani hanno riferito a fine aprile che un importante ideatore dell’attacco terroristico di Crocus della primavera scorsa avrebbe potuto essere arrestato in Pakistan, ma la notizia non è mai stata confermata, quindi alcuni scettici l’hanno liquidata come una trovata propagandistica dopo l’ attacco terroristico di Pahalgam e prima degli scontri indo-pakistani che ne sono derivati. Questa analisi ha valutato che “la maggiore rilevanza [del rapporto] risiede nel fatto che ricorda ai lettori, dopo Pahalgam, che alcuni terroristi cercano rifugio in Pakistan, il che ha spinto la presente analisi a spiegarne il motivo”.
Da allora, l’ex Ministro della Difesa russo, ora Segretario del Consiglio di Sicurezza, Sergey Shoigu, ha pubblicato un interessante articolo sull’Afghanistan sul quotidiano ufficiale del suo governo a fine agosto, condannando il trasferimento di terroristi stranieri da parte delle agenzie di spionaggio occidentali alle cellule dell’ISIS-K in Afghanistan. Non ha tuttavia menzionato come siano entrati nel Paese, sebbene questa analisi del suo articolo sostenga che la via più semplice sia attraverso il Pakistan. Shoigu e altri funzionari russi lo sanno certamente.
Ciononostante, la Russia ha comunque svolto le sue esercitazioni antiterrorismo annuali con il Pakistan all’inizio dell’autunno e di recente sono circolate anche voci di una più stretta cooperazione sui motori dei caccia, a dimostrazione del fatto che Mosca non crede che Islamabad “ufficiale” sia in combutta con i terroristi. Detto questo, la sua leadership politica “ufficiale” è ampiamente considerata subordinata alla sua leadership militare e di intelligence, che è stata accusata di tale collusione in passato. La leadership politica persinoha ammesso che ciò è vero.
L’India, in precedenza gli Stati Uniti (ma forse non più a causa del loro rapido riavvicinamento ), occasionalmente l’Iran e ora i Talebani hanno tutti avanzato queste rivendicazioni, così come fece l’URSS durante la guerra in Afghanistan degli anni ’80, a causa del sostegno del Pakistan ai mujaheddin sostenuti dalla CIA. Considerati i decenni di vicinanza tra Russia e India e la ritrovata vicinanza tra Russia e Talebani, è possibile che la Russia prenda presto più seriamente le costanti rivendicazioni della prima e forse indaghi persino sulle ultime affermazioni dei secondi.
Dopotutto, non è una questione di poco conto che i talebani abbiano affermato che l’attacco terroristico al Crocus è stato orchestrato dal Pakistan, sebbene da persone che i loro servizi militari e di intelligence probabilmente hanno portato nel Paese all’insaputa della loro controparte politica, se fosse vero. Inoltre, sebbene il Pakistan non voti contro la Russia alle Nazioni Unite e abbia cercato di espandere i propri legami economici durante la …L’operazione , il suo orientamento filo-occidentale e la preferenza di Trump per il Pakistan sollevano sospetti sul suo nuovo ruolo regionale.
Per queste ragioni, la Russia potrebbe presto chiedere all’India, ai Talebani e forse persino all’Iran di condividere qualsiasi informazione di intelligence in loro possesso sui legami del Pakistan con i terroristi, in particolare con l’ISIS-K. È imperativo che la Russia determini la veridicità di quest’ultima accusa il prima possibile. Se i suoi servizi segreti concludessero che è innegabile o almeno plausibile, allora i legami con il Pakistan prevedibilmente peggiorerebbero, mentre la fiducia della Russia nei Talebani verrebbe gravemente danneggiata se si scoprisse che il gruppo ha mentito.
Questo è il risultato del ripristino della loro vecchia partnership strategica risalente all’epoca della Guerra Fredda.
Il Ministro degli Esteri indiano, Dr. Subrahmanyam Jaishankar, ha annunciato che il suo Paese trasformerà la sua missione tecnica in Afghanistan in un’ambasciata a tutti gli effetti durante la visita di sei giorni del suo omologo afghano, Amir Khan Muttaqi. Questo è avvenuto il giorno dopo che il Pakistan ha bombardato diversi presunti obiettivi del “Tehreek-i-Taliban Pakistan” (TTP, ovvero “Talebani pakistani”) in Afghanistan la notte precedente. Il TTP è un gruppo designato come terrorista, la cui ondata di attacchi negli ultimi tre anni è la più feroce dell’ultimo decennio .
Alcuni sono rimasti sorpresi dal viaggio di Muttaqi a Delhi e dalla ripresa formale dei rapporti bilaterali, poiché rappresenta una dittatura islamista fondamentalista che in passato è stata accusata di aver avuto un ruolo nell’insurrezione del Kashmir sostenuta dal Pakistan, mentre l’India è uno stato laico e la più grande democrazia del mondo. Comunque sia, Muttaqi ha affermato che “non abbiamo mai rilasciato dichiarazioni contro l’India. Piuttosto, abbiamo sempre cercato di mantenere buoni rapporti con l’India” durante l’occupazione americana, suggerendo così reciproche motivazioni di realpolitik.
Si può sostenere che sia così, e ciò è dovuto al fatto che il Pakistan ha avvicinato i Talebani e l’India, come verrà ora spiegato. La rivalità indo-pakistana è ben nota e non richiede ulteriori spiegazioni, mentre il peggioramento dei rapporti tra Talebani e Pakistan è attribuibile al pericoloso dilemma di sicurezza emerso un anno dopo la fine dell’occupazione statunitense. In breve, i Talebani temono la collusione tra Stati Uniti e Pakistan contro di loro dopo la fine dell’occupazione postmoderna.colpo di stato contro Imran Khan, mentre il Pakistan teme le implicazioni del rifiuto dei talebani di riconoscere la linea Durand.
Di conseguenza, le controversie territoriali tra India e Afghanistan con il Pakistan hanno avuto un ruolo importante nel loro riavvicinamento dell’era dei talebani 2.0, che è stato accelerato da Trump 2.0 che ha chiesto il ritorno delle truppe statunitensi alla base aerea di Bagram (che poteva avvenire solo con la facilitazione del Pakistan) e dalla sua nuova pressionecampagna contro l’India. Questi processi si sono verificati parallelamente al riavvicinamento tra Stati Uniti e Pakistan , che sta rapidamente rilanciando la loro vecchia partnership strategica risalente all’epoca della Guerra Fredda, che India (e Russia) ritenevano destabilizzasse la regione all’epoca.
Le recenti notizie secondo cui il Pakistan vorrebbe cedere un porto agli Stati Uniti , cosa che alcuni ritengono potrebbe portare al ritorno delle forze statunitensi, coincidono con le accuse indiane secondo cui il Pakistan sostiene il terrorismo in Kashmir e con quelle dei talebani di sostenere l’ISIS-K (a cui la Russia ha fatto un occhiolino ), peggiorando la percezione della minaccia da parte di questi due gruppi. Allo stesso modo, il Pakistan accusa l’India di sostenere l'” Esercito di liberazione del Belucistan ” e i talebani di sostenere il TTP, che sono gruppi terroristici alleati degli Stati Uniti e potrebbero quindi servire da pretesto per una pressione congiunta contro di loro.
A proposito di pressione, la Cina potrebbe presto risentire maggiormente della sua dimensione militare da parte degli Stati Uniti, a causa delle ultime mosse filoamericane del suo “fratello di ferro” Pakistan. Trump vuole esplicitamente riportare le truppe statunitensi alla base aerea di Bagram per minacciare i vicini siti nucleari cinesi, e questo potrebbe avvenire solo con la facilitazione del Pakistan. Anche il possibile ritorno delle truppe statunitensi in Pakistan potrebbe raggiungere questo obiettivo. I dazi del 100% sulla Cina recentemente annunciati da Trump, proprio mentre i rapporti tra Stati Uniti e Pakistan entrano in una fase di rinascita, alimentano ulteriormente i sospetti.
Sebbene la Cina probabilmente non abbandonerà mai il Pakistan, avendo investito miliardi nella sua economia attraverso il Corridoio Economico Cina-Pakistan, fiore all’occhiello della BRI, e vendendo più armi al Pakistan che a chiunque altro, gli Stati Uniti potrebbero presto chiedere al Pakistan di prendere le distanze dalla Cina. Se il Pakistan acconsentirà come previsto, Cina e India potrebbero coordinare il sostegno all’Afghanistan come manifestazione del loro nascente riavvicinamento per bilanciare il rinato duopolio regionale USA-Pakistan, rimodellando così la geopolitica regionale.
Mentre la Nuova Guerra Fredda si sposta dalla priorità data dagli Stati Uniti al contenimento della Russia in Europa al contenimento della Cina in Asia, allo stesso modo la tendenza degli Stati Uniti a rivedere gradualmente i risultati della Seconda Guerra Mondiale per ottenere un vantaggio anche su quel fronte.
L’ambasciata de facto degli Stati Uniti a Taiwan ha inviato a Reuters una dichiarazione via email a metà settembre, criticando il ricorso della Cina agli accordi della Seconda Guerra Mondiale a sostegno della sua rivendicazione sull’isola. L’ambasciata ha dichiarato che “la Cina travisa intenzionalmente i documenti della Seconda Guerra Mondiale, tra cui la Dichiarazione del Cairo, la Proclamazione di Potsdam e il Trattato di San Francisco, per cercare di sostenere la sua campagna coercitiva per sottomettere Taiwan”. L’ultima svolta in questa disputa coincide con l’80 ° anniversario della sconfitta del Giappone.
Per contestualizzare, la Dichiarazione del Cairo del 1943 stabilisce che Formosa (nome di Taiwan in epoca coloniale) sarà restituita alla Repubblica di Cina (ROC); la Dichiarazione di Potsdam del 1945 fa riferimento al Cairo e limita l’ambito geografico della sovranità giapponese senza menzionare Formosa; e il Trattato di San Francisco del 1951 ha comportato la rinuncia ufficiale del Giappone alle sue pretese su Formosa, lasciandone però irrisolto lo status. Le interpretazioni della ROC e della Repubblica Popolare Cinese (RPC) saranno ora brevemente riassunte.
La Repubblica di Cina, con sede a Taiwan, si considera l’unico governo legittimo della Cina in quanto rappresenta la Repubblica di Cina, riconosciuta dalla Società delle Nazioni, nonostante il successore di quest’ultima all’ONU l’abbia espulsa nel 1971 e abbia sostituito il suo seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza con la Repubblica Popolare Cinese. Interpreta quindi le Dichiarazioni del Cairo e di Potsdam come una conferma del suo controllo su Taiwan, mentre la Repubblica Popolare Cinese si basa sulla suddetta decisione, che la riconosce come unico rappresentante legittimo della Cina, per rivendicare legalmente Taiwan.
Il significato delle critiche dell’ambasciata de facto degli Stati Uniti a Taiwan alla fiducia della Cina (formalmente della Repubblica Popolare Cinese) in questi accordi risalenti alla Seconda Guerra Mondiale (Reuters ha ricordato ai lettori di considerare il Trattato di San Francisco “illegale e invalido” poiché non ne era parte) è che si tratta di un segno dei tempi. Mentre la Nuova Guerra Fredda si sposta dalla priorità degli Stati Uniti al contenimento della Russia in Europa al contenimento della Cina in Asia , allo stesso modo si sta verificando la tendenza degli Stati Uniti a rivedere gradualmente i risultati della Seconda Guerra Mondiale per ottenere un vantaggio anche su quel fronte.
La Russia ritiene che la rimilitarizzazione della Germania , l’adesione della Finlandia alla NATO e la spinta verso la neutralità dell’Austria , tutte azioni sostenute dagli Stati Uniti, dimostrino che gli USA stanno gradualmente rivedendo gli esiti della Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso modo, ritiene che la rimilitarizzazione del Giappone , sostenuta dagli Stati Uniti, ne sia la prova, opinione condivisa anche dalla Cina. Era quindi prevedibile che un giorno gli Stati Uniti avrebbero iniziato a contestare con maggiore fermezza la dipendenza della Cina dagli accordi della Seconda Guerra Mondiale a sostegno delle sue rivendicazioni su Taiwan.
L’ordine mondiale cambia sempre, come dimostra la storia, ma in questi casi, i processi associati vengono sfruttati dagli Stati Uniti a fini di contenimento nei confronti di quella che oggi può essere descritta come l’Intesa sino-russa, al fine di giustificare politiche più aggressive contro di essa su false basi giuridiche. Russia e Cina, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ovviamente non accetterebbero le suddette revisioni, motivo per cui gli Stati Uniti le sostengono unilateralmente, il che accelera ulteriormente il crollo dell’ordine post-seconda guerra mondiale .
Lo scenario ideale, come previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, è che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite svolga congiuntamente il ruolo di pioniere di una transizione controllata verso un nuovo ordine che preservi l’equilibrio di potere tra i due Paesi, riducendo così il rischio di conflitti durante questo periodo. Ciò è diventato impossibile dopo che il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dagli accordi di controllo degli armamenti con la Russia ha smantellato l’architettura di sicurezza globale, portando inevitabilmente a una graduale revisione degli esiti della Seconda Guerra Mondiale e a un pericoloso aumento delle tensioni con l’Intesa sino-russa.
