Italia e il mondo

Commentario all’intervista ad Antonio de Martini. Contro la superstizione.., di Massimo Morigi

Commentario all’intervista ad Antonio de Martini di Giuseppe Germinario. Contro la superstizione ed oltre il coronavirus per un nuovo posizionamento internazionale dell’Italia

 

Di Massimo Morigi

 

In data 17 aprile 2020 il blog di geopolitica “L’Italia e il Mondo” ha pubblicato la videointervista Conversazione fra Giuseppe Germinario e Antonio de Martini. Crisi epidemica, implicazioni, conseguenze, opzioni politiche. L’URL dell’ “Italia e il Mondo” presso il quale si può prendere visione dell’intervista è https://italiaeilmondo.com/2020/04/17/le-nuove-strade-aperte-dal-coronavirus-con-antonio-de-martini/#disqus_thread come è pure possibile visionare il documento presso YouTube all’URL https://www.youtube.com/watch?time_continue=5937&v=lEMtpmevFJU&feature=emb_logo.  Nell’augurio che l’ “Italia e il Mondo” protragga in saecula saeculorum la sua opera di risveglio del pensiero geopolitico e che la prima piattaforma commerciale di condivisione di documenti audiovisivi tenga a bada la sua natura commerciale, cioè non decida di punto in bianco di eliminare quei documenti che possono vantare meno contatti e quindi di scarsa potenzialità pubblicitaria, ma anche alla luce di un elementare principio di cautela, vista la fondamentale importanza dell’intervista per lo sviluppo del dibattito e (si spera) dell’azione per raddrizzare la schiena del nostro paese, piegata per ultimo dal coronavirus ma della cui tragica condizione  questo agente patogeno è solo la classica goccia che fa traboccare il vaso, dopo  scaricamento dell’intervista si è provveduto al suo ricaricamento presso il maggiore e più prestigioso archivio senza scopo di lucro di raccolta di documentazione digitale, generando così gli URL di Internet Archive  https://archive.org/details/y-2mate.com-le-nuove-strade-aperte-dal-coronavirus-con-antonio-de-martini-l-emtpmev-fju-360p-1  e https://ia801401.us.archive.org/5/items/y-2mate.com-le-nuove-strade-aperte-dal-coronavirus-con-antonio-de-martini-l-emtpmev-fju-360p-1/y2mate.com%20-%20Le%20nuove%20strade%20aperte%20dal%20coronavirus%2C%20con%20Antonio%20de%20Martini_lEMtpmevFJU_360p%20%281%29.mp4, presso i quali non solo l’intervista può essere ugualmente apprezzata ma soprattutto, si spera, il fondamentale documento possa superare quella marxiana “critica rodente dei topi”, nel presente caso non più i piccoli roditori che metaforicamente assalirono l’ Ideologia tedesca ma i ben più temibili e reali roditori dell’universo internettiano che fanno sì che, o per ragioni di sfinimento personale di chi mantiene ed organizza pur fondamentali siti in Rete (e lo ripetiamo per l’ennesima volta, cento di questi giorni all’ “Italia e il Mondo” uno dei pochissimi siti che nel panorama Italiano ed internazionale sappia senza estremismi ma anche senza timidezze dare diffusione ad una concreta cultura politica realista) o per ragioni di bieco tornaconto commerciale (i. e. YouTube e fratellini imitatori) questi documenti, non importa il loro valore, in media abbiano una aspettativa di vita di non più di cinque anni. Tuttavia, siccome dello spirito della Conversazione fra Giuseppe Germinario e Antonio de Martini tutto si può dire (e dal nostro punto di vista non se ne può dire che bene) tranne che sia animata da un malintesa ambizione di passare ai posteri ma è, invece, tutta protesa a fornire concrete indicazioni per il presente, noi che invece ben volentieri gli accordiamo la qualità definita dall’oraziano Exegi monvmentvm aere perennivs, veniamo ora ad enuclearne i  passaggi principali. Se si volesse dare una definizione filosofico-politica della conversazione, definizione che con questo attributo iniziale immaginiamo desti già un moto di ripulsa allo spirito concretissimo (ed acutissimo) di de Martini, si potrebbe dire che essa, al di là della contingenza del coronavirus, non è altro che un dialogo contro la superstizione. Giustificheremo fra poco questa affermazione, apparentemente sorprendente visto che la parola ‘superstizione’ non viene pronunciata una sola volta nel corso del lungo scambio di battute, più di un’ora e tre quarti, fra Antonio de Martini e Giuseppe Germinario. L’intervista inizia con un excursus storico di de Martini sulle epidemie medievali del Vecchio continente, resoconto di de Martini del quale non facciamo il sunto completo perché non si vuole togliere il piacere a chi lo voglia conoscere di apprenderlo dalle vive (ed espressivamente vivaci, il che non guasta) parole dell’intervistato ma dalle quali si nota già dal breve accenno che segue  l’abissale scarto rispetto alle attuali narrazioni sul coronavirus che ad ogni piè sospinto ci vengono giornalmente propinate dall’attuale tristo sistema di informazione di massa. Ma come, al posto del parere dell’immancabile versipelle virologo e/o epidemiologo di turno, de Martini ci riferisce di un Visir di Granada  che nel XIV secolo aveva riconosciuto la natura contagiosa della peste e che alla luce di questa consapevolezza aveva preso opportune ed efficaci misura di quarantena. Ma come, al posto delle supercazzole e delle c…te sesquipedali sui cambiamenti climatici  che avrebbero favorito la diffusione e persino la nascita dell’attuale morbo (sempre a cura dei soliti superesperti virologi e/o epidemiologi da pronto intervento di rimbambimento delle masse, corpi  d’ élite e d’assalto del thumberghismo di massa) sempre de martini ci riferisce che un tal’altro Visir coevo al primo pensava invece alla peste come una sorta di punizione divina e si rifiutava di prendere provvedimenti efficaci (oggi,  ci permettiamo noi di integrare il ragionamento di de Martini ma senza tema di stravolgerlo nella sua saggezza storicistica,  siccome siamo definitivamente secolarizzati, caduta la punizione divina, c’è invece la punizione di Gea, il pianeta vivente, una bella mossa à la Thumberg per installare fra le masse un senso di colpa in versione anticonsumista e oscurare la realtà di una peste sorta per una globalizzazione senza regole e favorita dal sempre più marcato infiacchimento dello Stato nella sua capacità di controllo del territorio e della salute pubblica, una senso di colpa anticonsumistico  le cui irrazionali involuzioni psicologiche   non sono più le classiche espiazioni corporali medievali o l’inettitudine  del secondo Visir  ma la sotterraneamente esaltata dai mass media come momento catartico tragica compressione dei consumi tramite le odierne apparentemente scientifiche italiche quarantene generalizzate – in realtà,  e per fortuna, solo una tragica parodia di quelle ben più serie e totalitarie made in China –  che assieme al morbo rischiano anche di fare scomparire il paziente, ma tant’è).  Ma, il gustosissimo excursus storico di de Martini che, proprio per la sua mentalità storico-storicista, fa intrinsecamente piazza pulita di un approccio alla situazione espertocentrica, non è altro che la premessa al nucleo duro dell’intervista, che non ruota attorno a considerazioni epidemiologiche, virali (o presunte tali) ma vuole svolgere una radicale riflessione in merito all’attuale collocamento internazionale dell’Italia, argomento, in ultima analisi, assai più importante dell’attuale crisi sanitaria e dall’impostazione del quale dipendono – questo il parere di de Martini e, modestamente anche il nostro – anche gli esiti della fuoruscita più o meno positiva dell’Italia dall’attuale crisi sanitaria. Detto in estrema sintesi. De Martini ritiene che sia giunta l’ora di prendere il toro per le corna ed approfittare dell’attuale crisi dell’Unione europea, evidenziata come non mai dalla crisi del coronavirus, per cercare di stringere un’alleanza sempre più stretta, economica, monetaria, politica e militare, con coloro che hanno girato le spalle alla UE, cioè con il Regno Unito (in questa nuova alleanza foriera di uno spacchettamento in direzione atlantica di parte del Vecchio continente – ma, grande novità rispetto all’egemonismo monocratico statunitense nato nel secondo dopoguerra, via quella che de Martini continua icasticamente, e con grande realismo politico,  a chiamare la “perfida Albione” – delle nazioni meridionali del Vecchio continente, l’Italia, sempre sue icastiche e colorite parole, «deve mettere la trippa e l’Inghilterra le ossa» e dove la trippa dovrebbe essere e la posizione strategica dell’Italia nel Mediterraneo e, soprattutto, la sua capacità –  per la verità allo stato solo potenziale e derivante dalla sua  grande tradizione di realismo politico unita ad una fine ed unica mentalità dialettico-universalistica di marca cattolica e dalle sue realizzazioni risorgimentali ma non altrettanto, purtroppo, dagli ultimi settant’anni di vita repubblicana andanti in senso diametralmente opposto a questi grandi lasciti – di recitare, anche se di concerto con gli altri paesi del sud Europa, un ruolo egemonico e di traino in questo riorientamento strategico; mentre le ossa britanniche sarebbero  le sue capacità e pulsioni imperialistiche mai sopite, “perfida Albione”, appunto: non si potrebbe immaginare linguaggio ed approccio mentale più lontani dall’odierna “pappa del cuore” che impera nell’attuale pensiero politico, diffuso poi a rincoglionimento delle masse dai grandi mezzi di informazione). Si può essere più o meno d’accordo con questa radicalità di pensiero, ma quello che qui conta è che, contrariamente alla informazione massificata, questa intervista si presenta come una delle rarissime occasioni non sprecate di cui sono a conoscenza per riflessioni politiche e strategiche  sul coronavirus  che non facciano perno sui soliti esperti d’avanspettacolo, che poi, come si è visto, esperti non lo sono per niente (in primis, ovviamente, i soliti virologi, ma last but not the least, anzi, i soliti pensatori mainstream di destra o sinistra non importa che ora non sanno far altro che  tacere o dare a ragione a questo o a quel virologo a seconda che questi sia più o meno favorevole ad un più o meno radicale blocco delle attività produttive, blocco plaudito dal pensatore di sinistra, avversato da quello più a destra: ma come si diceva una volta, il problema è politico e non certo tecnico-sanitario, e ora  come non mai l’attuale occupazione della  carica di Presidente del Consiglio da parte di un  personaggio che esprime lo zero assoluto del ‘politico” e la perfetta incarnazione, attraverso i suoi Dpcm sanitari, dello schmittiano “legislatore motorizzato” dimostra la verità di questo assunto). Ed affermando che, a scanso di equivoci, io sono personalmente totalmente d’accordo anche con questa parte più direttamente politica dell’intervista a de Martini, vengo per ultimo a giustificare l’affermazione  iniziale che l’intervista è un dialogo adversus suspertitionem. Lasciando ai lettori il piacere di completare tutti i passaggi del ragionamento, limitiamoci qui ad affermare che il significato etimologico di ‘superstizione’ ci indica la credenza che vi siano momenti e/o istanze superiori –  o, meglio, presunte tali –  di fronte al quale l’uomo, soprattutto quello comune e non vicino ai misteri, sacri o profani che siano, deve chinare la testa. L’intervista a de Martini è un potentissimo farmaco contro la moderna superstizione scientifica essendo formata ed informata al superiore pensiero storico-strategico, l’unica forma mentis ed agendi che diede inizio all’ evoluzione da ominide a homo sapiens e, nello specifico, l’unica Weltanschauung-filosofia della prassi che non solo  può permettere al nostro paese di non uscire completamente distrutto dall’attuale morbo ma anche di liberarsi dai morbi ideologici democraticistici  degli ultimi settant’anni (verso i quali, vedi sempre l’intervista,  de Martini nutre, e a ragione, una profondissima avversione). Sulle forme politiche ed organizzative di come questo pensiero storico-strategico certamente all’altezza di un mondo sempre più violentemente policentrico e dinamico possa concretamente prendere la direzione indicata da Antonio de Martini, come da consolidata esortazione di prammatica, si dichiara aperto il dibattito (e  ancora più auspicabilmente l’azione)  e, per ora, proprio per questo de hoc satis