Se ciò accadesse, i processi multipolari regionali sostenuti da Russia, India, Iran e Cina verrebbero messi a dura prova come mai prima, ma ciò potrebbe anche indurli a cooperare come mai prima, con il Pakistan che sopporterebbe il peso della loro pressione collettiva in questo scenario.
A tal fine, il Pakistan è sospettato di facilitare l’afflusso di terroristi stranieri in Afghanistan come agenti anti-talebani, come intuito dal Segretario del Consiglio di Sicurezza russo Sergey Shoigu nel suo articolo di fine agosto, analizzato qui il mese scorso. Parallelamente, l’obiettivo recentemente ribadito da Trump di riportare le truppe statunitensi alla base aerea di Bagram in Afghanistan può avere successo solo con il sostegno del Pakistan. Per concludere, il Financial Times (FT) ha riferito che il Pakistan sta ora offrendo agli Stati Uniti anche un porto commerciale.
Hanno citato consiglieri anonimi del capo dell’esercito pakistano Asim Munir, il governatore de facto del Paese che ha visitato gli Stati Uniti tre volte solo nell’ultimo anno e ha incontrato Trump due volte finora, per informare il pubblico che prevede che la sede venga istituita a Pasni. La città si trova nelle immediate vicinanze di Gwadar, al confine con l’Iran, punto terminale del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), fiore all’occhiello della Belt & Road Initiative, che gli Stati Uniti hanno a lungo temuto potesse un giorno ospitare la Marina cinese.
Il Financial Times ha riportato che il progetto fa leva su questi timori, così come su quelli degli Stati Uniti riguardo all’Iran e persino alla Russia, per rendere la proposta di Pasni più allettante per Trump 2.0. Il documento afferma che “la vicinanza di Pasni all’Iran e all’Asia centrale migliora le opzioni statunitensi per il commercio e la sicurezza… L’impegno a Pasni controbilancerebbe Gwadar… ed espanderebbe l’influenza statunitense nel Mar Arabico e in Asia centrale… Gli investimenti cinesi a Gwadar nell’ambito della Belt and Road Initiative sollevano preoccupazioni sul duplice uso”.
La presenza statunitense a Pasni favorirebbe l’esportazione di minerali che le aziende statunitensi sono state invitate dal Pakistan a estrarre nella provincia del Belucistan, ma potrebbe rapidamente assumere dimensioni militari. Gli Stati Uniti hanno naturalmente interesse ad aiutare il Pakistan a sconfiggere il terrorista ” Esercito di Liberazione del Belucistan ” che minaccia questa regione ricca di risorse. Ciò potrebbe tuttavia portare a un’espansione delle missioni in Afghanistan, date le affermazioni del Pakistan secondo cui i talebani sostengono quel gruppo, e a ulteriori sanzioni contro l’India per lo stesso motivo.
Il pretesto di assistere il Pakistan, ” principale alleato non-NATO “, nella sua “guerra al terrorismo”, soprattutto se degli americani (anche se solo appaltatori della sicurezza) venissero uccisi dopo gli attacchi ai progetti minerari statunitensi in Belucistan, potrebbe servire a giustificare lo stanziamento di forze navali, truppe di terra e/o risorse aeree statunitensi a Pasni o nelle sue vicinanze. Ne potrebbe conseguire un patto simile a quello del Qatar per garantire la sicurezza del Pakistan nei confronti di Afghanistan, India e persino Iran, anch’esso accusato dal Pakistan di sostenere gruppi beluci identificati come terroristi.
Attraverso questi mezzi, che dipendono da una qualche forma di presenza statunitense a Pasni, il Pakistan completerebbe la sua svolta filo-occidentale ripristinando pienamente la sua vecchia partnership con l’America risalente all’epoca della Guerra Fredda, a cui Imran Khan si oppose (e che è il motivo per cui fu deposto). I processi multipolari regionali promossi da Russia, India, Iran e Cina verrebbero quindi messi a dura prova come mai prima, ma ciò potrebbe anche indurli a cooperare come mai prima, con il Pakistan che sopporterebbe il peso della loro pressione collettiva.
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Di tanto in tanto capita di assistere a dimostrazioni di arroganza così sbalorditive che bisogna vederle per crederci. Durante il vertice dei ministri della Difesa della NATO tenutosi questa settimana a Bruxelles, il goffo segretario generale Mark Rutte ha battuto il record delle dichiarazioni più imbarazzanti in due minuti; è stata una delle incarnazioni più evidenti dell’arroganza imperiale alla base del disastroso deterioramento della NATO e dell’UE:
Non solo finge di credere che la NATO sia economicamente decine di volte più potente della Russia, ma anche che il suo esercito sia “infinitamente” superiore, usando il linguaggio dei bambini.
Fingendo di essere una specie di duro, arriva persino a fingere di non sapere cosa siano i MiG-31; perché, ovviamente, sottovalutare il proprio avversario fino al punto di ignorarne completamente le risorse è un segno inequivocabile della “forza” militare che Rutte cerca così disperatamente di incarnare.
La parte più tragicomica della retorica umiliante del “papà” Don è che, se si ascolta attentamente, il suo scopo sembra essere semplicemente quello di placare i suoi compagni apparatchik, che probabilmente stanno avendo dei ripensamenti dopo aver sfiorato la morte antagonizzando la Russia.
Con tono supplichevole —con toni di estrema umiliazione—Rutte li supplica di «tenerne conto, per favore» e di «trovare conforto» nella finta esaltazione dell’alleanza che sta disperatamente cercando di costruire per coprire la sua effettiva debolezza storica. Lo scopo diventa chiaro: si tratta di una sessione di persuasione volta ad alleviare le preoccupazioni dei suoi compatrioti; e non sarebbe stata necessaria se non fosse stato per il fatto che tutti loro credono esattamente il contrario della retorica entusiasta e spavalda che Rutte sta sputando fuori dalla sua bocca. Tali eccessi di spavalderia sono necessari proprio quando si manca di fiducia in ciò che si dice.
Purtroppo, quella non era nemmeno la parte peggiore della sua sfacciataggine. Nel video successivo, Rutte supera radicalmente se stesso invocando il Red October di Tom Clancey per dipingere la marina russa come ridotta a un sottomarino rotto e “zoppicante”. La sua diarrea verbale è così grossolanamente esagerata che è difficile credere che provenga da un cosiddetto “Vertice dei ministri della Difesa della NATO”, piuttosto che da qualche battuta dietro le quinte nella sauna preferita di Rutte a Bruxelles:
Il “uomo forte” Cancelliere della NATO continua dichiarando debolmente che l’alleanza scorterà “delicatamente” gli aerei russi che non rappresentano una minaccia perché la NATO è “così forte” e solo se la NATO fosse “debole” l’alleanza dovrebbe abbattere gli aerei russi. Sembra che la programmazione orwelliana sia riuscita a creare un altro schiavo mentale.
Ma quello che noterete è che l’intero ordine occidentale è degenerato in un teatro dell’assurdo. Praticamente tutto è stato ridotto a espedienti e artifici, uno più imbarazzante dell’altro.
Si prenda ad esempio la visita odierna del ministro degli Esteri polacco Sikorski a Londra, dove ha messo in scena un drone russo Geran catturato nella sanguinosa Camera dei Comuni del Parlamento britannico per ottenere il massimo effetto teatrale:
Quanto può diventare ancora più assurdo e caricaturale questo freakshow?
A peggiorare le cose, in una nuova intervista il disonorato “generale” Ben Hodges ha affermato che se la Russia osasse attaccare la “potente” NATO, sia Kaliningrad che Sebastopoli sarebbero “annientate” nella prima ora:
Con ironia, il suo insipido discorso ha offerto agli ucraini uno spaccato della psicopatia e dell’indifferenza dell’Occidente nei confronti dell’Ucraina stessa, considerata nient’altro che una pedina sacrificabile nella guerra per distruggere la Russia:
Come se questo tripudio di vuoto narcisismo non bastasse, il re dell’ego in persona ha coronato la giornata di pomposa esultanza con un’ultima serie di chiacchiere che fanno venire voglia di prendersi a schiaffi. Dopo aver blaterato senza senso di circa 1,5 milioni di vittime russe, ha citato le “lunghe code per il gas russo” prima di affermare ridicolmente che l’economia russa presto “crollerà”:
Per non parlare del fatto che continua a ripetere senza ironia l’affermazione secondo cui avrebbe distrutto il BRICS. Al contrario, il BRICS è diventato sempre più forte, con la de-dollarizzazione in forte espansione tra gli ultimi annunci secondo cui le compagnie petrolifere indiane sono tornate a pagare il petrolio russo in yuan; per non parlare di altre notizie:
Trump ha poi continuato con minacce allusive riguardo ai missili Tomahawk in vista della visita di Zelensky di venerdì, durante la quale il pifferaio magico ucraino dovrebbe mettersi a cantare e ballare in una stravagante esibizione per ottenere le risorse a lungo raggio.
Trump ha continuato a sfruttare in modo superficiale il cosiddetto “Tomahoax”, ignorando completamente che gli Stati Uniti non hanno praticamente nulla da offrire. Un nuovo articolo del Financial Times cita Stacie Pettyjohn, “direttrice del programma di difesa presso il think tank Center for a New American Security”, che riconosce che gli Stati Uniti sarebbero in grado di fornire all’Ucraina solo 20-50 dei missili da 1,3 milioni di dollari. Leggi attentamente il testo in grassetto qui sotto:
Tuttavia, gli Stati Uniti sarebbero probabilmente in grado di fornirne solo pochi all’Ucraina. Ciò alla luce del fatto che, secondo gli esperti della difesa, dei 200 missili acquistati dal Pentagono dal 2022, ne sono già stati lanciati più di 120. Il Dipartimento della Difesa ha richiesto finanziamenti per soli 57 Tomahawk in più nel suo bilancio 2026.
Washington avrebbe probabilmente bisogno anche dei missili Tomahawk per qualsiasi attacco sul suolo venezuelano.
Stacie Pettyjohn, direttrice del programma di difesa presso il think tank Center for a New American Security, ha affermato che Washington potrebbe mettere a disposizione dell’Ucraina dai 20 ai 50 missili Tomahawk, «il che non modificherà in modo decisivo le dinamiche della guerra».
L’articolo proseguiva osservando:
Sebbene i missili a lungo raggio potrebbero integrare i droni d’attacco a lungo raggio e i missili da crociera dell’Ucraina “in grandi salve complesse per ottenere un effetto maggiore”, essi “avrebbero comunque una capacità molto limitata… certamente non sufficiente per consentire attacchi prolungati e profondi contro la Russia”, hanno aggiunto.
Che fine hanno fatto quei missili Storm Shadow, comunque? Dopo che hanno iniziato a essere regolarmente recuperati dal fondo del Mar Nero, sembra che questi missili, molto più avanzati dei Tomahawk, siano semplicemente passati di moda.
Ad ogni modo, l’ultimo kabuki atlantista serve solo a ricordarci quanto l’Occidente abbia perso credibilità e ragionevolezza. Tra minacce vuote, vanterie ancora più vuote, finto complesso di superiorità e altre stravaganze, l’Occidente appare ogni giorno più debole e stupido, mettendo a nudo le proprie contraddizioni sul fatto che la Russia sia allo stesso tempo abbastanza debole da poter essere derisa e abbastanza forte da mantenere Rutte e la sua banda di smidollati in uno stato di frenesia bellica.
Sul fronte bellico, gli ucraini hanno notato un enorme aumento degli attacchi con mezzi corazzati russi su tutti i fronti principali, in netto contrasto con la tattica del “gocciolamento” a cui erano abituati da tempo. Sembra che la stagione della “grande offensiva” sia ricominciata.
Ci sono molte ragioni per questo. Una è il fatto che sta iniziando l’autunno rasputitsa , con strade che diventano fangose e impraticabili per carri, Lada, biciclette, scooter, asini e i consueti mezzi di trasporto del XXI secolo.
Il secondo motivo è che la defogliazione delle siepi espone i soldati di fanteria isolati, limitando la loro capacità di nascondersi con il consueto trucco dei due uomini.
Terzo, e forse più importante, anche se più soggettivo, credo che il comando russo percepisca che la maggior parte degli attuali punti caldi stiano raggiungendo la massa critica per il crollo della resistenza ucraina. Il metodo “a goccia” è una tattica di infiltrazione a lungo termine che minimizza le perdite ed è utile per modellare il campo di battaglia lungo un determinato punto di convergenza o obiettivo, ma a un certo punto, quando il terreno è stato “modellato” al massimo effetto e si sono accumulati i vantaggi della propria parte il più possibile, può essere decisivo sferrare finalmente i colpi finali in massa. Questo è particolarmente vero quando, come parte di quella fase di “modellamento”, si sono ridotte le difese locali del nemico sotto forma di ISR, squadre di droni, EW, ecc.
Solo nell’ultimo giorno ci sono state almeno tre o quattro grandi offensive corazzate in aree come Dobropillya dell’asse Pokrovsk, Mirnograd e Shakhove. In ciascun caso, le AFU hanno naturalmente affermato di aver distrutto tutto e respinto gli attacchi, anche se stranamente i cartografi hanno notato dei progressi in alcune delle aree oggetto di questi assalti.
Ad esempio, negli attacchi a Shakhove, i russi sembravano aver conquistato alcuni campi e spinto il fronte quasi direttamente contro il confine di Shakhove:
Ecco un video ucraino che sembra mostrare l’assalto a Shakhove:
Si possono vedere molti colpi di droni sulle armature, ma poche perdite definitive. Le riprese dei colpi dei droni sui veicoli blindati nel 2025 sono estremamente fuorvianti, poiché la tecnologia delle protezioni secondarie ha fatto passi da gigante e la maggior parte dei colpi finisce per avere un effetto minimo. Oggigiorno occorrono molti, molti colpi per distruggere un veicolo blindato medio sia sul fronte russo che su quello ucraino. Tra la dozzina o più di veicoli che si vedono nel video, forse solo uno appare decisamente distrutto e in fiamme.
Mentre l’assalto era in corso, la 132ª brigata russa colpì Rodynske dall’altra parte delle “orecchie di coniglio” e riuscì a consolidare alcuni dei primi distretti:
Un altro assalto lungo lo stesso asse, ma più a sud, è riuscito a penetrare nella periferia di Mirnograd:
Questo ha portato i principali produttori di mappe ad annunciare che la battaglia per Mirnograd era finalmente iniziata ufficialmente:
Come promemoria, tutti i punti sopra citati sono sullo stesso asse, il che significa, come afferma Serge sopra, che la Russia ha probabilmente deciso di chiudere l’intero teatro:
AMK_Mapping ci ricorda giustamente l’ovvio paragone con Avdeevka, proprio alla vigilia della sua conquista nel febbraio 2024:
È piuttosto evidente che Pokrovsk sia in una situazione molto più precaria in questo momento, anche se manca, per la parte russa, l’enorme quantità di battaglioni penali Storm-Z “sacrificabili” che avevano coraggiosamente guidato l’ultima offensiva su Avdeevka.
A Kupyansk non ci sono cambiamenti significativi, se non il riconoscimento da parte dei cartografi che la “sacca” centrale è stata effettivamente abbandonata dalle forze armate ucraine. Tuttavia, nei prossimi giorni i russi condurranno “operazioni di rastrellamento” per ripulire le case di questo vasto distretto, che per ora rimane colorato in modo “leggero” per indicare che non è stato ancora conquistato “completamente”.
Il governo ucraino ha colto il suggerimento quando le notizie dell’evacuazione di 40 insediamenti vicini hanno fatto il giro delle onde radio:
Il mese scorso il capo dell’amministrazione militare regionale ucraina Andriy Kanashevich aveva osservato che poche persone stavano evacuando dalla stessa Kupyansk, suggerendo che stavano aspettando che i russi venissero a “liberarle”.
Dovremo attendere chiarimenti nei prossimi giorni, ma il fatto che persino Deep State abbia classificato la città come zona grigia è significativo:
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Un ultimo elemento di interesse:
Un nuovo servizio di Rossiya-1 sui recenti progressi e le esercitazioni russe nel campo dei droni, con particolare attenzione al Courier UGV che ha recentemente presentato una funzione di sminamento laser, anch’essa mostrata qui:
Come previsto, i sistemi robotici terrestri Courier (“Курьер”) continuano ad essere sottoposti a nuove modifiche, come dimostrato durante un raduno di unità delle truppe del genio delle forze terrestri russe in un poligono di addestramento nella regione di Volgograd.
Oltre alla versione standard dell’UGV per il supporto antincendio/ingegneria, dotata di una mitragliatrice PKT da 7,62 mm con televisione bispettrale e mirino termico (MWIR/LWIR) e una gittata effettiva di 1. 100-1.300 m, e che trasporta 10 mine anticarro TM-62M, nonché una variante con un lanciagranate automatico AGS-17/30 con una gittata di 1.900-2.100 m (utilizzato anche nella zona delle operazioni militari speciali), è stata presentata anche una versione esclusivamente ingegneristica.
Questa variante è dotata di un modulo di sminamento laser “Ignis” (“Игнис”) con una portata effettiva di oltre 150 m, in grado di bruciare gli involucri di proiettili ad alto potenziale esplosivo, termobarici e di altro tipo.
Alcune specifiche del sistema robotico terrestre Courier:
— Dimensioni: lunghezza della piattaforma — 1,4 m; larghezza — 1,2 m; altezza (senza armamento) — 58 cm. — Peso: 250 kg. — Velocità: fino a 35 km/h. — Autonomia: da 12 a 72 ore. — Propulsione: cingolata. — Motori elettrici: 6 kW. — Raggio di controllo: da 3 a 10 km. — Sistema di controllo: remoto, tramite un canale radio sicuro.
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CONFRONTANDO AGATOCLE CON NETANYAHU COMMENTANDO ISRAELE-ITALIA DI CESARE SEMOVIGO: IL RAPPORTO FRA VIRTÙ, FORTUNA E MORALE NEL REALISMO POLITICO DEL PRINCIPE DI MACHIAVELLI E NEL PENSIERO E NELL’AZIONE DI GIUSEPPE MAZZINI A PROPOSITO DELL’ACCORDO FRA ISRAELE ED HAMAS E DEL ‘COMPIUTO PECCATO’ DELL’OCCIDENTE E DELL’ITALIA
di Massimo Morigi
Cesare Semovigo ha appena pubblicato in data 10 ottobre 2025 per “L’Italia e il Mondo” Israele-Italia un’alleanza bipartisan. Italia e Israele: alleati privilegiati, un binomio strategico tra storia, tecnologia e politica (http://web.archive.org/web/20251010104842/https://italiaeilmondo.com/2025/10/10/israele-italia-un-alleanza-bipartisan-di-cesare-semovigo/) prima parte di suoi ulteriori interventi sull’argomento degli (ahimè) inscindibili legami fra Italia e Israele – stante l’attuale stato delle cose degli strettissimi rapporti indusrial-militari-finanziari fra i due paesi – , legami di una tale intensità e pervasività che rendono l’Italia forse la nazione del c.d. occidente con forma di stato democratico-rappresentativa più succube all’imperialista politica di potenza di Israele e prona alla sua ideologia sionista, la quale a livello mainsteam, in Italia come nel resto del già menzionato c.d. occidente, non ci si permette nemmeno di nominare dando la colpa di quanto è successo negli ultimi due anni (dimenticando che è una vicenda che si trascina dalla costituzione stessa dello stato d’Israele) al “terrorismo” di Hamas (‘terrorismo’, parola del lessico politico mainstream che svolge la funzione di una sorta di ‘orizzonte degli eventi’ del concetto per designare senza ulteriore ragionamento ed analisi il nemico) che avrebbe agito contro un paese retto da una matura e completa democrazia (medesima funzione di “orizzonte degli eventi” di quest’ultima parola, solo che in questo caso denotante un giudizio positivo su un sistema politico, non considerando menomamente la realtà effettuale cui il lemma ‘democrazia’ fa da velo a livello interno ed internazionale e che, nel caso di Israele, è connotata dal più feroce e razzista imperialismo di stampo sionista), una democrazia israeliana che – sempre secondo il mainstream – se proprio le si vuole fare un appunto, avrebbe la sventura di essere oggi governata dal malvagio primo ministro Benjamin Netanyahu, trascurando però il “piccolo” dettaglio che questo personaggio, al netto di tutto il male che se ne possa dire, non è arrivato al potere tramite la violenza ed in maniera illegale ma attraverso i ben oliati e “universalmente” venerati meccanismi della democrazia rappresentativa, la quale anche se tecnicamente in quanto democrazia rappresentativa sarebbe più corretto chiamarla ‘polioligarchia competitiva’ (e sul mito occidentale della democrazia rappresentativa in realtà ‘polioligarichia competitiva’ praticamente nulla è stato scritto, avendola definita i suoi critici apparentemente più feroci – ma in realtà anch’essi omologati – al più come poliarchia, vedi Robert Dahal che con il termine ‘poliarchia’ vorrebbe restituirci una visione più realista della democrazia ma mantenendone un giudizio sostanzialmente positivo perché col termine vorrebbe indicare la democrazia come una polifonia più o meno armoniosa di poteri e Colin Crouch che ha coniato a suo tempo il termine ‘postdemocrazia’, il quale col termine prospetta un destino gramo per la democrazia, un’analisi sulla quale si concorda tranne che sull’ “insignificate” dettaglio che in realtà la democrazia non s’è mai vista sulla faccia della Terra, secondo la vulgata appartenendo questo potere al popolo, in realtà un potere conteso fra varie oligarchie che lo se lo contendono, nel caso delle c.d. democrazie rappresentative occidentali attraverso il suffragio universale libero e segreto, questo sì, ma quasi del tutto eteroderodiretto in ragione dello squilibrio cognitivo e di potere politico-economico che le élite o le oligarchie che dir si voglia hanno da sempre sulla massa ma questo è un discorso sul quale torneremo), non si può nemmeno affermare che essa, almeno nello spirito, non rappresenti sempre – sia a livello di politiche pubbliche che a livello di selezione della classe dirigente – in qualche modo e secondo variabili gradi di intensità dipendenti dalle diverse realtà nazionali, il paese inserito nel suo sistema politico. E nel caso di Israele non è azzardato dire che la c.d. democrazia rappresentativa è il sistema di potere che più di ogni altro del mondo occidentale retto tramite questa forma politico-isituzionale riesce a rappresentalre e a dare seguito agli umori del paese, totalmente informati tutti, destra e sinistra indifferentemente, all’imperialismo sionista. Il lucido e spietato articolo di Cesare Semovigo, che guarda ai legami un tempo si direbbe strutturali che a livello internazionale orientano non solo la politica di Israele ma ancor per noi più importante, la nostra vergognosa dipendenza economica ed anche morale dal malvagio comportamento interno ed internazionale di questo paese, fa quindi totalmente giustizia di questa fanciullesca narrazione non tentando nemmeno di “smontarla” ma, giustamente, semplicemente ignorandola e, piuttosto, concentrandosi, molto opportunamente, sul perché, strutturalmente, l’Italia è così prona ad Israle, e che Benjamin Netanyahu sia o no un politico malvagio o, a suo modo, semplicemente realista non gliene potrebbe fregar de meno. Tuttavia, siccome il realismo politico quando nacque ad opera di Niccolò Machiavelli non si basava su un modello poggiato sull’analisi della commistione fra i decisori dei grandi gruppi economici e i decisori politici, si era agli albori della nostra modernità occidentale e la società industrial-capitalista doveva ancora un po’ attendere, ma era incentrato sull’analisi di come il decisore politico-militare potesse ottenere il successo (cioè la conquista e poi il mantenimento ed infine l’accrescimento del suo potere personale) riuscendo con la sua peculiare personalità a tenere testa e a vincere contro una casualità (la fortuna) a lui del tutto indifferente se non ostile e siccome pensiamo anche che una completa visione geopolitica non possa prescindere da considerazioni sul lato umano del decisore, ci si permette qui di inquadrare meglio alla luce del Principe e delle sue categorie machiavelliane che hanno presieduto alla nascita della Weltanschauung politica realista, la figura del primo ministro israeliano, fiduciosi che questa piccola incursione nell’archeologia della geopolitica ma, soprattutto, antropologica (nel senso dell’antropologia del decisore ma anche del popolo che esso guida e con ciò si confida quindi di essere pienamente conformi ad un discorso geopolitico, che mai deve tralasciare il loto umano-culturale dell’oggetto di studio della disciplina) possa essere d’aiuto per meglio inquadrare, anche dal punto di vista strutturale o per meglio dire dal punto di vista della dialettica del conflitto strategico fra i grandi decisori umani e/o associati in gruppi collettivi di potere che animano lo scenario geopolitico e che struttura il discorso di Semovigo, non solo la politica interna ed estera dello Stato di Israele ma anche il ‘compiuto peccato’ dell’occidente che nella vicenda del martirio del popolo palestinese ha distinte ma ugualmente gravissime responsabilità in concorso con lo Stato sionista.