 

Massimo Morigi – 26 aprile 2020

 

 

 

 

 

 

 

38° podcast_Il bersaglio grosso, di Gianfranco Campa

Quando, ormai quattro anni fa, apparve sulla scena politica statunitense un personaggio politico apparentemente estraneo ai circoli che ci avevano assuefatti ormai per decenni, le sue filippiche contro il multilateralismo, il globalismo e il principale beneficiario degli assetti mondiali ad essi conseguenti, la Cina, apparivano ancora come fastidiose e rozze dissonanze. Eppure già allo scadere della presidenza Obama qualche disorientamento e la crescente situazione di stallo già spingevano per un cambio di paradigma. Quelle affermazioni apparentemente estemporanee avevano però un limite nella loro vulgata o sottintendevano qualcosa di più essenziale. Puntavano l’attenzione sul dito piuttosto che sulla luna; probabilmente nascondevano la luna dietro il dito; ancora meglio, il lato luminoso della luna impediva di conoscere quello più oscuro e intrigante. Il problema di fondo non era l’emersione di un rivale temibile, la Cina, quanto il fallimento del progetto egemonico mondiale americano e gli enormi scompensi nelle formazioni sociali, nella fattispecie quella americana, creati dai processi di globalizzazione ad esso connessi. Il successo duraturo di Trump, a prescindere dalla stessa eventualità di una sua rielezione, non è altro che la constatazione dell’avanzare di un mondo multipolare, dell’emersione quindi di più potenze. “L’America prima di tutto” comporta quindi la rinnovata capacità di una nuova classe dirigente statunitense di giostrare tra queste contraddizioni e tra le logiche e gli interessi di questi paesi emergenti per riaffermare e mantenere la propria potenza e, soprattutto, consolidare la propria coesione sociale e politica. L’esito positivo non è ancora scritto nel finale di spartito, ma la posta in palio inizia ad essere più definita e circoscritta. Il podcast di Gianfranco Campa si presta a due interpretazioni. Uno più emotivo e forse semplicistico, tende a ridurre il confronto ai due giganti riservando al resto il ruolo di comparse o figuranti. L’altra, di più difficile lettura, è che, comunque, l’emersione di nuovi soggetti crea situazioni di rivalità, di conflitto e di affinità mutevoli tra tutti i protagonisti prima che il processo arrivi a consolidarsi e cristallizzarsi in sodalizi più stabili. Gli scompensi, i dissesti, le tragedie e le riconformazioni riguarderanno tutte le formazioni sociali, non solo quella americana. La Cina, quindi, oltre ad essere un soggetto assoluto di competizione, inizia ad apparire anch’essa un oggetto. Il prevalere di una o dell’altra interpretazione non dipende dall’autore ma dall’atteggiamento manicheo, dogmatico o pragmatico del lettore. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Le turbolenze della vita continuano, di Giuseppe Germinario

La crisi pandemica del coronavirus ha portato ad una netta accelerazione ed intensificazione del confronto geopolitico e delle trasformazioni politiche ed economiche delle formazioni sociali. Ha conquistato, però, la pressoché totale esclusiva attenzione dell’opinione pubblica sia istituzionale che informale. Passano in secondo piano o vengono del tutto ignorate notizie come questa del Presidente statunitense Trump il quale, attraverso due tweet, annuncia di aver dato ordine alla flotta presente nel Golfo Persico di aprire il fuoco e colpire le imbarcazioni e i barchini che dovessero avvicinarsi alle navi americane.

 

La attività di controllo e spesso di provocazione dei navigli iraniani non è in realtà mai cessata, anche se ultimamente sta registrando una relativa intensificazione. Quali possono essere, quindi, i motivi che hanno spinto Trump ad una decisione così allarmante? Non tutto è riconducibile direttamente a l’asprezza del confronto iraniano-statunitense. Corrono voci di un crescente distacco e insofferenza tra le gerarchie dell’esercito iraniano e la suprema autorità politico-religioso Khamenei. Un più alto livello di allarme potrebbe servire a rinserrare i legami. Nel versante statunitense l’azione potrebbe servire a destabilizzare l’area petrolifera del Medio Oriente e bloccare la corsa al ribasso dei prezzi del petrolio, particolarmente nefasta per le sorti della produzione petrolifera americana, resa già precaria dalla esposizione debitoria di gran parte dei produttori di petrolio da “fracking”. I timori e le inquietudini americani circa la possibilità di un accordo tacito tra sauditi e russi mirante a destabilizzare l’industria petrolifera americana, ormai loro diretta concorrente e a rendere nuovamente dipendente la potenza statunitense dalle importazioni, senza averne peraltro più il totale controllo dei flussi, sono sempre più manifesti. Emergono addirittura voci di un possibile blocco del greggio saudita ai porti texani a esso esclusivamente dedicati. In sostanza due conferme: gli Stati Uniti sono sempre meno il deus exmachina delle dinamiche geopolitiche e geoeconomiche, ma ne rimangono ancora il principale attore; da questa dinamica di relativizzazione della potenza ci sarà da aspettarsi una reazione sempre più vivace piuttosto che una rassegnata constatazione. Una vastissima gamma di opzioni del resto è ancora disponibile e non è detto che il fronte degli avversari sia in realtà così solido e compatto.

Giuseppe Germinario

 

CORONAVIRUS ED ECCEZIONE III, di Teodoro Klitsche de la Grange

CORONAVIRUS ED ECCEZIONE III

Continuano le perplessità su effetti e conseguenze istituzionali del Coronavirus. Specie in relazione, (dato che grazie – al cielo – il contagio sta calando) alla cosiddetta “fase due”.

Avevo già scritto che mai Carl Schmitt era stato così citato dai media come dall’inizio della pandemia. Anche, per lo più, da intellos che conoscono il giurista per sentito dire o, al massimo, per letture sommarie. E quindi lo intendono male.

Il “nocciolo” del ragionamento schmittiano, condiviso da gran parte dei maestri del diritto pubblico, è che quando è in gioco l’esistenza comunitaria (e la vita), si devono tollerare le compressioni necessarie ai diritti, anche a quelli garantiti dalla Costituzione. Ma vale anche l’inverso: allorché la situazione emergenziale viene meno, devono cessare anche quelle limitazioni; così come queste vanno valutate in relazione non (o meno) alle restrizioni dei diritti (e dei valori) garantiti dalla Costituzione che all’effettiva attitudine (e risultato) a conseguire lo scopo prefissosi: l’eliminazione (o almeno il contenimento) dell’emergenza che le ha rese opportune. Ma non sempre il giudizio è positivo.

Come esempio (negativo) di un’emergenza strumentalizzata ad altri fini, abbiamo la crisi italiana del 2011. Il governo Monti osannato dai media come idoneo al compito di ridurre il debito italiano, proprio su questo conseguì il peggior risultato: in poco più di un anno e mezzo, a prezzo di sacrifici notevoli, riuscì a far aumentare il debito italiano dal 116,50% al 129,00% del P.I.L.

Oltretutto coniugando tale pessimo risultato a un aumento  delle imposte che ha ridotto il tenore di vita degli italiani. Peggio di così…..

Non pensiamo che il governo Conte bis otterrà un risultato simile al governo “tecnico”, non foss’altro perché le epidemie arrivano, crescono e cessano. I proclami di vittoria, soprattutto quelli confezionati dal governo  hanno quindi il limite dell’ovvietà, Più interessante è sapere il quando, il quanto e il come se ne uscirà. Ricorda Manzoni che durante la peste di Milano le autorità presero le prime misure di emergenza circa un mese dopo che le avevano deliberate cioè dopo che “la peste era già entrata in Milano”. Colla loro inerzia accrebbero i danni. Come scriveva Schmitt “conseguire un obiettivo concreto significa intervenire nella concatenazione causale degli accadimenti con mezzi la cui giustezza va misurata sulla loro adeguatezza o meno allo scopo e dipende esclusivamente dai nessi fattuali di questa concatenazione causale… significa infatti il dominio di un modo di procedere interessato unicamente a conseguire un risultato concreto”. E il bilancio – anche dell’adeguatezza dell’azione di governo – sarà possibile solo quando raggiunto il “contagio zero”.