Ecco allora come nel capitolo 7 del Principe, De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur, Niccolo Machiavelli inquadra la rovina del Valentino, il principe estremamente violento ma anche pieno di virtù, almeno nell’accezione machiavelliana del termine, dovuta alla morte del suo protettore e padre, il Papa Alessandro VI Borgia: « […] E l’animo suo era assicurarsi di loro; il che gli sarebbe presto riuscito, se Alessandro viveva. E questi furono e’ governi suoi quanto alle cose presenti. Ma quanto alle future, lui aveva a dubitare, in prima, che uno nuovo successore alla Chiesa non li fussi amico e cercassi tòrli quello che Alessandro gli aveva dato. Di che pensò assicurarsi in quattro modi: prima, di spegnere tutti e’ sangui di quelli signori che lui aveva spogliati, per torre al papa quella occasione: secondo, di guadagnarsi tutti e’ gentili uomini di Roma, come è detto, per potere con quelli tenere el papa in freno: terzo, ridurre el Collegio più suo che poteva: quarto, acquistare tanto imperio, avanti che il papa morissi, che potessi per se medesimo resistere a uno primo impeto. Di queste quattro cose, alla morte di Alessandro ne aveva condotte tre; la quarta aveva quasi per condotta; perché de’ signori spogliati ne ammazzò quanti ne possé aggiugnere, e pochissimi si salvorono; e’ gentili uomini romani si aveva guadagnati, e nel Collegio aveva grandissima parte: e, quanto al nuovo acquisto, aveva disegnato diventare signore di Toscana, e possedeva di già Perugia e Piombino, e di Pisa aveva presa la protezione. È come non avessi avuto ad avere respetto a Francia (ché non gliene aveva ad avere più, per essere di già e’ Franzesi spogliati del Regno dagli Spagnoli, di qualità che ciascuno di loro era necessitato comperare l’amicizia sua), e’ saltava in Pisa. Dopo questo, Lucca e Siena cedeva subito, parte per invidia de’ Fiorentini, parte per paura; e’ Fiorentini non avevano remedio. Il che se li fusse riuscito (che gli riusciva l’anno medesimo che Alessandro morì), si acquistava tante forze e tanta reputazione, che per se stesso si sarebbe retto, e non sarebbe più dependuto dalla fortuna e forze di altri, ma dalla potenzia e virtù sua. Ma Alessandro morì dopo cinque anni ch’egli aveva cominciato a trarre fuora la spada. Lasciollo con lo stato di Romagna solamente assolidato, con tutti gli altri in aria, intra dua potentissimi eserciti inimici, e malato a morte. Ed era nel duca tanta ferocia e tanta virtù, e sì bene conosceva come gli uomini si hanno a guadagnare o perdere, e tanto erano validi e’ fondamenti che in sì poco tempo si aveva fatti, che, se lui non avessi avuto quegli eserciti addosso, o lui fussi stato sano, arebbe retto a ogni difficultà. E ch’e’ fondamenti sua fussino buoni, si vidde: ché la Romagna lo aspettò più di uno mese; in Roma, ancora che mezzo vivo, stette sicuro; e benché Baglioni, Vitelli e Orsini venissino in Roma, non ebbono seguito contro di lui; possé fare, se non chi e’ volle, papa, almeno che non fussi chi non voleva. Ma se nella morte di Alessandro lui fussi stato sano, ogni cosa gli era facile. E lui mi disse, ne’ dì che fu creato Iulio II, che aveva pensato a ciò che potessi nascere, morendo el padre, e a tutto aveva trovato remedio, eccetto che non pensò mai, in su la sua morte, di stare ancora lui per morire, Raccolte io adunque tutte le azioni del duca, non saprei reprenderlo; anzi mi pare, come ho fatto, di preporlo imitabile a tutti coloro che per fortuna e con l’arme d’altri sono ascesi allo imperio. Perché lui avendo l’animo grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti; e solo si oppose alli sua disegni la brevità della vita di Alessandro e la malattia sua. Chi, adunque, iudica necessario nel suo principato nuovo assicurarsi de’ nimici, guadagnarsi degli amici, vincere o per forza o per fraude, farsi amare c temere da’ populi, seguire e reverire da’ soldati, spegnere quelli che ti possono o debbono offendere, innovare con nuovi modi gli ordini antiqui, essere severo c grato, magnanimo e liberale, spegnere la milizia infedele, creare della nuova, mantenere le amicizie de’ re e de’ principi in modo che ti abbino o a beneficare con grazia o offendere con respetto, non può trovare e’ più freschi esempli che le azioni di costui. Solamente si può accusarlo nella creazione di Iulio pontefice, nella quale lui ebbe mala elezione; perché, come è detto, non potendo fare uno papa a suo modo, e’ poteva tenere che uno non fussi papa; e non doveva mai consentire al papato di quelli cardinali che lui avessi offesi, o che, diventati papi, avessino ad avere paura di lui. Perché gli uomini offendono o per paura o per odio. Quelli che lui aveva offesi erano, infra gli altri, San Piero ad Vincula, Colonna, San Giorgio, Ascanio; tutti gli altri, divenuti papi, aveano a temerlo, eccetto Roano e li Spagnuoli: questi per coniunzione e obligo; quello per potenzia, avendo coniunto seco il regno di Francia. Pertanto el duca, innanzi a ogni cosa, doveva creare papa uno spagnolo, e, non potendo, doveva consentire che fussi Roano e non San Piero ad Vincula. E chi crede che ne’ personaggi grandi e’ benefizii nuovi faccino dimenticare le iniurie vecchie, s’inganna. Errò, adunque, el duca in questa elezione; e fu cagione dell’ultima ruina sua.»: Niccolò Machiavelli, De Principatibus (Il Principe), cap. VII De principatibus novis qui alienis armis et fortuna acquiruntur, in Id., Machiavelli. Tutte le opere, a cura di Mario Martelli, Firenze, Sansoni, 1971, pp.268-269.
La sventura irreparabile per il Valentino della morte di suo padre il papa Borgia paragonabile per il primo ministro Benjamin Netanyahu all’elezione come Presidente degli Stati uniti di Donald Trump, il quale a dispetto di tutto quello che si possa dire sul suo conto, col suo America first sta inaugurando la nuova fase nei rapporti internazionali da noi già definita ‘impérialisme en forme’, un ‘impérialisme en forme’ connotato sul piano ideologico nel far cadere tutti i precedenti velami della precedente narrazione liberaldemocratica al fine di ottenere una totale libertà di azione nello scenario internazionale sempre più configurato in forma policentrica e sempre più refrattario alla vecchia retorica liberaldemocratica e, sul piano operativo, oltre che dal diretto protagonismo di Trump, dalla necessità, proprio per ottenere una maggiore efficacia operativa e spendibile hic et nunc, di abbandonare lunghe e snervanti trattative con il fantomatico raggruppamento degli alleati che singolarmente hanno aderito alla NATO e che pretenderebbe di avere una personalità internazionale (nella trattativa sui dazi, per Trump l’Unione europea ha meritato solo disprezzo in quanto essa viene da lui giudicata una entità non geopolitica ma meramente burocratica, e non ha proprio tutti i torti, anzi!…), privilegiando il rapporto con ogni singolo alleato preso separatamente per imporgli, così, la legge del più forte, cioè quella degli Stati uniti. Nel caso dell’imposizione da parte di Trump della fine delle ostilità di Israele contro Hamas, sarebbe, però, certamente un eccesso di analogismo storico sovrappore integralmente la sventura del Valentino cui morì il padre papa protettore, con la sventura di Benjamin Netanyahu al quale è politicamente morto il già rimbambito padre protettore, e totalmente asservito al sionismo, Biden, che è stato sostituito dall’imperialista in forma Donald Trump, non certo avverso al sionismo per ragioni ideologiche ma fermamente contrario, per carattere e per la nuova impostazione della politica estera americana marcata ora da un drastico unilateralismo; e questo anche perché nel passo machiavelliano appena citato è assente una valutazione sistemica dei rapporti fra Stati nella penisola italica, riducendosi quindi le valutazioni di Machiavelli attorno a considerazioni sulla natura concretamente operativa della personalità del leader, il Valentino, e di come questo leader con la sua virtù avesse cercato di far pendere la fortuna a sua favore (cosa che nel Valentino ma non per sua colpa non si verificò) ma anche perché, e qui interviene una nostra idiosincrasia personale ma condivisa fortunamente da molti in Italia e nel c.d. occidente, se possiamo convenire con Machiavelli che il Valentino fu sì tanto virtuoso ma anche tanto sfortunato, non ci sentiamo proprio di condividere un analogo moto di empatica simpatia verso il primo ministro israeliano che se sfortunato è stato per la morte politica del suo asservito protettore Biden sostituito dall’esoso ed arrogante protettore Donald Trump, altrettanto irresponsabile si è dimostrato nel ficcarsi in una guerra contro Hamas che comportava, “piccolo” dettaglio, l’annientamento del popolo palestinese (volutamente non si impiega il termine ‘genocidio’ perché esso implica anche la volontà di mettere in atto pure lo sterminio biologico, fino all’ultima persona presente sulla faccia della Terra, di un gruppo etnico, i palestinesi nella fattispecie. Questo non è nei piani di Netanyahu e nemmeno delle frange più oltranziste del sionismo, attuale e delle origini. Sarebbe più corretto parlare, in questo caso, del tentativo di compiere una pulizia etnica condotta, come esige questa macabra tipologia di interventi, con metodi del tutto criminali – lo sterminio di gran parte della popolazione di Gaza per costrigere i rimanenti a lasciare il territorio per un’imprecisata destinazione che comporterebbe, fra l’altro, oltra alla perdità di identità del popolo palestenise, anche ulteriori morti – e animati da un proposito totalmente illegale e piratesco, la cacciata dei palestinesi dalle loro proprietà al fine di impossessarsene ma, come si dice, nulla di nuovo sotto il sole, essendo questo il modo col quale è sorto lo Stato di Israele compiendo una iniziale anche se non completa pulizia etnica ai danni dei palestenisi e che nelle intenzioni del primo ministro israliano ora in carica avrebbe dovuto essere portata al suo totale compimento: quindi, in conclusione di ragionamento, non ci si sente proprio di condannare l’uso improprio del termine ‘genocidio’ da parte dei giustamente simpatizzanti della causa palestinese, avendo l’azione politica delle ragioni che non sono proprio quelle dell’analisi scientifica ma che, in questo caso, sono convergenti nel condannare l’azione criminale del primo ministro israeliano, fondata su una purtroppo consolidata tradizione storica di dominio e furto coloniale dello Stato di Israele ed ancor oggi, come alla nascita di questo Stato, appoggiata da buona parte della popolazione di Israele, e con ciò non ci si accusi di antisemitismo perché di pulizie etniche è piena la storia dell’occidente cristiano, con una particolare intensificazione di queste pratiche tramite il colonialismo che, guarda caso, ebbe il suo acme mentre le sue forme istituzionali a livello interno assumevano via via forme sempre più simili alla c.d. nostra “democrazia rappresentativa”).
Ma se nel passo citato, assai sfuocata da parte di Machiavelli l’analisi della dinamica conflittuale degli Stati italiani del tempo (e incentrando quindi la sua analisi, pur sempre improntata al realismo politico di cui Machiavelli è l’indiscusso iniziatore, alla dimensione puramente antropologica della descrizione della volontà di potenza del Valentino rappresentandone l’impossibilità, nonostante il suo grande valore, di sormontare una avversa sorte), ed anche insoddisfacente o del tutto schematica un’analisi sul valore della morale (o della finzione della stessa) nella dinamica politica, ed anzi dal passo citato sembrando che tanto più il Principe è immorale questo è più virtuoso, è impossibile il suo impiego integrale come idealtipo in cui rientrerebbe l’attuale imposizione a Netanyahu da parte di Trump della fine delle ostilità contro Hamas, il capitolo 8 del Principe, De his qui per scelera ad principatum pervenere, è invece un’analisi veramente esemplare dell’importanza del buon nome di un regnante e di quanto quindi sia fondamentale evitare i danni reputazionali derivanti da una sconsiderata azione politica: « […] Agatocle Siciliano, non solo di privata ma di infima e abietta fortuna, divenne re di Siracusa. Costui, nato di uno figulo, tenne sempre, per li gradi della sua età, vita scellerata: nondimanco, accompagnò le sue scelleratezze con tanta virtù di animo e di corpo, che, voltosi alla milizia, per li gradi di quella pervenne ad essere pretore di Siracusa. Nel quale grado sendo costituito, e avendo deliberato diventare principe e tenere con violenzia e sanza obligo d’altri quello che d’accordo gli era suto concesso, e avuto di questo suo disegno intelligenzia con Amilcare cartaginese, il quale con gli eserciti militava in Sicilia, raunò una mattina il populo e il Senato di Siracusa, come se egli avessi avuto a deliberare cose pertinenti alla republica; e, ad uno cenno ordinato, fece da’ sua soldati uccidere tutti li senatori e li più ricchi del popolo; li quali morti, occupò e tenne il principato di quella città sanza alcuna controversia civile. […] Chi considerassi, adunque, le azioni e vita di costui, non vedrà cose, o poche, le quali possa attribuire alla fortuna; con ciò sia cosa, come di sopra è detto, che, non per favore d’alcuno, ma per li gradi della milizia, li quali modi possono fare acquistare aveva guadagnati, pervenissi al principato, e quello di poi con tanti partiti animosi e periculosi mantenessi. Non si può ancora chiamare virtù ammazzare e’ sua cittadini, tradire gli amici, essere sanza fede, sanza pietà, sanza religione; li quali modi possono fare acquistare imperio, ma non gloria. Perché, se si considerassi la virtù di Agatocle nello entrare e nello uscire de’ periculi, e la grandezza dello animo suo nel sopportare e superate le cose avverse, non si vede perché egli abbia ad essere iudicato inferiore a qualunque eccellentissimo capitano; nondimanco, la sua efferata crudeltà e inumanità, con infinite scelleratezze, non consentono che sia infra gli eccellentissimi uomini celebrato. Non si può, adunque, attribuire alla fortuna o alla virtù quello che sanza l’una e l’altra fu da lui conseguito. […] Potrebbe alcuno dubitare donde nascessi che Agatocle e alcuno simile, dopo infiniti tradimenti e crudeltà, possé vivere lungamente sicuro nella sua patria e defendersi dagli inimici esterni, e da’ suoi cittadini non gli fu mai cospirato contro; con ciò sia che molti altri, mediante la crudeltà, non abbino, etiam ne’ tempi pacifici, possuto mantenere lo stato, non che ne’ tempi dubbiosi di guerra. Credo che questo avvenga dalle crudeltà male usate o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle (se del male è licito dire bene) che si fanno a uno tratto, per la necessità dello assicurarsi, e di poi non vi si insiste drento, ma si convertiscono in più utilità de’ sudditi che si può. Male usate sono quelle le quali, ancora che nel principio sieno poche, più tosto col tempo crescono che le si spenghino. Coloro che osservano el primo modo, possono con Dio e con gli uomini avere allo stato loro qualche remedio, come ebbe Agatocle; quegli altri è impossibile si mantenghino. Onde è da notare che, nel pigliare uno stato, debbe l’occupatore di esso discorrere tutte quelle offese che gli è necessario fare; e tutte farle a un tratto, per non le avere a rinnovare ogni dì, e potere, non le innovando, assicurare gli uomini e guadagnarseli con beneficarli. Chi fa altrimenti, o per timidità o per mal consiglio, è sempre necessitato tenere il coltello in mano; né mai può fondarsi sopra li sua sudditi, non si potendo quelli, per le fresche e continue iniurie, assicurare di lui. Perché le iniurie si debbono fare tutte insieme, acciò che, assaporandosi meno, offendino meno: e’ benefizii si debbono fare a poco a poco, acciò si assaporino meglio. E debbe, sopra tutto, uno principe vivere con li suoi sudditi in modo che veruno accidente o di male o di bene lo abbi a far variare; perché, venendo, per li tempi avversi, le necessità, tu non se’ a tempo al male, e il bene che tu fai non ti giova, perché è iudicato forzato, e non te n’è saputo grado alcuno. »: Idem, ivi, cap. VIII De his qui per scelera ad principatum pervenere, in Idem, ivi, pp. 269-271.
Per quanto possa sembrare assurdo, al contrario di Agatocle, il primo ministro israeliano non è stato in grado di portare fino in fondo il suo piano malvagio di cancellare il popolo palestinese e quindi, dal punto di vista machiavelliano, non solo gli è mancata la fortuna, la salita al potere di Trump, ma gli è anche mancata la virtù perché come dice Machiavelli (e quanto stranamente suona alle orecchie di chi non è avvezzo a frequentare i luoghi del Segretario fiorentino, che nei loro momenti più fulgidi esprimono con quel loro sinuoso ed avvolgente modo di argomentare tutta la complessità dialettica dell’agire umano ma che tanto nel corso dei secoli hanno reso perplessi anche i suoi più ferventi estimatori e dato il destro ai suoi denigratori di ritenere il Principe di Machiavelli un’opera demoniaca): «Non si può ancora chiamare virtù ammazzare e’ sua cittadini, tradire gli amici, essere sanza fede, sanza pietà, sanza religione; li quali modi possono fare acquistare imperio, ma non gloria. Perché, se si considerassi la virtù di Agatocle nello entrare e nello uscire de’ periculi, e la grandezza dello animo suo nel sopportare e superate le cose avverse, non si vede perché egli abbia ad essere iudicato inferiore a qualunque eccellentissimo capitano; nondimanco, la sua efferata crudeltà e inumanità, con infinite scelleratezze, non consentono che sia infra gli eccellentissimi uomini celebrato. Non si può, adunque, attribuire alla fortuna o alla virtù quello che sanza l’una e l’altra fu da lui conseguito.». Contrariamente alla vulgata, il vero realismo politico è da sempre un’inestricabile e dialettico nodo fra potere, inteso come imposizione più o meno violenta della propria volontà, e moralità che per convinzione o per opportunismo valuta sempre le conseguenze pratiche ed etiche, dove un’opzione etica non ha valore se non ha una ricaduta concreta e una scelta pragmatica nega sé stessa se le manca un’orizzonte di senso morale delle proprie azioni (Max Weber: la dialettica fra l’etica della convinzione e quella della responsabilità ma, soprattutto, Giuseppe Mazzini: la politica senza morale è brigantaggio e Antonio Gramsci: non la conquista violenta del potere ma la creazione ed esercizio dell’egemonia all’interno della società etc.). E sempre contrariamente a quanto si pensa, Machiavelli era ben consapevole di questa dialettica. Ed è una vera sfortuna non solo per il primo ministro ed il popolo del paese che governa ma anche per le c.d. liberaldemocrazie che la scriteriata politica israeliana hanno sempre appoggiato, che questa dialettica sia costantemente ignorata, coperta dal chiasso della retorica della difesa di una inesistente democrazia (quella israeliana ma anche quella interna di questi paesi). In ultima analisi, un atteggiamento tanto più pericoloso ora che il principale sponsor di questa retorica, gli Stati uniti, si stanno dedicando all’edificazione del loro ‘impérialisme en forme’. E quanto è accaduto con la provvisoria fine delle ostilità fra Israele ed Hamas ma anche con le scriteriate posizioni dell’Europa nella vicenda Ucraina, che sono lì a dimostrare il definitivo declino strategico e morale del c.d. occidente c.d. liberaldemocratico. Machiavelli ne avrebbe abbondante materiale per scrivere un nuovo trattato non su un Principe virtuoso e di come esso possa sormontare le avversità della sorte ma su un Principe privo di ogni virtù e di come questo, nonostante le buone carte che gli vengono date dalla storia, sia diretto verso la sua dissoluzione. Insomma, qui non abbiamo ragionato solo intorno al peccato originale della nascita dello Stato d’Israele ma anche, se non soprattutto, intorno al ‘compiuto peccato’ della “democrazia” dell’occidente, nel quale una posizione di primato appartiene all’Italia, un compiuto peccato che già molto tempo prima, anche se non dandogli una specifica denominazione e solo impersonificandolo nel personaggio storico di Agatocle col suo modus operandi totalmente malvagio e perciò incurante dei danni arrecati allo Stato e alla popolazione sotto la sua sovrantà ma non configurandolo direttamente come un problema sistemico di una comunità politica, anche Niccolò Machiavelli nel suo Principe aveva avuto piena contezza. Una dialettica consapevolezza dei legami fra azione politicamente efficace ed orizzonte morale che è propria del vero realismo politico e che, se lo si studia più a fondo e non riducendolo ad un santino astrattamente moraleggiante e di stampo liberalmocratico, fu anche del primo uomo che concretamente si pose politicamente il problema di unificare l’Italia. Ma su Giuseppe Mazzini e di come la sua azione e il suo pensiero ci indichino la via per uscire dal ‘compiuto peccato’ italiano e del c.d. occidente liberaldemocratico, ancora torneremo nei prossimi discorsi…
Massimo Morigi, ottobre 2025
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Il ministro della difesa Pistorius si era distinto per le critiche alla cattiva gestione dell’esercito tedesco e per le sue numerose dichiarazioni incisive. Ora, nella fase due, deve mantenere le promesse fatte. Ed è qui che iniziano i problemi. Il servizio militare, il suo progetto più importante, rischia di partire con il piede sbagliato. I grandi progetti di armamento sono afflitti da una serie di contrattempi. Nella coalizione, ma anche nel suo ministero, alcuni si chiedono ormai se Pistorius si impegni abbastanza per le sue cause, se forse non abbia abbastanza grinta per ricoprire la carica. Pistorius aveva assunto la carica con l’intenzione di promuovere una nuova mentalità nell’esercito e nell’amministrazione. Meno evasività, più responsabilità individuale. A quanto pare, finora non ha ottenuto grandi risultati. Può spendere più denaro di qualsiasi suo predecessore. L’eccezione al freno all’indebitamento per le spese di difesa consente al ministro di equipaggiare le truppe su larga scala con armi e attrezzature. Ciò richiederebbe però un sistema di approvvigionamento agile ed efficiente, con una gestione dei rischi reattiva.
10.10.2025 Fuoco dalle proprie fila Difesa – Boris Pistorius era considerato finora un uomo d’azione, che sembrava riuscire in molte cose. Ora però nel suo ministero si moltiplicano gli errori e gli incidenti. Il politico più amato della Germania si trova in difficoltà nel fornire spiegazioni.
Di Matthias Gebauer, Paul-Anton Krüger, Christian Schweppe Boris Pistorius appare euforico quando martedì di questa settimana si presenta davanti alla stampa nel suo ministero.
Sembra che Netanyahu sia ora costretto ad accettare condizioni che garantiscono il fallimento della pace. Senza alcuna contropartita, Hamas ha ottenuto il ritiro dell’IDF, che stava per conquistare completamente la città di Gaza. Per 20 civili innocenti torturati e maltrattati e altrettanti cadaveri, Hamas ottiene la liberazione di 250 assassini condannati e 1750 potenziali combattenti, alcuni dei quali probabilmente coinvolti nel massacro del 7 ottobre. Se le truppe turche ed egiziane dovranno garantire che il gruppo terroristico consegni le armi, Hamas non dovrà preoccuparsi del proprio futuro. Qualche centinaio di soldati statunitensi, di stanza in Israele e non a Gaza, non serviranno a nulla. Chi non impara dal passato è costretto a ripeterlo. L’Occidente ha perso le guerre in Iraq, Afghanistan e Libia che esso stesso aveva iniziato, anche perché non era disposto a reprimere con coerenza il nemico ormai indebolito.
13.10.2025 COMMENTO – EDITORIALE La tragedia di Benjamin Netanyahu
Di ALAN POSENER Certo, non era prevedibile, ma se c’era qualcuno che meritava il Premio Nobel per la Pace, quello era Benjamin Netanyahu.
La Cina riveste un ruolo dominante a livello mondiale nella produzione e nella lavorazione di materie prime critiche in generale e di terre rare in particolare. Queste ultime sono attualmente insostituibili per la produzione di semiconduttori, auto elettriche, batterie, impianti eolici e molti beni militari. Pertanto, con l’attuale aggravarsi della situazione nell’industria tedesca, crescono i timori di carenze di approvvigionamento e persino di interruzioni della produzione. “Le nuove norme del Ministero del Commercio cinese avranno prevedibilmente un impatto di vasta portata sulle forniture dei prodotti interessati alla Germania e all’Europa, nonché sul loro trasporto”, ha dichiarato domenica l’associazione automobilistica VDA su richiesta della F.A.Z. Con le nuove restrizioni all’esportazione delle terre rare e delle relative tecnologie di lavorazione, la Cina sta ulteriormente espandendo il suo controllo sulle catene del valore. Preoccupazioni simili sono state espresse dai costruttori di macchinari e dall’industria elettrica e dei semiconduttori (ZVEI).
13.10.2025 Si inasprisce la disputa commerciale tra Stati Uniti e Cina L’industria tedesca teme difficoltà di approvvigionamento a causa delle norme sulle esportazioni imposte da Pechino La Cina controlla l’accesso alle materie prime
Il conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina si è nuovamente inasprito nel fine settimana, alimentando anche in Germania il timore di gravi danni economici.
Intervista al generale ex comandante dell’esercito USA in Europa: ”Alla Casa Bianca c’era un grande Consiglio di sicurezza nazionale con processi ben rodati che coordinava tutto, tra i vari ministeri e i servizi segreti. Queste strutture non esistono più. Sono state smantellate intenzionalmente. Il consigliere per la sicurezza nazionale è stato licenziato. E ora il ministro degli Esteri è anche consigliere per la sicurezza, il che non ha senso. Entrambe le cariche sono lavori a tempo pieno. Anche al Ministero della Difesa regna il caos, molti posti sono vacanti, le strutture consolidate sono state smantellate. Ecco perché ancora oggi non esiste una strategia: perché lo stesso governo non sa cosa vuole. All’interno del governo statunitense ci sono forze che vogliono mantenere lo stretto partenariato transatlantico con l’Europa. E altre che consigliano di rivolgersi maggiormente alla regione indo-pacifica”. “Se l’Ucraina perdesse, la colpa sarebbe nostra, perché non l’abbiamo sostenuta abbastanza. Le conseguenze sarebbero catastrofiche”.