Nello stato d’eccezione la sovranità mostra la propria superiorità rispetto alla norma: è stato Bodin il primo a definirla come summa in cives legibusque soluta potestas: quindi agli albori dell’elaborazione del concetto i connotati qualificanti già ne erano: la preminenza rispetto agli altri poteri (summa) e d’esser svincolata dalla normativa (legibusque soluta). Almeno dalle leggi, cioè dalla normativa posta dal potere e per volontà del medesimo, secondo il noto frammento di Ulpiano. La sfida affrontata dal sovrano nello stato di eccezione non è negare il diritto – e tanto meno l’ordinamento – ma di ri-creare una situazione normale in cui la norma possa tornare a poter essere applicata.

É nell’eccezione (e in modo in certo modo simile nel gouvernment de fait di Hauriou) che l’istituzione politica – cioè lo Stato (moderno) – mostra sia la propria essenza che la superiorità dell’istituzione rispetto alla norma. Dall’impossibilità o anche dall’inutilità di applicare norme in una situazione eccezionale, quindi a-normale, dimostra la necessità e la precedenza istituzionale della “creazione”, da parte dell’autorità, di una situazione in cui la norma possa avere vigore ed efficacia. Come scrive Schmitt  “Il caso di eccezione rende palese nel modo più chiaro l’essenza dell’autorità statale. Qui la decisione si distingue dalla norma giuridica, e l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto”.

E tale “creazione” non ha nulla a che fare con le garanzie dell’ordinamento – nel senso dei diritti individuali – affidate (per lo più) ai Tribunali, e in particolare al livello più alto, alle Corti costituzionali. La riparazione di un diritto trova proprio nel potere giudiziario il più adatto ad assicurarlo.

Ma nella situazione eccezionale il problema è garantire “la situazione come un tutto nella sua totalità”. A esser garantito non è l’interesse e la correlativa pretesa del singolo, ma la concreta applicazione di tutto il diritto attraverso il ripristino della situazione normale.

Ne consegue che è la situazione (eccezionale o normale) a determinare l’opportunità di promulgare, mantenere, far cessare le misure per fronteggiare l’emergenza. Così come è il risultato a determinare se, finita l’emergenza, l’azione delle autorità di governo sia stata congrua, e in che misura. Ora è troppo presto per formulare una valutazione definitiva.

Quanto alla fase due, ancora è da venire, e il giudizio sulla stessa anche.

Capisco la diffidenza di tanti italiani data l’esperienza che altre situazioni emergenziali (o, meglio presunte tali) sono state utilizzate dai governi per l’unico fine di sfruttare i cittadini, senza altro risultato (v. da ultimo quello “tecnico” citato) che realizzare il contrario dello scopo esternato. Ma ora è troppo presto per dare un giudizio: non lo è per avere fondati sospetti.

Teodoro Klitsche de la Grange

Istituzioni e sovranità! La funzione dell’Esercito Italiano. Ne discutiamo con il Generale Marco Bertolini

Da troppi decenni l’Esercito Italiano fatica a godere di quella considerazione indispensabile a garantire nel migliore dei modi l’esercizio della sovranità nazionale, la cura degli interessi nazionali stessi e la costruzione di una identità e coesione più solida del popolo italiano. Sempre presente nelle ricorrenti situazioni di emergenza interna al paese e costantemente impegnato in numerosi teatri operativi internazionali, questi ultimi a volte giustificati dalla presenza di interessi nazionali, a volte trascinato da strategie estranee, spesso viene relegato al riconoscimento di una funzione ausiliaria. Un atteggiamento che inibisce il peso politico di una istituzione fondamentale nella costruzione di una coesione nazionale lungi dall’essere ancora compiuta. La crisi dell’ideologia globalista sta riproponendo nella giusta dimensione il ruolo degli stati nazionali e la affermazione delle prerogative loro proprie. Le classi dirigenti italiane non sembrano ancora consapevoli delle implicazioni di questo cambio di paradigma. Ne discutiamo con il Generale Marco Bertolini_Giuseppe Germinario

*Il Generale di Corpo d’Armata (ris.), Marco Bertolini, è nato a Parma il 21 giugno 1953. Figlio di Vittorio, reduce della battaglia di El Alamein, dal 1972 al 1976, Marco Bertolini ha frequentato l’Accademia Militare di Modena e la Scuola di Applicazione d’Arma di Torino. Nel 1976, con il grado di Tenente, è stato assegnato al il IX Battaglione d’Assalto Paracadutisti Col Moschin – una delle unità di elite delle Forze Armate italiane – del quale, per ben due volte (dal 1991 al 1993 e dal 1997 al 1998), è stato comandante.

Già comandante, dal 1999 al 2001, del Centro Addestramento Paracadutismo, dal 2002 al 2004 è stato posto al comando della Brigata Paracadutisti Folgore per poi assumere il comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS) e, successivamente, quello del Comando Operativo di vertice Interforze (COI). Dal luglio del 2016 Marco Bertolini ha cessato il suo servizio attivo nelle Forze Armate. Attualmente è Presidente dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia.

L’intervista ha preso spunto dall’articolo apparso sul sito www.ordinefuturo.it , link https://www.ordinefuturo.it/2020/04/14/considerazioni-in-tema-di-forze-armate/?fbclid=IwAR1-mMCh4_OTj74yS8-gPHsw7oYi9qHcsfmTY3iVCmX_dpwd0N9CbGnDYcY , a sua volta ripreso dal nostro sito il 15 aprile scorso

le nuove strade aperte dal coronavirus, con Antonio de Martini

La conversazione è lunga; la segregazione in casa aiuterà certamente all’ascolto. Il titolo è un po’ paradossale. Il resto lo farà la pacatezza delle argomentazioni offerte da Antonio de Martini. E’ tempo di scelte. Dall’esterno le pressioni, le sollecitazioni a compierle si intensificano. Ad un quadro sempre più dinamico si contrappone una classe dirigente tremebonda ed arruffona, abbarbicata all’attesa e alla conferma di vecchi schemi e sistemi di relazione ormai deleteri. La crisi epidemica in corso si sta rivelando un vero e proprio acceleratore delle dinamiche in corso della geopolitica, quindi anche della geoeconomia. Una posizione di attesa o, nel peggiore dei casi, abbarbicata agli schemi classici della diplomazia e delle relazioni internazionali è il modo migliore per un paese di diventare oggetto piuttosto che protagonista. Rimane, purtroppo, la cieca propensione della nostra classe dirigente. Ne discutiamo con Antonio de Martini. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

 

CORONAVIRUS ED ECCEZIONE II, di Teodoro Klitsche de la Grange

CORONAVIRUS ED ECCEZIONE II

È inutile ripetere quanto già scritto (v. Coronavirus ed eccezione) su questo sito che le crisi sono spesso generatrici di cambiamenti decisivi; e questi quasi sempre – nascono da situazioni di emergenza. È l’eccezione e non la situazione normale l’acceleratore della storia.

Tocqueville, a proposito della rivoluzione francese scriveva che questa aveva compiuto bruscamente “con uno sforzo convulso e doloroso, …quanto si sarebbe compiuto a poco a poco, da se e in molto tempo”. La rivoluzione realizzò in pochi anni, e a prezzo di immensi dolori, quanto si sarebbe comunque realizzato. Perché iscritto nelle tendenze della storia, e in buona parte avviato dalla monarchia assoluta.

Certo tra crisi e cambiamenti la relazione non è simmetrica, nel senso che ogni crisi genera un cambiamento, ma è vero, come sopra cennato, che tutti (o quasi) i cambiamenti reali seguono una crisi,

E questa tendenza – quasi una regolarità – è sempre stata nella consapevolezza del pensiero politico giuridico, da Polibio a Machiavelli, da Spinoza ad Hauriou, da Santi Romano a Carl Schmitt. Proprio Machiavelli in un celebre capitolo del Principe (il XXV) ne da una spiegazione/descrizione nel rapporto tra fortuna e virtù.

Il segretario fiorentino ricorda che molti sostengono l’“opinione che le cose del mondo sieno in modo governate dalla fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbino rimedio alcuno” tuttavia dato che gli uomini hanno il libero arbitrio, possono fronteggiare (l’avversa) fortuna con la virtù: e la fortuna “sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam ce ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi”: ma proprio in Italia la situazione della penisola era dovuta alla mancanza nei governanti di “conveniente virtù” che invece non mancava in Francia, Spagna e Germania.

Ed è la fortuna – cioè la situazione critica che per così dire, “a dettare l’agenda”: per fronteggiarla il principe deve adattare “el modo del procedere suo con la qualità dei tempi”. Talvolta occorre essere decisi (ipotesi che Machiavelli ritiene maggiormente idonea) ma talaltra prudenti. É l’idoneità dei mezzi apprestati a conseguire lo scopo, data la situazione, a determinarne la validità.

Quando nei Discorsi passa da un discorso politico alla conseguenza politico-istituzionale (in un regime repubblicano) individua il rimedio nell’istituto della dittatura romana, la quale serve a fronteggiare la situazione emergenziale (“gli accidenti istraordinari”), e  a tal fine, rompere gli ordini (cioè prendere misure straordinarie in deroga alle leggi, valevoli per una situazione normale).