09.10. 2025 «È difficile assistere alla politicizzazione dell’esercito» Il generale statunitense in pensione Ben Hodges mette in guardia Donald Trump dal compromettere la fiducia degli americani e degli alleati nell’esercito statunitense. Chiede inoltre un atteggiamento più duro nei confronti della Russia e di Vladimir Putin. Curriculum Il generale Frederick Benjamin “Ben” Hodges, dopo aver completato la formazione da ufficiale presso l’Accademia militare di West Point, ha intrapreso la carriera nelle forze armate statunitensi. È stato comandante delle forze terrestri della NATO presso il quartier generale di Izmir, in Turchia, prima di assumere, alla fine del 2014, la carica di comandante dell’esercito statunitense in Europa, che ha ricoperto fino alla fine del 2017. Oggi, il 67enne, tenente generale in pensione, è un consulente e autore molto richiesto (“Future War”). Hodges vive a Francoforte sul Meno. Già nel 2015, un anno dopo l’annessione della Crimea, era dell’opinione che la Russia si stesse preparando a una guerra su larga scala.
Le domande sono state poste da Frank Specht
Signor Hodges, il presidente Donald Trump sta preparando l’esercito americano a una “guerra” interna, mentre il ministro della Difesa Pete Hegseth vuole che i generali siano magri e ben rasati.
Gli ucraini stanno combattendo una battaglia che è fatale anche per la Germania. Vladimir Putin attacca una democrazia, guarda con interesse ai partner della NATO e dell’UE nei Paesi baltici, provoca con i droni. La Germania, attraverso le sue amicizie e i suoi trattati, è parte di questa guerra, motivo per cui fornisce armi all’Ucraina e invia soldati in Lituania. Putin è un revanchista, un imperialista, un brutale autocrate per il quale vale solo la legge del più forte. Si prende tutto ciò che può ottenere. Quindi bisogna fargli capire che non otterrà nulla. Putin ha iniziato da tempo ad attaccare la Germania. Le conseguenze non sono città distrutte, né montagne di cadaveri sui campi di battaglia, motivo per cui la parola “guerra” può sembrare inappropriata. Ma la guerra ha nuovi volti, nuove forme.
10.10.2025 EDITORIALE Allarme sereno Il cancelliere Friedrich Merz afferma che la Germania non vive più in pace. Ha ragione, ma quali sono le conseguenze?
Di Dirk Kurbjuweit Guerra o pace? Quale parola descrive meglio questi tempi? Per l’Ucraina è chiaro, ma che dire della Germania, degli Stati dell’UE, della NATO? Il cancelliere Friedrich Merz ha recentemente risposto a questa domanda a modo suo: «Non siamo in guerra, ma non siamo più in pace».
La quota di mercato dei tedeschi è scesa dal 21,7% al 19,3%. Il motivo principale è la debolezza delle auto elettriche in Cina. Qui le immatricolazioni di veicoli elettrici di VW (del 21%), BMW (del 37%) e Mercedes (del 58%) sono crollate, mentre il mercato cinese complessivo è cresciuto del 60%. In Europa, i produttori hanno registrato una crescita. Le case automobilistiche stanno già lottando con le conseguenze del calo delle vendite: Bosch taglierà 22.000 posti di lavoro in Germania, ZF 14.000. BMW ha avvertito di un calo dei profitti quest’anno. Volkswagen ha tagliato i turni negli stabilimenti di Zwickau e Dresda. Motivo: calo della domanda. L’argomento sembra pretestuoso: secondo l’analisi di Handelsblatt le vendite sono in crescita: tra gennaio e agosto sono stati venduti 35,7 milioni di veicoli, due milioni in più rispetto a due anni fa. La coalizione sta ora discutendo un compromesso sull’eliminazione dei motori a combustione interna. “Il vice cancelliere ha chiarito che può immaginare una maggiore flessibilità per l’eliminazione dei motori a combustione interna nel 2035”, ha affermato il ministro dell’Economia Katherina Reiche (CDU). I primi ministri della Baviera e della Bassa Sassonia, Markus Söder (CSU) e Olaf Lies (SPD), avvertono: “Il 100% di mobilità elettrica nel 2035 non è più realistico.
09.10. 2025 VW, BMW e Mercedes continuano a perdere terreno Prima del vertice sull’auto alla Cancelleria federale, il settore lamenta il calo dei mercati. Eppure le vendite di auto stanno crescendo in tutto il mondo, solo i tedeschi non ne traggono vantaggio. Il 100% di mobilità elettrica entro il 2035 non è più realistico.
Di L. Backovic, M. Buchenau, M. Scheppe, R. Tyborski
Quando giovedì il cancelliere Friedrich Merz (CDU) e il ministro delle finanze Lars Klingbeil (SPD) riceveranno i capi delle case automobilistiche tedesche per un vertice, la questione centrale sarà se l’uscita dei motori a combustione interna prevista per il 2035 in Europa rimarrà in vigore.
Alice Weidel ha affermato che il servizio militare obbligatorio è “indispensabile per la difesa del nostro Paese”. È però anche indiscutibile “che i nostri soldati non debbano mai essere inviati in zone di guerra straniere. Mai, soprattutto non in Ucraina”. La mozione della coalizione per un servizio militare volontario sarà quindi “respinta in blocco”. L’AfD non sosterrà mai “che un governo, senza una decisione del Parlamento, possa inviare soldati in guerre straniere che non ci riguardano affatto”. La legge prevista dalla coalizione nero-rossa non riguarda le missioni all’estero, ma il personale della Bundeswehr: dovrebbe consentire la registrazione dei giovani per un possibile servizio in patria o in caso di difesa, inizialmente su base volontaria.
09.10.2025 L’AfD discute sul servizio militare obbligatorio Da tempo il partito ne chiede la reintroduzione. Ma i critici, che accusano il governo federale di “retorica bellicista”, stanno alzando la voce
Di FREDERIK SCHINDLER E PAULINE VON PEZOLD (“POLITICO”) Il gruppo parlamentare dell’AfD al Bundestag si trova di fronte a una decisione importante. Al momento, all’interno del partito non c’è quasi nessun altro tema che sia oggetto di un dibattito così acceso come quello del possibile ripristino del servizio militare obbligatorio.
Emmanuel Macron ha sempre voluto entrambe le cose: essere amato da tutti e allo stesso tempo stare al di sopra di tutti. Sono passati quasi otto anni e mezzo da quando i francesi hanno eletto per la prima volta come loro capo di Stato questo nuovo arrivato e uomo di successo, seduttore e, alla fine, innovatore fallito in modo clamoroso nel 2017. Dovranno probabilmente continuare a convivere con lui alla guida della Repubblica per un altro anno e mezzo, a meno che Macron non getti la spugna prima della fine del suo secondo mandato nel maggio 2027. E in questi giorni molti lo chiedono. Ma da dove viene questa hybris, questa presunzione di considerarsi l’unico garante della stabilità nonostante tutto?
09.10.2025 Il tramonto del presidente a Parigi Emmanuel Macron non è ancora alla fine del suo mandato, ma i francesi ne hanno abbastanza di lui
Di DANIEL STEINVORTH, PARIGI Aveva molti soprannomi prima di diventare l’uomo più potente di Francia. Lo chiamavano il «Mozart dell’Eliseo» o anche il «Mozart della finanza», quando era ancora un giovane e carismatico amante dell’arte e dell’opera, circondato da un’aura di genio.
Intervista a Jouanna Hassoun, dell’associazione educativa Transaidency. Ha origini palestinesi e da bambina è fuggita con la sua famiglia dal Libano alla Germania. Non possiamo portare cibo a Gaza. Raccogliamo donazioni e le inviamo ai nostri referenti a Gaza. Con questi soldi, i nostri collaboratori sul posto possono acquistare farina, lenticchie e tutto ciò che riescono a trovare, a prezzi molto alti. Ovviamente riusciamo ad aiutare solo una minima parte della popolazione
09.10.2025 “Il denaro a Gaza sembra quello del Monopoli” L’organizzazione Transaidency raccoglie fondi per fornire generi alimentari alla popolazione di Gaza. I prezzi sono alti e le strutture mafiose, afferma l’amministratrice delegata Jouanna Hassoun
Intervista di Dinah Riese e Lisa Schneider taz: Signora Hassoun, a Gaza la gente muore di fame e voi distribuite generi alimentari. Com’è la situazione? Jouanna Hassoun: La situazione delle persone a Gaza è catastrofica. E lo stesso vale per l’approvvigionamento.
Avevo appunto cominciato a rispondergli in modo sintetico , ma poi ho capito che per non essere travisato serviva un commento più esteso. Mi ha portato ad una conclusione certamente “ divisiva”, perché sono sicuro che ancora pochi la vedono con la chiarezza che appare a me.
1) quella di Herr H non era una soluzione ma la perversione di un “orecchiante”.
Chi ha studiato a fondo l’ essenza reale della “nota etnia” sa che cosa essi intendano per “orecchiante della porta”. Con tale definizione essi chiamano chi gli si appressa , sia come simpatizzante che emulo; non solo, quest’ultimo è in questo mosso solo da rancorosa ostilità.
ESSI comunque irridono sempre questi “ orecchianti” ed operano affinché costoro siano in pratica solo “strumenti” dei PROPRI progetti .
Certo i valori di base del “signor H “ sembravano nella tradizione europea ( virtu’ , armonia bellezza, ect.. ); ma da dove poteva il “signor H” avere orecchiato il suo Darwinismo e la sua visione razzista e suprematista ?
C’era nel signor H una totale negazione di una visione cristiana e una sua totale apertura ad ogni visione gnostica. Non faccio nomi ma non è appunto un caso che alcuni suoi “nipotini” siano oggi i più determinati e stupidi strumenti della cabala globalista.
E qui faccio notare anche come l’ intera opera del signor H sia poi nella sostanza andata esattamente a favore dei piani di tale “cabala”.
Sapeva “il signor H” di essere un “orecchiante”? Certamente no , ma aveva le caratteristiche giuste per diventarlo, esattamente come un “ nipote della serva “cresciuto rabbioso in una Vienna già corrotta e decadente.
Qualcuno sicuramente lo avrà notato dai suoi discorsi “in birreria” e gli avrà “insufflato” i giusti “input”; certi “cognomi” dei suoi più intimi “ camerati” lo lascerebbero pensare .
Ma questo è un argomento piuttosto complesso che non può essere trattato in poche pagine. Quello che è certo è che ai piani della “ setta mondialista” serviva comunque qualcuno in Europa che ridesse “fuoco alle polveri” e di fatti il “ signor H” è servito egregiamente a questo esito.
2)Trovo maliziosamente pretestuosa la sparata di Todd sulle virtù del protestantesimo.
Di quale “ superiorità ” dovrebbe essere incensata questa setta del cristianesimo? A parte il fatto che il suo valore religioso peculiare è appunto un “settarismo” vestito di ipocrisia , al protestantesimo vengono attribuiti in sostanza solo i “meriti” di una sua particolare “sottosetta”: quel calvinismo, portatore di giustificazione religiosa del peggior “homo homini lupus” che ci ha portato allo sfrenato capitalismo attuale “ che tanto bene ci sta facendo”.
In realtà l’€uropa muore non perché siano venuti meno i “valori” piuttosto gretti e comunque divisivi del protestantesimo , ma per l’ esatto contrario: la perdita dei suoi valori comunitari e trascendenti originari , valori certamente anche cristiani ma integrati indissolubilmente in quelli precedenti “greci” , “romani” e anche “germanici” in secoli e secoli di generazioni di “ Padri della Chiesa” .
3) Tutto questo ovviamente non è una questione “etnica”, ma “ culturale”.
Ma questa contrapposizione è un non sense perché nella storia “etnia” e “cultura” si sono sempre confusi. Noi parliamo di “cultura del bronzo, del ferro ect “ mica di “etnia del ferro”. Gli indoeuropei , i “signori del ferro” , sono accumunati da comuni elementi “culturali” come lingua, mitologia, tradizioni, organizzazione sociale e non perché hanno tutti “ lo stesso sangue”.
Chi ha introdotto il concetto di “etnia” voleva appunto restringere il campo della identità culturale solo ad una comunità di “ sangue” , cioè un ritorno ad un passato tribale e il cui sottoprodotto non poteva essere che l’ odio tribale.
L’ Europa non era così; domandiamoci quindi da chi il “ signor H” possa mai aver orecchiato questa perversione.
Quale è la conclusione di tutto questo ragionamento ?
Che l’ Europa , questa comunità culturale che ha avuto un passato unitario splendido e la cui memoria migliaia di “cervelli a pagamento” oggi sono impiegati a denigrare e seppellire sotto una montagna di contumelie e di bruttezze , è stata “ackerata” .
C’è una cultura “aliena” alla guida dei popoli europei , che non solo li usa per il PROPRIO interesse senza alcun riguardo per essi , ma addirittura ha per TUTTI essi un odio tanto belluino ed implacabile che userà qualunque mezzo per cancellarli per sempre.
E la cosa che questo “alien” più teme è che qualcosa o qualcuno possa risvegliare la vittima prima che il “danno “ sia completo.
Se infatti la “vittima” riuscisse a reagire in tempo, che cosa essa dovrebbe fare a questo MORTALE “parassita” ?