Nel corso della storia, in particolare in quella moderna, il rapporto “paritario” (o quasi) sostenuto da Machiavelli tra fortuna e virtù è stato spesso spensieratamente sostituito dalla fede nel progresso umano (non solo tecnico-scientifico, ma anche politico e “morale”) il quale farebbe si che l’esistenza della comunità potrebbe scorrere su un binario tranquillo, fino alla stazione d’arrivo. Anzi quella stazione sarebbe stata già raggiunta una trentina di anni orsono, con il crollo del comunismo e “la fine della storia” (Fukuyama docet). È chiaro che secondo i più (sprovveduti) seguaci di tale concezione, di misure d’eccezione non c’è bisogno, perché il controllo umano sul mondo attraverso la tecnica e quello sulla stessa natura umana con il “pensiero unico” è tale da allontanare qualsiasi situazione eccezionale. In primis la guerra che di tante crisi è stata quella più considerata. Ma, accanto a quella, meno drammatiche, ma assai più frequenti, ci sono crisi indotte dagli eventi naturali (terremoti, inondazioni, pestilenze, carestie). Anche se le emergenze provocate da eventi naturali, per lo più, non producono effetti politici e storici epocali, non è mancato il contrario. Secondo gli storici il crollo della talassocrazia minoica fu dovuto al maremoto causato dall’esplosione del vulcano di Santorini; la fine delle civiltà precolombiane alle epidemie dovute alle malattie diffuse dai primi marinai spagnoli sbarcati in America, e che facilitarono grandemente il compito dei conquistadores.

Ancor più possono pertanto produrre mutamenti non di civiltà, ma sicuramente di (costumi) legislazione e di forma politica. Se le misure eccezionali riescono a dominare la situazione (a batterla e urtarla scriveva Machiavelli con un paragone che probabilmente dispiace alle femministe) tornano, dopo la crisi, gli ordini normali; ma, talvolta è la crisi, anche dovuta ad eventi naturali, a portare cambiamenti, fino alle innovazioni di forma politica.

Credere il contrario, che la storia sia direzionale nel senso di un progresso lineare, cioè l’inverso dell’andamento ciclico familiare al pensiero politico e giuridico è quindi, in primo luogo, contraddetto dalla storia.

Peraltro lo stesso Fukuyama  “correggendo il tiro” del suo famoso saggio limitava (nel libro che ne seguì) la fine della storia alle forme politiche; e nell’opera stessa attribuiva la concezione direzionale della storia a due fattori, uno dei quali è la conquista tecnico-scientifica della natura. Ma se, per così dire, tale conquista non è ancora (totalmente) avvenuta, succede che la natura riprenda il proprio ruolo, peraltro solo parzialmente intaccato dalla scienza e dalla tecnica. Ed occorre costituire “ripari ed argini” (anche) nell’organizzazione dei poteri pubblici.

Perché, contrariamente ai corifei del progresso (ecc. ecc.) la natura (deus sive natura, scriveva Spinoza) torna sempre a bussare. Come cantava Orazio, natura expelles furca tamen usque recurret.

Teodoro Klitsche de la Grange

LA RINASCITA NAZIONALE II, a cura di Giuseppe Germinario

Nel corso della settimana pubblicheremo i testi e gli appelli delle varie formazioni politiche critiche ed antagoniste rispetto al vigente progetto europeo e agli schemi conseguenti nell’affrontare la drammatica crisi politica e geopolitica ancor più che meramente economica accelerata dalla pandemia e destinata a sconvolgere le attuali formazioni socioeconomiche e politiche. Seguiranno ovviamente le dovute riflessioni con l’auspicio che si inneschi un dibattito finalizzato finalmente alla costruzione di un terreno e quindi un progetto politici comuni. Si comincia con il documento del FSI (Fronte Sovranista Italiano). I documenti saranno raccolti nel dossier “rinascita nazionale” del sito_Giuseppe Germinario

https://pianodisalvezzanazionale.it/

PIANO  DI  SALVEZZA  NAZIONALE

Nuovi  Paradigmi  GUARDA IL VIDEO

In questo momento di crisi globale straordinaria possiamo cogliere l’occasione di un obbligato reset economico, monetario, produttivo e geopolitico per superare il vecchio paradigma e adottarne uno più sostenibile.

Se non ora quando è il momento di superare i dogmi e gli schemi di pensiero che hanno messo a dura prova l’equilibrio ambientale ed economico del pianeta? Occorre uscire dai vecchi modelli anti-distributivi, basati su una scarsità artificiale della moneta, e competitivi (mors tua, vita mea) per approdare a una economia basata sulla comunità (Stato comunità), sulla cooperazione (vita tua, vita mea) e su una moneta nominale non debito (scheda tecnica Nuovi Paradigmi in allegato A).

L’emergenza sanitaria ed economica, che è globale e sta sospendendo le libertà democratiche, spinge tutto il mondo verso mutamenti epocali, che si manifestano con interventi politici drastici, sorprendenti ed immediati.

Si intravedono nuovi paradigmi globali:

  • ricerca di equilibri geopolitici diversi e più sostenibili
  • la finanza si ridimensiona e torna al servizio del lavoro e della produzione
  • la Politica governa la moneta e l’economia
  • il commercio globale si riduce alla ricerca di scambi sostenibili
  • la produzione si orienta prevalentemente al mercato interno
  • la grandissima dimensione aziendale privata è destinata a ridimensionarsi
  • la democrazia è in crisi

Scivoliamo verso la sospensione definitiva delle libertà costituzionali, o sviluppiamo una nuova capacità di decisioni trasparenti e condivise? L’Italia, colta in questo periodo di emergenza nella sua massima fragilità finanziaria, aggravata da una latente frattura fra popolazione e rappresentanza politica, corre oggi immensi rischi. Ogni speranza di rinascita potrebbe essere soffocata definitivamente se il Governo trascinasse il Paese e le generazioni future nelle paludi di quel grande prestito internazionale che molti avidi speculatori auspicano e sollecitano.

NON ABBIAMO BISOGNO DI PRESTITI INTERNAZIONALI. TUTTI DEBBONO ESSERE INFORMATI AL RIGUARDO

Sei d’accordo con noi?

 

L’Italia può invece cogliere, con uno scatto d’orgoglio nazionale, le enormi opportunità offerte dalle circostanze, se sapremo scegliere, popolo e Istituzioni insieme, di intervenire ben oltre l’emergenza, con uno sguardo verso la svolta epocale che sta interessando tutta l’umanità, prendendo decisioni politiche strutturali coraggiose, lungimiranti e di ampio respiro.

Italia

Le azioni avviate dal Governo in questi giorni sembrano rispondere all’emergenza e, sebbene lo facciano con decisione e coraggio, mancano di prospettiva futura.

Questo è il tempo delle responsabilità condivise.

In questo documento sono raccolti i suggerimenti pratici in grado di trasformare l’emergenza in uno strutturale cambiamento di rotta.

Servono a sostenere un piano di intervento di almeno 350 miliardi di euro, suddiviso in 100 mld immediati e almeno 250 mld a brevissimo termine.

È stato elaborato e condiviso da molti economisti, esperti di finanza e altri intellettuali italiani, che si confrontano sul tema da anni.

Lo inviamo, restando a disposizione per ogni eventuale approfondimento tecnico, a tutti i rappresentanti nelle Istituzioni e anche ai media nazionali, chiedendo:

  • una valutazione seria ed approfondita da parte del Governo
  • un’ampia informazione pubblica
  • un confronto diretto con rappresentanti del Governo e del Parlamento

 

Quadro d’insieme di interventi per un totale di 350 miliardi

Tempo T0: Misure immediate per 100 mld.

Per tamponare l’emergenza sanitaria, il rischio reddito per famiglie e imprese, e mettere le istituzioni finanziarie pubbliche in grado di sostenere misure strutturali appena successive, occorre portare nelle casse dello Stato liquidità immediata per un totale di almeno 100 miliardi. Questa prima tranche di interventi è funzionale a finanziare le spese più urgenti. Al tempo t0 si propongono quindi misure funzionali a soddisfare solo le esigenze immediate.

Scongiuriamo così il prestito internazionale: MES, Eurobond, Coronabond, Fondo di redenzione nazionale, ecc…

Le misure più adeguate all’esigenza hanno natura transitoria, potendo essere sostituite, non appena superata l’emergenza, da interventi più strutturali.

Sono di due tipi:

1) Emissione di titoli di Stato a breve termine, garantiti e riservati esclusivamente al risparmio di operatori nazionalischeda tecnica allegato B

Consente di:

  • mobilitare rapidamente al servizio della comunità parte del risparmio finanziario privato nazionale, di cui almeno 1500 miliardi sono disponibili (conti correnti e depositi) o facilmente liquidabili;
  • mettere al sicuro questa preziosa risorsa nazionale, oggi sfruttata prevalentemente dalla finanza speculativa mondiale
  •  attuare finalmente la disposizione costituzionale dell’articolo 47 che impone alla Repubblica di tutelare il risparmio
  • restituire integralmente agli investitori internazionali ogni centesimo di debito pubblico in scadenza, liberandoci per sempre dal ricatto odioso dello spread

Si sostituisce di fatto il “debito pubblico in mano a non residenti”, concetto odioso, con ben più rassicuranti e graditi “strumenti di protezione e impiego del risparmio dei cittadini”.

 

2) Emissione diretta da parte del MEF di biglietti di stato (o statonote), anche in versione elettronicascheda tecnica allegato C

Consente di:

  • coprire con immediatezza ogni esigenza della spesa non coperta da entrate
  • arrestare ogni effetto sulla popolazione da parte di qualsiasi turbolenza derivante dalle operazioni speculative

I 100 miliardi saranno spesi per rinforzare il sistema sanitario secondo le esigenze e per distribuire immediatamente un reddito personale di solidarietà, dato a tutti i cittadini residenti che ne abbiano esigenza e ne facciano richiesta, possibilmente in formato elettronico.

Entrambe le misure – se presentate adeguatamente – saranno facilmente accettate dai cittadini, e sicuramente gradite dagli investitori.

Soprattutto se vengono accompagnate dall’impegno verso la popolazione da parte di Governo e Parlamento, ad implementare nella fase immediatamente successiva misure strutturali a favore di tutti, tra cui la predisposizione di una piattaforma pubblica elettronica dei pagamenti che servirà per i provvedimenti della fase T1.

 

UN NUOVO PATTO SOCIALE

Tempo T1 (entro 4 mesi). Misure strutturali per almeno 250 mld.

Al tempo t1 si predispone un piano strategico di investimenti produttivi per almeno 250 mld per rilanciare l’economia nazionale attorno a obiettivi coerenti e coordinati di politica economica di medio-lungo termine.

Alle fonti di finanziamento si aggiungono altri tre strumenti, banche pubbliche, agevolazioni fiscali e CdR, scambiabili su apposita piattaforma informatica.

 

3) Le istituzioni finanziarie pubbliche (Medio Credito Centrale, Cassa Depositi e Prestiti ecc.) vengono ampiamente ricapitalizzate e messe a rapporto diretto e stringente con il Governo per tutelare strutturalmente il risparmio pubblico e creare investimenti scheda tecnica allegato D

Consente di:

  • accedere alla provvista di liquidità a tassi convenienti presso la BCE
  • garantire al Governo un efficace strumento di trasmissione nell’economia reale delle decisioni politiche prese dal Parlamento
  • rimettere l’apparato pubblico in grado di garantire a cittadini e imprese i servizi pubblici essenziali di qualità adeguata

È possibile e auspicabile prevedere forme di partecipazione diretta alla proprietà popolare diffusa nelle aziende pubbliche che erogano servizi, accompagnate da forme di coinvolgimento nella gestione, al fine di assicurarne il controllo e il contenimento dei costi.

 

4) La trasferibilità di qualsiasi agevolazione fiscale (credito, detrazione, sconto, compensazione) tra tutti i soggetti giuridici residenti.

Attualmente esiste già una piattaforma informatica pubblica presso l’Agenzia delle Entrate per la trasferibilità delle agevolazioni fiscali (crediti, detrazioni, sconti), che va certamente implementata e resa più fluida nell’uso tra tutti i cittadini di quanto non sia oggi. Su tali aspetti esistono disegni di legge (CCF, SIRE) già depositati in Parlamento, di cui si chiede approvazione coordinata.

 

5) I Conti di Risparmio (CdR) pubblici, volontari e con somme trasferibili su piattaforma elettronica presso il MEF, aperti a tutti i residentischeda tecnica allegato E

Consente di:

  • creare un sistema pubblico di pagamenti interni, che metta in contatto diretto lo Stato comunità con tutti i suoi cittadini partecipanti; utile sempre, ma particolarmente nelle situazioni di urgenza e necessità come l’attuale per erogare con immediatezza un reddito personale di solidarietà
  • tutelare il risparmio italiano, ex art. 47 della Costituzione, per di più garantendo che sia sistematicamente utilizzabile per la sua fluida circolazione nel mercato domestico
  • ridurre gli oneri passivi sul debito pubblico, permettendone contestualmente la sua riduzione complessiva e l’aumento della detenzione nei soggetti residenti in Italia, cui verrebbero accreditati anche i relativi interessi che tornerebbero qui in circolazione
  • sostituzione di una buona parte degli attuali titoli del debito pubblico fluttuanti sui mercati con gli Euro raccolti tramite i conti di risparmio pubblico

Il risultato finale, a seguito delle misure del punto T1, è quello che ogni soggetto residente munito di codice fiscale possa avere un unico innovativo strumento informatico che permetta la trasferibilità delle somme sul conto corrente bancario, sul conto di risparmio pubblico e delle agevolazioni fiscali.

Con tali fonti di finanziamento (titoli di Stato di solidarietà, biglietti di stato, banche pubbliche, circolazione delle agevolazioni fiscali e dei CdR), si potranno spendere almeno ulteriori 250 miliardi con i seguenti obiettivi:

  • creare lavoro per tutti
  • acquisire aziende strategiche al patrimonio pubblico, necessarie a garantire alla cittadinanza ed alla struttura produttiva privata l’erogazione dei servizi essenziali (sanità, credito, energia, trasporti, ricerca, formazione e informazione, telecomunicazioni)
  • sostenere le piccole e medie imprese private
  •  rafforzare il mercato interno e riorientare la produzione

 

Italia, 30 marzo 2020

Coronavirus_Qualche risposta ai tanti perché, a cura di Giuseppe Germinario

Proseguiamo con la nostra carrellata sui diversi approcci alla crisi pandemica adottati dai vari paesi e spesso dalle varie regioni all’interno di essi. All’articolo iniziale (iniziatico?) di Roberto Buffagni, al podcast di Gianfranco Campa, agli elzeviri di Massimo Morigi, ai contributi preziosissimi di Giuseppe Imbalzano, alle riflessioni di T.K. de la Grange, ai contributi esterni, tutti raccolti in un apposito dossier, segue questo articolo dedicato alla Germania. Una modalità di azione sottotraccia quella adottata dal ceto politico e dalla classe dirigente dominanti di quel paese. Una costante delle tattiche adottate a partire dalla disastrosa disfatta militare del ’45. A cominciare dalla manipolazione di dati poco realistici. Non si tratta solo della casuale disparità dei criteri di rilevazione frutto ed indice della eterogeneità insopprimibile della galassia europea ed europeista e delle sue esigenze politiche. E’ probabilmente un accorgimento, certamente meno guascone rispetto a quello adottato dai francesi, teso a contenere l’allarmismo e il rischio di destabilizzazione interna, a giustificare misure meno draconiane e meno selettive nell’ambito delle relazioni sociali e soprattutto economiche e a porre, quindi, il paese in una posizione migliore rispetto a quella di paesi dai comportamenti più schizofrenici e massivi nell’agone internazionale, in particolare geoeconomico. Pur tuttavia, non si tratta di un mero espediente. L’articolo qui in basso rivela chiaramente anche il substrato di una gestione della crisi pandemica decisamente più accorta e preveggente sia nelle modalità operative che nella tempistica adottate. Probabilmente queste misure, in aggiunta alla annunciata valanga di sovvenzioni e di protezioni del proprio apparato economico, non saranno sufficienti a parare i terribili colpi di là da venire. La Germania è un paese troppo controllato, subordinato politicamente e militarmente, con una area di influenza diretta in un Est Europeo legato di contro a doppio filo piuttosto agli statunitensi ed una economia dai volumi e da una organizzazione impressionante, ma tecnologicamente poco innovativa e troppo vulnerabile dal punto di vista finanziario, troppo legata ai settori più speculativi della finanza anglosassone, troppo esposta alle crescenti instabilità e chiusure del commercio internazionale. Se a questo si aggiunge la sua atavica propensione a confondere le mire egemoniche in Europa con la predazione e l’annichilimento puri e semplici dei propri “fratelli europei” specie latini, non ci vorrà molto a valutare la effettiva dimensione e le conseguenze del suo progressivo e fatale isolamento. Al suo cospetto rifulge ancora di più la drammatica e sconsolante condizione nella quale si sta progressivamente cacciando il nostro paese. Un paese ormai da trenta anni dilaniato da conflitti politici tanto più virulenti quanto più privi di strategie e tattiche in grado di offrire prospettive nazionali dignitose e autonome. Un salto di qualità mancato e un degrado già ben avviato negli anni ’80 ma che ha conosciuto la propria apoteosi con l’epurazione di Tangentopoli e il progressivo emergere di un ceto politico particolarmente abile nell’annichilire ed asservire gli apparati e le competenze pubblici alle proprie baruffe di fazione. Una sterilità ed una miseria che ha trovato una ulteriore occasione di prevaricazione con questa crisi pandemica. Uno scontro ormai sordo e feroce disposto a sacrificare e strumentalizzare la stessa dedizione ed il coraggio manifestati dalle categorie professionali chiamate ad affrontare i rischi della crisi sanitaria. Uno scontro asimmetrico nella posizione dei belligeranti che lascia presagire la prevalenza di una fazione, quella più compromessa politicamente ma meno esposta amministrativamente, piuttosto che la possibilità di una emersione di una nuova classe dirigente o quantomeno di una vecchia almeno rinsavita, più accorta e autorevole. Da una parte le forze della maggioranza governativa detengono il controllo e quindi la più grave responsabilità politica di una gestione a dir poco contraddittoria e intempestiva della crisi. Appunto una responsabilità politica che facilmente potrà sfuggire alle pendenze giudiziarie e ai desideri di rivalsa delle vittime della mala conduzione che già si manifestano numerosi. Una elusione delle responsabilità  culminata nella mancata avocazione di poteri speciali, nella assenza di direttive univoche e cogenti, nella sovrapposizione di incarichi esecutivi a persone chiaramente inadatte e spesso compromesse con il processo di debilitazione delle strutture pubbliche. Figure di secondo piano destinate a non oscurare il futuro politico dei protagonisti e una insipienza a suo modo funzionale a scaricare le responsabilità sui centri amministrativi più esposti. Un rituale del cerino acceso destinato a rimanere in mano ai responsabili regionali e amministrativi. Lo stesso gioco se si vuole che, a parti rovesciate, sta probabilmente giocando Trump con i suoi avversari democratici, impelagati nel focolaio epidemico di New York. Ma con una differenza sostanziale: gli Stati Uniti sono appunto una Federazione di Stati, non di regioni dalle competenze sovrapposte. Dall’altra una opposizione, in particolare la Lega, sua componente maggioritaria, reduce già da numerosi e clamorosi errori politici che ne hanno minato credibilità e sicumera e gestore a buon titolo di una regione, il Veneto, capace di affrontare decorosamente l’emergenza, ma anche della Lombardia, epicentro della epidemia e degli errori di gestione più marchiani e dolorosi. Nei tempi ravvicinati vincerà probabilmente chi detiene il pallino dei mezzi di comunicazione e chi potrà eludere l’agorà giudiziaria. Su questo il centrosinistra è chiaramente avvantaggiato di parecchie spanne. Bisogna dar atto della resistenza di Conte alle profferte capziose degli ologrammi di Bruxelles di utilizzo dei fondi del MES e di prestiti obbligazionari con garanzie dei singoli stati; come pure del tentativo di fronte comune dei paesi mediterranei. Tentativo per altro già messo in forse dal comportamento ambiguo e subdolo di Macron, quindi della Francia. La partita non è ancora chiusa; qualche incrinatura si intravede anche nella stessa Germania e Olanda. L’esempio preclaro della devastazione della Grecia e del vacuo successo del miracolo spagnolo sono un avvertimento, un incubo chiaro più alle popolazioni che alle élites dominanti. Lo scontro all’ultimo sangue tra reciproche debolezze, il nocciolo dell’acceso scontro politico in Italia, non lascia presagire molto di buono. I ricatti, le minacce e le ritorsioni possono essere il preludio ad un ennesimo e clamoroso cedimento, ad una definitiva capitolazione seguiti da proteste ed opposizioni di comodo. Vedremo cosa succederà domani, 7 aprile. Sorge a questo punto un interrogativo angosciante. Come possono forze politiche paralizzate da una crisi sanitaria tutto sommato circoscrivibile, se gestita a suo tempo con maggiore accortezza, contrattare al meglio la propria posizione in Europa o gestire il piano B della uscita dall’euro e dalla attuale Unione Europea senza cadere in una visione assistenzialistica e parassitaria, residuale apparentemente alternativa all’attuale? Già in almeno tre occasioni l’attuale ceto politico è mancato all’appuntamento, a volte persino offerto, negli ultimi tre anni. La stessa sottovalutazione delle implicazioni geopolitiche del comunque ben accetto sostegno umanitario lascia intravedere il pressapochismo dei passi intrapresi. Si blatera tanto di volerci liberare della signoria statunitense, ignorandone le pesanti implicazioni; in realtà si fa fatica a liberarsi persino dalle angherie e dalle grettezze del suo maggiordomo tedesco, non ostante le spinte e gli incoraggiamenti nemmeno troppo velati a saltare il fosso. Al peggio non si intravede la fine. Scusate lo sfogo. Non saremo profeti in patria, almeno in Russia hanno avuto modo di apprezzare e riconoscere la competenza professionale dell’esperto che su questo blog ci ha illuminato di cotanta sagacia e supponenza nazionali. Un sincero augurio per la nuova avventura. Giuseppe Germinario