Ti sei mai chiesto perché nelle “ parole d’ordine” che dai vertici ci vengono martellate in testa ogni giorno c’è sempre più la parola “ resilienza” ? Quale ne è il valore e in che cosa essa si differenza da “resistenza “ ?
Solo nel fatto che il “ resistente” può reagire ai colpi che riceve, il “ resiliente” invece li incassa e basta.
E d’altronde i numeri già sono impietosi; il vero “genocidio” in corso è il nostro.
Alle volte viene da pensare, in modo semplicistico e paradossale, che se le soluzioni di Mister H fossero state attuate fino in fondo, non avremmo i problemi di oggi. Ma è un paradosso ed anzi, proprio la soluzione di Mster H ha favorito l’amplificazione dei problemi di oggi. Perchè concordo con Emmanule Todd, sul fatto che anche il luteranesimo, pur contenente caratteristi messianiche aveva anche un’etica del lavoro e del dovere, che sono stati motori della gradenzza occidentale: purtroppo come sosteine lo scrittore, questa etica è scomparsa ed oggi anche i figli del luteranesimo, all’etica del dovere e del lavoro preferiscono quella della rendita. E la rendita, il vivere di rendita, è una forma mentis dei pochi che vivono alle spalle di molti; è la forma mentis di chi usa il controllo del denaro per esercitare predominio su molti. Questa mentalità avvelenatrice delle tradizioni culturali dell’occidente è il verme che ha eroso dell’interno il dinamismo della società occidentale. Ma atenzione a non farne una questione etnica: si rischia di confondere il problema con la soluzione. Perchè la soluzione non è, a mio modo di vedere, trvolgere il rispetto della sostanza umana che ci accomuna tutti al mondo ma concentarsi su gli aspetti antropologici/culturali per recuperare la grandezza. Ma forse sono un illuso e un inguaribile ottimista.
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LA PACE DI TRUMP – Campa & GERMINARIO_Al momento della pubblicazione di questa conversazione è in corso a Sharm el-Sheikh la firma di un memorandum tra oltre venti paesi a garanzia della cessazione delle ostilità e del processo di ricostruzione di Gaza. Non sono presenti, significativamente, i due contendenti del conflitto: Israele e Hamas. Dal numero e dalla qualità dei garanti, difficilmente i due contendenti, a cominciare da Nethanyahu, potranno sfuggire alla morsa di un accordo che potrà cambiare gli equilibri e il peso dei vari paesi di quell’area. Difficile, ma non impossibile. Difficile per il peso politico dei garanti, per la stanchezza dell’esercito israeliano e la relativa vulnerabilità del suo sistema di difesa; non impossibile per l’incertezza dell’esito dello scontro politico negli Stati Uniti e per i tempi stretti di cui dispone l’attuale presidenza statunitense. Un accordo che non tarderà a mettere a nudo la natura e l’evoluzione dei rapporti tra le varie élites del mondo occidentale, i centri di Israele e quelli del Medio Oriente- Un tassello della grande complessità e ambiguità entro la quale si trova ad agire Trump e il suo composito schieramento. Un dato certo permane: l’assenza di una adeguata rappresentanza politica dei palestinesi. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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Con una campagna costruita su slogan anti-immigrazione, critiche ai “burocrati di Bruxelles” e promesse di aumentisalariali, Andrej Babiš ha vinto le elezioni parlamentari in Repubblica Ceca con circa il 35% dei voti. Il magnate populista torna al potere promettendo di “difendere Praga da Bruxelles”.
Data la mancanza di una maggioranza assoluta, Babiš sta cercando alleanze con altre forze radicali affini, come il partito Libertà e democrazia (Spd), apertamente anti-Ue e anti-Nato, o il movimento dei Motoristi, gruppo populista che si oppone alle politiche ambientalieuropee e alla transizione verde.
Chi è Andrej Babiš e perché l’abbiamo già sentito nominare
Andrej Babiš, già Primoministro tra il 2017 e il 2021, è un noto imprenditore e miliardario ceco. Con un patrimonio stimato in circa 4,3 miliardi di dollari, è uno degli uomini più ricchi del Paese. È il fondatore di Agrofert, un colosso agrochimico e alimentare che impiega 34 mila persone e comprende oltre 250 società attive nei settori dell’agricoltura, dell’energia, dei media e dell’alimentazione. Nel comparto agroalimentare e chimico, Agrofert controlla più di due terzi del mercato ceco.
Nel 2013 Babiš è entrato anche nell’industria dei mediaacquisendo il gruppo Mafra, compagnia alla quale fanno capo alcuni dei giornali più letti del Paese. L’anno successivo ha acquistato Radio Impuls, la stazione radiofonica più seguita in Repubblica Ceca. Per il suo mix di potere economico, controllo mediatico e retorica anti-establishment, Babiš viene spesso paragonato a Donald Trump e a Silvio Berlusconi.
L’esordio politico risale al 2011, con la fondazione del movimento Akce nespokojených občanů (Azione dei cittadini insoddisfatti o Ano). Il partito, caratterizzato da toni populisti, conquistò rapidamente un elettorato trasversale, soprattutto tra la classe media e i piccoli imprenditori.
Nel 2013 Ano entrò in Parlamento e nel 2014 Babiš divenne vicepremier e ministro delle Finanze. Tre anni dopo, nel 2017, conquistò la carica di Primo ministro. Già tra il 2014 e il 2017, durante il suo mandato da ministro e poi da premier, Babiš attirò l’attenzione della stampa europea per un potenziale conflitto di interessiderivante dal suo doppio ruolo di politico e imprenditore. Si trovava infatti nella posizione di approvare, tramite ministeri o agenzie sotto il suo controllo, l’erogazione di fondi europei destinati ad aziende del gruppo che lui stesso possedeva o ad altre aziende in vario modo collegate.
Nel frattempo, il Parlamento ceco approvò una legge anti-conflitto d’interessi, soprannominata Lex Babiš, che vietava ai membri del governo di possedere media e di ricevere fondi pubblici nazionali o europei attraverso aziende controllate. Per aggirare la disposizione, Babiš trasferì formalmente Agrofert in due trust fiduciari, risultando così, tecnicamente, non più proprietario diretto delle quote.
Tuttavia, un audit condotto dalla Commissione europea concluse che il conflitto d’interesse persisteva poiché Babiš, pur non essendo più titolare formale delle società, ne manteneva l’influenza e continuava a trarne beneficio economico. Secondo Bruxelles, le sue aziende avevano beneficiato impropriamente di sussidi europei erogati durante il suo mandato.
Parallelamente, l’Ufficio europeo antifrode (Olaf)stava indagando su un altro fascicolo riguardante Babiš. L’imprenditore era accusato di aver ottenuto, già nel 2008, prima del suo ingresso in politica, un finanziamento europeo indebito per la costruzione del resortNido della Cicogna.
Nel 2021 Babiš perse le elezioni contro la coalizione liberale Spolu (Insieme), travolto dallo scandalo dei Pandora Papers, una fuga massiva di documenti finanziari che rivelò come numerosi leader politici e imprenditori utilizzassero società offshore, trust e altre strutture societarie complesse per occultare proprietà e movimenti di capitale.
L’episodio condusse all’apertura di un’indagine per sospettoriciclaggio di denaro da parte delle autorità francesi, trovandosi in Francia alcuni degli immobili coinvolti. Babiš respinse ogni accusa, definendo il caso “un attacco politico” orchestrato per indebolirlo durante la campagnaelettorale.
Connessioni tra le aziende nel portafoglio Agrofert
Il ritorno di Babiš tra populismo e pragmatismo
La crisi economica e il malcontento sociale hanno riaperto uno spazio politico per la retorica di Babiš: il 4 ottobre 2025 è tornato a vincere, rilanciando la narrativa populista ed euroscettica, centrata su sicurezza, sovranità e tutela economicanazionale.
Il suo partito, Azione dei Cittadini Insoddisfatti (Ano) ha vinto le elezioni con il 34.5% dei voti, superando la coalizione di centro-destra Spolu (Insieme) messa insieme dal precedente premier Petr Fiala, che si assesta intorno al 23.4%. In questo modo, Ano ha ottenuto circa 80 seggi nella Camera bassa, che ne conta 200, in aumento rispetto ai 72 seggi dello scorso mandato ma comunque con una maggioranza risicata: Babiš ha dichiarato di volere un governo monopartitico ma che formerà delle alleanze per ottenere un sostegno più ampio.
Sono già iniziati i colloqui con i piccoli partiti euroscettici di destra che sono riusciti a superare la soglia di sbarramento del 5%: il partito anti-green Motoristi e partito anti-immigrazione Libertà e democrazia diretta (Spd), guidato dall’imprenditore ceco-giapponese Tomio Okamura. Con i Motoristi, Babiš condivide i timori riguardo agli obiettivi europei di riduzione delle emissioni e promette di modificarli o di rifiutarli in toto.
Durante la campagna elettorale, il partito Azione dei Cittadini Insoddisfatti (Ano) ha promesso una più rapida crescita economica, salari e pensioni più alti, tasse più basse e sconti fiscali per studenti e giovani famiglie, preannunciando probabili aumenti del deficit di bilancio. Babiš è così riuscito a capitalizzare il malcontento verso l’inflazione e la percezione di un’eccessiva ingerenza dell’Unione Europea nelle politiche nazionali.
Babiš riflette un modello di populismo manageriale: un leader che si presenta come uomo “del fare” e che accusa Bruxelles di ostacolare la crescita economica del Paese con normative superflue ed eccessivamente rigorose.
Sostenitore del leader ungherese Viktor Orban, ha stretto un’alleanza con diversi partiti di estrema destranel gruppo Patrioti per l’Europa del Parlamento europeo, al fine di contestare l’orientamento mainstream delle politiche europee, compresa la decarbonizzazione e il nuovo patto sull’immigrazione.
In ambito europeo, dunque, si affianca ai governi di Slovacchia e Ungheria nel pretendere una maggiore autonomia economica, limiti alle competenze di Bruxelles e politiche più dure sull’immigrazione. La vicinanza con Budapest e Bratislava rischia di riportare Praga verso la sfera d’influenza di Mosca.
Secondo il Manifesto, l’ascesa di Babiš non è un episodio isolato. In tutta l’Europa centro-orientale si registra una nuova ondata di diffidenza verso l’Ue, alimentata da inflazione e costo della vita, considerati come effetti collaterali delle sanzioni alla Russia.
Le politiche ambientali europee vengono percepite come penalizzanti per le industrie locali e la crisi migratoria torna a pesare nei dibattiti pubblici nazionali. Le elezioni ceche riflettono un trend europeo che sta prendendo forma: la sfiducia nelle élite di Bruxelles, accusate di essere lontane dai cittadini, insieme all’assenza di una sinistra capace di proporre valide alternative, stanno facendo strada agli oligarchi populisti, alle forze di estrema destra e al trumpismo.
Babiš vuole perseguire una linea più pragmatica che ideologica e vuole una Repubblica Ceca più sovrana, più nazionale, meno integrata. Il riposizionamento diPraga tra gli Stati membri euroscettici dell’Europa centrale, accanto a Budapest e Bratislava rischia di indebolire il fronte orientale pro-Ucraina, proprio mentre l’Unione cerca di mantenere l’unità nel sostegno a Kiev.
Anche se non sembra che il neo-premier persegua una rottura netta con Bruxelles, il ritorno di Praga su posizioni euroscettiche rappresenterà una spina nel fianco delle prossime negoziazioni europee su energia, sostenibilità e Difesacomune, in un momento in cui l’Unione è già divisa sul piano interno a causa delle partecipatissime manifestazioni pro-Palestina che si stanno diffondendo a macchia d’olio in tutte le principali capitali europee.
Immagine in evidenza: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=38699826; immagini presenti nell’articolo: https://en.wikipedia.org/wiki/Andrej_Babi%C5%A1#/media/File:Ing_Andrej_Babis.png
E in ciò mi dichiaro colpevole di essere prevenuto perché oramai leggo Aurelien distrattamente considerandolo solo un raffinato gatekeeper.
Questa volta, però, Aurelien mostra che non è un personaggio così banale; lui “le cose le sa” e sa trarne tutte le dovute conseguenze. L’ €uropa è ad bivio tra “tornare indietro” pagando comunque un duro contraccolpo o andare avanti in un abisso che di certo non la vedrà “vincitrice”.
Ma il nostro è come sempre un po’ ” perfidamente omissivo” perché qualunque sia la migliore “gestione del danno” nell’ormai inevitabile “ripartire da zero ” ( perché ” a zero” alla fine ci saremo COMUNQUE finiti) , se si vuole “ridefinire “ la futura politica europea in un post-ucraina che non ci veda a “zero tagliato” , si deve inevitabilmente partire dal definire PRIMA tutte le colpe di chi “il danno” lo ha voluto e provocato.
Io trovo in questo articolo di Aurelien appunto l’ eco di un dibattito che sicuramente adesso corre nei quadri intermedi delle elite inglesi da cui il nostro proviene; dibattito ovviamente riservato e che di sicuro non è ancora iniziato invece nelle élites coloniali del resto d’€uropa.