Ecco perché in Germania si muore molto meno per coronavirus rispetto all’Italia

In Germania il tasso di letalità è 1,4%, in Italia 12,5%

In Germania la percentuale delle persone che muoiono per coronavirus è bassissima rispetto ai casi rilevati in confronto alle percentuali di letalità indicate dai dati ufficiali in Italia. In parte la differenza può essere provocata da dati ufficiali poco affidabili. Ma questa da sola non può essere una spiegazione sufficiente.

Una inchiesta del NYT di cui riportiamo la traduzione di ampi stralci ci aiuta a capire perché. Ne emerge purtroppo un quadro impietoso per l’Italia

I “corona-taxi”

Heidelberg, Germania. Li chiamano “taxi corona”: medici equipaggiati con indumenti protettivi guidano per le strade deserte per controllare i pazienti che sono a casa. Prendono l’esame del sangue cercando segni che il paziente possa avere il covid19 e che le sue condizioni possano aggravarsi. Possono suggerire il ricovero in ospedale anche a un paziente che ha solo sintomi lievi: le possibilità di sopravvivere sono notevolmente più alte se si affronta il virus all’inizio.

I taxi corona di Heidelberg sono solo una delle iniziative. Ma illustrano un livello di impegno di risorse pubbliche nella lotta contro l’epidemia che aiuta a spiegare uno degli enigmi più intriganti della pandemia: perché il tasso di mortalità della Germania è così basso?

Un tasso di letalità inferiore di 9 volte a quello dell’Italia

Il virus e la malattia risultante, Covid-19, hanno colpito la Germania con forza: secondo la Johns Hopkins University il paese ha più di 90.000 infezioni confermate in laboratorio al 4 di aprile, più di qualsiasi altro paese tranne gli Stati Uniti, l’Italia e Spagna.

Ma con circa 1.300 morti, il tasso di letalità in Germania si attesta all’1,4 per cento, rispetto al 12,5 per cento in Italia, a circa il 10 per cento in Spagna, Francia e Gran Bretagna, al 4 per cento in Cina e al 2,5 per cento negli Stati Uniti. Anche la Corea del Sud, un modello di riferimento internazionale per la lotta al covid19, ha un tasso di letalità più elevato, l’1,7 per cento.

“Si è parlato di un’anomalia tedesca”, ha detto Hendrik Streeck, direttore dell’Istituto di virologia presso l’ospedale universitario di Bonn. Il professor Streeck ha ricevuto chiamate di colleghi dagli Stati Uniti e altrove. “‘Che cosa stai facendo diversamente?” mi chiedono. “Perché il tuo tasso di letalità è così basso?”

Ci sono diverse risposte dicono gli esperti, differenze molto reali nel modo in cui il paese ha affrontato l’epidemia rispetto ad altri.

Molti più test = molti casi rilevati in tempo

Una delle spiegazioni per il basso tasso di letalità è che la Germania ha testato molte più persone rispetto alla maggior parte delle nazioni. Ciò significa che individua più persone con pochi o nessun sintomo, anche tra i più giovani, aumentando il numero di casi noti ma non il numero di vittime.

Una delle conseguenze del gran numero di test è che l’età media delle persone rilevate come infette è inferiore in Germania rispetto a molti altri paesi. Molti dei primi pazienti hanno preso il virus nelle stazioni sciistiche austriache e italiane ed erano relativamente giovani e sani, ha detto il professor Kräusslich. “È iniziato come un’epidemia di sciatori”, ha affermato.

Poi con il diffondersi delle infezioni, sono state colpite più persone anziane e anche il tasso di letalità, solo lo 0,2 per cento due settimane fa, è aumentato. Ma l’età media di chi si sa che contrae la malattia rimane relativamente bassa, 49 anni in Germania, mentre in Italia è 62 anni secondo i rapporti ufficiali.

La Germania sta conducendo circa 350.000 test di coronavirus a settimana, (oltre 3 volte di più che in Italia) e comunque molto più di qualsiasi altro paese europeo. Test precoci e diffusi hanno permesso alle autorità di rallentare la diffusione della pandemia isolando i casi infettivi. Ha inoltre consentito di somministrare il trattamento salvavita in modo più tempestivo.

Preparati in anticipo alla pandemia

A metà gennaio, molto prima che la maggior parte dei tedeschi pensasse al virus, l’ospedale Charité di Berlino aveva già sviluppato un test e pubblicato la formula online.
Quando la Germania registrò il suo primo caso di Covid-19 a febbraio, i laboratori di tutto il paese avevano accumulato uno stock di kit di test.

Diagnosi precoci = meno morti

“Il motivo per cui in Germania abbiamo così poche morti al momento rispetto al numero di infetti può essere ampiamente spiegato dal fatto che stiamo facendo un numero estremamente elevato di diagnosi di laboratorio”, ha affermato il dott. Christian Drosten, capo virologo di Charité , il cui team ha sviluppato il primo test.

“Quando ho una diagnosi precoce e posso curare precocemente i pazienti (ad esempio collegarli a un ventilatore prima che le loro condizioni si deteriorino) – le possibilità di sopravvivenza sono molto più elevate”, ha affermato il professor Kräusslich.

Costanti test al personale medico

Il personale medico, particolarmente a rischio di contrarre e diffondere il virus, viene regolarmente testato. Per semplificare la procedura, alcuni ospedali hanno iniziato a eseguire test di blocco, utilizzando i tamponi di 10 dipendenti e dando seguito a test individuali solo se si riscontra un risultato positivo.

Da aprile test gratuiti su larga scala per trovare i possibili focolai

Alla fine di aprile, le autorità sanitarie hanno anche in programma di lanciare uno studio su larga scala, testando campioni casuali di 100.000 persone in Germania ogni settimana per valutare dove si sta accumulando immunità.

Una chiave per garantire test su larga scala è che i pazienti non pagano nulla per questo, ha affermato il professor Streeck. Questa, ha detto, è una notevole differenza con gli Stati Uniti nelle prime settimane dell’epidemia. “È improbabile che negli USA un giovane senza assicurazione sanitaria e prurito alla gola si rechi dal medico e quindi rischia di infettare più persone”, ha affermato.

Il caso della scuola di Bonn

Un venerdì di fine febbraio, il professor Streeck ha ricevuto la notizia che un paziente del suo ospedale di Bonn si era rivelato positivo per il coronavirus: un uomo di 22 anni che non aveva sintomi ma il cui datore di lavoro (una scuola) gli aveva chiesto di fare un test dopo aver saputo che aveva preso parte a un evento di carnevale in cui qualcun altro si era dimostrato positivo.

Nella maggior parte dei paesi, compresi Italia e Stati Uniti, i test sono in gran parte limitati ai pazienti più malati, quindi probabilmente all’uomo sarebbe stato rifiutato un test.

Non in Germania. Non appena i risultati del test sono arrivati, la scuola è stata chiusa e a tutti i bambini e il personale è stato ordinato di rimanere a casa con le loro famiglie per due settimane. Sono state testate circa 235 persone.

Test e monitoraggio sono la strategia che ha avuto successo in Corea del Sud e abbiamo cercato di imparare da ciò”, ha affermato il professor Streeck.

La Germania ha anche imparato a correggere i propri errori presto: la strategia di tracciamento dei contatti avrebbe dovuto essere utilizzata in modo ancora più aggressivo, ha affermato.

Tutti quelli che erano tornati in Germania da Ischgl, una stazione sciistica austriaca che aveva avuto un focolaio, per esempio, avrebbero dovuto essere rintracciati e testati, ha detto il professor Streeck e non lo abbiamo fatto ma poi abbiamo imparato.

Un robusto sistema di assistenza sanitaria pubblica

Prima della pandemia di coronavirus in tutta la Germania, l’ospedale universitario di Giessen aveva 173 letti di terapia intensiva dotati di ventilatori. Nelle ultime settimane, l’ospedale ha cercato di creare altri 40 posti letto e ha aumentato il personale che era in standby per lavorare in terapia intensiva fino al 50%.

“Abbiamo così tanta capacità ora che stiamo accettando pazienti da Italia, Spagna e Francia”, ha dichiarato Susanne Herold, specialista in infezioni polmonari che ha supervisionato la ristrutturazione. “Siamo molto forti nell’area della terapia intensiva.”

In tutta la Germania, gli ospedali hanno ampliato le loro capacità di terapia intensiva e sono partiti da un livello elevato. A gennaio la Germania aveva circa 28.000 letti di terapia intensiva dotati di ventilatori, cioè 34 ogni 100.000 persone, quasi 3 volte di più che in Italia dove il rapporto è di 12 ogni 100.000 persone.

Ora ci sono 40.000 letti di terapia intensiva disponibili in Germania.

Fiducia nel governo

La cancelliera Angela Merkel ha comunicato in modo chiaro, calmo e regolare durante la crisi, imponendo misure di distanziamento sociale sempre più rigorose nel paese. Le restrizioni, che sono state cruciali per rallentare la diffusione della pandemia, hanno incontrato poca opposizione politica e sono ampiamente seguite.

Le valutazioni di approvazione verso la Merkel sono aumentate vertiginosamente.

“Forse la nostra più grande forza in Germania”, ha affermato il professor Kräusslich, “è il processo decisionale razionale ai massimi livelli di governo combinato con la fiducia di cui il governo gode nella popolazione”.

Una fiducia che riesce a guadagnarsi grazie ai fatti.

https://www.peopleforplanet.it/ecco-perche-in-germania-si-muore-molto-meno-per-coronavirus-rispetto-allitalia/?fbclid=IwAR3SKu4ZclYWLzpPQqWFMKFKTGKqxeDbBbyWO3JVAeyKN3w_0FLetvzKuuY

37° Podcast_Coronavirus, Taiwan-un esempio rimosso_di Gianfranco Campa

 

La diffusione del covid-19 ha scoperto il vaso di Pandora del complottismo; della tesi quindi della creazione artificiale del virus e della sua diffusione consapevole ad opera dei servizi americani. La verità, compresa quella dell’incidente, per ovvi motivi non la sapremo probabilmente mai. Appare però poco verosimile l’utilizzo di una arma difficilmente gestibile e il cui uso è suscettibile di ritorcersi contro l’eventuale aggressore. Tanto fervore induce piuttosto a mettere in ombra le enormi implicazioni geopolitiche e l’azione destabilizzante e trasformatrice di una tale crisi; ad oscurare le diverse modalità con le quali vari paesi hanno affrontato la pandemia. L’esempio di Taiwan è in proposito illuminante. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://soundcloud.com/user-159708855/podacast-episode-37

Qui sotto una sintesi scritta dell’intervento registrato di Gianfranco Campa. Si consiglia l’ascolto dei video linkati in calce al testo.

C’è un’isola che possiamo definire miracolata. La buona novella non è il risultato di un intervento divino dopo una preghiera in una piazza vuota, in un pomeriggio uggioso, recitata da un papa disorientato e inetto. Né deriva da un colpo del destino o da una buona dose di fortuna; è l’esito invece di una pianificazione esemplare, una preparazione e organizzazione stellare e una lungimiranza peculiare  di un popolo che, nonostante la condizione di precaria sopravvivenza, minacciata dal malefico dragone appena fuori l’uscio di casa, riesce ad eccellere sempre e comunque, contro tutto e tutti, anche nella titanica lotta pluridecennale nel farsi riconoscere come stato e come nazione legittima dalla comunità mondiale: stiamo parlando di Taiwan.

Taiwan, l’isola che resiste e che grazie alla sua organizzazione e pianificazione è riuscita nel miracolo di controllare l’epidemia di Coronavirus. Si parla e discute tanto di come l’epidemia del Coronavirus viene affrontata e gestita nei vari paesi. Si cerca di spiegare la mortalità relativamente bassa registrata in Germania, Giappone e Corea Del Sud; si è alla ricerca del modello ideale da prendere come esempio; sarà la Svezia, sarà Israele, sarà chi sarà… In altre parole, chi dei governi e collettività mondiale si vuole prendere come esempio dal quale studiare, analizzare e copiare la migliore risposta alla crisi pandemica e prepararsi quindi alla prossima pandemia. Vi posso assicurare che un’altra pandemia verrà, è solo questione di tempo.

Comunque sia del modello Taiwan non ne parla quasi nessuno; non è una sorpresa poiché l’isola per motivi politici e storici è una nazione collocata ai margini della diplomazia mondiale. Per esempio proprio qualche giorno fa durante un’intervista televisiva,  un alto funzionario dell’OMS ha evitato di rispondere ad alcune domande dirette su Taiwan. Il dottore canadese Bruce Aylward è stato intervistato da una stazione televisiva di Hong Kong (RTHK). L’intervista dell’ex vice direttore generale dell’OMS è diventata virale, scatenando feroci critiche. Nel segmento televisivo la giornalista Yvonne Tong chiede se l’OMS sarebbe disposta a riconsiderare la possibilità di far entrare Taiwan nell’organizzazione, vista la sua esclusione. Alla domanda segue un lungo silenzio di Aylward; concluso con la richiesta alla giornalista di passare ad un’altra domanda. Tong ha poi chiesto ad Aylward se poteva commentare “su come Taiwan sia riuscita a gestire finora la pandemia contenendo il virus“. Aylward ha risposto: “Bene, abbiamo già parlato della Cina e quando osserviamo le diverse aree della Cina, la realtà ci dice che hanno fatto un buon lavoro. Con questo vorrei ringraziarti molto per avermi invitato a partecipare” ha risposto Aylward staccando il video…

Il comportamento dell’OMS non è una sorpresa poiché la sua linea sembra rispecchiare la posizione della Cina su Taiwan, visto che l’OMS è ormai una organo pesantemente infiltrato dal partito comunista cinese. l’OMS non riconosce ufficialmente Taiwan. Ciò significa che in questa emergenza del Coronavirus, Taiwan rimane totalmente esclusa da riunioni importanti e conferenze globali  di esperti sulla pandemia di coronavirus. Il diplomatico taiwanese, Stanley Kao, ha affermato che negli ultimi anni all’isola è stato negato il permesso di partecipare alle riunioni annuali dell’Assemblea mondiale della sanità. Questa condizione di avversione e ostilità nei confronti di Taiwan è da ricercare nella storia controversa fra il partito comunista cinese e i taiwanesi; con il progressivo aumento del peso diplomatico della Cina negli ultimi decenni, sfociato in un’aperta “guerra” diplomatica, economica e culturale lanciata dal partito comunista verso l’isola miracolosa. Al momento attuale solo 15 paesi al mondo riconoscono e hanno pieni rapporti diplomatici con Taiwan.  Dal 1971 cioè da quando le  le Nazioni Unite espulsero Taiwan dall’organizzazione, trasferendo il seggio alla Repubblica popolare cinese (RPC). l’isola è stata lentamente e inesorabilmente isolata, diplomaticamente messa alla periferia del mondo, esclusa dal resto delle organizzazioni mondiali incluso l”OMS. 

Nonostante la mancanza di sostegno dell’Oms e l’isolamento in cui opera, l’isola ha gestito e continua a gestire la crisi del Covid19 in maniera esemplare. Quali sono i motivi di questo successo? Andiamo per ordine: Prima di tutto il sistema sanitario di Taiwan è considerato il migliore al mondo. Secondo la CEOWORLD, cioè la rivista guida a livello mondiale per amministratori delegati e professionisti esecutivi di alto livello, Taiwan si colloca al primo posto al mondo per assistenza sanitaria, mentre il sistema Italia si ritrova relegato al 37° posto. Questo dovrebbe una volta per tutte mettere a tacere le opinioni che sostengono “l’eccellenza del sistema italiano” . Tra parentesi mi fido piu dell’analisi del CEOWORLD che di quella dell’OMS il quale annovera l’Italia e la Spagna fra i 6 paesi al mondo con il sistema sanitario migliore. Il fiasco Italiano nel gestire la crisi del Coronavirus dovrebbe mettere a tacere qualsiasi proclama di eccellenza…

Parte del successo del sistema sanitario taiwanese consiste nella sua semplicità ed efficienza. Solo l’1% del budget sanitario viene speso in costi amministrativi e quindi la burocrazia è ridotta al minimo; per dirla all’americana meno ufficiali e più soldati insomma… Altro punto importante nel successo del sistema sanitario taiwanese riguarda l’efficiente sistema dell’infrastruttura tecnologica informativa; questa infrastruttura ha permesso al governo taiwanese di rispondere prontamente ed efficacemente ai primi casi di coronavirus, isolando gli infettati e separandoli dal resto della comunità, mappando nei minimi dettagli le comunità contagiate, evitando così che il virus si diffondesse a macchia d’olio, silenziosamente, tra il resto della popolazione. E’ chiaro che il sistema taiwanese non è perfetto e richiede di perfezionarsi con ulteriori accorgimenti; primo fra tutti la carenza di dottori pro-capite. Il problema è che i taiwanesi approfittano della loro assistenza sanitaria economica, accessibile e qualitativa andando dal dottore molto spesso. Come risultato il numero medio di visite mediche all’anno (12,1) è quasi il doppio paragonato a quello di altri paesi. Ci sono circa 1,7 medici a Taiwan per ogni 1.000 pazienti, che è ben al di sotto della media di 3,3 in altri paesi sviluppati. Comunque sia la sanità taiwanese rimane un buon esempio da seguire, non perfetto ma perfettibile.