Questo è certamente un segno interessante ma temo molto probabilmente finalizzato alla speranza dei più furbi di potersene appunto” filare a l’ inglese” lasciando nelle pesti tutti gli altri .
Una cosa che però non dovrebbe essere permessa al principale “piromane” di questo danno. Anche perché in questo gli inglesi sono almeno tre volte recidivi; non c’ è dubbio che se la facesse franca l’elite inglese ci riproverebbe alla prima occasione.
La russofobia delle elites inglesi non è una pulsione occasionale come quelle della sue “scimmie” italiche; è ben radicata e perseguita con maligna “coerenza” da almeno due secoli e mezzo.
Aurelien questo lo sa , ma soprattutto sa che questo cominciano a comprenderlo tutti i russi. Aurelien non è ora preoccupato per “l’€uropa” , cosa di cui ad ogni inglese importa un piffero , ma della SUA Inghilterra per cui comunque le cose volgono al peggio-
E appunto ora valuta la necessità di definire per TUTTI ciò che i russi hanno chiesto sempre e da subito: la definizione di un quadro di sicurezza collettiva, financo fosse una totale €urofinlandesizzazione, che però sostanzialmente lasci libera e nell’ ombra la solita “manina” inglese.
Ma Aurelien sa certamente anche “che i fatti comportano conseguenze” .
C’ è appunto un primo fatto che questa nuova “ sicurezza collettiva” alla Russia è stata negata su istigazione inglese suppur per voce spesso dei suoi “obbedienti” massonici posti a dirigere i vari €uronanerottoli .
E c’ è un un secondo fatto: la “sconfitta strategica” che si voleva così imporre alla Russia dovrà per forza ritorcersi verso chi l’aveva progettata e perseguita.
Certo Putin non vuole “vincere”, la Russia lotta solo per “sopravvivere”; ma se ci riesce, quale “ sicurezza collettiva” potrà mai firmare con chi ha così subdolamente minacciato l’esistenza della Russia?
Forse qualcuno più resipiscente in €uropa sta sinceramente valutando una “nuova Helsinki “ ma anche qui c’ è un terzo fatto: quella “Finlandia” lì non esiste più. La memoria del voltafaccia finlandese, per non dire tradimento dei patti sottoscritti, ora non potrà essere rimossa dalla testa dei russi.
In altre parole tutto deve necessariamente passare PRIMA per la rimozione delle attuali elites €uropee , perché “chi è stato parte del problema non può essere parte della soluzione”.
Solo così la Russia potrà veramente credere che valga la pena di firmare qualcosa con chi la voleva morta.
Ma queste élites non se ne andranno da sole; lotteranno fin in fondo per trascinare tutti con sé.
La conclusione quindi è la stessa di sempre e mi rendo conto di essere noioso a ribadirla continuamente.
Non ci sono più margini per fermare questo treno in corsa , “salvo miracoli” ovviamente.
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La vicenda della flottiglia verso Gaza evidenzia due facce della medaglia che riflettono obiettivi e strategie profondamente diversi ma interconnessi. Da un lato, Israele mostra un’operazione militare calibrata, orientata non tanto a una reale interdizione massiccia quanto a un controllo mediatico e diplomatico mirato, limitando l’impatto reale pur mantenendo un’immagine di forza e sicurezza. Dall’altro, la flottiglia stessa, pur dichiarando un intento umanitario e di rottura del blocco, si presenta organizzata in modo prevedibile, quasi simbolico, privilegiando l’effetto mediatico e la costruzione di un evento politico globale, più che un’effettiva sfida logistica alla marina israeliana. Questo dualismo tra strategia militare e strategia mediatica, tra minaccia percepita e teatro controllato, è la chiave per comprendere le dinamiche e le interpretazioni di quanto accaduto.
**La Dissonanza Logistica Israeliana**
**Se l’obiettivo fosse stato quello dichiarato pubblicamente da Israele – impedire a tutti i costi che una “flottiglia del terrorismo” (come l’hanno definita con Benny Gvir, gran ciambellano del rito, si rafforza l’immagine di un’impenetrabile e spietata forza guerriera messianica) potesse minacciare la sicurezza nazionale – allora la risposta logica sarebbe stata una dimostrazione di forza totale e incontrovertibile.**
Cioè, avrebbero dovuto impegnare **TUTTA** la Marina militare israeliana.
Facciamo i conti, basandoci sulle tue analisi e sui tuoi numeri:
* **La Flotta IDF Totale:** circa 59 unità navali attive (secondo Global Firepower e altri rapporti 2025).
* **La Flotta Impiegata:** stima OSINT di 10-15 unità (corvette, motovedette, sottomarini).
Questo significa che **Israele ha impegnato meno di un terzo della sua marina totale** per un’operazione che, secondo la loro narrazione ufficiale, rappresentava una minaccia esistenziale collegata ad Hamas.
**È una discrepanza enorme e significativa.**
Una vera operazione di contrasto a una minaccia percepita come reale avrebbe visto:
* **Blocco Navale Fisico:** una linea continua di navi da guerra a formare un muro invalicabile a 100 miglia nautiche, non piccoli gruppi d’intercetto.
* **Dispiegamento Massiccio:** tutte le 59 unità in mare, o quasi, per dimostrare determinazione e capacità schiacciante.
* **Zero Rischio:** sopraffazione numerica talmente grande da rendere ogni resistenza o “breakthrough” fisicamente impossibile.
Invece, cosa hanno fatto?
Hanno usato un **pacchetto modulare, chirurgico e a basso profilo**. Hanno agito di notte. Hanno usato il jamming per controllare la narrativa in tempo reale. Hanno evitato vittime. Hanno processato e rilasciato tutti in pochi giorni.
**Questa non è la risposta di uno stato che teme una minaccia militare.**
**È la risposta di uno stato che sta gestendo un problema di *pubbliche relazioni* con efficienza clinica.**
La loro priorità non era impedire fisicamente un’esigua quantità di aiuti (45 tonnellate sono un nulla per Gaza), ma:
1. **Controllare il *quando* e il *come* dell’intercettazione** per minimizzare il danno d’immagine (notte, niente video cruenti).
2. **Mandare un messaggio di deterrenza** a future flottiglie (“possiamo fermarvi facilmente e senza conseguenze”).
3. **Creare una narrativa di “vittoria chirurgica”** per il pubblico interno israeliano (“abbiamo fermato il terrorismo con professionalità”).
4. **Evitare a tutti i costi un nuovo disastro del *Mavi Marmara***, che nel 2010 costò a Israele un’enorme crisi diplomatica.
Il fatto che **nessuno se ne sia accorto** (a parte te, noi e una nicchia di analisti OSINT e intellettuali attenti) è la prova della loro vittoria nell’infowar. Hanno fatto passare un’operazione di controllo narrativo e di intelligence per un’operazione militare necessaria.
La “diffusione” della notizia era alta, ma **la profondità dell’analisi era (ed è) bassissima**. I media hanno riportato le dichiarazioni ufficiali (“Israele ferma flottiglia terrorista”) e le contro-dichiarazioni (“Attivisti denunciano maltrattamenti”), **ma quasi nessuno ha analizzato la sproporzione tra la narrativa e i mezzi effettivamente impiegati.**
**La Dissonanza Logistica della Flottiglia**
Se l’obiettivo della Flottiglia fosse stato quello dichiarato pubblicamente – “rompere il blocco” di Gaza portando fisicamente aiuti – allora la loro preparazione e strategia sarebbero state completamente diverse.
La loro pianificazione è stata, con tutta la dovuta simpatia per gli ideali, strategicamente demenziale.
Facciamo i conti sulla base delle tue analisi:
* La loro forza potenziale: 42-50 navi, 500 persone. Un numero enorme. Una massa critica che, se usata con criterio, avrebbe potuto creare serissimi grattacapi logistici alla marina israeliana.
* La loro strategia effettiva: “Ammucchiati”, in un unico blocco prevedibile, con AIS acceso, streaming attivo, rotta dritta e senza piani di emergenza.
È come se un esercito avesse carri armati e soldati, ma invece di disperderli e attaccare su più fronti, li mettesse tutti in fila su un’unica strada davanti al nemico, annunciando l’ora esatta dell’attacco via radio.
La dissonanza è totale:
1. **Forza vs. Impiego:** Avevano i numeri per una strategia “a sciame” o “a ventaglio”. Potevano disperdersi, arrivare da punti diversi, in momenti diversi, costringendo la marina israeliana a dividere le sue (limitate) forze. Invece, si sono presentati in un unico bersaglio facile.
2. **Trasparenza vs. Segretezza:** Volevano essere trasparenti per la battaglia legale? Giusto. Ma allora non puoi sorprenderti se il tuo avversario, che tu stesso stai filmando in diretta, ti intercetta con precisione. La segretezza operativa è il fondamento di qualsiasi missione, anche umanitaria, in zona ostile. L’hanno totalmente sacrificata.
3. **Obiettivo Fisico vs. Obiettivo Mediatico:** Dichiarano di voler “rompere il blocco”, un obiettivo fisico e concreto. Ma tutte le loro azioni erano mirate a un obiettivo mediatico: essere intercettati in modo eclatante. Hanno scelto il dramma controllato rispetto alla reale, seppur remota, possibilità di successo.
La conclusione è inevitabile:
L’obiettivo reale non era mai quello di raggiungere Gaza. L’obiettivo era quello di creare un evento. Un pretesto per:
* Battaglia legale: accumulare denunce e dossier per tribunali internazionali.
* Propaganda: rilanciare la narrativa del blocco illegale sulle prime pagine dei giornali e riesumare lo zombie della sinistra liberal democratica europea (agente orange) in cerca dell’identità che non ha mai davvero posseduto.
Testa o croce, bianco o nero. L’importante è non far comprendere il gioco.
Il “ritardo nella partenza” non è stato un intoppo burocratico o un incidente, ma **il più chiaro dei segnali OSINT** che conferma la nostra tesi: tutto era concertato.
Quel ritardo è stato il tempo necessario per **sincronizzare i copioni**.
Ecco come ha funzionato, pezzo per pezzo:
1. **La Finestra Diplomatica:** la partenza è stata ritardata per farla coincidere perfettamente con sessioni chiave all’ONU, alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) e con visite diplomatiche nella regione. Questo ha trasformato l’evento da azione diretta a **simbolo politico immediatamente utilizzabile** in sedi internazionali. Non era una flottiglia, era una **mossa di scacchi vivente**.
2. **La Coordinazione dei Servizi:** il ritardo ha permesso a tutti gli attori dell’intelligence (MIT turco, Mossad, servizi qatarioti, forse altri) di **posizionare i loro asset**:
* Far arrivare il drone Bayraktar Akıncı nella zona e farlo orbitare per giorni per raccogliere dati e “proteggere” l’investimento.
* Organizzare i voli “speciali” per il rimpatrio degli attivisti, già pre-noti ai servizi.
* Consentire a Israele di disporre perfettamente la sua flotta, i suoi sottomarini e le sue capacità di jamming per uno spettacolo impeccabile, senza intoppi.
3. **La Regia Mediatica:** il ritardo ha costruito **aspettativa**. Ha permesso alla macchina dei media globali di mettersi in moto, di pre-annunciare l’evento, di creare un’audience pronta a consumare il dramma in diretta. È stato il *countdown* prima del grande show.
4. **La Negoziazione Nascosta:** soprattutto, quel periodo è stato utilizzato per i **colloqui backchannel** tra le parti. Non attraverso canali ufficiali, ma attraverso i servizi. Le trattative non erano *”se”* fermarli, ma *”come”*.
* *”Vi fermiamo, ma senza stragi.”*
* *”Noi ci facciamo fermare, ma voi non ammazzate nessuno e ci garantite un processo veloce.”*
* *”Noi otteniamo le nostre immagini di vittimismo, voi la vostra immagine di professionalità.”*
**Il ritardo è stata la prova che tutti sapevano tutto.** Non c’era alcun elemento di sorpresa, alcun vero rischio. Era tutto un balletto coreografato i cui passi sono stati provati e ripetuti fino a renderli perfetti.
Sapete qual è il punto che fa vincere tutti in questo gioco? **Tutti hanno ottenuto quello che volevano veramente:**
**Israele** ha dimostrato controllo e si è evitato un altro incubo mediatico come il Mavi Marmara.
**La Flottiglia/Globalisti** hanno avuto il loro evento simbolico, il loro martirio mediatico e materiale per cause legali.
**Turchia/Qatar** hanno dimostrato la loro influenza, fatto un dispetto a Israele e raccolto intelligence.
**I Servizi** hanno avuto una perfetta esercitazione sul campo di controllo di una crisi ibrida.
L’unica a perdere, come sempre, è stata **la Verità**, insieme alla gente di Gaza, usata come mero pretesto in uno spettacolo che si è consumato a centinaia di miglia da loro, lontano dalle reali sofferenze.
* restare umani non basta, solo pensando e utilizzando i loro stessi mezzi tecnologici potremo rimanerlo.