Il secondo punto nel successo della gestione della crisi del Coronavirus è dovuto alla preparazione del governo taiwanese dopo la crisi del primo SARS nel 2003: Per non farsi trovare impreparati, sapendo che dopo la prima SARS sarebbe stata solo questione di tempo prima che arrivasse una seconda SARS; I taiwanesi si sono adoperati affinché tutta la catena di forniture necessarie a combattere una nuova pandemia venisse prodotta in casa senza fare affidamento a forniture straniere. Mascherine, grembiuli, occhiali di protezione, guanti, visiere, ventilatori, liquido igienizzante, medicine e molto altro viene ora prodotto internamente, senza far affidamento su altri paesi. Mentre in Europa sostenevano che le mascherine non fossero necessarie alla prevenzione del Coronavirus, Taiwan ha investito pesantemente nella loro produzione sapendo benissimo che le mascherine erano strumento essenziale nella prevenzione di  COVID-19. Come se non bastasse Taiwan, tramite la mappature digitale, ha inoltre sviluppato un sistema di razionamento in base al quale ogni residente adulto è in grado di acquistare tre maschere a settimana. Per garantire che tutti i residenti rispettino la regola, le maschere possono essere acquistate presso farmacie e centri medici designati. Queste sedi hanno le strutture per scansionare digitalmente le tessere dell’assicurazione sanitaria nazionale (NHI), la qual cosa consente al governo di registrare la cronologia degli acquisti. Il razionamento però non è stato necessario poiché la capacità di produzione di mascherine è aumentata da 4 milioni nel gennaio del 2020 agli attuali 15 milioni di pezzi al giorno; ripeto, l’attuale capacità produttiva di mascherine è ora di 15 milioni di pezzi al giorno. La capacità produttiva di taiwan e talmente larga che la presidente taiwanese ha promesso di donare 10 milioni di maschere ai paesi più colpiti dal coronavirus. Il ministro degli Esteri taiwanese Joseph Wu ha specificato che le maschere sarebbero state inviate agli Stati Uniti e alle nazioni dell’Europa occidentale. Attenzione parliamo di donazioni non di vendita. Un gesto nobile per un paese piccolo e per lungo tempo abbandonato dalla comunità internazionale a scapito dei criminali di pechino.

Un paio di giorni fa l’avatar; Ursula von der Leyen sul suo account twitter ha ringraziato taiwan per conto della comunità europea: “ L’Unione Europea ringrazia Taiwan per la donazione di 5,6 milioni di mascherine per aiutare a combattere il coronavirus. Apprezziamo davvero questo gesto di solidarietà. Questo focolaio globale del virus richiede solidarietà e cooperazione internazionali.” 

Terzo punto importante nella lotta contro Covid19: Taiwan ha messo in atto un sistema chiamiamolo di allerta precoce.  In altre parole; Taiwan dopo la Sars del 2003 ha creato una Task force incaricata di monitorare il mondo a caccia di possibili segnali anticipati di pandemia. Possiamo chiamarla un servizio di intelligence incaricato di occuparsi esclusivamente di identificare possibili focolai di malattie prima che arrivino a colpire Taiwan. Questo servizio di monitoraggio è soprattutto finalizzato a cogliere gli eventi in corso nella Cina continentale. Così quando a Wuhan sono trapelati i primi segni di una nuova sconosciuta e devastante epidemia  il governo taiwanese era già informato delle possibili ramificazioni e disastrose conseguenze che avrebbe potenzialmente potuto arrecare al mondo. I primi segnali si erano avuti all’inizio di Dicembre, mentre il mondo nella quasi totalità ignorava ciò che stava succedendo nella provincia di Hubei e il partito comunista cinese era intento a censurare nascondendo la apocalittica realtà. I taiwanesi si erano già messi in moto per attuare i protocolli di sicurezza sviluppati negli ultimi anni, mettendo in moto la macchina organizzativa. . “Ciò che abbiamo imparato da Sars è che dobbiamo essere molto scettici riguardo i dati provenienti dalla Cina“, ha affermato Chan Chang-chuan, decano del College of Public Health dalla National Taiwan University. “Nel 2003 abbiamo imparato una funesta lezione e quell’esperienza è qualcosa che altri paesi non hanno recepito”.

Veniano così all’ultimo quarto punto fondamentale della battaglia Taiwanese al Covid19: la chiusura totale della frontiere. Nonostante le strette relazioni ed i frenetici scambi tra Cina e Taiwan, il governo di Taipei ha immediatamente limitato gli arrivi all’isola prima dalla Cina e poi dal resto del mondo, isolando di fatto l’isola dal resto della comunità internazionale. Chi è rientrato a Taiwan è stato assoggettato ad un rigoroso protocollo di controllo , monitorato elettronicamente, tramite i  propri cellulari, gli spostamenti delle persone sotto ordine di quarantena. Il Centro di comando per il controllo delle malattie (CECC) lavorando all’unisono a livello interministeriale, ha deciso di integrare i propri dati rendendoli compatibili con i dati della l’agenzia doganale e di immigrazione, la National Immigration Agency (NIA). Questo connubio ha reso possibile individuare, tramite il sistema PharmaCloud, la sequenza degli itinerari e degli spostamenti intrapresi dalle persone che entravano nel territorio Taiwanese. Ciò ha consentito  ai medici di avere accesso ai dati dei contatti della persona implicata. Un fattore che ha aiutato non solo ad isolare i potenziali portatori di epidemie, ma ha anche aiutato i medici taiwanesi a determinare se i pazienti dovevano sottoporsi ai tamponi ai fini dell’accertamento della presenza del Coronavirus.

Ricapitolando quindi i punti fondamentali del modello taiwan sono i seguenti: Un’eccellente sistema di copertura sanitaria gestito efficientemente. Uso appropriato ed efficace  della tecnologia informatica.Pronto monitoraggio di possibili focolai nel mondo. Produzione interna del materiale medico necessario a far fronte alla malattie e, ultimo ma non meno importante, controllo meticoloso e ferreo dei confini del paese, sia in entrata che in uscita.

Questo efficace sistema taiwanese è stato adottato dal governo neozelandese. All’inizio di marzo di quest’anno, il Dr. Ashley Bloomfield, capo del Ministero della Salute della Nuova Zelanda, ha elogiato le misure di prevenzione della pandemia adottate da Taiwan. Il dottor Bloomfield ha affermato che due paesi – Singapore e Taiwan – hanno mostrato una efficace capacità di isolare e mettere in quarantena coloro che sono venuti a contatto con casi positivi di coronavirus. Prendendo spunto dai taiwanesi la Nuova Zelanda dovrebbe muoversi in questa direzione.

Il successo di questa strategia potrebbe dare un nuovo impulso alle possibilità di riconoscimento diplomatico del paese. Nel frattempo il presidente americano Donald Trump ha firmato una settimana fa , ma per lo più ignorato dai mass media per via della crisi del coronavirus,  il cosiddetto disegno di legge denominato Taipei Act. Il TAIPEI ACT segna un cambio epocale nei rapporti Taiwan-USA in chiave soprattutto anti-Cinese. Il taipei act riporta un bilanciamento nelle relazioni asiatiche migliorando il supporto degli Stati Uniti verso Taiwan e incoraggiando altre nazioni a intrecciare relazioni con l’isola. Un tentativo di isolamento di coloro che seguono gli ordini del Partito Comunista Cinese (PCC). 

L’ufficio rappresentativo economico e culturale di Taipei (TECRO), l’ambasciata di fatto di Taiwan negli Stati Uniti, ha esternato la propria approvazione e gratitudine verso il presidente americano. Il presidente taiwanese Tsai ha affermato che è stato “gratificante” vedere firmata la legge TAIPEI, salutandola come un “attestato di amicizia e sostegno reciproco mentre lavoriamo insieme per affrontare le minacce globali alla salute umana e ai nostri valori democratici. Il disegno di legge ribadisce la forza congiunta di Taiwan e Stati Uniti. Inoltre, apre la strada a scambi bilaterali ampliati, preservando allo stesso tempo lo spazio internazionale del paese di fronte alla campagna di coercizione autoritaria della Cina “

Inutile dire che Il Partito Comunista Cinese è, ovviamente, meno soddisfatto della Legge TAIPEI. “Esortiamo gli Stati Uniti a correggere i propri errori, a non applicare la legge e non ostacolare lo sviluppo delle relazioni tra altri paesi e la Cina; incontrerà altrimenti inevitabilmente una risposta risoluta da parte della Cina“, ha avvertito un portavoce del ministero degli Esteri cinese. La Cina come risposta alla legge TAIPEI ha intensificato la sua campagna di pressione militare contro Taiwan conducendo provocatorie esercitazioni navali e aeree. Ma il dado è ormai tratto, la nuova guerra fredda tra i cinesi e gli americani è solo all’inizio e continuerà ad allargarsi. 

 Nel frattempo più di qualche nazione al mondo, a parte la Nuova Zelanda, potrebbe cogliere la novità ed adottare il modello taiwan come esempio da seguire per affrontare la prossima crisi epidemica ed economica. L’italia sarebbe una candidata eccellente per attuare queste misure, ma dubito che possa farlo anche se ci fosse la volontà, poiché attuare queste misure vuol dire andare in diretto contrasto con l’unione europea. Penso solo ai cambiamenti necessari per assicurarsi il completo controllo delle frontiere.  Tali controlli sarebbero necessari per gestire in maniera competente una nuova pandemia, Ma attuare ciò vuol dire eliminare, sospendere o uscire dal trattato di Schengen. Azioni decisive e ferme che però, ahimè, i nostri politicanti attuali non sarebbero capaci di intraprendere; preferiscono seguire l’avatar di Ursula von der Leyen, che ringraziando il governo di taipei per la forniture delle mascherine ha messo a nudo l’incapacità europea di affrontare la pandemia.

I morti italiani gridano vendetta, una vendetta che richiede dei passi decisivi e drastici. L’Italia non ha bisogno dell’Europa, L’Italia ha bisogno di trasformarsi in una nuova Taiwan. Un’italia sovrana, libera, democratica, padrona del proprio destino e capace di programmare e decidere la propria risposta. L’Isola miracolata, che resiste; Taiwan segna la strada. Per l’italia il modello da seguire è quello, al resto dell’Europa alla prossima pandemia possiamo regalare eventualmente quattro mascherine per puro spirito di compassione….

 

 

https://twitter.com/studioincendo/status/1243909358133473285?s=20

 

 

https://ceoworld.biz/2019/08/05/revealed-countries-with-the-best-health-care-systems-2019/

https://www.msn.com/en-us/news/world/taiwan-donating-millions-of-masks-to-other-countries-to-fight-covid-19/ar-BB121ex5

https://www.congress.gov/bill/116th-congress/senate-bill/1678

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